Manifesta per la libertà, contro il regime iraniano: Sarina Hesmailzadeh uccisa a colpi di manganello


Sarina Esmailzadeh, appena sedicenne, era un’adolescente in cerca di libertà, contraria all’obbligo dell’hijab e si interessava molto ai problemi sociali del popolo iraniano. Amava discutere dei diritti delle donne. Era piena di energia e ballava senza il

Sarina Esmailzadeh, appena sedicenne, era un’adolescente in cerca di libertà, contraria all’obbligo dell’hijab e si interessava molto ai problemi sociali del popolo iraniano. Amava discutere dei diritti delle donne. Era piena di energia e ballava senza il velo con un ragazzo di poco più grande di lei. Lo faceva nel chiuso della sua stanza, davanti alla videocamera del suo computer o ripresa dal suo smartphone.

“Invece di chiamarci contestatrici ci chiamano provocatrici”, diceva, rivolta ai follower del suo canale YouTube, su Telegram e Instagram.

“Ci prendono di mira, anche se siamo a mani nude. Ci colpiscono, ci torturano, ci stuprano, ci accecano o ci ammazzano. Ci hanno stuprate nelle prigioni e torturate anche psicologicamente per spingerci al suicidio una volta uscite dal carcere e, dopo che ci hanno uccise, la tortura colpisce le nostre famiglie, i nostri genitori per indurli a dichiarare che invece siamo morte perché ci siamo suicidate, lanciandoci nel vuoto o perché drogate o ammalate”.

La rivoluzione in Iran, “Donna, Vita, Libertà”, nasce da una lunga storia di movimenti per i diritti delle donne e di attivismo all’interno e all’esterno del paese. Le cittadine iraniane da anni elaborano strategie per sfidare la discriminazione di genere, sia in politica che nella società. Nata e guidata da donne, la rivolta attraversa le divisioni di genere, di classe ed etnia e rappresenta la più seria sfida popolare ai leader teocratici e all’autoritarismo.

A scendere nelle piazze è soprattutto la “Generazione Z”, quella che non ha nulla da perdere; una generazione che rifiuta l’ipocrisia di vivere la libertà solo nello spazio privato e la rivendica ovunque, a cominciare dallo spazio pubblico.

Quella iraniana è anche per questo una rivoluzione nata dalla periferia, dagli ultimi, dalle minoranze delle più remote province del paese e subito divampata nei centri urbani con le donne protagoniste, con la generazione dei ventenni, con gli studenti a cui si sono uniti operai e lavoratori di settori produttivi strategici, che sta rivelando una inedita sintonia tra strati della società da sempre distanti, ma che ora sembrano uniti nella comune alta richiesta di libertà.

Quel che accade in Iran dal 16 settembre 2022 è un evento epocale anche perché allontana la preoccupazione che esisteva fino a poco tempo fa che faceva immaginare un destino per l’Iran drammatico.

Il paese, lacerato lungo linee di frattura etnica e religiosa, faceva presagire la possibilità di una sua balcanizzazione per le profonde divisioni esistenti. Fino a poco tempo fa si temeva che il centro e la periferia avrebbero finito per scontrarsi brutalmente. Fortunatamente sta accadendo il contrario. Grazie alle donne e ai giovanissimi.

La mamma di Sarina si sarebbe tolta la vita, impiccandosi poco dopo aver appreso che le forze di sicurezza iraniane avevano picchiato sua figlia fino alla morte. L’adolescente è stata uccisa da un duro colpo di manganello infertole sulla testa dai miliziani volontari pasdaran dei Guardiani della rivoluzione islamica durante una manifestazione anti regime a Karaj, pochi giorni dopo l’uccisione di Jîna, Mahsa Amini, la ventiduenne curda-iraniana picchiata fino alla morte dalla cosiddetta “polizia morale” di Tehran per presunta violazione del rigido codice di abbigliamento islamico.

Dopo la fine del suo corso di lingua, Sarina si era unita a un raduno di studenti nei pressi della sua scuola per sostenere le proteste.

Durante la manifestazione gli agenti di sicurezza l’hanno colpita violentemente alla testa facendola sanguinare copiosamente.

Le sue amiche l’hanno portata per le cure in una delle abitazioni vicine al luogo dell’aggressione poiché non c’erano le condizioni per il suo trasferimento in ospedale, ma Sarina non ce l’ha fatta ed è morta lì, dissanguata.

Il 23 settembre 2022, intorno alle ore 12, le forze di sicurezza hanno chiamato i familiari di Sarina chiedendo loro di recarsi rapidamente al cimitero per ricevere il corpo senza vita della ragazza e per poter procedere al “ghusul”, l’abluzione secondo il rito islamico che prescrive che il corpo del defunto venga disinfettato e pulito da tutte le impurità visibili.

Affinché la sua famiglia identificasse Sarina, le forze di sicurezza hanno mostrato il suo volto, che ha rivelato numerose ferite; la parte destra della fronte della ragazza era completamente fracassata.

Dopo la sua sepoltura, Hossein Fazeli Harikandi, il capo della magistratura di Alborz, ha affermato che la giovane si sarebbe suicidata lanciandosi dal tetto della casa di sua nonna ad Azimieh, a Karaj, la mattina del 23 settembre.

I pasdaran hanno minacciato sua madre dicendole che non avrebbe mai visto il fratello di Sarina nel caso in cui non avesse suffragato la versione fornita dalle autorità iraniane.

I pasdaran avevano deriso la mamma straziata dal dolore, dicendole che sua figlia era immorale, che era una terrorista perché teorizzava sui social uno stile di vita come quello occidentale. La famiglia stava cercando da due giorni Sarina che non aveva fatto ritorno a casa dal 21 settembre, giorno della sua morte. Dopo averne finalmente visto il corpo martoriato, sua madre, vessata dai pasdaran nel tentativo di metterla a tacere affinché non rivelasse la causa reale della morte di sua figlia, è tornata a casa dove si sarebbe impiccata.

I genitori dei manifestanti uccisi dalle forze paramilitari volontarie chiamate basij che desiderano seppellire i propri figli sono spesso soggetti a severe normative da parte delle autorità iraniane e a un ricatto: quello di poter ottenere la restituzione del corpo del congiunto morto solo in cambio del silenzio.

Sarina era orfana di padre dal 2013, da quando aveva appena sei anni, e viveva con sua madre e col fratello maggiore. La sua mamma era gravemente malata, aveva un tumore al cervello. La ragazza è stata sepolta in una tomba a due piani accanto a suo padre Aref nel cimitero di Behesht Sakineh di Karaj.

Nel quarantesimo giorno dalla sua morte, i compagni di classe di Sarina hanno tenuto una cerimonia commemorativa e hanno rimosso la foto di Khamenei dalla parete della loro classe affiggendo al suo posto la foto della loro compagna. Una sua amica ha scritto sul account Telegram: “La primavera sta arrivando. Anche se ci uccidi, anche se ci tagli la testa, anche se ci colpisci, cosa farai con gli inevitabili germogli?”

Su Telegram e YouTube la giovane ripeteva ai suoi fan: “Non siamo come la generazione precedente, quella, di 20 anni fa, che non sapeva com’era la vita fuori dall’Iran. Noi siamo consapevoli di ciò che accade oggi nel mondo e ci chiediamo cosa abbiamo in meno rispetto agli altri adolescenti che vivono in altri paesi. Perché dobbiamo soffrire costrette a vivere una doppia vita, quella pubblica in cui dobbiamo celare la nostra identità e quella privata nel chiuso delle nostre stanze?”

Nel suo ultimo video su Telegram, Sarina, ha pronunciato queste parole: “Mi sembra di essere in esilio nella mia stessa patria”.

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Fuori i magistrati dal ministero


Intervista a Sabino Cassese «Fuori i magistrati dal Ministero, solo così si salva l’indipendenza» Ieri mattina abbiamo aperto la nostra terza esperienza al Salone internazionale del Libro di Torino con una intervista al costituzionalista Sabino Cassese. C

Intervista a Sabino Cassese

«Fuori i magistrati dal Ministero, solo così si salva l’indipendenza»


Ieri mattina abbiamo aperto la nostra terza esperienza al Salone internazionale del Libro di Torino con una intervista al costituzionalista Sabino Cassese. Con lui abbiamo parlato di riforme costituzionali e di giustizia e come le prime possono influenzare la seconda. Al termine dell’intervista, che potete rivedere sulla nostra pagina Facebook, abbiamo invitato il professor Cassese a visitare la cella di isolamento che abbiamo allestito nel nostro stand. Dopo averla vista ha dichiarato: «A guardarla, bisogna invece ispirarsi a quella in cui è recluso Anders Behring Breivik», l’autore della strage sull’isola di Utøya il 22 luglio 2011.

Lei in una intervista a Repubblica ha ricordato che il nostro Paese ha avuto 68 governi in 75 anni. Abbiamo un problema. È l’ora di riforme costituzionali?
In realtà esistono tre questioni da affrontare e risolvere: durata, coesione e poteri del Governo. Rispetto a quest’ultimo in questo momento il Governo ha sufficienti poteri soprattutto ora per la concentrazione di potere del presidente del Consiglio nei rapporti internazionali. Inoltre il Governo è diventato il vero legislatore nel nostro Paese: un decreto legge a settimana. E poi si raddoppiano durante il passaggio parlamentare alla conversione. I problemi riguardano invece la durata e la coesione. Per la prima basta stabilire una durata, salvo una sfiducia costruttiva. Per quanto concerne la coesione dando la possibilità al presidente del Consiglio di mettere in riga i ministri recalcitranti, cioè mandarli a casa.

C’è a suo parere un atteggiamento conservativo e in parte anche impaurito da parte del centro-sinistra verso le riforme costituzionali?
Darei una diagnosi di questo tipo: lo Stato è una macchina che non funziona. Tutti quelli che vanno alla sua guida cercano di modificarla per migliorarne il funzionamento. Ma tutti quelli che non hanno il volante in mano si interessano un po’ meno del funzionamento della macchina e qualche volta sono anche contenti che non funzioni se al comando della macchina c’è qualcuno che a loro non garba.

“L’attrazione del Presidente della Repubblica nell’agone politico e il radicale mutamento della sua fisionomia istituzionale avrebbero immediate ricadute sui poteri che attualmente la Carta costituzionale gli attribuisce nell’area del giudiziario: la presidenza del Csm, la nomina di cinque membri della Corte costituzionale, il potere di grazia”. Lo ha evidenziato un articolo pubblicato su Questione Giustizia, la rivista di Magistratura democratica, a firma del direttore Nello Rossi. Lei condivide?
Senza ombra di dubbio ogni riforma costituzionale ha delle implicazioni su altri rami della Costituzione. La Costituzione ha affidato alla presidenza del Consiglio superiore della magistratura al Presidente della Repubblica perché considerato organo di persuasione. È chiaro che se il Capo dello Stato, nella forma massima del presidenzialismo, diventa la persona che determina l’indirizzo politico non può presiedere il Csm. Debbo aggiungere però un piccolo dettaglio.

Prego professore.
Tutti i nostri presidenti della Repubblica hanno presieduto molto poco il Csm, con una eccezione che lascio a lei indovinare.

In un colloquio con il Foglio il ministro Nordio ha detto: “È ovvio che il Nordio editorialista non potrà mai essere uguale al Nordio ministro. Ma fidatevi: non vi deluderemo”. Secondo lei in questi ultimi mesi chi ha prevalso?
Nordio, proprio in un convegno nel quale eravamo entrambi ospiti poco dopo la sua nomina, ha detto chiaramente che le sue posizioni personali vanno poi ponderate con le opinioni dell’organo collegiale di cui fa parte. E mi sembra giusto. Avrei però qualche riserva su tutto quello che ha fatto fino ad ora.

Come mai?
Mi è sembrato, come dire, un Nordio a rallentatore, mi è sembrato paradossale, per una persona che ha parlato per tanto tempo di depenalizzazioni, che si sono aggiunti nuovi reati e perché continua l’occupazione del ministero della Giustizia. Diciamo la verità.

Assolutamente.
Il nostro ordine giudiziario non sarà veramente indipendente fino a che nel ministero della Giustizia ci saranno dei magistrati. Non possono esserci dei magistrati al vertice del potere esecutivo. E lo stesso vale per gli altri ministeri. Quindi da questo punto di vista c’è stata anche una regressione. Sono stati nominati altri magistrati a via Arenula anche in posti prima occupati da funzionari amministrativi. Ribadiamolo questo punto: in un ordinamento nel quale c’è a) la separazione dei poteri b) il principio costituzionale dell’indipendenza della magistratura che ogni giorno i magistrati mangiano a colazione, pranzo e cena riempendoci la testa con l’indipendenza della magistratura, una magistratura indipendente vuol dire una magistratura che non dipende dal potere esecutivo.

Il tema dei fuori-ruolo è un cavallo di battaglia dell’Unione delle Camere Penali e del deputato di Azione Enrico Costa. Un altro è quello della separazione delle carriere: secondo lei si riuscirà a raggiungere questo obiettivo?
La classe politica italiana sostanzialmente vive nel terrore del potere giudiziario. All’interno di esso poche persone dal momento in cui sono mutate le norme costituzionali, cioè da 30 anni, tengono sotto scacco la classe politica italiana. E quindi c’è molta timidezza nell’affrontare questo problema che deriva implicitamente dalla riforma Vassalli. Io non sono molto fiducioso.

Vorrei farle una domanda sulla Corte Costituzionale. Qualche mese fa Quaderni Costituzionali, diretti da Marta Cartabia e Andrea Pugiotto, hanno organizzato un dibattito sulle nuove forme di consultazione della Consulta. Si è discusso anche di dissenting opinion. Lei sarebbe favorevole?
Non solo sono favorevole ma ne ho anche scritto nelle appendici del mio libro “Dentro la Corte”. Ho organizzato anche dei seminari alla Corte quando ero giudice costituzionale. Ho fatto venire dei giudici americani della Corte Suprema a parlare alla Corte Costituzionale su questo tema. E durante il mio mandato in Corte, la Consulta ha discusso per la terza volta di questo argomento. La prima volta i favorevoli erano due, la terza volta tre, quando c’ero io eravamo in quattro. Quindi, lentamente, può darsi che ci arriveremo. Non so quando.

Il Dubbio

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Per l’Italia saranno 35,7 i miliardi destinati al budget Difesa. Le previsioni di Global Data


L’Italia sembra essere pronta ad aumentare il proprio bilancio della Difesa, con l’obiettivo ambizioso di raggiungere quota 35,7 miliardi di euro (pari a circa 38,5 miliardi di dollari, a seconda delle oscillazioni) entro il 2028. Così il governo italiano

L’Italia sembra essere pronta ad aumentare il proprio bilancio della Difesa, con l’obiettivo ambizioso di raggiungere quota 35,7 miliardi di euro (pari a circa 38,5 miliardi di dollari, a seconda delle oscillazioni) entro il 2028. Così il governo italiano si vorrebbe impegnare per rimodulare il budget da destinare al comparto. Ad affermarlo è Global Data, società leader nel settore dell’Intelligence, che prevede appunto una nuova crescita nel bilancio del settore grazie a un aumento di spesa significativo, soprattutto se guardiamo al passato, e se consideriamo il fatto che il budget per la Difesa nel 2024 si attesterà circa sui 29,3 miliardi di euro.

Mancanza di continuità per la strategia di Difesa

Una storia politica nazionale non lineare, caratterizzata da continui cambi al vertice di governo, ha spesso ostacolato una crescita concertata del settore, in termini di investimenti e fondi messi a disposizione del comparto. Nonostante ciò, il bilancio del nostro Paese da destinare alla Difesa ha registrato una crescita modesta nel periodo tra il 2019 e il 2021, con un aumento di budget di 5,3 miliardi di euro, mentre ha subito un’inflessione nel 2022 a causa degli effetti della pandemia da Covid-19 e dell’incertezza economica. Il presidente del Consiglio in carica, Giorgia Meloni, ha inserito nel suo programma il superamento della tradizionale riluttanza italiana alla pianificazione della difesa a lungo termine, prevedendo un aumento di circa 7,6 miliardi di dollari tra il 2023 e il 2028.

Diversi incentivi

Nonostante infatti in Italia non sia ancora diffusa una solida cultura della Difesa, le contingenze dell’attuale scenario geopolitico stanno portando grande attenzione sui temi e le questioni legate alla Difesa, in primis per il perdurare da oltre un anno della guerra russo-ucraina nel cuore dell’Europa. È infatti proprio l’invasione russa di Putin a risultare il principale incentivo all’aumento delle spese militari, dal momento che ha messo in luce non soltanto l’importanza della deterrenza ma anche le debolezze della capacità industriale dell’Occidente. Ad essere fortemente stressate sono infatti soprattutto le capacità di fornire aiuti militari a Kiev, con scorte di armi e munizioni che risultano sempre più prosciugate. Un dato, su tutti, mette ben evidenzia il grande sforzo a cui il Vecchio continente si sta adattando: secondo le stime del governo estone oggi in un mese in Ucraina si consumano più colpi di quelli prodotti in un intero anno in Europa. Sarà proprio tutto questo a spingere le scelte di approvvigionamento in tutta Europa.

Un budget in crescita?

Per il 2023 le spese finali del ministero della Difesa autorizzate dalla legge di bilancio sono pari a circa 27,7 miliardi di euro e rappresentano circa il 3% delle spese finali del bilancio dello Stato – ciò non significa che il nostro Paese abbia raggiunto il 2% del Pil per le spese militari auspicato dalla Nato, dal momento che le due percentuali non sono comparabili perché il volume finanziario complessivo è calcolata dall’Alleanza Atlantica sulla base di criteri e parametri diversi. Alcuni degli stanziamenti, tuttavia, sono presenti negli stati di previsione di altri ministeri, sopra tutti il ministero dell’Economia e delle finanze e il ministero delle Imprese e del made in Italy. Le spese autorizzate dalle varie leggi di bilancio dal 2016 in poi registrano un trend in crescita in termini assoluti, con un picco nel 2023, e il trend, secondo Global Data è destinato solo a crescere.


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Così Fincantieri spinge negli Usa. Siglato accordo per la quarta fregata Constellation


È arrivata l’ufficialità sulla costruzione della quarta fregata della classe Constellation per la US Navy, da parte del gigante nazionale di cantieristica navale Fincantieri, attraverso la sua controllata americana Marinette marine (Fmm). Il contratto, as

È arrivata l’ufficialità sulla costruzione della quarta fregata della classe Constellation per la US Navy, da parte del gigante nazionale di cantieristica navale Fincantieri, attraverso la sua controllata americana Marinette marine (Fmm). Il contratto, assegnato dal Dipartimento della Difesa statunitense, ha un valore di circa 526 milioni di dollari per la costruzione della fregata e rientra nel grande accordo, siglato nel 2020, del valore complessivo di circa 5,5 miliardi di dollari. La realizzazione della prima fregata è iniziata infatti alla fine dello scorso agosto a Marinette, in Wisconsin, e Fmm prevede di consegnare la nave, appunto la futura Uss Constellation, nel 2026.

Puntare all’innovazione

“Il nostro impegno è di supportare la più grande Marina al mondo con una nave che rappresenti il massimo grado possibile di innovazione”. Così, parlando dell’importanza dell’innovazione e delle nuove tecnologie al servizio della Difesa e del suo comparto industriale, ha commentato la firma del nuovo accordo l’amministratore delegato di Fincantieri, Pierroberto Folgiero. La fregata, infatti, sarà pronta anche a operare in un battlefield sempre più digitalizzato. “Guardiamo in particolar modo al profilo digitale delle unità, in termini di cyber-security e data analytics, due fronti fondamentali per la competizione industriale del futuro”, ha poi concluso Folgiero.

La controllata americana

Fmm, che si occuperà di portare avanti l’intesa, rappresenta un po’ la punta di diamante di Fincantieri marine group, responsabile di controllare anche altri due siti sempre nella regione dei Grandi Laghi del Wisconsin: Fincantieri bay shipbuilding e Fincantieri ace marine. Annoverando tra le sue file sia clienti governativi, come la Marina americana, sia commerciali. Fmm è inoltre impegnata nei programmi Littoral combat ships, sempre destinato alla Us Navy, e nei Multi-mission surface combatants (Mmsc), per il regno dell’Arabia Saudita nell’ambito del piano Foreign military sales degli Stati Uniti.

Fregate Constellation

Il programma Constellation è particolarmente significativo per la Marina Usa, come testimonia anche la denominazione scelta per le unità della classe, che ricalca i nomi delle “sei fregate originali” del 1794, le primissime della allora neonata US Navy. Il programma punta a formare la prossima generazione di fregate missilistiche multiruolo, con una richiesta iniziale di dieci unità, aumentabile fino a venti, per affrontare gli scenari del futuro. Fincantieri è stata selezionata nel 2020 per progettare e costruire l’unità capoclasse, con l’ulteriore opzione per altre nove navi, esercitata già per tre unità; oltre a provvedere anche al supporto successivo alla costruzione e all’addestramento degli equipaggi, per un valore complessivo di circa cinque miliardi e mezzo di dollari per Fincantieri. La scelta di Fincantieri per la realizzazione del programma Constellation si è basata sul progetto presentato dalla società, giudicato il più avanzato e innovativo, e strutturato sulla piattaforma delle fregate Fremm, ritenute le migliori al mondo sotto il profilo tecnologico, già nella flotta sotto le insegne italiane.


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Il Piemonte (non) gioca in Difesa. Intervista al governatore Cirio


A fine novembre, in occasione della nona edizione degli Aerospace and Defence Meetings all’Oval Lingotto, inizieranno i lavori per la Città dell’Aerospazio che la Regione sostiene con un investimento di 15 milioni di euro. Lo ha annunciato un mese fa il g

A fine novembre, in occasione della nona edizione degli Aerospace and Defence Meetings all’Oval Lingotto, inizieranno i lavori per la Città dell’Aerospazio che la Regione sostiene con un investimento di 15 milioni di euro. Lo ha annunciato un mese fa il governatore Alberto Cirio, partecipando, assieme all’assessore alle attività produttive Andrea Tronzano, all’incontro organizzato dall’Unione Industriale su “La filiera dell’aerospazio: Difesa e sicurezza in Piemonte – scenari prospettive e opportunità per la valorizzazione delle eccellenze industriali del territorio”, in collaborazione con Leonardo.

Governatore, il tessuto imprenditoriale piemontese è pronto?

Il tessuto imprenditoriale piemontese è senz’altro pronto, come dimostrano i progetti di ricerca industriale per i quali sia i grandi player, sia le Pmi, sia le startup sono state in grado di intercettare importanti finanziamenti sui bandi regionali, nazionali e comunitari. In Piemonte quello dell’aerospazio è un settore che qui poggia su pilastri solidi: oltre 300 aziende, 20.000 addetti, 7 miliardi di giro d’affari di cui circa il 70 per cento destinato ai mercati esteri, Stati Uniti, Francia e Germania in testa. Ci sono grandi realtà internazionali come Leonardo, Avio Aero, Thales Alenia Space, Collins Aerospace, oltre a decine di aziende che compongono la filiera dell’aerospazio e che fanno parte del Distretto aerospaziale.

La Città dell’Aerospazio potrà rafforzare la filiera, affiancando piccole e medie imprese ai grandi nomi?

Proprio nell’ambito del Distretto sono già stati avviati progetti e sperimentate collaborazioni efficaci tra grandi imprese e Pmi, anche nell’ottica della creazione e del rafforzamento di nuove filiere. Tale virtuoso percorso troverà ulteriore slancio con la realizzazione del progetto Città dell’Aerospazio, vista anche la compresenza fisica di laboratori e spazi per didattica.

Che ricadute può avere la Città dell’Aerospazio per il settore manifatturiero?

Le ricadute riguarderanno non solo il rafforzamento del settore aerospaziale in senso stretto, ma anche di tutta quella parte del comparto manifatturiero composto da imprese (diverse e molto innovative) con produzioni e servizi caratterizzati da forte contaminazione tecnologica tra il settore aerospaziale ed altri più o meno contigui. Pensiamo per esempio all’impulso che già oggi dall’aerospazio arriva, e al potenziale che può avere in futuro, alle imprese operanti per l’automotive. Questo tipo di aziende, che in Piemonte sono tante e con consolidate vocazioni produttive, possono convertire una parte della propria produzione verso il settore aerospaziale, con evidenti benefici in termini di capacità del sistema produttivo di affrontare le sfide poste dalla transizione in atto nella mobilità. Sabelt, che è una importante realtà del nostro territorio, già oggi ha diversificato la produzione aggiungendo la componentistica legata all’aerospazio a quella tradizionale dell’automotive.

In autunno dovrebbero partire i primi programmi di Diana, l’acceleratore di startup della Nato, in tandem con alcuni acceleratori. Tra questi ci sono le Officine grandi riparazioni di Torino, per l’aerospazio. Che occasione è per il ruolo internazionale di Torino e del Piemonte?

Sicuramente l’iniziativa potrà valorizzare i soggetti che sul territorio si occupano di favorire l’accelerazione delle iniziative imprenditoriali, come appunto Ogr, nei confronti dei quali la Regione si pone come soggetto di raccordo per facilitare la sinergia e la complementarietà delle varie iniziative e attività. La vivacità del nostro tessuto imprenditoriale ci rende confidenti sul fatto che sarà in grado di sfruttare le occasioni che arriveranno da questi programmi per incrementare ulteriormente la propria valenza internazionale.


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#LaFLEalMassimo – Episodio 93 – Welfare, sanità e conti da quadrare


Apriamo come di consueto con la condanna dell’infame aggressione operata dalla Russia ai danni del popolo ucraino e con l’auspicio che quest’ultimo possa in tempi brevi recuperare l’integrità del proprio territorio e che i suoi cittadini possano tornare a

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Apriamo come di consueto con la condanna dell’infame aggressione operata dalla Russia ai danni del popolo ucraino e con l’auspicio che quest’ultimo possa in tempi brevi recuperare l’integrità del proprio territorio e che i suoi cittadini possano tornare ad una vita normale.

DI recente la scrittrice Murgia ha iniziato a pubblicare sui social il costo dei farmaci che assume per una grave patologia da cui è affetta e che viene in larga misura coperto dal servizio sanitario nazionale.

Si tratta di un’azione meritoria e anche a titolo personale devo dire di aver potuto beneficiare per alcuni familiari di cure dal costo elevato che probabilmente non mi sarei potuto permettere.

Mentre celebriamo questo fondamentale istituto di civiltà è importante anche ricordare la matrice culturale che lo rende possibile e sostenibile nel tempo: sono le società aperte, i regimi democratici e le economie di mercato che possono permettersi di offrire trattamenti sanitari e cure di elevata qualità ai propri cittadini a prescindere dalla capacità del singolo di sostenerne il costo.

È sempre bene ricordare che lo stato sociale che contribuisce a innalzare il nostro tenore di vita non è la gentile concessione di qualche politico populista, che talvolta vorrebbe attribuirsene il merito, ma il risultato finale di un processo distruzione creativa che consentito alla società di innovare ricercando il miglioramento continuo della propria condizione. Così come va ricordato che il finanziamento di questo welfare si regge sulla tassazione che grava su chi è capace di creare valore.

Per concludere è positivo compiacersi perché viviamo in una società dove chi è ammalato o si trova in difficoltà non viene lasciato indietro, ma ricordiamoci che questa costruzione meravigliosa si regge sulla libertà degli individui di fare impresa e lavorare per pagare il conto dello stato sociale di cui tutti beneficiamo.

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Dal Baltico all’Africa. Crosetto presenta l’impegno della Difesa italiana


Dodicimila militari, impegnati in 43 missioni internazionali, con lo scopo di potenziare, e in qualche caso creare, quel livello di sicurezza presupposto per la democrazia e la pace. Questo il cuore dell’intervento del ministro della Difesa, Guido Crosett

Dodicimila militari, impegnati in 43 missioni internazionali, con lo scopo di potenziare, e in qualche caso creare, quel livello di sicurezza presupposto per la democrazia e la pace. Questo il cuore dell’intervento del ministro della Difesa, Guido Crosetto, in audizione nelle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato sulla partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali nell’ambito dell’esame delle deliberazioni adottate dal Consiglio dei ministri il 1° maggio 2023. “L’impiego dello strumento militare per il 2023 vedrà i nostri militari operare con una media di circa 7.500 unità” per missione, ha spiegato il ministro, riportando un “onere finanziario complessivo pari a 1,31 miliardi”.

Le missioni

La delibera in esame, nel dettaglio, prevede per il prossimo anno l’impegno dello strumento militare in 43 missioni: 39 proseguono dall’anno precedente, di cui 35 prorogate fino al 31 dicembre 2023 mentre quattro solo al 31 maggio 2023. Queste ultime rappresentano le missioni di nuovo avvio, per le quali è prevista una spesa complessiva di dodici milioni. “La delibera – ha spiegato Crosetto – è in linea con la postura nazionale valutata in seno alle principali organizzazioni internazionali assicura il contributo significativo dei nostri militari”. Delle diverse missioni, nove sono all’interno della Nato, tredici dell’Ue, sette delle Nazioni Unite, mentre quattordici sono attivate all’interno di specifiche coalizioni o su base bilaterale.

Spese per la Difesa

Di fronte a questi crescenti impegni, è riemerso anche il tema delle spese per la Difesa. “Dobbiamo rispettare i patti internazionali presi con la Nato di raggiungere il 2%” ha detto Crosetto, aggiungendo che “se qualcuno pensa che questo sia trasformato immediatamente in armamenti non conosce le idee di questo governo né dell’attuale ministro della Difesa”, sottolineando il valore di supporto alla crescita e alla stabilizzazione che le Forze armate possono fornire ai Paesi interessati dalle operazioni italiane, ponendosi al fianco di quei “Paesi amici” che ne chiedono l’intervento. “I fondi della Difesa debbono creare sicurezza, e la sicurezza si crea in modi diversi” ha detto il ministro, ricordando come “la cornice di sicurezza creata dalle Forze armate è il presupposto per democrazia e pace”, impossibili “se non c’è sicurezza, e la sicurezza si crea grazie all’impiego delle Forze armate e delle forze di polizia”.

Fianco est

L’impegno della Difesa, naturalmente, si concentrerà in primis sulla minaccia derivata dall’invasione russa dell’Ucraina, con la partecipazione alle iniziative messe in atto dalla Nato. Qui l’impegno prevede circa 3.400 unità e seicento mezzi e materiali terresti, oltre a cinque unità navali e circa trenta assetti aerei. In particolare è previsto anche “il dislocamento nel Mar Baltico di un’unità navale con capacità di difesa aerea e missilistica, quale contributo al rafforzamento dello spazio aereo polacco e dell’area euro-atlantica”. Crosetto ha inoltre spiegato che aldilà degli altri impegni già consolidati prima dello scoppio del conflitto, è previsto anche l’avvio di un ulteriore impegno in Slovacchia, “con il dispiegamento di un sistema di difesa anti-aerea e anti-missilistica Samp-T”.

Addestramento ucraino

Prosegue anche l’impegno italiano nell’addestramento dei militari ucraini, non solo quelli destinati a utilizzare il sistema Samp-T, attualmente in Italia per finalizzare la propria formazione, ma anche prendendo parte all’iniziativa dell’Unione europea “di assistenza militare all’Ucraina (Eumam Ucraina), mirata a supportare le forze armate ucraine attraverso attività di addestramento e crescita delle loro capacità operative eseguite in maniera distribuita sul territorio di diversi Paesi membri dell’Unione”. Con una durata iniziale prevista in circa due anni, la missione avrà un comando operativo a Bruxelles e due comandi tattici in Polonia e Germania.

Vertice di Vilnius

L’audizione arriva in vista del vertice Nato di Vilnius, previsto a luglio. Il ministro ha voluto rimarcare come, nonostante ci richiamino “per il livello del nostro investimento in Difesa rispetto al Pil” rimaniamo i secondi contributori della Nato: “Lo siamo stati negli ultimi venti anni, mentre altri, con capacità superiori alle nostre, non hanno dato e non danno un supporto simile a quello fornito dal nostro Paese”. Al vertice, importante sarà anche sottolineare ulteriormente all’Alleanza Atlantica la dovuta attenzione per il fianco sud, “per dire che esiste il fianco Est – dove tutti siamo sempre più impegnati – ma esiste anche un fianco Sud, fondamentale per i destini europei e della Nato”.

Fianco sud

L’impegno italiano si concentrerà, infatti, anche nella principale area di interesse strategico nazionale del Mediterraneo allargato, a partire dall’Africa, la cui crescente fragilità “sempre più oggetto di penetrazione da parte della Russia e della Cina, sia sul piano militare che economico” è caratterizzata “da una condizione di instabilità fuori controllo, generata da problemi endemici connessi con le difficoltà politiche, economiche e sociali” in particolare in Libia, nel Sahel e in Corno d’Africa, ha spiegato Crosetto, preoccupato soprattutto per la presenza di mercenari e milizie straniere, che “crea le basi per fomentare situazioni di instabilità” richiamando il caso del Sudan, dove “non si può escludere un ruolo di influenza esercitato da alcuni militari stranieri”

La sicurezza alla base della stabilità

“La sicurezza del continente africano si basa sulla possibilità di far crescere le condizioni economiche di quel continente” ha spiegato ancora il ministro, “e le missioni internazionali possono creare sicurezza aprendo ospedali e scuole, insegnando a lavorare e facendo cooperazione universitaria”. Un impegno che deve essere necessariamente di lungo periodo. “Non ha senso andare in alcuni Paesi, investire molto, costruire condizioni di sicurezza e andarsene via, avendo come unico risultato quello di aver formato ottime forze di polizia o militari, ma senza aver dato un aiuto a portare un ulteriore sviluppo economico, crescita sociale e culturale”.


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Sapevamo


La cosa impressionante è che lo sappiamo. Sta succedendo in Emilia-Romagna, ma è già successo e succederà altrove. Anche il vocabolario si ripete uguale e si deve stare attenti a non cadere nella trappola modello pandemia, ovvero prendere parte a un dibat

La cosa impressionante è che lo sappiamo. Sta succedendo in Emilia-Romagna, ma è già successo e succederà altrove. Anche il vocabolario si ripete uguale e si deve stare attenti a non cadere nella trappola modello pandemia, ovvero prendere parte a un dibattito di cui non si capiscono neanche i termini: bombe d’acqua, terreno impermeabilizzato e così via andando. Qui non si tratta di avere una propria spiegazione del “dissesto idrogeologico”, per usare un’altra frase fatta, come non si trattò di averlo sulle proteine spike: si tratta di osservare la realtà e comprendere che il non meravigliarsi, il sapere già che sarebbe accaduto, soltanto non sapendo il dove e il quando, è un’aggravante.

Sappiamo che quando si smette di parlare di siccità si comincia a parlare di alluvioni, quando s’essicca il discorso sui danni per la mancanza di acqua comincia il cordoglio per i morti provocati dall’acqua. E, a dispetto dell’ironia macabra, le due cose non sono in contraddizione, ma una accompagna e segue l’altra, per poi ripassarsi il testimone. E ogni volta si ricomincia con il racconto del disastro e il sottofondo delle responsabilità. Laddove la responsabilità più grossa è collettiva: lo sappiamo, ma non ne traiamo le conseguenze. Questo non è fra i problemi più sentiti, si preferisce metterlo nel reparto “fatalità”. Ma non è una fatalità.

Quando non piove si deve lavorare alla pulizia dei corsi d’acqua, alla predisposizione di aree in cui possano espandersi senza creare danni. Non è un programma innovativo ma sapienza antica, puntualmente non soltanto negletta ma contrastata. Perché chi prova a rimuovere ostacoli o a lavorare sui fondali corre il rischio di beccarsi una denuncia. Vige un’idea di rispetto della natura che non ha la minima idea di cosa sia la natura. Come si vede anche con la popolazione degli animali selvatici.

Basta dire “cementificazione” per bloccare ogni intervento che corregga i corsi e il loro defluire o che metta in sicurezza l’abitato. Ma il cemento non uccide nessuno e non deturpa niente, salvo che lo si metta nel posto sbagliato e nella quantità sbagliata. I soldi ci sono, mancano progetti e fatti.

Poi si apre l’infinita discussione sulle cause: è l’uomo ad avere alterato il clima (nel qual caso faccia penitenza) o il clima muta per i fatti suoi (nel qual caso si porti pazienza)? Un doppio schiaffo alla razionalità. Il futuro industriale coincide con un cambio delle fonti energetiche e dei sistemi produttivi, fare penitenza non serve a nulla e provare a conservare il passato serve soltanto a fallire. Su quel fronte bisogna mettere ricerca e innovazione, non contrizione. E se c’è un vantaggio immediato per chi produce sporcando si deve lavorare a che duri il meno possibile, non a fargli concorrenza sporcando di più. E se anche il clima muta per i fatti suoi, sappiamo che il modo per non esserne vittime non è guardare il cielo ma attrezzarsi per terra, adeguarsi ai cambiamenti, imparare dagli errori.

Anche la pandemia che ci ha colpito tre anni fa non era la prima sperimentata e non sarà l’ultima, ma è costata meno e si è usciti più in fretta perché la si è affrontata senza millenarismi, con i vaccini, superando la confusione iniziale e mettendo in campo un’azione europea coordinata. E quel che si è imparato si spera non sia dimenticato. Anche in quel caso si sarebbe (e si è) potuto perdere tempo a discettare delle cause, ma a liberarci è stata la reazione alle conseguenze.

Possiamo e dobbiamo apprezzare l’enorme valore della solidarietà, il coraggio dei soccorritori, la prontezza della Protezione civile, l’abnegazione di pompieri e forze dell’ordine. Ci concentreremo sul rimediare ai danni, sapendo bene che la reattività dei cittadini è un elemento fondamentale del lesto riscatto, mentre il delegare tutto ai piani di ricostruzione – restando inerti – è un sistema per vivere un futuro di lavori non completati. Ma prima di tutto sappiamo di dover fare i conti – e in fretta – con quei cambiamenti e di non avere alcuna alternativa al farli.

La Ragione

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Einaudi: il pensiero e l’azione – “Il Giornalista” con Andrea Cangini


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Forza Emilia-Romagna!, la raccolta fondi


L’Emilia-Romagna devastata dalle alluvioni chiama, il gruppo Monrif (con le sue testate cartacee e online Quotidiano Nazionale, il Resto del Carlino, La Nazione e il Giorno) risponde. Da ieri è infatti attiva una raccolta fondi per dare un aiuto concreto

L’Emilia-Romagna devastata dalle alluvioni chiama, il gruppo Monrif (con le sue testate cartacee e online Quotidiano Nazionale,
il Resto del Carlino, La Nazione e il Giorno) risponde. Da ieri è infatti attiva una raccolta fondi per dare un aiuto concreto alle popolazioni colpite in questi giorni. Giorgio Napolitano, allora presidente della Repubblica, durante una visita al giornale lo disse senza se e senza ma: «Il vostro quotidiano è una istituzione». E un’istituzione ha dei doveri e un ruolo che è anche sociale. Il Carlino diede via a un crowdfunding ante litteram, pioneristico in Italia, con la sottoscrizione a favore dei figli delle vedove della Prima Guerra Mondiale, sul finire degli anni Dieci del secolo breve. Poi, dalla Basilica di Santo Stefano al Nettuno di Bologna fino ai terremoti d’Emilia e delle Marche, è stata una lunga e continua storia di solidarietà e aiuti. Ora l’impegno per l’Emilia-Romagna devastata, nei giorni in cui anche la provincia di Pesaro s’è scoperta più fragile. Tutte le persone che vogliono contribuire alla raccolta fondi potranno quindi donare tramite bonifico al conto corrente bancario ‘Editoriale Nazionale Srl – Un aiuto per l’EmiliaRomagna’ – IBAN IT23 M 05387 02411 000003844487. Invece, per contribuire dall’estero vale lo stesso Iban ma bisogna aggiungere anche il codice Bic/swift: BPMOIT22XXX. Il conto è aperto presso la Bperbanca s.p.a. Agenzia 12 di Bologna. I fondi raccolti confluiranno in un conto della RegioneEmilia-Romagna e andranno a sostenere la Protezione Civile dell’Emilia-Romagna per interventi urgenti e assistenza alle popolazioni sfollate.

Subito tanti i testimonial accanto al nostro giornale. Il cantautore bolognese Cesare Cremonini, che coi Lunapop ha cantato quei colli ora sbriciolati, ha immediatamente condiviso il nostro appello: «Chi può, in questo momento durissimo per tutta la nostra regione, può donare per aiutare le popolazioni colpite, grazie alla raccolta lanciata da Qn -il Resto del Carlino. Forza Emilia-Romagna!». Per il cardinale Matteo Zuppi, custode della fede bolognese e da tempo anche capo della Cei, «la solidarietà è sempre la risposta di fronte alle calamità. L’abbiamo visto nella pandemia Covid, deve essere così anche nella ‘pandemia’ della guerra e lo vediamo pure in questo diluvio che ha tragicamente portato via la vita di 9 persone e case, beni e ricordi a decine di migliaia di cittadini. Non solo, questa alluvione che ha colpito le città della Romagna, ha messo in ginocchio anche la montagna, pensate all’Appenino bolognese: ecco perché la solidarietà è l’unica risposta. Un po’ di solidarietà è come il ramoscello d’ulivo che segna la fine per il diluvio di Noè. La solidarietà dà speranza, è condivisione, per questo tutti donino alla vostra sottoscrizione».

Ravennate doc, dunque proveniente dalle zone colpite, è Federico Marchetti, l’imprenditore-papà del colosso del lusso digitale Yoox-Ynap e ora a capo della Task force sulla moda sostenibile del re Carlo d’Inghilterra: «Partecipo anche io all’iniziativa di Qn-Carlino – dice invitando chi può a donare –.In queste ore ho chiamato il sindaco di Ravenna Michele De Pascale per esprimergli vicinanza e fargli i complimenti per come ha gestito anche l’informazione nei confronti dei cittadini. Gli ho offerto il mio aiuto concreto. Io ci sono: nonostante sia partito da Ravenna a 19 anni, mi considero un romagnolo al 100%». Sui social network, intanto, ieri Vasco Rossi ha espresso solidarietà all’Emilia-Romagna: «Sono vicino a tutte le persone colpite da questa terribile alluvione». E pure Laura Pausini, che ha visto la sua Solarolo sott’acqua, scrive ai suoi concittadini: «Vi penso e cerco di essere di aiuto nel modo più sincero possibile».

Il Resto del Carlino

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Tre Vuoti


Il primo partito è il più trascurato. Gli si rivolge un omaggio retorico e subito ce ne si dimentica. È quello di chi non va a votare. Anche questo, però, come i due schieramenti in gara, si divide in due opposte correnti. Astenuti, destra e sinistra: ved

Il primo partito è il più trascurato. Gli si rivolge un omaggio retorico e subito ce ne si dimentica. È quello di chi non va a votare. Anche questo, però, come i due schieramenti in gara, si divide in due opposte correnti. Astenuti, destra e sinistra: vediamoli.

Fra quanti non vanno a votare, sempre più numerosi, c’è chi ritiene che tanto non ci sono grandi differenze e non valga la pena spendersi. Ma con due opposte versioni: da una parte quelli per cui non si corrono rischi, quindi si può restare ad osservare senza partecipare; dall’altra quelli che non vedono opportunità, quindi non saprebbero come decentemente partecipare. Non basta fare appelli insipidi al voto, al dovere civico e altre inutili cose, servirebbe che le forze politiche, senza distinzione di schieramento, s’interrogassero su cosa di loro stesse non convince gli astenuti del secondo gruppo. L’offerta del falso bipolarismo, anno dopo anno, perde clienti. Dovranno pur prenderne atto.

Le elezioni amministrative restano tali, si elegge il sindaco e il Consiglio comunale, mica il Parlamento. I risultati sono influenzati da fattori locali, ci sono molte liste civiche e alcuni candidati hanno una forza propria che diventa irrilevante su scala nazionale. Ciò non cancella alcune evidenze.

La destra vince, ma non stravince. Rispetto alle brancaleonate della sinistra la coalizione di destra è riconoscibile proprio perché vincente. Quando non lo era aveva compenti che stavano al governo e altre all’opposizione, con eguale discendenza norcina. Epperò è evidente che c’è una componente crescente, Fratelli d’Italia, che sarebbe la teoricamente più a destra e, invece, è quella che più desidera affrancarsi dall’isolamento che la destra ideologica comporta. Dall’occidentalismo al ruolo in Unione europea alla prudenza in economia, la distanza fra i vincenti di destra e i perdenti di destra cresce.

La sinistra perde, ma è capace anche di trionfi. Che le creano problemi. Giustamente, dal loro punto di vista, i capi della destra avevano scelto di chiudere, assieme, la campagna a Brescia. Sapevano che quella era una posta importante. L’hanno persa. Ma a vincere non è il Pd radicalizzatosi, bensì il suo opposto: una candidata di area laica e socialista, che va alle urne senza allearsi con i pentastellati. E vince al primo turno. Scena analoga a Udine. La sinistra che sconfigge la destra ha candidati che prendono voti al centro, e non sono alleati di quelli che il Pd ha scelto come alleati.

Se esistessero la politica e i partiti politici, questi sarebbero gli argomenti in discussione. Da una parte e dall’altra, puntando a recuperare i renitenti. Se non esistono, se sono tre vuoti impacchettati, stiamo perdendo tempo a parlarne.

La Ragione

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È stato pubblicato il video del mio intervento, insieme a Stefano di Carlo, direttore @MSF_ITALIA, del 6 maggio scorso in tema d’immigrazione. Ringrazio @sapomnia

#wnf23

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#ilmegliodelwirednextfesttrentino2023

1946-2023: i 77 anni dello statuto speciale della Regione Siciliana – 19 maggio 2023


Terzo appuntamento del ciclo di incontri organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi a celebrazione dei 77 anni dello Statuto Speciale della Regione Siciliana Venerdì 19 maggio 2023 – ore 11.00 Istituto di Istruzione Superiore “G. Galilei – T. Campailla” P

Terzo appuntamento del ciclo di incontri organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi a celebrazione dei 77 anni dello Statuto Speciale della Regione Siciliana

Venerdì 19 maggio 2023 – ore 11.00
Istituto di Istruzione Superiore “G. Galilei – T. Campailla” Piazzale Baden Powell, 10 – 97015 Modica (RG)

Relatori: Marco Sammito, Giuseppe Tringali, Gian Marco Bovenzi

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La Meloni ha morso il cane autieuropeista, ma i giornali hanno ignorato la notizia


Secondo una cattiva interpretazione della vecchia regola per cui a fare notizia non è il cane che morde l’uomo, ma l’uomo che morde il cane, i giornali hanno bellamente ignorato il discorso pronunciato ieri da Giorgia Meloni al Consiglio d’Europa riunito

Secondo una cattiva interpretazione della vecchia regola per cui a fare notizia non è il cane che morde l’uomo, ma l’uomo che morde il cane, i giornali hanno bellamente ignorato il discorso pronunciato ieri da Giorgia Meloni al Consiglio d’Europa riunito a Reykjavik. C’è da credere che se il presidente del Consiglio italiano avesse parlato male dell’Europa la notizia sarebbe stata colta e, per così dire, valorizzata. Ne ha invece parlato bene, benissimo, e di conseguenza nessuno ne ha dato conto. Eppure, la professione di europeismo enunciata da un leader politico sostanzialmente antieuropeista fino allo scorso semestre dovrebbe avere valore di notizia non meno dell’uomo che morde il cane.

Infatti ha morso, Giorgia a Meloni, eccome se ha morso. La Giorgia Meloni presidente del Consiglio ha letteralmente sbranato la Giorgia Meloni leader dell’opposizione, fino a cancellarne ogni passata traccia politica. Del resto, che qualcosa di profondo fosse cambiato l’ha detto all’inizio del suo discorso islandese. “La guerra in Ucraina – ha esordito Meloni, evidentemente riferendosi alle aspettative di pace – ha messo in discussione certezze sulle quali ci eravamo per troppo tempo ingenuamente adagiati”. Con l’attacco militare di Putin a Kiev tutto è, appunto, cambiato. Più o meno quello che è successo con il passaggio della Meloni dall’irresponsabilità dell’opposizione alle responsabilità del governo. E infatti: “Il Consiglio d’Europa – ha detto la premier davanti ai capi di Stato e di governo dei paesi membri – è la casa di tutti gli europei” ed “europea è la nostra comune identità”. Un’identità “fondata sui valori di libertà, democrazia, giustizia, uguaglianza tra gli uomini”. Valori che “l’eroico popolo ucraino” sta difendendo in prima persona al posto nostro.

Il cambio di paradigma è netto, radicale. Giorgia Meloni si è evidentemente resa conto del fatto che non è pensabile governare l’Italia contro l’Europa e ha di conseguenza innestato la retromarcia. Per un decennio ha fatto leva sulla vecchia identità post missina, per un decennio ha alimentato l’euroscetticismo, per un decennio ha cavalcato ogni onda che si levava dalla società per andare ad infrangersi contro l’establishment. Soprattutto contro “l’establishment tecnocratico europeo”. Poi, più nulla.

Che sia realpolitik o reale convinzione è difficile dirlo. Certo è che da quando si trova a capo del governo Giorgia Meloni ha ribaltato i canoni della propria narrazione pubblica nel tentativo evidente di rassicurare i partner e di dare una nuova identità a se stessa e al proprio partito. Quella di Meloni è un’operazione a cavallo tra politica e cultura. Un’operazione eminentemente identitaria, utile tanto a lei quanto all’Italia. Ma se i giornali continuano ad ignorarla rischia di rivelarsi un’operazione clandestina.

Huffington Post

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1946-2023: i 77 anni dello statuto speciale della Regione Siciliana – 17 maggio 2023


Secondo appuntamento del ciclo di incontri organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi a celebrazione dei 77 anni dello Statuto Speciale della Regione Siciliana Mercoledì 17 maggio 2023 – ore 16.00 Villa Piccolo – Fondazione Famiglia Piccolo di Calanovella

Secondo appuntamento del ciclo di incontri organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi a celebrazione dei 77 anni dello Statuto Speciale della Regione Siciliana

Mercoledì 17 maggio 2023 – ore 16.00
Villa Piccolo – Fondazione Famiglia Piccolo di Calanovella
S.S. 113, km 109, 98071 Capo d’Orlando (ME)

Relatori: Andrea Pruiti Ciarello, Gian Marco Bovenzi

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“Non diamoci del tu”, Benedetto a Pescara con il saggio sulla separazione delle carriere – Il Centro


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Giornale Il Centro

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Ereditare


Per i beni che si ricevono in eredità, l’Italia è un paradiso fiscale. E siccome i paradisi sono migliori degli inferni, sarebbe bello goderselo. Se non fosse che quel paradiso coabita con l’inferno della pressione fiscale complessiva, aggravato da un’ele

Per i beni che si ricevono in eredità, l’Italia è un paradiso fiscale. E siccome i paradisi sono migliori degli inferni, sarebbe bello goderselo. Se non fosse che quel paradiso coabita con l’inferno della pressione fiscale complessiva, aggravato da un’elevata evasione fiscale, il che rende l’inferno degli onesti ulteriormente demoniaco. Paghiamo meno degli altri europei sulle eredità, ma ereditiamo un sistema fortemente squilibrato, tassando alla grande il lavoro e meno le rendite. E mentre la tassazione del lavoro è progressiva – come la Costituzione vuole (articolo 53) – il resto non lo è. Il che avvantaggia i patrimoni più ricchi.

Il valore netto di quel che si riceve in eredità, quindi detratti eventuali debiti, è esente da tassazione fino a 1 milione di euro. Dopo di che si paga il 4% fisso, non progressivo. In tutti i grandi Paesi europei la franchigia è inferiore e l’aliquota superiore. Ma, ripeto, non c’è motivo di volersi allineare. O forse c’è, ma va cercato nella distribuzione del peso fiscale.

Quanti studiano i sistemi fiscali osservano gli effetti dell’andamento demografico sul prelievo, presente e futuro. Da ultimo circola un approfondimento del Joint Research Centre, che fa capo alla Commissione europea. Parentesi: la Commissione Ue non tassa nessuno; la materia fiscale non è di competenza Ue; gli studi si riferiscono alla sostenibilità dei rispettivi sistemi di riscossione e spesa; è privo di senso lamentarsi perché in Ue c’è concorrenza fiscale e poi lamentarsi per ogni suggerimento di omogenizzazione fiscale. Ma capisco che già si fa troppo complicato per chi ama la propaganda a tre palle un soldo, con il soldo che manco è proprio ma del contribuente. Tutti quegli studi convergono sull’ovvio: se i lavoratori diminuiscono di numero, aumentando gli ex lavoratori che percepiscono una rendita (denominata pensione) i soldi si dovrà andarli a prendere da un’altra parte, ad esempio nei patrimoni ereditati.

Per chi, come noi in Italia, tassa forsennatamente il lavoro e abita paradisi per le successioni, quell’effetto di spiazzamento diventa ancora più grande. Ed è questa la ragione per cui vale la pena pensarci, non perché lo chiede questo o quello. Che, peraltro, non fa che argomentare l’evidenza.

Pensarci non significa tassare di più. Anzi, direi che è a non pensarci che si dovrà poi tassare di più. Che fare? I grandi patrimoni si organizzano da soli, con attrezzati consulenti fiscali. Essendo poco tassati, quando evadono lo fanno per vocazione. I patrimoni familiari sono, per lo più, composti da immobili e qualche risparmio. Gli immobili subiscono anch’essi l’effetto della leva demografica, sicché sempre meno cittadini ereditano sempre più case, che non è affatto detto si trovino dove servono loro. Ciascuno, con quel che è proprio, fa quello che gli pare, ma il patrimonio è anche un costo e quando erode una parte eccessiva dei guadagni non ha senso chiedere bonus e defiscalizzazioni, perché si traducono in maggiore pressione fiscale sui guadagni da lavoro. Mentre è ragionevole non favorire l’immobilizzazione del patrimonio, favorendone la rimessa in circolazione. Quindi aggiornamento del catasto (anche per beccare gli evasori), riqualificazione per evitare di muoversi fra ruderi, messa a reddito o vendita. Ma siccome ciascuno deve continuare a fare quel che vuole, tassare maggiormente quel che non si è guadagnato rispetto a quel che si guadagna non è che sia una bestemmia. Tanto più che ci pensava anche Luigi Einaudi, non propriamente un bolscevico.

L’obiettivo, però, non deve essere quello – perverso – di inseguire la spesa con il gettito, bensì quello di far scendere la spesa corrente per diminuire il bisogno di gettito. Che non significa meno sanità, ma migliore spesa sanitaria e minore regalia di pensioni non basate su contributi versati. Altrimenti si ricevono in eredità squilibri e debiti, solo che – al contrario di quel che avviene in privato – in questo caso non è possibile rinunciare all’eredità.

La Ragione

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EuroPace


Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, non parla e non viaggia per tenere normali rapporti fra Stati. La sua è una condizione molto particolare: guida il Paese che sta combattendo contro un’aggressione, utilizzando le nostre armi. Ma la sua condizione

Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, non parla e non viaggia per tenere normali rapporti fra Stati. La sua è una condizione molto particolare: guida il Paese che sta combattendo contro un’aggressione, utilizzando le nostre armi. Ma la sua condizione ha anche un altro aspetto: guida un popolo che sta dando il suo sangue, per evitare che per difendere i nostri interessi e il nostro ordine internazionale si debba versare il nostro sangue. Per questo è stata avviata la procedura accelerata d’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea, affinché si tratti di armi e di sangue fra concittadini.

Ma c’è ancora un altro aspetto che caratterizza le numerose visite dei governanti europei in Ucraina e questa di Zelensky in Italia e in altri Paesi dell’Ue: l’aggressione russa ha creato un collante schiettamente politico fra europei, dando all’Unione un ruolo e un peso internazionali che non aveva. E ha creato un discrimine che non assorbe le altre – numerose e positive – differenze politiche fra partiti e culture europee, ma le sovrasta: il sostegno all’Ucraina è il comune denominatore di tutte le forze che non si sono allineate ai desideri dell’invasore russo. E questo cambia la storia.

Il maggior sostegno agli ucraini è giunto e giungerà dagli Stati Uniti. Anche in questo la scelta di Putin è stata suicida, visto che venivamo da anni in cui l’Atlantico s’era allargato. Ma la scelta immediata di tutte le democrazie occidentali, di non offrire alcuno spiraglio alle divisioni, è quella che ha segnato la sconfitta, militare e politica, della Russia. Non oggi, ma il giorno dopo la criminale invasione. Putin ha investito, soldi e influenze, sulle nostre divisioni, ma ha perso la scommessa e a dividersi è il suo mondo. Posto ciò, che non è affatto poco, ci sono tre cose che sappiamo fin dall’inizio. Tre cose imprescindibili per una pace che stabilizzi l’ordine internazionale.

1. La partita non si gioca sul campo di battaglia. Su quello la carneficina può andare avanti ancora a lungo. Gli aiuti occidentali servono proprio ad evitare che la supremazia bellica e numerica della Russia si traduca nella sua vittoria. Nel corso della guerra, inoltre, abbiamo imparato che militari e mercenari russi non difettano in ferocia, non lesinano crimini, ma sono l’opposto di un’armata invincibile, tarlati dalla corruzione e compensanti l’impreparazione con la strage dei loro giovani. La pace, comunque, non arriverà dalle trincee.

2. È rilevante il ruolo cinese. Su quel fronte l’iniziativa di pace è stata europea, cosa di cui va reso merito al presidente francese, Emanuel Macron, e alla non irrilevante e contemporanea iniziativa della Commissione europea, con Ursula von der Leyen. La Cina, dal canto suo, coglie due opportunità: usa il suicidio di Putin per nuocere all’Occidente e incassa da quel suicidio influenza asiatica, che si espande. Quindi la Cina non è in ritardo, ma sincrona ai propri interessi. Il ruolo delle nostre diplomazie è chiarire i limiti di quell’imperiale ambizione. Quando sarà messa a fuoco la pace sarà vicina e tutto si potrà negoziare.

3. Ma questo porta alla terza evidenza: la Russia ne uscirà politicamente distrutta e militarmente umiliata. Il pericolo è che il sapore della fine inneschi il desiderio di distruzione atomica, ma non lo si contiene cedendo. In quel modo lo si incentiva. Ciò significa che, finita questa storia, toccherà a noi occidentali difendere gli interessi e l’identità dei russi, altrimenti destinati al vassallaggio cinese. Cosa che è contro i nostri interessi e contro l’equilibrio dell’intera area. Il russofobo è Putin.

Zelensky, che oggi arriva a Roma, non è, quindi, un ospite straniero da onorare, ma un pezzo della nostra storia e del nostro futuro, che abbiamo il dovere e l’onere di difendere.

In quanto al rifiuto della guerra, che anima anime per niente belle: lo dicano a chi l’ha scatenata. Far vincere l’aggressore non porta alla pace, ma alla peggiore delle guerre. Pacifisti siamo noi, che ci sentiamo ucraini.

La Ragione

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Ben(e)detto – 17 maggio 2023


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Dal Mediterraneo al Pacifico. Come sarà il summit Nato secondo Peronaci e Smith


Quello di Vilnius sarà un vertice in cui la Nato si concentrerà non solo sulla sfida più immediata, il contrasto all’invasione russa dell’Ucraina, ma anche sulle minacce del prossimo futuro a livello internazionale, dalla deterrenza alla sicurezza informa

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Quello di Vilnius sarà un vertice in cui la Nato si concentrerà non solo sulla sfida più immediata, il contrasto all’invasione russa dell’Ucraina, ma anche sulle minacce del prossimo futuro a livello internazionale, dalla deterrenza alla sicurezza informatica, ai grandi cambiamenti globali. È questa la visione condivisa restituita dai rappresentanti permanenti presso Consiglio Atlantico d’Italia, ambasciatore Marco Peronaci, e degli Stati Uniti d’America, ambasciatrice Julianne Smith, intervistati dal direttore delle riviste Formiche e Airpress Flavia Giacobbe nel corso dell’evento “La Nato verso Vilnius” promosso dalla Nato Public Diplomacy Division e Formiche.

Sfide a 360°

A Vilnius gli alleati riaffermeranno “l’unità e la determinazione nel contrastare la guerra in Ucraina, e verranno prese decisioni strategiche per rafforzare gli assetti organizzativi di medio-lungo periodo”, ha spiegato l’ambasciatore Peronaci, ricordando l’importanza che ha rappresentato la recente visita a Roma del presidente ucraino Volodymyr Zelensky. “A Vilnius vogliamo lanciare il messaggio che la Nato è più forte oggi rispetto a quando la guerra è iniziata”. Importanti, per Peronaci, saranno anche i partenariati internazionali, sui quali è intervenuta anche l’ambasciatrice Smith: “Non ci concentreremo solo sull’Ucraina, ma avremo uno sguardo a 360°. Vogliamo guardare anche al futuro”. Per la diplomatica Usa, infatti, la Nato può vantare “l’incredibile capacità di creare ed evolvere nuove partnership e rafforzare quelle esistenti” mettendola in condizioni sia di garantire il sostegno di cui l’Ucraina ha bisogno, sia di affrontare le nuove sfide emergenti.

Spese per la Difesa

Per far fronte a queste evoluzioni, sarà ovviamente necessario investire le risorse adeguate, in primis raggiungendo la soglia del 2% del Pil da dedicare alle spese per la Difesa, traguardo che in Lituania potrebbe essere anche elevato verso il 3%. “L’Italia sostiene con forza l’incremento delle spese per la Difesa, e riconfermerà l’impegno verso il 2%” ha assicurato Peronaci, sottolineando come l’Italia abbia un percorso di avvicinamento consolidato anche “dal dato economico secondo cui il nostro Paese crescerà più degli altri” e pertanto siamo fiduciosi di riuscire a raggiungere l’obiettivo. “Ma oltre a vedere quanto si spende, dobbiamo anche vedere come” ha precisato il diplomatico italiano, sottolineando l’importanza dei contributi effettivi italiani alla Nato, dai battlegroup schierati dalla Lettonia alla Bulgaria, fino agli assetti aerei pregiati messi a disposizione dell’Air policing.

Sguardo Indo-Pacifico

Lo sguardo della Nato si allunga anche verso l’Indo-Pacifico, con la previsione fatta a Madrid di inserire per la prima volta la Cina come competitor strategico. “Per la prima volta gli alleati si sono detti d’accordo nel ritenere la Cina una sfida sistemica” ha spiegato Smith, aggiungendo come Pechino stia “cercando di erodere il sistema attuale creato oltre settant’anni fa”. Per questo, la Nato dovrà rafforzare i propri rapporti con i Paesi dell’Indo-Pacifico, in particolare quattro, Australia, Nuova Zelanda, Corea del sud e Giappone, i cui leader saranno presenti al summit. Insieme “cercheremo dei modi per creare una serie di strumenti per far sì che l’Alleanza possa proteggersi dalle sfide che la Cina potrebbe portare nell’aerea Euro-Atlantica”. Non si tratta di una espansione verso l’Asia, ha specificato Smith, quanto piuttosto parlare con i partner della regione delle sfide comuni.

Le minacce da sud

Lo sguardo a 360° della Nato dovrà naturalmente posarsi anche sulle minacce che arrivano da sud, in primis dal Mediterraneo, l’Africa e il Medio oriente. “La Nato già si occupa di sud – ha detto Peronaci – e ha rapporti di partenariato con molti Paesi come con l’Iniziativa di cooperazione di Istanbul o i Dialoghi mediterranei”. Per l’ambasciatore italiano, ci troviamo nella condizione di dover rispondere a una guerra, ma la Nato dovrà essere capace anche di agire “prima e dopo le guerre, con la prevenzione e la stabilizzazione”. Del resto, “in assenza di una presenza forte di Paesi democratici, altri attori occupano gli spazi che sarà poi difficile recuperare”. L’Alleanza, ha ricordato l’ambasciatrice americana, “ha già quaranta partner nel mondo, molti dei quali nel sud dello spazio alleato, nel Mediterraneo, in Africa e in Medio oriente, e molti di questi Paesi hanno espresso l’interesse a rafforzare i propri legami con la Nato”. Cosa che può avvenire in diverse forme, “dall’assistenza per riformare la sicurezza a un contributo Nato per garantire la sicurezza informatica o per contrastare le campagne di disinformazione russe e cinesi”.

Il legame Italia-Usa

Fondamentali saranno i rapporti tra Washington e Roma. “Gli Stati Uniti e l’Italia hanno rapporti bilaterali molto forti, e una lunga storia di collaborazione per affrontare le sfide nello spazio euro-atlantico e in altre zone del mondo” ha raccontato Smith, aggiungendo come per il futuro sarà necessaria una maggiore collaborazione “anche ad alto livello, sulle sfide globali come i cambiamenti climatici, le migrazioni, la sanità mondiale e i problemi economici”. Per Peronaci “Gli Stati Uniti sanno che l’Italia è un loro amico tradizionale, un legame che oltre i governi lega due comunità”. Per l’ambasciatore italiano, il nostro Paese può garantire agli Usa “una presenza negli organismi internazionali, come l’Unione europea, aperta alla cooperazione transatlantica”. Una collaborazione essenziale anche per la Difesa comune: “in Europa spendiamo molto ma, se divisi, spendiamo male. Dobbiamo farlo meglio aiutati dagli amici Usa”.


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Presentazione del libro “LUIGI EINAUDI ANGLOFILO E LA CARTA. Dalla Consulta nazionale all’Assemblea costituente” di Luca Tedesco


Il giorno 17 maggio 2023 alle ore 17:30 si terrà la presentazione del libro “LUIGI EINAUDI ANGLOFILO E LA CARTA. Dalla Consulta nazionale all’Assemblea costituente” del Prof. Luca Tedesco. Interverranno Luca Tedesco Giancristiano Desiderio Alberto Giordan

Il giorno 17 maggio 2023 alle ore 17:30 si terrà la presentazione del libro “LUIGI EINAUDI ANGLOFILO E LA CARTA. Dalla Consulta nazionale all’Assemblea costituente” del Prof. Luca Tedesco.

Interverranno
Luca Tedesco

Giancristiano Desiderio

Alberto Giordano

Modera
Emma Galli

L’evento si svolgerà completamente in remoto

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NASCE L’OSSERVATORIO DIGITALE DELLA FONDAZIONE LUIGI EINAUDI. IL VICEMINISTRO ALLE IMPRESE VALENTINI: “DIGITALE VOLANO DI SVILUPPO”


“La società sta diventando ibrida, il digitale ha effetti dirompenti. Crea grandi aspettative e al tempo stesso grandi timori. Sono perciò necessarie linee guida condivise a livello internazionale che orientino lo sviluppo e la progressione di questa rivo

“La società sta diventando ibrida, il digitale ha effetti dirompenti. Crea grandi aspettative e al tempo stesso grandi timori. Sono perciò necessarie linee guida condivise a livello internazionale che orientino lo sviluppo e la progressione di questa rivoluzione epocale. Gli strumenti digitali sono e ancor più saranno la leva determinante per promuovere lo sviluppo delle nostre imprese sui mercati nazionali e internazionali, e anche per tutelare il made in Italy, infatti servono per proteggere le filiere dai processi di contraffazione, per ottimizzare i processi produttivi, per rafforzare il controllo di qualità dei prodotti, così come per ottimizzare la logistica e la sostenibilità energetica”, lo ha detto il viceministro alle Imprese e al Made in Italy, Valentino Valentini, intervenendo questa mattina al convegno “Digitalizziamo l’Italia”, organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi in collaborazione con Oliver Wyman. Il primo di una serie di incontri tra istituzioni e stakeholder che segna l’avvio del nuovo Osservatorio digitale della Fondazione Einaudi.

Il viceministro ha poi parlato dell’importanza di favorire la digitalizzazione come volano di sviluppo per le imprese rimarcando le azioni già promosse dall’attuale esecutivo. “Abbiamo creato, come ministero, una rete di centri di trasferimento tecnologico che vuole essere più capillare e alla cui estensione ha contribuito il PNRR con uno stanziamento di 350milioni di euro nell’ambito della missione 4.2 “Dalla ricerca all’impresa”, ha spiegato. “Si tratta di 8 competence centers impegnati in progetti di ricerca applicata, di trasferimento tecnologico e formazione sulle tecnologie più avanzate, ai quali affiancheremo 13 European Digital Innovation Hubs e 24 poli europei di innovazione digitale. Tutto questo consentirà alle imprese, soprattutto PMI, di accedere a tecnologie innovative e a competenze digitali avanzate. Sempre nelle misure volte a favorire la digitalizzazione rientra il piano transizione 4.0, attraverso una serie di crediti d’imposta favorisce l’acquisto i beni materiali e immateriali, oltre alle attività di ricerca e sviluppo e di innovazione. Di questi contributi hanno beneficiato finora 150 mila imprese e auspichiamo che questo numero possa crescere in futuro. Il Mimit attraverso degli accordi per l’innovazione, sempre sulla sperimentazione applicata al sistema produttivo, ha in progetto una linea di finanziamento per progetti di sperimentazione e di ricerca orientati alle tecnologie emergenti nel campo del 5G”.

Il paese ha molti talenti imprenditoriali individuali, ma non ha ancora realizzato quell’ecosistema nazionale che consenta loro di crescere e affermarsi. Le aziende devono cambiare mentalità e rivoluzionare i loro processi interni, ma lo Stato deve dare ordine e continuità nel tempo e agli investimenti, facilitandone l’accesso alle imprese, e temperare la smodata inclinazione alla regolamentazione, perché molte start up vengono oggi soffocate dalla burocrazia. Sono questi i temi emersi dal confronto tra imprenditori, manager, giovani startupper, professionisti ed esperti di settore.

“Debutta con il convegno odierno l’Osservatorio digitale della Fondazione Luigi Einaudi, coordinato dal professor Gianluca Sgueo. Nostro obiettivo è aiutare la classe dirigente a cogliere con cognizione di causa le opportunità che la rivoluzione digitale offre all’Italia. Il metodo è quello einaudiano del confronto tra esperti, mondo dell’impresa, professionisti del settore e decisore politico”, ha detto il segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi, Andrea Cangini.

Il dibattito si è sviluppato in due Panel. Il primo, dal titolo “Digitalizzazione come volano di crescita e internazionalizzazione”, è stato aperto da Marco Grieco, partner di Oliver Wyman, che ha spiegato come, dati alla mano, “le imprese in Italia crescano storicamente: aumentano proporzionalmente le medie, le grandi e le microimprese, rallentano invece le piccole imprese”, eppure nonostante gli investimenti nel nostro Paese siano in crescita anche dopo la pandemia, “per essere resilienti di fronte a nuove possibili crisi, come le recenti dovute al Covid-19 e alla guerra in Ucraina, serve una infrastruttura tecnologica all’avanguardia”.

È intervenuto poi Roberto Scaramella, Partner di Oliver Wyman, che ha detto: “esiste nella cultura dell’imprenditore italiano del piccolo bello e sano e di una certa riluttanza a credere che il finanziamento pubblico sia utile, questo atteggiamento ha poi visto comportamenti conseguenti poco virtuosi” e ha poi chiesto alla platea di manager e imprenditori presenti se “questo è un limite, anche in ottica Pnrr, e come facciamo a superarlo?”.

“Il Pnrr sarà importante, l’aspetto principale però sarà legato a una fruizione semplice di queste risorse per le imprese e che queste non abbiano effetti discorsivi”, ha risposto Fabio Tomassini, membro del Cda della Fondazione Luigi Einaudi. “Il tema fondamentale – ha osservato – è l’eliminazione della burocrazia: facilità di accesso e di rendicontazione, elementi oggi troppo onerosi e spesso rischiosi”.

Per Carmine Auletta, Chief Innovation & Strategy Officer di InfoCert, “il tema della digitalizzazione è multidimensionale. Fino a trenta anni fa internet non c’era e tutta la nostra economia era basata sul mondo fisico. C’è chi dice che nel 2024 ci saranno le ultime elezioni non decise dall’intelligenza artificiale. In Italia abbiamo delle eccellenze che spesso non riusciamo a mettere a sistema perché non c’è stabilità politica, e lo sviluppo di un Paese necessita di una strategia di medio lungo periodo. Non si possono continuamente rimettere in discussione programmazione e strategie. In tal senso il Pnrr può essere un’opportunità, ma non deve essere inteso in modo rigido, ma deve essere flessibile e va adeguato alle evoluzioni del mercato”.

Marco Massenzi, CEO Teleconsys e Membro di Unindustria, ha sottolineato invece che “la tecnologia è l’ultimo elemento della digital trasformation. Prima vengono cultura, formazione, strategia e visione. La tecnologia pertanto se non viene declinata su questi elementi, non porta valore. Gli imprenditori devono necessariamente accedere a queste competenze”.

Secondo il Founder e Investment Director Lumen Venture Capital, Valerio Durazzo, “per fare realmente innovazione, è necessario investire sì in capitale umano, perché le aziende senza le competenze non vanno da nessuna parte, ma è fondamentale lavorare sull’educazione” Da questo punto di vista, spiega, “siamo indietro anni luce rispetto ad altri Paesi”. Durazzo osserva che “il nostro sistema non prepara i ragazzi a lavorare, tanto che spesso le aziende che assumono devono formare di nuovo i ragazzi da zero. Eppure oggi si va sempre più verso le scuole di specializzazione”.

Sulla stesso lunghezza d’onda Marco Scioli, Founder e Presidente Starting Finance, che nel suo intervento ha detto “chi fa formazione oggi parte dalle esigenze del docente o della università invece di andare a parlare con le aziende, dobbiamo cambiare questo paradigma”. Riguardo all’innovazione, prosegue, “negli Usa la fanno le start up che poi vengono acquistate dalla grande aziende, da noi invece ciò non avviene perché le start up hanno ancora bisogno delle competenze delle grandi aziende. È necessario integrare i due modelli: la start up che ha bisogno dell’azienda per crescere e l’azienda che ha bisogno della freschezza delle start up per innovare”.

Il secondo panel “Quali opportunità per i distretti italiani del Big Data e dell’intelligenza artificiale” è stato aperto dal coordinatore dell’Osservatorio digitale della Fondazione Einaudi, Gianluca Sgueo. “C’è una grande attenzione in Unione europea nella regolazione dell’innovazione,” ha osservato, “il che crea più tutele per i cittadini, ma rappresenta un freno per le imprese”. Oggi, sottolinea, “bisogno creare in Europa più spazi per la sperimentazione (sandbox) come già avviene, ad esempio, negli Stati Uniti”.

È poi intervenuto Alessandro Petrillo, CEO di K-Value. “Il mondo della consulenza – ha detto – ha un’alta densità di competitor e sviluppa circa 5 miliardi all’anno di fatturato, sviluppato per il 60% dalle grandi aziende. Oggi bisogna cercare di specializzarsi e di differenziarsi, puntando sul talento. È chiaro che siamo in un contesto complicato, bisogna vedere quale sia la reale capacità del Paese di fare innovazione sostenibile”. Le microimprese, ha sottolineato, “hanno un bisogno disperato di competenza e managerialità per crescere e per far crescere i propri clienti”.

Ha concluso il dibattito Lucio Campanelli, manager che lavora nel settore della physical security, digitalizzazione dei sistemi di sicurezza, che ha affermato: “È fondamentale sviluppare una cultura nel cliente, convincere cioè i clienti a comprare un servizio da una start up giovane, cosa che oggi non avviene agevolmente perché in Italia non c’è una vera cultura della start up. A questo si aggiungono, nel nostro Paese, criticità nella struttura dei pagamenti e nei test dei prodotti”.

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Digitalizziamo l’Italia – Primo appuntamento organizzato dal nuovo Osservatorio Digitale della Fondazione


Martedì 16 Maggio alle ore 10:30 in via della Conciliazione 10, la Fondazione Luigi Einaudi e Oliver Wyman si è svolto il primo di una serie di appuntamenti organizzati dal nuovo Osservatorio Digitale della Fondazione, con l’obiettivo di lavorare insieme

Martedì 16 Maggio alle ore 10:30 in via della Conciliazione 10, la Fondazione Luigi Einaudi e Oliver Wyman si è svolto il primo di una serie di appuntamenti organizzati dal nuovo Osservatorio Digitale della Fondazione, con l’obiettivo di lavorare insieme e fare sistema al fine di sostenere la digitalizzazione delle medie imprese e sfruttare le potenzialità dei distretti italiani del Big Data e dell’intelligenza artificiale.

Saluti istituzionali
Giuseppe Benedetto, Presidente della Fondazione Luigi Einaudi

Interverranno
Valentino Valentini, Viceministro, Ministero delle Imprese e del Made in Italy
Andrea Cangini, Segretario Generale della Fondazione Luigi Einaudi
Fabio Tomassini, Consigliere di amministrazione, Fondazione Luigi Einaudi
Gianluca Sgueo, Coordinatore Dipartimento Digitale, Fondazione Luigi Einaudi
Marco Grieco, Partner, Oliver Wyman
Roberto Scaramella, Partner, Oliver Wyman

Rassegna stampa


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Videomessaggio del Viceministro Ministero delle Imprese e del Made in Italy, Valentino Valentini


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La Difesa è il pilastro della pace. Cosa si è detto al think tank di Crosetto


Il lavoro delle Forze armate è il presupposto della sicurezza e il pilastro su cui poggiano democrazia e pace e per questo, però, è necessario comunicarlo e far conoscere alla società civile il lavoro della Difesa. Questo il cuore del discorso del ministr

Il lavoro delle Forze armate è il presupposto della sicurezza e il pilastro su cui poggiano democrazia e pace e per questo, però, è necessario comunicarlo e far conoscere alla società civile il lavoro della Difesa. Questo il cuore del discorso del ministro della Difesa, Guido Crosetto, che ha da poco presieduto la riunione di insediamento del Comitato per lo sviluppo e la valorizzazione della cultura della Difesa a Palazzo Esercito, insieme al capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, il Segretario generale della Difesa, generale Luciano Portolano, e i vertici di tutte le articolazioni delle Forze armate, Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri. In risposta ai repentini cambiamenti imposti dall’attuale quadro geostrategico sempre più complesso, l’obiettivo del Comitato è promuovere la cultura della Difesa attraverso un approccio nuovo e comunicare quello che rappresenta il sistema-Difesa a servizio del Paese.

Per una cultura della Difesa

Il comitato riunisce esponenti non solo del mondo militare, anzi, è pensato esattamente per aprire il più possibile il dibattito sulla cultura della Difesa all’interno della società italiana. Rappresentanti delle università, centri di ricerca, accademia, mondo della cultura e dell’informazione, dell’industria e dell’economia, costruiranno un dialogo serrato per consentire alla Difesa di “essere sempre un passo in avanti” nel discorso pubblico nazionale. “Oggi inizia un percorso di contaminazione biunivoca e virtuosa” ha detto il ministro, “questo deve essere un luogo di ascolto e un tavolo di dialogo per promuovere le Forze Armate e i loro valori”. Non solo missioni operative ma anche tecnologia, cultura e formazione, rispetto dei diritti e tutela dell’ambiente e del nostro patrimonio culturale, capacità empatica e generosità dei nostri uomini e donne in divisa che offrono il loro servizio nelle missioni all’estero e nella difesa del Paese.

La Difesa è uno strumento per perseguire la pace

“Quasi tutti pensiamo che la Difesa sia fatto importante, ma difficilmente si riesce a spiegare i motivi per i quali uno Stato moderno debba promuovere e garantire un proprio sistema di difesa efficiente, quali sono le ricadute industriali e tecnologiche, occupazionali o di ricerca scientifica ad esempio”. A dirlo in esclusiva ad Airpress è il segretario generale del Comitato Filippo Maria Grasso, direttore Relazioni istituzionali di Leonardo. “È la prima volta che il ministero della Difesa decide di avvalersi di un Comitato per trovare un momento di riflessione su come sono considerate e proposte le molte sfaccettature che questo mondo offre al servizio del Paese – ha continuato Grasso – Ragionare della Difesa non è un mezzo per promuovere l’intervento militarista. Non premia vocazioni bellicistiche. Tutt’altro. In Italia la difesa, senza se e senza ma, è uno strumento per perseguire la pace, lo sviluppo e la promozione delle nostre dimensioni di comunità. Questo è lo spirito con cui credo si sia voluto istituire questo Comitato, per trovare uno spazio nel quale fermarsi a riflettere su un aspetto così centrale eppure poco valorizzato del nostro Paese”.

I membri del Comitato

A formare il Comitato, presieduto dal ministro stesso, sono il presidente dell’Ansa Giulio Anselmi; l’economista Geminello Alvi; lo scrittore Pietrangelo Buttafuoco; la storica dell’arte Anna Coliva; il consigliere del ministro Pier Domenico Garrone; il professore di scienze e tecnologie aerospaziali del Politecnico di Milano Michèle Roberta Lavagna; il presidente dell’Associazione Produttori Audiovisivi Giancarlo Leone; l’editorialista Angelo Panebianco; il direttore dell’Alta scuola di Economia e relazioni internazionali dell’Università cattolica del Sacro Cuore professor Vittorio Emanuele Parsi; il segretario generale dell’Aspen Institute Angelo Maria Petroni; l’editorialista Gianni Riotta; il direttore de Il Sole 24 ore Fabio Tamburini; il presidente dell’associazione Big Data professore Antonio Zoccoli e il direttore Relazioni istituzionali di Leonardo Filippo Maria Grasso.


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Mini-naja? Meglio un servizio civile con regole militari. Parla il gen. Arpino


Ripristinare la leva militare? Un tema che spesso riaffiora e che sembra piacere all’attuale esecutivo. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, durante la 94esima adunata nazionale degli alpini a Udine, ha precisato che quello della leva “è un tema ch

Ripristinare la leva militare? Un tema che spesso riaffiora e che sembra piacere all’attuale esecutivo. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, durante la 94esima adunata nazionale degli alpini a Udine, ha precisato che quello della leva “è un tema che si può affrontare come ipotesi volontaria al servizio civile”. L’idea trova pieno appoggio nelle parole del presidente del Senato, Ignazio La Russa che vorrebbe una “mini naja” di 40 giorni. Ma siamo sicuri che sarebbe una strada percorribile? “Sarebbe meglio istituire un servizio civile, con regole militari che introduca tra i giovani valori, rigore e spirito di sacrificio, magari che includa attività organizzate da ex militari. Ma serve più tempo, non bastano 40 giorni”. La pensa così il generale Mario Arpino, già capo di Stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica.

Generale Arpino, immaginare una “mini naja” su base volontaria non sarebbe una strada percorribile?

La reintroduzione di questa mini-leva non servirebbe alle forze armate. Peraltro attualmente non ci sarebbero neanche più le strutture per organizzare un percorso di questo genere. Anche se, da parte del governo, penso che il problema si sia posto più sul versante educativo per i giovani.

Cosa intende dire?

Di fronte al precipizio culturale, è legittimo ed è apprezzabile l’intendimento dell’esecutivo. Anche se le forze armate non potrebbero svolgere un’azione sostitutiva delle agenzie educative, visto e considerato che i militari sono molto impegnati in altro. Servirebbe invece un servizio civile, magari con attività svolte e organizzate da ex militare, per instradare i giovani sulla via dei valori, del rigore e della disciplina. Ma non basterebbero certo 40 giorni.

Secondo lei di quanto tempo necessiterebbe questo percorso?

Ci vorrebbero dai tre ai sei mesi per incidere profondamente nelle coscienze. In questo modo si potrebbero educare i ragazzi allo spirito di sacrificio. Riconosco, insomma, l’esigenza di fare qualcosa per le nuove generazioni.

In che modo li impiegherebbe?

Ad esempio sarebbe interessante che i ragazzi prestassero servizio negli hub per l’accoglienza dei migranti. Un servizio dei giovani italiani in favore dei profughi. Sarebbe un grande insegnamento: servire gli altri e non se stessi.

Secondo lei una leva volontaria come immaginata dal governo non garantirebbe un ringiovanimento delle forze armate?

Il turnover è garantito e mi pare che le regole attuali abbiano dimostrato la loro efficacia. Non c’è nulla da toccare in questo senso. Più che altro i militari andrebbero impiegati per i compiti operativi anziché adoperati in maniera impropria.

A cosa si riferisce in particolare?

Quando i militari vengono impiegati per fare i piantoni davanti agli uffici, direi che il compito è improprio rispetto alla loro formazione e vocazione.


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La Difesa Ue scalda i motori, letteralmente. Il punto dell’ing. Scarpa (AvioAero)


Di fronte alle sfide e alle necessità del futuro, è indispensabile che i programmi per la Difesa, in particolare quelli internazionali, adottino una visione di lungo periodo, che identifichi i requisiti necessari alle piattaforme del domani per poter proc

Di fronte alle sfide e alle necessità del futuro, è indispensabile che i programmi per la Difesa, in particolare quelli internazionali, adottino una visione di lungo periodo, che identifichi i requisiti necessari alle piattaforme del domani per poter procedere allo sviluppo delle soluzioni tecnologiche adeguate. Nel campo aeronautico, le attività sempre più complesse che i mezzi saranno chiamati a svolgere richiederanno strumenti all’avanguardia per la gestione dell’energia, dalla propulsione al funzionamento di tutti i sistemi di bordo. L’Unione europea, attraverso il Fondo europeo della Difesa, sta procedendo in questo settore con diverse iniziative, da quello per l’elicottero di nuova generazione, l’Eu Next Generation Rotorcraft Technologies Project (Engrt), al progetto Novel energy and propulsion systems for air dominance (Neumann). Airpress ha parlato di queste iniziative con Pierfederico Scarpa, vice presidente Strategy, marketing e sales di Avio Aero, azienda che parteciperà alla definizione del sistema propulsivo dell’Engrt e che coordina il progetto Neumann. Stiamo assistendo ai festeggiamenti per il centenario dell’Aeronautica militare, dove si è vista la Forza aerea fortemente proiettata al futuro.

L’importanza del dominio aereo è riconosciuta anche a livello europeo. Tra i progetti finanziati dall’Ue tramite il Fondo europeo della Difesa, spicca quello per l’elicottero di nuova generazione, l’Eu Next Generation Rotorcraft Technologies Project. Di cosa si tratta?

Bisogna innanzitutto dire che questo programma non è ancora di produzione, e nemmeno di sviluppo. È un programma prodromico a queste fasi. Spesso ci si dimentica che certi ragionamenti hanno bisogno di tempi e di fasi iniziali indispensabili alla buona riuscita, poi, del progetto concreto. In questo caso, dunque, bisogna dare adito alla visione lungimirante della Commissione europea, e di quanto c’è dietro al Fondo europeo per la Difesa. Stiamo parlando, dunque, di definire i requisiti, operativi prima e tecnologici poi, che a loro volta influenzeranno lo sviluppo del progetto. L’obiettivo è andare ad analizzare quali sono i gap capacitivi rispetto ai futuri profili di missione, e da lì si comincia a impostare il lavoro affinché si arrivi poi alla definizione delle soluzioni necessarie per colmare questi “vuoti”.

Che ruolo giocherà Avio Aero nel progetto?

Com’è giusto che sia, capofila del progetto saranno gli airframer, coloro che definiranno e integreranno il sistema velivolo, Leonardo e Airbus Helicopters. Avio Aero, dunque, parteciperà alla definizione del sistema propulsivo, insieme agli altri motoristi europei come ITP, MTU Aero, Safran Helicopter Engines e Rolls-Royce Deutschland, tutte aziende con le quali già collaboriamo in altri programmi. In questa fase, dunque, ci supporteremo a vicenda per tradurre i requisiti operativi in tecnologie e caratteristiche di prodotto, cioè il motore, in linea con quanto emerso. Per noi è sicuramente una partecipazione importante e per nulla scontata. È indicativa di un percorso di crescita che ha fatto l’azienda e che ci consente oggi di poter dire la nostra in modo qualificato, grazie alle nostre competenze ingegneristiche e tecnologiche.

Tra l’altro l’azienda è presente anche in altri programmi all’avanguardia…

A livello europeo la versione militare del nostro motore turboelica Catalyst è stata selezionata nel marzo 2022 da Airbus Defense & Space per la motorizzazione dell’EuroDrone. Inoltre, siamo il partner europeo di riferimento per lo sviluppo del sistema propulsivo del caccia di sesta generazione che sarà realizzato all’interno del Global combat air programme (Gcap), dove siamo impegnati con Rolls-Royce e IHI Corporation. Una presenza frutto di una trasformazione che negli ultimi anni ci ha portato a diventare una delle principali aziende della propulsione europee. Sono tutti progetti all’avanguardia e sulla frontiera dell’evoluzione tecnologica nel campo della propulsione del futuro.

Per sviluppare sistemi aerei sempre più all’avanguardia, uno degli aspetti principali è rappresentato dalla propulsione. Come dovranno essere i motori del futuro?

Bisogna partire dalla premessa che l’obiettivo è quello di cercare di capire dove la tecnologia sarà tra qualche anno. Se vogliamo essere leader, e non follower, dovremo infatti contribuire a spostare la frontiera dell’innovazione, che abbiamo menzionato poco fa, sempre un po’ più in là. Si parla ormai di power and propulsion systems, concetto che prevede un maggior accoppiamento tra il motore aeronautico e la produzione di energia elettrica. Le varie piattaforme necessitano infatti di energia dal momento che i motori, oltre ad assolvere al compito di fornire la spinta necessaria al volo, dovranno sempre più produrre energia per i diversi sistemi installati sul velivolo. L’effetto collaterale è una maggiore produzione di calore, che dovrà essere smaltito attraverso dei sistemi di gestione termica (power and thermal management system), che sono in continuo sviluppo e miglioramento.

Sul tema della propulsione, Avio Aero coordina il progetto europeo Neumann. Come si articoleranno le fasi dell’iniziativa e quali sono gli obiettivi della società?

Per noi il progetto Novel energy and propulsion systems for air dominance (Neumann) è una vera punta d’orgoglio: coordiniamo un consorzio formato da 37 partner europei, composto da aziende, Pmi, università e centri di ricerca. Il budget stanziato dall’Unione Europea per il progetto è di circa 56 milioni di euro, che lo rende il più grande consorzio finanziato dal Fondo europeo della Difesa. L’obiettivo è quello di sviluppare tecnologie proprietarie europee per far fronte ai requisiti per i sistemi propulsivi di nuova generazione. Ricordiamoci che in Europa stiamo passando dalla quarta generazione (Eurofighter e Rafale) direttamente alla sesta, dal momento che l’F-35 non è stato sviluppato in Europa. Dai progetti degli anni Ottanta, quindi, il Vecchio continente si trova a fare un salto tecnologico importante. Non è una cosa banale, dato che le nuove piattaforme richiederanno sempre maggiore energia, anche perché si tratterà di “system of systems”. In questo senso, aver coinvolto nel progetto Neumann anche degli airframer ci permetterà di lavorare in maniera integrata, interfacciando i sistemi che dovranno operare insieme ai velivoli.

Sistemi e piattaforme del futuro dovranno tenere in conto sia le difficoltà legate a una supply chain resa più fragile da uno scenario globale più complesso, sia il necessario livello di sostenibilità dei sistemi stessi. Quali potrebbero essere possibili soluzioni?

Il discorso di filiera è sicuramente importante e delicato. Il conflitto in Ucraina è infatti intervenuto su un sistema già fragilizzato dalla pandemia da Covid. Questo, tuttavia, ha contribuito ad accendere i riflettori su due elementi strategici della supply chain: la dipendenza dall’estero e la resilienza della filiera. Il tema della dipendenza, naturalmente, implica che al momento molte delle cose che ci servono dobbiamo comprarle fuori dall’Europa. Quello della resilienza, invece, misura la capacità del sistema di assorbire gli impatti. I fatti hanno purtroppo evidenziato che eventi che si ritenevano impensabili sono invece possibili. Dobbiamo allora considerare che, se la forza di una catena è data dal suo anello più debole, la supply chain della Difesa ha moltissimi anelli, sui quali bisogna agire per renderli sempre più capaci di resistere alle crisi. Le grandi aziende devono assumere un ruolo di guida e fare da catalizzatrici per una maggiore integrazione della filiera, ai fini di potenziarla e renderla resiliente di fronte alle sfide del futuro.


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Vi spiego il successo di Israele nell’IA. Parla Antebi (Inss)


“Non c’è tempo da perdere” secondo Naftali Bennett. “Lo Stato di Israele deve darsi un obiettivo preciso: diventare una delle tre potenze leader nell’intelligenza artificiale entro il 2030”. L’ex primo ministro israeliano ha scritto su Twitter una lunga r

“Non c’è tempo da perdere” secondo Naftali Bennett. “Lo Stato di Israele deve darsi un obiettivo preciso: diventare una delle tre potenze leader nell’intelligenza artificiale entro il 2030”. L’ex primo ministro israeliano ha scritto su Twitter una lunga riflessione su questo tema, osservando che come “ogni esercito del mondo dovrebbe ora adottare tecnologie che potrebbero sostituire l’invio di soldati al fronte”.

L’intelligenza artificiale sta già cambiando il mondo della difesa. A spiegarlo a Formiche.net è Liran Antebi, ricercatrice dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv, in Israele, a capo del programma su tecnologie avanzate e sicurezza nazionale. L’esperta ha partecipato venerdì all’AeroSpace Power Conference, conferenza internazionale ed esposizione aerospaziale organizzata dall’Aeronautica militare, nell’anno del centenario della costituzione della forza armata.

“Tra le innovazioni più importanti dell’intelligenza artificiale nel mondo militare, vi è la logistica, con sviluppi molto simili a quelli che vediamo nel mondo civile”, dice facendo l’esempio delle automazioni nei depositi. “Inoltre, l’intelligenza artificiale può migliorare il lavoro dell’intelligence. Basti pensare che, durante la crisi del 2021, grazie all’intelligenza artificiale, l’aviazione israeliana ha ottenuto 200 obiettivi in soli 22 giorni. Prima sarebbe servito un anno per ottenere un numero così alto di obiettivi. Di questi 200, la metà sono stati colpiti”, aggiunge. Un esempio che dimostra, dice, che “intelligenza artificiale e aeronautica sono ottimi assieme, come la pasta con il cacio. Ma per avere una combinazione perfetta serve il pepe. E in questo caso è il talento”.

Un recente rapporto del Center for Security and Emerging Technology, think tank della Georgetown University di Washington DC, spiega che Israele “ha di gran lunga” l’ecosistema di intelligenza artificiale più grande del Medio Oriente in termini di aziende e investimenti finanziari. “Il successo di Israele nell’intelligenza artificiale è il frutto di una necessità geopolitica urgente e di un ecosistema che funziona, che connette l’esercito, le aziende, le start-up e il mondo accademico”, dice Antebi.

“Gli investitori stranieri svolgono un ruolo critico nella crescita del mercato dell’intelligenza artificiale in Israele”, si legge ancora nel documento che analizza la situazione anche con la lente americana della competizione con la Cina. Gli investimenti americani sono maggiori di quelli cinesi nel settore dell’intelligenza artificiale israeliana. Tuttavia, “dal punto di vista della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, gli investimenti da parte di concorrenti strategici come la Cina in un mercato con pesanti investimenti statunitensi potrebbero mettere a rischio alcune di queste tecnologie emergenti”. Ciò è dovuto al fatto che la strategia cinese sulla tecnologia rimane quella di “acquisire il capitale intellettuale attraverso partnership, trasferimenti di tecnologia e acquisizioni di aziende straniere”.

Commentando la decisione italiana che aveva portato al blocco di ChatGPT, Antebi dice: “Bloccare ChatGPT e simili rischia soltanto di lasciare indietro i Paesi che lo fanno. Collaborare con partner like-minded è cruciale per affrontare le sfide dell’intelligenza artificiale”.


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Elicotteri di quinta generazione? Le sfide dell’industira secondo Alegi


Problema: se l’utilità del mezzo aereo è proporzionale alla sua velocità, e se l’elicottero ha limiti intrinseci di velocità per motivi aerodinamici, come fare per aprire e sfruttare nuovi mercati per il volo verticale? Questa semplice domanda spiega il f

Problema: se l’utilità del mezzo aereo è proporzionale alla sua velocità, e se l’elicottero ha limiti intrinseci di velocità per motivi aerodinamici, come fare per aprire e sfruttare nuovi mercati per il volo verticale? Questa semplice domanda spiega il fervore che da qualche anno caratterizza il settore elicotteristico. Maggiore velocità significa competitività nel trasporto punto-punto, efficacia nel soccorso, minor rischio nei lunghi voli sull’acqua.

A rendere concreta la prospettiva di una nuova generazione di elicotteri veloci sono i programmi sperimentali portati avanti dai costruttori mondiali. In Europa, AgustaWestland (oggi Leonardo Helicopters) punta da tempo sul convertiplano, che decolla come un elicottero e poi ruota i rotori per correre come un aeroplano, mentre Eurocopter (oggi Airbus Helicopters) ha preferito il compound, un elicottero tradizionale con l’aggiunta di due eliche propulsive ai lati della fusoliera. I costruttori americani hanno sviluppato approcci diversi. Bell, il maggior esperto mondiale di convertiplani grazie al V-22 Osprey, continua su questa strada con il V-280 Valor, nel quale però non ruota l’intera gondola motore ma solo la parte anteriore. La tecnologia più innovativa sembra la X2 di Sikorsky (gruppo Lockheed Martin), caratterizzata da rotori controrotanti sovrapposti ed elica spingente in coda.

Se ciascuna di queste soluzioni ha pregi e difetti in termini di tecnologia e di costo, la velocità non è però l’unica sfida da affrontare. In campo militare, per esempio, ce n’è una seconda, meno visibile, ma non per questo meno importante: far sopravvivere gli elicotteri in un campo di battaglia sempre più denso di sensori e armi micidiali. Non è una sfida da poco. Se in Afghanistan e Iraq, con completo dominio dell’aria, è stato possibile operare con macchine di vecchia generazione come gli AB.212 (primo volo 1968) e HH-3F (1966), in Ucraina la musica è molto diversa. Secondo i dati aperti di Oryxspioenkop.com, sinora gli invasori avrebbero perso settanta elicotteri (dei quali 57 da attacco, compresi 33 moderni Ka-52 Hokum) e i difensori 25 (tre da attacco).

Come fare? Anche se per ora nessuno parla di elicottero di quinta generazione, l’US Army ha da tempo lanciato il programma-quadro Future vertical lift, per rinnovare completamente la propria linea di elicotteri. A parte gli aspetti per così dire meccanici – motori e trasmissioni, per intendersi – la risposta starebbe in una trasformazione simile a quella che ha portato a far nascere il caccia F-35: una combinazione di bassa visibilità, sensori, armamento e soprattutto integrazione di dati e connettività. Il primo punto è il più semplice: l’ottimizzazione della forma, con lo spostamento di tutti i carichi all’interno, è in fondo la stessa necessaria per ridurre la resistenza e aumentare la velocità; il resto lo faranno i materiali.

Allo stesso modo, sensori e armamento sono in larga parte esistenti o estrapolabili da essi. Restano i dati, dall’architettura di sistema alla loro gestione e trasmissione, necessariamente più avanzata del precedente standard Nato Link-16. Solo così, secondo gli Usa, il Future attack reconnaissance aircraft (Fara) potrà inserirsi nei contesti operativi più difficili. Un cambiamento di capacità e filosofie non diverso dal salto dai vecchi “zanzaroni” Bell 47 a pistoni con rotori in legno agli ubiqui Bell 205 a turboelica e pale metalliche, o da questi agli AW139 con avionica digitale e rotori in compositi.

Alla nuova filosofia risponde già il Fara, i cui prototipi dovrebbero volare all’inizio del 2024 (salvo ulteriori ritardi del motore GE T901). In Europa, la Nato ha lanciato nell’ottobre 2020 l’iniziativa Next-generation rotorcraft capability (Ngrc), per un elicottero medio multiruolo, con la partecipazione di Francia e Germania (cioè Airbus), Italia e Regno Unito (cioè Leonardo) e Grecia. In Italia, il futuro dell’elicottero (o l’elicottero del futuro) è stato oggetto di un contratto di studio assegnato dal ministero della Difesa a Leonardo e Lockheed Martin per valutare una possibile collaborazione in ambito Fvl e, in particolare, di un Future fast rotorcraft previsto dall’iniziativa Next generation fast helicopter inserita nel Documento programmatico pluriennale (Dpp) della Difesa 2021-2023 con una previsione di 129 milioni di euro nell’arco di dodici anni.

Il Dpp si sbilanciava fino a indicare quali soluzioni caratteristiche dell’Ffr “rotori a tecnologia coassiale, pusher propeller, eccetera”, cioè proprio quelle dell’X2. A questa apparente scelta di campo non è seguito alcun fatto concreto. Anche il recente incontro di Lockheed Martin con la stampa di settore si è limitato a generici riconoscimenti delle capacità di Leonardo e altrettanto vaghi auspici di collaborazione. Non è bastato a dissipare le voci di tensioni tra Difesa, che punta molto sull’innovazione, e industria, più attenta alla difesa delle proprie tecnologie e mercati domestici. Ed è un peccato, perché si rischia di perdere in un colpo solo due treni: quello dell’innovazione e quello dell’attenzione ai temi della Difesa italiana ed europea.

(Articolo pubblicato sul numero 143 della rivista Airpress)


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Lezioni dal caccia del futuro. La linea di Mariani per accelerare sulla Difesa


La sovranità non sia un ostacolo allo sviluppo dei programmi congiunti, che possono basarsi anche sulla leadership di due o tre Paesi. A dirlo è Lorenzo Mariani, amministratore delegato di Mbda Italia e direttore esecutivo Sales and business development d

La sovranità non sia un ostacolo allo sviluppo dei programmi congiunti, che possono basarsi anche sulla leadership di due o tre Paesi. A dirlo è Lorenzo Mariani, amministratore delegato di Mbda Italia e direttore esecutivo Sales and business development del consorzio internazionale, da poco confermato al ruolo di condirettore generale di Leonardo (a partire dal 1° giugno) dove assumerà la guida della nuova direzione generale Business and operations. “Una sola nazione non può riuscire a sviluppare nei tempi necessari” i sistemi complessi richiesti dalla realtà geopolitica, ha osservato Mariani, che ha aggiunto come “a livello europeo è difficile pensare che programmi-chiave, come quelli della Difesa, possano essere condotti senza una leadership forte di due-tre nazioni”.

Il caso Gcap

Le affermazioni del nuovo condirettore generale del gruppo di piazza Monte Grappa assumono un’importanza particolare se lette alla luce del programma del caccia di sesta generazione che l’Italia sta portando avanti insieme a Giappone e Regno Unito. Il Global combat air programme, infatti, si configura esattamente come un programma all’avanguardia in cui tre nazioni si assumono la leadership e la responsabilità di realizzare una piattaforma all’avanguardia per la loro difesa, e potenzialmente per quella dei futuri Paesi che decidessero di acquistare il sistema.

Superare i limiti europei

Per Mariani, dunque, l’approccio che sembra essere stato adottato nel campo della Difesa, soprattutto quella comune europea, può rappresentare “un limite”. Anche dal momento in cui i Paesi del Vecchio continente si trovano nella necessità di “lavorare con urgenza per superare i limiti” propri nello sviluppo tecnologico, dal momento che la severità della minaccia globale non permette ritardi. Il rischio, sottolinea ancora il managing director di Mbda Italia, è che l’urgenza di tutelare la propria sovranità rischi di essere la ragione per cui non vengono istituiti programmi di collaborazione. E in questo quadro “l’industria, soprattutto le grandi aziende, possono dare soluzioni compatibili con la politica, oppure possono creare ostacoli – ha detto Mariani – e io ovviamente sono a favore della prima opzione”. Chiusure e gelosie che non devono caratterizzare nemmeno il rapporto con gli Stati Uniti. “Penso sia possibile fare di più anche a livello di cooperazione transatlantica, purché adottiamo l’approccio giusto, prendendo in considerazione lo sviluppo di partenariati”, ha concluso Mariani.


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Renewable energy communities workshop


One of the key pillars of the energy policy of the European Commission is to put citizens at the centre of energy transition. Citizens should become an active part of the decarbonisation process by adopting, e.g., self-consumption or selling renewable ele

One of the key pillars of the energy policy of the European Commission is to put citizens at the centre of energy transition. Citizens should become an active part of the decarbonisation process by adopting, e.g., self-consumption or selling renewable electricity and flexibility services to the market.

Renewable Energy Communities (RECs) are one of the models envisaged by the EU legislation to promote such active role of citizens and achieve ambitious decarbonisation targets. The project aims at investigating the legislative framework of different EU Member States ( Portugal, Germany, Italy, Bulgaria and Denmark) to achieve an understanding of the state of the art of national legislation in promoting RECs.

The event consists in a workshop aimed at presenting to participants the goals and the methodological approach of the research and the structure of the final publication presenting the results of the study. To this aim, following the introduction of Francesco Cappelletti (European Liberal ForumProject Officer) and Renata Gravina (Luigi Einaudi Foundation European projects coordinator) Simona Benedettini (Luigi Einaudi Foundation RECs project leader) will provide

  • aims of the research
  • relevance of the research for Europe and the EU debate on climate and energy policies;
  • methodological framework of the research (areas of investigation, specific issues to be addressed for each area);
  • contents and structure of the final publication
  • next steps of the project;


Programme

Wednesday 15 May 2023


10:00 – 19:00 Participants arrival to the HF Fénix Lisboa Praça Marquês de Pombal, 8 1269-133 Lisboa

19:15 Meeting at the lobby for welcome and introduction

  • Speaker: Renata Gravina, Fondazione Luigi Einaudi

19:30 Dinner Restaurante Laurentina Avenida Conde Valbom, 71A 1050-067 Lisboa

Thursday 16 May


Venue HF Fénix Lisboa Praça Marquês de Pombal, 8 1269-133 Lisboa

09:30 Introductory Remarks

  • Speaker: Renata Gravina, Fondazione Luigi Einaudi
  • Speaker: Francesco Cappelletti, European Liberal Forum Project Officer

09:45 CITIZENS AND ENERGY TRANSITION: THE ROLE OF RENEWABLE ENERGY COMMUNITIES purpose, objective, and scope

  • Speaker: Simona Benedettini, Luigi Einaudi Foundation RECs project leader

11:00 Coffee Break

11:15 Dialogue with the participants of the workshop and follow-up in view of the publication of the volume on Renewable Energy Communities

  • Speaker: Simona Benedettini, Luigi Einaudi Foundation, Italy
  • Speaker: Ricardo Silvestre, Social Liberal Movement, Portugal
  • Speaker: Someone from Green Power Denmark TBC (ONLINE)
  • Speaker: Gero Scheck, Friedrich Naumann Foundation, Germany
  • Speaker: Slavtcho Ivanov, Liberal International, Bulgaria

12:30 Highlights of the event goals and conclusive remarks

  • Speaker: Renata Gravina, Fondazione Luigi Einaudi

12:40 End of event & lunch with participants TBC

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Università, Economia, Politica, Istituzioni e Giornalismo nell’opera di Luigi Einaudi: L’economia


15 maggio 2023 Il seminario affronterà il pensiero economico di Luigi Einaudi, anche nella sua esperienza di Governatore della Banca di Italia, e verificherà l’eventuale attualità delle sue proposte. Relatori Emanuele Alagna, Direttore Banca D’Italia sede

15 maggio 2023

Il seminario affronterà il pensiero economico di Luigi Einaudi, anche nella sua esperienza di Governatore della Banca di Italia, e verificherà l’eventuale attualità delle sue proposte.

Relatori
Emanuele Alagna, Direttore Banca D’Italia sede di Palermo
Pietro Busetta, Ordinario di statistica economica
Andrea Mario Lavezzi, Ordinario di Economia Politica

Progetto Università, Economia, Politica, Istituzioni e Giornalismo nell’opera di Luigi Einaudi

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Ustica, l’indagine segua la verità processuale. L’opinione di Tricarico


Di recente, l’Associazione per la verità sul disastro aereo di Ustica (Avdau), di cui mi onoro di far parte, è stata ammessa a integrare lo specifico comitato avente lo scopo di reperire e rendere pubblica ogni utile documentazione attinente alle stragi d

Di recente, l’Associazione per la verità sul disastro aereo di Ustica (Avdau), di cui mi onoro di far parte, è stata ammessa a integrare lo specifico comitato avente lo scopo di reperire e rendere pubblica ogni utile documentazione attinente alle stragi del secondo dopoguerra italiano costituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri.

Il fatto ha provocato la reazione scomposta soprattutto di Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime di Ustica, la quale, sul Manifesto e attraverso altri media ha divulgato una serie di elementi che non corrispondono a mio parere alla realtà.

Controbattere a questi, pur essendo cosa agevole sotto il profilo della verità dei fatti, risulta piuttosto oneroso e fa correre il concreto rischio di prendere il lettore per stanchezza.
Pertanto, converrà mirare al bersaglio più grosso, quello con cui si afferma di noi che siamo una “associazione che vive soltanto per sostenere la tesi depistante della bomba araba come causa della caduta del DC9 Itavia”.

Chi lo afferma non ricorda forse che non siamo noi a sostenere la tesi della bomba bensì che questa è la verità emersa nel processo penale che, bollando come fantascientifica la battaglia aerea e il missile, assevera in maniera incontrovertibile le numerose evidenze e prove di una bomba esplosa nella toilette posteriore del velivolo quale causa della tragedia. Una verità sbocciata limpida e inattaccabile in tre i gradi di giudizio, dopo 272 udienze, l’escussione di circa quattromila testi, il parere concorde dei massimi esperti al mondo componenti il collegio peritale Misiti.

Inoltre viene sbandierata come sentenza del giudice istruttore Priore quella che altro non è che (secondo la terminologia del vecchio rito) un mero rinvio a giudizio con il quale le tesi di Priore sono state impietosamente smontate, una ad una, nel successivo dibattito in aula.

La presidente Bonfietti sa anche che nel processo civile, quello cui lei fa sempre riferimento, quello che ha condannato il cittadino italiano a rifondere gli aventi titolo con centinaia di milioni di euro per un fatto mai avvenuto, le sentenze pronunciate trovano fondamento nel fasullo impianto accusatorio di Priore bollato dai giudici penali come “fantasioso”, “la trama di un libro di spionaggio ma non un argomento degno di una pronuncia giudiziale” “ fantapolitica o romanzo che potrebbero anche risultare interessanti se non vi fossero coinvolte ottantuno vittime innocenti”.

Possono essere questi “apprezzamenti” per le tesi di Priore, quantomeno umilianti per un magistrato che ha condotto le indagini, le giuste fondamenta per le sentenze civili, anche avuto riguardo ai diversi criteri di valutazione che sovraintendono al rito civile?

Evidentemente è stato malinteso il nostro impegno che, fondato sulla certezza ormai inoppugnabile della bomba come causa della tragedia, ne vuole cogliere le prospettive per fini di giustizia. Siamo determinati in altre parole a stimolare con ogni possibile mezzo la magistratura a indagare su chi possa aver messo quella bomba a bordo del DC9, a indagare in direzioni mai esplorate in virtù della tesi falsa del missile assassino con cui è stato operato un colossale imbroglio ai danni del cittadino e delle istituzioni. E dell’erario pubblico.

Da ultimo, sperando che sia colta la genuinità dell’auspicio più che la durezza per qualcuno dei contenuti, tutti noi siamo fermamente convinti che liberare l’orizzonte dalla nebbia delle mistificazioni, puntellare in partenza lo scenario della dinamica della tragedia e cogliere le residue ipotizzabili opportunità di consegnare alla giustizia gli autori dell’attentato sia l’unica maniera per onorare e rendere giustizia alla memoria delle 81 vittime.

Non esistono alternative, soprattutto quelle fondate su ipotesi “fantasiose” – per dirla con l’unica sentenza penale pronunciata – e che negli anni hanno impedito alla giustizia di compiere il suo corso.


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Cosa manca per la forza Ue di intervento rapido? L’analisi di Samorè (Ecfr)


All’indomani della pubblicazione della Bussola Strategica, nel marzo 2022, la comunità europea degli esperti di sicurezza e difesa ha sicuramente guardato con curiosità e speranza alla previsione di creazione della EU Rapid Deployment Capacity (EU RDC). Q

All’indomani della pubblicazione della Bussola Strategica, nel marzo 2022, la comunità europea degli esperti di sicurezza e difesa ha sicuramente guardato con curiosità e speranza alla previsione di creazione della EU Rapid Deployment Capacity (EU RDC). Questo strumento, infatti, potrebbe davvero portare l’Unione europea ad affermarsi in maniera molto più credibile come attore geopolitico in grado di garantire la stabilità del suo quadrante geografico. La proposta iniziale era pervenuta a Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, nel maggio 2021 in un meeting con i ministri della Difesa dei Paesi membri. In quell’occasione, quattordici di essi avevano chiesto che lavorasse alla creazione di una forza di reazione rapida per rispondere alle crisi anche al di fuori dei confini dell’Unione europea. Tra questi troviamo Italia, Francia e Germania. La richiesta è stata accolta e inserita appunto nella Bussola Strategica, fissando al 2025 la scadenza ultima per la sua realizzazione.

Nella Strategic Compass del 2022, l’EU RDC viene descritto come una forza modulare di almeno 5.000 unità, da concepirsi come una versione migliorata degli EU Battlegroups, in funzione dal 2007 ma mai adoperati a livello operativo. La caratteristica di questo nuovo strumento è innanzitutto la combinazione di diverse componenti (terrestre, aerea e marittima), con la finalità di agire in maniera rapida di fronte alle crisi in diversi scenari operativi. Il dibattito che ha animato la comunità dei ricercatori e degli esperti sembrava essersi arenato, fino a che a marzo il comitato Affari esteri del Parlamento europeo ha adottato un documento che è stato infine discusso in seduta plenaria, portando alla pubblicazione di un report intitolato “EU Rapid Deployment Capacity, EU Battlegroups and Article 44 TEU: the way forward” il 19 aprile 2023.

Il Parlamento europeo innanzitutto riconosce l’importanza strategica della creazione dell’EU RDC nel più breve tempo possibile, considerandolo forse uno dei risultati attesi più significativi della Bussola Strategica. Nelle premesse del documento vengono citate moltissime considerazioni in merito alla sua necessità per rafforzare le capacità dell’Unione nello svolgimento delle missioni di CSDP (Common Security and Defence Policy), come il rischio che un ritiro prematuro possa in realtà lasciare la nazione ospitante ancora in condizioni di debolezza tali da non poter provvedere da sola alla sicurezza della propria popolazione. Ma ovviamente gli elementi più interessanti riguardano le lezioni apprese dall’esperienza dei Battlegroup.

Benché si affermi che la loro esistenza sia stata funzionale ad un miglioramento delle capacità di cooperazione in materia di sicurezza e difesa, il fatto che non siano mai stati attivati ne dimostra le fragilità intrinseche. In particolare, uno dei maggiori ostacoli al loro utilizzo riguarda le modalità di finanziamento che seguono il principio “costs lie where they fall”: essendo unità militari fornite a rotazione dagli stati membri, il costo del loro impiego sarebbe ricaduto interamente su coloro che al momento stavano fornendo personale e risorse. Questo, unito al fatto che l’iter decisionale per il loro impiego prevede l’unanimità, hanno sempre disincentivato gli stati coinvolti ad approvare la loro attivazione. Per questo motivo, il Parlamento europeo auspica e propone di prevedere diverse modalità di finanziamento per l’RDC, utilizzando il budget dell’Unione per i costi di tipo amministrativo e per tutto il resto, compresi gli aspetti che riguardano più nello specifico la componente militare, uno Strumento Europeo per la Pace (EPF) potenziato, ma pur sempre fuori bilancio, così da non infrangere le disposizioni dell’articolo 42 del Trattato di Lisbona.

Il report arriva a definire diversi aspetti della configurazione di questa nuova capacità di reazione rapida, tra cui l’assegnazione dell’MPCC (Military Planning and Conduct Capability) come operational headquarter, ma forse uno degli aspetti su cui insiste maggiormente, insieme a quelli legati al finanziamento, riguarda la necessità impellente di migliorare le capacità degli Stati membri in merito agli enablers strategici. Le finalità operative di questo strumento sarebbero infatti impossibili da raggiungere se permane l’attuale situazione di dipendenza da parta europea degli asset strategici statunitensi, che in ambito Nato possono non costituire un problema, ma lo diventano in prospettiva del raggiungimento di una maggiore autonomia strategica. L’Europa ha capito che deve migliorare le sue capacità come security provider nel suo scenario di riferimento, il vicinato meridionale e quello orientale in primis, ma questa consapevolezza arriva anche con la responsabilità di intraprendere una strada verso un miglioramento concreto delle proprie capacità.

Nell’attesa di vedere quali saranno i prossimi passi, verosimilmente nelle mani del Consiglio e della Commissione, in autunno 2023 è prevista la prima esercitazione nel Sud della Spagna, almeno stando alle previsioni della Bussola Strategica. Se questa è la via, l’impegno degli Stati membri, inclusa l’Italia, sarà determinante affinché quello che sembra essere il più promettente strumento di politica di sicurezza e difesa in mano all’Europa si trasformi in realtà quanto prima.


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Missili a lungo raggio per Kiev. La decisione di Londra (e il vertice di Roma)


La Gran Bretagna sarà il primo Paese a fornire all’Ucraina missili a lungo raggio Storm Shadow, in grado di colpire le truppe e i depositi di rifornimenti russi in profondità, potenzialmente anche dietro le linee del fronte. Nonostante l’Ucraina abbia chi

La Gran Bretagna sarà il primo Paese a fornire all’Ucraina missili a lungo raggio Storm Shadow, in grado di colpire le truppe e i depositi di rifornimenti russi in profondità, potenzialmente anche dietro le linee del fronte. Nonostante l’Ucraina abbia chiesto per mesi questo tipo di munizioni, gli alleati avevano limitato il proprio supporto in questo settore a sistemi a più corto raggio. Il timore, condiviso da Londra, Washington e le altre capitali della coalizione pro-Kiev, era che la Russia potesse usare un attacco sul proprio territorio da parte ucraina come giustificazione per una ulteriore escalation. Invece, di fronte alla massiccia campagna di bombardamenti indiscriminati da parte di Mosca, le reticenze britanniche sono venute meno.

Verso la controffensiva

Per il ministro della Difesa Ben Wallace: “La Russia deve riconoscere che solo le sue azioni hanno portato alla fornitura di questi sistemi”. Secondo il ministro, Downing Street avrebbe ricevuto assicurazioni e garanzie da parte di Kiev affinché l’Ucraina si limiti ad utilizzare i missili per colpire le forze russe all’interno del proprio territorio. La fornitura di questi sistemi d’arma, inoltre, si inserisce nella pianificata controffensiva che l’Ucraina dovrebbe lanciare a breve, dopo sei mesi passati sulla difensiva e aver bloccato l’attacco invernale russo.

Gli Storm Shadows

Gli Storm Shadows, realizzati da Mbda, il consorzio missilistico europeo composto da BAE Systems, Airbus e Leonardo, sono missili da crociera aria-superficie utilizzati da diversi Paesi europei, tra cui Regno Unito, Francia e Italia, progettati per attacchi contro obiettivi di alto valore, come bunker blindati, e hanno una gittata di oltre 250 chilometri. Si tratta di missili a guida Gps, che volano vicino al suolo per evitare il rilevamento da parte delle difese aeree prima di effettuare una brusca ascesa in prossimità del bersaglio e tuffarsi su di esso per sganciare una testata di 450 chili.

Mosca indietreggia

La decisione britannica di fornire gli Storm Shadows mette a portata di tiro i depositi di munizioni russi, dopo che l’anno scorso le truppe di Mosca si sono adattate all’introduzione del sistema missilistici Himars forniti dagli Stati Uniti, spostando gli arsenali al fuori dal raggio d’azione di queste piattaforme. Inoltre, gli Storm Shadows potrebbero essere utilizzati anche per colpire le navi russe nel porto di Sebastopoli, in Crimea, impiegati dal Cremlino come basi missilistiche dalle quali lanciare i bombardamenti del territorio ucraino.

Il supporto di Londra

Al contrario del nostro Paese, la Gran Bretagna non ha mai fatto mistero dei mezzi e delle piattaforme inviate a sostegno di Kiev. Londra è il secondo fornitore di aiuti militari all’Ucraina con una spesa che lo scorso anno ha raggiunto i 2,3 miliardi di sterline (poco meno di tre miliardi di euro). Prima dell’invasione, il Regno Unito ha inviato batterie a spalla aeree e anticarro, e a febbraio ha annunciato che sarebbe stato il primo Paese ad iniziare l’addestramento dei piloti ucraini sui jet da combattimento della Nato. Londra ha anche inviato quattordici dei suoi carri armati all’Ucraina, un impegno poi seguito da altre nazioni come Stati Uniti e Germania.

L’incontro Meloni- Zelensky

Il tema delle forniture sarà sicuramente anche sul tavolo dell’incontro tra il leader ucraino Volodymyr Zelensky e il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in occasione della sua visita a Roma, la prima in Italia dall’inizio dell’invasione russa. Sul tema è intervenuto di recente anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che si è rivolto all’opinione pubblica sostenendo la necessità di aiutare l’Ucraina contro l’invasore anche con l’invio di armi. Roma invierà a Kiev il suo sistema di difesa aerea Samp-T, e al momento le Forze armate italiane stanno addestrando un gruppo di militari ucraini al loro impiego. L’invio degli Storm Shadow decisi da Londra (che vedono comunque una partecipazione italiana via Mbda) potrebbe essere raccolto da Zelensky per invitare il Paese a continuare sulla via del sostegno e degli invii di sistemi d’arma.

Foto: MBDA


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Toglie dai libri di scuola le immagini di Khomeyni, Parmis Hamnava uccisa a bastonate


Parmis Hamnava aveva appena 14 anni e frequentava una scuola di istruzione secondaria di Iranshahr, nel cuore della terra dei beluci, nella provincia iraniana del Sīstān-Balūcistān. Le forze di sicurezza volontarie dei paramilitari basij, affiliate ai

Parmis Hamnava aveva appena 14 anni e frequentava una scuola di istruzione secondaria di Iranshahr, nel cuore della terra dei beluci, nella provincia iraniana del Sīstān-Balūcistān. Le forze di sicurezza volontarie dei paramilitari basij, affiliate ai pasdaran, l’hanno uccisa a bastonate per aver rimosso dai suoi libri di scuola le immagini del fondatore della Repubblica islamica Ruḥollāh Khomeynī.

La scuola superiore frequentata da Parmis era intitolata a Parvin Etesami (1907-41), famosa poetessa persiana che nel 1935 aveva accolto con favore la messa al bando del velo, con l’inizio della dinastia di Reza Shah Pahlavi. Nei suoi versi Etesami definiva ipocriti coloro usavano la religione come strumento politico. Da allora la poetessa diventò uno dei più forti riferimenti alla lotta contro l’apartheid di genere.

Gli attivisti per la difesa dei diritti dei beluci “Baloch Activists’ Campaign”, nel loro report riportano il fatto che l’adolescente ha sofferto di una emorragia nasale mentre era a scuola, dopo essere stata duramente picchiata, in classe, davanti alle sue compagne, dalle forze di sicurezza dopo una loro ispezione in atto nella scuola. Il 25 ottobre 2022, gli agenti avevano notato che nei suoi libri mancavano le immagini del fondatore della Repubblica islamica, il carismatico leader religioso che nel 1979 impose la legge islamica nel paese. Parmis quel giorno fu portata d’urgenza in ospedale, ma poche ore dopo è spirata.

L’intelligence iraniana ha minacciato la sua famiglia e i suoi amici, intimandoli di non rivelare ai media la causa della morte della ragazza altrimenti non sarebbe stato restituito loro il suo corpo.

Nonostante le restrizioni su Internet progettate per impedire che i giovani si dessero appuntamento e per impedire la diffusione delle coraggiose immagini delle proteste, i manifestanti sono riusciti ad aggirare la censura in Rete, collegandosi a provider VPN per trasmettere i loro messaggi e condividere filmati con il mondo esterno. Ciò ha portato all’inasprimento della repressione da parte del regime. I servizi di sicurezza controllano soprattutto le scuole e il percorso degli studenti quando entrano ed escono dal loro istituto. Non hanno scampo, l’occhio delle telecamere posizionate anche nelle aule, oltre che ad ogni angolo delle strade, li osserva e li registra.

Parmis Hamnava non è, purtroppo, l’unica vittima della brutale repressione contro il giovani che chiedono libertà in Iran.

La lista delle ragazze e dei ragazzi che stanno perdendo la vita in Iran a causa delle violenze da parte delle forze dell’ordine governative continua ad allungarsi, a oltre otto mesi dall’inizio delle proteste per l’assassinio della giovane cruda di Saqqez, Mahsa Amini, uccisa dalla cosiddetta “polizia morale” per non aver indossato correttamente il velo.

Dopo appena due settimane dallo scoppio delle rivolte per la liberazione dell’Iran dalla Repubblica islamica, dal 16 settembre 2022, nella provincia iraniana del Sīstān-Balūcistān vi fu un “venerdì di sangue” che si consumò nella città di Zahedan, capoluogo di quella provincia. Furono massacrati almeno 90 civili per mano delle forze paramilitari basij del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC) dell’Iran.

La provincia del Sīstān-Balūcistān è la sede della comunità etnica beluci che professa l’Islam sunnita e per questo è vessata dal regime sciita del governo centrale iraniano.

Sull’onda delle rivolte divampate in tutto l’Iran dopo l’uccisione di Mahsa Amini, il 30 settembre 2022 le forze paramilitari del regime teocratico aprirono il fuoco contro fedeli e manifestanti beluchi nella moschea Ahl-e-Sunna a Zahedan, trucidando 96 persone e ferendone 350.

Secondo quanto è stato pubblicato il 23 ottobre in un rapporto di una organizzazione locale di attivisti beluchi, le proteste si estesero in tutta la provincia e numerosi altri manifestanti furono uccisi a colpi di fucile dalle forze basij.

Si trattò di uno dei più cruenti massacri compiuti dalle forze di sicurezza iraniane dal 16 settembre.

Prima del massacro di Zahedan, una ragazza di 15 anni della comunità sunnita di beluchi, nella città di Chabahar, era stata stuprata da un comandante della polizia locale. Dopo le preghiere del venerdì nella moschea Makki di Zahedan, gli abitanti in preda alla rabbia marciarono verso la vicina stazione di polizia e furono presi di mira dai cecchini delle basij appostati sui tetti delle abitazioni circostanti.

Le autorità iraniane affermano che i manifestanti erano armati, ma ciò è stato smentito dalla popolazione locale e da organizzazioni per i diritti umani che sostengono che le autorità di polizia fecero uso di droni per prendere di mira i rivoltosi, mentre elicotteri e cecchini sparavano all’impazzata sulla folla.

In quelle ore, mentre si compiva l’eccidio, il regime operò un lungo blackout di Internet. L’intera regione rimase disconnessa dal resto del paese e dal mondo per giorni.

Ma i coraggiosi attivisti del Balūcistān affermano di essere riusciti a raccogliere dati, a verificare l’affidabilità dei testimoni e delle loro testimonianze. Nei rapporti dell’Iran Human Rights (IHR), con sede a Oslo, si documenta che tra le vittime vi furono donne, anziani, disabili e bambini di appena due anni, freddati da colpi di fucile davanti alle loro case: erano stati semplici spettatori delle proteste.

Amnesty International ha documentato l’uccisione di 82 persone, tra cui 10 bambini colpiti da proiettili sparati alla testa, al torace o ad altri organi vitali.

Un medico di Zahedan dimostrò la falsità della versione del governo secondo la quale le vittime erano armate, ma la maggior parte dei feriti che ha curato e delle persone uccise mostravano con chiarezza di essere stati colpiti alle spalle mentre scappavano.

Quando il massacro è venuto alla luce, sono scattati online appelli per la donazione di sangue poiché gli ospedali di Zahedan erano stracolmi di persone ferite.

“Da Zahedan a Tehran, sacrificheremo le nostre anime per l’Iran”, cantano ancora oggi rivoltosi in tutte le città del Sīstān-Balūcistān.

I media statali iraniani diffondono la più spudorata delle propagande definendo terroristi i manifestanti anti regime e le vittime.

Le testate governative attribuirono la responsabilità dei disordini a Jaish ul-Adl (l’Esercito della giustizia), un gruppo militante islamista salafita che si batte per i diritti delle minoranze religiose ed etniche e che in passato aveva rivendicato molti attacchi alle forze di sicurezza.

Ma questa volta Jaish ul-Adl ha negato qualsiasi coinvolgimento nelle manifestazioni precisando in un suo comunicato che la loro organizzazione era rimasta inattiva durante le proteste per Mahsa Amini per non fornire al regime un pretesto per collegare i manifestanti ai gruppi di opposizione organizzati.

All’indomani del massacro, nonostante le interruzioni di Internet, molti membri della comunità beluchi, grazie ai provider VPN, sono riusciti ad aggirare la censura e a sfidare la propaganda statale che aveva definito i manifestanti come “separatisti”. Hanno condiviso post sull’agonia della loro comunità etnica vessata da decenni di discriminazione ed emarginazione, “sistematicamente” imposta dalla Repubblica islamica.

Quest’area dell’Iran è stata storicamente un facile bersaglio per il regime teocratico quando si trattava di schiacciare il dissenso col pretesto del “separatismo” e del “terrorismo”.

Il regime iraniano è arrivato addirittura a negare i certificati di nascita ufficiali a migliaia di membri della comunità beluchi, lasciandoli privati di una serie di servizi, come l’istruzione e la mobilità nella scala sociale.

Il gruppo per i diritti umani Haalvsh, nel rendicontare sul massacro di Zahedan, ha riferito che un certo numero di vittime deve ancora essere identificato poiché l’identità di queste ultime non è mai stata registrata all’anagrafe.

La popolazione delle città del Sīstān-Balūcistān e del Kurdistan iraniano, nonostante venga incessantemente oppressa e presa di mira a colpi di fucile e di granate dalle forze paramilitari, addirittura dentro le case, esce fuori a ballare. Uomini e donne ballano insieme attorno a un fuoco, ancestrale retaggio della vittoria degli oppressi sugli oppressori.

La giovane quattordicenne Parmis Hamnava, bastonata fino alla morte, era della comunità beluci. La sua famiglia come tutte le altre della comunità erano costrette a celare la propria identità non sciita. La ribellione dei giovani, donne e uomini, che è divampata dal 16 settembre 2023, ha un significato molto profondo e dirompente: i giovani sia del centro che della periferia del paese usano un linguaggio molto inclusivo rispetto ai diritti di tutte le minoranze e si registra una inedita sintonia tra centro e periferia.

La pacifica ribellione dei giovani in Iran contro il regime islamico ha già determinato una profonda rivoluzione culturale che punta a rovesciare l’intero assetto politico-istituzionale della Repubblica islamica nata nel 1979.

Per questo diciamo che una rivoluzione culturale sembra già compiuta, dopo un lungo processo durato 44 anni al culmine del quale la società, dopo l’uccisione della ventiduenne curda Mahsa Amini, appare trasformata.

Per la prima volta, dal 16 settembre 2022, la popolazione di Tehran, cuore culturale e politico del paese, è scesa in strada per ribellarsi contro l’uccisione di una ragazza curda, non persiana e non sciita, cioè di una persona che apparteneva alla periferia, al Kurdistan. E, per la prima volta, la popolazione sia del centro che della periferia, e di ogni angolo del paese, è scesa per le strade per protestare contro la morte di una donna, per giunta curda.

Questo rappresenta il primo passo di una profonda rivoluzione culturale che nell’arco di circa 250 giorni ne ha fatti compiere molti altri con l’abbattimento di fatto dell’apartheid di genere e della distanza tra centro e periferia e questa rivoluzione gandhiana ancora in corso sta provocando un vero e proprio risorgimento iraniano anche riguardo alla questione delle minoranze etniche e religiose non più viste come elemento di divisione e di conflitto, ma come componenti titolari di uguali diritti all’interno dello stato.

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Favori a sfavore


Ci sono problemi che nascono dai successi. L’Unione europea non è affatto solo un mercato comune, ma uno spazio libero di circolazione e di condivisione, con regole che coinvolgono molti aspetti della vita collettiva e privata. È normale abbia un dibattit

Ci sono problemi che nascono dai successi. L’Unione europea non è affatto solo un mercato comune, ma uno spazio libero di circolazione e di condivisione, con regole che coinvolgono molti aspetti della vita collettiva e privata. È normale abbia un dibattito politico altrettanto libero. Questo, però, non deve coinvolgere il rapporto fra Stati. Ci sta che forze politiche di Paesi diversi si esprimano su politici e faccende altrui.
Va benissimo. Purché non siano denominati come fossero l’intero loro Paese. L’opposizione che critica il governo italiano non è “contro l’Italia”, se critico il governo francese non sono “contro la Francia”. Il guaio di certe recenti uscite francesi è che sono errori gravi. Si potrebbe
osservare che il governo Meloni, sull’immigrazione, non sta facendo quanto “promesso” e stanzia soldi (giustamente) per i centri di accoglienza. I francesi che la attaccano per l’opposto, in fondo, le fanno un piacere. Lo facciano anche a sé stessi: pensino, prima di aprire bocca.

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La Difesa del futuro, tecnologica e integrata. La lezione di Heidi Shyu


Ci stiamo affacciando in una nuova era strategica, una decade decisiva nel corso della quale dobbiamo assicurarci di investire i giusti fondi nello sviluppo tecnologico in una visione di lungo periodo. A dirlo è Heidi Shyu, sottosegretario della Difesa am

Ci stiamo affacciando in una nuova era strategica, una decade decisiva nel corso della quale dobbiamo assicurarci di investire i giusti fondi nello sviluppo tecnologico in una visione di lungo periodo. A dirlo è Heidi Shyu, sottosegretario della Difesa americano per la Ricerca e l’ingegneria nell’amministrazione Biden, in visita a Roma. Il vantaggio competitivo nella tecnologia, da ricercare impiegando al massimo la cooperazione internazionale tra partner, creerà le condizioni e le soluzioni che permetteranno di affrontare le sfide del prossimo futuro. Un obbiettivo per cui sarà necessario mettere insieme le risorse necessarie “a spingere sempre più avanti i confini infiniti dell’esplorazione scientifica”.

Il legame tra Difesa e tecnologia

Come sottolineato da Shyu, gli Stati Uniti hanno affrontato il tema del legame tra Difesa, scienza e tecnologia nell’ultima Strategia di sicurezza nazionale rilasciata da Washington. “Il mio ruolo – ha spiegato il sottosegretario Usa – è quello di assicurare alle forze armate le tecnologie necessarie ad operare, è questo include l’allocazione di investimenti in diverse aree tecnologie essenziali”. Tra le priorità del Pentagono, e in generale del governo degli Stati Uniti, c’è il mantenimento di “un’aerospazio libero e aperto”, un tema al centro anche delle discussioni con la Difesa e le altre istituzioni italiane.

La rivoluzione spaziale

La nuova frontiera è naturalmente quella delle orbite, che sempre di più sono destinate a garantire nuove capacità che permetteranno alle Forze armate di operare e agire con efficacia in tutti gli altri scenari operativi. Un dominio, quello extra-atmosferico, che sicuramente beneficerà delle innovazioni tecnologiche all’avanguardia che si stanno sviluppando nel settore privato. “Dobbiamo sfruttare il settore in forte crescita dei lanciatori spaziali commerciali, che sta rivoluzionando l’accesso alle orbite” ha detto ancora Shyu, sottolineando che “i lanci economici stanno diventando una realtà”. Lo spazio commerciale, inoltre, grazie alla diversità e alla competitività dei propri attori, “sta fornendo una spinta formidabile all’innovazione tecnologica” anche grazie alla propria capacità di assumersi dei rischi nello sviluppo di nuove capacità”.

Satelliti all’avanguardia

Tra i settori che il Pentagono sta guardando con crescente attenzione c’è anche quello della protezione dei propri sistemi orbitali, a partire dai software installati a bordo, fino a nuove piattaforme di propulsione: “stiamo guardando con interessa alla propulsione elettrica e alla micro-propulsione, oltre alla capacità di rifornire in orbita i satelliti in modo da estendere la vita operativa delle nostre costellazioni”. In questo campo, essenziale sarà anche l’automazione crescente delle piattaforme, con sistemi autonomi di intelligenza artificiale che possano aumentare le capacità dei satelliti.

Integrazione umano-macchina

Autonomia e IA saranno caratteristiche essenziali anche nel dominio aereo (e non solo), con un focus particolare dato dal sottosegretario Shyu ai veicoli senza pilota di ogni dominio. Gli Usa stanno sviluppando una grandissima varietà di nuovi modelli di Uav, da sistemi capaci di decollare da altre piattaforme aeree o dalle navi, a “Uav in grado di muoversi all’interno degli edifici, mezzi che possano decollare e atterrare verticalmente ma volare come aerei”, fino a strumenti per il dominio sottomarino e in grado di operare a terra su tipi diverse di superfici. Tutti questi nuovi mezzi dovranno essere messi in grado di comunicare e cooperare tra loro: “Stiamo sviluppando un sistema di sistemi integrato in grado di acquisire e tracciare le informazioni da ogni sensore” a cui si aggiunge un nuovo tipo di interfaccia tra umano e macchina “in grado di restituire un ambiente virtuale altamente immersivo e realistico che possa migliorare le capacità del combattente e dell’operatore”.


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