Abuso d’ufficio, il reato surreale che paralizza le amministrazioni


Il 96 per cento dei procedimenti per il reato di abuso d’ufficio finisce con l’archiviazione degli indagati. Quando c’è un rinvio a giudizio e si va a dibattimento, la percentuale non cambia, tanto che le condanne si contano sulle dita di poche mani: 18 n

Il 96 per cento dei procedimenti per il reato di abuso d’ufficio finisce con l’archiviazione degli indagati. Quando c’è un rinvio a giudizio e si va a dibattimento, la percentuale non cambia, tanto che le condanne si contano sulle dita di poche mani: 18 nel 2021, 37 nel 2020. Sono i dati principali che emergono dalla relazione predisposta da Giusi Bartolozzi, vicecapo di gabinetto del Guardasigilli Carlo Nordio, e inviata nei giorni scorsi al presidente della commissione Giustizia della Camera, Ciro Maschio.

Il contenuto del dossier è stato anticipato da alcuni quotidiani, in particolare quelli abituati a mettere alla gogna le persone imputate o semplicemente indagate. Così, i dati comunicati da Via Arenula sono stati interpretati secondo una singolare prospettiva: visto che le condanne per abuso d’ufficio sono poche, tanto vale lasciare in vita il reato così com’è e occuparsi di altro. Nessuna considerazione sul fatto che in questo paese il semplice coinvolgimento di un politico o amministratore pubblico in un’indagine per abuso d’ufficio costituisce già di per sé un danno – spesso irreparabile – in termini di reputazione e di immagine. Quando l’assoluzione o anche solo l’archiviazione arriva, il politico è già stato distrutto dal tradizionale tritacarne mediatico-giudiziario. Insomma, è sufficiente cambiare prospettiva per esaminare i numeri forniti dal ministero arrivando a conclusioni diverse: perché tenere in vita un reato così evanescente? Solo per permettere per qualche mese o anno lo sputtanamento dei malcapitati amministratori pubblici? Sarebbe questo l’obiettivo di una norma penale? “Anche quando il procedimento termina con l’archiviazione, questa può arrivare con molto tempo di ritardo rispetto all’inizio della vicenda giudiziaria. Nel frattempo, però, la notizia dell’indagine è stata sbandierata dalla stampa e l’immagine del sindaco o di chi ne è coinvolto è stata già profondamente danneggiata”, sottolinea al Foglio il deputato Enrico Costa, vicesegretario e responsabile giustizia di Azione. “Abbiamo verificato – aggiunge – che in moltissimi casi le inchieste prendono avvio da esposti da parte delle forze politiche di opposizione. Questo non è un modo di fare politica. Esistono le interrogazioni, le interpellanze e altri strumenti di indirizzo e controllo. Ormai invece l’abuso d’ufficio è diventato un argomento per gettare fango, indipendentemente da come va il processo”.

Costa riporta alcuni casi paradossali in cui si è arrivati a contestare l’abuso d’ufficio: “La nomina di un semplice segretario, l’assunzione di un dipendente, la variante del piano regolatore, la trascrizione di nozze gay, la mancata autorizzazione a usare una piazza per un comizio”. “Ormai tutto è lecito per contestare l’abuso d’ufficio. Poi quando si arriva all’udienza preliminare o al dibattimento, emerge tutta l’infondatezza di queste accuse”, conclude Costa, firmatario di una proposta di legge che prevede la depenalizzazione del reato di abuso d’ufficio.

Anche il ministro Nordio, fino a qualche mese fa, si era mostrato favorevole all’idea di abolire il reato, raccogliendo il malcontento dei sindaci. Negli ultimi tempi, però, la situazione sembra essere cambiata e il Guardasigilli sarebbe orientato a mantenere il reato, ma riformandolo profondamente così da attenuare la “paura della firma” da esso generato. Secondo quanto trapela dai corridoi parlamentari, sarebbe stata la Lega, in particolare con Giulia Bongiorno, a schierarsi contro l’eliminazione tout court del reato, per mantenere l’immagine di partito impegnato nella lotta al malaffare in politica. I numeri forniti dal ministero, tuttavia, dimostrano come il reato di abuso d’ufficio, anziché garantire giustizia, serva ormai soltanto a sputtanare gli amministratori pubblici.

Il Foglio

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#LaFLEalMassimo – Episodio 92 – Studenti in tenda e Pasti Gratis


Questa rubrica si apre e si aprirà con un messaggio di sostegno all’Ucraina ingiustamente aggredita dalla Russia finché il conflitto non avrà termine e l’invasore non sarà stato respinto fuori dai confini della nazione invasa La protesta degli studenti un

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Questa rubrica si apre e si aprirà con un messaggio di sostegno all’Ucraina ingiustamente aggredita dalla Russia finché il conflitto non avrà termine e l’invasore non sarà stato respinto fuori dai confini della nazione invasa

La protesta degli studenti universitari in tenda contro il caro affitti divide i commentatori tra chi esprime solidarietà per le limitazioni imposte al diritto allo studio e chi invece condanna la limitata capacità di fare sacrifici che caratterizzerebbe le nuove generazioni

Questa rubrica senza l’arroganza di chi pensa che il suo giudizio abbia valenza generale si limita molto modestamente a evidenziare che la possibilità di accedere agli studi universitari ha un costo e che la decisione su chi deve pagare il conto ha come sempre natura politica

Tutti concordiamo che in una nazione civile uno studente meritevole non dovrebbe rinunciare alla formazione perché non può permettersele e aiutarlo a portare avanti i propri studi è probabilmente uno degli investimenti migliori che si può fare con il denaro della collettività

Il diavolo rimane nei dettagli: se lo studente meritevole è anche ricco forse non è così intelligente finanziare i suoi studi universitari con le tasse di ha dovuto rinunciare agli studi per lavorare.

La questione è più complessa di quel che sembri ma resta valido un principio semplice: non ci sono esistono pasti gratis e serve sempre un motivo solido per convincere qualcuno a pagare al nostro posto.

Dunque la risposta agli studenti dovrebbe andare nella direzione di un sostegno a chi è bisognoso e meritevole e diverse misure in tal senso esistono già, senza inventarsi diritti all’università sotto casa o alla casa sotto l’università che non è chiaro chi dovrebbe finanziare.

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LiberaLibri 2023 – “Piccole Donne” di Louisa May Alcott


Nell’ambito del Maggio dei Libri, Giulia Savarese legge un estratto di Piccole Donne di Louisa May Alcott, pubblicato in due volumi nel 1868 e nel 1869. La lettura è tratta dal capitolo secondo, “Un Natale felice” (Editori riuniti, 1996). Progetto Liber

Nell’ambito del Maggio dei Libri, Giulia Savarese legge un estratto di Piccole Donne di Louisa May Alcott, pubblicato in due volumi nel 1868 e nel 1869.

La lettura è tratta dal capitolo secondo, “Un Natale felice” (Editori riuniti, 1996).

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Progetto LiberaLibri 2023

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Il Presidente Giuseppe Benedetto ospite a Fuori Campo – SkyTg24


Il Presidente della Fondazione Luigi Einaudi Giuseppe Benedetto sarà ospite a Fuori Campo, su SkyTg24, lunedì 15 maggio 2023 a partire dalle ore 14:30 L'articolo Il Presidente Giuseppe Benedetto ospite a Fuori Campo – SkyTg24 proviene da Fondazione Luigi

Il Presidente della Fondazione Luigi Einaudi Giuseppe Benedetto sarà ospite a Fuori Campo, su SkyTg24, lunedì 15 maggio 2023 a partire dalle ore 14:30

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Il Segretario Generale Andrea Cangini ospite a OMNIBUS – La7


Il Segretario Generale della Fondazione Luigi Einaudi Andrea Cangini sarà ospite a OMNIBUS, su La7, il giorno 14 maggio 2023 a partire dalle ore 08:00. L'articolo Il Segretario Generale Andrea Cangini ospite a OMNIBUS – La7 proviene da Fondazione Luigi E

Il Segretario Generale della Fondazione Luigi Einaudi Andrea Cangini sarà ospite a OMNIBUS, su La7, il giorno 14 maggio 2023 a partire dalle ore 08:00.

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Ogni maggioranza vuole una dirigenza Rai conforme alla propria linea. L’attuale governo è andato oltre: anziché attendere la scadenza dell’incarico di amministratore delegato, è intervenuto prima. Con una norma dubbia e spregiudicata.

Tutto ciò che non torna nel “decreto Fuortes”. Come sempre, smonto la propaganda governativa.

Su @domanigiornale

editorialedomani.it/politica/i…

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ConCorrenza


Una buona medicina contro l’aumento dei prezzi è la concorrenza. Se non è facile trovare governanti e legislatori disposti a somministrarla è perché gli interessi al mantenimento delle rendite – a danno dei consumatori – sono presenti e attivi, mentre que

Una buona medicina contro l’aumento dei prezzi è la concorrenza. Se non è facile trovare governanti e legislatori disposti a somministrarla è perché gli interessi al mantenimento delle rendite – a danno dei consumatori – sono presenti e attivi, mentre quelli all’apertura della competizione sono futuri e resi inattivi dal non essere compresi e imbrogliati. Dietro questa faccenda, solo in apparenza tecnicamente economica, c’è la ragione per cui cittadini ed elettori che non hanno chiari i propri interessi finiscono con il favorire quelli altrui.

L’aumento dei prezzi non ha una sola origine. Ha un innesco, ma poi concorrono cose diverse. L’inflazione non erode solo il potere d’acquisto: divora anche i risparmi, la ricchezza delle famiglie. E noi italiani siamo grandiosi produttori di risparmi, sicché abbiamo un interesse materiale a volerla bassa, l’inflazione. Se ad aprile la media dell’eurozona era del 7% e da noi dell’8,3%, significa che ci stiamo impoverendo più velocemente di altri. Peccato che lo Stato sia un grandioso produttore di debiti, sicché vederli erodere dall’inflazione non è che gli dispiaccia poi troppo.

Se la massa monetaria – la quantità di moneta in circolazione – è divenuta eccessiva, l’aumento dei tassi d’interesse è un utile rimedio. Difatti tutte le banche centrali occidentali li hanno alzati e annunciano che saliranno ancora. Ma quello strumento non è magico e non è neanche detto che funzioni, senza contare che rendere più costoso il credito non aiuta di certo la crescita economica. Ma c’è almeno un altro fronte che può essere aggredito: quello della formazione dei prezzi. Abbiamo tutti fatto caso a uno sgradevole dettaglio: quando il prezzo di una materia prima cresce, che sia il gas o il grano, immediatamente si alza il prezzo del prodotto finito, che sia il pieno o una spaghettata; quando però il prezzo della materia prima comincia a scendere (e da mesi scendono sia il gas che il grano) non solo il prezzo del prodotto finito si adegua con calma e senza spingere, ma può capitare che non si adegui affatto o che, come è il caso della pasta, cresca. Su quel fronte lì il tasso d’interesse non sposta un capello.

Da noi esiste un ufficio denominato “Mister prezzi”. Non so quale sia il suo costo complessivo, ma so che sono soldi buttati. Fare il controllore dei prezzi presuppone una conoscenza e una tempestività d’intervento che esclude il controllore possa far altro che inutilmente bofonchiare. La concorrenza al contrario funziona: se un produttore tiene a lungo i prezzi alti si genera la convenienza di un altro produttore a fregargli il mercato praticando un prezzo inferiore; se un negoziante specula sui prezzi, approfittando dell’inflazione per aggiungere un personale sovrappiù arrotondante, il negoziante vicino farà sapere che i suoi prezzi sono più bassi e attirerà parte della clientela del concorrente. E così via. Il presupposto di questo gioco virtuoso è l’informazione, ovvero il conoscere i prezzi del giorno in posti diversi. Nell’era del digitale è tecnicamente facile e a sua volta attività lucrosa. La conseguenza del gioco è un calo dei prezzi, quindi una efficace azione contro l’inflazione. E, del resto, veniamo da molti anni con inflazione bassissima perché la (benedetta) globalizzazione ha ampliato la platea dei competitori, facendo precipitare i prezzi di molti prodotti.

Allora perché non ci sono le manifestazioni di piazza a favore della concorrenza? Perché l’interesse di chi è più forte è quello di evitarla, potendo così pelare i clienti, ma siccome non può dirlo in questi termini inventa trincee che evochino racconti diversi, come quella dei balneari o dei tassisti. Sicché chi approfitta si fa passare per vittima e le vittime è già tanto se non si sentono dei profittatori. Ora arriva il caldo e il prezzo del medesimo ombrellone dell’anno scorso sarà più alto. Buona inflazione e buon impoverimento ai bagnanti che non hanno capito e difeso il loro interesse. Quello alla concorrenza.

La Ragione

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DeButtare


Si parla dei giovani come fossero soggetti deboli da sostenere. Li si descrive un giorno come assopiti sul divano e il giorno appresso come in fuga verso un indeterminato “estero”. Si generalizza facendo a gara nel cordoglio, nel crucciarsi per l’alloggio

Si parla dei giovani come fossero soggetti deboli da sostenere. Li si descrive un giorno come assopiti sul divano e il giorno appresso come in fuga verso un indeterminato “estero”. Si generalizza facendo a gara nel cordoglio, nel crucciarsi per l’alloggio non confortevole o rattristarsi nel caso la loro vita sia lacerata dal sopruso di una bocciatura. Li si vuole conservare nei luoghi comuni perché questo è il modo migliore per non essere costretti a cambiamenti per il bene comune. Eppure ci sono dati che urlano la distanza fra la realtà e la sua rappresentazione.

Per qualche giorno si giocherà al piccolo costituzionalista, lasciando immaginare che se ci fosse l’intesa la via sarebbe in discesa. In realtà è lunga e nel suo scorrere si farà a tempo a dimenticarsene molte volte. Ma sarebbe un raggiro lasciar supporre che possa trovarsi nella riscrittura della Carta la chiave per ricondurre ai fatti forze politiche e culturali in fuga dalla realtà.

La disoccupazione italiana è nell’intorno dell’8%, quella giovanile supera il 22%. Tolta la crescente quota di quelli che non studiano e non lavorano – che il politicamente corretto vuole che siano compatiti e inducano tristezza, laddove sarebbe bene scuoterli con indignazione avvertendoli che ciascuno di noi ha un ruolo nella propria vita, che dare la colpa a “la società” o “il sistema” è il modo migliore per perdere senza neanche gareggiare – i giovani cercano lavoro e le aziende cercano lavoratori. Ma gli uni e le altre continuano a cercare. Per forza, avvertono quelli per cui è sempre colpa degli altri: le paghe sono troppo basse. Questo è però l’ultimo dei problemi.

In un Paese in cui lavora il 60,2% della popolazione attiva, dovendo mantenere gli altri il costo del lavoro sarà alto e le paghe basse. Per sempre. Se si aumenta il costo del lavoro si va fuori mercato, se si diminuisce il cuneo fiscale a debito si va fuori di testa. Si deve lavorare più numerosi, più produttivamente e più a lungo. Il che fa bene anche alla morale. L’insulto non sono le paghe basse – che cominciammo tutti con tre soldi – ma la protezione dei garantiti, il mettere in conto ai giovani pensioni che non avranno mai, una scuola poco formativa, un mondo del lavoro poco meritocratico, quindi la prospettiva inaccettabile che la paga resti povera a lungo.

Nonostante questo e i disoccupati, a smentire il luogo comune dei divanati mantenuti c’è il fatto che molti giovani lavorano. Nelle condizioni date. E uno studio dell’Istituto Piepoli avverte che, udite udite, sono anche soddisfatti. Il 55% è preoccupato per l’assenza di lavoro. Ma fra i lavoratori compresi fra 16 e i 26 anni il 38% si dichiara soddisfatto e ammette di avere scoperto un lavoro cui non pensava e in cui si trova bene, il 28% è soddisfatto perché sta facendo il lavoro per cui ha studiato, per il 18% è quello che avrebbe sempre voluto fare, mentre il 16% non è soddisfatto manco per niente. Dentro questo 16% la metà lamenta la paga bassa. Ora prendete giornali e discussione politica e ditemi se le due cose si somigliano. Manco da lontano. C’è un abisso fra chi parla del lavoro e chi lavora veramente.

La scena è occupata dal partito unico della spesa pubblica, secondo cui basta dare di più per diffondere felicità. Che poi tocchi pagare è triste ovvietà occultata. Non mancano i giovani in gamba: manca loro la libertà di crescere, di competere e di vincere. Chi emigra non cerca protezioni ma opportunità. Si deve aprirle loro anche dentro ai confini, il che farebbe crescere la ricchezza di tutti. Non saranno la Repubblica presidenziale o il premierato (ammesso che chi ne parla li distingua) ad aprire il mercato, ma la concorrenza, la preparazione e l’innovazione. Se politica e giornali preferiscono parlare di divani, attendati, sfiduciati è perché capiscono che quelli li aiuteranno a conservarsi. Mentre quanti sono capaci di camminare e correre senza compatimenti potrebbero essere presi dalla sindrome del debuttante, che s’accorge di potere buttare via quel che gli ostruisce la strada.

La Ragione

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Einaudi: il pensiero e l’azione – “L’uomo” con Paolo Silvestri


Rubrica “Einaudi: il pensiero e l’azione” L'articolo Einaudi: il pensiero e l’azione – “L’uomo” con Paolo Silvestri proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/einaudi-il-pensiero-e-lazione-luomo-con-paolo-silvestri/ http

European Youth Parliament a Ragusa: La Fondazione Einaudi sostiene il Parlamento Europeo Giovani


La Fondazione Luigi Einaudi parteciperà alla Sessione Regionale del Parlamento Europeo Giovani che si terrà a Ragusa dal 12 al 14 maggio. L’evento avrà come protagonisti circa 70 studenti delle scuole superiori della Regione Siciliana e uno staff internaz

La Fondazione Luigi Einaudi parteciperà alla Sessione Regionale del Parlamento Europeo Giovani che si terrà a Ragusa dal 12 al 14 maggio.

L’evento avrà come protagonisti circa 70 studenti delle scuole superiori della Regione Siciliana e uno staff internazionale composto da giovani provenienti da tutta Europa. L’obiettivo è promuovere la cultura delle istituzioni come luogo delle soluzioni, dell’Europa come casa unitaria dei nostri valori, del confronto e della diversità come uniche stelle polari della crescita sociale. Si tratterà di un evento nel quale giovanissimi studenti avranno l’opportunità di assumere nuove competenze vestendo pienamente il ruolo di Europarlamentari e simulando una sessione dell’Europarlamento, crescendo così nella convinzione del rispetto delle posizioni altrui e confrontandosi con tematiche importanti della legislazione europea attinenti ad un più generale tema, il potere del progresso e dell’innovazione.

Le 8 tematiche che verranno affrontate a Ragusa2023 nelle altrettante commissioni saranno legate al più generale tema del potere del progresso e dell’innovazione. La Fondazione Einaudi, oltre a sostenere interamente l’iniziativa con il suo patrocinio e ad essere dunque partner dell’evento, parteciperà ai lavori della Commissione nella persona dell’Avv. Gian Marco Bovenzi, project manager della stessa.

L’evento è articolato in tre fasi principali: nel corso del Teambuilding i ragazzi imparano a conoscere i propri compagni di commissione mediante una serie di giochi e di attività interattive che mirano a rompere il ghiaccio e a creare un forte spirito di gruppo; durante il Committee Work ci si confronta e si riflette su una tematica specifica insieme ai propri compagni di commissione, analizzando i problemi e le sfide ad essa legate per poi proporre soluzioni in merito e giungere alla stesura di una risoluzione scritta; ogni commissione presenta poi le proprie proposte nella parte conclusiva della sessione, l‘Assemblea Generale. Dopo una fase di dibattito durante la quale i delegati possono sollevare punti dal posto o tenere discorsi al podio, ogni risoluzione viene messa ai voti.

Per scaricare il pdf del programma clicca sul link: Scheda Progetto Ragusa2023

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Costi e requisiti. Perché Abu Dhabi rinuncia agli elicotteri Airbus


Il governo degli Emirati arabi uniti ha terminato un contratto con Airbus Helicopters per l’acquisto degli elicotteri H225. Ad annunciarlo, in una intervista a Breaking Defense, Muammar Abdulla Abushehab, il capo del settore affari industriali per la Dife

Il governo degli Emirati arabi uniti ha terminato un contratto con Airbus Helicopters per l’acquisto degli elicotteri H225. Ad annunciarlo, in una intervista a Breaking Defense, Muammar Abdulla Abushehab, il capo del settore affari industriali per la Difesa e sicurezza del Tawazun council, l’autorità emiratina per le acquisizioni destinate alle Forze armate e alla polizia di Abu Dhabi. Il contratto, da quasi ottocento milioni di euro, prevedeva l’acquisto di dodici H225 Caracal, elicotteri multiruolo prodotti dal gigante aerospaziale francese Airbus. Il contratto venne siglato nel dicembre del 2021, in occasione della visita del presidente francese. Il Caracal è la versione militare dell’elicottero H225 di Airbus, capace di essere equipaggiato con diversi tipi di sistemi d’arma, da mitragliatori a razzi antinave. Attualmente è in servizio con le forze armate francesi ed è esportato in undici Paesi.

Le difficoltà del contratto

“Abbiamo riscontrato delle difficoltà del proseguire con il contratto per via degli alti costi per il ciclo di vita, le limitazioni nell’adattamento a un design modulare per i futuri requisiti di missione, e le complessità tecniche della proposta”, ha specificato ancora Abushehab. Secondo il funzionario del Tawazun, ente indipendente che lavora affianco al ministero della Difesa emiratino e che ha tra i compiti quello di esplorare le ripercussioni sull’innovazione tecnologica dei programmi, la cancellazione non è un atto politico, ma basato esclusivamente su ragioni tecniche e finanziarie. “L’azienda non aveva la seria motivazione di rispondere alle nostre richieste per soddisfare le pressanti esigenze del governo – ha detto il funzionario emiratino – e il mancato raggiungimento degli obiettivi di valore aggiunto per il Paese è stato un altro fattore che ha portato alla decisione di rescindere il contratto”.

Sviluppo emiratino

Per Abushehab “in questo momento, il nostro obiettivo principale è sviluppare valore all’interno del Paese attraverso tutte le operazioni che intraprendiamo in collaborazione con i nostri partner locali e internazionali”. Infatti, tra gli obiettivi del Tawazun c’è anche quello di assicurarsi che tutti i progetti e le operazioni di acquisizione possano sostenere e generare proprietà intellettuale, ricerca e sviluppo o linee di produzione all’interno dello stato emiratino. I contratti stretti finora dal Consiglio con tutti i principali appaltatori della Difesa, tra cui è presente l’italiana Leonardo, oltre a Raytheon, Boeing, Saab, L3 Harris e altre, prevedono il sostegno a progetti di sviluppo all’interno dei laboratori degli Emirati Arabi Uniti. “Gli appaltatori della difesa possono ora ottenere crediti di compensazione partecipando ad attività economiche che stimolano l’economia locale, accelerano il trasferimento di tecnologia e know-how, offrono opportunità di lavoro e formazione e migliorano la catena di approvvigionamento”, ha infatti concluso Abushehab.


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Einaudi: il pensiero e l’azione – Il podcast condotto da Nicola Galati


Einaudi: il pensiero e l’azione è il titolo della nuova serie di podcast condotti da Nicola Galati che si articolerà in sei puntate e che partirà giovedì 11 maggio. Ogni puntata vedrà come ospite una personalità illustre del mondo liberale. Puntate e ospi

Einaudi: il pensiero e l’azione è il titolo della nuova serie di podcast condotti da Nicola Galati che si articolerà in sei puntate e che partirà giovedì 11 maggio. Ogni puntata vedrà come ospite una personalità illustre del mondo liberale.

Puntate e ospiti

Giovedi 11 Maggio 2023 ore 18:00
L’UOMO. Con Paolo Silvestri

Giovedi 18 Maggio 2023 ore 18:00
IL GIORNALISTA. Con Andrea Cangini

Giovedi 25 Maggio 2023 ore 18:00
IL LIBERALE. Con Giancristiano Desidei

Giovedì 01 Giugno 2023 ore 18:00
L’EUROPEISTA. Con Lorenzo Infantino

Giovedi 08 Giugno 2023 ore 18:00
IL POLITICO. Con Giuseppe Benedetto

Giovedi 15 Giugno 2023 ore 18:00
L’ECONOMISTA. Con Emma Galli

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John Stuart Mill, le radici del pensiero liberale


Se all’età di tre anni tuo padre ti insegna il Greco antico, a otto comincia col Latino e a dieci sei in grado di leggere gli autori classici senza vocabolario, puoi dire di avere avuto un’infanzia felice? Insomma, mica tanto. E così la pensava anche John

Se all’età di tre anni tuo padre ti insegna il Greco antico, a otto comincia col Latino e a dieci sei in grado di leggere gli autori classici senza vocabolario, puoi dire di avere avuto un’infanzia felice? Insomma, mica tanto. E così la pensava anche John Stuart Mill, il grande filosofo ed economista inglese di cui l’8 maggio ricorreva il 150º anniversario della morte avvenuta a 67 anni. Infatti, il padre di John, James Mill, era un filosofo utilitarista seguace di Bentham che aveva preso un po’ troppo alla lettera i canoni di questa scuola di pensiero. Non solo per raggiungere la massima felicità bisognava essere il più colti possibile per essere in grado di prendere decisioni consapevoli, ma il povero John fin da piccolo era costretto assieme alla sorella a sottoporre ogni decisione ad un test di utilità: meglio una camminata al parco o un giro in barca sul laghetto? Analizzate i pro e i contro e scegliete razionalmente. Un incubo.

Tuttavia, nonostante infanzia e adolescenza un po’ particolari ed un esaurimento nervoso a vent’anni, John riuscì a non sbroccare e a diventare un grande studioso ed un pensatore originale. Nel 1848 pubblicò i Principi di Economia politica, un vero e proprio manuale di economia in cui sposava la teoria liberista sulle orme di Adam Smith e David Ricardo, anche se nelle successive edizioni introdusse dei correttivi influenzati dalla lettura dei socialisti utopisti. Le sue opere successive servirono a definire il suo pensiero, prima fra tutte On Liberty del 1859, la più famosa, e poi a seguire Le considerazioni sul governo rappresentativo del 1861, Utilitarismo del1863 e La soggezione delle donne del 1869.

Quel che rende Mill un pensatore ancora oggi letto e studiato è la modernità del suo approccio e l’adattabilità del suo pensiero alle odierne circostanze. Prendiamo l’Utilitarismo: mentre Bentham vedeva la formula «la massima felicità per il maggior numero di persone» come un obiettivo della legislazione da applicare in modo quasi matematico, Mill introdusse una gerarchia dei piaceri. Certo, la felicità è il fine dell’agire umano, ma non si può mettere sullo stesso piano i piaceri morali, estetici ed intellettuali con quelli materiali: «Meglio un Socrate insoddisfatto che un maiale felice».

Questa scala di valori è attualmente uno dei crucci maggiori degli studiosi di analisi economica del diritto che misurano e propugnano l’efficienza delle norme, ma si rendono conto che non sempre è possibile assegnare un valore in dollari alle scelte legislative. E, in fondo, anche coloro i quali cercano indicatori alternativi al Pil si pongono sulla scia del nostro filosofo. John, influenzato dalla moglie Henriette, donna colta con la quale ebbe un’intensa intimità anche intellettuale, fu un teorico del femminismo. L’uguaglianza tra i sessi e il diritto di voto per le donne furono due costanti dei suoi scritti e del suo impegno politico (fu anche deputato liberale per una legislatura).

E – in pieno spirito utilitaristico- avvertiva gli uomini che la parità femminile conveniva in primis a loro visto che la discriminazione privava la società dell’intelligenza e del contributo delle loro signore. Stesso discorso si applicava naturalmente al razzismo e le perorazioni di Mill per l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti furono molteplici. Il suo principio fondamentale «do no harm», non danneggiare gli altri e poi fai quello che vuoi, è oggi spesso richiamato dai promotori dell’eutanasia (Mill ricordava che del proprio corpo ognuno poteva disporre come gli pareva) e del matrimonio gay (due persone dello stesso sesso che si sposano non nuocciono a nessuno).

Le sue preoccupazioni per gli effetti nefasti della democrazia, ossia la prevalenza della mediocrità, il conformismo e lo strapotere delle maggioranze, sono attualmente rese più che mai evidenti in quelle “democrature” come la Turchia e l’Ungheria, dove si svolgono sì le elezioni, ma il governo è autoritario, si soffoca la diversità e prevalgono gli insulsi purché fedeli. I rimedi che aveva in mente Mill, però, non sarebbero stati ben accetti né dagli attuali tribalistiche vogliono dividere la società in tante quote predeterminate in guerra tra loro, né dai populisti di ogni genere. Il filosofo era un elitista meritocratico il quale pensava che lo Stato avesse il dovere di assicurare l’educazione a tutti per l’eguaglianza di opportunità, ma non impartendo l’istruzione direttamente bensì lasciando fiorire la concorrenza tra scuole.

Dopodiché l'”uno vale uno” non sarebbe andato bene nemmeno alle elezioni: chi era analfabeta o non pagava tasse e viveva di sussistenza non avrebbe avuto il diritto di votare per decidere come spendere i soldi dello Stato e chi aveva cultura e capacità intellettuali superiori poteva aspirare a un voto plurimo. Misure estreme, certamente, mail problema di come le liberaldemocrazie riusciranno a sopravvivere con una popolazione disinteressata, sommersa di fake news e che si aspetta di essere mantenuta da qualcun altro è ben presente tra noi.

La Stampa

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Dalle fregate alle crociere. Ecco il piano di Fincantieri


Leadership trasversale in tutti i settori, capacità di rispondere alle dinamiche geopolitiche e integrazione verticale grazie a competenze nell’automazione, nell’elettromeccanica e nei sistemi di propulsione e generazione necessarie per guidare la transiz

Leadership trasversale in tutti i settori, capacità di rispondere alle dinamiche geopolitiche e integrazione verticale grazie a competenze nell’automazione, nell’elettromeccanica e nei sistemi di propulsione e generazione necessarie per guidare la transizione digitale e verde. Sono questi i principali obiettivi del piano industriale 2023-2027 presentato dall’amministratore delegato di Fincantieri Pierroberto Folgiero. Un ciclo industriale che nelle indicazioni del gruppo spezzino sarà trainato dalle rivoluzioni digitali e green.

Gli obiettivi del piano

Confermati i cinque i pilastri del nuovo piano industriale: focalizzazione sul business della cantieristica navale cruise, difesa e offshore con progressiva espansione delle competenze distintive per la nave digitale e a zero emissioni, mitigazione dei rischi, attenzione alla gestione dei costi e l’ottimizzazione delle dinamiche di cassa, commitment industriale alla strategia di sostenibilità, sviluppo di un’offerta di servizi life cycle management, ed evoluzione delle competenze di integratore di piattaforma.

I settori trainanti

A trainare il piano ci sono alcune considerazioni sul contesto internazionale, a partire dalla ripresa del mercato cruise dopo l’emergenza pandemica, con una crescita dei servizi crocieristici prevista al tasso del 6% fino al prossimo decennio, con una prospetta ripresa degli ordini per le navi a partire dal 2023-2024. Strategico anche il mercato per il settore militare, dal momento che lo scenario geopolitico globale sta spingendo molti stati verso la costruzione di flotte di maggiori dimensioni ed elevati standard tecnologici. In questo settore, Fincantieri può vantare i contratti con la Marina militare italiana e con la Us Navy, con la quale il gruppo collabora per la realizzazione delle fregate classe Constellation, basate a loro volta sul progetto Fremm. Crescita anche per il settore offshore, guidato dall’evoluzione delle piattaforme eoliche in mare. Forte spinta, poi, in tutti gli indici di sostenibilità Esg (enviromental, social, governance) con impegni ambiziosi verso le Net zero emission.

Bilancio del primo trimestre

Fincantieri ha anche approvato i risultati del primo trimestre del 2023 con i ricavi si sono attestati a un miliardo e settecento milioni di euro, in crescita del 4,9% rispetto al primo quarto dell’anno scorso. L’Ebita è pari a 87 milioni, con un margine al 4,9%, in miglioramento rispetto al 2022 del 3%. La Posizione finanziaria netta è negativa per euro 2,9 miliardi in linea con l’andamento dei fabbisogni delle commesse cruise. Con 89 navi in portafoglio e un backlog di 22,7 miliardi, gli ordini acquisti si attestano a poco meno di un miliardo, rispetto al mezzo miliardo dello stesso periodo dell’anno scorso, grazie in particolare al forte contributo del settore eolico offshore. Nel corso del periodo sono anche state consegnate cinque navi da tre stabiliti menti, di cui due militari, una per la Guardia costiera norvegese e una unità da combattimento costiera classe Freedom per la Us Navy, denominata Uss Marinette, sito dove Fincantieri ha i propri cantieri nel Wisconsin.


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Al via l’esercitazione Joint Stars. Oltre 4000 uomini e 900 mezzi in Sardegna


Dai presidi della Croce Rossa italiana per soccorrere i feriti, alle attività che contrastano il contrabbando, dalle operazioni cyber alla gestione degli sfollati, fino allo scandagliamento dei mari da parte di assetti navali specializzati. Così è iniziat

Dai presidi della Croce Rossa italiana per soccorrere i feriti, alle attività che contrastano il contrabbando, dalle operazioni cyber alla gestione degli sfollati, fino allo scandagliamento dei mari da parte di assetti navali specializzati. Così è iniziata la fase inter agenzia di “Joint Stars”, l’esercitazione militare pianificata e diretta dal Comando operativo di vertice interforze (Covi). Dall’8 al 26 maggio la Sardegna, e più precisamente Decimomannu con il poligono di Capo Teulada e Salto di Quirra, saranno infatti lo sfondo di una delle più importanti e significative esercitazioni nazionali della Difesa che coinvolge moltissime realtà nazionali, quali la Guardia di Finanza, la Protezione civile, le Capitanerie di Porto, i Vigli del Fuoco, senza escludere anche il mondo accademico e le istituzioni. Joint Stars è stata preceduta dall’esercitazione multinazionale Nato, “Noble Jump 2023”, inziata a fine aprile, che ha visto impegnati personale e mezzi provenienti da ben sette diversi Paesi dell’Alleanza atlantica, tra cui l’Italia che in qualità di Paese ospitante ha fornito il supporto logistico. Tali operazioni servono ad addestrare la Very high readiness joint task force della Nato, e a verificare la capacità di rapido schieramento di tali forze in seguito all’insorgere di una situazione di pericolo per la sicurezza dell’Alleanza.

Fase interagenzia

La fase interagenzia dell’esercitazione interforze Joint Stars, che si prolungherà fino al 14 maggio, vedrà un totale di 28 eventi esercitativi che interessano sia i reparti delle Forze armate, sia gli altri assetti di Difesa civile coinvolti nella gestione dell’ordine pubblico e nella gestione delle emergenze. Tali attività sono volte a incrementare l’integrazione e l’interoperabilità tra tutti gli attori coinvolti, militari e non. Nel dettaglio, gli assetti dell’Arma dei Carabinieri saranno coinvolti in attività di Polizia di stabilità a Capo San Lorenzo, mentre a Decimomannu il personale del Comando delle operazioni spaziali (Cos), del Nucleo operativo ecologico (Noe) e del Corpo dei Vigili del fuoco seguiranno un rientro simulato in atmosfera terrestre dei resti di un razzo impiegato per portare i satelliti in orbita, intervenendo sul luogo dell’impatto per decontaminare l’area. Mentre, la Marina militare, la Guardia di Finanza e la Guardia costiera si occuperanno di pattugliare le acque vicine a Cagliari per un’attività in mare di contrasto al contrabbando, in cui saranno impiegati anche il pattugliatore multiruolo Monte Sperone e un velivolo Atr-72 in servizio per le Fiamme Gialle. La Croce Rossa italiana (Cri) prenderà parte alle esercitazioni con un Posto medico avanzato, operativo per il primo soccorso e screening sanitario e triage anti Covid-19 per il personale soccorso in mare. Si simulerà così l’avvistamento di alcuni barconi instabili, uno dei quali si capovolgerà e richiederà l’intervento delle motovedette della Guardia Costiera e della Fiamme Gialle con a bordo il team sanitario Cri. In ultimo, gli elicotteri dell’Aeronautica militare effettueranno delle evacuazioni mediche (Medevac).

L’esercitazione

Per Joint Stars opereranno circa 4mila uomini e donne e circa 900 mezzi tra terrestri, aerei e navali. Saranno impegnati in un evento addestrativo che verterà appunto su una prima risposta civile a una crisi militare interforze e multinazionale, in aderenza a quanto prescritto dall’Articolo 5 del Trattato Nato, che stabilisce il principio di difesa collettiva in caso di aggressione a uno dei Paesi alleati. Verranno, dunque, simulati scenari complessi connessi alle azioni di risposta in situazioni emergenziali, dal mantenimento della sicurezza pubblica al contrasto dei traffici illeciti.

Un occhio alla sostenibilità

Nel corso delle operazioni vi sarà una particolare cura per la tutela ambientale, e ne è dimostrazione il coinvolgimento di esperti e consulenti ambientali che vigileranno, insieme ai comparti militari, sul rispetto della normativa nazionale e delle disposizioni contenute nei Piani di tutela ambientale di ciascuna area addestrativa interessata. Bonifica e operazioni di pulizia e ripristino ambientale, saranno le principali attività di appannaggio della Difesa durante tutte le fasi dell’esercitazione. Ed è previsto che tali squadre siano affiancate anche da assetti navali specializzati nello scandagliamento dei mari e nella localizzazione di oggetti sui fondali, che verranno così definitivamente rimossi.

Joint Stars village

In contemporanea alla Joint Stars, saranno organizzate inoltre diverse attività collaterali di tipo sportivo, sociale, culturale, didattico e di protezione dell’ambiente. Alla Fiera di Cagliari si apriranno ad esempio le porte del Joint Stars village, l’area espositiva e promozionale allestita ad hoc dal Covi per l’occasione che permetterà ai visitatori di conoscere più da vicino le attività delle Forze armate e degli altri corpi dello Stato coinvolti. Accanto alla mostra si svolgeranno anche la maratona Joint run, organizzata dalla Asd Cagliari Atletica leggera Fidal con il patrocinio del comune di Cagliari, e la cerimonia di premiazione con a seguire un momento conviviale in occasione del “Pasta party”.


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Digitalizziamo l’Italia


Come sostenere la digitalizzazione delle medie imprese e sfruttare le potenzialità dei distretti italiani del Big Data e dell’intelligenza artificiale. La Fondazione Luigi Einaudi e Oliver Wyman vi aspettano per il primo di una serie di appuntamenti orga

Come sostenere la digitalizzazione delle medie imprese e sfruttare le potenzialità dei distretti italiani del Big Data e dell’intelligenza artificiale.
La Fondazione Luigi Einaudi e Oliver Wyman vi aspettano per il primo di una serie di appuntamenti organizzati dal nuovo Osservatorio Digitale della Fondazione, con l’obiettivo di lavorare insieme e fare sistema.
Saluti istituzionali:


  • Giuseppe Benedetto, Presidente, Fondazione Luigi Einaudi

Interverranno:


  • Valentino Valentini, Viceministro, Ministero delle Imprese e del Made in Italy
  • Andrea Cangini, Segretario Generale, Fondazione Luigi Einaudi
  • Fabio Tomassini, Consigliere di amministrazione, Fondazione Luigi Einaudi
  • Gianluca Sgueo, Coordinatore Dipartimento Digitale, Fondazione Luigi Einaudi
  • Marco Grieco, Partner, Oliver Wyman
  • Roberto Scaramella, Partner, Oliver Wyman


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RiFormare


Una maggioranza s’insedia, un nuovo capo politico traccia per sé e la propria parte un tragitto di lungo futuro, proponendo di modificare la Costituzione. Non è la prima volta che capita. Non si può dire che porti fortuna. A parte gli aggiustamenti e le i

Una maggioranza s’insedia, un nuovo capo politico traccia per sé e la propria parte un tragitto di lungo futuro, proponendo di modificare la Costituzione. Non è la prima volta che capita. Non si può dire che porti fortuna.

A parte gli aggiustamenti e le integrazioni, due sono state le riforme costituzionali che sono giunte in porto: quella del 2001, che ha rivisto il Titolo V, e quella del 2019, che ha tagliato il numero dei parlamentari. La prima voluta con prepotenza dalla sinistra, la seconda avviata da Cinque Stelle e Lega, poi votata da quasi tutti. Due porcherie. Due premesse per le sconfitte elettorali. Al di là della malasorte, dietro i tentativi di riforma – compreso quello odierno – si cela un equivoco.

Dopo l’avventura distruttiva delle dittature, Germania (divisa) e Italia ricostruirono le loro democrazie con un ordito costituzionale che vedeva governi politicamente forti e istituzionalmente deboli. Comprensibile, visto il disastro e il disonore portato da uomini e regimi che si volevano istituzionalmente fortissimi. L’equivoco italiano consiste nella credenza superstiziosa che alla progressiva debolezza politica dei governi, resa enorme dall’avere voluto un sistema elettorale che premia le false coalizioni – di destra o di sinistra, non cambia – si possa rimediare dando loro forza istituzionale. Non funziona e non funzionerà mai.

Il tema non è quello del presidenzialismo, che alla Costituente fu sostenuto da forze della sinistra democratica (come il Partito d’Azione) e da chi antivide i rischi di quella che Maranini chiamò «partitocrazia». È un sistema più che legittimo, ma non consegna forza ai deboli. Non ha nulla a che vedere con i dispotismi, ma è il contrario dei personalismi. Può funzionare se si accompagna a un sistema elettorale maggioritario (il solo esempio europeo efficace è quello semipresidenziale francese, che utilizza il ballottaggio a doppio turno), che non serve a rendere forti le maggioranze ma a far governare la più forte delle minoranze. Se una parte politica è maggioranza assoluta può ben legiferare e governare con qualsiasi sistema. Il maggioritario serve quando non lo è. Il che comporta, però, il riconoscimento reciproco delle forze politiche, talché la vittoria di una non sia vissuta come la fine del sistema democratico. Guardatevi in giro e dite se è questa la condizione che ci circonda. Non da oggi, da decenni.

Nelle democrazie governare non è mai sinonimo di comandare. La democrazia è faticosa, comporta la continua costruzione del consenso nel mentre conserva come prezioso e indispensabile il dissenso. Nello stesso esempio francese, del resto, il presidente eletto a suffragio universale (dalla più forte minoranza, non dalla maggioranza) può essere da quello stesso suffragio battuto. A Macron è successo poche settimane dopo la rielezione.

Cambiare la Costituzione è possibile, è previsto, lo si è fatto. Nulla di scandaloso. Farlo dialogando con tutte le forze politiche, come Meloni intende fare, è saggio. Parlare fin da ora del referendum è stolto. Ma se il governo italiano è politicamente debole, perché frutto di minoranze disomogenee che diventano maggioranze parlamentari in modo artificiale e artefatto, non c’è verso alcuno di renderlo più solido. Semmai più rigido, propiziando il successivo spezzarsi. L’Italia funziona male non perché la democrazia sia faticosa e il parlamentarismo preveda l’arte del compromesso, ma perché le forze politiche preferiscono il compromesso al ribasso, la demagogia e il trasformismo in quanto evitano le sfide. Puoi pure eleggere un monarca (dopo Carlo III la voglia passa anche ai monarchici), ma il Paese resta fermo perché impastoiato nelle mancate riforme: dalla burocrazia alla concorrenza, dalla scuola alla giustizia.

Questo è l’equivoco. Al punto che si ha l’impressione, oggi come ieri, che parlare di riforme istituzionali serva, più che altro, a non parlare del resto. Riformare la Costituzione senza ri-formare la politica è un’illusione.

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Si chiama Europa l’ultima speranza degli Stati nazione


Sondaggi alla mano, eravamo, noi italiani, il popolo europeo più europeista finché le cose andavano bene; siamo diventati il meno europeista dal momento in cui, con la crisi finanziaria del 2008, le cose hanno cominciato ad andar male. Ora che le cose van

Sondaggi alla mano, eravamo, noi italiani, il popolo europeo più europeista finché le cose andavano bene; siamo diventati il meno europeista dal momento in cui, con la crisi finanziaria del 2008, le cose hanno cominciato ad andar male. Ora che le cose vanno così così, siamo nel mezzo della classifica degli Stati membri. È il segno che manca qualcosa. Manca qualcosa, per esempio lo spirito di sacrificio, a noi italiani. E manca qualcosa, per esempio il sentimento di un comune destino fondato su una reale comunanza politica, all’Europa.

Del resto, gli intellettuali lo sostengono da tempo. Ralph Dahrendorf nel 1994, ad esempio: “Oggi la Comunità europea è prevalentemente una Comunità di protezione di rami dell’economia un po’ depressi… è un parto della testa… non suscita e non sviluppa sentimenti di appartenenza”. E senza sentimenti nessuna identità politica è possibile.

Eppure, negli ultimi anni sono successe cose un tempo impensabili. L’aver fatto fronte comune sul Covid, l’aver impostato il Next generation Eu con stanziamenti a fondo perduto rappresentano non dei passi, ma dei balzi in avanti nella direzione di una Comunità realmente tale. E a quanti lamentano, sulla scorta di vecchie ideologie e ordinarie ossessioni, l’asservimento degli stati europei all’America nella crisi ucraina, va risposto che, posto che è evidentemente meglio trovarsi nello spazio geopolitico degli Stati Uniti piuttosto che in quello russo o cinese, l’alternativa è solo una: che l’Europa si dia una struttura istituzionale “politica” per poter poi darsi una difesa comune e di conseguenza poter avere una politica estera credibile ed effettivamente autonoma.

Del resto, non abbiamo alternative. In un mondo ormai globalizzato, nessuno Stato europeo può pensare di cavarsela da solo. Men che meno l’Italia, Stato strutturalmente fragile, per giunta da sempre ritenuto poco affidabile dalla comunità internazionale.

Anni fa chiesi a Francesco Cossiga, che allora era presidente della Repubblica, cosa spinse la classe dirigente italiana ad aderire a Maastricht. «La sfiducia nel carattere degli italiani – fu la risposta -. Cioè la consapevolezza che la virtù contabile non ci appartiene e che, pertanto, il male minore per l’Italia fosse quello d’essere obbligata alla moralità politica e alla morigeratezza economica da un vincolo esterno. Il vincolo europeo». Rabbrividii. Crescendo, e maturando esperienza, compresi che, per quanto amaro, quel ragionamento era fondato. E non valeva solo per l’Italia.

L’attuale conflitto politico-diplomatico tra l’Italia e la Francia, ad esempio, si presta a diverse letture, ma leggerlo alla luce della crisi degli Stati nazione aiuta, forse, a comprenderne meglio il senso più profondo. Osservate da questa prospettiva, infatti, le cose appaiono diverse. Meloni e Macron sembrano ammiragli nel pieno di un conflitto navale, sì, ma imbarcati sulla stessa barca. Una barca di cui si contendono la guida. È la barca dello Stato nazione. Una barca alla deriva.

Gli Stati nazionali hanno cominciato ad imbarcare acqua quarant’anni fa con l’avvio dei processi di finanziarizzazione dell’economia, di globalizzazione dei mercati, di cessione di sovranità ad organismi, autorità e istituzioni multinazionali, di migrazioni bibliche. È stato un crescendo. Ed è stato presto chiaro a molti quali effetti avrebbero avuto questi quattro colossali processi storici sulla tenuta di quella forma di ordine interno ed internazionale che ci rappresenta da un paio di secoli: lo Stato nazione, appunto.

Già negli anni Novanta a livello accademico il dibattito sembrava concluso con il generale riconoscimento di una verità di fondo: lo Stato nazione è in crisi. E si tratta di una crisi irreversibile. ”La fine dello Stato nazione” è il titolo, lapidario, di un saggio pubblicato nel 1995 dal politologo nippoamericano Kenichi Ohmae. Parlando delle élite politiche nazionali e locali, Ohmae la mise così: “Le aspettative crescenti degli elettori hanno in effetti modificato il loro ruolo: oggi essi sono soprattutto mercanti di denaro pubblico”. Cioè a dire che lo sviluppo del nuovo ordine nazionale ed internazionale lascia ai singoli governi i margini per dispensare qualche marchetta, non più quelli per impostare alcuna strategia.

Può non piacere, ma questa è la realtà. E in questa realtà si dibatte un Emmanuel Macron che finge di governare la Grande Francia e una Giorgia Meloni, che sembra aver capito quanto pensare di poter governare l’Italia contro l’Europa sia il proposito dei folli, ma che fatica ad affrancarsi dalla demagogia degli anni passati all’opposizione cavalcando tutte le onde “anti”: anche quella antieuropea incarnata da Marine Le Pen. Cosa che, con tutta evidenza, i francesi non le perdonano.

Perciò, essendo oggi la Giornata dell’Europa, è bene dare per acquisito che nessuno può fare a meno di coltivarne politicamente il sogno. Tanto meno noi italiani. È, dunque, bene aderire, e farlo anche con un certo entusiasmo, alle parole scritte nel lontano 1929 da Josè Ortega y Gasset ne “La ribellione delle masse”: «Se si facesse un’ideale esperimento di ridursi a vivere puramente con ciò che siamo, come “nazionali”, mediante un processo di pura immaginazione si estirpasse dell’uomo medio francese tutto quel che usa, pensa, sente per il tramite degli altri paesi continentali, sentirebbe terrore. Vedrebbe che non gli è possibile vivere di quello soltanto e che i quattro quinti del suo capitale intimo sono beni comuni europei».

Auguri di buon futuro all’Europa, la Patria dove risorge l’interesse nazionale.

Huffington Post

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Buona Festa dell’Europa!


Nell’ambito del Maggio dei Libri, in occasione della Festa dell’Europa, Michele Gerace legge Alessandro Manzoni. La lettura è tratta dall’Ode civile “Marzo 1821”, Alessandro Manzoni, Tutte le opere (Giunti Barbera, 1966) L'articolo Buona Festa dell’Europ

Nell’ambito del Maggio dei Libri, in occasione della Festa dell’Europa, Michele Gerace legge Alessandro Manzoni.

La lettura è tratta dall’Ode civile “Marzo 1821”, Alessandro Manzoni, Tutte le opere (Giunti Barbera, 1966)

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Festa dell’Europa 2023 – Michele Gerace legge Alessandro Manzoni


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Ora le opposizioni colgano l’occasione: non agguati, ma confronto serio e nel merito


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Il Dubbio, 9 maggio 2023, pagina 4

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Nel Pd non c’è spazio per il merito e le idee liberali


Caro Direttore, nei prossimi giorni presenterò le mie dimissioni dal Senato che dovranno poi essere approvate dall’Aula. Non è stata una scelta facile e La ringrazio per l’opportunità di spiegarne le motivazioni. Lascio il Senato per andare a dirigere, a

Caro Direttore, nei prossimi giorni presenterò le mie dimissioni dal Senato che dovranno poi essere approvate dall’Aula. Non è stata una scelta facile e La ringrazio per l’opportunità di spiegarne le motivazioni. Lascio il Senato per andare a dirigere, a titolo gratuito, un nuovo Programma per l’Educazione nelle Scienze Economiche e Sociali rivolto agli studenti delle scuole superiori offerto dall’Università Cattolica di Milano. L’idea è di costituire un gruppo di esperti senior di alto livello che, pro bono, visiteranno le scuole per condividere con gli studenti le loro esperienze accumulate in una vita lavorativa. L’obiettivo è di svolgere circa 150 visite all’anno, forse di più. I temi trattati comprenderanno le tendenze di breve e lungo termine dell’economia italiana, le politiche monetarie e di bilancio, le tematiche strutturali soprattutto rispetto all’inserimento nel mondo del lavoro, la sostenibilità economica e ambientale, la finanza, l’interazione tra economia e diritto, la costituzione italiana e l’importanza della comunicazione per le politiche economiche e sociali. Le presentazioni non comporterebbero costi per le scuole coinvolte. Ci sarebbero poi presentazioni serali per centri culturali, circoli per gli anziani e così via.

Credo molto in questo progetto, anche perché penso sia importante che chi ha avuto tanto dalla vita e ha accumulato esperienze sia disposto a condividerle con giovani e altri. Rispetto alla mia attuale posizione al Senato, due cose hanno reso più facile accettare la proposta fattami dall’Università Cattolica. Primo, in questo momento storico mi sembra che nella vita parlamentare ci sia molta, troppa animosità. Spesso le posizioni sono espresse “per partito preso” e i dibattiti sono solo un’occasione per attaccare l’avversario. Non intendo criticare i miei colleghi. Una forte contrapposizione tra maggioranza e opposizione è probabilmente inevitabile in questo momento storico, ma i dibattiti estremizzati non sono nelle mie corde. Forse allora, nel mio piccolo, posso essere più utile al Paese tornando a commentare le politiche economiche dall’esterno, dicendo quello che penso senza il rischio di autocensurarmi. Secondo, è innegabile (basta vedere la composizione della nuova Segreteria) che l’elezione di Elly Schlein abbia spostato il Pd più lontano dalle idee liberaldemocratiche in cui credo. Ho grande stima di Elly Schlein e non credo sbagli a spostare il Pd verso sinistra. La scelta alle primarie è stata netta e i sondaggi la premiano. Un Pd più a sinistra può trasmettere un messaggio più chiaro agli elettori, cosa essenziale per un partito politico. Ciò detto, mi trovo ora a disagio su diversi temi.

Una questione chiave è il ruolo che il “merito” debba avere nella società. Il principio del merito era molto presente nel documento dei valori del Pd del 2008, l’ultimo disponibile quando decisi di candidarmi. Manca invece in quello approvato a gennaio 2023 e nella mozione Schlein per le primarie. A livello più specifico, di recente ci sono stati diversi casi in cui non ho condiviso le posizioni prese dal Pd, per esempio su aspetti del Jobs Act, sull’aumento delle accise sui carburanti, sul freno al Superbonus e sul compenso aggiuntivo per insegnanti che vivono in aree dove il costo della vita è alto, come suggerito da Valditara. Ho posizioni diverse da Elly Schlein anche sui termovalorizzatori, sull’utero in affitto e in parte anche sul nucleare. Qualcuno dice che, date queste differenze, dovrei cambiare gruppo parlamentare. Non sarebbe giusto, anche perché sono stato eletto col proporzionale e quindi senza una scelta diretta sul mio nome da parte degli elettori. Il primo dei non eletti mi sostituirà senza perdite di seggi per il Pd. Mi sembra la scelta più corretta. L’autore è senatore indipendente nel gruppo del Pd

La Repubblica

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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 17 maggio 2023, Pescara


17 maggio 2023, ore 20:30 Ristorante Sea River – Da Michele, Via Valle Roveto, 37, Pescara Interviene Giampiero di Florio, Procuratore della Repubblica di Chieti Sarà presente l’autore Partecipazione su invito. L'articolo Presentazione del libro “Non dia

17 maggio 2023, ore 20:30

Ristorante Sea River – Da Michele, Via Valle Roveto, 37, Pescara

Interviene

Giampiero di Florio, Procuratore della Repubblica di Chieti

Sarà presente l’autore

Partecipazione su invito.

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La guerra e le spese militari nel mondo. L’opinione di Mastrolitto e Scanagatta


Papa Francesco parla spesso della grande vergogna della guerra e delle spese crescenti per gli armamenti. È una vergogna perché queste enormi risorse potrebbero, in spirito di solidarietà, essere destinate ai tantissimi Paesi che vivono al di sotto della

Papa Francesco parla spesso della grande vergogna della guerra e delle spese crescenti per gli armamenti. È una vergogna perché queste enormi risorse potrebbero, in spirito di solidarietà, essere destinate ai tantissimi Paesi che vivono al di sotto della soglia di povertà e sono nella miseria.

Non dimentichiamo che la nostra Costituzione all’articolo 11 stabilisce che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Ci si chiede come questo dettato costituzionale possa andare d’accordo con l’impegno del nostro Paese con la Nato (North Atlantic Treaty Organisation) di portare al 2% le spese militari rispetto al prodotto interno lordo. Attualmente l’Italia ha un’incidenza delle spese militari sul prodotto interno lordo dell’1,22%. Va tuttavia ricordato che dei Paesi aderenti alla Nato, una parte significativa si colloca al di sotto della soglia del 2% delle spese militari rispetto al prodotto interno lordo.

Ma non è di questo che si vuole parlare, ma dei dati a livello mondiale delle spese crescenti per gli armamenti, anche in connessione con la guerra tra la Russia e l’Ucraina che coinvolge tutti i Paesi della Nato.

L’ultimo dato disponibile (anno 2021), indica che le spese militari a livello mondiale sono ammontate a 2.113 miliardi di dollari. Si tratta di un valore molto vicino al prodotto interno lordo dell’Italia e a più della metà del prodotto interno lordo della Germania.

Negli ultimi vent’anni, le spese militari mondiali sono raddoppiate, con un tasso di crescita medio annuo superiore al 3,5%.
La graduatoria dei Paesi in base al rapporto tra spese militari e prodotto interno lordo vede i primi posti l’Oman, l’Arabia Saudita, l’Algeria, gli Emirati Arabi Uniti e il Kuwait con valori che variano tra il 6 e il 9%. Considerando i Paesi più significativi, scendendo nella graduatoria, troviamo Israele con il 5%, Russia e Ucraina con il 3,9%, Stati Uniti d’America con il 3,42%, India con il 2,4%, Regno Unito con il 2,14%, Polonia con il 2%, Cina con l’1,9%, Turchia con l’1,89%, Francia con l’1,84%, Portogallo con l’1,52%, Brasile con l’1,5%, Germania con l’1,38%, Italia con l’1,22%. Molti Paesi Europei si collocano al di sotto della soglia del 2%, compresa l’Italia che occupa la novantaseiesima posizione della graduatoria.

Il quadro muta in modo sostanziale se guardiamo la graduatoria delle spese militari in valore assoluto. Al primo posto troviamo gli Stati Uniti d’America con 667 miliardi di dollari. In seconda posizione si colloca la Cina con 482 miliardi, in terza l’India con 227 e in quarta la Russia con 157 miliardi. Questi quattro Paesi coprono quasi tre quarti della spesa complessiva mondiale in armamenti. Indicazioni interessanti si colgono scendendo nella classifica nella spesa militare in valori assoluti. L’Arabia Saudita copre il quinto posto con 142 miliardi di dollari, seguita dal Regno Unito con 63 miliardi. La Germania e la Francia si collocano solo al settimo e all’ottavo posto, rispettivamente con 58 e 53 miliardi di dollari. In nona posizione troviamo il Brasile con 49 miliardi, seguito dalla Turchia con 41. L’Italia sta all’undicesimo posto con 28 miliardi di dollari, seguita dalla Polonia con 23.

È interessante confrontare i primi dodici Paesi per importo delle spesse militari che abbiamo sopra considerato, con l’aiuto economico ai Paesi poveri nella forma di donazioni sempre di dodici Paesi che risultano primi nella graduatoria a livello mondiale. Nelle prime tre posizioni per doni concessi troviamo gli Stati Uniti (23,5 miliardi di dollari), il Regno Unito (12,5) e il Giappone (11,2). Nelle ultime tre posizioni si collocano Spagna (3,8), Italia (3,6) e Norvegia (3,0). Il totale dei doni dei dodici Paesi considerati ammonta a 97,12 miliardi di dollari, pari al 4,6% delle spese militari a livello mondiale. Si tratta di una percentuale irrisoria rispetto alle risorse che tutti i Paesi del mondo destinano alle spese per gli armenti.

Un altro dato interessante riguarda il confronto tra le spese complessive per armenti a livello mondiale, cioè 2.113 miliardi di dollari, e la somma dei prodotti interni dei Paesi poveri che uguaglia il totale delle spese stesse. La somma dei prodotti interni dei 99 Paesi più poveri uguaglia l’ammontare delle spese militari effettuate in tutto in mondo. Si tratta quindi di oltre la metà di tutti i Paesi del mondo. Se, ipoteticamente, le suddette spese militari fossero tutte destinate a doni al centinaio di Paesi poveri, i loro prodotti interni lordi raddoppierebbero.

Possiamo trarre alcune conclusioni dai dati che abbiamo presentato. Per prima cosa si è visto che la stragrande maggioranza delle spese militari a livello mondiale è concentrata in quattro Paesi: Stati Uniti d’America, Cina, India e Russia. La teoria degli imperi rimane confermata rispetto alle democrazie di tipo liberale.

L’Europa si conferma il fanalino di coda, in mancanza di una politica comune di difesa e di una politica estera comune. Tale debolezza dell’Europa risulta ulteriormente confermata con riferimento alle spese militari dei Paesi che fanno parte della Nato.

Rispetto alla Nato c’è da osservare che non si tratta di un rapporto di tipo multilaterale tra i Paesi che ne fanno parte, ma di un rapporto bilaterale tra i singoli Paesi e gli Stati Uniti d’America perché sono questi ultimi a fornire indicazioni precise ad ogni Paese aderente sugli armamenti da acquistare e sulle linee di strategia militare da seguire.
Colpisce l’incidenza delle spese militari sul prodotto interno lordo dell’Ucraina, quasi il 4%. Una percentuale del tutto simile a quella della Russia. I Paesi dell’Europa orientale presentano incidenze delle spese militari sul prodotto interno lordo pari o superiori al 2%, mentre i Paesi dell’Europa occidentale si collocano al di sotto di tale soglia.

La dimensione delle spese per armamenti a livello mondiale è colossale ed è pari al reddito complessivo di più della metà dei Paesi nel mondo. I doni dei Paesi ricchi a favore di quelli poveri sono caduti ad un livello di autentica insignificanza, con valori inferiori al 5% delle spese militari mondiali. Anche se ai doni sarebbero preferibili gli investimenti diretti dei Paesi ricchi nei PVS, soprattutto a causa della loro instabilità economica e politica. Il valore della solidarietà è quasi scomparso e siamo alle prese con una guerra che si svolge certamente nel territorio di un solo Paese, ma che coinvolge anche tutti i Paesi della Nato.


formiche.net/2023/05/guerra-sp…

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Un disegno di legge vieta denominazioni riferite alla carne per indicare alimenti a base vegetale. Dalla relazione illustrativa emerge che il vero scopo non è evitare confusione, ma tutelare prodotti "tradizionali".

Mio articolo su #Cibo di @domanigiornale

editorialedomani.it/idee/comme…

#laFLEalMassimo -episodio 91- Fare la festa ai lavoratori


Come sempre apriamo con un pensiero per il popolo ucraino ingiustamente invaso e oppresso dalla Russia Proseguiamo con alcune riflessioni sulla festa dei lavoratori che come sempre offre a una serie di sciacalli politici e mediatici l’occasione per pont

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Come sempre apriamo con un pensiero per il popolo ucraino ingiustamente invaso e oppresso dalla Russia

Proseguiamo con alcune riflessioni sulla festa dei lavoratori che come sempre offre a una serie di sciacalli politici e mediatici l’occasione per pontificare di sfruttamento, diritti negati e in qualche caso critica perfida del capitalismo e degli schiavi del profitto

Io vorrei invece celebrare la denuncia dell’ipocrisia e della demagogia legata al lavoro
In un articolo di cui trovate i riferimenti nella descrizione del podcast

ourworldindata.org/a-history-o…

il sito ourworld ci mostra il gigantesco miglioramento nelle condizioni di vita del genere umano registrato negli ultimi 2 secoli. Questo scenario riflette anche un fondamentale miglioramento delle condizioni dei lavoratori e soprattutto delle prospettive di miglioramento della propria condizione alla nascita che si possono realizzare attraverso il lavoro onesto nelle economie di mercato.

Esistono purtroppo ancora casi di sfruttamento dei lavoratori e dovremmo combatterli e ricordarcene tutto l’anno, non solo quando fa notizia, ricordando che i diritti dei lavoratori si tutelano al meglio rispettando interessi e diritti di chi quel lavoro crea assumendo il rischio d’impresa e non va soffocato dall’invadenza parassitaria dei mestieranti della politica.

Con buona pace degli sciacalli mediatici che a parole si ergono a protettori dei lavoratori e nei fatti difendono solo le proprie rendite di posizione e privilegi il modo migliore di celebrare il lavoro è constatare che solo nelle società aperte e democratiche il lavoro è uno strumento fondamentale di miglioramento della condizione umana.

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Università, Economia, Politica, Istituzioni e Giornalismo nell’opera di Luigi Einaudi: L’Università


8 maggio 2023 Il seminario approfondirà il mondo dell’accademia e le prospettive della ricerca e dell’insegnamento, anche nei rapporti con le imprese e con i progetti di finanziamento europei. Relatori Armando Plaia, Ordinario di diritto privato e Diretto

8 maggio 2023

Il seminario approfondirà il mondo dell’accademia e le prospettive della ricerca e dell’insegnamento, anche nei rapporti con le imprese e con i progetti di finanziamento europei.

Relatori
Armando Plaia, Ordinario di diritto privato e Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza;
Aldo Schiavello, Ordinario di Filosofia del diritto e Coordinatore del Dottorato in Diritti umani;
Giuseppe Di Chiara, Ordinario di Diritto processuale penale, Coordinatore del Dottorato in Pluralismi giuridici e Direttore della Scuola per le professioni legali.

Progetto Università, Economia, Politica, Istituzioni e Giornalismo nell’opera di Luigi Einaudi

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Si rifiuta di partecipare alla manifestazione filogovernativa, Asra Pahani uccisa dal regime


La nuova generazione di ventenni, che costituisce circa il 60% della popolazione, non è più disposta ad ascoltare la propaganda del regime che per 44 anni ha fomentato odio e divisione nel paese per meglio controllarlo. Nella notte del 29 novembre del 202

La nuova generazione di ventenni, che costituisce circa il 60% della popolazione, non è più disposta ad ascoltare la propaganda del regime che per 44 anni ha fomentato odio e divisione nel paese per meglio controllarlo. Nella notte del 29 novembre del 2022, dopo la sconfitta subita dall’Iran nella partita del mondiale di calcio in Qatar con gli Stati Uniti, i giovani iraniani hanno sventolato la bandiera americana per le strade al grido “L’America è dentro di noi”. Erano stati educati a odiare gli Stati Uniti e gli ebrei e a bruciare le loro bandiere. Ora è il sistema teocratico ad essere odiato dalla “Generazione Z”, stufa di questo regime che ha fatto gridare nelle piazze del paese ai loro genitori e ai loro nonni lo slogan “Morte all’America”, fin dalla scuola elementare.

Per 44 anni il regime ha praticato una propaganda asfissiante, un vero e proprio lavaggio del cervello affinché gli iraniani considerassero l’America e Israele come espressione del diavolo.

Il 26 maggio 2022 vi è stato un grande raduno nello stadio Azadi, nel complesso sportivo della parte occidentale di Tehran e nelle aree circostanti, dove alcune decine di migliaia di persone hanno partecipato insieme ai loro figli ad una manifestazione di devozione verso la guida suprema Ali Khamenei. Con le loro voci hanno accompagnato quelle di un coro di artisti professionisti che hanno intonato “Salam Farmandeh!”, nota anche come “Salam Ya Mahdi!” che significa “Ciao Comandante!”.

Una canzone persiana, questa, prodotta dall’artista iraniano, “Abuzar Rouhi”, su Muḥammad ibn al-Ḥasan al-Mahdī, ritenuto dagli sciiti l’ultimo dei dodici imam, il Mahdi escatologico che emergerà alla fine dei tempi per stabilire la pace, la giustizia e per redimere l’Islam.

La figura del Mahdi escatologico è un pilastro anche dello sciismo. L’escatologia islamica studia gli eventi futuri che accadranno alla fine dei tempi. Si basa principalmente su fonti del Corano e della Sunnah. Gli aspetti di questo campo di studio includono i segni dell’era finale, la distruzione dell’universo e il Giorno del Giudizio.

“Salam Farmandeh” è eseguita da un nutrito gruppo di giovani provenienti da tutto il mondo musulmano.

La canzone è stata pubblicata sui social media nel marzo 2022 poco prima dell’inizio del nuovo anno persiano (Farvardin 1401), successivamente è stata riproposta con grande successo ad aprile e maggio 2022. Apparentemente il brano musicale mira a propagandare un supposto sostegno della nuova generazione alla rivoluzione islamica del 1979 e alla sua ideologia. Il regime è molto attivo a mobilitare gli studenti delle scuole elementari e medie per formare cori con un gran numero di fanciulli e fanciulle per far cantare loro nello stadio Azadi questa canzone che è di fatto un vero e proprio inno alla venerazione di Khamenei.

Recentemente, in occasione delle celebrazioni dell’anniversario della fondazione della Repubblica islamica, l’11 febbraio 1979, il regime ha organizzato un raduno in cui si sono esibiti nella recita del “Salam Farmandeh” oltre 100 mila adolescenti.

Asra Panahi faceva parte di un gruppo di studentesse del Shahed Girls High School di Ardabil, nell’Azerbaijan occidentale, che si erano rifiutate di partecipare a una manifestazione filogovernativa e di eseguire la canzone “Salam Farmandeh”. Le studentesse sarebbero state picchiate brutalmente dalle forze di sicurezza basij (forze volontarie paramilitari del Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica) che avevano fatto irruzione nel Liceo, chiamate dal preside.

La giovane è morta il 12 ottobre 2022 all’ospedale Fatemi di Ardabil per le conseguenze delle gravi ferite riportate alla testa.

Asra, aveva 16 anni, era nata il 5 marzo del 2007 ed era di etnia azera. Era conosciuta tra le sue coetanee come una campionessa di nuoto, la disciplina in cui eccelleva era lo stile libero. Nel torneo dell’Azerbaijan Cup 2017 era riuscita a conquistare la medaglia di bronzo nei 50 e 100 metri stile libero; aveva conquistato anche il terzo posto nell’individuale e nel nuoto a squadre nella 4×50 metri. Competizioni, queste, ospitate presso l’Abadgaran Pool di Tabriz.

Nel 2017 era stata selezionata come migliore nuotatrice nella fascia di età tra i 12 e i 14 anni nella lega di nuoto femminile della provincia iraniana dell’Azerbaijan orientale. Nel settembre 2018, ha partecipato come rappresentante della provincia dell’Azerbaijan orientale alle Olimpiadi dei migliori talenti di nuoto dell’Iran. Inoltre, raggiunse il sesto posto nella fascia di età di 13-14 anni nei 50 metri dorso.

I funzionari del Liceo Shahed Girls High School intendevano costringere le studentesse a partecipare a una manifestazione filogovernativa dove avrebbero dovuto cantare “Salam Farmandeh” per elogiare Ali Khamenei. Alcune studentesse hanno fatto squadra e si sono rifiutate di partecipare a questo evento propagandistico per protestare contro l’uccisione di Mahsa Amini, contro il regime teocratico, contro l’hijab obbligatorio e l’apartheid di genere.

Alcuni genitori hanno riferito che le studentesse hanno mostrato grande determinazione e coraggio nell’opporsi all’odiosa costrizione rafforzando il loro rifiuto gridando nei confronti dei funzionari scolastici: “Abbasso il dittatore”. Il preside quindi ha chiesto l’intervento delle forze di sicurezza che, in borghese, hanno fatto irruzione nella scuola e hanno aggredito le ragazze, picchiandole ferocemente e arrestando dodici di loro, tra queste vi era Asra Panahi. Tutte le dodici ragazze sono poi finite in ospedale per le durissime percosse subite. Panahi è morta per emorragia cerebrale.

La morte di Asra è diventata un grido di battaglia durante le manifestazioni per la liberazione dell’Iran dalla Repubblica islamica, soprattutto ad Ardabil.

La rete di informazione Dana, collegata al corpo dei pasdaran, ha realizzato un video in cui un uomo mascherato, presentato come lo zio di Asra, sostiene che la ragazza aveva una malattia cardiaca congenita e che per questo era deceduta nel cuore della notte dopo essere stata portata in ospedale. Ha dunque precisato che la sua morte “non era da collegarsi ad alcuna violenza subita da parte delle forze di sicurezza”.

Anche i parenti di Nika Shakarami, di Sarina Esmailzadeh e di tantissime altre donne ammazzate durante le manifestazioni “Donna, Vita, Libertà”, avevano subito minacce dalle forze basij che avevano loro intimato di non diffondere la notizia dell’aggressione subita dai loro cari “altrimenti avrebbero fatto fare la stessa fine di Mahsa Amini ad altri componenti delle loro famiglie”. Un comportamento, questo del regime iraniano, di stampo prettamente mafioso.

Kazem Musavi, membro dell’assemblea parlamentare di Ardabil, ha ribadito che Panahi si era suicidata.

Il silenzio della comunità occidentale davanti a questi orribili crimini ha l’odore della morte e giorno dopo giorno colpisce al cuore la speranza dei ragazzi e delle ragazze di vivere in un Iran finalmente libero e democratico.

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Cambio al vertice delle Forze armate Usa. Ecco il gen. Brown


Sarà l’attuale capo di Stato maggiore della Us Air force, il generale Charles Q. Brown Jr. il prossimo chairman of the Joint chiefs of staff, l’equivalente a stelle e strisce del capo di Stato maggiore della Difesa. La notizia, che la Casa bianca deve anc

Sarà l’attuale capo di Stato maggiore della Us Air force, il generale Charles Q. Brown Jr. il prossimo chairman of the Joint chiefs of staff, l’equivalente a stelle e strisce del capo di Stato maggiore della Difesa. La notizia, che la Casa bianca deve ancora ufficializzare, significa che Brown andrà a sostituire, a partire da settembre, l’attuale chairman, il generale dello Us Army, Mark Milley. La decisione, tra l’altro, ha una forte valenza politica, dal momento che il generale Brown si è reso famoso a livello nazionale, e non solo, in occasione delle proteste che interessarono gli Stati Uniti per l’uccisione di George Floyd, quando come comandante delle Forze aeree Usa nel Pacifico, invio un video messaggio della sua esperienza come militare nero nelle Forze armate statunitensi.

Il caso George Floyd

Il video, un raro caso di esposizione pubblica da parte di un alto ufficiale militare americano, fu un segnale importante non solo all’interno dell’Usaf o delle Forze armate, ma a livello nazionale. Il messaggio di Brown, tra l’altro, arrivò poco dopo la richiesta dell’allora presidente Donald Trump di attivare l’Insurrection Act, con la previsione di poter impiegare i militari per reprimere le proteste. Il generale Brown, tra l’altro, era in attesa di un voto al Senato, a maggioranza repubblicana, per diventare il prossimo capo dell’Usaf. “Penso a quanto sono commosso non solo per George Floyd, ma anche per i molti afroamericani che hanno subito la sua stessa sorte”, disse Brown nel video, “penso alle proteste nel mio Paese, all’uguaglianza espressa nella nostra Dichiarazione di Indipendenza e nella Costituzione, che ho giurato di sostenere e difendere per tutta la vita. Penso alla storia delle questioni razziali e alle mie esperienze personali che non sempre hanno cantato di libertà e uguaglianza”.

Cambio ai vertici

Se confermato, tra l’altro, Joe Biden sceglierebbe due afroamericani a guidare il Pentagono, andando ad affiancare l’attuale segretario alla Difesa Lloyd J. Austin III. Un segnale forte anche per i repubblicani, che hanno di recente accusato il dipartimento della Difesa di essere troppo “woke”, e a Trump, il cui legame con il Pentagono è legato a una fotografia che lo ritraeva con ufficiali esclusivamente bianchi. Un segnale anche all’interno delle Forze armate, formate al 43%, su 1,3 milioni di soldati, da militari neri. Per decenni, la sensazione tra le fila del personale in uniforme, è stata che le decisioni venissero prese esclusivamente da bianchi (maschi).

Il generale Brown

Pilota di F-16 con più di tremila ore di volo, di cui 130 in combattimento, nel 2015 ha assunto il comando dell’U.S. Air Forces Central Command, dirigendo la guerra aerea contro l’Isis. L’anno successivo è diventato vice capo del Comando centrale degli Stati Uniti. Nell’estate 2018, Brown ha assunto il comando delle Forze aeree del Pacifico e nel marzo 2020 è stato nominato capo di Stato maggiore dell’Usaf. Brown è ampiamente rispettato dai vertici della Forza armata e dagli osservatori esterni. Descritto come un leader riflessivo e innovatore. Nei due anni e mezzo trascorsi alla guida dell’Aeronautica militare, Brown ha cercato di rimodellarne la struttura, abbandonando le piattaforme obsolete, ritenute inadatte a una eventuale guerra di nuova generazione, e cercando di modificare il modo in cui l’Usaf si sarebbe dovuta preparare a un eventuale conflitto contro la Cina, uno sforzo che ha definito “accelerare il cambiamento o perdere”.

Foto:USAF


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All’Ue serve un’industria della Difesa più forte. Borrell al convegno Eui


Rafforzare l’industria europea della Difesa e concentrarsi sugli aiuti militari a supporto dell’Ucraina. Questi alcuni dei principali temi affrontati dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, nel

Rafforzare l’industria europea della Difesa e concentrarsi sugli aiuti militari a supporto dell’Ucraina. Questi alcuni dei principali temi affrontati dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, nel corso del convegno “The State of the Union: building Europe in times of uncertainty” che si tiene questi giorni a Firenze. Si tratta della conferenza annuale organizzata dall’European university institute (Eui), orientata a stimolare un dibattito intorno alle questioni geopolitiche di maggior interesse, dalla guerra russo-ucraina alla sostenibilità, fino alla transizione digitale.

Serve rafforzare l’industria europea

“Quella attuale va bene per i tempi di pace”. Così Borrell ha parlato dell’industria europea della Difesa, aggiungendo che è necessario aumentare sia “la capacità dell’Ue di produrre armi” che “aumentare la capacità industriale di produzione della Difesa”. Il grande sforzo richiesto al comparto per venire incontro alle esigenze di Kiev ha sicuramente dimostrato resilienza nel quadro emergenziale; ma di fronte al protrarsi del conflitto emergono altre criticità riguardanti, ad esempio, i fondi messi a disposizione dall’Ue. Infatti, secondo l’Alto rappresentante i “500 milioni di euro appena stanziati per aumentare la produzione delle munizioni sono un buon segnale, ma non una svolta”.

L’Ue faccia un salto per l’unità e la regolamentazione

Pur ribadendo quanto il conflitto, e il nemico comune rappresentato da Mosca, abbiano provocato l’effetto di unire ancor di più i Paesi membri Ue tra loro, per Borrell potrebbe non essere sufficiente a garantire questa stessa unità anche a lungo termine. “Se vogliamo sopravvivere dobbiamo essere più uniti come europei”, ha infatti spiegato l’Alto rappresentante, aggiungendo un’osservazione sulle mancanze ancora presenti sul piano legislativo che non permettono ancora all’Ue di esprimersi con una voce univoca in merito alla politica estera del Vecchio continente: “Siamo un club di Stati, dobbiamo avere regole che ci permettono di decidere rapidamente in un mondo che corre”. In tale scenario la guerra continua, e continua dunque a rimanere una priorità. “Se non sosteniamo l’Ucraina, il Paese cadrà. È chiaro che preferiremmo spendere questo denaro per altro, per i nostri i cittadini, per le spese nei servizi del sociale, ma non abbiamo scelta”, ha avvertito Borrell. A detta sua, “non è il momento delle sessioni diplomatiche, ma di sostenere militarmente la guerra”.

Una pace ancora lontana

Pensando al futuro, però, è bene soffermarsi su come possa terminare il conflitto che sta scuotendo da più di un anno il Vecchio continente, nonostante “per parlare di pace ci voglia qualcuno con cui parlarne”, mentre Putin sembra non muovere le sue convinzioni continuando a parlare di obiettivi militari da raggiungere. In tale scenario la Cina secondo Borrell può giocare un ruolo potenzialmente significativo. “L’unico piano di pace per l’Ucraina sul tavolo è quello di Volodymyr Zelensky, quella cinese è una serie di desideri, di sogni”, ha raccontato l’Alto rappresentante, aggiungendo però che: Pechino “ha un ruolo importante perché può avere la maggiore influenza su Mosca” e porre fine a tutto questo. Borrell ha citato inoltre la telefonata tra Ed anche la telefonata tra Xi Jinping e Zelensky definendola “una cosa positiva”. L’unico messaggio per il presidente russo è che ponga fine alle ostilità, interrompendo la guerra. La guerra d’altronde per Borrell “non può finire con l‘Ucraina che diventa una seconda Bielorussia”. Nel frattempo, l’Alto rappresentante ha reso noto che è attesa a breve la proposta della Commissione europea dell’undicesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina e sul tavolo di discussione pare vi sia in particolare la volontà di colpire gli Stati terzi che stanno favorendo l’elusione delle sanzioni contro Mosca.


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#ilCafFLEespresso – L'(in)giustizia penale con Lorenzo Zilletti


Conducono Massimiliano Annetta e Nicola Galati Presentazione del volume “Ispezioni della terribilità. Leonardo Sciascia e la giustizia” a cura di Lorenzo Zilletti e Salvatore Scuto L'articolo #ilCafFLEespresso – L'(in)giustizia penale con Lorenzo Zillett

Conducono Massimiliano Annetta e Nicola Galati

Presentazione del volume “Ispezioni della terribilità. Leonardo Sciascia e la giustizia” a cura di Lorenzo Zilletti e Salvatore Scuto

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Intelligenza Artificiale: un’Introduzione Storica


L’Intelligenza Artificiale sta cambiando profondamente il nostro modo di vivere e lavorare. Non si tratta di un semplice salto tecnologico, ma di una rivoluzione paragonabile a quella industriale. Nulla sarà più come prima. L’intelligenza artificialeContinue reading

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Infetti


Guardate fuori dal finestrino, se vi trovate a passare per il Salento: vedrete i mostri d’Italia. Osservate la devastazione, sappiate che proseguirà e fate uno sforzo di memoria, in questo Paese che sembra non avere mai un passato: provate a ricordare il

Guardate fuori dal finestrino, se vi trovate a passare per il Salento: vedrete i mostri d’Italia. Osservate la devastazione, sappiate che proseguirà e fate uno sforzo di memoria, in questo Paese che sembra non avere mai un passato: provate a ricordare il nome di chi ne è responsabile. Ne indicherò alcuni, ma la filiera del cialtronismo è lunga. E non si limita a quel che è successo e sta succedendo qui, va ben oltre. Sono i mostri d’Italia.

In Puglia 21 milioni di magnifici ulivi sono contagiati dalla Xylella fastidiosa (un batterio che chiude i vasi linfatici e li essicca): 41mila sono già morti. Nella sola provincia di Lecce sono andate perse 3 olive su 4. Sono infetti 8mila chilometri quadrati: il 40% della Puglia, secondo i calcoli della Coldiretti. Altre fonti ne contano assai di più. Dal finestrino non saprei dire, anche perché si appannano gli occhi. La devastazione è produttiva, economica, culturale, paesaggistica, turistica. E non è finita, perché Xylella è ancora lì. Inutile aggiungere che i soldi stanziati per reimpiantare sono ancora intonsi: domande superiori alle disponibilità, che però restano nel cassetto.

Chi voglia farsi un’idea dello scempio può leggere il libro di Daniele Rielli (“Il fuoco invisibile”). Si stenta a credere che sia potuto veramente succedere. Per chi va di fretta qualche breve ricordo può essere utile. Quando il batterio cominciò a colpire (2012) c’era da adottare subito un rimedio, capace di limitare moltissimo il danno: esaminare le piante ed eradicare le infette e quelle a rischio. Doloroso, ma salvifico. Invece si negò l’esistenza del batterio. Roba da totali cretini. S’andò avanti con detti popolari del tipo che l’ulivo non muore mai e si riprende sempre, che poi sono detti da chi con gli ulivi non ha mai avuto a che fare. Si sostenne che era un complotto, si chiese e ottenne l’intervento della magistratura. Ancora prima del Covid s’erano fatte le prove generali del negazionismo antiscientifico. Ed ecco i nostri eroi.

Beppe Grillo: «La Xylella fastidiosa è una gigantesca bufala». Chiesero anche una commissione parlamentare d’inchiesta, sulla bufala, lanciarono messaggi social a raffica con sotto la scritta «Condividete». E gli sventurati condivisero.

Un quotidiano scandalosamente scandalistico (Fatto e rifatto) faceva scrivere espertoni secondo cui si doveva guardare semmai alle «frequenze vibrazionali distruttive prodotte dall’inquinamento». Che ancor si dovrebbe vibrare d’indispettita indignazione.

Quando la Corte di giustizia europea sentenziò l’ovvio, peraltro sulla scorta di studi seri e scientifici fatti da italiani – ovvero che si dovesse provvedere a eradicare in fretta, altrimenti sarebbe successo quel che è poi successo – non si fece attendere Matteo Salvini: «Maledetta Unione Sovietica Europea! Ordina di abbattere gli ulivi in Puglia anche se non ancora malati di Xylella. Il prossimo obbligo sarà sradicare i vigneti nel Chianti o in Veneto??». E giù sguardi di furba e divertita intesa: anche oggi gliel’ho cantata.

Insuperabile Michele Emiliano: «Da quattro anni la Xylella è ferma, caso vuole che io sono presidente da quattro anni». Dove il problema non è nel credersi meritevole di onorificenza antibatterica, ma nel credere che il batterio fosse fermo. Il presidente della Regione più devastata non aveva la minima cognizione, lo pensava inerte e s’ergeva a difensore degli ulivi.

Guardate fuori dal finestrino, pensate alle facce loro e a quelle di attori e cantanti accorsi a manducare una fetta di torta complottista e antisistemica. Pensate al loro conformismo che pretende d’essere anticonformista, alla loro lucida deficienza, al loro remunerato disinteresse, pensate alla destra che li cavalca per antieuropeismo e alla sinistra che li accudisce per popolarismo antipopolare. Guardateli e guardate gli ulivi. Guardateli bene. Perché se non riuscite a capire farete la stessa fine.

La Ragione

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Equilibrio e stabilità. Le parole chiave dell’Esercito secondo Serino


L’Esercito italiano è la Forza armata più antica del nostro Paese. Nato appena un mese dopo l’Unità d’Italia, ne ha seguito da protagonista tutte le vicende storiche, fino a oggi, dov’è chiamato ad affrontare le sfide di uno scenario sempre più complesso.

L’Esercito italiano è la Forza armata più antica del nostro Paese. Nato appena un mese dopo l’Unità d’Italia, ne ha seguito da protagonista tutte le vicende storiche, fino a oggi, dov’è chiamato ad affrontare le sfide di uno scenario sempre più complesso.

Generale, il 4 maggio l’Esercito italiano compie 162 anni (qui la gallery). Che lezioni ci arrivano dalla sua lunga storia?

Mi permetta di fare una doverosa precisazione. Il 4 maggio 1861 l’Esercito assume il nome di Esercito italiano, a caratterizzare il legame con il nuovo Regno d’Italia e, soprattutto, l’appartenenza agli italiani. Noi celebriamo questa data come momento fondante, pur conservando forte il legame con la tradizione militare preunitaria perché facciamo dell’appartenenza agli italiani, di tutti, senza distinzione, il nostro valore più forte.

Il rapporto tra cittadini ed Esercito non è mai mancato, neanche nei momenti più bui e tragici. Tra pochi mesi ricorderemo gli ottant’anni della difesa di Roma e delle Quattro giornate di Napoli. In quei giorni, soldati dell’Esercito (e delle altre Forze armate) e cittadini gettarono insieme semi valoriali importanti per la nascita dell’Italia di oggi. La prima lezione è proprio questa: preservare forte e saldo il legame tra gli italiani e il loro esercito. La seconda lezione, più professionale, è l’importanza di guardare al progresso tecnologico, perché se i principi dell’arte militare da millenni sono i medesimi, gli strumenti e le modalità operative sono in continuo divenire. Alla fine del XIX secolo l’Esercito fu protagonista di innovazione: mi vengono in mente gli esperimenti sull’uso della radio e delle aeronavi. Dobbiamo tornare a esserlo, protagonisti dell’innovazione, perché ne abbiamo la capacità e la necessità.

Con la guerra alle porte dell’Europa, è riemersa la centralità dello strumento militare terrestre nel sistema di Difesa nazionale. Dopo anni concentrati in missioni di pace e operazioni anti-terrorismo, come si deve preparare l’Esercito a questo “ritorno” a scenari più convenzionali?

Un capo di Stato maggiore dell’Esercito di qualche anno fa ci diceva: “Le operazioni convenzionali sono le più complesse e le più difficili. Se sai fare quelle, sai fare tutto”.

Per prepararsi al convenzionale ci vogliono sistemi d’arma allo stato dell’arte e tanto addestramento. Negli ultimi anni, per scelte di contingenza, sono mancati gli uni e l’altro. Per quanto riguarda l’ammodernamento dei mezzi e degli equipaggiamenti, bisogna avviare quanto prima i programmi che l’Esercito ha individuato nel 2022 e sinteticamente illustrato in “Esercito 4.0”.

Le parole-chiave sono equilibrio e stabilità. L’equilibrio è necessario perché se non è possibile fare tutto in parallelo, non possiamo neanche farlo in serie, una cosa alla volta. Alcune capacità essenziali devono ammodernarsi da subito. La stabilità serve nelle risorse e nella programmazione, che deve conservare anche coerenza capacitiva e industriale. Per quanto riguarda l’addestramento, ci vogliono poligoni e soldi. In questo settore siamo indietro e il Paese nella sua interezza deve prenderne coscienza. È un argomento che non appassiona, e infatti poco leggo sull’argomento, ma un equipaggio carri ben addestrato vale quanto e più del carro stesso.

Oggi l’Esercito è presente in tutti i principali scenari di riferimento italiani e alleati. Dai Paesi baltici al Medio Oriente e il Mediterraneo allargato, passando per il fianco orientale, i soldati italiani sono schierati in un arco geografico la cui ampiezza si avvicina a quello della Seconda guerra mondiale. Qual è l’importanza di questa presenza internazionale?

La presenza dell’Esercito in tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo allargato è segno che la politica di sicurezza e difesa dell’Italia non insegue le mode, ma l’interesse nazionale. Ovviamente il merito non è nostro ma dei governi che si sono susseguiti. Il Paese ha bisogno di stabilità verso est, guardando anche all’est vicino e all’Artico, e verso sud-est: Africa e vicino e Medio Oriente. Garantire una presenza qualificata in tutte queste regioni richiede un grande sforzo, sia da parte del personale sia delle strutture organizzative, ma siamo pienamente consapevoli che dobbiamo esserci. Un aiuto potrà darcelo la rapida attuazione delle deleghe contenute nella legge 119 del 2022, votata da tutti gli schieramenti politici, in merito a incrementi numerici di personale militare e riserve. Dal canto nostro, come peraltro stanno facendo altri eserciti Nato, vogliamo dedicare alcune unità convenzionali alla Security force assistance e alla Military assistance, il cui ruolo continua e continuerà a crescere.

L’attuale scenario di insicurezza e fragilità globale richiede anche che l’Esercito abbia a disposizione mezzi all’avanguardia che le permettano di agire nei moderni scenari operativi. Come dovranno essere i mezzi terrestri di domani?

I mezzi del futuro Esercito dovranno essere coerenti con un approccio che introduco in esclusiva per Airpress: così come il joint è stato soppiantato dal multidominio, così il Combined arms dovrà essere soppiantato dal Cooperative systems.

I nuovi mezzi della Forza armata dovranno essere ideati e progettati per cooperare tra loro e generare effetti in più domini e più dimensioni. Apripista in questa ottica potranno essere il Nees A-249 e l’altro progetto che vorremmo come Forza armata avviare quanto prima, coinvolgendo tutte le industrie nazionali del comparto difesa: il futuro Aics (Armored infantry combat system) dell’Esercito.

Il collante per il Cooperative system è un’architettura C5I (Comando, controllo comunicazioni, computer, cyber e informazioni) distribuita su tutte le piattaforme, realmente aperta a integrare nel tempo ogni futura innovazione tecnologica.

In uno scenario multidominio come quello attuale, la dimensione terrestre non si limita alla superficie del suolo. Fondamentale sarà infatti lo sviluppo di sistemi all’avanguardia anche nel campo della difesa contraerea e dell’ala rotante. Quali caratteristiche dovranno avere queste componenti dell’Esercito del prossimo futuro?

Esercito 4.0 individua la manovra dalla terza dimensione e la difesa integrata come due elementi fondamentali dello strumento terrestre futuro. Entrambe garantiranno la piena efficacia se sapremo avvalerci delle potenzialità offerte dall’automazione e dall’intelligenza artificiale (IA), per rendere tempestivo l’intervento dei diversi sistemi di cui queste capacità saranno dotate.

Con riferimento alla difesa integrata (contraerea è limitativo) bisognerà disporre di sistemi cinetici e non, letali e non letali, in grado di difendere uomini, mezzi da combattimento e dispositivi da ogni ipotizzabile minaccia che provenga dall’alto. Individuare, identificare, tracciare e ingaggiare è un processo che deve diventare sempre più veloce e discriminante, e qui c’è spazio per IA e automazione. La cooperazione con l’Aeronautica nella gestione dello spazio aereo sarà altrettanto essenziale, irrinunciabile.

Nel settore degli elicotteri, osserviamo con interesse le nuove tecnologie che, garantendo diverse caratteristiche ai profili di volo (raggio d’azione, velocità, manovrabilità), dovranno essere tra loro complementari, anche in riferimento ai diversi scenari e missioni nei quali l’Esercito potrà essere chiamato a confrontarsi. Non posso non ribadire che, quali che siano le future macchine, tutte dovranno avere una comune architettura C5I, comune anche ai sistemi più propriamente terrestri. È qui che si gioca l’efficacia e la rilevanza dell’Esercito nel futuro.

Gli attuali campi di battaglia sono caratterizzati sempre più dalle nuove dimensioni operative, lo spazio e, soprattutto, il cyber. In che modo si sta preparando l’Esercito a queste sfide?

Già quattro anni fa, nell’ambito del Comando trasmissioni, è stato costituito il Reparto sicurezza cibernetica, con l’obiettivo da un lato di formare specialisti nel campo e dall’altro di esplorare rischi e opportunità di questo nuovo dominio operativo, che poi tanto nuovo non è. Nel 2010, rientrando dagli Stati Uniti, dove l’Us Army aveva da pochissimo costituito l’Army cyber command, trovai degli embrionali nuclei di controllo e monitoraggio delle reti informatiche associati ai Centri sistemi C4 Esercito di Roma e di Padova, dove sono cresciute competenze ora al servizio dell’intero Paese.

La nostra attenzione, oltre alla doverosa sicurezza dei nostri sistemi C5I, è rivolta anche al mondo Internet of things (Iot), l’Internet delle cose, che sta entrando anche nella vita dei comuni cittadini, per esempio attraverso il controllo da remoto degli elettrodomestici. Qui non esistono praticamente confini e le esigenze di sicurezza sono fortissime.

La realtà cyber è un mondo dove, al fianco della competizione tecnologica, sta diventando altrettanto spietata la competizione per la risorsa umana. Per l’Esercito si tratta non solo di un rischio, ma anche di una opportunità, se sapremo valorizzare la predisposizione innata dei militari a formare al proprio interno le competenze di cui ha bisogno.

Fondamentale per lo sviluppo di nuove tecnologie e piattaforme sarà il rapporto con il mondo dell’industria e della ricerca. In che modo va valorizzato questo legame?

Potrei dire: proseguendo il lavoro avviato tanti anni fa. In questo rapporto, il ruolo del mondo in uniforme deve essere quello del cliente, allo stesso tempo esigente e collaborativo. In questo rapporto simbiotico di crescita e di stimolo vedo anche la presenza importante del mondo accademico. Come ho affermato in apertura, l’Esercito deve tornare protagonista di innovazione, ma vanno anche superate talune ritrosie ideologiche, figlie delle tragedie europee del XX secolo, nell’affrontare tematiche legate ai sistemi militari.

Dal punto di vista pratico, una grande opportunità risiede nel rendere permanente l’attività di sviluppo dei sistemi militari, quello che in Forza Nec veniva definito approccio a spirale: mentre si produce la variante 1, si studia, si progetta e si valida operativamente la variante 2. Nulla di nuovo, ma talvolta le best practice si perdono. È lapalissiano che per questo c’è bisogno di un’industria nazionale di settore con cui collaborare. Per questo sostengo dall’inizio del mio mandato che nel comparto industriale italiano che si occupa di difesa c’è bisogno di “terrestre”.

Oggi si stanno gettando le basi per quello che sarà l’Esercito di domani. Con 162 anni di storia, qual è il messaggio che vuole lanciare alle future generazioni di soldati?

Ai giovani allievi delle nostre scuole e accademie dico di appassionarsi al futuro e di amare il passato. La storia ci regala, se sappiamo leggerla, le esperienze di cento, di mille vite. Null’altro ci può fare un dono più grande.

Invito i futuri soldati dell’Esercito, di ogni grado, ruolo e categoria, a coltivare e mantenere la coscienza del nostro ruolo. Nelle emergenze gli italiani ci guardano, spesso utilizzando “Esercito” come sinonimo di “Forze armate”, a testimonianza di una fiducia profonda.

Non possiamo e non dobbiamo deluderli.

(Intervista pubblicata sul numero 143 della rivista Airpress)


formiche.net/2023/05/intervist…

“Il wokeismo ha una tendenza autoritaria”. Parla la prof minacciata dai trans


Kathleen Stock racconta perché ha deciso di dare le dimissioni come docente dell’Università del Sussex dopo le minacce ricevute dai trans “Ho trovato molto deprimente essere minacciata e attaccata per aver espresso argomentazioni filosofiche a favore dei

Kathleen Stock racconta perché ha deciso di dare le dimissioni come docente dell’Università del Sussex dopo le minacce ricevute dai trans

“Ho trovato molto deprimente essere minacciata e attaccata per aver espresso argomentazioni filosofiche a favore dei diritti delle donne”. Kathleen Stock, che oggi terrà una lezione sui diritti presso la Scuola di Liberalismo della Fondazione Einaudi, descrive così la vicenda che l’ha portata a dare le dimissioni da docente di filosofia all’Università del Sussex.

Professoressa, lei è una attivista femminista sposata con una donna. Com’è possibile che la situazione sia degenerata così tanto da indurla a dimettersi?
“È una situazione strana, soprattutto perché la maggior parte delle persone che mi criticano si definirebbero femministe (hanno una concezione diversa del femminismo, e delle donne da quella che ho io, però). C’è una forte tendenza autoritaria e illiberale all’interno del cosiddetto progressismo o wokeismo, purtroppo”.

Perché in GB, quando si parla di LGBT, c’è sempre un clima così teso? Perché il “dissenso” non è ammesso?“In parte è perché nei luoghi di lavoro, comprese le università, attraverso il sistema della burocrazia è ormai diffuso un insieme di idee, radicale e ristretto, sull’identità trans e sulla femminilità. Gruppi di lobbisti e attivisti che affermano di rappresentare le persone LGBT, hanno fatto pressione e incentivato il governo, i partiti politici e le istituzioni nazionali a portare le loro idee all’interno della politica e delle leggi. Ciò ha avuto effetti negativi sugli spazi delle donne, nello sport e sulle risorse a loro dedicate, poiché ora i maschi, potendosi “auto-identificare” come donne, possono accedervi. Non è stato fatto democraticamente, né è stato sufficientemente discusso. Molti uomini gay, molte lesbiche e persino persone transessuali non sono d’accordo con queste idee radicali, ma il dissenso è descritto come “transfobico” o “bigotto”. Si presume che, se si mettono in discussione queste idee, si odiano le persone trans. In realtà, non è così”.

In Italia la principale forza di maggioranza, FdI, lotta contro “la teoria gender”. Le opposizioni dicono che tale teoria non esiste. Che cosa ne pensa?“Quando la destra parla di “gender theory” intende tutta una serie di idee, con alcune delle quali sono d’accordo e con altre no. Non sono un conservatore, e per esempio penso che le donne dovrebbero avere gli stessi diritti degli uomini sul posto di lavoro, credo nel matrimonio gay (sono una lesbica sposata con una donna). Non sono d’accordo sul fatto che gli uomini dovrebbero essere in grado di auto-identificarsi negli spazi o nelle risorse delle donne, o che ai bambini vengano somministrati farmaci che ne alterino la vita, sulla base di una confusione di identità che può essere temporanea. Mi sconforta che, in nome della sinistra “progressista”, idee così folli stiano guadagnando potere, perché è un regalo ai politici di destra come Meloni. Ciò permette a lei e al suo partito di usare questo tema come scusa per ridurre i diritti delle donne e degli omosessuali, per esempio. Me ne rammarico. Succede anche in Ungheria, in Turchia e in Russia, per esempio. Le idee radicali di una minoranza vengono utilizzate per rendere la vita difficile alla maggioranza, molto più moderata, delle persone LGBT”.

Quel che sta succedendo in Gran Bretagna mina la libertà d’espressione?“Sì, le università dovrebbero essere luoghi in cui le idee controverse possono essere analizzate e discusse, e il libero pensiero può esistere”.

Cosa pensa, invece, della vicenda della professoressa inglese a cui non è stato rinnovato il contratto e che ha persino subìto un procedimento disciplinare per aver salutato le sue alunne dicendo “Ciao ragazze”?“Penso che sia ridicolo. L’attenzione generale all’interno del femminismo woke di concentrarsi su forme appellative (compresi i pronomi, dicendo “signore e signori” ecc.) è una distrazione dai veri squilibri di potere e dalle disuguaglianze che sono molto più importanti, ma più difficili da risolvere. Instillare un clima negativo nel quale si ha paura di dire la cosa sbagliata, non aiuta nessuno”.

Il Giornale

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Presentazione del libro “La libertà fuori dalla Russia” di Renata Gravina


Lunedì 22 maggio alle ore 18:00 presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi si terrà la presentazione del libro “La libertà fuori dalla Russia” di Renata Gravina Saluti introduttivi PASQUALE TERRACCIANO Direttore Generale per la Diplomazia Pubbl

Lunedì 22 maggio alle ore 18:00 presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi si terrà la presentazione del libro “La libertà fuori dalla Russia” di Renata Gravina

Saluti introduttivi
PASQUALE TERRACCIANO
Direttore Generale per la Diplomazia Pubblica e Culturale, già Ambasciatore italiano a Mosca

Intervengono
ANTONELLO FOLCO BIAGINI
Professore Emerito di Storia dell’Europa Orientale, Rettore Unitelma

PAOLO SAVARESE
Professore Ordinario di Filosofia del Diritto, Università di Teramo

ROBERTO VALLE
Professore Ordinario di Storia dell’Europa Orientale, Università Sapienza

Sarà presente l’autrice

Ingresso libero

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