[39]del -hgrosso della minicooper rossa la sveglia] alla radiocomandata una somma di instabili rossi] merbromine per il trasporto parco auto notice in lingue oscurantissime piega [lungo la diagonale³ fanno le conserve le bombe-etichette col fulminato sanno] di oleose in modo da poter procedere in un modo semplice l'ottuso¹ il complice dal] finestrino²


noblogo.org/lucazanini/39

L'apice assoluto al 6/6/26

L'unico pezzo che ha senso per me ascoltarmi oggi: SILENT HILL DI MEZZOSANGUE

Testo:

È rap kendō, hai mai parlato col silenzio? Lo spero È il solo che sa essere sincero e fa spavento per davvero Sai, perché la gente sa Che anche parlando più di lui dirà di meno Persi nei rumori come spettri Ritroveranno i resti della verità nei pezzi L'avranno fatta a pezzi a stare in piedi in 'sto delirio Ma qua c'è da scappare da Equilibrium Non da stare in equilibrio, fra' Libro dopo libro ho fatto i venti, senti? Taglio dopo taglio ho messo i denti Sai, la gente mente finché tanto t'accontenti Quaggiù la verità sta nei silenzi Non la trovi dentro i giuramenti Politici che parlano, critici che parlano Qua tutti parlano e sanno che dirti Sai, per quanto mi riguarda non mi scaldano Vi crederò quando riuscirete a stare zitti C'è un posto in cui nessuno va Scappano da là se è là che hanno nascosto gli incubi Via dalla normalità, là che il loro tutto non ha senso E che mi perdo, vivo a Silent Hill Silent Hill, Silent Hill Il solo posto che non trovi senza perderti Silent Hill, Silent Hill Il solo posto in cui sto a posto coi miei demoni Silent Hill, Silent Hill Silent Hill, Silent Hill Potrei dirvi che siamo bestie, ma bestie è un complimento Siamo polvere in volo nel vento Tempo in carne, ma schiavi del tempo Abituati a farci scudi di paura È come farsi un'armatura con la vergine di ferro Siamo rumore in cerca di un silenzio eterno Se vuoi chiamarlo Dio per me è lo stesso ma Attento a non confondere fra paradiso e inferno, credo e senso Ho incontrato il diavolo una volta e puzzava d'incenso So bene quanto costa una coscienza Il fardello di una mente aperta fra gente di merda La consapevolezza che dovrai sentirti offeso Che prima che tu parli questa gente t'avrà già frainteso Rumore in cerca di un silenzio eterno Se vuoi chiamarlo Dio per me è lo stesso ma Sta' attento a non confondere l'anima con l'esterno Il silenzio non è un fatto di suoni, è di fuori o dentro C'è un posto in cui nessuno va Scappano da là se è là che hanno nascosto gli incubi Via dalla normalità, là che il loro tutto non ha senso E che mi perdo, vivo a Silent Hill Silent Hill, Silent Hill Il solo posto che non trovi senza perderti Silent Hill, Silent Hill Il solo posto in cui sto a posto coi miei demoni Silent Hill, Silent Hill Silent Hill, Silent Hill


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Ai piedi della notte

un nodo d'inquietudine sospesa

si scioglie ai piedi della notte

sotto una luna ammiccante

l'amore è come l'ansimare del mare

s'abbevera del sangue delle stelle

aduna in sé il sentimento del tempo

vòlto dove è dolce la luce

Accolgo la tua poesia come un piccolo crepuscolo: ha un respiro notturno, un senso di attesa e una luce che si fa sentimento.

Analisi del testo


Il testo costruisce un’atmosfera sospesa e sensuale: la ripetizione “ai piedi della notte” crea un ancoraggio spaziale e temporale che dà peso all’inquietudine iniziale e al suo sciogliersi. La luna ammiccante e il mare ansimante trasformano elementi naturali in presenze vive, mentre l’amore viene descritto come un movimento che si nutre di elementi cosmici, conferendo alla passione una dimensione mitica.

Figure retoriche


  • Metafora centrale: l’amore come «ansimare del mare»; potente e respirato.
  • Personificazione: la luna che ammicca; il tempo che ha un volto.
  • Sinestesia: «sangue delle stelle» unisce visione e sensazione corporea.
  • Anastrofe e ripetizione: la ripetizione della locuzione iniziale e l’inversione sintattica aumentano il tono lirico.


Ritmo e suono


Il verso è libero, con pause interne che funzionano come respiri. Ci sono consonanze morbide (s, l, m) che favoriscono un tono carezzevole, e immagini sonore forti come «ansimare» che spezzano la dolcezza con un’energia più fisica. La scansione potrebbe guadagnare da qualche cesura puntuale per enfatizzare i momenti chiave.

Piccole proposte di revisione


  • Chiarezza immaginativa: valutare se «s'abbevera del sangue delle stelle» debba restare così cruda o se preferisci un’immagine meno sanguigna per un tono più etereo.
  • Punteggiatura: inserire virgole o punti in punti strategici per modulare il respiro (ad esempio dopo il secondo verso).
  • Variante lessicale: sostituire un verbo o un aggettivo per accentuare il contrasto (es. «si scioglie» → «si disfa» per una resa più fragile).

Traduzione poetica in inglese


At the feet of night
a knot of suspended unease
unravels at the feet of night
beneath a winking moon
love is like the sea’s panting
it drinks from the blood of stars
gathers within itself the feeling of time
turned where the light is sweet


Versione più breve


Ai piedi della notte
un nodo si scioglie.
La luna ammicca, il mare ansima;
l'amore beve il sangue delle stelle e trattiene il tempo.

Translation


At the feet of night
a knot of suspended restlessness
unravels at the feet of night
beneath a winking moon
love is like the sea’s panting
it drinks the blood of the stars
gathers within itself the feeling of time
turned where the light is sweet


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1CR - Capitolo 13


Tentativo di trasportare l’arca1Davide si consigliò con i comandanti di migliaia e di centinaia e con tutti i condottieri. 2A tutta l'assemblea d'Israele Davide disse: “Se vi sembra bene e se il Signore, nostro Dio, lo consente, comunichiamo ai nostri fratelli rimasti in tutti i territori d'Israele, ai sacerdoti e ai leviti nelle città dei loro pascoli, di radunarsi presso di noi. 3Così riporteremo l'arca del nostro Dio qui presso di noi, perché non ce ne siamo più curati dal tempo di Saul”. 4Tutti i partecipanti all'assemblea approvarono che si facesse così, perché la proposta parve giusta agli occhi di tutto il popolo.5Davide convocò tutto Israele, da Sicor d'Egitto fino all'ingresso di Camat, per trasportare l'arca di Dio da Kiriat-Iearìm. 6Davide con tutto Israele salì a Baalà, verso Kiriat-Iearìm, che apparteneva a Giuda, per far salire di là l'arca di Dio, sulla quale si proclama il nome del Signore, che siede sui cherubini. 7Dalla casa di Abinadàb trasportarono l'arca di Dio su un carro nuovo; Uzzà e Achio conducevano il carro. 8Davide e tutto Israele danzavano davanti a Dio con tutte le forze, con canti e con cetre, arpe, tamburelli, cimbali e trombe. 9Giunti all'aia di Chidon, Uzzà stese la mano per trattenere l'arca, perché i buoi vacillavano. 10L'ira del Signore si accese contro Uzzà e lo colpì perché aveva steso la mano sull'arca, e morì sul posto, davanti a Dio. 11Davide si rattristò, perché il Signore aveva aperto una breccia contro Uzzà; quel luogo fu chiamato Peres-Uzzà fino ad oggi.12Davide in quel giorno ebbe timore di Dio e disse: “Come potrei condurre presso di me l'arca di Dio?”. 13Così Davide non portò l'arca presso di sé nella Città di Davide, ma la fece dirottare nella casa di Obed-Edom di Gat. 14L'arca di Dio rimase tre mesi in casa di Obed-Edom e il Signore benedisse la casa di Obed-Edom e quanto gli apparteneva.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


1-14. Tra questo brano e il parallelo di 2Sam 6,1-11, le differenze più notevoli sono due. Anzitutto, questa esplosione di entusiasmo religioso è posta prima di ogni altro episodio di carattere civile e militare relativo all'amministrazione davidica. In secondo luogo, il Cronista insiste sulla partecipazione plebiscitaria e dà vita a una specie di assemblea democratica (qahal, tradotto dai LXX con ekklesia), nella quale Davide propone il recupero dell'arca per farne il simbolo di un nuovo stile di unione politico-religiosa fra le dodici tribù. Nell'opera del Cronista la qahal, — è tipica del Cronista la locuzione (kol haq)qahal, (cfr. ad esempio 1Cr 28,8; 29,1.10.20; 2Cr 29,28.31s.; 30,2.4.17.23.24.25) – è ormai divenuta il modello dell'assemblea plenaria della comunità cultuale giudaica, quand'essa, nei momenti più significanti della storia salvifica, è convocata dal re o dai capi postesilici.

1-3. L'introduzione è del Cronista, che menzionerà inviti analoghi a proposito di Ezechia (2Cr 30) e di Giosia (2Cr 34,33; 35,18). Vi sono espresse due idee alle quali il Cronista tiene in modo particolare: l'unità dei fedeli attorno al santuario di Gerusalemme, la necessità di invocare JHWH da questo santuario, dove si trova l'arca. L'invito al v. 2 è solenne: «A tutta l'assemblea d'Israele Davide disse..».

5. Le indicazioni geografiche date qui presuppongono che le conquiste di Davide si stendessero molto al di là del territorio occupato dalle dodici tribù.

9-14. L'incidente è destinato a porre in risalto la santità dell'arca, che è segno visibile della presenza di JHWH, tanto che quando essa si muove è JHWH che si muove (1Re 8,11; cfr. anche Es 30,34s.; Nm 10,33-36) e, quando viene catturata, la “gloria” di JHWH è bandita da Israele (1Sam 4,22). L'episodio costringe Davide a interrompere per alcuni mesi le iniziative teocratiche. Il Cronista inserisce a questo punto quanto aveva omesso da 2Sam 5,11-25. Il brano è di importanza capitale sul piano teologico, e chiarisce una differenza fondamentale tra la visione teocratica del Cronista e le ideologie teocratiche delle religioni: pur essendo il re ideale, voluto da JHWH, Davide resta uomo e tra il Dio santo e l'uomo l'abisso è e rimane incolmabile: «...Davide ebbe paura di Dio...: Come potrei condurre presso di me la sua arca?».

(cf. VINCENZO GATTI, 1Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Log ZeroDay n.1 IL PSICOBAR SFIGATO

(i Log saranno alcuni miei pensieri vari)

Se la morte di un italiano che cerca solo di vivere alla grande e di guadagnarsi una bella vita in modo onesto mentre fa il duro lavoro è il bar a vita con le sue slot machine, i grattini, l'alcool e le sigarette e quella persona chamata Mario pensa che sia una sua scelta...

...per un paziente psichiatrico vale lo stessa cosa ma con al posto di queste cose appariranno “magicamente” senza che lui lo voglia mai e poi mai davvero (e cercando di fargliele passare come cose che vanno fatte, scelte dallo stesso Mario e senza fargli rendere conto che non sono scelte sue...):

Il bar: La psichiatria/le cliniche/la tua casa etc in cui vive completamente desensorializzato dalla realtà, da se stesso, da ciò che vive e da ciò che lo circonda come se vivesse in una prigione con l'ergastolo ma in senso traslitterato e più psichiatrico del termine (lo è de facto visto che comunque è impossibile uscire matematicamente da sto sistema, è fatto apposta sia politicamente sia economicamente sia ideologicamente e sia culturalmente visto che nemmeno c'è l'umanità delle persone per ascoltare i discorsi di chi ha vissuto queste cose “perché è matto” o qualunque cosa pensi sta gente di merda che nemmeno si ferma ad osservare la realtà, figuriamoci a pensarci...ma nel frattempo sta gente guarda il nido del cuculo e pensa che sta roba non ci sia per fortuna più e magari si emoziona pure di più per la finzione di un film che per un barbone per strada...mah...siamo alla follia).

I grattini: Le terapie che non vorrebbe mai prendere perché sa che cambiano tutto di se stesso completamente nel giro pochi attimi (carattere, personalità, emozioni, aspetto, pensieri, logica, umanità, emozioni, sentimenti, fedeltà alle persone, come affronta lui stesso la sua realtà e pure i suoi ricordi e di come li rivive e di come li pensa e ripensa nel mentre) e quello di non prenderle è come una trombata con la più bella ragazza del mondo dall'altra parte del pianeta e che ama alla follia (oh ma facciamolo scopa' sto povero Mario...dio bono...avrà solo un gatto e un cane a casa sua e nemmeno una moglie...) ma non solo che non durerà abbastanza l'amplesso ma che pure la ragazza lo prenderà per il culo e gli farà una foto o un video nudo e lo sputtanerà ovunque sul web e con le sue amicizie e lui che non potrà farci nulla perché questa si inventerà che la stava stuprando...per dire che seppure togliere la terapia lo fa star bene gli ha talmente di già divorato dentro qualsiasi cosa che sceglierà sempre la soluzione meno negativa che lui lo voglia o no ovvero che deve sempre e comunque di prenderla anche se de facto magari lui non era nemmeno malato prima di prenderle ma magari non se lo ricorda nemmeno (che lui lo voglia o no nel senso che lo costringono a prenderle perché anche se non è veramente obbligato legalmente nella pratica del csm deve sempre prenderle per un sistema che lo incula “con leve e specchi” a vita e non può nemmeno lamentarsi dei peggiori sintomi negativi che sono praticamente nuove malattie nate a parte e che non vorrà nemmeno curare perché non vuole nemmeno entrarci in un altro sistema marcio come lo è questo e nemmeno più parlare di malattie psichiatriche con il suo medico)

Le slot machine: Il solito pensare di chiedere aiuto al sistema/psichiatra/assistente sociale/operatore/educatore/amministratore/whatelse che non aiutano mai per farlo fallire miseramente anche se puer un attimo si sentisse meglio per un aiuto che sembra concreto ma che è un illusione appunto (come se fosse un tossico) perché come le stesse slot machine è sempre matematicamente dimostrato che se sei un pezzente lo diventerai sempre e ancora di più ed è uguale per il servizio del csm e di qualsiasi cosa collegata che può venire dall'esterno oppure no.

L'alcool: Quella cosa in cui vorrebbe affogare e che di solito offre di più agli amici piuttosto che tracannarselo lui da se per tenersi gli amici perché non gli piace veramente ma almeno qualcuno con cui parlare ogni tanto lo vuole trovare seppur sa sotto sotto di essere sfruttato da questi suoi “amici” ma tanto sa che è e sarà sempre così anche se non offrisse mai (ma almeno parla!) e alla fine usa i soldi in una delle due soluzioni sopra e che magari vince qualcosa per meritarsi qualcos'altro dalla vita piuttosto che la sua vita di merda e invece alla fine se ne esce ancora più depresso perché perde alle macchinette o ai grattini e torna a bere con i finti amici.

Le sigarette: ...o meglio, il tabacco! L'unica scelta che ha fatto da consapevole e che fa per se stesso, l'unico motivo per cui continua a vivere e per cui spenderebbe soldi pure se fosse un barbone e fosse in ospedale che stesse per morire. L'ha sostituite di recente con lo svapo per problemi gravi alla gola...25 sigarette al giorno erano troppe secondo quello che gli dicevano i finti amici e i medici...forse valela la pena di ricevere un tumore alla gola?

...ehmehm come faccio a conoscere così bene questo Mario? Ogni riferimento o critica è inventato e puramente irreale ed è costruito come una storia fantascientifica eh, mi raccomando.......


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Omicidio a Torre Velasca

Il riverbero dei fari della mia Giulietta tagliava la pioggia torbida di viale Abruzzi, trasformando l’asfalto in una striscia di petrolio specchiante. Erano le tre e mezza di una notte milanese, il genere di notte in cui chi è onesto dorme e chi scende in strada ha qualcosa da nascondere o da prendere. Mi chiamo Massimo Pagani e faccio l’investigatore privato, il che significa che la Milano dei salotti e dei grattacieli mi paga per raccogliere i cocci dei propri vizi prima che ci cammini sopra la scientifica. Quella volta, però, la telefonata anonima ricevuta sul fisso del mio studio in corso Buenos Aires mi aveva trascinato fin sul tetto della Torre Velasca, tra quelle enormi costolature di cemento armato che sfidano il cielo buio della città. Lì, immobile sul massetto bagnato dal temporale, c’era il corpo di una ragazza. Indossava un abito da sera di seta scura strappato all'altezza della spalla, i capelli neri incollati alla fronte dal fango e dal vento, e sul collo mostrava una ferita netta, un taglio chirurgico sulla carotide che non aveva lasciato scampo. Eppure, intorno a lei non c'era una sola goccia di sangue: era stata uccisa altrove, svuotata, e poi trasportata fin lassù come un sacco di stracci da dimenticare. Infilata a forza tra le sue dita gelide e contratte dal rigor mortis, c’era una tessera magnetica di plastica dorata con un unico numero inciso a fuoco sulla superficie: 404. Il mio istinto, cresciuto a pane e marciapiede tra le infiltrazioni della malavita milanese, cominciò a battere i tamburi di guerra. Sapevo esattamente cosa significasse quel numero, così come sapevo che toccare quel corpo avrebbe significato infilare la testa in un cappio d'acciaio. Scesi dalla torre a piedi per evitare le telecamere dell’ascensore, scivolando nell'oscurità dei sotterranei per incontrare la mia unica polizza assicurativa in questa città marcia. «Pagani, ti ho detto di mollare l'osso, quella ragazza per i registri ufficiali non esiste e non è mai nata.>> Mi ringhiò dietro l'ispettore capo Brambilla, il mio contatto in questura, mentre si stringeva nel bavero del cappotto bagnato. «Ha in mano una tessera del Club 404, Brambilla. Quello nascosto dietro piazza San Babila dove i consiglieri regionali e gli industriali della finanza sniffano sui tavoli di cristallo scambiandosi favori edilizi.>> Risposi, tenendo una sigaretta spenta tra i denti per non fare luce nel buio del sotterraneo. Il poliziotto mi fissò con gli occhi stanchi di chi ha visto troppi insabbiamenti per credere ancora nella giustizia. «Appunto per questo devi sparire. Lì dentro la legge non ha giurisdizione, ci sono interessi che coprono l’intero asse Milano-Roma. Se passi quella porta, ci rimetti la pelle e io non potrò nemmeno venirti a cercare all'obitorio». Lo piantai lì, senza rispondergli, lasciando che il fumo della sua sigaretta si disperdesse nell'aria. Mezz'ora dopo stavo spingendo la pesante porta blindata d'acciaio del Club 404, nascosta dietro l'insegna anonima di un'import-export di pellame. All'interno l'aria era calda, satura di jazz elettronico a basso volume e del profumo costoso di cortigiane d'alto bordo. Il pavimento di marmo nero rifletteva le luci soffuse dei privé. Mi diressi dritto al bancone, facendo scivolare la tessera magnetica dorata sotto il palmo del barman, un tipo tarchiato con le nocche spesse e gli occhi freddi da squalo. L'uomo la guardò, cambiò colore in un istante e mi fece un cenno impercettibile verso il corridoio riservato del retro. Dietro la spessa tenda di velluto rosso, dove mi aspettavo di trovare l'ennesimo tavolo da baccarat per politici annoiati, lo scenario mutò radicalmente, rivelando il vero volto della notte milanese. La stanza era immersa in una luce cruda e l'odore dolciastro del profumo era coperto da quello acre e penetrante della candeggina pura. Un uomo di spalle, con un abito sartoriale grigio fumo e i polsini della camicia arrotolati, stava strofinando freneticamente una grossa macchia scura sul divano di pelle con una spugna imbevuta di acido. Accanto alla scrivania, abbandonate in un angolo, c'erano le scarpe col tacco alto e la borsetta di pelle della ragazza trovata a Torre Velasca. Il killer sentì il fruscio del velluto e si voltò di scatto, rivelando un viso geometrico e impassibile, mentre la sua mano destra impugnava già una Beretta semiautomatica dotata di un pesante cilindro silenziatore. «Sei in anticipo sulla tabella di marcia, Pagani, la ditta di pulizie doveva arrivare alle quattro.>> Disse con un sorriso che sembrava un taglio sul marmo, sollevando l'arma all'altezza dei miei occhi. Non ci fu spazio per i dialoghi o per le trattative da strada. Mi lanciai lateralmente sul pavimento di legno mentre il primo proiettile perforava l'aria, spaccando lo specchio veneziano alle mie spalle in una pioggia di cristalli taglienti. Estrassi la Walther PPK dalla fondina ascellare prima ancora di toccare terra ed esplosi due colpi ravvicinati in rapida successione, sfruttando l'addestramento militare. Il primo proiettile lo centrò in pieno alla spalla destra, frantumandogli la clavicola e facendo volare la sua arma silenziata contro la parete; il secondo colpo centrò in pieno il paralume di vetro della lampada da tavolo, piombando l'intera stanza in un inferno fatto di oscurità, odore di zolfo e lamenti soffocati. Lo raggiunsi prima che potesse recuperare la pistola con la mano sinistra, crollandogli addosso con tutto il mio peso e piantandogli il ginocchio sinistro direttamente sullo sterno per togliergli il fiato. Il sangue caldo della sua ferita cominciò a inzuppare la mia giacca, espandendosi sul pavimento. «Chi era quella ragazza e cosa le avete preso?» Ringhiai, premendo con forza la canna ancora calda della Walther contro la sua tempia bagnata di sudore freddo. L’uomo tossì, sputando sangue sul pavimento prima di parlare con un rantolo spezzato dal dolore. «È la figlia del prefetto... ricattava mezza città... aveva registri, cifre, conti cifrati in Svizzera... l'ho solo fermata prima che distruggesse l'accordo per i nuovi appalti di Lampugnano... i documenti sono nella borsa sotto il divano, prendili e vattene prima che sia tardi». Non aspettai le sue scuse. Allungai il braccio libero sotto il mobile, afferrando la borsetta di tela impermeabile e sfilando due chiavette USB e un taccuino pieno di nomi altisonanti della finanza milanese, infilando tutto nella tasca interna del mio trench. In lontananza, lungo la cerchia dei Navigli e verso corso Venezia, cominciarono a ululare le prime sirene spiegate della polizia, chiamate sicuramente dal barman attraverso il pulsante d'allarme sotto il bancone. Sapevo che Brambilla non sarebbe riuscito a proteggermi se mi avessero trovato lì dentro con un uomo ferito e i segreti della prefettura in tasca. Uscii di scatto dalla porta di sicurezza sul retro, sbucando nel vicolo buio di via Larga mentre la pioggia di Milano ricominciava a cadere con violenza, quasi a voler lavare via la vergogna, il sangue e i peccati dal selciato. Avevo la verità in tasca e le prove per far crollare un impero politico, ma mentre correvo verso la mia Giulietta nascosta tra le ombre, sapevo che da quella notte la mia vita valeva molto meno del prezzo di un biglietto del tram. Sparii nella nebbia che risaliva dai tombini, trasformandomi nell'ennesima ombra tra le ombre di una città che non perdona chi decide di non girare la testa dall'altra parte.


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Brian Eno – Reflection (2017)


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Pochi musicisti hanno dato un senso così profondo alla definizione di “avanguardia” come Brian Eno, artista talmente e costantemente “avanti” da risultare imprendibile per chiunque. La sua ultima mossa si intitola Reflection ed è qualcosa che va ben oltre il concetto di musica ambient di cui Eno è portatore sano, ben oltre il concetto stesso di album... artesuono.blogspot.com/2017/01…


Ascolta: album.link/i/1665710176



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Brian Eno – Reflection (2017)


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Pochi musicisti hanno dato un senso così profondo alla definizione di “avanguardia” come Brian Eno, artista talmente e costantemente “avanti” da risultare imprendibile per chiunque. La sua ultima mossa si intitola Reflection ed è qualcosa che va ben oltre il concetto di musica ambient di cui Eno è portatore sano, ben oltre il concetto stesso di album... artesuono.blogspot.com/2017/01…


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Chiedilo alla luce

chiedilo alla luce delle crocifissioni dei corpi in zone di quarantena e delle menti vaganti in labirinti e del supplizio dell'inchiostro dei poeti “maledetti” a postuma gloria

chiedilo a quella luce-verità che ha udito le campane del sangue dei linciati o clonati in questo tempo dell'intelligenza artificiale

10.12.25

Sento la tensione e la rabbia che attraversano questi versi: una luce che interroga il dolore collettivo, la tecnologia e la memoria dei corpi. Il tono è profondo, accusatorio e insieme liturgico — funziona molto bene.

Versione rivista


chiedilo alla luce
delle crocifissioni dei corpi
in zone di quarantena
delle menti vaganti in labirinti
del supplizio dell'inchiostro
dei poeti «maledetti»
a postuma gloria

chiedilo a quella luce-verità
che ha udito le campane del sangue
dei linciati o clonati in questo tempo
dell'intelligenza artificiale

10.12.25

Traduzione poetica in inglese


ask it of the light
of bodies crucified
in quarantine zones
of minds wandering labyrinths
and of the torment of ink
from the poets called “accursed”
to posthumous glory

ask that light-truth
that heard the bells of blood
of those lynched or cloned in this age
of artificial intelligence

10.12.25

Commento e suggerimenti


  • Immagini forti: le metafore (crocefissioni, campane del sangue, labirinti) funzionano come richiami sacri e profani insieme; mantengono il lettore in sospensione emotiva.
  • Tono e ritmo: la ripetizione di chiedilo crea un ritornello efficace; valuterei di giocare con pause più nette (versi più brevi o enjambment) per aumentare la tensione drammatica.
  • Lessico: la dicotomia tra sacro (luce, campane) e tecnologico (clonati, intelligenza artificiale) è potente; potresti ampliare con immagini sensoriali (odore, suono, tatto) per rendere il contrasto ancora più vivido.
  • Punteggiatura e grafia: ho mantenuto la forma essenziale; se vuoi un effetto più liturgico, prova a inserire una virgola o un punto dopo il primo blocco per segnare la chiamata e la risposta.


Versione concisa


chiedilo alla luce
delle crocifissioni in quarantena
delle menti nei labirinti
del supplizio dell'inchiostro
dei poeti maledetti a gloria postuma

chiedilo alla luce‑verità
che ha udito le campane del sangue
dei linciati e dei clonati nell'era dell'IA

10.12.25

English translation


ask it of the light
of crucifixions in quarantine
of minds in labyrinths
of the torment of ink
of poets cursed to posthumous glory

ask that light‑truth
that heard the bells of blood
for the lynched and the cloned
in the age of AI

10.12.25


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1CR - Capitolo 12


Primi seguaci di Davide1Questi sono gli uomini che raggiunsero Davide a Siklag, quando ancora fuggiva di fronte a Saul, figlio di Kis. Essi erano i prodi che l'aiutarono in guerra. 2Erano armati d'arco e sapevano tirare frecce e sassi con la destra e con la sinistra; erano della tribù di Beniamino, fratelli di Saul: 3Achièzer, il capo, e Ioas, figli di Semaà, di Gàbaa, Iezièl e Pelet, figli di Azmàvet, Beracà e Ieu di Anatòt, 4Ismaia di Gàbaon, prode fra i Trenta e sopra i Trenta, 5Geremia, Iacazièl, Giovanni e Iozabàd di Ghederà, 6Eleuzài, Ierimòt, Bealia, Semaria, Sefatia di Carif, 7Elkanà, Issia, Azarèl, Ioèzer, Iasobàm, Coriti, 8Ioelà e Zebadia, figli di Ierocàm, di Ghedor.9Dei Gaditi alcuni uomini passarono a Davide nella fortezza del deserto; erano uomini valorosi, guerrieri pronti a combattere, abili nell'uso dello scudo e della lancia, sembravano leoni ed erano agili come gazzelle sui monti: 10Ezer era il capo, Abdia il secondo, Eliàb il terzo, 11Mismannà il quarto, Geremia il quinto, 12Attài il sesto, Elièl il settimo, 13Giovanni l'ottavo, Elzabàd il nono, 14Geremia il decimo, Macbannài l'undicesimo. 15Costoro erano discendenti di Gad, capi dell'esercito; il più piccolo ne comandava cento e il più grande mille. 16Questi attraversarono il Giordano nel primo mese dell'anno, mentre era in piena su tutte le rive, e misero in fuga tutti gli abitanti della valle a oriente e a occidente.17Alcuni dei figli di Beniamino e di Giuda andarono da Davide fino alla sua fortezza. 18Davide uscì loro incontro e presa la parola disse loro: “Se siete venuti da me con intenzioni pacifiche per aiutarmi, sono disposto a unirmi a voi; ma se venite per tradirmi e consegnarmi ai miei avversari, mentre non c'è violenza nelle mie mani, il Dio dei nostri padri veda e punisca”. 19Allora lo spirito invase Amasài, capo dei Trenta: “Per te, Davide, e con te, figlio di Iesse. Pace, pace a te, e pace a chi ti aiuta, perché il tuo Dio ti aiuta”. Davide li accolse e li costituì capi di schiere.20Anche da Manasse alcuni passarono a Davide, mentre insieme con i Filistei marciava in guerra contro Saul. Egli però non li aiutò perché, essendosi consultati, i prìncipi dei Filistei lo rimandarono dicendo: “A danno delle nostre teste, egli passerebbe a Saul, suo signore”. 21Mentre era diretto a Siklag, passarono dalla sua parte i manassiti Adnach, Iozabàd, Iediaèl, Michele, Iozabàd, Eliu e Silletài, capi di migliaia nella tribù di Manasse. 22Essi aiutarono Davide contro i razziatori, perché erano tutti valorosi, e divennero comandanti dell'esercito. 23In verità ogni giorno alcuni passavano dalla parte di Davide per aiutarlo e così il suo divenne un accampamento enorme.

L’esercito del nuovo re24Ecco le cifre dei capi armati che passarono a Davide a Ebron per trasferire il regno da Saul a lui, secondo l'ordine del Signore.25Dei figli di Giuda, che portavano scudo e lancia: seimilaottocento armati.26Dei figli di Simeone, uomini valorosi in guerra: settemilacento.27Dei figli di Levi: quattromilaseicento, 28inoltre Ioiadà, condottiero della famiglia di Aronne, e con lui tremilasettecento, 29e Sadoc, giovane molto valoroso, e il casato con i ventidue comandanti.30Dei figli di Beniamino, fratelli di Saul: tremila, perché in massima parte essi rimasero al servizio della casa di Saul.31Dei figli di Èfraim: ventimilaottocento uomini valorosi, celebri nei loro casati.32Di metà della tribù di Manàsse: diciottomila, che furono designati per nome, per andare a proclamare re Davide.33Dei figli di Ìssacar, che conoscevano bene i vari tempi, in modo da sapere che cosa dovesse fare Israele: duecento capi e tutti i loro fratelli alle loro dipendenze.34Di Zàbulon: cinquantamila, arruolati nell'esercito, pronti per la battaglia con tutte le armi da guerra, disposti ad aiutare senza doppiezza.35Di Nèftali: mille comandanti e con loro trentasettemila dotati di scudo e di lancia.36Dei Daniti: ventottomilaseicento, armati per la guerra.37Di Aser: quarantamila guerrieri, arruolati nell'esercito e armati per la guerra.38Dalla Transgiordania, ossia dei Rubeniti, dei Gaditi e di metà della tribù di Manasse: centoventimila con tutte le armi da guerra.39Tutti costoro, guerrieri pronti a marciare, con cuore leale si recarono a Ebron per proclamare Davide re su tutto Israele; anche tutto il resto d'Israele era concorde nel proclamare re Davide. 40Rimasero là con Davide tre giorni, mangiando e bevendo quanto i fratelli avevano preparato per loro. 41Anche i loro vicini e perfino da Ìssacar, da Zàbulon e da Nèftali avevano portato cibarie con asini, cammelli, muli e buoi: farina, schiacciate di fichi, uva passa, vino, olio, buoi e pecore in gran quantità, perché c'era gioia in Israele.

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Approfondimenti


1-23. Il brano è del Cronista. Esso contiene informazioni sugli uomini che seguirono Davide prima della sua ascesa al trono. Si tratta di seguaci di Davide provenienti dalla tribù di Beniamino (vv. 1-8), di Gad (vv. 9-16), ancora di Beniamino e Giuda (vv. 17-19) e di Manasse (vv. 20-23). Sono dunque esponenti delle tribù transgiordaniche, o di quelle collegate a Saul (Beniamino). La tradizione storica attribuisce a queste tribù tendenze separatiste. Il Cronista invece le presenta solidali con Davide. Perché la lista è stata ignorata dal redattore dei libri di Samuele? Alcuni studiosi pensano che il brano sia stato introdotto nelle Cronache in un secondo momento.

1-8. Gli ausiliari beniaminiti. Davide aveva ricevuto dal re filisteo di Gat, presso il quale si era rifugiato, la città di Ziklag, 18 chilometri a nord di Bersabea, cfr. 1 Sam 17, 1-12; 27, 6. In un primo tempo la città era parte della tribù di Giuda, in seguito era diventata simeonita, cfr. Gs 15, 31; 1 Cr 4, 30. Caduta quindi nelle mani dei Filistei, ora tornava definitivamente a Giuda. Elencando i partigiani di Davide della tribù di Beniamino, il Cronista intende mostrare il crescente prestigio del suo eroe di fronte a Saul, egli stesso beniaminita.

9-16. Gli ausiliari di Gad. Gli undici guerrieri elencati si unirono a Davide prima che questi passasse ai Filistei. Davide si teneva ancora nascosto nella fortezza di Adullam (1Sam 22,1), 20 chilometri circa a sud-ovest di Betlemme. Erano guerrieri eccezionali, abili nell'uso dello scudo maggiore, cfr. 1Sam 17,7; 1Re 10,6 e della lancia, 12,25; 2Cr 11,12; 14,7; 25,15. Il loro comparire incuteva lo stesso terrore che suscitava la comparsa del leone, Dt 33,20; 2Sam 1,23; Am 6,8. Un esempio del loro valore, v. 16, è la traversata del Giordano nonostante il pericolo di piene primaverili (il primo mese dell'anno, il mese di Nisan, che corrisponde al nostro marzo-aprile, cfr. Ne 2,1; Est 3,7).

17-19. Per la sua vivacità, l'episodio contrasta con gli altri del capitolo, e si ricollega al brano precedente per il richiamo della parola “fortezza”, vv. 9.17. Gli ausiliari vengono da Giuda, ma non si fa l'elenco dei loro nomi. Il timore di Davide è giustificato, avendo egli già fatto esperienza del tradimento, cfr. 1Sam 23,7-28. Nella redazione del v. 19 il Cronista non si rifà a qualche lista, ma a un minuscolo brano epico, che pone in bocca ad Amasai, capo dei Trenta.

20-23. Ausiliari della tribù di Manasse. Si noti che Ma-nasse è l'antenato dei Samaritani scismatici. I nuovi alleati raggiungono Davide allorquando questi, a motivo dell'ospitalità avuta dal re di Gat, è tenuto ad aiutare i Filistei in guerra contro Saul. I capi filistei diffidano tuttavia di lui, v. 20; cfr. 1Sam 28,1-2; 29,3ss., che deve tornare al suo quartier generale di Ziklag, dove lo raggiungono i sette uomini di Manasse. Il loro aiuto risultò determinante nella spedizione punitiva di Davide contro i razziatori amaleciti che in sua assenza avevano devastato l'accampamento, 1Sam 30,1-25.

24-41. Alla presentazione degli eroi segue l'elenco dei guerrieri di ogni tribù che hanno proclamato re Davi-de. Non sono indicati i nomi delle varie tribù, ma il numero dei guerrieri e i loro capi. Il brano è del Cronista, che si ispira a Nm 1-3 e 26. All'autore preme presentare il consenso di «tutto Israele» al re voluto da JHWH. Con l'aggiunta di Levi, il numero delle tribù sale a tredici. Le cifre che indicano la totalità dei soldati sono iperboliche.

25-26. Il numero dei rappresentanti di Giuda e di Simeone è relativamente ridotto, il che si può spiegare tenendo presente che le due tribù avevano già riconosciuto da sette anni la regalità di Davide. La cerimonia di Ebron è stata soprattutto un riconoscimento di Davide come re da parte delle tribù settentrionali.

27-30. Il numero scarso dei Beniaminiti è spiegato dal Cronista, v. 30. Il v. 27 ci informa sulla presenza, oltre che dei leviti, dei sommi sacerdoti Ioiada, capo degli aro-nidi, e di Zadok, capo degli zadokiti, 5,34, del ramo di Eleazaro, che al tempo di Salomone sostituirà nel sommo sacerdozio il discendente di Itamar, Ebiatar, 1Re 2,26 s.

33. Già il Targum pensava che si trattasse della speciale sapienza degli astrologi, i quali sono in grado di indicare i giorni e le ore adatte per dare avvio a un'impresa importante.

34. «senza doppiezza» è in ebraico «con cuore indiviso», là dove il cuore è sede dei sentimenti e delle intenzioni.

39. Il Cronista ribadisce: non solo i rappresentanti delle tribù venute a Ebron, ma «anche il resto di Israele era concorde nel proclamare re Davide».

40-41. Le celebrazioni per la festa d'intronizzazione durano tre giorni e sono caratterizzate anche da sontuosi banchetti. Lo stesso accadeva in situazioni analoghe, cfr. 29,22; 2Cr 30,21; e in occasione dei pellegrinaggi annuali alla città santa. I «fratelli» sono i membri della tribù di Giuda. Il quadro descritto può essere interpretato come simbolo del banchetto escatologico nel regno messianico, in specie tenendo presente l'ultima espressione del v. 41: «c'era allegria in Israele». Al Cronista non è estraneo il tema della “gioia” legato alla celebrazione delle festività liturgiche (cfr. ad esempio, 2Cr 23,13.21; 29,36; ecc.). Per lui l'allegrezza è parte costitutiva del popolo di Dio, un tratto che emerge tanto più, se contrapposto all'aridità con cui il nostro autore procede di solito, coi suoi elenchi e anche nelle sue descrizioni. Ma si veda anche il brano che segue immediatamente.

(cf. VINCENZO GATTI, 1Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Poème / Mon auto nomie

Entre le carrossage qui me permet de mordre la courbure, Et le moyeu, centre immobile autour duquel tout s'accélère, Je roule ou bon me semble, de toute mon envergure, Sur l'asphalte qui, en défilant derrière moi me libère.

Cette liberté entre mes mains, je la laisse sur mon sillage. Je connais le vrai bonheur grâce à ce fier châssis : Mon cap est mon horizon, ma direction est mon voyage, Le monde défile autour de moi qui reste assis !

Sur mon trône mobile, la rue se soulève pour moi. Depuis le mouvement de ma main, qui transmet l'énergie, Jusqu'aux fourches, c'est moi qui ouvre le convoi : Mon fauteuil roulant est mon royaume, le monde son parvis !

Looping 3 et 4 juin 2026


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Mavis Staples — You Are Not Alone (2010)


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Il gospel è nel sangue di Mavis Staples ma “You Are Not Alone” non è un disco di solo gospel, anzi. Dopo il bellissimo “We’ll Never Turn Back” del 2007, disco prodotto dallo straordinario talento di Ry Cooder, la Staples per questo album si fa aiutare da Jeff Tweedy leader di quella formidabile band chiamata Wilco... silvanobottaro.it/archives/411…


Ascolta: album.link/i/1485025049



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Mavis Staples — You Are Not Alone (2010)


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Il gospel è nel sangue di Mavis Staples ma “You Are Not Alone” non è un disco di solo gospel, anzi. Dopo il bellissimo “We’ll Never Turn Back” del 2007, disco prodotto dallo straordinario talento di Ry Cooder, la Staples per questo album si fa aiutare da Jeff Tweedy leader di quella formidabile band chiamata Wilco... silvanobottaro.it/archives/411…


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Meditazione 03.06.2026


Questo spazio. Questo spazio immenso. Pieno di pensieri cavi, contorti, manifesti e silenti.

Si vede una figura. Una forma indistinta. Un frammento di immagine e

ho già perso attenzione.

Ci sono così tante cose... È davvero spazio, senza vuoto?

Probabilmente il concetto di spazio è qualcosa generato dalla nostra percezione del mondo, che ci aiuta a renderlo comprensibile. A immaginareil vuoto.

Quello che vedo è semplicemente differenza di densità. Qui, lì. Distanza? Io sono più densa qui, tu lì, e il tizio che bestemmia per strada sta là.

La differenza forse sta solo in quanti pezzi di noi si incontrano nello stesso istante;

quanti suoni di me conosci indicano quanto siamo vicine: se senti il battito del mio cuore stiamo condividendo molte cose.

Me. Te. Stiamo creando il nostro spazio. O ci lasciamo creare con esso.


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Kratos 2, un'operazione internazionale contro la pirateria digitale, ha visto la partecipazione anche dell'Italia

L'Operazione #KRATOS 2, coordinata dalla Bulgaria con il supporto di #Europol, ha portato allo smantellamento di 9 gruppi criminali organizzati responsabili della distribuzione illegale di contenuti premium (sportivi, cinematografici e TV) tramite streaming e IPTV non autorizzati. L'operazione, durata sette mesi (settembre 2025 – aprile 2026), ha coinvolto le forze dell'ordine di oltre 13 paesi tra cui Italia, Francia, USA e Regno Unito.

I risultati principali includono:

  • 29 arresti e 86 sospettati identificati
  • Rimozione di oltre 27.000 URL illegali
  • 148 perquisizioni domiciliari
  • Identificazione di quasi 723.000 oggetti contraffatti
  • Segnalazione di 169 domini e scoperta di oltre 18.000 indirizzi IP associati.

Le indagini hanno evidenziato come queste reti criminali utilizzino infrastrutture tecniche complesse e transnazionali per eludere i controlli, esponendo gli utenti a rischi di sicurezza informatica come malware e furto di dati. Gli investigatori si sono concentrati sullo smantellamento dell’infrastruttura criminale sottostante anziché limitarsi a rimuovere i siti Web, identificando oltre 18.000 indirizzi IP e 4.370 domini collegati alla pirateria. La collaborazione con partner del settore privato è stata cruciale per mappare l'intero ecosistema criminale e colpirne le strutture portanti, andando oltre la semplice rimozione dei siti web.


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Kratos 2, un'operazione internazionale contro la pirateria digitale, ha visto...


Kratos 2, un'operazione internazionale contro la pirateria digitale, ha visto la partecipazione anche dell'Italia

L'Operazione #KRATOS 2, coordinata dalla Bulgaria con il supporto di #Europol, ha portato allo smantellamento di 9 gruppi criminali organizzati responsabili della distribuzione illegale di contenuti premium (sportivi, cinematografici e TV) tramite streaming e IPTV non autorizzati. L'operazione, durata sette mesi (settembre 2025 – aprile 2026), ha coinvolto le forze dell'ordine di oltre 13 paesi tra cui Italia, Francia, USA e Regno Unito.

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1CR - Capitolo 11


Davide re conquista Gerusalemme1Tutti gli Israeliti si raccolsero intorno a Davide a Ebron e gli dissero: “Ecco, noi siamo tue ossa e tua carne. 2Già prima, quando regnava Saul, tu conducevi e riconducevi Israele. Il Signore, tuo Dio, ti ha detto: “Tu pascerai il mio popolo Israele; tu sarai capo del mio popolo Israele”“. 3Vennero dunque tutti gli anziani d'Israele dal re a Ebron, Davide concluse con loro un'alleanza a Ebron davanti al Signore, ed essi unsero Davide re d'Israele, secondo la parola pronunciata dal Signore per mezzo di Samuele.4Davide con tutto Israele andò a Gerusalemme, cioè Gebus, dove c'erano i Gebusei, abitanti della regione. 5Gli abitanti di Gebus dissero a Davide: “Tu qui non entrerai”. Ma Davide espugnò la rocca di Sion, cioè la Città di Davide. 6Davide aveva detto: “Chi colpirà per primo i Gebusei diventerà capo e principe”. Salì per primo Ioab, figlio di Seruià, che divenne così capo. 7Davide si stabilì nella rocca, che perciò fu chiamata Città di Davide. 8Egli fortificò la città tutt'intorno, dal Millo per tutto il suo perimetro; Ioab restaurò il resto della città. 9Davide andava crescendo sempre più in potenza e il Signore degli eserciti era con lui.

Elenco dei prodi di Davide10Questi sono i capi dei prodi di Davide, che si erano affermati con il valore nel suo regno e che, insieme con tutto Israele, lo avevano costituito re, secondo la parola del Signore nei riguardi d'Israele. 11Ecco l'elenco dei prodi di Davide: Iasobàm, figlio di un Acmonita, capo dei Tre. Egli, impugnando la lancia contro trecento uomini, li trafisse in un solo scontro. 12Dopo di lui veniva Eleàzaro, figlio di Dodo, l'Acochita; era uno dei tre prodi. 13Egli fu con Davide a Pas-Dammìm. I Filistei vi si erano riuniti per combattere; c'era un campo pieno d'orzo e il popolo fuggì dinanzi ai Filistei. 14Egli allora si appostò in mezzo al campo, lo difese e sconfisse i Filistei, e il Signore operò una grande salvezza.15Tre dei Trenta capi scesero sulla roccia presso Davide, nella caverna di Adullàm; il campo dei Filistei era posto nella valle dei Refaìm. 16Davide era allora nel rifugio e c'era una postazione di Filistei a Betlemme. 17Davide ebbe un desiderio e disse: “Se qualcuno mi desse da bere l'acqua del pozzo che è vicino alla porta di Betlemme!”. 18I tre irruppero nel campo filisteo, attinsero l'acqua dal pozzo di Betlemme, vicino alla porta, la presero e la presentarono a Davide, il quale però non ne volle bere, ma la sparse in onore del Signore, 19dicendo: “Non sia mai, mio Dio, che io faccia una cosa simile! Dovrei bere il sangue di quegli uomini insieme con la loro vita? Difatti l'hanno portata a rischio della propria vita”. Non la volle bere. Tali gesta compirono quei tre prodi.20Abisài, fratello di Ioab, fu il capo dei Trenta. Egli impugnando la lancia contro trecento uomini li trafisse; si fece un nome fra i Trenta. 21Fu stimato doppiamente fra i Trenta e divenne loro comandante, ma non giunse alla pari dei Tre. 22Poi veniva Benaià, figlio di Ioiadà, uomo valoroso, di molte prodezze, originario di Kabseèl. Egli uccise i due figli di Arièl, di Moab; inoltre, sceso in una cisterna in un giorno di neve, vi abbatté un leone. 23Uccise anche un Egiziano, alto cinque cubiti, il quale aveva in mano una lancia come un cilindro da tessitore; gli andò incontro con un bastone, strappò di mano all'Egiziano la lancia e lo uccise con la sua stessa lancia. 24Questo fece Benaià, figlio di Ioiadà, e si fece un nome fra i trenta prodi. 25Fu glorioso fra i Trenta, ma non giunse alla pari dei Tre. Davide lo mise a capo del suo corpo di guardia.26Ecco i prodi valorosi: Asaèl, fratello di Ioab, Elcanàn, figlio di Dodo, di Betlemme, 27Sammòt di Carod, Cheles di Pelet, 28Ira, figlio di Ikkes, di Tekòa, Abièzer di Anatòt, 29Sibbecài di Cusa, Ilài di Acòach, 30Marài di Netofà, Cheled, figlio di Baanà, di Netofà, 31Itài, figlio di Ribài, di Gàbaa dei figli di Beniamino, Benaià di Piratòn, 32Curài di Nacalè-Gaas, Abièl di Arbàt, 33Azmàvet di Bacurìm, Eliacbà di Saalbòn, 34Iasen di Gun, Giònata, figlio di Saghè, di Arar, 35Achiam, figlio di Sacar, di Arar, Elifèlet, figlio di Ur, 36Chefer di Mecherà, Achia di Pelon, 37Chesrò di Carmel, Naarài, figlio di Ezbài, 38Gioele, fratello di Natan, Mibcar, figlio di Agrì, 39Selek l'Ammonita, Nacrài di Beeròt, scudiero di Ioab, figlio di Seruià, 40Ira di Ieter, Gareb di Ieter, 41Uria l'Ittita, Zabad, figlio di Aclài, 42Adinà, figlio di Siza il Rubenita, capo dei Rubeniti, e con lui altri trenta, 43Canan, figlio di Maacà, Giòsafat di Meten, 44Ozia di Astaròt, Sama e Ieièl, figli di Cotam di Aroèr, 45Iediaèl, figlio di Simrì, e Ioca, suo fratello, di Tisì, 46Elièl di Macavìm, Ieribài e Osea, figli di Elnàam, Itma il Moabita, 47Elièl, Obed e Iaasièl di Soba. __________________________Note

11,1 La storia ha uno svolgimento lineare. Passando a narrare gli eventi riportati in 2Sam 5,1-10, dopo aver omesso le notizie riportate in 2Sam 1-4, si dà l’impressione che Davide sia subito divenuto re di tutto Israele (vv. 1-3).

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Approfondimenti


1-9. Eliminati Saul e la sua dinastia, sullo sfondo cupo della loro vicenda è posta in risalto, in un quadro sintetico e idealizzato, la figura di Davide. Il Cronista sottolinea i tratti dell'eroe che ha riunito le tribù d'Israele attorno a JHWH.

1-3. Un solo re, un popolo etnicamente puro saldamente compatto attorno a lui, una capitale unica, sono i tre elementi irrinunciabili per la visione teocratica del Cronista. Per porli adeguatamente in risalto, il nostro autore omette il cordoglio di Davide per la morte del rivale (2Sam 1, 1-27), l'elezione di Davide da parte della tribù di Giuda (2,1-3,1), la lotta del sovrano contro Is-Baal, durata sette anni (3,2-4,12), e inoltre trasforma la polemica assemblea di Ebron (2Sam 5,1), in un pacifico riconoscimento acclamatorio della regalità di Davide da parte di tutte le tribù d'Israele, conglobando nell'unzione di Ebron le due precedenti consacrazioni (1Sam 16,13; 2Sam 2,4). Davide figura così come il primo vero re di tutto Israele, contrariamente a 1Sam 10,20-24, che attribuisce tale prerogativa a Saul. Le parole dei vv. 1 e 2 non sono messe in bocca agli anziani, come avviene in 2Sam 5, ma sono pronunciate da tutto Israele.

4-9. Conquista di Gerusalemme. Perché la teocrazia non sia priva della sua capitale, con un anacronismo voluto, subito dopo l'elezione il Cronista inserisce la presa di Gerusalemme. Il re teocratico conquista la città non solo «con i suoi uomini» (come in 2Sam 5,6), ma «con tutto Israele», v. 4 (vedi 1Cr 11,1). La nota esplicativa a «Gebus» ricorre anche in Gs 18,28 e Gdc 19,10. «Gebus» non è l'antico nome della città, come si potrebbe pensare, bensì una arbitraria designazione derivata da «Gebusei», termine col quale erano indicati gli abitanti del centro urbano al tempo di Davide. Gerusalemme (Urusalim) è nome antico, attestato già nel sec. XX a.C. Il brano riproduce 2Sam 5,6-10, con l'omissione di dettagli sfavorevoli a Davide (cfr. 2Sam 5,6).

10-47. Il brano contiene il catalogo dei soldati di Davide. Ma il Cronista non intende tanto informarci sull'armata del re, quanto piuttosto sostenere come questi prodi, mettendosi al servizio di Davide, si fossero inseriti nel piano salvifico di JHWH, che da sempre ha designato Davide a re di tutto Israele. È il senso del v. 10, che introduce il brano. Un primo gruppo di prodi è presentato nei vv. 11-25; una seconda lista si ha nei vv. 26-46.

11-14. Di questi prodi, i più famosi sono “il gruppo dei tre”, vv. 11-14 = 2Sam 23,8-12; il nome del terzo, Samma, cfr. 2Sam 23,9c-11b, è caduto nel testo delle Cronache, per homoioteleuton. Di conseguenza, le imprese di Samma, figlio di Aghe, vengono attribuite ad Eleazaro, figlio di Dodo.

15-19. Il racconto si riferisce a un atto di eroismo compiuto da tre anonimi del “gruppo dei trenta”, 2Sam 23,13-17.

20-25. Cfr. 2Sam 23,18-23. Abisai e Benaia, inferiori al “gruppo dei tre”, si distaccano però dai “trenta”. Per Abisai, amico di Davide, cfr. 18,12; 19,11s.; 1Sam 26,6-7; 2Sam 20. Per Benaia, cfr. 15,21. La descrizione della sua lotta contro l'Egiziano si ispira al racconto di Davide e Golia, 1Sam 17,4-10.40-51; 2Sam 21,19; 1Cr 21,19.

26-47. Nei vv. 26-41a si ha un elenco di prodi senza rapporto diretto con i brani precedenti. Nella lista parallela di 2Sam 23,24-39 i nomi sono trenta, anziché trentuno. Non di rado la grafia dei nomi è diversa nei due testi. Incerte e discusse sono anche le indicazioni geografiche. Nelle Cronache l'elenco è preceduto da una breve sovrascritta: «Ecco i prodi valorosi». 2Sam 23,39 si ferma ad Uria l'Hittita, marito di Betsabea. Il Cronista completa la lista con un catalogo suo proprio, comprendente sedici nomi di provenienza ignota (vv. 41b-47).

(cf. VINCENZO GATTI, 1Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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oggi, 4 giugno, a roma, galleria bianco contemporaneo: “nz” di antonio syxty e “asemics” di marco giovenale


A Roma, oggi, giovedì 4 giugno 2026, alle ore 18:00
presso la galleria Bianco Contemporaneo
(via Reno 18/a)
nel contesto della mostra IDENTIKIT, di Pignotti + Hogre
presentazione dei due libri
NZ, di Antonio Syxty

NZ, di Antonio Syxty
ikonaLíber, 2025

NZ, o Nuova Zelanda, lavora sull’immaginazione del lettore come una mappa che invece di orientarlo debba felicemente e sensatamente indurlo a perdersi nei frammenti. Del resto già l’incipit del libro dichiara che siamo di fronte a «una collezione (anche catalogo) di frammenti di scrittura (con immagini, illustrazioni, disegni)», dei quali ha fatto nel tempo raccolta “Antonio Syxty”. Le virgolette qui usate sottolineano la natura di azione/esperimento artistico della stessa identità in gioco: parte di una ongoing performance avviata molti anni fa, che prevede che l’autore e artista si presenti cosí pur non essendo quello il suo vero nome.

Ma perché poi “Nuova Zelanda”? Perché rappresenta, rispetto all’Italia, un luogo perfettamente agli antipodi; e, letterariamente, un antidoto forte al mainstream.it contemporaneo.
e
ASEMICS. Senso senza significato, di Marco Giovenale (testo sulla scrittura asemica)

Asemics. Senso senza significato, di Marco Giovenale
ikonaLíber, 2023

Questa sequenza di note e ricostruzioni storiche, fuori da ogni ipotesi di esaustività, propone un possibile itinerario attraverso la vicenda delle espressioni “scrittura asemica” (o “asemantica” o “desemantizzata”) e “asemic writing”; e offre inoltre alcuni elementi di teoria che configurano l’identità di questa pratica artistica come «macchina di disorganizzazione e disintegrazione del significato a opera del senso stesso».

§


I due artisti che espongono presso Bianco contemporaneo, Lamberto Pignotti e Hogre, operano entrambi su un fronte che va a sfocare/disseminare e mettere in crisi il concetto stesso di identità, di possibile connessione solida & adamantina tra Moi lacaniano (il famoso “Io”) e linguaggio / opera / mondo. Su piani non diversi lavora il libro NZ, di Antonio Syxty, con il dislocarsi del panorama italiano in una remotissima Nuova Zelanda (NZ appunto) e conseguente evaporazione dell’identità autoriale. Si può dire che analoghi obiettivi muovano poi Asemics, di Marco Giovenale, libro che ha proprio a che fare con scritture che non sono sé stesse, ossia non sono propriamente scritture, in quanto la decodificabilità dei loro glifi e corsivi è del tutto in dubbio anzi revocata.
Gli autori si confronteranno in un dialogo su questi paradossi e linguaggi (se tali sono): della e nella contemporaneità.

*

l’incontro su mobilizon:
mobilizon.it/events/29ada9e0-4…

evento facebook:
facebook.com/events/2095941497…
ikonaLíber:
ikona.net/category/edizioni-ik…

la galleria
biancocontemporaneo.it/

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Bianco Contemporaneo è una galleria d’arte di sperimentazione – investigazione dell’ambiente artistico volta a scenari sia storici che contemporanei ed è attiva con propri progetti su tutto il territorio nazionale
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Chiedilo alla luce

scrivere la luce inginocchiato nella luce

ispirando bellezza ch'emana come da un tempo altro

pure ami la luce ferita:

chiedile delle infinite crocifissioni

fattene guanciale in notti di pianto

2015

Analisi del testo


Impressione generale
Il testo è intenso e sacrale: la luce diventa interlocutrice e altare, insieme fonte di bellezza e di ferita. La lingua è essenziale, frammentata, e crea un ritmo che alterna devozione e dolore.


Temi e immagini


  • Luce come divinità e ferita: la luce è adorata ma anche amata nella sua vulnerabilità — immagine potente che unisce mistica e corporeità.
  • Atto di inginocchiarsi: gesto fisico che sottolinea umiltà e supplica.
  • Croci e crocifissioni infinite: richiama sofferenza ripetuta, memoria storica e personale.
  • Guanciale in notti di pianto: immagine domestica e intima che trasforma il dolore in conforto materiale, quasi sacramentale.

Suggerimenti stilistici


  • Coerenza verbale: valutare se mantenere l’imperativo (“chiedilo”, “chiedile”) come invocazione continua o alternarlo per variare il tono.
  • Chiarezza lessicale: la locuzione fattene guanciale è originale ma può risultare oscura; alternative: fanne guanciale o fanne cuscino per maggiore immediatezza.
  • Punteggiatura: qualche segno (virgola o due punti) può aiutare il respiro senza appesantire la liricità.
  • Ritmo: giocare con enjambement e pause per enfatizzare “ferita” e “croci­fissioni”.

Versione rivista mantenendo il tono originale


scrivere la luce
inginocchiato nella luce

ispirando bellezza
ch’eman a
come da un tempo altro

pure
ami la luce
ferita:

chiedile
delle infinite crocifissioni

fanne guanciale
in notti di pianto

2015


Strofa nuova


la luce ti sussurra
sulle palpebre chiuse, lenta
come un rito che non finisce
porta le tue mani aperte, segnate
a contare le ferite come stelle
e fa del respiro un altare di cenere
dove riposano i nomi che non hai detto.

Lirica estesa

Testo


chiedilo alla luce

scrivere la luce
inginocchiato nella luce

ispirando bellezza
ch’eman a
come da un tempo altro

pure
ami la luce
ferita:

chiedile
delle infinite crocifissioni

fanne guanciale
in notti di pianto

la luce ti sussurra
sulle palpebre chiuse, lenta
come un rito che non finisce
porta le tue mani aperte, segnate
a contare le ferite come stelle
e fa del respiro un altare di cenere
dove riposano i nomi che non hai detto

alzati nella stanza che trema
con la polvere che è memoria
e lascia che la luce ti insegni a piegare il dolore
in pieghe di lino, in piccoli gesti di cura
ogni croce che hai portato diventa segno
e ogni segno una mappa per tornare

la luce non chiede perdono
ma insegna a riconoscere il volto
che si specchia nelle tue lacrime
e a chiamarlo per nome, piano, senza fretta
così la notte si fa promessa
e il guanciale si riempie di storie

alla fine, quando il canto si assottiglia
e restano solo le mani e il silenzio
scrivi ancora: la luce è un corpo che respira
e tu, inginocchiato, impari a custodirla
come si custodisce una ferita che fiorisce

2015


Note stilistiche


  • Tono: mistico e intimo, mantiene l’imperativo iniziale come invocazione continua.
  • Immagini: si alternano il sacro (croci, altare) e il domestico (guanciale, stanza), per rendere il dolore concreto e quotidiano.
  • Ritmo: versi brevi e pause accentuate per preservare la sospensione e il respiro liturgico.
  • Lessico: ho preferito fanne guanciale per chiarezza mantenendo l’originale suggestione.


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Continuo a svegliarmi di notte e sto cercando di analizzare questa cosa di stare male. Come molte cose della vita non c'è una sola ragione, ma una serie di concause.

Non posso sempre ragionare, ultimamente – di nuovo – il pensiero continuo, incessante, mi tramortisce. Non posso sempre pensare, avere sempre il cervello in attività a ragionare, fare ipotesi, immaginare futuri possibili, rivedere e modificare episodi del pasato, anestetizzare la sofferenza. Anche quando lo riempio di spazzatura, è lì che raduna e inizia a classificare la spazzatura, la mastica, l'assaggia, fa la recensione. Anche quando cammino, lui è lì che fantastica, rivede, revisiona.

Questa sera – tipo – decido di non tornare a casa, devo aspettare terzogenita che finisca la sua lezione di teatro per accompagnarla a quella di spade laser. È stata una giornata pesante e per un attimo penso di usare quelle due ore di pausa per mettermi a seguire un corso di formazione per l'esame di maturità. Sto già tornando per farlo quando scarto, con lo scooter vado verso la parte alta della città, mi vedo già camminare mentre viene buio nella strada che unisce il Righi con la zona sotto al forte Diamante. Uscire un po' da tutto. Digerire quello che può essere digerito.

Cammino per questo sterrato con energia mentre lascio che la testa si riempia di pensieri, dai più stupidi a quelli più egoistici e intimi. Fantastico sul nuovo disco di Prince che verrà annunciato tra qualche giorno, mi vedo in un universo parallelo creare io le tracklist degli inediti, inventandomi brani che non esistono e mescolandoli con cose che so esistere davvero, vedo i miei romanzi in lavorazione finiti, pubblicati, mi immagino già seduto, intervistato a questa o quella presentazione del libro. Roba tossica di questo tipo che però – funziona. Il livello è talmente elementare che la lingua nella testa dopo un po' si stanca, prova un po' di vergogna, si ritira.

Penso alle persone con cui ho lavorato, che conoscevo bene e che nell'ultimo periodo sono mancate, improvvisamente. L'assurdità di non esserci più. Persone più o meno della mia generazione, intelligenti, impegnate, aperte. Nasce, egoistico, il pensiero che anche io faccio parte della partita. Potrei essere io, a questo punto. Si è arrivati a noi. Non esserci più, assurdamente, diventa sempre più naturale.

In un mondo in cui emergono relitti del novecento che pensavo persi, razionalmente persi; l'odio di razza, l'odio verso le culture che non sono io. La paura di perdere i diritti che questi gender fluid mi tolgono, le tradizioni che quesi musulmani erodono per imporre le proprie. Lo sdegno per i neri nei film dell'occidente bianco. Questo desiderio di tornare a prima, a quando c'era più serietà, nella scuola, i valori saldi di una volta. Leggo pagine schifose della storia riesumate in frasi stentate di profili Facebook. Frasi stentate e meno stentate, purtroppo. Anche gente dotata d'intelletto si protegge l'addome, con il ghigno, talvolta, da jena.

Fa ancora più rabbia vedere sparire le persone valide e aperte, come energie perse in battaglia.

Si sta facendo buio e sono nel mezzo di questo sterrato ormai non c'è più nessuno. Vedo Genova dall'alto, provo a fotografarla. Non ci riesco, il mio smartphone non è adatto. Il livello di dettaglio che vedo con gli occhi non arriva poi nelle foto. Sospiro. Devo tenere quell'immagine di Genova, quel polmone un po' sessuale che sta tra due colline e sboccia nel mare, lo devo tenere solo per la mia memoria. Configuro la fotocamera del cellulare, studio le impostazioni e a quel punto inizio a fotografare. Inizio dai fiori. Fotografo insetti, mentre via via si fa sempre più tardi e più buio.

Mi ritrovo alle dieci e passa di sera nel mezzo di un bosco, nel buio più completo. Rumori attorno, penso, adesso esce qualche bestia e mi ammazza. Mi viene da pensare cosa succederebbe, ora a fotografare al buio, lasciando l'otturatore aperto. A tastoni cerco un tronco su cui mettere la macchina. Inizio a fotografarmi. Guardo i risultati, riprovo, venti secondi di esposizone, provo a muovermi, a stare fermo, a entrare e uscire.

Nelle foto emerge un mondo che non esiste, immerso in una luce sognante, che io non vedo. La mia figura c'è e non c'è nello stesso tempo. Di decine di scatti uno mi piace, la posto su Instagram, la chiamo Miracle Tonight, mi pare ci sia una canzone di Bowie con questo titolo. Si vede una zona più aperta, uno sfondo di cielo, e io traslucido, che permango, ma si vede anche quello che c'è dietro. Sarà così, penso. Siamo qua in questo mondo magico come spettri, come miracoli viventi. Ci siamo e non ci siamo.

Quando mi ritrovo di nuovo in una zona coperta dagli alberi arrivano le lucciole. Inizio a fotografarle, sempre lasciando l'otturatore aperto. Questa volta non posso poggiare la macchina, le foto vengono mosse, allora inizio a farlo apposta. Nei venti secondi inseguo una singola lucciola, scendo negli sterpi per prenderne un gruppo, poi guardo i risultati, mi sposto. È una mia maledizione, vedi. Quando non penso, faccio. Voglio vedere che succede, se esce qualcosa. Creativo, diciamo. Mi spiace sciupare il tempo e me lo brucio. Ma un po' mi diverto, credo. Non so più bene quando mi diverto e quando non. Ormai le cose si sono impastate.

Così penso facesse Strindberg, con le mani bruciate dagli acidi alchemici, mentre faceva le sue foto senza lenti, le macchie di grigi senza senso.

Alla fine mi rendo conto che sono due ore che sono lì che faccio foto nel buio completo e che terzogenita sta per uscire da spade laser. Mi metto a correre allora, al buio, su questo sterrato pieno di pietre, mi vedo già per terra con il piede rotto, di nuovo. Venerandi, cretino, dico, sei sempre il solito, non cresci mai. Ti fai prendere dalle cose inutili e dimentichi quelle importanti, mi dico e – però – intanto rido, tra ansia, agitazione, cretino Venerandi, dico e piano piano vedo il mondo della luce avvicinarsi. Il dorsale della collina illuminato dall'inquinamento elettrico della città, lì ora, ai miei piedi. Fa impressione.


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Continuo a svegliarmi di notte e sto cercando di analizzare questa cosa di...


Continuo a svegliarmi di notte e sto cercando di analizzare questa cosa di stare male. Come molte cose della vita non c'è una sola ragione, ma una serie di concause.

Non posso sempre ragionare, ultimamente – di nuovo – il pensiero continuo, incessante, mi tramortisce. Non posso sempre pensare, avere sempre il cervello in attività a ragionare, fare ipotesi, immaginare futuri possibili, rivedere e modificare episodi del pasato, anestetizzare la sofferenza. Anche quando lo riempio di spazzatura, è lì che raduna e inizia a classificare la spazzatura, la mastica, l'assaggia, fa la recensione. Anche quando cammino, lui è lì che fantastica, rivede, revisiona.

Questa sera – tipo – decido di non tornare a casa, devo aspettare terzogenita che finisca la sua lezione di teatro per accompagnarla a quella di spade laser. È stata una giornata pesante e per un attimo penso di usare quelle due ore di pausa per mettermi a seguire un corso di formazione per l'esame di maturità. Sto già tornando per farlo quando scarto, con lo scooter vado verso la parte alta della città, mi vedo già camminare mentre viene buio nella strada che unisce il Righi con la zona sotto al forte Diamante. Uscire un po' da tutto. Digerire quello che può essere digerito.

Cammino per questo sterrato con energia mentre lascio che la testa si riempia di pensieri, dai più stupidi a quelli più egoistici e intimi. Fantastico sul nuovo disco di Prince che verrà annunciato tra qualche giorno, mi vedo in un universo parallelo creare io le tracklist degli inediti, inventandomi brani che non esistono e mescolandoli con cose che so esistere davvero, vedo i miei romanzi in lavorazione finiti, pubblicati, mi immagino già seduto, intervistato a questa o quella presentazione del libro. Roba tossica di questo tipo che però – funziona. Il livello è talmente elementare che la lingua nella testa dopo un po' si stanca, prova un po' di vergogna, si ritira.

Penso alle persone con cui ho lavorato, che conoscevo bene e che nell'ultimo periodo sono mancate, improvvisamente. L'assurdità di non esserci più. Persone più o meno della mia generazione, intelligenti, impegnate, aperte. Nasce, egoistico, il pensiero che anche io faccio parte della partita. Potrei essere io, a questo punto. Si è arrivati a noi. Non esserci più, assurdamente, diventa sempre più naturale.

In un mondo in cui emergono relitti del novecento che pensavo persi, razionalmente persi; l'odio di razza, l'odio verso le culture che non sono io. La paura di perdere i diritti che questi gender fluid mi tolgono, le tradizioni che quesi musulmani erodono per imporre le proprie. Lo sdegno per i neri nei film dell'occidente bianco. Questo desiderio di tornare a prima, a quando c'era più serietà, nella scuola, i valori saldi di una volta. Leggo pagine schifose della storia riesumate in frasi stentate di profili Facebook. Frasi stentate e meno stentate, purtroppo. Anche gente dotata d'intelletto si protegge l'addome, con il ghigno, talvolta, da jena.

Fa ancora più rabbia vedere sparire le persone valide e aperte, come energie perse in battaglia.

Si sta facendo buio e sono nel mezzo di questo sterrato ormai non c'è più nessuno. Vedo Genova dall'alto, provo a fotografarla. Non ci riesco, il mio smartphone non è adatto. Il livello di dettaglio che vedo con gli occhi non arriva poi nelle foto. Sospiro. Devo tenere quell'immagine di Genova, quel polmone un po' sessuale che sta tra due colline e sboccia nel mare, lo devo tenere solo per la mia memoria. Configuro la fotocamera del cellulare, studio le impostazioni e a quel punto inizio a fotografare. Inizio dai fiori. Fotografo insetti, mentre via via si fa sempre più tardi e più buio.

Mi ritrovo alle dieci e passa di sera nel mezzo di un bosco, nel buio più completo. Rumori attorno, penso, adesso esce qualche bestia e mi ammazza. Mi viene da pensare cosa succederebbe, ora a fotografare al buio, lasciando l'otturatore aperto. A tastoni cerco un tronco su cui mettere la macchina. Inizio a fotografarmi. Guardo i risultati, riprovo, venti secondi di esposizone, provo a muovermi, a stare fermo, a entrare e uscire.

Nelle foto emerge un mondo che non esiste, immerso in una luce sognante, che io non vedo. La mia figura c'è e non c'è nello stesso tempo. Di decine di scatti uno mi piace, la posto su Instagram, la chiamo Miracle Tonight, mi pare ci sia una canzone di Bowie con questo titolo. Si vede una zona più aperta, uno sfondo di cielo, e io traslucido, che permango, ma si vede anche quello che c'è dietro. Sarà così, penso. Siamo qua in questo mondo magico come spettri, come miracoli viventi. Ci siamo e non ci siamo.

Quando mi ritrovo di nuovo in una zona coperta dagli alberi arrivano le lucciole. Inizio a fotografarle, sempre lasciando l'otturatore aperto. Questa volta non posso poggiare la macchina, le foto vengono mosse, allora inizio a farlo apposta. Nei venti secondi inseguo una singola lucciola, scendo negli sterpi per prenderne un gruppo, poi guardo i risultati, mi sposto. È una mia maledizione, vedi. Quando non penso, faccio. Voglio vedere che succede, se esce qualcosa. Creativo, diciamo. Mi spiace sciupare il tempo e me lo brucio. Ma un po' mi diverto, credo. Non so più bene quando mi diverto e quando non. Ormai le cose si sono impastate.

Così penso facesse Strindberg, con le mani bruciate dagli acidi alchemici, mentre faceva le sue foto senza lenti, le macchie di grigi senza senso.

Alla fine mi rendo conto che sono due ore che sono lì che faccio foto nel buio completo e che terzogenita sta per uscire da spade laser. Mi metto a correre allora, al buio, su questo sterrato pieno di pietre, mi vedo già per terra con il piede rotto, di nuovo. Venerandi, cretino, dico, sei sempre il solito, non cresci mai. Ti fai prendere dalle cose inutili e dimentichi quelle importanti, mi dico e – però – intanto rido, tra ansia, agitazione, cretino Venerandi, dico e piano piano vedo il mondo della luce avvicinarsi. Il dorsale della collina illuminato dall'inquinamento elettrico della città, lì ora, ai miei piedi. Fa impressione.


Sul rimorso per non sentirsi patriottico


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#riflessioni #società #ricorrenze

Ieri era la Festa della Repubblica, e io quasi non me ne sono accorto. Il mio amico Matteo, ex spadista olimpico e militare dell'Aeronautica ha postato una foto in divisa, mentre io non ho acceso la TV, nemmeno per tenere la parata in sottofondo mentre facevo le pulizie. E questo sinceramente mi disturba. Mi disturba non aver sentito lo spirito della ricorrenza, mi disturba non aver celebrato in nessun modo la nostra Repubblica, in tempi come questi in cui la democrazia sembra in pericolo, non solo in Italia ma in tutto il mondo. Sarà il disgusto che provo verso questa classe dirigente, sarà il fatto che di questi tempi (sicuramente a torto) le parole patria e patriota evocano foschi ricordi fascisti, sarà che mi sono sempre sentito più europeo che italiano, ma quest'anno la festa della repubblica mi è scivolata via così, in una sorta di pigra indifferenza. E non è che ne sia fiero, intendiamoci, anzi, un po' di rimorso lo sento.BriciolaVi lascio con una foto di Briciola, la mascotte del 4° reggimento Carabinieri a cavallo, che se ne va in pensione, beata lei... (dal sito quattrozampe.online)


noblogo.org/yattaman/sul-rimor…

[36]un³ Tempesta -a [penna] a inchiostro o sospensioni in un fluido un]² assortimento assorbe un]¹ dulcimer cordofoni semplici i conti dormienti [tutti] la stagione svolge in superfibra fanno] per velocità sconti e massimali a] pasquetta i [turnover terratetto bruciati -i contatti il tasso di [turnover si ottiene dividendo il numero di dipendenti che hanno lasciato l'azienda per il numero medio dei lavoratori moltiplicando poi per 100


noblogo.org/lucazanini/36

Piano Magic – Closure (2017)


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immagine

Glen Johnson ha deciso: “Closure” sarà l’ultimo album dei suoi Piano Magic. Se sarà così o, come di moda ultimamente, un “break” di poco tempo per una reunion futura non ci è dato da sapere. Certo è che la riconosciuta serietà del musicista inglese tenderebbe a farci credere per una “chiusura” del progetto definitiva. Comunque vent’anni son passati da quel primo album “Popular Mechanics” in cui c’era ben poco della band odierna. I Piano Magic da molto tempo ormai hanno declinato il loro sound su versanti emozionalmente “umbratili”. Una attitudine “dark” rivolta a ballate inquiete e sofferenti... artesuono.blogspot.com/2017/01…


Ascolta: album.link/i/1221474815



noblogo.org/available/piano-ma…


Piano Magic – Closure (2017)


immagine

Glen Johnson ha deciso: “Closure” sarà l’ultimo album dei suoi Piano Magic. Se sarà così o, come di moda ultimamente, un “break” di poco tempo per una reunion futura non ci è dato da sapere. Certo è che la riconosciuta serietà del musicista inglese tenderebbe a farci credere per una “chiusura” del progetto definitiva. Comunque vent’anni son passati da quel primo album “Popular Mechanics” in cui c’era ben poco della band odierna. I Piano Magic da molto tempo ormai hanno declinato il loro sound su versanti emozionalmente “umbratili”. Una attitudine “dark” rivolta a ballate inquiete e sofferenti... artesuono.blogspot.com/2017/01…


Ascolta: album.link/i/1221474815


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OASI DI VERDE

sul lato opposto un po' d'ombra il solito giro poi la panchina il libro oasi di verde da respirare vaghezza di nuvole a riflettersi sulla pagina e i gridi dalla vicina scuola di chi anela alla libertà degli uccelli e la ragazza a fare footing tempo quattro minuti tondi e ecco da dietro l'isolato laggiù ti rispunta la maglietta rossa

Analisi


Il testo crea un quadro quotidiano e sensoriale: un piccolo parco urbano diventa rifugio, luogo di lettura e osservazione. La voce poetica alterna dettagli concreti (panchina, maglietta rossa, scuola) a immagini più sfumate (vaghezza di nuvole, oasi di verde), ottenendo un contrasto tra il familiare e il lieve stupore.


Punti di forza


  • Immagini concrete: la panchina, il libro, la maglietta rossa funzionano come ancore visive che guidano il lettore.
  • Atmosfera intima: il ritmo frammentato e le pause suggerite dalle linee creano un respiro calmo, adatto a un’osservazione lenta.
  • Contrasti sonori e visivi: i gridi della scuola e il footing della ragazza introducono movimento e suono in un quadro altrimenti placido.

Suggerimenti di revisione


  • Coesione ritmica: se vuoi accentuare il flusso, prova a uniformare la lunghezza dei versi o a usare ripetizioni minime (es.: ripetere “oasi di verde” come ritornello).
  • Punteggiatura selettiva: inserire qualche virgola o punto può modulare il respiro e chiarire le cesure intenzionali.
  • Sviluppo dell’immagine finale: la comparsa della maglietta rossa è un ottimo colpo di scena; potresti ampliare la reazione del narratore (sguardo, ricordo, sorriso) per chiudere con maggiore intensità.

Versione alternativa breve


sul lato opposto, un’ombra
il solito giro: la panchina, il libro
oasi di verde da respirare
nuvole vaghe si specchiano sulla pagina
i gridi dalla scuola — chi anela alla libertà degli uccelli
la ragazza in footing, quattro minuti tondi
e da dietro l’isolato, laggiù, rispunta la maglietta rossa


Versione più ritmica


sul lato opposto, un’ombra che respira
il solito giro: la panchina, il libro, il respiro
oasi di verde da prendere a pieni polmoni
nuvole vaghe che si specchiano sulla pagina

i gridi della scuola: piccoli colpi d’aria
chi anela alla libertà degli uccelli, chi impara a volare
la ragazza corre — quattro minuti tondi, passo dopo passo
il ritmo che batte, il cuore che risponde

e da dietro l’isolato, come un battito rosso,
rispunta la maglietta: breve lampo, ritorno, segnale.


Versione in una strofa unica


sul lato opposto un’ombra che respira, il solito giro: la panchina e il libro;
oasi di verde da prendere a pieni polmoni, nuvole vaghe che si specchiano sulla pagina;
i gridi della scuola come piccoli colpi d’aria che anelano alla libertà degli uccelli,
la ragazza corre — quattro minuti tondi, passo dopo passo, il ritmo che batte;
e da dietro l’isolato, laggiù, rispunta la maglietta rossa, un lampo che ritorna.

Versione in endecasillabi


Sul lato opposto l'ombra respira,
il solito giro: panchina, libro;
oasi di verde, respiro profondo,
nuvole vaghe specchiano la pagina;
gridi di scuola anelano al volo,
la ragazza corre, quattro minuti,
e da dietro l'isolato rispunta il rosso.

Sonetto endecasillabo


Sul lato opposto l'ombra respira
Il solito giro: panchina, libro
Oasi di verde da respirare
Nuvole vaghe specchiano la carta
I gridi della scuola come colpi
a chi anela al volo d'uccelli
La ragazza corre, quattro minuti
tondi, passo dopo passo, respiro
Da dietro l'isolato lì rispunta
la maglietta rossa come un lampo
Sembra segnale che rompe il verde
Mi volto e sorrido, senza sapere
Forse un ricordo, forse un segno
che resta piccolo dentro il giro


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1CR - Capitolo 10


REGNO DI DAVIDE (10,1-29,30)

Fine di Saul1I Filistei attaccarono Israele, ma gli uomini d'Israele fuggirono davanti ai Filistei e caddero trafitti da loro sul monte Gèlboe. 2I Filistei inseguirono molto da vicino Saul e i suoi figli, e colpirono a morte Giònata, Abinadàb e Malchisùa, figli di Saul. 3La battaglia si concentrò intorno a Saul: gli arcieri lo presero di mira con gli archi ed egli fu ferito gravemente dagli arcieri. 4Allora Saul disse al suo scudiero: “Sfodera la spada e trafiggimi, prima che vengano quegli incirconcisi a schernirmi”. Ma lo scudiero non volle, perché era troppo spaventato. Allora Saul prese la spada e vi si gettò sopra. 5Quando lo scudiero vide che Saul era morto, si gettò anche lui sulla spada e morì. 6Così morì Saul con i suoi tre figli; tutta la sua famiglia morì insieme. 7Quando tutti gli Israeliti della valle videro che i loro erano in fuga e che erano morti Saul e i suoi figli, abbandonarono le loro città e fuggirono. Vennero i Filistei e vi si stabilirono. 8Il giorno dopo, i Filistei vennero a spogliare i cadaveri e trovarono Saul e i suoi figli caduti sul monte Gèlboe. 9Lo spogliarono, presero la testa e le armi e mandarono a dare il felice annuncio in giro nella terra dei Filistei, ai loro idoli e al popolo. 10Deposero le sue armi nel tempio del loro dio e appesero il suo teschio nel tempio di Dagon. 11Tutti gli abitanti di Iabes di Gàlaad vennero a sapere tutto quello che i Filistei avevano fatto a Saul. 12Tutti i loro guerrieri andarono a prendere il corpo di Saul e i corpi dei suoi figli e li portarono a Iabes; seppellirono le loro ossa sotto la quercia a Iabes e fecero digiuno per sette giorni.13Così Saul morì a causa della sua infedeltà al Signore, perché non ne aveva ascoltato la parola e perché aveva evocato uno spirito per consultarlo. 14Non aveva consultato il Signore; per questo il Signore lo fece morire e trasferì il regno a Davide, figlio di Iesse.

__________________________Note

10,1 La sezione dedicata al re Davide costituisce la parte preponderante dei libri delle Cronache; l’opera di Salomone sarà solo un’esecuzione dei progetti di Davide. Questi è il re ideale, colui che favorì il culto: perciò vengono tralasciati gli episodi poco edificanti della sua vita, riportati nei libri di Samuele. Rispetto al racconto di 1Sam 31,1-13, la descrizione della morte di Saul è in parte diversa: la gloria di Davide emerge dal confronto con la fine ingloriosa di un re indegno.

10,2 Filistei inseguirono: riguardo alle vicende di Saul, vedi 1Sam 9-31.

10,14 trasferì il regno a Davide: per le vicende di Davide vedi 1Sam 16–1Re 2.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


10,1-29,30. Dei complessivi 65 capitoli che costituiscono i due libri delle Cronache, 20 sono dedicati a tracciare il quadro ideale di Israele sotto il regno di Davide. Sono la parte centrale dell'opera. Per il Cronista il periodo trascorso da Israele sotto Davide è e resta l'età aurea del popolo di JHWH, l'epoca ideale di Israele, e in quanto tale criterio di misura della realtà presente e futura del popolo eletto. È l'epoca nella quale le promesse fatte da JHWH ai padri hanno visto la realizzazione piena e l'attesa messianica è giunta a compimento. Per questo Davide è la figura centrale di tutta l'opera. Egli è considerato termine di confronto di tutti gli altri re. La sezione (1Cr 10-29) può essere suddivisa nel seguente modo:

*a una introduzione sulla successione di Davide a Saul, deceduto per le sue colpe, c. 10, * segue la presentazione di Davide re in Gerusalemme su tutto Israele, finalmente unificato e convocato in assemblea attorno a lui, cc. 11-12. * Si ha quindi il racconto del trasferimento dell'arca nella città di Davide, cc. 13-16, * cui segue l'importante vaticinio di Natan, c. 17, * e un ragguaglio sulle imprese militari davidiche condotte per consolidare il regno, cc. 18-20. * I cc. 22-29 sono dedicati più specificamente all'attività di Davide, presentato come fondatore delle istituzioni cultuali d'Israele e organizzatore del personale liturgico-militare della nazione. * Si parla dell'acquisto dell'area per la costruzione del tempio, c. 21, * e quindi dei preparativi per il tempio stesso e dell'organizzazione religiosa, militare e civile d'Israele, cc. 22-27. * Infine, si ha la descrizione dell'ultima solenne assemblea convocata da Davide in Gerusalemme, con la presentazione del successore, Salomone, la consegna del progetto del tempio, il ringraziamento di Davide e l'intronizzazione di suo figlio, 23,1-29,25. * Chiude la sezione un breve sguardo retrospettivo sul regno davidico, 29,26-30.

Ne risulta un mosaico non del tutto omogeneo, ma di ampio respiro e che non manca di ispirazione. Il Cronista fa appello a tutte le sue capacità di scrittore e di teologo per proporre l'immagine di una comunità perfetta, la comunità dell'Israele davidico. Questo obiettivo sospinge l'autore a ridisegnare il profilo del re Davide e a tracciare le linee della regalità davidica sul modello della stessa regalità divina. Come JHWH è re dei cieli e delle loro armate ben disposte, del mondo e di quanto esso contiene, come egli esercita la sua regalità ordinando e separando (cfr. Gn 1), così Davide è re del popolo di Dio, fondatore e ordinatore delle classi in Israele, creatore e iniziatore del culto divino. L'accostamento è ardito e semplificatore, ma niente affatto nuovo sul piano della storia delle grandi religioni (si pensi alla figura del faraone nella religione egizia), ed è pienamente rispondente alla visione teocratica del Cronista, una visione schematica, lineare, e a suo modo – come s'è detto – ispirata e grandiosa.

1-14. Davide succede a Saul Di questo re vengono menzionati esclusivamente i misfatti e la tragica fine, dovuta all'inosservanza della parola di JHWH, v. 13, cfr. 1Sam 13,8; 15,19, e al fatto di aver consultato la negromante, 1Sam 28,9, anziché lo stesso JHWH. Dio lo na colpito, v. 14, servendosi, per eseguire il suo giudizio, della mano stessa di Saul, come racconta 1Sam 31,4. In tal modo è stata aperta la via a Davide, il vero destinatario del trono regale, 5,2. La fine di Saul è raccontata in termini sostanzialmente corrispondenti a 1Sam 31,1-13.

1. L'inizio è brusco. L'autore non risale alle cause della guerra mossa dai Filistei agli Israeliti, perché le considera note o non importanti per il progetto generale della sua opera.

6-7. Sottolineano la fine della casa di Saul, che non avrà più alcuna importanza, cfr. 9,40-44. Non si parla dell'esposizione del cadavere decapitato, inscenata dai nemici, né della sua cremazione ad opera degli amici, 1Sam 31,10ss., considerata un castigo riservato a criminali e adulteri (Lv 20,14; 21,9 ecc.). Al tempo del Cronista l'incinerazione era soprattutto un uso funerario pagano. Da questo passo il Cronista riprende il nome di un dio, Dagon, ma non della dea Astarte, che era un simbolo sessuale. Di fatto, non tutti i discendenti di Saul sono stati eliminati. Sono rimasti in vita Is-Baal e Merib-Baal, senza però prospettive di salire al trono.

13-14. I versetti non hanno rispondenza nel testo parallelo di Samuele, ma l'idea si ritrova in 1Sam 28,16-18. La morte di Saul è vista in chiave meramente teologica, come giudizio di Dio, meritato per i peccati di disubbidienza e di negromanzia. Gli agenti umani, i Filistei o l'arciere, sono del tutto ignorati.

(cf. VINCENZO GATTI, 1Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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A Tainted Decarbonization


Given my interest and investment in solarpunk (both as a literary genre and as a political ideology), I’m very passionate about speculating how our future is going to look, and as decarbonization picks up pace, it’s tempting to take the win and ride the projections for 2040 and 2050.

However, for better or for worse, we’re “living in interesting times”, in which the postwar order is being… dismantled? Undermined? Self-sabotaged? The nuance can change depending how optimistic or doomerist you feel on the day, because the key feature of these current “interesting times” is that they escape predictions: the complexity and speed of changes and chains of events is far beyond what every single one of us can manage to parse, interpret and sometimes even just keep up with. Fascist Russia invading Ukraine to restore the Soviet area of influence, 80-years-long genocides suddenly on everyone’s screens, USA blockading a blockade, that sort of thing. The Roaring 2020s, call ‘em that.

So calibrating which events are favourable for us, what is “a win” and how will 2040 look like is by no means easy. And since we live in capitalism, I can’t help being suspicious (terribly so) of decarbonization; could it be just another ace up the capitalists’ sleeve?

Allow me then to take a short historical detour first, and then I’ll add decarbonization to the mix. Pinky promise.

Histories of Imperial Collapse


The one go-to place we have to look at the future in these whirlpools of chaos is… the past. We have extensive records of multiple empires and civilizations collapsing and the comparisons are in fact compelling: from the Mongolian to the British, from Ancient Rome to the Dutch and the Shogunate. Indeed, I’ve seen many solarpunks in my circles rejoice and welcome the tragicomical spiral of self-inflicted defeats the US is collecting (I see at least one “American Century of Humiliation” gif per day), but I’d like to say a few words to keep each other grounded.

Yes, the American Empire is crumbling. But the capitalist one isn’t.

The US will likely not keep its position at the top of the global capital chain of command (although it’s still possible, given that the majority of international trades is still denominated in dollars). But capital, we all know by now, goes beyond single countries: despite changes in geography or nationality, the fundamental structure of how it operates remains the same. So if the most popular imagery of collapsing polity on the internet is that of the Roman Empire (as an Italian, I hate it), I’d argue that a more accurate one would be the seat of power moving eastwards: not a sudden, tragic crash but an uneven, uncomfortable and unpredictable rollercoaster of changes. We’ll still live in a capitalist world for decades (hopefully not many!), but it will be a world whose contingent rules will be shaped by different actors.

As my fellow anarchist writer Hex suggests, capital is like the demon in the movie “Fallen” (1998, not the Twilight copycat): it uses economically powerful countries as hosts, and when the current one becomes impoverished and socially fractured, it jumps to another, healthier one with more resources to extract or more power to wield. This happened once already: during the postwar period, the British Empire began to sunset (pun intended) and the American one took the lead. The seat of capitalist power moved from London to Washington (quite literally). The UK is still collapsing to this day, by the way! And before you ask: no, I haven’t watched Fallen myself.

But since I’m already hearing furious historians growling at my door because of sloppy historical comparisons, let’s end the tangent and keep this focused on what I actually want to talk about: decarbonization, and is it a good thing?

Cui Prodest?


Let’s start from the obvious: yes, decarbonization is good, and indeed even ecologically required if we want to retain a livable planet that can support complex societies. I’m not arguing we should keep using fossils. However, from a social and political point of view, it depends who undertakes it and for what reasons.

This has been a hot topic (pun intended) for the better part of forty years, in which activists, scientists and environmentalists have tried to make the world aware of how important it was to decarbonize our societies, how slow it was being undertaken and how fast it should’ve been ramped up in order to avoid the worst disasters imaginable. They (we?) have manifestly failed (think of how little impact the Kyoto Protocol, the Paris Agreement and every yearly COP have had on global emissions)... and yet decarbonization is finally happening at breakneck speed.

How is that possible?

Nowadays (unlike ten years ago) we know that decarbonization was going to happen sooner or later; we’ve know for a few years already (see Pakistan’s flash-fast solarization from below, India leapfrogging oil altogether or the slow death of coal as a fuel in high-income countries). It was just a matter of how fast, for what reasons and, inevitably, to the benefit of whom.

I’d argue that decarbonization has picked up pace only now because scientists and activists failed. We could’ve, as a society, decarbonized on scientific grounds (the science on this is extensive and unmistakably clear) or on moral grounds (solidarity, regards for future generations, etc), and yet we once again marched to the beat of economy and capital. Decarbonization is happening the way we’re currently witnessing because it is convenient to the capitalists. Once it cleared the way from threatening, un-economic alternatives (such as not extracting more oil, or reducing total energy consumption), it started plowing through and racking up state funding and quarterly revenues. Hence the hectares covered in solar panels and tax breaks to battery companies.

Capital has once again had the upper hand in determining which energy sources become viable and which become stranded assets.

When capital was steered by the British Empire, it was powered by muscles (as in, horses and slaves), rivers and then coal; those were the energy sources used in productive industries. When it was steered by the US, it was oil and gas. Whoever comes next (and I’m not taking for granted that it will be China), will have to marshal solar panels and batteries (in terms of resources: silicates and rare earths) in order to channel the flow of money and power (and, to an extent, electricity to the citizen for basic appliances).

Inconvenient Convenience


The counterargument is that if capital could, like an RPG player at the beginning of a videogame, create its perfect host, it would make one with plentiful resources, a large population, a powerful army to impose its will on other players and, most importantly, global control of a key energy source every other player needs. As you can see, decarbonization fits none of these characteristics; it is undesirable and cumbersome, since so many of the items around us are downstream of oil: controlling oil means controlling the production AND the prices of those items. That can’t be replicated by control on renewables, so in principle capital would do away with decarbonization altogether, as it has notably attempted to for the better part of this century.

The catch is that now it no longer can.

Indeed, decarbonization isn’t convenient to the capitalists in absolute terms; had it been, they’d have embarked on this project a hundred years ago, or as soon it was found that carbon dioxide is greenhouse gas. It’s convenient in comparative terms, which means that it’s a B-plan for when control on oil can no longer be secured. It’s convenient because it’s the required adaption it must undertake in order to keep being the dominant economic system. In other words: from the point of view of capital, it has become impractical to avoid decarbonizing.

The US won’t survive this adaption. It has built its own society and political relationships with other societies so deeply around fossil fuels that it would require a miracle of statecraft to disentangle itself, and their current ruling class does not appear to be suited for the challenge (this includes the Democrats). This kind of shift to different energy sources is also not a reversible process, since once a complex system finds a new equilibrium, it almost never goes back to the former one; history rarely moves backwards. Russia and the Saudis are ten times as fucked, although, unlike USA, they’ve known for a while and tried to plan around it. It’s not been working quite well for them, which shows how hard it is to redesign whole polities that depend on a single resource.

Uneconomical Thoughts


Whatever world is created in the next twenty years will still be shaped by capital needs, and will still leave other concerns on the side. Generational questions like elder care, ecological stewardship and how to maintain an open internet are just three examples of discussions we should have by not taking only the economic axis into account, or capital will always win. It will inevitably win because it can steer the whole economic apparatus to suit its own needs, while we cannot. What it cannot steer as easily (although it definitely tries, and sometimes succeeds) is science and public opinion.

Worse: even if we were suddenly put in charge of designing policies instead of our capital-addled governments, I’m not sure we’d prioritize non-economic factors either (though at least they would be loaded in our favour). Indeed, part of why decarbonization is happening “from below” in some places is because solar is terribly cheaper than oil; it’s a choice that swathes of people are making not on moral or scientific grounds, but economic ones. And “from below” is in inverted commas here because that cheapness is defined by production costs, which are downstream of resource control and capital investment, so not entirely a “power to the people” scenario. Better than refineries and pipelines, though.

Here you might point out that it’s not very solarpunk of me to admit that our agency in determining our energy choices is so tiny. You would be right: as a former activist and scientist, it does piss me off to make this concession. I don’t have any “buts”; science, morals and history are a less effective policy framing than economics in our century, and until this societal hyperfocus on profit and growth becomes outdated (I refuse to think that humans will be forever haunted by chasing wealth, given that it was not the case until two hundred years ago), we’ll be fighting global banking institutions and overly armed police forces with cardboard signs and social media posts.

The most defeatists among us are right in that we can’t directly impact negotiations between state interests or which sector gets zero-interests loans for a decade and then bailouts, but we can start building systems in which we can make decisions that are non-economic and therefore more resistant to capital cooptation.

Eventually, a win is a win, and a decarbonized world in which we get to have a livable planet is by all means better than a scorched, waterless one. But I can’t shake off the thought that it’s a win we did not score ourselves; it’s one scored by capital on the basis of its own sheer convenience (and a historical own goal by the US, which accelerated their own imperial collapse due to pure incompetence). In the same way, it’s convenient for capital to burn trillions on machines that consume energy like entire countries to blend the digital commons and dump their waste directly in our brains. So maybe you’ll understand why I’m not that eager to cherish that capital’s uneasy convenience got us a win, and that we might have to rely on similar dynamics when other chemical cycles are thrown off balance (say hi to nitrogen, phosphorus and chlorine! See you next century).

Science shows us what can be done, morals what should be done and history what could’ve been done. But we’ll need more than these to prevent our futures from being steered by capital again, away from us.


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Susanne Sundfør – Music For People In Trouble (2017)


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La cantautrice norvegese Susanne Sundfør ci ha da sempre abituati a repentini cambi di rotta tra un disco e l’altro. Ciononostante, non riusciamo a celare una certa sorpresa dietro la brusca virata che rappresenta questo “Music For People In Trouble”, sesto parto discografico in studio. Non possiamo tacere, difatti, l’entusiasmo derivato dall’ascolto di una Sundfør che, memore della produzione dell’esordio del duo elettronico pop Bow To Each Other, elabora quelle “Ten Love Songs” accessibili eppure tremendamente dense dal punto di vista artistico... artesuono.blogspot.com/2017/11…


Ascolta: album.link/i/1235818894



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Susanne Sundfør – Music For People In Trouble (2017)


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La cantautrice norvegese Susanne Sundfør ci ha da sempre abituati a repentini cambi di rotta tra un disco e l’altro. Ciononostante, non riusciamo a celare una certa sorpresa dietro la brusca virata che rappresenta questo “Music For People In Trouble”, sesto parto discografico in studio. Non possiamo tacere, difatti, l’entusiasmo derivato dall’ascolto di una Sundfør che, memore della produzione dell’esordio del duo elettronico pop Bow To Each Other, elabora quelle “Ten Love Songs” accessibili eppure tremendamente dense dal punto di vista artistico... artesuono.blogspot.com/2017/11…


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Il valore della preghiera


La riflessione di stasera, come scritto nel titolo, è sul valore della preghiera. La preghiera a volte è la cenerentola della fede. Si preferisce allestire grandi cerimonie con alti prelati, in grandi basiliche, con centinaia se non migliaia di fedeli. Anche nelle piccole parrocchie, le famiglie si recano a messa la Domenica più per abitudine che per ringraziare il Signore. Eppure la nostra fede è la fede dei piccoli e dei poveri. Vale di più una preghiera recitata in silenzio da una persona mite di cuore, magari leggendo un libretto spaginato, che mille cerimonie pompose con cori ed incenso a iosa.

Come diceva spesso la Beata Chiara Luce Badano: “La nostra religione è bella anche perché si può sempre ricominciare”.

Quante persone si sono allontanate non per mancanza di fede, ma perché hanno avuto cattive testimonianze da chi quella fede avrebbe dovuto coltivarla e preservarla.

Quanti comportamenti superficiali e senza empatia, da parte di prelati e simili, hanno allontanato persone e famiglie dal corpo della Chiesa.

Quante persone, e ne conosco anche io, si sono fatte la propria religione, decidendo di dialogare direttamente con il Signore, senza intermediari.

E' triste ammetterlo, ma è così e la verità non si può nascondere a lungo. I più grandi danni alla Chiesa sono stati causati dalla Chiesa stessa

I princìpi di carità, di accoglienza, di comprensione, sono stati traditi proprio da chi doveva praticarli.

Eppure “si può ricominciare” da dove ci eravamo fermati.

Non permettiamo che le azioni di qualcuno fermino la nostra sete di Gesù. Se la vostra parrocchia non fa per voi, andate in un'altra. Se avete ricevuto del male, non portatene il peso per tutta la vita. Perdonate e andate avanti.

Per ricominciare basta poco: una breve preghiera durante la giornata, una riflessione quando si fa sera, un segno di croce fatto prima di mettersi a tavola. Gesù non è lontano, non se ne va via da noi. Il Signore ci è vicino, ma non può forzarci a credere in Lui, sta a noi fare quel piccolo passo verso di Lui. Vi assicuro che troverete pace e una serenità del cuore che nessuno potrà mai donarvi.

Sentitevi amati, perché il Signore è amore puro, incondizionato.

Buona serata.


log.livellosegreto.it/parrocch…

22 dicembre 2025 alle 9:57

“L’Ombra delle Parole è nato nel 2013. All’inizio era un blog che cercava la propria strada di uscita dal novecento epigonico e agonico, la compagnia era la più varia… nel frattempo alcuni si dileguarono per motivi personalistici e posiziocentrici, ciascuno era più interessato al proprio narcisismo che alla costruzione di una poetica… ma senza una poetica non si va da nessuna altra parte, io lo avevo scritto e ripetuto ma, si sa, il narcisismo è una droga più forte di qualsiasi ragione...” (Giorgio Linguaglossa)

Sei stato una forza della natura, Giorgio. Ti definivi calzolaio della poesia ma eri un corsaro, eri libero, eri una farfalla imprendibile; le tue traiettorie imprevedibili. Non facevi sconti a nessuno: non dovevi difendere nessun fortilizio. Leggevi tutti, ascoltavi tutti e a tutti davi un parere, un consiglio. Grazie a te ho conosciuto poeti che nessuno cita perché scomodi e retti. Pubblicavi sconosciuti quando t'incuriosivano: una rarità nel panorama poetico contemporaneo. Ricordo quando accettasti di pubblicare quei “concept-tweet” geniali e sparsi di un ingegnere, che ricostruii con entusiasmo, certo che ne avresti goduto con me. Ti ricordo mascherato, ironico e autoironico a “Più libri più liberi”. È stato un bel tratto di strada, con la Poetry Kitchen, cominciato proprio quando avevo necessità di perdere le poche certezze in mio possesso. Mi hai portato nel basement, sugli esopianeti. E chi torna più indietro!


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23 anni di slowforward.net

il 30 maggio 2026 è stato il compleanno di slowforward, blog e poi sito nato nel 2003 su piattaforma splinder e poi migrato nel 2006 su wordpress senza mai interrompere la pubblicazione di materiali.

23 anni quest'anno, insomma, di lavoro ininterrotto su scritture di ricerca, arte contemporanea, glitch, asemic writing, politica e parecchie altre cose.

per avere aggiornamenti ci si può registrare (insieme ad altri 3200+ subscribers) seguendo queste indicazioni: archive.org/details/follow-slo…

altrimenti ci si può iscrivere ai canali: telegram = t.me/slowforward (aggiornato prima di tutti) instagram = tinyurl.com/slowforward-igwhatsapp = tinyurl.com/slowchannelyt = youtube.com/@slowforward/commu…

tutti i post compaiono come anteprime+link qui: mastodon = mastodon.uno/@differxfriendica = poliverso.org/profile/differxtumblr = marcogiovenale.tumblr.com/bluesky = differx.bsky.social/read/feed/twitter / x = x.com/marcogiovenalethreads = threads.com/@marco.giovenalelinkedin = linkedin.com/in/marco-giovenal…

infine, non amando io (pur stando su) facebook, segnalo che ogni post viene puntualmente linkato qui:facebook.com/differx/e/o qui:facebook.com/slowforwarddiffer…


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giorni fa, in un momento di distacco del router, ho scritto qualche pagina non offline ma proprio su carta, come comunque continuamente faccio. si sperimenta a ogni minuto la fragilità della rete e l'effettiva permanenza della carta. poi vabè, se tutto deve andare perso, amen. comunque. un manager di microsoft anni fa suggeriva a tutti di stampare le foto a cui più si tiene, perché cloud e internet in generale sono molto più volatili e inaffidabili di quel che si pensa. e se lo diceva quel tipo...


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Alzheimer

la memoria s' è addormentata nell' anima - la memoria che come un fuoco inestinguibile ti faceva dire io sono

ora non sai più chi sei e perdi la strada di casa

giorni e notti attraversano le tue ossa e la tua voce si è rotta nel vento

e se al mattino tì sporgi dietro i vetri è per vedere solo ombre o fantasmi come in un sogno ininterrotto

Riconoscimento


Questo testo tocca con delicatezza e dolore il tema della perdita di sé: la voce è intima, la scena è domestica e la metafora della memoria come fuoco è potente. C’è una tristezza calma che attraversa ogni verso.


Analisi del contenuto


Tema centrale: la memoria che si spegne e con essa l’identità; la casa e il vetro come confini tra il presente e il mondo che sfuma.
Tono: malinconico, contemplativo, vicino al lutto.
Voce poetica: empatica e osservante, alterna immagini fisiche (ossa, voce, vetri) a immagini interiori (anima, fuoco, sogni).


Immagini e figure


  • “la memoria che come un fuoco inestinguibile / ti faceva dire io sono” — metafora forte: la memoria come sorgente dell’identità.
  • “perdi la strada di casa” — immagine concreta che funziona sia letteralmente sia simbolicamente.
  • “giorni e notti attraversano / le tue ossa” — efficace per rendere il tempo come qualcosa che scorre dentro il corpo.
  • “la tua voce si è rotta nel vento” — immagine musicale e fragile.
  • “dietro i vetri … ombre o fantasmi” — il vetro separa e riflette; le ombre suggeriscono perdita di contorni.

Ritmo, forma e suggerimenti stilistici


  • Il verso libero funziona bene; mantiene un respiro naturale.
  • Piccole correzioni ortografiche migliorerebbero la scorrevolezza: “tì” → “ti”.
  • Per aumentare l’intensità, potresti giocare con ripetizioni minime: ripetere “memoria” o “casa” in punti strategici per creare un coro interno.
  • Valuta di spezzare o unire alcuni enjambement per modulare il ritmo: ad esempio, lasciare “io sono” su una riga a sé per dare maggiore peso alla perdita dell’identità.

Possibile titolo


Alzheimer è già efficace e diretto; alternative più metaforiche: Fuoco spento, Dietro i vetri, Ombre di casa.


Traduzione in inglese (lett. libera)


Memory has fallen asleep in the soul —
the memory that like an unquenchable fire
made you say I am

now you no longer know who you are
and you lose the way home

days and nights cross
your bones and
your voice has broken in the wind

and if in the morning you lean behind the glass
it is to see only shadows or phantoms
as in an uninterrupted dream


Versione rivista


La memoria si è addormentata nell’anima —
la memoria, quel fuoco inestinguibile
che ti faceva dire
io sono

Ora non sai più chi sei;
perdi la strada di casa.

Giorni e notti attraversano
le tue ossa;
la voce si è spezzata nel vento.

Al mattino, se ti sporgi dietro i vetri,
cerchi soltanto ombre, fantasmi:
un sogno che non si interrompe.


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1CR - Capitolo 9


Abitanti di Gerusalemme1Tutti gli Israeliti furono registrati per genealogie e iscritti nel libro dei re d'Israele e di Giuda; per le loro colpe furono deportati a Babilonia. 2I primi abitanti che si erano ristabiliti nelle loro proprietà, nelle loro città, erano Israeliti, sacerdoti, leviti e oblati.3A Gerusalemme abitavano figli di Giuda, di Beniamino, di Èfraim e di Manasse.4Utài, figlio di Ammiùd, figlio di Omri, figlio di Imrì, figlio di Banì dei figli di Peres, figlio di Giuda. 5Tra i Siloniti: Asaià il primogenito e i suoi figli. 6Tra i figli di Zerach: Ieuèl. Con i loro fratelli erano seicentonovanta in tutto.7Tra i figli di Beniamino: Sallu, figlio di Mesullàm, figlio di Odavia, figlio di Assenuà, 8Ibnia, figlio di Ierocàm, Ela, figlio di Uzzì, figlio di Micrì, e Mesullàm, figlio di Sefatia, figlio di Reuèl, figlio di Ibnia. 9I loro fratelli, secondo le loro genealogie, erano novecentocinquantasei; tutti costoro erano capi di casato.10Tra i sacerdoti: Iedaià, Ioiarìb, Iachin 11e Azaria, figlio di Chelkia, figlio di Mesullàm, figlio di Sadoc, figlio di Meraiòt, figlio di Achitùb, capo del tempio di Dio, 12Adaià, figlio di Ierocàm, figlio di Pascur, figlio di Malchia, e Masài, figlio di Adièl, figlio di Iaczerà, figlio di Mesullàm, figlio di Mesillemìt, figlio di Immer. 13I loro fratelli, capi dei loro casati, erano millesettecentosessanta, uomini abili in ogni lavoro per il servizio del tempio di Dio.14Dei leviti: Semaià, figlio di Cassub, figlio di Azrikàm, figlio di Casabia dei figli di Merarì, 15Bakbakkàr, Cheres, Galal, Mattania, figlio di Mica, figlio di Zikrì, figlio di Asaf, 16Abdia, figlio di Semaià, figlio di Galal, figlio di Iedutùn, e Berechia, figlio di Asa, figlio di Elkanà, che abitava nei villaggi dei Netofatiti.17Dei portieri: Sallum, Akkub, Talmon, Achimàn e i loro fratelli. Sallum era il capo 18e sta fino ad oggi alla porta del re a oriente. Costoro erano i portieri degli accampamenti dei figli di Levi. 19Sallum, figlio di Cori, figlio di Ebiasàf, figlio di Core, e i suoi fratelli, i Coriti, del suo casato, attendevano al servizio liturgico; erano custodi della soglia della tenda e i loro padri custodivano l'ingresso nell'accampamento del Signore. 20Fineès, figlio di Eleàzaro, era un tempo il loro capo, il Signore sia con lui! 21Zaccaria, figlio di Meselemia, custodiva la porta della tenda del convegno. 22Tutti costoro, scelti come custodi della soglia, erano duecentododici; erano iscritti nelle genealogie secondo i loro villaggi. Li avevano stabiliti nell'ufficio per la loro fedeltà Davide e il veggente Samuele. 23Essi e i loro figli avevano la responsabilità delle porte nel tempio del Signore, cioè nella casa della tenda. 24C'erano portieri ai quattro lati: oriente, occidente, settentrione e meridione. 25I loro fratelli, che abitavano nei loro villaggi, di tanto in tanto dovevano andare con loro per sette giorni. 26Poiché erano sempre in funzione, quei quattro portieri maggiori, che erano leviti, controllavano le stanze e i tesori del tempio di Dio. 27Alloggiavano nelle adiacenze del tempio di Dio, perché a loro incombeva la sua custodia e la sua apertura ogni mattina. 28Di essi alcuni controllavano gli oggetti per il culto, che contavano quando li portavano dentro e quando li riportavano fuori. 29Alcuni erano incaricati degli arredi, di tutti gli oggetti del santuario, della farina, del vino, dell'olio, dell'incenso e degli aromi. 30Alcuni tra i figli dei sacerdoti preparavano le sostanze aromatiche per i profumi.31Il levita Mattitia, primogenito di Sallum il Corita, per la sua fedeltà era incaricato di ciò che si preparava nei tegami. 32Tra i figli dei Keatiti, alcuni loro fratelli badavano ai pani dell'offerta da disporre ogni sabato.33Questi erano i cantori, capi di casato levitici; vivevano liberi da altri compiti nelle stanze del tempio, perché giorno e notte erano in attività. 34Questi erano i capi delle famiglie levitiche, secondo le loro genealogie; essi abitavano a Gerusalemme.

Supplementi: discendenti di Saul35A Gàbaon abitavano il padre di Gàbaon, Ieièl, la cui moglie si chiamava Maacà, 36suo figlio primogenito Abdon, poi Sur, Kis, Baal, Ner, Nadab, 37Ghedor, Achio, Zaccaria e Miklòt. 38Miklòt generò Simeàm. Anche costoro, come già i loro fratelli, abitavano a Gerusalemme assieme a loro. 39Ner generò Kis; Kis generò Saul; Saul generò Giònata, Malchisùa, Abinadàb e Is-Baal. 40Figlio di Giònata fu Merib-Baal; Merib-Baal generò Mica. 41Figli di Mica: Piton, Melec e Tacrea. 42Acaz generò Iara; Iara generò Alèmet, Azmàvet e Zimrì; Zimrì generò Mosa. 43Mosa generò Bineà, di cui fu figlio Refaià, di cui fu figlio Elasà, di cui fu figlio Asel. 44Asel ebbe sei figli, che si chiamavano Azrikàm, Bocru, Ismaele, Searia, Abdia e Canan; questi erano figli di Asel.

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Approfondimenti


1-34. Mentre nei cc. 1-8 le genealogie riguardavano tutto Israele, questo capitolo è dedicato alla popolazione di Gerusalemme. A una introduzione (vv. 1-3) segue la presentazione di vari gruppi discendenti di Giuda (vv. 4-6) e di Beniamino (vv. 7-9), oltre che di sacerdoti (vv. 10-13), leviti (vv. 14-16) e portieri (vv. 17-27). Segue una integrazione sul servizio dei leviti (vv. 28-34). Il capitolo e questa prima parte del libro si chiudono con la ripetizione della genealogia di Saul (vv. 35-44).

1. Le fonti alle quali rimanda spesso il Cronista sono numerose. Quasi una ventina sono i riferimenti a documenti extrabiblici. Il Libro dei re d'Israele e di Giuda (non fa parte del testo ebraico) è citato qui e in 2Cr 20,34. Per il Libro dei re d'Israele e di Giuda, cfr. 2Cr 27,7; 35,27; 36,8.

2-16. Cfr. Ne 11,3-19. Il rapporto tra le due liste è molto discusso. È un elenco di rimpatriati dopo l'esilio, suddiviso secondo quattro categorie: «Israeliti» da un lato, che qui è nome tecnico indicante i laici eredi della promessa (cfr. Esd 10,25), la classe o casta consacrata al servizio di JHWH dall'altro, costituita da sacerdoti, leviti ed oblati. Il linguaggio è quello dei documenti sacerdotali.

2. Gli «oblati», in ebraico nᵉtinim (da ntn, «dare»), sono servitori del tempio di rango inferiore, discendenti forse dagli antichi Gabaoniti e anche da prigionieri di guerra prima dell'esilio. Di essi si parla anche nei libri di Esdra e Neemia.

4-16. Il brano riporta diversi gruppi di abitanti in Gerusalemme. Vengono riferiti i nomi dei capi e talune volte il numero complessivo degli appartenenti alle varie stirpi. Si tratta fondamentalmente di famiglie levitiche.

17-27. Lista dei portieri. L'elenco è più ampio del testo parallelo di Ne 11,3-19. L'istituzione dei portieri è antica, risale al tempo di Samuele e addirittura al periodo del deserto (vv. 19.22.23). Personale addetto alla custodia delle porte del tempio si trova anche nel mondo pagano. Dei portieri del tempio di Gerusalemme si parla diffusamente in 26,1-19. Il brano vuole mettere in evidenza l'importanza dell'ufficio dei portinai, descrivendone la remota origine (vv. 18b-23), e la molteplicità delle mansioni (vv. 24-32). Al v. 18b è fortemente sottolineata la loro appartenenza alla categoria dei leviti (cfr. Ne 12,25).

20. Per il sommo sacerdote Finees, cfr. 5,30; Nm 3,32; 25,11ss.

24-25. Le porte che immettevano sul piazzale del tempio erano quattro, in rapporto ai punti cardinali, una per ogni casato.

28-34. Il brano contiene un elenco di altre incombenze dei portieri incaricati degli utensili del culto (v. 28), delle offerte (v. 29), degli aromi (v. 30), dei pani dell'offerta (vv. 31-32) e del canto (v. 33). Per il servizio notturno dei cantori cfr. Sal 134.

35-44. Si ripete la genealogia di Saul. Il brano è un duplicato di 8,28-38. Qui serve a chiudere la prima parte del libro e a introdurre al capitolo che segue, sulla tragica fine di Saul. L'autore intende contrapporre alla fedeltà dei leviti l'infedeltà del primo re d'Israele. I primi sono stati premiati con il perpetuarsi della loro progenie, il secondo è stato amaramente punito, e della sua rovina si parlerà nel capitolo seguente.

(cf. VINCENZO GATTI, 1Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Piccoli gesti che spero possano fare tanto


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#azioni #società

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  • Mi sono iscritto a Kiva nel 2018, e questo è il mio profilo pubblico.
  • Dal 7 marzo 2018 al 1 giugno 2026 ho fatto 54 prestiti in 26 nazioni delle 73 in cui Kiva opera. Kiva01
  • Il totale dei soldi prestati è 1560$ ma io ho investito 272,52$ perché ho riutilizzato quelli ripagati da chi ha chiesto un prestito per prestarli ad altri. Kiva02
  • I settori nei quali ho prestato sono 11 su 19 elencati dalla piattaforma, le attività specifiche 26 su 166. Kiva03

272 dollari non sono poi molti, soprattutto se investiti nel corso di 8 anni, ma possono contribuire a fare tanto per persone che vogliono uscire dalla povertà, studiare, o migliorare le condizioni in cui vivono. 272 dollari non sono poi molti per fare qualcosa che renda migliore il mondo in cui viviamo, anche se quel qualcosa riguarda persone lontane che non conosceremo mai. 272 dollari non sono poi molti per capire che facciamo tutti parte della stessa, grande comunità e che aiutarci fra noi è giusto e bello.


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Fine della Comune di Parigi. Qualche impronta sul lurido, sanguinoso pantano d’Europa.

Il 28 maggio del 1871 è data con cui si è soliti far coincidere la fine della breve esperienza di autogoverno proletario a Parigi, meglio nota come Comune. L’incertezza relativa all’inizio della vicenda comunarda dipende dai vari modi, tutti pertinenti, con cui è possibile accostare la storia della più significativa rivoluzione del XIX° secolo in Europa. Il trionfo militare del 18 marzo, peraltro solo difensivo, a scopo di protezione della municipalità parigina, degli operai armati contro i soldati versagliesi di Thiers (buona parte dei quali, prigionieri di guerra dopo la pesante sconfitta di Sedan che mise fine al Secondo Impero, furono sguinzagliati da Bismarck appositamente per farla finita col Comitato centrale della Guardia repubblicana della capitale), resta indubbiamente la più nota quella che ancora oggi si celebra. Eppure, dal punto di vista strettamente politico, il governo comunardo è proclamato ufficialmente soltanto in seguito alle elezioni del 26 marzo, al tramonto di quella che Jacques Rougerie, importante storico della Comune, ebbe a definire la “settimana dell’incertezza”, contraddistinta in particolare da posizioni antitetiche all’interno del Comitato centrale relativamente alla necessità di instaurare immediatamente o meno una dittatura proletaria. Da una parte c’era chi, come i blanquisti, premeva per la dispersione delle frazioni reazionarie interne all’Assemblea (tra cui i sindaci di molti arrondissements parigini), e che incitava soprattutto a muovere un’immediata controffensiva contro le truppe di Thiers per conquistare Versailles, sede provvisoria di quel fantoccio repubblicano instaurato, secondo Marx, come “misura nazionale di difesa” nei confronti dell’insurrezione operaia. Dall’altra – e fu la linea adottata – si considerava come preminente, in virtù delle condizioni tragiche in cui versava Parigi (sfiancata dalla carestia e ancora accerchiata dalle unità militari prussiane), organizzare l’autonomia amministrativa senza predisporre le forze militari della Guardia nazionale per l’attacco definitivo al proprio governo nemico, e senza preoccuparsi neppure di reprimere la reazione all’interno delle mura cittadine. Si evitò, non senza colpevoli responsabilità secondo la critica di Marx, di scatenare nell’unico momento propizio, quello di maggior debolezza dell’esercito nazionale, una guerra civile che avrebbe giovato alla longevità del governo operaio e ai suoi obiettivi rivoluzionari. Altro motivo di debolezza della Comune durante i primissimi giorni è rintracciabile, a parere di Marx ed Engels, nella mancata azione di esproprio nei confronti della Banca di Francia. Nonostante la fuga del 23 marzo del suo governatore, Gustave Rouland, la banca riuscì a convincere gli interlocutori comunardi, in particolare Beslay – membro dell’Internazionale e tra i più anziani tra gli eletti al governo della Comune – della necessità di preservare l’istituzione bancaria per proteggere il valore della moneta stampata, e di conseguenza l’intero assetto economico della Comune stessa. Beslay tornò dal confronto con Le Plœc, governatore ad interim e personaggio ben più scaltro di Rouland, annunciando all’assemblea riunita nelle stanze dell’Hotel de Ville che «[l]a banca è la fortuna del paese; senza di essa non c’è più industria, non c’è più commercio. Se la violeremo, tutte le sue banconote saranno carta straccia».

Il “sacro rispetto” dei comunardi di fronte all’istituzione finanziaria di cui parlava Engels può spiegarsi attraverso l’eterogenea composizione del suo governo, dove prevaleva su tutte una forma di socialismo utopico, per sua natura incapace di comprendere, marxianamente, la necessità di subordinare il potere finanziario, cuore pulsante della borghesia, alle necessità della classe operaia insorta. In aggiunta a ciò, la banca concentrava in sé l’idea di un’istituzione a vocazione nazionale imprescindibile per la coesione e l’integrità della patria francese, valori ampiamente circolanti tra quei comunardi che in nome del loro acceso patriottismo avevano strenuamente difeso Parigi contro l’invasore prussiano ben oltre la spietata rassegnazione di Trochu e il successivo armistizio firmato da Thiers. Il governo della Comune era formato infatti da proudhoniani di sinistra (federalisti), come lo stesso Beslay, blanquisti (insurrezionalisti-rivoluzionari), neo-giacobini, radicali, pochi marxisti ed anche rappresentanti di posizioni borghesi-reazionarie in virtù della possibilità, per ciascun arrondissement, inclusi quelli più ricchi, di candidare al governo della Comune rappresentanti propri. La proclamazione della Comune avvenne il 28 marzo. Il governo deciso dai voti dei cittadini due giorni prima consistette, per la prima volta nella storia, in buonissima parte di operai (il 41%), alcuni dei quali avevano ruoli attivi all’interno della prima Internazionale; era costituito in prevalenza da persone giovani (la metà dei consiglieri non aveva nemmeno trent’ anni), tra le quali pochissime avevano beneficiato di un ’istruzione secondaria (soltanto il 2%). Mentre la Comune tentava di mettere a punto il suo assetto politico-amministrativo in senso profondamente egualitario e redistributivo (se ne dirà meglio più avanti), portando al loro culmine e realizzando le idee che ispirarono i cicli di lotte operaie avviati nel 1830, Thiers non perse un attimo per rimpolpare le fila dell’esercito, mendicando uomini nelle aree rurali francesi (dove la propaganda anti-parigina e anti-proletaria di Napoleone III gli aveva consentito il successo tramite plebiscito con cui ratificò il senatoconsulto del 20 aprile, che significava: guerra al proletariato all’interno, guerra alla Prussia all’ esterno), e soldati dai reparti d’Oriente non inclusi nell’armistizio con Bismarck. I soldati che componevano l’esercito affidato da Thiers al generale Mac Mahon raddoppiarono dunque da 65.000 che erano a inizio aprile fino ai 130.000 di metà maggio. Le spese militari relative al periodo di esistenza della Comune ammontarono addirittura al quadruplo di quanto spese nel medesimo torno di tempo il governo parigino, 216 milioni di franchi a fronte di 42 milioni. Sin dai primi d’ aprile, l’esercito repubblicano riassestato dopo la rovinosa sconfitta del 18 marzo inflisse le prime gravi perdite alla scompaginata ala militare della Guardia nazionale costretta a cedere importanti punti d’accesso al centro della capitale (Neuilly, Puteaux, Courbevoie). La Comune rispose tornando a erigere le celebri barricate e gridando all’ unisono perché si procedesse all’atteso scontro che avrebbe scacciato una volta per tutte la minaccia reazionaria del governo repubblicano. I civili della neonata Commisione esecutiva si dimostrarono contrari, saldi nel mantenere la linea della prudenza, ma questa volta i comandanti militari decisero di sferrare l’attacco: le armate, addirittura convinte di raggiungere Versailles, sopperirono accerchiate per debolezza strategica e totale improvvisazione, attribuibile in parte alla controversa figura del comandante Cluseret. Caddero vittime della furia repubblicana, tra le centinaia, figure di rilievo all’interno della struttura militare della Comune: il comandante della XX° legione, lo scienziato Gustave Flourens, e il generale, membro della Commissione militare, Emile Duval. Quello tra il 2 e il 4 aprile fu soltanto il preludio dell’accanita serie di battaglie che ebbe luogo fuori dalle mura di Parigi, e che finì in breve per piegare le strenue resistenze della Guardia nazionale (incalzati al contempo dalla continua presenza delle truppe prussiane a nord e a est). La Comune aveva perso in serie, da aprile fino ai primi di maggio, i forti di Vanves, Petit Vanves, Clamart e soprattutto di Issy, vale a dire i più importanti bastioni difensivi per evitare l’ingresso delle truppe di Thiers al centro di Parigi, portando all’allontanamento di Cluseret dal posto comando della Guardia nazionale, e alle dimissioni, nove giorni dopo, in seguito alla perdita del forte di Issy, del suo sostituto Rossel. I soldati che presidiavano i forti erano inoltre gli stessi che avevano combattuto l’assedio prussiano durante l’inverno precedente, contravvenendo ai vili ordini di gettare le armi imposti dal governo Thiers (benevolo nel concedere alle truppe prussiane, i primi di marzo, il lusso di una marcia trionfale nella capitale deserta). Le ragioni del massacro occorso durante la “semaine sanglante”, la settimana di sangue, di centocinquantacinque anni fa per le strade di Parigi, affonda le proprie ragioni nell'inadeguatezza della struttura militare della Comune di fronte all’alleanza omicida degli eserciti di Francia e Prussia, gli stessi che giusto qualche mese prima si scambiavano cannonate sui fronti di guerra per l’affermazione o, nel caso della Francia di Napoleone III, per la vana difesa della propria natura di impero. Le brutalità delle truppe di Thiers durante i giorni tra 21 e 28 maggio trovano piena testimonianza nella documentazione archiviata dalla storia, che dopo pochi mesi già li aveva, con le parole di Marx, inchiodati alla “gogna eterna”. Ciò che spesso si tende a dimenticare è la reale, lunga durata della fine della Comune di Parigi, che duplica, ma stavolta in modo tragico, l’incertezza relativa ai suoi momenti fondanti – aurorali, in questo senso, furono anche le giornate di settembre, e l’insurrezione del 31 ottobre, giorno della condanna in contumacia di Blanqui. Il massacro dei trentamila civili inermi che inzuppò di sangue le strade della capitale proseguì con altri mezzi nel periodo successivo, dove il minimo sospetto di partecipazione ai mesi della Comune costò ai cittadini l’arresto e la tortura nelle prigioni di Versailles. Soltanto grazie al timore dell’opinione pubblica e all’alto rischio di diffusione di malattie epidemiche la barbarie del governo repubblicano trovò modo di quietarsi. Si contarono, in quei mesi, all’incirca trentamila inchieste giudiziarie. Chi non moriva nelle prigioni, veniva deportato e costretto ai lavori forzati in Nuova Caledonia, come fu il caso, celebre, di Louise Michel. Chi ebbe in sorte di sfuggire ai colpi d’arma da fuoco o ai calappi dei versagliesi, partì, nel migliore dei casi, verso luoghi in cuil’Associazione Internazionale dei Lavoratori riusciva a mettere a disposizione fondi per l’ accoglienza dei compagni operai costretti all’esilio. L’AIL stessa fu oggetto, nel marzo del ‘72, delle premure dei galoppini della borghesia finanziaria francese, messa al bando dall’infame legge Dufaure, che stimava punibile non solo la pratica delle libere riunioni (il cui diritto fu del tutto riconquistato soltanto durante i mesi della Comune come prova la fioritura dei numerosissimi clubs), ma persino ogni opinione contraria alla proprietà privata, o che esprimeva disaccordo rispetto alla società patriarcale e chiesastica che la III° Repubblica aveva assunto a proprio modello. Lo sterminio, gli arresti di massa, le deportazioni furono il volto esiziale dell’esperienza della Comune. Il tentativo di estirpare dispoticamente la classe operaia dal suo ruolo di potere, come i versagliesi col beneplacito dei bravi prussiani tentarono di fare negli ultimi giorni del maggio 1871, non poté – e non avrebbe tuttavia potuto – decretare la sparizione del proletariato francese come classe. Soltanto il prolungamento dell’esperienza di autogoverno proletario avrebbe infatti gradualmente condotto, abolendo lo stesso dominio di classe, alla fine della società che prevede al suo interno la divisione in classi. La Comune interpretò a suo modo quel periodo di passaggio di progressiva fuoriuscita dal dominio del capitale sul lavoro, esprimendo una forma politica inedita la cui analisi aiutò, altrove, il progredire e il realizzarsi della rivoluzione, finendo per essere tassello decisivo nell’elaborazione strategica del partito bolscevico. Come notava proprio Lenin a proposito della filosofia marxiana, l’esposizione di una dottrina non può mai discostarsi, deve anzi coincidere col bilancio di un' esperienza storica. Il bilancio dell’ esperienza della Comune fu, a suo modo, elemento dirimente nell’elaborazione di una dottrina che fornì strumenti affinati in direzione della prassi rivoluzionaria, a partire dall’inedita idea di Stato fornita sempre da Lenin. La sburocratizzazione delle istituzioni di governo (i funzionari e i contabili erano revocabili e percepivano stipendi “da operai”), il riallineamento del potere esecutivo e di quello giudiziario (composto da organi eleggibili) che sancì un nuovo modo di intendere il parlamentarismo (come lavoro dei cittadini per i cittadini), lo smembramento dell’esercito permanente e la sua trasformazione in istituzione di autodifesa della classe, furono i primissimi decreti promulgati dal Comitato centrale della Comune. Furono anche i due elementi che, all’interno della prospettiva leninista, meglio rappresentano il volto coercitivo della classe borghese, lo strumento del suo dominio di classe. La Comune ebbe il torto, secondo Lenin, in condizioni di arretratezza delle forze produttive e priva di un partito operaio d’avanguardia, di allargare solo in senso democratico le istituzioni di dominio ereditate dalla classe borghese. Non seppe cioè spezzare il suo rapporto con esse una volta per tutte, e ciò le impedì di giungere esplicitamente alla fase transizionale verso il comunismo rappresentata dalla dittatura del proletariato, che prevede giocoforza l’acuirsi della repressione delle forze reazionarie borghesi in seno alla società. Ciononostante, come per la rivoluzione mancata in Russia del 1905-1907, vi sono parentesi rivoluzionarie il cui esito drammatico è capace di lasciare “l’impronta delle [sue] esigenze”. I decreti del governo comunardo riguardanti la sostituzione dell’ esercito col popolo in armi e la sovversione della macchina burocratica di Stato – prima della rovinosa guerra fra imperi del ‘14-’18 – sono da riconoscere come tentativo rivoluzionario maturo per la garanzia della pace e della giustizia sociale, come veri e propri capisaldi di ogni teoria politica d’impronta comunista. Considerando, sempre con Lenin, che l’ampliamento del funzionariato borghese e dell’esercito costituiscono gli strumenti pratici di potere di cui si dota ogni macchina statale, e che anche il nostro presente rovina verso quel “lurido, sanguinoso pantano”, le impronte indelebili della Comune si sono plasmate nel monito che ricorda il dovere di demolire quella macchina.


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FORSE UN ANGELO

a trascendersi in me è forse un angelo nel punto dove l'anima vibra come diapason e in un mutevole cielo d'occhi mi asseconda a snudare la bellezza da frammenti di parole e suoni

qui nel mio sangue ecco si leva il fiore che non so dire

Accolgo la tua poesia come un sussurro che si apre: ha un tono intimo, sospeso, e lascia spazio al mistero più che alla spiegazione.

Interpretazione


Tema centrale: l’apparizione di un principio luminoso e trasfigurante — forse un angelo, forse un’ispirazione — che abita il punto in cui l’anima vibra.
Tono: contemplativo e sensuale; la voce poetica si abbandona a un’esperienza che è insieme visiva e sonora.
Immagine chiave: il diapason come metafora della risonanza interiore; il fiore che nasce nel sangue come simbolo di una bellezza che germoglia dall’intimo.


Figure e ritmo


Metafore: diapason; fiore nel sangue; cielo d’occhi.
Allitterazioni e assonanze: contribuiscono a una musicalità morbida (es. trascendersi / forse / angelo).
Ritmo: versi brevi che creano pause e sospensioni, favorendo l’effetto meditativo.


Piccole proposte di revisione


  • Chiarezza immaginativa: se vuoi accentuare il contrasto tra il sacro e il corporeo, potresti rafforzare l’immagine del fiore con un aggettivo che ne definisca il colore o l’odore.
  • Varietà sonora: inserire una rima interna o una ripetizione mirata (anadiplosi) può intensificare la risonanza del diapason.
  • Economia del linguaggio: valutare se eliminare o fondere qualche parola per rendere il verso ancora più essenziale (es. ecco si leva il fiore / che non so direecco il fiore che non so dire).

Possibile strofa successiva


Ecco una continuazione che mantiene il tono e le immagini: > e il petalo apre un segreto
> come una bocca che non chiede,
> trattiene il silenzio e lo offre
> alla luce che non ha nome.


Versione estesa


Forse un angelo

a trascendersi in me
è forse un angelo
nel punto dove l’anima vibra
come diapason,
e il suono si piega in attesa.

in un mutevole cielo d’occhi
mi asseconda:
scioglie le mani dalle abitudini,
mi insegna a sbucciare il giorno
fino al midollo della luce.
con voce che non chiede,
mi guida a snudare la bellezza
da frammenti di parole e suoni,
da scarti di memoria e polvere di tempo.

qui, nel mio sangue,
ecco si leva il fiore:
non un fiore che posa sul petto,
ma un fiore che cresce dentro il respiro,
apre petali come mappe segrete,
ogni vena un sentiero che non so dire.

lo vedo tremare al confine del nome,
un colore che non ha nome,
un odore che trattiene il passato
e lo trasforma in promessa.
lo tocco con la punta del pensiero,
e il mondo si fa sottile come carta,
si piega, si lascia leggere.

l’angelo non parla con parole note;
accende un silenzio che è canto,
lo posa sulle mie labbra come pane,
mi insegna a offrire il vuoto
perché il vuoto diventi spazio.
e quando il cielo d’occhi si fa mare,
io mi lascio andare a nuotare
in quella corrente che non pesa.

forse è un angelo, forse un’eco,
forse la forma che prende il desiderio
quando smette di chiedere.
resta, lieve, a vegliare il petalo,
a custodire il segreto che sboccia:
un fiore che non chiede nome,
un fiore che basta a sé,
che apre e chiude il mondo
con la sola grazia di esistere.

e io raccolgo quel silenzio,
lo tengo come una piccola luce,
lo porto nel sangue come un canto,
e ogni volta che il diapason vibra,
sento l’angelo o l’eco o il desiderio
che mi sfiora e mi rende intero.

Translation


Perhaps an Angel

to transcend within me
it is perhaps an angel
at the point where the soul vibrates
like a tuning fork,
and the sound bends in waiting.

in a mutable sky of eyes
it accompanies me:
it loosens my hands from habit,
teaches me to peel the day
down to the marrow of light.
with a voice that does not ask,
it guides me to strip beauty bare
from fragments of words and sounds,
from castoffs of memory and dust of time.

here, in my blood,
behold the flower rises:
not a flower that rests upon the chest,
but a flower that grows inside the breath,
opens petals like secret maps,
each vein a path I cannot name.

I see it tremble at the border of naming,
a color without a name,
a scent that holds the past
and turns it into promise.
I touch it with the tip of thought,
and the world becomes thin as paper,
it folds, it allows itself to be read.

the angel does not speak with known words;
it lights a silence that is song,
lays it on my lips like bread,
teaches me to offer the void
so the void may become space.
and when the sky of eyes becomes sea,
I let myself go to swim
in that current that has no weight.

perhaps it is an angel, perhaps an echo,
perhaps the shape desire takes
when it stops asking.
it remains, light, watching the petal,
keeping the secret that blossoms:
a flower that asks no name,
a flower that is enough unto itself,
that opens and closes the world
with the simple grace of existing.

and I gather that silence,
I hold it like a small light,
I carry it in my blood like a song,
and each time the tuning fork vibrates,
I feel the angel or the echo or the desire
that brushes me and makes me whole.


noblogo.org/norise-3-letture-a…

Public Service Broadcasting – Every Valley (2017)


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Così come gli esseri umani, anche i centri urbani hanno il loro ciclo vitale. Se per l’uomo il cibo rappresenta la prima forma di sostentamento, ciò che permette alla città di crescere ed evolversi sono chiaramente le politiche economiche. La questione funziona più o meno in questo modo: in un primo momento di massiccia industrializzazione rigorosamente pianificata vicino a territori ricchi di risorse naturali segue l’esplosione del terziario, la delocalizzazione, la de-urbanizzazione dei centri abitati e il quasi totale abbandono delle vecchie zone industriali e delle comunità limitrofe. Questo è esattamente quello che è accaduto alla ex cittadina mineraria di Ebbw Vale... artesuono.blogspot.com/2017/07…


Ascolta: album.link/i/1221474815



noblogo.org/available/public-s…


Public Service Broadcasting – Every Valley (2017)


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Così come gli esseri umani, anche i centri urbani hanno il loro ciclo vitale. Se per l’uomo il cibo rappresenta la prima forma di sostentamento, ciò che permette alla città di crescere ed evolversi sono chiaramente le politiche economiche. La questione funziona più o meno in questo modo: in un primo momento di massiccia industrializzazione rigorosamente pianificata vicino a territori ricchi di risorse naturali segue l’esplosione del terziario, la delocalizzazione, la de-urbanizzazione dei centri abitati e il quasi totale abbandono delle vecchie zone industriali e delle comunità limitrofe. Questo è esattamente quello che è accaduto alla ex cittadina mineraria di Ebbw Vale... artesuono.blogspot.com/2017/07…


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