Il modello Usa per l’export militare Ue? Opportunità e rischi secondo Braghini


Una certa agitazione a Bruxelles sta inducendo l’Europa a esplorare nuove modalità di procurement e nuovi strumenti per una loro accelerazione. Le agitazioni sono legate alle difficoltà nelle forniture militari all’Ucraina, nonché alle recenti e significa

Una certa agitazione a Bruxelles sta inducendo l’Europa a esplorare nuove modalità di procurement e nuovi strumenti per una loro accelerazione. Le agitazioni sono legate alle difficoltà nelle forniture militari all’Ucraina, nonché alle recenti e significative acquisizioni off-the-shelf da parte di diversi Paesi ricorrendo allo strumento dei Foreign military sales (Fms) Usa a discapito dei sistemi prodotti nell’Ue.

La Commissione europea sembra aver mostrato interesse (e sta avviando una consultazione) per un meccanismo simile o equivalente al Foreign military sales – utilizzando il meccanismo degli accordi governo–governo o g2g – che fornisce un vantaggio competitivo agli Usa, non esiste in Europa ed è normalmente utilizzato dai Paesi membri e alleati. In estrema sintesi il tema può inquadrarsi in modo semplicistico come segue.
L’Fms ha il vantaggio di operare direttamente con l’amministrazione Usa in modo strutturato, offre condizioni favorevoli per la vendita di prodotti (economie di scala, standardizzazione), crea partnership di lungo termine per servizi di addestramento e di supporto logistico. Sono previsti anche accordi commerciali diretti con licenze di esportazione e possibilità di finanziamenti.

In pratica un cliente estero può inviare la richiesta di una specifica capacità agli Usa con la richiesta di un unico fornitore. Il governo statunitense individua la migliore opzione che sia interoperabile con la difesa a stelle e strisce, e che provenga da stock o riguardi prodotti nuovi già presenti nei reparti del Pentagono. Il processo di negoziazione prevede notifica e approvazione da parte del Congresso e stretti controlli da parte del dipartimento di Stato.

In Europa, l’idea di un Fms europeo rientrava negli anni recenti tra le proposte discusse tra gli stakeholder e studi esterni circa nuove misure per promuovere la Base industriale e tecnologica di difesa europea (Edtib), ma non ebbe seguito per contrarietà della Commissione europea e della Francia, motivata dalla non trasparenza e dagli effetti negativi sulla concorrenza.

Il meccanismo del g2g, attenendosi ai rapporti tra i governi (è un tipo di accordi in crescita), in quanto tale fuoriesce dalle competenze comunitarie, ma rimane pur sempre soggetto alle regole e ai principi dei Trattati Ue e alle esclusioni della direttiva 2009/81. L’Ue emanò una linea guida interpretativa dove si identifica il limite tra qualificazione per l’esclusione dalla concorrenza e l’abuso discriminatorio.

Nel primo caso sono ammessi sia per gli equipaggiamenti da stock esistenti usati o in surplus rispetto ai requisiti, sia per i nuovi equipaggiamenti quando la competizione è assente o impraticabile come la presenza di uno solo operatore, o in presenza di prodotti equivalenti in Europa quando si garantisce trasparenza, pubblicità, equità di trattamento.

Nel secondo caso si ha un abuso discriminatorio quando si tratta di surplus acquisito in eccesso per rivendite.

Il tema risulta senza dubbio di una certa complessità interpretativa e di utilizzo.

Se l’esigenza di norme o procedure più semplici e veloci è acquisita a fattor comune, sarà interessante capire come risponderanno i Paesi membri alle proposte della Commissione europea per un Fms europeo nell’ambito della prevista strategia Ue per l’industria difesa: in termini legali (revisione delle norme operanti? ribaltamento dei principi del mercato interno come è stato per i sussidi durante il Covid? assunzione di nuove competenze Ue in materia di difesa?) ma anche organizzativi (servirà un’autorità europea ad hoc?).


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Tutto sull’iniziativa spaziale a guida Usa a cui si è unita l’Italia


L’Italia aumenta la propria presenza nel settore spaziale militare, e rafforza allo stesso tempo la collaborazione con gli Stati Uniti e i suoi principali alleati. È questo l’effetto raggiunto con la firma di ieri da parte del sottosegretario alla Difesa,

L’Italia aumenta la propria presenza nel settore spaziale militare, e rafforza allo stesso tempo la collaborazione con gli Stati Uniti e i suoi principali alleati. È questo l’effetto raggiunto con la firma di ieri da parte del sottosegretario alla Difesa, Isabella Rauti, delegata dal ministro Guido Crosetto, con la quale la Difesa del nostro Paese è entrata a far parte del Combined space operations (CSpO). Questa iniziativa internazionale ha come obiettivo il potenziamento dell’interoperabilità tra alleati in capacità-chiave come la space domain awareness, il supporto dalle orbite alle forze operative di terra, mare e aria, la gestione di lanci e rientri e delle operazioni nello spazio. Il progetto venne lanciato nel 2014 dall’allora comandante dello Us Space command (Usspacecom), il generale John “Jay” Raymond (che nel 2019 sarebbe diventato il primo comandante della Us Space force), e riunì in un primo momento la comunità di Paesi di lingua inglese: oltre agli Usa, il Regno Unito, il Canada e l’Australia. Nel 2015 aderì anche la Nuova Zelanda, ma il vero passo decisivo fu l’apertura nel 2020 a Francia e Germania, allargando la partecipazione al di là dei confini dell’anglosfera.

L’adesione di ieri dell’Italia è stata accompagnata anche da quella del Giappone, formalizzata nel corso di un incontro dei Paesi CSpO a Berlino al quale hanno preso parte anche il capo della Forza di auto-difesa aerea giapponese, il generale Hiroaki Uchikura, e il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, generale Luca Goretti. Proprio il generale Goretti, intervenendo a ottobre al Mitchell institute for aerospace studies, aveva registrato quanto “i conflitti odierni richiedano una sinergia in tutti i campi” e una spinta verso “l’interoperabilità delle Forze armate di Paesi diversi”, confermando quanto fosse forte in questo senso “la collaborazione tra Italia e Stati Uniti”.

Il traguardo di ieri è solo l’ultimo passo di un percorso di rafforzamento della partnership con Washington nel campo spaziale svolto dalle Forze armate. Già nel 2022, nel corso di un incontro con il generale Raymond, il capo di Stato maggiore della Difesa, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, aveva precisato come si auspicasse di “proseguire nel rafforzamento della cooperazione con la Difesa Usa nel settore spaziale e di dare impulso all’adesione al CSpO”. Ad aprile, il Memorandum of agreement siglato dal Capo ufficio generale spazio, generale Davide Cipelletti, eil comandante dello Usspacecom, generale James Dickinson, aveva stabilito l’assegnazione di un ufficiale di collegamento italiano permanente proprio presso il comando spaziale Usa.

Per l’Italia entrare nello CSpO è la rappresentazione dell’ambizione del Paese di voler stare insieme ai grandi player della Difesa spaziale. Condividere risorse e migliorare la cooperazione tra alleati è fondamentale per il nostro Paese, ed essere inseriti in un framework di sicurezza come il CSpO è un passaggio irrinunciabile.


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Presentazione del libro “Colpevoli e Vincenti” di Davide Giacalone


Introduzione Giuseppe Benedetto Interverranno Davide Giacalone Mariastella Gelmini Raffaella Paita Modera Andrea Pancani L'articolo Presentazione del libro “Colpevoli e Vincenti” di Davide Giacalone proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fond

Introduzione
Giuseppe Benedetto

Interverranno
Davide Giacalone
Mariastella Gelmini
Raffaella Paita

Modera
Andrea Pancani

L'articolo Presentazione del libro “Colpevoli e Vincenti” di Davide Giacalone proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Così l’Aeronautica e Leonardo addestrano i piloti svedesi


Un ulteriore significativo passo per la sicurezza dei cieli europei. Così il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, generale Luca Goretti, ha definito l’adesione della Svezia al programma che vedrà i piloti del Paese scandinavo addestrarsi in Italia. La

Un ulteriore significativo passo per la sicurezza dei cieli europei. Così il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, generale Luca Goretti, ha definito l’adesione della Svezia al programma che vedrà i piloti del Paese scandinavo addestrarsi in Italia. La firma dell’accordo, avvenuta in modalità “a distanza”, ha visto oltre al generale italiano, anche la sigla del capo di Stato maggiore dell’aviazione svedese, il generale Jonas Wikman. Come sottolineato ancora da Goretti: “Trovare intese e sinergie tra Paesi che condividono spazi e orientamenti è sempre produttivo. Lavorare con i colleghi svedesi rappresenterà un’occasione di crescita per entrambi i Paesi”. La Svezia, infatti, è solo l’ultimo dei Paesi che hanno richiesto di formare i propri piloti alla International flight training school (Ifts) di Decimomannu, la scuola di volo avanzato gestita insieme da Leonardo e dall’Aeronautica militare per la formazione dei piloti militari italiani e stranierei, dopo Austria, Canada, Germania, Giappone, Qatar, Singapore, Regno Unito, Arabia Saudita, Svezia e Kuwait.

L’accordo

L’accordo tra i due Paesi, infatti, vedrà l’invio di piloti militari svedesi ai corsi di addestramento al volo in Italia. L’intesa prevede un inserimento costante negli anni di allievi piloti e istruttori di volo dell’Aeronautica svedese, distribuiti nell’arco di un decennio, per un totale di oltre cento allievi e una decina di piloti istruttori. Il percorso formativo di questi aviatori si svolgerà presso il 61° Stormo, sia di livello basico (le Fasi 2 e 3 dell’iter addestrativo), presso la base di Galatina, sia di livello avanzato (Fase 4) presso il 212° Gruppo, quest’ultimo basato sulla International flight training school (Ifts) di Decimomannu.

L’International flight training school

La struttura sarda è una vera e propria accademia del volo in grado di ospitare allievi, personale tecnico e le infrastrutture logistiche con una flotta di 22 velivoli T-346A, piattaforme considerate particolarmente efficaci per la formazione di piloti destinati ad un’ampia gamma di caccia delle ultime generazioni, tra cui gli F-35, gli Eurofighter e i Gripen. Come sottolineato da Goretti, l’accordo ““rappresenta inoltre un altro fondamentale tassello per il progetto Ifts, sul quale il Sistema Paese sta investendo con fiducia, convinzione e, soprattutto, risultati”, un progetto “nato grazie al pieno e convinto supporto del Ministero della Difesa e che si regge anche sulla proficua e collaudata sinergia con Leonardo”.

Un’avanguardia globale

Un intero edificio della Ifts è dedicato al Ground based training system (Gbts) il moderno sistema di addestramento basato su sistemi di simulazione di ultima generazione basati sui sistemi sviluppati da Leonardo dotati di un avanzato software che permette agli allievi al simulatore di “volare” in coppia con un pilota effettivamente in volo in quel momento, condividendo le stesse sensazioni e gli stessi dati tramite il data link, riducendo così i tempi per diventare operativi. Una tecnologia all’avanguardia che ha trasformato la International flight training school in un punto di riferimento mondiale per l’addestramento dei piloti militari.


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Stop ai V-22 Osprey. La Difesa Usa mette a terra i suoi convertiplani


L’intero servizio navale e l’aeronautica militare Usa hanno messo a terra i propri convertiplani Osprey V-22 (mezzi in grado di decollare e atterrare verticalmente come un elicottero, ma di ruotare le eliche anteriori per poter volare alla velocità che si

L’intero servizio navale e l’aeronautica militare Usa hanno messo a terra i propri convertiplani Osprey V-22 (mezzi in grado di decollare e atterrare verticalmente come un elicottero, ma di ruotare le eliche anteriori per poter volare alla velocità che si avvicina ad aerei ad ala fissa), dopo l’incidente che il 29 novembre è costato la vita a otto militari Usa. Una decisione senza precedenti, che coinvolge l’intera flotta di V-22 dell’Air force, della Marina e del corpo dei Marines. Centinaia di velivoli sono ora tenuti a terra in attesa che le indagini sull’incidente chiariscano se a causare la caduta dell’Osprey sia stato un errore umano o un malfunzionamento dell’apparecchio, e in quest’ultimo caso, se il guasto riguardava quella singola macchina o potrebbe coinvolgere l’intera linea di V-22. Il motivo delle preoccupazioni che hanno spinto le Forze armate a stelle e strisce a bloccare i voli di tutta la flotta è nei dubbi crescenti circa la sicurezza dell’Osprey, macchina che ha accumulato diversi incidenti nel corso della sua relativamente breve vita di servizio. I primi rumours che stanno girando ma da verificare puntano il dito su “problemi strutturali del velivolo”, se così fosse sarebbe davvero un problema di dimensioni enormi.

Il “fabbrica-vedove”

Il V-22 Osprey, sviluppato da un’alleanza strategica fra Bell Helicopter (del gruppo Textron) e Boeing, è un aereo multiruolo da combattimento che utilizza tecnologie convertiplano per unire la capacità di volo verticale dell’elicottero con la velocità e autonomia dell’aereo ad ala fissa. Tuttavia, nel corso del tempo, queste macchine si sono guadagnate il nome di “fabbrica vedove” (Widowmaker), degli incidenti che si sono verificati fin dalle fasi iniziali di sviluppo e test. Tra il 1991 e il 2000, quattro incidenti con trenta vittime spinsero i Marines a lasciare a terra i propri Ospray, parte di un’unità sperimentale. Dall’entrata in servizio nel 2005, e l’inizio delle attività operative nel 2007, il mezzo ha subito tredici incidenti, di cui quattro negli ultimi due anni, portando a un totale di 53 vittime. L’ultimo incidente ha rinnovato l’attenzione sulla sicurezza del velivolo, in particolare su un problema meccanico alla frizione, e sui dubbi riguardo al fatto che tutte le parti dell’Osprey siano state prodotte secondo le specifiche di sicurezza.

Tokyo blocca i voli

Anche il Giappone, l’unica altra nazione ad utilizzare gli Osprey, ha sospeso tutti i voli della propria flotta di 14 veicoli. A Tokyo, il segretario stampa del ministero della Difesa, Akira Mogi, ha dichiarato martedì che il dispiegamento degli Osprey è molto importante per la difesa del Giappone sud-occidentale, a maggior ragione a causa delle attuali preoccupazioni per la sicurezza regionale. Mogi ha detto che i funzionari della difesa giapponese stanno esaminando le informazioni condivise dagli Stati Uniti per determinare se le risposte militari statunitensi sono adeguate, ma ha aggiunto che le informazioni condivise finora sono insufficienti.

Quale futuro per i convertiplani?

I problemi legati al V-22 Osprey potrebbero gettare qualche ombra anche su un altro progetto per un convertiplano trirotore della Bell, il V-280, il mezzo scelto dall’Esercito degli Stati Uniti per sostituire i propri elicotteri UH-60 Black Hawk, in servizio dagli anni Settanta, nel contesto della gara denominata Future Long-Range Assault Aicraft (FLRAA). La Bell ha ricevuto un contratto da 232 milioni di dollari, la prima tranche di quello che potrebbe essere un accordo da 7,1 miliardi di dollari per lo sviluppo del progetto e un primo lotto di velivoli. Un primo prototipo potrebbe arrivare nel 2025, ma lo US Army dovrà assegnare altri contratti prima che ciò avvenga. Anche in questo caso girano molti rumours sui ritardi già accumulati dal programma.

Lo scenario indo-pacifico

Il tema è di portata strategica non solo per quanto riguarda il futuro del mezzo. Non è un caso che numerosi di questi incidenti siano avvenuti nella regione dell’Indo-Pacifico, l’ultimo dei quali appunto nelle acque antistanti il Giappone. Le dimensioni del teatro, la distanza tra isole, e la necessità in caso di conflitto di muovere rapidamente e a grandi distanze militari, mezzi ed equipaggiamento, richiedono alle Forze armate responsabili della difesa del quadrante (Stati Uniti in primis, insieme al Giappone e agli altri Paesi alleati come l’Australia), mezzi in grado di garantire la necessaria mobilità strategica. Di fronte alla minaccia rappresentata dalla Cina, per gli Usa è indispensabile avere a disposizione mezzi veloci come un aereo, ma in grado allo stesso tempo di atterrare anche in spazi ridotti (come le isole dell’Indo-Pacifico, appunto).


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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

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8 dicembre, prima pagina su Domani

Alcune criticità giuridiche, finora poco considerate, potranno far crollare la costruzione su cui si basa l'accordo con l'Albania per i migranti.

Criticità destinate a essere risolte nelle aule dei tribunali.

editorialedomani.it/fatti/un-p…

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Armi chimiche, subacquea e… Gli emendamenti della Difesa alla Manovra


Tra gli emendamenti del governo alla Legge di Bilancio ce ne sono quattro proposti dalla Difesa. Le votazioni in commissione al Senato attese per mercoledì prossimo. Distruzione delle armi chimiche L’emendamento autorizza la spesa di euro 800.000, per cia

Tra gli emendamenti del governo alla Legge di Bilancio ce ne sono quattro proposti dalla Difesa. Le votazioni in commissione al Senato attese per mercoledì prossimo.

Distruzione delle armi chimiche

L’emendamento autorizza la spesa di euro 800.000, per ciascuno degli anni dal 2024 al 2026, al fine di proseguire le attività di proibizione dello sviluppo, produzione, immagazzinaggio ed uso di armi chimiche e loro distruzione.

Ridenominazione dei progetti navali di rilevanza strategica nazionale

L’emendamento include tra i progetti di rilevanza strategica nazionale finanziati dal fondo di cui all’articolo 1, comma 712, della legge di bilancio 2022 anche i progetti del settore subacqueo (e navale).

Rifinanziamento del Nato Innovation Fund

L’emendamento modifica l’art. 69, comma 2, portando da 1 milione a 7.726.500 euro per l’anno 2024 lo stanziamento per far fronte agli impegni derivanti dalla sottoscrizione del fondo.

Polo nazionale della subacquea

L’emendamento porta da 2 a 3 milioni di euro, a decorrere dal 2024, l’ammontare delle risorse stanziate per le attività svolte dal Polo nazionale della subacquea.

Proroga stato di emergenza crisi Ucraina

La Protezione Civile ha proposto un emendamento che prevede la proroga al 31.12.2024 lo stato di emergenza relativo all’esigenza di assicurare le misure di soccorso e assistenza in favore della popolazione ucraina.


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Dindarolo


Il calendario è inesorabile e il negoziato destinato a modificare il contenuto del “Patto europeo di stabilità e crescita” entra nella sua fase finale. Un accordo è nell’interesse e nella volontà di tutti. Bisogna stare attenti a non banalizzare e non rid

Il calendario è inesorabile e il negoziato destinato a modificare il contenuto del “Patto europeo di stabilità e crescita” entra nella sua fase finale. Un accordo è nell’interesse e nella volontà di tutti. Bisogna stare attenti a non banalizzare e non ridurre tutto a slogan, finendo con il capovolgere la realtà.

Nel programma del nostro attuale governo – come in tanti altri nel passato – c’è l’impegno a ridurre il deficit e il debito. Quindi non è una cosa marziana e che viene da fuori, ma un interesse italiano che va realizzato da dentro. La discussione si concentra su come interpretare la stabilità e promuovere la crescita. Per capirci: se affermo che tutti i debiti pubblici devono tornare entro il 60% del Prodotto interno lordo entro un paio d’anni non sto promuovendo la stabilità ma innescando il caos, perché è vero che ridurre il debito è cosa ottima, ma farlo in modo violento è dissennato; né promuovo la crescita se faccio crescere la spesa pubblica e ne dilapido la sostanza, come si è fatto con il bonus 110%. Non basta dire “rigore” per intendere “stabilità” e non basta dire “spesa” per intendere “crescita”. Su questo si discute, nell’interesse della ricchezza e del salvadanaio comune e nazionale, naturalmente tenendo presente non solo la condizione oggettiva, ma anche l’affidabilità di ciascun Paese europeo. E no, non giova all’Italia avere scelto di usare la sospensione del Patto – indotta dalla pandemia – per aprire i rubinetti dei bonus che portano male, come non giova avere esponenti del governo che rivendicano alleanze politiche ritenute impraticabili e ripugnanti da tutti gli altri (compresi i loro stessi alleati di governo). Mentre giova avere dimostrato moderazione nello scrivere la legge di bilancio, come giova l’inequivocabile posizione europeista e atlantista del governo (anche a dispetto di certe parole del passato). E qui si viene a una questione politica, non soltanto nostra.

Dice Matteo Salvini che i suoi amici europei, ovvero quelli che gli altri non vogliono neanche frequentare, propongono «un’Europa diversa da quella plasmata (male) dai socialisti». Quali socialisti? Quando? La presidenza del Parlamento europeo e della Commissione sono in capo a due esponenti del Partito popolare, la Bce è presieduta da chi stava con Sarkozy. In passato? Quelli che avviarono il processo d’integrazione erano popolari, democristiani e liberali. Non solo la storia e il presente smentiscono lo slogan salviniano, ma la sostanza lo capovolge del tutto: il socialista, se la mettiamo su questo piano, è lui.

Le politiche di rigore economico e di equilibrio di bilancio sono di destra. Non sono reazionarie (come taluni degli alleati della Lega odierna), ma sono di destra. Le politiche che puntano ad allargare la spesa pubblica e il ruolo dello Stato nel mercato sono di sinistra. Il braccino corto è di destra, la manica larga è di sinistra. E se si esce dal mondo delle tifoserie ideologiche è ragionevole che gli elettori che pensano di dovere pagare votino i primi, mentre quelli che sperano d’incassare votino i secondi. Per giunta i primi vogliono meno spesa per avere meno tasse, mentre i secondi pensano che più tasse aiutino la spesa sociale. La cosa paradossale è dirsi di destra per poi rivendicare il diritto alla politica spendarola socialisteggiante (che la sinistra ragionevole ripudia in tutta Europa). È un non senso.

Siccome conta la sostanza, il confronto sul Patto si fa sull’equilibrio fra stabilità e crescita, non su quelle menate fantasiose e inconcludenti. A tal proposito è oscuro il perché i governi, da anni, non usino l’importante patrimonio immobiliare pubblico (non sfruttato e che si deteriora) per abbattere il debito senza ricorrere a tasse. Da ultimo ne ha parlato Carlo Messina, ceo di Banca Intesa, ma è idea vecchia. E sana, che indicherebbe una volontà di non usare il dindarolo soltanto per spendere, ma anche per rimpinguarlo e non dissanguarlo con i debiti. Un’idea che rafforzerebbe la credibilità.

La Ragione

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L’AIE aderisce all’Osservatorio “Carta, penna e digitale” della Fondazione Einaudi


L’Associazione italiana editori (AIE) ha aderito quest’oggi all’Osservatorio “Carta, penna & digitale” della Fondazione Luigi Einaudi. Un progetto nato per promuovere, soprattutto nei giovani, l’importanza della lettura su carta e della scrittura a mano,
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L’Associazione italiana editori (AIE) ha aderito quest’oggi all’Osservatorio “Carta, penna & digitale” della Fondazione Luigi Einaudi. Un progetto nato per promuovere, soprattutto nei giovani, l’importanza della lettura su carta e della scrittura a mano, abitudini imprescindibili per un corretto sviluppo delle attività cognitive. Significativa è, dunque, l’adesione di AIE, presieduta da Innocenzo Cipolletta: la più antica associazione di categoria italiana, da sempre attenta a questi temi. L’Osservatorio, al quale hanno già aderito i confindustriali di Federazione Carta e Grafica e Comieco, è stato presentato a novembre a Milano alla fiera BookCity e riproposto oggi a Roma in occasione della Fiera internazionale della piccola e media editoria, “Più libri più liberi”. Di fronte a una platea di studenti delle scuole secondarie.

“Luigi Einaudi riteneva che una società è sana quando ciascuna persona è messa nelle condizioni di realizzare al massimo le proprie potenzialità. Sta accadendo esattamente il contrario”, ha detto il Segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi, Andrea Cangini. “Nessun pregiudizio sul digitale, che sta trasformando e migliorando le nostre vite, ma carta e penna sono letteralmente insostituibili”, sottolinea.

Lo scorso luglio, la Fondazione Luigi Einaudi ha presentato in Senato uno studio che, compendiando le principali ricerche scientifiche internazionali, ha dimostrato l’importanza della scrittura a mano e della lettura su carta, soprattutto nel mondo dell’Istruzione. Perdere queste consuetudini significherebbe compromettere il pensiero logico-lineare, impoverire il linguaggio, limitare la conoscenza, fiaccare la memoria. Un danno alla persona, un danno alla società. A conclusioni analoghe sono recentemente giunti sia il governo svedese sia l’Economist britannico.

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Scuola di Liberalismo 2023 – Messina: lezione del prof. Giovanni Moschella sul tema “La scelta del Premier nei sistemi parlamentari”


Dodicesimo appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua t

Dodicesimo appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua tredicesima edizione, si articolerà in 15 lezioni, che si svolgeranno sia in presenza che in modalità telematica, dedicate alle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale.

La dodicesima lezione si svolgerà giovedì 7 dicembre, dalle ore 17 alle ore 18.30, presso l’Aula n. 6 del Dipartimento “COSPECS” (ex Magistero) dell’Università di Messina (sito in via Concezione n. 6, Messina); dell’incontro sarà altresì realizzata una diretta streaming sulla piattaforma ZOOM.

La lezione sarà tenuta dal prof. Giovanni Moschella (Ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico presso l’Università di Messina), che relazionerà sull’opera “La scelta del Premier nei sistemi parlamentari” di Salvatore Bonfiglio.

La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di 0,25 CFU per gli studenti dell’Università di Messina.

Come da delibera del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Messina e della Commissione “Accreditamento per la formazione” di AIGA, è previsto il riconoscimento di n. 12 crediti formativi ordinari in favore degli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina per la partecipazione all’intero corso.

Per ulteriori informazioni riguardanti la Scuola di Liberalismo di Messina, è possibile contattare lo staff organizzativo all’indirizzo mail SDLMESSINA@GMAIL.COM

Pippo Rao, Direttore Generale della Scuola di Liberalismo di Messina

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Sostenere Letta


Gianni Letta ha la fama d’essere morbido e avvolgente, una specie di Coccolino della politica. Ma conosce i tessuti ruvidi che l’esercizio del potere può costringere a indossare, come conosce il gelo cui può lasciare l’esserne spogliati. L’educazione e la

Gianni Letta ha la fama d’essere morbido e avvolgente, una specie di Coccolino della politica. Ma conosce i tessuti ruvidi che l’esercizio del potere può costringere a indossare, come conosce il gelo cui può lasciare l’esserne spogliati. L’educazione e la ragionevolezza lo inducono a non fare mai degli scontri una questione personale, incarnando la gravitas – oramai sconosciuta – di istituzioni che sopravvivono ai loro abitanti. Quel che ha detto, a proposito della riforma costituzionale, è chiaro: ammesso si faccia, il testo deve ancora essere scritto.

I poteri del Presidente della Repubblica non sono il punto decisivo, ma quello indicativo. Al Quirinale abitò il pontefice quando era anche re. In quelle stanze passeggiò il re che non era papa. Quando vi fecero ingresso i presidenti era chiaro che non sarebbero stati né come l’uno né come l’altro, benché non fosse chiaro cosa sarebbero stati e, del resto, ciascuno ha interpretato a suo modo la funzione e gestito diversamente i poteri. Basterà un solo esempio, quello della presidenza del Consiglio superiore della magistratura: chi non voleva mancare e chi non voleva andare. La Costituzione era sempre la stessa. Il punto non sono i poteri, ma l’idea che si ha degli squilibri politici. Noi appassionati possiamo scucuzzarci all’infinito, ma non è in accademia che la questione va affrontata.

I sistemi istituzionali non sono belli o brutti in sé, così come le leggi elettorali. Funzionano se sono fra loro coerenti e adatti al Paese in cui vengono usati. Se voto all’americana non divento americano, ma distorco quel sistema con il peso della mia storia (prego osservare la fine fatta dal processo accusatorio, all’americana). Il tema dominante della storia italiana non è rendere stabile il potere, ma evitare che le crisi destabilizzino il Paese. Se non è a tutti chiaro è perché c’imbrogliamo per i fatti nostri: chiamiamo “era berlusconiana” una stagione in cui l’eroe eponimo non vinse mai due elezioni di seguito, mentre intitoliamo alle crisi continue l’“era democristiana”, con la Dc che dal 1948 al 1994 non perse mai le elezioni mentre le maggioranze di governo raccoglievano sempre la maggioranza assoluta dei voti degli italiani, cosa mai più avvenuta dal 1994. Dicono: ma i governi cadevano sempre. Vero, ma si rifacevano simili e con le stesse persone. In fondo ne abbiamo avuti quattro: centrismo, centrosinistra, solidarietà nazionale e pentapartito. La nostra stabilità nazionale poggiava sull’instabilità politica. Il che porta al Quirinale.

Puoi eleggere direttamente il capo del governo, puoi contare i voti con un sistema che consegni ai vincitori la maggioranza assoluta degli eletti, ma ci farai la birra quando, la mattina dopo, si divideranno: il capo eletto non avrà più la maggioranza e se non c’è un punto di caduta istituzionale si passa a quello elettorale. E farlo troppo spesso porta male.

Come osserva Armaroli, la maggioranza di Meloni è ampia e senza alternative, quindi è forte e stabile, lasciando poco margine al Colle. Vero. Ma non so se avete avuto cuore di seguire quel che sta facendo Salvini che, se non riuscirà a far saltare i nervi a Meloni, comunque costringerà Tajani a far osservare che anche lui è ancora fra i viventi. È dal 1994 che le elezioni vengono vinte da false coalizioni, come falsa è quella oggi all’opposizione. Non c’è riforma costituzionale che possa cancellare questa evidenza. Interrare la nostra storia e questa evidenza sotto il cemento della riforma costituzionale serve soltanto a farne il Seveso della politica: quattro gocce di pioggia e salta tutto. Non si rimedia mai a una liquidità politica con una cementificazione costituzionale.

Einaudi non era Gronchi e, per nostra fortuna, Mattarella non è Scalfaro, ma è utile un luogo dove il pallone venga preso in mano prima che chi è in difficoltà lo squarci. Tutto qui, facile e inaggirabile. Poi, oh, possiamo pure continuare nella fiera dell’analfabetismo e chiamare “premier” il presidente del Consiglio. La cosa mi sollazza, perché dove il premier c’è veramente sono già al terzo, senza elezioni.

La Ragione

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L’oligarchia che manca all’Italia


Nella recente televisiva autocritica di Beppe Grillo c’è un aspetto che non va lasciato cadere, perché non riguarda l’ambigua psicologia del personaggio, ma riguarda la battaglia più dura che Grillo ha condotto, e con successo: la battaglia contro la conc

Nella recente televisiva autocritica di Beppe Grillo c’è un aspetto che non va lasciato cadere, perché non riguarda l’ambigua psicologia del personaggio, ma riguarda la battaglia più dura che Grillo ha condotto, e con successo: la battaglia contro la concentrazione dei poteri, l’oligarchia, la «casta», per usare un termine non suo. Egli ha nel tempo coltivato un diffuso disprezzo verso quei pochi ambienti e quei pochi personaggi che conoscono la complessità del potere e sono attrezzati per gestirla (si tratti di banchieri internazionali o di opinionisti domestici). Un disprezzo che continua a circolare anche dopo il definitivo declino del grillismo di lotta e di governo.
Certo, non va più di moda la violenza del «vaffa» urlato in piazza contro i grandi potenti, ma la polemica antioligarchica è costante e cattiva. La si ritrova nella contestazione degli «esperti» di ogni tipo; nella diffusa polemica verso i «tecnici» e i «governi tecnici», oscuri promotori di ribaltoni trasformisti; nelle perfide ironie sui «migliori» (da Monti a Draghi); nella ferocia contro il «nonnetto amante di incarichi» Giuliano Amato (il più bravo premier degli ultimi cinquant’anni); nella propensione a negare ad alcuni parlamentari l’uso della propria conclamata professionalità (specie se di avvocato); nella stessa estemporanea propensione a eliminare la figura dei senatori a vita, finora unico spazio di inclusione istituzionale di competenze non politiche.

Tempi cupi per i bravi, verrebbe da dire, riandando con la memoria all’episodio dell’antica Atene, quando Aristide domandò ad un cittadino perché stesse votando per il suo ostracismo, e quello rispose «Questo Aristide non lo conosco neppure, ma sono stufo di sentir dire che è il più bravo di tutti».
Ma non è il caso di adagiarsi in citazioni dotte, visto che i «vaffa» della piazza di Grillo hanno prodotto ripulse antioligarchiche e un progressivo disfacimento dei processi decisionali, specie di quelli dello Stato. In altre parole, c’è una crisi della cultura di governo che è una silenziosa conseguenza della crisi degli apparati decisionali, laddove si intrecciano la dimensione politica, quella tecnica e quella di alta amministrazione. Non si può negare l’attuale crollo di tali apparati. Di fatto, abbiamo governi senza più «segreterie tecniche» nei ministeri (è lontano il tempo in cui nella segreteria tecnica di Andreatta e poi di Goria al Tesoro lavoravano insieme Cipolletta, Draghi, Cappugi, un relazionale capo di gabinetto e un silenzioso Ragioniere generale). Al tempo stesso, i dirigenti generali, dopo la sciagurata introduzione dello spoil system non sono più l’asse portante delle decisioni amministrative e non hanno interesse ad avere traguardi alti e di medio periodo. La lunga propensione alle carriere interne non c’è più, visto che nelle stanze ministeriali lavorano masse di persone in affitto, pagate dalle società di consulenza; e queste ultime in più hanno con il tempo dimenticato la propria base culturale, cioè la consulenza strategica. Certo, in alcune carriere pubbliche (quella prefettizia come quella militare) resta un orgoglio di classe dirigente, ma si tratta di una minoranza: il resto è testimonianza della profezia antioligarchica di Grillo e seguaci (basti rileggersi il recente volume di Mariana Mazzucato, titolato «Il grande imbroglio»).

Ma in una società sempre più complessa, ogni struttura socioeconomica (dalle imprese individuali alle aziende di logistica, a quelle di servizio collettivo, alle centrali sindacali) ha un bisogno irrinunciabile di una cultura capace di interpretare e governare la complessità circostante. E non bastano i «cerchi magici» intorno al leader, come non bastano piccole oligarchie familiari. Verrebbe quindi da implorare «aridateci una oligarchia», ma sarebbe un puro annuncio volontaristico; sarebbe meglio dire «ricostruiamo una oligarchia», sapendo che essa non nasce per editto del principe o per trasversale manovra di confraternite, ma matura lentamente e con pazienza e serietà intrecciando tante vecchie e nuove relazioni interpersonali. Ma proprio su quelle relazioni ha inciso la colonna portante dell’ideologia del «vaffa» come negazione della normale relazionalità fra le persone, come radice della rottura di ogni rapporto. Ma questo è un altro discorso, più delicato e difficile.

Corriere della Sera

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Catture di Corsari Musulmani sulle Coste Italiane


Le incursioni corsare dal nordafrica e dalle coste dell’Impero Ottomano hanno flagellato la nostra penisola per lungo tempo. Nel corso di queste razzie o di battaglie navali, capitava che marinai e corsari (specie nordafricani) finisseroContinue reading

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

#carnecoltivata

Alla Commissione Ue vanno notificati disegni di legge che ostacolano la libera circolazione. Il governo ha notificato la legge firmata.
Perché il Quirinale l’ha consentito, firmando? E perché l’Ue chiude un occhio?
Ho scritto ciò che non si legge altrove. Forse perché il diritto Ue lo conoscono in pochi, quindi pochi si rendono conto dello sfregio al diritto

editorialedomani.it/giustizia/…

Serve un Fondo per la Sovranità Digitale dell’Ue


L’Unione Europea è attualmente impegnata in negoziati decisivi riguardanti la legge sull’intelligenza artificiale, un processo che determinerà se questa normativa emergerà come un modello globale per un approccio progressivo e rigoroso alla regolamentazio

L’Unione Europea è attualmente impegnata in negoziati decisivi riguardanti la legge sull’intelligenza artificiale, un processo che determinerà se questa normativa emergerà come un modello globale per un approccio progressivo e rigoroso alla regolamentazione dell’IA. Ciò include l’implementazione di norme stringenti per le applicazioni IA di alto rischio, la trasparenza obbligatoria e la protezione dei diritti fondamentali. Tuttavia, persiste il timore che questa legislazione possa subire l’influenza delle grandi corporazioni nel settore dell’intelligenza artificiale, degradandola a un semplice codice di condotta volontario. Questo scenario potrebbe aggravare le già presenti disparità di potere e gli impatti negativi dell’intelligenza artificiale sulla società. Gli eventi recenti di OpenAI, inclusi il controverso licenziamento e la successiva reintegrazione delCEO Sam Altman, e le potenziali dimissioni collettive dei dipendenti, riflettono la natura imprevedibile, volubile e ancora immatura del governo del settore.

Aggiungendo a ciò, le questioni legali di OpenAI legate all’uso non autorizzato di contenuti protetti da diritto d’autore nella formazione dei suoi modelli di intelligenza artificiale, insieme a una supervisione normativa e misure di sicurezza inadeguate, enfatizzano la necessità impellente di una legislazione chiara e globale sull’IA. Queste dinamiche critiche non dovrebbero essere lasciate alla sola autoregolamentazione delle entità commerciali operanti in ambito privato. Oltre all’AI Act, l’Ue ha introdotto regolamenti come il Digital Market Act e il Digital Services Act per limitare il predominio dei colossi tecnologici, promuovendo una concorrenza equa e la tutela dei consumatori. Nonostante ciò, la semplice regolamentazione del potere delle Big Tech non basta. La crescente dipendenza dell’Europa dall’importazione di tecnologie solleva preoccupazioni significative per la sua autonomia digitale e la competitività economica e industriale. Di fronte a questa sfida, l’Europa deve concentrarsi sull’investimento nel proprio settore tecnologico e sostenere soluzioni aperte, sovrane e indipendenti che riflettano i valori e le esigenze europee. È
fondamentale che l’UE intensifichi gli investimenti nella ricerca, nell’innovazione e nelle infrastrutture pubbliche digitali. Promuovendo standard etici, indirizzando strategicamente sussidi e appalti pubblici, l’Europa può affermarsi come un leader tecnologico, dove l’innovazione serve il bene comune e enfatizza la necessità di un nuovo patto sociale nel tecno-capitalismo che affronti non solo le sfide immediate ma anche le implicazioni a lungo termine per l’occupazione,
i diritti dei lavoratori, la creatività, l’istruzione e le norme sociali.

Immaginiamo un futuro dove gli agenti di intelligenza artificiale diventano mediatori essenziali in tutte le nostre interazioni digitali, custodi della conoscenza umana. In questa nuova era di Internet, è cruciale che tali piattaforme rimangano aperte e universalmente accessibili, e non cadano sotto il controllo dei giganti tecnologici della Silicon Valley. Il controllo centralizzato di queste piattaforme potrebbe manipolare l’opinione pubblica, influenzare la cultura e amplificare pregiudizi legati a razza, genere, salute e classe sociale. Pertanto, è vitale che questi sistemi di intelligenza artificiale siano gestiti come beni comuni digitali, con un impegno costante verso la trasparenza, la responsabilità democratica e la supervisione pubblica. L’acquisizione di Twitter da parte di Elon Musk ha scatenato un acceso dibattito in Europa sull’urgenza di sviluppare piattaforme sociali native, regolate secondo principi democratici. Il modello di business attuale delle piattaforme
sociali e l’ingombrante influenza dei tycoon tecnologici nell’ambito pubblico intensificano le preoccupazioni relative alla diffusione di fake news, discorsi d’odio e ideologie estremiste. È imprescindibile che queste nuove piattaforme sociali europee siano costruite basandosi su principi come l’open source, l’interoperabilità e la privacy. Questo impegno mira a creare uno spazio pubblico digitale europeo che promuova valori di pluralismo, privacy e libertà di espressione, resistente alle manipolazioni dei movimenti populisti e agli interessi particolari.

In vista delle prossime elezioni europee, è fondamentale definire una strategia complessiva e destinare investimenti significativi. Un Fondo per la Sovranità Digitale dell’UE da dieci miliardi di euro potrebbe essere il trampolino di lancio per armonizzare e potenziare le iniziative nazionali ed europee ancora frammentate. Questo fondo sosterrebbe lo sviluppo di modelli e applicazioni di intelligenza artificiale aperti e sovrani, infrastrutture di dati, piattaforme europee per la diffusione di conoscenza e contenuti digitali, identità digitali che tutelano la privacy e sistemi di pagamento digitale. Tali strumenti sono cruciali per forgiare un’alternativa pubblica ai servizi e alle applicazioni digitali paneuropee, stimolando mercati open source e interoperabili in settori chiave come la mobilità intelligente, lo sviluppo urbano, l’assistenza sanitaria, la partecipazione civica, l’istruzione e la cultura, integrando le normative europee su fisco, diritti del lavoro e licenze.
Il progresso nelle infrastrutture digitali pubbliche nelle città europee sta raggiungendo traguardi significativi. Focalizzandosi su concetti come la cittadinanza digitale, la sovranità dei dati, le tecnologie che tutelano la privacy e l’autodeterminazione algoritmica di lavoratori e cittadini, l’Europa può emergere come un leader nella società digitale, ponendo le persone e l’interesse pubblico al centro delle sue politiche. L’Europa deve prendere l’iniziativa, tracciando un proprio percorso nell’era digitale e offrendo un’alternativa convincente al predominio tecnologico degli Stati Uniti e della Cina.

Questo modello, allineato agli obiettivi delle Nazioni Unite di promuovere e governare efficacemente i beni pubblici digitali, enfatizza il ruolo della tecnologia in armonia con i valori democratici, inserendosi in un contesto sociale più ampio che mira a promuovere la giustizia sociale e ambientale e a ridurre le disuguaglianze.

Il Sole 24 Ore

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Primo Levi – Se questo è un uomo


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La forza della legalità e del senso del dovere


La Camera Civile di Firenze ha organizzato, in condivisione con la Fondazione per la Formazione Forense, il Comune di Firenze, l’Ordine degli Avvocati di Firenze, Fondazione Spadolini, Fondazione Luigi Einaudi, e con il patrocinio della Federazione delle
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La Camera Civile di Firenze ha organizzato, in condivisione con la Fondazione per la Formazione Forense, il Comune di Firenze, l’Ordine degli Avvocati di Firenze, Fondazione Spadolini, Fondazione Luigi Einaudi, e con il patrocinio della Federazione delle Camere Civili, UNCC e Università degli Studi di Firenze, un interessante convegno dal titolo “La forza della legalità e del senso del dovere”, coordinato dal Prof. Pier Francesco Lotito e con illustri partecipanti, tra cui la Presidente della Corte di Cassazione Dott.ssa Margherita Cassano, l’Avv. Umberto Ambrosoli e il nostro Direttore degli affari europei Avv. Prof. Marco Mariani

Programma

Dario Nardella – Sindaco di Firenze
Avv. Sergio Paparo – Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Firenze
Avv. Francesca Cappellini – Presidente Camera Civile di Firenze e Federazione delle Camere Civili della Toscana
Prof.ssa Irene Stolzi – Direttore Dipartimento Scienze Giuridiche Università di Firenze
Avv. Prof. Marco Mariani – Direttore degli affari europei della Fondazione Luigi Einaudi
Prof. Cosimo Ceccuti – Presidente della Fondazione Spadolini Nuova Antologia

Introduce e coordina

Prof. Pier Francesco Lotito Università degli Studi di Firenze

Relatori

Dott.ssa Margherita Cassano – Presidente della Suprema Corte di Cassazione
Dott. Ettore Squillace Greco – Procuratore Generale della Corte di Appello di Firenze
Avv. Umberto Ambrosoli – Foro di Milano
Avv. Gaetano Viciconte – Vice Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Firenze

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L’impatto delle forzature di bilancio tedesche sulle nuove regole Ue


Il governo tedesco sembrava aver assecondato il noto motto di Henry Kissinger: “Le cose illegali le facciamo subito, per quelle incostituzionali ci mettiamo un po’ di più”. Tuttavia, dopo che proprio la Corte di Karisruhe ha smontato l’utilizzo abusivo de

Il governo tedesco sembrava aver assecondato il noto motto di Henry Kissinger: “Le cose illegali le facciamo subito, per quelle incostituzionali ci mettiamo un po’ di più”. Tuttavia, dopo che proprio la Corte di Karisruhe ha smontato l’utilizzo abusivo dei “fondi speciali” extra bilancio, Berlino deve cercare di quadrare i bilanci 2023 e 2024 entro poche settimane, con soluzioni che inevitabilmente avranno conseguenze anche sul contemporaneo negoziato sulle nuove regole fiscali europee.

La sentenza della Corte ha reso inutilizzabili 60 miliardi di fondi per spese già programmate, un ammontare che pone Berlino di fronte a un problema politico più che finanziario. Nel 2023, infatti, le spese verranno coperte in gran parte con l’aumento del fabbisogno federale. In tal modo però il disavanzo 2023 supererà i limiti del “freno al debito”, la norma costituzionale del 2009 con cui la Germania si è autoimposta un tetto dell’indebitamento federale pari allo 0,35% del Pil (più un fattore ciclico). Per poterlo fare, il cancelliere Scholz ha deciso di invocare “la clausola di emergenza” che sospenderebbe il “freno” anche quest’anno.

La Cdu, il maggior partito di opposizione, ha assicurato che non contesterà la legittimità di questa iniziativa. Diverso il caso in cui Scholz evocasse la clausola di emergenza per il 2024, una tentazione cullata alla cancelleria a fronte di un buco ancora più ampio, legato a un altro “fondo speciale”, e che è quasi impossibile calcolare. Il governo stima un buco di 17 miliardi ma c’è chi calcola sia almeno doppio. La Cdu però si opporrebbe di fronte alla Corte perché ritiene possibile tagliare spese federali per 125 miliardi senza conseguenze recessive se “solo” si riducesse la burocrazia che frena la spesa per investimenti già a bilancio. Una tentazione del governo è allora di ricorrere ai prestiti del programma Next Gen Eu che Berlino non ha richiesto finora, limitandosi ai trasferimenti “gratuiti”. Si tratterebbe di una mossa di rilevante significato per l’Europa, perché accentuerebbe l’importanza di fondi finanziati da debito comune anche per un Paese che può finanziarsi sul mercato a tassi inferiori a quelli dell’Ue.

Più complessa è la questione se la Germania riconoscerà l’evidenza dei problemi causati da una regola rigida, economicamente e giuridicamente, quale il “freno al debito”. Il governo ritiene che una revisione della norma sia augurabile, ma per attuarla è necessario il voto favorevole di due terzi del Parlamento e deve quindi ottenere il consenso dell’opposizione. L’opzione del governo è di escludere dal calcolo del disavanzo le spese per investimenti in settori come la transizione ambientale e quella digitale. Oppure di classificare tali settori come rilevanti ai fini costituzionali, consentendo la creazione di “fondi speciali” extra bilancio (come è già successo per la Difesa). Anche questa opzione avrebbe conseguenze nel confronto europeo perché legittimerebbe deroghe simili in altri Paesi, o addirittura potrebbe essere trasposta in fondi speciali comuni a carico del bilancio comunitario con vaste implicazioni politiche perché la responsabilità delle scelte farebbe poi capo alla Commissione Ue. Decisiva è la posizione della Cdu che si oppone ala revisione del “freno” a livello federale, sostenendo che esso sia già flessibile grazie al fattore ciclico che quest’anno, per esempio, autorizzerebbe un disavanzo ulteriore di circa 20 miliardi.

La Cdu è invece possibilista nel caso di una riforma del “freno”, ancora più rigido, applicato ai Länder, ai quali è richiesto un pareggio di bilancio senza attenuazioni cicliche. Fonti della Cdu si dicono infine contrarie a eccezioni per le spese per clima ed energia. Un compromesso nel corso del 2024, tuttavia, non è da escludere. La Cdu, infatti, riconosce ora il problema dei Länder perché è al governo in alcuni di essi. Potrebbe avvertire il problema anche a livello federale qualora, come previsione generale, vincesse le elezioni del 2025. In quel caso, inoltre, dovrebbe formare una coalizione di governo con un altro partito dell’attuale coalizione e negoziare un accordo offrirebbe il pretesto per “concedere” la riforma del “freno”.

L’opposizione è invece contraria alla creazione di nuovi “fondi speciali” a livello europeo. La questione si porrà a breve con il finanziamento dei fondi per l’Ucraina, di cui anche la Cdu riconosce l’irrinunciabilità. Secondo la Cdu, istituire un veicolo ad hoc (appunto un fondo speciale europeo) incorrerebbe in problemi di compatibilità giuridica di fronte alla

Corte tedesca. I fondi, quindi, dovrebbero provenire dal bilancio degli Stati, ma qui sorge un altro problema: informalmente Berlino sta trattando non solo per evitare un aumento, ma addirittura per ottenere la riduzione di un terzo del contributo tedesco alle casse comunitarie. Intanto il negoziato sulle regole europee si sta avvicinando a una conclusione. Tutti i governi sono convinti che il Consiglio Ue debba trovare l’accordo entro fine anno. Proprio la ristrettezza dei tempi renderà ancora più confuso un negoziato in cui si combinano interessi molto diversi: a fronte della richiesta tedesca di inserire nella proposta di riforma della Commissione due clausole di salvaguardia (la riduzione del rapporto debito-Pil di un punto percentuale ogni anno e un calo del disavanzo strutturale di mezzo punto, valide per tutti), si negozierà un approccio più flessibile nella valutazione delle condizioni eccezionali che giustifichino le deroghe, nonché una maggiore flessibilità nell’utilizzo dei fondi di Next Generation-Eu o di altre risorse.

La Repubblica

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La crescita dei budget premia l’Europa. Ecco i dati Sipri sulle spese militari


Nonostante l’aumento della richiesta dovuto alle rinnovate esigenze di difesa e deterrenza (e, anzi, in parte proprio a causa delle difficoltà nell’incontrare la crescita di domanda) il fatturato delle prime cento aziende della difesa su scala globale è d

Nonostante l’aumento della richiesta dovuto alle rinnovate esigenze di difesa e deterrenza (e, anzi, in parte proprio a causa delle difficoltà nell’incontrare la crescita di domanda) il fatturato delle prime cento aziende della difesa su scala globale è diminuito. Sono i dati riportati dall’autorevole Stockholm international peace research institute (Sipri), che prende in considerazione le vendite nel settore difesa dei primi cento produttori al mondo. Secondo i dati dell’istituto svedese, rispetto all’anno scorso il fatturato è sceso del 3,5 punti percentuali su base annua, raggiungendo i 597 miliardi di dollari. Le vendite militari globali nel 2021, per fare un paragone, avevano registrato una crescita dell’1,9% rispetto al 2020, raggiungendo quota 592 miliardi di dollari. La novità è l’inversione di tendenza rispetto alla crescita degli anni precedenti. Il 2021, per esempio, è stato il settimo anno consecutivo a registrare un aumento.

Frenano gli Usa

L’interruzione di questo trend colpisce in particolare se lo si mette a paragone con il clima di crescente necessità globale di dotarsi di sistemi di difesa e deterrenza. Il cambio di paradigma globale iniziato il 24 febbraio 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina, infatti, ha aumentato in tutto il mondo la richiesta di strumenti militari, con un parallelo aumento dei budget allocati per la Difesa. A contrarre in particolare i numeri è stato – sorprendentemente – il dato degli Stati Uniti, dove si registra un calo del 7,9%. Negli States si concentrano 42 delle prime cento aziende della difesa prese in considerazione da Sipri, e gli Usa coprono comunque il 51% dell’intera quota di ricavi ottenuti dal settore.

Il peso della domanda globale

A causare la flessione nei ricavi statunitensi, dice l’istituto di Stoccolma, è stata una combinazione di carenza di manodopera e incremento dei costi di fronte alla necessità di soddisfare immediatamente la crescente domanda internazionale. Gli Usa, del resto, sono il principale fornitore di sistemi d’arma per la difesa ucraina, per fare solo un esempio, e si sono dovuti immediatamente addossare la responsabilità maggiore nel rifornire il Paese invaso degli strumenti indispensabili per la propria difesa. A questa crescita di richiesta da Kiev (concentrata in particolare nel settore delle munizioni d’artiglieria e dei sistemi di difesa aerea) non ha fatto però da contrappeso una diminuzione di richieste da altre regioni, anzi. Numerosi Paesi europei si sono dovuti rivolgere all’alleato Usa per potenziare le proprie difese nel breve termine (per citarne solo due, la Germania con gli F-35 e la Polonia con i carri Abrams).

Cresce l’Europa

L’aumento dei budget allocati dagli Stati e la possibilità di concentrarsi maggiormente sulle necessità domestiche sembrano invece aver favorito le realtà europee (26 delle Top100). Nel Vecchio continente è confluito il 20% circa degli investimenti globali, con un aumento delle vendite che ha premiato in particolare i consorzi transeuropei, quelle realtà, definite da Sipri, le cui strutture proprietarie e di controllo sono situate in più di un Paese europeo. Per loro la crescita è stata di quasi dieci punti percentuale (per fare un esempio, Airbus ha aumentato dell’17%). A beneficiare delle crescite sono state soprattutto le realtà di quei Paesi che hanno visto l’aumento più consistente dei propri budget per la Difesa, in particolare Germania e Polonia.

Il resto del mondo

Il principio generale di aumento dei ricavi dovuto a un aumento della richiesta di fronte al facilitarsi dello scenario di sicurezza si ripete anche in altre regioni del globo. I dati del rapporto Sipri, riferendosi all’anno passato, non hanno preso in considerazione l’acuirsi del conflitto tra Israele e Hamas, tuttavia le tensioni registrate nella regione anche prima del 7 ottobre, hanno portato a una crescita dei ricavi per le realtà mediorientali, che hanno visto l’aumento maggiore su scala globale, in particolare in Turchia (+22%) e Israele (+6,5%). Anche nell’Indo-Pacifico la situazione è simile, con tutti i principali attori della regione, Cina, India, Giappone e Taiwan, le cui aziende hanno beneficiato degli aumenti dei budget per la Difesa.

La situazione in Italia

Nonostante l’ottimo posizionamento delle realtà italiane, con Leonardo al 13esimo posto a livello globale (confermandosi la prima realtà dell’Unione europea e la seconda in Europa dopo BAE Systems) e di Fincantieri (salita di due posizioni al 46esimo posto), il fatturato complessivo delle realtà italiane è diminuito del 5,6%. Con un fatturato di 12 miliardi di dollari e mezzo, un calo del 7%, la società di Piazza Monte Grappa è stata penalizzata, secondo il Sipri, in particolare dall’inflazione. Infatti i ricavi complessivi delle vendite di sistemi militari sono cresciuti in termini nominale. Gli effetti dell’inflazione e della riduzione dei ricavi dovuta alla diminuzione delle consegne di Eurofighter al Kuwait, secondo l’istituto di Stoccolma, non sono stati compensati abbastanza dai buoni risultati in altri settori.


formiche.net/2023/12/domanda-o…

Gli Usa pianificano il nuovo ecosistema dell’industria della difesa. Come sarà


Nelle prossime settimane il governo degli Stati Uniti rilascerà per la prima volta un documento di recente concezione, la National Defense Industrial Strategy. Si tratta di una chiara tabella di marcia per la definizione delle priorità e dell’ammodernamen

Nelle prossime settimane il governo degli Stati Uniti rilascerà per la prima volta un documento di recente concezione, la National Defense Industrial Strategy. Si tratta di una chiara tabella di marcia per la definizione delle priorità e dell’ammodernamento della base industriale militare degli Stati Uniti, così da rendere tutto adatto e adattabile a fronteggiare le sfide del nuovo millennio. “Una strategia che intende catalizzare un cambiamento generazionale che guiderà l’attenzione del dipartimento, lo sviluppo delle politiche, i programmi e gli investimenti nella base industriale per i prossimi tre-cinque anni” secondo Laura D. Taylor-Kale, assistente del segretario alla Difesa per la politica della base industriale (che a sua volta è, dal marzo di quest’anno, la prima ad occupare questa posizione di recente istituzione, a dimostrazione del rinnovato interesse del governo verso questo aspetto determinante per il raggiungimento degli obiettivi strategici).

In attesa della sua presentazione ufficiale da parte del sottosegretario alla Difesa per l’acquisizione e il sostentamento William LaPlante, il documento già circola tra gli addetti ai lavori sotto forma di bozza. I resoconti, tutt’altro che ottimistici, spiegano il perché Washington ha prioritarizzato il tema.

Secondo quanto riportato nell’elaborato infatti, la base industriale statunitense “non possiede la capacità, l’abilità, la reattività o la resilienza necessarie per soddisfare l’intera gamma di esigenze di produzione militare in velocità e su scala” e che “in modo altrettanto significativo, i tradizionali appaltatori della difesa si troverebbero a dover rispondere ai conflitti moderni con la velocità, la scala e la flessibilità necessarie per soddisfare i requisiti dinamici di un conflitto moderno di grande portata”.

Le conseguenze di tali momentanee deficienze industriali sono facili da intuire. “Questo disallineamento rappresenta un rischio strategico crescente, in quanto gli Stati Uniti si trovano ad affrontare l’imperativo di sostenere le operazioni di combattimento attive e allo stesso tempo di scoraggiare la minaccia più grande e tecnicamente più avanzata che incombe nell’Indo Pacifico” si legge nel documento, per sottolineare come nel suo attuale stato l’apparato militare-industriale nazionale non sia in grado di soddisfare i requisiti posti da un sistema internazionale in costante e relativamente rapida evoluzione.

Per questo Washington pianifica un ammodernamento profondo.

La fusione delle aziende nel periodo post-guerra fredda ha causato una contrazione dell’apparato della difesa, mentre nello stesso lasso di tempo la Repubblica Popolare Cinese è diventata un centro industriale globale, specialmente nella costruzione navale, nei minerali critici e nella microelettronica. L’industria cinese, dice il draft disponibile, “supera di gran lunga la capacità non solo degli Stati Uniti, ma anche la produzione combinata dei nostri principali alleati europei e asiatici”. Con la pandemia da Covid-19, l’invasione russa dell’Ucraina, e da ultimo l’attacco di Hamas che hanno fatto emergere le inefficienze e le criticità nel sistema logistico e nel sistema produttivo statunitense, che si è ritrovato a dover produrre una quantità di materiale estremamente superiore rispetto a quanto preventivato. Evitare la risposta emergenziale è parte della pianificazione.

All’interno di un intervento al Reagan National Defense Forum, LaPlante ha asserito che la strategia elaborata sarà eseguita a stretto contatto con l’industria: il Pentagono presenterà chiaramente le sue future esigenze di acquisto, permettendo alle aziende partner di modulare adeguatamente i propri investimenti in nuove fabbriche e in ricerca e sviluppo. La strategia prevede inoltre uno sviluppo “di catene di approvvigionamento più resistenti e innovative”, l’investimento nelle piccole imprese e un maggior focus sull’innovazione. Guardando anche fuori dai confini nazionali: “Dobbiamo sollecitare operatori di tutti i tipi, grandi e piccoli, nazionali e stranieri, e quelli che non hanno mai avuto a che fare con il Dipartimento della Difesa o con la produzione della difesa”.


formiche.net/2023/12/gli-usa-p…

Scuola di Liberalismo 2023 – Messina: lezione del prof. Mario Trimarchi sul tema “La proprietà e le proprietà”


Undicesimo appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua t

Undicesimo appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua tredicesima edizione, si articolerà in 15 lezioni, che si svolgeranno sia in presenza che in modalità telematica, dedicate alle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale.

La undicesima lezione si svolgerà lunedì 4 dicembre, dalle ore 17 alle ore 18.30, presso l’Aula n. 6 del Dipartimento “COSPECS” (ex Magistero) dell’Università di Messina (sito in via Concezione n. 6, Messina); dell’incontro sarà altresì realizzata una diretta streaming sulla piattaforma ZOOM.

La lezione sarà tenuta dal prof. Mario Trimarchi (Ordinario di Diritto Privato e di Diritto Civile presso l’Università di Messina), che relazionerà sul tema “La proprietà e le proprietà in Salvatore Pugliatti”.

La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di 0,25 CFU per gli studenti dell’Università di Messina.

Come da delibera del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Messina e della Commissione “Accreditamento per la formazione” di AIGA, è previsto il riconoscimento di n. 12 crediti formativi ordinari in favore degli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina per la partecipazione all’intero corso.

Per ulteriori informazioni riguardanti la Scuola di Liberalismo di Messina, è possibile contattare lo staff organizzativo all’indirizzo mail SDLMESSINA@GMAIL.COM

Pippo Rao Direttore Generale della Scuola di Liberalismo di Messina

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Come sta cambiando la scuola – Gazzetta del Sud


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Scuola di Liberalismo 2023 – Messina: lezione del prof. Francesco Pira sul tema “Etica dell’intelligenza artificiale”


Decimo appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua tredi

Decimo appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua tredicesima edizione, si articolerà in 15 lezioni, che si svolgeranno sia in presenza che in modalità telematica, dedicate alle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale.

La decima lezione si svolgerà giovedì 30 novembre, dalle ore 17 alle ore 18.30, presso l’Aula n. 6 del Dipartimento “COSPECS” (ex Magistero) dell’Università di Messina (sito in via Concezione n. 6, Messina); dell’incontro sarà altresì realizzata una diretta streaming sulla piattaforma ZOOM.

La lezione sarà tenuta dal prof. Francesco Pira (Associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università di Messina), che relazionerà sull’opera “Etica dell’intelligenza artificiale” di Luciano Floridi.

La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di 0,25 CFU per gli studenti dell’Università di Messina.

Come da delibera del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Messina e della Commissione “Accreditamento per la formazione” di AIGA, è previsto il riconoscimento di n. 12 crediti formativi ordinari in favore degli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina per la partecipazione all’intero corso.

Per ulteriori informazioni riguardanti la Scuola di Liberalismo di Messina, è possibile contattare lo staff organizzativo all’indirizzo mail SDLMESSINA@GMAIL.COM

Pippo Rao Direttore Generale della Scuola di Liberalismo di Messina

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L'articolo Scuola di Liberalismo 2023 – Messina: lezione del prof. Francesco Pira sul tema “Etica dell’intelligenza artificiale” proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Pechino ci vuole divisi, ma la nostra forza è nelle alleanze. Austin su Cina e Usa


È la terza volta che il generale quattro stelle dell’Esercito americano Lloyd Austin parla al Reagan National Defense Forum da capo del Pentagono. Ma stavolta il discorso (che ha tenuto sabato 2 dicembre) diventa un manifesto politico, l’eredità sua perso

È la terza volta che il generale quattro stelle dell’Esercito americano Lloyd Austin parla al Reagan National Defense Forum da capo del Pentagono. Ma stavolta il discorso (che ha tenuto sabato 2 dicembre) diventa un manifesto politico, l’eredità sua personale e in largo dell’amministrazione Biden sulla strategia militare americana. È così per il momento internazionale – le guerre in corso in Ucraina e Israele, le tensioni in altri hotspot in alte parti del mondo – e quello interno: tra un anno l’America sceglierà il suo prossimo presidente, e parte delle decisioni passeranno anche da come i candidati gestiranno certe sfide.

Seppur maggiormente orientati alle questioni nazionali, certe situazioni attirano le attenzioni dell’elettorato, e tra i dossier di politica internazionale ce n’è uno che più di tutti caratterizza l’attuale fase storica: il confronto con la Cina. È un tema bipartisan, su cui la linea competitiva è un rarissimo punto di contatto nelle polarizzazioni tra Democratici e Repubblicani. E assume tale valore anche perché gli elettori ne percepiscono gli effetti a ricaduta interna. Se Washington non manterrà il vantaggio su Pechino – sia esso economico, tecnologico, politico-valoriale, finanche militare – la prosperità americane potrebbe ridursi in futuro. Ed è a quello che le collettività statunitensi guardano.

Ragion per cui registrare quel che dice Austin nel discorso/manifesto dalla Reagan Presidential Library Simi Valley è utile anche per valutare le traiettorie future della politica e della strategia degli Usa. “La nostra Strategia di Difesa Nazionale descrive la Repubblica Popolare Cinese come ‘il più importante concorrente strategico dell’America e la sfida più importante per il Dipartimento della Difesa’. La Repubblica Popolare Cinese è il nostro unico rivale con l’intenzione e, sempre più spesso, la capacità di rimodellare l’ordine internazionale”, dice il segretario alla Difesa.

Austin spiega che Pechino “spera che gli Stati Uniti inciampino e diventino isolati all’estero e divisi in patria. Ma insieme possiamo evitare questo destino. Insieme ai nostri alleati e partner, abbiamo compiuto progressi straordinari nell’affrontare la sfida della Cina e nel forgiare un Indo Pacifico più sicuro”. E aggiunge: “In questo decennio decisivo, il 2023 sarà ricordato come un anno determinante per l’attuazione della strategia di difesa degli Stati Uniti in Asia”.

Gli Stati più Uniti che mai

Il Pentagono ha effettivamente compiuto evoluzioni nel rendere la posizione di forza statunitense nella regione “molto più distribuita, mobile e resiliente”, per usare la formula canonicamente utilizzata da Washington. Un lavoro che passa dalla presenza diretta all’aiuto ai partner a sviluppare le loro capacità di difesa (“Quest’anno ho fatto quattro viaggi nell’Indo Pacifico e ad ogni viaggio abbiamo fatto ancora più progressi”.

A febbraio, a Manila, gli Stati Uniti hanno annunciato l’espansione dell’accordo di cooperazione rafforzata in materia di difesa con le Filippine per consentire l’accesso degli Stati Uniti ad altre quattro strutture filippine. A maggio, il segretario era a a Tokyo per modernizzare ulteriormente l’alleanza con il Giappone, che ha raddoppiato il suo bilancio per la difesa. A luglio, Austin è stato il primo segretario alla Difesa a visitare la Papua Nuova Guinea, concordando un accordo di cooperazione in materia di difesa Chen a rafforzato la posizione americana tra le isole del Pacifico. Sempre quest’estate, a Nuova Delhi, è stata presentata una nuova tabella di marcia per la cooperazione industriale nel settore della difesa con l’India, strategia rafforzata anche nel recente “2+2” da cui esce una volontà congiunta di rafforzare la capacità militare – anche a livello produttivo – del Subcontinente. Sempre quest’estate, Usa, Corea del Sud e Giappone hanno stretto legami di sangue tramite i “Camp David Principles”. Infine, continua l’implementazione di quella che Austin definisce “la nostra storica partnership”, l’Aukus Australia e Regno Unito.

“Tutto questo si basa su una cruda realtà militare: alleati e partner ci aiutano a proiettare il potere e a condividere il peso della nostra sicurezza comune. Ma non prendetelo da me. Prendete esempio dal presidente Ronald Reagan, che ha detto che ‘la nostra sicurezza si basa in ultima analisi’ sulla ‘fiducia e la coesione’ del nostro sistema di alleanze”, ha aggiunto Austin. Un messaggio diretto a Pechino, che punterebbe a dividere e per quanto possibile isolare l’America, che invece con l’amministrazione Biden ha dimostrato di avere la capacità di ricreare il collante necessario per ricostruire con maggiore vigore alleanze e partnership che l’atteggiamento America First – più nazionalista, quasi isolazionista – di Donald Trump aveva messo in difficoltà. “Tuttavia, la nostra forza all’estero è radicata nella nostra forza in patria”, ricorda Austin – probabilmente pensando anche a Usa2024.


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Uniamoci per affrontare questo momento. L’eredità di Austin sulla strategia Usa


Stiamo vivendo tempi difficili. Tra questi, i conflitti più importanti che stanno affrontando le nostre democrazie, Israele e Ucraina, le prepotenze e le coercizioni di una Cina sempre più assertiva e la battaglia mondiale tra democrazia e autocrazia. Son

Stiamo vivendo tempi difficili. Tra questi, i conflitti più importanti che stanno affrontando le nostre democrazie, Israele e Ucraina, le prepotenze e le coercizioni di una Cina sempre più assertiva e la battaglia mondiale tra democrazia e autocrazia.

Sono quindi tempi in cui sia i nostri amici che i nostri rivali guardano all’America. Sono tempi in cui il popolo americano conta che i suoi leader si uniscano. E questi sono i tempi in cui la sicurezza globale si basa sull’unità e sulla forza americana.

Il Presidente Biden lo definisce “un punto di svolta nella storia del mondo”. Con la sua leadership, abbiamo riunito i nostri alleati e partner per difendere l’ordine internazionale basato sulle regole.

Ora, so che questa frase non fa battere il cuore a tutti. Ma l’ordine internazionale basato sulle regole è fondamentale per la nostra sicurezza a lungo termine.

È la struttura delle istituzioni internazionali, delle alleanze, delle leggi e delle norme costruite con la leadership americana dopo le sconcertanti perdite della Seconda Guerra Mondiale. E queste regole aiutano a garantire che nulla di simile alla Seconda Guerra Mondiale possa mai più accadere.

Aiutano a sostenere la sovranità e a rispettare i confini.

Aiutano a garantire che i civili siano protetti e non presi di mira.

E contribuiscono a punire le aggressioni e a tenere sotto controllo i prepotenti.

Dal 1945, l’ordine internazionale basato sulle regole ha contribuito a dare al nostro Paese – e al mondo intero – un periodo di pace e prosperità senza precedenti.

Ma la pace non è auto-esecutiva. L’ordine non si conserva da solo. E la sicurezza non fiorisce da sola.

Il mondo costruito dalla leadership americana può essere mantenuto solo dalla leadership americana.

Come ha detto il Presidente Biden, “la leadership americana è ciò che tiene insieme il mondo”.

Dalla Russia alla Cina, da Hamas all’Iran, i nostri rivali e nemici vogliono dividere e indebolire gli Stati Uniti e separarci dai nostri alleati e partner. Pertanto, in questo momento storico, l’America non deve vacillare.

La leadership americana raduna i nostri alleati e partner per sostenere la nostra sicurezza comune. E ispira la gente comune di tutto il mondo a lavorare insieme per un futuro più luminoso.

Ma i problemi del nostro tempo non potranno che aggravarsi senza una leadership americana forte e costante che difenda l’ordine internazionale basato sulle regole che ci tiene al sicuro.

E se perdiamo la nostra posizione di responsabilità, i nostri rivali e i nostri nemici saranno lieti di riempire il vuoto.

In ogni generazione, alcuni americani preferiscono l’isolamento all’impegno e cercano di alzare il ponte levatoio. Tentano di smantellare la pietra angolare della leadership americana. E cercano di minare l’architettura di sicurezza che ha prodotto decenni di prosperità senza guerre tra grandi potenze.

E si sentirà qualcuno cercare di bollare un ritiro americano dalle responsabilità come una nuova e coraggiosa leadership.

Quando lo sentirete dire, non fatevi illusioni: non è audace. Non è nuova. E non è una leadership.

Come dice il vecchio detto, se pensate che l’istruzione sia costosa, provate con l’ignoranza. E se pensate che la leadership americana sia costosa, considerate il prezzo della ritirata americana.

Nel corso della lunga storia americana, il costo del coraggio è sempre stato inferiore a quello della codardia.

E il costo dell’abdicazione ha sempre superato di gran lunga il costo della leadership.

Il mondo diventerà sempre più pericoloso se i tiranni e i terroristi crederanno di poterla fare franca con aggressioni e massacri di massa.

E l’America diventerà meno sicura se i dittatori crederanno di poter cancellare una democrazia dalla carta geografica.

E gli Stati Uniti pagheranno un prezzo più alto se autocrati e fanatici crederanno di poter costringere persone libere a vivere nella paura.

Questa intuizione fondamentale è all’opera nel nostro approccio a tre sfide molto diverse: la crisi in Medio Oriente, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e la sfida strategica della Repubblica Popolare Cinese. […]

L’Ucraina ricorda al mondo la forza morale di un popolo libero che lotta per difendere il proprio territorio sovrano, la propria democrazia e il proprio futuro.

E come americani, non dobbiamo fare di meno.

Uniamoci quindi per rendere la nostra unione più perfetta, il nostro Paese più sicuro e il nostro mondo più giusto.

Uniamoci per riunire le nazioni di buona volontà alla causa della libertà umana.

E uniamoci per affrontare questo momento.

Grazie e che Dio continui a benedire gli Stati Uniti d’America.

Qui il discorso integrale


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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

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Delmastro continua a difendersi su giornali e in TV per la rivelazione a Donzelli di informazioni riservate.
Ma gli argomenti che usa sono infondati. Nell'articolo di oggi li smonto a uno a uno (cosa che temo non sentirete nei talk show)

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Tutte le contraddizioni sulla riforma dell’industria della difesa europea. L’analisi di Del Monte


L’Unione europea vorrebbe “copiare” gli Stati Uniti per facilitare l’industria AD&S del vecchio continente nella vendita di armi all’estero, rafforzando la propria competitività su un mercato complesso, introducendo una sorta di Foreign Military Sales (Fm

L’Unione europea vorrebbe “copiare” gli Stati Uniti per facilitare l’industria AD&S del vecchio continente nella vendita di armi all’estero, rafforzando la propria competitività su un mercato complesso, introducendo una sorta di Foreign Military Sales (Fms) sul modello di quello attuato dal governo di Washington.

L’Fms è un programma attraverso il quale gli Stati Uniti vendono materiali d’armamento ed annessi servizi a Paesi e organizzazioni internazionali. La sua particolarità è che il programma è attivabile quando il presidente decida che la vendita di armi ad un dato Paese costituisca un rafforzamento della sicurezza nazionale americana. Sotto Fms, l’esecutivo statunitense e quello “cliente” stipulano un accordo da governo a governo, chiamato Lettera di offerta e accettazione (Loa). Il Dipartimento di Stato individua quali siano i Paesi da poter inserire nel programma ed al Dipartimento della Difesa spetta poi l’attuazione concreta, con il trasferimento delle armi vendute.

Questo tipo di accordo, che supera le pastoie burocratiche che, invece, rallentano i processi di vendita in Europa, favorisce il comparto industriale statunitense, sfruttando il “peso determinante” geopolitico di Washington. Inoltre, l’FMS viene finanziato direttamente con fondi del governo, che vanno a sommarsi ai tanti sussidi che vengono erogati al comparto industriale dell’aerospazio-difesa-sicurezza.

Industrie europee come Airbus, Leonardo e Thales oggi non vengono sostenute da un meccanismo equivalente. Le ultime iniziative di Bruxelles vanno in direzione di un maggiore supporto alla produzione industriale ma ancora non affrontano gli scogli burocratici che incatenano il sistema produttivo e dell’export. La bozza di documento che l’alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Joseph Borrell, presenterà agli Stati membri per la riforma del meccanismo di sostegno all’industria della difesa prevede che anche in Europa si possano fornire incentivi importanti al comparto, ma non è detto che questo incontri il favore di tutti i Paesi.

Il caso della fornitura di munizioni all’Ucraina da parte dei Paesi europei è la cartina di tornasole di un sistema che è inefficiente nel suo complesso e che necessita di una riforma quantomai rapida. L’obiettivo di consegnare entro marzo del prossimo anno un milione di munizioni all’Ucraina non potrà essere raggiunto neanche facendo leva sulle forniture provenienti da Paesi extracomunitari. Finora sono state consegnate solo 300.000 munizioni ed è evidente la difficoltà con cui il comparto industriale europeo stia tentando di passare dai livelli produttivi imposti dalla “illusione post-storica” a quelli che il nuovo contesto di guerra impone.

Del resto, non è una novità che il sistema industriale europeo della difesa sia rimasto indietro rispetto alle controparti statunitensi, cinesi e russe, e sia costretto a recuperare rapidamente terreno non solo con i programmi di sostegno agli ucraini, ma anche per ripianare le proprie scorte di magazzino – invero fin troppo esigue già prima dell’invasione russa dell’Ucraina – e garantirsi una capacità di difesa minima.

La tenuta complessiva del sistema industriale russo e la “messa a regime” produttiva di Mosca, in grado di rifornire ormai con una certa costanza le proprie truppe al fronte, ha fatto nuovamente trasparire, assieme al fallimento della controffensiva estivo-autunnale ucraina, tutti i limiti del comparto industriale-militare del vecchio continente o, meglio, delle norme che ne regolano la produzione e pongono seri limiti alla sua espansione. Ci sono strumenti come gli Eurobond che potrebbero anche essere utilizzati per sostenere l’industria della difesa, settore lasciato scoperto dai finanziamenti comunitari con una certa miopia da parte di Bruxelles.

Ma è proprio nel sistema di sostegno alla produttività che va a scontrarsi ogni ipotesi di introduzione del modello FMS in Europa. La questione è, essenzialmente, politica. Se la proposta può anche sembrare allettante, a mancare sono le basi produttive e di sostegno alla produzione. Perché, se il meccanismo degli accordi governo-governo del Foreign Military Sales funziona, tanto da spingere molti Paesi ad acquistare armi e sistemi da Washington, è anche perché l’industria AD&S statunitense riesce a colmare il gap tra aspettative politiche del governo e livelli di produttività. Volontà politica e risposta industriale sono, quindi, interconnesse.

Ma, in questo caso, la volontà politica deve essere espressa dall’UE nel suo complesso o dai singoli Stati nazionali? Alla domanda non è stata finora data risposta, ma si tratta di un “collo di bottiglia” dal quale prima o poi si dovrà passare.

C’è, inoltre, un rischio concreto legato alla riforma delle politiche industriali d’armamento in Europa che non può essere sottovalutato e che riguarda anche l’idea di FMS europeo: il meccanismo concorrenziale. Borrell al Figaro ha spiegato che l’obiettivo di qualunque progetto di riforma sia l’introduzione di una sorta di “primazia” degli Stati europei per la vendita e l’acquisto di armi tra Paesi comunitari. Una dichiarazione che risponde tanto al cruccio di Parigi di un “Europe first” (tradotto “La France d’abord”) su produzione e vendita di armi e sistemi d’arma, quanto ai timori recentemente espressi dal condirettore generale di Leonardo, Lorenzo Mariani, sull’acquisto ancora maggioritario di piattaforme estere.

I timori sono legati, quindi, alla tenuta ed alla sicurezza della catena di forniture. Ma il problema non è sic et simpliciterquello di come debba lavorare l’industria AD&S e di quale know-how abbia, quanto quello di rendere attrattiva per i compratori esteri – che oggi si rivolgono primariamente agli Stati Uniti se in orbita occidentale o vicini ad essa, o a Cina e Russia – l’Europa. Solo alimentando le esportazioni, creandone, cioè, il presupposto politico, si può pensare di sostenere la produzione. E se non si semplifica la normativa sulle esportazioni di materiali d’armamento – ed in Italia, per fortuna, se ne sta parlando – non si può riformare la politica industriale di settore nel suo complesso.

Se non si risolve questa contraddizione, non potrà esserci mai un Fms europeo.


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Perché l’investimento di JP Morgan in Indra cambia la difesa spagnola (e non solo?)


Il gruppo finanziario JP Morgan accresce la propria partecipazione nel capitale di Indra, diventando il secondo maggiore azionista nella multinazionale di difesa spagnola. Il gruppo statunitense arrivando a quota 10,585%, diventa secondo solo alla Socieda

Il gruppo finanziario JP Morgan accresce la propria partecipazione nel capitale di Indra, diventando il secondo maggiore azionista nella multinazionale di difesa spagnola. Il gruppo statunitense arrivando a quota 10,585%, diventa secondo solo alla Sociedad estatal de Participaciones industriales (Sepi), partecipata spagnola che detiene il 25,159% della società. Dopo le due si colloca Escribano, società spagnola di tecnologia e difesa, da poco entrata in possesso dell’8% delle quote di Indra.
Questo attivismo suggerisce che qualcosa si muove nell’ambito della difesa spagnola, forse dettato dalla contingenza geopolitica che invita i Paesi a investire maggiormente nel settore.

Cos’è Indra e il rapporto con Leonardo

Indra è una multinazionale spagnola specializzata nell’aerospazio, tecnologie di informazione e difesa ed è una delle principali aziende europee del comparto. Negli ultimi anni, anche a causa dell’espansione dei conflitti a livello globale, l’azienda ha investito per rafforzare il proprio ruolo nel Vecchio continente attraverso compartecipazioni e un aumento delle proprie quote di mercato. Infatti, solo qualche giorno fa, Indra ha testato il centro operativo marittimo europeo a Bruxelles, sviluppato in collaborazione con l’italiana Leonardo, con lo scopo di mettere alla prova la prossima generazione di tecnologie per la sorveglianza marittima. Allo stesso modo, ad ottobre i due colossi della difesa hanno inaugurato il primo centro paneuropeo di cyber analisi per conto della Commissione europea. La multinazionale ha, poi partecipato, sempre insieme a Leonardo, all’ultima esercitazione dell’Alleanza atlantica dedicata alla cyber-sicurezza. Dentro i confini nazionali, a partire da gennaio, il ministero della Difesa spagnolo ha affidato alla multinazionale anche il compito di gestire i centri di sorveglianza e controllo dello spazio aereo del Paese.

JP Morgan investe in difesa

Attraverso l’acquisto di partecipazioni in Indra, il colosso bancario americano JP Morgan si trasforma in uno dei maggiori azionisti dell’azienda spagnola. La partecipazione del gruppo vale circa 268 milioni di euro ai prezzi di mercato e, secondo El Pais, non è ancora chiaro se l’acquisto da parte di JP Morgan sia stato realizzato per conto di terzi, con lo scopo di favorire l’ingresso di un investitore nel capitale di Indra. Certo è che la compagnia spagnola ha acquisito maggiore rilevanza strategica a seguito dell’invasione russa in Ucraina e del conseguente impegno del governo di Madrid di aumentare le proprie spese in difesa negli anni a venire.

Il ruolo della Spagna

La crescita di Indra, all’interno della quale il governo spagnolo continua a detenere la quota maggioritaria attraverso Sepi, testimonierebbe l’interesse di Madrid nel potenziare il proprio ruolo nella difesa. Ma l’operazione del colosso bancario americano non è l’unica che ha riguardato Indra nell’ultimo mese. Infatti, la società madrilena Escribano Mechanical & Engineering (EME) ha incrementato la propria partecipazione nella multinazionale della difesa dal 3,4% all’8%, sempre attraverso una compravendita finanziata da JP Morgan. Ai due movimenti di novembre, inoltre, si aggiungono le voci che suggeriscono la volontà di Indra di separare la sua parte tecnologica Mnsait, di un valore stimato di 2 miliardi di euro, dal resto del gruppo.

L’impegno nella Nato

Questi movimenti registrati all’interno del colosso spagnolo fanno pensare che il Paese voglia accrescere il proprio peso in ambito della difesa, forse stimolato anche dalla guerra in Ucraina e dall’acuirsi di minacce e incertezze geopolitiche. Magari prevedendo delle prospettive di crescita all’interno dell’Alleanza atlantica. È infatti da segnalare che, nonostante l’impegno e il sostegno della Spagna alla difesa dell’Ucraina, il Paese è ad oggi penultimo nell’ambito degli impegni di spesa della Nato. Madrid investe nella Difesa soltanto l’1,09% del Pil, in netto contrasto con l’intenzione, e l’impegno, del 2% entro il 2024, stabilito dalla Nato in Galles.


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Giorni fa la Cassazione ha annullato la pronuncia con cui il Consiglio di Stato aveva fissato al 31.12.2023 la scadenza delle concessioni balneari. Il Governo festeggia, ma senza gare ci sarà la procedura d'infrazione

Oggi spiego tutto su Domani

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Nicola Matteucci, un «liberale scomodo»


È benvenuto il libro di Anna Maria Matteucci, Nicola Matteucci, mio fratello. Ricordi, epistolari e scritti inediti (Il Mulino, pagg. 296, euro 25), che ci stimola a ripensare la figura del grande studioso, che tanta importanza ha avuto nella cultura poli

È benvenuto il libro di Anna Maria Matteucci, Nicola Matteucci, mio fratello. Ricordi, epistolari e scritti inediti (Il Mulino, pagg. 296, euro 25), che ci stimola a ripensare la figura del grande studioso, che tanta importanza ha avuto nella cultura politica dell’Italia repubblicana. Matteucci è stato definito «un liberale scomodo»: una definizione che sottolinea giustamente l’originalità del suo pensiero. Negli anni Sessanta-Settanta il filosofo bolognese condusse una vigorosa battaglia per ripensare e riproporre il costituzionalismo, contro il positivismo giuridico di ispirazione kelseniana, che affermava il primato dello Stato sull’individuo e sui suoi dirittti, e che aveva in Norberto Bobbio il suo rappresentante più influente. Per Matteucci il costituzionalismo era la dottrina liberale per eccellenza, perché esso si propone di garantire i diritti di libertà dell’individuo e concepisce la costituzione come uno strumento per limitare i poteri del governo.

Il filosofo bolognese si era formato all’Istituto di studi storici di Napoli, sotto la guida di Benedetto Croce e di Federico Chabod. Ma crociano ortodosso non fu mai. Nel 1972 egli pubblicò uno dei suoi libri più importanti, Il liberalismo in un mondo in trasformazione, in cui faceva i conti con il liberalismo di Croce, per delineare una propria concezione del liberalismo all’altezza dei tempi nuovi. Secondo Matteucci c’era un limite molto serio nella visione crociana del liberalismo. Il pensatore napoletano avrebbe dovuto abbandonare la «filosofia dello spirito» per la scienza empirica della politica, al fine di analizzare i diversi sistemi politici, stabilendo tipi e classi per mezzo della logica classificatoria, e formulare leggi empiriche attraverso la ricerca di conformità o difformità di effetti. Ma Croce, diceva Matteucci, pur riconoscendo la funzione della scienza politica, non l’aveva vista come parte integrante di una moderna cultura liberale.

Per il filosofo bolognese, insomma, si doveva passare da una teoria filosofica del liberalismo a una teoria empirica, da una fondazione «metafisica» del fine (la libertà) a un’analisi empirica dei mezzi (le istituzioni non solo politiche, ma anche sociali ed economiche) per costruire la società liberale. Un liberalismo così inteso doveva aprirsi alle scienze sociali: cosa che a Croce non era riuscito di fare. E tuttavia della concezione crociana del liberalismo restava viva, secondo Matteucci, una dimensione fondamentale: che il liberalismo non poteva essere ridotto a mero utilitarismo, e che la libertà doveva essere intesa come il solo e vero ideale morale. D’altronde, senza l’amore per la libertà, anche le istituzioni liberali decadono. In questo modo Matteucci, mentre sottoponeva a una profonda revisione il liberalismo crociano, al tempo stesso ne conservava l’alta ispirazione etica: se l’idea della libertà non vive nelle menti e nei cuori, non c’è ingegneria istituzionale che possa salvare la società liberale.

La difesa del costituzionalismo liberale, della libertà dell’individuo in quanto persona e dei suoi diritti fondamentali ha sempre caratterizzato la riflessione di Matteucci. Di qui la sua ferma opposizione al comunismo in un Paese come l’Italia che aveva il più forte partito comunista dell’Europa occidentale. Nel 1957 il filosofo bolognese scrisse che per lui quello comunista era «un mondo chiuso e triste, dentro il quale non ci sono tensioni né esperienze, la cui unica preoccupazione è quella di conservarsi per un’occasione della quale si è perduto ormai il senso della scadenza… Noi non abbiamo ammirazione per i comunisti, non abbiamo stima dei loro dirigenti».

Allo stesso modo Matteucci non esitò, nella stagione sociale e politica apertasi in Italia dopo il Sessantotto la violenta contestazione nelle università e nelle fabbriche a condurre una ferma battaglia contro il populismo. «La democrazia populistica egli disse è caratterizzata, sul piano della cultura politica, dall’insorgenza di un nuovo clima di idee semplici e di passioni elementari (…) da un diffuso atteggiamento di rancore e di invidia contro le aristocrazie (lo specialista, l’esperto, lo studioso), in nome di un estremo egualitarismo». Il populismo era la forma peggiore di degenerazione della democrazia demagogica e poteva essere contrastato solo dalla cultura liberale, con la sua difesa dei diritti fondamentali della persona: una difesa che rifiutava qualunque forma di egualitarismo demagogico e valorizzava i meriti e i talenti degli individui. Matteucci condusse la sua battaglia antipopulistica scrivendo su riviste importanti (fu direttore del Mulino per parecchi anni) e sul quotidiano Il giornale, di cui fu autorevole editorialista.

Parlare della vastissima produzione scientifica del filosofo bolognese è qui impossibile: dagli studi sulla storia del costituzionalismo alla cura delle opere di Tocqueville, di cui fu il maggiore studioso italiano, ai molti lavori sulla democrazia americana.

Merita un cenno (il libro della sorella Anna Maria ci spinge a farlo) la durissima prova che Matteucci dovette affrontare da giovane (aveva 19 anni), e di cui egli non parlò mai (fu Indro Montanelli a rivelarlo): nel maggio 1945 suo padre si recò a ispezionare alcuni suoi possedimenti agricoli, ma non fece più ritorno, né il suo corpo fu mai ritrovato. Il ricco agrario (che non aveva mai aderito al fascismo e che non si era mai occupato di politica) era stato ferocemente punito da coloro che aspettavano l’ora «x» per imporre una nuova dittatura al nostro Paese.

Il Giornale

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Una Cyber force europea. La proposta di Michel per la Difesa Ue


La sicurezza europea richiede investimenti e programmazione di lungo periodo, ed è arrivato il momento per l’Unione di potenziare i propri asset e aumentare il livello della sua ambizione nel settore della Difesa. È questo il nodo centrale registrato dal

La sicurezza europea richiede investimenti e programmazione di lungo periodo, ed è arrivato il momento per l’Unione di potenziare i propri asset e aumentare il livello della sua ambizione nel settore della Difesa. È questo il nodo centrale registrato dal presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, nel suo intervento alla Conferenza annuale dell’Agenzia europea per la Difesa (Eda). “È giunto il momento di creare un’Unione della Difesa – ha rimarcato Michel – abbinata a un mercato unico della Difesa; dobbiamo rendere più forte la nostra difesa europea. Ora, domani e in futuro”. Per fare questo, la proposta del presidente è stata quella di “aumentare i finanziamenti nel nostro settore della difesa”. L’obiettivo, più volte indicato anche da fonti industriali quale la vera chiave di volta per garantire una crescita del comparto comune, è quello di “aumentare la prevedibilità degli ordini pubblici” in modo da aiutare “la nostra industria ad accedere ai finanziamenti del settore privato”. In questo modo, ha detto Michel, si “manderà un messaggio chiaro: produci e noi compreremo; garantiremo contratti a lungo termine”.

Gli investimenti del Vecchio continente

In generale, ha sottolineato Michel, “gli Stati membri hanno aumentato drasticamente la spesa per la difesa”. La spesa totale per la difesa di tutti gli Stati membri dell’Ue per il 2023 è stata infatti di circa 270 miliardi di euro, ha riportato il presidente. “L’anno scorso, un quarto della spesa totale per la difesa è stato destinato agli investimenti” ha detto Michel, aggiungendo come questo significhi che nei prossimi dieci anni, l’Unione potrebbe investire quasi seicento miliardi nella difesa, cifre con le quali “possiamo fare grandi cose, questo può e deve essere un momento di svolta”. Secondo il presidente della Commissione, il momento attuale “è un’opportunità unica per rompere il modello di frammentazione del mercato, della domanda e dell’offerta”.

Bond per la sicurezza

Questo significa soprattutto rafforzare la base tecnologica e industriale europea. A questo scopo, diventa necessario coinvolgere “sia il denaro pubblico che quello privato”. Da qui l’idea di Michel di utilizzare obbligazioni europee per rafforzare il settore della difesa: “Queste obbligazioni dell’Ue potrebbero emergere come una nuova classe di attività, anche per gli investitori al dettaglio”. In questo quadro, il presidente della Commissione ha ricordato con favore la decisione della Banca europea degli investimenti (Bei) di stanziare otto miliardi di euro per la sicurezza fino al 2027. In questo senso, però, “dobbiamo coordinarci per far si che le spese per la difesa siano più efficaci”, e un ruolo cruciale potrebbe svolgerlo proprio l’Eda.

Un Dipartimento europeo della Difesa

La proposta del presidente del Consiglio europeo, allora, è questa: rendere l’Agenzia europea per la Difesa “un potente Dipartimento europeo della Difesa, gestito dall’Alto rappresentante sotto la guida-autorità del Consiglio Europeo”. In questo nuovo ruolo, l’Eda diventerebbe la “forza trainante per mettere in comune le competenze e gli strumenti militari nonché coordinare e guidare gli acquisti congiunti e il loro finanziamento, in stretta collaborazione con gli Stati membri” ha sottolineato Michel, ricordando come, sebbene negli ultimi anni il ruolo dell’Eda si sia profondamente ampliato, soltanto dieci dei quasi settanta progetti finanziati dalla Pesco siano coordinati dall’Eda: “Questo numero deve aumentare”.

Eu cyber force

Nel complesso, dunque, l’Unione europea sulla difesa deve cominciare a “pensare in grande”, ha continuato Michel. “dobbiamo concentrarci su progetti concreti che abbiano un impatto strutturale europeo e che garantiscano la sicurezza dei nostri cittadini” e “l’Ue potrebbe sviluppare capacità di prossima generazione pienamente interoperabili nei futuri sistemi di combattimento”. In questo senso, “Il dominio informatico offre un vasto potenziale” ha rimarcato il presidente, che ha proposto la creazione di un “cyber force europea congiunta che costituirebbe una componente fondamentale della nostra difesa europea”. Obiettivo di questa Cyber force europea sarebbe assumere una posizione di leadership nelle operazioni di risposta informatica e nella superiorità delle informazioni, oltre ad essere “dotata di capacità offensive”. Una notazione, quest’ultima, fondamentale, dal momento che prevedrebbe a monte la possibilità per l’Unione di stabilire attivamente obiettivi di importanza strategica tale da poter essere attaccati da assetti europei. Questa evenienza porta però al centro del dibattito la questione della catena di comando, cioè, chi avrebbe l’autorità per decidere una operazione offensiva? “Se vogliamo seriamente migliorare la nostra sicurezza – ha tuttavia concluso Michel – questo è il campo in cui possiamo fare un salto di qualità”.


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Mafia in Procura


In attesa della pagella dei magistrati, il voto in Storia resta molto basso per giustizia e politica perché si continua a ignorare una insuperabile ingiustizia, cancellata dal dibattito pubblico. Mario Mori ha messo in fila i fatti che dimostrano come il

In attesa della pagella dei magistrati, il voto in Storia resta molto basso per giustizia e politica perché si continua a ignorare una insuperabile ingiustizia, cancellata dal dibattito pubblico. Mario Mori ha messo in fila i fatti che dimostrano come il lavoro del Ros dei Carabinieri, l’inchiesta mafia-appalti, sia stato destrutturato e seppellito dopo la morte di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Rincara la dose in un libro con Giuseppe De Donno, altro Carabiniere del Ros.

I due Carabinieri non soltanto documentano con precisione gli ostacoli che incontrarono –posti sia dal capo della Procura di Catania che da quello della Procura di Palermo – ma raccontano anche che il loro lavoro segreto era già conosciuto dai mafiosi, disvelato per mano di quegli uffici. Reclamano che sia fatta piena luce giudiziaria, ricordando Procure che lavorarono contro Borsellino e il Ros.

Mitomani? Può essere. Ma le pagelle sarebbero da bocciatura, anzi da espulsione, se non si aprisse una specifica inchiesta.

La Ragione

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Soloo un marziano può pensare che Crosetto l’abbia fatta fuori dal vaso


Ancora ricordo l’impressione che mi fece leggere, nel 2006, “L’uso politico della giustizia”, scritto da Fabrizio Cicchitto. Un saggio documentatissimo che ricostruisce il rapporto malato tra giustizia e politica sin dal primo dopoguerra, in un crescendo

Ancora ricordo l’impressione che mi fece leggere, nel 2006, “L’uso politico della giustizia”, scritto da Fabrizio Cicchitto. Un saggio documentatissimo che ricostruisce il rapporto malato tra giustizia e politica sin dal primo dopoguerra, in un crescendo che raggiunse il suo acme nel 1993 con Mani Pulite. Casi su casi di, come recita il titolo, uso politico delle vicende giudiziarie, ma soprattutto interviste, appelli, documento, stralci di relazioni congressuali da cui emerge la tendenza di alcune correnti della magistratura, con Md in testa, a farsi soggetto politico e ad abusare della propria funzione giurisdizionale per realizzare disegni e imporre originali forme di etica pubblica. Altro che separazione dei poteri: roba da giunta militare sudamericana.

Recentemente, ho letto il libro intervista all’ex potente capo dell’Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, firmato da Alessandro Sallusti. Ne risulta con forza incontrovertibile lo spirito di cosca che governa il Csm, la bramosia di potere di molti giudici e pm, l’avvio di indagini pretestuose nate solo per stroncare la carriera di politici considerati avversari della casta giudiziaria o semplicemente portatori di idee non condivise. Da brividi.

Stamattina ho letto l’editoriale del direttore del Foglio, Claudio Cerasa, da cui risulta l’esplicita mobilitazione delle toghe contro la riforma costituzionale cara a Giorgia Meloni. Nulla che incida sul rapporto tra potere esecutivo e potere giudiziario, eppure… Quelle che seguono sono le parole di Cerasa.

“Il primo episodio è legato alla discesa in campo di Giuseppe Santalucia, numero uno dell’Anm, l’Associazione nazionale dei magistrati, contro la riforma costituzionale progettata dal governo: ‘Si tratta – ha detto il 7 novembre – di uno sbilanciamento e uno squilibrio a favore del potere esecutivo’. Alla riunione della corrente Area a Palermo, sempre il segretario dell’Anm, a ottobre, ha spiegato anche che rischi correrebbe il governo, nelle aule giudiziarie, portando avanti la sua riforma plebiscitaria. ‘Se le minoranze vengono escluse dal circuito della partecipazione decisionale è logico e inevitabile che cerchino nelle aule di giustizia quella voce che non hanno avuto nella fase della formazione della volontà generale, quindi aumenteranno i conflitti’. L’8 novembre, il segretario di Magistratura democratica, Stefano Musolino, aggiunge un carico ulteriore, sempre sul tema: ‘La riforma costituzionale? Si tratta di una truffa delle etichette, giacché l’esito dei proponenti è quello di sconvolgere l’equilibrio tra i poteri dello stato, riducendo l’autonomia e l’indipendenza della magistratura tutta’.

Passano pochi giorni e alla riunione di Md a Napoli, il 12 novembre, i magistrati della corrente più a sinistra della magistratura aggiungono elementi in più, sempre sul tema riforme. Giuseppe Borriello, sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Potenza, dice che la magistratura deve denunciare ‘la deriva burocratica del nostro lavoro’, afferma che ‘il compito dei magistrati è di tutelare gli interessi della collettività’ e ribadisce il fatto che le funzioni giudiziarie ‘non possano non essere ispirate da contenuti valoriali per non utilizzare un termine pericoloso che è quello ideologico’. Valerio Savio, giudice del tribunale di Roma, dice che Md deve difendere ‘con forza’ le sue posizioni contro la riforma, suggerisce di portare avanti questa ‘battaglia’ anche all’interno degli uffici e invita a mandare ‘forte e chiaro all’esterno questo messaggio’ costruendo rapporti con i comitati che si creeranno”.

Ecco, forte di queste tre letture, mi chiedo: ma c’è davvero qualcuno, in questo sciagurato Paese, convinto che Guido Crosetto l’abbia fatta fuori dal vaso?

Formiche.net

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Carri, corazzati e difesa aerea. Perché Ercolani promuove il Dpp


La componente militare terrestre è quella in cui l’Italia appare maggiormente indietro, ed è per questo che l’inversione di tendenza inserita nell’ultimo Documento programmatico pluriennale della Difesa è una notizia positiva, soprattutto per quanto rigua

La componente militare terrestre è quella in cui l’Italia appare maggiormente indietro, ed è per questo che l’inversione di tendenza inserita nell’ultimo Documento programmatico pluriennale della Difesa è una notizia positiva, soprattutto per quanto riguarda i programmi di prossimo avvio, capaci di generare un impatto positivo sia a livello capacitivo che economico. Questo il cuore dell’intervento di Alessandro Ercolani, amministratore delegato di Rheinmetall Italia, ascoltato dalla commissione Difesa della Camera dei deputati nell’ambito delle audizioni relative al Dpp. “La nostra analisi del documento è positiva, dal momento che traguarda esigenze, bilancia in modo lungimirante il contributo tra programmi correnti e di nuovo avvio, e inquadra l’indirizzo politico di voler rendere l’Italia protagonista nel contesto delle alleanze”. Nel dettaglio, il Dpp “va a compensare quello che è un deficit capacitivo italiano sulla parte terrestre, causato non da carenze di personale o di qualifica, ma da tecnologie degli assetti datati e che vanno rinnovati” ha sottolineato Ercolani, che ha anche aggiunto come, per questo, “il dialogo tra industria e istituzioni è fondamentale”.

Un nuovo contesto

Come registrato dal manager, “un piano non è mai giusto o sbagliato, ma deve essere letto in relazione al contesto nel quale viene presentato”, e il contesto attuale è molto cambiato, deteriorato rispetto agli anni scorsi a causa dei cambiamenti geopolitici in atto. Anche dal punto di vista tecnologico, ha detto Ercolani, è in atto un cambiamento “che impatta gli aspetti tecnologici, visto il recente impiego di tecnologie ibride sui campi di battaglia, per esempio i droni o i satelliti civili, Starlink”. Addirittura, ha segnalato l’amministratore delegato, “la produzione di approvvigionamento delle filiere russe si basa sull’uso dei microchip che vengono dagli elettrodomestici”. Per il comparto industriale, questo significa che c’è una ibridazione civile militare, un vero e proprio cambio di paradigma: “Oggi – ha proseguito Ercolani – c’è la richiesta di tecnologie che siano combat proven; sono finiti i tempi della tanta teoria e tante riflessioni, servono tecnologie pronte per essere usate sul campo di battaglia”.

L’importanza della produzione

Questi elementi chiamano in causa l’aspetto cruciale dei tempi di produzione. “Il mondo della difesa italiano era abituato a ragionare su tempi di consegna di 24 o 54 mesi, rispettivamente per equipaggiamenti di media o elevata complessità”, ha detto Ercolani, aggiungendo come oggi questi tempi siano impensabili: “Per i tempo di consegna oggi si parla di uno o due anni, e questo ha un grande impatto sull’industria, e il Dpp ne prende atto”. Una delle lezioni arrivate dalla guerra in Ucraina è invece l’importanza della produzione: “Prima della guerra – ha spiegato Ercolani – gli Stati Uniti producevano 250mila colpi di artiglieria l’anno, l’Europa 300mila”, per la sua difesa, invece, Kiev “ne richiede due milioni l’anno”. Sforzi sono stati fatti, in particolare con i fondi europei dell’Edf per incentivare la produzione di munizioni. “Il Dpp rafforza la produzione italiana di alcune munizioni, essenziali e vitali per il mantenimento operativo degli assetti”.

Il ruolo del terrestre

Altra lezione della guerra ucraina, ha registrato ancora l’ad, è l’importanza della guerra terrestre: “La dottrina recente si concentrava maggiormente sulla superiorità navale e aerea, meno su quella terrestre; ora si passa a una superiorità veramente sul campo di battaglia, fatta di veicoli terrestri”. Il Dpp in questo senso è molto attento, dal momento che dei circa novanta miliardi messi a disposizione dal documento, di cui cinque dedicati ai progetti di previsto avvio, il 91% dei quali dedicato alla componente Esercito: “È un grande cambio, perché l’Italia negli anni precedenti ha investito molto nel settore navale e nell’ammodernamento dell’Aeronautica”. Se si guarda agli investimenti operanti complessivi per programmi in corso o nuovi (dodici miliardi) ben il 35% è dedicato a progetti nuovi, “un conto è mantenere le flotte esistenti, ma bisogna guardare alle nuove esigenze, e in questo l’Esercito ha un ruolo importante” anche perché “gli assetti terrestri saranno sempre più importanti per mantenere la leadership sui campi di battaglia”.

I programmi del Dpp

In particolare, sono due i programmi per la dimensione terrestre sottolineati da Ercolani presenti del Dpp, quello per il carro armato da battaglia Mbt, e in particolare del Leopard che, come ha spiegato il manager “da dichiarazioni fatte dagli organi competenti” è quello “che oggi incontra i requisiti operativi dell’Italia”, e quello per i veicoli da combattimento per la fanteria Aics (Armored infantry combat system), che dovranno sostituire “un equipaggiamento datato, di oltre quarant’anni, cioè il Dardo, con unità di fanteria corazzata di nuova generazione”. Tutto questo, ha sottolineato Ercolani, “sempre valorizzando le tecnologie, il comparto e i territori italiani in una cornice europea, dentro la volontà italiana di assumere e mantenere un ruolo di leader nelle alleanze Ue e Nato”. In totale, ha registrato ancora il manager, l’insieme dei due programmi vale circa dieci miliardi di euro “e si prefigura come una vera e propria legge terrestre, che permette all’Italia di raggiungere lo stesso livello che ha oggi sul marittimo e sull’aereo anche per il terrestre”. Un altro elemento importante è l’attenzione rivolta alla difesa aerea, contro i droni e i missili, i cui sistemi sono gli unici “in grado di proteggere cittadini, città e assetti strategici”. Non è un caso che “la percentuale di spesa ucraina per gli armamenti sia al 60% per le munizioni e il 25/30% nella difesa aerea”, e il Dpp ha tra i suoi elementi più importanti proprio il rafforzamento dei sistemi contraerei.


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Il valore imprescindibile di carta e penna nei processi di apprendimento – Liceo “G.B. Grassi” di Latina


7 dicembre 2023, ore 9:00 presso l’Aula Magna del Liceo Scientifico “G.B. Grassi” di Latina, in Via Padre Sant’Agostino, 8. Saluti introduttivi VINCENZO LIFRANCHI, Dirigente Scolastico Liceo .B. Grassi Intervengono AVV. GIAN MARCO BOVENZI, Project Manager

7 dicembre 2023, ore 9:00 presso l’Aula Magna del Liceo Scientifico “G.B. Grassi” di Latina, in Via Padre Sant’Agostino, 8.

Saluti introduttivi

VINCENZO LIFRANCHI, Dirigente Scolastico Liceo .B. Grassi

Intervengono

AVV. GIAN MARCO BOVENZI, Project Manager della Fondazione Luigi Einaudi
PROF.SSA LARA BONADIA, Docente Liceo G.B. Grassi

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Appalti pubblici: lavoro e sviluppo territoriale


1 dicembre 2023, ore 15:00, Sala Tessitori – Piazza Oberdan, 5 – Trieste Saluti introduttivi GIAN PIERO GOGLIETTINO, Referente Fondazione Luigi Einaudi Friuli Venezia Giulia ROBERTO DIPIAZZA, Sindaco di Trieste EMANUELA PESEL, Presidente sez. controllo Co

1 dicembre 2023, ore 15:00, Sala Tessitori – Piazza Oberdan, 5 – Trieste

Saluti introduttivi

GIAN PIERO GOGLIETTINO, Referente Fondazione Luigi Einaudi Friuli Venezia Giulia
ROBERTO DIPIAZZA, Sindaco di Trieste
EMANUELA PESEL, Presidente sez. controllo Corte de Conti Friuli Venezia Giulia
MAURO SAVIANO, Direttore regionale INPS Friuli Venezia Giulia

Relatori

LAURA IMOVILLI, Commercialista in Trieste
GABRIELE ALLIERI, Giudice del lavoro presso Tribunale di Gorizia
FEDERICO DECLI, Dirigente affidamenti e servizi ASP Mare Adriatico Orientale
MARCO PADRINI, Direttore centrale FVG, patrimonio, demanio, servizi generali e sistemi informativi

Interverranno

MICHELANGELO AGRUSTI, President Confindustria Alto Adriatico*
DORINO FAVOT, Presidente Anci Friuli Venezia Giulia
ANTONIO PAOLETTI, Presidente C.C.IA.A. Venezia Giulia

Modera

FRANCESCO DE FILIPPO, Direttore Ansa Friuli Venezia Giulia

Conclude

MASSIMILIANO FEDRIGA, Presidente Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia

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