L’Estonia, la nuova Europa e il futuro della Nato. La versione di Kolga


In questa intervista con Formiche.net, il direttore del Dipartimento pianificazione del ministero degli Affari Esteri di Tallin Margus Kolga ha rimarcato come il sostegno militare all’Ucraina sia necessario per permettere a Kyiv di difendersi con successo
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please log in.

In questa intervista con Formiche.net, il direttore del Dipartimento pianificazione del ministero degli Affari Esteri di Tallin Margus Kolga ha rimarcato come il sostegno militare all’Ucraina sia necessario per permettere a Kyiv di difendersi con successo dall’aggressione russa, ma allo stesso tempo non sia sufficiente a garantire il mantenimento della pace e ad evitare il ripetersi di situazioni simili. Secondo il diplomatico, che è stato ambasciatore estone alle Nazioni Unite e in Svezia, un rafforzamento militare di tutti i membri dell’Alleanza atlantica (specialmente lungo il confine con la Federazione Russa) e un veloce allargamento della stessa sono requisiti indispensabili per neutralizzare ogni futura velleità di espansionismo militare da parte di Mosca.
Margus Kolga
L’Invasione dell’Ucraina iniziata nel Febbraio 2022 è stato uno degli eventi che hanno destabilizzato maggiormente il sistema internazionale. Quali pensa che siano le conseguenze principali?

È ancora troppo presto per dirlo. Per adesso sappiamo che definirà il futuro dell’intero ordine internazionale, non solo di quello dell’Europa. L’unica cosa certa è che Vladimir Putin ha fallito nel realizzare i suoi obiettivi originari: se gli intenti di quest’invasione fossero stati il ‘punire’ l’Ucraina, di rallentare l’espansione del mondo libero o di rimodellare gli equilibri internazionali a favore del Cremlino, hanno tutti fallito miseramente. Basti pensare al caso della Svezia e della Finlandia. Ma a su questo avremo tempo di riflettere in un secondo momento. Adesso quello che conta è concentrarci sul vincere questa guerra.

Ritiene che quest’invasione sia stata come un fulmine a ciel sereno?

L’attacco russo non è stata una sorpresa. Già in passato la Russia, uno dei membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha deciso di impiegare lo strumento militare per perseguire i suoi obiettivi, basti pensare alla Crimea o alla Georgia. Anche se non ci aspettavamo un’operazione militare di tale portata, da quando abbiamo cominciato a notare gli ingenti ammassamenti di truppe lungo i confini tra Ucraina, Russia e Bielorussia abbiamo capito che qualcosa stesse per succedere.

Come considera la postura assunta dall’Unione Europea nei confronti della Russia?

La strategia dell’Unione Europea per sostenere l’Ucraina e rispondere alla Russia è stata ottima. Certo, soprattutto all’inizio è stato difficile trovare un terreno comune per mettere d’accordo tutti gli stati membri. Ma le istituzioni europee hanno agito in modo veloce ed efficace. Sia nel sostenere militarmente l’Ucraina e nel programmare il suo accesso all’Unione Europea, ma anche nel mantenere coeso, assieme agli alleati Nato, il fronte delle sanzioni ad una portata senza precedenti. L’unità è forza, e soltanto preservandola potremo arrivare a una vittoria e costruire la pace. Ma dobbiamo essere pronti a ogni evenienza, e il conflitto potrebbe perdurare ancora a lungo, così come potrebbe finire in brevissimo tempo.

Quale pensa siano le priorità per ristabilire una situazione di sicurezza in Ucraina, e in generale lungo tutto il fianco est della Nato?

Prima di tutto, è necessario che la Russia venga respinta militarmente fino alle posizioni che occupava prima del 2014. In ogni altro caso si legittimerebbe, anche parzialmente, l’atto di aggressione che la Russia ha portato avanti negli ultimi 10 anni. Inoltre, è necessario fare in modo che la Russia inebolisca le sue capacità militari, cosa che sta avvenendo esattamente in questo momento: in Ucraina le Forze Armate russe si stanno lentamente dissanguando, e a questo punto del conflitto si cominciano a vedere i risultati. Un altro punto fondamentale è perseguire come criminali coloro che hanno messo in atto questa guerra, anche tramite l’istituzione di un tribunale internazionale. Ma su questo dobbiamo adoperarci ancor prima della fine del conflitto. Dobbiamo rendere giustizia agli ucraini, ma anche a noi stessi. La Russia deve capire una volta per tutte che nessun crimine resterà impunito: Bucha e Irpin non possono essere dimenticate.

Crede che l’Estonia possa in qualche modo sostenere la Svezia e la Finlandia nel processo di integrazione con l’Alleanza Atlantica?

Sul piano tecnico, sia Finlandia che Svezia sono già pronte per entrare nella Nato. Saranno membri a pieno titolo dell’alleanza e pienamente operativi sin dall’inizio. Quello che dobbiamo fare è incrementare ulteriormente il livello della nostra cooperazione militare, sia a un livello apicale che in un contesto quotidiano, soprattutto considerando la nostra posizione geografica. Le capacità aereonavali svolgono un ruolo importante nel contesto baltico, e sia Stoccolma che Helsinki possono dare un apporto importante in questo senso. Ma senza dimenticare l’importanza delle forze terrestri. La Finlandia ha un grande esercito di leva, necessario a difendere i suoi lunghi confini con la Federazione Russa; ma con l’entrata nella Nato, dovrà riformarne la struttura per accrescerne la sinergia con quelli degli altri stati membri. Fino ad ora, la difesa della regione baltica si basava sul concetto di “Forward Presence”: un piccolo contingente Nato presente sul campo con la responsabilità di svolgere un ruolo di deterrenza (grazie al cosiddetto tripwire mechanism) e, in caso di attacco russo, di supportare gli eserciti nazionali nel rallentare l’offensiva nemica in attesa dell’arrivo dei rinforzi. Dopo l’Ucraina, dobbiamo parlare di “Forward Defence”.

L’Estonia si sta già muovendo in questa direzione?

Assolutamente sì. Fino ad ora, il nostro esercito era organizzato avendo come unità di base la brigata, molto più adatta a conflitti di dimensioni ridotte e più facilmente gestibile. Adesso stiamo passando alla struttura divisionale. Allo stesso tempo, stiamo lavorando per ottenere a livello nazionale capacità di difesa aerea a medio raggio, che fino ad ora sono state fornite su base rotazionale dagli altri membri dell’alleanza. Ma sono necessarie le giuste risorse: per questo motivo tutte le forze politiche dell’Estonia si sono accordate per alzare il budget destinato alla difesa dal 2% al 3% del Pil. E speriamo che i nostri alleati facciano lo stesso, anche se non subito. Il problema, per l’Estonia e non solo, non è la scarsa disponibilità di armamenti, ma le basse capacità di produzione degli stessi.

Pensa che l’esistenza di un tripwire mechanism in Ucraina avrebbe prevenuto quanto accaduto nel febbraio scorso?


L’appartenenza dell’Ucraina alla Nato avrebbe prevenuto l’aggressione, non il tripwire mechanism. Nel 2008 siamo stati troppo vaghi: se ci fosse stata una roadmap per l’adesione di Kyiv alla Nato, forse le cose sarebbero andate diversamente.

L’Estonia ospita all’interno dei suoi confini una forte minoranza russa, fonte di timori per vari osservatori internazionali. Eppure non si sono verificati incidenti. Qual è stato l’approccio del vostro governo al riguardo?

Sin dall’indipendenza, abbiamo creato un clima di fiducia con tutte le minoranze non estoni (e specialmente quelle russe). Per capire il problema si deve guardare al passato. C’è sempre stata una minoranza russa in Estonia. Nel periodo tra le due guerre ammontava al 7% della popolazione, poi in epoca sovietica ha raggiunto il 34-35% grazie alle immigrazioni promosse dal governo di Mosca. All’inizio questi immigrati non erano benvisti, erano considerati alla stregua di occupanti e c’erano difficoltà relazionali tra i due ceppi. Dopo la caduta dell’Unione sovietica c’è stato il rischio di un conflitto etnico, ma abbiamo evitato la caccia alle streghe. Così abbiamo creato una fiducia reciproca.

Mostrare questa attitudine ha aiutato molto: la minoranza russa ha capito di far parte della nostra società. Dall’inizio del conflitto in Ucraina queste questioni sono tornate a galla, e quindi abbiamo cercato di limitare la propaganda del Cremlino. Abbiamo chiuso i canali russi, ma abbiamo creato canali estoni in lingua russa. Sono liberi, controlliamo solo che non ci sia alcuna forma di propaganda a favore di Mosca. In generale, i media estoni sono aperti e trasparenti, siamo quarti nel World Press Freedom Index. Non diciamo bugie ai nostri concittadini. Lavoriamo anche per accogliere i giornalisti russi che scappano dal regime, creando dei visti ad hoc. Siamo piccoli, ma facciamo quel che possiamo.

Quali sono, secondo lei, le priorità per il Summit della Nato che si terrà a Vilnius, in Lituania, tra poco più di un mese?

Per prima cosa, dobbiamo implementare sul piano pratico le decisioni prese lo scorso anno a Madrid. In secondo luogo, dobbiamo dare una prospettiva concreta all’Ucraina per l’adesione alla Nato, tenendo in considerazione l’evolversi della situazione al fronte. Dobbiamo essere preparati a cosa succederà al termine del conflitto, e l’adesione dell’Ucraina alla Nato, è la miglior forma di garanzia. Il terzo punto, l’ho già menzionato prima, è quello di discutere in modo sostanziale l’aumento al 3% del budget della difesa di ciascun paese membro. Un’altra priorità sarebbe la partecipazione della Svezia come stato membro effettivo, ma vedremo…


formiche.net/2023/06/estonia-b…

Le comunicazioni tra Cina e Usa possono evitare una guerra a Taiwan, parola di Austin


Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, ha usato lo spazio concessogli dallo Shangri-La Dialogue di Singapore per avvertire che un conflitto su Taiwan “influenzerebbe l’economia globale in modi che non possiamo immaginare” e ribadire la

Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, ha usato lo spazio concessogli dallo Shangri-La Dialogue di Singapore per avvertire che un conflitto su Taiwan “influenzerebbe l’economia globale in modi che non possiamo immaginare” e ribadire la necessità di una maggiore comunicazione tra le forze armate americane e cinesi. Ossia battere su un punto che attualmente l’amministrazione Biden considera come prioritario: non perdere totalmente il contatto con Pechino ed evitare l’innesco di una nuova (e potenzialmente più preoccupante) Guerra Fredda.

Taiwan e comunicazioni: priorità Usa

“Non fraintendete la realtà: un conflitto nello Stretto di Taiwan sarebbe devastante”, ha detto Austin sabato dal palco della conferenza sulla sicurezza asiatica – che significa indo-pacifica e dunque globale – organizzata dall’International Institute of Strategic Studies di Londra. “Tutto il mondo ha interesse a mantenere la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan, tutto il mondo. Ne va della sicurezza delle rotte commerciali e delle catene di approvvigionamento globali”. E poi: “Per i leader responsabili della difesa, il momento di parlare è sempre e il momento giusto è adesso”, ha aggiunto il capo del Pentagono. “Sono profondamente preoccupato che la Repubblica popolare cinese non sia stata disposta a impegnarsi più seriamente per migliorare i meccanismi di gestione delle crisi tra i nostri due eserciti. Ma spero che le cose cambino, e presto”.

Tutto arriva mentre Pechino ha ripetutamente respinto le richieste del Pentagono per mettere Austin a un tavolo con il suo omologo Li Shangfu, e sfruttare la conferenza di Singapore per riaprire il dialogo military-to-military. I due hanno scambiato qualche convenevole, ma “una cordiale stretta di mano non sostituisce un engagement significativo”, ha precisato Austin. Il tutto mentre escono le notizie su una visita non-più-segreta del direttore della Cia, Bill Burns, a Pechino per cercare di sbloccare l’impasse sui dialoghi più consistenti tra le due potenze.

Se è vero che Washington intenda dimostrare disponibilità sulla riapertura delle discussioni, secondo un “disgelo” che il presidente americano aveva auspicato durante il G7, è anche vero che non intende cedere aliquote di controllo nelle relazioni. Non a caso, poco dopo le osservazioni di Austin un funzionario militare americano ci ha tenuto a far sapere ai media che una nave da guerra della US Navy stava transitando lungo lo Stretto di Taiwan, un’operazione che gli americani considerano di routine, perché vedono quelle acque come internazionali, mentre per i cinesi è una provocazione in acque considerate sovrane – dato che non riconoscono l’esistenza di Taiwan e la vedono come una provincia ribelle da annettere.

Il contesto

Gli Stati Uniti stanno “distruggendo le relazioni tra Stati Uniti e Cina”, ha dichiarato He Lei, tenente generale ed ex vicepresidente dell’Accademia di scienze militari del PLA. “La Cina non prenderà ordini durante la sua ascesa pacifica”, ha detto il funzionario di rango medio-basso, probabilmente chiamato a parlare per ordine del Partito/Stato per non dare eccessivo valore alle parole dell’americano. È un confronto comunicativo, dove ognuna delle due super-potenze accusa l’altra di rompere il clima e alterare i rapporti.

Anche per questo i Paesi asiatici vivono una fase di preoccupazioni crescenti. Temono che le tensioni tra Stati Uniti e Cina siano irreparabili e possano sfociare in un conflitto. Alla domanda se gli Stati Uniti stiano cercando colloqui per il controllo degli armamenti nucleari con Pechino, Austin ha aggiunto: “Non appena risponderanno al telefono, forse riusciremo a lavorare”. Austin ha anche usato il suo discorso alla conferenza per contrapporre la visione statunitense per l’Indo Pacifico “free and open” ai rischi di “coercizione, intimidazione o bullismo”. È una forma di rassicurazione agli attori regionali, incontrati in vari modi in questi giorni. “[Quella degli Usa] è una visione di un Indo-Pacifico libero, aperto e sicuro, in un mondo di regole e diritti”, ha detto Austin. Queste regole e diritti, ha aggiunto, includono “i diritti umani e la dignità umana” e la necessità di risolvere “le controversie attraverso il dialogo pacifico e non con la coercizione o la conquista”.


formiche.net/2023/06/cina-usa-…

La strage delle bambine gasate nelle scuole dal regime iraniano


Raha Hosseini abitava ad Isfahan e Mahna Rahimi Mehr a Saqqez, nella città di Jîna (Mahsa Amini), nel Kurdistan iraniano. Sono due coetanee di nove anni, vittime degli attacchi chimici registrati contro numerose scuole femminili di diverse città dell’Iran

Raha Hosseini abitava ad Isfahan e Mahna Rahimi Mehr a Saqqez, nella città di Jîna (Mahsa Amini), nel Kurdistan iraniano. Sono due coetanee di nove anni, vittime degli attacchi chimici registrati contro numerose scuole femminili di diverse città dell’Iran.

Fatemeh Razaei era una studentessa di undici anni, anche lei morta a febbraio 2023 per avvelenamento, dopo un attacco chimico avvenuto nella sua scuola.

Vittime del terrorismo biologico sono anche le scuole elementari. Un alunno di prima elementare di nome Roham Shahveisi ha perso la vita dopo un attacco chimico avvenuto a febbraio nella sua scuola.

Due ragazze delle scuole elementari di Marand, nella provincia dell’Azerbaigian orientale (Iran nordoccidentale), Fatemeh Mehdizadeh e Shabnam Jamshidi sono morte avvelenate il 7 marzo.

Il 7 aprile 2023 è toccato a Karou Pashabadi, un sedicenne di Kamyaran, nella provincia di Kermanshah, morto dopo tre settimane dal ricovero in ospedale dopo aver inalato gas venefico irrorato nella sua scuola.

Gli attacchi con gas chimici nelle scuole, in particolare femminili, sono iniziati nel novembre 2022 e, dopo oltre sette mesi, si registrano ancora episodi di veneficio.

Sono oltre 700 le scuole prese di mira in oltre 160 città del paese. Si stima che siano oltre diecimila gli studenti avvelenati. Sono almeno cinque le ragazze minorenni che hanno perso la vita.

Da diverse testimonianze degli stessi studenti e dei genitori, riportate nei report di alcune organizzazioni per i diritti umani come Amnesty internationale ed Hengaw, è emerso che il 18 aprile scorso sarebbe stato colpito da un attacco chimico anche il conservatorio femminile di Abrar nel 15° distretto di Teheran, frequentato da circa 300 allieve.

Le studentesse raccontano che hanno avvertito un odore dolce e nauseabondo, simile a quello di un detersivo, che alcune ragazze hanno cominciato a vomitare, ad accusare forte irritazione agli occhi e avere difficoltà respiratorie. Spaventate, sono subito corse verso i cancelli della scuola per abbandonare l’edificio e chiamare i soccorsi, ma hanno trovato i cancelli chiusi e hanno subito capito che erano finite in una trappola, prigioniere nella loro stessa scuola.

Pur essendo tutte le scuole del paese dotate di telecamere di video sorveglianza, non risulterebbe stata effettuata alcuna registrazione video.

Il personale didattico era assente, dislocato in parti diverse dei vari istituti.

A nulla sono valse le proteste dei genitori che hanno presidiato le scuole dei loro figli giorno e notte e che hanno manifestato per diversi giorni davanti alla Direzione generale dell’Istruzione in dozzine di città e ai quali si sono uniti anche gli insegnanti. Le forze di polizia li ha dispersi usando gas lacrimogeni fortemente urticanti e minacciandoli di morte.

Oggetto di attacchi con agenti chimici sono stati in particolare le scuole medie, i licei e dormitori universitari e alcuni casi di avvelenamento si sono registrati perfino nella metropolitana di Tehran.

Gli studenti di diversi licei e i loro genitori hanno denunciato i funzionari scolastici di alcuni istituti di aver ritardato i soccorsi alle studentesse vittime degli attacchi.

Per diversi mesi si è registrato caos negli ospedali di diverse città dove quotidianamente accorrevano le ambulanze con le studentesse che avevano urgente bisogno di ossigeno e tutto questo avveniva sotto gli occhi dei loro genitori disperati.

Sono stati minacciati e costretti al silenzio dalle autorità iraniane anche i medici che confermavano gli episodi di avvelenamento di cui erano state vittime nelle loro scuole migliaia di studentesse. Coloro che hanno cercato di diffondere la notizia di questi crimini sono stati perseguiti e imprigionati.

Le autorità sanitarie hanno confermato infatti la sintomatologia tipica da avvelenamento da agenti organofosfati che provoca forte sudorazione, eccesso di salivazione, vomito, ipermotilità intestinale, diarrea, perdita momentanea della vista, difficoltà respiratorie e paralisi, fino a all’esito della morte. Tali sintomi si possono presentare anche a distanza di due settimane dall’esposizione all’agente tossico.

Le autorità della Repubblica islamica hanno poi riconosciuto che si sono verificati episodi di avvelenamenti, ma tuttavia li hanno tollerati e non hanno ancora identificato e arrestato gli autori di tali orribili atti.

Appare evidente che il regime non riuscendo più a far rispettare l’odioso codice di abbigliamento starebbe ricorrendo alla strategia terroristica per costringere le madri a fare indossare il velo alle loro figlie.

La legge iraniana sul codice di abbigliamento impone alle donne e alle ragazze di età superiore ai nove anni di coprirsi i capelli e di nascondere le curve del proprio corpo sotto abiti lunghi e larghi.

Molte donne aderiscono ancora a questa regola, alcune per scelta e altre per paura. Ma nei parchi, nei caffè, nei ristoranti e nei centri commerciali, luoghi molto frequentati da giovani, le donne sono quasi tutte a capo scoperto. Per gran parte delle giovani donne, comprese celebrità dell’arte e dello spettacolo e le atlete, “l’era dell’hijab forzato è ormai finita”.

La pacifica ribellione dei giovani in Iran che a mani nude sfidano da circa nove mesi il regime islamico armato di tutto punto ha già determinato una profonda rivoluzione culturale che, dilagando dalla periferia al centro, punta a rovesciare l’intero assetto politico-istituzionale della Repubblica islamica nata nel 1979. I giovani della cosiddetta “Generazione Z” rifiutano ogni istituzione oppressiva di qualsiasi natura: laica o religiosa. Rifiutano l’autoritarismo e vogliono vivere e divertirsi come i loro coetanei di tutti i paesi liberi.

Ora le proteste si svolgono prevalentemente nel Kurdistan iraniano e nel Belucistan, nel capoluogo Zahedan con la consueta marcia per la libertà, dopo la preghiera del venerdì.

Il 18 febbraio un gruppo di estremisti a Qom, noto come Fadayeen-e Velayat (sostenitori kamikaze di Khamenei), gruppo estremista sciita di Hamian-e Velayat, aveva distribuito volantini in cui si dichiarava che alle ragazze era vietato studiare e che la loro istruzione equivaleva ad una dichiarazione di guerra contro il 12° imam sciita. Il gruppo aveva minacciato di diffondere gli attacchi chimici nelle scuole femminili di tutto l’Iran se queste non fossero state chiuse. Hamian-e Velayat aveva in passato già effettuato attacchi con veleno contro licei femminili e contro i derwishi su ordine di Mojtaba Khamenei, figlio della guida suprema degli ayatollah iraniani.

Hamian-e Velayat è infatti molto legata al figlio della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, e dunque dei pasdaran. L’obiettivo della parte più radicale del regime sarebbe quello di terrorizzare la popolazione.

L’avvelenamento per oltre tre mesi, iniziato nel novembre 2022, nelle scuole femminili di Qom, città sacra per gli sciiti, è stato in tutta evidenza un crimine sistematico mosso da intento malevolo di un regime misogino.

Il ruolo centrale delle ragazze iraniane nella rivoluzione in corso per l’abbattimento dell’apartheid di genere e dell’intero regime islamico ha provocato un inasprimento della repressione messa in atto per soffocare la ribellione. Il movimento giovanile di protesta accusa il regime della Repubblica islamica di volersi vendicare del coraggioso attivismo delle donne che hanno generato un moto di ribellione nonviolenta che sta scardinando le fondamenta ideologiche su cui si basa la teocrazia.

La convinzione dei giovani rivoluzionari è che dietro questi crimini contro l’umanità vi sia senza dubbio la mano degli ayatollah che avrebbero incaricato gruppi di estremisti religiosi di mettere in atto tali azioni terroristiche nei confronti delle studentesse che si oppongono all’obbligo dell’hijab per escluderle dalle scuole e tenere dunque lontane dall’istruzione pubblica le alunne senza velo che hanno già di fatto abbattuto l’apartheid di genere in Iran.

In questi ultimi mesi si sono registrati numerosi arresti di adolescenti che non indossavano l’hijab nei negozi e nei centri commerciali. A Isfahan quaranta negozi sarebbero stati chiusi perché il personale non indossava il velo. A Shandiz, nel nordovest dell’Iran, un agente delle forze volontarie paramilitari “basij” delle Guardie rivoluzionarie in borghese ha aggredito in un negozio di alimentari due donne senza l’hijab, rovesciando loro addosso un secchiello di yogurt.

In questi giorni, giovani donne delle più svariate province dell’Iran, stanno mettendo in atto numerose azioni di disobbedienza civile pubblicando, sui social, loro foto e video a capo scoperto mentre danzano e cantano nei luoghi pubblici e turistici.

“Malvagio Khamenei, ti abbatteremo”, “Abbasso i pasdaran; abbasso i basij”, gridano donne, uomini e bambini delle province del centro e di quelle più remote del paese. Dalla periferia al centro, a mani nude, uniti in una inedita sintonia. Questa è una delle caratteristiche più rivoluzionarie della ribellione dei giovani iraniani.

Gli attacchi con agenti chimici nelle scuole femminili in Iran sono solo l’ultima strategia che ha escogitato il regime degli ayatollah per terrorizzare le donne che rifiutano l’hijab e per indurle a non partecipare alle proteste, ma le iraniane con la disobbedienza civile stanno trasformando i loro foulard nell’arma più efficace e più potente contro la dittatura religiosa e gli strati profondi di misoginia e patriarcato della Repubblica islamica.

L'articolo La strage delle bambine gasate nelle scuole dal regime iraniano proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Le ragioni di una sfilata. La riflessione del gen. Cuzzelli


La sfilata del 2 giugno ai Fori imperiali è da un cinquantennio oggetto di discussione. Abitudine consolidata negli anni Cinquanta e Sessanta, dagli anni Settanta ha incontrato la sistematica contestazione da parte delle correnti pacifiste e antiatlantich

La sfilata del 2 giugno ai Fori imperiali è da un cinquantennio oggetto di discussione. Abitudine consolidata negli anni Cinquanta e Sessanta, dagli anni Settanta ha incontrato la sistematica contestazione da parte delle correnti pacifiste e antiatlantiche della politica e dell’opinione pubblica – fino a essere soppressa in epoca di austerità – per poi ritornare in auge dai primi anni 2000. Tuttora considerata da molti un inutile sfoggio di militarismo, la si vuole contraria sia allo spirito del popolo italiano sia ai principi fondanti della carta costituzionale. Ma è proprio così?

È un fatto assodato che dopo la fine della Seconda guerra mondiale, e con l’avvio della Guerra fredda, in Italia come altrove sia prevalso nelle opinioni pubbliche un più che legittimo sentimento di insofferenza per la tragedia appena patita, accompagnato dal giustificato rifiuto del colpevole militarismo che l’aveva generata, e da una sensazione di inutilità per tutto ciò che aveva a che fare con la difesa convenzionale, considerata pleonastica di fronte all’inevitabile olocausto nucleare che avrebbe comportato un conflitto tra i due blocchi.

Di questo atteggiamento si faranno interpreti – con finalità opposte ma nel lungo termine coincidenti – da un lato le forze politiche ideologicamente vicine all’Unione Sovietica, per ragioni fin troppo comprensibili, e dall’altro correnti di pensiero estremo del cattolicesimo militante, che faranno della rinuncia all’uso della violenza in qualunque circostanza un credo assoluto. Convinte entrambe – ma su questo ritorneremo a breve – di interpretare così lo spirito più autentico dei padri costituenti.

Questo modo di pensare, condiviso da larghi settori dell’opinione pubblica, si andrà progressivamente modificando dopo la fine del confronto bipolare, quando l’esigenza di porre rimedio al disordine internazionale condurrà l’Occidente ad intervenire in numerose situazioni conflittuali. La finalità sostanzialmente umanitaria di tali azioni porterà infatti molti a riconsiderare positivamente la liceità dell’utilizzo dello strumento militare. Purché, se proprio bisogna sparare, siano altri a farlo. Con ciò creando il formidabile ossimoro – tutto italiano – del soldato che fa la pace e non la guerra.

Nondimeno, le recenti, manifeste violazioni del diritto internazionale hanno da un lato reso necessario il ritorno a forme di difesa convenzionale che si volevano ormai dimenticate, e dall’altro hanno messo in evidenza l’assoluta inconsistenza degli atteggiamenti sinora descritti. Nonostante ciò, appellandosi ad un presunto dettato costituzionale, taluni continuano ad invocare forme di assoluto rifiuto della guerra, con ciò confondendo due principi filosofici ben distinti tra loro, ovvero il pacifismo e l’unilateralismo.

Il pacifismo, infatti, è il rifiuto della violenza come mezzo per la risoluzione delle controversie. Che non pregiudica, tuttavia, il diritto – naturale e inalienabile, al di là di ogni credo – di difendersi in caso di aggressione, una volta esaurita ogni altra forma di ragionevole convincimento della controparte. L’unilateralismo, invece, è il rifiuto dell’uso della violenza a prescindere, senza se e senza ma. In questo senso, la costituzione italiana è assolutamente pacifista. Rifiuta la guerra, ma non esclude di farla per difendere il paese, nel quadro di un sistema internazionale basato su regole condivise. E vuole che tutti i cittadini vi concorrano, nei tempi e nei modi stabiliti dalla legge.

Posizione di elementare buon senso, voluta e sottoscritta da tutti i costituenti – dei quali certamente non può essere messa in discussione la vocazione democratica – sulla quale ritorneremo tra breve. Ben diversa è invece la posizione unilateralista. Ancorché degna di rispetto come qualunque altra forma di pensiero, appare un atteggiamento sostanzialmente anticonservativo e alieno dal sentire dell’uomo comune. Un atteggiamento che consente al prepotente di farsi beffe delle regole e lascia la vittima alla mercé del suo aggressore, nell’illusione che la forza della ragione – o del sentimento – possa aprioristicamente prevalere sulla violenza. Un atteggiamento, infine, che non solo non ha nulla a che vedere con il dettato costituzionale ma che invece, in ultima analisi, ne inficia i caratteri fondativi.

È infatti evidente che tutto l’impianto della nostra costituzione, nata dalla resistenza, ha lo scopo di tutelare la libertà, sia in chiave individuale – proteggendo esplicitamente i diritti fondamentali del cittadino – sia in chiave collettiva, evocando con chiarezza il dovere della collettività di difendersi con ogni mezzo lecito qualora minacciata. Ciò perché all’epoca i costituenti avevano ben chiara la scelta di coloro che, in nome della libertà, avevano preso le armi ed erano andati in montagna a combattere perché non si poteva fare altrimenti. È dunque paradossale – per non dire incoerente o del tutto contraddittorio – l’atteggiamento di coloro che oggi sembrano ispirarsi in ogni manifestazione di pensiero alle gloriose giornate di aprile, ma che contemporaneamente rifiutano per principio quella lotta armata che sola ha potuto garantire al nostro popolo la libertà, e che oggi permette ad altri di resistere alla protervia dell’aggressore.

Ma a chi è affidato oggi il compito istituzionale di combattere? A chi è affidata la difesa della libertà dei cittadini e del Paese, in patria e, se necessario, all’estero? Chi esercita per legge il monopolio dell’uso della forza per tutelare i singoli e la collettività? Le forze armate, le forze di polizia, i corpi centrali e periferici dello stato. I partigiani di ieri, i soldati di oggi.

A loro, e al patto che li lega indissolubilmente alla collettività che difendono, è dedicata la sfilata del 2 giugno, così come fu intesa dal suo inventore, Randolfo Pacciardi. Pacciardi, combattente del primo conflitto mondiale e di Spagna, fervente antifascista, primo ministro della Difesa dell’Italia repubblicana, uomo ben consapevole dei rischi che correva la nostra fragile democrazia di fronte alle sirene totalitarie dell’epoca. Non certo un reazionario, non certo un militarista. Non certo uno che voleva mostrare i muscoli. Semplicemente un patriota che voleva ribadire un principio. Che la libertà riconquistata a caro prezzo andava difesa. Se necessario con le armi.

Riscopriamo dunque i nostri soldati, per riscoprire la forza della nostra libertà. Combattere la sfilata serve solo a dare voce a chi vuole togliercela.


formiche.net/2023/06/ragioni-s…

Ecco le sfide per le Forze armate. L’analisi di Monteforte


Ogni anno, la Festa della Repubblica è l’occasione per le nostre Forze armate di mostrarsi al popolo italiano, con tutti i pregi e i limiti che le contraddistinguono. La sfilata a Via dei Fori Imperiali, infatti, più che uno show di potenza, come avveniva

Ogni anno, la Festa della Repubblica è l’occasione per le nostre Forze armate di mostrarsi al popolo italiano, con tutti i pregi e i limiti che le contraddistinguono. La sfilata a Via dei Fori Imperiali, infatti, più che uno show di potenza, come avveniva in passato, è servita negli ultimi anni per farsi conoscere e per dimostrare che i soldi investiti nel loro ammodernamento e potenziamento sono stati spesi bene.

Le Forze armate si mostrino sempre più pronte

Quest’anno, però, le Forze Armate, attraverso la sfilata, dovranno anche mostrare alla popolazione, e non solo agli specialisti nazionali e alleati, la loro adeguatezza a fronteggiare la situazione che si è venuta a creare intorno a noi. Si tratta di un aspetto particolarmente importante, visto che le notizie di guerre, instabilità e sommovimenti compaiono sempre più spesso sui media, e hanno aumentato l’attenzione – a volte interessata, a volte infastidita – del grande pubblico.

Dopo ben trent’anni, dal 1991 al 2021, nei quali i compiti del nostro strumento militare erano, essenzialmente, la stabilizzazione, la prevenzione, la sorveglianza e la protezione, compiti la cui esecuzione sfuggiva spesso all’attenzione generale, comportando attività e impegni oscuri anche se onerosi, è ormai chiaro che la situazione sia cambiata profondamente.

L’instabilità internazionale

Infatti, negli ultimi tre anni, l’Occidente si è gravemente indebolito, soprattutto per la moltitudine di debiti contratti per contrastare gli effetti economici della pandemia, che ci ha colpiti in più ondate successive.

Ciò ha incoraggiato gli altri attori principali a livello internazionale a sistemare “con le cattive maniere” – per usare un eufemismo – alcune pendenze pluridecennali, se non secolari, nei confronti dei loro odiati vicini, guadagnando in tal modo prosperità, influenza e prestigio nel mondo.

La Russia, anzitutto, ha creduto di poter assoggettare l’Ucraina, come aveva fatto più volte nel passato, mentre la Cina, abbandonando la propria tradizione pacifista, vorrebbe santuarizzare, come voleva l’Ammiraglio Liu negli anni 1980, l’enorme zona di mare compresa dentro la “prima catena di isole” che circonda il proprio territorio, assoggettando la ribelle Taiwan e pretendendo di trasformare il Mar Cinese Meridionale in una zona di acque interne, dove esercitare la propria sovranità in via esclusiva.

Questa serie di iniziative, null’altro che prevaricazioni belle e buone, non solo ci hanno risvegliato dal sogno trentennale che la Storia fosse finita, ma stanno spargendo instabilità tutto intorno a noi: su terra e mare, nonché lungo le direttrici del commercio internazionale, la nostra linfa vitale.

Le sfide

Le Forze armate, quindi, hanno due sfide da affrontare. La prima è che i compiti svolti negli ultimi decenni stanno diventando sempre più difficili. Soprattutto alla luce di un mondo nel quale cresce esponenzialmente la voglia, anche da parte di ampie fasce di popolazione, di usare la violenza per risolvere i problemi in corso: quanto sta accadendo in Kosovo rischia di essere solo l’inizio di una spirale perversa. Di conseguenza, stabilizzare, prevenire, sorvegliare e proteggere richiederanno mezzi e impegno ben maggiori rispetto al passato.

La seconda sfida, per certi versi, costituisce un ritorno ai tempi della Guerra fredda; le nostre Forze armate, insieme a quelle dei nostri amici della Nato e dell’Unione, non solo devono tener lontana la minaccia posta dai Paesi che praticano la prepotenza e la prevaricazione, ma anche e soprattutto impedire le aggressioni al nostro territorio, al nostro spazio aereo e alle nostre infrastrutture critiche, su tutti i dominii operativi. Per aver successo, bisogna che le nostre Forze armate siano credibili, in termini di mezzi e personale, in modo da scoraggiare i terzi dal compiere violenze che potrebbero portare a conseguenza catastrofiche. Come dice un vecchio detto, “il cannone che non ha ancora sparato fa più impressione di quello che sta sparando”. Dissuadere è meglio che battersi.

Il 2 giugno, quindi, le Forze Armate dovranno mostrare al nostro popolo e ai nostri alleati le loro capacità e la determinazione di tenerci al di fuori della tempesta perfetta che si avvicina.


formiche.net/2023/06/forze-arm…

L’importanza del 2 giugno e della Componente militare nazionale


Anche quest’anno siamo giunti al 2 Giugno e, come sempre, ci apprestiamo a festeggiare ed esaltare il significato spirituale e storico di questa principale ricorrenza, con il consueto, grande coinvolgimento di cittadini nella parata militare dei Fori Impe

Anche quest’anno siamo giunti al 2 Giugno e, come sempre, ci apprestiamo a festeggiare ed esaltare il significato spirituale e storico di questa principale ricorrenza, con il consueto, grande coinvolgimento di cittadini nella parata militare dei Fori Imperiali a Roma.

Il valore del 2 giugno

La stima e l’affetto, che nella circostanza saranno ancora una volta suggellati tra la componente civile della Nazione e i suoi militari, sono l’ulteriore prova della vicinanza della popolazione verso le donne e gli uomini in uniforme che, con professionalità, impegno e sacrificio, operano in Italia e in tante aree del mondo per portare solidarietà, ogni volta che sia necessario, e salvaguardare le condizioni di sicurezza e pace all’interno o all’esterno del Paese, quando quelle condizioni siano minacciate.

In sostanza, la ricorrenza del 2 Giugno è occasione importantissima per riconoscere ancora una volta l’importanza della Componente militare nazionale.

Il sostegno della comunità civile

E ribadire nei suoi riguardi, anche attraverso le espressioni di solidarietà e sostegno che la comunità civile le ha sempre riservato in questa occasione, la necessità di salvaguardare la sua efficienza e le sue capacità operative.

È infatti oggi sempre più importante preservare il ruolo e la competenza della Componente militare del nostro Paese, specie in momenti, come quelli attuali, caratterizzati da un generale contesto di instabilità in cui le condizioni di sicurezza del Vecchio continente sono fortemente minacciate da conflitti, come quello in Ucraina, ma anche dai contrasti che sembravano sopiti, come quello in Kosovo, che pensavamo, erroneamente, non dovessero più determinarsi in Europa.


formiche.net/2023/06/2-giugno-…

Il 2 giugno. Una riflessione sulle ragioni del vivere insieme


Il clima e le vicende degli ultimi tre quarti di secolo ci hanno fatto cullare in una serie di illusioni, pur con tutte le vicende drammatiche che si sono verificate. Abbiamo dato per scontato che le istituzioni democratiche, nate con il referendum del 2

Il clima e le vicende degli ultimi tre quarti di secolo ci hanno fatto cullare in una serie di illusioni, pur con tutte le vicende drammatiche che si sono verificate. Abbiamo dato per scontato che le istituzioni democratiche, nate con il referendum del 2 giugno 1946, fossero una cornice inattaccabile all’interno della quale la lotta politica, per quanto aspra, si potesse svolgere con regole condivise e immutabili, abbiamo immaginato che nel quadro delle molteplici strutture multilaterali in cui il nostro Paese era incardinato il fututo sarebbe stato caratterizzato da un inarrestabile progresso economico, tecnologico e sociale, ci siamo cullati nell’idea che fossero definitivamente svanite minacce esterne al nostro territorio.

Le fragilità del panorama attuale

Sono bastati gli ultimi tre anni a costringerci ad aprire gli occhi, con l’evidenza di cambiamenti climatici che ci costringeranno a mutamenti radicali dei nostri stili di vita, con le fragilità intrinseche di un sistema economico e finanziario, che pareva non avere più bisogno di regole, con l’esplodere di una pandemia che ci ha messo di fronte da un lato all’inequivocabile esigenza di colossali investimenti nella ricerca scientifica e nelle strutture della sanità pubblica, dall’altro alla nostra fragilità come esseri umani.

Oggi infine, superati ormai i quindici mesi dall’aggressione russa all’Ucraina, l’illusione che la guerra, come l’avevano percepita e vissuta i nostri antenati nei millenni della storia, è svanita di fronte alle immagini che quotidianamente compaiono sui nostri teleschermi, cui purtroppo ci stiamo assuefacendo.

La ricorrenza del 2 giugno ci deve allora indurre a una serie di riflessioni sul fatto che non possiamo illuderci di avere certezze e che, se vogliamo continuare a operare e a vivere in un sistema che salvaguardi diritti, giustizia e democrazia, non possiamo sperare di riuscirci se non con un impegno collettivo e condiviso, in tutti gli ambiti vitali della convivenza civile: economico, sanitario, sociale, culturale, intellettuale e militare.

Cosa significa la parata del 2 giugno

In questo senso la parata del 2 giugno non costituisce una velleitaria dimostrazione di forza militare, come peraltro dimostrato dal fatto che da tempo non vengono fatti sfilare mezzi idonei a operazioni “ad alta intensità”, bensì un incontro, solennemente sottolineato, tra la società civile e chi si è impegnato a garantirle in ogni circostanza adeguati livelli di sicurezza, sia quando questa venga messa in discussione da atteggiamenti aggressivi di altri attori della scena internazionale, sia quando venga minacciata da eventi catastrofici di varia natura.

In questo senso la sfilata di unità militari unitamente a componenti organiche delle strutture civili dedicate alla sicurezza del territorio dà piena evidenza dell’integrazione funzionale di tutte le componenti dello Stato, sia a livello centrale sia locale, al fine di garantire alla società nazionale un ambiente dove i rischi siano minimizzati in modo da assicurare le condizioni necessarie a uno sviluppo armonico.

Le radici costituzionali della Repubblica

Occorre sottolineare, infine, che la presenza a questa manifestazione – di capacità più che di forza – di simboliche componenti dei Paesi, con cui condividiamo la partecipazione alle organizzazioni internazionali rivolte ad assicurare la pace e la giustizia fra le nazioni, dà un tangibile senso di concretezza proprio al dettato costituzionale come formulato nell’articolo 11 della Costituzione, spesso citato in modo colpevolmente superficiale e purtroppo strumentale.

Una ricorrenza quella del 2 giugno, dunque, per riflettere sulle ragioni del nostro vivere civile, per rinnovare l’impegno con cui 78 anni fa oltre 25 milioni di Italiani, di cui – per la prima volta – circa 13 milioni di donne, vollero esprimere la loro visione sul futuro del Paese.


formiche.net/2023/06/2-giugno-…

Realtà e simboli della Festa della Repubblica. Scrive il gen. Giancotti


Ognuno di noi vive una sua realtà quotidiana, spesso molto impegnata, fatta di gioie e dolori (e delle loro sfumature) sempre interconnessa in qualche modo e misura a tante altre realtà, alle vite degli altri. La storia descrive l’esistenza collettiva, in

Ognuno di noi vive una sua realtà quotidiana, spesso molto impegnata, fatta di gioie e dolori (e delle loro sfumature) sempre interconnessa in qualche modo e misura a tante altre realtà, alle vite degli altri. La storia descrive l’esistenza collettiva, in continua evoluzione, in cui queste innumerevoli esistenze sono inscritte. Molte guerre le hanno collegate o divise attraverso grandi sofferenze, la cui impronta permane nella coscienza collettiva.

Il 2 giugno del 1946, la storia del nostro Paese ha dato origine alla Repubblica italiana, scelta dalla consultazione referendaria e strutturata l’anno successivo nella Carta costituzionale. Dopo millenni di quella continua evoluzione, è stato così definito un modello di convivenza civile che, mai come prima, promuove i diritti, la dignità e la libertà delle persone e la partecipazione alla vita politica, economica e sociale. La piena realizzazione di questo modello, tra i più avanzati, è ancora in corso e le contraddizioni di una società complessa sono molte. Tuttavia, ritengo vi sia da festeggiare.

Nonostante complessità, crisi e contraddizioni, in questa nostra Storia gli indicatori di benessere, salute, istruzione, cultura, libertà, rispetto dei diritti e delle diversità e altro sono cresciuti, molto. Vi sono opportunità, come certamente anche sfide, per farli crescere ancora, anche nell’ambito di una visione europea. Se misuriamo i tempi della storia, mai la realtà quotidiana di ognuno e per così tanti di noi è stata ai livelli di oggi. Mi sento di dire: che viva la Repubblica italiana. La sua festa è un simbolo importante.

Importante è anche fermarsi un momento, di tanto in tanto, tra gli impegni a guardare le nostre realtà e riflettere su ciò che ha davvero valore per noi. Troppo spesso si perde memoria del senso dei simboli, di cui si vede soltanto l’involucro. Uno di questi è la rivista militare del 2 giugno.

Se ha valore, per esempio, poter esprimere le proprie idee, lottare per esse, se ha valore la libertà dalla paura di una qualche autorità, da una violenza aperta o strisciante come modalità sociale, insomma, se ha valore la nostra democrazia con tutti i suoi difetti, allora la difesa di tutto ciò ha un senso, come anche dedicarvi attenzione.

Questo, Padri e Madri costituenti lo hanno ben compreso. Appena usciti da un terribile conflitto, con l’articolo 11 della Carta hanno ripudiato la guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, nonché posto un impegno per la promozione della pace e della giustizia tra le nazioni. Allo stesso tempo, hanno previsto nell’articolo 52 e altri la difesa della Patria come “sacro dovere del cittadino” e l’istituzione delle Forze armate.

Ciò lega fortemente la Festa della Repubblica con la rivista militare che essa ospita. Più volte sospesa per considerazioni politiche e finanziarie, ha comunque attraversato i decenni, per via di quel legame. Se nei regimi autoritari le parate militari possono essere esibizione di forza, nel nostro debbono essere testimonianza che ciò che ha valore sarà difeso.

Oggi, dalle finestre dei media da cui le nostre realtà quotidiane si affacciano sul mondo, assistiamo ancora una volta alla tragedia immane della guerra. La sua triste consuetudine la rimuove spesso a sfondo episodico tra i nostri molti impegni, forse più fastidiosa per le piccole conseguenze nel nostro quotidiano e la sua incertezza ansiogena che altro.

Ma non lontano da noi, le realtà quotidiane di milioni di persone sono devastate dalla morte, da mutilazioni e ferite di centinaia di migliaia di uomini e donne, da entrambe le parti. L’immensa distruzione, la violenza su scala industriale, la sofferenza della popolazione di tutte le età, la drammatica compressione di benessere, salute, istruzione, cultura, libertà, rispetto dei diritti e molto altro, crescono drammaticamente. Proprio da tutto ciò la nostra Costituzione intende difenderci.

I cittadini hanno imparato ad apprezzare le loro Forze armate. Debbono ora porre grande attenzione a esse, insieme alle istituzioni della Repubblica, per comprendere come la Difesa possa sempre meglio contribuire alla visione costituzionale. Debbono pretendere dialettica sul tema cruciale della protezione di ciò che ha valore per noi. In questo momento, la rivista militare per la Festa della Repubblica significa la necessità speciale di questa attenzione. Comunica i suoi fondamentali. Esprime lo spirito di servizio ai cittadini, insieme alle altre istituzioni, e la subordinazione alle istituzioni democratiche. Porta in evidenza quel tema cruciale ma perlopiù rimosso e lo propone al dibattito. Anche critico.

Perché tutti gli strumenti necessari possano essere utilizzati al meglio per allontanare il mostro del conflitto armato dalle nostre realtà e da quelle degli altri, perché pace e giustizia tra i popoli, il ripudio della guerra, la difesa del Paese non siano solo argomenti di corsi di diritto costituzionale, ma obiettivi di strategie lungimiranti, condivise ed efficaci. I nuovi, difficili tempi che stiamo vivendo ce lo impongono.


formiche.net/2023/06/realta-si…

Una celebrazione unitaria della festa della Repubblica


Anche quest’anno è ritornato il 2 giugno, giorno in cui si celebra la proclamazione della Repubblica italiana. “Ma il 2 giugno ritorna sempre – osserverà qualcuno – è il calendario che ce lo porta!”. Sicuramente il calendario ci porta la data, ma la festa

Anche quest’anno è ritornato il 2 giugno, giorno in cui si celebra la proclamazione della Repubblica italiana. “Ma il 2 giugno ritorna sempre – osserverà qualcuno – è il calendario che ce lo porta!”. Sicuramente il calendario ci porta la data, ma la festa ha dovuto imporla per legge Carlo Azelio Ciampi nel 2000. Perché per anni era stata oggetto delle proposte meno immaginabili.

Le origini del 2 giugno

Una ricorrenza davvero maltrattata: sospesa, spostata alla domenica successiva, o anche non celebrata, autorizzata ma senza sfilata militare, o con sfilata sì, ma ridotta, con sorvolo aereo, senza sorvolo, con cingolati, senza cingolati o solo con blindati. Se proprio i cingolati ci dovevano essere, allora ecco le ruspe, adatte anche a sterro e macerie. “Duali”, come qualcuno vorrebbe fosse tutto ciò che è militare. Siamo anche arrivati al divieto di utilizzare i cavalli, sfiorando il ridicolo con i corazzieri appiedati. Isterie politiche? Eppure, a quei tempi, Greta Thunberg ancora non era nata. Mah….

Le cause di questo trambusto non sono mai state del tutto acclarate, ma le ipotesi e le ragioni addotte nel tempo sono state più d’una: l’Italia va male perché si lavora troppo poco, e – domeniche a parte – è quindi necessario accorpare le festività nazionali e, se possibile, anche alcune di quelle religiose. Stranamente, tutto ciò senza provocare strilli di dissenso tra le più gettonate forze sindacali.

Come mai? Poi si è capito. Tra le feste nazionali, nel mirino c’erano soprattutto quelle dove erano maggiormente coinvolte le Forze Armate, considerate uno spreco di denaro pubblico. Pensieri che ancora circolano, se fino a qualche anno fa non si faceva che citare un non meglio precisato “impiego duale” dei militari in ambito civile, compresi i mezzi, l’infrastruttura e i prodotti dell’industria specializzata. Cosa andava accorpato? Naturalmente feste unitarie come il 2 giugno e il 4 novembre, da integrare nella celebrazione (purtroppo ancora oggi divisiva) del 25 aprile. Ormai solo chi è nato e vissuto a quei tempi nel Nord-Italia (ma siamo rimasti in pochi, e per poco) sa bene il perché. Agli altri, non è mai stato raccontato.

La festa di tutti gli italiani

Come abbiamo visto, anche nel dopo-Ciampi in qualche momento la celebrazione ha sofferto di momenti difficili, ma da qualche anno il 2 giugno sta ternando a essere la principale festa degli italiani. È vero, è la festa di tutti gli italiani, e non solo dei militari, “che già hanno il 4 novembre”. Ma il 2 giugno, ricordiamocelo bene, i soldati sono quelli che contribuiscono a festeggiare la Repubblica con solennità, non sono loro i “festeggiati”, come potrebbe apparire dagli applausi della folla che si assiepa in via dei Fori Imperiali.

Il supporto popolare a questa manifestazione non verrà mai a mancare, i cittadini che pagano le tasse la pretendono, e nessuno è mai riuscito a frenarne l’entusiasmo. Solo una volta ho sentito qualche grido di indignazione, ed è successo non molti anni fa quando un’alta autorità parlamentare è scesa dal palco salutando con il pugno chiuso. O quando, al passaggio della Folgore, un’altra alta carica parlamentare (questa volta di sesso femminile) pur di non applaudire si è ostentatamente voltata, fingendo di parlare con chi sedeva nella poltroncina retrostante. È successo, l’ho visto con i miei occhi (ero seduto in seconda fila) ed è confermato dai filmati. Ora ritornerò a essere presente in Tribuna volentieri, perché so che cose simili non accadranno più e mi troverò tra persone cui poter stringere la mano sarà soltanto un onore.

È davvero un momento grave e difficile, con una postura internazionale che stiamo riuscendo a consolidare e persino a migliorare. Ma, purtroppo, con una guerra di aggressione e turbolenze etnico-politiche pericolosamente vicine alla porta di casa. Siamo impegnati a reagire al meglio, offrendo con coesione ed equilibrio una presenza credibile anche in ambito alleato ed europeo. Per questo motivo, la celebrazione unitaria di questo 2 giugno 2023 ha, all’interno e all’estero, il significato tutto particolare di un’Italia compatta e ben decisa a contribuire al superamento di una pericolosa situazione di stallo nelle relazioni internazionali.


formiche.net/2023/06/2-giugno-…

Einaudi: il pensiero e l’azione – “L’Europeista” con Lorenzo Infantino


Una lezione del Professore Infantino sull‘attualità dell’idea di Europa di Einaudi. Rubrica “Einaudi: il pensiero e l’azione” L'articolo Einaudi: il pensiero e l’azione – “L’Europeista” con Lorenzo Infantino proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https:/

Chi è Giovanni Soccodato, nuovo managing director di Mbda Italia


Cambi ai vertici di Mbda. Da questo mese, sarà Giovanni Soccodato ad assumere il ruolo di Executive group director sales & business development e managing director di MBDA Italia, succedendo così a Lorenzo Mariani. A diretto riporto del ceo di Mbda, Eric

Cambi ai vertici di Mbda. Da questo mese, sarà Giovanni Soccodato ad assumere il ruolo di Executive group director sales & business development e managing director di MBDA Italia, succedendo così a Lorenzo Mariani. A diretto riporto del ceo di Mbda, Eric Béranger, Soccodato entra così a far parte del Comitato esecutivo di Mbda. “Sono certo che Giovanni, grazie alle sue doti personali e professionali, alla sua lunga carriera in numerose posizioni apicali in Leonardo e alla sua grande competenza nel settore della Difesa e delle strategie, darà un contributo decisivo allo sviluppo del nostro posizionamento globale come industria leader della difesa integrata in Europa e al mantenimento del successo di Mbda in Italia e nel mondo”, ha commentato la nuova nomina il ceo Béranger.

Il passaggio di testimone

Soccodato succede dunque a Mariani, recentemente nominato dal Consiglio di Leonardo condirettore generale della società di piazza Monte Grappa. Grazie al nuovo ruolo, Mariani è diventato inoltre capo della neo costituita Direzione generale business & operations di Leonardo, e assumerà in ultimo l’incarico di consigliere nel board di Mbda Gruppo, come rappresentante di Leonardo, nonché di presidente del cda di Mbda Italia. Nell’accogliere il passaggio di consegne, Béranger, ha anche parlato del contributo di Mariani: “Volevo ringraziare Lorenzo Mariani per il fondamentale supporto e contributo nell’aver spinto Mbda a livelli di posizionamento commerciale mai raggiunti prima, che consolidano l’azienda come leader di mercato nel settore dei sistemi di armamento complessi”.

Nuovo ruolo

Nel suo nuovo incarico, Soccodato guiderà un team integrato multinazionale, che si occuperà di generare ordini per sostenere una performance di lungo termine di Mbda, in modo da comprendere le esigenze operative dei clienti e di sviluppare così le soluzioni più efficaci per rispondere agli attuali e futuri requisiti operativi richiesti. Inoltre, in qualità di managing director di Mbda Italia, Soccodato sarà il rappresentante legale dell’azienda nel nostro Paese. In tale veste si occuperà di guidare le relazioni con il cliente italiano e la comunità industriale nazionale. In ultimo, come responsabile dell’operatività dell’azienda in Italia, garantirà anche la continuità del business, nonché la competitività e la coerenza delle politiche aziendali da una prospettiva nazionale.

Il profilo

Laureato in Informatica presso l’università di Pisa, Soccodato è approdato in Mbda dopo aver trascorso diversi anni della sua carriera in Leonardo (ex Finmeccanica). Dove ha ricoperto dal 2019 il ruolo di chief strategic equity officer e ha seguito le attività di joint venture strategiche, tra cui la stessa Mbda. In precedenza, dal 2005 al 2019, è stato invece executive vice president strategy and mergers & acquisitions e ha gestito anche alcuni incarichi in ambito improvement & processes, innovazione e corporate sales. Nella sua carriera Soccodato vanta inoltre diverse posizioni strategiche all’interno di Alenia Marconi Systems, joint venture tra Finmeccanica e Marconi Electronic Systems (poi BAE Systems) tra cui: business integration, business improvement, it & quality e sales. Dal 2004 al 2005, inoltre, è stato nominato vicepresidente e direttore generale di AMS, e più recentemente è stato deputy chairman nel board di MBDA Gruppo in rappresentanza di Leonardo.


formiche.net/2023/06/giovanni-…

Come funziona una guerra simulata. L’esercitazione Joint Stars vista da vicino


Con Joint Stars le Forze armate italiane sono tornate ad addestrarsi sul campo, coordinate dal Comando operativo di vertice interforze (Covi). Dopo oltre tre anni di assenza legati alla pandemia, ritorna dunque la più grande esercitazione della Difesa che
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please log in.

Con Joint Stars le Forze armate italiane sono tornate ad addestrarsi sul campo, coordinate dal Comando operativo di vertice interforze (Covi). Dopo oltre tre anni di assenza legati alla pandemia, ritorna dunque la più grande esercitazione della Difesa che ha visto nell’edizione di quest’anno numeri impressionanti, con circa 5mila uomini e donne impegnati e oltre 900 mezzi utilizzati. Rispetto alla precedente edizione, come ha evidenziato il generale Francesco Paolo Figliuolo, comandante del Covi, quella di quest’anno ha visto una maggiore ampiezza, sia in termini di giorni esercitativi sia in termini di piattaforme, oltre a vedere il ritorno delle attività a fuoco. Il perdurare della guerra in Ucraina ha reso ormai evidente a tutti come anche la forma del conflitto tradizionale non sia da riservare soltanto ai libri di storia. “Le Forze armate sono una risorsa del Paese e per avere delle Forze armate pronte bisogna addestrarle. Per addestrarci dobbiamo farlo con scenari realistici, sul terreno, in mare e nel cielo”, ha proseguito Figliuolo. Per garantire pertanto l’efficacia e l’efficienza dello strumento militare, così come una costante prontezza operativa nei molteplici possibili scenari di impiego, è necessario sviluppare e condurre attività esercitative interforze e inter-agenzia come Joint Stars, così da testare procedure e aumentare il livello di professionalità e interoperabilità. “Questa esercitazione è un test importante per provare tutte le procedure di comando e controllo in un ambiente integrato e interforze”, ha spiegato ancora Figliuolo. A fornire il contesto delle operazioni, uno scenario verosimile e realistico che ha animato gli oltre 20 giorni di esercitazione che si sono da poco conclusi in Sardegna.

Joint Stars

Quella che si è tenuta le scorse settimane è la più importante esercitazione nel panorama della Difesa italiana. Pianificata e diretta interamente dal Covi, ha una forte connotazione interforze, inter-agenzia e ha carattere multinazionale. È un’esercitazione di Crisis response planning (Crp), con pianificazione di livello operativo che segue gli standard Nato di una Small joint operation Art. 5 del trattato del Nord-Atlantico (difesa collettiva). Uno degli obiettivi perseguiti dal Covi nelle tre settimane di esercitazioni era di aumentare la prontezza delle Forze armate con assetti Nato e Agenzie nazionali così da condurre attività operative sempre più efficienti in vista di possibili scenari emergenziali complessi. A dirigere le operazioni, vi era l’ammiraglio Fabio Agostini.

Operazioni viste da vicino

Airpress ha avuto l’opportunità di seguire da vicino, per una giornata intera, alcune delle numerose esercitazioni condotte nel corso di Joint Stars. A bordo di un elicottero SH90 della Marina militare siamo atterrati direttamente sulla nave anfibia San Giusto, in navigazione al largo delle coste cagliaritane, e inserita in un dispositivo navale che vedeva tra le altre anche la presenza della nave Garibaldi e della fregata Alpino. A bordo del San Giusto, dopo aver visto in mostra alcuni degli equipaggiamenti e armi a disposizione dei militari che hanno partecipato a Joint Stars, abbiamo assistito a un’esercitazione interforze che ha coinvolto velivoli dell’Aeronautica – che hanno anche mostrato come avviene il rifornimento in volo – il sommergibile Gazzana e altre navi della Marina, nonché forze della Guardia Costiera, impegnate nel mostrare come avviene il fermo di un’imbarcazione illegale. Al poligono di Capo Teulada, abbiamo invece potuto assistere all’esercitazione di un attacco terrestre coordinato dalla Brigata Bersaglieri Garibaldi, e guidato dal generale Mario Ciorra, condotto con la collaborazione dei velivoli dell’Aeronautica militare. A una prima ricognizione effettuata da due caccia F-35, sono seguite le manovre sul terreno e i colpi di sei carri armati dell’Esercito diretti verso l’obiettivo, una piccola altura su cui – da scenario – erano presenti le forze nemiche. Infine, a bordo dell’elicottero CH47 dell’Esercito, abbiamo raggiunto Decimomannu dove abbiamo potuto assistere alla dimostrazione di un’attività inter-agenzia che ha visto in azione i corpi dei Carabinieri, unitamente a nuclei sanitari del Corpo militare della Croce Rossa e squadre dei Vigili del Fuoco e della Protezione Civile, impegnati nella prima accoglienza di profughi.

Uno scenario più che realistico

Joint Stars si sviluppa intorno a uno scenario fittizio chiamato “Arcipelago Esmeralda” formato da tre isole maggiori che si affacciano sul Mar Tirreno. Secondo tale scenario, al termine della Seconda guerra mondiale i cittadini sardi decisero con un referendum di dividere l’isola in due Stati diversi: Nuragicum e Carbonium. Nuragicum è un Paese che non è né membro della Nato né dell’Ue, il cui 45% della popolazione è di etnia Trinacrium in Sardinia (Temis). Si tratta di una democrazia fragile, che sta piano piano rompendo i vincoli di dipendenza da Trinacrium; anch’esso un Paese non appartenente né alla Nato né all’Ue, che considera l’espansione dell’Alleanza Atlantica come una minaccia e vede il 98% della popolazione di etnia indigena. A Nuragicum, infatti, dal 2012 crescono i disordini interni e l’instabilità politica, così come l’aspirazione di una parte della popolazione di riunire tutti i territori con la presenza storica di Temis. In tale cornice è stata inoltre creata un’organizzazione insurrezionale chiamata Temis liberationa army (Tla), che ha condotto diversi attacchi terroristici nel Paese e i cui militanti vengono addestrati non ufficialmente da militari di Trinacrium che finanzia e arma questa milizia. Scopo del Tla è quello di rovesciare il governo di Nuracicum e di Carbonium, così da riunificare i territori della Sardegna con presenza etnica Temis. Carbonium, dal canto suo è invece una Repubblica parlamentare membro sia della Nato sia dell’Ue, che conta il 21% di popolazione di etnia Temis.

L’escalation

Ma l’escalation risale soltanto al 2022, quando il Tla ha avviato attacchi terroristici nell’enclave Temis di Carbonium. A novembre la principale centrale idroelettrica di Carbonium è stata vittima di un attacco cyber, e da allora sono stati numerosi gli attacchi cyber ai danni di Carbonium. Infine, a dicembre 2022, il Tla si è reso responsabile di numerosi incendi a Carbonium. Il Paese attaccato ha così chiesto supporto ai Paesi Ue e alleati, firmando anche un accordo di collaborazione con l’Italia (che in quest’esercitazione gioca il ruolo di se stessa). In risposta, Trinacrium ha aumentato la portata delle proprie esercitazioni militari offensive intorno alla Sardegna e sono aumentati gli scontri tra le forze di Carbonium e le milizie del Tla. A inizio gennaio 2023 delle forze di Trinacrium hanno iniziato un’esercitazione aeronavale di fronte alla costa di Nuragicum, prendendo il controllo dell’aeroporto e del porto di Olbia. In risposta, l’Italia ha lanciato un’operazione di evacuazione dei propri connazionali sul territorio di Nuragicum (operazione Lampo). Con l’avanzata di Trinacrium nel territorio di Nuragicum sono cadute diverse città, e l’avanzata è stata bloccata solo in corrispondenza della capitale Nuoro. Ecco che a fine gennaio il Consiglio del Nord atlantico ha dato allora il mandato di pianificare il dispiegamento a Carbonium della Nato Response Force ai sensi dell’Art.4 del Trattato Nord-Atlantico, per rispondere a una potenziale aggressione militare da parte di Trinacrium. Viene così costituita Joint task force (Jtf) della Nato, guidata dal vicecomandante del Covi, il generale Nicola Lanza de Cristoforis e con l’Italia come nazione capofila dell’operazione “Esmeralda defender”, che ha lo scopo di supportare la popolazione di Carbonium e garantire la sicurezza.

Casus belli

Alla base del conflitto simulato vi è l’aspirazione del presidente di Trinacrium, Alberto Mapo, che appoggia Tla, di riunificare la Sardinia sotto l’etnia Temis. Da diverse settimane aleggiava infatti lo spettro del conflitto sull’arcipelago di Esmeralda: un attrito in escalation. Le tensioni hanno raggiunto l’apice quando a inizio febbraio 2023 Trinacrium ha ordinato il lancio di un missile balistico che ha causato vittime, oltre che gravi danni sul territorio e alle infrastrutture. In risposta, la Nato ha predisposto il dispiegamento di una Nato response force in Carbonium per difendere il Paese e ripristinare l’integrità territoriale in caso di aggressione militare. Così le Forze armate di Trinacrium hanno iniziato il loro movimento per schierarsi lungo il confine con Carbonium, in risposta anche l’Italia e gli alleati hanno dispiegato assetti specializzati pronti a rispondere agli attacchi e a difendere Carbonium. L’assalto delle Forze armate di Trinacrium è stato preceduto da un’escalation di attacchi cyber e terroristici da parte del Tla, il che ne sottolinea la forte componente multidominio. La risposta di Saceur al missile balistico non si è fatta attendere e, oltre ad aver dato il mandato all’Italia per costituire la Jtf della Nato, ha fornito le indicazioni per avviare una Crisis response operation (Cro), ai sensi dell’articolo 5 della Nato.

Una spiccata natura inter-agenzia e multidominio

Joint Stars non ha visto solo l’impiego di corpi dell’Aeronautica, dell’Esercito e della Marina, ma ha visto impiegare anche corpi dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, della Guardia costiera. Insieme a loro, sul campo presenti anche la Croce Rossa italiana, la Protezione civile, i Vigili del Fuoco, così come altri corpi non armati dello Stato. Anche l’Agenzia spaziale italiana (Asi) è intervenuta, stimando la possibile traiettoria di rientro del missile e il potenziale rischio chimico. Come ha ricordato il capo di Stato maggiore della Difesa, Giuseppe Cavo Dragone, in visita in Sardegna durante l’esercitazione: “Come ci insegna la storia recente è fondamentale esercitarsi tutti non solo nei domini tradizionali, terra, mare e cielo, ma anche nelle attività cyber e nella gestione dello spazio”. Non solo, per la prima volta in un’esercitazione di questo tipo, è stato coinvolto anche un gruppo selezionato di studenti universitari che hanno affiancato i militari nelle funzioni di advisor in diverse aree, legale, questioni di genere e questioni culturali.

Esercitazioni numerose

Joint stars si è svolta in diverse località della Sardegna e all’esercitazione hanno partecipato anche assetti Nato, in particolare un battaglione meccanizzato norvegese, rimasto nell’area in seguito all’esercitazione alleata Noble Jump 23. La prima fase, dall’8 al 12 maggio, ha visto la gestione di eventi afferenti a ordine e sicurezza pubblica, antiterrorismo, contrasto dei traffici illeciti, soccorso di profughi e risposta a diverse tipologie di emergenze. In tale fase si è svolta inoltre la già citata esercitazione Lampo, integrata nella Joint Stars, che ha visto il personale della Italian joint force esercitarsi nell’evacuazione di personale da un’area di crisi e ha coinvolto reparti dell’Aeronautica, dell’Esercito e della Marina. In tale fase si sono svolti 28 eventi esercitativi inter-agenzia. Mentre la seconda fase, iniziata il 15 maggio, ha visto impegnate componenti di livello tattico delle varie Forze armate, sotto la guida del comandante della Jtf. In questa seconda fase sono stati ben 68 gli eventi interforze condotti, ai quali vanno aggiunti gli eventi sviluppati da ogni singola componente di Forza armata. Ma non è finita, nel mese di maggio vi sono state anche altre esercitazioni nazionali nella cornice della Joint Stars. Tra queste si ricordano la “Notte scura” condotta dalle Forze speciali, la “Complex aviation exercise (Caex)” del comando Aviazione dell’Esercito, la campagna di tiri Samp-t 2023 a cura del 4°Reggimento contraerei missili di Mantova e del 17°Reggimento contraerei Sabaudia.

Operazioni all’insegna della sostenibilità

L’organizzazione delle manovre, militari e non, ha tenuto conto fin dall’inizio dell’impatto ambientale, coinvolgendo anche esperti del settore per cercare di minimizzare gli effetti negativi delle operazioni sull’ambiente. Si sono infatti bonificate le aree da ordigni inesplosi e si è garantita la pulizia e il ripristino ambientale delle aree interessate, grazie a squadre di specialisti. Quest’anno vede inoltre, come sottolineato dal generale Figliuolo, “una bella novità intrapresa con i Carabinieri, e in particolare con i corpi forestali. Al termine delle attività è previsto il calcolo dell’anidride carbonica immessa a seguito dell’esercitazione e ci sarà una contropartita in piantumazione di alberi”.


formiche.net/2023/06/sguardo-d…

L’Italia è un ponte mediterraneo. Cavo Dragone sulle missioni internazionali


Non solo assetti militari o addestramento, le missioni internazionali possono offrire un significativo aiuto per la stabilità e la sicurezza, irrinunciabili per lo sviluppo economico e sociale. A dirlo è stato il capo di Stato maggiore della Difesa, ammir

Non solo assetti militari o addestramento, le missioni internazionali possono offrire un significativo aiuto per la stabilità e la sicurezza, irrinunciabili per lo sviluppo economico e sociale. A dirlo è stato il capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, in audizione davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato. “Le missioni possono essere il battistrada di un sistema-Paese capace di proporre anche modelli organizzativi moderni”, ha detto l’ammiraglio, aggiungendo come le operazioni italiane posso offrire la “ricostruzione delle istituzioni, moderni sistemi produttivi” dal momento che “la stabilità e sicurezza sono irrinunciabili per lo sviluppo economico e sociale”.

La Wagner nel Mare nostrum

Nel suo intervento, l’ammiraglio Cavo Dragone si è concentrato in particolare alle necessità del Mediterraneo allargato, la principale area di riferimento strategico per il nostro Paese. A destare preoccupazione è, in particolare, l’influenza che il gruppo mercenario russo Wagner sta esercitando nei Paesi della regione, dalla Libia, alla Repubblica centrafricana, al Burkina Faso “ovunque le nazioni occidentali se ne vanno, colmano un vuoto” ha lanciato l’allarme Cavo Dragone, aggiungendo come “probabilmente sono anche in Sudan”. Per l’ammiraglio, l’influenza del gruppo “è significativa un po’ ovunque” e il problema principale è che “più passano i giorni, più si pone come una forza politica, oltre che militare”. Si tratta di una compagine “ben armata, ben pagata, l’esercito convenzionale russo non regge il paragone”, ha segnalato l’ammiraglio, evidenziando che “sono mercenari fortemente connotati, sono quasi tutti russi, un mercenarismo anomalo”.

La situazione in Libia

Tra gli scenari che più impattano sul nostro Paese c’è sicuramente la Libia dove, secondo Cavo Dragone, premessa fondamentale per un miglioramento della situazione dei diritti umani è necessaria una pacificazione e la riunificazione istituzionale dello Stato libico. “In Libia dialoghiamo con entrambe le parti”, ha detto l’ammiraglio, aggiungendo come per la riunificazione serva “un maggior apporto della comunità internazionale”. Per il capo di Stato maggiore se la Libia venisse “pacificata e disarmata nelle sue milizie, gli elementi che hanno partecipato alla rivoluzione del 2011 e che hanno rimosso il regime di Gheddafi e sono rimaste connotate da capacità operative spinte, se disinneschiamo tutto questo, la situazione dei diritti umani non può che migliorare”.

Cooperazione e sviluppo

Intervenire nel Mediterraneo, tuttavia, significa andare oltre la semplice presenza militare: “Prima dell’assistenza militare, i vertici militari dei Paesi chiedono cooperazione e sviluppo” ha riferito Cavo Dragone, aggiungendo come negli incontri con i propri omologhi i concetti e le priorità emerse sono diverse dalla sola cooperazione di Difesa. I punti centrali sono invece la gestione di “fenomeni migratori quasi ingestibili” e la “grave crisi economica innescata dalla pandemia e aggravata dalla guerra in Ucraina”. Quello che chiedono, dunque, “non è assistenza, ma cooperazione e sviluppo”. “Ho colto un sentimento di frustrazione”, ha affermato l’ammiraglio, a cui gli omologhi hanno comunicato di non essere semplicemente “le frontiere meridionali dell’Europa”.

Italia, ponte mediterraneo

In questo, l’Italia può avere un ruolo prezioso, dal momento che la politica militare nazionale “on ha mai avuto l’ambizione di esportare modelli culturali o di giudicare l’universo in cui opera”. Secondo quanto riferito da Cavo Dragone, “c’è la percezione da parte dei Paesi del Mediterraneo allargato che i canali militari sono preziosi” e “il punto di partenza della nostra politica militare resta la comprensione”. Per l’ammiraglio, “l’Italia è percepita come un ponte di dialogo, una porta d’accesso per l’Europa. Questo approccio è la chiave di volta di una nostra stabile posizione strategica nel Mediterraneo. Seguiamo dovunque una strategia di dialogo a tutto campo”.

In Kosovo, siamo i maestri della negoziazione

Questo ruolo italiano si è visto di recente anche in Kosovo, dove la presenza delle nostre Forze armate “allontana lo spettro della guerra alle porte di casa nostra”. Come registrato dall’ammiraglio “Per tanto tempo ho sentito mettere in discussione il valore della nostra presenza in Kosovo. Abbiamo compreso nelle ultime settimane quanto fosse importante restare. La nostra presenza garantisce il costante riallineamento di equilibri fluidi e ha offerto a tante generazioni l’opportunità di vivere in pace e prosperare”, aggiungendo come “i nostri militari stanno facendo il loro mestiere come al solito, sono maestri nella negoziazione”. Nella regione del nord del Paese la situazione resta tesa, ma non più ai livelli di scontro della settimana scorsa, ha riportato Cavo Dragone, rassicurando anche sullo stato di salute dei militari italiani rimasti feriti: “I ragazzi stanno tutti bene, tre erano quelli che destavano maggiori preoccupazioni, sono stati ricoverati all’ospedale di Pristina con due fratture alla tibia e una al polso, che verranno curate in maniera opportuna dalla struttura sanitaria, che dà tutte le garanzie”.


formiche.net/2023/06/italia-po…

L’inganno


Ingannare gli altri non è commendevole, ingannare sé stessi è autodistruttivo. Al Partito democratico non è mancato il tempo per far metabolizzare la svolta, mancano le idee che possano far credere abbia una qualche sostanza. Se si prendono le parole dell

Ingannare gli altri non è commendevole, ingannare sé stessi è autodistruttivo. Al Partito democratico non è mancato il tempo per far metabolizzare la svolta, mancano le idee che possano far credere abbia una qualche sostanza.

Se si prendono le parole della destra, datate di appena due o tre anni, si trovano posizioni che sono all’opposto di quel che stanno facendo: il rifiuto dell’Unione europea, qualche picco con il proposito di uscire dall’euro, la convinzione che serva un blocco navale per fermare gli emigranti, l’opposizione netta alla (s)vendita di Ita, la contrarietà alle sanzioni verso la Russia. Ci trovate di tutto. Fiaccato lo slancio di Forza Italia, sono stati la Lega e Fratelli d’Italia a contendersi la guida della baracca, sparandola sempre più grossa. Poi Meloni ha visto il traguardo, ha capito di star correndo troppo velocemente perché qualcuno potesse fermarla e ha cominciato a tirare il freno. I non moderati di Forza Italia e gli scalmanati della Lega reclamavano lo sfondamento di bilancio, mentre la futura vincitrice si sentiva già (giustamente) responsabile del dopo e diceva: «No». La sinistra ha in mente di fare la stessa cosa? S’accomodi. Che serva a vincere sono affari loro, mentre la sicurezza che non serva all’Italia è affare di tutti.

La gara demagogica fra Pd e Cinque stelle non avrà un vincitore interno a una coalizione vincente, ma due sconfitti associati nel perdere. La destra ha ingannato i propri tifosi con la demagogia, ma i 5S – su quel terreno – sono campioni ineguagliabili. Se il Pd pensa di concedersi la propria stagione delle balle non inganna gli altri: inganna sé stesso, perché ne morirebbe.

Nelle nostre democrazie il tema della vita politica è reso evidente votazione dopo votazione: se va a votare la metà degli aventi diritto ciò non mette in dubbio la legittimità degli eletti, ma la loro solidità. Enrico Berlinguer predicava essere pericoloso proporsi di governare con il 50% + 1 dei voti, perché il Paese si sarebbe spaccato. Da molti anni si governa con assai meno. Prendere il 50% dei voti quando vota il 50% degli elettori significa avere il consenso del 25% dei cittadini. Risultato legittimo, ma assai poco solido e che il prossimo demagogo ribalterà.

Non si può continuare all’infinito a raccontare la povertà in ricchezza. Il nostro è un mondo ricco, con un welfare generoso, destinato alla bancarotta per denatalità. O si mettono in campo idee diverse sullo Stato sociale o si ha il coraggio di spiegare non ai ricchi (facile) ma ai poveri che servono più immigrati (quindi più legge e ordine) oppure si parla a vuoto. Con la denatalità e la globalizzazione la leva per il successo è l’istruzione qualificata, che la sinistra dovrebbe reclamare quale strumento di giustizia sociale. Sono lì a piagnucolare su presunti precari e troppo dura meritocrazia. Ma dove la vedono? Reclamare “i diritti” non significa un accidenti. I bambini nati e altrove registrati non possono che essere registrati anche da noi, allo stesso modo. Sfidare la destra sul terreno del rispetto delle tutele per i minori è cosa saggia. Accompagnarla con una gnagnera elencante tutte le possibili policromie delle preferenze sessuali serve soltanto a perdere credibilità, mentre dimenticare di ricordare la condanna per quella forma di schiavitù riproduttiva che è la surrogata serve a far escludere il consenso di chi s’informa e ragiona. Più che politicamente corretto è politicamente inetto e segnala una precisa scelta classista: sono dalla parte dei privilegiati che possono occuparsi del quasi niente e poi non votano, mentre i voti “popolari e degli operai” vanno alla destra.

Alle europee la destra potrebbe essere determinante in Ue. A quel punto che fanno a sinistra? Prendono i manifesti leghisti e li copiano o ragionano sull’errore d’avere perso l’aggancio occidentale nel momento decisivo della sfida della dittatura russa alle liberal-democrazie?

Per ingannare si deve essere lesti. Per ingannarsi è bastevole essersi spersi.

La Ragione

L'articolo L’inganno proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

È un governo che cancella i controlli sul suo operato, e lo fa con la spregiudicatezza che chi detiene il potere non dovrebbe mai permettersi di usare.

Così concludo il mio articolo di oggi sull’abolizione del controllo concomitante della #CortedeiConti

editorialedomani.it/politica/i…

reshared this

Dopo gli Emirati, l’Arabia Saudita. Stop alle limitazioni sull’export di armi


In linea con la scelta fatta nell’aprile scorso nei confronti degli Emirati Arabi Uniti, il Consiglio dei ministri “ha attestato che l’esportazione di bombe e missili verso l’Arabia Saudita non ricade nei divieti di esportazione” stabiliti dalla legge, “e

In linea con la scelta fatta nell’aprile scorso nei confronti degli Emirati Arabi Uniti, il Consiglio dei ministri “ha attestato che l’esportazione di bombe e missili verso l’Arabia Saudita non ricade nei divieti di esportazione” stabiliti dalla legge, “essendo conforme alla politica estera e di difesa dell’Italia”. Le motivazioni per le precedenti limitazioni, decretate tra il 2019 e il 2020, sono “venute meno”.

“Il contesto regionale in Yemen è cambiato, a cominciare dagli sviluppi sul terreno”, si legge nel comunicato di Palazzo Chigi. “Da aprile 2022, anche grazie alla tregua convenuta tra le parti, le attività militari sono fortemente rallentate e circoscritte. La significativa riduzione delle operazioni belliche comporta un’attenuazione altrettanto significativa del rischio di uso improprio di bombe d’aereo e missili, in particolare contro obiettivi civili. Riad ha portato avanti una intensa attività diplomatica a sostegno della mediazione delle Nazioni Unite e al contempo ha agito anche sul fronte economico e dell’assistenza umanitaria in maniera determinante”.


formiche.net/2023/05/export-ar…

La paura di governare


Un vero bilancio sarà possibile solo quando si sarà conclusa la sua parabola. Ma forse l’esperienza del governo Meloni ci consentirà già prima di allora di comprendere quali siano i vincoli, i limiti e le possibilità di azione di un governo dell’Italia de

Un vero bilancio sarà possibile solo quando si sarà conclusa la sua parabola. Ma forse l’esperienza del governo Meloni ci consentirà già prima di allora di comprendere quali siano i vincoli, i limiti e le possibilità di azione di un governo dell’Italia democratica nelle condizioni di oggi. Sulla carta, questo esecutivo gode di vantaggi superiori a quelli di molti che lo hanno preceduto: una forte maggioranza parlamentare, una opposizione debole, radicalizzata e divisa, l’aspettativa di una lunga durata.

È un insieme di condizioni che rende possibile tentare di rispondere a una domanda: ha ragione o torto chi pensa che i partiti (non importa il colore politico) se vincono le elezioni, siano sempre dotati di una personalità scissa? È vero o no che tali partiti siano, da un lato, spesso, ottime macchine elettorali, efficienti strumenti per la raccolta del consenso e, dall’altro, se si guarda alle loro performance come forze di governo, semplici gestori dello status quo (salvo qualche correzione al margine)? Intendiamoci su ciò che significa in questo caso status quo: significa che chi va al governo ne fa una occasione per sostituire personale nei posti-chiave di nomina governativa e che, per il resto identifica il «governare» nel modo in cui lo si è sempre inteso in Italia: spendere risorse per acquisire consenso.

Gli interventi a margine sono quelli ad alto contenuto simbolico (es. abolizione del reddito di cittadinanza, o interventi normativi in tema di immigrazione). Gestione dello status quo significa che le strozzature, gli ostacoli, le disfunzioni, i lacci che da sempre opprimono il Paese non vengono presi di petto: una cosa che si potrebbe fare solo con un vasto piano di riforme le quali, identificate con la massima precisione possibile le cause delle strozzature, siano finalizzate a rimuoverle. Con effetti positivi che, inevitabilmente, si manifesterebbero non nel breve ma nel medio-lungo termine. L’assenza di quelle riforme è nascosta da un diluvio di annunci di provvedimenti che i ministri fanno e che, anche quando vengono attuati (la maggior parte degli annunci però si perde normalmente per strada) non intaccano, o intaccano solo in minima parte, le suddette strozzature e disfunzioni.

Traggo due esempi da altrettanti editoriali apparsi sul Corriere nell’ultima settimana. Sabino Cassese (Corriere del 27 maggio) ha documentato come il recente decreto ufficialmente volto a rafforzare la capacità amministrativa dello Stato abbia la sola funzione di assumere nuovi dipendenti e di stabilizzare quelli assunti a tempo indeterminato. Osserva che il decreto non affronta alcuno dei problemi che determinano l’inefficienza dell’amministrazione. «Non è un aumento del numero di dipendenti pubblici — conclude Cassese — l’obiettivo a cui puntare ma piuttosto il miglioramento del servizio alla collettività e un miglior trattamento stipendiale per quelle categorie pubbliche che non hanno prospettive di carriera o per quelle qualifiche che trovano sul mercato condizioni migliori…». In sintesi: assunzioni al posto di interventi sulle disfunzioni dell’amministrazione. Come si è sempre fatto.

Ferruccio de Bortoli ( Corriere del 28 maggio) osserva che uno dei più gravi problemi dell’Italia riguarda il capitale umano: mancano le competenze di cui tanto le aziende quanto l’amministrazione hanno bisogno. Di sicuro, nessun governo, in pochi mesi, può risolvere un problema di questa portata né rimuovere le sue cause. Però gli esecutivi che si sono succeduti se ne sono sempre disinteressati. Se ne disinteresserà anche l’attuale? Le ragioni per le quali lo status quo, anno dopo anno, e quali che siano i partiti al governo, viene preservato, sono piuttosto chiare. Spendere per assumere personale è facile, affrontare le strozzature non lo è. Per tre ragioni. La prima è che riformare significa coinvolgere una rete di persone, gruppi e istituzioni toccati dal provvedimento e con cui è inevitabile negoziare. La seconda è che seri interventi riformatori (in qualunque ambito) suscitano opposizione, mobilitano una grande quantità di interessi, grandi e piccoli, che si sentono minacciati. Riformare significa colpire rendite diposizione. E suscitare conflitto. Mentre le ricadute in termini di consensi di provvedimenti di assunzione sono sempre positive, le ricadute di seri interventi riformatori possono essere invece negative. Chi ha voglia, ad esempio, di scontrarsi con i sindacati del pubblico impiego o con l’alta dirigenza? La terza ragione è che intervenire su disfunzioni e strozzature non porta al politico alcun beneficio nel breve termine. I vantaggi per la collettività, se ci saranno, si manifesteranno in tempi differiti. In ogni caso, troppo lunghi perché chi governa possa ricavarne maggiori consensi.

Tuttavia, come si è detto, il governo Meloni gode di condizioni eccezionalmente favorevoli. Ha, almeno sulla carta, la possibilità di giocarsela bene. Ha la possibilità di dimostrare che la tesi sopra citata sulla personalità scissa dei partiti è sbagliata. Prendiamo il problema più grave che c’è (da sempre) in Italia, e che, come osserva Cassese, riguarda la «storica incapacità» dell’amministrazione. Una storica incapacità, detto per inciso, che pesa e peserà moltissimo, e negativamente, sulla gestione dei fondi Pnrr. Il governo potrebbe, e dovrebbe, presentare al pubblico un piano articolato per affrontare almeno alcune fra le principali cause della inefficienza amministrativa. Dovrebbe, in modo trasparente, indicare problemi e soluzioni scelte. Una seria riforma dell’amministrazione non avrebbe la valenza identitaria e forse nemmeno la forza simbolica di un cambiamento della forma di governo (presidenzialismo o altro). Ma un esecutivo che sul serio vi si impegnasse lascerebbe davvero il segno.

Corriere della Sera

L'articolo La paura di governare proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Dall’underwater al cruise. Il futuro di Fincantieri spiegato da Folgiero


Fincantieri è pronta a puntare sempre più sul segmento dei sottomarini. Il gigante cantieristico realizzerà infatti, dopo l’approvazione del Parlamento, il terzo sottomarino Nfs di nuova generazione della Marina militare italiana nella cornice del program

Fincantieri è pronta a puntare sempre più sul segmento dei sottomarini. Il gigante cantieristico realizzerà infatti, dopo l’approvazione del Parlamento, il terzo sottomarino Nfs di nuova generazione della Marina militare italiana nella cornice del programma U212NFS (Near future submarine). Investire nell’underwater e nei sottomarini è un’esigenza sottolineata anche dall’amministratore delegato di Fincantieri, Pierroberto Folgiero, appena sentito in audizione presso la Commissione difesa della Camera dei Deputati, chiamato per parlare proprio delle tematiche relative alla produzione di beni e servizi di interesse per la dotazione di mezzi del settore della Difesa. Con un fatturato di circa 7,5 miliardi di euro di fatturato e la presenza in 18 Paesi, Fincantieri conta otto cantieri in Italia che creano un indotto notevole e rappresentano importanti siti di produzione volti all’esportazione.

Fincantieri per la Marina

“Il programma Nfs ci vede ricoprire sia il ruolo di design authority che quello di prime contractor e il suo prosieguo rappresenta un’importante conferma delle leadership tecnologiche e gestionali di Fincantieri, in piena continuità con quanto delineato dai capisaldi del nostro piano industriale”, ha spiegato Folgiero. Il programma, che comprende già due battelli contrattualizzati nel 2021, prevede inoltre il relativo in service support e la realizzazione del Training center, ed è gestito dall’organizzazione internazionale di cooperazione per gli armamenti (Occar). La consegna dei primi due battelli è prevista rispettivamente per il 2027 e il 2029. Gli innovativi sottomarini U212NFS prevedono significative modifiche progettuali tutte sviluppate autonomamente da parte di Fincantieri, in accordo con i requisiti requisiti stabiliti dalla Marina militare. Tale programma risponde alla necessità di garantire adeguate capacità di sorveglianza e di controllo degli spazi subacquei.

Dominio underwater…

Nel corso dell’audizione a Montecitorio non si poteva dunque non fare riferimento alla dimensione underwater, che ormai dallo scorso settembre e dal sabotaggio ai danni del Nord Stream è al centro dei ragionamenti del mondo militare, fino a diventare un vero e proprio nuovo dominio operativo: quello sottomarino. “La sfida del dominio sottomarino richiederà una importante sinergia nel nostro comparto industriale della Difesa, sinergia che sarà certamente stimolata dalla creazione del Polo nazionale della subacquea che sorgerà a La Spezia”, ha sottolineato infatti il presidente della Commissione difesa a Montecitorio, Nino Minardo, nel corso dell’audizione.

… e sottomarini

“Sul mondo dei sottomarini c’è molto da fare ed è un dominio su cui Fincantieri intende cimentarsi, perché quello sottomarino rappresenta un’esigenza operativa diffusa”, ha evidenziato Folgiero. Il dominio sottomarino diventa operativamente sempre più rilevante e si tratta di un mercato ad oggi diviso in due, da una parte i sommergibili nucleari e dall’altra i sottomarini tradizionali, di cui Fincantieri, come ribadito dal suo ad, è uno dei principali produttori al mondo. In tale quadro, è stata studiata la sovranità tecnologica di Fincantieri sui sottomarini tramite il sottomarino Nfs. Mediamente, il gigante cantieristico esercita un controllo tecnologico di circa il 30%. Le due grosse mancanze riguardano la parte di acciaio in senso stretto, i cui produttori sono tedeschi, e il sistema di lancio e di propulsione, per i quali si è ancora dipendenti dalla Germania. L’obiettivo è di portare quel quasi 30% al 57%. In ultimo, non si deve dimenticare la subacquea civile, che richiede sempre più sicurezza sia per i rifornimenti energetici sottomarini sia per le telecomunicazioni, per cui Fincantieri si propone di diventare un aggregatore e un acceleratore di una visione di occupazione del dominio subacqueo in grado di dialogare con tutti gli attori coinvolti, militari e civili.

La partnership con Leonardo

È ormai chiaro il grande aumento di domanda di spesa militare navale a livello globale. Per far fronte alle nuove esigenze che rispecchiano tale trend di crescita, e considerando il concetto di capacità di integrazione tra carico della nave e scafo-piattaforma, Fincantieri collaborerà sempre più con Leonardo per coprire tutta la linea. “Fincantieri per essere prime contractor dell’export ha bisogno di accedere alle competenze di Leonardo su tutta la parte che si mette sopra la piattaforma. Questo significa che Orizzone sistemi navali, la joint venture tra Fincantieri e Leonardo, nel nuovo ciclo industriale diventa molto importante”, ha spiegato Folgiero. “Il progetto di rafforzamento della partnership con Leonardo passa per un rafforzamento della joint venture dove andremo a concentrare le competenze di integrazione al sistema nave”, ha poi concluso l’ad.

I prossimi passi di Fincantieri

“La vocazione di Fincantieri è uscire dal ruolo di piattaformista per essere vicini ai clienti, fornendo servizi durante la vita della nave fino alla gestione della base a terra. E continuare a integrare sempre più sistemi a bordo ed essere leader nella installazione a bordo della nave di tutti i sistemi anche digitali”. Questa è stata la roadmap descritta dall’ad di Fincantieri per il futuro della società. Il piano di Fincantieri per il prossimo futuro, secondo quanto descritto da Folgiero, si basa su cinque macro-azioni: focalizzazione verticale sul business della cantieristica, concentrandosi sul rafforzamento degli otto cantieri italiani, con la modernizzazione; essere più vicini ai clienti fornendo servizi durante il ciclo vitale della nave; continuare a integrare sempre più sistemi a bordo, e confermare la leadership nell’installazione di sistemi anche digitali; maggiore attenzione alla disciplina finanziaria per contenere l’indebitamento; e infine interpretare la domanda di sostenibilità in termini industriali. In merito a questo ultimo aspetto, per Folgiero bisogna puntare su navi sempre più sostenibili: “Essere pionieri della nave digitale nella nave a basse emissioni per passare da una nave che oggi riduce le emissioni del 30% a una nave che a fine percorso di trasformazione del settore arriverà prima al 55% e poi a 0”.

Dalla ripartenza del cruise al mercato militare

“Il mercato della crocieristica ha sofferto moltissimo con il Covid, piano piano i grandi armatori stanno tornando a riempire le navi, rigenerando cassa e riequilibrando i bilanci pesantemente impattati dal fermo navi legato alla pandemia. Nel settore del cruise il mercato armatori è in ripartenza e in procinto di riavviare gli investimenti”, ha raccontato ancora Folgiero, evidenziando in ultimo ancora come nel mercato militare post Ucraina stia crescendo la spesa navale per la Difesa.


formiche.net/2023/05/fincantie…

In Pizzo


Escluderei che la presidente del Consiglio possa anche solo immaginare di paragonare lo Stato alla mafia, l’onore della Repubblica alla disonorata società. Vero che i comizi sono comizi, ma vero anche che le parole sono parole e hanno un significato. Ques

Escluderei che la presidente del Consiglio possa anche solo immaginare di paragonare lo Stato alla mafia, l’onore della Repubblica alla disonorata società. Vero che i comizi sono comizi, ma vero anche che le parole sono parole e hanno un significato. Queste sono state le sue: «L’evasione (fiscale, ndr.) devi combatterla dove sta: big company, banche, non sul piccolo commerciante a cui chiedi il pizzo di Stato solo perché devi fare la caccia al reddito più che all’evasione fiscale». Non soltanto non va bene, ma segnala una vicinanza, anzi una coincidenza fra le posizioni della destra e quelle della più estrema sinistra.

Il fisco – se funziona, e farlo funzionare tocca a chi governa – non dà “la caccia” al reddito e neanche al patrimonio, ma cerca di scovare i redditi e i patrimoni non dichiarati o mascherati, con illecita sottrazione di gettito fiscale. Quella sottrazione comporta due conseguenze: a. gli evasori si fanno pagare strade, scuole, ospedali, pensioni e tutto il resto dai contribuenti onesti; b. le imprese, piccole o grandi che siano, quando evadono fanno concorrenza sleale alle imprese oneste. Lo Stato che non persegue l’evasione, quindi, è loro complice ed è nemico delle persone e delle imprese per bene.

Nei giorni scorsi un tassista ha segnalato di avere e dichiarare un reddito decoroso, utilizzando carte di credito e bancomat per farsi pagare, ma ha anche aggiunto che molti (moltissimi, troppi) suoi colleghi si regolano diversamente, dichiarando redditi da fame che, in realtà, sono il risultato di evasione fiscale. Posto che gli hanno anche tagliato le ruote, comunicargli che i “piccoli” non devono essere costretti a pagare il dovuto è come dirgli che è un fesso. Definizione che si deve a Prezzolini, che la destra dice di avere caro. Una doppia offesa: all’onestà fiscale e al suo essere vittima di vandalismo intimidatorio. Legge e ordine dovrebbero essere (giustamente) cari alla destra.

In quella distinzione fra “piccoli” e “grandi” si annida un altro equivoco, fattuale e culturale. Nella realtà è evidente che un singolo evasore, se è grande, sottrae di più all’erario rispetto all’avere un giro d’affari limitato, ma è anche vero che il montante complessivo dell’evasione è dato dal sommarsi di tante evasioni. E in quella miriade di scontrini non battuti, di ricevute non rilasciate e di fatture non emesse gli evasori non sono soltanto quanti incassano, ma anche quanti pagano. Così l’Italia ha il triste primato della più alta quota europea di Iva evasa. Si tratta della ricorrente domanda, dall’idraulico al ristoratore: «Con o senza Iva?». Un Paese in cui viene formulata qualche migliaio di volte al giorno non sarà mai un Paese onesto. E manco una Nazione rispettabile.

Poi c’è il lato culturale, che vede l’evasione come un male legato alla ricchezza, con ciò stesso indirizzandole un giudizio moralmente negativo. In questo destra e sinistra ideologiche si somigliano come due gocce d’acqua. Come se la miseria fosse moralmente ammirevole. Tanto è forte questo pregiudizio da avere generato il concetto di “evasione per necessità”, che sarebbe poi la confessione di avere governato o star governando un fisco ingiusto per esosità. Che è pure vera, quest’ultima cosa, ma non la si affronta dando a me del pagatore di pizzi, offendendomi, ma costringendo tutti a pagare, diminuendo le spese e così il bisogno di portar via soldi alle libere scelte dei privati.

Accertare l’evasione è compito dello Stato, senza criminalizzare cittadini e imprese e senza giustificare la disonestà. Ha gli strumenti per accertamenti sui grossi e deve spingere per la tracciabilità dei piccoli. Due cose possibilissime usando i dati. Lavorino su quello, ricordando d’essere partiti male, sfottendo gli onesti che usano il Pos, come il nostro benemerito tassista.

Quelle parole sono un errore, che giustifica un comportamento asociale. Escludo fosse nelle intenzioni, ma quello significano. Averle pronunciate per prendere voti è di suo inquietante.

La Ragione

L'articolo In Pizzo proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Serve un servizio militare volontario nazionale? Risponde Farina


Periodicamente si torna a parlare dell’opportunità di prevedere un servizio militare su base volontaria. L’argomento è stato rilanciato ai massimi livelli dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Udine in occasione dell’Adunata nazionale degli Alpi

Periodicamente si torna a parlare dell’opportunità di prevedere un servizio militare su base volontaria. L’argomento è stato rilanciato ai massimi livelli dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Udine in occasione dell’Adunata nazionale degli Alpini il 14 maggio scorso. Sul tema si era espresso più volte anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa, prefigurando una proposta di legge per istituire una “Mininaja” della durata di 40 giorni per i giovani che volontariamente desiderassero fare questa esperienza. Queste proposte, benché enunciate in modo sintetico, sono tutt’altro che campate in aria e meritano una giusta considerazione.

Le reazioni

Tuttavia, come spesso accaduto anche in passato, tali idee tendono a generare reazioni di vario tipo. La prima, da parte di coloro che vorrebbero il ripristino del servizio di leva obbligatorio (sospeso dal 2006) finalizzato non solo alla formazione del cittadino soldato per la difesa della Patria, ma anche funzionale per garantire una esperienza di vita fondata sulla disciplina e sui doveri che – a loro dire – contribuirebbe ad accrescere il senso civico e la maturazione dei giovani che sempre più rifuggono dai concetti di autorità, senso di responsabilità e spirito di gruppo. Il secondo moto d’opinione contesta decisamente qualsiasi idea di un ritorno al servizio di leva, sia pur volontario e di breve durata, considerando assai validi altri percorsi per migliorare il senso di cittadinanza e il contributo alla collettività, quali ad esempio i servizi nel terzo settore, nel sociale e nelle iniziative di volontariato in generale. Entrambe le posizioni, pur rispettabili, non colgono l’essenza della questione.

L’organico delle Forze armate è sufficiente?

La domanda cui si dovrebbe dare risposta è la seguente: l’organico attuale delle nostre Forze Armate è sufficiente per far fronte ai mutati scenari di sicurezza e alle molteplici emergenze che sempre più frequentemente affliggono il nostro Paese? La risposta è no. Difatti l’organico di Esercito, Marina e Aeronautica, ridotto da 190mila a 150mila unità complessive con la legge 244 del 2012, è stato ritenuto insufficiente ad affrontare le nuove sfide che vedono il ritorno della guerra nel continente europeo e un quadro di crisi e instabilità che si estende su un ampio arco a est e a sud del Mediterraneo, con il nostro Paese proprio al centro delle aree di instabilità.

Riserva ausiliaria

E proprio sulla base del mutato scenario di sicurezza il nostro Parlamento, con la legge 119 del 5 agosto del 2022, ha già delegato il Governo a definire la costituzione di una Riserva ausiliaria dello Stato pari a diecimila unità. Tale riserva verrebbe ripartita su base regionale alle dipendenze delle Forze armate, con compiti di impiego in caso di conflitti, grave crisi internazionale o per emergenze e calamità nazionali, nonché con funzioni in campo logistico e di cooperazione civile-militare. Siamo quindi di fronte a valutazioni solide e a un quadro condiviso in cui all’evidente esigenza si associa la volontà politica e la presenza di un impianto legislativo idoneo per procedere in tal senso. Un servizio militare volontario e limitato nel tempo costituirebbe un’importante fonte di alimentazione di detta Riserva ausiliaria dello Stato. A fronte di una chiara esigenza perché quindi non consentire a un giovane cittadino italiano, che decide di non intraprendere la carriera professionale nelle Forze armate, di avere l’opportunità, se lo desidera, di essere addestrato in campo militare per un periodo limitato per contribuire alla difesa e alla sicurezza dei suoi connazionali? Perché privarsi di una capacità importante ottenibile senza limitare alcuna libertà personale? Ci sono pertanto tutte le premesse per procedere in tal senso.

Prossimi passi

Si tratta ora di prefigurare il percorso addestrativo e il successivo eventuale impiego, improntati a ottimizzare il rapporto costi-benefici. Ad esempio, si potrebbe stabilire una fase di addestramento basico della durata variabile, compresa tra le 8 e le 12 settimane, in funzione degli incarichi da assegnare. Due o tre mesi di intenso addestramento, da svolgere nei mesi estivi, sarebbero poi facilmente compatibili con gli iter formativi scolastici-universitari dei giovani cittadini militari volontari. Terminata la formazione iniziale, i volontari del Servizio nazionale verrebbero inquadrati in unità già esistenti, dislocate nelle regioni di provenienza su tutto il territorio nazionale. Questo personale conserverebbe il proprio posto di lavoro civile, avrebbe uno “status militare” e potrebbe essere disponibile ad un richiamo addestrativo annuale della durata di 15-20 giorni.

I costi

Per ciò che concerne i costi, si evidenzia che la citata legge 119 ha previsto lo stanziamento di circa 50 milioni annui, defalcati dai risparmi della legge 244/2012, per i soli oneri di richiamo del personale; oltre ai quali dovranno essere previsti gli oneri di selezione, vestizione, equipaggiamento, mezzi e materiali, istruttori, e infrastrutture. Si potrebbe procedere con gradualità, prevedendo una fase sperimentale nei primi due anni con un reclutamento tra 1500 e 2000 volontari all’anno, per poi passare a regime su un reclutamento annuale di 3000 Volontari, sufficienti per alimentare un bacino di 30mila unità in dieci anni. Ciò consentirebbe, con ampia flessibilità, il richiamo fino al massimo di diecimila unità previste per l’eventuale impiego della Riserva ausiliaria dello Stato nei casi di massime emergenze.

Un supporto alle emergenze

In quanto all’utilità di un siffatto bacino di forze Volontarie, basti pensare alle calamità che purtroppo hanno interessato il nostro Paese negli ultimi decenni (terremoti, Covid-19, frane, inondazioni, ecc.) e che proprio in questi giorni affliggono una vasta parte del nostro Paese. La disponibilità di un battaglione aggiuntivo di riservisti volontari su base regionale o areale (con dotazioni di mezzi e materiali) consentirebbe immediato intervento in supporto alla Protezione civile e agli altri organi dello Stato con tempestività ed aderenza. C’è già un modello in tal senso: il battaglione Alpini “Vicenza” costituito in seno al 9° reggimento Alpini a L’Aquila, alimentato da personale in servizio permanente. Replicare tale schema con i volontari della Riserva ausiliaria sarebbe agevole e assai meno dispendioso del reclutamento di analoga aliquota in servizio permanente. Le differenti specificità delle tre Forze armate indicheranno poi anche compiti in campo logistico e di supporto che sono altrettanto importanti per sostituire temporaneamente il personale professionista inviato in missioni di difesa, sicurezza e gestione delle crisi internazionali.

Basi solide

Ecco in definitiva che gli intendimenti dei nostri governanti sull’istituzione di un servizio militare volontario e temporaneo poggiano su basi solide. Si tratta di un’iniziativa nobile che accrescerebbe ancor più il legame tra le nostre Forze armate, il territorio e i nostri concittadini. È giunto il momento di mettere da parte la retorica e le critiche argomentate con titoli semplificativi. Il Governo ha tempo fino a fine agosto per esercitare la delega conferitagli dal Parlamento e definire in concreto i parametri della Riserva ausiliaria dello Stato.


formiche.net/2023/05/servizio-…

La Guerra tiepida. La sfida dell’Occidente per Casini e Manciulli


Gli strumenti della deterrenza e dell’equilibrio non bastano più. Lo scenario internazionale è caratterizzato contemporaneamente dalla competizione globale “fredda” tra potenze e da conflitti “caldi”. È la guerra tiepida, teorizzata nel nuovo libro chiama

Gli strumenti della deterrenza e dell’equilibrio non bastano più. Lo scenario internazionale è caratterizzato contemporaneamente dalla competizione globale “fredda” tra potenze e da conflitti “caldi”. È la guerra tiepida, teorizzata nel nuovo libro chiamato appunto “La guerra tiepida. Il conflitto ucraino e il futuro dei rapporti tra Russia e Occidente”, di Enrico Casini e Andrea Manciulli (edito dalla Luiss University Press), presentato ieri alla sede dell’ateneo con la moderazione di Flavia Giacobbe, direttore delle riviste Airpress e Formiche. Questo nuovo tipo di confronto “intermedio tra lo scontro militare e l’equilibrio della tensione”, come lo ha definito il direttore generale dell’Università Luiss Guido Carli, Giovanni Lo Storto, richiede “l’analisi di specialisti che possano ipotizzare come sarà il monto dei prossimi anni, con una Europa nel vortice della Storia”. Per la vice presidente della Luiss, Paola Severino, il libro “analizza le premesse e il contesto di questa guerra tiepida” attraverso una “metodologia seria con diversi studiosi che analizzano i fenomeni”.

La Guerra tiepida

Alla base del libro, per Enrico Casini c’è “la volontà di fare chiarezza nel caos in cui siamo stati immersi, dove si confondevano invasi e invasori e non si distinguevano le origini del conflitto”. Per questo scopo il volume è diviso in due parti, una dedicata alle radici storiche, dal rapporto tra Mosca e Kiev dopo la dissoluzione dell’Urss, alla svolta impressa alla politica russa da Putin. La seconda parte è invece dedicata a una riflessione sulle possibili conseguenze. Sul titolo “Guerra tiepida” è intervenuto anche Andrea Manciulli, che ha spiegato come si tratti di un “termine per il futuro”. “Non stiamo assistendo solo alla guerra in Ucraina, ma siamo in una fase della storia di discrimine geopolitico”. Dopo la fine della guerra fredda, per l’autore, ci si è illusi che la democrazia avesse vinto; invece, “è stata coltivata con attenzione scientifica la disgregazione dei valori dell’Occidente”. Le sfide del resto sono tante, oltre quella ucraina a est, c’è l’Artico, ormai navigabile, e le fragilità dell’Africa. “L’Europa è circondata” ha detto Manciulli e si trova “in una nuova fase della storia in cui non c’è più solo l’equilibrio del freddo, ma ci sono tanti conflitti, importanti sia per la geopolitica che per la nostra vita quotidiana.

Lo scontro tra democrazia e autocrazia

Per la Difesa italiana è evidente che questa guerra abbia superato i confini europei, e si sia spostata in tutto il mondo e, più vicino a noi, nel Mediterraneo. A dirlo è stato il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Quello che serve, dunque, è che la politica “assuma uno sguardo più che decennale”. Il problema, ha sottolineato il ministro, è che “l’Europa per troppo tempo ha assunto un approccio burocratico, ma manca una volontà politica complessiva, cosa che hanno invece singolarmente i Paesi del Vecchio continente”. La domanda che si è posto il ministro, infatti, è “come si comporterebbe l’Unione se gli Usa ritirassero il proprio sostegno all’Ucraina?”. La complessa risposta è che se per alcuni non cambierebbe nulla, per altri invece sì. “È un momento in cui si scontrano due modelli, le democrazie e le autocrazie; il problema è che le democrazie sono più lente nelle decisioni, che possono sempre cambiare, e hanno catene di comando più lente”. Inoltre, il modello democratico, ha sottolineato Crosetto, prevale nella parte agiata del mondo, “incapace di avere la stessa voglia di combattere di chi vive nella parte povera”. Ci troviamo nella condizione di dover difendere “il modello di società dove si sta meglio, ma che sconta delle debolezze quando si scontra con le autocrazie”.

Un cambio culturale

Uno scontro che si combatte anche sul piano della comunicazione. “La Russia ha dimostrato di avere una StratCom più avanzata di noi; noi parliamo di pace o guerra, mentre dovremmo parlare di resa o resistenza, repressione o libertà. Noi stessi siamo stati contaminati”. “Come ho detto al Copasir – ha raccontato ancora Crosetto – la guerra finirà quando chi sta bombardando smetterà di farlo”. Per il ministro “la guerra è una cosa brutta, ma purtroppo l’unico modo per allontanarla è combattere chi vuole la guerra”. Quello che serve, dunque, è uno sforzo dell’intera classe dirigente per cercare di capire cosa potrà succedere tra vent’anni, “individuando i passi da fare per cambiare la cultura del nostro Paese ed europea, togliendo la sedimentazione di decenni per cui ci faceva schifo quello di cui avevamo bisogno”. Per Crosetto, “riscoprire questo percorso è l’unico per assicurare un futuro incarnato dalle democrazie”.

Destabilizzazione globale

Per il presidente della Fondazione MedOr, Marco Minniti, “non solo è una guerra tiepida, ma sarà anche una guerra lunga”. Il punto è che non può esserci pace “fondata sulla pace di un popolo, e chi lo chiede non sa di cosa parla”. Per Minniti, la guerra si combatte su due fronti, il primo materiale, sui campi di battaglia ucraini, “poi c’è una guerra asimmetrica, fatta di molte cose, dall’energia, al cyber”. L’obiettivo, spiega ancora il presidente di MedOr, è la destabilizzazione del mondo “che ha un epicentro: il Mediterraneo”. Per Minniti, infatti, l’obiettivo delle autocrazie è creare “tali e tante tensioni che sfaldano i legami e colpiscono lo schieramento occidentale” e l’elemento oggi più preoccupante è la conduzione di questa guerra asimmetrica in Africa. “Non c’è una grande regia strategica dietro, ma ci sono eventi e fatti che fanno comodo a Mosca e Pechino”.

Serve un’analisi approfondita

Come ha registrato il direttore generale dell’Agenzia industrie difesa, Nicola Latorre, “c’è stata superficialità nel valutare la strategia di Putin alla conferenza di Monaco nel 2007, in Georgia nel 2008, e poi in Crimea nel 2014”. Una superficialità dettata dal prevalere degli interessi economici invece che geopolitici. “La storia non si fa con i se – ha continuato il direttore generale – ma bisogna fare tesoro delle esperienze”, e non è la prima volta che succede all’Europa di sbagliare valutazioni, come successo con le Primavere arabe. L’obiettivo dell’analisi, allora, deve essere sviluppare un “margine di prevedibilità nella complessità di una partita enorme come quella che si sta giocando per ridefinire gli equilibri mondiali”.

Lo scontro sull’informazione

Il tentativo di destabilizzazione non si limita agli scenari esteri, ma accade anche nelle nostre società. “Nel nostro Paese il fenomeno della disinformazione ha due facce” ha spiegato la giornalista Monica Maggioni, “da una parte c’è chi decide di usare le informazioni per portare avanti un proprio credo ideologico, dall’altro c’è invece un deficit di consapevolezza”. Il punto, è che la guerra si combatte a Kiev e dentro le case di ognuno di noi: “si scontrano due visioni del mondo, progetti diversi sugli equilibri del globo”. Il problema è che negli Stati totalitari, in cui l’informazione è controllatissima, e i media tradizionali sono sotto scrutinio estremo da parte dello Stato, si è costruito un sistema di disinformazione sistematica a uso del nemico tra i più avanzati al mondo”.


formiche.net/2023/05/guerra-ti…

Un comitato per le patologie militari. La proposta del gen. Tricarico


Quando avevo formale titolo a farlo, proposi al ministro della Difesa di allora di istituire uno speciale Comitato di esperti che lo potesse assistere per ogni questione riguardante l’eventuale insorgenza di patologie a danno dei militari, a causa della l

Quando avevo formale titolo a farlo, proposi al ministro della Difesa di allora di istituire uno speciale Comitato di esperti che lo potesse assistere per ogni questione riguardante l’eventuale insorgenza di patologie a danno dei militari, a causa della loro esposizione a possibili agenti patogeni durante l’espletamento del servizio.

Il motivo era quello di prevenire gli effetti negativi legati a peculiari ambienti di lavoro quali l’esposizione a onde elettromagnetiche, ad agenti chimici nocivi, a materiali di amianto, a uranio impoverito; una casistica questa non scelta a caso, ma relativa a dossier già aperti e che ogni tanto rispuntano.

L’iniziativa non andò a buon fine perché affondata dalla burocrazia interna e dall’inesorabile meccanismo dell’avvicendamento dei vertici dell’amministrazione che spesso incide negativamente sulla continuità di governo.

Un motivo non secondario per la messa a punto di uno strumento scientifico/conoscitivo di alto livello a beneficio del ministro e della amministrazione era quello di poter assistere i vari comandanti che, numerosi, erano chiamati a rispondere in tribunale per l’insorgenza di malattie a danno dei dipendenti o di altri cittadini, i quali accusavano la Difesa e i loro responsabili locali o centrali per le infermità contratte.

Tra l’altro, si è da poco concluso il processo a carico di cinque generali dell’Aeronautica che si erano avvicendati al comando del Poligono interforze di Salto di Quirra, iniziato nel 2011 e la cui sentenza non è stata ancora depositata, una sentenza assolutoria per tutti in quanto “non vi è idonea prova della sussistenza del fatto”, ma che ha comportato che gli imputati (per l’inquinamento del territorio sardo con agenti dannosi – tra cui torio e uranio impoverito – smaltiti nell’ambiente) si siano dovuti difendere senza poter contare su una documentazione scientifica di alto livello e difficilmente contestabile, quale quella appunto che un comitato di scienziati avrebbe messo a disposizione della giustizia e di imputati innocenti.

Tra l’altro, è fin troppo facile prevedere che la mai sopita vivacità del ricco campionario di movimenti e associazioni sardi non tarderà a risvegliarsi, anche in considerazione dei nuovi insediamenti internazionali sulla base di Decimomannu.

Un caso, quello della Sardegna, che richiama la questione dell’uranio impoverito e del fatto che una mole gigantesca di istanze di indennizzo è ancora oggi in attesa di decisione da parte della giustizia o dell’amministrazione, con conseguenze imprevedibili, perché basate sull’ assunto – ben lungi dall’essere stato definitivamente acclarato sul piano scientifico – che l’esposizione all’uranio impoverito causi l’insorgenza di patologie tumorali.

Tutto questo nel nostro bizzarro paese accade nonostante una cospicua letteratura scientifica, (che la Fondazione Icsa ha voluto mettere insieme – vedi link), sia concorde sulla insussistenza/inverosimiglianza di un nesso causa effetto per i militari malati di tumore, cui in ogni caso va tutta la nostra umana e partecipe vicinanza e solidarietà.

Signor Ministro Crosetto, l’attualità e le prospettive di una Difesa in stato di accusa da parte di migliaia di militari che la chiamano in giudizio per danni subiti a causa del servizio prestato, così come il verosimile replicarsi di scenari dello stesso tipo, anche a causa della partecipazione a missioni multinazionali nei più disparati ambiti geografici, rendono la proposta di nominare un Comitato di esperti più attuale e necessaria oggi di ieri.

Tra l’altro, va tenuto in considerazione che i giudici, in quelle circa cinquanta sentenze favorevoli agli istanti ad oggi registrate, hanno considerato un precedente significativo l’accoglimento delle istanze di indennizzo da parte dell’amministrazione. Decisioni certamente tecniche, ma date le dimensioni del fenomeno – tutto e solo italiano – un monitoraggio della politica pare inevitabile.


formiche.net/2023/05/comitato-…

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

La Rai agisce come le emittenti private, in concorrenza con loro, ma con il tetto alla pubblicità e il canone. Perché non renderla privata a ogni effetto?

Questa soluzione avrebbe pure il pregio di porre i partiti fuori dalla Rai.

Spiego tutti i risvolti su Domani

editorialedomani.it/politica/i…

reshared this

Pronto il settimo pacchetto armi per l’Ucraina. Crosetto al Copasir


È in partenza un nuovo pacchetto di armi per l’Ucraina. Martedì, di fronte al Copasir – presieduto dal Dem Lorenzo Guerini – il ministro della Difesa Guido Crosetto ne ha illustrato i contenuti, che come da consuetudine rimarranno secretati. Il passaggio

È in partenza un nuovo pacchetto di armi per l’Ucraina. Martedì, di fronte al Copasir – presieduto dal Dem Lorenzo Guerini – il ministro della Difesa Guido Crosetto ne ha illustrato i contenuti, che come da consuetudine rimarranno secretati. Il passaggio è necessario per dare il via libera alla spedizione del nuovo lotto di equipaggiamenti che aiuteranno la resistenza ucraina contro l’invasione russa.

Si tratta del settimo pacchetto in termini assoluti e il secondo approvato dal governo di Giorgia Meloni, che agisce sulla base della copertura legale fornita dal decreto legge Ucraina, varato definitivamente a gennaio, che proroga fino al 31 dicembre 2023 la cessione di materiali militari all’Ucraina. Poche settimane dopo l’esecutivo ha dato il via libera al sesto pacchetto, che prevedeva, tra le altre cose, l’invio del sistema di difesa antiaerea Samp/T.

Secondo Repubblica il settimo pacchetto “ rinnova le dotazioni di armi, munizioni e sistemi di difesa antiaeree già inviate con i precedenti provvedimenti”. Materiale che risponde alle esigenze espresse dalla Difesa ucraina, a cui gli alleati occidentali stanno via via rispondendo: gli Stati Uniti con l’autorizzazione all’invio di caccia F-16, il Regno Unito con missili a lungo raggio Storm Shadow e droni, la Germania con tank e radar e così via. Il tutto in funzione della difesa dai missili di Vladimir Putin, ma anche della controffensiva ucraina ormai imminente.

La decisione del governo italiano arriva sulla scia del summit G7 a Hiroshima, dove i leader occidentali (inclusa la stessa Meloni, ai margini dei colloqui) hanno incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e ribadito il sostegno finanziario, militare e umanitario a Kyiv. Questi e altri incontri – tra cui la recente visita a Roma – hanno permesso al leader ucraino di sottolineare l’urgenza dell’invio di nuovo materiale. A cui l’Italia, in linea con gli altri partner occidentali, sta reagendo.


formiche.net/2023/05/settimo-p…

Mosca minaccia il Mediterraneo anche sott’acqua. Parola di Cavo Dragone


La guerra in Ucraina i relativi effetti “hanno accentuato le responsabilità della Difesa e dell’Italia per la stabilità del Mediterraneo”, che “si estendono ai correlati fondali, percorsi da reti e infrastrutture strategiche, potenzialmente ricchi di riso

La guerra in Ucraina i relativi effetti “hanno accentuato le responsabilità della Difesa e dell’Italia per la stabilità del Mediterraneo”, che “si estendono ai correlati fondali, percorsi da reti e infrastrutture strategiche, potenzialmente ricchi di risorse naturali e per questo, spesso obiettivo della cosiddetta ‘territorializzazione’ del mare”. Lo ha spiegato l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo di Stato maggiore della Difesa, intervenuto all’evento “L’Italia, il Mediterraneo allargato e il dominio subacqueo” dell’Istituto Affari Internazionali. Un occasione anche per fare il punto sull’ambiente subacqueo, che sta diventando un dominio operativo di rilievo per la Marina Militare italiana, e una frontiera tecnologica per l’industria del settore e più in generale per il sistema Paese che sta dando vita ad un Polo nazionale per la dimensione subacquea. L’apertura dei lavori è stata affidata all’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, presidente dello Iai. Dopo di lui, un saluto inviato da Nello Musumeci, ministro per la Protezione civile e per le Politiche del mare.

IL DOMINIO SUBACQUEO

“Come per lo Spazio e per la Terra”, ha continuato il capo di stato maggiore della Difesa, “l’elevazione del mondo sommerso allo status di ‘dominio’” implica “una piena presa di coscienza anche delle accresciute responsabilità nella sua gestione, che sarà anch’essa un banco di prova della capacità del genere umano di approcciare, con equilibrio, tatto e rispetto, una realtà fondamentale per la preservazione degli equilibri biologici del nostro pianeta”. La rilevanza strategica delle infrastrutture subacquee, come gasdotti o dorsali di connettività digitale, “impone alla Difesa la protezione delle stesse, dedicando allo scopo risorse e investimenti paritetici a quanto garantito ad altre infrastrutture critiche del Paese, soggette a una minaccia sempre più ibrida”, ha continuato spiegando che la Difesa intende proseguire con un approccio “multi-disciplinare, inter-dicasteriale e inter-agenzia valorizzando il dialogo con le eccellenze nazionali, per consolidare una visione coerente, condivisa ed efficace”.

LA MINACCIA RUSSA

Oggi il Mediterraneo “è un punto di polarizzazione delle tensioni internazionali, così come il Nord Africa e la regione Saheliana sono aree dove attori terzi, statali e non statali, agiscono in maniera assertiva alimentandone la destabilizzazione a livello politico, sociale ed economico”, ha spiegato l’ammiraglio Cavo Dragone. In particolare, la Russia “non nasconde di voler estendere il proprio raggio d’azione in tutta questa importante fascia territoriale, nonché a tutto li Mediterraneo, anche attraverso le sue spiccate capacità nel settore underwater (manned e unmanned), ampliando le minacce a cui possono essere esposte le infrastrutture critiche e le dorsali marittime di nostro interesse strategico”.

LA RICERCA

Nella versione preliminare dello ricerca “The Underwater Domain and Europe’s Defence and Security” presentata dagli analisti Elio Calcagno e Alessandro Marrone, vengono analizzati gli scenari riguardanti le attività nel dominio sottomarino di sette Paesi: la Russia, che ha investito in droni subacquei sia per attacchi sia per deterrenza nucleare; la Cina, che punta a 76 sottomarini in cinque anni per anticipare nel mosse degli Stati Uniti e dei loro alleati nell’Indo-Pacifico; il Giappone, con cui l’Italia ha recentemente rafforzato la relazione a partenariato strategico, dispone di una flotta ampia e moderna (22 sottomarini, che è più di Italia e Francia sommate, il più vecchio è del 2000) e all’ammodernamento preferisce la sostituzione a ritmo di un sottomarino all’anno; la Germania, leader mondiale in sviluppo e produzione, che è stata colta di sorpresa dal sabotaggio del Nord Stream 2 tanto che chiede, assieme alla Norvegia, una struttura di protezione delle infrastrutture critiche della Nato; il Regno Unito, che guarda all’Indo-Pacifico con l’accordo Aukus con Stati Uniti e Australia; la Francia, con 12 sottomarini nucleari di cui 4 con lanciamissili balistici e la Zee più grande al mondo.

IL RUOLO DELL’ITALIA

In generale, si nota un “aumento della rilevanza di sottomarini e droni subacquei, un aumento della domanda ma anche volontà di alimentare offerta tramite investimenti, innovazione e competizione”, ha spiegato Marrone. Aspetti che l’Italia e il sistema Paese non possono che tenere in considerazione.

IL DIBATTITO

Al dibattito successivo, moderato da Karolina Muti, responsabile di ricerca programmi sicurezza e difesa dello Iai, sono intervenuti Giuseppe Cossiga, presidente della Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza, l’ammiraglio Enrico Credendino, capo di stato maggiore della Marina, Pierroberto Folgiero, amministratore delegato di Fincantieri, Gabriele Pieralli, direttore della divisione elettronica di Leonardo, Luciano Violante, presidente della Fondazione Leonardo e Catherine Warner, direttrice del Nato Center for Maritime Research and Experimentation.

LE CONCLUSIONI

Le conclusioni sono state affidate a Matteo Perego di Cremnago, sottosegretario alla Difesa. “Ancora si deve lavorare sull’opinione pubblica per far comprendere” la portata della dimensione marittima, ha spiegato il sottosegretario. A decidere il futuro del dominio per l’Italia “sarà la nostra capacità di fare sistema Paese e sfruttare il vantaggio competitivo”, ha aggiunto sottolineando l’impegno del governo a dare rapida attuazione al Polo nazionale della subacquea.


formiche.net/2023/05/cavo-drag…

Via della seta, Meloni cambia strada


La decisione è ormai presa, l’unico dubbio è quando e come comunicarla per evitare di compromettere a cascata gli interessi di alcune grandi aziende italiane e di conseguenza l’interesse nazionale. Ma che Giorgia Meloni finirà per non rinnovare il memoran

La decisione è ormai presa, l’unico dubbio è quando e come comunicarla per evitare di compromettere a cascata gli interessi di alcune grandi aziende italiane e di conseguenza l’interesse nazionale. Ma che Giorgia Meloni finirà per non rinnovare il memorandum sulla Via della seta siglato da Giuseppe Conte con la Cina nel 2019 viene dato per certo.

Pesa, naturalmente, il pressing americano. Pesa, ma non basta. Raccontano, infatti, che la presidente del Consiglio abbia affrontato la questione con spirito laico. Ha soppesato gli interessi economici, li ha intrecciati con gli interessi geopolitici ed è giunta alla conclusione che all’Italia convenga affrancarsi da un accordo che in termini commerciali conviene a Pechino più che a noi e che in termini politico-diplomatici è motivo di grande imbarazzo, tant’è che nessuno dei Paesi fondatori dell’Europa o membri del G7 l’ha siglato.

Anche di questo Giorgia Meloni parlerà col presidente statunitense Joe Biden in occasione della sua prima visita di Stato a Washington. Visita che dovrebbe tenersi, ma non è ancora ufficiale, la terza settimana di giugno.

Una delle tante anomalie italiane sembra dunque destinata a venir meno. Un’anomalia nel merito, ma anche nel metodo. Parlando con chi occupava posizioni di rilievo durante il primo governo Conte ci si rende infatti conto di quanto l’importanza di quell’accordo fosse stata trascurata. Non ci fu alcuna discussione né a livello politico né a livello governativo. Il dossier, caro a Beppe Grillo che ancora oggi lo difende, fu istruito dai vertici della Farnesina ispirati dall’ambasciatore italiano a Pechino Ettore Francesco Sequi con Luigi Di Maio ministro e dal sottosegretario leghista filo cinese allo Sviluppo economico Michele Geraci nell’indifferenza dei leader politici e degli altri ministri. Del resto, la segretezza era parte caratterizzante il memorandum. L’intesa sul futuro dei porti di Genova e Trieste, ad esempio, si concludeva con una raccomandazione che suonava grossomodo così: “L’accordo è segreto in tutte le sue parti compresa l’esistenza stessa dell’accordo”. Metodo cinese, appunto.

Il primo ad accorgersi dell’esistenza e soprattutto delle implicazioni del trattato fu l’allora sottosegretario agli Esteri Guglielmo Picchi, leghista di orientamento atlantista. Mancava poco più di un mese all’arrivo di Xi Jinping a Roma per la firma del memorandum quando Picchi, con un tweet e diverse telefonate, diede l’allarme. Si mosse l’ambasciata statunitense, si informò il Quirinale, si mobilitò il segretario di Stato americano Mike Pompeo. Da una cinquantina che erano, gli accordi bilaterali furono ridotti a 29 e ciascuno dei 29 accordi, di cui 10 commerciali e 19 istituzionali, fu annacquato il più possibile.

Tuttavia, il 23 marzo del 2019 il presidente cinese Xi Jinping e il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte firmarono in pompa magna il memorandum sulla Via della seta a Villa Madama. Sarà ora Giorgia Meloni a cancellare quella firma riportando di conseguenza l’Italia dall’orbita cinese dove la avevano collocata gli interessi grillini e la negligenza dei loro alleati all’orbita occidentale e atlantista che, per ragioni storiche, politiche ed economiche, ci caratterizza da sempre.

Huffington Post

L'articolo Via della seta, Meloni cambia strada proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Anne Applebaum – La grande carestia


L'articolo Anne Applebaum – La grande carestia proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/anne-applebaum-la-grande-carestia/ https://www.fondazioneluigieinaudi.it/feed

In un’aula di giustizia occorre tenere le distanze. Separazione delle carriere nodale per la svolta – Il Piccolo


L'articolo In un’aula di giustizia occorre tenere le distanze. Separazione delle carriere nodale per la svolta – Il Piccolo proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/in-unaula-di-giustizia-occorre-tenere-le-distanze-sepa
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please log in.

L'articolo In un’aula di giustizia occorre tenere le distanze. Separazione delle carriere nodale per la svolta – Il Piccolo proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

L’insano aumento dei magistrati a presidio del Ministero della Giustizia


La riforma dell’ordinamento giudiziario firmata dal precedente ministro, Marta Cartabia, non ha rappresentato certo una rivoluzione. “Timidi passi nella giusta direzione, ovvero a garanzia dei principi cardine dello Stato di diritto”: è così che il mondo

La riforma dell’ordinamento giudiziario firmata dal precedente ministro, Marta Cartabia, non ha rappresentato certo una rivoluzione. “Timidi passi nella giusta direzione, ovvero a garanzia dei principi cardine dello Stato di diritto”: è così che il mondo forense l’ha grossomodo valutata. Tuttavia l’Associazione nazionale magistrati ne ha paventato effetti dirompenti e ha fatto fuoco e fiamme per impedirne l’approvazione.

La riforma Cartabia è stata approvata sul finire della scorsa legislatura, ma gli addetti ai lavori danno per scontato che non vedrà mai la luce. Il motivo è semplice: i magistrati fuori ruolo che occupano le funzioni apicali del ministero della Giustizia lo impediranno. La tesi non è peregrina. Lo conferma il fatto che lo scorso ottobre la Cartabia non è entrata in vigore a causa, ma guarda un po’, della mancanza dei relativi decreti attuativi che avrebbero dovuto essere licenziati dal Ministero. Non era mai successo prima.

Ebbene, la notizia è che lo strapotere informale della magistratura sulle scelte politiche del ministro della Giustizia di turno non è destinata ad affievolirsi, ma ad accrescersi. Nel Palazzo circola, infatti, un emendamento firmato dal governo che, col pretesto del Pnrr, fa saltare il tetto previsto dal decreto legge 143 del 2008 portando da 65 a 75 il numero massimo di magistrati che possono essere destinati a ricoprire funzioni apicali nel ministero della Giustizia. Dieci magistrati in meno ad occuparsi della giurisdizione, dieci magistrati in più ad impedire che qualsivoglia riforma prenda vita contro il parere della corporazione togata.

Un secondo emendamento governativo prevede la costituzione di una nuova Direzione generale presso il gabinetto del ministro al costo di poco meno di 300mila euro, ed è chiaro a tutti che a ricoprire quella funzione sarà un magistrato. Altri due emendamenti, questa volta di iniziativa parlamentare, firmati da senatori Lega e di FdI, aggira il divieto, previsto della legge Cartabia, di rientro in ruolo per i magistrati che hanno assunto incarichi di governo.

C’è n’è abbastanza per dichiarare ufficialmente defunto l’antico principio del primato della politica. Questione che in tempi ormai lontani il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga così riassunse: “La funzione legislativa è stata ormai usurpata manu militari dalla magistratura, che, con la complicità di politici timorosi delle conseguenze in caso di diniego, impedirà qualsivoglia riforma vagamente seria dell’ordinamento giudiziario”.

Huffington Post

L'articolo L’insano aumento dei magistrati a presidio del Ministero della Giustizia proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Una donna a guida delle operazioni navali Usa? Chi è Lisa Franchetti


Sarà forse una donna a guidare lo Stato maggiore della Marina statunitense? Non è ancora dato saperlo con certezza, ma si tratterebbe della prima a ricoprire tale incarico oltreoceano. A dare l’anticipazione sul nome di Lisa Franchetti è stato Breaking de

Sarà forse una donna a guidare lo Stato maggiore della Marina statunitense? Non è ancora dato saperlo con certezza, ma si tratterebbe della prima a ricoprire tale incarico oltreoceano. A dare l’anticipazione sul nome di Lisa Franchetti è stato Breaking defense, definendola “il candidato più probabile” per il ruolo di prossimo capo delle operazioni navali del Paese a stelle e strisce. Ufficiale di carriera della guerra di superficie (surface warfare), Franchetti è attualmente già vice-capo delle operazioni navali e in precedenza ha comandato la Sesta Flotta degli Stati Uniti con sede a Napoli, tra il 2018 e il 2020. È stata, inoltre, la seconda donna (dopo Michelle Howard) a essere promossa ammiraglio a quattro stelle per la Us Navy, rientrando così nell’ancora ristretto alveo delle dieci donne nella storia americana a poter vantare tale grado. Insieme a lei, sembrerebbe esserci l’ammiraglio Samuel Paparo, comandante della Flotta del Pacifico degli Stati Uniti, come altro nome più papabile per guidare le operazioni navali Usa.

In attesa della conferma

Nonostante vi sia la possibilità che le circostanze cambino ancora prima dell’ufficiale nomina di Franchetti e quindi l’annuncio ufficiale da parte della Casa Bianca, sembra essere proprio il suo il nome più papabile secondo gli osservatori e analisti americani. Succederebbe all’ammiraglio Michael Gilday, l’ex comandante della decima Flotta la cui nomina ad ammiraglio maggiore della Marina, quattro anni fa, fu inaspettata e preceduta da uno scandalo che costrinse la prima scelta della Casa Bianca a ritirarsi dal processo.

Il profilo

Nonostante le chiare origini italiane, l’ammiraglio Franchetti è nata a Rochester, nello Stato di New York. Oltre agli incarichi già citati, ha ricoperto il ruolo di direttore per la strategia, i piani e la politica dello Stato maggiore. In qualità del suo ruolo di comando è stata responsabile delle forze nel Mar Nero e zone limitrofe, in particolare in prossimità della Marina russa. Tale esperienza, acquisita operando nel Mediterraneo e vicino alla flotta di Mosca sarà più che mai rilevante, soprattutto ad oggi che perdura da oltre un anno la guerra russo-ucraina. L’ammiraglio Franchetti, tuttavia, non è famosa per stare sotto i riflettori, soprattutto in confronto a Gilday, se non durante le udienze del Congresso e in poche altre occasioni. Quali una recente intervista rilasciata alla Cbs (in compagnia di tre sue colleghe del Pentagono) e nel corso dell’esposizione annuale Sea air space. Non è quindi facile cercare di capire come potrebbe comportarsi nel nuovo ruolo di capo delle operazioni navali per gli Stati maggiori riuniti, in particolare per quanto riguarda il rapporto con il comparto industriale.

Alla guida della VI flotta statunitense

“Lavoriamo per mantenere la pace per un anno in più, un mese in più, una settimana e un giorno in più”, così nel 2018 Lisa Franchetti aveva assunto il ruolo di comandante della Sesta Flotta degli Stati Uniti, l’armata marittima di pronto intervento su tutti gli scacchieri globali, in particolare in Europa e nel Mediterraneo. Contemporaneamente, con il comando della sesta flotta, Franchetti era diventata anche vice comandante delle Forze navali americane in Europa e delle Forze navali statunitensi in Africa.

(Foto: Us Navy)


formiche.net/2023/05/lisa-fran…

Nava, Giacalone e Cangini al seminario su Einaudi e la sua idea di giornalismo – Corriere della Sera


L'articolo Nava, Giacalone e Cangini al seminario su Einaudi e la sua idea di giornalismo – Corriere della Sera proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/nava-giacalone-e-cangini-al-seminario-su-einaudi-e-la-sua-idea-di-
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please log in.

L'articolo Nava, Giacalone e Cangini al seminario su Einaudi e la sua idea di giornalismo – Corriere della Sera proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Le due eredità di un uomo per bene


Con la partecipazione di Francesca Scopelliti, compagna di Enzo Tortora e presidente della Fondazione per la giustizia «Enzo Tortora» Modera Salvo La Rosa, Giornalista e conduttore televisivo L'articolo Le due eredità di un uomo per bene proviene da Fond
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please log in.

Con la partecipazione di Francesca Scopelliti, compagna di Enzo Tortora e presidente della Fondazione per la giustizia «Enzo Tortora»

Modera Salvo La Rosa, Giornalista e conduttore televisivo

youtube.com/embed/skCEay1c9DM

L'articolo Le due eredità di un uomo per bene proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Ambidestri


Dunque la a lungo bistrattata Unione europea è una cosa buona ed è necessario averne di più, che abbia più competenze, che estenda le proprie funzioni. Mica una cosa da poco. E accipicchia se sono significative le parole del ministro della Difesa Guido Cr

Dunque la a lungo bistrattata Unione europea è una cosa buona ed è necessario averne di più, che abbia più competenze, che estenda le proprie funzioni. Mica una cosa da poco. E accipicchia se sono significative le parole del ministro della Difesa Guido Crosetto, cui plaudo: «Nessun Paese europeo può difendersi da solo (…). I tempi ci stanno obbligando a mettere insieme le forze armate dei 27 Paesi dell’Unione sul modello Nato». Bravo, ma bravo anche a contestare la tesi di chi gli fa osservare che l’Italia va a rimorchio e conta poco o nulla: «Contiamo moltissimo, assolutamente». Molto bene. È il contrario di quanto gli antieuropeisti hanno salmodiato per anni, esponenti della destra ora al governo compresi; è il contrario dell’Ue in cui non si conta nulla e dalla cui moneta unica si deve uscire. Ma va benissimo così.

Nel mentre Crosetto parlava a Trento, Giorgia Meloni era in Romagna con Ursula von der Leyen, annunciando che accederemo al fondo di garanzia. Giusto. Non che sia una bella cosa, perché si tratta di fondi per far fronte alle disgrazie, ma l’Italia è quella che ha usato il fondo più di ogni altro e ora torna a farlo. L’esistenza di quel fondo è la non nuova dimostrazione della natura solidale dell’Ue. L’opposto di quel che dissero. Del resto, uno dei più grandi meriti di Meloni (e uso il suo nome, anziché quello del suo partito, perché sono sicuro che molti dei suoi – così come i suoi alleati – la pensavano diversamente) è stato quello di assicurare in campagna elettorale che non ci sarebbe stato sfondamento di bilancio, che non avremmo fatto più deficit. Nei successivi atti del governo s’è confermato il percorso di rientro dal debito, già delineato dal governo precedente. E questo è il riconoscimento della validità e utilità dei vincoli di bilancio europei, senza i quali il singolo Paese si troverebbe esposto alla speculazione e soccomberebbe. Come Crosetto ben vede sul fronte militare. Anche in questo caso è il contrario di quel che sostennero, ma va benissimo così. Lo hanno capito tutti e lo hanno capito i mercati. Difatti regna la quiete.

Anche sull’immigrazione s’è capito che non ha senso puntare sulla redistribuzione – perché non funziona e perché già è illegittimamente praticata – ma sui confini comuni, quindi su più Europa. Alla faccia dei paventati e impossibili blocchi navali. E anche qui: bene.

La destra di governo somiglia soltanto nelle pose alla destra di opposizione. Che poi lottizzino la Rai lo trovo disdicevole tanto quanto lo era quando a lottizzarla erano altri. Che il loro elenco di intellettuali di destra sia divertente quanto quello di sinistra (che un intellettuale non si fa intruppare e se si fa intruppare è un corista) era ed è scontato. Si ersero a difensori dell’italianità della mitica “compagnia di bandiera” e ora ne cedono il 90% ai tedeschi di Lufthansa. Va benissimo così. Gianni Agnelli sostenne che la sinistra fa le cose che la destra non può fare. Non che faccia cose di sinistra, ma cose ovvie che agli altri non riescono perché la sinistra s’oppone. Il giochino vale anche al contrario: la destra fa le cose che la sinistra non può fare. Si stanno impiccando alla ratifica della riforma del Mes non perché non sappiano come sciogliere il nodo, ma perché provano a usare furbescamente quel che sanno di dovere fare sommessamente. Meglio non tirare e mollare, tanto più che il cappio non è il Mes – come avventatamente dissero – ma la sceneggiata che stanno facendo.

Dove casca l’asino? In quello che la politica, di destra e di sinistra, non sa fare. La classe dirigente è da troppo tempo selezionata nell’arte parolaia, ma quell’arte serve a nulla quando si ha in mano il Pnrr. Servono competenze, che ci sono ma non fanno politica. E l’occasione è buona per rinsanguare un mondo divenuto anemico. Sperando che, nel frattempo, la sinistra non si metta a fare la destra quand’era all’opposizione, rinunciando a spingere perché i fatti seguano alle parole e sperando di rifarsi gonfiando parole senza sostanza.

La Ragione

L'articolo Ambidestri proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

RiOrdino


Non è normale che quando una cosa non si può non farla in tempi ragionevoli, automaticamente si pensi a un commissario. Se poi ci si mette a cincischiare sul colore partitico del commissario stesso è segno che all’imperizia s’unisce l’incoscienza. Non son

Non è normale che quando una cosa non si può non farla in tempi ragionevoli, automaticamente si pensi a un commissario. Se poi ci si mette a cincischiare sul colore partitico del commissario stesso è segno che all’imperizia s’unisce l’incoscienza. Non sono due questioni diverse, ma due facce della medesima moneta. Cattiva.

Che un evento disgraziato, terremoto o alluvione, arrivi senza preavviso rientra nell’ordine naturale delle cose. Non sai cosa, non sai quando, ma sai che le disgrazie hanno questa caratteristica e che, pertanto, occorre prepararsi all’imprevedibile. Lo sappiamo e lo facciamo anche bene, visto che protezione civile, pompieri, esercito e forze dell’ordine hanno assicurato – ancora una volta – un soccorso efficiente e immediato. La cosa curiosa (talmente curiosa da non destare neanche curiosità) è che nessuno pensa che un commissario possa fare alcunché nella fase dell’immediata emergenza, quando le cose sono tutte anormali, ma lo si invoca per la fase successiva, quando le cose vanno tornando alla normalità.

E ci sono cose ancora più curiose, che raccontano moltissimo dell’Italia. Quel che più appassiona il legislatore è concepire un bel pensiero, mettere a fuoco una cosa giusta e quindi scriverla in una legge. Fine. Che il Parlamento abbia anche poteri e doveri di controllo ci se ne ricorda quando si tratta di fare Commissioni d’inchiesta pittoresche o eterne. Eppure il governo è un potere “esecutivo” e ci sono amministrazioni preposte alla concretizzazione di quanto legiferato, ad esempio alimentando le banche dati sulle condizioni territoriali o redigendo i piani triennali per quell’assetto. Poi si dovrebbe controllare che i dati siano gestiti correttamente e i piani realizzati. Qui manco li si è raccolti e preparati. E a farlo sarebbero dovuti essere, in diversi casi, dei commissari. Nominati perché prima non lo si faceva.

È un gravissimo errore credere che questa sia “burocrazia”: è la mascheratura dell’incapacità realizzativa e dell’incompetenza politica. Il che porta ad avere tanti soldi a disposizione e a spenderne pochi secondo quanto pianificato, poi correndo a spenderli a piffero per non perderne la disponibilità. I soldi non spesi, a loro volta, restando in cassa diventano “tesoretti”, che i governi di turno sventolano come loro miracolose scoperte, laddove sono il residuato contabile di miserabili fallimenti.

Non è normale che, passata l’emergenza, si dia per certo che la ricostruzione non si possa fare utilizzando i protagonisti istituzionali esistenti. Si dice: bisogna coordinare Comuni, Provincie, Regioni, enti territoriali e azione governativa. Giusto, e allora? In realtà si sta dicendo: tutta quella roba non funziona, quando qualche pezzo funziona sarà l’inerzia degli altri a bloccarlo; quindi, ora che c’è bisogno di fare e fare subito, saltiamoli tutti e facciamo un commissario, anzi no: facciamo un commissario che parli con tutti loro, ma poi decida. Come dire che l’intera macchina istituzionale e amministrativa è da buttare.

All’apice delle curiosità si trova la superstizione secondo cui, invece, tutto funzionerebbe se il capo dell’Italia – ovunque s’allochi (che il costituzionale e comparato non lo si maneggia con disinvoltura) – lo eleggesse trionfalmente il popolo. Ma è un’allucinazione: la legge stabilisce cosa sia l’autorità; la capacità e la serietà creano l’autorevolezza; il fallimento di autorità e autorevolezza genera autoritarismo. Non è un rimedio, è il monumento al male.

Aggiungete lo spettacolo della discussione sul colore del commissario, con il grottesco immaginarne uno “competente” contrapposto a uno “democratico” e avrete la spiegazione del perché la politica appassiona i fanatici delle tifoserie ma disaffeziona quanti restano convinti che un Paese che fa i nostri risultati non meriti una tale condizione, che un riordino non debba essere una rivoluzione ideologica ma una evoluzione pragmatica. E hanno ragione. Popolando il torto di non sapere come cambiare andazzo.

La Ragione

L'articolo RiOrdino proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

LiberaLibri 2023 – “Jane Eyre” di Charlotte Brontë


Nell’ambito del Maggio dei Libri, Giulia Savarese legge un estratto di “Jane Eyre” di Charlotte Brontë, pubblicato nel 1847. La lettura è tratta dal capitolo 23. Progetto LiberaLibri 2023 L'articolo LiberaLibri 2023 – “Jane Eyre” di Charlotte Brontë pr

Nell’ambito del Maggio dei Libri, Giulia Savarese legge un estratto di “Jane Eyre” di Charlotte Brontë, pubblicato nel 1847.

La lettura è tratta dal capitolo 23.

Progetto LiberaLibri 2023

L'articolo LiberaLibri 2023 – “Jane Eyre” di Charlotte Brontë proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Mosca e Kyiv non sono uguali. Crosetto cita don Milani sulla guerra


Guido Crosetto, ministro della Difesa, ha scritto una lettera al direttore de l’Unità, Piero Sansonetti, pubblicata domenica sul quotidiano. Crosetto parla della situazione in Ucraina e delle missioni militari all’estero dell’Italia: “Non si può chiedere

Guido Crosetto, ministro della Difesa, ha scritto una lettera al direttore de l’Unità, Piero Sansonetti, pubblicata domenica sul quotidiano. Crosetto parla della situazione in Ucraina e delle missioni militari all’estero dell’Italia: “Non si può chiedere la pace senza l’abbandono e la rinunzia ai territori che la Russia ha occupato, il riconoscimento che l’invasione è stato un atto illegittimo, in violazione di ogni norma internazionale, che ha causato danni e sofferenze indicibili alle popolazioni civili. Stabilito che credo che il solo tentativo di mediazione serio, in campo e che bisogna aiutare in tutti i modi sia quello del cardinale [Matteo Maria] Zuppi e del Vaticano, resta il punto: ‘Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra diseguali’”, dice citando don Lorenzo Milani.

IL DEBOLE E IL FORTE

“Immagino già un vecchio pacifista come te che sobbalza sulla sedia: ma come, Crosetto che mi cita don Milani?! Eh sì, non solo perché ricorrono i cento anni dalla nascita, questa frase di don Lorenzo Milani, tratto dal suo pamphlet più famoso, Lettera a una professoressa, mi frulla in testa da giorni. La citazione, come ben sai, si riferisce, principalmente, al mondo della scuola […]. Se ci pensi, però, le parole di don Milani si possono prendere e traslare sul piano politico, diplomatico e internazionale: l’Ucraina è la parte debole, aggredita, invasa (tanto che viene aiutata dall’Occidente, democrazie libere e basate sul consenso e il gioco democratico, non autocrazie), la Russia è la parte forte, l’aggressore, l’invasore. Non si possono, cioè, fare parti uguali tra diseguali, neppure nei rapporti tra le Nazioni”, ribadisce Crosetto.

LE GUERRE GIUSTE

“Naturalmente, citando don Milani, potrei subire facilmente la critica di appropriarmi del pensiero di un autore famoso, anche, per il suo pacifismo e il suo antimilitarismo (…). Per don Milani non esistono guerre ‘giuste’. Non ne ravvisa la possibilità neppure nella Costituzione. Non sono, ovviamente, d’accordo. Le guerre ‘giuste’ (quelle per la difesa della Patria, come la lotta di Liberazione, e quelle per stabilire un ordine internazionale democratico, libero, pacifico, come la lotta al terrorismo, agli Stati canaglia, o quella di autodifesa dell’Ucraina) esistono eccome. Ma capisco e rispetto la posizione di un pacifismo ‘totale’, ‘intransigente’ e che rifiuta la guerra combattuta con ogni mezzo e per qualsiasi fine. Rispetto molto meno partiti e giornali (non farò nomi) che, fino a ieri, quando erano al governo o appoggiavano partiti al governo, approvavano a occhi chiusi l’aumento delle spese militari e l’invio di armi all’Ucraina mentre, oggi, che sono all’opposizione, si sono ‘riscoperti’ pacifisti integrali, integerrimi, totali. Ridicoli…”, prosegue il ministro.

IL RICORDO DI CICCIOMESSERE

“Resta che le parole e i libri di don Milani sono alla base dell’introduzione, anche in Italia, del diritto all’obiezione di coscienza, portato a dama da un deputato radicale morto di recente, Roberto Cicciomessere. Oggi, l’esercito di leva, da molti decenni, non esiste più. Abbiamo forze armate professionali e composte da professionisti che scelgono – bontà loro! – sacrificando molto della loro vita privata, di servire per difendere la Patria in Italia e fuori. E proprio su questo tema, sulle nostre missioni militari all’estero, vorrei spendere due parole. Ovunque vanno le nostre Forze Armate, nei Paesi stranieri in cui svolgono operazioni di peaceforcing e di peacekeeping, vengono trattate e vissute come ‘amici’, non come stranieri ‘invasori’. È il modello italiano che, nato nell’operazione militare in Libano, ormai fa scuola in mezzo mondo. Il mio compito, quello che mi sono prefisso, è di connettere, sempre di più, l’azione dei nostri militari con quella dei territori e delle popolazioni in cui operano, nel rispetto e nella gratitudine di tutti”, sottolinea Crosetto.

LE NUOVE FORZE ARMATE

“La mia idea, un’idea ‘nuova’ per l’impiego delle nostre forze armate, è quella di aiutare i Paesi stranieri dilaniati da guerre civili, lotte intestine, terrorismi di varia natura, spesso privati dei più elementari diritti di democrazia, libertà, crescita economica e sociale, a crescere e svilupparsi. Condizioni che, purtroppo, in troppi teatri esteri, solo la presenza militare può davvero garantire. Penso soprattutto all’Africa, a quel grande continente, dove non a caso il governo Meloni ha lanciato un importante e serio ‘Piano Mattei’. Il lavoro del governo, in Italia come in Africa come altrove, mira a fare ‘uguali’ cittadini, nazioni, continenti. Proprio perché fare le parti uguali fra diseguali vuol dire commettere l’ingiustizia maggiore”, conclude il ministro.


formiche.net/2023/05/ucraina-c…

Ufo nel Medioevo? No


Gli UFO nel Medioevo attraverso l’analisi del dipinto “La Crocifissione di Cristo” presente nel monastero di Visoki Decani. Storia dell’arte e curiosità extraterrestre in un viaggio affascinante tra credenze antiche e interpretazioni moderne. 1. LaContinue reading

The post Ufo nel Medioevo? No appeared first on Zhistorica.

Imperatori Romani d’Occidente: La Lista Completa (con durata in carica)


Imperatori Romani d’Occidente, la lista completa. L’Impero Romano d’Occidente, una delle più potenti entità politiche del mondo antico, ha visto una serie di leader carismatici, forti e spesso controversi. La tabella seguente elenca tutti gliContinue reading

The post Imperatori Romani d’Occidente: La Lista Completa (con durata in carica) appeared first on Zhistorica.