Irreale


Per quanto sia simpaticamente disperante, il nostro dibattito pubblico e politico considera la realtà un fastidio per idee contrapposte e irreali. Finché uno dice “nero” e l’altro contrappone “bianco” riescono a capirsi, grati a vicenda per avere incarnat

Per quanto sia simpaticamente disperante, il nostro dibattito pubblico e politico considera la realtà un fastidio per idee contrapposte e irreali. Finché uno dice “nero” e l’altro contrappone “bianco” riescono a capirsi, grati a vicenda per avere incarnato l’opposto che certificare la propria esistenza, ma se uno passa e osserva che il mondo è colorato o che stanno discutendo al buio, lo prendono per un nemico del dibattito. Guardate le ultime due trovate.

Il concetto di “sostituzione etnica”, che è in sé una bestialità, è stato utilizzato, negli anni, innumerevoli volte. Poi arriva un ministro che non ne conosce le origini (così dice), forse neanche il significato, crede che sia la stessa cosa di sostenere che si debbano fare entrare meno immigrati e su quello di accende uno spettacolare dibattito, cui partecipano tanti perché è facile, ci si può schierare senza troppo pensare e studiare. Mentre l’obiezione più sensata è un’altra: il ministro si occupa di agricoltura, ovvero uno dei settori che più reclamano altra manodopera e più lavoratori. È ministro di un governo che ha appena finito di approvare un Documento di economia e finanza in cui si sostiene che è necessario far entrare continuamente più immigrati per anni. Un dibattito è sensato e reale se si chiede al signor ministro: va via dal governo perché non ne condivide gli atti o ci rimane perché non condivide quel che ha detto? Ma no, troppo complicato, troppo dedicato a un pubblico che dispone di qualche informazione, meglio adagiarsi sul basico: pro e contro. Non si sa manco cosa.

Surreale che si supponga uno sgravio fiscale di 10mila euro a figlio quando solo il 13% dei contribuenti dichiara un reddito annuo lordo superiore a 35mila, quindi paga meno di 10mila. Alla fine a chi lo facciamo, lo sgravio, al 3, 4 o 5% del 50% degli italiani, che è pure ragionevole supporre siano vecchi? Semmai il quoziente familiare. Ma niente, più facile tenere il dibattito fuori dal mondo: si fanno meno figli perché si è poveri, dateci li sordi, come se non fosse solare che facevamo molti più figli quando avevamo meno, anche sotto le bombe e che per gli animali domestici si spende il quadruplo che per la prima infanzia. Ma che fastidio questi numeri e la pretesa di far pesare la realtà. Scontriamoci fra narratori di frottole contrapposte.

Poi arrivano i fenomeni: richiamiamo gli italiani che sono all’estero. Per cosa? Non facciamo gare, proteggiamo rendite, non potranno aprire uno stabilimento balneare e manco una bancarella. Comprensibile che chi ragiona e pedala neanche stia ad ascoltare. E poi non vada a votare.

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La concorrenza mancata


La Commissione Europea aveva recentemente e per l’ennesima volta dato un ultimatum al nostro Paese per risolvere al più presto la questione delle concessioni balneari e peraltro la decisione di prorogarle al 31 dicembre 2024 era già stata bocciata dal Con

La Commissione Europea aveva recentemente e per l’ennesima volta dato un ultimatum al nostro Paese per risolvere al più presto la questione delle concessioni balneari e peraltro la decisione di prorogarle al 31 dicembre 2024 era già stata bocciata dal Consiglio di Stato. Ebbene, la Corte di GiustiziaEuropea ieri ha risposto ad un quesito del Tar Puglia stabilendo la validità ed immediata applicabilità della direttiva Bolkestein e l’illegittimità di ogni proroga: “Le concessioni non possono essere rinnovate automaticamente ma devono essere oggetto di una procedura di selezione imparziale e trasparente” e i giudici italiani sono tenuti a disapplicare ogni norma contraria. In pochi mesi potrebbero dunque partire centinaia di ricorsi di chi vuole giustamente partecipare a gare per il demanio marittimo e non può per l’illegale blocco legislativo.

In questa allegra situazione, nel Programma Nazionale di Riforma (Pnr) allegato al Def presentato l’11 aprile, c’è scritto che ilConsiglio dei ministri del 6 aprile 2023 ha esaminato il disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza 2022 che ha visto la luce proprio nella giornata di ieri. Nel Pnr in effetti si dà atto che l’approvazione annuale di una “legge sulla concorrenza” rientra tra gli impegni dello Stato italiano monitorati dalla Commissione per ottenere i fondi previsti nel Pnrr. Tuttavia, al contrario di quel che succedeva nei conventi medievali, per aggirare il divieto di mangiare carne la formula Egote baptizo piscem in nomine Europa e non basterà a far diventare la legge annuale un vero strumento di liberalizzazione se il suo contenuto non lo è.

Il Ddl, ad esempio, è deludente, anche perché gran parte delle norme ivi contenute non servono affatto a promuovere la concorrenza (secondo la Treccani “una situazione di mercato con ampia libertà di accesso all’attività di impresa, possibilità di libera scelta per gli acquirenti e …per ciascuno di cogliere le migliore opportunità sul mercato”). Infatti, il disegno di legge si apre con un articolo che riguarda lo sviluppo della rete elettrica di trasmissione nazionale in cui si obbliga Terna ad una serie di adempimenti burocratici; prosegue con un articolo sulla promozione dei contatori intelligenti in cui si accentrano funzioni nell’Acquirente unico e si impone un po’ di trasparenza nei prezzi; si verifica l’efficienza degli investimenti nelle infrastrutture di cold ironing (Aah! Rampelli salvaci tu!) imponendo l’equo trattamento degli utilizzatori finali. Un piccola agevolazione la si concede ai farmacisti che potranno preparare medicinali su ricetta medica anche utilizzando principi attivi realizzati industrialmente (cosa prima vietata).

La concorrenza sembra infine affacciarsi timidamente quando si parla di venditori ambulanti e di vendite speciali pre-saldi. Per queste ultime le si rendono possibili anche prima del periodo dei saldi e si facilitano le modalità di comunicazione alle autorità (una misura fondamentale!), mentre per le licenze delle vendite ambulanti si cerca come al solito di favorire chi c’è già, limitare le gare, posticiparle il più possibile salvaguardando “il legittimo affidamento” degli attuali affidatari che potranno godere di un rinnovo delle attuali concessioni in via eccezionale per 12 anni. Campa cavallo. Difficile che questa collezione di clausole, alcune benintenzionate, sia considerata un reale passo in avanti per liberare le forze di mercato, anche perché l’attuazione della legge sulla concorrenza del 2021, approvata dal governo Draghi e che conteneva un certo numero di cose buone, segna il passo.

Ad oggi di liberalizzazioni dei trasporti, semplificazioni dei controlli sulle attività economiche e dei regimi amministrativi delle attività private non si sa niente e il riordino della materia dei servizi pubblici locali, contenuta in un decreto legislativo di dicembre, è un elenco di principi a volte contraddittori. Eppure, queste sono le riforme a costo zero che non sarebbe difficile attuare: o, almeno, più facile che spendere bene tutti i soldi del Pnrr, impresa che, ahinoi, al momento sembra quasi impossibile.

La Repubblica

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#laFLEalMassimo-episodio89- AI produttività e “stupidità naturale”


In apertura ribadisco come di consueto il supporto di questa rubrica al popolo ucraino indebitamente invaso dalla Russia. Poi vorrei tornare sull’intelligenza Artificiale e sulla stupidità naturale che caratterizza certe discussioni sul suo avvento e sull

In apertura ribadisco come di consueto il supporto di questa rubrica al popolo ucraino indebitamente invaso dalla Russia.

Poi vorrei tornare sull’intelligenza Artificiale e sulla stupidità naturale che caratterizza certe discussioni sul suo avvento e sulle possibili minacce collegate alla diffusione di questo strumento.

In primo luogo vorrei sottolineare che alcune delle richieste fatte dal Garante della privacy italiano in merito alla correzione di dati personali errati non possono essere messe in pratica perché quei dati personali non sono archiviati nel sistema. Quindi c’è stato un malinteso oppure un maldestro tentativo andato male di frenare l’avanzata di questa tecnologia innovativa.

In questa sede vorrei sottolineare che l’AI come strumento molto efficace di produttività costituisce anche un fattore abilitante per la libertà individuale: se possiamo fare le stesse cose in meno tempo, abbiamo spazi maggiori per dedicarci ad altre attività alla formazione o al divertimento.

La storia ci insegna che le battaglie dei burocrati e dei luddisti possono solo rinviare la diffusione di innovazioni dirompenti, ma nel lungo termine se qualcosa funziona e migliora la qualità della vita delle persone non c’è funzionario o legge che possa proibirla.

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La Cina punta a dirottare satelliti? L’allarme dell’intelligence


La Cina starebbe preparando un arsenale di sofisticate armi cibernetiche con l’obiettivo di prendere il controllo dei satelliti avversari, incapacitandoli o dirottandoli a piacimento. A dirlo sarebbe la stesa Cia, secondo un report dell’Intelligence ripre

La Cina starebbe preparando un arsenale di sofisticate armi cibernetiche con l’obiettivo di prendere il controllo dei satelliti avversari, incapacitandoli o dirottandoli a piacimento. A dirlo sarebbe la stesa Cia, secondo un report dell’Intelligence ripreso dal Financial Times, parte del materiale trafugato e diffuso da Jack Teixeira, il ventunenne membro dell’Intelligence della Guardia nazionale aerea del Massachusetts arrestato dall’Fbi con l’accusa di aver pubblicato documenti riservati statunitensi. Secondo l’agenzia statunitense, Pechino starebbe spingendo sullo sviluppo di nuove capacità per negare, sfruttare o dirottare i satelliti nemici come parte di una strategica per il controllo delle informazioni, considerato dagli strateghi della Repubblica popolare un dominio-chiave nel combattimento in caso di guerra.

Lezioni ucraine

La guerra in Ucraina ha dimostrato quanto importanti siano i satelliti per la conduzione di operazioni militari nei moderni scenari operativi. La parte più visibile dei combattimenti, fatta di movimenti di fanteria, corazzati e artiglieria, benché ricordino i conflitti mondiali del Novecento, sarebbero impossibili senza la dimensione cibernetica e spaziale, in una vera e propria fusione tra i concetti di convenzionale e ibrido. Alla vigilia dell’invasione del 24 febbraio 2021, il massiccio attacco cyber russo ai danni della rete militare ucraina è stato essenziale per garantire i primi successi delle forze russe sul campo, così come il ripristino delle capacità informatiche grazie ai satelliti di SpaceX è stato cruciale per le difese di Kiev. Lezioni che stanno venendo studiate con molta attenzione anche da Taiwan, impegnata nella costruzione di una infrastruttura di comunicazioni satellitare capace di sopravvivere a un attacco da parte cinese nell’eventualità di una invasione.

Prendere il controllo dei satelliti

Ma secondo il documento della Cia, le capacità di Pechino sarebbero ben più avanzate e sofisticate da quelle dimostrate da Mosca sui campi di battaglia ucraini, dove la Russia ha attaccato i satelliti di Kiev con un approccio basato sulla pura forza bruta, lanciando segnali elettronici di jamming che hanno interferito con le frequenze dei satelliti obiettivo. La Cina, invece, non vuole semplicemente a disturbare o degradare il segnale. Punta a sfruttare la dimensione cyber per copiare esattamente il segnale che da terra raggiunge il satellite in orbita e “prenderne il controllo, rendendoli inefficace a supportare le comunicazioni, si sistemi d’arma o di Intelligence, di sorveglianza e di ricognizione”.

Il “sogno cinese” oltre l’atmosfera

Se l’Ucraina ha potuto contare per il recupero delle proprie capacità di comunicazione sulla rete di satelliti di Elon Musk, l’obiettivo della Cina è proprio quello di colpire questo tipo di infrastrutture orbitali. I satelliti comunicano tra loro, operando in insiemi interconnessi che rilanciano segnali e comandi ai sistemi d’arma o riportano a terra dati, immagini e informazioni. Riuscire a infiltrarsi nel canale di queste comunicazioni apre a ogni tipo di scenario, dalla messa fuori uso di intere costellazioni all’invio di ordini contraddittori o informazioni false. Come registrato dal comandante della Us Space force, il generale B. Chance Saltzman, al Congresso, l’obiettivo di Pechino è realizzare il suo “sogno spaziale”: diventare la prima potenza oltre l’atmosfera terrestre entro il 2045. “La Cina continua a investire in modo aggressivo in tecnologie destinate a disturbare, degradare e distruggere le nostre capacità spaziali”, ha dichiarato Saltzman, portando i dati di questo sforzo da parte cinese. L’Esercito di liberazione popolare schiera attualmente 347 satelliti, di cui 35 lanciati negli ultimi con l’obiettivo di monitorare, tracciare, colpire e attaccare le forze statunitensi in qualsiasi futuro conflitto.


formiche.net/2023/04/la-cina-p…

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Oggi ripercorro la storia della protezione umanitaria/speciale fino alle ultime modifiche, ne valuto gli impatti e spiego perché la retromarcia riguarda un profilo rilevante.

La “frasetta” (cit. Gasparri) che hanno dovuto reinserire riconosce l’applicazione diretta dell’art. 10 Cost. sul diritto di asilo, quando esso non è riconosciuto dalla legge ordinaria. L’avevano eliminata nel 2018, il Quirinale l’ha fatta reinserire nel 2020, e ora volevano di nuovo a eliminarla.

editorialedomani.it/politica/i…

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Un ufficiale Italiano volerà alla base della Us Space Command


Cresce il legame tra Italia e Usa nello spazio. Lo testimonia il Memorandum of agreement (Moa) per l’assegnazione di un ufficiale di collegamento italiano presso l’United States Space Command (Usspacecom). A siglare l’accordo per il nostro Paese è stato i

Cresce il legame tra Italia e Usa nello spazio. Lo testimonia il Memorandum of agreement (Moa) per l’assegnazione di un ufficiale di collegamento italiano presso l’United States Space Command (Usspacecom). A siglare l’accordo per il nostro Paese è stato il Capo ufficio generale spazio dello Stato maggiore della Difesa, il generale Davide Cipelletti, mentre in rappresentanza degli Stati Uniti vi era il comandante dello Usspacecom, il generale James Dickinson. Tale iniziativa rappresenta non solo un importante catalizzatore della cooperazione con gli Usa, ma anche un’opportunità per sviluppare nuove sinergie con altri Paesi presenti presso il comando spaziale statunitense.

Si rafforza la cooperazione in orbita

Nel dettaglio, l’ufficiale di collegamento condividerà con l’Usspacecom le competenze e le conoscenze acquisite grazie alle Forze armate italiane e si occuperà di facilitare le comunicazioni tra le unità spaziali di Roma e Washington. Non solo, sosterrà inoltre le opportunità di partnership che potranno aprirsi tra i due Paesi nel settore spaziale così come della Difesa. Gli ufficiali di collegamento con l’estero sono interlocutori diretti del quartier generale, in questo caso la Peterson air force base, e l’ufficiale italiano servirà come rappresentante nazionale per tutti gli aspetti della cooperazione tra l’Italia e lo Usspacecom per quanto riguarda l’uso militare dello spazio.

Gli altri memorandum

“Nello scenario geopolitico attuale, lo spazio è un dominio strategico che richiede collaborazione tra Alleati. L’importante accordo sottoscritto tra lo Stato maggiore della Difesa e l’Us Space Command consentirà di sviluppare sinergie e facilitare scambio di esperienze”. Così ha commentato il nuovo memorandum oltreoceano il ministro della Difesa, Guido Crosetto. Quella che lega Italia e Usa nel settore spaziale è in realtà una relazione di collaborazione di lunga data, che ha portato a risultati molto significativi, tra gli ultimi quelli della missione Artemis. Sono infatti diversi i memorandum stretti tra Roma e Washington. Da quello per l’accesso al servizio cifrato del Gps, allo scambio di dati e informazioni di Space situational awareness (Ssa), fondamentale per effettuare manovre orbitali in sicurezza evitando il rischio di collisioni con altri satelliti operativi e la conseguente produzione di detriti (debris) spaziali.

Simposio spaziale

A fare da sfondo del memorandum è stata la 38esima edizione dello Space Symposium, che si sta svolgendo a Colorado Springs e a cui partecipa una delegazione italiana dello Stato maggiore della Difesa, guidata proprio dal generale Cipelletti. L’Ufficio generale spazio accentra infatti in sé le funzioni connesse all’elaborazione della dottrina, all’avvio di nuovi programmi, così come allo sviluppo di partnership nazionali e internazionali e all’evoluzione delle capacità spaziali. Il Simposio si propone di riunire i principali stakeholder del comparto, quali i leader del settore spaziale commerciale, governativo e militare provenienti da tutto il mondo per promuovere un forum di discussione per affrontare e pianificare le future conquiste e sfide in campo spaziale.


formiche.net/2023/04/ufficiale…

La falsa contrapposizione tra Europa e Usa


Bene ha fatto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a sottolineare, nel suo discorso tenuto durante la visita in Polonia, che “l’aggressione russa riguarda tutti i paesi che si richiamano alla libertà delle persone e dei popoli”. Ed è decisivo,

Bene ha fatto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a sottolineare, nel suo discorso tenuto durante la visita in Polonia, che “l’aggressione russa riguarda tutti i paesi che si richiamano alla libertà delle persone e dei popoli”. Ed è decisivo, va aggiunto, per la sopravvivenza stessa dell’Unione europea. Da come si concluderà la barbara aggressione scatenata dalla Russia di Putin nei confronti dell’Ucraina dipenderà se il mondo di domani sarà più o meno favorevole al perdurare del progetto di un’Europa unita. Nel mondo che ci aspetta, l’Unione rappresenterà ancora l’avanguardia di una tendenza verso la progressiva affermazione della supremazia della legge sulla forza, oppure sarà invece l’anacronistico residuo di un trend declinante, un esperimento destinato a estinguersi perché “unfit to survive”?

E’ tutta qui la questione. Ed è un punto che travalica e trascende qualunque considerazione sulla necessaria “autonomia strategica dell’Unione”, perché ci smuove da quella sorta di “comfort zone” nella quale troppe considerazioni sull’atteggiamento europeo nei confronti della guerra sembrano illudersi di potersi rintanare. Se il mondo che verrà sarà o meno ospitale nei confronti del progetto europeo dipenderà anche dalle decisioni che oggi sapremo assumere e dalla fermezza che sapremo mantenere riguardo ai nostri princìpi. Viviamo già in una realtà che è costituita di scatole cinesi (o di matrioske, se si preferisce un’altra immagine) in cui la sicurezza e le prospettive delle singole democrazie nazionali dipendono in maniera strutturale dalla saldezza delle istituzioni europee e dalla tenuta del Patto atlantico. Ma di cinese o di russo, queste scatole e queste bamboline non hanno proprio nulla, perché la loro natura è totalmente occidentale.

La sfida che i dispotismi hanno lanciato alle democrazie liberali non riguarda la continuità dell’interdipendenza planetaria, ma le modalità e i princìpi in base ai quali essa verrà governata. Stiamo già sperimentando le difficoltà che incontra l’Unione europea – la più audace novità istituzionale dopo quella dello stato costituzionale teorizzata da Montesquieu a metà del XVIII secolo – nell’ambito di un sistema internazionale che resta ancora definito dall’egemonia dell’ordine liberale. Qualcuno può forse illudersi che tali difficoltà diventerebbero meno gravose da affrontare all’interno di un ordine ispirato ai princìpi del dispotismo? Credo sarebbe difficile poterlo argomentare.

Contrapporre l’europeismo all’atlantismo non significa solo ignorare e falsificare la storia, che ha visto il primo potersi trasformare in realtà al riparo della protezione offerta dal secondo. Implica anche ipotecare la sopravvivenza del “nostro mondo”, e gettare le premesse di un fallimento dal quale potremmo non risollevarci. Il nostro mondo non è minacciato dalla sostituzione etnica o da altre bufale strampalate che rivelano l’incapacità di liberarsi dai residui tossici di una subcultura fascistoide. E neppure lo è da nessuna nuova edizione del vecchio rottame del complotto “demoplutogiudaicomassonico”, che oggi si pretenderebbe incarnata da George Soros. Il nostro mondo – e i valori e i princìpi che lo rendono possibile – è sottoposto all’attacco dei dispotismi dei loro disvalori, che vorrebbero rigettarci in un girone dantesco fatto di violenza e sopraffazione dal quale siamo riusciti a liberarci a costo di immani sacrifici ridefinendo l’essenza dell’occidente nella triade costituita da democrazia rappresentativa, economia di mercato e società aperta.

Questa è la minaccia esistenziale che stiamo fronteggiando. Questa è la posta in gioco in questa guerra in Ucraina: una posta in gioco non diversa da quella che le democrazie dovettero affrontare nella lotta contro i totalitarismi che, nel 1939, sfociò nella Seconda guerra mondiale e che vide, per nostra fortuna, soccombere la Germania nazista e l’Italia fascista sua alleata. Una lotta che sembrò definitivamente vinta nel 1991, con il crollo del totalitarismo sovietico e che invece oggi si ripropone in una nuova e più difficile fase. In questa terza fase, l’Europa unita è chiamata, nella sua inedita e articolata soggettività politica, a dimostrare di volere e poter fare la differenza, per consolidare il suo – ovvero il nostro – futuro.

IL FOGLIO

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Sarà natale


Lasciamo perdere il colore politico e facciamo finta che se ne parli non solo seriamente, ma anche concretamente. È un gran bene che si voglia incentivare la partecipazione femminile al lavoro, oggi molto bassa, assai sotto la media europea e contribuente

Lasciamo perdere il colore politico e facciamo finta che se ne parli non solo seriamente, ma anche concretamente. È un gran bene che si voglia incentivare la partecipazione femminile al lavoro, oggi molto bassa, assai sotto la media europea e contribuente a metterci in fondo alla coda in quanto a partecipazione complessiva. Ed è un gran bene volere incentivare la natalità. Ma “incentivare” non significa nulla. Come?

La prima cosa è osservare l’accoppiata e capirne la natura: in un colpo solo lavoriamo meno, abbiamo meno donne occupate e facciamo meno figli. Non solo, quindi, non è il lavoro a distrarre o allontanare dalla filiazione, ma si fanno più figli in Paesi europei dove si lavora di più e più donne sono al lavoro. Quindi buttiamo dalla finestra qualche luogo comune che acceca troppi militanti del partito preso. E guardiamo altre esperienze: la Germania aveva un mercato del lavoro simile al nostro, con scarsezza di donne impegnate e scarsezza complessiva di lavoratori, ed hanno affrontato il problema varando forme contrattuali estremamente elastiche (anche con i “mini-lavori”) e aumentando l’immissione di immigrati. Risultato: dopo anni si ritrovano con più lavoratrici e meno scarsezza (che permane) di manodopera, nonché ad alzare il salario minimo. È chiaro, dalle parti del governo? Non è: o le donne o gli immigrati, ma le donne e gli immigrati. I dati tedeschi sono a disposizione di chi voglia occuparsene senza andare avanti a mosca cieca.

Poi c’è il versante non contrattuale, ma relativo ai servizi. I figli non si deve solo farli nascere (che è facile), ma anche crescerli (che è più lungo e complicato). Asili, scuole, tempo pieno, mense, sport, trasporti. Tutti capitoli del Pnrr. Però gli asili sono già pericolanti, con i comuni in grave difficoltà progettuale e amministrativa. Per incentivare la natalità si devono risolvere quei problemi, non far decollare le cicogne o irrigare i cavoli. Al momento ricordo che: a. per il ministro Fitto è tutto in ordine e in tempo (voglia il cielo); b. per il ministro Zangrillo le proposte di modifica del Pnrr arrivano a fine mese, ma con calma; c. per la Lega si dovrebbero prendere meno soldi; d. intanto il governo ne chiede di più sul lato Repower Eu. Più continua questo frullato, meno si pensa il futuro sia tranquillo e meno ci si dispone a ripopolarlo.

Sul lato opposto dell’arco vitale ci sono gli anziani, che crescono di numero e richiedono servizi e disponibilità sanitarie. Il che, anche in questo caso, rientra nei piani Pnrr, ma chiede anche più immigrati. Chi se ne chieda il perché faccia un salto nelle apposite residenze o guardi la composizione del mondo degli infermieri. Senza quei servizi qualcuno resta di guardia all’anziano, che sarà fonte di reddito grazie alla pensione (che i nipoti non avranno), ma farà preferire una rendita alla produzione. E porta male.

Pare il ministro dell’economia s’appresti a proporre fiscalità per la natalità. Interessante. Leggeremo con attenzione. Osserviamo che: 1. i bonus non risolvono neanche uno dei problemi indicati e partono dal presupposto indimostrato che non si facciano figli per mancanza di soldi.
2. se (come si legge) si dovesse sgravare dalle tasse chi fa figli, supponendo si stia parlando dell’Irpef, questa sarebbe una misura a favore dei “ricchi” (secondo il fisco), perché i poveri, grande maggioranza contabile, già non pagano Irpef. Sarebbe una strana misura.

Il tutto tenendo presente che, salvo colpi di scena, la genitorialità è una libera scelta insindacabile, che si può esercitare grazie al progresso e che ha senso solo con la ricchezza (i poveri veri figliano pure troppo). Escludendo che per far fare figli ci si voglia impoverire, ne discende che l’incentivazione consiste nel liberare dalle costrizioni successive al natale, lasciandone intatta la magia. Non servono predicozzi, ma spinta alla crescita e ragionevole positività guardando il futuro. Il resto è colore. Ma molto sbiadito e noiosamente ripetitivo nella sua inutilità.

La Ragione

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L’importanza del soldato e investimenti Ue. Il punto sulla Difesa all’evento con Serino


A oltre un anno dall’inizio dell’invasione russa di Kiev, è giunto il momento di fare una riflessione accurata delle capacità necessarie alla Difesa per affrontare le sfide del prossimo futuro, e in particolare quelle della componente terrestre, che ha vi

A oltre un anno dall’inizio dell’invasione russa di Kiev, è giunto il momento di fare una riflessione accurata delle capacità necessarie alla Difesa per affrontare le sfide del prossimo futuro, e in particolare quelle della componente terrestre, che ha visto un ritorno della centralità strategica sui cambi di battaglia ucraini. È quanto sottolineato dal capo di Stato maggiore dell’Esercito, generale Pietro Serino, nel corso dell’evento “Difesa terrestre. Un piano europeo tra investimenti e competitività”, organizzato da Formiche e Airpress a Spazio Europa, promosso da FDA Beretta e con la partnership della Rappresentanza in Italia della Commissione europea. Un momento di riflessione sulla dimensione terrestre che ha visto il generale Serino confrontarsi con Carlo Ferlito, direttore generale di Fabbrica d’Armi Pietro Beretta; Andrea Margelletti, presidente Centro studi internazionali (Cesi); con le conclusioni di Matteo Perego di Cremnago, sottosegretario alla Difesa, e la moderazione di Flavia Giacobbe, direttore delle riviste Formiche e Airpress.

Parola d’ordine: equilibrio

“La parola che voglio valorizzare è equilibrio” ha detto ancora il capo di Stato maggiore dell’Esercito. Un equilibrio che deve caratterizzare “lo strumento militare nazionale nella sua interezza, e quello terrestre nello specifico, che deve essere equilibrato e deve considerare tutte le condizioni di impiego, nessuna meno dell’altra”. Secondo il generale, in passato si è data priorità ad alcune caratteristiche a scapito di altre, ma i moderni scenari aperti dalla guerra in Ucraina impongono un ripensamento del trend. Oggi “il focus deve essere su tutto lo spettro di missioni affidate all’Esercito, i cui nuovi compiti non si sono sostituiti ai precedente, si sono aggiunti”. Il generale ha infatti ricordato i numerosi impegni della Forza armata, sia sul territorio nazionale, sia all’estero, dal Nord Africa al Medio Oriente e ai Balcani, dove tra l’altro l’Italia esprime anche ruoli di comando come in Iraq e in Kosovo. Certamente la guerra in Ucraina ha dimostrato la necessità della componente pesante, ha confermato Serino, tuttavia questo deve essere solo uno degli assi di potenziamento della Forza armata, senza abbandonare quanto raggiunto finora e che continua ad essere necessario. Dal punto di vista europeo, “l’Ue deve capire se vuole e crede in una capacità militare comune, e questo richiederà una seconda rinuncia di sovranità, dopo quella monetaria: quella tecnologica”. Se continuerà la competizione tra nazioni, con ciascuna impegnata “a portare avanti il suo piccolo elemento, scopriremo domani che lavorare tutti insieme sarà più difficile”.

Il sistema-soldato

“Quando si parla di sistemi terrestri si pensa al carro armato e all’artiglieria pesante, non si pensa al soldato”, ha detto Carlo Ferlito, ricordando come invece ci sia bisogno di considerare l’uomo come “sistema, inserito in un insieme di sistemi complessi che operano nello scenario multidominio”. In questo campo il nostro Paese è all’avanguardia, grazie “al lavoro svolto con il progetto Soldato futuro, trasformato poi in Forza Nec, che ha creato la visione del soldato come sistema”. In Italia oggi è attivo una configurazione del militare portata avanti dal consorzio per Soldato sicuro, “che si occupa di mettere assieme le capacità dell’industria per fornire tutto l’equipaggiamento del soldato”. All’intero di questo consorzio (gestito al 38% da Beretta e al 68% da Leonardo) è coordinata l’intera filiera italiana che si occupa delle forniture per l’equipaggiamento del soldato, non solo le armi, ma anche “la suite per l’abbigliamento, visori notturni e diurni, munizioni”. Questa eccellenza italiana, tra l’latro, potrebbe essere portata anche a livello europeo, dove l’importante sarà anche poter contare “su una filiera europea sicura”. Per fare ciò, indispensabile per l’industria è poter contare “su programmi di lunga durata, necessari per costruire investimenti e fare innovazione”.

Le lezioni ucraine

Per Andrea Margelletti, “questo conflitto ha posto degli interrogativi, e dobbiamo domandarci se stiamo andando nella giusta direzione alla luce di un mondo completamente diverso”. L’Ucraina ha cambiato lo scenario di sicurezza globale, per il quale sarà necessario affrontare le necessità e potenziare le capacità di agire della Difesa. “Dobbiamo immaginare reparti nuovi per un mondo nuovo, assicurandoci che quello che sappiamo fare sia anche quello che dobbiamo fare”. Fondamentale sarà anche il ruolo dell’Europa, e “di una governance europea”, necessaria “se vogliamo avere un Difesa europea”, e soprattutto di una sincronizzazione delle industrie del Vecchio continente.

Investimenti europei

Il contesto terrestre rappresenta un elemento importante della Difesa, soprattutto nel suo necessario approccio alle operazioni multi-dominio, ha ricordato Matteo Perego di Cremnago nelle sue conclusioni, sottolineando come “non può esistere la Difesa associata ad un singolo elemento/dimensione, soprattutto oggi che le minacce ibride e convenzionali sono multi dominio”. Per questo è necessario “assicurare gli investimenti per dotare le forze armate delle capacità per operare nel futuro contesto interconnesso”. Tutto questo “ebbe ispirare l’elaborazione e l’attuazione di un piano europeo di investimenti”, seguendo in particolare gli indirizzi e le decisioni raccolte dalla Bussola strategica del 2022, dandole piena attuazione. “L’Ue deve prepararsi al meglio alle sfide emergenti – ha continuato Perego – provvedendo a proteggersi dalle minacce ibride, rafforzando la dimensione di sicurezza e difesa, accrescendo la mobilita militare nel Vecchio continente e dando seguito agli investimenti racchiusi nella Bussola”. Questo potrebbe rappresentare anche per l’Italia una grande possibilità, grazie alle sue “risorse intellettive e creative con le sue aziende per la Difesa comprese le Pmi”, affinché sia un processo “vincente e stimolante per il bene non solo della Difesa e sicurezza nazionale ma anche per l’economia del Paese”.


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Accollati


A forza di dire che si mette il costo dei consumi odierni e del debito pubblico sulle spalle dei figli non ci si è accorti che i figli siamo noi. La nostra spesa per pagare gli interessi sul debito pubblico non è solo la più alta d’Europa, in rapporto al

A forza di dire che si mette il costo dei consumi odierni e del debito pubblico sulle spalle dei figli non ci si è accorti che i figli siamo noi. La nostra spesa per pagare gli interessi sul debito pubblico non è solo la più alta d’Europa, in rapporto al prodotto interno lordo, ma è più del doppio della media. Significa che, mediamente, ciascun italiano di oggi, non i nostri figli, ha 1012 euro in meno in tasca l’anno, rispetto a un tedesco; 733 in meno rispetto a uno spagnolo; anche se solo 153 meno di un francese (e si spera sia chiaro con chi abbiamo interessi in comune, rispetto alla riscrittura del patto di stabilità).

Che i tassi d’interesse sarebbero saliti era scontato, ma quelli europei sono ancora sotto i praticati in Usa o Uk. Inoltre abbiamo a disposizione la linea di credito europea Ngeu, che costa meno degli attuali valori di mercato, e una quota a fondo perduto. Abbiamo gli strumenti, quindi, per fare la sola cosa sensata: puntare a far crescere la ricchezza nazionale più velocemente del costo del debito, in modo da riassorbirlo gradualmente. Ed è qui che arriva lo stupefacente e si sente sostenere lo sconcertante.

Si sente dire: sapete che c’è? I fondi europei costano sì meno del debito preso sul mercato, ma tocca lavorarci e investirli, perché non ci rinunciamo? Poi tocca anche fare le riforme, ma perché non si fanno gli affari loro? Tanto s’è trovata la formula magica: saranno gli immigrati a pagare tutto. Dopo anni passati a parlare di muri e chiusure, accadono due cose: il governo di destra conferma quel che si trova scritto, da lustri, in tutti i Documenti di economia e finanza, ovvero che i conti pubblici si tengono in equilibrio solo se si mettono molti più immigrati al lavoro (170mila, ogni anno, tutti gli anni); poi arriva il presidente dell’Inps a sostenere che saranno gli immigrati a pagarci le pensioni. Entusiasmo avvincente, ma non ci hanno capito niente.

Tridico, Inps, è il più sincero. Non crede, gli chiedono, che il reddito di cittadinanza, da lei sostenuto, sia fallito? No, risponde, è solo mancato il contorno: gli uffici del lavoro, le politiche di formazione e quelle attive del lavoro. Ha ragione, ha funzionato solo il dare (buttare) quattrini, presi a prestito. Che come fallimento non è neanche normale, ma una bancarotta materiale e morale. E questa è l’Italia che ora dice: facciamo pagare gli immigrati. Non sia mai che le pensioni le facciamo pagare agli evasori fiscali e previdenziali, quelli condoniamoli.

Il prof. Luca Ricolfi, che potete leggere qui a fianco, aveva elaborato un concetto avvincente: la società signorile di massa. Ovvero una società in cui tutti si è signori, scaricando i lavori pesanti o sgradevoli sugli immigrati, pagandoli poco. Ora pure debito e pensioni. Come dire: entrate senza fare rumore, non sporcate, non disturbate e pagate. Temo che si sia al passo successivo, rispetto a quanto descritto da Ricolfi, siamo alla: nobiltà decadente di massa. I soli a viaggiare, conoscere il mondo, spendere molto e non produrre un accidente, vendendo prima le terre e poi il diroccato maniero avito.

Ben triste la nostra sorte se vivessimo per accollarci ad altri. La nostra vocazione deve essere quella che si vede al salone del mobile e nelle esportazioni: innovazione, coraggio, inventiva. Ma per riuscirci serve studio, lavoro, passione e fatica. Fatica. Accollati si diventa subordinati. Se un briciolo d’orgoglio c’è ancora nella politica capiscano tutti, a destra e sinistra, che l’Italia ha bisogno d’essere scossa non consolata, spronata non assistita, alleggerita non gravata. La società della rendita, basata sul debito, rende schiavi. Oggi, non in un futuro indefinito. Pensare di evitarlo schiavizzando altri non è neanche inaccettabile, è proprio da scemi.

L’Italia che pedala non fa distinzioni fra indigeni o immigrati, nei diritti e nei doveri, sa che il lavoratore va rispettato e il mantenuto scaricato. Oltre che civile, quell’Italia, è consapevole del proprio interesse.

La Ragione

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

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G.K. Chesterton, Eretici, Lindau, Torino, 2010, pp. 242-243, sempre attuale in quest’epoca di “crisi climatica”, “crisi alimentare”, “crisi migratoria”, “crisi pandemica” e “crisi varie”
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Franklin sosteneva questo a proposito della #libertà, come non essere d'accordo con Lui!

E noi stiamo forse rinunciando a quella libertà?

Il lavoro c’è, a mancare sono i lavoratori


Nell’ultimo biennio gli occupati in Italia sono cresciuti di quasi un milione e 800mila unità, di cui i tre quarti nel terziario di mercato. In questo settore, però, c’è una vera e propria emergenza: la carenza di personale, considerando che solo nella fi

Nell’ultimo biennio gli occupati in Italia sono cresciuti di quasi un milione e 800mila unità, di cui i tre quarti nel terziario di mercato. In questo settore, però, c’è una vera e propria emergenza: la carenza di personale, considerando che solo nella filiera turistica e nel commercio quest’anno (rispetto al 2022) servono circa 560mila lavoratori in più, considerando anche l’indotto ma il 40%potrebbero essere di difficile reperimento. Parliamo di 230mila profili che non si trovano sul mercato soprattutto per mancanza delle competenze richieste dalle imprese.

Obiettivo più crescita Sono questi i principali numeri contenuti nell’Osservatorio Terziario e Lavoro dell’Ufficio Studi di Confcommercio, presentato ieri a Roma all’apertura del Forum: «Per creare nuova occupazione – sostiene il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli – servono, prima di tutto, più crescita e più produttività. E, naturalmente anche la costruzione di un compiuto sistema di politiche attive, utile per favorire l’incontro tra domanda e offerta». In 27 anni, cioè dal 1995 a oggi, gli occupati sono aumentati di 1,2 milioni di unità: tutti i grandi aggregati produttivi hanno perso, salvo il terziario di mercato che ha generato oltre 2,7 milioni di posti di lavoro. Durante la pandemia i servizi hanno patito di più; poi c’è stato un forte recupero soprattutto del turismo(sottovalutato anche dagli «esperti»), ma l’operazione non è ancora completata come si evince anche dai consumi delle famiglie del 2022 ancora sotto di 20 miliardi rispetto al 2019, di cui 13 persi da alberghi, bar e ristoranti.

La spinta dei contratti stabili Lo scorso anno, escludendo lavoratori domestici, agricoltura e Pa, il terziario di mercato ha contato il 64,5% dell’occupazione totale e il 79,5% di quella indipendente (il settore, quindi, è una “palestra” di autoimprenditorialità). Senza dimenticare che i servizi occupano il 61,7% del totale lavoro dipendente. E ancora: degli 1,77 milioni di nuovi occupati nella fase di recupero post-pandemico, 1,36 milioni appartengono ai servizi, cioè il 76,6%. Il lavoro indipendente non ha completamente recuperato e il deficit si concentra nelle professioni e nei trasporti (la crisi non è stata uguale per tutti). Il divario nella struttura delle tipologie di contratto per grandi aggregati è 70,2% contro 86,3% tra terziario non stagionale (che comunque comprende una quota di attività stagionali, come gli stabilimenti balneari) e industria e attività finanziarie e creditizie. I contratti stagionali si riferiscono ad alloggio e ristorazione (il 30,6% delle forme contrattuali del macro settore). Il 55,2% di tutti i contratti a tempo indeterminato sono siglati nel terziario di mercato.

Tra giugno 2020 e giugno 2022 l’incremento totale del tempo indeterminato è stato di 685mila unità, pari al 39% dell’incremento occupazionale con qualsiasi contratto; di questi 685mila, 468mila appartengono al terziario di mercato (cioè il 69%). Anche per i servizi, quindi, la reazione alla pandemia è stata di puntare sul tempo indeterminato. Economia incerta, fare le riforme Passando allo scenario economico, Confcommercio evidenzia come la questione energetica abbia messo a dura prova il Paese, creando danni a famiglie e imprese. A questo proposito, i pur confortanti segnali di riduzione del costo delle forniture di energia, osservati di recente, non devono far dimenticare che la spesa energetica complessiva delle imprese del terziario di mercato si attesterà, nel 2023, a circa 38 miliardi, ancora molto al di sopra dei 13miliardi del 2021.

Il peggio sembra passato, ma resta una sostanziale incertezza dello scenario internazionale, come resta confermato il rallentamento dell’economia mondiale. E questo vale anche per l’Italia, che, secondo le stime di Confcommercio, avrebbe chiuso il primo trimestre con un Pil sostanzialmente stabile e che presenta una prospettiva di crescita per il 2023 poco sotto l’1%, un risultato che verrebbe leggermente migliorato il prossimo anno. Il Pnrr fa fatica a decollare, i consumi restano deboli (nella media del 2022, sono ancora sotto di quasi venti miliardi di euro rispetto al 2019), e il credito è più caro, con il rialzo dei tassi di interesse. A prezzi costanti, prosegue Confcommercio, neppure alla fine del 2024 avremo recuperato i livelli aggregati di Pil e consumi (dei residenti) del 2007; sulle stime dei valori reali pro capite «aiuta» la crisi demografica: nonostante questo (aspetto disastroso) mancherebbero ancora 145 euro di Pil a testa e 480 euro di consumi. Tuttavia, un segnale positivo è che l’economia italiana arriva a questo rallentamento in ottima salute, avendo mostrato, nel biennio 2021-2022, una capacità di reazione eccezionale e inattesa, con una crescita superiore anche a quella dei nostri principali partner internazionali.

«Dobbiamo lavorare per costruire una nuova e più forte fase di sviluppo, proprio per evitare di ripiombare nell’incubo degli zero virgola – ha chiosato Sangalli –. All’appello manca poi il grande tema delle riforme, a cominciare da quella fiscale. Bisogna poi puntare su politiche attive e formazione. Il Pnrr infine. Inflazione, prezzi ed emergenze energetiche rendono necessario l’adeguamento strutturale del Piano. Bisogna fare presto e bene perché l’occasione non va sprecata».

Il Sole 24 Ore

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Nato e Difesa Ue. La ricetta di Cavo Dragone per vincere la sfida globale


Dobbiamo essere pronti a operare e muoverci e vincere in uno scenario multidominio, una priorità per tutti i Paesi europei che impone di accelerare il passo. Così il capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, ha sottolineato l’

Dobbiamo essere pronti a operare e muoverci e vincere in uno scenario multidominio, una priorità per tutti i Paesi europei che impone di accelerare il passo. Così il capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, ha sottolineato l’urgenza per il Vecchio continente di adeguarsi a uno scenario di sicurezza mutevole e sempre più insicuro. L’occasione arriva dall’intervista che l’ammiraglio italiano ha svolto all’Atlantic Council, uno dei più importanti think tank attivi a Washington, nel corso della quale sono stati affrontati i temi relativi all’attuale scenario geopolitico, reso più fragile dall’invasione russa all’Ucraina, quelli relativi alla postura di difesa dell’Italia alla luce del conflitto e il sistemico cambiamento che sta coinvolgendo l’architettura di Difesa europea.

La responsabilità comune davanti alle minacce

Il capo di Stato maggiore ha iniziato il suo intervento citando il presidente Usa John F. Kennedy, che nel periodo più teso della crisi di Cuba si rivolse all’associazione dei giornali americani parlando delle “comuni responsabilità di fronte a comuni pericoli”. Gli eventi di Cuba, per l’allora presidente erano serviti “a illuminare per qualcuno la sfida, ma le dimensioni della minaccia incombono all’orizzonte da molti anni”. Oggi come allora, ha detto Cavo Dragone, i tempi sono critici, “con uno scenario strategico che evolve a velocità elevatissime, senza precedenti”.

Sfide a 360°

A quattordici mesi dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, infatti, la Cina ha preso posizione sul conflitto, ha ricordato Cavo Dragone, con una proposta di sistemazione dello scenario geopolitico est europeo. Al contempo “la Cina ha portato avanti un negoziato per il riavvicinamento tra Arabia Saudita e Iran”, con Riyad che ha anche preso la decisione di entrare come partner della Shanghai Cooperation Organisation, “un’alleanza politica, di sicurezza e commerciale”. Al contempo, mentre l’Algeria versa sull’orlo del collasso, la Tunisia chiede di unirsi ai Paesi Brics, “mentre la domanda di sicurezza aumenta in tutto il Mediterraneo allargato”, specialmente dove agiscono gruppi paramilitari come la Wagner o i proxy iraniani.

Gli occhi di Pechino sul Sud del mondo

Cosa sta succedendo, allora, si è chiesto Cavo Dragone. “Non c’è una risposta facile. Visto dall’alto il pianeta è diventato una scacchiera con tutti i pezzi in movimento”. Non solo allora tutte le risorse devono essere messe in campo per sostenere l’Ucraina, con il fianco est che rappresenta “la priorità militare” dell’Alleanza, con un rafforzamento della sua capacità di deterrenza, ma anche l’offensiva diplomatica cinese verso il Sud globale deve essere contrastata. “Russia e Iran stanno supportando l’azione di Pechino per rompere il proprio isolamento diplomatico”, come dimostrato anche dal voto di molti Paesi della regione che non hanno condannato l’invasione di Mosca.

L’importanza delle alleanze

Cosa fare per affrontare queste sfide? “La parola d’ordine è partnership. Oggi i partner internazionali devono diventare sempre più capaci di interoperare”. Su tutte la Nato e le altre alleanze devono diventare sempre più capaci di affrontare le sfide di oggi. Un impegno che richiederà uno sforzo anche da parte europea. L’invasione russa ha risvegliato l’attenzione europea passando da una “idea teorica verso una reale Difesa europea”. L’Ue si sta “operazionalizzando, per avere una catena di comando militare, che mancava; la crisi Ucraina, purtroppo, ci ha risvegliati”.

Il legame Italia-Usa

L’ammiraglio Cavo Dragone è a Washington per incontrare i vertici militari degli Stati Uniti, seguendo l’incontro avuto con il generale Mark Milley, capo dello Staff congiunto delle Forze armate Usa, a Roma a marzo, con cui l’ufficiale italiano ha una “totale connessione e condivisione di idee”. Per l’ammiraglio, infatti, “il legame transatlantico tra l’Italia e gli Stati Uniti è forte, e gli Usa sono per noi un punto di riferimento all’interno dell’Alleanza”. Un legame che si evidenzia anche dalla presenza dei 30mila militari Usa presenti nel nostro Paese. “Insieme stiamo migliorando la capacità di agire insieme, soprattutto nel Mediterraneo, dove nonostante la presenza di nuovi attori, lanciamo un messaggio forte: che il bacino è parte dello spazio di sicurezza della Nato”.


formiche.net/2023/04/nato-dife…

Università, Economia, Politica, Istituzioni e Giornalismo nell’opera di Luigi Einaudi: Il giornalismo – 29 maggio 2023


La sterminata produzione giornalistica di Luigi Einaudi, specie sul Corriere della Sera, oltre a trattare temi tipici del giornalismo economico, spazia su profili più ampi e diversi e consente di riflettere sul ruolo attuale del giornalismo, anche nel suo

La sterminata produzione giornalistica di Luigi Einaudi, specie sul Corriere della Sera, oltre a trattare temi tipici del giornalismo economico, spazia su profili più ampi e diversi e consente di riflettere sul ruolo attuale del giornalismo, anche nel suo rapporto con gli “altri” poteri, soprattutto quello politico e quello giudiziario.

Relatori
Massimo Nava, Editorialista del Corriere della Sera;
Davide Giacalone, giornalista e Vice Presidente della Fondazione Luigi Einaudi
Andrea Cangini, giornalista e Segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi

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Università, Economia, Politica, Istituzioni e Giornalismo nell’opera di Luigi Einaudi: L’Università: La politica e le istituzioni– 22 maggio 2023


Luigi Einaudi, Uomo politico consente di affrontare tematiche legate ai temi attuali, quali l’impianto costituzionale, il ruolo dei referendum, il ricorso eccessivo alla normazione anche in sede penale, il mutato ruolo del Presidente della Repubblica, le

Luigi Einaudi, Uomo politico consente di affrontare tematiche legate ai temi attuali, quali l’impianto costituzionale, il ruolo dei referendum, il ricorso eccessivo alla normazione anche in sede penale, il mutato ruolo del Presidente della Repubblica, le autonomie regionali etc.

Relatori
Bartolomeo Romano, Ordinario di Diritto Penale nell’Università di Palermo e Consigliere giuridico del Ministro della Giustizia
Antonella Sciortino, Ordinario di Diritto costituzionale
Gaetano Armao, Associato di Diritto amministrativo

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Università, Economia, Politica, Istituzioni e Giornalismo nell’opera di Luigi Einaudi: L’economia – 15 maggio 2023


Il seminario affronterà il pensiero economico di Luigi Einaudi, anche nella sua esperienza di Governatore della Banca di Italia, e verificherà l’eventuale attualità delle sue proposte. Relatori Emanuele Alagna, Direttore Banca D’Italia sede di Palermo Fab

Il seminario affronterà il pensiero economico di Luigi Einaudi, anche nella sua esperienza di Governatore della Banca di Italia, e verificherà l’eventuale attualità delle sue proposte.

Relatori
Emanuele Alagna, Direttore Banca D’Italia sede di Palermo
Fabio Mazzola, Ordinario di Politica economica, Prorettore Università di Palermo
Andrea Mario Lavezzi, Ordinario di Economia Politica

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Università, Economia, Politica, Istituzioni e Giornalismo nell’opera di Luigi Einaudi: L’Università – 8 maggio 2023


L’Università – 8 maggio 2023 Il seminario approfondirà il mondo dell’accademia e le prospettive della ricerca e dell’insegnamento, anche nei rapporti con le imprese e con i progetti di finanziamento europei. Relatori Armando Plaia, Ordinario di diritto pr

L’Università – 8 maggio 2023

Il seminario approfondirà il mondo dell’accademia e le prospettive della ricerca e dell’insegnamento, anche nei rapporti con le imprese e con i progetti di finanziamento europei.

Relatori
Armando Plaia, Ordinario di diritto privato e Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza;
Aldo Schiavello, Ordinario di Filosofia del diritto e Coordinatore del Dottorato in Diritti umani;
Giuseppe Di Chiara, Ordinario di Diritto processuale penale, Coordinatore del Dottorato in Pluralismi giuridici e Direttore della Scuola per le professioni legali.

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Università, Economia, Politica, Istituzioni e Giornalismo nell’opera di Luigi Einaudi


Dipartimento di Giurisprudenza – Progetto a cura del Prof. Bartolomeo Romano, Ordinario di Diritto Penale e Coordinatore del Dipartimento Giustizia della Fondazione Luigi Einaudi La poliedrica figura di Luigi Einaudi – accademico, economista, politico, es

Dipartimento di Giurisprudenza – Progetto a cura del Prof. Bartolomeo Romano, Ordinario di Diritto Penale e Coordinatore del Dipartimento Giustizia della Fondazione Luigi Einaudi

La poliedrica figura di Luigi Einaudi – accademico, economista, politico, esponente delle Istituzioni, giornalista – si presta particolarmente ad essere approfondita seguendo i suoi diversi percorsi professionali ed umani. Già membro dell’Assemblea Costituente, fu poi Vice Presidente del Consiglio dei ministri, Ministro delle finanze, del tesoro e del bilancio nel IV Governo De Gasperi, e tra il 1945 e il 1948 fu Governatore della Banca d’Italia. Dal 1948 al 1955 fu il secondo Presidente della Repubblica Italiana.

Pertanto, con il presente Progetto ci si propone di costruire una serie di Seminari tematici, ciascuno dei quali capace di far riconoscere agli studenti crediti formativi. Per coloro i quali seguissero tutti i seminari, che nel loro complesso daranno vita ad un corso unitario, del quale è Responsabile Scientifico il Professore Bartolomeo Romano, la Fondazione Einaudi attribuirà un “attestato di conoscitore del pensiero liberale di Luigi Einaudi” nel corso di una manifestazione conclusiva alla presenza del Presidente della Regione Siciliana, del Sindaco di Palermo, del Magnifico Rettore dell’Università di Palermo e del Presidente della Fondazione Einaudi.

I seminari si terranno nell’Aula Chiazzese del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Palermo, ogni lunedì pomeriggio, dalle ore 15 alle 17, nel mese di maggio 2023, secondo il seguente programma:

1. L’Università – 8 maggio 2023

Il seminario approfondirà il mondo dell’accademia e le prospettive della ricerca e dell’insegnamento, anche nei rapporti con le imprese e con i progetti di finanziamento europei.

Relatori
Armando Plaia, Ordinario di diritto privato e Direttore del Dipartimento di Giurisprudenza;
Aldo Schiavello, Ordinario di Filosofia del diritto e Coordinatore del Dottorato in Diritti umani;
Giuseppe Di Chiara, Ordinario di Diritto processuale penale, Coordinatore del Dottorato in Pluralismi giuridici e Direttore della Scuola per le professioni legali.


2. L’economia15 maggio 2023

Il seminario affronterà il pensiero economico di Luigi Einaudi, anche nella sua esperienza di Governatore della Banca di Italia, e verificherà l’eventuale attualità delle sue proposte.

Relatori:
Emanuele Alagna, Direttore Banca D’Italia sede di Palermo
Fabio Mazzola, Ordinario di Politica economica, Prorettore Università di Palermo
Andrea Mario Lavezzi, Ordinario di Economia Politica


3. La politica e le istituzioni– 22 maggio 2023

Luigi Einaudi, Uomo politico consente di affrontare tematiche legate ai temi attuali, quali l’impianto costituzionale, il ruolo dei referendum, il ricorso eccessivo alla normazione anche in sede penale, il mutato ruolo del Presidente della Repubblica, le autonomie regionali etc.

Relatori
Bartolomeo Romano, Ordinario di Diritto Penale nell’Università di Palermo e Consigliere giuridico del Ministro della Giustizia
Antonella Sciortino, Ordinario di Diritto costituzionale
Gaetano Armao, Associato di Diritto amministrativo

4. Il giornalismo – 29 maggio 2023

La sterminata produzione giornalistica di Luigi Einaudi, specie sul Corriere della Sera, oltre a trattare temi tipici del giornalismo economico, spazia su profili più ampi e diversi e consente di riflettere sul ruolo attuale del giornalismo, anche nel suo rapporto con gli “altri” poteri, soprattutto quello politico e quello giudiziario.

Relatori
Massimo Nava, Editorialista del Corriere della Sera;
Davide Giacalone, giornalista e Vice Presidente della Fondazione Luigi Einaudi
Andrea Cangini, giornalista e Segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi

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European Youth Parliament a Ragusa: La Fondazione Einaudi sostiene il Parlamento Europeo Giovani – 12 -14 maggio


La Fondazione Luigi Einaudi parteciperà alla Sessione Regionale del Parlamento Europeo Giovani che si terrà a Ragusa dal 12 al 14 maggio. L’evento avrà come protagonisti circa 70 studenti delle scuole superiori della Regione Siciliana e uno staff internaz

La Fondazione Luigi Einaudi parteciperà alla Sessione Regionale del Parlamento Europeo Giovani che si terrà a Ragusa dal 12 al 14 maggio.

L’evento avrà come protagonisti circa 70 studenti delle scuole superiori della Regione Siciliana e uno staff internazionale composto da giovani provenienti da tutta Europa. L’obiettivo è promuovere la cultura delle istituzioni come luogo delle soluzioni, dell’Europa come casa unitaria dei nostri valori, del confronto e della diversità come uniche stelle polari della crescita sociale. Si tratterà di un evento nel quale giovanissimi studenti avranno l’opportunità di assumere nuove competenze vestendo pienamente il ruolo di Europarlamentari e simulando una sessione dell’Europarlamento, crescendo così nella convinzione del rispetto delle posizioni altrui e confrontandosi con tematiche importanti della legislazione europea attinenti ad un più generale tema, il potere del progresso e dell’innovazione.

Le 8 tematiche che verranno affrontate a Ragusa2023 nelle altrettante commissioni saranno legate al più generale tema del potere del progresso e dell’innovazione. La Fondazione Einaudi, oltre a sostenere interamente l’iniziativa con il suo patrocinio e ad essere dunque partner dell’evento, parteciperà ai lavori della Commissione nella persona dell’Avv. Gian Marco Bovenzi, project manager della stessa.

L’evento è articolato in tre fasi principali: nel corso del Teambuilding i ragazzi imparano a conoscere i propri compagni di commissione mediante una serie di giochi e di attività interattive che mirano a rompere il ghiaccio e a creare un forte spirito di gruppo; durante il Committee Work ci si confronta e si riflette su una tematica specifica insieme ai propri compagni di commissione, analizzando i problemi e le sfide ad essa legate per poi proporre soluzioni in merito e giungere alla stesura di una risoluzione scritta; ogni commissione presenta poi le proprie proposte nella parte conclusiva della sessione, l‘Assemblea Generale. Dopo una fase di dibattito durante la quale i delegati possono sollevare punti dal posto o tenere discorsi al podio, ogni risoluzione viene messa ai voti.

Per scaricare il pdf del programma clicca sul link: Scheda Progetto Ragusa2023

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La grande coalizione che servirebbe all’Europa


Servirebbe all’Europa una «grande coalizione»? Sì, servirebbe anche se è difficile che possa nascere. Non è tuttavia un esercizio futile immaginare un tale scenario. Può aiutare a capire meglio le difficoltà del presente. Ma occorre una premessa. Contrari

Servirebbe all’Europa una «grande coalizione»? Sì, servirebbe anche se è difficile che possa nascere. Non è tuttavia un esercizio futile immaginare un tale scenario. Può aiutare a capire meglio le difficoltà del presente. Ma occorre una premessa. Contrariamente a ciò che pensano i true believers , i veri credenti, ossia i faziosi di destra e di sinistra , quelle cose lì — destra e sinistra — contengono di tutto. Chi ha a cuore la democrazia liberale può constatare, dal suo punto di vista, quanto segue: in entrambi i contenitori (destra e sinistra) sono contemporaneamente presenti pessime idee e pessimi propositi, idee e propositi così così, buone idee e buoni propositi. Le grandi coalizioni funzionano (ma ci riescono raramente) quando i difetti dell’una e dell’altra parte si neutralizzano a vicenda. Soprattutto, possono avere successo se vengono emarginate le componenti massimaliste di entrambe.

Perché all’Europa servirebbe una grande coalizione? Per la stessa ragione per cui, di tanto in tanto, si formano grandi coalizioni entro i sistemi democratici nazionali: per fronteggiare condizioni di emergenza. Ci sono minacce che incombono sull’insieme dei cittadini europei. Anche se la percezione di quanto queste minacce siano gravi non sembra essere ancora sufficientemente diffusa. Si dice: l’invasione russa dell’Ucraina ha cambiato il mondo che conoscevamo. Ma quanti fra coloro che lo dicono hanno anche capito che se è cambiato il mondo intorno a noi, dobbiamo cambiare anche noi? È chiaro quale sia il retro-pensiero di molti: dopo che la guerra in Ucraina sarà finita (nel migliore dei casi con una sconfitta russa, nel peggiore con un cessate il fuoco sine die tipo conclusione della guerra di Corea) si tornerà
al mondo pacifico di prima. Ma non è così. Comunque finisca la vicenda ucraina, l’Europa, non per sua volontà, è passata, per restarci, da una condizione di pace a una di non-pace. Con rischi di guerra «calda» sempre in agguato. Significa che la minaccia e le pressioni della potenza euroasiatica (la Russia) sull’Europa non cesseranno.

Si pensi anche al movimento a tenaglia, alla minaccia russa dal Sud. Gli attuali scontri in Sudan sono alimentati dalla Wagner, braccio armato della Russia in Africa e in Medio Oriente (non solo in Ucraina). La pressione russa sull’Europa arriva dall’Est ma arriverà presto anche dal Sud. Ci sono in gioco, oltre che il controllo del Mediterraneo, anche quello di materie prime, opportunità di mercato, risorse energetiche. Per non parlare del fatto che una Russia insediata in luoghi strategici dell’Africa, del Medio e Vicino Oriente può ricattare e destabilizzare l’Europa mediante la gestione politica dei flussi migratori. E c’è naturalmente la Cina, con la sua potenza economica, e ormai anche militare, decisa quanto il suo alleato russo (ma con molte più risorse e capacità) a indebolire e a disarticolare il mondo occidentale, Europa in testa. Come ha osservato Sergio Fabbrini ( Il Sole 24ore , 10 aprile), commentando il viaggio in Cina di Macron, ai cinesi conviene trattare, come fanno, con le piccole nazioni europee singolarmente prese, sfruttando le nostre fragilità, piuttosto che con la Commissione europea. La Cina, inoltre, vuole fare di tutto per accelerare il ridimensionamento della potenza internazionale degli Stati Uniti. Lo ha osservato Danilo Taino (Corriere , 17 aprile). Gli europei antiamericani se ne rallegrano ma se quel ridimensionamento ci sarà, un’Europa divisa e quindi debole, cadendo sotto l’influenza di potenze autoritarie, cesserà prima o poi di essere democratica.

Una grande coalizione, eliminati da una parte e dall’altra gli incompatibili, a cominciare dai putiniani e cripto-putiniani di destra e di sinistra, potrebbe affrontare alcuni dei più gravi problemi che ha l’Europa. A cominciare dalla questione della sicurezza. Una compresenza, nel governo dell’Europa, di forze, di sinistra e di destra, consapevoli che il possesso di mezzi coercitivi (la forza militare) è necessario per garantire la sicurezza europea, potrebbe fare passi significativi in materia di difesa comune mantenendo contemporaneamente intatti i legami atlantici, l’alleanza politica e militare con gli Stati Uniti: difesa europea sì, terza forza fra Stati Uniti e Cina, spezzando in due il campo democratico, no. Checché ne dica Macron. Per inciso, non è possibile pensare realisticamente alla sicurezza europea se non si recupera, quanto meno in materia di difesa, la Gran Bretagna. Perché ci serve la sua forza militare e perché la presenza britannica è necessaria per bilanciare e, possibilmente, neutralizzare, i ricorrenti pruriti neogollisti della Francia.

Il richiamo al caso britannico serve anche per un’altra ragione. Brexit è stata soprattutto il frutto di una rivincita dell’insularità rispetto al continente. Ma al di là di ciò, molte delle critiche che i britannici rivolgevano all’Unione, quando ne facevano parte, non erano campate in aria. Quelle critiche venivano sempre bollate come frutto dell’«euroscetticismo»: qualche volta lo erano ma altre volte erano invece espressione di un disagio, squisitamente liberale, davanti all’eccesso di dirigismo che caratterizzale istituzioni europee. Se in una grande coalizione fossero presenti forze che condividono alcune di quelle critiche, forse le istituzioni europee, alla lunga, ne trarrebbero giovamento.

Da ultimo pensiamo al tema delle migrazioni. Una grande coalizione potrebbe mettere fuori gioco gli opposti estremismi (in Italia essi si manifestano, per così dire, in purezza): le pulsioni xenofobe di certa destra («Chiudiamo le porte ai barbari») e quelle evangelico-terzomondiste di certa sinistra («Sono loro i più deboli. Vanno accolti tutti»). Serve un punto di equilibrio. Una gestione realistica dei flussi (a livello europeo, come tanti invocano) non è possibile se gli opposti estremismi non vengono neutralizzati.

Sappiamo che il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni spera, dopo le prossime elezioni europee, di ottenere un ribaltamento delle alleanze, fare nascere una intesa fra popolari e conservatori nel Parlamento di Strasburgo. Sia o no realistico tale disegno non è comunque ciò a cui si riferisce lo scenario ipotizzato. Qualcuno può dire che qui si immagina, su scala europea, una sorta di «agenda Draghi». Nessuno ha mai capito cosa fosse la suddetta agenda. Però in politica c’è sempre bisogno di parole d’ordine e slogan. E dunque perché no?

Corriere della Sera

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GiustaMente


Due questioni di giustizia occupano le cronache: l’ipotesi di una revisione processuale per gli ergastolani della strage di Erba e la fuga di un detenuto in procinto d’essere estradato. Sono casi diversi, ma che hanno in comune la distrazione dal nocciolo

Due questioni di giustizia occupano le cronache: l’ipotesi di una revisione processuale per gli ergastolani della strage di Erba e la fuga di un detenuto in procinto d’essere estradato. Sono casi diversi, ma che hanno in comune la distrazione dal nocciolo del problema. Che è grave e pericoloso.

Due coniugi, Rosa Bazzi e Olindo Romano, sono condannati all’ergastolo, con tre sentenze conformi, per avere ucciso quattro persone e ferito gravemente una quinta l’11 dicembre del 2006. Un sostituto procuratore generale, presso il Tribunale di Milano, chiede ora che il processo sia rivisto, ritenendo innocenti i condannati. C’è chi sostiene di averlo sempre detto e chi (“Le Iene”) ne ha recentemente fatto oggetto di trasmissioni televisive con analoga finalità: sostenere che sono innocenti. Tutto legittimo. Ma, ove mai la richiesta venga accolta, il processo si rifarà in tribunale e non in televisione, sulla stampa o al bar. Capisco che tutto faccia spettacolo, purché sia chiaro che quello cui assistiamo è solo spettacolo. La questione è tutt’altra e anche gravida di dolorose conseguenze.

Fra le ragioni che il sostituto procuratore generale adduce, oltre a una diversa valutazione di prove e testimonianze, vi è un preciso e gravissimo rilievo. Leggo che considera «indotte, con modalità che definire poco ortodosse è fare esercizio di eufemismo, le “confessioni”, trattate invece alla stregua di prove regine». E aggiunge: «certo è che i due sono soggetti a qualche “manipolazione” da parte dei Carabinieri». Ed è qui che si apre una voragine, perché sotto processo deve finire qualche magistrato o responsabile dell’Arma.

Nessuno di noi crede che in tribunale possa agguantarsi una verità assoluta e non smentibile, sappiamo bene che l’errore non è mai cancellabile. Ma ritenere che dei collegi giudicanti considerino «prove regine» delle confessioni è come dare loro degli incapaci, se non analfabeti del diritto. Ritenere che le indagini abbiano indotto o coartato gli indagati a confessare quel che non hanno commesso è ipotizzare un reato in capo a chi interrogava, sia nel caso della polizia giudiziaria che del pubblico ministero responsabile delle indagini. Affermare che i Carabinieri possano «manipolare» gli indagati è immaginare loro come violatori della legge e il pm come loro complice o incapace di accorgersene. Fine. È questo il problema: qualcuno deve rispondere di quel che successe o di quel che sta accadendo, perché gli uni o l’altro stanno facendo il possibile per togliere credibilità e affidabilità alla pur fallace giustizia.

L’altro è il caso di Artem Uss, cittadino russo, tratto in arresto all’aeroporto perché ricercato negli Stati Uniti quale trafficante e complice degli aggiramenti delle sanzioni alla Russia. Dopo più di un mese in carcere, i giudici assegnano ai domiciliari la custodia cautelare, con braccialetto elettronico. Uss si libera del braccialetto e se ne va. Il ministro della Giustizia invia gli ispettori al Tribunale di Milano e la presidente del Consiglio considera dubbie le motivazioni dei domiciliari. Errori a catena.

I giudici devono restare liberi di sentenziare quel che credono e, semmai, la responsabilità dev’essere fatta valere ove sia il procedimento stesso a smentirli, non il potere esecutivo. I giudici non si occupano della sicurezza nazionale o di rapporti internazionali, ma della responsabilità penale, che è personale. Se Uss era da sorvegliare (e lo era) potevano circondare la casa con l’esercito o potevano chiedere ai servizi di sicurezza (che sostengono di nulla sapere!!), non sindacare i giudici. In ogni caso, una volta scappato, sia lui che il padre hanno tenuto a ringraziare gli «amici italiani» che lo hanno aiutato. Questa non è cortesia ma il manifestarsi di un ricatto attivo, teso a far sapere che potrebbero uscire i nomi degli «amici», veri o inventati. Quindi ci si preoccupi di quel che sarà fatto (o non fatto) per evitarlo. E si usi la mente nel parlare di giustizia.

LA RAGIONE

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Scorpio in Orbita. Così Elettronica raggiunge lo Spazio


Elettronica raggiunge lo spazio e porta l’electronic Intelligence in orbita. La società italiana specializzata nel campo di soluzioni tecnologiche per la difesa elettronica ha lanciato per la prima volta un suo payload oltre l’atmosfera. Si tratta del sis

Elettronica raggiunge lo spazio e porta l’electronic Intelligence in orbita. La società italiana specializzata nel campo di soluzioni tecnologiche per la difesa elettronica ha lanciato per la prima volta un suo payload oltre l’atmosfera. Si tratta del sistema Scorpio, uno strumento per la raccolta di informazioni attraverso lo spettro elettromagnetico, che ha raggiunto l’orbita a bordo di un Falcon 9 di SpaceX, partito dalla stazione spaziale di Vandenberg, in California. Il lancio rientra nel piano strategico della società chiamato Tenet, che definisce gli obiettivi e le risorse che servono per un rafforzamento della propria posizione di leadership basandosi su un modello di crescita orientato all’innovazione e d all’espansione in nuove aree geografiche e che include proprio la Space electronic warfare (Space Ew) tra i suoi ambiti di crescita.

La missione di Scorpio

Il lancio di Scorpio è avvenuto grazie alla collaborazione tra Elettronica e la società italiana D-Orbit, azienda di tecnologia e logistica spaziale in stile Silicon Valley fondata nel marzo 2011 quotata al Nasdaq, che ha messo a disposizione un satellite taxi che ha messo in orbita bassa (Leo) lo strumento Scorpio. Il nuovo sistema svolge attività di electronic Intelligence e consente di intercettare, identificare e localizzare sorgenti elettromagnetiche terrestri (segnali Rf) dallo Spazio, sfruttando algoritmi di intelligenza artificiale per l’elaborazione e la classificazione delle informazioni. Nello specifico questa prima missione avrà l’obiettivo di raccogliere dati non classificati osservati sulla Terra.

Elettronica in orbita

Con questo lancio Elettronica espande le proprie competenze al servizio di un ulteriore dominio operativo, quello spaziale, che si aggiunge agli altri quattro in cui è già presente con i propri sistemi di difesa: aereo, terrestre, marittimo e cyber. I sistemi sviluppati nell’ambito Space Ew si avvarranno delle competenze già acquisite nel cyber-space e saranno integrate per la protezione e il contrasto dalle minacce cibernetiche. “Siamo molto orgogliosi del nostro approdo a questo nuovo dominio” ha commentato Enzo Benigni, presidente e ceo di Elt, aggiungendo che “la particolare esperienza che deriva dall’applicazione delle competenze nel settore Emso nel dominio spaziale rappresenta oggi una risorsa strategica per la sovranità tecnologica dell’Italia in un ambito e un settore sempre più cruciale per la difesa e la sicurezza anche in ambito civile”.


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Export armi agli Emirati Arabi Uniti. Il governo fa cadere il divieto


Cade il divieto di export di armi negli Emirati Arabi Uniti. Lo ha deciso il governo di Giorgia Meloni, che ha dato attuazione a una decisione presa dal precedente esecutivo guidato da Mario Draghi. “Il 5 agosto 2021, il Consiglio dei ministri ha avuto co

Cade il divieto di export di armi negli Emirati Arabi Uniti. Lo ha deciso il governo di Giorgia Meloni, che ha dato attuazione a una decisione presa dal precedente esecutivo guidato da Mario Draghi.

“Il 5 agosto 2021, il Consiglio dei ministri ha avuto conferma dall’allora Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, d’intesa con il Parlamento, dopo un’indagine conoscitiva della Commissione affari esteri e comunitari della Camera, del fatto che l’impegno militare degli Emirati Arabi Uniti in Yemen era cessato. In seguito, lo scenario ha continuato a evolversi positivamente: da aprile 2022 le attività militari in Yemen sono rallentate e circoscritte e l’attività diplomatica ha avuto una importante accelerazione”.

“L’impegno degli Emirati Arabi Uniti con altri attori regionali ha fatto progressi”, spiega la nota post Consiglio dei ministri. “Tra il 2015 e il 2021 gli Emirati hanno stanziato 5,5 miliardi di euro per la stabilizzazione e ricostruzione dello Yemen, impegno che è continuato nel 2022 con 500 milioni di euro e ancora nel novembre scorso, con Fondo monetario internazionale e Arab Monetary Fund, con un impegno di 1,5 miliardi di dollari in tre anni”, si legge ancora.

È alla luce di questi “nuovi elementi” che “il Consiglio dei ministri oggi, dopo aver ascoltato una dettagliata relazione del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, ha dato attuazione a quanto stabilito dal precedente Governo, e dunque attesta che l’esportazione di materiale d’armamento negli Emirati Arabi Uniti non ricade più tra i divieti stabiliti dall’art. 1, commi 5 e 6, della legge 9 luglio 1990, n. 185”.

A inizio marzo, Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, aveva fatto visita negli Emirati Arabi Uniti. Una vista che “segue da vicino la recente visita del ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, ad Abu Dhabi, che potrebbe indicare un focus sul rinvigorimento della cooperazione in difesa e sicurezza, compresa la vendita di armi”, spiegava Ebtesam al-Ketbi, presidente e fondatrice dell’Emirates Policy Center, a Formiche.net. “Ciò suggerisce”, aggiunga allora, “una nuova pagina nel rapporto tra i due Paesi che ha superato la spaccatura nel rapporto tra i due Paesi nel 2021”.


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Presentazione del libro “Non diamoci del Tu – La separazione delle carriere” – 20 aprile 2023, Tivoli


Aula Magna del Convitto Nazionale Amedeo di Savoia Saluti iniziali ELIANA LELLI, Presidente Consiglio Ordine Avvocati di Tivoli NICOLA DI GRAZIA, Presidente Sezione Penale del Tribunale Tivoli GIUSEPPE PROIETTI, Sindaco del Comune di Tivoli Introducono MO

Aula Magna del Convitto Nazionale Amedeo di Savoia

Saluti iniziali
ELIANA LELLI, Presidente Consiglio Ordine Avvocati di Tivoli
NICOLA DI GRAZIA, Presidente Sezione Penale del Tribunale Tivoli
GIUSEPPE PROIETTI, Sindaco del Comune di Tivoli

Introducono
MONICA ROSSI, Avvocato
VALTER CARA, Avvocato
FRANCESCO FRATINI, Avvocato

Intervengono
ALESSANDRO PALOMBI, Membro della II Commissione Giustizia
ENRICO COSTA, Membro della II Commissione Giustizia
FABIO FERRARA, Presidente Camera Penale di Palermo
FRANCESCO PETRELLI, Direttore Rivista UCPI DIRITTO DI DIFESA
BENIAMINO MIGLIUCCI, Presidente della Fondazione UCPI

Modera
FABIO FRATTINI, Presidente Camera Penale di Tivoli

Sarà presente l’autore

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Il complottista che è in noi e i modesti margini per il realismo liberale


Il 32% degli italiani è convinto che l’attentato alle Torri gemelle sia stato organizzato dagli stessi americani, il 29% ritiene che la missione Apollo 11 fosse una fake news e che l’uomo non sia mai sbarcato sulla luna, il 17% considera “plausibile” che

Il 32% degli italiani è convinto che l’attentato alle Torri gemelle sia stato organizzato dagli stessi americani, il 29% ritiene che la missione Apollo 11 fosse una fake news e che l’uomo non sia mai sbarcato sulla luna, il 17% considera “plausibile” che l’Olocausto non sia avvenuto, il 25% ritiene che i vaccini siano uno strumento per controllare i popoli attraverso il 5G (?), il 15% pensa che “probabilmente” la terra non sia sferica ma piatta… Questi, tra gli altri, i risultati di un recente sondaggio di Swg. Ce n’è abbastanza per tirare una conclusione tanto amara quanto liquidatoria: siamo circondati da coglioni ossessionati dai complotti, in media uno su quattro. C’è del vero, naturalmente, ma la questione è leggermente più complessa.

Il problema è che, come ha spiegato con inedita chiarezza ai primi del Novecento lo psicologo delle masse Gustave Le Bon, “la ragione crea la scienza, ma sono i sentimenti a guidare la storia”. E i sentimenti, da sempre più forti della ragione, possono indurci a confutare anche le più acclarate evidenze scientifiche e a rifugiarci nelle tutto sommato rassicuranti teorie del complotto. Rassicuranti perché aiutano a dare un ordine al caos, ad escludere il ruolo spesso determinante del caso, a confermare i nostri più radicati pregiudizi.

Nel pieno della campagna elettorale per le presidenziali del 2004, gli psicologi Drew Westen, Stefan Haman e Clint Kilts selezionarono due gruppi di militanti politici, il primo composto da 15 democratici convinti, il secondo da altrettanti non meno convinti repubblicani. Collegarono ciascuno di loro ad una macchina che attraverso la risonanza magnetica ne verificava le reazioni cerebrali e gli sottoposero una serie di affermazioni in video del candidato repubblicano (George W. Bush) e di quello democratico (John Kerry), molte delle quali denunciavano evidenti contraddizioni. Come sospettavano, la stragrande maggioranza dei militanti democratici percepì nitidamente le contraddizioni di Bush, mentre non avvertì affatto quelle di Kerry. E viceversa. Questo per dire quanto contino i pregiudizi e quanto (poco) conti l’evidenza dei fatti. Dunque, quanto sia tutto sommato naturale avere un approccio complottista ai grandi accadimenti della Storia.

Osservò Umberto Eco che “la psicologia del complotto nasce dal fatto che le spiegazioni più evidenti di molti fatti preoccupanti non ci soddisfano, e spesso non ci soddisfano perché ci fa male accettarle”. Meglio, allora, inventarsi una realtà parallela. Meglio anche perché, proseguiva Eco, “l’interpretazione sospettosa ci assolve dalle nostre responsabilità” e, come ha osservato il politologo Angelo Panebianco, ci evita la fatica di cimentarci con la “complessità della storia”.

Un tempo, era la religione ad assolvere a questo disperato ed arciumano bisogno di spiegazioni ultime e trascendenti. Ma Dio è morto, e, come ammoniva il grande storico delle religioni Mircea Eliade, “l’alternativa alla religione non è il trionfo della Dea Ragione, ma della superstizione”. E vai, dunque, col terrapiattismo…

Il resto, è noto, lo fanno i social. I social dove, come lamentava Eco, ogni assurdità complottista trova oggi la propria rassicurante community. I social dove, come ha certificato il Mit di Boston, le notizie false si diffondo sei volte più velocemente delle notizie vere.

Ecco dunque sommariamente spiegato cosa si celi dietro gli allucinanti dati Swg. Ed ecco spiegato perché in politica trionfi la demagogia e fatichi ad affermarsi quell’approccio realista e competente tipico del metodo liberale.

Huffington Post

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Pierre Schoendoerffer – La 317a Sessione


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RiStabilità


Il Patto di stabilità e crescita, che contiene le regole di bilancio cui i Paesi dell’Unione europea devono attenersi, è stato sospeso durante l’emergenza pandemica e tornerà in vigore una volta iniziato il 2024. Sul punto c’è un equivoco: è stato sospeso

Il Patto di stabilità e crescita, che contiene le regole di bilancio cui i Paesi dell’Unione europea devono attenersi, è stato sospeso durante l’emergenza pandemica e tornerà in vigore una volta iniziato il 2024. Sul punto c’è un equivoco: è stato sospeso il Patto, mica la realtà. La prima cosa è alla portata dei governi, la seconda no. In emergenza si è potuto spendere di più, accrescendo deficit e debito, senza incorrere in vincoli interni, ma quei vincoli mica erano stati elaborati per la gioia di coltivare bonsai economici, bensì per evitare che deficit e debiti eccessivi squilibrino il mercato interno e sfondino le dighe che difendono dalle alluvioni speculative. Quindi il Patto era sospeso, ma i problemi e i costi dei debiti crescenti sono lì a ricordarci il peso della realtà.

Analogo effetto hanno le richieste di questa o quella spesa, sempre nobilmente indirizzata (da ultimo quella relativa agli aiuti all’Ucraina), in “deroga” al Patto: evita la contestazione dell’ufficio, ma non evita per nulla la conseguenza sul bilancio e sugli acquirenti di debito.

Lo scorso 14 marzo l’Ecofin, ovvero l’insieme dei ministri dell’economia e delle finanze dei Paesi Ue, ha proseguito l’esame della proposta fatta dalla Commissione europea, circa la riforma del Patto. In brutale sintesi, la Commissione propone che i Paesi che si trovano con un eccesso di deficit o debito o di entrambi negozino, ciascuno a partire dalle proprie condizioni, con la Commissione stessa il percorso di rientro. In tale negoziato su misura c’è una coda velenosa: si terrà conto della sostenibilità di ciascun debito, segnalandone la pericolosità al mercato. L’alternativa, se la riforma non si facesse, sarebbe vedere tornare in vigore il vecchio trattato, con meccanismi automatici di riequilibrio. Questo è il punto importante, che serve a capire il seguito: non è che quei meccanismi non abbiano funzionato, è che non sono stati applicati pienamente, bensì solo a spizzichi e bocconi. Tanto che il ministro dell’economia tedesca, il liberale Christian Lindner sostiene: <<Inutile avere regole che sono soggette alla discrezionalità politica e alla fine non funzionano mai>>. Difficile dargli torto.

Dopo quella riunione la Germania ha diffuso un proprio “non paper”, una riflessione informale, in cui sostiene che passi pure per la negoziabilità proposta dalla Commissione, ma se poi non funziona si passa alla garanzia di un sistema automatico, con una riduzione obbligatoria proporzionale allo squilibrio del debito, fino all’1% annuo del prodotto interno lordo.

L’Italia si trova fra questi scogli: la proposta della Commissione porterebbe ad una indicazione di pericolo per il nostro debito, quella tedesca all’automaticità della sua riduzione. E nella misura massima, visto che il Fondo monetario internazionale ha provveduto a ricordare che, nel mondo sviluppato, il nostro debito è secondo solo a quello del Giappone, ma con una condizione interna assai diversa (colà altro che pensionati che neanche hanno 60 anni!). Che intendiamo fare? Se la sinistra non fosse impegnata a convincere sé stessa d’essere de sinistra e i terzopolisti a scannarsi e mettere in fuga gli elettori, proverebbero a incalzare il governo su questo tema.

Aumentare il debito è bello nell’immediato e molto doloroso nel futuro subito successivo, dimostra sovranità nazionale nello svendere sovranità nazionale. Il debito toglie libertà. Diminuire il debito è doloroso nell’immediato e un sollievo subito dopo, riconquistando sovranità e libertà. Un governo che pensasse di durare non avrebbe dubbi e scegliere la riduzione. Chi pensa di cadere sceglie l’indebitamento. Chi non sceglie si barcamena nell’inutilità.

Una cosa è sicura: se non si sarà capaci di usare i fondi europei e si penserà di tenere in ostaggio gli altri immobilizzandoli sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes), i due scogli si stringeranno e si dovrà chiedere a Schettino l’effetto che fa. A quel punto il Patto sarà difficile, ma la stabilità ancora di più.

La Ragione

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Caso uranio impoverito, il punto del generale Tricarico


Una conversazione “franca e sincera” – come si suole dire quando ci si confronta senza risparmio di colpi – con un giornalista che si occupa di uranio impoverito mi ha convinto che sull’argomento non si possono spegnere i riflettori, pena che si radichi c

Una conversazione “franca e sincera” – come si suole dire quando ci si confronta senza risparmio di colpi – con un giornalista che si occupa di uranio impoverito mi ha convinto che sull’argomento non si possono spegnere i riflettori, pena che si radichi come verità, nel sentire comune, quella di un’informazione allarmistica, ma scientificamente e storicamente poco rigorosa nel denunciare l’esistenza di un pericolo sostanzialmente inesistente per i militari italiani impiegati nelle missioni all’estero.

La prima motivazione addotta dal mio interlocutore per sostanziare le sue convinzioni è che sull’argomento esiste ormai una “giurisprudenza radicata e consolidata”. Peccato che una semplice verifica gli avrebbe invece consentito di appurare l’esatto contrario. La giustizia sull’argomento si è letteralmente spaccata in due; su oltre cento contenziosi ad oggi andati a giudizio, oltre la metà ha visto soccombere i ricorrenti ed esonerare l’amministrazione da qualunque responsabilità per l’insorgere di patologie tumorali attribuibili all’uranio impoverito.

Inoltre, ci sono oltre un centinaio di altre istanze pendenti in attesa di sentenza presso Tar, corti d’appello, Cassazione, tribunali civili e Consiglio di Stato. A completare il quadro del contenzioso, si registrano oltre trecento istanze stragiudiziali in corso di definizione. Se a tutto ciò si aggiungono le richieste di riconoscimento delle patologie come dipendenti da causa di servizio avanzate all’amministrazione della Difesa, le cifre lievitano a dismisura raggiungendo l’ordine delle migliaia.

Una situazione francamente meritevole di maggior attenzione da parte di chi detiene i poteri di controllo, segnatamente della Corte dei conti, per una verifica approfondita che non si stia sostanziando uno smisurato danno erariale, un fiume di denaro pubblico esborsato dallo Stato a seguito di sentenze non confortate da verità solide e condivise dal mondo della scienza, quella indipendente ed autorevole.

Sembra quasi una replica di quanto avvenuto per la tragedia di Ustica del 1980, quando il DC9 Itavia precipitò a causa di una bomba a bordo ed i giudici dei tribunali civili condannarono lo Stato italiano a risarcire con diverse centinaia di milioni di euro gli aventi titolo per un fatto mai avvenuto, un missile inesistente sparato contro il velivolo civile.

Tornando all’uranio impoverito, l’unico assunto certo e verificabile è che nessuno studio condotto da istituti prestigiosi e indipendenti e commissionato da istituzioni nazionali e sovranazionali ha mai appurato il nesso di causalità tra esposizione a particolati di uranio impoverito e l’insorgenza di tumori. Anzi, quegli stessi studi hanno ritenuto trascurabile la pericolosità del particolare agente, fissandone una soglia di rischio solo in casi estremi – peraltro altamente improbabili – quali la sopravvivenza in ambienti chiusi colpiti da proiettili di uranio impoverito (gli spazi interni di un veicolo corazzato) o per il personale addetto alla pulizia degli stessi mezzi. In tali casi si è stimato che la probabilità di contrarre un tumore sia il doppio rispetto ad una condizione di normalità.

Se poi si dovesse dar risposta alle legittime perplessità di chi cerca una ragione per la pur rilevante quantità di sentenze favorevoli agli istanti, le motivazioni adducibili sarebbero molteplici, di natura non scientifica, tutte verosimili ma opinabili e che con tale riserva debbono essere prese.

Innanzitutto, potrebbe aver avuto un ruolo non da poco la comprensibile e giustificata indulgenza con cui sia l’amministrazione sia la giustizia hanno accolto le istanze di soggetti affetti da gravi patologie. Di norma tale atteggiamento comprensivo e remissivo è quello che di norma viene usato in risposta a istanti affetti da infermità invalidanti.

Più di un tribunale inoltre non ha tenuto rigoroso conto del parere degli stessi tecnici di ufficio, altre volte invece il pregresso riconoscimento della patologia da parte dell’amministrazione ha costituito per il giudice un precedente significativo per l’accoglimento dell’istanza.

Uguali clemenza e comprensione potrebbero aver guidato l’amministrazione nel predisporre la difesa nei processi per i quali non è dato sapere quanto l’Avvocatura dello Stato sia stata istruita in termini di perentorietà e determinazione con cui affrontare l’accusa.

L’inversione dell’onere della prova infine potrebbe essere stato l’ultimo fattore non secondario che ha agevolato la formazione di sentenze risarcitorie sfavorevoli alla Difesa.

In definitiva, l’auspicio è quello che non sia troppo tardi per una inversione di tendenza nel ristabilimento di una informazione corretta, magari con qualche giornalista che disegni un responsabile e complessivo punto di situazione da cui ripartire, avuto anche riguardo alle non marginali ricadute economiche per le martoriate risorse pubbliche.


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Sistemi di difesa dalla Cina a Prigozhin. Gli Usa sanzionano un’azienda cinese


Il governo statunitense ha imposto nuove sanzioni contro la Russia, e non solo, per l’invasione dell’Ucraina iniziativa il 24 febbraio dell’anno scorso. Nel mirino del dipartimento di Stato e del dipartimento del Tesoro sono finite oltre 120 aziende e ind

Il governo statunitense ha imposto nuove sanzioni contro la Russia, e non solo, per l’invasione dell’Ucraina iniziativa il 24 febbraio dell’anno scorso. Nel mirino del dipartimento di Stato e del dipartimento del Tesoro sono finite oltre 120 aziende e individui in più di 20 Paesi. “Gli effetti delle nostre sanzioni coordinate a livello globale hanno costretto la Federazione Russa a cercare vie alternative per finanziare e alimentare la sua macchina da guerra”, si legge in una nota. “In coordinamento con il Regno Unito, stiamo prendendo di mira la rete di evasione delle sanzioni che sostiene uno dei più ricchi miliardari russi, Alisher Usmanov, sanzionato dagli Stati Uniti lo scorso anno”.

DA PECHINO A WAGNER

Sanzionata anche un’azienda cinese che, spiega Washington, ha fornito immagini satellitari a entità affiliate al gruppo russo di mercenari Wagner fondato da Evgenij Prigožin. Si tratta di King-Pai Technology HK Co., Limited (King-Pai). Già sulla lista nera statunitense da giugno, la società fornisce secondo Washington “sistemi di guida per missili da crociera”, recita un comunicato del Tesoro.

COLPITA ANCHE ROSATOM

Nel mirino sono finite anche persone legate a Rosatom, società statale russa per l’energia atomica. “La Russia utilizza le esportazioni di energia, anche nel settore nucleare, per esercitare pressioni politiche ed economiche sui suoi clienti a livello globale”, si legge nella nota del dipartimento di Stato.


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Caccia del futuro. Il finanziamento di Londra che accelera sul Gcap


Oltre seicento milioni di sterline per il programma del caccia di sesta generazione Gcap. È il finanziamento assegnato alla BAE Systems dal governo britannico per la prossima fase del progetto che vede Londra collaborare con Roma e Tokyo per la realizzazi

Oltre seicento milioni di sterline per il programma del caccia di sesta generazione Gcap. È il finanziamento assegnato alla BAE Systems dal governo britannico per la prossima fase del progetto che vede Londra collaborare con Roma e Tokyo per la realizzazione del velivolo da combattimento del futuro destinato a sostituire i circa novanta caccia F-2 giapponesi e gli oltre duecento Eurofighter di Gran Bretagna e Italia. Secondo il ministero della Difesa britannico, il contratto si concentrerà sullo sviluppo della tecnologia per il jet, aggiungendo che l’investimento fa parte dei due miliardi di sterline stanziati fino al 2025 già impegnati da Westminster prima della collaborazione con Giappone e Italia.

Il finanziamento

Parte dei 656 milioni di sterline aggiudicati da BAE Systems (circa ottocento milioni di euro) andranno a coprire anche il lavoro svolto dai partner britannici del progetto, alcuni dei quali hanno forti legami anche con l’Italia. Oltre a Rolls-Royce Uk, che sta lavorando al motore, partner del progetto sono Leonardo Uk e, per la componente missilistica, Mbda Uk. “La prossima tranche di finanziamenti per il futuro aereo da combattimento – ha commentato il ministro della Difesa britannico Ben Wallace – aiuterà a fondere le tecnologie e le competenze combinate che abbiamo con i nostri partner internazionali – sia in Europa che nel Pacifico – per consegnare questo caccia leader mondiale entro il 2035″.

Il Gcap

Il progetto del Global combat air programme prevede lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo integrato, nel quale la piattaforma principale, l’aereo più propriamente inteso, provvisto di pilota umano, è al centro di una rete di velivoli a pilotaggio remoto con ruoli e compiti diversi, dalla ricognizione, al sostegno al combattimento, controllati dal nodo centrale e inseriti in un ecosistema capace di moltiplicare l’efficacia del sistema stesso. L’intero pacchetto capacitivo è poi inserito all’intero nella dimensione all-domain, in grado cioè di comunicare efficacemente e in tempo reale con gli altri dispositivi militari di terra, mare, aria, spazio e cyber. Questa integrazione consentirà al Tempest di essere fin dalla sua concezione progettato per coordinarsi con tutti gli altri assetti militari schierabili, consentendo ai decisori di possedere un’immagine completa e costantemente aggiornata dell’area di operazioni, con un effetto moltiplicatore delle capacità di analisi dello scenario e sulle opzioni decisionali in risposta al mutare degli eventi.

Il programma congiunto

L’avvio del programma risale a dicembre del 2022, quando i governi di Roma, Londra e Tokyo hanno concordato di sviluppare insieme una piattaforma di combattimento aerea di nuova generazione entro il 2035. Nella nota comune, i capi del governo dei tre Paesi sottolinearono in particolare il rispettivo impegno a sostenere l’ordine internazionale libero e aperto basato sulle regole, a difesa della democrazia, per cui è necessario istituire “forti partenariati di difesa e di sicurezza, sostenuti e rafforzati da una capacità di deterrenza credibile”. Grazie al progetto, Roma, Londra e Tokyo puntano ad accelerare le proprie capacità militari avanzate e il vantaggio tecnologico.

L’acceleratore italiano

Il finanziamento britannico segue di pochi giorni l’iniziativa del ministero della Difesa italiano di lanciare la Gcap acceleration initiative per accelerare lo sviluppo di tecnologie relative al Global combat air programme. Destinato a aziende e centri di ricerca, lo scopo dell’iniziative è raccogliere le migliori proposte volte per la piattaforma Gcap per lavorare insieme a soluzioni innovative che possano essere applicate nel processo di maturazione tecnologica.


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Kimia Zan aveva 26 anni, le hanno sparato in faccia


Si chiama Kimia Zand, ha 26 anni, è una delle migliaia di ragazze coraggiose ad essere scesa in strada per protestare contro il brutale assassinio della ragazza di 22 anni, curda-iraniana, Jîna Emînî, conosciuta con il nome persiano di Mahsa Amini. Le mil

Si chiama Kimia Zand, ha 26 anni, è una delle migliaia di ragazze coraggiose ad essere scesa in strada per protestare contro il brutale assassinio della ragazza di 22 anni, curda-iraniana, Jîna Emînî, conosciuta con il nome persiano di Mahsa Amini. Le milizie dei volontari paramilitari dei Guardiani della rivoluzione islamica, denominate “basij”, le hanno sparato in faccia, accecandole un occhio.

Kimia ha scritto su Instagram: “Non ci siamo prestate ad essere per loro donne esemplari osservanti della cosiddetta moralità islamica. Siamo invece diventate un modello della persistente resistenza al regime iraniano”. Ormai è ampiamente documentato che la Repubblica islamica prende di mira, sistematicamente, gli occhi dei manifestanti. Iran Human Rights, Amnesty international, l’associazione curda per i diritti umani, Hengaw, e tante altre organizzazioni non governative, nei loro report affermano che durante le proteste che hanno avuto luogo dopo la morte di Mahsa Amini, uccisa dalla cosiddetta polizia morale perché non indossava correttamente il velo, un gran numero di manifestanti è stato colpito volontariamente al volto perdendo la vista a uno o a entrambi gli occhi.

I medici affermano che, ad oggi, almeno 580 manifestanti hanno subito gravi lesioni agli occhi solo a Tehran e nel Kurdistan iraniano. Lo scorso dicembre 400 oftalmologi avevano sottoscritto una lettera di protesta, dove descrivevano anche le ferite che erano stati costretti a curare. Recentemente il Guardian aveva pubblicato una radiografia del cranio, ridotto a un colabrodo, di un giovane rimasto cieco dopo essere stato colpito da 18 pallini di colpi di fucili “a pompa” caricati a pallettoni o da pistole da paintball durante le rivolte scoppiate in tutto il paese. Che si tratti di una strategia prestabilita per seminare il terrore tra i dimostranti, appare del tutto evidente per i medici e le organizzazioni umanitarie. Tra le vittime di questa “politica di accecamento”, molte sono giovani donne.

Iran Human Rights (IHR) invita i cittadini in Iran a inviare qualsiasi informazione su chiunque abbia perso la vista per mano delle forze di sicurezza per aiutare a documentare con prove tale orribile pratica affinché i responsabili possano essere chiamati a renderne conto.

Il direttore di IHR, Mahmood Amiry-Moghaddam, ha recentemente dichiarato: “Esporre l’entità dei crimini e documentare le prove sono passi cruciali verso la giustizia che richiede la cooperazione di tutti i cittadini. Il leader della Repubblica islamica, Ali Khamenei, e le forze repressive sotto il suo comando devono sapere che dovranno rispondere di tutti i loro crimini commessi”.

Il New York Times ha pubblicato un rapporto di medici di tre ospedali di Tehran, rispettivamente il Farabi, il Rasoul Akram e il Labafinejad, che hanno curato più di 500 manifestanti con ferite agli occhi. Nella provincia del Kurdistan, sono state curate dai medici almeno 80 persone con analoghe lesioni agli occhi. Nel frattempo, il capo della polizia Hassan Karami ha negato che i manifestanti siano stati presi di mira in parti sensibili del loro corpo, descrivendo le loro azioni di repressione come del tutto “professionali”.

In Iran, ora che in queste ultime settimane è diminuita l’intensità delle proteste di piazza, il regime islamico ha intensificato la repressione nei confronti delle donne, degli studenti e dei giovani curdi e beluci.

Il piano delle autorità iraniane si può riassumere in questa locuzione: “hijab e castità”. La politica repressiva adottata dalla Repubblica islamica ripropone il dualismo dogmatico della sharia: “I cattivi, senza hijab” in contrapposizone con “i buoni, con l’hijab”.

Il presidente del Consiglio islamico, Mohammad Baqer Ghalibaf, ha teorizzato una legge più severa sul codice di abbigliamento rendendo ancora più rigida l’apartheid di genere. L’obiettivo del regime è quello di tenere separate le donne che violano la regola dell’hijab da quelle osservanti. Secondo il nuovo ordinamento introdotto le donne vengono distinte in “positive” (cioè quelle che indossano l’hjiab) e in “negative” quelle che infrangono la norma.

Ghalibaf non ha esplicitato i criteri per valutare queste due categorie di donne; egli sostiene che dovrebbe essere adottato un “approccio positivo” con le donne che sono “accondiscendenti all’uso dell’hijab” e che dovrebbe essere adottato un “approccio negativo” nei confronti delle “donne che infrangono la norma”. Infrangere la norma vuol dire non indossare correttamente l’hijab che dovrebbe coprire interamente la testa e il collo, lasciando scoperti solo gli occhi, il naso e la bocca.

“Una donna con un velo che lascia scoperta parte del capo – sostiene Ghalibaf – è una persona immorale che trasgredisce la regola, che inquina l’ambiente morale e sociale della comunità e che promuove la corruzione sulla terra”.

Il presidente del Consiglio islamico raccomanda di adottare tali restrizioni con urgenza in vista della stagione estiva, altrimenti “si rischia di perdere il controllo sull’imposizione dell’obbligo dell’hijab”.

Dall’inizio della rivoluzione per la liberazione dell’Iran dalla Repubblica islamica, scoppiata il 16 settembre 2022 dopo l’uccisione di Mahsa, un gran numero di donne si rifiuta di indossare l’hijab in pubblico.

Intanto Hossein Jalali, segretario della Commissione culturale dell’assemblea legislativa iraniana, ha annunciato che il piano Ghalibaf chiamato “Castità, hijab e vita casta” ha ricevuto il via libera da parte della Magistratura, delle forze di polizia, del Ministero dell’Interno, della Sicurezza nazionale, del Consiglio per la cultura pubblica e del Consiglio islamico.

Il progetto di legge prevede che sia obbligatorio osservare il rigido codice di abbigliamento nelle automobili, nei treni, negli aerei, nelle metropolitane, nei centri educativi, nelle istituzioni, all’aperto, per le strade, nei parchi di divertimento, negli spazi virtuali, nei centri sportivi, durante le competizioni sportive, nei teatri, nelle fiere, nelle mostre, in tutti gli uffici pubblici e privati inclusi quelli delle organizzazioni non governative.

Secondo questa legge, le donne che non osservano correttamente il codice “hijab e castità” riceveranno un SMS di avviso nel primo richiamo, dopo il secondo richiamo saranno multate e dopo il terzo la multa sarà più pesante e saranno private di ogni servizio sociale con il blocco dei loro conti in banca. La multa per il mancato rispetto dell’hijab obbligatorio ammonta a 3 miliardi di toman.

Inoltre i Ministeri dell’Istruzione e della Scienza hanno annunciato in dichiarazioni separate che le studentesse che non rispettano le “norme e i regolamenti del codice di abbigliamento”, saranno private dei servizi educativi.

Sono già stati chiusi centinaia di uffici di sindacati in diverse regioni dell’Iran dove le donne hanno violato la legge su “castità e hijab”.

Nonostante tutte queste restrizioni, durante le festività del Nowruz (Capodanno iranico) appena trascorso e col Ramadan ancora in corso, giovani donne delle più svariate province dell’Iran hanno messo in atto numerose azioni di disobbedienza civile pubblicando, sui social, loro foto e video a capo scoperto nei luoghi pubblici e turistici, nonché mentre danzavano e cantavano.

“Malvagio Khamenei, ti abbatteremo”, “Abbasso i pasdaran; abbasso i basij”, gridano donne, uomini e bambini delle province del centro e di quelle più remote del paese. Dalla periferia al centro, a mani nude, uniti in una inedita sintonia. Questa è una delle caratteristiche più rivoluzionarie della ribellione dei giovani iraniani.

La Repubblica islamica non può sopportare che improvvisamente le donne sfoggino le loro ciocche al vento. Dopo oltre sei mesi di una coraggiosa lotta a mani nude, al prezzo della vita, ora con la disobbedienza civile e con gesti gioiosi, ironici e densi di simbolismo, le donne per le strade, sui mezzi pubblici, nei parchi, nelle scuole e nei campus universitari, ostentano i loro fluenti capelli, sciolti o a coda di cavallo, legati in crocchia o modellati in bob. “Il velo è solo un simbolo della protesta, dell’oppressione ed è paragonabile al Muro di Berlino”, sono convinte che se lo si abbatte, l’intero sistema della Repubblica islamica crollerà”, è questo il loro grido di libertà al mondo.

L’obbligo del velo è il pilastro più debole su cui si fonda la rigida applicazione delle leggi islamiche che costringono le donne alla segregazione e la polizia morale ha il compito di videosorvegliare l’abbigliamento delle persone e di arrestare coloro che non rispettano il codice prescritto dalle leggi vigenti della sharia.

Il regime teocratico non può rinunciare all’applicazione rigida della norma che segrega le donne confinandole in uno spazio di minorità: considerandole inferiori agli uomini, dunque. Non può sopportare che da oltre sei mesi, per le donne, la questione dell’hijab sia un capitolo chiuso, perché con questa rivoluzione le ragazze hanno di fatto già abolito l’obbligo di indossarlo. Le autorità iraniane non riescono più a far rispettare l’odioso codice di abbigliamento e ricorrono dunque all’inasprimento della legge e al terrorismo. La cosiddetta polizia morale continua a terrorizzare e a tormentare le donne di qualsiasi età, anche le bambine di nove anni.

In queste ore, nelle scuole di Tehran si registrano ancora attacchi chimici.

Nel Liceo femminile “Mahdieh” è stato liberato nelle aule un gas tossico e diverse studentesse si sono sentite male e sono state trasportate in ospedale. Lo stesso è accaduto nel Liceo di Naqadeh. E da circa cinque mesi che sono in atto veri e propri attacchi con avvelenamento da agenti nervini. Oltre 800 le ragazze senza velo di 120 scuole dell’Iran hanno accusato sintomi da avvelenamento respiratorio. Almeno tre adolescenti sono morte. Le famiglie vengono minacciate e ad esse viene intimato il silenzio!

Il movimento giovanile di protesta accusa il regime della Repubblica islamica di volersi vendicare del coraggioso attivismo delle donne che hanno generato un moto di ribellione nonviolenta che sta scardinando le fondamenta ideologiche su cui si basa la teocrazia.

Dietro questi crimini contro l’umanità vi è la mano del regime che avrebbe incaricato gruppi di estremisti religiosi di mettere in atto tali azioni terroristiche nei confronti delle studentesse che si oppongono all’obbligo dell’hijab per escluderle dalle scuole e tenere dunque lontane dall’istruzione pubblica le alunne senza velo che hanno di fatto abbattuto l’apartheid di genere in Iran. Il gruppo estremista di Hamian-e Velayat è l’organizzazione sciita che starebbe dietro queste azioni terroristiche nelle scuole del paese. In passato tale formazione religiosa aveva lanciato attacchi contro i derwishi. Hamian-e Velayat è molto legata al figlio della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, e ai pasdaran. L’obiettivo della parte più radicale del regime, infatti, sarebbe quello di terrorizzare la popolazione.

Un agente organofosfato viene liberato nelle aule di licei femminili provocando forte sudorazione, eccesso di salivazione, vomito, ipermotilità intestinale, perdita momentanea della vista, difficoltà respiratorie e paralisi, fino all’esito della morte. Tali sintomi si possono presentare anche a distanza di due settimane.

In questi ultimi giorni si sono registrati numerosi arresti di adolescenti che non indossavano l’hijab nei negozi e nei centri commerciali. A Isfahan quaranta negozi sarebbero stati chiusi perché il personale non indossava il velo. A Shandiz, nel nordovest dell’Iran, un agente delle forze volontarie paramilitari “basij” delle Guardie rivoluzionarie in borghese ha aggredito in un negozio di alimentari due donne senza l’hijab, rovesciando loro addosso un secchiello di yogurt.

“Fare il bene e proibire il male”, è il principio filosofico della Repubblica islamica. Il regime ha a lungo promosso la legge sul velo come simbolo del suo successo nell’istituzione della Repubblica islamica. La legge iraniana sull’hijab impone alle donne e alle ragazze di età superiore ai 9 anni di coprirsi i capelli e di nascondere le curve del proprio corpo sotto abiti lunghi e larghi. Nell’agosto del 2021 il presidente Ebrahim Raisi aveva inasprito la legge sull’hijab, imponendo un codice di abbigliamento più rigido e accaniti pedinamenti per farlo rispettare. La polizia morale aveva installato telecamere di videosorveglianza nei pressi di scuole, università e uffici e ad ogni angolo di piazze e strade. Ora le telecamere sono presenti anche nelle aule delle scuole di ogni ordine e grado.

Molte donne aderiscono ancora a questa regola, alcune per scelta e altre per paura. I video del Gran bazar nel centro della capitale Tehran, ad esempio, mostrano che la maggior parte delle donne si coprono i capelli.

Ma i video di parchi, caffè, ristoranti e centri commerciali, luoghi frequentati da donne giovani, mostrano che quasi tutte sono a capo scoperto. Non indossano più l’hijab le celebrità dell’arte, dello spettacolo e le atlete. “L’era dell’hijab forzato è ormai finita in Iran”, gridano le ragazze nelle piazze e nelle strade.

“I foulard torneranno sulle teste delle donne”, è la risposta del deputato Hossein Jalali ai media iraniani.

Ma ora la sfida tra il regime e i giovani è più che mai aperta e il dissenso nella nuova generazione rimane troppo diffuso per essere contenuto e troppo pervasivo perché vi sia un ritorno al rispetto del codice di abbigliamento, affermano le attiviste per i diritti umani.

Le donne con la disobbedienza civile stanno trasformando i loro foulard nell’arma più efficace e più potente contro la dittatura religiosa e gli strati profondi di misoginia e patriarcato della Repubblica islamica.

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Mare aperto. Ecco la più grande esercitazione della Marina


Dal mar Adriatico al Tirreno, passando per il mar Ionio e lo Stretto di Sicilia, navigando non solo per l’alto mare ma anche le zone costiere, i territori circostanti e gli spazi aerei. Queste le dimensioni che saranno teatro dell’edizione 2023 dell’eserc

Dal mar Adriatico al Tirreno, passando per il mar Ionio e lo Stretto di Sicilia, navigando non solo per l’alto mare ma anche le zone costiere, i territori circostanti e gli spazi aerei. Queste le dimensioni che saranno teatro dell’edizione 2023 dell’esercitazione Mare aperto, il principale ciclo addestrativo della Marina militare organizzato dal Comando in capo della Squadra navale. L’esercitazione impegnerà a bordo personale sia militare sia civile proveniente da 23 nazionali diverse fino al 6 maggio e permetterà di sviluppare lo scenario addestrativo in un contesto multidimensionale.

La missione

L’esercitazione permetterà di sviluppare un contesto multi-dominio grazie al coinvolgimento di assetti aerei, terrestri e sottomarini, interconnessi grazie ad un complesso sistema di reti supportato dai domini spaziali e cyber. Proprio il contesto cibernetico sarà al centro di un’attività addestrativa apposita denominata Chironex 23-1. “Metteremo alla prova il nostro Strumento Marittimo per verificarne prontezza, efficienza, proiettabilità, sostenibilità nel lungo periodo, bilanciamento, interoperabilità e capacità di generare effetti multi-dominio a livello strategico, operativo e tattico” ha detto l’ammiraglio Aurelio De Carolis, comandante in capo della Squadra navale. Le forze in campo prenderanno parte a simulazioni ad alto realismo contro minacce convenzionali e asimmetriche, raid su siti costieri d’interesse, esercitazioni di sicurezza marittima, controllo e bonifica dei fondali, prevenzione e contrasto di traffici illeciti.

Le forze in campo

L’esercitazione vedrà impegnati per le prossime settimane circa seimila militari provenienti da dodici Paesi Nato e undici Paesi partner, sotto la guida degli staff delle diverse Divisioni navali, della Brigata marina San Marco e dei comandi delle componenti specialistiche della Marina. Saranno operative anche 41 unità tra navi e sommergibili, oltre che aerei ed elicotteri dell’Aviazione navale, reparti anfibi del San Marco, incursori e subacquei del Comsubin, mezzi della Guardia costiera/Corpo delle Capitanerie di porto. Saranno inoltre coinvolti anche mezzi e personale di Esercito, Aeronautica, Carabinieri e Guardia di Finanza. In aggiunta, gli F-35B, la versione a decollo e atterraggio verticale, opererà da nave Cavour nell’ambito di cicli di volo giornalieri programmati dalla cellula di coordinamento delle operazioni aeree in mare.

Il personale civile

A fianco dello staff militare imbarcato e pienamente integrati con esso, ci saranno anche settanta universitari, tra studenti e docenti accompagnatori. Tra i quattordici atenei coinvolti troviamo le università di Bari, di Bologna, di Genova, la statale, la Cattolica, il Politecnico e la Iulm di Milano, la Federico II di Napoli, la Sant’Anna di Pisa, La Sapienza e la Luiss di Roma, l’università per Stranieri di Siena, e le università di Trieste e della Tuscia. Il coinvolgimento di universitari a bordo delle unità della Squadra navale non solo rappresenta una grande opportunità per gli studenti di arricchire il proprio percorso di studi, ma sottolinea anche l’importanza della formazione universitaria in quanto elemento strategico per la cultura nazionale della Difesa e della marittimità. Tra le file del personale civile a bordo della missione si trovano anche rappresentanti del Centro Studi Internazionali (CeSI), del Centro di Geopolitica e Strategia Marittima (Cesmar), di Confitarma, dell’Assarmatori e del corpo delle Infermiere volontarie della Croce rossa italiana.

Foto: Ministero della Difesa


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La battaglia, ad Harvard, in difesa del pensiero libero


Roma. Il mese scorso, il nome della Stanford Law School è stato trascinato nel fango da studenti che hanno schernito e insultato Kyle Duncan, giudice conservatore della Corte d’appello degli Stati Uniti. Il preside della scuola di diritto ha detto che il

Roma. Il mese scorso, il nome della Stanford Law School è stato trascinato nel fango da studenti che hanno schernito e insultato Kyle Duncan, giudice conservatore della Corte d’appello degli Stati Uniti. Il preside della scuola di diritto ha detto che il giudice “ha causato danni con il suo lavoro”. Ma, a merito di Stanford, il preside è stato messo in congedo e Duncan ha ricevuto una lettera di scuse dal rettore, Marc Tessier-Lavigne. Poi un’altra prestigiosa università, la Cornell, ha detto no ai trigger warning, gli avvisi censori che dilagano in molti atenei.

La riscossa del free speech in America partirà da Harvard, che è sempre fra le prime cinque migliori università d’America, ma scivolata al 170esimo posto su 203 università nella classifica del Free Speech Rankings? “Harvard è solo un’università, ma è la più antica e famosa della nazione e, nel bene e nel male, il mondo esterno prende atto di ciò che accade qui”. Con un articolo sul Boston Globe, il grande linguista di Harvard Steven Pinker, il teorico dell’èra dell’ottimismo, lancia una nuova organizzazione accademica per la libertà di parola: “Le università stanno reprimendo le divergenze di opinione, come le inquisizioni e le purghe dei secoli passati. Ci sono video virali di professori assaliti, esecrati, messi a tacere e talvolta aggrediti. E peggio ancora, per ogni studioso che viene punito, molti di più si autocensurano, sapendo che potrebbero essere i prossimi. Non va meglio per gli studenti, la maggior parte dei quali afferma che il clima del campus impedisce loro di dire cose in cui credono”.

Il nuovo gruppo per la libertà accademica è composto dall’ex rettore di Harvard e segretario al Tesoro Larry Summers, l’ex preside della Facoltà di medicina di Harvard Jeffrey Flier, la professoressa di Diritto Jeannie Suk Gersen, l’economista Gregory Mankiw, il professore di Etica sociale Mahzarin R. Banaji e il professore di Storia intellettuale islamica Khaled El Rouayheb, dunque da tutto lo spettro ideologico. Contro i banditori di libri, parole e idee, woke e populisti, il gruppo chiede di ritrovare la terra di mezzo del free speech. “L’unico modo in cui la nostra specie è riuscita a imparare e progredire è attraverso un processo di congetture e confutazioni: alcune persone azzardano idee, altre provano se sono valide e alla lunga prevalgono le idee migliori”, scrive Pinker. Secondo il linguista, c’è invece oggi un meccanismo perverso nelle università: “Un gruppo di attivisti disposto a non fermarsi davanti a nulla; un arsenale in espansione della guerra asimmetrica compresa la capacità di interrompere gli eventi, di radunare folle fisiche o elettroniche sui social e la volontà di infangare con accuse paralizzanti di razzismo, sessismo o transfobia; una burocrazia esplosiva e la riduzione della diversità politica dei docenti che minaccia di bloccare il regime accademico per le generazioni a venire”.

Il Wall Street Journal commenta infatti che “i conservatori sono così pochi nelle università che la battaglia per ripristinare un dibattito libero e aperto dovrà essere guidata da quelli che un tempo erano noti come liberali tradizionali”. Come nel caso di J. K. Rowling, della lettera su Harper’s contro la cancel culture e Salman Rushdie, saranno loro a decidere le sorti di questo conflitto ideologico.

Il Foglio

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CambiaMenti


Ogni volta ci si attende il cambiamento. Non si sa esattamente cosa sia, non di meno è stato promesso durante le campagne elettorali. Ma governare significa fare i conti con la realtà, mentre la propaganda resta una zavorra. Significa anche, però, attivar

Ogni volta ci si attende il cambiamento. Non si sa esattamente cosa sia, non di meno è stato promesso durante le campagne elettorali. Ma governare significa fare i conti con la realtà, mentre la propaganda resta una zavorra. Significa anche, però, attivare meccanismi che cambino la realtà, migliorandola. Vediamo le due facce della medaglia, con un riferimento al Documento di economia e finanza e ai contratti nel pubblico impiego.

La giostra delle nomine s’è fermata. Guardando le foto dei nominati non capita di chiedersi: chi è? Nella grandissima parte sono persone (di valore) che hanno già ricoperto ruoli analoghi, se non i medesimi, nominati da altri governi. Chi temeva sommovimenti si tranquillizzi, chi li auspicava si rassegni.

Le promesse relative alle agevolazioni pensionistiche (con relativa campagna contro la legge Fornero, che sarebbe stata cancellata prima di subito) restano tali. Ammesso si proceda, lo si farà con estrema lentezza. All’inizio del 2023 avevamo già 17.7 milioni di assegni pensionistici, il 17.4% pagati a chi ha meno di 64 anni. I regali abbondarono, mentre i soldi scarseggiano. Idem per il fisco: qualche ritocco, giusto per dire d’averlo fatto, ma anche qui mancano i soldi. La flat tax resta sullo sfondo, ma il suo destino è di finire a fondo. Sono condizioni oggettive, chi oggi governa può essere rimproverato di avere promesso cose diverse, ma non di non realizzare promesse impossibili. Tutto questo non significa non si possa fare nulla.

Alcuni contratti del pubblico impiego sono scaduti nel 2021 (dirigenti e Palazzo Chigi), l’intero comparto deve essere rinnovato per il 2022/2024. E siamo già nel mezzo. Se si dovesse adeguare tutto all’inflazione maturata (misurata dall’Ipca, indice dei prezzi al consumo armonizzato), già solo questo costerebbe 32 miliardi: 18 a carico del bilancio statale e 14 di regioni, comuni, province e sanità. Non solo non ci sono, ma si tratta dell’1.6% del prodotto interno lordo, una misura enorme. Il governo sostiene che recupererà parte dei soldi mediante una razionalizzazione della spesa, ma le promesse di spending review (per i vari governi) hanno l’affidabilità degli oroscopi: ci crede solo chi ci vuole fortemente credere. Di spesa improduttiva da tagliare ce n’è tanta, ma occorre conoscenza, determinazione e tempo. Chi ha avuto o ha l’una cosa manca delle altre.

Ragionando, però, non si vede perché un impiegato debba aspirare “solo” a riprendersi l’inflazione e non debba puntare a guadagnare assai di più. Qui s’incrociano le possibilità di cambiare, veramente e profondamente. Per farlo occorre non invocare generici cambiamenti, bensì cambiare le menti, il modo di ragionare.

Una parte imponente dei fondi del Pnrr (quasi il 30%) è destinata alla digitalizzazione. Se si ritiene siano chiacchiere e non opportunità, chiudiamo la discussione e arrendiamoci alla miseria morale e materiale. Ma se si punta alle realizzazioni, possibilissime, allora la digitalizzazione e la larga banda cambieranno i servizi offerti al cittadino dalla pubblica amministrazione, cambiando il lavoro e le capacità di chi è impiegato. Invece di rinnovare i contratti a pioggia, con il risultato di non premiare mai il merito ed equipararlo alla nullafacenza, si punti a tre cose: a. la dirigenza (a partire dal ministro) sia responsabile di individuare e documentare obiettivi ambiziosi e raggiungibili; b. si predispongano sistemi continui e trasparenti di misurazione (ne esistono diversi e affidabili); c. si commisuri lo stipendio al merito.

Anziché lamentare i bassi salari, che sono lo specchio della bassa produttività e della bassa crescita, il sindacato chieda di compartecipare alla misurazione della qualità. Sembra aziendalismo, ma innesca una rivoluzione. Vale per ogni settore e sarebbe oro nella scuola (dove più ne stabilizzi, più crescono i precari e meno si fa caso al servizio reso agli studenti).

Sempre che per cambiamento non s’intenda volere ogni volta cambiare chi fa promesse che poi non manterrà.

La Ragione

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Riforma Cartabia, obiettivi del Pnrr e sicurezza – Tra obbligatorietà dell’azione penale e deflazione processuale


Giovedì 20 aprile 2023 alle ore 11:00 presso la Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani si terrà il convegno dal titolo “Riforma Cartabia, obiettivi del Pnrr e sicurezza – Tra obbligatorietà dell’azione penale e deflazione processuale” A partire dall’introduz

Giovedì 20 aprile 2023 alle ore 11:00 presso la Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani si terrà il convegno dal titolo “Riforma Cartabia, obiettivi del Pnrr e sicurezza – Tra obbligatorietà dell’azione penale e deflazione processuale

A partire dall’introduzione della Riforma della Giustizia italiana, il convegno intende avviare un dibattito su uno degli interventi principali e maggiormente discussi della revisione: l’estensione del regime di procedibilità a querela di figure di reato centrali. A questo proposito, l’iniziativa nasce con l’obiettivo di stimolare una riflessione tra esperti e stakeholder politico-istituzionali che possa rappresentare una sintesi tra i tanti interessi in gioco. Da una parte il raggiungimento degli obiettivi del Pnrr per l’ottenimento dei fondi europei, dall’altra l’aumento della percezione di pericolo da parte dei cittadini.

Agenda dei lavori

Aumento della percezione di insicurezza dei cittadini: più reati ma meno processi?

Giorgio Altieri, Partner, Tonucci & Partners
Roberto Arditti, Direttore editoriale, Formiche
Andrea Cangini, Segretario Generale, Fondazione Luigi Einaudi
Manfredi Landi di Chiavenna, Avvocato, Studio Legale Avv. Daria Pesce

Giustizia e PNRR: la gestione dei fondi per il raggiungimento degli obiettivi UE

Guido Alleva, Fondatore, Studio legale Alleva e Associati
Gianluigi Gatta, Professore di diritto penale, Università degli Studi di Milano
Ciro Maschio, Presidente II Commissione Giustizia, Camera dei Deputati
Bartolomeo Romano, Professore Ordinario di Diritto penale, Università di Palermo; Consigliere Giuridico, Ministro della Giustizia; Responsabile giustizia, Fondazione Luigi Einaudi
Ida Teresi, Sostituto Procuratore – Sezione I DDA Procura della Repubblica, Tribunale di Napoli

Conclusioni

Francesco Paolo Sisto, Viceministro, Ministero della Giustizia

Modera

Maria Antonietta Spadorcia, Vicedirettore del TG2, Rai

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Terzopolisti immaginari


Il carattere non c’entra niente. Assume un peso quando la politica se ne è già andata via. In quello che, temerariamente, ha accettato di farsi chiamare “Terzo polo”, la gara a chi comanda è appassionante solo per chi vi partecipa. Per tutti gli altri è s

Il carattere non c’entra niente. Assume un peso quando la politica se ne è già andata via. In quello che, temerariamente, ha accettato di farsi chiamare “Terzo polo”, la gara a chi comanda è appassionante solo per chi vi partecipa. Per tutti gli altri è solo una ragione ulteriore per non andare a votare o acconciarsi a votare altro. Il modo in cui si sono infilati in questo vicolo cieco mi fa pensare che siano stati ciechi alla storia e sordi alla politica. Di voti ne hanno presi tanti, ma non basta. Se ne può prendere il quintuplo, contare nulla e sparire in fretta. Se la storia li avesse guidati e la politica assistiti avrebbero dovuto dire: no, non siamo un Terzo polo. Per le seguenti ragioni.

C’è un ricordo, che conserviamo fra le cose care. Un comizio per la chiusura della campagna referendaria, nel 1974, a favore del divorzio. La Malfa, Malagodi, Nenni e Saragat si tengono per mano. Perché non furono mai un partito unico? Perché quando s’univano, liberali e repubblicani o socialisti e socialdemocratici, prendevano meno voti che separatamente? Perché quella era la logica del sistema proporzionale. Dove, aprano le orecchie gli odierni identitaristi, non è che contassero le “identità”, ma la rappresentanza degli interessi e le idealità: per un liberale i lamalfiani erano praticamente socialisti, per un repubblicano i malagodiani dei contabili conservatori. Unendosi perdevano una quota di riottosi. Eppure si deve a loro un miracolo: l’Italia è un Paese conservatore, che vota destra e statalista, ma che deve la sua ricchezza alle riforme della sinistra democratica e il suo sistema produttivo al rigorismo della destra liberale. Poi ci si tiene per mano, in nome di una battaglia comune.

Se si resta in un sistema proporzionale le forze intermedie sono diverse fra loro, se si fa finta di passare a un sistema maggioritario non esistono terzaforzismi. In Germania c’è il sistema proporzionale e ci sono liberali e verdi. In Inghilterra c’è il maggioritario e non ci sono. Nel proporzionale ci si rappresenta da sé, nel maggioritario si lavora a modificare e colonizzare i due schieramenti.

Una politica intermedia, oggi e qui, può funzionare se apre un confronto-scontro a destra sul Pnrr e le riforme che mancano e un confronto-scontro a sinistra per l’uscita dal falso maggioritario. In questo modo provando a liberare la destra dal pauperismo protezionista e la sinistra dal masochismo dell’alleanza con il proprio becchino. Se, invece, si manovra a pescar fuoriusciti e organizzare sorprese parlamentari si rinuncia a fare politica e si usa la dote elettorale non per rappresentare un elettorato ancora più vasto, ma per giocarselo ballando la taranta del trasformismo altolocato.

Il carattere delle persone è quel che resta quando tutto il resto è perso. Il che è di nessun interesse politico e attiene all’egolatria imitativa di chi è in terapia intensiva. Miniature pretensiose.

La Ragione

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