Nuovi droni per l’Air Force. General Atomics mette in aria il “Gregario Robot”


Anche General Atomics partecipa alla corsa per il “gregario robot”. Giovedì 28 febbraio, presso la General Atomics Gray Butte Flight Operations Facility vicino a Palmdale, in California, l’azienda ha realizzato con successo il volo sperimentale del protot

Anche General Atomics partecipa alla corsa per il “gregario robot”. Giovedì 28 febbraio, presso la General Atomics Gray Butte Flight Operations Facility vicino a Palmdale, in California, l’azienda ha realizzato con successo il volo sperimentale del prototipo del velivolo XQ-67A, un drone senza pilota sviluppato sulla base del progetto dei velivoli Gambit (realizzati sempre da General Atomics). Il prototipo rientra all’interno della categoria dei cosiddetti “collaborative combat aircraft” (Cca), ovvero quei droni comandati dall’Intelligenza Artificiale destinati a volare come “periferiche” dei più recenti e sofisticati sistemi di volo a guida umana.

Compiendo così un altro passo nel percorso di realizzazione in scala di quello che l’Air Force definisce il “primo di una seconda generazione” di velivoli unmanned, capaci di svolgere le funzioni di sensori, esche, jammers e sistemi di lancio in ausilio al “nucleo” del velivolo centrale. La nuova piattaforma fa parte del programma altamente classificato Off-Board Sensing Station (Obss) dell’Air Force Research Laboratory, che ha assegnato alla General Atomics il contratto di progettazione nel 2021, affidandogli due anni dopo anche il contratto per la costruzione effettiva del progetto. Ma General Atomics non è l’unico protagonista di questo processo: altre imprese del settore della difesa statunitense, da Boeing a Lockheed Martin, da Northrop Grumman ad Anduril, sono al momento impegnate in contratti simili con l’aviazione americana. All’inizio di questo mese, i dirigenti dell’Aeronautica Militare hanno dichiarato che la rosa dei fornitori si ridurrà a due o tre aziende nei prossimi mesi.

Partecipa alla competizione per lo sviluppo del nuovo Cca anche l’azienda Kratos, realizzatrice del drone XQ-58A “Valkyrie”, che ha realizzato il suo volo di prova la scorsa estate. Pur non essendo parte del programma Obss, anche Kratos ha realizzato il suo prototipo di gregario robot sotto l’egida del progetto Skyborg, promosso sempre dall’Air Force Research Laboratory. “Dopo il successo dell’XQ-58A Valkyrie, il primo veicolo aereo a basso costo senza equipaggio destinato a fornire ai combattenti una massa credibile e accessibile, l’XQ-67A dimostra l’approccio del telaio comune o ‘Genus’ alla progettazione, alla costruzione e al collaudo dei velivoli”, ha dichiarato un portavoce dell’ente.

Lo sviluppo di queste tecnologie è di primaria importanza per l’aviazione di Washington, che ha visto la necessità di potenziare la sua dimensione quantitativa così da essere in pronta nell’eventualità di un confronto militare con potenze ostili come la Repubblica Popolare Cinese, che a sua volta sta sia aumentando il numero di apparecchi attivi nella sua forza aerea, che rafforzando le sue capacità di difesa anti-aerea nel teatro del Pacifico. Nello stesso periodo in cui il Valkyrie svolgeva il suo battesimo dell’aria, il Mitchell Institute for Aerospace Studies realizzava una simulazione atta a valutare l’impatto dei Cca in uno scenario di scontro bellico con la People Liberation Army, ma anche a contribuire al processo di implementazione di questi sistemi nella struttura della Us Air Force.


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Era “solo” un drone. Il punto di Arditti


Nave Caio Duilio ha abbattuto un drone giunto a sei chilometri di distanza con aria minacciosa, nel corso della missione appena iniziata per la protezione delle vie di navigazione che passano per il Mar Rosso. Un drone certamente spedito dalle milizie Hou

Nave Caio Duilio ha abbattuto un drone giunto a sei chilometri di distanza con aria minacciosa, nel corso della missione appena iniziata per la protezione delle vie di navigazione che passano per il Mar Rosso. Un drone certamente spedito dalle milizie Houthi, che operano sulle coste dello Yemen con il supporto tecnico e finanziario dell’Iran (e non solo).

L’atto di guerra difensiva viene oggi commentato con pacatezza dal ministro della Difesa in una lunga intervista sul Corriere della Sera, nella quale Guido Crosetto ricorda i limiti costituzionali in cui operano le nostre forze armate e poi però aggiunge, ancora una volta, un deciso appello alle nazioni europee affinché prendano con decisione la strada della difesa comune.

Tutto di buon senso, dunque, a cominciare dalle parole del ministro.

Però dobbiamo anche avere il coraggio di guardare le cose come stanno nel loro insieme, proprio a partire dall’episodio che ha coinvolto il cacciatorpediniere lanciamissili italiano, una delle unità di punta della nostra Marina Militare.

E allora se vogliamo fare questo esercizio fino in fondo dobbiamo dire che il ministro della Difesa dovrà prepararsi a molte occasioni di commento ad azioni che coinvolgono le nostre forze armate, perché nel futuro (quello prossimo, non quello lontano) lo scenario richiederà necessariamente un impegno massicciamente rafforzato.

Anzi, dico di più: l’episodio che oggi conduce Crosetto a una intervista di commento, episodio che oggi ci appare rilevante (è in prima pagina su tutti i giornali stamattina), ha buone possibilità di finire presto al posto giusto nella gerarchia delle notizie di carattere militare, cioè al fondo della classifica.

Un drone in volo verso una nave è certamente un atto ostile (sarebbe interessante capire di che tipo, sempre che esista questa informazione), ma è soprattutto un test, per vedere la reazione.

Nel mondo, infatti, è forte la convinzione che le forze armate dei Paesi europei sono pronte alle azioni militari “a distanza” (raccolta informazioni con ogni mezzo disponibile, supporto alla logistica, addestramento truppe, assistenza sanitaria, fornitura armamenti) ma assai meno in grado di operare in un teatro bellico reale e di ampia portata, cioè non circoscritto nel tempo e nello spazio (come sta accadendo in Ucraina e anche in Medio Oriente, per non parlare della Siria, della Libia e di varie zone dell’Africa).

Forze Armate cioè dotate di elevata capacità tecnologica e di personale ad alta specializzazione, ma fragili sotto il profilo dell’esperienza sul campo e anche della dotazione adeguata a operare per settimane o mesi in zona di combattimento, chiarito (per chi legge) che se vi è una certezza nelle guerre moderne (e ibride) è l’enorme consumo di materiali di ogni genere.

Allora è il caso di ribadire che il ministro dice cose sagge e lungimiranti.

Ma è anche il caso di ricordare che l’abbattimento di un drone da parte di una nave moderna (il sistema Paams disponibile su Caio Duilio e su Andrea Doria costa circa 200 milioni di euro) è tecnicamente poco più che ordinaria amministrazione.

Diventa eccezionale per forze armate sin qui relativamente poco abituate a operare.

Ma il futuro prossimo ha ottime possibilità (purtroppo) di essere assai diverso dal recente passato.

Il tempo stringe.


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L’Italia spara nel Mar Rosso. Roma è parte della difesa collettiva


Quello che accade nel Mar Rosso “dimostra quanto ci sia bisogno di essere concentrati su un quadrante fondamentale per i nostri interessi”, perché “lì passa il 15 per cento del commercio globale: in mancanza di questa rotta, passando per il Capo di Buona

Quello che accade nel Mar Rosso “dimostra quanto ci sia bisogno di essere concentrati su un quadrante fondamentale per i nostri interessi”, perché “lì passa il 15 per cento del commercio globale: in mancanza di questa rotta, passando per il Capo di Buona Speranza, rischiamo di avere un incremento del prezzo dei prodotti”. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, parlando dal Canada – seconda tappa del tour nordamericano da leader annuale del G7 – parla del tema del giorno: l’Italia è tornata a sparare. Sabato pomeriggio, il cannone da 76mm della Caio Duilio ha abbattuto un drone nel Mar Rosso, uno di quelli di fabbricazione iraniana che da mesi la milizia yemenita Houthi utilizza per bersagliare il traffico commerciale tra Europa e Asia.

La connettività lungo le rotte indo-mediterranee è stata disarticolata di fatto, le condizioni di sicurezza depauperate, tempi (e dunque costi) delle spedizioni stanno già aumentando. Per l’Italia, che dalla guida del G7 intende dare particolare rilievo al tema “connettività”, è una questione di politica internazionale tanto quanto di sicurezza collettività – come già dimostrato nella riunione ministeriale sui Trasporti che ha anticipato in via eccezionale l’incontro del gruppo previsto a Milano, ad aprile, proprio per affrontare insieme la questione dei collegamenti euro-asiatici messi in crisi dagli Houthi.

“Gli attacchi terroristici degli Houti sono una grave violazione del diritto internazionale e un attentato alle sicurezza dei traffici marittimi da cui dipende la nostra economia. Questi attacchi sono parte di una guerra ibrida, che usa ogni possibilità, non solo militare, per danneggiare alcuni paesi e agevolarne altri”, spiega nel comunicato della Difesa il ministro Guido Crosetto, che già in passato, in occasione dell’audizione alla Commissione Esteri e Difesa del Senato aveva parlato di “guerra ibrida”, alludendo al fatto che gli Houthi hanno fornito a Mosca e Pechino un lasciapassare – garantendo che le navi russe e cinesi non sarebbero finite sotto i loro colpi.

Secondo le informazioni diffuse dalla Difesa, l’analisi del tracciato del drone yemenita dimostrava che si sta dirigendo verso il cacciatorpediniere lanciamissili italiano, il quale, valutata la telemetria, ha preferito l’uso del sistema Ciws, il cannone Super Rapido. Il drone era a 6 chilometri dell’imbarcazione della Marina. Già successo nei giorni scorsi qualcosa di simile alla tedesca Hessen – che ha a sua volta fatto fuoco, non senza aver rischiato prima di abbattere un drone americano – e alla francese Languedoc, da tempo impegnata in attività nella regione. Era dalla Seconda guerra mondiale che una nave italiana non veniva attivata in un confronto cinetico del genere.

È in questo contesto che l’Italia si avvia al passaggio parlamentare definitivo per dare effettivo mandato alle forze che Roma ha promesso alla missione “Aspides” – avviata dal 19 febbraio dall’Ue per proteggere la sicurezza collettiva lungo quelle rotte. Quando martedì inizierà la discussione in Senato, sui nostri legislatori peserà un’agenda europea: Bruxelles ha infatti affidato il ruolo di Force Commander all’Italia, e il Caio Duilio dovrà dirigere il teatro operativo. Il voto dovrà essere rapido, come fatto da altri partecipanti europei come Francia, Germania e Grecia, perché l’emergenza è in atto e gli assetti in acqua sono già impegnati in attività contro forze ostili. Dal cacciatorpediniere della Marina dipenderà il coordinamento generale, dunque il suo valore è cruciale.

Contestualmente, il Parlamento andrà anche ad autorizzare la guida italiana della missione EuNavFor “Atalanta”, per la lotta alla pirateria nell’Oceano Indiano occidentale, e della CTF 153, task force delle Combined Maritime Forces – forze multinazionali attive sempre nella stessa regioni a cui è ascritta l’operatività di “Prosperity Guardian”, operazione a guida americana pensata proprio come forma di difesa dagli attacchi degli Houthi, parallela a quella offensiva anglo-americano, “Poseidon Archer”.

Oltre al Caio Duilio, altri due assetti italiani saranno attivati nel quadrante, dove Roma proietta il suo interesse nazionale, in un contesto effettivamente delicatissimo che ha già comportato un impegno tecnico-militare pro-attivo. Contesto che potrebbe inasprirsi, perché gli Houthi sono abituati alla guerra guerreggiata almeno da un decennio e – nonostante gli attacchi a guida statunitense abbiamo in parte degradato le loro capacità di azione – non sembrano interessati a fermarsi.

I miliziani yemeniti, connessi al network internazionale dei Pasdaran, dicono di colpire i mezzi alleati d’Israele per difendere i palestinesi della Striscia di Gaza invasa, ma in realtà sfruttano l’occasione per darsi una standing internazionale da sfruttare al tavolo negoziale sulla guerra civile in Yemen (su cui hanno già ottenuto risultati). Anche questa sovrapposizione di interessi, oltre ai rischi ibridi espressi da Crosetto, rende chiaro il livello dell’impegno non-ordinario che l’Italia si trova davanti, dal quale però non può sottrarsi. A maggiore ragione in questo momento di centralità internazionale del governo Meloni – che ha l’occasione di essere Paese riferimento nel Mediterraneo.


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#laFLEalMassimo – Roberto Redsox e altri eroi silenziosi


La scorsa settimana, in questa rubrica che parla di libertà ho tracciato un parallelo tra due Eroi silenziosi Alexei Navalny e Giacomo Matteotti, auspicando che Putin possa fare la fine di Mussolini e sperando che non ci voglia una guerra mondiale per ott

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La scorsa settimana, in questa rubrica che parla di libertà ho tracciato un parallelo tra due
Eroi silenziosi Alexei Navalny e Giacomo Matteotti, auspicando che Putin possa fare la fine di Mussolini e sperando che non ci voglia una guerra mondiale per ottenere questo risultato.
In un periodo caratterizzato dal rumore mediatico e dalle distorsioni generate dalla
propaganda di regime è importante prendere una posizione chiara e senza ambiguità,
questa rubrica si schiera dalla parte dalla parte del popolo ucraino e di tutti coloro che in
Russia, si oppongo a un regime che minaccia la pace e la libertà di tutte le società aperte.
Si licet magnis componere parva in questo episodio vorrei parlare di un altro eroe silenzioso,
il tassista Roberto Redsox, che viene perseguitato perché ha l’ardire di affermare la verità e
rispettare la legge, in circostanze surreali, che sembrano tratte da un libro di Kafka e sono
indegne di una paese civile.

A qualcuno può sembrare esagerato parlare di eroe silenzioso e di coraggio a fronte della
pubblicazione di qualche post si social, ma siamo ancora una volta al dito che indica la luna:
Roberto si oppone a una prassi diffusa e incredibilmente tollerata e incoraggiata dalle
istituzioni, nel farlo si mette contro un’intera categoria e uno strato di popolazione ottuso,
conservatore e illiberale.

Ognuno di noi ha la possibilità nel quotidiano di dare un contributo proporzionato alle
circostanze in cui si trova, ma la maggioranza di noi preferisce voltarsi altrove, far finta di
niente, per pigrizia, indolenza, irresponsabilità. Mahatma Gandi ci invitava ad essere il
cambiamento che vogliamo nel mondo e Rooberto a suo modo lo sta facendo
La FLE al massimo si schiera senza ombra di dubbio dalla parte di tutte le battaglie di libertà
da quelle grandi come la resistenza eroica del popolo Ucraino e dei martiri come Navalny a
alle quelle piccole, ma non meno rilevanti degli eroi come Roberto Red Sox.

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Shakespeare racconta Dante


RASSEGNA PER I 460 ANNI DALLA NASCITA DI SHAKESPEARE READING TEATRALE DI GIUSEPPE PAMBIERI E MICOL PAMBIERI OLTRE AGLI AUTORI INTERVERRANNO STEFANO CAMPAGNOLO, Direttore Biblioteca Nazionale Centrale di Roma ANDREA CANGINI, Segretario Generale Fondazione

RASSEGNA PER I 460 ANNI DALLA NASCITA DI SHAKESPEARE

READING TEATRALE DI GIUSEPPE PAMBIERI E MICOL PAMBIERI

OLTRE AGLI AUTORI INTERVERRANNO
STEFANO CAMPAGNOLO, Direttore Biblioteca Nazionale Centrale di Roma
ANDREA CANGINI, Segretario Generale Fondazione Luigi Einaudi
ELENA CATOZZI, Biblioteca Museo Teatrale SIAE
GIANNI PITTIGLIO, Storico dell’arte e docente presso la Saf ICPAL

MODERA
MARIA LETIZIA SEBASTIANI, Responsabile Biblioteca della Fondazione Luigi Einaudi

L'articolo Shakespeare racconta Dante proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Tutti i rischi della disinformazione. Dall’IA agli impatti sulle elezioni


Nel solo 2023 ci sono stati quasi cinquecento milioni di account finti rimossi a livello globale. Solo in Italia, i contenuti segnalati come fake news sono stati oltre sette milioni, e 45mila sono stati quelli rimossi perché in violazione degli standard d

Nel solo 2023 ci sono stati quasi cinquecento milioni di account finti rimossi a livello globale. Solo in Italia, i contenuti segnalati come fake news sono stati oltre sette milioni, e 45mila sono stati quelli rimossi perché in violazione degli standard delle piattaforme su cui comparivano. Sono solo alcuni dei dati che danno il segno del peso che la disinformazione ha nell’epoca digitale presentati nel corso dell’evento Definanziare la disinformazione, promosso alla Camera dei deputati dal Comitato atlantico italiano e da Balkan free media iniative. “La disinformazione è ormai il secondo pilastro, dopo le armi, del confronto internazionale”, ha sottolineato l’onorevole Lorenzo Cesa, presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato e promotore dell’iniziativa. Per questo, ha continuato Cesa, “compito dei legislatori sarà aumentare le difese immunitarie del sistema Paese per resiste agli attacchi alla libertà e alla democrazia”. Una sfida che dovrà coinvolgere l’intera comunità internazionale, dato che tra l’altro a breve “quasi metà della popolazione mondiale andrà al voto; dobbiamo reagire facendo squadra”. Ci troviamo in una vera è propria “infodemia”, ha registrato Antoinette Nikolova della Balkan free media initiative, nella quale “le notizie girano a grande velocità, come i virus, e ne approfittano forze che vogliono influenzare le nostre opinioni per il loro interesse, che non è quello delle società democratiche”.

Ad illustrare i numeri è stato Alessio De Giorgi, responsabile comunicazione del Partito democratico europeo, che ha ripercorso l’evoluzione della minaccia della disinformazione all’interno delle nostre società. Proprio le prossime elezioni, in diversi Paesi, nell’Unione europea e le presidenziali degli Stati Uniti, dovrebbero allarmare circa l’urgenza di dotarsi di contromisure adeguate. “Le campagne di disinformazione hanno una proiezione molto reale” ha concordato l’avvocato Stefano Mele, del Comitato atlantico italiano, “durante il Covid è aumentato il consumo di vodka perché si pensava aiutasse contro il covid, e le fake news hanno avuto un impatto drammatico quando centinaia di cittadini hanno invaso il tempio della democrazia Usa a Capitol Hill”. La posta in gioco per le democrazie occidentali è allora “trovare il giusto equilibrio tra il contrasto alla disinformazione e la garanzia democratica della libertà di espressione” ha sottolineato il direttore di Formiche, Flavia Giacobbe, sottolineando come la “disinformazioni punti a disorientare le opinioni pubbliche, con una narrativa di sfiducia verso le istituzioni”.

Ma perché la disinformazione sembra essere così pervasiva? Una spiegazione sta anche nel sistema di finanziamento su cui le campagne di fake news si basano. Infatti, come ha spiegato Sarah Kay Wiley, del Check My Ads Institute, una società che controlla la pubblicità sul web, “la prima fonte di finanziamento dei media internazionali è la pubblicità”. Ma cosa succede quando le aziende vogliono fare pubblicità online? “A volte basta contattare le riviste online e, come per i media tradizionali, si ha la certezza di dove vanno a finire le Adv”. Invece a volte si possono usare algoritmi, che in base al monitoraggio delle proprie audience forniscono le pubblicità in maniera automatica “e spesso le aziende non sanno dove finisce la propria pubblicità” con il rischio che vadano a finanziare piattaforme di disinformazione. La credibilità di marchi riconosciuti, infatti, aumenta a sua volta la credibilità degli stessi siti che diffondono fake news.

Alcuni casi eclatanti di questo trend arrivano proprio dai Balcani, ha registrato Peter Horrocks, membro di Ofcom, l’ente regolatore delle comunicazioni britannico, e già direttore della Bbc. “Su alcuni media serbi e bulgari il 24 febbraio del 2022 girò la notizia che l’Ucraina aveva invaso la Russia. Recentemente, invece, in Serbia è girata la notizia che l’Occidente avesse ucciso Navalny”. Il problema è che notizie di questo genere possono avere un impatto profondo sulla fiducia delle istituzioni, ma definanziarle è molto complesso. “Nello spazio digitale è più difficile il controllo sulla qualità delle informazioni” ha detto ancora Horrocks. Questo richiederà una maggiore attenzione da parte delle aziende, che dovranno controllare dove finiscono le proprie pubblicità, e dei governi, che devono vigilare sulla trasparenza dei media nei loro Paesi.

In questo contesto si inserisce anche il Digital service act (Dsa) europeo che, come illustrato da Giacomo Lasorella, dell’Agcom, ha inserito delle linee guida per procedere a un assessment del rischio da parte delle piattaforme della diffusione di informazioni false o rischiose per il discorso pubblico. Le piattaforme, per esempio, sono chiamate ad avere personale adeguato a fare fact checking, gli account devono essere riconoscibili, e i messaggi politici a pagamento bene evidenziati. Altro problema rilevante è l’impatto dell’intelligenza artificiale nella diffusione di false notizie, come il deep fake. L’obiettivo del prossimo futuro, allora, è “togliere acqua a disinformazione e aumentarla all’informazione di qualità”, ha registrato Alberto Baracchini, sottosegretario di Stato con delega all’informazione e all’editoria.


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Crisi russo-ucraina, è tempo di decidere. L’analisi del gen. Del Casale


A due anni di distanza dall’attacco russo al territorio ucraino, è possibile ipotizzare un’uscita dalla crisi? E in che modo? Gli scontri si sono cristallizzati su un fronte dal quale è difficile progredire. Gli ucraini lamentano carenze nelle scorte, so

A due anni di distanza dall’attacco russo al territorio ucraino, è possibile ipotizzare un’uscita dalla crisi? E in che modo? Gli scontri si sono cristallizzati su un fronte dal quale è difficile progredire. Gli ucraini lamentano carenze nelle scorte, soprattutto di munizioni. Se, infatti, Corea del Nord, Iran e Cina alimentano con continuità l’arsenale russo, forti di un sistema industriale organizzato per la produzione bellica, il sostegno occidentale all’Ucraina dà invece segni di stanchezza. Biden deve fronteggiare il Congresso che blocca gli aiuti militari.

L’Unione europea ha invece liberato altri cinquanta miliardi di euro a favore di Kiev, varando anche il tredicesimo pacchetto di sanzioni contro il governo russo. Ma le difficoltà dell’Occidente sono molteplici. Tutti i paesi, ad esclusione degli Usa, hanno dato fondo alle scorte di ricambi e di munizioni – soprattutto di artiglieria e missili –, al punto da risultare difficile ripristinare i livelli minimi, a causa di bilanci che non tengono conto della “doppia esigenza” e di un sistema industriale che non fa riferimento a un’economia di guerra.

Il 2024 ci dirà molto sul futuro. A giugno, si terranno le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Anche se dovesse prevalere una politica più attenta al rispetto delle sovranità statuali dei paesi membri, l’Ue sosterrà sempre Kiev. Ma è anche l’anno delle presidenziali negli Stati Uniti. E sarà, quasi certamente, ancora una volta un confronto tra Donald Trump e Joe Biden. Qualora il presidente uscente dovesse essere confermato, il governo di Kiev potrà ancora contare sul sostegno occidentale e su quello americano, in particolare.

Putin sarebbe indotto a dialogare, di fronte a perdite sempre più pesanti (ad oggi, quelle di Mosca sono stimate in non meno di 120mila morti) e senza aver perseguito tutti gli obiettivi dichiarati: liberazione del Donbass, abbattimento del governo “neonazista” di Zelensky e, non ultimo, conquista militare dell’intera costa del mar Nero, sino al ricongiungimento con la Transnistria, la provincia russofona della Moldavia, dalla quale anche in questi giorni continuano a levarsi invocazioni di intervento della “madre” Russia. Dal canto suo, Trump ha ripetutamente dichiarato che con lui presidente la crisi russo-ucraina terminerebbe nel giro di 24/48 ore, lasciando intendere che non vi sarebbe più spazio per gli aiuti militari a Kiev, senza perdere l’occasione per bacchettare gli alleati che dovrebbero iniziare a badare da soli alla loro Difesa: pura sinfonia alle orecchie di Putin. Un tavolo della trattativa non può aprirsi senza considerare la situazione sul campo.

La Russia fa quadrato attorno al mantenimento dei territori occupati. Rientrare nei confini ante 24 febbraio significherebbe perdere la guerra. Uno smacco gravissimo. Lo stesso Putin vedrebbe minacciato il proprio orizzonte politico e non solo. Di contro, una vittoria russa creerebbe le premesse per una spinta egemonica sia verso i paesi dell’ex Patto di Varsavia, ora nella Nato, a partire dall’area baltica, sia a est, verso gli Stati centroasiatici a forte presenza russofona.

Il tutto, per riaffermare l’autorità di Mosca su un suo spazio post-zarista. Sul fronte ucraino, innanzi al 20% del territorio occupato e a un discontinuo supporto occidentale, ritenere di poter sfondare le linee russe e riguadagnare i confini originari appare velleitario. Negli stessi ambienti occidentali viene da tempo invocata la “pace giusta”, ma nessun leader politico osa più sbilanciarsi definendone i contenuti. Nella recente riunione del G7, tenutasi a Kiev, la presidente Meloni ha ribadito come l’Ucraina sia “un pezzo della nostra casa” e che “faremo la nostra parte per difenderla”, ma gli interrogativi sul futuro degli Stati Uniti e dei rapporti con gli alleati suscitano incertezze.

Macron, assente a Kiev, ha persino ipotizzato un impiego di soldati Nato in Ucraina restando però isolato tra gli alleati. Affermazioni apparse più come un tentativo per recuperare influenza sull’Occidente, avendone persa sulle ex colonie africane. Dopo le armi, ora deve parlare la diplomazia. È importante che Kiev inizi a lavorare per una pace accettabile. Un punto fondamentale è l’eventuale adesione dell’Ucraina alla Nato, considerata dalla Russia una minaccia diretta alla propria sicurezza. Questo non va ignorato, ma può certamente diventare un’opzione nel caso di futuri atteggiamenti ostili verso l’Occidente.

Altro è l’ingresso nella Ue, dato ormai per scontato e persino non escluso da parte russa. Ma quando arriverà il momento, si dovranno verificare tutti quegli indicatori utili a fornire garanzie in termini di democraticità, di lotta alla corruzione e di tutela dei diritti umani nei confronti della popolazione. Non è né semplice né scontato, se solo guardassimo le vicissitudini interne ucraine negli ultimi vent’anni. Certo, la guerra, con le sofferenze che comporta, stende sempre una coltre di oblio. Ma occorre tenere a mente il recente passato e applicare le regole, con coerenza e senza isterismi.


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Su Kiev trionfa l’Europa dei ragionieri


L’unica cosa peggiore del dividersi fra alleati, nel momento più drammatico di una guerra, è il farlo pubblicamente. E l’unica cosa peggiore del dividersi pubblicamente, di fronte a una minaccia che di comune accordo viene definita «esistenziale», è il ge

L’unica cosa peggiore del dividersi fra alleati, nel momento più drammatico di una guerra, è il farlo pubblicamente. E l’unica cosa peggiore del dividersi pubblicamente, di fronte a una minaccia che di comune accordo viene definita «esistenziale», è il gestirla come fosse un problema contabile. Eppure, di fronte all’aggressione di Vladimir Putin all’Ucraina e all’ordine internazionale, i governi europei stanno riuscendo a inanellare tutti questi errori con stupefacente naturalezza. Rientra senz’altro in questa categoria l’ultima uscita di Emmanuel Macron. Lunedì il presidente francese si è rifiutato di escludere un impegno dei militari europei in Ucraina contro la Russia, ma lo ha fatto senza prima aver costruito neanche un embrione di consenso su un’idea dirompente come sfidare sul campo di battaglia la seconda superpotenza nucleare del pianeta. Così, in un colpo solo, Macron è riuscito in una serie di evitabili sbandate. Ha esposto le divisioni fra i Paesi europei, ma soprattutto la loro confusione strategica quanto alla risposta da dare a Vladimir Putin. Ed ha esposto se stesso ad accuse di ipocrisia da parte degli altri governi, perché la Francia non sembra affatto primeggiare in Europa per il sostegno all’Ucraina.
Secondo i dati riportati dal Kiel Institute for the World Economy, gli aiuti francesi a Kiev varrebbero in totale 640 milioni di euro: in valore assoluto, circa la metà di quelli della Repubblica Ceca; in percentuale alle dimensioni dell’economia, il totale del sostegno di Parigi all’Ucraina sarebbe inferiore a quello dell’Ungheria filorussa di Viktor Orbán. Va aggiunto qui per onestà che, secondo lo stesso istituto di Kiel, il sostegno militare italiano all’Ucraina sarebbe di appena 30 milioni di euro superiore a quello di Parigi; e che la Germania in due anni ha fornito dieci volte più aiuti di Italia e Francia, in proporzione alle dimensioni delle rispettive economie. A Roma si contestano queste cifre, osservando che esse non terrebbero conto di certi aiuti che il governo italiano preferisce non rendere noti. Ma, anche così, incolpare il Congresso americano perché tiene bloccato il pacchetto da 60 miliardi di dollari per Kiev sarebbe ipocrita: i nodi europei ormai vengono al pettine, impossibili da dissimulare.

Prendiamo quel che è accaduto mercoledì a Bruxelles fra gli ambasciatori dei Ventisette. Si discuteva dello «Ukraine Assistance Fund», un fondo da cinque miliardi l’anno per comprare armi da dare a Kiev. Servono, urgentemente, tre milioni di proiettili da 155 millimetri all’anno. È il razionamento in Ucraina di queste munizioni che spiega le recenti avanzate russe. Il problema è che in Europa — per ragioni che spiegheremo tra un attimo — mancano i proiettili da comprare. Mercoledì Italia e Olanda hanno dunque proposto di usare i fondi europei per comprare al più presto pezzi da 155 millimetri sul mercato mondiale, in modo da mandarli a Kiev prima che sia tardi. La proposta non è passata: la Francia si è opposta. Il motivo? Dovremmo comprare solo munizioni «made in the EU», cioè spesso «in France», perché va costruita l’«autonomia strategica» dell’industria europea della difesa: obiettivo in sé nobile, peccato che nel frattempo l’Ucraina viene distrutta dall’artiglieria russa. Usare una tragica guerra come strumento di politica industriale non sembra un colpo di genio. Ma prendersela con i protagonismi di Macron sarebbe troppo facile, perché gli errori sono di tutti. Italia e Germania incluse.

Berlino, quanto allo «Ukraine Assistance Fund», sembra ossessionata da un astruso problema di contabilità del suo contributo. E l’Italia è fra i governi che hanno insabbiato a Bruxelles l’idea di dare priorità all’invio di munizioni a Kiev, rispetto alle spedizioni già concordate verso Paesi terzi. La Commissione Ue si era persino offerta di pagare lei stessa le penali, in caso di problemi sui contratti per forniture in ritardo a governi lontani (spesso, del Golfo). Invece l’interesse commerciale immediato ha prevalso – «teniamoci buoni nostri clienti» – quindi quasi metà delle munizioni europee continua a partire per continenti lontani, mentre l’Ucraina sanguina. Difficile perseguire degli obiettivi strategici, quando prevalgono le frasi grandiose, gli approcci ragionieristici, i calcoli commerciali. Correttamente, i governi europei definiscono «esistenziale» la minaccia di Putin e vogliono contrastarla. È ora di mettere più coerenza fra le parole, le photo opportunity e gli atti. Non è tardi per riuscirci.

Corriere della Sera

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Le novità dell’Esercito Usa. Ecco le task force multi-dominio


Lo US Army ha pubblicato i progetti che modificheranno la struttura delle sue forze. La motivazione di questo sviluppo è il bisogno di abbandonare la struttura ideata per affrontare guerre di counter-insurgency e operazioni peacekeeping per focalizzarsi s

Lo US Army ha pubblicato i progetti che modificheranno la struttura delle sue forze. La motivazione di questo sviluppo è il bisogno di abbandonare la struttura ideata per affrontare guerre di counter-insurgency e operazioni peacekeeping per focalizzarsi sul combattere guerre su larga scala contro avversari di un simile livello tecnologico. Ad oggi, l’esercito americano, soffre di un divario tra la dimensione per cui era stata modellato, 494mila uomini, e la sua dimensione permessa dal congresso, 445 mila. Il primo obiettivo è di aumentare il numero di effettivi a 470mila riducendo la dimensione ideale ma, in pratica, aggiungendo 25mila nuove posizioni alle forze di terra americane entro il 2029. Facendo congiungere il numero ideale e le dimensioni effettive la US Army potrà assicurarsi di avere sempre un livello adeguato di combat readiness.

Le Multi-domain task forces

La prima rivoluzione sarà la strutturazione definitiva delle cinque Task force multi-dominio (Multi-domain task force, Mdtf). Queste unità, nate nel 2017, sono lentamente aumentate di numero, fino alle cinque definitive di oggi, venendo schierate nei teatri europei e asiatici. Il concetto dietro quest’unità è di sviluppare un raggruppamento di forze mobile e di dimensioni ridotte capace di emanare e rispondere a minacce su tutti i domini dello scontro, dallo spazio a quello terrestre passando per il cyber e l’elettromagnetico. L’ammiraglio Harry Harris riassunse la funzione delle Mdtfs dicendo che dovevano “affondare navi, neutralizzare satelliti, abbattere missili e aeroplani e hackerare o interferire con le abilità di command and control del nemico”. Nel futuro le Mdtfs saranno composte da un centro di comando con un suo battaglione, un battaglione di effetti multi-dominio, un battaglione di fuoco a lungo raggio, un battaglione di protezione dal fuoco indiretto (Ifcp) e un battaglione di supporto alla brigata.

La ristrutturazione del personale

Nel contesto di ristrutturazione la US Army modificherà anche la sua distribuzione di uomini eliminando le figure che erano incentrate sulle capacità counter-insurgency, ricollocando i soldati che coprivano quei ruoli in posizioni più adatte al nuovo concetto di esercito. Ad esempio, le forze speciali verranno ridotte di circa tremila uomini, ciò avverrà andando ad eliminare le posizioni, oggi scoperte, che, storicamente, risultano più difficili da occupare. L’obbiettivo è, però, di ridurre i numeri delle forze speciali conservando, al contempo, le capacità operative attualmente disponibili. Inoltre, molti ingegneri, appartenenti a battaglioni per le operazioni di counter-insurgency, verranno spostati al livello divisionale formando, così, una riserva strategica impiegabile dal comando nelle operazioni su larga scala a cui la US Army prevede di prendere parte.

Le capacità antiaeree

Dal punto di vista organizzativo e dell’equipaggiamento il focus sarà sull’incremento delle capacità antiaeree dell’esercito americano. Verranno aggiunti quattro battaglioni Ifcp per potenziare le capacità a medio e corto raggio di abbattere Uav, missili e colpi di mortaio. Verranno aggiunte nove batterie di difesa contro gli Uav sia ai battaglioni Ifcp che a quelli antiaerei delle divisioni. Inoltre, verranno creati quattro nuovi battaglioni Maneuver short range air defense (M-Shorad) per rispondere a minacce aeree ad ala rotante e fissa e agli Uav.

Il sistema di reclutamento

Infine, la US Army vuole professionalizzare e razionalizzare le sue forze di reclutamento. Il primo obbiettivo sarà ottenuto aumentando il numero di laureati all’interno del US Recruiting command, facendolo arrivare ad un terzo del totale entro il 2028. Il secondo, invece, si otterrà rendendo il Recruiting command un comando a tre stelle che controlla le cinque brigate di reclutamento, il comando dei cadetti dell’esercito e l’Army’s enterprise marketing office rispondendo direttamente al segretario e al capo di Stato maggiore dell’Esercito.

Le ragioni dei cambiamenti

Questi sviluppi sono il prodotto dell’esperienza russa in Ucraina che, come dichiarato dalla pubblicazione stessa, ha dimostrato la necessità di rimodellare l’esercito verso il combattimento di guerre convenzionali. Anche l’enorme attenzione data alle capacità antiaeree è un prodotto dei recenti sviluppi, dato il ruolo centrale dei droni nelle operazioni in Ucraina, e della crescente minaccia dell’arsenale missilistico di Pechino. Le riforme al corpo di reclutamento, invece, sono la conseguenza delle difficoltà dell’esercito nel raggiungere i suoi obbiettivi di personale qualificato. Le Mtdfs rappresentano un’unità costantemente pronta a impiegare e rispondere a ogni tipo di minaccia sul campo di battaglia. Solo il battesimo del fuoco potrà mostrare se le Mtdfs rispetteranno le aspettative.


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Elettronica ed elicotteri. Così Leonardo chiude il 2023


È la componente europea dell’elettronica per la difesa e sicurezza, insieme alla tradizionale buona performance degli elicotteri, a trainare i numeri di Leonardo per il 2023. Lo certifica l’analisi preliminare della performance per l’anno scorso completat

È la componente europea dell’elettronica per la difesa e sicurezza, insieme alla tradizionale buona performance degli elicotteri, a trainare i numeri di Leonardo per il 2023. Lo certifica l’analisi preliminare della performance per l’anno scorso completata dal consiglio di amministrazione del gruppo di piazza Monte Grappa, evidenziando una performance addirittura superiore a quella prevista dalla Guidance dalla società. Leonardo presenterà i dettagli relativi alla performance del 2023 in occasione dell’approvazione del bilancio prevista per l’11 marzo 2024.

I numeri

Il Gruppo prevede di chiudere l’anno con ricavi ed Ebita in linea con quelli della Guidance e ordini addirittura al di sopra. Spiccano in particolare dell’elettronica per la difesa e sicurezza. Nel comparto elicotteristico, la crescita commerciale è ancor più rilevante considerando che gli ordini del 2022 riflettevano quello maxi ricevuto dalla Polonia relativo agli elicotteri AW149. Sul fronte finanziario si registra il miglioramento del flusso di cassa operativo (Focf) pari a circa 635 milioni di euro, una crescita del 17% rispetto all’anno precedente. Crescono anche i ricavi, che hanno accelerato a 15,3 miliardi (+3,9%). L’ebitda, ovvero il margine operativo dell’azienda, è stato pari a 1,29 miliardi (+3,9%). Ma le buone notizie non sono finite. Al netto delle poste in crescita, c’è infatti da registrate un contenimento del debito, sceso a due miliardi e 323 milioni, in ripiegamento del 23% sul 2022 e in linea con il trend indicato nei piani industriali del gruppo.

Riduzione dell’indebitamento

Non è tutto. L’Indebitamento netto di Gruppo continua a ridursi, con un miglioramento del 23% rispetto al 2022, e si attesta a € 2,3 miliardi, grazie alla significativa generazione di cassa e alle cessioni dei business di Leonardo Drs (la vendita del business Global Enterprise Solutions a Ses per un importo pari a 450 milioni di dollari, ndr) che hanno permesso a Leonardo di ridurre l’indebitamento e al tempo stesso rafforzare il core business.

Il commento

Soddisfatto l’amministratore delegato Roberto Cingolani, alla guida di Leonardo da maggio del 2023. “Andamento commerciale nei diversi business, flessibilità finanziaria, politica disciplinata dei costi e degli investimenti sono alla base dei risultati positivi raggiunti.”, ha esordito, commentando i conti del gruppo. “Le performance ottenute stanno riscontrando un apprezzamento anche da parte delle principali agenzie di credit rating e il giudizio di investment grade ne è esemplificativo”.


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“L’Occidente non tramonta”, Giacalone in Fondazione per la seconda lezione della Scuola di Liberalismo


“Dopo la fine della Guerra fredda e il crollo dell’Unione sovietica, con l’avviarsi della globalizzazione, il mondo è cresciuto quanto mai prima. Centinaia di milioni di persone sono state sottratte alla fame. Se la globalizzazione è una colpa allora va r

“Dopo la fine della Guerra fredda e il crollo dell’Unione sovietica, con l’avviarsi della globalizzazione, il mondo è cresciuto quanto mai prima. Centinaia di milioni di persone sono state sottratte alla fame. Se la globalizzazione è una colpa allora va rivendicata con orgoglio”. Lo ha detto il direttore de La Ragione, Davide Giacalone, che questa sera ha tenuto, nell’aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, di cui è vicepresidente, la seconda lezione, dal titolo: “L’Occidente non tramonta”, della Scuola di Liberalismo 2024.

Viviamo nell’area più ricca, libera, sana e longeva del mondo, ha osservato, “eppure non si sente che parlare delle colpe occidentali, del declino, della soccombenza, della debolezza, della povertà e così andando con difetti e drammi. Che non mancano, perché le cose peggiori prodotte dalla storia sono quelle che pensano d’essere perfette. Mentre noi siamo orgogliosamente imperfetti”.

Di fronte ai numerosi partecipanti, che al termine della lezione hanno dato vita a un interessante dibattito sul tema oggetto della lezione, Giacalone ha spiegato il perché di questo lento e progressivo mutamento. “C’è una radice profonda, in quell’antioccidentalismo degli occidentali, e va cercata nella paura della libertà, che comporta sempre una collettiva e personale responsabilità. Molti orfani delle ideologie novecentesche non apprezzano la libertà di sognare e realizzare, ma tremano alla mancanza delle false certezze. Senza le quali si vive assai meglio”.

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I servizi a tutela di industria, spazio e difesa. Ecco la Relazione dell’Intelligence


L’industria nazionale dell’aerospazio e della difesa (As&d) non solo ricopre un ruolo fondamentale all’interno dell’architettura di sicurezza del Paese in quando fornitore di piattaforme e sistemi, ma è essa stessa un asset strategico fondamentale sia com

L’industria nazionale dell’aerospazio e della difesa (As&d) non solo ricopre un ruolo fondamentale all’interno dell’architettura di sicurezza del Paese in quando fornitore di piattaforme e sistemi, ma è essa stessa un asset strategico fondamentale sia come principale fonte di innovazione tecnologica, sia come strumento di proiezione commerciale italiana all’estro. A riportarlo è stata l’ultima Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza presentata dal Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, l’insieme degli organi di Intelligence della Repubblica (Cisr, Dis, Aise e Aisi) al Parlamento. Il documento, che ogni anno informa sulla politica dell’informazione per la sicurezza e sui risultati ottenuti l’anno precedente dal comparto, ha sottolineato in particolare quanto, “anche alla luce della crescente conflittualità che caratterizza il contesto internazionale” l’industria As&d continui “a costituire un presidio strategico per la tutela della sicurezza nazionale”.

Come registra la Relazione, però, proprio per questa centralità e strategicità l’intero settore ha attirato l’interesse anche di attori stranieri, le cui intenzioni e obiettivi non sempre sono in linea con quelli del sistema-Paese. Ne è un esempio proprio il comparto della difesa, che come registra il documento nel 2023, “in un quadro di aumentati attriti geopolitici”, è stato attivato nel contesto del “processo di rinnovamento di taluni sistemi d’arma, soprattutto nel comparto terrestre”. Se i vari programmi, e le relative gare di assegnazioni, hanno richiamato l’interesse anche di operatori stranire, con opportunità positive per le realtà nazionali, è altrettanto vero che queste stesse attenzioni portano con sé alcuni rischi. Primo fra tutti quello di una “marginalizzazione nell’ambito di possibili partnership” delle aziende italiane attraverso una “suddivisione non favorevole per i nostri operatori” di rischi e opportunità. Altra minaccia, più diretta in questo caso, sono le “ingerenze all’interno di progetti europei o di joint venture” e le “interferenze straniere nella proiezione degli attori italiani sui mercati internazionali”, a cui le Agenzie di sicurezza hanno rivolto particolare attenzione, cogliendone eventuali segnali e monitorando i tentativi di acquisizione di realtà italiane, in particolare “di piccole e medie realtà di settore, talvolta connotate da elevato contenuto tecnologico”.

Un approccio simile è stato mantenuto dalla nostra Intelligence anche per quanto riguarda il settore spaziale, riconoscendone il ruolo ormai centrale all’interno della competizione internazionale, le cui tensioni si riverberano ormai in maniera sempre più decisa anche oltre l’atmosfera. In particolare, a interessare i nostri servizi di sicurezza è la nuova evoluzione che sta assumendo il comparto con l’ingresso nel settore dei privati. Anche in questo caso, infatti, il ruolo dei Servizi è stato quello di monitorare sulla sicurezza e la tutela delle realtà nazionali, soprattutto alla luce della proiezione globale delle aziende italiane all’estero. Naturalmente, l’attenzione del Sistema di informazione si è rivolta a tutti i segmenti dello spazio italiano, uno tra i pochi a livello globale a poter esprimere una filiera completa dall’osservazione della Terra all’accesso alle orbite.

Un’area dove si è rivolto in particolare il focus dell’Intelligence è stata quella dei lanciatori, un settore dove l’Italia gioca un ruolo da protagonista soprattutto a livello europeo e dove si concentra in particolare la presenza dei privati e l’introduzione di nuove tecnologie. Nel 2023, del resto, si è tenuto il summit spaziale dell’Esa a Siviglia, che ha posto il tema del futuro dei vettori europei al centro dell’agenda. In Spagna, l’Agenzia europea ha anche presentato l’intenzione di separare la commercializzazione dei servizi messi a disposizione dalle due famiglie di lanciatori europei, l’Ariane francese e il Vega italiano, con l’accordo tra Arianespace (che attualmente si occupa della commercializzazione di entrambi) e Avio (che realizza i Vega) da finalizzare entro la metà del 2024.

Altro settore al quale si è rivolta l’azione del Sistema di informazione della Repubblica è stato quella dei satelliti, Del resto, è ormai assodato il ruolo cruciale che i satelliti giocano nell’architettura della sicurezza nazionale: dall’osservazione delle attività sulla superficie terrestre, al rilevamento di potenziali minacce, fino alle comunicazioni strategiche, l’infrastruttura orbitale è una componente essenziale della difesa e della sicurezza del nostro Paese. Anche in questo caso, assicurare la protezione di un asset così strategico passa per la tutela delle aziende che mettono a disposizione i loro sistemi e le loro piattaforme. Per questo l’Intelligence nazionale si è mossa a tutela dell’intera catena del valore, in un segmento – tra l’altro – interessato dalla presenza di rilevanti joint venture europee.

Riforma dell’intelligence. Ecco cosa dicono Mantovano e Guerini


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La scossa di Draghi all’Ue


Educazione, ricerca, formazione, energia, dazi, Cina, mercato unico, investimenti, transizione ecologica, intelligenza artificiale, Stato sociale e debito pubblico. Ruota attorno a queste parole l’intervento che Mario Draghi ha fatto ieri al Parlamento di

Educazione, ricerca, formazione, energia, dazi, Cina, mercato unico, investimenti, transizione ecologica, intelligenza artificiale, Stato sociale e debito pubblico. Ruota attorno a queste parole l’intervento che Mario Draghi ha fatto ieri al Parlamento di Strasburgo davanti alla conferenza dei presidenti di commissione. Il terzo confronto con i rappresentanti delle principali istituzioni Ue, dopo quelli avuti con il collegio dei commissari e con l’Ecofin. Ed è proprio agli eurodeputati che l’ex premier ha rivelato di aver lanciato una stoccata ai ministri delle Finanze, dunque ai governi, nell’incontro di sabato allo stadio di Gand: «Mi hanno chiesto qual è l’ordine in cui queste riforme andrebbero fatte – ha raccontato Draghi –. Io non ho idea di quale sia l’ordine, ma posso dire solo una cosa: per favore fate qualcosa. Scegliete voi cosa, ma fatelo. Non potete passare altro tempo dicendo di no a tutto».

Chi lo ha ascoltato ha colto un messaggio indirizzato in particolar modo al governo tedesco, anche se l’ex numero uno della Bce non ha citato per nome nessuno dei ministri. Al di là di questo dettaglio, il suo ragionamento ha fatto trasparire una visione dell’Europa dai tratti federalista, soprattutto quando – in risposta a chi gli ricordava che spesso negoziare con i governi è difficile – ha invitato gli eurodeputati a non abbassare la testa. «Il Parlamento europeo è molto più ambizioso dei vari Consigli e se posso permettermi un consiglio, dovreste mantenere questa ambizione. Spero che gli altri vi seguiranno». Nel futuro immediato bisognerà prendere «decisioni cruciali» che comporteranno «discussioni difficili» e che richiederanno «alle nostre istituzioni e ai governi nazionali di fare scelte difficili». Ma si tratta di decisioni fondamentali perché «determineranno la capacità dell’Europa di tenere il passo con i suoi concorrenti globali negli anni a venire».

Draghi, su mandato di Ursula von der Leyen, sta lavorando a un rapporto sulla competitività che sarà presentato dopo le elezioni e che servirà da base di lavoro alla prossima Commissione. Ma, a giudicare dai suoi interventi, «il livello di ambizione» del suo lavoro sembra destinato ad andare al di là della questione competitività. Dalle sue parole emerge una chiara visione dell’Unione europea che a suo modo di vedere è chiamata a fare passi decisi e decisivi in avanti per non rimanere indietro. Ma lui stesso ha avvertito chi coltiva aspettative eccessive: «Io non ho la bacchetta magica”. Piuttosto bisogna definire «il minimo comune denominatore» per «ritrovare la capacità di agire insieme nell’interesse collettivo». Il problema è che la ricerca del minimo comune denominatore, soprattutto tra i governi, spesso si trasforma in un gioco al ribasso.

Anche in un altro passaggio del suo intervento Draghi è sembrato lanciare un messaggio alla Germania e agli altri Paesi che hanno puntato i piedi sulla riforma del Patto di Stabilità. Sul compromesso uscito dal negoziato traspare un giudizio piuttosto critico perché le nuove regole non sembrano favorire la competitività, che richiede una mole enorme di investimenti privati e pubblici. «Qual è il livello di debito pubblico tollerabile? Quello degli Stati Uniti (circa il 123% del Pil, ndr) oppure il 60% previsto dal vecchio e dal nuovo Patto di Stabilità?». Una domanda alla quale Draghi ha indubbiamente una sua risposta. C’è poi la questione del debito comune a livello europeo e qui ha rivelato nuovamente di aver avuto un acceso confronto con un ministro: «All’Ecofin ho menzionato un fondo dedicato – ha raccontato agli eurodeputati – e uno subito mi ha detto che allora serve una vera unione fiscale. A me non importa: scegliete qualsiasi cosa risulti la migliore, anche un mix, ma fate qualcosa».

Oltre al confronto con gli Stati Uniti, ha fatto poi un riferimento all’altro attore globale con il quale l’Europa dovrebbe cercare di competere meglio: la Cina. «Come può l’Ue continuare con i dazi sull’import di auto dalla Cina al 10%, quando gli Usa hanno il 27% e Donald Trump ha già detto che, se eletto, li porterà al 67%?». Pechino «negli ultimi 15 anni ha largamente sovrainvestito in molte cose, una delle quali sono le auto elettriche, ma anche le tecnologie legate alle batterie, sussidiando tutto. Ora hanno un’immensa sovracapacità produttiva che scaricano su di noi».

Sul piano interno ha poi insistito sulla mancanza di formazione che provoca una carenza di forza lavoro, sulla scarsità dei finanziamenti privati alla ricerca, sull’importanza dell’educazione per garantire l’innovazione e sulla necessità di rivedere il funzionamento del mercato elettrico «perché il prezzo resta alto nonostante il gas sia sceso». Insomma, secondo Draghi le riforme non sono più rinviabili. Ma vanno fatte «con il consenso dei cittadini».

La Stampa

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Difesa comune europea, anche il Parlamento Ue accelera


Dopo l’annuncio da parte di Ursula von der Leyen di un Commissario europeo ad hoc per la difesa, la plenaria di Strasburgo compie un altro passo concreto verso la difesa comune: la prossima apertura dell’Ufficio per Innovazione Difesa a Kiev non solo ha l

Dopo l’annuncio da parte di Ursula von der Leyen di un Commissario europeo ad hoc per la difesa, la plenaria di Strasburgo compie un altro passo concreto verso la difesa comune: la prossima apertura dell’Ufficio per Innovazione Difesa a Kiev non solo ha lo scopo di dimezzare le distanze tra l’Ucraina e l’Europa, ma si pone come cemento per strutturare, in maniera ampia e condivisibile, l’innovazione della Difesa industriale. L’annuncio della presidente della Commissione europea in occasione del dibattito sul rafforzamento della Difesa europea, nella plenaria del Parlamento europeo, rappresenta un ulteriore step di una precisa politica continentale, resa ancora più urgente dai fronti bellici e dalla dipendenza europea dagli Usa.

Architettura di sicurezza europea

La posizione espressa da von der Leyen è che bisogna “iniziare a lavorare sul futuro dell’architettura di sicurezza europea, in tutte le sue dimensioni e con tutta la rapidità e la volontà politica necessarie, perché la verità è che non conviviamo con il conflitto solo dal 2022, ma da molto più tempo”. Individua due tipi di minacce, quelle più facilmente riconoscibili e quelle più confuse, come il soft power che incide nelle infrastrutture critiche più che sul campo di battaglia. Rivendicazioni che sono state portate avanti da tempo dal governo italiano, sia per bocca del presidente del consiglio, Giorgia Meloni, che del ministro degli esteri Antonio Tajani.

Parola d’ordine, dunque, efficienza, un traguardo che si può raggiungere concordando “su una migliore integrazione degli eserciti nazionali e su una produzione comune degli armamenti, che costa ma è necessaria, che, se fatta insieme, può consentirci di spendere e meglio Servono coraggio, realismo e buon senso”, come osservato in aula dal copresidente del gruppo ECR al Parlamento europeo Nicola Procaccini di Fratelli d’Italia, che ha chiesto un cambio di passo.

Ovvero, mentre negli ultimi 5 anni in quest’aula si è parlato molto di monopattini elettrici e farfalle, adesso è arrivato il momento di concentrarsi su geopolitica e di difesa militare. “L’idea della sinistra rossa e verde di fare dell’Europa una superpotenza erbivora ha occupato interamente l’agenda della Commissione europea e di conseguenza quella parlamentare”.

L’obiettivo adesso, secondo Procaccini, deve essere quello di rendere più saldo ed efficiente il pilastro europeo della Nato, mossa che servirà a rafforzare anche l’alleanza atlantica. “Per favore, non scandalizziamoci quando Trump viene a svegliarci dal nostro sogno verde. Non possono essere sempre gli altri a pagare o a morire per noi. Comunque oggi non è necessario dividersi sulla prospettiva di un esercito europeo. Che, consentitemi la digressione personale, la destra italiana sostiene da cinquant’anni, quando altri sostenevano l’Armata Rossa”.

Usa e Ue

Proprio il tema del legame militare tra vecchio continente e Stati Uniti è stato citato dal presidente del Partito popolare europeo (Ppe), Manfred Weber, secondo cui Washington non può difendere l’Europa per sempre ma “dobbiamo pensare a farlo da soli e per questa ragione rafforzare la difesa europea non è in contraddizione col dire che rafforzare le Nato è un pilastro per l’ Ue”. Il ragionamento riguarda in concreto l’ottimizzazione di risorse e mezzi, nella consapevolezza che “stiamo sprecando denaro”. Weber spiega nel dettaglio che è necessario, oggi più che mai, realizzare il mercato unico europeo, dal momento che gli americani hanno un tipo di carro armato, mentre l’Europa 17; gli americani hanno 30 sistemi d’armamento, l’Europa 160.

Le critiche

Dura la reazione del Movimento 5 Stelle, che definisce il piano riarmo von der Leyen un piano che rinuncia alla pace e si mette elmetto: “Fanno rabbrividire le parole della von der Leyen sulla necessità dell’Europa di prepararsi alla guerra con un piano straordinario di riarmo europeo. La nuova strategia di difesa europea preannunciata dal presidente della Commissione è la massima espressione di una politica bellicista che, di fronte al rischio di escalation della tensione con la Russia, invece di lavorare per riportare la pace in Ucraina e ricostruire una nuova architettura di sicurezza europea in un’ottica di distensione con una nuova conferenza di Helsinki, preferisce mettersi l’elmetto e imbracciare il fucile preparandosi allo scontro”.


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Tabacco riscaldato e approccio all’innovazione: sistemi normativi a confronto


Indice dei documenti: Abstract Paper Sondaggio L'articolo Tabacco riscaldato e approccio all’innovazione: sistemi normativi a confronto proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/tabacco-riscaldato-e-approccio-innovazion

Italia, Europa, Cina: influenze accademiche e squilibri economici


6 marzo 2024, ore 17:00 presso Sala Zuccari, Palazzo Giustiniani, Via della Dogana Vecchia, 29 – Roma APERTURA Sen. Giulio Terzi di Sant’Agata, Presidente 4′ Commissione Politiche dell’UE L’INFLUENZA CINESE NEL MONDO ACCADEMICO E CULTURALE ITALIANO PRIMA

6 marzo 2024, ore 17:00 presso Sala Zuccari, Palazzo Giustiniani, Via della Dogana Vecchia, 29 – Roma

APERTURA
Sen. Giulio Terzi di Sant’Agata, Presidente 4′ Commissione Politiche dell’UE

L’INFLUENZA CINESE NEL MONDO ACCADEMICO E CULTURALE ITALIANO

PRIMA SESSIONE: 17.00 – 18.30

Giulia Pompili, Giornalista de Il Foglio
André Gattolin, già Senatore e Vice Presidente della Commissione affari esteri del Senato francese, membro onorario GCRL
Andrea Merlo, Membro del Consiglio scientifico GCRI
Antonio Stango, Presidente della Federazione Italian Diritti Umani
Luke de Pulford, Direttore esecutivo Inter-Parliamentary Alliance on China
Matteo Angioli, Moderatore

GLI INVESTIMENTI CINESI NELLE INFRASTRUTTURE MARITIME ITALIANE E EUROPEE

SECONDA SESSIONE: 18.30 – 20.00

Gianni Vernetti, Editorialista de La Repubblica, già Senatore e Sottosegretario agli Affari esteri
Marco Casale, Direttore responsabile di PortNews
Claudio Pagliara, Corrispondente Rai dagli Stati Uniti
Plamen Tonchev, Direttore unità Asia presso l’Institute of International Economic Relations; MERICS EU-China Policy Fellow
Simona Benedettini, Consulente indipendente politiche energetiche
Francesco Galietti, Scenarista e docente di analisi di rischio politico, LUISS Guido Carli; fondatore di Policy Sonar
Nicola Iuvinale, Analista presso Extrema Ratio
Ottavia Munari, Moderatore

CHIUSURA DEI LAVORI
Sen. Giulio Terzi di Sant’Agata, Presidente 4′ Commissione Politiche dell’UE

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Disinformare: ecco l’arma di Mario Caligiuri e Alberto Pagani


La mente umana è un campo di battaglia dove si combatte una guerra fatta di narrazioni bugiarde. Una competizione strategica che plasma le percezioni, influenza le decisioni e avvelena le democrazie. Il saggio di Mario Caligiuri e Alberto Pagani, introdo

La mente umana è un campo di battaglia dove si combatte una guerra fatta di narrazioni bugiarde. Una competizione strategica che plasma le percezioni, influenza le decisioni e avvelena le democrazie. Il saggio di Mario Caligiuri e Alberto Pagani, introdotto dal Comandante generale emerito dell’Arma dei Carabinieri, Giovanni Nistri, e scritto in collaborazione con la giornalista Michela Chioso, indaga origini, tattiche e implicazioni di questo nuovo terreno di scontro, a due anni dall’inizio della operazione militare speciale russa, una guerra a tutti gli effetti che sta ridefinendo la carta d’Eurasia.

A due anni da quando, il 24 febbraio 2022, le truppe della Federazione Russa ne hanno violato il confine, l’Ucraina è in stallo militare, il sostegno internazionale vacilla e Mosca si prepara alle elezioni presidenziali all’ombra della morte, in un carcere siberiano, del dissidente Aleksej Naval’nyj.

Nel pieno di una guerra a più dimensioni, il cui esito resta ancora incerto, Disinformare: ecco l’arma. L’emergenza educativa e democratica del nostro tempo (Rubbettino), narra le avventure e le disavventure della verità di un evento che sta cambiando il mondo.

Da qui parte il dialogo tra Mario Caligiuri, esperto di Intelligence e Pedagogia, e Alberto Pagani, docente di Sociologia con esperienze parlamentari: un confronto che affonda le sue radici nell’interesse condiviso per l’universo della Sicurezza.

Il saggio – introdotto dal Comandante generale emerito dell’Arma dei Carabinieri, Giovanni Nistri, e scritto in collaborazione con la giornalista Michela Chioso – è suddiviso in due parti: la prima centrata sulle questioni geopolitiche, la seconda di ispirazione umanistica. La narrazione segue i codici dell’intervista giornalistica e spiega come e perché siamo entrati nell’era della disinformazione.

Caligiuri e Pagani indagano il conflitto che serve a Mosca per confermarsi impero: non più impiego armato della forza ma guerra cognitiva che vede nella mente umana un campo di battaglia.

La disinformazione è la guerra e la prima vittima è la verità.

Nulla di nuovo sotto il sole, poiché da sempre le bugie sono parte costitutiva del conflitto: la differenza risiede neglistrumenti di diffusione, che ora includono piattaforme, come i social media globali, e siti di controinformazione per massimizzare l’efficacia delle strategie impiegate: pubblicità,deception, disinformazione, intossicazione e propaganda. Tattiche in grado di soggiogare e devitalizzare una società senza ricorrere alla forza o alla coercizione.

Sebbene la propaganda russa attiri su di sé grande attenzione, Pagani avverte: “la maggior parte delle notizie false è prodotta in casa nostra”. Storie che hanno dell’incredibile ma che pure proliferano, fino a diventare virali.

“L’antidoto alla disinformazione è l’istruzione” : lo ricorda Caligiuri con un richiamo alla consapevolezza:
fake news e complottismi non sono che la parte più evidente della questione. “La vera minaccia risiede nella disinformazione di Stato, la comunicazione istituzionale” che stritola le coscienze e sbriciola la fiducia nelle istituzioni.

Affrontare la sfida significa, quindi “proposte educative più funzionali, alta formazione per gli insegnanti e ampliamento dei saperi”. Perché la Scuola sia sempre più un vivaio dove germogliare e non l’arena dove competere. E in tale prospettiva “l’Intelligence si conferma scienza del futuro e merita pieno riconoscimento accademico “.

Questo libro – così lo compendia Caligiuri – “è un atto di responsabilità nel contrastare l’idea che la verità possa essere sacrificata sull’altare della menzogna e della propaganda”.

L’invito finale a mantenere elevati standard di fedeltà al vero. Un atto rivoluzionario in questa società dove la verità – lo estrinseca magnificamente il filosofo Byung-chul Han – “si disintegra in polvere di informazioni, spazzata via dal vento digitale”.

rubbettinoeditore.it

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Buon compleanno Presidente! Attualità del pensiero economico di Luigi Einaudi


20 marzo 2024, ore 11:00 presso la Camera dei Deputati, Sala del Refettorio, Palazzo San Macuto, Roma SALUTI ISTITUZIONALI GIUSEPPE BENEDETTO, Presidente Fondazione Luigi Einaudi INTRODUCE ANDREA CANGINI, Segretario Generale Fondazione Luigi Einaudi RELAZ

20 marzo 2024, ore 11:00 presso la Camera dei Deputati, Sala del Refettorio, Palazzo San Macuto, Roma

SALUTI ISTITUZIONALI
GIUSEPPE BENEDETTO, Presidente Fondazione Luigi Einaudi

INTRODUCE
ANDREA CANGINI, Segretario Generale Fondazione Luigi Einaudi

RELAZIONI A CURA DI
PROF. LORENZO INFANTINO, Luigi Einaudi e l’idea di Europa
PROF.SSA EMMA GALLI, Luigi Einaudi: la finanza straordinaria e il debito pubblico
PROF. PAOLO SILVESTRI, Buona società e buon governo: l’umanesimo liberale di Luigi Einaudi

CONCLUSIONI DEL MINISTRO DELL’ECONOMIA E DELLE FINANZE GIANCARLO GIORGETTI

Per accedere alla Camera dei Deputati, per gli uomini è d’obbligo la giacca. Accredito con nome e cognome ad accrediti@fondazioneluigieinaudi.it

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Presentazione del libro “La Gogna” di Alessandro Barbano


28 marzo 2024, ore 18:00 presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi SALUTI INTRODUTTIVI GIUSEPPE BENEDETTO, Presidente Fondazione Luigi Einaudi OLTRE ALL’AUTORE INTERVERRANNO ALBERTO CISTERNA, Presidente di Sezione del Tribunale di Roma ENRICO

28 marzo 2024, ore 18:00 presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi

SALUTI INTRODUTTIVI
GIUSEPPE BENEDETTO, Presidente Fondazione Luigi Einaudi

OLTRE ALL’AUTORE INTERVERRANNO
ALBERTO CISTERNA, Presidente di Sezione del Tribunale di Roma
ENRICO COSTA, Deputato della Repubblica Italiana
TULLIO PADOVANI, Professore emerito di Diritto penale presso la Scuola Universitaria Superiore Sant’Anna di Pisa e Accademico dei Lincei

MODERA
ANDREA CANGINI, Segretario Generale Fondazione Luigi Einaudi

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Disinformare: ecco l’arma di Mario Caligiuri, Alberto Pagani, Michela Chioso


La mente umana è un campo di battaglia dove si combatte una guerra fatta di narrazioni bugiarde. Una competizione strategica che plasma le percezioni, influenza le decisioni e avvelena le democrazie. Il saggio di Mario Caligiuri e Alberto Pagani, introdo

La mente umana è un campo di battaglia dove si combatte una guerra fatta di narrazioni bugiarde. Una competizione strategica che plasma le percezioni, influenza le decisioni e avvelena le democrazie. Il saggio di Mario Caligiuri e Alberto Pagani, introdotto dal Comandante generale emerito dell’Arma dei Carabinieri, Giovanni Nistri, e scritto in collaborazione con la giornalista Michela Chioso, indaga origini, tattiche e implicazioni di questo nuovo terreno di scontro, a due anni dall’inizio della operazione militare speciale russa, una guerra a tutti gli effetti che sta ridefinendo la carta d’Eurasia.

A due anni da quando, il 24 febbraio 2022, le truppe della Federazione Russa ne hanno violato il confine, l’Ucraina è in stallo militare, il sostegno internazionale vacilla e Mosca si prepara alle elezioni presidenziali all’ombra della morte, in un carcere siberiano, del dissidente Aleksej Naval’nyj.

Nel pieno di una guerra a più dimensioni, il cui esito resta ancora incerto, Disinformare: ecco l’arma. L’emergenza educativa e democratica del nostro tempo (Rubbettino), narra le avventure e le disavventure della verità di un evento che sta cambiando il mondo.

Da qui parte il dialogo tra Mario Caligiuri, esperto di Intelligence e Pedagogia, e Alberto Pagani, docente di Sociologia con esperienze parlamentari: un confronto che affonda le sue radici nell’interesse condiviso per l’universo della Sicurezza.

Il saggio – introdotto dal Comandante generale emerito dell’Arma dei Carabinieri, Giovanni Nistri, e scritto in collaborazione con la giornalista Michela Chioso – è suddiviso in due parti: la prima centrata sulle questioni geopolitiche, la seconda di ispirazione umanistica. La narrazione segue i codici dell’intervista giornalistica e spiega come e perché siamo entrati nell’era della disinformazione.

Caligiuri e Pagani indagano il conflitto che serve a Mosca per confermarsi impero: non più impiego armato della forza ma guerra cognitiva che vede nella mente umana un campo di battaglia.

La disinformazione è la guerra e la prima vittima è la verità.

Nulla di nuovo sotto il sole, poiché da sempre le bugie sono parte costitutiva del conflitto: la differenza risiede neglistrumenti di diffusione, che ora includono piattaforme, come i social media globali, e siti di controinformazione per massimizzare l’efficacia delle strategie impiegate: pubblicità,deception, disinformazione, intossicazione e propaganda. Tattiche in grado di soggiogare e devitalizzare una società senza ricorrere alla forza o alla coercizione.

Sebbene la propaganda russa attiri su di sé grande attenzione, Pagani avverte: “la maggior parte delle notizie false è prodotta in casa nostra”. Storie che hanno dell’incredibile ma che pure proliferano, fino a diventare virali.

“L’antidoto alla disinformazione è l’istruzione” : lo ricorda Caligiuri con un richiamo alla consapevolezza:
fake news e complottismi non sono che la parte più evidente della questione. “La vera minaccia risiede nella disinformazione di Stato, la comunicazione istituzionale” che stritola le coscienze e sbriciola la fiducia nelle istituzioni.

Affrontare la sfida significa, quindi “proposte educative più funzionali, alta formazione per gli insegnanti e ampliamento dei saperi”. Perché la Scuola sia sempre più un vivaio dove germogliare e non l’arena dove competere. E in tale prospettiva “l’Intelligence si conferma scienza del futuro e merita pieno riconoscimento accademico “.

Questo libro – così lo compendia Caligiuri – “è un atto di responsabilità nel contrastare l’idea che la verità possa essere sacrificata sull’altare della menzogna e della propaganda”.

L’invito finale a mantenere elevati standard di fedeltà al vero. Un atto rivoluzionario in questa società dove la verità – lo estrinseca magnificamente il filosofo Byung-chul Han – “si disintegra in polvere di informazioni, spazzata via dal vento digitale”.

rubbettinoeditore.it

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Uno Starlink cinese? Pechino accelera sull’Internet satellitare


La Cina starebbe pianificando la creazione di una infrastruttura di connessione globale di oltre dodicimila nano-satelliti, un sistema di Internet satellitare che ricalcherebbe il più conosciuto programma Starlink dell’americana SpaceX. Sebbene questo pro

La Cina starebbe pianificando la creazione di una infrastruttura di connessione globale di oltre dodicimila nano-satelliti, un sistema di Internet satellitare che ricalcherebbe il più conosciuto programma Starlink dell’americana SpaceX. Sebbene questo progetto sia ancora agli inizi, la Cina ha deciso di investire sul suo programma satellitare già da vari anni e lo sviluppo di un programma basato su larghe costellazioni di satelliti risale al 2018. Un altro segnale che dimostra l’aumento dell’interesse cinese nei confronti della dimensione spaziale è l’incremento dei lanci missilistici commerciali, sessantasette lo scorso anno, che la mettono in ottima posizione, seconda solo agli Stati Uniti con i loro centosedici lanci. Lo stesso governo cinese ha dichiarato che il valore dell’industria satellitare commerciale domestica raddoppierà nel 2024 raggiungendo i sessantaquattro miliardi di dollari entro il 2025. Alcune fonti indicano che la Cina stia pianificando di creare una rete di 12,992 satelliti per creare una rete di connessione globale, .

L’esempio di Starlink

Dietro la recente accelerazione di Pechino ci sarebbero delle valutazioni legate a quanto accaduto in Ucraina. Il programma di Elon Musk ha, infatti, permesso ai soldati ucraini di conservare le loro comunicazioni e la connessione Internet, vanificando buona parte delle offensive di guerra elettronica portate avanti da Mosca. Un elemento che, invece, potrebbe causare preoccupazione nel fronte occidentale è l’apertura che Musk sembra avere nei confronti di Pechino. Oltre ad aver vocalmente celebrato le qualità di Xi Jinping, pare che Musk abbia personalmente ordinato una riduzione dei servizi Starlink per gli abitanti di Taiwan, violando l’esistente contratto con Washington. Se veramente Pechino potesse contare sulla collaborazione, anche parziale, di Elon Musk allora è possibile che la Cina riesca a chiudere il divario tecnologico con l’occidente, in questo contesto, in tempi pericolosamente brevi.

Il rischio per l’America

Se la Cina, attraverso questo programma, dovesse ottenere l’indipendenza dall’infrastruttura sottomarina di Internet questo presenterebbe un importante sfida strategica per l’occidente. Ad oggi, la quasi totalità della connessione Internet è costituite da reti di cavi sottomarini che collegano i vari Paesi e trasportano le informazioni (quasi il 99%). La dipendenza da questi cavi per l’accesso al web è uno degli elementi che garantisce il controllo Usa su questa risorsa, grazie al vantaggio navale attualmente esercitato da Washington su Pechino. Se la Cina dovesse rendersi indipendente, anche parzialmente, gli Stati Uniti perderebbero uno dei loro vantaggi principali.

Il vantaggio militare

Nel pratico andando a sviluppare queste capacità la Cina andrebbe a guadagnare i seguenti vantaggi. In primo luogo, Pechino, come dimostrato in Ucraina, acquisirebbe resilienza nel contesto della guerra elettronica ottenendo un importante vantaggio in un, ipotetico, conflitto nell’ Indo-Pacifico. Se nelle prime fasi, che la maggior parti degli esperti considerano essere lo scontro tra la flotta americana e le capacità antinave cinesi nel mar di Giappone, Pechino dovesse essere in grado di proteggere i suoi vettori conservando la loro guida satellitare e fosse in grado di far rimanere attive le sue comunicazioni questo potrebbe fare la differenza tra la vittoria e la sconfitta. lo sviluppo di una flotta di piccoli satelliti che gestiscono le comunicazioni darebbe a Pechino profondità strategica nel dominio spaziale contro un ipotetico avversario americano. Questo progetto permetterebbe a Pechino di guadagnare resilienza nel dominio spaziale, in quello elettronico e in quello cyber, rappresentando un passo fondamentale per il Paese asiatico.

I vantaggi economico-strategici

In secondo luogo, Pechino sta acquisendo le capacità necessarie per creare un suo circuito di Space economy che, fondamentale per la sua autonomia strategica, le permetterà di ottenere enormi guadagni negli anni a venire. Infine, lo sviluppo di queste capacità permetterebbe a Pechino di supportare i suoi alleati, come hanno fatto gli americani in Ucraina grazie al progetto Starlink, permettendole di partecipare alle possibili guerre fra proxy che andranno a scoppiare negli anni a venire.


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Lo US Army cancella l’elicottero per la ricognizione armata. Le incognite


L’annuncio dell’8 febbraio della cancellazione da parte dello US Army del programma di sviluppo per un nuovo elicottero militare ha destato qualche perplessità, non solo tra gli operatori americani, ma nei ministeri della Difesa e nelle relative industrie

L’annuncio dell’8 febbraio della cancellazione da parte dello US Army del programma di sviluppo per un nuovo elicottero militare ha destato qualche perplessità, non solo tra gli operatori americani, ma nei ministeri della Difesa e nelle relative industrie in Europa. Non è certo la prima volta che gli americani spendono miliardi di dollari su programmi che poi cancellano, ma in questo caso sono addirittura recidivi. Un programma analogo, il RAH-60 Comanche, per un elicottero con la stessa missione, è già stato cancellato quasi vent’anni fa e per lo stesso motivo dichiarato allora: la missione si può fare con i droni, senza rischiare la vita degli equipaggi – Ucraina docet. Allora gli Stati Uniti erano appena sbarcati in Iraq e anche allora i droni erano la motivazione.

Il programma FARA (Fast Attack and Reconnaissance Aircraft) cancellato qualche settimana fa e su cui erano già stati spesi due miliardi di dollari, era in evoluzione con un nuovo modello di acquisizione dalla difesa Usa, chiamato Competitive prototyping, cioè compartecipare l’industria allo sviluppo di più dimostratori operanti, per permettere al cliente di fare la scelta più aderente al requisito e ridurre i tempi di sviluppo e produzione del programma. È un modello che impone costi anche all’industria, per quasi un terzo dell’investimento, e premia chi meglio interpreta le esigenze e i requisiti della difesa. Nel caso del FARA erano rimasti in gara Bell, con un elicottero a tecnologia tradizionale, e Sikorsky, con un elicottero innovativo, a pale controrotanti ed un’elica propulsiva in coda. Entrambe le aziende hanno sviluppato prototipi, pronti al volo.

Quello che però incomincia a trapelare in ambienti americani è che la decisione dell’US Army non sia forse così lineare come sembra. Infatti, l’utilizzo di droni per una missione in aree ad alta intensità può avvenire solo con la disponibilità ininterrotta di data link e collegamenti satellitari. Come ha confermato ad Airpress il generale di divisione (Aus.) Fortunato di Marzio, pilota e già Comandante di Reggimento di Elicotteri di Attacco e Ricognizione/scorta: “Proprio la guerra in Ucraina dimostra quanto sia poco attendibile la certezza di riuscire a garantire il dominio non solo aereo, ma anche dello spettro elettromagnetico. Qualcosa che suscita molto scetticismo tra gli esperti, anche alla luce del forte dispiegamento di risorse russe dedicate alla guerra elettronica”. In altre parole, la possibilità di un utilizzo massiccio di droni per missioni di attacco e ricognizione può avvenire soltanto attraverso un controllo quasi assoluto dello spettro elettromagnetico a più basse quote.

E forse la decisione dell’US Army, non è motivata solo da un improvviso cambio di strategia ma piuttosto dalla realizzazione che gestire due programmi di sviluppo di piattaforme aeree in parallelo, come il FLRAA (Future long range assault aircraft, per il quale è stato selezionato un design tiltrotor) e il Fara, non sono compatibili né con le sue prospettive di bilancio né con la sua di capacità di gestione, e puntare sui droni è un modo elegante per districarsi dal problema.

La questione sta adesso toccando anche i vertici dei comitati Difesa del Pentagono. Il chairman del comitato Air and land forces, Rob Wittman, ha in questi giorni avviato formali richieste di chiarimento all’US Army: “Comprendiamo che l’Army è adesso focalizzato sull’utilizzo dei droni ma non si comprende quale sia la direzione per l’ammodernamento degli elicotteri, specialmente nel segmento di elicotteri veloci per attacco e ricognizione”.

Peccato che questa decisione abbia anche implicazioni quasi esistenziali per l’industria elicotteristica americana.

Se anche il FLRA subirà ridimensionamenti, come si mormora tra gli esperti americani, anche a causa dei problemi irrisolti con il convertiplano V-22 Osprey, ormai con le flotte messe a terra dal 6 dicembre, sia Bell che Sikorsky dovranno trovare sbocchi alternativi per le tecnologie che i programmi americani hanno prodotto. Ma la storia della difesa Usa insegna che la base industriale del Paese riceve sempre un’attenzione prioritaria, se non direttamente dal dipartimento della Difesa, sicuramente dal Congresso americano che è avvezzo a munifiche elargizioni per la salvaguardia della capacità produttiva nazionale.

Ricordiamo che proprio il Pentagono, a partire da fine anno, dovrà assicurare che l’industria elicotteristica americana preservi le sue competenze, perché non sarà certo il FLRAA a sostituire in futuro i più di tremila Blackhawk che volano con i colori americani. Certamente, come in passato, l’esercito lancerà un nuovo programma fra qualche anno, forse anche con le tecnologie già sperimentate con successo con il Fara.

Rimane comunque il fatto che la tempistica della decisione offre all’industria elicotteristica europea un interessante spazio di manovra per inserirsi in un mercato importante con le proprie soluzioni innovative e con la sponda di tecnologie mature già sviluppate dagli americani, e oggi più accessibili perché orfane di programmi nazionali.

Non a caso la Nato, con la sua iniziativa Next generation rotorcraft capability (NGRC), ha proprio in questi giorni pubblicato il bando di gara per l’ultimo studio in cui chiede all’industria dei Paesi Nato di fornire soluzioni tecnologiche elicotteristiche ad alte velocità, con sistemi di missione ed effettori di quinta generazione, precisando che non considererà proposte di soluzioni con tecnologie attuali.


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Imparare dalle sconfitte


“A volte vinco, tutte le altre imparo”: chissà se Giorgia Meloni riuscirà a fare propria la saggezza orientale che trasuda da questo antico proverbio giapponese. La vittoria, infatti, notoriamente inebria d’un’ebbrezza che annebbia, e ultimamente Giorgia

“A volte vinco, tutte le altre imparo”: chissà se Giorgia Meloni riuscirà a fare propria la saggezza orientale che trasuda da questo antico proverbio giapponese. La vittoria, infatti, notoriamente inebria d’un’ebbrezza che annebbia, e ultimamente Giorgia Meloni ha vinto molto. Ha vinto imponendosi, ha di conseguenza governato con lo stesso metodo che l’ha condotta alla vittoria. Ha scelto ministri e candidati sulla base della fedeltà più che della capacità, ha trattato gli alleati con spirito autoritario più che con autorevolezza. È stata presa dalla hybris, sentimento tipicamente occidentale che nella Grecia antica era attribuito agli uomini che osavano sfidare gli dei ritenendo di averne acquisito i poteri. Uomini che, fatalmente, prima o poi scontano nella sconfitta la loro protervia.

In attesa dei risultati del test abruzzese che si svolgerà il 10 marzo, l’esito del voto in Sardegna potrebbe essere un bene per il centrodestra, a patto che i suoi leader e soprattutto Giorgia Meloni ne introiettassero la lezione. Anzi, le lezioni. Perché le lezioni sono in effetti due. La prima lezione attiene alla scelta del governatore di centrodestra uscente in Sardegna. Christian Solinas fu scelto nel 2019 da Matteo Salvini anche se in molti non lo ritenevano adeguato a ricoprire la non facile carica di presidente di Regione. In effetti ha vinto, ma a detta di molti ha mal governato. Una percezione diffusa anche nel centrodestra sardo su cui ha fatto leva Giorgia Meloni per imporre il proprio candidato. Il cambiamento c’è stato, ma gli echi del malgoverno hanno probabilmente condizionato l’esito elettorale. La prima lezione, dunque, è: i candidati a cariche elettive monocratiche vanno scelti non sulla base della fedeltà, ma sulla base della credibilità. Anche a costo di andarli a cercare lontani dal proprio orticello politico.

La seconda lezione discende dalla prima. Per imporre alla Lega il proprio candidato, Giorgia Meloni ha fatto di una tensione locale un caso nazionale. Lo scontro con Salvini è stato duro, la frattura a lungo esposta. Ed è noto che gli elettori del centrodestra non amano il conflitto interno. Alla fine, Meloni l’ha spuntata, ma l’ha spuntata con un candidato, Paolo Truzzu, molto spostato a destra e la cui principale qualità è parsa la fedeltà alla leader. Qualità evidentemente insufficiente non solo per governare, ma anche per vincere.

La seconda lezione, pertanto, è duplice: evitare, se possibile, di imporsi sugli alleati fino ad umiliarli e scegliere, se si è in grado di convincerli, candidati dotati di una propria autorevolezza e del profilo politico-culturale necessario ad attirare il voto non tanto della propria base elettorale più identitaria, quanto di quella massa elettorale moderata e di confine ormai da anni incline all’astensionismo.

Stavolta il centrodestra in generale e Giorgia Meloni in particolare non hanno vinto. Se, messa da parte la hybris e adottata un po’ di saggezza orientale, impareranno la lezione, questa sconfitta verrà ricordata come un’utile folgorazione. In caso contrario, come l’inizio della fine.

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Matteo Grossi – Cercasi Stato Disperatamente


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Gli Usa hanno usato l’AI per colpire le milizie iraniane in Iraq e Siria


Gli Stati Uniti hanno utilizzato l’intelligenza artificiale per identificare i bersagli colpiti dai raid aerei in Medio Oriente questo mese, rivelando un crescente utilizzo militare di questa tecnologia in fase di sviluppo per il combattimento. Algoritmi

Gli Stati Uniti hanno utilizzato l’intelligenza artificiale per identificare i bersagli colpiti dai raid aerei in Medio Oriente questo mese, rivelando un crescente utilizzo militare di questa tecnologia in fase di sviluppo per il combattimento. Algoritmi di apprendimento automatico capaci di machine learning hanno identificato target e contribuito a restringere i bersagli per più di 85 raid aerei statunitensi il 2 febbraio, secondo quanto spiegato a Bloomberg da Schuyler Moore, chief technology officer del Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom), che gestisce le operazioni militari in Medio Oriente.

Il Pentagono ha dichiarato che quei raid sono stati condotti da bombardieri e aerei da combattimento di vario genere e hanno colpito bersagli in sette strutture in Iraq e Siria come risposta a un attacco mortale contro il personale statunitense presso una base in Giordania, la Tower 22. “Abbiamo utilizzato la visione artificiale per identificare dove potrebbero esserci state minacce”, ha detto Moore e questo “ci ha dato più opportunità di individuare bersagli negli ultimi 60-90 giorni”. Gli Stati Uniti stanno attualmente cercando “un sacco” di obiettivi di forze ostili nella regione, dunque l’AI aiuta ad assolvere — rapidamente ed efficacemente — un compito complesso.

Era noto che l’intelligenza artificiale veniva usata a fini di intelligence, ma i commenti di Moore rappresentano la conferma più forte fino ad oggi dell’utilizzo della tecnologia da parte dello strumento militare statunitense per identificare bersagli nemici che sono stati successivamente colpiti. Gli algoritmi di targeting sono stati sviluppati nell’ambito del Progetto Maven, un’iniziativa del Pentagono avviata nel 2017 per accelerare l’adozione di intelligenza artificiale e apprendimento automatico in tutto il Dipartimento della Difesa e per sostenere l’intelligence della difesa, con un’enfasi sui prototipi usati all’epoca nella lotta statunitense contro i militanti dello Stato Islamico.

Maven aveva già fatto storcere il naso ad alcuni dipendenti del settore, Moore ha detto che le forze statunitensi in Medio Oriente hanno sperimentato algoritmi di visione artificiale capaci di individuare e identificare bersagli da immagini catturate da satellite e altre fonti di dati, provandoli in esercitazioni nell’ultimo anno. E le forze statunitensi sono state in grado di passare “in modo piuttosto fluido” all’utilizzo di Maven dopo un anno di esercitazioni digitali.

“Il 7 ottobre è cambiato tutto”, ha detto Moore, facendo riferimento all’attacco di Hamas contro Israele che ha preceduto la guerra a Gaza. “Ci siamo subito messi in moto ad un ritmo molto più elevato e con un’operatività molto più elevata di quanto non avessimo fatto in precedenza”. Moore ha sottolineato anche che le capacità di intelligenza artificiale di Maven sono state utilizzate per aiutare a individuare potenziali bersagli, ma non per verificarli o dispiegare armi.

Ha detto che le esercitazioni alla fine dell’anno scorso, durante le quali Centcom ha sperimentato un recommendation engine di intelligenza artificiale, hanno mostrato che tali sistemi “spesso non sono stati all’altezza” degli umani nel proporre l’ordine di attacco o la migliore arma da utilizzare. Gli operatori statunitensi prendono sul serio le loro responsabilità e il rischio che l’intelligenza artificiale possa commettere errori, ha precisato Moore, e “è tendenzialmente evidente quando c’è qualcosa che non va”.

“Non c’è mai un algoritmo che funziona semplicemente, giunge a una conclusione e poi passa al passo successivo”, ha detto. “Ogni passaggio che coinvolge l’intelligenza artificiale ha un umano che controlla alla fine”. Nella grande competizione tecnologica che ruota attorno all’AI (tra i grandi temi che l’Italia intende condividere con gli alleati del G7 che quest’anno guida), Centcom fa un passo avanti non solo operativo, ma verso gli standard che influenzeranno il futuro della tecnologia — altro grande fattore delle competizione.


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La Nato a caccia di sommergibili. Gli obiettivi dell’esercitazione Dynamic Manta


Sta iniziando al largo della costa siciliana l’esercitazione navale Nato Dynamic Manta, che coinvolgerà marine e aereonautiche militari dei Paesi dell’Alleanza Atlantica con l’obbiettivo di affinare le loro capacità di antisommergibile e aumentare il live

Sta iniziando al largo della costa siciliana l’esercitazione navale Nato Dynamic Manta, che coinvolgerà marine e aereonautiche militari dei Paesi dell’Alleanza Atlantica con l’obbiettivo di affinare le loro capacità di antisommergibile e aumentare il livello della cooperazione tra i paesi del patto Atlantico. L’attività addestrativa, pianificata dal Comando marittimo alleato Nato (Marcom) si svolgerà al largo delle coste orientali e meridionali della Sicilia.

L’esercitazione

L’evento vedrà la partecipazione di unità navali di Italia, Francia, Grecia, Spagna, Stati Uniti e Turchia e di unità aeree di Germania, Canada, Grecia, Regno Unito, Stati Uniti e Turchia. Le operazioni vedranno sette sommergibili alternarsi nei ruoli di cacciatori e prede per simulare istanze di guerra navale nel Mediterraneo. I sottomarini opereranno aiutati dagli asset navali di superficie e aerei schierati dai Paesi partecipanti. L’Italia, Paese ospitante dell’evento, parteciperà all’evento con unità navali e velivoli ad ala rotante oltre a mettere a disposizione dei partecipanti le sue strutture logistiche, in particolare la base navale di Augusta. Le navi inviate dall’Italia sono la fregata antisommergibile Carlo Margottini, il cacciatorpediniere Luigi Durand de la Penne, il pattugliatore Francesco Morosini e due sommergibili.

La centralità della cooperazione

L’esercitazione è fondamentale dato che lo scenario più realistico di un intervento navale Nato nel Mediterraneo consiste nel sigillare le tre entrate del Mare, gli stretti dei Dardanelli e Gibilterra e il canale di Suez, per impedire l’ingresso di potenze avversario, per poi, in una seconda fase, iniziare a pattugliare il mare individuando ed eliminando le minacce sottomarine. Lo sviluppo di capacità di collaborazione fra le aereonautiche e le marine dei diversi Paesi membri è la pietra d’angolo per tali operazioni e sarà centrale per controbilanciare l’ipotetica superiorità numerica delle marine avversarie.

Il ruolo della Turchia

È interessante la presenza della Turchia tra i partecipanti dell’esercitazione. Il Paese, infatti, di recente è stato al centro di alcuni dissidi all’interno del Patto, come per esempio relativamente all’ingresso della Svezia nella stessa. Erdogan, in un primo momento, aveva anche tentato di presentarsi come figura di mediazione tra la Russia e l’Occidente, in contrapposizione alla linea prevalente nel resto del blocco atlantico. La sua presenza nell’esercitazione Dynamic Manta è però il riconoscimento della sua centralità in qualunque piano di contenimento della Federazione russa. La Turchia avrebbe, infatti, un ruolo centrale nel mantenimento del blocco dello stretto dei Dardanelli e nell’eliminazione della flotta Russa nel mar Nero, grazie alla sua posizione geografica. Il contenimento della Russia nel mar Nero senza partecipazione e impegno della Turchia sarebbe quasi irrealizzabile.

La proiezione oltre Suez

L’esercitazione dimostra come l’avversario principale per cui si prepara l’Alleanza atlantica sia la Federazione russa. Il teatro mediterraneo implica chiare condizioni operative per le marine dell’Alleanza Atlantica che possono contare su catene logistiche molto corte ed efficienti e, soprattutto, su un avversario, Mosca, con limitate capacità navali. Una questione più complessa è la proiezione delle dinamiche relative all’esercitazione nel contesto di un’eventuale operazione proiettata verso l’Indo-Pacifico. Le marine europee dovrebbero riuscire ad acquisire le capacità logistiche per operare nel teatro asiatico con la stessa efficienza che hanno nel Mediteranno. La questione più pressante sarebbe il bisogno di un continuo rifornimento di missili intercettori, indispensabili, per rispondere alle minacce missilistiche che caratterizzerebbero il teatro dell’Indo-Pacifico. Probabilmente, anche in uno scenario diverso dal conflitto con la federazione Russa, le marine europee dovrebbero garantire la sicurezza del Mediterraneo allargato permettendo, così, alla marina statunitense di concentrare tutte le sue forze ad Oriente.


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La paura dell’arma nucleare spaziale fa parlare Usa e Russia


William Burns, direttore della Central Intelligence Agency, ha parlato con Sergei Naryshkin, direttore di Služba vnešnej razvedki, il servizio russo di intelligence esterna. E Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente americano

William Burns, direttore della Central Intelligence Agency, ha parlato con Sergei Naryshkin, direttore di Služba vnešnej razvedki, il servizio russo di intelligence esterna. E Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente americano Joe Biden, con Yuri Ushakov, uno dei consigliere per la politica estera del leader russo Vladimir Putin ed ex ambasciatore negli Stati Uniti. Al centro dei colloqui, la nuova arma nucleare anti-satellite attualmente in via di sviluppo da parte di Mosca. Da Washington un avvertimento: un eventuale dispiegamento rappresenterebbe una violazione del Trattato sullo spazio extra-atmosferico, oltre che una minaccia alla sicurezza nazionale americana.

I contatti, riportati dal quotidiano Wall Street Journal e dall’emittente CBS News, seguono la nota con cui una decina di giorni fa Mike Turner, presidente della commissione Intelligence della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, ha avvertito di una “seria” minaccia che gli Stati Uniti potrebbero dover discutere con i loro alleati. John Kirby, consigliere per le comunicazioni sulla sicurezza nazionale della Casa Bianca, ha successivamente spiegato che il deputato stava parlando di una capacità antisatellite spaziale sviluppata dalla Russia. Sia il giornale sia l’emittente hanno riferito che l’amministrazione Biden starebbe contattando anche Paesi come l’India e la Cina (Antony Blinken, segretario di Stato americano, ha incontrato una settimana fa gli omologhi Subrahmanyam Jaishankar e Wang Yi a margine della Conferenza di Monaco sulla sicurezza) e gli alleati del G7 nel tentativo di convincerli a dissuadere la Russia dal dispiegare l’arma.

Sabato, i leader del G7 riunitisi per la prima volta quest’anno sotto la presidenza italiana hanno bollato come “inaccettabile” la retorica nucleare della Russia e condannato “l’atteggiamento di intimidazione strategica” di Mosca “e il suo indebolimento dei regimi di controllo degli armamenti”. La minacce da parte della Russia di utilizzo di armi nucleari, “per non parlare di qualsiasi utilizzo di armi nucleari da parte della Russia, nel contesto della sua guerra di aggressione contro l’Ucraina, sono inammissibili”, si legge ancora nella dichiarazione.

Il Cremlino ha negato che la Russia stia progettando di lanciare in orbita delle testate nucleari, accusando la Casa Bianca di creare isteria su una nuova minaccia russa per fare pressione sul Congresso affinché approvi nuovi aiuti all’Ucraina. Allo stesso modo, dopo le indiscrezioni più recenti dei media americani, Sergei Ryabkov, viceministro degli Esteri russo, oltre a definire “assurde” le accuse americane, ha dichiarato che i negoziati non hanno prodotto alcun risultato: Mosca, inoltre, è molto scontenta nei confronti di Washington per la diffusione dei dettagli dell’incontro che avrebbe dovuto rimanere riservato.


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#laFLEalMassimo – Episodio 115: Navalny Matteotti e i Martiri della Libertà


La morte di Alexei Navalny, durante la detenzione basata su accuse risibili ci obbliga a prendere coscienza di quale sia il prezzo che si può pagare per la libertà e di quanto siamo al tempo stesso fortunati ad averla ottenuta gratuitamente dalla nascita

La morte di Alexei Navalny, durante la detenzione basata su accuse risibili ci obbliga a
prendere coscienza di quale sia il prezzo che si può pagare per la libertà e di quanto siamo al
tempo stesso fortunati ad averla ottenuta gratuitamente dalla nascita e sciagurati nel
metterla a rischio sottovalutando la pericolosità del dittatore Putin.
La storia dei libri e dei film a grande budget nel cinema si concentra su eroi valorosi e
condottieri vincenti da Napoleone a Giulio cesare, persone che con le loro gesta hanno
colpito inciso così nella la cultura popolare da inserire il proprio nome nel lessico comune e
da incantare ancora dopo secoli o millenni l’immaginario collettivo.
Eppure, l’umanità ha conosciuto anche eroi silenziosi, che non hanno mai ucciso, invaso o
conquistato nessuno, ma che anzi si sono opposti ai conquistatori e ai violenti, agendo
spesso inascoltati e incompresi e finendo per pagare con la vita l’incrollabile volontà di
affermare la propria libertà.
Personaggi come Giacomo Matteotti e Alexey Navalny, che hanno alzato la testa contro
dittatori come Mussolini e Putin, mentre il resto della popolazione preferisce guardare
altrove, o sottomettersi apertamente all’arbitrio dei potenti.
Quanto coraggio ci vuole a rischiare di continuo la vita fino a perderla pur di sostenere le
proprie idee? Io penso che sia un coraggio enorme, più grande di quello dei generali che
mandano i soldati semplici a morire o dei conquistatori che storia e letteratura amano
celebrare.
Alexei Navalny ha resistito a minacce intimidazioni, a tentativi di corruzione, è stato
avvelenato ed ha rischiato di morire eppure ha deciso volontariamente di rientrare nel
paese che non è certo meritasse la sua battagli di libertà. E’ andato avanti finchè il suo corpo
mortale non a ceduto agli oltraggi degli aguzzini che lo tenevano prigioniero, ma il suo
esempio immortale resterà di ispirazione per le generazioni future.

Mi piace immaginare una nuova Russia libera, che in un futuro non troppo lontano possa
dedicare piazze e viali ad Alexei Navalny, come ha fatto l’Italia con Giacomo Matteotti e
voglio credere che il percorso tra l’assassinio e la caduta del dittatore possa essere più breve
per il popolo russo.

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Così i droni sono diventati l’arma-simbolo del conflitto in Ucraina. Scrive Borsari


I droni rappresentano uno dei simboli dell’attuale conflitto in Ucraina non solo sul piano delle operazioni militari, ma anche in virtù della capacità di questa tecnologia di catturare l’immaginario pubblico e avere un impatto trasformativo sul settore de

I droni rappresentano uno dei simboli dell’attuale conflitto in Ucraina non solo sul piano delle operazioni militari, ma anche in virtù della capacità di questa tecnologia di catturare l’immaginario pubblico e avere un impatto trasformativo sul settore della difesa. L’uso estensivo dei droni è in realtà una tendenza già emersa in altri teatri bellici della storia recente, dalla Siria al Nagorno-Karabakh, passando per la Libia. Ciò che distingue il caso dell’Ucraina è, innanzitutto, il numero senza precedenti di sistemi a pilotaggio remoto di ogni tipo e dimensione schierati da entrambe le fazioni.

In base ai dati disponibili, infatti, si possono stimare in decine di migliaia i droni distrutti ogni mese in Ucraina, principalmente a causa delle contromisure di guerra elettronica usate dalle forze di Kyiv e Mosca. Oltre alla quantità, però, sono anche la varietà di sistemi e relative capacità, nonché l’innovazione nelle tecniche e tattiche di utilizzo a rendere il conflitto ucraino una vera e propria “guerra di droni”.

In questo senso è necessario sottolineare l’enorme impatto operativo dei droni commerciali – dai sistemi Parrot francesi ai celebri Mavic del colosso cinese Dji, fino ai piccoli droni da competizione Fpv (First per- son view) – che in Ucraina vengono utilizzati per molteplici missioni, dalla ricognizione al coordinamento del fuoco di artiglieria, all’attacco. In generale, i fattori che più di tutti hanno favorito il successo dei droni sono i costi più contenuti rispetto a velivoli tradizionali, la facilità di utilizzo e il minor rischio per il personale.

Sul piano operativo i droni hanno reso “trasparente” il campo di battaglia, garantendo una sorveglianza costante, facilitando l’individuazione dell’avversario e complicando enormemente l’uso del fattore sorpresa e le azioni di manovra su larga scala. Questo ha anche rivoluzionato il processo di ingaggio dell’obiettivo – ciò che in gergo militare anglosassone è chiamato kill-chain – diminuendo drasticamente il lasso di tempo tra l’individuazione del bersaglio e l’attacco. In Ucraina questo processo è dovuto a due ragioni principali: in primis, la diffusione capillare dei droni a tutti i livelli delle forze armate; in secondo luogo, l’integrazione dei droni e delle unità di artiglieria in un’architettura di comando e controllo digitalizzata.

Al contempo, tuttavia, è anche importante sfatare il mito dei droni come arma risolutiva, ricordando che la loro efficacia dipende dal grado di integrazione con altre capacità, dagli assetti spaziali alla cyber-warfare, ad architetture di comando e controllo avanzate e digitalizzate. Inoltre la tecnologia da sola non fa la differenza. Altrettanto fondamentale è la capacità di integrarla nei concetti operativi e nella dottrina attraverso sperimentazione, addestramento e simula- zioni. Questi aspetti sono particolarmente importanti perché rendono l’impiego efficace dei droni (così come di molti altri sistemi) assai più complesso di quanto non si pensi.

Come accennato, i droni esemplificano l’uso sempre maggiore di tecnologia commerciale per scopi militari. Questa tendenza sembra destinata a rafforzarsi e indica un parziale cambio di paradigma rispetto al passato, quando era l’innovazione nata per esigenze militari (l’esempio di Internet è quello più ovvio) a sfociare nel settore civile. In questo modo, tecnologie e sistemi all’apparenza innocui ma potenzialmente letali diventano più facilmente accessibili, offrendo nuove (ma modeste) capacità e opzioni militari anche ad attori – statali e non – con risorse limitate.

Allo stesso tempo, la proliferazione di tecnologie o componenti dual use ha implicazioni significative non solo per la sicurezza, ma anche per il modo in cui le tecnologie per la difesa sono sviluppate, acquisite e integrate. La tecnologia dual use offre grande flessibilità grazie al numero elevato di soluzioni, alla vasta e immediata disponibilità, nonché ai costi solitamente più contenuti, seppur a scapito delle performance rispetto a sistemi militari. Questo aspetto è emerso chiaramente in Ucraina, dove l’enorme quantità di droni commerciali ha sopperito ai loro limiti qualitativi.

Come conseguenza, molti governi intendono dotarsi di un grande numero di droni sacrificabili, più economici, facilmente rimpiazzabili e modulari (si veda l’iniziativa americana Replicator), in vista di eventuali conflitti ad alta intensità. Tale esigenza significa anche ripensare i modelli di produzione e acquisizione dell’industria della difesa, sfruttando non solo la scalabilità e le infrastrutture della produzione civile, ma anche l’innovazione nel settore commerciale attraverso un approccio dal basso che favorisce sinergie tra la difesa e il comparto civile, integrando maggiormente il know-how del settore privato e delle università nonché il capitale di investitori privati (ad esempio venture capitals).

Questo richiede normative e incentivi che favoriscano l’innovazione, oltre a uno snellimento dell’iter burocratico che caratterizza l’intero processo di procurement nel settore della difesa, dalla scelta della capacità, ai test, all’acquisizione finale. In questo contesto, la natura estremamente modulare dei droni facilita l’integrazione continua (on the fly) di nuove capacità e si coniuga al meglio con un approccio meno tradizionale al settore della difesa. Su questo, i Paesi europei possono imparare molto dall’Ucraina.

Formiche 199


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la cultura del piagnisteo ha messo radici nella vecchia europa


Sono passati esattamente quarant’anni da quando nelle librerie italiane uscì, per Adelphi, “La cultura del piagnisteo” di Robert Hughes. Grazie alla prosa affilata e allo spirito anticonformista dell’allora critico d’arte di Time, il pubblico italiano pre

Sono passati esattamente quarant’anni da quando nelle librerie italiane uscì, per Adelphi, “La cultura del piagnisteo” di Robert Hughes. Grazie alla prosa affilata e allo spirito anticonformista dell’allora critico d’arte di Time, il pubblico italiano prese coscienza di un fenomeno sociale che a noi lettori comuni venati di ingenuità parve un fatto tipicamente americano, dunque destinato a rimanere confinato oltreoceano: il politicamente corretto. Fenomeno che il sottotitolo del libro qualifica come saga, “La saga del politicamente corretto”. Qualcosa, dunque, a cavallo tra epica e leggenda.

Hughes descrive l’America dei primi Anni ‘90 come “un paese ossessionato dalle terapie e pieno di sfiducia nella politica formale; scettico sull’autorità e preda della superstizione; corroso, nel linguaggio politico, dalla falsa pietà e dall’eufemismo”. Un paese in piena crisi di identità, non più capace di sentirsi unito attorno a valori e principi universalmente condivisi, orripilanti dalla propria forza, nauseato dalla propria identità e mai come prima frammentato in comunità minoritarie indistintamente inclini, appunto, al “piagnisteo”. Nella sottocultura politicamente corretta, scrive Hughes, “c’è sempre un padre-padrone a cui dare la colpa e l’ampliamento dei diritti procede senza l’altra faccia della società civile: il vincolo degli obblighi e dei doveri”. Un fenomeno che, come un virus, ha infettato la società americana con effetti per certi versi paradossali. “Poiché la nuova sensibilità decreta che i nostri eroi saranno solo le vittime, il rango di vittima comincia ad essere reclamato anche dal maschio americano bianco”, scrive Hughes.

Erano i tempi in cui nelle università statunitensi c’era chi contestava la lettura del Moby Dick di Melville a causa della deplorevole inclinazione del capitano Akab ad accanirsi contro una povera balena. Erano i tempi in cui docenti e capi ufficio cominciavano a ricevere i propri sottoposti con le porte spalancate per prevenire l’accusa di molestie sessuali. Erano i tempi in cui i comitati per i diritti umani iniziavano a reclamare le scuse degli spagnoli per aver sterminato, nel Cinquecento, il popolo Atzeco. Erano i tempi in cui il linguaggio comune si arricchiva di complicate allocuzioni, molti vocaboli venivano proscritti, parecchie colpe venivano attribuite.

Un senso di colpa collettivo iniziò allora ad alimentare un dilagante piagnisteo, che i più ingenui tra noi lettori italiani considerarono un fenomeno di passaggio, comunque tipico della giovane America e pertanto mai esportabile nella vecchia Europa. Duplice errore. Il fenomeno, negli Stati Uniti, non è affatto passato, anzi si è largamente diffuso e sostanzialmente radicalizzato assumendo i nomi di Woke, Mee-To, Cancel Culture… Quanto a noi, evidentemente non ne eravamo immuni. Sì che le bizzarrie allora confinate nei campus e nei salotti buoni dell’élite liberal americana sono via via diventate la regola nelle università europee: a Parigi piuttosto che a Londra, a Berlino piuttosto che a Milano.

HuffingtonPost

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Separazione delle carriere, seminario con Benedetto – Il Messaggero


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CantieraBile


Non è possibile che a ogni morto sul lavoro – che messi assieme fanno una strage – si sentano sempre le stesse parole. Forse non c’è altro da dire, ma non è possibile si ripeta che faremo regole più severe e controlli più frequenti. Perché le regole devon

Non è possibile che a ogni morto sul lavoro – che messi assieme fanno una strage – si sentano sempre le stesse parole. Forse non c’è altro da dire, ma non è possibile si ripeta che faremo regole più severe e controlli più frequenti. Perché le regole devono essere ragionevoli e i controlli regolari. Non serve – ha ragione il ministro Nordio – l’ennesima specificazione dell’omicidio. Serve che la sicurezza sia la normalità.

Se in un luogo di lavoro c’è scarsa attenzione al rispetto delle regole è facile che ciò si rifletta anche sulla sicurezza. Ma se quando l’assenza di sicurezza genera incidenti mortali e già le prime indagini mettono in evidenza irregolarità che poco hanno a che vedere con la sicurezza, ne deriva che quelle irregolarità sono molto diffuse. Con il che serve a poco promettere regole più severe, che avrebbero un senso se quelle più lasche fossero state rispettate e si fossero dimostrate inefficaci.

Una delle cose più utili, nel prevenire incidenti, è la formazione dei lavoratori. Non si tratta (soltanto) dei corsi formali, spessissimo vissuti – e non a torto – come perdite di tempo e rotture di scatole. Sia dai datori che dai lavoratori. Si tratta dell’acquisire la consapevolezza dei rischi e delle tecniche, talché si cresca in responsabilità ed esposizione ai potenziali rischi, oltre che in retribuzione, all’acquisizione di maggiori competenze. Il che ha senso se c’è stabilità del posto di lavoro. Se gli operai cambiano di continuo tutto questo diventa solo esercizio parolaio.

Nel disgraziato cantiere fiorentino – sulla cui tragedia è aperta l’inchiesta e si spera che la giustizia non si seppellisca negli anni – sappiamo già della presenza di immigrati irregolari. Non clandestini, almeno per quel che è noto, ma irregolari nel senso che almeno uno di loro aveva chiesto il permesso di soggiorno, gli era stato rifiutato e aveva fatto ricorso. Come si pensa che possa campare, pendente il ricorso? Proverà a lavorare, che è anche la migliore e più onesta delle ipotesi. Ma senza neanche la possibilità di aspirare alla stabilità e all’acquisizione di capacità. È morto. È morto da aspirante regolarizzato. E faremmo bene a sentirla come una colpa collettiva.

Perché li fanno lavorare in quelle condizioni? Intanto perché lavorare è un loro bisogno e poi perché la manodopera scarseggia e quella che c’è la si utilizza come si può. Quindi abbiamo una colpa collettiva per i lasciati appesi nella terra di nessuno dei ricorsi e ne abbiamo un’altra per non avere fatto entrare un numero sufficiente di lavoratori. Perché quelle sono mansioni svolte prevalentemente da immigrati. E se hanno fatto dei lavori edili nel vostro condominio conosco già la vostra obiezione: non prevalentemente, ma esclusivamente. Questa doppia colpa produce una sicura irregolarità in potenzialmente tutti i cantieri. E le irregolarità sono contagiose: una produce l’altra.

Occorrerebbero più controlli? Certamente. Ma se le irregolarità sono diffuse, se le regole stesse finiscono con il produrle, allora i più numerosi controlli o diventano uno strumento punitivo delle imprese o innescano un fenomeno degenerativo dei controllori. E siccome non si può mettere un controllore a controllare l’altro che controlla, non resta che puntare sulla loro responsabilità: sia per i controlli non effettuati che per quelli effettuati con gli occhi appannati. Ma questo ha un senso se si dispone di una macchina giudiziaria che funziona, altrimenti la responsabilità resta uno spauracchio. Un Paese che vara un bonus al 110%, moltiplica le aziende edili, mette sui ponteggi gente che non c’è mai stata, fino a quando finiscono i ponteggi e ci si appende per aria, non rimedia agli scompensi mandando più ispettori, perché dovrebbe prima di tutto farsi ispezionare il sistema legislativo.

Se ci tocca sentire sempre le stesse parole, al ripetersi di ogni tragedia, è perché dove l’irregolarità ha una sua regolare diffusione la pretesa della regolarità diventa o una inutile invocazione o un blocco della produzione. E a ogni morto sul lavoro muore un pezzo di civiltà del diritto e di prosperità produttiva.

La Ragione

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Sempre più Italia nell’EuroDrone. Ecco l’avionica made in Pomezia


Dopo il motore, anche l’avionica per l’EuroDrone sarà made in Italy. È quanto previsto dall’accordo tra Northrop Grumman Italia e la società francese Safran, per la realizzazione dei sistemi di bordo del velivolo senza pilota per il Vecchio continente il

Dopo il motore, anche l’avionica per l’EuroDrone sarà made in Italy. È quanto previsto dall’accordo tra Northrop Grumman Italia e la società francese Safran, per la realizzazione dei sistemi di bordo del velivolo senza pilota per il Vecchio continente il cui progetto è guidato da Airbus. Nel panorama militare contemporaneo, infatti, i droni rivestono un ruolo sempre più cruciale, offrendo una vasta gamma di vantaggi strategici e tattici, e una delle componenti fondamentali dei droni militari è rappresentata dai sistemi di navigazione e avionica, cioè tutti quelle tecnologie che permettono al velivolo di conoscere non solo la sua posizione nello spazio (e quindi la direzione del volo), ma anche il proprio assetto di volo, come la quota o il controllo delle superfici di volo.

Il sistema di Northrop Grumman Italia

L’Italia è coinvolta da sempre nel fornire soluzioni avanzate per i droni europei, concentrandosi in particolare sul settore dei sistemi Uav di grandi dimensioni per la sorveglianza e ricognizione e sulla collaborazione con partner internazionali. La società basata a Pomezia fornirà, infatti, il suo sistema di navigazione inerziale Navex-100 in grado di fornire informazioni sull’assetto, la direzione, la posizione e la velocità del velivolo. Per operare sull’Eurodrone è stato aggiornato con l’integrazione di sistemi di geolocalizzazione satellitare Gps e Galileo, forniti da Safran. Il prodotto è nazionale e Itar Free, cioè non soggetto al controllo di export da parte degli Stati Uniti, ed è già impiegato su diversi sistemi Uav. Il tema delle certificazioni, in particolare, è essenziale per garantire la conformità alle normative aeronautiche e la massima affidabilità del sistema. Queste certificazioni assicurano che i sistemi di navigazione e avionica siano in grado di operare in ambienti ostili e affrontare situazioni di emergenza senza compromettere la sicurezza delle operazioni.

Il drone del Vecchio continente

L’EuroDrone è un velivolo a pilotaggio remoto (Uav) di classe Male (Medium altitude long endurance), con capacità versatili e adattabili. Le sue caratteristiche lo rendono la piattaforma perfetta per missioni cosiddette Istar, cioè di Intelligence, sorveglianza, acquisizione obbiettivi e ricognizione e per operazioni di sicurezza nazionale. L’intera filiera produttiva resterà nell’eco-sistema produttivo europeo. Sul programma sono coinvolti gli stabilimenti di Avio Aero in Italia, Polonia e Repubblica Ceca, il GE Aerospace Advanced Technology di Monaco di Baviera e il GE Engineering Design Center di Varsavia. Con la partnership tra Northrop Grumman Italia e Safran, oltre a vedere il coinvolgimento della società di Pomezia, assicura la disponibilità di soluzioni all’avanguardia garantire dal gruppo italiano specializzato proprio in sistemi avionici per le esigenze specifiche del settore militare.

Il motore Catalyst

Oltre all’avionica, sarà made in Italy anche il motore del drone grazie al propulsore Catalyst proposto da Avio Aero, il primo turboelica nella storia dell’aviazione con componenti realizzate tramite additive manufacturing, che assicurano minor peso e maggior efficienza al motore. Grazie al rapporto di compressione di 16:1, il migliore del settore, il Catalyst garantisce una diminuzione dei consumi fino al 20%, una potenza di crociera e una capacità di carico maggiore del 10% e fino a tre ore in più di autonomia in una tipica missione Uav, rispetto ai motori concorrenti nella stessa categoria. Il controllo del motore digitale Fadec (Full authority digital engine control) presente sul Catalyst, inoltre, semplifica l’integrazione tra l’avionica e l’elica, questa realizzata dalla tedesca MT-Propeller.


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Limitare i mandati dei governatori è questione di principio. Lo diceva anche Salvini


Gira da settimane in Rete il video di un comizio di Matteo Salvini del settembre 2016. Siamo a Pontida, nel cuore dell’immaginario, dell’identità e della strategia leghista. Dal palco, il segretario scolpisce tra gli applausi un concetto chiaro. Un concet

Gira da settimane in Rete il video di un comizio di Matteo Salvini del settembre 2016. Siamo a Pontida, nel cuore dell’immaginario, dell’identità e della strategia leghista. Dal palco, il segretario scolpisce tra gli applausi un concetto chiaro. Un concetto apparentemente granitico: “Serve un limite di due mandati per ogni carica elettiva a cominciare dai parlamentari come c’è per i sindaci. E’ cosa buona e giusta perché dopo dieci anni penso che si possa lasciare spazio a qualcun altro che possa prendere il nostro posto a Bruxelles, a Roma o in Regione”. Salvini ne fece una questione di principio. Lo fa anche oggi, ma difendendo un principio opposto: eliminare il limite dei due mandati sarebbe una questione di democrazia. E’ la tesi enunciata ieri su Repubblica da Roberto Calderoli in difesa nientemeno che della “sovranità popolare”. “Se deve esserci scelta democratica non può esserci limite”, dice Calderoli, ma se c’è un limite per i sindaci e per i presidenti di Regione, “allora per coerenza facciamo come i 5Stelle e introduciamo il limite dei due mandati anche per i parlamentari”. Un limite che lo stesso Calderoli, contraddicendo il Salvini del 2016, dice però di non condividere. Insomma, un caos. Una strabiliante sequenza di contraddizioni utili a comprendere quanto poco i principi animino il dibattito in corso. Un dibattito nato, come è noto, dall’esigenza di Salvini di assicurare alla Lega altri cinque anni di guida della regione Veneto e di non ritrovarsi alle prese con un Luca Zaia disoccupato e pertanto libero di insidiare la leadership nazionale del partito.

Eppure, il limite di due mandati consecutivi per i sindaci di Comuni superiori ai 15mila abitanti fu introdotto nel ’93 proprio in ragione di un’ampia serie di principi. Principi costituzionali che la Consulta ha ben riassunto con la sentenza numero 60 dello scorso anno. Il limite di due anni al mandato dei sindaci, si legge, “costituisce un punto di equilibrio tra il modello dell’elezione diretta dell’esecutivo e la concentrazione del potere in capo a una sola persona”. Infatti, “il limite ha lo scopo di tutelare il diritto di voto dei cittadini […] impedendo la permanenza per periodi troppo lunghi […] che possono dar luogo ad anomale espressioni di clientelismo” e “serve a favorire il ricambio ai vertici dell’amministrazione locale ed evitare la soggettivizzazione dell’uso del potere dell’amministratore locale”. In sostanza, “la previsione del numero massimo dei mandati consecutivi […] riflette una scelta normativa idonea a inverare e garantire ulteriori fondamentali diritti e principi costituzionali: l’effettiva par condicio tra i candidati, la libertà di voto dei singoli elettori e la genuinità complessiva della competizione elettorale, il fisiologico ricambio della rappresentanza politica e, in definitiva, la stessa democraticità degli enti locali”.

Non c’è democrazia occidentale che non preveda un limite temporale al potere scaturito dalle cariche elettive monocratiche, potere che naturalmente non è paragonabile a quello del singolo parlamentare.

Formiche.net

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“Adam Smith a trecento anni dalla nascita”, del prof. Infantino la prima lezione della Scuola di Liberalismo


Nell’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi si è svolta questa sera la prima lezione della Scuola di Liberalismo 2024, “Adam Smith a trecento anni dalla nascita. Alle origini delle scienze sociali” a cura del professore Lorenzo Infantino. Nelle quas

Nell’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi si è svolta questa sera la prima lezione della Scuola di Liberalismo 2024, “Adam Smith a trecento anni dalla nascita. Alle origini delle scienze sociali” a cura del professore Lorenzo Infantino. Nelle quasi due ore di lezione di fronte a numerosi partecipanti, in sala e da remoto, il professore ha ripercorso tutta l’opera del filosofo ed economista scozzese.

“Le biblioteche sono piene di scritti dedicati all’opera di Adam Smith”, ha spiegato Infantino. “Il maggior numero di commentatori si è soffermato sulla Ricchezza delle nazioni, molti meno sono stati coloro che hanno rivolto la loro attenzione ai Sentimenti morali, ancor meno sono stati gli studiosi che hanno preso in considerazione i saggi postumi. A proposito di questi ultimi Joseph A. Schumpeter ha scritto: «Oso dire che chi non conosce questi saggi non può avere un’idea adeguata della statura di Smith».”

Smith sosteneva che: “Nessuno può raggiungere i propri scopi senza interagire e senza collaborare con gli altri”. Per il professor Infantino questa è la spiegazione della “società aperta”, che si basa sul presupposto che ogni azione umana intenzionale determini conseguenze in intenzionali. È quella che il filosofo scozzese chiamava “la mano invisibile del mercato”. La teoria della mano invisibile attraversa tutta l’opera di Smith. La pagina in cui l’autore fa ricorso a questa metafora è la più importante della Ricchezza delle nazioni. Essa infatti contiene una premessa senza cui non è possibile avere contezza della funzione del mercato e da cui si giunge a una teoria della limitazione del potere e all’indicazione dell’habitat normativo della Grande Società.

Al termine della lezione è seguito un dibattito con gli iscritti, segno che il professor Infantino ha stimolato la curiosità dei presenti.

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Dalla drone diplomacy alla Kaan diplomacy, le ambizioni turche sul nuovo caccia


Mercoledì 21 febbraio, la base aerea di Akinci ha ospitato il primo volo del “Kaan”, il prototipo turco di caccia di quinta generazione. Culmine di un processo avviato nel dicembre 2010, quando Ankara ha aperto il programma di sviluppo del velivolo da com

Mercoledì 21 febbraio, la base aerea di Akinci ha ospitato il primo volo del “Kaan”, il prototipo turco di caccia di quinta generazione. Culmine di un processo avviato nel dicembre 2010, quando Ankara ha aperto il programma di sviluppo del velivolo da combattimento. Nell’agosto 2011 è stato poi firmato un contratto di progettazione concettuale tra il governo e l’azienda Turkish Aerospace Industries, a cui è seguito un contratto di sviluppo firmato nell’agosto 2016. Fino al primo volo di prova di pochi giorni fa, a cui seguirà la costruzione di altri cinque prototipi.

Il programma mira a mettere in campo un aereo da combattimento di quinta generazione per soddisfare i requisiti dell’aeronautica militare turca oltre il 2030 (le previsioni sono quelle di mantenerlo in servizio fino al 2037), sostituendo la flotta di F-16 del Paese. Non a caso, il caccia Kaan dovrebbe incorporare la maggior parte delle caratteristiche di un aereo standard di quinta generazione, come la bassa osservabilità, gli alloggiamenti interni per le armi, la fusione dei sensori, i collegamenti dati avanzati e i sistemi di comunicazione. Tutte presenti nei sistemi F-35, dal cui programma Ankara è però esclusa da Washington, dopo la decisione turca di acquistare i sistemi di difesa antiaerea S-400 prodotti dalla Federazione Russa. Spingendo così la Turchia a sviluppare autonomamente capacità multiruolo di quel calibro.

Un aspetto interessante del progetto Kaan è quello “autarchico”: la Turchia mira a diventare uno dei pochi Paesi a possedere l’intera catena del valore per la produzione di aerei da combattimento avanzati, che comprende tecnologia, infrastrutture, risorse umane e capacità produttive. Un aspetto sempre più importante alla luce della frammentazione geopolitica del mondo odierno, dove la disruption delle supply chain è un evento tutt’altro che improbabile, i cui effetti sono in grado di pesare tantissimo. Soprattutto nel campo dell’industria della difesa. Russia docet.

Ma per Ankara, le connotazioni geopolitiche dietro allo sviluppo di un caccia di quinta generazione non si limitano alla tutela delle linee di rifornimento logistiche dei materiali. Il progetto Kaan è anzi una forte opportunità di proiezione esterna: attraverso l’esportazione di un velivolo dalle simili capacità (anche se ridotte rispetto alla versione originale, come da prassi in alcune versioni di sistemi d’arma destinate all’export) la Turchia potrebbe riuscire ad assicurarsi importanti introiti da reinvestire in nuovi progetti, ma anche a creare o a rafforzare la propria posizione diplomatica con gli altri attori coinvolti.

D’altronde, non sarebbe la prima volta. Il Paese guidato da Recep Tayyip Erdoğan ha già dimostrato di saper sfruttare abilmente le proprie capacità nella dimensione unmanned, portando avanti una vera e propria drone diplomacy che gli ha permesso di sviluppare connessioni con vari attori e posizioni d’interesse in vari teatri. Dalla Libia all’Azerbaigian, arrivando fino all’Ucraina.

Non a caso, la scorsa settimana l’ambasciatore di Kyiv in Turchia ad Ankara Vasyl Bodnar ha dichiarato che il suo Paese sta monitorando da vicino lo sviluppo del caccia di quinta generazione made in Turkey, aggiungendo che: “Noi non solo acquisteremo il caccia Kaan, ma lo utilizzeremo, e sappiamo dove verrà impiegato”.

Ma le ambizioni di Ankara si spingono ancora più a Est, verso il continente asiatico. Agli occhi della Turchia, Paesi come Pakistan, Malesia, Indonesia e Kazakistan (che hanno già acquistato in precedenza materiale militare turco) rappresentano possibili acquirenti del nuovo sistema di caccia multiruolo agli occhi del complesso militare-industriale anatolico. Cercando di proporsi come una valida alternativa a Mosca in quel mercato.


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