Carri, missili e caccia del futuro. Cosa c’è nel Dpp di Crosetto


L’impiego delle Forze armate prioritariamente nelle missioni di pace e stabilizzazione è un lusso che l’Italia non può più permettersi. Apre così il ministro della Difesa, Guido Crosetto, il Documento programmatico pluriennale (Dpp) con la quale il dicast

L’impiego delle Forze armate prioritariamente nelle missioni di pace e stabilizzazione è un lusso che l’Italia non può più permettersi. Apre così il ministro della Difesa, Guido Crosetto, il Documento programmatico pluriennale (Dpp) con la quale il dicastero presenta le previsioni di spesa necessario per l’anno corrente e il prossimo triennio. A segnare questo nuovo Dpp c’è soprattutto il “deterioramento del quadro generale di sicurezza”, che impone un ripensamento di come lo strumento militare è stato impiegato finora, tornando a essere “il principale baluardo in termini di difesa e deterrenza da tutti i tipi di minacce, presenti e future, che la nostra Nazione si potrebbe trovare ad affrontare e che possono mettere a rischio i nostri interessi nazionali”, indica il ministro nella sua introduzione al documento. Nel testo, vengono infatti presentati 193 programmi di procurement, a cui si aggiungono 33 programmi di ammodernamento delle Forze armate che riceveranno l’ulteriore impulso del Fondo relativo all’attuazione dei programmi di investimento pluriennale per le esigenze di difesa nazionale, in Legge di Bilancio 2023.

Il budget

La dotazione complessiva per il 2023 della Difesa ammonta a 27 miliardi e 748 milioni di euro, una cifra pari all’1,38% del Pil. Una crescita di un miliardo e ottocento milioni rispetto a quella dell’anno scorso, fissata a 25 miliardi e 900 milioni, e un’inversione di tendenza rispetto a quanto previsto sempre per il 2023 nel Dpp del ’22 (che prevedeva per l’anno in corso 25 miliardi e 492 milioni). Nel nuovo documento, invece, per il 2024 e il 2025 si prevede un investimento di 27 miliardi e 278 milioni e 27 miliardi e 485 milioni rispettivamente. Cifre importanti, ma che segnalano un rapporto con il Pil pari all’1,30% e all’1,26%. Naturalmente, queste cifre dovranno poi essere riviste nelle successive previsioni di bilancio. Nonostante questo, il ministro è categorico: “Non devono esserci dubbi in merito alla necessità di proseguire nel percorso di adeguamento ed incremento del bilancio della Difesa, per affrontare le nuove sfide e per rispettare gli impegni assunti in ambito Nato: siamo infatti ancora lontani dall’impegno di conseguire una spesa per la Difesa pari al 2% del Pil entro il 2028”, data da sempre prevista, e confermata da governi di diverso colore, come quella entro la quale il nostro Paese dovrà raggiungere il traguardo.

Lo scenario strategico

Il Documento, inoltre, recepisce anche il Concetto strategico del capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che delinea il complesso quadro operativo nel quale le Forze armate sono chiamate oggi a operare. “La sicurezza dell’Italia e della comunità internazionale – scrive il capo di Smd – è divenuta più complessa” e lo scenario geopolitico attuale è caratterizzato “da articolate dinamiche di competizione strategica accelerate dalla crisi ucraina”. Tutto questo “colloca in una posizione di rinnovata centralità e rilevanza il cosiddetto Mediterraneo Allargato, quadrante di primario interesse strategico per l’Italia e spazio ove criticità dalle radici storiche si intersecano a minacce ibride, a conflitti di intensità variabile ed a confronti multidominio”. E la crisi in Israele non fa che confermare quanto descritto.

Rinnovamento delle forze pesanti: carri…

Quello che emerge dai numeri e dalle impostazioni del Dpp è lo sforzo di ammodernamento e potenziamento dello strumento militare, chiamato ad affrontare il ritorno della sfida convenzionale nell’orizzonte delle minacce, e per la quale le Forze armate devono essere messe nelle condizioni di affrontarla. Uno sforzo che segue anni di focus sui conflitti a bassa intensità e operazioni di contro-insorgenza. Tra i principali gap individuati, e da tempo segnalati dall’intero comparto militare, c’è l’adeguamento della componente pesante delle forze di terra in ogni sua parte, che infatti registra la maggior parte dei programmi di previsto avvio (budget complessivo di quattro miliardi e 623 milioni), a cominciare dal già annunciato acquisto dei carri armati da battaglia Leopard 2, e varianti, dalla Germania, per i quali sono stati stanziati due miliardi e 624 milioni. Ma quello del main battle tank non è il solo programma.

… e missili

Per l’esercito infatti è previsto il rinnovamento dell’intera capacità di combattimento forze pesanti attraverso l’acquisizione di un sistema di sistemi (famiglia di piattaforme) per la fanteria pesante (Armored infantry combat system), incentrato su una famiglia di piattaforme sia combat (Armored infantry fighting vehicle) sia di supporto (posto comando, controcarro, esploranti, porta-mortaio, genio guastatori, esploratori, contraereo, portaferiti, portamunizioni, scuola guida). Inoltre, anche la componente contraerea e d’artiglieria vengono prese in considerazione. Circa 175 milioni saranno dedicati alla nuova generazione di missili spalleggiabili contraerei Vshorad, mentre un fabbisogno complessivo di 960 milioni (al momento finanziati solo con 137 milioni distribuiti in sette anni) è previsto per l’ampliamento della capacità d’artiglieria mediante l’acquisizione di 21 sistema di artiglieria lanciarazzi Himars, oltre al munizionamento e al supporto logistico.

L’impegno del Gcap

Tra tutte le singole voci, però, quella con il finanziamento più alto è, come prevedibile, quello per il caccia di sesta generazione Global air combat programme (Gcap), con oltre cinque miliardi di euro in bilancio. Per il Dpp, “La partecipazione della Difesa al programmainsieme a Uk e Giappone, garantirà all’Italia l’esclusivo accesso ad un progetto destinato ad avere risvolti non solo nell’ambito tecnologico militare ma anche a favore della crescita sistemica delle filiere produttive operanti nel settore della digitalizzazione”, definendo il progetto un “piano di naturale estensione all’intero Sistema-Paese”. L’onere finanziario è estremamente importante per il budget della difesa, e il programma ha infatti ricevuto una “necessaria integrazione attraverso risorse a “fabbisogno” recate dalla legge di bilancio del 2023”. Di fronte a questo investimento, sarà perciò fondamentale assicurarsi, attraverso la cooperazione tra governo, Difesa, istituzioni e, soprattutto, industria, che i ritorni per l’Italia siano adeguati al livello di impegno previsti. L’intero settore che partecipa al Gcap, quindi, è chiamato a sostenere le ambizioni dell’Italia all’interno del programma.


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La visione strategica che difetta al governo


Tra Esteri e Interni, due fatti politici di prima grandezza si prestano ad essere osservati attraverso la stessa lente e ci suggeriscono un’unica chiave di lettura. In estrema sintesi, la chiave è questa: al presidente del Consiglio Giorgia Meloni, cui l’

Tra Esteri e Interni, due fatti politici di prima grandezza si prestano ad essere osservati attraverso la stessa lente e ci suggeriscono un’unica chiave di lettura. In estrema sintesi, la chiave è questa: al presidente del Consiglio Giorgia Meloni, cui l’abilità tattica non manca, occorre una visione strategica. Occorre, cioè, la capacità di mettere a fuoco le convenienze proprie e dell’Italia non nel breve, ma nel medio e nel lungo periodo.

I due fatti sono le elezioni polacche e la legge di bilancio. Cominciamo dal primo.

Gli anni trascorsi all’opposizione, hanno suggerito al leader di Fratelli d’Italia di stringere alleanze a livello europeo con forze politiche non sempre presentabili, ma regolarmente coerenti con l’identità e la retorica di una destra cosiddetta sovranista, oltre che in apparenza destinata a mietere successi elettorali crescenti. Ad oggi, possiamo dire che quella scelta, prevalentemente tattica, non si è rivelata vincente.

In Spagna, Giorgia Meloni si è molto spesa a favore del leader di Vox Santiago Abascal nella convinzione che il vento della Storia ne avrebbe gonfiato le vele. È andata male. Lo scorso luglio Vox ha perso le elezioni, lasciando così la premier Meloni in balia di una sconfitta indiretta e alle prese con un governo, quello spagnolo, ben poco riconoscente. Domenica scorsa, in Polonia, c’è stato il bis.

Il partito alleato della Meloni, il Pis, non è andato male, ma essendo scarsamente coalizzabile a causa del proprio profilo identitario radicale, ha perso il governo fino ad allora presieduto dall’ipersovranista Moraviecki. A vincere è stato Donald Tusk, liberale, già presidente del Consiglio europeo e soprattutto membro autorevole del Ppe. Tusk ha vinto grazie alla sua capacità di stringere alleanze con credibilità di governo.

E la sua vittoria ha sfatato due luoghi comuni: che nelle democrazie avanzate l’astensionismo fosse destinato a crescere favorendo di conseguenza le forze più radicali; che i giovani o non votano o votano per i partiti più estremi. In Polonia, domenica, ha votato il 74% degli aventi diritto (un record) e la maggior parte dei giovani al di sotto dei 29 non solo si è recata alle urne, ma si è schierata a favore dei moderati piuttosto che degli scalmanati. La tattica della Meloni non ha pagato, e oggi è più che mai chiaro che se FdI vorrà partecipare alla prossima alleanza di governo a Bruxelles, dovrà accettare di fare parte di una maggioranza trasversale imperniata, come l’attuale, su Ppe e Pse.

Il secondo fatto politico di prima grandezza, lo si è detto, è rappresentato dalla legge di bilancio licenziata ieri dal Consiglio dei ministri. Una manovra “caratterizzata dalla precarietà”, secondo l’economista Carlo Cottarelli. Giudizio analogo è stato formulato dalla maggior parte degli osservatori nazionali e soprattutto (brutto segno!) internazionali. La manovra, infatti, manca di una visione strategica. Su 24 miliardi, 16 sono in deficit. Cioè a dire che per i due terzi il bilancio dello Stato sarà finanziato indebitandosi. Accrescendo, dunque, il nostro già colossale debito pubblico che tanto allarma gli investitori e le agenzie di rating internazionali. Buona parte dei restanti 8 miliardi, compresi quelli che derivano da una modesta spending review, è costituita da misure non strutturali, bensì occasionali.

Ne risulta anche in questo caso un eccesso di tattica e una carenza di strategia. Manca, insomma, quella visione strategica che il più delle volte fa la differenza tra tirare a campare e governare. Ovvero, tra governare indebolendosi e durare rafforzandosi.

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Non c’è differenza tra Isis e Hamas: vogliono entrambe distruggere Israele


« Benjamin Netanyahu è un dirigente catastrofico, ma non è per questo che Israele è stato colpito da Hamas». Secondo il filosofo francese Alain Finkielkraut, figlio di ebrei polacchi sopravvissuti all’Olocausto, le cause dell’attacco condotto da Hamas

«Benjamin Netanyahu è un dirigente catastrofico, ma non è per questo che Israele è stato colpito da Hamas». Secondo il filosofo francese Alain Finkielkraut, figlio di ebrei polacchi sopravvissuti all’Olocausto, le cause dell’attacco condotto da Hamas sono riconducibili «ai tentativi di normalizzazione tra Israele e l’Arabia saudita». Sulla minaccia islamista in Europa, diventata più concreta dopo l’attacco avvenuto venerdì nel nord della Francia dove un ventenne originario del Caucaso ha ucciso un insegnante a coltellate, l’intellettuale ricorda l’esistenza «una comunità arabo-musulmana che si identifica da sempre alla causa palestinese». «La questione sta nel sapere fino a dove arriverà questo riconoscimento», spiega il filosofo.

Come giudica gli ultimi avvenimenti che hanno scosso la Francia?
«Stiamo assistendo allo spirito e alla messa in atto dei pogrom condotti da Hamas sotto forma di guerriglia urbana e al modo in cui si installano sul nostro continente. Gli ebrei di Israele e quelli della diaspora sono sulla stessa barca, uniti da un destino comune. Nessuno poteva immaginare una simile situazione, ma c’è un nuovo antisemitismo in marcia, che non ha nulla a che vedere con il nazismo e si presenta sotto le vesti dell’antirazzismo. Bisognerà affrontarlo, ma penso che, nonostante le divisioni di Israele, gli ebrei non sono mai stati così solidali tra loro come oggi».

Che conseguenze potrà avere la risposta militare di Israele in Occidente?
«Gli israeliani hanno chiesto agli abitanti della parte nord di Gaza di rifugiarsi a sud dell’enclave. Hamas, che non si preoccupa della sua popolazione, respinge questa richiesta, così come l’Onu. Il rischio è quello di avere molte vittime civili, con conseguenze devastanti per l’Europa. Le manifestazioni palestinesi si moltiplicheranno, così come gli atti antisemiti. Vorrei però ricordare che i bombardamenti effettuati dall’Occidente per distruggere l’Isis hanno fatto molti più danni rispetto a quelli mirati di Israele. In quel caso, però, nessuno ha urlato allo scandalo».

A proposito, che ne pensa dei tanti cortei pro-palestinesi di questi giorni?
«Dimostrano l’esistenza e la forza di quello che in Francia è chiamato islamo-gauchisme, termine utilizzato per indicare una parte della sinistra che vede nei musulmani dei dominati in rivolta contro un occidente dominatore e colonialista».

Che responsabilità ha in questa crisi l’esecutivo del premier Benjamin Netanyahu?
«Il governo israeliano ha dimostrato la sua incapacità. Il fronte sud è rimasto sguarnito. I miliziani di Hamas hanno superato la barriera di sicurezza con una facilità incredibile perché una parte dell’esercito israeliano è stata inviata a proteggere gli insediamenti in Cisgiordania, mentre sotto la pressione dei religiosi ultra ortodossi il 40% dei soldati ha ottenuto un permesso per festeggiare in famiglia le feste ebraiche. È stata una situazione delirante e una volta che questa crisi sarà finita il governo dovrà pagare».

È d’accordo con il parallelo tra l’Isis e Hamas?
«L’attacco contro Israele dimostra che non c’è nessuna differenza tra questi due gruppi. Del resto, molte bandiere dello Stato islamico sono state piantate nei kibbutz attaccati. L’unica missione di Hamas, fin dalla sua creazione, è quella di distruggere Israele, non di obbligarlo a lasciare i territori occupati. Il principale nemico dei palestinesi e della causa palestinese è Hamas».

Da filosofo, cosa pensa delle recenti dichiarazioni di Papa Francesco, che in riferimento ai tanti conflitti in corso ha parlato di una “Terza Guerra mondiale combattuta a pezzi”?
«Sono sbalordito dalle posizioni del Pontefice, che non si preoccupa dell’Europa e in nome dell’ospitalità incondizionata approva la scomparsa programmata della civilizzazione europea. Fa esattamente il contrario dei suoi predecessori: Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Non ha mai condannato come si deve l’invasione russa dell’Ucraina e non ha mai nemmeno voluto prendere in considerazione la realtà della violenza islamista. Per me Papa Francesco è ormai totalmente screditato e rappresenta una catastrofe per la Chiesa e per l’Europa».

Quindi non è d’accordo con le sue parole?
«Temo naturalmente un ampliamento del conflitto. Se Hezbollah interverrà, si aprirà un nuovo fronte, con il rischio di veder entrare anche l’Iran nelle danze. Tuttavia, credo che questa guerra rimarrà circoscritta. C’è però un blocco anti- occidentale in fase di costruzione, che comprende la Russia, l’Iran e altri Paesi membri dei Brics. È come se all’orizzonte si stesse delineando quello che il politologo Samuel Huntington definiva “scontro di civiltà”».

Pensa che questo scontro sia già iniziato?
«C’è qualcosa del genere in atto. La mia unica speranza è che una parte dei musulmani residente in Europa si rivolti contro questa radicalizzazione e dica “Not in my name”».

La Stampa

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La minaccia Cbrn non va sottovalutata. La lezione dello Iai


La minaccia Cbrn (chimica, biologica, radiologica e nucleare) è di natura multidisciplinare e transnazionale per eccellenza. Questo il tema di fondo, sintetizzato dal presidente dell’Istituto affari internazionali, ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, ne

La minaccia Cbrn (chimica, biologica, radiologica e nucleare) è di natura multidisciplinare e transnazionale per eccellenza. Questo il tema di fondo, sintetizzato dal presidente dell’Istituto affari internazionali, ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, nel corso della sua introduzione al workshop “Rischi e minacce Cbrn nel nuovo scenario internazionale”, tenutosi il 12 ottobre. “È quindi fondamentale valorizzare le numerose capacità sviluppate a livello nazionale – ha continuato il presidente – rappresentate all’evento dagli attori istituzionali presenti”.

L’ambasciatore ha inoltre ricordato il contributo dello Iai nel supportare la Difesa italiana nello sviluppo di significative “competenze che contribuiscono ad inserire il nostro Paese fra quelli di riferimento a livello europeo”.

Delle sfide legate ai rischi e alle minacce Cbrn sul nuovo scenario internazionale ha parlato anche il coordinatore cluster Cbrn e vice presidente dello Iai, Michele Nones. “Mi riferisco, in particolare, alle possibili conseguenze dei massicci bombardamenti aerei e terrestri di aree in cui sorgono centrali nucleari o sono presenti depositi o produzioni che comportano l’impiego di sostanze chimiche”, ha continuato, visto l’elevato rischio che tali strutture possano essere colpite, volontariamente o involontariamente, provocando potenziali contaminazioni di aree densamente popolate. Tale pericolo è stato reso evidente dalla guerra in Ucraina che, tra l’altro, ha sottolineato l’importanza di una sinergia tra operatori civili e militari nel settore Cbrn.

A questo proposito, la terza missione del Cluster è proprio quella di “favorire una maggiore attenzione dell’opinione pubblica e del mondo politico per il settore Cbrn e, quindi, una crescita del settore e del mercato della protezione, della prevenzione e della gestione di eventuali emergenze Cbrn”, ha sottolineato Nones.

L’attuale scenario internazionale necessita di “uno sforzo sempre maggiore per rafforzare le capacità esistenti di prevenzione e risposta” contro le minacce Cbrn, ha affermato il presidente di Enea Gilberto Dialuce. Tale impegno deve essere mirato a “prestarsi mutuo supporto fra stati, individuare nuove priorità di ricerca, ma anche per sviluppare tecnologie innovative” ha continuato Dialuce. Il presidente di Enea ha inoltre ricordato il ruolo di primo piano e i risultati tangibili della ricerca italiana, ottenuti anche grazie al contributo dello Iai. Nel rimarcare l’importanza di sostenere il ruolo italiano nella ricerca Cbrn, Dialuce ha evidenziato l’importanza delle nuove tecnologie anche per via della loro capacità di deterrenza. Infatti, secondo il presidente, “soltanto se dotate delle migliori e più innovative soluzioni tecnologiche, le istituzioni preposte possono attuare con efficacia i loro piani di prevenzione e risposta ad un evento Cbrn. Intelligenza artificiale, sistemi robotici, sensoristica avanzata e materiali innovativi sono solo alcune delle tecnologie emergenti su cui investire”.

Questi temi sono poi stati approfonditi nel corso del workshop dopo il saluto del presidente della Commissione Difesa Antonio Minardo.

Al primo panel, moderato dalla dottoressa Paola Tessari, ricercatrice dello Iai, sono intervenuti Ciro Carroccio dell’ufficio V° Disarmo e controllo armamenti, non proliferazione, armi chimiche della direzione generale Affari politici e sicurezza del ministero degli Affari esteri; il comandante Scuola di interforze di difesa Nbc, il generale Riccardo Fambrini; il direttore del master Protezione da eventi Cbrne dell’università di Roma Tor Vergata, il professore Andrea Malizia e il vice capo Dipartimento dei vigili del fuoco, del soccorso pubblico e della difesa civile, direttore generale per la Difesa civile e le politiche di protezione civile del ministero dell’Interno, il prefetto Clara Vaccaro.

Il secondo panel, moderato dal presidente della fondazione Safe, il dottor Andrea D’Angelo, ha trattato il tema delle risposte a livello tecnologico, operativo e istituzionale. Sono intervenuti alla discussione il comandante del 7° reggimento difesa Cbrn “Cremona”, il colonnello Marco Baleani; il responsabile divisione tecnologie fisiche per la sicurezza e la salute di Enea, il dottor Luigi De Dominicis; il direttore Attività tecniche scientifiche del Dipartimento della protezione civile, l’ingegnere Nazzareno Santilli e il direttore Ufficio contrasto rischio Nbcr dei vigili del fuoco, l’architetto Sergio Schiaroli.


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La separazione delle carriere è la madre delle riforme della giustizia


Mercoledì alla Camera dei deputati abbiamo lanciato un appello e una raccolta firme, che trovate sul sito della Fondazione Luigi Einaudi, a favore della separazione delle carriere dei magistrati, tra giudici e Pm. Una riforma costituzionale necessaria per

Mercoledì alla Camera dei deputati abbiamo lanciato un appello e una raccolta firme, che trovate sul sito della Fondazione Luigi Einaudi, a favore della separazione delle carriere dei magistrati, tra giudici e Pm. Una riforma costituzionale necessaria per equilibrare il nostro sistema giustizia, per garantire l’effettiva parità tra accusa e difesa nel processo, e una battaglia di civiltà. Abbiamo promosso questa iniziativa indipendentemente dalle proposte di legge già depositate in Parlamento, perché pensiamo sia importante mantenere alta l’attenzione sul tema e arrivare a una rapida approvazione.

E abbiamo da subito raccolto adesioni in modo trasversale. Nella sala stampa della Camera dei deputati erano presenti insieme a noi il nuovo presidente dell’Unione camere penali, Francesco Petrelli, Enrico Costa di Azione, Roberto Giachetti di Italia Viva, Raffaele Nevi di Forza Italia, Stefano Maullu di Fratelli d’Italia, e il presidente della Fondazione Unione Camere Penali, Beniamino Migliucci. Tutti convinti sostenitori dell’importanza di questa riforma.

Per noi la questione centrale a favore della separazione delle carriere non è l’enorme potere di questo o di quel Pm, ma la totale irresponsabilità dello stesso nel sistema giudiziario italiano che non vede eguali in nessun altro Paese europeo. Oggi pensiamo sia indispensabile avere un doppio Csm, uno per i giudici e uno per la pubblica accusa. In uno Stato liberal-democratico il magistrato non deve essere il sacerdote dell’etica pubblica, ma deve limitarsi ad applicare correttamente le leggi.

Chiariamo, nessun Pm deve essere controllato dall’esecutivo, infatti quella dei magistrati controllati dal Ministero della Giustizia è una bufala, una strumentalizzazione che arriva da una certa parte di magistratura militante che ogni volta che viene messa sul tavolo questa riforma si attiva per farla fallire. Il primo a dire che, pur separando le carriere dei magistrati, nessuno vuole mettere in discussione l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, è stato proprio il ministro Carlo Nordio.

A chi ci chiede quando sia il momento giusto per arrivare a questa riforma, noi rispondiamo “ieri”. Separare le carriere dei magistrati rappresenterebbe il completamento logico e cronologico del percorso di riforma iniziato nel 1989 con il nuovo Codice di Procedura Penale di Giuliano Vassalli, che ha segnato il passaggio dal rito inquisitorio al rito accusatorio, e proseguito dieci anni dopo con la riforma dell’art. 111 della Costituzione, che vede il giudice terzo. Oggi manca proprio quest’ultimo step, ci auguriamo che il Parlamento non si lasci sfuggire questa occasione.

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I palestinesi sono principalmente vittime di se stessi


È l’ora di accorgersi che i palestinesi non sono vittime altro che di se stessi. Se potranno continuare sulla loro strada, proseguiranno come Al Qaida e Isis fino nel cuore dell’Occidente. È ora di cambiare: questa è una guerra fondamentale che deve batte

È l’ora di accorgersi che i palestinesi non sono vittime altro che di se stessi. Se potranno continuare sulla loro strada, proseguiranno come Al Qaida e Isis fino nel cuore dell’Occidente. È ora di cambiare: questa è una guerra fondamentale che deve battere il terrorismo, può invadere il mondo se non viene fermato in Israele. Deve finire l’illusione pietistica che i palestinesi siano le vittime di Israele: è vero il contrario. Israele è l’aggredito. Ogni offerta di pace è stata rifiutata. Occorre ristabilire la verità storica contro le bugie che inondano l’opinione pubblica. Chi descrive i palestinesi, specie quelli di Gaza, come vittime dell’oppressione, nega la prima di tutte le verità storiche: Gaza vive sotto il tallone di Hamas indisturbata dal 2005, non è occupata, il livello di vita della sua popolazione, che si è moltiplicata fino a 2 milioni da poche centinaia di migliaia, è pari a quello medio alta del mondo arabo. La reclusione che lamenta è solo dovuta a motivi di sicurezza. La povertà, al cinismo e alla corruzione della sua leadership. Anche il West Bank è stato liberato dalla presenza ebraica negli anni ’90, il 98% della sua popolazione vive governata solo dall’Anp, lo stato definitivo per l’istituzionalizzazione del governo di Abu Mazen attende un accordo che i palestinesi hanno sempre rifiutato. Così stabiliscono anche le risoluzioni dell’Onu: è falso che esista una «occupazione illegale».

Non c’era nessuno stato nei territori che Israele dovette occupare con la Guerra del ’67 e che erano illegalmente occupati dalla Giordania. Nessuno stato palestinese, mai esistito. Gaza è una storia a parte, passata dalle mani degli egiziani a Israele suo malgrado. Ma nei secoli, dal 140 dC hanno lottato per vivervi le comunità ebraiche poi espulse nel 1919 dagli ottomani, e definitivamente eliminate dagli arabi negli anni ’20. Oggi lamenta di essere una prigione a cielo aperto: ma i movimenti limitati sono dovuti alle aggressioni terroristiche. Pure, Israele ha sempre lasciato che Gaza venisse rifornita, finanziata, curata. Le molte guerre di aggressione di Hamas sono state sottovalutate, e lo sgombero del 2005 è stato un errore, si dice. Ma adesso dopo le mostruosità e le 1.300 creature inermi uccise bestialmente, Israele deve riaffermare il diritto alla vita della popolazione.

L’accusa più corrente è quella di colpire per vendetta i civili di Gaza. Non è vero. Hamas disloca missili e centri di comando in aeree densamente popolate, moschee, ospedali, scuole. Ogni civile colpito è per Hamas uno strumento di propaganda. Israele cerca di contenere il numero di innocenti colpiti, usa gli avvertimenti preventivi. Ma se non destruttura Hamas, con quelle armi, quegli uomini si produrranno continue ripetizioni del lancio di missili e delle atrocità. Questo non è possibile. Israele ha spesso fermato operazioni perché erano stati individuati bambini nell’area. Invece, Hamas vede nei bambini un punto debole con cui fiaccare il nemico. Stavolta tanti bambini sono stati rapiti. E anche decapitati. Non c’è confronto nel cercare di annichilire la leadership che fa della sua popolazione lo scudo umano del terrore e il sistematico sgozzamento di civili. Nel 2009 dopo una delle guerre di Gaza il giudice Goldstone compilò, incaricato dall’Onu, un’inchiesta sui crimini compiuti: prima accusò Israele, per poi denunciare quanto Hamas approfitta dei suoi cittadini facendone scudi umani.

La base teorica dell’odio palestinese è generale: Abu Mazen ha detto che gli ebrei non appartengono al Medio Oriente, ma sono colonizzatori europei, e che Hitler li ha perseguitati per la loro ignominia. Si chiama antisemitismo, delegittimazione. L’intera storia della presenza ebraica in Israele, a volte viene vista erroneamente come una presenza coloniale nella Palestina occupata: ma sono i palestinesi i recenti immigrati da Siria ed Egitto. La storia: il popolo ebraico ha la sua origine, la sua terra e la cultura della Bibbia, dal 1.600 aC. Gerusalemme è diventata capitale del regno di Israele nel 1.000 aC. Il Tempio è stato distrutto prima dai babilonesi, poi dai Romani nel 70 dC. Sulle sue rovine si costruì prima una basilica, poi la moschea. Ma nonostante i tentativi di cancellarla, c’è una massiccia evidenza storica, letteraria, archeologica dei secoli in cui gli ebrei sono rimasti attaccati a Gerusalemme nonostante le dominazioni greche, romane, dei mamelucchi, degli ottomani, e poi degli inglesi che sostituirono i turchi con il mandato britannico stabilito dalla Lega delle Nazioni. È proprio la decolonizzazione che riconsegna agli ebrei la loro terra, mentre cresce il movimento sionista, con la dichiarazione Balfour del 1917 che disegna «una casa nazionale» molto maggiore del territorio che Israele riceverà dall’Onu del 1948, e poi gli accordi di Sanremo, che nella legalità internazionale mandano avanti la creazione dello Stato ebraico. Il terrorismo arabo filonazista era già molto fiorente mentre nessuno stato palestinese è mai esistito. I leader arabi stessi includono quest’area nella Grande Siria e i palestinesi aumentarono di numero solo quando gli ebrei si misero al lavoro in una terra abbandonata e incolta. Più del 90% di quelli che si dichiarano oggi palestinesi giunsero con le migrazioni.

L’intenzione di Israele di condividere l’area con il mondo arabo è stata rifiutata: ma la Giudea e la Samaria, il West Bank, non sono mai state parte di nessuna Palestina, termine coniato dai Romani per cancellare la presenza ebraica. Erano illegalmente occupate dalla Giordania dal 1950 e nessuno ha mai protestato. Dal ’67 sono l’epicentro di una rivendicazione che parla di un’illegalità inesistente. La loro conquista è dovuta a una risposta a un attacco giordano e le risoluzioni Onu non assumono affatto che siano lo stato palestinese, ma asseriscono che la loro appartenenza è legata a una trattativa. La trattativa, sin da Oslo, si è sempre conclusa con un nettissimo rifiuto da parte palestinese: Arafat a Camp David nel 2000, cui seguì l’Intifada e poi Abu Mazen ad Annapolis nel 2007. Lo scopo era e resta quello dell’eliminazione di Israele, che Hamas ha trasferito nel campo religioso-ideologico. «Due Stati per due popoli» è stato anche per Fatah un cavallo di Troia, specie quando lo strumento del terrorismo diviene arma di sterminio di massa: durante la seconda Intifada fra il 2000 e il 2003 quasi 2mila ebrei furono uccisi sui bus, per strada. La politica dell’Anp è quella di non condannare mai il terrorismo, anzi di fornire ai terroristi un vitalizio ogni volta che vengono catturati o alle famiglie se muoiono. Il premier Ariel Sharon si immaginò un futuro di amicizia dando a Gaza aiuti, strutture agricole e industriali. Jihad Islamica e Hamas ne hanno fatto la punta di diamante di una strategia di attacco contro Israele e contro l’Occidente.

Oggi non c’è modo di immaginare un futuro avendo vicino Hamas che viola tutti i diritti umani e ordina di uccidere gli ebrei. Ogni giorno i terroristi agiscono sul territorio israeliano nonostante Israele si sia sempre preso cura dei suoi malati, dei bimbi, persino della moglie di Ismail Hanye. Non c’è mai stato accanimento sulla Striscia, i soldi degli aiuti, l’acqua, il gas, le medicine, la benzina sono state forniti in quantità. Ma Israele deve poter contare sul consenso del mondo quando cerca di cancellare il mostro che minaccia tutti noi.

Il Giornale

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EmenDare


Saggio che il governo chieda alla propria maggioranza di non presentare un diluvio di emendamenti, ma sarà il governo stesso a dovere fare emenda dell’imprudenza commessa. Le guerre attutiscono i rumori attorno ai bilanci pubblici, ma non riparano squilib

Saggio che il governo chieda alla propria maggioranza di non presentare un diluvio di emendamenti, ma sarà il governo stesso a dovere fare emenda dell’imprudenza commessa. Le guerre attutiscono i rumori attorno ai bilanci pubblici, ma non riparano squilibri che ne provocano la fragilità. Anzi.

Lunedì il governo presenterà alla Commissione europea il Documento programmatico di bilancio (Dpb). In pratica la bozza di legge di bilancio. Quella sia l’occasione per emendare le previsioni fatte nella Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, subito apparse acrobatiche e in fretta divenute immaginarie. Far quadrare i conti per finta porta male. Il governo, in particolare il ministro dell’Economia, decanta la ‘prudenza’ dei conti abbozzati, ma questa è in relazione alle pretese di altri ministri e della maggioranza, mentre non lo è in relazione alla realtà. Se ci fosse il «significativo allentamento della disciplina di bilancio rispetto agli obiettivi precedenti», paventato da una agenzia di rating (Fitch), il risultato non sarebbe avere più soldi da spendere, ma buttarne di più nel costo del debito pubblico.

Il governo ha ragione nel chiedere che il testo, una volta presentato, non sia saccheggiato dagli emendamenti. Una riforma istituzionale seria e stabilizzatrice sarebbe quella di considerare inemendabile la legge di bilancio: rende credibili i conti, consegna al governo un’arma potente e non espropria il Parlamento delle sue funzioni, semplicemente traduce una bocciatura della legge di bilancio in una bocciatura del governo in carica. Come è del tutto ragionevole che sia. E sarebbe un bene anche per le opposizioni che – anziché essere scatenate nell’assalto alla spesa, deresponsabilizzate del saldo e sospinte verso lo scassamento – sarebbero indotte alla presentazione di leggi di bilancio alternative. Diverse nei contenuti, ma non negli equilibri complessivi.

Epperò tocca al governo e alla maggioranza schiodare quel che serve affinché la crescita della ricchezza non sia irragionevolmente frenata. Se i redditi sono mediamente saliti (nel 2022) del 5% e la capacità di spesa effettiva si è ridotta dell’1,6% è perché l’inflazione ha mangiato gli aumenti, mentre il lievitare dei prezzi erode la capacità di risparmio. Non serve a nulla lamentarsi per i tassi d’interesse, se non ci si accorge che il contemporaneo salire dei profitti d’impresa segnala difetti strutturali nella concorrenza. Qui siamo ancora fermi a evitare che ci sia sulle spiagge, mentre i taxi sono oramai una barzelletta.

Neanche serve dire (giustamente) che la leva demografica rende ardita ogni riforma non restrittiva delle pensioni (in realtà basta la Fornero, come il governo ora ammette, sebbene con un linguaggio non comprensibile a quelli cui promise di incenerirla), salvo poi continuare a giocherellare con le ‘quote’. 103 l’ultima moda. Mentre pensare di ‘limare’ le pensioni più alte è illegittimo laddove si pensi all’adeguamento asimmetrico all’inflazione ed è irragionevole se si colpiscono pensioni basate sui contributi versati, favorendo quelle senza contributi versati a sufficienza.

Infine, come ha giustamente detto il ministro Giorgetti: non si tema il confronto con la Commissione europea, si temano i mercati. Le imprudenze si pagano subito e in contanti, non con le procedure d’infrazione. L’ambito europeo, come si è ampiamente dimostrato, è una condizione protettiva, non ostativa. E, a tal proposito, quanto ancora deve durare la commedia orrida del Meccanismo europeo di stabilità? Non chiuderla facendo quel che tutti sanno dovere essere fatto – ovvero ratificare la riforma (perché il Mes c’è di già, non lo si introduce) – significa mostrare dei governanti che hanno paura di sé stessi e di quel che dissero. E no, non rende né più credibili né più forti.

Riforme e lavoro sodo sull’uso dei fondi europei. Questo è l’interesse dell’Italia. Governare non significa ‘dare’, nel senso di distribuire bonus o favori. Questo, semmai, è da emendare.

La Ragione

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Quali scenari per la Nato? Il futuro transatlantico ai Security and defence days


In uno scenario internazionale in continuo mutamento è fondamentale riflettere sul ruolo attuale e futuro della Nato, sulla postura dell’Unione europea, e in modo più ampio, comprendere lo stato delle relazioni transatlantiche. Analogamente, è essenziale

In uno scenario internazionale in continuo mutamento è fondamentale riflettere sul ruolo attuale e futuro della Nato, sulla postura dell’Unione europea, e in modo più ampio, comprendere lo stato delle relazioni transatlantiche. Analogamente, è essenziale analizzare le sfide che attendono l’Alleanza e l’Unione, dalle minacce ibride a quelle convenzionali.

Di questi temi si occuperà la terza edizione dei Security and defence days, iniziativa della Fondazione De Gasperi, organizzata con il Wilfried Martens Centre for European Studies, in collaborazione con la Nato Public diplomacy division e Regione Lombardia che si svolgerà il 17 e 18 ottobre 2023 a Roma.

L’evento, parte del progetto Defense and security days: Nato in an evolving global strategic scenario, riunirà decisori europei e italiani, esperti, professionisti, rappresentanti di istituzioni internazionali e stakeholder privati.

Il primo panel, moderato dal direttore di Formiche e Airpress, Flavia Giacobbe, si occuperà di chiarire le prospettive strategiche della Nato dopo il vertice di Vilnius trattando fianco est, fianco sud e quadro geostrategico globale. Per approfondire le decisioni prese dall’Alleanza atlantica al vertice di Vilnius interverranno il Presidente della commissione politiche dell’Unione europea del Senato, l’ambasciatore e senatore Giulio Terzi di Sant’Agata; il senatore Marco Dreosto, membro della commissione Affari esteri e Difesa e l’Head engagement section della Nato public diplomacy division, il dottor Nicola de Santis.

Durante il secondo panel, il Rappresentante permanente d’Italia presso la Nato, l’ambasciatore Marco Peronaci; il Senior advisor del segretario generale della Difesa direzione nazionale armamenti, il contrammiraglio Pietro Alighieri; il Presidente di Fincantieri, il Generale Claudio Graziano e il ceo di Fastweb, il dottor Walter Renna, tratteranno il tema delle minacce convenzionali e ibride e il ruolo dell’industria italiana ed europea.

Durante il secondo giorno dell’evento, il tema postura dell’Unione europea nello scenario globale verrà trattato dal panel moderato dal responsabile Desk geopolitca della Fondazione De Gasperi, il dottore Mattia Caniglia. Prenderanno parte alla discussione la giornalista del Sole 24, la dottoressa Sissi Bellomo; il Capo III reparto – politica militare dello Stato maggiore della Difesa, l’ammiraglio Gianfranco Annunziata e il vice presidente di ELT Group, l’ingegnere Sergio Jesi.

Inoltre, il Presidente del consiglio accademico del Wilfried Martens Centre for European Studies, già Segretario Generale del Parlamento Europeo, il dottor Klaus Welle, parlerà della complementarità tra Nato e Eu e delle sfide e prospettive comuni.

L’evento si concluderà con l’intervento del ministro degli Affari esteri, l’onorevole Antonio Tajani.


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Conferenza stampa: Carriere, una firma per separarle


Giuseppe Benedetto, President Fondazione Luigi Einaudi Francesco Petrelli, President Unione Camere Penali Enrico Costa, Azione Roberto Giachetti, Italia Viva Simonetta Matone, Lega Stefano Maullu, Fratelli d’Italia Beniamino Migliucci, President Fondazion

Giuseppe Benedetto, President Fondazione Luigi Einaudi
Francesco Petrelli, President Unione Camere Penali
Enrico Costa, Azione
Roberto Giachetti, Italia Viva
Simonetta Matone, Lega
Stefano Maullu, Fratelli d’Italia
Beniamino Migliucci, President Fondazione Unione delle Camere Penali
Raffaele Nevi, Forza Italia

Modera
Andrea Cangini, Segretario generale FLE

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Troppa frammentazione per la Difesa europea. Il punto di Folgiero


La frammentazione europea per quanto riguarda i budget della difesa disperde le risorse e mette a rischio le aziende del settore. A dirlo è stato l’amministratore delegato di Fincantieri, Pierroberto Folgiero, a margine della terza edizione della Conferen

La frammentazione europea per quanto riguarda i budget della difesa disperde le risorse e mette a rischio le aziende del settore. A dirlo è stato l’amministratore delegato di Fincantieri, Pierroberto Folgiero, a margine della terza edizione della Conferenza Europea sulla difesa e la sicurezza, tenutasi a Bruxelles, dove ha richiamato i principali gruppi industriali della difesa del Vecchio continente. “In Europa – ha detto Folgiero – l’industria militare è retta da singoli Stati membri, ognuno con il proprio budget nazionale”, un quadro che non facilita né gli investimenti, né la programmazione di progetti comuni. “È fondamentale promuovere la collaborazione all’interno del comparto, per cui abbiamo anche degli strumenti a disposizione, come la bussola strategica dell’Ue”.

Gli strumenti Ue

Come registrato dall’amministratore delegato, l’Unione europea ha già messo in campo alcuni strumenti, come il Fondo europeo della Difesa, impegni di cui l’Ue deve farsi sempre più carico. “L’Ue ha il compito di fare la sua attraverso politiche volte a favorire la cooperazione e la competitività”. Come ricordato ancora da Folgiero, l’Ue sta attualmente elaborando una strategia per consolidare il settore. Un programma che include il fondo per il rafforzamento del procurement congiunto, l’Edirpa, e il piano di investimenti nella difesa imminente dell’European defence improvement programme (Edip), “strumenti che mirano a promuovere una maggiore cooperazione tra le aziende degli Stati membri”

Un budget unico

Sul tema, del resto, è intervenuto anche commissario Ue al Mercato interno, Thierry Breton, che intervenendo all’European Defence and security conference ha proposto di collegare insieme gli otto miliardi del Fondo europeo per la Difesa con i trecento milioni messi a disposizione dall’Edirpa (iniziativa per il procurement congiunto), e i cinquecento milioni dell’Asap (programma per finanziare il rinfoltimento degli arsenali ridotti dall’invio di aiuti all’Ucraina). “Ci serve un programma che cristallizzi l’ambizione europea, che diventi un precursore di un reale programma industriale per la difesa all’interno del prossimo framework finanziario multi-annuale del budget Ue” ha osservato Breton, aggiungendo come “il nostro obiettivo è chiaro, dobbiamo sostenere e allargare l’Asap e l’Edirpa, dobbiamo evitare uno shut down della difesa nel 2025 e costruire un ponte verso il prossimo budget Ue”. E per fare questo, ha sottolineato Breton, ci sarà bisogno del supporto dell’industria europea.

L’impegno dell’industria

Sul tema del necessario supporto delle aziende, ciascuna “con le proprie priorità e resistenze” allo sforzo europeo di sostruzione di una sua dimensione della Difesa è intervenuto anche Folgiero, riconoscendo come la sfida stia “nel garantire che l’approccio dall’alto verso il basso, che promuove la collaborazione, si traduca in un impegno effettivo da parte delle aziende”. Per fare questo, è però necessario che l’Ue metta a disposizione le sue realtà, come l’Agenzia per la Difesa europea (Eda) e l’Organizzazione congiunta per la cooperazione in materia di armamenti (Occar) “per garantire che gli interessi comuni si traducano in azioni concrete”.

La realtà di Fincantieri

In questo senso, un’esperienza come quella di Fincantieri, che già partecipa a diversi programmi congiunti europei, come dimostrato dalla joint venture Naviris insieme alla francese Naval Group, per la costruzione di fregate di prossima generazione, attraverso programmi come Horizon e Fremm, o con la Germania per la costruzione di sottomarini, possono essere una preziosa piattaforma di partenza per future collaborazioni industriali europee. Nel dettaglio, per esempio, la joint venture con Naval Group “vede come prioritari i temi della ricerca e sviluppo, puntando a sinergie significative anche in termini industriali”, priorità che hanno il fine di “promuovere un’industria della difesa europea più integrata, contribuendo all’allineamento dei requisiti e alla cooperazione industriale”.


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L’antisionismo come abito buono dell’antisemitismo


Pur se in un culmine di orrore e di violenza senza precedenti, sulla questione arabo-israeliana i discorsi sono sempre gli stessi. Discorsi spesso ipocriti, immancabilmente prevedibili. È l’eterno ritorno del sempre uguale, per dirla con Nietzsche. Puo, p

Pur se in un culmine di orrore e di violenza senza precedenti, sulla questione arabo-israeliana i discorsi sono sempre gli stessi. Discorsi spesso ipocriti, immancabilmente prevedibili. È l’eterno ritorno del sempre uguale, per dirla con Nietzsche. Puo, pertanto, avere una qualche utilità rileggere oggi un estratto del breve discorso che pronunciai nell’aula del Senato il 20 maggio del 2021 in occasione dell’informativa dell’allora ministro degli Esteri Luigi di Maio sulla sicurezza nel Mediterraneo.

Il popolo curdo rispetto alla Turchia, gli armeni del Nagorno-Karabakh rispetto all’Azerbaigian e, di fatto, alla Turchia, le minoranze uiguri, tibetana e mongola, oltre ai cittadini di Hong Kong, rispetto alla Cina, la minoranza Harratin in Algeria, Marocco e Mauritania, il popolo Sahrawi in Marocco, le popolazioni dell’Abkhazia e dell’Ossezia in Georgia e rispetto alla Russia, i Tamil nello Sri Lanka, la popolazione del Karen in Birmania…

Potrei andare avanti a lungo, etnia per etnia, lingua per lingua, religione per religione, nell’elencare i popoli che si trovano oggi senza uno Stato, o i popoli che uno Stato lo hanno ma sono oppressi da un regime autoritario. E a questo triste e sterminato elenco potrei, anzi, dovrei aggiungere i cristiani. I cristiani perseguitati in Nigeria, in Congo, in Mozambico, in Camerun, in Burkina Faso, in Corea del Nord, in Somalia, in Pakistan, nelle isole Molucche… Ogni giorno, nel mondo, vengono uccisi dai 13 ai 18 cristiani e vengono uccisi in quanto cristiani.

Eppure, le élite occidentali non sembrano occuparsene. Non vedo manifestazioni di piazza o raccolte di firme, non leggo vibranti editoriali, non assisto a ripetute e ferme prese di posizione da parte di leader politici, intellettuali, artisti, cantanti, attori, organismi internazionali e associazioni per i diritti umani in difesa dei cristiani perseguitati, o dei curdi, o degli armeni, o degli uiguri e via elencando.

Reazioni del genere le vedo solo in un caso: il caso del popolo palestinese rispetto allo Stato di Israele, di cui Hamas nega il diritto di esistere. Il mainstream occidentale parteggia per i palestinesi, non c’è dubbio. E allora, se le cose hanno un senso, le possibilità sono due. Due sole: una particolare affinità delle élite occidentali e dei maitre à penser nei confronti del popolo palestinese, o una loro particolare avversità nei confronti dello Stato di Israele.

Sbaglierò, ma non percepisco reali affinità. Il problema, dunque, è lo Stato di Israele in quanto tale. Ma cos’è che distingue lo Stato di Israele da tutti gli altri? Cosa distingue Israele da, poniamo, la Cina? Facile: la sua natura ebraica. Sarebbe intellettualmente onesto, allora, ammettere una volta per tutte, anche di fronte a noi stessi, che, non in tutti, ma nella maggior parte dei casi l’antisionismo è solo l’abito buono dell’antisemitismo.

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Israele, Ucraina e i fondi per la difesa. Cos’ha detto Crosetto


“Lo scenario internazionale ci pone di fronte a criticità e sfide difficili per tutti. Dobbiamo lavorare insieme per evitare escalation. Il governo italiano e la Difesa sono al fianco del popolo d’Israele e ribadisco la piena solidarietà per gli attacchi

“Lo scenario internazionale ci pone di fronte a criticità e sfide difficili per tutti. Dobbiamo lavorare insieme per evitare escalation. Il governo italiano e la Difesa sono al fianco del popolo d’Israele e ribadisco la piena solidarietà per gli attacchi subiti e la vicinanza ai familiari delle vittime e ai feriti. Mi auguro che grazie allo sforzo della comunità internazionale si sappia trovare un canale per liberare le centinaia di ostaggi innocenti rapiti dai terroristi”. Lo ha affermato, come si legge in un comunicato, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, al termine del Consiglio atlantico in formato ministri della Difesa che si è tenuto ieri e oggi presso il quartier generale della Nato alla presenza del segretario generale Jens Stoltenberg e dell’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell.

AL FIANCO DI ISRAELE

Israele si è sentito attaccato e deve difendersi, la sua reazione è legittima, ha spiegato Crosetto sottolineando che l’Italia si impegna a evitare un’ulteriore escalation e a fare in modo che il conflitto non coinvolga civili innocenti. “Probabilmente questa convivenza con Hamas, che fino ad adesso è avvenuta e non ha avuto effetti così devastanti, adesso è impossibile. La reazione di Israele è assicurarsi il futuro, e probabilmente adesso comprende uno scontro con Hamas molto duro”, ha aggiunto. Le immagini mostrate dal ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant oggi ai ministri della Nato riuniti a Bruxelles evidenziano “la violenza con cui Hamas ha deciso di agire nei confronti di neonati, di donne anziane, di donne giovani. Anche la guerra ha, nella sua drammaticità, delle regole: quando si superano si va al di là di quello che è umano. È normale, quindi, che la reazione di chi ha subito una ferita così forte sia forte”, ha aggiunto.

L’ALLARGAMENTO DEL CONFLITTO

Gli eventi di questi ultimi giorni, ha spiegato ancora il ministro in una nota, “dimostrano l’importanza e la fragilità del Fianco Sud e quanto sia necessaria, oggi più che mai, un’Alleanza forte e coesa a 360 gradi. Siamo profondamente preoccupati per la possibile estensione del conflitto in Medio Oriente e per il rischio di una nuova stagione di attacchi terroristici. L’instabilità in questa area, nei Paesi del Nord Africa e nel Sahel ha infatti riflessi sulla sicurezza dell’intera area euro-atlantica. Questo significa che anche per il Sud dobbiamo disporre di forze, con adeguata reattività e capacità, da impiegare in caso di necessità così come avvenuto sul Fianco Est, dove l’Italia sta partecipando in maniera attiva”.

GLI INVESTIMENTI

Secondo Crosetto, gli investimenti in sicurezza e difesa sono sempre più necessari davanti ai sempre maggiori elementi di possibile destabilizzazione del mondo. “Dobbiamo preparaci a affrontare situazioni che non pensavamo più di affrontare”, ha dichiarato in un punto stampa. “I miei timori sono molti non da oggi. Ho parlato del problema medio orientale e Iran quando nessuno lo faceva. Gli elementi di possibile destabilizzazione di un mondo che ha già varie aree di destabilizzazione ci sono e sono costanti. Vediamo la situazione dei Balcani e cosa sta succedendo in Medio Oriente. Dobbiamo attrezzarci per affrontare situazioni a cui non eravamo abituati o che pensavamo di non trovare più sulla nostra strada”, ha continuato. “Questo significa, purtroppo, investire in sicurezza e in difesa, ma anche molto in diplomazia e in crescita economica, così come nella redistribuzione delle ricchezze, che probabilmente non sono allocate in modo giusto rispetto alla popolazione”, ha aggiunto. “Questo è però un problema a lungo termine, che non possiamo risolvere in un anno, due o cinque. Il problema della difesa, invece, è importante e riguarda l’oggi e il domani, e cambierà il nostro scenario. Forse non è abbastanza percepito nell’ambiente occidentale”.

LA FINANZIARA

Se ci saranno abbastanza soldi per la difesa nella finanziaria? “Lo vedremo lunedì, io per rispetto di [Giancarlo] Giorgetti (ministro dell’Economia, ndr) non ho voluto chiamarlo né influenzarlo”, ha risposto ai cronisti Crosetto. “Giorgetti sa quali sono gli impegni per la Nato, quali sono le esigenze, ma sa anche quali sono le sue disponibilità. È inutile che io mi aggreghi alla pletora di persone che vanno a chiedere. Lunedì vedremo e prenderò atto di quello che ha deciso e ha potuto decidere”.

GLI AIUTI A KYIV

Del nuovo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina, “ne abbiamo parlato e ne parliamo continuamente”, ha dichiarato durante il punto stampa. “L’Ucraina sta combattendo una guerra per cui il mondo occidentale si è assuefatto ma a cui gli ucraini su cui più piovono ogni giorno bombe in testa, non riescono e non vogliono assuefarsi. Giustamente stanno continuando a difendersi. Noi li stiamo aiutando in questa guerra per la sopravvivenza, non è una guerra di conquista quella Ucraina, è una guerra di sopravvivenza e di difesa”. Ciò che ho detto, ha spiegato il ministro riferendosi a un’intervista in cui affermava che “gli aiuti militari non sono illimitati”, “era una banalità: parliamo di risorse non illimitate, per cui l’Italia ha aiutato fino ad adesso nei limiti delle possibilità e continuerà a farlo. Non significa dare un giudizio politico ma quantitativo”, ha sottolineato.


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Dopo Ford, ecco Eisenhower. Nuova portaerei Usa nel Mediterraneo


Gli Stati Uniti hanno inviato nel Mediterraneo il gruppo portaerei del Uss Eisenhower. Il nuovo Strike group si aggiunge a quello del Uss Ford, inviato nelle acque israeliane a seguito dello scoppio della crisi. Lo schieramento della nuova unità a stelle

Gli Stati Uniti hanno inviato nel Mediterraneo il gruppo portaerei del Uss Eisenhower. Il nuovo Strike group si aggiunge a quello del Uss Ford, inviato nelle acque israeliane a seguito dello scoppio della crisi. Lo schieramento della nuova unità a stelle e strisce, il primo per l’Eisenhower in oltre due anni, sebbene lungamente pianificato rappresenta un segnale importante sia della risolutezza degli Stati Uniti nel sostenere Israele, sia nell’importanza che il Mediterraneo, e la sua sicurezza, continuano a rivestire per gli equilibri globali.

Il gruppo dell’Eisenhower

Come annunciato dalla Us Navy, il gruppo portaerei lascerà l’attuale porto della base navale di Norfolk in Virginia nelle prossime settimane. Nel suo insieme, l’intero gruppo ha a bordo oltre cinquemila marinai, oltre al 3° Stormo aeronavale, i cacciatorpediniere Uss Gravely e Uss Mason, oltre all’incrociatore Uss Philippine Sea. “Lo schieramento del Gruppo Eisenhower è pianificato da tempo – ha detto la Marina Usa – e condurrà delle esercitazioni all’interno dell’area di responsabilità del Comando europeo Usa a supporto delle attività e operazioni Nato di sorveglianza rafforzata”.

Presenza mediterranea

Le portaerei della Marina statunitense sono state schierate nella Sesta Flotta subito dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Averne ora ben due nella regione permetterà agli Stati Uniti di continuare a rispondere all’aggressione russa, rimanendo al contempo vicini a Israele e alla Striscia di Gaza, da dove è stata lanciata la principale direttrice offensiva contro Tel Aviv. Nei giorni scorsi, il gruppo portaerei dello Uss Gerald R. Ford ha ricevuto l’ordine di dirigersi verso il Mediterraneo orientale per mettersi a disposizione di Israele nell’assisterla a resistere all’attacco a sorpresa lanciato da Hamas, decisione confermata dal segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin. Secondo il Comando centrale degli Stati Uniti, il Ford è arrivato nel Mediterraneo orientale martedì. Il gruppo comprende otto squadriglie di aerei d’attacco e di supporto, i cacciatorpediniere Uss Thomas Hudner, Uss Ramage, Uss Carney e Uss Roosevelt e l’incrociatore Uss Normandy.

Sostegno a Israele

Il Pentagono ha dichiarato che gli aerei, i cacciatorpediniere e gli incrociatori statunitensi che hanno navigato con il Ford condurranno operazioni marittime e aeree che potrebbero includere la raccolta di informazioni, interdizioni e attacchi a lungo raggio. Lunedì, inoltre, la Casa Bianca ha confermato di aver già iniziato a consegnare a Israele munizioni ed equipaggiamenti militari, e il Pentagono sta rivedendo i suoi inventari per vedere cos’altro può essere inviato rapidamente per aiutare l’alleato mediorientale.

Foto: Us Navy


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Una portaerei europea? Per Breton (e Fincantieri) si può fare


Una portaerei europea. L’idea, per quanto ambiziosa, arriva proprio da Bruxelles per voce del commissario Ue al Mercato interno, Thierry Breton, i cui compiti ricoprono anche le iniziative per la Difesa comune. Parlando alle grandi aziende del settore eur

Una portaerei europea. L’idea, per quanto ambiziosa, arriva proprio da Bruxelles per voce del commissario Ue al Mercato interno, Thierry Breton, i cui compiti ricoprono anche le iniziative per la Difesa comune. Parlando alle grandi aziende del settore europeo alla terza edizione dell’European Defence and security conference nella capitale belga, Breton ha infatti sottolineato come “con il ritorno dei un conflitto ad alta intensità sul continente europeo, non abbiamo altra scelta” che investire in tutti i campi della difesa, tra cui anche “una nave portaerei per pattugliare i mari, un sistema di difesa aerea, chiamato Eurodome (“l’Eurocupola”) e una capacità di individuazione e identificazione delle minacce nello spazio comune”.

Ambizioni europee

Per Breton, dunque, l’Unione deve potenziare le proprie ambizioni anche in aree precedentemente ritenute fuori dalla portata d’azione dell’Ue, intensificando il supporto per le industrie della difesa del Vecchio continente di fronte alla minaccia rappresentata dalla Russia dopo l’invasone dell’Ucraina. La Commissione “deve presentare un programma ambizioso di investimenti per la Difesa” che assicuri il sostegno “alla produzione di munizioni e missili, ma che garantisca al contempo lo sviluppo di programmi bandiera come vascelli e programmi di difesa missilistica di nuova generazione” ha detto Breton, anticipando in parte i temi che dovrebbero essere inseriti nella prossima Strategia di difesa industriale europea pianificata per il prossimo 8 novembre.

Potenziare i fondi

Tra le altre iniziative lanciate da Breton c’è anche quella di collegare insieme gli otto miliardi del Fondo europeo per la Difesa, che tra l’altro dovrebbe essere potenziato – ha segnalato Breton – con i fondi messi a disposizione dall’Edirpa per il procurement congiunto, trecento milioni, e quelli Asap per finanziare il rinfoltimento di missili e munizioni europei ridotti a causa dell’invio di aiuti all’Ucraina, altri cinquecento milioni. “Ci serve un programma che cristallizzi l’ambizione europea, che diventi un precursore di un reale programma industriale per la difesa all’interno del prossimo framework finanziario multi-annuale del budget Ue” ha osservato Breton, aggiungendo come “il nostro obiettivo è chiaro, dobbiamo sostenere e allargare l’Asap e l’Edirpa, dobbiamo evitare uno shut down della difesa nel 2025 e costruire un ponte verso il prossimo budget Ue”. E per fare questo, ha sottolineato Breton, ci sarà bisogno del supporto dell’industria europea.

Fincantieri risponde all’appello

L’idea di Breton per una portaerei europea è stata subita raccolta dall’amministratore delegato di Fincantieri, Pierroberto Folgiero, che ha confermato come “concettualmente, abbiamo tutti gli ingredienti” per farlo. Per il manager italiano, infatti, l’idea di Breton è “un obiettivo molto ambizioso ed emblematico, ma che ha senso in ogni suo aspetto”. Fincantieri, del resto, partecipa già a diversi programmi congiunti europei su vascelli militari, come dimostrato dalla joint venture Naviris insieme alla francese Naval Group, una piattaforma che potrebbe essere alla base del progetto di una portaerei Ue. In questo quadro, per esempio, Fincantieri sta partecipando alla realizzazione della Corvetta da pattugliamento europea. Un altro esempio di collaborazione europea di successo sono le fregate classe Orizzonte o Fremm, riconosciute tra le migliori unità al mondo e frutto della collaborazione italo-francese. Per Folgiero, dunque, pur mancando piani precisi e scadenze, la linea è semplice “se c’è la volontà, si trova la strada”.


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Una doppia partita vitale per le democrazie occidentali


In enigmistica si tratterebbe di unire i puntini. Purtroppo, il quadro che se ne compone, da Kiev a Tel Aviv, da Bucha al Negev, ha contorni via via più ampi rispetto ad aree di crisi drammatiche ma pur sempre circoscrivibili, almeno nelle speranze di mol

In enigmistica si tratterebbe di unire i puntini. Purtroppo, il quadro che se ne compone, da Kiev a Tel Aviv, da Bucha al Negev, ha contorni via via più ampi rispetto ad aree di crisi drammatiche ma pur sempre circoscrivibili, almeno nelle speranze di molti. E vale la pena di rammentare la preveggenza di papa Francesco che nove anni fa, nell’agosto 2014, di fronte agli orrori perpetrati su civili inermi, donne e bambini in Siria e in Iraq, cominciò a parlare di «Terza guerra mondiale già in corso, a pezzetti». Con l’invasione di Putin in Ucraina il 24 febbraio 2022 è apparso chiaro a molti di noi occidentali che la resistenza di Zelensky e dei suoi era fatta anche per conto nostro e dei nostri valori, fragili finché si vuole, come lo sono la tolleranza e il consenso, ma sui quali abbiano costruito il mondo libero dal 1945 in poi, coi suoi organismi sovranazionali e una parvenza (talvolta assai precaria) di legalità internazionale. Adesso un altro passo è stato compiuto.

Ed è difficile dubitare che le democrazie stiano giocando in questi anni una doppia partita vitale su uno scacchiere che non ha più confini. Non soltanto perché, banalmente, blogger e propagandisti russi plaudono all’assalto di Hamas contro Israele in quanto «distoglie l’attenzione dell’Occidente dall’Ucraina» (e, temiamo noi, anche i rifornimenti di armi). Piuttosto perché la sfida coinvolge cuori e menti sull’approccio con cui governare le complessità del Ventunesimo secolo, interrogando tali democrazie sull’adeguatezza e la capacità di risposta di fronte alla veloce ed efficiente brutalità delle dittature. Per capirci, dietro l’aggressione dei miliziani di Hamas contro Israele e contro migliaia di innocenti civili è ben visibile il profilo della più crudele tirannia mediorientale, quell’Iran che impicca i dissidenti alle gru e ha finanziato a Sud i terroristi di Ismail Haniyeh (il leader fotografato in preghiera, nel blasfemo ringraziamento a Dio per il massacro di ebrei) e sul fronte settentrionale le basi libanesi di Hezbollah. Basta seguire i puntini per trovare migliaia di droni iraniani scagliati dall’esercito invasore di Putin sulle città, sulle scuole e sugli ospedali dell’Ucraina martoriata in questi diciannove mesi di guerra. Gli stessi puntini che ci mostrano gli istruttori militari di Mosca al lavoro nella terra degli ayatollah. Non è necessario immaginare un’internazionale delle tirannie: isolati insieme dalle sanzioni, russi e iraniani sono assai distanti, ad esempio, su dossier delicati come la Siria o l’Afghanistan.

L’intesa sta nelle cose, nell’odio per il Grande Satana o per l’Occidente Globale, nella paralisi dell’ormai inutile Consiglio di sicurezza dell’Onu, col supporto defilato di una Cina sempre più desiderosa di mettere mano senza fastidi al dossier Taiwan o di una sempre più autoritaria Algeria che ha applaudito all’azione contro Israele e alla quale abbiamo affidato forse con troppo ottimismo buona parte del nostro destino energetico, come ha rilevato su queste colonne Federico Fubini. L’inizio della Seconda guerra mondiale fu un lungo rosario di segnali non colti, scontri in teatri locali di cui non si vide la portata come la Spagna, arrendevolezze camuffate da strategie diplomatiche da Monaco in poi. Fino al 1941, con l’Operazione Barbarossa dei nazisti contro l’Unione Sovietica e il bombardamento giapponese su Pearl Harbor, non fu così chiara la dimensione planetaria del conflitto, ha osservato Paolo Mieli di recente. A costo di apparire ingenui, vogliamo crederci ancora distanti da un nuovo baratro. Ma la libertà è posta in questione in quegli stessi Paesi che propugnano guerre d’aggressione. Le dittature hanno bisogno di nemici contro i quali convogliare la rabbia di sudditi conculcati. Chi fosse tentato dal generale distacco dalla causa ucraina (il grande freddo su Kiev di cui parla Ezio Mauro) provi a rammentare qualche numero utile (a tener duro). Il primo è 684: tanti sono o, almeno, erano a fine agosto, i prigionieri politici in Russia, secondo la ong Memorial. Poco meno di quelli del regime sovietico nel 1987, settecento, prima che Gorbaciov aprisse le galere. Il sorpasso è alle viste: dal principio dell’invasione fino allo scorso 27 settembre, gli imputati in processi penali per opposizione alla guerra sono già 713, gli arrestati 19.810.

Questi dati, forniti dall’associazione per i diritti umani Ovd-Info, e le durissime forme di detenzione (con un gran ritorno dei gulag siberiani) devono far riflettere non meno della recente strage di Hroza (51 civili uccisi da un missile a una veglia funebre in un bar) chi, spesso in buonafede, è convinto sia giunto il tempo trattare con Putin. «Se mi abbandonate ve lo troverete alle porte entro il 2028», ha preconizzato Zelensky parlando all’Europa allargata di Granada. Anche dietro la mossa iraniana contro Israele, realizzata tramite Hamas, si deve leggere tutta la ferocia e l’affanno di una teocrazia che solo nel 2022 ha giustiziato cinquecento prigionieri (tra cui numerosi minorenni) e arrestato ventimila oppositori, che continua a massacrare le donne ma deve fronteggiare una rivolta ormai permanente, dilagata lo scorso anno in 139 città. Evocare il detestato nemico sionista serve molto al regime, naturalmente. Ma, come si vede, la questione coincide solo in parte con l’Islam, di cui l’Iran rappresenta la versione più arcaica e violenta. Un’ondata di islamofobia sarebbe l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno. La prima, poiché in ballo è l’idea stessa di libertà, è non cedere al rancore o alla paura, sostenendo quegli avamposti di democrazia occidentale oggi a rischio, con tutti i mezzi: politici, economici e militari. Nel programma va inclusa anche l’educazione dei nostri ragazzi. Se inneggiano agli assassini di Hamas persino dei collettivi scolastici di Milano (su cui il ministro Valditara fa benissimo a intervenire) il senso prezioso delle nostre società aperte va spiegato sin dal tinello di casa.

Corriere della Sera

L'articolo Una doppia partita vitale per le democrazie occidentali proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

L’Europa ha bisogno di una difesa missilistica. I piani Nato, Ue e nazionali


La guerra in Ucraina e l’attacco a Israele dimostrano l’importanza di una capacità di difesa missilistica adeguata. Ad affermarlo è stato il presidente della commissione Difesa della Camera dei deputati, onorevole Nino Minardo, intervenendo a margine dell

La guerra in Ucraina e l’attacco a Israele dimostrano l’importanza di una capacità di difesa missilistica adeguata. Ad affermarlo è stato il presidente della commissione Difesa della Camera dei deputati, onorevole Nino Minardo, intervenendo a margine dell’audizione informale dell’amministratore delegato di Mbda Italia, Giovanni Soccodato. Per il presidente, “Ci sono alcuni programmi importanti al vaglio parlamentare, credo che la valutazione dovrà tenere conto di questa variabile ma anche della necessità di partecipare a programmi di cooperazione europea in questo campo”.

Una difesa aerea per il Vecchio continente

L’audizione, tra l’altro, avviene in concomitanza con l’incontro dei ministri della Difesa dei Paesi Nato, durante il quale dovrebbe venire siglato un impegno formale degli alleati nel partecipare all’iniziativa dello Sky shield europeo, un piano guidato dalla Germania per fornire al Vecchio continente un sistema di difesa contraerea comune. Lanciato l’anno scorso, il progetto ha già ottenuto il sostegno di diciannove Paesi. Il programma, tutt’altro che libero da criticità, con Parigi apertamente contraria al progetto – basato principalmente su sistemi statunitensi e israeliani – è tuttavia un segnale forte delle priorità che i Paesi europea, sia membri Ue, sia Nato, stanno dando alle proprie strutture di difesa. Di recente, tra l’altro, anche il commissario Ue al Mercato interno, Thierry Breton, ha sottolineato la necessità della creazione di un sistema di difesa aerea comune Ue, chiamato Eurodome (“l’Eurocupola”).

Capacità missilistiche europee

Nel corso del suo intervento, l’amministratore delegato di Mbda, Soccodato, ha spiegato come, per “effetto indiretto della situazione geopolitica internazionale che ha portato con la crisi ucraina ad una maggior attenzione da parte dell’Europa e di altri Paesi per i sistemi di protezione missilistica” siano aumentati gli ordini della società, e in generale la richiesta di sistemi, con una “crescita importante a livello di export”. In questo quadro, l’esperienza di Mbda è da ritenersi positiva, essendo “il primo player europeo e il terzo a livello mondiale” nel campo missilistico. “Se non ci fosse stata la creazione di Mbda – ha detto Soccodato – probabilmente oggi l’Europa non avrebbe la capacità a tutto tondo che ha nel settore missilistico”. La società, infatti, è stata il primo progetto nel settore difesa “a mettere a fattor comune capacità progettuali e industriali di diversi Paesi”

Il caso di Mbda

E i risultati si vedono anche nei numeri, con un aumento progressivo del fatturato del gruppo “che ha superato la soglia dei quattro miliardi nel 2021” e che si prevede superi i cinque miliardi nel prossimo piano industriale. Alla base di questi esiti “è molto rilevante l’attività fatta per i clienti nazionali: Italia, Francia, Regno Unito e Germania, perché consente all’azienda di investire in nuova tecnologia, fare innovazione e realizzare prodotti che soddisfino le esigenze dei nostri clienti nazionali”.

Difesa ipersonica

L’amministratore delegato ha colto l’occasione dell’audizione anche per presentare il progetto di ricerca e capacità tecnologica a livello europeo per un intercettore contro i missili ipersonici: Hydis Aquila. “La prospettiva di sviluppo futuro è estremamente importante e completerà i nostri sistemi di difesa aerea con una capacità a lunghissimo raggio e ad alta quota contro missili ipersonici ad alta manovrabilità” ha spiegato Soccodato, aggiungendo come sia fondamentale, andando avanti, “che ci sia la capacità a livello Paese di partecipare a questi programmi a livello europeo e mantenere le competenze tecnologiche e produttive”.


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Serino presenta il Calendario dell’Esercito 2024


Capitano Francesco Donnini Vannetti, colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, sergente Mario Paolini, caporal maggiore Gino Fruschelli. Sono solo alcuni dei decorati con la medaglia d’oro al valor militare per il loro sacrificio durante la guerra

Capitano Francesco Donnini Vannetti, colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, sergente Mario Paolini, caporal maggiore Gino Fruschelli. Sono solo alcuni dei decorati con la medaglia d’oro al valor militare per il loro sacrificio durante la guerra di Liberazione italiana condotta dall’Esercito che compaiono nelle pagine dell’edizione 2024 del calendario dell’Esercito italiano. Dodici mesi dedicati alle esperienze di alcuni, in rappresentanza dei molti, che fedeli al giuramento prestato, continuarono a combattere nelle fila delle ricostituende forze armate italiane. Ufficiali, sottufficiali e soldati, insigniti della medaglia d’oro al valor militare per atti eroici compiuti dopo l’armistizio e che si sono particolarmente distinti anche nel periodo precedente. Alcuni di essi militarono nelle formazioni partigiane nel centro-nord del Paese, facendosi spesso promotori della loro formazione, altri raggiungendo il cosiddetto Regno del Sud, entrando nell’Esercito cobelligerante e contribuendo alla costruzione dei Gruppi di combattimento, le unità che sarebbero poi state alla base dell’Esercito repubblicano.

Il valore della scelta

Come raccontato da capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Pietro Serino: “Quest’anno abbiamo voluto raccontare la storia degli uomini che combatterono a difesa della Patria, e non di una ideologia; quei tanti protagonisti in uniforme della Guerra di Liberazione”. La Forza armata ha infatti selezionato dodici medagliati al valore, tra le migliaia di soldati decorati prima e dopo l’armistizio, nell’intento di raccontare la storia di tutti, e dare il senso “dei valori che caratterizzavano allora, e caratterizzeranno sempre, l’Esercito italiano”. Il generale Serino ha raccontato come la scelta del tema sia dovuta alla volontà di onorare la memoria di chi ha rispettato sempre il giuramento di fedeltà prestato alla Patria: “soldati sempre convinti e consapevoli di quale fosse il loro dovere e quale posizione l’Esercito dovesse assumere”.

Un esempio per l’oggi

Come registrato dal sottosegretario alla Difesa, la senatrice Isabella Rauti, “rievocare e raccontare gli episodi che hanno segnato la storia della nostra Repubblica, vuol dire onorare chi ha combattuto per la Patria; significa ricostruire e tramandare la memoria”. Un impegno che, dal passato, deve caratterizzare anche il nostro presente, ricordando “la grande sensibilità che l’Esercito dimostra ogni giorno nel mantenere vivo questo patrimonio ideale condiviso”. Per Rauti, essere consapevoli della nostra storia, “è indispensabile per comprendere il presente, per disegnare il futuro e per interpretare al meglio il momento che stiamo vivendo”.

La testimonianza

Per “sottolineare il valore della scelta del giuramento prestato nel rimanere fedele allo Stato e quindi alla Patria”, tra i vari nomi di decorati è stato ricordato anche Renato del Din, attraverso un video messaggio della sorella, Paola del Din, entrambi medaglia d’oro al valor militare che lo scorso 22 agosto ha compiuto cento anni. Dopo la morte del fratello alla testa delle prime formazioni delle brigate partigiane Osoppo-Friuli, la professoressa del Din, nome di battaglia “Renata” seguì l’esempio del fratello combattendo con il Comitato di liberazione nazionale, e diventando nota per essere stata la prima donna paracadutista italiana a fare un lancio di guerra, attraversando più volte la linea del fronte per portare messaggi alle brigate partigiane del nord-est.


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Il Demente collettivo


Negli ultimi due decenni è diventato di moda prendersela con l’egemonia americana, parlare derisoriamente dell’eccezionalismo americano, ridicolizzare la funzione autoproclamata dall’America di ‘polizia mondiale’ e aspirare a un mondo multipolare. Bene, c

Negli ultimi due decenni è diventato di moda prendersela con l’egemonia americana, parlare derisoriamente dell’eccezionalismo americano, ridicolizzare la funzione autoproclamata dall’America di ‘polizia mondiale’ e aspirare a un mondo multipolare. Bene, congratulazioni: ora quel mondo ce l’abbiamo. Dite voi se è migliore dell’altro”. Sono parole di Noah Smith, da un testo di Substack, citate finalmente anche sul New York Times da un analista, David Leonhardt, di parte liberal. Devono aver intuito, con qualche vent’anni di ritardo, che i neoconservatori non avevano tutti i torti. Il risultato del ripudio della loro dottrina sul nuovo secolo americano, e del leading from behind che ha prevalso sia con Obama sia con Trump, è sotto i nostri occhi: la più cruenta guerra europea dopo la Seconda guerra mondiale, l’aggressività della Cina nell’Indo-Pacifico, il nazionalismo indiano, la drammatica radicalizzazione del conflitto tra Israele e Hamas in linea con Hezbollah e la Teheran dei mullah, con il bel recente fatto delle centinaia di migliaia di morti in Ucraina e di un numero di ammazzati, civili indifesi, giovani che ballavano, vecchi e bambini, e rapiti, che in rapporto alla popolazione israeliana, per tacere del resto e della memoria, è come se il terrorismo islamico a Parigi avesse fatto quattro, cinquemila morti.

Il Demente Collettivo è convinto che la colpa sia degli americani, dei neoliberisti, del capitalismo, della globalizzazione dei mercati, del passato coloniale europeo, dell’imperialismo americano cosiddetto (che non è mai esistito), della guerra in Iraq o in Afghanistan, della risposta all’11 settembre che ora ritorna in forme nuove, e naturalmente del sionismo, dei governi israeliani, dell’occupazione e dell’estremismo parolaio dei sostenitori della colonizzazione in Cisgiordania, la colpa è di tutto e di tutti tranne che dell’occidente che ha rinunciato alla logica unica possibile, quella di riscrivere nel segno della democrazia e della libertà, del nation building contro il dilagare degli stati canaglia, la mappa mondiale. E ci stavamo anche per far fottere la Nato, se non ci avesse pensato Putin, ma a quale costo si sa, a ridarle vita. Gli accordi di Dayton che misero fine al carnaio dei Balcani, l’eliminazione di Saddam e dei talebani, il contenimento a est delle ambizioni neoimperiali della Russia, la resistenza alle ambizioni nucleari del mostruoso regime degli ayatollah, l’isolamento esistenziale della caserma mortifera di Kim Jong Un, la guerra asimmetrica al terrorismo urbano nell’Europa occidentale: le poche cose buone furono fatte come espansione e eco di una stagione di reattività occidentale che abbiamo voluto spegnere nell’ovatta di presunte convenienze di pace, per incrementare la multipolarità ritenuta necessaria in un mondo ora disceso nel caos più completo.

L’Iran ora fa asse con Mosca e la Corea, mentre il retroterra africano del medio oriente, dove l’assadismo è stato premiato dalla resa di Obama e dagli sparacchiamenti ineffettuali del Trumpshow, è in una situazione disperata.

Litighiamo su patti monetari e immigrazione mentre la guerra è letteralmente alle nostre porte in dimensioni mai viste prima, e le quinte colonne del nemico progrediscono a ogni elezione per svuotare la democrazia con le sue stesse armi. Al centro di questo bel capolavoro sta dunque la rinuncia. La rinuncia a isolare e abbattere la quasi cinquantennale teocrazia di Teheran, direttamente implicata nei disegni di destabilizzazione più pericolosi dell’epoca, e noi qui a obiettare sulle mani pulite di Bin Salman, un ceffo regale che esprime comunque un paese che ha contratto da decenni l’ambiguo patto del denaro e delle riserve petrolifere con l’occidente, quello che Lyndon Johnson avrebbe chiamato un figlio di puttana sì, ma il nostro figlio di puttana. Moralismo, antiamericanismo, sussiego vecchia Europa, antisemitismo nella forma dell’antisionismo, odio e boicottaggio per Israele, mitizzazione della sua destra osservante e fanatica, sono le componenti decisive della ritirata, che apre il grande vuoto riempito dalla baldanza della guerra e del terrore, dell’assassinio e del martirio delle democrazie. Finché Ali Khamenei, la sua polizia morale che fa strage di donne e di civiltà, i suoi servizi che tessono la tela fino alla propaggine di Hamas, con l’ausilio dei dollari qatarioti, finché questi saranno al potere, speranza non c’è. Almeno lo si sappia, nel giorno in cui giustamente ci si ritrova per manifestare solidarietà e amore a un popolo che si batte per esistere e che gli aguzzini hanno aggredito con spavalderia e inaudita certezza del successo a cinquant’anni dalla guerra del Kippur.

Il Foglio

L'articolo Il Demente collettivo proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Gasdotto colpito in Finlandia. Nei mesi scorsi le manovre della flotta russa


Il presidente finlandese Sauli Niinistö ha denunciato “attività esterne” che sarebbero la causa del danneggiamento del gasdotto sottomarino Balticconnector, chiuso domenica a causa del timore di perdite, e di un cavo di telecomunicazioni che collegano la

Il presidente finlandese Sauli Niinistö ha denunciato “attività esterne” che sarebbero la causa del danneggiamento del gasdotto sottomarino Balticconnector, chiuso domenica a causa del timore di perdite, e di un cavo di telecomunicazioni che collegano la Finlandia (Paese entrato ufficialmente nella Nato nei mesi scorsi in risposta all’aggressione russa dell’Ucraina) e l’Estonia. Il luogo dell’interruzione è stato identificato, ha spiegato in una nota. Secondo l’operatore finlandese Gasgrid potrebbero volerci mesi o più per la riparazione. Intanto, ad Amsterdam si registra un rialzo del prezzo del gas.

LE INDAGINI

Il punto di perdita del gasdotto Balticconnector tra la Finlandia e l’Estonia si trova nell’area economica della Finlandia, ha spiegato il primo ministro Petteri Orpo. Secondo una prima valutazione, il danno non potrebbe essersi verificato a causa del normale utilizzo del gasdotto o dalle fluttuazioni della pressione, ha aggiunto Orpo. Le autorità finlandesi hanno avviato un’indagine che viene condotta dalla polizia criminale.

IL POSSIBILE SABOTAGGIO

Il calo della pressione “è stato piuttosto rapido, il che indicherebbe che non si tratta di una violazione di lieve entità”, ha spiegato una fonte all’agenzia Reuters. In precedenza anche l’agenzia Bloomberg aveva rilanciato l’indiscrezione di un sabotaggio: “L’indagine su una perdita dal gasdotto sottomarino tra la Finlandia e l’Estonia si svolge presupponendo che si sia trattato di un atto di distruzione deliberato, secondo persone a conoscenza della questione”, aveva scritto.

IL DIALOGO CON LA NATO

“Oggi ho parlato con Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato”, ha aggiunto Niinisto. “La Nato è pronta a fornire assistenza nelle indagini”, ha spiegato ancora. “La Nato sta condividendo informazioni ed è pronta a sostenere gli alleati interessati”, ha scritto Stoltenberg su X. I primi sospetti puntano verso la Russia, alla luce dell’avvistamento nel Mar Baltico della nave oceanografica Sibiryakov, considerata in grado di condurre sorveglianza sottomarina, nei mesi scorsi.

Although much is to be determined, in mid-Sep @gapinskimj wrote in our Kaliningrad Military Digest about the Russian Sibiryakov hydrographic survey vessel’s movements near the Balticconnector. We’re not pointing fingers, but it’s highly likely that Russians surveyed the pipe. t.co/SWFfSWiyzu pic.twitter.com/6EyGQqDzL4

— Konrad Muzyka – Rochan Consulting (@konrad_muzyka) October 9, 2023


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La Nato continui a guardare a Sud. L’appello alla Farnesina


Le priorità e le sfide strategiche dell’Alleanza Atlantica a seguito del mutamento del quadro geopolitico internazionale sono rivolte anche a sud. Per farne fronte serve rivitalizzare gli sforzi di cooperazione con i Paesi a sud della Nato, attraverso tav

Le priorità e le sfide strategiche dell’Alleanza Atlantica a seguito del mutamento del quadro geopolitico internazionale sono rivolte anche a sud. Per farne fronte serve rivitalizzare gli sforzi di cooperazione con i Paesi a sud della Nato, attraverso tavoli di confronto già esistenti come il Mediterranean Dialogue and la Istanbul Cooperation Initiative.

Di questo si è discusso alla Farnesina, nell’ambito della conferenza “Nato 2023. Balancing priorities after the Vilnius Summit”, organizzata dalla Nato Defense College Foundation, in collaborazione con il ministero degli Esteri, il Nato Defense College, la Fondazione Compagnia di San Paolo e Elettronica S.p.A.. Un’iniziativa che ha visto confrontarsi, tra gli altri, il presidente della Nato Defense College Foundation, l’ambasciatore Alessandro Minuto-Rizzo, il presidente della commissione del Senato Politiche dell’Unione europea, l’ambasciatore e senatore Giulio Terzi di Sant’Agata; il rappresentante permanente italiano presso l’Alleanza Atlantica, Marco Peronaci; il presidente di Leonardo, Stefano Pontecorvo; il presidente del Gulf Research Center Abdulaziz Sager e il vice presidente e direttore esecutivo del German Marshall Fund degli Stati Uniti, Ian Lesser.

La dimensione meridionale

Africa, Medio Oriente, Paesi del Golfo e Indo-pacifico sono quadranti che hanno bisogno di trovare una maggiore inclusione nel quadro strategico della Nato post-Vilnius. Sulla dimensione meridionale dell’Alleanza, in particolare, sulla rivitalizzazione delle partnership con i Paesi Mena e dell’Indo-Pacifico, si è concentrato Ian Lesser ribadendo la rilevanza strategica dell’area e osservando l’affinità tra sud e nord globale in merito alla condanna all’invasione russa dell’Ucraina. Ciò, secondo Lesser, evidenzia la generale condivisione dei valori fondanti della comunità internazionale e rende ancora più opportuno creare un dialogo a livello politico.

Maggiore cooperazione tra Nato e Paesi del Golfo è stata auspicata anche da Abdulaziz Sager, presidente del Gulf Research Center. Sager ha sottolineato la valenza del framework Nato plus e la possibilità di inserire i Paesi del Golfo nel quadro di collaborazione strategica.

Dal Golfo al Sahel permangono fragilità preoccupanti, ha spiegato Aydin Kiliç, direttore del Nato Strategic Direction-South Hub del Nato Joint Force Command Naples. Complici la povertà dilagante e carestie, l’area può rappresentare una rilevante minaccia securitaria anche per l’Alleanza Atlantica. Kiliç ha messo in evidenza come la questione del cambiamento climatico nei Paesi che acquistavano il grano Ucraino prima della guerra, rischi di acuire le carestie e causare destabilizzazione politica, aumentando considerevolmente i flussi migratori verso i confini sud della Nato.

Disinformazione russa e comunicazione

L’importanza dei canali di comunicazione tra Nato e sud globale è stata ribadita dall’ambasciatore e senatore Giulio Terzi di Sant’Agata. L’ambasciatore ha ricordato come l’ingerenza russa abbia influito sui processi elettorali di tutta Europa, richiamando i Paesi alleati ad aumentare il proprio grado di attenzione in vista delle prossime elezioni europee. L’ambasciatore ha altresì sottolineato l’importanza di aumentare gli sforzi di comunicazione con i Paesi Mena e con i Paesi del Golfo, dove la propaganda russa anti-Nato continua a diffondersi.

Un tema condiviso anche da Florence Gaub, direttrice della Research Division del Nato Defense College. Il ruolo destabilizzatore della propaganda russa nel Sud Globale ci ricorda l’importanza da parte dei Paesi alleati di accrescere l’impegno diplomatico con i Paesi Mena e con i Paesi del Golfo, così da arginare l’influenza dei competitor strategici.

Cooperazione nel settore industriale

Il peso del settore industriale nel contribuire agli sforzi di difesa dell’Alleanza è stat0 ricordato da Giovanni Soccodato, Managing Director di Mbda Italia. Soccodato ha sottolineato l’importanza del programma della Nato per l’innovazione nel campo della difesa, Diana, in quanto iniziativa capace di sostenere le attività industriali favorendo l’innovazione e il cui acceleratore è ospitato nella città di Torino. “Servono requisiti e standard comuni. Dobbiamo essere uniti per potere mettere la nostra industria nelle migliori condizioni per guardare al futuro”, ha concluso Soccodato, rimarcando la valenza del coordinamento industriale tra gli alleati.


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Florian Illies – L’amore al tempo dell’odio


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Italia e India giocano in Difesa. L’accordo Crosetto-Singh


I ministri italiano e indiano hanno rinnovato ieri sera l’accordo per la cooperazione nel settore della difesa, che era scaduto nel 2019 sulla scia delle tensioni tra i due Paesi dopo il caso dei due marò. Negli ultimi anni i rapporti bilaterali si sono r

I ministri italiano e indiano hanno rinnovato ieri sera l’accordo per la cooperazione nel settore della difesa, che era scaduto nel 2019 sulla scia delle tensioni tra i due Paesi dopo il caso dei due marò. Negli ultimi anni i rapporti bilaterali si sono rafforzati anche alla luce del mutato scenario internazionale dopo la pandemia, l’accresciuta assertività cinese e l’aggressione russa dell’Ucraina.

IL RILANCIO DEI RAPPORTI

Fino ad arrivare al marzo scorso, quando Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, in visita in India ha annunciato con il primo ministro Narendra Modi la decisione di elevare rapporti a partenariato strategico. Il giorno precedente (il 1° marzo) Sparkle, operatore globale del gruppo Tim, aveva avviato la posa del BlueMed, ramo dell’infrastruttura Blue Submarine Cable System, che renderà Genova un nuovo snodo per il traffico tra Europa, Africa, Medio Oriente e Asia collegando Italia, Francia, Grecia e Israele (Blue System) e Giordania, Arabia Saudita, Gibuti, Oman e India (Raman System). E non solo: poche settimane prima Matteo Perego di Cremnago, sottosegretario alla Difesa italiano, era volato a Bangalore per partecipare al salone Aero India e per incontrare gli omologhi e finalizzare il rinnovo dell’intesa.

L’ACCORDO RINNOVATO

Ieri, a Villa Madama, Guido Crosetto ha accolto l’omologo Rajnath Singh, primo di una serie di ministri indiani che sfileranno a Roma da qui alla fine dell’anno. Rinnovare l’accordo di cooperazione nella difesa “è importante al fine di instaurare un rapporto tra governi nei settori di reciproco interesse, per migliorare lo scambio di personale, tecnologie per la formazione, l’addestramento e le esercitazioni”, si legge in una nota della Difesa italiana. “Italia e India sono accomunate dal senso di rispetto verso gli altri Paesi della comunità internazionale”, ha dichiarato Crosetto. “La storia delle Nazioni e degli uomini è stata e continua ad essere cambiata da decisioni che si concretizzano rapidamente. La firma dell’accordo tra Italia e India ha un’alta valenza strategica per rilanciare i nostri proficui rapporti bilaterali, considerando anche il mutato scenario geopolitico di riferimento”, ha aggiunto.

GLI ALTRI DOSSIER

I due ministri hanno anche parlato di instabilità del Medio Oriente, alla luce dei recenti attacchi terroristici avvenuti in Israele e hanno condiviso la “forte attenzione” per la missione Unifil dove le due forze armate sono impegnate in maniera congiunta. Se per l’Italia la regione è parte del Mediterraneo allargato, ossia dell’area geostrategica di proiezione degli interessi italiani di politica estera, per l’India si tratta di una parte di mondo altrettanto importante; New Delhi è infatti acquirente del petrolio mediorientale e particolarmente interessa a progetti di collaborazione con i grandi attori regionali (per primo Israele). La cooperazione italo-indiana è strategica anche per quanto riguarda il continente africano, che sarà una delle priorità del G7 a presidenza italiana del 2024 (a cui l’India verrà con buona probabilità invitata come ospite) e di cui l’invito all’Unione africana a diventare membro permanente, con la creazione del formato “G21” durante il vertice dei Venti ospitato dall’India, è stato un antipasto. L’Africa sarà fondamentale nei prossimi 50 anni e anche più a lungo, e di progetti di collaborazione congiunta Italia-India nel Global South, si parlerà ancora, come scommette l’ambasciatore Vincenzo De Luca.

UN PONTE TRA MEDITERRANEO E INDO-PACIFICO

Ci sono vari settori e aree di mutuo interesse, di collaborazione economico-commerciale, e in materia di ricerca e sviluppo nel settore della difesa. “Il rinnovo dell’accordo è un chiaro segnale del rafforzamento delle relazioni reciproche tra le due Difese”, ha spiegato ancora Crosetto. “In un momento in cui la stabilità globale richiede un impegno congiunto è fondamentale investire per migliorare le relazioni con i Paesi che non fanno parte della Nato al fine di affrontare i problemi globali e le sfide emergenti. La distanza geografica tra il Mediterraneo e l’Indo-Pacifico è minore di quanto si possa immaginare ed è forte, invece, l’interconnessione tra le due regioni”, ha sottolineato ancora. Su questa interconnessione l’Italia sta lavorando da tempo come porta d’ingresso alla regione indo-pacifica (dove l’Oceano Indiano e il Mediterraneo allargato segnano una continuità di facies geostrategica attraverso il Mar Arabico, lo stretto di Bab el Mandeb, Mar Rosso fino a Suez). Su queste concettualizzazioni si basano progetti come il Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa (Imec), presentato proprio durante il G20 indiano. Un insieme di collegamenti infrastrutturali e dunque geopolitici per connettere il Subcontinente con l’Occidente che diventano un “imperativo strategico” per l’Italia.

L’ITALIA NELL’INDO-PACIFICO

Il ministro della Difesa indiano ha invitato le forze armate italiane a partecipare a un’esercitazione congiunta con supporto logistico in India. L’Italia è impegnata attivamente in questo fondamentale quadrante strategico con le operazioni navali europee Eunavfor Somalia, l’operazione Atalanta (operazione di contrasto alla pirateria nell’Oceano Indiano) ed European Maritime Awareness – Stretto di Hormuz (Emasoh). Tutte missioni che puntano a sviluppare cooperazioni strutturate con quei Paesi dell’area con cui vi è comunanza di interessi e di valori. Inoltre, il pattugliatore Morosini ha appena concluso una campagna navale in questo settore strategico, dove ha svolto attività addestrativa con i principali Paesi dell’area. Infine, nell’agosto scorso, unità e personale dell’Aeronautica militare sono state impegnate nell’area dell’Indo-Pacifico, in attività addestrative congiunte con i colleghi giapponesi. La nota diffusa dalla Difesa italiana non ne fa menzione, ma è prevista tra la fine dell’anno in corso e l’inizio di quello prossimo la missione della squadra della portaerei Cavour, comprensiva anche di almeno quattro unità di scorta e appoggio, nell’Indo-Pacifico.

GLI ALTRI IMPEGNI DI SINGH

Prima di partire in direzione Parigi, Francia, il ministro Singh ha incontrato nella mattinata di martedì i vertici delle aziende italiane della difesa e si è recato in Umbria, a Montone, per partecipare a una cerimonia commemorativa A luglio, infatti, è stato inaugurato il memoriale di guerra dedicato al soldato indiano Yeshwant Ghadge, combattente tra le file degli alleati nel luglio 1944 nelle campagne arietane insignito della Victoria Cross alla memoria.


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Tra antiamericanismo e antisionismo, i distinguo finto pacifisti sono destinati a crescere


Non si sono appassionati alla causa del popolo afghano, stritolato dalle spire del fondamentalismo talebano. Non hanno battuto ciglio in difesa delle donne iraniane, che al grido “donna, vita, libertà” sfidano le rappresaglie dei mullah. Non hanno versato

Non si sono appassionati alla causa del popolo afghano, stritolato dalle spire del fondamentalismo talebano. Non hanno battuto ciglio in difesa delle donne iraniane, che al grido “donna, vita, libertà” sfidano le rappresaglie dei mullah. Non hanno versato una lacrima né speso una parola per i cristiani armeni massacrati e infine cacciati dal Nagorno-Karabakh dalle milizie azere sostenute dalla Turchia. Sono gli stessi che giustificarono gli attentati dell’11 settembre 2001, gli stessi che giustificano l’invasione russa dell’Ucraina. Sono i “pacifisti” italiani. Qualche organizzazione cattolica, alcune frange dell’estrema destra e un’ampia costellazione di associazioni, partiti e personalità di sinistra. Li accomuna una miscela ideologica fatta di antiamericanismo e anticapitalismo, di cui l’antisionismo rappresenta la logica conseguenza. Figurarsi se li vedremo schierarsi anima e corpo in difesa del diritto all’esistenza dello Stato di Israele, figurarsi se li sentiremo condannare senza se e senza ma le barbarie di Hamas…

I presupposti già ci sono. Forte dell’ecumenismo Vaticano, il capo dei grillini Giuseppe Conte lamenta “la sconfitta della politica” senza mai pronunciare la parola Hamas. L’Arci si spinge oltre: non pronuncia neanche la parola Israele, sostituita con un malevolo “entità sionista”. Fgci, Giovani comunisti, Potere al popolo e Prc sono esplicitamente schierati con il “popolo palestinese”, ingenuamente identificato con Hamas. L’Anpi invoca l’intervento dell’Onu, Amnesty Italia mette “le forze armate israeliane e i gruppi armati palestinesi” sullo stesso piano.

La segretaria del Pd Elly Schlein e quello della Cgil Maurizio Landini sono stati più coraggiosi e hanno esplicitamente condannato l’attacco terroristico di Hamas. Ma quanto durerà? C’è da credere che non appena si dispiegherà l’offensiva israeliana e il variegato mondo della sinistra estrema griderà con ancor più forza al massacro dei civili palestinesi, le posizioni di Pd e Cgil subiranno una torsione. Cominceranno i distinguo, quelli cui abbiamo già assistito sulla guerra in Ucraina. Guerra sempre più impopolare tra l’opinione pubblica italiana e, in generale, occidentale. Il governo Meloni si troverà allora in una condizione non facile: difendere il diritto ed esistere del popolo ucraino così come di quello israeliano, mentre l’antiamericanismo, l’anticapitalismo e l’antisionismo si salderanno tra loro e si uniranno ad una quota crescente di cittadini italiani indifferenti. Quelli che Dante chiamava ignavi.

Per Giorgia Meloni non sarà facile, ma sarà doveroso, puntare i piedi e tenere il punto senza arretrare. In gioco non c’è solo il destino di Israele né solo quello dell’Ucraina: in gioco ci sono i valori liberali e democratici su cui si fonda la nostra identità occidentale.

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La super portaerei Uss Ford a difesa di Israele. La decisione del Pentagono


Il gruppo portaerei della Marina degli Stati Uniti della Uss Gerald R. Ford ha ricevuto l’ordine di dirigersi verso il Mediterraneo orientale per mettersi a disposizione di Israele nell’assisterla a resistere all’attacco a sorpresa lanciato da Hamas. La d

Il gruppo portaerei della Marina degli Stati Uniti della Uss Gerald R. Ford ha ricevuto l’ordine di dirigersi verso il Mediterraneo orientale per mettersi a disposizione di Israele nell’assisterla a resistere all’attacco a sorpresa lanciato da Hamas. La decisione è stata confermata dal segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin. Lo Uss Ford, la più moderna e avanzata portaerei della Us Navy, ha a bordo circa cinquemila militari, tra marinai e marines, oltre ad ospitare svariate decine di mezzi aerei da combattimento e supporto. Il Ford sarà accompagnato dai suoi incrociatori e cacciatorpediniere di scorta, in una dimostrazione di forza che non lasci dubbi sul coinvolgimento Usa a sostegno di Tel Aviv. Il gruppo portaerei è, da solo, pronto a rispondere a qualsiasi evenienza, dall’interdizione di armi potenzialmente dirette a Hamas alla sorveglianza delle acque e dei cieli israeliani.

Uss Gerald R. Ford

La superportaerei a propulsione nucleare è lunga 333 metri, è alta 76 metri e pesa circa centomila tonnellate. Oltre a un equipaggio di quasi cinquemila persone, trasporta a bordo novanta velivoli da combattimento, tra caccia, aerei da trasporto e sorveglianza aeronavale ed elicotteri. Non è un caso che questo tipo di unità, le più grandi esistenti sul pianeta, siano la spina dorsale della proiezione di potenza degli Stati Uniti a livello globale. Una sola di queste navi, infatti, è capace di esprimere un potere di combattimento superiore a quello di numerosi Stati. La classe Ford, di cui l’unità diretta nel Mediterraneo orientale è la capoclasse, è entrata in servizio nel 2017, dopo circa sei anni dall’ordine, rimpiazzando dopo mezzo secolo di onorato servizio la Uss Enterprise. Di questa classe sono previste ulteriori tre navi, la Uss John F. Kennedy, che nel 2024 rimpiazzerà la Uss Nimitz, la nuova Uss Enterprise, destinata a sostituire nel 2025 la Uss Eisenhower, e la Uss Doris Miller.

Il gruppo portaerei

Insieme al Ford, gli Stati Uniti invieranno l’incrociatore Uss Normandy, i cacciatorpediniere missilistici guidati della classe Arleigh-Burke Uss Thomas Hudner, Uss Ramage, Uss Carney e Uss Roosevelt e potenzieranno gli squadroni di caccia F-35, F-15, F-16 e A-10 dell’Usaf già schierati nella regione vicino orientale. “Gli Stati Uniti mantengono forze pronte a livello globale per rafforzare ulteriormente questa posizione di deterrenza, se necessario”, ha dichiarato il segretario Austin commentando sull’invio del gruppo del Ford. Il gruppo portaerei, solitamente di stanza a Norfolk, in Virginia, si trova già nel Mediterraneo, dove la scorsa settimana ha condotto insieme alla nostra Marina militare delle esercitazioni nel mar Ionio. Per la portaerei si tratta del suo primo dispiegamento operativo dall’ingresso in linea con la flotta a stelle e strisce, e questo invio improvviso sottolinea l’importanza per gli Usa di non distogliere lo sguardo dal Mediterraneo.

Aiuti e munizioni

Oltre all’invio del gruppo portaerei, l’amministrazione Usa si è detta pronta a fornire “rapidamente alle Forze di difesa israeliane ulteriori attrezzature e risorse, comprese le munizioni”. Il primo blocco di aiuti di difesa e sicurezza si è già mosso da ieri, e dovrebbe raggiungere Israele in poco tempo, ha spiegato sempre il segretario Austin. “Il rafforzamento della nostra postura congiunta, unito al supporto materiale che forniremo a Israele, sottolinea il solido sostegno degli Stati Uniti alle Forze di difesa di Israele e al popolo israeliano”, ha concluso Austin.


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Tornado, F-16, Rafale, Mirage. Ecco l’Italia al Nato Tiger Meet 2023


Dopo 35 anni l’Italia torna ad ospitare il Nato Tiger Meet che annualmente dal 1960 fa interagire i Gruppi di Volo delle diverse Forze Armate dell’alleanza. Dalla base di Gioia del Colle in Puglia caccia ed elicotteri di 10 Paesi Nato sono i protagonisti
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Dopo 35 anni l’Italia torna ad ospitare il Nato Tiger Meet che annualmente dal 1960 fa interagire i Gruppi di Volo delle diverse Forze Armate dell’alleanza. Dalla base di Gioia del Colle in Puglia caccia ed elicotteri di 10 Paesi Nato sono i protagonisti di un’esercitazione che si svolge in un momento geopolitico particolarissimo, caratterizzato dagli effetti della guerra in Ucraina, dalla presenza di mezzi navali non Nato nel Mediterraneo e dal conflitto scoppiato due giorni fa in Israele dopo gli attacchi di Hamas.

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70 aeromobili ad ala fissa, 10 ad ala rotante e unità navali fino al prossimo 13 ottobre opereranno in acque internazionali, mar Tirreno, canale di Sicilia e mar Ionio: l’Italia, anche in concomitanza con i festeggiamenti per il centenario dell’Aeronautica Militare, partecipa con i Typhoon assieme a Tornado, F-16, Rafale, Mirage. Le operazioni si stanno svolgendo nello spazio aereo di Puglia, Calabria e Basilicata con l’obiettivo di perfezionare l’interoperabilità degli assetti in missioni di difesa e interdizione aerea, di supporto a truppe a terra (Close Air Support – CAS) o di ricerca e recupero di personale in ambiente ostile (Personnel Recovery-PR). Tale addestramento in gergo viene chiamato Large Force Employment (LFE).

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Perché in Italia

“Dopo 35 anni abbiamo organizzato questa esercitazione internazionale in Italia con un ritorno addestrativo elevatisismo – spiega il Maggiore Emanuele Fumanti, comandante del XII Gruppo Caccia Intercettori, gruppo di volo che fa parte del 36º Stormo di stanza a Gioia del Colle – con un grandissimo numero di assetti. Siamo 70 velivoli su 19 gruppi Tiger, ovvero quei gruppi che hanno come logo una tigre. In base al piano quinquennale stabilito dai comandanti dei gruppi Tiger, il 2023 è stato l’anno dell’Italia: la coincidenza con il centenario ci ha fatto molto piacere ma non è stato voluto”.

Tra Ucraina e Israele

L’esercitazione si inserisce in un peculiare contesto geopolitico dove, accanto alla guerra in Ucraina, si segnalano l’iperattivismo russo nel Mediterraneo allargato e l’attacco di Hamas contro Israele che comunque rientra nel cono di interesse geopolitico di Ue e Nato. In primis va segnalata l’iniziativa di Mosca in Libia dove interloquisce con il generale Khalifa Haftar per ottenere i diritti d’attracco ai porti della Cirenaica. Un elemento, questo, che avrebbe come prima conseguenza il potenziamento oggettivo della capacità militare russa nel Mare Nostrum con un tentativo di interferenza con le attività della Nato: appare di tutta evidenza che il ruolo dei porti libici, vicinissimi al canale di Sicilia e al Mar Adriatico, è strategico per Putin.

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Russi nel Mediterraneo

In secondo luogo, sono stati numerosi i passaggi di navi militari e sottomarini russi al largo delle coste pugliesi e calabresi: nel giugno 2022 l’incrociatore “Varyag” transitò a circa 150 miglia dal golfo di Taranto, in acque internazionali, per poi dirigersi verso Creta. In quei giorni c’era un totale di 18 navi militari russe nel Mediterraneo, più due sommergibili.

Lo scorso maggio ancora la presenza della flotta russa al largo di Puglia e Calabria, con la fregata Ammiraglio Gorshkov, armata con i missili ipersonici Zircon che volano a 10 mila chilometri orari. Pochi giorni fa l’ultimo avvistamento: il sottomarino russo Krasnodar, classe Kilo, dopo due anni di attività dalla base siriana di Tartous è passato dall’Italia con destinazione Gibilterra a raggiungere i porti del Baltico.


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RECs: a Comparative Study Towards the EU Green Deal


Volume Presentation Introductory Remarks Speakers Antonios Nestoras, Deputy Executive Director European Liberal Forum, Belgium Fjona Merkaj, Project Officer European Liberal Forum, Belgium Renata Gravina, Researcher Fondazione Luigi Einaudi, Italy Moderat

Volume Presentation

Introductory Remarks

Speakers

Antonios Nestoras, Deputy Executive Director European Liberal Forum, Belgium
Fjona Merkaj, Project Officer European Liberal Forum, Belgium
Renata Gravina, Researcher Fondazione Luigi Einaudi, Italy

Moderators

Francesco Cappelletti, Policy and Research Officer European Liberal Forum, Belgium
Zina Zlatanova, President Liberal Institute for Political Analysis, Bulgaria

Speakers

Simona Benedettini, Energy Independent Consultant Fondazione Luigi Einaudi, RECs project leader, Italy
Ricardo Silvestre, Energy Expert Social Liberal Movement, Portugal
Gero Scheck, Professor Friedrich Naumann Foundation, Germany
Slavtcho Neykov, Energy Management Institute Liberal Institute for Political Analysis, Bulgaria

Discussants

Franco Becchis, Scientific Director Turin School of Regulation, DiRe, Foundation for the Environment, Italy
Andrea Sbandati, Environmental Economics Consultant Confservizi Cispel, Italy

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PPAs: a Comparative Study Towards the EU Green Deal


Volume Presentation Introductory Remarks Speakers Goran Neralić, Head of Projects, European Liberal Forum, Belgium Fjona Merkaj, Project Officer, European Liberal Forum, Belgium Renata Gravina, Researcher, Fondazione Luigi Einaudi, Italy Moderators Roxana

Volume Presentation

Introductory Remarks

Speakers

Goran Neralić, Head of Projects, European Liberal Forum, Belgium

Fjona Merkaj, Project Officer, European Liberal Forum, Belgium

Renata Gravina, Researcher, Fondazione Luigi Einaudi, Italy

Moderators

Roxana Nicula, President Fundación para el Avance de la Libertad, Spain

Márton Schlanger, Researcher Republikon, Hungaria

Speakers

Simona Benedettini, Energy Independent Consultant

Fondazione Luigi Einaudi, PPAs project leader, Italy

Ricardo Silvestre, Energy Expert Social Liberal Movement, Portugal

William Hongsong Wang, Professor Fundación para el Avance de la Libertad, Spain

Gero Scheck, Professor Friedrich Naumann Foundation, Germany

Tamás Babicz, Energy Expert Indítsuk Be, Hungary

Discussants

Gianni Bessi, President at Confservizi Emilia

Chicco Testa, President at Assoambiente

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FLE Towards the EU #GreenDeal


Online Meeting with the Media Speaker Simona Benedettini, Energy Independent Consultant Fondazione Luigi Einaudi, PPAs project leader, Italy With Agence Europe Euractive.com Euractiv.it Contexte.com EUObserver EUnews GEA agenzia Dire Agenzia Moderator Ale

Online Meeting with the Media

Speaker

Simona Benedettini, Energy Independent Consultant Fondazione Luigi Einaudi, PPAs project leader, Italy

With

Agence Europe
Euractive.com
Euractiv.it
Contexte.com
EUObserver
EUnews

GEA agenzia
Dire Agenzia

Moderator

Alessio Pisanò, Journalist and Director Total EU, Belgium

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PPAs and Energy Communities: Opportunities and Challenges for Europe


Saluti introduttivi del Sen. Giulio Terzi di Sant’Agata Speakers Andrea Cangini, Secretary General Luigi Einaudi Foundation Marco Mariani, Vice President European Liberal Forum Antonios Nestoras, Deputy Director, European Liberal Forum Gilberto Pichetto F

Saluti introduttivi del Sen. Giulio Terzi di Sant’Agata

Speakers

Andrea Cangini, Secretary General Luigi Einaudi Foundation
Marco Mariani, Vice President European Liberal Forum
Antonios Nestoras, Deputy Director, European Liberal Forum
Gilberto Pichetto Fratin, Italian Minister for the Environment and Energy Security
Tsvetelina Penkova, Member of the European Parliament S&D Group
Nicola Monti, CEO at Edison
Paolo Arrigoni, President at GSE
Chicco Testa, President at Assoambiente
Francesco Grillo, President at Vision and convenor of the Dolomite Conference on Climate Change

Moderator

Simona Benedettini, Energy Independent consultant Luigi Einaudi Foundation’s project leader

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Carriere, una firma per separarle


Una raccolta di firme a favore della separazione delle carriere tra magistratura giudicante e magistratura requirente. La promuoviamo indipendentemente dalla sorte delle proposte di legge in discussione in Parlamento delle quali, sia chiaro, ci auguriamo

Una raccolta di firme a favore della separazione delle carriere tra magistratura giudicante e magistratura requirente.

La promuoviamo indipendentemente dalla sorte delle proposte di legge in discussione in Parlamento delle quali, sia chiaro, ci auguriamo una rapida approvazione.

Poiché la sorte di una battaglia di civiltà quale la separazione delle carriere non può essere affidata alla contingenza del momento politico, vogliamo consentire a coloro che intendono dare corpo a questa epocale riforma di farlo mettendo la propria firma sotto questo appello.

La Fondazione Luigi Einaudi da tempo si è intestata questa battaglia di libertà, in coerenza con quanto scriveva Giovanni Falcone: “Il P.M. non deve avere nessun tipo di parentela con il giudice e non deve essere, come invece oggi è, una specie di paragiudice. Chi, come me, richiede che [Giudice e P.M.] siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del Magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il P.M. sotto il controllo dell’Esecutivo.”

Siamo convinti che la maggioranza dei cittadini italiani la pensi come noi, ma siamo ancor più convinti che, indipendentemente dai numeri, le sfide in cui si crede vadano condotte fino in fondo.

Coloro che giudicano, coloro che accusano e coloro che difendono nel processo penale devono essere parti distinte e distanti tra loro.

Lo sosteniamo perché crediamo che l’individuo, il cittadino, debba essere al centro della società. Non ci interessano le sorti personali di giudici, magistrati, o avvocati. Sono addetti ai lavori della e per la Giustizia. Vanno rispettati per questo, ma nessuno di loro può pensare di essere custode di qualsivoglia etica pubblica.

Chi è d’accordo con i nostri principi, aderisca a questo appello, i cui primi firmatari sono da sempre portabandiera delle iniziative più garantiste di questo nostro Paese.

Firma la petizione
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Apertura delle iscrizioni alla Scuola di Liberalismo 2023 di Messina


Il corso, che tratterà, principalmente, delle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale, si articolerà in 15 lezioni erogate in modalità telematica e/o in presenza. Le iscrizioni alla Scuola sono gratuite. L’intero corso si svolgerà, di

Il corso, che tratterà, principalmente, delle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale, si articolerà in 15 lezioni erogate in modalità telematica e/o in presenza.
Le iscrizioni alla Scuola sono gratuite.

L’intero corso si svolgerà, di norma, secondo l’allegato calendario delle lezioni dalle ore 17.00 alle ore 18.30.
Ai frequentanti i 2/3 delle lezioni sarà rilasciato un attestato di partecipazione.

Si informa che è stato richiesto al Senato Accademico dell’Università degli stdi di Messina il riconoscimento agli studenti di 0,25 CFU per la partecipazione ad ogni lezione del corso.

Si informa, altresì, che è stato, anche, richiesto al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Messina il riconoscimento di crediti formativi per gli avvocati partecipanti alle lezioni della Scuola.

Vai alla pagina di iscrizione, click qui

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L’attacco di Hamas nel puzzle della guerra mondiale frammentata. Scrive Trenta


È guerra in Israele, un’altra tessera nella “guerra mondiale a pezzi”, un conflitto che non è iniziato ieri ma è frutto di una di quelle situazioni che, colpevolmente, non si è voluta risolvere e per questo mantiene una potenzialità di destabilizzazione e

È guerra in Israele, un’altra tessera nella “guerra mondiale a pezzi”, un conflitto che non è iniziato ieri ma è frutto di una di quelle situazioni che, colpevolmente, non si è voluta risolvere e per questo mantiene una potenzialità di destabilizzazione enorme.

L’attacco criminale dei terroristi di Hamas

L’aggressione criminale dei terroristi di Hamas nei confronti di Israele è senza precedenti: diretta contro i civili, di sabato, quando in un giorno di preghiera e di festa, si recano in sinagoga e celebrano lo Shabbat.

Sono già più di 500 morti, 300 israeliani e 232 palestinesi, più di 3.000 i feriti e numerosi i civili e soldati israeliani presi in ostaggio da Hamas e portati a Gaza.

Iniziando la controffensiva Netanyahu ha detto che “sarà una guerra lunga e difficile”. Più di 250.000 sono accorsi alla chiamata.

Il partito di Netanyahu, Likud, vuole allargare l’esecutivo e fare un «governo di emergenza allargato», indispensabile quando ci si prepara a un attacco di terra a Gaza che, come ha promesso il primo ministro israeliano, distruggerà le capacità di Hamas e renderà rovine “tutti quei luoghi dove Hamas si nasconde”.

Un’operazione pianificata con cura da Hamas

L’operazione terroristica non è stata decisa all’improvviso ma pianificata in ogni dettaglio incluso quello della data dell’aggressione. Esattamente 50 anni fa, infatti, il 6 ottobre del 1973, iniziò la guerra dello Yom Kippur con l’attacco di Egitto e Siria nei confronti di Israele.

Il mondo si chiede come mai l’intelligence israeliana, una delle migliori al mondo, si sia fatta trovare impreparata di fronte a un bulldozer che buttava giù la rete di uno dei confini più pieno di telecamere e sensori al mondo, mentre gruppi di terroristi entravano sulle moto o lo superavano con i deltaplani a motore. Ma veramente questa crisi è arrivata non annunciata?

Un attacco a sorpresa ma non una sorpresa

In verità l’attacco non è così sorprendente. Da tempo l’Iran, preoccupato del riavvicinamento dell’Arabia Saudita ad Israele e delle sue conseguenze sui rapporti di potere regionali, ha minacciato i paesi arabi che stanno normalizzando le loro relazioni con Israele. La Guida Suprema Ali Khamenei li ha avvisati che stanno “scommettendo sul cavallo sbagliato” e “subiranno perdite” e ha annunciato che Israele è un cancro che “sarà presto eradicato per mano dei Palestinesi e delle forze di resistenza presenti nella regione”.

Sia i leader di Hamas che di Hezbollah, attori per procura dell’Iran in Medio Oriente, dall’estate hanno iniziato a parlare di una guerra totale contro Israele rispondendo all’invito dell’Iran. Ad aprile 2023 Esmail Qaani, comandante del Corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica dell’Iran-Quds Force, aveva incontrato segretamente Hezbollah, Hamas e la Jihad Islamica Palestinese per coordinare gli attacchi contro Israele, mentre a maggio, il presidente iraniano Ebrahim Raisi aveva incontrato i funzionari di Hamas e PIJ in Siria, dopo che avevano lanciato razzi da Gaza in Israele.

Dunque questa guerra non può essere stata una sorpresa e le numerose schermaglie nella zona di confine tra Israele e il Libano avevano certamente fatto prevedere ai funzionari israeliani un probabile attacco da parte di Hamas o Hezbollah, o entrambi.

Possibili effetti di questa crisi sulla regione

Sarà facile per Israele uscirne fuori? Probabilmente sì, ma non senza spargimento di sangue. Esprimo invece forti dubbi sul fatto che la situazione della regione possa restare immutata.

Mentre Usa, Eu, Nato, condannano l’attacco a sorpresa sferrato da Hamas e sottolineano il diritto di Israele a difendersi, e la Russia e la Cina, l’Arabia Saudita e l’Egitto invitano le parti a cessare il fuoco ed evitare l’escalation, l’Iran si è detta “fiera” dei “combattenti palestinesi” e ha promesso di restare al loro fianco fino alla liberazione di Gerusalemme e della Palestina, confermando così quanto dichiarato alla Bbc dal portavoce di Hamas, che l’Iran abbia supportato direttamente Hamas nell’attacco a sorpresa contro Israele.

D’altra parte anche Hezbollah è pronto ad intervenire dal Libano contro Israele. Il suo leader, Hassan Nasrallah, ha dichiarato che l’attacco di Hamas “invia un messaggio al mondo arabo e islamico, e alla comunità internazionale nel suo insieme, specialmente a coloro che cercano la normalizzazione con questo nemico, che la causa palestinese è eterna, viva fino alla vittoria e alla liberazione”.

Esiste una reale possibilità che Hezbollah entri nello scenario da attore protagonista, che si riaccendano scontri in Cisgiordania e con gli sciiti in Siria e questo è indicativo del fatto che l’aggressione di Hamas non sia solo una decisione del gruppo terroristico ma sia parte di uno scenario strategico ben pianificato con l’aiuto dell’Iran.
È opportuno aggiungere anche un’altra ipotesi: quella dell’esistenza di un appoggio russo all’attacco di Hamas attraverso i suoi proxy, il Wagner per esempio, ma non solo.

È noto infatti che la guerra in Ucraina abbia fatto diventare la già esistente collaborazione tra Russia e Iran una necessità strategica, sia dal punto di vista economico-commerciale (aiuto reciproco per superare le sanzioni), che della sicurezza interna (collaborazione nella cybersicurezza mediatica e intelligence), sia della difesa (fornitura di droni e aiuti militari dell’Iran alla Russia).

La situazione non deve sfuggire di mano

Lo scenario davanti a noi è molto pericoloso e le reazioni di tutta la comunità internazionale – non solo quelle di Israele – saranno determinanti per il corso degli eventi.

Hamas potrà uscire distrutta dalla guerra che ha innescato ed è possibile che il già dichiarato supporto degli Stati Uniti possa essere una forte deterrenza nei confronti di eventuali voglie di avventure iraniane. Ora è necessario che l’Arabia Saudita dimostri la volontà di andare avanti con il progetto di riavvicinamento ad Israele e sarebbe anche auspicabile che l’Autorità nazionale Palestinese, che partecipa ai negoziati degli accordi con l’Arabia Saudita, facesse lo stesso. Purtroppo così non sembra e il presidente dell’Autorità nazionale palestinese Abu Mazen, nel chiedere una riunione urgente della Lega Araba sulla situazione a Gaza, ha citato la “brutale aggressione israeliana in corso contro il popolo palestinese, inclusa l’escalation dell’assalto alla Moschea di Al Aqsa da parte di centinaia di coloni”.
Come sempre, nelle guerre che non finiscono tutti hanno delle ragioni tranne qualcuno: i terroristi. Sarebbe stato utile ascoltare una loro condanna da Abu Mazen. Al momento non è successo.


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Difesa spaziale, serve una sinergia militare-civile. Scrive Bianchi


Ho letto con molta attenzione l’articolo dell’ingegner Marcello Spagnulo nel numero di luglio di Airpress nel quale, nel descrivere la sollecitazione da parte del generale Saltzman, capo di Stato maggiore della Us Space force per una più stretta integrazi

Ho letto con molta attenzione l’articolo dell’ingegner Marcello Spagnulo nel numero di luglio di Airpress nel quale, nel descrivere la sollecitazione da parte del generale Saltzman, capo di Stato maggiore della Us Space force per una più stretta integrazione militare tra alleati anche nel dominio spaziale, rilevava una risposta europea poco reattiva e raccomandava al governo italiano di superare la stagione delle conferenze e mettere in campo una nuova governance lungimirante e spinta da una più precisa volontà politica.

Ho condiviso molte delle cose scritte da Spagnulo, un riferimento autorevole per chi si interessa od opera nel settore spaziale, ma non vorrei che questa critica fosse indirizzata anche alla Difesa italiana, fortemente impegnata nell’elaborazione di una nuova politica spaziale, anche attraverso l’interazione e il confronto con le molteplici realtà civili, commerciali e internazionali. Proprio l’organismo al quale mi onoro di appartenere, il Centro studi militari aeronautici «Giulio Douhet» (Cesma), in quest’ottica, ha inteso pianificare nella stagione 2023/2024 una serie di dibattiti e conferenze sull’argomento per sollecitare così il confronto e approfondire la discussione sul settore.

Vero è comunque che la Difesa ha bisogno di aggiornare la propria governance sia per rimanere al passo con l’evoluzione dello spazio militare sia per rendere più efficiente e tempestivo il procurement di capacità. L’Italia non avrà mai una specifica Forza armata che si occupi delle esigenze del dominio spaziale (come la Space force negli Usa), ma appare sempre più urgente assegnare a una Forza armata di riferimento le responsabilità di protezione degli assetti e conduzione delle operazioni spaziali e, per competenza, la scelta appare obbligata.

Da un punto di osservazione esterno si percepisce, inoltre, l’urgenza di una legge per lo Spazio (promessa dal ministro Urso entro la fine del ‘24) in quanto visibile è un certo scollamento tra le attività istituzionali civili, che in questi anni stanno ricevendo ampi finanziamenti anche legati alla possibilità di accedere ai fondi del Pnrr, e quelle militari.

Il mondo civile istituzionale sembra muoversi in autonomia con progetti come la costellazione Iride e il Ssa/Sst di Matera che non sembrano abbiano a riferimento anche le esigenze della comunità difesa. In questo ci si trova pienamente d’accordo con Spagnulo in merito alla governance nazionale che istituita con la legge 7 del 2018 sembra operare, ora, in maniera distorta, con un Ufficio spazio dalle ampie attribuzioni, ma scarse relazioni funzionali con gli enti istituiti dalla stessa legge 7, come ad esempio il Comitato interministeriale Comint e l’ufficio del Consigliere militare della Presidenza del Consiglio, cinghia di trasmissione con lo Stato maggiore della Difesa.

Ci si muove in Italia in controtendenza con l’indirizzo dominante dei governi occidentali di riferimento nel settore spaziale, anche quelli con dimensioni e ruolo paragonabili all’Italia; nel Regno Unito, per esempio, il documento di Politica spaziale nazionale è stato elaborato in coordinamento e congiunzione con quello della Difesa, proprio per rimarcare la necessità di un’intima connessione che queste entità devono mantenere.

Va certamente riconosciuto quanto sia complesso e difficile elaborare un documento di politica spaziale militare che sia ragionevolmente visionario ed ambizioso, sia in grado di immaginare il futuro, che tenga conto realisticamente delle risorse sia finanziarie sia umane (perché non cominciare a pensare al outsourcing del engineering support) e che rappresenti una linea guida di riferimento reale in grado di definire chiaramente priorità, politiche di acquisizione e un indirizzo sulle tecnologie più rilevanti. Questo è vieppiù complesso visti gli sviluppi incalzanti che il settore spazio attraversa con il “boom” della Space economy e la conseguente ingombrante presenza di capacità spaziali commerciali (in grado di influenzare eventi bellici come quelli in Ucraina), il miglioramento della microelettronica commerciale che ha reso possibili satelliti più piccoli in Leo/Geo, la progettazione e la produzione digitali che hanno accelerato i tempi di sviluppo e integrazione, nuovi modelli di business che hanno ridotto i costi di lancio ma soprattutto il nuovo scenario di sicurezza spaziale con assetti e capacità vulnerabili alla attività di counterspace degli avversari.

In ambito del dipartimento della Difesa Usa, i cui budget per il settore non sono certo confrontabili con quelli europei della difesa, si osserva comunque la continua ricerca di soluzioni efficaci ma al tempo stesso economiche. Molto innovativa e promettente appare la politica del Dod verso il mondo commerciale del Remote sensing, in fortissimo fermento ed evoluzione. La linea guida è quella di portare avanti una acquisizione di sistemi specificatamente militari solo dopo aver verificato che il settore commerciale (nazionale) non sia in grado di offrire capacità simili/comparabili alle esigenze della difesa.

È un indirizzo coraggioso (non credo incontri il totale plauso dell’industria militare Usa), pragmatico e in grado di indirizzare il budget difesa in maniera sempre più efficace. Ovvio che una tale politica non potrebbe mai essere applicata in Italia dove il settore delle imprese commerciali nazionali non è in grado di offrire, con propri sistemi, capacità spaziali strategiche “spinte” come quelle Usa; ma una traduzione di questa politica statunitense alla realtà italiana potrebbe essere quella di sfruttare la dualità della tecnologia spaziale, verificando preventivamente che le iniziative civili, che generalmente partono dall’Agenzia spaziale o da fondi nazionali attestati in Esa, possano essere rimodulate e reindirizzate per soddisfare anche esigenze difesa; valutare la fattibilità di questa operazione, quindi, prima di avviare programmi specificatamente militari.

L’Italia è il paese che per primo ha progettato, sviluppato, realizzato, lanciato e operato un sistema pienamente duale: Cosmo SkyMed; abbiamo insegnato al mondo come la tecnologia consenta di poter utilizzare un unico sistema per esigenze diverse e a diverso grado di sicurezza, ma tutta questa esperienza sembra si sia persa o non la si ritenga più attuale o conveniente da perseguire. In quell’ottica di sistema Paese, la politica spaziale difesa potrebbe dare un più ampio respiro tecnologico e una più profonda portata strategica anche a programmi spaziali civili come quelli del Pnrr che sembrano carenti di afflato innovativo e di una platea di “committed users”.

La politica spaziale USA in questo senso indica la strada di far uso ragionevole e oculato della Space economy per ciò che tale incredibile fase storica può dare alla capacità spaziale militare. In Europa e in Italia non possiamo contare su colossi come SpaceX o Amazon, ma il nostro mondo commerciale presenta delle assolute eccellenze su cui la difesa italiana potrebbe far leva.

Alcune aziende hanno realizzato capacità commerciali nel downstream che potrebbero risultare di assoluta rilevanza per la difesa qualora, ad esempio, si puntasse a realizzare quello che la guerra in Ucraina sta dimostrando essere aspetto molto importante, cioè l’accesso a dati di Intel, anche a livello delle truppe in operazioni. Nel mondo del upstream, grazie a capacità imprenditoriali di assoluta rilevanza sono state realizzate piattaforme spaziali che possono agire da test bed per payload di varia natura, fino ad arrivare ad una piena logistica spaziale. In quest’ottica, per la difesa, avere una logistica spaziale operante ed efficace pone in una diversa prospettiva ogni futura capacità spaziale militare.

Non vi è dubbio che, concomitante allo sviluppo di una nuova legge per lo spazio, è urgente definire la politica spaziale militare nazionale per aprirsi al mondo commerciale così promettente; un esercizio complesso che, per essere utile, ha bisogno dei suoi tempi e di un approfondito lavoro di raccolta dati, confronto e visione strategica.

(Articolo pubblicato su Airpress 147 di settembre 2023)


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Sul dovere del giudice di apparire imparziale


È sempre buona norma provare a mettersi nei panni dell’interlocutore, e dei fatti controversi sforzarsi di dare una rappresentazione a parti invertite. Ad esempio. Immaginiamo il caso di un giudice dichiaratamente di destra, una destra liberale, che nel 2

È sempre buona norma provare a mettersi nei panni dell’interlocutore, e dei fatti controversi sforzarsi di dare una rappresentazione a parti invertite. Ad esempio. Immaginiamo il caso di un giudice dichiaratamente di destra, una destra liberale, che nel 2019 avesse infarcito i propri social di giudizi sprezzanti sul reddito di cittadinanza, che fosse poi sceso in piazza per protestare animatamente contro il decreto con cui il primo governo Conte introdusse il sussidio e che, infine, dovendo sentenziare su un caso giudiziario inerente, avesse dichiarato illegittimo il decreto. Cosa avrebbero detto il presidente del Consiglio in carica, l’allora leader del Movimento 5stelle Luigi Di Maio e gli opinionisti dei giornali vicini al governo come il Fatto quotidiano? Avrebbero detto quel che Giorgia Meloni, molti esponenti della maggioranza e la totalità dei quotidiani affini al centrodestra dicono oggi della giudice catanese Iolanda Apostolico e della congruità della sentenza con cui ha scardinato il recente decreto del governo sui migranti. Avrebbero cioè detto che quella sentenza era viziata dall’ombra del pregiudizio. E avrebbero detto la verità.

Come ha ricordato il presidente della Prima commissione del CSM, Enrico Aimi, la Corte Costituzionale, le Sezioni unite civili della Corte di Cassazione, nonché la Corte europea dei Diritti dell’uomo hanno stabilito con chiarezza che il giudice non deve solo essere imparziale, ma deve anche apparire tale. E come può apparire imparziale nel giudicare una vicenda che riguarda le politiche di un governo di destra in materia di migranti un giudice di sinistra che, come la dottoressa Apostolico, ha scritto sui social e urlato in piazza frasi di fuoco contro i decreti Salvini? Non può, è ovvio.

Ineccepibile, dunque, il giudizio espresso oggi sul Riformista dal presidente delle Camere penali Gian Domenico Caiazza: “Padronissima, la giudice, di manifestare liberamente il proprio pensiero, ma ad una condizione elementare: che di tutto potrà poi occuparsi professionalmente fuorché di quei temi”. La Apostolico avrebbe, dunque, dovuto astenersi dal giudicare sulle vicende inerenti i migranti di Pozzallo. Non avendolo fatto ha gettato un’ombra sulla sentenza del tribunale di Catania e sull’intera categoria togata cui appartiene.

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L'articolo Sul dovere del giudice di apparire imparziale proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Intesa Sanpaolo va in orbita con Musk. L’investimento in SpaceX


Intesa Sanpaolo chiama Elon Musk. Con una nota l’Istituto ha annunciato di investire in SpaceX, “in coerenza con il Piano d’Impresa 2022-2025 che fa dell’innovazione uno dei principali pilastri” che “ha riconosciuto al settore aerospaziale un ruolo di par

Intesa Sanpaolo chiama Elon Musk. Con una nota l’Istituto ha annunciato di investire in SpaceX, “in coerenza con il Piano d’Impresa 2022-2025 che fa dell’innovazione uno dei principali pilastri” che “ha riconosciuto al settore aerospaziale un ruolo di particolare rilievo nello sviluppo delle economie mondiali”. Perciò, la più grande banca italiana ha deciso di affidarsi a “un player che ha dimostrato una visione d’avanguardia del prossimo futuro”.

Nel comunicato, seguono poi i successi dell’azienda californiana. “È l’unica azienda privata capace di lanciare in orbita e riportare a terra un veicolo spaziale. Nel 2012, Dragon è stato il primo veicolo spaziale commerciale a consegnare un cargo per e dalla Stazione Spaziale Internazionale e nel 2020 è stata la prima compagnia privata a trasportare delle persone nella medesima stazione. Il suo 9”, inoltre, “è tuttora il primo e l’unico modulo spaziale riutilizzabile. Questo permette a SpaceX di riutilizzare le componenti più costose del veicolo, riducendo quindi i costi di accesso ai viaggi spaziali”. Siglarci una partnership, dunque, appare naturale.

A quanto ammonti l’investimento non è chiaro, visto che Intesa Sanpaolo non ha proferito parola in merito. Detto ciò, vista la solennità della comunicazione, va da sé che si tratti di una somma considerevole. Per i dettagli dell’accordo ci sarà dunque tempo, ma non serve molto per comprendere perché SpaceX sia un partner centrale per la strategia dei grandi attori internazionali che intendono investire nel futuro.

Il progetto Starship è infatti uno dei fiori all’occhiello della società di Musk. Si tratta di una nuova generazione di veicoli spaziali di lancio riciclabili, ma non per questo saranno inferiori agli altri. Saranno invece i più potenti mai realizzati, con l’intenzione di trasportare esseri umani su Marte o altri lidi del sistema solare. L’altro grande progetto è quello di Starlink, che garantisce la connessione a Internet a cinquanta Paesi in tutto il mondo tramite quattromila satelliti – molto utile quindi per i Paesi in via di sviluppo che non hanno le infrastrutture adatte o per le operazioni militari, come quelle degli ucraini.

Non a caso, a investire in SpaceX è stato anche il Pentagono. Il primo contratto da 70 milioni di dollari per Starship è stato siglato lo scorso primo settembre e “prevede il servizio end-to-end tramite la costellazione Starlink, terminali utente, apparecchiature ausiliarie, gestione della rete e altri servizi correlati”, ha riferito alla Cnbcla portavoce della Space Force, Ann Stefanek. L’accordo segue quello raggiunto a inizio giugno sempre tra la Difesa americana e l’azienda del magnate di Pretoria sui satelliti Starlink. Anche in quell’occasione, per ragione di sicurezza e riservatezza non sono stati rilasciati dettagli ma gli strumenti sarebbero stati inviati in Ucraina – probabilmente era il modo di Washington per venire incontro alle richieste di Musk, che aveva annunciato di non voler più aiutare Kiev fornendole il suo servizio gratuitamente.

Scontato che anche la Nasa si sia appoggiata al know-how di SpaceX. D’altronde, le due parlano la stessa lingua. L’obiettivo è incrementare le missioni lunari Artemis, così da ottenere nel giro di pochi anni un servizio di trasporto a pieno regime. Nel 2021 l’accordo con Musk prevedeva una missione esplorativa a partire dal 2025, ma non è l’unico. SpaceX ha infatti siglato diversi contratti pubblici, che l’hanno fatta diventare un punto di riferimento per la Nasa e per il Dipartimento di Difesa a stelle e strisce. Nell’agosto scorso di un anno fa, ad esempio, si era arrivati a una collaborazione per trasportare carichi militari su satelliti di SpaceX, per farli arrivare in tutto il mondo in tempi rapidissimi.

Per cogliere le sfide del futuro bisogna giocoforza affidarsi a chi ha come obiettivo ultimo quello di modellarlo. SpaceX è uno di questi attori e anche l’alta finanza italiana sembra averlo capito.


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Manovre russe nel Mediterraneo. L’ultimo sottomarino lascia il Mare nostrum


Durante la fase dei preparativi per l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022, la Russia aveva radunato tre sottomarini classe Kilo aggiornata nel Mediterraneo. Uno di questi è stato spostato nel Mar Nero giorni prima dell’aggressione, lasciandone due ne

Durante la fase dei preparativi per l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022, la Russia aveva radunato tre sottomarini classe Kilo aggiornata nel Mediterraneo. Uno di questi è stato spostato nel Mar Nero giorni prima dell’aggressione, lasciandone due nel Mediterraneo e quattro nel Mar Nero (più un Kilo più vecchio). Così è stato fino a settembre 2022, quando nel Mediterraneo è stato lasciato soltanto il Krasnodar (B-265).

Ora anche quest’ultimo sembra essere in partenza per il Mediterraneo, rivela l’esperto H I Sutton che ha notato come il sottomarino stia navigando in superficie con un rimorchiatore di supporto, il Sergey Balk. Questi movimenti sono coerenti con i trasferimenti a lunga distanza di questi sottomarini, scrive l’analista secondo cui il Krasnodar potrebbe ora lasciare il Mediterraneo e virare verso Nord, attraversando il Canale della Manica per dirigersi verso il Baltico. Così, la Russia non avrà più sottomarini della classe Kilo nel Mediterraneo, a causa, probabilmente, della mancanza di strutture per la manutenzione.

***UPDATE***
Here-> t.co/ZgpXaIZXCs#OSINT: Russia’s Last KILO Class Submarine Leaving Mediterranean. This will bring the submarine force based there to zero.

Would write more but new limit?
Nod @detresfa_ pic.twitter.com/uxQG37eUeB

— H I Sutton (@CovertShores) October 6, 2023

È possibile, però, continua H I Sutton, che un altro Kilo venga inviato nel Mediterraneo o che i sottomarini nucleari vi operino occasionalmente. La Russia ha già utilizzato un sottomarino a propulsione nucleare, probabilmente un Ssgn della classe Severodvinsk, l’anno scorso. Finora questi sottomarini hanno operato solo per un breve periodo, non essendo basati a Tartus, in Siria. come i Kilo.

Questi sono sottomarini diesel-elettrici di epoca sovietica che per mantenere un minimo standard di funzionamento sono stati sottoposti a macchinosi processi di aggiornamento. Testimonianza di come la deterrenza russa sia basata sulla narrazione più che sull’efficienza ed efficacia operativa reale.


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