Biden e Xi
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L'articolo Biden e Xi proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
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Canberra ha espresso le “più serie preoccupazioni” a Pechino a seguito di “un’interazione poco sicura e poco professionale” tra una nave militare australiana con un cacciatorpediniere della Marina dell’Esercito di liberazione popolare (Pla-N).
L’episodio, su cui Formiche.net ha ricevuto una nota per la stampa qualche ora fa, è avvenuto il 14 novembre 2023, quando la “Hmas Toowoomba”, una fregata Classe Amzac, si trovava all’interno della Zona Economica Esclusiva del Giappone per una visita portuale programmata.
La Toowoomba era nella regione per condurre “operazioni a sostegno all’applicazione delle sanzioni delle Nazioni Unite (non viene definito quali, ndr). Si era fermata per condurre attività di immersione al fine di rimuovere le reti da pesca che si erano impigliate intorno alle sue eliche. In ogni momento, la Toowoomba ha comunicato la sua intenzione di condurre le operazioni di immersione sui normali canali marittimi e utilizzando segnali riconosciuti a livello internazionale. Mentre era ferma, un cacciatorpediniere della Pla-N che operava nelle vicinanze si è avvicinato. [A quel punto la Toowoomba] ha nuovamente avvisato il cacciatorpediniere [cinese] che erano in corso operazioni di immersione e ha chiesto alla nave di tenersi a distanza di sicurezza. Nonostante il riconoscimento delle comunicazioni, la nave cinese si è avvicinata. Poco dopo, è stata rilevata azionare il sonar montato sullo scafo in modo da mettere a rischio la sicurezza dei sommozzatori australiani che sono stati costretti a uscire dall’acqua”.
Il comunicato stampa del governo australiano bolla la decisione immotivata e deliberata cinese come “condotta non sicura e non professionale”, e aggiunge che “le valutazioni mediche fatte dopo l’uscita dall’acqua hanno rilevato che i sommozzatori [australiani] avevano riportato ferite minori, probabilmente a causa degli impulsi sonar del cacciatorpediniere cinese”.
La Cina non è nuova a certe attività di bullismo che mettono a rischio la sicurezza delle acque di una regione estesa, l’Indo Pacifico, dove le tensioni non mancano. Recentemente, i battelli militari e quelli della flottiglia ibrida dei pescherecci cinesi hanno in più di un’occasione avvicinato per disturbare le attività delle forze armate filippine. Per almeno tre volte ci sono stati attacchi fisici, una collisione e due usi di cannoni ad acqua. Manila è il principale degli obiettivi, perché Pechino l’ha recentemente persa. Con il cambio presidenziale dello scorso anno, le Filippine di Ferdinand Marcos Jr hanno velocemente implementato la cooperazione — anche militare — con gli Stati Uniti — e la Cina ha perso svariate aliquote dell’influenza rafforzata durante la presidenza di Rodrigo Duterte.
Se la vicenda filippina è la rivisitazione in chiave moderna di come l’America smuova gli equilibri regionali — e dunque alteri i piani cinesi — con l’Australia la questione è diversa. La Cina ha sempre mosso molta influenza nel Paese, sebbene Canberra, anglofona e occidentalizzata totalmente, sia storica alleata americana. Negli ultimi anni, per rappresaglia a decisioni australiane (anche dettate dagli Usa), la Cina aveva avviato pratiche di coercizione economica contro l’Australia, ma recentemente era sembrata possibile una distensione.
Anthony Albanese era stato in visita a Pechino, e non succedeva dal 2016 che un primo ministro australiano entrasse nella Città Proibita. I rapporti tra Canberra e Pechino si erano deteriorati terribilmente nel 2018, quando il governo australiano — su indicazione americana — tagliò fuori Huawei dal proprio 5G. In mezzo accuse sull’uso strategico degli expat cinesi per influenzare le dinamiche politiche australiane, l’appoggio a Washington per un’inchiesta sulle origini del Covid, una guerra commerciale, l’accordo Aukus (che permetterà all’Australia, grazie a Usa e Uk, di ottenere una dotazione di sommergibili nucleari e missili Tomahawk). La coercizione economica ha complicato l’export di prodotti agro-alimentari australiani, su cui Pechino ha imposto dazi pesanti), e considerando che la Cina è il primo partner commerciale dell’Australia non è stato semplice.
Albanese era a Pechino pochi giorni prima del vertice tra Joe Biden e Xi Jinping. In un quadro di volontà di comunicazione tra le due potenze, l’australiano commentava che adesso ci sono “segnali promettenti” per riavviare una “discussione costruttiva” con Pechino, e quello che faceva era anche frutto di un equilibrio delicato che certi Paesi hanno la necessità di tenere. D’altronde, l’Australia fa parte di coloro che in questo momento possono più facilmente intavolare relazioni con la Cina se le comunicazioni Washington-Pechino funzionano, mentre devono tenere una linea più severa in altre fasi.
Nei giorni ancora precedenti, Albanese era a Washington, e — come ricordava Guido Santevecchi, guru sulla Cina al Corriere della Sera — durante il loro incontro Biden aveva rievocato il vecchio principio enunciato da Ronald Reagan quando trattava con i sovietici: “Mostrare fiducia e verificare”. La vicenda della Toowoomba è già una prima verifica su quella fiducia concessa? Possibile che la notizia sia stata diffusa solo adesso per non alterare il clima del summit Biden-Xi, che c’è stato il 15 novembre. Ora la vicenda viene fatta circolare anche per calmare letture eccessivamente positive dell’incontro e questioni a cascata (come riflessi sulle politiche interne dei Paesi coinvolti)?
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Stamattina sono stata ospite di radio InBlu2000 per parlare della legge sulla carne coltivata
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Nell’era del narcisismo, con un dibattito pubblico di conseguenza caratterizzato da posizioni assunte per partito preso su impulso demagogico, la giornata di oggi verrà ricordata come uno spartiacque. Mai, infatti, la sinistra, nella sua duplice declinazione politica e sindacale, era apparsa più autoreferenziale, velleitaria e graniticamente chiusa al confronto.
Sui giornali odierni troneggia il gran rifiuto di Elly Schlein. Giorgia Meloni aveva invitato la segretaria del Pd ad un confronto pubblico ad Atreju, la kermesse del movimento giovanile di Fratelli d’Italia. In passato, da Walter Veltroni a Enrico Letta fino a Giuseppe Conte, altri leader della sinistra erano stati invitati e nessuno aveva mai rifiutato. L’ha fatto Elly Schlein, e nel farlo ha disconosciuto la figura presidente del Consiglio come avversario politico e interlocutore legittimo, preferendo trattarlo da “nemico assoluto”, in ciò confermando le tesi di un vecchio saggio di Luca Ricolfi sull’arroganza intellettuale di certa sinistra (“Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori”). “Dietro la scelta di Elly Schlein si intravede ancora l’ombra di quella presunzione e di quell’arroganza che tanto hanno allontanato la sinistra dal suo popolo”, ha scritto Federico Geremicca sulla Stampa. E ha scritto la verità.
Analogo atteggiamento hanno assunto i sindacati. Nelle scorse settimane, i segretari generali di Cgil e Uil hanno ostentatamente disertato gli incontri con il governo sulla legge di bilancio. E si capisce, dal momento che avevano programmato una giornata di sciopero quando della manovra non si conosceva ancora neanche una virgola. La giornata è infine giunta, ma oggi, in piazza, la coppia Landini-Bombardieri ha esibito una piattaforma politica pot-pourri che andava delle morti sul lavoro all’evasione fiscale. Tutto e nulla. Il senso dello sciopero risiede, evidentemente, nello sciopero in quanto tale. Una logica affine a quella dei Cobas, lontana anni luce dalla logica cgiellina dei Di Vittorio, dei Lama, dei Trentin. Demagogia allo stato puro.
Di ben altra pasta è fatto Luigi Sbarra. Lo si capisce dal suo inascoltato monito ai colleghi di Cgil e Uil: “State attenti a non svilire lo sciopero, a non farlo diventare un rito fine a se stesso, che, ripetuto in maniera compulsiva, alla lunga logora la rappresentanza sociale e dà spazio ai populismi”, ha detto il segretario generale della Cisl enunciando una tesi che in anni lontani accomunò personalità culturalmente distanti, ma accomunate da un prorompente senso dello Stato e della realtà, come il socialista Filippo Turati e il liberale Luigi Einaudi.
Sbarra, oggi, è rimasto a casa. Riunirà la sua piazza il prossimo sabato, ma lo farà su una serie di proposte circostanziate, che daranno dignità alla Cisl e metteranno in difficoltà il governo. La politica, che sia partitica o sindacale, si fa così: attraverso il metodo del confronto e con l’obiettivo della mediazione. In alternativa c’è solo la demagogia, che in politica si traduce nel narcisismo più inconcludente. Inconcludente come proclamare un grande sciopero per poi accorgersi che le adesioni nei comparti principali sono state mediamente del 4%.
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Al Consiglio dei ministri arrivano progetti indirizzati a garantire la sicurezza privata e collettiva. Dal Consiglio dei ministri poi partono disegni di legge, o direttamente si emanano decreti legge, che trasformano in norme quella volontà di garanzia. Chi mai potrebbe essere contrario? Chiunque conosca il diritto e la giustizia, conosca il rapporto fra la norma scritta e la realtà, abbia studiato l’effetto che certe leggi producono e, insomma, abbia letto e apprezzato (come noi) le cose sostenute e scritte da Carlo Nordio. Con un senso di gelo.
È ovvio che chi truffa un anziano debba essere punito. Se è per questo anche chi truffa un giovane. Evidente che chi organizza una sommossa in carcere debba essere ulteriormente condannato. Naturale che chi occupa la casa di altri debba sì trovare un tetto a cura dello Stato, ma nelle patrie galere. E così via per i vari reati, che tali sono sempre stati. Il guaio è che non serve a nulla aumentare le pene né inventare nuove definizioni e fattispecie di reato. Lo spiegò benissimo Nordio: se il legislatore predilige vestire i panni della severità – limitandosi a ideare reati da inserire nel codice penale e calcare la mano aumentando le pene – otterrà due soli risultati: i carichi di lavoro dei tribunali aumenteranno e i processi non si faranno, quindi le condanne non arriveranno; mentre, se si arriva a sentenza, l’esagerazione delle pene spinge il giudice a collocarsi nella parte bassa della scelta. Dopo di che la severità reclamizzata esplode in bolla di scivoloso sapone, schiumante aspettative e illusioni puntualmente disilluse.
L’aumento delle pene (teoriche), come capita nel caso delle truffe agli anziani, apre però la strada alla possibilità di arrestare e trattenere in custodia cautelare. Ma chi? Non certo il truffatore, giacché sarà riconosciuto e definibile tale soltanto dopo una sentenza di definitiva condanna. Quindi si può portare in galera il presunto truffatore, che è anche – secondo quanto previsto dalla Costituzione (articolo 27) – un presunto non colpevole o, se si preferisce il più chiaro linguaggio delle convenzioni internazionali, un presunto innocente. Sicché la custodia cautelare, che dovrebbe essere utilizzata solo in casi estremi di pericolo e violenza, non è un sistema per punire i criminali ma diventa un moltiplicatore di inciviltà giuridica.
Fra l’altro: se poi (come spesso capita) non si arriva alla condanna, chi fu arrestato può far causa allo Stato e chiedere d’essere risarcito; ma il risarcimento non lo paga chi lo fece arrestare, bensì il contribuente; sicché all’anziano truffato si fa credere che il truffatore è stato subito punito, mentre in realtà si chiederanno alla vittima i soldi perché sia risarcito, talché l’anziano è doppiamente raggirato.
Mi piace la destra di legge e ordine. Come mi piace ricordare che legge e ordine sono anche di sinistra. Sono buon senso e Stato di diritto. Ma se si vogliono assicurare la legge e l’ordine non serve a nulla moltiplicare le trombonate della falsa severità, serve una giustizia funzionante. Se uno scippa una persona, non c’è bisogno di promettergli l’ergastolo: è sufficiente condannarlo in fretta e mandarlo a scontare una pena equa. E se ci riprova si aumenta la dose. Questo ha effetti dissuasivi, non i ceppi di cartapesta. Senza dimenticare che far funzionare decentemente la giustizia, con tempi umani, è uno degli impegni cui sono legati i quattrini del Pnrr. Oltre che il rispetto per sé stessi e la civiltà.
A tal proposito: nessuno meglio di Nordio ha spiegato quanto sia necessario separare le carriere dei magistrati dell’accusa da quelle dei magistrati giudicanti, così come nessuno più del ministro Nordio ha ribadito che quella riforma – anche costituzionale – s’ha da fare. Gliecché tale sua intenzione è stata posticipata all’approvazione dello scarabocchio costituzionale ingannevolmente e falsamente intitolato al premierato. E quando una cosa si stabilisce che verrà dopo a un’altra che non verrà, significa che non si farà.
La Ragione
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Con una proposta presentata lo scorso 11 agosto dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, il governo sta provando ad apportare alcune modifiche alla Legge 185/90, quella che regola le esportazioni di armamenti. L’obiettivo è duplice: razionalizzare la normativa in materia e reintrodurre il Comitato interministeriale per gli scambi di materiali di armamento per la difesa (Cisd), abolito nel 1993.
Il Disegno di Legge n. 855 è attualmente in discussione al Senato, ma ha generato già una levata di scudi da parte di numerose organizzazioni di stampo pacifista, che hanno accusato l’esecutivo di voler rendere più facile l’export di armi e sistemi d’arma italiani nel mondo.
In realtà questa è una argomentazione capziosa, anche perché in Italia e, più in generale, in Europa, l’esportazione di armamenti è soggetto a normative stringenti, tali da impedire qualunque “traffico illecito” o favorire lo scoppio di nuovi conflitti e/o la recrudescenza di quelli già in atto.
In particolare, per quanto concerne la normativa italiana, i divieti all’esportazione di materiali d’armamento si applicano quando mancano adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei prodotti per la difesa, ovvero sussistono elementi per ritenere che il destinatario previsto utilizzi gli stessi prodotti a fini di aggressione contro un altro Paese; quando il Paese destinatario è in stato di conflitto armato, in contrasto con l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite; nel caso sia stato dichiarato verso un Paese l’embargo totale o parziale delle forniture di armi da parte di organizzazioni internazionali cui l’Italia aderisce; quando il governo di quel Paese sia responsabile di gravi violazioni dei diritti umani accertate da organizzazioni internazionali cui l’Italia aderisce; quando in un Paese si destinino a bilancio militare risorse eccedenti le proprie esigenze di difesa.
L’impianto della Legge 185/90 è stato modificato nel 2012, con il recepimento della direttiva europea 2010/80 Ue, che ha introdotto il principio generale in base al quale il trasferimento di prodotti per la difesa fra Stati membri deve essere subordinato al rilascio di un’autorizzazione preventiva dello Stato membro da cui partono i prodotti, salvo i casi di fornitori o destinatari facenti parte di un organismo governativo o delle forze armate, di forniture effettuate dall’Unione europea, dalla Nato, dalla Iaea o da altre organizzazioni intergovernative per lo svolgimento dei propri compiti o di programmi di cooperazione tra Stati membri in materia di armamenti – o ancora di fornitura di aiuti umanitari per fronteggiare catastrofi -, autorizzazione accordata sotto forma di una licenza di trasferimento.
Il testo del Disegno di legge n. 855 è facilmente consultabile e dalla relazione generale che lo accompagna si può facilmente notare come alla base del provvedimento vi sia la necessità di snellire le procedure contrattuali e burocratiche, al netto di un rafforzamento dei controlli e del perimetro d’azione del decisore politico su esportazione e importazione di armamenti.
Se, infatti, la proposta del governo Meloni amplia il termine per la presentazione della documentazione comprovante la conclusione dell’operazione di trasferimento, di pari passo inasprisce le sanzioni amministrative per la mancata produzione della documentazione richiesta.
La proposta di Tajani, presentata di concerto con i colleghi ministri della Difesa, di Economia e finanze, Interno e Imprese e Made in Italy, è in linea con le esigenze attuali tanto del comparto industriale dell’aerospazio-difesa, quanto della sicurezza nazionale.
La Aerospace and defence industries association of Europe (Asd) in un suo recente documento, intitolato The Importance of Exports for the European Defence Industry, ha spiegato come il mercato AD&S europeo sia oggi frammentato e soggetto a limitazioni di budget e cicli di approvvigionamento non sincronizzati, oltreché a rischi sull’intera catena del valore, soggetta alle ricadute dello scontro politico-diplomatico sui materiali critici. Inoltre, l’industria della difesa europea non riesce a competere con Paesi come gli Stati Uniti, la Russia e la Cina.
Per esempio, nel 2020, a parità di potere d’acquisto, i 27 Paesi membri dell’Ue hanno speso collettivamente circa 216 miliardi di euro per la difesa, contro i 766 miliardi di dollari degli Stati Uniti, i 178 miliardi di dollari della Russia e i 332 miliardi di dollari della Cina.
Si deve, inoltre, considerare come la quota di mercato dei produttori europei di armamenti in Europa sia inferiore alle aspettative, con molti Paesi del vecchio continente che preferiscono affidarsi ad appaltatori stranieri, principalmente statunitensi, per l’acquisto di velivoli dual use, elicotteri da trasporto pesante e velivoli unmanned. Il mercato europeo e quello dei Paesi Nato da soli non bastano a coprire i costi del comparto industriale di settore. Ecco perché l’Asd sta mettendo in evidenza quanto sia importante diversificare e favorire le esportazioni di armamenti creati da industrie europee con tecnologia europea.
Per quanto concerne l’Italia, l’aerospazio-difesa ha un fatturato di circa 17 miliardi di euro, e il valore della produzione, incluso l’indotto, è di circa quaranta miliardi di euro. Sono i numeri presentati nel febbraio scorso in audizione alla commissione Esteri e Difesa di Camera e Senato da Giuseppe Cossiga, presidente della Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza (Aiad). Anche l’Aiad, sulla stessa linea d’onda dell’Asd, ha richiesto di rivedere la Legge 185/90 non per stravolgerne il contenuto, ma per garantire ai processi di esportazione di armamenti una più chiara impronta governativa sulle decisioni da prendere.
Il tentativo di reintrodurre il Cisd – le cui funzioni sono oggi demandate a un comitato tecnico istituito presso la Farnesina e denominato Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento-Uama – risponde all’esigenza di dare un chiaro indirizzo di politica estera anche ad una materia complessa come quella dell’export di armi. Nel corso degli anni non sono stati rari i casi in cui dalla Uama sono passate decisioni di carattere squisitamente politico, che hanno influenzato la postura geopolitica ed economico-industriale del Paese all’estero.
L’ultimo caso è quello relativo all’export militare italiano verso Israele, con ogni operazione sospesa su ordine della Uama – nel rispetto della normativa vigente e come atto dovuto – a partire dallo scorso 7 ottobre, giorno d’inizio del conflitto contro Hamas. Fino a quel giorno, ha spiegato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, le licenze approvate, per un valore di 9,9 miliardi di euro erano state 21, così come nel 2019 erano stati 28 i milioni stanziati durante il governo Conte 1 e 21 milioni nel 2020, ai tempi del Conte 2. E ancora, nel 2021 sono stati spesi 12 milioni sulle armi e 9 milioni nel 2022. Con questi numeri il ministro della Difesa ha voluto evidenziare come ogni governo, a prescindere dal colore, faccia “affari” con l’export di armi, sbugiardando la linea “pacifista” – nei fatti esclusivamente antioccidentale – del leader del Movimento 5 Stelle. Nei giorni scorsi Giuseppe Conte aveva violentemente attaccato il governo Meloni, in particolare i ministri Tajani e Crosetto, sull’appoggio fornito ad Israele.
Ma da questi numeri emerge, ancora una volta, come la politica funga da “comparsa” sulla delicata materia dell’esportazione di armi rispetto ai veri attori protagonisti che sono tecnici. Ma se si “deresponsabilizza” il decisore politico su una materia che ha necessariamente implicazioni politiche, è chiaro che sia poi il tecnico a dover decidere, generando inevitabili cortocircuiti.
Questo perché nei processi di promozione del sistema-Paese passa anche la presentazione di prodotti per la difesa sviluppati con know-how nazionale e da aziende italiane che, sia come capofila, sia come parte dell’indotto, rappresentano eccellenze al livello mondiale. Analizzando la serie storica delle esportazioni di armamenti italiani, contenuta nella Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento del 2022, si può notare la crescita delle autorizzazioni alle esportazioni di armi e sistemi e, dunque, anche del fatturato connesso, in Paesi come la Turchia (oggi al primo posto), il Qatar, Singapore, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, il Kuwait e l’India. Infatti, se la capacità italiana di esportare armi negli Stati Uniti e nei Paesi Ue e Nato può sembrare scontata, è interessante valutare come le direttrici commerciali AD&S italiane si stiano indirizzando verso i Paesi d’interesse del Mediterraneo allargato e di una strategia che lo connette, necessariamente, all’Indo-Pacifico e che, in un certo senso, stiano ricalcando il percorso della costituenda Via del Cotone indo-araba, da contrapporre alla cinese Via della Seta.
I primi ad aderire all’Osservatorio carta, penna & digitale della Fle sono stati i confindustriali Federazione Carta e Grafica e Comieco. L’annuncio è stato dato questa mattina, nel corso del convegno “Lettura su carta e scrittura a mano” che si è svolto a Milano presso la Fondazione Corriere della Sera, presieduta da Ferruccio de Bortoli, nel quadro della manifestazione Book City.
Ospite d’onore il Segretario generale della Fle, Andrea Cangini, che ha illustrato alla platea lo studio elaborato dalla Fondazione Luigi Einaudi che dimostra, su base scientifica, l’imprescindibilità della scrittura a mano e della lettura su carta. Tra i relatori, il presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone, che ha annunciato l’intenzione di “istituzionalizzare il meritorio Osservatorio costituito dalla Fondazione Luigi Einaudi”. Siamo appena partiti, e siamo partiti bene.
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Italia, Regno Unito e Giappone si preparano a incontrarsi a Tokyo nella seconda metà di dicembre, con l’obiettivo di strutturare i propri programmi per lo sviluppo del caccia di sesta generazione, nell’ambito del Global combat air programme. La conferma sul periodo sembra arrivare direttamente dal Paese del Sol Levante, ma l’impegno a incontrarsi nella capitale giapponese per la definizione del trattato per avviare l’iter parlamentare era già stato anticipato nel corso dell’ultimo vertice trilaterale tenutosi a Roma tra Guido Crosetto, ministro della Difesa italiano, al termine dell’incontro con Grant Shapps, segretario alla Difesa britannico, e Yoshiaki Wada, consigliere speciale del ministro della Difesa giapponese. Nell’incontro di dicembre, invece, ad accogliere Crosetto e Shapps dovrebbe essere direttamente il ministro della Difesa, Minoru Kihara.
Un consorzio per il Gcap
Insieme i tre dovranno coordinare la nascita dell’entità, con ogni probabilità basato nel Regno Unito, che dovrà occuparsi dello sviluppo vero e proprio del caccia e che dovrà guidare e mantenere in linea i progressi verso l’obiettivo di mettere in volo un sistema nel 2035. L’idea di questa nuova struttura arriva direttamente da quanto stabilito da Regno Unito, Italia, Germania e Spagna per lo sviluppo coordinato dell’Eurofighter, un programma il cui successo vuole essere adesso replicato anche per il Gcap. Sotto la supervisione di questo nuovo ente, le aziende leader del progetto (l’italiana Leonardo, la giapponese Mitsubishi Heavy Industries e la britannica BAE Systems) dovranno procedere allo sviluppo del primo design entro il 2027.
Le manovre di Tokyo
Nel frattempo, il governo giapponese sta chiedendo alla Dieta, il Parlamento nipponico, l’approvazione per la nascita e la gestione di questo nuovo ente per il Gcap nel corso del prossimo anno. L’obiettivo è assicurare i quattro miliardi di yen (circa 26 milioni di euro) parte della quota che il Giappone dovrà versare per garantire il funzionamento del nuovo organismo. Inoltre, l’esecutivo di Fumio Kishida è impegnato nelle negoziazioni con i legislatori relativamente alle rigide regole del Paese per quanto riguarda le leggi che regolano le esportazioni e i trasferimenti di materiali di Difesa, basate sulla Costituzione rigidamente pacifista dello Stato giapponese. Un prerequisito alla successiva possibilità di commercializzazione sul mercato del Gcap stesso.
Il Gcap
Il progetto del Global combat air programme è destinato a sostituire i circa novanta caccia F-2 giapponesi e gli oltre duecento Eurofighter britannici e italiani, e prevede lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo integrato, nel quale la piattaforma principale, l’aereo più propriamente inteso, provvisto di pilota umano, è al centro di una rete di velivoli a pilotaggio remoto con ruoli e compiti diversi, dalla ricognizione, al sostegno al combattimento, controllati dal nodo centrale e inseriti in un ecosistema capace di moltiplicare l’efficacia del sistema stesso. L’intero pacchetto capacitivo è poi inserito all’intero nella dimensione all-domain, in grado, cioè di comunicare efficacemente e in tempo reale con gli altri dispositivi militari di terra, mare, aria, spazio e cyber. Questa integrazione consentirà al jet di essere fin dalla sua concezione progettato per coordinarsi con tutti gli altri assetti militari schierabili, consentendo ai decisori di possedere un’immagine completa e costantemente aggiornata dell’area di operazioni, con un effetto moltiplicatore delle capacità di analisi dello scenario e sulle opzioni decisionali in risposta al mutare degli eventi.
Il programma congiunto
L’avvio del programma risale a dicembre dell’anno scorso, quando i governi di Roma, Londra e Tokyo hanno concordato di sviluppare insieme una piattaforma di combattimento aerea di nuova generazione entro il 2035. Nella nota comune, i capi del governo dei tre Paesi sottolinearono in particolare il rispettivo impegno a sostenere l’ordine internazionale libero e aperto basato sulle regole, a difesa della democrazia, per cui è necessario istituire “forti partenariati di difesa e di sicurezza, sostenuti e rafforzati da una capacità di deterrenza credibile”. Grazie al progetto, Roma, Londra e Tokyo puntano ad accelerare le proprie capacità militari avanzate e il vantaggio tecnologico.
Sesto appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua tredicesima edizione, si articolerà in 15 lezioni, che si svolgeranno sia in presenza che in modalità telematica, dedicate alle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale.
La sesta lezione si svolgerà giovedì 16 novembre, dalle ore 17 alle ore 18.30, in diretta streaming sulla piattaforma ZOOM.
La lezione sarà tenuta da Giancristiano Desiderio (giornalista, scrittore, saggista e docente di Filosofia e Storia, nonché membro del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi), che relazionerà sull’opera “La mia filosofia” di Benedetto Croce.
La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di 0,25 CFU per gli studenti dell’Università di Messina.
Come da delibera del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Messina e della Commissione “Accreditamento per la formazione” di AIGA, è previsto il riconoscimento di n. 12 crediti formativi ordinari in favore degli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina per la partecipazione all’intero corso.
Per ulteriori informazioni riguardanti la Scuola di Liberalismo di Messina, è possibile contattare lo staff organizzativo all’indirizzo mail SDLMESSINA@GMAIL.COM
Pippo Rao, Direttore Generale della Scuola di Liberalismo di Messina
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La disfida dello sciopero è una sfida al buon senso e uno scioperare della ragionevolezza. Il diritto di sciopero è garantito dalla Costituzione, nessuno lo mette in discussione ma – come capita all’articolo 1, anzi come capita a tutta la Costituzione – anche l’articolo 40 andrebbe letto tutto: «Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano». Di quello si discute, sebbene con toni da ripicche infantili. Lo sciopero si farà, ma non risolverà nessuno dei problemi di cui ci si rifiuta di parlare. Ne vedo almeno tre.
1. Chi governa dovrebbe cercare di costruire il consenso attorno alle politiche che intende praticare; chi sciopera dovrebbe provare a correggere quelle politiche a favore degli interessi che rappresenta. Salvini non lavora per la prima cosa e Landini non lavora per la seconda. Si soddisfano della contrapposizione, avendo ciascuno da gestire la concorrenza nel proprio campo. Salvini approva una legge di bilancio che, in materia di pensioni, va in direzione opposta a quella che promise. Landini chiede un taglio del cuneo fiscale che sarà impossibile rendere significativo e permanente se non si ferma il crescere della spesa pensionistica, che si guarda bene dal proporre. La contrapposizione diventa la loro identità, il che li lega a sorte comune.
2. Quando la Costituzione fu scritta – prevedendo anche le mai giunte «norme di legge» sui sindacati, articolo 39 – sia i partiti politici che i sindacati erano organizzazioni di massa. Oggi gli iscritti sono una frazione di quel che erano allora. Al sindacato sono iscritti più i pensionati che non i lavoratori e i partiti (mentre diminuiscono i votanti) hanno preso il nome del capo di turno. Peccato che la democrazia funzioni male senza partiti e il mercato funzioni male senza sindacati. Intendendosi per tali, nell’uno e nell’altro caso, non dei comitati autolegittimati ma delle comunità vaste e popolate, capaci di vivace discussione interna.
3. Sono cambiati il mondo e il modo in cui viviamo. Nel 1948 nel dire “lavoratori” si indicavano non soltanto i titolari di un contratto da lavoro dipendente, ma una condizione sociale ed esistenziale. Scioperare significava porre il datore di lavoro davanti al pericolo di perdere capacità produttiva, quindi ricchezza. Valeva nelle società agricole e di prima industrializzazione. Oggi siamo una società di servizi e “lavoratori” potrebbe identificarsi con “contribuenti” – i cui antagonisti sono in gran parte i mantenuti e gli evasori – tanto che lo sciopero non lo convochi avverso il ‘padrone’ (evolutosi in imprenditore), ma contro il governo. Nella surreale condizione in cui l’impresa non avrebbe nulla in contrario a che il governo finanziasse altra spesa per ingraziarsi il sindacato, tanto più che questo aiuterebbe a tenere i salari bassi, mentre al governo c’è chi promette ai pensionandi ben più di quello che il sindacato osa chiedere (e chi ha qualche anno si ricorda di Carlo Donat Cattin, democristiano, che faceva la concorrenza alla triplice). Così procedendo non soltanto si è creato il più grande debito pubblico europeo, ma a pagare lo sciopero sono i lavoratori che lo fanno e quelli che lo subiscono. Tenuto presente che i trasporti non sono più da decenni uno sfizio per giramondo, ma l’esigenza dei pendolari e il sistema circolatorio delle aree metropolitane.
Sicché, da tempo, la principale efficacia dello sciopero consiste nell’annunciarlo. In qualche caso non aderisce quasi nessuno, divenendo strumento ricattatorio – anche verso i sindacati confederali – di sigle corsare. E lo si colloca a ridosso di feste e fine settimana, in un impeto di clemenza per sé e per gli altri.
Si potrebbe discutere di organizzazione produttiva e normativa sindacale, si potrebbe parlarsi anziché parlare alle telecamere, cercare il concerto anziché produrre lo sconcerto, ragionare di futuro anziché echeggiare il passato, ma volete mettere il bello di una sceneggiata la cui trama sarà dimenticata già il mattino appresso.
Davide Giacalone
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Negli ultimi 10 anni i disturbi dell’apprendimento degli studenti italiani sono aumentati del 357%, i casi di disgrafia del 163%. Le recenti prove Invalsi hanno certificato che la metà dei ragazzi al termine delle scuole secondarie fatica a comprendere ciò che legge, mentre un’indagine conoscitiva della commissione Istruzione del Senato ha messo in relazione l’uso degli smartphone col progressivo deterioramento delle facoltà mentali dei più giovani.
Luigi Einaudi riteneva che una società è sana quando ciascuna persona è messa nelle condizioni di realizzare al massimo le proprie potenzialità. Sta accadendo esattamente il contrario. Tutti gli indicatori ci dicono che il quoziente di intelligenza, la soglia di attenzione, lo spirito critico e le conoscenze dei più giovani sono in drastico e costante calo. Tutti gli studi attribuiscono all’abuso di digitale – social, videogiochi, conoscenza – la principale tra le cause di questo allarmante e generalizzato decadimento delle capacità cognitive delle nuove generazioni. I nostri figli, i nostri nipoti.
Il digitale offre straordinarie opportunità, ma espone anche a rischi consistenti. È un’impetuosa rivoluzione che sta rapidamente cambiando ogni ambito della vita privata e pubblica, sovvertendo antiche consuetudini, vecchi codici morali e recenti assetti del potere. Il digitale va studiato senza pregiudizi, va governato e in alcuni casi va anche limitato.
Per fissare un principio e indicare un limite concreto che a nostro giudizio andrebbe posto all’entusiastica pervasività della tecnologia digitale, lo scorso 18 luglio la Fondazione Luigi Einaudi ha presentato in Senato uno studio che, compendiando le principali ricerche scientifiche internazionali, ha dimostrato il valore imprescindibile della scrittura a mano e della lettura su carta, soprattutto nel mondo dell’Istruzione: perdere queste consuetudini significherebbe compromettere il pensiero logico-lineare, impoverire il linguaggio, limitare la conoscenza, fiaccare la memoria. Un danno alla persona, un danno alla società. A conclusioni analoghe sono recentemente giunti sia il governo svedese sia l’Economist britannico.
Concludendo i nostri lavori, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha detto che, “nel sistema scolastico, il digitale va accettato e sfruttato, ma la lettura su carta e la scrittura a mano sono insostituibili”. Affermazione necessaria, ma non sufficiente.
La Fondazione Luigi Einaudi ha perciò deciso di costituire un “Osservatorio permanente Carta, Penna & Digitale” aperto al contributo di esperti, associazioni e operatori del settore che, attraverso un Comitato scientifico designato ad hoc, sviluppi una costante attività di analisi, ricerca e sensibilizzazione sulle implicazioni delle nuove tecnologie e sull’importanza della lettura su carta e della scrittura a mano in quanto pratiche imprescindibili per la crescita della persona, la diffusione della cultura e lo sviluppo della società.
Lo dobbiamo ai fasti passati della nostra civiltà; lo dobbiamo al futuro dei nostri figli e, di conseguenza, della nostra Italia.
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Dopo lo stop degli ultimi anni, riparte la relazione tra l’Italia e gli Emirati Arabi Uniti. Un successo e un ottimo passo in avanti. Questo è il bilancio tracciato dal segretario generale dell’Aiad, l’associazione che riunisce le aziende del settore aerospaziale e di difesa, Carlo Festucci, riguardo alla partecipazione italiana al Dubai Airshow, uno dei più importanti forum internazionali al mondo per il settore dell’aviazione, dell’esplorazione spaziale e della difesa, come sottolineato anche dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, che ha inaugurato il padiglione ufficiale italiano alla fiera, realizzato da Ice, l’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese, in collaborazione con i ministeri degli Esteri e della Difesa e di Aiad, che ha riunito nella capitale emiratina più di venti eccellenze italiane nel settore dell’AS&D.
Ripresa delle relazioni
Un mercato che riparte, dunque, e come ha sottolineato Festucci, “siamo contenti che ci sia stata una riapertura dopo lo scontro, industriale e politico”. Il segretario generale ha infatti sottolineato come in passato ci siano stati dei problemi, “il clima era cambiato”. Con la partecipazione al salone, invece, “oggi siamo riusciti a recuperare questo gap, con gli Emirati si è riaperto un dialogo molto forte, ed è molto impostante: è un Paese che consente uno scambio tecnologico significativo legato a delle commesse” ha detto ancora Festucci, sottolineando come le realtà italiane abbiano avuto l’occasione di mostrare le loro capacità a esponenti del Governo emiratino.
Verso un sistema Paese
Come spiegato dal ministro Crosetto, infatti, al padiglione italiano è esposta “una vasta gamma di prodotti dell’industria aeronautica” come “i sistemi elettronici per l’aviazione e la difesa, sistemi di alimentazione, attrezzature di supporto a terra, componentistica, software e sistemi di analisi, pianificazione e simulazione”. Al forum, infatti, sono presenti non solo le grandi realtà, da Leonardo a Elt Group e Mbda, ma anche il sistema delle piccole e medie imprese nazionali. Per Festucci, allora, è ripartito un modello di promozione del sistema-Paese in un settore strategico. “Stiamo trasformando queste parole, ‘sistema Paese’ in un fatto concreto; prima di ora è stato uno slogan che tutti hanno in qualche modo esercitato senza poi farlo diventare un fatto concreto”, riferendosi alla sinergia realizzata con i vari ministeri, Esteri e Difesa in primis, e i vari servizi di supporto. “E’ un segnale molto importante”, ha continuato Festucci, che ha anche sottolineato come, se non sostenute, le aziende italiane rischiano di essere acquisite da realtà straniere. Invece, supportarle è anche importante per l’export “perché solo attraverso le esportazioni riusciremo in qualche a consolidarci a livello internazionale”.
Relazioni istituzionali
L’occasione dell’Airshow ha anche permesso al ministro Crosetto di incontrare il suo omologo emiratino, Mohammed bin Ahmed al Bowardi, con il quale sono stati discussi temi relativi alla sicurezza globale e al ruolo strategico degli Emirati per la stabilità regionale. Inoltre, è stato manifestato da entrambi il comune interesse per lo sviluppo di ulteriori opportunità di collaborazione nell’ambito dell’industria della Difesa.
Stanno crescendo gli impegni e le criticità internazionali, e gli attuali effettivi non bastano, servono più soldati. È stato questo il cuore dell’intervento del capo di Stato maggiore della Difesa, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, in audizione alle commissioni congiunte Difesa di Camera e Senato. “visti i vari fronti in cui siamo impegnati, dal Medio Oriente al Fianco est della Nato al Mediterraneo allargato all’operazione Strade sicure in Italia, c’è bisogno di almeno altre 10mila unità aggiuntive in futuro” ha infatti affermato l’ammiraglio, sottolineando come le iniziative prese dal governo abbiano portato al “superamento della legge del 2012, aumentando il modello da 150mila a 160mila militari, ma servono altri passi in questa direzione”. Anche in occasione dell’approvazione in Consiglio dei ministri dell’aumento di 10mila unità per le Forze armate, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, era intervenuto registrando “l’ampliamento delle competenze e dei compiti delle Forze armate” non solo geografico, ma anche “a causa dell’aumento di attività nei nuovi domini emergenti dello spazio e del cyber”.
Una riserva ausiliaria
Oltre ai possibili aumenti di organico, il capo di Stato maggiore ha indicato anche un’altra strada per permettere alle Forze armate di avere a disposizione un numero adeguato di personale, attraverso “l’attivazione di una riserva ausiliaria dello Stato, costituita da personale proveniente dal mondo civile e da pregressa esperienza militare”. Questa soluzione, che vedrebbe la possibilità di impiegare i riservisti “in tempo di guerra o di crisi internazionale, così come in caso di stato d’emergenza deliberato dal Governo ovvero per emergenze di rilievo nazionale, connesse con eventi calamitosi” permetterebbe infatti di aggiungere unità al personale militare in servizio attivo, magari anche con compiti di retrovia, permettendo ai professionisti attivi di essere impiegati in compiti di prima linea (com’è, per esempio, il modello Usa basato sulla Guardia nazionale, che è stata impiegata in tutti i teatri operativi degli Stati Uniti). Sul tema era intervenuto anche il ministro Crosetto, sempre in audizione al Parlamento, che pure aveva sottolineato come la sospensione del taglio degli organici e l’aumento di personale non fosse abbastanza. “Serve rivoluzionare i settori del reclutamento e della formazione; i problemi della Difesa non si possono affrontare con le regole del pubblico impiego” aveva detto Crosetto, aggiungendo come i nuovi scenari rendessero necessario prendere in considerazione l’attività di una riserva, facendo il caso di Israele “che ha richiamato in pochi giorni 350mila soldati” o quello della Svizzera “che può mobilitare il doppio dei militari italiani”.
L’obiettivo del 2%
Naturalmente, per queste iniziative servono i fondi. E il capo di Stato maggiore è tornato sull’obiettivo del 2% del Pil da destinare alle spese per la Difesa, “che la Nato continua ad auspicare”. Come sottolineato da Cavo Dragone, il traguardo “dovrebbe essere raggiunto nel 2028, passando dai dai 27,7 miliardi del 2023 a 42 miliardi nel 2028, con un aumento di quindici miliardi in cinque anni”. Nella sua presentazione del Documento programmatico pluriennale 2023-2025, il ministro Crosetto aveva lanciato l’allarme sottolineando come, con gli attuali trend, l’Italia rischi di mancare il traguardo del 2028. “Il 2 % è centrale, ma siamo molto lontani” aveva detto Crosetto, aggiungendo come, con questi trend, l’obiettivo è “impossibile nel 2024 e difficile anche per il 2028”. Per realizzare i progetti contenuti nel Dpp, ha detto invece Cavo Dragone, è necessario “un piano finanziario di lungo termine, che garantisca piena stabilità e certezza di risorse nel tempo”.
Una legge triennale per la Difesa
Da qui la necessità di consolidare il percorso di crescita, al fine di garantire la costante alimentazione dei settori esercizio ed investimento “anche in una cornice di rivitalizzazione del legame con il Mimit a supporto della competitività dell’industria in un settore strategicamente rilevante”. “In quest’ottica, ha aggiunto Cavo Dragone “un nuovo modello di finanziamento dell’investimento basato su una ‘legge triennale’ fino al 2040, costituirebbe l’ideale paradigma di riferimento, congiuntamente all’incremento delle risorse per il settore esercizio, al fine di avvicinarsi il più possibile alla soglia del 2% del Pil”.
Esercito
Il capo di Stato maggiore è poi intervenuto sullo stato delle singole Forze armate, facendo il punto sui diversi progetti di ammodernamento e rinnovamento. Per quanto riguarda l’Esercito, di fronte alla minaccia di un potenziale conflitto di tipo convenzionale, resta necessario acquisire moderni sistemi d’arma, in grado di operare nel multi-dominio. Il riferimento è alle forze pesanti (carri armati e veicoli corazzati da combattimento) e artiglieria a lunga gittata. “In tale ottica – ha spiegato Cavo Dragone – si inquadrano i programmi di rinnovamento delle forze corazzate”. Tra questi ha ricordato i principali programmi, come l’acquisto dalla Germania dei carri Leopard 2 (a cui si aggiunge l’ammodernamento degli Ariete), lo sviluppo di una famigli di mezzi corazzati di nuova generazione (Armoured infantry combat system), l’evoluzione della capacità contraerei a cortissima gittata (Manpads) e dell’artiglieria di profondità (Himars), oltre a nuove infrastrutture dati e di simulazione addestrativa.
Marina
Per quanto riguarda la Marina, Cavo Dragone si è soffermato soprattutto sulla dimensione underwater, che “vede una rapida crescita delle attività civili e costituisce una frontiera tecnologica largamente inesplorata e di rilevanza strategica per le implicazioni sulle capacità di difesa nazionali, nonché per le potenziali ricadute in molteplici settori della blue economy”. In generale, la Marina sta rinnovando le sue infrastrutture (basi e aresenali) e potenziando le sue capacità antisommergibili, con l’evoluzione di tecnologie emergenti e dirompenti come i sistemi autonomi subacquei”.
Aeronautica
Sull’Aeronautica militare, invece, l’ammiraglio ha fatto riferimento al programma tra Italia, Gran Bretagna e Giappone per lo sviluppo di un caccia di sesta generazione, il Global combat air programme (Gcap) “che occupa uno spazio notevole nelle dotazioni finanziare della legge di bilancio 2023-2025; un programma, con rilevanti ricadute per l’economia dei tre Paesi, oltre che nel campo securitario, tecnologico, dell’innovazione, ricerca e sviluppo nel settore militare aerospaziale”.
Particolarmente sostenuto è il ritmo degli annunci a Bruxelles su nuove iniziative e strategie che potrebbero essere propedeutiche al piano di lavoro dell’Ue post elezioni 2024. Per questo motivo i lavori in corso sono importanti per indicare orientamenti e definire principi e criteri per i prossimi “cantieri”, e dare concretezza alla promessa di Ursula von der Leyen del 2019 di una Geopolitical Commission, assunzione che insieme all’autonomia strategica rimane oggi a livello di ambizione e strategie.
Continua dunque il momentum della Difesa europea supportata dalla sua diffusa consapevolezza nell’opinione pubblica, come evidente dal rincorrersi ed accavallarsi di iniziative (risorse e regole). Momentum che rappresenta un punto fermo in questa fase di disordine globale e disorientamento in Europa e negli Stati Uniti.
Ma la corsa alle proposte, mentre si avvicinano le elezioni europee, necessita dei suoi tempi, dovendo fare i conti con la tempistica dei processi legislativi europei. Ne è una prova l’annuncio del commissario Breton di posticipare la proposta di una strategia per l’industria della difesa europea, la European defence industrial strategy (Edis) dall’8 novembre (annunciato con troppo anticipo ed entusiasmo e con un occhio alla rielezione e a ruoli più elevati) a fine febbraio 2024. E in effetti non sono certo sufficienti due mesi dall’annuncio di Von der Leyen il 13 settembre per ottenere l’approvazione del collegio dei Commissari, ed elaborare “dove andare, e come, in mancanza di fondi sufficienti”, proporre obiettivi e strumenti finanziari condivisi, sensibili, nuovi e di lungo termine, la cui portata avrebbe l’effetto di strutturare la domanda e l’offerta della difesa nell’Ue nei prossimi anni. E i tempi per la negoziazione sarebbero molto stretti prima della conclusione della legislatura.
Andando con ordine, la presidente della Commissione ha annunciato durante il dibattito sullo Stato dell’Unione una strategia per l’industria della Difesa europea, che si pone come ulteriore tassello e in continuità con i recenti sviluppi legislativi e finanziari approvati dal Consiglio Ue. È senz’altro da leggersi nella prospettiva delle prossime elezioni europee. L’Edis si inserisce nell’agenda politica dell’Unione partendo dal Summit di Versailles nel 2022 (agenda politica con focus su responsabilità e obiettivi Ue nella difesa: investimenti, capacità, industria), dal Consiglio Ue del 2013 e dalla Comunicazione Ec/Eda sulle carenze industriali, capacitive e di budget. Nei documenti sono stati dichiarati gli impegni a rafforzare le capacità di difesa per conseguire la sovranità europea e ridurre le dipendenze, risultando nella proposta una successione di iniziative ambiziose, prima impensabili, per rafforzare l’industria della difesa (Edtib), come l’approccio 3-track della European peace facility per l’Ucraina. La dimensione industriale diventa centrale.
Ulteriore impulso politico a supporto delle iniziative per la difesa è venuto dall’ultimo Consiglio dell’Ue Esteri/Difesa, che ha approvato tra l’altro l’aggiornamento delle priorità dello sviluppo capacitivo (Cdp), la revisione della Cooperazione strutturata permanente (Pesco), le conclusioni della strategia spaziale europea per la sicurezza e difesa, una dichiarazione congiunto per l’accesso della finanza (Esg e Bei) per la difesa
Il percorso è accidentato, l’ambizione c’è, si stanno facendo passi avanti piccoli ma costanti anche con accelerazioni, mission e obiettivi si legano a un futuro dell’Europa da definire (il cantiere si è aperto).
Cosa che Von der Leyen ha detto con chiarezza, citando i recenti investimenti nella difesa come punto di avvio di una European defence union, ed elencando i fondi e i meccanismi lanciati dalla Ue a supporto della produzione e degli acquisti attraverso l’Europa, ricordandone però la temporaneità e il breve termine (2025 per Asap e 2027 per Edf). L’Edis dovrà trovare il modo di supportare il ramp up della produzione di equipaggiamenti critici estesi oltre il munizionamento, e la necessità di una cooperazione europea non solo per ricerca e sviluppo ma anche tra le imprese.
L’Edis viene a inserirsi nel processo normativo-finanziario avviato nel 2007 con la Preparatory action. Si scompone in un mosaico di azioni e misure certamente utili, che hanno il merito di aver impresso una dinamica e una prospettiva nuova, ma non sempre coerenti tra loro e di modesta entità come budget, con regole diverse di non facile applicazione, mancanza di una visione di lungo termine, modesti impatti immediati sulla struttura del mercato europeo della difesa. Non sembrano, per ora, un game changer come inizialmente pronosticato.
Nel quadro d’insieme rientra anche il dibattito sull’incremento delle risorse di budget della difesa per il 2024 per European defence fund (Edf) e Mobilità militare, che potrebbe orientare la revisione del Bilancio pluriennale 2024-2027, con un rifinanziamento e una revisione dei fondi Edirpa e Asap, e concentrarsi sugli investimenti per le capacità di difesa di comune interesse (anche denominate “super-priorities”), nonché della Strategic technologies for european platform (Step).
Dunque, il 10 ottobre il commissario Breton ha annunciato la preparazione di una proposta per l’Edis, che potrebbe includere linee guida sul legame funzionale tra necessità tecnologiche e di capacità con le possibilità industriali. Si intravede un insieme di iniziative partendo dall’European framework for defence joint procurement (Edip), potrebbe succedere all’Edirpa, e perseguire l’obiettivo di sviluppare un meccanismo permanente per ulteriormente incentivare i Paesi membri a collaborare nel procurement di equipaggiamenti (oggi l’eccezione, domani la regola?). Un percorso logico potrebbe vedere risorse dell’Edip per l’acquisto di prodotti e soluzioni tecnologiche che risultano dalle attività di ricerca e sviluppo realizzate in cooperazione nell’ambito dell’Edf.
L’intenzione della Commissione (le informazioni al momento scarseggiano) è rivolta a fare leva sugli strumenti urgenti appena approvati, l’Edirpa (per il supporto ad acquisti comuni per riempire le scorte di munizioni) e l’Asap (per il supporto alla produzione di munizioni) che insieme prospettano un effetto strutturante per l’industria della difesa. La complessità e la posta in gioco è significativa, come si è visto con le difficoltà, sensibilità e divergenze tra Paesi e il ridimensionamento dei due strumenti e delle ambizioni comunitarie, strumenti certamente innovativi che non sembrano comunque sufficienti a supportare le motivazioni per una politica comune di difesa.
Sarebbero previste anche proposte complementari come l’esclusione dell’Iva, l’intervento della Banca Europea degli Investimenti (Bei) per promuovere progetti non solo duali ma di difesa oggi esclusi dal mandato, la realizzazione di un European defence production act (Edpa). L’idea è stata presentata alla riunione informale dei ministri della difesa a Toledo. Si è considerato che accanto ad un programma di investimenti sia necessario un framework regolamentare per soddisfare urgenti necessità di equipaggiamenti militari. Il riferimento è all’US Defence production, attivabile quando necessario, che consente di accelerare ed espandere le forniture di materiali e servizi dell’industria Usa per promuovere l’interesse nazionale.
Molti i punti aperti in attesa di un dibattito e decisioni difficili. Sul tavolo si prospettano alcune questioni chiave, di cui alcune ventennali, che potrebbero avere oggi un livello di maturazione per essere accolte dai Paesi membri. Qualche esempio. È opportuna una riforma del processo decisionale Ue per l’adozione di decisioni che facilitino la realizzazione di una politica di difesa comune? Come rendere sostenibili i finanziamenti per la competitività dell’industria della difesa? È possibile superare gli ostacoli dei mercati finanziari, come l’impossibilità per la Bei a cofinanziare la difesa, a cui fanno riferimento le riluttanze di certe banche? Qual è un livello adeguato di risorse (miliardi) per l’Edip per finanziare le cooperazioni industriali? Il procurement comune nell’Edip come dovrà essere strutturato per essere accettato dai Paesi membri? L’idea di una cabina di regia europea per la pianificazione dei programmi militari sarà un concetto accettabile? È possibile richiamare in qualche modo come si chiede Oltralpe il criterio di preferenza europea per gli appalti, tema sempre divisivo tra i Paesi membri?
Fincantieri è la locomotiva dell’underwater. Così ha definito la sua azienda l’amministratore delegato Pierroberto Folgiero, commentato i risultati presentati dalla società. Il gruppo, dunque, si vuole porre quale leader “di questa nuova supply chain che abbraccia attori istituzionali e civili” relativa al mondo subacqueo. Del resto, questa ambizione si legge anche dai numeri, trainati da nuovi ordini e dall’innovazione. Nei suoi primi nove mesi del 2023 i ricavi dell’azienda si sono assestati a cinque miliardi e 383 milioni, un Ebitda2 pari a 276 milioni e un margin al 5,1%, e una posizione finanziaria netta pari a due militari e 705 milioni, in linea con l’andamento dei fabbisogni operativi e di investimento del periodo.
Iniziative sull’underwater
Nel nuovo settore del subacqueo, infatti, l’azienda ha firmato a ottobre un memorandum d’intesa con Leonardo nell’ambito della subacquea per definire iniziative e sviluppi legati a sistemi (inclusi droni subacquei) di protezione delle infrastrutture critiche sottomarine, con l’obiettivo di “creare una task force stabile comune – ha indicato Folgiero – per mettere insieme le expertise dei due grandi gruppi nell’underwater” al netto della grande esperienza del gruppo nella realizzazione di sottomarini, ne abbiamo costruiti cento”. Insieme al gruppo di Monte Grappa e alla Marina militare, allora, l’obiettivo del gruppo triestino è porsi quale “integratore di sistemi e soluzioni” dal lato industriale, con la Forza armata che sarà “l’attore che metterà a fattore quanto realizzeranno gli altri due protagonisti”, ha spiegato Folgiero. Per l’ad, inoltre, questa nuova frontiera è paragonabile allo spazio extra atmosferico, una sfida per l’industria, visto “che sott’acqua ci sono cablaggi, reti internet, dati, comunicazioni, energia, e necessita di tante e approfondite competenze”.
Il riconoscimento negli States
Ottimi risultati anche nel settore navale militare, con la conferma di un ordine della quarta unità del programma Constellation per la Marina degli Stati Uniti. Fincantieri è stata selezionata nel 2020 per progettare e costruire l’unità capoclasse, con l’ulteriore opzione per altre nove navi, esercitata già per due unità, oltre al supporto successivo alla costruzione e all’addestramento degli equipaggi, per un valore complessivo di circa cinque miliardi e mezzo di dollari per Fincantieri. La scelta di Fincantieri per la realizzazione del programma Constellation si è basata sul progetto presentato dalla società, giudicato il più avanzato e innovativo, e strutturato sulla piattaforma delle fregate Fremm, ritenute le migliori al mondo sotto il profilo tecnologico, già nella flotta sotto le insegne italiane. Nel corso del suo recente viaggio negli Usa, lo stesso Folgiero aveva detto come il messaggio che arriva dalla Marina a stelle e strisce sulle nuove fregate è molto chiaro: “Percepiamo molte aspettative da parte della Us Navy”.
Conferme nazionali
Naturalmente, ottimi risultati anche per il mercato domestico, con il gruppo che ha sottoscritto con la Marina militare italiana nel terzo trimestre contratti per un terzo sottomarino del programma U212Nfs (Near future submarine), tre Pattugliatori d’altura (Opv) più un opzione per altri tre assegnati alla joint venture con Leoanrdo, Orizzonte sistemi navali, e un contratto per l’ammodernamento di mezza vita fregate classe Orizzonte italiane e francesi assegnato alla joint venture paritetica al 50% di Fincantieri e Naval Group, Naviris, e ad Eurosam, consorzio formato da Mbda e Thales.
La soddisfazione di Folgiero
Per Folgiero, dunque, i risultati raggiunti “strano una progressione positiva verso gli obiettivi che ci siamo dati nel nuovo piano industriale in termini operativi, economici e finanziari”, sottolineando come le performance positive nascano dal fatto che “le diciassette navi consegnate nel periodo in dieci cantieri sono state realizzate grazie alla competenza ed alla dedizione delle nostre persone, progettate durante il Covid e costruite in un contesto caratterizzato dall’escalation del costo dei materiali e da alcune difficoltà nel reperimento della manodopera”. Folgiero ha concluso sottolineando come il gruppo prosegua nel solco del Piano industriale 2023-2027, “con l’implementazione delle iniziative strategiche volte a perseguire una posizione di leadership nell’innovazione del settore verso la nave digitale e green, insieme all’eccellenza operativa nell’execution del backlog anche attraverso la modernizzazione dei cantieri”.
Saluti istituzionali
Sen. Marco Scurria
On.le Paola Frassinetti, Sottosegretario di Stato, Ministero dell’Istruzione e del Merito
Intervengono
On.le Andrea Cangini, Segretario Generale Fondazione Luigi Einaudi e autore del libro “Coca Web”
Dott.sa Lorena La Spina, Dirigente del Centro Operativo per la sicurezza cibernetica della Polizia Postale per la Toscana
Prof. Luigi Ferini Strambi, Professore Ordinario di Neurologia all’Università Vita-Salute San Raffaele, Milano e Past President WASM (World Association Sleep Medicine)
Prof.ssa Donatella Buonriposi, Già Dirigente Ufficio Scolastico Territoriale IX di LuccE e Massa-Carrara. Presidente Associazione Scuola e Libertà
Dott.ssa Rosaria Sommariva, President dell’Associazione Riaccendi il Sorriso ed Esperta in Medicina del Sonno
Dott.sa Silvia Salis, Vicepresidente Vicario del CONI Nazionale
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Saluti introduttivi
GIUSEPPE BENEDETTO, Presidente FLE
Modera
ANDREA CANGINI, Segretario generale FLE
Interventi
ALESSANDRO DE NICOLA, Presidente Adam Smith Society
LORENZO INFANTINO, Professore Ordinario presso LUISS
PIETRO REICHLIN, Professore Ordinario presso LUISS
L'articolo Presentazione del libro di Friedrich A. von Hayek “Conoscenza e processo sociale” a cura di Lorenzo Infantino proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Ora l'Ue deve pronunciarsi sull'accordo tra Italia e Albania per i centri ove esaminare domande d'asilo dei migranti.
Ma nel 2018 Commissione e servizio giuridico del Parlamento Ue avevano espresso dubbi seri e fondati su questi centri.
editorialedomani.it/politica/i…
Sull’accordo tra Italia e Albania ora dovrà pronunciarsi l’Ue. Già nel giugno 2018, il Consiglio europeo aveva considerato l’idea di piattaforme ... Scopri di più!Vitalba Azzollini (Domani)
Pëtr Arkad'evič Stolypin reshared this.
Il nome di Friedrich von Hayek viene solitamente associato agli studi svolti nel campo della teoria economica e della filosofia politica. Il che trascura la sua formazione e il lavoro da lui compiuto nell’ambito della psicologia teorica e della conoscenza. Alla figura di Hayek ha dedicato il suo ultimo libro “Conoscenza e processo sociale” il Prof. Lorenzo Infantino, presidente onorario della Fondazione Luigi Einaudi. Il volume è stato presentato questo pomeriggio nell’Aula Malagodi della Fondazione.
“È cresciuto nella Grande Vienna e ha intrapreso gli studi economici munito di una vasta dotazione culturale, come si nota già nei suoi primi scritti di teoria economica”, ha detto Infantino. “Si è progressivamente spinto a misurarsi con questioni che, nella spiegazione della vita individuale e collettiva, precedono e conferiscono una più adeguata identificazione ai problemi economici e sociali”.
Il libro approfondisce l’opera hayekiana e la sua fecondità. Il lettore, dice Infantino, “vedrà che, posti per la prima volta assieme, gli scritti raccolti in questo volume consentono di percorrere un itinerario cha va dalla trasformazione del cervello in una mente umana al perché il mondo sensoriale non sia il punto di partenza, dall’esistenza di un ordine presensoriale alla constatazione che ciò di cui siamo consapevoli è un fenomeno secondario, dalla scienza come sistema ipotetico-deduttivo ai gradi delle nostre spiegazioni e ai fenomeni complessi, dalla dispersione della conoscenza all’interno della società al processo sociale come esplorazione dell’ignoto, dalla presunzione di onniscienza agli «abusi della ragione»”.
“Il volume è di grande originalità”, ha detto il Presidente della Fondazione Luigi Einaudi, Giuseppe Benedetto, nei saluti introduttivi. “Parafrasando il pensatore viennese “da ‘veri individualisti’, siamo convinti che il ‘ruolo giocato dalla ragione nelle faccende umane’ sia piuttosto piccolo. E d’altra parte siamo la Fondazione Luigi Einaudi che mi onoro di presiedere, da sempre convinto – esattamente come Hayek – che se lasciati liberi, gli uomini conseguono più di quanto l’umana ragione individuale potrebbe mai progettare o prevedere”.
Moderati dal segretario generale della FLE, Andrea Cangini, sono intervenuti Alessandro De Nicola e Pietro Reichlin, Professore Ordinario LUISS. “Per Hayek la libertà di scelta è un mito, nasciamo con un’eredita storica e sociale di esperienze e conoscenze che determina ciò che siamo indipendentemente da ciò che riteniamo di essere. Conseguenza logica della sua Teoria della conoscenza il fatto che la pianificazione economica nei regimi totalitari e il dirigismo nei sistemi democratici a guida sovranista siano fallaci per definizione. Le soluzioni si trovano nella società aperta e nel continuo confronto tra idee diverse”, ha sottolineato Cangini.“In una società dinamica la conoscenza è diffusa: la concorrenza è un tramite attraverso cui essa si diffonde”, ha detto De Nicola. “L’ habitat normativo è quello che consente l’esplicarsi della libertà e quindi per la concorrenza sono più importanti le regole sui diritti di proprietà, la tassazione, il commercio, del diritto antitrust stesso”.
“Il concetto di concorrenza pone Hayek in conflitto con gli altri economisti. Per Hayek la concorrenza è un processo in evoluzione, mentre l’economia classica ha bisogno di definire un concetto di concorrenza perfetta”, ha detto Pietro Reichlin.
L'articolo Conoscenza e processo sociale. In Fondazione Einaudi presentato il nuovo libro del Prof. Lorenzo Infantino proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Perché? Non basta aver chiarito i fatti, serve chiedersene il perché. E non è finita qui, semmai comincia qui. Il dramma più grande non sono le pagine nascoste e i segreti della storia italiana, molti dei quali sono miti e fanfaluche: il dramma sono le cose note e taciute, il dramma è il depistaggio delle presunte verità. Se i favori alla mafia vengono fatti nel Palazzo di Giustizia palermitano, se lo si racconta e nessuno ascolta, la faccenda non può essere chiusa. Deve essere aperta.
Mario Mori ha pubblicato due libri: “M.M. Nome in codice Unico” (La Nave di Teseo) e, con il suo collega Giuseppe De Donno, “La verità sul dossier mafia-appalti” (Piemme). Quelle che fanno impressione non sono le rivelazioni, ma le conferme. Molti anni prima che nascesse “La Ragione” ho scritto e raccontato questa storia. Non ero il solo, ma eravamo molto pochi. Ignorati. Quel racconto – basato su date e buon senso – è ora confermato dalle parole di Mori e De Donno, che non sono soltanto testimoni diretti ma protagonisti. Ed è la conferma a imporci un passo ulteriore, che spalanca una prospettiva che sarebbe colpevole ignorare.
Partiamo da una cosa di oggi: Matteo Messina Denaro, arrestato perché bisognoso di cure e alla vigilia della morte, escludendo qualsiasi possibile collaborazione, si rivolge beffardo a chi lo interroga: ma voi veramente credete che Falcone sia morto perché era stato capace di far condannare molti mafiosi? Come a dire: se lo credete siete scemi. La ragione della sua morte va cercata non in quel che aveva fatto, ma in quel che avrebbe potuto ancora fare. Ed è questo che ci porta all’inchiesta “mafia-appalti”. Era stato Falcone a volerla e impostarla, mettendo al lavoro Mori e il Ros. Falcone era inviso ai suoi colleghi magistrati, ne ricevette umiliazioni e isolamento. A quell’indagine mettevano i bastoni fra le ruote. Quando capì che se ne sarebbe dovuto andare, trasferendosi a Roma, volle depositare l’indagine – benché incompleta – per assumersene la responsabilità e perché altri potessero continuarla. Il 23 maggio 1992 salta in aria. Fate attenzione.
Il 14 luglio successivo Paolo Borsellino chiede di occuparsi di quell’inchiesta. Non soltanto non glielo consentirono, ma nessuno lo informò che la Procura ne aveva chiesto l’archiviazione il giorno prima, il 13 luglio. Lui insiste e il 19 luglio, al mattino, il capo della Procura, Pietro Giammanco, lo chiama per dargli la notizia che sarà autorizzato a proseguire l’indagine che lo stesso Giammanco intendeva archiviare. Quello stesso 19 luglio, nel pomeriggio, Borsellino salta in aria. Il 22 luglio Giammanco conferma l’intenzione di archiviare l’inchiesta, che tre giorni prima avrebbe delegato a Borsellino. Il 14 agosto (14 agosto!) il gip autorizza l’archiviazione nel silenzio generale.
Si organizzano le sfilate in memoria di Falcone e Borsellino, cui partecipano quanti li avevano avversati, e si seppellisce la loro inchiesta, quella per cui è largamente probabile siano stati sepolti.
E Mori? E il Ros? Subiranno anni di processi, accusati di avere trattato con la mafia. Sono stati assolti, in via definitiva e con motivazioni che tolgono qualsiasi dubbio non sia sorretto dalla malafede. Ma questo apre un problema: perché? Perché si istruisce una cagnara sull’inesistente trattativa fra lo Stato e la mafia? Perché serve a lasciare nascosto l’enorme piacere fatto alla mafia e al mondo imprenditoriale e politico che aveva allungato le mani sui soldi degli appalti pubblici utilizzando le ‘entrature’ dei disonorati; serve a non parlare dell’inchiesta “mafia-appalti”, che contiene i loro nomi, e a mettere a tacere quanti raccontavano quei fatti e ricordavano quelle date. Fino a Messina Denaro, che chiede a chi lo interroga se sono tutti scimuniti.
Nel Paese in cui si fanno commissioni parlamentari d’inchiesta sulle cretinate, questa storia non finisce qui e non serve alcuna commissione. Ci sono pagine che contengono notizie rilevanti e non nuove. Vediamo se c’è una Procura capace di leggere.
L'articolo MafiAnti proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
L'articolo Fondazione Luigi Einaudi, osservatorio sulla tecnologia – Corriere della Sera proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
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L'articolo Marzio Breda – Capi senza Stato proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Forse non tutti sanno che è in discussione un disegno di legge che estende da 60 a 90 giorni il termine per convertire i decreti-legge.
Anziché limitare l'abuso dei decreti, lo si legittima, dando più tempo al Parlamento per convertirli.
editorialedomani.it/politica/i…
Oggi spiego la questione su Domani
Sta passando sotto silenzio un disegno di legge costituzionale che estende da 60 a 90 giorni il termine entro cui i decreti legge possono essere ... Scopri di più!Vitalba Azzollini (Domani)
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La parola chiave è “deterrenza” e raccontano che Giorgia Meloni ci creda davvero. Ascoltando il suo videomessaggio dello scorso 15 settembre, chi scrive si era convinto che il presidente del Consiglio parlasse ai migranti africani per farsi intendere dagli elettori italiani. Ritenevamo che il focus del discorso fosse quel “non abbiamo cambiato idea” pronunciato con lo sguardo fiero fisso in camera e che quelle parole volutamente rassicuranti nascessero dall’esigenza di contenere il tentativo di Matteo Salvini di eroderle consensi a destra. Errore. Giorgia Meloni intendeva davvero rivolgersi ai migranti e il focus o del suo discorso era davvero quel “messaggio chiaro a chi vuole entrare illegalmente in Italia: non conviene affidarsi ai trafficanti… se entrate illegalmente, sarete trattenuti e rimpatriati”.
Con lo stesso spirito, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, che della Meloni è tanto il braccio quanto la mente, ha cercato di convincere gli alleati e il ministro dell’Interno a fare di Lampedusa un gigantesco Centro di permanenza e rimpatrio (Cpr). Una via di mezzo tra Ellis Island e Guantanamo, che nelle intenzioni di Fazzolari (e della Meloni) avrebbe dovuto dissuadere i migranti dal partire. La proposta di Fazzolari è stata respinta, ma lo spirito di quell’intuizione ha continuato ad ispirare la strategia di palazzo Chigi fino a concretizzarsi nel recente accordo con il governo Albanese.
Giorgia Meloni sa che semmai quell’accordo diventerà operativo servirà a “confinare” un’esigua minoranza dei migranti che sbarcano in Italia (tra i 3mila e i 6mila l’anno su 130mila circa che arrivano), ma ritiene che la prospettiva di finire dietro le sbarre in Albania possa fungere da deterrente scoraggiando di conseguenza decine di migliaia di disperati dal partire facendo rotta sulle coste del Belpaese.
La deterrenza è uno dei miti della politica italiana. Ispirò l’introduzione, nel 2009, del reato di immigrazione clandestina da parte del governo Berlusconi (reato confermato nel 2014 dal centrosinistra al governo per paura dell’impopolarità) e ispira la deriva panpenalistica in ragione della quale i partiti di governo, e in modo particolare quelli di centrodestra, sono soliti affrontare ogni allarme sociale in materia di sicurezza inasprendo le pene detentive o coniando nuove fattispecie di reato. Un esempio tra i tanti, il reato di omicidio stradale. Le statistiche, però, sono impietose e gli studi di psicologia sociale tendono a corroborarne i dati: la deterrenza non ha mai funzionato un granché. Quel che funziona, semmai, è l’effetto che l’annuncio produce sull’elettorato, che tende irrazionalmente ad associare il varo di norme straordinarie ad una straordinaria efficacia dei governi. È un’illusione, naturalmente, ma il bisogno di illudersi degli elettori non è meno forte di quello dei migranti.
L'articolo L’illusione della deterrenza proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Una partnership per l’evoluzione delle nuove tecnologie, da quelle spaziali all’intelligenza artificiale, con il contributo della ricerca, dell’industria e della Difesa. È questo il cuore dell’accordo di collaborazione siglato a Roma dalla Fondazione Gran Sasso Tech (Gst), joint venture tra il Gran Sasso Science institute e Thales Alenia Space, e il Segretariato generale della Difesa e Direzione nazionale degli armamenti. Un’intesa volta a promuovere attività scientifiche congiunte per contribuire allo sviluppo tecnologico e scientifico in tutti i settori.La collaborazione si concentrerà, in particolare, su programmi di ricerca, didattica e formazione nei settori delle tecnologie spaziali, dei semiconduttori e dei software, e dell’intelligenza artificiale. A formalizzare l’accordo, presso Palazzo Guidoni, sono stati il presidente della Fondazione Gran Sasso Tech, Fernando Ferroni, e il segretario generale della Difesa e direttore nazionale degli armamenti, generale Luciano Portolano.
Partnership strategica
La collaborazione tra Gran Sasso Tech e SegreDifesa rappresenta un passo avanti nell’affrontare le sfide del futuro, dall’intelligenza artificiale al telerilevamento con strumenti innovativi. Come sottolineato dal generale Portolano “l’avvio della collaborazione è di fondamentale importanza per incrementare le capacità professionali e tecnologiche necessarie per il settore della Difesa”. Questa collaborazione strategica rappresenta un esempio concreto di come il connubio tra ricerca scientifica e istituzioni possa generare benefici tangibili, contribuendo alla crescita innovativa e al rafforzamento della posizione dell’Italia nel panorama internazionale delle tecnologie avanzate per il settore spaziale.
Ampia diffusione scientifica
L’accordo ha l’obiettivo di incrementare la disponibilità di capacità professionali e tecnologiche nei settori-chiave, sottolineando l’impegno congiunto per affrontare sfide fondamentali per il futuro. Come registrato proprio dal professor Ferroni, promuovere “l’uso innovativo delle tecnologie come quelle del silicio, all’AI e all’osservazione della Terra è necessario per affrontare sfide fondamentali del nostro futuro”. La partnership, però, non si limiterà alla ricerca scientifica, ma punta anche alla diffusione dei risultati ottenuti e a garantire ampia diffusione dei progressi mediante pubblicazioni e trasferimenti di conoscenze. Questo approccio non solo beneficerà la comunità scientifica, ma contribuirà anche al potenziamento della Difesa e della filiera industriale, favorendo così il progresso tecnologico e l’eccellenza nel sistema Paese.
Il ruolo dei software e semiconduttori
Il settore spaziale è uno dei più innovativi per eccellenza e lo sviluppo di software e semiconduttori riveste un’importanza cruciale. La partnership appena siglata riconosce il ruolo fondamentale svolto da questi strumenti. Per esempio, i software hanno un ruolo primario nei sistemi di controllo e navigazione delle missioni spaziali, garantendo precisione nei calcoli e nelle manovre. Garantiscono, inoltre, la gestione delle comunicazioni in modo affidabile nello spazio, dai protocolli di trasmissione dati alle operazioni di acquisizione e trasmissione. I semiconduttori, invece, sono stati fondamentali per lo sviluppo dei piccoli satelliti. Infatti, è grazie alla loro applicazione se è stato possibile miniaturizzare le componenti elettriche e, di conseguenza, rimpicciolire le dimensioni di questi asset spaziali. I semiconduttori, inoltre, sono alla base dei sensori utilizzati per raccogliere dati nello spazio che permettono di monitorare vari parametri come temperatura, pressione, immagini ottiche o termiche e altri dati scientifici fondamentali.
L'articolo Sguardi del pensiero liberale tra democrazia e socialismo – Gazzetta del Sud proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Quinto appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua tredicesima edizione, si articolerà in 15 lezioni, che si svolgeranno sia in presenza che in modalità telematica, dedicate alle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale.
La quinta lezione si svolgerà lunedì 13 novembre, dalle ore 17 alle ore 18.30, in diretta streaming sulla piattaforma ZOOM.
La lezione sarà tenuta dall’avv. Antonio Pileggi (già Provveditore agli Studi e Direttore generale dell’INVALSI – Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione – nonché componente del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi), con una relazione sul saggio “La Libertà degli antichi e dei moderni” di Benjamin Constant.
La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di 0,25 CFU per gli studenti dell’Università di Messina.
Come da delibera del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Messina e della Commissione “Accreditamento per la formazione” di AIGA, è previsto il riconoscimento di n. 12 crediti formativi ordinari in favore degli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina per la partecipazione all’intero corso.
Per ulteriori informazioni riguardanti la Scuola di Liberalismo di Messina, è possibile contattare lo staff organizzativo all’indirizzo mail SDLMESSINA@GMAIL.COM
Pippo Rao, Direttore Generale della Scuola di Liberalismo di Messina
L'articolo Scuola di Liberalismo 2023 – Messina: lezione del prof. Antonio Pileggi sul tema “La libertà degli antichi e dei moderni” proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Elezione diretta del premier: la traballante riforma costituzionale.
valigiablu.it/elezione-diretta…
Partendo dalle dichiarazioni di Meloni, provo a spiegare che le cose non stanno come le raccontano. Potere dei cittadini, competenze del Presidente della Repubblica, e non solo
La riforma annunciata dal governo Meloni che punta all'elezione diretta del premier presenta molte incongruenze e rischi. Vediamo quali.Vitalba Azzollini (Valigia Blu)
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Come è consuetudine dal febbraio dello scorso anno, questa rubrica si apre ricordando a tutti che l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia oltre che un’aggressione ingiusta e ingiustificata costituisce una minaccia per la libertà e l’indipendenza di tutte le società aperte dell’occidente libero. Aggiungo anche la condanna incondizionata delle feroci azioni terroristiche perpetrate da Hamas, senza con questo voler sottovalutare la complessità dei rapporti tra israeliani e palestinesi e le responsabilità del governo di Netanyahu nell’aver esacerbato le relazioni tra i due popoli.
Venendo alla meno tragica anzi talvolta farsesca politica locale propongo qualche considerazione sulla proposta della lega nord di differenziare i salari tra le regioni del nord e del sud Italia per tenere conto del diverso costo della vita. In estrema sintesi vorrei dire che un fallimento della burocrazia e del controllo, non si può risolvere rendendo burocrazia e controlli ancora più stringenti ed invasivi.
E’ abbastanza evidente a tutti che esistono differenze significative nel costo della vita tra le diverse aree del nostro paese, mentre i contratti di lavoro privati possono tenerne conto nell’ambito dei superminimi basati su criteri discrezionali, nel settore pubblico i trattamenti accessori sono vincolati ad un collegamento con la performance individuale, organizzativa, e con lo svolgimento di attività particolarmente disagiate o pericolose.
Dunque, un sistema rigido impone di applicare un trattamenti economici analoghi a circostanze anche molto differenti e la risposta non può essere aggiungere uno o più parametri alle regole burocratiche perché una città o località turistica del sud potrebbe avere un costo della vita maggiore di un paesello di campagna del nord.
La risposta va ricercata in una maggiore flessibilità ottenuta riducendo l’ingerenza di regole troppo rigide nei confronti dell’accordo raggiunto liberamente tra le parti coinvolte.
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L'articolo #laFLEalMassimo – Episodio 107: Laga Nord e Gabbie Salariali 2.0 proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
La controffensiva estivo-autunnale delle forze ucraine si è avviata ormai nella sua fase calante, con una ampia probabilità che il fronte si congeli in vista della stagione invernale. Il comandante in capo delle forze armate ucraine, il generale Valerii Zaluzhnyi, ha pubblicato un documento di nove pagine sulla moderna guerra di posizione e i modi per superarne gli effetti e vincere. Il testo –intitolato “Modern positional warfare and how to win it” – rappresenta, in un certo senso, la summa delle riflessioni teoriche e degli spunti operativi emersi dalle battaglie della controffensiva; ciclo operativo pensato come una serie di battaglie legate insieme da un’avanzata manovrata fino al “corridoio di Crimea” e trasformatosi, invece, in una serie di limitate azioni offensive attorno ai perni della Linea Surovikin.
Il documento, che merita d’essere letto integralmente, anche perché evidenzia bene quale sia lo stato della riflessione dottrinaria delle forze armate ucraine, proiettate verso un assorbimento quasi completo di strategie e tattiche elaborate dalla Nato ma che, al contempo, hanno sviluppato una propria originale visione della electronic warfare e dell’utilizzo di droni sul campo di battaglia, è stato ben sintetizzato su Formiche.net.
Il generale Zaluzhnyi ha messo in evidenza, dedicandovi un capitolo a parte, l’importanza della questione logistico-industriale legata alla prosecuzione del conflitto russo-ucraino. Questione che torna costantemente d’attualità nel momento in cui alle aspettative degli alleati non corrispondono i risultati sul campo raggiunti dai soldati di Kyiv e quando lobbisti e sherpa ucraini si recano nelle capitali occidentali per chiedere nuovi pacchetti di armamenti. A una “organizzazione razionale del supporto logistico” per le forze armate il comandante in capo lega il raggiungimento degli obiettivi sul campo. In una guerra su vasta scala contemporanea, spiega Zaluzhnyi, le dinamiche logistiche travalicano l’aspetto squisitamente militare della questione e investono campi come quello finanziario, delle risorse umane e dell’industria, dunque rientrano nel campo definito più ampiamente “strategico”, fin quasi a coincidere con esso.
La fine della guerra fredda, con il conseguente collasso dell’Unione Sovietica e lo scioglimento del Patto di Varsavia, aveva generato un falso mito di sicurezza generalizzata in Occidente – campo del quale l’Ucraina si sente parte e per il quale in questo documento sviluppa le proprie tesi – tale da far dimenticare priorità essenziali come l’accumulo di risorse militari quali armi e munizioni. Così, se è vero che la Russia – pur sotto le fortissime sanzioni occidentali – riesce a mantenere la propria superiorità in termini di missili e munizioni convenzionali, nonostante l’enorme utilizzo che ne viene fatto sul campo, e il sistema industriale nazionale sta iniziando a entrare nel regime produttivo che i ritmi di una guerra richiedono, l’Ucraina non riesce a ripianare le proprie scorte con la rapidità necessaria, visto anche il vulnus produttivo dell’Occidente.
Il generale Zaluzhnyi ha spiegato che i rifornimenti di munizioni e missili che arrivano in Ucraina vengono distribuiti alle forze in campo a seconda delle priorità del momento, ma che i numeri a disposizione impediscono comunque, a fronte di un consumo medio giornaliero in aumento, anche al di fuori delle fasi prettamente “cinetiche” delle operazioni, di rimpinguare le esigue scorte.
La riconversione ai ritmi di guerra delle industrie della difesa dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti è iniziata, ma richiede, a seconda dei casi, un lasso di tempo pari a uno o due anni per riuscire a produrre quanto serve sia per la tripartita necessità di forze armate nazionali, scorte proprie e rifornimenti per l’Ucraina. Del resto, anche nel Documento di programmazione pluriennale della Difesa italiano si è fatto ampio riferimento alla necessità di ricostruire le proprie scorte, a fronte di magazzini ormai vuoti per rispondere alle richieste dell’Ucraina. Ed anche nel caso di Roma è stato ammesso che si tratterà di un processo lungo.
La conclusione non può che essere una per Zaluzhnyi – e risponde alle richieste degli alti comandi militari – e passa per la costruzione, quanto più rapida possibile, di un proprio autonomo sistema industriale della difesa. La richiesta di ricevere in dotazione missili a più lunga gittata per inibire le catene di approvvigionamento russe e colpire il sistema industriale nemico è un classico del “paniere” ucraino per gli alleati, ma stavolta il comandante in capo ha calcato la mano sul concetto di “produzione propria” di queste armi.
Il miglioramento del supporto logistico alle truppe operanti passa per lo sviluppo di una industria AD&S nazionale e per la “nazionalizzazione” delle fasi di ingegnerizzazione, progettazione e produzione di armamenti e munizioni. È un passaggio ulteriore, un “passo in avanti” rispetto a quanto già prospettato dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, al recente primo incontro dell’Alleanza delle industrie della difesa, dove l’Ucraina era stata presentata come un Paese che ambisce a passare dallo status di consumatore-cliente a quello di produttore di armi, costruite sul proprio territorio e sviluppate con tecnologia occidentale, contribuendo anche al suo miglioramento attraverso, come già detto, quel gigantesco terreno di pratica che è diventato il Paese dopo l’invasione russa.
Se la fase di produzione “terzista” per l’industria dell’aerospazio-difesa ucraina, ancora al suo stato embrionale (eccezion fatta per la specifica branca dei droni), è necessaria per sostenere oggi lo “spreco organizzato di materiali” della guerra, è evidente che le catene del procurement non potranno sempre essere sicure e questo impone a Kyiv uno sforzo in più per costruire la propria specifica filiera AD&S. Le imprese ucraine stanno già producendo munizioni e cartucce di artiglieria, sistemi di artiglieria del calibro Nato 155mm, nonché sistemi automatizzati unici: droni navali, UAV a lungo raggio, missili, sistemi anticarro, che vengono effettivamente utilizzati al fronte. Il tasso di sviluppo della produzione ucraina e delle tecnologie ucraine è in costante aumento. Terreno fertile per gli investimenti, ma anche strumento indispensabile per la difesa nazionale. A maggior ragione se i segnali di “stanchezza” nei confronti della guerra da parte degli alleati occidentali si fanno sempre più chiari.
Rompere gli schemi della “parità” strategica con la Russia è il passaggio fondamentale per passare dalla guerra di posizione – lunga e dove prevale la legge del vantaggio competitivo in termini di risorse – a quella manovrata. Per fare questo il rafforzamento del dispositivo logistico e il potenziamento del sistema industriale nazionale sono gli elementi essenziali sui quali fare perno. Essi sono parte integrante di quegli “approcci nuovi e non banali” richiesti dal generale Zaluzhnyi per uscire dall’impasse; approcci che richiedono anche una diversa interpretazione del ruolo ucraino, da identificare come un alleato “alla pari” dell’Occidente e non più come un elemosinante combattente di una proxy war.
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L'articolo Abbraccia un ricco proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Pubblichiamo ampi stralci del resoconto che l’autore britannico Lee Kern (è uno degli autori di “Borat-Seguito di film cinema”) ha pubblicato su Substack.
Mi chiamo Lee Kern. Ho 45 anni. Sono uno scrittore di Londra. Dopo aver visto filmati di alcuni dei crimini commessi da Hamas contro i civili israeliani il 7 ottobre 2023, sono andato in Israele e ho chiesto il permesso di partecipare a una proiezione stampa con filmati che le famiglie hanno chiesto di rendere pubblici. Non è questo che voglio fare nella vita. Sono un civile. Sono un artista. Ho la mia salute mentale da proteggere. Ma è diventato chiaro che stiamo vivendo la negazione dell’Olocausto in tempo reale. Chi vuole distruggere Israele e serba rancore verso gli ebrei non è il mio pubblico: abbraccia un anti intellettualismo che rincorre obiettivi mendaci. Ma sono ancora convinto che il mondo civilizzato abbia un vantaggio su coloro che sono debilitati dall’odio e dal complottismo. Scrivo per loro, e anche per le vittime. Di seguito sono riportati gli appunti che ho preso durante la proiezione del filmato che dura quarantacinque minuti. E’ estremo fin dall’inizio, e lo diventa sempre di più.
Di seguito sono riportate le descrizioni dei filmati girati dai terroristi di Hamas con le loro bodycam e i telefoni cellulari. Ci sono anche i filmati delle dashcam, delle telecamere a circuito chiuso e dei telefoni cellulari delle vittime.
Il filmato inizia quando Hamas entra dentro Israele. I miliziani sono su camion e moto. Gridano Allahu Akbar. Ancora e ancora. Allahu Akbar. I loro volti sono raggianti di gioia. Sono così felici.
I terroristi sono su una strada. Un’auto civile guida verso di loro. Iniziano a sparare. Sono tantissimi, in piedi sulla strada. Una lunga fila di uomini con i fucili che sparano contro un’unica macchina. L’auto danneggiata continua a muoversi, ma lentamente. Un terrorista fa un gesto con la mano verso il veicolo – quasi fingendo di essere un amico – chiedendo gentilmente di rallentare in modo che possa sparargli. Spara altri proiettili. L’uomo e la donna nell’auto sono morti. I loro corpi vengono tirati fuori e lasciati senza vita sulla strada.
Filmati di terroristi che sparano a un corpo a terra. I suoi pantaloni sono abbassati, le natiche nude.
Non c’è dubbio che questa sia una guerra contro i civili. Non ci sono militari israeliani. Coloro che vengono uccisi non sono tragicamente coinvolti in una sparatoria. Non sono il danno collaterale di un obiettivo militare giuridicamente accettabile. Uccidere civili è chiaramente l’obiettivo. Non è guerriglia. E’ omicidio di massa. Stiamo guardando una banda criminale di assassini che si scatena e che fa più morti possibile.
I terroristi hanno gli Rpg, i lanciagranate portatili, e sparano a un veicolo civile, che cerca disperatamente di tornare indietro, ma non ne ha la possibilità. Gli occupanti muoiono nella confusione totale. Si sente ancora Allahu Akbar.
I terroristi esultano sopra a un uomo morto e a una donna piena di fori di proiettile sulla strada. E’ come Spring Break per loro. Si divertono così tanto.
Una rotonda. Un veicolo in avvicinamento chiaramente non capisce verso cosa sta guidando. Vede gli uomini sulla strada e rallenta. Capendo che qualcosa non va, accelera per cercare di fuggire. Hamas lo insegue come in una caccia, sparando selvaggiamente. I civili vengono uccisi. Hamas tira fuori i trofei dalla macchina per vedere cos’ha catturato.
Hamas continua a tirare fuori dai veicoli le persone che ha ucciso e a buttare i corpi in strada. Tanti civili giacciono morti accanto alle loro auto. Non c’è motivo di tirare fuori un corpo da un’auto se non per renderlo più visibile. Vogliono che la gente veda la loro impresa. Sono orgogliosi e vogliono che il mondo sappia ciò che fanno. E’ la loro opera migliore, non vogliono nasconderla.
Un uomo e una donna morti sui sedili anteriori. L’uomo è accasciato sul volante. Il volto della donna è straziato, grottesco e di un colore orribile.
Filmati di terroristi al cancello di un kibbutz. Strisciano in posizione e furtivi si intrufolano in una comunità di famiglie. Uno di loro si nasconde in un cespuglio. Un’auto civile arriva al cancello. Il terrorista nel cespuglio si alza e spara con il fucile d’assalto più volte attraverso il finestrino laterale. L’uomo non muore sul colpo. Sembra che si guardi confuso e poi si divincola con i proiettili nel petto. Si gira verso la portiera, cercando di allontanarsi dalla direzione dei proiettili, ma viene ucciso da altri spari. I terroristi ora irrompono nel kibbutz.
I terroristi si appostano tra le case. C’è un’ambulanza parcheggiata. Sparano alle gomme per evitare che possa essere utilizzata. C’è un’attenzione incredibile ai dettagli per prendere quante più vite possibili. E’ quasi matematico – sono determinati ad aumentare il numero di morti da ogni posizione possibile.
Un cane in un giardino inizia a camminare verso di loro. Un terrorista spara. La camminata del cane è confusa, ma procede ancora verso i terroristi. Un altro sparo, cade. Il cane non sa nulla di bandiere o paesi. Era solo un cane.
I terroristi si intrufolano oltre le altalene dei bambini. Sono in un giardino. Hanno visto qualcuno all’interno della casa attraverso una porta aperta. Un terrorista spara un colpo. Si sente un terribile gemito di confusione. Si può dire che è una persona anziana.
Hamas si sta intrufolando in un giardino passando davanti a giocattoli e biciclette per bambini. Vanno a caccia di famiglie nelle loro case.
Un terrorista inizia a sparare su una casa. Un altro sbircia attraverso le finestre per vedere se c’è qualcuno all’interno della casa a cui stanno dando fuoco. Vediamo movimento dentro. C’è qualcuno.
Appunto per me: dobbiamo combattere
Queste non sono zone di battaglia. Sono case di famiglia.
Hamas s’avvicina a una casa dove si sente della musica. Significa che c’è qualcuno dentro. Hamas entra, si muove lentamente con furtività militare all’interno di una cucina. Si avvicinano alla fonte della musica attraversando la cucina.
Un padre è in preda al panico all’interno della sua casa. Ha due ragazzini – di circa sette e dieci anni. Ne ha uno in braccio. E’ mattina presto, sono in biancheria intima. Si precipitano in giardino e si dirigono verso il rifugio. Credono che ci sia un attacco missilistico. Ora sono fuori dalla vista, nel rifugio. I terroristi di Hamas appaiono lentamente nell’inquadratura. Si avvicinano al rifugio. Lanciano una granata. Dopo un paio di secondi c’è un’esplosione. Il padre è gettato fuori dal rifugio e sbatte contro un muro. E’ morto per l’esplosione o per il colpo o entrambi. Dopo pochi secondi uno dei ragazzi emerge coperto di sangue, in mutande. E’ accanto al padre morto. L’altro ragazzo esce anche lui, in mutande, coperto di sangue. Uno dei terroristi spinge i ragazzi in casa. Li fa sedere sui loro divani. Urlano e piangono. “Aba! Aba!”, papà, papà. Il loro universo è il peggior universo appositamente progettato per loro. Il terrorista li lascia per un pochino. Uno dei ragazzi urla: “Hanno ucciso papà. Non è uno scherzo!”. L’altro risponde: “Lo so, ho visto”. Il terrorista torna dentro e apre il frigo. E’ uno psicopatico e offre loro dell’acqua. “Voglio mia mamma!”, piange uno dei due ragazzini. Il terrorista ha gli occhi spenti, scrolla le spalle e beve dalla bottiglia. Si rinfresca dal frigo del padre dopo averlo ucciso. Il terrorista esce. I ragazzi sono soli in quella che era una casa fino a due minuti prima e ora è stata trasformata in un universo di dolore. “Penso che moriremo”. Un fratello vede le ferite dell’altro: “Riesci a vedere dagli occhi?”. “No”. Il ragazzino che ancora ci vede grida: “Perché sono vivo!”. Le riprese successive mostrano la madre che arriva in giardino con due guardie di sicurezza del kibbutz. Si avvicinano con cautela al rifugio. Vede il marito che giace in mutande. Crolla, urla e diventa isterica. Le guardie di sicurezza cercano di trattenerla e di non farla collassare contemporaneamente. Cercano di attutire le sue urla. Il kibbutz è ancora sotto attacco.
Hamas prende i telefoni delle persone che uccide.
Un terrorista tira fuori una persona assassinata dal sedile anteriore della sua auto e lascia cadere il corpo nella terra. Poi sale in macchina, nel sangue di quella persona, e se ne va.
Una donna è in ginocchio in un asilo. E’ in una stanza vuota, senza mobili. Sbircia nervosa dalle finestre. Cerca di nascondersi pateticamente dietro le uniche cose a sua disposizione: alcune borse. Vediamo i terroristi di Hamas intrufolarsi nell’asilo. Si muovono con furtività militare in un asilo. Usano tattiche militari in un asilo. Usano tattiche militari per trovare la donna che cerca di nascondersi dietro due borse e spararle. Le setacciano le tasche e prendono il suo telefono. Poi sollevano il suo corpo sulle spalle e la portano via.
Appunto per me: dobbiamo lottare per le nostre vite
Sentiamo una comunicazione radio tra i terroristi di Hamas in Israele e i loro leader a Gaza:
“Siamo nel Kibbutz Nisim”
“Tagliate teste con i coltelli!”
“Allahu Akbar! Allahu Akbar!”
“Gioca con le loro teste! Fai delle foto! Mandamele”.
Un uomo ferito è sul pavimento del suo salotto accanto a una sedia. E’ sdraiato sulla schiena e ha del sangue sul petto. Gli uomini di Hamas afferrano un attrezzo da giardino, una zappa. Cominciano a far oscillare la lama sulla sua gola e sul pomo d’Adamo. Dondolano di nuovo. Dondolano ancora, colpendo la gola. Tengono l’estremità più lontana del palo per ottenere la massima leva e potenza. Mentre tagliano la testa dell’uomo gridano: “Allahu Akbar! Allahu Akbar! Allahu Akbar!”. Sono così eccitati.
Il volto di una donna crolla per il numero proiettili sparati.
Una stanza con otto persone in un bagno di sangue dopo essere state colpite dai proiettili. E’ una minuscola camera da letto. Sono stipati lì dentro.
Case in fiamme. I terroristi si divertono come non mai. Uno di loro dà fuoco a un’auto usando una bomboletta spray e un accendino, come un vandalo adolescente.
I terroristi ridono e sorridono. Si scattano selfie. Provano un grande piacere. Ridono. Esultano. Per loro è un carnevale di sangue.
Il cadavere di una donna. Una famiglia morta in casa. Labbra che si baciavano sono ora volti distrutti con crani rotti. Una donna di mezza età è morta, distesa a faccia in giù sul letto. Una persona morta è sul pavimento accanto al letto. Si vede un fiume di sangue dove è stato trascinato un corpo. Sangue denso. Congelato. Con grumi. Bolle. Una testa mozzata, tagliata. I denti sporgono. Le labbra si sono raggrinzite.
Un corpo carbonizzato alla brace. Un cane domestico ucciso in una pozza del suo stesso sangue sul pavimento del soggiorno. Un cadavere bruciato ricoperto di fuliggine. Una bandiera dell’Isis. Una donna morta nel suo bagno. Un bambino morto con il cranio fracassato. Un bambino morto in mutande. Un bambino morto con una maglietta della Disney di Topolino. Un bambino morto. Un altro bambino morto.
Un bambino annerito dalle fiamme.
Labbra bruciate. Un bambino morto con addosso un vestito con delle farfalle. Mucchi di persone morte. Un terrorista usa un telefono rubato a una delle vittime che ha ucciso. Chiama suo padre. “Ho ucciso degli ebrei, papà!”. Il padre risponde “Allahu Akbar!”. Padre e figlio legano nel modo più idealizzato possibile, per un omicidio. Il figlio chiede di parlare con la mamma. “Mamma! Ho ucciso degli ebrei!”. “Che Allah ti riporti in pace” risponde lei. Come un bambino entusiasta di mostrare ai genitori qualcosa che ha fatto a scuola, lui dice: “Guardate la mia diretta whatsapp! Guardate la mia diretta whatsapp!”. La maggior parte delle persone sulla terra difficilmente ricorderebbe un momento in cui si è emozionata come questa famiglia in questo momento.
Una vecchia signora morta con le mutande scoperte. Persone morte. I loro occhi sono privi di vita o i loro volti sono collassati a causa dei proiettili.
Alcune ragazze adolescenti si nascondono. Si spaventano ogni volta che sentono una granata esplodere in lontananza. Singhiozzano e saltano con grida soffocate ogni volta che sentono un’esplosione avvicinarsi.
Una donna si nasconde sotto un tavolo in una stanza buia. Gli uomini di Hamas fanno brillare le torce nella stanza. Sono incredibilmente scrupolosi, si assicurano che nessuno sopravviva. Abbassano la torcia sotto il tavolo e la vedono. Lanciano una granata sotto il tavolo. Gridano “Allahu Akbar”. C’è un’esplosione. Lei urla per poco, poi smette.
Trovano un’altra donna nascosta sotto un tavolo al buio. I terroristi non si occupano subito di lei perché non rappresenta una minaccia per nessuno. Non è un soldato. E’ un civile. I terroristi parlano con calma tra loro. Indicano con precisione dove sono le persone da uccidere. Lo fanno con calma, perché non stanno combattendo contro dei soldati. Stanno uccidendo dei civili che non hanno nessuna carta da giocare in questa situazione.
Si sente una comunicazione radio di Hamas. Tutto questo viene orchestrato da Gaza. Non potrebbe accadere senza un’enorme infrastruttura. Si tratta di un’ondata di serial killer che hanno un’enorme rete di supporto e un quartier generale per dirigere i loro crimini. Catturano un israeliano. “Crocifiggilo”, è l’ordine che arriva da Gaza.
I terroristi si scattano selfie con i cadaveri. Mettono i piedi sul volto di un cadavere, come se fossero dei ragazzi che escono la sera. Si filmano mentre prendono a calci la testa di una persona morta. Ridono. Come un gruppo di amici che insieme programma un assassinio.
A Gaza un cadavere viene trascinato fuori da un’auto. Ci sono incredibili festeggiamenti di gioia ed estasi. Una folla di palestinesi inizia a calpestare il cadavere. Lo calpestano sulla strada. Il civile non aveva nessuna difesa quando era vivo.
Una ragazza terrorizzata viene prelevata da un camion a Gaza. E’ a piedi nudi, nella sporcizia. Indossa pantaloni della tuta insanguinati intorno all’inguine e solo intorno all’inguine. Intorno c’è una folla di palestinesi. Suonano i clacson. Ci sono grida di Allahu Akbar – grida profonde e sentite di Allahu Akbar mentre la ragazza con i pantaloni insanguinati si ritrova sola nella città dei suoi stupratori. La folla grida Allahu Akbar e le auto suonano il clacson come se stuprare una ragazza fosse una vittoria nella finale della Coppa del Mondo.
Un concerto di musica. I giovani ballano. Si divertono. Subentra un po’ di incertezza. Sentiamo una ragazza dire: “Cosa sta succedendo?”. Taglio improvviso sulle persone che corrono. Una ragazza singhiozza. Si sente un rumore di proiettili. Gli adolescenti cercano di sfuggire al rumore dei proiettili. Alcuni riescono a raggiungere una fila di veicoli e cercano di nascondersi dietro le auto. I terroristi armati di Hamas li inseguono. Un adolescente cerca di scappare. Centinaia di ragazzi corrono in un campo aperto. Sono come bufali braccati. I bambini corrono. I terroristi di Hamas li seguono con le mitragliatrici. Sparano su di loro.
Alcuni terroristi di Hamas sono in piedi vicino ai veicoli. Notano un individuo solitario sulla cresta di una collina che cerca di fuggire. Circa venti membri di Hamas lo inseguono. E’ così importante ucciderli tutti. TUTTI gli ebrei devono essere uccisi.
I terroristi sparano ad alcune persone mentre si nascondono nei bagni chimici durante un concerto. E’ un metodo. Come fosse un lavoro. Uno alla volta vanno in ogni cubicolo e sparano attraverso la porta di plastica. Vogliono uccidere tutti gli ebrei possibili.
L’equipaggiamento che i terroristi hanno portato per uccidere i civili è sorprendente. Il denaro, il tempo, la logistica e il supporto operativo solo per uccidere dei ragazzi sono impressionanti. Si dice che ci vuole un villaggio per crescere un bambino. Ogni terrorista che preme un grilletto ha alle spalle l’equivalente di un villaggio. Non ci si può svegliare una mattina e commettere spontaneamente massacri come questo, in così tanti luoghi e su così vasta scala.
Una donna in lacrime tra spari ed esplosioni. Il rumore dei proiettili Adolescenti rannicchiati e nascosti con le lacrime nel cuore. Qualcuno è a terra accanto a un’auto. Si stanno fingendo morti. Una gamba si contrae. Un terrorista si avvicina e gli spara dei proiettili nella schiena. Corre per ucciderli con efficienza e intenzione. Vogliono un punteggio perfetto per uccidere gli ebrei. Zero ebrei lasciati in vita, questa è l’unica cosa accettabile per loro.
Grida di giubilo di Allahu Akbar. Ovunque. In ogni scena di morte. Allahu Akbar. Allahu Akbar.
Un corpo carbonizzato brucia a terra. La schiena brucia con fiamme basse. Un giovane uomo è intrappolato. Il suo volto è terrorizzato. Occhi selvaggi. Denti digrignanti. E’ in un gruppo di altri giovani intrappolati. I suoi denti battono in mezzo al suono dei gemiti dei feriti e dei moribondi.
Ci sono parti di corpi in una strada. Pezzi di carne umana.
Una donna è rannicchiata in un’auto. Una granata viene lanciata in un rifugio pieno di giovani. Ostaggi feriti e sanguinanti vengono caricati sul retro di pick-up.
I terroristi si scattano selfie con i loro ostaggi. Mezzi vivi, picchiati o morti. I terroristi si scattano selfie con i loro ostaggi. Ci sono corpi di ostaggi nel retro dei camioncini. Gli arti si sovrappongono. Ci sono grida di Allahu Akbar.
All’interno di Gaza. Nel retro di un pick-up. Un terrorista siede con un ostaggio. Non si sa se sia viva o morta. E’ a faccia in giù con la testa in grembo. E’ stata spogliata. Ha solo il reggiseno. Non si sa se sia viva o morta. Il terrorista sta giocando con i suoi capelli. Guarda con noncuranza la folla che si sta radunando. Una folla di palestinesi va verso il camioncino per sputare sul corpo della ragazza. Si scontrano e lottano tra loro per ottenere una buona posizione per sputare sulla ragazza a faccia in giù che non si muove. Uno dopo l’altro sputano, mentre il terrorista stanco accarezza i capelli della ragazza svestita a faccia in giù sulle sue ginocchia.
Una strada completamente distrutta. Auto dopo auto distrutte. Auto che sarebbero potute essere utilizzate per la fuga, deliberatamente distrutte. Questi non sono atti spontanei. Sono tattiche prese e studiate in anticipo. Sono atti pianificati intenzionalmente per garantire l’uccisione del maggior numero di ebrei. Sono atti pianificati in anticipo per garantire che persone indifese abbiano ancora meno opportunità di sopravvivere.
Due corpi cotti alla brace. Sono così cotti che potrebbero ridursi in polvere. Un teschio umano la carne bruciata è carbonizzato. Ci sono cadaveri cotti ancora fumanti. Ci sono corpi che sembrano essere stati coinvolti in un’esplosione nucleare. Persone che si sono svegliate quella mattina si sono trasformate in carbone al tramonto.
E’ notte. C’è una fossa piena di corpi fumanti. E’ stata un’intera giornata di massacri.
Un corpo deforme e martoriato. Gli arti di una donna sono stati spezzati. Sono stati volutamente distorti. Le sue labbra sono state strappate via. I suoi denti sporgono senza senso.
Una tenda piena di morti. I morti sono circa cinquanta. Non ci sono abbastanza pagine per documentare ogni atto malvagio avvenuto oggi. L’entità dei loro crimini. Hanno fatto tutto questo in un giorno. Immagina cosa potrebbero fare se avessero un intero calendario. Nessun ebreo esisterebbe se avessero tale potere.
Una ragazza morta. Una ragazza morta. Un’altra ragazza morta. Una ragazza morta con un buco profondo nel petto dove è entrato il proiettile. Un corpo con le gambe spezzate. Un cadavere decapitato con un bavaglio in bocca. Un cadavere a faccia in giù con le mani ammanettate dietro la schiena.
Un corpo bruciato e annerito. E’ in una posizione strisciante. Le sue spalle sono sollevate da terra in una posizione strisciante.
Un camion pieno di cadaveri bruciati, fusi insieme in un unico ammasso. E’ stato implacabile. Pronunciavano il nome del loro Dio in un momento in cui la maggior parte delle persone dubitava che Dio esistesse.
L'articolo L’orrore proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Nel settembre del 1857, la città di Piedimonte (Caserta) fu teatro di una catastrofe naturale di proporzioni devastanti. Un’inondazione senza precedenti colpì la regione, lasciando dietro di sé una scia di distruzione e dolore cheContinue reading
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Archeologia e Scoperte di Zhistorica News è una delle rubriche storiche più seguite della nostra pagina Facebook. In questi articoli mensili qui sul sito trovate tutte quelle pubblicate nel mese di riferimento, in modo daContinue reading
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Lo stampo del Diavolo di Lisbona rappresenta una eccezionale testimonianza dei riti e delle superstizioni del quartiere musulmano della capitale portoghese nel XIV secolo. Nel 2012, un team di archeologi ha effettuato degli scavi pressoContinue reading
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Quella dei missili ipersonici è la vera sfida del settore aerospaziale del futuro, una minaccia che obbliga tutti i Paesi a investire nello sviluppo di capacità di difesa e deterrenza. È quanto emerge dal confronto dedicato al tema dall’Aeronautica militare, in occasione della chiusura delle celebrazioni per il Centenario dell’Arma azzurra. Come sottolineato dal capo di Stato maggiore dell’AM, generale Luca Goretti, il prossimo dominio di operazioni per la Forza armata, “è lo spazio”, dove “mentre alcune nazioni operano in maniera dinamica e onesta, altre cercano di capire come sfruttare le orbite per ottenere una prevalenza strategica”, anche attraverso l’uso dei sistemi ipersonici. Diventa quindi fondamentale capire come difenderci, ha proseguito Goretti “e far comprendere a chi ha certe mire che non conviene compiere un tipo di azioni ostili perché saremo in grado di fare la stessa cosa”, trasportando oltre l’atmosfera il classico concetto di deterrenza.
Le sfide…
Parliamo, dunque, di “missili ipersonici plananti, posizionati in orbita e capaci di scendere poi verso terra, particolarmente manovranti e difficili da intercettare” ha spiegato il capo Ufficio generale spazio dello Stato maggiore della Difesa, il generale Davide Cipelletti. Facendo il paragone con i missili balistici intercontinentali. Mentre questi ultimi partono dalla superficie, raggiungono l’orbita e poi rientrano nell’atmosfera percorrendo molti chilometri di decine di – dando perciò ai sistemi di sorveglianza il tempo di reagire – le nuove piattaforme ipersoniche partono già dall’orbita, e sono capaci di raggiungere i propri obiettivi in pochi minuti. “Per affrontare questi sistemi – ha detto ancora Cipelletti – bisogna tracciarli in ogni momento mentre sono in orbita, con tempi di reazione molto ristretti”.
… e le opportunità dell’ipersonica
Di fronte a questo scenario, la tecnologia diventa allo stesso tempo una minaccia e un’opportunità. Come sottolineato dal presidente di Lockheed Martin, Michael Williamson, sebbene “in tutto il mondo, le forze alleate si trovano di fronte a minacce di livello simmetrico in rapida evoluzione progettate per eludere le difese e neutralizzare le risorse” è altrettanto vero che “le armi ipersoniche d’attacco e di difesa consentono alle forze alleate di rispondere allo stesso modo”. Il vero rischio, ha sottolineato allora il condirettore generale di Leonardo, Lorenzo Mariani, “è far parte o meno di questo progresso tecnologico quantico, a livello di Paese, di industria e di Forze armate”. Affrontare il problema, dunque, diventa una questione non solo di sviluppare un intercettore in grado di volare alla stessa velocità del missile ipersonico, ma ci vogliono anche i sistemi in grado di individuare e seguire il volo della minaccia. Una complessità che chiama in causa non solo i sensori classici, ma anche le soluzioni di intelligenza artificiale in grado di analizzare rapidamente una gran mole di dati.
Servono le collaborazioni
Naturalmente servono i fondi “ma non basta” ha sottolineato ancora Mariani, aggiungendo come serva “collaborazione tra industria, Forze armate, politica e università, anche a livello internazionale, guardando in particolare alla relazione transatlantica”, dal momento che “nessun Paese può farcela da solo”. Per il managing director di MBDA Italia, Giovanni Soccodato, è allora “importante capire con quali Paesi è possibile mettere insieme capacità, competenze, investimenti per poter realizzare in temi rapidi una risposta a quella che sta diventando un’urgenza operativa estremamente importante”.
Mentre si avvicina la data di dismissione della Stazione spaziale internazionale, l’Europa non vuole trovarsi impreparata, e a Siviglia si è detta pronta ad aprire a una maggiore collaborazione con i privati proprio in vista del futuro delle stazioni orbitanti. Nel contesto del Summit Esa nella città spagnola, infatti, l’agenzia europea ha siglato con Airbus e Voyager Space un memorandum d’intesa volto a esplorare le potenzialità dell’utilizzo di Starlab, uno dei tre progetti selezionati dalla Nasa per una stazione commerciale realizzato da Nanoracks (le altre due sono di Blue Origin e di Northrop Grumman), potenziando la sinergia pubblico-privata e aprendosi alla commercializzazione di segmenti tecnologico-spaziali storicamente riservati al settore pubblico.
Cos’è Starlab?
Starlab è una stazione spaziale commerciale per attività commerciali in orbita bassa, progettata e annunciata da Nanoracks ideata con lo scopo di succedere alla Stazione spaziale internazionale, garantendo così un certo grado di continuità con le attività odierne della Iss, una volta che questa non sarà più operativa. Il lancio della stazione commerciale è previsto per il 2028 e la sua operatività per il 2029. Il progetto, supportato dalla Nasa con 160 milioni di dollari, oltre a Nanoracks vede la collaborazione di alcune delle più grandi compagnie spaziali globali come Lockheed Martin, Airbus defence and space, Northrop Grumman e Voyager Space.
Accordi spaziali
L’accordo trilaterale tra Esa, Airbus e Voyager Space siglato a Siviglia, dunque, mira a incrementare le opportunità di collaborazione tra l’agenzia europea e le compagnie che svilupperanno Starlab in modo da garantire all’Europa un proprio accesso allo spazio quando nel 2031 la Stazione spaziale internazionale verrà decommissionata. In un’era post-Iss, infatti, il memorandum prevede la possibilità per l’Esa, le singole agenzie degli Stati membri e agli astronauti europei di accedere alla stazione spaziale commerciale. Incluse nell’accordo anche la creazione di un sistema di trasporto cargo e la cooperazione in ricerca spaziale, scientifica e tecnologica.
La rilevanza per l’industria europea
L’Europa collabora alla Stazione spaziale internazionale da più di vent’anni attraverso il proprio know-how e la sua tecnologia avanzata. L’accordo riflette l’intenzione di mettere in moto un processo di transizione che accompagni l’obsolescenza dell’Iss e permetta all’Europa di partecipare attivamente alla creazione del suo sostituto commerciale. Come registrato dal direttore generale dell’Esa, Josef Aschbacher, a margine della firma dell’accordo: “L’Esa guarda con fiducia all’iniziativa industriale transatlantica per la creazione della stazione spaziale commerciale Spacelab e al potenziale che il coinvolgimento europeo può avere sia per le industrie europee sia per la stessa stazione”.
La rivoluzione cargo
In particolare l’inclusione del servizio cargo da e verso Starlab, prevista dal memorandum, è un’iniziativa che si sposa con la scelta dell’Esa – annunciata a durante il Summit a Siviglia – di indire competizioni per lo sviluppo di servizi cargo per l’Iss. Decisione, questa, definita dall’ingegnere Marcello Spagnulo, in un’intervista rilasciata ad Airpress, “l’iniziativa di maggior rilievo positivo a Siviglia” in quanto necessaria per garantire all’Europa “una propria autonomia nel volo spaziale umano e robotico”.
Quarto appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua tredicesima edizione, si articolerà in 15 lezioni, che si svolgeranno sia in presenza che in modalità telematica, dedicate alle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale.
La quarta lezione si svolgerà giovedì 9 novembre dalle ore 17 alle ore 18.30, presso l’Aula n. 6 del Dipartimento “COSPECS” (ex Magistero) dell’Università di Messina (sito in via Concezione n. 6, Messina); dell’incontro sarà altresì realizzata una diretta streaming sulla piattaforma ZOOM (ID Riunione 817 3306 8640 – Passcode 855442).
La lezione sarà tenuta dal prof. Giuseppe Sobbrio (Emerito di Economia Pubblica presso l’Università di Messina, nonché componente del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi), con una relazione sull’opera “Saggio sulla Libertà” di John Stuart Mill.
La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di 0,25 CFU per gli studenti dell’Università di Messina.
Come da delibera del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Messina e della Commissione “Accreditamento per la formazione” di AIGA, è previsto il riconoscimento di n. 12 crediti formativi ordinari in favore degli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina per la partecipazione all’intero corso.
Per ulteriori informazioni riguardanti la Scuola di Liberalismo di Messina, è possibile contattare lo staff organizzativo all’indirizzo mail SDLMESSINA@GMAIL.COM
Pippo Rao Direttore Generale della Scuola di Liberalismo di Messina
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Da un lato i costi elevati per l’affitto di una stanza o di una casa, che hanno portato gli studenti in questi mesi a protestare nelle principali città italiane, dall’altro la difficoltà di conciliare lo studio con il lavoro. Senza contare le difficoltà negli spostamenti interni nelle grandi città. Oggi in Italia esiste una “barriera naturale” che ostacola l’accesso all’istruzione universitaria, fattore questo che crea un divario sociale significativo con impatti diretti sulle future opportunità professionali dei giovani. Per far fronte a tali criticità molti si rivolgono alle università digitali che, negli anni, aumentando la qualità del livello di insegnamento, hanno aumentato in modo esponenziale il numero dei loro iscritti e laureati. È quanto emerge dal rapporto “Le università digitali come fattore di riduzione delle disuguaglianze” elaborato dalla Fondazione Luigi Einaudi e presentato questa mattina nella Sala Nassiriya del Senato.
“Il mondo cambia, importanti università pubbliche e private si attrezzano per raggiungere i propri studenti a distanza. Nell’era dello smart working, la domanda crescente sta affinando e qualificando l’offerta delle università digitali, oggi più che mai intese come fattore di riduzione delle diseguaglianze territoriali e sociali”, ha detto Andrea Cangini, segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi.
Il paper, facendo un’analisi dettagliata delle statistiche riguardanti il numero di iscritti e laureati in Italia, con particolare attenzione alle relative percentuali di genere, età e provenienze geografiche e sociali, approfondisce le opportunità offerte dalla didattica digitale e ne evidenzia i punti di forza sotto il profilo dell’organizzazione degli studi, della sostenibilità economica e della digitalizzazione, in un contesto nel quale la percentuale di laureati in Italia rispetto alla popolazione ci vede in coda alla media europea, sorpassati in negativo dalla sola Romania.
A testimoniare la crescita degli atenei digitali, si legge nel paper, è “il numero di studenti iscritti nelle undici università digitali riconosciute, che è passato – dati Ustat (Ufficio Statistica del MUR) – da poco più di 40mila nel 2012 agli oltre 160mila nel 2021, un numero quindi più che quadruplicato”.
Nel corso dell’incontro Alessandra Ghisleri ha illustrato i risultati di un’indagine sul tema elaborata da Euromedia Research, che sottolinea come “il 27,5% dei giovani intervistati, fascia di età 17-24 anni, ritiene che le università digitali rappresentino il simbolo del cambiamento radicale che ha investito la nostra società in modo particolare dopo il Covid e che ‘il ‘remoto’ diventerà la normalità”.
Alberto Balboni, presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato, durante il suo intervento ha detto: “L’insegnamento a distanza è una grande occasione che si offre ai nostri giovani e a tutti coloro che vogliono migliorare la loro conoscenza e acquisire un titolo di studio. Abbiamo già visto nel recente passato, durante il Covid, quanto siano importanti gli strumenti digitali”. Il senatore Roberto Marti ha messo a disposizione la commissione Cultura del Senato, che presiede, per “approfondire il tema della crescita delle università digitali in Italia come strumento di riduzione delle disuguaglianze”. “Appuntamenti come questo, e ricerche come quella elaborata dalla Fondazione Einaudi, sono convito servano a costruire sempre di più l’idea che in una società aperta, che vuole crescere e dare opportunità ai cittadini, le università digitali costituiscano una novità importante che va coltivata e sostenuta”, ha detto invece il presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera, Nazario Pagano.
Hanno partecipato all’incontro, in veste di relatori, il senatore Giulio Terzi di San’Agata, presidente della Commissione Politiche dell’Unione europea, che in apertura di convegno ha ringraziato la Fondazione Einaudi “da sempre promotrice dei valori liberali”, Paolo Miccoli, presidente di United, l’associazione delle università telematiche e digitali, e Gian Marco Bovenzi, ricercatore della Fondazione Luigi Einaudi.
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