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Fiction plot announcement for future @plusbrothers stories as soon as the site will be ready. But we'll announce (both in Italian and English) the various plots on Mastodon.
Detectives are going to pick up killer's hint through messages on the Internet. This is not original, true.
Anonymous, VPN, and stuff. But, they're not anonymous at all.
Not for networking related clues, but the clues is in writing!
Inspired by an experience happened to me.
Using Braille Screen Input, the typing method for blind users to write on iPhone/iPad touch screen. Right hand manages 3 (or 4) dots, according to screen size, iPad has 8 dots Braille as well. And left hand manages the other combination of dots on the other side; every finger corresponds to a dot. But, if you have an injured hand, you lose control of them. A blind person using BRaille Screen Input is recognizable by another one using same method, or by very close folks knowing, even vaguely, the system. So, the villain starts to write "s" in place of "t", "k" in place of "o", "l" in place of "r"...
Means that character has their right hand injured somehow, and only a person very confident with blindness could know it; main detective is VERY connected to a blind person but he's positively biased (double meaning on "positive" very intended). Villain is death threatening main character, everyone thinks of a stranger, a monster, one politician who wants to train the sentient HIV virus for military purpose.
But, in the end, criminal betrayed themselves by writing!
Sentient virus was aware about villain's blindness, but humans don't believe that a blind person could threat and attempt to disrupt a community.
The blind villain wants to capture sentient virus to make a sophisticated and non-invasive guide for themselves...
Human umiliation in front of virus intuition. Who knows if humans are able to save Patient Zero and their very own virus.
#braille #crime #FediFiction #spoiler
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Is it me, or latest Kindle for PC lost accessibility? At least with JAWS, it's impossible to read through a Braille display, as we could read before (virtual cursor, with arrow keys) you basically have speech working, it reads a page whenever you press the Tab key, a page read all at once. But if you want to stop line by line, or read in Braille, no way.
Thanks for help, in case.

cc @mastoblind @bitsacb
#Accessibility #A11Y #AskFedi #blind #books #kindle #FediHelp #disability

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Gravissimo: per colpire le fake news di Russia Today, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea vieta a tutti i cittadini di diffondere i contenuti dal proprio blog

@Politica interna, europea e internazionale

Una recentissima e importante sentenza emessa dalla Corte di Giustizia dell'Unione Europea (causa C-67/25), pubblicata proprio nei primi giorni di luglio 2026 affronta l'applicazione e l'estensione delle sanzioni europee contro i media statali russi nel contesto del conflitto in Ucraina, in particolare la rete Russia Today (RT).

Il caso d'origine


- Il procedimento nasce da una vicenda avvenuta in Germania, dove tre individui erano stati accusati penalmente per aver caricato e diffuso ripetutamente e gratuitamente video provenienti dal canale sanzionato RT Germany su un sito internet ad accesso libero, finanziato solo da donazioni.

Il fulcro legale (chi sono gli "operatori"?)


- I difensori sostenevano che il divieto europeo di diffusione si applicasse solo ai grandi operatori commerciali o televisivi, e non a privati cittadini senza scopo di lucro. Il giudice tedesco ha quindi chiesto il parere vincolante della Corte UE.

La decisione della Corte di Giustizia


- La Corte ha stabilito che il divieto è totale e si applica a chiunque. Il termine "operatore" comprende qualsiasi persona (fisica o giuridica) che metta a disposizione i contenuti vietati, indipendentemente dal fatto che lo faccia gratis, a pagamento, per hobby o in modo amatoriale.

La motivazione strategica


- La Corte ha praticamente blindato le sanzioni per evitare "scappatoie". Se si fosse consentito ai singoli siti gratuiti di ridistribuire la propaganda russa, l'efficacia delle sanzioni dell'Unione Europea volte a tutelare l'ordine pubblico e la sicurezza nazionale sarebbe stata completamente vanificata.

Le ricadute sugli utenti dei social


- Estendendo la definizione di "operatore" a chiunque metta a disposizione i contenuti sanzionati, la Corte ha di fatto cancellato la distinzione tra grandi media e utenti privati.

Responsabilità penale o amministrativa individuale


- Fino ad oggi, molti utenti pensavano che il divieto di trasmettere i canali di Stato russi (come Russia Today o Sputnik) riguardasse solo le compagnie televisive, i provider Internet (ISP) o le grandi piattaforme. Con questa sentenza, se un privato cittadino scarica un video di RT e lo ricarica sul proprio profilo Facebook, su X, su un canale Telegram o su un blog amatoriale, commette un illecito. A seconda delle leggi del proprio Stato membro (come il caso della Germania che ha dato origine alla sentenza), l'utente rischia procedimenti penali o pesanti sanzioni amministrative.

Fine dell'esimente del "No-Profit" o del "Piccolo Canale"


- La Corte ha esplicitamente chiarito non sono fattori esimenti né l'assenza di lucro (non importa se il video viene condiviso gratuitamente, per hobby o senza monetizzazione), né la portata della diffusione (si è perseguibili anche se il video viene visto da poche decine di persone e non si è un "influencer") né la durata) anche una condivisione temporanea o di breve durata rientra nella violazione)

La fine della libertà di espressione


- La libertà di condivisione sui social incontra un limite legale rigidissimo. Per l'utente comune diventa tassativo evitare tassativamente di ripubblicare, caricare o redistribuire materiali video, audio o articoli provenienti direttamente dalle emittenti governative russe colpite dalle sanzioni UE

curia.europa.eu/site/upload/do…

in reply to The Pirate Post

Che pila di cazzari che siete. Non e' stato distrutto il diritto alla liberta' di espressione , si e' stabilito un limite a quello che puoi farci.

Ovvio che, a chi viene pagato dai russi, qusta cosa non piace.

--
Uriel Fanelli
Using Aktor: git.keinpfusch.net/loweel/Akto…
XMPP: uriel@keinpfusch.net
old blog: blog.keinpfusch.net
new blog: keinpfusch.net

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Ecco perché sono contento che l’Europa abbia approvato Chatcontrol

Ieri non poteva andare peggio, ma domani sì. Eppure stavolta, nel momento più buio, riesco a vedere una luce nuova
informapirata.it/2026/07/10/ec…

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#Chatcontrol: l'epifania dell'Unione europea.
Epifania significa "manifestazione" - in questo caso non della natura divina di Gesù ma della natura profana, e autoritaria, della suddetta unione.

Però qui sotto si può vedere anche la fotografia della Befana che a Mark Zuckerberg porta doni e a tutti gli altri porta via diritti costituzionalmente protetti.


Ecco perché sono contento che l’Europa abbia approvato Chatcontrol

Ieri non poteva andare peggio, ma domani sì. Eppure stavolta, nel momento più buio, riesco a vedere una luce nuova
informapirata.it/2026/07/10/ec…


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Commission preliminarily finds the addictive design of Instagram and Facebook in breach of the Digital Services Act


ec.europa.eu/commission/pressc…

E questa è davvero grossa gente... 😍

Mi piacerebbe chiedere agli euroscettici quale altro stato nazionale si sia mai spinto così avanti nella tutela dei diritti dei suoi cittadini contro i colossi del web.

Certe cose o le fa l'Europa o non le fa nessuno.

The Commission's investigation indicates that Meta did not adequately assess the risks of its addictive design on the physical and mental wellbeing of users, including minors and vulnerable adults.

[...]

Moreover, Meta disregarded available information about the time minors spend on Instagram or Facebook at night and how the optimisation of its different formats - such as reels and stories - could lead to excessive or compulsive use of the services.

[...]

If the Commission's views are ultimately confirmed, the Commission may issue a non-compliance decision, which can trigger a fine proportionate to the nature, gravity, recurrence and duration of the infringement, capped at 6% of the total worldwide annual turnover of the provider.

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Firmare per fermare il ddl caccia (detto anche "sparatutto")


"Siamo cittadini di tutta Italia preoccupati che il DDL 1552 indebolisca la protezione della fauna selvatica, violi le normative europee e confligga con la nostra Costituzione. Chiediamo di bloccare questo provvedimento e di sostituirlo con una riforma che affermi e difenda i principi ecologici, la conservazione della biodiversità e del patrimonio naturale del nostro Paese. "
***

I cacciatori sono stati ribattezzati "bioregolatori".

Purtroppo è un puro espediente linguistico, perché in realtà il testo del disegno di legge rivela ben altro: vengono estese le aree di caccia, che diventa consentita in spiagge, parchi pubblici e aree protette e ampliate le specie cacciabili anche in periodi migratori e di nidificazione; e questi sono solo un paio dei punti più controversi.

il post continua qui: secure.avaaz.org/campaign/it/d…

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Oggi è venuta a trovarmi una ragazza americana che ha fatto un internship da noi, ora è in Bocconi. Ha una tutor che lavora per un brand di super lusso.

Mi racconta: "Ho parlato con la tutor dei nostri discorsi sulla sostenibilità, credo di farle pena. Per lei contano solo marketing, vendita, crescita. Dice che vivo nel mondo delle favole.”

Le università stanno formando gli esperti sulla sostenibilità. Andrà sempre meglio.

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ilpost.it/2026/07/10/chat-cont…

Chat Control, spiegata bene.

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Come annunciato nel nostro comunicato dell’Epifania, la ricerca italiana ha ora ricevuto, dopo il primo, un secondo dono: l’abolizione della Abilitazione scientifica nazionale. I concorsi tornano locali, sotto il giudizio di commissioni con un membro interno e una maggioranza di esterni sorteggiati da liste di docenti che hanno fatto domanda per servire come commissari.

Gli “specifici requisiti di produttività e di qualificazione scientifica” verranno stabiliti amministrativamente con un “decreto del Ministro, su proposta dell’ANVUR, sentito il CUN”. Finisce l’ASN, ma sopravvive la valutazione amministrativa, centralizzata e quantitativa, i cui parametri saranno determinati, secondo fonti del diritto inferiori alla legge, dall’ANVUR, agenzia per la valutazione di stato resa ancor più dipendente dal governo. Qualunque sia la sua scelta, che cosa è scienza e che cosa no continuerà a essere stabilito dal potere esecutivo. Non vale la pena preoccuparsi per il ritorno del “cretino locale”: questa volta il “cretino” sarà sicuramente governativo, e molto probabilmente bibliometrico.

Si potrebbero proporre, in alternativa, requisiti formali per dare pubblicità ai concorsi pubblici, quali l’adesione alle pratiche della scienza aperta. Così, però, verrebbero urtati gli interessi di chi, a vario titolo, vive delle rendite assicurate da pubblicazioni variamente privatizzate: ciò, prevedibilmente, favorirà la conservazione della bibliometria di stato, con tutto quello che porta con sè.
- The post’s content. aisa.sp.unipi.it/abolizione-de…


ANDU, FLC-CGIL, Roars, nonché la Rete delle Società Scientifiche, hanno espresso allarme o almeno preoccupazione per i doni che lo stato si appresta a regalare alla ricerca italiana. Questi doni, che rafforzeranno i poteri, già non poco oppressivi, del ministero dell’università e della ricerca, dell’Anvur che gli è sottomesso e delle gerarchie accademiche locali, consistono:
  1. in una riforma del reclutamento, già approvata in senato, che rende i concorsi interamente locali, ma sotto il controllo dell’Anvur sia in ingresso sia in uscita;
  2. in una riforma dell’Anvur, per via regolamentare e non legislativa, volta ad accentuarne ulteriormente la subordinazione al ministero;
  3. in una riforma dell’amministrazione delle università, per via legislativa, che accentuerebbe il dispotismo locale dei rettori e la loro sudditanza al governo nazionale.

La scienza italiana, che nell’età moderna si fondò e perseguì la libertà dell’uso pubblico della ragione e l’emancipazione dal segreto, si trova ora a misurarsi con tre poteri che hanno solo accidentalmente a che vedere con la ricerca della verità: quello, locale, di colleghi e rettori, quello, centralizzato, dell’agenzia sedicente indipendente per la valutazione di stato, la quale attribuisce la quota cosiddetta “premiale” del finanziamento ordinario, e quello del governo a cui essa stessa è sottoposta fin dalla sua istituzione.

Promuovendo la scienza aperta come scienza libera e non come costoso adempimento burocratico, abbiamo sostenuto che la valutazione amministrativa della ricerca, in Italia centralizzata in forma di valutazione di stato, è intrinsecamente dispotica e retrograda: dispotica perché sostituisce alla libera discussione entro le comunità scientifiche una statuizione di un’autorità esterna e non scientifica, in quanto derivante da una gerarchia amministrativa; retrograda perché impone indicatori costruiti sul passato che disconoscono non solo la riflessività dell’azione sociale,1 ma anche la natura aperta della ricerca.

A questo dispositivo, che Mario Ricciardi descrisse precocemente come un “apparato burocratico di tipo sovietico”, i professori italiani si sono – sostanzialmente – piegati. Fra gli effetti della sottomissione c’è stato il blocco di un’evoluzione verso una scienza aperta nel senso di libera da oligopoli editoriali privati e liste di riviste “scientifiche” ed “eccellenti” di composizione amministrativa. Accettarla, ai più, è parsa una scelta prudente: si tratta però di capire se è stata anche una scelta sapiente.

1. La metamorfosi del “cretino locale”


Pietro Rossi, in un fortunato articolo, criticò i concorsi introdotti nel 1998, in cogestione fra “facoltà e corporazione disciplinare”. Secondo Rossi, in un sistema in cui la sede che fa il favore di bandire una valutazione comparativa può barattare la vittoria del proprio candidato interno con le idoneità di candidati esterni supplementari che trovano cattedra a casa loro, l’ascesa del “cretino locale”, entro comunità di disciplina sempre più frammentate e chiuse, non può che essere irresistibile.

Il disegno di legge approvato in senato abolisce l’Abilitazione Scientifica Nazionale a favore di concorsi esclusivamente locali con vincitori unici, accessibili tramite un’autocertificazione della soddisfazione di criteri stabiliti con decreto ministeriale su proposta dell’Anvur, sentito il CUN, i quali comprenderanno “indicatori minimi di quantità, continuità e distribuzione temporale dei prodotti della ricerca”. I commissari dovranno godere dei medesimi requisiti. Dopo tre anni i vincitori verranno valutati dall’Anvur, con eventuali conseguenze sanzionatorie in termini di finanziamento istituzionale.

Si tornerà dunque al “cretino locale”, o, come scrive più gentilmente Roberta Calvano, a un sistema in cui “il nepotismo e gli abusi sono stati per anni alla radice di un diffuso malcostume accademico”? No: in virtù dell’Anvur e del ministero, questa volta il “cretino”, selezionato tramite valutazione amministrativa in ingresso e in uscita e giudicato da commissari simili a lui, sarà probabilmente bibliometrico, sicuramente governativo, e giocoforza sottomesso ai colleghi disposti a usare il loro potere di ricatto – qualità, queste, che con la scienza libera hanno ben poco a che vedere.

2. L’autoaffermazione dell’università italiana


“Noi vogliamo noi stessi” proclamava un rettore a Friburgo, perorando l’autoaffermazione dell’università. Correva l’anno 1933: Martin Heidegger diceva “noi”, ma era entrato in carica su pressione del governo nazista, dopo che il suo predecessore, riluttante a licenziare gli ebrei, era stato indotto alle dimissioni. Tra poco, forse, anche i rettori italiani, pur più sottilmente e con qualche sbavatura normativa, potranno dire “noi” al modo di Heidegger:

  1. la composizione, legalmente determinata, del consiglio di amministrazione consentirà loro di contare su una maggioranza certa purché ubbidiscano al governo. Eliminato il rappresentante del personale tecnico-amministrativo, degli 11 membri del consiglio uno sarà il rettore stesso, quattro saranno nominati direttamente da lui (due docenti e due componenti esterni); a questi si aggiungerà uno studente eletto, come residuo vestigiale di democrazia, due docenti indicati dal senato, il candidato rettore soccombente e un membro nominato dal governo. Al rettore basterà restare agli ordini di quest’ultimo – esercizio che, probabilmente, non gli sarà difficile – per avere una maggioranza garantita;2
  2. il mandato del rettore sarà prolungato da sei a otto anni, con un eventuale plebiscito di conferma dopo quattro anni, qualora proposto dai 3/5 del senato accademico. A proposito del mandato, dall’ipotetico testo di riforma cadono le parole “non rinnovabile”;
  3. nella programmazione triennale il rettore dovrà tener conto anche di “linee generali di indirizzo stabilite dal Ministro”.

I rettori preferiranno continuare a regnare all’inferno o proveranno a servire in paradiso? Non si sa: ma certamente con “rettori che agiscono sotto l’occhiuta vigilanza del ministro e da cui dipenderanno a catena tutte le cariche interne agli atenei (i cui mandati vengono allineati alla durata di quello dei rettori)” l’esercizio della libertà della ricerca, sia in senso negativo sia in senso positivo, sarà ancor più difficile, e rischioso.

3. L’epifania dell’Anvur


Come ha osservato Roberto Caso, l’Anvur, istituita nel 2006 sotto il governo Prodi II, è nata così dipendente da aver ricevuto critiche perfino da una sostenitrice della valutazione amministrativa come Fiorella Kostoris. Il regolamento di riforma – che viola, secondo il Consiglio di Stato, la gerarchia delle fonti3 – renderebbe più intenso un controllo del governo sulla ricerca già in atto, al quale i più, a dispetto del primo comma dell’articolo 33 della costituzione italiana, hanno ritenuto opportuno sottomettersi.

  1. L’Anvur sarà ancor più ministeriale e dipendente: rispetto al regime attuale, il presidente dell’Anvur diverrebbe di nomina ministeriale diretta, così come i comitati di selezione delle rose dei candidati fra i quali il ministro sceglierà i quattro membri del consiglio direttivo, non più costituiti su indicazione di enti esterni.
  2. L’Anvur diverrà la valutatrice generale di stato: l’agenzia, che attualmente valuta solo università ed enti di ricerca vigilati dal MUR (quali CNR, INAF, INDIRE, INFN, INGV, INVALSI), allungherà il suo occhio agli altri enti di ricerca pubblici (ASI, CREA, ENEA, ISPRA, ISS, ISTAT) in base ad accordi con i ministeri vigilanti, alle Accademie e all’Alta Formazione Artistica e Musicale (AFAM) a enti privati ma finanziati pubblicamente (IIT di Genova, HT di Milano e Fondazione Biotecnopolo di Siena) e simili, nonché, per chi mai volesse richiederlo, in ambito internazionale. E non si occuperà solo di arte, musica e ricerca bensì anche delle cosiddette “competenze trasversali e disciplinari” acquisite dagli studenti e degli “sbocchi occupazionali dei laureati”. Tutto ciò, chiarisce la relazione di accompagnamento, nel “rispetto dell’indirizzo politico dato dal Ministero dell’università e della ricerca, quale Ministero vigilante”.

Il modello dell’università-azienda – si è detto – è neoliberale; quello nei disegni del governo è autoritario. Qui però il “liberale” che segue al “neo-” non ha nulla a che vedere con Benedetto Croce: l’azienda è una struttura non democratica, bensì autoritaria e chi la impone come modello sostiene un’ideologia altrettanto autoritaria, se non totalitaria. In questo senso, il disegno di “riforma” dell’Anvur non è una metamorfosi, bensì un’epifania.

Non esiste una valutazione amministrativa buona o cattiva, così come non esiste un dispotismo cattivo o buono a seconda che sul trono sieda Commodo oppure Marco Aurelio. Se si accetta che la valutazione della ricerca non sia scientifica – e parte della ricerca stessa – bensì amministrativa e a essa esterna, si accetta anche che chi amministra ne fissi e ne muti i criteri e abbia titolo a controllare i suoi eventuali agenti in modo più o meno stretto. Il vizio della valutazione di stato non sta nel modo in cui valuta, come suggerito elusivamente dell’Unione Europea, ma nel fatto che Caesar sia supra grammaticos, non importa se come Marco Aurelio o come Commodo. Non è, questa, un’idea radicale, né sul piano della storia, né su quello della cronaca: lo scorso aprile, in Francia, l’assemblea nazionale ha votato a favore dell’abolizione dell’agenzia di valutazione di stato HCERES.

In questa prospettiva non ha senso limitarsi a chiedere un guinzaglio appena un po’ più lungo, o a sollevare il problema dei finanziamenti alla ricerca senza toccare quello della sua libertà, vale a dire della possibilità stessa di fare scienza – libertà, questa, che non si promuove difendendo l’Anvur attuale4 come se fosse indipendente, bensì considerandone l’abolizione.

Contro il disegno di intensificare il controllo politico di “un’università più piccola, gerarchica e precaria”, FLC-CGIL5 si è appellata alle “forze libere e pensanti dell’accademia e della comunità universitaria”. In effetti, se, dopo lustri di valutazione di stato, esistessero ancora “forze libere e pensanti”, non sarebbe loro difficile promuovere una campagna di ubbidienza civile alla costituzione, a partire dagli articoli 21 e 33. In un momento in cui dovremmo invece parlare, davanti agli stati armati per la guerra, delle condizioni della pace pubblica, continuare a compilare moduli e a supplicare favori ministeriali ci salverà, forse, come impiegati, ma certamente non come studiosi.


  1. Questa riflessività è nota a chi si occupa di valutazione come legge di Goodhart: i soggetti valutati non si limitano a farsi valutare, ma adeguano riflessivamente le loro prestazioni al criterio di valutazione. Così chi viene premiato per il numero di pubblicazioni inflazionerà i testi, mentre chi viene premiato per le citazioni scriverà solo per farsi citare. Le conseguenze sono tristemente note. ↩︎
  2. Per un aggiornamento sugli orientamenti ministeriali si veda però quanto riferito dall’ANDU qui. [nota aggiunta il 7/01/2026]↩︎
  3. Il Consiglio di Stato, nel parere formulato nell’adunanza del 23 settembre 2025, ha ricordato che, proprio in virtù della gerarchia delle fonti del diritto, un regolamento, perfino se riguarda la valutazione di stato, non può cambiare la legge che l’ha istituita. ↩︎
  4. L’agenzia, peraltro, si è mostrata incapace di onorare gli impegni di riforma della valutazione che aveva sottoscritto aderendo alla coalizione europea COARA. ↩︎
  5. ANVUR: un’Agenzia che diventa governativa, con l’intenzione di valutare e quindi disciplinare anche saperi e conoscenze (2025) merita di essere letto per la sua analisi dettagliata della bozza di DPR qui solo sommariamente esposta. ↩︎

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Network Bonding su Linux: guida completa a ridondanza e throughput aggregato
#tech
spcnet.it/network-bonding-su-l…
@informatica


Network Bonding su Linux: guida completa a ridondanza e throughput aggregato


Perché il bonding delle interfacce di rete è ancora rilevante


Una singola scheda di rete è un punto singolo di fallimento. Su un server di produzione, un cavo che si stacca, una porta dello switch che si guasta o un driver che va in crash possono bastare per portare giù un servizio. Il network bonding su Linux (noto anche come NIC teaming o link aggregation) risolve il problema aggregando due o più interfacce fisiche in un’unica interfaccia logica gestita dal kernel: bond0. A seconda della modalità scelta, si ottiene ridondanza, throughput aggregato maggiore, oppure entrambi.

Non è una tecnologia nuova, il driver bonding è nel kernel Linux da anni, ma resta uno degli strumenti più sottoutilizzati nella cassetta degli attrezzi di chi amministra server fisici, hypervisor o anche semplici home lab. Vediamo come funziona davvero, quali modalità scegliere e come configurarlo con gli strumenti che si trovano oggi sulle distribuzioni più diffuse.

Bonding non è bridging


Prima di entrare nella configurazione, vale la pena chiarire un equivoco comune: il bonding non è la stessa cosa del bridging. Un bridge collega segmenti di rete distinti, permettendo al traffico di attraversare due reti separate. Il bonding, invece, aggrega più interfacce fisiche facendole apparire al sistema operativo e alle applicazioni come un unico dispositivo di rete. Sono strumenti diversi, per scopi diversi, e vanno configurati in modo diverso.

Un altro equivoco frequente riguarda la banda: il bonding non raddoppia automaticamente il throughput di una singola connessione TCP. La maggior parte delle modalità distribuisce connessioni multiple su interfacce diverse, non spezzetta un singolo trasferimento su tutti i link contemporaneamente. Il guadagno di banda aggregata si ottiene quando più flussi sono attivi in parallelo, non con un singolo trasferimento di file.

Va inoltre notato che le interfacce WiFi generalmente non sono compatibili con il bonding: la maggior parte dei driver wireless non supporta la modalità promiscua e la manipolazione dell’indirizzo MAC richieste dal driver bonding. Il bonding va quindi limitato a interfacce Ethernet cablate.

Le modalità di bonding: quale scegliere


Il driver bonding del kernel Linux supporta sette modalità. Per la maggior parte degli scenari operativi ne bastano tre o quattro:

  • Mode 0 (balance-rr): round-robin, trasmette i pacchetti in sequenza su tutte le interfacce. Offre load balancing e fault tolerance, ma richiede un gruppo di aggregazione statico configurato correttamente sullo switch. Senza questo, si ottengono pacchetti fuori ordine e prestazioni scadenti.
  • Mode 1 (active-backup): una sola interfaccia attiva alla volta; se quella attiva si guasta, subentra la backup. Non richiede alcuna configurazione sullo switch. È la modalità più sicura e compatibile, ideale quando l’obiettivo è puramente la ridondanza.
  • Mode 2 (balance-xor): selezione dell’interfaccia basata su un hash degli indirizzi MAC sorgente e destinazione. Load balancing per connessione e fault tolerance, richiede supporto dello switch.
  • Mode 3 (broadcast): trasmette ogni pacchetto su tutte le interfacce contemporaneamente. Usata raramente, solo in scenari di fault tolerance molto specifici.
  • Mode 4 (802.3ad / LACP): link aggregation dinamica secondo lo standard IEEE 802.3ad. Richiede uno switch gestito con LACP abilitato. È la modalità più usata in ambito enterprise: se lo switch la supporta, è la scelta corretta per la produzione.
  • Mode 5 (balance-tlb): load balancing adattivo del traffico in uscita in base al carico corrente su ciascuna interfaccia; il traffico in ingresso arriva sull’interfaccia attiva corrente. Non richiede configurazione dello switch.
  • Mode 6 (balance-alb): come mode 5, ma bilancia anche il traffico in ingresso tramite negoziazione ARP. Non richiede switch gestito e offre buoni guadagni di throughput, anche se alcuni switch e ambienti virtualizzati gestiscono il bilanciamento basato su ARP in modo incoerente: va testato prima di affidarcisi in produzione.

Per un homelab o un setup semplice senza switch gestito, Mode 1 (failover puro) o Mode 6 (bilanciamento senza configurazione switch) sono le scelte pratiche. Per server di produzione con switch gestito, Mode 4 (LACP) è la strada corretta.

Prerequisiti


Servono almeno due interfacce di rete fisiche (o virtuali, in una VM), accesso root o sudo, il modulo kernel bonding e uno strumento di gestione della rete (NetworkManager, systemd-networkd o Netplan, a seconda della distribuzione).

Verificare che il modulo bonding sia disponibile:

modinfo bonding

Se restituisce le informazioni del modulo, si può procedere caricandolo:
sudo modprobe bonding

Prima di modificare qualsiasi configurazione, è indispensabile identificare le interfacce disponibili:
ip link show

Sui sistemi moderni i nomi saranno del tipo enp3s0, enp4s0, oppure i più tradizionali eth0, eth1. Annotarli, perché verranno referenziati per tutta la configurazione.

Metodo 1: NetworkManager (desktop e la maggior parte dei server moderni)


Su Ubuntu, Fedora, Debian con NetworkManager, o qualunque distribuzione desktop, questo è l’approccio più semplice, grazie al supporto per il bonding consolidato da anni tramite nmcli.

Creare l’interfaccia bond:

sudo nmcli con add type bond con-name bond0 ifname bond0 bond.options "mode=active-backup,miimon=100"

Aggiungere le interfacce fisiche come slave del bond:
sudo nmcli con add type ethernet slave-type bond con-name bond0-slave1 ifname enp3s0 master bond0
sudo nmcli con add type ethernet slave-type bond con-name bond0-slave2 ifname enp4s0 master bond0

Assegnare un indirizzo IP statico al bond:
sudo nmcli con modify bond0 ipv4.addresses 192.168.1.100/24 ipv4.gateway 192.168.1.1 ipv4.dns 1.1.1.1 ipv4.method manual

Oppure, per usare il DHCP:
sudo nmcli con modify bond0 ipv4.method auto

Attivare il bond:
sudo nmcli con up bond0

Le interfacce slave dovrebbero attivarsi automaticamente. In caso contrario, portarle su manualmente:
sudo nmcli con up bond0-slave1
sudo nmcli con up bond0-slave2

Verificare lo stato del bond:
cat /proc/net/bonding/bond0

Il file /proc/net/bonding/bond0 è lo strumento diagnostico principale: va consultato ogni volta che qualcosa non sembra funzionare come previsto.

Metodo 2: systemd-networkd (server e installazioni minimali)


Su server senza NetworkManager, systemd-networkd gestisce il bonding in modo pulito. Creare il file netdev del bond:

sudo nano /etc/systemd/network/10-bond0.netdev
[NetDev]
Name=bond0
Kind=bond

[Bond]
Mode=active-backup
MIIMonitorSec=100ms
UpDelaySec=200ms
DownDelaySec=200ms

Creare la configurazione di rete per l’interfaccia bond (esempio DHCP):
sudo nano /etc/systemd/network/20-bond0.network
[Match]
Name=bond0

[Network]
DHCP=yes

Vincolare le interfacce fisiche al bond, un file per ciascuno slave:
sudo nano /etc/systemd/network/30-bond0-slave1.network
[Match]
Name=enp3s0

[Network]
Bond=bond0

Riavviare systemd-networkd e verificare:
sudo systemctl restart systemd-networkd
cat /proc/net/bonding/bond0

Metodo 3: Netplan (Ubuntu Server)


Ubuntu Server 18.04 e successivi usano Netplan come layer di configurazione di rete predefinito. Editare il file (di solito /etc/netplan/01-netcfg.yaml):

network:
  version: 2
  renderer: networkd
  ethernets:
    enp3s0:
      dhcp4: no
    enp4s0:
      dhcp4: no
  bonds:
    bond0:
      interfaces:
        - enp3s0
        - enp4s0
      addresses:
        - 192.168.1.100/24
      routes:
        - to: default
          via: 192.168.1.1
      nameservers:
        addresses:
          - 1.1.1.1
      parameters:
        mode: active-backup
        mii-monitor-interval: 100
        primary: enp3s0

Applicare la configurazione:
sudo netplan apply

Se si sta lavorando da remoto, Netplan offre una modalità di test sicura che ripristina automaticamente la configurazione precedente dopo 120 secondi se non viene confermata:
sudo netplan try

Per usare LACP, basta modificare il blocco parameters:
parameters:
  mode: 802.3ad
  lacp-rate: fast
  mii-monitor-interval: 100
  transmit-hash-policy: layer2+3

Metodo 4: LACP (Mode 4) con switch gestito


Con uno switch gestito che supporta LACP, Mode 4 vale la configurazione aggiuntiva: si ottiene link aggregation reale con negoziazione dinamica. Sul lato switch, le porte interessate vanno configurate come LAG (Link Aggregation Group) con LACP abilitato: su Cisco il comando è channel-group X mode active; sulla maggior parte degli switch gestiti consumer c’è una sezione LAG o Trunk nell’interfaccia web.

Sul lato Linux, l’unica differenza rispetto al Metodo 1 sono le opzioni del bond:

sudo nmcli con add type bond con-name bond0 ifname bond0 bond.options "mode=802.3ad,miimon=100,lacp_rate=fast"

La policy transmit-hash-policy: layer2+3 distribuisce il traffico basandosi sia sull’indirizzo MAC sia sull’IP, offrendo una distribuzione del carico migliore rispetto alla policy predefinita solo layer2.

Attenzione: se si abilita LACP sul lato Linux ma lo switch non è configurato di conseguenza, il bond torna a usare un solo link attivo. Non va in errore, ma non si ottiene alcuna aggregazione: va sempre configurato prima lo switch.

Testare il failover


Con il bonding in active-backup configurato, si può simulare un guasto e osservare il recupero. In un terminale, avviare un ping continuo verso il gateway:

ping 192.168.1.1

In un altro terminale, disattivare l’interfaccia attiva:
sudo ip link set enp3s0 down

Si osserveranno al massimo uno o due pacchetti persi, poi il traffico continuerà a fluire attraverso l’interfaccia di backup. Verificare lo stato del bond:
cat /proc/net/bonding/bond0

La riga Currently Active Slave mostrerà il passaggio alla seconda interfaccia. Per impostare un’interfaccia primaria preferita:
sudo nmcli con modify bond0 bond.options "mode=active-backup,miimon=100,primary=enp3s0"

Comandi utili per il monitoraggio

# Stato del bond in tempo reale
watch -n 1 cat /proc/net/bonding/bond0

# Traffico sull'interfaccia bond
sudo iftop -i bond0

# Stato IP e link
ip addr show bond0
ip link show bond0

# Conteggio dei fallimenti di link (utile per individuare cavi difettosi)
grep "Link Failure Count" /proc/net/bonding/bond0

Se il contatore dei fallimenti su una sola interfaccia cresce mentre il sistema funziona normalmente, probabilmente c’è un cavo o una porta dello switch difettosa: conviene sostituirli prima che il guasto si presenti nel momento peggiore.

Problemi comuni e soluzioni

Il bond non ha IP dopo il riavvio


Probabilmente le interfacce slave vengono attivate prima che il bond sia inizializzato. Con systemd-networkd, i numeri più bassi vengono processati per primi: assicurarsi che il file netdev (10-bond0.netdev) abbia un numero inferiore rispetto ai file network degli slave. Verificare anche che il modulo si carichi al boot:

echo "bonding" | sudo tee /etc/modules-load.d/bonding.conf

Solo uno slave risulta attivo anche in round-robin o LACP


Lo switch non è configurato per il LAG. Configurarlo correttamente, oppure passare a Mode 1 o Mode 6, che non richiedono configurazione dello switch.

I drop di ping durante il failover durano più del previsto


Abbassare il valore di miimon (l’intervallo di polling predefinito è 100ms):

bond.options "mode=active-backup,miimon=50,updelay=100,downdelay=100"

updelay e downdelay prevengono il flapping su link instabili: impostarli ad almeno il doppio del valore di miimon.

Conclusione


Il network bonding è una di quelle funzionalità che sembrano complicate finché non si mettono effettivamente in pratica. Il modulo kernel è già presente nella maggior parte delle distribuzioni, la configurazione è lineare, e il risultato è concreto: failover a downtime quasi zero, throughput aggregato maggiore, o entrambi, a seconda della modalità scelta.

Per chi non ha certezze su quale modalità scegliere, Mode 1 è il punto di partenza più sicuro: non richiede configurazione dello switch, funziona ovunque e il failover è quasi istantaneo. Si può poi passare a Mode 4 con LACP quando si dispone di uno switch gestito e si desidera una vera link aggregation. In entrambi i casi, /proc/net/bonding/bond0 resta lo strumento diagnostico di riferimento: va controllato dopo il setup, dopo ogni modifica, e ogni volta che qualcosa sembra non funzionare come dovrebbe.

Fonte: LinuxBlog.io


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NetScaler MCP Gateway: Citrix mette ordine nel traffico degli agenti AI aziendali
#tech
spcnet.it/netscaler-mcp-gatewa…
@informatica


NetScaler MCP Gateway: Citrix mette ordine nel traffico degli agenti AI aziendali


Il problema: agenti AI che parlano con troppi sistemi, senza controllo


Il Model Context Protocol (MCP) si sta affermando rapidamente come lo standard con cui gli agenti AI aziendali si collegano a strumenti, database e sistemi interni. È comodo: un agente può interrogare un CRM, aprire un ticket, leggere un repository Git o lanciare una pipeline, tutto attraverso lo stesso protocollo. Il problema è che questa comodità sta creando, nella maggior parte delle aziende, un far west di endpoint MCP sparsi, ciascuno con la propria autenticazione, i propri permessi e nessuna visibilità centralizzata.

Gartner stima che il 60% dei proof-of-concept di GenAI venga abbandonato dopo il completamento, principalmente per mancanza di governance, controlli di rischio inadeguati e dati non pronti per l’AI. Citrix ha deciso di attaccare esattamente questo problema estendendo NetScaler, la sua piattaforma di application delivery e sicurezza, con una nuova funzionalità chiamata MCP Gateway.

Cos’è NetScaler MCP Gateway


MCP Gateway trasforma NetScaler in un punto di ingresso unico e governato per tutto il traffico MCP dell’organizzazione. Invece di lasciare che ogni team gestisca in autonomia i propri server MCP, con metodi di autenticazione diversi e nessun log centralizzato, il gateway instrada dinamicamente le richieste verso i server MCP approvati, applicando policy coerenti in un unico punto della rete.

Le funzionalità principali includono:

  • Autenticazione centralizzata e granulare: token per utente e token globali, flussi OAuth e ibridi, rate limiting a livello di singolo tool e liste di allow/block per i server, così da impedire agli agenti di raggiungere endpoint non approvati o di generare carichi di richieste incontrollati.
  • Affidabilità per i workflow multi-step: la persistenza di sessione e un monitoraggio “protocol-aware” mantengono l’agente collegato al backend corretto e verificano che i server MCP restino sani durante flussi di lavoro lunghi e articolati.
  • Model routing e visibilità sui consumi per il traffico LLM: instradamento basato su content switching e tracciamento dell’uso a livello di token, per team, utente o applicazione.

Il tutto sfrutta l’architettura “single-pass” proprietaria di NetScaler, che esegue in un solo passaggio traffic management, autenticazione, routing, ispezione di sicurezza, rate limiting e observability. È una scelta progettuale rilevante: il traffico AI è molto volumetrico sia in termini di dimensioni dei payload che di numero di pacchetti, e concatenare più proxy separati aggiunge hop e latenza esattamente nel punto in cui le performance contano di più.

Governance anche sul lato LLM


Parallelamente al gateway MCP, Citrix ha esteso anche NetScaler AI Gateway, il componente che gestisce il traffico verso i provider LLM. Le richieste in arrivo da agenti e applicazioni possono ora essere instradate verso modelli diversi in base a policy, con tracciamento di token in ingresso e in uscita per team, utente o applicazione. L’obiettivo dichiarato è evitare il vendor lock-in su un singolo provider e responsabilizzare i team sui costi generati dall’uso dell’AI.

Un caso d’uso interessante, in anteprima privata, riguarda l’integrazione con Claude Code: NetScaler AI Gateway agisce da gateway LLM davanti a Claude Code, fornendo un punto di controllo centralizzato per l’accesso ai modelli Anthropic da parte di migliaia di sviluppatori, senza dover applicare l’identità due volte (una lato IdP aziendale, una lato provider AI).

Perché questo interessa a chi gestisce infrastrutture, non solo ai team AI


Per un sistemista o un architetto che ha già affrontato la messa in sicurezza di API gateway e reverse proxy classici, il parallelo con MCP Gateway è immediato: cambia il protocollo, ma la logica di centralizzazione di autenticazione, rate limiting e observability resta la stessa buona pratica che si applica da anni a qualunque superficie di API esposta internamente.

Ci sono almeno tre ragioni pratiche per iniziare a pensarci ora, anche se in azienda gli agenti AI sono ancora in fase pilota:

  • Proliferazione silenziosa degli endpoint. Ogni team che sperimenta con agenti AI tende a esporre un proprio server MCP, spesso senza coinvolgere il team di sicurezza. Senza un punto di controllo centrale, il numero di endpoint cresce più velocemente della capacità di monitorarli.
  • Settori regolamentati. In ambiti come finanza, sanità e pubblica amministrazione, un agente che accede a sistemi con dati sensibili senza audit trail centralizzato è un problema di compliance, non solo di sicurezza tecnica.
  • Il costo nascosto del traffico LLM. Senza tracciamento dei token per team o applicazione, è comune scoprire solo a fine mese quale progetto ha generato la spesa maggiore verso un provider AI.

Come osserva Steve Shah, general manager di NetScaler in Citrix: “non è una questione di se, ma di quando le polizze di cyber-insurance inizieranno a richiedere l’uso di gateway MCP per proteggersi da agenti pericolosi”. È una previsione plausibile: lo stesso percorso è già avvenuto con i Web Application Firewall e, più di recente, con gli API Gateway.

Cosa fare oggi, anche senza NetScaler


Che l’organizzazione adotti NetScaler o un’altra soluzione, i principi di governance restano validi in modo tecnologicamente agnostico:

  • Censire tutti i server MCP attivi in azienda, anche quelli nati come esperimento di un singolo team.
  • Imporre un solo punto di ingresso autenticato per il traffico MCP verso sistemi che trattano dati sensibili, invece di esporre i server direttamente.
  • Applicare rate limiting per tool, non solo per endpoint: un agente compromesso o mal configurato può generare un numero di chiamate ripetute a un singolo strumento capace di saturare un backend anche legittimo.
  • Loggare in modo centralizzato ogni richiesta MCP, per poter ricostruire “chi ha fatto cosa” in caso di incidente, esattamente come si farebbe con un audit log su un database di produzione.


Conclusione


MCP sta diventando, nelle parole di Shah, “la nuova API call” per gli agenti AI aziendali. Ma proprio come le API REST hanno richiesto un decennio per maturare pattern di sicurezza consolidati (OAuth, rate limiting, API gateway centralizzati), anche MCP dovrà attraversare lo stesso percorso, probabilmente in tempi molto più compressi vista la velocità con cui l’adozione dell’AI agentica sta avvenendo nelle aziende. Chi gestisce infrastrutture farebbe bene ad anticipare questa esigenza, piuttosto che rincorrerla dopo il primo incidente.

Fonte: Help Net Security e 4sysops


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Can't stop thinking inspired you are by a #Freesoftware project's work in the last year? Nominate it for a Free Software Award by July 20: u.fsf.org/4bc #FSF #GNU
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📝 #WSocial state of the network 📣

for those who are curious about it, considering the enthusiastic endorsement by prestigious European institutions.

#OpenData allows me to crunch numbers (information about Bluesky PDSs is readily available).

On day 18 since its beta launch in Brussels, W Social has 7935 accounts:

- 90,5% have never* published a single post
- 82,2% have 0 followers
- 78% follow 0 accounts

(may be related to #WIdentity and its 13-step process)

LMK if you find this useful

in reply to Elena Rossini 🌈

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📝 #WSocial state of the network - Friday July 10th 📣

for those who are curious about it, considering the enthusiastic endorsement by prestigious European institutions

#OpenData allows me to crunch numbers.

On day 23 since its beta launch, W Social has 11291 accounts:

- 469 new users since yesterday
- 899 users have published one or more posts
- 72 new users posting since yesterday
- 92% have never* published a single post or reply

*may be related to #WIdentity and its 13-step process

This entry was edited (20 hours ago)
in reply to Janeishly

@janeishly there's a glorious video about it - linked here: aseachange.com/@elena/statuses… (routine reminder that my post on GtS was sarcastic and not at all an endorsement)


How to create an account on #WSocial in 13 easy steps:

1️⃣ choose a username
2️⃣ choose a password
3️⃣ choose your interests
4️⃣ download the #WIdentity app to your phone (two options: Apple AppStore or Google Play Store)
5️⃣ scan a QR code
6️⃣ create a PIN code
optional: enable biometrics; re-enter PIN
7️⃣ choose whether you simply want to verify that you're human or if you also want to verify your name
8️⃣ choose the verification method (automatic photo review, request a manual review or scan your passport chip)
9️⃣ scan your passport's picture page
1️⃣0️⃣ scan your passport's chip
1️⃣1️⃣ take a selfie
1️⃣2️⃣ scan a QR code to link the W Identity to your W Social account
1️⃣3️⃣ enter your PIN code

Congratulations, you're verified*!

(* for two years)

Demonstration in all its simple glory here:

📺​: inv.nadeko.net/Vcq4MiabpEQ

Please save this toot as reference if you ever hear somebody say that IT'S TOO COMPLICATED TO JOIN THE FEDIVERSE BECAUSE YOU NEED TO PICK A SERVER 🤡​

#SocialMedia


in reply to Elena Rossini 🌈

@janeishly My goodness. I saw the video about how to apply to an eww.social account, and it is not exactly a tiktok size video. In almost every step of it, my situation would fail:

  • I do not have a Google or Apple playstore on my phone. In fact, I took a lot of effort to remove Google from my device by installing LineageOS. So no identity app if it is not on F-droid or available as a download (but then I really have to trust it, which in this case I certainly don't).
  • Being security minded, I off course disabled all NFC functionality on my phone. I have another phone that does not even have an NFC chip.
  • Scan all the biometric data in your passport along with the key over the internet? No. I mean: hell no! I don't want to swear, but NO! You are calling this system safe? Safe for whom?
  • Also, you need a laptop AND a mobile to do the QR code dance? Because the mobile has to take the picture and the laptop camera has to take a picture of the QR code on your phone. That is also excluding a lot of people.

In short, this is Digital Exclusion written in hand-painted guilded capitals. And if you think only security minded people are excluded, just imagine guiding your grandma through all these steps.

It really surprises me that eww.social has any users at all, given how badly they piss off anyone who dares to apply.

in reply to Randy

@randy indeed aseachange.com/@elena/statuses…


How to create an account on #WSocial in 13 easy steps:

1️⃣ choose a username
2️⃣ choose a password
3️⃣ choose your interests
4️⃣ download the #WIdentity app to your phone (two options: Apple AppStore or Google Play Store)
5️⃣ scan a QR code
6️⃣ create a PIN code
optional: enable biometrics; re-enter PIN
7️⃣ choose whether you simply want to verify that you're human or if you also want to verify your name
8️⃣ choose the verification method (automatic photo review, request a manual review or scan your passport chip)
9️⃣ scan your passport's picture page
1️⃣0️⃣ scan your passport's chip
1️⃣1️⃣ take a selfie
1️⃣2️⃣ scan a QR code to link the W Identity to your W Social account
1️⃣3️⃣ enter your PIN code

Congratulations, you're verified*!

(* for two years)

Demonstration in all its simple glory here:

📺​: inv.nadeko.net/Vcq4MiabpEQ

Please save this toot as reference if you ever hear somebody say that IT'S TOO COMPLICATED TO JOIN THE FEDIVERSE BECAUSE YOU NEED TO PICK A SERVER 🤡​

#SocialMedia


in reply to Elena Rossini 🌈

92% have never* published a single post


Do you have any data on how this compares to the Fediverse? There seem to be three ways people use social media:

  • As a broadcast medium. There are some popular accounts here that never reply to comments under their posts, they just use it as a blog that’s easy for people to follow and promote.
  • As a discussion environment, like a web forum, where they post but also reply to comments under their and other posts, as members of communities.
  • As a better RSS, where they can subscribe to a bunch of sources but never post.

The Fediverse is weirdly hostile to the last one (lots of people require approval to follow and don’t allow followers who have no posts and no public profile) yet strangely accepting of the first (I consider it against the ideals of a community space).

I’d imagine that a lot of people in the second category start in the first, so median time to first post for people who do post might also be interesting. Lurk, find communities you like, then join them and slowly become an active participant is an entirely valid strategy. That requires enough people posting on enough topics that people can find communities that they want, which 8 why it’s hard to bootstrap.

Oblomov reshared this.

in reply to David Chisnall (*Now with 50% more sarcasm!*)

@david_chisnall this is interesting because I realised it's why I've so far failed to get any of my irl friends to join the Fediverse - I've got about 10 to join but then they never actually use it. While I'm here because I want to talk to people, I realise they mostly use social media as entertainment just to follow but not to post. And the Fediverse doesn't really accommodate that style of social media use very well
This entry was edited (20 hours ago)

Oblomov reshared this.

in reply to Aleksei 🇪🇪

@aleksei @david_chisnall in order to post you need to verify your identity with a government ID and following a 13-step process on W Identity. Every day I read complaints of people who say that the process is buggy.

I also downloaded the entire Eurosky PDS to make a comparison and over there I think it half of accounts who have never posted anything (original post or reply). Two very different realities.

Numbers are pretty eloquent here

in reply to Elena Rossini 🌈

@aleksei

To be honest, I'm not that interested in either, I'm more curious about how the Fediverse can improve and be more useful to more people. Comparison with other systems is interesting for that.

You're doing great work communicating about these systems to policy makers, but I'm not the target audience for that.

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Questo #Chatcontrol (1.0) autorizza provvisoriamente la sorveglianza di massa su base volontaria. Approfittano dell'autorizzazione solo i media sociali di spionaggio statunitensi. Evitarli o abbandonarli sarebbe un gesto politico: patrick-breyer.de/en/eu-parlia…


l’ #Europarlamento ha dato il via libera al #ChatControl 1.0, legalizzando di fatto la scansione di massa e senza sospetti della nostra corrispondenza privata.

La parte migliore? NON hanno avuto bisogno della #maggioranza.

Possiamo ancora chiamarla #democrazia?

youtube.com/watch?v=COFwTCOtEA…


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Torna a Ventotene la Conferenza europea per la libertà e la democrazia: i giovani al centro

@scuola

corriereuniv.it/seconda-confer…

Presentazione a Roma Lunedì 13 luglio, nello spazio interattivo Esperienza Europa–David Sassoli di Roma, verrà presentata ufficialmente la seconda edizione della Conferenza europea per la libertà e la democrazia, in

132° Nexa Lunch Seminar – The Politics of Arms Data: Participatory Counterdata Infrastructures for Grassroots Disarmament and Disobidient Art#Upcoming

Pare 🚲 🌞 reshared this.

197° Mercoledì di Nexa

Le notizie dal Centro Nexa su Internet & Società del Politecnico di Torino su @Etica Digitale (Feddit)

9 settembre 2026 | ALESSANDRO ARDUINO (King's College London)
The post 197° Mercoledì di Nexa appeared first on Nexa Center for Internet & Society.
nexa.polito.it/mercoledi-197/

132° Nexa Lunch Seminar

Le notizie dal Centro Nexa su Internet & Società del Politecnico di Torino su @Etica Digitale (Feddit)

23 settembre 2026 | MICHELE CREMASCHI (Libera Università di Bolzano)
The post 132° Nexa Lunch Seminar appeared first on Nexa Center for Internet & Society.
nexa.polito.it/lunch-132/

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📣 Manutenzione programmata alla vps #Umoja

Nella giornata di domani verranno effettuate alcune operazioni sulla vps del social Umoja.

Siete pregati quindi di evitare di postare finchè le operazioni non saranno terminate.

E' possibile seguirci su Matrix (mess in uno degli annunci) per restare in contatto e ricevere aggiornamenti vari in tempo reale.

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IL FENTANYL GIÀ DIMENTICATO E LA SICUREZZA OSPEDALIERA

@news
Niente paura. Non se ne parla già più. Come se nulla fosse successo.
L'articolo IL FENTANYL GIÀ DIMENTICATO E LA SICUREZZA OSPEDALIERA proviene da GIANO NEWS.

#EDITORIALI

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14 luglio, roma, finissage della mostra di claudio bonuglia + letture a. d’amico e g. floris


.
#AlbertoDAmico #art #arte #ClaudioBonuglia #finissage #letture #mostra #reading #StudioCampoBoario

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16 jul, rome, fondazione giuliani: “the gas heart”, 7:00 to 8:00pm – an activation of tristan tzara’s 1921 dada play “le coeur à gaz”

Fondazione Giuliani
is pleased to invite you to

The Gas Heart

an activation of Tristan Tzara’s 1921 Dada play Le Coeur à Gaz

Thursday, 16 July 2026

from 7:00 to 8:00pm[table][tr][td]

The Gas Heart invites audiences to rediscover Le Cœur à Gaz, Tristan Tzara’s seminal 1921 play and a landmark work of Dada theatre, through the presentation of a rare artist’s book edition from the personal collection of Giovanni Aldobrandini. Published in 1977 by the French publisher Jacques Damase, the volume brings together Tzara’s original text with Sonia Delaunay’s celebrated series of twelve lithographs reproducing her original costume designs. A parody of classical drama, Le Cœur à Gaz combines theatrical convention with Dadaist nonsense and the vivid geometric language of Delaunay’s costumes, creating a work that radically dismantles traditional dramaturgy.

The presentation enters into dialogue with our current exhibition, Minh Lan Tran’s Choreodrome, through a shared exploration of matter, presence, and embodiment. In Tzara’s play, characters such as Mouth, Ear, Eye, Nose, Neck, and Eyebrow, together with Delaunay’s costumes, transform seemingly metaphysical observations into corporeal documents, collapsing distinctions between body, object, and performance. This encounter highlights a multidimensional space in which visual art, theatre, and movement coexist, resonating with the choreographic and bodily dimensions that animate Tran’s practice.

The activation of the play will be in English.

***

The Gas Heart invita il pubblico a riscoprire Le Cœur à Gaz, l’opera teatrale seminale scritta da Tristan Tzara nel 1921 e considerata una pietra miliare del teatro dadaista, attraverso la presentazione di una rara edizione d’artista proveniente dalla collezione personale di Giovanni Aldobrandini. Pubblicato nel 1977 dall’editore francese Jacques Damase, il volume riunisce il testo originale di Tzara e la celebre serie di dodici litografie di Sonia Delaunay che riproducono i costumi originali. Parodia del dramma classico, Le Cœur à Gaz coniuga la convenzione teatrale con il nonsense dadaista e il vivido linguaggio geometrico dei costumi di Delaunay, dando vita a un’opera che sovverte radicalmente la drammaturgia tradizionale.

La presentazione entra in dialogo con la mostra attualmente in corso, Choreodrome di Minh Lan Tran, attraverso una comune riflessione sulla materia, la presenza e la corporeità. Nel testo di Tzara, personaggi come Bocca, Orecchio, Occhio, Naso, Collo e Sopracciglio, insieme ai costumi di Delaunay, trasformano osservazioni apparentemente metafisiche in documenti corporei, facendo collassare le distinzioni tra corpo, oggetto e performance. Questo incontro mette in luce uno spazio multidimensionale in cui arti visive, teatro e movimento coesistono, risuonando con le dimensioni coreografiche e corporee che animano la pratica di Tran.

L’attivazione dell’opera teatrale sarà in inglese.

[/td][/tr][/table]

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⚖️ Online un nuovo volume di Società e Diritti, rivista di #giurisprudenza e #sociologia del #diritto

In questo numero, una serie di interventi sulle sfide che il #TerzoSettore si trova ad affrontare nella contemporaneità, fra innovazioni tecnologiche come l'#IA e mancanza di piani strategici e visioni di lungo termine, oltre al contrasto dell'#antisemitismo in Germania, la rigenerazione dei borghi e la lotta al #COVID in Brasile

⬇️ In #OpenAccess qui: riviste.unimi.it/index.php/SED…

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Huge amount of "long-form" posts on LinkedIn and exTwitter is AI spam. We are being drowned in slop, and the big platforms are fine with that.

404media.co/linkedin-and-x-are…

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«Il Fediverso dà il meglio quando è fatto da tante istanze piccole, medie, locali, tematiche, ben amministrate e sostenibili.
Non serve raccontarsi favole.
Serve amministrare con criterio.
Anche le piccole istanze hanno senso.
Una piccola istanza ben dimensionata, con iscrizioni controllate, costi bassi e risorse adeguate, può avere un impatto molto contenuto.
Non perché “non consuma”.
Ma perché consuma il giusto per quello che deve fare.
Questa è la vera sostenibilità tecnica:
sobrietà, misura, manutenzione e responsabilità».

snowtest.it/@osservatorio/stat….


🌱 Server “green”, IA e Fediverso: facciamo un po’ di chiarezza


Negli ultimi tempi si parla molto, giustamente, di consumi energetici, data center, intelligenza artificiale e impatto ambientale.

È un tema serio.
Proprio per questo andrebbe trattato con precisione, non con slogan.

“Server green” non significa “impatto zero”


Usare un provider con data center efficienti, alimentazione ottimizzata, buone metriche energetiche e una gestione seria dell’infrastruttura è sicuramente una scelta positiva.

Ma non significa che il servizio sia magicamente a impatto nullo.

Anche una piccola istanza del Fediverso consuma risorse:

  • CPU
  • RAM
  • storage
  • database
  • media cache
  • backup
  • federazione
  • email
  • CDN
  • traduzioni
  • traffico di rete

Tutto questo ha un costo energetico.

Magari piccolo, magari ben gestito, magari molto più contenuto di tante piattaforme centralizzate enormi, ma comunque reale.

La compensazione non cancella automaticamente il consumo


Anche la formula “compensiamo piantando alberi” va maneggiata con cautela.

Piantare alberi può essere una buona cosa, ma una compensazione ambientale ha senso solo se è:

  • documentata
  • verificabile
  • addizionale
  • permanente
  • proporzionata al consumo reale

Altrimenti rischia di diventare più comunicazione che reale neutralizzazione dell’impatto.

Il punto non è fingere di non consumare


Il punto serio dovrebbe essere un altro:

dimensionare bene i servizi.

Non fare il passo più lungo della gamba.
Non gonfiare artificialmente l’infrastruttura.
Non inseguire numeri inutili.
Non centralizzare tutto in poche istanze gigantesche.
Non trasformare il Fediverso in una copia “alternativa” dei social commerciali.

Il Fediverso dà il meglio quando è fatto da tante istanze piccole, medie, locali, tematiche, ben amministrate e sostenibili.

Non serve raccontarsi favole.

Serve amministrare con criterio.

Anche le piccole istanze hanno senso


Una piccola istanza ben dimensionata, con iscrizioni controllate, costi bassi e risorse adeguate, può avere un impatto molto contenuto.

Non perché “non consuma”.

Ma perché consuma il giusto per quello che deve fare.

Questa è la vera sostenibilità tecnica:
sobrietà, misura, manutenzione e responsabilità.

In sintesi


Dire “siamo green” è facile.

Più corretto sarebbe dire:

cerchiamo di ridurre l’impatto, scegliamo infrastrutture efficienti, dimensioniamo con criterio e non sprechiamo risorse.


Questo è un discorso serio.

Il resto, spesso, è solo marketing ambientale con una foglia verde sopra.

#Fediverso


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Vassallaggio europeo.

poliversity.it/@mcp/1168909136…


#chatcontrol Sembra che si sia fatto l'impossibile per permettere a grandi aziende statunitensi di continuare a scansionare i messaggi privati sulle loro piattaforme. pirati.io/2026/07/il-parlament…

This entry was edited (1 day ago)
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Da quando sono stato bannato ho deciso di mettermi a lavorare per un Fediverso senza ban fatti per vendetta; per un ambiente sano e amichevole, senza declamazioni di grandi numeri e senza guerre tra buoni e cattivi, un ambiente privo di atavici pettegolezzi e di relative code di dispetti. So di non essere da solo, sento che questa volta ce la faremo.

social.umoja.it/@juliandv/1168…


In questi giorni di promozione di un convegno a cui ho partecipato come organizzatore mi è capitato più e più volte di postare messaggi con altri account e magicamente subito dopo la propaganda di altri eventi voleva sobbissare la mia…. Quanta tristezza nel rendermi conto di essere un magnete per persone che per coprire mie news devono farsi sentire subito dopo…. Ma io sorrido e vado avanti sapendo che qualcuno mi detesta ma lascio scivolare tutto e più non considero questa gente più mi segue..

This entry was edited (1 day ago)
in reply to lorenzo

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Fin dal mio ingresso nel Fediverso ho notato una specie di rumore di fondo, fatto di ridicole polemiche e dispetti.
Ho raccontato del ban nella prima Riflessione Tossica.
Penso che Julian, creando Umoja con la migliore delle intenzioni, abbia involontariamente scoperchiato un microscopico vasetto di Pandora. Per questo ho deciso di schierarmi dalla sua parte: il Fediverso italiano può essere un luogo migliore.


Buongiorno, inauguro oggi le mie

Riflessioni tossiche sul Fediverso.

Prima puntata.


Come sapete, da alcuni mesi sono stato bannato da una community a causa di fantomatici "commenti tossici". Ci scherzo spesso su.

Infatti la cosa divertente è che per mesi non mi sono accorto del ban perché quella community proprio non la citavo mai, né la seguivo. Sono passati sei lunghi mesi prima che qualcuno mi soprendesse chiedendomi per quale diavolo di motivo pesasse sulla mia testa un ban.

Non ricordo appunto di averla mai citata, ma forse ho incidentalmente risposto in modo un po' deciso a un qualche post che la citava. Altrimenti non riuscirei a spiegarmi il ban.

Per evitare ulteriori incidenti ho silenziato con un filtro tutto ciò che cita il server Lemmy in cui tale community si trova.

§

Ora rifletto. A che cosa serve seguire da Mastodon una community? Quali vantaggi si hanno nel citarla?

Seguire da Mastodon una community su un certo argomento ci permette di vedere post su quello stesso argomento da parte di account perfino eventualmente non visibili dalla nostra istanza, viceversa citarla permette al nostro post di essere visto da chiunque la segua, anche da chi si trovi in un'istanza che non ci vede. Questo è il vantaggio che le community danno rispetto al semplice uso degli hashtag.

Nella prossima "riflessione tossica" parlerò più diffusamente degli hashtag. Oggi, per intossicare un po' chi sta leggendo, dirò soltanto che, almeno per me che scrivo in italiano, non penso che in realtà ci siano grosse differenze tra la citazione delle community e l'uso degli hashtag.

Cioè non credo che citare una community mi renda molto più visibile che usare direttamente un hashtag. Per questo, dopo avere provato le community Lemmy per qualche settimana, ho smesso e sono tornato ai cari vecchi hashtag.

Usando gli hashtag ho un grosso vantaggio: evito di trovarmi di nuovo bannato, senza saperlo, da un moderatore ipersensibile.

#riflessionitossiche #community #hashtag


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Online meeting participants might not know if another attendee is using an off-platform AI notetaker, EFF’s @Thorin told AP News. “Asking everyone for consent before doing a sensitive meeting would be the most polite approach to take.”
apnews.com/article/ai-notetake…
in reply to Electronic Frontier Foundation

Until an AI notetaker can reliably demonstrate the ability to discern sarcasm, hyperbole, humor, exaggeration, and about 47 other things humans do in speech and both annotate the transcript and parse the change in meaning - they're worse than useless as they can and will misrepresent reality. In my actual personal I've-seen-it-happen experience. The replacement for a recording needs to be getter not worse.
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PHP-FPM: perché ‘pm static’ batte ‘dynamic’ e ‘ondemand’ sui server ad alto traffico
#tech
spcnet.it/php-fpm-perche-pm-st…
@informatica


PHP-FPM: perché ‘pm static’ batte ‘dynamic’ e ‘ondemand’ sui server ad alto traffico


Il problema: PHP-FPM e l’overhead della gestione dei processi


Chi gestisce server PHP ad alto traffico (WordPress incluso, come questo stesso blog) conosce bene il dilemma: come configurare il process manager di PHP-FPM per ottenere throughput elevato, latenza bassa e un uso stabile di CPU e memoria? La configurazione di default nella maggior parte delle installazioni è pm = dynamic, con il consiglio ricorrente di passare a ondemand quando la memoria disponibile scarseggia. Ma su server che ricevono traffico costante, entrambe le opzioni introducono un overhead di gestione dei processi che una configurazione static ben dimensionata elimina quasi del tutto.

I tre modelli di process manager


PHP-FPM offre tre strategie per gestire i processi figli (worker), definite dalla direttiva pm in php-fpm.conf:

  • pm = dynamic — il numero di processi figli varia dinamicamente in base a pm.max_children, pm.start_servers, pm.min_spare_servers e pm.max_spare_servers.
  • pm = ondemand — i processi vengono creati solo quando arriva una richiesta, invece di essere avviati insieme al servizio come accade con dynamic.
  • pm = static — il numero di processi figli è fisso, determinato unicamente da pm.max_children.

La lista completa delle direttive è documentata nel file php-fpm.conf di riferimento su php.net.

Un’analogia utile: il governor della CPU


Il trade-off tra questi modelli ricorda da vicino quello dei governor CPUFreq su Linux: ondemand scala la frequenza in base al carico corrente, salendo subito al massimo e riducendo gradualmente nei periodi di inattività; conservative fa lo stesso ma in modo più graduale; performance mantiene sempre la CPU alla frequenza massima. Impostare PHP-FPM su static equivale concettualmente a impostare il governor su performance: si rinuncia al risparmio di risorse in idle in cambio di una risposta immediata, senza il tempo di “spin-up” necessario a creare nuovi worker.

Quando e come usare pm static


La bontà di pm static dipende interamente dalla memoria disponibile sul server. Se la RAM è limitata, ondemand o dynamic restano scelte più sicure. Se invece la memoria c’è, conviene eliminare l’overhead del process manager impostando pm.max_children al massimo che il server può sostenere senza saturare memoria o CPU.

La regola pratica: non indovinare il valore di pm.max_children, ma misurarlo. Prima si calcola la dimensione media (RSS) di un worker PHP-FPM sotto carico reale:

ps --no-headers -o rss -C php-fpm | awk '{ sum += $1; n++ } END { print sum/n/1024 " MB" }'

Poi si divide la memoria che si intende dedicare a PHP-FPM per questo valore medio. Se un worker occupa in media 60 MB e si vogliono destinare 6 GB a PHP-FPM, il calcolo è 6144 / 60 ≈ pm.max_children = 100. È fondamentale lasciare margine per sistema operativo, web server e database, evitando di assegnare a PHP-FPM tutta la RAM fisica disponibile.

Una configurazione tipica su un server con 32 GB di RAM potrebbe essere:

pm = static
pm.max_children = 100
pm.max_requests = 1000

Con questi valori, anche con circa 200 utenti attivi simultanei (dato realistico osservato con Google Analytics), circa il 70% dei worker resta inattivo ma pronto: non deve essere creato al volo quando arriva un picco di traffico, e non viene distrutto dopo il timeout di pm.process_idle_timeout come accadrebbe con dynamic. Il valore di pm.max_requests va tenuto alto (o a 0, se non si hanno memory leak noti negli script) proprio per evitare che il process manager ricicli continuamente i worker, vanificando il vantaggio di static.

Per verificare lo stato dei processi in tempo reale è sufficiente:

top -bn1 | grep php-fpm

Quando invece conviene ondemand o dynamic


Con pm = dynamic capita spesso di incontrare un warning simile a questo:

WARNING: [pool xxxx] seems busy (you may need to increase pm.start_servers, or pm.min/max_spare_servers), spawning 32 children, there are 4 idle, and 59 total children

Il consiglio classico è aumentare i valori minimi, ma su traffico molto variabile il tuning di dynamic resta complesso. Passare a ondemand aiuta a risparmiare memoria, ma su un server costantemente sotto carico introduce l’effetto opposto: i worker vengono azzerati appena il traffico cala, per poi dover essere ricreati non appena il traffico torna, spostando il costo dalla memoria alla latenza di avvio.

dynamic e soprattutto ondemand restano invece la scelta giusta in scenari multi-tenant, ad esempio server con decine o centinaia di pool PHP-FPM distinti (hosting condiviso, molteplici account cPanel). In questi casi, dove la maggior parte dei siti riceve poco o nessun traffico, ondemand spegne i worker inattivi risparmiando enormi quantità di memoria complessiva — motivo per cui cPanel lo ha reso il default al posto di dynamic.

Conclusione


Su un server che serve traffico consistente, dynamic e ondemand aggiungono un overhead di gestione dei processi che una configurazione static correttamente dimensionata elimina. La chiave non è scegliere una configurazione “alla cieca”, ma misurare il consumo reale di memoria dei worker, calcolare pm.max_children di conseguenza, lasciare margine per il resto dello stack e poi validare sotto carico reale (ad esempio con benchmark ab) osservando CPU, memoria e tempi di risposta. Con pm static, poiché i worker restano residenti in memoria, i picchi di traffico si traducono in variazioni di carico molto più contenute, con tempi di risposta più stabili nel tempo.

Fonte originale: LinuxBlog.io – PHP-FPM tuning: Using ‘pm static’ for max performance


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Infrastrutture AI esposte: come gli attaccanti dirottano gateway come LiteLLM per alimentare agenti autonomi
#tech
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@informatica


Infrastrutture AI esposte: come gli attaccanti dirottano gateway come LiteLLM per alimentare agenti autonomi


Il problema: gateway AI esposti diventano armi in mano agli attaccanti


Un report dei ricercatori di Zenity, ripreso da Petri IT Knowledgebase, descrive uno scenario che molti reparti IT non hanno ancora messo in conto: non serve violare la rete aziendale se l’infrastruttura AI è già esposta pubblicamente e priva di protezioni adeguate. Gli attaccanti puntano direttamente gateway di inferenza, endpoint AI e piattaforme di agenti raggiungibili da Internet, configurando i propri agenti per usarli come “model provider” — sfruttando cioè la capacità di calcolo e le credenziali dell’azienda vittima per condurre operazioni offensive, ricognizione e furto di risorse, senza aver mai compromesso un singolo endpoint interno.

Come funziona l’attacco


Secondo Zenity, gli attaccanti indirizzano tool di penetration testing autonomi come Strix e HexStrike AI, oltre a workflow basati su OpenAI Codex, verso infrastrutture esposte pubblicamente. In diversi casi osservati, gli agenti venivano istruiti per operare in modo aggressivo e occultare la propria identità durante la ricognizione e i test contro bersagli esterni. I ricercatori hanno inoltre trovato ambienti di sviluppo, cronologie Git, script di ricognizione e altri dettagli operativi esposti involontariamente proprio attraverso questi stessi workflow AI mal configurati.

Un bersaglio ricorrente in questi attacchi è LiteLLM, il gateway open source usato per unificare l’accesso a decine di provider LLM (OpenAI, Anthropic, Azure OpenAI e altri) e adottato da framework molto diffusi come CrewAI, DSPy e Microsoft GraphRAG, con circa 97 milioni di installazioni mensili da PyPI. Proprio questa diffusione lo rende un bersaglio ad alto ritorno per chi cerca infrastrutture da dirottare.

Le vulnerabilità sfruttate


Da marzo 2026 LiteLLM ha accumulato sei CVE distinte e un incidente di supply chain, con la catena più grave che raggiunge un CVSS di 10.0 e consente RCE non autenticata su qualunque proxy esposto. Le più rilevanti:

  • CVE-2026-42271 — command injection (CVSS 8.7): gli endpoint POST /mcp-rest/test/connection e POST /mcp-rest/test/tools/list, pensati per testare un server MCP prima di salvarlo, accettano una configurazione completa nel body della richiesta. Con una configurazione di tipo stdio, il proxy tenta la connessione eseguendo il comando fornito come sottoprocesso direttamente sull’host.
  • CVE-2026-47101 / CVE-2026-47102 — escalation di privilegi (CVSS 9.9): un utente a basso privilegio può ottenere diritti di amministratore ed eseguire codice arbitrario sul server LiteLLM.
  • CVE-2026-40217 — sandbox escape: gli endpoint di guardrail riservati agli admin accettano codice Python fornito dall’utente e lo compilano con exec(); omettendo la chiave __builtins__ dal dizionario globals ci si aspetterebbe un ambiente ristretto, ma Python inietta automaticamente l’intero modulo builtins quando quella chiave manca, aprendo di fatto l’accesso alla shell.
  • SSRF su /chat/completions — un api_base controllato dall’attaccante permette di dirottare le richieste verso un dominio arbitrario, esponendo potenzialmente la chiave API nell’header Authorization.
  • Supply chain attack — nel marzo 2026 le versioni compromesse litellm==1.82.7 e litellm==1.82.8 sono rimaste pubblicate su PyPI per circa 40 minuti prima di essere messe in quarantena.

Il fattore comune che rende possibile lo sfruttamento su larga scala è banale: LITELLM_MASTER_KEY non ha un valore di default e, seguendo la guida rapida ufficiale, è facile finire in produzione con un gateway completamente privo di autenticazione posizionato davanti alle chiavi API più costose dell’organizzazione.

Come mettere in sicurezza la propria infrastruttura AI


Le raccomandazioni di Zenity e della documentazione ufficiale di LiteLLM si possono tradurre in una checklist operativa per chi gestisce questo tipo di infrastruttura:

  • Non esporre mai il gateway direttamente su Internet. Endpoint di inferenza e piattaforme agent vanno trattati come qualunque altro sistema internet-facing: dietro reverse proxy con autenticazione forte, VPN o segmentazione di rete dedicata.
  • Impostare sempre LITELLM_MASTER_KEY prima di qualunque deployment, anche di test, e non affidarsi mai alla configurazione di default della quickstart in ambienti raggiungibili dall’esterno.
  • Aggiornare tempestivamente. Gli attaccanti hanno iniziato a sfruttare le vulnerabilità di LiteLLM a ridosso della pubblicazione delle patch: la versione consigliata è la 1.83.14 o successiva, insieme all’aggiornamento di Starlette alla 1.0.1+.
  • Gestire i segreti fuori dall’ambiente locale. Le variabili d’ambiente sono comode in sviluppo ma restano un anti-pattern in produzione perché facilmente leggibili e spesso finiscono nei log delle pipeline CI/CD: meglio un vault dedicato (HashiCorp Vault, Azure Key Vault, AWS Secrets Manager).
  • Isolare il filesystem dei container. In Kubernetes, readOnlyRootFilesystem: true è pienamente supportato da LiteLLM e riduce la superficie di attacco in caso di RCE.
  • Applicare policy granulari con OPA (Open Policy Agent) per definire in modo esterno e verificabile chi può accedere a quali risorse del gateway.
  • Monitorare l’utilizzo. Picchi anomali nel consumo dei modelli, pattern di richieste insoliti o attività fuori orario sono spesso il primo segnale di un uso non autorizzato delle risorse AI aziendali.
  • Ruotare tutte le credenziali — chiavi dei provider LLM, password del database, master key, chiavi SSH e credenziali cloud — non appena si sospetta una compromissione, dato che un proxy AI compromesso ha tipicamente accesso a tutto questo.


Conclusione


Il messaggio di fondo del report è semplice: l’infrastruttura AI aziendale merita la stessa attenzione di sicurezza riservata a qualunque altro sistema esposto su Internet, né più né meno. I gateway come LiteLLM stanno diventando componenti critici tanto quanto un database o un server web, ma la velocità con cui sono stati adottati ha spesso lasciato indietro le pratiche di hardening di base — a partire da una master key non configurata. Per chi gestisce questi sistemi, la checklist sopra rappresenta il minimo indispensabile prima di collegare un gateway AI a Internet.

Fonti: Petri IT Knowledgebase – Attackers Exploit Exposed Enterprise AI Infrastructure to Power Autonomous Agents; Obsidian Security – Breaking LiteLLM; The Hacker News – LiteLLM Flaw CVE-2026-42271 Exploited in the Wild.


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✨ Xiamen Empress Information Technology: come Pechino ha affittato account LINE per spiare giornalisti e attivisti a Taiwan
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/xiamen…

@informatica

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✨ Il Canada svela le sue cyber-armi: la CSE rivendica l’hackeraggio di una gang ransomware-as-a-service
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/il-can…

@informatica


Il Canada svela le sue cyber-armi: la CSE rivendica l’hackeraggio di una gang ransomware-as-a-service


Le agenzie di intelligence raramente raccontano cosa fanno con le proprie capacità offensive. Per questo la relazione annuale 2025-2026 pubblicata dal Communications Security Establishment (CSE), l’agenzia di signals intelligence canadese, è una lettura rara: Ottawa ammette esplicitamente di aver condotto operazioni cyber attive contro trafficanti di precursori del fentanyl, un gruppo estremista e — punto che interessa più da vicino chi si occupa di ransomware — una gang di ransomware-as-a-service che aveva colpito sanità, trasporti e aziende canadesi.

Cosa ha rivelato il rapporto CSE


Il CSE è l’omologo canadese della NSA americana e del GCHQ britannico, parte dell’alleanza Five Eyes, con il mandato di raccogliere intelligence estera, difendere le reti del governo federale e — quando autorizzato — condurre “operazioni cyber attive” contro minacce alla sicurezza nazionale. Nel rapporto pubblicato la scorsa settimana, l’agenzia rivela di aver condotto tre operazioni offensive di questo tipo nell’anno fiscale coperto dal documento, oltre a una operazione difensiva.

La prima ha preso di mira broker internazionali di sostanze chimiche usate per produrre fentanil sintetico: il CSE ha raccolto intelligence sulla rete di distribuzione e ha poi condotto un’operazione che, secondo il rapporto, ne ha “compromesso e ridotto la capacità operativa”. La seconda ha riguardato un gruppo estremista attivo anche nel reclutamento in territorio canadese: l’agenzia ha analizzato struttura, portata e vulnerabilità del gruppo per un’operazione che ha “minato la credibilità del gruppo e limitato la sua capacità di radicalizzare e reclutare nuovi membri”. Formulazioni volutamente vaghe — tipiche di questo genere di disclosure — che comunque confermano l’uso di capacità cyber offensive contro obiettivi non statali con finalità di disruption, non solo di raccolta informativa.

L’operazione contro la gang ransomware


La terza operazione è quella di maggiore interesse per il pubblico di questo blog. Il CSE descrive un gruppo che gestiva un’infrastruttura ransomware-as-a-service, affittando l’accesso ad affiliati per condurre attacchi di extortion distruttivi. L’unità di signals intelligence dell’agenzia ha ricostruito le modalità con cui il gruppo colpiva i settori sanitario, dei trasporti e delle imprese in territorio canadese, per un totale — secondo fonti collegate al caso — di oltre 25 incidenti attribuiti al gruppo contro organizzazioni canadesi. L’operazione cyber attiva che ne è seguita ha reso “inoperabile” l’infrastruttura della gang e ha cancellato gran parte dei dati presenti sui suoi server.

Il rapporto precisa inoltre che, in parallelo, il CSE ha condotto “disruption tecniche” concorrenti contro altre 10 tra le gang ransomware più significative che prendono di mira il Canada, rendendo inutilizzabili parti della loro infrastruttura. Non vengono forniti dettagli su localizzazione geografica degli attori, nomi dei gruppi coinvolti o tecniche specifiche impiegate — una riservatezza operativa comprensibile, dato che rivelare metodi e strumenti comprometterebbe operazioni future contro bersagli simili.

Il contesto: Five Eyes e hunt forward


Questa disclosure si inserisce in una tendenza più ampia tra le agenzie di intelligence occidentali: rendere pubbliche, sia pure in forma sommaria, operazioni offensive contro il cybercrime organizzato. Lo US Cyber Command, con base a Fort Meade, conduce da anni le cosiddette “hunt forward operations”, inviando team cyber presso nazioni alleate per proteggerne le reti e disgregare operazioni offensive di attori avversari; il numero di queste missioni è passato da poche unità nel 2018 a oltre due dozzine nel solo 2025. Anche il rapporto CSE segnala una quarta operazione, di natura difensiva, condotta contro una campagna di phishing diretta contro istituzioni del governo federale canadese, con l’obiettivo dichiarato di degradarne l’infrastruttura e la capacità di colpire cittadini canadesi.

Il quadro che emerge conferma una dinamica osservata anche in altre giurisdizioni: le gang ransomware-as-a-service non sono più contrastate solo con arresti, sanzioni e sequestri di infrastruttura via law enforcement (il modello Europol/FBI applicato ad esempio a LockBit o Hive), ma sempre più spesso con operazioni cyber offensive condotte direttamente dalle agenzie di intelligence, che intervengono prima o parallelamente all’azione giudiziaria per limitare il danno operativo in tempo reale.

Perché conta per i difensori


Per i team di threat intelligence, disclosure di questo tipo — per quanto scarne di dettagli tecnici — sono comunque un segnale operativo utile: confermano che alcune infrastrutture ransomware-as-a-service possono sparire improvvisamente non per un errore operativo del gruppo o per un takedown di polizia annunciato, ma per un’azione statale silenziosa. Questo significa che un affiliato che perde improvvisamente l’accesso al pannello del proprio operatore RaaS, o una gang che smette di rispondere alle vittime in negoziazione, potrebbe non essere vittima di un dissidio interno ma di una disruption di intelligence non rivendicata pubblicamente dal gruppo colpito. Per le organizzazioni canadesi dei settori sanità, trasporti e impresa colpite in passato dal gruppo in questione, vale la pena mantenere alta l’attenzione: un’infrastruttura “resa inoperabile” non equivale a un’attribuzione penale, e nulla impedisce agli operatori di riorganizzarsi sotto un nuovo brand, come già visto ripetutamente nell’ecosistema ransomware.

  • Tre operazioni cyber offensive rivendicate dal CSE nell’anno fiscale 2025-2026: broker di precursori del fentanyl, gruppo estremista, gang ransomware-as-a-service
  • Infrastruttura della gang ransomware resa inoperabile, dati sui server cancellati
  • Disruption tecniche parallele contro altre 10 gang ransomware attive contro il Canada
  • Un’operazione difensiva contro una campagna di phishing verso il governo federale canadese
  • Nessun dettaglio pubblico su nomi dei gruppi, geolocalizzazione o TTP impiegate


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In questi giorni di promozione di un convegno a cui ho partecipato come organizzatore mi è capitato più e più volte di postare messaggi con altri account e magicamente subito dopo la propaganda di altri eventi voleva sobbissare la mia…. Quanta tristezza nel rendermi conto di essere un magnete per persone che per coprire mie news devono farsi sentire subito dopo…. Ma io sorrido e vado avanti sapendo che qualcuno mi detesta ma lascio scivolare tutto e più non considero questa gente più mi segue..

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in reply to Julian Del Vecchio

E li amo tutti i miei rosiconi e grazie a loro comprendo sempre meglio che la retta via su cui sono é un sentiero costernato di fallimenti e successi ma tutti raggiunti da me, con le mie idee e forze…. Osare é lo spirito che spinge l’uomo a creare cose nuove che possono funzionare o meno ma grazie a questi personaggi mi sento sempre più spronato. Vi amo alla follia rosiconi miei 😎

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