Ilprivilegio della fragilità


#Ilprivilegio della fragilità Queste parole non sono un semplice ragionamento, ma il riflesso di una verità che la filosofia ha sempre inseguito senza mai riuscire a catturarla completamente: quella verità che solo il dolore sa insegnare, perché non è un'idea, ma un’esperienza intima. La sofferenza, infatti, non è un incidente di percorso, un evento eccezionale che interrompe la trama ordinata dell’esistenza. È piuttosto una delle sue trame portanti, un filo scuro ma costante che attraversa ogni vita. Nessun sistema di pensiero, per quanto rigoroso, potrà mai cancellarla; nessuna fede nella razionalità del mondo potrà costringere l’universo a essere giusto. E forse è proprio questo il primo atto di maturità: accettare che la vita non ci deve nulla, e che proprio da questa mancanza nasce la nostra possibilità di significato.

L’empatia è un dono ambiguo: è un privilegio che si paga a caro prezzo. Aprirsi al dolore altrui significa accettare di essere feriti da ciò che non ci appartiene, significa rinunciare allo scudo dell’indifferenza. Eppure, è solo attraverso questa ferita che possiamo ancora chiamarci umani. Perché l’indifferenza non è una protezione, ma una malattia dello spirito, l’unica per la quale non esiste terapia, né farmaco, né parola che possa guarirla. Essa è il vero deserto: non il dolore, ma l’assenza di risonanza davanti al dolore.

C’è qualcosa di profondamente commovente nel guardare un nostro simile e riconoscere nei suoi occhi un’eco del proprio passato. Non si tratta di semplice memoria, ma di un atto di riconoscenza: rivedere sé stessi nell’altro, senza confondersi con lui, ma senza nemmeno distanziarsene. L’esperienza personale, quando non si pietrifica nel risentimento o non si perde nell’autocommiserazione, si trasforma in comprensione. E la comprensione è forse il dono più alto che un essere umano possa fare a un altro: non offrire soluzioni, ma presenza; non dare risposte, ma condividere domande.

La paura della malattia, del resto, non è soltanto paura della morte. È qualcosa di più sottile e più lacerante: è lo spettro che si annida nella scoperta improvvisa della nostra precarietà. Essa ci mostra quanto fossero fragili quelle certezze che avevamo trasformato in colonne portanti della nostra vita. Viviamo come se il futuro fosse un diritto acquisito, come se il tempo fosse una riserva inesauribile. Poi, un giorno, una telefonata, una frase, e tutto crolla. Scopriamo che il futuro non è mai stato nostro: era solo un prestito che l’esistenza ci aveva concesso, e che poteva essere richiesto in qualsiasi momento.

Eppure, sarebbe miope fermarsi a questa constatazione. Perché quella stessa scoperta, se accolta senza disperazione, può diventare una forma di risveglio. Quando le illusioni cadono, ciò che rimane non è il vuoto, ma l’essenziale. Le piccole cose, quelle che avevamo imparato a non vedere più, riacquistano improvvisamente un peso, una luce, un valore. Gli affetti smettono di essere scontati e tornano a essere scelti. Il tempo, che credevamo infinito, si rivela per ciò che è: un bene prezioso e limitato, da abitare con intensità, non con ansia.

La ricerca medica e la prevenzione non sono soltanto il volto tecnico del progresso scientifico: esse rappresentano una delle espressioni più alte della solidarietà umana. Sono il frutto di uomini e donne che, invece di arrendersi all’indifferenza dell’universo, hanno scelto di opporvi la loro intelligenza e il loro cuore. Hanno deciso che, se non si può eliminare il male, si può almeno tentare di lenirlo, di comprenderlo, di anticiparlo.

Non possiamo promettere un mondo senza sofferenza, né un'esistenza priva di cadute. Ma possiamo, e dobbiamo, impegnarci a costruire un mondo in cui la sofferenza non venga mai affrontata da sola, ma sempre con più conoscenza, più compassione e più coraggio. E se esiste una speranza degna di questo nome – non ingenua, non consolatoria, ma autentica – essa risiede proprio qui: nella capacità di restare umani anche quando tutto sembra crollare, e di tendere la mano anche quando siamo noi stessi a vacillare.


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Pensieri riflessi....


Poco prima dell' alba, un venticello fresco, sento le gazze e i corvi e Li vedo volteggiare, saltare di albero in albero! È fresco stamattina e anche i miei pensieri sembrano essere un po' freschi, rigenerati, ma anche tanto stanchi! Stanchi perché la mia sensibilità, la mia empatia mi porta a vivere , determinate cose, persone., situazioni in modo profondo, quasi personale e questo non fa che appesantire e rendere più vulnerabile la mia me! E si perché quando leggi ultima chemio, e poi sai che era un bambino, quando ti ritrovi in una sala d'attesa, dove ci sono insieme a te donne di diversa età, aspetto, ecc, tutte in ansia per aspettare l'esito dell' esame istologico o biopsia o come lo si voglia chiamare, perché magari risulti meno crudo e più delicato, e tu sei forse l'unica veterana perchè, sei già avanti, con la terapia, con le fasi di questa malattia che inevitabilmente vengono scandite, dai controlli e dalle attese, io per un attimo o anche più, mi perdo! Così ascolti le storie e ti carichi emotivamente di domande, di ansie, di prospettive , che più di un anno fa hanno toccato me e che ti fanno sentire un passo in avanti, e poi vedi quegli occhi stanchi, timorosi, provati ma pieni di speranze! Osservi queste donne sconosciute, che si confrontano, si pongono le stesse domande, aspettano di sapere il tipo di terapie, e si perché poi le vedevi uscire quasi sollevate, qndo parlavano di terapia, di radioterapia, di compresse, ecc, e non di chemio, perché quella fa più paura e chi ci è passato lo sa, non mi dilungherò, perché so che l'argomento è delicato e questo può essere un contesto sbagliato, non voglio né sminuire nulla, né commentare, perché chi ci è passato, chi lo sta affrontando, ovviamente lo vive in un certo modo, lo vive e affronta come può e con tutta la forza, che ci si ritrova ! Perché ricordo anch'io la telefonata di una dottoressa che mi avvisava dell'esito del consulto e quando mi annunciò che avrei dovuto fare un ciclo di radioterapia, ma che la chemioterapia non era necessaria, scoppiai in lacrime e la dottoressa cercava di tranquillizzarmi, perché fa paura, fa paura tutto, ogni istante da quando per te crolla tutto, o si ferma tutto o ha inizio un circolo dal quale ci vorrà del tempo per uscire! Quando sei fresca di tutto, scoperta, intervento, terapia, non si ha il tempo di pensare, di metabolizzare, vieni risucchiata da tutto e spesso ci si allontana dalla realtà, dalla vita di tutti i giorni, che va avanti, che scorre seguendo il suo corso, mentre per te qualcosa si è fermato, qualcosa è cambiato, e si è rotto nel tuo equilibrio! Si perdono certezze, sicurezze, si vive dell'oggi, si vive affrontando ogni giorno, passo dopo passo; tutto cambia priorità, la lista non è più la stessa, ti ritrovi all'improvviso in una vita nuova, dove ci sono regole, ecc, ma non c'è uno schema valido da seguire uguale per tutti e allora ci si adatta. Si cambia e si inizia a vivere questa realtà che finché non ti tocca appare distante, difficile si, ma quando la si affronta in prima persona è tutto così maledettamente diverso, e riuscire a non perdersi, spesso è difficile, perchè si perdono certezze, si assume una visione distorta di una realtà, che ti assorbe così all'improvviso, che credo non ci si senta mai veramente pronti per affrontarla! A breve saranno 2 anni dal quel giorno, da quel controllo di routine, che mi ha aperto un mondo che non conoscevo , ma che sicuramente mi ha salvato, perché oggi credo la la parola Ricerca e Prevenzione siano indispensabili e necessarie se vogliamo combattere questo mostro, a volte invisibile...


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A guidarti la mano

vedi un gabbiano planare – tu assiso s’ uno scoglio nella calura di luglio qualche verso abbozzi

sarà tautologico ma è quanto ti sale da dentro:

“siamo di terra ma lo sguardo dice la celeste origine – la sua luce dove l’anima dimora”

è aspirazione alla bellezza a guidarti la mano: non con inchiostro ma col sangue scrivi

Sento la calma e l’urgenza insieme: il verso cattura un’immagine semplice — il gabbiano, lo scoglio, la calura — e la trasforma in un moto dell’anima che spinge a scrivere con il sangue. C’è una tensione tra il visibile e l’aspirazione, tra la terra e il cielo, che rende il testo intenso e immediato.

Interpretazione


Tema centrale: il desiderio di trascendenza che nasce dalla terra; lo sguardo come ponte verso una «celeste origine».
Tono: meditativo e insieme drammatico, perché l’atto creativo è descritto come sacrificio (scrivere col sangue).
Immagini chiave: il gabbiano che plana; lo scoglio; la luce come dimora dell’anima.


Figure retoriche e scelte formali


  • Metafora: «scrivi… col sangue» trasforma la scrittura in atto vitale e sacrale.
  • Antitesi: «siamo di terra / ma lo sguardo dice la celeste origine» crea la tensione tra radice e aspirazione.
  • Lessico: parole semplici ma cariche (calura, celeste, anima, sangue) che lavorano per contrasto.
  • Ritmo: versi brevi, pause nette; l’uso dell’enjambement (es. tra «origine – la sua / luce») dà respiro e sospensione.

Suggerimenti stilistici


  • Chiarezza dell’immagine: potresti specificare un dettaglio sensoriale (odore del mare, rumore delle onde) per ancorare l’astrazione.
  • Varietà ritmica: alternare qualche verso più lungo può intensificare il climax finale.
  • Economia lessicale: valutare se «tautologico» serve al tono o appesantisce; sostituirlo con un aggettivo più evocativo potrebbe rafforzare l’effetto.
  • Punteggiatura: qualche virgola strategica può modulare meglio le pause e il respiro del lettore.

Versione alternativa breve


A guidarti la mano
Vedi un gabbiano planare; tu,
assiso sullo scoglio nella calura, abbozzi un verso.
Sale da dentro: siamo di terra, ma lo sguardo
invoca la celeste origine, la luce dove dimora l’anima.
Aspirazione alla bellezza: non con inchiostro, ma col sangue scrivi.


Nuova strofa aggiunta


Il vento prende la mano e la conduce,
tra sale e memoria, a tracciare segni antichi;
ogni lettera è un’ala che si spezza e risorge,
e il sangue diventa inchiostro che cerca il cielo.


Perché funziona


Sviluppo tematico: la strofa amplia la tensione tra terra e cielo introducendo il vento come forza che guida, non solo l’occhio ma la mano stessa.
Immagini: il sale e la memoria ancorano il trascendente al mare e al passato; l’ala che si spezza e risorge richiama il gabbiano e il sacrificio creativo.
Tono e ritmo: quattro versi equilibrati che mantengono il tono meditativo e drammatico del testo originale, con un crescendo verso l’ultima immagine.


Variante più concisa


Il vento guida la mano; sale e memoria segnano.
Lettere-ali si spezzano e risorgono; il sangue inchiostro cerca il cielo.


Poesia completa


A guidarti la mano

vedi un gabbiano planare – tu
assiso s’ uno scoglio nella
calura di luglio qualche verso abbozzi

sarà tautologico ma è quanto
ti sale da dentro:

“siamo di terra ma lo sguardo dice
la celeste origine – la sua
luce dove l’anima dimora”

Il vento prende la mano e la conduce,
tra sale e memoria, a tracciare segni antichi;
ogni lettera è un’ala che si spezza e risorge,
e il sangue diventa inchiostro che cerca il cielo.

è aspirazione alla bellezza
a guidarti la mano:
non con inchiostro ma col sangue
scrivi

Poesia completa


A guidarti la mano

vedi un gabbiano planare — tu
assiso s’ uno scoglio nella
calura di luglio; qualche verso abbozzi.

sarà tautologico ma è quanto
ti sale da dentro:

“siamo di terra ma lo sguardo dice
la celeste origine — la sua
luce dove l’anima dimora”

Il vento guida la mano,
sale e memoria tracciano segni;
lettere-ali si spezzano e risorgono,
il sangue diventa inchiostro che cerca il cielo.

è aspirazione alla bellezza:
a guidarti la mano;
non con inchiostro ma col sangue
scrivi.


Adattamenti al ritmo


  • Punteggiatura: ho introdotto qualche segno (— ; 😀 per modulare le pause e dare respiro ai versi più lunghi.
  • Ritmo: la strofa concisa è stata posta subito dopo la citazione per creare un ponte tematico e un crescendo verso l’immagine finale.
  • Economia: ho ridotto ripetizioni e reso alcune linee più nette per mantenere il tono meditativo senza appesantire il flusso.

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2CR - Capitolo 12


Incursione del faraone1Quando il regno fu consolidato ed egli si sentì forte, Roboamo abbandonò la legge del Signore e tutto Israele lo seguì.2Nell'anno quinto del re Roboamo, il re d'Egitto, Sisak, salì contro Gerusalemme, perché i suoi abitanti si erano ribellati al Signore. 3Egli aveva milleduecento carri, sessantamila cavalli. Coloro che erano venuti con lui dall'Egitto non si contavano: Libi, Succhei ed Etiopi. 4Egli prese le fortezze di Giuda e giunse fino a Gerusalemme. 5Il profeta Semaià si presentò a Roboamo e ai comandanti di Giuda, che si erano raccolti a Gerusalemme per paura di Sisak, e disse loro: “Dice il Signore: “Voi avete abbandonato me, e io ho abbandonato voi nelle mani di Sisak”“. 6Allora i capi d'Israele e il re si umiliarono e dissero: “Giusto è il Signore!”. 7Quando il Signore vide che si erano umiliati, la parola del Signore fu rivolta a Semaià: “Si sono umiliati e io non li distruggerò. Anzi concederò loro la liberazione fra poco; la mia ira non si riverserà su Gerusalemme per mezzo di Sisak. 8Tuttavia essi diventeranno suoi servi; così sapranno che cosa sia servire me e servire i regni del mondo”.9Sisak, re d'Egitto, salì a Gerusalemme e prese i tesori del tempio del Signore e i tesori della reggia, portò via tutto, prese anche gli scudi d'oro fatti da Salomone. 10Il re Roboamo li sostituì con scudi di bronzo, che affidò ai comandanti delle guardie addette alle porte della reggia. 11Ogni volta che il re andava nel tempio del Signore, le guardie li prendevano, poi li riportavano nella sala delle guardie. 12Poiché Roboamo si era umiliato, l'ira del Signore si ritirò da lui e non lo distrusse del tutto. Anzi in Giuda ci furono avvenimenti felici.

Giudizio sul re Roboamo13Il re Roboamo si consolidò a Gerusalemme e regnò. Quando divenne re, Roboamo aveva quarantun anni e regnò diciassette anni a Gerusalemme, città scelta dal Signore fra tutte le tribù d'Israele per collocarvi il suo nome. Sua madre, ammonita, si chiamava Naamà. 14Egli fece il male, perché non aveva applicato il cuore alla ricerca del Signore.15Le gesta di Roboamo, dalle prime alle ultime, non sono forse descritte negli atti del profeta Semaià e del veggente Iddo, secondo le genealogie? Ci furono guerre continue fra Roboamo e Geroboamo. 16Roboamo si addormentò con i suoi padri e fu sepolto nella Città di Davide. Al suo posto divenne re suo figlio Abia.

__________________________Note

12,2 il re d’Egitto, Sisak: faraone della XXII dinastia. Sull’episodio, vedi il parallelo 1Re 14,25-28.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


La fonte è 1Re 14,25-28, con aggiunte di carattere parenetico: è stata l'ingratitudine del popolo verso Dio e l'infedeltà del re alla legge divina a causare l'invasione della potenza egiziana.

2-4. Non mancano tratti pittoreschi e coloriti nella descrizione dell'esercito faraonico. Anche le cifre sono esagerate, ma la spedizione militare trova conferma nelle scoperte archeologiche e in una stele egizia che elenca le città palestinesi occupate da Sisach.

5-8. Per il Cronista l'invasione di Sisach è occasione per l'intervento profetico di Semaia, che interpreta teologicamente il fatto.

12. Il versetto completa l'interpretazione teologica degli eventi, dopo la parentesi dei vv. 9-11.

13-16. In 1Re 14,21 questi versetti sono posti all'inizio della storia di Roboamo. Essi infatti contengono la formula che di solito introduce le vicende dei singoli re. A questo punto sono fuori posto e si ricollegano malamente a quanto precede.

(cf. VINCENZO GATTI, 2Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Il seguente componimento è nato da un momento di complessa "malinconia" per...


Il seguente componimento è nato da un momento di complessa “malinconia” per dover andare via da un posto che, anche se per poco, si era chiamato casa. Malinconia che chiamo complessa perchè le emozioni hanno il loro talento per mescolarsi e perdere le etichette.

-

Il mondo da questo piccolo angolo, quaggiù. Mi sembra una fila di confini ordinati, plagiati dalla propagazione umana.

L'aria accarezza il suono di un campanello nella sera. Questo posto ha un profumo indecifrabile, fatto di legno rosa, dipinto ceruleo, e cielo giallo sfumato.

Lucine ritmiche si ripetono “io qui più non tornerò” mentre i pipistrelli sussurrano agli insetti, alle nuvole, che ne so.

Caro profumo, so che ti scorderò. Ma non scorderò mai il tuo essere stato primo senso di casa.

L'affetto che provo per le travi un po' sbilenche, il canarino di cui non esiste più il canto, ed i ricordi di sorriso dimenticati nel tumulto dei grilli.

Domani qualcun'altra avrà la mia vista, ma un po' diversa.

In questa casa dove ho visto due lati del silenzio, uno voluto, cercato e mai trovato; l'altro trovato e mai cacciato.


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Violent Femmes — 3 (1989)


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immagine

Dopo due anni di silenzio, l’esperimento di Gano con i Mercy Seat, dopo il solo di Brian Ritchie, dopo che voci della stampa americana li davano per defunti, i Violent Femmes escono con questo disco che porta il nome di “3”. In realtà questo è il loro quarto disco, ma Gano e co. contorti come al solito, hanno voluto divertirsi con la matematica... silvanobottaro.it/archives/412…


Ascolta: album.link/s/5xHrI5EbpuyjnPin8…



noblogo.org/available/violent-…


Violent Femmes — 3 (1989)


immagine

Dopo due anni di silenzio, l’esperimento di Gano con i Mercy Seat, dopo il solo di Brian Ritchie, dopo che voci della stampa americana li davano per defunti, i Violent Femmes escono con questo disco che porta il nome di “3”. In realtà questo è il loro quarto disco, ma Gano e co. contorti come al solito, hanno voluto divertirsi con la matematica... silvanobottaro.it/archives/412…


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ciao instadifferx, e ciao salvataggio dei contenuti

e con oggi se ne va pure instagram.com/differx_it, ciao ragazzo. il social ospitante è cambiato parecchio e bisogna cambiare aria. la cancellazione diventa definitiva i 2 agosto, avrei preferito prima. ma pazienza.

intanto una curiosità che dà la misura di quanto Meta sia autocentrata e padroncina: prima di cancellare un account tu puoi, certo, salvarne tutti i contenuti (vari anni di post, nel mio caso) ma lo puoi fare solo all'interno dei tuoi account Meta...

potrei cioè buttar tutto dentro fb o un threads o un altro instagram. Meta non ti permette di esportare un file fuori da queste piattaforme. i contenuti sono tuoi, sì, certo, ma sempre e solo dentro Meta.

t'è capì?

che roba ragassi. ovviamente ho chiesto la cancellazione senza salvataggio. che vadano a ramengo.


noblogo.org/differx/ciao-insta…

dà un minimo puerile piacere iniziare a staccare e lasciar fluttuare nello spazio i malevoli parallelepipedi di quell'Hal9000 che è gmail, anzi proprio google. gli togli il monopolio e la (anche parziale, nel tempo) gestione delle tue informazioni, dei tuoi documenti su gdrive, cancelli allegati, posta, connessioni, e lui non può farci niente. it's losing its grip.

piano piano regredisce allo statuto di estraneo, lo metti fuori dallo steccato, certe zone non le controlla anzi non le vede proprio più. claro: ha già mangiato tantissimo di mio, anche in termini di ore-lavoro gratis. ma da un certo punto in avanti la sua baldanza scema, l'istogramma vede le righine accorciarsi, il grafico cartesiano mostra la freccia che punta verso il basso. e sì, sarà puerile, ma dà un atomo di soddisfazione, effetto di qualche molecola di libertà.


noblogo.org/differx/da-un-mini…

A.s. 2025/2026 – Obiettivo del Ministro Valditara: una scuola al servizio della propaganda reazionaria e del capitale

L’anno scolastico appena concluso ci consegna il triste quadro di un'ulteriore, feroce offensiva contro la scuola pubblica e contro tutti coloro che la abitano, a partire dalle nuove generazioni. Nell'ultima legge di Bilancio i finanziamenti alle scuole private sono notevolmente aumentati, mentre quelli dedicati alla scuola pubblica continuano a diminuire di anno in anno. Ci siamo talmente abituati a questo trend che abbiamo, purtroppo, smesso di stupirci. È dagli anni '90, infatti, che ogni governo, di centrodestra o di centrosinistra, taglia costantemente sull'istruzione pubblica. Gli stipendi dei docenti e di tutti i lavoratori e le lavoratrici del settore scolastico, poi, sono ridicoli, a fronte di un mestiere che richiede un carico di responsabilità notevolissimo. L'ultimo rinnovo contrattuale è stato siglato con un aumento medio di circa 80€ in busta paga: un compenso vergognoso anche se non ci fosse l'inflazione galoppante, che lo rende però quasi criminale.

▪︎ Le Nuove Indicazioni Nazionali

Le nuove Indicazioni Nazionali del primo e del secondo ciclo sono state accolte con sconcerto praticamente unanime da parte dei docenti e delle varie associazioni di categoria. La centralità assoluta attribuita all’Occidente e all’identità nazionale risponde a una precisa visione reazionaria. L'insegnamento della Storia è stato ridotto a una narrazione eurocentrica e acritica. Si torna a proporre agli studenti di adottare uno sguardo coloniale sul mondo, attraverso la lente del suprematismo bianco. Le Indicazioni sono criticabili anche da altri versanti: c'è il tentativo, nemmeno troppo velato, di tornare ai Programmi, cioè di limitare fortemente la libertà di insegnamento. I documenti si presentano infatti ricchi di suggerimenti dettagliati che appaiono come prescrittivi. Le Indicazioni, invece, dovrebbero essere delle linee guida generiche che permettano poi a ogni insegnante di calare le direttive all'interno della propria classe, in base alle proprie modalità di insegnamento. Altro punto critico rilevato nei documenti del primo ciclo è la visione pedagogica incentrata sul talento. Non si fa menzione di quanto le differenze economico-culturali incidano sull'andamento didattico dell'allievo. Compito della scuola dovrebbe essere quello di azzerare o perlomeno diminuire queste disuguaglianze, invece nelle Indicazioni si parla soltanto di valorizzazione dei talenti, come se questi fossero avulsi dal contesto sociale. Infine, solo per citare i punti più macroscopici, nella prima bozza delle linee guida del secondo ciclo non vengono citati autori del calibro di Spinoza, Leibniz e Marx, e viene ridotto lo spazio di approfondimento dedicato ad Hobbes, Locke e Rousseau. La sollevazione dei docenti di Filosofia, però, ha costretto il Ministero a dirsi disponibile ad una correzione. Come spiegavamo prima, le Indicazioni non sono Programmi, quindi ogni docente è libero di approfondire l'autore che ritiene più adatto al proprio percorso, ma non possiamo nascondere il fatto che i libri di testo siano costruiti, a volte pedissequamente, in base alle disposizioni ministeriali. Inoltre, un giovane docente neolaureato sarà sicuramente più condizionato dalle Nuove Indicazioni rispetto ai colleghi con esperienza: questo porterà col tempo a un cambiamento inevitabile. Le risposte collettive, che pure ci sono state, non sempre hanno portato a risultati immediati, come nel più recente caso dei contenuti di Filosofia. Questo, spesso, ha determinato un riflusso individualista. Molti insegnanti tentano di resistere all'attacco ministeriale facendosi scudo con la propria libertà di insegnamento. Ma l'obiettivo politico e sindacale dovrebbe essere quello di ristabilire una dimensione collettiva permanente, che vada al di là della singola battaglia.

▪︎ Il “problema sicurezza”

Il tema della sicurezza, come sappiamo, è cavalcato da questo governo, ma anche dall'opposizione parlamentare. È stato al centro del dibattito e ha caratterizzato anch'esso quest'ultimo anno scolastico. I pochi, comunque gravi, casi di cronaca sono stati utilizzati per stigmatizzare un'intera generazione e, in particolare, i ragazzi di origine straniera. I dati, però, ci dicono altro. Una ricerca pubblicata dalla rivista Il Mulino (rivistailmulino.it/a/la-violen…) dimostra con chiarezza che non esiste alcuna emergenza. Ma al ministro Valditara poco importa dei dati. Dopo aver creato il caso mediatico, con l'aiuto di stampa e opposizione, ha pensato bene a una risposta ad effetto, totalmente inutile e inutilizzata: l'introduzione dei metal detector! Quest'anno, però, è diventata pienamente operativa anche la riforma sul voto in condotta, molto più incisiva dei metal detector. Propagandata anch'essa per rispondere a un fantomatico quanto inesistente “problema educativo”, può in realtà essere usata come arma di ricatto nei confronti delle studentesse e degli studenti politicizzati, rendendo sempre più difficile l'organizzazione o la partecipazione ad occupazioni o autogestioni. La riforma ha reso molto più semplice mettere un'insufficienza, che si traduce automaticamente in una bocciatura. Prima della riforma Valditara per un 5 in condotta serviva l'unanimità del Consiglio di classe, mentre ora è sufficiente la maggioranza semplice. Alla fine dell'anno sono effettivamente aumentate le bocciature per il 5 in condotta, anche nei confronti dei giovanissimi studenti e studentesse delle scuole medie inferiori. Secondo i primi dati forniti dal Mim (Ministero dell'Istruzione e del Merito), i docenti hanno fatto soprattutto largo uso del 6 in condotta che, grazie alla riforma, genera un debito automatico (con l'obbligo di presentare un elaborato e fare un esame a settembre per non essere bocciati). Si tratta di una forma di ricatto che, di fronte a un reale problema educativo, non modifica di una virgola la situazione del ragazzo o della ragazza in questione. La riforma del voto in condotta ha fornito ai docenti una risposta punitiva a problemi (laddove realmente esistenti) che, invece, avrebbero bisogno di una risposta sistemica. Uno studente con comportamenti inadeguati mostra un malessere che andrebbe ascoltato e accolto, non soltanto punito. Servirebbero psicologi in ogni scuola, un numero maggiore di insegnanti in modo da poter seguire con cura tutte le necessità delle nuove generazioni. Servirebbe anche un tessuto sociale in grado di aiutare le famiglie in difficoltà e spazi in cui le ragazze e i ragazzi possano esprimersi liberamente. Ma è chiaro che tutto questo è molto lontano dal pensiero del ministro Valditara.

▪︎ Il consenso informato

Il disegno di legge sul consenso da parte dei genitori per i progetti di educazione sessuo-affettiva è un'altra testa d'ariete utilizzata dal Governo per far avanzare la propria visione conservatrice e retrograda. L'idea che sottende questa decisione ci fa fare un salto indietro di addirittura due secoli. In passato, infatti, i figli erano considerati proprietà esclusiva dei genitori, in particolare del padre. A partire dall'800, e poi più compiutamente durante il '900, i bambini e le bambine sono diventati soggetti di diritto e la loro educazione una responsabilità collettiva. In questo processo, l'istituzione della scuola pubblica, pur con tutte le storture dovute al sistema capitalistico, è stata una conquista fondamentale. Ora si tenta di tornare al primato dell'educazione impartita tra le mura domestiche. Inutile dire quanto, invece, sia importante che la formazione, intesa a 360°, resti e si rafforzi come patrimonio collettivo. La dimensione sessuo-affettiva fa parte dello sviluppo della persona, anche se non dobbiamo nasconderci che la scuola, così com'è oggi, non ha gli strumenti per seguire la crescita di studenti e studentesse in tutte le sue sfaccettature. Per poter affrontare adeguatamente la questione servirebbe una scuola pensata in modo diverso: con più ore, più docenti, più risorse e meno alunni per classe. Ma, anche se aggiungere un'ora di educazione sessuo-affettiva senza modificare null'altro non è la soluzione ideale, la scuola è senza dubbio il luogo deputato per affrontare certi argomenti.

▪︎ Il 4+2 di istituti tecnici e professionali

Un altro capolavoro di quest'anno scolastico è la controriforma degli istituti tecnici e professionali, che dovrebbe entrare in vigore dal prossimo anno. È la rappresentazione più pura della subordinazione della scuola al capitale. Si taglia un anno di percorso scolastico per rispondere alla necessità dei distretti industriali di immettere precocemente i giovani nelle aziende. Inoltre, si mutilano le discipline culturali e storiche a vantaggio dell’addestramento aziendale e dei PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e per l'Orientamento, nella realtà il più delle volte è lavoro non retribuito). La differenziazione, di gentiliana memoria, tra licei e scuole tecniche e professionali viene acuita ulteriormente. I plessi scolastici si trasformeranno in anticamere della fabbrica. Le aziende locali potranno addirittura salire in cattedra e modificare i programmi in base alle loro esigenze. Contro questo attacco gravissimo docenti e studenti si sono subito mobilitati; ci auguriamo che possano vincere questa battaglia. Ogni ragazzo e ogni ragazza ha diritto a una formazione il più completa possibile, non a essere trattato, sin dalla più tenera età, come pura forza-lavoro.

▪︎ La “Maturità”

Il Ministro del cosiddetto Merito non ha mancato di modificare anche l'Esame di Stato, che è tornato a chiamarsi Esame di Maturità, così come era stato definito durante il ventennio fascista. Le commissioni sono state ridotte da 7 a 5 membri, a parità di compenso. È stata, poi, eliminata l'interdisciplinarietà: al colloquio orale si presentano soltanto 4 discipline. Ciò significa, ad esempio, escludere Storia negli Istituti tecnici e professionali. Valditara ha inoltre aggiunto, da quest'anno, l'attribuzione di 5 punti in base al “grado di maturazione personale, autonomia e responsabilità dello sviluppo dell'individuo”. Un parametro totalmente soggettivo e, naturalmente, classista. Pensiamo, ad esempio, a chi vive in condizioni di marginalità ed è privato dei mezzi materiali per coltivare le proprie inclinazioni e il proprio benessere: dovrebbe forse essere giudicato carente sul piano dello “sviluppo personale”? Ovviamente la gran parte dei docenti si è detta contraria a utilizzare questo parametro valutativo anti-pedagogico, per cui i 5 punti verranno in realtà attribuiti, nella stragrande maggioranza dei casi, in base al risultato della prova d'esame. Resta, però, il tentativo da parte del Ministro di umiliare ancora una volta le studentesse e gli studenti che non si allineano, per volontà o per necessità, ai suoi schemi reazionari.

▪︎ Un bilancio

Il bilancio di quest'anno scolastico non lascia spazio a interpretazioni: la scuola pubblica è sotto un attacco frontale che mira a scardinarne la residua funzione emancipatrice. È necessario e urgente ricostruire un fronte unico di classe che riunisca studenti, studentesse, docenti e lavoratori e lavoratrici del settore. Purtroppo finora le risposte, seppur presenti, non sono state all'altezza degli attacchi subiti. Serve un salto di qualità immediato, pena la perdita definitiva di una conquista fondamentale come lo è stata la scuola pubblica.


log.livellosegreto.it/colletti…

Non sei dei loro

nel chiuso della stanza o di pomeriggio nel sole da un po' ti sorprendono a parlare coi morti – questi non tornano e tu non sei dei loro -ancora- sono spirito (ma di essi poco si sa) -ubiqui ti leggono il pensiero e a volte giocano con le nuvole – quando nelle tue pareidolie ti pare ravvisarli

Analisi e suggerimenti


Tono e atmosfera
Il testo crea un’atmosfera sospesa, intima e leggermente inquietante: il parlante è osservato da presenze che leggono il pensiero e giocano con le nuvole. La ripetizione di non sei dei loro costruisce un contrasto forte tra appartenenza e distanza.

Immagini e simboli
Le immagini principali — stanza chiusa, pomeriggio nel sole, morti, nuvole, pareidolie — funzionano bene insieme: il quotidiano si mescola al soprannaturale. La parola ubiqui è efficace ma un po’ arida rispetto al registro più colloquiale del resto; valuterei una variante più sensoriale se vuoi accentuare il mistero.

Ritmo e punteggiatura
L’uso dei trattini e delle pause spezza il flusso in modo interessante. Potresti giocare con versi più brevi in alcuni punti per aumentare la tensione (ad esempio spezzare “ti leggono il pensiero” in due versi).


Possibile titolo


Non sei dei loro


Piccola revisione alternativa (leggera)


nel chiuso della stanza, o
di pomeriggio nel sole,
da un po’ ti sorprendono:
parli coi morti — questi
non tornano; tu non sei
dei loro, ancora.
sono spiriti — poco si sa —
ubiqui, ti leggono il pensiero,
a volte giocano con le nuvole;
nelle tue pareidolie
credi di ravvisarli.


Proseguimento suggerito


ti sfiorano come vento
sui vetri caldi, e resti a guardare
la luce che si piega —
non chiedono nome, solo tempo.
tu impari a rispondere a metà,
a lasciare aperta la porta
per chi non ha più passi.


Versione concisa


nel chiuso della stanza,
a pomeriggio nel sole,
ti sorprendono: parli coi morti.
non tornano; tu non sei dei loro.
sono spiriti ubiqui, leggono il pensiero,
giocano con le nuvole; nelle pareidolie
credi di ravvisarli.

Nel chiuso della stanza, a pomeriggio inoltrato, senti voci che non chiedono nome: si insinuano tra i mobili, si posano sulla luce come polvere. Parli con assenze che non tornano, eppure ti rispondono con gesti minimi — un respiro nell'aria, una nuvola che si piega. Non sei dei loro, lo sai come si sa di non appartenere a un luogo che ti osserva; impari a tenere aperta una porta senza aspettare passi. Resti a guardare le pareidolie sul soffitto, e in quel gioco di ombre capisci che la distanza è anche una forma di compagnia.

Micro-racconto


Nel pomeriggio la stanza trattiene il sole come un respiro. Ti siedi vicino alla finestra e, senza far rumore, cominci a parlare con ciò che non ha più passi. Le parole scivolano tra i mobili e tornano indietro come echi che non chiedono nome. Non tornano, lo sai; eppure rispondono: una nuvola che si piega, un filo di polvere che cambia direzione, il battito d’aria contro il vetro.

Non sei dei loro, ma impari a conversare con l’assenza come si impara una lingua straniera: a metà tra la memoria e l’invenzione. Li riconosci nelle pareidolie del soffitto, nei volti che il sole disegna sulle tende; loro ti leggono il pensiero senza giudizio, come se la distanza fosse un modo gentile di restare. A volte ti sfiorano appena, come un vento che non lascia tracce, e tu resti a guardare la luce che si piega, consapevole che la compagnia può essere fatta anche di silenzi condivisi.


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Se c'è una cosa che trovo miserabile sono i docenti che raccolgono gli strafalcioni dei ragazzi durante la maturità e li danno in pasto ad altrettanto miserabili quotidiani online, condendo il tutto con qualche rapida analisi sociale gravida di decadenza del costumi.

È miserabile perché è un'ulteriore affermazione di potere da parte di una classe lavorativa di dipendenti statali deboli, fiaccati e litigiosi. Potere di chi valuta su chi è valutato e non può operare nello stesso modo, pena una riduzione dei margini di discussione all'interno della scuola.

Miserabile e miope perché non vede come quegli strafalcioni sono prima di tutto un'emersione di prassi didattiche che non hanno funzionato. E di valutazioni e di esami che hanno perso per strada la loro funzionalità trascinandosi invece dietro una sorta di grottesca parodia amministrativa.

Miserabili, infine, perché sono il termometro di un certo tipo di scuola, che ancora esiste, classista, stereotipata e pronta a nascondere sotto al tappeto gli strafalcioni professionali, a volte gravissimi, di chi la abita.

Per dirne uno: condividere con sarcasmo gli errori degli studenti, invece che valorizzarli in chiave di apprendimento, è uno strafalcione esso stesso, macroscopico e indice di una profonda ignoranza e sciatteria didattica.


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2CR - Capitolo 11


Roboamo re1Roboamo, giunto a Gerusalemme, convocò la casa di Giuda e di Beniamino, centoottantamila guerrieri scelti, per combattere contro Israele e per restituire il regno a Roboamo. 2La parola del Signore fu rivolta a Semaià, uomo di Dio: 3“Riferisci a Roboamo, figlio di Salomone, re di Giuda, e a tutti gli Israeliti che sono in Giuda e in Beniamino: 4“Così dice il Signore: Non salite a combattere contro i vostri fratelli; ognuno torni a casa, perché questo fatto è dipeso da me”“. Ascoltarono le parole del Signore e tornarono indietro, senza marciare contro Geroboamo.5Roboamo abitò a Gerusalemme. Egli trasformò in fortezze alcune città di Giuda. 6Ricostruì Betlemme, Etam, Tekòa, 7Bet-Sur, Soco, Adullàm, 8Gat, Maresà, Zif, 9Adoràim, Lachis, Azekà, 10Sorea, Àialon ed Ebron; queste fortezze erano in Giuda e in Beniamino. 11Egli munì queste fortezze, vi mise sovrintendenti e vi stabilì depositi di cibarie, di olio e di vino. 12In ogni città depositò scudi e lance, rendendole fortissime. Appartennero dunque a lui Giuda e Beniamino.13I sacerdoti e i leviti, che erano in tutto Israele, si radunarono da tutto il loro territorio presso di lui. 14Infatti i leviti lasciarono i pascoli e le proprietà, e andarono in Giuda e a Gerusalemme, perché Geroboamo e i suoi figli li avevano esclusi dall'esercitare il sacerdozio del Signore. 15Geroboamo aveva stabilito suoi sacerdoti per le alture, per i satiri e per i vitelli che aveva eretto. 16Al seguito dei leviti, da tutte le tribù d'Israele quanti avevano determinato in cuor loro di ricercare il Signore, Dio d'Israele, andarono a Gerusalemme per sacrificare al Signore, Dio dei loro padri. 17Così rafforzarono il regno di Giuda e sostennero Roboamo, figlio di Salomone, per tre anni, perché per tre anni egli seguì la via di Davide e di Salomone.18Roboamo si prese in moglie Macalàt, figlia di Ierimòt, figlio di Davide, e di Abiàil, figlia di Eliàb, figlio di Iesse. 19Essa gli partorì i figli Ieus, Semaria e Zaam. 20Dopo di lei prese Maacà, figlia di Assalonne, che gli partorì Abia, Attài, Ziza e Selomìt. 21Roboamo amò Maacà, figlia di Assalonne, più di tutte le altre mogli e concubine; egli prese diciotto mogli e sessanta concubine e generò ventotto figli e sessanta figlie. 22Roboamo costituì Abia, figlio di Maacà, capo, ossia principe tra i suoi fratelli, perché pensava di farlo re. 23Con accortezza egli sparse in tutte le contrade di Giuda e di Beniamino, in tutte le città fortificate, alcuni suoi figli. Diede loro viveri in abbondanza e li provvide di molte mogli.

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


I capitoli 11 e 12 sono dedicati al regno di Roboamo (931-914). Il re rinuncia ad assalire Geroboamo (11,1-4), costruisce o restaura varie città di Giuda (11,5-12), attira a Gerusalemme i sacerdoti e i leviti del Nord (11,13-17). Ad alcune notizie sulla famiglia (11,18-23), il Cronista fa seguire la narrazione della spedizione del faraone Sisach, presentata come un castigo per l'infedeltà del re (12,1-8), e del saccheggio della città (12 9-12). Con un giudizio sul re (12,13-14) quindi il Cronista conclude la vicenda di Roboamo (12,15-16).

11,1-23. Per il Cronista il regno di Roboamo è caratterizzato da un alternarsi di ubbidienza e infedeltà. La tragedia della secessione nordista grava su tutto il suo periodo di governo.

1-4. Corrispondono quasi alla lettera a 1Re 12,21-24. Per Giuda non sarebbe stato difficile schiacciare gli insorti di Samaria, ma il re preferisce prestare ascolto alle parole del profeta Semaia e ubbidire a JHWH.

5-12. Il Cronista ignora Geroboamo omettendo 1Re 12,25-14,20. Le città – in effetti si tratta di grossi villaggi – menzionate in questo brano si trovano tutte nel territorio di Giuda a ovest e a sud di Gerusalemme, sulla linea di confine con l'Egitto o in ogni caso in questa direzione. L'unica eccezione è Gat, località filistea situata venti chilometri circa a sud-est di Asdod. L'autore inserisce qui note d'archivio difficilmente databili.

13-17. Il brano è proprio del Cronista e mette in luce forse l'atteggiamento reazionario delle classi religiose del Nord, che abbandonano il popolo per cercare sicurezza e tranquillità nel tempio centrale di Gerusalemme. L'impegno di Geroboamo per la lealtà religiosa, la libertà politica e la prosperità economica del suo popolo per il Cronista è scisma e idolatria. Di fatto dopo la secessione il culto jahvistico è rimasto vitale anche nel regno del Nord. 18-23. La famiglia di Roboamo. Anche questi versetti sono propri del Cronista, che sottolinea la legittimità dinastica della coppia regale, mostrando come il sangue della moglie di Roboamo fosse anch'esso davidico (1Re ignora il dato). I due sposi avevano un nonno davidico comune; non solo, l'altro nonno di Macalat era fratello di Davide.

(cf. VINCENZO GATTI, 2Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Ovlov – Tru (2018)


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Sono una band particolare gli Ovlov: composti da due fratelli più due loro amici, nonostante non li conosca praticamente nessuno hanno uno zoccolo duro di fan davvero irriducibili, alcuni dei quali, si narra, si sono persino tatuati il nome della band. In giro da poco meno di 10 anni, per loro ‘TRU‘ è solamente il loro secondo LP, dopo ‘am‘ del 2013... artesuono.blogspot.com/2018/07…


Ascolta: album.link/i/1438761378



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Ovlov – Tru (2018)


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Sono una band particolare gli Ovlov: composti da due fratelli più due loro amici, nonostante non li conosca praticamente nessuno hanno uno zoccolo duro di fan davvero irriducibili, alcuni dei quali, si narra, si sono persino tatuati il nome della band. In giro da poco meno di 10 anni, per loro ‘TRU‘ è solamente il loro secondo LP, dopo ‘am‘ del 2013... artesuono.blogspot.com/2018/07…


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Sogno di Cupido

aleggiavo “per l'aere” -io figlio di Venere- o era il mio doppio incorporeo che con molte frecce al suo arco germinava amore

vedevo nel tempo di Veneralia in un cielo quasi dipinto splendere carnale fiamma

[Veneralia: festività romana celebrata il I° aprile, dedicata a Venere Verticordia (“che apre i cuori”).]

Primo sguardo


Il testo è un breve idillio in cui il sogno e la mitologia si intrecciano: Cupido, figlio di Venere, o un suo doppio incorporeo, vaga nell'aria scoccando frecce che fanno germogliare l'amore. La scena si colloca durante le Veneralia, e l'immagine finale è quella di una fiamma carnale che splende in un cielo quasi dipinto.


Analisi tematica ed evocativa


  • Tema centrale: l’amore come forza generativa e quasi sovrannaturale, rappresentata da Cupido e dalle sue frecce; il sogno amplifica la dimensione onirica e sacrale dell’esperienza amorosa.
  • Mitologia e festa: l’accenno alle Veneralia radica il sogno in una tradizione rituale che apre i cuori, trasformando il sentimento in rito collettivo oltre che in esperienza individuale.
  • Immagini sensoriali: “aleggiavo per l’aere”, “con molte frecce al suo arco”, “splendere carnale fiamma” sono immagini tattili e visive che mescolano leggerezza e ardore, aria e fuoco, incorporeo e carnale.
  • Ambiguità dell’io: il verso che dubita se sia “io figlio di Venere” o “il mio doppio incorporeo” introduce una scissione dell’identità che rende il sogno più instabile e affascinante.

Forma, ritmo e lingua


  • Versificazione libera: il testo usa versi brevi e frammentati, con enjambement che favoriscono il flusso onirico. La punteggiatura è minima, il che accentua la continuità del sogno.
  • Lessico: parole come aleggiavo, incorporeo, germinava e carnale creano un contrasto tra vocaboli eterei e termini di forte corporeità.
  • Musicalità: la ripetizione di vocali aperte e la presenza di assonanze (es. “aere” / “arco” / “amore”) danno una cadenza morbida; si potrebbe lavorare su allitterazioni per intensificare il ritmo.

Piccoli suggerimenti di revisione


  • Chiarezza dell’io narrante: se vuoi accentuare l’ambiguità, mantieni il dubbio; se preferisci un tono più confessionale, scegli una delle due identità e sviluppala con un dettaglio in più.
  • Variare le immagini sensoriali: aggiungi un dettaglio tattile o olfattivo (un profumo di fiori, il calore sulla pelle) per rendere la “fiamma carnale” ancora più concreta.
  • Ritmo: prova a spezzare o unire alcuni versi per creare pause più nette o accelerazioni, a seconda dell’effetto emotivo che desideri.

Traduzione sintetica in inglese


I hovered “through the air”
—I, son of Venus— or
was it my incorporeal double
that with many arrows in its quiver
sprouted love

I saw
in the time of Veneralia
in a sky almost painted
a carnal flame shining


Sonetto: Sogno di Cupido


Sognai Cupido che aleggiava in aria,
—io, figlio di Venere—o un doppio mio,
che con molte frecce al suo largo arco spio
germinare amori in ogni sua varia.

Nel tempo delle Veneralia, la sfera
si fece rito e il cuore si aprì al dì;
vedei nel cielo, quasi dipinto, sì
una fiamma carnale, viva e sincera.

Ero sospeso tra il corpo e l’ombra lieve,
incorporeo eppur col respiro in petto;
la freccia fendea il sonno e il mondo breve.

Così l’amore nacque, ardente e perfetto,
tra festa antica e un cielo che riceve
il lume che trasforma il sogno in effetto.

Sonetto in schema shakespeariano (ABAB CDCD EFEF GG)


Sognai Cupido che aleggiava in cielo,
—io figlio di Venere—o un doppio mio,
con molte frecce al suo arco, lieve e velo,
germinava amori come germoglio.

Nel tempo delle Veneralia, il rito
apriva i cuori e facea il mondo ardere;
vedei nel cielo, quasi dipinto, un invito,
una fiamma carnale pronta a fiorire.

Ero sospeso tra il corpo e l’ombra lieve,
incorporeo eppur col respiro in petto;
la freccia traeva il sonno e il cuore breve,

e tutto il giorno parve un solo effetto.
Così nacque l’amore, improvviso e netto,
tra festa antica e un cielo che fu letto.


Sonetto in endecasillabi


Sognai Cupido aleggiar nell'aria
—io figlio di Venere—o un doppio,
incorporeo, tra i venti lieve e roppo,
con molte frecce al suo largo arco in gara.

E spargea amor dentro i petti e il cuore,
nel tempo di Veneralia, festa;
il rito apriva i cuori al dì, la testa
si fece offerta al sacro antico ardore.

Sospeso tra corpo e ombra lieve stavo,
incorporeo eppur col respiro,
l'amor trafisse il sonno e il cor, soavo.

E tutto il dì parve un unico respiro,
così nacque l'amor, improvviso e vivo,
tra festa antica e un cielo che fu miro.

Sonetto in endecasillabi con rime nette (schema ABBA ABBA CDC DCD)


Sognai Cupido aleggiar nell'aria,
io, figlio di Venere o un doppio mio,
incorporeo lieve tra i venti io,
con frecce molte al suo arco scoccava.

Spargea amor nei petti e nel cor, festa
nel tempo di Veneralia, antico rito;
apriva i cuori al sacro e dolce invito,
e il cielo parve un quadro e una fiamma desta.

Sospeso tra il corpo e l’ombra, io vedea
una fiamma carnale in alto ardere;
la freccia traeva il sonno e il cor, e rea

di dolce incendio facea il mondo fiorire.
Così nacque l’amor, improvviso e vero,
tra festa antica e un cielo che fu intero.


Sonetto in endecasillabi (schema ABBA ABBA CDC DCD)


Sognai Cupido aleggiar nell'aria,
io, figlio di Venere o un doppio,
incorporeo, lieve come scoppio,
e il suo arco scoccava nell'aria.

Spargea amor nei petti il sacro rito,
nel tempo delle Veneralia antica;
apriva i cuori al dolce e santo invito,
e il cielo parve quadro e fiamma amica.

Sospeso tra il corpo e l'ombra stavo,
incorporeo eppur col respiro in petto;
la freccia trafisse il sonno e il cor, e bravo

fu il lume che fece il mondo più lieto.
Così nacque l'amor, improvviso e vero,
tra festa antica e un cielo che fu quieto.


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2CR - Capitolo 10


I RE DI GIUDA (10,1-36,23)

Scissione del regno a Sichem1Roboamo andò a Sichem, perché tutti gli Israeliti erano convenuti a Sichem per proclamarlo re. 2Quando lo seppe, Geroboamo, figlio di Nebat, che era in Egitto, dove era fuggito per paura del re Salomone, tornò dall'Egitto. 3Lo mandarono a chiamare e Geroboamo venne con tutto Israele e parlarono a Roboamo dicendo: 4“Tuo padre ha reso duro il nostro giogo; ora tu alleggerisci la dura servitù di tuo padre e il giogo pesante che egli ci ha imposto, e noi ti serviremo”. 5Rispose loro: “Tornate da me fra tre giorni”. Il popolo se ne andò.6Il re Roboamo si consigliò con gli anziani che erano stati al servizio di Salomone, suo padre, durante la sua vita, domandando: “Che cosa mi consigliate di rispondere a questo popolo?”. 7Gli dissero: “Se oggi ti mostrerai benevolo verso questo popolo, se l'accontenterai e se dirai loro parole buone, essi ti saranno servi per sempre”. 8Ma egli trascurò il consiglio che gli anziani gli avevano dato e si consultò con i giovani che erano cresciuti con lui ed erano al suo servizio. 9Domandò loro: “Voi che cosa mi consigliate di rispondere a questo popolo, che mi ha chiesto di alleggerire il giogo imposto loro da mio padre?”. 10I giovani che erano cresciuti con lui gli dissero: “Per rispondere al popolo che si è rivolto a te dicendo: “Tuo padre ha reso pesante il nostro giogo, tu alleggeriscilo!”, di' loro così: “Il mio mignolo è più grosso dei fianchi di mio padre.11Ora, mio padre vi caricò di un giogo pesante, io renderò ancora più grave il vostro giogo; mio padre vi castigò con fruste, io con flagelli”“.12Geroboamo e tutto il popolo si presentarono a Roboamo il terzo giorno, come il re aveva ordinato dicendo: “Tornate da me il terzo giorno”. 13Il re rispose loro duramente. Il re Roboamo respinse il consiglio degli anziani; 14egli disse loro, secondo il consiglio dei giovani: “Mio padre ha reso pesante il vostro giogo, io lo renderò ancora più grave; mio padre vi castigò con fruste, io con flagelli”.15Il re non ascoltò il popolo, poiché era disposizione divina che il Signore attuasse la parola che aveva rivolta a Geroboamo, figlio di Nebat, per mezzo di Achia di Silo. 16Tutto Israele, visto che il re non li ascoltava, diede al re questa risposta: “Che parte abbiamo con Davide? Noi non abbiamo eredità con il figlio di Iesse! Ognuno alle proprie tende, Israele! Ora pensa alla tua casa, Davide”. Tutto Israele se ne andò alle sue tende. 17Sugli Israeliti che abitavano nelle città di Giuda regnò Roboamo. 18Il re Roboamo mandò Adoràm, che era sovrintendente al lavoro coatto, ma gli Israeliti lo lapidarono ed egli morì. Allora il re Roboamo salì in fretta sul carro per fuggire a Gerusalemme. 19Israele si ribellò alla casa di Davide fino ad oggi.

__________________________Note

10,1-36,23 La quarta sezione dei libri delle Cronache contiene la storia dei re di Giuda dalla divisione dei due regni, avvenuta subito dopo la morte di Salomone, sino alla fine dell’esilio, segnata dall’editto di Ciro. Vengono ignorati i re del nord, cioè d’Israele. D’ora innanzi i rapporti con i testi paralleli nei libri dei Re sono più sporadici. Ampio spazio viene dato allo scisma al tempo di Roboamo (cc. 10-12) e a tre re zelanti: Giòsafat (cc. 17-20), Ezechia (cc. 29-32) e Giosia (cc. 34-35), impegnati nelle riforme religiose.

10,1 Sichem: dall’epoca di Giosuè è il luogo di riunione delle tribù d’Israele (Gs 24).

=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=●=

Approfondimenti


10,1-36,23. Con il c. 10 inizia la quarta parte dell'opera del Cronista, dedicata alla storia dei successori di Salomone sul trono di Giuda, fino all'editto di Ciro che consentì agli esiliati in Babilonia di tornare in patria. Notoriamente, a differenza di 1-2 Re, il Cronista limita la sua esposizione ai sovrani del regno del Sud. Egli passa in rassegna diciannove re della dinastia davidica, ignorando quasi del tutto i re del Nord, che sono chiamati in causa soltanto se e quando interferiscono con il regno di Giuda e ai quali il Cronista non lesina espressioni di recriminazione e condanna. Per il Cronista solo la dinastia davidica, che ha in Gerusalemme il suo tempio legittimo, è autentica. Il vero Israele è Giuda e gli unici re legittimi sono i diciannove successori di Salomone sul trono di Davide. Tra essi, l'attenzione va soprattutto a quelli che meglio hanno saputo difendere la fede jahvistica e il culto gerosolimitano: Giosafat, Ezechia e Giosia. A questi tre re riformatori il Cronista dedica quasi tanto spazio quanto concede a tutti gli altri messi insieme. Se a Salomone sono consacrati 202 versetti, Giosafat ne conta 102, Ezechia 117, Giosia 60, mentre ai sedici sovrani restanti sono dedicati in tutto 330 versetti.

Un'attenzione particolare è prestata anche al ruolo dei profeti e al loro appello alla penitenza e alla fiducia in JHWH. Per il Cronista, nonostante l'esperienza negativa della storia, l'uomo resta capace di conversione, di osservanza della direttiva divina e di ubbidienza a JHWH. Egli esprime questo messaggio, in definitiva positivo e incoraggiante, mettendolo sulla bocca dei vari profeti, che introduce sulla scena nei momenti importanti e cruciali della storia della dinastia davidica. La fonte principale del Cronista per questa sezione finale della sua opera resta 1-2 Re, ma in questa parte egli attinge anche ad altre fonti a noi sconosciute più di quanto non abbia fatto fin qui.

La sezione si apre con i cc. 10-12, sullo scisma delle dieci tribù del Nord e sul regno di Roboamo. Dopo aver trattato della secessione del regno del Nord (c. 10), il Cronista presenta il regno di Roboamo (c. 11) e quindi narra l'invasione egiziana che vi ha posto fine (c. 12).

10,1-19. Il Cronista utilizza come fonte 1Re 12,1-20, con alcuni ritocchi di carattere letterario. Le divergenze più notevoli sul piano storico si notano nei vv. 1-3.12 e la variante di maggior rilievo è la seguente: secondo 1Re 12 la responsabilità della secessione ricade su Roboamo e la sua inettitudine e leggerezza nel respingere le giuste rivendicazioni economico-politiche delle tribù del Nord, e Geroboamo entra in scena a scisma avvenuto (1Re 12,20); per il Cronista invece – che omette questo versetto di 1Re – Geroboamo ricopre un ruolo più rilevante nello scisma, tale da sminuire le colpe di Roboamo.

1-2. «tutti gli Israeliti», «tutto Israele» indica qui le dieci tribù del Nord, distinte dal regno di Giuda di cui Roboamo era già re. Sulla fuga di Geroboamo in Egitto cfr. 1Re 11,26-40.

19. «Israele si ribellò alla casa di Davide» è affermazione tendenziosa del Cronista, che ignora i torti di Roboamo, le sue angherie e il suo rifiuto sdegnoso delle giuste richieste dei sudditi.

(cf. VINCENZO GATTI, 2Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Ry Cooder - The Prodigal Son (2018)


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Dopo le sue due ultime produzioni del 2011 e 2012, non troppo entusiasmanti, Ry Cooder ritorna nella scena musicale con “The Prodigal Son” e questa volta convince. A differenza dei sopra citati, marcatamente fusi con suoni folk, blues e roots, questo “Prodigal Son” lo riporta all'inizio della sua carriera quando registrava vecchi brani blues, gospel, folk e swing... artesuono.blogspot.com/2018/05…


Ascolta: album.link/i/1428786066



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Ry Cooder - The Prodigal Son (2018)


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Dopo le sue due ultime produzioni del 2011 e 2012, non troppo entusiasmanti, Ry Cooder ritorna nella scena musicale con “The Prodigal Son” e questa volta convince. A differenza dei sopra citati, marcatamente fusi con suoni folk, blues e roots, questo “Prodigal Son” lo riporta all'inizio della sua carriera quando registrava vecchi brani blues, gospel, folk e swing... artesuono.blogspot.com/2018/05…


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😀 rimane su instagram per ora solo l'account marco.giovenale, mentre differx_it a breve se ne va: instagram.com/p/DaQqmzusUX7/

un po' come gmail, e il mio account su X, e quelli su tumblr. via via, si fa pulizia. 🤔 oggi mi sa che asfalto pure threads.

3 post:

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#socialmedia #twitter #tumblr #threads #x #gmail


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Poesia onirica

il sogno sfoglia spirali di memorie al lume di luna disegna il sonno delle cose

Versione estesa


il sogno sfoglia
spirali di memorie
al lume di luna
disegna
il sonno delle cose

sussurra pagine d'aria
dove i giorni si piegano
come foglie antiche
e il tempo, lieve, si perde
tra i margini del silenzio

una mano di vento
riordina i ricordi caduti
li dispone in ordine di luce
e ogni oggetto respira piano
un segreto che non ha nome

la stanza si fa mare
e il mare diventa stanza
navi di carta solcano il buio
portando con sé la voce
di ciò che non osa svegliarsi

il sogno chiude e riapre
una finestra su altri occhi
e nel riflesso della luna
tutto riposa, tutto tace
tranne il lento battito delle cose.


Interpretazione


Immagini principali: il sogno come libro che si sfoglia; la luna come luce che disegna; gli oggetti che acquisiscono vita nel sonno.
Temi: memoria, trasformazione, confine tra interno ed esterno, quiete notturna.
Tono e ritmo: frammentario e sospeso, adatto a versi brevi e a enjambement che suggeriscono il fluire onirico.
Suggerimenti stilistici: mantenere versi brevi per conservare l’atmosfera di sussurro; usare metafore concrete (foglie, mare, navi di carta) per ancorare l’immaginario senza spezzare il mistero.


Versione ampliata


il sogno sfoglia
spirali di memorie
al lume di luna
disegna
il sonno delle cose

le pagine si piegano
come ali di carta vecchia
e ogni riga trattiene un respiro
che sa di polvere e di sale
di voci che non hanno fretta

sul bordo della stanza
un orologio si scioglie lento
versando minuti come miele
e le ombre, curiose, si intrecciano
a formare mappe di mani

una lampada spegne il suo cuore
per ascoltare il passo dei ricordi
che tornano a casa a piedi nudi
portando con sé il colore
di giorni che non chiedono nome

i mobili imparano a parlare piano
con la voce dei vetri antichi
raccontano di finestre aperte
di piogge che hanno imparato a dormire
sul cuscino dei tetti

il corridoio si allunga come un fiume
e le porte diventano isole
su cui approdano fotografie
che respirano, si guardano, si perdono
in un dialogo senza tempo

una mano invisibile ordina le stelle
le dispone in fila come bottoni
e la luna, paziente sarta, cuce
sul tessuto del cielo un nuovo giorno
che ancora non osa mostrarsi

il sogno apre una valigia di vetro
ne estrae piccoli oggetti di luce
li posa sul tavolo del mondo
e ogni cosa, finalmente, si riconosce
nel silenzio che le tiene compagnia

quando il mattino sfiora la soglia
il sogno chiude il libro con delicatezza
ma lascia tra le pagine un seme di notte
che germoglierà, domani, in un gesto
che nessuno saprà spiegare.



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2CR - Capitolo 9


Visita della regina di Saba1 La regina di Saba, sentita la fama di Salomone, venne a Gerusalemme per metterlo alla prova con enigmi. Arrivò con un corteo molto numeroso, con cammelli carichi di aromi, d'oro in quantità e di pietre preziose. Si presentò a Salomone e gli parlò di tutto quello che aveva nel suo cuore. 2Salomone le chiarì tutto quanto ella gli diceva; non ci fu parola tanto nascosta a Salomone che egli non potesse spiegarle. 3La regina di Saba, quando vide la sapienza di Salomone, la reggia che egli aveva costruito, 4i cibi della sua tavola, il modo ordinato di sedere dei suoi servi, il servizio dei suoi domestici e le loro vesti, i suoi coppieri e le loro vesti, gli olocausti che egli offriva nel tempio del Signore, rimase senza respiro. 5Quindi disse al re: “Era vero, dunque, quanto avevo sentito nel mio paese sul tuo conto e sulla tua sapienza! 6Io non credevo a quanto si diceva, finché non sono giunta qui e i miei occhi non hanno visto; ebbene non mi era stata riferita neppure una metà della grandezza della tua sapienza! Tu superi la fama che ne ho udita. 7Beati i tuoi uomini e beati questi tuoi servi, che stanno sempre alla tua presenza e ascoltano la tua sapienza! 8Sia benedetto il Signore, tuo Dio, che si è compiaciuto di te così da collocarti sul suo trono come re per il Signore tuo Dio. Poiché il tuo Dio ama Israele e intende renderlo stabile per sempre, ti ha posto su di loro come re per esercitare il diritto e la giustizia”. 9Ella diede al re centoventi talenti d'oro, aromi in gran quantità e pietre preziose. Non ci furono mai tanti aromi come quelli che la regina di Saba diede al re Salomone. 10Inoltre gli uomini di Curam e quelli di Salomone, che portavano oro da Ofir, recarono legno di sandalo e pietre preziose. 11Con il legname di sandalo il re fece le scale per il tempio del Signore e per la reggia, cetre e arpe per i cantori; strumenti simili non erano mai stati visti nella terra di Giuda. 12Il re Salomone diede alla regina di Saba quanto lei desiderava e aveva domandato, oltre l'equivalente di quanto aveva portato al re. Quindi ella si mise in viaggio e tornò nel suo paese con i suoi servi.

Ricchezza e sapienza del re13Il peso dell'oro che giungeva a Salomone ogni anno era di seicentosessantasei talenti d'oro, 14senza contare quanto ne proveniva dai mercanti e dai commercianti; tutti i re dell'Arabia e i governatori della regione portavano a Salomone oro e argento. 15Il re Salomone fece duecento scudi grandi d'oro battuto, per ognuno dei quali adoperò seicento sicli d'oro battuto, 16e trecento scudi piccoli d'oro battuto, per ognuno dei quali adoperò trecento sicli d'oro. Il re li collocò nel palazzo della Foresta del Libano. 17Inoltre, il re fece un grande trono d'avorio, che rivestì d'oro puro. 18Il trono aveva sei gradini e uno sgabello d'oro. Vi erano braccioli da una parte e dall'altra del sedile e due leoni che stavano a fianco dei braccioli. 19Dodici leoni si ergevano di qua e di là, sui sei gradini; una cosa simile non si era mai fatta in nessun regno. 20Tutti i vasi per le bevande del re Salomone erano d'oro, tutti gli arredi del palazzo della Foresta del Libano erano d'oro fino; nessuno era in argento, perché ai giorni di Salomone non valeva nulla. 21Difatti le navi del re andavano a Tarsis, guidate dai marinai di Curam; ogni tre anni le navi di Tarsis arrivavano portando oro, argento, zanne d'elefante, scimmie e pavoni. 22Il re Salomone fu più grande, per ricchezza e sapienza, di tutti i re della terra. 23Tutti i re della terra cercavano il volto di Salomone, per ascoltare la sapienza che Dio aveva messo nel suo cuore. 24Ognuno gli portava, ogni anno, il proprio tributo, oggetti d'argento e oggetti d'oro, vesti, armi, aromi, cavalli e muli. 25Salomone aveva quattromila stalle per i suoi cavalli e i suoi carri e dodicimila cavalli da sella, distribuiti nelle città per i carri e presso il re a Gerusalemme. 26Egli dominava su tutti i re, dal Fiume alla regione dei Filistei e al confine con l'Egitto. 27Il re fece sì che a Gerusalemme l'argento abbondasse come le pietre e rese il legname di cedro tanto comune quanto i sicomòri che crescono nella Sefela. 28Da Musri e da tutti i paesi si importavano cavalli per Salomone.

Morte di Salomone29Le altre gesta di Salomone, dalle prime alle ultime, non sono forse descritte negli atti del profeta Natan, nella profezia di Achia di Silo e nelle visioni del veggente Iedo riguardo a Geroboamo, figlio di Nebat? 30Salomone regnò a Gerusalemme su tutto Israele quarant'anni. 31Salomone si addormentò con i suoi padri e lo seppellirono nella Città di Davide, suo padre; al suo posto divenne re suo figlio Roboamo.

__________________________Note

9,1 Saba: corrisponde probabilmente al moderno Yemen.

9,29-31 La fine del regno di Salomone (vedi 1Re 11,41-43) non è offuscata dalle colpe da lui commesse e ricordate in altri testi biblici. L’autore cita anche alcune fonti, per noi sconosciute, di cui si è servito (v. 29).

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Approfondimenti


Il c. 9, l'ultimo dedicato dal Cronista al regno di Salomone, riferisce anzitutto sulla visita della regina di Saba (vv. 1-10), contiene poi un sommario sulle ricchezze favolose del monarca (vv. 11-18) e riproduce infine la notizia della sua morte (vv. 29-31). Il Cronista segue quasi alla lettera 1Re 10,1-29.

1-10. Il racconto è pittoresco, ma nasconde una realtà più prosaica. La regina mira a frenare le interferenze di Salomone nel suo traffico di spezie con l'Oriente e riesce a concludere un accordo che è nell'interesse delle due parti.

10-11. Interrompono palesemente il filo della narrazione e si ricollegano meglio a 2Cr 8,17-18, dove si menziona la flotta del re di Tiro e di Salomone.

13-31. Cfr. 1Re 10,14-18. La magnificenza di Salomone è esaltata con l'elenco delle sue ricchezze da favola, accumulate a forza di imposte non di rado esose, nonché grazie alle sue iniziative commerciali e industriali.

25-28. Il brano ripete 2Cr 1,14-17 = 1Re 10,26-29, con modifiche di lieve entità. Al v. 28 l'autore generalizza: «tutti i paesi» (in 2Cr 1,16 si parla solo di Kue).

29-31. Fanno da conclusione ai capitoli dedicati al regno di Salomone, riprendendo alla lettera 1Re 11,41-43, ma con l'omissione di 1Re 11,1-40, contenente un giudizio severissimo sulla vita sessuale e cultuale del monarca, oltreché la dichiarazione che la futura divisione del regno fu conseguente alle sue incapacità di sovrano. Il Cronista non vuole gettare ombre nemmeno su Salomone, che ha cercato di dipingere in tutto e per tutto sul modello di Davide e che ha presentato dedito con ogni energia all'edificazione del tempio. L'autore sottolinea anche i buoni rapporti avuti dal sovrano con i profeti Natan (1Cr 17,1-15; cfr. 1Re 1,11-12), Achia (2Cr 10,15; 1Re 15,29-39) e Iddo, che non è menzionato altrove e che la tradizione ha identificato con il profeta anonimo di 1Re 13. È probabile che la menzione di questi tre profeti sia anche un'implicita allusione da parte del Cronista alle sezioni di 1Re, da lui utilizzate come fonte.

(cf. VINCENZO GATTI, 2Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Rosanne Cash – She Remembers Everything (2018)


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Per un'autrice e interprete che aveva iniziato la sua carriera all'ombra della grande tradizione di famiglia – spesso ingombrante, quando non insostenibile – Rosanne Cash ha compiuto una maturazione artistica a suo modo imprevedibile. Il ritorno sulle scene negli anni Duemila, con una serie di album dal carattere più riflessivo rispetto agli esordi da stellina neo-country, le ha offerto la possibilità di trasformarsi in una voce adulta dell'Americana, una sorta di madrina che potesse portare la fiaccola per l'intero movimento... artesuono.blogspot.com/2018/12…


Ascolta: album.link/s/4lXDkMXaGTpeAeVT4…



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Rosanne Cash – She Remembers Everything (2018)


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Per un'autrice e interprete che aveva iniziato la sua carriera all'ombra della grande tradizione di famiglia – spesso ingombrante, quando non insostenibile – Rosanne Cash ha compiuto una maturazione artistica a suo modo imprevedibile. Il ritorno sulle scene negli anni Duemila, con una serie di album dal carattere più riflessivo rispetto agli esordi da stellina neo-country, le ha offerto la possibilità di trasformarsi in una voce adulta dell'Americana, una sorta di madrina che potesse portare la fiaccola per l'intero movimento... artesuono.blogspot.com/2018/12…


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gammm.org/2026/06/29/20-anni-d…

a A.B.

tra mezzanotte precisa e mezzanotte e tre minuti del 29 giugno 2006, comparivano uno dopo l’altro in rete (al tempo, sulla piattaforma blogsome) i primi quattro post di GAMMM: blog che poi avrebbe avuto una sua attività fitta, forse non ininfluente sulle vicende degli ultimi due decenni di letteratura italiana.

da alcuni mesi era già in attività la collana chapbooks (gammm.org/chap/), curata da Michele Zaffarano e Gherardo Bortolotti. a tre anni di distanza, novembre 2009, usciva Prosa (https://www.lelettere.it/libro/9788860873019) in prosa (ticedizioni.com/products/prosa…), nella collana fuoriformato che Andrea Cortellessa dirigeva per Le Lettere. il libro a suo modo formalizzava (e magari anche giocava con) alcune modalità di scrittura poco usuali, ancor meno identificabili, quasi per niente italiane, che si sarebbero ancor meglio precisate o magari invece confuse grazie alla serie di incontri EX.IT – Materiali fuori contesto, ad Albinea (Reggio Emilia), a partire dal 2013, l’anno in cui nascono pure due collane, Benway Series e Syn _ scritture di ricerca.

qui di séguito si ripropongono i suddetti primi quattro post: Debord, Cage, Heissenbüttel, Derksen; e si brinda ai prossimi tempi, lunghi o brevi che saranno, del sito.

gammm.org/2026/06/29/r-_-la-so…

gammm.org/2026/06/29/r-_-john-…

gammm.org/2026/06/29/r-_-da-te…

gammm.org/2026/06/29/r-_-da-tr…


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In infinito espanderti (a Gabriele Galloni)

ti vedo con fare garbato rivolgerti ai morti tu che anzitempo sei dei loro sei come loro tu che ne scrivevi chiedendoti “in che luce cadranno” tu cuore amante dell' ignoto alla sua riva in infinito espanderti (tra virgolette il titolo di una sua opera – 2018, RP)

Riconoscimento


Questo testo ha un tono raccolto e rispettoso: parla di presenza, memoria e di un rapporto intimo con i morti, con immagini semplici ma efficaci che lasciano spazio all’eco del silenzio.


Analisi breve


Tema: dialogo con i morti; identità del poeta come parte della comunità dei defunti.
Immagini: il cuore «amante dell’ignoto», la riva come confine tra vita e oltre, il titolo dell’opera che ritorna come un invito all’espansione.
Tono e voce: misurato, quasi liturgico; la ripetizione e la sintassi frammentata creano un ritmo meditativo.


Cosa funziona


  • Economia di linguaggio: poche parole ma dense di senso.
  • Ripetizione: «sei dei loro sei come loro» rafforza l’appartenenza e l’identità condivisa.
  • Immagine finale: la riva e l’«infinito espanderti» chiudono con una nota di apertura e mistero.

Suggerimenti di revisione


  • Punteggiatura: aggiungere virgole o pause può chiarire il ritmo e la scansione delle frasi.
  • Chiarezza sintattica: la sequenza «sei dei loro sei come loro» è potente ma può risultare ambigua; valutare una lieve punteggiatura per guidare il lettore.
  • Coerenza grafica: uniformare l’uso degli spazi dopo l’apostrofo e la punteggiatura (es. «dell' ignoto» → «dell’ignoto»).
  • Titolo in corsivo o tra virgolette: mantenere la citazione come nota editoriale, ma integrarla con più leggerezza nel testo se si vuole fluidità.

Versione rivista (proposta)


ti vedo, con fare garbato,
rivolgerti ai morti: tu che, anzitempo,
sei dei loro, come loro;
tu che ne scrivevi, chiedendoti
in che luce cadranno.
Tu, cuore amante dell’ignoto,
alla sua riva, in infinito espanderti.
(“In infinito espanderti” — opera, 2018, RP)


Versione più lirica


ti vedo, con fare garbato,
parlare al silenzio come a un vicino;
ti rivolgi ai morti — e sei già tra loro,
ombra che si riconosce in altre ombre.

sei dei loro, sei come loro:
eco che si ripete e non si stanca,
voce che si domanda dove cadrà la luce
e la luce risponde con un respiro.

tu che scrivevi, chiedendoti,
in quale tenue chiarore si spezzeranno i nomi,
tu, cuore amante dell’ignoto,
che ascolti la riva dove il mondo si piega.

alla sua soglia ti spalanchi,
infinito che si distende come un mare calmo,
e il titolo ritorna, lieve come un canto:
in infinito espanderti, senza confine.


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2CR - Capitolo 8


Sommario sull’attività del re1Passati i vent'anni durante i quali aveva costruito il tempio del Signore e la reggia, 2Salomone ricostruì le città che Curam gli aveva dato e vi stabilì gli Israeliti. 3Salomone andò a Camat di Soba e la occupò. 4Egli ricostruì Tadmor nel deserto e tutte le città dei magazzini, che aveva costruito in Camat. 5Riedificò Bet-Oron superiore e Bet-Oron inferiore, fortezze con mura, battenti e catenacci. 6Lo stesso fece con Baalàt, con tutte le città dei magazzini che gli appartenevano e con tutte le città per i carri e per i cavalli e costruì a Gerusalemme, nel Libano e in tutto il territorio del suo dominio tutto ciò che gli piacque.7Quanti rimanevano degli Ittiti, degli Amorrei, dei Perizziti, degli Evei e dei Gebusei, che non erano Israeliti, 8e cioè i loro discendenti rimasti dopo di loro nella terra, coloro che gli Israeliti non avevano distrutto, Salomone li arruolò per il lavoro coatto, come accade ancora oggi. 9Ma degli Israeliti Salomone non fece schiavo nessuno per i suoi lavori, perché essi erano guerrieri, comandanti dei suoi scudieri, comandanti dei suoi carri e dei suoi cavalieri. 10I comandanti dei prefetti del re Salomone erano duecentocinquanta e dirigevano il popolo.11Salomone trasferì la figlia del faraone dalla Città di Davide alla casa che le aveva fatto costruire, perché pensava: “Non deve abitare una mia donna nella casa di Davide, re d'Israele, perché è santo ogni luogo in cui ha sostato l'arca del Signore”.12In quel tempo Salomone offrì olocausti al Signore sull'altare del Signore, che aveva fatto costruire di fronte al vestibolo. 13Secondo il rituale quotidiano offriva olocausti conformemente al comando di Mosè, nei sabati, nei noviluni e nelle tre feste dell'anno, cioè nella festa degli Azzimi, nella festa delle Settimane e nella festa delle Capanne. 14Secondo le disposizioni di Davide, suo padre, stabilì le classi dei sacerdoti per il loro servizio. Anche per i leviti dispose che nel loro ufficio lodassero Dio e assistessero i sacerdoti ogni giorno; ai portieri nelle loro classi assegnò le singole porte, perché così aveva comandato Davide, uomo di Dio. 15Non si allontanarono in nulla dalle disposizioni del re Davide riguardo ai sacerdoti e ai leviti; lo stesso avvenne riguardo ai tesori. 16Così fu realizzata tutta l'opera di Salomone, da quando si gettarono le fondamenta del tempio del Signore fino al compimento definitivo del tempio del Signore.17Allora Salomone andò a Esion-Ghèber e a Elat, sulla riva del mare, nel territorio di Edom. 18Curam per mezzo dei suoi marinai gli mandò alcune navi e uomini esperti del mare. Costoro, insieme con i marinai di Salomone, andarono a Ofir e di là presero quattrocentocinquanta talenti d'oro e li portarono al re Salomone.

__________________________Note

8,4 Tadmor: è l’antico nome di Palmira, nel deserto siriano.

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Approfondimenti


Il c. 8 presenta l'attività di Salomone in campo commerciale, urbanistico e familiare. Il re ricostruisce le città restituite da Tiro (vv. 1-2), edifica nuovi centri urbani (vv. 3-6), organizza la mano d'opera nel paese (vv. 7-10), introduce la regina nel suo palazzo (v. 11), regola gli ordinamenti cultuali secondo il volere del padre (vv. 12-16) e promuove il traffico marittimo con il paese di Ofir (vv. 17-18). Il brano corre parallelo a 1Re 9,10-28, con alcune modifiche intese a esaltare Salomone soprattutto come uomo di Dio e fedele esecutore delle disposizioni di Davide. Il successo del re in ogni settore di attività è prova concreta della benedizione divina.

2. Il testo parallelo di 1Re 9,11-13 sostiene esattamente il contrario: in cambio del legname e dell'oro fornito da Chiram (Chiuram), Salomone offrì venti città della Galilea. In 1Re peraltro il testo non è chiaro, giacché Chiram, a quanto pare, non gradisce le città e le restituisce a Salomone. Può darsi che il Cronista riporti i fatti con maggiore coerenza: Salomone offrì a Chiram in pegno le venti città del nord, che il re di Tiro accettò a malincuore e restituì dopo che Salomone ebbe pagato il pegno. Questi poi le “ricostruì” con una serie di interventi edilizi intesi a renderle adatte a ospitare gli Israeliti che vi avrebbe trasferito.

3. Camat di Zoba, cfr. 1Cr 18,3ss. Questa campagna militare di Salomone non è menzionata in 1 Re.

4. Palmira, nel deserto siriano, importante nodo carovaniero per il commercio tra il Mediterraneo e le regioni dell'Eufrate, che Salomone poté occupare grazie a una precedente operazione militare di Davide, che gli aveva aperto la strada abbattendo Damasco, cfr. 1Cr 18,6, mentre l'avanzata dell'impero assiro, in declino dopo la morte di Tiglat-Pilezer I, non era ancora iniziata.

7-10. Cfr. 1Re 9,20-23. Il Cronista aggiunge una annotazione: la situazione creata da Salomone relativamente ai lavori servili perdura «fino ad oggi» (v. 8).

11. Cfr. 1Re 9,24, dal quale però il Cronista si discosta notevolmente. Egli non ha mai parlato della figlia del faraone, che suppone nota da 1Re 3,1; 7,8; 9,16. A lui preme spiegare ai suoi contemporanei la sconvenienza di un matrimonio con una pagana, un fatto che se nel sec. X poteva avere una sua importanza politica, nel sec. IV invece rappresentava un'offesa al sentimento religioso del giudaismo postesilico.

12-16. I versetti amplificano 1Re 9,25, aggiungendo dettagli sul culto e sul personale liturgico. Tutto – secondo il Cronista – deve svolgersi secondo il rituale previsto dal codice Sacerdotale (Lv 23; Nm 28-29) e le norme davidiche (cfr. 1Cr 23-26).

17-18. Cfr. 1 Re 9,26-28. Per il Cronista il re in persona “va” ad Ezion-Gheber. E più verosimile che Salomone abbia incaricato altri di effettuare questi viaggi.

(cf. VINCENZO GATTI, 2Cronache – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Pensando a Genova


Fra meno di tre settimane sarà il 25° anniversario del G8 di Genova, cioè la seconda sconfitta mai del tutto processata dalla sinistra extraparlamentare italiana (e non solo) assieme ai tumulti del 1977 (e di quelli se ne parla il prossimo anno), e dopo la quale non abbiamo più raggiunto strutture e numeri tali da fare davvero tremare il padronato. Stasera avrei dovuto spulciare tutti i siti web in chiaro ancora esistenti dei centri sociali di Milano per capire se qualcun* organizza una maledetta carovana per scendere a Genova, invece mi sono messo a frugare nella mia cloud Google, allo scopo di recuperare e salvarmi in locale tutto il materiale che non voglio lasciare in pasto ai tecno-plutocrati... e per combinazione ho ritrovato una poesia risalente a poco meno di 3 anni fa esatti: una riscrittura beffarda della canzone di rock neofascista “Claretta e Ben” dei 270 Bis, composta da un cretinodicrescenzago giovane ed entusiasta come inno a quel Movimento delle masse oppresse in cui credeva con tutto il cuore, prima di accumulare anche lui mazzate (metaforiche), esaurimenti (da assemblee incastrate su sé stesse) e candelotti di lacrimogeni (pochi ma forti).

Oggi la pubblico qui, come sputo limaccioso sul busto ebete del Duce, come prima preghiera del pellegrinaggio fino alla tomba di Carlo Giuliani, e come dono a chi vorrà remixare un po' la partitura della canzone originale per mettere in musica la mia versione senza rotture legali. Se lo fate, accreditatemi come paroliere, e o mandatemi una registrazione, o invitatemi direttamente; perché starci dentro “è difficile / ma ci credo!”.

O almeno, ci voglio ancora credere.

In Piazzale Loreto


Su svegliatevi riscuotetevi vedo in terra una rossa bandiera come un angelo tra le fabbriche che si lancia a colpire il cielo!

Forse è un inno o solo un sogno il ricordo di una canzone ma ora sale sai come il ritmo di una furia dentro al mio cuore.

Han ballato sui nostro corpi, han sputato sul nostro nome, han nascosto le nostre tombe, ma non ci possono cancellare!

Puoi vederli sai, sono qui con noi con le braccia levate al Sole; lottan qui con noi io le vedo, stan ballando in Piazzale Loreto

È una piazza piena di sogni un'armata di care amiche, mille anime di caduti ma nel ricordo per sempre vivi.

Son studenti di Valle Giulia e compagne in Alimonda, il picchetto di Sanremo le mondine di Molinella.

E ora sono qui, son per sempre qui, son tornate a marciare ancora dalle carceri dalle tombe dagli scrigni della memoria.

Mille innanzi a me mille dietro a te e altre mille per ogni lato è difficile ma ci credo! Ci si vede in piazzale Loreto!

E io ho il cuore rosso-nero e re Umberto io lo mando al cimitero. E io ho il cuore verde-nero perciò non cedo e difendo il mondo intero

E io ho il cuore rosa-nero tripla luna brilla nel mio cielo. E io ho il cuore viola-nero o compagna, compagna io ti credo.


log.livellosegreto.it/cretinod…

Elvis Costello & The Imposters – Look Now (2018)


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immagine

Era il Giugno del 1986 quando Elvis Costello, recandosi al soundchek per le riprese del live al club londinese Ronnie Scott, in cui si sarebbe esibito quella stessa sera insieme a Chet Baker, Michel Graillier e Riccardo Del Fra, incontrò Van Morrison il quale surrealisticamente gli chiese se potesse partecipare alle prove. Morrison accettò cantando “Send In The Clowns”, con scarso apprezzamento da parte del trombettista statunitense che invece, già da tempo, si trovava in perfetta sintonia con lo stile di Costello... artesuono.blogspot.com/2018/10…


Ascolta: album.link/i/1413531439



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Elvis Costello & The Imposters – Look Now (2018)


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Era il Giugno del 1986 quando Elvis Costello, recandosi al soundchek per le riprese del live al club londinese Ronnie Scott, in cui si sarebbe esibito quella stessa sera insieme a Chet Baker, Michel Graillier e Riccardo Del Fra, incontrò Van Morrison il quale surrealisticamente gli chiese se potesse partecipare alle prove. Morrison accettò cantando “Send In The Clowns”, con scarso apprezzamento da parte del trombettista statunitense che invece, già da tempo, si trovava in perfetta sintonia con lo stile di Costello... artesuono.blogspot.com/2018/10…


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Questo cuore impavido batte per te ogni giorno solo per te da mezzogiorno e due alle due meno tre.

Ricorda il fischio di un treno che passa lontano e vorresti salirci ma è proprio lontano.

Questo cuore impavido e nudo nell'isola degli scimmiotti inseguito da luoghi comuni ed etichettatori con occhiali grossi come piatti.

Ricorda le urla di una madre affacciata al balcone: è ora di fare merenda! ma non hai ancora finito di giocare a pallone.

Questo cuore impavido vestito da chierico della patata nel dungeon del tempo che passa con la mazza più uno con supercazzola incantata.

Ricorda le ferite fatte con le unghie per grattare le punture di zanzare e le bolle dell'ortica.

Questo cuore impavido che viaggia nel giorno del tentacolo in groppa al cinghiale bianco e ancora ti dice: sei un miracolo.

Ricorda un ghiacciolo al limone in un giorno d'afa e di sole.


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Quando la remigrazione diventa programma politico.


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(228)

(R1)

Nel dibattito politico italiano la parola “#remigrazione” è arrivata con la forza tipica dei concetti che sembrano semplici solo in apparenza. A prima vista può ricordare un termine tecnico, quasi burocratico, ma il suo contenuto è tutt’altro che neutro: indica, infatti, l’idea di riportare fuori dal paese persone straniere considerate non integrate, non desiderate o comunque incompatibili con l’ordine sociale e culturale dominante.

È proprio questa ambivalenza a renderla così efficace e così insidiosa. Perché la remigrazione non è soltanto una proposta sull’immigrazione: è una visione della società fondata sulla selezione, sulla gerarchia delle appartenenze e sulla costruzione di un confine identitario sempre più rigido tra chi sarebbe pienamente legittimo e chi no. In #Italia, questa parola ha trovato spazio soprattutto dentro l’ecosistema della destra radicale, ma il punto più delicato è un altro: la sua progressiva normalizzazione nel discorso pubblico, fino a diventare materia di confronto anche in contesti che un tempo l’avrebbero considerata apertamente estranea alla grammatica democratica.

La discesa in politica di Roberto #Vannacci ha accelerato questo processo e gli ha dato una nuova visibilità. Con la nascita di “Futuro Nazionale”, l’ex generale ha spostato la remigrazione dal margine al centro della sua proposta politica, presentandola come strumento di tutela dell’identità, della sicurezza e dei valori occidentali. In questo passaggio c’è già una prima distorsione: il tema migratorio non viene affrontato come questione complessa di diritto, lavoro, integrazione e gestione amministrativa, ma come terreno su cui costruire consenso attraverso la paura e la contrapposizione.

Vannacci non parla di remigrazione come di un semplice meccanismo di rimpatrio per chi è privo di titolo a restare; la inserisce invece in una narrazione più ampia, in cui il problema non è soltanto l’irregolarità, ma la presenza stessa di chi è percepito come estraneo. Questa è la prima grande stortura, politica e culturale insieme: la confusione tra rimpatrio e remigrazione. Il rimpatrio è uno strumento previsto dall’ordinamento e riguarda chi si trova in condizione di irregolarità; la remigrazione, nella versione rilanciata dalla nuova destra, aspira invece a diventare un progetto di più ampio respiro, capace di ridisegnare in senso etnico e simbolico la composizione della comunità nazionale.

La differenza non è marginale, perché nel primo caso si parla di applicazione della legge, nel secondo di una idea di società da rendere omogenea. Quando un’idea del genere entra nel dibattito politico, il rischio è che il diritto venga piegato a un obiettivo identitario, trasformando la cittadinanza in un filtro culturale e non più in uno status giuridico uguale per tutti. La seconda distorsione è il linguaggio.Espressioni come “culturalmente incompatibile”, ricorrenti nella retorica della remigrazione, hanno un’apparenza razionale ma aprono a criteri del tutto arbitrari. Chi stabilisce che cosa sia compatibile e che cosa non lo sia? Chi decide dove finisce l’integrazione e dove inizia l’incompatibilità? Soprattutto: sulla base di quali parametri, se non di un giudizio politico e ideologico?

(R2)

In questo slittamento si vede la natura profonda del concetto.La remigrazione non si limita a distinguere tra regolare e irregolare, ma prova a costruire una scala di appartenenza, nella quale alcuni soggetti restano tollerati solo fino a quando non diventano troppo visibili, troppo presenti o troppo diversi. Il caso italiano è particolarmente significativo, perché questa evoluzione non si è prodotta in modo improvviso, ma attraverso una serie di passaggi successivi. Prima il termine è circolato negli ambienti dell’estrema destra europea, poi è stato ripreso da movimenti identitari e da reti militanti, infine ha cominciato a trovare sponde nel dibattito mediatico e politico più largo.

Nel frattempo, la questione migratoria è stata sempre più spesso raccontata attraverso schemi binari: da un lato il cittadino minacciato, dall’altro lo straniero che destabilizza. Il risultato è una semplificazione estrema di problemi che invece richiederebbero strumenti diversi, dalla gestione dei flussi alle politiche abitative, dal lavoro alla scuola, dall’integrazione ai servizi territoriali. Quando invece si sceglie la scorciatoia della remigrazione, si promette una soluzione immediata a problemi strutturali e si sposta l’attenzione dalla complessità alla punizione.

Questa narrazione produce un effetto preciso: trasforma il migrante in un simbolo su cui scaricare ansie collettive che hanno origini molto più ampie. Insicurezza economica, precarietà sociale, sfiducia nelle istituzioni, timore del declino: tutto viene condensato in un’unica figura di alterità. È una strategia antica, ma oggi più potente che mai perché trova terreno fertile in un contesto di forte polarizzazione e di competizione identitaria.

Il problema è che questa semplificazione non risolve nulla. Al contrario, alimenta la percezione di una società divisa in blocchi incompatibili, rafforza il sospetto verso chi ha origine straniera anche quando è pienamente inserito nel tessuto civile e lavorativo, e mette in crisi l’idea stessa di convivenza come progetto comune.

La retorica della sicurezza è il motore principale di questa operazione. Ogni volta che si parla di remigrazione, il discorso viene immediatamente spostato sul terreno della protezione, del controllo e dell’ordine.Ma la sicurezza, in un sistema democratico, non può diventare una categoria etnica.Non può coincidere con l’idea che la presenza straniera sia di per sé una minaccia, né può essere usata per legittimare la compressione del principio di uguaglianza.

Quando questo accade, la politica smette di regolare conflitti e comincia a produrre gerarchie tra esseri umani. È qui che la remigrazione rivela il suo carattere più profondo: non una risposta ai problemi, ma una modalità di lettura del mondo che distingue tra chi appartiene e chi può essere espulso simbolicamente prima ancora che materialmente.lù

La parabola di Vannacci è emblematica anche per un altro motivo: mostra quanto il centrodestra italiano sia attraversato da una tensione interna tra gestione istituzionale dei fenomeni migratori e radicalizzazione del linguaggio. Da una parte c’è chi prova a parlare di rimpatri, regole e accordi; dall’altra c’è chi preferisce alzare il tono e trasformare il tema in una battaglia di civiltà.

La remigrazione si colloca esattamente in questa seconda traiettoria, quella che consente di mobilitare consensi attraverso la contrapposizione, ma che finisce anche per spostare sempre più avanti il confine di ciò che appare politicamente legittimo. È un meccanismo pericoloso, perché la destra istituzionale rischia di inseguire quella più estrema invece di contenerla, contribuendo così alla sua ulteriore legittimazione.

(R3)

Le conseguenze sociali sono ancora più gravi. Una società che adotta la remigrazione come parola d’ordine comincia a percepirsi come un corpo da “ripulire”, non come una comunità complessa da governare. Si rafforza la divisione tra “noi” e “loro”, si alimentano sospetti generalizzati verso interi gruppi di popolazione, si indebolisce il principio di uguaglianza e si diffonde l’idea che la presenza di alcune persone sia sempre revocabile, condizionata o temporanea. In questo clima, la cittadinanza perde il suo significato universale e diventa un privilegio da assegnare in modo selettivo.Non è un dettaglio lessicale: è una trasformazione profonda della cultura politica.

Ed è proprio qui che si vede l’alterazione più importante.La remigrazione viene presentata come soluzione a problemi concreti, ma in realtà funziona come dispositivo di spostamento del conflitto. Invece di affrontare le cause della crisi sociale, economica e istituzionale, si costruisce un racconto in cui la responsabilità viene attribuita al soggetto più visibile e più vulnerabile.Il migrante diventa così il bersaglio ideale: facile da nominare, semplice da contrapporre, utile da esibire come prova di fermezza.

Una politica che sceglie questa strada non rafforza lo Stato e non rende più solida la convivenza democratica. Produce invece una società più diffidente, più rancorosa e più disponibile ad accettare che alcuni diritti valgano meno di altri.

La questione, in fondo, non riguarda solo la parola remigrazione. Riguarda il modo in cui una parte della politica italiana ha deciso di usare il tema migratorio come acceleratore identitario, spostando il baricentro del dibattito dalla soluzione dei problemi alla costruzione del nemico. La discesa in campo di Vannacci ha reso questa tendenza più visibile, più organizzata e più competitiva elettoralmente. Ma proprio per questo andrebbe letta non come un episodio isolato, bensì come il segnale di una trasformazione più ampia: il passaggio da una politica che prova a governare la complessità a una politica che preferisce semplificare il mondo in appartenenze contrapposte.

La remigrazione, in questa cornice, non è una proposta tra le altre. È il sintomo di una cultura politica che non cerca di tenere insieme una società plurale, ma di ridefinirla attraverso l’esclusione.

#Blog #Politica #Destra #DirittiCivili #Remigrazione #Vannacci


noblogo.org/transit/quando-la-…


Quando la remigrazione diventa programma politico.


(228)

(R1)

Nel dibattito politico italiano la parola “#remigrazione” è arrivata con la forza tipica dei concetti che sembrano semplici solo in apparenza. A prima vista può ricordare un termine tecnico, quasi burocratico, ma il suo contenuto è tutt’altro che neutro: indica, infatti, l’idea di riportare fuori dal paese persone straniere considerate non integrate, non desiderate o comunque incompatibili con l’ordine sociale e culturale dominante.

È proprio questa ambivalenza a renderla così efficace e così insidiosa. Perché la remigrazione non è soltanto una proposta sull’immigrazione: è una visione della società fondata sulla selezione, sulla gerarchia delle appartenenze e sulla costruzione di un confine identitario sempre più rigido tra chi sarebbe pienamente legittimo e chi no. In #Italia, questa parola ha trovato spazio soprattutto dentro l’ecosistema della destra radicale, ma il punto più delicato è un altro: la sua progressiva normalizzazione nel discorso pubblico, fino a diventare materia di confronto anche in contesti che un tempo l’avrebbero considerata apertamente estranea alla grammatica democratica.

La discesa in politica di Roberto #Vannacci ha accelerato questo processo e gli ha dato una nuova visibilità. Con la nascita di “Futuro Nazionale”, l’ex generale ha spostato la remigrazione dal margine al centro della sua proposta politica, presentandola come strumento di tutela dell’identità, della sicurezza e dei valori occidentali. In questo passaggio c’è già una prima distorsione: il tema migratorio non viene affrontato come questione complessa di diritto, lavoro, integrazione e gestione amministrativa, ma come terreno su cui costruire consenso attraverso la paura e la contrapposizione.

Vannacci non parla di remigrazione come di un semplice meccanismo di rimpatrio per chi è privo di titolo a restare; la inserisce invece in una narrazione più ampia, in cui il problema non è soltanto l’irregolarità, ma la presenza stessa di chi è percepito come estraneo. Questa è la prima grande stortura, politica e culturale insieme: la confusione tra rimpatrio e remigrazione. Il rimpatrio è uno strumento previsto dall’ordinamento e riguarda chi si trova in condizione di irregolarità; la remigrazione, nella versione rilanciata dalla nuova destra, aspira invece a diventare un progetto di più ampio respiro, capace di ridisegnare in senso etnico e simbolico la composizione della comunità nazionale.

La differenza non è marginale, perché nel primo caso si parla di applicazione della legge, nel secondo di una idea di società da rendere omogenea. Quando un’idea del genere entra nel dibattito politico, il rischio è che il diritto venga piegato a un obiettivo identitario, trasformando la cittadinanza in un filtro culturale e non più in uno status giuridico uguale per tutti. La seconda distorsione è il linguaggio.Espressioni come “culturalmente incompatibile”, ricorrenti nella retorica della remigrazione, hanno un’apparenza razionale ma aprono a criteri del tutto arbitrari. Chi stabilisce che cosa sia compatibile e che cosa non lo sia? Chi decide dove finisce l’integrazione e dove inizia l’incompatibilità? Soprattutto: sulla base di quali parametri, se non di un giudizio politico e ideologico?

(R2)

In questo slittamento si vede la natura profonda del concetto.La remigrazione non si limita a distinguere tra regolare e irregolare, ma prova a costruire una scala di appartenenza, nella quale alcuni soggetti restano tollerati solo fino a quando non diventano troppo visibili, troppo presenti o troppo diversi. Il caso italiano è particolarmente significativo, perché questa evoluzione non si è prodotta in modo improvviso, ma attraverso una serie di passaggi successivi. Prima il termine è circolato negli ambienti dell’estrema destra europea, poi è stato ripreso da movimenti identitari e da reti militanti, infine ha cominciato a trovare sponde nel dibattito mediatico e politico più largo.

Nel frattempo, la questione migratoria è stata sempre più spesso raccontata attraverso schemi binari: da un lato il cittadino minacciato, dall’altro lo straniero che destabilizza. Il risultato è una semplificazione estrema di problemi che invece richiederebbero strumenti diversi, dalla gestione dei flussi alle politiche abitative, dal lavoro alla scuola, dall’integrazione ai servizi territoriali. Quando invece si sceglie la scorciatoia della remigrazione, si promette una soluzione immediata a problemi strutturali e si sposta l’attenzione dalla complessità alla punizione.

Questa narrazione produce un effetto preciso: trasforma il migrante in un simbolo su cui scaricare ansie collettive che hanno origini molto più ampie. Insicurezza economica, precarietà sociale, sfiducia nelle istituzioni, timore del declino: tutto viene condensato in un’unica figura di alterità. È una strategia antica, ma oggi più potente che mai perché trova terreno fertile in un contesto di forte polarizzazione e di competizione identitaria.

Il problema è che questa semplificazione non risolve nulla. Al contrario, alimenta la percezione di una società divisa in blocchi incompatibili, rafforza il sospetto verso chi ha origine straniera anche quando è pienamente inserito nel tessuto civile e lavorativo, e mette in crisi l’idea stessa di convivenza come progetto comune.

La retorica della sicurezza è il motore principale di questa operazione. Ogni volta che si parla di remigrazione, il discorso viene immediatamente spostato sul terreno della protezione, del controllo e dell’ordine.Ma la sicurezza, in un sistema democratico, non può diventare una categoria etnica.Non può coincidere con l’idea che la presenza straniera sia di per sé una minaccia, né può essere usata per legittimare la compressione del principio di uguaglianza.

Quando questo accade, la politica smette di regolare conflitti e comincia a produrre gerarchie tra esseri umani. È qui che la remigrazione rivela il suo carattere più profondo: non una risposta ai problemi, ma una modalità di lettura del mondo che distingue tra chi appartiene e chi può essere espulso simbolicamente prima ancora che materialmente.lù

La parabola di Vannacci è emblematica anche per un altro motivo: mostra quanto il centrodestra italiano sia attraversato da una tensione interna tra gestione istituzionale dei fenomeni migratori e radicalizzazione del linguaggio. Da una parte c’è chi prova a parlare di rimpatri, regole e accordi; dall’altra c’è chi preferisce alzare il tono e trasformare il tema in una battaglia di civiltà.

La remigrazione si colloca esattamente in questa seconda traiettoria, quella che consente di mobilitare consensi attraverso la contrapposizione, ma che finisce anche per spostare sempre più avanti il confine di ciò che appare politicamente legittimo. È un meccanismo pericoloso, perché la destra istituzionale rischia di inseguire quella più estrema invece di contenerla, contribuendo così alla sua ulteriore legittimazione.

(R3)

Le conseguenze sociali sono ancora più gravi. Una società che adotta la remigrazione come parola d’ordine comincia a percepirsi come un corpo da “ripulire”, non come una comunità complessa da governare. Si rafforza la divisione tra “noi” e “loro”, si alimentano sospetti generalizzati verso interi gruppi di popolazione, si indebolisce il principio di uguaglianza e si diffonde l’idea che la presenza di alcune persone sia sempre revocabile, condizionata o temporanea. In questo clima, la cittadinanza perde il suo significato universale e diventa un privilegio da assegnare in modo selettivo.Non è un dettaglio lessicale: è una trasformazione profonda della cultura politica.

Ed è proprio qui che si vede l’alterazione più importante.La remigrazione viene presentata come soluzione a problemi concreti, ma in realtà funziona come dispositivo di spostamento del conflitto. Invece di affrontare le cause della crisi sociale, economica e istituzionale, si costruisce un racconto in cui la responsabilità viene attribuita al soggetto più visibile e più vulnerabile.Il migrante diventa così il bersaglio ideale: facile da nominare, semplice da contrapporre, utile da esibire come prova di fermezza.

Una politica che sceglie questa strada non rafforza lo Stato e non rende più solida la convivenza democratica. Produce invece una società più diffidente, più rancorosa e più disponibile ad accettare che alcuni diritti valgano meno di altri.

La questione, in fondo, non riguarda solo la parola remigrazione. Riguarda il modo in cui una parte della politica italiana ha deciso di usare il tema migratorio come acceleratore identitario, spostando il baricentro del dibattito dalla soluzione dei problemi alla costruzione del nemico. La discesa in campo di Vannacci ha reso questa tendenza più visibile, più organizzata e più competitiva elettoralmente. Ma proprio per questo andrebbe letta non come un episodio isolato, bensì come il segnale di una trasformazione più ampia: il passaggio da una politica che prova a governare la complessità a una politica che preferisce semplificare il mondo in appartenenze contrapposte.

La remigrazione, in questa cornice, non è una proposta tra le altre. È il sintomo di una cultura politica che non cerca di tenere insieme una società plurale, ma di ridefinirla attraverso l’esclusione.

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Ciao piccola


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Forse l'ho uccisa. Niente di troppo cruento, nessuno sgozzamento alla CSI, nessun vicino che sente urla disperate e neppure corte unghiette di esili manine che graffiano le mura di qualche cantina alla spasmodica ricerca di una via di fuga. Nulla di tutto questo. Se è morta, è morta d'incuria. Il che, a ben pensarci, potrebbe essere persino peggio di uno sgozzamento. L'ho nascosta così bene da non riuscire più a trovarla, nelle frenetiche giornate da adulta mi sono persa tra lavoro e call e bollette da pagare e scadenze da ricordare fino ad arrivare al punto di dimenticarmi completamente di lei, di darle da mangiare, di pulirle la stanza, anche solo di accertarmi che respirasse ancora.Scena del crimine

Mentre scrivo queste righe è forte la tentazione di mollare tutto e correre a cercarla. Per assicurarmi che sia ancora viva. Che stia ancora bene, nonostante tutto. Nonostante me. Ma ho un compito da svolgere, sono una donna adulta che non si sottrae ai propri doveri, dunque starò qui a scrivere fino a quando non avrò fatto ciò che devo e solo dopo, forse, se avrò tempo, andrò a cercarla per assicurarmi che stia ancora bene. D'un tratto, però, sento qualcosa. Non è un urlo che squarcia il silenzio, non un grido d'aiuto. È un sussurro, come di qualcuno che bisbiglia un segreto all'orecchio, con una risatina di bimba divertita. Una parola sola: Pirata!Cerco di ignorare quella voce che però continua a mormorare, accompagnata da una risatina argentina, come un campanellino scosso dalla brezza. E, d'un tratto, il sussurro diventa immagine: una pagina, una pagina web, scritta al computer, pubblicata circa un anno fa. Di colpo, la risatina diventa una burla, la parola bisbigliata acquista un senso.Pirata!, ma certo! Avevo scritto di pirati, io! Era giugno, faceva caldo, forse non come in questi giorni, ma... sì, la strada era polverosa e arroventata dal sole di fine giugno, ora lo ricordo! E quasi febbrilmente vado alla ricerca di quella pagina, fino a quando la ritrovo proprio qui.

La #SagraIndieWeb nemmeno sapevo cosa fosse, BobbiArbore non aveva ancora deciso che il tema di questo mese sarebbe stato “L'importanza di prendersi cura della nostra parte infantile”, eppure avevo scritto quelle parole. E oggi, a poco più di un anno di distanza, rieccomi qui ad ascoltare il sussurro di quella bambina che sono stata. E che, da qualche parte, sono ancora.

Mi prendo cura di lei? Poco, questo è certo. Spesso la dimentico, so che c'è ma non ci bado, do priorità a tutte quelle cose da grandi che trovavo – e spesso trovo ancora – mortalmente noiose, e sciocche, e senza senso. Vuoi mettere come sarebbe più bello saltare a piedi pari dentro una pozzanghera, invece di pensare a pagare la bolletta del telefono? E passare qualche ora a dipingere in giardino, anziché stare appiccicata al computer e leggere e rispondere a tutte quelle email? Però per fortuna ho una manciata di nipoti, coi quali ogni tanto posso tornare a giocare, con interminabili e combattutissime sfide a carte, o a infrangere il record di numero di scambi a pallavolo, o a disegnare unicorni e farfalle e gattini che però hanno la coda da sirena e nuotano come pesci. E poi ci sono i libri, e i fumetti, e le chiacchiere su Mastodon tra gente che, forse, in fondo in fondo, come me, è ancora un po' bambina. E ci sono anche eventi che, ogni tanto, irrompono nella vita come un fulmine, squarciando l'apparente tranquillità: accadimenti che, da bambina, non avrei saputo affrontare; è in quei momenti che torno indietro, vado da lei, apro con cura la porta della sua cameretta e la tocco su una spalla mentre è lì, china sul suo ennesimo disegno da colorare. Quando si volta a guardarmi, e spalanca i suoi occhi per la sorpresa, le dico di stare tranquilla, che sono la lei del futuro, che tutto andrà bene, che il dolore che ha provato per la presa in giro a scuola guarirà, che fra qualche tempo resterà solo un ricordo, come una piccola cicatrice per rammentare che quella cosa è successa, ma che è servita a renderla più forte.“Stai andando alla grande – le dico -Metà dei tuoi compagni che ti sfottono adesso, in futuro avranno vite insipide, lavori che odieranno, divorzi e rimpianti. E scriveranno tutto su delle cose che si chiameranno social network, che tu oggi non conosci ma che permetteranno a chiunque di ficcare il naso nelle vite altrui. Tu continua per la tua strada, coltiva i tuoi sogni, prenditene cura, non dare retta a chi ti chiama secchiona: se ti dà gioia, studia. Cerca sempre di essere la persona che il tuo spirito ti chiama ad essere e, tesoro, fregatene di tutto il resto! Ciao, piccola”.


log.livellosegreto.it/atlaviat…


Ciao piccola


Forse l'ho uccisa. Niente di troppo cruento, nessuno sgozzamento alla CSI, nessun vicino che sente urla disperate e neppure corte unghiette di esili manine che graffiano le mura di qualche cantina alla spasmodica ricerca di una via di fuga. Nulla di tutto questo. Se è morta, è morta d'incuria. Il che, a ben pensarci, potrebbe essere persino peggio di uno sgozzamento. L'ho nascosta così bene da non riuscire più a trovarla, nelle frenetiche giornate da adulta mi sono persa tra lavoro e call e bollette da pagare e scadenze da ricordare fino ad arrivare al punto di dimenticarmi completamente di lei, di darle da mangiare, di pulirle la stanza, anche solo di accertarmi che respirasse ancora.Scena del crimine

Mentre scrivo queste righe è forte la tentazione di mollare tutto e correre a cercarla. Per assicurarmi che sia ancora viva. Che stia ancora bene, nonostante tutto. Nonostante me. Ma ho un compito da svolgere, sono una donna adulta che non si sottrae ai propri doveri, dunque starò qui a scrivere fino a quando non avrò fatto ciò che devo e solo dopo, forse, se avrò tempo, andrò a cercarla per assicurarmi che stia ancora bene. D'un tratto, però, sento qualcosa. Non è un urlo che squarcia il silenzio, non un grido d'aiuto. È un sussurro, come di qualcuno che bisbiglia un segreto all'orecchio, con una risatina di bimba divertita. Una parola sola: Pirata!Cerco di ignorare quella voce che però continua a mormorare, accompagnata da una risatina argentina, come un campanellino scosso dalla brezza. E, d'un tratto, il sussurro diventa immagine: una pagina, una pagina web, scritta al computer, pubblicata circa un anno fa. Di colpo, la risatina diventa una burla, la parola bisbigliata acquista un senso.Pirata!, ma certo! Avevo scritto di pirati, io! Era giugno, faceva caldo, forse non come in questi giorni, ma... sì, la strada era polverosa e arroventata dal sole di fine giugno, ora lo ricordo! E quasi febbrilmente vado alla ricerca di quella pagina, fino a quando la ritrovo proprio qui.

La #SagraIndieWeb nemmeno sapevo cosa fosse, BobbiArbore non aveva ancora deciso che il tema di questo mese sarebbe stato “L'importanza di prendersi cura della nostra parte infantile”, eppure avevo scritto quelle parole. E oggi, a poco più di un anno di distanza, rieccomi qui ad ascoltare il sussurro di quella bambina che sono stata. E che, da qualche parte, sono ancora.

Mi prendo cura di lei? Poco, questo è certo. Spesso la dimentico, so che c'è ma non ci bado, do priorità a tutte quelle cose da grandi che trovavo – e spesso trovo ancora – mortalmente noiose, e sciocche, e senza senso. Vuoi mettere come sarebbe più bello saltare a piedi pari dentro una pozzanghera, invece di pensare a pagare la bolletta del telefono? E passare qualche ora a dipingere in giardino, anziché stare appiccicata al computer e leggere e rispondere a tutte quelle email? Però per fortuna ho una manciata di nipoti, coi quali ogni tanto posso tornare a giocare, con interminabili e combattutissime sfide a carte, o a infrangere il record di numero di scambi a pallavolo, o a disegnare unicorni e farfalle e gattini che però hanno la coda da sirena e nuotano come pesci. E poi ci sono i libri, e i fumetti, e le chiacchiere su Mastodon tra gente che, forse, in fondo in fondo, come me, è ancora un po' bambina. E ci sono anche eventi che, ogni tanto, irrompono nella vita come un fulmine, squarciando l'apparente tranquillità: accadimenti che, da bambina, non avrei saputo affrontare; è in quei momenti che torno indietro, vado da lei, apro con cura la porta della sua cameretta e la tocco su una spalla mentre è lì, china sul suo ennesimo disegno da colorare. Quando si volta a guardarmi, e spalanca i suoi occhi per la sorpresa, le dico di stare tranquilla, che sono la lei del futuro, che tutto andrà bene, che il dolore che ha provato per la presa in giro a scuola guarirà, che fra qualche tempo resterà solo un ricordo, come una piccola cicatrice per rammentare che quella cosa è successa, ma che è servita a renderla più forte.“Stai andando alla grande – le dico -Metà dei tuoi compagni che ti sfottono adesso, in futuro avranno vite insipide, lavori che odieranno, divorzi e rimpianti. E scriveranno tutto su delle cose che si chiameranno social network, che tu oggi non conosci ma che permetteranno a chiunque di ficcare il naso nelle vite altrui. Tu continua per la tua strada, coltiva i tuoi sogni, prenditene cura, non dare retta a chi ti chiama secchiona: se ti dà gioia, studia. Cerca sempre di essere la persona che il tuo spirito ti chiama ad essere e, tesoro, fregatene di tutto il resto! Ciao, piccola”.


Postfazione


Leggere Percorsi di Felice Serino è come percorrere una serie di stazioni intime: ogni poesia è un binario breve, un fermarsi e ripartire, un segno lasciato con discrezione. Qui la parola non pretende di spiegare il mondo, lo sfiora; non pretende di trattenere il lettore, lo invita a proseguire. Questa silloge mi ha colpito per la sua economia espressiva e per la capacità di trasformare il frammento in esperienza: pochi versi che spalancano orizzonti, immagini che restano come piccoli fari nella memoria.

Serino pratica una forma di «non agire» poetico: scrive per sottrazione, per scavo, eppure ogni parola è misurata, carica di una musica interna. Si avverte una tensione tra il sacro e il quotidiano, tra il respiro del mondo e il respiro dell’anima; la presenza del divino non è mai retorica, ma si insinua nei gesti più semplici — una forchetta, una penna, il volto in una fotografia — e li rende portatori di senso. Questa commistione di sacro e profano rende la raccolta sorprendentemente moderna e insieme antica, come se il tempo si piegasse per lasciare passare una verità minima.

Molti testi giocano con la luce e il silenzio: il «fiat» della creazione, i respiri di cielo, la parusia come visione che incrina il vetro opaco. Ma non si tratta di metafisica astratta; la spiritualità di Serino è incarnata, fatta di corpi, di rughe, di gabbiani che planano su solitudini d’anime. È una poesia che sa essere tenera e severa, che non evita il dolore ma lo trasforma in canto. Nei momenti più intimi — le poesie dedicate, i ricordi di famiglia, le storielline che profumano di vita vissuta — emerge un tono personale che avvicina il lettore all’autore senza filtri.

La lingua di Serino è essenziale ma ricca di invenzioni: neologismi, scarti sintattici, pause che funzionano come respiri. Questa scelta stilistica non è mai gratuita; serve a creare un ritmo che somiglia al battito del cuore, a una musica che non si impone ma accompagna. La brevità dei testi non è limite ma forza: ogni componimento è un piccolo laboratorio di senso, un invito a tornare sul verso per coglierne sfumature nascoste.

Infine, Percorsi è un libro che parla di continuità: tra nascita e morte, tra memoria e attesa, tra il dire e il tacere. È una raccolta che lascia spazio al lettore, che chiede di essere completata nella mente di chi legge. Felice Serino non pretende di chiudere i significati; li semina. E in questo gesto di generosità poetica sta la sua più grande conquista: consegnarci versi che restano, che accompagnano, che aprono altre strade.

Nota critica

Sintesi


Percorsi di Felice Serino si presenta come una raccolta di frammenti lirici che alternano istanti quotidiani e visioni spirituali. I testi, spesso brevi e frammentari, costruiscono un discorso poetico che procede per accensioni improvvise: immagini domestiche, ricordi familiari e interrogazioni metafisiche si intrecciano in un tessuto che privilegia la suggestione più che la narrazione lineare.


Temi principali


Spiritualità incarnata. La presenza del sacro attraversa la raccolta senza mai assumere toni dogmatici: la Parusia, il fiat, il Padre nostro convivono con scene di vita quotidiana, trasformando oggetti e gesti in segnali di trascendenza.
Memoria e tempo. Molte poesie lavorano sulla scansione temporale: fotografie, ricordi, stagioni della vita diventano punti di riferimento per riflettere sul divenire e sulla persistenza dell’impronta umana.
Corpo e linguaggio. Il corpo (rughe, mani, gesti) è spesso il luogo in cui si manifesta il pensiero; il linguaggio, scarno e talvolta sperimentale, è lo strumento per rendere visibile questa materialità.


Linguaggio e stile


Economia lessicale. Serino privilegia la sintesi: versi brevi, pause nette, enjambement che funzionano come respiri. Questa economia non impoverisce il testo ma lo concentra, costringendo il lettore a una lettura attenta.
Invenzione formale. L’uso di neologismi, scarti sintattici e immagini sorprendenti crea una voce personale e riconoscibile. Talvolta la sintassi si frammenta fino a lambire l’aforisma, altre volte si apre in immagini più estese.
Musicalità e ritmo. La musicalità nasce più dalla scansione interna che dalla rima o dalla metrica tradizionale; il ritmo è spesso dettato dalla punteggiatura minima e dalle pause, che conferiscono ai testi un andamento meditativo.


Struttura e organizzazione


La raccolta è costruita come una sequenza di stazioni: ogni componimento è autonomo ma contribuisce a un percorso complessivo. Questa modularità favorisce la lettura episodica ma può anche richiedere al lettore uno sforzo di raccordo per cogliere i fili tematici che ricorrono. L’ordine dei testi sembra privilegiare alternanze di tono (intimo, riflessivo, narrativo), creando un equilibrio dinamico.


Valutazione critica


Punti di forza. La capacità di condensare esperienza e trascendenza in pochi versi è la qualità più evidente. La lingua, essenziale e inventiva, produce immagini nette e durature. La commistione tra sacro e quotidiano offre una prospettiva originale e autentica.
Osservazioni critiche. In alcuni momenti la frammentarietà rischia di isolare i testi l’uno dall’altro, rendendo meno immediata la costruzione di un arco interpretativo unitario. Un lavoro di raccordo tematico o una breve nota dell’autore potrebbero aiutare il lettore a orientarsi senza snaturare la libertà poetica.


Conclusione


Percorsi è una raccolta che chiede partecipazione: non offre risposte definitive ma segnala vie, lascia tracce. È un libro di piccole rivelazioni, dove la parola si fa strumento di presenza e memoria. Serino conferma qui una voce matura, capace di coniugare semplicità e profondità.

Abstract


Questa recensione analizza Percorsi di Felice Serino con un approccio critico-accademico, valutando i nuclei tematici, le scelte stilistiche, la struttura della raccolta e il suo posizionamento nel panorama poetico contemporaneo. L’obiettivo è offrire una lettura rigorosa che metta in luce le risorse formali e le tensioni interpretative del testo, proponendo al contempo spunti per ulteriori indagini critiche.


Introduzione


Percorsi si configura come una silloge di frammenti lirici in cui convivono elementi di spiritualità, memoria e quotidianità. La raccolta privilegia il verso breve e la condensazione espressiva, proponendo una poetica che si muove tra introspezione e visione. In questa recensione si adotterà una prospettiva testuale che combina analisi tematica e stilistica, con attenzione alle implicazioni interpretative delle scelte formali dell’autore.


Analisi tematica


Spiritualità incarnata. Uno dei nuclei centrali della raccolta è la presenza del sacro inteso come esperienza immanente: termini e motivi religiosi (fiat, Parusia, Padre nostro) non si presentano come dottrina ma come fenomeni che si manifestano nel gesto quotidiano. Questa spiritualità è spesso mediata da immagini corporee e domestiche, il che produce una tensione produttiva tra trascendenza e materialità.
Memoria e fotografia. La ricorrenza di fotografie, ritratti e ricordi familiari costruisce un dispositivo mnemonico che orienta la lettura verso la conservazione dell’impronta personale. La memoria non è mera nostalgia: è strumento di interrogazione sul tempo e sull’identità.
Corpo e linguaggio. Il corpo è luogo di esperienza e di pensiero; il linguaggio, frammentato e talvolta neologistico, si fa mezzo per rendere visibile questa interazione. La raccolta esplora come il linguaggio possa incarnare il sentire, trasformando il lessico quotidiano in segnale poetico.


Analisi stilistica


Economia del verso. Serino adotta una sintassi essenziale, con versi brevi e pause che funzionano come respirazioni. Questa economia lessicale produce un effetto di concentrazione semantica: ogni parola assume peso e risonanza.
Sperimentazione formale. L’uso di scarti sintattici, neologismi e frammentazione prosodica segnala una ricerca formale coerente con la poetica del frammento. Tali scelte creano una voce riconoscibile ma richiedono al lettore un impegno interpretativo maggiore rispetto a testi più lineari.
Musicalità e ritmo. La musicalità non deriva da schemi metrici tradizionali ma da una scansione interna dettata dalle pause e dall’andamento prosodico. Questo conferisce ai testi un tono meditativo e, in alcuni casi, aforistico.


Struttura e organizzazione


La raccolta è organizzata come una sequenza di stazioni tematiche: componimenti autonomi che, tuttavia, instaurano relazioni ricorrenti (luce, acqua, memoria, sacro). Questa modularità favorisce letture episodiche ma può ostacolare la costruzione di un arco interpretativo unitario per il lettore non avvezzo alla lettura frammentaria. Dal punto di vista editoriale, l’ordine dei testi sembra pensato per alternare toni e registri, creando un equilibrio dinamico tra intime confessioni e visioni simboliche.


Valutazione critica e prospettive


Punti di forza. La capacità di condensare esperienza e trascendenza in pochi versi è la risorsa più significativa della raccolta. La lingua, essenziale e inventiva, produce immagini di forte impatto emotivo. La commistione tra sacro e quotidiano offre una prospettiva originale che rinnova il tema della spiritualità in poesia.
Limiti e suggerimenti. La frammentarietà, sebbene intenzionale, talvolta isola i testi e rende meno immediata la costruzione di una lettura complessiva. Un apparato critico o una nota dell’autore potrebbero facilitare l’orientamento interpretativo senza compromettere l’autonomia poetica. Per studi futuri si suggerisce un confronto con la tradizione del frammento in poesia italiana e con le pratiche contemporanee di condensazione lirica.


Conclusione


Percorsi è una raccolta che conferma la maturità di una voce poetica capace di coniugare semplicità e profondità. La silloge offre materiali ricchi per analisi tematiche e stilistiche e si presta a letture che valorizzino la sua natura frammentaria come scelta estetica consapevole.


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Cannabis in Europa 2026: un mercato in evoluzione tra consumo, rischi e nuove normative

Un’analisi basata sull’European Drug Report 2026 dell’EUDA


La cannabis rimane la droga illecita più consumata in Europa, con dati che evidenziano una realtà in rapida trasformazione. Secondo l’European Drug Report 2026 pubblicato dall’Agenzia europea per le droghe (EUDA), circa 25 milioni di adulti (8,7% della popolazione tra i 15 e i 64 anni) hanno fatto uso di cannabis nell’ultimo anno. Ma non è solo una questione di numeri: il mercato si sta diversificando, le normative stanno cambiando e i rischi per la salute pubblica sono in aumento.

Il consumo di cannabis in Europa non è omogeneo, ma alcuni dati emergono con chiarezza:

  • 15,3% dei giovani tra i 15 e i 34 anni (15,4 milioni di persone) ha consumato cannabis nell’ultimo anno.
  • Tra i 15-24 anni, la percentuale sale al 18% (8,6 milioni), con il 9,6% (4,6 milioni) che ne ha fatto uso nell’ultimo mese.
  • Gli utenti quotidiani o quasi quotidiani (20+ giorni al mese) sono stimati in 4,5 milioni di adulti (1,6% della popolazione) e 2,3 milioni di giovani adulti (2,3%).
  • I maschi consumano circa il doppio delle femmine, un trend che si conferma in tutta Europa. Tuttavia, i dati nazionali mostrano tendenze miste: mentre alcuni paesi registrano un aumento, altri segnalano stabilità o addirittura una diminuzione.

Il mercato non è più limitato alla classica erba o resina: oggi si trovano estratti ad alto contenuto di THC, edibili, prodotti a base di CBD e cannabinoidi semi-sintetici come l’HHC (esanoidrocannabinolo). Questi ultimi, spesso derivati dalla canapa a basso contenuto di THC, destano particolare preoccupazione per la loro potenza e i potenziali effetti collaterali.

Inoltre, alcuni prodotti venduti illegalmente come cannabis possono essere adulterati con cannabinoidi sintetici, ancora più pericolosi. L’aumento della potenza media dei prodotti (il THC nella resina è passato dal 15% al 24,6% tra il 2014 e il 2024) è associato a:

  • Sintomi respiratori cronici (per chi fuma regolarmente).
  • Dipendenza e sintomi psicotici (soprattutto con un uso precoce o prolungato).
  • Peggiori risultati scolastici e maggior rischio di coinvolgimento con il sistema giudiziario.

La cannabis rappresenta un terzo delle ammissioni ai centri di trattamento per uso di droghe in Europa. Nel 2024, sono stati 104.000 i clienti in trattamento per problemi legati alla cannabis, di cui 62.000 primi accessi. Sorprendentemente, la cannabis è la droga principale per il 41% dei nuovi entranti in trattamento.

Un dato allarmante è il lungo intervallo tra il primo consumo e l’accesso al trattamento: in media 11 anni. Questo significa che molte persone vivono per anni con i rischi associati al consumo senza ricevere supporto.

In alcuni paesi, la cannabis è coinvolta in una percentuale significativa di accessi al pronto soccorso per intossicazione acuta:

  • In Spagna, nel 2023, la cannabis era presente nel 46% dei casi (3.700 su 8.000).
  • In Francia, nel 28% dei casi (6.300 su 24.300).

La Rete Euro-DEN Plus (che monitora gli ospedali sentinella) ha segnalato che, dopo la cocaina, la cannabis è la seconda sostanza più frequentemente rilevata nei casi di intossicazione, con un’età media di 28 anni e una predominanza maschile (74%).

Il mercato europeo della cannabis vale oltre 12 miliardi di euro all’anno, alimentando il crimine organizzato. Nonostante i sequestri rimangano elevati, nel 2024 si è registrato un calo del 42% nella resina sequestrata (321 tonnellate contro le 551 del 2023), soprattutto per la diminuzione dei sequestri in Spagna (da 371 a 206 tonnellate).

La produzione locale è in aumento: la Spagna da sola rappresenta il 75% delle piante di cannabis sequestrate nell’UE. Ma anche altri paesi, come Olanda e Polonia, hanno smantellato siti di coltivazione illegale, alcuni dei quali dedicati alla produzione di THC o cannabinoidi semi-sintetici.

Le reti criminali stanno diversificando metodi e rotte:

  • Utilizzo di droni e motoscafi (es. in Spagna, dove sono stati sequestrati droni con 210 kg di resina e motoscafi con 5,7 tonnellate).
  • Importazione da Canada, USA e Tailandia, con prodotti ad alta potenza e potenzialmente contaminati da pesticidi (tanto che l’EUDA ha emesso un’allerta a novembre 2025).

Alcuni paesi europei stanno sperimentando nuovi modelli normativi per la cannabis ricreativa, con approcci che variano dalla depenalizzazione alla regolamentazione controllata.

Questi modelli includono misure di prevenzione, vendita non profit e monitoraggio, ma la loro efficacia è ancora in fase di valutazione. Germania e Lussemburgo hanno già pubblicato rapporti interim, ma servono ulteriori dati per comprendere gli impatti a lungo termine.

L’analisi delle acque reflue è uno strumento sempre più utilizzato per monitorare il consumo di droghe. Nel 2025, su 63 città di 17 paesi UE (più Norvegia e Turchia):

  • 33% delle città ha registrato un aumento dei metaboliti del THC (THC-COOH).
  • 44% ha registrato una diminuzione.

Questo metodo fornisce una stima oggettiva del consumo, complementare ai dati dei sondaggi.

Il panorama della cannabis in Europa è in rapida evoluzione, con: – Un consumo diffuso, soprattutto tra i giovani. – Nuovi prodotti ad alta potenza che aumentano i rischi per la salute. – Un mercato redditizio per il crimine organizzato, con rotte e metodi di traffico in costante aggiornamento. – Normative in cambiamento, con alcuni paesi che sperimentano modelli di regolamentazione.

Fonti: European Drug Report 2026 (EUDA), dati aggiornati a giugno 2026 (euda.europa.eu/publications/eu…)


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Cannabis in Europa 2026: un mercato in evoluzione tra consumo, rischi e nuove...


Cannabis in Europa 2026: un mercato in evoluzione tra consumo, rischi e nuove normative

Un’analisi basata sull’European Drug Report 2026 dell’EUDA


La cannabis rimane la droga illecita più consumata in Europa, con dati che evidenziano una realtà in rapida trasformazione. Secondo l’European Drug Report 2026 pubblicato dall’Agenzia europea per le droghe (EUDA), circa 25 milioni di adulti (8,7% della popolazione tra i 15 e i 64 anni) hanno fatto uso di cannabis nell’ultimo anno. Ma non è solo una questione di numeri: il mercato si sta diversificando, le normative stanno cambiando e i rischi per la salute pubblica sono in aumento.

Il consumo di cannabis in Europa non è omogeneo, ma alcuni dati emergono con chiarezza:

  • 15,3% dei giovani tra i 15 e i 34 anni (15,4 milioni di persone) ha consumato cannabis nell’ultimo anno.
  • Tra i 15-24 anni, la percentuale sale al 18% (8,6 milioni), con il 9,6% (4,6 milioni) che ne ha fatto uso nell’ultimo mese.
  • Gli utenti quotidiani o quasi quotidiani (20+ giorni al mese) sono stimati in 4,5 milioni di adulti (1,6% della popolazione) e 2,3 milioni di giovani adulti (2,3%).
  • I maschi consumano circa il doppio delle femmine, un trend che si conferma in tutta Europa. Tuttavia, i dati nazionali mostrano tendenze miste: mentre alcuni paesi registrano un aumento, altri segnalano stabilità o addirittura una diminuzione.

Il mercato non è più limitato alla classica erba o resina: oggi si trovano estratti ad alto contenuto di THC, edibili, prodotti a base di CBD e cannabinoidi semi-sintetici come l’HHC (esanoidrocannabinolo). Questi ultimi, spesso derivati dalla canapa a basso contenuto di THC, destano particolare preoccupazione per la loro potenza e i potenziali effetti collaterali.

Inoltre, alcuni prodotti venduti illegalmente come cannabis possono essere adulterati con cannabinoidi sintetici, ancora più pericolosi. L’aumento della potenza media dei prodotti (il THC nella resina è passato dal 15% al 24,6% tra il 2014 e il 2024) è associato a:

  • Sintomi respiratori cronici (per chi fuma regolarmente).
  • Dipendenza e sintomi psicotici (soprattutto con un uso precoce o prolungato).
  • Peggiori risultati scolastici e maggior rischio di coinvolgimento con il sistema giudiziario.

La cannabis rappresenta un terzo delle ammissioni ai centri di trattamento per uso di droghe in Europa. Nel 2024, sono stati 104.000 i clienti in trattamento per problemi legati alla cannabis, di cui 62.000 primi accessi. Sorprendentemente, la cannabis è la droga principale per il 41% dei nuovi entranti in trattamento.

Un dato allarmante è il lungo intervallo tra il primo consumo e l’accesso al trattamento: in media 11 anni. Questo significa che molte persone vivono per anni con i rischi associati al consumo senza ricevere supporto.

In alcuni paesi, la cannabis è coinvolta in una percentuale significativa di accessi al pronto soccorso per intossicazione acuta:

  • In Spagna, nel 2023, la cannabis era presente nel 46% dei casi (3.700 su 8.000).
  • In Francia, nel 28% dei casi (6.300 su 24.300).

La Rete Euro-DEN Plus (che monitora gli ospedali sentinella) ha segnalato che, dopo la cocaina, la cannabis è la seconda sostanza più frequentemente rilevata nei casi di intossicazione, con un’età media di 28 anni e una predominanza maschile (74%).

Il mercato europeo della cannabis vale oltre 12 miliardi di euro all’anno, alimentando il crimine organizzato. Nonostante i sequestri rimangano elevati, nel 2024 si è registrato un calo del 42% nella resina sequestrata (321 tonnellate contro le 551 del 2023), soprattutto per la diminuzione dei sequestri in Spagna (da 371 a 206 tonnellate).

La produzione locale è in aumento: la Spagna da sola rappresenta il 75% delle piante di cannabis sequestrate nell’UE. Ma anche altri paesi, come Olanda e Polonia, hanno smantellato siti di coltivazione illegale, alcuni dei quali dedicati alla produzione di THC o cannabinoidi semi-sintetici.

Le reti criminali stanno diversificando metodi e rotte:

  • Utilizzo di droni e motoscafi (es. in Spagna, dove sono stati sequestrati droni con 210 kg di resina e motoscafi con 5,7 tonnellate).
  • Importazione da Canada, USA e Tailandia, con prodotti ad alta potenza e potenzialmente contaminati da pesticidi (tanto che l’EUDA ha emesso un’allerta a novembre 2025).

Alcuni paesi europei stanno sperimentando nuovi modelli normativi per la cannabis ricreativa, con approcci che variano dalla depenalizzazione alla regolamentazione controllata.

Questi modelli includono misure di prevenzione, vendita non profit e monitoraggio, ma la loro efficacia è ancora in fase di valutazione. Germania e Lussemburgo hanno già pubblicato rapporti interim, ma servono ulteriori dati per comprendere gli impatti a lungo termine.

L’analisi delle acque reflue è uno strumento sempre più utilizzato per monitorare il consumo di droghe. Nel 2025, su 63 città di 17 paesi UE (più Norvegia e Turchia):

  • 33% delle città ha registrato un aumento dei metaboliti del THC (THC-COOH).
  • 44% ha registrato una diminuzione.

Questo metodo fornisce una stima oggettiva del consumo, complementare ai dati dei sondaggi.

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