Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 25 settembre 2023, Lodi


Intervengono ANGELA MARIA ODESCALCHI Presidente Ordine degli Avvocati di Lodi e Avvocato GUIDO SALVINI Magistrato presso il Tribunale di Milano PIERO TONY Comitato Scientific della Fondazione Luigi Einaudi Modera LORENZO MAGGI Presidente di Lodi Liberale

Intervengono

ANGELA MARIA ODESCALCHI
Presidente Ordine degli Avvocati di Lodi e Avvocato

GUIDO SALVINI
Magistrato presso il Tribunale di Milano

PIERO TONY
Comitato Scientific della Fondazione Luigi Einaudi

Modera

LORENZO MAGGI
Presidente di Lodi Liberale

Evento accreditato presso l’Ordine degli Avvocati di Lodi

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Tutte le criticità delle nuove norme sull'immigrazione. Soprattutto, la loro inefficacia nel risolvere problemi, in primis la necessità di più rimpatri. La soluzione di 18 mesi di trattenimento era già stata adottata in passato, ma non aveva portato miglioramenti, anzi. Spiego pure i dubbi sull'ipotizzata missione navale, che potrebbe portare più migranti in Italia, nonché sull'accordo con la Tunisia, nel quale Saied non si è affatto obbligato a fare da guardia per l'UE

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Se Salvini cerca di strappare alla Meloni la bandiera di leader “coerente” di destra


Mentre Giorgia Meloni si presentava a Lampedusa assieme alla donna che più di tutte simboleggia l’Europa (Ursula von der Leyen), Matteo Salvini si presentava a Pontida assieme alla donna che più di tutte rappresenta l’antieuropeismo (Marine Le Pen). “Noi

Mentre Giorgia Meloni si presentava a Lampedusa assieme alla donna che più di tutte simboleggia l’Europa (Ursula von der Leyen), Matteo Salvini si presentava a Pontida assieme alla donna che più di tutte rappresenta l’antieuropeismo (Marine Le Pen). “Noi non abbiamo cambiato opinione”: sono state queste le prime parole che il segretario leghista ha pronunciato ieri dal palco. Parole non casuali.

È così partita la campagna salviniana per strappare alla Meloni quella bandiera che, a torto o a ragione, secondo tutti gli osservatori ha rappresentato la chiave del proprio successo elettorale: la coerenza. Bandiera inevitabilmente scolorita e lacerata nel passaggio dalla demagogia degli anni trascorsi all’opposizione alle responsabilità imposte dalla funzione di governo. Bandiera che Matteo Salvini intende intestarsi grazie all’ormai rodato ruolo di leader di lotta e al tempo stesso di governo. Umberto Bossi lo fece con Silvio Berlusconi premier, Salvini lo sta facendo con Giorgia Meloni, dopo averlo fatto con Giuseppe Conte.

In vista della propria ascesa al ruolo di presidente del Consiglio, Giorgia Meloni evitò di pronunciarsi a favore di Marine Le Pen nel ballottaggio con Emmanuel Macron. Salvini, invece, lo fece. E ieri è tornato ad esibire come un valore quasi sacro il rapporto che lo lega alla leader della destra nazionalista francese, sulla cui amicizia, appunto, “non abbiamo cambiato idea”.

Nessuno, dal palco di Pontida, ieri ha pronunciato la parola “Ucraina” o evocato il nome di Vladimir Putin. Tutti hanno parlato di Europa e tutti l’hanno fatto in chiave critica oltre che in aperta contrapposizione a quelle “libertà” che sono state per vent’anni il cavallo di battaglia di Silvio Berlusconi e che ieri erano con tutta evidenza il filo conduttore della kermesse leghista.

Salvini sa bene che l’atlantismo e l’europeismo di Giorgia Meloni disorientano parte non marginale della sua base elettorale e persino dei suoi eletti. “Abbiamo ormai rinunciato al cambiamento”, ha scritto ieri, con amara rassegnazione, l’intellettuale d’area Marcello Veneziani sulla Verità. Parlava a nome di una destra che c’è, Veneziani, e che si sente tradita nei propri ideali fondanti. Una destra che si ritrova nelle tesi del generale Vannacci, che non a caso Salvini intende candidare alle elezioni europee di giugno. Una destra che fatica a trovare una bussola per orientarsi nel presente a cui Mattei Salvini ha usucapito i punti di riferimento cardinali del passato abusando, come è accaduto ieri a Pontida, dei concetti di “comunità” e di “identità”, regolarmente enunciati col favore del “buon Dio”.

“Noi non siamo cambiati” era il senso del messaggio securitario agli immigrati, ma in realtà ai propri elettori, lanciato da Giorgia Meloni con l’intervento video dello scorso venerdì. “Lei è cambiata, ma noi no”, è il senso impresso da Matteo Salvini alla kermesse di Pontida.

Per i prossimi otto mesi, sarà questa la sfida. E, naturalmente, nessuno dei due avrà il coraggio di ammettere cambiamenti fisiologici, né di spiegarli con la differenza che passa tra stare all’opposizione e stare al governo. Ovvero, con la differenza che passa tra fare propaganda e fare politica.

Huffingtonpost

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#laFLEalMassimo – Episodio 101: Affitti Brevi e Centri Storici in via di Estinzione


Apro l’episodio consigliando a tutti il film 20 days in Mariupol: per quanto alcune immagini siano molto forti è importante capire perché questa battaglia ha bisogno del supporto di ognuno di noi. Venendo alle questioni del nostro paese sembrerebbe che i

Apro l’episodio consigliando a tutti il film 20 days in Mariupol: per quanto alcune immagini siano molto forti è importante capire perché questa battaglia ha bisogno del supporto di ognuno di noi.

Venendo alle questioni del nostro paese sembrerebbe che i centri storici delle città italiane vengano percepiti come animali in via di estinzione o creature viventi da proteggere con le assurde leggi sugli affitti brevi.

Fermiamoci un attimo a pensare: a chi fa danno se uno affitta casa sua per una notte sola? Quanto sono credibili queste controfattuali elucubrazioni sulla iper-gentrificazione dei centri storici che diventano come dei parchi divertimento? Ma soprattutto, se anche fosse a chi fa danno se centro urbano evolve naturalmente da luogo di residenza a museo a disposizione di visitatori paganti?

Una volta costruivamo le città in luoghi poco accessibili e facilmente difendibili dalle invasioni, oggi preferiamo abitare in posti che siano decentemente collegati col resto del mondo, a chi interessa tutelare il castello scomodo dove non vuole abitare più nessuno?

Le culture e i bisogni delle persone cambiano e anche lo smartworking sta svuotando parzialmente centri direzionali a beneficio di periferie più comode e sostenibili, perché intervenire sui contratti di affitto redatti tra adulti consenzienti nel rispetto delle leggi?

Io credo che la libertà di ciascuno di disporre delle cose proprie sia più importante degli interessi di minoranza di residenti ricchi che non vuole turisti intorno e i politici che la pensano diversamente dovrebbero spiegarci perché l’ingerenza che loro propongono dovrebbe corrispondere con gli interessi della collettività

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Cavo Dragone nuovo presidente del Comitato militare Nato. Tutte le sfide


Sarà l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone a prendere il posto dell’ammiraglio olandese Rob Bauer nel ruolo di presidente del Comitato militare della Nato, l’organizzazione che riunisce i capi di Stato maggiore della Difesa di tutti i Paesi alleati. In quest

Sarà l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone a prendere il posto dell’ammiraglio olandese Rob Bauer nel ruolo di presidente del Comitato militare della Nato, l’organizzazione che riunisce i capi di Stato maggiore della Difesa di tutti i Paesi alleati. In questa veste, l’ufficiale italiano sarà responsabile delle attività delle strutture militari della Nato. Il Comitato militare Nato, infatti, dirige le operazioni condotte dalle forze Alleate (attraverso l’Allied command operations), e ne redige le dottrine operative, logistiche e addestrative (grazie all’Allied command transformation).

La nomina

Per l’Italia, la nomina di Cavo Dragone rappresenta un passo importante e il segnale di un riconoscimento al ruolo che il nostro Paese svolge all’interno della Nato. L’Italia è tradizionalmente uno dei principali contributori militari della Nato, sia in termini di truppe sia di mezzi. La presenza di una figura come Cavo Dragone in una posizione apicale come appunto quella di presidente del Comitato militare potrebbe aiutare il nostro Paese nell’avanzare le proprie posizioni all’interno dell’Alleanza, accrescendone al contempo il peso specifico nelle decisioni. Il risultato è anche frutto del sostegno che la candidatura di Cavo Dragone al ruolo di presidente del Comitato militare Nato sia stata sostenuta in pieno dal governo, con l’ufficializzazione del supporto a maggio da parte del ministro degli Esteri Antonio Tajani, seguita al passo indietro di Mario Draghi al ruolo di successore di Jens Stoltenberg.

Curriculum

L’ammiraglio ha riscosso negli ultimi anni un apprezzamento trasversale e internazionale, sopratutto negli Usa. Ad aprile si è recato a Washington, dove ha incontrato i vertici del Pentagono e dove è stato intervistato dall’autorevole think tank Atlantic Council. Classe 1957, piemontese, pilota e paracadutista, Cavo Dragone è da ottobre 2021 capo di Stato maggiore della Difesa, e dovrebbe terminare il mandato a novembre 2024. Prima, dal giugno 2019, è stato capo di Stato maggiore della Marina militare. Dal 2016, ha guidato il Comando operativo di vertice interforze (l’attuale Covi), lo strumento attraverso cui la Difesa esercita il comando operativo delle Forze schierate in teatro per missioni o operazioni in tutto il globo.

Profilo operativo

L’ammiraglio Cavo Dragone vanta tra l’altro un profilo altamente operativo, che lo ha visto comandare le Forze aeree della Marina e il Raggruppamento subacquei e incursori. Gli incarichi di vertice sono stati preceduti da due anni alla guida Comando interforze per le operazioni delle Forze speciali (Cofs) e dal comando triennale dell’Accademia navale. Nei primi anni 2000 è stato inoltre per un biennio al comando della portaerei Garibaldi.

Le sfide

Ora Cavo Dragone avrà il compito delicato di presidente del Comitato militare della Nato, e dunque di responsabile delle o priorità strategiche per la Difesa alleata e del mantenimento di un adeguato ed efficiente livello di prontezza delle forze del Patto. Il tutto in uno scenario di sicurezza globale sempre più instabile, a partire dall’Ucraina, che avrà ancora bisogno del sostegno degli alleati. Altro dossier cruciale sarà il livello di produzione di munizioni e sistemi d’arma nello spazio transatlantico, giudicato attualmente insufficiente a garantire la difesa europea e nordamericana. Le priorità attuali della Nato, infatti, come registrato dallo stesso Comitato militare, sono gli investimenti nella Difesa (come per esempio l’obiettivo per gli alleati di assegnare al budget militare almeno il 2% del proprio Pil nazionale), l’aumento della produzione di armi e munizioni e infine la trasformazione della Nato affinché sia sempre più pronta per l’era digitale e delle operazioni multidominio.


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La festa per i 10 anni di AirPress nel servizio di SkyTg24 con Crosetto, Valente e Cristoforetti


Il ministro della Difesa Guido Crosetto, il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana Teodoro Valente, l’astronauta Samantha Cristoforetti parlano ai microfoni di Alessandro Taballione (SkyTg24). Alla Lanterna di Roma si sono festeggiati i 10 anni di AirP

Il ministro della Difesa Guido Crosetto, il presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana Teodoro Valente, l’astronauta Samantha Cristoforetti parlano ai microfoni di Alessandro Taballione (SkyTg24). Alla Lanterna di Roma si sono festeggiati i 10 anni di AirPress, la rivista del gruppo Formiche specializzata in difesa e aerospazio. Hanno partecipato parlamentari, rappresentanti delle istituzioni, vertici delle Forze Armate e manager delle più importanti aziende del settore. Nel video il servizio integrale:

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Iran, il racconto di militante che combatte il regime: “Mi hanno arrestato e massacrato di botte”


La chiamata è arrivata di primissima mattina. Non hanno bisogno di presentarsi, loro. Quando sul display del cellulare compare “numero sconosciuto” sai già di chi si tratta. Ho risposto e una voce carica di odio mi ha ordinato di presentarmi in un certo

La chiamata è arrivata di primissima mattina. Non hanno bisogno di presentarsi, loro. Quando sul display del cellulare compare “numero sconosciuto” sai già di chi si tratta. Ho risposto e una voce carica di odio mi ha ordinato di presentarmi in un certo ufficio. Ero preparato, gli avvocati dei diritti umani che seguono i miei amici attivisti mi avevano consigliato di non accogliere la convocazione telefonica e così ho fatto. Ma non è bastato. La mattina dopo hanno fatto irruzione nel piccolo ostello economico di Teheran dove abito da tre mesi, perché i miei conti bancari sono stati congelati e ho dovuto lasciare l’appartamento in cui vivevo.

Erano agenti in borghese, mercenari. Sono entrati sfondando la porta, stavo facendo la doccia. Mi hanno lasciato vestire e intanto spaccavano il tavolo, il letto, i vetri delle finestre. Poi è toccato a me. Mi hanno stretto in un angolo e si sono scatenati, manganellate, calci, pugni, sputi. Hanno perquisito furiosamente le mie borse, hanno prelevato i miei scritti e hanno rubato i vestiti, le scarpe, l’orologio, perfino le vitamine. In strada ci aspettava una macchina. Ho viaggiato con gli occhi bendati e la testa piegata sulle loro gambe affinché non vedessi dove andavamo. Mi sono ritrovato in una piccola cella, avevo dolori ovunque per le scariche di taser somministratemi durante il viaggio. Tremavo. Saranno passate ore prima che mi portassero nella stanza dove mi aspettavano due uomini, due di loro. Uno tirava calci e schiaffi alla cieca, l’altro mi chiedeva forsennatamente se avessi intenzione di partecipare all’anniversario della rivoluzione, mi chiamava traditore, bastardo, diceva che avevo preso soldi dall’America e da Israele per attaccare la repubblica islamica, urlava che non c’era posto per quelli come me in Iran.

Ripeteva che appena il nostro leader l’avesse ordinato ci avrebbero ammazzati tutti in un solo giorno senza neppure bisogno di giustiziarci, sarebbe bastato investirci per le strade con la macchina, sarebbe bastato simulare un incidente, cento incidenti, mille incidenti. Poi la minaccia più sinistra: “Stavolta, se parteciperai ancora alle proteste, ti troveremo subito e finirai in un carcere dove ci sono molti detenuti con forti appetiti sessuali, ti metteremo a loro disposizione”. Avevo la lingua pesante, non riuscivo a rispondere. E loro picchiavano, picchiavano. Mi sono risvegliato nella cella, era notte, credevo fosse un incubo e volevo svegliarmi, ma ero sveglio. Urinavo sangue, anche le feci erano rosse. Sono rimasto così per cinque giorni, detenuto illegalmente, torturato, alimentato solo ad acqua. Finché mi hanno sottoposto un foglio da firmare in cui promettevo che non avrei partecipato a nessuna manifestazione. Io però gli impegni li prendo solo con me stesso:pensavo questo attraversando i corridoi lugubri in cui ho visto attivisti che non conoscevo e altri che conoscevo, non potevano parlare tra di noi.

Sono tornato all’ostello, dove mi aspettava il direttore, un uomo per bene che mi ha aiutato molto, non ha mai chiesto che pagassi più di quanto potevo, ossia un solo mese. È stato lui ad accompagnarmi al pronto soccorso, dopo avermi accolto e rincuorato insieme ad altri ospiti della struttura, tra cui un neozelandese e due olandesi. Martedì sera in ospedale il medico ha detto che sarei dovuto restare ricoverato per tre giorni ma sfortunatamente la mia assicurazione sanitaria è stata cancellata dal governo e non ho soldi per permettermi una degenza del genere, così ho preso le medicine che mi sono state prescritte e sono rientrato in ostello. Vogliono farci vivere nel terrore dell’incertezza, ci stanno col fiato sul collo, li sentiamo arrivare, ma qualche volta arrivano e qualche altra no. Dobbiamo sapere che loro ci braccano. A tanti amici in questi giorni è capitato quello che è capitato a me: sono stati convocati telefonicamente e dopo essersi rifiutati di andare all’appuntamento sono stati presi in casa, in ufficio. Una mia amica è stata raggiunta a Isfahan dove si era recata per lavoro, l’hanno trovata in albergo. Il trattamento è sempre lo stesso. Gli agenti in borghese, i mercenari, piombano all’improvviso come fossero a caccia di criminali, ammanettano gli attivisti e li trascinano per la strada, picchiano duro convinti della loro impunità e poi prendono tutto quello che trovano, carte, documenti, dispositivi elettronici ma anche abiti, oggetti, collane. Sto male fisicamente ma so che il corpo guarirà, mi hanno bastonato tante volte. Sto male soprattutto dentro, sono nauseato da questo odio e questa violenza, da questo sistema senza legge. Prendo impegni solo con me stesso e con i miei compagni, ecco perché ancora ieri, nonostante il dolore allo stomaco, ho raggiunto le proteste a Enqulab street, a Jomhuri street e nella metropolitana. Lo farò ancora, il giorno dell’anniversario della rivoluzione e fino alla vittoria. Hanno minacciato di mettermi in cella assieme a detenuti molto violenti Avevo dolori ovunque per le continue scariche di taser che ho subìto La rivoluzione Le manifestazioni di protesta scoppiate aTeheran il 16 settembre 2022 dopo l’uccisione di Mahsa Amini.

La Stampa

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StAffettati


L’idea s’era già affacciata, ma il suo costo ne aveva suggerito l’accantonamento. Ora riciccia, con la pretesa di dimostrarsi una buona cosa per i giovani. L’immagine che hanno usato è quella della staffetta, del passarsi il testimone: dal lavoratore anzi

L’idea s’era già affacciata, ma il suo costo ne aveva suggerito l’accantonamento. Ora riciccia, con la pretesa di dimostrarsi una buona cosa per i giovani. L’immagine che hanno usato è quella della staffetta, del passarsi il testimone: dal lavoratore anziano a quello giovane. Ma caricando di ulteriori costi le casse pubbliche promette maggiori pressioni fiscali e previdenziali future, il che non è proprio nell’interesse dei più giovani. Quella staffetta li affetta. Il testimone è un torsolo.

Da quel che si capisce, lo schema potrebbe essere il seguente: un lavoratore cui manchi qualche mese o qualche anno alla pensione (più dura e più costa) accetta un part-time e in quel tempo collabora alla formazione di un altro lavoratore, di età non superiore a 35 anni, che sia stato assunto a tempo pieno e indeterminato. In questo modo si ritarderebbe l’andata in pensione del primo e si faciliterebbe l’ingresso nel mondo del lavoro del secondo. Ma per quale motivo un’azienda dovrebbe scegliere di far lavorare la metà del tempo un collaboratore già formato e di fargli utilizzare il tempo per formare un altro collaboratore che si è dovuto assumere senza che sappia fare quel che gli si vorrebbe far fare? È così evidente che nessuno lo farebbe che la proposta ha un’appendice: non dovendoci essere nessun onere aggiuntivo per le imprese, lo Stato si carica il costo dei contributi dell’uscente e dell’entrante, aggiungendo l’agevolazione fiscale per il datore di lavoro. Un marchingegno generatore di debiti e che non tiene conto della realtà su quei due lati del mercato del lavoro.

Sul lato dei pensionandi la faccenda è nota: ogni forma di agevolazione all’andare in pensione e qualsiasi numero si metta alle “quote”, il risultato è un maggiore onere a carico degli altri lavoratori e contribuenti. Il ministro dell’Economia Giorgetti lo aveva detto: con questa leva demografica non c’è margine per regalie. Ma oramai parla per sé e in gran parte a sé. Questo, però, non può tradursi in una costrizione al lavoro controvoglia, per sua natura scarsamente produttivo. La via d’uscita c’è: ciascuno vada in pensione quando gli pare, ma esclusivamente sulla base dei contributi versati. Quello è un sistema giusto, che non scippa niente a nessuno e che porterebbe a quel che s’è già visto in occasione di anticipi pensionistici che i lavoratori hanno rifiutato: si continua a lavorare per convenienza economica. Ed è bene che sia così.

Sul lato dei giovani forse non è chiara la situazione: non mancano i posti di lavoro, mancano i lavoratori. Mancano per cattiva dislocazione e mancata formazione e, relativamente a questa seconda deficienza, si tratta anche di offerte di lavoro qualificato e con prospettive di far strada o carriera che dir si voglia. La spesa pubblica è utile se indirizzata alla formazione: un investimento a favore della ricchezza del lavoratore e di quella produttiva, quindi della ricchezza generale.

Il lavoro serve a far crescere la ricchezza e il benessere. Il lavoro non è una quantità predeterminata, sicché per fare entrare uno si deve far uscire l’altro. Al contrario: più si lavora, più si crea ricchezza e innovazione e più si creano occasioni e posti di lavoro (altrimenti si dovrebbe tornare alla zappa per moltiplicare le radiose opportunità bracciantili). Il lavoro sussidiato si candida a essere improduttivo, quindi un non-lavoro che genera squilibri e debiti. I quali porteranno aggravi fiscali, che sono il ddt sterminatore del lavoro e dell’impresa.

Siamo tutti consapevoli che far politica è anche far propaganda, trovare parole facili, evocare sogni. Bene. Se poi diventano incubi la colpa non è soltanto dei politici, ma anche dei cittadini che lo consentono. Un giorno, dal loggione, uno prese a disturbare Ettore Petrolini mentre recitava; l’attore sopportò un poco, poi si spinse sul proscenio e si rivolse verso l’alto: «Io nun ce l’ho co’ te, perché così ce sei nato, ce l’ho co’ quello che te sta accanto e nun te butta de sotto».

La Ragione

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La nuova strategia cyber del Pentagono commentata dall’avv. Mele


La miglior difesa è l’attacco. Si può riassumere con questa espressione popolare la nuova strategia cyber del Pentagono, frutto anche dell’esperienza della guerra in Ucraina. Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ne ha diffuso mercoledì un riassu

La miglior difesa è l’attacco. Si può riassumere con questa espressione popolare la nuova strategia cyber del Pentagono, frutto anche dell’esperienza della guerra in Ucraina. Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ne ha diffuso mercoledì un riassunto declassificato dopo aver approvato e pubblicato a maggio l’aggiornamento della dottrina dopo cinque anni. Infatti, si legge nel documento, il Pentagono si è impegnato a utilizzare le operazioni informatiche offensive per “frustrare” e “disturbare” le potenze straniere e le organizzazioni criminali che minacciano gli interessi degli Stati Uniti, pur riconoscendo i rischi di escalation nel cosiddetto quinto dominio. Gli Stati Uniti “non possono semplicemente difendersi davanti al problema” degli attacchi informatici, in particolare quelli cinesi, ha osservato Mieke Eoyang, un alto funzionario del dipartimento.

La minaccia numero uno è, è noto, la Cina, con le sue mire su Taiwan e sul Mar Cinese. Gli attacchi informatici cinesi forniscono indicazioni per i “preparativi per la guerra” di Pechino, recita il documento del Pentagono. In caso di conflitto, i cyber-attori cinesi “cercheranno probabilmente di interrompere le reti fondamentale che consentono la proiezione di potenza delle forze congiunte (statunitensi, ndr) in combattimento”. Ma la sola forza offensiva potrebbe non bastare. Nel documento si parla di “altri strumenti” da utilizzare come deterrente. Non vengono citati. Ma spesso i funzionari statunitensi, come ricordano anche i media locali, citano in particolare sanzioni e arresti.

C’è poi la Russia, e il documento riflette le lezioni apprese in questo anno e mezzo di guerra, come osserva l’avvocato Stefano Mele, partner e responsabile del dipartimento cybersecurity law dello studio legale Gianni & Origoni. “Stiamo assistendo oggi, dopo un anno e mezzo dall’inizio dell’aggressione russa dell’Ucraina, a un cambiamento della strategia di Mosca nell’utilizzo del cyber-spazio”, dice a Formiche.net. “Finora, infatti, le forze armate russe hanno sfruttato il quinto dominio della conflittualità soprattutto per attività di supporto operativo alle operazioni militari convenzionali. Ciò, al fine di creare effetti (temporanei) sulle infrastrutture critiche colpite, oppure per amplificare gli effetti – anche psicologici – degli attacchi armati (un esempio sono gli attacchi informatici ai sistemi di pronto soccorso prima di un bombardamento). Oggi, invece, l’attenzione pare essere sempre più focalizzata sulle attività di cyber spionaggio e di raccolta di informazioni a supporto delle operazioni militari. Di conseguenza, sono cambiati anche i sistemi informatici colpiti: la Russia, infatti, appare da un po’ di tempo più concentrata sui sistemi utilizzati per la situational awareness e per la gestione del conflitto sul campo di battaglia, al fine di avvantaggiarsi di queste informazioni per ottenere un vantaggio tattico immediato”, aggiunge.

Dal documento emerge, inoltre, una forte attenzione ala cooperazione militare. “La strategia americana si basa da anni su due pilastri: defending forward e persistent engagement”, ricorda Mele. “Quest’ultimo, in particolare, ci insegna che nel quinto dominio della conflittualità, date le sue caratteristiche intrinseche, è inevitabile essere già preparati per ogni possibile attività operativa e soprattutto essere sempre in un costante stato di allerta leggermente sotto il livello del conflitto. Per questo, è importante il richiamo statunitense alla cooperazione internazionale in un campo in cui le reti ci rendono tutti interconnessi e, dunque, a rischio effetto spillover anche se il conflitto o l’operazione non ci riguarda direttamente”, conclude l’avvocato.


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Idee draghiane di competitivà


Ieri, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel corso della relazione sullo stato dell’Unione del 2023, ha comunicato di aver chiesto all’ex presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, un report sulla competitività. “Tre sfid

Ieri, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel corso della relazione sullo stato dell’Unione del 2023, ha comunicato di aver chiesto all’ex presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, un report sulla competitività. “Tre sfide – lavoro, inflazione e ambiente commerciale – arrivano in un momento in cui chiediamo anche all’industria di guidare la transizione pulita. Dobbiamo quindi guardare avanti e stabilire come rimanere competitivi mentre lo facciamo. Per questo motivo – ha detto Ursula – ho chiesto a Mario Draghi, una delle grandi menti economiche europee, di preparare un rapporto sul futuro della competitività europea”. Qui di seguito alcune chicche del pensiero draghiano sulla competitività. E su cosa significhi, per la politica, lavorare per avere un mondo dominato da più innovazione, più integrazione europea e più concorrenza.

L’area dell’euro si è basata fortemente sull’idea che il processo di integrazione stesso avrebbe creato gli incentivi per perseguire politiche solide. In presenza di una maggiore concorrenza attraverso il mercato unico e dell’impossibilità di svalutazioni, i governi sarebbero stati costretti ad affrontare i problemi strutturali di lungo periodo e ad assicurare la sostenibilità del bilancio. Se questo non è avvenuto è in parte perché il processo di realizzazione del mercato unico si è arrestato. Ma anche perché mancavano istituzioni fondamentali a livello di area dell’euro. Non avevamo un sistema comune di vigilanza bancaria per monitorare i flussi finanziari, situazione che in alcuni paesi ha consentito di celare le sempre maggiori perdite di competitività con una crescita non sostenibile trainata dal settore finanziario. E per le politiche economiche e di bilancio avevamo solo un processo decisionale comune debole. Sono stati compiuti molti passi importanti per porre rimedio a queste difficoltà, in particolare la realizzazione dell’unione bancaria”.

“Il mercato unico è visto non di rado come una semplice trasposizione del processo di globalizzazione a cui nel tempo è stata tolta persino la flessibilità dei cambi. Non è così. La globalizzazione ha complessivamente accresciuto il benessere in tutte le economie, soprattutto di quelle emergenti, ma è oggi chiaro che le regole che ne hanno accompagnato la diffusione non sono state sufficienti a impedirne profonde distorsioni”.

“L’apertura dei mercati, senza regole, ha accresciuto la percezione di insicurezza delle persone particolarmente esposte alla più forte concorrenza, ha accentuato in esse il senso di essere state lasciate indietro in un mondo in cui le grandi ricchezze prodotte si concentravano in poche mani. Il mercato interno, invece, sin dall’inizio è stato concepito come un progetto in cui l’obiettivo di cogliere i frutti dell’apertura delle economie era strettamente legato a quello di attutirne i costi per i più deboli, di promuovere la crescita, ma proteggendo i cittadini europei dalle ingiustizie del libero mercato. Questa era senza dubbio anche la visione di Delors, l’architetto del mercato interno”.

“Gli ostacoli agli investimenti in Italia risiedono anche nella complessità e nella lentezza della Giustizia. Quest’ultimo aspetto mina la competitività delle imprese e la propensione a investire nel paese: il suo superamento impone azioni decise per aumentare la trasparenza e la prevedibilità della durata dei procedimenti civili e penali. La lentezza dei processi, seppur ridottasi, è ancora eccessiva e deve essere maggiormente contenuta con interventi di riforma processuale e ordinamentale. A questi fini è necessario anche potenziare le risorse umane e le dotazioni strumentali e tecnologiche dell’intero sistema giudiziario”.

“Basso numero di ricercatori e perdita di talenti. Una barriera importante allo sviluppo e alla competitività del sistema economico è rappresentata dalla limitata disponibilità di competenze, con un numero di ricercatori pubblici e privati più basso rispetto alla media degli altri paesi avanzati (il numero di ricercatori per persone attive occupate dalle imprese è pari solo alla metà della media Ue: 2,3 per cento contro 4,3 per cento nel 2017). Diventa, pertanto, necessario frenare la perdita, consistente e duratura, di talento scientifico tecnico, soprattutto giovani, recuperando il ritardo rispetto alle performance di altri paesi”.

“Un fattore essenziale per la crescita economica e l’equità è la promozione e la tutela della concorrenza. La concorrenza non risponde solo alla logica del mercato, ma può anche contribuire ad una maggiore giustizia sociale. La Commissione europea e l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, nella loro indipendenza istituzionale, svolgono un ruolo efficace nell’accertare e nel sanzionare cartelli tra imprese, abusi di posizione dominante e fusioni o acquisizioni di controllo che ostacolano sensibilmente il gioco competitivo. Il governo s’impegna a presentare in Parlamento il disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza e ad approvare norme che possano agevolare l’attività d’impresa in settori strategici, come le reti digitali, l’energia e i porti. Il governo si impegna inoltre a mitigare gli effetti negativi prodotti da queste misure e a rafforzare i meccanismi di regolamentazione. Quanto più si incoraggia la concorrenza, tanto più occorre rafforzare la protezione sociale”.

“La tutela e la promozione della concorrenza – principi-cardine dell’ordinamento dell’Unione europea – sono fattori essenziali per favorire l’efficienza e la crescita economica e per garantire la ripresa dopo la pandemia. Possono anche contribuire a una maggiore giustizia sociale. La concorrenza è idonea ad abbassare i prezzi e ad aumentare la qualità dei beni e dei servizi: quando interviene in mercati come quelli dei farmaci o dei trasporti pubblici, i suoi effetti sono idonei a favorire una più consistente eguaglianza sostanziale e una più solida coesione sociale”.

“Protagonisti della tutela e della promozione della concorrenza sono la Commissione europea e l’Autorità garante della concorrenza e del mercato. Ma la concorrenza si tutela e si promuove anche con la revisione di norme di legge o di regolamento che ostacolano il gioco competitivo. Sotto quest’ultimo profilo, si rende necessaria una continuativa e sistematica opera di abrogazione e/o modifica di norme anticoncorrenziali. Questo è il fine della legge annuale per il mercato e la concorrenza”.

“Le misure che accrescono il grado di concorrenza nei mercati favoriscono maggiori investimenti e maggiore competitività tra le imprese. Attrarre investimenti e rendere i mercati più concorrenziali significa innanzitutto mettere le imprese in condizione di competere in termini di qualità dei prodotti, ma anche in termini di costi, spesso motivo rilevante di delocalizzazione. Un secondo effetto è incentivare la creazione di nuove imprese grazie ad un ambiente economico più attrattivo. Il grado di concorrenza può essere sinteticamente misurato dell’Indice di regolamentazione del mercato dei prodotti (Pmr) sviluppato dall’Ocse47. Sulla base di questo indicatore, l’Italia ha una qualità della regolamentazione in linea con la media dei Paesi Ocse, ma risulta meno competitiva se confrontata con Spagna e Germania, due dei principali concorrenti del paese sui mercati. Miglioramenti del Pmr, quindi maggiori livelli di concorrenza, sono correlati ad una più efficiente allocazione delle risorse, minori margini di profitto (quindi prezzi più bassi per i prodotti consumati dalle famiglie) e maggiori investimenti”.

“In Italia, la riforma della concorrenza serve a promuovere la crescita, ridurre le rendite, favorire investimenti e occupazione. Con questo spirito abbiamo approvato norme per rimuovere gli ostacoli all’apertura dei mercati, alla tutela dei consumatori. La riforma tocca i servizi pubblici locali, inclusi i taxi, e le concessioni di beni e servizi, comprese le concessioni balneari. Il disegno di legge deve essere approvato prima della pausa estiva, per consentire entro la fine dell’anno l’ulteriore approvazione dei decreti delegati, come previsto dal Pnrr. Ora c’è bisogno di un sostegno convinto all’azione dell’esecutivo – non di un sostegno a proteste non autorizzate, e talvolta violente, contro la maggioranza di governo”.

“Il progresso dell’efficienza è ostacolato da una struttura sbilanciata nella dimensione d’impresa, poco compatibile con i nuovi paradigmi tecnologici e competitivi. Vi si associa una specializzazione settoriale ancora eccessivamente orientata alle produzioni più tradizionali. Rimuovere gli ostacoli alla crescita delle imprese è condizione necessaria per cogliere le occasioni offerte dalla globalizzazione dei mercati e per stimolare una diffusione ampia e sistematica di innovazioni nell’organizzazione aziendale, nei processi produttivi, nella gamma dei prodotti. E’ questa la via per recuperare competitività internazionale e rilanciare lo sviluppo”.

“La difesa della competitività, in Europa, attraverso la svalutazione del cambio, che peraltro alleviava solo temporaneamente gli effetti di un differenziale di produttività, è divenuta impossibile. Non vi è alternativa se non tra l’incremento del prodotto per ora lavorata e il contenimento dei redditi nominali. Alla lunga solo il progresso della produttività genera benessere economico”.

“Dalla metà dello scorso decennio la produttività del lavoro aumenta in Italia di un punto percentuale l’anno meno che nella media dei paesi dell’Ocse. Questo fenomeno è alla radice della crisi di crescita e di competitività che il paese vive. Il rapido aumento dell’occupazione degli ultimi anni, favorito dalla moderazione salariale, dalla legalizzazione di parte dell’immigrazione, dalle riforme del mercato del lavoro, ha portato a un fisiologico e atteso rallentamento nella dinamica della produttività”.

“L’intensificazione della concorrenza, l’ampliamento dello spazio per l’esplicarsi dei meccanismi di mercato sono necessari al rilancio produttivo e complementari a scelte di equità. La concorrenza costituisce il miglior agente di giustizia sociale in un’economia, in una società, come quella italiana, nella cui storia è ricorrente il privilegio di pochi fondato sulla protezione dello stato”.

Il Foglio

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Il caso Ustica tra politica, giustizia e verità. L’opinione del gen. Tricarico


Nel calvario di Enzo Tortora i magistrati che ne chiesero la condanna si chiamavano Lucio Di Pietro e Felice Di Persia, nella tragedia di Ustica Rosario Priore. Nel caso di Tortora – lo ricordiamo tutti – l’impianto accusatorio si liquefece impietosamente

Nel calvario di Enzo Tortora i magistrati che ne chiesero la condanna si chiamavano Lucio Di Pietro e Felice Di Persia, nella tragedia di Ustica Rosario Priore.

Nel caso di Tortora – lo ricordiamo tutti – l’impianto accusatorio si liquefece impietosamente al primo serio vaglio, non resse al confronto in aula e dopo quattro anni di gogna Tortora fu assolto.

Nella vicenda giudiziaria di Ustica è successa la stessa cosa: le tesi precostituite di Priore vennero in evidenza come tali e, seppur più faticosamente, furono demolite in giudizio dopo 272 udienze e con l’escussione di circa 4mila testimoni. In una ineccepibile sentenza della Corte di Assise di Appello di Roma, poi confermata nel 2007 in Cassazione.
Mentre però Tortora, dopo essere stato gettato in pasto ai media e umiliato in manette a reti unificate, venne assolto con pari – semmai maggior evidenza – anche agli occhi dell’opinione pubblica, nel caso Ustica si continua ancora oggi, a distanza di 18 anni dalla sentenza assolutoria, a spacciare come buone le ipotesi infondate di Priore. E, continuando nel calzante parallelo, è come se ancora oggi venissero spacciate e prese per buone le accuse infamanti dei due camorristi Pasquale Barra e Giovanni Pandico.

Oggi in altre parole, in una pertinente trasposizione concettuale, chi afferma che quel DC9 fu abbattuto da un missile, continuerebbe a tenere Tortora in carcere fino all’estinzione della pena, indossando senza vergogna i panni degli irriducibili Barra e Pandico.

Ma allora, come mai due casi pienamente sovrapponibili nell’iter giudiziario hanno subito una sorte così divaricata nel sentire comune? Assolti dalla legge, assolti anche dal cittadino nel caso Tortora, lapidati senza sosta e motivo nella vicenda di Ustica.

La risposta è semplice. La differenza la ha fatta la politica, quella con la “p” minuscola, quella collocata in un ben definito perimetro, in un campo veramente largo, accompagnata passo passo da una stampa asservita a più padroni: alla parte politica di riferimento, ad interessi personali, all’accattonaggio delle copie da vendere. E a distanza di anni, se si dovesse individuare un portabandiera di questo vero e proprio disfacimento del sistema, non vi è dubbio che Giuliano Amato svetterebbe senza rivali.

Un personaggio a cui lo Stato non ha lesinato alcunché, gratificandolo con incarichi prestigiosi e ricambiato da comportamenti incomprensibili, di cui si fa fatica a capire la vera ragione.
Possibile che un giurista, presidente emerito della Corte costituzionale, si getti senza paracadute nella mischia mediatica senza aver letto le carte del processo e in particolare la sentenza penale, confermata in Cassazione? O peggio ancora, se la sentenza l’avesse letta o ne conoscesse i contenuti, perché divulgare tante falsità, tutte – veramente tutte – confutate nelle lunghe e numerose udienze dibattimentali e ivi bollate come “fantascienza”?

Confesso che molti di noi si sono chiesti, a ragion veduta, se Amato non stesse accusando l’incalzare degli anni, ma dopo averlo ascoltato in conferenza stampa l’ipotesi è venuta meno. Il quesito quindi rimane, così come rimangono le perplessità sui motivi dello tsunami mediatico totalmente inaspettato ed immotivato. E per Amato con l’aggravante, collaterale ma forse addirittura centrale, che il suo unirsi al coro dei depistatori darà un contributo non da poco a rendere ancora più difficoltosa l’affermazione della verità su una tragedia italiana rimasta senza colpevoli.

In questo marasma, così come spesso accade in Italia, la Giustizia resta l’ultimo baluardo. La sola Procura di Roma, formalmente chiamata in causa anche dalla nostra Associazione (Associazione per la Verità sul disastro aereo di Ustica – Avdau) potrebbe, ascoltando Amato, chiarire il perché della sua tardiva, estemporanea e inusitatamente grave sortita.

Ponendogli naturalmente le giuste domande, a cominciare dal disallineamento delle dichiarazioni pubbliche di oggi rispetto a quelle da lui rilasciate sotto giuramento nel dicembre del 2001. Se questo non accadrà, allora anche l’ultimo baluardo comincerà a scricchiolare e le speranze per venire a capo dell’attentato di Ustica si affievoliranno ulteriormente.


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La Difesa polacca punta al 4%. Opportunità da Varsavia per Perego di Cremnago


La Polonia è avviata in un processo di robusto rafforzamento della propria componente militare. Il Paese è indirizzato convintamente all’aumento dei budget da destinare alla Difesa, con l’obiettivo di fondo di arrivare al 4% del Pil, il doppio di quanto p

La Polonia è avviata in un processo di robusto rafforzamento della propria componente militare. Il Paese è indirizzato convintamente all’aumento dei budget da destinare alla Difesa, con l’obiettivo di fondo di arrivare al 4% del Pil, il doppio di quanto previsto in sede dell’Alleanza Atlantica. In questo quadro, l’Italia può fornire il suo supporto, come già dimostrato dalle collaborazioni con Leonardo, dall’addestratore M-346, agli elicotteri AW101 e AW149, fino alle opportunità per l’Eurofighter Typhoon. Ne abbiamo parlato con Matteo Perego di Cremnago, sottosegretario alla Difesa, tornato di recente dalla visita in Poloni alla International Defence Industry Exhibition, la principale fiera del settore dell’Europa centrale. Il nostro Paese è stato protagonista, con Leonardo e MBDA Italia in prima linea.

Che tipo di collaborazioni industriali auspica possano evolversi tra il nostro Paese e Varsavia?

La Polonia rappresenta un Paese strategico per l’industria nazionale ed in particolare per Leonardo, considerati gli importanti investimenti effettuati recentemente dall’Azienda nel Paese, tra cui l’acquisizione della compagnia elicotteristica PZL Swidnik e la costituzione della società Leonardo Polonia. Ci sono già numerosi contratti acquisiti da Leonardo in Polonia negli ultimi anni, tra cui velivoli M-346 per l’Aeronautica Militare; elicotteri AW101 per la Marina Militare; elicotteri multiruolo AW149. E altre opportunità commerciali che riguardano gli aerei Eurofighter Typhoon, ad esempio, in relazione alla sempre più pressante necessità della Polonia di acquisire velivoli per l’Air Superiority, Elicotteri da addestramento: l’Aeronautica Militare polacca deve sostituire i suoi vecchi elicotteri da addestramento SW-4 e Mi-2. Incontrando le autorità locali, su delega del ministro Crosetto, ho avuto modo di esprimere la volontà italiana di una più stretta collaborazione con la Polonia nel settore della difesa, sicurezza e aerospazio, confermando il supporto alle esigenze di rinnovamento delle Forze armate polacche, attraverso attività di collaborazione con trasferimenti tecnologici e ricadute occupazionali nel Paese.

La Polonia sta rafforzando significativamente il proprio strumento militare, un’esigenza resa più urgente dall’invasione russa dell’Ucraina. In che modo l’Italia può supportare questo potenziamento, sia dal punto di vista industriale che operativo?

Come ho detto prima il supporto di natura industriale è di mutuo interesse per lo sviluppo capacitivo polacco e per le nostre aziende nazionali della Difesa. Operativamente lo Stato Maggiore della Difesa Italiano sta concludendo la preparazione operativa per l’impiego di velivoli F-35A per il rafforzamento della difesa aerea della Polonia durante il periodo della campagna elettorale e delle elezioni, tra settembre e ottobre. E dal mese di dicembre e per i successivi otto mesi l’Aeronautica Militare italiana svolgerà attività di Air Policing nei cieli della Polonia, sia con F-35A che con Eurofighter F2000. Vi è anche la possibilità di incrementare le attività addestrative congiunte tra le rispettive Forze Armate con l’impiego del poligono di Drawsko per le forze terrestri; la possibilità di nostra presenza navale strutturata nel Baltico e anche la possibilità addestramento congiunto per i piloti degli F35.

Varsavia ha aumentato del 16% il proprio budget per la Difesa, raggiungendo il 3% del Pil. Un punto in più rispetto a quanto chiesto dalla Nato. In Italia, intanto, ancora si dibatte sulla necessità di raggiungere il 2%, perché?

Sono undici i Paesi che raggiungeranno la soglia del 2% del Pil quest’anno, e diventeranno diciannove nel 2024, l’Italia, al momento, è 24esima tra i Paesi Nato in una ipotetica graduatoria, può però ascriversi il merito di aver impedito la richiesta di molti alleati della Nato di porre la spesa del 2% del Pil come un obbligo, infatti nel comunicato finale del vertice di Vilnius, di qualche mese fa, si parla di impegno a spendere il 2%, senza obblighi temporali che per l’Italia potrebbe essere il 2028. Vi è, ovviamente, il timore che il nostro Paese possa essere l’ultimo a raggiungere l’obiettivo, ma la composizione della spesa nel bilancio non è di diretta influenza del dicastero Difesa che può proporre, ma non decide. L’obiettivo non va assolutamente accantonato in quanto importante per la difesa dell’Italia stessa oltre che degli alleati, dei livelli adeguati nella capacità di difesa nazionale verranno raggiunti proprio attraverso il perseguimento degli standard Nato al di là di quelli decisi internamente. La libertà del Paese, la sua sicurezza, la sua Difesa hanno un costo, quello che si investe in questo settore torna in modo esponenziale in termini di difesa dei nostri interessi nazionali, l’impegno del 2% di spesa dedicata alla Difesa in rapporto al Pil va mantenuto seriamente, in un percorso certo graduale e senza ipotecare scelte di finanza pubblica nell’immediato futuro, deve essere un obiettivo del nostro governo per il bene del Paese.

La necessità di modernizzare le proprie Forze armate sta spingendo la Polonia a preferire mezzi già disponibili off-the-shelf. È il caso dei carri armati Abrams e dei 96 elicotteri Apache, questi ultimi parte dell’accordo più consistente dell’export Usa per il 2023. Questo trend non rischia di essere un problema per la progettata industria europea della Difesa?

La Defence security cooperation agency (Dsca) degli Stati Uniti ha reso noto che il dipartimento di Stato ha approvato e notificato al Congresso la vendita di 96 elicotteri da combattimento Boeing AH-64E Apache alla Polonia al costo di circa dodici miliardi di dollari. Gli Apache, prodotti finora in 2.700 esemplari, sono stati chiesti da Varsavia per rimpiazzare la flotta di elicotteri da attacco di tipo russo/sovietico Mil Mi-24 composta da 18 esemplari di cui almeno dodici già ceduti all’Ucraina. La componente elicotteristica da combattimento polacca verrà quindi non solo ammodernata ma ampliata di cinque volte. Si percepisce inoltre come la Polonia punti al 4% del Pil (il doppio di quanto richiesto dalla Nato) entro breve tempo. Varsavia punta su un rafforzamento dei legami industriali con gli Stati Uniti e con la Corea del Sud, a breve però si terranno le elezioni politiche che definiranno il futuro orientamento della Polonia verso il progetto europeo, anche nei suoi aspetti di difesa.


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InPremier


I dati che abbiamo esaminato ieri non sono allarmanti in sé, ma hanno un aspetto sinistro: l’economia europea rallenta il ritmo di crescita, ma è previsto che l’anno prossimo torni ad accelerare, mentre l’Italia rallenta e c’è il timore che l’anno prossim

I dati che abbiamo esaminato ieri non sono allarmanti in sé, ma hanno un aspetto sinistro: l’economia europea rallenta il ritmo di crescita, ma è previsto che l’anno prossimo torni ad accelerare, mentre l’Italia rallenta e c’è il timore che l’anno prossimo continui a rallentare. Spiegare la diminuita produzione industriale con la recessione in cui ora si trova la Germania – che influisce – toglie argomenti per spiegare perché l’economia tedesca si prevede corra nel 2024, mentre la nostra assai meno. Le cause sono interne e riguardano il mercato, la concorrenza, l’amministrazione pubblica, la giustizia, la scuola… Per fare le riforme e adottare i provvedimenti utili è necessario che il presidente del Consiglio abbia maggiori poteri o che sia eletto direttamente e indipendentemente dai partiti?

È fondato il timore che sia una discussione inutile, una perdita di tempo. La questione non è – come s’è singolarmente sostenuto – tenere in equilibrio i poteri del Presidente della Repubblica: al Quirinale abitava il papa, che era anche re, poi ha preso dimora il re e ora è la sede della nostra Presidenza. L’istituzione non appartiene a nessuno e il palazzo alla Repubblica. La questione è che il rafforzamento illusorio di un potere genera una pericolosissima fragilità, che anziché consolidarlo lo sbriciola.

Meloni non ha i pieni poteri – che nessuno ha mai, in uno Stato di diritto – ma è nella pienezza del suo potere: ha una maggioranza parlamentare assoluta in entrambi i rami del Parlamento e guida il partito che ha preso più del doppio dei voti degli alleati. Per giunta, complice l’ignoranza e la solo sventolata anglofobia, hanno preso tutti a chiamarla “premier”, che dà il segno della cecità istituzionale e il comico di volere introdurre il premierato in un Paese ove ci sarebbe già un premier. La vulnerabilità di Meloni – e non soltanto sua – non è nel dettato costituzionale, ma nel costume politico: chiamiamo maggioranza la somma delle minoranze che si alleano, salvo poi avere ciascuna il potere di distruggere la maggioranza. Se si cementificasse il capo del governo avremmo queste conseguenze: a. ai livelli attuali il maggiore potere sarebbe in capo a chi prende meno di un terzo dei voti espressi (che già sono pochi); b. poi, per governare veramente, o diventa trasformista il presidente o lo diventa chi lo sostiene o lo divengono entrambi. Sempre la solita zuppa.

Non è un caso che il capo del potere esecutivo non si elegga direttamente in nessuna democrazia, salvo Israele. Dove funziona male. Gli Usa sono uno Stato federale, in Francia si elegge il Presidente della Repubblica, in nessuna democrazia europea il capo del governo. Non si fa perché non funziona. Non consolida, irrigidisce. E le cose rigide si spezzano. La Repubblica è nata dopo una guerra civile, la cui radiazione fossile non è estinta e ancora inquina la vita collettiva.

La smania premierista nasce da una falsificazione storica, ovvero l’essersi raccontati che i governi italiani sono sempre stati tutti instabili e brevi. Falso. Dal 1948 al 1992 abbiamo avuto, nella sostanza, quattro governi: centrismo, centrosinistra, solidarietà nazionale e pentapartito. E i partiti di governo hanno sempre vinto le elezioni, senza trasformismo. Dal 1994 chi governa non vince mai le elezioni e impera il trasformismo. Vero che taluni governi duravano pochi mesi, ma in quello successivo tornavano gli stessi partiti e anche le stesse persone. Quel che conta è il costume: in Germania chi cambia idee e casacca è un inaffidabile, in Italia un furbo.

Eppure dei rafforzamenti sarebbero utili. Ad esempio: la possibilità di revocare i ministri, sottoponendo al voto di fiducia soltanto il neonominato; la non emendabilità dei decreti legge (così si eviterebbe l’imbarazzante sceneggiata del decreto sulle banche); la sfiducia costruttiva, ovvero dover indicare il nuovo esecutivo per far cadere il vecchio. Nulla a che vedere con quello che si chiama grossolanamente “premierato” o con la smargiassata impotente dell’elezione diretta.

La Ragione

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Elogio del capitalismo


L’intellettuale americano Noam Chomsky, uno dei maggiori critici del capitalismo, ha scritto che «la vera concentrazione di potere sta nelle mani dell’un per cento più ricco» della popolazione: «Ottengono quello che vogliono, perché in pratica gestiscono

L’intellettuale americano Noam Chomsky, uno dei maggiori critici del capitalismo, ha scritto che «la vera concentrazione di potere sta nelle mani dell’un per cento più ricco» della popolazione: «Ottengono quello che vogliono, perché in pratica gestiscono tutto loro». Secondo un sondaggio internazionale compiuto in 34 paesi da Ipsos MORI, i cui risultati sono stati illustrati nel mio libro Elogio del capitalismo, la maggior parte delle persone ritiene che i ricchi, all’interno di un sistema capitalista, detengono il potere.

Vorrei controbattere a questa percezione con tre argomenti. Primo: i ricchi esercitano effettivamente un potere di natura politica, ma non del tipo che viene rappresentato dai media, dai film hollywoodiani e da alcuni intellettuali anticapitalisti. Secondo: il fatto che i ricchi concorrano nel definire l’agenda politica, ad esempio attraverso pratiche lobbistiche, non è solo legittimo in una democrazia pluralistica, ma è anche importante. Inoltre, quelle leggi che attirano l’attenzione dei ricchi, spesso arrecano benefici anche i membri più poveri della società (ad esempio, tagli fiscali e deregolamentazione). Terzo: chiunque pensi che i ricchi esercitino troppa influenza sulla politica, dovrebbe essere a favore di meno intervento pubblico, ovvero più capitalismo. Dopotutto, più lo Stato interviene nell’economia (mediante investimenti, sussidi e regolamentazioni), più influenza può essere esercitata dai lobbisti.

Gli Stati Uniti sono generalmente considerati un paese in cui i ricchi esercitano un’influenza particolarmente rilevante sugli sviluppi politici. Nonostante ciò, non è solo il denaro lo strumento atto a comprare il potere politico, altrimenti Donald Trump non avrebbe mai vinto la candidatura repubblicana per le elezioni presidenziali del 2016. Avrebbe invece vinto Jeb Bush, che aveva raccolto molte più donazioni. Perfino Benjamin I. Page e Martin Giles, due scienziati politici e fra i più importanti sostenitori della tesi secondo cui la politica degli Stati Uniti sia trainata dai ricchi, hanno riconosciuto che «la maggior parte dei grandi donatori e la maggior parte dei think-tank, così come il vertice del partito repubblicano supportavano altri candidati». Inoltre: «Le posizioni di Trump andavano direttamente contro le opinioni dei donatori e degli americani ricchi».

Oltretutto, se i soldi determinassero i risultati politici, Trump non avrebbe vinto le elezioni del 2016. Secondo la Commissione elettorale federale, Hilary Clinton, il Partito Democratico e i comitati che la sostenevano, hanno raccolto più di 1,2 miliardi di dollari per l’intero ciclo elettorale. Trump e i suoi alleati ne hanno raccolti seicento milioni. E se solo i soldi potessero comprare il potere politico, neanche Joe Biden avrebbe potuto diventare presidente. Invece, la Casa Bianca sarebbe stata affidata al ricco imprenditore Michael Bloomberg, che ai tempi della sua candidatura per i democratici era l’ottavo uomo più ricco al mondo, con un patrimonio stimato di 61,9 miliardi di dollari. Molto probabilmente, nessuno ha mai speso più soldi di lui, e in così poco tempo, per una campagna elettorale, ovvero 1 miliardo di dollari in neanche tre mesi.

Lo scienziato politico americano Larry M. Bartels ha analizzato l’effetto delle spese elettorali dei singoli candidati in 16 elezioni presidenziali degli Stati Uniti, dal 1952 al 2012. Per Bartels, solo in due elezioni, cioè quelle vinte da Richard Nixon nel 1968 e da George W. Bush nel 2000, i candidati repubblicani hanno riportato la vittoria grazie al maggior denaro speso.

Cosa dire poi del fatto che la maggior parte dei membri del Congresso statunitense sia composto da persone facoltose? Martin Gilens, che in generale critica l’influenza dei ricchi sulla politica degli Stati Uniti, ha ammesso che non c’è nessuna prova che collega la ricchezza personale con le decisioni politiche dei membri del Congresso.

Molte persone associano il concetto di “capitalismo” con quello di “corruzione”. La visione secondo la quale la corruzione sia particolarmente diffusa nei paesi capitalisti è sbagliata; ciò è stato confermato confrontando l’Indice di percezione della corruzione (CPI) di Transparency International con l’Indice della libertà economica. I paesi con i livelli di corruzione più bassi sono gli stessi paesi che hanno i livelli di libertà economica più alti. E più i governi intervengono nella vita economica, più opportunità ci saranno per corrompere politici o dipendenti pubblici. Quindi, chiunque voglia limitare l’influenza immorale o criminale dei cittadini ricchi sulla politica, dovrebbe essere a favore di una limitazione del ruolo dello Stato.

Linkiesta.it

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Tutti i passi avanti fatti sul Gcap alla fiera di Londra


“Un programma industriale e tecnologico, ma soprattutto una scelta politica per la sicurezza dell’area che va dall’Atlantico all’Indo-Pacifico”. Così Guido Crosetto, ministro della Difesa, ha definito oggi il Global Combat Air Programme, progetto lanciato

“Un programma industriale e tecnologico, ma soprattutto una scelta politica per la sicurezza dell’area che va dall’Atlantico all’Indo-Pacifico”. Così Guido Crosetto, ministro della Difesa, ha definito oggi il Global Combat Air Programme, progetto lanciato da Italia, Regno Unito e Giappone per lo sviluppo dell’aereo da caccia di nuova generazione entro il 2035, al termine di un incontro trilaterale a Londra a cui hanno preso parte anche James Roger Cartlidge, minister (sottosegretario) con delega al procurement della Difesa del Regno Unito, e Kiyoshi Serizawa, viceministro della Difesa del Giappone. L’incontro a Lancaster House ha rappresentato l’occasione per fare il punto della situazione e decidere i nuovi passi da intraprendere per l’attuazione del progetto stesso. Vanno “definiti gli accordi che riescano a far ottenere a tutti e tre i Paesi lo stesso ritorno in termini di crescita tecnologica e di impatto sulla produzione industriale”, ha commento Crosetto.

Ieri, primo giorno della fiera Dsei a Londra, Leonardo, Bae Systems e Mitsubishi Heavy Industries avevano annunciato la definizione dei termini della collaborazione trilaterale per soddisfare i requisiti della fase concettuale del sistema di difesa aerea di nuova generazione nell’ambito del Global Combat Air Programme. Oggi, invece, al salone londinese è stata l’occasione della firma dell’accordo di collaborazione sottoscritto da Mbda Italia ed Mbda UK per lavorare sul dominio effetti, come parte del programma, insieme a Mitsubishi Electric Corporation. “Sfruttando logiche di combattimento innovative, in contesti multi-dominio, dove la digitalizzazione, l’integrazione e l’interoperabilità tra i vari sistemi sarà un must, Mbda è pronta a mettere in campo tutte le sue risorse più avanzate per sviluppare e integrare sistemi di armamento evoluti e sistemi per la gestione degli effectors che rispondano a questi requisiti, anche in un’ottica di efficientamento di tempi e costi”, ha spiegato Giovanni Soccodato, executive group director sales and business development di Mbda e managing director di Mbda Italia a margine della cerimonia.

A ciò si aggiunge l’annuncio di un assetto congiunto tra Leonardo UK per il Regno Unito, Mitsubishi Electric per il Giappone e Leonardo ed Elt Group in rappresentanza dell’Italia per la realizzazione del progetto Gcap nel settore Isanke & Ics (Integrated sensing and non-kinetic effects & integrated communications systems), cioè l’elettronica avanzata a bordo del velivolo da combattimento.

Il ministro Crosetto non ha incontrato il nuovo omologo, Grant Shapps. Il successore di Ben Wallace ha subito un grave lutto familiare che l’ha costretto a cancellare il bilaterale e la sua partecipazione alla trilaterale.


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ResoConto


Dall’ordine pubblico alle riforme costituzionali s’usa dire che il governo spara annunci allo scopo di distrarre dall’importante, vale a dire l’economia. Non condivido questa osservazione. Si può – come qui cerchiamo di fare – discutere nel merito le misu

Dall’ordine pubblico alle riforme costituzionali s’usa dire che il governo spara annunci allo scopo di distrarre dall’importante, vale a dire l’economia. Non condivido questa osservazione. Si può – come qui cerchiamo di fare – discutere nel merito le misure proposte e le intenzioni annunciate, ma non è vero che l’importanza di un problema cancelli gli altri.

I governanti odierni – che già ripetutamente e lungamente governarono in passato – al loro debutto, in consonanza con gli odierni oppositori, usano il tema economico dando per scontata la drammaticità del presente. Sbagliano. L’Italia viene da un triennio di crescita imponente, quanta non se ne vedeva da lustri. Quest’idea che il solo modo per dimostrarsi consci della situazione consista nel descriverla come catastrofica è fuori dalla realtà e non tiene in alcun conto la crescita della ricchezza, delle esportazioni e anche dell’occupazione.

Le previsioni della Commissione europea, rese note ieri, mettono in conto un rallentamento della crescita, ma non una recessione. Il Prodotto interno lordo Ue dovrebbe crescere dello 0.8% (rispetto all’1% prima previsto), per poi accelerare all’1.4% nel 2024. Il Pil dell’area dell’euro è previsto in crescita di un eguale 0.8% (rispetto all’1.1%). L’Italia, prevede la stessa fonte, anche quest’anno crescerà (poco) più della media, con uno 0.9% (rispetto all’1.2%). Andiamo negativamente in controtendenza nel 2024, crescendo dello 0.8%, quindi rallentando ulteriormente. Sempre ieri sono arrivati i dati Istat che segnalano, dopo il calo dell’occupazione, un decremento della produzione industriale pari a -2.1% su base annua. Il problema non è quel che si è trovato, ma quel che è maturato. Non sono i fatti a tradire il governo Meloni, sono le parole della propaganda di ieri a tradire la realtà. E vince la realtà.

Possiamo pure fare finta che tutto dipenda dall’umore di Paolo Gentiloni, ma per crederci si deve essere o molto ignoranti o molto sciocchi. Se taluni governanti (Salvini) lo attaccano è per rendere più difficile il lavoro di Meloni e Giorgetti. Se Meloni si allinea a quegli attacchi (in realtà ha provato ad annacquarli, senza riuscirci, poi rincarando con Ita, che c’entra nulla e le cose stanno diversamente) significa una cosa temibile: non quadrano i conti e ci si arrende alla verità del resoconto.

Si deve uscire dalla lagna perpetua dei mantenuti che reclamano sostegni e ristori e prendere ad occuparsi dell’Italia produttiva. Che c’è e regge la baracca. Dice il ministro dell’Economia, Giorgetti: <<Se badiamo solo alla domanda e insistiamo a far fare allo Stato la parte del Re Sole che distribuisce prebende, sussidi e sovvenzioni, non andiamo lontani>>. Esatto, ma diverso da quanto promesso. La non-novità è che sfondare deficit e debito ci costerebbe più di quel che se ne potrebbe elargire.

Condizione drammatica? No. Perché se ragionassimo degli interessi italiani e non dei governanti che aspirano ai voti corresponsabili degli italiani, il debito pubblico dovremmo provare a farlo calare il doppio e il triplo di quel che la Commissione europea (senza troppo crederci) indica. Avremmo interesse ad essere digitalizzati il quadruplo, a far funzionare la giustizia il quintuplo, ad avere una scuola formativa e selettiva il decuplo. Che non significa buttare i soldi pubblici nella ditta che fa il sito governativo ridicolo e non funzionante. Appaltiamo ai gestori dei siti porno. Non significa pagare di più senza cambiare nulla, ma cambiare il necessario affinché si possa pagare meno ed ottenere di più. E questa non è una condizione deprecabile, ma uno sforzo auspicabile.

Solo che comporta la capacità di reinterpretare le forze politiche non come i colori cangianti della rancida zuppa sempre uguale, fatta di elemosine, risarcimenti, condoni e protezioni delle rendite parassitarie, ma come la tavolozza da usarsi per dipingere un futuro prossimo in cui il più popolare non sia quello che usa meglio il nero per promettere a tutti il soldo.

La Ragione

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Hayek e la libertà di conoscere (e di sbagliare)


Anche chi ha una conoscenza solo superficiale di Friedrich von Hayek (1899 – 1992) sa che questo economista liberale ha riflettuto in termini originali sul tema della conoscenza, al fine di avanzare critiche fondamentali a pianificazione e dirigismo. Poic

Anche chi ha una conoscenza solo superficiale di Friedrich von Hayek (1899 – 1992) sa che questo economista liberale ha riflettuto in termini originali sul tema della conoscenza, al fine di avanzare critiche fondamentali a pianificazione e dirigismo. Poiché la nostra comprensione della realtà è sempre inadeguata e poiché le informazioni sugli stati di fatto disponibili sono disperse (ognuno di noi ne possiede solo qualche frammento), è assurdo affidare a qualche comitato composto da scienziati e burocrati il compito di gestire la società.

Pochi sanno, però, che questo esito poggia su una ben precisa riflessione sulla psicologia teorica e sull’epistemologia. Grazie a Lorenzo Infantino è ora disponibile un volume – Conoscenza e processo sociale, edito da Rubbettino (pagg. 472, euro 32) – che raccoglie gli scritti di Hayek su questi temi, attingendo da alcuni dei suoi lavori più classici. Si tratta di una pubblicazione che evidenzia come Hayek sia stato uno studioso “inattuale” anche nel suo saper muoversi entro discipline diverse: qualcosa di assai poco comune in un universo accademico ormai da tempo dominato da uno specialismo sempre più estremo.

Come Infantino sottolinea nell’Introduzione, nei suoi anni universitari Hayek era stato fortemente attratto dallo studio della psiche umana e di quel periodo sono anche pagine che saranno pubblicate solo molti decenni dopo: quando nel 1946 darà alle stampa L’ordine sensoriale. E sono proprio le ricerche sulla psicologia teorica che lo portano a riflettere in maniera sempre più intensa sulle questioni gnoseologiche. In questi studi egli si confronta con il pensiero di Ernst Mach, il quale era convinto che esista una perfetta corrispondenza tra elemento psichico e fisico, senza in questo riuscire a dare ragione del fatto – ad esempio – che uno stimolo fisiologico può convertirsi in un dato psichico.

Prendendo le distanze da Mach, il giovane studioso viennese avvierà un percorso intellettuale che lo condurrà a pensare in maniera assai originale l’economia, il diritto, la politica. Già Carl Menger, nella sua polemica con Gustav von Schmoller e con gli storicisti, aveva sottolineato il carattere teorico della scienza economica, la quale elabora concetti fondamentali per la comprensione dei fatti singoli; e Hayek
assorbirà quella lezione. In seguito l’incontro con Karl R.Popper favorirà ulteriormente il suo approdo verso una prospettiva che tagliava definitivamente i ponti con il positivismo della Vienna dei suoi anni universitari.

Il risultato sarà un evoluzionismo a tutto tondo – in psicologia, epistemologia, economia, filosofia politica – che poggia sull’idea che la nostra mente non è il nostro cervello, ma qualcosa che prende forma nel corso degli anni grazie a esperienze, scambi e acquisizioni che non annullano il corredo genetico, ma certo lo trascendono.

La mente, il mercato e il diritto sono dunque il risultato di processi assai complessi che non possono essere descritti in termini lineari. È ovvio che nessun fenomeno specifico può essere semplicisticamente ricondotto a forme generali, ma noi leggiamo la realtà a partire da schemi e modelli astratti grazie ai quali riusciamo a sviluppare una comprensione – pur sempre imperfetta – del fenomeno che intendiamo conoscere. I quadri concettuali dell’evoluzionismo, in questo senso, sono uno strumento fondamentale che Hayek utilizza per afferrare il reale.

Quella teoria ci offre allora un quadro concettuale in grado di farci intendere realtà che mai potremo afferrare nella loro interezza. Al centro di queste pagine troviamo una decisa critica allo scientismo: a una certa idea (assai ristretta) del modo in cui gli scienziati lavorerebbero, che poi è stata pure estesa dalle scienze “dure” a quelle umane, favorendo l’imporsi di logiche autoritarie e tecnocratiche. Se la realtà è molto più complessa di quanto non possano dirci poche semplici leggi (poiché ogni sistema è aperto e in relazione con altri), la stessa pretesa di organizzare la società dall’alto in nome della scienza è destinata al fallimento.

Nel 1933 egli critica con queste parole le logiche dell’antropomorfismo, che ci portano a vedere dietro a ogni fenomeno una deliberazione specifica, così che ad agire non sarebbero soltanto gli individui, ma anche le nazioni, le classi, le culture e via dicendo: «Nelle scienze naturali, abbiamo gradualmente cessato di seguire tale via e abbiamo appreso che l’interazione fra differenti tendenze può produrre quel che chiamiamo ordine, senza che alcuna mente della propria stessa specie lo regoli». Ancora oggi, però, ben pochi hanno chiaro che per avere un qualsivoglia ordine non c’è necessariamente bisogno di un soggetto specifico che metta ordine. Le implicazioni sociali e politiche di queste riflessioni sono allora evidenti.

Con questa sua teoria della conoscenza Hayek rigetta un’intera tradizione cartesiana e razionalistica, portata poi a tradursi nell’idea (si pensi a Hans Kelsen) che la norma può essere il risultato di una volontà umana. La riscoperta di un diritto evolutivo e tradizionale, caratteristico della tradizione inglese, poggerà anche e soprattutto su questa teoria evolutiva della conoscenza. Questo curato da Infantino, allora, è un volume di grande originalità: un mosaico di tessere che perla prima volta vengono accostate l’una all’altra, consentendo di cogliere meglio il disegno complessivo.

Il Giornale

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Ursula Hirschmann – Noi senza Patria


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Oggi spiego la recente sentenza con cui la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato l'Italia per un'interpretazione oltremodo restrittiva circa la trascrizione dei certificati dei bambini nati con gestazione per altri.

La sentenza sembra porre un freno a certi orientamenti espressi recentemente da esponenti della maggioranza di governo.

Su @valigiablu

valigiablu.it/maternita-surrog…

Indignazione morale e gogna social, il caso del “killer” dell’orsa Amarena


Una società in cui l’uomo che uccide l’animale è definito “assassino” e la morte di un’orsa viene paragonata ad un femminicidio è una società che ha smarrito il senso della misura, e forse anche quello della realtà. È la logica dei social, ormai evidentem
Una società in cui l’uomo che uccide l’animale è definito “assassino” e la morte di un’orsa viene paragonata ad un femminicidio è una società che ha smarrito il senso della misura, e forse anche quello della realtà. È la logica dei social, ormai evidentemente diventata logica generale.

Come ha magistralmente documentato il reporter del New York Times Max Fisher ne “La macchina del caos”, i social si nutrono, e di conseguenza diffondono, prevalentemente sentimenti d’odio, alimentano il senso dell’indignazione morale, ripristinano e istituzionalizzano l’istituto medievale della gogna.

Sui social, e di conseguenza (cosa che la dice lunga circa i meccanismi dell’informazione contemporanea) sui media tradizionali e nel mondo politico, la vicenda dell’orsa Amarena è letteralmente esplosa non tanto sulla spinta del dolore nei confronti dell’animale ucciso, quanto sulla spinta dell’esaltazione al linciaggio dell’uomo che, si immagina per paura più che sadismo, le ha sparato un colpo di fucile. L’uomo si chiama Andrea Leonbruni. Ha 56 anni e, cosa che molti, nell’epoca in cui sempre più persone ritengono che il mangiare carne animale sia una forma di cannibalismo, hanno considerato un’aggravante, di mestiere fa il macellaio.

Sui social sono stati pubblicati il suo nome, la sua foto, l’indirizzo della sua macelleria, l’indirizzo della sua abitazione. Una massa umana prevalentemente anonima lo ha ferocemente insultato, lo ha chiamato “killer”, lo ha minacciato di morte assieme ai suoi familiari. Stesso trattamento è stato riservato all’avvocato che lo difende, Berardino Terra, del foro di Avezzano. Leonbruni vive oggi scortato dai carabinieri; il suo avvocato, pur avendo ricevuto minacce di morte sul telefono di casa, no. Non ancora.

Nel suo libro, che ricostruisce con precisione la storia delle dinamiche dei social, Max Fischer elenca una quantità di casi analoghi. Persone comuni messe alla gogna per una battuta giudicata politicamente scorretta o, come nel caso di Andrea Leonbruni, per un’azione penalmente rilevante. Persone comuni minacciate di morte da migliaia di sconosciuti, costrette a cambiare residenza, licenziate dai propri datori di lavoro terrorizzati dalle ricadute di tanta impopolarità, e in molti casi indotte al suicidio. “L’indignazione morale non è soltanto rabbia verso il trasgressore, ma il desiderio di vedere l’intera comunità scagliarsi contro di lui”, scrive Max Fisher. Un desiderio di violenza, un sentimento da frustrati. Rabbia allo stato puro.

La nostra civiltà è così regredita alla gogna medievale, all’impiccagione in stile selvaggio West. Di questo, più che della morte della povera orsa, una società vagamente sana parlerebbe da giorni. Il fatto che, salvo rarissimi casi, e il direttore Mattia Feltri è tra questi, ciò non accada dà la misura del grado di imbarbarimento e di scombussolamento etico che le società contemporanee stanno vivendo anche e soprattutto a causa dei social, dell’anarchia che ancora li caratterizza, dall’irresponsabilità che accomuna le compagnie del Web e i loro singoli utenti.


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La Vergine di Norimberga: un Falso


La Vergine di Norimberga ha suscitato le più sfrenate fantasie della cultura di massa, ancora di più della Pear of Anguish, ed è presente in qualsiasi museo della tortura in Italia e all’Estero. Spacciata come strumento medievale,Continue reading

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Al decreto Caivano seguirà un nuovo decreto immigrazione, preannunciato da Piantedosi, al fine di aumentare le espulsioni.

Oggi spiego perché anche questo sarà un intervento inidoneo a ottenere lo scopo sbandierato. Poco più che ammuina.

editorialedomani.it/politica/i…

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Duplice anomalia: il governo legifera attraverso decreti urgenti che il parlamento poi emenda


Anch’io sono rimasto a dir poco sorpreso dal tono e dal contenuto delle dichiarazioni di domenica del ministro Giorgetti a proposito della cosiddetta tassa sugli extraprofitti delle banche su cui giustamente si sofferma l’editoriale di mercoledì scorso de

Anch’io sono rimasto a dir poco sorpreso dal tono e dal contenuto delle dichiarazioni di domenica del ministro Giorgetti a proposito della cosiddetta tassa sugli extraprofitti delle banche su cui giustamente si sofferma l’editoriale di mercoledì scorso del Foglio. E’ evidente che il ministro ha subìto una decisione tutta politica della Presidenza del Consiglio e parlando di una “versione definitiva” (!) fa capire che spera che il Parlamento procederà a emendare il testo. Tutto questo è segno di una grande confusione, ma apre anche un altro problema non secondario. Una delle cause principali del disordine delle leggi italiane è l’emendabilità dei decreti legge. Infatti le norme dei decreti legge entrano in vigore subito, ma quando sono emendate cessano di essere vigenti ma continuano a esistere nel periodo intermedio e provocano o possono provocare effetti che vanno appositamente regolati. Da qui il caos che è particolarmente grave per le norme fiscali che dovrebbero essere certe. Personalmente penso che un giorno la Corte costituzionale, che già fu costretta a intervenire per bloccare la reiterazione dei decreti legge non convertiti in legge, dovrà porsi il problema della emendabilità dei decreti legge: se il potere esecutivo sottrae al legislativo il potere di fare le leggi, dovrebbe trattarsi non solo di materie che richiedono un intervento “necessario e urgente”, ma anche di formulazioni che impegnano politicamente il governo. Gli emendamenti del Parlamento ai decreti legge sono da un punto di vista politico-costituzionale delle dichiarazioni di sfiducia contro l’esecutivo, perché indicano che il Parlamento disapprova l’uso che un governo ha fatto del potere straordinario di legiferare. Ho sempre pensato che i presidenti delle Camere dovrebbero intervenire su questa materia difendendo le prerogative degli organi deputati alla legislazione che sono le Camere. Più che di nuove norme costituzionali avremmo bisogno di rispettare e di far rispettare quelle che ci sono.

Il Foglio

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Sovranamente


Ad aprire quella che dovrebbe essere una seria campagna elettorale europea – il che vale per tutti i Paesi dell’Unione – è stato uno mai candidato e che mai lo sarà: Mario Draghi. Il tema è quello di avere gli strumenti per far valere la sovranità europea

Ad aprire quella che dovrebbe essere una seria campagna elettorale europea – il che vale per tutti i Paesi dell’Unione – è stato uno mai candidato e che mai lo sarà: Mario Draghi. Il tema è quello di avere gli strumenti per far valere la sovranità europea, che è l’opposto del sovranismo. Circa i bilanci statali lo scopo è quello di far valere il rigore, senza rigorismi formali che poi divengono lassismi sostanziali, perché non applicabili. La ricaduta italiana di un simile schema conduce a conclusioni ben diverse da quelle che qualcuno, fantasiosamente, ha voluto trarne: a noi converrebbe che i trasferimenti di sovranità siano più numerosi e veloci, così come ci converrebbe far scendere il debito pubblico maggiormente e più velocemente di quanto ci chiede la Commissione Ue. Entrambe le cose a salvaguardia della sovranità.

Si può dissentire ma, se si ragiona seriamente, occorre farlo contrastandone la sostanza, non sparacchiando castronerie dilapidatrici. Perché il presupposto è: nessuno dei Paesi dell’Unione ha, da solo, la forza di affrontare i problemi posti al di fuori dei propri confini, il che comporta l’impoverimento e l’insicurezza all’interno di quei confini. Nessuno dei nostri Paesi, da solo, è in grado di giocare un ruolo nella vicenda ucraina, per non parlare dell’impossibilità di difendere veramente i propri confini in caso di aggressione. Il nostro scudo difensivo è la Nato ma, in un quadro modificatosi dopo la fine della Guerra fredda e aggravatosi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, la Nato stessa non può più essere a conduzione e responsabilità statunitense. Quindi serve una forza armata Ue, il che comporta integrazione dei sistemi produttivi europei nel campo della difesa. Ciascuna moneta nazionale sarebbe un turacciolo nell’Oceano, in balia di forze preponderanti, mentre l’euro è un’imbarcazione imperfetta, ma di stazza assai superiore. Lo spazio nel commercio globale lo trovano le aziende che sanno competere, ma il quadro di protezione e facilitazione è dato dai rapporti politici internazionali, in cui il peso specifico di uno Stato nazionale è largamente inferiore a quello dell’Ue. Ci sono, del resto, le esperienze positive: dalla gestione dei vaccini al debito comune per Ngeu (di cui l’Italia è il principale beneficiario).

Si può ben avversare tutto ciò, ma si deve anche essere capaci di spiegare come oggi il nazionalismo vestito da sovranismo non sarebbe il travestimento di un rattrappimento incapace di difendere i confini anche soltanto dall’ingresso di immigrati, posto che se ne ha continuo e crescente bisogno. Mentre il sovranismo che ha attuale corso in Ue (di estrema destra, ma anche di estrema sinistra) usa un trucco: considera incancellabile la condizione presente, nella quale chiede che ci sia più Nazione nelle scelte. Ma soltanto i fessi possono credere che le protezioni Ue siano incancellabili. Prego chiedere agli inglesi.

Ultimo pezzo, di un ragionamento altamente politico: il vecchio Patto di stabilità fissava degli obiettivi, ma falliva negli strumenti per farli rispettare (e il nostro debito pubblico ne è una dimostrazione); tornare a quello non ha senso, quindi si deve avere non la “elasticità” di cui favoleggiano gli spendaroli, ma l’adattabilità di bilancio: maggiore rigore in crescita, possibile spesa in recessione. Se tale politica fosse nazionale l’Ue si divaricherebbe e noi resteremmo indietro, perché altri avrebbero maggiore capacità di spesa (avendo meno debito). Quindi deve essere una politica europea, il che comporta cessione di sovranità fiscale in cambio di reale sovranità economica. Anche qui si può essere contrari, ma comporta restare prigionieri del debito, perdere sovranità e andarla a recuperare derubando i propri cittadini con una drammatica svalutazione dei risparmi (assai ricchi).

Se le forze politiche facessero politica conserverebbero, naturalmente, la libertà di pensarla diversamente, ma perderebbero quella di parlare costantemente d’altro, divagando nel nulla.

La Ragione

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Spese per la Difesa. Per Stoltenberg bene la crescita, ma l’obiettivo è il 2%


Crescono le spese per la Difesa in Europa, ma ancora non ci siamo. A lanciare l’allarme è stato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, intervenendo di fronte alla Commissione Affari esteri e alla Sottocommissione Sicurezza e Difesa del Parla

Crescono le spese per la Difesa in Europa, ma ancora non ci siamo. A lanciare l’allarme è stato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, intervenendo di fronte alla Commissione Affari esteri e alla Sottocommissione Sicurezza e Difesa del Parlamento europeo. “Vorremmo che gli alleati raggiungessero il 2% del Pil di spesa per la difesa” ha detto Stoltenberg, che ha sottolineato invece come il traguardo non sia ancora stato raggiunto. Secondo il segretario generale non mancano i segnali positivi. “Nel 2014 solo tre Paesi raggiungevano il 2%, ora sono undici”. Un trend incoraggiante che spinge a sperare che tra qualche anno tutti gli Stati potranno arrivare all’obiettivo. Secondo i dati ripresi da Stoltenberg, quest’anno gli alleati della Nato dovrebbero arrivare ad avere una crescita complessiva delle spese di oltre l’8% in termini reali. “È il più grosso aumento da decenni e questo vuol dire che si fa sul serio sulla difesa e si vuole investire di più anche sulla produzione di munizioni”. Bene, tuttavia “vorremmo che gli alleati raggiungessero il 2%”, ha ribadito Stoltenberg.

Le polemiche in Italia

Simili preoccupazioni arrivano anche dalla politica nazionale, dove il tema dell’aumento delle spese militari fino all’obiettivo deciso in sede Nato del 2% del Pil da dedicare alla difesa è ritornato al centro del dibattito dopo i dubbi espressi da una parte dell’arco parlamentare, che si è detto scettico dell’opportunità di aumentare le spese da destinare alle esigenze militari. Sul tema era intervenuto Lorenzo Guerini, presidente del Copasir e già ministro della Difesa, dicendosi preoccupato da quello che ha percepito come un potenziale “arretramento” del Partito Democratico sull’impegno italiano verso il 2%. Per il deputato Dem, le necessità di garantire la sicurezza allo spazio euro-atlantico, minacciato direttamente da una guerra ai confini dell’Europa, e l’esigenza di dimostrare la credibilità del Paese nel contesto internazionale, richiedono un gesto di responsabilità da parte di tutte le forze politiche. “Non capisco perché dovremmo retrocedere da questa linea di cui siamo stati protagonisti”, ha afferma l’ex ministro PD, riconoscendo il fatto che il tema delle spese per la difesa è complesso e comprende diverse prospettive, ma è “importante restare fedeli agli impegni presi e continuare a sostenere una crescita graduale delle spese militari in linea con le capacità finanziarie del Paese”.

Mantenere gli impegni presi

Una posizione su cui si è detta d’accordo anche un altro ex ministro della Difesa Dem, Roberta Pinotti, che in una intervista ad Airpress ha ricordato come “fare parte di un’Alleanza contempla la necessità, per reputazione e serietà, di impegnarsi a mantenere gli impegni che insieme sono stati assunti”. In questo senso, secondo Pinotti, il PD, da sempre convinto assertore dell’importanza delle alleanze internazionali “non dovrebbe deflettere da questa linea di serietà e affidabilità internazionale”. Del resto, il PD steso “diede un significativo contributo” per la costruzione di una “visione condivisa in Parlamento” sul 2%. “Venne immaginata una seria road map che portava a un incremento progressivo fino al 2% entro il 2028, tempistica che fu scelta valutando le effettive capacità di spesa e di crescita del nostro Paese”.

Credibilità nazionale

Come registrato del resto anche dal vicepresidente dell’Istituto affari internazionali (Iai), Michele Nones, sempre ad Airpress, “l’Italia ha sottoscritto, insieme agli altri Paesi, al summit Nato in Galles del 2014 di portare le spese militari due punti percentuali di Pil entro dieci anni (quindi entro il 2024)”, un impegno palese e esplicito assunto al massimo livello governativo. “Ne consegue che l’aderenza a questa previsione chiama in causa la credibilità dei singoli sistemi-Paese” ha aggiunto i professor Nones. Le motivazioni contro l’aumento delle spese militari ci sono sempre e in ogni Paese, ha puntualizzato il vice presidente dello Iai, con una ulteriore difficoltà per l’Italia non poter ricorrere al debito pubblico, già troppo elevato. “Per aumentare le spese militari avremmo necessariamente bisogno di distogliere delle risorse da altri settori, ma questa situazione era ben nota a tutti, e non credo che nessuno abbia potuto nutrire dubbi su questa questione”. Per il professore, dunque, “dobbiamo puntare ad arrivare al 2% entro il 2028, e non si può ricominciare a rimettere in discussione questa scadenza”, l’unica “che consenta di dare stabilità all’Italia senza perdere completamente la credibilità rispetto ai nostri partner e alleati”.


formiche.net/2023/09/spese-per…

Scampagnata


In democrazia è giusto che politici e forze politiche puntino al consenso, a raccogliere i voti. I voti raccolti, poi, servono a produrre risultati politici. Nel caso se ne siano raccolti la maggioranza, traducendo in atti di governo le proprie idee; nel

In democrazia è giusto che politici e forze politiche puntino al consenso, a raccogliere i voti. I voti raccolti, poi, servono a produrre risultati politici. Nel caso se ne siano raccolti la maggioranza, traducendo in atti di governo le proprie idee; nel caso se ne sia raccolta la minoranza, contrastando il governo e contrapponendo le proprie proposte ai suoi atti. Poi si organizzerà una nuova campagna elettorale, per verificare chi ha fatto meglio il lavoro e avrà più consensi. La politica s’imbastardisce quando le cose funzionano al contrario e la campagna elettorale non è lo strumento per poi costruire politica, ma lo scopo stesso dell’esistenza del politico e dei partiti. Siamo ai primi di settembre, ma ogni cosa viene calibrata per le elezioni europee del prossimo giugno. Mancano nove mesi. Una gravidanza, che si annuncia isterica. Quando si sarà votato nessuno si ricorderà più chi è stato eletto e che diamine fa al Parlamento europeo, ma si sarà giocata la grande partita degli equilibri politici. Dove? Ma è ovvio: dentro la coalizione di destra e dentro la coalizione di sinistra. L’interesse sta nella faida familiare. I soli che si distinguono sono quelli del Terzo polo, che hanno astutamente deciso di perdere le elezioni prima ancora di arrivarci, sterminandosi.

La cosa grottesca è che i temi decisivi della politica interna sono in gran parte europei, mentre i temi portanti nella campagna europea sono interni. Veniamo alle cose, che altrimenti ci perdiamo nel politichese. A giorni dovrà essere presentata la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza; poi, a ruota, la legge di bilancio. L’impostazione dei due documenti dipende non soltanto dal presente contesto dei conti nostri ed europei, ma da come saranno strutturate le compatibilità di bilancio dal primo gennaio prossimo. Tema di sicura consistenza. Ma neanche ne parliamo, nel merito, perché tanto la partita sarà: da una parte chi governa e vorrebbe continuare a farlo (diciamo Meloni e Giorgetti), che pertanto non intende creare turbolenze e sa che gli sfondamenti sfondano i governi; dall’altra chi è al governo ma non vuole continuare a starci contando meno della metà dei più forti (diciamo Salvini) e quindi userà i vincoli di bilancio, ribattezzati vincoli europei, per proporre di sfondarli tutti. Dall’opposizione sarebbe ragionevole attendersi la messa in luce di questa contraddizione e il tentativo di porre in difficoltà il governo, denunciando ogni spesa azzardata e ogni tassa insensata. Invece la gara consiste nel vedere se a far concorrenza a Salvini e non a Meloni riuscirà meglio la fu sinistra o il fu movimento.

Altro esempio: nel mentre procede ad acquisti di azioni in società private (rete Tim) il governo, per bocca di Giorgetti (leghista), dice che lo Stato mica compra soltanto, potrebbe anche vendere. Fra le cose sicuramente in vendita c’è Monte dei Paschi di Siena dove lo Stato entrò per un salvataggio, che si sarebbe già dovuto vendere, che va venduto entro il 2024 e che conviene farlo perché è stato rimesso in ordine. Ma non aveva finito di dirlo che Salvini (stesso partito) s’opponeva. Ha in mente un altro disegno per Mps? No, sa che c’è il vincolo del 2024 e violarlo serve a mettere in difficoltà il vero avversario: Meloni.

Una campagna elettorale lunghissima e con le parole che manco s’avvicinano alle necessità del governare. Tutto questo funziona perché chi oggi è al governo ci è arrivato raccontando il contrario di quello che fa e chi oggi è all’opposizione sostiene il contrario di quello che fece. Ma questa non è una scampagnata democratica: è un festival dell’irresponsabilità che ha costruito un sistema nel quale si definisce “maggioranza” l’alleanza di minoranze in perpetuo conflitto fra loro, ma prevalenti. Non a caso, quando pensano alle riforme costituzionali, puntano a ingabbiare le maggioranze, scambiando la rigidità con la stabilità. Ma il trasformismo non è soltanto cambiare schieramento, è anche dire una cosa e farne un’altra.

La Ragione

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Il pressing di Draghi per gli Stati Uniti d’Europa


Mario Draghi scende di nuovo in campo dopo il discorso dell’11 luglio a Cambridge, Massachusetts, e rilancia la sua ambiziosa agenda per l’Europa, con un articolo sull’Economist. L’ex presidente della Bce e del governo italiano, si chiede innanzitutto se

Mario Draghi scende di nuovo in campo dopo il discorso dell’11 luglio a Cambridge, Massachusetts, e rilancia la sua ambiziosa agenda per l’Europa, con un articolo sull’Economist. L’ex presidente della Bce e del governo italiano, si chiede innanzitutto se “un’unione monetaria può sopravvivere senza un’unione fiscale”. Domanda retorica e risposta negativa. “Tuttavia oggi, paradossalmente, le prospettive di un’unione fiscale nella zona euro stanno migliorando”, scrive.

Sembra in contraddizione con quello che vediamo giorno dopo giorno sulla scena dell’Unione europea, un dibattito politico che si sta incartando attorno alla riforma del Patto di stabilità. Ma per Draghi la grande occasione è offerta dalle nuove sfide che l’Europa è chiamata a gestire: “Non deve più affrontare soprattutto crisi provocate da malsane politiche dei singoli paesi. Invece deve confrontarsi con shock comuni importati come la pandemia, la crisi energetica, la guerra in Ucraina. Questi shock sono troppo grandi perché i paesi li gestiscano da soli. Di conseguenza c’è meno opposizione affinché vengano affrontati attraverso un’azione fiscale comune”.

Il Patto di stabilità non è più adeguato, anche perché ha un vizio di fondo ormai pienamente riconosciuto: è prociclico, “troppo lento nelle fasi di espansione troppo stretto in quelle di contrazione”. A questo punto,“il peggiore esito possibile sarebbe tornare indietro passivamente ”. L’Europa ha due scelte: “Una è allentare le regole fiscali e quelle sugli aiuti di stato, consentendo agli stati di sobbarcarsi l’onere dell’investimento necessario. Ma siccome lo spazio fiscale non è distribuito uniformemente, sarebbe fondamentalmente dispendioso”. La seconda è “ridefinire l’intelaiatura fiscale e il processo decisionale della Ue”. Le regole debbono essere a un tempo “rigorose per assicurare che le finanze dei governi siano credibili nel medio termine, e flessibili per consentire ai governi di reagire agli shock imprevisti”. La proposta della Commissione va molto avanti, “ma anche se realizzata completamente non risolverebbe pienamente il bilanciamento tra regole rigorose, che debbono essere automatiche per essere credibili, e flessibilità. Questa contraddizione può essere risolta soltanto trasferendo più poteri di spesa al centro, il che a sua volta consente più regole automatiche per gli stati membri”. Draghi porta ad esempio gli Stati Uniti, come aveva fatto già nel suo discorso di luglio.

La critica alla proposta Gentiloni è destinata a far discutere. Il giudizio è netto: non basta. E Draghi rilancia: la strada è opposta a quella che vogliono imboccare i sovranisti perché lasciare più spazio ai singoli governi vuol dire rendere più forte chi già lo è, consentire di spendere e investire solo a quel nucleo (oggi in realtà piccolo) in grado di farlo perché ha risorse a sufficienza e i conti in ordine. Invece “federalizzare” alcune spese per investimenti consente di raggiungere come negli Usa l’equilibro tra regole rigide per i singoli stati ai quali è proibito andare in disavanzo, e scelte fiscali a livello centrale. In sostanza, se la proposta della Commissione non è adeguata, la risposta non è liberi tutti, bensì mettere in comune più sovranità, ciò non implica soltanto un bilancio comunitario, occorre rivedere la governance dell’Unione. Si tratta di superare il principio dell’unanimità, riformando i trattati.

In sostanza, Draghi ripropone un federalismo da Stati Uniti d’Europa ed è convinto che i tempi siano storicamente maturi. Lo sono anche politicamente? “Oggi, mentre ci stiamo avviando verso le elezioni europee del 2024, questa prospettiva sembra irrealistica dal momento che molti cittadini e governi si oppongono alla perdita di sovranità che la riforma del trattato comporterebbe. Ma anche le alternative sono anch’esse irrealistiche”, così conclude l’articolo pubblicato dall’Economist. Gli europei, aveva detto a Cambridge, hanno solo tre opzioni: “Paralisi, uscita o integrazione”. Parole forti della nuova agenda Draghi.

Il Foglio

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Sul carro armato, Berlino sceglie l’Europa (e l’Italia). Prossimo passo il caccia?


Dopo la proposta francese di far entrare l’Italia nel progetto, condiviso con Berlino, per il carro armato del futuro Main ground combat system (Mgcs), arriva la risposta tedesca che secondo il quotidiano Handelsblatt avrebbe concluso una intesa per un pr

Dopo la proposta francese di far entrare l’Italia nel progetto, condiviso con Berlino, per il carro armato del futuro Main ground combat system (Mgcs), arriva la risposta tedesca che secondo il quotidiano Handelsblatt avrebbe concluso una intesa per un programma per un main battle tank da sviluppare in sede europea insieme a Italia, Spagna e Svezia. L’indiscrezione arriva in un momento molto teso delle relazioni tra i partner franco-tedeschi e, qualora confermata, potrebbe rappresentare una rottura della partnership tra Rheinmetall e da Knds, joint venture nata nel 2015 dalla tedesca Krauss-Maffei Wegmann (Kmw) e la francese Nexter. Sembrerebbe, infatti, che le aziende tedesche vogliano tenere fuori per ora il gruppo Nexter, e in ogni caso l’avvio di un programma parallelo, e potenzialmente concorrenziale, al Mgcs sicuramente non verrebbe accolto con particolare entusiasmo dall’Eliseo.

Il Main ground combat

Il progetto per il Main ground combat è stato lanciato da Parigi e Berlino nel 2012, ma da allora il programma ha faticato a prendere slancio, funestato da una serie di ritardi e malumori sia tra i partner industriali, sia tra i governi di Francia e Germania. Indicativo il fatto che Parigi nel suo bilancio per la Difesa del 2023 non abbia inserito il programma Mgcs (né quello per il caccia di nuova generazione Fcas, realizzato sempre insieme a Berlino). L’urgenza dei Paesi europei di dotarsi di carri armati aggiornati alle sfide contemporanee, inoltre, mette a repentaglio il futuro del programma. Invece di attendere i decenni necessari a progettare e mettere in produzione i Mgcs, le capitali del Vecchio continente potrebbero scegliere di comprare immediatamente mezzi già disponibili. È il caso della Polonia, che l’anno scorso ha deciso di acquistare 250 carri americani Abrams M1A2.

Una risposta all’ultimatum francese?

L’annuncio francese di qualche giorno fa sembrava essere un ultimatum per Berlino, allargare il progetto all’Italia (attraverso Leonardo) oppure concludere la collaborazione. “Prendere o lasciare” lo ha definito La Tribune. Sarebbe stato un tentativo dei francesi di riequilibrare il rapporto con i partner tedeschi, in particolare con Rheinmetall, facendo leva su citati ottimi rapporti tra Parigi e Roma – con quest’ultima descritta da quotidiano francese come “il nuovo partner preferito” della Francia – basati sui progetti comuni come il missile Aster di Mbda, la partecipazione italiana ai missili franco-britannici Fman/Fmc e soprattutto l’aggiornamento di mezza vita di quattro Fremm, due francesi e due italiane (il Doria e il Duilio).

Collaborazione italo-tedesca

In questo contesto arriva adesso la proposta tedesca. con Kmw e Rheinmetall parteciperebbero Leonardo e il gruppo per la difesa svedese Saab attraverso l’ottenimento dei fondi del Fondo europeo per la Difesa (Edf), di cui circa cinque miliardi di euro sono stati messi a disposizione proprio per progetti di armamenti congiunti tra Paese Ue. Per quanto riguarda il nostro Paese, inoltre, l’Italia può però vantare ottimi rapporti con la Germania proprio nel settore terrestre, come dimostra la decisione del governo di acquistare i carri armati Leopard 2A8 a partire dal 2024, da affiancare ai 125 carri Ariete modernizzati in versione C2. L’obiettivo è arrivare ad avere circa 256 sistemi Mbt in grado di equipaggiare quattro reggimenti carri. La scelta di procedere lungo il doppio binario Ariete/Leopard risponde alla necessità di accelerare i tempi, con i primi due reggimenti dotati di C2 modernizzati già entro il 2028, anno in cui dovrebbero essere introdotti i primi Leopard, evitando gap operativi.

L’importanza del carro armato

Tra tutti i diversi sistemi d’arma, quello che più di altri rappresenta plasticamente lo stato di frammentazione del settore difesa europeo è il carro armato da battaglia (conosciuto anche con l’acronimo Mbt – Main battle tank). Attualmente, infatti, i circa seimila carri armati in servizio con le Forze armate dei Paesi europei appartengono a diciassette modelli diversi, senza contare le diverse varianti, spesso realizzate ad hoc per un singolo Paese. Addirittura, questo stato di proliferazione dei sistemi da combattimento terrestre avviene anche all’interno di numerosi Stati, con in servizio contemporaneamente modelli diversi di carro armato più o meno moderni (una condizione che caratterizza in particolare i Paesi dell’est Europa, dove sono impiegati anche apparecchi risalenti all’era sovietica). Per fare un rapido raffronto, i circa 2.500 carri degli Stati Uniti sono tutti un unico modello, l’M1 Abrams, sulla base del quale sono poi state realizzate le diverse varianti per rispondere alle necessità operative delle Forze Usa.

Prossimo passo, il caccia?

Un dettaglio fondamentale di questa possibile partnership tra Berlino, Roma, Stoccolma e Madrid è anche il fatto che potrebbe essere solo il primo passo per un avvicinamento della Germania anche al programma del caccia di nuova generazione Global combat air system (Gcap). L’Italia è un partner a pieno titolo del progetto insieme a Londra e Tokyo, e gli svedesi, parte integrante del programma precedente programma Tempest, in un recente incontro a Roma con SegreDifesa hanno espresso il loro interessamento per il Gcap, oltre ad aver siglato nelle settimane precedenti un accordo sul trasferimento di tecnologia e difesa con il Giappone che potrebbe spianare la strada per l’ingresso della Svezia nel Gcap. I ritardi accumulati dal programma franco-tedesco Fcas potrebbero portare Berlino ad aprirsi a collaborazioni più estese, anche alla luce dello slancio che invece sta caratterizzando l’evoluzione del Gcap.


formiche.net/2023/09/carro-arm…

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Oggi spiego tutto ciò che non torna nella desecretazione delle carte su Ustica. Sparizione di decenni di atti dal ministero dei Trasporti; troppi omissis apposti dalle amministrazioni, che rendono illeggibili i documenti; il vuoto di conoscenza su quali e quante siano le carte sulla vicenda; serie documentali smembrate… e molto altro.

Non c’è segreto di stato, ma molti segreti.

editorialedomani.it/politica/i…

Perché le spese militari sono nell’interesse dell’Italia. Parla Nones (Iai)


Recentemente è tornato al centro del dibattito pubblico il tema dell’aumento delle spese militari fino all’obiettivo deciso in sede Nato del 2% del Pil da dedicare alla difesa. In particolare, le posizioni assunte da una parte dell’arco parlamentare si è

Recentemente è tornato al centro del dibattito pubblico il tema dell’aumento delle spese militari fino all’obiettivo deciso in sede Nato del 2% del Pil da dedicare alla difesa. In particolare, le posizioni assunte da una parte dell’arco parlamentare si è detto scettico dell’opportunità di aumentare le spese da destinare alle esigenze militari. Airpress ne ha parlato con Michele Nones, vicepresidente dell’Istituto affari internazionali (Iai).

Quale ritiene sia il cuore della questione?

Credo che discorso sul 2% del Pil da dedicare alla Difesa vada affrontato su due piani diversi: il primo è quello dell’impegno che l’Italia ha sottoscritto, insieme agli altri Paesi, al summit Nato in Galles del 2014 di portare le spese militari due punti percentuali di Pil entro dieci anni (quindi entro il 2024). L’impegno era esplicito e palese, venendo riconfermato in sede europea nel 2018. Inoltre, si è trattato di una decisione presa al massimo livello politico, assunta direttamente di capi di Stato e di governo. Ne consegue che l’aderenza a questa previsione chiama in causa la credibilità dei singoli sistemi-Paese.

Ritiene ci sia un problema di credibilità del nostro Paese?

Bisogna tenere conto, e vale la pena di ricordarlo, che nel corso di questi otto anni, questo impegno è stato continuamente ribadito nelle riunioni a livello dei capi di Stato e di governo, con l’Italia che vedeva succedersi governi con diverse maggioranze politiche. Quindi, colpisce il fatto che, mentre vengono presi impegni formali in sede internazionali, si possa pensa che una volta rientrati in Italia si possa sedersi dall’altro lato pretendendo di poterli non rispettare.

Perché in Italia il raggiungimento dell’obiettivo al 2% è un tema ancora dibattuto a suo parere?

Le motivazioni contro l’aumento delle spese militari ci sono sempre. Queste non riguardano solo l’Italia e non sono legate a una situazione particolare quale quella del nostro Paese: la presenza di altre esigenze, di impegni di carattere civile, sociale, sanitario o scolastico è condivisa da tutti i Paesi, così come tutti hanno vissuto insieme i momenti di crisi economica. Certo, una sola differenza forse l’Italia ce l’ha, cioè il fatto che il nostro Paese ha un debito pubblico molto più alto di altri Stati. D questo punto di vista, quindi, gli altri hanno potuto aumentare le proprie spese in un quadro finanziario più sostenibile, ricorrendo parzialmente a un deficit di bilancio. Questo per l’Italia non è evidentemente possibile, dal momento che siamo già sopra le soglie tollerabili. Per aumentare le spese militari avremmo necessariamente bisogno di distogliere delle risorse da altri settori, ma questa situazione era ben nota a tutti, e non credo che nessuno abbia potuto nutrire dubbi su questa questione.

Si tratta, dunque, di una volontà politica…

I nostri politici quando stanno al governo manifestano le preoccupazioni per la difficoltà di rispettare l’impegno, salvo poi sostenere l’importanza di rispettare l’obiettivo prefissato quando vanno all’opposizione. Una eccezione a questo è rappresentata, oggi, dal Movimento 5 Stelle e da una parte del Pd, nonostante quest’ultimo avesse accettato e sottoscritto l’impegno al 2% quando era al governo. Adesso, nel tentativo di recuperare spazi elettorali, si pone in maniera critica. E questo, mi si lasci dire, manifesta una diffusa immaturità e irresponsabilità di una parte del nostro mondo politico. L’unico modo, e questo vale per tutti i Paesi, che si ha per evitare di ritrovarsi in difficoltà nel rispettare gli impegni assunti in campo internazionale è quello di assumere su queste tematiche un atteggiamento bipartisan. Non farne, dunque, terreno di scontro elettorale (anche se la tentazione può essere forte).

Perché proprio il 2%?

Questo è un problema di carattere tecnico, sul quale credo che vada fatta chiarezza sia nella nostra opinione pubblica, sia nel mondo politico. Le cifre, infatti, sono sempre opinabili. Si è deciso per il 2% perché nel 2014 si è voluto dare un segnale chiaro alla Federazione russa che aveva appena annesso la Crimea, in un momento nel quale la media delle spese per la difesa della maggior parte dei Paesi Nato era intorno al punto e mezzo percentuale (più o meno quella che è adesso la spesa italiana). Il punto era manifestare delle posizioni che sostanzialmente orientavano l’Alleanza verso una cifra superiore a quella che all’epoca veniva investita dalla media della Nato. È abbastanza interessante ricordare che, alla fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti imposero al Giappone, all’interno della loro costituzione, un tetto alle proprie spese per la difesa fissato all’1%, nella convinzione, e tutti erano concordi, che un Paese che avesse investito solo quella quota non sarebbe mai diventato una potenza militare. Questo lo ricordo per sottolineare il fatto che stiamo parlando del 2%, in fondo appena il doppio di quel limite massimo imposto da Washington a Tokyo quale vincolo per evitare ogni velleità di riarmo. Quindi, non si può sostenere oggi che arrivare al 2% del Pil sia il sintomo di una volontà riarmistica, dal momento che tale traguardo non raggiunge nemmeno il livello sostenuto da alcuni Paesi che sono sì più capaci in campo militare, ma di sicuro non sono in preda a un delirio di riarmo.

Perché il nostro Paese fatica a raggiungere la soglia decisa?

Per quanto riguarda l’Italia, c’è un problema che non va sottovalutato, ed è quello che riguarda la decisione assunta l’anno scorso dal Parlamento di rinviare di dieci anni la prevista riduzione della dimensione delle nostre Forze armate, misura decisa con la riforma di Di Paola nel 2018 e che puntava a contenere la spesa del personale all’interno del bilancio della Difesa per lasciare spazio non solo alle spese di investimento, che comunque si sono sempre mantenute intorno al 30%, ma alle spese di esercizio, che sono quelle destinate a garantire la manutenzione e riparazione dei mezzi e il loro utilizzo per l’addestramento, oltre a coprire i costi per l’addestramento del personale. Ormai, questo capitolo è ridotto a una quota che si aggira tra il 10 e l’11%, un livello assolutamente inaccettabile per avere Forze armate efficienti. Non potendo ridurre la quota di investimenti, perché si deve far fronte al ricambio di intere generazioni di mezzi in servizio, dal campo aeronauti, a quello elicotteristico, navale e terrestre, è evidente che bisognava andare a ridurre la spesa per il personale, che in Italia vale ancora il 60% del bilancio. La decisione di non arrivare, come previsto, a questa riduzione del numero di militari complica la possibilità di poter avere un bilancio più equilibrato aumentando le risorse disponibili.

Ci spieghi…

Bisogna tener conto che, se si vuole avere delle forze armate che siano anche qualitativamente più efficaci, questo vorrà dire che i futuri militari saranno più appetibili anche per il settore civile, soprattutto la parte più legata alla dimensione informatica. La digitalizzazione di tutti i sistemi d’arma vorrà dire che i militari che opereranno queste piattaforme avranno capacità molto ricercate sul mercato. Questo vorrà dire che dovranno essere offerte loro condizioni economiche e sociali migliori di quelle attuali. Quindi, ci si sta avviando verso un generale aumento del costo del personale, a discapito di quelle di esercizio, indispensabili per sostenere l’efficacia delle Forze armate nel loro insieme.

Ci sono poi le esigenze di modernizzazione delle piattaforme in uso presso le Forze armate…

Molti dei sistemi d’arma dell’attuale generazione si stanno avviando rapidamente alla conclusione della loro vita operativa. Dobbiamo quindi modernizzare e approvvigionarci di nuovi sistemi. Ed è il caso per esempio del Leopard, che tuttavia non è un carro di nuova generazione, quanto piuttosto il carro più evoluto oggi disponibile. Ci troveremo quindi nella situazione di dover far fronte da una parte a queste spese, e contemporaneamente dovremo sostenere lo sviluppo dei nuovi programmi per il salto tecnologico generazionale come il Tempest, il Ngcs, e probabilmente il nuovo elicottero da combattimento, così come nuove piattaforme navali e satellitari. Pensare di poter far fronte a tutte queste esigenze senza aumentare i fondi per la Difesa è impossibile. Non si può fare il gioco delle tre carte, spostando continuamente le risorse da una parte all’altra. Siamo giunti al punto in cui tutte queste esigenze richiedono contemporaneamente un finanziamento e l’unica strada percorribile è quella di destinare nuove risorse, sia pure gradualmente, come previsto dal precedente governo. Quindi, dobbiamo puntare ad arrivare al 2% entro il 2028, e non si può ricominciare a rimettere in discussione questa scadenza che, tra l’altro, già supera di quattro o cinque anni quella concordata nel 2014. Ritengo che questa previsione temporale sia quella massima che consenta di dare stabilità all’Italia senza perdere completamente la credibilità rispetto ai nostri partner e alleati.


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Il merito (nella scuola) e i suoi nemici


Impietosamente, anno dopo anno, i test Invalsi mostrano l’incapacità di una parte assai consistente delle scuole italiane di dare una preparazione adeguata agli alunni. La scuola ha smesso di funzionare come ascensore sociale. Disinteresse per il merito e

Impietosamente, anno dopo anno, i test Invalsi mostrano l’incapacità di una parte assai consistente delle scuole italiane di dare una preparazione adeguata agli alunni. La scuola ha smesso di funzionare come ascensore sociale. Disinteresse per il merito e promozioni facili, se non garantite, sono la conseguenza di una malintesa lotta contro le disuguaglianze sociali che ha l’effetto di accrescerle, anziché diminuirle. È bastato che il governo della destra decidesse di aggiungere la parola «merito» al titolo del ministero competente perché in tanti saltassero su a spiegarci che chi vuole il ripristino del merito è un reazionario, nostalgico della scuola classista del tempo che fu. Luca Ricolfi, un sociologo che in tanti suoi lavori ha mostrato di possedere grande maestria e una capacità davvero non comune di leggere la società italiana, affronta il tema in un libro appena uscito: La rivoluzione del merito (Rizzoli).

Due i punti di partenza di Ricolfi. Il primo è il (sempre disatteso) articolo 34 della Costituzione ove si afferma che «i capaci e meritevoli», anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. Ricolfi riprende le tesi di Piero Calamandrei che nel citare quell’articolo sostiene l’importanza di favorire i meritevoli, qualche che sia la loro origine sociale, per consentire il ricambio delle classi dirigenti e assicurare che ai vertici della società giungano i più preparati. Favorendo così il benessere collettivo e la democrazia. Il secondo punto di partenza è dato dalla constatazione di un capovolgimento culturale che ha investito la sinistra italiana nel corso degli anni: dalla grande importanza che il Pci dell’epoca togliattiana attribuiva all’istruzione seria e rigorosa come mezzo di elevazione dei giovani delle classi popolari, alle posizioni del periodo successivo al ’68. I nemici attuali del merito sono il prodotto di quel clima, i figli della stagione del 6 e del 18 garantiti. La scuola si è così ridotta al luogo in cui «il dovere di studiare e di impegnarsi è stato sostituito dal “diritto al successo formativo”».

Ricolfi pensa che la difesa del merito debba guardarsi da due nemici. Da un lato, la confusione fra merito e meritocrazia. Quello meritocratico è un ideale (il governo dei meritevoli) che ha pesanti implicazioni anti-egualitarie. È l’ideale di chi vuole ricostruire rigide barriere di classe, ma questa volta basate su un sistema di test presentati come obiettivi: di qua i meritevoli, di là tutti gli altri. Una cosa assai diversa da chi vuole che il talento individuale venga valorizzato e premiato senza prefigurare utopie sociali irrealizzabili o che, se realizzate, darebbero vita al contrario di una società libera e aperta. C’è però chi, contrastando la meritocrazia, ha gettato via anche il bambino (il merito) insieme all’acqua sporca. Il secondo nemico è rappresentato da un clima filosofico e culturale che, nel corso dei decenni, ha scavato nelle coscienze di tanti spingendoli a svalorizzare il merito scambiando ciò per una battaglia a favore dell’uguaglianza. Ricolfi passa in rassegna, mostrandone le debolezze, le idee di una lunga fila di pensatori che hanno contribuito al risultato negando diritto di cittadinanza al merito in una società democratica.

Perché, si chiede Ricolfi, le idee dei filosofi e dei sociologi nemici del merito fanno a pugni con il senso comune? I sondaggi, quali che ne siano i limiti, mostrano che una forte maggioranza degli intervistati è di altro parere. Il sentire comune, che non disprezza il merito, è molto più in sintonia con la realtà di tanti intellettuali che pretendono di conoscere la cura contro le disuguaglianze sociali. Non è vero che gli studenti più bravi provengano solo dalle famiglie ricche, talché valorizzare il merito significherebbe rafforzare le disuguaglianze. È noto e documentato, ad esempio, che, mediamente, le studentesse, quale che ne sia la provenienza sociale, hanno un migliore rendimento scolastico degli studenti. È l’impegno personale che soprattutto conta. I dati italiani, inoltre, mostrano che non è affatto vero che i bravi a scuola siano concentrati nelle classi alte. Il diverso capitale culturale delle famiglie d’origine dà un leggero vantaggio allo studente di condizione sociale medio-alta (e sarebbe strano se così non fosse), ma solo questo. Il 40 per cento dei figli di famiglie agiate va male a scuola, una percentuale quasi identica di figli di famiglie povere ha un alto rendimento scolastico.

Il paradosso di una battaglia per l’uguaglianza, che pretende di pareggiare a scuola meritevoli e non, è che essa rimanda a un momento successivo il riprodursi delle disuguaglianze. Non distinguere fra chi merita e chi non merita è un danno per la società, ma è anche un’arma spuntata contro la disuguaglianza. Una volta usciti dalla «scuola egualitaria», agli studenti accadono due cose: la prima riguarda i più capaci e preparati, la seconda quelli con una preparazione insufficiente. Nel gruppo dei meritevoli saranno favoriti, nel continuare gli studi, i figli delle famiglie agiate. I meritevoli più poveri (a causa della mancata attuazione dell’articolo 34) avranno difficoltà e, spesso, dovranno rinunciarvi. Così l’ascensore sociale si blocca a danno di chi ha capacità, ma non i mezzi per continuare gli studi. Anche nel gruppo degli impreparati la disuguaglianza colpisce: i non meritevoli delle classi agiate se la caveranno perché potranno contare sul supporto della famiglia e relative conoscenze, gli impreparati poveri no. Come sostiene Ricolfi, le posizioni anti- merito sono oscurantiste. Dequalificando la scuola, negano ai poveri dotati di capacità un futuro migliore.

Il libro si conclude con una proposta di attuazione dell’articolo 34: favorire i meritevoli senza sufficienti mezzi con consistenti borse di studio. Un progetto attuabile per i cui dettagli si rinvia al testo. Però — osservo — bisogna anche agire sul lato dell’offerta. Servono insegnanti motivati che sappiano valorizzare meriti e talenti. Fortunatamente ce ne sono. Vanno liberati dalle mille pastoie che ne mortificano la professionalità. Altri invece dovrebbero essere, per così dire, «riprogrammati»: sottratti all’influenza di cattivi maestri che predicando male li hanno spinti a razzolare anche peggio.

Corriere della Sera

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Antistatalismo


Finirà nel nulla, ma contiene molto. Il retroscena appassiona chi preferisce le suggestioni alla realtà, mentre il peggio è sul proscenio, davanti a tutti. Nessuno lo vede perché è considerato normale. Nelle parole di Giuliano Amato, circa quel che avvenn

Finirà nel nulla, ma contiene molto. Il retroscena appassiona chi preferisce le suggestioni alla realtà, mentre il peggio è sul proscenio, davanti a tutti. Nessuno lo vede perché è considerato normale. Nelle parole di Giuliano Amato, circa quel che avvenne a un aereo Itavia, si trova il seme di un male antico dell’Italia. Antico e persistente, anche perché non riconosciuto come un male: lo Stato sono sempre gli altri; l’Italia è sempre quella di altri e altri sono gli italiani; alla storia si offre la propria irresponsabilità, mai la propria responsabilità. E questo toglie dignità al discorso pubblico, alimentando la sfiducia, cancellando la coerenza (che è essa stessa moralità della politica) e premiando l’arte di trasformarsi senza ammetterlo.

Le sentenze si rispettano, ma anche si discutono e criticano. Le sentenze non scrivono la storia, ma sono parte della storia. Per le sentenze, come per ogni altra cosa, ci sono le critiche a vanvera e quelle ragionate. È sciocco che si chiedano ad Amato le ‘prove’ di quel che ha detto: non siamo a un processo – ci sono già stati – e che prove volete mai che porti se sostiene che ad abbattere l’aereo fu un missile di cui non s’è mai trovata traccia? Quel che gli si deve chiedere è la fondatezza razionale di quel che sostiene e di trarne le conseguenze che ne derivano. Le suggestioni servono a nulla, sono anzi depistaggi.

La cosa va vista non con l’approccio del piccolo investigatore, destinato all’insuccesso, ma dall’angolo visuale istituzionale. Amato parla di «tentativi di depistaggio messi in atto da generali e ammiragli». L’insieme delle nostre Forze armate. Noi tutti sappiamo che la giustizia ha assolto i militari «perché il fatto non sussiste», ma le sentenze si possono discutere. Mettiamo, dunque, che abbiano depistato. Ci sono soltanto due possibilità: 1. i militari lo hanno fatto su ordine del governo quindi, omessi i riferimenti alle responsabilità penali (escluse), la responsabilità della scelta è politica, legata al contesto; 2. i militari lo hanno fatto ingannando la giustizia ma anche il governo, quindi sono dei traditori.

Nel primo caso è vile sia scaricare la responsabilità sui militari sia supporre di potersi considerare estraneo alla scelta politica, visti i ruoli svolti e considerata la chiamata in causa di Bettino Craxi, che ad Amato non era estraneo. Supporre che una responsabilità politica del primo non ricada sul secondo che gli stava a fianco non è neanche vile, è stolto. Nel secondo caso non basta dire che si sono ripetute cose note, perché da presidente del Consiglio la questione del tradimento andava posta. In quanto tale. L’alternativa consistendo nel ritenere traditori i militari e cretini i governanti, in loro balìa.

Dice Amato: si è organizzata un’esercitazione Nato, in modo da mascherare il lancio di un missile francese, ove l’errore sarebbe stato (ovviamente) il bersaglio. Aggiunge anche che l’Italia era un Paese «a sovranità limitata». Lo fece presente a Craxi, in occasione di Sigonella, quando i Carabinieri circondarono gli americani? A tutto volere concedere, il racconto è privo di senso, per due ragioni: a. abbattere Gheddafi nel corso di una esercitazione Nato avrebbe reso ben più clamoroso e grave il fatto; b. la Francia era uscita dal Comando integrato Nato nel 1966 e le sue Forze armate sono state reintegrate nel 2009; il governo italiano, in cui nel 1980 erano presenti anche i socialisti di Amato, non era stato informato manco della partecipazione francese? Qui, più che a sovranità, si sarebbe a intelligenza limitata.

Cosa accadde quella disgraziata giornata non lo sappiamo e siamo pronti a discutere di tutto, ma se quello fu lo scenario allora mancano delle parole: abbiamo governato male perché non eravamo all’altezza, io non ho avuto il coraggio delle mie convinzioni, ho coperto i depistaggi o sono stato incapace di vederli. Altrimenti va come Meloni a Caivano: «Qui lo Stato ha fallito». Perché lo Stato è sempre di altri. Semmai: abbiamo fallito. Oppure si sta mestando nel torbido, alimentando l’antistatalismo presente nella nostra storia.

La Ragione

L'articolo Antistatalismo proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Campanella


Torna a suonare la campanella della scuola, ma si sentono anche le campane stonate dei discorsi sempre uguali e inconcludenti. I libri di testo erano uno strumento vecchio già nel secolo scorso, ma siamo ancora qui a parlare del loro costo crescente, ment

Torna a suonare la campanella della scuola, ma si sentono anche le campane stonate dei discorsi sempre uguali e inconcludenti. I libri di testo erano uno strumento vecchio già nel secolo scorso, ma siamo ancora qui a parlare del loro costo crescente, mentre riaprono i mercatini dell’usato, intralciati da “nuove edizioni” che di nuovo hanno soltanto la diversa dislocazione e numerazione degli esercizi. Noi andavamo a scuola con il laccio, poi si è passati ai ragazzi caricati come fantaccini, infine sono arrivati i borsoni con le rotelle. Un mercato dissennato, una rendita di posizione che non si riesce a smontare. Come tante altre rendite di posizione.

I libri sono uno strumento insostituibile. Il libro ha un nobile passato e un glorioso avvenire. Ma una scuola rispettabile ha un buona biblioteca e fornisce agli studenti le dispense su cui studiare gli argomenti che mano a mano si affrontano. Portarsi l’intero programma sulla schiena non è cultura, ma soma. Cui si adibivano gli asini. Il costo medio dei libri di testo, per un singolo studente e un singolo anno, si aggira sui 500 euro. Ma la media cela punte ben più alte. Con assai meno di quei soldi si può dotare ciascuno di lettori digitali, capaci di contenere lo scibile. Si possono fare assicurazioni e disporre di memorie remote, nel caso siano fracassati.

Taluni si sentono colti nel sostenere che il digitale annebbia la vista e incurva le spalle. A loro sfugge che si sosteneva la stessa cosa dei libri stampati. Polemiche schiocche: i libri resteranno un pilastro della cultura, della curiosità e del divertimento, mentre la manualistica è tutta traslocata in digitale. La scuola serve anche a insegnare come si studia. Non soltanto senza il digitale fallisce la sua missione, ma consegna i meno culturalmente protetti all’uso esclusivamente (a)social del digitale.

Nelle nostre scuole ci sono insegnanti straordinariamente bravi, come ce ne sono di riprovevolmente incapaci. Severità e selezione non funzioneranno mai fra i banchi se non li si pratica fra le cattedre. Non soltanto ci serve una banca dati continuamente aggiornata sui progressi culturali di ciascuno studente – non bastano i medi complessivi – ma il digitale consente anche di costruirsi da soli le ripetizioni, per chi è rimasto indietro, o di accedere alle lezioni del docente più bravo, che si trova in un’altra città. Questo non porta alla spersonalizzazione, ma contrasta l’irresponsabilità. Perché nella nostra scuola ci si occupa dei contratti, delle presenze, dell’anzianità e dei pensionamenti dei docenti, ma mai dei risultati che ciascuno di loro ha il merito di generare.

Suona la campanella e di tutto si parla, meno che dei contenuti della scuola. Ora va per la maggiore l’accorpamento delle classi o delle scuole. Ma gli studenti diminuiscono e il risultato da raggiungersi non è che ciascuno abbia una scuola deserta sotto casa, ma che disponga di mezzi di trasporto dedicati per raggiungere istituti con massa critica che giustifichi i servizi e l’attenzione alla qualità degli insegnanti. Il ministro continua a ricordare quanti ne ha assunti, ma non come sono stati selezionati. Anche perché taluni non sono affatto stati selezionati: erano lì, da tempo. In questo modo gli sconfortanti risultati di ieri saranno quelli di domani.

La scuola la dice lunga su tutti noi. Sempre pronti a dare la colpa ai politici, ai sindacalisti, al ’68 e via andando. Esistono i genitori che fanno ricorso al tribunale amministrativo contro le bocciature, dove sono quelli che fanno ricorso contro l’ignoranza? Quando prendevamo un brutto voto il nostro problema non era a scuola, che a tutto si rimedia, ma a casa, dove nulla si trascura. È una brutta deriva, rabbiosa e lamentosa, quella che si è presa. Che poi genera una classe dirigente che alla voce “congiuntivo” prova a vedere se l’occhio ti lacrima.

La scuola è preziosa per i non protetti e per la competizione. In silenzio molti, in cattedra e fra i banchi, ci salvano. A far rumore sono gli altri.

La Ragione

L'articolo Campanella proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Sul 2% alla Difesa l’Italia dimostri serietà. Parla Pinotti


In un recente intervento il presidente del Copasir, e già ministro della Difesa, Lorenzo Guerini si è detto preoccupato da quello che ha percepito come un potenziale “arretramento” del Partito Democratico sull’impegno italiano a raggiungere il 2% del Pil

In un recente intervento il presidente del Copasir, e già ministro della Difesa, Lorenzo Guerini si è detto preoccupato da quello che ha percepito come un potenziale “arretramento” del Partito Democratico sull’impegno italiano a raggiungere il 2% del Pil da destinare alle spese per la Difesa. Per il deputato Dem, le necessità di garantire la sicurezza allo spazio euro-atlantico, minacciato direttamente da una guerra ai confini dell’Europa, e l’esigenza di dimostrare la credibilità del Paese nel contesto internazionale, richiedono un gesto di responsabilità da parte di tutte le forze politiche. Airpress ne ha parlato con Roberta Pinotti, già ministro della Difesa e già presidente della Commissione Difesa prima alla Camera e poi al Senato.

Lei condivide i timori di Guerini?

Fare parte di un’Alleanza contempla la necessità, per reputazione e serietà, di impegnarsi a mantenere gli impegni che insieme sono stati assunti. La dichiarazione finale del vertice Nato, in cui i leader dei Paesi alleati si impegnavano, dopo anni di riduzioni anche drastiche alle spese per la difesa, a puntare alla linea guida del 2% del Pil, incrementandole progressivamente, fu sottoscritta a Cardiff nel luglio 2014, alcuni mesi dopo l’occupazione della Crimea da parte della Russia. Il Partito Democratico, così come i partiti le cui storie sono confluite per formarlo, ha sempre impostato la propria politica estera con senso di responsabilità e una adesione convinta alle alleanze internazionali. Credo che il PD non dovrebbe deflettere da questa linea di serietà e affidabilità internazionale.

Nel corso della passata legislatura, il PD si era impegnato in prima linea per la costruzione di una visione condivisa in Parlamento che fissasse l’obiettivo al 2028. Questo cambio di passo da parte della segreteria non rischia di apparire una contraddizione da parte del Partito?

Ricordo bene quella discussione e credo sia stato importante costruire una visione condivisa in Parlamento, visione a cui il PD diede un significativo contributo, non solo attraverso il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, ma anche grazie al lavoro dei gruppi parlamentari. Venne immaginata una seria road map che portava a un incremento progressivo fino al 2% entro il 2028, tempistica che fu scelta valutando le effettive capacità di spesa e di crescita industriale del nostro Paese. La Germania scelse allora un balzo molto più rapido per l’incremento delle risorse: a differenza di quanto viene detto da più parti non sta riabbassando l’asticella dell’obiettivo, lo ha rimodulato proprio per rispettare l’effettiva capacità di spesa.

Un eventuale ritardo, inoltre, potrebbe rendere il Paese il “fanalino di coda” dell’Europa, con un conseguente danno anche alla credibilità internazionale dell’Italia?

Per costruire la difesa europea, tema a cui mi sono dedicata con determinazione arrivando a promuovere la prima cooperazione rafforzata, sottoscritta nel 2017, le risorse sono necessarie; gli impegni degli Stati nazionali in termini di sicurezza e difesa dovranno, semmai, essere ancora più credibili. In prospettiva una Difesa comune consentirà razionalizzazioni che eviteranno sprechi di risorse e inutili duplicazioni, ma ad oggi gli Stati europei, che sono nella stragrande maggioranza membri Nato, richiedono da parte di tutti i partner analogo impegno e serietà. Tanto più che c’è ancora una guerra nel cuore dell’Europa.

Sia le istituzioni della Difesa, sia gli addetti ai lavori, sono concordi nel mettere in guardia dai rischi per la sicurezza italiana, europea e transatlantica da un ritardo nell’adeguamento delle proprie spese al 2%. Un impegno che, ricordiamo, è stato assunto in sede Nato nel 2024, quando lei era ministro della Difesa, e che è stato confermato da tutti i governi italiani che si sono succeduti da allora. Su questo aspetto, qual è la sua posizione?

Ho misurato con mano quanto all’estero la buona reputazione del nostro Paese sia anche connessa alla serietà e alle indubbie capacità con cui le nostre Forze armate hanno operato e operano negli scenari di crisi. Nel 2014 eravamo molto distanti dal 2% di spesa, ma da allora ho operato, anche se non sempre le condizioni generali della finanza pubblica lo hanno consentito, perché gli impegni non fossero scritti sulla sabbia. Pacta sunt servanda.


formiche.net/2023/09/pinotti-2…

Conoscenza e processo sociale – Lorenzo Infantino


Friedrich A. von Hayek è noto soprattutto per i suoi scritti di economia e di filosofia politica. Ma egli ha lasciato un’estesa eredità anche nel campo della psicologia teorica e della teoria della conoscenza. Anzi, si può dire che è proprio quanto da lui

Friedrich A. von Hayek è noto soprattutto per i suoi scritti di economia e di filosofia politica. Ma egli ha lasciato un’estesa eredità anche nel campo della psicologia teorica e della teoria della conoscenza. Anzi, si può dire che è proprio quanto da lui sostenuto in tale ambito a fornire gli strumenti con cui afferrare il significato della sua intera opera. Cresciuto in quella che era ancora la Grande Vienna, Hayek ha intrapreso gli studi economici munito di una vasta dotazione culturale, la cui presenza è chiaramente avvertibile anche nei suoi primi scritti di teoria economica. Il che lo ha progressivamente spinto a misurarsi con questioni che, nella spiegazione della vita individuale e collettiva, precedono e conferiscono una più adeguata identificazione ai problemi economici e sociali. Il lettore vedrà che, posti per la prima volta assieme, gli scritti raccolti in questo volume consentono di percorrere un itinerario cha va dalla trasformazione del cervello in una mente umana al perché il mondo sensoriale non sia il punto di partenza, dall’esistenza di un ordine presensoriale alla constatazione che ciò di cui siamo consapevoli è un fenomeno secondario, dalla scienza come sistema ipotetico-deduttivo ai gradi delle nostre spiegazioni e ai fenomeni complessi, dalla dispersione della conoscenza all’interno della società al processo sociale come esplorazione dell’ignoto, dalla presunzione di onniscienza agli «abusi della ragione». È un viaggio che getta una potente luce sull’estensione dell’opera hayekiana e sulla sua fecondità. Non sorprende pertanto che Hayek abbia portato a un più alto grado di elaborazione teorica l’insegnamento metodologico di Carl Menger, il fondatore della Scuola austriaca di economia. Più esattamente, ha mostrato come quell’insegnamento possa essere considerato la provincia di un continente molto più vasto, dentro cui si trovano, per rammentare solo i principali, i contributi di Bernard de Mandeville, David Hume e Adam Smith. Sono autori accomunati dalla stessa premessa gnoseologica, dal riconoscimento cioè della condizione di ignoranza e di fallibilità, a cui indefettibilmente soggiacciono tutti gli esseri umani: perché non c’è nulla che possa renderci onniscienti e non c’è precauzione che possa sottrarci all’errore.

Rubbettino Editore

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Ventotene: seminario nazionale di formazione federalista


La quarantaduesima edizione del Seminario nazionale di formazione federalista avrà luogo sull’isola di Ventotene dal 3 all’8 settembre, promosso dall’Istituto di Studi Federalisti “Altiero Spinelli”. Nato nel 1982 su proposta di Altiero Spinelli che in qu

La quarantaduesima edizione del Seminario nazionale di formazione federalista avrà luogo sull’isola di Ventotene dal 3 all’8 settembre, promosso dall’Istituto di Studi Federalisti “Altiero Spinelli”.

Nato nel 1982 su proposta di Altiero Spinelli che in quell’isola scrisse assieme ad Ernesto Rossi il “Manifesto di Ventotene”, il Seminario è diventato uno dei più importanti momenti di riflessione sul futuro dell’Europa e del mondo al quale hanno partecipato nel corso degli anni importanti personalità europee del panorama politico e culturale.

Ogni anno vi prendono parte circa 150 giovani europei attraverso 60 ore di formazione e dibattito tenute da circa 30 relatori.

In tale quadro, con un dibattito di apertura incentrato sulla capacità del Parlamento europeo di imprimere in questo momento storico una svolta federale al processo di integrazione dell’UE, saranno ricordati anche due importanti anniversari legati alla fondazione delle più rilevanti organizzazioni impegnate per l’unità federale europea ossia i 75 anni del Movimento Europeo e gli 80 anni del Movimento Federalista europeo.

Il Comune di Ventotene, in collaborazione con l’Istituto Altiero Spinelli, propone inoltre, in occasione del Seminario di formazione, alcuni eventi dal 3 al 6 settembre: PROGRAMMA.

Per la Fondazione Luigi Einaudi, sarà presente il Project Manager Avv. Gian Marco Bovenzi.

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