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Su Pagella Politica il mio fact-checking circa la proposta di Nordio di adibire le caserme a carceri. In passato, la stessa proposta non è stata mai realizzata: le carceri devono avere requisiti precisi che le caserme non hanno. Inoltre secondo la CEDU, che ha condannato l’Italia per lo stato delle carceri, farne di nuove non è la soluzione. La soluzione sono misure alternative al carcere, depenalizzazione e altro

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Come si hackera un satellite? Il team italiano vince la sfida della Space force


L’Italia è stata protagonista del concorso Hack-A-Sat, l’evento annuale promosso dal laboratorio di ricerca della US Space Force e della US Air Force per contribuire a migliorare la cyber-sicurezza dei satelliti impiegati dal Dipartimento della Difesa. Un

L’Italia è stata protagonista del concorso Hack-A-Sat, l’evento annuale promosso dal laboratorio di ricerca della US Space Force e della US Air Force per contribuire a migliorare la cyber-sicurezza dei satelliti impiegati dal Dipartimento della Difesa. Una squadra del nostro Paese, il team “mHACKeroni”, ha infatti battuto cinque gruppi di ricercatori informatici internazionali in una sfida per prendere il controllo di un vero satellite in orbita. Le cinque squadre si sono cimentate in nove diverse sfide, sette delle quali prevedevano l’hacking del Moonlighter CubeSat quale banco di prova per la cyber-security in orbita, il primo e unico sandbox di hacking nello spazio. I mHACKeroni, un conglomerato di cinque gruppi di ricerca informatica italiani, si sono aggiudicati 50mila dollari per il primo posto.

Nei precedenti eventi Hack-A-Sat, i concorrenti hanno utilizzato delle simulazioni di satelliti a terra (chiamati FlatSats) o un gemello digitale del satellite Moonlighter. Quest’anno, invece, oltre alle sfide a terra, ben sette sono state effettuate con il satellite effettivamente in orbita, mettendo alla prova le proprie competenze in campo spaziale, tra cui le operazioni sui veicoli orbitanti, le comunicazioni in radiofrequenza e il reverse engineering. L’obiettivo della competizione è svolgere una missione definita di “ruba bandiera”: le squadre di hacker devono trovare stringhe di testo (chiamate appunto “bandiere”) nascoste in programmi progettati per essere vulnerabili (cioè, senza dover mettere davvero a repentaglio la macchina, permettendo al contempo di testarne i limiti nei propri sistemi di sicurezza). La sfida principale prevedeva l’hacking di Moonlighter per costringerlo a scattare una foto di un obiettivo terrestre a scelta della squadra, scaricando poi l’immagine presa su una stazione di terra, aggirando i blocchi di sicurezza del satellite che gli impedivano di fotografare determinate aree.

Moonlighter è un CubeSat 3U (composto da tre cubi da dieci centimetri per dimensione) costruito da The Aerospace Corporation in collaborazione con il Comando sistemi spaziali della Us Space force. Il satellite è stato lanciato su un Falcon 9 di SpaceX verso la Stazione spaziale internazionale il 5 giugno e da lì è stato dispiegato nell’orbita terrestre bassa il 6 luglio per essere utilizzato non solo nel concorso Hack-A-Sat, ma anche come futuro banco di prova per i prossimi test di cyber-security del Pentagono.


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Isaak Babel – L’armata a cavallo


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Lo Spazio al vertice tra Usa, Corea del Sud e Giappone


La cooperazione militare, civile e commerciale nello spazio sarà uno dei principali argomenti in agenda durante il primo vertice trilaterale tra il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, il primo ministro giapponese Fumio Kishida e il presidente sudcorea

La cooperazione militare, civile e commerciale nello spazio sarà uno dei principali argomenti in agenda durante il primo vertice trilaterale tra il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, il primo ministro giapponese Fumio Kishida e il presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol che si terrà venerdì prossimo a Camp David. L’obiettivo della Casa Bianca è quello di promuovere una più stretta cooperazione in orbita tra le due nazioni del Pacifico, ognuna delle quali è un alleato regionale chiave degli Stati Uniti, ma le cui inimicizie storiche, soprattutto per quanto riguarda le azioni del Giappone nella penisola coreana durante la Seconda guerra mondiale, hanno spesso rallentato gli sforzi per rendere Tokyo e Seul partner militari a tutti gli effetti.

A livello bilaterali, infatti, l’amministrazione Bidena ha già lavorato con ciascuno dei due Paesi per potenziare e approfondire i livelli di cooperazione extra-atmosferica sia con il Giappone, sia con la Corea. Washington e Seoul, per esempio, hanno firmato ad aprile una dichiarazione congiunta per la cooperazione nell’esplorazione spaziale, nel corso di una visita di Yoon negli Stati Uniti, durante la quale ha visitato la Nasa insieme alla vice presidente, Kamala Harris. Biden e Yoon si sono anche “impegnati a rafforzare ulteriormente l’alleanza tra Stati Uniti e Corea” nello spazio. Gli Stati Uniti, inoltre, hanno “accolto con favore l’impegno della Repubblica di Corea a non condurre test distruttivi di missili antisatellite a gittata diretta”, un’iniziativa di cui Washington, e in particolare Harris, si sono fatti promotori a livello globale.

Allo stesso modo, la cooperazione spaziale è stata uno dei temi centrali dell’incontro di gennaio Usa-Giappone in formato 2+2 Esteri-Difesa tra i segretari di Stato, Antony Blinken, e della Difesa, Lloyd J. Austin, e i ministri degli Esteri, Yoshimasa Hayashi, e della Difesa, Yasukazu Hamada. Nella dichiarazione congiunta le due parti hanno affermato che “gli attacchi verso, da o nello spazio potrebbero portare all’invocazione dell’articolo V del Trattato di sicurezza tra Giappone e Stati Uniti”. Washington e Tokyo hanno anche firmato l’Accordo quadro bilaterale per la cooperazione nell’esplorazione e nell’uso dello spazio extra-atmosferico, compresa la Luna e altri corpi celesti, per scopi pacifici. Inoltre, Tokyo ha recentemente adottato la sua prima Iniziativa per la sicurezza spaziale, che si impegna a rafforzare le capacità spaziali di sicurezza nazionale del Giappone e ad ampliare le competenze della Forza di autodifesa giapponese per attaccare le comunicazioni o colpire i sistemi terrestri dei satelliti avversari in un eventuale scenario di conflitto.

A spingere gli Stati Uniti, e in particolare il Pentagono, a cercare un rafforzamento dei legami spaziali militari con i propri alleati dell’Indo-Pacifico c’è sicuramente la consapevolezza della rapida crescita delle capacità spaziali della Cina, il cui sviluppo di tecnologie avanzate potrebbero mettere a rischio le risorse spaziali Usa e alleate in caso di conflitto. In cima alla lista delle priorità per il dipartimento della Difesa Usa c’è il potenziamento delle capacità di Situational space awarness e i sistemi di allarme e difesa antimissile. In queste aree, inoltre, sembra essere più convinta la volontà di Giappone e Corea di collaborare. Per esempio, durante lo Shangri-La Dialogue di Singapore a giugno, i tre Paesi hanno collegato i rispettivi radar di allarme missilistico balistico presenti nella regione per evitare potenziali provocazioni da parte, soprattutto, della Corea del Nord.

Di recente, inoltre, anche gli ufficiali della Space force statunitense si sono incontrati con i colleghi giapponesi e sudcoreani per discutere di come integrare meglio le rispettive capacità. Il Giappone ha già un robusto programma spaziale che comprende la cooperazione militare con gli Stati Uniti. La Corea del Sud, dal canto suo, sta cercando di potenziare il proprio status spaziale, e a marzo l’Assemblea nazionale di Seul ha approvato un aumento di quasi il 20% della spesa spaziale annuale, con una particolare attenzione ai sistemi di osservazione terrestri impiegati per sorvegliare le attività militari regionali.


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Così l’Ucraina attacca la logistica russa. Ma servono i missili tedeschi


Il tallone d’Achille dell’invasione russa potrebbe essere la sua linea logistica, e per colpirla l’Ucraina ha bisogno di missili a lungo raggio. È questa la linea di fondo che sembra trasparire dalle ultime iniziative da parte di Kiev, compreso l’appello

Il tallone d’Achille dell’invasione russa potrebbe essere la sua linea logistica, e per colpirla l’Ucraina ha bisogno di missili a lungo raggio. È questa la linea di fondo che sembra trasparire dalle ultime iniziative da parte di Kiev, compreso l’appello del consigliere presidenziale, Mikhaylo Podolyak, riferendosi ai missili Taurus promessi dalla Germania e gli Atacms statunitensi. “I missili a lungo raggio per l’Ucraina ora significherebbero una forte riduzione delle capacità di combattimento della Russia”, ha detto l’alto funzionario ucraino, attraverso la “distruzione delle riserve e delle risorse della Russia” anche dietro le prime linee di combattimento, permettendo così di “minimizzare le perdite umane e ridurre l’escalation” ha detto ancora Podolyak.

Quella del consigliere presidenziale ucraino potrebbe anche essere una risposta ai dubbi e alle polemiche scaturiti proprio in Germania dopo le indiscrezioni circa la volontà di Berlino di fornire i missili a lungo raggio Taurus a Kiev. Le preoccupazioni, riportate anche da Der Spiegel, sarebbero relative alla capacità di questo tipo di munizioni di colpire anche il territorio russo, un’eventualità che potrebbe portare a pericolose escalation da parte di Mosca. Timori che sembrerebbero condivisi dallo stesso cancelliere Olaf Scholz, portandolo a chiedere una modifica ai sistemi dell’ordigno che gli impedisca di raggiungere lo spazio aereo di Mosca. In queste ore, scrive ancora il settimanale tedesco, il governo starebbe trattando la natura delle modifiche con le industrie responsabili della produzione del Taurus.

Si tratterebbe di una limitazione nella programmazione relativa all’agganciamento del bersaglio da integrare nei sistemi prodotti dalla Taurus Systems, società tedesco-svedese nata grazie alla collaborazione tra Mbda Deutschland e Saab Bofors Dynamics. Ufficialmente Taurus Kepd 350, sono dei missili aria terra, questi sistemi sono entrati in produzione a partire dal 2005 e sono attualmente in dotazione alle Forze armate di Germania, Spagna e Corea del Sud. Lungo poco più di cinque metri con un peso di circa 1.400 chili (di cui cinquecento sono il peso della testata stessa), il Taurus ha un raggio di cinquecento chilometri, ed è stato sviluppato per essere utilizzato principalmente per distruggere obiettivi di superficie e punti nodali nell’infrastruttura di un potenziale nemico. Con una ridotta rilevabilità da parte dei radar, il missile possiede una testata in tandem, con ordigni primario e secondario uno davanti all’altro in modo da aumentare notevolmente le capacità di penetrazione di superfici rinforzate, come pareti o soffitti in cemento armato.

Sistemi, dunque, molto adatti a colpire quei “magazzini, trasporti, carburante” citati da Podolyak, cioè le vitali linee di rifornimento che permettono alle Forze armate russe di resistere di fronte alla controffensiva ucraina. Lo sforzo ucraino di colpire la catena logistica russa nei territori invasi, compresa la Crimea, fa parte di quello che il think tank statunitense Institute for the Study of War ha definito una “campagna di interdizione con l’obiettivo di strutturare le condizioni favorevoli a più grandi operazioni controffensive”. Il punto è rendere sempre più complesso per Mosca trasportare e muovere le risorse necessarie a sostenere il proprio sforzo bellico. Persino i ripetuti attacchi al ponte di Kerch che collega la Crimea occupata alla Russia (l’ultimo dei quali secondo il ministero della Difesa russo è stato condotto nel fine settimana con due droni), farebbe parte di questa strategia, puntando a distruggere quella che di fatto e un collegamento vitale per il rifornimento delle truppe russe in Ucraina.


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È il momento di rivedere l’istituto dei senatori a vita


E se li abolissimo? Conclusa la lettura de “I senatori a vita visti da vicino”, brillante saggio del costituzionalista Paolo Armaroli, la domanda sorge spontanea. Non si vogliono abolire i senatori a vita di nomina presidenziale? Bene, ma almeno impediamo

E se li abolissimo? Conclusa la lettura de “I senatori a vita visti da vicino”, brillante saggio del costituzionalista Paolo Armaroli, la domanda sorge spontanea. Non si vogliono abolire i senatori a vita di nomina presidenziale? Bene, ma almeno impediamogli di votare la fiducia ai governi, cioè di avere un peso politico decisivo. Peso immeritato, dal momento che svolgono la loro funzione per grazia presidenziale e non per volontà popolare.

L’articolo 59 della Costituzione dice che “Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”. Il primo, il matematico Guido Castelnuovo, fu nominato nel 1949; l’ultimo, Liliana Segre, nel 2018. In tutto, l’aula del Senato ne ha visti sfilare 38. In teoria. Molti di loro non si sono infatti mai visti. Armaroli, raro caso di cattedratico con prosa montanelliana, li chiama “i fantasmi” e correttamente si chiede se la loro sistematica assenza sia compatibile con lo spirito della Carta costituzionale e con l’onore ricevuto.

Nella mia breve esperienza senatoriale, ad esempio, durante la scorsa legislatura ho avuto modo di apprezzare la presenza della biologa Elena Cattaneo, dell’economista Mario Monti e, compatibilmente con l’età, di Liliana Segre. Ma l’architetto Renzo Piano non l’ho mai visto comparire, mentre il Nobel per la fisica Carlo Rubbia l’ho intravisto sí e no un paio di volte. Hanno altro da fare, d’accordo. Ma allora perché non rinunciano ad uno status che di per sè presuppone la disponibilità ad elevare il dibattito parlamentare? «I saperi, le competenze, le esperienze dei benemeriti della Patria rappresentano per il Senato elettivo un valore aggiunto. A condizione, però, che esercitino sempre le loro funzioni con disciplina e onore come prescrive la Carta costituzionale», scrive Paolo Armaroli. Il quale, a testimonianza di quanto i tempi siano cambiati, ricorda che don Luigi Sturzo cercò di rifiutare la nomina che gli veniva offera dal presidente Luigi Einaudi perché «non sono sicuro di poter venire in aula tutti i giorni»… Altri tempi, appunto.

Ancor più sconveniente, nella soppiattante ricostruzione armaroliana, il ruolo “politico” svolto dai senatori a vita in alcuni passaggi cruciali della storia repubblicana più recente. Il secondo governo Prodi nacque esclusivamente grazie al voto di 6 senatori a vita su 7, i quali consentirono al governo di centrosinistra di muovere i primi passi «senza neanche prendersi il disturbo di motivare il proprio sì. Votano sì e basta. Perché? Perché sì», chiosa Armaroli. Il quale poi ricorda come l’intera legislatura iniziata nel maggio del 2006 dipese dagli umori dei nostri illustri e meritori concittadini, con Giulio Andreotti improvvisamente elevato dalla sinistra al rango di padre della Patria, da capo della mafia quale era stato fino a quel momento considerato.

Andò diversamente al debuttante Silvio Berlusconi. Armaroli rammenta che la fiducia al Berlusconi I passò per un solo voto: «Votarono sì Agnelli, Cossiga e Leone. Votarono no Andreotti, De Martino e Valiani. Perciò i sì pareggiarono i no. Ma si astengono Spadolini e Taviani. E prima della riforma del Senato del 2017 gli astenuti alzano il quorum di maggioranza. Ne consegue che la mozione di fiducia al Berlusconi 1 è passata non già grazie al sostegno dei senatori vitalizi ma, al contrario, nonostante il loro voto».

Il tema è stato affrontato da almeno una decina di disegni di legge costituzionale: c’è chi ha chiesto di sopprimere la figura dei senatori a vita, chi di inibirgli i voti di fiducia, chi di sottrargli il diritto di voto tout court. Non se n’è mai fatto nulla, anche perché la maggior parte delle proposte emendative fu formulata nelle fasi in cui più era rilevante il peso politico degli illustrissimi. Ragion per cui sarebbe opportuno affrontare il tema oggi, quando l’ampiezza della maggioranza è tale da scongiurare interpretazioni “partigiane” di un’eventuale riforma costituzionale.

Huffington Post

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In principio fu Fontana di Trevi, l’ipocrita dibattito sul match Musk-Zukerberg


In principio fu Fontana di Trevi. Quel che è ancor oggi vietato a noi comuni mortali fu concesso nel 1960 alla divina Anita Ekberg: immergersi nelle acque del monumento settecentesco, realizzando così la più memorabile tra le scene della Dolce Vita di Fed

In principio fu Fontana di Trevi. Quel che è ancor oggi vietato a noi comuni mortali fu concesso nel 1960 alla divina Anita Ekberg: immergersi nelle acque del monumento settecentesco, realizzando così la più memorabile tra le scene della Dolce Vita di Federico Fellini e il più efficace tra gli spot involontari della Città eterna. Altro che Open to Meraviglia… Lo stesso anno, per le Olimpiadi, fu deciso di tenere gli incontri di lotta greco-romana alla Basilica di Massenzio, a due passi dal Colosseo.

Da allora, è stato un crescendo. Dalle rappresentazioni liriche ai Led Zeppelin, l’Arena di Verona, risalente all’epoca augustea, non ha mai smesso di ospitare eventi musicali pagati a caro prezzo. Così anche il teatro antico di Taormina, quello greco di Siracusa, quello romano di Ostia e via elencando. Ai mitici Pink Floyd sono stati concessi gli scavi di Pompei e la laguna di Venezia davanti a quel patrimonio dell’umanità che è la Basilica di San Marco. Tom Cruise è stato autorizzato a scorrazzare rombando lungo i Fori Imperiali e ai marchi della moda è stato consentito di sfilare lungo la scalinata di Trinità dei Monti, mentre il regista Peter Greenaway ha potuto allestire un set al Pantheon piuttosto che sull’Altare della Patria per girare Il ventre dell’architetto, altro spottone implicito su una Roma per l’occasione illuminata a fiaba così come un sindaco minimamente lungimirante la illuminerebbe sempre. A pagamento, sono state organizzate cene sontuose sul Ponte Vecchio di Firenze, sotto la Cappella Sistina di Roma, alla Galleria degli Uffizi, al Colosseo…

Non ci capisce, dunque, il coro di indignazione che ha accolto la notizia del match di pugilato tra Elon Musk e Mark Zuckerberg che si sarebbe dovuto svolgere al Colosseo e che potrebbe invece disputarsi all’Arena di Verona piuttosto che a Pompei. Per capirlo occorre forse metter mano a due tra le tante possibili distinzioni tra l’essere di Destra e l’essere di Sinistra. Schematizziamo. L’uomo di Destra non ha pregiudizi verso il capitale privato e tendenzialmente considera naturale mettere a reddito il patrimonio culturale per ottenere le risorse necessarie a curarlo come si deve; l’uomo di sinistra tendenzialmente no. L’uomo di Destra considera la violenza (possibilmente ritualizzata) parte naturale dell’animo umano; l’uomo di Sinistra tendenzialmente no.

Credo sia per questo che l’idea che “due miliardari” fossero disposti a pagare alcuni milioni di euro per prendersi a cazzotti come gladiatori ubriachi all’interno del Colosseo abbia fatto inorridire tanti benpensanti di sinistra. C’è da credere che se i due avessero deciso di sfidarsi al gioco degli scacchi le reazioni sarebbero state meno virulente. È probabile che se ad autorizzare tale show globale fosse stato un governo di Sinistra sarebbero state, nonostante tutto, entusiastiche.

Huffington Post

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Musk e Zuckerberg possono “lottare” in un sito archeologico? La risposta non è scontata, e la lotta fra i due miliardari è un tema solo apparentemente frivolo.

Carlo Canepa e io abbiamo ricostruito il quadro giuridico sulla concessione a privati dell’uso di beni culturali.

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In arrivo nuovi elicotteri AW-101 di Leonardo per la Difesa polacca


Il ministro della Difesa polacco, Mariusz Blaszczak, ha annunciato l’intenzione del governo di acquistare 22 elicotteri multiruolo AW-101 di Leonardo. L’annuncio segue una serie di acquisizioni recenti da parte della Polonia. Blaszczak ha condiviso l’invi

Il ministro della Difesa polacco, Mariusz Blaszczak, ha annunciato l’intenzione del governo di acquistare 22 elicotteri multiruolo AW-101 di Leonardo. L’annuncio segue una serie di acquisizioni recenti da parte della Polonia. Blaszczak ha condiviso l’invito a negoziare su Twitter (ormai X), ma non ha ancora fornito ulteriori dettagli riguardo alle modalità d’acquisto o al costo dei velivoli. La decisione di acquistare questi elicotteri rappresenta un’ulteriore espansione delle capacità della marina polacca, che aveva precedentemente ordinato quattro AW-101 per missioni antisommergibili e di ricerca e soccorso. La consegna dei primi quattro elicotteri è attesa già nel prossimo autunno, e si accompagna all’arrivo del primo dei quattro elicotteri commissionati nel 2019, sempre a Leonardo, per un contratto del valore di 380 milioni di euro, con un rilevante valore aggiunto anche per l’industria polacca.

Le consegne

I nuovi elicotteri AW-101, annunciati dal ministro polacco, saranno un prezioso aggiornamento alle attuali risorse militari. Essi si affiancheranno agli AW149, per i quali sono in corso acquisizioni di 32 esemplari, e agli S-70i, oggetto di trattative con gli Stati Uniti per aumentarne la flotta. Il primo AW-101 sarà consegnato all’Aeronautica polacca nell’autunno, dopo aver completato i test presso gli stabilimenti PZL Swidnik di Leonardo. Tali stabilimenti stanno già producendo gli AW149 ordinati nel luglio 2022, con consegne pianificate tra il 2023 e il 2029, e i nuovi AW-101 verranno costruiti negli stabilimenti di Yeovil (nel Regno Unito) e Vergiate (in Italia). La loro entrata in servizio permetterà la sostituzione degli elicotteri Mi-8 e Mi-17, potenziando così le capacità operative delle forze aeree polacche. Il programma, previsto tra il 2025 e il 2031, rappresenterà un significativo miglioramento nelle capacità di trasporto elicotteristiche del Paese.

La nuova corsa alle armi polacca

A seguito delle tensioni con la Russia e il contesto della guerra in Ucraina, la Polonia ha annunciato già a gennaio l’intenzione di allocare il 4% del suo Pil al settore della Difesa nel 2023. Una mossa guidata dalla volontà di rafforzare le proprie capacità militari. Il ministro della Difesa polacco ha condiviso che, nel caso in cui questo impegno prosegua, entro due anni l’esercito polacco potrebbe diventare tra i più potenti in Europa. Tuttavia, tale iniziativa non ha trovato il favore di Mosca, che la considera un’ulteriore militarizzazione del Paese, affermando che la Polonia sia diventata strumento di politica anti-russa da parte degli Stati Uniti. Il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, ha espresso tali preoccupazioni proprio di recente, a inizio agosto.

Un elicottero all’avanguardia

L’elicottero AW101 prodotto da Leonardo si distingue per le sue caratteristiche innovative. Equipaggiato con tre motori General Electric GE CT7-8E, il velivolo è dotato anche di un motore turboalbero da 560 kW che funge da fonte di alimentazione ausiliaria (Apu) quando è a terra. Tale motore fornisce aria e alimenta i sistemi dell’elicottero durante le fasi di stazionamento a terra. Uno dei punti di forza dell’AW101 è il sistema computerizzato di gestione del carburante, che consente il rifornimento in volo senza la necessità di atterrare. Con un peso massimo al decollo di oltre 15 tonnellate, l’elicottero può essere configurato come versione utility per trasportare fino a 25 fucilieri con le loro attrezzature, oltre ai due piloti e all’operatore di bordo. In una configurazione più densa, può ospitare invece fino a 38 fucilieri con attrezzature leggere. La potenza dell’elicottero gli consente inoltre l’installazione di protezioni balistiche per l’equipaggio e la cabina, insieme a una suite completa di sistemi di autoprotezione. In ultimo, l’ampia avionica digitale, i sistemi elettro-ottici/infrarossi e il radar meteorologico consentono operazioni diurne e notturne in qualsiasi condizione meteorologica.


formiche.net/2023/08/aw-101-di…

Incapacità nociva


Un mercato funziona quando le regole sono chiare e stabili nel tempo L'articolo Incapacità nociva proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/incapacita-nociva/ https://www.fondazioneluigieinaudi.it/feed

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Nell'articolo di oggi ripercorro tutte le volte in cui Mattarella ha stigmatizzato decreti-legge usati come strumento di regolazione “ordinaria”, e soprattutto decreti come quelli "omnibus" che il consiglio dei ministri ha approvato giorni fa.

Ma il governo snobba il Quirinale. Non sarà perché, nonostante i richiami, alla fine il Presidente firma sempre?

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Interecettazioni, un potere mai così esteso


Il Governo Meloni ha dunque varato, per di più con decretazione di urgenza, la più sostanziosa e micidiale estensione del potere di intercettazione delle conversazioni tra privati della storia repubblicana. Il regime già eccezionale delle intercettazioni

Il Governo Meloni ha dunque varato, per di più con decretazione di urgenza, la più sostanziosa e micidiale estensione del potere di intercettazione delle conversazioni tra privati della storia repubblicana. Il regime già eccezionale delle intercettazioni quando si è in presenza di associazioni mafiose, viene ora esteso anche a reati comuni che il PM ritenga commessi “con modalità mafiose”. Insomma, mentre per poter fare uso di quei poteri davvero eccezionali di ascolto era almeno necessario che vi fossero indizi del reato di associazione mafiosa, ora sarà sufficiente la agevole contestazione di quella fumosa aggravante per consentirlo per una assai vasta platea di reati comuni. Ciò che la Corte di Cassazione (non un manipolo di penalisti esagitati) aveva fermamente escluso con costante giurisprudenza, a difesa dell’art 15 della Costituzione, viene ora reso possibile dal Governo con il Ministro di Giustizia più dichiaratamente liberale degli ultimi decenni, in deferente ossequio alle pressanti richieste di alcune Procure (o super Procure) di mettere a tacere quella giurisprudenza così rigorosamente fedele al quadro dei valori costituzionali. Un paio di settimane fa a chiedevamo, da queste colonne, come avrebbe mai potuto il Ministro Nordio giustificarsi per una simile scelta (allora solo preannunciata dalla Presidente Meloni): oggi lo sappiamo. Alle impietose domande del bravo Francesco Grignetti su La Stampa, il Ministro ha sbrigativamente risposto che la misura serve solo a rendere “più incisivi” gli strumenti di indagine, ed anzi a “tipizzarne” l’uso, in ossequio al principio della certezza del diritto (sic!). Aggiungeva poi, in modo risolutivo, di non avvertire alcuna contraddizione con i propri convincimenti giacché la dicotomia garantisti/giustizialisti è fuffa, esistendo solo “la complessità della realtà”. Pensate che ingenui noi siamo: eravamo convinti che, pur nel rispetto della complessità della realtà, un ministro liberale eletto e scelto dalla propria maggioranza esattamente per tale sua qualità, dovesse realizzare da subito riforme liberali. Invece, dopo aver parlato senza tregua proprio della riforma liberale delle intercettazioni telefoniche quale snodo cruciale ed identitario della propria politica della giustizia penale, il Ministro Nordio vara una riforma di segno plasticamente opposto, in ossequio -ben si intende- alla complessità della realtà La quale ultima suggerisce anche -ci ricorda il Ministro- tempi lunghi per la separazione delle carriere, perché lì necessita una riforma costituzionale, e le priorità ora sono altre. Ed anche qui ci siamo scoperti ingenui, per aver pensato -che stupidi- che proprio trattandosi di una riforma costituzionale dai tempi lunghi, essa avrebbe dovuto iniziare il suo percorso quanto prima possibile. Quanto alla superflua dicotomia tra garantismo e giustizialismo, potrà essere utile sapere che la risposta di Nordio è quasi testualmente identica a quella che diede il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte il 7 febbraio 2020. Anche la transustanziazione di Nordio in Conte deve probabilmente avere a che fare con la “complessità della realtà”.

Il Riformista

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L’offensiva sulle banche è sbagliata, ma Ezra Pound non c’entra


Ad ignorare il contesto, parrebbe un intervento ideologico ispirato da un tic culturale che da tempo caratterizza la Destra oggi di governo. “Attaccare le banche” tassandone i cosiddetti extraprofitti: quel che in giugno il ministro dell’Economia Giancarl

Ad ignorare il contesto, parrebbe un intervento ideologico ispirato da un tic culturale che da tempo caratterizza la Destra oggi di governo. “Attaccare le banche” tassandone i cosiddetti extraprofitti: quel che in giugno il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti escludeva categoricamente, in agosto il governo ha fatto inopinatamente. Si racconta che l’ispiratore dell’intervento sia stato il potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. Uomo di fiducia di Giorgia Meloni, uomo di ampie letture. Pare che tra le sue preferite vi sia quella di Ezra Pound. Il poeta americano, autore dei meravigliosi Cantos, è caro alla destra non solo perché simpatizzò per il Fascismo, opinione che nel dopoguerra gli costò la reclusione, ma soprattutto perché fu ferocemente ostile alle banche.

Parlava di “usura legalizzata”, Pound, sosteneva che i governi avessero fatto della moneta “uno strumento malefico”, teorizzava la “sovranità popolare monetaria”. In Italia, le sue teorie poetiche furono tradotte in tesi economiche da un professore dell’Università di Teramo, Giacinto Auriti, che ai tempi della lira arrivò persino a denunciare per usura la Banca d’Italia . Un uomo profondamente di destra, Auriti, alla cui fonte si abbeverò però anche Beppe Grillo quando era solo un comico ma già esibiva idee “politiche”.

La tassazione del 40% degli extra profitti bancari rappresenta la prima crepa nell’inaspettato idillio tra il governo Meloni e l’establishment nazionale ed internazionale. Un intervento dirigista dello Stato che comprime i margini di libertà del mercato e che, a differenza di quel che accadde con Draghi sugli extraprofitti delle società energetiche, non appare giustificato da una condizione emergenziale straordinaria. L’aumento dei tassi di interesse, e di conseguenza delle rate dei mutui rimasti scriteriatamente a tasso variabile, era infatti largamente annunciato. Si tratta, dunque, di un precedente. Un precedente che un domani potrebbe essere applicato ad altri settori economici “colpevoli” di aver registrato profitto superiori alla media.

Tutta colpa di Ezra Pound? No, affatto. Così fosse, analoga misura non sarebbe stata presa in Spagna dal governo del socialista Sanchez. E soprattutto non sarebbe stata entusiasticamente sostenuta in Italia da tutte le forze politiche. Fanno accezione solo i leader del cosiddetto Terzo Polo e, col senno di poi, Forza Italia, che pure quella norma l’ha ratificata in Consiglio dei ministri.

Se ne ricava, pertanto, una duplice spiegazione: i bilanci pubblici languono e i governi si sentono legittimati a reperire risorse in deroga alle regole non scritte della società aperta e dell’economia di mercato; le banche erano e restano lo spauracchio pubblico per antonomasia, sì che metterle in mora è motivo di sicura popolarità.

Questo, dunque, è il contesto. E in tale contesto Ezra Pound non c’entra: è solo politica. Di buono c’è che i mercati finanziari sembrano averlo capito, e al netto del crollo iniziale dei titoli bancari non dato ulteriore prova di sfiducia.

formiche.net

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Tra Gcap ed esercitazioni, il rapporto più forte tra Italia e Giappone secondo Camporini


Il 2009 fu un anno difficile per l’economia mondiale, e italiana in particolare, e la parola d’ordine per chi gestiva fondi pubblici era “tagliare”. La Difesa fu fortemente penalizzata e si cercò di risparmiare l’impossibile; un provvedimento fu quello de

Il 2009 fu un anno difficile per l’economia mondiale, e italiana in particolare, e la parola d’ordine per chi gestiva fondi pubblici era “tagliare”. La Difesa fu fortemente penalizzata e si cercò di risparmiare l’impossibile; un provvedimento fu quello della revisione dello schieramento degli addetti militari: alcune sedi vennero accorpate, altre vennero semplicemente chiuse. Tra quelle da chiudere venne presa in considerazione la sede di Tokyo, in quanto i rapporti tra i due Paesi in tema di difesa erano da anni praticamente inesistenti, sia dal punto di vista della cooperazione militare sia da quello industriale. L’importanza dei rapporti bilaterali, tuttavia, era tale da far scartare l’idea ed oggi, a distanza di pochi anni, dobbiamo esserne oltremodo lieti.

Non solo in questo periodo è radicalmente mutato il quadro strategico, ma si sono via via incrementati i rapporti bilaterali, prima con il forte interesse giapponese alla produzione elicotteristica nazionale e poi con lo stabilirsi di relazioni tra i rispettivi vertici della difesa, grazie anche alle occasioni di incontri in fori multilaterali.

Da qui la decisione di Tokyo di inserire allievi piloti militari e istruttori giapponesi nei corsi di addestramento avanzato (Fase IV) presso l’International flight training school (Ifts) che l’Aeronautica militare ha costituito a Decimomannu in partnership con Leonardo.

La decisione giapponese di guardare alla Gran Bretagna e all’Italia per lo sviluppo del proprio futuro sistema da combattimento aereo, il Global combat air programme (Gcap), ha ulteriormente consolidato i crescenti rapporti fra i nostri Paesi in un’ottica di mutua fertilizzazione tecnologica, ma con importantissime conseguenze dal punto di vista operativo: disporre dello stesso sistema d’arma comporta la necessità di un continuo scambio delle rispettive esperienze, al fine di ottimizzare l’output capacitivo offerto dal sistema.

È in questa prospettiva che deve essere guardato il rischieramento sulla base di Komatsu, sulla costa occidentale del Giappone, di un gruppo tattico dell’Aeronautica militare italiana, comprendente quattro F35, un Caew, tre aerorifornitori KC-767A e un C130J, perché soltanto con queste attività congiunte si può sviluppare quella conoscenza reciproca, anche a livello personale, che rende possibile lo scambio di esperienze e di conoscenze e l’affinamento delle tattiche di impiego.

Il rischieramento in sé costituisce un prezioso momento addestrativo, per la complessità logistica della sua organizzazione e della sua esecuzione; e il patrimonio di esperienza che se ne trarrà darà un contributo significativo all’affinamento delle necessarie capacità operative.

Non bisogna certo sottacere anche il significato politico dell’operazione: si è ormai radicato il concetto dell’appartenenza del Giappone alla più ampia comunità delle democrazie sviluppate, con rapporti organici anche nell’ambito militare. Ed è altrettanto chiaro che una delle aree del globo dove si stanno concentrando gli ingredienti per una drammatica crisi è incentrata nelle immediate vicinanze del Giappone che si trova periodicamente ad assistere alle prodezze missilistiche della Corea del Nord e che non può non guardare con estrema preoccupazione alla progressiva nazionalizzazione del Mar della Cina Meridionale da parte di Pechino, con tutte le conseguenze sull’agibilità delle rotte commerciali vitali per Tokyo.

Ovviamente ciò non significa che ci debba essere un coinvolgimento diretto dei Paesi europei, ma che ci si debba impegnare per aiutare le potenze regionali ad acquisire le necessarie capacità militari, questo sì.

Da ciò l’opportunità di forme di addestramento congiunte che possano migliorare la capacità di reazione di ciascun componente.

In quest’ottica, l’effettuazione di esercitazioni complesse con l’impiego di mezzi dell’ultima generazione assume una duplice valenza: quella tecnico-militare e quella di mutuo supporto politico. Per questo motivo l’iniziativa dell’Aeronautica militare, così come quella similare della nostra Marina, merita pieno apprezzamento e costituisce un valido investimento delle risorse necessarie.


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Mutui, lo Stato ingiusto discrimina i terremotati e sostiene i furbi


Oltre ad uccidere 299 persone, il terremoto che nel 2016 scosse l’Italia centrale distrusse o rese inagibili più di 80mila abitazioni e una quantità incalcolabile di attività commerciali. Una tragedia cui si aggiunse la beffa: dover pagare mensilmente le

Oltre ad uccidere 299 persone, il terremoto che nel 2016 scosse l’Italia centrale distrusse o rese inagibili più di 80mila abitazioni e una quantità incalcolabile di attività commerciali. Una tragedia cui si aggiunse la beffa: dover pagare mensilmente le rate di mutui su abitazioni, negozi o capannoni rasi al suolo o comunque inservibili.

Da allora, si sono avvicendati ben sei governi, nessuno dei quali ha ritenuto opportuno spendere un solo euro di denaro pubblico per aiutare famiglie e imprese a sostenere i costi dei mutui sui propri immobili fantasma. Unico sollievo, il fatto che nel 2017 il sistema bancario abbia deciso di sospendere i pagamenti delle rate. Ma le rate sono state sospese, non azzerate. Dunque si accumulano, e alcune banche applicano persino interessi di mora sulle rate congelate.

Di terremoto non si parla più. Solo l’1% delle abitazioni distrutte è stato ricostruito: i cittadini terremotati di Marche, Abruzzo, Umbria e Lazio sono stati inopinatamente abbandonati dallo Stato. Una vergogna senza fine.

In materia di mutui, la discrepanza balza agli occhi. Lo Stato ha ignorato e ignora i bisogni primari di chi ha avuto la vita sconvolta da un evento straordinario (il terremoto), mentre si fa carico di chi è stato toccato da un evento ordinario (l’aumento dei tassi di interesse). C’è qualcosa che non torna.

Per oltre un decennio le famiglie e le imprese italiane hanno potuto contrarre mutui a tassi bassissimi. Chi ha scelto il variabile ne ha avuto vantaggi inimmaginabili in altri tempi. Tecnicamente, si è arricchito. O quantomeno si è impoverito molto meno di chi ha contratto lo stesso mutuo in epoche precedenti. Da almeno un anno, però, si sapeva che quest’anomala condizione paradisiaca sí sarebbe conclusa e che un po’ alla volta i tassi di interesse avrebbero cominciato a salire. Lo diceva la Tv, lo scrivevano i giornali, si spera lo spiegassero anche i consulenti finanziari ai loro clienti. Chi non ha convertito in fisso il proprio tasso variabile, e ancor peggio chi nei mesi scorsi ha sottoscritto un mutuo a tasso variabile anziché fisso, lo ha fatto spinto da una sorta di ottusa bramosia o da una colossale ignoranza. È vero che la cultura finanziaria in Italia scarseggia ed è vero che il governo avrebbe potuto e forse dovuto informare i cittadini, ma in un caso come questo l’ignoranza non è né può essere una giustificazione.

Dirlo è quanto di più impopolare, lo dimostra il fatto che, senza distinzione tra maggioranza e opposizione, tutte, ma proprio tutte le forze politiche abbiano condiviso la scelta del governo di destinare parte del gettito ricavato dalla tassazione degli extra profitti delle banche al sostegno delle famiglie colpite dal rincaro dei mutui. Dirlo è impopolare, non c’è dubbio, ma l’onestà intellettuale impone di farlo: mettere a carico del contribuente, anche di quello che ha convertito per tempo il proprio mutuo pagandone il costo aggiuntivo, il sostegno di chi si è ostinato a contrarre muniti a tasso variabile non è un buon modo di spendere il denaro pubblico e di fare giustizia sociale. Un buon modo sarebbe aiutare i nostri connazionali messi in ginocchio sette anni fa dal terremoto, ma, chissà perché, di loro non si occupa più nessuno.

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Conti in ordine e mercato. Così Leonardo e Fincantieri scalano la classifica mondiale


Leonardo porta l’industria italiana ancora più in alto, nell’Olimpo delle eccellenze mondiali della Difesa. Nei giorni scorsi, la rinomata testata americana, Defense News, ha pubblicato la sua attesa lista annuale nella quale figurano le prime 100 compagn

Leonardo porta l’industria italiana ancora più in alto, nell’Olimpo delle eccellenze mondiali della Difesa. Nei giorni scorsi, la rinomata testata americana, Defense News, ha pubblicato la sua attesa lista annuale nella quale figurano le prime 100 compagnie nel settore della Difesa nel 2023. Tra i protagonisti di questa graduatoria, spiccano in particolare due colossi italiani: Leonardo e Fincantieri, che hanno dimostrato una notevole crescita rispetto allo scorso anno.

ECCELLENZA TRA LE ECCELLENZE

Leonardo si è infatti imposto all’undicesimo posto, guadagnandosi il titolo di prima azienda dell’Unione europea, salendo di un gradino rispetto alla classifica del 2022, quando il gruppo di Piazza Monte Grappa figurava al dodicesimo posto, mentre l’anno ancora prima, il 2021, l’azienda guidata da Roberto Cingolani, al timone di Leonardo dalla scorsa primavera, si era posizionata al tredicesimo posto. Una lenta ma inesorabile scalata, che ha permesso all’ex Finmeccanica di scavalcare altri giganti europei del calibro di Airbus, Thales e Hendsoldt, ma anche i temutissimi colossi cinesi, quali China Aerospace Science and Technology Corporation. Segno che l’industria italiana della Difesa non solo è viva e vegeta, ma decisamente competitiva.

Guardando più nel dettaglio alla speciale selezione di Defense News, al fine di determinare il posizionamento di un’azienda, sono stati considerati i dati richiesti direttamente alle aziende, dalle relazioni annuali e da ricerche ad hoc condotte da enti quali l’International institute for strategic studies (Iiss) o Oliver Wyman. Le informazioni estrapolate riguardano in particolare i ricavi annuali totali e i ricavi derivanti da contratti di Difesa, Intelligence, sicurezza interna e altri accordi di sicurezza nazionale.

L’IMPORTANZA DEI CONTI

Il riconoscimento arrivato da Defense News non poteva non tenere conto del buon andamento dell’azienda negli ultimi mesi. I conti presentati al mercato lo scorso mese, i primi recanti la firma dell’ex ministro dell’Ambiente, già manager di Leonardo prima di essere chiamato al governo da Mario Draghi, raccontano di un’azienda in piena crescita ed espansione.

Piazza Monte Grappa ha infatti chiuso il primo semestre 2023 con ricavi in rialzo del 6,4% anno su anno a 6,9 miliardi di euro e un Ebita di 430 milioni di euro (+5,7%), a fronte di un utile netto di 208 milioni di euro. Numeri che hanno permesso al gruppo di confermare le guidance per fine 2023. Non è finita. Gli altri numeri della semestrale evidenziano un miglioramento del flusso di cassa operativo, che resta negativo per 517 milioni di euro, ma segna un progresso del 46,3% rispetto al dato di -962 milioni di euro del 30 giugno 2022.

Ma è sugli ordini che c’è stato il vero sprint, segno di un credito crescente sul mercato. Il portafoglio ha infatti raggiunto quota 8,7 miliardi di euro (+21,4%), portando il monte ordini a quota 40 miliardi di euro con book to bill pari a 1,3. Quanto al risanamento in atto, l’indebitamento netto di gruppo è sceso del 24% a 3,6 miliardi di euro, grazie al minore assorbimento di cassa. E anche nel 2022 le cose erano andate piuttosto bene: lo scorso anno si è chiuso per Leonardo con un utile netto ordinario salito a 697 milioni (+18,7%), mentre il risultato netto vero e proprio ha registrato un incremento del 58,5% a 932 milioni di euro, a fronte di un ebitda cresciuto a quota 1,2 miliardi di euro (+ 15%).

IL PREMIO DEL MERCATO

Tutto questo non ha potuto che giovare al titolo in Borsa. I mercati, si sa, hanno la vista acuta. Dando una rapida all’andamento del titolo a a Piazza Affari, nell’ultimo mese la capitalizzazione del gruppo è cresciuta del 22%, arrivando a toccare i 13,4 euro ad azione. Solo lo scorso luglio Leonardo scambiava a poco meno di 11 euro ad azione, mentre al momento delle nomine, lo scorso aprile, l’ex Finmeccanica valeva in Borsa poco più di 10 euro ad azione. Di più. A certificare la crescita di Leonardo e il feeling con gli investitori, va detto che negli ultimi mesi il titolo ha guadagnato il 36%, mentre da inizio anno ad oggi il valore del gruppo sui listini è aumentato addirittura del 60%. Insomma, l’ascesa in classifica di Leonardo e Fincantieri, che tra il 2021 e il 2023 è passata dalla posizione 58 alla numero 48, guadagnando ben 10 gradini, non è dunque solo un trionfo individuale per le due aziende, ma invia anche un segnale positivo all’intero comparto industriale del nostro Paese.

IL SUCCESSO CON GLI ELICOTTERI

La narrazione non finisce qui. C’è un ultimo tassello da aggiungere, ovvero il ritorno del gruppo al centro del business degli elicotteri. Leonardo ha infatti recentemente rafforzato nuovamente la sua posizione di leadership nel mercato del trasporto elicotteristico privato con importanti risultati. Durante il salone Labace 2023, l’azienda di piazza Monte Grappa ha infatti annunciato nuovi contratti in America Latina, tra cui la partnership con Gruppomodena S.A. che è diventato distributore ufficiale per vari modelli di elicottero, inclusi AW119Kx, AW109, AW169 e AW139, in Uruguay e in Argentina.

Tale accordo comprende anche la firma di un contratto per due monomotori leggeri AW119Kx e tutti gli elicotteri saranno personalizzati con interni Vip per compiti di trasporto privato e corporate. A ciò si aggiunge la notizia che Leonardo investirà oltre 65 milioni di dollari, in collaborazione con Space Florida, per la realizzazione di una struttura avanzata di supporto post-vendita degli elicotteri, che includerà servizi di riparazione, revisione, collaudo, e un ampio magazzino di parti di ricambio, prevista per il completamento entro la fine del 2024. Motori avanti tutta.


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DeCretoni


Sulla tassazione del margine d’interesse, volgarizzato in “tassa sugli extraprofitti” o “tassa sulle banche”, è largamente probabile che sarà eccepita l’incostituzionalità. Un sistema fiscale funziona quando le regole sono chiare e stabili. Qui siamo di f

Sulla tassazione del margine d’interesse, volgarizzato in “tassa sugli extraprofitti” o “tassa sulle banche”, è largamente probabile che sarà eccepita l’incostituzionalità. Un sistema fiscale funziona quando le regole sono chiare e stabili. Qui siamo di fronte a un prelievo da una parte limitato a un anno e dall’altra retroattivo. Una specie di riassunto di cosa non si dovrebbe fare, tanto più che appena due mesi addietro il ministro dell’Economia lo aveva escluso.

Il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha detto che quel prelievo è una conseguenza delle scelte sbagliate della Bce che, a suo dire, non avrebbe dovuto alzare i tassi d’interesse. Ora – a parte che si vorrebbe sapere cosa mai si sarebbe dovuto fare per fermare l’inflazione oppure se si ritiene che quest’ultima sia un beneficio per lavoratori e consumatori – la tesi esposta si scontra direttamente con quanto sostenuto appena la settimana scorsa da Fabio Panetta, designato governatore della Banca d’Italia, il quale propone di fermare la salita dei tassi d’interesse ma di mantenerli ai livelli attuali a lungo, sicché la portata di un solo anno, decisa per la nuova tassa, è incongrua con il presunto obiettivo.

Inoltre ci si dimentica che appena ieri si reclamava il massiccio uso dei soldi dei contribuenti per ‘salvare’ le banche, mentre ora si racconta che si salveranno i contribuenti usando i soldi delle banche. E ci si dimentica che la crescita dei tassi d’interesse ha sì fatto crescere gli interessi generati dai prestiti a tasso variabile, ma ha anche fatto scendere il valore dei titoli del debito pubblico, di cui i bilanci delle banche sono pieni. Insomma: mentre la Bce mostra fiducia sulla buona condizione delle nostre banche, noi si pensa che tale salute sia troppa. Il che – a tacere della retroattività, che di suo è una violazione delle regole – si spera non porti sfortuna.

Né, infine, risulta corretto mettere le banche sullo stesso piano delle imprese energetiche, perché per queste seconde i profitti extra erano dati da un inatteso ed esagerato fenomeno di mercato, mentre il rialzo dei tassi è una decisione istituzionale per niente imprevista.

Quelli varati dal governo, nell’ultimo Consiglio dei ministri prima delle (loro) vacanze, sono degli insaccati legislativi. I Presidenti della Repubblica, uno dopo l’altro, provano a richiamare i governi, uno dopo l’altro, al rispetto del dettato costituzionale, quindi all’omogeneità dei decreti legge, sottolineando che gli insaccati finiscono con l’espropriare il Parlamento di un potere, quello legislativo, che dovrebbe detenere in esclusiva. Ma non c’è verso. Il vizio della prolissità e disomogeneità è talmente diffuso e ripetuto da essere divenuto l’illegittima normalità. Le ultime salsicce, però, hanno un gusto particolare. Fidando nel confondersi dei sapori ci sono anche misure, come quella sulle potenze emissive degli impianti radioelettrici 5G, cui gli odierni decretatori si erano ieri opposti strenuamente. Mentre al palato attento non giungerà come inatteso il nulla di fatto sui taxi. Chi liscia a lungo la bestia corporativa deve poi stare attento a che quella non gli morda la mano. Quindi scaricano tutto sui Comuni – come già era, del resto – ma lo mettono nell’insaccato legislativo per dire: una cosa l’abbiamo fatta.

Ora non resta che mettere l’insaccato sulla griglia delle vacanze agostane, levando così il tanto fumo dell’avere difeso i cittadini dalle mani adunche delle banche, ma restando l’arrosto del consegnarli a stabilimenti balneari che contribuiscono per un nulla al gettito fiscale per le concessioni e poco al giro d’affari (essendo vasta l’evasione), ma alzano eccome il prezzo dei servizi che vendono, protetti dall’assenza di concorrenza nel far meglio fruttare il suolo pubblico. Senza contare lo stuzzichino grigliato offerto a chi un taxi non lo trova a pagarlo, nel mentre con i suoi soldi lo si offre a chi si droga e si ubriaca in discoteca.

La Ragione

L'articolo DeCretoni proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Se la Cina arranca e l’India corre


Una nuova era della globalizzazione si sta aprendo, i segnali abbondano. La Cina vede ridimensionarsi il proprio ruolo di «fabbrica del mondo». Nuovi investimenti delle multinazionali privilegiano altri Paesi emergenti come l’India. Vi si aggiunge una par

Una nuova era della globalizzazione si sta aprendo, i segnali abbondano. La Cina vede ridimensionarsi il proprio ruolo di «fabbrica del mondo». Nuovi investimenti delle multinazionali privilegiano altri Paesi emergenti come l’India. Vi si aggiunge una parziale reindustrializzazione dell’Occidente, in particolare per le produzioni che ci servono nella transizione ecologica. In America un milione di posti di lavoro sono già «rimpatriati» dall’estero in due anni, per effetto delle politiche industriali di Biden. Con qualche ritardo, l’Europa segue: in futuro vogliamo avere il controllo di produzioni strategiche e quindi riportarle più vicine a casa nostra. Colpisce il divario tra questi segnali precursori di cambiamenti, e un dibattito italiano che li ignora. Il reddito di cittadinanza, comunque lo si voglia riformare, punta ad attenuare fenomeni di povertà pre-esistenti. Ma come evitare che i «figli dei poveri di oggi» siano costretti anche loro a vivere di assistenza in futuro? A quali mestieri dovremmo indirizzarli e formarli? Il Welfare non deve monopolizzare la nostra attenzione fino al punto di impedirci di preparare il futuro: dove tornerà attuale una vocazione industriale, anche se di tipo nuovo. Gli adattamenti in corso in America, Cina, India, Europa, sono collegati fra loro. L’economista americano Adam Posen lancia una metafora: secondo lui l’economia cinese soffre di «longCovid». È una sindrome che con il vero Coronavirus c’entra solo in parte, perché cominciò molto prima. Dal 2015 a oggi i consumi di beni durevoli (come le automobili) nella Repubblica Popolare si sono ridotti di un terzo. Per gli investimenti delle imprese la caduta è stata ancora più pesante, il loro livello odierno è inferiore di due terzi rispetto a dov’erano nel 2015. Nello stesso periodo la quota del risparmio delle famiglie cinesi in proporzione al Pil è cresciuta del 50%. Il declino si estende su un periodo di otto anni e quindi va ben oltre lo shock della pandemia, chiama in causa dei problemi antecedenti. Quei dati disegnano un quadro di sfiducia: le imprese non riprendono a investire se non in piccola parte, i consumatori non tornano a spendere come prima, invece accantonano risparmio per paura. Di che cosa hanno paura i cinesi? Di un ritorno allo statalismo che riduce la libertà d’iniziativa privata nella seconda economia mondiale. Il clima di sfiducia che cala sull’economia cinese ha altre concause. C’è l’iper-nazionalismo di Xi che genera ostilità verso gli investitori stranieri: la Repubblica Popolare del 2023 è meno accogliente per le imprese estere. C’è la crisi del settore immobiliare. C’è infine l’offensiva che viene da fuori, l’antagonismo degli Stati Uniti (i dazi di Trump dal 2017, poi l’embargo tecnologico di Biden su alcuni semiconduttori). Queste sono aggravanti. Il cambiamento fondamentale secondo Posen è il ritorno di un arbitrio da parte del regime comunista nelle sue interferenze su molte attività economiche. Lo conferma la recente propensione a leggi d’emergenza, in nome della sicurezza nazionale, che da un momento all’altro possono cambiare le condizioni dell’attività d’impresa. «Grazie» a Xi Jinping, l’India diventa una parziale alternativa. Da Apple a Tesla l’elenco delle multinazionali americane che costruiscono fabbriche in India si allunga. Nel corso degli ultimi otto anni la sua produzione elettronica è quasi quadruplicata. L’industria elettronica è proprio il settore su cui punta il premier Narendra Modi per la transizione «farm- to-factory» cioè dai campi alle fabbriche. Nei piani del governo di New Delhi il 60% dell’esodo di manodopera dall’agricoltura dovrebbe essere assorbito dall’elettronica. È un remake di quel che accadde in altri Paesi asiatici, dal Giappone alla Corea del Sud e da Taiwan alla stessa Repubblica Popolare cinese. Nel rimescolamento di ruoli che trasforma le frontiere della globalizzazione, l’Occidente viene coinvolto non solo per le strategie delle sue multinazionali. Prima la pandemia, poi la guerra inUcraina (e la complicità di Xi Jinping con Vladimir Putin) hanno iniettato nelle politiche economiche nuove considerazioni strategiche. Includono la transizione verso la sostenibilità. Non è accettabile una situazione in cui tutte le nostre batterie elettriche, pannelli solari e pale eoliche dipendono dal ben volere di un leader comunista a Pechino. La politica industriale di Biden ha accumulato ormai una potenza di fuoco che si avvicina ai mille miliardi, tanti sono gli aiuti pubblici infilati a vario titolo nelle pieghe di tutte le manovre legislative approvate dal Congresso negli ultimi due anni. L’Europa segue la strada tracciata dagliStati Uniti, un po’ in ordine sparso, ma già i sussidi messi in campo dalla Germania sono ragguardevoli. Reindustrializzare l’Occidente è una bella occasione di crescita se la sappiamo cogliere. L’Italia ha una robusta tradizione manifatturiera. Sta facendo il necessario per rafforzarla, cogliendo le nuove opportunità? Per facilitare il mestiere d’impresa l’elenco delle cose da fare è lungo e dovrebbe figurare al centro del discorso pubblico. Uno dei temi è adeguare la nostra forza lavoro. Il tipo di formazione che ricevono i ragazzi italiani si sta convertendo a questo nuovo modello di sviluppo, dove torneremo anche a progettare, fabbricare, installare cose che finora ci arrivavano su navi porta container da Shanghai? Si parla perfino — giustamente — di un ritorno dell’attività estrattiva, visto che minerali e terre rare per la transizione ecologica esistono anche nel nostro sottosuolo e il monopolio cinese è solo dovuto a scelte politiche. Vent’anni fa l’Italia arrivò impreparata allo shock che fu l’irruzione della Cina nell’economia globale. Oggi la sua parziale ritirata ci pone delle sfide nuove. A seguire il dibattito in corso sul reddito di cittadinanza — che avrebbe potuto svolgersi in termini identici in un’altra epoca — si ha l’impressione che siamo ancora una volta in ritardo.

Corriere della Sera

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De-risking e gallio, i rischi per la difesa e la sicurezza nazionale


Due metalli per semiconduttori, con un consumo globale complessivo stimato dall’industria di circa 800 tonnellate all’anno e con un crescente peso nelle tecnologie militari, digitali e green, sono entrati di prepotenza nella ‘guerra’ commerciale e tecnolo
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Due metalli per semiconduttori, con un consumo globale complessivo stimato dall’industria di circa 800 tonnellate all’anno e con un crescente peso nelle tecnologie militari, digitali e green, sono entrati di prepotenza nella ‘guerra’ commerciale e tecnologica tra Stati Uniti e Cina, mentre l’industria già si prepara per affrontare le potenziali implicazioni dei nuovi controlli sulle esportazioni imposti da Pechino.

A circa una settimana dall’entrata in vigore delle misure imposte dal ministero del Commercio cinese citando interessi di sicurezza nazionale, come si leggeva nella nota pubblicata circa un mese fa, è ancora poco chiaro quali saranno le reali conseguenze sui mercati globali. O cosa sia necessario per ottenere la licenza o comportare un divieto, secondo quanto annunciato dal Ministero. Tuttavia, i produttori cinesi dovranno fornire informazioni dettagliate sui clienti, per verificare quale ne sia l’utilizzo finale, se civile o militare. La Cina potrebbe quindi essere principalmente interessata a controllare i Paesi a cui vengono fornite queste materie prime.

La tempistica dell’annuncio, appena prima della visita in Cina del Segretario al Tesoro statunitense Janet Yellen e un giorno dopo l’annuncio di nuove limitazioni alle esportazioni di apparecchiature avanzate per la produzione di chip, ha portato alcuni operatori di mercato a concludere che la mossa della Cina fosse più simbolica che guidata da motivi pratici. In realtà, la legislazione che introduce restrizioni per le esportazioni di materiali o tecnologie ritenute strategiche o ‘sensibili’ è in vigore da tempo, introdotta nell’ottobre 2020, ma la natura e l’entrata in vigore della misura hanno creato un’enorme incertezza. Più evidente è il controllo della Cina di questo materiale critico, che rischia di creare una vulnerabilità per le supply chain di un numero considerevole di applicazioni e tecnologie.

UN MATERIALE RIVOLUZIONARIO…

Il gallio, così come il germanio, hanno una lunga storia che inizia nell’industria dei semiconduttori. Il primo chip per computer al mondo è stato realizzato nel 1958 con il germanio, anche se è stato rapidamente soppiantato dal silicio, molto più economico e abbondante. Più recentemente, il gallio è stato il primo metallo ad essere adottato su larga scala, sotto forma di arseniuro di gallio (GaAs) e nitruro di gallio (GaN), in una nuova classe di materiali in rapida evoluzione chiamata compaund semiconductors. Ad oggi, il silicio rimane il principale materiale per fabbricare i microchip, con la produzione di wafer al silicio concentrata in Giappone. Ma la scienza dei materiali ha fatto passi da gigante. Oggi il gallio è cruciale per una serie di applicazioni high-tech, dai cavi in fibra ottica alle stazioni per le telecomunicazioni 5G, dalle rilevatori termini ai laser, dai LED ai pannelli solari per satelliti e al controllo dei sistemi di power management per batterie e motori dei veicoli elettrici (EV).

Questa nuova generazione di materiali offre intervalli energetici (band gap nel lessico dell’ingegneria elettronica) più ampi rispetto al silicio per reggere la potenza e le frequenze necessarie nelle applicazioni di amplificazione. Il GaN è anche più efficiente dal punto di vista energetico rispetto al silicio, potendo gestire più tensioni in un’area più piccola. Il gallio, un metallo morbido e bluastro, non compare diffusamente a livello geologico, in quanto viene recuperato come sottoprodotto dell’alluminio dalla lavorazione bauxite, ad un livello di concentrazione molto basso (circa 50 parti per milione). Vi sono alcuni giacimenti di zinco che contengono importanti concentrazioni di gallio, che potrebbero offrire una valida alternativa per diversificare l’attuale fornitura del metallo.

Un recente brief report del Center for Strategic and International Studies (CSIS), think tank di Washington, ricostruisce alcuni importanti dettagli nella storia scientifica e industriale intorno al gallio. Le straordinarie proprietà chimico-fisiche siano state scoperte negli Stati Uniti e con il tempo perfezionate nelle applicazioni end-use dal Defense Advanced Research Project Agency (DARPA) sin dalla fine degli anni 70’. Lo sviluppo dell’arsenuro di gallio è stato al centro della leadership americana nello sviluppo del sistema GPS, dei missili teleguidati e dei radar più avanzati. Anche il nitruro di gallio è stato lanciato, attraverso la ricerca applicata del DARPA, per lo sviluppo di radar ancora più sofisticati. Nel 2019, Raytheon si è assicurata un contratto dal Pentagono da oltre 380 milioni di dollari per lo sviluppo di chip al nitruro di gallio per i missili Patriot dello US Army. Nel 2022 è seguito un contratto da 3,2 miliardi di dollari per equipaggiare fino a 31 navi con radar AN/SPY-6 alimentati a GaN, tra cui i nuovi cacciatorpediniere Arleigh Burke classe Flight III, le portaerei e le navi anfibie della Marina.

Come anticipato, come per il 5G e gli EV, l’importanza del gallio è destinata a crescere. Quasi l’80% del gallio consumato nel mondo è sotto forma di wafer di GaN, GaAs e fosfuro di gallio (GaP), utilizzati principalmente nei semiconduttori e nelle apparecchiature di telecomunicazione. Mentre i continui progressi nella produzione di chip spingono i limiti della legge di Moore, gli esperti del settore considerano i composti di gallio una alternativa per spingere ancora oltre l’avanzamento dell’elettronica miniaturizzata. Questi trend di mercato e tecnologici dovrebbero portare a una crescita annua del 25% del mercato globale dei chip GaN fino al 2030 e si stima, come riporta il CSIS, che le applicazioni per la difesa rappresenteranno circa la metà di questo aumento. Negli USA attualmente vi sono importanti produttori come Wolfspeed e ONsemi, mentre in Europa la tedesca Infineon e l’olandese NXP già sviluppano e producono chip al nitruro di gallio. Seppur queste aziende guardino al mercato civile (automotive e telecomunicazioni), il crescente peso del nitruro di gallio per le tecnologie militari rende la supply chain particolarmente esposta, a sottolineare il valore strategico del gallio per la modernizzazione militare degli Stati Uniti e degli alleati vis-a-vis con Pechino.

CONTROLLATO DALLA CINA…

Secondo i dati dello US Geological Survey, che classifica il gallio come critico sin dal 2018, al 2022 la Cina produceva il 98% del gallio allo stato puro, principalmente come sottoprodotto dell’alluminio. La storia della presa di Pechino su questo materiale strategico segue, infatti, la progressiva delocalizzazione dell’industria siderurgia ed estrattiva che ha consegnato, in un pattern simile, nelle mani di Pechino anche l’estrazione e raffinazione delle terre rare fino alla produzione di magneti permanenti al neodimio (altro punto critico per la base industriale della difesa americana). Grazie a ingenti sussidi governativi e incentivi fiscali, la Cina ha decuplicato la produzione di alluminio (da 4,2 a 40,2 milioni di tonnellate) tra il 2000 e il 2022. Oggi le industrie cinesi, tra cui Chinalco (azienda a controllo statale) forniscono circa il 59% dell’alluminio mondiale.

Table 1 | Analisi del rischio di approvvigionamento delle materie prime. Fonte: CSIS su studio elaborato dallo US Geological Survey.

Avendo conquistato il settore dell’alluminio, la Cina ha così potuto gettare la base per assorbire la produzione globale di gallio. Come? Attraverso l’implementazione, da parte del governo centrale, di una rigorosa politica industriale. I risultati sono evidenti: dal 2005 al 2015 la produzione cinese di gallio è esplosa da 22 tonnellate metriche a 444 tonnellate metriche. La rapida ascesa della Cina nel settore ha creato un eccesso di offerta nel mercato globale, innescando gravi fluttuazioni nei prezzi del gallio per gran parte degli anni 10’ del XXI secolo. Di conseguenza, i principali fornitori nel Regno Unito, Germania, Ungheria e Kazakistan sono stati costretti a chiudere la produzione.

La dimensione relativa di questo mercato non deve ingannare: secondo una stima dello USGS, un’interruzione del 30% delle forniture di gallio potrebbe causare un calo di 602 miliardi di dollari nella produzione economica degli Stati Uniti, pari al 2,1% del prodotto interno lordo. Un leverage economico notevolissimo, senza contare le ricadute sulla sicurezza nazionale qualora si verificassero interruzioni delle forniture per l’industria della difesa. Tra il 2018 e il 2021, gli USA hanno importato gallio metallico per un valore medio di 5 milioni di dollari e wafer all’arsenuro di gallio per 220 milioni di dollari. Cifre che giustificano la convenienza economica delle importazioni, ma non il loro valore strategico: il 53% proveniva dalla Cina, seguita da Giappone (16%), Germania (13%), Ucraina (5%) e altri paesi (16%) secondo i dati della US Critical Mineral Association.

Ma come accaduto per altri minerali e metalli critici, nel giro di un decennio la dipendenza è passata a stadi a maggior valor aggiunto dal momento che il governo cinese ha deciso di investire nel settore, e in piccole-medie imprese innovative, per abilitare il suo sviluppo tecnologico. Per raggiungere questo obiettivo, Pechino sta sostenendo attivamente le aziende cinesi nel superare gli Stati Uniti e i loro alleati per diventare leader mondiale nella produzione di semiconduttori a base di gallio. Il 14° Piano quinquennale, il principale programma economico nazionale cinese pubblicato nel 2021, identifica i semiconduttori ad ampio bandgapin particolare il GaN un altro composto, il carburo di silicio – come un’area chiave.

L’obiettivo: saltare, a piè pari, il vantaggio tecnologico occidentale basato sulla manifattura di chip basati sul silicio, facendo leva sulle nuove applicazioni (strategiche) del gallio. Un mercato relativamente recente, ma destinato come evidenziato pocanzi a maturare molto velocemente, come per gli EV. Chi riuscirà a costruire vantaggi competitivi, se ne aggiudicherà una buona fetta. L’industria dei veicoli elettrici ha bisogno di gallio metallico da aggiungere ai magneti di terre rare al neodimio ad alte prestazioni nei motori. La domanda è in crescita e, secondo le stime dell’industria, si aggira attualmente intorno alle 130 tonnellate annue. La Cina ne ricava la maggior parte per la sua industria dei magneti, mentre il Giappone ne consuma circa 30 t/a.

“Man mano che l’industria dei semiconduttori passa dal silicio al gallio, la Cina si sta preparando a ad assumere la posizione di leader”, le parole di Hao Xiaopeng dello State Key Laboratory of Crystal Materials.

E LE POSSIBILI CONTROMISURE…

Come riporta il CSIS, lo sforzo della Cina di controllare il mercato è stato multidimensionale, compresi spionaggio e acquisizioni strategiche. Proprio per la criticità del gallio, le autorità statunitensi sono intervenute più volte per tutelare aziende americane ed europee: nel 2010 una giuria federale del Massachusetts aveva condannato due cittadini cinesi per aver esportato illegalmente componenti elettronici vietati per l’esportazione e contenenti tecnologia GaAs a enti militari in Cina. Nel 2015 il Comitato per gli investimenti esteri negli Stati Uniti (CFIUS) ha bloccato un’offerta di 2,9 miliardi di dollari da parte di investitori cinesi per la filiale di componenti LED di Philips. Il CFIUS ha citato, a motivazione del suo giudizio negativo, che la Cina ricercasse tecnologia GaN dell’azienda per scopi militari. Sempre il CFIUS ha interdetto un’offerta di 713 milioni di dollari da parte di un’azienda cinese per la filiale statunitense del produttore tedesco di chip GaN Axitron, citando le minacce alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Nel 2018 il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha incriminato due persone per aver sottratto tecnologie riservate a Wolfspeed (e uno dei principali fornitori dell’esercito americano) e destinate a due dei principali centri di sviluppo radar dell’Esercito di Liberazione della Cina (PLA).

Il governo statunitense ha imposto tariffe sulle importazioni di gallio cinese e di molti altri metalli e composti all’inizio della guerra commerciale e tecnologica tra Stati Uniti e Cina nel 2018. Anche i prodotti chimici e gli ossidi di germanio erano soggetti alle tariffe, inizialmente imposte al 10% e successivamente sono salite al 25%. Sebbene l’obiettivo fosse quello di “creare condizioni di parità”, gli industriali si sono lamentati del fatto che le tariffe hanno aumentato gli oneri per i produttori statunitensi, ma non hanno incrementato l’offerta di metalli e materiali critici.

Come per altri materiali critici, come lito e grafite su cui gli USA, tramite gli incentivi federali dell’Inflation Reduction Act (IRA) cercano di aumentare la produzione domestica, non esistono soluzioni rapide e indolori per diversificare l’offerta e attuare una strategia di de-risking dalla Cina. Il gallio, così come il germanio, viene attivamente riciclato negli Stati Uniti e in Europa. Tra i fornitori figurano l’azienda canadese Neo Performance Materials, la statunitense Indium e la belga Umicore. Pochi giorni dopo l’annuncio delle autorità cinesi sui futuri export controls, i vertici della Commissione europea hanno contattato Mytilineos Energy & Metals, un produttore greco di alluminio, per valutare la possibilità di produrre gallio come sottoprodotto della sua raffineria che trasforma la bauxite in alluminio. L’Europa importa circa il 70% del suo fabbisogno interno dalla Cina.

Tra le soluzioni elecante dal CSIS, vi sono il ricorso al Defense Production Act (DPA) già invocato dall’amministrazione Trump e i seguito da quella Biden per incentivare la produzione di materiali strategici, la collaborazione con i partner oltreoceano come l’Australia, che possiede significative riserve di bauxite, incentivare il riciclo, lo stoccaggio e una maggiore trasparenza nei flussi e nei dati di mercato, lungo tutta la catena del valore. Sforzi necessari, ma che rimarranno complessi per la natura ristretta del mercato, vista da molti operatori come una barriera all’ingresso di fronte allo strapotere cinese.


formiche.net/2023/08/de-riskin…

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Oggi tratto la vicenda che riguarda il ministro Crosetto. Da quanto emerge, il problema non sono le norme sui controlli, che qualcuno vorrebbe eliminare, ma una carenza di procedure interne sulle modalità di svolgimento dei controlli stessi.

editorialedomani.it/fatti/doss…

Taxi, una riforma a metà


Mentre turisti e cittadini girano in cerca di un taxi per le città bollenti come l’anima vagula e blandula cantata dall’imperatore Adriano, a rischio di diventare pallidula, rigida, nudula, nella defatigante attesa di trovarne uno, oggi il governo dovreb

Mentre turisti e cittadini girano in cerca di un taxi per le città bollenti come l’anima vagula e blandula cantata dall’imperatore Adriano, a rischio di diventare pallidula, rigida, nudula, nella defatigante attesa di trovarne uno, oggi il governo dovrebbe emanare un decreto per risolvere in modo categorico e definitivo per tutti il problema dei taxi. Da quel che si apprende, si procederà su due piani: la possibilità per alcuni Comuni di aumentare fino a un massimo del 20% le licenze taxi e come ciliegina l’accordo, patrocinato dal ministero delle Infrastrutture, tra associazioni di discoteche e cooperative taxi per offrire un passaggio gratuito a casa quando la notte si supera il tasso etilico consentito dalla legge per guidare l’automobile. Partiamo dal punto importante vale a dire la riforma dei taxi. L’aumento delle licenze avverrebbe attraverso concorsi
straordinari indetti solo da alcuni grandi Comuni per gli attuali licenziatari, i loro sostituti alla guida e chi è in possesso dei requisiti necessari e si affaccerebbe per la prima volta al mestiere, con preferenza di assegnazione alle prime due categorie; i proventi del “contributo” per le nuove licenze verrebbe poi versato ai tassisti odierni per ristorarli della maggior concorrenza. I Comuni potrebbero poi aggiungere licenze temporanee in caso di grandi eventi, come il Giubileo a Roma o le Olimpiadi a Milano, ma riservate solo a chi ha già la licenza (che evidentemente poi subaffitterà quella temporanea). Infine, ci sarebbe il via libera alla doppia guida, in modo tale che grazie a una sola licenza possano guidare due conducenti in orari diversi, meccanismo già in vigore in alcune città ma che non ha avuto grande successo (forse per alcune limitazioni a esso attaccate). Infine, il governo prevede ulteriori incentivi fiscali per l’acquisto di veicoli non inquinanti: un sussidio non si nega mai. Che dire? Piuttosto di niente meglio piuttosto. Quindi, la doppia guida senza troppi lacciuoli qualche autovettura in più per le strade dovrebbe portarla. Ma limitare il numero di licenze a concorso al 20% in più rispetto ad ora e solo per alcune città non ha molto senso, vista la domanda che si è creata rispetto al servizio disponibile. Inoltre, se i Comuni potranno ma non dovranno bandire nuove licenze – permanenti o temporanee -, rischiano di rimanere in ostaggio della categoria e delle sue proteste, esattamente come ora. Né nulla si preannuncia sulla liberalizzazione dei servizi per gli Ncc (auto a noleggio), flessibilità delle tariffe, piattaforme informatiche. Eppure, la scarsezza di autovetture danneggia i consumatori – incluse le persone più fragili – e l’economia che, a causa della mancanza di offerta, perde Pil potenziale. L’Autorità antitrust (Agcm), che ha aperto l’ennesima indagine per accertare eventuali pratiche restrittive, già da anni ha individuato varie soluzioni per aprire il mercato. Infatti, nel parere del 2017, pur affermando che “non esiste alcun diritto acquisito a una eventuale compensazione nei confronti degli attuali possessori di licenza” (giusto!), l’Agcm si dichiarò “consapevole che la possibilità di successo delle riforme in senso pro-concorrenziale sono strettamente legate all’adozione di misure idonee a limitare quanto più possibile l’impatto sociale dell’apertura del mercato”. Tre furono le proposte: 1) l’assegnazione a ogni tassista di una licenza supplementare con obbligo di rivendita sul mercato; 2) la vendita dello stesso numero di licenze da parte dei comuni con assegnazione del ricavato agli attuali licenziatari; 3) prevedere due tipologie di operatori, quelli gravati da obblighi di servizio pubblico (i tassisti) e quelli liberi (tipoUber), con i secondi che compensano i primi per il privilegio. Un gruppo di deputati (primi firmatari Marattin e Pastorella) ha presentato un ddl ispirato alla prima soluzione (quindi senza oneri per i contribuenti) più altre liberalizzazioni tariffarie, per le piattaforme e per gli Ncc. È la soluzione più semplice e immediata ancorché non perfetta. Tuttavia, quello che bisogna evitare è un’ulteriore falsa riforma che ci lasci più o meno al punto di partenza. Oppure qualche bizzarro esperimento che inciti tutti a uscire un po’ brilli dalla discoteca per scroccare un passaggio in taxi a carico del contribuente (escluso – giustamente – che conducenti o gestori della discoteca ci perdano soldi). Un decreto Mojito in piena regola per confermare che il nostro Paese è il più buffo del mondo.

La Stampa

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Collaborazione aerea più stretta tra Roma e Tokyo. Al via l’esercitazione nell’Indo Pacifico


Italia e Giappone insieme nei cieli dell’Indo-Pacifico. I velivoli dell’Aeronautica militare italiana sono infatti atterrati in Giappone, pronti a cimentarsi nell’esercitazione congiunta con la Japan air self-defense force (Jasdf), che prenderà il via in

Italia e Giappone insieme nei cieli dell’Indo-Pacifico. I velivoli dell’Aeronautica militare italiana sono infatti atterrati in Giappone, pronti a cimentarsi nell’esercitazione congiunta con la Japan air self-defense force (Jasdf), che prenderà il via in questi giorni nell’ambito della cooperazione Italia-Giappone. Ad accoglierli all’arrivo alla base aerea giapponese di Komatsu, in segno di amicizia, vi era un velivolo F-15 con la livrea celebrativa del centenario dell’Arma azzurra. L’esercitazione permetterà alle due Forze aeree di addestrarsi insieme su diverse attività in scenari operativi, accrescendo così le reciproche competenze in termini di interoperabilità e di capacità operativa e testando la capacità di expeditionary del nostro Paese nell’operare anche in contesti lontani dai confini nazionali. L’Italia ha infatti portato nel Paese del Sol levante velivoli dalle caratteristiche di impiego molto diverse tra loro, tra cui: tre caccia F-35 provenienti dal 32° Stormo di Amendola e uno dal 6° Stormo di Ghedi, tre KC-767° di cui due in versione tanker, il nuovo Conformal airborne early warning (Caew) G-550 e i velivoli da trasporto tattico C-130J in assetto Sar. La collaborazione stretta tra Roma e Tokyo comprende inoltre la formazione dei piloti presso l’International flight training school (Ifts) a Decimomannu e la partecipazione al progetto Global combat air programme (Gcap) per il caccia di nuova generazione.

Lo schieramento

Gli aerei militari italiani sono partiti il 30 luglio dalle basi di Pratica di Mare, Amendola e Pisa, per poi fare scalo a Doha (Qatar), Malé (Maldive) e Singapore, dove hanno dovuto attendere due giorni che il tifone Khanun perdesse forza e rendesse nuovamente agibili i cieli del Mar Cinese Orientale, permettendo così l’atterraggio finale alla base di Komatsu, nella prefettura di Ishikawa. Lo rischieramento di velivoli così diversi a oltre 10mila chilometri dai confini nazionali, è stata un banco di prova per l’Aeronautica di competenze avanzate di comando e controllo, oltre che una dimostrazione concreta della varietà di assetti che compongono la spina dorsale del potere aerospaziale nazionale. “Oggi è un giorno importante e simbolico per l’aviazione italiana e giapponese” ha commentato l’arrivo dei velivoli il Mission commander del rischieramento in Giappone, Luca Crovatti, riferendosi al raid Roma-Tokyo del 1920. “All’epoca, due coraggiosi piloti italiani arrivarono in Giappone dopo tre mesi di viaggio a bordo di semplici biplani. Quest’anno, nel centenario dell’Aeronautica militare, abbiamo replicato questo viaggio con assetti tra i più avanzati al mondo”. Il colonnello Crovatti ha poi spiegato come si svolgeranno le esercitazioni: “Nei prossimi giorni, i nostri piloti, operatori di volo e tecnici si addestreranno insieme ai colleghi giapponesi della Kōkū Jieitai, per condividere tecniche, obiettivi addestrativi e procedure operative”.

Collaborazione italo-giapponese

A fine giugno, tra l’altro, si sono incontrati a Palazzo Aeronautica a Roma i ministri della Difesa dei Paesi Gcap. Presenti per l’Italia Guido Crosetto, ministro della Difesa, per il Regno Unito Ben Wallace, segretario alla Difesa, e per il Giappone Atsuo Suzuki, viceministro della Difesa. L’incontro si è svolto in un clima positivo, e ha permesso di compiere passi in avanti verso la costituzione del consorzio alla base del Gcap. Il vertice è seguito a quello avvenuto a marzo in Giappone, quando Crosetto e Wallace incontrarono il ministro Yasukazu Hamada per discutere i prossimi passi verso lo sviluppo congiunto del Gcap, a margine del Dsei Japan, la principale manifestazione dedicata al settore della Difesa integrato giapponese. Una nuova riunione a tre potrebbe tenersi entro l’autunno. E, se la rotazione venisse rispettata, si dovrebbe tenere su suolo britannico, con la presenza del viceministro Suzuki.

Il Gcap

Il progetto del Global combat air programme prevede lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo integrato, nel quale la piattaforma principale, l’aereo più propriamente inteso, provvisto di pilota umano, è al centro di una rete di velivoli a pilotaggio remoto con ruoli e compiti diversi, dalla ricognizione, al sostegno al combattimento, controllati dal nodo centrale e inseriti in un ecosistema capace di moltiplicare l’efficacia del sistema stesso. L’intero pacchetto capacitivo è poi inserito all’intero nella dimensione all-domain, in grado cioè di comunicare efficacemente e in tempo reale con gli altri dispositivi militari di terra, mare, aria, spazio e cyber. Questa integrazione consentirà al Tempest di essere fin dalla sua concezione progettato per coordinarsi con tutti gli altri assetti militari schierabili, consentendo ai decisori di possedere un’immagine completa e costantemente aggiornata dell’area di operazioni, con un effetto moltiplicatore delle capacità di analisi dello scenario e sulle opzioni decisionali in risposta al mutare degli eventi.

Il programma congiunto

L’avvio del programma risale a dicembre del 2022, quando i governi di Roma, Londra e Tokyo hanno concordato di sviluppare insieme una piattaforma di combattimento aerea di nuova generazione entro il 2035. Nella nota comune, i capi del governo dei tre Paesi sottolinearono in particolare il rispettivo impegno a sostenere l’ordine internazionale libero e aperto basato sulle regole, a difesa della democrazia, per cui è necessario istituire “forti partenariati di difesa e di sicurezza, sostenuti e rafforzati da una capacità di deterrenza credibile”. Grazie al progetto, Roma, Londra e Tokyo puntano ad accelerare le proprie capacità militari avanzate e il vantaggio tecnologico. Ad aprile, tra l’altro, l’Italia ha lanciato la Gcap acceleration initiative per accelerare lo sviluppo di tecnologie relative al Global combat air programme. Destinata a aziende e centri di ricerca, lo scopo dell’iniziativa è raccogliere le migliori proposte volte per la piattaforma Gcap per lavorare insieme a soluzioni innovative che possano essere applicate nel processo di maturazione tecnologica.

Le altre esercitazioni del Giappone

L’esercitazione italiana segue quella in corso sempre in Giappone tra Parigi e Tokyo, la prima tra jet di combattimento tra i due Paesi. La Forza di autodifesa aerea giapponese partecipa con tre caccia F-15 e due F-2, un aereo da trasporto KC-767 e un aereo da trasporto C-2, mentre la Forza aerea e spaziale francese schiera due caccia Dassault Rafale, un aereo da trasporto Airbus A330 Multi-Role Tanker e un aereo da trasporto Airbus A400M, oltre a un contingente di circa 120 militari. L’iniziativa dimostra soprattutto il forte impegno della Francia ad espandere la propria presenza nell’Indo-Pacifico. L’ambito aereo dell’esercitazione franco-giapponese è anche significativo, dal momento che Tokyo fa parte del programma per il caccia di sesta generazione con Italia e Uk Gcap, parallelo (e concorrente) a quello franco-tedesco Fcas. Il ministero della Difesa giapponese ha spiegato che la manovra ha l’obiettivo di “approfondire la cooperazione bilaterale nel campo della difesa a beneficio di un Indo-Pacifico libero e aperto”.

[Foto: Aeronautica militare]


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La situazione sul campo ucraino, tra controffensiva e tensioni al Cremlino. Il punto di Jean


Molti speravano che la tanto annunciata controffensiva ucraina ripetesse i successi che aveva avuto quella dello scorso settembre nell’area di Kharkiv, con penetrazioni profonde nelle difese russe. Anche prima dell’ammutinamento della Wagner, gli ucraini

Molti speravano che la tanto annunciata controffensiva ucraina ripetesse i successi che aveva avuto quella dello scorso settembre nell’area di Kharkiv, con penetrazioni profonde nelle difese russe. Anche prima dell’ammutinamento della Wagner, gli ucraini e i loro sostenitori erano consapevoli della crisi esistente nel vertice politico-militare russo. Lo stesso Putin sembrava incerto e demotivato. Non riusciva a far smettere gli insulti e le pesanti accuse di inefficienza e tradimento rivolte da Prigozhin al Ministro della difesa Shoigu e al Capo di Stato Maggiore Generale (SMG) Gerasimov.

Esse non si erano ancora estese alla critica distruttiva della “narrativa” usata da Putin per giustificare l’aggressione all’Ucraina e che tanto eco trovano in quelli che l’Economist denomina “gli utili idioti putiniani”, numerosi anche in Italia (genocidio dei russofoni da parte di Kiev, minaccia della Nato, inesistenza dell’Ucraina come nazione e sua “scippo” da parte di di nazisti e, secondo Kirill, anche di gay, e così via).

Tutto ciò faceva pensare che una sconfitta anche solo tattica facesse esplodere la crisi e inducesse il Cremlino a trattare. Una completa sconfitta era giudicata impossibile, eccetto nella propaganda di Kiev. Zelensky la propagandava anche perché la riteneva essenziale anche per mantenere unita la coalizione occidentale che lo sostiene. Elemento essenziale era la speranza di una rivolta dei militari russi, unica forza in grado di spodestare Putin dal Cremlino.

Manca in Russia un organismo, come era il Politburo nell’Urss, in grado di sfiduciare un presidente, come accadde a Kruscev due anni dopo la crisi dei missili di Cuba. Finchè Putin rimarrà al potere, qualsiasi accordo è impossibile. Non sono in gioco solo l’obiettivo di trasformare la Russia in una grande potenza globale, ma anche la sua sopravvivenza politica e forse anche fisica. Stranamente, non è stata mai dedicata molta attenzione ai rapporti civili-militari in Russia.

Tensioni fra il Cremlino e la “casta” degli ufficiali sono iniziate una ventina di anni fa e erano esplose quando nel 2001, per la prima volta nella storia russa, la carica ministro della difesa divenuto Sergei Ivanov, non proveniente dal mondo militare, ma ex-capo dell’Fsb e facente parte del “cerchio magico” che aveva seguito Putin da San Pietroburgo a Mosca. La frase pronunciata da Putin in tale occasione (“con la nomina di Ivanov, è iniziata la smilitarizzazione della società russa”) è indicativa delle tensioni esistenti fra le FF.AA. e i Servizi d’intelligence). Si trattava dell’atto conclusivo di un processo iniziatosi con il ritiro dell’Armata Rossa dall’Europa centrorientale e baltica. Finì allora l’autonomia, di tipo prussiano, della casta degli ufficiali. Nell’Urss, come nell’impero zarista, era “pagata” con l’astensione dalla politica dei militari e con cospicui loro privilegi economici e statutari. Ora vedevano minacciato il loro status.

La drastica ristrutturazione delle FF.AA. fu imposta dal 2007 dal secondo ministro civile della difesa – Anatoly Serdyukov – appartenente anch’esso al “cerchio magico” sanpietroburghese. Al Ministero si verificarono vere e baruffe, con dimissioni del Capo di SMG. La situazione era divenuta tanto insostenibile che Serdyukov dovette essere sostituito da Sergei Shoigu nel 2012, con il mandato di attenuare gli attriti fra Putin e i militari. La frattura però rimase. Si estese al corpo degli ufficiali, rompendone la tradizionale unità. Si crearono lotte per il potere e pesanti faide fra le varie “cordate”.

Ad esempio il gen. Surovikin, scomparso dopo l’ammutinamento della Wagner e ideatore della linea fortificata che ha arrestato la controffensiva ucraina, e il popolare gen. Popov, comandante della 58^ Armata, destituito brutalmente, appartenevano al gruppo dei riformisti di Serdyukov. Sono stati loro a far fallire la controffensiva ucraina e a indurre Kiev a mutarne strategia, dopo i primi baldanzosi e sanguinosi assalti di giugno con mezzi corazzati alle linee fortificate russe. Gli ucraini subirono allora enormi perdite, persero molti soldati e un quinto dei carri e mezzi corazzati ricevuti dall’Occidente, rioccupando solo una minima parte dei territori perduti.

Come Putin anche Zelensky è prigioniero dei propri slogan, non tanto per il morale delle proprie truppe e popolazione, che dimostrano un’incredibile tenuta, quanto per mantenere unita la coalizione che lo sostiene, resa vulnerabile dalla contestazione dei governi che sostengono l’Ucraina. Soprattutto in Europa, molti continuano a credere alla possibilità di compromesso con Putin, che non consista in una resa all’Ucraina e che una vittoria russa possa placare – e non invece stimolare, come credo – gli “appetiti imperiali” di Mosca.

Come quelli di Putin, gli obiettivi di Zelensky non sono mutati: raggiungere il Mar d’Azov e rompere il “ponte terrestre” fra la Russia e la Crimea, da tenere sotto la minaccia delle artiglierie ucraine, rendendone a Mosca troppo onerosa l’annessione. L’odio suscitato dalla brutalità e dai bombardamenti russi sulla popolazione e le infrastrutture ucraine rendono improbabile una riduzione degli obiettivi politici di Zelensky: la rioccupazione di tutto il territorio ucraino del 1991 e la subordinazione di qualsiasi accordo con Mosca a serie garanzie di sicurezza. Lo si voglia o no, ciò implica un coinvolgimento della Nato, che un nuovo governo russo potrebbe accettare solo in cambio di garanzie di sicurezza per la Russia, in pratica con l’impegno della Cina. È su questi che occorrerebbe puntare, offrendo a un nuovo governo russo condizioni accettabili. La richiesta alleata di resa incondizionata rese impossibile una tempestiva rivolta dei generali tedeschi contro Hitler.

Il punto centrale del dibattito sugli aiuti da dare all’Ucraina consiste nell’alternativa fra il fornirle un consistente numero di carri Abrams e F-16, oppure nel darle nuovi mezzi di fuoco terrestre in profondità, nella cui utilizzazione strategica gli ucraini si sono dimostrati molto capaci, come lo sono nell’impiego di drones terrestri e navali, con consistenti effetti più psicologici che militari sui russi. Questi ultimi sono meno resilienti alla minaccia. Non lottano per la sopravvivenza della loro patria come gli ucraini.

La consegna da parte Usa di nuovi e più potenti mezzi di fuoco potrebbe invece aumentare di molto le capacità d’attrito degli ucraini e, in particolare, provocare il collasso logistico delle forze russe. La superiorità ucraina nel fuoco in profondità è diminuita rispetto al passato, perché i missili terrestri disponibili – in particolare quelli dei lanciarazzi multipli Himars (gittata 84 km) – sono a guida Gps, intercettabili e resi imprecisi dalle rinnovate capacità russe di guerra elettronica. I nuovi mezzi che dovrebbero essere dati massicciamente a Kiev sono i Glsdb (Ground Based Small Diameter Bombs), con capacità di lanciare a 150 km una bomba da 113 kg; e l’Atacms (Army Tactical Missile System), con bomba di 227 kg e gittata di 300 Km. Entrambi sono a guida inerziale, non intercettabili dai russi.

Già ora le forze russe denunciano una carenza di munizioni, anche perché i loro depositi, come quelli di carburante, sono gli obiettivi privilegiati delle azioni di fuoco ucraine. L’arrivo dei nuovi mezzi, potrebbe mettere in grave crisi le forze russe, determinando l’“evento” per una rivolta militare armi sta aumentando la centralità della “guerra dei droni”. A parer mio, carri e cacciabombardieri non possono far molto per superare i 30 km di profondità che hanno le linee fortificate russe. Kiev deve accettare il fatto che il blitzkrieg della controffensiva non è possibile, anche perché le perdite dei suoi cittadini-soldati, necessari per la ricostruzione, sarebbero troppo rilevanti.

A parte tutto, gli Abrams hanno un motore a turbina, per la cui manutenzione è necessario personale altamente specializzato. Gli F-16, a parte le efficienti difese controaeree russe, sarebbero vulnerabili alla contro-aviazione russa e non disponibili prima della fine del 2023. A nulla servirebbe una nuova mobilitazione. L’aumento dell’età di leva da 27 a 30 anni non è stato fatto per aumentare gli effettivi militari, ma per evitare che i figli della borghesia, con la scusa di studi e di attività lavorative indispensabili, sfuggano al servizio militare. La Russia non potrebbe addestrare, armare e rifornire i 5 milioni di soldati di cui taluni hanno favoleggiato.


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Il taglio dei parlamentari ha compromesso il Parlamento, la demagogia mina la democrazia


La demagogia è il peggior nemico della democrazia. Due esempi. Il taglio lineare e demagogico della rappresentanza parlamentare ha reso quasi ingovernabili la Camera e soprattutto il Senato. I parlamentari sono pochi, gli incarichi troppi. Gli eletti rimb

La demagogia è il peggior nemico della democrazia. Due esempi. Il taglio lineare e demagogico della rappresentanza parlamentare ha reso quasi ingovernabili la Camera e soprattutto il Senato. I parlamentari sono pochi, gli incarichi troppi. Gli eletti rimbalzano, dunque, da una commissione parlamentare all’altra e dalle commissioni all’aula senza avere né il tempo né il modo di studiare adeguatamente i dossier, di riflettere sui problemi, di calibrare i propri interventi legislativi. Gli errori si moltiplicano (ultimo, il via libera, poi rientrato, della maggioranza alla patrimoniale proposta da Nicola Fratonianni), la superficialità ne cosegue come regola generale. E ne consegue il malfunzionamento del Parlamento, cioè del cuore della democrazia rappresentativa. Un danno non tanto per i rappresentanti del popolo, quanto per il popolo che dai parlamentari è rappresentato. Un limite oggettivo alla qualità del nostro sistema democratico.

Il secondo esempio è di carattere generale. Da ormai trent’anni la politica viene raccontata dai media, e molto spesso anche dagli stessi politici, come una questione che attiene prevalentemente al privilegio e al malaffare. Una questione di Casta, appunto. Ne cosegue che, salvo pochi idealisti, le persone perbene e competenti girano alla larga dall’agone politico. Chi ha un mestiere se lo tiene stretto: perché compromettere la propria carriera per avventurarsi in politica squalificandosi socialmente e, essendo la politica la più pericolosa tra le “professioni”, mettendo a rischio la serenità propria e della propria famiglia?

Inutile, dunque, lamentarsi per la modesta qualità del ceto politico. Inutile stupirsi se i presidenti del Consiglio incaricati non trovano ministri all’altezza della funzione che dovrebbero ricoprire e se i partiti non riescono ad attirare dalla cosiddetta società civile personalità di spessore da candidare a sindaco di una grande città. È la logica conseguenza di trent’anni di ipocrisie, di demagogia e di populismo. Anche in questo caso, evidentemente, a subire il danno non è la Casta: è il popolo.

L’impressione è che si sia giunti ad un punto di non ritorno. Ne abbiamo avuto amara contezza in questi giorni. Nell’arco delle 24 ore successive all’intervento con cui Piero Fassino a Montecitorio ha difeso gli emolumenti dei parlamentari, su 600 tra senatori e deputati c’è n’è stato solo uno che ha osato schierarsi in maniera inequivocabile dalla sua parte. Si chiama Roberto Bagnasco, è una seconda fila di Forza Italia. Molti si sono accaniti sull’ex segretario dei Ds, e tra i tanti i più sferzanti sono stati Conte e Salvini in memoria delle antiche ed evidentemente mai sopite liason populiste. Tutti gli altri hanno preferito tacere.

“Demagoghi!”, ha detto Bagnasco. E ha detto bene. Non l’ha detto in difesa della Casta, l’ha detto in difesa della democrazia. Ma nessuno se n’è accorto.

Formiche

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La Cina e il suo sforzo “olistico” contro Usa e alleati


“La Cina sta conducendo una campagna senza precedenti al di sotto della soglia del conflitto armato per espandere l’influenza del Partito comunista cinese […] e indebolire gli Stati Uniti e i suoi partner. Questa campagna implica sofisticate attività di s

“La Cina sta conducendo una campagna senza precedenti al di sotto della soglia del conflitto armato per espandere l’influenza del Partito comunista cinese […] e indebolire gli Stati Uniti e i suoi partner. Questa campagna implica sofisticate attività di spionaggio cinese, operazioni informatiche offensive, disinformazione sulle piattaforme social, coercizione economica e operazioni di influenza su aziende, università e altre organizzazioni”.

Questo il quadro di massima tratteggiato dagli autori di “Competing Without Fighting” (competere senza combattere), l’ultimo rapporto del think tank Center for Strategic and International Studies, che approfondisce ciascuna di queste tematiche per mappare quelle che definisce “attività di guerra politica cinese”. Che vanno viste nel loro insieme, perche l’approccio di Pechino è “whole-of-state” – olistico e trasversale, appoggiato su una serie di istituzioni e condotto in innumerevoli ambiti da un’ampia gamma di attori statali e non.

LA LEZIONE DELLA GUERRA FREDDA

Il faro del rapporto Csis è George Kennan, architetto della strategia di contenimento dell’Urss durante la Guerra fredda e mente dietro le linee guida del Dipartimento di Stato Usa sulla guerra politica “che sono tuttora valide nell’ottica della competizione odierna con la Cina”. Secondo Kennan, una parte significativa della competizione tra grandi potenze riguarda le attività al di sotto della soglia della guerra convenzionale e nucleare. “Oggi la Cina è fortemente coinvolta in molte di queste attività”, l’oggetto del rapporto, che evidenzia anche le “notevoli debolezze e vulnerabilità” cinesi su cui fare leva. Ma è imperativo che la strategia di risposta sia condivisa dagli alleati occidentali e coerente con i principi e valori democratici.

TEMPERATURA IN AUMENTO

Le istituzioni Usa sono di gran lunga l’obiettivo preferito della Cina, come evidenzia il rapporto, a partire dalla formazione, dove il Dragone “sta conducendo una campagna sempre più attiva e aggressiva per penetrare in un’ampia gamma di istituzioni”. La portata di queste azioni “è senza precedenti”; un alto funzionario dell’Fbi ha dichiarato agli autori del rapporto che l’agenzia non ha “mai visto un tale livello di attività di intelligence e di influenza cinese all’interno e intorno al territorio nazionale”.

Ne è prova il numero altissimo di arresti e incriminazioni per “spionaggio, operazioni informatiche e campagne di influenza illegali” negli ultimi dodici mesi. Spiccano il condirettore di un think tank che avrebbe agito come agente cinese e una lunga serie di attacchi informatici aggressivi contro alti funzionari del governo statunitense e aziende come Microsoft. In parallelo, il Dragone porta avanti l’espansione di siti di raccolta di intelligence nei Paesi come Cuba.

CACCIA AI DISSIDENTI ESPATRIATI

Nel mentre la Cina ha condotto “una vasta campagna di monitoraggio, molestia e coercizione nei confronti di residenti negli Stati Uniti e in altri Paesi, nell’ambito di uno sforzo di rimpatrio extralegale noto come Operazione Fox Hunt”. Quest’anno l’Fbi ha arrestato due individui che gestivano una stazione di polizia illegale a Manhattan – non dissimile da quelle comparse anche in Italia e nel resto d’Europa. E il Dipartimento di giustizia ha “incriminato decine di funzionari” del Ministero cinese per la Pubblica sicurezza per aver condotto intimidazioni online contro cittadini cinesi residenti negli Usa che avevano criticato Pechino.

INTELLIGENCE E SPIONAGGIO INDUSTRIALE

Le azioni cinesi contro gli Usa “sono più estese di quanto si sappia” e si sviluppano in una serie di ambiti, a partire dalle sopracitate operazioni di intelligence che riguardano le persone, il monitoraggio di segnali e altri metodi di raccolta dell’informazione in modo pervasivo. Sul versante informatico, le organizzazioni cinesi (comprese le unità dell’esercito) mandano avanti una campagna “contro le aziende statunitensi e internazionali, le università, le agenzie governative, i media, i think tank, le ong e altri obiettivi”.

Lo scopo di questo sforzo è aiutare la Cina a superare l’Occidente, saltando le fasi di ricerca e sviluppo di nuove tecnologie e impossessandosi dei segreti industriali, ma anche “influenzare il pubblico estero e nazionale, assistere le campagne militari offensive e di migliorare le capacità di intelligenza artificiale e di big data analysis del Paese”.

DISINFORMAZIONE E CONTROLLO DELL’IMMAGINE

È appunto sul fronte dell’influenza che gli autori del Csis – e non solo loro – identificano una campagna di informazione e disinformazione globale “volta a influenzare il processo decisionale e il sostegno popolare per ottenere un vantaggio competitivo” e provare a controllare l’immagine della Cina all’estero “anche influenzando aziende, organizzazioni e individui che criticano la Cina”, dall’Associazione nazionale di basketball (Nba) agli studios di Hollywood, senza dimenticare di influenzare le persone ben posizionate per amplificare i messaggi preferiti dal Partito comunista su questioni politiche, economiche e non solo.

AZIONI MILITARI IRREGOLARI

Questo campo è appannaggio di una serie di attori, spiega il rapporto, che comprendono esercito, marina, aeronautica, forze missilistiche e milizie marittime cinesi, ma anche organizzazioni di ricerca e società di sicurezza private legate allo Stato. Tutti sono “coinvolti in sforzi diffusi per espandere l’influenza cinese” ma restando “al di sotto della soglia del conflitto armato”, e oltre a proteggere gli interessi cinesi nel Mar Cinese Meridionale ci sono “quasi due dozzine di società di sicurezza private cinesi che operano all’estero, tra cui in Africa, Medio Oriente, Asia e America Latina”, secondo i dati raccolti dal think tank statunitense.

COERCIZIONE ECONOMICA

Lo studio si concentra anche sugli sforzi internazionali della Cina di penetrare, o tentare di farlo, in quasi tutti i settori dell’economia statunitense e di molti suoi partner. In parallelo c’è lo sforzo di coercizione, ossia minacciare di imporre costi (o incentivi) per influenzare Paesi terzi e ottenere un vantaggio competitivo. La strategia regina in questo campo è la Nuova Via della Seta, intesa come “parte di un più ampio sforzo per influenzare i governi stranieri”. Il Csis rileva l’importanza particolare della cosiddetta Via della Seta Digitale “che mira a diffondere l’influenza cinese attraverso le telecomunicazioni, il commercio elettronico, l’hardware” ma anche il software di marche cinesi.

GLI OBIETTIVI DI PECHINO

Questa vera e propria guerra politica ha diversi scopi, ma i più importanti sono la conservazione del ruolo governativo del Partito comunista cinese e l’espansione dell’influenza cinese, che va di pari parro all’indebolimento degli Usa nell’ambito della competizione globale. Obiettivi che la strategia nazionale definisce come il “grande ringiovanimento della nazione cinese su tutti i fronti”, perseguiti attraverso una guerra non guerreggiata per evitarne, appunto, una convenzionale e astenersi dal provocare altri Paesi.

COME SI PUÒ REAGIRE: IN DIFESA…

Alla luce di tutto questo, scrivono gli autori, Usa e partner “sono stati lenti nell’identificare e contrastare la guerra politica cinese. Questa situazione deve cambiare”. Una strategia di risposta efficace prevede diverse componenti fondamentali, che vanno fondate sui principi democratici “che restano fondamentali nella lotta contro i regimi autoritari”. Dopodiché si passa alle misure difensive, tra cui più controspionaggio (con più risorse e agenti con competenze di cinese mandarino) e l’integrazione della strategia nazionale e locale.

… E ALL’ATTACCO

Il Csis immagina anche “la conduzione di una campagna offensiva più efficace” da parte di Usa e partner. Gli alleati occidentali possono puntare all’indebolimento del Grande Firewall, sostenendo le attività in grado di creare varchi nel “muro” attorno alla sfera internet cinese attraverso istituzioni e attori terzi come le ong. Ma anche creare “un blocco multilaterale per contrastare la coercizione economica cinese”, cosa che richiede “uno sforzo collettivo da parte di Stati Uniti, Australia, Corea del Sud, Giappone, India e altri Paesi, tra cui quelli europei”.

Questo ultimo concetto prevede che i Paesi interessati si mettano nelle condizioni di “sanzionare la Cina in risposta alle minacce o alle azioni cinesi non conformi alle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e finalizzate a raggiungere obiettivi politici cinesi non legati al commercio”. Si potrebbe anche creare “un fondo di compensazione collettiva per le perdite e offrire mercati alternativi di esportazione o importazione per deviare il commercio in risposta alle sanzioni cinesi”, per scoraggiare uno scenario simile a quanto accaduto con la Lituania.

Infine, essendo la competizione Cina-Occidente imperniata anche sullo sviluppo tecnologico, servirà “aumentare la competitività del settore privato nelle tecnologie emergenti” sviluppando partenariati pubblico-privati per competere più efficacemente con il Dragone nelle aree come il Sud Globale. Qui la reazione passerebbe dalle risposte europee e statunitensi alla Via della Seta (Global Gateway, Build Back Better World, e il più recente Blue Dot Network) ma anche da sostegni coordinati alle aziende tecnologiche che tentano di competere con quelle cinesi nei Paesi terzi.


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L’esorbitante numero delle partecipate di Stato


Il consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva, il 26 luglio scorso, il nuovo regolamento di organizzazione del ministero dell’Economia e delle finanze. Si è così conclusa la procedura iniziata il 16 marzo per istituire un Dipartimento dell’econ

Il consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva, il 26 luglio scorso, il nuovo regolamento di organizzazione del ministero dell’Economia e delle finanze. Si è così conclusa la procedura iniziata il 16 marzo per istituire un Dipartimento dell’economia, composto da tre direzioni generali, incaricato delle funzioni che riguardano il patrimonio pubblico, le società partecipate e gli interventi finanziari nell’economia; separato dal Dipartimento del tesoro, che continuerà a interessarsi di macroeconomia, del debito pubblico e della vigilanza sul sistema bancario e finanziario. Se si aggiunge il Dipartimento della giustizia tributaria, istituito di recente, il ministero dell’Economia e delle finanze passa così da quattro a sei dipartimenti.

Compito principale del Dipartimento dell’economia è di interessarsi delle società con partecipazione pubblica, dello Stato e di altri enti. Il nuovo «Direttore generale dell’economia», come si chiamerà il capo del Dipartimento, ha un compito difficile che è però agevolato da tre rapporti, che sono stati presentati negli ultimi sette mesi, sulle partecipazioni pubbliche, il primo, nel dicembre scorso, proprio dal Dipartimento del tesoro, il secondo nel gennaio dall’Istat, e il terzo negli ultimi giorni dal Servizio per il controllo parlamentare della Camera dei deputati.

Si tratta di tre «radiografie» dello «Stato arcipelago», della grande galassia delle società private in cui partecipano i poteri pubblici. Il loro numero, calcolato dall’Istat, ammonta a 7.969, con 908.511 addetti. Se ci si limita, come fa il Servizio per il controllo parlamentare, alle sole società controllate, si tratta di 3.448 società, con 582.669 addetti.

Queste società sono in continuo movimento. Il loro numero si è ridotto, dal 2012 al 2020, di un quarto, ma, nello stesso tempo, si è arricchito di nuove società, come quella per il trasporto aereo, quella per la decarbonizzazione del settore siderurgico, quella per la produzione di energia da fonti rinnovabili, quella per la promozione dell’efficienza energetica.

Dai tre rapporti citati emerge, innanzitutto, l’ottimo funzionamento dei tre organismi che li hanno prodotti, il Dipartimento del Tesoro, l’Istat e il Servizio per il controllo parlamentare. Si tratta di organismi che svolgono bene la loro funzione, censendo le società di primo, di secondo e di terzo livello, elencando i loro amministratori, le loro scadenze, le più diverse problematiche del settore industriale pubblico.

Da questi rapporti, in particolare dall’ultimo, emerge, però, anche che vi sono 559 società prive di dipendenti e 327 con un numero di dipendenti inferiore al numero degli stessi amministratori. Si tratta di società sostanzialmente vuote, dei meri schermi, sui quali dovrebbero esercitarsi i poteri di controllo dello Stato.

La seconda conclusione preoccupante riguarda la razionalizzazione prevista sette anni fa dal Testo unico delle società partecipate. Questa è ferma o va a rilento, tanto che il rapporto conclude che vi è un «basso tasso di adeguamento delle amministrazioni alle prescrizioni del legislatore di adottare misure di razionalizzazione». Un vero e proprio grido di allarme è quello che segnala che poco più del 44 per cento delle partecipate non rispetta uno o più parametri previsti dalla legge come condizione per il loro mantenimento in vita e che delle amministrazioni partecipanti solo poco più dell’82 per cento assolve gli obblighi di comunicazione dei dati. Se ne può dedurre che le amministrazioni difendono le loro partecipazioni e che talvolta lo stesso Parlamento autorizza la disapplicazione dell’obbligo di alienazione. Su questi punti critici dovrebbe esercitarsi il controllo governativo e parlamentare.

La relazione del Servizio per il controllo parlamentare analizza anche il provvedimento del 31 gennaio del 2023 con cui è stata definita la procedura di nomina degli amministratori. Questa merita una valutazione positiva, perché assicura sia il rispetto dei criteri di scelta, sia la trasparenza.

Un punto critico dell’assetto delle partecipazioni pubbliche, quale emerge in particolare dall’ultimo rapporto, riguarda la continua tensione tra il ricorso allo strumento privatistico della società per azioni, e i limiti di ordine pubblicistico che vengono disposti, sia direttamente dalle norme, sia dalle amministrazioni vigilanti, per evitare asimmetrie ed eccessiva discrezionalità. Se, da un lato, si ricorre al codice civile per assicurarsi i vantaggi dell’elasticità, dall’altro, come accade per le retribuzioni degli amministratori delle partecipate, si stabiliscono limiti che riproducono quelle gabbie pubbliche che con il ricorso al codice civile si volevano evitare.

Infine, stupisce che di un numero così cospicuo di addetti, quasi un milione, non tenga conto la Ragioneria generale dello Stato, che pure ha sede nello stesso ministero, nel calcolo degli addetti alla macchina pubblica. Questo consente di giungere erroneamente alla conclusione che il numero delle persone legate al settore pubblico allargato è inferiore a quello di altri Paesi di analoghe dimensioni, avvalorando la tesi che occorra procedere a maggiori assunzioni, che però costituirebbero un peso per la finanza pubblica e un danno per la macchina dello Stato.

Corriere della Sera

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SFondi


Che esistano opinioni e interessi diversi, nell’indirizzare la spesa pubblica – sia essa alimentata dalla raccolta fiscale, dalla creazione di debito o da fondi europei – è naturale. In questo consiste la politica: tenere in coerenza un’idea di società co

Che esistano opinioni e interessi diversi, nell’indirizzare la spesa pubblica – sia essa alimentata dalla raccolta fiscale, dalla creazione di debito o da fondi europei – è naturale. In questo consiste la politica: tenere in coerenza un’idea di società con le scelte pratiche fatte giorno dopo giorno. E siccome è naturale che si abbiano idee diverse di società, con ovvie e lecite ricadute nel campo degli interessi, lo è anche che ci si scontri su come e dove indirizzare la spesa pubblica. Accapigliarsi, invece, non sulla destinazione e finalità della spesa, bensì sulla corrispondenza fra spese annunciate e coperture effettive – cioè sull’esistenza o meno di disponibilità economiche e sulla loro coerenza nei capitoli di bilancio – non soltanto non è naturale, ma è segno di caos. E quel che si vede è il caos.

Tanto più che, nel caso delle scelte relative ai fondi di Next Generation Eu (ovvero soldi destinati alle future generazioni), in Italia strutturate secondo quanto contenuto nel Pnrr (ove le due “r” stanno per “rinascita e resilienza”, non per “relazioni e redistribuzioni”), la condivisione dovrebbe essere ampia. Per non dire totale, visto che, chiacchiere a parte, per le voci più rilevanti e per più del 90% dei fondi si tratta del Piano elaborato dal governo Draghi, allora sostenuto da chi oggi è all’opposizione, fatto proprio e in parte emendato da chi allora era all’opposizione. Ragione per cui mentre un dibattito sulla destinazione dei fondi sarebbe da seguire con interesse, quello sull’esistenza dei fondi sostitutivi è da seguirsi con diffidenza.

Dice il ministro Fitto che non ci sono problemi e che tutto è regolarmente coperto, anche per quelle voci che sarebbero uscite dal novero del Piano, per essere coperte con la normale spesa pubblica. A noi farebbe piacere prendere per buone quelle parole, se non fosse che è la stessa fonte che assicurava non vi fossero ritardi di nessun tipo. E del resto, a nutrire dei dubbi non è soltanto l’Ufficio parlamentare di bilancio, ma anche sindaci che si vedono sottratti i fondi (e vabbè, magari fanno capo all’opposizione) e presidenti di Regione che sostengono di avere appreso i cambiamenti a cose fatte (ivi compreso il presidente del Friuli Venezia Giulia, che è un esponente della Lega).

A questo si aggiunga che il Pnrr, come qui ripetuto fin oltre la noia, non è soltanto lo strumento finalizzato all’uso dei fondi europei (per due terzi prestati a tassi di favore e per un terzo regalati, meglio non dimenticarlo), ma anche un già tracciato percorso di riforme. Necessarie a sottrarre l’Italia al pantano improduttivo nel quale si trova a marinare da lustri. E quelle riforme sono non soltanto in sicuro ritardo, non soltanto già riviste al ribasso (ad esempio nel rispetto dei tempi processuali, il che comporta rinuncia alla civiltà), ma stiamo passando l’estate a discutere oziosamente di una cosa che era già risolta nel disegno di legge sulla concorrenza elaborato dal governo Draghi e smontato da chi oggi governa, sui taxi, e si allunga ridicolmente la palla sui balneari, nel mentre l’estate sta finendo (Righeira, op. cit.) con aumenti dei prezzi fuori da ogni relazione con i costi e con l’inflazione. Se manco con tassisti e balneari si riesce a fare i conti e sbloccare l’Italia, chi crederà mai alla determinazione, ma forse anche alla volontà, di affrontare altre e più rilevanti partite?

Quindi: la rissa contabile deve finire subito. Se non siete capaci chiamate una società di certificazione. Mentre, con il dovuto rispetto per gli affaticamenti parlamentari, sarà il caso di osservare che nessun settore produttivo si ferma del tutto per le ferie. A meno che i parlamentari ritengano non produttivo il lavoro che svolgono, nel qual caso non ci sarebbe motivo di tornare da cinque settimane di ferie.

Non si tratta soltanto di essere seri sui fondi, rispetto ai quali ci si gioca la crescita futura e la credibilità presente, ma di cessare l’approssimazione e la prepotenza parolaia che fanno da sfondo al non commendevole spettacolo.

La Ragione

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Prima dell’approvazione alla Camera del ddl sul reato universale di gestazione per altri, sono avvenute molte audizioni di giuristi. Le ho lette una per una: sollevano diverse critiche, alcune delle quali avevo espresso anch’io.

Oggi su @valigiablu

valigiablu.it/gestazione-per-a…

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Export militare, arriva la riforma. Ecco il Comitato interministeriale


Dopo la modifica dell’Unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento decisa la scorsa settimana, il governo voterà al Consiglio dei ministri di lunedì un disegno di legge che modifica le previsioni della legge 185, la norma che regola l’esportazion

Dopo la modifica dell’Unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento decisa la scorsa settimana, il governo voterà al Consiglio dei ministri di lunedì un disegno di legge che modifica le previsioni della legge 185, la norma che regola l’esportazione, l’importazione e il transito dei materiali d’armamento. La principale riforma vede la reintroduzione presso la presidenza del Consiglio dei ministri del Comitato interministeriale per gli scambi di materiali di armamento per la difesa (Cisd), soppresso nel 1993. L’organo si occuperà di formulare gli indirizzi generali per l’applicazione della stessa legge 185, e in generale delle politiche di scambio nel settore della difesa. Una misura che, come riportato dalla legge stessa, segue “l’esigenza dello sviluppo tecnologico e industriale connesso alla politica di difesa e di produzione degli armamenti”.

Faranno parte del Cisd, che sarà presieduto direttamente dal presidente del Consiglio, i ministri degli Affari esteri, dell’Interno, della Difesa, dell’Economia e delle finanze, delle Imprese e del Made in Italy. Le funzioni di segretario saranno svolte dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con funzioni di segretario e alle sue riunioni potranno essere invitati di volta in volta anche altri ministri, qualora interessati al dossier in corso di valutazione.

La misura è stata ripetutamente invocata diverse volte dall’intero settore, con l’obiettivo di portare la responsabilità di una materia delicata come l’import-export militare sotto l’autorità politica più elevata. L’obiettivo di riunire la materia in un comitato di ministri ad hoc è rendere quella che adesso è una responsabilità, anche personale, di una sola figura – nella fattispecie il direttore dell’Uama – una responsabilità invece condivisa a livello politico. Una volta effettuata questa decisione dall’esecutivo, l’Uama potrebbe semplicemente occuparsi di rilasciare le dovute documentazioni e supervisionare la corretta applicazione amministrativa delle misure previste dalla legge.

Al momento, infatti, il ministro plenipotenziario che guida l’Uama ha una responsabilità diretta circa le decisioni da prendere sulla possibilità o meno di esportare (o importare) da un determinato Paese. Spetta a questo funzionario, dunque, una decisione molto delicata e un esame molto approfondito sull’aderenza di potenziali partner commerciali internazionali ai prerequisiti legali previsti dalla legge italiana, primo fra tutto il rispetto dei diritti umani. Compito non facile e potenzialmente foriero di implicazioni enormi.

Una modifica come quella prevista dal nuovo disegno di legge permetterebbe invece di accelerare i procedimenti sui permessi all’esportazione di sistemi d’arma, settore su cui si basa non solo la sostenibilità finanziaria del settore della difesa, ma l’economia stessa del Paese. Quasi il 70% del fatturato industriale del settore, infatti, dipende dall’export, un fatturato che vale 17 miliardi di euro, più o meno un intero punto percentuale di Pil. Del resto è stata proprio la Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza (Aiad), nella sua ultima assemblea a Roma, ospitata dal Centro alti studi della Difesa (Casd), a lanciare l’allarme sulla flessione dell’export italiano della difesa, con le autorizzazioni alle esportazioni in continua decrescita dal 2016.


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Fallimento


Il reddito di cittadinanza è stato un fallimento. Un costoso fallimento che oggi genera disordini e proteste. Quanti furono favorevoli dovrebbero comprenderne il perché e fare proposte (possibilmente realistiche), indicando come rimediare. Anche quanti fu

Il reddito di cittadinanza è stato un fallimento. Un costoso fallimento che oggi genera disordini e proteste. Quanti furono favorevoli dovrebbero comprenderne il perché e fare proposte (possibilmente realistiche), indicando come rimediare. Anche quanti furono contrari dovrebbero studiare le cause del fallimento, in modo da potere fare proposte (possibilmente realistiche) su cosa comunque cambiare. Invece chi votò contro tutta questa roba, come il Partito democratico, veste a lutto perché verrebbe soppresso quel che non avrebbero voluto far nascere; chi votò a favore, come la Lega, inneggia alla morte di quello alla cui nascita inneggiò; e chi fu contrario e ora vuol cancellare s’industria a trovare i correttivi per riuscire a prolungare i pagamenti.

La promessa del governo, ad esempio, è quella di pagare comunque 350 euro al mese a quanti si iscriveranno agli appositi corsi di formazione. Si discute se pagare all’iscrizione o dall’inizio del corso, corrispondendo anche gli arretrati. Siccome abbiamo già collaudata esperienza dei corsi di aggiornamento professionale assegnati alla gestione delle varie corporazioni (quella dei giornalisti compresa e in testa) – che sono insulti al buon senso e meritevoli solo della firma di presenza o, meglio ancora, della rivendicata assenza – è fondato il dubbio che possa trattarsi, in tutto o in parte, di roba d’analoga inutilità e dispendiosità. Siccome il mondo produttivo non fa che lamentare l’assenza di manodopera e di lavoratori adeguatamente formati, s’indirizzino lì i soldi: organizzate i corsi, fatelo a spese vostre, formate le persone che vi servono e formatele a quel che vi serve; all’esito del corso e all’attivazione del contratto vi verrà versato il corrispettivo di quel che sarebbe costato riattivare il pagamento al disoccupato nel mentre resta disoccupato. Le aziende fanno un investimento utile a loro stesse; la spesa pubblica s’indirizza a una pubblica utilità e scuce alla creazione di un posto di lavoro; il disoccupato cessa d’essere tale e festeggia.

A parte qualche bislacco teorizzatore del diritto al reddito per affrancarsi dal lavoro – che è teoria concepibile soltanto nella nullafacenza e nella consuetudine all’evasione fiscale – lo scopo dichiarato del reddito di cittadinanza era quello di agganciare i disoccupati (gli inoccupabili sono altra faccenda e per gli inabili esistevano sostegni anche prima ed è giusto che rimangano), metterli in contatto con chi era in grado di indirizzarli al lavoro e, quindi, farli assumere e cessare di sussidiarli. Com’era facilmente prevedibile non ha funzionato e, anzi, è finita che anche i navigator hanno manifestato per essere mantenuti nel loro ruolo. Che se fossero stati in grado di trovare il lavoro a qualcuno, forse ci sarebbero già andati. A esito di questa entusiasmante esperienza – vivendo nel Paese in cui i disoccupati sono tanti, ma i lavoratori mancanti sono di più – ciò che oggi sarebbe utile non è fare una Commissione parlamentare d’inchiesta per ripetere a pappagallo i dati già prodotti dalla Guardia di Finanza circa i raggiri, ma ascoltare qualche cosa di serio sul (non) funzionamento dei Centri per l’impiego. Che non funzionano da prima del 2019, quando il primo governo Conte si vantò di avere cancellato la povertà.

Sarebbe saggio proporre: a. una banca dati nazionale unica dell’assistenza; b. la collaborazione regolata dei Centri pubblici e privati per la ricerca di personale e del lavoro; c. corsi di formazione che non servano a pagare formatori altrimenti disoccupati. Sarebbe sensato avere forze politiche più sensibili alle esigenze produttive e sarebbe sensato di averne di più sensibili alla condizione dei disoccupati. Parlandosi concretamente scoprirebbero di avere il comune interesse alla crescita di occupazione e produttività.

L’assistenzialismo non è un triste obbligo derivato dalla povertà, ma una triste scelta deresponsabilizzante che genera povertà. La quale dilaga – come dimostra il trasformismo piagnucoloso – in povertà di idee politiche.

La Ragione

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Abusando degli scioperi la Cgil, come disse Turati, uccide la gallina dalle uova d’oro


Quando, a inizio Novecento, il marxismo rappresentava ancora il sol dell’avvenir, gli imprenditori erano chiamati “padroni” e per conflitto sociale si intendeva la lotta di classe, c’era chi nell’abuso del diritto di sciopero introdotto dal governo Giolit

Quando, a inizio Novecento, il marxismo rappresentava ancora il sol dell’avvenir, gli imprenditori erano chiamati “padroni” e per conflitto sociale si intendeva la lotta di classe, c’era chi nell’abuso del diritto di sciopero introdotto dal governo Giolitti vedeva un rischio mortale per la sinistra in generale e per il movimento operaio in particolare. Era il leader socialista, di cultura riformista, Filippo Turati, che titolò “Scioperi vani” un pensoso articolo pubblicato sulla rivista milanese “Lotta di classe”. Vi si legge un avvertimento: “Lo sciopero è mezzo di estrema difesa, da usarsene con ogni riguardo”. L’articolo entusiasmò il giovane liberale Luigi Einaudi, che pure era distante anni luce dall’interpretazione marxista dell’economia e della società. “Non esito a dire che questo è uno degli articoli più notevoli usciti dalla penna di Filippo Turati”, scrisse Einaudi.

Turati ribadì più volte il concetto, fino a trasformalo in un vero e proprio monito: “State attenti con gli scioperi, che rischiate di uccidere la gallina dalle uova d’oro”. Non fu ascoltato. Di lì a poco, tra il 1919 e il 1920, l’Italia visse il suo “biennio rosso” fatto di scioperi selvaggi, manifestazioni di piazza e violenze politiche d’ogni sorta, spalancando di conseguenza le porte della Storia al Fascismo in quanto fenomeno d’ordine. “La gallina dalle uova d’oro” finì in pentola per il successivo ventennio.

Sarebbe il caso che Maurizio Landini ripartisse da Filippo Turati. O quantomeno leggesse i resoconti del dibattito che nel 1947 animò i membri dell’Assemblea costituente. Pochi, ad esempio il fondatore dell’Uomo qualunque Guglielmo Giannini, erano contrati a riconoscere il diritto di sciopero (regolato per legge) in Costituzione. Tutti, anche il celebre segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio, mettevano in guardia dall’uso “politico” di tale diritto.

C’è da credere che tanto Turati quanto Di Vittorio avrebbero considerato “politico”, e pertanto sconveniente, lo sciopero generale annunciato nelle scorse settimane per l’autunno da Maurizio Landini contro la legge di bilancio del governo Meloni. Legge di bilancio di cui ancora non vi è traccia. Del resto, si tratta dello stesso Landini che, al pari di mezzo Pd, disse peste e corna del reddito di cittadinanza quando fu approvato dal primo governo Conte, ma ora che il governo Meloni lo ha smontato lo difende a spada tratta. Dallo sciopero preventivo al reddito tardivo, tutto lascia credere che si annunci un autunno caldo. Caldissimo.

Non resta che augurarsi che un soprassalto di buonsenso indirizzi le scelte e governi il linguaggio di vecchi e nuovi capipopolo. La povertà non è stata abolita, il malessere esiste. La brace delle tensioni sociali è sempre viva, a soffiarci sopra con intenti demagogici si rischia di alimentare una fiamma destinata a sfuggire ad ogni controllo.

Huffington Post

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Un taxi chiamato desiderio.

Dalle riforme non fatte, alle riforme proposte, a quelle da fare, unico denominatore: i tassisti si oppongono a qualunque cambiamento.

Intanto l'Antitrust apre un'indagine su Pos, tassametri e altro, mentre la Corte di Giustizia UE smonta il sistema delle licenze limitate a tutela di una certa categoria. Il messaggio ai tassisti italiani è molto chiaro.

Di questo e altro scrivo oggi su Domani

editorialedomani.it/politica/i…

DeCrescita


Non è un annuncio di recessione. La crescita annua resta positiva e positivo è il risultato del secondo trimestre 2023 rispetto al secondo trimestre 2022. Ma l’Istat comunica che quel risultato, rispetto al primo trimestre dell’anno in corso, fa registrar

Non è un annuncio di recessione. La crescita annua resta positiva e positivo è il risultato del secondo trimestre 2023 rispetto al secondo trimestre 2022. Ma l’Istat comunica che quel risultato, rispetto al primo trimestre dell’anno in corso, fa registrare un non piacevole -0,3%. È una stima, ma è anche un fatto. E con i fatti si devono fare i conti.

Confindustria da settimane lancia allarmi sulla produzione industriale. Nel conto si deve mettere anche il fatto che il comparto agricolo e gli allevamenti della Romagna sono finiti sott’acqua. Per rimediare ci vorrà del tempo. Il nostro settore industriale è fortemente integrato con quello tedesco, che non è messo bene (per questo avvertivamo che se quel governo intende spendere soldi del suo contribuente per aiutarlo, anziché «Fermati» gli si deve dire «Sbrigati e concorda in sede Ue»). Il lato servizi continua ad andare bene, ma senza maggiore concorrenza produce più inflazione. Il turismo va molto bene, ma non ha la forza d’invertire il rinculo che ora si registra.

A questo si aggiunga che i conti pubblici italiani sono stati calibrati su una crescita a +0,9% (questa la previsione contenuta nel Documento di economia e finanza), che è ancora alla portata, semmai passibile di ritocco per uno zerovirgola, ove dovesse verificarsi una mancata crescita nella seconda metà dell’anno. Quindi: niente panico. Ma anche: niente sorrisi ebeti.

Ci eravamo premurati di osservare che non è stato confortante ascoltare, dopo le ultime previsioni del Fondo monetario internazionale, commenti fuori luogo e festeggiamenti perché «cresciamo più di Francia e Germania». Da tre anni cresciamo bene e più di altri – senza recuperare il ritardo prima accumulato – ma siamo in decelerazione. Sarebbe ottuso accusare il governo dell’odierno -0,3%, ma lo era anche appizzare la crescita sul suo petto rigonfio. Non è una questione da politicanti in propaganda ininterrotta, ma assai pratica e concreta: non è stato fatto nulla, né in un senso né nell’altro.

Qui si crede che sia un merito non avere combinato sfracelli e non essere usciti dal seminato (Ero dipinta come un mostro e non è successo nulla, il “mostro” è propaganda, il “nulla” è realtà). Il governo Meloni ha il merito di non avere toccato i binari tracciati dal governo Draghi, ma su quelli viaggiano i nostri conti pubblici. Talora arrancando in salita. Mentre per quel che riguarda la crescita futura, da costruire, la partita decisiva non è soltanto farsi dare (sia pure in ritardo) le rate dei fondi europei legati al Pnrr: la partita decisiva è attuare quel piano e trasformare i quattrini in investimenti produttivi. Come, del resto, onorare il piano anche sul lato delle riforme e, al momento, è tutto fermo. Ricordiamoci che se abbiamo davanti soltanto un -0,3% è anche perché il turismo tira, ma noi accogliamo i turisti stranieri senza taxi e spediamo quelli italiani su spiagge regalate ai concessionari, nel frattempo avviando un ridicolissimo censimento di beni pubblici che dovrebbero essere sempre e costantemente censiti. Tutti segni che siamo fermi.

Inoltre: le scelte della Banca centrale europea danno i loro frutti e l’inflazione scende, attestandosi ora a un 6%. Che è sempre alto, ma in discesa. Però l’inflazione sul carrello della spesa resta sopra il 10% e serve a nulla parlare di controlli e Mister prezzi. La più efficace arma contro la speculazione è la concorrenza, il che presuppone anche cancellazione dell’evasione fiscale. Ricordate il debutto del governo contro il Pos e per un maggiore uso del contante? Pessimo modo di cominciare.

Le forze politiche continuino pure il loro inutile sventolio di bandiere senza contenuto. Il governo si glori di quel che non ha fatto e le opposizioni lo accusino per colpe che non ci sono. Ma poi c’è la realtà e quella di ieri non è una sirena che annuncia disastri, ma un allarme che dovrebbe indurre a non perdere tempo. Anche perché quello dilapidato nel balletto del Pnrr lo contabilizzeremo fra qualche mese.

La Ragione

L'articolo DeCrescita proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Troppa isteria sui dati economici


Aveva appena finito di dire che l’Italia stava attraversando un periodo di crescita ben più alto degli altri Paesi europei e che per questo aveva recuperato credibilità, che Giorgia Meloni si vede pubblicare dall’Istat dati sul Pil del secondo trimestre d

Aveva appena finito di dire che l’Italia stava attraversando un periodo di crescita ben più alto degli altri Paesi europei e che per questo aveva recuperato credibilità, che Giorgia Meloni si vede pubblicare dall’Istat dati sul Pil del secondo trimestre di quest’anno che hanno deluso tutti. Nel trimestre l’Italia è tornata ad essere il fanalino di coda dell’area euro, l’unico Paese ad avere davanti al tasso di crescita un segno meno, insieme a Austria e Lettonia. Abbiamo fatto un -0,3% (anzi per essere precisi -0,34%), contro il +0,3% della media. Ma come era sbagliato prima esultare prematuramente, sarebbe ora sbagliato dare troppa importanza al dato di un singolo trimestre. Vediamo perché e quali sono comunque i rischi.

A parte il fatto che si tratta ancora di dati preliminari, se guardiamo alla crescita nel complesso della prima parte dell’anno, l’Italia sta nella media europea. Il nostro dato del secondo trimestre segue un primo trimestre che era stato ben più forte di quello degli altri Paesi. Avevamo fatto un +0,6%, contro una crescita zero dell’area euro. Nel complesso dei due trimestri quindi la nostra crescita è più o meno dello 0,3% proprio come l’area euro. Siamo nella media. Se poi guardiamo le cose su un orizzonte più lungo, nonostante questa battuta d’arresto, tra i principali Paesi europei siamo ancora quelli che hanno fatto meglio dal periodo pre-Covid.

Siamo del 2,2% sopra al Pil del quarto trimestre del 2019. La Francia sta all’1,7%, la Spagna, che pure negli ultimi trimestri è cresciuta come un treno, allo 0,4% e la Germania allo 0,2%. Già, la Germania. Sappiamo quanto il nostro settore industriale sia legato a quello tedesco, sia come concorrenti sia come fornitori di prodotti intermedi. La bassa crescita tedesca pesa sul nostro settore industriale che si sta contraendo, mentre i servizi sono ancora in leggera crescita. La Germania ha migliorato nel secondo trimestre il proprio andamento: dopo due trimestri di calo, il Pil tedesco si è almeno stabilizzato tra marzo e giugno. Ma l’economia resta debole, il che contribuisce a spiegare anche questo nostro trimestre di debolezza.

Infine, nel complesso del 2023, centrare l’obiettivo di crescita del Pil per l’anno fissato dal governo nel Documento di Economia e Finanza di aprile (1%) è ancora del tutto possibile. Basterebbe che crescessimo dello 0,3% nel terzo trimestre (in linea con la media degli ultimi due trimestri) e dello 0,2% nel quarto. Quindi, per quanto brutto sia il dato dell’Istat, è prematuro lanciare segnali d’allarme. Non vorrei però apparire come quello che minimizza comunque la questione, per cui passiamo ora alle cose che ci debbono preoccupare.

La prima è che i problemi della Germania potrebbero continuare. La Germania avrebbe la possibilità, dato il suo basso debito di prendere misure espansive (visto i livelli ancora alti di inflazione potrebbero per esempio tagliare un po’ le imposte indirette), ma si sa che i tedeschi mollano i cordoni della borsa solo in presenza di una pesante recessione: mica si spaventano per qualche segno negativo del Pil.

La seconda cosa che preoccupa sono i dati sui consumi che sono in discesa. Prima o poi doveva succedere. L’aumento dei prezzi riduce la capacità di spesa delle famiglie, visto che gli stipendi dei lavoratori sono cresciuti meno dei prezzi. Per un po’ le famiglie vanno avanti a spendere, riducendo i propri risparmi, ma la cosa non può durare per sempre. Fra l’altro anche il risparmio accumulato in passato è stato pesantemente eroso dall’inflazione, a vantaggio dello stato il cui debito, diretto o indiretto, verso le famiglie italiane è sceso parecchio in termini reali.

La terza riguarda la Bce. Ho sostenuto che quanto ha fatto finora non è sbagliato. Il livello attuale dei tassi di interesse compensa a mala pena l’erosione del valore dei prestiti causato dall’inflazione futura. I tassi reali (cioè al netto dell’inflazione) sono vicini allo zero. Ma cosa farà d’ora in avanti la Bce? Il fatto che l’economia europea stia ancora crescendo, che l’inflazione di base rimanga fissa 5,5% e che, per la prima
volta dal 2021 sia più bassa di quella totale suggeriscono un possibile ulteriore aumento dei tassi di intesse dopo la pausa di agosto. Dobbiamo sperare che ad agosto ci sia qualche segnale di miglioramento altrimenti temo che potrebbe arrivare un altro aggiustamento di un quarto di punto. Tutto sommato, il dato sul Pil non è di per sé allarmante, ma è indubbio che i rischi sono aumentati.

La Stampa

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