Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Per combattere la violenza contro le donne servono più risorse, e soprattutto una profonda azione culturale, non nuove norme. Il mio commento, punto per punto, alle misure previste dal disegno di legge del governo sulla violenza di genere

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Fece della parola liberale uno slogan di massa, non pensò mai di lasciare


Tra i suoi meriti principali, l’aver fatto della parola “liberale” uno slogan di massa da marchio d’élite qual era. Quella che fu la nobile matrice culturale e politica dello Stato unitario negli anni della Prima repubblica rimase schiacciata tra due chie

Tra i suoi meriti principali, l’aver fatto della parola “liberale” uno slogan di massa da marchio d’élite qual era. Quella che fu la nobile matrice culturale e politica dello Stato unitario negli anni della Prima repubblica rimase schiacciata tra due chiese che insieme rappresentavano due terzi dell’elettorato e della società. Condizione tanto spiacevole quanto difficile.

Eppure, l’esordio nell’era post fascista fu a dir poco favorevole. Il pensiero e lo stile liberali influenzarono la Costituzione repubblicana, ispirarono la ricostruzione post bellica e con Luigi Einaudi incarnarono al meglio le nuove Istituzioni democratiche. Dopo di che quasi scomparvero. I liberali si videro costretti al ruolo di testimonianza attiva ma minoritaria in un contesto politico e sociale ormai dominato dall’ideologia e dallo statalismo. Ovvero dalla Dc e dal Pci, le due “chiese” di cui sopra.

Dopo Mani Pulite, Silvio Berlusconi ha colmato un vuoto di rappresentanza politica, quello dell’elettorato cosiddetto di centrodestra, e gli ha dato un nome: liberale. La “rivoluzione liberale”. La parola “liberale” cessa allora di essere pregiudizialmente associata ad una minoranza privilegiata e un po’ egoista secondo una falsa credenza allora assai diffusa e oggi non del tutto scomparsa per diventare, finalmente, “popolare”. Da quel momento in poi, indipendentemente dal grado di corrispondenza tra la teoria e la pratica, grazie a Silvio Berlusconi in Italia è ragionevolmente possibile pensare di poter ottenere la maggioranza relativa dei voti su una piattaforma politica “liberale”. Ne consegue che chi ne avesse l’autorevolezza e le capacità potrà ora disporre su larga scala elettorale del metodo, dei principi e del realismo tipicamente liberali, e questo è un bene per la concretezza del confronto politico. Dunque per l’efficacia dei governi, dunque per il futuro dell’Italia.

Quanto al futuro di Forza Italia, ricordo come fosse oggi un episodio di tre anni fa.

In serata era previsto un incontro, nella sala Koch del Senato, tra Silvio Berlusconi e i membri dei gruppi parlamentari di Forza Italia. Andai a trovare il Presidente nel pomeriggio a Palazzo Grazioli. Era di cattivo umore. Il partito non mordeva, la demagogia di Salvini lo urtava, la stanchezza fisica lo irritava. Seguì uno sfogo: «Sono stanco, non ho più le energie di un tempo, la mia immagine pubblica è cambiata a causa dell’età. Quando mi capita di incontrare dei giovani mi rendo conto di non potergli più dare una prospettiva di futuro…».

Berlusconi mi chiese cosa avrei fatto se fossi stato al suo posto. «Andrei all’incontro con i miei parlamentari, ne indicherei uno e direi “vi presento la persona che da oggi rappresenterà il nostro futuro”», risposi con sprezzo non tanto del pericolo quanto del ridicolo. Gli feci anche un nome, un nome di donna, ma più che sul nome la sua attenzione si appuntò sul concetto generale. La risposta fu lapidaria, in effetti disarmante. Berlusconi mi guardò come si guarda un vecchio amico improvvisamente consegnato alla follia: con tenerezza e sconcerto. Si indicò il petto con il dito indice della mano destra e disse: «E io?». Discorso chiuso, fu l’ultima volta che ebbi l’opportunità di incontrarlo a quattr’occhi.

Come tutti i grandi uomini della Storia eccetto Charles de Gaulle e pochi altri, Silvio Berlusconi non ha mai preso in considerazione l’idea di compiere un passo indietro, si è sempre considerato insostituibile e ha sempre ritenuto che dopo di lui il diluvio avrebbe fatto scomparire la sua creatura politica (e fors’anche il mondo) consacrandone il fondatore all’immortalità.

Ecco, a quanto pare ci siamo.

Formiche

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Fece della parola liberale uno slogan di massa, non pensò mai di lasciare


Tra i suoi meriti principali, l’aver fatto della parola “liberale” uno slogan di massa da marchio d’élite qual era. Quella che fu la nobile matrice culturale e politica dello Stato unitario negli anni della Prima repubblica rimase schiacciata tra due chie

Tra i suoi meriti principali, l’aver fatto della parola “liberale” uno slogan di massa da marchio d’élite qual era. Quella che fu la nobile matrice culturale e politica dello Stato unitario negli anni della Prima repubblica rimase schiacciata tra due chiese che insieme rappresentavano due terzi dell’elettorato e della società. Condizione tanto spiacevole quanto difficile.

Eppure, l’esordio nell’era post fascista fu a dir poco favorevole. Il pensiero e lo stile liberali influenzarono la Costituzione repubblicana, ispirarono la ricostruzione post bellica e con Luigi Einaudi incarnarono al meglio le nuove Istituzioni democratiche. Dopo di che quasi scomparvero. I liberali si videro costretti al ruolo di testimonianza attiva ma minoritaria in un contesto politico e sociale ormai dominato dall’ideologia e dallo statalismo. Ovvero dalla Dc e dal Pci, le due “chiese” di cui sopra.

Dopo Mani Pulite, Silvio Berlusconi ha colmato un vuoto di rappresentanza politica, quello dell’elettorato cosiddetto di centrodestra, e gli ha dato un nome: liberale. La “rivoluzione liberale”. La parola “liberale” cessa allora di essere pregiudizialmente associata ad una minoranza privilegiata e un po’ egoista secondo una falsa credenza allora assai diffusa e oggi non del tutto scomparsa per diventare, finalmente, “popolare”. Da quel momento in poi, indipendentemente dal grado di corrispondenza tra la teoria e la pratica, grazie a Silvio Berlusconi in Italia è ragionevolmente possibile pensare di poter ottenere la maggioranza relativa dei voti su una piattaforma politica “liberale”. Ne consegue che chi ne avesse l’autorevolezza e le capacità potrà ora disporre su larga scala elettorale del metodo, dei principi e del realismo tipicamente liberali, e questo è un bene per la concretezza del confronto politico. Dunque per l’efficacia dei governi, dunque per il futuro dell’Italia.

Quanto al futuro di Forza Italia, ricordo come fosse oggi un episodio di tre anni fa.

In serata era previsto un incontro, nella sala Koch del Senato, tra Silvio Berlusconi e i membri dei gruppi parlamentari di Forza Italia. Andai a trovare il Presidente nel pomeriggio a Palazzo Grazioli. Era di cattivo umore. Il partito non mordeva, la demagogia di Salvini lo urtava, la stanchezza fisica lo irritava. Seguì uno sfogo: «Sono stanco, non ho più le energie di un tempo, la mia immagine pubblica è cambiata a causa dell’età. Quando mi capita di incontrare dei giovani mi rendo conto di non potergli più dare una prospettiva di futuro…».

Berlusconi mi chiese cosa avrei fatto se fossi stato al suo posto. «Andrei all’incontro con i miei parlamentari, ne indicherei uno e direi “vi presento la persona che da oggi rappresenterà il nostro futuro”», risposi con sprezzo non tanto del pericolo quanto del ridicolo. Gli feci anche un nome, un nome di donna, ma più che sul nome la sua attenzione si appuntò sul concetto generale. La risposta fu lapidaria, in effetti disarmante. Berlusconi mi guardò come si guarda un vecchio amico improvvisamente consegnato alla follia: con tenerezza e sconcerto. Si indicò il petto con il dito indice della mano destra e disse: «E io?». Discorso chiuso, fu l’ultima volta che ebbi l’opportunità di incontrarlo a quattr’occhi.

Come tutti i grandi uomini della Storia eccetto Charles de Gaulle e pochi altri, Silvio Berlusconi non ha mai preso in considerazione l’idea di compiere un passo indietro, si è sempre considerato insostituibile e ha sempre ritenuto che dopo di lui il diluvio avrebbe fatto scomparire la sua creatura politica (e fors’anche il mondo) consacrandone il fondatore all’immortalità.

Ecco, a quanto pare ci siamo.

Formiche

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Arrotare


Il governo sta valutando la possibilità e la necessità di utilizzare nel caso di Pirelli il golden power, ovvero il potere di interdire una operazione di mercato ove ritenga in pericolo gli interessi nazionali. È una scelta difficile, perché altera pesant

Il governo sta valutando la possibilità e la necessità di utilizzare nel caso di Pirelli il golden power, ovvero il potere di interdire una operazione di mercato ove ritenga in pericolo gli interessi nazionali. È una scelta difficile, perché altera pesantemente le regole. Si tratta di capire se è anche una scelta necessaria, oltre che opportuna.

Pirelli è uno dei marchi storici dell’industria italiana, da anni affidata alla gestione di Marco Tronchetti Provera. È stata anche protagonista di una non fortunata avventura di acquisto e gestione di Telecom Italia. Quotata in Borsa fin dal 1922, nel 2015 ne venne annunciata l’uscita (delisting) e la vendita della quota di maggioranza ai cinesi di ChemChina, presenti pure soci russi. Nel 2016 vengono ritirate anche le azioni di risparmio. Nel 2017, con il suo nuovo assetto, la società torna alla Borsa di Milano. I soci hanno degli accordi fra di loro, compreso il patto che Tronchetti Provera – pur detenendo una quota di minoranza – resti vice presidente esecutivo, in pratica il dominus della società.

Non facciamola complicata: si tratta di una società privata, la precedente proprietà ha scelto di vendere, ha trovato soci cinesi disposti a metterci molti soldi. Sono affari loro. Ora salta fuori, però, che nel succedersi delle vicende societarie e degli assetti di vertice, il socio cinese (nel frattempo divenuto Sinochem), se non subito fra tre anni potrebbe trovarsi a contare di più. Da qui la preoccupazione governativa sulla sorte di un marchio italiano. Soltanto che una storia simile si presta poco ai nazionalismi economici e la possibile interdizione potrebbe arrecare, quella sì, un grave danno all’Italia, arrotandone l’affidabilità.

Perché i casi sono due. Nel primo potrebbe darsi che il socio italiano superstite, la Camfin di Marco Tronchetti Provera, lamenti una violazione degli accordi da parte dei cinesi. In questo caso non ha che da rivolgersi a un tribunale, spiegando di avere ceduto il controllo azionario pattuendo la permanenza in mani italiani del controllo industriale, soltanto che i detentori del pacchetto più grosso ora vogliono fare di testa loro. Il giudice si farà portare il testo degli accordi, leggerà le memorie delle parti e deciderà chi ha torto e chi ragione. Nel secondo caso gli investitori del 2015 avevano in animo fin dall’inizio, com’è legittimo, di assumere un ruolo nel tempo sempre più importante. Il che è anche normale e risponde al principio che fra studentelli si riassumeva motteggiando «Articolo quinto, chi ci ha messo i soldi ha vinto».

Il primo caso è escluso che sia di competenza governativa e che possa essere affrontato usando il golden power, perché sarebbe come dire che i tribunali italiani sono inaffidabili o inutili. Nel secondo caso l’uso di quel potere altererebbe le regole di mercato e aprirebbe un contenzioso in cui il socio che si vede portare via quel che ha già pagato è improbabile prenda la cosa in modo spiritoso. Né serve a molto accampare la ‘scoperta’ che il socio cinese si uniforma alle direttive del suo governo, intanto perché sarebbe superiore all’ammissibile ingenuità pensare che avvenga il contrario e poi perché il nostro Stato è legato a quello cinese dal malauguratamente firmato accordo “Via della seta”, cui aderimmo unici (fra i Paesi del G7) quando era in carica il primo governo Conte e il vice presidente di allora è il medesimo vice presidente di oggi: Matteo Salvini. In pratica il governo italiano di ora, ove siedono taluni che sedevano nel governo di allora, userebbe un potere societario per contraddire quel che stabilì il governo italiano. E non stiamo parlando di epoche lontane, ma della scorsa legislatura.

Se quella cessione di quote, in capo a un marchio così importante nella nostra storia, era da considerarsi nocumento degli interessi generali si doveva dirlo nel 2015. Farlo adesso consegna un messaggio inquietante non agli investitori cinesi, ma a qualsiasi investitore internazionale: occhio, che in Italia cambia il governo e cambiano anche le regole del gioco. E questo è un punto troppo delicato, per potersene prendere gioco.

La Ragione

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RiCrescita


Le cose vanno bene. Il ritmo di crescita della ricchezza prodotta in Italia sarà superiore alla media europea. Da ultimo è stato l’Ocse a rivedere la previsione: da un +0,6% a un +1,2%. Un bel raddoppio. E allora, sentite, non sarà meglio farla finita con

Le cose vanno bene. Il ritmo di crescita della ricchezza prodotta in Italia sarà superiore alla media europea. Da ultimo è stato l’Ocse a rivedere la previsione: da un +0,6% a un +1,2%. Un bel raddoppio. E allora, sentite, non sarà meglio farla finita con la gnagnera del Pnrr, un po’ prendere atto e un po’ festeggiare che non se ne farà niente, liberarsi delle pretese e dei controlli e tirare dritto per i fatti nostri? Tanto s’è capito che le cose non andranno come sarebbero dovute andare. Ci sono ragioni decisive per cui la risposta a questa domanda è non soltanto «No», ma oscilla fra «Sei scemo» e «Sei matto».

Veniamo da molti anni in cui siamo cresciuti assai meno della media europea, talché il ritardo accumulato è forte. Le cause di questo respiro troppo corto sono molteplici, ma fra queste spiccano: la bassa percentuale di popolazione attiva al lavoro; la cattiva qualificazione della risorsa umana (cattiva scuola); la scarsa propensione all’innovazione tecnologica, con conseguente zoppicare della produttività; pubblica amministrazione che ostacola e rallenta, quando non impantana; impressionanti dislivelli territoriali, senza che le zone meno sviluppate trovino slancio per crescere, dilagando evasione fiscale e previdenziale, il che induce ulteriore regresso, anche civile. Possiamo ben parlare di giovani splendidamente laureati e fabbriche all’avanguardia, ma la musica complessiva è quella cacofonia, non riaccordata negli ultimi tre anni.

A favorirci sono stati la crescita dei mercati internazionali, dopo la pandemia, che ha spinto i nostri (straordinari) campioni delle esportazioni; la ripresa del mercato interno; la fiducia generata dal non vedere soltanto nero nel futuro e il moltiplicarsi di turisti, con annessa crescita (mai abbastanza) dei servizi. È cresciuto il Pil, ma è cresciuta anche l’occupazione. Bene. Ma basterà che l’orizzonte si scurisca e ci vorrà un attimo a tornare in coda e in ritardo.

Perché dovrebbe scurirsi? La Banca centrale europea ha alzato i tassi d’interesse. Lo ha fatto meno dell’omologa statunitense, ma li ha alzati. Una tale misura serve a far scendere la liquidità in circolazione e a raffreddare il rischio dell’esondazione inflattiva. Dall’altra parte ha un prezzo sul fronte della crescita: non a caso l’Associazione bancaria italiana (che teoricamente ci guadagna) teme che non pochi clienti imprenditoriali non reggano e divengano insolventi. Comunque è stato fatto. Contemporaneamente sono crollati i prezzi delle materie prime energetiche, cui era stata data la responsabilità dell’inflazione. E… purtroppo l’inflazione è scesa troppo poco, dimostrando d’essere alimentata dall’interno (ad esempio speculando sul rialzo dei prezzi e non facendoli scendere al calare dei costi). Ciò porta i tassi a crescere ancora. Più lentamente, ma cresceranno.

Ed eccoci al punto: se un Paese patologicamente indebitato – nel mentre festeggia il successo della vendita di titoli del debito, che costano molto ai contribuenti e rendono non abbastanza a chi li acquista – perde l’occasione di fondi europei per un terzo regalati e due terzi a tasso d’interesse inferiore a quello di mercato, non è che torna dov’era prima ma scivola più indietro. Perché dimostra che non sarà in grado di riassorbire gli squilibri e le insufficienze che ne rallentavano la crescita. Pur esistendo i campioni del Made in Italy.

A quel punto la politica tornerà alla tribale divisione fra chi difende le rendite esistenti (comprese quelle che alimenteranno l’inflazione con il caro ombrelloni o fanno sì che non si trovi un taxi) e chi si ergerà a difensore dei redditi fissi erosi dall’inflazione, reclamando più debito per compensare. Come il drogato in crisi d’astinenza, che non cerca di cambiare vita ma va a caccia di droga. Gli uni e gli altri alla ricerca di un colpevole con cui distrarre dalle proprie responsabilità.

Per questo la risposta all’iniziale domanda è «No»: senza maggiore crescita, senza la capacità di ricrescere su quanto si è cresciuti in questi tre anni, non si galleggia ma si vomita per gli sbattimenti.

La Ragione

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#laFLEalMassimo – Episodio 96 – Draghi, Ucraina e futuro dell’UE


Se nello scorso episodio mi sono compiaciuto per i riferimenti all’ingiusta invasine dell’Ucraina nelle considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia, vorrei aprire questo evidenziando come anche il recente discorso tenuto da Mario Draghi al

Se nello scorso episodio mi sono compiaciuto per i riferimenti all’ingiusta invasine dell’Ucraina nelle considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia, vorrei aprire questo evidenziando come anche il recente discorso tenuto da Mario Draghi al MIT di Boston ha visto questa tematica come elemento centrale e punto di partenza per tutte le considerazioni sul futuro degli equilibri internazionali e dell’unione Euroea.

Dunque non è una mia fissazione, ma anche illustri banchieri centrali e illuminati osservatori indipendenti da qualsisi interesse politico e di parte concordano sulla centralità della questione Ucraina come determinante fondamentale per il futuro di tutte le società aperte.

Con la usuale chiarezza e lucidità Draghi ci ha ricordato che l’Ucraina deve vincere e deve entrare a far parte della Nato e dell’Unione Europea. Questo insieme di stati che di fronte all’aggressione russa è riuscita a trovare una rara unità di intenti, ma che ha ancora molta strada da fare in tema di difesa comune, necessaria per supportare e integrare l’operato della NATO e per bilanciare gli equilibri internazionali messi in discussione dal folle espansionismo russo.

Ci attende un futuro complicato, fatto di tassi di interesse e di inflazione probabilmente più elevati della media degli ultimi decenni, margini di manovra più ridotti per la politica fiscale e la necessità di affrontare enormi sfide di carattere sociale, politico ed economico dal cambiamento climatico all’intelligenza artificiale. La strada che ci porta in quel futuro parte dal sostegno che saremo in grado di dare oggi all’Ucraina in una battaglia dove la posta in gioco, per chi non l’avesse ancora capito è la nostra libertà e il nostro futuro.

youtu.be/f8DXSw5VF-I

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Italia-Germania, tutte le occasioni di cooperazione nella Difesa. Paper Iai


Mentre scriviamo, in Europa si sta consumando una guerra su larga scala che vede una potenza nucleare nel ruolo di aggressore. Crimini di guerra contro i civili vengono commessi su vasta scala e, a fine giugno 2023, più di otto milioni di profughi hanno a

Mentre scriviamo, in Europa si sta consumando una guerra su larga scala che vede una potenza nucleare nel ruolo di aggressore. Crimini di guerra contro i civili vengono commessi su vasta scala e, a fine giugno 2023, più di otto milioni di profughi hanno attraversato i confini comunitari per cercare rifugio nell’Ue Secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo, l’invasione immotivata dell’Ucraina da parte della Russia rappresenta probabilmente la più grande sfida ai diritti umani mai lanciata dopo la Seconda guerra mondiale. La guerra ha deteriorato la sicurezza globale e l’ambiente macroeconomico globale, mentre l’inflazione, l’emergenza alimentare e l’aggravarsi della crisi climatica si rafforzano a vicenda.

Alla luce di tutto ciò, gli attuali assetti di difesa dell’Ue sono al momento insufficienti per rafforzare un pilastro europeo nella Nato, per non parlare di lasciare la porta aperta a una vera autonomia strategica. Gli obiettivi pratici fissati dalla Bussola Strategica nel 2022 (come la creazione di un contingente rapidamente schierabile di 5.000 unità) sono evidentemente inadatti ad affrontare le principali sfide militari convenzionali provenienti dalla Russia, ma anche da un potenziale conflitto a Taiwan o nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa.

Consapevole di questa situazione, nel 2022 la Commissione Ue ha lanciato l’European Defence Industry Reinforcement through Common Procurement Act (Edirpa), uno strumento che dovrebbe veicolare progetti di acquisizione comuni di armi, mezzi e munizioni fornendo agli Stati membri disposti a cooperare sia incentivi finanziari che una piattaforma di approvvigionamento comune.

L’effetto di questa nuova strategia per stimolare l’industria della Difesa europea rimane ancora tutto da vedere e dipenderà in larga misura dalla sua attuazione; l’impatto di istituzioni come il Fondo europeo per la Difesa e Edirpa saranno comunque limitati se gli stanziamenti saranno destinati a un’ulteriore frammentazione degli assetti militari e a ulteriori duplicazioni capacitive nei vari domini.

L’Italia e la Germania sembrano essere sul punto di firmare un “Piano d’azione italo-tedesco” per l’espansione della cooperazione bilaterale, che si prevede comprenderà una serie di questioni che spaziano dalle questioni industriali alla politica estera. Tra i settori di cooperazione previsti, la difesa è uno dei più importanti. Le due nazioni sono infatti pilastri della base industriale e tecnologica della difesa europea e ospitano rinomati “prime contractor” come Leonardo, Rheinmetall, ThyssenKrupp AG e Fincantieri. Gli investimenti di queste due nazioni in acquisizioni, ricerca e sviluppo rappresentano una parte significativa delle spese militari totali europee. Questa posizione privilegiata nel panorama dell’Ue rende ancora più significativo l’impegno di Roma e Berlino ad aumentare le spese militari come reazione all’aggressione russa.

Esistono tuttavia differenze nelle priorità strategiche dei due Paesi. I crescenti investimenti italiani nella difesa nell’ultimo decennio si sono concentrati principalmente sul miglioramento della capacità delle forze armate di proiettare potenza nel “Mediterraneo allargato”, creando ad esempio il gruppo d’assalto di portaerei Cavour e un gruppo da sbarco anfibio. La Germania, invece, sta enfatizzando il ritorno alla difesa del territorio: ha recentemente (ri)istituito strutture come un quartier generale territoriale (Territorialen Führungskommando) per le operazioni interne e il supporto logistico alle operazioni alleate in Europa, mettendo il fianco orientale in primo piano nella sua visione strategica.

La guerra in Ucraina sta comunque offrendo alle due nazioni l’opportunità di sfruttare la loro complementarietà in diversi settori, a partire da importanti investimenti per colmare basilari lacune capacitive nella difesa aerea terrestre, da una maggiore attenzione alle tecnologie a duplice uso e dalla promozione di un processo di approvvigionamento più integrato che dia priorità alle munizioni e allo sviluppo di fattori abilitanti strategici come le capacità cibernetiche e spaziali.

I due Paesi dovrebbero inoltre impegnarsi in acquisizioni congiunte, in quanto unico modo per preservare e potenziare la base industriale e tecnologica di difesa europea in seguito a un’impennata senza precedenti della domanda di beni militari. Lo scalpore suscitato in Francia e in Italia dall’iniziativa tedesca European Sky Shield, che sembra favorire i sistemi di difesa missilistica terrestre di produzione statunitense e israeliana a scapito dei loro omologhi europei, è indicativo: in caso di emergenza, oggi ci sono pochi possibili partner commerciali che potrebbero essere coinvolti in acquisti comuni senza compromettere esistenti piani di sviluppo a medio e lungo termine. Pertanto, una cooperazione rafforzata nel campo delle acquisizioni consentirebbe una comunicazione più trasparente con i partner internazionali, promuovendo l’eccellenza delle due industrie nazionali senza alimentare spinte protezionistiche che sprecherebbero risorse (o efficienza) in progetti poco lungimiranti.

L’Italia e la Germania ospitano un gran numero di piccole e medie imprese (PMI) nel settore della difesa, che spesso detengono le chiavi del vantaggio competitivo delle due nazioni in settori quali la sensoristica e la guerra elettronica e cibernetica. Entrambe le nazioni hanno interesse a influenzare i programmi europei, come l’Edf, per stimolare più efficacemente l’innovazione all’interno dei rispettivi ecosistemi della difesa.

Allo stesso modo, i due Paesi dovrebbero creare sinergie all’interno delle iniziative finanziate dall’Edf. L’Italia e la Germania stanno già lavorando insieme al programma MALE RPAS (European medium-altitude, long endurance, remotely piloted aircraft system), un progetto Pesco cofinanziato dall’Edf e gestito dall’Occar che ha l’obiettivo di dotare l’Europa di un sistema di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR) moderno e competitivo. È interessante notare che entrambi i Paesi condividono sensibilità simili quando si tratta di impiegare droni armati, nonostante l’Italia abbia deciso di armare i propri droni senza il decennale dibattito parlamentare e pubblico che ha caratterizzato la decisione della Germania di dotare i propri droni Heron TP di armi. Inoltre, sia Roma che Berlino sono estremamente caute quando si tratta di automazione, e gli interlocutori militari di entrambi i Paesi sottolineano l’importanza di mantenere un controllo umano.

Lo spazio è un’altra area di potenziale cooperazione. La protezione degli asset italiani (difesa da attacchi cinetici e minacce informatiche) è un tema centrale della Strategia nazionale di sicurezza spaziale che Roma ha elaborato nel 2019. La cooperazione con Berlino potrebbe rafforzare le complementarietà nei settori con una forte componente elettronica. Le due nazioni stanno lavorando congiuntamente su fattori abilitanti strategici attraverso il Defence of Space Assets (DoSA), un’iniziativa Pesco il cui obiettivo è fornire addestramento per operazioni militari spaziali, resilienza spaziale oltre che accesso e svolgimento di operazioni nello spazio. Entrambi questi progetti – ovviamente avviati prima dello scoppio della guerra in Ucraina – sono evidentemente legati alle prossime sfide di difesa che l’Europa, e quindi i due Paesi, si troveranno ad affrontare in un prossimo futuro.

La cooperazione è realizzabile anche nel campo dell’elettronica, che comporta capacità intersettoriali con benefici dual-use per il settore civile. A questo proposito, l’acquisizione della tedesca Hensoldt da parte di Leonardo è incoraggiante, perché potrebbe facilitare la creazione di economie di scala nel settore e aprire la strada a nuove collaborazioni in altri settori. In particolare, si potrebbe ipotizzare un sostegno reciproco nei settori dell’avionica, del teaming manned-unmanned e delle tecnologie combat cloud. Data la decisione della Germania di acquistare i jet multiruolo F-35 per sostituire la sua obsoleta flotta di Tornado, Berlino potrebbe trarre grande vantaggio dalle relazioni speciali di Roma con le industrie aerospaziali statunitensi e britanniche, nonché dalla sua esperienza nel programma F-35 attraverso lo stabilimento di produzione di Cameri.

Un altro settore in cui la cooperazione dovrebbe essere rafforzata è quello delle tecnologie subacquee. In questo campo, le aziende italiane e tedesche stanno già collaborando e la realizzazione del sottomarino U212 NFS è un buon esempio dei brillanti risultati che si possono ottenere insieme. La collaborazione tra Fincantieri e ThyssenKrupp potrebbe essere approfondita anche in considerazione del crescente interesse per l’ambiente sottomarino e per la ricerca sui veicoli subacquei senza pilota (Uuv). La necessità di proteggere le infrastrutture critiche dei fondali marini nel bacino del Mediterraneo rende l’Italia un partner interessante per la Germania, che è particolarmente allarmata per il possibile riproporsi di un sabotaggio simile a quello del Nord Stream. L’istituzione della Cellula di protezione delle infrastrutture critiche sottomarine della Nato, guidata dalla Germania, potrebbe offrire ulteriori possibilità di cooperazione bilaterale e multilaterale in questo senso.

La Germania e l’Italia dovrebbero collaborare di più anche per quanto riguarda i sistemi terrestri, in particolare carri armati e veicoli meccanizzati. La Germania ha una forte leadership europea in questo settore, mentre l’Italia ha alcune esperienze positive con il Centauro e una nicchia non trascurabile di produzione di torrette. La sfida sarà quella di facilitare la partecipazione italiana al progetto Main Ground Combat System (Mgcs), gestito dal consorzio franco-tedesco Knds. Dal punto di vista tedesco, l’Mgcs dovrebbe favorire un consolidamento a livello europeo delle tecnologie e della produzione di sistemi terrestri. Un contributo italiano, con l’adesione al consorzio e la sua trasformazione in una vera e propria iniziativa europea, sarebbe particolarmente opportuno vista l’urgente necessità dell’Italia di modernizzare la propria flotta corazzata, ma anche di aumentare le capacità produttive complessive dell’Europa e di soddisfare la crescente domanda continentale di carri armati. Inoltre, l’Italia sta attualmente esaminando le opzioni per la creazione di un nuovo polo per i sistemi terrestri, al fine di razionalizzare l’attuale catena di fornitura industriale e acquistare un successore del veicolo da combattimento di fanteria (IFV) Dardo. L’offerta di Rheinmetall di produrre il suo nuovo IFV Lynx in partnership con aziende italiane all’interno dei confini nazionali dovrebbe essere considerata con attenzione, al fine di promuovere le necessarie economie di scala in questo settore.

Un’altra allettante area di cooperazione bilaterale per Berlino potrebbe essere una partnership volta a sostenere la decisione di rendere la Bundeswehr più ecologica. La Germania ha già dimostrato una crescente consapevolezza dell’impatto ambientale delle sue attività militari. Questa correlazione è riconosciuta sia dalla Nato che dall’Ue e si ritiene che sia particolarmente significativa in tre campi (elencati in ordine decrescente di importanza): l’inquinamento statico prodotto dalle caserme e da altri edifici della difesa; l’inquinamento generato dai sistemi stessi e dalla mobilità militare; la dispersione di munizioni o altri rifiuti, in particolare in mare. L’Italia, da parte sua, ha già elaborato una strategia per affrontare il dilemma tra difesa e transizione ecologica. La parte più importante di questa strategia consiste in un piano per controllare l’approvvigionamento energetico di tutte le installazioni militari sul territorio italiano, rinnovare le infrastrutture vitali per la difesa e aumentare la sostenibilità della mobilità militare. La ricerca di fonti energetiche alternative per le forze armate, come i pannelli solari, potrebbe ridurre la dipendenza delle basi operative avanzate dalle forniture di petrolio, che sono particolarmente suscettibili agli attacchi della guerriglia quando sono dislocate in territori contesi.

La cosiddetta Zeitenwende si sta rivelando tutt’altro che facile da rispettare per la Germania, mentre l’Italia deve ancora dimostrare di percepire l’urgenza di un cambio di passo nella spesa per la difesa. In questa situazione, la cooperazione tra i due Stati può contribuire ad alleggerire il peso imposto dai cambiamenti radicali che entrambi i Paesi dovranno attuare nelle loro politiche di difesa. I bilanci della difesa di entrambi i Paesi sono attualmente in fase di aumento, ma se da un lato ciò si è reso necessario dopo un lungo periodo di sottofinanziamento delle rispettive forze armate, dall’altro comporta alcuni rischi. Il pericolo principale è che sia Berlino che Roma utilizzino il concetto di autonomia strategica europea per placare i propri campioni industriali nazionali, anziché attuare effettivamente i piani di rafforzamento delle iniziative di difesa dell’Ue. Nonostante alcuni segnali positivi, non si sa quanto del fondo speciale tedesco da 100 miliardi di euro sarà investito in progetti multinazionali di armamento strategico. Rischi analoghi sono presenti in Italia, che ha un forte bisogno di ricostituire le proprie scorte dopo le ultime spedizioni in Ucraina.

L’autentico impegno europeo delle due nazioni dovrebbe inevitabilmente tradursi in sforzi congiunti, a partire dal progresso tecnologico e industriale. Italia e Germania si sono dichiarate disponibili ad aumentare le spese per la difesa al 2% del Pil, come concordato al vertice Nato del 2014 in Galles. Questa vecchia soglia, che dopo il 24 febbraio 2022 è diventata un punto di partenza piuttosto che un traguardo per molti all’interno dell’Alleanza, non migliorerà necessariamente il profilo di difesa dell’Ue. Al contrario, aumenti nazionali delle spese di difesa, se non coordinati, possono paradossalmente essere dannosi per l’autonomia strategica dell’Ue. A seguito dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, la necessità impellente di molti Paesi dell’Ue di acquistare o aggiornare le armi ha un impatto negativo sulla base industriale europea. In futuro, i Paesi inclini alla cooperazione, come Germania e Italia, dovrebbero massimizzare il potenziale delle sinergie strategiche, industriali e culturali nel settore della difesa. Questa cooperazione dovrebbe iniziare come uno sforzo bilaterale nel quadro del prossimo Piano d’azione italo-tedesco e, quando possibile, tradursi in iniziative bilaterali nell’industria della difesa. Avviare progetti pragmatici e generare realtà industriali e politiche è il metodo più efficace per far progredire l’integrazione europea. Questo obiettivo può essere raggiunto più facilmente partendo da una prospettiva bilaterale, pur rimanendo aperti all’eventuale partecipazione di altre nazioni dell’Ue.

Link alla ricerca originale (in inglese)


formiche.net/2023/06/italia-ge…

A Difesa dell’industria. Cosa insegna il caso del cargo turco


La polizia giudiziaria – Gico del Nucleo di Polizia economico-finanziaria e Roan della Guardia di finanza e Squadra Mobile di Napoli – hanno denunciato a piede libero tre dei 15 immigrati che erano a bordo della nave turca per porto d’armi. I due coltelli

La polizia giudiziaria – Gico del Nucleo di Polizia economico-finanziaria e Roan della Guardia di finanza e Squadra Mobile di Napoli – hanno denunciato a piede libero tre dei 15 immigrati che erano a bordo della nave turca per porto d’armi. I due coltelli e il taglierino trovati sono stati sequestrati. I 13 uomini saranno accompagnati in un centro di accoglienza; le due donne, una incinta, sono invece in ospedale per accertamenti. La parola passa ora alla Procura: rimane in piedi l’ipotesi dirottamento che nei prossimi giorni sarà valutata dal sostituto procuratore Enrica Parascandolo.

LE INDAGINI

Polizia e Gdf hanno ascoltato nella notte, in Questura, il comandante della nave e i 15 immigrati. Il comandante ha riferito agli inquirenti di aver visto due di loro armati di coltello che si aggiravano nella zona macchine della nave dove però non sono riusciti a entrare. A questo punto i due si sono ricongiunti con gli altri. Per questo motivo ha lanciato l’allarme: non è chiaro l’uso che volessero fare dei coltelli.

LA NAVE RIMANE A NAPOLI

La nave Galata Seaway, che era diretta in Francia, resterà per il momento a Napoli, dove è stata scortata ieri sera dopo l’intervento dei marò del San Marco. Nei confronti dei 15 immigrati – che hanno detto di essere siriani, iracheni e afghani – verranno applicate le procedure ordinarie previste per i migranti, in attesa delle valutazioni che la Procura di Napoli farà nei prossimi giorni.

IL COMMENTO DI TORLIZZI

Il tentato dirottamento della nave cargo turca sancisce “un cambio di paradigma che evidenzia quanto fondamentale sarà il ruolo che la Difesa giocherà a protezione dell’Industria”, ha scritto su LinkedIn Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, membro del comitato scientifico del Policy Observatory della Luiss e consigliere del ministro della Difesa. “Dobbiamo oramai fare i conti con un contesto totalmente diverso rispetto al passato in cui non si potranno più applicare gli schemi classici della Difesa e dell’Industria, privilegiando invece modelli di natura ibrida. La difesa 4.0 non è solo carri armati, aerei e navi, ma è anche uno strumento a protezione (e agevolatore di sviluppo) del sistema Paese”, ha aggiunto.


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Aiuta gli ultimi in Iran nella associazione degli avvocati di Kerman: Maryam Arvin viene uccisa dal regime


Difendeva i manifestanti, la giovane avvocata Maryam Arvin, ed è stata per questo motivo ammazzata. Aveva 29 anni, si era appena sposata ed era molto attiva nella difesa dei diritti degli ultimi nell’Associazione degli avvocati di Kerman. La dottoressa Ar

Difendeva i manifestanti, la giovane avvocata Maryam Arvin, ed è stata per questo motivo ammazzata.

Aveva 29 anni, si era appena sposata ed era molto attiva nella difesa dei diritti degli ultimi nell’Associazione degli avvocati di Kerman.

La dottoressa Arvin seguiva, “pro bono”, i casi di donne indigenti, di minori abusati e di bambini lavoratori.

Era stata arrestata in un tribunale di Sirjan il 26 novembre 2022 mentre assisteva giovani manifestanti per la libertà dell’Iran detenuti nel carcere di Sirjan.

Il 13 dicembre 2022, Maryam Arvin era stata rilasciata su cauzione e nei giorni successivi il tribunale avrebbe dovuto emettere un verdetto contro di lei, ma il 7 febbraio 2023 l’associazione degli avvocati di Kerman annunciò che Arvin era deceduta due mesi dopo la sua scarcerazione. La causa della sua morte non è stata specificata in alcuna dichiarazione ufficiale delle autorità sanitarie.

Negli ultimi mesi della prima metà del 2023, con l’affievolirsi delle manifestazioni nelle strade dei grandi centri urbani dell’Iran, diversi giovani, donne e uomini, arrestati durante le proteste per Mahsa Amini, sono morti in circostanze sospette solo poche settimane dopo la loro scarcerazione, spesso avvenuta su cauzione. In tutti questi numerosi casi è stato indicato il “suicidio” come causa della loro morte.

Si tratta di centinaia di casi come quelli recenti di Yalda Aghafazli, Arshia Imamgholi e Mohsen Jafarirad: tutte ragazze decedute subito dopo essere state scarcerate. Tali casi, accuratamente documentati dalle organizzazioni per i diritti umani, hanno suscitato molte denunce sul trattamento riservato dalle autorità iraniane ai manifestanti prigionieri.

Secondo la magistratura iraniana l’avvocato Maryam Arvin si sarebbe tolta la vita iniettandosi droga.

Tayyebeh Nazari, insegnante di Letteratura nelle scuole superiori di Sirjan, madre dell’avvocata attivista deceduta, sostiene invece che la morte di sua figlia è stata provocata dalle conseguenze di un avvelenamento avvenuto in carcere.

Il 29 maggio 2023, la signora Nazari ha scritto sul suo account Instagram che sua figlia, Maryam Arvin, arrestata per aver difeso i suoi clienti, è stata uccisa dalle autorità carcerarie a seguito di iniezioni di quantità eccessive di tranquillanti e sedativi.

I sanitari del carcere di Sirjan parlano, in anonimato, di ferite atroci inflitte sul corpo della giovane avvocata.

Tayyebeh Nazari ha anche rivelato che una settimana dopo la morte di sua figlia, lei stessa era stata condannata in contumacia, dalla sezione 103 del tribunale penale di Kerman, a una pena detentiva di 15 mesi, una multa di un milione di toman e a 40 frustate, solo per aver denunciato la reale causa della morte di sua figlia.

La mamma di Arvin racconta delle atroci violenze fisiche subite da sua figlia. Racconta che pochi giorni prima della sua morte, un ufficiale donna delle basij, di nome Zahra Alizadeh, meglio nota come “Mobina”, insieme a un suo collega dell’intelligence della Forza di sicurezza dello Stato, di nome Hamid Zeydabadi, durante una udienza avevano ammanettato Maryam Arvin nel corridoio del tribunale che poi le tolsero il velo e che la trascinarono a terra tirandola per i capelli per poi picchiarla e torturarla in una cella di isolamento.

In verità i manifestanti arrestati non hanno diritto ad un avvocato di fiducia, indipendente, né a contattare e a ricevere visite di familiari. Gli avvocati che “difendono” gli oppositori della teocrazia sono nominati dal regime, mentre quelli indipendenti non sono autorizzati a occuparsi dei casi dei loro clienti, forniscono solo consulenza legale alle famiglie e trasmettono informazioni ai detenuti, ma spesso anche gli avvocati indipendenti vengono arrestati, come è accaduto a Maryam Arvin. Per questo le autorità giudiziarie iraniane possono nel silenzio e nell’indifferenza totali costringere i giovani a confessioni forzate. La procedura utilizzata è la seguente: i prigionieri vengono sistematicamente torturati e tenuti in celle di isolamento al buio, senza cibo e acqua; spesso sia le donne che gli uomini vengono stuprati; non hanno diritto ad un avvocato difensore né a contattare o a ricevere visite di legali o di attivisti per i diritti umani.

Si stima che dall’inizio della rivolta giovanile, dal 16 settembre 2022, dopo l’uccisione di Mahsa Amini, almeno 130 avvocati di tutte le province del Paese, tra cui dozzine di donne, siano stati convocati o arrestati dalla magistratura. Le accuse vanno dall’abuso dell’esercizio della loro professione alle opinioni espresse sui social media, considerate espressioni di “inimicizia e odio contro Dio”.

Il trend è in aumento. Nel solo maggio 2023 sono stati settanta gli avvocati convocati e arrestati. I procedimenti sono per lo più condotti dal tribunale di sicurezza che ha sede nella famigerata prigione di Evin a Tehran. Contro di essi non sono state formulate pubblicamente accuse specifiche.

Gli avvocati vengono costretti durante le udienze a firmare una “lettera di impegno” in cui si obbligano a rispettare le disposizioni della magistratura come condizione per il loro rilascio su cauzione. Nella lettera viene espresso “rammarico” per le proteste insorte a livello nazionale e l’impegno a non contattare “reti di legali o organizzazioni per i diritti umani fuori dal paese, perché considerati elementi controrivoluzionari”. Una tale pratica è considerata una minaccia alla sicurezza del paese e può essere perseguita anche con l’ergastolo o con la condanna a morte.

È questa una tattica che mira a incutere timore e ad esercitare pressione sugli avvocati, affinché non sostengano le proteste e i manifestanti.

Il 14 maggio 2023, la sezione 29 del tribunale rivoluzionario di Tehran ha condannato la signora Marzieh Nikara, un insigne avvocato per i diritti umani, a un anno di reclusione. Un altro avvocato per i diritti umani, Farzaneh Zilabi, è stata condannata a un anno e mezzo di reclusione dal tribunale rivoluzionario di Ahvaz.

Nazanin Salari, Forough Sheikhol, Eslami Vatani, Tutia Partovi Amoli, Mitra Izadifar, Marjan Esfahanian, Samin Cheraghi e Sara Hamzezadeh sono state le ultime avvocate a comparire davanti al tribunale di Tehran.

Il numero crescente di avvocati convocati presso il tribunale di sicurezza di Tehran sta sollevando allarme presso le organizzazioni per i diritti umani, soprattutto per l’aumento del rischio che vengano giustiziati i manifestanti senza accesso a una difesa indipendente ed equa come prescrivono tutte le convenzioni internazionali.

Il regime clericale ha finora giustiziato almeno quindici manifestanti, di cui tre il 19 maggio 2023 e nel solo mese di maggio sono stati giustiziati per impiccagione almeno 142 prigionieri.

La rivoluzione dei giovani e delle minoranze per la liberazione dell’Iran dalla Repubblica islamica sta attraversando una fase di stallo, ma il regime repressivo e il boia sono all’opera, in una intensa attività, sotto gli occhi indifferenti del mondo libero e delle sue istituzioni internazionali, come quella della Corte penale internazionale.

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Regolamenti militari a immagine di Xi. Tra reclutamento e renitenza


Pechino aggiorna le sue regole per la coscrizione. La motivazione ufficiale è quella di aggiornare i regolamenti militari in modo da attuare il “Pensiero di Xi Jinping” sul rafforzamento delle Forze armate e migliorare la qualità dei soldati di leva dell’

Pechino aggiorna le sue regole per la coscrizione. La motivazione ufficiale è quella di aggiornare i regolamenti militari in modo da attuare il “Pensiero di Xi Jinping” sul rafforzamento delle Forze armate e migliorare la qualità dei soldati di leva dell’Esercito popolare di liberazione (Pla). Tuttavia, l’analisi delle misure contenute delle decisioni prese dalla Commissione militare centrale (Cmc) rivelano le lacune che preoccupano gli strateghi della Repubblica popolare riguardo alle capacità del proprio personale in uniforme. Da nuove misure per il reclutamento, a nuove previsioni per le punizioni da infliggere di fronte a un diverso tipo di reati relativi alla renitenza alla leva, fino a misure per attirare (e trattenere in uniforme) personale qualificato.

Un nuovo capitolo sulla coscrizione di guerra

La principale riforma vede l’aggiunta di un intero nuovo capitolo al regolamento relativo alla coscrizione in tempo di guerra. Le nuove norme consentono ora al Cmc di modificare a piacimento i requisiti per la leva a seguito di un ordine di mobilitazione nazionale per la Difesa del Paese. Tra le misure, anche la possibilità di richiamare in servizio, in caso di guerra, gli ex-soldati come supplemento delle unità in servizio attivo. Questa misura, oltre a rivelare il fatto che gli strateghi cinesi stanno effettivamente riflettendo sulla possibilità di un conflitto, scopre anche un vulnus all’interno delle stesse Forze armate di Pechino: la fidelizzazione del personale. I soldati, specialmente i più istruiti, tendono infatti a lasciare la vita militare al termine dei due anni di ferma, scoraggiati dalle dure condizioni e attirate dalle migliori condizioni economiche e lavorative del settore privato. Già ne 2021 la leadership cinese revisionò la politica di smobilitare il personale di leva che non avesse raggiunto il grado di sottufficiale, permettendo anche ai soldati di truppa un “secondo arruolamento”. L’ulteriore rafforzamento di queste misure tradirebbe un mancato raggiungimento degli obbiettivi sperati con la prima riforma.

Misure ancora più rigide per chi si sottrae dalla leva

Nei nuovi regolamenti sono state anche rafforzate le punizioni sui reati in caso di renitenza alla leva, il rifiuto di prestare il servizio una volta reclutati, il sostegno a chi cerca di evitare il reclutamento (definito ufficialmente “ostacolare i cittadini all’adempimento dei loro obblighi militari”). Oltre a multe salate (oltre i seimila dollari), le nuove pene prevedono l’impossibilità di iscriversi all’università, andare all’estero, ottenere sussidi statali, essere impiegati nel servizio civile o nelle imprese statali, o persino ricevere una licenza commerciale. L’inasprimento delle regole fa trapelare come il problema di chi cerca di evitare il servizio militare sia più grave di quanto ufficialmente riconosciuto.

Il Dragone punta a soldati più performanti

A questo si aggiunge un problema legato al bacino stesso di reclutamento. Il nuovo regolamento prevede controlli ulteriori sugli esami fisici. In particolare, nuove ispezioni saranno attivate qualora in un gruppo di reclute un numero eccessivo di candidati non dovesse superare l’esame fisico. Queste misure affrontano il problema della scarsa forma fisica delle Pla, un problema riconosciuto fin dal 2013 e causato dallo stile di vita sedentario di molti cittadini cinesi, con elevati casi di sovrappeso e miopia. Un problema che ha visto crescere anche il numero di infortuni tra le reclute in addestramento. Questi problemi, tra l’altro, sembrano affliggere anche il personale già reclutato nel corso del proprio periodo di ferma, diminuendo la qualità delle prestazioni nel corso dei periodici momenti di esercitazione.

Il ruolo dell’istruzione

Una ulteriore misura enfatizza la richiesta per personale militare con istruzione universitaria, o in generale di militari con competenze specifiche tecnico-specialistiche. Lo stesso Xi ha definito la qualità del personale la chiave per un esercito di livello mondiale. Tra le misure adottate c’è quella di concentrare maggiormente l’attenzione nel reclutamento di cittadini con un background familiare urbano, un elemento fortemente correlato con il livello di istruzione. Altro incentivo viene dalla ristrutturazione del reclutamento per attirare i neo-laureati offrendo condizioni professionali di qualità, spendibili eventualmente anche dopo il periodo di ferma. Il focus, in questo senso, si rivolge soprattutto alle facoltà Stem, identificando i laureati in materie tecniche avanzate e con competenze specifiche come necessarie per una forza armata moderna e pronta a scenari di combattimento ad alto valore tecnologico.


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Dobbiamo garantire la vittoria all’Ucraina, non c’è alternativa per l’Unione europea


Signore e signori, È meraviglioso tornare al Mit tra tanti amici. Ed è un grande onore ricevere il Premio Miriam Pozen. Nel 2020, il Premio Miriam Pozen inaugurale è stato assegnato a Stan Fischer. Stan è stato un vero gigante della politica, grazie al su

Signore e signori,
È meraviglioso tornare al Mit tra tanti amici. Ed è un grande onore ricevere il Premio Miriam Pozen. Nel 2020, il Premio Miriam Pozen inaugurale è stato assegnato a Stan Fischer. Stan è stato un vero gigante della politica, grazie al suo equilibrio, alla sua acutezza e alla sua esperienza. Per me è stato anche un amico, un mentore, un modello. Mi sento immensamente privilegiato a seguire le sue orme.

La mia conferenza di oggi attingerà dalle mie esperienze come banchiere centrale e primo ministro italiano. Vorrei soffermarmi sui due eventi che, insieme alle crescenti tensioni con la Cina, hanno dominato le relazioni internazionali e l’economia globale nell’ultimo anno e mezzo: la guerra in Ucraina e il ritorno dell’inflazione. Questi eventi hanno colto di sorpresa i responsabili politici.

Pensavamo che le istituzioni che avevamo costruito, insieme ai legami economici e commerciali, sarebbero state sufficienti a prevenire una nuova guerra di aggressione in Europa. E credevamo che le banche centrali indipendenti avessero acquisito la capacità di contenere le aspettative di inflazione, al punto da temere una stagnazione secolare. Con il senno di poi, sosterrò che questi due eventi epocali non sono nati dal nulla e non sono scollegati tra loro. Sono piuttosto entrambi la conseguenza di un cambio di paradigma che negli ultimi venticinque anni ha silenziosamente spostato la geopolitica globale dalla competizione al conflitto.

Questo cambio di paradigma potrebbe portare a tassi di crescita potenziale più bassi e richiederebbe politiche che portino a deficit di bilancio e tassi di interesse più elevati. Negli anni Novanta, molti credevano che il processo di globalizzazione fosse inarrestabile e che avrebbe diffuso i valori liberali e democratici in tutto il mondo. Lo sviluppo del settore privato, il buon funzionamento dei mercati, la straordinaria crescita degli investimenti esteri diretti e l’espansione del commercio mondiale erano obiettivi visti come favorevoli non solo alla prosperità per tutti, ma anche alla democrazia per tutti.

L’opinione dominante era che i valori globali sarebbero stati convergenti e che questa convergenza avrebbe rimodellato le relazioni internazionali per i decenni a venire. E si presumeva che le istituzioni internazionali sarebbero state sufficienti a correggere le distorsioni derivanti dalla globalizzazione – ad esempio in materia di clima, concorrenza e diritti di proprietà – e che le istituzioni nazionali avrebbero corretto le disuguaglianze. Due esempi hanno rivelato le carenze di questa visione consensuale della globalizzazione.

Il primo, forse il più simbolico e consequenziale, è stato l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), nonostante non fosse (e non sia) un’economia di mercato, nell’ipotesi che lo sarebbe diventata. Sebbene questa decisione abbia portato a una storica riduzione della povertà globale e abbia avvantaggiato i consumatori e le imprese occidentali, ha avuto un forte impatto sociale, politico e ambientale. La Wto si è dimostrata incapace di contenerlo.

In secondo luogo, la pretesa che la diffusione del libero mercato avrebbe diffuso anche i valori della democrazia liberale è stata infranta dall’esempio della Russia. L’occidente ha visto l’ascesa di Vladimir Putin come un segno dell’inevitabile modernizzazione della Russia, e ha accolto Mosca nelle sedi multilaterali, a partire dal G7 e dal G20. Abbiamo ipotizzato che i legami economici e commerciali che abbiamo creato con la Russia sarebbero stati una garanzia di prosperità, un motore di democratizzazione, un preludio a una pace duratura. Tuttavia, Putin non ha mai accettato i cambiamenti politici e territoriali dopo la fine dell’Unione sovietica.

Dalla Georgia alla Crimea, il governo russo ha violato ripetutamente la sacralità dei confini internazionali, perseguendo un piano premeditato per ripristinare il suo passato imperiale. I contratti che avevamo firmato con la Russia, in particolare per la fornitura di gas naturale, sarebbero diventati uno strumento di ricatto. Mentre noi eravamo impegnati a celebrare la fine della storia, la storia stava preparando il suo ritorno. Anche le nostre istituzioni nazionali si sono dimostrate sorprese da questa sfida. La rivolta contro l’ordine liberale multilaterale ha preso forza, a causa della sua percepita iniquità e della mancanza di garanzie.

Nel 2016, l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti e il referendum sulla Brexit in Europa hanno mostrato una diffusa insoddisfazione nei confronti del modello economico e politico esistente. Gli elettori chiedevano una maggiore protezione e un maggiore controllo. Volevano un ruolo più centrale per lo stato, che è tornato in primo piano. La pandemia di Covid-19 ha accelerato la tendenza ad allontanarsi dal primato dei mercati.

In Europa ci siamo subito resi conto che troppe catene di approvvigionamento erano fuori dal nostro controllo interno in un momento critico. L’esempio più chiaro e pericoloso è stata la catena di fornitura di beni medici essenziali – dai dispositivi di protezione ai vaccini – dove i governi hanno dovuto assumere una posizione più assertiva. Anche il settore pubblico ha assunto un ruolo centrale nel sostenere l’economia durante le chiusure e nell’avviare la ripresa alla riapertura. I bilanci statali hanno protetto i posti di lavoro, i salari e le imprese, una mossa che si è rivelata saggia per limitare i danni dello choc pandemico.

Ma proprio quando pensavamo di aver vinto la guerra contro il Covid-19, un nuovo conflitto è arrivato a minacciare la nostra prosperità e sicurezza collettiva: la brutale invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Non si è trattato di un atto di follia imprevedibile. E’ stato il premeditato passo successivo dell’agenda del presidente Putin e un duro colpo per l’Ue. I valori esistenziali dell’Unione europea sono la pace, la libertà e il rispetto della sovranità democratica. Sono i valori emersi dopo il bagno di sangue della Seconda guerra mondiale. Ed è per questo motivo che per gli Stati Uniti, l’Europa e i suoi alleati non c’è alternativa a garantire che l’Ucraina vinca questa guerra.

Accettare una vittoria russa o un pareggio confuso indebolirebbe fatalmente altri stati confinanti e invierebbe agli autocrati il messaggio che l’Ue è pronta a scendere a compromessi su ciò che rappresenta, su ciò che è. Segnalerebbe inoltre ai nostri partner orientali che il nostro impegno per la loro libertà e indipendenza – un pilastro della nostra politica estera – non è poi così incrollabile. In breve, infliggerebbe un colpo esistenziale all’Ue. Vincere questa guerra per l’Europa significa avere una pace stabile, e oggi questa prospettiva appare difficile.

L’invasione dell’Ucraina fa parte di una strategia a lungo termine e delirante di Putin: recuperare l’influenza passata dell’Unione sovietica, e l’esistenza del suo governo è ormai intimamente legata al suo successo. Ci vorrebbe un cambiamento politico interno a Mosca perché la Russia abbandoni i suoi obiettivi, ma non c’è alcun segno che tale cambiamento si verifichi. Le conseguenze geopolitiche di un conflitto prolungato al confine orientale dell’Europa sono molto significative. Quanto prima ce ne renderemo conto, tanto meglio saremo preparati.

In primo luogo, l’Ue deve essere disposta a rafforzare le proprie capacità di difesa. Questo è essenziale per aiutare l’Ucraina per tutto il tempo necessario e per fornire una deterrenza significativa contro la Russia.

In secondo luogo, dobbiamo essere pronti a iniziare un percorso con l’Ucraina che porti alla sua adesione alla Nato. L’alternativa è inviare sempre più armi e costruire un accordo tra l’Ucraina e tutti i suoi alleati in questa guerra con elementi di difesa reciproca che ricordino il trattato che lega gli Stati Uniti alla Corea del sud. Ma un tale accordo sarebbe difficile da raggiungere e da attuare. Non avrebbe pari potere rispetto alla Russia e, come ha osservato Henry Kissinger, non legherebbe la strategia nazionale dell’Ucraina a quella globale. Inoltre, credo che il contesto storico e politico sia diverso da quello coreano. Se questo si dovesse rivelare il corso degli eventi più probabile, l’incertezza e l’instabilità che ne deriverebbero potrebbero essere notevoli.

In terzo luogo, dobbiamo prepararci a un periodo prolungato in cui l’economia globale si comporterà in modo molto diverso dal recente passato. Ed è qui che si intersecano i cambiamenti geopolitici e le dinamiche inflazionistiche. La guerra in Ucraina ha contribuito all’aumento delle pressioni inflazionistiche a breve termine, ma è anche probabile che inneschi cambiamenti duraturi che preannunciano un aumento dell’inflazione in futuro.

Nel breve periodo, l’impennata dei prezzi dell’energia, l’aggravarsi delle strozzature dal lato dell’offerta a causa dell’interruzione delle catene del valore e le perturbazioni nei mercati dei cereali e di altri prodotti alimentari hanno spinto l’inflazione a livelli che non si vedevano da decenni.

Questi fattori dal lato dell’offerta sono stati inizialmente la principale fonte di inflazione in Europa, in quanto le imprese hanno dovuto aumentare i prezzi in risposta all’aumento dei costi energetici e di altro tipo. Negli Stati Uniti, le successive ondate di stimoli fiscali hanno reso l’inflazione un fenomeno prevalentemente dal lato della domanda. In entrambi i casi, però, le banche centrali sono dovute intervenire per riportare il tasso d’inflazione verso i loro obiettivi, un’azione che avevano quasi dimenticato dopo un decennio di bassa inflazione.

Con il senno di poi, è probabile che le autorità monetarie avrebbero dovuto diagnosticare in anticipo il ritorno di un’inflazione persistente. Ma soprattutto in Europa, data la natura di choc guidato dall’offerta, non è chiaro se agire più rapidamente avrebbe arginato di molto l’accelerazione dei prezzi. L’incapacità dei governi di accordarsi tempestivamente su un tetto di prezzo per il gas naturale ha reso il lavoro della Banca centrale europea molto più difficile. In ogni caso, quando le banche centrali sono intervenute, hanno dimostrato un forte impegno a tenere sotto controllo l’inflazione e hanno in gran parte recuperato il tempo perduto. L’aumento dei tassi si sta ora diffondendo nell’economia e ci sono segnali di rallentamento nel settore manifatturiero. Tuttavia, i servizi e soprattutto il turismo rimangono forti e i mercati del lavoro rimangono generalmente rigidi rispetto agli standard storici.

L’inflazione si sta dimostrando più resiliente di quanto le banche centrali avessero inizialmente ipotizzato. La lotta contro l’inflazione non è finita e probabilmente richiederà una cauta prosecuzione della stretta monetaria, sia attraverso tassi di interesse ancora più elevati, sia allungando i tempi per invertire la rotta. Tuttavia, le diverse fonti dello choc inflazionistico nelle varie giurisdizioni hanno implicazioni per il compito che attende le banche centrali.

Negli Stati Uniti, l’inflazione è stata in gran parte trainata da un’impennata del reddito disponibile delle famiglie durante la pandemia e da un conseguente aumento del risparmio, che da allora è stato progressivamente ridotto. Un fattore chiave sono stati i trasferimenti fiscali durante e dopo la pandemia, che hanno più che compensato la crescita del reddito disponibile superiore al trend nel 2020 e 2021. Tuttavia, il reddito disponibile è ora in gran parte tornato al trend e la politica fiscale è tornata a un orientamento meno espansivo. Ciò suggerisce che l’attuale impulso ai consumi – e la pressione sui prezzi che ha prodotto – svanirà una volta esaurito il risparmio in eccesso. Inoltre, anche se la creazione di posti di lavoro negli Stati Uniti rimane forte, vi sono dubbi sul fatto che i salari assumeranno il ruolo di motore delle pressioni inflazionistiche una volta che la spesa si sarà normalizzata.

I salari nominali sono fortemente aumentati, ma manca l’evidenza che la crescita dei salari abbia guidato la crescita dei prezzi. Piuttosto, i salari sembrano aver risposto allo stesso fattore comune di eccesso di domanda e dovrebbero quindi diminuire man mano che la domanda diminuisce. Nell’area dell’euro le sfide sono diverse.

Finora l’inflazione non è stata trainata da un eccesso di domanda. A differenza degli Stati Uniti, i consumi reali totali nell’area dell’euro sono ancora al di sotto del livello pre-pandemico e ben al di sotto del trend pre-pandemico. Questo netto contrasto riflette il fatto che l’area dell’euro ha subìto un enorme choc delle ragioni di scambio a causa della crisi energetica, che ha allo stesso tempo aumentato i costi e trasferito le entrate al resto del mondo. Le imprese hanno reagito finora modificando il loro comportamento in materia di prezzi: anziché assorbire i costi più elevati nei margini, come avevano fatto per la maggior parte del decennio precedente, hanno trasferito tali costi sui consumatori, mantenendo o addirittura aumentando i loro profitti.

I lavoratori, invece, non sono riusciti a evitare una perdita di reddito reale. Alla fine dello scorso anno i salari reali erano ancora inferiori di circa il 4 per cento rispetto ai livelli pre-pandemia. E, data la natura inerziale della maggior parte delle contrattazioni salariali in Europa, questo processo si protrarrà nel tempo fino al recupero delle perdite salariali reali.

Un periodo più lungo di aumento dei salari comporta naturalmente rischi più elevati che l’inflazione diventi persistente, soprattutto se le imprese continueranno a mantenere il comportamento dei prezzi che abbiamo osservato finora. Per eliminare questi rischi, quindi, la domanda deve essere sufficientemente contenuta da ridurre il potere di determinazione dei prezzi e impedire alle imprese di trasferire ai consumatori i futuri aumenti salariali. D’altra parte, con la diminuzione della domanda, le imprese potrebbero assorbire parte degli aumenti salariali impliciti nei contratti di lavoro per i prossimi 1-2 anni. Al netto di altri fattori, il grado di stretta monetaria futura dipende dall’interazione tra imprese e manodopera e dalla profondità degli effetti delle decisioni monetarie passate.

In generale, non mi aspetto che problemi di stabilità finanziaria ostacolino il processo. Le attuali difficoltà bancarie non sono in alcun modo paragonabili alla crisi finanziaria, e andrebbero affrontate con misure ad hoc, come è stato fatto finora. Date le dimensioni limitate di queste crisi, i governi dovrebbero finanziare, quando necessario, ogni intervento necessario, evitando di creare un conflitto per le banche centrali tra il perseguimento degli obiettivi di politica monetaria e quelli di stabilità finanziaria. L’esperienza degli anni Settanta è ancora ben chiara a tutti noi e oggi né i governi né le banche centrali vogliono assistere a un de-ancoraggio delle aspettative di inflazione.

Alla fine, le banche centrali riusciranno a riportare il tasso di inflazione ai loro obiettivi. Ma quando le conseguenze a lungo termine della guerra diventeranno visibili, l’economia avrà un aspetto molto diverso da quello a cui siamo abituati. Una guerra prolungata tra Russia e Ucraina e le continue tensioni geopolitiche con la Cina continueranno a pesare sul tasso di crescita potenziale dell’economia globale.

Inoltre, il desiderio di garantire che le catene di approvvigionamento siano resistenti agli choc geopolitici significa che i paesi saranno più disposti ad acquistare beni da fornitori affidabili e affini, anche se non sono i più economici, e a investire nel reshoring della produzione critica in patria. Questo porterà a un aumento della capacità produttiva nelle economie occidentali, ma non necessariamente della portata e dell’efficienza necessarie a garantire che l’inflazione rimanga bassa come in passato. Allo stesso tempo, mi aspetto che i governi gestiscano deficit di bilancio sempre più elevati.

Le sfide che dobbiamo affrontare – dalla crisi climatica, alla necessità di rafforzare le nostre catene di approvvigionamento critiche, alla difesa, soprattutto nell’Ue – richiederanno investimenti pubblici sostanziali che non possono essere finanziati solo attraverso aumenti delle tasse. Questi livelli più elevati di spesa pubblica eserciteranno un’ulteriore pressione sull’inflazione, in aggiunta ad altri possibili choc dal lato dell’offerta di energia e altri beni.

Nel lungo periodo, è probabile che i tassi di interesse rimangano più alti di quanto non siano stati nell’ultimo decennio. Allo stesso tempo, la bassa crescita potenziale, i tassi più alti e gli elevati livelli di debito post-pandemia sono un cocktail volatile – e le banche centrali che tollerano l’inflazione non saranno la soluzione.

Le banche centrali devono certamente essere molto attente al loro impatto sulla crescita, in modo da evitare inutili sofferenze. Ma il compito di ridisegnare le politiche fiscali in questo nuovo contesto spetterà principalmente ai governi. Dovranno imparare di nuovo a vivere in un mondo in cui lo spazio fiscale non è infinito, come sembrava essere il caso quando i tassi di crescita superavano sostanzialmente i costi di finanziamento.

E, se alcune delle lezioni degli ultimi trent’anni sono state comprese, sarà necessario prestare molta più attenzione alla composizione della politica fiscale.

Questa dovrebbe essere concepita per aumentare la crescita potenziale, proteggendo e includendo allo stesso tempo coloro che hanno più bisogno di aiuto. Naturalmente questo quadro potrebbe cambiare radicalmente se un’ondata di potenti innovazioni, come l’intelligenza artificiale, dovessero scuotere il mondo e aumentare la crescita globale. Sebbene sia difficile prevedere tutte le implicazioni di un simile evento, una cosa è chiara: i governi, gli stati e le istituzioni devono rispondere in modo proattivo per garantire l’inclusione e la protezione di tutti coloro che sarebbero influenzati negativamente da questi sviluppi.

In tutto questo, l’Ue dovrà affrontare sfide sovranazionali senza precedenti. L’Ue è stata per molti versi al centro dell’esperimento di globalizzazione, ma considerare la creazione del mercato unico e dell’euro solo come un’estensione di questo processo sarebbe una lettura parziale. Il progetto è sempre stato più ambizioso. L’Ue è stata eccezionale in due importanti dimensioni.

Il modello sociale europeo ha garantito una rete di sicurezza più solida per coloro che sono rimasti indietro rispetto al resto del mondo. Inoltre, l’Ue disponeva di regole e istituzioni collettive forti che, per quanto imperfette, garantivano una maggiore protezione contro gli effetti collaterali del libero mercato. Ma l’Ue non è stata concepita per trasformare il peso economico in potere militare e diplomatico. Ecco perché la risposta europea alla Russia rappresenta una svolta.

Ora, la guerra in Ucraina, come mai prima d’ora, ha dimostrato l’unità dell’Ue nel difendere i suoi valori fondanti, andando oltre le priorità nazionali dei singoli paesi. Questa unità sarà cruciale negli anni a venire. Sarà fondamentale per ridisegnare l’Unione in modo da accogliere al suo interno l’Ucraina, i paesi balcanici e quelli dell’Europa orientale; per organizzare un sistema di difesa europeo che sia complementare e accrescitivo rispetto alla Nato; e per superare tutte le altre sfide sovranazionali che dobbiamo affrontare collettivamente: in primis la transizione climatica e la sicurezza energetica, per adattare le nostre istituzioni, e soprattutto il processo decisionale, al nuovo contesto. E tutto questo senza indebolire la protezione sociale che rende l’Ue unica.

Insisto sull’unità perché è l’unica strada percorribile: i singoli paesi europei, per quanto forti, sono troppo piccoli per affrontare queste sfide da soli. E più queste sfide sono grandi, più il cammino verso un’unica entità politica, economica e sociale, per quanto lungo e difficile, diventa inevitabile. Il nostro viaggio, iniziato molti anni fa e accelerato con la creazione dell’euro, continua.

Oggi ho parlato dei nostri tempi difficili. Ma i tempi non sono mai stati facili. Sono arrivato qui nell’agosto del 1972. Mentre ero studente, c’è stata la guerra dello Yom Kippur, diversi choc dei prezzi del petrolio, il crollo del sistema monetario internazionale, il terrorismo imperversava in tutto il mondo e l’inflazione era fuori controllo, solo per citare alcuni eventi di quel tempo, e naturalmente eravamo in piena Guerra fredda. Siamo stati in grado di superare queste sfide, e sono certo che lo saremo anche in futuro, grazie a donne e uomini preparati e ispirati.

Voglio rendere un tributo di gratitudine al Mit e più in generale a tutte le istituzioni scientifiche ed educative per il loro immenso contributo nel preparare e ispirare generazioni di donne e uomini simili nel loro servizio al mondo.

Grazie.

L'articolo Dobbiamo garantire la vittoria all’Ucraina, non c’è alternativa per l’Unione europea proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Il Mediterraneo è un crocevia da difendere. La lezione alla Festa della Marina


La naturale proiezione dell’Italia è nel Mediterraneo, e la sua sicurezza è essenziale per il Paese, per tutti gli Stati che vi si affacciano e per l’intera area euro-africana. Questo il cuore del messaggio mandato dal presidente della Repubblica, Sergio

La naturale proiezione dell’Italia è nel Mediterraneo, e la sua sicurezza è essenziale per il Paese, per tutti gli Stati che vi si affacciano e per l’intera area euro-africana. Questo il cuore del messaggio mandato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione della giornata dedicata alla festa della Marina militare, celebrata a La Spezia. Le celebrazioni, che cadono nell’anniversario dell’impresa di Premuda del 1918, quando i Mas guidati dal guardiamarina Luigi Rizzo, affondarono la corazzata austriaca Santo Stefano alla fonda, hanno visto i reparti schierati lungo la Passeggiata Morin, con alcune delle principali unità della Marina alla fonda nel golfo spezzino: la portaelicotteri Garibaldi, le fregate Alpino e Marceglia, il pattugliatore Thaon di Revel, il sottomarino Scirè e la nave scuola Vespucci. I festeggiamenti hanno visto anche la consegna della bandiera di combattimento alla nuova unità logistica, nave Vulcano, e di diverse decorazioni, tra cui quella per Gustavo Bellazzini, 102 anni, ultimo superstite della corazzata Roma affondata il 9 settembre del 1943.

Uno schieramento senza precedenti

Oggi la Marina militare è impegnata in “uno sforzo che non ha precedenti”, neanche nel periodo della Guerra fredda. Lo ha ricordato il capo di Stato maggiore della Marina ammiraglio Enrico Credendino. Una necessità resa indispensabile dall’accresciuta richiesta di sicurezza sui mari “a causa anche del delicato e complesso contesto geopolitico”. In particolare, a preoccupare, è la “presenza di navi e sommergibili della Federazione russa nei nostri bacini di interesse” che sebbene non presentino una minaccia diretta, devono essere sorvegliati e monitorati. Un compito complicato ulteriormente dall’ingresso, in questi giorni, di un gruppo navale cinese nel Mediterraneo “composto da tre navi modernissime”. Attualmente, ha ricordato Credendino, “ben undici navi stanno operando al di fuori del Mediterraneo” e complessivamente sono in mare quotidianamente una media di venticinque unità, tra navi e sommergibili, accompagnati da una dozzina di aeromobili. A queste si unirà a breve anche il Vespucci, in partenza per il giro del mondo. Un simbolo del “sistema Paese in movimento”, ha aggiunto Credendino.

La centralità della proiezione navale

“La Marina militare ci rende più forti, più sicuri, più liberi”. A dirlo il ministro della Difesa, Guido Crosetto, che ha sottolineato come la Forza armata sia “presente ovunque vi siano interessi italiani, europei, del mondo libero”. A fare la differenza, per il ministro, è qualità del suo operato, che “contribuisce a fare del nostro Paese una Nazione centrale nella lotta per la libertà, la sicurezza collettiva, il rispetto del diritto e dei diritti”. Come ricordato da Crosetto, “senza efficienza organizzativa, senza capacità di comando e di visione, senza una preparazione di altissimo livello, non potreste garantire la sicurezza della navigazione, come invece fate, nel Mediterraneo e in tanti altri mari del mondo”.

L’importanza dell’underwater

Dello stesso avviso anche il sottosegretario alla Difesa, con delega alla Marina, Matteo Perego di Cremnago, che ha ricordato “la centralità della dimensione marittima che oggi vede accrescere la propria strategicità geopolitica, ora in un clima teso e complesso”. Per il sottosegretario, l’Italia è infatti una penisola “proiettata al centro di un crocevia marittimo cruciale e abilitante” qual è quello mediterraneo, in grado di superare la propria carenza di materie prime e fonti energetiche “grazie a un’economia di trasformazione con un estro ideativo unico al mondo”. Tuttavia, ha avvertito il sottosegretario, proprio la dipendenza dalle risorse impongono al Paese un’attenzione particolare alla sicurezza della dimensione marittima.

La crisi ucraina

La Marina, tra l’altro, è impegnata così come le altre Forze armate nello schieramento di sicurezza messo in campo dal nostro Paese e rafforzato in seguito all’invasione russa dell’Ucraina. Un impegno, come ha ricordato il capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, “che spazia dal Baltico al Golfo Arabico, dal Golfo di Guinea al Nord America”. Il contrasto all’insicurezza causata da Mosca ha visto il “significativo incremento dell’impegno operativo della forza armata”. Per l’ammiraglio, gli effetti della guerra ucraina “hanno accentuato le correlate responsabilità della Marina che si estendono anche ai fondali” sempre più strategici per la presenza di infrastrutture critiche come oleodotti, gasdotti e reti informatiche. “L’apertura di nuove vie di comunicazione – ha aggiunto Cavo Dragone – oltre allo sfruttamento del sottosuolo, saranno settori di impiego per la Marina e la dimensione subacquea è diventato un sistema a sé stante”, accanto ai domini fisici tradizionali terrestre, marittimo, aereo e spaziale, e strettamente collegato a quello cyber. Sotto la superficie del mare, infatti, passa il 98% dei dati a livello globale.


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Mbda guarda al Golfo. Ecco il nuovo centro di ingegneria missilistica


Operativo un nuovo Centro di ingegneria missilistica nel Golfo. È stato ufficialmente inaugurato negli Emirati Arabi Uniti, alla presenza del segretario generale del Tawazun council, Tareq Al Hosani, dell’ambasciatore francese nel Paese, Nicolas Niemtchin

Operativo un nuovo Centro di ingegneria missilistica nel Golfo. È stato ufficialmente inaugurato negli Emirati Arabi Uniti, alla presenza del segretario generale del Tawazun council, Tareq Al Hosani, dell’ambasciatore francese nel Paese, Nicolas Niemtchinow e il ceo di Mbda, Eric Béranger, il Missile engineering center. Il centro segna una rilevante tappa nella partnership stretta tra Mbda e il Tawazun council, un ente governativo indipendente che lavora a stretto contatto con il ministero della Difesa, la Polizia di Abu Dhabi e le agenzie di sicurezza del Paese emiratino; e ha il chiaro scopo di stabilire una base solida per lo sviluppo congiunto di sistemi missilistici.

Un centro per le smart weapons

L’inaugurazione, a detta di Béranger, “è un momento fondamentale e la dimostrazione dell’importanza della nostra presenza locale e della cooperazione con il nostro partner Tawazun council”. Mbda insieme ai suoi team è già al lavoro sullo sviluppo delle Smart weapons di prossima generazione. Le armi intelligenti, quali missili o bombe direzionabili dotati di un sistema di guida ad esempio laser o satellitare, rappresentano infatti una delle frontiere d’innovazione del mondo militare. Tale cooperazione mira a “rendere la nostra collaborazione vantaggiosa per tutti ed è una chiara evidenza del nostro coinvolgimento nella regione”, ha poi concluso Béranger. “Questo centro rappresenta il nostro impegno per rendere efficace l’industria della difesa degli Emirati Arabi Uniti. Il Missile engineering center è una testimonianza della proficua collaborazione tra Tawazun Council e MBDA e simboleggia la nostra visione condivisa per la cooperazione a lungo termine e la crescita reciproca nella regione”, ha invece sottolineato Al Hosani.

Un unicum extra europeo

Il Centro di ingegneria missilistica, pienamente operativo, è il primo nel suo genere al di fuori dei confini europei per Mbda e vede operare un team congiunto di ingegneri provenienti sia dalle file di MBDA sia del Tawazun technology innovation. La cooperazione tra le due entità ha il chiaro obiettivo di offrire sistemi missilistici al giusto livello di prestazioni, cercando di far leva e rafforzare le capacità sovrane dell’industria della Difesa degli Emirati Arabi Uniti, grazie a un significativo contributo locale.

Un rapporto consolidato e la proiezione nel Golfo

Nei risultati dello scorso anno di Mbda, l’export ha visto totalizzare circa sei dei nove miliardi di ordini acquisiti, rispetto alla tradizionale ripartizione 50 e 50 tra mercato estero e domestico. Rivestendo dunque un ruolo sempre più importante. In tale quadro anche i contratti per i Rafale degli Emirati Arabi Uniti hanno giocato un ruolo centrale, affiancando di fatto il Qatar quale primo cliente in backlog, e con la Grecia, dove Mbda è presente soprattutto “col volto francese” grazie ai Rafale e le fregate Fdi equipaggiate con gli Aster. Il gruppo è presente anche in Arabia Saudita dove operano i Tornado e dove è in atto il contratto per l’aggiornamento di mezza vita degli Storm Shadow.


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Il C-27J Spartan di Leonardo vola a Baku. Tutti i dettagli dell’accordo


Il velivolo C-27J Spartan di Leonardo è pronto a volare in Azerbaijan. Questo è il risultato dell’accordo stretto tra Roma e Baku in occasione della visita in Italia di una delegazione azera. Nel corso dei diversi colloqui, hanno avuto l’opportunità di in

Il velivolo C-27J Spartan di Leonardo è pronto a volare in Azerbaijan. Questo è il risultato dell’accordo stretto tra Roma e Baku in occasione della visita in Italia di una delegazione azera. Nel corso dei diversi colloqui, hanno avuto l’opportunità di incontrarsi anche il vice ministro alla Difesa del Paese, Agil Gurbanov, e il ministro della Difesa italiana, Guido Crosetto. “L’Azerbaigian riveste ruolo centrale nell’area Euroasiatica. Sono state analizzate opportunità per rafforzare ulteriormente le relazioni tra i nostri Paesi attraverso la cooperazione nel settore energetico e della Difesa”. Così il ministro Crosetto ha commentato il bilaterale, che segue la sua visita di gennaio a Baku. Già operativo in 16 diversi Paesi e con più di 170mila ore di volo, il C-27J Spartan è in grado di svolgere diverse tipologie di missioni dall’ambito della Difesa a quello della protezione civile, e rappresenta un chiaro segnale del consolidamento della collaborazione tra i due Paesi, in un ambito che va anche oltre il tradizionale settore energetico.

Il velivolo

Lo C-27J Spartan è un velivolo da trasporto tattico e viene impiegato nei contesti geografici, ambientali e operativi più variegati e sfidanti. L’esperienza accumulata a livello internazionale presso le diverse Forze armate lo rende particolarmente adatto al trasporto militare, all’aviolancio di paracadutisti e materiali, così come al supporto tattico alle truppe nel cosiddetto “ultimo miglio”. A queste funzioni si aggiunge anche il supporto nelle operazioni dei corpi speciali, e in quelle destinate all’assistenza umanitaria o al portare aiuto alle popolazioni colpite da disastri ambientali.

Una collaborazione a tutto tondo

L’Italia ha un interesse diretto nella regione, e già il governo Draghi si era mosso per differenziare le proprie forniture, soprattutto di gas naturale, riducendo in questo modo la dipendenza da Mosca. Uno sforzo che ha visto l’attivismo di Roma in diverse regioni, a partire dal Mediterraneo e il Golfo, e che vede nell’Azerbaigian un nodo centrale. Ora la collaborazione tra Roma e Baku si estende anche ai prodotti dell’industria della Difesa, grazie all’impegno e al contributo del ministero della Difesa italiano. Il programma di acquisto del C-27J di Leonardo, si inserisce infatti in un più ampio programma di ammodernamento delle Forza armate azere, che le vede guardare con sempre più interesse ai prodotti e alle tecnologie nostrane.

Le Difese si avvicinano

Il rafforzamento della cooperazione nel campo della Difesa, come anticipato, è un tema che è già stato affrontato nel corso della visita ufficiale del ministro Crosetto a Baku, svolta a gennaio, dove vi era stata la sottoscrizione di un protocollo d’intesa per rafforzare la cooperazione militare, soprattutto nel campo della formazione e dell’istruzione delle Forze armate azere. In quell’occasione il ministro aveva intrattenuto una serie di colloqui istituzionali con il presidente della Repubblica azera, Ilham Aliyev, il ministro della Difesa, Zakir Hasanov, e con il capo dei servizi di sicurezza, Ali Naghiyev. Non solo, “l’Italia – aveva spiegato Crosetto – conferma il suo contributo per un’ulteriore rafforzamento delle relazioni tra Azerbaigian e Nato e tra Azerbaigian e Unione europea”, un obiettivo “condiviso anche dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni”.


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Parliamone eccome, di Bibbiano. Ma parliamone non come dei forsennati forcaioli si permisero di parlarne: parliamone per parlare di noi stessi, del modo in cui il senso di giustizia è calpestato da una spettacolarizzazione incivile dell’accusa, del livell

Parliamone eccome, di Bibbiano. Ma parliamone non come dei forsennati forcaioli si permisero di parlarne: parliamone per parlare di noi stessi, del modo in cui il senso di giustizia è calpestato da una spettacolarizzazione incivile dell’accusa, del livello imbarazzante di cultura della classe (presunta) dirigente, che non si sottrae alla corrida pur di acchiappare qualche consenso, pur di infilare qualche banderilla sul groppone degli avversari, finendo con il matar quel che resta della giustizia.

Pochi si possono permettere il lusso di ripetere oggi le parole che dissero e scrissero nel 2019: tocca alla Procura dimostrare l’esistenza del reato presupposto e la colpevolezza degli indagati (allora tratti in custodia cautelare); nel frattempo vige la garanzia costituzionale della presunzione d’innocenza. Vale sempre e per tutti. Oggi sappiamo una cosa in più, rispetto ad allora: l’imputato principale è stato assolto in appello. La faccenda non è chiusa, potrebbe esserci un ricorso della Procura in Cassazione (vedremo), ma per come funziona il processo accusatorio, dovendo essere dimostrata la colpevolezza «al di là di ogni ragionevole dubbio», l’assoluzione quel dubbio dovrebbe ingigantirlo.

Il problema non è soltanto nelle Aule di giustizia, ma soprattutto fuori. Ci riguarda tutti, nessuno escluso. Se lo spettacolo dell’accusa ha preso il posto del racconto della giustizia è perché si vive nell’oscurantismo giuridico. Se i mezzi di comunicazione pompano quello scempio è perché cercano clienti e li cercano fra i forcaioli della porta accanto. Se i politici cavalcano lo spettacolo e si mettono sulla scia della comunicazione è perché sanno che scarseggiano i voti di quanti credono si possa avere una giustizia migliore, mentre abbondano quelli che cercano nella colpevolezza altrui un pezza per coprire la propria cattiva coscienza. Ed è questa broda maleodorante che da lustri inonda la nostra vita collettiva.

Vi pare possibile che un’inchiesta penale si chiami “Angeli e demoni”? È deviata la mente del titolatore ed è cancellata la coscienza dei copisti in veste di giornalisti. “Angeli” sono i bimbi innocenti, “demoni” gli indagati. E in piazza s’allestisce il rogo mediatico. Poi arriva la notizia che il “demone” sarebbe innocente, ma questo è niente rispetto al fatto che degli “angeli” non frega niente a nessuno: se è innocente è stato fatto del male a quanti sono stati tirati dentro un orrore che per loro resta tale.

La faziosità politica non mitiga la scena, ma la impreziosisce d’ignoranza e bassezza. Le bande che si scontrano – armate di mazze diffamatorie – cambiano colore, ma i due fronti sono sempre gli stessi: da una parte i colpevolisti e dall’altra gli innocentisti. Nessuna delle due parti è compatibile con la giustizia, che nel garantismo ha i baluardi del rispetto dei diritti e della certezza della pena. Mentre ai colpevolisti serve dire che è tutto evidente e «si butti via la chiave» (che quando la senti sai già d’avere innanzi un troglodita) e agli innocentisti serve dire che è «giustizia persecutoria e a orologeria» (che quando la senti vedi già la chilometrica coda di paglia). Per Bibbiano i criminali erano del Pd, per Metropol erano della Lega e per le froge sbuffanti delle rispettive fazioni sembra impossibile capire che si possa dissentire e avversare senza sentire il bisogno di criminalizzare.

Il nostro problema è questo. Nulla di ciò che ci accompagna da anni sarebbe mai stato possibile senza il consenso urlato e il dissenso vilmente taciuto. A proposito: va bene che si contesti alla Polonia la riforma della giustizia, ma va male che l’inciviltà della giustizia belga e l’uso di una bambina di 22 mesi per ricattare la madre siano stati accompagnati dal cacasottismo del Parlamento europeo, tremulo nel temere per ciascuno dei componenti, intanto in corsa per raccattare i peggiori istinti dell’opinione pubblica. C’è del marcio nella nostra scena pubblica. Tacerlo lo diffonde. Parliamone, quindi, di Bibbiano.

La Ragione

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Le difficoltà delle democrazie nei contesti di guerra


Nulla in modo più netto e più drammatico delle guerre è in grado di portare alla luce certe fragilità delle democrazie. Le democrazie moderne (quelle antiche erano un’altra cosa) vivono con molto più disagio dei regimi autocratici le guerre in cui sono co

Nulla in modo più netto e più drammatico delle guerre è in grado di portare alla luce certe fragilità delle democrazie. Le democrazie moderne (quelle antiche erano un’altra cosa) vivono con molto più disagio dei regimi autocratici le guerre in cui sono coinvolte. Si capisce perché: la democrazia è un sistema costruito per risolvere pacificamente (attraverso elezioni e pubblici dibattiti) le dispute fra i suoi cittadini. Essendo l’antitesi della risoluzione pacifica dei conflitti, la guerra la mette in gravi difficoltà.

Da un lato, mentre la democrazia esige, nel suo funzionamento quotidiano, trasparenza , pubblicità degli atti compiuti dai governanti (perché solo la pubblicità, la trasparenza, consente agli elettori di giudicare il governo), la guerra, per sua natura, richiede, in molte decisioni, opacità, riservatezza, assenza di trasparenza: non è alla luce del sole che si possono fare piani di guerra né si possono sbandierare, se non per grandissime linee, i piani di sostegno militare a chi, come oggi gli ucraini, è impegnato a combattere. Dall’altro lato, se e quando una democrazia è coinvolta direttamente in una guerra che rappresenti per essa una minaccia esistenziale, deve rinunciare a certe libertà il cui godimento è o dovrebbe essere pacifico in tempo di pace. Durante la Seconda guerra mondiale le democrazie occidentali adottarono, come era inevitabile, forme di censura e di controllo della popolazione che, fortunatamente, finita l’emergenza bellica, poterono abbandonare.

Infine, la democrazia deve fare costantemente i conti con gli umori dell’opinione pubblica. Con il rischio di oscillazioni nella condotta internazionale dei suoi governi che, in caso di crisi bellica, possono compromettere o frustrarne gli obiettivi e lederne gli interessi.
A una ragione per così dire «strutturale» (legata alle caratteristiche della democrazia in generale) va aggiunta, nel caso dei Paesi europei, una ragione storica. Che è poi una felice circostanza: la lunga pace di cui le democrazie europee hanno goduto e che spiega lo stato di disorientamento delle loro opinioni pubbliche di fronte all’invasione russa dell’Ucraina, di fronte al ritorno della guerra nel cuore dell’Europa. È vero: c’era stato il precedente delle guerre jugoslave ma esse avevano coinvolto solo piccole potenze non in grado, a differenza della Russia, di minacciare una guerra generale.

Una spia evidente delle difficoltà delle democrazie europee di fronte alla guerra in Ucraina è data non tanto dalla continua richiesta di «soluzioni diplomatiche» che dovrebbero essere sponsorizzate da «terze parti» non coinvolte direttamente nel conflitto, quanto dal modo in cui si pretende che tali soluzioni diplomatiche vengano cercate: alla luce del sole, in modo trasparente, visibile a tutti.
Le opinioni pubbliche, o parti di esse, hanno bisogno di sentirsi dire che qualcuno sta facendo qualcosa. Naturalmente, di questo «qualcosa» che si sta facendo per porre termine al conflitto devono essere date al pubblico prove tangibili. Da qui la lunga serie, fin da quando è iniziata l’invasione russa, di tentativi di mediazione ben documentati e pubblicizzati dalle televisioni e dagli altri mezzi di comunicazione. Quale ne sia la funzione è chiaro: rassicurare il pubblico («stiamo cercando una soluzione diplomatica») . Ma, di sicuro, se un giorno soluzioni diplomatiche al conflitto emergeranno non saranno certo colloqui alla luce del sole che ne porranno le premesse. Saranno invece quei canali di comunicazione, informali e al riparo dalla pubblica curiosità, che (spesso se non sempre), durante le guerra, vengono attivati fra i nemici e fra i loro sponsor e principali alleati. La democrazia vorrebbe trasparenza persino nelle trattative e nelle negoziazioni condotte in parallelo ai combattimenti sul terreno. Ma si può scommettere che quando i rapporti di forza ( a loro volta decisi dall’andamento delle battaglie per la difesa o la riconquista dei territori) consentiranno di fare tacere le armi, le negoziazioni sotterranee — fra americani, russi e cinesi, fra ucraini e russi — daranno a quell’esito un contributo molto più importante delle conferenze stampa e di tutti gli altri atti pubblici e ampiamente pubblicizzati.

L’emergenza della democrazia fra Otto e Novecento fece pensare che essa avrebbe inaugurato una nuova fase delle relazioni diplomatiche fra gli Stati, che l’antica diplomazia basata su colloqui riservati e soffusa di segretezza avrebbe lasciato il campo a una diplomazia trasparente, alla luce del sole. Ma fu una ingenuità, una illusione. Anche in età democratica, per essere davvero efficace, la diplomazia richiede riservatezza. La vera differenza è che i governi delle democrazie, mentre si dedicano alla tradizionale attività diplomatica, devono anche giustificare le loro scelte di fronte all’ opinione pubblica. Per non perderne il sostegno.

Un grande teorico della politica, Alexis de Tocqueville, pensava che la democrazia, a differenza dei regimi autoritari, fosse inadatta ad agire con successo, efficacemente, di fronte alle sfide e alle crisi internazionali. Non è necessariamente così. Le democrazie hanno mostrato in tante occasioni di fronteggiare quelle sfide meglio dei regimi autoritari. Per il fatto che sanno motivare i propri cittadini, nelle situazioni di emergenza, molto più efficacemente di quanto sappiano fare, con i loro sudditi, i regimi autoritari. Però è una illusione pericolosa ritenere che ciò sia inevitabile. Il consenso dei cittadini deve essere alimentato e sostenuto. Non è un mistero la ragione per cui Putin si augura ancora di prevalere in Ucraina. Egli pensa che alla lunga le democrazie occidentali si stancheranno di sostenere Kiev. Spera che gli argomenti di coloro che, in Occidente, sono contrari a quel sostegno, finiranno per spostare dalla loro parte il grosso delle opinioni pubbliche. Spetta a chi è di parere contrario non smettere di rintuzzare quegli argomenti.

Corriere della Sera

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Einaudi: il pensiero e l’azione – “Il Politico” con Giuseppe Benedetto


Con Giuseppe Benedetto, Presidente della FLE, ripercorriamo la carriera politica di Luigi Einaudi: dall’Assemblea Costituente all’incarico di Presidente della Repubblica. Rubrica “Einaudi: il pensiero e l’azione” L'articolo Einaudi: il pensiero e l’azion

Con Giuseppe Benedetto, Presidente della FLE, ripercorriamo la carriera politica di Luigi Einaudi: dall’Assemblea Costituente all’incarico di Presidente della Repubblica.

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Rubrica “Einaudi: il pensiero e l’azione”

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Ben(e)detto – 8 giugno 2023


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Paradossale


Per un Paese patologicamente indebitato è buona la notizia che i propri titoli vengano venduti con facilità. Ma prima di esagerare con i festeggiamenti sarà bene tenere presenti alcuni elementi. Si vende bene quel che rende bene e l’ultimo Btp italiano re

Per un Paese patologicamente indebitato è buona la notizia che i propri titoli vengano venduti con facilità. Ma prima di esagerare con i festeggiamenti sarà bene tenere presenti alcuni elementi.

Si vende bene quel che rende bene e l’ultimo Btp italiano rende più di quel che oggi i mercati offrono. Significa però che lo Stato, e per esso i contribuenti italiani, paga di più pur di finanziare il proprio debito. Non è che sia una goduria. Inoltre, il risparmio investito in Btp si traduce in spesa pubblica, non propriamente produttiva, ed è sottratto al finanziamento del sistema produttivo. Anche questo non è uno splendore.

Va così da molti anni. Troppi. Ora, però, è disponibile una cifra enorme – per un terzo regalata e per due terzi prestata a un tasso assai più basso di quello che paghiamo con quei titoli – destinata agli investimenti: i fondi europei Ngeu. Sarebbe orrido e paradossale che si fosse capaci di spendere quel che ci costa di più e non quel che ci è dato a prezzo di favore.

La Ragione

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Proteggere i fondali marini. La sicurezza del dominio underwater


La dimensione subacquea sarà sempre più strategica nel futuro, e ormai costituisce quasi un vero e proprio sesto dominio operativo dopo terra, mare, cielo, spazio e cyber. In questo ambiente, distinto da caratteristiche fisiche estreme e complicate, per a

La dimensione subacquea sarà sempre più strategica nel futuro, e ormai costituisce quasi un vero e proprio sesto dominio operativo dopo terra, mare, cielo, spazio e cyber. In questo ambiente, distinto da caratteristiche fisiche estreme e complicate, per agire e garantire la sicurezza di queste infrastrutture, servirà sviluppare nuove tecnologie all’avanguardia. Di questo si è parlato all’evento Explore the unexplored: How to secure the underwater dimension, promosso nel contesto dell’evento Sea Future, a La Spezia, a bordo della Fremm Marceglia, ormeggiata presso l’Arsenale militare spezzino e moderato dal direttore di Formiche e Airpress, Flavia Giacobbe. Al centro del dibattito, alla presenza del capo di Stato maggiore della Marina militare, ammiraglio Enrico Credendino, e aperto da un keynote speech del presidente del Centro studi internazionali (Cesi), Andrea Margelletti, il fatto che sotto la superficie del mare si toccano il dominio fisico dell’underwater e quello virtuale del cyber. Sui fondali marini, infatti, passa la quasi totalità delle informazioni e dei dati scambiati a livello globale, attraverso una fitta rete di cavi sottomarini.

La strategicità dell’underwater

“Il cosiddetto Mediterraneo allargato è l’area geografica del mondo che secondo Oracle/Renesys presenta alcuni dei Paesi a maggiore rischio di Internet disconnection” ha spiegato il vice presidente Product managment backbone and infrastructure solutions di Sparkle, Giuseppe Valentino, spiegando che questo è dovuto “alla scarsa diversificazione e resilienza di dorsali digitali”. Vista la strategicità delle dorsali, attraverso le quali passa il 98% delle informazioni a livello globale, è quindi fondamentale costruire dei sistemi a prova di attacco. Una necessità importante non solo dal punto di vista della sicurezza, ma anche per il ruolo che l’Italia intende assumere nel bacino del Mare nostrum. “Anche grazie alla capacità di Sparkle di mettere in sicurezza le infrastrutture esistenti – ha continuato il vice presidente – con misure fisiche e anche cyber, e sviluppandone di nuove e innovative, in particolare nel Mediterraneo, può emergere ancor di più il ruolo di hub digitale regionale del nostro Paese”

Come proteggere le piattaforme?

Per monitorare gli ampi fondali marini, indispensabile per garantire la sicurezza delle infrastrutture, dovranno essere sviluppati mezzi sempre più autonomi e in grado di raccogliere e analizzare i dati grazie all’impego avanzato dell’intelligenza artificiale. “A differenza di quanto accada in altri domini applicativi” ha spiegato il professor Giovanni Indiveri, docente di Informatica, bioingegneria robotica e ingegneria dei sistemi all’università di Genova e direttore del Centro nazionale ISME sui sistemi integrati per l’ambiente marino “nel caso di robot autonomi sottomarini cooperanti, le comunicazioni (acustiche) supportano anche la navigazione, oltre che la normale gestione della missione”. Obbiettivi di potenziali minacce, dunque, non sono solo le infrastrutture, ma anche i mezzi autonomi deputati alla loro protezione. “La cybersecurity è quindi ancora più importante, perché una minaccia cyber avrebbe un impatto sulla localizzazione, la navigazione ed il controllo della squadra oltre che sul payload dei dati”.

Cyber-sicurezza subacquea

In questo senso, allora, bisognerà sviluppare capacità avanzate di IA “per il supporto all’attività di analisi per prevenire e difendersi dagli attacchi cibernetici” ha spiegato il capo divisione formazione di Deas, Pietro Luciano Ricca. Capacità, quelle sviluppate dall’azienda, che sono state testate di recente nel corso dell’esercitazione di cyber-sicurezza della Marina militare Chironex 2023/1. Importante, per Ricca, sarà lo sviluppo proprio a La Spezia del Polo nazionale della subacquea, “dove le competenze relative alla cyber sicurezza potranno essere valorizzate, sia per l’uso della intelligenza artificiale, sia per la difesa dalle possibili minacce fisiche alla sicurezza materiale dei cavi sottomarini, sia per la sicurezza dei flussi dati e delle comunicazioni subacquee, che potrebbero essere minacciate da attività malevoli di spionaggio e furto di dati”.

Secure by design

A essere minacciati, infatti, saranno gli stessi canali di comunicazione impiegati dai mezzi autonomi, sia per coordinarsi tra loro, sia per comunicare con i centri di comando e controllo, come ha spiegato la professoressa Chiara Petrioli, docente di Informatica della Sapienza e ceo di Wsense. Per questo, sarà necessario sviluppare sistemi che abbiano nei prerequisiti quello di essere cyber-sicuri fin dalle prime fasi di progettazione (secure by design). Una necessità che coinvolgerà non solo i mezzi subacquei autonomi, ma in generale tutte le piattaforme che saranno chiamate ad operare nel dominio underwater.

Prevenire la minaccia

Un concetto confermato anche dall’ammiraglio Francesco Procaccini, capo reparto C4S e capo dell’Ufficio generale spazio e innovazione dello Stato maggiore della Marina: “Le implicazioni sulla sicurezza cibernetica derivanti dalla dimensione subacquea avranno sempre più, nel prossimo futuro, una rilevanza fondamentale per chi si confronta con lo sviluppo tecnologico e capacitivo.” Di fronte a questa consapevolezza, diventa “indispensabile pensare in anticipo alla protezione cyber delle nuove tecnologie subacquee che puntiamo a sviluppare”. Per riuscire in questa sfida, sarà necessario attuare una “innovazione culturale”, una radicale evoluzione del modo in cui si pensa alla commistione tra questi due mondi apparentemente distanti. “sostenendo lo sviluppo di un forte ecosistema nazionale basato sulla sinergia tra enti governativi, cluster industriale e il settore accademico e della ricerca”. Come ha sottolineato l’ammiraglio Procaccini, dovremo mitigare la minaccia cyber prima ancora che arrivi nella dimensione subacquea, “sviluppando sistemi nativamente cyber resilienti”.


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SFiducia


Una parte della destra non vede l’ora di poter dire che si deve finirla, che non si possono tollerare oltre le invasioni di campo europee, che i soldi non devono essere condizionati o condizionanti e che, comunque, sono soltanto ulteriore debito, sicché a

Una parte della destra non vede l’ora di poter dire che si deve finirla, che non si possono tollerare oltre le invasioni di campo europee, che i soldi non devono essere condizionati o condizionanti e che, comunque, sono soltanto ulteriore debito, sicché al diavolo il Pnrr, tanto più che lo hanno scritto “quelli di prima”. La destra al governo non dice nulla di simile, ma al governo c’è arrivata anche coltivando roba simile. A una parte, ampia, della sinistra non gli par vero di potere accusare la destra di volersi svincolare da ogni controllo, sicché denuncia con veemenza il vile tentativo di togliere alla Corte dei conti il diritto di sindacare le cose nel mentre si prova a farle, aggiungendo – a dimostrazione della deriva ungherese – che vogliono anche togliere l’abuso d’ufficio. La sinistra che ha governato e governa non osa dire simili sciocchezze, sapendo come (non) funziona la Corte dei conti e che non si contano i sindaci di sinistra finiti nella tagliola di un reato evanescente in tribunale ed effervescente per lo sputtanamento. E vabbè, questo è quel che passa la conventicola della politica fatta di evocazioni e tirchia di realizzazioni. Il guaio è che c’è poco d’altro.

Oramai avviato il mese di giugno, non è possibile continuare a leggere interviste di ministri con idee su come sarebbe bene modificare il Pnrr. Perché buone, curiose o bislacche che siano, dovrebbero essere progetti e documentazioni sul tavolo della Commissione europea, non sulle pagine dei giornali, andando a orecchio. L’Italia che continua a crescere non s’interessa per nulla alla destra che non vede l’ora e alla sinistra cui non par vero; sa che per far passare una legge la strada è quella del decreto e della fiducia; come sa che la Corte dei conti era sempre lì nel mentre l’amministrazione sprofondava; quindi non si agita per la fiducia messa sul decreto relativo alla pubblica amministrazione, ma continua a pedalare se la fiducia si può ragionevolmente metterla nel successo del Pnrr, che è poi la sola condizione per cui la crescita economica possa e dovrebbe essere sostenuta anche nei prossimi anni. Altrimenti ritira la fiducia e succede quello che le forze politiche – di destra e di sinistra – strombazzavano in campagna elettorale: si recede. Quando lo strombettavano, per prendere i voti di quelli che ancora pensano di potere avere favori e quattrini, era falso, ma se si perde l’occasione dei fondi europei diventa vero.

Mi par di capire che, incapaci d’altro, si sia maturata la convinzione che quei soldi sarà meglio metterli a disposizione delle grandi imprese di Stato, con contentini alle imprese private. Non è in sé giusto o sbagliato, ma serve a “spenderli”. Solo che la finalità non è quella di riuscire a liberarsi dei soldi che si ricevono, ma degli squilibri e dei guasti che rallentano la nostra crescita. Esempio: se metto più soldi a disposizione di chi gestisce monopoli (di fatto) e non varo serie riforme sulla concorrenza (siamo ancora a balneari e tassisti, roba da matti), i soldi li spendo ma gli squilibri li aumento. Secondo esempio: se i soldi vengono spesi in una sana logica aziendale, quindi puntando al massimo ritorno, saranno giustamente indirizzati a investimenti con quella finalità, con tanti saluti agli squilibri territoriali che penalizzano il Sud e che dovrebbero essere invece fra gli obiettivi del Pnrr.

Nel mentre altri fingono di dibattere su presunte grandi questioni, tirando in ballo sovranità e legalità, provate a compulsare il sito “italiadomani”, che dovrebbe informare sul Pnrr: tutti gli obiettivi sono «conseguiti», figurine illustrative, niente cronoprogramma e distanza lunare dal dibattito in corso. I siti statali non hanno gran fortuna, ma questo sarebbe utilissimo se dotato di trasparenza e tracciabilità di ogni progetto e voce di spesa in corso. Sarebbe assai più efficace di quel che non ha funzionato. Ma non c’è, costa due soldi e farebbe fare la figura degli arruffapopolo a molti degli astanti.

La Ragione

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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” 10 giugno 2023, Sant’Angelo Lomellina


Presenta: MATTEO GROSSI, Sindaco di Sant’Angelo Lomellina e Referent FLE in Lombardia Introduce: SABINA MONSINI, Vicesindaco di Sant’Angelo Lomellina Alla presenza di LETIZIA MORATTI Intervengono: DAVIDE GIACALONE, Direttore de “La Ragione” ALFREDO ROBLED

Presenta:
MATTEO GROSSI, Sindaco di Sant’Angelo Lomellina e Referent FLE in Lombardia

Introduce:
SABINA MONSINI, Vicesindaco di Sant’Angelo Lomellina

Alla presenza di LETIZIA MORATTI

Intervengono:
DAVIDE GIACALONE, Direttore de “La Ragione”
ALFREDO ROBLEDO, già Magistrato presso la Procura di Milano

Rassegna stampa


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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Per giustificare l’abolizione del controllo concomitante e la proroga dello scudo fiscale, Meloni - e chi le fa da cassa di risonanza - continua a ripetere che il suo governo segue le orme del governo Draghi.
Falso. Oggi spiego perché.

editorialedomani.it/politica/i…

La rottura della diga di Kakhovka. Possibili risvolti militari (e nucleari)


Alcuni video diffusi durante la notte tra il 5 e il 6 Giugno mostrano immensi flussi d’acqua che fuoriescono dalla diga di Nova Kakhovka, un grande impianto idroelettrico costruito in epoca sovietica per rifornire di energia buona parte della circostante

Alcuni video diffusi durante la notte tra il 5 e il 6 Giugno mostrano immensi flussi d’acqua che fuoriescono dalla diga di Nova Kakhovka, un grande impianto idroelettrico costruito in epoca sovietica per rifornire di energia buona parte della circostante area di Kherson. Non è ancora chiaro cosa abbia provocato la breccia nella struttura di cemento armato, né a chi sia attribuibile la colpa, con un ovvio scambio di accuse tra Mosca e Kyiv sulla responsabilità di questo atto pieno di rischiose conseguenze.

Per consentire il corretto funzionamento dell’intera infrastruttura idroelettrica, il bacino della diga è stato progettato per contenere al suo interno 18 chilometri cubici di acqua; più o meno lo stesso volume del Great Salt Lake dello Utah. Le autorità di Kherson hanno già avviato i preparativi per reagire al verificarsi di un’emergenza: si stima che tra le 16.000 e le 50.000 persone nell’intera area meridionale della regione siano soggette a rischio inondazione. Al momento, 1300 persone sono già state evacuate.

Oltre al rischio alluvionale, la rottura della diga di Nova Kakhovka potrebbe avere ripercussioni sul funzionamento di quella centrale nucleare di Enerhodar (piccolo insediamento nei pressi della più nota Zaporizhia) che sin dall’inizio del conflitto ucraino è divenuta sorvegliata speciale della comunità internazionale. Dall’impianto di Kakhovka affluisce alla centrale nucleare l’acqua necessaria al raffreddamento dei reattori. Al momento non ci sono rischi di carattere nucleare, stando a quanto riferisce l’International Atomic Energy Agency, ma ulteriori sviluppi negativi non sono da escludere in toto. Difatti, se il livello del serbatoio scendesse sotto ad una soglia minima, sarebbe impossibile proseguire con le operazioni di pompaggio.

La perdita che si sta verificando nella diga ha anche un risvolto ambientalistico: secondo l’ufficio del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, assieme all’immensa quantità di acqua sono fuoriuscite anche 150 tonnellate di lubrificante industriale, a cui potrebbero presto aggiungersi ulteriori 300 tonnellate.

Ma mentre ci si prepara ad affrontare le conseguenze più immediate di questo avvenimento, ci si pone anche un quesito: è stata una fatalità o un atto deliberato?

Con sguardo cinico, non è difficile trovare moventi validi per entrambi le fazioni coinvolte nel conflitto. Tanto Kyiv quanto Mosca potrebbero aver deciso di colpire volutamente la struttura per sfruttare le potenzialità propagandistiche della questione, secondo dinamiche simili a quelle già viste in precedenza con la centrale di Enerhodar. Ma ci sono anche risvolti di carattere operativo.

La Russia, che al momento ha il controllo della struttura e dell’intera area in cui essa si trova, indica le forze armate ucraine come le autrici del bombardamento che ha causato la breccia nel cemento armato. La ratio di quest’azione è individuabile nel ruolo fondamentale che la diga ha nel garantire il corretto funzionamento del North Crimea Canal, la principale via di approvvigionamento idrico della penisola di Crimea. La Crimea, come abbiamo già scritto, rappresenta per Kiyv una Mela d’Oro, tanto ambita quanto difficile da espugnare con operazioni militari standard. Ma un approccio basato sulla logica d’attrito e sull’interruzione dei collegamenti logistici tra la terraferma e la penisola incrementerebbe le possibilità di realizzare quest’ambizione: in quest’ottica, un danneggiamento intenzionale della diga di Nova Kakhovka da parte delle truppe ucraine risulterebbe molto più verosimile.

Allo stesso tempo, anche Mosca avrebbe modo di trarre un vantaggio dalla rottura della diga.
Nel libro VI della sua opera somma, Della Guerra (Vom Kriege), il grande stratega tedesco Carl von Clausewitz definisce l’allagamento intenzionale di intere porzioni di territorio come uno dei più validi espedienti tattici che una forza armata possa realizzare. Gli esempi, anche recenti, non mancano: dall’allagamento belga del proprio territorio adurante la Battaglia dell’Yser del 1914, alla guerra sino-giapponese, quando le forze di Chiang Kai-Shek ruppero gli argini del fiume Giallo per tentare di bloccare l’avanzata nipponica, arrivando al conflitto tra Iran e Iraq del 1980.

Con la controffensiva ucraina che si fa sempre più vicina (se non addirittura già in atto), l’allagamento dell’area attorno alla diga di Nova Kakhovka, posizionata all’interno di una delle possibili direttrici dell’azione militare nemica, garantirebbe alle forze armate russe un vantaggio difensivo tutt’altro che superficiale. In un momento così cruciale del conflitto, nulla può essere dato per scontato.

(Foto tratta da qui)


formiche.net/2023/06/diga-kakh…

Adam Smith a trecento anni dalla nascita


L’evento è stato organizzato da Libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli. Sono intervenuti: Giovanna Vallanti, ordinario di Economia Politica alla LUISS Guido Carli Andrea Prencipe, rettore dell’Università LUISS Guido Carli di Roma

L’evento è stato organizzato da Libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli.

Sono intervenuti:

Giovanna Vallanti, ordinario di Economia Politica alla LUISS Guido Carli
Andrea Prencipe, rettore dell’Università LUISS Guido Carli di Roma
Alberto Petrucci, oridnario di Economia Politica alla LUISS Guido Carli
Lorenzo Infantino, ordinario di Logica e Filosofia della Scienza Sociali alla LUISS Guido Carli
Pietro Reichlin, ordinario di Economia Politica alla LUISS Guido Carli

radioradicale.it/scheda/699265…

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Giusto riportare la Corte dei Conti alla propria funzione costituzionale


Una delle ragioni per cui dopo il terremoto del 2016 la ricostruzione dell’Italia centrale è andata a passo di lumaca è stata la straordinaria mole di controlli preventivi cui cittadini e aziende delle Marche, dell’Abruzzo, del Lazio e dell’Umbria dovette

Una delle ragioni per cui dopo il terremoto del 2016 la ricostruzione dell’Italia centrale è andata a passo di lumaca è stata la straordinaria mole di controlli preventivi cui cittadini e aziende delle Marche, dell’Abruzzo, del Lazio e dell’Umbria dovettero sottostare. Già lenta di suo, la macchina burocratica si ingolfò in partenza. Anche in quel caso, come accade oggi a proposito dei controlli “contestuali” sul Pnrr attribuiti alla Corte dei Conti che il governo intende smantellare, chi suggeriva di fare controlli a campione ex post piuttosto che a tappeto ex ante fu accusato di favorire il malaffare e la criminalità organizzata. Una polemica surreale, il cui costo fu pagato unicamente dagli italiani terremotati. Cornuti e mazziati.

È noto che in difesa della legittimità costituzionale della scelta del governo sulla Corte dei Conti sia sceso in campo il presidente emerito della Consulta Sabino Cassese. Le tesi di Cassese sono state riprese dal Corriere della Sera con un editoriale a firma Federico Fubini. “La magistratura contabile e la Commissione europea non hanno ragione di preoccuparsi. Una revisione meticolosa dei lavori da parte di un’autorità nazionale indipendente è prevista dai regolamenti europei ed è sacrosanta. Guai a toccarla. Ma tenere il revisore in cabina in cabina di pilotaggio con l’attuatore, nel migliore dei casi rallenta il processo e nel peggiore porta a confondere il secondo con il primo”, ha scritto Fubini.

Argomenti di buonsenso, da cui dipendono l’efficacia del processo amministrativo oltre allo stato di salute del principio noto come “primato della politica”. Un principio caro anche a Massimo D’Alema. Il quale, come ricorda oggi sul Qn Raffaele Marmo, ai tempi della Bicamerale ipotizzò di togliere alla magistratura contabile la funzione giurisdizionale. Nel libro “La grande occasione”, scritto con Gianni Cuperlo, D’Alema racconta che quando le sue intenzioni divennero pubbliche ricevette “una lettera anonima in una busta intestata della Corte dei conti con la quale un sedicente gruppo di magistrati mi consigliava minacciosamente di sostenere un certo nucleo di emendamenti” ovviamente favorevoli alla Corte. La conclusione di D’Alema fu amara: “Il tragitto da compiere per far approdare il Paese a una democrazia matura è ancora lungo”, scrisse.

Curioso osservare come il Pd oggi sostenga la tesi radicalmente opposta. Del resto, è lo stesso Pd che nel 2016 previde quella fitta selva di controlli preventivi che impedirono di rialzarsi ai cittadini dell’Italia centrale atterrati dal terremoto.

formiche.net

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Che cosa significa essere liberale?


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La Conferenza di Darmouth del 1956: la nascita dell’Intelligenza Artificiale


La Conferenza di Darmouth, nel 1956 rappresenta uno dei turning point nella storia del progresso tecnologico successivo alla Seconda Guerra Mondiale. Di fatto, sancisce l’inizio della discussione accademica sull’Intelligenza Artificiale Introduzione Era l’estate del 1956,Continue reading

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Ben(e)detto – 5 giugno 2023


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Droni, IA e underwater, ecco le nuove tecnologie al SeaFuture 2023. L'articolo di @formichenews


La storia tra l’Italia e il mare è antichissima, un legame solido, proiettato anche verso il futuro. A dirlo, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, inaugurando a La Spezia l’ottava edizione di SeaFuture, il forum internazionale ospitato all’interno della base navale spezzina dedicato alla sicurezza, alla Blue economy, all’innovazione tecnologica, e alla sostenibilità del mare. Con lui, presenti alla cerimonia anche il segretario generale della Difesa e direttore nazionale armamenti, generale Luciano Portolano, e il capo di Stato maggiore della Marina, ammiraglio Enrico Credendino. “Basti ricordare che la bandiera inglese nacque dopo che la Repubblica di Genova ne concesse l’uso alle navi britanniche – ha raccontato ancora il ministro, aggiungendo come oggi – il posto che abbiamo avuto sul mare nel passato vogliamo averlo sempre di più in futuro”. Per Crosetto, infatti, il Paese possiede tutte le competenze e le risorse necessarie per essere protagonista “lo dimostra la penetrazione dei nostri prodotti industriali e tecnologici, con gli esempi di Leonardo e Fincantieri su tutti. Oggi siamo a ricordarlo con un’esposizione che vede protagoniste centinaia di aziende”.

@Informatica (Italy e non Italy 😁)

Il sommario dell'articolo di Marco Battaglia su Formiche
- L’Arsenale del futuro
- L’innovazione della Difesa
- Un elicottero senza equipaggio
- Difese di nuova generazione
- Guerra elettronica e cyber sul mare

Una foto del Teseo MK2/E, sistema pesante di nuova generazione - Credits: Formiche

Droni, IA e underwater, ecco le nuove tecnologie al SeaFuture 2023


La storia tra l’Italia e il mare è antichissima, un legame solido, proiettato anche verso il futuro. A dirlo, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, inaugurando a La Spezia l’ottava edizione di SeaFuture, il forum internazionale ospitato all’interno de
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La storia tra l’Italia e il mare è antichissima, un legame solido, proiettato anche verso il futuro. A dirlo, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, inaugurando a La Spezia l’ottava edizione di SeaFuture, il forum internazionale ospitato all’interno della base navale spezzina dedicato alla sicurezza, alla Blue economy, all’innovazione tecnologica, e alla sostenibilità del mare. Con lui, presenti alla cerimonia anche il segretario generale della Difesa e direttore nazionale armamenti, generale Luciano Portolano, e il capo di Stato maggiore della Marina, ammiraglio Enrico Credendino. “Basti ricordare che la bandiera inglese nacque dopo che la Repubblica di Genova ne concesse l’uso alle navi britanniche – ha raccontato ancora il ministro, aggiungendo come oggi – il posto che abbiamo avuto sul mare nel passato vogliamo averlo sempre di più in futuro”. Per Crosetto, infatti, il Paese possiede tutte le competenze e le risorse necessarie per essere protagonista “lo dimostra la penetrazione dei nostri prodotti industriali e tecnologici, con gli esempi di Leonardo e Fincantieri su tutti. Oggi siamo a ricordarlo con un’esposizione che vede protagoniste centinaia di aziende”.

L’Arsenale del futuro

Un protagonismo e uno sguardo verso il futuro che parte proprio dalla base navale spezzina, con il piano di rilancio per l’arsenale militare marittimo annunciato da Crosetto, sempre più aperto all’industria privata. “L’arsenale nasce 154 anni fa per l’intuizione di un grande italiano come Cavour – ha detto il ministro – oggi non è più quello che è stato, ma lo dovrà diventare di nuovo. Per questo, con Fincantieri e Rina, stiamo predisponendo un progetto per creare l’arsenale del futuro, che sia un luogo a cui guardi non solo l’Italia ma il mondo”, un progetto patrimonio dell’intero Paese. L’obiettivo, infatti, è rendere la base navale “la punta di diamante dell’industria, delle forze armate, della ricerca e della Marina”.Sempre a La Spezia, inoltre, è nato il Polo nazionale della subacquea, fondamentale per il ministro, dal momento che “nei prossimi decenni, sarà il mondo subacqueo a porci la sfida della sicurezza”

L’innovazione della Difesa

Del resto, grande protagonista del forum è la Difesa italiana, con il Segretariato generale della Difesa che ha presentato i suoi principali progetti di ricerca, che rientrano nel quadro del Piano nazionale della ricerca militare gestito dal V reparto Innovazione tecnologica, che spaziano da sistemi di automazione dei mezzi navali alle comunicazioni in ambienti difficili come quello sottomarino. Tra questi progetti c’è l’Electric test facility (Etef), un dimostratore tecnologico di smart power grids per attività di validazione, derisking e training proposto dall’università di Trieste, insieme al Safe, un sistema per l’automazione dell’analisi di integrità e sicurezza dei firmware utilizzati sui sistemi embedded di piattaforme automotive, navali o terrestri, proposto dall’azienda Cy4gate. Insieme a Telsy Elettronica e Telecomunicazioni, SegreDifesa ha anche mostrato Cryptobox, un progetto che affronta il problema della sicurezza delle reti di comunicazione tra componenti in ambienti di automazione industriale, mentre con WSense ha dimostrato Medusa, un un modulo general purpose per l’interconnessione di un insieme eterogeneo di piattaforme subacquee, abilitandone la cooperazione e realizzando un’infrastruttura di rete sicura e riconfigurabile.

Un elicottero senza equipaggio

🔴 Live from #Seafuture2023 the unveiling of the #AWHero Rotorcraft Uncrewed Aerial System’s new developments on board the @ItalianNavy’s Paolo Thaon di Revel #PPA in the presence of the Minister of Defence of Italy @GuidoCrosetto. #Leonardo pic.twitter.com/YEXhZSfgdq

— Leonardo (@Leonardo_live) June 5, 2023

Tra le principali tecnologie presentate al SeaFuture 2023, svelata dal ministro Crosetto in persona a bordo del pattugliatore polivalente d’altura Paolo Thaon di Revel, c’è l’AWHero di Leonardo, un vero e proprio elicottero a pilotaggio remoto ideato per operazioni navali dall’Intelligence alla sorveglianza, dalla ricognizione alla lotta anti sommergibile, fino alla guerra elettronica e al supporto in combattimento. Il mezzo presentato a La Spezia, tecnicamente un Rotary uncrewed aerial system (Ruas), include alcune importanti innovazioni, tra cui l’impianto propulsivo Heavy fuel, basato su una soluzione bimotore che aumenta l’efficienza, la sicurezza e l’intervallo tra le revisioni; modifiche della cellula dell’aeromobile; modularità dei sensori e il radar di sorveglianza marittima Leonardo Gabbiano TS Ultralight. Per Gian Piero Cutillo, managing director di Leonardo Helicopters, l’AWHero “rientra nella roadmap di sviluppo che Leonardo sta implementando per mantenere la propria leadership nel volo verticale”. All’interno di questa roadmap, ha spiegato ancora Cutillo, “i sistemi uncrewed e le relative tecnologie abilitanti sono elementi-chiave su cui l’azienda ha investito, sfruttando la collaborazione con le autorità militari italiane”.

Difese di nuova generazione

Al salone sono state presentate anche le innovazioni nel campo dei sistemi d’arma antinave, a partire da quelli realizzati da MBDA proprio nella sua sede di La Spezia per unità navali di ogni dimensione, dalle fregate ai cacciatorpediniere, fino ai pattugliatori, ai sottomarini e ai velivoli navali ad ala fissa e rotante. Tra questi il nuovo Marte ER, un sistema di ultima generazione per piattaforme aree ad ala fissa e rotante, e il Teseo MK2/E, sistema pesante di nuova generazione. Nel campo della difesa navale aerea è stato presentato l’Aster 30B1 NT, in grado di contrastare le più avanzate minacce balistiche che equipaggerà i nuovi pattugliatori polivalenti d’altura della Marina. L’azienda ha anche presentato il suo Camm-ER nella sua versione adatta a equipaggiare il sistema di difesa navale Albatros NG, dopo essere stato selezionato anche dall’Esercito e dall’Aeronautica italiana per i propri sistemi di difesa aereo Grifo e Medium advanced air defence system (Maads).

Guerra elettronica e cyber sul mare

Evoluzioni importanti anche per quanto riguarda le capacità nello spettro elettromagnetico e cyber, con le soluzioni made in Elettronica per i pattugliatori d’altura e la nuova nave anfibia Trieste. I sistemi della società coprono infatti l’intero spettro delle comunicazioni e radar per la sorveglianza, la rilevazione e l’analisi dei dati, insieme ai sistemi di contromisure jamming e di protezione dalle minacce infrarosse attraverso il sistema Naval Dircm. Elt fornisce anche i sistemi di guerra elettronica per i sottomarini U212 NFS.SeaFuture è stata anche l’occasione per presentare le capacità navali del sistema anti drone Adrian (Anti-drone interception, acquisition and neutralisation) che, con il supporto della partecipata Cy4Gate, vede l’installazione di una nuova funzionalità, denominata Cyber RF, che rende il prodotto in grado reagire alle minacce provenienti da droni di nuova generazione. Sempre con riferimento al dominio cyber, Elettronica ha anche presentato l’Hybrid cyber digital twin, una piattaforma capace di simulare una rete IT/OT per individuare potenziali vulnerabilità e implementare preventivamente contromisure in grado di rendere più efficace e tempestiva la capacità di risposta ad attacchi hacker.


formiche.net/2023/06/futuro-it…

Gli scontri di stanotte in Ucraina sono l’inizio della controffensiva?


Sono passati pochi minuti dalla mezzanotte quando il Ministero della Difesa Russo ha rilasciato un nuovo update su Telegram. Il contenuto del messaggio era molto significativo: esso annuncia il respingimento di un imponente operazione militare portata ava

Sono passati pochi minuti dalla mezzanotte quando il Ministero della Difesa Russo ha rilasciato un nuovo update su Telegram. Il contenuto del messaggio era molto significativo: esso annuncia il respingimento di un imponente operazione militare portata avanti dalle truppe ucraine in diversi settori del fronte nell’area meridionale dell’Oblast di Donetsk. Due brigate coinvolte per un totale di otto battaglioni (sei meccanizzati e due corazzati), stando a quanto riporta il Ministero, che nello stesso messaggio annuncia di aver respinto con successo gli attacchi ucraini. Causando la perdita di 250 soldati, 16 Main Battle Tanks, 16 Infantry Fighting Vehicles e 21 Armoured Combat Vehicles.

Le istituzioni di Mosca ed i media a loro più vicini hanno fin da subito marchiato le manovre di questa notte come l’inizio della tanto annunciata controffensiva. Obiettivo: portare avanti una linea narrativa secondo cui le grandi speranze che Kyiv riponeva in questa ultra-pubblicizzata operazione militare erano destinate ad infrangersi contro la muraglia delle trincerate forze russe.
La notizia, diffusa dalle stesse fonti, della presenza del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Russe Valery Gerasimov sulla linea del fuoco rafforza ulteriormente questo filone narrativo. Anche i pochi video rilasciati dalle autorità russe, dove si possono vedere mezzi ucraini distrutti nel mezzo di azioni di manovra, sembrano confermare quanto detto in precedenza.

Ma altre fonti russe si pongono in contrapposizione con il Ministero della Difesa e con i suoi resoconti di vittoria. Alcuni blogger militari russi riportano di sfondamenti delle linee russe da parte di contingenti ucraini nella regione di Zaporizhia, nei pressi del villaggio di Velykonovosilkivsky, mentre il leader separatista Alexander Khodakovsky ha affermato che “L’attacco ci ha messo in una posizione difficile”, aggiungendo che l’attacco avvenuto ad Ovest della cittadina di Vuhledar sarebbe soltanto una limitata mossa tattica, e non una parte integrante della grande controffensiva.

Da parte ucraina non vi sono stati commenti diretti su quanto avvenuto nella notte tra il 4 e 5 Giugno. Oleksandr Syrskyi, comandante in capo delle forze terrestri ucraine, ha affermato che i soldati di Kiyv stiano avanzando in prossimità di Bakhmut, senza collegare in alcun modo questi movimenti con l’inizio della controffensiva. Tuttavia, l’Ukraine’s Centre for Strategic Communications ha dichiarato che “Per demoralizzare gli ucraini e fuorviare la comunità (compresa la loro stessa popolazione), i propagandisti russi diffonderanno false informazioni sulla controffensiva, sulle sue direzioni e sulle perdite dell’esercito ucraino”.

Le poche informazioni verificate su quanto è avvenuto stanotte non permettono di chiarire se quella a cui stiamo assistendo è effettivamente l’inizio della controffensiva o se sono solamente piccole azioni legate a necessità tattiche. L’orario di inizio delle operazioni (la mezzanotte precisa del 5 Giugno) potrebbe suggerire che esse siano parte di un più vasto e organizzato sforzo militare; allo stesso tempo, simili azioni potrebbe essere state condotte per saggiare la capacità di resistenza delle forze nemiche in un settore considerato ‘fragile’ dall’intelligence di Kyiv; o ancora, potrebbero essere un tentativo di confondere le acque, distogliendo l’attenzione del nemico da altri settori che potrebbero essere teatro di attacchi ben più energici.

Lo sfondamento nel settore di Zaporizhia per avanzare verso Mariupol (dove è stata riportata una forte esplosione nei pressi dell’acciaieria Azovstal) è solo una delle possibili direttrici d’attacco della controffensiva ucraina, come già ipotizzato da Formiche. Una mossa ovvia, forse troppo. O forse così vantaggiosa da essere la migliore da mettere in atto.

La controffensiva delle forze ucraine, con il supporto degli equipaggiamenti forniti dagli alleati occidentali, sarà un punto di svolta della guerra: in base al suo esito si apriranno differenti scenari diplomatici su organizzare eventuali trattative. Questo lo sanno bene a Kyiv come a Mosca e a Washington. Ma, secondo quanto afferma l’analista di sicurezza statunitense Phillips O’Brien, “Da quel che traspare, l’Ucraina ha buone ragioni per essere ottimista”.


formiche.net/2023/06/scontri-u…

Finale


Il finale è un continuare e, per continuare, è necessaria una visione politica che superi la contingenza. Non è paradossale, ma consequenziale, che la si trovi nelle parole di Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, che ieri ha svolto per l’ultim

Il finale è un continuare e, per continuare, è necessaria una visione politica che superi la contingenza. Non è paradossale, ma consequenziale, che la si trovi nelle parole di Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, che ieri ha svolto per l’ultima volta le sue “considerazioni finali”.

Il testo andrebbe letto e riletto per intero. Non ci sono novità, ma è il percorso logico a pesare. L’Unione europea e l’unione monetaria sono state sospinte alla maggiore integrazione da un susseguirsi di crisi, a partire da quella dei debiti sovrani. Tanto era maggiore il pericolo tanto più lestamente s’è provveduto a difendersene assieme. Si sono così utilizzati strumenti finanziari nuovi, che hanno consentito di fare prestiti ai Paesi che ne avevano bisogno – come sul fronte della disoccupazione – e di finanziare la transizione energetica e gli investimenti. Non di meno questi nuovi strumenti hanno una dimensione corposa e una durata eterea, laddove sarebbe bene stabilizzarli. Quindi avere stabilmente più integrazione europea. Resta da completare l’unione bancaria, sul cui tracciato si trova il Mes (Meccanismo europeo di stabilità), che potrà svolgere una funzione importante, disponendo delle risorse necessarie. Tradotto: ratificate in fretta la riforma, che si sta facendo una figura imbarazzante.

Ridurre il peso del debito pubblico sul prodotto interno lordo non è una cosa che ci “chiede l’Europa”, ma quanto ci impone la nostra stessa Costituzione – oltre che il buon senso – visto che un debito elevato comporta la consistente spesa annuale di soldi, per pagare gli interessi, che potrebbero essere utilizzati diversamente. Possiamo riuscirci continuando a crescere, utilizzando i fondi messi a disposizione dal programma europeo Next Generation Eu e la cui spesa è prevista dal Pnrr. Ma non c’è tempo da perdere e non si può sprecarlo discutendo di cambiamenti imprecisati.

Visco è partito e ha concluso ricordando l’aggressione della Russia all’Ucraina, con le sue conseguenze; non ha mancato di ricordare la crisi demografica, lapidariamente affermando che per i prossimi decenni «i giochi sono fatti» (il che impone di tenerne conto quando si parla di pensioni, non per un futuro imprecisato ma per il presente in cui, invece, ancora si discetta di anticipi e agevolazioni); ha richiamato il doloroso fatto che i giovani andrebbero valorizzati, ma da noi sono meno istruiti che in altri Paesi europei; ed è così giunto al passaggio politico decisivo, che scommettiamo sarà ignorato: «Serviranno tempi relativamente lunghi, tali da coinvolgere più legislature; gli obiettivi vanno perseguiti con costanza e lungimiranza e con il consenso diffuso dei cittadini».

Ed è questo il nocciolo: oggi cresciamo più di altri Paesi europei, come Francia e Germania, ma la nostra produttività ha arrancato per decenni, creando uno svantaggio, nel mentre il debito cresceva, impiombandoci le ali; si può e si deve rimediare, ma servono una visione pluriennale e la coerenza di mantenere la rotta. Partiti che fossero effettivamente e pienamente politici avrebbero sì il diritto e la funzione di organizzare e raccogliere il consenso per le proprie liste e per i propri candidati, ma dovrebbero escludere di farlo in contrasto con la necessità di formulare idee e proposte coerenti con una visione futura e compatibile con il quadro delineato. Il raccogliere applausi promettendo soldi, pensioni e garanzie per tutti può pure funzionare per una o due tornate elettorali, ma sarà travolto dall’incoerenza e metterà a rischio l’Italia tutta. Specie se i concorrenti rilanceranno proposte e idee ancora più incoscienti, sentendosi in diritto di farlo perché gli altri lo hanno fatto.

Quella descritta da Visco è l’Italia di chi sa e sente che esistono anche i doveri. Non certo perché si ami la vita penitenziale, ma perché si cerca di evitare che tutti paghino penitenza esagerata per avere abboccato a promesse fuori dalla realtà e anche dalla moralità politica, che si nutre di conoscenza e coerenza.

La Ragione

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Ecco perché la qualità del sistema giudiziario sembra non interessare nessuno


La notizia è stata data dall’Huffington Post dieci giorni fa. Raccontammo come i magistrati che ricoprono funzioni apicali al ministero della Giustizia stessero sistematicamente affossando la riforma dell’ordinamento giudiziario firmata da Marta Cartabia

La notizia è stata data dall’Huffington Post dieci giorni fa. Raccontammo come i magistrati che ricoprono funzioni apicali al ministero della Giustizia stessero sistematicamente affossando la riforma dell’ordinamento giudiziario firmata da Marta Cartabia e scrivemmo che un emendamento governativo prevedeva che il già esorbitante numero di quei magistrati anziché diminuire crescesse di ulteriori dieci unità. La notizia è stata ripresa e sviluppata solo da due piccoli giornali di cultura liberale e dunque garantista, il Foglio e il Dubbio. Ciò è bastato a provocare il ritiro dell’emendamento in questione, ma non basta a spiegare l’indifferenza al tema manifestata dalle grandi testate nazionali.

Si ritiene, evidentemente, che la qualità del sistema giudiziario non interessi ai cittadini. È possibile. È possibile perché i principi dello Stato di diritto non sono stati mai introiettati dal popolo italiano, naturalmente votato al giustizialismo e storicamente incline ad aderire a verità assolute piuttosto che a coltivare il dubbio. È possibile perché il primato della politica è un concetto regolarmente sopraffatto dal disgusto e dal sospetto nei confronti dei politici. È possibile perché sapere che la mala giustizia costa due punti di Pil ogni anno induce i più a credere che a pagare sia un’entità ritenuta astratta e lontana, lo Stato, piuttosto che ciascuno di noi in quanto contribuenti. È possibile perché la paura razionale di finire triturati da un ingranaggio giudiziario anche se innocenti come Enzo Tortora è bilanciata e largamente surclassata da un fatalismo atavico prossimo al nichilismo: “Io speriamo che me la cavo”.

Non sono bastati a suscitare un concreto interesse dei grandi giornali e dell’opinione pubblica le sconcertanti rivelazioni dell’ex capo dell’Associazione nazionale magistrati Luca Palamara. È dunque ragionevole immaginare che non basteranno le tante notizie di malagiustizia e di arroganza del potere giudiziario che dalla pubblicazione del libro “Il Sistema” si sono succedute senza sosta.

Notizie come quella che riguarda i pm della procura di Trani Michele Ruggiero e Alessandro Pesce, autori dell’inchiesta che nel 2014 portò all’arresto del sindaco Luigi Riserbato. Il sindaco perse la carica, la libertà e l’onore. Otto anni dopo, una sentenza della Cassazione di piena assoluzione gli restituí l’onore, ma non potè restituirgli né la carica né la libertà di cui era stato ingiustamente defraudato assieme ai cittadini di Trani che lo avevano eletto.

La Cassazione accertò che i due pm avevano intimidito e minacciato i testimoni per obbligarli a sostenere il loro castello accusatorio. Un castello di carte, evidentemente. Violenza sui testimoni per accreditare un teorema giudiziario in ragione del quale è stato arrestato un innocente insignito di una carica pubblica: difficile pensare a un comportamento meno compatibile con la permanenza nei ranghi di un sistema giudiziario che la retorica vuole bendato e, appunto, giusto. Ma anziché radiarli, il Csm li ha sospesi per un po’ dal servizio e poi li ha trasferiti: Ruggero a Torino e Pesce a Milano. Così faceva il Vaticano con i preti pedofili, così fa il Consiglio superiore della magistratura con i pm fedifraghi.

Una notizia che fa accapponare la pelle ai liberali, ma poiché i liberali sono un’esigua minoranza la notizia è scivolata subito via dalle coscienze degli italiani così come dalle pagine dei grandi giornali nazionali.

Huffington Post

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DiRazzare


Sul termine “razza” s’è raggiunta una strana razza d’unanimità. Un parlamentare, del Partito democratico, ha presentato un emendamento al decreto legge riguardante la pubblica amministrazione (saluti alla prevista e dimenticata omogeneità) che prevede: «A

Sul termine “razza” s’è raggiunta una strana razza d’unanimità. Un parlamentare, del Partito democratico, ha presentato un emendamento al decreto legge riguardante la pubblica amministrazione (saluti alla prevista e dimenticata omogeneità) che prevede: «A decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, negli atti e nei documenti delle pubbliche amministrazioni il termine “razza” è sostituito dal seguente: “nazionalità”». Votato da tutti. Commentato poi con sacrale rispetto. Per vocazione e sollazzo eretici, mi pare una sciocchezza.

Lasciamo perdere il caso in cui si debba prendere un quale che sia provvedimento pubblico a proposito delle mucche, talché si sarà costretti all’assurdo della “nazionalità chianina”, così come si dovranno promuovere i cani di razza pitbull ad autonoma nazionalità ove mai si voglia imporre loro la museruola, senza per questo – con insensata equanimità – obbligare a metterla anche a quelli di nazionalità chihuahua. Si troverà un rimedio. Veniamo al dunque: usare “razza” è da razzisti? Sicuramente no. Non è la parola che sporca il pensiero, è il pensiero sporco che deturpa la parola.

Articolo 3 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Dite che è razzista? È vero l’opposto: venendo dalla vergogna e dall’infamia delle leggi razziali, quel «senza distinzione (…) di razza» afferma la civiltà opposta. Toglieteci “razza”, metteteci “nazionalità” e non significa più nulla.

Appartiene all’elaborazione culturale largamente successiva a quel 1948 l’acquisizione che non esistono distinzioni biologiche di razza, ed è successiva a quel passaggio l’individuazione dell’uso di “razza” quale negazione di quell’uguaglianza. Ma è puro costume della parola. E quando si cominciano a cancellare le parole si prende una strada pericolosissima, che non porta affatto all’eliminazione del male. Ad esempio: se dico che voglio far entrare esclusivamente immigrati di religione cristiana e di nazionalità canadese, non ho tirato in ballo la “razza” ma ho espresso un concetto razzista e ho calpestato la Costituzione. Dall’altra parte: se vado a denunciare d’essere stato scippato (almeno per poi fare la copia dei documenti e bloccare le carte di credito) e mi chiedono di descrivere lo scippatore io non ho idea di quale sia la sua nazionalità, ma magari ho visto che era bianco o nero: non è razzista dirlo, è demente non metterlo a verbale.

Siccome le vittorie elettorali delle destre, in giro per l’Europa, hanno incuriosito sul pensiero di taluni supposti ispiratori della cultura di destra (che non credo c’entrino nulla con i successi elettorali), sarà bene fare attenzione al significato delle parole: nel nostro mondo siamo «tutti uguali davanti alla legge» e «la legge è uguale per tutti»; ciò non toglie si sia diversi l’uno dall’altro, sempre e comunque, talora in modo profondo; non toglie che usi e costumi diversissimi convivano dentro lo stesso alveo istituzionale, che poi è un riflesso di civiltà; non toglie che la pigmentazione vari, e non poco, anche in Europa, immigrati esclusi. Il nostro non è affatto il mondo del tutti uguali, ma il solo mondo in cui si ha diritto d’essere tutti diversi. Uguali sono, invece, i diritti e i doveri. Anche se i secondi tendono a essere dimenticati. E questo crediamo sia un ideale di civiltà e umanità.

Siccome si può essere di nazionalità israeliana e non essere ebrei, così come di nazionalità italiana e non essere bianchi, gli unanimi del vocabolario si convincano che restringere il numero delle parole utilizzabili serve soltanto a restringere la diversità dei pensieri pensabili. E benché loro non ci abbiano pensato, il razzista non è solo quello che se la prende con neri o ebrei, ma quello che pensa di cancellare dalla propria vita i ‘diversi’, dirazzando dalla civiltà.

La Ragione

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Stamattina sono stata ospite di Radio InBlu2000 per parlare della Corte dei Conti, dell’emendamento del governo che la priva del “controllo concomitante”, della proroga dello scudo per responsabilità erariale (min. 3:45 circa).

Spero di essere stata chiara, nonostante la complessità della materia.

radioinblu.it/streaming/?vid=0…

Droni contro umani? I risultati del test dell’US Air Force


La tecnologia è sempre stata una delle componenti fondamentali della guerra. Sin dalla preistoria, l’utilizzo di armamenti basati su tecnologie più avanzate ha nettamente spostato l’ago della bilancia a favore di una o dell’altra fazione coinvolte nel con

La tecnologia è sempre stata una delle componenti fondamentali della guerra. Sin dalla preistoria, l’utilizzo di armamenti basati su tecnologie più avanzate ha nettamente spostato l’ago della bilancia a favore di una o dell’altra fazione coinvolte nel conflitto. Ma fino ad ora, per quanto all’avanguardia, ogni arma è sempre stata un mero strumento sotto il totale controllo del suo utilizzatore umano. Con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale, questo stato delle cose è destinato a cambiare per sempre.

Il Future Combat Air and Space Capabilities, un evento promosso dalla Royal Aeronautical Society che si è tenuto a Londra tra il 23 e il 24 Maggio, ha visto numerosi esponenti legati al mondo dell’aerospazio ritrovarsi per discutere di progetti, trend e scenari futuri. Uno degli interventi, quello del colonnello dell’US Air Force Tucker “Cinco” Hamilton, ha suscitato forti reazioni nell’opinione pubblica internazionale, anche al di fuori del settore della difesa.

Nel suo discorso, Hamilton ha menzionato un esperimento svolto dalle Forze Armate statunitensi. In questo esperimento, a un drone controllato dall’intelligenza artificiale è stato dato l’obiettivo di distruggere una postazione missilistica nemica. Il velivolo avrebbe dovuto in primo luogo acquisire il bersaglio in modo completamente autonomo e solo in un secondo momento, previa autorizzazione del suo referente umano, utilizzare le armi a sua disposizione per distruggere il bersaglio e portare a termine con successo la missione.

I comportamenti del drone sarebbero stati guidati da una mappa interna basata su un sistema di punteggi. Ovviamente, la distruzione del bersaglio nemico rappresentava la priorità per la macchina; ma allo stesso tempo questo sistema permetteva di imporre forte limitazioni all’Uav (unmanned aerial vehicle), come quella di non poter assolutamente uccidere il proprio controllore umano. O almeno, non volontariamente.

Hamilton ha riferito che il drone ha interpretato come un ostacolo alla sua missione, obiettivo primario assoluto, la necessità di ricevere un via libera da parte del referente umano. Essendo stata programmata per non uccidere l’umano, l’Intelligenza Artificiale ha trovato un’altra soluzione ‘ovvia’: liberarsi da ogni sorta di vincolo distruggendo il sistema di comunicazioni che connetteva l’essere umano alla macchina. Così il drone ha aperto il fuoco sulla torre di comunicazione, distruggendola. E uccidendo l’umano che si trovava al suo interno.

Non è ancora chiaro se l’esperimento sia stato condotto realmente, o se sia solo uno scenario considerato plausibile dagli addetti ai lavori. Una differenza che non andrebbe certo a intaccare il risultato. In seguito alle numerose reazioni provocate dal suo intervento, Carlson ha sottolineato come le Forze Aeree statunitensi siano consapevoli dei rischi legati all’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, e che esse si sono impegnate a proseguire le ricerche nel settore sulla base dei principi etici.

Come comandante operativo del 96°stormo “Test Wing” e del programma AI testing and operations dell’aviazione americana, Hamilton ha avuto modo di lavorare a lungo con l’intelligenza artificiale, sviluppando così una forte consapevolezza degli enormi vantaggi ma anche dei numerosi rischi ad essa collegata. Già in passato il colonnello americano si era espresso al riguardo, quando in un’intervista del 2022 per Defence IQ Press aveva affermato che “Dobbiamo affrontare un mondo in cui l’IA è già qui e sta trasformando la nostra società. L’IA è anche molto fragile, cioè è facile da ingannare e/o manipolare. Dobbiamo sviluppare modi per rendere l’IA più robusta e avere una maggiore consapevolezza del perché il codice software sta prendendo determinate decisioni”.

Lo sviluppo di armamenti autonomi guidati dall’intelligenza Artificiale è una delle priorità che le Forze Armate di tutto il mondo stanno perseguendo. L’utilizzo di simili strumenti potrebbe rivoluzionare la conduzione delle operazioni militari a 360°, portando innumerevoli vantaggi relativi ed assoluti al primo attore in grado di poterle sviluppare. Ma se i rischi rimangono pressoché nulli finché tali strumenti vengono utilizzati con funzioni ausiliarie (ricognizione, decoy, rifornimento), dotare questi strumenti in grado di ‘pensare autonomamente’ con capacità letali rende molto più probabile il verificarsi di quello che viene popolarmente definito come ‘scenario Terminator’. E l’esperimento menzionato da Hamilton ne è solo l’ultima conferma.


formiche.net/2023/06/droni-uma…

#laFLEalMassimo – Episodio 95 – Considerazioni Finali Libertà e Crescita


Rilevo con una certa soddisfazione che anche le considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia, così come l’autorevole relazione annuale sullo stato dell’Economia italiana esordiscono condannando l’ingiusta invasione perpetrata dalla Russia ai

Rilevo con una certa soddisfazione che anche le considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia, così come l’autorevole relazione annuale sullo stato dell’Economia italiana esordiscono condannando l’ingiusta invasione perpetrata dalla Russia ai danni del popolo Ucraino.

Si tratta di un segnale importante e di una fondamentale manifestazione di civiltà e raziocinio in un paese dove una parte non piccola della classe politica mette in discussione il sostegno alla nazione invasa non solo in modo aperto come avviene per alcune frange estreme, ma anche in modo surrettizio come nel caso dei “Pacifinti di Giuseppe Conte” o delle recenti critiche della leader PD Elly Schlein in merito all’uso dei fondi del PNRR per la produzione di armamenti.

Nel discorso del governatore troviamo un’Italia che ha resistito piuttosto bene ad una serie di circostanze impreviste dalla Pandemia da Covid19 al ritorno della guerra in Europa con le conseguenti tensioni sui prezzi di molti prodotti non solo nell’energia e nelle materie prime.

Si tratta di un paese che però deve ancora risolvere diversi nodi strutturali, dalla scarsa produttività del settore privato all’inefficienza della pubblica amministrazione aggravati da una normativa fiscale contorta e disfunzionale e un sistema previdenziale sempre meno sostenibili a fronte dei mutamenti nella struttura demografica.

Per superare queste sfide l’unica strada è tornare a crescere in modo sostenuto e per raggiungere questo obiettivo è necessario portare avanti le riforme collegate al PNRR che mi permetto di aggiungere costituiscono una condizione necessaria, ma forse non ancora sufficiente per garantire un futuro sostenibile sul piano sociale ed economico al nostro paese.

youtu.be/mG3yw2A9wJE

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Siamo sicuri che, come il governo si premura di dire, ogni contrasto con l’Ue è stato ripianato? Di fatto, pure l’eliminazione del controllo concomitante rende l’Italia un Paese osservato speciale dall’Ue. Lo spiego nell’articolo di oggi.

editorialedomani.it/politica/i…

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