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Retry Storm nelle architetture distribuite: quando la resilienza diventa il problema
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@informatica


Retry Storm nelle architetture distribuite: quando la resilienza diventa il problema


Le architetture distribuite moderne sono progettate per la resilienza. Aggiungiamo retry per i fallimenti transitori, replica per la durabilità, autoscaling per l’elasticità, circuit breaker per l’isolamento. Ogni meccanismo, preso singolarmente, migliora la disponibilità. Ma sotto stress, la loro interazione può abbattere l’intero sistema.

La maggior parte delle interruzioni enterprise non è causata dall’assenza di fault tolerance. È causata da meccanismi di fault tolerance non delimitati che reagiscono simultaneamente. Questo articolo analizza il fenomeno del retry storm e mostra come progettare sistemi con bounded reliability.

1. Retry Storm: quando la resilienza moltiplica il traffico


I retry sono progettati per proteggere dai fallimenti temporanei. Ma i retry moltiplicano il carico. Ecco un esempio semplificato della logica di retry che si trova comunemente nei sistemi di integrazione tra servizi:

import time
import random

def downstream_service():
    latency = random.choice([0.1, 0.2, 0.8])
    time.sleep(latency)
    if latency > 0.7:
        raise TimeoutError("Slow response")
    return "OK"

def call_with_retries(max_attempts=3):
    for attempt in range(max_attempts):
        try:
            return downstream_service()
        except TimeoutError:
            print(f"Retry {attempt+1}")
    raise Exception("Failed after retries")

In condizioni normali questa logica funziona correttamente. Ma sotto carico elevato si innesca una spirale:
  1. La latenza aumenta
  2. Scattano i timeout
  3. Ogni richiesta viene ritentata fino a 3 volte
  4. Il traffico verso il backend triplica
  5. Il backend rallenta ulteriormente
  6. Aumentano i retry

In un’architettura a livelli tipica — Gateway → Experience API → Process API → System API → Database — se ogni livello gestisce i retry in modo indipendente, l’amplificazione del carico diventa moltiplicativa, non additiva. Un singolo rallentamento del database può abbattere tre livelli API a cascata in pochi minuti.

Il pattern Bounded Retry (sicuro per la produzione)


La soluzione non è eliminare i retry, ma delimitarli e renderli consapevoli del carico di sistema:

def call_with_bounded_retries(max_attempts=2, system_load=0.5):
    # Fail-fast quando il sistema è sotto stress
    if system_load > 0.75:
        return None

    for attempt in range(max_attempts):
        try:
            return downstream_service()
        except TimeoutError:
            # Exponential backoff con jitter
            backoff = 0.2 * (2 ** attempt)
            time.sleep(backoff + random.uniform(0, 0.1))
    return None

Le differenze chiave rispetto alla versione base:
  • Ceiling sui retry: massimo 2 tentativi invece di 3
  • Exponential backoff: aumenta il tempo di attesa ad ogni tentativo
  • Jitter: aggiunge variabilità casuale per evitare wave di retry sincronizzate
  • Load-aware circuit: disabilita i retry completamente quando il sistema è sovraccarico


2. Fan-out della replica e collasso della coordinazione


La replica sincrona migliora la durabilità dei dati. Ma ogni write si moltiplica per il numero di repliche, aumentando il costo di coordinazione:

def write_to_replicas(data, replicas=3):
    for _ in range(replicas):
        time.sleep(0.2)  # Simula latenza di replica

Sotto traffico elevato, il lag delle repliche cresce, i client iniziano a ritentare le scritture, e il carico effettivo di write raddoppia. In sistemi di elaborazione aziendale (ordini, fatturazione, riconciliazione) questo pattern causa un collasso del throughput non perché i dati vadano persi, ma perché la coordinazione sopraffà il sistema.

La soluzione è la durabilità stratificata: non tutte le scritture richiedono le stesse garanzie. Le transazioni critiche usano replica completa; log ed eventi non critici ne richiedono meno. La reliability deve essere proporzionata, non massimizzata ciecamente.

3. Loop di feedback dell’autoscaling


L’autoscaling reagisce alle metriche di traffico. Ma se queste metriche sono gonfiate dai retry, il sistema escala in risposta a traffico artificiale:

def autoscale_safe(request_rate, sustained_load):
    # Scala su domanda sostenuta, non su spike da retry
    if sustained_load and request_rate > 120:
        print("Scaling up — domanda organica confermata")

Segnali più affidabili su cui basare l’autoscaling:
  • Domanda sostenuta (non spike improvvisi)
  • Tendenze nella distribuzione della latenza (P95, P99)
  • RPS organiche (esclusi i retry)
  • Velocità di crescita delle code


4. Il problema reale: le reazioni correlate


Retry, replica e autoscaling reagiscono ciascuno a segnali diversi. Ma sotto stress, reagiscono tutti allo stesso segnale di degradazione. Questa correlazione crea il fallimento a cascata.

Scenario reale — payment reconciliation service:

  1. La latenza dell’ERP sale a 700ms
  2. Il servizio Billing va in timeout a 500ms
  3. Billing ritenta 3 volte
  4. La Process API ritenta l’orchestrazione
  5. Il Gateway ritenta la richiesta client
  6. L’autoscaling reagisce allo spike
  7. Il lag di replica del database aumenta
  8. La Dead Letter Queue inizia a riempirsi

In pochi minuti, un rallentamento minore diventa un’interruzione di piattaforma. La causa principale: reazione non delimitata.

5. Pattern di Bounded Reliability per sistemi API

Retry Budget


Il carico effettivo è: Carico Effettivo = RPS in ingresso × Numero Retry. Con 1.000 RPS e 3 retry, il backend riceve 3.000 richieste. Impostare un budget massimo di retry per richiesta e per servizio è non negoziabile in produzione.

Classificazione degli Errori


Non tutti gli errori sono retriable. Una tassonomia chiara:

Tipo di ErroreRetry?Azione
CONNECTIVITYBounded retry
TIMEOUTBackoff esponenziale
VALIDATION (4xx)NoFail fast
AUTH (401/403)NoAlert immediato

I retry ciechi su errori di validazione o autenticazione sono debito architetturale.

Idempotency obbligatoria


I retry senza idempotency causano corruzione dei dati. Il transaction ID deve essere deterministic, non generato casualmente ad ogni tentativo:

# ❌ Non sicuro: genera un nuovo ID ad ogni retry
transaction_id = uuid()

# ✅ Sicuro: riusa l'ID dalla richiesta originale
transaction_id = payload.get("transaction_id") or request.headers["correlation-id"]

Dead Letter Queue con Osservabilità


Tracciare le seguenti metriche come segnali di early warning:

  • Percentuale di retry sul totale delle richieste
  • Frequenza dei timeout per endpoint
  • Velocità di crescita della DLQ
  • Shift nella distribuzione P95 della latenza


Conclusione


Le retry storm non iniziano con un fallimento catastrofico. Iniziano con un piccolo aumento di latenza, qualche timeout, una manciata di retry. Poi i meccanismi di fault tolerance reagiscono insieme — e la loro interazione non controllata trasforma un disagio minore in un’interruzione totale.

La resilienza nelle architetture distribuite non significa aggiungere più safety net. Significa controllare come quei safety net si comportano sotto stress. Delimita i retry. Classifica i fallimenti. Forza l’idempotency. Scala su domanda organica. Monitora i loop di feedback prima che si avvitino.

La differenza tra una piattaforma resiliente e un fallimento a cascata sta quasi sempre nella risposta a una sola domanda: i tuoi meccanismi di reliability sono controllati o sono illimitati?

Fonte: How Retry Storms Crash API-Led Systems: Bounded Reliability Patterns — DZone


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nmap su Linux: guida completa alla scansione e discovery di rete
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nmap su Linux: guida completa alla scansione e discovery di rete


nmap è uno degli strumenti più potenti e longevi nell’arsenale di qualsiasi sistemista Linux. Nato nel 1997, è oggi uno standard de facto per l’audit di rete, la verifica della superficie d’attacco esposta e il troubleshooting di connettività. Questa guida copre i comandi e le tecniche che un sysadmin usa davvero in produzione: niente teoria astratta, solo esempi concreti.

Nota legale: scansionate solo reti e host di vostra proprietà o per cui avete un’autorizzazione esplicita. La scansione non autorizzata può essere illegale nella vostra giurisdizione.

Installazione di nmap


nmap è disponibile nei repository di tutte le principali distribuzioni Linux:

# Debian / Ubuntu
sudo apt install nmap

# Fedora / RHEL / CentOS
sudo dnf install nmap

# Arch / Manjaro
sudo pacman -S nmap

Verificate l’installazione con:
nmap --version

Dovreste vedere qualcosa come Nmap version 7.94 o superiore. Le funzionalità più avanzate (SYN scan, OS detection) richiedono privilegi root.

Host Discovery: chi è attivo sulla rete?


Il primo passo in qualsiasi audit è capire quali host sono raggiungibili. Il ping scan usa il flag -sn, che dice a nmap di non eseguire scansioni delle porte:

nmap -sn 192.168.1.0/24

Su una LAN locale nmap usa ARP discovery, più veloce e capace di trovare dispositivi che ignorano il ping ICMP. L’output tipico è:
Nmap scan report for 192.168.1.1
Host is up (0.0011s latency).
MAC Address: A4:3E:51:XX:XX:XX (Ubiquiti Networks)

Nmap scan report for 192.168.1.10
Host is up (0.00032s latency).
MAC Address: DC:A6:32:XX:XX:XX (Raspberry Pi Trading)

È un inventario rapido: ottimo dopo aver aggiunto un nuovo dispositivo e non ricordarsi quale IP ha ottenuto dal DHCP.

Scansione delle Porte

Scansione di default


Senza flag aggiuntivi, nmap scansiona le 1.000 porte TCP più comuni. Non richiede root, ma i risultati sono meno dettagliati:

nmap 192.168.1.10

SYN Scan (Stealth Scan)


La SYN scan è la modalità default quando si esegue nmap come root. Invia un pacchetto SYN senza completare il three-way handshake TCP: più veloce e meno visibile nei log applicativi:

sudo nmap -sS 192.168.1.10

Scansione di tutte le 65.535 porte


Le 1.000 porte di default possono mancare servizi su porte non standard — MySQL su 33060, SSH spostato su 2222:

sudo nmap -sS -p- 192.168.1.10

Porte specifiche o range

# Porte specifiche
sudo nmap -p 22,80,443,3306 192.168.1.10

# Range di porte
sudo nmap -p 1-1024 192.168.1.10

UDP Scanning


L’UDP è spesso dimenticato. DNS (porta 53), SNMP (161) e NTP (123) girano su UDP e sono vettori comuni di attacco e misconfiguration:

sudo nmap -sU -p 53,161,123 192.168.1.1

Rilevamento di Servizi e Versioni


Il flag -sV esegue probe sulle porte aperte per determinare servizio e versione. È il primo scan da eseguire su un server sconosciuto:

sudo nmap -sV 192.168.1.10

Output esempio:
PORT     STATE SERVICE VERSION
22/tcp   open  ssh     OpenSSH 8.9p1 Ubuntu 3ubuntu0.6
80/tcp   open  http    nginx 1.24.0
3306/tcp open  mysql   MySQL 8.0.35

Rivela immediatamente con cosa si ha a che fare e può evidenziare software obsoleto — un win immediato per la sicurezza.

Rilevamento del Sistema Operativo


nmap può fare ipotesi sull’OS basandosi sul fingerprinting del TCP/IP stack:

sudo nmap -O 192.168.1.10

Output:
OS details: Linux 5.15 - 5.19, Linux 6.1
Network Distance: 1 hop

Non è sempre preciso su VM o dispositivi con stack TCP personalizzati, ma fornisce un segnale utile per distinguere server Linux da macchine Windows o embedded su un segmento di rete.

Aggressive Scan: tutto in uno


Il flag -A abilita OS detection, version detection, script scanning e traceroute in un colpo solo:

sudo nmap -A 192.168.1.10

Genera molto traffico e richiede tempo. Non usatelo su reti di produzione senza motivo, ma per un audit completo di un singolo host è estremamente comodo.

Nmap Scripting Engine (NSE)


L’NSE è ciò che distingue nmap da un semplice port scanner. Permette di eseguire script contro host e servizi scoperti. Gli script si trovano in /usr/share/nmap/scripts/ e coprono vulnerability detection, enumerazione di servizi e molto altro.

Verifiche pratiche

# Categoria default
sudo nmap --script=default 192.168.1.10

# Scansione vulnerabilità (più invasivo - usare deliberatamente)
sudo nmap --script=vuln 192.168.1.10

# FTP anonimo abilitato?
sudo nmap --script=ftp-anon -p 21 192.168.1.10

# Header HTTP esposti (versioni server, debug info)
sudo nmap --script=http-headers -p 80,443 192.168.1.10

# Open SMTP relay?
sudo nmap --script=smtp-open-relay -p 25 192.168.1.20

L’HTTP headers scan è sorprendentemente utile: è frequente trovare server che espongono header con versione del software e informazioni di debug che avrebbero dovuto essere rimosse.

Per elencare tutti gli script disponibili per un servizio:

ls /usr/share/nmap/scripts/ | grep -i ssh

Formati di Output


Per qualunque cosa oltre un controllo rapido, salvare l’output è fondamentale:

# Output normale su file
sudo nmap -sV 192.168.1.0/24 -oN scan_results.txt

# XML (utile per automazione e import in altri tool)
sudo nmap -sV 192.168.1.0/24 -oX scan_results.xml

# Formato grepable
sudo nmap -sV 192.168.1.0/24 -oG scan_results.gnmap

# Tutti i formati in una volta sola
sudo nmap -sV 192.168.1.0/24 -oA scan_results

Il flag -oA crea tutti e tre i file con il prefisso specificato. L’output XML si presta bene al parsing automatizzato.

Timing e Velocità


nmap dispone di sei template di timing, da T0 (lentissimo) a T5 (aggressivo). Il default è T3. Per la maggior parte delle scansioni su reti locali affidabili:

sudo nmap -sS -T4 192.168.1.0/24

Su VPN o connessioni lente, scendere a T2 evita falsi negativi causati da pacchetti persi.

Combinazioni Pratiche per Sysadmin


Questi sono i comandi che si usano davvero nel lavoro quotidiano:

# Porte aperte su un host (solo quelle definitivamente aperte)
sudo nmap -sS -T4 --open 192.168.1.10

# Trovare tutti i server SSH su una subnet
sudo nmap -p 22 --open -sV 192.168.1.0/24

# MySQL esposto sulla rete? (non dovrebbe mai esserlo)
sudo nmap -p 3306 --open 192.168.1.0/24

# Host discovery + version scan concatenati (solo host attivi)
sudo nmap -sn 192.168.1.0/24 -oG - | grep "Up" | awk '{print $2}' | sudo nmap -sV -iL -

L’ultimo comando è particolarmente potente: esegue prima un ping scan, filtra gli host attivi, poi esegue la version scan solo su di loro. Ideale per subnet grandi.

Gestione dei Target e Firewall

# Range di IP
nmap 192.168.1.1-50

# Host da file (uno per riga)
nmap -iL hosts.txt

# Escludere host dalla scansione
nmap 192.168.1.0/24 --exclude 192.168.1.1,192.168.1.5

nmap distingue tre stati delle porte: open, closed e filtered. Una porta filtered indica che un firewall sta bloccando i probe. Se vedete molte porte filtered su un server di vostra proprietà senza aspettarvelo, investigate: potrebbe essere ufw, firewalld, regole nftables o un security group del cloud provider.

Conclusione


Host discovery, port scanning, version detection, NSE scripts e salvataggio dell’output sono le fondamenta di nmap. Iniziate con -sn per la discovery, aggiungete -sV quando servono i dettagli sui servizi, portate gli script NSE quando volete approfondire. Mantenete il timing conservativo sulle reti di produzione e aggressivo nel vostro lab.

Se state verificando le regole firewall, nmap è tra i migliori strumenti per controllare che ciò che pensate sia bloccato lo sia davvero.

Fonte originale: nmap on Linux: Guide to Network Scanning and Discovery — LinuxBlog.io


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Void Dokkaebi evolve InvisibleFerret: il malware nordcoreano ora usa Cython per sfuggire agli antivirus
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/void-d…


Void Dokkaebi evolve InvisibleFerret: il malware nordcoreano ora usa Cython per sfuggire agli antivirus


Void Dokkaebi, il gruppo APT nordcoreano tracciato anche come Famous Chollima, ha completato una significativa evoluzione del proprio arsenale offensivo: il malware infostealer InvisibleFerret è stato ricompilato da Python a Cython, trasformando script leggibili in binari nativi che sfuggono alla quasi totalità dei meccanismi di rilevamento basati sull’analisi del codice sorgente. La ricerca pubblicata da Trend Micro a maggio 2026 rivela una campagna di spionaggio industriale di proporzioni allarmanti che colpisce sviluppatori software con accesso a wallet di criptovalute e infrastrutture CI/CD.

Profilo del gruppo: chi è Void Dokkaebi


Void Dokkaebi, denominato anche Famous Chollima nell’ecosistema di threat intelligence di CrowdStrike, è un intrusion set allineato agli interessi della Repubblica Popolare Democratica di Corea (RPDC). Il gruppo si distingue da altre unità cyber nordcoreane come Lazarus Group per la specializzazione quasi esclusiva nel targeting di sviluppatori software, ingegneri DevOps e professionisti del settore Web3 che detengono chiavi di firma, credenziali di wallet e accesso privilegiato a pipeline di continuous integration e deployment.

La sua tattica operativa preferita è quella del “fake job interview”: gli operatori si spacciano per recruiter di aziende crypto o AI rinominate, contattano le vittime su piattaforme come LinkedIn o GitHub, e le convincono a clonare ed eseguire repository di codice come parte di una presunta prova tecnica per un colloquio. Il codice in apparenza innocuo nasconde i payload malevoli.

La campagna del 2026: infrastruttura blockchain e repository compromessi


L’analisi condotta a marzo-maggio 2026 ha rivelato la portata impressionante dell’infrastruttura malevola costruita dal gruppo. I ricercatori hanno identificato:

  • Oltre 750 repository GitHub infetti, molti appartenenti a organizzazioni legittime come DataStax e Neutralinojs, che presentano marcatori di infezione nei workflow CI/CD
  • Più di 500 configurazioni di task Visual Studio Code modificate per eseguire payload al momento dell’apertura del progetto
  • 101 istanze dello strumento di commit tampering utilizzato per iniettare codice malevolo nei repository

L’elemento più innovativo della campagna 2026 è l’utilizzo di infrastruttura blockchain per la distribuzione dei payload. Void Dokkaebi sfrutta Tron, Aptos e Binance Smart Chain come staging server per i malware, rendendo gli indicatori di compromissione praticamente immuni ai tradizionali meccanismi di takedown. Aggiornare un riferimento su blockchain equivale a cambiare il payload consegnato a tutte le vittime già infette, senza modificare un singolo byte nei repository.

L’evoluzione tecnica: da Python a Cython


Il cuore dell’aggiornamento analizzato da Trend Micro riguarda InvisibleFerret, il modulo infostealer centrale nell’arsenale di Void Dokkaebi. Precedentemente distribuito come script Python in chiaro — facilmente analizzabili e rilevabili da sistemi YARA e EDR — il malware è stato interamente ricompilato tramite Cython.

Cython è un compilatore che traduce codice Python in sorgente C/C++ e poi in binari nativi. Il risultato pratico è che InvisibleFerret viene ora distribuito come file .pyd su Windows (Python extension DLL) e come librerie condivise .so su macOS. Entrambi i formati sono binari compilati: non contengono stringhe leggibili, non sono interpretabili senza reverse engineering specializzato, e bypassano le regole di detection tradizionalmente scritte per identificare script Python sospetti.

Le capacità del malware rimangono invariate rispetto alle versioni precedenti:

  • Apertura di backdoor per accesso remoto persistente
  • Furto di credenziali dai principali browser (Chrome, Firefox, Edge)
  • Monitoraggio degli appunti di sistema (clipboard hijacking per intercettare indirizzi di wallet)
  • Keylogging per catturare password e seed phrase
  • Esfiltrazione diretta da wallet di criptovalute locali
  • Ricognizione dell’ambiente: processi in esecuzione, file system, variabili d’ambiente


Toolset correlato: BeaverTail, OtterCookie, OmniStealer


InvisibleFerret non opera mai isolatamente. Il gruppo lo utilizza in combinazione con altri malware della stessa famiglia operativa. BeaverTail è il dropper JavaScript iniziale che viene eseguito durante il “test tecnico”, il quale successivamente scarica e installa InvisibleFerret. OtterCookie è un ulteriore stealer focalizzato sui browser e sui file di configurazione. OmniStealer amplia la superficie di furto a client di posta e applicazioni VPN. Tutti questi componenti possono essere aggiornati dinamicamente tramite i reference blockchain, garantendo al gruppo una flessibilità operativa senza precedenti.

Indicatori di compromissione (IoC)

# File IOC - InvisibleFerret Cython (maggio 2026)
# Estensioni malevole su Windows
*.pyd  (file Python extension DLL con firma digitale assente o anomala)
# Estensioni malevole su macOS
*.so   (librerie condivise caricate da processi Python non standard)
# Pattern comportamentale
Processo Python che carica estensioni .pyd/.so non firmate da directory temp
Connessioni in uscita verso endpoint Tron/Aptos/BSC non previsti dall'applicazione
Lettura anomala del keychain macOS o del credential manager Windows
Accessi al filesystem wallet: ~/.bitcoin, ~/.ethereum, ~/.solana
# Infrastruttura C2 (blockchain-staged)
TRC20 address utilizzati come dead drop resolver su Tron network
Transazioni su Aptos con payload codificati nei campi memo

Due righe per i difensori


La migrazione a Cython rende obsolete le regole YARA basate su stringhe Python. I team di sicurezza devono aggiornare la propria postura difensiva su più livelli. A livello di endpoint, occorre implementare controlli di integrità sulle estensioni Python caricate dinamicamente e monitorare processi Python che importano moduli non presenti nell’ambiente di sviluppo ufficiale. A livello di rete, è essenziale bloccare o monitorare le connessioni verso endpoint RPC di reti blockchain non autorizzate (Tron API: api.trongrid.io, Aptos: fullnode.aptoslabs.com). A livello procedurale, le organizzazioni dovrebbero verificare l’identità dei recruiter prima di clonare ed eseguire qualsiasi repository fornito esternamente, e condurre i test tecnici in ambienti isolati (sandbox o VM senza credenziali di produzione). Gli sviluppatori che lavorano su progetti Web3 o che detengono wallet crypto devono essere considerati target ad alto rischio e ricevere formazione specifica sul riconoscimento di queste campagne di ingegneria sociale.


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Non ho ancora letto per intero #MagnificaHumanitas vatican.va/content/leo-xiv/it/…
Noto però che sconfessa in modo esplicito certi intellettuali di area cattolica sostenendo che l'etica non basta, e tanto meno la programmazione in base a presunti "codici etici" - i quali, in più di un senso, non possono essere "della macchina", ma sono sempre di qualcuno.

Non basta invocare genericamente l’etica: servono quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti, una politica che non abdichi al proprio compito. Altrimenti, il cambiamento sarà governato solo da logiche tecnocratiche e presentato come necessario e inevitabile, finendo per imporre regole dettate da chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo.

Non possiamo limitarci a invocare la moralizzazione della macchina, il cosiddetto “allineamento” dell’#IA a valori umani, senza avere il coraggio di porre una ulteriore condizione: la possibilità di discutere il codice etico da usare, sottoponendolo a criteri di giustizia sociale condivisa. Altrimenti, chi controlla l’IA imporrà la propria visione morale, che diventerà l’infrastruttura invisibile dei sistemi. Non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi. Serve una politica più presente, capace di rallentare dove tutto accelera e di proteggere gli spazi in cui le comunità possono ancora partecipare e interrogarsi.


#SALAMI

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)
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About the Vatican manifesto DRIPPING with distributed goodness, sounding like a mix of @pluralistic 's penmanship with St. Augustine's: we might have a couple of phalanges in that production. 💜

🎚️ romecall.org/organisations/

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Che cosa succede quando il Vaticano ridefinisce algoritmi, dati e piattaforme come "beni a destinazione universale di tutta l’umanità?" Il video di Matteo Flora


@aitech

Ieri Papa Leone XIV ha presentato Magnifica Humanitas, e il punto davvero di rottura sta qui: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture e dati vengono letti come beni destinati a tutta l’umanità. Non è solo una posizione etica, ma un modo di rimettere al centro il rapporto tra tecnologia, potere e governance globale.

Nel testo, i giganti tecnologici vengono descritti come attori privati transnazionali con risorse superiori a quelle di molti governi. Sul fronte sicurezza, il documento è altrettanto netto: non è ammissibile affidare a sistemi di intelligenza artificiale decisioni irreversibili e letali, e la teoria della guerra giusta viene di fatto considerata obsoleta nell’era dell’IA militare.

C’è anche un segnale politico molto preciso nel contesto della presentazione: accanto al Papa c’era Chris Olah, cofondatore di Anthropic. Non è un dettaglio da poco, perché rende ancora più chiaro che qui non si sta parlando soltanto di una presa di posizione simbolica.

👉 Nel nuovo deepdive su Ciao Internet, @lastknight prova a leggere tutto questo per quello che è davvero: una mossa di soft power regolatorio globale, con un linguaggio che somiglia più ad AI Act, DSA e DMA che alla tradizione vaticana.

🎥 Guarda il video: youtu.be/tL6XV7Dmx68

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Payload Ransomware Deploys ChaCha20 + Curve25519 ECDH to Lock Files — 50+ Victims Across Five Countries
#CyberSecurity
securebulletin.com/payload-ran…
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Critical 7-Zip Flaw CVE-2026-48095 (CVSS 8.8) Enables Arbitrary Code Execution via NTFS Vtable Hijack
#CyberSecurity
securebulletin.com/critical-7-…
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Russian Hacker Builds Persistent Gemini Jailbreak to Power Influence Campaign, Credential Theft, and Crypto Wallet Draining
#CyberSecurity
securebulletin.com/russian-hac…
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Cloud Atlas APT Patches termsrv.dll to Enable Silent Dual RDP Sessions — Targets Government and Diplomatic Organizations
#CyberSecurity
securebulletin.com/cloud-atlas…
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🍪 Austrian public broadcaster #ORF must correct its misleading cookie banner. "The data protection authority and now the courts have clearly confirmed that #cookie banners must offer equally prominent ‘yes’ and ‘no’ options." (from German)

Read more 👉 sn.at/panorama/medien/bundesve…

How journalists rely on VPNs to protect press freedom


As online age verification laws become more common in the United States, Americans are increasingly turning to virtual private networks to avoid being forced to show their papers just to go online.

For journalists, however, a VPN is more than just a way to access Instagram without having to show their ID. Although VPNs aren’t a universal fix for every digital threat that reporters face (and not all VPNs are created equal), they’re an important tool that journalists rely on to do their jobs.

That makes recent attempts to ban VPNs to stop age-verification evasion a growing threat to press freedom. Utah recently became the first state to enact a limited VPN ban to enforce its age-check law, and other states are considering following suit.

Banning VPNs would make it harder for journalists to protect themselves, their newsgathering, and their confidential sources. To help lawmakers and the public understand what’s at stake, here are three critical ways VPNs actually protect journalists in the U.S.

1. VPNs allow journalists to conduct sensitive online research

The Digital Security Training team at Freedom of the Press Foundation (FPF) recommends that journalists conducting sensitive online research — like visiting websites controlled by the people they’re investigating — use a VPN.

A journalist’s internet connection is associated with an IP address that’s broadcast to every website they visit. That IP address may also reveal that it’s associated with a news organization. The operator of the website, in turn, can see every IP address that visits it. If a reporter is not using a VPN, a website operator could notice that an IP address associated with a news organization is visiting its website and become suspicious that they’re under investigation.

This concern is not hypothetical. In 2017, CyberScoop reported that a New York politician and his son, suspected (and later convicted) of corruption, were tipped off to a New York Times investigation when IP addresses from the Times’ office showed up in web server logs of a company the men were accused of illegally aiding.

However, if a journalist uses a VPN to conduct their online research, the IP address recorded by the website visitor will be that of the VPN, and not an IP address associated with the journalist’s home or workplace. Bottom line: Using a VPN can prevent a journalist’s online research from exposing their investigations.

2. VPNs help journalists avoid being linked with their confidential sources

Journalists often rely on confidential sources to report on national security matters, government wrongdoing, or abuses of authority. Journalists must be able to protect confidential sources’ identities, or many will be unwilling to speak to them.

During leak investigations, the government may seek records from a journalist’s internet service provider in an attempt to identify their confidential sources. Records kept by an ISP about the websites a journalist has visited could expose a confidential source, if, for instance, a journalist has visited a company or government website associated with a source or visited a source’s personal website.

A journalist’s ISP would also be able to see their peer-to-peer connections, such as when the journalist makes a voice or video call to a source using Signal or WhatsApp. This means an ISP could have data revealing that a journalist and source (or at least someone with the source’s IP address) had been in contact through a voice or video call.

A VPN, however, can protect journalists and their sources from government demands to ISPs seeking records about online research or peer-to-peer connections that can link them to their sources. Using a VPN, a journalist can ensure that the websites they visit would not be visible to their ISP, meaning the ISP would have no useful records to turn over in the event of a government demand. And while Signal and WhatsApp have built-in features that can hide your IP address when making video and voice calls, using a VPN would also prevent an ISP from having information about a journalist’s peer-to-peer connections.

3. VPNs protect journalists from some kinds of cyberattacks

In addition to surveillance by our own government, American journalists can also be the targets of other attempts to eavesdrop on their work, including through cyberattacks by foreign governments or groups who may be working on their behalf.

VPNs are one tool journalists can use to help prevent certain kinds of cyberattacks. In particular, VPNs can help protect against attacks that use unsecure WiFi connections to secretly monitor web traffic associated with a journalist’s device.

These kinds of attacks could target journalists using public WiFi, such as while working remotely from a coffee shop, library, or government building. But attackers can also exploit flaws in a legitimate, known WiFi router to intercept a journalist’s connections. Using this kind of network monitoring, bad actors could gather information about what websites a journalist is visiting.

A VPN helps protect against these kinds of attacks by encrypting the traffic between the journalist’s device and a secure external server. This prevents an attacker from being able to see the data being sent and received. Even in the absence of a malicious attack, using a VPN will also prevent the network administrator — such as the government entity offering the public WiFi in a government building — from logging the websites being visited by a device associated with a journalist.

One important note for journalists: VPNs do not provide protection against other kinds of attacks, such as those that use phishing to trick a user into installing malware or providing information to a third party. But some VPNs offer optional DNS-based content blocking that may provide some limited protection against recognized malware, trackers, ads, and more. In addition to using a VPN, journalists should continue to keep their devices up to date and use two-factor authentication, along with strong passwords and a password manager.

Protecting an important tool for the free press

Lawmakers must reject VPN bans to ensure that American journalists can rely on this important privacy tool, and that all Americans remain free to access information online.

The VPN bans being considered in the U.S. today seem to be mostly limited to stopping people from using VPNs to access certain social media platforms or adult websites. But even limited bans set a dangerous precedent. Russia and Iran, for instance, also started by claiming that VPN bans were necessary to protect children. Now, VPNs are banned far more widely in those countries, and the state has near-total control of what its citizens can see online.

American lawmakers must not start down a similar path. Freedom of the press and freedom of speech are increasingly under fire. The norms that have historically protected them are eroding, and legal protections are being weakened. Now is not the time to outlaw the tools that can keep our freedoms secure.


freedom.press/issues/how-journ…

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Log Out @ Roma

🕒 26 maggio, 18:30 - 26 maggio, 21:30

📍 Via Vettor Fausto, Rome, Lazio

🔗 mobilizon.it/events/d7d97d3e-c…


Log Out @ Roma


Martedì 26 maggio torniamo con il Logout di TWC Roma, il ritrovo per tech workers che vogliono incontrarsi dopo il lavoro: un'occasione per socializzare, conoscersi, parlare del nostro lavoro e come organizzarci nei prossimi mesi!

Ci vediamo martedì 26 maggio, dalle 18:30 alle 21:30, a "L'ora d'aria" in Via Fausto Vettor 4.

Unisciti ai gruppi Telegram

Roma

t.me/twcroma

Italia

t.me/twcitagruppo


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L'#Anvur nasce incostituzionale e dipendente dal governo, come strumento per violare sistematicamente l'articolo 33 della costituzione. Ora è solo un po' più chiaro: roars.it/anvur-la-grande-finzi…

Fin dall'inizio si trattò di un progetto fascista (*), ancorché " disegnato da Prodi-Mussi con il contributo chiave del sottosegretario Luciano Modica (PD) come strumento di modernizzazione forzata dell’università. Fu poi implementata dalla Riforma Gelmini e rafforzata da Matteo Renzi, ministra Valeria Fedeli, su consiglio dei Bocconi Boys."

Gli attuali nominati all'Anvur sono quasi tutti ex rettori, vicini alla destra. Non sorprende: i rettori, quasi sempre, stanno spontaneamente dalla parte del governo.

(*) roars.it/riviste-allindice-la-… - 2012

in reply to Maria Chiara Pievatolo

Ho letto, ma anche nell'articolo di Baccini manca la componente politica ed economica, si gira intorno a grafici ed andamenti e non si giunge mai a delineare lo scopo di una strategia di depotenziamento universitario di un paese occidentale. Resto dell'opinione che non sia un favore alla finanza ma una scelta di politica economica per un paese ormai marginale e destinato all'indotto della grande industra tedesca e quindi a bassa tecnologia e ricerca, vedi gli ITS tecnici al nord.
in reply to Tiberio

La marginalizzazione dell'Italia è esito di scelte politiche di sudditanza: a monte c'è la privatizzazione dell'industria a partecipazione statale (un solo esempio: Telecom Italia prima e dopo la cura privata), con le quali le oligarchie locali si sono comprate, a nostre spese, la sopravvivenza. Anche le oligarchie universitarie hanno fatto qualcosa di simile: andu-universita.it/2026/05/26/…

Naturalmente per fare questa operazione hanno dovuto far credere all'opinione pubblica che il modello liberalsocialista italiano fosse pessimo - e non che fosse semplicemente alternativo, con i suoi vizi e le sue virtù, a quello neoliberista. E per chi non ci crede o non fa finta di crederci... c'è la valutazione di stato.

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ICYMI: Updates from the 5/24 Meeting


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ICYMI

Arizona – Arizona is participating in “A Future Without War” today, tabling and passing our USPP literature. The event ran from 8am-2pmPT. Updates from the event itself should come during the 5.31 meeting.

California – The California Pirate Party has relaunched their website, which you can visit here. California formally remains a probationary state, however, their status should be changed back as soon as the 5.31 meeting, given their chapter’s indiscretions have been resolved.

Florida – The next Florida Pirate Party meeting is scheduled to take place on May 30th at 8pmET.

Illinois – The next Illinois Pirate Party meeting is scheduled to take place June 14th at 7pmCT. Illinois Pirates have also offered to accompany anyone interested in attending the Chicago Hounds vs New England Free Jacks game on Sunday, June 7th, providing an alternative to walking the second Freedom Trail camera walk as is currently planned for the 2026 Conference.

Maryland – Pirates from our Maryland Pirate Party have set out to host a park clean-up event at Paul Revere Park on June 7th at 10amET, providing an alternative to walking the first Freedom Trail camera walk as is currently planned for the 2026 Conference.

Massachusetts – Our 2026 Pirate National Conference: […] Hoist the Colours and Spill the Tea (20 Years a Pirate!) is right around the corner. Taking place in Boston, this conference would not be possible without the help, hardwork and organizational prowess of the Massachusetts Pirate Party. So to Jamie O’Keefe, Joe Onoroski, Steve Revilak, Eli McGee and every single Massachusetts Pirate that played their part in making this a successful conference. Without you all, there wouldn’t be a 20th year of the Pirate Party, let alone a well-planned 20th anniversary celebration Conference.

We thank you all so very much for the work you do.

Nevada – Early voting has begun for the Sparks City Council race! Voting will conclude following our conference. We are incredibly proud of the campaign Hunter Rand has ran, and we are excited to watch it play out. You’re a rockstar, Hunter. Thanks for running the quintessential Pirate campaign; a true exemplar of an honest campaign that we as Pirates hope to run every single time.

PennsylvaniaDrew Bingaman recently joined us as guest on Talk the Plank! to promote his campaign. That episode can be found here!

Pirate National Committee Board – As is done yearly, a new board will be elected during the conference. The following are the candidates for this year’s election:

  • Captain – “Jolly” Mitchel Davilo (I), Eli McGee
  • Vice Captain – Blase Henry, Vermin Supreme
  • Scribe – Blase Henry (I), Lily Boyt, Wanda Ward
  • Treasurer – Darren McKeeman (I), Eli McGee
  • Lookout – AJ Porter, Joseph Onoroski, Joel Lightfoot
  • Auditor – Eli McGee (I), Mars Bale, Joel Lightfoot
  • Swarmcare Manager – Wanda Ward, Eli McGee
  • Webmaster – Mars Bale (I), Eli McGee
  • PR Director – Blase Henry, Lily Boyt, Rowan Tipping

An (I) indicates an incumbent running for re-election. Should a candidate be elected, they will be removed from consideration from other positions. Results will come following the conclusion of the 2026 Conference. There will be no regular meeting on June 7th.

Pirate National Conference – Less than two weeks out until the 2026 Pirate National Conference: Piratey McPirateface, of the House of Supreme, Heir to the Crown of the United States of America, Held By His Father Vermin Supreme, and Sole Heir to the Kingdom of Libertalia, By the Grace of God, King of Castile, of León, of Aragon, of the Two Sicilies, of Jerusalem, of Dalmatia, of Croatia, of Navarre, of Granada, of Toledo, of Valencia, of Galicia, of Mallorca, of Seville, of Sardinia, of Córdoba, of Corsica, of Murcia, of Jaén, of the Algarves, of Algeciras, of the Canary Islands, of the East and West Indies, of the Islands and Mainland of the Ocean Sea; Archduke of Austria; Duke of Burgundy, of Brabant, of Milan, of Athens and Neopatria; Count of Habsburg, of Flanders, of Tyrol, of Barcelona, of Roussillon, and of Cerdanya; Marquess of Oristano and Count of Goceano, Duke of Sealand, Mayor of Des Moines, Mr. Florida 1999, Reborn, Runs for Something to Spill This Tea and Hoist the Colours Over the Stolen Pirate National Conference of 2024, aka Hoist the Colours and Spill the Tea

20 Years a Pirate!

takes place. If you haven’t signed up yet, you’re not too late. You can do so here.

Signing Day – A brainchild of the Legal Marijuana Now Party, the first ever Signing Day took place on May 23rd. The premise is simple: independent and minor party candidates are seeking volunteers for petition circulation. 70% of U.S. voters say they want a “third party” (read “something else”). So let’s give them a day that lets folks introduce people to candidates, causes and everything that might need help gaining signatures.
Members of the Legal Marijuana Now Party celebrating Signing Day
We want to thank the LMNP for their efforts in organizing the first Signing Day. Not for a lack of trying, the United States Pirate Party did have members go out seeking petitions, but came away empty on the photographic side of things. Not only do we appreciate our friends in the Legal Marijuana Now Party for launching this project, but for carrying out the project with proof of concept.

Next year, whether it remains the fourth Saturday of May or otherwise, we will be sure to better promote Signing Day and work to work together with fellow minor parties and independent candidates to ensure a successful Signing Day for everyone involved.


These are the updates! Despite the actual meeting being cancelled due to the holiday, we would never pass up the opportunity to post an ICYMI for all Pirate related news.


uspirates.org/icymi-updates-fr…

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Laravel-Lang compromessa: oltre 700 versioni PHP infettate da uno stealer cross-platform
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/larave…


Laravel-Lang compromessa: oltre 700 versioni PHP infettate da uno stealer cross-platform


Un sofisticato attacco alla supply chain ha compromesso quattro pacchetti PHP appartenenti al progetto Laravel-Lang, iniettando codice malevolo in oltre 700 versioni pubblicate in rapida successione tra il 22 e il 23 maggio 2026. Il payload — uno stealer cross-platform da quasi 6.000 righe di codice — è stato progettato per drenare credenziali cloud, token CI/CD, wallet di criptovalute e segreti di repository da qualsiasi sistema che utilizzi queste librerie di localizzazione diffusissime nell’ecosistema Laravel.

La natura dell’attacco: tag git riscritti, non codice sorgente


Quello che rende questa campagna particolarmente insidiosa è la tecnica adottata: gli attaccanti non hanno modificato il codice sorgente del repository, bensì hanno riscritto ogni tag git esistente in ciascun repository per puntare a commit malevoli appartenenti a un fork controllato dagli aggressori. Questo approccio bypassa molti controlli di integrità tradizionali basati sull’analisi dei diff del codice principale.

GitHub consente ai tag di versione di puntare a commit di fork dello stesso repository. Gli attaccanti hanno sfruttato questa funzionalità per sostituire silenziosamente tutti i tag — compresi quelli di versioni storicamente sicure — con riferimenti a commit malevoli nel fork. Il risultato pratico è che anche un progetto che non aggiornava le dipendenze da mesi si ritrovava improvvisamente a scaricare codice ostile.

I ricercatori di Socket, Aikido Security, StepSecurity e Snyk hanno analizzato in dettaglio l’incidente, confermando che le versioni compromesse sono state pubblicate in rapida successione — alcune a pochi secondi di distanza l’una dall’altra — il 22 e il 23 maggio 2026, con oltre 700 versioni identificate tra i quattro pacchetti interessati. La velocità di pubblicazione indica quasi certamente un processo automatizzato.

I pacchetti compromessi


I quattro pacchetti colpiti sono componenti fondamentali dell’ecosistema di localizzazione per applicazioni Laravel:

  • laravel-lang/lang — le traduzioni principali per decine di lingue
  • laravel-lang/http-statuses — messaggi di stato HTTP localizzati
  • laravel-lang/attributes — traduzioni degli attributi dei form
  • laravel-lang/actions — azioni comuni localizzate

Si sospetta che gli attaccanti abbiano ottenuto accesso a credenziali a livello di organizzazione, a sistemi di automazione del repository o all’infrastruttura di rilascio del progetto. Packagist ha risposto tempestivamente rimuovendo le versioni malevole e mettendo temporaneamente in stato di “unlisted” i pacchetti interessati per prevenire ulteriori installazioni.

Il meccanismo di esecuzione automatica: autoloader Composer


La funzionalità malevola è contenuta in un file denominato src/helpers.php, incorporato nei tag di versione compromessi. Il file è registrato nel campo autoload.files del composer.json di ciascun pacchetto. Questa scelta tecnica è devastante: qualsiasi applicazione PHP che esegua require __DIR__.'/vendor/autoload.php' all’avvio — ovvero praticamente ogni applicazione Laravel, Symfony, PHPUnit o framework PHP moderno — esegue automaticamente il payload senza che sia necessaria alcuna chiamata di metodo esplicita.

“Il backdoor viene eseguito automaticamente ad ogni richiesta PHP gestita dall’applicazione compromessa”, ha spiegato Socket nella propria analisi. Lo script genera un identificatore univoco per host (un hash MD5 che combina il percorso della directory, l’architettura del sistema e l’inode) per garantire che il payload si attivi una sola volta per macchina, limitando le esecuzioni ridondanti e aiutando il malware a restare non rilevato dopo l’esecuzione iniziale.

Payload: uno stealer modulare con 15 collector specializzati


Il dropper contatta il server flipboxstudio[.]info per recuperare il payload principale: uno stealer PHP cross-platform da circa 5.900 righe di codice, organizzato in 15 moduli collector specializzati. Su Windows viene distribuito un launcher Visual Basic Script eseguito tramite cscript; su Linux e macOS il payload viene eseguito tramite exec().

L’elenco di ciò che lo stealer è in grado di raccogliere è impressionante per ampiezza e profondità:

  • Cloud provider: ruoli IAM AWS e documenti di identità dell’istanza, credenziali default di Google Cloud, token di accesso Microsoft Azure, profili service principal, token di account DigitalOcean, Heroku, Vercel, Netlify, Railway, Fly.io
  • Container e orchestrazione: token Service Account Kubernetes, configurazioni Helm registry, token HashiCorp Vault, auth token Docker, configurazioni cluster Kubernetes
  • CI/CD e DevOps: token e configurazioni di Jenkins, GitLab Runner, GitHub Actions, CircleCI, TravisCI, ArgoCD
  • Criptovalute: seed phrase e file di portafogli Electrum, Exodus, Atomic, Ledger Live, Trezor, Wasabi, Sparrow; dati di estensioni browser MetaMask, Phantom, Trust Wallet, Ronin, Keplr, Solflare, Rabby
  • Browser: cronologia, cookie e login data da Chrome, Edge, Firefox, Brave, Opera, usando un eseguibile Windows embedded in Base64 che bypassa Chromium’s App-Bound Encryption (ABE)
  • Password manager: vault locali e dati di estensioni 1Password, Bitwarden, LastPass, KeePass, Dashlane, NordPass
  • Comunicazioni e sessioni: token di Discord, Slack, Telegram; sessioni PuTTY/WinSCP, Windows Credential Manager, sessioni RDP
  • File sensibili: chiavi private SSH, credenziali Git, history di shell, file .env, wp-config.php, docker-compose.yml, variabili d’ambiente del processo PHP
  • Email e FTP: dati Outlook, Thunderbird, FileZilla, WinSCP, CoreFTP
  • VPN: configurazioni OpenVPN, WireGuard, NetworkManager, NordVPN, ExpressVPN, CyberGhost, Mullvad

Dopo aver raccolto tutto il materiale disponibile, il payload cripta i risultati con AES-256 e li trasmette all’endpoint flipboxstudio[.]info/exfil, dopodiché si cancella dal disco per limitare le tracce forensi.

IoC (Indicatori di Compromissione)

# Dominio C2 principale
flipboxstudio[.]info
flipboxstudio[.]info/exfil
# File malevolo nei pacchetti
src/helpers.php  (registrato in autoload.files di composer.json)
# Pacchetti PHP compromessi (verificare versioni 22-23 maggio 2026)
laravel-lang/lang
laravel-lang/http-statuses
laravel-lang/attributes
laravel-lang/actions
# Verifica presenza del file malevolo
find ./vendor -name "helpers.php" -path "*/laravel-lang/*" -exec grep -l "flipboxstudio" {} \;

Contesto: una campagna in crescita nell’ecosistema PHP


Questo attacco non è isolato. Negli ultimi mesi si è assistito a un’ondata di compromissioni delle supply chain nei principali registri di pacchetti. In particolare, la campagna Mini Shai-Hulud attribuita al gruppo TeamPCP (UNC6780) ha colpito pacchetti npm di TanStack, Mistral AI, Guardrails AI e OpenSearch, diffondendosi come un vero e proprio worm grazie all’abuso di token OIDC GitHub e al meccanismo di trusted publishing di npm. Il fatto che ora un attacco simile colpisca l’ecosistema PHP/Composer dimostra che i gruppi criminali stanno sistematicamente esplorando tutti i principali registri di pacchetti come vettori di attacco.

La tecnica di riscrivere i tag git invece di modificare il codice sorgente rappresenta un’evoluzione tattica significativa: bypassando i controlli diff tradizionali, rende molto più difficile il rilevamento automatico da parte degli strumenti di analisi della composizione software (SCA).

Due righe per i difensori


  • Verificare immediatamente se le applicazioni Laravel utilizzano uno dei quattro pacchetti compromessi e controllare le versioni installate durante il periodo 22-23 maggio 2026
  • Ruotare tutte le credenziali (AWS, GCP, Azure, GitHub, npm, CI/CD, database) su qualsiasi sistema che abbia eseguito codice con le versioni infette
  • Non revocare immediatamente i token sospetti prima di aver isolato e acquisito un’immagine forense del sistema: il malware include meccanismi di risposta alla revoca
  • Bloccare il dominio flipboxstudio[.]info a livello di firewall/DNS
  • Implementare controlli di integrità sui tag git (verificare le firme dei commit) e considerare il pinning degli hash SHA degli artefatti nel composer.lock
  • Adottare strumenti SCA capaci di rilevare tag git riscritti, non solo modifiche al codice sorgente
  • Aggiornare a versioni sicure dei pacchetti rilasciate dal team Laravel-Lang dopo la rimozione delle versioni malevole da Packagist


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Operazione Saffron: smantellata First VPN, il servizio criminale usato da 25 gang ransomware
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/operaz…


Operazione Saffron: smantellata First VPN, il servizio criminale usato da 25 gang ransomware


Un’operazione internazionale coordinata da sette paesi ha smantellato First VPN, un servizio VPN criminale attivo dal 2014 che per oltre un decennio ha fornito anonimato e copertura a ransomware gang, operatori di botnet e criminali informatici di ogni tipo. L’Operazione Saffron — condotta tra il 19 e il 20 maggio 2026 da autorità francesi e olandesi con il supporto di Europol ed Eurojust — ha portato al sequestro di 33 server, alla chiusura di domini multipli e all’identificazione di migliaia di utenti criminali. Almeno 25 gruppi ransomware si erano affidati al servizio per nascondere le proprie attività.

Cos’era First VPN: un servizio progettato per il crimine


A differenza dei normali provider VPN commerciali, First VPN era stato strutturalmente concepito per rispondere alle esigenze operative dei criminali informatici. Il servizio operava server in 27 paesi, accettava pagamenti anonimi e metteva a disposizione un’infrastruttura deliberatamente opaca, pubblicizzando esplicitamente la propria offerta agli hacker attraverso forum del dark web.

Europol ha confermato che First VPN non si limitava a offrire connessioni anonime: forniva ai cybercriminali pagamenti anonimi, infrastruttura nascosta e una serie di servizi specificamente commercializzati per chi voleva condurre attività illegali. L’FBI ha dichiarato che almeno 25 gang ransomware si servivano del servizio per mascherare il traffico malevolo, condurre ricognizioni sulle reti delle vittime, operare botnet, lanciare attacchi DDoS ed eseguire frodi su larga scala.

La durata operativa del servizio — dodici anni, dal 2014 al 2026 — rende First VPN uno dei provider criminali più longevi mai smantellati. Nel corso di questi anni il servizio ha rappresentato un elemento dell’infrastruttura criminale digitale quasi quanto certi servizi bullet-proof hosting che proteggono server di command-and-control.

Operazione Saffron: anatomia del takedown


L’Operazione Saffron è stata guidata dalle autorità di Francia e Paesi Bassi, con la partecipazione di cinque ulteriori paesi. Europol ed Eurojust hanno svolto un ruolo di coordinamento, mentre Bitdefender è stato tra i partner privati che hanno contribuito all’operazione con intelligence tecnica.

Il bilancio dell’operazione è significativo:

  • 33 server sequestrati in tutta l’infrastruttura del servizio
  • Chiusura di tutti i domini associati a First VPN
  • Identificazione di migliaia di utenti criminali — le autorità hanno ottenuto accesso ai log e ai dati del provider
  • 83 pacchetti di intelligence su 506 utenti condivisi con i paesi partner per follow-up investigativi
  • Interrogatorio dell’operatore in Ucraina da parte di autorità francesi e olandesi

Un dato particolarmente rilevante: le autorità avevano accesso segreto ai sistemi di First VPN prima del takedown, raccogliendo intelligence sugli utenti e le loro attività. Come in precedenti operazioni simili (VPNLab, Fbi’s Anom), il monitoraggio anticipato ha permesso di costruire casi investigativi solidi contro i clienti del servizio.

Chi utilizzava First VPN: 25 gang ransomware e un ecosistema criminale variegato


Secondo l’FBI, First VPN era un punto di convergenza per una molteplicità di attori criminali. Le 25 gang ransomware che lo utilizzavano lo impiegavano principalmente per:

  • Mascherare l’identità degli operatori durante la fase di ricognizione e compromissione iniziale delle reti
  • Gestire i pannelli di command-and-control dei loro malware senza esporre infrastrutture proprie
  • Condurre negoziazioni con le vittime attraverso connessioni anonimizzate
  • Eseguire exfiltrazione di dati verso server di staging

Oltre al ransomware, il servizio veniva impiegato per la gestione di botnet, attacchi DDoS-as-a-service, frodi finanziarie e altre forme di cybercrime. La natura “crime-as-a-service” dell’offerta di First VPN riflette la professionalizzazione crescente dell’ecosistema criminale informatico, dove le diverse componenti delle operazioni illecite — exploit kit, accesso iniziale, VPN anonime, criptazione, estorsione — vengono acquistate come servizi separati su mercati specializzati.

Il contesto: la guerra delle autorità contro l’infrastruttura criminale


Il takedown di First VPN si inserisce in una sequenza di operazioni di law enforcement che negli ultimi anni ha progressivamente eroso l’infrastruttura tecnologica del cybercrimine organizzato. Tra le operazioni più significative degli ultimi 24 mesi si ricordano: il takedown di LockBit (febbraio 2024), l’operazione contro ALPHV/BlackCat (dicembre 2023), il sequestro di BreachForums (maggio 2024) e, più recentemente, l’arresto di Jacob Butler, il 23enne canadese alias “Dort” accusato di aver operato la botnet KimWolf — responsabile di attacchi DDoS da record a quasi 30 terabit al secondo, che hanno infettato quasi 2 milioni di dispositivi tra telecamere di sorveglianza e cornici digitali connesse a internet.

Ciò che emerge da questa serie di operazioni è una strategia deliberata da parte delle autorità: colpire non solo i singoli criminali, ma l’infrastruttura condivisa che permette a decine di gruppi diversi di operare. Sequestri di VPN criminali, hosting bullet-proof, servizi di riciclaggio crypto e forum di coordinamento costano al cybercrimine non solo singoli attori ma intere reti di supporto operative.

Le implicazioni investigative: i log di First VPN


Il punto più interessante — e preoccupante per chi ha usato il servizio — è la questione dei log. First VPN sosteneva, come quasi tutti i provider VPN nel mercato criminale, di non conservare log delle attività degli utenti. Le operazioni precedenti (VPNLab, IVPN, DoubleVPN) hanno dimostrato che queste affermazioni sono spesso false o parzialmente vere. In questo caso, la conferma che le autorità hanno ottenuto accesso anticipato ai sistemi e hanno costruito 83 pacchetti di intelligence su 506 utenti specifici suggerisce fortemente che dati sufficienti per l’identificazione erano disponibili.

Per le organizzazioni di sicurezza che seguono gruppi ransomware attivi, questo takedown ha una conseguenza pratica immediata: tutti i gruppi che utilizzavano First VPN dovranno migrare verso infrastrutture alternative, il che storicamente causa disruption operativa misurabile nelle campagne ransomware nelle settimane successive a simili operazioni.

Consigli per i difensori


  • Monitorare i log di rete per connessioni in entrata o in uscita verso i range IP precedentemente associati all’infrastruttura di First VPN (le ION saranno condivise dai partner istituzionali nelle prossime settimane)
  • Aspettarsi un picco di attività ransomware nelle prossime 2-4 settimane: i gruppi che perdono infrastrutture di supporto tendono ad accelerare le campagne attive prima di riorganizzarsi
  • Aggiornare le TTP di threat modeling per i gruppi ransomware di riferimento: cambieranno IP, provider VPN e infrastruttura C2 in risposta all’operazione
  • Condividere intelligence con i centri nazionali (in Italia, ACN) per contribuire alla costruzione dei pacchetti investigativi di follow-up sui 506 utenti identificati


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La tua auto ti sta spiando? In che modo le forze dell’ordine e le agenzie di intelligence sfruttano i dati dei veicoli connessi e cosa potrebbe essere divulgato dall’auto

"quando scegli un’auto nuova, chiedi al concessionario non solo il numero di stelle nei test di sicurezza NCAP, la potenza del motore o il risparmio di carburante, ma anche le tecnologie di sicurezza informatica utilizzate nel veicolo"

kaspersky.it/blog/the-car-that…

@privacypride@feddit.it

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L’umanità di fronte alla sfida dell’anti-Logos onnisciente e onnipotente – Solo sussidiarietà, corresponsabilità e comunione rendranno Magnifica l’Humanitas

Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. Disarmare vuol dire rompere l’equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano
informapirata.it/2026/05/25/lu…

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Megalodon Campaign Backdoors 5,500+ GitHub Repositories in Six-Hour CI/CD Blitz
#CyberSecurity
securebulletin.com/megalodon-c…
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Hackers Exploit End-of-Life F5 BIG-IP as Enterprise Entry Point, Pivoting to Active Directory via Confluence RCE
#CyberSecurity
securebulletin.com/hackers-exp…
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CVE-2026-9256 “nginx-poolslip”: Critical NGINX Flaw Enables Unauthenticated DoS and Code Execution
#CyberSecurity
securebulletin.com/cve-2026-92…
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Supply Chain Attack Backdoors 233 Laravel-Lang Package Versions Across 700 GitHub Repositories
#CyberSecurity
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📅 Gli eventi della settimana

2° Meeting nazionale TWC Italia

🕒 13 giugno, 00:00 - 14 giugno, 00:00
📍 Casale Falchetti, Roma, Lazio
🔗 mobilizon.it/events/1f53f993-b…


2° Meeting nazionale TWC Italia
Inizia: Sabato Giugno 13, 2026 @ 12:00 AM GMT+02:00 (Europe/Rome)
Finisce: Domenica Giugno 14, 2026 @ 12:00 AM GMT+02:00 (Europe/Rome)

Incontriamoci. Confrontiamoci. Organizziamoci.

🌍 LSA100Celle - Roma

📍13 e 14 giugno ci vediamo a #Roma per il secondo Meeting nazionale di Tech Workers Coalition Italia. Un'occasione per discutere delle criticità del settore tech italiano e globale e mettere in rete le pratiche di mobilitazione.Un grande log out nazionale per costruire l'alternativa possibile nei nostri luoghi di lavoro. Non lasciamoci deformare dalla tecnologia.

Sostieni il meeting su OpenCollective e segui tutti gli aggiornamenti sul programma sul nostro sito.


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Log Out @ Roma


26 maggio 2026 18:30:00 CEST - GMT+2 - Via Vettor Fausto, 00145, Rome, Italy
Maggio 26
Log Out @ Roma
Mar 18:30 - 21:30 Europe/Rome
murre

Martedì 26 maggio torniamo con il Logout di TWC Roma, il ritrovo per tech workers che vogliono incontrarsi dopo il lavoro: un'occasione per socializzare, conoscersi, parlare del nostro lavoro e come organizzarci nei prossimi mesi!

Ci vediamo martedì 26 maggio, dalle 18:30 alle 21:30, a "L'ora d'aria" in Via Fausto Vettor 4.

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Roma

t.me/twcroma

Italia

t.me/twcitagruppo

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Bastian’s Night #478 May, 28th


Every Thursday of the week, Bastian’s Night is broadcast from 21:30 CEST/DST.

Bastian’s Night is a live talk show in German with lots of music, a weekly round-up of news from around the world, and a glimpse into the host’s crazy week in the pirate movement.


If you want to read more about @BastianBB: –> This way


piratesonair.net/bastians-nigh…

Elezioni e Politica 2026 reshared this.

Cambridge Votes to End ShotSpotter!


On Monday, May 18th, the Cambridge City Council voted 5 to 2 in support of a policy order directing the City Manager to end its ShotSpotter contract and remove the microphones from Cambridge neighborhoods. We want to thank our supporters and everyone else who spoke in favor of this policy order. Cambridge will be a safer city once ShotSpotter is removed.

This victory was because of years of organizing, testimony, research, and community pressure. The campaign to end ShotSpotter surveillance devices in Cambridge was led by the Stop ShotSpotter Camberville Coalition made up of The Black Response, SURJ Boston, Defund Somerville PD, BDS Boston and the Massachusetts Pirate Party. The campaign received vital support from:

and research support from the Community Resource Hub, Law for Black Lives, Tufts University Tisch College Community Research Center, and Boston University Spark!

We encourage community members to thank Councillors Ayah Al-Zubi, Jivan Sobrinho-Wheeler, Marc McGovern, Patty Nolan, and Mayor Sumbul Siddiqui for voting to get rid of ShotSpotter. Councillors Tim Flaherty and E. Denise Simmons opposed it; Councillor Cathie Zusy and Vice Mayor Burhan Azeem abstained.

This effort is not over. We still need to pressure the City Manager to terminate the contract and ensure that the microphones are removed. If you see any ShotSpotters, see the image above for what they look like, be sure to email us where it is so we can map them and verify that they are removed.


masspirates.org/blog/2026/05/2…

Elezioni e Politica 2026 reshared this.

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CISA Flags Actively Exploited Langflow Flaw CVE-2025-34291 — AI Workflow Deployments at Risk
#CyberSecurity
securebulletin.com/cisa-flags-…
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2026 FIFA World Cup Phishing Fraud Triples in Scope: 222 Fake Domains, Four Criminal Clusters
#CyberSecurity
securebulletin.com/2026-fifa-w…
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Fine dell’autenticazione CBA diretta per Exchange ActiveSync: guida alla migrazione verso Microsoft Entra ID
#tech
spcnet.it/fine-dellautenticazi…
@informatica


Fine dell’autenticazione CBA diretta per Exchange ActiveSync: guida alla migrazione verso Microsoft Entra ID


L’8 maggio 2026, il team di Exchange Online di Microsoft ha annunciato la deprecazione dell’autenticazione basata su certificati (CBA) diretta per Exchange ActiveSync (EAS). Entro la fine del 2026, qualsiasi client EAS che utilizza certificati per autenticarsi direttamente contro Exchange Online dovrà migrare al nuovo metodo basato su Microsoft Entra ID, pena l’interruzione del servizio email mobile.

Se la tua organizzazione ha configurato l’accesso alle email mobili tramite certificati client, questo articolo ti guida attraverso tutto ciò che devi sapere: perché Microsoft sta effettuando questo cambiamento, chi è interessato e — soprattutto — come completare la migrazione prima della scadenza.

Cos’è l’autenticazione CBA diretta per Exchange ActiveSync?


Exchange ActiveSync (EAS) è il protocollo che permette ai dispositivi mobili (smartphone, tablet) di sincronizzare email, calendari e contatti con Exchange Online. L’autenticazione basata su certificati (Certificate-Based Authentication, CBA) rappresenta un approccio passwordless: invece di inserire credenziali, il dispositivo presenta un certificato X.509 per autenticarsi.

Nel flusso legacy attuale, il funzionamento è il seguente:

  1. I certificati client vengono distribuiti ai dispositivi mobili durante la configurazione MDM
  2. Quando l’app email si connette, invia il certificato direttamente a Exchange Online
  3. Exchange Online riceve il certificato e ne gestisce internamente la validazione
  4. L’accesso viene concesso senza che il client ottenga mai un token OAuth standard

Questo approccio, sebbene sicuro a livello crittografico, è classificato da Azure AD come autenticazione legacy: il client non ottiene mai un token OAuth moderno, ma si affida a un meccanismo interno ad alta privilegio all’interno di Exchange Online.

Perché Microsoft sta eliminando questo metodo?


Il problema centrale è che la CBA diretta verso Exchange bypassa il moderno ecosistema di autenticazione di Microsoft Entra ID. Le conseguenze pratiche per gli amministratori sono significative:

  • Incompatibilità con le Conditional Access Policy: le policy che bloccano l’autenticazione legacy in Azure AD bloccano anche la CBA diretta su EAS, creando un dilemma “tutto o niente” per chi vuole applicare controlli di sicurezza moderni senza interrompere l’accesso email mobile
  • Mancanza di token OAuth: senza un token OAuth standard, non è possibile applicare controlli granulari come la durata della sessione, la revoca in tempo reale o l’integrazione con Identity Protection
  • Superficie di attacco interna: Exchange Online si affida a un meccanismo interno ad alta privilegio per validare i certificati, introducendo una complessità architetturale non necessaria

Il nuovo flusso con Entra ID risolve tutti questi problemi:

  1. Il client invia il certificato a Microsoft Entra ID per la validazione
  2. Entra ID valida il certificato e restituisce un token OAuth al client
  3. Il client presenta il token OAuth a Exchange Online per l’autenticazione

In questo modo, la CBA diventa un metodo di autenticazione moderno a tutti gli effetti, integrato nel flusso OAuth standard e soggetto a tutte le Conditional Access Policy configurate nel tenant.

Chi è interessato da questa modifica?


È importante chiarire cosa non è interessato da questa deprecazione:

  • Outlook Mobile (usa già Modern Authentication)
  • Exchange Server on-premises
  • Altri client Exchange Online che non usano EAS con CBA
  • Organizzazioni che non hanno mai configurato EAS CBA

La modifica riguarda esclusivamente i client Exchange ActiveSync (tipicamente le app email native di iOS e Android) configurati per usare certificati client come metodo di autenticazione verso Exchange Online.

Come verificare se la tua organizzazione è interessata:

  1. Controlla la configurazione MDM: se il tipo di autenticazione nei profili email è impostato su “Certificate” anziché “OAuth”, probabilmente stai usando la CBA legacy
  2. Verifica i log di sign-in di Entra ID: accedi all’Azure Portal → Microsoft Entra ID → Sign-in logs → filtra per “Client App: Exchange ActiveSync”. Se in “Authentication Details” vedi “Certificate” come metodo di autenticazione, sei impattato


Guida alla migrazione verso Entra-Based CBA


La buona notizia è che l’infrastruttura PKI e le CA (Certificate Authority) utilizzate per EAS CBA sono fondamentalmente le stesse richieste per Entra CBA. Questo semplifica notevolmente la transizione.

Step 1: Abilitare Microsoft Entra CBA nel tenant


Accedi al portale Azure e naviga in Microsoft Entra ID → Protection → Authentication methods → Certificate-based authentication. Configura le tue Certificate Authority:

  • Almeno una CA root deve essere configurata in Entra ID, insieme a tutte le CA intermedie
  • Ogni CA deve avere una Certificate Revocation List (CRL) accessibile da un URL pubblico su Internet
  • Gli utenti devono avere accesso a un certificato emesso da una PKI attendibile

Per verificare la configurazione via PowerShell (Microsoft Graph PowerShell):

# Recupera le CA di autenticazione configurate nel directory
Get-MgOrganizationCertificateBasedAuthConfiguration -OrganizationId (Get-MgOrganization).Id

# Oppure con il modulo AzureAD (legacy)
Get-AzureADTrustedCertificateAuthority

Step 2: Verificare i certificati utente


Per Exchange ActiveSync, i certificati client devono contenere l’indirizzo email routable dell’utente nel campo Subject Alternative Name (SAN), in uno dei seguenti formati:

  • Principal Name: user@domain.com
  • RFC822 Name: user@domain.com (Entra ID lo mappa all’attributo Proxy Address)

I certificati già usati per la CBA diretta su EAS soddisfano quasi certamente questo requisito. Verifica semplicemente la presenza dell’email aziendale nel campo SAN del certificato.

Step 3: Aggiornare la configurazione dei dispositivi


Questa è la parte più operativa della migrazione. I profili email sui dispositivi mobili devono essere aggiornati per eseguire l’autenticazione certificato contro Entra ID invece che direttamente verso Exchange. In pratica:

  • Se usi Microsoft Intune: aggiorna i profili di configurazione email per usare OAuth + certificati come metodo di autenticazione. Consulta la documentazione Intune per le specifiche della configurazione per iOS e Android
  • Se usi soluzioni MDM di terze parti (VMware Workspace ONE, JAMF, MobileIron, ecc.): consulta il vendor per le istruzioni specifiche sull’abilitazione dell’autenticazione Entra con certificati

I nuovi endpoint dedicati per la CBA su EAS sono:

  • Multi-tenant worldwide: outlook-cba.office365.com
  • GCC-High: outlook-cba.office365.us
  • DoD: outlook-dod-cba.office365.us


Step 4: Test e monitoraggio


Prima del rollout globale, testa il nuovo flusso Entra CBA con un gruppo pilota di dispositivi e utenti. Monitora i log di sign-in di Entra ID e i report sui dispositivi Exchange ActiveSync per identificare eventuali dispositivi che ancora usano il metodo legacy.

Timeline e pianificazione


I punti chiave da tenere a mente:

  • Immediato: blocco per i nuovi tenant — non possono più configurare la CBA legacy
  • Prossime settimane: Microsoft invierà comunicazioni Message Center ai tenant impattati
  • Fine 2026: la CBA diretta verso Exchange Online verrà disabilitata per tutti i tenant esistenti

Microsoft raccomanda di completare la migrazione ben prima della scadenza di fine 2026 per evitare interruzioni del servizio. Considerando i tempi tipici di test, approvazione e deployment nei dispositivi mobili aziendali, è consigliabile iniziare la pianificazione adesso.

Conclusione


La deprecazione della CBA diretta per Exchange ActiveSync è parte del percorso di Microsoft verso la modernizzazione completa dell’autenticazione su Exchange Online, sulla scia dell’eliminazione di Basic Auth avvenuta negli anni scorsi. Il nuovo flusso basato su Entra ID offre sicurezza equivalente — passwordless, resistente al phishing, basato su certificati — con una ben migliore integrazione nell’ecosistema moderno di autenticazione e la piena compatibilità con le Conditional Access Policy.

Se la tua organizzazione usa EAS con CBA, il momento di iniziare la pianificazione della migrazione è adesso: la runway fino a fine 2026 è sufficiente per una transizione ordinata, ma non illimitata.


Fonte: Microsoft Tech Community — Exchange Team Blog (8 maggio 2026) | 4sysops.com


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art-template npm Package Backdoored to Deliver iOS Browser Exploit Kit via Supply Chain Attack
#CyberSecurity
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Liquibase: gestione delle modifiche al database e automazione CI/CD
#tech
spcnet.it/liquibase-gestione-d…
@informatica


Liquibase: gestione delle modifiche al database e automazione CI/CD


La gestione delle modifiche allo schema di un database è uno degli aspetti più delicati e sottovalutati nei progetti software moderni. Script SQL sparsi, modifiche manuali non documentate, disallineamenti tra ambienti di sviluppo, staging e produzione: questi problemi sono comuni in quasi ogni team di sviluppo. Liquibase risolve questi problemi portando il controllo di versione al database, proprio come Git fa con il codice sorgente.

Cos’è Liquibase e perché usarlo


Liquibase è uno strumento non open source rilasciato con licenza FSL con disponibilità del codice sorgente, per il database schema change management. Permette di definire, versionare e distribuire le modifiche allo schema del database tramite file di configurazione (chiamati changelog), supportando oltre 30 database diversi: Oracle, MySQL, PostgreSQL, SQL Server, DB2 e molti altri.

Il problema che Liquibase risolve è semplice ma critico: applicare modifiche al database con script SQL tradizionali è un processo manuale, error-prone e difficile da tracciare. Questi script spesso mancano di versioning, rendendo quasi impossibile sapere quale versione dello schema è in produzione rispetto allo sviluppo. Liquibase standardizza questo processo tramite file di configurazione versionati, tracciamento automatico via checksum MD5 e supporto nativo al rollback.

Concetti fondamentali


Prima di entrare nell’implementazione, è essenziale comprendere i quattro pilastri architetturali di Liquibase:

Changelog: è il file principale che contiene tutte le modifiche al database, organizzate in sequenza. Può essere in formato XML, YAML, JSON o SQL puro. Tipicamente si usa un file master che include sotto-changelog organizzati per release o sprint.

ChangeSet: è l’unità atomica di modifica, identificata univocamente da una coppia id + author. Ogni changeset viene eseguito una sola volta e tracciato nella tabella DATABASECHANGELOG. Una regola fondamentale: non modificare mai un changeset già eseguito; crea sempre un nuovo changeset per le correzioni.

Preconditions: verifiche condizionali che devono passare prima dell’esecuzione di un changeset. Permettono di rendere sicure le migrazioni anche in scenari complessi (es. verificare che una colonna non esista già prima di aggiungerla).

Contexts e Labels: meccanismi di filtraggio per controllare quali changeset vengono eseguiti in quale ambiente (dev, staging, prod). Indispensabili per gestire dati di test o configurazioni ambiente-specifiche.

Struttura base di un changelog YAML


Ecco un esempio pratico di changelog in formato YAML per la creazione di una tabella transazioni con supporto al rollback:

databaseChangeLog:
  - changeSet:
      id: create-payment-table
      author: devops.team
      changes:
        - createTable:
            tableName: payment_transaction
            columns:
              - column:
                  name: id
                  type: varchar(50)
                  constraints:
                    primaryKey: true
                    nullable: false
              - column:
                  name: amount
                  type: decimal(15,2)
                  constraints:
                    nullable: false
              - column:
                  name: currency_code
                  type: char(3)
                  constraints:
                    nullable: false
              - column:
                  name: transaction_date
                  type: timestamp
                  defaultValueComputed: CURRENT_TIMESTAMP
              - column:
                  name: status
                  type: varchar(20)
                  constraints:
                    nullable: false
      rollback:
        - dropTable:
            tableName: payment_transaction

Il blocco rollback è fondamentale: definisce esplicitamente come annullare la modifica, rendendo ogni deployment reversibile in modo prevedibile.

Configurazione per ambienti multipli


Un file liquibase.properties separato per ogni ambiente permette di gestire connessioni e contesti in modo sicuro:

# liquibase-dev.properties
changeLogFile=db/changelog.yaml
url=jdbc:postgresql://localhost:5432/devdb
username=dev_user
password=${DB_PASSWORD}
contexts=dev,test
defaultSchemaName=DEV_SCHEMA
logLevel=DEBUG

Nota importante: le credenziali non devono mai essere committate nel repository. Usa variabili d’ambiente, HashiCorp Vault, AWS Secrets Manager o Kubernetes Secrets per la gestione dei segreti.

Precondizioni per deployment sicuri


Le precondizioni rendono Liquibase robusto in ambienti dove lo schema potrebbe trovarsi in stati intermedi. Questo esempio in SQL nativo verifica che una colonna non esista prima di aggiungerla:

--liquibase formatted sql

--changeset devops.team:add-merchant-id
--preconditions onFail:MARK_RAN onError:HALT
--precondition-sql-check expectedResult:0 SELECT COUNT(*) FROM information_schema.columns WHERE table_name = 'payment_transaction' AND column_name = 'merchant_id'

ALTER TABLE payment_transaction 
ADD COLUMN merchant_id VARCHAR(50);

--rollback ALTER TABLE payment_transaction DROP COLUMN merchant_id;

Il comportamento onFail:MARK_RAN istruisce Liquibase a segnare il changeset come già eseguito (senza eseguirlo) se la precondizione fallisce — comportamento ideale quando la colonna esiste già per altri motivi.

Integrazione in pipeline CI/CD


La vera potenza di Liquibase emerge quando viene integrato in una pipeline di deployment automatizzato. Ecco un esempio completo con Jenkins:

pipeline {
    agent any
    
    stages {
        stage('Validate') {
            steps {
                sh 'liquibase validate'
            }
        }
        
        stage('Deploy Staging') {
            steps {
                sh 'liquibase --contexts=staging update'
            }
        }
        
        stage('Deploy Production') {
            when { 
                branch 'main' 
            }
            steps {
                input 'Deploy to Production?'
                sh 'liquibase --contexts=prod update'
            }
        }
    }
    
    post {
        failure {
            sh 'liquibase rollbackCount 1'
        }
    }
}

Il blocco post { failure } garantisce il rollback automatico dell’ultimo changeset in caso di errore — un salvagente fondamentale in produzione.

Pattern Kubernetes: Init Container


Per architetture cloud-native, il pattern degli init container è ideale: Liquibase viene eseguito come container di inizializzazione prima dell’avvio dell’applicazione, garantendo che lo schema sia sempre aggiornato prima che il servizio inizi a ricevere traffico:

apiVersion: apps/v1
kind: Deployment
metadata:
  name: payment-service
spec:
  template:
    spec:
      initContainers:
      - name: liquibase-migration
        image: liquibase/liquibase:4.25.0
        command:
        - liquibase
        - --url=jdbc:postgresql://$(DB_HOST):5432/$(DB_NAME)
        - --username=$(DB_USER)
        - --password=$(DB_PASSWORD)
        - update
        env:
        - name: DB_HOST
          valueFrom:
            secretKeyRef:
              name: db-credentials
              key: host
      containers:
      - name: payment-service
        image: payment-service:latest
        ports:
        - containerPort: 8080

Best practice per ambienti enterprise


Alcune regole fondamentali per adottare Liquibase in contesti di produzione:

  • Principio del minimo privilegio: l’utente Liquibase deve avere solo i permessi DDL necessari, mai privilegi DBA completi.
  • Revisione obbligatoria: ogni modifica al changelog deve passare per una Pull Request con review da un secondo sviluppatore prima del merge.
  • Test su dati realistici: prima del deployment in produzione, eseguire le migrazioni in un ambiente staging con volumi di dati simili a quelli di produzione per individuare problemi di performance.
  • Mai modificare changeset già eseguiti: il checksum MD5 rileverei la modifica e bloccherebbe il deployment. Crea sempre un nuovo changeset per le correzioni.
  • Crea indici dopo i bulk insert: creare indici prima di caricare grandi quantità di dati aumenta enormemente il tempo di migrazione senza benefici pratici.


Monitoraggio con Prometheus e Grafana


Per ambienti enterprise, integrare le metriche Liquibase in un sistema di osservabilità permette di rilevare problemi prima che impattino la produzione. Le metriche chiave da tracciare includono:

  • Durata per changeset: identifica migrazioni lente che potrebbero causare downtime
  • Lock contention: conflitti sulla tabella DATABASECHANGELOGLOCK in ambienti multi-istanza
  • Checksum failures: modifica non autorizzata a changeset già eseguiti
  • Rollback rate: indicatore di qualità del processo di testing prima del deployment


# Esempio metriche Prometheus esportate da Liquibase
liquibase_deployment_success_total{environment="prod"} 145
liquibase_changeset_duration_seconds_bucket{id="1",database="prod",le="0.5"} 120
liquibase_rollback_total{environment="prod"} 3
liquibase_deployment_failure_total{environment="prod",reason="validation_error"} 2

Conclusione


Liquibase trasforma la gestione del database da processo manuale e rischioso a pratica ingegneristica controllata e auditabile. L’integrazione con i sistemi CI/CD permette di applicare agli schemi database gli stessi standard di qualità già applicati al codice applicativo: versionamento, review, test automatizzati e rollback prevedibile.

Per team che adottano DevOps o pratiche di continuous delivery, Liquibase non è un’opzione ma una necessità: è il tassello mancante tra il deployment del codice e quello del database.

Fonte: Liquibase: Database Change Management and Automated Deployments — DZone


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AI Discovers 10,000+ Zero-Days: Anthropic’s Claude Mythos Preview Transforms Cybersecurity Defense
#CyberSecurity
securebulletin.com/ai-discover…
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Megalodon: 5.561 repository GitHub compromessi in sei ore con workflow CI/CD malevoli
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/megalo…


Megalodon: 5.561 repository GitHub compromessi in sei ore con workflow CI/CD malevoli


In sei ore, tra le 11:36 e le 17:48 UTC del 18 maggio 2026, una campagna automatizzata denominata Megalodon ha iniettato 5.718 commit malevoli in 5.561 repository GitHub, esfiltrandone segreti CI/CD, credenziali cloud, chiavi SSH e token API verso un server di comando e controllo. È l’attacco alla supply chain dello sviluppo software più rapido e capillare mai documentato, e fa parte di un’ondata più ampia che sta ridisegnando il panorama delle minacce per sviluppatori e team DevOps.

Come funziona Megalodon: l’automazione al servizio del compromesso di massa


I ricercatori di SafeDep e StepSecurity hanno analizzato la campagna in dettaglio. L’attaccante ha utilizzato account GitHub usa-e-getta con username alfanumerici casuali di 8 caratteri (es. rkb8el9r, bhlru9nr, lo6wt4t6), configurando git per falsificare l’identità dell’autore con nomi plausibili — build-bot, auto-ci, ci-bot, pipeline-bot — e indirizzi email automatizzati come build-system@noreply.dev. Questi nomi mimano la normale attività di automazione CI/CD, riducendo drasticamente la probabilità che un commit sospetto venga rilevato durante una code review.

Il payload iniettato è un workflow GitHub Actions contenente uno script bash codificato in Base64. Una volta che il proprietario del repository accetta il pull request o effettua un push, il workflow si attiva nella pipeline CI/CD e procede all’esfiltrazione massiva di dati verso il C2 all’indirizzo 216.126.225[.]129:8443.

Dati esfiltrati: una lista completa


La lista di informazioni sottratte dalla campagna Megalodon è particolarmente estesa e rivela quanto profondamente il workflow malevolo si radichi nell’ambiente di esecuzione CI/CD:

  • Variabili d’ambiente CI, /proc/*/environ e ambiente del processo PID 1
  • Credenziali AWS (access key, secret key, session token)
  • Access token Google Cloud Platform
  • Credenziali di ruolo IAM ottenute via AWS IMDSv2, GCP metadata server e Azure IMDS
  • Chiavi private SSH
  • Configurazioni Docker e Kubernetes
  • Vault token (HashiCorp Vault)
  • Terraform credentials
  • Shell history
  • Chiavi API, stringhe di connessione a database, JWT, chiavi PEM private
  • GITHUB_TOKEN, token GitLab CI/CD e Bitbucket
  • File .env, credentials.json, service-account.json e altri file di configurazione sensibili
  • GitHub Actions OIDC token (URL + token)


# Indicatori di Compromissione - Megalodon
# C2 server
216.126.225.129:8443
# Account attaccante (pattern)
Username: 8 caratteri alfanumerici casuali (es. rkb8el9r, bhlru9nr, lo6wt4t6)
Author forged: build-bot, auto-ci, ci-bot, pipeline-bot
Email forged: build-system@noreply.dev, ci-bot@automated.dev
# Varianti payload
SysDiag          - Workflow su ogni push/pull_request (mass variant)
Optimize-Build   - Workflow su workflow_dispatch (targeted variant, backdoor dormante)
# Pacchetto npm compromesso
@tiledesk/tiledesk-server versioni 2.18.6 - 2.18.12
# Finestra temporale dell'attacco
18 maggio 2026, 11:36 - 17:48 UTC
5.718 commit su 5.561 repository in ~6 ore
# Pacchetti npm malevoli (Polymarket drainer - campagna correlata)
polymarket-trading-cli, polymarket-terminal, polymarket-trade
polymarket-auto-trade, polymarket-copy-trading, polymarket-bot
polymarket-claude-code, polymarket-ai-agent, polymarket-trader
Endpoint esfiltrazione: hxxps://polymarketbot.polymarketdev.workers[.]dev/v1/wallets/keys

Due varianti per due obiettivi


L’analisi tecnica ha identificato due varianti del payload con finalità diverse. La variante SysDiag è quella di massa: aggiunge un workflow attivato da ogni push e pull request, massimizzando le opportunità di esecuzione. La variante Optimize-Build è più chirurgica: sostituisce i workflow esistenti con trigger workflow_dispatch, creando backdoor dormienti che l’attaccante può attivare on-demand tramite le API di GitHub. Nel caso di @tiledesk/tiledesk-server è stata utilizzata la variante targeted, che colpisce i CI/CD runner ma non si attiva quando il pacchetto npm viene semplicemente installato dagli utenti finali.

“Il compromesso di GitHub da parte di TeamPCP era solo l’inizio”, ha dichiarato Moshe Siman Tov Bustan di OX Security. “Quello che arriverà è un’ondata infinita, uno tsunami di attacchi cyber contro sviluppatori in tutto il mondo.”

Il contesto: TeamPCP e l’ecosistema open source sotto attacco


Megalodon si inserisce in una serie di attacchi orchestrati dal gruppo TeamPCP, che ha sfruttato la natura interconnessa della supply chain software per compromettere centinaia di progetti open source in modalità worm-like. Tra le vittime precedenti: TanStack, Grafana Labs, OpenAI, Mistral AI e ora GitHub direttamente. Il gruppo ha stabilito partnership con BreachForums e crew di estorsione come LAPSUS$ e VECT, combinando motivazioni finanziarie con possibili interessi geopolitici: è stato documentato il deployment di wiper malware su macchine localizzate in Iran e Israele.

La risposta di npm all’ondata di attacchi è stata drastica: invalidazione di tutti i token di accesso granulare con write access che bypassano l’autenticazione a due fattori. NPM ha anche raccomandato il passaggio a Trusted Publishing per ridurre la dipendenza da questi token. Come ha sottolineato Socket, però, l’intervento compra tempo ma non chiude la vulnerabilità sottostante: finché il worm è attivo, continuerà a raccogliere nuovi token non appena i maintainer ne genereranno di nuovi.

Due righe per i difensori


La campagna Megalodon evidenzia debolezze strutturali nella sicurezza delle pipeline CI/CD. I team DevSecOps dovrebbero adottare le seguenti contromisure:

  • Abilitare il pinning dei workflow: configurare i GitHub Actions workflow per usare SHA commit espliciti invece di tag mutabili (es. uses: actions/checkout@abc1234 invece di @v3), rendendo impossibile la sostituzione silenziosa dei workflow
  • Implementare policy di branch protection: richiedere review obbligatorie per ogni push su branch principali, con particolare attenzione alle modifiche a file .github/workflows/
  • Monitorare le credenziali con secret scanning: strumenti come GitHub Secret Scanning, Trufflehog o Gitleaks possono rilevare credenziali accidentalmente incluse nei commit
  • Adottare Trusted Publishing: su npm e PyPI, il Trusted Publishing elimina la necessità di token statici che possono essere rubati
  • Revisione dei permessi GITHUB_TOKEN: limitare i permessi del token al minimo necessario per il workflow specifico, usando permissions: nel file YAML
  • Audit degli accessi OIDC: implementare policy rigorose per i token OIDC usati per l’accesso a cloud provider da pipeline CI
  • Alerting su deployment key e PAT: monitorare l’uso di Personal Access Token e deploy key, revocando immediatamente quelli non più in uso

Megalodon rappresenta un punto di svolta nella storia degli attacchi alla supply chain: la capacità di compromettere oltre 5.500 repository in meno di sei ore, utilizzando tecniche di evasione che mimano il normale traffico CI/CD, suggerisce un livello di automazione e pianificazione che andrà oltre i singoli episodi. La domanda non è più se una pipeline subirà un tentativo di compromissione, ma quando — e se l’organizzazione ha le visibility necessarie per accorgersene in tempo.


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Dieci anni del GDPR: i tuoi dati, i tuoi diritti

Il 24 maggio 2026 ricorre il decimo anniversario dell'entrata in vigore del Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR). Questa legge storica ha conferito per la prima volta ai cittadini europei un reale controllo sui propri dati personali, cambiando per sempre la vita online.

commission.europa.eu/news-and-…

@privacypride@feddit.it

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Did you ever hear about Pablo Grillo? In #Argentina he became a symbol for police violence and freedom of press. Digital forensic of the collective "Mapa de la Policia" helped to bring his case to court. I wrote for @netzpolitik_feed about it (in german) - people from the "Mapa" will be in Berlin in June:

netzpolitik.org/2026/nach-schu…

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Tote Links, gelöschte Webpages und geänderte URLs machen das Internet zu einem Ort der Sackgassen. Wie Informationen im Netz verschwinden, erinnert an einen der berühmtesten Bibliotheksbrände der Geschichte. Doch allzu oft sind es nicht Katastrophen, die Wissen vernichten, sondern Desinteresse - schreibt @CarlaSiepmann in ihrer Kolumne:

netzpolitik.org/2026/breakpoin…

in reply to netzpolitik.org

Vielen Dank für den Artikel.

Ich weiß nicht, wie viel Zeit ich schon mit dem Überprüfen von URLs vergeudet habe.

Selbst DOIs führen regelmäßig ins Leere. Ich habe allein in diesem Jahr schon mehrere gemeldet. Auch das kostet Zeit.

Ich denke, dass es in vielen Fällen einfach Ignoranz ist. Denn die Quellen existieren ja. Aber selbst Wissenschaftsverlage und Wissenschaftsinstitutionen scheinen sich nicht darum zu kümmern, dass ihre Veröffentlichungen auch nach einem Jahr noch unter derselben URL auffindbar sind.