Fatto un tubo


Che sia piovuto e nevicato poco ce ne siamo accorti. Che vi sia, quindi, un allarme siccità è normale. Tutto il resto no, però. Perché non si può, ogni anno, ripetere la stessa scena e, conseguentemente, dire le stesse cose. Dal cielo è caduta poca acqua,

Che sia piovuto e nevicato poco ce ne siamo accorti. Che vi sia, quindi, un allarme siccità è normale. Tutto il resto no, però. Perché non si può, ogni anno, ripetere la stessa scena e, conseguentemente, dire le stesse cose.

Dal cielo è caduta poca acqua, ma noi ne raccogliamo a malapena l’11%. Vale a dire che l’89% va disperso. Basterebbe far crescere la capacità di raccolta, conosciuta fin dalla notte dei tempi, e la penuria sarebbe meno drammatica. Non bastasse questo, quella che abbiamo la sprechiamo: prima di arrivare a destinazione finale il 36% (40 in agricoltura) si perde lungo la strada, 41 metri cubi per chilometro, in acquedotti che non sono solo meno belli, ma anche meno efficienti di quelli che costruivano gli antichi romani. 1 miliardo di metri cubi che se ne vanno in rivoli fangosi, quando non a irrigare e irrorare chi si è affidato ai malavitosi.

Quella che arriva ai rubinetti, dopo lo sciupio, la paghiamo poco: in media 2.19 euro al metro cubo (Francia 3.49; Germania 4.37; Olanda 4.89; Danimarca 6.28). La paghiamo meno non perché ne abbiamo in maggiore abbondanza, giacché la pagano ben di più i cittadini di Paesi con maggiori risorse idriche, ma perché lo consideriamo un bene senza valore particolare. Nonostante scarseggi. Il principio secondo cui “l’acqua è di tutti” s’è tradotto nella sua ovvia versione prosaica: non è di nessuno. Così passiamo da un allarme siccità all’altro, ma restiamo i primi consumatori pro capite europei di acqua. Tanto costa poco.

Questo, però, non significa che noi si spenda in acqua meno di altri, anzi produce il contrario, perché siamo i primi consumatori europei di acqua minerale imbottigliata. Pro capite non ci batte nessuno. La Spagna al secondo posto e la Germania staccata in terza posizione. Ma non basta, perché il consumo è cresciuto enormemente e continua a crescere. In pratica l’acqua è un bene comune, ma quella da bere voglio che sia mia. Partendo da una sfiducia ingiustificata in quanto alla qualità dell’acqua del sindaco.

Non si può chiedere ai cittadini di fare la danza della pioggia, ma agli amministratori di non far ballare i tubi sì che si può chiedere. Perché la gran parte di questo vitale e mal ridotto mercato è in mano ad aziende municipalizzate, tenute a praticare prezzi amministrati. Alcune di queste società sono anche quotate in Borsa, tanto che ci si domanda cosa s’intenda per “acqua pubblica”. Purtroppo s’intende: intestazione pubblica delle azioni e assenza di efficienza nella gestione. Anziché conciliare la finalità pubblicista con la gestione privatista abbiamo finito con il pubblicizzare le perdite e proteggere le disfunzioni.

Il quadro che ne deriva è orrido: costa poco e quindi io consumatore ne spreco tanta; rende poco e quindi io amministratore ne spreco ancora di più. Nello stesso Paese in cui l’acqua minerale furoreggia.

Approssimandosi l’estate evitiamo di perderci nelle solite prediche moraliste, giacché la differenza fra l’uso e lo spreco non la fanno i sermoni o l’orecchio sudicio e l’occhio cisposo, ma il prezzo da una parte e la redditività dall’altra, mentre l’accordo fra alto spreco e basso prezzo è suicida. I fondi europei di Ngeu sono, anche in questo caso, l’occasione per sanare una piaga, ma non solo si deve essere capaci di spenderli in investimenti, quindi in acquedotti decenti (ne paghiamo uno per importare acqua dall’Albania!), si deve poi essere in grado di manutenere i beni ed evitare che ri-colassino. Il che comporta il ripensamento dell’insensato ginepraio delle municipalizzate.

Questo nel caso in cui si voglia affrontare il problema con l’idea di risolverlo. Se invece si vuole solo parlarne per maledire il cielo e pensare che la colpa sia dell’inquinamento, salvo poi comprare milioni di bottiglie di plastica e rifiutare come sopruso ogni efficienza energetica, allora ci si goda pure la lagna dei fiumi a secco e si anneghi con comodo nella geremiade siccitosa. Ottima premessa per vedere crescere i prezzi alimentari estivi.

La Ragione

L'articolo Fatto un tubo proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Caccia del futuro. Dal Giappone l’ipotesi di un vertice Crosetto-Wallace-Hamada


I ministri della Difesa italiano, britannico e giapponese Guido Crosetto, Ben Wallace e Yasukazu Hamada potrebbero incontrarsi a marzo a Tokyo per discutere i prossimi passi verso lo sviluppo congiunto del sistema aereo di combattimento di sesta generazio

I ministri della Difesa italiano, britannico e giapponese Guido Crosetto, Ben Wallace e Yasukazu Hamada potrebbero incontrarsi a marzo a Tokyo per discutere i prossimi passi verso lo sviluppo congiunto del sistema aereo di combattimento di sesta generazione, il Global combat air programme (Gcap), destinato a sostituire i circa novanta caccia F-2 giapponesi e gli oltre duecento Eurofighter di Gran Bretagna e Italia. L’ipotesi arriva dalle agenzie di stampa nipponiche come Kyodo News, ripresa anche dal più grande e antico quotidiano in lingua inglese del Giappone, The Japan Times.

Il programma congiunto

L’avvio del programma congiunto risale a dicembre del 2022, quando i governi dei tre Paesi hanno concordato di sviluppare insieme una piattaforma di combattimento aerea di nuova generazione entro il 2035. Nell nota comune, i capi del governo dei tre Paesi sottolinearono in particolare il rispettivo impegno a sostenere l’ordine internazionale libero e aperto basato sulle regole, a difesa della democrazia, per cui è necessario istituire “forti partenariati di difesa e di sicurezza, sostenuti e rafforzati da una capacità di deterrenza credibile”. Grazie al progetto, Roma, Londra e Tokyo puntano ad accelerare le proprie capacità militari avanzate e il vantaggio tecnologico.

Il Tempest

Il progetto del Tempest prevede lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo integrato, nel quale la piattaforma principale, l’aereo più propriamente inteso, provvisto di pilota umano, è al centro di una rete di velivoli a pilotaggio remoto con ruoli e compiti diversi, dalla ricognizione, al sostegno al combattimento, controllati dal nodo centrale e inseriti in un ecosistema capace di moltiplicare l’efficacia del sistema stesso. L’intero pacchetto capacitivo è poi inserito all’intero nella dimensione all-domain, in grado cioè di comunicare efficacemente e in tempo reale con gli altri dispositivi militari di terra, mare, aria, spazio e cyber. Questa integrazione consentirà al Tempest di essere fin dalla sua concezione progettato per coordinarsi con tutti gli altri assetti militari schierabili, consentendo ai decisori di possedere un’immagine completa e costantemente aggiornata dell’area di operazioni, con un effetto moltiplicatore delle capacità di analisi dello scenario e sulle opzioni decisionali in risposta al mutare degli eventi.

Tokyo spinge sulle riforme

Per Tokyo, il Gcap è il primo progetto a tre con due membri della Nato, e il primo dedicato alla difesa sviluppato con nazioni diverse dagli Stati Uniti, l’alleato di sicurezza principale del Giappone. Secondo le fonti giapponesi, i tre responsabili della Difesa dei tre Paesi potrebbero anche avviare una discussione per esplorare la possibilità di esportare il nuovo caccia ad altri Paesi. In particolare, il governo giapponese starebbe lavorando a una revisione delle regole della nazione sulle esportazioni di attrezzature di difesa, particolarmente rigide in Giappone. Un intento dichiarato anche nella recente Strategia di sicurezza nazionale, aggiornata a dicembre. La misura si inserisce anche nel progetto del gabinetto di Fumio Kishida di modificare le norme pacifiste della Costituzione del Giappone.

DSEI Japan

Secondo le fonti del Paese del Sol levante, l’incontro avverrebbe in concomitanza con DSEI Japan, la manifestazione dedicata al settore della Difesa integrato che si terrà a Chiba dal 15 al 17 marzo. All’evento saranno presenti tutte le principali aziende responsabili del progetto Gcap come la giapponese Mitsubishi Heavy Industries e la britannica BAE Systems, compreso il consorzio italiano che coinvolge Avio Aero, Elettronica, MBDA Italia e Leonardo. Oltre a queste, il programma vede la partecipazione dell’intera filiera della Difesa nazionale, coinvolgendo anche università, centri di ricerca e Pmi nazionali.


formiche.net/2023/02/caccia-de…

Hacker e libertà


L'articolo Hacker e libertà proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/hacker-e-liberta/ https://www.fondazioneluigieinaudi.it/feed

reshared this

La protesta in Iran non trova convergenze tra le opposizioni all’interno e la diaspora all’estero – huffingtonpost.it


Secondo alcuni analisti, la vera partita per il futuro del Paese potrebbe giocarsi solo nella transizione dopo la scomparsa dell’anziano leader, Ali Khamenei Ma contro la Repubblica Islamica dell’Iran, quante opposizioni ci sono? E chi parla a chi, e con

Secondo alcuni analisti, la vera partita per il futuro del Paese potrebbe giocarsi solo nella transizione dopo la scomparsa dell’anziano leader, Ali Khamenei

Ma contro la Repubblica Islamica dell’Iran, quante opposizioni ci sono? E chi parla a chi, e con quali obiettivi? La domanda sorge legittima, dopo mesi di proteste in Iran – che in realtà quasi nessuno in Occidente ha visto in presa diretta, ma solo in forma mediata dalla grande macchina dei social media e dai media professionali che rilanciavano notizie e video fatti circolare in rete.

Il 4 febbraio Mir Hosein Mousavi, primo ministro negli anni ’80 e poi leader dell’Onda Verde del 2009, e agli arresti domiciliari dal 2011, ha lanciato una dichiarazione pubblica che ha subito trovato significativi consensi: secondo l’anziano politico, non vi sono più possibilità di una riforma interna della Repubblica Islamica ma serve un “cambiamento fondamentale” per rispondere alle istanze del movimento Donna Vita Libertà, cambiamento che dovrebbe passare per due referendum e un’assemblea costituente liberamente eletta. A suo avviso bisogna cambiare l’ordine esistente passando prima da un referendum sulla necessità di una nuova Costituzione, e poi tramite un nuovo patto redatto da rappresentanti eletti del popolo di tutte le etnie ed estrazioni politiche e ideologiche, e approvato dalla nazione in un secondo libero referendum.

La sua dichiarazione ha trovato l’appoggio di un gruppo di noti prigionieri politici (fra cui Faezeh Hashemi, figlia dell’ex presidente Rafsanjani) e di almeno 350 tra giornalisti, attivisti e rappresentati della società civile prevalentemente basati in Iran. Inoltre, venti sindacati iraniani attivi nell’organizzare proteste negli ultimi hanno chiesto una rivoluzione sociale contro l’oppressione, la discriminazione, lo sfruttamento e la dittatura. E hanno approvato dodici richieste “minime”, tra cui libertà di parola, pensiero e stampa, libertà di organizzazione politica e rilascio incondizionato di tutti i prigionieri politici. Inoltre, pari diritti di donne e uomini, sicurezza sul lavoro, la fine della distruzione dell’ambiente, la normalizzazione delle relazioni estere, il divieto del lavoro minorile, la confisca dei beni di enti pubblici o privati che si siano appropriati di ricchezze del popolo.

“A differenza di alcune chiamate dall’esterno non chiedono nulla da Paesi stranieri come maggiori sanzioni o l’isolamento per il popolo iraniano” osserva sul suo sito il National Iranian American Council, un think tank statunitense che in passato ha sempre sostenuto l’opportunità di tenere aperti i canali diplomatici con Teheran e quella di ripristinare l’accordo sul suo programma nucleare del 2015, che ne impediva un’eventuale sviluppo in campo militare (l’uscita degli Usa da tale accordo nel 2018 ha innescato la corsa iraniana verso l’arricchimento dell’uranio fino al 60%, contro il 3,67% concordato nell’intesa e molto vicino al 90% necessario per un ordigno). Inoltre, il Niac si è opposto alle pesanti sanzioni economiche imposte negli ultimi quattro anni dagli Usa, in quanto ad esserne vittima sono non le elite al potere ma i comuni cittadini. Nonostante anche il Niac si sia schierato con le proteste di questi mesi in Iran, l’organizzazione è stata oggetto di una potente campagna denigratoria da una parte della diaspora negli Usa, che a sua volta ha una vasta influenza in Europa e in Canada. Campagna che offre la misura di quanto divisa sia l’opposizione iraniana all’estero e invelenito il confronto tra le diverse parti.

Il nodo dell’inserimento dell’Irgc nella lista nera Ue. Esmaeilion, aiuterebbe la rivoluzione

Nel frattempo alcune figure mediaticamente più in vista stanno tentando una difficile unificazione di tale diaspora, e nel contempo premono sui governi europei perché sposino le loro richieste: in primo luogo l’inserimento del Corpo delle Guardie della Rivoluzione (Irgc o Pasdaran) nella lista delle organizzazioni terroristiche di Bruxelles, e l’espulsione degli ambasciatori di Teheran.

Per ora, l’Europa non ha prestato orecchio a nessuna delle due richieste, limitandosi ad un quinto round di sanzioni mirate contro singoli individui ed enti iraniani per il ruolo giocato nella dura repressione delle ultime proteste, che ha portato a un totale di 196 individui e 33 enti sanzionati. Per ora non vi sono le condizioni legali per la designazione dei Pasdaran a organizzazione terroristica, ha spiegato la ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock per conto del Consiglio a Bruxelles. Il governo tedesco, da parte sua, ha appena espulso parte del personale diplomatico iraniano a Berlino per la recente condanna a morte per terrorismo di un cittadino irano-tedesco, Jamshid Sharmand, a Teheran.

Inutile dunque, ai fini della misura contro i Pasdaran, anche la manifestazione della diaspora raccoltasi proprio a questo scopo lunedì scorso a Bruxelles. In prima linea Masih Alinejad, giornalista e attivista con base a New York, e l’irano-canadese Hamed Esmaeilion, padre e marito di due delle 176 vittime dell’abbattimento dell’aereo civile ucraino, il PS752, colpito per colpevole errore dai missili della contraerea dei Pasdaran l’8 gennaio 2020 nei cieli di Teheran. Masih Alinejad aveva appena partecipato con Reza Pahlavi, principe erede della monarchia rovesciata dalla rivoluzione del 1979, alla Conferenza per la sicurezza di Monaco, dove per la prima volta non è stato invitato alcun rappresentante del governo di Teheran, nonostante sia un attore centrale degli equilibri regionali.

Ma che significato e soprattutto quali tangibili effetti potrebbe avere la designazione dei Pasdaran nella lista nera europea, dato che questi sono già in quella degli Stati Uniti dal 2019 senza che vi sia stato alcuna apparente contenimento delle attività delle quali sono accusati, in patria e attraverso le milizie filo-iraniane tra Libano, Siria, Iraq, Yemen e Gaza? E se effetti pratici non ve ne fossero, non si rischierebbe con la loro messa al bando la definitiva chiusura di ogni canale diplomatico con Teheran? E non servirebbero, tali canali diplomatici, da una parte al contenimento del programma nucleare di Teheran, dall’altra ad evitare un ulteriore rafforzamento della sua alleanza militare con Mosca, nel pieno del conflitto in Ucraina?

Queste le domande poste a Esmaeilion e Alinejad, ospiti di un incontro svoltosi ieri in Senato su iniziativa della senatrice Antonella Zedda (FdI), della Fondazione Luigi Einaudi e di PaykanArtCar: organizzazione per l’arte e i diritti umani che prende il nome da una storica limousine degli anni Settanta e che è presieduta dall’ambasciatore Mark D.Wallace, già collaboratore del governo di George W.Bush e ora amministratore delegato di United Against Nuclear Iran, del cui advisory board fa parte anche l’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi. “L’Irgc è lo strumento dell’oppressione dell’Iran – ha risposto Esmaeilion – uccide, tortura, l’economia è nelle sue mani. Se viene messo nella lista Ue delle organizzazioni terroristiche – ha aggiunto lo scrittore – verrebbe indebolito, e questo sarebbe molto utile per il successo della rivoluzione”. Rispondendo sul rischio che la chiusura di ogni canale diplomatico avvicini i conflitti armati, “non credo che l’alternativa alla diplomazia sia la guerra – ha detto Esmaeilion – . Abbiamo chiesto messaggi politici forti, come espellere gli ambasciatori (cosa diversa dal chiudere le ambasciate), ma non ne abbiamo ancora visti”. “Durante le proteste del novembre 2019 – ha proseguito – sono state uccise decine di minori, nell’aereo abbattuto i bambini erano 29 e tra le vittime degli ultimi mesi di proteste circa 70. “Eppure i canali diplomatici erano aperti, qual è stato dunque il risultato della diplomazia?” Rispondendo poi a chi osservava che anni di pesanti sanzioni economiche contro l’Iran hanno soltanto impoverito gli iraniani in patria, “nessuno ha chiesto di fare pressione sugli iraniani – ha precisato Esmaeilion – ma sanzioni mirate su individui coinvolti in crimini contro l’umanità. Perché, mentre uccidono iraniani innocenti, i loro figli e familiari possono vivere nel lusso in Europa e negli altri Paesi occidentali?”.

Mash Alinejad, benvenuto a ex leader Onda Verde ma se accetta Costituzione secolare

A margine una domanda anche sulle recente dichiarazione pubblica di Mousavi. “La abbiamo attesa da molti anni – ha risposto Alinejad – anche se molti pensano che (l’ex primo ministro, ndr) dovrà rispondere delle sue azioni precedenti in tribunale. Comunque è un passo positivo, che chi ha sostenuto la Repubblica Islamica diserti e voglia avere una nuova Costituzione. Ma deve anche annunciare che serve una democrazia secolare, ciò che vuole la giovane generazione. La cosa più importante è rovesciare il regime, avere una costituzione e una democrazia”.

Masih Alinejad, Hamed Esmaeilion e Reza Pahlavi sono tre degli otto esponenti dell’opposizione all’estero che hanno avuto un recente incontro alla Georgetown University di Washington con lo scopo di creare una piattaforma comune, intorno alla quale unificare una diaspora divisa – un altro soggetto è il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana presieduto da Marjam Rajavi, erede dei Mojaheddin del Popolo e che agisce in autonomia dalle altre forze, che nella maggior parte dei casi ne prendono le distanze. Il testo della piattaforma sarà pronto a breve, ha assicurato Alinejad, oggi ancora a Roma con Esmaeilion per un’altra manifestazione a San Giovanni.

Nel frattempo la Repubblica Islamica ha celebrato il suo 44/o anniversario, a proteste parzialmente sopite, dispensando una controversa amnistia che riguarda anche parte dei manifestanti. Secondo alcuni analisti, la vera partita per il suo futuro potrebbe giocarsi solo nella transizione dopo la scomparsa dell’anziano leader, Ali Khamenei.

Luciana Borsatti, huffingtonpost.it

L'articolo La protesta in Iran non trova convergenze tra le opposizioni all’interno e la diaspora all’estero – huffingtonpost.it proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Masih Alinejad, chi è per cosa combatte l’attivista iraniana: età e carriera – imtv.it


Oggi (23 febbraio), alle 14.05 su Rai 1, torna come di consueto l’appuntamento con Oggi è un altro giorno, il talk condotto da Serena Bortone che incontra nel suo salotto tanti nuovi ospiti con cui affrontare i grandi temi di attualità: da Francesca Chil

Oggi (23 febbraio), alle 14.05 su Rai 1, torna come di consueto l’appuntamento con Oggi è un altro giorno, il talk condotto da Serena Bortone che incontra nel suo salotto tanti nuovi ospiti con cui affrontare i grandi temi di attualità: da Francesca Chillemi, a Luca Ciriani, ministro per i rapporti con il Parlamento, fino a Paola Comin, Giorgio Gobbi e Riccardo Rossi, passando per Masih Alinejad, giornalista e attivista dei diritti umani. La donna è arrivata a Roma in questi giorni per accendere ancora i riflettori sulle lotta delle donne e la rivoluzione del popolo iraniano, che da mesi combatte per la propria libertà.

Chi è Masih Alinejad: età e lavoro
Masih Alinejad è una giornalista e attivista iraniana, naturalizzata statunitense. Nata a Ghomi nel settembre 1976, ha iniziato la sua carriera lavorando come giornalista nel 2001. I suoi articoli, attraverso i quali si è sempre battuta contro la dittatura della Repubblica islamica in Iran, hanno creato molte polemiche nel Paese tanto da essere perseguitata e minacciata di morte per le sue idee e il suo attivismo a favore dei diritti umani. Nel 2014, inoltre, ha fondato la pagina My Stealthy Freedom, dove invitava le donne iraniane a pubblicare le loro foto senza hijab. Poi, nel 2022 è stato prodotto il docufilm ispirato alla sua storia ed è anche stato pubblico un suo libro, Il vento fra i capelli. La mia lotta per la libertà nel moderno Iran.

Perché Masih Alinejad è stata costretta a fuggire negli Stati Uniti?
A causa degli atti persecutori e alle minacce di morte a lei e alla sua famiglia, è stata costretta, nel 2009, a fuggire negli Stati Uniti dove ora vive a New York sotto scorta, ma il suo sogno è quello di ricongiungersi con i suoi cari in Iran. Ora gira il mondo facendosi portavoce della lotta delle donne e degli uomini che combattono contro il regime islamico, in difesa della loro libertà.

Masih Alinejad in Senato a Roma: le sue parole contro il velo islamico
Dagli Stati Uniti dove vive, Masih Alinejad è arrivata a Roma a febbraio 2023 per incontrare gli iraniani della diaspora e chiedere un concreto sostegno all’Italia sui diritti umani del suo popolo. Insieme a un altro attivista, Hamed Esmaelion, ha parlato al Senato italiano, ospite della fondazione Luigi Einaudi:

Il velo islamico obbligatorio è come il muro di Berlino, se riusciamo ad abbattere questo muro la Repubblica islamica dell’Iran non esisterà più, credo che il velo sia uno dei pilastri principali della dittatura religiosa e che questa rivoluzione guidata dalle donne e sostenuta dagli uomini, sia andata oltre l’hijab. Dico di no all’apartheid di genere voluto da questo regime perché le donne sono stufe di sentirsi dire cosa indossare e quale stile di vita adottare, questo è il XXI secolo e le donne vogliono decidere sul proprio corpo.


Mara Fratus, imtv.it

L'articolo Masih Alinejad, chi è per cosa combatte l’attivista iraniana: età e carriera – imtv.it proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Il velo islamico è come il muro di Berlino, abbattiamolo e cadranno gli ayatollah – opinione.it


Lo scorso martedì 21 febbraio, presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato, la Fondazione Luigi Einaudi ha organizzato la conferenza “Donne, Libertà, Diritti Umani in Iran”. L’iniziativa, promossa dalla senatrice (FdI) Antonella Zedda, ha visto la partec

Lo scorso martedì 21 febbraio, presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato, la Fondazione Luigi Einaudi ha organizzato la conferenza “Donne, Libertà, Diritti Umani in Iran”. L’iniziativa, promossa dalla senatrice (FdI) Antonella Zedda, ha visto la partecipazione straordinaria di Masih Alinejad e Hamed Esmaelion: entrambi considerati una minaccia dal regime della Repubblica islamica iraniana in nome del loro attivismo.

Alinejad è famosa per la sua lotta per i diritti delle donne iraniane: la sua battaglia contro il velo obbligatorio è iniziata ben prima delle proteste scoppiate con la morte di Mahsa Amini. Infatti è esule negli Stati Uniti dal 2009. Esmaelion è il portavoce del volo 752AFV Teheran/Kiev, caduto per mano dei Pasdaran l’8 gennaio 2020, subito dopo il decollo, in cui si contarono 170 vittime compreso l’equipaggio.

I due attivisti, prima della tappa italiana, hanno partecipato a Bruxelles alla marcia di circa 30mila persone per chiedere all’Europa di inserire l’Irgc (sigla internazionale che indica i Pasdaran) nella lista delle organizzazioni terroristiche europee, cosa già avvenuta negli Stati Uniti.

Sono arrivati a Roma per incontrare gli iraniani della diaspora e chiedere sostegno all’Italia sui diritti umani e sulle azioni da intraprendere contro Teheran anche in Europa: “Non chiediamo molto all’Italia, solo di stare dalla parte giusta della storia, chiedo all’opinione pubblica italiana di pensare che una delle rivoluzioni più progressiste del mondo è in atto ora in Iran: donne, adolescenti, uomini innocenti vengono uccisi ingiustamente dal proprio governo, se non sosterrete queste sorelle dovrete affrontare questi terroristi sul suolo italiano, sul suolo europeo”, ha detto Alinejad.

Intervistata dai Rainews, Masih Alinejad ha dichiarato: “Il velo islamico obbligatorio è come il muro di Berlino, se riusciamo ad abbattere questo muro la Repubblica islamica dell’Iran non esisterà più, credo che il velo sia uno dei pilastri principali della dittatura religiosa e che questa rivoluzione guidata dalle donne e sostenuta dagli uomini, sia andata oltre l’hijab”. E ancora: “Dico di no all’apartheid di genere voluto da questo regime perché le donne sono stufe di sentirsi dire cosa indossare e quale stile di vita adottare, questo è il XXI secolo e le donne vogliono decidere sul proprio corpo”.

Masih lancia anche un appello sulle divergenze interne iraniane: “È necessario che tutti i gruppi di iraniani in protesta oggi siano uniti contro il nemico comune che è la Repubblica islamica dell’Iran. E per questo dico unitevi, stiamo insieme, battiamoci per la democrazia, cerchiamo di salvare anche il resto mondo da uno dei virus più pericolosi al mondo e cioè l’ideologia islamica, non mi riferisco solo alle donne iraniane ma anche alle afghane, non posso credere che le donne vengano uccise in Iran e che vengano cacciate dalle scuole in Afghanistan”. L’invito finale è di creare un movimento che sia d’esempio “per i leader dei Paesi democratici, organizziamoci, si crei una marcia internazionale per le donne, dobbiamo essere uniti e isolare la Repubblica islamica così come è stato fatto per Vladimir Putin”.

Secondo Hamed Esmaelion è molto importante che la “Holy guard” venga inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche “perché è questo che sono, terroristi, è la loro vera natura”. Le ragioni principali che impedirebbero l’inserimento dei Pasdaran nella lista sarebbero di natura economica e politica: “Alcuni Paesi hanno buone relazioni con l’attuale governo iraniano e probabilmente il cambio di regime spaventa alcuni leader europei, ma noi siamo qui per dire che queste non sono paure reali, gli iraniani sanno benissimo ciò che vogliono e ciò che non vogliono, dopo 115 anni per la lotto per la Democrazia ora è il momento per ottenerla”. Secondo l’attivista il nostro Paese potrebbe fare la sua parte: “L’Italia potrebbe inserire i Pasdaran in questa lista, anche con l’espulsione dell’Ambasciatore iraniano a Roma e di tutti gli oligarchi dell’Iran”.

Le parole della senatrice Antonella Zedda, purtroppo, non hanno risuonato quanto avrebbero dovuto: “Accogliamo la sofferenza del popolo iraniano cui due importanti rappresentanti sono in Italia per cercare di risolvere il grave problema legato ai diritti delle donne e in generale a quelli umani nel loro Paese. Non è un tema di parte, non è un tema solo religioso e non riguarda solo le donne”.

E aggiungiamo noi: non è un tema che può o dovrebbe subire una strumentalizzazione partitica.

Claudia Diaconale, opinione.it

L'articolo Il velo islamico è come il muro di Berlino, abbattiamolo e cadranno gli ayatollah – opinione.it proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Prima attacchi cyber e poi bombe. Il metodo russo in Ucraina secondo Mele


Sono passati quasi tredici anni da quando William J. Lynn III, l’allora sottosegretario alla Difesa degli Stati Uniti, dalle pagine di Foreign Affairs dichiarò pubblicamente che l’America aveva iniziato a considerare il cyber-spazio come un dominio “altre

Sono passati quasi tredici anni da quando William J. Lynn III, l’allora sottosegretario alla Difesa degli Stati Uniti, dalle pagine di Foreign Affairs dichiarò pubblicamente che l’America aveva iniziato a considerare il cyber-spazio come un dominio “altrettanto critico per le operazioni militari quanto la terra, il mare, l’aria e lo spazio”. Pochissimi mesi prima, lo Us Cyber command, ovvero il comando militare americano per le operazioni cibernetiche, aveva visto formalmente la luce.

Era il 2010 e il mondo, in quel momento, si accorse ufficialmente della nascita del cosiddetto quinto dominio della conflittualità: il cyber-spazio, appunto. Facendo correre velocemente in avanti il nastro degli eventi, in questi primi tredici anni sono state numerosissime le occasioni in cui si sono potuti registrare, in tempo di pace, attacchi cibernetici di alto profilo, condotti o sponsorizzati da attori statali, nei confronti dei principali operatori che erogano servizi essenziali per lo Stato e per i cittadini. Pochissime, invece, sono le volte in cui le operazioni militari nel e attraverso la dimensione informatica hanno potuto dare realmente prova, in tempo di guerra, della loro utilità e capacità distruttiva. Il triste anniversario del conflitto armato in Ucraina offre la possibilità di valutare, allo stato attuale delle informazioni, quanto la cosiddetta (impropriamente) cyber-war sia davvero reale, nonché i contorni del suo ruolo all’interno dei conflitti armati convenzionali. Possiamo anzitutto osservare – qualora ce ne fosse davvero bisogno – come l’idea che in tempo di guerra le operazioni cibernetiche possano sostituire i bombardamenti aerei, i carri armati, i fucili e più in generale le operazioni militari convenzionali, è semplicemente un atto di pura fantasia.

Le ragioni sono molteplici: dalla relativa temporaneità degli effetti degli attacchi cibernetici rispetto a quelli delle armi convenzionali, passando per la rapida obsolescenza delle cosiddette armi cyber (intimamente legate alla persistenza nel tempo delle vulnerabilità informatiche sfruttate), fino al rischio di colpire bersagli ulteriori e non previsti solo perché in qualche modo interconnessi con il bersaglio principale. I dati su quanto la Russia, successivamente all’invasione armata dell’Ucraina, abbia sfruttato il cyber-spazio per scopi distruttivi, fotografano in maniera cristallina questa condizione.

Nei primi dodici mesi del conflitto, infatti, il governo russo ha utilizzato questa opzione in maniera molto limitata, conducendo principalmente, e spesso con scarso successo, mere operazioni di sabotaggio informatico attraverso l’utilizzo di malware di tipo data wiper, i quali hanno come unico scopo quello di compromettere il corretto funzionamento dei dispositivi colpiti cancellandone le informazioni in modo irrimediabile. Peraltro, a esclusione dell’attacco ai sistemi informatici di Viasat nel giorno dell’invasione, che ha temporaneamente degradato sul terreno le capacità di comunicazione, la maggior parte dei successivi attacchi cibernetici sono stati tutti bloccati o mitigati rapidamente dal governo ucraino, anche grazie all’immediato e costante supporto di alcuni governi occidentali. Nei fatti, quindi, tali attacchi hanno avuto un limitatissimo impatto nell’ambito delle operazioni militari russe. Dalla loro analisi emerge un altro elemento rilevante, ovvero il coordinamento tra attacchi convenzionali e attacchi cibernetici.

Oltre all’attacco contro Viasat, infatti, si può notare una stretta correlazione tra tentativi di sabotaggio informatico e successivi attacchi cinetici (per lo più bombardamenti). Questo schema si è poi ripetuto, nel corso di questi dodici mesi, nelle ondate di attacchi militari a città strategiche come Kiev, Sumy, Zaporižžja, Dnipro e Odessa, solo per citarne alcune. Tale approccio, quindi, appare confermare – ancora una volta – il ruolo del cyberspazio come strumento di supporto o di agevolazione di attacchi cinetici e non come rilevante arma tattica. Infine, il cyber-spazio ha rappresentato senza ombra di dubbio l’effettivo e più importante campo di battaglia per le operazioni di propaganda e disinformazione russa. Il Cremlino, infatti, ha provato fin da subito a creare un vantaggio tattico attraverso gli strumenti della guerra psicologica. Internet e le tecnologie sono stati utilizzati come una straordinaria cassa di risonanza per le fake news.

In conclusione, il ruolo effettivo del cyber-spazio all’interno dei conflitti armati convenzionali sta lentamente emergendo dai contorni vaghi tratteggiati, nel corso degli ultimi anni, dalle esigenze della politica. Questo dominio, com’è evidente, ha assunto finora soprattutto i contorni delle operazioni di Intelligence che sfruttano la tecnologia e Internet sotto la soglia dei margini della guerra, attraverso operazioni di spionaggio e sabotaggio, azioni sotto copertura e di controspionaggio, arricchite da inganno e da moltissima disinformazione. La cyber-war, quindi, resta ancora molto lontana dalla realtà dei campi di battaglia se non per il suo ruolo, seppur utile, di supporto e di agevolazione di attacchi cinetici. Occorre prenderne coscienza quanto prima, per indirizzare al meglio le urgentissime esigenze di difesa e di potenziale contrattacco a livello strategico, operativo e tattico.

Articolo apparso sul numero 141 della rivista Airpress


formiche.net/2023/02/attacchi-…

Ipnotico


Non si sa se reclamare un minimo di coerenza o se lasciare che l’incoerenza ponga rimedio alle enormità che si dissero. E, ancora una volta, la questione non riguarda solo il giudizio che si può esprimere su quanti fanno politica, ma il modo in cui quel g

Non si sa se reclamare un minimo di coerenza o se lasciare che l’incoerenza ponga rimedio alle enormità che si dissero. E, ancora una volta, la questione non riguarda solo il giudizio che si può esprimere su quanti fanno politica, ma il modo in cui quel giudizio si forma e trasforma in voto. Perché se ci trovassimo difronte a uno o più saltabeccanti incoerenti sarebbe facile riconoscerli come tali e metterli ai margini della vita pubblica, più complicato procedere se il modo scriteriato di zompare da una tesi al suo opposto diventa un costume diffuso, per non dire collettivo.

Prendiamo il caso del bonus 110%. Che fosse una mostruosità distorsiva era così evidente che taluni di noi lo sostennero nel mentre ancora lo si stava discutendo. Per essere precisi: siamo gli stessi che non hanno mai apprezzato i produttori di bonus, oramai estesi dalle supposte cose giuste ad ogni altro capriccio sconsiderato, monopattini compresi. Lo vararono. Cosa sarebbe successo, agevolando una spesa in quantità superiore al suo valore, non era difficile da immaginarsi. E lo dicemmo. Poi arriva il governo Draghi e ci mette un nanosecondo ad accorgersene. Per come la vedo io, avrebbe dovuto cancellarlo, ma, non avendone la forza, introdusse correttivi come i controlli, ovvero quelli che hanno portato a scoprire truffe per almeno 9 miliardi. Fu accusato di volere “affossare” la splendida idea del 110%. Contro Draghi si mossero vivacemente il Movimento 5 Stelle e la Lega, che della maggioranza facevano parte, si opposero silenti il Partito democratico e Forza Italia, preferirono defilarsi i renziani, che nel Conte 2 di quella roba erano corresponsabili, mentre s’opposero anche quelli di Fratelli d’Italia. Certo, erano all’opposizione, ma da quella collocazione reclamavano meno vincoli e controlli, per agevolare l’uso del 110%.

Intanto nascevano imprese edili improvvisate, con materiali comprati all’estero e lavoratori stranieri, che ora strillano perché andrebbero fuori mercato. Ma quello mica era un mercato, era un’illusione, un gioco ipnotico, una dilapidazione di quattrini del contribuente. Fatto è che i pochi contrari rimasero pochi. Mentre oggi sembra che lo sapessero tutti e non si capisce perché il guaio non fu fermato: perché eravate contrari a fermarlo e favorevoli ad allargarlo.

Così per il gas presente in Adriatico: tutti a far la commediola dell’ecologista scampanellante domenicale, tutti a fare i no-triv e ad accusare d’inconfessabili ed occulti interessi quanti di noi dicevano: siete scemi, il gas lo prendono i croati (bravi) e noi stiamo qui a discutere se disturbare o meno le cernie. Poi arriva la crisi del gas ed eccoli tutti a dire: prendiamo il gas nazionale, chi lo ha fermato? Voi.

Il tutto è talmente grottesco da chiedersi come possa durare, ma la risposta è scomoda: cancellati i (veri) partiti politici, cancellata la politica delle idee e delle convinzioni, s’è potuto credere che la democrazia consista nel prendere i voti. Un travisamento. La democrazia è un meccanismo decisionale delicato, il migliore, che si basa sul rispetto dello Stato di diritto, sulla libertà d’espressione del pensiero e sull’attività dei partiti (la leggano, la Costituzione che citano) i quali provano a convincere il maggior numero possibile di persone di quanto siano giuste le cose che dicono e propongono, il voto, infine, misura la distribuzione di quei convincimenti. Se ribalti la logica e cominci a credere che la democrazia consista nel prendere quanti più voti possibili, non importa dicendo cosa, per poi riuscire a comandare, l’hai distrutta, l’hai trasformata in votocrazia e demagogia.

Poi, finiti i ludi elettorali, restano le bidonate che hai detto. A quel punto non si sa se è meglio che tu sia coerente o incoerente. In tutti e due i casi l’effetto ipnotico funziona solo perché troppi cittadini elettori la pensano, in fondo, come i peggiori fra i politici: prendiamoci il prendibile e chi se ne frega del resto. E, in questo, si nota una certa coerenza.

La Ragione

L'articolo Ipnotico proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Mi si nota di più se… La Russia e il patto nucleare secondo Secci


Nella settimana in cui ricorre l’anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, il Cremlino ha sventolato più volte la bandiera dei rischi legati a un escalation nucleare. L’iniziativa più importante è stata quella annunciata martedì 21 febbraio dal pres

Nella settimana in cui ricorre l’anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina, il Cremlino ha sventolato più volte la bandiera dei rischi legati a un escalation nucleare.

L’iniziativa più importante è stata quella annunciata martedì 21 febbraio dal presidente russo Vladimir Putin in occasione del discorso tenuto all’Assemblea Federale, ossia la sospensione della partecipazione russa al Trattato Start. L’accordo, rinnovato più volte, venne siglato da Stati Uniti e Unione Sovietica nel 1991 e rappresentò il culmine della distensione strategica tra le due superpotenze. Esso veniva a compimento di un periodo di importanti accordi sul disarmo e controllo degli armamenti (si pensi ai Trattati sulla non proliferazione nucleare o agli Accordi Salt); inoltre, fissando precisi limiti al numero di testate e vettori, prevedeva la distruzione di ordigni e dispositivi nucleari a lungo raggio già operativi, comportando con ciò una drastica riduzione dei rischi connessi allo schieramento di queste armi.

E ieri, in occasione delle celebrazioni per la Giornata dei difensori della patria, il leader russo ha annunciato il potenziamento di tutto l’arsenale russo. In particolare, Putin ha anticipato la piena operatività entro l’anno dei primi missili intercontinentali con testate nucleari Sarmat, il proseguimento della produzione a pieno regime del missile ipersonico aviotrasportato capace di trasportare ordigni atomici Khinzal e l’avvio dello schieramento in massa sulle unità della Marina russa del missile, anch’esso ipersonico e con capacità di carico nucleare, Zircon.

Per quanto roboanti, in realtà queste dichiarazioni andrebbero ridimensionate nella loro effettiva portata. E per farlo basterebbe soffermarsi su alcuni dettagli fatti emergere e sottolineati dal Cremlino stesso. Nel momento in cui annunciava la sospensione della partecipazione al Trattato Start, infatti, il presidente russo ha avuto premura di rimarcare il fatto che si trattava di una sospensione e non di un ritiro. Con ciò, sembrerebbe voler dire che sebbene non acconsentirà le ispezioni ai siti e dispositivi strategici russi, previste in regime di reciprocità con gli Stati Uniti dall’accordo stesso, si impegnerà a rispettare il limite massimo di vettori e testate nucleari previste. In sostanza, non vi sarà alcun mutamento nell’equilibrio strategico con Washington. A conferma di ciò, e per non lasciar spazio ad alcun (pericoloso) dubbio, il giorno stesso in cui Putin comunicava la sospensione del Trattato, il ministero degli Esteri rilasciava una nota con la quale, “per mantenere i necessari livelli di trasparenza e stabilità nel campo dei missili dotati di capacità nucleare”, assicurava che Mosca avrebbe “continuato a rispettare rigorosamente le limitazioni imposte dal Trattato” sino alla durata dello stesso (febbraio 2026).

A questo punto, è ragionevole chiedersi perché il Cremlino stia optando per questa postura, diplomatica e strategica. Le armi oggetto delle limitazioni previste dall’Accordo sono quelle di lungo raggio e con le maggiori capacità distruttive (da alcune centinaia di kilotoni a decine di megatoni), concepite soprattutto per un ipotetico scontro con gli Stati Uniti. Di certo, non sono armamenti pensati per un impiego in Europa (salvo ovviamente il lancio dalle basi missilistiche nelle regioni più remote a Est degli Urali o da eventuali sommergibili in navigazione negli oceani), sulla quale, invece, sempre nell’ambito delle ipotesi, potrebbero essere lanciate delle atomiche tattiche o di teatro. Ma la crisi internazionale più importante, degenerata nel conflitto di cui oggi ricorre l’anniversario, sta in Ucraina e, quindi, in Europa. Per questo, non sembrerebbe esserci alcun nesso diretto tra l’andamento dello scontro con Kyiv e la sospensione del Trattato Start.

Una possibile interpretazione di queste iniziative russe potrebbe essere quella per cui, il complesso gioco di irrigidimento diplomatico e rassicurazioni sul piano strategico faccia parte della più ampia serie di misure attive che il Cremlino sembrerebbe stia impiegando per cercare di creare fratture interne sia alla Nato, sia tra i singoli governi dell’Alleanza e le rispettive opinioni pubbliche, certamente sensibili allo spettro dell’escalation atomica, con il fine ultimo di indebolire, se non sovvertire del tutto, il sostegno politico e militare all’Ucraina.

Dei rischi di guerra nucleare e degli effetti della disinformazione e delle misure attive russe sulla politica estera e di difesa atlantica si parlerà nel corso del Convegno organizzato dall’Istituto di Scienze Sociali e Studi Strategici “Gino Germani”, con Formiche.net in qualità di media partner, in programma nel pomeriggio del 27 febbraio 2023 a Roma, presso la Casa dell’Aviatore.


formiche.net/2023/02/russia-tr…

Servono più navi contro la crescente minaccia russa. L’allarme di Credendino


Una nuova Guerra fredda, ma dai contorni se possibile più preoccupanti, sembra star emergendo nelle acque del mar Mediterraneo. A lanciare l’allarme è stato il capo di Stato maggiore della Marina militare, Enrico Credendino, in audizione al Parlamento, ch

Una nuova Guerra fredda, ma dai contorni se possibile più preoccupanti, sembra star emergendo nelle acque del mar Mediterraneo. A lanciare l’allarme è stato il capo di Stato maggiore della Marina militare, Enrico Credendino, in audizione al Parlamento, che ha registrato “aumento impressionante dei numeri della flotta russa” tra lo stretto di Gibilterra fino al Mar Nero “a un livello che non si vedeva nemmeno ai tempi della guerra fredda”. Sebbene l’elevato numero di unità di Mosca di per sé “non è una minaccia diretta al territorio nazionale”, questa “aumenta tantissimo la tensione”. I russi, ha spiegato ancora Credendino “hanno un atteggiamento aggressivo che non era usuale”, con un aumento esponenziale del rischio incidente “e quando c’è un incidente di questa natura non si sa mai dove si può andare a finire”.

Tensioni crescenti

A preoccupare il comandante delle forze navali italiane, infatti, sono gli impatti che la tensione crescente potrebbe avere sull’”equilibrio instabile” di un Mediterraneo “molto affollato”. “Non si erano mai visti quattro gruppi portaerei alleati nel Mediterraneo: italiano, francese, americano e la nave anfibio spagnola”, ha spiegato Credendino, con i russi che “fanno puntate verso lo Jonio con un gruppo navale di tre navi moderne” senza problemi. Tra le minacce, tra l’altro, si aggiunge anche quella dell’ipersonica, con Mosca che ha in questo momento la sua unità più moderna, equipaggiata con missili di questo tipo, in Sudafrica. “Non sappiamo se siano efficaci o meno – ha detto l’ammiraglio a riguardo – questo lo vedremo, ma la nave entrerà nel Mediterraneo”.

Aggressività russa

La presenza delle navi russe non è una novità, e secondo l’ammiraglio Ferdinando Sanfelice di Monteforte, esperto militare e docente di Studi strategici “rimarranno nel Mediterraneo abbastanza a lungo”, con almeno due diverse configurazioni: “le navi russe si dividono tra quelle che cercano di intimorire i Paesi europei del Mediterraneo, e quelle che seguono i gruppi portaerei alleati in funzione di contro-deterrenza”. Una condizione che pur ricordando i tempi della Guerra fredda, porta con sé una nuova minaccia: “questa volta c’è il rischio di un uso limitato della forza da parte dei russi, con attacchi ai gasdotti o ai cavi sottomarini per le telecomunicazioni” che attraversano il Mare nostrum. Una novità dovuta al fatto che “i russi sono in maggior difficoltà rispetto all’epoca dell’Unione sovietica”. Una condizione che non facilita nemmeno i rapporti tra le sponde nord e sud del bacino, con in particolare i Paesi meridionali preoccupati “dal rumore di sciabole” avvertito nelle acque mediterranee.

Servono maggiori unità

Di fronte a questo scenario, la Marina militare italiana è chiamata a svolgere un ruolo sempre più cruciale di sorveglianza. Uno sforzo complesso che richiede il possesso nelle necessarie capacità. “Avremmo bisogno da tre a sei fregate antisommergibile in più, due navi antiaerei in più, una seconda portaerei per garantire di avere per tutto l’anno una portaerei disponibile, una nave logistica e due sommergibili”, ha spiegato Credendino. Ulteriori unità senza le quali la Marina avrà sempre maggiori difficoltà a garantire il livello necessario di presenza nelle acque del Mediterraneo. Uno sforzo che già oggi sta usurando navi ed equipaggi: “La Francia – ha detto Credendino – che ha il nostro stesso numero di navi, ha deciso di dotare ogni Fremm e sommergibile di due equipaggi, dal comandante all’ultimo marinaio. Noi non riusciamo a garantire un equipaggio completo per nessuna delle nostre Fremm”.

I gap della Marina

La flotta italiana comprende attualmente 62 unità maggiori più due unità di Intelligence. Una parte di queste “deve essere rinnovata nei prossimi 15 anni”, ma i finanziamenti sono stati individuati “non completamente”. Tra i diversi gap capacitivi individuati dall’ammiraglio, quella italiana risulta l’unica marina d’altura “priva di aerei a pilotaggio remoto, e sprovvista di aereo da pattugliamento marittimo in versione antisommergibile” indispensabile visto l’utilizzo massiccio di queste unità da parte di Mosca. Proprio su quest’ultimo fattore si è soffermato anche Credendino “Di qualsiasi versione volessimo dotarci, italiano o straniero, serviranno 4 o 5 anni per averlo operativo. Quando ne abbiamo l’esigenza chiediamo agli Usa di poter usare uno dei loro stanziati a Sigonella”

Le risorse necessarie

Di fronte a questo scenario, tuttavia, esiste un rimedio. “Tale ritardo capacitivo – ha detto il capo di Stato maggiore – potrebbe ritrovare coerente attuazione ove si concretizzasse l’impegno politico di raggiungere il 2% del Pil per le spese della Difesa”. Ritardi o minori assegnazioni rischiano di non favorire “il tempestivo conseguimento delle capacità individuate”. Le minori risorse assegnate dal Mimit, per esempio, “hanno causato ritardi nei pagamenti delle fregate antisommergibile Fremm 11-12, che rimpiazzano quelle cedute all’Egitto” con rischio di interruzioni su altri programmi della Marina, dal nuovo sommergibile e all’elicottero Nh-90, “spina dorsale della flotta”.


formiche.net/2023/02/russi-agg…

Manifestazione una luce per l’Ucraina


Domani, venerdì 24 febbraio 2023 alle ore 18.30, ad un anno dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, si terrà una manifestazione dal nome “Una luce per l’Ucraina“. La Fondazione Luigi Einaudi parteciperà nella persona del suo Segr

Domani, venerdì 24 febbraio 2023 alle ore 18.30, ad un anno dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, si terrà una manifestazione dal nome “Una luce per l’Ucraina“.
La Fondazione Luigi Einaudi parteciperà nella persona del suo Segretario Generale, Andrea Cangini, per dimostrare ancora una volta il suo supporto al popolo ucraino e a tutte le vittime della guerra.

L'articolo Manifestazione una luce per l’Ucraina proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Difendiamo la libertà di impresa da una giustizia penale ipertrofica


Il 22 febbraio 2023 in Fondazione Luigi Einaudi il settore produttivo, le Istituzioni e il mondo professionale si sono confrontati sulle criticità del D.Lgs. 231 del 2001. La disciplina vigente è fonte di incertezze e contraddizioni, che limitano la cresc

Il 22 febbraio 2023 in Fondazione Luigi Einaudi il settore produttivo, le Istituzioni e il mondo professionale si sono confrontati sulle criticità del D.Lgs. 231 del 2001. La disciplina vigente è fonte di incertezze e contraddizioni, che limitano la crescita economica delle imprese, esponendole ai rischi della responsabilità penale.

L’incontro fra le parti sociali ha permesso di evidenziare i nodi cruciali della normativa ed esporre le esigenze di riforma. Come ricordava Von Hayek in Legge, legislazione e libertà, la certezza di regole condivise è il presupposto della libertà, perché non si è liberi quando opachi sono i confini del diritto. È questo lo spirito che ha guidato la Fondazione a promuovere la tavola rotonda, a cui hanno partecipato il Sen. Francesco Urraro, il Direttore Area Legislativa di Confindustria Antonio Matonti, gli Avv. Anna Vittoria Chiusano e Massimiliano Annetta e la Professoressa Rosita Del Coco.

Dal dibattito è emersa una situazione di fatto non più procrastinabile. Per il 60% delle attività produttive i modelli di organizzazione e gestione 231 sono superflui e insufficienti per perseguire efficacemente la finalità di prevenzione dei reati. Non solo, si traducono nella realtà in significative limitazioni della libertà di impresa, perché costringono le aziende di media a grande dimensione ad assumere costi organizzativi spesso superiori alle possibilità economiche. Non deve, allora, meravigliare se il quadro legislativo sia ancora percepito come un costo.

Segnatamente, sono emerse tre questioni fondamentali che il Parlamento dovrebbe affrontare. In primis, è necessario razionalizzare i reati presupposto, che qualora commessi nell’interesse o a vantaggio dell’ente fanno sorgere responsabilità penale in capo all’impresa. La disciplina, in origine pensata per combattere i reati dei colletti bianchi, è stata estesa nel tempo a molti altri illeciti, che poco hanno a che fare con le scelte gestionali e che, soprattutto, paralizzano i processi produttivi.

In secondo luogo, non è chiaro quando i modelli di organizzazione e gestione 231 siano idonei a esonerare l’ente dalla responsabilità penale. Infatti, nonostante la presenza dei modelli, in sede applicativa essi raramente vengono considerati adeguati. Le pronunce giurisprudenziali sono fra loro contraddittorie e le Procure d’Italia ricorrono a criteri disomogenei. Si crea così nel mondo economico un intenso senso di sfiducia, che genera forti ostacoli alla crescita. È necessario che il Parlamento e il Governo intervengano per introdurre delle norme che chiariscano come debbano essere i modelli, perché senza certezza del diritto il settore produttivo è condannato alla paralisi.

Infine, tutti gli intervenuti hanno condiviso l’urgenza di uscire da un’ipocrisia di fondo: la responsabilità ex D.Lgs. 231 del 2001 è responsabilità penale. Basti pensare che l’impresa può essere condannata alla pena dell’interdizione perpetua. Allora, il Parlamento dovrebbe superare l’attuale frode delle etichette. Non si tratta né di responsabilità amministrativa, né di tertium genus, ma di responsabilità penale, da accertare secondo le regole del processo penale. A titolo di esempio, oggi durante il processo si verifica un terribile inversione dell’onere della prova: è l’ente a dover provare che ha fatto quanto possibile e necessario per prevenire il reato. In caso contrario, si giunge alla condanna. Insomma, si è passati dalla presunzione di innocenza alla presunzione di colpevolezza, nonostante l’art. 27, comma 2, della Costituzione sia ancora lì.

In conclusione, si auspica che il Governo posa dare delle risposte che si attendono da anni. La libertà di impresa, già compressa da un sistema fiscale iniquo e da una burocrazia asfissiante, non può essere paralizzata da una giustizia penale iper-invadente. La Fondazione Luigi Einaudi, come sempre, farà la sua parte, anche attraverso la costituzione di un osservatorio permanente sulle libertà economiche, per portare all’attenzione delle Istituzioni le esigenze dei ceti produttivi.

L'articolo Difendiamo la libertà di impresa da una giustizia penale ipertrofica proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

L’integrazione dei fattori ESG nella strategia aziendale e nei sistemi di governance e gestione dei rischi degli intermediari bancari e finanziari


Martedì 7 marzo alle ore 17:45 presso l’Hotel NH Touring di Milano si terrà la conferenza dal titolo: “L’integrazione dei fattori ESG nella strategia aziendale e nei sistemi di governance e gestione dei rischi degli intermediari bancari e finanziari” Cura

Martedì 7 marzo alle ore 17:45 presso l’Hotel NH Touring di Milano si terrà la conferenza dal titolo: “L’integrazione dei fattori ESG nella strategia aziendale e nei sistemi di governance e gestione dei rischi degli intermediari bancari e finanziari”

Curatore dell’evento
Nino Parisi

Relatore
Ferdinando Parente

Intervengono
Stefano Preda
Alessandro De Nicola
Giovanni Barbara
Roberto Russo

L'articolo L’integrazione dei fattori ESG nella strategia aziendale e nei sistemi di governance e gestione dei rischi degli intermediari bancari e finanziari proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Il Sacco Wahabita di Karbala (1802)


Se avessimo istantanee del Sacco Wahabita di Karbala del 1802, sarebbero immagini di cataste di cadaveri, fiumi di sangue e dello scempio completo di un’intera città sacra. Le Cause Le cause del Sacco Wahabita di Karbala del 1802 sono complesse e multifattoriali, ma possono essere sintetizzate in tre principali fattori: le tensioni tra i persiani e gli ottomani, la rivalità tra sunniti e sciiti e soprattutto la crescente influenza del movimento wahhabita. La dinastia safavide era al culmine del suo potere nel XVI secolo, quando riuscì a stabilire l’Iran come una potenza regionale e a diffondere l’Islam sciita in tuttoContinue reading

The post Il Sacco Wahabita di Karbala (1802) appeared first on Zhistorica.

Masih Alinejad e Hamed Esmaeilion a Roma per parlare di diritti e Iran – laredazione.net


Masih esorta a non diventar complici del regime e di tagliate i rapporti con la Repubblica islamica perché la loro ideologia è pericolosa e «infetta il resto del mondo». Per spiegare questo concetto la giornalista ricorda un fatto successo nel 2016 quando

Masih esorta a non diventar complici del regime e di tagliate i rapporti con la Repubblica islamica perché la loro ideologia è pericolosa e «infetta il resto del mondo». Per spiegare questo concetto la giornalista ricorda un fatto successo nel 2016 quando per la visita in Italia del presidente Hassan Rouhani, “per non offenderlo”, coprirono tutte le statue di nudo presenti nel Museo Capitolino.

Donne, Libertà e Diritti umani in Iran

Ieri, Martedì 21 febbraio 2023, alle ore 15:00 presso il Senato della Repubblica italiana, in Sala Nassirya si è tenuta la conferenza stampaDonne, Libertà e Diritti umani in Iran”. All’incontro hanno partecipato: Masih Alinejad, giornalista e dissidente, in Usa dal 2009, Hamed Esmaeilion, portavoce dell’associazione vittime dei familiari del volo PS752, abbattuto l’8 gennaio 2020 su ordine dei Pasdaran, Hiva Feizi, Co-Fondatrice di “PaykanArtCar”, Andrea Cangini, Segretario Generale Fondazione Luigi Einaudi – FLE, Germano Dottori (Analista) e Francesco Galietti (Analista).

Il dibattito è stato organizzato da Fondazione Luigi Einaudi Onlus per Studi di Politica Economia e Storia e Ministero della Cultura.

La conferenza inizia con i saluti istituzionali di Antonella Zedda e dell’ambasciatore Mark D. Wallace. Wallace nel suo intervento ricorda quanto sia importante la libertà di stampa, una libertà che in Iran non c’è, e dove i giornalisti non possono diffondere notizie critiche e contro il regime, per questo ogni giornalista iraniano dovrebbe essere supportato dai suoi colleghi stranieri e le loro voci venir diffuse.

Hiva Feizi, grazie alla quale si è realizzata questa conferenza, interviene dopo l’ambasciatore. Ovviamente le sue prime parole sono dedicate ai cittadini e alle cittadine iraniane che combattono per la loro libertà, e alle vittime della violenza della Repubblica islamica. Il pensiero di Feizi è rivolto anche alle famiglie delle vittime del volo PS752 abbattuto l’8 gennaio 2020 dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC).

Della tragedia del volo PS752, ne avevamo parlato in un precedente articolo, ricordiamo soltanto che poco dopo il decollo, avvenuto con un’ora di ritardo, il Boeing 737-800 dell’Ukraine International Airlines che volava lungo la rotta da Teheran a Kiev è stato abbattuto, uccidendo tutti i 176 passeggeri e l’equipaggio a bordo.

L’intervento di Masih Alinejad

Masih Alinejad inizia il suo discorso partendo da un’esperienza personale. L’attivista racconta che anche lei in Iran era una giornalista parlamentare, ma che le è stato impedito di fare il suo lavoro. Il regime della Repubblica islamica, prosegue Masih, non tollererebbe nessuna delle giornaliste presenti in sala, perché non sono accettate le donne che non si coprono, e coloro che si ribellano rischiano di essere incarcerate; questa «non è solo una questione che riguarda le donne iraniane, ma l’identità e la dignità di tutte noi».

L’intervento di Masih è molto carico e pieno di energia, e con la stessa energia invita i presenti a sostenere la rivoluzione del popolo iraniano che da 5 mesi combatte per la propria libertà; in merito cita una famosa espressione usata spesso nel giornalismo «when it bleeds, it leads», ma, asserisce Masih: «questa frase vale solo per i media, nella realtà non c’è più bisogno di vedere giovani uccisi e il loro sangue versato per le strade». Sollecita anche a non credere alle notizie diffuse dai media di stato iraniani, di non diventar complici del regime e di tagliate i rapporti con la Repubblica islamica, perché la loro ideologia è pericolosa e «infetta il resto del mondo».

Per spiegare questo concetto la giornalista ricorda un fatto successo nel 2016 quando per la visita in Italia del presidente Hassan Rouhani, “per non offenderlo” coprirono tutte le statue di nudo presenti nel Museo Capitolino.

Non inaspettato è il suo appello all’Europa e all’Italia per far designare l’IRGC come gruppo terrorista, perché, ribadisce, non inserire l’IRGC tra i terroristi è comunque come prendere una posizione.

Il pensiero dell’attivista fa leva sul fatto che ciò che sta succedendo in Iran non è una «faccenda esclusivamente del Medio Oriente», riguarda tutti, il concetto di libertà non ha confini perché i «diritti umani sono globali».

L’intervento di Hamed Esmaeilion

Hamed Esmaeilion, portavoce dell’associazione PS572justice e che in quell’“incidente” ha perso sua figlia e sua moglie, ha esortato l’Ue a non negoziare con la Repubblica islamica «incapace di impegnarsi in alcun accordo», e a non fare alcun compromesso con gli uomini del regime, che imprigionano i cittadini stranieri per usarli come ricatto e perseguita le minoranze.

Anche Esmaeilion, come aveva già fatto Alinejad, ha poi ribadito la richiesta di espellere gli ambasciatori iraniani dalle varie ambasciate e designare l’IRGC come terrorista.

Successivamente, sono intervenuti Andrea Cangini, Germano Dottori e Francesco Galietti, che nel dare la loro analisi geo-politica, hanno sostenuto il movimento “Donna, Vita, Libertà”.

laredazione.net

L'articolo Masih Alinejad e Hamed Esmaeilion a Roma per parlare di diritti e Iran – laredazione.net proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Masih Alinejad: “Il velo islamico è come il muro di Berlino, abbattiamolo e cadranno gli ayatollah” – RAI News


Alinejad è, insieme a Esmaelion, la principale oppositrice della Repubblica islamica. Le interviste a Rainews.it in occasione dell’incontro in Senato con gli iraniani della diaspora che chiedono all’Italia sostegno sui diritti violati in Iran Lei è consid

Alinejad è, insieme a Esmaelion, la principale oppositrice della Repubblica islamica. Le interviste a Rainews.it in occasione dell’incontro in Senato con gli iraniani della diaspora che chiedono all’Italia sostegno sui diritti violati in Iran

Lei è considerata una minaccia per la teocrazia al potere nella Repubblica islamica dell’Iran: dagli Stati Uniti Masih Alinejad è arrivata a Roma per incontrare gli iraniani della diaspora e chiedere sostegno all’Italia sui diritti umani e sulle azioni da intraprendere contro Teheran anche in Europa. Accompagnata da un altro attivista simbolo della lotta al regime come Hamed Esmaelion, portavoce del volo 752AFV Teheran/Kiev, caduto per mano dei Pasdaran l’8 gennaio 2020, subito dopo il decollo, in cui si contarono 170 vittime compreso l’equipaggio. I due hanno parlato al Senato italiano, ospite della fondazione Luigi Einaudi.

Masih Alinejad, che vanta milioni di follower sui social media, ai nostri microfoni ricorda la battaglia che l’ha resa celebre nel mondo nella lotta per i diritti delle donne iraniane nel suo Paese e in generale per i diritti umani. Il suo cavallo di battaglia è quello di opporsi all’uso del velo islamico obbligatorio per le donne in Iran (e in Afghanistan ndr), ancor prima della protesta in corso perMasha Amini. Lei che in Iran è stata arrestata e minacciata dagli ayatollah, anche quando nel 2009 è divenuta esule negli Stati Uniti, dove tre settimane fa qualcuno ha cercato di assassinarla.

“Il velo islamico obbligatorio è come il muro di Berlino, se riusciamo ad abbattere questo muro la Repubblica islamica dell’Iran non esisterà più, credo che il velo sia uno dei pilastri principali della dittatura religiosa e che questa rivoluzione guidata dalle donne e sostenuta dagli uomini, sia andata oltre l’hijab”. “Dico di no all’apartheid di genere voluto da questo regime perché le donne sono stufe di sentirsi dire cosa indossare e quale stile di vita adottare, questo è il XXI secolo e le donne vogliono decidere sul proprio corpo”.

Insieme ad Hamed Esmaelion fanno tappa in Italia dopo Bruxelles, dove hanno partecipato, insieme alla numerosa diaspora di iraniani europea, alla marcia di circa 30.000 persone che chiedono all’Europa di inserire l’Irgc (sigla internazionale che indica i Pasdaran ndr) nella lista delle organizzazioni terroristiche europee, cosa già avvenuta negli Stati Uniti. “Non chiediamo molto all’Italia solo di stare dalla parte giusta della storia, chiedo all’opinione pubblica italiana di pensare che una delle rivoluzioni più progressiste del mondo è in atto ora in Iran: donne, adolescenti, uomini innocenti vengono uccisi ingiustamente dal proprio governo, se non sosterrete queste sorelle dovrete affrontare questi terroristi sul suolo italiano, sul suolo europeo”, ha detto Alinejad.

Sulla diaspora iraniana che appare divisa per divergenze interne lancia un appello: “E’ necessario che tutti i gruppi di iraniani in protesta oggi siano uniti contro il nemico comune che è la Repubblica islamica dell’Iran”. “E per questo dico unitevi, stiamo insieme, battiamoci per la democrazia, cerchiamo di salvare anche il resto mondo da uno dei virus più pericolosi al mondo e cioè l’ideologia islamica, non mi riferisco solo alle donne iraniane ma anche alle afgane, non posso credere che le donne vengano uccise in Iran e che vengano cacciate dalle scuole in Afghanistan”.

E conclude con un invito: “E’ arrivato il momento per le donne in Politica, per le sorelle in Italia di essere un esempio per i leader dei Paesi democratici, organizziamoci, si crei una marcia internazionale per le donne, dobbiamo essere uniti e isolare la Repubblica islamica così come è stato fatto per Putin”.

“Accogliamo la sofferenza del popolo iraniano cui due importanti rappresentanti sono in Italia per cercare di risolvereil grave problema legato ai diritti delle donne e in generale a quelli umani nel loro Paese, non è un tema di parte, non è un tema solo religioso e non riguarda solo le donne”, ha detto la Senatrice di Fratelli d’Italia Antonella Zedda promotrice dell’iniziativa.

Hamed Esmaelion, dentista ora residente in Canada, è noto per essere divenuto il portavoce dei familiari delle 170 vittime del volo finito in tragedia due anni fa, in cui perse la moglie e la figlia di 8 anni. Tutti i passeggeri rientravano nei Paesi occidentali dopo la pausa per le vacanze natalizie.

Per Esmaelion la lotta al regime in cui è diventata ragione di vita e soprattutto quella ai Pasdaran, il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica istituito fin dal 1979 per mantenere l’ordine spirituale e materiale in Iran. Per l’attivista è molto importante che la “Holy guard” venga inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche “perchè è questo che sono, terroristi, è la loro vera natura”. Dopo Strasburgo e Bruxelles dove l’emendamento proposto ha ottenuto successo ora è avvertito uno stallo da parte dei vertici europei e, secondo Esmaelion, le principali difficoltà che impedirebbero l’inserimento dei Pasdaran nella lista avrebbero motivazioni economiche e politiche. Di fatto se l’Irgc, essendo così addentro al tessuto istituzionale del Paese, fosse in quella lista nera, costituirebbe un problema per la tenuta del governo di Teheran.

“Alcuni paesi hanno buone relazioni con l’attuale governo iraniano e probabilmente il cambio di regime spaventa alcuni leader europei, ma noi siamo qui per dire che queste non sono paure reali, gli iraniani sanno benissimo ciò che vogliono e ciò che non vogliono, dopo 115 anni per la lotto per la Democrazia ora è il momento per ottenerla”. Secondo l’attivista il nostro Paese potrebbe fare la sua parte: “L’Italia potrebbe inserire i Pasdaran in questa lista, anche con l’espulsione dell’Ambasciatore iraniano a Roma e di tutti gli oligarchi dell’Iran”.

rainews.it

L'articolo Masih Alinejad: “Il velo islamico è come il muro di Berlino, abbattiamolo e cadranno gli ayatollah” – RAI News proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Sbarco Silente


Secondo i dati forniti dal governo, dall’inizio dell’anno sono sbarcati 12.906 emigranti. Per più di due terzi con mezzi propri o recuperati dalla Guardia Costiera. Nello stesso periodo, l’anno scorso, erano sbarcati in 4.701. L’anno precedente in 3.728.

Secondo i dati forniti dal governo, dall’inizio dell’anno sono sbarcati 12.906 emigranti. Per più di due terzi con mezzi propri o recuperati dalla Guardia Costiera. Nello stesso periodo, l’anno scorso, erano sbarcati in 4.701. L’anno precedente in 3.728.
Supporre che il numero degli sbarchi abbia a che vedere con il colore o le intenzioni del governo in quel momento in carica è una pura sciocchezza. Supporre che i decreti legge tonitruanti bloccheranno il fenomeno è la sua gemella. Allora perché si temeva l’invasione e si gridava alla complicità prima, mentre ora che sono quasi il triplo e più del triplo tutto tace? Perché la differenza non la fanno i fatti reali, ma il modo in cui vengono comunicati e la speculazione con cui sono adoperati. Ed essendo al governo quanti sostennero che fermare tutto era solo questione di volontà, ora la faccenda ha perso sponsor della paura. Ma il problema resta e si dovrà pur cominciare ad affrontarlo senza le retoriche dell’abbracciare o del bloccare.

La Ragione

L'articolo Sbarco Silente proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

L’Elettronica della Difesa nel Golfo Persico. In arrivo l’hub Ew di Elt


L’Elettronica per la Difesa made in Italy stringe partnership strategiche sempre più strette nel Golfo Persico. È questo il contesto in cui è stato siglato il nuovo accordo di partenariato tra Elettronica (Elt), azienda italiana che si occupa di sistemi p

L’Elettronica per la Difesa made in Italy stringe partnership strategiche sempre più strette nel Golfo Persico. È questo il contesto in cui è stato siglato il nuovo accordo di partenariato tra Elettronica (Elt), azienda italiana che si occupa di sistemi per il settore della Difesa, ed Etimad holding Llc (Eh), player internazionale nelle soluzioni tecnologiche per la sicurezza, per istituire un hub Ils negli Emirati Arabi Uniti dedicato ai sistemi di Electronic warfare (Ew). Un’opportunità per condividere le reciproche capacità in materia di sorveglianza e protezione. Nel frattempo, Elt si è aggiudicata anche il ruolo di partner di Abu Dhabi Ship Building per la fornitura del sistema EW per la corvetta della Marina Militare dell’Angola.

L’accordo

Con la firma di questo accordo, Elt collaborerà infatti con Etimad Holding e le sue consociate per stabilire negli Emirati Arabi Uniti un hub logistico integrato per i sistemi Ew. Eh, e le sue controllate, forniranno la riparazione e la manutenzione del sistema Ew di Elt su base esclusiva e supporteranno dunque Elt nella vendita dei propri prodotti. La sinergia di capabilities mira a fornire servizi ad hoc in base alle richieste ed esigenze degli utenti

Collaborazioni più strette nel Golfo Persico

“Il nostro rapporto con gli Emirati Arabi Uniti è molto profondo e continuiamo a lavorare per renderlo più forte”, ha spiegato il presidente e amministratore delegato di Elettronica, Enzo Benigni. L’accordo, infatti, rappresenta a detta del presidente “un passo avanti”, ed Elt continuerà a “collaborare, a condividere e ad arricchire le sue capacità”. Alle sue parole fanno eco quelle del ceo di Etiman holding, Khalid Al-Ali: “Con la firma di tale accordo, Etimad espande la sua partnership strategica con l’obiettivo di aggiungere valore all’interno del Paese negli Emirati Arabi Uniti. Questo accordo è la prima pietra miliare di una cooperazione strategica a lungo termine tra Elettronica ed Etimad”.

Elettronica della Difesa per la Marina angolana

Nel frattempo, Elt ha consolidato la sua intesa anche con Adsb-Abu Dhabi ship building (Edge group) e la Marina militare dell’Angola per la fornitura di Corvette, nell’ambito di un accordo annunciato in occasione di Idex, la grande esposizione che si tiene in questi giorni ad Abu Dhabi. Elt è infatti stata scelta per fornire il Sistema Ew alla Forza armata del Paese africano. L’integrazione delle reciproche capacità è già stata sperimentata in passato e tale accordo indica la volontà di proseguire nella medesima direzione. “Questa importante operazione di export riconosce la maturità e l’eccellenza raggiunta in campo industriale e tecnologico da ADSB. Questo accordo rende Elettronica particolarmente orgogliosa di questa collaborazione e fiduciosa sugli obiettivi ancora più sfidanti che potranno essere raggiunti insieme in futuro, garantendo al Paese la resilienza e la sovranità necessarie in un momento di profonda complessità geopolitica”, ha commentato l’accordo il presidente Benigni.


formiche.net/2023/02/elettroni…

#uncaffèconLuigiEinaudi ☕ – Lo Stato liberale è…


Lo Stato liberale è antiplutocratico ed antiugualitario da Lineamenti di una politica economica liberale, Movimento Liberale Italiano, 1943 L'articolo #uncaffèconLuigiEinaudi ☕ – Lo Stato liberale è… proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fon
Lo Stato liberale è antiplutocratico ed antiugualitario


da Lineamenti di una politica economica liberale, Movimento Liberale Italiano, 1943

L'articolo #uncaffèconLuigiEinaudi ☕ – Lo Stato liberale è… proviene da Fondazione Luigi Einaudi.


fondazioneluigieinaudi.it/unca…

Solo un vero partito liberal democratico può contrastare le ambizioni conservatrici di Meloni


La premier non ha competitor nel suo campo e nell’opposizione attuale. L’unico ostacolo alla sua idea di costruire una formazione politica paragonabile a quella della destra britannica è la nascita di una forza moderata, ancorata alla famiglia liberale eu

La premier non ha competitor nel suo campo e nell’opposizione attuale. L’unico ostacolo alla sua idea di costruire una formazione politica paragonabile a quella della destra britannica è la nascita di una forza moderata, ancorata alla famiglia liberale europea, in grado di farle concorrenza

Alcune considerazioni sull’evoluzione di Giorgia Meloni nello scenario politico italiano e internazionale. Appare di lampante evidenza la strategia della presidente che sta sempre più attorniandosi nella sua esperienza a Palazzo Chigi da personaggi eterodossi, non provenienti dalla sua storia e dalla storia del suo partito.

Ormai i casi sono così numerosi da non poter essere ricondotti a coincidenze. Per lo più coloro che sono chiamati a collaborare con lei provengono da un’area che potremmo definire moderata-liberale.

Il più noto è il ministro di punta del suo governo, Carlo Nordio, che è anche il più lontano da lei per cultura politica di provenienza. Ma tanti altri non riconducibili direttamente alla destra, soprattutto tra i collaboratori più stretti, sono nel frattempo approdati alla sua corte. Non può essere una scelta casuale.

Il suo partito, invece, resta al momento del tutto impermeabile a questa evoluzione. Potrebbe essere una strategia o, più semplicemente, la circostanza che un premier che sia anche leader di partito, naturalmente riconduce la sua leadership e anche le sue politiche al ruolo istituzionale, facendo passare in secondo piano (nel caso di Meloni oscurando del tutto) le attività proprie del partito di cui è incontestata leader.

È di tutta evidenza che Giorgia Meloni dà un orizzonte di legislatura alla sua esperienza e fa bene a farlo. Anche questa fortunata condizione la pone nell’ottica di “accantonare” almeno per i prossimi anni il partito.

Analizziamo gli obiettivi e gli eventuali ostacoli nel raggiungerli. A me pare che il presidente del Consiglio (come ama essere chiamata) si sia posto un obiettivo ambiziosissimo: dar vita in Italia a un moderno partito conservatore, che si ispiri a un’esperienza precisa, il conservatorismo inglese.

Tutto si muove in tal senso. A cominciare dalla collocazione internazionale e dalle conseguenti posizioni senza oscillazioni sulla guerra, dalla continuità con l’esperienza di Mario Draghi in tanti settori della vita economica e sociale, dalle nuove – per lei – posizioni garantiste sul delicato tema della Giustizia. Queste ultime, per la verità, sinora solo declamate.

Anche il suo attivismo sul terreno delle istituzioni dell’Unione europea e i suoi rapporti in Europa lasciano prefigurare l’intenzione di porsi alla testa dei vari conservatorismi europei, piuttosto che lasciarsi trascinare da essi. Ricordiamo che lei è già presidente del gruppo parlamentare europeo Ecr, quello, appunto, dei conservatori europei. Insomma, tutto torna.

Ma qui cominciano i problemi per lei e le riflessioni per chi non vuole lasciarsi coinvolgere in tale pur originale progetto.

Innanzi tutto il suo partito, ancor più della sua storia personale. Quest’ultima può ben seguire un’evoluzione, mentre il partito a me pare la sua principale palla al piede. Non credo che possa facilmente farne a meno: ricordiamo che la Meloni proviene dalla storia antica del suo partito, prima ancora che da una sua storia personale. Non sarà facile riformarlo e tanto meno staccarsi da esso. Come vorrà gestire la rupture, inevitabile anche sul piano dei rapporti personali, è tutto da vedere. Soprattutto è tutta da farsi e sarà tutt’altro che semplice.

La lezione di Winston Churchill, e i suoi passaggi dai liberali ai conservatori, a me pare troppo ambiziosa e mal si attaglia alla situazione data.

Il quadro dei partiti oggi in campo potrà favorirla. Non ha competitor nel suo campo. Non lo è Matteo Salvini, che con il suo partito viene da tutt’altra storia. Non lo è Forza Italia, il cui declino potrà anzi favorire il suo progetto. Non è un problema l’opposizione, che fa di tutto per favorirla. E continuerà a farlo. La coazione a ripetere gli errori è una maledizione del Partito democratico di cui bisognerà finalmente prendere atto.

Non la favorisce invece la deep culture di questo Paese. Quanto di più lontano dal conservatorismo reaganiano o tatcheriano. Tutta rivolta alle rendite di posizione, alla bonusmania e al “manettarismo” militante a cui la presidente del Consiglio ha già dovuto inchinarsi, rallentando non poco e rischiando di compromettere il suo pur ambizioso progetto. Dai balneari, ai tassisti, da ITA alle pulsioni securitarie del 41-bis, tanti sono gli indicatori che segnano inesorabilmente le difficoltà del percorso.

Vi è infine quello che potrebbe essere l’avversario più insidioso sulla sua strada: la nascita di un partito autenticamente liberale che su alcuni temi possa farle concorrenza, essendo tale forza più credibile per storia e per cultura – e su altri temi, penso ai diritti civili, a politiche non ideologiche sull’immigrazione, alle iniziative per un Europa federale e tanto altro ancora – potrebbe e dovrebbe essere più attrattiva dei settori più vivaci della nostra società.

Certo se questo nascente partito, che non può identificarsi sic et simpliciter nel cosiddetto Terzo Polo come è ora configurato, ma che da quella esperienza può trarre spunti importanti (anche per evitare gli errori commessi), continuerà a guardare al Partito democratico come interlocutore preferenziale o addirittura obbligato, allora sgombrerà il campo alla Meloni che potrà esondare anche in un campo che non le è proprio.

Occorre farla finita con pseudo complessi di superiorità, frutto di una minorità politica e spesso anche personale. La Meloni si sfida senza rancori, con rispetto e senza complessi. Insomma, solo un vero Partito liberaldemocratico, ancorato alla famiglia liberale europea, potrà contrastare e competere con un moderno partito conservatore. Liberal-socialisti, liberal-progressisti, liberal di ogni ordine e specie, lascerebbero campo libero alla Meloni.

Certo le necessarie riforme istituzionali e una indilazionabile riforma elettorale saranno necessarie per lo sviluppo del progetto. Ma questa è un’altra storia.

Linkiesta

L'articolo Solo un vero partito liberal democratico può contrastare le ambizioni conservatrici di Meloni proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Come mai la dottrina aerea di Mosca non funziona. La versione di Tricarico


Una premessa è d’obbligo: in un contesto di guerra di propaganda di dimensioni inusitate, abbinata alla carenza di fonti certe od attendibili, ogni valutazione ha carattere concettuale, di principio, e va rapportata a una situazione sul terreno non sempre

Una premessa è d’obbligo: in un contesto di guerra di propaganda di dimensioni inusitate, abbinata alla carenza di fonti certe od attendibili, ogni valutazione ha carattere concettuale, di principio, e va rapportata a una situazione sul terreno non sempre corrispondente alle stime poste alla base dei pur giusti ragionamenti.

È questo certamente il caso dell’impiego delle forze aeree nel conflitto russo-ucraino, un impiego incomprensibile, soprattutto da parte di Mosca, ma certamente errato alla luce dei criteri ormai consolidati – e vincenti – in uso in campo occidentale. Demandando a un approfondimento complessivo una valutazione generale del ruolo delle forze aeree, forse una fotografia idonea all’aggiustamento del tiro nella fase attuale può aiutare a comprendere se, e come, un innesto nel dispositivo militare ucraino di forze aeree fresche e aggiornate, in combinazione con un reset sui criteri di utilizzo delle stesse, possa spostare gli equilibri e le sorti del conflitto.

In questo contesto, non si può pensare ormai a falsi scopi di fronte alla reiterata e perentoria richiesta di aerei da combattimento moderni da parte di Zelensky. Meglio tardi che mai, verrebbe da dire, in considerazione che ormai, qualunque e di qualsivoglia tipo sia il teatro di operazioni, la componente aerotattica di uno strumento militare ha un ruolo derimente nella condotta delle operazioni, soprattutto nelle fasi iniziali quando il primo obiettivo è e resta quello dell’acquisizione della superiorità, e possibilmente il dominio, della dimensione aerea.

Questo in Ucraina non si è visto, non solo per la limitata disponibilità di tecnologie abilitanti nella specifica dimensione, ma anche per una dottrina di impiego obsoleta, retrodatata di cinquanta anni. Al netto, naturalmente, degli sporadici e limitati casi in cui si è visto il ricorso a tecnologia aggiornate, disponibili ai russi in quantità limitata o comunque non utilizzata su vasta scala. Più in particolare al momento, se si vuole legittimare il bizzarro assunto che gli ucraini possano usare le armi solo all’interno del loro territorio, pare ancora a portata di mano l’obiettivo di conseguire il controllo dei propri cieli.

Bisognerebbe far piazza pulita dei sistemi contraerei che i russi dovessero aver portato al seguito, sistemi mobili la cui identificazione anche fisica non dovrebbe essere un problema per le forze speciali nei territori annessi da Putin e non controllati a sufficienza. In tutti gli altri casi andrebbe fatta, con l’aiuto fondamentale dell’Intelligence occidentale, una ricognizione elettronica e fisica dell’esistente ed un piano operativo per neutralizzare le probabilmente scarse postazioni antiaeree.

Fatto questo, l’unica minaccia insidiosa difficilmente neutralizzabile, rimarrebbe l’infrarosso, ossia i missili terra aria di contenute dimensioni, facili da occultare e trasportare, di semplice impiego e di non difficile reperibilità dall’una e dall’altra parte. Un rischio, quello dell’infrarosso, agevolmente aggirabile se non si scende sotto la quota di cinquemila metri, o se si limitano allo stretto necessario le incursioni a quote basse.

Ecco, dunque, che si possono creare le condizioni in cui moderni velivoli aerotattici possono battere obiettivi terrestri di qualunque tipo con precisione metrica e da alta quota, individuare elettronicamente le postazioni di difesa russe e neutralizzarle, attivare circuiti permanenti (o quasi) di vigilanza fermando precocemente le incursioni. Una sorta di plausibile superiorità aerea insomma. Tutto questo sostanzia e dà ragionevolezza, in maniera incontrovertibile, alle richieste pressanti di Zelensky.

Circa i mezzi più idonei ed i tempi di entrata in servizio, la soluzione più efficace sembra quella degli F16. Il velivolo più diffuso nelle aeronautiche moderne, costruito in più di dieci versioni e in quantità inusitata, (circa cinquemila esemplari in una ventina di Paesi), dotato di capacità multiruolo come nessun altro caccia. E con una maturità di sistema che mette al riparo da sorprese o inefficienze e attività manutentive complicate. Molte aeronautiche sono dotate di F16, e tra queste alcune non batterebbero ciglio nel cederne una parte all’Ucraina, come l’Olanda, che tra l’altro li dovrebbe sostituire con gli F-35, o la Polonia.

Molto si è detto anche sui tempi ipotizzabili di entrata in servizio degli eventuali F16 nella forza aerea ucraina, e non sempre a ragion veduta, soprattutto perché spesso non si è tenuto conto che in tempo di guerra tanti passaggi saltano, inclusi quelli attinenti alla sicurezza del volo. Con queste premesse, una personale stima è che per abilitare al volo i piloti ucraini servano poche settimane, due o tre, per abilitarli ad impiegare correttamente i sistemi ne servano altrettante o poco più, per attivare una logistica operativa, incluse la manutenzione e le riparazioni, occorra raddoppiare ancora i tempi totali, ossia qualche mese in tutto. Tutto il resto è disquisizione inutile, parole in libertà, prendere tempo quanto nel caso specifico se ne è perso fin troppo.


formiche.net/2023/02/forze-aer…

Una nuova speranza – Solo un vero partito liberal democratico può contrastare le ambizioni conservatrici di Meloni


La premier non ha competitor nel suo campo e nell’opposizione attuale. L’unico ostacolo alla sua idea di costruire una formazione politica paragonabile a quella della destra britannica è la nascita di una forza moderata, ancorata alla famiglia liberale eu

La premier non ha competitor nel suo campo e nell’opposizione attuale. L’unico ostacolo alla sua idea di costruire una formazione politica paragonabile a quella della destra britannica è la nascita di una forza moderata, ancorata alla famiglia liberale europea, in grado di farle concorrenza

Alcune considerazioni sull’evoluzione di Giorgia Meloni nello scenario politico italiano e internazionale. Appare di lampante evidenza la strategia della presidente che sta sempre più attorniandosi nella sua esperienza a Palazzo Chigi da personaggi eterodossi, non provenienti dalla sua storia e dalla storia del suo partito.

Ormai i casi sono così numerosi da non poter essere ricondotti a coincidenze. Per lo più coloro che sono chiamati a collaborare con lei provengono da un’area che potremmo definire moderata-liberale.

Il più noto è il ministro di punta del suo governo, Carlo Nordio, che è anche il più lontano da lei per cultura politica di provenienza. Ma tanti altri non riconducibili direttamente alla destra, soprattutto tra i collaboratori più stretti, sono nel frattempo approdati alla sua corte. Non può essere una scelta casuale.

Il suo partito, invece, resta al momento del tutto impermeabile a questa evoluzione. Potrebbe essere una strategia o, più semplicemente, la circostanza che un premier che sia anche leader di partito, naturalmente riconduce la sua leadership e anche le sue politiche al ruolo istituzionale, facendo passare in secondo piano (nel caso di Meloni oscurando del tutto) le attività proprie del partito di cui è incontestata leader.

È di tutta evidenza che Giorgia Meloni dà un orizzonte di legislatura alla sua esperienza e fa bene a farlo. Anche questa fortunata condizione la pone nell’ottica di “accantonare” almeno per i prossimi anni il partito.

Analizziamo gli obiettivi e gli eventuali ostacoli nel raggiungerli. A me pare che ilpresidente del Consiglio (come ama essere chiamata) si sia posto un obiettivo ambiziosissimo: dar vita in Italia a un moderno partito conservatore, che si ispiri a un’esperienza precisa, il conservatorismo inglese.

Tutto si muove in tal senso. A cominciare dalla collocazione internazionale e dalle conseguenti posizioni senza oscillazioni sulla guerra, dalla continuità con l’esperienza di Mario Draghi in tanti settori della vita economica e sociale, dalle nuove – per lei – posizioni garantiste sul delicato tema della Giustizia. Queste ultime, per la verità, sinora solo declamate.

Anche il suo attivismo sul terreno delle istituzioni dell’Unione europea e i suoi rapporti in Europa lasciano prefigurare l’intenzione di porsi alla testa dei vari conservatorismi europei, piuttosto che lasciarsi trascinare da essi. Ricordiamo che lei è già presidente del gruppo parlamentare europeo Ecr, quello, appunto, dei conservatori europei. Insomma, tutto torna.

Ma qui cominciano i problemi per lei e le riflessioni per chi non vuole lasciarsi coinvolgere in tale pur originale progetto.

Innanzi tutto il suo partito, ancor più della sua storia personale. Quest’ultima può ben seguire un’evoluzione, mentre il partito a me pare la sua principale palla al piede. Non credo che possa facilmente farne a meno: ricordiamo che la Meloni proviene dalla storia antica del suo partito, prima ancora che da una sua storia personale. Non sarà facile riformarlo e tanto meno staccarsi da esso. Come vorrà gestire la rupture, inevitabile anche sul piano dei rapporti personali, è tutto da vedere. Soprattutto è tutta da farsi e sarà tutt’altro che semplice.

La lezione di Winston Churchill, e i suoi passaggi dai liberali ai conservatori, a me pare troppo ambiziosa e mal si attaglia alla situazione data.

Il quadro dei partiti oggi in campo potrà favorirla. Non ha competitor nel suo campo. Non lo è Matteo Salvini, che con il suo partito viene da tutt’altra storia. Non lo è Forza Italia, il cui declino potrà anzi favorire il suo progetto. Non è un problema l’opposizione, che fa di tutto per favorirla. E continuerà a farlo. La coazione a ripetere gli errori è una maledizione del Partito democratico di cui bisognerà finalmente prendere atto.

Non la favorisce invece la deep culture di questo Paese. Quanto di più lontano dal conservatorismo reaganiano o tatcheriano. Tutta rivolta alle rendite di posizione, alla bonusmania e al “manettarismo” militante a cui la presidente del Consiglio ha già dovuto inchinarsi, rallentando non poco e rischiando di compromettere il suo pur ambizioso progetto. Dai balneari, ai tassisti, da ITA alle pulsioni securitarie del 41-bis, tanti sono gli indicatori che segnano inesorabilmente le difficoltà del percorso.

Vi è infine quello che potrebbe essere l’avversario più insidioso sulla sua strada: la nascita di un partito autenticamente liberale che su alcuni temi possa farle concorrenza, essendo tale forza più credibile per storia e per cultura – e su altri temi, penso ai diritti civili, a politiche non ideologiche sull’immigrazione, alle iniziative per un Europa federale e tanto altro ancora – potrebbe e dovrebbe essere più attrattiva dei settori più vivaci della nostra società.

Certo se questo nascente partito, che non può identificarsi sic et simpliciter nel cosiddetto Terzo Polo come è ora configurato, ma che da quella esperienza può trarre spunti importanti (anche per evitare gli errori commessi), continuerà a guardare al Partito democratico come interlocutore preferenziale o addirittura obbligato, allora sgombrerà il campo alla Meloni che potrà esondare anche in un campo che non le è proprio.

Occorre farla finita con pseudo complessi di superiorità, frutto di una minorità politica e spesso anche personale. La Meloni si sfida senza rancori, con rispetto e senza complessi. Insomma, solo un vero Partito liberaldemocratico, ancorato alla famiglia liberale europea, potrà contrastare e competere con un moderno partito conservatore. Liberal-socialisti, liberal-progressisti, liberal di ogni ordine e specie, lascerebbero campo libero alla Meloni.

Certo le necessarie riforme istituzionali e una indilazionabile riforma elettorale saranno necessarie per lo sviluppo del progetto. Ma questa è un’altra storia.

linkiesta.it

L'articolo Una nuova speranza – Solo un vero partito liberal democratico può contrastare le ambizioni conservatrici di Meloni proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Al verde


Dopo l’enorme dilapidazione del bonus 110%, responsabilità del governo Conte 2, prevedibile e prevista fin dall’inizio, si tratta di comprenderne le conseguenze contabili, quelle produttive e le possibili vie d’uscita che minimizzino il danno e creino opp

Dopo l’enorme dilapidazione del bonus 110%, responsabilità del governo Conte 2, prevedibile e prevista fin dall’inizio, si tratta di comprenderne le conseguenze contabili, quelle produttive e le possibili vie d’uscita che minimizzino il danno e creino opportunità. Non la si interpreti come battaglia di bandiera, perché si tratta di un terreno sul quale ci si può fare ancora e più seriamente del male.

Il primo di marzo l’Istat pubblicherà i dati aggiornati sul deficit. Lì la bomba potrebbe deflagrare e, del resto, serve a nulla rimandare. Secondo le regole europee di contabilizzazione, imputando il costo nell’anno in cui nasce, si rischia di fare sballare i conti pubblici e introdurre una pericolosa stonatura nell’armonia dell’equilibrio. Dovessimo contabilizzare un punto o uno e mezzo in più di deficit sarebbero dolori e costi seri. Questa eredità avvelenata fu avvertita, ma non disinnescata dal governo Draghi, nella cui maggioranza era vasta la resistenza (e anche Fratelli d’Italia, allora all’opposizione, era dell’idea che si dovesse aggiustare e non fermare). Una resistenza che ci fu anche sulla riforma del catasto, che non avrebbe comportato aggravi fiscali altri che per gli evasori e che ancora oggi impedisce di distinguere seriamente fra immobili di lusso e popolari.

Ci sono conseguenze anche produttive. Abbiamo qui insistito nel ripetere che le previsioni economiche non segnalavano come imminente una recessione economica che la gran parte delle forze politiche dava già per esistente. Ma si faccia attenzione, perché se le norme in questione cambiano in continuazione (il 110% in media una volta ogni mese e mezzo) e se subito dopo avere emanato il decreto legge il governo già annuncia che sarà cambiato, il caos induce a fermare tutto. A quel punto non è la fine del malobonus, ma il modo in cui la si affronta, sommata ai problemi contabili, che potrebbero sul serio indurre una recessione. Quindi si deve dare una prospettiva. Non dopo e con comodo, ma ora, subito.

Si deve uscire dall’era degli “aiuti” e dei “sostegni”. L’idea che casa mia possa aumentare di valore grazie ai soldi che ci mettono altri è sbagliata in sé. Anzi è, in sé, un incrocio fra un’illusione e una truffa. Servono norme stabili e agevolazioni fiscali oggi che portino a maggiore gettito domani. La possibilità c’è ed è stata giustamente sottolineata dal presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli: la direttiva europea sugli immobili ecocompatibili. Non solo non è una patrimoniale mascherata, ma un’occasione produttiva che aiuterebbe a sostenere il mercato dell’edilizia senza sperperare denari del contribuente.

I lavori che migliorano casa mia e ne aumentano il valore li devo pagare io. Ma siccome si tratta di un’opera collettiva di grande portata, il fisco aiuta non pesando sul loro costo e predisponendone uno scarico ragionevole (quindi meno della totalità e meno del delirio superiore alla totalità). È conveniente per il proprietario, visto che diminuirà i costi di gestione e aumenta il valore dell’immobile. È conveniente per il fisco, perché il mancato introito odierno diventerà maggiore gettito al momento della cessione, dato dal maggiore valore. È conveniente per il sistema che finanzia il lavori, ovvero le banche, perché anziché dovere incassare un credito del cliente (remunerate con congrua e talora alta percentuale) parteciperanno al rischio e allo sforzo a prezzi di mercato. Ed è conveniente per le imprese edili che non siano nate per fatturare lavori in cui il cliente non è interessato al prezzo, dato che a pagare è un altro, giacché il lavoro da farsi, serio e controllato nei risultati, sarà enorme.

Il tutto a condizione che la si pianti con l’opporsi a quel che serve a crescere e migliorare, rivendicando invece come un diritto sovrano perpetuare quel che serve a impoverirsi e affondare. Si può fare, mobilitando competenza e responsabilità al posto della furbizia ottusa fin qui messa in conto ai contribuenti onesti.

La Ragione

L'articolo Al verde proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Iran, dalla Fondazione Einaudi un manifesto per valori liberali e parita’ dei diritti – ansa.it


Leggi su ansa.it, click qui L'articolo Iran, dalla Fondazione Einaudi un manifesto per valori liberali e parita’ dei diritti – ansa.it proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/iran-dalla-fondazione-einaudi-un-manifesto

Iran, Cangini (Fond. Einaudi): “Lanciamo manifesto per i valori liberali e parità dei diritti” – alanews


L'articolo Iran, Cangini (Fond. Einaudi): “Lanciamo manifesto per i valori liberali e parità dei diritti” – alanews proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/iran-cangini-fond-einaudi-lanciamo-manifesto-per-i-valori-libe

Le tante anime di Gaetano Martino, grande statista – Gazzetta del Sud


L'articolo Le tante anime di Gaetano Martino, grande statista – Gazzetta del Sud proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/le-tante-anime-di-gaetano-martino-grande-statista-gazzetta-del-sud/ https://www.fondazioneluigiei
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

L'articolo Le tante anime di Gaetano Martino, grande statista – Gazzetta del Sud proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

#uncaffèconLuigiEinaudi☕ – Gli italiani sentono…


Gli italiani sentono di potersi conquistare un posto al sole colla propria attività e non temono di misurarsi in gara con altri. da Lineamenti di una politica economica liberale, Movimento Liberale Italiano, 1943 L'articolo #uncaffèconLuigiEinaudi☕ – G
Gli italiani sentono di potersi conquistare un posto al sole colla propria attività e non temono di misurarsi in gara con altri.

da Lineamenti di una politica economica liberale, Movimento Liberale Italiano, 1943

L'articolo #uncaffèconLuigiEinaudi☕ – Gli italiani sentono… proviene da Fondazione Luigi Einaudi.


fondazioneluigieinaudi.it/unca…

Perché il superbonus è un fallimento della nostra democrazia


Com’è stato possibile? Spesi 120 miliardi di bonus edilizi, circa 6 punti di pil. Due terzi del Pnrr (190 miliardi) che però è speso su un arco temporale più ampio. Il doppio delle risorse impiegate (60 miliardi) per affrontare la crisi energetica più gra

Com’è stato possibile? Spesi 120 miliardi di bonus edilizi, circa 6 punti di pil. Due terzi del Pnrr (190 miliardi) che però è speso su un arco temporale più ampio. Il doppio delle risorse impiegate (60 miliardi) per affrontare la crisi energetica più grave degli ultimi 50 anni. Le agevolazioni fuori da ogni logica economica, insieme alla cessione illimitata dei crediti d’imposta, hanno per giunta prodotto circa 50 miliardi di buco di bilancio. All’improvviso, con un decreto d’urgenza del governo per evitare che i conti pubblici saltino per aria, il paese si sveglia dalla favola del “gratuitamente”. Ma il Superbonus 110 per cento rappresenta di più di un disastro economico. Se si risponde alla domanda su come sia stato possibile, ovvero su come mai tutto ciò non sia stato impedito, ci si rende conto di essere di fronte a un fallimento della nostra democrazia.

Se una sciagura del genere si è verificata è perché molte cose nel nostro sistema non hanno funzionato. Paradossalmente, ma forse non troppo, la misura che più di tutte ha sconquassato le finanze pubbliche è quella che ha goduto dei consensi più ampi e trasversali. Non solo il M5s e il Pd, che il Superbonus l’hanno realizzato insieme a un pezzo di Terzo polo (Iv). Ma anche l’opposizione. Forza Italia è sempre stata al fianco delle imprese edili, così come la Lega: quella che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti definisce una “politica scellerata” è stata convintamente sostenuta dal suo leader Matteo Salvini.

Allo stesso modo Giorgia Meloni, che attaccava Mario Draghi per le correzioni delle storture del Superbonus al grido di “non si cambiano le regole in corsa”. “Se oggi il presidente del Consiglio (Draghi, ndr) si vanta di un 6 per cento di aumento del pil, lo deve al Superbonus” diceva Marco Osnato, attuale presidente della commissione Finanze della Camera. Nessuna opposizione politica, quindi.
Ma anche nessuna, o pochissime critiche dai media. La stampa, nella quasi totalità, si è allineata alla narrazione del settore delle costruzioni e all’idea che il Superbonus fosse il motore della crescita e non una discesa senza freni nel deficit. I giornali che generalmente invitano a fare attenzione ai conti e a fare presto quando c’è da correggerli, hanno applaudito a una misura che ha scavato come una talpa una voragine nel bilancio statale.

Anche l’accademia, con poche lodevoli eccezioni, è stata distratta. Mentre altre misure, come ad esempio Reddito di cittadinanza e Quota 100, hanno spinto gli economisti a produrre numerose analisi, il Superbonus nonostante la mole di risorse in gioco e le criticità evidenti è stato ignorato. Tanto che gli unici studi sono quelli fatti da organizzazioni di settore, che hanno prodotto stime con effetti moltiplicativi fantastici e quasi lisergici. Numeri che poi, sebbene palesemente surreali, sono stati rilanciati acriticamente dai media riproponendo con un timbro di (pseudo) scientificità la narrazione del bonus che si ripaga da sé.

Ma a mancare sono stati anche i controlli istituzionali. Non è chiaro come sia stato possibile che la Ragioneria generale dello stato abbia bollinato una misura con coperture che, a ora, si sono dimostrate inferiori di 50 miliardi rispetto alla spesa effettiva. Eppure non si trattava di qualcosa di imprevedibile, visto che a maggio 2020 l’Ufficio parlamentare di Bilancio (Upb) segnalava come il mix dell’agevolazione al 110 per cento e della cedibilità del credito aumentava il rischio di far lievitare i costi. Per giunta, già all’epoca, il presidente dell’Upb Giuseppe Pisauro avvisava del “rischio sotto il profilo della classificazione contabile dei crediti d’imposta liberamente cedibili e utilizzabili in compensazione” con relativo impatto sul deficit. Esattamente ciò che sta accadendo ora dopo i rilievi di Eurostat.

La Ragioneria dello stato ha sottovalutato entrambi i rischi, sia quello dei costi sia quello contabile sulla “pagabilità” del credito. Ed è l’istituto che, insindacabilmente, avrebbe potuto e dovuto fermare il Superbonus fatto in quella maniera così scellerata che ora ha costretto il governo a intervenire d’urgenza.

Politica di governo e di opposizione, media, accademia, amministrazione pubblica. La voragine nel bilancio aperta dai bonus edilizi è la sommatoria dei fallimenti di quattro presidi che in una democrazia sana avrebbero dovuto impedire questo disastro. La vicenda del Superbonus mostra che oltre agli immobili sono tante le cose che nel nostro paese hanno bisogno di ristrutturazione ed efficientamento.

Il Foglio

L'articolo Perché il superbonus è un fallimento della nostra democrazia proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Italia-India, nel nome della Difesa. La visita di Meloni e l’accordo in arrivo


Il governo guarda all’India. A inizio marzo il primo ministro Giorgia Meloni atterrerà a Nuova Delhi, dove parteciperà alla conferenza Raisina Dialogue come ospite principale e incontrerà il premier Narendra Modi. I due si erano incontrati l’ultima volta

Il governo guarda all’India. A inizio marzo il primo ministro Giorgia Meloni atterrerà a Nuova Delhi, dove parteciperà alla conferenza Raisina Dialogue come ospite principale e incontrerà il premier Narendra Modi. I due si erano incontrati l’ultima volta a novembre, alla conferenza del G20 di Bali, dove si erano impegnati ad approfondire la relazione tra i rispettivi Paesi.

Secondo The Hindu, la visita “dovrebbe porre fine a un decennio di gelo” – causato dagli attriti per l’arresto dei due marò italiani, e non solo – e lasciarselo “saldamente alle spalle” grazie a una nuova cooperazione bilaterale in materia di difesa, che “probabilmente sarà annunciata” durante la visita del premier Meloni. “Si sta discutendo di un accordo generale sulla cooperazione bilaterale nel settore della difesa”, ha dichiarato una fonte diplomatica al quotidiano, aggiungendo che se i colloqui dovessero prolungarsi l’accordo sarà comunque pronto per la firma in tempo per la prossima visita di Meloni, a settembre, per il vertice del G20.

L’ex ambasciatore indiano in Italia Anil Wadhwa ha dichiarato a The Hindu che gli ultimi anni “hanno visto un continuo sforzo da parte di entrambe le parti” per superare le controversie del passato e concentrarsi sugli sforzi economici. Sebbene i legami bilaterali ne abbiano risentito, l’Italia è rimasta coinvolta nell’industria della difesa indiana attraverso realtà come Fincantieri, che fornisce il know-how per l’aggiornamento tecnologico e il potenziamento delle capacità della prima portaerei indiana, la INS Vikrant. Inoltre, pochi giorni dopo l’incontro tra Modi e l’allora premier italiano Mario Draghi a margine della riunione del G20 a Roma, il Ministero della Difesa indiano ha revocato il divieto imposto su Leonardo.

I lavori preparatori sono in corso. La scorsa settimana, il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego Di Cremnago (in rappresentanza del Ministro della Difesa Guido Crosetto) ha parlato con il ministro della Difesa indiano Rajnath Singh a margine della fiera Aero India a Bengaluru. Ha incontrato anche il Capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Anil Chauhan, con il quale ha discusso della collaborazione nei settori della guerra aerea, subacquea ed elettronica. Dopodiché ha parlato ai rappresentanti governativi presenti al Conclave dei Ministri della Difesa, ponendo l’accento sulla necessità di espandere le relazioni con Nuova Delhi.

“L’interscambio con il nostro Paese, nell’intorno dei 14 miliardi, seppur in crescita del 42 per cento rispetto all’anno precedente, è decisamente inferiore al potenziale”, ha dichiarato Perego a Bangalore, sottolineando che le aziende italiane in più settori – tra cui quello navale, quello aeronautico, quello elettronico e delle munizioni – devono cogliere la “progressiva diversificazione di Nuova Delhi dalla dipendenza dalla Russia e la strategia ’Make in India’” come un’opportunità. “La mia presenza qui e soprattutto le prossime [presenze] dei vertici del governo italiano, insieme ai lavori volti alla sottoscrizione di un nuovo accordo di cooperazione nel settore della difesa, segnano una nuova stagione di enfasi delle relazioni fra i nostri due Paesi”.

Lo sforzo diplomatico è da leggere nel quadro della rinnovata centralità del quadrante indopacifico, a cui l’Italia guarda con interesse crescente. Roma è sempre più intenzionata a onorare il concetto di sicurezza indivisibile, considerato che in un mondo interconnesso, anche gli scenari geograficamente distanti hanno ripercussioni immediate anche vicino a casa. Dunque il sistema-Paese sta intensificando gli sforzi in Asia, specie attraverso gli accordi di difesa.

Di recente Italia e Giappone hanno elevato il loro rapporto a “partnership strategica” dopo aver avviato, insieme al Regno Unito, un progetto congiunto (noto come GCAP) per lo sviluppo dei caccia di sesta generazione. Come anticipato su queste colonne, il ministro Crosetto dovrebbe recarsi a Tokyo nei prossimi mesi. Un’altra probabile destinazione è l’Indonesia, dove il rappresentante della Difesa italiano incontrerebbe il suo omologo Prabowo Subianto – che ha già espresso il suo apprezzamento per “l’impegno dell’Italia nell’attuale quadro geostrategico e la sua eccellenza tecnologica”.


formiche.net/2023/02/meloni-mo…

Il Presidente Giuseppe Benedetto ospite a RaiNews24


Il 22 febbraio 2023 dalle ore 10:40 il Presidente Giuseppe Benedetto sarà ospite a RaiNews24. L'articolo Il Presidente Giuseppe Benedetto ospite a RaiNews24 proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/il-presidente-giusep

Il 22 febbraio 2023 dalle ore 10:40 il Presidente Giuseppe Benedetto sarà ospite a RaiNews24.

L'articolo Il Presidente Giuseppe Benedetto ospite a RaiNews24 proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Firma il Manifesto “Per un Iran libero”


Per ogni donna, piccola o grande che sia Per ogni ragazzo e per ogni uomo Per ogni essere umano che ami la libertà Non è tempo di tiepide condanne. Non si può restare indifferenti di fronte a quello che da mesi accade in Iran. Dobbiamo condannare con forz

Per ogni donna, piccola o grande che sia

Per ogni ragazzo e per ogni uomo

Per ogni essere umano che ami la libertà

Non è tempo di tiepide condanne. Non si può restare indifferenti di fronte a quello che da mesi accade in Iran. Dobbiamo condannare con forza e senza compromessi le violenze del regime degli ayatollah, autorità guidate dall’odio e dal fanatismo religioso, che opprimono, seviziano e uccidono qualsiasi persona ritenuta impura. Le loro sono regole macchiate di sangue. Il loro credo è morte e violenza.

Eppure, il desiderio di libertà è più forte del terrore imposto dal regime. A differenza del passato, le proteste a Teheran e in tutto il Paese si stanno rivelando insopprimibili. Quella a cui assistiamo è una lotta tenace senza leader, ma guidata da una semplice richiesta: Jin, Jian, Azadi. Donna, vita, libertà.

Cancellare la femminilità e la bellezza è quello che desidera il regime. Comprimere ogni spazio di libertà è la sua missione, con la polizia morale che ritiene di rafforzare i propri principi con le bastonate e le autorità religiose che erogano condanne a morte contro “i nemici di Dio”.

Non possiamo restare inerti di fronte a minorenni violentate e uccise perché non indossano un velo, a madri costrette a tacere o a mentire per non fare la stessa fine delle figlie, a padri privati di ogni prospettiva per le proprie famiglie.

Le donne e gli uomini iraniani sanno che il tempo del regime sta finendo, in loro arde la fiamma della libertà. Le violenze e le minacce del regime non riusciranno a spegnerla.

Di fronte a tutto questo l’Occidente deve alzare la voce. La Fondazione Luigi Einaudi ha scelto di non voltare lo sguardo e di agire con ogni mezzo. Essere messaggeri di quello che sta accadendo, mettere a nudo i fatti anche quando rimordono la coscienza. Questa è la nostra scelta. Di più, questo è il nostro dovere. Un dovere morale, ancor prima che “politico”.

La nostra attenzione sarà costante. Incessante sarà la nostra richiesta alla classe politica italiana ed europea di azioni concrete. Solo un “salto di qualità” nella reazione internazionale potrà fermare le autorità iraniane.

Ricordiamoci di non dare per scontati i privilegi di cui gode il nostro mondo libero. Sono stati raggiunti dopo secoli di guerre e conflitti sociali: difendiamoli sempre e sempre con la stessa intensità.

La libertà è universale, né occidentale né orientale. Oggi ha un nuovo volto, è quello sorridente e radioso delle donne assembrate nelle piazze iraniane.

Non lasciamole sole. Uniamoci a loro e sosteniamole con ogni mezzo nella riconquista dei loro incomprimibili diritti. Per un Iran libero.

Firma il manifesto su Change.org

L'articolo Firma il Manifesto “Per un Iran libero” proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Manifesto “Per un Iran libero”


Per ogni donna, piccola o grande che sia Per ogni ragazzo e per ogni uomo Per ogni essere umano che ami la libertà Non è tempo di tiepide condanne. Non si può restare indifferenti di fronte a quello che da mesi accade in Iran. Dobbiamo condannare con forz

Per ogni donna, piccola o grande che sia

Per ogni ragazzo e per ogni uomo

Per ogni essere umano che ami la libertà

Non è tempo di tiepide condanne. Non si può restare indifferenti di fronte a quello che da mesi accade in Iran. Dobbiamo condannare con forza e senza compromessi le violenze del regime degli ayatollah, autorità guidate dall’odio e dal fanatismo religioso, che opprimono, seviziano e uccidono qualsiasi persona ritenuta impura. Le loro sono regole macchiate di sangue. Il loro credo è morte e violenza.

Eppure, il desiderio di libertà è più forte del terrore imposto dal regime. A differenza del passato, le proteste a Teheran e in tutto il Paese si stanno rivelando insopprimibili. Quella a cui assistiamo è una lotta tenace senza leader, ma guidata da una semplice richiesta: Jin, Jian, Azadi. Donna, vita, libertà.

Cancellare la femminilità e la bellezza è quello che desidera il regime. Comprimere ogni spazio di libertà è la sua missione, con la polizia morale che ritiene di rafforzare i propri principi con le bastonate e le autorità religiose che erogano condanne a morte contro “i nemici di Dio”.

Non possiamo restare inerti di fronte a minorenni violentate e uccise perché non indossano un velo, a madri costrette a tacere o a mentire per non fare la stessa fine delle figlie, a padri privati di ogni prospettiva per le proprie famiglie.

Le donne e gli uomini iraniani sanno che il tempo del regime sta finendo, in loro arde la fiamma della libertà. Le violenze e le minacce del regime non riusciranno a spegnerla.

Di fronte a tutto questo l’Occidente deve alzare la voce. La Fondazione Luigi Einaudi ha scelto di non voltare lo sguardo e di agire con ogni mezzo. Essere messaggeri di quello che sta accadendo, mettere a nudo i fatti anche quando rimordono la coscienza. Questa è la nostra scelta. Di più, questo è il nostro dovere. Un dovere morale, ancor prima che “politico”.

La nostra attenzione sarà costante. Incessante sarà la nostra richiesta alla classe politica italiana ed europea di azioni concrete. Solo un “salto di qualità” nella reazione internazionale potrà fermare le autorità iraniane.

Ricordiamoci di non dare per scontati i privilegi di cui gode il nostro mondo libero. Sono stati raggiunti dopo secoli di guerre e conflitti sociali: difendiamoli sempre e sempre con la stessa intensità.

La libertà è universale, né occidentale né orientale. Oggi ha un nuovo volto, è quello sorridente e radioso delle donne assembrate nelle piazze iraniane.

Non lasciamole sole. Uniamoci a loro e sosteniamole con ogni mezzo nella riconquista dei loro incomprimibili diritti. Per un Iran libero.

Firma il manifesto su Change.org

L'articolo Manifesto “Per un Iran libero” proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Caccia o droni? Il governo studia il settimo decreto armi a Kyiv


Si va verso un salto di qualità nel sostegno militare dell’Italia all’Ucraina. Lo rivela Francesco Verderami nel suo retroscena sul Corriere della Sera. Il governo sta elaborando il settimo decreto di aiuti alle autorità di Kyiv. “Abbiamo appena varato il

Si va verso un salto di qualità nel sostegno militare dell’Italia all’Ucraina. Lo rivela Francesco Verderami nel suo retroscena sul Corriere della Sera. Il governo sta elaborando il settimo decreto di aiuti alle autorità di Kyiv. “Abbiamo appena varato il decreto e dall’Ucraina ci sono arrivate altre richieste. Toccherà farne un altro”, diceva un paio di settimane fa Guido Crosetto, ministro della Difesa, a un collega di governo secondo quanto ricostruito da Verderami. Il sistema di difesa missilistico Samp-T promesso a Kiev arriverà a destinazione solo “nelle prossime settimane”, come ha annunciato il Antonio Tajani, ministro degli Esteri, perché bisogno superare un problema di allineamento tecnico tra i pezzi italiani e quelli francesi che compongono l’arma.

IL SALTO DI QUALITÀ

La dotazione bellica salirà di livello, scrive il Corriere della Sera nel giorno della visita di Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, a Kyiv: “Sarà un’altra fattispecie di armi”, confermano rappresentanti del governo italiano al giornale. C’è scetticismo sulla possibilità che Roma invii dei caccia, ma si parla di una nuova partita di droni – “che hanno un mercato a metà strada tra il militare e il civile” – e non si esclude la fornitura di “missili a lunga gittata”. Se sarà confermata, sarà davvero una svolta, dato che “finora, per evitare il coinvolgimento nel conflitto, i Paesi della Nato avevano posto delle limitazioni nell’assegnazione di certi armamenti”. E anche perché la formula che Roma finisce a Kyiv “solo armi difensive”, usata finora per placare i settori della maggioranza e i pezzi di opinione pubblica meno favorevoli all’invio di armi, sarebbe superata nella sostanza. Ecco, dunque, cosa porta Giorgia Meloni al presidente ucraino Volodymyr Zelensky secondo il Corriere.

LE PAROLE DI CIRIELLI…

Nei giorni scorsi si è parlato dell’ipotesi di invio di caccia all’Ucraina da parte dell’Italia: “Quanto ai jet, dipende quali”, ha spiegato Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri (Fratelli d’Italia), al Messaggero. “Gli F-35 sono fuori discussione, si può avviare un discorso sui caccia bombardieri Amx. Ascolteremo le richieste ucraine”, ha aggiunto.

… E QUELLE DI TAJANI

Il ministro Tajani, coordinatore nazionale di Forza Italia di Silvio Berlusconi, ha ribadito che l’Italia andrà avanti con l’invio delle armi all’Ucraina: “Abbiamo già approvato il sesto pacchetto e l’invio del materiale è in via di perfezionamento. Tra qualche settimana, in collaborazione con i francesi, manderemo in Ucraina anche il sistema missilistico Samp-T per la difesa aerea”, ha detto in un’intervista al giornale La Stampa. Potremmo mandare anche nostri caccia? “Ancora non ne abbiamo parlato, ma nel caso dovremo coordinarci con gli alleati, capire che tipo di aerei manderanno loro, perché non ha senso consegnare agli ucraini modelli diversi, poi c’è il problema di addestrare i piloti. Insomma, mi pare praticamente impossibile che vengano inviati caccia italiani”, ha risposto. “Se vogliamo arrivare alla pace”, ha continuato, “dobbiamo fare in modo che l’Ucraina resti indipendente e difenda il proprio territorio, altrimenti non si potrà costruire un accordo”.


formiche.net/2023/02/settimo-d…

John Fante – Aspetta Primavera, Bandini


L'articolo John Fante – Aspetta Primavera, Bandini proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/john-fante-aspetta-primavera-bandini/ https://www.fondazioneluigieinaudi.it/feed

#uncaffèconLuigiEinaudi☕ – Così dovrà essere ancora una volta per la nuova Italia…


Così dovrà essere ancora una volta per la nuova Italia. Nei consessi internazionali, l’Italia non chiederà diritto ad avere materie prime a prezzi di favore, che sarebbe elemosina avvilente e servile, ma diritto a comprare liberamente dappertutto le mater
Così dovrà essere ancora una volta per la nuova Italia. Nei consessi internazionali, l’Italia non chiederà diritto ad avere materie prime a prezzi di favore, che sarebbe elemosina avvilente e servile, ma diritto a comprare liberamente dappertutto le materie prime a prezzo di mercato.

da Lineamenti di una politica economica liberale, Movimento Liberale Italiano, 1943

L'articolo #uncaffèconLuigiEinaudi☕ – Così dovrà essere ancora una volta per la nuova Italia… proviene da Fondazione Luigi Einaudi.


fondazioneluigieinaudi.it/unca…

Esplosivo


L’arma del debito è puntata contro di noi. Da molto tempo e per nostra responsabilità. Dovendo ora aumentare il debito per comprare armi, ottemperando a un obbligo di sicurezza e corresponsabilità Nato, abbiamo la possibilità di non essere il bersaglio, m

L’arma del debito è puntata contro di noi. Da molto tempo e per nostra responsabilità. Dovendo ora aumentare il debito per comprare armi, ottemperando a un obbligo di sicurezza e corresponsabilità Nato, abbiamo la possibilità di non essere il bersaglio, ma di potere prendere la mira.

Dovendo far crescere la spesa per la difesa dall’1.38% del Prodotto interno lordo ad almeno il 2%, così come stabilito in sede Nato nel 2014, e così come è ora saggio e urgente che sia, perché la guerra che la Russia ha scatenato in Ucraina comporta il trasferimento di armi e lo sguarnirsi degli arsenali, dovendo, quindi, affrontare una spesa che era prevista, ma ora non rinviabile, il ministro della difesa, Guido Crosetto, ha chiesto che quei soldi non siano contabilizzati ai fini del patto di stabilità. Se tale richiesta fosse accolta sarebbe per noi un danno. Dobbiamo chiedere e proporre molto di più.

I celebri e vituperati “parametri europei” non solo sono l’ultimo dei problemi, ma comportano un vantaggio, giacché sono i cardini di una protezione. Più alto è il rischio di speculazione sul debito nazionale, più alto il valore della protezione. Potere fare debiti in deroga a quei parametri non è un privilegio, ma una fregatura, proprio perché aggira la protezione. Di quel debito aggiuntivo non dovremmo discutere con la Commissione Ue, ma dovremmo comunque chiederlo al mercato e adeguatamente remunerarlo. Non c’è alcun vantaggio. Mentre l’aumento delle spese per la difesa è una necessità che risponde ad una preziosa unità europea, che ha un alto valore sia politico che morale. E siccome non siamo una parte del mondo senza produttori di sistemi d’arma e tecnologia d’avanguardia, quel che dovremmo proporre è mettere a sistema quel mondo produttivo, lavorare all’eliminazioni delle sovrapposizioni disfunzionali e alimentarlo con investimenti europei, retti da debito comune. Non sarebbe una furbata per non fare debito italiano, ma una spinta seria alla difesa comune. Che, in ambito Nato, è anche la sola possibile e immaginabile.

Il governo Meloni avrebbe qualche credibilità in più, per proporlo. A partire da tre premesse. 1. In campagna elettorale FdI è stata la sola forza di destra (a parte Azione la sola in generale) ad opporsi agli scostamenti di bilancio, mentre gli altri reclamavano debito aggiuntivo per distribuire quattrini. Come è noto FdI ha trionfato e gli altri tonfato. 2. Ereditati i conti dal governo Draghi s’è posto in coerenza, tanto che nessuno ha potuto seriamente avanzare dubbi di affidabilità e lo spread se ne è stato a cuccia. 3. È stato capace di due scelte coraggiose e giuste: a. cancellare la sospensione delle accise sui carburanti (salvo pasticciare nel decreto); b. cancellare lo sconto in fattura e la cessione del credito di quella roba allucinante con denominazione circense, ovvero il “superbonus 110%”.

Naturale che avrebbero accusato il governo del caro carburanti, anche se i prezzi calavano. Naturale che ora si paventi la morte del mercato edilizio, che dopo essere stato a lungo drogato non potrà non avere una crisi d’astinenza. (Dei 372.303 cantieri aperti solo 51.247 sono relativi a condomini e di 65.2 miliardi di investimento ammessi solo 30.4 riguardano condomini, il resto sono ville ed edifici unifamiliari, quindi gli immobili che se ne sono giovati sono pochi e moltissimi a favore di soggetti che avrebbero potuto spendere da soli, invece si sono usati soldi del contribuente e alimentato l’inflazione favorendo la crescita dei prezzi). Queste cose il governo ha avuto il coraggio di farle e ciò rende credibile la proposta cui si faceva cenno, non intestandola a chi sa solo spendere soldi che non ha.

Il “dettaglio” è che sia la difesa europea che il debito condiviso rispondono ai nostri interessi, ma sono anche potenti vettori di maggiore e indissolubile unità europea. Sarebbe interessante, sarebbe esplosivo e rigenerativo veder realizzare questo disegno da chi lo avversò. Ma Brexit è lì a dimostrare quanto fosse folle.

La Ragione

L'articolo Esplosivo proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Ecco perché, da liberali, siamo al fianco delle donne iraniane


Una società è libera più sono libere le donne, e anche noi in Italia siamo stati a lungo in ritardo. Il cammino verso l’abolizione della Sharia è lungo e tortuoso, ma le iraniane vanno difese ora In Ucraina combattiamo, per interposta nazione, una guerra

Una società è libera più sono libere le donne, e anche noi in Italia siamo stati a lungo in ritardo. Il cammino verso l’abolizione della Sharia è lungo e tortuoso, ma le iraniane vanno difese ora


In Ucraina combattiamo, per interposta nazione, una guerra in difesa dei principi liberali su cui si fondano i nostri sistemi democratici e nei quali si identifica la nostra civiltà. Si tratta dei medesimi principi che ispirano i diritti in difesa dei quali si battono le donne iraniane.

In una prospettiva liberale, infatti, non esistono i generi così come non esistono le caste, i censi, le classi, i monopoli e i depositari di Verità assolute: tutti hanno gli stessi diritti, tutti devono avere le stesse possibilità. Pensiero liberale e diritti democratici hanno percorso a braccetto la Storia degli ultimi tre secoli e la questione femminile ne è stata una delle bandiere. Già nel 1869 John Stuart Mill contestava “la servitù” femminile e inseriva nella narrazione liberale l’uguaglianza tra i sessi e i diritti politici delle donne. Fu una grande intuizione, essendo oggi piuttosto evidente come la condizione femminile sia tra i più efficaci indicatori del grado di liberalismo di ogni società: più le donne sono libere, più è liberale la società di cui quelle donne fanno parte.

È dunque naturale che la Fondazione Luigi Einaudi si trovi oggi in prima fila nel denunciare la violenza con cui il regime iraniano sta reprimendo una pacifica e incomprimibile richiesta di libertà. La libertà delle donne di svelarsi. Di mostrare, cioè, ciascuna il proprio volto, dunque di essere riconosciute come individui, dunque di essere titolari di diritti civili e politici. E di conseguenza di essere libere di scegliere, di muoversi, di parlare, di crescere culturalmente, spiritualmente e socialmente. Si tratta di diritti umani, diritti né maschili né femminili.

Con l’obiettivo di tenere desta l’attenzione delle istituzioni e dei media italiani ed europei, la Fondazione Luigi Einaudi terrà domani in Senato una conferenza stampa alla quale parteciperanno importanti personalità e organizzazioni della dissidenza iraniana. Con l’occasione, presenteremo un Manifesto in difesa dei diritti e delle libertà delle donne iraniane che da domani ciascuno potrà firmare sul sito www.fondazioneluigieinaudi.it.

Invochiamo la parità di genere e la libertà personale, ma siamo consapevoli di quanto lungo e tortuoso sia il cammino che abbiamo di fronte. Ne siamo consapevoli perché conosciamo la storia e l’influenza che le religioni da sempre esercitano sui fatti storici e sui processi sociali.

Come italiani, e dunque come cattolici, non possiamo dimenticare quanto, e quanto a lungo, il pregiudizio nei confronti delle donne abbia ispirato la nostra cultura e di conseguenza le nostre leggi. “La donna è l’ostacolo principale sulla via che conduce a Dio”, diceva sant’Agostino. E per secoli sia la Chiesa sia lo Stato hanno fatto di quel pregiudizio la Regola.

In Italia, le donne hanno avuto riconosciuto il diritto di voto solo nel 1945; il reato di adulterio, punito per la donna con un anno di reclusione, è stato abolito solo nel 1968; il delitto d’onore, cioè le attenuanti per l’uxoricida dell’adultera, e il matrimonio riparatore, cioè la norma del codice penale che cancellava la colpa dello stupratore che sposava la vittima, sono stati abrogati solo nel 1981. Quarant’anni fa appena.

Molto, in questo ritardo, ha contato la profondità in cui sono depositati nelle viscere della nostra nazione quegli antichi codici patriarcali per millenni tipici della storia umana, e di quella dei popoli meridionali in modo particolare. Moltissimo ha contato l’influenza culturale e politica della Chiesa cattolica. Una Chiesa da tempo disarmata e priva di poteri temporali, eppure a lungo capace di influenzare le coscienze, la società e le scelte del decisore politico.

Il principio della separazione tra Chiesa e Stato è entrato sin dal Settecento nella nostra cultura giuridica e politica ed è stato ufficializzato nel 1929 con i Patti Lateranensi, ma ha impiegato altri sessant’anni per allentare la presa sulle libertà civili individuali e in modo particolare su quelle femminili.

È bene rammentarlo. È bene rammentarlo perché se questa è la storia dell’Italia non si può chiedere troppo alla storia dell’Iran. Una repubblica islamica fondata sulla Sharia. Cioè sulla sottomissione dello Stato alla Chiesa, della Legge alla Verità, dell’uomo a Dio e della donna all’uomo.

Inutile giraci girarci attorno: la Sharia, soprattutto nell’interpretazione retriva che ne danno i mullah iraniani, non è compatibile con i principi liberali. Chiederne, oggi, il superamento sarebbe ingenuo, pretendere che il regime iraniano sospenda la repressione e assicuri alle donne la libertà di manifestare pacificamente per l’affermazione dei propri diritti è doveroso. Un dovere che confidiamo sia avvertito come tale da tutti i governi e da tutte le organizzazioni nazionali ed internazionali che amano definirsi liberali e/o democratiche.

Huffington Post

L'articolo Ecco perché, da liberali, siamo al fianco delle donne iraniane proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Lezioni dagli Usa per una Difesa europea. La riflessione di Preziosa e Velo


Il centro dell’Europa si è spostato nel tempo verso est e l’agenda della sicurezza è diventata ancora più urgente. In Europa si è aperto un dibattito sullo spirito del Trattato di Maastricht. Il rappresentante per la politica estera Ue Josep Borrell ha sp

Il centro dell’Europa si è spostato nel tempo verso est e l’agenda della sicurezza è diventata ancora più urgente. In Europa si è aperto un dibattito sullo spirito del Trattato di Maastricht. Il rappresentante per la politica estera Ue Josep Borrell ha spiegato che l’Europa “non vuole costruire un esercito europeo al singolare” ma la “interoperabilità degli eserciti”.

Lo spirito di Maastricht

Secondo la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen lo spirito di Maastricht era costituito dall’obiettivo dello sviluppo nella stabilità. Questa visione però, riduce il Trattato a un contenuto economico. In realtà Maastricht fu tutt’altro. Il Trattato definì l’euro come una moneta federale e Il carattere costituzionale del documento fu prevalente rispetto alla sua definizione economica. Il Trattato di Maastricht ha affrontato un problema apparentemente insolubile: sancire la nascita dell’euro in assenza di un consenso generale dei membri e di uno Stato europeo compiuto.

Il Trattato ha consentito di costruire l’Unione monetaria europea rispettando il principio costituzionale dell’unificazione europea costituito dalla sussidiarietà. Un ordine costituzionale sussidiario richiede che la moneta non debba essere utilizzata per centralizzare il potere e la stabilità monetaria rappresenta lo strumento per raggiungere questo obiettivo. Maastricht ha affrontato un problema nuovo: una moneta che non fosse controllata dalle istituzioni europee ma che rispondesse a regole costituzionali.

Oggi assistiamo al tentativo di centralizzare il governo dell’Unione europea da parte della Commissione, mentre la Banca centrale europea difende l’ordine costituzionale e ostacola le politiche inflazionistiche a tutti i livelli dell’Unione europea. La moneta europea poteva avere il consenso dei Paesi membri in quanto non realizzava un accentramento di potere a livello europeo. L’Unione monetaria ha così segnato una tappa fondamentale nella evoluzione del modello federale europeo.

Gli Stati membri al momento di rinunciare alla sovranità monetaria hanno voluto tutelarsi dagli effetti negativi possibili. In campo monetario l’unica soluzione praticabile era costituita dalla definizione di uno statuto della Banca centrale europea che limitasse drasticamente la sua discrezionalità, in modo specifico limitando la possibilità di drenare risorse dai cittadini degli Stati membri alle autorità europee attraverso lo strumento del signoraggio. Alla Commissione europea è stata preclusa la possibilità di intervenire nella gestione della Banca centrale europea. Si tratta oggi di valutare se questa soluzione, sancita dal Trattato di Maastricht, conservi validità.

L’ordine federale e il centralismo

Il dibattito oggi apertosi in Europa sull’opportunità di modificare o meno il dettato del Trattato di Maastricht pone in discussione l’alternativa fra confederazione e federalismo, fra ordine federale e centralismo. Questo dibattito si è sviluppato anche negli Stati Uniti, dal diciottesimo secolo sino ad oggi. La costituzione americana, nata con l’indipendenza alla fine del diciottesimo secolo, ha assunto il valore di ordine federale di riferimento. Ricordiamo che Altiero Spinelli ha scritto il Manifesto di Ventotene, sulla base dei contenuti de The Federalist che illustra il dibattito costituente svoltosi negli Stati Uniti.

Oggi l’alternativa fra federalismo e centralismo è in discussione nell’Unione europea in quanto la necessità di potenziare la difesa è emersa con le tensioni a livello internazionale. L’opzione che L’Unione europea deve oggi considerare non è costituita dalla validità o meno del Trattato di Maastricht, ma dal proprio posizionamento a livello internazionale. Il dibattito corrente non riconosce quale sia la vera portata delle decisioni che debbono essere adottate.

Il processo di centralizzazione negli Stati Uniti è avvenuto soprattutto modificando la Costituzione materiale più della Costituzione formale originaria. Questa è la differenza profonda fra Spinelli, fedele alla lezione della Costituzione originaria degli Stati Uniti, e Jean Monnet, sempre attento al ruolo svolto dalle modificazioni della Costituzione materiale, dell’Unione europea e degli Stati Uniti. L’Unione monetaria è stata realizzata secondo una Costituzione federale.

La moneta e la finanza come strumenti di accentramento

La Costituzione federale dell’Unione monetaria ha potuto affermarsi sia per la rinuncia europea di finanziare un esercito al livello degli altri Stati continentali sia per la rinuncia a utilizzare la moneta e la finanza come strumenti di potere internazionale. Grazie a ciò, l’euro, all’indomani della sua creazione, ha raggiunto in breve tempo l’importanza di seconda moneta di riserva e di pagamento a livello internazionale. La emissione di titoli di debito era preclusa dai trattati europei in essere. La Commissione europea ha sostenuto l’opportunità di emettere eurobonds. Questa possibilità ha trovato realizzazione per fronteggiare solo crisi temporanee, ma non è stata oggetto di consenso, da parte dei Paesi membri dell’Unione europea, per finanziare politiche centralizzatrici.

L’Unione europea superpotenza versus “Forza gentile”

Oggi l’Unione europea può perseguire il modello attuale statunitense, riposizionarsi come potenza internazionale, organizzare un esercito di potenza pari agli eserciti dei Paesi di dimensioni continentale, modificare radicalmente il Trattato di Maastricht e sviluppare un elevato accentramento. Un modello alternativo può fondarsi sulla ricerca di un ruolo di “Forza gentile” come teorizzato da Tommaso Padoa Schioppa, tutelando lo spirito di Maastricht e rafforzando il modello federale. L’esercito europeo, per essere coerente con questa seconda alternativa, potrebbe organizzarsi sul modello adottato dagli Stati Uniti, un modello dualistico costituito da un piccolo esercito europeo e dal mantenimento di una guardia nazionale da parte dei Paesi membri dell’Unione europea.

È stato il ruolo internazionale degli Stati Uniti che determinerà poi un incremento graduale del centralismo lungo tutto il ventesimo secolo con le Presidenze di Theodore Roosevelt e Franklin Delano Roosevelt. L’Europa non ha avuto la necessità di organizzare un esercito europeo in quanto la sua difesa era garantita dagli Stati Uniti. Ciò ha consentito all’Europa di sviluppare il processo di unificazione senza ricorrere alla centralizzazione, dandosi come regola costituzionale fondamentale la sussidiarietà. Sarebbe un errore di portata storica rinnegare Maastricht e trasformare l’Unione europea in superpotenza, con livelli di centralismo sempre maggiori.


formiche.net/2023/02/lezioni-u…