Come perseguire l’interesse nazionale. La ricetta di Crosetto, Cingolani e Folgiero 


L’interesse nazionale è uno strumento fondamentale, una bussola che deve orientare l’azione dello Stato a prescindere dal colore politico del governo in carica, per la cui definizione sono necessarie le migliori energie del Paese. Questo è solo uno dei te
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L’interesse nazionale è uno strumento fondamentale, una bussola che deve orientare l’azione dello Stato a prescindere dal colore politico del governo in carica, per la cui definizione sono necessarie le migliori energie del Paese. Questo è solo uno dei temi emersi nel corso del Med-Or Day, l’appuntamento annuale della fondazione creata nel 2021 da Leonardo, e giunto alla terza edizione, dal titolo “Italia, Europa, Mediterraneo: per una nuova visione dell’interesse nazionale”. “In un mondo così disordinato, l’interesse nazionale costituisce in qualche modo una bussola, un’idea non solo per questa o quella alleanza di governo”, ha infatti aperto i lavori della serata il presidente della fondazione, Marco Minniti, aggiungendo come si tratti di qualcosa che “unisce, non quello che divide”.

Italia, ponte mediterraneo

Per il presidente Minniti, “in questo mondo così profondamente interconnesso l’interesse nazionale si gioca fuori dai confini nazionali”, sottolineando come un pezzo fondamentale per l’Italia “si giochi nel rapporto tra Europa e Mediterraneo”. Essendo “al centro del Mediterraneo, il suo ruolo è quello di fare da ponte tra Europa e Mediterraneo allargato”, una posizione che le consente di diventare un “punto di congiunzione fisico con il Global South”.

L’importanza dell’interesse nazionale

“Perseguire l’interesse nazionale non è una cosa facile, significa anche capire quali sono le ambizioni e quali perseguire”. A sottolinearlo il ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervenendo ai lavori, aggiungendo come “siamo un Paese piccolo, serve una visione e una strategia che trovi il concorso di migliaia di persone”. “Viviamo tempi difficili e drammatici – ha proseguito il ministro – e non esiste un Paese che abbia un futuro se non esiste una classe dirigente, soprattutto quella pubblica, che pensa di costruire una strategia” per il suo futuro, aggiungendo come non esistano “conduttori illuminati” che possano sostituirsi al lavoro di squadra necessario richiesto alle leadership nazionali. “Dobbiamo costruire un campo neutro e parlare di queste cose e non lasciare le cose nelle mani della politichetta”, ha allora proposto Crosetto, segnalando l’importanza che ad agire sia l’ossatura burocratico-industriale dello Stato, definito dal ministro il “deep state” costante anche col cambio dei governi: “Se domani il governo cadesse il 90% di questa sala rimarrebbe al suo posto”, ha detto il ministro rivolgendosi alla platea del Med-Or Day.

La dimensione industriale

La definizione di un interesse nazionale è importante anche per la dimensione industriale. Come registrato ancora dal ministro Crosetto, “un piccolo Paese come l’Italia non può perseguire tutto, può essere un leader sugli elicotteri, sull’elettronica, sulle navi, nel settore spaziale, ma non può essere leader in tutto”. Lo Stato, dunque, deve fare una scelta, orientandosi verso quello su cui ritiene importante assumere un ruolo di guida “quello che tra trent’anni ti garantirà di essere tra i leader del mondo”. Per fare questo, ancora una volta c’è bisogno di un “lavoro di squadra” della classe dirigente pubblica. Senza questa assunzione di responsabilità, alle imprese rimangono due strade: “Potete avere la più bella tecnologia del mondo – ha detto infatti il ministro alle aziende presenti– ma se vivete in un Paese che non ha altro o morite o vi spostate”. Per questo, per Crosetto, l’Italia “ha bisogno come il pane di un documento di strategia nazionale condivisa”.

Un ministero del Futuro?

Per Roberto Cingolani, amministratore delegato e direttore generale di Leonardo, “nelle ultime decadi spesso è mancata la risposta alla domanda fondamentale: cosa vogliamo essere tra trent’anni”. Una riflessione che avrebbe dovuto coinvolgere non solo il Paese, ma anche le aziende. “una società non può limitarsi a guardare ai conti a tre anni”, deve sapere “dove andare e dove trascinare il Paese”. Anche perché, “se si ha una direzione, si sa cosa si vuole essere in futuro, e se si sceglie bene la direzione poi i conti di un’azienda tornano”. In Italia, invece, c’è stata una miopia non solo da parte delle istituzioni, ma anche delle imprese, che avrebbero “cercato di risparmiare la fatica”. “Abbiamo accumulato una serie di fallimenti che sono preoccupanti, ha detto Cingolani, secondo cui l’Italia ha “perso i computer, eliminato il nucleare – pur essendo stata protagonista della loro invenzione – e adesso c’è chi costruisce sviluppo economico oggi su questi ambiti”. La provocazione dell’ad del gruppo di Monte Grappa, allora, è stata la costituzione di un “ministero del Futuro”.

Cambiano le catene del valore

“Siamo nell’era del reshoring, onshoring, friendshoring e dell’alliedshoring, e l’interesse nazionale di oggi ripensa alla globalizzazione, accorcia le catene di fornitura, pensa a difendere quanto dell’industria pesante è rimasto in Europa, il lavoro e la tecnologia” ha sottolineato l’amministratore delegato e direttore generale di Fincantieri, Pierroberto Folgiero. L’esempio del trend precedente è dato dalla cantieristica navale, il cui solo 3% “è rimasto in Europa, il resto è andato in Asia”. Bisogna allora progettare e riprogettare le filiere: “Il momento storico – ha detto Folgiero – ha spinto il mondo ha fare una conversione a U nel ripensamento delle catene di forniture”. È stata marginalizzata l’industria, abdicando spesso a quella pesante, che ha potuto sopravvivere “grazie all’industria militare”, una questione che non coinvolge solo l’aspetto economico, dal momento che il “settore della difesa contiene i trend del futuro”. Ne è un esempio il dominio underwater, “un aspetto in partenza, che dovrà essere occupato e abbiamo le tecnologie che ci permetteranno di innovare”.

Investire sui giovani

“L’industria è fatta da persone che devono rispondere alle esigenze di futuro”, ha continuato Cingolani, segnalando come nei prossimi serviranno “300mila specializzati Stem nei prossimi anni, ingegneri e gente tecnica”. Questo però richiederà un investimento sui giovani “è un discorso che ha radici lontane – ha detto Cingolani –è impossibile andare avanti con la contrattualistica attuale, chiedo un altro tipo di modello: se uno è bravo va avanti e la banca gli dà il mutuo anche se ha contratto a tempo determinato”. Una questione che non impatta solo l’aspetto industriale, ma la sicurezza nel suo insieme. “In Ucraina dei giovani con Internet e la connessione digitale hanno guidato i droni che hanno affondato navi”. La difesa, per l’ad di Leonardo, “è un sottoinsieme di una cosa più grossa che è la sicurezza nazionale, che significa anche sicurezza energetica, infrastrutture, cibernetica, ci vuole una visione più ampia”. Riflessioni a cui ha fatto eco anche Folgiero, sottolineando come in Italia ci sia un problema di manodopera, “gli italiani non vogliono più produrre”. Se è vero che si può strutturare una fabbrica sempre più robotizzata, è anche vero che “senza manodopera l’industria non si fa, si possono fare tante cose senza mani, ma non la manifattura”. Serve, allora, “la capacità di innovare, lavorare sulla distintività di questa manifattura” anche perché si tratta di un volàno per fare Pil, export e portare l’Italia all’estero.


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Nel 2022 oltre 2 miliardi e 100 progetti per la Difesa europea. Il bilancio di Breton


Un bilancio di spesa della Difesa europea. È quello che ha tracciato il commissario Ue al Mercato interno, Thierry Breton, intervenendo in occasione della seduta della commissione Budget sui piani comunitari sulla Difesa. Il fondo europeo di difesa (Edf),

Un bilancio di spesa della Difesa europea. È quello che ha tracciato il commissario Ue al Mercato interno, Thierry Breton, intervenendo in occasione della seduta della commissione Budget sui piani comunitari sulla Difesa. Il fondo europeo di difesa (Edf), secondo quanto emerso, è riuscito lo scorso anno a supportare moltissime aziende distribuite su tutto il Vecchio continente, per un totale di circa 2 miliardi di euro. Accanto a questo, nel corso della seduta, è stato deciso anche un nuovo fondo in favore dell’Ucraina.

Più di 100 progetti finanziati nel 2022

L’Edf era stato dotato fino al 2027 di “8 miliardi di euro su 7 anni per finanziare i progetti europei di ricerca e di sviluppo”, ha spiegato Breton, e ad a oggi “abbiamo circa 2 miliardi di euro dell’Unione europea che sono stati decisi per più di 100 progetti innovativi e concreti”. Lo scorso anno, secondo quanto ha riportato il commissario Ue, sono state coinvolte “550 imprese di 26 Stati, di cui 39% piccole medie aziende” e “ogni progetto comporta in media da 18 a 20 imprese di 9 Stati membri diversi”. Una produzione realmente transfrontaliera che è “veramente europea, nella quale si associano a grandi imprese e anche le piccole e medie aziende. Questo dimostra che il Fondo europeo di Difesa che era stato concepito anche per questo, consente cooperazioni industriali che non esistevano”, ha infine raccontato Breton sottolineando la forte ricaduta per tutto il comparto industriale della Difesa europea.

L’unione fa la forza

E per il prossimo futuro? A lungo si sta facendo strada in Europa il dibattito che mira ad aumentare gli investimenti a favore della Difesa, così come auspicato anche dalla Nato. “Rispetto alla domanda sullo spendere di più, lavorare di più insieme” sulla difesa Ue, “ovviamente la finalità è quella di spendere meglio insieme”, ha risposto il commissario, “e questo ci consente anche di risparmiare e di condividere il nostro approccio alla Difesa”. Per farlo, secondo Breton, è necessario “dare un incentivo affinché gli Stati membri siano incentivati a farlo, siano incoraggiati”.

Fondo ad hoc per l’Ucraina

Secondo 5 diverse fonti diplomatiche riprese da Politico.eu, l’Ue è pronta anche a proporre un fondo, da adottare entro l’autunno, dedicato a mantenere le scorte militari dell’Ucraina per i prossimi quattro anni, con una spesa prevista di circa 20 miliardi di euro. Un’ennesima iniziativa, che punta a sostenere attivamente la cornice di sicurezza del Vecchio continente, proseguendo sulla strategia adottata fino ad oggi in favore di Kiev contro l’aggressione di Mosca, ma con un’ulteriore accelerazione e rimarcando la volontà di impegnarsi a lungo termine. Ma attenzione, la proposta non prevede che l’Ue paghi direttamente le armi all’Ucraina, al contrario Bruxelles aiuterebbe i Paesi a coprire i propri costi per l’acquisto e la donazione di articoli come munizioni, missili, carri armati e altri aiuti militari. I fondi messi a disposizione contribuirebbero inoltre all’addestramento dei soldati ucraini e verrebbero resi disponibili attraverso la cornice del “Fondo europeo per la pace”. Il piano si andrebbe così ad aggiungere alla proposta dell’Ue di stanziare 50 miliardi di euro in assistenza non militare all’Ucraina tra il 2024 e il 2027.


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PandeNordio


Quando l’irragionevolezza dilaga è segno che la politica e la comunicazione stanno confondendo le acque. L’Istituto Piepoli ha sondato l’opinione pubblica su “La riforma della giustizia”: è favorevole il 42%, che arriva al 62% fra chi vota a destra e scem

Quando l’irragionevolezza dilaga è segno che la politica e la comunicazione stanno confondendo le acque. L’Istituto Piepoli ha sondato l’opinione pubblica su “La riforma della giustizia”: è favorevole il 42%, che arriva al 62% fra chi vota a destra e scema al 25% fra chi vota a sinistra. Hanno sondato il caos. Che ha autori e finalità. La giustizia italiana è la peggiore d’Europa, ergo qualsiasi persona ragionevole dovrebbe essere favorevole a farla funzionare meglio. Ma, dall’altra parte, dire di volerla “riformare” significa poco e nulla. Quindi ci si divide secondo tradizione: guelfi e ghibellini; Montecchi e Capuleti; destra e sinistra. Poi i guelfi sono divisi fra loro, i due giovani s’innamorano e i due schieramenti sono in continuo lavorio trasformistico. Nulla di innocente.

Fra le cose misteriose, frutto di acque confuse, vi è il vivace dibattito sulla denegata ipotesi di cancellare un reato che nel codice non c’è mai stato, sicché è impossibile cancellarlo. La contestazione penale di “concorso esterno in associazione di stampo mafioso” nasce non da una legge ma da una lettura congiunta, da un “combinato disposto” dell’articolo 110 (concorso nel reato) e 416 bis (associazione di stampo mafioso). Entrambi nel codice penale. L’osservazione del ministro della Giustizia e già magistrato Carlo Nordio è ineccepibile e ingenua: trattasi di ossimoro, perché o sei esterno o sei concorrente. Ribatte Giancarlo Caselli: no, perché sei esterno in quanto “non punciuto” e concorrente in quanto hai aiutato la mafia. Ora, anziché volere indurre all’istituzione dell’albo dei mafiosi, adeguatamente punciuti (ma chi è sicuro che tali siano tutti?), basterebbe descrivere la condotta criminale che s’intende punire. Ovvero inserire, non cancellare. Il che può anche portare a maggiore severità della legge. Non ci ha pensato Meloni, che invita a parlare d’altro e oggi commemora Borsellino? Ma la risposta di Nordio è ingenua, perché è cascato nella trappola di parlare di un tema suggestivo ed estraneo al programma di governo e alle riforme annunciate.

Qui è il nocciolo: le acque si rimestano per fermare tutto. Che non è una roba de sinistra, ma reazionaria e corporativa. Facciano attenzione, gli elettori de sinistra e i loro gruppi dirigenti frastornati. Il tema vero è l’annunciata separazione delle carriere. Con il vantaggio retorico che Giovanni Falcone era a favore, non a caso reietto dalla pressoché totalità dei colleghi magistrati. Se i riformatori rinunciano a usare questi argomenti hanno già perso. Come il citato sondaggio dimostra.

Nordio sta commettendo un errore, perché se parte con un’anticipazione di riforma, su cose oggettivamente minori, per poi farsi trascinare in dibattiti in cui lui prova a portare dottrina e gli altri l’accusano di favorire la mafia (roba dell’altro mondo!) – talché la presidente del Consiglio lo invita a concentrarsi su altro – la sorte della riformina sarà quella del marlin che il vecchio Santiago pesca nel mare di Hemingway: prima d’arrivare in porto ci resta la lisca. Dopo di che avrà una sola strada: le dimissioni con sconfitta indignazione.

Onde evitare questa mesta conclusione, farà meglio a non lasciarsi distrarre e a surriscaldare la frescura autunnale presentando il disegno di legge costituzionale che contiene la separazione delle carriere, la cancellazione dell’obbligatorietà dell’azione penale e la riforma del Consiglio superiore della magistratura. Succederà un pandemonio, un PandeNordio, ma nessuno potrà suggerirgli di parlare d’altro, essendo quello che è stato annunciato in Parlamento.

Portando in tavola il piatto forte del pasto democratico eviterà che le divisioni siano senza sugo e sostanza – fatte soltanto di destra e sinistra – al tempo stesso indicando un sistema che va tutto nel senso della piena autonomia di chi giudica, ovvero nello schema della civiltà europea. Non è escluso vada male e che alle dimissioni si giunga ugualmente. Ma sarebbero una sfida, non una presa d’atto della cantonata.

La Ragione

L'articolo PandeNordio proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Con Draghi premier ci avrebbero guadagnato sia l’Italia sia la Meloni


Se lo scorso 21 luglio il governo Draghi non fosse stato fatto cadere, si sarebbe finito presumibilmente per votare in giugno e, data la balcanizzazione del centrosinistra, il centrodestra avrebbe comunque vinto le elezioni. Al governo, oggi, ci sarebbe s

Se lo scorso 21 luglio il governo Draghi non fosse stato fatto cadere, si sarebbe finito presumibilmente per votare in giugno e, data la balcanizzazione del centrosinistra, il centrodestra avrebbe comunque vinto le elezioni. Al governo, oggi, ci sarebbe sempre Giorgia Meloni. Ma quale Giorgia Meloni e in quale Italia?

Bisogna innanzitutto con onestà intellettuale ammettere che le cose sono andate meglio del previsto. Molto meglio del previsto. Tanto per cominciare, la recessione che la scorsa estate le maggiori autorità economiche e finanziarie nazionali e internazionali annunciavano come scontata fortunatamente in autunno non c’è stata. Un dato di fatto non attribuibile al merito di nessuno, ma che di sicuro ha semplificato il compito di chi ha assunto la responsabilità del governo.

Non è bastato questo, naturalmente, ad impedire che fossero sin dalle prime ore della legislatura confermate negli inciampi del governo sul decreto Rave e nel cedimento della maggioranza parlamentare sull’elezione della seconda carica dello Stato le due critiche di fondo rivolte al centrodestra in campagna elettorale: la debolezza della classe dirigente meloniana e la mancanza di unità politica della coalizione. Limiti che danno tutt’ora i loro amari frutti. Ma quella che, soprattutto in tempo di “guerra”, poteva essere una tragedia si è rivelata più che altro una commedia. Folklore, o poco più. Come i distinguo di Matteo Salvini e di, pace all’anima sua, Silvio Berlusconi sull’Ucraina.

Un folklore che ha accresciuto e consolidato l’immagine di Giorgia Meloni come presidente del Consiglio affidabile. Affidabile soprattutto perché graniticamente atlantista e sorprendentemente europeista. Molto istituzionale, praticamente draghiana. Ed è questo che, in tale misura, non era davvero prevedibile. Non da parte di un leader politico che aveva trascorso gli ultimi 10 anni a dir male dell’Europa e che aveva sdegnosamente rifiutato di sostenere il governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi.

E invece… Invece appaiono in perfetta continuità con il governo Draghi i rapporti istituzionali di Roma con Bruxelles, la vendita di Ita, la delega fiscale, il superamento del reddito di cittadinanza, quello del superbonus edilizio, le misure sul pos, le politiche sull’immigrazione… oltre che, da Bankitalia all’Agenzia delle Entrate, quasi tutte le nomine pubbliche più importanti.

Viene allora da pensare, senza con questo voler offendere nessuno, che con l’originale all’Italia sarebbe andata anche meglio. Se negli ultimi dieci mesi capo del governo fosse stato Mario Draghi è lecito supporre che avremmo impostato e negoziato meglio il Pnrr con Bruxelles, che saremmo rimasti nel gruppo di testa sull’Ucraina con Francia e Germania, che avremmo assunto un ruolo di leadership sia nel vitale confronto europeo in atto per la riforma del Patto di stabilità sia in quello per la rimodulazione del regolamento di Dublino sull’immigrazione e più in generale nel processo di riforma della governance europea. Detta in firma di slogan: più risorse, meno immigrati, maggiore sicurezza, maggiore autorevolezza internazionale dell’Italia, maggiore attrattività degli investimenti stranieri, maggiore efficacia ed efficienza dell’Europa in quanto tale.

Anche per Giorgia Meloni sarebbe stato probabilmente meglio. Avrebbe avuto il tempo per maturare un’identità politica più solida, per darsi una visione di governo più realista, per rendere credibile fino in fondo la propria conversione dalla logia dell’anti (anti Europa, anti migranti, anti trivelle, anti mercato…) alla logica del pro. Avrebbe potuto lavorare, con l’aiuto di un qualche professor Fisichella, a quella transizione liberale della Destra che ad oggi rischia di essere un’incompiuta. Avrebbe preso in carico un’Italia più stabile e più forte. Dunque più governabile.

Insomma, se Mario Draghi non fosse stato sconsideratamente fatto cadere dall’inconsapevole Conte e dai consapevoli Salvini e Berlusconi, a guadagnarci sarebbero stati sia l’Italia sia Giorgia Meloni. Dunque il centrodestra. Perciò, pur ammettendo che le sono andate molto, ma molto meglio del previsto, non mi pento di essere stato l’unico senatore del centrodestra ad intervenire lo scorso 21 luglio in aula per confermare la fiducia a Mario Draghi.

Huffington Post

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Sul 2% alla Difesa, l’Italia è indietro. L’allarme di Crosetto e Tajani


Sull’obbiettivo di destinare il 2% del Pil alla Difesa, l’Italia è indietro e non raggiungerà il traguardo nei prossimi due anni. A lanciare l’allarme è stato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervenuto in audizione davanti alle commissioni Este

Sull’obbiettivo di destinare il 2% del Pil alla Difesa, l’Italia è indietro e non raggiungerà il traguardo nei prossimi due anni. A lanciare l’allarme è stato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, intervenuto in audizione davanti alle commissioni Esteri e Difesa del Senato e della Camera, riunite per ascoltare la relazione sugli esiti del vertice Nato a Vilnius da parte del responsabile di palazzo Baracchini e del ministro degli Esteri, Antonio Tajani. “La Nato ha invitato gli alleati ad investire almeno il 2% del rapporto tra spese della Difesa e Pil”, ha ricordato il ministro, sottolineando come “questo parametro sarà considerato in futuro come base di partenza per le rinnovate esigenze dell’Alleanza e in alcuni casi sarà importante spendere anche oltre il 2%, considerando gli anni precedenti di sotto investimenti”. Come registrato anche dal ministro Tajani: “L’aumento delle spese per la difesa dovrà essere sostenibile e graduale”, aggiungendo che tale aumento dovrà “tenere conto del contributo complessivo degli alleati”.

I fondi alla Difesa

“Al momento i nostri piani nazionali prevedono che l’Italia si attesterà nel 2023 all’1,46% per poi scendere all’1,43% nel 2024: una tendenza in negativo e come si può constatare siamo molto lontani dal 2%”, ha spiegato ancora il ministro della Difesa, ricordando come quest’anno l’obiettivo verrà raggiunto “da undici Paesi a cui se ne aggiungeranno nel 2024 altri otto” e altri negli anni successivi. “In un’ipotetica graduatoria, l’Italia si candida al 24esimo posto per le spese per la Difesa”, ha aggiunto il ministro. Come spiegato da Crosetto al question time alla Camera, l’Italia al momento ha allocato alla Difesa nella legge di bilancio 2023 “circa 6,21 miliardi per il 2023, 6 miliardi per il 2024, 6,2 miliardi per il 2025, in linea con un trend avviato già dai precedenti governi”. A questi si aggiungono i fondi del Mimit per lo sviluppo tecnologico-industriale “pari a circa 1,9 miliardi nel 2023, 2,2 miliardi nel 2024 e 2,5 miliardi nel 2025”.

Le difficoltà verso il 2%

“Sono stato il primo ministro del nostro Paese a parlare della difficoltà di raggiungere l’obiettivo del 2%. Per la prima volta questo governo ha fatto chiarezza sulla possibilità di dare il nostro contributo”, ha sottolineato il ministro, registrando come l’Italia continui a disattendere il traguardo deciso in Galles. “È giusto chiedersi se ci serve, ma il 2% lo decide il Parlamento approvando gli stanziamenti di bilancio, che sono una scelta politica, affidata al passaggio parlamentare” ha voluto rimarcare Crosetto, ribadendo come ad oggi l’Italia non può raggiungere il 2% del Pil alla Difesa né il prossimo anno né quello successivo: “È difficile identificare una data – ha detto Crosetto – io mi auguro, perché penso che ce ne sia necessità, che noi riusciremo a rispettare il patto perché altrimenti ci ritroveremmo ad essere l’ultimo Paese come investimento in questo senso”.

Attenzione al Mediterraneo

Nel corso dell’audizione il ministro Tajani ha ricordato come l’Italia al vertice Nato di Vilnius abbia chiesto di “rafforzare la postura verso sud” dell’alleanza, con “maggiori risorse e impegno per le sfide del fianco meridionale”. Tajani ha ricordato “il traffico di esseri umani, il cambiamento climatico, la sicurezza alimentare, il terrorismo” come alcuni dei fattori di instabilità che caratterizzano la regione, e “la sicurezza del vicinato meridionale della Nato è essenziale per la sicurezza dell’Alleanza”. In questo quadro, ha aggiunto, “vogliamo approfondire i rapporti con i partner” del Mediterraneo “su base paritaria”. Inoltre l’Italia, nella presidenza 2024 del G7, avrà tra le sue priorità “l’Africa ed il Mediterraneo”.

Vertici Nato

Tajani ha anche registrato come l’Italia abbia concorso alla proroga del mandato di Stoltenberg alla guida della Nato, “riconoscendone la leadership in questa fase”. In particolare il ministro degli Esteri ha aggiunto che “il governo mantiene una vigile attenzione sul rinnovo di tutte le cariche speciali del sistema Nato al fine di svolgere con autorevolezza una costante azione di promozione dei nostri interessi nazionali, che porteremo avanti anche nei prossimi mesi nelle continue interlocuzioni con gli alleati”. Un’annotazione che potrebbe riferirsi all’ambizione italiana di candidare il capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, alla carica di presidente del Comitato militare della Nato.


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Spazio e cyber chiavi del multidominio. Il punto di Elt


Il futuro della difesa passa per lo spazio e per il cyber, due aspetti strettamente legati e che avranno bisogno di investimenti per mantenere quel vantaggio tecnologico in grado di assicurare la deterrenza. È questo il quadro emerso nel corso dell’inizia

Il futuro della difesa passa per lo spazio e per il cyber, due aspetti strettamente legati e che avranno bisogno di investimenti per mantenere quel vantaggio tecnologico in grado di assicurare la deterrenza. È questo il quadro emerso nel corso dell’iniziativa “Cyber e Spazio: abilitanti per operazioni multi-dominio” organizzata da Elt Group presso la sede del Segretariato Generale della Difesa e Direzione Nazionale degli Armamenti. L’evento ha visto l’azienda presentare le sue soluzioni e, soprattutto, ha avuto l’obiettivo di stimolare una riflessione di alto livello su questi settori strategici e abilitanti, fondamentali per la difesa nazionale del prossimo futuro. Moderati dal direttore di Rid, Pietro Batacchi, si sono confrontati sul tema il segretario generale della Difesa, generale Luciano Portolano, il presidente di Elt Group, Enzo Benigni, l’amministratore delegato del gruppo, Domitilla Benigni, il sottocapo di Stato maggiore della Difesa, generale Carmine Masiello, il sottocapo di Stato maggiore dell’Aeronautica, generale Aurelio Colagrande, il direttore del V reparto di SegreDifesa, Luisa Riccardi, il direttore di Teledife, generale Angelo Gervasio, il capo reparto C4S e capo Ufficio generale innovazione e spazio dello Stato maggiore della Marina militare, ammiraglio Francesco Procaccini, l’amministratore delegato di Cy4gate, Emanuele Galtieri, il vice presidente Global sales & business development Strategy, innovation & transformation di Elt, Gianni Maratta, e il vice presidente Paolo Izzo. Presenti all’iniziativa anche il sottosegretario di Aiad, Carlo Festucci, e il consigliere militare del presidente della Repubblica, generale Gianni Candotti.

L’importanza del multidominio

Come registrato in apertura proprio dal generale Portolano “i domini emergenti dello spazio e del cyber sono in pieno sviluppo, e su questi bisogna investire”. Come illustrato dal segretario generale della Difesa, infatti, l’evoluzione tecnologia nella difesa si è svolta, fino a oggi, dal settore militare che “partendo dagli aspetti dottrinali definiva le esigenze, chiedendo poi all’industria di soddisfarle”. Oggi questo processo non è scontato. “Il progresso tecnologico avanza senza precedenti – ha detto Portolano – e oltre alla Difesa si sono affacciati numerosi altri stakeholders”. L’importanza di queste soluzioni risiede in particolare nel fatto che abilitano l’impego delle Forze armate nel multidominio “un prodotto, e non una somma, di capacità di componenti efficace solo se effettuata in maniere sinergia in tutti i domini”. In questo spazio, le azioni si svolgono nella dimensione fisica e virtuale, con l’obiettivo di “creare effetti strategici nella dimensione cognitiva, quella nella quale si prendono le decisioni”. Il ragionare in domini differenti, allora, può essere “un artificio per facilitare la comprensione, ma non deve essere una limitazione al pensiero strategico” che deve pensarli non come “entità isolate, ma un ambiente unico”.

Investire è una necessità

Enzo Benigni ha ricordato che “l’evoluzione è talmente veloce che sorprende gli stessi tecnici”. Per questo l’obiettivo delle aziende, a partire da Elt Group, deve essere quello di “mettere a disposizione alle Forze armate le tecnologie necessarie”, utili anche nel consesso internazionale per dare spessore all’azione totale del Paese. Il tema cruciale sottolineato dal presidente di Elt è che l’innovazione è “una cosa seria, costosa e pericolosa se si sbaglia strada”. Investire, allora, è l’unico modo per individuare le soluzioni all’avanguardia, utile “a ridurre e colmare i gap”. Anche dal punto di vista industriale, l’innovazione è un elemento indispensabile: “Per un’azienda significa soprattutto rimanere competitivi; senza innovazione si diventa rapidamente obsoleti”. ELT Group ha messo questi concetti al centro del proprio piano industriale Tenet 2030 “per cogliere al meglio le possibilità offerte dalle proprie competenze a servizio di nuovi domini, come lo spazio, il cyber e la bio-difesa’’ ha ricordato ancora il presidente Benigni.

Elt Group cresce

“La tecnologia di oggi va più veloce di noi e ci dobbiamo adeguare; dobbiamo essere più veloci a utilizzarla” ha detto Domitilla Benigni all’evento, registrando come la digitalizzazione abbia accelerato l’innovazione di una decina di volte. Per questo, il gruppo si baserà su una serie di laboratori che seguiranno il fast prototyping, in modo da gestire i processi di prototipizzazione in maniera più veloce. Inoltre, il know how delle aziende del gruppo permette a Elt Group di possedere una crescente competenza in tutti i nuovi domini trasversali dello spazio e del cyber. “Il portafoglio prodotti aumenta – ha commentato Benigni – dai tradizionali delle contromisure e della self protection, al Sigint, all’infrarosso, ai nuovi settori della guerra elettronica spaziale e del cyber”.

Scorpio

L’occasione ha permesso all’azienda anche di presentare il proprio traguardo del primo payload di Elt finanziato dall’azienda lanciato nello spazio il 15 aprile scorso dalla base spaziale di Vandenberg a bordo di un razzo di SpaceX. “Il sistema Scorpio ha messo insieme competenze tradizionali di Elt insieme a nuove capacità del dominio spaziale, grazie all’apporto di nuovi colleghi e nuovi partner”, ha spiegato Gianni Maratta. Il satellite, la cui missione è raccogliere i dati marittimi non classificati analizzati dal segmento di terra presso il quartier generale di Elt a Roma, è solo l’ultimo traguardo della società, i cui prossimi obiettivi sono il sistema in orbita stratosferica EuroHAPS e il sistema di contromisura per impedire l’acquisizione di immagini da parte di satelliti ostili, Zenital jammer.

La sicurezza cyber delle orbite

Come spiegato da Emanuele Galtieri, l’infrastruttura spaziale è fatta da diversi segmenti: la piattaforma in orbita, il centro di controllo a Terra, il collegamento tra questi due e la supply chain. “Ciascuno di questi segmenti può essere attaccato” sia nello spazio Ems (jamming, interferenze) che cyber. “La Space economy vale già 450 miliardi di dollari, con un tasso di crescita al 6% – ha detto ancora Galtieri – questo significa che nel 2030 varrà un trilione di dollari. Questa crescita naturalmente attrae gli attaccanti”. Come spiegato dall’ad di Cy4gate, gli attacchi ai satelliti sono aumentati del 500% dal 2008 al 2018. Per questo la società ha messo a punto diverse soluzioni per assicurare la difesa delle piattaforme e dei collegamenti.

L’azione delle Forze armate nei nuovi domini

I nuovi domini dello spazio e del cyber “sono trasversali, perché investono gli altri tre, non appartengono a una sola Forza armata, ma sono abilitanti per tutte ed esse stesse sono un campo di battaglia” ha registrato il generale Masiello. Per il sottocapo della Difesa, i due domini vogliono dire “connettività, da raggiungere con i satelliti, la valorizzazione dei dati, con l’IA, e la cyber-sicurezza dei dati”. Per il generale Colagrante, “i dati prodotti dallo spazio sono a disposizione di tutti perché sono abilitanti fondamentali per le operazioni; la dimensione spaziale pervade tutto”. In questo quadro però, ha registrato ancora il sottocapo dell’Aeronautica, per l’Arma azzurra lo spazio è nel suo Dna “per quanto riguarda operare i sistemi spaziali”. Questo ambiente, tra l’altro, sta diventando sempre più conteso, con l’affacciarsi di nuovi attori, anche ostili. Dallo spazio dipendono poi numerose attività anche sulla superficie, compresa quella marittima “Sorveglianza, navigazione, comunicazione, cartografia, tutte dipendono dallo spazio” ha spiegato l’ammiraglio Procaccini, ricordando come la Marina sia per sua vocazione multidominio. L’ammiraglio ha anche sottolineato la similitudine tra spazio e l’ambiente underwater, soprattutto per quanto riguarda la dimensione cyber, con il “99% delle comunicazioni Internet che passano lungo le dorsali sottomarine”.

La sfida del procurement

Fondamentale in questo senso sarà il procurement dei sistemi satellitari e spaziali in generale. La sfida, ha spiegato il generale Gervasio, è “trovare sul mercato le soluzioni adatte a soddisfare le esigenze delle Forze armate” in un settore complesso e articolato. “I mandati che ho ricevuto nel primo semestre del 2023 sono stati una volta e mezzo maggiori rispetto all’intero 2022, e di questi la maggior parte ha riguardato lo spazio e il cyber”. Serve allora “un indirizzo per capire quali siano i requisiti che un sistema deve possedere per poter essere impiegato”. Per la dottoressa Riccardi, stiamo allora assistendo a un cambio di paradigma “Settori come cyber e spazio per la loro trasversalità obbligano la Difesa a interfacciarsi con interlocutori nuovi e la Difesa stessa ha cambiato il modo di rivolgersi alle nuove realtà”. L’obiettivo del futuro, allora, deve essere la collaborazione con i privati per “definire insieme il futuro e capire come orientarlo insieme”.


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I nomi per il dopo-Wallace alla Difesa britannica


Nei giorni scorsi Ben Wallace ha annunciato la decisione di lasciare dopo oltre quattro anni, un record dall’epoca di Winston Churchill, l’incarico di segretario alla Difesa del Regno Unito. Il passo indietro, ha spiegato al Sunday Times, si consumerà in

Nei giorni scorsi Ben Wallace ha annunciato la decisione di lasciare dopo oltre quattro anni, un record dall’epoca di Winston Churchill, l’incarico di segretario alla Difesa del Regno Unito. Il passo indietro, ha spiegato al Sunday Times, si consumerà in occasione di un prossimo rimpasto a cui il primo ministro Rishi Sunak, dovrebbe metter mano a settembre.

Nel colloquio, Wallace ha espresso il suo forte disappunto per il mancato sostegno del presidente statunitense Joe Biden alla sua candidatura come segretario generale della Nato. “Perché non sostieni il tuo più stretto alleato quando presenta un candidato? Penso che sia una domanda giusta”, ha dichiarato. Ma sulla vicenda rimangono diversi interrogativi. Due in particolare, che riguardano gli equilibri interni al Partito conservatore e le ambizioni del ministro uscente. Davvero Sunak appoggiava la candidatura di Wallace? Davvero Wallace credeva alla sua candidatura ben sapendo che ormai per quel ruolo gli alleati puntano ormai a un livello minimo di ex capi di governo?

Intanto, Wallace resterà deputato sino alla fine della legislatura, ma poi non si ricandiderà in Parlamento lasciando la politica attiva per dedicarsi di più “alla famiglia”. Sarà vero? Forse. Nel ambienti tory però c’è chi sospetta che voglia prendersi soltanto una pausa, lasciare in vista delle elezioni del 2024 che si preannunciano disastrose per il Partito conservatore e tornare per puntare alla leadership della destra britannica.

Per il successore è già partito il toto-scommesse, come da tradizione londinese. Il favorito è, secondo quanto riportato dal Telegraph, Tom Tugendhat, oggi viceministro per la Sicurezza al ministero dell’Interno. È ex militare di carriera esattamente come Wallace. Ha combattuto in Iraq e in Afghanistan. Come Wallace è un ferreo sostenitore dell’Ucraina. È stato presidente della commissione Esteri della Camera dei Comuni e in quel ruolo si è distinto per le sue posizioni fortemente critiche verso la Russia e la Cina.

Due le alternative a Tugendhat, riferisce ancora il Telegraph. La prima è la ministra Penny Mordaunt, attuale leader della Camera ai Comuni (responsabile cioè per i rapporti del governo con il parlamento) e prima e unica donna britannica alla guida della Difesa per un breve periodo nel governo guidata da Theresa May. Ma tra lei e Sunak il rapporto è pessimo. La seconda è il veterano Brandon Lewis, ex ministro fra l’altro della Giustizia, uscito temporaneamente dalle file del governo con l’ascesa di Sunak dopo averne fatto parte sotto May, Boris Johnson e Liz Truss.

Anne-Marie Trevelyan, viceministra all’Indo-Pacifico al ministero degli Esteri e già ministra per lo Sviluppo internazionale, si è autocandidata: “Sarebbe un privilegio”, ha scritto su Twitter. Ma lei potrebbe salire al livello più alto del Foreign Office nel caso in cui a guidare la Difesa dovrebbe essere James Cleverly, attuale ministro degli Esteri, un altro ex militare e convinto sostenitore dell’Ucraina. A fare il suo nome come favorito è stato il Times. Tra gli outsider ci sono James Heappey, oggi viceministro alle Forze armate, e John Glen, numero due del Tesoro.

Con la Global Britain che guarda all’Indo-Pacifico più che all’Europa risvegliata dall’invasione russa in Europa, con le elezioni alle porte, il lavoro per il successore di Wallace si preannuncia complicato. È stato lo stesso ministro uscente a indicare il tema più critico annunciando di essere pronto ad alzare la voce dai banchi della Camera dei Comuni se il primo ministro Sunak e il cancelliere Jeremy Hunt, due politici molto attenti al rigore dei conti, non manterranno la promessa di aumentare la spesa militare dall’attuale 2,16% al 2,5% del prodotto interno lordo al 2,5%.

C’è poi il tema Global combat air programme (Gcap), il progetto che vede i tre Regno Unito, Italia e Giappone collaborare per la realizzazione del velivolo da combattimento del futuro destinato a sostituire i circa 90 caccia F-2 giapponesi e gli oltre 200 Eurofighter britannici e italiani. Dopo i passi avanti dell’incontro a Roma di fine giugno, è previsto un nuovo incontro tra i ministri in autunno, probabilmente a Londra, con l’italiano Guido Crosetto e il viceministro giapponese Atsuo Suzuki (visto che Yasukazu Hamada viaggia all’estero). Potrebbe essere uno dei primi incontri del nuovo ministro della Difesa britannico.


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Italia in prima linea nel sostegno all’Ucraina. Il grazie di Stoltenberg a Meloni


Sfide dell’Alleanza e ruolo dell’Italia in Ucraina. Sono stati questi i principali punti affrontati nel corso dell’incontro che ha coinvolto il segretario generale della Nato – da poco riconfermato alla guida dell’Alleanza – e la presidente del Consiglio,

Sfide dell’Alleanza e ruolo dell’Italia in Ucraina. Sono stati questi i principali punti affrontati nel corso dell’incontro che ha coinvolto il segretario generale della Nato – da poco riconfermato alla guida dell’Alleanza – e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, reduce dal Vertice di Vilnius tenutosi la scorsa settimana. Il faccia a faccia si è tenuto a Bruxelles, proprio nella residenza di Stoltenberg, ed è stato l’occasione non solo per fare un punto sul Vertice lituano appena conclusosi, ma anche per ribadire il ruolo dell’Italia non solo nell’assistenza alla sicurezza dell’Ucraina ma anche nel presidiare i confini della Nato.

L’incontro

Secondo quanto ha riportato Palazzo Chigi, a margine del faccia a faccia si è tenuto un incontro tra Meloni e Stoltenberg che ha visto la partecipazione anche di altre personalità-chiave per la postura italiana in seno all’Alleanza, tra cui il consigliere diplomatico della premier, Francesco Talò (già rappresentante permanente d’Italia al quartier generale della Nato), e il rappresentante permanente presso la Nato, Marco Peronaci.

Sostegno all’Ucraina

“È stato bello incontrare di nuovo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni dopo il summit della Nato della scorsa settimana”, ha esordito Stoltenberg, “l’ho ringraziata per i contributi-chiave dell’Italia alla Nato e per il sostegno incrollabile all’Ucraina”. Il nostro Paese è infatti stato in prima fila fin da febbraio scorso nel fornire supporto e sostegno a Kiev, anche grazie Ma al centro del colloquio non si è parlato soltanto di Ucraina, e si è “discusso della risposta della Nato alle sfide provenienti da tutte le direzioni, compreso il terrorismo e l’instabilità nel sud”, ha aggiunto poi il numero dell’Alleanza atlantica.

Ruolo italiano al vertice di Vilnius

La premier è stata proprio la scorsa settimana nella capitale lituana per lo storico vertice Nato, in quell’occasione aveva posto l’accento su un passaggio nevralgico: la rivendicazione da parte italiana del ruolo all’interno dell’Alleanza dopo le “incertezze” pro Cina dei governi Conte e il voler assumere decisioni all’altezza in tema di deterrenza e difesa in un momento eccezionale come l’attuale. E proprio qui si inseriva l’elemento legato all’impegno sul 2% di Pil per la difesa, che secondo la premier deve tenere conto della progressione, della sostenibilità e della responsabilità e della partecipazione al funzionamento dell’Alleanza che ogni alleato assume. La considerazione italiana è che occorra fare il meglio per rafforzare autonomia, indipendenza e capacità di difesa.


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Valditara: l’eccellente Studio della Fondazione Luigi Einaudi dimostra l’imprescindibilità di carta e penna


“La rete non può né deve spazzare via la carta e la penna perché lettura su carta e scrittura a mano sono insostituibili. L’apprendimento attraverso i libri non è rimuovibile dal sistema dell’istruzione”. A dirlo è il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Va

“La rete non può né deve spazzare via la carta e la penna perché lettura su carta e scrittura a mano sono insostituibili. L’apprendimento attraverso i libri non è rimuovibile dal sistema dell’istruzione”. A dirlo è il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, nel corso del convegno “Scuola digitale: il valore imprescindibile di carta e penna”, organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi, che si è svolto questa mattina nella Sala Zuccari del Senato. “La conoscenza, soprattutto nei primi anni di vita, passa attraverso la sollecitazione di tutti e cinque i sensi”, ha detto il ministro, “sollecitare solo la vista, come avviene con il digitale, impedirebbe lo sviluppo armonico e completo della persona. Il digitale non è rinunciabile, ma va governato”, chiarisce Valditara e aggiunge “alla logica dell’aut-aut preferisco la logica dell’et-et: valorizzare al massimo entrambe le opportunità”.

Al convegno hanno partecipato Alessandra Ghisleri, direttrice di Euromedia Research che ha presentato un sondaggio sul tema, Maria Teresa Morasso, grafologa, Massimo Ammaniti, psicoanalista, Sergio Russo, insegnante, Martina Colasante, public policy manager di Google.

Durante l’incontro il Segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi, Andrea Cangini, ha presentato il paper “Il valore imprescindibile di carta e penna”, promosso dalla fondazione, che dà conto delle principali ricerche internazionali sull’argomento, da cui emerge un dato incontrovertibile: eliminare carta e penna dal sistema scolastico danneggerebbe le capacità cognitive dei giovani.

“Cuore del pensiero einaudiano è la centralità della persona: la politica deve limitarsi a creare le condizioni affinché ciascuna persona possa sviluppare al massimo le proprie potenzialità”, ha detto Cangini. “Far sparire carta e penna dall’orizzonte umano, e soprattutto dal perimetro dell’Istruzione, significherebbe comprimere le potenzialità dell’individuo. La nostra ricerca – sottolinea – dimostra inequivocabilmente che la scrittura a mano e la lettura su carta stimolano il cervello e mettono in moto meccanismi neurologici che gli strumenti digitali non sollecitano: farne a meno significherebbe arrecare un danno irreparabile a ciascun singolo individuo, e dunque alla società nel suo complesso”, ha concluso.

Il Rapporto, promosso da Comieco e Federazione Carta e Grafica, mette in luce inoltre gli aspetti di sostenibilità di due diversi prodotti editoriali: e-book e libri cartacei.

IL SONDAGGIO DI EUROMEDIA RESEARCH
I dati emersi dal sondaggio danno un quadro chiaro riguardo all’importante funzione che ancora oggi svolgono la carta e la penna nei processi di apprendimento. L’87,1% degli intervistati è d’accordo sull’idea di preservare e valorizzare nella scuola, soprattutto primaria, la lettura su carta e la scrittura a mano. Solo il 14,3% ritiene sia importante che un bambino, nel corso degli anni scolastici, impari prevalentemente a leggere e scrivere utilizzando strumenti digitali. È bene sottolineare però che il 64,5% condivide l’utilizzo di strumenti digitali in ambito scolastico. E riguardo alle abitudini di scrittura, l’85,1% ricorda e capisce meglio prendendo appunti a mano.

Dal sondaggio inoltre emerge un buon rapporto personale degli insegnanti con gli strumenti tecnologici e digitali. Riescono a governare l’uso di questi strumenti nell’insegnamento e si sentono adeguatamente formati, oltre a riconoscerne una certa importanza. Ma il problema, in questo contesto, è che spesso la formazione e l’aggiornamento sull’utilizzo di questi strumenti è stata a carico degli insegnanti stessi, senza un supporto a livello istituzionale. I docenti, stando a quanto si legge, hanno quindi imparato in autonomia e grazie al loro interesse l’utilizzo delle nuove tecnologie digitali.

IL VALORE IMPRESCINDIBILE DI CARTA E PENNA NEI PROCESSI DI APPRENDIMENTO: IL PAPER DELLA FONDAZIONE LUIGI EINAUDI
Con questo lavoro la Fondazione Luigi Einaudi ha messo assieme le principali ricerche scientifiche internazionali prodotte finora sull’argomento. Di seguito vengono riportati tre studi tra i tanti analizzati.

Una ricerca realizzata dalla professoressa Virginia Berninger dell’Università di Washington ha dimostrato che “in termini di costruzione del pensiero e delle idee, c’è un rapporto importante tra cervello e mano”. È la mano che plasma il cervello e “sarebbe un errore derubricare a mera questione di gusto la scelta di scrivere digitando le lettere su una tastiera rispetto al gesto grafico della mano su carta”.

Nel 2016 Susan Payne Carter, Kyle Greenberg e Michael S. Walker hanno condotto uno studio dal titolo “The Impact of Computer Usage on Academic Performance: Evidence from a Randomized Trial at the United States Military Academy”, che ha prodotto esiti notevoli. Nell’Accademia militare di West Point, su un campione di 50 classi di studenti, è stato dato in uso ad alcune solo device digitali mentre ad altre soltanto carta e penna. Al termine del semestre i dati emersi hanno dimostrato che gli studenti che non hanno lavorato con i mezzi digitali sono risultati del 20% migliori rispetto agli altri.

Il progetto di ricerca finanziato dal programma europeo COST, E-READ- Evolution of Reading in the Age of Digitalization – ha restituito dati significativi: tra il 2014 e il 2018, circa 200 studiosi europei hanno indagato, su un campione di 170mila partecipanti, l’impatto della digitalizzazione sulle pratiche di lettura. Risultato? La carta rimane il medium da preferire nella lettura di testi, soprattutto se lunghi. La lettura su carta sviluppa attività cognitive, come la concentrazione, la costruzione del vocabolario e la memoria.

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ConDono


Proprio perché si tratta di una questione con forti risvolti morali, va affrontata senza moralismi. La “pace fiscale” è quella che chiede il contribuente onesto, cui vengono chiesti troppi soldi e con le entrate che inseguono le uscite, anziché le uscite

Proprio perché si tratta di una questione con forti risvolti morali, va affrontata senza moralismi. La “pace fiscale” è quella che chiede il contribuente onesto, cui vengono chiesti troppi soldi e con le entrate che inseguono le uscite, anziché le uscite che si adeguano alle entrate. La “pace fiscale” la desidera chi partecipa a una guerra fiscale continua e ossessiva, che al prelievo eccessivo unisce regole, ostacoli, complicazioni e astrusità che rendono infernale la vita delle persone per bene. L’evasione fiscale “per necessità” è una scusa elaborata per giustificare gli evasori, ma non esiste in un sistema appena appena accettabile. Se la necessità è reale, la causa sta in norme fiscali che fanno schifo, quindi si cambiano. Se invece ho speso diversamente i soldi che non mi ritrovo quando si tratta di versare al fisco, la sola necessità esistente è che questa condotta venga sanzionata e non premiata. I favoreggiatori dell’evasione fiscale provano e riprovano a corrompere anche il vocabolario.

I condoni, perché così si chiamano, hanno tutti i possibili aspetti negativi ma anche due positivi: 1. sono utili a chiudere i contenziosi passati una volta cambiate le regole; 2. servono a prendere soldi a chi non li ha versati, anziché continuare a rivolgersi soltanto a chi li versa.

Il dramma è che si sono fatti condoni – e ora li si propongono – senza che ricorra nessuna delle due condizioni. La legge delega sulla riforma fiscale si trova al Senato. Se tutto dovesse andare secondo i piani del governo potrebbe essere approvata prima della pausa estiva, il che comporta la possibilità di mettere mano ai decreti attuativi e sperare (sperare) di avere operatività all’inizio del 2024. Tenendo presente che quella legge prevede una gradualità molto estesa, fino al 2027, il che esclude la piena operatività immediata. Se si comincia ora a parlare di condoni va a finire che smettono di pagare pure i timorati del fisco.

E siccome nessuno crede più al fatto che il condono in arrivo sia l’ultimo, salta anche la seconda condizione, come dimostrano i 4 condoni fatti in 7 anni, denominati “rottamazioni” e il cui gettito è stato largamente al di sotto del previsto. A questo aggiungete che il fisco vanta crediti verso evasori per 1.153,38 miliardi, ma conta, se tutto va bene, di poterne incassare 114. Meno del 10%. Significa che il 90% dell’evaso non lo si vedrà mai più. Ecco perché i condoni non raccolgono i soldi che promettono, giacché la minaccia di andarseli a prendere con le brutte non ha credibilità.

A parte che tutti i giorni dell’anno hanno la loro ricorrenza fiscale, questa settimana noi partite Iva, alias “autonomi”, versiamo il nostro consistente obolo. Per chi onora le regole una quota enorme di quanto incassato. Ma entro la fine dell’anno arriva l’altra botta. Proprio perché paghiamo e paghiamo moltissimo, ci va la mosca al naso quando sentiamo dire una cosa vera, cioè che parte consistente dell’evasione fiscale si annida nel lavoro autonomo. Ci arrabbiamo, perché l’incapacità fiscale dello Stato finisce con il dilapidare i nostri soldi e pure con il farci aggregare agli evasori. Il millesimo condono lo prendiamo come una pernacchia in faccia e se anche sarà chiesto tutto il dovuto una cosa è pagare questa settimana, un’altra l’anno prossimo. Avrete fatto caso all’inflazione?

Dice Matteo Salvini che il condono dev’essere fatto per i bisognosi, non per «gli evasori totali, completamente ignoti al fisco, che per me possono andare in galera buttando la chiave». Non è la prima volta che si trova al governo: che fine fece la chiave? A proposito del catasto, manco chi ha una casa intera non dichiarata volevano scovare!

Dunque, senza moralismi: gli evasori non credono più alla minaccia fiscale. E non hanno torto, visto che i voti li si raccatta non promettendo di far pagare il dovuto a tutti, non annunciando meno prelievi in ragione di meno spesa, ma promettendo di favorire chi evade, assicurando che la spesa sarà sostenuta a debito. Un (con)dono avvelenato.

La Ragione

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Zes


Di Zes (Zona economica speciale) nel Meridione ne esistono già 8: 6 regionali e 2 interregionali. Buona l’idea di farne una sola per l’intera area (comprendente Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata, Molise, Calabria, Sicilia e Sardegna), ma non è ancora

Di Zes (Zona economica speciale) nel Meridione ne esistono già 8: 6 regionali e 2 interregionali. Buona l’idea di farne una sola per l’intera area (comprendente Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata, Molise, Calabria, Sicilia e Sardegna), ma non è ancora stata varata. Il ministro Raffaele Fitto ne ha parlato con il commissario europeo Margrethe Vestager: c’è un accordo di massima ma la Commissione Ue deve esaminare lo specifico progetto, che ancora non c’è. Quindi ancora non sappiamo in cosa effettivamente consisterà. Il solo paletto già posto è che non si devono infrangere le regole europee sugli aiuti di Stato. Il che rende curiosi su quali altre misure saranno previste.

Per capirsi: già da tempo nelle 8 Zes esistenti sono in vigore una riduzione del 50% dell’imposta sul reddito d’impresa e agevolazioni per contratti di sviluppo (con un valore previsto di 250 milioni di euro) ma non è successo granché, non c’è stata alcuna corsa a investire né dall’estero né da altre zone d’Italia. Come mai? E cosa lascia credere che l’unificazione ottenga risultati migliori?

Alla seconda domanda è più facile rispondere: perché creare 8 zone significa generare 8 commissari, 8 tipologie di regole diverse (magari simili, ma diverse) e 8 uffici cui ci si deve rivolgere qualora si sia interessati a investire in più di un’area. Ma cosa dovrebbe spingere a farlo? L’idea nacque negli Stati Uniti, all’inizio del secolo scorso, per superare difficoltà e diseconomie che rendevano meno conveniente investire in determinate parti dello Stato federale. Oggi i Paesi che utilizzano Zes sono 130 (Italia compresa), per all’incirca 4.300 aree interessate. La logica di una Zes è: si deroga a norme fiscali o regolamentari del Paese in cui ci si trova, in questo modo attirando investitori che altrimenti se ne starebbero lontani. Ma con il blasone Zes non ci fai nulla – come dimostrano le 8 già esistenti nel Mezzogiorno – se non si è in grado di superare le diseconomie e gli svantaggi che allontanano gli investimenti.

Ed è qui che si resta perplessi. Pare che un’idea sarebbe quella di sottoporre a un’unica autorizzazione, con il meccanismo del “silenzio assenso”, le iniziative imprenditoriali che saranno avanzate. Giusto, ma si potrebbe ben farlo in tutta Italia, tanto più che lo “sportello unico” fu già varato e vantato in passato, salvo il fatto di non essersi mai visto. Quando si parla di agevolazioni previdenziali si tratta di capire se ne saranno modificati anche gli effetti oppure si metterà la differenza in conto agli altri lavoratori o al contribuente. Quando ci s’incammina sul terreno delle agevolazioni fiscali si tratta di capire se il loro benefico effetto sugli investimenti e le produzioni trascina poi con sé una diminuzione (non meno benefica) della spesa pubblica corrente oppure un maggiore trasferimento fiscale da altre zone. In questo secondo caso non si tratterebbe di un ‘contrappeso’ al regionalismo differenziato, ma di un controsenso che cammina in direzione opposta. Essendo le due cose a cura del medesimo governo, sarebbe interessante saperlo.

Il successo di molte Zes nel mondo è dovuto anche a un diverso costo del lavoro. Il che, da noi, produce una immediata levata di scudi sindacali e la frase fatta delle “gabbie salariali”. Che fuori dalle gabbie viva liberamente una quota maggiore di lavoro nero – quindi di produzione in evasione fiscale – sembra essere considerato irrilevante. Il fallimento di altre Zes si è accompagnato alla mancanza di infrastrutture di trasporto: serve a poco sapere che produrre da una parte è più conveniente, se poi per trasportare i prodotti devo metterci troppi soldi e troppo tempo. Senza contare che nessuna Zes civile vive fuori da un rigido rispetto del diritto, il che presuppone uno Stato funzionante nell’amministrare giustizia e nel mantenere ordine pubblico. Come nel formare i cittadini, a scuola. E nel Meridione abbiamo la peggiore prova di Stato che sappia far lo Stato.

Viva le Zes. Meglio sapendo di che si sta parlando.

La Ragione

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Calimero


Il Quirinale non è il luogo delle reprimende. Definire “moniti” le parole del Presidente della Repubblica è una forma di pigrizia mentale, mentre sperarci perché siano redarguiti i governanti è l’ultima sponda del naufragio oppositorio. Ciascun Presidente

Il Quirinale non è il luogo delle reprimende. Definire “moniti” le parole del Presidente della Repubblica è una forma di pigrizia mentale, mentre sperarci perché siano redarguiti i governanti è l’ultima sponda del naufragio oppositorio. Ciascun Presidente ha il proprio stile e quello di Sergio Mattarella non s’ispira né alla loquacità né all’interventismo manovratore di qualche suo predecessore. Il vaglio presidenziale – in occasione di disegni di legge o decreti così come di Dpr, vale a dire Decreti del Presidente della Repubblica (che non sono suoi capricci e originano dal governo) – è infine ispirato a criteri e ha finalità assai precise. Viaggia tutto sui binari della Costituzione. Che non vieta, questo il punto, qualche riservato consiglio, restando nella responsabilità del governo stabilire se accoglierlo o meno.

La visita di Giorgia Meloni ieri al Quirinale rientra in queste regole: veniva da importanti incontri internazionali, vale a dire il vertice Nato di Vilnius, e si è recata a “riferire”. La materia era assai comoda, perché in politica estera la presidente del Consiglio è oggi la continuatrice della politica atlantica che fu del governo Draghi (cui soltanto il suo partito si opponeva) nonché della tradizione che stette (e sta) in gran antipatia alla sinistra ideologica, alla destra nazionalista e al cattolicesimo a vocazione mediterranea e terzaforzista. Non è per niente un caso che la sinistra ideologica e la destra nazionalista si siano ritrovate nel guardare verso Mosca con straziante languore. Mannaggia alla storia, che puntualmente li mette fuori gioco.

Ma è ragionevole supporre che fra il Quirinale e Palazzo Chigi non vi sia da discutere soltanto questo comodo tema. Fatte salve le prerogative costituzionali, non credo il Colle intenda entrare nel parapiglia di talune questioni aperte. Ma alla presidente del Consiglio è facile abbia fatto osservare il controsenso di scegliere un magistrato quale ministro della Giustizia, per poi ritrovarsi a far la parte di quanti intendono bastonare i magistrati. Non ha senso. E la trappola scatta quando si commette l’errore di entrare con i piedi istituzionali sbagliati nelle scarpe di vicende giudiziarie specifiche. Quando poi la seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, si mette a dire che ha interrogato un figlio e appurato come stanno le cose, pendente una denuncia, le scarpe si sfondano e si rimane a piedi ignudi sull’asfalto rovente. Difatti Meloni ha dovuto prendere nettamente le distanze. Posto che essere indagati non intacca manco per niente la propria innocenza e, semmai, sarebbe una buona occasione per evolvere la destra dicendo: ebbene sì, sostenemmo il contrario, oltraggiammo degli innocenti, ma avevamo torto; posto ciò, sarà pure vero, forse, chissà, ma ci credo poco, che quelle indagini sono delle provocazioni, ma non un buon motivo per cascarci con tutte le scarpe già prematuramente usurate.

Sull’attuazione del regionalismo differenziato – la cui responsabilità ricade su una sinistra irresponsabile – aveva un senso coinvolgere una figura come il professor Sabino Cassese, circondandolo di anziane saggezze di plurima provenienza, ma la frittata non è riuscita. Cosa intendono fare? Soprattutto – si legge negli occhi del Presidente della Repubblica, che dalla bocca non se lo fa uscire – l’unità dell’esecutivo regge alla presenza di contrapposizioni interne piuttosto vivaci? Ed è bello che chi guida il governo e il ministro competente dicano che sul Pnrr è tutto a posto e siamo in anticipo, ma non altrettanto i ministri che poi arrivano in ordine sparso ad avvisare della necessità di cambiare per non arenarsi.

Insomma, temi ce ne sono diversi. Da svolgersi nella riservatezza. Sicuro è che il governo non può cavarsela con una specie di sindrome Calimero (che oggi compie 60 anni, auguri!), talché a ogni successo tende a descriversi come dominus del mondo e a ogni insuccesso lamenta l’avversione a chi è «piccolo e nero». È ora di abbandonare tutto intero il guscio.

La Ragione

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Paper dello studio “Il valore imprescindibile di carta e penna nei processi di apprendimento”


Per visualizza il paper, click qui L'articolo Paper dello studio “Il valore imprescindibile di carta e penna nei processi di apprendimento” proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/paper-dello-studio-il-valore-impresci
Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Il cul-de-sac di La Russa.

Se attesta che la sim non è di sua pertinenza, ma veniva usata esclusivamente da suo figlio, rischia di sollevare sospetti di evasione fiscale, essendo la sim intestata a una società legata allo studio legale del padre.

Ma se conferma che la sim è coperta da immunità parlamentare, ammette che è di sua pertinenza: allora, se contiene dati delicati, perché l’ha data al ragazzo?

editorialedomani.it/politica/i…

Necessario arrivare alla separazione delle carriere dei magistrati


Il costituzionalista loda l’attivismo del guardasigilli: «Dividere pm e giudici garanzia di indipendenza E che ci sia un “abuso” dell’abuso d’ufficio lo ha detto persino la Corte costituzionale nel 2022» Giovanni Guzzetta, ordinario di Diritto Pubblico e

Il costituzionalista loda l’attivismo del guardasigilli: «Dividere pm e giudici garanzia di indipendenza
E che ci sia un “abuso” dell’abuso d’ufficio lo ha detto persino la Corte costituzionale nel 2022»


Giovanni Guzzetta, ordinario di Diritto Pubblico e costituzionalista di cultura liberale, è da anni in prima fila tra coloro che chiedono la separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri e altre riforme della giustizia a tutela delle libertà individuali. «Bene che ci siano delle proposte da parte del guardasigilli, che ci mette la faccia, e bene che se ne discuta», dice a Libero commentando l’iniziativa di Carlo Nordio. «Il dibattito sulla giustizia si trascina da decenni senza che si riesca a fare una discussione laica, perché tutte le parti lucranoi vantaggi della contrapposizione ideologica. Ma i problemi vanno risolti pragmaticamente e con equilibrio».

Equilibrio, almeno in certe dichiarazioni, se ne vede poco. Per il presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia, la separazione delle carriere condurrebbe all’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale, che diventerebbe discrezionale e sottoposta al controllo del potere politico. «Una cosa molto pericolosa per la democrazia», dice.
«Ho un po’ di difficoltà a comprendere il nesso tra separazione delle carriere e rischio di un’azione penale soggiogata dal controllo politico. Perché la prima questione riguarda una distinzione strutturale. La seconda una modalità di garanzia dell’indipendenza del pm. C’è un salto logico, l’azione penale può essere discrezionale o obbligatoria indipendentemente dalla circostanza che il pm faccia parte dello stesso corpo dei giudici. Mi sembra un modo di agitare fantasmi eludendo il nodo dei problemi»

Qual è questo nodo?
«Sulla separazione delle carriere mi pare difficile mettere in dubbio che l’appartenere allo stesso corpo e alla stessa carriera non possa, almeno astrattamente, indurre ad un atteggiamento di benevolenza verso il collega con cui si è condiviso magari per anni il medesimo ufficio. Né mi ha mai convinto l’affermazione che separando le carriere si priverebbe il pm della cosiddetta “cultura della giurisdizione”, a garanzia di legalità. È un argomento che prova troppo ed è anche un po’ offensivo verso i pubblici ministeri».

Perché “prova troppo”?
«Prova troppo perché, così come tenere unite le carriere può favorire la condivisione di una cultura garantista pressoi pm, può anche favorire la diffusione di una cultura inquisitrice presso i giudici. L’argomento vale in entrambe le direzioni. Poi non capisco perché un funzionario qualificato, come dovrebbe essere un pubblico ministero indipendente, debba essere sospettato per ciò stesso di trasformarsi in un Torquemada solo perché la sua carriera è distinta. Purtroppo la mentalità inquisitrice può esistere – ed esiste, come molti episodi dimostrano – anche in un sistema come l’attuale. Il rischio di abuso si cura in altri modi, innanzitutto con i controlli e con la responsabilità, spezzando la chiusura corporativa che i costituenti temevano e che l’unificazione delle carriere certamente non frena»

Resta il fatto che di abolire l’obbligatorietà dell’azione penale se ne parla da anni.
«Ma tutti sanno che il problema non è abolire l’obbligatorietà dell’azione penale sul piano giuridico, ma trovare soluzioni per la sua inattuazione in via di fatto. Nessuno oggi può dire, con onestà intellettuale, che tutti i reati vengono perseguiti. Allora la domanda è un’altra. Là dove non si riesce a perseguire tutti i reati chi decide la priorità nell’azione? I pm? I capi degli uffici? Il governo? Il parlamento? Questo è il vero quesito».

E lei come risponde?
«Piero Calamandrei pensava che a decidere dovesse essere un “procuratore generale commissario della giustizia”, nominato tra i procuratori generali dal presidente della repubblica su voto delle Camere, componente di diritto del Consiglio dei ministri e passibile di sfiducia da parte delle Camere. E Calamandrei non era cero vittima di tentazioni autoritarie».

Nordio ha presentato il suo primo disegno di legge di riforma del sistema penale. Sull’abuso d’ufficio ha scelto la strada più netta: l’abrogazione della fattispecie. È la scelta giusta?
«L’abuso d’ufficio è forse uno dei reati su cui più si è intervenuti. Perché è un reato “di chiusura” rispetto a quelli più tipici come la corruzione o la concussione. E dunque i suoi contorni finiscono per essere sfuggenti, malgrado gli sforzi per tipizzare la fattispecie. Che ci sia stato un abuso dell’abuso d’ufficio nell’interpretazione e nell’applicazione giurisdizionale lo ha detto persino la Corte costituzionale nella
sentenza 8/2022. E questo ha generato quel fenomeno di amministrazione difensiva e di “paura della firma” che ormai paralizza l’intero Paese. Tutte le riforme tese a limitarlo sono state eluse. Immagino sia per questo motivo che il ministro ha deciso perla via radicale dell’abrogazione».

L’accusa al disegno di Nordio è la solita: abolendo il reato d’abuso d’ufficio si fa un favore a corrotti e corruttori.
«I cittadini dovrebbero sapere che, al di là dell’abuso d’ufficio, il nostro ordinamento è tra quelli in cui esistono più norme repressive, penali, amministrative, disciplinari, civilistiche contro la corruzione. Il problema è che forse la corruzione non si combatte solo con la repressione, ma anche con incentivi a comportamenti virtuosi. Ancora una volta una cultura eccessivamente inquisitrice rischia di determinare effetti
inintenzionali molto dannosi. L’eccesso di legislazione repressiva rischia di condurci alle gride manzoniane o alla cultura da colonna infame».

Il ddl Nordio prevede anche che il pm non possa appellare le sentenze di proscioglimento, salvo che per i reati più gravi. Il guardasigilli usa
un argomento interessante: se l’imputato, per essere condannato, deve essere colpevole «al di là di ogni ragionevole dubbio», basta che il giudice di primo grado l’abbia assolto per creare questo dubbio. La convince?
«Da costituzionalista, non mi avventuro a commentare considerazioni di chi ha un’esperienza specialistica sul campo e conosce ogni sfumatura dell’ordinamento penale. Quel che posso dire è che, soprattutto se limitato ai reati minori, non vedo scandaloso che un proscioglimento sia sufficiente per destinare le risorse che i pm dedicherebbero all’appello verso il perseguimento di altri reati, magari più gravi. Il potenziale repressivo dello Stato è anch’esso una risorsa scarsa».

Dopo quanto avvenuto al sottosegretario Andrea Delmastro, il governo ha deciso di intervenire sul potere del gip di ordinare l’imputazione coatta al pm che vorrebbe archiviare la posizione dell’indagato. Al di là della tempistica, che può far storcere il naso, se il pm ha il monopolio dell’azione penale, come può il gip surrogarlo e costringerlo a fare una cosa in cui non crede?
«A mio parere non si può sostenere che la Costituzione imponga il monopolio dell’azione penale in capo al pm. E aggiungo che, se l’azione penale dev’essere obbligatoria, ci vuole qualcuno che controlli che il pm non rimanga inerte o non chiuda un occhio, magari per una qualche interesse personale. Non mi scandalizza, quindi, che ci siano controlli. Il punto è che, se abbiamo accolto la prospettiva del modello accusatorio, non può essere un giudice a sostituirsi al pm e fare il pm al suo posto. Occorre trovare altre soluzioni».

I divieti di pubblicare le intercettazioni relative alle inchieste giudiziarie sinora sono serviti a nulla. Il ddl del governo dà un giro di vite: giusto farlo o si comprime la libertà d’informazione?
«Non so se sia un giro di vite o il tentativo di arginare un fenomeno che, nelle sue manifestazioni patologiche, rappresenta una violenza alla civiltà giuridica. Soprattutto se, oltre che agli indagati, comunque presunti non
colpevoli fino a condanna definitiva, colpisce tutte le persone che, senza nemmeno entrare nelle indagini, vengono sbattute nelle intercettazioni pubblicate per soddisfare i peggiori istinti voyeuristici».

Altro ragionamento di Nordio: il concetto di concorso esterno in associazione mafiosa «è un ossimoro: o si è esterni, e allora non si è concorrenti, o si è concorrenti, e allora non si è esterni». E dunque occorre tipizzarlo con una norma ad hoc, che oggi non c’è.
«Non sono un penalista e mi muovo con rispetto di fronte a un dibattito che ha una lunga storia e un alto tasso di tecnicità. Non vi sono dubbi sul fatto che il reato di concorso esterno rappresenta una creazione della giurisprudenza, sul quale il legislatore non è mai intervenuto. Fa un po’ riflettere l’idea di concorrere in un reato che consiste nell’associarsi, senza però… associarsi ed essere associati».

Libero

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La coppia Ariete-Leopard funziona. Il gen. Farina spiega perché


Il tema della componente carri per il nostro Esercito è giunto a una svolta decisiva. Il sottosegretario alla Difesa Isabella Rauti, rispondendo ad un’interrogazione parlamentare sull’argomento, ha annunciato la decisione del ministro Guido Crosetto di in

Il tema della componente carri per il nostro Esercito è giunto a una svolta decisiva. Il sottosegretario alla Difesa Isabella Rauti, rispondendo ad un’interrogazione parlamentare sull’argomento, ha annunciato la decisione del ministro Guido Crosetto di inserire nel Documento di programmazione pluriennale, Dpp 2023-25, il programma di acquisizione di nuovi carri Leopard di ultima generazione con risorse allocate di quattro miliardi di euro su un’esigenza complessiva di circa otto miliardi. Nella stessa sede la senatrice Rauti ha confermato l’iter di ammodernamento di 125 carri italiani Ariete. In totale l’Esercito potrà disporre di 256 sistemi Main battle tank (Mbt) idonei a equipaggiare quattro reggimenti carri più i centri addestramento, cui si aggiungono altri 140 carri Leopard pioniere e gettaponte necessari al supporto della manovra. Questa linea d’azione è per molteplici aspetti la scelta più giusta e ben armonizzata che produrrà vantaggi operativi e ricadute positive per l’industria nazionale e per il complesso di cooperazioni in campo europeo. Vediamo perché.

Innanzitutto l’esigenza operativa: i carri armati e le unità corazzate/meccanizzate sono una componente fondamentale di ogni strumento militare. A fronte di un progressivo deterioramento del quadro di sicurezza nel continente europeo nell’ultimo decennio, l’Esercito italiano ha urgenza di colmare un gap crescente nella sua componente pesante costituita da una brigata corazzata (con due reggimenti carri) e due brigate meccanizzate (con un reggimento carri ciascuna). Il carro Ariete C1, interamente realizzato in Italia e introdotto a fine anni Novanta (di penultima generazione), presenta carenze nella propulsione, protezione e sensoristica. Inoltre, i livelli di efficienza si vanno via via riducendo e consentono di disporre solo di poche decine di carri armati pronti all’impiego, in progressiva diminuzione, su un totale di duecento inizialmente in dotazione. Ecco perché già nel 2018 lo Stato maggiore dell’Esercito, in mancanza di nuovi carri in produzione da parte di Paesi alleati (Usa, Germania, Francia, Uk), si orientò all’ammodernamento dell’Ariete in funzione di gap filler. Scelta ritenuta obbligata, in attesa della realizzazione del nuovo Main battle tank europeo previsto allora agli inizi degli anni Trenta. L’ottima rispondenza dei tre prototipi operativi realizzati dal 2019 al 2022 dal Cio (consorzio Iveco-Oto Melara), ha confermato la fattibilità dell’ammodernamento dell’Ariete, nella versione C2, deciso poi a fine novembre 2022 per 125 esemplari, per un costo totale di circa un miliardo di euro. L’invasione russa in Ucraina ha acuito questa esigenza e reso più urgente per il nostro Paese dotarsi di una componente carri quantitativamente più consistente e basata su standard tecnologici di altissimo livello al pari dei principali Paesi alleati. Al tempo stesso il ritorno della guerra sul nostro continente ha generato la riapertura delle linee di produzione dei carri Leopard da parte tedesca. Una importante opportunità da cogliere per acquisire il Leopard ultima versione (2/A8). Il progetto del nuovo carro europeo cosiddetto Main ground combat system franco-tedesco (per il quale l’Italia ha sino a oggi solo un ruolo di osservatore) continua invece a subire ritardi, e potrebbe entrare in servizio non prima del 2040 anche per far tesoro dei molti ammaestramenti derivanti dalla guerra in Ucraina.

Sorge spontanea a questo punto la domanda: perché non ci si è orientati ad acquisire un’unica linea di nuovi Leopard, ottimizzando la logistica, l’addestramento e il complessivo livello tecnologico? Risposta: soprattutto per questioni di tempi, ma anche di ricadute tecnologiche per l’industria nazionale. Infatti, per il nostro Ariete ammodernato è possibile avere già dalla fine del 2024 un numero di circa 25 esemplari/anno e quindi disporre entro fine 2028 di due reggimenti che garantiscono una brigata corazzata con importanti capacità già dal 2026. Per contro, per i nuovi Leopard, tenendo conto dell’iter parlamentare, degli adempimenti amministrativi e dei tempi per inizio produzione (stimati in 36 mesi dalla firma del contratto) si prevede l’introduzione dei primi esemplari solo a partire dal 2028. In sintesi l’Italia non può permettersi di restare per diversi anni senza una linea carri in un periodo segnato da crescenti minacce e tensioni. Se è vero che l’Ariete ammodernato (C2) non potrà essere all’altezza del Leopard 2/A-8, è altrettanto vero che i miglioramenti alla protezione passiva, al sistema di propulsione e soprattutto all’optronica, navigazione e comando e controllo lo rendono idoneo a fronteggiare situazioni operative complesse. Il nuovo carro tedesco costituisce senza dubbio un notevole salto di qualità soprattutto per il sistema di protezione attiva del tipo Eurotrophy e per le migliori performance relative alla potenza di fuoco e alla mobilità e sarà destinato ad equipaggiare i reggimenti della brigata Ariete, unità di punta corazzata del nostro Esercito.

Questa linea d’azione proposta dal capo di Stato maggiore dell’Esercito, approvata dal capo di Stato maggiore della Difesa e decisa, come detto, dal ministro Crosetto, apre la strada per future positive ricadute in termini tecnologici per la nostra industria terrestre e di collaborazioni in campo europeo che vanno assolutamente ricercate. Si tratta ora di valorizzare nel tempo questa scelta.

È assodato infatti che l’ammodernamento dell’Ariete consentirà al comparto industriale nazionale di adeguarsi agli standard tecnologici nel campo del sistema di propulsione, e soprattutto dei sensori, dell’optronica, del comando e controllo, della navigazione e dell’integrazione nei contesti interforze e multidominio. Si tratta ora di corredare l’acquisizione della nuova linea Leopard con parametri di cooperazione che prevedano preferibilmente anche la produzione e la grande manutenzione in Italia. Il tutto supportato da accordi anche in prospettiva che potranno includere joint ventures per il futuro meccanizzato per la fanteria (Aics- Armoured infantry combat system) che sostituirà il Dardo, altra stringente esigenza per il nostro esercito, per il quale sono già previsti nel Dpp circa ottocento milioni di euro per i prossimi sei anni al fine di sviluppare una famiglia di cingolati concepiti col criterio system of systems. Come risultato aggiuntivo una tale visione produrrebbe ulteriori ampie collaborazioni in campo europeo dove l’Italia otterrebbe una posizione di guida comune, senza andare a traino delle altrui scelte. Ciò anche con respiro di lungo termine con il futuro Mgcs europeo.

In definitiva, il salto quantitativo e tecnologico generato dall’accoppiata Ariete C2 più Leopard 2/A8 e derivati costituisce una risposta rapida e lungimirante per la nostra difesa nel settore dei corazzati. A ciò dovrà far seguito una celere decisione per in nuovo meccanizzato (AICS) e anch’esso dovrà essere frutto di collaborazioni internazionali, anche a vantaggio del pilastro europeo della difesa.


formiche.net/2023/07/coppia-ar…

La coppia Ariete-Leopard funziona. Il gen. Farina spiega perché


Il tema della componente carri per il nostro Esercito è giunto a una svolta decisiva. Il sottosegretario alla Difesa Isabella Rauti, rispondendo ad un’interrogazione parlamentare sull’argomento, ha annunciato la decisione del ministro Guido Crosetto di in

Il tema della componente carri per il nostro Esercito è giunto a una svolta decisiva. Il sottosegretario alla Difesa Isabella Rauti, rispondendo ad un’interrogazione parlamentare sull’argomento, ha annunciato la decisione del ministro Guido Crosetto di inserire nel Documento di programmazione pluriennale, Dpp 2023-25, il programma di acquisizione di nuovi carri Leopard di ultima generazione con risorse allocate di quattro miliardi di euro su un’esigenza complessiva di circa otto miliardi. Nella stessa sede la senatrice Rauti ha confermato l’iter di ammodernamento di 125 carri italiani Ariete. In totale l’Esercito potrà disporre di 256 sistemi Main battle tank (Mbt) idonei a equipaggiare quattro reggimenti carri più i centri addestramento, cui si aggiungono altri 140 carri Leopard pioniere e gettaponte necessari al supporto della manovra. Questa linea d’azione è per molteplici aspetti la scelta più giusta e ben armonizzata che produrrà vantaggi operativi e ricadute positive per l’industria nazionale e per il complesso di cooperazioni in campo europeo. Vediamo perché.

Innanzitutto l’esigenza operativa: i carri armati e le unità corazzate/meccanizzate sono una componente fondamentale di ogni strumento militare. A fronte di un progressivo deterioramento del quadro di sicurezza nel continente europeo nell’ultimo decennio, l’Esercito italiano ha urgenza di colmare un gap crescente nella sua componente pesante costituita da una brigata corazzata (con due reggimenti carri) e due brigate meccanizzate (con un reggimento carri ciascuna). Il carro Ariete C1, interamente realizzato in Italia e introdotto a fine anni Novanta (di penultima generazione), presenta carenze nella propulsione, protezione e sensoristica. Inoltre, i livelli di efficienza si vanno via via riducendo e consentono di disporre solo di poche decine di carri armati pronti all’impiego, in progressiva diminuzione, su un totale di duecento inizialmente in dotazione. Ecco perché già nel 2018 lo Stato maggiore dell’Esercito, in mancanza di nuovi carri in produzione da parte di Paesi alleati (Usa, Germania, Francia, Uk), si orientò all’ammodernamento dell’Ariete in funzione di gap filler. Scelta ritenuta obbligata, in attesa della realizzazione del nuovo Main battle tank europeo previsto allora agli inizi degli anni Trenta. L’ottima rispondenza dei tre prototipi operativi realizzati dal 2019 al 2022 dal Cio (consorzio Iveco-Oto Melara), ha confermato la fattibilità dell’ammodernamento dell’Ariete, nella versione C2, deciso poi a fine novembre 2022 per 125 esemplari, per un costo totale di circa un miliardo di euro. L’invasione russa in Ucraina ha acuito questa esigenza e reso più urgente per il nostro Paese dotarsi di una componente carri quantitativamente più consistente e basata su standard tecnologici di altissimo livello al pari dei principali Paesi alleati. Al tempo stesso il ritorno della guerra sul nostro continente ha generato la riapertura delle linee di produzione dei carri Leopard da parte tedesca. Una importante opportunità da cogliere per acquisire il Leopard ultima versione (2/A8). Il progetto del nuovo carro europeo cosiddetto Main ground combat system franco-tedesco (per il quale l’Italia ha sino a oggi solo un ruolo di osservatore) continua invece a subire ritardi, e potrebbe entrare in servizio non prima del 2040 anche per far tesoro dei molti ammaestramenti derivanti dalla guerra in Ucraina.

Sorge spontanea a questo punto la domanda: perché non ci si è orientati ad acquisire un’unica linea di nuovi Leopard, ottimizzando la logistica, l’addestramento e il complessivo livello tecnologico? Risposta: soprattutto per questioni di tempi, ma anche di ricadute tecnologiche per l’industria nazionale. Infatti, per il nostro Ariete ammodernato è possibile avere già dalla fine del 2024 un numero di circa 25 esemplari/anno e quindi disporre entro fine 2028 di due reggimenti che garantiscono una brigata corazzata con importanti capacità già dal 2026. Per contro, per i nuovi Leopard, tenendo conto dell’iter parlamentare, degli adempimenti amministrativi e dei tempi per inizio produzione (stimati in 36 mesi dalla firma del contratto) si prevede l’introduzione dei primi esemplari solo a partire dal 2028. In sintesi l’Italia non può permettersi di restare per diversi anni senza una linea carri in un periodo segnato da crescenti minacce e tensioni. Se è vero che l’Ariete ammodernato (C2) non potrà essere all’altezza del Leopard 2/A-8, è altrettanto vero che i miglioramenti alla protezione passiva, al sistema di propulsione e soprattutto all’optronica, navigazione e comando e controllo lo rendono idoneo a fronteggiare situazioni operative complesse. Il nuovo carro tedesco costituisce senza dubbio un notevole salto di qualità soprattutto per il sistema di protezione attiva del tipo Eurotrophy e per le migliori performance relative alla potenza di fuoco e alla mobilità e sarà destinato ad equipaggiare i reggimenti della brigata Ariete, unità di punta corazzata del nostro Esercito.

Questa linea d’azione proposta dal capo di Stato maggiore dell’Esercito, approvata dal capo di Stato maggiore della Difesa e decisa, come detto, dal ministro Crosetto, apre la strada per future positive ricadute in termini tecnologici per la nostra industria terrestre e di collaborazioni in campo europeo che vanno assolutamente ricercate. Si tratta ora di valorizzare nel tempo questa scelta.

È assodato infatti che l’ammodernamento dell’Ariete consentirà al comparto industriale nazionale di adeguarsi agli standard tecnologici nel campo del sistema di propulsione, e soprattutto dei sensori, dell’optronica, del comando e controllo, della navigazione e dell’integrazione nei contesti interforze e multidominio. Si tratta ora di corredare l’acquisizione della nuova linea Leopard con parametri di cooperazione che prevedano preferibilmente anche la produzione e la grande manutenzione in Italia. Il tutto supportato da accordi anche in prospettiva che potranno includere joint ventures per il futuro meccanizzato per la fanteria (Aics- Armoured infantry combat system) che sostituirà il Dardo, altra stringente esigenza per il nostro esercito, per il quale sono già previsti nel Dpp circa ottocento milioni di euro per i prossimi sei anni al fine di sviluppare una famiglia di cingolati concepiti col criterio system of systems. Come risultato aggiuntivo una tale visione produrrebbe ulteriori ampie collaborazioni in campo europeo dove l’Italia otterrebbe una posizione di guida comune, senza andare a traino delle altrui scelte. Ciò anche con respiro di lungo termine con il futuro Mgcs europeo.

In definitiva, il salto quantitativo e tecnologico generato dall’accoppiata Ariete C2 più Leopard 2/A8 e derivati costituisce una risposta rapida e lungimirante per la nostra difesa nel settore dei corazzati. A ciò dovrà far seguito una celere decisione per in nuovo meccanizzato (AICS) e anch’esso dovrà essere frutto di collaborazioni internazionali, anche a vantaggio del pilastro europeo della difesa.


formiche.net/2023/07/la-coppia…

Nato globale. La sfida dell’alleanza post-Vilnius secondo Jean


L’annuale Summit Nato di Vilnius si è concluso quasi come da copione, cioè senza particolari decisioni o, se si vuole, con un successo simile al precedente vertice di Madrid del 2022. Le decisioni erano state prese in anticipo. Sicuramente anche con la “s

L’annuale Summit Nato di Vilnius si è concluso quasi come da copione, cioè senza particolari decisioni o, se si vuole, con un successo simile al precedente vertice di Madrid del 2022. Le decisioni erano state prese in anticipo. Sicuramente anche con la “svolta” di Erdogan sull’entrata della Svezia nell’Alleanza. Il “furbo” venditore di tappeti l’aveva anticipata, consegnando a Zelensky cinque dei capi militari ucraini della Azov. Aveva promesso a Putin di trattenerli in Turchia, ma ha dimostrato di essere consapevole dell’indebolimento del padrone o ex-padrone del Cremlino e dell’esigenza di andare d’accordo con l’Occidente, date le disperate condizioni dell’economia turca.

Tutti si sono allineati con entusiasmo, più o meno sincero, agli orientamenti espressi dagli Usa prima della riunione. In particolare, l’Alleanza Transatlantica ha confermato il mutamento dalla formula “Russia out; America in; Germany down” a quella “Russia out; China away; Nato together”, nuova formulazione dell’”America in” data la necessità, almeno secondo Biden, di “blindare i legami transatlantici dalle possibili “stranezze” isolazioniste di una presidenza Trump. L’allargamento dell’Alleanza all’Indo-Pacifico – in pratica la trasformazione dell’Alleanza da regionale in globale – rappresenta una vittoria di Baker, contrario all’inizio degli anni ’90 al mantenimento della Nato perché troppo costoso rispetto ai vantaggi che ne traevano gli Usa (anche una di Cheney che proponeva di mantenerla solo se diveniva globale). Tale trasformazione, decisa a Madrid, a Vilnius è rimasta nel vago, non tanto per le perplessità della Francia, che ne teme un’ulteriore marginalizzazione, quanto perché riguarda aspetti come trasferimento di tecnologie critiche, commercio e investimenti che riguardano non la Nato, ma l’Ue e gli Usa.

Parimenti nel vago sono rimasti l’aumento dell’interesse dell’alleanza all’Artico e al Fianco Sud. Per entrambi nonostante i ponderosi studi del Saceur – gen. Chris Cavoli – non vi è convergenza di interessi, quindi di obiettivi e di strategie, fra i membri dell’Alleanza. Si rimane, quindi, nel generico delle dichiarazioni di principio, rivolte non tanto all’Alleanza, quanto alla propria opinione pubblica. Anche le ripetute insistenze italiane per il Fianco Sud – Mediterraneo allargato – Africa Subsahariana sono state tali, come le promesse di elevare i bilanci militari europei al 2% del Pil.

Il Summit è stato animato – almeno per i media – dalle proteste di Zelensky per la mancata approvazione di un preciso programma d’accesso del suo paese nelle Nato. Nessuno ci ha fatto particolarmente caso, anche perché l’interessato lo sapeva benissimo. I toni usati erano chiaramente rivolti all’opinione pubblica ucraina. Tali sono stati anche i “richiami all’ordine” della delegazione Usa. Hanno avuto un effetto immediato. Zelensky ha subito cambiato di tono. Alle proteste sono subentrati i ringraziamenti per il sostegno ottenuto e per quello promesso, in pratica un “contentino” per non farlo tornare a casa con le mani vuote. Era in posizione di debolezza, dato che la controffensiva non sta procedendo con il ritmo sperato, creando difficoltà a vari governi che sostengono Kiev rispetto alle loro opinioni pubbliche.

Da segnalare è il fatto che al vertice aleggiava nell’aria la conclusione a cui era giunto a Kiev il Capo della Cia, che cioè un negoziato con la Russia si dovrebbe iniziare anche senza il preventivo ritiro di Mosca dalla Crimea, argomento finora tabù per Zelensky. Egli ha sinora subordinato l’inizio di un negoziato di pace al completo ritiro russo da tutti i territori che erano ucraini all’atto dell’indipendenza nel 1991.

La modifica principale in corso nell’Alleanza rimane comunque la sua trasformazione strisciante da regionale a globale. Le opinioni pubbliche europee non ne sono consapevoli. L’interesse dell’Europa per l’Indo-Pacifico si traduce per esse in qualche più o meno folcloristica crociera nell’Oriente misterioso. Taluni vi si oppongono in nome di un alquanto misteriosa autonomia strategica dell’Europa, che non riesce a elaborare una politica e una strategia comune neppure per l’Africa. A nessuno viene in mente che l’Ue potrebbe provvedere alla propria sicurezza – senza l’apporto determinante degli Usa – solo dotandosi di un arsenale nucleare proprio e della capacità politica di deciderne l’utilizzo per la dissuasione e se necessario per l’impiego. Fino a quando tali premesse non verranno realizzate non vi è alternativa alla Nato e, data l’interdipendenza esistente al mondo, a una Nato globale e non solo regionale e a un sostegno agli Usa nel loro confronto con la Cina.

Occorrerebbe un dibattito approfondito come quello svoltosi negli Usa dopo la “caduta del muro”. Allora si scontrarono le due tendenze contrapposte dell’allargamento a Est dell’Alleanza e del progetto d’integrazione di Mosca in Europa (generosamente finanziata dalla Germania e dagli Usa e anche dall’Italia), sostenuta da studiosi – a parer mio alquanto idealisti se non fuori dalla realtà – come Kennan (che peraltro era stato contrario al containment militare – e non solo economico e culturale – dell’Occidente all’Urss. È una contrapposizione tuttora viva anche nelle discussioni sulle cause del ritorno della Mosca di Putin alle fantasie imperialiste che hanno giustificato l’aggressione di Putin all’Ucraina. L’argomento tornerà centrale qualora, con la vittoria di Trump alle presidenziali del prossimo anno, dovessero prevalere negli Usa le tentazioni isolazioniste.


formiche.net/2023/07/conclusio…

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Meloni afferma che l’imputazione coatta, usata nel caso Delmastro, rappresenta un’anomalia procedurale.

Sbagliato, e non lo dico io, ma la Corte costituzionale.

Oggi smonto una per una le affermazioni di Meloni attraverso le sentenze della Corte.

editorialedomani.it/politica/i…

L’Iran rispetti la libertà di opinione


In Italia la libertà di opinione è un diritto costituzionale. Con il presidente della commissione Politiche europee Giulio Terzi di Sant’Agata, ieri ho invitato la presidente del Consiglio nazionale per la resistenza iraniana in Fondazione Luigi Einaudi p

In Italia la libertà di opinione è un diritto costituzionale. Con il presidente della commissione Politiche europee Giulio Terzi di Sant’Agata, ieri ho invitato la presidente del Consiglio nazionale per la resistenza iraniana in Fondazione Luigi Einaudi per esprimere le proprie. A moderare l’incontro è stato il direttore di Formiche.net, Giorgio Rutelli.

Maryam Rajavi ci ha illustrato il proprio manifesto politico e l’ha fatto in forma di decalogo: suffragio universale, pluralismo, libertà di stampa, parità tra i sessi, separazione netta tra Stato e Chiesa, rispetto dei diritti umani, riconoscimento della proprietà privata, abolizione della pena di morte… I capisaldi dello Stato liberale di diritto sbandierati nella casa dei liberali italiani. Che Teheran ne abbia fatto un caso tanto da convocare l’ambasciatore italiano è una circostanza emblematica. Direi rivelatrice. Rivela il grado di fanatismo e di illiberalismo del regime iraniano. Ogni liberale dovrebbe sentirsi offeso.

Accogliendo Maryam Rajavi, ieri ho chiarito quale fosse la posizione della Fondazione: “Il nostro approccio è laico per definizione, noi non parteggiamo per nessuna delle tante organizzazioni della dissidenza iraniana. Noi stiamo dalla parte del popolo iraniano e crediamo che il conflitto tra gli oppositori del regime, veri o presunti che siano, rappresenti il miglior favore che si possa fare alla teocrazia di Teheran”. Il conflitto, in effetti, c’è. Ed è un conflitto violento. In molti non credono alla conversione democratica dei mujahidin della signora Rajavi, in molti ne ricordano il fanatismo e le violenze ai tempi di Komeini e dopo. Ogni dubbio è legittimo. Resta il fatto che quando la Fondazione Luigi Einaudi ha ospitato i rappresentanti di altre organizzazioni non abbiamo avuto reazioni. Ieri la reazione di Teheran è stata esorbitante. Quanto all’accusa di “terrorismo”, è il modo con cui tutte le autocrazie e tutti gli Stati invasori liquidano il dissenso. Capitò anche al nostro Giuseppe Mazzini.

Con spirito einaudiano, non facciamo processi alle intenzioni. Crediamo nel valore della parola, e le parole spese da Maryam Rajavi sono tutte condivisibili. Sono talmente condivisibili che 307 parlamentari italiani hanno firmato il suo appello per un Iran libero e democratico. Delle due, dunque, l’una: la Rajavi è il Diavolo e ci sta ingannando tutti, oppure il Diavolo sta ispirando gli animi di quanti oggi contestano i mujahidin. Una cosa, invece, è certa. Il conflitto tra le organizzazioni del dissenso, conflitto di cui è responsabile anche l’organizzazione della signora Rajavi, fa il gioco non del popolo, ma del regime iraniano.

Formiche

L'articolo L’Iran rispetti la libertà di opinione proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Ucraina e Indo Pacifico. Le scelte giuste della Nato secondo Calovini


Ucraina e indopacifico: sono questi i due macro temi che scaturiscono al termine del vertice Nato di Vilnius e che testimoniano come la politica internazionale a quelle latitudini sia di primaria rilevanza per le future strategie dell’alleanza. Al vertice

Ucraina e indopacifico: sono questi i due macro temi che scaturiscono al termine del vertice Nato di Vilnius e che testimoniano come la politica internazionale a quelle latitudini sia di primaria rilevanza per le future strategie dell’alleanza.

Al vertice di Vilnius è passata la linea prudente, fortemente voluta da Washington, circa l’ingresso di Kiev nell’alleanza. Significa che, al di là della delusione espressa da Volodymyr Zelensky, l’impostazione degli Stati Uniti è certamente quella che presenta il maggior equilibrio in termini di peso specifico. Il motivo? L’adesione in questo preciso momento dell’Ucraina nella Nato sarebbe stata letta come un vero e proprio azzardo in un frangente estremamente delicato che invece è meritevole di decisioni ragionate e non dettate dalla fretta.

Il vertice dell’alleanza era fisiologicamente focalizzato sulla guerra in Ucraina che, da più di 500 giorni, ha rimesso in discussone ogni equilibrio geopolitico nel vecchio continente, con una serie di altri effetti a catena.

Kiev può comunque ritenersi soddisfatta, dal momento che incassa un dividendo preciso: il supporto alla causa ucraina di tutti i membri dell’alleanza è oggettivo e sincero. Per cui, al di là di qualche fisiologico distinguo, non vi è Governo occidentale che non aiuti Kiev in modo concreto sia sotto l’aspetto politico che sotto l’aspetto militare. Lo dimostra il modus con cui le richieste del Presidente Zelensky sono state esaudite.

In linea generale a Vilnius si è verificato un cambiamento sostanziale rispetto al passato, confermato da tre elementi che meritano di essere evidenziati in questo bilancio post vertice. In primo luogo, seguendo la traccia già impressa a Madrid, al centro del vertice è stata posta la politica internazionale, come da anni non accadeva. Lontani i tempi in cui autorevoli presidenti definivano l’alleanza “obsoleta” (Donald Trump 2017) o “cerebralmente morta” (Emmanuel Macron 2019). Di certo avremmo preferito non dover testare la reazione dell’alleanza dinanzi all’invasione russa ma la compattezza dimostrata è stata notevole e la necessità di un’alleanza militare efficiente e preparata di cui far parte è sotto gli occhi di tutti.

Inoltre l’ambizione di un’Europa potenza militare autonoma sembra aver mostrato le proprie fragilità di fronte alla dura realtà della guerra ed è destinata (per ora?) a rimanere tale. L’Europa – e l’Italia – non possono prescindere dall’altra sponda dell’Atlantico per la propria sicurezza.

In secondo luogo, oltre alla presenza della Svezia prossima all’ingresso nella Nato, al pari della Finlandia, a Vilnius sono stati presenti altri paesi alleati: Australia, Nuova Zelanda, Giappone e Corea del Sud. Si tratta di un’interessante novità che offre la risposta geopolitica alle nuove sfide che da quelle latitudini si stanno manifestando. L’indo Pacifico è uno scenario di politica internazionale di primo piano che non può essere più tenuto in disparte e che, invece, merita una sempre maggiore attenzione da parte della Nato e dell’occidente.

E’inoltre un dovere programmatico e politico intensificare il dialogo con quei paesi che, come noi, osservano con attenzione, e forse un po’ preoccupazione, la crescita di Pechino non più come forza economica ma soprattutto come potenza militare e nucleare. L’Italia pur non potendo operare un ribilanciamento massiccio verso l’Indo-Pacifico e pur raccomandando che l’Alleanza mantenga un baricentro euro-atlantico (come dimostrato dalla guerra in Ucraina), riconosce che il mondo sta diventando sempre più a trazione asiatica

Infine il terzo elemento che attiene il peso specifico italiano: al di là delle singole e legittime opinioni, va riconosciuto al Governo Meloni di aver effettuato un altro passo significativo nell’ambito della politica internazionale e che ha portato il nostro paese ad essere al centro dello scenario come non avveniva da tempo. L’attivismo del Presidente del Consiglio

in ambito europeo e globale ha avuto come effetto primario quello di ridare autorevolezza all’Italia, smentendo con i fatti chi adombrava lo spettro di un esecutivo inesperto o inaffidabile nelle relazioni internazionali. Non solo la netta vicinanza di Roma a Kiev, ma anche la contingenza di un governo stabile e in grado di interloquire con alleati e altri partners internazionali: ciò aumenta la consapevolezza di una svolta vera per il nostro paese.

Diceva Churchill che non c’è nulla di sbagliato nel cambiamento se è nella giusta direzione. In questo caso credo che l’Alleanza atlantica abbia, con coraggio, fatto la scelta giusta.


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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Qual è il problema di Palermo? Il traffico! (diceva Johnny Stecchino)

Per risolvere il problema, fondi europei hanno permesso lo sviluppo di un'app che può rivoluzionare il modo di muoversi in città. Con un gioco!

Nuovo episodio del podcast per Chora Media

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Al Consiglio supremo di Difesa, il governo fa il punto su Vilnius


Dall’Ucraina al Mediterraneo allargato, passando per il vertice Nato di Vilnius e lo stato di approntamento delle Forze armate italiane. Sono stati questi i temi al centro del Consiglio supremo di Difesa, presieduto al Quirinale dal Presidente della Repub

Dall’Ucraina al Mediterraneo allargato, passando per il vertice Nato di Vilnius e lo stato di approntamento delle Forze armate italiane. Sono stati questi i temi al centro del Consiglio supremo di Difesa, presieduto al Quirinale dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e che ha riunito oltre al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, anche i ministri degli Esteri, Antonio Tajani; della Difesa, Guido Crosetto; dell’Economia, Giancarlo Giorgetti; delle Imprese, Adolfo Urso; insieme al capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. In particolare, il presidente Meloni ha illustrato gli esiti del summit atlantico, e soprattutto ha presentato l’iniziativa del governo italiano nel corso dell’incontro lituano nel richiamare l’attenzione dell’Alleanza verso il fianco sud. A margine del Consiglio, inoltre, il presidente Mattarella e il premier Meloni hanno avuto un colloquio di circa un’ora, durante il quale il presidente del Consiglio ha presentato i dossier attualmente in agenda per il governo.

Mediterraneo, cono di interesse della Nato

Come si legge nella nota rilasciata dal Quirinale, “senza il consolidamento politico, sociale ed economico” del continente africano “non è infatti possibile garantire la sicurezza dei Paesi membri dell’Unione europea, che a loro volta sono parte fondamentale dell’Alleanza atlantica”. Da Consiglio è emersa ulteriormente la condizione del Mediterraneo allargato quale oggetto di “speciale attenzione”, in considerazione della sua rilevanza strategica e del suo potenziale quale crocevia di instabilità capace di interessare diverse regioni contemporaneamente. Nel corso del vertice a Vilnius, del resto, la premier aveva definito proprio le acque del Mare nostrum come un “cono di interesse” per la Nato del prossimo futuro.

Presenza internazionale

Tra i temi discussi anche le diverse aree di crisi nelle quali l’Italia è presente con le sue Forze armate. Dallo scoppio della guerra in Ucraina, i militari italiani sono presenti in un arco che parte dai Paesi baltici per arrivare fino al Sahel, passando per i Balcani e il Medio Oriente. Un’area la cui estensione è, per il Paese, seconda solo a quella dell’ultima Guerra mondiale. Uno sforzo non secondario, che assicura la posizione del Paese nel mutato scenario globale, sempre più complesso e fragilizzato dall’aggressione Russa. A riguardo, il Consiglio di Difesa ha ribadito ulteriormente il sostegno a Kiev, basato sull’aderenza italiana ai valori della libertà, dell’integrità territoriale e l’indipendenza degli Stati, “valori fondanti dell’Unione europea e condizioni essenziali per l’ordine internazionale e la convivenza pacifica dei popoli”.

Lo strumento militare

Questo impegno avrà bisogno di uno strumento militare efficiente e moderno. Per questo il Consiglio ha approfondito il tema della necessità di dotarsi di una politica industriale nazionale per il settore della Difesa, al fine di “assicurare adeguata prontezza e capacità” alle Forze armate, assicurandogli “livelli di efficienza e capacità d’impiego adeguati e sostenibili nel tempo”. Il ministro Crosetto ha illustrato i principi che guideranno la riorganizzazione del dicastero, con finanziamenti adeguati. L’obiettivo è rendere l’organizzazione, in linea con i requisiti Nato, sempre più interforze, capace di “operare su tutti i domini, compresi i nuovi ambiti, quali lo spazio esterno, quello cognitivo e quello subacqueo”.


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La Nato può fare di più. Il punto del generale Tricarico su Vilnius


La soddisfazione e l’ottimismo con cui il summit di Vilnius è stato consegnato alla cronaca (qualcuno ha detto alla Storia) paiono francamente eccessivi e in parte fuori luogo, se si valuta la questione da una prospettiva meno condizionata dagli eventi in

La soddisfazione e l’ottimismo con cui il summit di Vilnius è stato consegnato alla cronaca (qualcuno ha detto alla Storia) paiono francamente eccessivi e in parte fuori luogo, se si valuta la questione da una prospettiva meno condizionata dagli eventi in corso nel centro Europa che -ricordiamolo – dovrebbero riguardare solo in maniera marginale l’Alleanza.

Semmai la Nato è parsa aver smarrito, oltre al senso della sua missione, anche quello della sua identità. Con Vilnius in altre parole essa è parsa stabilmente incamminata verso un mutamento genetico le cui prime avvisaglie erano ormai evidenti ed inequivocabili.

Come valutare altrimenti il fatto che, scorrendo il lungo comunicato finale, non si ravvisi il pur minimo accenno alla necessità di fermare, con un negoziato, il conflitto russo-ucraino, di “impegnarsi, come stabilito dallo Statuto delle Nazioni unite a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale in cui potrebbero essere coinvolte”?

Questo impone la principale ragion d’essere dell’Alleanza, quella fissata in tutta la sua ineludibilità nell’Art. 1 del patto sottoscritto nel 1949. Invece il tema è stato solo sfiorato, anzi eluso, come lascia intendere il punto 9 del comunicato finale laddove si afferma, senza che se ne dia l’evidenza (e tantomeno la prova) che “mentre noi abbiamo sollecitato la Russia ad avviare un negoziato credibile con l’Ucraina, essa non ha mostrato alcuna genuina apertura per una pace giusta e duratura”.

Altra questione, tutt’altro che onorevole, i cui contorni sono ancora incerti, quella del prezzo pagato alla Turchia per il suo assenso all’ingresso della Svezia nell’alleanza.

Ciò che rimane ancora nebuloso è se il presidente turco intenda ancora mantenere la perentorietà del primo momento, ben esplicitata nel Memorandum siglato a fine giugno a Madrid con Svezia e Finlandia, nel richiedere l’estradizione di cittadini turchi, bollati come terroristi da Erdogan ma con tutta probabilità e in larga parte, soggetti dissidenti riparati all’estero, dello stesso tipo tanto per intenderci, di quelli gettati in carcere in Turchia, senza risparmio e senza riguardo, negli ultimi anni.

O se invece, come è parso di capire, la Turchia sarebbe disposta ad accontentarsi della generica rassicurazione della Svezia affinché venga esercitato un controllo più accurato sui comportamenti dei cittadini turchi in territorio svedese.

E anche qui, come valutare se non come bieco il comportamento di una Alleanza, fondata su democrazia, libertà e rispetto dei diritti, quando accetta una clausola liberticida pretesa da un Paese membro e chiude ambedue gli occhi di fronte alla consegna nelle mani di un tiranno di cittadini colpevoli solo di esercitare la libertà di pensiero?

Un terzo punto infine dovrebbe dissuadere, anche e soprattutto noi italiani, dal cantare vittoria al rientro da Vilnius.

Il presumibile e ampiamente previsto mantenimento di una attenzione isterica, e ora maggiormente immotivata, al fianco est dell’Alleanza declasserà ulteriormente la priorità, a lungo rivendicata, di un occhio più attento a ciò che da anni succede dalle nostre parti, nel continente africano e in medio oriente.

Sembra che non si sia considerato che la Russia, per tempi piuttosto lunghi, non costituirà minaccia militare per alcuno e tantomeno per la Nato, anche se Putin volesse insistere nelle sue mire imperiali.

Il suo esercito, ampiamente sopravalutato (anche dagli esperti), sottodimensionato nell’uso di sistemi ad alta tecnologia, sprovvisto di una dottrina di impiego moderna, logoro nel morale, nella leadership e nella disponibilità di mezzi ed armamento, morso senza pausa dalle sanzioni, dovrebbe far dormire sonni tranquilli all’Occidente per almeno i prossimi trenta anni, e solo nell’ipotesi che Putin avvii senza indugio un processo di ripensamento radicale e di riedificazione ex novo del suo strumento miliare.

Se così stanno le cose, perché continuare a partorire, nella migliore delle ipotesi, solo topolini in risposta alle legittime preoccupazioni dei Paesi del sud, e continuare a esorcizzare le comprensibili ma immotivate paure dei Paesi del nord?

Purtroppo, i rischi da sud non sono mai stati sufficientemente approfonditi a un tavolo di concertazione vera; nei comunicati finali dei vari summit, le considerazioni generiche sull’argomento ormai stucchevoli, vengono sistematicamente riciclate senza che si faccia una rassegna seria e complessiva del vasto e variegato panorama africano e mediorientale.

Qualcuno qui da noi è arrivato ad irridere Giorgia Meloni nell’assunto – falso – che il sud dell’Alleanza fosse stato da noi evocato solo in relazione alle migrazioni, ma così non è stato. Più di noi potrebbe argomentare la Francia, costretta a ritirarsi dal Mali dove si era imbarcata in una avventura azzardata senza che i suoi appelli a costruire insieme una forza militare degna di questo nome venisse raccolta da altri Paesi.

E il Mali in qualche maniera, con le dovuta differenze da altri Paesi africani, esprime il modello di una struttura statuale fragile, incapace di provvedere alla propria sicurezza avverso i pericoli di una criminalità dilagante, primo tra tutti il terrorismo mai sopito ma soggetto a una continua regolare espansione e radicamento.

Perché lasciare il Mali e altri in balia di chi, come Wagner ad esempio, o come Egitto, Turchia o altri, interpretano l’eventuale supporto alle istituzioni in pericolo solo in funzione del proprio tornaconto? Tornaconto raramente sovrapponibile allo sradicamento dei fenomeni criminali, talché il Paese assistito possa edificare in tutta sicurezza il proprio futuro.

Tra l’altro, oltre ai gruppi terroristici conosciuti, proprio negli ultimi dieci, quindici anni, quando il sentire comune percepiva come sonnolento il fenomeno criminale e la Nato ripeteva come un disco rotto le sue vaghe promesse, sono nati numerosi gruppi, tutti filiazione dei ceppi principali di Al Qaeda e Isis, che non hanno risparmiato nessun Paese africano, in maniera tanto più insidiosa quanto più fragile era la struttura statuale in cui insistevano.

Questo allora ci si aspetterebbe dalla Nato, che davvero volesse considerare il terrorismo nella sua reale dimensione ed insidiosità. E questo è uno dei motivi per cui alle preoccupazioni vere, non a quelle antirusse, ancora una volta a Vilnius non è stata in grado di dare risposta.

Ovviamente i novanta punti del comunicato finale del summit lituano fornirebbero altrettanti spunti di riflessione, soprattutto se si volesse mettere a punto in prospettiva una Strategic compass, magari destinata a maggiori fortune rispetto a quella elaborata dall’Unione europea. E tuttavia le tre questioni evocate forniscono, da sole e in maniera evidente, la percezione certa della necessità di un cambio radicale di passo atto a rafforzare la Nato, atto a far sì che la Nato resti o torni ad essere quello che è, uno strumento insostituibile per garantire pace, sicurezza e libertà.


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Minorenni


Parliamo dei minorenni abbandonati o che la giustizia ha ritenuto di sottrarre alle famiglie. La delicatezza contabile e istituzionale non toglie nulla a quella umana. Quindi cominciamo col dire che qualsiasi minore sia stato abbandonato o debba essere al

Parliamo dei minorenni abbandonati o che la giustizia ha ritenuto di sottrarre alle famiglie. La delicatezza contabile e istituzionale non toglie nulla a quella umana. Quindi cominciamo col dire che qualsiasi minore sia stato abbandonato o debba essere allontanato da familiari che siano per lui un pericolo, dev’essere sostenuto e protetto al meglio e a cura della spesa pubblica. Quale che sia la provenienza del ragazzino. Solleviamo il problema perché non ci sembra si faccia nel necessario migliore dei modi e perché i conti non tornano.

Quel che pochi sanno è che il costo di questi sostegni ricade sui Comuni di residenza. Sono anni che il sindaco di Sant’Angelo Lomellina, Matteo Grossi, prova a richiamare l’attenzione su questa assurdità. Ma la politica mostra d’essere poco interessata. Quasi che quella spesa incontrollata sia un bene in sé. La cosa aveva un senso, forse, nell’era dei viaggi in carrozza: la popolazione era stanziale e la municipalità conosce meglio di altri i guasti e i fasti del proprio borgo. Ma oggi ci si sposta, si arriva dall’estero, si vive dove neanche si è conosciuti, talché la municipalità ne sa quanto la nazionalità, ovvero poco e niente. In compenso mettere sul conto dei Comuni il pagamento delle rette, relative al mantenimento, non ha alcun senso e rischia di schiantare bilanci assai gracili.

Il che ci porta alla questione dei soldi: per due casi di questo tipo il Comune di Sant’Angelo spende 60.363 euro l’anno, ricevendo indietro dalla Regione Lombardia un terzo della spesa; la stessa Regione, come si può leggere nel suo sito, calcola in 100 euro la retta quotidiana media da pagare. Significa che alla spesa pubblica un minore costa mediamente 36.500 euro all’anno. E qui c’è un primo problema, perché quella cifra è superiore alla dichiarazione dei redditi della gran parte delle famiglie italiane, che oltre ai figli mantengono anche i genitori.

Nel 2022 i minori da ospitare e mantenere in Lombardia erano 3.250. La sola Milano ne ha attualmente in carico 1.300, il doppio dell’anno scorso. E sono stati destinati a 866 “comunità”, che incassano le rette e si trovano anche in altre Regioni, perché il problema è nazionale. Se quei minori fossero stati ospitati per l’intero anno, significherebbe che ogni “comunità” ospita 3,7 ragazzi. Conosco famiglie che hanno un numero più alto di bambini in affido. Ma anche a considerare permanenze inferiori, anche a raddoppiare la media degli ospiti, è evidente che non stiamo parlando di istituti specializzati e attrezzati, con ben maggiore capienza. Il che, forse (e voglio sperare), spiega l’alto costo unitario.

Sempre Regione Lombardia ha stabilito un maggiore stanziamento – pari a 1 milione – per compensare i Comuni che non reggono la spesa. Dividendo quella cifra per i giorni dell’anno e i bambini da accudire, ne deriva per i Comuni un incasso pari a 84 centesimi al giorno, che vanno a cumularsi al terzo già coperto. Quindi spendono 100 e ricevono 34. Non ha senso.

Siccome quel che più è importante sono i bambini, le cose da farsi – qui, ora, subito – sono: a. centralizzare l’intera questione; b. predisporre istituti appositi, con personale adeguatamente preparato; c. controllarli a cura di soggetti indipendenti dagli stessi istituti, il che è impossibile se le “comunità” si contano a migliaia; d. in questo modo fornendo tutto il possibile sostegno ai minorenni e abbattendo i costi unitari con economie di scala (a cominciare dall’alloggio e dal vitto).

Non voglio neanche prendere in considerazione l’ipotesi che quel fiume di spesa, cui i Comuni sono costretti e sul quale non hanno il benché minimo controllo, sia destinato ad assistere più gli assistenti che gli assistiti. Sarebbe orribile. Ma un sistema tanto disfunzionale non è in grado di dare quel che è necessario. Ancora una volta, l’aspetto contabile si rivela quindi il faro più efficace per seguire il sentiero dell’umanità e abbandonare il vicolo cieco dell’ipocrisia.

La Ragione

L'articolo Minorenni proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Il filo che unisce Vilnius al Mediterraneo, e si estende fino al Sudan


Quale il collegamento valoriale tra Vilnius e il Mediterraneo, macro tema agitato da Giorgia Meloni sia nel vertice stesso che nel bilaterale con Recep Tayyip Erdogan? Un primo piano di analisi tocca, evidentemente, i singoli e articolati dossier, di ieri

Quale il collegamento valoriale tra Vilnius e il Mediterraneo, macro tema agitato da Giorgia Meloni sia nel vertice stesso che nel bilaterale con Recep Tayyip Erdogan? Un primo piano di analisi tocca, evidentemente, i singoli e articolati dossier, di ieri e di oggi, che gravitano nel raggio d’azione del mare nostrum e può essere utile ricucirli con il filo italiano per far emergere un principio: non si vive di sola Ucraina e se la Nato non affronterà con parimenti programmazione e impegno anche gli altri nodi, le emergenze future non saranno gestibili, né prevedibili.

Eccone una ricognizione che tocca aree ultrasensibili come Libia, Tunisia, Africa centrale: tutte dimostrano che il mondo è sempre più interconnesso e che il mare nostrum è un quadrante su cui si riflettono le conseguenze del conflitto ucraino.

Libia

La ripresa dei voli diretti tra l’Italia e la Libia rappresenta un indirizzo interessante, non fosse altro perché è una primizia dopo anni di generici intenti e permetterà a Tripoli operare voli diretti per l’Europa in breve tempo. Tocca inoltre il tema dello sviluppo positivo alla voce “contatti tra le aziende dei due Paesi”. L’importanza di riprendere i voli diretti è stata compresa dal governo italiano e l’annuncio della ripresa è giunto dopo un incontro tenutosi a Tripoli, alla presenza del Capo dell’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, dell’ambasciatore d’Italia in Libia, del Capo dell’Ente Generale per l’Aviazione Civile e del ministro delle Comunicazioni. Un passo, questo, che nelle intenzioni accompagna gli sforzi da compiere verso la normalizzazione istituzionale della Libia, su cui Roma sta lavorando da tempo.

Due settimane fa è volato alla Casa Bianca il consigliere per la sicurezza nazionale Ibrahim Bushnaf ricevuto dal direttore del dipartimento Nord Africa presso il Consiglio di sicurezza nazionale, Jeremy Berndt. Nelle stesse ore a Roma si svolgeva il primo incontro tra il nuovo ambasciatore di Libia Muhannad Saeed Ahmed Younes e il Capo dello Stato, che ne ha ricevuto le credenziali.

Tunisia

Dopo la repressione politica del presidente Kais Saied contro il dissenso in Tunisia, l’Europa è stata chiamata a gestire l’instabilità di un Paese sull’orlo del fallimento, che già è trampolino di lancio per migliaia di migranti che stanno arrivando in Italia. L’economia locale è in collasso mentre si attende la decisione del Fondo Monetario Internazionale per i nuovi finanziamenti esteri. Bruxelles e Roma hanno inviato un segnale forte a Tunisi, coagulatosi attorno alla visita congiunta Meloni, von der Leyen, Rutte per affrontare il caso (migranti più crisi finanziaria) attraverso una voce sola e tramite un modello, stimolato da Palazzo Chigi.

Sudan

Dallo scorso mese di aprile il Paese è scosso dagli scontri tra l’esercito sudanese e il principale gruppo paramilitare, le Forze di supporto rapido, definite RSF. La guerra ha provocato migliaia di vittime, tre milioni di sfollati (di cui 700mila in viaggio verso altre aree) e ha aumentato il peso specifico di una gravissima crisi umanitaria che ha lasciato quasi la metà della popolazione in una situazione di fame. Altro effetto connesso è verso i produttori di gomma arabica sudanesi, settore che da 70 anni offre lavoro e sussistenza al Paese, che segnalano un crollo dei prezzi di circa il 60%.

Circa 218mila persone hanno cercato rifugio in Ciad, 60mila in Etiopia, mentre l’Egitto ha già ricevuto oltre 250.000 sudanesi, che rappresentano circa il 60% del numero totale di chi è fuggito e in 146mila sono già giunti in Sud Sudan. Tra gli effetti a catena c’è l’attuazione dell’accordo di pace rivitalizzato del 2018 in Sud Sudan e lo svolgimento delle elezioni alla fine del prossimo anno.

La comunità internazionale si è impegnata a elargire 1,52 miliardi di dollari in risposta all’appello delle Nazioni Unite (per 3 miliardi di dollari) al fine di affrontare la situazione attuale.

Le ultime notizie parlano del rifiuto da parte del ministero degli Esteri allineato con l’esercito del Sudan della proposta di vertice regionale che decida il dispiegamento di forze di mantenimento della pace per proteggere i civili. In questo modo perde consistenza la speranza di porre fine alla guerra. Proprio al fine di stimolare le pari ad una pax, l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (Igad) ha chiesto alle parti rivali di considerare il dispiegamento di una forza regionale e nuovi negoziati di pace. L’offerta di mediazione è stata la prima dopo lo stop dei colloqui a Jeddah.

Libano

Il Paese che vanta il più alto numero di rifugiati al mondo, dal 2019 sconta una crisi economica che si sta progressivamente aggravando. Si tratta della sua peggiore crisi dalla guerra civile del 1975.

Da un lato, dunque, un Paese che sta fallendo; dall’altro la crescita di Hezbollah favorendo al contempo un’aspra lotta all’interno del Parlamento. La valuta locale è in caduta libera, con le proteste dei correntistiche non possono accedere ai propri depositi dove le banche hanno messo un limite ai prelievi di dollari. L’esplosione al porto del 2020 ha comportato danni ingenti e la perdita di forza lavoro che ha fatto schizzare la disoccupazione al 40%. Da suolo libanese, inoltre, vengono anche lanciati razzi contro Israele.

Egitto

La crisi economica in Egitto si è materializzata in virtù del crollo della sterlina egiziana, scesa ai minimi storici rispetto al dollaro. Un forte deficit commerciale ha fatto salire i prezzi dei beni essenziali, con un’inflazione che ora supera il 30%. Il debito sovrano egiziano è difficilmente sostenibile, pari a 169,5 miliardi di dollari alla fine di dicembre 2022. In questo contesto sta prendendo piede la possibilità che il governo di Al-Sisi prenda in considerazione una mossa specifica ma dai risvolti geopolitici chirurgici: la privatizzazione del Canale di Suez verso un player straniero.

L’Economist ha recentemente valutato un contratto di locazione di 99 anni per il canale a circa un miliardo di dollari. Se da un lato il governo potrebbe così provare ad uscire dal pantano economico, dall’altro si ragiona sulle conseguenze geopolitiche di un eventuale acquisto da parte di soggetti esterni dalle fortissime disponibilità. Ad esempio Pechino che, dopo Cosco al Pireo, metterebbe così a segno un altro colpo significativo.


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Maryam Rajavi alla FLE: “Occidente sospenda i rapporti economici con il regime iraniano dei Pasdaran”


“I paesi che si disperano per il tragico destino delle donne iraniane dovrebbero essere conseguenti con questo giusto sentimento di democrazia e libertà e sospendere ogni tipo di relazione commerciale con l’Iran, soprattutto quelle riguardanti i settori b

“I paesi che si disperano per il tragico destino delle donne iraniane dovrebbero essere conseguenti con questo giusto sentimento di democrazia e libertà e sospendere ogni tipo di relazione commerciale con l’Iran, soprattutto quelle riguardanti i settori bancario e petrolifero. Il 90% dei proventi di queste attività finanzia il regime dei pasdaran che a sua volta finanzia il terrorismo in giro per il mondo oltre che la guerra di Putin contro il popolo ucraino e i valori occidentali. Arriverà presto il momento in cui il regime cadrà e l’Iran conoscerà la democrazia, la parità tra uomo e donna, la separazione tra Stato e chiesa, la libertà di stampa, il pluralismo politico e la fine della pena di morte. Solo nelle ultime ventiquattro ore in Iran sono state eseguite tredici condanne capitali”.

Lo ha detto la presidente del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI) Maryam Rajavi durante un incontro organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi. Rajavi è stata accolta dal Segretario generale della Fondazione, Andrea Cangini, e dal presidente della commissione Politiche dell’Unione europea del Senato, Giulio Terzi di Sant’Agata, ha moderato il dibattito il direttore di formiche.net, Giorgio Rutelli.

Il Senatore Terzi dal canto suo ha sostenuto l’urgenza che la comunità internazionale metta al più presto al bando i Pasdaran come organizzazione terroristica, tesi che Rajavi ha convintamente avallato.

“La Fondazione è al fianco del popolo iraniano sin dall’inizio di questa rivolta”, ha detto Andrea Cangini. “Abbiamo organizzato incontri, convegni, scritto manifesti e lanciato appelli, convinti come siamo che i tempi siano maturi per un cambio di regime con la conseguente affermazione anche in Iran dei valori liberali e democratici”.

L'articolo Maryam Rajavi alla FLE: “Occidente sospenda i rapporti economici con il regime iraniano dei Pasdaran” proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Una Nato attenta alla Cina. Prospettiva indo-pacifica del Summit


Per il secondo anno di fila, la Cina è stato un argomento di interesse del Summit Nato. Come a Madrid nel 2022, anche quest’anno hanno partecipato al vertice Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda — i quattro principali partner dell’Indo Pacif

Per il secondo anno di fila, la Cina è stato un argomento di interesse del Summit Nato. Come a Madrid nel 2022, anche quest’anno hanno partecipato al vertice Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda — i quattro principali partner dell’Indo Pacifico (noti come IP4), attori importanti di una regione che gli Stati Uniti e (non solo) considerano come prima linea del contenimento della crescita di influenza globale cinese.

Strategia ampia e copertura Nato

Un diplomatico spiega in via confidenzale a Formiche.net che sebbene il driver dell’interessamento alla Cina da parte della Nato sia connesso al rafforzamento militare e in parte all’allineamento tattico con la Russia, che resta ancora l’attenzione prioritaria dell’alleanza (soprattutto con la guerra in Ucraina), c’è dell’altro. “La questione dei semiconduttori, delle terre rare, del securitarizzazione delle supply chain, la competizione tecnologica in generale è qualcosa a cui i membri guardano con attenzione quando pensano alla Cina”.

Non è un caso se la Germania abbia approfittato del vertice alleato di Vilnius per mettere in azione la tanto attesa strategia sulla Cina. Il gabinetto del cancelliere Olaf Scholz la passa oggi, giovedì 13 luglio: sarà centrata sul “de-risking” da Pechino, vista da Berlino come un concorrente e un rivale strategico sempre più assertivo, riducendo gradualmente la dipendenza dal Paese piuttosto che sganciandosi dal mercato cinese.

Anche la Lituania ha approfittato del vertice per rendere pubblica la sua strategia per l’Indo Pacifico. Da Vilnius, a un passo dalla Bielorussia alleata di Vladimir Putin, il governo lituano ha usato la presenza dei leader Nato per annunciare l’approfondimento dei rapporti con Taiwan — che già erano costati alla Lituania la risposta violenta di Pechino a colpi di coercizioni economiche (al punto che l’Ue era dovuta intervenire creando uno strumento anti-coercizione perché quello di Vilnius rappresentava un preoccupante precedente).

Narrazioni e interessi

Come si legge nella sintesi del comunicato congiunto del summit, “le ambizioni dichiarate e le politiche coercitive della Repubblica Popolare Cinese (Prc) sfidano i nostri interessi, la nostra sicurezza e i nostri valori”. Sebbene la Nato sottolinei, come di rito, di restare aperta “a un impegno costruttivo con la Prc, anche per costruire una trasparenza reciproca, al fine di salvaguardare gli interessi di sicurezza dell’Alleanza”, rimarca anche la “crescente partnership strategica” tra Pechino e Mosca e i loro “tentativi, che si rafforzano a vicenda, di minare l’ordine internazionale basato sulle regole”.

In punti più ampi, più avanti nella lunga dichiarazione, i leader dell’alleanza hanno anche richiamato la Cina per le “operazioni ibride e cibernetiche dannose e per la sua retorica conflittuale e la disinformazione” e hanno accusato Pechino di sforzarsi “di sovvertire l’ordine internazionale basato sulle regole, anche nei domini spaziale, cibernetico e marittimo”. La dichiarazione ha inoltre espresso preoccupazione per i tentativi della Cina di “controllare settori tecnologici e industriali chiave, infrastrutture critiche, materiali strategici e catene di approvvigionamento” e di “creare dipendenze strategiche”. La Cina impiega “un’ampia gamma di strumenti politici, economici e militari per aumentare la sua impronta globale e proiettare il suo potere, pur rimanendo opaca sulla sua strategia, le sue intenzioni e il suo sviluppo militare”, si legge ancora nel comunicato, che inoltre invita Pechino “ad astenersi dal sostenere in qualsiasi modo lo sforzo bellico della Russia”.

Nel giro di un anno, quell’attenzione messa per la prima volta per iscritto al vertice di Madrid è evidentemente aumentata. È lo stesso linguaggio del comunicato a indicarlo. Il testo, solitamente frutto di scelte semantiche cavillose, menziona la Cina 14 volte, indicando una maggiore risalto che l’alleanza intende dare ad “affrontare le sfide sistemiche poste dalla Prc alla sicurezza euro-atlantica”. Per confronto, nel comunicato del vertice di Madrid la Cina riceveva un’unica menzione come uno dei diversi Paesi “che sfidano i nostri interessi, la nostra sicurezza e i nostri valori e cercano di minare l’ordine internazionale basato sulle regole”.

La Cina detesta

Pechino non può essere soddisfatta. La linea di risposta calca sulla “mentalità da guerra fredda”, argomento retorico che il Partito/Stato usa nella sua narrazione. “Gli Stati Uniti stanno giocando una grande partita a scacchi. La Nato e gli alleati statunitensi nell’Asia-Pacifico vengono tutti utilizzati per promuovere gli interessi geopolitici degli Usa. Condivido la preoccupazione di alcuni osservatori europei che l’Europa possa diventare un vassallo e più dipendente dagli Stati Uniti”, ha scritto Wang Lutong, direttore generale dell’Ufficio europeo del ministero degli Esteri cinese (da notare: come spesso accade, Lutong ha espresso queste sue preoccupazioni contro le forzature della libertà dei singoli stati teoricamente imposte da Washington usando Twitter, un social network che in Cina non si è liberi di usare, ma in cui possono essere aperti invece account per i notabili del Partito e dello Stato).

“Ci opponiamo fermamente al movimento della Nato verso Est, nella regione dell’Asia-Pacifico, e qualsiasi azione che metta a repentaglio i legittimi diritti e interessi della Cina sarà affrontata con una risposta risoluta”, comunica invece il portavoce del ministero degli Esteri. Tuttavia, sebbene l’impegno della Nato con i partner dell’Indo-Pacifico sia generalmente letto attraverso la lente della competizione con la Cina, vale la pena notare che l’IP4 ha livelli diversi di comfort con l’idea di confrontarsi con Pechino.

L’IP4 e la Cina

Il segretario generale Jens Stoltenberg ha tenuto incontri separati con i leader di Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud. In ogni incontro ha esordito ringraziando per l’assistenza fornita all’Ucraina (che come detto resta la principale priorità della Nato) e ha poi offerto sostegno alle principali questioni di interesse del partner. Tuttavia, solo durante il meeting con il primo ministro giapponese, Fumio Kishida, Stoltenberg ha fatto riferimento a Pechino, in particolare al “pesante rafforzamento militare della Cina, alla modernizzazione e all’espansione delle sue forze nucleari”. In quel caso, il segretario generale ha anche sottolineato che l’ufficio di collegamento di cui tanto si è parlato è ancora sul tavolo e “sarà preso in considerazione in futuro”.

Esattamente come nel caso del liaison office, su cui le frenate (molte francesi, ma non solo) erano legate alla necessità di non indispettire eccessivamente Pechino, Stoltenberg ha evitato di menzionare la Cina nei commenti pubblici con gli altri tre leader dell’IP4, perché sia Seul che Canberra e Auckland hanno situazioni più complesse di quelle di Tokyo nel rapporto con Pechino. Tutti e tre vogliono evitare di farsi percepire allineati alla Nato nelle loro strategie di confronto con la Cina. Stoltenberg ha usato argomenti neutri per sottolineare le linee di contatto con i partner. Per esempio: parlando con il presidente sudcoreano, ha riaffermato la preoccupazione della Nato riguardo alla Corea del Nord (anche giustamente, visto il test di un Hwaseongpo-18 di mercoledì 12 giugno); per “il cyber, le nuove tecnologie e anche per contrastare le minacce ibride” con il premier australiano; per “il cambiamento climatico, il cyber e le nuove tecnologie” con il neozelandese.

La Nato in Asia?

Uno degli elementi usciti dal vertice di Vilnius, rimarcato dalla riunione laterale tra l’IP4 e i funzionari dell’alleanza, è la volontà di rafforzare la consapevolezza comune, la solidarietà e la cooperazione sulle minacce emergenti alla sicurezza. È l’ottica della visione comune tra Stoltenberg e Joe Biden, emersa anche nel recente incontro alla Casa Bianca: aumentare la connessione tra Nato e Indo Pacifico.

“È un Summit che conferma quanto anticipato lo scorso anno a Madrid con l’adozione del nuovo Concetto Strategico dell’Alleanza, nel quale documento per la prima volta in due paragrafi è stata menzionata la Repubblica Popolare Cinese come una sfida agli interessi, alla sicurezza e ai valori dell’Alleanza”, commenta Matteo Bressan, docente di Studi Strategici e Relazioni Internazionali alla Lumsa Master School e analista presso il Nato Defense College Foundation. “Pur essendo un’alleanza regionale, affronta sfide globali, come ricordato dal segretario Stoltenberg: e quindi, nell’ottica del concetto della indivisibilità della sicurezza delle regioni euro-atlantiche e indo-pacifiche, assistiamo al rafforzamento delle partnership con Giappone, Australia, Nuova Zelanda e Corea del Sud. Tale trend rispecchia il livello di competizione globale tra Washington e Pechino che vede, anche in altre iniziative come il formato Aukus, il coinvolgimento di paesi dell’Indo Pacifico e paesi della Nato in un’ottica di contenimento della Repubblica Popolare Cinese”.


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Dossier, risultati e una notazione sul Vertice Nato di Vilnius. Il bilancio di Alli


Il Vertice Nato di Vilnius non ha certamente deluso le aspettative. Anzitutto, ha ottenuto un risultato importante già prima del proprio inizio, con il via libera della Turchia alla adesione della Svezia. Erdogan è stato, come sempre, un abile negoziatore

Il Vertice Nato di Vilnius non ha certamente deluso le aspettative. Anzitutto, ha ottenuto un risultato importante già prima del proprio inizio, con il via libera della Turchia alla adesione della Svezia. Erdogan è stato, come sempre, un abile negoziatore. Tuttavia mi permetto di dissentire rispetto ai molti che hanno sottolineato come la sua merce di scambio sia stata la fornitura degli F-16 da parte degli Stati Uniti. In realtà, questa decisione era già stata concordata da tempo con Biden, anche perché fa comodo agli stessi Usa e, in fondo, all’intera Alleanza Atlantica, memore dello sgarbo di qualche anno fa, quando Ankara acquistò i sistemi missilistici S-400 dalla Russia.

L’abilità di Erdogan, forse in modo concordato con lo stesso Biden, è stata quella di far coincidere l’annuncio dell’accordo con il vertice, in modo da avere una giustificazione in più per il suo ennesimo cambio di rotta. Un dato che mi sembra invece significativo è che Erdogan ha incassato l’impegno della Svezia a sostenere l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, discorso che apre interessanti prospettive.

Il dato di fatto politicamente rilevante è che l’entrata della Svezia nella Nato, dopo quella della Finlandia, aumenta ulteriormente la sovrapponibilità tra Alleanza Atlantica e Unione Europea. Oggi, con 23 paesi su 27 che appartengono a entrambe le organizzazioni, il 96,5% dei cittadini della Ue è protetto dalla Nato.

Il dossier più spinoso sul tavolo del vertice era sicuramente quello ucraino. Il presidente Zelensky avrebbe auspicato un invito esplicito e ha lamentato la mancanza di una tempistica precisa per l’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Se ciò è comprensibile alla luce dei problemi di comunicazione che Kiev ha verso il proprio popolo, martoriato da una guerra assurda, lo stesso Zelensky sa benissimo quanto complessa sia la posizione della Nato, al punto che nella conferenza stampa finale ha attenuato i toni rispetto alle prime reazioni.

Il segretario generale Stoltenberg ha affermato che l’Ucraina non è mai stata così vicina all’Alleanza, e questo è certamente vero alla luce di almeno tre considerazioni.

  • L’eliminazione del requisito del Map (Membership Action Plan), cioè dell’iter normale al quale un Paese aspirante deve sottoporsi, rappresenta un’accelerazione importante del percorso di adesione. E questo non è in contraddizione con l’affermazione che ancora non esistono tutte le condizioni per una entrata immediata, perché comunque quando gli alleati riterranno che tali condizioni siano soddisfatte, l’adesione sarà praticamente automatica. Se un’osservazione si deve da fare, è che l’affermazione esplicita di Stoltenberg circa il fatto che l’entrata dell’Ucraina nella Nato non potrà avvenire prima della fine della guerra, se pure formalmente corretta, costituirà per Putin una ragione in più per giustificare il protrarsi del conflitto.
  • L’istituzione del Nato-Ukraine Council, che ha già tenuto il suo primo incontro con la presenza dei Capi di Stato e di Governo, rappresenta un segnale rilevante, in quanto crea un organismo di consultazione permanente sul modello di quello che fu il Nato-Russia Council che operò dal 2002 al 2022. La sua importanza sul piano politico è senz’altro superiore a quella della preesistente Nato-Ukraine Commission, attiva fin dal 1997.
  • La decisione di arrivare alla completa interoperabilità tra le forze armate ucraine e quelle della Alleanza Atlantica costituisce, infine, un impegno che si tradurrà non solo in ulteriori attività di addestramento, ma anche nella continuità di forniture di apparecchiature e mezzi all’Ucraina da parte degli Alleati.

Queste importanti decisioni hanno visto una unità di intenti e una unanimità tra i Paesi membri che ha pochi precedenti nella storia della Nato, e questo è un dato fondamentale che attesta il rafforzamento dell’Alleanza.

È poi evidente come il livello di deterrenza raggiunto nei confronti della Russia dopo 500 giorni di guerra sia ormai a livelli molto alti. Resta il tema dei costi che ciò ha comportato e comporterà in futuro. Questo ha fatto affermare a qualche leader che l’impiego del 2% del Pil per le spese della difesa non possa più costituire un obiettivo finale, ma sia ora il punto di partenza per un maggiore impegno, anche alla luce delle mutate caratteristiche della sicurezza. È infatti evidente come la guerra in Ucraina non sia legata al solo spazio fisico, ma investa il dominio cibernetico, il controllo dello spazio extra atmosferico, l’uso di tutti gli strumenti della guerra ibrida, dalla disinformazione all’utilizzo dell’energia e delle leve economiche come armi di guerra, e così via.

In questo contesto, è ormai consapevolezza comune che la pace non possa che essere una pace giusta e che essa comporti necessariamente la vittoria sul campo dell’Ucraina. La completa ricostruzione del Paese non potrà avvenire se non in un contesto di libertà, giustizia e sicurezza, e questa sarà pienamente garantita solo con l’entrata nella Nato, unica soluzione che le possa fornire anche l’ombrello nucleare.

Da ultimo – ed è probabilmente l’aspetto più importante – mi è parso che sia chiaro a tutti gli Alleati che la guerra in corso sul fianco est sarà decisiva per il nuovo ordine mondiale che si costruirà dopo la fine del conflitto. Quello attuale, creato dopo la seconda guerra mondiale, è ormai messo in discussione dal crescere dei regimi autocratici che vorrebbero rimodellarlo a proprio uso e consumo. La difesa del popolo ucraino, del quale tutti hanno riconosciuto il quotidiano eroismo nell’affrontare una situazione drammatica e profondamente ingiusta, è la difesa di tutte le democrazie occidentali. E il fatto che la sicurezza sia globale è stato evidente nella presenza a Vilnius delle delegazioni di Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda. Un segnale di visione strategica soprattutto per la Cina, vero convitato di pietra al tavolo del Summit.

Una sola notazione critica: la sensazione che si sia molto – forse troppo – abbassata l’attenzione rispetto alle minacce provenienti dal fianco sud, di cui ha parlato solo il ministro Tajani nel suo intervento al Public Forum. Pur nell’emergenza assoluta costituita dalla guerra in Ucraina, non possiamo abbassare la guardia neanche sul fronte mediterraneo e medio orientale.

La consapevolezza che ci si trovi di fronte a una decisiva svolta della storia si è respirata a Vilnius in questi due giorni di summit, e ne costituisce forse il dato più rilevante. Al di là dell’affermazione, continuamente ripetuta, che dobbiamo difendere ogni centimetro del territorio dei nostri Paesi, sullo sfondo aleggia la drammatica sensazione che la vera posta in gioco sia la sopravvivenza stessa della democrazia nel mondo.


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Ecov(u)oto


Avete presente quando, specie di notte, parte l’allarme antifurto in un appartamento o in una vettura parcheggiata sotto casa? Più che a fermare i ladri, sempre che esistano e comunque non avendone i mezzi, si pensa che si dovrebbe fermare l’allarme. Temo

Avete presente quando, specie di notte, parte l’allarme antifurto in un appartamento o in una vettura parcheggiata sotto casa? Più che a fermare i ladri, sempre che esistano e comunque non avendone i mezzi, si pensa che si dovrebbe fermare l’allarme. Temo che lo stesso effetto abbiano gli allarmi sul clima, tanto più che – se si pubblicano i dati che provano a dimostrare le morti in eccesso dovute al troppo caldo (61.672 in 35 Paesi europei fra il 30 maggio e il 4 settembre 2022, di cui 18.010 in Italia) – si allarma chi è già allarmato e si lasciano indifferenti gli altri, che non credono sia una realtà o non credono che sia dovuta all’attività umana e comunque non ci credono. Dai sondaggi risulta che un terzo sono gli allarmati e un terzo quelli che non ci credono, il rimanente terzo ammette di non averci capito nulla.

Siccome è evidente che il problema esiste e che se il termometro si sposta (più delle altre estati) verso il rosso non si tratta di una scelta politica, tanto il Parlamento europeo quanto i governi nazionali, riuniti nel Consiglio europeo, puntano a varare regole che limitino e progressivamente cancellino le emissioni che alterano il clima. Se la temperatura globale continuerà l’andamento degli ultimi decenni, sicuramente saranno dolori assai seri e progressivamente irreparabili. Ma, al tempo stesso, è un gioco politico da ragazzi cancellare dalla lavagna il problema climatico, semplicemente negando che esista o che ci si possa fare qualche cosa, lasciarci l’elenco delle misure prese e programmate e additarle come strumenti atti a impoverirci tutti. Il fatto che siano regole europee aiuta a lasciar credere che siano ‘esterne’. E quando sono regole nazionali si dice di averle subite o si fa fatica a difenderle.

Prima di risolvere la faccenda dando del “negazionista” fascisteggiante a chi assume questo atteggiamento, sarà bene comprendere la radice del successo che riscuote. Noi cittadini dell’Unione europea siamo il 6% della popolazione globale, produciamo il 7% delle emissioni che alterano il clima e generiamo il 25% della ricchezza annua globale. Siccome già diminuiamo come popolazione, visto che facciamo pochi figli – mentre, se cancellassimo quel 7%, resterebbe nell’atmosfera (e ne subiremmo le conseguenze) il 93% prodotto da altri – se ne deduce che è in atto un attacco al 25% della ricchezza globale prodotta. In altre parole: ce la portano via. E se si è concordi vuol dire che si è masochisti al servizio di interessi altrui. Se occulti è pure meglio, perché rende più suggestivo il racconto.

Francamente non credo che un uomo di 56 anni come il capo del governo olandese Mark Rutte – che ha guidato quattro governi nel corso di 13 anni, dimostrandosi immune agli attacchi scandalistici e politici – getti la spugna per la questione del ricongiungimento familiare degli immigrati. Problema mediabile e governabile. A spingerlo al ritiro è più probabile che sia la crescita impressionante del Movimento civico-contadino, che in nome degli interessi del contado e della sovranità olandese nega ogni vincolo ambientale relativo a coltivazioni e allevamenti. Il Movimento si avvia a essere il secondo partito olandese e il governo Rutte, nell’interesse dell’Olanda, aveva stretto quei vincoli. Roba simile succede in Svezia, in Finlandia e altrove, mentre le opposizioni (che nella loro radicalità sono prevalentemente di destra) cavalcano il rifiuto di ogni vincolo, come capita a Vox in Spagna, ad AfD in Germania e a Le Pen in Francia.

Se ne deduce che chi è di sinistra vuole salvare l’ambiente mentre chi è di destra no? Piace sostenerlo alla sinistra che non riesce a dire altro, ma è una bubbola. Intanto perché Rutte non è di sinistra, poi perché il confine non passa per via ideologica ma fattuale: chi governa non può non tenere conto della realtà, mentre chi non ha responsabilità raccoglie i voti facendo l’irresponsabile. Epperò le nostre sono democrazie, i voti non possono essere ignorati o considerati un fastidio. Quest’oggi il Parlamento europeo deve votare una direttiva ambientale e il Partito popolare europeo – che di sicuro non è di sinistra e che ne ha condiviso l’elaborazione – si spacca perché i partiti nazionali componenti sentono l’avanzare di quelle opposizioni.

Ciò significa che si deve cambiare filastrocca. Non si deve fare penitenza oggi per avere un mondo migliore domani, giacché consumo oggi e domani si vedrà. Si deve far capire che le scelte del Green New Deal servono anche a far crescere industria europea ecocompatibile, ovvero a mantenere quella quota di ricchezza prodotta e a innovare. Altrimenti il 25% si rattrappisce, il 6% defunge lentamente e la difesa del 7% è la cosa più fessa che si possa immaginare. La discussione delle specifiche misure, dell’equilibrio e della tempistica è ordinaria amministrazione politica.

La Ragione

L'articolo Ecov(u)oto proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Mortaio


C’è un comune interesse della maggioranza e dell’opposizione, un interesse che è poi quello della politica che abbia a cuore la salute delle istituzioni e la propria libertà: passare al lavoro del legislatore, discutere di testi redatti in articolati, evi

C’è un comune interesse della maggioranza e dell’opposizione, un interesse che è poi quello della politica che abbia a cuore la salute delle istituzioni e la propria libertà: passare al lavoro del legislatore, discutere di testi redatti in articolati, evitare di correre appresso a questa o quella iniziativa delle Procure. Tanto si sa noiosamente a memoria come va a finire. Mentre quello che si fatica a comprendere è che ci si perde tutti.

Se il governo pensa di affrontare in questo modo le inchieste già aperte e quelle che si apriranno – su componenti dell’esecutivo o della maggioranza – ha già perso prima di cominciare. Fra le cose perse c’è anche il senso dei limiti e del ridicolo, che soltanto tale smarrimento può giustificare il paragone con Enzo Tortora (che non solo fu arrestato e lungamente detenuto, ma si dimise da parlamentare europeo per affrontare il processo senza alcuna immunità e contestò la scelta di Toni Negri, eletto deputato, di sottrarsi alla giustizia). Che i parenti o gli amici o i colleghi considerino Tizio o Caio innocenti è del tutto irrilevante oltre che fastidioso; quel che conta è che tutti si è innocenti fino a sentenza definitiva che attesti il contrario.

Se l’opposizione pensa di guadagnare un vantaggio dalle indagini aperte su questo o quell’esponente del fronte avverso, ha già perso la partita politica prima di cominciarla. Perché, eventualmente, a vincere sarà un potere esterno e inquietante, che non è affatto quello della “giustizia” bensì quello dell’“accusa”. Prendere il posto dell’avversario demolito per via giudiziaria serve solo ed esclusivamente a ereditarne la sorte di demolito per via giudiziaria.

Che i primi aizzino l’opinione pubblica denunciando il complotto, affermando che non appena si parla di riforma della giustizia ecco che partono le inchieste, è senza senso. Perché sono trent’anni che va avanti così. Altro che sospette coincidenze. Che i secondi aizzino il pubblico invocando la moralità e la giustizia, incapaci di distinguere fra indagine e sentenza, pretendendo conseguenze dalla prima è sconclusionato. Non ci crede più nessuno. Entrambi si rivolgono alle proprie tifoserie, mentre dilaga la sfiducia su quale che sia cosa ed esito costruttivo.

Ed ecco il comune interesse: avviino subito la discussione parlamentare sulle riforme. Alla maggioranza sarà utile per dimostrare che non lasciarsi intimidire non significa rispondere agli avvisi di garanzia con insulti e minacce, ma affrontando il problema di milioni di cittadini la cui vita è rimasta incagliata fra le ruote dentate della malagiustizia. Alle opposizioni sarà possibile non soltanto interloquire fattivamente sulle proposte presentate, ma segnalare quelle mai presentate, perché i mesi passano e il solo testo di cui si dispone è un mozzicone di quel che Carlo Nordio espose come programma al Parlamento. Ci guadagnerebbero entrambi, se solo avessero come orizzonte la sorte collettiva e non unicamente quella dei propri voti e della propria salvezza.

Sarebbe infinitamente più civile il Paese in cui amici e avversari suggerissero agli eventualmente accusati di difendersi nella sola sede propria, ovvero le Aule di giustizia, rinunciando alla sfiancante commedia delle vittime e dei malfattori. Sarebbe un Paese in cui restano, ed è bene che restino, visioni diverse del bene comune e anche della giustizia, ma si condividerebbe il minimo indispensabile, ovvero la convinzione che essere denunciati non significa essere criminali, giacché si potrebbe essere calunniati, ed essere indagati non significa essere colpevoli, perché i prosciolti e gli assolti sono una marea di cittadini.

Se qualcuno pensa di usare le inchieste come mortaio, nel senso di arma, non ha capito niente di trenta e più anni di storia italiana. Ma il guaio è che rischia di finire con l’essere un mortaio da cucina, in cui si pesta inutilmente l’acqua. Che siccome è sporca finisce con il sozzare tutti quelli che si distinguono in questa deprecabile disciplina.

La Ragione

L'articolo Mortaio proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

La Nato di domani oltre Vilnius. Meloni punta tutto su Mediterraneo


Fianco orientale e Mediterraneo: sono questi i due “coni di interesse” che Giorgia Meloni da Vilnius attribuisce alla Nato di domani. Il ragionamento di fondo, in un mondo sempre più incerto, è che questo vertice è riuscito a ribadire una delle certezze c

Fianco orientale e Mediterraneo: sono questi i due “coni di interesse” che Giorgia Meloni da Vilnius attribuisce alla Nato di domani. Il ragionamento di fondo, in un mondo sempre più incerto, è che questo vertice è riuscito a ribadire una delle certezze che abbiamo avuto in questo tempo: “l’unità dell’Alleanza atlantica e la determinazione a difendere i valori e le regole del diritto internazionale senza le quali nessuno di noi sarebbe al sicuro”. Ma per difendere le regole del diritto internazionale e i suoi cittadini, la Nato deve guardare anche oltre l’emergenza orientale. Ovvero al fronte sud dell’Europa.

Ruolo e proiezioni

Quando spiega che l’Italia sostiene gli adattamenti in corso della Nato come confermato dagli importanti contributi nel fianco orientale e nel Mediterraneo, Giorgia Meloni mette l’accento su un passaggio nevralgico: la rivendicazione da parte italiana del ruolo all’interno dell’Alleanza dopo le “incertezze” pro Cina dei governi Conte e il voler assumere decisioni all’altezza in tema di deterrenza e difesa in un momento eccezionale come l’attuale.

E qui si inserisce l’elemento legato all’impegno sul 2% di Pil per la difesa, che secondo il premier deve tenere conto della progressione, della sostenibilità e della responsabilità e della partecipazione al funzionamento dell’Alleanza che ogni alleato assume. “Lo dico da premier di una nazione che con quasi 3 mila uomini è il principale contributore in termini di presenza nelle missioni di pace”.

La considerazione italiana è che occorre fare il meglio per rafforzare autonomia, indipendenza e capacità di difesa. Senza garanzie di sicurezza per l’Ucraina sarebbe molto difficile arrivare alla pace, ha poi osservato, perché lo considera “un tema propedeutico a favorire il processo pace e come Italia abbiamo lavorato a sostenere queste garanzie”.

Migranti e primi risultati

Non solo, quindi, Meloni rivendica il proprio status nella Nato, ma utilizza lo sforzo comune fatto di politiche dedicate, strumenti a supporto e costruzioni di modelli (come quello per la Tunisia), per certificare un passo in avanti alla voce migranti: “Abbiamo un domino di conseguenze che partono dall’Afghanistan e arrivano nel Sahel e nel Corno d’Africa. L’approccio deve essere diverso, ed è il motivo per cui agli occhi di molti italiani non siamo risolutivi. Ma io preferisco metterci di più ma trovare soluzioni strutturali piuttosto che fingere di trovare iniziative spot. È quello a cui sto dedicando maggiore attenzione. Si cominciano a vedere i risultati”.

Il riferimento è allo stanziamento da parte della Commissione europea di un investimento che può arrivare a 15 miliardi sulla dimensione esterna, che corrisponde alla proposta avanzata da Palazzo Chigi.

Africa e Piano Mattei

Ma non è tutto, perché l’analisi del premier va oltre e si spinge nei meandri del continente africano e delle sue contraddizioni, su tutte l’influenza di attori esterni. Quando auspica che molti in Africa aprano gli occhi sulla Wagner scopre un nervo scoperto dell’Ue, che fino ad oggi è stata anticipata sul campo dalla Cina e dalla brigata di Prigozhin a quelle latitudini. Per cui il modo migliore per operare in questo senso è una presenza diversa e maggiore.

“Sono andata a rileggere Machiavelli: qualche secolo fa cercava di spiegare a chi governa una nazione che privarsi del controllo della sicurezza per affidarlo a soggetti esterni poteva essere molto pericoloso – ha aggiunto -. Oggi confido che molti possano aprire gli occhi dopo quello accaduto in Russia, con milizie che si rivoltano contro la propria capitale. A maggior ragione bisogna fare attenzione quando si trovano in terra straniera”. Questi mercenari, ha spiegato, sono “soggetti che possono non avere interessi alla stabilizzazione. L’interesse alla stabilizzazione lo abbiamo noi”. Tradotto in due parole: Libia e Piano Mattei.

Vilnius, conferenza stampa. Seguitemi in diretta. t.co/W5jr8fQnQn

— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) July 12, 2023


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Nato, un vertice di successo con l’impronta di Erdogan. Scrive D’Anna


Se non apparisse ironico si potrebbe dire che a Vilnius Zelensky è quasi Nato. Nei protocolli della diplomazia formale del vertice dell’Alleanza Atlantica, l’adesione dell’Ucraina viene classificata come ancora da decidersi, anche se in realtà é virtualme

Se non apparisse ironico si potrebbe dire che a Vilnius Zelensky è quasi Nato. Nei protocolli della diplomazia formale del vertice dell’Alleanza Atlantica, l’adesione dell’Ucraina viene classificata come ancora da decidersi, anche se in realtà é virtualmente stabilita ed in parte sostanzialmente operativa da 505 giorni, dal momento stesso della brutale invasione da parte della Russia di Putin.

Il gioco della parti sull’ingresso di Kiev nella Nato viene comunque utilizzato da Stati Uniti e Francia per considerare come una compensazione l’invio di missili a lunga gittata che consentiranno alle forze di liberazione ucraine di colpire le retrovie dell’armata d’invasione di Mosca.

In attesa dell’ok della Casa Bianca per il sofisticato sistema di missili tattici Atmcs, il presidente Macron ha già disposto la consegna degli Scalp, acronimo di Système de Croisière Autonome à Longue Portée, la versione francese dei missili inglesi Storm Shadow, che Londra sta già fornendo Kiev dal maggio scorso.

Il governo ucraino, a cominciare da Zelensky, ha realisticamente preso atto delle problematiche strategiche che impongono ai paesi Nato di non offrire alibi a Putin per scatenare una guerra mondiale. Intransigente sulla cooptazione immediata dell’Ucraina, il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden è stato inveceaperturista sull’altra richiesta avanzata da Kiev: la concessione di garanzie di sicurezza anche prima dell’entrata nella Nato.
Biden ha dato un’indicazione precisa, paragonandola all’accordo per il sostegno militare che Washington ha con Israele: non quindi un’alleanza formalizzata in un trattato, ma un accordo di partenariato strategico volto ad accrescere la capacità dell’Ucraina di difendersi dalla Russia.

In primo piano, all’attivo del summit Nato lituano c’è la svolta del presidente turco Recep Erdogan che in pochi giorni ha letteralmente ribaltato la posizione che definiva testualmente di “amico fedele” di Putin.

In attesa di verificare se davvero ad agosto, come annunciato nelle settimane scorse, il Presidente russo si recherà in Turchia, l’Alleanza Atlantica sta analizzando gli effetti delle tre recentissime clamorose mosse anti Cremlino di Erdogan: ha ricevuto con grande enfasi Zelensky a Instambul col quale avrebbe parlato a porte chiuse del dopo conflitto; ha restituito all’Ucraina i comandanti del Battaglione Azov che hanno combattuto i russi asserragliandosi nell’acciaieria Azovstal di Mariupol e che erano stati consegnati da Mosca come ostaggi alla Turchia; e soprattutto dall’oggi al domani ha rimosso il veto che impediva l’ingresso nella Nato della Svezia, scoprendo così totalmente il fronte nord della Russia.

A Vilnius non trapela nei comunicati ufficiali, ma il non detto del vertice Nato confida nel fiuto di Erdogan che potrebbe aver captato segnali d’implosione del regime di Putin. Il bilancio oltremodo positivo di Vilnius comprende, oltre al notevole potenziamento apportato all’Alleanza dall’ ingresso della Svezia, che con la Finlandia completa lo schieramento nord europeo, l’approvazione di nuovi piani di difesa più capillari e completi dalla fine della Guerra Fredda, che tra l’altro prevedono una forza d’intervento rapido di 300.000 truppe comprendente lo schieramento di notevoli forze aero navali, e l’ extension della copertura asiatica della Nato a Giappone, Australia, Nuova Zelanda e Corea del Sud.

Una extension per rafforzare la cooperazione di sicurezza tra la regione indo-pacifica e euro-atlantica, tenendo conto della Cina, sottolineata dalla significativa partecipazione al vertice di Vilnius del premier giapponese Fumio Kishida e del leader della Corea del Sud. Discorso diverso per Australia e Nuova Zelanda da sempre considerate gemellate alla Nato in quanto facenti parte dei Five Eyes, acronimo dell’alleanza di sorveglianza elettronica globale comprendente anche Canada, Regno Unito e Stati Uniti. In vista delle celebrazioni dell’anno prossimo del 75 esimo anniversario della fondazione della Nato, l’alleanza nella prospettiva del dopo Ucraina si appresta infatti a valutare l’evoluzione di una situazione strategica internazionale che vedrà in primo piano l’ulteriore contrapposizione con la Russa e con La Cina.

Se la Russia è la minaccia attuale, la Cina assume un rilievo di problematicità a più lungo termine. “La minaccia cinese è a lungo termine perché l’economia cinese è molto più forte, pervasiva e totalmente autonoma rispetto a quella russa” spiega Satoru Nagao, esperto di politiche di difesa e sicurezza del think tank statunitense Hudson Institute. E poiché la Russia fa affidamento sulla Cina nell’attuale situazione di guerra e l’influenza di Pechino su Vladimir Putin sta crescendo, la Nato intensificherà i rapporti con Giappone, Australia, Nuova Zelanda e Corea del Sud e moltiplicherà i contatti con India e Indonesia.

Una Nato globale, allineata anche con i non allineati, ma con baricentro europeo.


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Una strategia Med-Indo-Pacific per la Nato


La regione indo-pacifica è lontana, e sia i politici che il pubblico europeo sono inclini a non guardare così lontano. La preoccupazione per i progetti russi e cinesi sul Mediterraneo, tuttavia, è un’altra storia. O forse parte della stessa storia, ma più

La regione indo-pacifica è lontana, e sia i politici che il pubblico europeo sono inclini a non guardare così lontano. La preoccupazione per i progetti russi e cinesi sul Mediterraneo, tuttavia, è un’altra storia. O forse parte della stessa storia, ma più vicina a noi. Thibault Muzergues è un analista politico senior advisor dell’International Republican Insitute e autore di “War in Europe? From impossible war to improbable peace”, Routledge 2022 e ha una visione piuttosto interessante su quello che la Nato dovrebbe mettere nei suoi prioritari obiettivi. Lo chiama “Med-Indo-Pacific”, una strategia che in sostanza comprenda il Mediterraneo allargato e l’Indo Pacifico, e che dimostra come i due quadranti geostrategici sono sempre più interconnessi.

Messaggio da Vilnius

Il vertice Nato ospitato in Lituania, seppure molto concentrato sulla gestione complessa della guerra russa in Ucraina, ci ha parlato anche di queste interconnessioni. D’altronde Vilnius è di per sé un caso di studio, finito sotto le cose di Russia e Cina negli ultimi due anni. Tuttavia, restano degli scetticismi, anche legati al momento complicato: su tutti Francia e Germania sono poco inclini a deviare l’attenzione della Nato verso l’Indo Pacifico, sottolinea Muzergues, “almeno non mentre la guerra infuria in Europa”. È possibile (se ne parlerà anche altrove in questa newsletter), che la preoccupazione sia legata all’evitare di spostare la Cina, per reazione, apertamente verso la Russia. Preoccupazione per un conflitto aperto con la Cina sono anche parte del pensiero dell’opinione pubblica europea, secondo un recente sondaggio dell’Ecfr.

Una Nato direttamente attiva nell’Indo-Pacifico è quindi uno scenario che sarebbe meglio dimenticare, almeno per il prossimo futuro. “Tuttavia, ciò non significa che l’Alleanza non possa reinventare il proprio ruolo nei confronti della Cina; in questo caso, non si tratterebbe solo di tenere i cinesi fuori, ma piuttosto lontani dall’Europa: ciò risponderebbe alle preoccupazioni degli europei per le incursioni economiche di Pechino nelle economie europee e terrebbe strategicamente i cinesi a distanza di sicurezza nelle vicinanze dell’Europa”, spiega Muzergues.

Contenimento cinese

“Tenere lontani i cinesi potrebbe essere una strategia per l’Europa, visto che i primi hanno recentemente fatto breccia nel vicinato meridionale dell’Europa. Non solo sulla terraferma, in alcune zone dell’Africa e del Medio Oriente, ma anche in mare: non è un caso che l’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) abbia costruito la sua prima base militare al di fuori dei confini cinesi a Gibuti, il punto di strozzatura tra l’Oceano Indiano e il Mar Rosso, che a sua volta collega l’Indo-Pacifico e il Mediterraneo”.

“Dopo tutto, il controllo dei punti di strozzatura tra Cina ed Europa, da Gibilterra allo Stretto di Malacca (molti dei quali nel Mediterraneo), è tornato ad essere un problema, soprattutto se si considera che il Mediterraneo è un mare sempre più territorializzato e, di fatto, conteso”, aggiunge l’analista usando tra i vari esempi il grande interessamento delle società cinesi come Cosco ai porti europei nel Mediterraneo.

La maggior parte dei Paesi dell’Europa meridionale è ben consapevole della crescente presenza cinese nel Mediterraneo, di cui è sempre più preoccupata, mentre la maggior parte degli alleati dell’Europa centrale ha capito nel corso degli anni che la strategia di disturbo della Russia si estende anche a sud, dal Mar Nero al Mediterraneo e all’Africa. “Non ci sarebbe molto dissenso nel sostenere una strategia della Nato volta a spingere i russi e i cinesi fuori dai confini meridionali e orientali dell’Europa. E considerando il cruciale legame commerciale tra il Mediterraneo e l’Indo-Pacifico, sarebbe un modo per coinvolgere gli europei, attraverso una regione strategica più familiare, nella strategia globale americana. Per la Nato, l’Indo-Pacifico potrebbe non essere consensuale, ma una strategia Med-Indo-Pacifico potrebbe essere la chiave per far muovere gli europei”.


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Tra G7 e F-16, Zelensky torna da Vilnius più forte di prima


Il summit di Vilnius, che si è avviato al termine, è stato sicuramente proficuo per l’Ucraina. Anche se la speranza di un piano ben definito per regolare l’accesso all’interno dell’alleanza non si è concretizzata, la quarantottore lituana ha portato comun

Il summit di Vilnius, che si è avviato al termine, è stato sicuramente proficuo per l’Ucraina. Anche se la speranza di un piano ben definito per regolare l’accesso all’interno dell’alleanza non si è concretizzata, la quarantottore lituana ha portato comunque importanti novità per Kyiv.

Nella mattinata di Mercoledì 12 Luglio Amanda Sloat, senior director per l’Europa all’interno del National Security Council statunitense, ha preannunciato che questa sera il presidente statunitense Joe Biden, assieme ad altri leader del G7, annunceranno una forma di impegno a lungo termine atta a garantire la sicurezza dell’Ucraina durante l’incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy. “Gli Stati Uniti, insieme ai leader del G7, annunceranno la nostra intenzione di aiutare l’Ucraina a costruire un esercito in grado di difendersi e di scoraggiare un futuro attacco” sono state le parole della funzionaria statunitense.

L’annuncio dovrebbe coincidere con l’inizio di una serie di negoziati bilaterali tra l’Ucraina e ciascuno degli stati del G7 coinvolto nell’iniziativa (ancora non è chiaro quali siano effettivamente gli stati coinvolti in questo processo), portate avanti sotto l’egida di una dichiarazione-ombrello congiunta. Oggetto di queste negoziazioni saranno la fornitura di equipaggiamento bellico a lungo termine, così come l’incremento nella condivisione dei dati di intelligence, nel sostegno alla lotta contro le minacce informatiche e ibride, negli sforzi per l’addestramento e le esercitazioni militari e snello sviluppo della base industriale ucraina.

Quest’iniziativa, che offrirebbe un sostegno costante e in forma strutturata all’Ucraina, è atta a placare, almeno parzialmente, i malesseri di Kyiv e di quei paesi Nato che speravano di vedere uscire dal summit di Vilnius una roadmap ben definita per l’ammissione ucraina all’interno dell’Alleanza atlantica. A questo proposito, la prima ministra dell’Estonia Kaja Kallas ha constatato che gli accordi di sicurezza bilaterali potrebbero offuscare il dibattito sull’adesione dell’Ucraina, e che gli impegni preannunciati non sono sufficienti a scoraggiare la Russia nel lungo termine.

“L’adesione alla Nato darebbe la garanzia che quando c’è un cambio di leadership in alcuni paesi, perché ci sono le elezioni, non cambia l’obbligo di uno stato membro di aiutare l’Ucraina” ha affermato la leader del paese baltico.

Contemporaneamente, a latere del summit di Vilnius alcuni funzionari hanno annunciato la firma di un memorandum che prevede per agosto l’inizio delle sessioni di addestramento di piloti, tecnici e staff di supporto ucraini all’utilizzo dei velivoli multiruolo F-16. I primi addestramenti, condotti da personale di 11 nazioni diverse, avranno luogo in Danimarca, mentre un ulteriore campo sarà adibito nei prossimi mesi in territorio romeno. La notizia è stata rilanciata sul suo profilo Twitter dal ministro della difesa ucraino Oleksii Reznikov, che non esclude un’estensione del programma ad altre tipologie di apparecchi.

“Speriamo di poter vedere i risultati all’inizio del prossimo anno” si augura il ministro della difesa danese Troels Lund Poulsen, anche se al momento non risulta che nessun esemplare di F-16 sia stato effettivamente recapitato alle forze aeree di Kyiv.


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L’Europa è al bivio, servono nuove regole fiscali e di governance


Sintesi della Martin Feldstein Lecture 2023 tenuta dall’ex premier ed già presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, durante la conferenza estiva del National Bureau of Economic Research di Cambridge, Massachusetts. La domanda più importante

Sintesi della Martin Feldstein Lecture 2023 tenuta dall’ex premier ed già presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, durante la conferenza estiva del National Bureau of Economic Research di Cambridge, Massachusetts.

La domanda più importante che dobbiamo porci è se l’Europa possa aprire una strada diversa in direzione dell’unione fiscale.

La Storia ci insegna che di rado i bilanci comuni sono stati creati come appendici all’integrazione monetaria, bensì per garantire obiettivi specifici nell’interesse comune. Fino a oggi l’Europa non ha mai dovuto far fronte a così tanti obiettivi sovranazionali, che non possono essere perseguiti dai singoli Paesi. Stiamo vivendo una serie di importantissime transizioni che richiedono ingenti investimenti comuni. La Commissione Europea ha fissato in più di 600 miliardi l’anno, da qui al 2030, il fabbisogno degli investimenti per la transizione verde. Il settore pubblico dovrà finanziare da un quarto a un quinto di questa cifra.

Stiamo vivendo anche una transizione geopolitica per la quale non possiamo più fare affidamento su Paesi poco amichevoli nei nostri confronti per i nostri approvvigionamenti basilari. Ciò comporta un considerevole cambiamento di indirizzo degli investimenti per aumentare le capacità produttive in patria o nei Paesi partner.

Nel corso della Storia dell’Ue, inoltre, i suoi valori fondanti di pace, democrazia e libertà non sono mai stati messi alla prova come adesso dalla guerra in Ucraina. Una delle prime conseguenze di ciò è che dobbiamo avviare un’altra transizione e dirigerci verso una Difesa europea comune molto più forte, se intendiamo rispettare il target delle spese militari dei Paesi della Nato pari al due per cento del Pil.

Così com’è, però, la compagine istituzionale europea non è adatta per queste transizioni, come evidenzia un paragone con gli Stati Uniti. Negli Usa possiamo constatare una maggiore attenzione per la cosiddetta “arte di governo”, in cui la spesa federale, le modifiche delle regolamentazioni e gli incentivi fiscali si allineano per perseguire gli obiettivi strategici fissati. L’Inflation Reduction Act, per esempio, accelererà simultaneamente la spesa per la transizione verde, attirerà investimenti esteri e ristrutturerà le catene di approvvigionamento a favore dell’America.

L’Europa, all’opposto, è priva di una strategia equivalente che integri la spesa a livello Ue, le direttive sui sussidi pubblici e i piani fiscali nazionali, come dimostra l’esempio del clima.

Una volta scaduto il Recovery Plan, non c’è una proposta per uno strumento federale in sua sostituzione, atto a portare avanti la necessaria spesa per il clima. Le normative sugli aiuti pubblici dei Paesi dell’Ue limitano la capacità delle autorità nazionali di perseguire attivamente una politica industriale verde.

Nell’inerzia, si rischia seriamente di non rispettare i nostri obiettivi climatici e, probabilmente, di perdere la nostra industria di base a beneficio di regioni che hanno meno vincoli. Questo lascia spazio a due opzioni.

Primo, è possibile allentare le normative sugli aiuti di stato e rilassare le regolamentazioni fiscali per assumerci l’onere di una spesa per gli investimenti in pieno. Così facendo, però, si creerà frammentazione, dato che i Paesi con un maggiore margine di bilancio potranno spendere più degli altri. Come abbiamo appreso dall’Accordo di Deauville, la frammentazione non ha senso quando l’obiettivo sovranazionale è tale che i singoli Paesi non possono raggiungerlo da soli. Proprio come l’euro non può essere stabile se vengono meno ingenti parti dell’unione monetaria, così il cambiamento del clima non può essere risolto se un Paese riduce le sue emissioni di anidride carbonica più rapidamente degli altri.

Questo significa che non abbiamo a disposizione che un’unica opzione, la seconda: cogliere l’occasione per ridefinire l’Ue, la sua struttura fiscale e il suo processo decisionale e renderli più adeguati alle sfide che ci troviamo davanti.

La sfida più importante per la zona euro è che per perseguire molteplici obiettivi diversi stiamo facendo affidamento su regolamentazioni fiscali a livello nazionale.

Tenuto conto del ruolo fondamentale di stabilizzazione dei bilanci nazionali, abbiamo bisogno di regolamentazioni che permettano alle politiche controcicliche di reagire agli shock locali. Abbiamo bisogno di garantire l’affidabilità a medio termine delle politiche fiscali nazionali in un contesto post-pandemico caratterizzato da un indebitamento elevatissimo. Garantire la credibilità fiscale implica necessariamente per le regolamentazioni di essere più automatiche e che vi sia meno discrezionalità. Poiché è impossibile mettere a punto regolamentazioni adatte a tutte le situazioni che si presenteranno in futuro, un maggiore automatismo vincolerà sempre la capacità dei governi di reagire a shock imprevisti.

Nello stesso modo, regolamentazioni accettabili richiedono aggiustamenti su orizzonti temporali non troppo lunghi. Il tipo di investimento che ci occorre oggi, però, implica impegni di spesa a lungo termine, molti dei quali proseguiranno ben oltre l’arco di vita dei governi che li sottoscrivono. La Commissione Europea ha cercato di risolvere questi compromessi proponendo una grande attenzione alla regola di spesa collegata alla traiettoria debitoria a medio termine di un Paese.

Poiché costituisce una decentralizzazione dei poteri al centro, l’automatismo normativo può funzionare soltanto se è eguagliato da un livello di spesa maggiore dal centro. Questo è ciò che possiamo vedere negli Stati Uniti, dove la devolution dei poteri nel governo federale rende possibile norme di bilancio perlopiù inflessibili per gli stati.

La zona euro probabilmente non potrà mai replicare una struttura del genere, tenuto conto di quanto sono più grandi i bilanci nazionali rispetto a quelli degli stati americani. Vi sono buoni motivi, tuttavia, per adottarne alcuni elementi.

Lo spazio fiscale asimmetrico europeo – dove alcuni Paesi sono in grado di spendere molto più di altri – è sprecato, in sostanza, quando si tratta di obiettivi condivisi come il clima e la Difesa. Se alcuni Paesi possono spendere liberamente a favore di questi obiettivi ma altri no, l’impatto di tutte le spese sarà in ogni caso inferiore, perché nessun Paese sarà in grado di arrivare alla sicurezza climatica o militare.

Una maggiore emissione di debito comune per finanziare questo investimento in teoria potrebbe espandere lo spazio fiscale collettivo che abbiamo a disposizione. Questo significa, quanto meno, che dovremmo garantire che gli stati membri più indebitati usino lo spazio fiscale per creare una spesa comune che migliori le loro prospettive.

Una possibilità, dunque, consiste nel procedere – come abbiamo fatto finora – con l’integrazione tecnocratica, apportando modifiche tecniche e sperando che le modifiche politiche seguano quanto prima. In definitiva, nel caso dell’euro questo approccio funzionò e l’Ue ne è uscita rafforzata. I costi di quella impresa, però, sono stati elevati, i progressi lenti.

Un’altra possibilità consiste nell’andare avanti con un iter politico vero e proprio, il cui fine sia chiaro dall’inizio e sia sottoscritto da tutti sotto forma di modifica del Trattato europeo. Questa strada non portò a nulla alla metà degli anni Duemila, e da allora i policymaker si sono astenuti dall’imboccarla un’altra volta. Tuttavia, io credo che oggi vi siano maggiori speranze di successo.

Quando l’Ue si allargherà per includere i Balcani e l’Ucraina, sarà indispensabile riaprire i Trattati per garantire di non ripetere gli errori commessi in passato espandendo la nostra periferia senza rafforzare il centro.

Il punto di partenza di qualsiasi cambiamento del Trattato in futuro dovrà essere il riconoscimento di un numero in costante incremento di obiettivi condivisi e la necessità di finanziarli insieme, il che richiede una forma diversa di rappresentatività e di processo decisionale centralizzato. A quel punto, diventerà più realistico incamminarci verso regolamentazioni più automatiche.

Io credo che oggi gli europei siano più pronti di vent’anni fa a imboccare questa strada, perché in verità hanno a disposizione soltanto tre opzioni: la paralisi, l’uscita dall’Ue o l’integrazione.

Dai sondaggi emerge chiaramente che i cittadini si sentono sempre più minacciati dall’esterno, non ultimo da quando è iniziata l’invasione russa. E questo rende la paralisi sempre più inaccettabile.

La Brexit ha tradotto in realtà le motivazioni teoriche a favore dell’uscita dell’Ue e, se i vantaggi di questa scissione appaiono ancora estremamente incerti, i costi sono fin troppo evidenti.

Se dunque la paralisi e l’uscita dall’Ue appaiono poco allettanti, i costi relativi di un’integrazione ulteriore appaiono minori.

Non potremo creare la capacità operativa dell’Ue senza rivedere l’assetto fiscale europeo. In conclusione, la guerra in Ucraina ha ridefinito profondamente la nostra Unione, non soltanto nella sua appartenenza o nei suoi obiettivi condivisi, ma anche nella consapevolezza che ha creato: il nostro futuro è interamente nelle nostre mani.

La Stampa

L'articolo L’Europa è al bivio, servono nuove regole fiscali e di governance proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Ucraina, Turchia e spesa militare. L’intervento di Sullivan al Nato Public Forum


Durante la seconda giornata di lavori al summit Nato di Vilnius, il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Jake Sullivan è intervenuto al Nato Public Forum, rispondendo alle domande postegli da Cristoph Heusgen, diplomatico tedesco e pre

Durante la seconda giornata di lavori al summit Nato di Vilnius, il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Jake Sullivan è intervenuto al Nato Public Forum, rispondendo alle domande postegli da Cristoph Heusgen, diplomatico tedesco e presidente della Munich Security Conference.

Il dialogo viene aperto dalla domanda di Heusgen sull’evoluzione nella posizione della Turchia rispetto all’entrata della Svezia nell’Alleanza atlantica, e in particolare sul ruolo avuto da Washington in questo spostamento. Il politico statunitense ha evidenziato come il vero artefice di questa evoluzione sia stato il segretario della Nato Jens Stoltenberg, che ha agito da mediatore tra le posizioni contrastanti di Ankara e Stoccolma fino a raggiungere il punto di compromesso, il sì di Erdogan all’ingresso della Svezia nell’Alleanza. Ha poi aggiunto che gli Stati Uniti si sono limitati ad assumere un ruolo gregario nei confronti dello sforzo di Stoltenberg, con il presidente Joe Biden che ha evidenziato alla sua controparte turca l’importanza fondamentale che l’entrata della Svezia nella Nato avrebbe per la struttura di sicurezza euroatlantica.

Sullivan ha anche negato fermamente la supposizione avanzata dal suo moderatore sulla possibilità di superare l’impasse nella fornitura degli F-16 ad Ankara in cambio della rimozione del veto sulla Svezia, ricordando come Biden lavori da mesi su questa questione, e che il dialogo con il congresso per approvare la fornitura proseguirà dopo l’accordo tra Svezia e Turchia agli stessi ritmi di prima.

Sul disappunto ucraino rispetto agli scarsi progressi raggiunti a Vilnius nei confronti dell’entrata di Kiyv nella Nato, la risposta di Sullivan non lascia spazio a dubbi. Il consigliere per la sicurezza nazionale evidenza come gli Stati membri dell’Alleanza siano d’accordo sul non poter includere l’Ucraina nella Nato fintanto che rimane in guerra con la Russia (poiché esso implicherebbe un estendersi del conflitto all’alleanza stessa secondo l’Articolo 5), così come sulla questione della Membership Action Plan, e ancora sul fatto che Kiyv abbia fatto grandi progressi sul piano delle riforme, progressi che però non sono sufficienti a raggiungere gli standard che tutti gli stati della Nato hanno dovuto rispettare prima di poter diventare membri dell’Alleanza.

Il comunicato rilasciato al termine dei lavori della prima giornata è stato concordato da tutti i leader partecipanti nel rispetto della propria visione, e per come è formulato esso rappresenta la posizione dell’Alleanza come un blocco unico; per arrivare a questo punto ogni stato condivide la sua visione tattica con gli altri, che tramite un processo di reciproca integrazione e mutuo aggiustamento portano alla nascita di una strategia comune basata su principi logici condivisi. “Unità non può essere l’essere d’accordo su ogni singola cosa dall’inizio alla fine”, nota l’amministratore statunitense.

La questione dell’unità è stata particolarmente sottolineata da Sullivan, riecheggiando quanto detto da Biden sull’importanza di mostrarsi uniti davanti a una Russia. Nei 505 giorni trascorsi dall’inizio dell’invasione il presidente russo Vladimir Putin ha più volte cercato il punto di rottura nelle discussioni dell’Alleanza, discussioni che però sono fisiologiche in un’alleanza composta da 31 diverse democrazie con interessi non sempre coincidenti.

Riguardo all’Ucraina, il consigliere di Biden rimarca come tutti i membri della Nato vedono nel lungo periodo l’ottenimento della membership da parte di Kyiv, visione confermata dai risultati del Summit di Vilnius; inoltre, Sullivan sottolinea come gli Stati Uniti (e non solo) siano pronti ad offrire all’Ucraina tutto il sostegno economico e militare necessario per difendersi da Mosca fino al raggiungimento della membership.

L’ultima questione affrontata da Sullivan è quella della “quota del 2%”: Heusgen ricorda che 9 anni fa, al summit in Galles svoltosi all’indomani dell’annessione della Crimea, gli Stati membri si impegnarono a destinare il 2% del proprio Pil alle spese militari; adesso quella del 2% viene vista come una soglia minima, ma alcuni paesi non sono ancora riusciti a raggiungerla, mentre i problemi all’orizzonte (anche non squisitamente militari) continuano a moltiplicarsi. Sullivan nota come negli ultimi 9 anni tutti gli stati membri abbiano comunque accresciuto la loro spesa militare, con alcuni paesi che hanno già raggiunto la soglia prefissata e altri che hanno un piano preciso per farlo; viceversa, come nota il politico americano, ci sono anche paesi che sono ben lontani dal raggiungimento del 2%, e i gap tra la spesa di diversi stati membri continua ad essere importante.

Considerando l’evolversi della situazione geopolitica, l’idea di Sullivan è che il 2% diverrà per forza di cose una soglia minima da estendere ulteriormente; gli Stati Uniti incoraggeranno questo processo e “non saranno timidi nel pressare chiunque rimanga indietro”.


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