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FPF’s 2026 DC Privacy Forum: Leading Voices in AI, Privacy and Emerging Technology
fpf.org/blog/fpfs-2026-dc-priv…
@privacy
By Paige Garvin, FPF Communications Intern The Future of Privacy Forum hosted its third annual DC Privacy Forum: Advancing Principled Data Protection, AI, and Digital Governance Practices on June 10th, 2026. This year’s Forum gathered government officials, academics, civil society

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EOLE Evento europeo sul diritto all'open source e al software libero. Workshop di apertura online domani 25 giugno 2026 (dalle 15:00 alle 17:30 CEST)

L'Europa ha riscoperto la "sovranità" attraverso un'ondata di nuove regolamentazioni - Legge sulla resilienza informatica, Legge sull'IA, gare d'appalto per la sovranità del cloud. EOLE 2026 adotta un punto di partenza opposto: il Software Libero, l'Open Source e l'IA aperta perseguono l'autonomia digitale da quarant'anni, molto prima che la parola "sovranità" entrasse nel lessico politico.

eolevent.eu/eole-2026/

Grazie a Marco per la segnalazione

@informatica

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Mit dem „Digitalen Omnibus“ will die EU nach der KI-Verordnung auch den Datenschutz schleifen. Das Gesetzespaket enthält einen einzigen Vorschlag, der nicht primär Unternehmen, sondern auch Nutzer:innen das Leben erleichtern soll. Er könnte das europäische Internet von Cookie-Bannern befreien, doch nach intensiver Lobby-Arbeit will der Rat den Artikel nun streichen.

@roofjoke mit Stimmen von @Noyb @Bundesverband @wikimediaDE @digiges + aus der Wissenschaft

netzpolitik.org/2026/online-tr…

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Im Auftrag der Bundesregierung haben Fachleute Empfehlungen für Jugendschutz im Netz erarbeitet. Sie schlagen neben einem EU-weiten Social-Media-Verbot unter 13 Jahren auch vor, die Plattformen stärker in die Pflicht zu nehmen – und spielen den Ball so zurück an die Politik.

netzpolitik.org/2026/jugendsch…

in reply to netzpolitik.org

ich finde es so offensichtlich, dass hier wieder "denkt an die Kinder" vorgeschoben wird um die Bürger zu beschränken und zu kontrollieren.
Auch diese Diskussionen um Handyverbote an Schulen sind sehr fadenscheinig. Es geht um Kontrolle und Machtspielchen. Kinder nutzen Handys ja auch zur Mediennutzung. Also nicht oder nicht nur Insta und TicToc. Wir kaufen keine Bücher auf Papier mehr. Wir lesen auf dem Handy. Tageszeitung und Zeitschriften haben wir auf dem Handy.
1/2
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@glismann und ich haben in aller Kürze das Wichtigste zur Einigung des EU-Parlaments beim D€ aufgeschrieben. Wie immer ohne Paywall zu lesen bei @netzpolitik_feed
👇


Das Europäische Parlament hat für den Digitalen Euro votiert. Im weiteren Aushandlungsverfahren zwischen Parlament, Rat und Kommission stehen dann Haltelimits, Gebühren und Offline-Zahlungen im Fokus. Eine Einführung des digitalen Zentralbankgeldes ist frühestens ab 2029 möglich.

netzpolitik.org/2026/alternati…


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Juhu, der re:publica-Talk von @rebeccacie und mir zu den #DatabrokerFiles von @netzpolitik_feed und @br_data ist endlich online: youtu.be/QyFCa6RkqXM

@republica #rp26

Das Video war wegen eines falschen Urheberrechts-Claims gesperrt worden, weil wir einen Ausschnitt aus der ARD-/Arte-Doku von Rebecca und ihren Kolleg:innen gezeigt hatten. Danke nochmal für die Einführung automatisierter Copyright-Filter, liebe EU!

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🇪🇺 What happened to the EU Commission's plans on getting rid of cookie banners? Well, according to the Council’s latest position paper, those have been scrapped. 🚮 This is likely to result in a great deal of hassle and frustration for European users, as well as billions of clicks per year. 🍪

More info 👉 noyb.eu/en/eu-member-states-an… #DigitalOmnibus #Cookies #Privacy #EU #Google #Schrems

in reply to noyb.eu

It is killing me how simple and obvious the solution is. Just define a Browser signal (like the "do not track") where you set your preference.

Chrome can keep tracking their users (as they'll set the signal to "agree all") while Firefox will set the signal to "reject all".

All the legal framework can stay the same, just replace the popup with a browser signal, that's it

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Das Europäische Parlament hat für den Digitalen Euro votiert. Im weiteren Aushandlungsverfahren zwischen Parlament, Rat und Kommission stehen dann Haltelimits, Gebühren und Offline-Zahlungen im Fokus. Eine Einführung des digitalen Zentralbankgeldes ist frühestens ab 2029 möglich.

netzpolitik.org/2026/alternati…

in reply to netzpolitik.org

Ich geh mal davon aus, dass betrpgerische Hacker das Buffet bereits vorbereiten.
Die digitale Kompentenz in Sachen Bedienung und Vybersicherheit der Bevölkerung ist derart niedrig, dass ich mich geistig im Jripo Bereich schon auf die neuen Deliktsfelder freue...nicht.

Nfc ist schon ein Geschenk am Diebe und Betrüger, die deswegen nicht mal mehr pins abgucken, sondern nur noch an die Karten kommen müssen.

😒

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✨ VBScript via WhatsApp: documenti aziendali falsi installano ManageEngine RMM in campagna globale con tracce cinesi
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/vbscri…

@informatica


VBScript via WhatsApp: documenti aziendali falsi installano ManageEngine RMM in campagna globale con tracce cinesi


Si parla di:
Toggle

Kaspersky ha documentato una campagna malware attiva in 11 Paesi che utilizza WhatsApp come vettore di distribuzione iniziale. Allegati VBScript pesantemente offuscati, camuffati da documenti aziendali, avviano una catena di infezione multi-stadio che termina con l’installazione silenziosa di ManageEngine Endpoint Central — un software RMM legittimo riconfigurato per dare agli attaccanti accesso remoto persistente. L’infrastruttura mostra sovrapposizioni con campagne Gh0st RAT e ValleyRAT, suggerendo con bassa confidenza un operatore di lingua cinese.

WhatsApp come vettore: la scelta tattica


La scelta di WhatsApp come canale di distribuzione è tutt’altro che casuale. A differenza della posta elettronica, WhatsApp non dispone di gateway di sicurezza aziendali, filtri antimalware inline, o sandbox automatici per gli allegati. I file vengono recapitati direttamente al dispositivo della vittima, bypassando la maggior parte delle difese perimetrali tradizionali. Inoltre, i messaggi arrivano da account WhatsApp precedentemente compromessi — non da numeri sconosciuti — il che aumenta notevolmente la probabilità che la vittima apra l’allegato, fidandosi del mittente apparente.

I file vengono distribuiti come archivi ZIP con nomi volutamente credibili in più lingue: “Financial Reports.vbs”, “Account Statement.vbs”, ma anche varianti in portoghese, francese, tedesco e malese, a riflettere la portata geografica dell’operazione.

La catena di infezione: quattro stadi verso il controllo remoto


Una volta che la vittima apre il file VBScript su Windows, si attiva una sequenza di infezione articolata in quattro fasi.

Stage 1 — VBScript offuscato: il file VBS è pesantemente offuscato per eludere il rilevamento statico. All’esecuzione, contatta l’infrastruttura dell’attaccante e scarica due script aggiuntivi.

Stage 2 — UAC bypass: uno degli script scaricati disabilita le protezioni User Account Control (UAC) attraverso modifiche al registro di sistema di Windows, eliminando i prompt di sicurezza per le operazioni successive.

Stage 3 — Download del payload: viene scaricato un archivio ZIP contenente un deployment preconfigurato di ManageEngine Endpoint Central, comprensivo di installer MSI (UEMSAgent.msi), certificati, file di configurazione e script di installazione.

Stage 4 — Installazione silenziosa: il launcher setup1.vbs esegue l’installazione silenziosa dell’agente tramite msiexec.exe. L’agente viene registrato sull’infrastruttura di controllo dell’attaccante, fornendo accesso remoto completo al sistema della vittima: esecuzione di comandi, trasferimento file, accesso alla shell, e molto altro.

--- CATENA DI INFEZIONE ---

[WhatsApp] → ZIP archive
    └── Financial_Reports.vbs (offuscato)
          ├── Stage 2: Download script → UAC bypass via Registry
          │     HKLM\SOFTWARE\Microsoft\Windows\CurrentVersion\Policies\System
          │     ConsentPromptBehaviorAdmin = 0 / EnableLUA = 0
          └── Stage 3: Download ZIP (ManageEngine Endpoint Central)
                └── UEMSAgent.msi
                └── setup1.vbs → msiexec.exe /quiet /norestart
                └── Certificati e config preconfigurati
                      └── Registrazione su C2 attaccante

L’abuso degli strumenti RMM legittimi: una tecnica consolidata


L’utilizzo di ManageEngine Endpoint Central come payload finale è una scelta deliberata e strategica. I software RMM legittimi come ManageEngine, AnyDesk, TeamViewer o Atera presentano vantaggi significativi per gli attaccanti: sono firmati digitalmente da vendor riconosciuti, vengono spesso esclusi dalle soluzioni antimalware per evitare falsi positivi operativi, sono difficilmente distinguibili da usi legittimi in ambienti enterprise, e forniscono funzionalità complete di gestione remota. La CISA americana ha già avvertito in passato dell’abuso di strumenti RMM da parte di attori state-sponsored e cybercriminali.

Attribuzione: tracce verso la Cina, confidenza bassa


I ricercatori di Kaspersky hanno identificato sovrapposizioni infrastrutturali con campagne precedenti attribuite a ValleyRAT e Gh0st RAT, due famiglie di malware storicamente associate ad attori di lingua cinese. In particolare, l’indirizzo IP 202.61.160.201 è apparso sia nell’infrastruttura di questa campagna sia in precedenti operazioni Gh0st RAT/ValleyRAT. Nonostante queste sovrapposizioni, Kaspersky mantiene una bassa confidenza nell’attribuzione, in quanto la riutilizzazione di infrastruttura non implica necessariamente la stessa organizzazione — una tecnica che alcune operazioni usano deliberatamente per depistare le attribuzioni.

Distribuzione geografica: Malaysia epicentro, portata globale


Le vittime osservate sono distribuite in 11 Paesi e territori: Malaysia (circa l’80% dei casi), Brasile, India, Messico, Singapore, Regno Unito, Spagna, Taiwan, Australia, Russia e Vietnam. La concentrazione in Malaysia suggerisce che questa possa essere la regione target primaria, con gli altri Paesi colpiti da una distribuzione più opportunistica o da campagne parallele adattate linguisticamente.

Due righe per i difensori


Per mitigare questa minaccia è necessario agire su più livelli. A livello di endpoint, occorre bloccare l’esecuzione di file .VBS, .VBE, .JS e .WSF da parte di utenti non amministratori tramite Group Policy (Software Restriction Policies o AppLocker). È altresì importante monitorare le modifiche alle chiavi di registro relative a UAC (ConsentPromptBehaviorAdmin, EnableLUA) come segnale di compromissione. Sul fronte delle applicazioni, è necessario implementare una whitelist dei software RMM autorizzati e bloccare l’installazione silenziosa di agenti non approvati tramite msiexec. Gli utenti, infine, vanno sensibilizzati a non aprire allegati ricevuti via WhatsApp — specialmente file .ZIP con estensioni .VBS — anche quando provengono da contatti noti, poiché gli account WhatsApp dei mittenti potrebbero essere compromessi.

--- INDICATORI DI COMPROMISSIONE (IoC) ---

IP infrastruttura:
  202.61.160.201  (overlap con Gh0st RAT / ValleyRAT)

File sospetti:
  Financial Reports.vbs
  Account Statement.vbs
  setup1.vbs
  UEMSAgent.msi  (ManageEngine Endpoint Central preconfigurato)

Chiavi di registro modificate (UAC bypass):
  HKLM\SOFTWARE\Microsoft\Windows\CurrentVersion\Policies\System\ConsentPromptBehaviorAdmin
  HKLM\SOFTWARE\Microsoft\Windows\CurrentVersion\Policies\System\EnableLUA

Processo sospetto:
  msiexec.exe /quiet /norestart [lanciato da VBScript]

Paesi colpiti: Malaysia (80%), Brasile, India, Messico, Singapore,
               UK, Spagna, Taiwan, Australia, Russia, Vietnam

Fonte: Kaspersky Securelist, giugno 2026

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👓 Smart Glasses: #bigtech’s hottest new product 📹 DW News spoke with noyb's data privacy expert Kleanthi Sardeli about the safety risks 👉 youtube.com/watch?v=P2jlRzBfzq…
in reply to noyb.eu

As governments march forward with their absurd plans to ban kids from social media platforms, I wonder how these glasses, in the hands of adults, fit in with stated goals of the legislation. These glasses give Meta the abilities to photograph, track and collect data from children who are unable to consent or even use those Meta's platforms.

I'd like to see Zuck explain this.

@pluralistic

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Vor einiger Zeit bin ich in 1 Bericht der Zentralen Ausländerbehörde Essen über einen Satz gestolpert. "Zufallsfunde" bei der Durchsuchung der Datenträger von Abzuschiebenden würden auch an Ermittlungsbehörden gemeldet. Wait what? Eigentlich sollen die Handy-Durchsuchungen nur die Herkunft klären.

Habe dann nachgefragt, wie häufig das geschieht und auf welcher Rechtsgrundlage - mit überraschendem Ergebnis.

netzpolitik.org/2026/abschiebu…

in reply to quotentoter ☕

@quotentoter
Aber Ausländerbehörden sind nicht zuständig für Strafverfahren. (Abgesehen davon, dass auch dann Grundrechte nicht beliebig beeinträchtigt werden dürfen.)

D., der Wischi-waschi-Klauseln in Landesdatenschutzgesetzen sieht, die die Anforderungen von Art. 6 DSGVO an mitgliedsstaatliche Regelungen nicht erfüllen. (2-Türen-Prinzip: die Strafermittlungsbehörden dürfen erhaltene Daten evtl. verarbeiten; doch Verwaltungsbehörden brauchen zunächst einen zutreffenden Erlaubnistatbestand, um sie ihnen zu übermitteln. Nämlich?)

@ckoever

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Eigentlich sollen Handy-Durchsuchungen bei Menschen, die abgeschoben werden sollen, nur die Herkunft klären. Doch eine Recherche zeigt: Zufallsfunde landen bei der Polizei. Juristen sehen darin einen fragwürdigen Grundrechtseingriff.

netzpolitik.org/2026/abschiebu…

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🚨 Fight for Us, Not for Them Summit is now live!

From Brussels to online, we are kicking off a full afternoon of conversations on the concrete human, societal and geopolitical consequences of the European Commission’s deregulation agenda.

As hard-won digital protections face growing pressure, this summit is a chance to debate what comes next for EU tech policy and what Europe’s path toward technological self-determination should look like.

📺 Join us live on fairtube: fair.tube/w/res8Zscg69HAXs8iT3…

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1/2 🕵🏽‍♂️ 🇪🇺 On 24 June, the European Parliament interest group on spyware is taking stock of the human rights violations that have occurred due to this harmful technology, and the response at the EU and the international level to this crisis.

We can make it easy for our lawmakers. Spoiler alert: nothing has been done to address the unbridled spread of #spyware and other #surveillance tech. The only steps taken have been window dressing measures at best.

in reply to EDRi

2/2 The surveillance tech industry is thriving while the victims are nowhere close to justice.

✊🏽 It's time for regulation. It's time to act. We need safe and secure digital communications. Join us, and thousands of people, in calling on EU lawmakers to BAN spyware ➡️ edri.org/take-action/our-campa…

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In Deutschland gibt es eine privatwirtschaftliche Organisation, die relativ freihändig Websites sperrt, die CUII. @lina findet das doof. Deshalb guckt sie der CUII beim Netzsperren auf die Finger. Achtmal habe ich inzwischen über Fails geschrieben, die sie gefunden hat. Für den aktuellsten Text hat die CUII per Rechtschreibfehler die falsche Seite gesperrt. Zum Glück guckt Lina da drauf.
netzpolitik.org/2026/zensur-ag…
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Eigentlich soll die Clearingstelle Urheberrecht im Internet illegale Streaming-Plattformen sperren. Tatsächlich macht sie dabei immer wieder Fehler. Die 18-jährige Lina deckt sie auf. Der neueste Fail: Die CUII hat eine nicht existierende Domain aus Versehen gesperrt. netzpolitik.org/2026/zensur-ag…
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Squidbleed: 29-Year-Old Squid Proxy Vulnerability Leaks Passwords and API Keys from Other Users
#CyberSecurity
securebulletin.com/squidbleed-…
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AryStinger Botnet Hijacks 4,300+ Routers to Build Global Covert Attack Proxy Network
#CyberSecurity
securebulletin.com/arystinger-…
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Prinz Eugen Ransomware Uses RemotePC RMM and PowerShell Stagers to Evade Detection
#CyberSecurity
securebulletin.com/prinz-eugen…
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Klue Supply Chain Hack Exposes Salesforce Data at Nine Cybersecurity Companies
#CyberSecurity
securebulletin.com/klue-supply…
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🍪❌ With the #DigitalOmnibus, the EU Commission FINALLY wanted to get rid of cookie banners. However, Google and some of the very EU Member States that are actually calling for simplification – including Germany and France – are now standing in the way. @maxschrems

Find out more 👉 noyb.eu/en/eu-member-states-an…

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

Dark Patterns Everywhere!


@Privacy Pride
Il post completo di Christian Bernieri è sul suo blog: garantepiracy.it/blog/dark-pat…
Perché ogni volta che vado sul web devo, per forza, incazzarmi? Non si salvano nemmeno i siti importanti, quelli con milioni di utenti, quelli che dovrebbero essere perfetti... FASTWEB, ma che cosa combini? È mai possibile che nessuno dica niente, nemmeno chi dovrebbe vigilare

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In Dresden wird heute gegen die Novelle des Sächsischen 🚓-Gesetzes demonstriert. Denn morgen wollen BSW, CDU und SPD im Landtag mit dem neuen #SächsPVDG die Überwachung massiv ausweiten. Ich habe die Kritik der Zivilgesellschaft für @netzpolitik_feed zusammengefasst.

Hier zu lesen: netzpolitik.org/2026/sachsen-v…

#dd2306

Los gehts um 17 Uhr am Terrassenufer. Aufgerufen zur Demo hatten (u.a.) die Grüne Jugend Sachsen und der @CCC

in reply to Leonhard Pitz

Auf was sich BSW, CDU und SPD geeinigt haben, hatte ich für @netzpolitik_feed hier aufgeschrieben:
netzpolitik.org/2026/smartphon…
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#GDPR / #Cookies: You CAN NOT make it up: #Google, #Germany and #France are now lobbying to keep (!) the Cookie Banners in the EU, when the European Commission has proposed to replace them with a simple signal. #Lobbying against the vast majority of voters worked. Details: noyb.eu/en/eu-member-states-an…
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🚨 #Europol has been using a secret second database with no safeguards and limited oversight for years.

Instead of holding them accountable for their rogue tactics, on June 24, the European Commission is expected to reward the police agency with more powers and money in a proposal to overhaul their mandate 🤑

This is far from the first time that Europol is getting away with severe breaches of its own rules and flouting our fundamental rights.

Read more in our op-ed: euobserver.com/222391/europol-…

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🍪❌ With the Digital Omnibus, the EU Commission FINALLY wanted to get rid of cookie banners. However, Google and some of the very EU Member States that are actually calling for simplification – including Germany and France – are now standing in the way.

👉 In the Council’s latest position paper, the plan to abolish the cookie banner has been scrapped. This will likely cost European users a great deal of hassle, frustration and billions of clicks per year.

noyb.eu/en/eu-member-states-an…

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#Linktipp: 10 Jahre "Funk": Reichweite auf Big-Tech-Plattformen ist nicht mehr genug netzpolitik.org/2026/10-jahre-…

Gli Stati membri dell'UE (e Google) vogliono improvvisamente mantenere i banner sui cookie!


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[strong]Da anni gli utenti e molte aziende lamentano la presenza dei banner sui cookie. Sebbene questa comprensibile frustrazione sia causata principalmente dai “dark pattern” ingannevoli utilizzati dal settore, tali banner sono diventati il simbolo di quella che viene percepita come un’eccessiva regolamentazione dell’UE. Nell’ambito del “Omnibus digitale”, la Commissione europea ha finalmente deciso di eliminare i banner sui cookie e di sostituirli con un segnale automatico. Tuttavia, Google e alcuni degli stessi Stati membri dell’UE che in realtà chiedono all’Unione di “semplificare” e “ridurre la burocrazia” – tra cui, ad esempio, Germania e Francia – stanno ora ostacolando tale iniziativa. Nell’ultimo documento di posizione del Consiglio del 18 giugno, il piano di abolizione del banner sui cookie è stato accantonato. Questo risultato sconcertante continuerà probabilmente a costare agli utenti europei un’enorme quantità di seccature, frustrazione e miliardi di clic all’anno.[/strong]

EU Council Browser Signals


«Dark patterns» e fastidi fino a ottenere il risultato desiderato. In Europa, gli utenti non possono essere semplicemente tracciati. Sia online che offline, esiste un diritto fondamentale alla protezione dei dati – anche sulle piattaforme di Meta o di Google, così come sui siti web pieni di pubblicità traccianti. Le aziende devono quindi chiedere il consenso a ogni singolo utente – oppure lasciarlo semplicemente in pace. Ciò avviene tramite i cosiddetti banner sui cookie, con cui non si richiede solo il consenso per i cookie, ma solitamente anche per la condivisione dei dati con, spesso, migliaia di aziende terze. Gli utenti dovrebbero infatti avere la possibilità di acconsentire solo se desiderano essere tracciati online di loro spontanea volontà. A seconda dello studio, solo circa il 3–10% delle persone lo desidera. Tuttavia, attraverso i cosiddetti «dark pattern» (ad es. pulsanti «No» nascosti o caselle di consenso preselezionate), il settore del tracciamento ottiene tassi di consenso che fino al 90%.

Con oltre 450 milioni di persone nell’UE, questa farsa genera diversi miliardi (!) di clic all’anno, provoca frustrazione e rappresenta una totale perdita di tempo per i consumatori – mentre i giganti della tecnologia e l’industria del tracciamento incassano miliardi di profitti grazie al tracciamento “volontario”. Allo stesso tempo, sta diventando sempre più chiaro che la raccolta massiccia di dati personali comporta anche rischi per la sicurezza e la democrazia.

Max Schrems: «I banner sui cookie non sono un’invenzione della protezione dei dati, ma dell’industria del tracciamento. Senza consenso, non c’è spionaggio online. Ora si teme che un modo più semplice per dire ‘sì’ o ‘no’ comporti una perdita di entrate per Google e simili. Ecco perché l’industria del tracciamento sta attualmente esercitando tutte le pressioni possibili per mantenere il banner dei cookie. È evidente che vuole conservare la capacità di manipolare direttamente le scelte degli utenti».

La proposta dell’UE: un segnale automatico. Nell’autunno del 2025, la Commissione europea ha proposto di sostituire i banner sui cookie con un segnale automatico che comunichi le preferenze relative al consenso sui cookie tra il dispositivo, l’utente e i siti web. Anche in California – lo Stato in cui hanno sede la maggior parte delle aziende tecnologiche – è già in vigore una soluzione simile. Da tempo circolano anche varie proposte adattate alla normativa UE. La proposta dell’UE è in realtà significativamente meno radicale rispetto alle leggi statunitensi, poiché consente comunque di fornire il consenso sito per sito. Nello specifico, il nuovo articolo 88 ter del GDPR proposto avrebbe fornito la soluzione ed era un semplice esempio di come la riduzione della burocrazia possa avere successo, apportando al contempo benefici ai consumatori e alle imprese oneste.

Max Schrems: «I browser comunicano già automaticamente quale lingua preferisco. È altrettanto facile indicare digitalmente se si desidera essere tracciati. Dal punto di vista tecnico, è una cosa semplice ed è persino sancita dalla legge in alcuni stati degli Stati Uniti. Esistono infatti numerose soluzioni tecniche che potrebbero essere introdotte già domani. L’Europa è completamente in ritardo con questi banner antiquati. Assurdamente, però, Google e il settore del tracciamento vogliono rendere la cosa il più difficile possibile per le persone.»

Il “Google Paper” e una valanga di disinformazione. Tuttavia, un documento segreto di lobbying di Google ha messo i bastoni tra le ruote alla Commissione europea. Utilizzando cifre del tutto inverosimili, sostiene che senza i banner sui cookie tutta la pubblicità online si fermerebbe. Google sta esagerando a dismisura e presume che esista un “kill switch” centrale per tutta la pubblicità. Eppure la Commissione europea ha chiarito esplicitamente che il consenso dovrebbe comunque essere possibile su base individuale per ogni sito web e per ogni finalità. Sarebbe quindi possibile concedere il consenso in particolare ai media di qualità – e negarlo a Google, Meta e simili. Google «trascura» opportunamente questo aspetto. Particolarmente assurda è l’argomentazione di Google secondo cui i media di qualità subirebbero un danno dall’abolizione dei banner sui cookie. I media sono esenti dalla disposizione e non ne sarebbero quindi affatto interessati.

Germania, Francia e altri paesi sono ora a favore (!) del banner sui cookie. Per quanto assurde e trasparenti possano essere le argomentazioni della lobby del tracciamento, sembrano aver sortito l’effetto desiderato. Nella proposta per la votazione finale in seno al Consiglio, l’articolo 88b è stato completamente rimosso dal Digital Omnibus – e con esso l’unica misura che avrebbe effettivamente semplificato le cose per i consumatori. Paesi come Germania, Francia e Polonia lo avevano richiesto in anticipo – presumibilmente a seguito di massicce pressioni da parte della lobby del tracciamento.

Max Schrems: «Bisogna davvero rifletterci bene: la Commissione europea vuole finalmente sbarazzarsi dei banner sui cookie, ma Google e alcuni Stati membri dell’UE sono ora determinati a mantenerli. Da decenni la gente si lamenta della burocrazia dell’UE. Ma in realtà, il settore del tracciamento è talmente terrorizzato all’idea che i consumatori possano semplicemente dire ‘no’ che, dopo un po’ di pressioni, tutti cedono. Ciò solleva davvero la questione se alcuni Stati membri rappresentino principalmente i propri elettori o i lobbisti.»

Il Parlamento europeo non ha ancora preso posizione. Il “Digital Omnibus” è attualmente ancora oggetto di negoziati paralleli in seno al Consiglio e al Parlamento europeo, sebbene quest’ultimo non abbia ancora reso nota la propria posizione sull’articolo 88 ter. Al termine dei negoziati, le due istituzioni dovranno quindi raggiungere un compromesso. È pertanto essenziale che il Parlamento europeo si schieri ora a favore del mantenimento dell’articolo 88 ter. Tuttavia, anche in questo caso, il partito conservatore PPE rischia di far pendere l’ago della bilancia, poiché è anch’esso sotto pressione da parte della lobby del tracciamento.

Max Schrems: «In una democrazia, ciò che vuole la maggioranza delle persone dovrebbe effettivamente avvenire – in questo caso, l’eliminazione dei banner sui cookie. Se i decisori politici preferiscono seguire la volontà della lobby tecnologica piuttosto che quella dei propri elettori, allora c’è qualcosa di molto, molto sbagliato».


noyb.eu/it/eu-member-states-an…

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"Memes und AI-Slop prägen die zweite Amtszeit von US-Präsident Donald Trump. Der Kunsthistoriker Wolfgang Ullrich sieht darin eine neue illiberale Regierungsform begründet – die „Memokratie“."

netzpolitik.org/2026/memes-wer…

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✨ AryStinger: la botnet che trasforma router D-Link in armi silenziose per attacchi globali
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/arysti…

@informatica


AryStinger: la botnet che trasforma router D-Link in armi silenziose per attacchi globali


I ricercatori di XLab (Qianxin) hanno scoperto AryStinger, una botnet precedentemente sconosciuta che ha compromesso oltre 4.000 router obsoleti in tutto il mondo, trasformandoli in proxy silenziosi al servizio di attori malevoli. A differenza delle classiche botnet DDoS, AryStinger è progettata per il ricognizione e il supporto alle intrusioni — un’infrastruttura invisibile concepita per penetrare reti aziendali e governative.

Scoperta e timeline dell’operazione


Il 12 marzo 2026, il sistema di threat awareness di XLab ha rilevato l’indirizzo IP 107.150.106.14 che diffondeva un campione ELF con zero detection su VirusTotal, sfruttando due vulnerabilità datate: CVE-2013-3307 e CVE-2016-5681. Il campione, implementato in C, prendeva di mira router D-Link DIR-850L e DIR-818LW — dispositivi giunti a fine vita, privi di patch e ancora ampiamente diffusi in ambito SOHO.

Il 26 aprile è comparso un secondo campione correlato, questa volta scritto in Go e rivolto a dispositivi NAS, sfruttando CVE-2025-11837. Il percorso nel codice sorgente del campione Go rivela il nome del progetto interno: Ary-Attack — un dettaglio che ha consentito ai ricercatori di attribuire le due famiglie alla stessa operazione.

Architettura e capacità operative


AryStinger converte i dispositivi infetti in “executor” telecomandati, capaci di eseguire un insieme ricco di operazioni su richiesta del C2:

  • Scansione di rete: port scanning, identificazione dei servizi, enumerazione di sottodomini — attività tipiche della fase di ricognizione pre-intrusione.
  • Proxying e tunneling: il device infetto instrada traffico malevolo verso destinazioni terze, mascherando l’origine reale dell’attaccante.
  • Esecuzione di comandi arbitrari sul sistema.
  • Modifiche DNS: la botnet può alterare le configurazioni DNS del router per intercettare il traffico web degli utenti connessi.
  • Payload multi-linguaggio: supporta l’iniezione di payload scritti in Go, Java e Python, garantendo flessibilità operativa.
  • Canali di accesso persistente via dropbear (SSH) o gs-netcat.

Le comunicazioni con il server di comando e controllo avvengono via HTTP/HTTPS, con traffico serializzato tramite Protobuf e cifrato con XOR — una scelta che garantisce compattezza e una certa difficoltà nell’ispezione del traffico.

Distribuzione geografica e target


La telemetria di Qianxin mostra che la distribuzione delle infezioni è geograficamente concentrata: Corea del Sud (48,5%), Cina (31,8%), Svezia (6,4%), Malesia (3,5%) e Singapore (2,5%). La forte prevalenza asiatica suggerisce che il deployment iniziale sia stato mirato su mercati dove i router D-Link di fascia bassa hanno avuto larga diffusione e dove la sostituzione dei dispositivi a fine vita avviene con ritardi.

Il targeting di NAS oltre ai router nella seconda fase dell’operazione indica un’evoluzione verso dispositivi con maggiore capacità di elaborazione e connettività persistente — ideali per operazioni di lunga durata che richiedono stabilità dell’infrastruttura proxy.

Perché AryStinger è diversa dalle botnet tradizionali


La distinzione fondamentale di AryStinger rispetto a botnet come Mirai o AISURU è l’obiettivo operativo: non DDoS né mining di criptovalute, bensì la costruzione di un’infrastruttura di intrusione distribuita. I dispositivi compromessi diventano nodi di una rete di proxy residenziali che conferiscono agli attaccanti un’anonimizzazione difficile da penetrare: il traffico malevolo emerge da indirizzi IP domestici o di piccola impresa, superando spesso i blocchi basati su reputazione IP.

Questo modello operativo è tipico di gruppi APT che necessitano di infrastrutture di staging durante la fase di ricognizione e di pivoting nelle reti bersaglio. La capacità di modificare le configurazioni DNS aggiunge una dimensione ulteriore: chi usa un router infetto espone tutte le proprie comunicazioni a potenziale intercettazione.

Indicatori di compromissione (IoC)

# IP di spreading iniziale
107.150.106.14
# Dominio C2 autenticazione
eixfi.ajb8.com  (/auth endpoint)
# CVE sfruttate
CVE-2013-3307   (D-Link DIR-850L - autenticazione bypassata)
CVE-2016-5681   (D-Link DIR-818LW - esecuzione remota di codice)
CVE-2025-11837  (dispositivi NAS - variante Go)
# Processi sospetti da verificare sul dispositivo
syswapd0h
syswapd0w
# Percorso da verificare
/tmp/bin/  (presenza di campioni malware)
# Nome progetto interno (da path nel codice Go)
Ary-Attack

Due righe per i difensori


Per chi gestisce reti con dispositivi edge, le azioni prioritarie sono: sostituire immediatamente i router D-Link DIR-850L e DIR-818LW con modelli supportati e aggiornati; applicare gli aggiornamenti firmware più recenti su tutti i dispositivi di rete perimetrali; modificare le credenziali amministrative di default; disabilitare le interfacce di gestione remota se non strettamente necessarie. A livello di monitoraggio, è opportuno inserire il dominio eixfi.ajb8.com e l’IP 107.150.106.14 nelle blocklist e verificare nei log di rete la presenza di connessioni Protobuf verso host sconosciuti su porte non standard.

La scoperta di AryStinger conferma una tendenza consolidata: i dispositivi IoT e i router SOHO a fine vita restano un vettore di attacco privilegiato per costruire infrastrutture di intrusione persistenti e difficili da attribuire. La prossima botnet potrebbe già essere nascosta nel router del vostro operatore ISP locale.


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Troubleshooting su Linux: il metodo sistematico in 4 passi che risolve il 99% degli errori
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@informatica


Troubleshooting su Linux: il metodo sistematico in 4 passi che risolve il 99% degli errori


Chi lavora con Linux da anni conosce bene quella sensazione: un errore inaspettato blocca il server, un servizio smette di rispondere, un sistema che ieri funzionava perfettamente oggi presenta comportamenti anomali. La differenza tra un amministratore di sistema esperto e uno alle prime armi non sta tanto nella conoscenza enciclopedica dei comandi, quanto nell’adozione di un metodo sistematico di analisi.

In questo articolo descriviamo un approccio in quattro passi che consente di affrontare con metodo qualsiasi errore su Linux, riducendo drasticamente i tempi di risoluzione e gli errori per tentativi.

Il principio fondamentale: metodo prima di tutto


Il troubleshooting efficace non è una questione di fortuna o di esperienza accumulata a caso. È una disciplina che richiede di rallentare, osservare e procedere un passo alla volta. La tentazione più comune è quella di applicare subito la prima soluzione trovata online, modificando più variabili contemporaneamente. Questo approccio porta quasi sempre a peggiorare la situazione o, nella migliore delle ipotesi, a non capire quale modifica ha effettivamente risolto il problema.

Passo 1: raccogliere indizi e definire il problema con precisione


Il punto di partenza è una definizione precisa del problema. “Il server non funziona” è inutile ai fini diagnostici. “Il web server restituisce un 503 su /api/users dopo il deploy delle 14:30″ è un punto di partenza solido.

Le domande da porsi immediatamente sono:

  • Quando si è manifestato il problema per la prima volta?
  • Cosa è cambiato recentemente? (aggiornamento pacchetti, modifica configurazione, riavvio)
  • Il problema è riproducibile? In quali condizioni?
  • Qual è esattamente il messaggio di errore?

Un consiglio pratico spesso sottovalutato: se un’applicazione non si avvia correttamente, chiudete l’interfaccia grafica e lanciatela da terminale. La maggior parte delle applicazioni stampa i messaggi di errore sullo standard output o standard error, fornendo clue preziosi che l’interfaccia nasconde.

Catturate sempre l’output esatto dell’errore. Un kernel panic al boot, un prompt GRUB rescue, o un messaggio “device not found” contengono già le informazioni necessarie per risolvere il problema.

Passo 2: analizzare lo stato del sistema e i log


Con il problema definito, è il momento di esaminare lo stato corrente del sistema. Questa fase si divide in due parti: lo stato delle risorse e l’analisi dei log.

Stato delle risorse


Verificate se CPU, memoria, disco e rete sono in condizioni normali:

# CPU e memoria
top
htop

# Spazio disco
df -h
du -sh /var/log/* | sort -rh | head -20

# Rete
ip a
ip route
ping -c 4 8.8.8.8


Analisi dei log


Linux mette a disposizione strumenti potenti per l’analisi dei log. Con systemd, il comando principale è journalctl:

# Log del boot corrente con dettagli errori
journalctl -xb

# Log di un servizio specifico (es. nginx)
journalctl -u nginx --since "1 hour ago"

# Seguire i log in tempo reale
journalctl -f

# Filtrare solo gli errori
journalctl -p err -b


Per i sistemi che usano ancora i log tradizionali:
# Syslog generale
grep -i error /var/log/syslog | tail -50

# Log kernel
dmesg | grep -i "error\|fail\|warn" | tail -30

# Ricerca per intervallo temporale
journalctl --since "2026-06-22 14:00" --until "2026-06-22 15:00"


Non è necessario comprendere ogni singola riga dei log. L’obiettivo è identificare parole chiave come error, failed, segfault, permission denied, o il nome del servizio problematico nelle righe temporalmente vicine all’evento.

Passo 3: formulare ipotesi e testare una variabile alla volta


Con i dati raccolti nei passi precedenti, è il momento dell’analisi. Basandosi sui sintomi, sui cambiamenti recenti e sui log, si formula un’ipotesi sulla causa del problema.

Alcune regole pratiche:

  • Un segmentation fault → sospettare corruzione della memoria o libreria incompatibile
  • “Permission denied” → verificare permessi file, SELinux/AppArmor, ACL
  • “Device not found” al boot → UUID del disco modificato dopo aggiornamento o sostituzione
  • Servizio che crasha dopo un aggiornamento → provare il rollback del pacchetto

La regola d’oro è modificare una variabile alla volta. Se sospettate che un aggiornamento del pacchetto abbia causato il problema, fate il downgrade su un sistema di test prima di applicarlo in produzione. Questo permette di isolare la causa con certezza.

# Rollback di un pacchetto su Debian/Ubuntu
apt-cache showpkg nginx
apt-get install nginx=1.24.0-2

# Su RHEL/Rocky Linux
dnf downgrade nginx

# Verificare i file di configurazione con sintassi check
nginx -t
systemd-analyze verify /etc/systemd/system/myservice.service


La ricerca online è un validissimo alleato: incollare il messaggio di errore esatto in un motore di ricerca, nella documentazione ufficiale della distro, o in un AI assistant porta quasi sempre a soluzioni già documentate.

Passo 4: applicare la correzione e documentare


Una volta identificata la causa, applicare la correzione in modo controllato. Per le modifiche più invasive (sostituzione hardware, rebuild dell’initramfs, cambio configurazione kernel), è fondamentale:

  • Eseguire uno snapshot del sistema prima di procedere
  • Procedere un passo alla volta
  • Verificare dopo ogni modifica che il problema sia risolto e che nulla si sia rotto

Il passo finale, spesso trascurato, è la documentazione. Annotare cosa è andato storto, quali log hanno fornito i clue decisivi, e come è stato risolto il problema. Un ticket nel sistema di ticketing, un post nel blog interno, o anche una semplice nota in un file di testo possono fare la differenza quando lo stesso problema si ripresenterà tra sei mesi.

Strumenti essenziali da padroneggiare


Per mettere in pratica questo metodo in modo efficace, vale la pena avere familiarità con questi strumenti:

# Monitoraggio risorse
htop, btop, atop, glances

# Analisi disco e I/O
iotop, iostat, lsblk, blkid, smartctl -a /dev/sda

# Rete
ss -tlnp, netstat -tlnp, tcpdump, traceroute, mtr

# File di sistema
strace -p , lsof -i, inotifywait

# Analisi log avanzata
grep, awk, sed, logwatch, fail2ban-client status

Conclusione


Il troubleshooting su Linux non è magia: è l’applicazione di un metodo. Raccogliere i dati, analizzare i log, formulare ipotesi e testarle una alla volta, applicare la correzione e documentare. Quattro passi che, se seguiti con disciplina, permettono di affrontare con sicurezza qualsiasi problema, dai più banali ai più complessi.

La vera competenza si costruisce nel tempo, attraverso l’accumulo di esperienze documentate. Ogni errore risolto correttamente è una voce nel vostro archivio personale di soluzioni.


Fonte originale: Linux Troubleshooting: These 4 Steps Will Fix 99% of Errors – LinuxBlog.io


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