Caitlin Johnstone on israhell


(from fb):

I don't want to be one of those people who wastes their time criticizing "hypocrisy" in foreign policy, but holy fucking shit, dude. Jesus Christ. My God.

I will never, ever express sympathy for Israelis. Ever. Under any circumstances. To do so would be irresponsible, because Israel always weaponizes sympathy and then uses that weapon to commit mass atrocities. If the world gives Israel sympathy for civilians injured by an Iranian airstrike over the weekend in a war Israel started, by Friday they'll be using that sympathy to justify nuking Tehran.

I don't enjoy holding this position. It goes against every natural human impulse inside me. But Israel, by its nature, has made it the only responsible position to hold.

History has clearly established that the world was wrong to give Israel sympathy for October 7. The correct and moral thing to have done would have been for everyone to say "That's what you get for being a murderous apartheid state," and then sanction Israel into the Stone Age until they dismantled their abusive ethnonationalist regime. That would have been the right position for the world to take.

And that's how we need to be with Israel going forward. No sympathy. No support. We've got to treat them the same way you'd treat a malignant narcissist who solicits sympathy and then weaponizes it at every opportunity. To do otherwise would be irresponsible. It's just not safe.

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governo pericoloso


da un post di Rosa Rinaldi che cita Vincenzo Costa: facebook.com/share/1DUYFQF2U7/

Saremo anche un popolo di incolti, di finti furbi, di qualunquisti, ma una poveraccia così non ce la meritavamo.

Spero che chi l'ha votata faccia un passo indietro e capisca il pericolo di tenere al Governo, in questo momento, questa manica di incompetenti e cortigiani.
Tra lei, Crosetto bloccato a Dubai che minaccia querele su X verso chiunque chiede dimissioni, Tajani che pensa che basti non affacciarsi alla finestra per proteggersi dai droni... è uno sconforto totale.

E Meloni è riuscita a dare a Putin la colpa della polveriera in Medio Oriente. Come se le azioni di Israele, da 80 anni a questa parte, dipendessero da Putin.

Non si sa come commentare la sua intervista (concordata) che ha rilasciato al TG5. Lo faccio con le parole di Vincenzo Costa (e di Paolo Di Mizio nel primo commento).

Vincenzo Costa:

"Credo che la Meloni non sia più accettabile. Non ha più neanche il senso del ridicolo. Ripete a pappagallo, ha asservito il paese ad Israele e rischia di metterlo in pericolo.

A Niscemi c'è un enorme centro di raccolta dati, verso Catania c'è Sigonella. Sono parafulmini.

A me non interessa che cosa Crosetto va a fare a Dubai, anche se ho i miei sospetti. Mi preoccupa il fatto che questo governo, asservendo il paese ad interessi di altri, lo espone al rischio di ritorsioni.

Se da Sigonella partono aerei che bombardano o contribuiscono a bombardare l'Iran, gli iraniani hanno in linea di principio il diritto di difendersi.

Peraltro non credo abbiano missili con una tale gittata. Ma questa è una guerra in evoluzione, e bisogna proteggere il paese, che si trova al centro del mediterraneo. La Spagna ha vietato l'uso delle sue basi a Trump, per non essere coinvolta in un conflitto sbagliato e che non li riguarda.

Questo governo non ha niente di patriottico. Non protegge gli interessi del paese: semplicemente cerca di legittimarsi davanti al padrone. Meloni e Crosetto proteggono se stessi e le loro poltrone. Proseguono sulla scia del PD, e del resto Draghi lo aveva predetto, riassicurando i padroni Esterni.

E' vero che siamo un paese occupato, che ha perso la guerra, ma persino la DC, e in anni in cui l'occupazione era più reale, riusciva a mantenere una certa autonomia, per esempio nel rapporto coi paesi arabi, coi palestinesi.

Ora siamo diventati degli scendiletti. E non è un problema morale o di orgoglio: è un problema di sicurezza nazionale.

Se veniamo coinvolti, se questa guerra si allarga in una maniera per ora imprevedibile, gli americani non ci difenderanno come difendono Israele. Non ci sono abbastanza sistemi di difesa per tutti.

La Meloni pensi un poco anche a questo paese oltre che alla sua poltrona. E se ha paura di essere fatta fuori dagli americani, se non ha coraggio, se è pavida, se è la prosecuzione di tutti i governi piddini, vada a fare altro, senza mettere in pericolo le vite degli italiani"

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Le parole di Paola Caridi - intervistata da Antonella W. Gaeta per Repubblica Bari - non si limitano a parlare di Gaza, ma interrogano noi


dall'account fb della Freedom Flotilla Italia:

Ci sono interviste che non aggiungono semplicemente informazioni: spostano l’asse morale di una discussione.
Le parole di Paola Caridi - intervistata da Antonella W. Gaeta per Repubblica Bari - fanno esattamente questo: non si limitano a parlare di Gaza, ma interrogano noi.

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Gaza: vicina, eppure rimossa

Caridi smonta innanzitutto una comoda narrazione: quella della distanza.
«Gaza è vicina, eppure così lontana», si dice. Ma lei rovescia la prospettiva: la distanza non è geografica, è culturale e politica. Abbiamo “disimparato” a conoscere il mondo arabo, dice. Un tempo esisteva il Sabir, lingua franca del Mediterraneo, vocabolario di commercio e scambio. Oggi prevale uno sguardo anglosassone, filtrato – come ricordava Edward Said – da una lunga tradizione di orientalismo.

La questione palestinese è stata resa periferica, “irrisolvibile, noiosa”. Una rimozione attiva, non una semplice distrazione. Gaza è stata espulsa dall’orizzonte della nostra storia, pur appartenendo ai nostri stessi cinquemila anni di relazioni mediterranee.

Eppure qualcosa è cambiato.

«Lo abbiamo sperimentato in questo anno… la distanza non c’è, questo genocidio è dentro anima, cuore e testa delle persone, dei cosiddetti “senza potere”. Gaza è la cartina al tornasole di quello che siamo diventati».

Non è solo una crisi lontana.
È un test etico collettivo.

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Uno dei passaggi più significativi dell’intervista riguarda il linguaggio.
Caridi insiste su un punto che nel dibattito pubblico è stato centrale: la parola genocidio.

«È stato difficile anche per me pronunciarla», ammette. «Sono stata tra chi diceva “lasciamo lavorare i giudici”. Ma dopo che si è espressa la Corte internazionale di giustizia… dire genocidio è diventato un dovere».

Qui si apre un nodo politico enorme. Le parole non descrivono soltanto la realtà: la qualificano, la rendono visibile o invisibile, attivano obblighi. Chiamare qualcosa genocidio significa riconoscere che esiste una responsabilità giuridica e morale che non può essere delegata.

E infatti Caridi non si ferma alla dimensione descrittiva. Introduce una categoria più radicale:
la corresponsabilità.

«Siamo corresponsabili, stiamo compiendo un reato anche noi».

Non si tratta di una formula retorica. È un’accusa che chiama in causa governi, alleanze, silenzi, forniture, narrazioni. Se il genocidio è sostenuto o coperto da relazioni politiche e militari, allora non è solo un crimine di chi lo compie direttamente. È un crimine reso possibile da una rete.

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La distopia della “pace”

Un altro punto delicato è il concetto di pace.
Alla domanda sul Board of Peace, Caridi risponde con una parola secca: «È una distopia».

La pace come dispositivo retorico, come etichetta rassicurante che copre l’asimmetria di potere.
Una pace senza giustizia, senza diritti, senza responsabilità, rischia di diventare gestione permanente della violenza.

In questo senso, Gaza non è solo teatro di guerra.
È laboratorio politico.

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Genocidio ed ecocidio

Il passaggio più forte, forse, è quello in cui Caridi amplia la definizione stessa di genocidio.
«Non viene distrutto solamente l’umano… ma viene ucciso un intero territorio».

Propone una formula potente: gen(eco)cidi(o). Un genocidio che contiene anche l’ecocidio. Perché la distruzione di Gaza non riguarda soltanto le vite umane, ma la relazione tra umano e non umano:
terra, mare, alberi, infrastrutture, memoria materiale.

Qui il discorso si fa antropologico.
Se il “non umano” non è il disumano ma ciò di cui siamo parte, allora la devastazione ambientale è rottura di un sistema di relazioni.
Gaza diventa simbolo di una frattura più ampia:
quella tra dominio e appartenenza.

Caridi è esplicita nel denunciare una logica proprietaria: l’idea che un territorio possa essere “azzerato” per essere rifondato secondo interessi esterni. Parla di una «follia di sostituzione etnica».
Non è solo guerra: è progetto.

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Non solo Israele, non solo Iran

L’intervista tocca anche la questione iraniana. Difendere Gaza non significa ignorare la repressione in Iran. Anzi, dice Caridi, è lo sguardo opposto: bisogna evitare che l’Iran venga usato strumentalmente per espungere Gaza dal discorso pubblico.

La distinzione è chiara: riconoscere un regime repressivo non può diventare alibi per occultare un altro crimine. Il rischio è la selettività morale, la geopolitica delle indignazioni.

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Il titolo dell’intervista contiene forse la frase più disturbante:
«La distruzione di Gaza è anche un reato collettivo».

Non è un’iperbole. È un richiamo alla responsabilità diffusa in un sistema globale interconnesso.
Esiste una catena di complicità – diplomatica, economica, narrativa: il crimine non è confinato al luogo in cui le bombe cadono.

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Gaza, in questa lettura, è specchio.
Specchio delle nostre alleanze.
Specchio del nostro linguaggio.
Specchio della nostra capacità – o incapacità – di chiamare le cose con il loro nome.

Non è solo una questione mediorientale.
È una questione che riguarda la tenuta del diritto internazionale e la credibilità dell’Occidente che lo invoca altrove.

E soprattutto riguarda ciò che diventiamo quando accettiamo che una parola venga evitata per convenienza politica.

Perché, come suggerisce Caridi, una volta che la parola è pronunciata, non si può più fingere di non sapere.

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L'ONU ha respinto la richiesta di dimissioni di Francesca Albanese e ha smontato l'accusa: il video incriminato era manipolato


---dalla pagina fb dell'Avv. Cathy La Torre---


L'ONU ha respinto la richiesta di dimissioni di Francesca Albanese e ha smontato l'accusa: il video incriminato era manipolato.

Lei non ha mai definito Israele "nemico dell'umanità".
Eppure Francia, Germania, Italia, Austria, Repubblica Ceca - e persino FdI con una raccolta firme - hanno chiesto la sua testa.

Il Comitato ONU parla di "attacchi politicamente motivati, basati sulla disinformazione, contro chi documenta crimini e violazioni. Invece di chiedere le dimissioni della signora Albanese per aver svolto il suo mandato in circostanze molto difficili, inclusi intimidazioni persistenti, attacchi personali coordinati e sanzioni unilaterali illegali, questi rappresentanti del Governo dovrebbero unire le forze per ritenere responsabili, compreso davanti alla Corte Penale Internazionale, leader e funzionari accusati di crimini di guerra e crimini contro l'umanità a Gaza, invece di incoraggiare o difendere le azioni illegali del governo di Israele".

The director of 'The Voice of Hind Rajab' refuses the Berlin Cinema Award over Germany's support to israel and tribute to former israeli general


“Peace is not a perfume sprayed over violence, so power can feel refined, and can feel comfortable. And cinema is not image-laundering.
The Israeli army killed Hind Rajab; killed her family; killed the two paramedics who came to save her, with the complicity of the world’s most powerful governments and institutions…I refuse to let their deaths become a backdrop for a polite speech about peace.”

src: Occupy London @ facebook

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Corrotti e corruttori seriali


Quello che sta emergendo, fin qui, dagli “Epstein files” non è (solo) un episodio morboso di cronaca nera. È il ritratto - ancora incompleto - di un modo di governare il mondo: una classe transnazionale di potere che intreccia denaro, influenza, “relazioni”, consulenze e propaganda politica.
Per chi non ha letto i file, la cosa più difficile da visualizzare è la trama. Una rete di milionari e principi, politici e ex capi di governo, CEO tech e finanziatori, mediatori e faccendieri, consulenti che entrano ed escono da palazzi e aziende, figure che orbitano tra intelligence corrotta e diplomazia, agitatori della destra nera, registi, attori, ex-fidanzate, figlie di agenti segreti, che fanno da ponte tra ambienti, presentazioni, matrimoni, tutto usato per legittimare frequentazioni, favori, coperture.
E in questa rete ped0fila e ped0terrorista, come potevano mancare, ovviamente, i nodi del circuito izr4elo-americano: ex presidenti izra€liani che visitano Epstein, un ex agente del m0ssad, e che parlano di investimenti in tecnologie di sorveglianza e di imprese come Palantir, facendo i nomi della Silicon Valley come Peter Thiel, Elon Musk, Altman.
Vorrei dire che mi colpisce il tono di queste email: l’autosoddisfazione, la calma con cui si muovono, come se nulla potesse toccarli. Ma non è così. Email di aggiornamenti tra pari - “come va?”, “a che punto siamo?”, “quale mossa conviene?”. In mezzo gli abusi: il traffico di minori, la predazione seriale, foto in cui uomini adulti, viscidi e potenti cingono ragazzine. Questa roba è fatta soprattutto da uomini, bianchi, occidentali, ricchi. Una classe che non va mai in galera. E infatti, la stessa gestione della pubblicazione dei file è stata contestata. Diverse sopravvissute hanno denunciato un rilascio “incompleto” e traumatico, perché ha esposto i nomi delle vittime mentre continua a proteggere l'identità di abusanti e facilitatori.
Il secondo livello è il denaro. Nelle carte torna ossessivamente la logica del pagare meno tasse possibile e del trasformare ogni piega normativa in rendita: residenze “strategiche”, giurisdizioni compiacenti, consulenze che in pochi mesi costruiscono fortune, strumenti fiscali che diventano strumenti di controllo. Non è solo avidità, è architettura politica. I file, infatti, sono una cronaca della destra contemporanea.
Per anni lo scandalo è stato usato come arma di parte: destra contro sinistra, liberal contro conservatori. Ma ciò che affiora è una genealogia. Una filiera di potere che attraversa oligarchie “moderate” e oligarchie reazionarie, con una convergenza di interessi materiali e una stessa cultura dell’impunità, dentro cui la destra autoritaria viene costruita come prodotto. La narrativa del “popolo” contro “le élite” viene prodotta e finanziata da quelle stesse élite.
Alcune email parlano ad esempio dei contatti e delle strategie tra Steve Bannon e un circuito di relazioni orientato a rafforzare l’ondata sovranista in Europa, con riferimenti a Matteo Salvini e a Marine Le Pen. Le conversazioni mostrano come la destra che si presenta “anti-sistema” nasca in realtà dentro un laboratorio elitario, iper-finanziato, internazionale, violento e illegale, basato su propaganda e reclutamento.
Su un punto quindi i complottisti avevano ragione. Sì, esistono élite che trafficano influenza, protezioni e corruzione morale; sì, esistono reti di abusi e sfruttamento. L’errore è stato trasformare tutto in esoterismo, in demonologia. Le carte mostrano un orrore molto più “normale”: ricatto, sesso come potere, denaro, impunità, istituzioni piegate. Fascismo, destra, capitalismo ultraliberale, servizi segreti, affarismo e zone grigie.
Proprio gli elettori che in questi anni hanno urlato contro “i poteri forti” hanno consegnato il governo - nei loro Paesi - a pezzi di quell’ecosistema o a politici che ne fanno parte, mentre le destre li convincevano che il nemico fosse altrove: i migranti, i poveri, “la sinistra”, i diritti civili.
I file sono una mappa del potere. Una mappa lordata che mostra le linee di creazione delle destre contemporanee, dei liberali compiacenti, e del tipo di mondo economico che le ha generate.

(da facebook.com/Marco.Perroverde/…)

Lavinia Marchetti cita da un libro di Iain Chambers


“Forse, di fronte a uno Stato canaglia che persegue la pulizia etnica con intento di genocidio, rifiuta il diritto internazionale e si considera al di sopra delle risoluzioni delle Nazioni Unite, è giunto il momento di parlare seriamente di come affrontare direttamente Israele. Se appartiene all’Occidente moderno e democratico, come sostiene, ha bisogno di una seria riforma o, altrimenti, di essere messo in quarantena. E se la questione non deve essere semplicemente dominata dalle relazioni internazionali, richiede una risposta etica e democratica. Siamo chiari: il sionismo, in quanto impresa esplicitamente coloniale – e i suoi fondatori non hanno avuto remore a riconoscerlo – non [...]" -> continua qui: noblogo.org/differx/lavinia-ma…

intitolerei questo post "i cani del sinai", come il titolo di un celebre libro di Franco Fortini critico verso #israele
seguendo il link https://t.ly/YiBWu si trova un riferimento alle pratiche di #tortura messe in atto dallo stato sionista contro #prigionieri palestinesi. tra queste pratiche ce n'è una, particolarmente atroce e umiliante, che ha una terribile consonanza con quell'espressione fortiniana.
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differx

@Pare 🚲 🌞 @Poliversity - Università ricerca e giornalismo
ecco il post corretto: poliverso.org/display/0477a01e…


intitolerei questo post "i cani del sinai", come il titolo di un celebre libro di Franco Fortini critico verso #israele
seguendo il link https://t.ly/YiBWu si trova un riferimento alle pratiche di #tortura messe in atto dallo stato sionista contro #prigionieri palestinesi. tra queste pratiche ce n'è una, particolarmente atroce e umiliante, che ha una terribile consonanza con quell'espressione fortiniana.

Saree Makdisi: La tolleranza è una terra desolata. Come si nega un genocidio


Saree Makdisi
"La tolleranza è una terra desolata. Come si nega un genocidio"
DeriveApprodi
pagine: 224
deriveapprodi.com/libro/la-tol…

Come può un progetto violento di espropriazione e discriminazione essere immaginato, sentito e profondamente creduto come se fosse l’esatto opposto, ossia un’incarnazione di sostenibilità, inclusività e tolleranza multiculturale? Ecco la domanda a cui questo libro dà risposta. Al centro dell’analisi è lo Stato di Israele, da sempre difeso dai paladini dell’Occidente come presidio di democrazia e progresso in Medio Oriente. Saree Makdisi sostiene che alla base di questo tragico processo di alchimia politica vi è una specifica forma di negazione: la presenza palestinese in Palestina e la sua rivendicazione vengono negate in modo tale che il diniego sia esso stesso negato. Gli effetti della distruzione e della repressione sono dunque rovesciati in affermazioni di virtù liberali. L’autore esplora molti di questi atti di negazione: dalle foreste che coprono le rovine dei villaggi palestinesi distrutti al cosiddetto Museo della Tolleranza costruito sulle rovine di un cimitero musulmano a Gerusalemme; allo stesso modo, pinkwashing e greenwashing sono utilizzati per mistificare la realtà coloniale e costruire una nuova forma di orientalismo, in cui i valori occidentali vengono contrapposti a quelli dei barbari. L’occupazione israeliana ha prodotto così luoghi di cancellazione della memoria e di violenza razziale, in cui la «tolleranza» diventa nient’altro che una terra desolata.


Makdisi ci fa comprendere non solo le radici del massacro di Gaza, ma perché un genocidio sia negato e fatto passare per un atto di democrazia.

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israhelli killers stay unpunished


an article by Gideon Levy:
haaretz.com/israel-news/twilig…

see also:
mizanonline.ir/en/news/2933/on…

AI "abstract":

A 9-year-old Palestinian boy named Mohammad al-Hallaq was killed on October 16, 2025, in the village of al-Rihiya in the occupied West Bank, according to a report by Haaretz journalist Gideon Levy.
The incident occurred during an Israeli military raid when soldiers fired shots into the air, causing panic among children playing in a schoolyard. Mohammad, who stood still by a wall believing the situation was safe, was shot in the right thigh by an Israeli soldier; the bullet exited through his left side, destroying major blood vessels and internal organs.
He collapsed and died shortly after being rushed to the hospital, despite medical efforts to save him.
Eyewitnesses reported that the soldier who shot Mohammad raised his hands in celebration, with fellow soldiers joining in cheers, and that Israeli forces fired tear gas at local residents attempting to assist the child before leaving the scene.
The Israeli military stated that the incident was "clear" and that the Military Prosecutor’s Unit was reviewing it, but Haaretz reported that no formal investigation had been conducted.
The Israeli internal security service, Shin Bet, reportedly warned the family against holding demonstrations during the funeral.
Gideon Levy, who reported on the case, questioned the lack of accountability and highlighted the broader pattern of violence against Palestinian children in the occupied West Bank.
The article also references a separate incident in February 2025 where Palestinian detainees released from Israeli prisons were forced to wear white T-shirts with a blue Star of David and the message "we will not forget nor forgive," which Levy criticized as a form of forced political messaging.