Un milione di munizioni all’anno. Ecco l’obiettivo dell’Ue


Arriva l’Asap, acronimo questa volta di Act in Support of Ammunition Production, un piano proposto dal commissario Ue per il mercato unico, Thierry Breton, alla Commissione europea, indirizzato a mobilitare 500 milioni del bilancio europeo per incrementar

Arriva l’Asap, acronimo questa volta di Act in Support of Ammunition Production, un piano proposto dal commissario Ue per il mercato unico, Thierry Breton, alla Commissione europea, indirizzato a mobilitare 500 milioni del bilancio europeo per incrementare la produzione di munizioni, dai missili ai colpi d’artiglieria. Accanto a questo fondo, indirizzato alle fabbriche del Vecchio continente impegnate nella produzione di munizioni per aumentarne il livello produttivo, l’Act consentirà anche ai Paesi Ue di reindirizzare i fondi di coesione e di recupero verso l’industria della difesa. Il provvedimento dovrebbe essere orientato in particolare a undici Paesi Ue con una forte industria della Difesa, tra i quali naturalmente è presente anche l’Italia.

La misura

Il denaro previsto non è un nuovo stanziamento, ma sarà trasferito dal Fondo europeo per la Difesa (Edf) e dall’Edirpa, il futuro strumento per il rafforzamento dell’industria europea della difesa mediante appalti comuni, su cui si dovrà discutere rispetto agli impatti che tale riposizionamento di fondi potrebbe avere sui progetti in corso e futuri. Tuttavia, il commissario Breton si è detto “fiducioso che entro dodici mesi saremo in grado di aumentare la nostra capacità produttiva a un milione di munizioni all’anno in Europa”. I fondi stanziati serviranno principalmente ad aumentare la capacità produttiva del Vecchio continente in fatto di munizioni, anche finanziando il riadattamento di vecchi lotti, oltre che per incentivare i Paesi a dare priorità alle spedizioni per l’Ucraina rispetto ad altri contratti con le aziende. Secondo Breton i fondi “sono chiaramente sufficienti per raggiungere questo obiettivo” registrando come a suo avviso le aziende europee “in particolare nell’est” abbiano già l’infrastruttura necessaria “per produrre grandi quantità di munizioni di grandi dimensioni”.

Europa al 2%

Tra i segnali mandati dal commissario c’è anche quello di rafforzare la sicurezza collettiva di tutta l’Europa, “abbiamo quattromila chilometri di frontiere con la Russia” ha detto Breton. Ed è per questo che il commissario ha indicato come obiettivo il raggiungimento di spesa previsto dalla Nato, in vista anche del vertice di Vilnius che potrebbe alzare ulteriormente l’asticella. “Incoraggiamo gli Stati membri ad arrivare al 2% del Pil per la difesa” ha ribadito Breton “dobbiamo adattarci a questa nuova configurazione geopolitica e dobbiamo approvare quanto prima questo pacchetto legislativo per permettere all’industria della difesa europea, che ha mantenuto la capacità produttiva, di fabbricare almeno un milione di munizioni all’interno dell’Ue”

Sostenere gli investimenti 

Nel complesso, insieme agli Stati membri, l’Ue ambisce a mettere a disposizione un miliardo di euro “per aumentare le capacità europee”, come registrato dal presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, in aggiunta al sostegno fornito con l’European peace facility per la fornitura di munizioni all’Ucraina. In aggiunta, infatti, il commissario Breton ha anche parlato di finanziamenti per co-finanziare l’industria della Difesa tra Paesi europei tramite il Recovery and resilience facility. In questo modo, ha sostenuto Breton, “si spera di riattivare l’accesso ai finanziamenti privati, sia attraverso la Banca europea per gli investimenti, sia attraverso le banche private”.


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Elicotteri e Difesa fanno decollare il primo trimestre di Leonardo


Di fronte all’aumento nella richiesta di sicurezza, legata al contesto geopolitico internazionale, è cresciuta anche la domanda di sistemi, generando prospettive positive per il settore della Difesa. È quanto emerge dai risultati per il primo trimestre 20

Di fronte all’aumento nella richiesta di sicurezza, legata al contesto geopolitico internazionale, è cresciuta anche la domanda di sistemi, generando prospettive positive per il settore della Difesa. È quanto emerge dai risultati per il primo trimestre 2023 ottenuti da Leonardo, presentati al consiglio d’amministrazione dal presidente, Luciano Carta, che conferma le previsioni per l’intero anno formulate in sede di predisposizione del bilancio alla fine dell’anno scorso. I primi tre mesi dell’anno hanno registrato risultati solidi, in termini di crescita degli ordini, aumento di profittabilità e rafforzamento della performance di cassa. A fare la differenza per il gruppo di piazza Monte Grappa l’ottima performance commerciale del settore elicotteristico, e da una performance in crescita in tutte le aree del settore Difesa

I numeri

Nel primo semestre dell’anno i ricavi si sono attestati a oltre 3 miliardi di euro, allineati al primo trimestre del 2022 in tutti i settori di business. Il flusso di cassa operativo (Focf) è negativo per circa 688 milioni, in netto miglioramento (+36%) rispetto al dato del 2022, negativo per un miliardo e 80 milioni. Anche l’indebitamento si riduce in misura rilevante di circa un miliardo rispetto a marzo 2022 grazie al rafforzamento della generazione di cassa del Gruppo, per effetto dell’andamento del Focf. Gli ordini sono, in significativo incremento (+29,3%, pari a 4,9 miliardi) rispetto al primo trimestre del 2022, grazie in particolare all’ottima performance degli elicotteri legata principalmente agli ordini di 18 AW169 destinati all’Austria e tredici MH139 per la Us Air force. L’Ebita è pari a 105 milioni, +13,2%.

La Guidance

Alla luce di quanto ottenuto, il Gruppo conferma le previsioni per i successivi trimestri e le linee della Guidance per l’intero anno. Per l’anno in corso si prevedono nuovi ordinativi pari a circa 17 miliardi. Per i ricavi la Guidance indica una forbice tra 15 e 15,6 miliardi, comunque in crescita rispetto al 2022. Anche la redditività è prevista in aumento, con Ebita previsto tra 1,260 e 1,310 miliardi. Il flusso di cassa è atteso a circa 600 milioni, mentre l’indebitamento dovrebbe scendere a 2,6 miliardi.

Il commento

Per Alessandro Profumo, amministratore delegato di Leonardo, “i risultati commerciali e finanziari del primo trimestre mostrano un andamento positivo in linea con le aspettative”. Per l’ad, “Nei primi tre mesi abbiamo dimostrato ancora una volta la competitività nel business difesa/governativo e il continuo miglioramento della performance delle Aerostrutture. Il Gruppo è solido e sostenibile nel lungo periodo, con la capacità di cogliere future opportunità di crescita”. Profumo ha anche annunciato come Moody’s abbia promosso Leonardo a Investment Grade “riconoscendo al Gruppo una significativa esecuzione del piano industriale durante la pandemia, importanti progressi nella riduzione dell’indebitamento, solide prospettive di crescita nelle attività della Difesa, alla luce del complesso contesto geopolitico, e prudenti politiche finanziarie volte ad una continua riduzione del debito”.


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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Tutte le anomalie dello stato di emergenza sui migranti. Dal fatto che non è ancora pubblicato in Gazzetta Ufficiale alle norme in deroga al Codice Appalti delle quali il Commissario può avvalersi, ma che possono essere usate anche senza stato di emergenza.

Oggi su Domani

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Accatastare


Nel decreto festivo è previsto uno sgravio fiscale (il cuneo) fatto in deficit. Sgravare a debito è come la droga: dà assuefazione, tolleranza ed è mortale. Non è di destra o di sinistra, è condiviso spendarolismo. La materia fiscale ha molte tecnicalità,

Nel decreto festivo è previsto uno sgravio fiscale (il cuneo) fatto in deficit. Sgravare a debito è come la droga: dà assuefazione, tolleranza ed è mortale. Non è di destra o di sinistra, è condiviso spendarolismo.

La materia fiscale ha molte tecnicalità, ma è un errore credere che sia pane per i soli denti dei commercialisti. Una delle conseguenze di un sistema infernalmente complicato è far perdere di vista il suo significato. Stabilire a chi, per cosa e quanto togliere, per poi decidere a chi, per cosa e quanto dare, è materia eminentemente politica e risponde all’idea che ciascuno ha di equità. Proporre meno tasse senza aggiungere quali spese tagliare è un raggiro. Abitudine diffusissima.

Maggiori sono le spese, maggiore è il debito che si accumula e maggiore sarà il prelievo fiscale. Pochi italiani (non a torto) hanno creduto alla spending review, ma senza quella la diminuzione della pressione fiscale è una bubbola. Con l’aggravante che il prelievo percentuale sul Pil è molto alto, ma altissimo per chi paga veramente. Si usino le banche dati, incrociandole e favorendo i pagamenti elettronici. Ostacolarli fu uno dei primi errori di questo governo. Non servono anatemi contro il contante, basta agevolare. Nell’incrocio dei dati deve essere assicurata la riservatezza delle faccende private. I soldi miei li spendo dove mi pare. Ma se la presunta privacy impedisce l’incrocio, quello non è un favore a chi vuole farsi gli affari propri ma a chi vuole che i propri li paghino gli altri, agli evasori.

Tassiamo troppo i redditi da lavoro. Per incentivare assunzioni e regolarizzazioni introduciamo sgravi che poi divengono a loro volta distorsivi, modellando il mercato a una convenienza che non è quella produttiva. Per questo il sistema fiscale non si riforma a spizzichi e bocconi, ma in modo coerente e complessivo. Tassiamo poco il patrimonio. Se lecitamente accumulato è frutto di guadagni sui quali sono già state pagate le tasse, ma si giova anche della spesa pubblica: una casa senza fogne perde valore. Basta dire “patrimonio” che già parte l’urlo «Patrimoniale!», ma sbaglia sia chi la demonizza sia chi la adora. La casa del nonno era una e si stava in sette fratelli; quelle del padre erano due e in famiglia quattro in tutto; il figlio ne ha ereditate tre e messo al mondo un solo nipote; il quale vive altrove, in affitto, ma è una piccola potenza immobiliare. In questo modo il patrimonio immobiliare si depaupera e a tutelarlo non serve dire che puoi avere il riscaldamento a carbone. Per valorizzare il patrimonio si deve conoscerlo: serve la revisione del catasto.

Nel 2013 il governo Monti la propose al Parlamento. Fu poi approvata nella legislatura successiva, ma il governo (Renzi) lasciò cadere la delega. Altri dieci anni buttati. Per favorire non i proprietari di casa, in un Paese in cui lo siamo quasi tutti, ma quelli che la casa manco l’hanno accatastata, gli evasori totali e i facoltosi che hanno trasformato in regge (bravi) i palazzetti dei centri storici. S’è fregato il ceto medio che ha comprato casa nuova fuori dal centro, visto che sembrano più ricchi di quelli con l’altana sulla piazza centrale. Lo stesso ceto medio che genera la gran parte del gettito da tassazione sui redditi.

Ci vuole scienza, per occuparsi di fisco, ma serve anche coscienza. A pagare non è il lavoro ma i lavoratori, non è il patrimonio ma i cittadini con un patrimonio. Perlopiù le stesse persone. A quelli che pagano la politica multicolore propone di continuo esenzioni e detrazioni per ingraziarseli – in questo modo accatastando un sistema pazzotico in cui si può essere guidati solo da un buon commercialista – oppure sgravi in deficit, vale a dire tasse future. A quelli che non pagano si offrono due diversi prodotti: da destra, la difesa dalla “persecuzione”; da sinistra, il conforto che i “veri evasori” sono gli altri. E la giostra riparte, con la giugulare della spesa corrente improduttiva aperta e la rivolta fiscale sopita dalle scappatoie.

La Ragione

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Messaggio ucraino o false flag? Il punto di Alegi sull’attacco al Cremlino


È ancora troppo presto per una ricostruzione tecnica di quanto avvenuto a Mosca. Le poche immagini e notizie disponibili non consentono di valutare tecnicamente i parametri di fattibilità di un attacco ucraino al Cremlino condotto attraverso l’uso di dron

È ancora troppo presto per una ricostruzione tecnica di quanto avvenuto a Mosca. Le poche immagini e notizie disponibili non consentono di valutare tecnicamente i parametri di fattibilità di un attacco ucraino al Cremlino condotto attraverso l’uso di droni. Questo non vuol dire però che non si possa fare una valutazione politica di quanto accaduto.

Al primo punto c’è che un attacco al Cremlino era un timore diffuso. Non a caso, già diversi mesi fa erano circolate le immagini di sistemi missilistici difensivi sui tetti del palazzo presidenziale. Più di recente, era stato dichiarato da Mosca il rinvenimento di un drone ucraino UJ-22, con testata da 17 kg, ottocento chilometri all’interno della Russia. Questo indica che entrambe le parti ritenevano possibile un attacco.

Sventato un attacco con due droni sul Cremlino. Mosca: "E' stato un attentato terroristico ucraino alla vita di Putin". Il presidente: "Risponderemo". Ma Kiev ribatte: "Non abbiamo nulla a che fare con l'attacco"t.co/NloGjfPhJz

— Agenzia ANSA (@Agenzia_Ansa) May 3, 2023

Il secondo punto riguarda lo scopo dell’attacco. Colpire Mosca con due droni, con un limitato carico bellico, indica che si cercasse più di colpire il morale russo che non la distruzione di obbiettivi (o l’uccisione di soggetti specifici).

In questo senso, ci troveremmo in una versione tecnologica del volo su Vienna di D’Annunzio del 1918, volta a sottolineare la vulnerabilità dell’avversario e a esercitare pressioni sull’opinione pubblica per indurla a sua volta a premere sulla leadership politica. Il messaggio ucraino sarebbe duplice. Uno, far sentire il peso della guerra alla popolazione di Mosca, finora largamente risparmiata persino dalla mobilitazione. L’altro messaggio sarebbe insinuare il dubbio che Putin non sia in grado non solo di sconfiggere gli ucraini, ma neanche di proteggere i russi.

In questo senso non è necessario che il messaggio raggiunga l’intera popolazione. Basta, infatti, che venga percepito dalle élite o da personaggi più influenti del mondo russo. In questo caso l’ipotesi sarebbe quella di cercare di indurre un “25 luglio”, in cui la classe politica ritira la delega data all’autocrate per manifesto fallimento degli obiettivi prefissi.
I droni, insomma, farebbero da megafono all’invito di Prigožin di qualche giorno fa di dichiarare raggiunti gli obiettivi della “operazione militare speciale”, chiudere l’avventura ucraina e trattare per consolidare quanto ottenuto.

Ammesso e non concesso che questo sia lo scenario, bisogna poi chiedersi se davvero il messaggio arrivi a destinazione e se le élite russe siano convinte di avere ormai più da perdere che da guadagnare continuando a sostenere Putin. Si tratta di una domanda legittima, ma di un calcolo difficilissimo, che sicuramente è in corso presso le intelligence di tutto il mondo, ma al quale resta comunque molto complicato dare una risposta definitiva.

Tutto questo, bene inteso, se effettivamente si tratta di droni ucraini e non, con un po’ di complottismo, di droni russi che fingono di essere ucraini per trasformare le vittime in aggressori che attaccano le città russe. Chissà se tra qualche mese la risposta non ci arrivi da qualche documento pubblicato su Discord.


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Digitalizziamo l’Italia – Primo appuntamento organizzato dal nuovo Osservatorio Digitale della Fondazione


Martedì 16 Maggio alle ore 10:30 in via della Conciliazione 10, la Fondazione Luigi Einaudi e Oliver Wyman vi aspettano per il primo di una serie di appuntamenti organizzati dal nuovo Osservatorio Digitale della Fondazione, con l’obiettivo di lavorare ins

Martedì 16 Maggio alle ore 10:30 in via della Conciliazione 10, la Fondazione Luigi Einaudi e Oliver Wyman vi aspettano per il primo di una serie di appuntamenti organizzati dal nuovo Osservatorio Digitale della Fondazione, con l’obiettivo di lavorare insieme e fare sistema al fine di sostenere la digitalizzazione delle medie imprese e sfruttare le potenzialità dei distretti italiani del Big Data e dell’intelligenza artificiale.

Saluti istituzionali
Giuseppe Benedetto, Presidente della Fondazione Luigi Einaudi

InterverrannoValentino Valentini, Viceministro, Ministero delle Imprese e del Made in Italy
Andrea Cangini, Segretario Generale della Fondazione Luigi Einaudi
Fabio Tomassini, Consigliere di amministrazione, Fondazione Luigi Einaudi
Gianluca Sgueo, Coordinatore Dipartimento Digitale, Fondazione Luigi Einaudi
Marco Grieco, Partner, Oliver Wyman
Roberto Scaramella, Partner, Oliver Wyman

Evento su invito. Partecipazione previa iscrizione fino a esaurimento posti.

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Ecco come cresce l’intesa militare Italia-Iraq. La visita di Crosetto


Rafforzamento della collaborazione tra Forze armate e cooperazione nella lotta al terrorismo, da realizzare anche attraverso la collaborazione in ambito economico e commerciale. Sono questi i temi al centro dell’incontro a Baghdad del ministro della Difes

Rafforzamento della collaborazione tra Forze armate e cooperazione nella lotta al terrorismo, da realizzare anche attraverso la collaborazione in ambito economico e commerciale. Sono questi i temi al centro dell’incontro a Baghdad del ministro della Difesa, Guido Crosetto, con il primo ministro dell’Iraq, Muhammad Shia’a Al-Sudani, e l’omologo ministro, Thabet Muhammad Saeed Al-Abbasi. Il ministro Crosetto, accolto dall’ambasciatore italiano nel Paese mediorientale, Maurizio Greganti, ha portato i saluti del presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, al primo ministro iracheno, esprimendo anche “il desiderio di una maggiore cooperazione reciproca tra i due Paesi”. Nel corso della visita, il ministro ha anche incontrato il personale militare italiano operativo nel Paese nel contesto dell’operazione Prima Parthica.

(GUARDA LE FOTO DELLA VISITA DI CROSETTO)

Prossima visita in Italia

Nel corso del vertice è stata anche annunciata da Al-Sudani la prossima visita di una delegazione irachena di alto livello in Italia. Per il primo ministro iracheno, infatti, l’incontro ha riguardato i progressi delle relazioni tra i due Paesi amici e i modi per consolidare la cooperazione congiunta nei settori della sicurezza, a vari livelli. “Le illustri relazioni tra l’Iraq e l’Italia attraverso la cooperazione bilaterale in vari settori – ha detto Al-Sudani – sottolineano il desiderio dell’Iraq di lavorare all’interno di questi binari, in un modo che serva gli interessi comuni e la sicurezza della regione e del mondo”. Da parte sua, il ministro Crosetto ha accolto positivamente l’annuncio della visita irachena: “La ricerca di numerosi dossier di cooperazione contribuiranno allo sviluppo delle relazioni tra i due Paesi”.

Un fitto programma

Nel corso della visita, Crosetto ha incontrato diversi vertici istituzionali iracheni e le forze italiane impiegate sul territorio. Oltre ai già citati, il ministro ha infatti avuto un colloquio con il Presidente della Repubblica dell’Iraq, Abdul Latif Rashid, ponendo l’accento sul fatto che “Italia e Iraq sono legati da storici rapporti basati su grande collaborazione. L’auspicio è che tali legami possano intensificarsi ulteriormente attraverso nuove forme di cooperazione”. Successivamente, il ministro ha avuto inoltre l’occasione di incontrare il personale italiano impiegato nella missione Nato in Iraq (Nmi), il cui “prezioso operato a favore della stabilità dell’Iraq rappresenta un onore per il nostro Paese, ma anche una grande responsabilità”, secondo Crosetto. Ad accoglierlo, il generale italiano a comando della missione, Giovanni Maria Iannucci. In ultimo, il ministro Crosetto ha visitato l’Ambasciata d’Italia a Bagdad, per rendere omaggio ai caduti dell’attentato del 12 novembre 2003: “La Difesa è una grande famiglia in cui il ricordo dei propri caduti ne perpetua l’eroismo ed il senso del dovere”.

Cooperazione a tutto campo

Partendo dall’importante centralità strategica del Paese per l’Asia occidentale, il ministro Crosetto ha evidenziato come “l’Iraq sia cruciale per la stabilità regionale”. È proprio da questa premessa che si può ancor più intensificare la cooperazione bilaterale tra i due Paesi in diverse direzioni: lotta al terrorismo, sinergie private, sicurezza delle infrastrutture, sviluppo di partenariati industriali e addestramento delle forse del Paese. A ribadire il ruolo di primo piano del nostro Paese in questi e in altri campi è stato lo stesso premier Al-Sudani, che ha infatti elogiato il ruolo dell’Italia “nella lotta al terrorismo, nell’eliminazione delle forze Isis e nell’addestramento delle forze di sicurezza irachene nell’ambito della missione Nato”. Aggiungendo inoltre che sono “grandi e promettenti” le opportunità di cooperazione tra Roma e Bagdad, sottolineando così la “prosecuzione della cooperazione di sicurezza con l’Iraq nel campo dell’addestramento delle forze di sicurezza irachene”.


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Elicotteri e missili, ecco il contratto che avvicina Madrid agli F-35


Un contratto di quasi un miliardo di euro per l’acquisto di elicotteri multi-missione e missili per la difesa terra-aria. È quanto assegnato da Madrid al gigante statunitense della Difesa, Lockheed Martin, per l’acquisto di otto elicotteri MH-60R Romeo e

Un contratto di quasi un miliardo di euro per l’acquisto di elicotteri multi-missione e missili per la difesa terra-aria. È quanto assegnato da Madrid al gigante statunitense della Difesa, Lockheed Martin, per l’acquisto di otto elicotteri MH-60R Romeo e un nuovo lotto di missili Patriot. Con questo accordo, il governo spagnolo sembra essersi definitivamente orientato verso l’acquisizione di materiale militare made in Usa, una scelta che assume anche una valenza politica alla vigilia dell’incontro tra il premier Pedro Sanchez e il presidente Usa Joe Biden il 12 maggio alla Casa bianca, dove all’ordine del giorno ci sarà, tra le altre cose, la collaborazione militare e industriale.

L’intesa con Lockheed

All’interno del contratto con Lockheed, il ministero della Difesa madrileno ha autorizzato l’acquisto di otto MH-60R Romeo con 820,5 milioni di euro, destinati a sostituire la flotta di SH-60B attualmente in uso, anch’essi – tra l’altro – prodotti dalla Lockheed Martin. L’obbiettivo è fornire alla Marina militare spagnola, presso cui gli elicotteri sono stanziati, di coprire le sue necessità e potenziare le sue capacità multi-missione e di appoggio logistico. Accanto agli elicotteri, Madrid ha anche disposto l’acquisto, con 145 milioni, di nuovi Patriot, missili terra-aria per la difesa tattica di punto e uno dei principali prodotti del gigante statunitense. Attualmente, una delle batterie missilistiche spagnole è schierata in Turchia, parte dello schieramento di difesa aerea della Nato.

F-35 per Madrid

Accanto a questi sistemi e piattaforme già assegnati, importante sarà anche un’altra partita che vedrà il governo di Madrid interagire con Lockheed. La Marina militare spagnola ha infatti la necessità di sostituire i suoi attuali aerei AV-8B Harrier, caccia a decollo corto e atterraggio verticale di quarta generazione destinati a venire ritirati. Nonostante il contratto da sei miliardi e 250 milioni non sia ancora stato aggiudicato, il favorito è il caccia di quinta generazione F-35B, attualmente l’unico aereo di quinta generazione sul mercato capace di operare sulle portaerei. Una scelta simile, insomma, a quella operata dalla Marina militare italiana, anche lei impegnata nella sostituzione dei suoi AV-8B+ con i Lightning II.

L’interesse spagnolo

L’interesse spagnolo per l’F-35 era già stato manifestato l’anno scorso quando il quotidiano spagnolo El Pais, commentando sui ritardi accumulati dal programma Future combat air system (Fcas), in cui la Spagna è impegnata dal 2019 insieme a Francia e Germania, rivelò come le Forze armate di Madrid sarebbero state interessate ad acquistare un’alternativa per poter sostituire gli attuali F-18. Secondo il giornale, gli ufficiali dell’Aeronautica militare “non hanno dubbi sulle loro preferenze: l’F-35, il velivolo di quinta generazione prodotto dalla Lockheed Martin americana, è il loro preferito”.


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I tre paradossi che hanno reso la politica impotente


Nel suo editoriale di sabato, il direttore Mattia Feltri ci ha ricordato i due paradossi su cui si è fondata la cosiddetta Seconda repubblica, nelle cui trentennali code ancora ci dibattiamo. Il primo consiste nell’aver cancellato per via giudiziaria i pa

Nel suo editoriale di sabato, il direttore Mattia Feltri ci ha ricordato i due paradossi su cui si è fondata la cosiddetta Seconda repubblica, nelle cui trentennali code ancora ci dibattiamo. Il primo consiste nell’aver cancellato per via giudiziaria i partiti espressione delle culture liberal-democratiche che fino a quel momento avevano governato il Paese lasciando in campo solo gli “eredi delle macellerie novecentesche”. Cioè i post comunisti del Pds e i post fascisti del Msi. Il secondo paradosso consiste nel non aver capito che la gragnola di monetine lanciate sulla testa di Bettino Craxi avrebbe delegittimato non solo il leader socialista ma l’intera politica, condannando il dibattito pubblico ad un’inarrestabile deriva demagogica e l’Italia intera all’inevitabile stallo in un eterno presente.

Aggiungerei un terzo paradosso, la cancellazione dei partiti politici in quanto tali. Cioè in quanto strutture organizzate e appositamente finanziate. Strutture da cui dipende(va) la formazione, attraverso un lungo cursus honorum, del ceto politico e la definizione, attraverso un duro ma regolato confronto interno, della linea politica. E con esse la svalutazione dell’idea stessa del professionismo in politica, frettolosamente sostituita con un leaderismo presunto autoreggente e con un nuovismo pericolosamente prossimo al nichilismo.

Formalmente, a determinare quest’ultima involuzione parossistica sono stati gli stessi politici, ma lo hanno fatto incalzati dalla demagogia populistica di un sistema mediatico ignaro del fatto che politica e informazione sono facce della stessa moneta, sì che a svalutarne una si svaluta inesorabilmente anche l’altra. Non c’è, pertanto, da sorprendersi se i partiti oggi perdono iscritti tanto quanto i giornali perdono lettori. Una nemesi.

Questi, dunque, i vizi d’origine della “nuova” stagione politica, e con tutta evidenza da quei vizi non ci siamo più ripresi. Lo testimoniano le difficoltà sostanziali delle due leader del momento, momento teoricamente costituente un nuovo ordine interno ed internazionale. Giorgia Meloni ed Elly Schlein sono, infatti, l’una il negativo dell’altra e per certi aspetti rappresentano due facce della medesima medaglia. La prima, Giorgia Meloni, è appesantita da un’identità politica e trattenuta da radici culturali passate da cui fatica a liberarsi. La seconda, Elly Schlein, è talmente priva di identità politica e di radici culturali da essere identificata in un trench dal colore indefinibile.

Entrambe faticano a darsi un registro politico e un’identità coerenti con la realtà della fase storica che le vede protagoniste; entrambe appaiono imprigionate nella rete della demagogia, dell’irrealtà e delle semplificazioni esasperate tessuta filo dopo filo con ordinaria irresponsabilità negli anni trascorsi all’opposizione l’una del governo l’altra del partito. Una rete che gli ha consentito di arrivare dove sono, ma che ora sembra impedirgli di muoversi per giungere dove vorrebbero.

Huffington Post

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sConcerto


La fregola dell’annuncio ha giocato un brutto scherzo ma, a parte l’inciampo maldestro e la segnalazione del sotterraneo sobbollire nelle file della maggioranza parlamentare, è il merito che induce a dubitare. In vista del primo maggio, per far concorrenz

La fregola dell’annuncio ha giocato un brutto scherzo ma, a parte l’inciampo maldestro e la segnalazione del sotterraneo sobbollire nelle file della maggioranza parlamentare, è il merito che induce a dubitare. In vista del primo maggio, per far concorrenza al concerto (divertimento & retorica), il governo ha seminato lo sconcerto nel correre ad assicurare un taglio del cuneo fiscale. Se per farlo è necessario uno scostamento di bilancio – quindi un maggiore deficit, quindi un maggiore debito (a tassi più alti) – l’annuncio sarà un mezzo raggiro.

Il cuneo fiscale è la differenza fra il costo del lavoratore per il datore di lavoro e la cifra netta che il lavoratore stesso effettivamente incassa. Tale differenza è alta in tutti i grandi Paesi europei e l’Italia non è in testa a questa classifica del prelievo (guida la Francia). È alta perché sono i Paesi con sistemi sociali e previdenziali più ampi e costosi, a cominciare dalla spesa per le pensioni (non a caso in Francia la necessaria riforma e restrizione ha creato scompiglio). In teoria quei prelievi sono una forma di assicurazione forzosa: sei obbligato a versare oggi quel che potrai avere domani. In realtà non funziona così, perché i sistemi a ripartizione (come il nostro) utilizzano i versamenti odierni non per accantonarli e conservarli per il futuro, ma per pagare i pensionati di oggi. Quelli di domani saranno pagati dai lavoratori di domani, che è poi la ragione per cui se diminuiscono i lavoratori e aumentano i pensionati il sistema non regge. In queste condizioni il prelievo previdenziale è molto simile a un prelievo fiscale, talché paghi non per quel che avrai ma per quel che si spende ora. Se faccio diminuire il cuneo non diminuendo le spese ma aumentando deficit e debito, sto promettendo maggiore pressione fiscale futura. Chi la pagherà? I lavoratori dipendenti, come i dati Irpef confermano anno dopo anno. Ovvero gli stessi che oggi dovrebbero essere grati per il beneficio. Se ne fossero consapevoli la gratitudine scemerebbe.

Stabilire chi e quanto tassare – quindi poi chi e quanto beneficiare – è una scelta eminentemente politica. Destra e sinistra è giusto ed è bene che siano diverse. Se solo ne parlassero e se solo alle parole seguissero atti coerenti. Quando la coperta è corta si deve scegliere chi coprire e chi lasciare all’agghiaccio. Ma quando la sindrome della coperta corta si produce su un unico corpo di lavoratori (talché la scelta è fra gli alluci e il naso) somiglia a un raggiro. Non è più una scelta politica, ma un politicismo che spera di non essere sgamato.

La magra parlamentare sarà presto dimenticata, come il trambusto vistosi ieri, ma l’ingrassare del debito non diretto a investimenti e non creatore di ricchezza – figlio dell’incapacità di ridurre la spesa corrente e contrastare decentemente l’evasione fiscale – peserà negli anni a venire e sarà indimenticabile. Come già lo è.

Il che innesca un circolo vizioso. Perché se il governo evita le scelte e sposta incassi e spese, al sindacato non resta che chiedere “di più”, mentre l’opposizione si guarda bene dal richiamare la realtà dei conti, sperando di raccogliere voti promettendo altri sconti. È così che una grande società industriale nega la realtà a sé stessa e usa il bilancio pubblico non per recuperare gli scompensi, ma per produrli e rimandarli. Una politica che rinuncia alla visione del futuro e un sindacato che rinuncia a ricordarsi che lavoratori e contribuenti sono le medesime persone.

L’alternativa c’è, consistendo nel far vedere in cosa la spesa per investimenti e le riforme che aggiornino e spianino il letto del fiume su cui scorre l’acqua del lavoro e dell’impresa possono costare oggi e giovare subito dopo. Ma non viene praticata in un Paese in cui nessuno crede che altri siano in grado di assicurare nulla già soltanto per domani mattina. Quindi ci si tiene lo sconcerto e si va al concerto. Così si festeggia il lavoro e gli si fa la festa in un colpo solo.

La Ragione

L'articolo sConcerto proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

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Il referendum contro l'invio di armi all'Ucraina è a rischio inammissibilità o inutile valigiablu.it/referendum-armi-… via @valigiablu.

Ho provato a verificare, con un'ampia ricognizione in punto di diritto, se i quesiti del referendum siano ammissibili.

Il risultato mostra che si tratta più che altro di un’operazione propagandistica.

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in reply to Paolo Redaelli

@paoloredaelli nell'articolo viene spiegato molto bene la questione costituzionale e quella normativa e perciò anche la funzione dell'articolo 11.

Quella di cui parli tu è una questione del tutto politica che si è aperta con la Prima Guerra del Golfo e che, dopo l'aggressione contro la Serbia, non si potrà mai più richiudere se non in Parlamento...

@Vitalba @valigiablu

Missioni internazionali, Meloni conferma linea transatlantica e interesse nazionale


Ucraina, Libia, Niger, Burkina Faso e non solo. Il Consiglio dei ministri, su proposta del presidente Giorgia Meloni e del ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Antonio Tajani, ha deliberato la prosecuzione delle missioni intern

Ucraina, Libia, Niger, Burkina Faso e non solo. Il Consiglio dei ministri, su proposta del presidente Giorgia Meloni e del ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Antonio Tajani, ha deliberato la prosecuzione delle missioni internazionali e delle iniziative di cooperazione allo sviluppo in corso e l’avvio di nuove missioni internazionali per il 2023.

La deliberazione – si legge sul comunicato del Consiglio dei ministri – è stata approvata previa comunicazione al Presidente della Repubblica ed è accompagnata da una relazione analitica che ha il fine di riferire alle Camere sull’andamento delle missioni internazionali delle Forze armate e delle Forze di polizia, nonché sullo stato degli interventi di cooperazione allo sviluppo a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, per il periodo 1° gennaio 2022 – 31 dicembre 2022, riportando, nelle schede allegate per ciascuna missione, le informazioni di sintesi. Il documento indica inoltre le missioni internazionali che il governo intende proseguire nel periodo 1° gennaio 2023-31 dicembre 2023, nonché gli interventi di cooperazione allo sviluppo a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione da porre in essere nel medesimo periodo.

Per quanto riguarda la prosecuzione delle missioni in corso, l’Italia, in considerazione del complesso quadro geo-strategico, contraddistinto da persistenti e duraturi fattori di instabilità e aggravato dal conflitto russo-ucraino, continua a operare nella zona del cosiddetto Mediterraneo allargato. All’esterno del Mediterraneo allargato, permane l’esigenza di mantenere una presenza navale nell’area indo-pacifica.

“La strategia di impiego dello strumento militare continua a basarsi sulla tradizionale adesione alle iniziative delle Organizzazioni Internazionali di riferimento per il nostro Paese (Onu, Nato, Eu), non tralasciando la possibilità di cooperare, all’interno di coalizioni ad hoc, con Paesi e attori con i quali condividiamo rapporti di collaborazione o alleanze”, viene specificato nel comunicato del cdm.

Le nuove missioni per l’anno 2023 riguardano la partecipazione di personale militare alle seguenti: missione Ue denominata European Union Military Assistance Mission in Ucraina (Eumam Ucraina); missione Ue denominata European Union Border Assistance in Libya (Eubam Libia); missione Ue denominata European Union Military Partnership Mission in Niger (Eumpm Niger); missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Burkina Faso.

L’Italia conferma dunque la sua presenza all’interno del quadro di impegno complesso transatlantico, con il governo Meloni che batte un colpo sul posizionamento atlantista. Ma non solo, perché l’impegno in quei quadranti per Roma è fortemente strategico. Al di là del conflitto russo Ucraina, dove la necessità strategica italiana è appunto mostrarsi affidabile con gli alleati del blocco Nato e con parte dei Paesi like-minded dell’Indo Pacifico, come Giappone e Corea del Sud; per l’Italia c’è parecchio altro.

Se le attività venture all’interno della regione indo-pacifica sono parte di un ampliamento in divenire delle visioni di politica estera, quelle nel quadrante del Mediterraneo allargato sono una conferma della volontà italiana di segnare la presenza nella fascia di diretta proiezione geopolitica. E allora su tutte, la più simbolica, quella in Libia. E più quelle nel Sahel (Niger, Burkina Faso). La fascia è soggetta a pesanti destabilizzazioni di carattere securitario, indotte dal proliferare due gruppi armati e dal moltiplicarsi di crisi istituzionali — come quella recentissima in Sudan. Qui l’Italia trova interessi che vanno dal tema sicurezza stretto (potenziali rischi di sviluppi terroristici e immigrazione) a perdita di influenza a beneficio di attori rivali (con riflessi sul quadro economico/commerciale e politico).


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Il confronto Usa-Cina, tra Nato globale, ruolo dell’Ue e competizione sulle tecnologie


Nel 2017 un famoso politologo americano, Graham Allison, pubblicò un libro intitolato “Destined for war. Can America and China escape Thucydides’s trap?“, che suscitò tra gli esperti un ampio e acceso dibattito. Citando Tucidide e la guerra del Peloponnes

Nel 2017 un famoso politologo americano, Graham Allison, pubblicò un libro intitolato “Destined for war. Can America and China escape Thucydides’s trap?“, che suscitò tra gli esperti un ampio e acceso dibattito. Citando Tucidide e la guerra del Peloponneso, l’autore ipotizzava che Stati Uniti e Cina, potenze sempre più concorrenti nello scenario globale, potessero entrare violentemente in rotta di collisione. Con il rischio di una guerra, come documentato nel libro con vari esempi storici precedenti.

L’ipotesi di un possibile scontro militare tra Cina e Stati Uniti è ormai molto diffusa nella comunità degli studiosi di politica internazionale. Di certo le tensioni nel corso degli ultimi anni sono andate crescendo enormemente, al netto del colore delle amministrazioni americane, e con la guerra in Ucraina non hanno fatto altro che aumentare. E la vicenda Taiwan potrebbe essere solo uno dei possibili elementi di frattura anche in futuro.

Il recente incontro tra Xi Jinping e Vladimir Putin e il ruolo assunto a livello globale dalla Cina palesano sempre di più le intenzioni cinesi di rivendicare una postura di primaria importanza sul piano internazionale, in alternativa al ruolo svolto dall’occidente. E anche le recenti affermazioni cinesi nei confronti degli Usa, per quanto possano essere viziate da una certa strumentalità, evidenziano un chiaro tentativo di costruire un fronte politico anti-occidentale di cui la Cina sembra volersi candidare a guida. Se nel tempo possa diventare un nuovo polo antagonista al mondo libero è difficile da dire. Certamente l’eterogeneità tra i diversi regimi autocratici che potrebbero comporlo è ben maggiore di quella che caratterizzava nel Novecento il fronte comunista. Questa eterogeneità ideologica e culturale, che spesso nasconde diversi interessi nazionali, potrebbe non impedire la formazione di una coalizione di Paesi non democratici contrapposta a quelli democratici, ma potrebbe anche essere un limite.

Negli ultimi anni, soprattutto sul versante economico e tecnologico, lo scontro si è fatto sempre più aspro. E non a caso la stessa Nato, e l’Europa, hanno iniziato a guardare alla Cina come a una rivale strategica. La “Nato globale” disegnata con il nuovo Concetto strategico sarà protagonista di questa nuova stagione di competizione tra potenze globali di cui Usa e Cina saranno, inevitabilmente, i principali attori. E potrà essere anche il consesso perfetto per unire i Paesi democratici euro-atlantici.

In futuro la temperatura del confronto potrebbe scaldarsi ancora, con alcuni possibili punti di rottura. Dalla crisi ucraina, la cui soluzione è ancora lontana, alle tensioni nel Pacifico. Ma sarà soprattutto la competizione sulle nuove tecnologie, dal digitale all’energia, a rappresentare il cuore dello scontro tra i contendenti.

Anche per questo il fronte dei Paesi occidentali non dovrà solo rafforzarsi cementando alleanze e collaborazioni con i Paesi del Pacifico come Corea del Sud, Giappone e Australia, ma dovrà anche tentare di riaprire il dialogo e rafforzare i legami con i Paesi africani e mediorientali, aree del mondo dove la Cina è sempre più attiva.

In tutto questo restano due grandi incognite, fondamentali per i futuri equilibri globali: da un lato il ruolo che in questa sfida vorrà giocare l’Europa, al fianco dei suoi alleati; dall’altro il destino del gigante indiano, un Paese democratico e in grande ascesa, che sta giocando un ruolo sempre più autonomo sul piano internazionale. I contorni di questa sfida sono comunque già ben delineati ed è chiaro quale sia la posta in gioco: il futuro degli equilibri geopolitici globali.

Questo articolo è stato pubblicato nell’ultimo numero di Airpress


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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Oggi parlo della decisione sulla gratuità della pillola anticoncezionale, spiegando la questione: non è come molti l’hanno raccontata.

Spiego pure la riforma dell’AIFA, voluta dall’attuale governo, che la renderà ancora meno indipendente

editorialedomani.it/politica/i…

@domanigiornale

Staccò la foto di Khamenei dal muro della classe, l’hanno ridotta allo stato vegetativo


Hasti, ha 16 anni, è curda e vive su una sedia a rotelle in stato semi vegetativo perché l’unico desiderio di Khamenei è quello di sedere per sempre sul suo trono di potere, esercitare la sua spietata misoginia e inasprire il regime di apartheid di genere

Hasti, ha 16 anni, è curda e vive su una sedia a rotelle in stato semi vegetativo perché l’unico desiderio di Khamenei è quello di sedere per sempre sul suo trono di potere, esercitare la sua spietata misoginia e inasprire il regime di apartheid di genere.

Hasti Hossein Panahi vive nella circoscrizione di Dehgolan, a est di Sanandaj, cuore del Kurdistan iraniano. Era un’adolescente intraprendente, una ribelle assieme alle sue compagne di Liceo con le quali esprimeva il rifiuto dell’obbligo dell’hijab irridendo la guida suprema Ali Khamenei e il grande ayatollah, Ruhollah Khomeini, facendosi fotografare mostrando il dito medio accanto ai ritratti dei mullah appesi alle pareti della loro classe. Sfidano così apertamente la regola dell’hijab le giovani donne iraniane e pubblicano in Rete le foto e i video delle loro performance per incoraggiare le loro coetanee alla ribellione.

Quel giorno di novembre del 2022, Hasti strappò dalla parete della sua classe le foto degli ayatollah. In quel momento irruppero nella scuola le forze paramilitari basij dei volontari dei pasdaran che aveva visionati i filmati delle telecamere di sorveglianza. Tutte le studentesse della scuola furono tradotte in un luogo sconosciuto e lì furono duramente picchiate da agenti in borghese e poi furono riportate a scuola.

Il 9 novembre 2022, fu convocata dal Dipartimento dell’Istruzione della città di Dehgolan e le fu detto che se non avesse collaborato con le forze di polizia facendo da delatrice avrebbero reso pubblico il video in cui lei strappava dalla parete della scuola le foto di Khomeini e di Khamenei e che ciò avrebbe determinato la sua espulsione dalla scuola.

Poco dopo la ragazza sarebbe entrata in coma. La polizia sostiene che avrebbe tentato il suicidio gettandosi da un’auto delle basij in movimento dopo aver lasciato il Dipartimento dell’Educazione. Lo stress mentale causato dalle richieste di cooperazione delle forze di sicurezza e dalla minaccia di espulsione dalla scuola, avrebbe spinto la giovane al suicidio e per questo sarebbe entrata in coma.

Hasti fu trasportata in elicottero all’ospedale Kausar di Sanandaj. Da allora non si è più completamente ripresa, il suo livello di coscienza è estremamente basso ed è costretta su una sedia a rotelle.

Solo da poco, in occasione della festività del Nowruz, il capodanno persiano appena trascorso, Hasti è stata dimessa dall’unità di terapia intensiva dell’ospedale di Sanandaj.

La famiglia della ragazza, così come un’insegnante ed altri testimoni oculari sostengono invece che Hasti sarebbe entrata in come subito dopo essere stata picchiata violentemente e che non sarebbe mai stata portata nel Dipartimento dell’Educazione delle basij. Sarebbe stata invece colpita più volte alla testa con un manganello subito dopo essere stata prelevata dalla scuola e portata in un luogo sconosciuto.

Simili atti che destano un profondo orrore non sono inusuali per le autorità pasdaran iraniane. Nei centri di detenzioni vi sono anche minori sottoposti a fustigazione, scosse elettriche e a violenza sessuale. Lo riferiscono nei loro rapporto molto dettagliati e documentati le organizzazioni umanitarie come quella curda Hengaw e Amnesty International.

Nei loro report denunciano che l’intelligence e le forze di sicurezza iraniane hanno commesso orribili atti di tortura con pestaggi, fustigazioni, scosse elettriche, stupri e altre violenze sessuali su minori manifestanti di appena 12 anni per reprimere il loro coinvolgimento nelle proteste in corso a livello nazionale.

Amnesty in uno dei suoi ultimi rapporto descrive la violenza inflitta ai bambini arrestati durante e dopo le proteste. La ricerca parla di metodi di tortura che le guardie rivoluzionarie, i basij, le milizie della cosiddetta di pubblica Sicurezza e altre milizie al servizio di Khamenei e delle forze di intelligence, usano contro ragazzi e ragazze in custodia per punirli e umiliarli ed estorcere loro “confessioni” forzate.

Gli agenti statali iraniani strappano i minori alle loro famiglie e li sottopongono a indescrivibili crudeltà, infliggendo gravi sofferenze e angoscia a loro e ai loro genitori, provocando su di loro gravi cicatrici fisiche e mentali.

La violenza contro i minori rivela una efferata e ben precisa e deliberata strategia per schiacciare lo spirito vibrante dei giovani del paese e impedire loro di chiedere libertà e diritti umani.

Il 70% della popolazione iraniana ha una età inferiore ai 30 anni e dunque per stroncare la rivoluzione l’obiettivo da colpire è rappresentato dai giovanissimi.

Minori con gli occhi bendati vengono trasferiti in centri di detenzione gestiti dalle guardie rivoluzionarie e dal Ministero dell’Intelligence. Dopo giorni o settimane di detenzione in isolamento i minori vengono trasferiti nei vari penitenziari.

Come avvengono i rapimenti dei manifestanti? Agenti in borghese con furgoni bianchi rapiscono i manifestanti che protestano per le strade, compresi i minori. Li traducono in luoghi non istituzionali, in genere in magazzini, dove li torturano prima di abbandonarli in luoghi remoti.

Non sono veri e propri arresti. Sono appunto rapimenti con lo scopo di punire il manifestante, di intimidirlo e dissuaderlo dal partecipare alle proteste. La tecnica è mutuata dalla organizzazioni criminali, dalla mafia o da organizzazioni terroristiche. Molti minori vengono trattenuti insieme ad adulti, contrariamente agli standard internazionali, e sottoposti agli stessi schemi di tortura e ad altri maltrattamenti.

Un ex detenuto ha raccontato ad Amnesty International che, in una provincia iraniana, miliziani Basij, hanno costretto diversi minori a stare in fila con le gambe divaricate accanto a detenuti adulti e hanno inferto loro scosse elettriche nelle zona genitale con dissuasori Taser.

La maggior parte dei minori arrestati negli ultimi sei mesi di proteste è stata rilasciata su cauzione in attesa di rinvii a giudizio. È un modo questo anche per finanziare la giustizia criminale iraniana.

Molti manifestanti, anche minori, vengono rilasciati solo dopo essere stati costretti a firmare lettere di “pentimento” e solo dopo aver promesso di astenersi da “attività politiche” e dal partecipare a manifestazioni filogovernative.

Prima di rilasciarli, gli agenti minacciato i minori dicendo loro che se avessero sporto denuncia sarebbero finiti impiccati e i loro parenti sarebbero stati arrestati.

Ma alcuni familiari, nonostante le minacce, hanno presentato denunce ufficiali alle autorità giudiziarie, ma nessuna di esse finora ha fatto adeguate indagini.

Una madre ha raccontato all’associazione per i diritti umani Hengaw che agenti basij avevano stuprato suo figlio con un tubo dopo che era stato rapito. Il ragazzo ha raccontato alla mamma: “Mamma, mi hanno sospeso per le braccia fin a quasi strapparmele e mi hanno violentato con un tubo costringendomi a confessare quello che volevano loro”.

Altri metodi di tortura consistono nella somministrazione forzata di pillole per alterare l’equilibrio psicologico della vittima e l’immersione in acqua della testa delle vittime. Diverse adolescenti sono state rapite solo per aver scritto su un muro lo slogan motto delle proteste, “Donna, vita, libertà”.

Le famiglie delle vittime hanno raccontato ad Amnesty International i metodi di tortura praticati dagli agenti della sicurezza tra i quali quello di sospendere per le braccia nel vuoto i malcapitati, costingendoli a subire atti umilianti. Giovani prigioniere vengono rinchiuse in celle senza servizi igienici e lavabi, senza cibo, senza acqua, esposti al freddo e in isolamento prolungato. Ai feriti spesso vengono negate le cure mediche necessarie.

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Quella sera, al Raphael, iniziò l’inverno della politica


In piena Tangentopoli, l’Italia si ribellò a una classe politica. Il 30 aprile 1993, il primo a pagare il conto della piazza fu il segretario del Psi. «Ero lì, dentro quella macchina bersagliata da una grandinata di odio». L’assalto delle “monetine” racco

In piena Tangentopoli, l’Italia si ribellò a una classe politica. Il 30 aprile 1993, il primo a pagare il conto della piazza fu il segretario del Psi. «Ero lì, dentro quella macchina bersagliata da una grandinata di odio». L’assalto delle “monetine” raccontato, per la prima volta, da chi era accanto al suo leader

La storia, quando decide di farsi, mica ti avverte. E spesso, manco te ne accorgi; soprattutto se ci sei dentro. Così è stato per quel 30 aprile del 1993: la sera delle “monetine al Raphaël”. Per anni, ben 30, ho letto racconti e testimonianze di quell’evento. Alcune precise e attente – tra tutte 30 aprile 1993 di Filippo Facci – e altre decisamente liriche e romanzate o semplicemente cialtrone. Come faccio a sostenerlo? Ero lì, dentro quella macchina bersagliata da una grandinata di odio; seduto alla sinistra di Craxi. Perché? Ero il segretario dei Giovani Socialisti; avevo 26 anni e oggi sono, probabilmente, il più giovane fossile vivente della “Prima Repubblica”.

Andiamo per ordine. Cosa stava accadendo? L’Italia, dimentica degli anni Settanta, quelli di piombo, voleva cancellare gli anni Ottanta, quelli dell’edonismo reaganiano, per ribellarsi a una classe politica che, si sosteneva, avesse impoverito e distrutto il Paese. In realtà, l’Italia era uscita da una drammatica crisi economica, passando, col Governo Craxi, dal 17° al 5° posto nel mondo. Aveva abbattuto l’inflazione a due cifre obbligando il futuro del suo esecutivo al successo del referendum sulla Scala mobile. Ma, si sostiene, il debito lievitò. In realtà, il Paese aveva in corpo tre metastasi: il terrorismo, l’inflazione e il debito. Si decise di aggredire le prime due confidando sul fatto che l’Italia, a differenza per esempio degli Usa, aveva il 90 per cento del proprio debito contratto con i suoi cittadini (padroni negli anni Ottanta, per il 70 per cento, delle loro case).

Ma torniamo all’insurrezione della “società civile”. Quest’ondata rivoluzionaria, in verità, non esplodeva solo in Italia, ma in Francia, Germania, Spagna, Belgio, Portogallo, Grecia; insomma, alla fine della Guerra Fredda venivano mandate a casa intere classi dirigenti con una modalità che il libro di Daniel Soulez Larivière chiamerà il «Circo mediatico giudiziario» (in Russia, per esempio, la si spiegava così: “Lo sai che differenza c’è tra un politico e una mosca? Nessuna, si ammazzano entrambi con un giornale”). Il clima non era dei migliori. Gianfranco Funari, nel 1992, su Italia Uno, faceva spot dal tono “Vai avanti Di Pietro!” – poi verrà con me ad Hammamet, ricredutosi su quella stagione, per incontrare Craxi – e ancora, negli anni successivi il più diffuso settimanale del tempo, TV Sorrisi e Canzoni, usciva con la copertina dedicata all’idolatria del magistrato di Montenero di Bisaccia (11 luglio 1992: Di Pietro facci sognare; 12 febbraio 1994: Di Pietro Bis). Silvio Berlusconi, editore del settimanale, intervistato in quei giorni sulle accuse rivolte a Craxi, se la cavò con un diplomatico «Ci saranno i processi», frase alla quale Craxi rispose, puntando il ditone verso il televisore di fronte a noi: «E i prossimi saranno i tuoi!» (in realtà gli voleva molto bene, ma non serviva Nostradamus per capire che sarebbe andata a finire proprio così).

Tangentopoli nasce per fatti consumatisi tra l’89 e il ’92 (dall’amnistia che aveva cancellato tutti i precedenti reati di finanziamento verificatisi prima del crollo del muro di Berlino fino alla caduta della “Prima Repubblica”). Con questo artificio, il finanziamento veniva definito lecito o illecito a seconda dell’epoca e nella stessa epoca a seconda dei partiti: oltre 4mila arresti, 42 suicidi, 25mila avvisi di garanzia, 1.069 parlamentari e uomini politici coinvolti. Questa è stata Tangentopoli. Non una guerra. Ma nemmeno una bella pace. Per questo Craxi, unico dei leader della politica italiana, andò a fissare alcuni concetti nel luogo deputato: alla Camera. In realtà lo fece in più appuntamenti tra il ’92 e quel ’93. Disse cose laceranti per i partiti che «hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale».

Attenzione non è il “tutti colpevoli, nessun colpevole”. No, è il tutti colpevoli e basta. Incassò un silenzio assordante. Sarebbe bastato che si fosse alzato uno dei presenti per fare, che so, una pernacchietta. Niente. Tutto costa, anche organizzare il proprio funerale, figuriamoci costruire e gestire un movimento politico. Il finanziamento illecito è drammaticamente sempre esistito. Per questo, in politica, chi è senza peccato s’informi dal proprio cassiere. O faccia leggi per scongiurare questo ricatto. E così, trent’anni dopo, ci ritroviamo tra contenziosi per scontrini, leader politici consulenti di sceicchi e combattive brigate per la difesa dell’indennità non riversata al partito. Ma se vi rileggete o ascoltate gli interventi di Craxi e poi li confrontate con quelli dei leader che sono seguiti, il sentimento più naturale da cui sarete pervasi è lo sconforto. Craxi, va riconosciuto, era assai odiato. Sarà per quella “x” sparata in mezzo al cognome, sarà per l’altezza e “quel suo guardarti
dall’alto in basso” (ma se era più di un metro e novanta che avrebbe dovuto fare? Accucciarsi?), sarà per quella vocazione a decidere in un Paese notoriamente indeciso a tutto, ma così era.

E c’è una parte di quelle sue denunce, dentro il Parlamento, che produsse mutismi ancora più rumorosi (o per chi è suggestionabile, inquietanti). Leggete qui cosa dirà, sempre in Parlamento, nel 1993, sui fatti più clamorosi di quei mesi: «Chi sono i criminali che hanno messo le bombe di fronte ai monumenti d’arte, basiliche, luoghi storici e che probabilmente tenteranno di metterne ancora? Chi sono gli assassini che hanno provocato stragi di cittadini innocenti e di servitori dello Stato? (…) C’è una strategia, una tempistica, degli obiettivi che vengono perseguiti con una violenta determinazione. Ritengo che, non da oggi, agisca nella crisi italiana una “mano invisibile”, che punta a esasperare tutti i fattori di rottura e per ottenere questo scopo non esita a ricorrere al classico metodo criminale del terrorismo. Terrorismo mercenario e professionista, non terrorismo ideologico».

Ma di che parlava quest’uomo, tutt’altro che suggestionabile, già presidente del Consiglio e incaricato per l’Onu per le politiche del debito? Il clima rimosso e mai esplorato di trent’anni fa annotava decine di strani furti in case di parlamentari, ministri e leader politici. Il 3 gennaio del 1990 venivano rubate al capo della Polizia, Vincenzo Parisi, le pistole di ordinanza dalla sua auto. Seguiranno sue denunce alla Commissioni stragi il 9 gennaio del 1991 («Vorrebbero fare dell’Italia una terra di nessuno») e una sua circolare, “Riservata”, ai Prefetti, datata 16marzo 1992 in merito a un piano per «destabilizzare l’Italia ». È incredibile che di quegli anni, per esempio, sia stato dimenticato il blackout di Palazzo Chigi seguito, immediatamente dopo, alle bombe di via Palestro a Milano e San Giorgio al Velabro a Roma nella notte tra martedì 27 luglio e mercoledì 28. Il Palazzo del Governo non venne isolato per un guasto della centralina interna, ma per un blackout indotto dall’esterno.

Torniamo alla vigilia di quel 30 aprile. Si votava l’autorizzazione a processare. Craxi e noi sapevamo che saremmo stati sconfitti (io ero seduto sulle tribune della Camera, alle sue spalle, non essendo parlamentare). Ma la votazione andò diversamente. I miracoli sono una cosa seria, e non si scomodano certo per vicende così mondane. Accadde solamente che diverse forze politiche, che avrebbero voluto gridare allo scandalo, votarono nel segreto dell’urna per salvare Craxi in aula. E poi scannarlo in piazza. E così andò. Siamo al 30 aprile. Con Craxi dividevamo un ufficio in via Boezio (il partito, come l’intera classe politica, si stava “onestizzando” e quindi non c’era più spazio in via del Corso per lui, e il sottoscritto, nella sede del Psi). L’ufficio verrà soprannominato dalla stampa “il covo di via Boezio” in ragione dei segretissimi dossier lì contenuti: per la maggior parte le cartelline dei miei articoli ritagliati (in verità molto ordinati). Si trovava nel palazzo accanto allo stabile in cui vivevano l’ex presidente Francesco Cossiga e l’allora sindaco di Roma, Francesco Rutelli, in via Quirino Visconti; sotto di noi, uno dei primi centri massaggi dalle prospettive equivoche (una volta, fuori Roma, vidi la notizia sul Televideo: «S’incendia l’ufficio di Craxi», ma in realtà, fortunatamente, era il centro massaggi, probabilmente in ragione dell’escandescenza di qualche focoso cliente). Quella mattina Serenella Carloni, la storica segretaria di Bettino, mi aveva confermato che lui non si sarebbe affacciato da noi.

Craxi decise quel giorno di non lasciare l’albergo. Viveva al Raphaël, di proprietà del suo fraterno amico, Spartaco Vannoni, ex comunista, mancato qualche anno prima. La sua stanza era un monolocale in cui tutto sembrava arredato con la cura dello studio di Geppetto nella balena di Collodi: libri, cimeli garibaldini, carte, quotidiani, riviste e poi ancora libri (e se cercavate gli anni Ottanta trovavate quelli del secolo precedente). Arredamento: ordinario disordinato. Il Raphaël si affaccia su Largo Febo; Febo, probabilmente, sta per Apollo, dio adottato da Augusto come difensore delle tecniche, scienze, bellezza e della luce. E qui il mito diventa strabico: Largo Febo è stretto e buio. Si trova a pochi metri da PiazzaNavona, ma non la vede (un po’ come stare al Louvre, a qualche metro dalla Gioconda, e avere la vista sui bagni). A spanne misurerà, a vantarsi, 200 metri quadri. Per ospitare coloro che giurano, in una sorta di proiezione isterica collettiva, di essersi ritrovati quella sera in quel luogo, a urlare o semplicemente a guardare, sarebbe servita una piazza un poco più grande di piazza Tienanmen. La facciata dell’albergo è la quinta scenica di questo teatrino e il nome rimanda, forse, a Raffaello che ha affrescato l’arco della cappella Chigi a Santa Maria della Pace alle sue spalle.

Intanto il tormentone, quotidiano, della mia risposta alla prima telefonata di Craxi: «Cosa bolle in pentola?» «Noi», quel giorno suonava meno ironico. La stampa strillava allo scandalo e alcuni quotidiani erano usciti in formato manganello etico (il giornale che, ripiegato più volte, offriva per tutta la lunghezza la scritta “Vergogna!” a caratteri cubitali, maiuscoli e in grassetto). L’unico appuntamento della giornata era l’intervista in diretta, in prima serata, con Giuliano Ferrara (presso gli studi di Canale 5). Di ora in ora, le forze dell’ordine modificavano il loro assetto con alternanza di corpi e mezzi; all’interno del Raphael molti i poliziotti; quelli in borghese si riconoscevano dal tintinnio delle manette appese alla cintura. Perché le manette? Per l’intera giornata feci la spola tra via Boezio e il Raphaël per incontrare quegli amici e collaboratori ancora storditi dall’imprevista notizia del giorno prima; in realtà ero furibondo per non essere riuscito ad armare un manipolo sufficiente a reagire a quel clima (il mio spirito cristiano si ferma a porgere la seconda guancia; oltre si può reagire).

Mi muovevo con lamia “moto blu”: un Peugeot Metropolis di terza mano, appunto blu, privo di diversi elementi funzionali e decorativi, così da renderlo, almeno fino al 1997, resistente al furto. Il rumore di quelle ore si era apparecchiato attraverso numerose giornate di silenzi; silenzi a pranzo, silenzi a cena. Non c’era nessuno, perché lui non voleva più vedere nessuno e perché molti avevano paura a farsi vedere con lui. Meno male che qualcuno veniva a trovarci nelle nostre case e nei nostri uffici. Solo che avveniva quando noi non c’eravamo. Craxi, la sua famiglia e il sottoscritto ricevemmo in quel periodo, in quelle abitazioni, 11 perquisizioni vestite da furti. Forse era per toglierci qualcosa, forse era permettercelo. Ma almeno ci tenevano vivi regalandoci un po’ di attenzione. Il Pds aveva deciso di organizzare a Piazza Navona, per il pomeriggio inoltrato, la manifestazione del suo popolo, così da urlare la sua indignazione e poi farla confluire nella piazzetta alle spalle. Per l’intera mattinata, le agenzie, radio e telegiornali avevano soffiato sul clima di rivolta nel Paese: fax, proteste, mancavano le processioni, ma il Paese “civile” stava reagendo (Gianfranco Fini, per esempio, annunciò iniziative esemplari e il Secolo d’Italia pubblicò il numero del Quirinale, così che i cittadini «potessero far pervenire alla Presidenza della Repubblica il loro sdegno»). A Roma si dice che «l’inventore della forca ci morì impiccato», conseguenza del «c’è sempre un puro più puro che ti epura», ma la predestinazione di zona era incline alla tipologia di spettacolo: Mastro Titta, il boia di Roma, esercitava la sua apprezzata professione qualche via più a nord, mentre poco più a sud fu arso vivo Giordano Bruno e un po’ più a sud ovest fu squartato Cola di Rienzo.

Insomma, quando Craxi, in Tunisia, mi ripeteva «in fondo, nella lotta politica, morire nel proprio letto è un privilegio», penso focalizzasse questi esercizi della creatività umana. Verso le otto della sera mi avverte che sta per scendere. Mi allontano dal poliziotto che mi marcava
per invitarmi a suggerire a Craxi un’uscita sul retro (decisamente allarmati per il disastro tattico che aveva consentito il crearsi di quell’assembramento di fronte all’albergo). Sceso nella hall, tutto si consumò velocemente. Craxi rivolse delle premurose scuse agli ospiti dello hotel, involontari spettatori di quel disordine, e quando il poliziotto mi pregò con gli occhi di anticipare la proposta di dipartita tattica, fu facile anticiparlo: «Glielo dica lei». Non credo che Craxi abbia nemmeno ascoltato l’invito. Continuò a marciare verso la porta principale e, controllato che ci fossimo tutti, sibilò: «Andiamo!». “Tutti” eravamo tre: Nicola Mansi, il fido “orso biondo”, la gigantesca ombra, autista e guardia del corpo, di Craxi; Umberto Cicconi, suo fotografo, una faccia da Hollywood pronta a farsi esplodere per Craxi, e il sottoscritto. E quindi andammo incontro all’onda. E la sera diventò giorno di flash. E non fu un disegno mediatico. Infatti, il giorno dopo nessun quotidiano racconterà quel fatto in prima pagina e quelle immagini, ripetute all’inverosimile, saranno il frutto della casuale presenza di una troupe (idem per quei pochi scatti fotografici rimasti).

L’auto blindata, una Thema, un cassone inguidabile e impacciato, veniva battuta da caschi e da ogni tipo di oggetto disponibile alla calca umana che usava la macchina come un tamburo. Nonostante la palese assurdità dell’accerchiamento – in quella stagione di bombe e attentati – non celebrai il rito scaramantico che si compiva a ogni entrata in auto: girare la mezzaluna interna alla carrozzeria blindata per infilare la canna della mia Colt Calibro 38. Avevo 26 anni, appunto, ma giravo armato – con regolare licenza – dopo la terza visita alla mia abitazione
nella quale mi era stato lasciato un proiettile sulla scrivania; io da quel giorno ricambiai i sopralluoghi indesiderati preparando una selezione
di carte che volevo i miei interlocutori approfondissero, insieme a un bicchiere d’acqua e un cioccolatino. Lassativo. Sul lunotto di quell’auto guardavamo intanto i volti stravolti da una ferocia e da un’eccitazione invasata. Capivamo che si stava consumando un rito espiatorio: il problema è che il capro eravamo noi. Quindi, in quella sera illuminata a forca, la macchina avanzò lentamente; sia Umberto che il sottoscritto eravamo stati feriti da qualche oggetto, ma l’imperativo che Craxi ripeteva, controllato e senza tradire emozione, era: sorridete. Non era un gesto provocatorio, ma l’ultima arma che ti rimane quando sei circondato dai fumi dell’irrazionale: ridergli addosso. L’inverno della politica stava sfumando, lasciando spazio alla primavera dell’antipolitica. Ovvero, la politica di qualcun altro.

Oggi

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Ecco i risultati degli investimenti Ue in Difesa. Il punto di Braghini


La Corte dei Conti europea (European court of auditors – Eca) ha emesso, come da prassi per tutte le iniziative finanziarie Ue, il primo rapporto speciale di monitoraggio sulla Azione preparatoria per la ricerca nella Difesa (Padr). Si tratta del primo pr
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La Corte dei Conti europea (European court of auditors – Eca) ha emesso, come da prassi per tutte le iniziative finanziarie Ue, il primo rapporto speciale di monitoraggio sulla Azione preparatoria per la ricerca nella Difesa (Padr).

Si tratta del primo programma finanziato dal bilancio Ue a supporto dell’industria della Difesa e la politica per la Ricerca e sviluppo militari (90 milioni di euro per il periodo 2017-2019). Tale programma ha aperto la strada come precursore del Programma europeo di sviluppo industriale della difesa (Edidp) e del Fondo europeo di Difesa (Edf), e oggi del Rafforzamento dell’industria europea della difesa attraverso la legge sugli appalti pubblici (Edirpa).

L’analisi fornisce considerazioni e raccomandazioni che comprendono anche altri programmi di Difesa europei.

La Padr è considerata come un test circa la fattibilità e l’interesse degli stakeholders a cooperare in Ricerca e sviluppo militare. Un campo nuovo e sensibile per l’Unione europea e i Paesi membri, come dimostrato anche dalle difficoltà iniziali ad accettare la base legale – a fronte delle note restrizioni del Trattato Ue circa la Difesa – che fa riferimento alla promozione dell’industria, ma non ancora alle capacità militari europee.

L‘Ue si è trovata così ad affrontare, senza esperienza pregressa, un’area nuova con caratteristiche specifiche rispetto al settore civile. Perciò è andata avanti con la cosiddetta “ambiguità costruttiva” per trovare i giusti compromessi all’interno della complessa architettura, delle sue interrelazioni e dei meccanismi europei.

Le lezioni apprese del testbed Padr mostrano risultati limitati e una tempistica eccessivamente ridotta.

È interessante notare che le criticità individuate riguardano sì aspetti amministrativi e gestionali, con l’adozione ritardata di strumenti di analisi e pianificazione e tempi realizzativi eccessivi, ma anche la ridotta disponibilità di risorse umane qualificate dedicate ai programmi di Difesa.

Viene sottolineata la mancanza di una strategia di lungo termine, che la Commissione europea intende sviluppare per preparare il prossimo bilancio pluriennale Ue del 2027-2034.

Le osservazioni dell’Eca segnalano quindi che se la Padr ha consentito alla Commissione europea di testare diversi tipi di processi, è ora necessario un percorso per conseguire coerenza tra strumenti e tempistiche, e l’efficientamento dei meccanismi tra i diversi fondi per la Difesa.

Le osservazioni, unitamente alla sottolineatura che manca una politica di lungo termine, hanno il merito di fornire raccomandazioni per gli operatori e una spinta per i Governi affinché l’Edf realizzi una dinamica con obiettivi coerenti e di lungo termine che incentivi la tecnologia e rafforzi la Difesa europea.


formiche.net/2023/04/primo-rap…

ConDivisioni


Se si guardasse di più alla sostanza ci si accorgerebbe di essere meno divisi di quel che si racconta. Se ci si occupasse di più della sostanza ci si accorgerebbe che condividere gli obiettivi non impedisce di dividersi fra maggioranza e opposizione, ma s

Se si guardasse di più alla sostanza ci si accorgerebbe di essere meno divisi di quel che si racconta. Se ci si occupasse di più della sostanza ci si accorgerebbe che condividere gli obiettivi non impedisce di dividersi fra maggioranza e opposizione, ma spinge a farlo con attenzione alle scelte anziché alle sceneggiate. Eppure la sostanza viene accuratamente evitata. Perché è imbarazzante, comporta approfondimento e la si considera noiosa. Per addetti ai lavori. Mentre gli addetti ai livori sembrano non accorgersi che se cresce il numero di quelli che non vanno a votare è anche perché non si sentono votati a partecipare alla zuffa sul nulla.

Prendiamo debiti e investimenti, due temi da cui dipende il futuro. E prendiamo il governo attuale, guidato dalla sola forza che si oppose al precedente, nonché il citato precedente, che comprendeva le forze che oggi si oppongono. In questo modo sarà facile vedere che, almeno a parole, tutti condividono la necessità di far diminuire il peso percentuale del debito pubblico in rapporto al prodotto interno lordo. Che è una condivisione estendibile a molti altri governi del recente passato, a prescindere dal loro esserci riusciti e dalla coerenza fra proclami e azioni. La sola eccezione è il governo Conte 1, che fece garrire la bandiera del fare più debito per mostrarsi più sovrani, così riuscendo a far una figura sovranamente di palta e doversi rimpiattare dietro illusionismi contabili.

Sul lato investimenti – che il bilancio pubblico italiano ha praticamente cancellato da decenni, con governi di diverso colore e uguale dedizione alla spesa corrente – il ministro Fitto ha detto in Parlamento due cose: a. il governo intende spendere tutti i fondi europei di cui si dispone;
b. le modifiche delle quali si parla non sono relative alle mete ma alle tappe.
Sommando le forze che sostenevano Draghi a quelle che sostengono Meloni, convergenti sul medesimo Pnrr, si totalizza l’unanimità sulle mete.

Lo scopo di quegli investimenti non è quello di rendere moderna e competitiva la produzione industriale italiana, perché lo è di già (interessanti le considerazioni del professor Marco Fortis, su “Il Sole 24 Ore” di ieri); lo scopo è sanare gli squilibri strutturali (scuola, sanità, digitale, mobilità, pubblica amministrazione) e territoriali (Nord-Sud, ma anche i diversi Nord e i diversi Sud). L’Italia produttiva corre che è una bellezza, difatti facciamo numeri importanti nelle esportazioni; ma c’è un’Italia a rimorchio, addormentata dall’assistenzialismo, che va svegliata e vitalizzata nella dignità del lavoro.

Condividere queste cose non è affatto poco. Mettiamoci anche la condivisione – sempre con lo stesso metodo di calcolo e al netto delle incoerenze – della scelta occidentale, atlantica, Nato, europea nonché a favore dell’Ucraina e il quadro diventa fin troppo confortante.

Dopo di che, ovviamente e giustamente, ci si divide. Ma perché la cosa abbia un senso sarebbe sano dividersi fra chi governa e pensa di far bene le cose a modo proprio e chi si oppone, tallona e critica chi governa perché non riesce a far le cose che si erano condivise. Ed è qui che casca l’asino. Dal governo giungono voci diverse e a ruota libera sui piani Pnrr e sui fondi Ngeu, mentre il ministro della Giustizia va da una parte e i decreti sulla giustizia dall’altra. Dall’opposizione non si capisce se sono per la legge concorrenza senza la deprimente manfrina sui balneari, se ritengono giuste le parole di Nordio, quindi attaccando per l’incoerenza e così via. Anziché discutere di come far crescere il Pil per far scendere il debito e del nuovo (ipotizzato) patto di stabilità, si apre la gara sciocca fra chi indica gli ‘schiaffi’ europei e chi millanta di battere i ‘pugni’. Così declassando la politica a rissa alticcia. Cui la metà degli italiani si rifiuta di partecipare, con tristi ragioni, mentre i partiti puntano a chi prende più voti nell’altra metà, con meste conseguenze. La sostanza sarà pure noiosa, ma questa roba è mefitica.

La Ragione

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#laFLEalMassimo-episodio90- BTP e Sovranità Limitata


In apertura ribadisco la condanna da parte di questa rubrica dell’invasione operata dalla Russia ai danni del popolo Ucraino. Si continua a parlare di rischi di un possibile downgrade da parte delle agenzie di rating per il nostro paese, tuttavia i segnal

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In apertura ribadisco la condanna da parte di questa rubrica dell’invasione operata dalla Russia ai danni del popolo Ucraino.

Si continua a parlare di rischi di un possibile downgrade da parte delle agenzie di rating per il nostro paese, tuttavia i segnali sono contrastanti perché se Goldman sachs raccomanda posizioni corte, Standards & Poors ha recentemente confermato il giudizio sul nostro paese.

La verità è che è abbastanza indifferente il colore del governo in carica o il carattere più o meno populista del partito di maggioranza, contano il rispetto della disciplina di bilancio e il rispetto di impegni presi quali il PNRR e piani di sostenibilità

Questo non è edificante per la classe politica del paese, che oltre che poco credibile finisce per scadere nell’irrilevanza, ma può essere rassicurante per i risparmiatori e i cittadini del nostro paese

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ConCatenati


Attenzione a come sono concatenati fatti e scadenze, mettendo in relazione il debito pubblico (con tensioni annunciate), il Pnrr e le riforme in corso (o ferme). Presa visione del progetto di riforma del Patto di stabilità predisposto dalla Commissione eu

Attenzione a come sono concatenati fatti e scadenze, mettendo in relazione il debito pubblico (con tensioni annunciate), il Pnrr e le riforme in corso (o ferme). Presa visione del progetto di riforma del Patto di stabilità predisposto dalla Commissione europea, udita la relazione del ministro Fitto sulle difficoltà legate all’utilizzo dei fondi europei e osservato quel che si muove nei mercati e quel che non si muove in Parlamento, le preoccupazioni sono fondate. Qui non si gioca con le parole e 2+2 non fa “qualche cosa di prossimo al doppio”. Qui ci si gioca l’osso del collo italiano, non il decollo di qualche sondaggio o la (trascurabile) sorte di qualche (presunto) leader.

Sicurezza e coerenza dei conti necessitano che il peso percentuale del debito pubblico scenda. Fin qui dicono tutti di concordare e il governo si attiene. Per farlo si può tagliare la spesa (lallero), far crescere la ricchezza prodotta o combinare sapientemente le due cose. Il governo dice di puntare alla combinazione. Ci torniamo, intanto la Commissione Ue propone maggiore «elasticità» nel percorso di rientro, mentre la Germania obietta che qualche automaticità è sempre bene prevederla. L’elasticità suona bene alle orecchie degli spendaroli, ma quel che non hanno capito – anche perché nel dibattito politico neanche se ne parla (e già questa è una enormità) – è che comporta una contrattazione fra la Commissione e il singolo governo del Paese al di fuori dei parametri. Che forza contrattuale ha l’Italia ovvero il Paese con il debito più alto, la crescita più bassa, la conclamata incapacità a tagliare e ora il più beneficiato dai fondi Ngeu? Talmente bassa che vien voglia di guardare con meno pregiudizio alla proposta tedesca, tanto più che lascia maggiore autonomia ai governi nazionali. L’elasticità ci conviene, ma se contiamo di crescere. E qui arriva il Pnrr.

Se ogni mattina si annuncia al mondo che non si riuscirà a spendere tutti i fondi, che ci sono ritardi e che si vogliono modifiche che però manco si propongono, salvo poi, prima di sera, avere chiesto altri prestiti ai mercati, la deduzione è semplice: l’Italia non sa investire soldi regalati o prestati a un tasso di favore, ma ne chiede di più a un tasso più alto per pagare spese che non sa comprimere. Quindi la crescita diventa una chimera e la diminuzione del peso percentuale del debito la sua gemella. Ergo chi investe andrà corto sul debito italiano e chiederà tassi più alti. Non è una cattiveria, è una banalità.

Se hai un problema di natalità e hai a disposizione i fondi per fare molti, ma molti più asili e non riesci a usarli, se la Corte dei conti europea ti fa osservare che sei indietro con la digitalizzazione delle scuole, altra cosa che invoglierebbe a mandarci più pargoli, ma fai sapere che premierai con sgravi fiscali, rendendo ancora più dannato il tuo sistema, chi si deciderà a figliare, i prestatori hanno chiaro che non sai crescere, non sai riformare e sai solo fare spesa corrente. Sicché di prestiti te ne fanno meno e più cari. Inutile frignare, pestare i piedi, maledire Goldman Sachs o Moody’s, come l’incultura fasciocomunista ha insegnato a fare a generazioni di orecchianti, tanto non cambia nulla. Il pericolo non sono i cattivi speculatori, ma gli incapaci a investire.

Senza parlare delle riforme, con quella sulla concorrenza ferma a discettare di ambulanti e balneari (ma si può essere più ridicoli?). Posto che la concorrenza serve a far salire la qualità e a far scendere i prezzi, in una stagione in cui l’inflazione è tornata a essere un problema.

In gioco non c’è la sorte del governo di destra, che partito con il piglio della Nazione arriverebbe a consegnarci inerti nelle mani dei “burocrati di Bruxelles”, indispettendo tutti con capricci insensati, come sulla riforma del Mes. In gioco c’è l’osso del collo collettivo. C’è modo e (poco) tempo per uscirne bene. Ma serve una consapevolezza che al momento non si vede neanche all’opposizione. I politici sono tanti, l’Italia è una sola.

LA RAGIONE

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Un patto autolesionista


« Intervenuta troppo tardi per fermare l’inflazione, la Fed ha usato l’arma dei tassi di interessi in modo esagerato, facendo come il cane da pastore che, per tenere a bada le pecore, le morde alla morte, fino alla recessione, per impedire che lo faccia i

«Intervenuta troppo tardi per fermare l’inflazione, la Fed ha usato l’arma dei tassi di interessi in modo esagerato, facendo come il cane da pastore che, per tenere a bada le pecore, le morde alla morte, fino alla recessione, per impedire che lo faccia il lupo-inflazione», denunciava tempo fa un economista belga critico della politica americana. Che peraltro poi la Bce ha ritenuto opportuno importare in Europa. Di pessimi esempi di ardori autolesionistici è costellata la storia trentennale del Patto di stabilità, che strada facendo si è fregiato anche della parola crescita ma in modo posticcio, non per una seria autocritica maturata sul campo. Eppure la grande crisi finanziar-debitoria del 2008-12, la risposta univoca del tripudio dell’ortodossia rigorista con addirittura l’ulteriore stretta delle regole del Patto, dell’iniziale politica restrittiva della Bce, del castigo recessivo senza paracadute per i reprobi dei conti pubblici dissestati, avrebbe dovuto poi consigliare qualche ripensamento.

Non foss’altro per l’impennata di euroscetticismi, populismi e nazionalismi che ne seguì per anni, per le bandiere naziste che, per la prima volta dal dopoguerra, invasero piazza Syntagma ad Atene. Per l’abisso di sfiducia reciproca che fagocitò l’eurozona e l’Europa intera, scavando un’insanabile lacerazione Nord-Sud. C’è voluto più di un decennio per rimarginarla ma non è guarita. Ci sono voluti Covid e aggressione russa all’Ucraina, due minacce esterne letali per la sua sicurezza personale, economica, geopolitica e militare, per recuperare l’Europa al consenso degli europei, riscoprirne meriti e valore aggiunto insostituibili e più necessari che mai per esistere nel cantiere del nuovo mondo: molto più gravido di incognite che di certezze, di scontri Est-Ovest che di stabilità geopolitiche, con il braccio di ferro in corso tra Stati Uniti e Cina.

Il doppio terremoto ha travolto idoli e ideologie che sembravano imperiture. Ha fatto scattare la rivoluzione del Next Generation Eu, il mega fondo per modernizzare e rendere più competitiva l’economia europea finanziandolo per la prima volta con l’emissione di debito comune. Poi politica industriale ed energetica comune, altri tabù prima intoccabili, per l’autonomia strategica tra rimpatrio delle catene del valore, investimenti e infrastrutture nell’innovazione di punta, chip in primis, nelle materie prime critiche, nelle rinnovabili, nel militare…. E ora la riforma del Patto di stabilità da chiudere, si spera, entro l’anno. E da completare poi con un bilancio Ue riformato per dargli la potenza di fuoco adeguata a maxi investimenti obbligati se davvero l’Europa vuole darsi i mezzi per vincere la sfida della palingenesi economica e del suo ritorno tra i Grandi del mondo.

Se prima era rigidità ora è resilienza. Se prima era solo stabilità, ora è anche crescita e investimenti «perché alto debito e crescita bassa non sono realtà cui l’economia europea può rassegnarsi» avverte il commissario Ue, Paolo Gentiloni. Le regole restano, per garantire la governance dell’euro e inquadrare i singoli piani nazionali, da negoziare con Bruxelles, di graduale rientro di debiti e deficit nei parametri di Maastricht (60 e 3%del Pil). Il percorso di riduzione, con base la dinamica della spesa pubblica netta da mantenere sotto quella del Pil potenziale, si snoderà su 4 anni, estensibili a 7 con riforme e investimenti mirati che procureranno maggior spazio fiscale al Paese allungandone i tempi dell’aggiustamento.

Paesi come l’Italia, con debito e deficit oltre le soglie, dovranno garantire il calo del primo a fine periodo e un aggiustamento annuo di bilancio dello 0,5% del Pil fino a che il deficit non andrà sotto il 3%. Sanzioni automatiche in caso di non rispetto degli impegni. Poche attenuanti. Niente regimi di favore per investimenti, verdi, militari o legati al Pnrr. In conclusione, flessibilità e rigore misurati a braccetto per poter investire in una crescita economica ricca di stabilità finanziaria. Che però non basta a Berlino & co. Dunque, sarà ancora battaglia Nord-Sud. Con una domanda: davvero gli equilibrismi del nuovo Patto permetteranno all’Europa di vincere le sue sfide globali quando, tra Ira e simili, Stati Uniti e Cina si auto inondano di investimenti enormi, immediati, senza paletti o troppe regole? Forse, con il suo forziere di risorse e un regime Ue di aiuti di Stato in libertà, la Germania pensa di farcela da sola: errore, come altri del passato.

Il Sole 24 Ore

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“Nordio accompagni il cronoprogramma delle riforme con una cortese lettera di dimissioni”


Con un tweet rivolto al ministro Carlo Nordio la Fondazione Einaudi ha voluto aprire un dibattito costruttivo per l’attuazione delle riforme nella giustizia. Il “cinguettio” non lascia spazio ad interpretazioni: «ll cronoprogramma che ha annunciato per i

Con un tweet rivolto al ministro Carlo Nordio la Fondazione Einaudi ha voluto aprire un dibattito costruttivo per l’attuazione delle riforme nella giustizia. Il “cinguettio” non lascia spazio ad interpretazioni: «ll cronoprogramma che ha annunciato per i provvedimenti sulla Giustizia, sia accompagnato da una letterina: le sue dimissioni! Il primo giorno di ritardo saluti e se ne vada. Non ci sono alternative». Un suggerimento, come evidenzia l’avvocato Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Einaudi, volto a sottolineare l’autorevolezza del guardasigilli, il quale nei mesi scorsi ha promesso interventi molto precisi e ormai improcrastinabili.

Presidente Benedetto, sta apprezzando le ultime masse del ministro della Giustizia, Carlo Norio?

Premetto che la stima mia e della Fondazione Einaudi nutrita nei confronti di Nordio é assoluta. Grandi speranze ci sono state nel momento in cui Nordio ha accettato di fare il ministro della Giustizia. Quello che intendo puntualizzare é che, tuttavia, non siamo interessati, se non per il rapporto di amicizia che ci lega, al destino personale di Nordio. Siamo invece molto più interessati alle sue idee, a quelle idee che il ministro, per una vita intera nella sua importante carriera di magistrato prima e di opinionista poi, ha espresso con lucidità e coerenza. Se queste idee, oggi che Nordio é ministro della Giustizia, trovano una ricaduta, noi non solo ne saremo felici, ma sosterremo, sui temi in questione tanto Nordio quanto il governo.

Se, invece, quelle idee si impantanano in una logica di do ut des politico-parlamentare, a quel punto saremo costretti a prendere le distanze. Insisto, però: le idee di Nordio sono per noi il faro che deve illuminare la strada delle garanzie di libertà per il cittadino.

Pensa che, non essendo inquadrato in alcun partito, come tra l’altro ribadito pochi giorni fa in televisione, Nordio possa essere ostacolato nel suo intento riformatore?

Si.

Me lo può spiegare?

Il mio riferimento è alle riforme costituzionali e, in particolare, alla separazione delle carriere. Posso affermare, senza tema di smentita, che Fratelli d’Italia, nella scorsa legislatura, era molto interessato al progetto di riforma costituzionale, che prevedeva anche la separazione delle carriere proposta dalla Fondazione Einaudi. Da quando FdI ha assunto la guida del governo, non posso negare che quell’interesse, per usare un eufemismo, è andato scemando. Anzi, più che scemare progressivamente è cessato totalmente. Credo che sul punto abbiano influito quelle logiche di politica parlamentare cui accennavo prima. È opportuno comunque entrare nel merito delle questioni.

A cosa si riferisce più nello specifico?

La Fondazione Einaudi, come è noto, ha tanto da dire e tanto da offrire in termini di proposte riformatrici. Oggi non si può più procedere con gli “effetti annuncio”. Leggo in alcune interviste e in molti articoli che da qui a poche settimane, ma non sappiamo quando, sarà presentato un cronoprogramma con scadenze puntuali su alcune riforme importanti da realizzare. Si è parlato di abuso d’ufficio, di traffico di influenze e di intercettazioni. Ad oggi non abbiamo assolutamente idea del merito di queste riforme e in che senso ci si voglia muovere. Lo scopriremo solo quando i provvedimenti verranno formalizzati. Sull’abuso d’ufficio noi sappiamo che in passato Nordio, ma anche altri esponenti della maggioranza, lo hanno definito un “reato irriformabile”, premessa logica per procedere in maniera lineare verso l’abrogazione tout court. Mi domando, quindi, quale sarà la strada che il governo intende percorrere. Consiglio al ministro, nell’interesse suo e delle sue idee, di accompagnare queste riforme con una lettera, molto gentile, in cui ribadisce quanto ha già affermato il giorno del suo insediamento. Ha detto infatti: “Sono pronto alle dimissioni, qualora le mie idee non dovessero trovare accoglimento”. Questo è il momento, a distanza di sei mesi, per connotare la sua azione. È il momento delle riforme liberali e se non venissero accolte per logiche politiche e partitiche, credo che la lettera di dimissioni avrebbe ragion d’essere.

Qualche giorno fa, parlando alla Camera sul caso Artem Uss, il ministro della Giustizia ha affermato: «Così come nessuno può addebitare a un procuratore della Repubblica un intento intimidatorio nei confronti degli indagati, nessuno può permettersi di imputare al ministro un’interferenza invasiva quando esercita le sue prerogative per verificare la conformità del comportamento dei magistrati al dovere di diligenza, tra i quali campeggia il dovere di motivazione dei provvedimenti». Un principio di civiltà giuridica che fa emergere le qualità del guardasigilli?

Sottoscrivo parola per parola quanto ha detto il ministro, ma deve consentirmi una chiosa. Sono d’accordo con l’onorevole Enrico Costa quando dice che questo stesso principio debba essere applicato ai magistrati che invece di concedere i domiciliari a chi si trova in carcere fanno l’esatto contrario e perseverano sulla soluzione del carcere. Quando questo principio sarà applicato in entrambe le direzioni, questa seconda mi sembra una percentuale molto più rilevante di casi alla luce dei numeri registrati in questi anni, allora il principio enunciato dal ministro Nordio sarà stato effettivamente rispettato.

Nell’attuale legislatura, anche per la presenza di un ministro della Giustizia così autorevole, lei ritiene che sarà possibile una maggiore collaborazione tra i protagonisti della giurisdizione, vale a dire avvocati e magistrati?

Questa legislatura sul tema che lei ha indicato è cominciata bene, ma sta proseguendo in maniera poco comprensibile per i motivi su cui mi sono già espresso. Vi è poi un altro spunto di riflessione a mio avviso rilevante. Sento voci in base alle quali il ministero intenderebbe calendarizzare la separazione delle carriere in autunno. Una serie di norme il governo potrebbe già proporle e il Parlamento potrà successivamente discuterle e approvarle. Proprio in Parlamento, pendono già alcune proposte di legge che hanno preso spunto dalle iniziative della Fondazione Einaudi e dell’Unione delle Camere penali. Sarebbe opportuno, anche per speditezza ed economia di tempi, partire dalle proposte già esistenti. Una sospensione di ulteriori sei mesi rischia di essere un lasso di tempo eccessivo. Non vorrei che le incertezze e le differenze di idee all’interno della maggioranza portino a rinviare i problemi. Penso che non si possa più temporeggiare. Non dimentichiamo pure le deleghe della riforma Cartabia. Sul punto c’è stato un rinvio del governo di sei mesi. Alcuni temi, come il fascicolo delle valutazioni dei magistrati e la questione dei magistrati fuori ruolo, potevano e dovevano essere affrontati già in questa fase dal governo. Ma su tutto, a preoccuparmi di più, è l’occupazione da parte dei magistrati, non mi interessa a quale corrente appartengano, del ministero della Giustizia. Mentre professori universitari e avvocati, che possono ben coprire qualunque carica apicale a via Arenula, guarda caso, continuano a non essere coinvolti. Su tutto questo valuteremo l’operato del ministro Nordio e del governo.

Gennaro Grimolizzi, Il Dubbio, pag. 4, 27 aprile 2023

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La storia


Così è passata un’altra giornata in cui ciascuno ha parlato a sé stesso, incapace di parlare agli altri. A destra sarebbe impossibile non ammettere che la democrazia e la libertà nascono dalla sconfitta dell’infamia fascista, ma siccome c’è ancora chi neg

Così è passata un’altra giornata in cui ciascuno ha parlato a sé stesso, incapace di parlare agli altri. A destra sarebbe impossibile non ammettere che la democrazia e la libertà nascono dalla sconfitta dell’infamia fascista, ma siccome c’è ancora chi nega, tocca alla presidente del Consiglio e capo della destra puntualizzare che sì, la Costituzione sulla quale ha giurato nasce e contiene l’antifascismo. Ma lo fa con parole tonde, con punti di fuga, sta parlando ai suoi, per dire loro: io sono sempre io, ma voi cercate di non farvi riconoscere. A sinistra sarebbe impossibile non ammettere che la democrazia e la libertà hanno consentito agli elettori di votare la destra, il che non significa che stia tornando il fascismo, ipotesi che conterrebbe sfiducia verso la Costituzione. Così si rievocano le parole d’ordine non dell’antifascismo di quando c’era il fascismo, ma dei presunti antifascisti quando il fascismo non c’era più. Dicono a sé stessi: siamo ancora noi, anche se non ci riconosciamo. Capita, quindi, che meno si abbia da festeggiare e più si dica che è una festa di tutti.

Nella trappola ci sono finiti perché hanno costruito due miti infetti: quello della Patria e quello della Resistenza tradite. E li costruirono perché il 25 aprile ricorda che la guerra la vinsero gli Alleati e la guerra civile i partigiani. Gli sconfitti di allora presero ad adorare il mito dei repubblichini pronti alla bella morte, cui la storia comunicava che avevano torto marcio. I vincitori di allora sapevano d’essere divisi e sapevano che nelle loro file c’era anche qualche delinquente (lapidarono Giampaolo Pansa, quando lo raccontò), ma a loro la storia comunicava che avevano radiosa ragione. La Storia non moraleggia.

Venne poi la Repubblica e chi prese a governarla (la Democrazia cristiana e i vari alleati) non poteva che provare a pacificare un Paese in cui la stragrande maggioranza aveva applaudito il fascismo (lapidarono Renzo De Felice, quando lo documentò) e solo una minoranza decise di combatterlo in armi. Fu così che l’opposizione, egemonizzata dai comunisti, prese per sé la rappresentanza della Resistenza, perpetuando la divisione, imponendole un colore, in oltraggio alla realtà, e vedendo ovunque fascismo risorgente. Tanto avvelenarono la memoria, gli uni e gli altri, da continuare oggi a parlare a sé stessi per placare i rispettivi demoni. Avendo una cosa in comune: sono nostalgici di quel che non furono. E per sperare d’essere qualche cosa hanno bisogno dell’altro opposto per riconoscere sé stessi. Il loro problema non è fare i conti con la Storia, ma con il cumulo di minchionerie che sostennero da giovani e con le quali fecero carriera.

Vadano a discuterne in cortile.

LA RAGIONE

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La visione del futuro che manca ai “conservatori”


Diventare un grande partito liberal-conservatore: sembra essere questo l’obiettivo di medio termine che si prefigge Giorgia Meloni in vista delle elezioni europee del prossimo anno. Un partito, cioè, capace di proporsi due traguardi ambiziosi. In Italia o

Diventare un grande partito liberal-conservatore: sembra essere questo l’obiettivo di medio termine che si prefigge Giorgia Meloni in vista delle elezioni europee del prossimo anno. Un partito, cioè, capace di proporsi due traguardi ambiziosi. In Italia occupare non più una posizione di destra ma di destra-centro, e dunque presidiare un’area (quella di centro appunto) abbastanza consistente elettoralmente e politicamente strategica; in Europa cercare di diventare protagonista di una nuova maggioranza tra i popolari e il variegato universo delle destre continentali.

Preliminarmente, tuttavia, bisognerebbe forse rispondere a una domanda: che cosa deve e/o può proporsi oggi di conservare un partito conservatore per essere fedele al suo nome?

E come mai ogni volta che qualcuno si mette a difendere ad esempio valori riconducibili alla formulaDio-Patria-Famiglia — valori dopo tutto pur meritevoli di qualche attenzione — come mai però una tale difesa non solo cade regolarmente nel vuoto, non sposta nulla, ma mostra sempre un che di goffo e di stantio meritandosi l’ironica noncuranza della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica?

Perché, insomma, una posizione conservatrice appare specialmente in Italia sempre fautrice di un che di retrivo, di ottusamente legato al passato?

La risposta è facile: perché nella società italiana il pensiero dominante è portato a giudicare sempre e comunque positivo ogni cambiamento, a salutare con soddisfazione ogni distacco da pratiche e principi del passato. Perché qui da noi occupa una posizione egemonica una narrazione progressista nella quale si riconosce la stragrande maggioranza della comunicazione, dei media e della cultura che ha più voce, inclusa quella cattolica.

Ma il punto è che i tempi sono in straordinario e rapidissimo mutamento, e tutto ciò che ci siamo abituati finora a pensarne è sul punto di rivelarsi irrimediabilmente superato. Il progresso scientifico-tecnico che continua a conseguire successi mirabili sul piano, ad esempio, medico-farmacologico è però lo stesso progresso che con la robotica e l’Intelligenza artificiale già oggi minaccia di sconvolgere e annichilire interi universi di senso, modelli di azione, capacità, emozioni, intorno alle quali da millenni è venuto costruendosi la nostra soggettività e insieme il modo d‘essere delle nostre società. Mille segni indicano insomma che vacilla il convincimento finora incontrastato che il progresso tecno-scientifico debba necessariamente dar luogo a una vita più soddisfacente per il maggior numero, vale a dire al progresso sociale, a qualcosa che si possa ancora definire in questo modo. Appare sempre più probabile, all’opposto, che quel progresso sta mettendo capo a un mondo duramente gerarchizzato nelle competenze e nel lavoro, sempre più dominato dall’ineguaglianza, nella sostanza antidemocratico.

Su noi europei in specie incombe un’età della incertezza e forse del pericolo. La denatalità inarrestabile, la dipendenza nel campo dell’energia e di molte materie prime, l’insicurezza strategico-militare e un diffuso senso d’irrilevanza nelle cose del mondo, la crescente difficoltà dei sistemi di welfare e l’aumento delle ineguaglianze, la paralisi nella costruzione politica dell’Ue accompagnata dall’emergere di importanti linee di frattura al suo interno: tutto contribuisce all’indebolire la speranza che il domani sarà migliore dell’oggi. In molti abbiamo la sensazione di un progressivo abbassamento degli standard nell’ambito dell’istruzione, della qualità della vita urbana e delle relazioni sociali, dell’intrattenimento. Anche per chi non crede, infine, è difficile non chiedersi quali e quanti legami con il nostro passato culturale, con il nostro essere emotivo più profondo, sta recidendo la virtuale decristianizzazione del continente, la quale ormai si annuncia insieme al sempre più probabile prevalere in un prossimo futuro di fedi diverse da quella cristiana.

Ma dalla grande massa degli abitanti delle nostre società questo insieme di motivi d’incertezza e di sconvolgimento è ancora vissuto in modo frammentario e parziale, giorno per giorno, senza che se ne riesca ad avere il senso preciso della direzione complessiva. Anche perché il pensiero progressista egemone, pur sostanzialmente messo fuori gioco dalla crisi che sta investendo il suo retroterra, tuttavia ancora riesce a mistificare e occultare la portata di quanto sta accadendo. Ebbene, di fronte al panorama ora descritto il compito primo di un partito conservatore mi sembra che non debba certo essere quello di cercare di riportare in vita istituti e principi ormai morti perché figli di un’altra epoca (questo è semmai il mestiere dei reazionari).

Al contrario, il suo compito dovrebbe essere quello di provare a cambiare la narrazione del presente sottraendolo per l’appunto ai tracciati convenzionali, alle vulgate progressiste, e mostrandone invece la realtà altamente problematica, spesso irrealistica. Mostrando i contenuti negativi, le questioni drammatiche che tale realtà pone già oggi, le conseguenze negative a cui stiamo andando incontro a causa di scelte dettate in passato da un’eccessiva fiducia nelle «magnifiche sorti e progressive». Oggi conservare non vuol dire in alcun modo restaurare alcunché, tornare al passato. Vuol dire invece cambiare il punto di vista sul presente: per conservare un futuro nel quale sia ancora possibile riconoscersi.
Corriere della sera

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Verso Nordio


Il debutto governativo di Carlo Nordio è stato encomiabile: ha esposto alle Commissioni parlamentari il suo programma, dimostrando di sapere esattamente dove mettere le mani e segnando un indirizzo capace di far sperare in una giustizia giusta e che funzi

Il debutto governativo di Carlo Nordio è stato encomiabile: ha esposto alle Commissioni parlamentari il suo programma, dimostrando di sapere esattamente dove mettere le mani e segnando un indirizzo capace di far sperare in una giustizia giusta e che funzioni. Tanto era stato preciso e chiaro che i consensi erano arrivati anche da sponde politiche distanti e da cultori del diritto che pure non hanno nulla a che spartire con la maggioranza che ora governa. I primi passi, poi, sono stati difficoltosi e contraddittori.

Abbiamo visto tutti che l’ansia di dimostrarsi determinati e severi ha spinto il governo a inseguire (inutilmente) delle (presunte) emergenze, andando in direzione opposta a quella indicata da Nordio: aumento dei reati e delle pene, laddove lui aveva promesso depenalizzazioni e processi in tempi ragionevoli, assai più dissuasivi di pene che neanche vengono irrogate. Il decreto legge sul rave party è giunto a problema risolto, mentre quello che aumenta le pene agli “scafisti” lo vedremo alle prese con la realtà, quando si constaterà che gli arrestati non sono certo boss, ma scagnozzi sacrificabili. In quella fase Nordio ha dovuto un po’ arrampicarsi sugli specchi, portando il proprio consenso a quel che evidentemente non condivideva. Ma ci sta, inutile fare i falsi ingenui. La preoccupazione era un’altra. E lo scrivemmo.

Nordio non dispone di una propria forza politica, può far pesare solo competenza e linearità. Chi lo ha chiamato a fare il ministro ne condivideva le idee. Questa è la sua forza. Ora, ed è la novità, ha messo a punto un crono programma in cui tutte le cose esposte dovranno essere realizzate. Dalla modifica dell’abuso d’ufficio a una diversa disciplina delle intercettazioni, passando per l’inappellabilità delle assoluzioni, per giungere alla separazione delle carriere (fra accusatori e giudici). Molto bene.

Il percorso non sarà semplice, non mancheranno gli inciampi. Sullo sfondo l’ipotesi che Nordio ha prospettato fin dall’inizio: o ci riesce o si dimette. Sulla predisposizione delle norme, interna alla compagine governativa, occorre che sia fermo e coerente. La navigazione parlamentare sarà cosa diversa e, in quella sede, staremo a vedere se la sinistra coglierà l’occasione per dimostrarsi forza consapevole e affidabile, oppure se sceglierà di fare la concorrenza alla peggiore destra. Cedendo al corporativismo e finendo con il somigliarle in giustizialismo. Che è l’opposto della giustizia.

La Ragione

L'articolo Verso Nordio proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Mappina


Dunque bisogna mappare. Dovendosi occupare di concorrenza e dovendo fare i conti con gli interessi dei cittadini, in contrasto con le passate e sbagliate parole d’ordine di chi oggi governa, hanno visto una possibile via per guadagnare tempo e puntare all

Dunque bisogna mappare. Dovendosi occupare di concorrenza e dovendo fare i conti con gli interessi dei cittadini, in contrasto con le passate e sbagliate parole d’ordine di chi oggi governa, hanno visto una possibile via per guadagnare tempo e puntare all’oblio: la mappatura. Vale a dire: dovremo mettere a gara le concessioni per le vendite ambulanti, si dovrà fare altrettanto per la gestione delle aree di parcheggio, non si può proprio evitarlo per le spiagge – tutta roba che si fa occupando il suolo pubblico – ma prima di procedere è necessario avere una mappa di tutti questi beni demaniali, sapere quali siano occupati e da chi, nonché quanti siano liberi e quindi immediatamente assegnabili. Trattasi, però, di pietosa bugia e imbarazzante scusa.

Tanto da far correre la mente più alla mappina che alla mappa. Che la “mappina”, nel nostro Sud, è lo strofinaccio da cucina (ma anche un modo in cui ridursi), come il “cencio” o lo “straccio”. E non è bello essere ridotti ‘na mappina. Perché quelle aree sono beni demaniali, si trovano lì da qualche secolo ed esiste una apposita Agenzia del Demanio, istituita nel 1999 (ma ci se ne occupava, si concedeva e si riscuoteva già dal 1861, data dell’Unità, come pure anche prima a cura dei potentati locali). Dispone di 8 sedi centrali, 17 direzioni territoriali e 1.251 dipendenti. Voi dite che non sanno ove s’allocano le spiagge o che alle municipalità sfugge dove si nascondono il mercato e le bancarelle? Può ben darsi che tutti i dati non siano già pronti e aggregati, ma per renderli in quel modo utilizzabili dovrebbe essere sufficiente una settimana. In alternativa si scioglie l’Agenzia e s’inseguono i ministri che ignorarono l’ignoranza statale sui beni statali.

Ma, e qui sta il tarallo, si mette nero su bianco, nella legge sulla concorrenza, che nelle more della mappatura potrà essere necessario, in casi particolari, prorogare le concessioni di 12 anni. Con questo piglio c’è da scommettere che tutto sarà particolare e tutto prorogabile. Fra dodici anni, bene che vada, avremo eletto altri due Parlamenti e visto passare un discreto corteo di governi. Ergo, si passa dalla mappa alla mappina e dalla mappina alla mappazza.

Ma perché? Perché annaspare gratis nella palta? Dicono: per difendere gli interessi degli italiani e non svendere il nostro patrimonio all’estero. Un delirio, copincollato da diligenti militonti digitali. Dite che da Wall Street puntano alle bancarelle nostrane? La sentenza della Corte di giustizia europea ricalca quella del Consiglio di Stato italiano, roba nostra. Gli interessi minacciati e violati sono italiani. Quelle Corti provano a tutelarli. È interesse dei cittadini italiani che le spiagge siano assegnate a chi fa incassare di più l’erario, così contribuendo alle spese generali (scuole, strade, ospedali…); a chi offre servizi migliori, ad esempio con quelli igienici disponibili non per amicizia; a chi fa pagare di meno. È interesse dei cittadini che i parcheggi siano assegnati non a chi ti fa pagare una cifra e se ne va, ma a chi li sorveglia e risponde nel caso ti smontino la macchina. È interesse dei cittadini che i mercati siano popolati da venditori che non spacciano merce contraffatta e che non si creino racket delle occupazioni. Ed è interesse dei cittadini che il tutto non avvenga in evasione fiscale, visto che la gara non servirà mai ad allontanare chi fa bene e onestamente il proprio mestiere, ma chi sostiene di ammazzarsi di lavoro per qualche centinaio di euro documentato all’anno.

È chiaro? Sono interessi degli italiani, tutelati da normative europee che facilitano l’aumento dei servizi al calare del prezzo, come già avvenuto per aerei o telecomunicazioni. Prorogare lo stato attuale per 12 anni significa lasciare immutate disfunzioni ed evasioni, oltre a comunicare a qualsiasi giovane che voglia intraprendere che se ne deve andare. Fuori dalle balle. Vada a fare gli interessi dei bagnanti spagnoli o dei consumatori tedeschi. E non serve una mappa per capirlo.

Davide Giacalone

Pubblicato da La Ragione

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Una nazione apparente


A ben guardare, sono gli sconfitti nelle guerre civili coloro che meno si rassegnano alla rappresentazione unitaria di una storia fatalmente scritta dai vincitori. Accade negli Stati Uniti, dove, sulla scia del vecchio Ku Klux Klan, le organizzazioni supr

A ben guardare, sono gli sconfitti nelle guerre civili coloro che meno si rassegnano alla rappresentazione unitaria di una storia fatalmente scritta dai vincitori. Accade negli Stati Uniti, dove, sulla scia del vecchio Ku Klux Klan, le organizzazioni suprematiste bianche del Sud inneggiano alla retorica Wasp e alimentano il bacino elettorale del trumpismo. E accade in Spagna, dove, sulla scia di Zapatero, il premier Gonzales si è dato l’obiettivo di cancellare tutti i simboli del franchismo e con essi quel che resta di una memoria condivisa.

Accade negli Stati Uniti, dove la guerra di secessione conclusa nel 1865 con la vittoria degli stati del Nord fu seguita da una vera riconciliazione nazionale all’insegna di valori condivisi. E accade in Spagna, dove la guerra civile conclusa nel 1939 con la vittoria dei franchisti fu seguita dalla simbolica tumulazione in un unico sito monumentale, la Valle del los Caidos, dei morti di entrambe le parti. Figurarsi, dunque, se tutto ciò potrebbe non accadere in Italia.

Nell’Italia dove, come ammetteva Massimo D’Azeglio, il sentimento di unità nazionale non si è mai davvero affermato. Nell’Italia dove, come lamentava Lucio Colletti, dal dopoguerra “il concetto di nazione è stato completamente rimosso”. E con esso sono stati lungamente rimossi sia il fascismo in quanto fenomeno popolare sia la guerra civile in quanto trauma nazionale.

Il primo dei due occultamenti fu svelato dallo storico ex comunista Renzo De Felice a partire dagli anni Sessanta. Per svelare il secondo fu necessario attendere il 1990, quando lo storico “democratico” Claudio Pavone diede alle stampe un saggio dal titolo inequivocabile: “Una guerra civile”. Ne risulta una nazione divisa. Divisa perché priva di una memoria condivisa. Una nazione apparente, in cui gli eredi delle due culture autoritarie del Novecento, fascisti e comunisti, hanno potuto affrontare il futuro senza render conto del passato.

«Il fascismo non è stato un semplice incidente della storia, un regime autoritario che governava contro il popolo. Il fascismo ha goduto di un ampio, diffuso, radicato consenso nel paese. Rimuoverlo e cancellare l’analisi veritiera e onesta della sua natura ha reso fragili le basi della nostra democrazia»: non lo ha scritto Giorgio Pisanò, lo ha scritto Walter Veltroni. Ed è vero. Come attesterà, martedì, la prevedibile canea attorno al 25 Aprile, aver rimosso la Storia è servito solo a prolungarne i traumi, rendendo di fatto precarie le basi del nostro sistema democratico. Con la sola differenza che, per dirla col vecchio Marx, le tragedie di ieri si ripetono oggi in forma di farsa. La farsa in cui, a trent’anni dalla svolta di Fiuggi, parte dei quadri dirigenti di Fratelli d’Italia riecheggia ancora i luoghi comuni di un’identità trapassata. La farsa in cui, a quasi ottant’anni dalla sconfitta del fascismo, certa sinistra ne accredita ancora la minaccia. Per non dire, infine, della farsa di chi oggi celebra la resistenza armata dei partigiani italiani mentre ieri ha rifiutato di armare la resistenza dei partigiani ucraini all’invasione dell’unico uomo che ha dato corpo e sostanza storica al fascismo contemporaneo: Vladimir Putin.

Fateci caso, sono gli sconfitti delle guerre civili (e della Storia) i più refrattari al sentimento di unità nazionale. Diversi ex missini, certo. Ma anche diversi ex comunisti ed ex grillini.

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Mare del Nord, ecco come Mosca vuole sabotare il maxi-progetto energetico 


“I mari del Nord possono essere la più grande centrale elettrica del mondo”, hanno scritto su Politico i leader di Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Francia, Germania, Irlanda, Norvegia, Regno Unito e Danimarca alla vigilia dell’incontro odierno dei nove

“I mari del Nord possono essere la più grande centrale elettrica del mondo”, hanno scritto su Politico i leader di Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Francia, Germania, Irlanda, Norvegia, Regno Unito e Danimarca alla vigilia dell’incontro odierno dei nove a Ostenda, in Belgio. Un tempo culla della rivoluzione industriale e sede di alcuni dei progetti ingegneristici più ambiziosi al mondo, come l’Eurotunnel, i Paesi che circondano il Mare del Nord vogliono tornare a essere protagonisti. Ma la Russia sembra prepararsi a far saltare i piani dei nove leader.

UNA REGIONE STRATEGICA

Il Mare del Nord è già una risorsa energetica critica per i Paesi da esso bagnati (come dimostrano i progetti della norvegese Equinor) e la pericolosità di queste acque si è dimostrata recentemente con il sabotaggio del gasdotto Nord Stream. La ricchezza di energie pulite e la facilità di installazione di infrastrutture rendono questa regione un potenziale enorme bacino di risorse ma anche, allo stesso, un obiettivo di attività ibride da parte di un attore come la Russia.

LE ISOLE DI TURBINE

L’incontro di Ostenda ruota attorno al progetto di enormi “isole” di turbine costruite in mare, con la promessa di un aumento di dieci volte della produzione di elettricità entro il 2050. Come riporta il Times di Londra, il ministro dell’Energia britannico Grant Shapps annuncerà un piano per la più grande linea elettrica multiuso del mondo sotto il Mare del Nord. La linea LionLink, la seconda al mondo nel suo genere, collegherà il Regno Unito e i Paesi Bassi attraverso delle pale eoliche offshore. “In risposta all’aggressione della Russia contro l’Ucraina e ai tentativi di ricatto energetico contro l’Europa, accelereremo i nostri sforzi per ridurre il consumo di combustibili fossili e la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili”, hanno affermato i ministri in una bozza di comunicato. Shapps ha inoltre aggiunto: “Stiamo rafforzando la nostra sicurezza energetica e inviando un segnale forte alla Russia di [Vladimir] Putin che i giorni del suo dominio sui mercati energetici globali sono davvero finiti”.

LE MOSSE DI MOSCA

Ma nei giorni scorsi un’indagine congiunta delle emittenti pubbliche in Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia ha rivelato che la Russia starebbe preparando il sabotaggio dii parchi eolici e i cavi di comunicazione proprio nel Mare del Nord. La BBC la descrive una guerra “nell’ombra” di Mosca avverrebbe anche per mezzo di una flotta di navi camuffate da pescherecci e navi da ricerca, dotate di attrezzature di sorveglianza subacquea, che starebbero mappando siti chiave per possibili sabotaggi. Il rapporto si concentra in particolare su una nave russa chiamata Ammiraglio Vladimirsky, ufficialmente una nave oceanografica o da ricerca subacquea e che invece sarebbe una nave spia russa. Un ufficiale del controspionaggio danese afferma che i piani di sabotaggio sono in preparazione e pronti a essere messi in atto in caso di pieno conflitto con l’Occidente, mentre il capo dell’intelligence norvegese ha detto alle emittenti che il programma è considerato molto importante per la Russia ed è controllato direttamente da Mosca. Le emittenti affermano di aver analizzato le comunicazioni russe intercettate, che si riferiscono a “navi fantasma” che navigano nelle acque nordiche e che hanno spento i trasmettitori per non rivelare la loro posizione.


formiche.net/2023/04/mare-del-…

La Battaglia di Saragarhi: Le Termopili dei Sikh (1897)


La battaglia di Saragarhi è un evento storico di grande rilevanza che ha avuto luogo il 12 settembre 1897, durante la campagna di Tirah nella regione della frontiera nord-occidentale dell’India britannica, ora parte del Pakistan.Continue reading

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

La storia delle concessioni a balneari e ambulanti, tra norme, sentenze, escamotage, calci alla lattina, prese in giro.

Una storia forse non chiara a tutti, specie riguardo al nuovo espediente per gli ambulanti.

Insomma, la concorrenza che non lo era.
Mio scritto per @phastidio

phastidio.net/2023/04/24/una-r…

F-104, F-35 e oltre. Ulmer (Lockheed) racconta il legame con l’Aeronautica


La storia che lega l’azienda statunitense all’Italia dura da più di sessant’anni ed è costellata da importanti collaborazioni con realtà italiane di rilievo, tra cui Leonardo e Fincantieri. In particolare, con il gruppo di piazza Monte Grappa, Lockheed Ma

La storia che lega l’azienda statunitense all’Italia dura da più di sessant’anni ed è costellata da importanti collaborazioni con realtà italiane di rilievo, tra cui Leonardo e Fincantieri. In particolare, con il gruppo di piazza Monte Grappa, Lockheed Martin collabora nella costruzione dell’F-35, continuando una tradizione di cooperazione in campo aeronautico che lega il gigante industriale statunitense anche all’Aeronautica militare italiana. Di questa storica partnership Airpress ne ha parlato con Greg M. Ulmer, vice presidente esecutivo della divisione Aeronautica di Lockheed Martin.

Presidente, l’Aeronautica militare italiana ha da poco compiuto il suo primo secolo di vita. La Forza armata è sicuramente legata a Lockheed Martin da molto tempo. Ci può descrivere questa partnership?

Innanzitutto, a nome di Lockheed Martin, voglio esprimere i nostri auguri all’Aeronautica militare per l’eccezionale traguardo raggiunto dei cento anni di attività per la sicurezza dell’Italia e dei suoi interessi nazionali. Per noi, l’Italia non è solo un partner prezioso, ma anche una componente aerea fondamentale all’interno della Nato, che fornisce all’Alleanza una presenza aerea avanzata oggi e per gli anni a venire. Con l’Italia ci lega un rapporto che dura da decenni. Durante questo periodo abbiamo celebrato molte pietre miliari della tecnologia aerospaziale all’avanguardia. Una di queste è il Lockheed F-104, che ha segnato l’ingresso dell’Italia nell’era dei jet militari. L’aereo ha servito l’Aeronautica in varie configurazioni dagli anni Sessanta fino all’inizio del XXI secolo, registrando circa un milione di ore di volo.

E oggi?

L’Italia si posiziona come uno degli alleati europei più capaci e fidati degli Stati Uniti, anche grazie ai nostri sistemi di difesa più all’avanguardia, tra cui naturalmente il caccia stealth F-35 e il C-130J. Non solo siamo pienamente impegnati a proteggere la sicurezza nazionale dell’Italia e a promuovere la sicurezza del XXI secolo per i decenni a venire, ma sosteniamo anche il rafforzamento del Paese dall’interno. In qualità di partner del programma F-35 Lightning II, l’industria italiana è pienamente coinvolta nel programma F-35 per i prossimi trent’anni: dalla produzione di parti critiche, all’assemblaggio finale e all’accettazione in volo di entrambi i modelli F-35A e F-35B, fino alla manutenzione pesante regionale, alla riparazione, alla revisione e al lavoro di aggiornamento.

Sta crescendo il numero di Paesi europei che selezionano l’F-35 per le proprie difese aeree, e molti di questi hanno espresso interesse per il sito di assemblaggio italiano di Cameri. Si prevede che entro il 2030 nel Vecchio continente saranno stanziati oltre 550 apparecchi, 90 dei quali italiani. Che impatti avrà questo sull’Europa e sulla Nato?

Il contributo dell’F-35 al potere aereo integrato della Nato è un importante esempio che illustra il nostro impegno nel sostenere una maggiore interoperabilità tra i membri europei dell’Alleanza. Ad oggi, otto membri europei della Nato fanno già parte del programma F-35, mentre la Grecia e la Repubblica Ceca hanno annunciato ufficialmente l’interesse a partecipare al programma. Il caccia fornisce un effetto rete integrato in tutta la Nato che si allinea con l’approccio di Lockheed Martin alla sicurezza del XXI secolo, in quanto diversi alleati stanno aggiornando le loro flotte di quarta generazione con le capacità avanzate di quinta, elementi cruciali per la deterrenza in caso di necessità.

E per quanto riguarda il nostro Paese?

L’Italia, con quello che è attualmente il più grande programma europeo di F-35, svolge un ruolo essenziale in questo senso e lo ha dimostrato recentemente come nazione ospitante dell’esercitazione su larga scala Falcon Strike, incentrata sull’integrazione dei velivoli di diversi utilizzatori alleati e sull’integrazione dei velivoli di quinta e quarta generazione. Con la crescita della flotta globale e della rete di operatori, la potenza delle capacità avanzate dell’F-35 combinata con le conoscenze condivise tra diversi Paesi, sta rafforzando la sicurezza, aumentando la capacità di deterrenza della Nato e dando la possibilità alle forze alleate di muoversi in uno spazio di battaglia contestato senza essere individuate.

Oltre l’F-35, l’Aeronautica italiana è anche uno dei maggiori operatori di C-130J in Europa…

I C-130 sono in servizio con l’Aeronautica italiana da 53 anni, e oggi l’Arma azzurra gestisce una delle più grandi flotte di Super Hercules al mondo, uno dei primi operatori del velivolo. Personalmente, ho fatto parte del programma C-130 quando abbiamo consegnato i primi “Super Herc” all’Italia, un momento importante, che rimane un punto di orgoglio per il nostro team. Quando un Paese utilizzatore dei C-130 sceglie di ricostituire la propria flotta con i Super Hercules, dimostra la partnership e la fiducia che riposta nella nostra realtà.

Quali sono le capacità del C-130J e qual è il suo impatto di lungo periodo in Europa?

Il Super Hercules è conosciuto come il “cavallo da tiro del mondo” e si è guadagnato questa reputazione grazie alla sua presenza globale, alla sua versatilità e alle sue prestazioni. Gli equipaggi dell’Aeronautica militare hanno convalidato la sua reputazione attraverso il supporto militare regionale, di mantenimento della pace, umanitario e di soccorso in caso di disastri naturali con i suoi C-130J-30 da trasporto aereo tattico e i KC-130J aviocisterne tattiche. Dall’assicurare la consegna di rifornimenti critici alle basi operative avanzate al rifornimento di mezzi aerei e terrestri, fino alla consegna di speranza e aiuti, i Super Herc italiani riflettono la missione dell’Aeronautica militare di servire l’Italia “con il valore fino alle stelle”, come recita il suo motto.


formiche.net/2023/04/ulmer-loc…

Da Mosca a Pechino ecco le nuove sfide per la deterrenza Nato


Si avvicina sempre più il prossimo vertice Nato, che si terrà a luglio a Vilnius in Lituania. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina sono molte le sfide in corso per la sicurezza dell’Alleanza atlantica, dalla deterrenza alla minaccia rappresentata da Pechin

Si avvicina sempre più il prossimo vertice Nato, che si terrà a luglio a Vilnius in Lituania. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina sono molte le sfide in corso per la sicurezza dell’Alleanza atlantica, dalla deterrenza alla minaccia rappresentata da Pechino. Di fronte a un tale quadro, l’Alleanza intende impiegare nuovi strumenti per garantire il proprio vantaggio tecnologico, rendendosi capace di affrontare le minacce in modo sicuro ed efficace. Queste sono state le considerazioni da cui è partito l’evento “La deterrenza della Nato dopo l’Ucraina. Verso il Vertice di Vilnius”, realizzato da Formiche e Airpress in collaborazione con la Nato Public diplomacy division. L’iniziativa ha visto la partecipazione del Capo della Sezione relazioni pubbliche della Nato Public diplomacy division, Nicola de Santis, dell’ambasciatore e presidente della commissione Politiche Ue del Senato, Giulio Terzi di Sant’Agata e del direttore della Nato defense college foundation, Alessandro Politi, moderati dal direttore di Formiche e Airpress Flavia Giacobbe.

Ucraina e deterrenza

Quello che si ritrova a dover fronteggiare la Nato è dunque un quadro geopolitico e di deterrenza complesso, che rende ancora più sfidante raggiungere l’obiettivo di continuare a garantire la difesa e la sicurezza dello spazio euro-atlantico. “Storicamente la deterrenza è un elemento fondante della strategia sia politica sia militare dell’Alleanza”, ha spiegato de Santis. Come ha ricordato, “è intrinseca nella dimensione difensiva della Nato” e “deterrenza e dialogo sono due gambe indispensabili per prevenire il rischio di una guerra”. “Il concetto di deterrenza dell’Alleanza, da Madrid in poi, è soggetto a un approfondimento, a un adattamento al nuovo contesto di sicurezza”, ha spiegato de Santis. La Nato infatti ha dovuto “rivedere, attraverso il Concetto strategico di Madrid, la propria strategia di deterrenza nucleare, anche tenendo di conto di minacce quali la Corea del Nord, l’Iran e la stessa Cina che oggi si rifiuta ancora di condannare l’aggressione contro l’Ucraina da parte della Federazione Russa”, ha proseguito. Secondo Terzi è bene sottolineare come la deterrenza sia un concetto sfaccettato: “Deterrenza come posizionamento e dissuasione e anche come capacità di punire l’aggressore”. E in un contesto in cui “è difficile non parlare di una guerra contro l’Europa” sta emergendo “una nuova architettura di sicurezza occidentale”.

Cooperazione Ue-Nato

Di fronte all’accresciuta minaccia allo spazio euro-atlantico, aumenterà inoltre il livello di cooperazione tra l’Unione europea e l’Alleanza Atlantica per garantire la difesa del Vecchio continente, pur rispettando l’autonomia e le diverse capacità delle due organizzazioni in un’ottica di complementarietà. “La complementarietà tra Nato e Ue è un elemento ancora importante, dal 1991 a oggi si è proceduto in questa direzione e lo abbiamo già visto ad esempio con la sincronizzazione delle riunioni di altissimo livello tra Consiglio atlantico e Consiglio europeo, le riunioni tra Stoltenberg e von der Leyen. Questa dimensione verrà con gran probabilità rafforzata a Vilnius”, ha raccontato de Santis. Ma cos’è quindi la dimensione europea della narrativa atlantica e viceversa? Cerca di rispondere l’ambasciatore Terzi parlando di “un unicum, un insieme che si sta rafforzando”.

Le altre sfide: l’Indo-Pacifico

In uno scenario globale sempre più instabile, la Nato è anche impegnata a tener d’occhio la sfida proveniente dalla Repubblica Popolare Cinese. Particolarmente preoccupante in questo senso è la cooperazione sempre più stretta tra la Cina e la Russia, così come il loro tentativo comune di sfidare l’attuale ordine internazionale basato sulle regole. Secondo Politi “vi è un dibattito fortissimo negli Stati Uniti su cosa veramente debbono fare gli europei nell’Indo-Pacifico”. Come ha precisato infatti il direttore, di Indo-Pacifico nella Nato se ne parla ufficialmente soltanto a partire dal 2022 con la dichiarazione di Madrid e poi il Concetto strategico, mentre altri Paesi, quali gli Stati Uniti, ne parlano ben da prima, fin dal 2011, così come anche Australia e Giappone. Nonostante il “ritardo” dell’Alleanza, ora non vi è più tempo da perdere.


formiche.net/2023/04/deterrenz…

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Oggi spiego i passaggi essenziali della sentenza della Corte di Giustizia UE in tema di concessioni balneari. Soprattutto spiego qual è l’escamotage che il governo Meloni sta tentando per evitare ancora una volta la messa a gara: la mappatura delle spiagge.


@domanigiornale

editorialedomani.it/politica/i…

Cosa cambia con i carri armati moderni all’Ucraina. Scrive Jean


Le opinioni pubbliche si stanno sempre più disinteressando degli avvenimenti della guerra in Ucraina. I corrispondenti sul campo e anche i loro direttori hanno difficoltà ad interessare i lettori. Sono portati a “stressare” ogni avvenimento, anche se mini

Le opinioni pubbliche si stanno sempre più disinteressando degli avvenimenti della guerra in Ucraina. I corrispondenti sul campo e anche i loro direttori hanno difficoltà ad interessare i lettori. Sono portati a “stressare” ogni avvenimento, anche se minimo. La realtà è di stallo non tanto dei combattimenti, che proseguono con forte perdite di uomini e di mezzi. È normale in tutte le guerre di logoramento, entrambi i contendenti promettono che le cose muteranno con le offensive di primavera, che forse diverranno d’estate. Che si tornerà a una guerra di manovra decisiva. Che la linea del fronte subirà variazioni tali da indurre la parte soccombente a una trattativa di pace. Essa sarà basata sul tracciamento di nuovi confini. Sarà resa possibile non tanto dal successo o dall’insuccesso di una delle due parti, quanto dalle garanzie di sicurezza che l’Occidente sarà disposto a dare per la futura sicurezza dell’Ucraina e che il Cremlino sarà disponibile ad accettare.

Due soluzioni sono in discussione al riguardo. La prima, inaccettabile a Mosca, è che l’Ucraina venga protetta dall’ombrello Nato. La seconda è sempre basata su una garanzia Nato, mascherata dal potenziamento militare dell’Ucraina per porla in grado di respingere un attacco russo di sorpresa. Sostenuta dal Segretario di Stato Usa Blinken è la soluzione a cui ci si sembra orientare. Ne è prova, in particolare, l’addestramento di piloti ucraini sugli F-16 Usa, che non verranno dati a Kiev fino a che non vi sarà un trattato di pace o, almeno, un congelamento del conflitto sul modello coreano.

L’arrivo in Ucraina di qualche centinaio di carri moderni tedeschi, americani, britannici e francesi non cambierà la situazione sul terreno. Le 12-18 brigate fresche, punta di lancia della controffensiva di Kiev, dispongono già di oltre un migliaio di T-72, certamente inferiori, ma non di quel tanto, rispetto ai carri occidentali, soprattutto perché dovranno essere impiegati per creare brecce nelle linee di difesa approntate dai russi. Avranno un effetto positivo sul morale delle truppe ucraine. Esse sono state logorate dai russi soprattutto nella zona di Bakhmut. A parer mio, la controffensiva ucraina avrà successo, ma non al punto tale di determinare in Putin la volontà di cessare l’aggressione. Dopo gli insuccessi e le perdite subiti Putin sa che è ormai in gioco il suo potere e che un autocrate non può permettersi uno scacco militare senza porre in gioco il suo prestigio e potere.


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Nika, 16 anni, le hanno fratturato il cranio


Nika Shakarami era a capo scoperto, in piedi su un cassonetto mentre mostrava il suo velo in fiamme. Quel 20 settembre 2022 nelle piazze di Tehran giovani donne danzavano tenendosi per mano attorno ai falò dove bruciavano i loro hijab, cantando le canzoni

Nika Shakarami era a capo scoperto, in piedi su un cassonetto mentre mostrava il suo velo in fiamme. Quel 20 settembre 2022 nelle piazze di Tehran giovani donne danzavano tenendosi per mano attorno ai falò dove bruciavano i loro hijab, cantando le canzoni della libertà e gridando slogan contro la Repubblica islamica.

Nonostante la feroce repressione da parte delle forze basij, ragazze e ragazzi escono fuori dalle loro case a ballare in girotondo attorno a un fuoco.

Il ballo intorno al fuoco è un ancestrale retaggio e rappresenta per il popolo iranico, in particolare quello curdo, la vittoria degli oppressi sugli oppressori. Un’antica leggenda persiana narra infatti di un re orco che aveva ridotto il popolo in schiavitù e miseria, senza mai saziarsi della sua brama di ricchezza e di potere. In un giorno infausto, il re pretese dai suoi sudditi i loro figli per cibarsene. Oggi è il regime iraniano che uccide i propri figli, anche gli adolescenti, e la rivoluzione dilaga.

Nika, di appena 16 anni, quel giorno è poi scomparsa nel nulla. Aveva detto ad un’amica che era inseguita dalla polizia. Dopo dieci giorni dalla sua scomparsa la famiglia si è vista consegnare dalle autorità il corpo della ragazza.

Nika aveva il naso fracassato e il cranio fratturato per i colpi inflitti. Le sofferenze per i genitori della povera ragazza non sono finite qui. Il giorno prima della sua sepoltura, il corpo di Nika è stato trafugato dall’obitorio di Kahrizak. La giovane sarebbe dovuta essere seppellita nel cimitero della città natale di Khorramabad, nella provincia del Lorestan abitata prevalentemente dalla popolazione Lur e curda, ma i servizi segreti dei Guardiani della rivoluzione islamica per impedire che il luogo di sepoltura diventasse meta di pellegrinaggio dei giovani in rivolta, come era già avvenuto per Jîna (Mahsa Amini), hanno trasferito la sua salma nel cimitero di un piccolo villaggio di Hayat ol Gheyb, a 40 km dalla sua città natale per evitare che un affollato corteo funebre potesse innescare ulteriori proteste.

La famiglia di Nika era stata informata della sua terribile morte solo dieci giorni. Le forze di sicurezza hanno verbalizzato che la ragazza si era suicidata lanciandosi nel vuoto da una finestra di un’abitazione in cui si era rifugiata e hanno tentato di costringere alcuni membri della sua famiglia a sostenere questa narrazione del tutto inverosimile.

È noto che le autorità iraniane costringono i familiari a dichiarare il falso, cioè che i loro congiunti sono morti o per malattia, o per cause accidentali o perché si sarebbero suicidati. Il regime sequestra i corpi dei manifestanti uccisi e per la restituzione chiede ai familiari un riscatto per metterli a tacere: cioè chiede una confessione pubblica che smentisca la voce di un decesso del loro congiunto per mano dello stato. Insomma, il regime teocratico ha comportamenti e organizzazione di tipo mafioso.

Secondo le risultanze dell’autopsia la causa ufficiale della morte di Nika sarebbe stata provocata da un trauma cranico dovuto ai ripetuti colpi di un corpo contundente.

Nika Shakarami era diventata così un nuovo volto della rivoluzione in corso in Iran per la liberazione del paese dalla Repubblica islamica. Il suo volto di adolescente dolce e ribelle è apparso nei graffiti disegnati sui muri delle città iraniane.

Nika è nata il 2 ottobre 2005 da una famiglia di etnia lur a Khorramabad, città natale anche di suo padre. I lur in origine erano un insieme di tribù aborigene iraniche, provenienti dall’Asia centrale e di tribù pre-iraniche dell’Iran occidentale, come i Cassiti, abitanti del Lorestan, e i Gutei che hanno stretti legami con l’etnia curda.

Come nella società dei bakhtiari e dei curdi, le donne lur hanno maggiore libertà rispetto alle donne di altri gruppi all’interno della regione. Una delle caratteristiche etniche distintive dei lur è la danza popolare.

La popolazione lur non è caratterizzata da un particolare credo religioso, nella loro comunità le pratiche religiose sono individuali e libere. All’interno della comunità lur, così come all’interno di ciascun gruppo familiare, possono coesistere anche pratiche religiose differenti. La maggioranza dei lur è musulmana sciita, ma diversi gruppi praticano una antica religione iraniana come lo yaresanesimo che ha radici nello zoroastrismo, nel mitraismo e nel manicheismo.

Nika lavorava in un bar, era la secondogenita della famiglia e viveva con sua zia a Tehran dove si era trasferita dopo la morte di suo padre.

La morte della giovane curda-iraniana, Mahsa Amini, aveva segnato nel profondo la giovane adolescente Nika Shakarami, ragion per cui aveva deciso di unirsi alle ragazze che si ribellavano all’apartheid di genere e quel giorno infausto del 20 settembre era uscita di casa intorno alle ore 13 per prendere parte a una manifestazione di protesta sul Keshavarz Boulevard di Teheran. Aveva portato con sé una bottiglia d’acqua e un asciugamano per proteggersi dai gas lacrimogeni. Aveva detto alla zia che sarebbe andata a trovare sua sorella.

Era salita su un palco improvvisato e, spavalda, piena di energia e di voglia di libertà, aveva brandito un microfono facendo sfoggio delle sue qualità canore. Quella notte del 20 settembre, i suoi account Telegram e Instagram erano stati cancellati e il suo telefono era stato spento. Il procuratore di Tehran glielo aveva sequestrato e le autorità avevano avuto accesso a messaggi diretti del suo account Instagram.

La CNN ha pubblicato alcuni filmati delle ultime ore di Nika Shakarami durante le proteste. In un video si vede la ragazza mentre cerca di nascondersi dietro le auto ferme nel traffico di Tehran perché inseguita da agenti della polizia. La si vede mentre chiede a un uomo alla guida di una vettura di proteggerla gridando: “Non muoverti, non muoverti, ti prego!”

Un testimone col suo cellulare aveva ripreso la scena in cui si vedeva Nika mentre veniva arrestata e caricata su un furgone della polizia.

La giovane eroina era stata rapita, trattenuta e interrogata dal Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche per una settimana ed era stata poi reclusa per un breve periodo nella famigerata prigione di Evin, tristemente nota per le orribili e sistematiche pratiche di tortura e di stupro dei prigionieri.

Sulla lapide di Nika è incisa una poesia: “Ti ha partorito con sangue e dolore, ti ha restituito alla madrepatria”. In questi versi la famiglia riconosce in Nika non una ragazza che si sarebbe suicidata, ma una martire per la libertà della sua patria.

Nel 40° giorno dalla sua morte, momento in cui secondo il rito islamico si interrompe il lutto, una grande folla si è radunata presso il suo sepolcro cantando gli slogan delle proteste e una vecchia famosa canzone in luri, nella lingua madre di Nika.

“Oh madre, madre, è ora di combattere!” Sua mamma, con grande coraggio, ha tenuto un breve discorso pubblico sotto gli occhi delle milizie dei paramilitari volontari dei pasdaran armati di tutto punto e pronti a soffocare anche quella triste cerimonia religiosa. La mamma, rivolgendosi a Nika, ha detto: “Quando vedo quel puro seme del tuo pensiero di libertà, di coraggio e onore sbocciare nei cuori di altri cari giovani, io sono felice e grata».

L'articolo Nika, 16 anni, le hanno fratturato il cranio proviene da Fondazione Luigi Einaudi.