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Disturbi alimentari senza dignità per il governo.

Sono servite forti proteste perché si impegnasse a trovare risorse per rifinanziare anche nel 2024 il Fondo per curare tali disturbi.

Da un lato, l’esecutivo crea un nuovo reato per punire chi istiga ai disturbi della nutrizione, dall’altro lato, aveva lasciato chi ne soffre privo di risorse per la loro cura.

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La libertà è una sola


Il 2024 si appresta ad essere un anno di celebrazioni Einaudiane. Ricorre, infatti, il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luigi Einaudi, avvenuta il 24 marzo 1874, e ci sarà tempo per esplorare i molteplici contributi di pensiero e politici

Il 2024 si appresta ad essere un anno di celebrazioni Einaudiane. Ricorre, infatti, il centocinquantesimo anniversario della nascita di Luigi Einaudi, avvenuta il 24 marzo 1874, e ci sarà tempo per esplorare i molteplici contributi di pensiero e politici dello statista di Dogliani che fu presidente della Repubblica dal 1948 al 1955. La riflessione di inizio anno, invece, la concentriamo, per la sua attualità, su quella che è passato alla Storia come il confronto tra Benedetto Croce, il maggior filosofo italiano del XX secolo, liberale ed idealista, con Einaudi stesso sulla compatibilità tra liberalismo e liberismo e che si svolse nell’arco di ben 14 anni, dal 1928 al 1942. La premessa di una simile discussione si annida nel fatto che la lingua italiana ha una distinzione, sconosciuta nel resto del mondo, tra i due termini. Il liberalismo è più ampio ed indica la dottrina politica liberale, mentre il liberismo ne definisce la teoria economica che Don Benedetto riassumeva nel motto ottocentesco “laissez faire, laissez passer”, che implica l’assenza di interferenze dello Stato.

ll filosofo napoletano concepiva il liberalismo come una dottrina dello spirito che ben si conciliava con la sua visione della storia come incessante lotta per la libertà. Proprio questa sua dimensione spiritualistica separava il liberalismo da una semplice tecnica di gestione dell’economia, il liberismo, che poteva essere più o meno efficiente. Se per ipotesi una soluzione comunista si fosse dimostrata più efficace, «il liberalismo non potrebbe se non approvare e invocare per suo conto» l’abolizione della proprietà privata. Infatti, per Croce «il liberalismo non coincide col cosiddetto liberismo economico», con il quale aveva avuto e forse aveva ancora «concomitanze ma sempre in guisa provvisoria e contingente». Per Einaudi, invece, «il liberismo fu la traduzione empirica, applicata ai problemi concreti economici, di una concezione più vasta ed etica, che è quella del liberalismo». E, citando quello che mi sembra la miglior sintesi del suo pensiero: «La concezione storica del liberismo dice che la libertà non è capace di vivere in una società economica nella quale non esista una varia e ricca fioritura di vite umane vive per virtù propria, indipendenti le une dalle altre, non serve di un’unica volontà. Senza la coesistenza di molte forze vive di linfa originaria non esiste società libera, non esiste liberalismo».

Nel corso degli anni si è argomentato che le due posizioni non erano così inconciliabili, ma il nocciolo del pensiero einaudiano è chiaro: il liberismo è essenziale per una società libera, perché, per dirla con il grande economista Ludwig von Mises «a cosa servirebbe la libertà di stampa se tutte le tipografie fossero di proprietà dello Stato?». Tuttavia, dopo la caduta del muro di Berlino, ci si è trovati di fronte ad un’altra domanda: può un’economia di mercato libera e aperta fiorire in un regime autoritario? La questione in passato riguardava piccoli casi di studio come Singapore, Corea del Sud e il Cile di Pinochet. Questi ultimi due paesi si sono evoluti in piene democrazie e Singapore è comunque una città-Stato dove la “rule of law” e i diritti civili sono decentemente rispettati e il sistema politico, pluralistico benché sotto tutela, gode di un ampio consenso. L’evoluzione politica liberale ha portato bene e i tre paesi oggi sono floridi. Diversi i casi di Russia e Cina che a partire dagli anni ’80 hanno cominciato a liberalizzare le economie e ad aprirle al commercio internazionale.

Per il Celeste Impero si è trattato di un successo epocale, mentre la Russia (che ha gravi problemi di corruzione) ha avuto alti e bassi e nel complesso è cresciuta come una monarchia mediorientale solo grazie alle materie prime. La Cina governata da Xi sta accentuando i suoi caratteri repressivi e per certi versi totalitari, di cui la repressione degli Uiguri, a Hong Kong e in Tibet sono solo i fenomeni più visibili. Questa smania di controllo si sta estendendo anche all’economia, ambito nel quale i sussidi politici, le intromissioni e le direttive di partito si fanno sempre più pesanti. Questo atteggiamento sta scoraggiando gli investitori internazionali e locali il che, unito alle guerre commerciali in cui Pechino si trova coinvolta, ne sta frenando fortemente la crescita. In altre parole, come osservava Einaudi, senza la «la coesistenza di molte forze vive di linfa originaria non esiste società libera» e questo vale anche per la libertà economica, perché chi comanda in modo arbitrario cerca di soffocare tutti gli spazi di libertà. D’altronde, pure il nostro fascismo cominciò che voleva privatizzare le poste e finì con l’Autarchia. Insomma, la prima lezione del 2024 di Luigi Einaudi è che la libertà è una sola, non implica l’inesistenza dello Stato, anzi, ma non può essere preservata a compartimenti stagni.

La Stampa

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TarTassati


I cocktail fiscali possono essere variamente composti, usando prelievi relativi a reddito, patrimonio o consumi. Non esiste il cocktail perfetto, buono per tutte le occasioni, perché contano i gusti, le condizioni e le finalità. In certe stagioni conviene

I cocktail fiscali possono essere variamente composti, usando prelievi relativi a reddito, patrimonio o consumi. Non esiste il cocktail perfetto, buono per tutte le occasioni, perché contano i gusti, le condizioni e le finalità. In certe stagioni conviene prendere più soldi dai patrimoni e in altre dalla ricchezza prodotta ogni anno; c’è il tempo in cui è saggio favorire l’accumulazione di risparmi e quello in cui usare la spesa pubblica (finanziata con il fisco) in maniera più massiccia. Di sicuro c’è un cocktail velenoso, che tracanniamo da anni, ovvero quello che insegue la spesa con il gettito anziché parametrare la prima al secondo. A forza di berlo ci si è ubriacati, facendo finta di credere che non costi e, invece, impoverisce. Al punto che il ministro dell’Economia è uscito dal bar ed è dovuto ricorrere agli spacciatori, definendolo «droga psichedelica».

Dobbiamo a Steno un film del 1959, con Totò e Fabrizi: “I tartassati”. Un commerciante che considera impossibile guadagnare, con quella enorme pressione fiscale, e un esattore, che conosce i trucchi degli evasori. Diventeranno parenti. In quel 1959, con il fisco tartassante, la pressione fiscale (il peso delle imposte sulla ricchezza prodotta) era pari al 24%. Oggi è oltre il 41%. L’evasione fiscale c’era anche nel 1959 (chiedetelo a Totò, il negoziante), ma nell’Italia di oggi per un cittadino che versa almeno un euro di imposte sul reddito ce ne sono due che non versano niente. Tradotto in termini reali significa che la pressione fiscale, per chi paga, è superiore al doppio rispetto al 1959.

Accanto a quello orrido, c’è un aspetto curioso. Qualche giorno fa uno studio della Banca d’Italia ha attirato i titoli dei giornali, ma soltanto per una sua parte: il 5% degli italiani possiede il 46% del patrimonio. Si è trascurato di leggerne il seguito: la concentrazione della ricchezza patrimoniale è da noi inferiore a quella che c’è in Francia o Germania. Ciò lo si deve al fatto che più del 70% delle famiglie italiane possiede la casa e poco meno del 30% ne possiede più di una. Si tenga presente che, con questa leva demografica, i figli sopravvissuti saranno delle piccole potenze immobiliari, mentre l’abbondante patrimonializzazione già presente è testimoniata dal fiorire delle case messe sul mercato degli affitti brevi.

Riassumendo: gli italiani che pagano le tasse sul reddito sono una minoranza che paga troppo, mentre il patrimonio è più diffuso. Quasi che si possa essere poveri e possidenti. La buona notizia è che l’evasione fiscale va scendendo (da qualche anno), la cattiva notizia è che nel 2021, fra reddito e previdenza, gli evasori portavano via alla collettività la bellezza di 83,6 miliardi. Come si è ottenuta la diminuzione, se tutti quelli che passano dal governo vogliono riformare il fisco, affermando che non funziona? Grazie ai pagamenti digitali, grazie alla fatturazione elettronica. Tutta roba cui taluni si opposero, in nome di non si sa quale libertà, ma tutta roba gradita dalle persone oneste.

Allora, mettiamo la patrimoniale? Le patrimoniali ci sono già, talune pure mascherate. Una patrimoniale secca e seria andrebbe messa sugli immobili pubblici, affinché siano venduti e i proventi usati per abbattere il debito. In quanto al resto, per gli onesti che pagano il nostro è un Paese in cui la pressione sui redditi è troppo alta e quella sul patrimonio bassa. Siamo anche passati dalla follia del bonus 110%, che è stata una elargizione patrimoniale a beneficio dei ricchi. Non ci sarebbe nulla di male nel pensare di cambiare un po’ il cocktail, specie a fronte di un debito accumulato nel mentre si accumulava patrimonio. Ma mai e poi mai si potrà fare nulla di sensato ed equo fin quando si faranno le campagne elettorali promettendo più spesa pubblica, fin quando si farà opposizione strillazzando a ogni taglio, fin quando si penserà che indebitarsi ulteriormente sia un diritto senza costo. Finché dura questa tragi-farsa l’iniquità sarà consustanziale al sistema.

La Ragione

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L’antisemitismo alla base dell’antisionismo


Ricondurre la levata di scudi delle società occidentali contro Israele alla sproporzione della reazione militare decisa da Benjamin Netanyahu è un errore: il sentimento preesiste, le bombe israeliane sono solo l’occasione per dargli voce. Il sentimento ha

Ricondurre la levata di scudi delle società occidentali contro Israele alla sproporzione della reazione militare decisa da Benjamin Netanyahu è un errore: il sentimento preesiste, le bombe israeliane sono solo l’occasione per dargli voce. Il sentimento ha un nome: antisemitismo.

L’antisemitismo è un sentimento antico la cui eco risuona nell’animo di ciascuno di noi. I più forti lo respingono con la ragione, i più deboli vi cedono con la pancia. Ma prima o poi tutti, anche chi non ne ha contezza, devono farci i conti. In Europa nasce nel Medioevo per motivi religiosi in seno alla Chiesa cattolica, in epoca contemporanea veste abiti politici occasionali: le teorie della razza (nate non in Gemania, come molti credono, ma in Francia col marchese de Gobineau), i diritti umani, il terzomondismo, l’antiamericanismo, l’anticapitaliamo…

L’antisemitismo emerge prevalentemente nei momenti di crisi, crisi economica e/o politica: quando il malessere sociale è forte, il sistema istituzionale debole e la paura diffusa. Gli ebrei come capro espiatorio, la loro discriminazione come lavacro identitario, il loro sacrificio come rituale di purificazione. Capita agli ebrei e non ad altri perché quella ebraica è l’unica comunità tendenzialmente chiusa e professa l’unica religione sostanzialmente contraria al proselitismo. Gli ebrei sono i diversi per eccellenza. Una diversità che offende, insospettisce, preoccupa.

Nella civilissima Harvard, università d’eccellenza statunitense, 34 associazioni studentesche hanno preso posizione contro lo Stato ebraico, giudicato “l’unico responsabile” della barbarie di Hamas, sin dalla sera del 7 ottobre, quando ancora Israele era sotto choc e non aveva reagito.

Nei campus e nelle città americane, le aggressioni fisiche nei confronti degli ebrei sono aumentate del 337%. Le bombe molotov contro le sinagoghe a Berlino, i quasi mille attacchi antiebraici in Francia, le 460 aggressioni verbali e fisiche registrate in Italia, la manomissione delle pietre d’inciampo a Roma e in tutte le capitali europee… Atti, evidentemente, antisemiti. Perché è questo l’unico caso nella Storia in cui la più che legittima critica politica ad uno Stato si accompagna di regola, nei paesi occidentali, all’aggressione fisica e verbale di singoli connazionali che di quello Stato condividono la cultura e la religione. Con i russi, per dire, oggi non capota. E non capitava neanche con i cittadini del bocco sovietico aI tempi della Guerra Fredda. Capita solo, ma guarda un po’, con gli ebrei. Gli ebrei in quanto tali, non in quanto israeliani.

Interessa nulla, alle élite occidentali, delle decine di popoli a cui stati forti, alcuni dei quali con imperitura vocazione imperiale (la Cina, la Russia, la Turchia) negano con la violenza il diritto a farsi Stato. Interessa solo la causa palestinese. E interessa perché, nella retorica, a coartare i diritti dei palestinesi non è uno Stato qualsiasi, ma lo Stato “ebraico”.

Su pressione dell’Unione Sovietica, noto paladino dei valori liberaldemocratici e del principio dell’autodeterminazione dei popoli, nel 1975 l’Assemblea generale dell’Onu approvò a larga maggioranza la risoluzione 3379 che equiparava il sionismo al razzismo. Tesi ripresa oggi dalla piattaforma politica di Black Lives Matter negli Stati Uniti, così come, nella sostanza, dal Tribunale penale internazionale dell’Aja, quello che nei giorni scorsi ha attribuito ad Israele intenti genocidari. Il Consiglio dei diritti umani dell’ONU ha condannato 95 volte la democrazia israeliana; poche, pochissime volte i regimi cinese, iraniano, turco, venezuelano o saudita. Al vertice di Durban del 2001 i palestinesi sono stati definiti vittime del “razzismo israeliano”. Tesi, oggi, largamente diffusa.

Diceva Martin Luther King che “se c’è l’hai con Israele sei antisemita”. Affermazione eccessiva, ma spesso, molto spesso fondata.

Huffington Post

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Aspettando il vertice Nato di Washington, Kyiv ringrazia la Difesa italiana


Cooperazione militare e condivisione delle esperienze. Questi i principali temi trattati nel corso del colloquio telefonico tra il capo di Stato maggiore della Difesa italiana, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, e il comandante in capo delle Forze armate

Cooperazione militare e condivisione delle esperienze. Questi i principali temi trattati nel corso del colloquio telefonico tra il capo di Stato maggiore della Difesa italiana, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, e il comandante in capo delle Forze armate ucraine, il generale Valerij Zaluzhnyj, reso noto dallo stesso ufficiale ucraino. Tra i temi trattati nel corso della telefonata, il comandante della difesa di Kiev ha invitato l’ammiraglio italiano a visitare l’Ucraina, oltre a invitare le Forze armate del nostro Paese a “lavorare insieme” a quelle ucraine. Naturalmente, al centro del colloquio si è parlato anche di attrezzature militari, anche alla luce della recente autorizzazione italiana alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina. I due ufficiali hanno infatti discusso della manutenzione dell’attrezzatura militare fornita dall’Italia nell’ambito di pacchetti di aiuti, con il generale Zaluzhnyj che ha ringraziato Cavo Dragone e l’Italia per il completo sostegno contro l’invasione russa.

L’incontro dei capi di Stato maggiore della Nato

Il colloquio arriva, tra l’altro, alla vigilia del vertice dei capi di Stato maggiore delle Difese dei Paesi Nato nell’incontro del Comitato militare dell’Alleanza a Bruxelles, presieduto dall’ammiraglio Rob Bauer (che verrà sostituito proprio dall’ammiraglio Cavo Dragone a partire da gennaio 2025). L’incontro, tra l’altro, vedrà la partecipazione anche del capo della Difesa svedese, il generale Michael Claesson, oltre che dal vice segretario generale della Nato, Mircea Geoană, del Comandante supremo alleato in Europa (Saceur), il generale Usa Christopher Cavoli, e dal Vice comandante supremo Alleato per la trasformazione (Dsact), generale Chris Badia. Il vertice sarà importante anche perché, per la prima volta, i capi di Stato maggiore alleati si incontreranno per la prima volta in un formato di Consiglio Nato-Ucraina, nel corso del quale dialogheranno con le controparti di Kiev per fare il punto sullo stato dell’aggressione russa all’Ucraina, della situazione sul campo e del continuo sostegno garantito dalla Nato e dai singoli Paesi Alleati all’Ucraina.

Verso il vertice di Washington

Al centro dei temi discussi dal vertice ci saranno inoltre i progressi compiuti verso l’attuazione dei piani adottati al Vertice di Vilnius nel luglio 2023 e le capacità industriali di difesa complessive dei Paesi alleati. Altri argomenti centrali saranno la pianificazione operativa e la necessità di potenziare gli attuali livelli di difesa e deterrenza, concentrandosi su fattori abilitanti quali le operazioni multidominio, le strutture di comando e il controllo, l’interoperabilità e il continuo miglioramento delle capacità qualitative e quantitative dei sistemi a disposizione. Uno dei temi principali che i capi di Stato maggiore discuteranno sarà la Difesa integrata aerea e missilistica, insieme a ulteriori indicazioni e orientamenti sulla deterrenza militare e sulle priorità di difesa della Nato, soprattutto in vista della ministeriale Difesa che si terrà a febbraio e del Vertice di Washington D.C. a luglio, che tra l’altro festeggerà i 75 anni dell’Alleanza.


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La ricetta liberale di Einaudi contro le diseguaglianze


Il 17 marzo 1874 nasceva Luigi Einaudi e quindi in questo 2024 si preparano i festeggiamenti (sobri, nello stile del personaggio) del 150° anniversario. II miglior modo per ricordare l’economista piemontese, che fu anche Governatore della Banca d’Italia,

Il 17 marzo 1874 nasceva Luigi Einaudi e quindi in questo 2024 si preparano i festeggiamenti (sobri, nello stile del personaggio) del 150° anniversario. II miglior modo per ricordare l’economista piemontese, che fu anche Governatore della Banca d’Italia, ministro del bilancio e Presidente della Repubblica dal 1948 al 1955, è ripercorrerne il lascito ideale che emerge dagli scritti di economia, politica e filosofia. Analizzare le sue idee e rivolgerle al presente fa emergere l’attualità del suo pensiero. Partiamo dalla questione più dibattuta di questo periodo, la diseguaglianza. La diseguaglianza dovuta al merito è accettabile? Nella nostra società si produce per motivi legati al talento e all’impegno o per fattori esterni come la famiglia o l’intervento ottuso dello Stato e delle corporazioni? È comunque desiderabile limitarla? Per ragioni etiche o di efficienza del sistema economico?

Einaudi ha sempre inquadrato la sua visione nell’ottica della libertà. In questo senso era crociano, in quanto la libertà era vista come l’obbiettivo cui tendeva l’umanità e il liberismo era l’insieme delle teorie economiche per raggiungerla in modo efficiente. Tale sistema di pensiero, però, non implicava l’adesione ad un laissez-faire senza vincoli così come lo descriveva Croce (sul fatto che sia mai esistito questo famoso laissez-faire ci sarebbe da discutere. ma transeat). Lo statista di Dogliani, infatti, sulle orme di Adam Smith riteneva che lo Stato liberale avesse alcune funzioni essenziali come il mantenimento della pace interna ed esterna, la giustizia, le opere pubbliche, l’istruzione. In generale «lo Stato interviene per fissare le norme di cornice entro le quali le azioni degli uomini possono liberamente muoversi; non ordina come gli uomini debbono comportarsi nella loro
condotta quotidiana». È altrettanto vero, però, che se il criterio di giustizia operante nel mercato è quello del merito, per il quale ciascuno viene retribuito in proporzione all’apporto che dà alla produzione, è necessario che la competizione tra individui sia equa. Il modo per assicurare l’equità è la riduzione della disuguaglianza dei punti di partenza. Einaudi non era un’utopista, sapeva che una completa uguaglianza non sarà mai possibile: talento, capacità fisiche, ambiente di crescita incidono comunque sulle chance delle persone.

A meno che si voglia procedere ad una trasformazione distopica della società che si può trovare in alcuni romanzi in cui si costringono i belli a diventare brutti come in Harrison Bergeron di Kurt Vonnegut, bisogna intervenire in modo ragionevole. In Einaudi questo si traduce nella possibilità di accesso per tutti all’istruzione: «L’ente pubblico dovrà, fra l’altro, gradualmente provvedere a fornire ai ragazzi istruzione elementare, refezione scolastica, vestiti e calzature convenienti, libri e quaderni e ai giovani volenterosi, i quali diano prova di una bastevole attitudine allo studio, la possibilità di frequentare scuole medie ed università a loro scelta senza spesa». L’educazione potrà essere impartita da scuole pubbliche e private in competizione tra loro. L’economista si spinge ad ipotizzare un reddito minimo (il che può voler dire erogazioni in denaro o prestazioni di welfare, «l’estensione del campo dei servizi pubblici gratuiti»): «Il minimo di esistenza non è un punto di arrivo, ma di partenza: un’assicurazione data a tutti perché possano sviluppare le loro attitudini». È chiara la differenza con il reddito di cittadinanza all’amatriciana: si parla di un’associazione per sviluppare le attitudini, non per evitare il lavoro. Persino la pensione di vecchiaia è vista come atta a incoraggiare il risparmio.

Inoltre, Einaudi si rende conto che l’uguaglianza «nel punti di partenza» è ostacolata dal corporativismo che limita l’accesso alle professioni e nelle attività economiche (taxisti, balneari, notai: suona familiare?) e dalle situazioni di monopolio limitative della concorrenza (che per Einaudi è il vero motore dell’innovazione e della ricchezza) nonché l’emergere di nuove imprese che ovviamente redistribuiscono il reddito in modo efficiente. Interessante è un’ulteriore considerazione molto attuale vista l’emersione dei cosiddetti “super-ricchi” (i Musk, Zuckerberg e Bezos della situazione, oltre agli oligarchi dei regimi autoritari). Einaudi, difatti, riteneva che si potessero avvicinare i punti di partenza «secondo due linee: una è quella dell’abbassamento delle punte; l’altra quella dell’innalzamento dall’alto». Di qui la preferenza, pur all’interno di un regime di tassazione bassa e non opprimente, per le imposte di successione. Questa veloce panoramica mi sembra significativa di come il grande economista liberale avesse un approccio realista e riformista anche sulla diseguaglianza, sempre avendo in mente che il bene supremo da conservare era la libertà.

Affari & Finanza, Repubblica

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Consegnate le borse di studio della Scuola di Liberalismo – Gazzetta del Sud


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Le tre priorità della US Navy (guardando alla Cina) secondo Lisa Franchetti


“Negli anni Trenta, le ristrettezze del bilancio della difesa seguite alla Grande Depressione portarono a una riduzione delle costruzioni, a una contrazione dell’industria navale e a un crescente divario tra le capacità della nostra Marina e quelle del Gi

“Negli anni Trenta, le ristrettezze del bilancio della difesa seguite alla Grande Depressione portarono a una riduzione delle costruzioni, a una contrazione dell’industria navale e a un crescente divario tra le capacità della nostra Marina e quelle del Giappone imperiale. L’America degli anni ’30 possedeva una flotta troppo piccola e non sufficientemente equipaggiata per la guerra”. Con queste parole l’ammiraglio Lisa Franchetti, divenuta ufficialmente capo della US Navy nel novembre scorso, ha lanciato l’allarme sull’impreparazione della componente navale delle forze armate Usa durante l’annuale conferenza della Surface Navy Association.

Nel periodo interbellico, il Giappone nazionalista e revisionista aveva intrapreso un programma di riarmo navale che lo aveva fatto assurgere al rango di potenza marittima nel teatro del Pacifico. Per fronteggiare questa sfida, la marina di Washington aveva dovuto riformare sé stessa, dotandosi di nuove navi e sviluppando nuove tattiche capaci di integrare le novità più recenti, come ad esempio lo strumento aereonautico.

Con l’aiuto degli esperti del Naval War College, i vertici della US Navy realizzarono molteplici simulazioni di campagne navale, ipotizzando secondo quali dinamiche avrebbe potuto svolgersi una guerra futura contro i giapponesi e altri potenziali avversari. I risultati di queste simulazioni hanno sono stati utilizzati nel processo di pianificazione di una nuova dottrina navale, che includeva non solo le tattiche di combattimento, ma anche la composizione della flotta stessa. Passando da una strategia incentrata sulle grandi navi da guerra di superficie alla strategia di una forza navale che integrasse perfettamente asset di superficie, asset aerei e asset sottomarini. La stessa che avrebbe portato alla vittoria gli Stati Uniti contro il Giappone nella seconda guerra mondiale.

La Marina degli Stati Uniti si trova oggi in una situazione simile a quella di quasi cento anni fa (al posto del Giappone oggi c’è la Repubblica Popolare, che non viene però mai nominata direttamente nel discorso), con una piccola finestra per innovare e rafforzare rapidamente la flotta. “Abbiamo potenziato capacità come il Naval War College e i nostri centri di sviluppo per il combattimento bellico al fine di permettere a tutti coloro che abbiano responsabilità dirigenziali a qualsiasi livello di pensare in modo diverso a come dobbiamo operare in ambienti complessi e in rapido cambiamento. La Marina cercherà di mettere in grado le nuove generazioni di leader di sperimentare nuovi concetti e tattiche in una serie di esercitazioni della flotta e non solo” ha detto Franchetti. La Chief of Naval Operations ha poi individuato nel combattimento, nei combattenti e nelle loro rispettive fondamenta le tre priorità su cui concentrerà gli sforzi durante il suo mandato.

La prima priorità comprende l’identificazione di ciò che è necessario per la capacità operativa della US Navy e per la sua collaborazione con gli alleati. La seconda include l’empowering dei leader e l’attenzione al reclutamento: la Marina non ha raggiunto gli obiettivi di reclutamento nell’anno fiscale 2023 e ha fissato obiettivi più alti per l’anno fiscale 2024. Infine, l’attenzione per le fondamenta inquadrate nella terza priorità si riferisce al miglioramento della fiducia del pubblico americano nella Marina, assieme all’incoraggiamento di una collaborazione continua con l’industria della difesa e il Congresso.


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A un anno dal Qatargate e dall'annuncio da parte del Parlamento UE di misure per contrastare fenomeni similari, a che punto siamo?

Un'indagine che non ha portato a risultati concreti e una normativa che fa acqua da tutte le parti. Ne ho scritto su Domani.

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Perché la missione Axiom è una lezione per l’Europa. Il punto del Gen. Bianchi


Siamo in trepida attesa per l’evento di lancio in orbita che interesserà il nostro astronauta, il colonnello del Genio aeronautico Walter Villadei, il quale, dopo aver diretto il team italiano composto da personale dell’Aeronautica militare e del Cnr nell

Siamo in trepida attesa per l’evento di lancio in orbita che interesserà il nostro astronauta, il colonnello del Genio aeronautico Walter Villadei, il quale, dopo aver diretto il team italiano composto da personale dell’Aeronautica militare e del Cnr nella missione commerciale in suborbitale con la Virgin Galactic, porterà i colori della nostra bandiera anche nella missione commerciale statunitense Axiom 3, suggellando così una presenza italiana continuativa e rilevante nel panorama delle iniziative commerciali della New space economy di questi ultimi mesi.

La partecipazione del colonnello Villadei prende origine da un’iniziativa del ministero della Difesa e si inserisce nell’ambito del posizionamento nazionale avviato con il memorandum of understanding, siglato tra governo italiano e Axiom Space lo scorso 19 maggio 2022, in prospettiva della prossima fase della presenza umana nell’orbita terrestre e che vedrà anche i contributi dell’Agenzia spaziale italiana (Asi) e di alcune industrie nazionali, in rappresentanza delle eccellenze del sistema-Italia, provenienti non solo dal settore spaziale.

La Stazione spaziale internazionale (Iss) terminerà la propria vita operativa entro il 2030. In previsione di questo phase-out, la Nasa ha quindi affidato ad Axiom Space la costruzione e la gestione di una nuova stazione, che sarà inizialmente aggiunta alla Iss, ma avrà l’obiettivo finale di staccarsi da essa ed operare autonomamente fornendo servizi in orbita alla Nasa e supportando commercialmente le attività private nell’orbita bassa. Quest’operazione delinea una delle caratteristiche della New space economy di stampo americano, in cui gli attori istituzionali potrebbero non occuparsi più della realizzazione e gestione delle infrastrutture spaziali, ma diverrebbero meri utilizzatori e acquirenti, sulla base dei propri requisiti, dei servizi che operatori commerciali, in regime di “competizione” (si spera) renderebbero disponibili.

Il colonnello Walter Villadei avrà un ruolo centrale ed abilitante, nel corso dei quattordici giorni di impegno a bordo della Iss, ovvero coordinare e svolgere diversi esperimenti scientifici nazionali, promossi dal ministero della Difesa e dall’Asi, in cooperazione con centri di ricerca, università e industrie nazionali.

L’importanza della presenza di un ufficiale dell’Aeronautica militare in questa missione va ben al di là della esecuzione della serie di esperimenti pianificati; dobbiamo infatti non solo ringraziare il nostro amico e collega Walter per la perseveranza della sua azione sempre indirizzata a costruire una coerente preparazione tecnica e professionale e ad evitare che potesse poi non essere utilizzata in pieno dal sistema paese, ma anche dare merito alla leadership della nostra Forza armata per le doti di visione, autorevolezza, competenza e per gli sforzi profusi affinché l’Italia fosse presente in queste rivoluzionarie iniziative con le migliori forze disponibili (che per tradizione hanno sempre fatto riferimento al personale dell’Aeronautica militare); tutto questo ha consentito che la politica e le altre istituzioni si muovessero insieme per raggiungere questo grande obiettivo.

La partecipazione italiana alle attività Axiom 3 ha permesso di mettere a sistema una serie di capacità industriali che abilitino la crescita di competenze in ottica Space economy e permettano l’acquisizione di un vantaggio competitivo del sistema Italia nelle attività umane in orbita bassa dopo la Iss, e che, va detto, sono sempre state rivendicate ed enfatizzate da un altro astronauta di lungo corso dell’Aeronautica militare, il generale Roberto Vittori.

Tali attività, oltre ad assicurare all’Italia un canale di accesso privilegiato allo spazio, a beneficio della nostra comunità scientifica, accademica e industriale, permetteranno al paese di guardare con maggiori ambizioni anche alla prospettiva delle future attività di colonizzazione lunare e di esplorazione marziana, già prefigurate con il programma Artemis americano ed a cui l’Italia è stata una delle prime nazioni ad aderire. Di questa forte presenza italiana nella missione americana, ci deve ringraziare anche l’Europa perché, anche se con colpevole ritardo e in ragione di un certo immobilismo burocratico da parte delle agenzie nazionali, tutte imbrigliate dall’agenzia europea e dal corpo degli astronauti europei (che Villadei ha avuto modo di conoscere bene), grazie al nostro Walter, l’Europa potrà essere meglio predisposta ad adottare una visione leggermente più in linea con le raccomandazioni espresse del Report di Marzo 2023 dell’High level advisiory group on human and robotic space exploration for Europe (gruppo che ha operato sotto gli auspici dell’Esa).

L’iniziativa italiana infatti, in qualche modo si può considerare inserita nel solco che le conclusioni delineate dai lavori del citato Advisory group, quando si raccomanda che l’Europa condivida, come attore principale e non come comparsa, la rivoluzione della esplorazione spaziale. Forse questa presenza italiana così forte nel panorama delle attività di esplorazione commerciale, potrebbe convincere l’Europa ad osare di più ed andare oltre i timidi passi del recente Consiglio Esa di Siviglia in relazione alle missioni di esplorazione umane. La prudenza della Germania ha condizionato le altre nazioni meglio predisposte verso questi progetti come Francia, Spagna, Italia e Belgio. A fronte delle raccomandazioni del report, forse poco realistiche, in cui l’Europa avrebbe dovuto impegnarsi a progettare e implementare una missione spaziale europea per stabilire una presenza umana europea indipendente nelle orbite terrestri basse, oltre alla creazione di una stazione commerciale europea, una capacita di trasporto materiali e personale per il Gateway e per le orbite lunari nonché per una presenza sostenuta e permanente sulla superficie lunare, i paesi di Esa hanno approvato di spendere cifre molto contenute indirizzate al solo svolgimento di una missione cargo di ritorno dalla Stazione spaziale internazionale, entro la fine 2028. Occorre prendere atto che la Space economy associata alla esplorazione lunare vivrà un boom economico a cui l’Europa non potrà partecipare a pieno titolo, ma solo come comprimario se non attiverà un cambio di passo epocale. Si può sperare che la partecipazione italiana alla missione Axiom si innesti nel solco di quelle iniziative che, in grado di produrre un focus per l’opinione pubblica, diano l’impulso ad una nuova definizione della politica europea per il settore. Non ci resta quindi che salutare con orgoglio, tutto italiano, il volo di Walter Villadei e augurarci che l’intervento della Aeronautica militare in questo ambito possa essere utile a smuovere l’inerzia e, soprattutto, bilanci e aspirazioni dell’Unione europea.


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Avere le armi migliori non basta. Cosa dice la strategia industriale del Pentagono


L’ambiente strategico attuale e futuro richiede un’azione immediata, completa e decisiva per rafforzare e modernizzare l’ecosistema industriale della difesa degli Stati Uniti per garantire la sicurezza degli Usa e dei suoi alleati e partner. Con queste pa

L’ambiente strategico attuale e futuro richiede un’azione immediata, completa e decisiva per rafforzare e modernizzare l’ecosistema industriale della difesa degli Stati Uniti per garantire la sicurezza degli Usa e dei suoi alleati e partner. Con queste parole la vicesegretaria alla Difesa, Kathleen Hicks, apre la prima Strategia industriale della Difesa nazionale degli Stati Uniti (Ndis). Nelle sue circa cinquanta pagine, il documento illustra una serie di raccomandazioni indirizzate al dipartimento della Difesa e all’intero sistema industriale a stelle e strisce con l’obiettivo di “costruire un settore della difesa del XXI secolo pienamente capace”. Nel testo sono sintetizzate le principali riflessioni del Pentagono sullo stato di salute delle proprie catene di approvvigionamento, seriamente messe alla prova dall’invasione russa dell’Ucraina e, prima ancora, dalla pandemia di Covid. Come si legge nella strategia, gli Stati Uniti “continuano a costruire le migliori armi del mondo, ma questo da solo non basta”.

Attenzione alla Cina

In particolare, il testo pone l’accento sulla crescente minaccia rappresentata dall’emergere della Cina come “potenza industriale globale”, la Ndis si concentra sulla necessità di aumentare la capacità delle aziende nazionali di produrre più rapidamente sistemi d’arma, e in quantità maggiori, per garantire il vantaggio delle forze armate statunitensi in qualsiasi conflitto futuro. Secondo il documento, l’industria della difesa americana ha bisogno di un cambiamento “generazionale” per tenere il passo con competitor come la Russia e, soprattutto, la Cina. Anche l’invio di aiuti ai vari partner minacciati dalle potenze concorrenti, a partire dall’Ucraina e da Israele, ma comprendendo anche Taiwan e gli altri partner dell’Indo-Pacifico, costringono gli Usa a un’attenta revisione dei propri sistemi di procurement. Secondo il nuovo documento, infatti, se non si corre ai ripari il vantaggio competitivo degli Stati Uniti sui suoi competitor potrebbe ridursi: negli ultimi 30 anni, si legge nel documento, la Cina “è diventata la potenza industriale globale in molti settori-chiave – dalla costruzione navale ai minerali critici alla microelettronica”. La capacità della Cina, si legge nel documento, in alcuni casi supera quella statunitense e dei suoi alleati in Asia e in Europa.

Le criticità dell’ecosistema

La strategia, inoltre, identifica soprattutto le principali criticità che il Pentagono e l’amministrazione Usa devono affrontare per garantire al proprio ecosistema industriale della difesa un livello di preparazione e capacità adeguato alle sfide. Questi gap vanno dalla mancanza di manodopera qualificata all’incapacità del Pentagono di sfruttare le tecnologie innovative, fino al riconoscimento che le Forze armate statunitensi sono un “cliente poco attraente” a causa dei “modelli di acquisto a basso volume, dei lunghi periodi che intercorrono tra un ammodernamento e l’altro e delle specifiche di progettazione spesso inutilmente troppo personalizzate”.

Le soluzioni della strategia

L’obiettivo generale del documento, allora, è quello di “rendere l’ecosistema industriale dinamico, reattivo, all’avanguardia, resiliente e un deterrente per i nostri avversari”. A tal fine, la Ndis stabilisce quattro priorità “che serviranno da faro guida per l’azione industriale e per settare le priorità delle risorse a sostegno dello sviluppo di un moderno ecosistema industriale che supporti la difesa della nazione”: Catene di approvvigionamento resilienti; prontezza della forza lavoro; acquisizione flessibile e deterrenza economica. Per ciascuno di questi settori, il documento indica delle azioni concrete da seguire, illustrando anche i possibili risultati auspicati. Per quanto riguarda le supply chain, per esempio, il documento indica come necessaria una migliore gestione degli arsenali e degli inventari, con un’attenta pianificazione. Questo permetterebbe di assicurare al contempo sia la difesa dei Paesi alleati e minacciati, come l’Ucraina e – potenzialmente – Taiwan, sia quella diretta degli Stati Uniti. Altri esempli includono incentivi per i programmi di formazione nelle cosiddette materie Stem (Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica), indispensabili per avere quella forza lavoro qualificata alla base di un settore all’avanguardia come quello della difesa.


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Contenuti e schieramenti


Da una parte ci sono i partiti nazionali, presi in anticipo dalla frenesia del chi candidiamo e del come ci presentiamo alle elezioni europee di giugno. Accanto a loro ci sono le famiglie politiche europee, intente a contendersi gli alleati con cui formar

Da una parte ci sono i partiti nazionali, presi in anticipo dalla frenesia del chi candidiamo e del come ci presentiamo alle elezioni europee di giugno. Accanto a loro ci sono le famiglie politiche europee, intente a contendersi gli alleati con cui formare la maggioranza nel futuro Parlamento. Da un’altra parte c’è Mario Draghi, che incontra gli imprenditori europei e discute con loro di come conciliare la transizione energetica con la competitività. Iniziativa che non ha preso per i fatti suoi, ma per l’incarico ricevuto dalla presidente della Commissione europea. Con una interessante postilla: il rapporto che preparerà sarà presentato al Parlamento europeo, dopo le elezioni.

Insomma, siamo di fronte a una sostanziale certificazione del divorzio fra schieramenti e contenuti, sicché i secondi vengono elaborati in una sede diversa da quella in cui i partiti cercano di definire i primi. Ma la logica, la coerenza e la moralità politica vorrebbero l’esatto opposto: prima i contenuti e poi gli schieramenti. Prima si stabilisce che cosa si vuole fare e come si vuole cambiare e poi si cerca di aggregare le forze per riuscirci. Il che vale a qualsiasi livello, laddove invece a tutti i livelli – dal Comune al Continente – lo scopo dei partiti sembra essere diventato quello di vincere, lavorando sulle suggestioni, talché si sente il bisogno di una sede diversa per lavorare alle idee, senza farsi troppo suggestionare.

In triste sintesi: il fallimento della politica.

La Ragione

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Cerimonia conclusiva Scuola di Liberalismo Messina 2023 – Servizio TV Gazzetta del Sud


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Scuola di Liberalismo, cerimonia conclusiva – Gazzetta del Sud


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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

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Si elimina il reato di abuso di ufficio per attenuare la "paura della firma".

Ma davvero la "paura" è indotta da tale reato, e non invece da regole e procedure amministrative complesse e farraginose, tra cui è difficile orientarsi, e perciò si preferisce l'inazione? Comunque, ora i pubblici funzionari saranno esposti ad accuse per reati più gravi dell'abuso d'ufficio.

Mentre l'Ue procede con la proposta di direttiva contro la corruzione, l'Italia va in senso opposto.

editorialedomani.it/politica/i…

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

A distanza di un anno dallo scoppio del Qatargate, il mio commento sulla vicenda, nonché sulle misure adottate dal Parlamento Ue, anche in vista delle prossime elezioni europee.

Ospite della radio tedesca, dal minuto 11:40 circa

www1.wdr.de/mediathek/audio/co…

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Tre indizi provano la natura moralista e manettara della sinistra


C’è un filo, ed è un filo rosso, che accomuna le reazioni delle sinistre alle tre notizie che in questi giorni si sono guadagnate le aperture di giornali e telegiornali. La chiave di lettura all’emendamento Costa che vieta la pubblicazione delle ordinanze

C’è un filo, ed è un filo rosso, che accomuna le reazioni delle sinistre alle tre notizie che in questi giorni si sono guadagnate le aperture di giornali e telegiornali. La chiave di lettura all’emendamento Costa che vieta la pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare, ai saluti romani di Acca Larentia e all’abrogazione dell’abuso d’ufficio è chiaramente moralistica e lo sbocco politico che ne discende è oggettivamente giustizialista. Panpenalistico, o, per dirla in volgare, manettaro.

A differenza di quanto sostenuto dal PD e dal Movimento 5 Stelle, l’emendamento Costa non rappresenta affatto un “bavaglio” alla libera informazione. Non vieta la pubblicazione delle notizie di reato, vieta solo la pubblicazione integrale o per stralci delle ordinanze di custodia cautelare scritte dai pm. Un modo per provare, almeno provare, a garantire il principio della parità tra accusa e difesa su cui si fonda lo Stato di diritto. La levata di scudi delle sinistre dimostra che tale principio è oggettivamente estraneo alla loro cultura.

Più che comprensibile l’orrore provato da molti per i saluti romani di Acca Larentia, ma si tratta della libera manifestazione del pensiero tutelata dall’articolo 21 della Costituzione. Principio che più d’una sentenza della Corte costituzionale e della Corte di Cassazione ha sancito proprio in materia di saluti romani. Per la nostra Costituzione, che vieta la ricostituzione del Partito fascista, ma anche per la legge Scelba del ‘52 e per la legge Mancino del ‘93 salutare romanamente ad una commemorazione funebre non costituisce reato. Le sinistre, invece, invocano le manette.

Quanto all’abuso d’ufficio, divenuto reato per volontà di Mussolini, è una fattispecie talmente generica e fumosa da rappresentare una pistola carica nelle mani di un qualsiasi pubblico ministero. Una pistola che, per quanto caricata a salve, scoraggia gli amministratori pubblici dall’assumere qualsivoglia iniziativa. Non lo sostiene solo il governo, lo sostengono quasi tutti i sindaci in carica, anche e soprattutto quelli del Partito democratico. I dati confermano il giudizio: nel 2021 ci sono stati 5418 indagati per abuso d’ufficio, le condanne sono state solo 27. Eppure, l’abrogazione del reato non viene letta come una garanzia dei diritti individuali e/o della funzionalità delle pubbliche amministrazioni, ma come un lasciapassare per corrotti e delinquenti.

Si grida allo scandalo, si evoca il fascismo, si prospetta l’impunità, si invocano sanzioni penali esemplari. Il moralismo come ripiego della morale perduta, il panpenalismo come succedaneo della violenza politica.

Formiche.net

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Usa e Cina riprendono i colloqui di militari. Ecco perché è una buona notizia


I funzionari militari americani e cinesi si sono incontrati questa settimana a Washington per discutere insieme delle principali questioni di politica militare e di difesa che legano le due superpotenze, riprendendo un appuntamento annuale cancellato da P

I funzionari militari americani e cinesi si sono incontrati questa settimana a Washington per discutere insieme delle principali questioni di politica militare e di difesa che legano le due superpotenze, riprendendo un appuntamento annuale cancellato da Pechino nel 2022. I Defense policy coordination talks (Dpct) si tenevano di solito a rotazione tra Washington e Pechino, ma le tensioni tra le due potenze avevano portato la Repubblica popolare a cancellare l’incontro dello scorso anno, parte di un generale congelamento di tutte le comunicazioni militari con le loro controparti americane. La ripresa odierna del dialogo rappresenta dunque un passo importante per la ripresa complessiva delle comunicazioni con Pechino. Il team statunitense è stato guidato dal vice segretario alla Difesa per Cina, Taiwan e Mongolia Michael Chase, mentre la delegazione cinese era guidata dal generale Song Yanchao, vice direttore dell’Ufficio per la cooperazione militare internazionale della Commissione militare centrale, l’istituzione gemella del Partito e dell’Assemblea nazionale del popolo responsabile della direzione militare della Cina.

L’incontro a Washington

Secondo quanto riportato dal Pentagono, “le due parti hanno discusso delle relazioni tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese in materia di difesa”. In particolare il vice segretario Chase “ha sottolineato l’importanza di mantenere aperte le linee di comunicazione militari per evitare che la competizione sfoci in conflitto”. Secondo la fonte Usa, il funzionario del Pentagono avrebbe anche “discusso dell’importanza della sicurezza operativa nella regione indo-pacifica” ribadendo “che gli Stati Uniti continueranno a volare, navigare e operare in modo sicuro e responsabile ovunque il diritto internazionale lo consenta” e sottolineando come “l’impegno degli Stati Uniti nei confronti dei nostri alleati nell’indo-pacifico e a livello globale rimane saldo”. Non sono mancanti punti in agenda delicati, con la parte statunitense che ha protestato contro “ripetute molestie della Repubblica Popolare Cinese” nei confronti delle navi filippine nel mar Cinese meridionale, ribadendo come gli Usa “rimangono impegnati nella politica di una sola Cina”.

I pregressi

Ad interrompere i rapporti tra le due superpotenze era stato il caso della visita di Nancy Pelosi a Taipei, ma Pechino aveva rinfacciato a Washington anche altri dossier delicati, come la vendita di armi statunitensi a Taiwan, le tensioni nel Mar Cinese Meridionale e l’abbattimento di un pallone spia cinese da parte degli Stati Uniti al largo della costa orientale a febbraio. Il dialogo military-to-military era stato il segmento che aveva risentito di più del gelo diplomatico. Dopo il summit in California a novembre, dove il presidente Joe Biden e il leader cinese Xi Jinping sembravano orientati verso un miglioramento delle relazioni tra le due potenze, è stata annunciata l’intenzione di riprendere i rapporti militari di alto livello — dopo che vari incontri diplomatici erano ripresi nei mesi precedenti. A dicembre, poi, si erano incontrati i capi di Stato della Difesa di Usa e Cina, rispettivamente CQ Brown e Liu Zhenli, un segnale interpretato come un fondamentale passo avanti per rafforzare le relazioni tra Washington e Pechino.

Le tensioni nel Pacifico

I funzionari della difesa Usa hanno più volte ribadito l’importanza di mantenere aperte le comunicazioni, non solo per evitare la possibilità che piccoli incidenti, come incontri di navi o aerei in zone contese dei mari cinesi, possano scatenare una spirale fuori controllo verso l’escalation, ma anche alla luce delle ambizioni, espresse dalla Cina e dal presidente Xi Jinping, di voler riunificare l’isola di Taiwan – considerata da Pechino una provincia ribelle – al resto del Paese. Le dichiarazioni del presidente Usa Joe Biden che hanno chiarito come, in caso di invasione, gli Stati Uniti siano pronti a difendere Taipei, oltre che un messaggio per Pechino sono state un segnale anche per il Dipartimento della Difesa a stelle e strisce, che è impegnato da tempo nel potenziamento e modernizzazione delle Forze armate Usa in ottica di mantenere il vantaggio sulla minaccia rappresentata dall’Esercito popolare di liberazione. Tuttavia, il Pentagono ha anche voluto minimizzare i recenti commenti di Xi sulle rivendicazioni cinesi su Taiwan, sottolineando che il conflitto non è né imminente, né inevitabile. Per Washington, il punto fondamentale resta quello di continuare a lavorare per mantenere aperte le linee di comunicazione con Pechino, sono importanti per evitare che la competizione sfoci in un conflitto.

Foto: Dipartimento della Difesa Usa


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Senza difesa non può esserci pace. Il punto di Crosetto sugli aiuti militari a Kyiv


Il sostegno all’Ucraina deve continuare finché non cesseranno gli attacchi russi, e l’Italia intende proseguire con convinzione nel sostegno a Kyiv anche tramite l’invio di sistemi d’arma per la sua difesa: “Non esiste pace giusta se un popolo aggredito n

Il sostegno all’Ucraina deve continuare finché non cesseranno gli attacchi russi, e l’Italia intende proseguire con convinzione nel sostegno a Kyiv anche tramite l’invio di sistemi d’arma per la sua difesa: “Non esiste pace giusta se un popolo aggredito non ha la possibilità di difendersi”. Questo il cuore dell’intervento tenuto dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, nel corso delle comunicazioni alla Camera dei deputati in materia di proroga dell’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell’Ucraina, durante il quale il ministro ha fatto il punto sui quasi due anni di guerra, spiegando la necessità e le motivazioni che rendono necessario prorogare gli aiuti, militari e civili, fino al 31 dicembre 2024, come previsto dal decreto.

Gli aiuti

“La strada da percorrere è ancora lunga ma sarebbe un errore strategico e politico drammatico fare un passo indietro”, ha ribadito Crosetto, per il quale è necessario continuare “con convinzione” a sostenere l’Ucraina a fronte dell’aggressione russa, nonostante le difficoltà che questa decisione potrebbe creare. Come spiegato dall’inquilino di palazzo Baracchini, “dopo sette pacchetti di aiuti militari già formalizzati”, il governo ha dato il via libera a una ottava tranche di forniture a Kyiv. Nel corso della sua disamina, il ministro ha confermato che anche questo ottavo pacchetto “è costituito da sistemi d’arma volti a rafforzare solo le capacità difensive delle forze armate ucraine”. “Allo stato attuale – ha ulteriormente dettagliato Crosetto – pensiamo di fornire [all’Ucraina] sistemi d’arma già in nostro possesso, in linea con l’attuale quadro normativo”. Il ministro ha anche annunciato che, tra le varie azioni portate avanti dall’Italia, c’è anche la manifestazione di interesse a partecipare al progetto per lo sminamento del territorio ucraino promosso dalla Lituania della Demining coailition. “L’Intelligence ucraina stima in oltre otto milioni le mine impiegate dai russi a protezione delle loro posizioni” ha spiegato Crosetto, sottolineando come le difficoltà ucraine sul campo siano anche “da imputare alla presenza di vasti campi minati”.

La situazione strategica

Come sottolineato ancora da Crosetto, “il nostro sostegno deve continuare finché non cesseranno gli attacchi russi”. Analizzando il contesto del conflitto, infatti, il ministro ha ribadito come ci sia “una nazione che ogni giorno, ogni mattina, ogni pomeriggio, ogni sera è attaccata e si deve difendere da centinaia di bombe che cadono su obiettivi civili e militari, da quasi due anni”, una situazione che ha portato al peggioramento delle condizioni di sicurezza non solo in Europa, ma anche nel globale. “Nella guerra tra Russia e Ucraina – ha detto ancora Crosetto – esiste un aggredito e un aggressore, esiste una nazione che ogni giorno bombarda obiettivi militari e civili di un’altra nazione” aggiungendo come “in questi due anni i pacchetti di aiuti militari hanno permesso di salvare decine di migliaia di vite ucraine”.

Il percorso diplomatico

Parlando delle possibilità di un percorso diplomatico verso la pace, il ministro ha voluto sottolineare come solo “quando passeranno ventiquattrore” senza attacchi e bombardamenti russi su “asili, ospedali” e altri obiettivi civili e militari, allora si potrà parlare di pace, ma “in attesa che questo accada dobbiamo impedire a quelle bombe di cadere”. Di fronte a questo scenario, “se il consesso delle nazioni decide di girarsi dall’altra parte”, allora “perderemo spazi di libertà, di democrazia e sicurezza”. “La Russia non sembra dare segni di cedimento – ha detto il ministro – e siamo consapevoli che la strada è ancora lunga e la situazione difficile ma sarebbe un errore drammatico fare un passo indietro adesso”.

L’approccio italiano verso la pace

Per questo, però l’Italia intende portare avanti “un approccio diverso”, diventando “una delle prime nazioni come quantità e qualità di aiuti” ma anche uno dei primi Paesi che ribadisce la possibilità di costruire “una strada diplomatica” per arrivare alla fine del conflitto. Per Crosetto, infatti, potrebbe essere giunto il momento “per un’incisiva azione diplomatica che affianchi gli aiuti che stiamo portando avanti perché si rilevano una serie di segnali importanti che giungono da entrambe le parti in causa” con “le dichiarazioni di diversi interlocutori russi evidenziano una lenta e progressiva maturazione di una disponibilità al dialogo per porre fine alla guerra”. Per il ministro, “il supporto della Difesa italiana, al pari di quelle di tutti gli altri paesi europei, dovrà essere da traino e sprone per l’Unione europea per creare le condizioni per avviare interlocuzioni con Mosca nella piena consapevolezza che quello in Ucraina è un conflitto sul territorio europeo”. “Ogni giorno questa guerra ci ricorda che abbiamo il dovere di difendere la libertà delle nazioni e il diritto internazionale. Ogni possibile trattativa di pace non può che partire da qui”.


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Due facce


Più di 4 miliardi di elettori saranno chiamati alle urne nel 2024. Sempre pronti a raccontarne la crisi, pare che a molti sfugga il trionfo delle democrazie. Quei 4 miliardi non sono un’eccezione, semmai una coincidenza perché comunque – ogni anno – milia

Più di 4 miliardi di elettori saranno chiamati alle urne nel 2024. Sempre pronti a raccontarne la crisi, pare che a molti sfugga il trionfo delle democrazie. Quei 4 miliardi non sono un’eccezione, semmai una coincidenza perché comunque – ogni anno – miliardi di cittadini hanno la possibilità di recarsi alle urne. L’Occidente, che questa epidemia democratica ha innescato, oltre a esserne orgoglioso farebbe bene a meditarla, anche perché c’è il risvolto della medaglia.

La prima cosa da osservare è che in quei 4 miliardi sono compresi i cittadini russi o iraniani, che vivono senza democrazia e per i quali il voto è una farsa. Allora, per quale ragione un despota come Putin, che gli avversari li ha fatti ammazzare o internare nei lager, sente il bisogno della farsa? Perché hanno vinto le democrazie e, nel secolo scorso, hanno perso le dittature ideologiche e i sistemi a pretesa discendenza divina. Non sono più credibili, sopravvivendo in barzellette pazzotiche come la Corea del Nord. È enormemente cresciuta l’area in cui si riconosce al popolo la sovranità e si utilizzano le elezioni per effettuarne la delega a legiferare e governare. Un sistema che si pretende essere sempre debole e che, invece, è talmente forte da avere attirato a sé anche i despoti che lo detestano ma che ne hanno bisogno per provare a legittimare il proprio dispotismo. Abbiamo vinto noi, anche se ci imbarazza vestire i panni dei vincitori.

Naturalmente non basta votare perché ci sia democrazia: occorre anche che si voti all’interno di uno Stato di diritto e che siano riconosciuti i diritti di minoranze e oppositori. Così non è in Russia o in Iran, quindi la loro è soltanto una patetica imitazione del sistema cui essi stessi si piegano perché vincente.

Questo ha però un risvolto dove le democrazie sono vere (perfette non lo saranno mai, fortunatamente): così come il voto è la sola forma di legittimazione del potere, lo strumento di delegittimazione – una volta conquistatolo – si trova nei palazzi di giustizia. Il voto rende legittimo l’esercizio del potere, ma è la giustizia a potere poi revocare quella legittimità. Lo Stato di diritto è il normale alveo delle democrazie, ma ha regole che possono contrastarne gli esiti democratici. In una normale dialettica, ci sta. Tanto è vero che esistono strumenti messi a punto da secoli, come l’indipendenza del giudicante e l’immunità parlamentare. Ma le cose cambiano.

Troppo spesso i perdenti elettorali pensano di potere avere la rivincita in tribunale e troppo spesso il vincitore elettorale pensa di doversi togliere dai piedi il tribunale. Da Trump a Orbán, passando per Netanyahu, il vincitore prova ad allungare le mani sulla magistratura, accusandola d’essere eversiva se si mette a sindacare l’agire del potere. Ma è anche vero che la magistratura talora interpreta un ruolo che sembra più destinato a giudicare le politiche che non le persone sulla base di leggi e reati. E tutto ciò porta male, alla salute democratica.

I due princìpi da tenere in equilibrio prevedono che nessuno può sottrarsi al sindacato della giustizia – semmai se ne può rimandare il corso, ove questo metta in dubbio la capacità di adempiere ai doveri dell’ufficio e manchi un voto parlamentare che destituisca il gestore del potere – ma, dall’altra parte, è insana l’idea di sconfiggere in una Corte l’avversario politico che non si riesce a sconfiggere nelle urne, pensando con la cancellazione del sintomo di avere eliminato il male. In Russia e Iran manco sanno di che stiamo parlando, ma per noi è vitale.

La Ragione

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Robot saldatori. Ecco il piano di Fincantieri per le fregate Usa


Fincantieri è pronta ad accelerare nella produzione delle fregate per la Marina Usa grazie all’aiuto dei robot saldatori. La notizia arriva d’oltreoceano e l’obiettivo dell’azienda è quello di triplicare la produttività dei propri cantieri americani grazi

Fincantieri è pronta ad accelerare nella produzione delle fregate per la Marina Usa grazie all’aiuto dei robot saldatori. La notizia arriva d’oltreoceano e l’obiettivo dell’azienda è quello di triplicare la produttività dei propri cantieri americani grazie all’automazione. La società triestina, infatti, è impegnata nella realizzazione della nuova classe di fregate a stelle e strisce Constellation grazie alla sua controllata del Wisconsin, Marinette Marine. L’obiettivo è arrivare a produrre due fregate all’anno, un’accelerata notevole rispetto all’attuale piano di tre ogni due anni. Come detto dall’amministratore delegato di Fincantieri, Pierroberto Folgiero, citato da DefenseNews, “La saldatura è una delle competenze più difficili da trovare, mentre la saldatura robotizzata che intendiamo introdurre, triplica la produttività e aumenta la qualità”.

Il contratto per le fregate Usa

La realizzazione della prima fregata è iniziata alla fine di agosto del 2022, con consegna pervista nel 2026. A maggio del 2023, un ulteriore contatto del Dipartimento della Difesa statunitense ha assegnato a Fincantieri la costruzione di una quarta fregata, con un valore di circa 526 milioni di dollari. Complessivamente, il programma navale statunitense ha un valore complessivo di cinque miliardi e mezzo di dollari. Già a maggio, in occasione del contratto per la quarta unità, Folgiero aveva posto l’accento sull’importanza dell’innovazione tecnologica. “Il nostro impegno – aveva detto l’ad – è di supportare la più grande Marina al mondo con una nave che rappresenti il massimo grado possibile di innovazione”.

I robot di Fincantieri

A luglio Fincantieri ha presentato MR4Weld (Mobile robot for weld), un robot saldatore sviluppato in collaborazione con l’azienda italiana Comau. Dotato degli strumenti per effettuare la saldatura, il robot h anche di un sistema video in grado di identificare autonomamente i giunti o di farsi indicare da un operatore umano dove saldare. Ed è proprio grazie a questi robot che Fincantieri intende accelerare la produzione delle fregate. “Stiamo facendo ordini per iniziare a usare il robot su larga scala in Italia e vogliamo esportarlo il prima possibile negli Stati Uniti”, ha detto ancora Folgiero a DefenseNews, aggiungendo che “questa è la grande priorità, dato che abbiamo difficoltà a trovare saldatori negli Stati Uniti”.

Fregate Constellation

Il programma Constellation è particolarmente significativo per la Marina Usa, come testimonia anche la denominazione scelta per le unità della classe, che ricalca i nomi delle “sei fregate originali” del 1794, le primissime della allora neonata US Navy. In totale, il Pentagono prevede di realizzare una ventina di vascelli, e il programma punta a formare la prossima generazione di fregate missilistiche multiruolo, con una richiesta iniziale di dieci unità, aumentabile fino a venti, per affrontare gli scenari del futuro. Fincantieri è stata selezionata nel 2020 per progettare e costruire l’unità capoclasse, con l’ulteriore opzione per altre nove navi, esercitata già per tre unità; oltre a provvedere anche al supporto successivo alla costruzione e all’addestramento degli equipaggi, per un valore complessivo di circa cinque miliardi e mezzo di dollari per Fincantieri. La scelta di Fincantieri per la realizzazione del programma Constellation si è basata sul progetto presentato dalla società, giudicato il più avanzato e innovativo, e strutturato sulla piattaforma delle fregate Fremm, ritenute le migliori al mondo sotto il profilo tecnologico, già nella flotta sotto le insegne italiane.


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Intelligenza artificiale. Quali regole?


In questo lavoro, scritto per tutti, e non soltanto per i giuristi e gli informatici, naturali destinatari del tema, ho cercato di indicare le coordinate di una riflessione sulle regole per normare l’intelligenza artificiale. Spesso, infatti, si invocano

In questo lavoro, scritto per tutti, e non soltanto per i giuristi e gli informatici, naturali destinatari del tema, ho cercato di indicare le coordinate di una riflessione sulle regole per normare l’intelligenza artificiale.

Spesso, infatti, si invocano nuove regole, ma occorre chiedersi quali regole siano davvero necessarie, e a quale livello, nazionale o internazionale. Per questo la riflessione muove da una prospettiva culturale sul tema, che comprende le nostre paure e i nostri pregiudizi, per poi soffermarsi sulle parole utilizzate dalla nuova narrativa sull’intelligenza artificiale e dalla retorica che la circonda. Basti pensare a tuta la cinematografia sull’argomento, ai termini “oracolo” o “incantesimi”, che spesso sono utilizzati e all’antropomorfizzazione del’IA.

Esamino poi alcune possibili scelte regolatorie e alcune questioni giuridiche specifiche, quali la responsabilità per i danni cagionati dall’intelligenza artificiale, l’autorialità delle opere da essa create, e la gestione dei dati personali di cui l’IA si nutre. Infine, il volume si conclude con una riflessione sullo scenario geopolitico e sulle scelte effettuate già da altri Paesi, come la Cina e gli Stati Uniti, mentre in Europa si attende il Regolamento sull’intelligenza artificiale.

Non c’è dubbio che le norme in questa materia, per essere efficaci, dovranno necessariamente essere il risultato di un coordinamento internazionale, certamente non facile, ma necessario.

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Il caso Degni va affrontato non sul piano politico, come molti stanno facendo, ma su quello delle regole.

In diritto, e non solo, la forma è sostanza. Se Degni non lo capisce e se il Pd è timido nel riconoscerlo, c’è un problema.

Oggi su Domani

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Il tricolore è sinonimo di democrazia e libertà


Come ogni anno Reggio Emilia celebra il primo tricolore italiano di uno Stato sovrano, quel vessillo che raccoglie insieme le speranze del popolo, la promessa di una stagione dei diritti e della libertà, il sentimento di un’unità statuale fondata non più

Come ogni anno Reggio Emilia celebra il primo tricolore italiano di uno Stato sovrano, quel vessillo che raccoglie insieme le speranze del popolo, la promessa di una stagione dei diritti e della libertà, il sentimento di un’unità statuale fondata non più su ragioni dinastiche o pretese militari ma sui valori di giustizia e di fratellanza, per tutti. Passeranno 64 anni dal giorno in cui il bianco, il rosso e il verde si sono uniti nel vessillo della Repubblica Cispadana, fino alla proclamazione del Regno d’Italia nel cortile di palazzo Carignano a Torino, perché l’aula del parlamento subalpino era diventata troppo piccola per ospitare i deputati della Camera, raddoppiati nel numero dai plebisciti di annessione. Sporgendosi dalle balconate dove i tricolori erano esposti a coppie, in omaggio alla storia che si realizzava sotto i suoi occhi, la popolazione poteva vedere Camillo Cavour in terza fila, Alessandro Manzoni in seconda, Urbano Rattazzi più in fondo, Giuseppe Garibaldi seduto in
quarta fila, proprio dietro Massimo d’Azeglio.

Tutti raccolti attorno al pulpito per il sovrano sormontato da una corona, tra le musiche in piazza, i fuochi d’aria nel cielo della Gran Madre, e i cannoni che sparavano a salve dal monte dei Cappuccini. Da lontano, il Papa prometteva battaglia agli «usurpatori»invocando Dio, «vendicatore di giustizia e diritto». Era un compimento, ed era insieme un inizio. Noi oggi possiamo rivivere il primo atto formale della nostra storia nel simbolo d’inizio della vicenda nazionale, che custodisce il significato storico, politico, morale che si è trasmesso fin qui. Il tricolore infatti ha attraversato due secoli, laRestaurazione, la clandestinità, il Risorgimento, le guerre, la dittatura, la Liberazione, il passaggio dalla monarchia alla Repubblica, il boom, il terrorismo, il progresso continuo e le
crisi ricorrenti, ma ha continuato a testimoniare la ragion d’essere della nostra unità nazionale, certificandola. Un Paese ricorre all’invenzione dei simboli quando finalmente prende coscienza di sé, perché solo a quel punto può permettersi la trasfigurazione esemplare della realtà, per codificarla e sacralizzarla, tramandandola. Simbolo dei simboli, nella materialità della stoffa e nell’accumulo di riferimenti identitari dei suoi tre colori, la bandiera è puro significato, senza
traccia di ambiguità. Nasce per essere vista, per venir mostrata, per essere intesa, perché sia riconosciuta: e per trasmettere ad ognuno tra i cittadini il senso dell’insieme, la coscienza del vincolo statuale, la conferma di un’unione che politicamente diventa unità. Fin dall’origine porta in sé il segno dell’epoca in cui è nata e insieme la pretesa dell’eternità, con i valori della rivoluzione francese che seguivano l’Armata napoleonica, mentre gli antichi Stati assoluti lasciavano il posto all’ecogiacobina delle Repubbliche “democratiche”, nate ovunque.

Il bianco e il rosso erano già sulla bandiera francese, con il blu nazionale: ma figuravano anche nello stemma comunale di Milano, con la Guardia civica che indossava il colore mancante col verde delle sue uniformi. La Legione lombarda alzò nel 1796 il primo vessillo con questi tre colori, che già erano apparsi insieme a Genova, uniti nei tre cerchi concentrici delle coccarde appuntate sui vestiti dei “patrioti” che si incontravano nei vicoli e nei cortili. Il tricolore spuntava spontaneamente in città diverse, testimoniando il mondo nuovo che dalla Bastiglia veniva avanti, e «lusingava da gran tempo i cittadini di renderli più liberi», come spiegò a Milano Giovanni Battista Sacco alla “Festa della riconoscenza cisalpina alla grande nazione francese”. Ma quello stendardo era appunto la promessa di una suggestione, non la certezza di un’istituzione: era l’insegna dei reparti militari, non la bandiera nazionale di uno Stato italiano, il libero vessillo di un popolo sovrano. Finché il 7gennaio 1797 nella Sala Patriottica di Reggio Emilia, davanti a 100 deputati, Giuseppe Compagnoni presenta una mozione «perché si renda universale la bandiera Cispadana di tre
colori, Verde, Bianco eRosso». La bandiera non nasceva quindi dal caso o dal caos. Era il risultato concreto di una passione civile e patriottica risvegliata nei popoli, e di un calcolo strategico di Napoleone, che pensa di arrivare aduna sorta di federazione di Repubbliche per la difesa comune, e con questo spirito assiste al Primo Congresso Cispadano nel Palazzo Ducale di Modena: da dove parte un «proclama a tutte le genti della penisola», perché la nuova Confederazione si dichiara subito «aperta all’ingresso di altri popoli».

Questo entusiasmo unitario spinge Napoleone a informare il Direttorio: «Credevo che i Lombardi fossero il popolo più patriota d’Italia — scrive — ma comincio a pensare che Bologna, Ferrara, Modena e Reggio li sorpassino in fatto di energia». Come dobbiamo chiamarla, quella forza che ha stupito l’Imperatore? Energia patriottica allo stato nascente: energia costituente allo stato puro, sospinta dalla passione dei cittadini. Perché il tricolore ha anticipato l’unità del Paese, in un investimento suggestivo nella speranza del futuro: così come oggi, in fondo, l’euro anticipa l’unità politica dell’Europa, pur non avendo sulle sue facce l’immagine di un sovrano democratico capace di spendere il capitale della sua storia nelle crisi del mondo. Ecco perché quando la prima bandiera nazionale di uno Stato italiano sovrano sfila a Modena nella “passeggiata patriottica”, la folla applaude: in quel drappo vede ormai il simbolo del rifiuto di ogni assolutismo e della nuova coscienza civica, e l’aspirazione all’autodeterminazione dei popoli, cioè alla libertà. Non era più il vessillo di un re, e nemmeno soltanto uno stendardo militare. Aveva raggiunto il suo significato nazionale e patriottico, dunque finalmente politico. E infatti a Reggio Emilia quel sabato 7 gennaio si dispone che «lo stemma dellaRepubblica sia innalzato in tutti quei luoghi nei quali è solito che si tenga l’insegna della sovranità».

Chiediamoci oggi quanti sono quei luoghi, quali simboli li abitano, dov’è custodito — in questi annidi disincanto e di lontananza tra il cittadino e lo Stato, con ogni reciproca passione spenta — il deposito civile della nostra Repubblica, e come si mantiene vivo, conservando vitale il significato di quella scelta per una comune appartenenza. La risposta è qui, la risposta siamo noi, perché la vera risposta è la città, prima e ultima infrastruttura della democrazia occidentale, la dimensione civica che preserva le radici della vita associata, dove si possono ritrovare le ragioni smarrite del bene comune e il sentimento perduto della comunità. La città con al centro la piazza, dov’è sfilata la storia del Paese, il luogo quotidiano dello scambio reciproco di riconoscimento tra i cittadini, quel gesto minimo ma consapevole che trasforma la convivenza in coesione sociale, e che è il vero valore d’uso della democrazia delle piccole cose. La piazza italiana come la conosciamo, come l’hanno
abitata i nostri padri, come la consegneremo ai nostri figli: quella dell’Italia dei Comuni, col duomo, il municipio e la prefettura, simboli dei tre poteri che nella tradizione confrontano, combinano e compongono le loro diverse autorità, e che in quello stesso luogo vengono criticati dai movimenti di protesta, radunati proprio qui, spontaneamente, dalla loro libertà, come nella moderna agorà della pubblica discussione. Naturalmente tutto questo accade davanti alla bandiera, che al centro della piazza ha attraversato le epoche del progresso e i giorni del disonore, e ancora poco fa ha resistito sui municipi e sui balconi alla sfida della pandemia, che per la prima volta tentava di cancellare l’elemento umano dal paesaggio urbano, separando i simboli dalla vita. E invece proprio in quei giorni vuoti, senza società, la bandiera veniva appesa alle finestre come una conferma di presenza e di coscienza, un segno spontaneo di resistenza all’Anno Zero, un impegno di fiducia nella storia e nel Paese: per ritornare oggi fin qui, sulla piazza italiana del 2024, a restituirci un senso finalmente compiuto di Patria, dopo gli abusi retorici del passato e la riconquista della libertà democratica, nella lotta contro la dittatura da cui è nata la Costituzione.

La bandiera era presente, sempre, uguale a se stessa, nell’immediatezza simbolica addirittura elementare che mantiene ferma la rappresentazione dell’unità dell’Italia, mentre intorno la vicenda nazionale si compie trasformandosi, e portando la vita reale del Paese a rispecchiarsi ogni volta nelle sue insegne, che vivono dentro il flusso della storia. E la bandiera inscrive in sé necessariamente il segno e la lezione dei passaggi storici, le rotture e le soluzioni. Così, come ha
detto Luigi Salvatorelli nel 1947, in occasione del centocinquantesimo anniversario, «il tricolore è stato ribenedetto e riconsacrato dall’immagine dei patrioti, dal sangue dei partigiani e dei soldati che hanno combattuto contro il nazifascismo ». La bandiera dunque come testimonianza del divenire della vicenda nazionale, non nella semplice eredità genealogica e nella trasmissione generazionale soltanto, ma nello sviluppo di un’identità storica comune, consapevole delle radici, cosciente della crescita, e aperta al mutamento. Onorare il tricolore, oggi, significa appunto riconoscersi in una definizione comune del concetto di Patria, assumendo i valori di democrazia e di libertà come criterio di giudizio e di gerarchia. Quei valori non sono di parte, perché rappresentano il fondamento della cultura occidentale in cui ci riconosciamo, non per destino ma per scelta, la base europea della moderna cittadinanza e la garanzia universale di ogni civile convivenza. Sono gli ideali che ricollegandoci al Risorgimento e promettendo fedeltà alla democrazia, compiono la nostra storia e animano la nostra bandiera, e dopo l’unità nazionale e l’unità territoriale
costruiscono ciò che ancora manca, l’unità morale del Paese, che può nascere solo nel patriottismo costituzionale: fuori dal quale c’è soltanto la vita artificiale dell’ideologia, che affloscia le bandiere senza vento, immobili come sulla luna.

La Repubblica

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Programmi congiunti ed export militare. Ecco perché Berlino apre ai caccia per Riyad


Cambio di passo da parte di Berlino nel settore della Difesa. La ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, ha annunciato nel corso della sua visita in Israele l’intenzione del governo federale di rimuovere il veto che impedisce l’esportazione di E

Cambio di passo da parte di Berlino nel settore della Difesa. La ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, ha annunciato nel corso della sua visita in Israele l’intenzione del governo federale di rimuovere il veto che impedisce l’esportazione di Eurofighter all’Arabia Saudita. Una decisione importante non solo per il consorzio responsabile della realizzazione del caccia, ma in prospettiva anche per il futuro dei consorzi europei sui sistemi d’arma di prossima generazione.

Il veto di Berlino

Il blocco tedesco risale al 2018, quando l’allora cancelliera, Angela Merkel, dispose lo stop alle esportazioni di Typhoon alla monarchia saudita come reazione alla crisi scaturita dall’uccisione in Turchia del giornalista dissidente Jamal Khashoggi. Il veto tedesco aveva avuto l’effetto di paralizzare l’accordo che Riyad aveva stretto con il Regno Unito – partner del progetto – per l’acquisto di ulteriori 48 velivoli, dopo i 72. Un accordo dal valore di cinque miliardi di sterline. Già allora non si erano fatte attendere le perplessità da parte delle aziende coinvolte, BAE Systems, Airbus e l’italiana Leonardo, e ancora a settembre 2023 il primo ministro britannico, Rishi Sunak, era tornato sulla questione chiedendo a Berlino di rimuovere il veto all’export dei caccia. Anche l’Italia aveva posto tra il 2019 e il 2020 alcune limitazioni alle esportazioni di materiale militare all’Arabia Saudita, tra cui munizioni per gli Eurofighter, paletti rimossi definitivamente dal Consiglio dei ministri a maggio del 2023.

Il cambio di rotta di Scholz

Un primo passo verso questa direzione era già stato compiuto a ottobre 2022, quando, in vista del viaggio del cancelliere Olaf Scholz nella regione del Golfo, Berlino autorizzò la vendita di materiale militare a Paesi non-Nato, tra cui Riyad, nel contesto dei progetti congiunti di difesa europea in cui è coinvolta anche la Germania. L’accordo permise di fornire pezzi di ricambio e munizioni per gli Eurofighter sauditi. Un cambio di rotta che già allora segnò la rinnovata attenzione del nuovo governo Scholz alle questioni legate alla difesa e alla sicurezza internazionali, e che non a caso seguivano le misure adottate dalla nuova cancelleria di potenziamento del budget militare a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina. Anche in questo caso, ad accelerare il passo della Germania è intervenuta la crisi scoppiata dopo gli attacchi di Hamas il 7 ottobre. La stessa ministra Baerbock ha sottolineato il ruolo dell’Arabia Saudita nel contribuire “in modo determinante alla sicurezza di Israele” e “a contenere il rischio di un escalation regionale”.

Oltre l’Eurofighter

L’importanza della decisione odierna non è soltanto relativa alla commessa dei 48 caccia britannici per Riyad, ma segna un importante cambio di passo in generale per il futuro dei progetti congiunti europei. Le restrizioni tedesche, infatti, sono state criticate a lungo dai Paesi partner dei diversi programmi, considerati delle limitazioni all’appetibilità dei sistemi per il timore dei Paesi acquirenti di rischiare di rimanere senza pezzi di ricambio per i propri velivoli, spingendoli potenzialmente ad affidarsi ad altri fornitori. Adesso, con la riapertura da parte di Berlino, i programmi congiunti, a partire dai caccia Eurofighter e Tornado (a cui partecipa anche l’industria italiana), potrebbero vedere allargarsi la lista di ordini, con una nuova spinta sui mercati globali.

Programmi futuri

Il tema delle regole sulle esportazioni militari legate ai programmi congiunti, inoltre, riguarda da vicino anche i programmi di prossima generazione. Berlino è impegnata, insieme con la Francia, nella realizzazione del caccia di sesta generazione Fcas, mentre Italia, Gran Bretagna e Giappone collaborano sul parallelo progetto Gcap. Anche su questo versante, infatti, è del mese scorso la decisione del Giappone di modificare e regole che limitavano le esportazioni di materiale di Difesa. Ora sarà possibile, per il Paese del Sol levante, inviare materiali prodotti su licenza al Paese proprietario o sistemi di difesa non-letali agli Stati che si difendono da un’invasione, come l’Ucraina. Proprio pensando al Gcap, il governo di Fumio Kishida sta cercando di eliminare il divieto di esportare prodotti co-sviluppati ad altri Paesi. Tokyo, infatti, ha riconosciuto il ruolo fondamentale che l’export riveste per la sostenibilità economica di questi programmi. Progetti all’avanguardia come Gcap, Fcas o l’Eurofigher richiedono investimenti massicci per essere sviluppati e infine prodotti, e i soli mercati interni dei Paesi partner non basta a ripagare gli investimenti.


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Intelligenza artificiale. Quali regole? di Giusella Finocchiaro


L’intelligenza artificiale è ormai entrata a far parte delle conversazioni quotidiane: incuriosisce, impaurisce, insospettisce come forse nessun’altra novità ha mai fatto. Ed è così diventata un mito cui colleghiamo parole che ingannano, costruendo narraz

L’intelligenza artificiale è ormai entrata a far parte delle conversazioni quotidiane: incuriosisce, impaurisce, insospettisce come forse nessun’altra novità ha mai fatto. Ed è così diventata un mito cui colleghiamo parole che ingannano, costruendo narrazioni inquietanti e poco realistiche. Eppure le sue applicazioni in sanità, per fare un esempio concreto, sono tante e utili. Ma come possiamo conviverci? Se un sistema di IA causa dei danni può esserne considerato responsabile? Come sono protetti i dati personali di cui si nutre? Per governare questo nuovo fenomeno si invocano nuove regole giuridiche: ma quali sono le regole davvero necessarie? Certo si dovrà tendere a un sistema di regole globali, poiché non abbiamo a che fare con un fenomeno contenibile entro limiti geografici. L’Unione europea sta per approvare un nuovo regolamento, ma cosa accadrà nel resto del mondo? Il volume riflette su questi e altri interrogativi, cui non è e non sarà semplice dare risposta.

Giusella Finocchiaro insegna Diritto privato e Diritto di internet all’Università di Bologna. Avvocato cassazionista, è fondatrice e partner di DigitalMediaLaws, boutique legale specializzata in diritto delle nuove tecnologie. Già presidente della Commissione UNCITRAL sul commercio elettronico e della Commissione incaricata dal Ministero di Giustizia di redigere il decreto di adeguamento dell’ordinamento italiano al Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali, è esperto legale presso la Banca Mondiale ed esperto legale UNIDROIT nel «Digital Assets and Private Law project». Con il Mulino ha pubblicato recentemente «Major Legal Trends in the Digital Economy. The Approach of the EU, the US, and China», curato con L. Balestra e M. Timoteo (2022).

Il Mulino

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#laFLEalMassimo – Episodio 110: Libertà


L’augurio principale da fare in apertura di questo primo episodio del 2024 è naturalmente diretto alla fine della guerra sia in Europa e che in Medio Oriente, e in generale alla cessazione di tutti i conflitti sui quali abbiamo meno informazioni. In part

L’augurio principale da fare in apertura di questo primo episodio del 2024 è naturalmente diretto alla fine della guerra sia in Europa e che in Medio Oriente, e in generale alla cessazione di tutti i conflitti sui quali abbiamo meno informazioni. In particolare, è sempre bene specificare che quello che si combatte alle porte dell’Europa è stato iniziato dall’ingiusta e ingiustificata aggressione russa ai danni del popolo ucraino e potrà terminare solo quando l’invasore sarà ricacciato entro i propri confini.

Dall’alba della storia gli esseri umani massacrano i propri simili per i motivi più svariati, dalla contesa per beni materiali e territori al fanatismo ideologico e religioso, passando per la più semplice e aberrante intolleranza della diversità.

Sarebbe ingenuo illudersi che questa pratica possa essere eliminata del tutto, perché le uccisioni multiple avvenute nelle scuole ad opera di studenti armati, piuttosto che i proiettili vaganti nella notte di Capodanno ci dimostrano che anche nelle società più civili e avanzate e in tempo di pace la tragedia può irrompere a turbare il quotidiano.

Vorrei cogliere però l’occasione di questa puntata inaugurale della rubrica per ricordare a tutti come la libertà economica costituisca un fondamentale motore di pace che consente di ridurre drasticamente il numero delle vittime innocenti.

Là dove gli uomini sono liberi di intrattenere commerci e avviare attività imprenditoriali è più facile l’altro sia visto come un cliente da soddisfare o un potenziale fornitore, piuttosto che un nemico da eliminare. Dunque, fiorisce la tolleranza e l’apertura nei confronti della diversità, l’attitudine a risolvere i conflitti con accordi ragionevoli, piuttosto che rischiare la vita combattendo.

Le società aperte al libero mercato non sono di certo il paradiso e non sono esenti da conflitti e criticità da risolvere; tuttavia, costituiscono un ambiente nel quale la vita umana ha un valore più elevato di qualsiasi dittatura o teocrazia e questo semplice elemento rende la guerra, il combattimento e l’omicidio un’opzione sempre meno conveniente del dialogo e della trattativa.

Il mio augurio per il nuovo anno è che si possa diffondere la consapevolezza che la strada per un mondo meno cruento e verso un numero minore di vittime innocenti, passa dal contributo fondamentale apportato dalla mano invisibile della libertà individuale.

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Inutile disperarsi, per l’intelligenza artificiale servono investimenti


A leggere i giornali, pare che quasi nessuno l’abbia notato. Eppure, delle tante, tantissime cose dette ieri in conferenza stampa dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni c’è n’è una che di sicuro le stava a cuore più delle altre. È il tema dell’intell

A leggere i giornali, pare che quasi nessuno l’abbia notato. Eppure, delle tante, tantissime cose dette ieri in conferenza stampa dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni c’è n’è una che di sicuro le stava a cuore più delle altre. È il tema dell’intelligenza artificiale. Lo si è capito, per chi voleva capirlo, subito.
Avendo rinviato già due volte, causa malattia, il tradizionale incontro di fine anno con i giornalisti, ed essendo stata accusata da più d’un media di aver paura di rispondere a domande dirette, Giorgia Meloni ha voluto dimostrare l’infondatezza delle critiche subite. Perciò, anziché dir la sua sui temi di più stretta attualità, per poi lasciar spazio alle domande, si è limitata ad una brevissima prolusione e nelle tre ore successive si è adattata a rispondere alle più disparate sollecitazioni dei giornalisti. Logica vuole che quel poco che abbia detto prima della prima domanda fosse quel più le interessava dire e che meno riteneva sarebbe stato oggetto delle curiosità dei cronisti presenti.
Un unico tema la presidente del Consiglio ha, in effetti, affrontato: quello dell’intelligenza artificiale.

Giorgia Meloni ha annunciato che sarà questo l’argomento che l’Italia, in quanto presidente di turno, porrà come centrale al G7 di giugno. Ed ha illustrato, con pathos evidente, non le opportunità, ma i rischi che l’evoluzione della tecnologia digitale pone al mondo reale. “L’intelligenza artificiale – ha detto – avrà un impatto devastante sul mercato del lavoro”. Assisteremo, dunque, ad una sistematica “sostituzione” dell’uomo con la macchina non solo per le attività basiche manuali, ma anche per le attività intellettuali. “L’intelletto rischia di essere sostituito”, è stato il grido d’allarme. Nessun giornale, a parte il Foglio, e nessun sito di informazione, a parte l’Huffington, ha ritenuto di dar conto delle parole di Giorgia Meloni, e tantomeno di approfondirne il senso.
Il motivo è semplice: in materia di trasformazione digitale e di intelligenza artificiale, l’arretratezza culturale e la capacità d’analisi dei media non sono da meno di quelle del governo in carica.

Un po’ alla volta, il decisore politico sta mettendo a fuoco i rischi, soprattutto per i più giovani, di un abuso di tecnologia digitale. È questo è un bene. Ne discendono le nuove norme ispirate dall’Autorità garante delle comunicazioni volte a limitare l’accesso a siti per così dire inappropriati da parte dei minori e ad assicurare un minimo di controllo da parte dei genitori. Ne discende anche il monito lanciato dal ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, concludendo il convegno organizzato lo scorso luglio dalla Fondazione Luigi Einaudi sull’imprescindibilità della scrittura a mano e della lettura su carta nel sistema scolastico. “Il digitale è utile, ma carta e penna non sono sostituibili”, ha detto il ministro. E non si tratta di un preconcetto: è quel che sostengono le principali ricerche scientifiche pubblicate a livello internazionale.

Ma l’intelligenza artificiale è cosa ancor più complessa. Va regolamentata, certo, ma non si può pensare di farne a meno. Metterne in evidenza i soli rischi, come ha fatto ieri Giorgia Meloni, serve senz’altro a sintonizzarsi sugli umori popolari del momento, ma significherebbe condannare il Paese (dalle imprese private alla Pubblica amministrazione) all’arretratezza e al sottosviluppo. Non basta, dunque, come è stato fatto, dare pieni poteri al sottosegretario Alessio Butti, Capo del Dipartimento per la trasformazione digitale della Presidenza del Consiglio. Non basta, come è stato fatto, nominare una commissione di esperti che affianchi e indirizzi il lavoro “politico” a riguardo. Non basta, come è stato fatto, far confluire le risorse del Pnrr nel fondo per l’innovazione del Ministero delle Imprese e del Made in Italy. Non basta, come è stato fatto, nominare un pool di esperti che aiuti il dipartimento Editoria di palazzo Chigi a tutelare il copyright. Occorrono investimento pubblici colossali.

Al netto di una retorica apparentemente antimoderna, il governo Meloni si è posto il problema. È stato così costituito un fondo di venture capital partecipato dal Dipartimento per la trasformazione digitale, da Cassa depositi e prestiti e dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale. Obiettivo: sostenere la nascita e la crescita di start up che implementino i servizi al pubblico erogati attraverso l’intelligenza artificiale. Il fondo, però, non risponde di miliardi, ma di milioni: 800 in tutto. Troppo pochi.

HuffingtonPost

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Presentazione del libro “Il Ducetto” di Alessandro De Nicola a Napoli


12 Gennaio 2024, ore 17:30 – Fondazione San Giuseppe dei Nudi, Via San Giuseppe dei Nudi, 72 – Napoli OLTRE ALL’AUTORE INTERVERRANNO GIUSEPPE BENEDETTO, Presidente Fondazione Luigi Einaudi GUIDO D’AGOSTINO, Presidente Istituto Campano per la Storia della

12 Gennaio 2024, ore 17:30 – Fondazione San Giuseppe dei Nudi, Via San Giuseppe dei Nudi, 72 – Napoli

OLTRE ALL’AUTORE INTERVERRANNO

GIUSEPPE BENEDETTO, Presidente Fondazione Luigi Einaudi
GUIDO D’AGOSTINO, Presidente Istituto Campano per la Storia della Resistenza
UGO DE FLAVIS, Presidente Fondazione San Giuseppe dei Nudi

MODERA
MASSIMO CALENDA, Giornalista

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Così i mini-satelliti rafforzano la Difesa. Il punto del gen. Bianchi


Nel 2012, il Centro studi militari aeronautici “Giulio Douhet” (Cesma), in collaborazione con un ampio numero di aziende spaziali e con l’Agenzia spaziale italiana e europea, produsse uno studio sulla tecnologie dei piccoli satelliti duali e tra le consid

Nel 2012, il Centro studi militari aeronautici “Giulio Douhet” (Cesma), in collaborazione con un ampio numero di aziende spaziali e con l’Agenzia spaziale italiana e europea, produsse uno studio sulla tecnologie dei piccoli satelliti duali e tra le considerazioni che emersero, una vede riconosciuta, negli ultimi tempi, la sua piena valenza: nello studio si rilevava che, non avendo logica militare e dottrinale concentrare in una unica infrastruttura spaziale tutte le capacità della difesa nazionale per specifica applicazione, i piccoli satelliti potevano offrire una via di uscita a questo approccio acquisitivo rischioso.

La soluzione offerta dai piccoli satelliti può risponde anche ad un’altra esigenza; il segretario della Us Air force Frank Kendall, nel settembre 2022 sostenne infatti che, “a fronte della crescente frequenza di incidenti intenzionali e non intenzionali nello spazio la più efficace risposta non può che essere quella di adottare una strategia di resilienza, finanziariamente sostenibile, che utilizzi la ridondanza degli assetti come fulcro essenziale ma anche come elemento di deterrenza, perché in grado di rendere poco costo/efficace un attacco”.

Sia la Russia che la Cina hanno costruito sistemi spaziali per supportare le loro Forze armate, a livello operativo e per ragioni strategiche ma, entrambe, hanno anche lavorato sulla capacità offensiva per contrastare i sistemi spaziali occidentali. Pur desiderando che lo spazio sia un dominio pacifico per attività scientifiche e commerciali Kendall aggiungeva che “prevenire un conflitto sulle risorse spaziali diventerà sempre più difficile a causa del valore strategico dei satelliti e della proliferazione di tecnologie che possono essere utilizzate per distruggere gli assetti spaziali”.

Esperienze che abbiamo vissuto anche in Italia visto che anche i nostri assetti spaziali negli anni hanno potuto osservare eventi non intenzionali (la temporanea inutilizzabilità del Sicral a causa di fenomeni di Space weather) o intenzionali (avvicinamenti sospetti da parte del satellite russo Luch ad Athena Fidus) che ne hanno limitato le operazioni e che quindi sollecitano una risposta strategica.

Trascurando l’aspetto safety, ovvero non intenzionale, proteggere e mantenere le capacità spaziali in questo ambiente minaccioso è comunque di fondamentale importanza in quanto sia il mondo militare che quello civile ora dipendono da capacità come Galileo e il Gps, dai sistemi di comunicazioni e altri sistemi di osservazione della terra. Per tutte queste ragioni ora le nazioni Nato trattano lo spazio come un’“area di responsabilità”, un dominio alla pari di altri domini da mantenere e difendere.
In questo ambiente di minacce in rapida evoluzione e cambiamento, più opzioni si hanno a disposizione, meglio si può rispondere a nuove sfide e oltre alla ridondanza, sono necessarie molte altre strategie per sostenere anche la resilienza ovvero la capacità di assorbire le perdite e continuare la missione, anche se in forma depotenziata.

Il cosiddetto counter-space difensivo sarà fondamentale per negare gli attacchi adottando soluzioni di sopravvivenza e self-defense, di rafforzamento anti-cyber e capacità di manovrare per muoversi al di fuori dal percorso degli attacchi. Merita forse notare, in merito al rafforzamento anti-cyber e per inquadrare correttamente uno dei problemi chiave per la sicurezza spaziale, che lo sviluppo del software di alcuni satelliti commerciali oggi in orbita (quindi sviluppati dai cinque ai dieci anni precedenti), da un punto di vista tecnico, non implementa quasi nessun moderno concetto di sicurezza. Ricercatori dell’università di Bochum non sono stati capaci di trovare, in tre satelliti commerciali presi a campione attualmente in orbita, i meccanismi di sicurezza che, ad esempio, sono standard nei moderni telefoni cellulari e laptop. Un problema quindi da non sottovalutare perché apre a scenari di grande preoccupazione. Ci si può infatti aspettare un futuro dell’hacking satellitare “pragmatico” inteso cioè ad ottenere benefici eventualmente economici, dalla minaccia, ad esempio, di innescare una catena di collisioni spaziali noto come evento Kessler (in grado di rendere inutilizzabili orbite specifiche), dopo aver preso il controllo di uno qualunque dei satelliti vulnerabili.

Il rafforzamento cyber è certamente un elemento sostanziale ma sarà necessario approfondire anche altre possibili soluzioni strategiche di carattere difensivo come la disaggregazione della missione, la capacità cioè di portare a termine le missioni su più piattaforme oppure come perseguire una diversità orbitale adottando una varietà di opzioni orbitali (sia in regimi di altitudine che in inclinazioni orbitali) con i vantaggi (e gli svantaggi) che ciascuna opzione offre.

La rapida evoluzione della capacità di lanciare piccoli satelliti su singolo o più piccoli lanciatori sarà utile ad aumentare le opportunità di avere sistemi altamente ridondati e orbitalmente diversi, ognuno dei quali relativamente poco costosi; condizione fondamentale sarà quella però di affrontare le sfide “comunicative” poste da queste soluzioni integrando collegamenti ottici inter-satellitari (Oisl) evolutivi ed efficaci, che colleghino satellite a satellite, nonché downlink ad alta velocità, a configurazione flessibile, in grado di aumentare esponenzialmente l’utilità di queste costellazioni.

Ridondanza intesa anche come capacità di manutenzione in orbita, possibilità di riparazione e di rifornimento, disponibilità di pezzi di ricambio o di altri satelliti gemelli (in più del necessario) già in orbita e/o capacità di essere pronti al lancio in maniera “responsive”. Tra il ventaglio di soluzioni sarà sicuramente presa in considerazione anche l’agilità, ovvero la capacità di riprogrammare l’hardware, già in orbita, come soluzione di gran lunga preferibile alla costruzione e al lancio di nuovo hardware. Tutti i nuovi sistemi dovranno avere la capacità di essere riprogrammabili nella massima misura possibile (esiste già ma è minima) per resistere a minacce nuove e mutevoli.

Con lo spazio essenziale per la società e le operazioni militari, la strada fondamentale da percorrere rimane comunque quella che, già da alcuni anni, l’Italia sta percorrendo in maniera fruttuosa con iniziative sia in ambito militare che civile (che si spera confluiscano secondo modalità da stabilire, al più presto), tesa cioè ad ottenere una migliore comprensione di quali oggetti siano in orbita e di quali minacce possono questi rappresentare. La consapevolezza dei sistemi spaziali, attraverso la Space situation awareness (Ssa) e la consapevolezza del dominio spaziale, Space domain awareness (Sda) presuppone di essere in grado di rilevare tracciare e monitorare le minacce provocate dall’uomo (intenzionali) e quelle naturali (non intenzionali). Significa anche determinare le capacità degli oggetti in orbita, l’intento dietro il loro lancio e le loro operazioni, e ovviamente conoscere la vulnerabilità delle risorse disponibili sia nazionali che alleate a potenziali attacchi. Richiede inoltre la capacità di prevedere e valutare i rischi coinvolti, di mantenere il controllo e monitoraggio delle potenziali minacce e di implementare adeguate misure di mitigazione al fine di proteggere le risorse spaziali e terrestri.

Il Cesma da sempre interessato ad approfondire queste problematiche e a offrire occasioni di dibattito, ha in corso l’organizzazione di una conferenza, pianificata per maggio 2024, nella quale saranno invitati i maggiori rappresentanti dello spazio nazionale, per avere un loro punto di vista e la loro visione sugli scenari di sicurezza degli assetti spaziali.


formiche.net/2024/01/mini-sate…

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

La legge di Bilancio, come molte altre, non rispetta canoni di buona regolazione. L'attesta il Comitato per la legislazione.

Del resto, come possono pretendersi leggi di qualità se manca la qualità della politica che le produce?

Oggi ospite di @phastidio

phastidio.net/2024/01/05/le-le…

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Depositare


Deporre le armi e depositare le sentenze. Togliere le prime dalle mani e dalle bocche di chi straparla, senza avere idea alcuna del diritto e dei diritti. Puntare alle seconde, per ragionare su come rimediare alla malagiustizia. Quel che produce più guast

Deporre le armi e depositare le sentenze. Togliere le prime dalle mani e dalle bocche di chi straparla, senza avere idea alcuna del diritto e dei diritti. Puntare alle seconde, per ragionare su come rimediare alla malagiustizia.

Quel che produce più guasti è l’irresponsabilità. Vale in qualsiasi attività e settore, perché chi non è responsabile di quel che fa e di come lo fa è anche portato alla sciatteria. Ma vale in modo particolare quando l’irresponsabile è chi è chiamato a valutare e giudicare le responsabilità altrui. Due casi, in queste ore, sono fatti apposta per rinfocolare le polemiche.

La Corte costituzionale stabilisce che una intercettazione (relativa al Presidente della Repubblica, all’epoca dei fatti Giorgio Napolitano) non si sarebbe dovuta fare e dispone la distruzione del materiale raccolto. Ora Antonio Ingroia, ovvero l’autore di quel che è stato bocciato, se ne esce rilasciando dichiarazioni in cui richiama quel che in quelle intercettazioni sarebbe stato ascoltato, senza che sia possibile controllare la veridicità delle sue parole. Non è accettabile.

Che la Corte dei Conti abbia una sua utilità è da dimostrarsi, ma che un suo consigliere possa esprimersi sui conti pubblici e sulla legge di bilancio, usando un linguaggio da bettola, non è accettabile. Dice lui, Marcello Degni: non è messa in dubbio la mia imparzialità. Lo è eccome. E chiede: un magistrato non può forse esprimere le proprie opinioni? No. Non su quel che è di competenza della giustizia, per la stessa ragione per cui un arbitro non può mescolarsi alla tifoseria, anche se arbitra un’altra partita.

Se queste cose succedono non è solo perché dilaga l’irresponsabilità, ma anche perché scema la cultura. Il non ponderare, il non comprendere l’enormità di tali condotte, è un derivato di formazioni culturali senza spirito critico, senza riflessione, senza sofferenza interiore. Che vive nell’assuefazione e nel diffondersi dell’ignoranza. Prendiamo un singolo aspetto del tema giustizia. Sarà utile a capire.

Pochi giorni fa s’è diffusa la notizia di un processo penale conclusosi dopo 20 anni, di cui 3 necessari per il deposito delle motivazioni della sentenza, in un grado di giudizio. Non ha destato scalpore, non è una così clamorosa eccezione, ce ne siamo già dimenticati. Eppure è abominevole.

La nostra Costituzione – articolo 111 – stabilisce che <<Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati>>. Non in tutti i sistemi è così, ma da noi si chiede la modifica o cancellazione di una sentenza dopo averne letto le motivazioni. Il Codice di procedura penale – articolo 544 – prevede che, una volta stabilito il dispositivo (ovvero la parte della sentenza che si legge in Aula, colpevole o innocente): <<subito dopo è redatta una concisa esposizione dei motivi di fatto e diritto su cui la sentenza è fondata>>. Il che è anche logico, visto che per arrivare al dispositivo il giudice o il collegio giudicante hanno prima stabilito perché e in base a quali norme. Ma, avverte il secondo comma: <<Qualora non sia possibile procedere alla redazione immediata dei motivi (…) vi si provvede non oltre il quindicesimo giorno da quello della pronuncia>>. Che sarebbe già un’eccezione. Il terzo comma la amplia e, per pochi casi particolarmente complessi, stabilisce che le motivazioni arrivino entro 90 giorni. È stato aggiunto un bis: se le motivazioni sono più di una si depositano prima quelle dei detenuti e, per gli altri, il termine massimo è 180 giorni. Dove sono i 3 anni?

La realtà è che quasi mai questi termini sono rispettati, ma nessuno mai ne risponde. Ovvero: la legge vale zero. Più o meno quel che pensano i delinquenti. Un condannato in primo grado resta in quella condizione per anni, anche se la sentenza sarà cancellata in quelli a venire. Roba incivile.

Possiamo anche passare i prossimi lustri a occuparci di chi straparla, ma se di una tale enormità neanche si parla il problema non è delle toghe, ma di una collettività che affonda. Inutilmente vociante.

La Ragione

L'articolo Depositare proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

SaldaMente


Oggi, a partire dalla Valle d’Aosta, si apre la stagione dei saldi invernali. La previsione – dei commercianti – è che saranno coinvolte quasi 16 milioni di famiglie, per una spesa che potrebbe sfiorare i 5 miliardi. Ben prima dei saldi, nel terzo trimest

Oggi, a partire dalla Valle d’Aosta, si apre la stagione dei saldi invernali. La previsione – dei commercianti – è che saranno coinvolte quasi 16 milioni di famiglie, per una spesa che potrebbe sfiorare i 5 miliardi. Ben prima dei saldi, nel terzo trimestre del 2023 i consumi privati italiani sono cresciuti dello 0,7%. Negli Stati Uniti – dove l’economia tira assai di più – sono cresciuti dello 0,8%; in Francia dello 0,6%; mentre in Germania hanno fatto registrare un -0,3%. Insomma, i nostri consumi reggono e crescono moderatamente ma bene, compensando il calo della domanda dall’estero. Dobbiamo chiederci quanto questo andamento prometta, in termini di saldezza nel nostro sistema produttivo. E quanto influisca sull’umore degli italiani, sulla fiducia nel futuro prossimo.

Per ora i consumatori italiani reggono, spendono e restano anche capaci di risparmiare, ma li si informa costantemente che il 2024 sarà un anno di aumenti, per prezzi e tariffe. Anche questo è un modo asimmetrico d’informare, influendo sulla realtà: non si vedono più titoli relativi ai mutui, dopo mesi passati a indicarne il brusco aumento del costo. Capita perché calano e questa è considerata una non notizia. È anche a causa di questo modo di procedere che poi non si trova la forza per rompere le mura che proteggono le rendite di posizione, aprendo all’aria sana della concorrenza: perché non se ne illustrano i benefici. Non quelli teorici – da libello per libbberali – ma quelli reali, di cui già le tasche hanno beneficiato e beneficiano. Quante volte è stato ricordato agli italiani quanto pagavano per telefonare o per volare e quanto pagano adesso? Pochissime e superficialmente, facendo perdere il nesso fra il calo dei prezzi (con benefici per i consumatori e aumento della spesa complessiva, con beneficio per i produttori) e la maggiore concorrenza.

Il caso più assurdo è quello dei balneari: ogni estate parte la geremiade dei prezzi per un ombrellone e due sdraio, ma poi non ci si interessa al fatto che quelle spiagge siano lasciate quale rendita ereditaria familiare, anziché considerarle un bene comune da cui trarre maggiore gettito fiscale e maggiori servizi a prezzi più bassi. Così una minoranza che si autoprotegge diventa più forte e trova più sponde partitiche della grande maggioranza dei cittadini, che pagano.

Quel che più è previsto aumenti, nel 2024, è legato o a forniture dall’estero (come i prodotti energetici, che però erano calati) o a strozzature di mercato (come per i prodotti alimentari) o alla gestione di imprese a partecipazione pubblica (protette dalla concorrenza). Se fosse più chiaro, forse molti ragionerebbero in modo diverso.

Ma la nota più dolente, in termini di saldezza, trova la sua ennesima conferma negli ultimi dati giunti dall’Istat: la crescita del Prodotto interno lordo, per il 2024, è prevista allo 0,7%. Mentre il governo continua a basare i suoi conti su un roseo +1,2%. Questo trascina con sé un aumento del peso del deficit e l’impossibilità, senza correzioni, che il debito diminuisca il suo. Se questo dovesse capitare sarebbe la smentita della legge di bilancio e delle parole del ministro dell’Economia, che commentavamo ieri. Se malauguratamente e colpevolmente (perché rimediare subito si può) così dovessero andare le cose, ciò poi si riverbererebbe sull’umore collettivo e toglierebbe potenza e carburante al motore dei consumi, che ancora reagisce bene, compensando altri cali.

La cosa che più colpisce è che nessuno ne parli. Sembra quasi che una cosa sia ragionare di politica e un’altra ragionare d’economia e attorno a questi dati. La prima affidata a una stucchevole opera dei pupi, in cui il rumore di latta evidenzia scontri spettacolari e inconcludenti. La seconda – l’economia – lasciata a parte, come fosse affare di pochi fissati e alimentando l’illusione che la spesa pubblica possa compensare ogni cosa. Ovvero la droga psichedelica di cui parla Giorgetti, salvo lasciare l’impressione di farlo da un raduno lisergico.

La Ragione

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Si è parlato di un "duello" TV fra Meloni e Schlein.

Ma perché non fare confronti incrociati anche fra altri leader?

Il diritto alla conoscenza dei cittadini richiede un contradditorio politico quanto più ampio. Lo dice pure la Corte Costituzionale.

editorialedomani.it/politica/i…