Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

La crisi dello Stretto di Hormuz mette il mondo davanti a una nuova emergenza alimentare


Il rincaro di energia e fertilizzanti minaccia i raccolti, fa salire i prezzi del cibo e rischia di spingere milioni di persone in più verso l’insicurezza alimentare acuta.

La crisi nello Stretto di Hormuz non sta colpendo soltanto il mercato dell’energia, ma sta iniziando ad investire anche l’agricoltura, il commercio alimentare e gli aiuti umanitari, con il rischio di aprire una nuova fase di instabilità per i Paesi più fragili. Prima del conflitto con l'Iran da quel corridoio marittimo passava, infatti, circa un quinto dei combustibili esportati nel mondo e più del 30% del commercio globale di fertilizzanti: ora che i flussi si sono fermati, l’impatto si sta propagando ben oltre il Golfo Persico.

Il primo effetto è sui costi. Il prezzo del petrolio è salito con forza dall’inizio dell’escalation, ma anche diversi fertilizzanti azotati, tra cui l’urea, hanno registrato rincari significativi. Per l’agricoltura si tratta di un colpo diretto: carburante e fertilizzanti sono due voci decisive per la semina, la coltivazione, il raccolto e il trasporto delle merci. L’Agenzia Internazionale dell’energia ha spiegato che, nelle economie avanzate, i costi energetici diretti e indiretti possono arrivare a rappresentare il 40–50% dei costi variabili delle colture.

Il fatto è che quando 'aumentano questi costi, aumenta anche il prezzo del cibo. Ed è qui che il problema economico diventa un problema umano. Il Programma Alimentare Mondiale stima così che, se il conflitto non si attenuerà entro metà anno e il petrolio resterà sopra i 100 dollari al barile, quasi 45 milioni di persone in più potrebbero scivolare nell’insicurezza alimentare acuta o peggiore. Si aggiungerebbero ai 318 milioni già colpiti, portando il totale globale di persone a rischio fame a circa 363 milioni.
Hormuz: dalla crisi energetica alla crisi alimentare globale

Crisi globale · Filiera alimentare

Da Hormuz
ai campi del mondo


Una crisi marittima regionale si sta trasformando, in pochi mesi, in una minaccia alimentare per l'intero pianeta. La mappa dell'onda d'urto.

Scenari Inchiesta dati FocusAmerica

Il collo di bottiglia
IRAN ARABIA SAUDITA · EMIRATI · OMAN Hormuz
Ogni interruzione in questo punto si propaga lungo tutta la filiera alimentare globale.

Energia
~20%
dei combustibili esportati nel mondo transitava dallo Stretto di Hormuz prima della guerra

Agricoltura
30%+
del commercio globale di fertilizzanti passava dalla stessa rotta

Effetto Impatto Semina Aiuti

01

La catena di propagazione
Come una crisi marittima arriva a colpire l'alimentazione globale

1
Salgono energia e fertilizzanti
Petrolio in forte rialzo dall'inizio dell'escalation. Rincari significativi anche per urea e altri prodotti azotati.
40–50% dei costi variabili agricoli = energia

2
Semina più cara e più difficile
Carburante e fertilizzanti sono voci importanti del prezzo finale. I piccoli produttori di Asia e Africa hanno margini minimi di adattamento.

3
Il cibo costa di più
Negli Stati Uniti gli agricoltori riducono le coltivazioni di mais — che richiede più azoto — spostandosi verso la soia.

4
Gli aiuti arrivano in ritardo
Rotte deviate, tragitti allungati, costi di trasporto in aumento lungo tutte le direttrici umanitarie.

5
E i bilanci umanitari si riducono
L'assistenza pubblica allo sviluppo è in calo proprio mentre i bisogni stanno crescendo.

02

Lo scenario WFP
Cosa accade se il petrolio resta sopra i 100$ oltre metà anno

Persone a rischio insicurezza alimentare
45mln
potrebbero scivolare nell'insicurezza alimentare acuta, secondo le stime del Programma Alimentare Mondiale.

Proiezione tot. a livello globale ~363 mln

Già colpiti 318 mln Nuovi a rischio 45 mln

03

Il collo di bottiglia
Fertilizzanti bloccati, impianti fermi

Volumi bloccati
1,9mln t
Di fertilizzanti fermi lungo la rotta

~12% dei flussi
transitati via Hormuz nel 2024

Produzione ferma
Qatar
Stop al più grande impianto di urea al mondo dopo l'interruzione delle forniture di gas.

La tempistica peggiora tutto. La stagione agricola è già in corso nell'emisfero nord. I fertilizzanti servono all'inizio del ciclo — se mancano adesso, il danno ai raccolti resta immutato anche quando la logistica migliorerà.

04

L'onda lunga
Meno risorse, più bisogni

Assistenza pubblica allo sviluppo
Variazione in termini reali — fonte OCSE

2024

−7,1%

2025

−23,1%

25
di viaggio in più per alcune spedizioni umanitarie dirette in Africa orientale, a causa delle deviazioni logistiche imposte dalla crisi nel Golfo.

Fonti
Reuters · WFP · IEA · OCSE

Il nodo più delicato riguarda i fertilizzanti. Reuters ha riferito che circa 1,9 milioni di tonnellate sono rimaste bloccate, pari a circa il 12% dei volumi transitati attraverso Hormuz in tutto il 2024. Allo stesso tempo, il Qatar ha dovuto fermare la produzione del più grande impianto singolo di urea al mondo dopo le interruzioni delle forniture di gas. Per molti agricoltori, soprattutto nei Paesi importatori, non si tratta di una tensione astratta sul mercato: significa meno prodotto disponibile, prezzi più alti e margini ridotti proprio nel momento decisivo della semina.

La tempistica peggiora tutto. In varie aree dell’emisfero nord e in parte dell’Africa la stagione agricola è già in corso, mentre in Asia meridionale entrerà presto nel vivo. I fertilizzanti servono soprattutto all’inizio del ciclo produttivo: se mancano o costano troppo in questa fase, il danno ai raccolti può diventare inevitabile anche se la situazione logistica dovesse migliorare più avanti. Negli Stati Uniti, intanto, il rincaro dei fertilizzanti sta già spingendo parte degli agricoltori a ridurre le coltivazioni di mais, che richiede più azoto, e a orientarsi verso la soia.

Tanto per cambiare, a reggere meglio l’urto sono in genere le aziende agricole più grandi e i Paesi più ricchi, che hanno più scorte, più credito e più capacità di cambiare coltura facilmente. Molto più esposti sono invece i piccoli produttori dei Paesi in via di sviluppo, soprattutto in Asia e Africa, dove il peso dei fertilizzanti importati dal Medio Oriente resta elevato e i margini di adattamento sono minimi. Anche per questo il rischio non è solo un aumento dei prezzi sugli scaffali, ma una riduzione concreta della produzione alimentare locale.

A peggiorare le cose c'è il fatto che la crisi si riflette negativamente anche sugli aiuti internazionali. Il Programma Alimentare Mondiale avverte che la disfunzione delle rotte commerciali sta rallentando le consegne, allungando i tragitti e facendo salire i costi di trasporto. Per alcune spedizioni verso l’Africa orientale, le deviazioni possono aggiungere fra 25 e 30 giorni di viaggio aggiuntivo. In un sistema umanitario che opera già al limite, ogni settimana persa e ogni costo in più riducono la quantità di aiuti che si riesce a portare sul campo.

A rendere il quadro ancora più cupo c’è il calo dei finanziamenti internazionali. Secondo l’Ocse, l’assistenza pubblica allo sviluppo è diminuita del 7,1% nel 2024 e del 23,1% nel 2025, in termini reali. Questo significa meno risorse a disposizione proprio mentre i bisogni aumentano, le catene logistiche si complicano e il costo per assistere le popolazioni più vulnerabili cresce. Il risultato è una pressione simultanea su tutti i punti della filiera: energia più cara, fertilizzanti meno accessibili, semine più difficili, raccolti a rischio, aiuti più lenti e bilanci umanitari più magri. È così che una crisi marittima regionale rischia di trasformarsi, in pochi mesi, anche in una minaccia globale per l'approvvigionamento di cibo.

Questa voce è stata modificata (3 mesi fa)

reshared this

È uscito il nuovo numero di The Post Internazionale. Da oggi potete acquistare la copia digitale


@Politica interna, europea e internazionale
È uscito il nuovo numero di The Post Internazionale. Il magazine, disponibile già da ora nella versione digitale sulla nostra App, e da domani, venerdì 24 aprile, in tutte le edicole, propone ogni due settimane inchieste e approfondimenti sugli affari e il potere in

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Gli Stati Uniti rischiano di restare senza munizioni di precisione


Un rapporto del CSIS stima che Washington abbia consumato in 39 giorni di guerra con l'Iran oltre la metà delle scorte di quattro munizioni chiave. Per ricostituirle serviranno anni.

La guerra tra Stati Uniti e Iran ha eroso le scorte di munizioni di precisione americane a un ritmo tale da esporre Washington a un rischio strategico nei futuri conflitti, in particolare in uno scenario di guerra con la Cina. È la conclusione di un rapporto del Center for Strategic and International Studies, pubblicato il 21 aprile 2026 e firmato dai ricercatori Mark Cancian e Chris Park, che analizza lo stato delle scorte di sette armamenti critici al momento della fragile tregua raggiunta con Teheran.

Nei 39 giorni dell'operazione Epic Fury, le forze statunitensi hanno colpito oltre 13.000 obiettivi e consumato quantità significative di sette munizioni chiave, suddivise in due categorie: armi per attacchi a lunga distanza contro bersagli terrestri e sistemi di difesa aerea e antimissile. Secondo lo studio del CSIS, per quattro di queste armi gli Stati Uniti potrebbero avere esaurito più della metà delle scorte presenti prima del conflitto. Gli esperti sottolineano che Washington dispone comunque di munizioni sufficienti a proseguire la guerra contro l'Iran in qualunque scenario plausibile, ma avvertono che il vero problema riguarda il medio e lungo periodo.

Sul fronte difensivo, gli Stati Uniti disponevano di circa 360 intercettori THAAD, Terminal High Altitude Area Defense, prima del conflitto e ne avrebbero utilizzati tra 190 e 290. Gli intercettori PAC-3 per il sistema Patriot partivano da una dotazione di circa 2.330 unità, delle quali ne sarebbero state impiegate fino a 1.430. Le scorte di missili SM-3 lanciati da navi, superiori alle 400 unità prima della guerra, si sono ridotte di un numero compreso tra 130 e 250 pezzi. Più contenuto l'uso degli SM-6, con un massimo di 370 unità consumate su circa 1.160 disponibili. Per l'attacco a lunga distanza, il rapporto stima che siano stati lanciati oltre 850 missili da crociera Tomahawk sui 3.000 disponibili, circa 1.000 missili JASSM sui 4.400 in dotazione e tra 40 e 70 dei 90 Precision Strike Missiles PrSM presenti in arsenale, al loro debutto operativo. Un funzionario dell'esercito avrebbe riferito che l'intero inventario dei PrSM è stato consumato, anche se altri sostengono che alcune unità restino disponibili.

Il problema centrale, evidenziato dagli analisti, è la lentezza con cui queste armi possono essere rimpiazzate. In base ai tassi medi di produzione degli ultimi cinque anni, il CSIS stima in 48 mesi il tempo necessario per ricostituire le scorte di JASSM, 42 mesi per i PAC-3, 53 mesi per i THAAD e 47 mesi per i Tomahawk. Tempi che, secondo gli autori, potrebbero allungarsi ulteriormente perché molti di questi sistemi sono vincolati dalla capacità produttiva effettiva degli stabilimenti.

L'amministrazione Trump ha annunciato a marzo un piano per quadruplicare la produzione di alcune armi chiave. Lockheed Martin ha comunicato che porterà la capacità produttiva annuale di intercettori THAAD da 96 a 400 unità nell'arco di sette anni, mentre RTX, il produttore dei Tomahawk, prevede di superare i 1.000 missili l'anno e di portare la produzione degli SM-6 oltre le 500 unità annue. La produzione dei PAC-3 dovrebbe salire a 2.000 unità l'anno entro il 2030, contro le 600 attuali. Gran parte di questa espansione dipende tuttavia da nuovi stanziamenti del Congresso e richiederà tempo per concretizzarsi.

La valutazione degli analisti è condivisa da vertici militari e da altri esperti. In un'audizione al Senato del 21 aprile, l'ammiraglio Samuel Paparo, capo dell'Indo-Pacific Command, ha dichiarato alla Commissione Forze Armate che i grandi appaltatori della difesa come Lockheed Martin e Raytheon impiegheranno da uno a due anni per aumentare produzione e volumi, e ha aggiunto che non sarà abbastanza rapido. Paparo ha parlato di limiti finiti della riserva, assicurando che le munizioni vengono usate con giudizio. Franz-Stefan Gady, esperto di difesa del Center for a New American Security, ha stimato che occorreranno da quattro a cinque anni per ricostituire le scorte di munizioni di precisione statunitensi.

Il nodo strategico riguarda la Cina. Molte delle armi consumate in Medio Oriente sono considerate essenziali per uno scontro con un competitor di pari livello, soprattutto per contrastare i missili balistici, settore nel quale Washington dispone di poche alternative. Gli autori del CSIS ricordano che già prima della guerra con l'Iran le scorte erano ritenute insufficienti per un conflitto con la Cina e che oggi la carenza è ancora più acuta. Un confronto ad alta intensità nel Pacifico occidentale, aggiungono, potrebbe consumare munizioni a un ritmo superiore a quello registrato contro Teheran.

La riduzione degli arsenali ha ripercussioni anche sulle forniture ad alleati e partner. L'Ucraina ha segnalato carenze critiche ed espresso preoccupazione per l'impatto dell'uso americano contro l'Iran sulle sue riserve. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha osservato che ogni Patriot utilizzato in Medio Oriente è un Patriot in meno che Kiev può ottenere. Il Giappone, secondo quanto riferito, è stato informato che la consegna di 400 Tomahawk potrebbe subire ritardi, mentre la Svizzera ha minacciato di acquistare un sistema alternativo dopo aver appreso del possibile rinvio del suo ordine. Complessivamente, 18 Paesi utilizzano il Patriot e circa metà della produzione annuale è destinata ad alleati e partner.

Sul piano finanziario, la richiesta di bilancio del Pentagono per l'anno fiscale 2027 ammonta a 1.500 miliardi di dollari, con un aumento del 42% rispetto al 2026. Il piano prevede oltre 750 miliardi per capacità militari e sistemi d'arma, tra cui 75 miliardi per droni e tecnologie anti-drone e 102 miliardi per i caccia F-35, F-47 e i bombardieri B-21. Jules Hurst, al vertice del comptroller del Pentagono, ha dichiarato ai giornalisti che il bilancio è stato elaborato prima del conflitto con l'Iran e che non sono ancora disponibili stime precise sui danni alle installazioni all'estero né sui costi di ricostruzione. Scripps News ha riferito che il Pentagono valuta una richiesta di finanziamento supplementare di almeno 200 miliardi di dollari per rimpiazzare le scorte e riparare le basi in Medio Oriente, ma la proposta non è ancora stata trasmessa formalmente al Congresso.

Il rapporto del CSIS conclude che il presidente Trump ha accettato il rischio legato al consumo di munizioni, insieme ad altri compromessi come lo spostamento di forze dal Pacifico occidentale. La logica sembra essere quella di vincere in modo decisivo il conflitto in corso, piuttosto che conservare capacità per una guerra futura che potrebbe non arrivare mai. Le scorte inizieranno a ricostituirsi una volta conclusa l'operazione Epic Fury e rientrati gli assetti navali nel Pacifico, ma riportare gli arsenali ai livelli desiderati richiederà molti anni.

reshared this

L’Unione europea finalizza il prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina


@Politica interna, europea e internazionale
Il Consiglio dell’Unione europea ha approvato oggi l’ultimo atto legislativo necessario per erogare il prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina concordato nel dicembre scorso da 24 su 27 Stati membri. Fondamentali sono state l’esclusione del veto di

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Il 55% degli americani vuole l'impeachment di Trump


Il dato emerge da una rilevazione Strength In Numbers/Verasight e si avvicina ai livelli di consenso registrati contro Nixon durante il Watergate. Anche il 21% degli elettori di Trump nel 2024 sostiene la messa in stato d'accusa.

Il 55% degli adulti statunitensi ritiene che la Camera dei rappresentanti debba votare l'impeachment del presidente Donald Trump. È quanto emerge da un sondaggio condotto da Strength In Numbers insieme a Verasight tra il 10 e il 14 aprile 2026. Il 37% degli intervistati si dichiara contrario, mentre l'8% non ha un'opinione definita.

Il sondaggio arriva dopo settimane di forti tensioni innescate dai messaggi pubblicati dal presidente sulla piattaforma Truth Social riguardo al conflitto con l'Iran. Il 7 aprile Trump ha scritto che l'intera civiltà iraniana sarebbe morta quella notte. In un altro messaggio aveva già intimato ai leader di Teheran di riaprire lo stretto di Hormuz, usando toni violenti e riferimenti religiosi. Le reazioni critiche sono arrivate da tutto lo spettro politico, incluse voci della destra americana che lo avevano sostenuto nel 2024. Tucker Carlson ha definito le minacce alle infrastrutture civili iraniane un crimine di guerra e ha dichiarato di essersi pentito di aver contribuito alla sua elezione. Si sono espressi in modo critico anche Alex Jones, Megyn Kelly, la deputata Marjorie Taylor Greene, Theo Von e Tim Dillon.

Sondaggio
La maggioranza degli americani vuole l'impeachment di Trump
"Sostieni o ti opponi al voto della Camera per l'impeachment del Presidente Trump?" Percentuale di adulti che rispondono in modo...

Contrario
Favorevole

Totale

Tutti gli adulti

37%

55%

Partito

Democratici

8%

88%

Indipendenti

28%

50%

Repubblicani

72%

21%

Voto 2024

Elettori Harris

7%

90%

Non votanti 2024

25%

53%

Elettori Trump

73%

21%

Genere

Donne

34%

56%

Uomini

42%

54%

Età

18–29 anni

21%

71%

30–44 anni

36%

51%

45–64 anni

39%

54%

65 anni e più

51%

47%

Fonte: G. Elliott Morris / Strength In Numbers · Sondaggio Verasight su 1.514 adulti condotto dal 10 al 14 aprile 2026 · margine di incertezza ±2,6%

Sul fronte parlamentare, oltre 85 membri della Camera hanno pubblicamente dichiarato di sostenere la messa in stato d'accusa oppure l'applicazione del 25esimo emendamento, che consente la rimozione del presidente in caso di incapacità di svolgere le sue funzioni. La Casa Bianca ha respinto queste iniziative e la leadership repubblicana non ha mostrato interesse a portarle al voto.

Il consenso per l'impeachment si estende ben oltre la base democratica. Secondo l'analisi dei dati demografici, solo tre gruppi si oppongono alla messa in stato d'accusa: i repubblicani, gli elettori di Trump del 2024 e gli anziani, questi ultimi contrari di quattro punti, 47 contro 51. Gli indipendenti, compresi quelli che tendono verso uno dei due partiti, si dividono 50 a 28 a favore dell'impeachment. I non votanti, che nel 2024 avrebbero leggermente preferito Trump a Kamala Harris, sostengono la rimozione con il 53% contro il 25%. Un dato particolarmente rilevante è che il 21% degli elettori di Trump del 2024 ritiene oggi che il presidente debba essere messo in stato d'accusa, ovvero uno su cinque di coloro che lo hanno riportato alla Casa Bianca.

Il 55% rilevato è un valore elevato per gli standard moderni dei sondaggi sull'impeachment. Dopo i fatti del 6 gennaio 2021, ABC News e Washington Post avevano registrato un 56% favorevole a impeachment e rimozione, il Pew Research Center il 54% e Gallup il 52%. Durante la vicenda ucraina dell'autunno 2019, Fox News aveva misurato il 51% e Gallup il 52%. Il picco per la rimozione di Bill Clinton nel gennaio 1999 si era fermato al 33%. Il confronto più significativo resta quello con Richard Nixon: pochi giorni prima delle sue dimissioni, nell'agosto del 1974, Gallup aveva rilevato che il 58% degli americani voleva la sua rimozione al culmine dello scandalo Watergate. Trump si trova quindi in un territorio analogo a quello di Nixon nelle ultime settimane della sua presidenza.

Va segnalata una differenza metodologica. Il sondaggio di aprile ha chiesto se la Camera debba votare l'impeachment, una soglia più bassa rispetto alla formula impeachment e rimozione usata in passato dai principali sondaggisti nazionali. Anche tenendo conto di questa distinzione, il risultato resta tra i più alti mai registrati nella storia recente delle rilevazioni sul tema.

Nonostante il consenso popolare, la Camera a maggioranza repubblicana non procederà contro un presidente del proprio partito. Il processo di impeachment negli Stati Uniti si articola in due fasi distinte. Nella prima, la Camera dei rappresentanti vota a maggioranza semplice la messa in stato d'accusa, che richiede almeno 218 voti su 435. Si tratta di un passaggio simile a un'incriminazione formale, che non comporta la rimozione dall'incarico. Nella seconda fase, il Senato celebra un vero e proprio processo in cui servono i due terzi dei voti, ovvero 67 senatori su 100, per condannare il presidente e rimuoverlo dalla carica. Questa soglia elevata è il motivo per cui nella storia degli Stati Uniti nessun presidente è mai stato rimosso attraverso l'impeachment, nonostante i tre precedenti a carico di Andrew Johnson, Bill Clinton e dello stesso Trump, messo in stato d'accusa due volte durante il primo mandato.

La soglia dei 218 voti alla Camera non è raggiungibile nel 119esimo Congresso a causa della maggioranza repubblicana, ma potrebbe diventarlo dopo le elezioni di metà mandato di novembre. Ai democratici basta un guadagno netto di pochi seggi per conquistare la Camera. Se questo scenario si realizzasse, dal gennaio 2027 disporrebbero dei numeri per avviare la procedura, potendo contare su un mandato popolare già consolidato dai sondaggi. Resterebbe comunque l'ostacolo del Senato, dove la maggioranza dei due terzi necessaria per la condanna richiederebbe il voto di decine di senatori repubblicani contro un presidente del proprio partito, un risultato considerato molto difficile da raggiungere nel clima politico attuale.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Redistricting, la scommessa di Trump rischia di ritorcersi contro i Repubblicani dopo il voto in Virginia


La vittoria del sì al referendum in Virginia consegna ai Democratici un vantaggio potenziale di altri 4 seggi alla Camera. Ora la partita si sposta in Florida e dinanzi alla Corte Suprema.
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

La guerra del redistricting voluta da Donald Trump sta producendo, almeno per ora, l’effetto opposto a quello sperato dai repubblicani. Dopo il voto di martedì in Virginia, il partito risulta infatti favorito in meno seggi alla Camera rispetto a prima dell’avvio dell’intera operazione. La scommessa del presidente, pensata per blindare una maggioranza di appena un seggio, rischia così di trasformarsi in un boomerang.

Il referendum approvato in Virginia autorizza, se sarà confermato dai tribunali, la ridefinizione degli 11 distretti congressuali dello Stato. La nuova mappa potrebbe trasformare la delegazione da 6 a 5 a favore dei Democratici a 10 a 1, consegnando al partito 4 seggi in più alla Camera. Secondo un’analisi condotta da Axios sui dati di Dave’s Redistricting e del Redistricting Data Hub, applicando i risultati delle presidenziali del 2024 alle nuove mappe dei sette Stati coinvolti i democratici avrebbero conquistato 6 seggi in più. Applicando le nuove mappe ai risultati del 2020, i democratici ne avrebbero ottenuti invece 2 in più.

La guerra del redistricting


Il redistricting ridefinisce i confini dei distretti della Camera e di norma scatta una volta ogni dieci anni, dopo il censimento. Trump ha rotto questa consuetudine la scorsa estate, quando ha spinto i Repubblicani del Texas a ridisegnare le mappe in anticipo, con l'intenzione di strappare 5 seggi ai Democratici. La mossa ha innescato la reazione di questi ultimi, a partire dalla California, dove un referendum approvato il 4 novembre 2025 ha neutralizzato il vantaggio ottenuto dai Repubblicani in Texas.

Dopo il voto in Virginia, il bilancio complessivo assegna ai Democratici un vantaggio di un seggio nella cosiddetta "guerra del redistricting". Ai 5 guadagnati in California e ai 4 della Virginia si aggiunge infatti un ulteriore seggio ottenuto in Utah, conquistato grazie a una decisione giudiziaria. Sul fronte opposto, i Repubblicani hanno ottenuto 5 seggi in Texas, tra 1 e 2 in Ohio, 1 in North Carolina e 1 in Missouri.
Redistricting 2026: la scommessa di Trump

Midterm 2026 · Redistricting
Trump voleva blindare la Camera. Ora rischia di perderla.
Bilancio della guerra del redistricting dopo il voto in Virginia · Aprile 2026

Democratici
0
seggi guadagnati

VS

Repubblicani
0
seggi guadagnati

Dopo il referendum in Virginia i Democratici sono in vantaggio di un seggio.

Stati Scenari Incognite

Stati che hanno ridisegnato le mappe

CA

California
Referendum, 4 novembre 2025

+5

VA

Virginia
Referendum, da 6-5 a 10-1

+4

UT

Utah
Decisione giudiziaria

+1

TX

Texas
Primo Stato a muoversi, estate 2025

+5

OH

Ohio
Nuova mappa

+2

NC

North Carolina
Nuova mappa

+1

MO

Missouri
Nuova mappa

+1

Proiezioni sui 7 Stati con mappe ridisegnate

Con i margini del 2020

Dem

75
77

Rep

65
67

PrimaDopo

Intermedio (media 2020–2024)

Dem

72
74

Rep

68
70

PrimaDopo

Con i margini del 2024

Dem

67
73

Rep

69
75

PrimaDopo
Proiezione su California, Missouri, North Carolina, Ohio, Texas, Utah e Virginia.

Tocca per i dettagli

Florida
Sessione straordinaria rinviata

Il governatore DeSantis preme per ridisegnare le mappe, ma l'operazione è bloccata da divisioni interne al Partito e dal divieto costituzionale di gerrymandering partitico. Le vittorie democratiche nelle suppletive rendono rischiosa la ridistribuzione degli elettori repubblicani.

Giorni al 28 aprile Data della nuova sessione straordinaria dell'assemblea legislativa.

Virginia
Ricorso dopo lo stop del giudice

Un giudice nominato dai repubblicani della contea di Tazewell ha dichiarato invalidi sia l'emendamento costituzionale che il risultato del referendum. Il Procuratore Generale democratico Jay Jones ha annunciato ricorso immediato, in un percorso che può arrivare alla Corte Suprema della Virginia.

Corte Suprema · Louisiana
Voting Rights Act in bilico

Un caso della Louisiana può consentire alla Corte Suprema di abolire il Voting Rights Act del 1965 e aprire la strada a oltre una decina di nuovi distretti favorevoli ai Repubblicani nel Sud. Ma il tempo stringe: le schede per gli elettori all'estero vanno spedite 45 giorni prima delle primarie.

Elaborazione FocusAmerica su fonti: Axios (analisi su dati Dave's Redistricting e Redistricting Data Hub), The New York Times, Vox · Aprile 2026

Non tutti gli Stati, però, sono entrati nella mischia. Nonostante le pressioni dei vertici nazionali, i Democratici hanno rinunciato a ridisegnare seggi in Illinois, Maryland e New York. I Repubblicani hanno fatto lo stesso in Indiana, Kansas e Nebraska. "Anche se i Repubblicani lo stanno facendo in più Stati rispetto ai Democratici, non stanno ottenendo grandi guadagni al di fuori del Texas",ha spiegato a Vox Barry C. Burden, esperto di elezioni e professore di scienze politiche all’Università del Wisconsin-Madison.

L’ultima variabile è la Florida. Il governatore Ron DeSantis ha chiesto da mesi ai Repubblicani statali di ridisegnare le mappe dello Stato, ma l’operazione si è impantanata tra divisioni interne al partito e vincoli costituzionali che vietano il gerrymandering partitico. La sessione straordinaria dell’assemblea legislativa, inizialmente prevista questa settimana, è stata rinviata al 28 aprile. Le recenti vittorie democratiche in elezioni suppletive alimentano il timore che distribuire gli elettori repubblicani su più distretti finisca paradossalmente per esporre collegi oggi considerati sicuri. "Il Texas ha agito prima, quando Trump e i Repubblicani non sembravano così vulnerabili in vista del 2026", ha osservato Burden. "Ora che siamo a pochi mesi dal voto, è chiaro che i Repubblicani affronteranno un contesto molto più difficile a novembre".

Lo scontro giudiziario


Sul voto in Virginia pesa già una complicazione giudiziaria. Un giudice della contea di Tazewell nominato dai repubblicani ha dichiarato invalidi sia l’emendamento costituzionale che il risultato del referendum, bloccando così temporaneamente l'adozione delle nuove mappe. Il Procuratore Generale dello Stato, il democratico Jay Jones, ha annunciato un ricorso immediato alla Corte d’Appello, in un percorso che potrebbe arrivare fino alla Corte Suprema della Virginia.

Sullo sfondo pesa, però, anche un’altra incognita. La Corte Suprema federale dovrà decidere nelle prossime settimane su un caso presentato dallo Stato della Louisiana che potrebbe portare alla cancellazione pressoché totale di ciò che resta del Voting Rights Act del 1965 e aprire così la strada al redistricting di più di una decina di altri distretti favorevoli ai Repubblicani negli Stati del Sud. Il calendario, però, è sempre più stringente: la legge federale impone agli Stati di inviare le schede elettorali all’estero 45 giorni prima delle primarie, e per alcuni Stati quella scadenza è già passata. Quindi l'effetto di questa potenziale sentenza potrebbe vedersi a pieno solo nel 2028.


Virginia, un giudice blocca la certificazione del referendum sulla nuova mappa elettorale


Un giudice della Virginia ha bloccato la certificazione del referendum che martedì aveva approvato la nuova mappa dei collegi congressuali dello Stato, dichiarando incostituzionale la consultazione e la legge che l'aveva indetta. La decisione arriva a meno di 24 ore dal voto che aveva dato ai Democratici la possibilità di conquistare dieci degli undici seggi della Virginia alla Camera dei Rappresentanti, contro gli attuali sei.

Il giudice Jack Hurley della Tazewell Circuit Court ha emesso l'ordinanza mercoledì, stabilendo che tutti i voti espressi a favore o contro l'emendamento costituzionale del 21 aprile sono "inefficaci". Hurley ha definito il quesito sottoposto agli elettori "palesemente fuorviante". L'ordinanza include un'ingiunzione permanente che impedisce ai funzionari elettorali statali di certificare i risultati e di compiere qualsiasi azione per attuare la nuova mappa. Il giudice ha anche respinto la richiesta di sospendere la decisione in attesa del ricorso.

Virginia approva il referendum per ridisegnare i collegi, quattro seggi in più per i Dem
Il referendum sospende fino al 2030 la commissione bipartisan che disegna i collegi e trasferisce il potere all’assemblea democratica. I Repubblicani annunciano ricorsi alla Corte Suprema statale.
Focus AmericaLorenzo Ruffino


La decisione si fonda su argomentazioni procedurali e costituzionali relative all'iter di approvazione dell'emendamento. La costituzione della Virginia prevede che il parlamento statale approvi un emendamento proposto, che si tenga poi un'elezione intermedia con il rinnovo della Camera dei Delegati e che la nuova assemblea riapprovi il testo identico. Ken Cuccinelli, ex procuratore generale repubblicano della Virginia e presidente della Election Transparency Initiative dell'American Principles Project, ha spiegato alla CNN il nodo della controversia. La prima approvazione dell'emendamento è avvenuta ad Halloween, ma il voto anticipato per l'elezione intermedia era già iniziato il 19 settembre 2025, con oltre un milione di persone che avevano votato prima della prima approvazione. Secondo Cuccinelli i Democratici avranno difficoltà a sostenere che si sia trattato di una vera elezione intermedia. Ha aggiunto di attendersi una sentenza definitiva entro maggio.

Il procuratore generale della Virginia Jay Jones, democratico entrato in carica dopo aver sconfitto il repubblicano Jason Miyares a novembre, ha annunciato ricorso immediato. In una dichiarazione riportata da più testate, Jones ha affermato che gli elettori della Virginia si sono espressi e che un giudice attivista non dovrebbe avere potere di veto sul voto del popolo. Andrea Gaines, portavoce del Dipartimento delle Elezioni della Virginia, ha fatto sapere alla CNN che i funzionari statali stanno valutando l'impatto dell'ordinanza sulla certificazione dei risultati da parte del Consiglio di Stato.

La vicenda giudiziaria è complessa. La Corte Suprema della Virginia aveva già ribaltato due precedenti ordinanze della Tazewell Circuit Court che avevano tentato di bloccare il referendum, permettendo così lo svolgimento del voto di martedì. I ricorsi sul merito restano pendenti davanti alla Corte Suprema statale, che avrà l'ultima parola. Cuccinelli ha indicato che ci sono quattro impugnazioni costituzionali contro il referendum in corso nei tribunali, tre delle quali contestano il processo di approvazione dell'emendamento.

Il presidente Donald Trump ha reagito al risultato del referendum con un messaggio su Truth Social, definendo il voto "truccato". Trump ha scritto che per tutta la giornata i Repubblicani erano in vantaggio fino a un presunto "massiccio arrivo di schede per corrispondenza" alla fine dello spoglio, ripetendo accuse simili a quelle rivolte alla sconfitta del 2020 contro Joe Biden. Il presidente ha sostenuto che la formulazione del quesito referendario era deliberatamente incomprensibile e ingannevole, chiedendo ai tribunali di intervenire. In realtà, come riportato dal New York Times, il sì ha superato il no nella tarda serata di martedì perché diverse roccaforti democratiche densamente popolate hanno riportato i risultati più tardi rispetto ad altre giurisdizioni, un fenomeno comune in Virginia.

Il referendum è stato approvato con il 51,5% contro il 48,5%, un margine di circa tre punti percentuali. La nuova mappa trasformerebbe l'attuale equilibrio di sei seggi democratici e cinque repubblicani in una configurazione con dieci seggi favorevoli ai Democratici e uno solo solido per i Repubblicani. Secondo i dati di AdImpact riportati da Newsweek, sulla campagna sono stati spesi oltre 80 milioni di dollari, con i sostenitori del sì che hanno investito 56,4 milioni contro i 24,6 milioni dei contrari.

Il Comitato Nazionale Repubblicano, parte ricorrente nella causa decisa da Hurley, ha accolto con favore la sentenza. Un portavoce del RNC ha dichiarato all'ABC News che i Democratici sono riusciti a ottenere solo una vittoria di tre punti nonostante abbiano speso decine di milioni di dollari e manipolato gli elettori con un linguaggio fuorviante sulla scheda. Il portavoce ha definito l'operazione di ridisegno dei collegi un tentativo palese di conquista del potere.

Il politologo Larry Sabato ha commentato a Newsweek definendo i risultati un disastro per Trump. Ha dichiarato alla testata che non si tratta solo della guerra con l'Iran e che il presidente non è riuscito a prevedere le conseguenze delle proprie azioni, illudendosi che i Democratici si sarebbero disarmati unilateralmente. Stephen Farnsworth, professore di scienze politiche all'Università di Mary Washington, ha detto a Newsweek che il ridisegno a metà decennio non ha ottenuto nulla per Trump e che questa sconfitta potrebbe costare ai Repubblicani la maggioranza alla Camera in autunno. Jeremy Mayer, professore di scienze politiche alla George Mason University, ha spiegato alla stessa testata che la Virginia resta uno Stato conteso ma diventa blu quando il tema è Trump, aggiungendo che la guerra alla burocrazia federale ha reso il presidente inviso in gran parte dello Stato, in particolare nella Virginia del Nord.

La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha spiegato a Newsweek perché Trump non abbia fatto una campagna più attiva contro il referendum, affermando che il presidente ha molti impegni ma ha comunque ospitato una telefonata la sera prima del voto. Il leader democratico alla Camera Hakeem Jeffries, deputato di New York, ha dichiarato che i Democratici non hanno fatto un passo indietro ma hanno reagito con forza, aggiungendo che quando gli avversari colpiscono basso il suo partito risponde duramente.

La battaglia legale procederà rapidamente. Il ricorso di Jones andrà verso la Corte d'Appello e potrebbe arrivare in tempi brevi alla Corte Suprema della Virginia. La mappa deve superare il vaglio giudiziario prima che le schede per le elezioni di novembre vengano finalizzate.


reshared this

Gli eredi del fondatore dell’Eni contro il governo di Giorgia Meloni: “Non chiamatelo Piano Mattei”


@Politica interna, europea e internazionale
Pietro Mattei, uno dei nipoti del fondatore dell’Eni, ha inviato una pec a Palazzo Chigi per chiedere la “diffida all’utilizzo del nome di Enrico Mattei in relazione al cosiddetto 
‘Piano Mattei’”, il progetto con cui il governo Meloni punta a rilanciare i rapporti

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Servono sei mesi per bonificare le mine iraniane dallo Stretto di Hormuz


L'assessment della Difesa, riferito in un briefing riservato al Congresso, prevede conseguenze economiche prolungate. Il prezzo della benzina negli Stati Uniti è salito a 4,02 dollari al gallone.

Bonificare lo Stretto di Hormuz dalle mine collocate dall'esercito iraniano potrebbe richiedere fino a sei mesi, e l'operazione difficilmente partirà prima della fine della guerra tra Stati Uniti e Iran. È quanto il Pentagono ha comunicato al Congresso, secondo una ricostruzione del Washington Post. La valutazione, se confermata, implica che l'impatto economico del conflitto si protrarrà fino alla fine dell'anno o oltre.

La stima è stata illustrata martedì da un alto funzionario della Difesa durante un briefing riservato per i membri della Commissione Forze Armate della Camera, come riferito da tre fonti a conoscenza della discussione. Il quotidiano della capitale riporta che la previsione ha suscitato frustrazione sia tra i democratici sia tra i repubblicani. È un segnale ulteriore che i prezzi di benzina e petrolio potrebbero restare elevati ben oltre un eventuale accordo di pace.

Mercoledì il costo medio di un gallone di benzina negli Stati Uniti era di 4,02 dollari, secondo i dati di AAA, contro i 2,98 dollari registrati poco prima dell'inizio della guerra a febbraio. Trump ha oscillato sul tema: questo mese ha dichiarato che i prezzi "potrebbero restare gli stessi o salire leggermente" entro il voto di midterm, salvo poi sostenere che sarebbero stati "molto più bassi" prima delle elezioni. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha indicato la fine di settembre come orizzonte possibile per tornare a una benzina a tre dollari.

Secondo tre funzionari che hanno parlato in forma anonima per la delicatezza della materia, ai parlamentari è stato riferito che l'Iran potrebbe aver piazzato venti o più mine nello Stretto di Hormuz e nelle acque adiacenti. Alcune sono state fatte galleggiare a distanza con tecnologia GPS, rendendo difficile l'individuazione durante il posizionamento. Altre sarebbero state deposte da forze iraniane con piccole imbarcazioni. Lo stretto è una via d'acqua cruciale per il transito del petrolio mediorientale attraverso il Golfo Persico.

Il Pentagono non ha voluto rispondere nel merito. Il portavoce Sean Parnell ha confermato che la comunicazione è avvenuta in un briefing riservato ai parlamentari, ma ha definito le informazioni "inaccurate". "Decidendo di pubblicare queste false affermazioni, il Washington Post ha reso chiaro che gli interessa più portare avanti un'agenda che la verità", si legge nella nota. Il Comando Centrale statunitense, responsabile delle operazioni nell'area, ha rifiutato di commentare. La Casa Bianca ha rimandato al Pentagono.

Il blocco del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz è diventato uno dei nodi centrali della guerra. Teheran ha dichiarato chiuso il passaggio e ha attaccato alcune navi per colpire l'economia globale e l'amministrazione Trump, mentre Washington e la Repubblica Islamica premono per imporre le rispettive condizioni. Prima del conflitto, circa il 20 per cento del petrolio mondiale transitava per lo stretto, con Giappone, Corea del Sud, Cina e altri paesi asiatici particolarmente dipendenti dall'energia mediorientale.

Trump ha chiesto all'Iran di porre fine al programma nucleare, consegnare tutto l'uranio altamente arricchito e riaprire completamente lo stretto, minacciando nuove azioni militari in caso di rifiuto. Teheran ha risposto che non proseguirà i negoziati finché il presidente non revocherà il blocco navale imposto questo mese per soffocare l'economia iraniana basata sul petrolio.

La posa delle mine è iniziata a marzo, mentre proseguivano gli attacchi statunitensi e israeliani contro l'Iran. Trump ha minacciato conseguenze "a un livello mai visto prima" se Teheran non avesse rimosso gli ordigni. Nei giorni successivi il Pentagono ha rivendicato operazioni contro le imbarcazioni iraniane impiegate per la posa. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha scritto sui social che le forze statunitensi stavano distruggendo quelle navi con "spietata precisione" e che gli Stati Uniti "non permetteranno ai terroristi di tenere in ostaggio lo Stretto di Hormuz".

Il viceministro degli Esteri iraniano, Majid Takht-Ravanchi, ha negato che il suo paese stia posando mine. Il New York Times, citando funzionari statunitensi, ha scritto questo mese che l'Iran non sarebbe in grado di individuare tutte le mine che ha disseminato. La valutazione del Pentagono è stata trasmessa ai parlamentari dopo che Trump aveva scritto sui social che "l'Iran, con l'aiuto degli Stati Uniti, ha rimosso, o sta rimuovendo, tutte le mine marine" dallo stretto, un messaggio pubblicato venerdì su Truth Social nel tentativo di rassicurare i mercati e segnalare la vicinanza di un accordo.

Martedì il presidente ha annunciato l'estensione a tempo indeterminato di un cessate il fuoco di due settimane. La leadership iraniana, ha dichiarato, è "seriamente fratturata" e deve "presentare una proposta unitaria". Le sue parole sono arrivate mentre fonti indicavano una riluttanza di Teheran a un nuovo round negoziale. A marzo CNN aveva riferito di una valutazione della Defense Intelligence Agency secondo cui l'Iran avrebbe potuto tenere chiuso lo stretto da uno a sei mesi, con le mine tra i fattori rilevanti. All'epoca Parnell aveva detto alla stessa emittente che una chiusura di sei mesi era "un'impossibilità e del tutto inaccettabile" per Hegseth.

Resta da capire con quali mezzi il Pentagono condurrà la bonifica. Tra le opzioni evocate dai funzionari ci sono elicotteri, droni e sommozzatori specializzati nell'eliminazione di ordigni esplosivi. Alcune navi commerciali hanno attraversato lo stretto durante il cessate il fuoco, ma il traffico si è di nuovo bloccato nel fine settimana, quando le forze iraniane hanno aperto il fuoco su alcune petroliere e hanno dichiarato nuovamente chiuso il passaggio.

Richard Nephew, esperto di diplomazia iraniana e senior researcher alla Columbia University, ha dichiarato al Washington Post che un orizzonte di sei mesi per la bonifica è destinato a scuotere i mercati del petrolio e del gas, vista la preoccupazione di assicuratori, armatori e comandanti nell'attraversare una rotta minata. "Non ci saranno molte persone disposte a correre quel rischio", ha osservato, aggiungendo che la presenza di mine potrebbe non causare una "interruzione totale", ma che le conseguenze di uno stretto a doppio senso parzialmente inutilizzabile sarebbero comunque significative.

L'Iran dispone di oltre 5.000 mine navali, che potrebbero rivelarsi particolarmente efficaci date le acque poco profonde e le corsie di navigazione strette dello stretto, stando a una valutazione della Defense Intelligence Agency. La stessa testata ha ricordato che oltre la metà degli elettori statunitensi attribuisce "molto" al presidente la responsabilità dell'impennata dei prezzi della benzina.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

L'FBI ha indagato su una giornalista dopo un articolo sulla fidanzata del direttore Patel


L'inchiesta dell'agenzia federale sulla reporter Elizabeth Williamson, poi archiviata dal dipartimento di Giustizia per mancanza di basi legali, solleva interrogativi sulla criminalizzazione del lavoro giornalistico.

L'FBI ha avviato il mese scorso un'indagine su una giornalista del New York Times dopo che aveva scritto un articolo sul direttore dell'agenzia, Kash Patel, e sull'uso di personale federale per garantire alla sua fidanzata scorta e trasporti pagati dallo Stato. La notizia è stata pubblicata dallo stesso New York Times, che cita una fonte informata sui fatti.

Secondo la ricostruzione, gli agenti hanno interrogato la fidanzata di Patel, Alexis Wilkins, hanno consultato le banche dati federali per raccogliere informazioni sulla reporter Elizabeth Williamson e hanno raccomandato di procedere con un'indagine preliminare per verificare se la giornalista avesse violato le leggi federali sullo stalking. Questi passaggi hanno sollevato preoccupazioni tra alcuni funzionari del dipartimento di Giustizia, che hanno letto l'iniziativa come una ritorsione per un articolo sgradito a Patel e alla fidanzata. Gli stessi funzionari hanno concluso che non esisteva alcuna base legale per andare avanti e hanno bloccato l'inchiesta.

Interpellata dal New York Times, l'FBI ha risposto che gli investigatori erano preoccupati perché le tecniche aggressive di raccolta di informazioni avrebbero superato i confini dello stalking, ma ha precisato che nessun caso è stato aperto. Un portavoce dell'agenzia ha definito falsa la ricostruzione secondo cui sarebbe stata avviata un'indagine sulla reporter. Secondo il portavoce, Wilkins è stata sentita in relazione a una minaccia di morte ricevuta da Boston dopo la pubblicazione dell'articolo del 28 febbraio, e le domande sulla giornalista sarebbero emerse solo in quel contesto.

L'articolo al centro del caso, firmato da Williamson e pubblicato il 28 febbraio, raccontava come Wilkins disponesse di una scorta permanente composta da agenti delle squadre speciali SWAT provenienti da uffici dell'FBI di tutto il Paese, che la accompagnavano in impegni pubblici tra cui esibizioni canore e un appuntamento dal parrucchiere. La rivelazione aveva acceso i riflettori sull'uso di risorse pubbliche da parte di Patel per fini personali, poco dopo che il direttore aveva fatto notizia per aver festeggiato a Milano con la nazionale maschile di hockey statunitense dopo la vittoria dell'oro olimpico.

Il direttore esecutivo del New York Times, Joseph Kahn, ha criticato duramente l'agenzia federale. In una dichiarazione riportata dalla testata, Kahn ha affermato che il tentativo dell'FBI di criminalizzare un lavoro giornalistico ordinario rappresenta una violazione palese dei diritti garantiti dal Primo Emendamento e un ulteriore tentativo dell'amministrazione di impedire ai giornalisti di vigilare sul suo operato, definendo l'episodio allarmante, incostituzionale e sbagliato.

Nella preparazione dell'articolo Williamson aveva seguito procedure standard, contattando numerose persone che avevano lavorato con Wilkins o la conoscevano. Aveva avuto un solo contatto telefonico iniziale con la diretta interessata, che aveva preteso che la conversazione fosse off the record, e uno scambio di email prima della pubblicazione. Aveva anche chiesto a Wilkins una lista di persone da interpellare, senza ricevere risposta. La reporter non ha mai incontrato Wilkins di persona.

Il giorno stesso dell'uscita del pezzo, Wilkins ha ricevuto una email di minacce da un mittente anonimo, poi individuato a Boston, che ha ammesso di averla inviata dopo aver letto l'articolo. Pochi giorni dopo l'FBI ha interrogato Wilkins, che ha raccontato di essersi sentita molestata dal lavoro di Williamson, lamentele che aveva già espresso all'agenzia a gennaio, quando la reporter l'aveva contattata per la prima volta. Un legale di Wilkins aveva scritto ai redattori del New York Times prima della pubblicazione, sostenendo che l'attività di ricerca sollevava domande sulla proporzionalità e sullo scopo giornalistico dell'inchiesta.

Dopo l'interrogatorio, l'FBI ha scandagliato le proprie banche dati per cercare elementi utili a giustificare un approfondimento su Williamson, invocando gli statuti federali su stalking e minacce alla sicurezza e alla reputazione. Gli agenti hanno raccomandato di passare a un'indagine preliminare, ma a quel punto sono emersi ostacoli al dipartimento di Giustizia. Né il New York Times né la reporter sono stati informati dei passi compiuti dall'agenzia. Williamson ha rifiutato di commentare.

Secondo la fonte citata dalla testata, un agente con funzioni di supervisione al quartier generale dell'FBI a Washington, competente sulle indagini per crimini violenti, è stato coinvolto nelle fasi iniziali. Il dettaglio è rilevante perché, fin dalle inchieste sulla server privata di posta elettronica di Hillary Clinton e sui legami tra Trump e la Russia, gli alleati del presidente hanno sostenuto che il coinvolgimento dei vertici di Washington, anziché degli uffici locali, apre la strada a influenze politiche.

L'ostilità del presidente verso i giornalisti è un tratto distintivo del suo mandato, e Patel condivide questa impostazione. Prima di guidare l'FBI, in un discorso del 2024, aveva paragonato i giornalisti al nemico più potente mai affrontato dagli Stati Uniti. A gennaio l'agenzia ha perquisito la casa in Virginia di Hannah Natanson, reporter del Washington Post, nell'ambito di un'indagine su un contractor governativo e sulla gestione di materiale classificato. Ad aprile, dopo le notizie sull'abbattimento di un caccia statunitense in Iran, Trump ha promesso azioni contro una testata non nominata. All'inizio dell'anno scorso la Casa Bianca aveva punito l'Associated Press per il rifiuto di adeguarsi all'ordine esecutivo che ribattezzava il Golfo del Messico, limitandone l'accesso agli eventi stampa.

Il presidente ha inoltre intentato causa per diffamazione contro il New York Times e tre suoi giornalisti, sostenendo che una serie di articoli durante la campagna del 2024 mirava a danneggiare la sua candidatura e la sua reputazione di imprenditore. A dicembre la testata ha citato in giudizio il Pentagon, accusando l'amministrazione di violare i diritti costituzionali dei cronisti con restrizioni sulla copertura delle questioni militari. A marzo un giudice federale ha stabilito che quei limiti violavano il Primo Emendamento e ha ordinato di cancellare parti della policy, in una battaglia legale tuttora in corso.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

reshared this

Nordio: “Le mazzette sono come il consumo di droga, possono essere di modesta entità”


@Politica interna, europea e internazionale
“Se si parla di tenuità o di modesta quantità persino della droga, non sarà una bestemmia parlare di modestia anche di cosiddette mazzette”. Lo ha detto il ministro della Giustizia Carlo Nordio ieri, mercoledì 22 aprile, durante il question time alla Camera, rispondendo a

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Virginia, un giudice blocca la certificazione del referendum sulla nuova mappa elettorale


Il tribunale di Tazewell ha dichiarato incostituzionale il voto che dava ai Democratici quattro seggi in più alla Camera. Il procuratore generale ha annunciato ricorso immediato e Trump parla di elezione truccata.
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Un giudice della Virginia ha bloccato la certificazione del referendum che martedì aveva approvato la nuova mappa dei collegi congressuali dello Stato, dichiarando incostituzionale la consultazione e la legge che l'aveva indetta. La decisione arriva a meno di 24 ore dal voto che aveva dato ai Democratici la possibilità di conquistare dieci degli undici seggi della Virginia alla Camera dei Rappresentanti, contro gli attuali sei.

Il giudice Jack Hurley della Tazewell Circuit Court ha emesso l'ordinanza mercoledì, stabilendo che tutti i voti espressi a favore o contro l'emendamento costituzionale del 21 aprile sono "inefficaci". Hurley ha definito il quesito sottoposto agli elettori "palesemente fuorviante". L'ordinanza include un'ingiunzione permanente che impedisce ai funzionari elettorali statali di certificare i risultati e di compiere qualsiasi azione per attuare la nuova mappa. Il giudice ha anche respinto la richiesta di sospendere la decisione in attesa del ricorso.

Virginia approva il referendum per ridisegnare i collegi, quattro seggi in più per i Dem
Il referendum sospende fino al 2030 la commissione bipartisan che disegna i collegi e trasferisce il potere all’assemblea democratica. I Repubblicani annunciano ricorsi alla Corte Suprema statale.
Focus AmericaLorenzo Ruffino


La decisione si fonda su argomentazioni procedurali e costituzionali relative all'iter di approvazione dell'emendamento. La costituzione della Virginia prevede che il parlamento statale approvi un emendamento proposto, che si tenga poi un'elezione intermedia con il rinnovo della Camera dei Delegati e che la nuova assemblea riapprovi il testo identico. Ken Cuccinelli, ex procuratore generale repubblicano della Virginia e presidente della Election Transparency Initiative dell'American Principles Project, ha spiegato alla CNN il nodo della controversia. La prima approvazione dell'emendamento è avvenuta ad Halloween, ma il voto anticipato per l'elezione intermedia era già iniziato il 19 settembre 2025, con oltre un milione di persone che avevano votato prima della prima approvazione. Secondo Cuccinelli i Democratici avranno difficoltà a sostenere che si sia trattato di una vera elezione intermedia. Ha aggiunto di attendersi una sentenza definitiva entro maggio.

Il procuratore generale della Virginia Jay Jones, democratico entrato in carica dopo aver sconfitto il repubblicano Jason Miyares a novembre, ha annunciato ricorso immediato. In una dichiarazione riportata da più testate, Jones ha affermato che gli elettori della Virginia si sono espressi e che un giudice attivista non dovrebbe avere potere di veto sul voto del popolo. Andrea Gaines, portavoce del Dipartimento delle Elezioni della Virginia, ha fatto sapere alla CNN che i funzionari statali stanno valutando l'impatto dell'ordinanza sulla certificazione dei risultati da parte del Consiglio di Stato.

La vicenda giudiziaria è complessa. La Corte Suprema della Virginia aveva già ribaltato due precedenti ordinanze della Tazewell Circuit Court che avevano tentato di bloccare il referendum, permettendo così lo svolgimento del voto di martedì. I ricorsi sul merito restano pendenti davanti alla Corte Suprema statale, che avrà l'ultima parola. Cuccinelli ha indicato che ci sono quattro impugnazioni costituzionali contro il referendum in corso nei tribunali, tre delle quali contestano il processo di approvazione dell'emendamento.

Il presidente Donald Trump ha reagito al risultato del referendum con un messaggio su Truth Social, definendo il voto "truccato". Trump ha scritto che per tutta la giornata i Repubblicani erano in vantaggio fino a un presunto "massiccio arrivo di schede per corrispondenza" alla fine dello spoglio, ripetendo accuse simili a quelle rivolte alla sconfitta del 2020 contro Joe Biden. Il presidente ha sostenuto che la formulazione del quesito referendario era deliberatamente incomprensibile e ingannevole, chiedendo ai tribunali di intervenire. In realtà, come riportato dal New York Times, il sì ha superato il no nella tarda serata di martedì perché diverse roccaforti democratiche densamente popolate hanno riportato i risultati più tardi rispetto ad altre giurisdizioni, un fenomeno comune in Virginia.

Il referendum è stato approvato con il 51,5% contro il 48,5%, un margine di circa tre punti percentuali. La nuova mappa trasformerebbe l'attuale equilibrio di sei seggi democratici e cinque repubblicani in una configurazione con dieci seggi favorevoli ai Democratici e uno solo solido per i Repubblicani. Secondo i dati di AdImpact riportati da Newsweek, sulla campagna sono stati spesi oltre 80 milioni di dollari, con i sostenitori del sì che hanno investito 56,4 milioni contro i 24,6 milioni dei contrari.

Il Comitato Nazionale Repubblicano, parte ricorrente nella causa decisa da Hurley, ha accolto con favore la sentenza. Un portavoce del RNC ha dichiarato all'ABC News che i Democratici sono riusciti a ottenere solo una vittoria di tre punti nonostante abbiano speso decine di milioni di dollari e manipolato gli elettori con un linguaggio fuorviante sulla scheda. Il portavoce ha definito l'operazione di ridisegno dei collegi un tentativo palese di conquista del potere.

Il politologo Larry Sabato ha commentato a Newsweek definendo i risultati un disastro per Trump. Ha dichiarato alla testata che non si tratta solo della guerra con l'Iran e che il presidente non è riuscito a prevedere le conseguenze delle proprie azioni, illudendosi che i Democratici si sarebbero disarmati unilateralmente. Stephen Farnsworth, professore di scienze politiche all'Università di Mary Washington, ha detto a Newsweek che il ridisegno a metà decennio non ha ottenuto nulla per Trump e che questa sconfitta potrebbe costare ai Repubblicani la maggioranza alla Camera in autunno. Jeremy Mayer, professore di scienze politiche alla George Mason University, ha spiegato alla stessa testata che la Virginia resta uno Stato conteso ma diventa blu quando il tema è Trump, aggiungendo che la guerra alla burocrazia federale ha reso il presidente inviso in gran parte dello Stato, in particolare nella Virginia del Nord.

La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha spiegato a Newsweek perché Trump non abbia fatto una campagna più attiva contro il referendum, affermando che il presidente ha molti impegni ma ha comunque ospitato una telefonata la sera prima del voto. Il leader democratico alla Camera Hakeem Jeffries, deputato di New York, ha dichiarato che i Democratici non hanno fatto un passo indietro ma hanno reagito con forza, aggiungendo che quando gli avversari colpiscono basso il suo partito risponde duramente.

La battaglia legale procederà rapidamente. Il ricorso di Jones andrà verso la Corte d'Appello e potrebbe arrivare in tempi brevi alla Corte Suprema della Virginia. La mappa deve superare il vaglio giudiziario prima che le schede per le elezioni di novembre vengano finalizzate.


Virginia approva il referendum per ridisegnare i collegi, quattro seggi in più per i Dem


La Virginia ha approvato martedì un referendum che consente al parlamento statale di ridisegnare i confini dei collegi elettorali per la Camera dei Rappresentanti, una mossa che potrebbe portare i Democratici a conquistare dieci degli undici seggi dello Stato alle elezioni di metà mandato del 2026. Il sì ha prevalso con il 51,5% contro il 48,5%, con oltre il 95% dei voti scrutinati, su un totale di circa 3 milioni di schede.

La consultazione in Virginia rappresenta l'ultimo capitolo di una battaglia nazionale iniziata nell'estate scorsa, quando il presidente Donald Trump ha spinto gli Stati a guida repubblicana a ridisegnare i collegi congressuali a metà decennio, una pratica rara ma non inedita. L'obiettivo dichiarato era ampliare la fragile maggioranza repubblicana alla Camera in vista del voto di novembre 2026, quando storicamente il partito al potere tende a perdere seggi. Il Texas ha aperto la strada approvando una nuova mappa che aggiungeva cinque seggi favorevoli al Partito Repubblicano. Da lì la disputa si è estesa a Missouri, Ohio, North Carolina e Utah, dove però un giudice distrettuale ha respinto la mappa repubblicana approvandone una alternativa che favorisce i Democratici. In Indiana il Senato statale ha bocciato la proposta sfidando Trump.

Referendum
Virginia, redistricting congressuale
Referendum sulla modifica della costituzione per ridisegnare i collegi del Congresso

OpzioneVoti%


Approvazione della modifica

1.574.538
51,5%

No
Contrari alla modifica

1.485.785
48,5%

3.060.323voti
>95% scrutinato

Elaborazione di Focus America su dati dell'Associated Press · Ultimo aggiornamento: 23:11 ET

La risposta democratica è arrivata prima dalla California, dove a novembre gli elettori hanno approvato con un ampio margine, 64% contro 36%, la Proposition 50. Quella misura ha sospeso temporaneamente la commissione indipendente che disegna i collegi, restituendo il potere al parlamento statale a maggioranza democratica e aggiungendo cinque seggi favorevoli al partito. Il referendum della Virginia segue la stessa logica. L'emendamento costituzionale approvato martedì sospende fino al 2030 la commissione bipartisan che ridisegna i collegi, trasferendo temporaneamente questa funzione al parlamento controllato dai Democratici. La nuova mappa trasformerebbe l'attuale equilibrio di sei seggi democratici e cinque repubblicani in una configurazione di otto seggi sicuri per i Democratici, due contendibili ma orientati a sinistra e uno solido per i Repubblicani.

La governatrice democratica Abigail Spanberger, eletta a novembre con oltre quindici punti di vantaggio, è stata il volto della campagna per il sì. In una dichiarazione dopo il voto ha definito la misura "temporanea" e ha ribadito l'impegno a restituire nel 2030 il compito di disegnare le mappe alla commissione bipartisan istituita sei anni fa. Hakeem Jeffries, leader democratico alla Camera proveniente da New York, ha commentato il risultato affermando che i Democratici "non hanno fatto un passo indietro" ma "hanno reagito". L'ex presidente Barack Obama era intervenuto nei giorni precedenti con un video pubblicato venerdì invitando i Virginiani a votare sì per "livellare il campo di gioco" contro i Repubblicani.

Sul fronte opposto, Trump aveva fatto pressione fino all'ultimo, intervenendo in un programma radiofonico conservatore e pubblicando un messaggio sui social in cui esortava a votare contro "per salvare il vostro Paese". L'ex governatore repubblicano Glenn Youngkin e l'ex procuratore generale Jason Miyares hanno guidato la campagna per il no, definendo la nuova mappa "la più di parte d'America" e il referendum una "acquisizione di potere incostituzionale". Jeff Ryer, presidente del Partito Repubblicano della Virginia, ha dichiarato che le battaglie legali continueranno davanti alla Corte Suprema dello Stato. Richard Hudson, deputato della North Carolina e presidente del National Republican Congressional Committee, ha ribadito che i Repubblicani manterranno la maggioranza anche con la nuova mappa.

Il voto non chiude definitivamente la questione. La Corte Suprema della Virginia deve ancora esaminare i ricorsi presentati dal Comitato Nazionale Repubblicano, dal NRCC e dal Partito Repubblicano statale. I ricorrenti contestano sia irregolarità procedurali nell'iter di approvazione dell'emendamento sia la formulazione del quesito sulla scheda, ritenuta fuorviante. Un tribunale di primo grado aveva dato ragione ai Repubblicani, ma la Corte Suprema dello Stato aveva poi autorizzato lo svolgimento del referendum. Esiste un precedente del 1958 in cui la Corte invalidò un risultato elettorale, anche se si trattava di un referendum locale di profilo più basso.

La campagna ha attratto ingenti risorse finanziarie. Secondo la società di monitoraggio AdImpact, sono stati spesi oltre 81 milioni di dollari in spot pubblicitari sul referendum, una cifra di soli 3 milioni inferiore a quella investita nella corsa per il governatore della Virginia lo scorso anno e superiore di 16 milioni a quella spesa per la corsa a sindaco di New York. I Democratici hanno superato i Repubblicani di quasi 32 milioni di dollari nella spesa pubblicitaria. Oltre il 95% dei fondi raccolti proviene da organizzazioni senza scopo di lucro che non sono obbligate a rivelare i propri donatori, i cosiddetti gruppi di dark money strutturati come enti 501(c)(4).

Lo sguardo si sposta ora sulla Florida, dove il governatore repubblicano Ron DeSantis ha convocato una sessione straordinaria del legislatore per il 28 aprile. I Repubblicani puntano ad aggiungere da due a cinque seggi favorevoli al partito, ma la mossa ha diverse complicazioni. La costituzione della Florida vieta esplicitamente il disegno dei collegi su base partitica, anche se una sentenza della Corte Suprema statale ha indebolito il vincolo negli anni scorsi. Inoltre, i Democratici hanno ottenuto buoni risultati in alcune elezioni speciali recenti in Florida, spingendo alcuni membri repubblicani del Congresso a esprimere preoccupazione per la possibilità di rendere troppo leggeri i propri margini di vittoria.

Sullo sfondo resta la sentenza attesa della Corte Suprema federale nel caso Louisiana contro Callais, che potrebbe ribaltare una disposizione chiave del Voting Rights Act, la legge del 1965 sui diritti di voto. Una pronuncia favorevole all'ala conservatrice della Corte potrebbe imporre il ridisegno di molti collegi a maggioranza etnica in tutto il Paese, con un beneficio significativo per i Repubblicani. La decisione è attesa non prima di giugno. Al momento i Democratici hanno aggiunto circa dieci seggi potenziali attraverso il ridisegno, i Repubblicani nove, un sostanziale pareggio che potrebbe però spostarsi a favore del Partito Repubblicano se la Florida porterà a termine la propria riforma.


Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Licenziato il segretario della Marina John Phelan


Il finanziere e grande donatore di Trump lascia dopo mesi di scontri con Hegseth e Feinberg sui piani di costruzione navale. Al suo posto, ad interim, il veterano Hung Cao.
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Il Pentagono ha annunciato mercoledì il licenziamento di John Phelan, segretario della Marina degli Stati Uniti. La decisione, comunicata con una nota stringata del portavoce Sean Parnell su X, è entrata in vigore con effetto immediato. Si tratta del primo capo di una forza armata a lasciare il suo ruolo nel secondo mandato del presidente Donald Trump e dell'ultimo di una lunga serie di avvicendamenti ai vertici della Difesa americana.

Al posto di Phelan assume l'incarico ad interim il sottosegretario Hung Cao, veterano della Marina con 25 anni di servizio e già candidato repubblicano al Senato in Virginia nel 2024, dove fu sconfitto dal democratico Tim Kaine. Cao, fuggito dal Vietnam con la famiglia negli anni Settanta, ha servito come ufficiale delle operazioni speciali con i SEAL in Iraq, Afghanistan e Somalia, ritirandosi con il grado di capitano. Vanta inoltre un master in fisica e borse di studio al Massachusetts Institute of Technology e a Harvard.

Secondo il New York Times, che per primo ha parlato dell'uscita come un vero e proprio licenziamento, Phelan se ne va dopo mesi di tensioni con i vertici del Pentagono e divergenze sul rilancio del programma di costruzione navale. Il quotidiano, citando fonti del Pentagono e del Congresso, indica come principali antagonisti il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il suo vice Stephen Feinberg. Feinberg, in particolare, era sempre più insoddisfatto della gestione della nuova iniziativa di costruzione navale e aveva progressivamente sottratto a Phelan alcune responsabilità sul progetto. Un funzionario dell'amministrazione ha riferito allo stesso New York Times che Hegseth ha informato Phelan della decisione presa insieme al presidente prima dell'annuncio ufficiale.
Hung Cao con il Capitano John Frye, comandante della Base Navale degli Stati Uniti a Guam, il 23 febbraio. Reynaldo Rabara / Joint Region Marianas
Phelan, prima della nomina, non aveva servito nelle forze armate né ricoperto ruoli civili nella Difesa. Era stato un importante donatore della campagna di Trump e aveva fondato il fondo di investimento privato Rugger Management LLC. In precedenza aveva contribuito alla gestione dell'ufficio investimenti familiare del miliardario Michael Dell. La sua principale esperienza in ambito militare derivava da un incarico consultivo presso Spirit of America, organizzazione non profit impegnata nel sostegno alla difesa di Ucraina e Taiwan. Il Senato lo aveva confermato a marzo 2025 con 62 voti favorevoli e 30 contrari, secondo quanto riportato dalla CBS News, con undici democratici schierati con i repubblicani.

Durante il suo mandato, Phelan aveva promosso la "Golden Fleet", un ampio piano di investimenti in nuove navi che comprendeva una classe di corazzate battezzate "Trump-class". Il progetto era stato annunciato a dicembre a Mar-a-Lago insieme al presidente, che in quell'occasione aveva definito Phelan "uno degli uomini d'affari di maggior successo" del paese. La CBS News riferisce che Trump puntava a far costruire fino a 25 nuove corazzate.

Bryan Clark, analista navale dell'Hudson Institute, ha spiegato al New York Times che Phelan stava portando la Marina in una direzione diversa da quella voluta da Hegseth e Feinberg. L'ex segretario, ha scritto Clark in una mail, sosteneva iniziative come la corazzata e la fregata che non si allineano con l'orientamento della leadership del Dipartimento della Guerra, come l'amministrazione chiama il Dipartimento della Difesa, indirizzato invece verso sommergibili, velivoli stealth, sistemi senza pilota e capacità software come guerra elettronica e cyber.

Hegseth aveva imposto ai segretari di forza armata di passare al setaccio gli account social dei candidati alla promozione a generale e ammiraglio per verificare che non fossero considerati troppo woke. L'autunno scorso Hegseth aveva già licenziato il capo di gabinetto di Phelan, Jon Harrison, in una mossa che all'epoca aveva evidenziato le frizioni.

L'uscita arriva in una fase delicata per la Marina. La Us Navy ha imposto un blocco dei porti iraniani e sta colpendo navi collegate a Teheran durante una fragile tregua nella guerra con l'Iran, tregua in vigore da circa due settimane. Tre portaerei sono dispiegate o in rotta verso il Medio Oriente, mentre l'amministrazione ha lasciato intendere la possibilità di scortare le petroliere nello Stretto di Hormuz. La Marina mantiene anche una forte presenza nei Caraibi, dove ha partecipato a una campagna di attacchi contro presunte imbarcazioni di narcotrafficanti e alla cattura dell'ex presidente venezuelano Nicolás Maduro, avvenuta all'inizio dell'anno secondo la CBS News e a gennaio secondo la Associated Press ripresa da NPR, con il leader poi trasferito su una portaerei statunitense. Il New York Times osserva che il licenziamento del segretario non dovrebbe avere effetti significativi sulla condotta del conflitto, ma potrebbe complicare il reintegro delle scorte di missili Tomahawk e dei sistemi di difesa aerea di fascia alta, usati intensamente in Iran.

La mossa ha colto di sorpresa anche per il tempismo. Martedì Phelan era intervenuto davanti a una folta platea di marinai e professionisti del settore alla conferenza annuale della Marina a Washington e aveva parlato con i giornalisti della sua agenda. Lo stesso giorno aveva ospitato i vertici della House Armed Services Committee per discutere la richiesta di bilancio e i programmi di costruzione navale. Mercoledì si trovava a Capitol Hill per incontri preparatori con i senatori in vista dell'audizione annuale.

Il senatore Jack Reed del Rhode Island, principale esponente democratico della Commissione Forze Armate, ha definito in una nota il licenziamento "preoccupante" e ha avvertito, in dichiarazioni al New York Times, che una simile discontinuità al vertice manda il segnale sbagliato a marinai, Marines, alleati e avversari, nel mezzo di quella che ha definito una guerra di scelta del presidente.

L'addio di Phelan si inserisce in una serie di avvicendamenti ai piani alti del Pentagono. A inizio aprile Hegseth aveva rimosso il capo di stato maggiore dell'Esercito, il generale Randy George, e altri ufficiali dell'Esercito al comando del Transportation and Training Command e del Chaplain Corps. A fine 2025 era andato in pensione il capo dello Us Southern Command, l'ammiraglio Alvin Holsey. Nel febbraio 2025 erano stati licenziati l'ammiraglia Lisa Franchetti, capo di stato maggiore della Marina, e il generale Jim Slife, numero due dell'Aeronautica, mentre Trump aveva rimosso il generale Charles "CQ" Brown Jr. dalla carica di presidente degli Stati Maggiori Riuniti. Il New York Times segnala che anche il segretario dell'Esercito Daniel P. Driscoll ha avuto contrasti con Hegseth su promozioni e altre questioni. La CBS News ricorda inoltre che negli ultimi mesi hanno lasciato l'incarico tre membri del gabinetto: la procuratrice generale Pam Bondi, licenziata, la segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem e la segretaria al Lavoro Lori Chavez-DeRemer.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

La rassegna stampa di giovedì 23 aprile 2026


Il Segretario della Marina John Phelan lascia l'incarico in mezzo al conflitto con l'Iran mentre i Repubblicani avanzano con aumenti di fondi per l'ICE e la Virginia blocca le mappe elettorali pro-Democratici

Questa è la rassegna stampa di giovedì 23 aprile 2026

Il segretario della Marina John Phelan lascia immediatamente l'incarico


John Phelan, il principale funzionario civile della Marina americana, ha lasciato l'amministrazione "con effetto immediato" dopo tensioni con il segretario alla Difesa Pete Hegseth. L'uscita avviene mentre la Marina è impegnata nel blocco navale contro l'Iran e rappresenta l'ennesima partenza di alto livello dal Pentagono.

Fonti: NYT, WSJ, Guardian

Il Senato avanza con 70 miliardi di dollari per l'immigrazione mentre i Repubblicani sconfiggono le proposte democratiche


I Repubblicani hanno respinto le risoluzioni democratiche per fermare le operazioni militari contro l'Iran per la quinta volta e stanno procedendo con un piano di bilancio che include un aumento di 70 miliardi di dollari per l'applicazione delle leggi sull'immigrazione. Durante la maratona di voti, hanno bocciato gli emendamenti democratici volti a ridurre i costi sanitari.

Fonti: NYT, The Hill

Un giudice della Virginia blocca le nuove mappe elettorali approvate dai votanti


Un tribunale della Virginia ha sospeso l'implementazione delle nuove mappe congressuali approvate dai votanti che avrebbero favorito i Democratici, definendo incostituzionale sia la mappa che la legge che l'ha innescata. La decisione arriva un giorno dopo che i votanti hanno approvato il referendum con il 51,5% dei voti.

Fonti: BBC, Guardian, The Hill

Tre senatori repubblicani si oppongono ai leader di partito su assistenza sanitaria e alimentare


I senatori Susan Collins, Dan Sullivan e Josh Hawley si sono separati dalla leadership repubblicana votando a favore di emendamenti democratici per affrontare i dinieghi delle compagnie assicurative alle cure mediche e per invertire i tagli al programma SNAP. Le divisioni evidenziano le tensioni interne al partito su questioni sociali.

Fonti: The Hill, The Hill

RFK Jr. si scusa per commenti sui bambini neri pur negando di averli fatti


Il segretario alla Sanità Robert F. Kennedy Jr. si è scusato per passati commenti sui bambini afroamericani che necessitavano di essere "ri-educati", pur continuando a sostenere di non aver mai fatto tali dichiarazioni nonostante esistano registrazioni audio. L'episodio è avvenuto durante la sua testimonianza al Congresso.

Fonti: The Hill, NYT

La piattaforma di scommesse Kalshi sospende tre candidati politici


Kalshi ha multato e sospeso tre candidati politici per aver scommesso sulle proprie elezioni, violando le nuove regole contro il trading insider. Il caso evidenzia le crescenti preoccupazioni normative sui mercati predittivi politici e sulla loro regolamentazione.

Fonti: NYT, Guardian, The Hill

L'FBI ha indagato su un giornalista del New York Times


L'FBI ha condotto un'indagine su un reporter del New York Times dopo un articolo sulla fidanzata del direttore dell'FBI Kash Patel, sebbene il bureau abbia dichiarato di non perseguire il caso. Il fatto rappresenta un esempio dell'amministrazione Trump che considera la criminalizzazione della raccolta di notizie di routine.

Fonti: NYT

La guerra in Iran colpisce i contadini americani con l'aumento dei costi


Gli agricoltori statunitensi stanno affrontando costi spiralizzanti per i fertilizzanti a causa del conflitto in Iran, aggravando una situazione già difficile per la guerra commerciale di Trump. Il settore agricolo, già sotto pressione, deve ora confrontarsi con ulteriori aumenti dei costi di produzione che minacciano la redditività.

Fonti: Financial Times

Tesla aumenta la spesa a 25 miliardi di dollari per l'intelligenza artificiale


Elon Musk ha annunciato che Tesla aumenterà significativamente gli investimenti, portandoli a 25 miliardi di dollari, per accelerare lo sviluppo di taxi autonomi, camion, robot e fabbriche di chip. L'amministratore delegato ha avvertito gli investitori di aspettarsi aumenti di spesa "molto significativi" per le tecnologie AI.

Fonti: Financial Times

L'Iran sequestra due navi portacontainer nello stretto di Hormuz


L'Iran ha annunciato di aver sequestrato due navi portacontainer nello stretto di Hormuz, intensificando le tensioni nella cruciale via di trasporto petrolifero. L'azione iraniana ha fatto risalire i prezzi del petrolio sopra i 100 dollari al barile, evidenziando l'impatto economico globale del conflitto con gli Stati Uniti.

Fonti: Financial Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

La rimonta dei Dem: il Senato americano torna contendibile


L'analisi del New York Times mostra quattro seggi repubblicani contendibili e un contesto nazionale sfavorevole a Trump, con l'approvazione presidenziale al 40 per cento.

All'inizio del ciclo elettorale 2026 la conquista del Senato degli Stati Uniti sembrava fuori portata per i democratici, mentre ora è diventata una possibilità concreta. Lo sostiene un'analisi firmata da Nate Cohn, pubblicata sul New York Times nella newsletter The Tilt. Per ribaltare la maggioranza, il Partito Democratico deve strappare almeno quattro seggi ai repubblicani, inclusi due in Stati che il presidente Donald Trump aveva vinto con oltre dieci punti di vantaggio nel 2024. Un anno fa questo scenario appariva impossibile, oggi i sondaggi e i mercati delle scommesse lo collocano in una zona di sostanziale equilibrio.

Il quadro nazionale si è modificato in modo rapido. L'indice di approvazione del presidente è sceso al 40 per cento, con il 56 per cento di giudizi negativi secondo la media calcolata dal New York Times. Si tratta di un valore più basso rispetto a quello registrato da Trump stesso nel 2018, quando i democratici vinsero il voto popolare complessivo alla Camera con sette punti di scarto. È anche inferiore al gradimento di Bill Clinton nel 1994 e a quello di Barack Obama nel 2010 e 2014, cicli in cui i repubblicani conquistarono vittorie nette alle elezioni di medio termine. Sul contesto economico pesa l'inflazione persistente, mentre sul piano internazionale grava l'incertezza di una guerra in Iran. Cohn osserva che, storicamente, un conflitto senza sbocchi all'estero e l'aumento dei prezzi interni sono gli ingredienti di una presidenza in difficoltà.

I democratici risultano in vantaggio o in parità in quattro seggi controllati dai repubblicani, cioè esattamente il numero necessario per ottenere la maggioranza. In Maine e North Carolina i probabili candidati del partito conducono con margini chiari. In Ohio e Alaska il partito ha reclutato figure competitive in Stati che Trump ha vinto con ampi margini. Esistono inoltre segnali che i repubblicani possano essere esposti anche in Iowa e Texas, due Stati considerati finora saldamente conservatori.

Un elemento centrale della strategia democratica riguarda la qualità dei candidati. In North Carolina l'ex governatore Roy Cooper si è presentato per il Senato: nel 2020 aveva ottenuto la rielezione a governatore pur mentre Trump vinceva lo Stato. Il suo avversario, Michael Whatley, è un ex presidente del Comitato Nazionale Repubblicano e non ha mai ricoperto cariche elettive. I sondaggi successivi alle primarie danno Cooper avanti tra i tre e i quattordici punti. In Ohio l'ex senatore Sherrod Brown, sconfitto nel 2024 per 3,6 punti, tenta il ritorno. In Alaska l'ex deputata Mary Peltola, che aveva perso nel 2024 per circa due punti, guida secondo tutti i sondaggi recenti. I democratici viaggiano oggi circa otto punti sopra il risultato del voto popolare complessivo del Congresso del 2024, un differenziale che, secondo l'analisi di Cohn, avrebbe probabilmente permesso sia a Brown sia a Peltola di conservare il seggio se il voto si fosse tenuto nell'attuale clima politico.

In Maine la dinamica è diversa. Il partito aveva reclutato la governatrice Janet Mills, ma nelle primarie democratiche è distanziata da Graham Platner, un allevatore di ostriche ed ex marine alla prima candidatura, che si presenta come progressista populista. I sondaggi mostrano Platner avanti di un margine di due a uno o superiore. Contro la senatrice repubblicana moderata Susan Collins, considerata una figura elettoralmente solida, Platner mantiene un vantaggio netto nonostante sia emerso un passato di commenti online provocatori e un tatuaggio, ora coperto, che ricordava un simbolo nazista.

Per conquistare davvero il Senato, i democratici devono vincere tutti e quattro i seggi repubblicani in bilico e contemporaneamente difendere quelli in Georgia, Michigan e New Hampshire. Un percorso di sette vittorie su sette rende difficile considerarli favoriti alla pari. Ecco perché Texas e Iowa diventano rilevanti come riserve strategiche. In Texas, pur avendo Trump vinto con quattordici punti nel 2024, lo Stato nel 2020 gli aveva dato solo 5,6 punti di margine. Il balzo del 2024 è stato costruito sui guadagni tra gli elettori non bianchi, che secondo i sondaggi recenti sono tornati verso i democratici. Alle primarie statali di marzo più elettori hanno votato per i democratici che per i repubblicani. La posizione del partito del presidente potrebbe indebolirsi ulteriormente se il senatore in carica John Cornyn perdesse il ballottaggio delle primarie contro Ken Paxton, procuratore generale dello Stato e volto della destra radicale, oggetto di una lunga indagine dell'FBI per corruzione conclusa senza incriminazioni. Il candidato democratico è James Talarico.

L'Iowa presenta una logica diversa. È uno degli Stati più bianchi del Paese, quindi il ritorno degli elettori non bianchi verso i democratici non produce effetti rilevanti. Tuttavia nel 2018 i democratici vinsero il voto popolare della Camera proprio in Iowa, un risultato che non replicarono negli altri Stati rossi citati. Il probabile candidato democratico alle elezioni per il governatore è il revisore contabile dello Stato Rob Sand, che ha vinto elezioni statali nel 2018 e nel 2022. L'analisi sottolinea inoltre che i dazi imposti da Trump hanno colpito duramente questo Stato agricolo. La probabile candidata repubblicana al Senato è la deputata Ashley Hinson.

Cohn ricorda che nessun partito, dal 2008, è riuscito a conquistare due seggi in Stati così sbilanciati verso l'avversario. Le poche eccezioni, come l'Illinois nel 2010, il Massachusetts nello stesso anno e l'Alabama nel 2017, sono state legate a circostanze straordinarie come condanne penali, accuse di molestie su minori o il sequestro di una banca. Questa volta i democratici non dispongono di scorciatoie di questo tipo e puntano sulla combinazione di contesto nazionale favorevole, candidati forti e la possibilità che alcuni Stati siano meno repubblicani di quanto appaiano. Un segnale di cautela arriva dal cosiddetto generic congressional ballot, il sondaggio che chiede agli elettori quale partito sosterranno per il Congresso, dove i democratici conducono di soli cinque o sei punti, un margine inferiore a quello registrato nelle fasi analoghe dei cicli del 2006 e 2018. Quei sondaggi però misurano l'opinione di tutti gli adulti o degli elettori registrati, non del sottoinsieme più ristretto che vota alle elezioni di medio termine, un gruppo dove i democratici hanno mostrato una forza superiore nelle elezioni speciali recenti.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

L'Iran sequestra due portacontainer nello Stretto di Hormuz poche ore dopo la proroga del cessate il fuoco


Le Guardie Rivoluzionarie hanno attaccato tre navi, una delle quali legata al gruppo MSC. Intanto il Financial Times rivela che 34 petroliere iraniane hanno già aggirato il blocco navale americano.

Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno sequestrato due portacontainer e danneggiato una terza nello Stretto di Hormuz nella giornata di oggi, poche ore dopo che Donald Trump aveva ieri sera prorogato unilateralmente il cessate il fuoco con Teheran. Le navi coinvolte sono la MSC Francesca, che batte bandiera panamense ed è operata dal gruppo armatoriale ginevrino Mediterranean Shipping Company, e la Epaminondas, di proprietà di un armatore greco. Il ministero degli Affari marittimi greco ha però smentito il sequestro della Epaminondas. Una terza portacontainer, la Euphoria, anch'essa battente bandiera panamense, non ha riportato danni. Nessun membro degli equipaggi di queste navi è rimasto ferito.

Crisi del Golfo
Hormuz, la tregua di cartapesta
Il sequestro delle navi e il blocco navale che perde colpi · 22 aprile 2026

Il blitz Il blocco Hormuz Cronologia

22 Aprile · Stretto di Hormuz
3portacontainer attaccate dalle Guardie Rivoluzionarie
Due sequestrate, una danneggiata. Il blitz iraniano arriva poche ore dopo la proroga del cessate il fuoco annunciata da Trump su richiesta del Pakistan.

Le navi coinvolte

MSC Francesca
Bandiera panamense · Gruppo MSC Sequestrata

Operata da Mediterranean Shipping Company. Secondo Teheran sarebbe collegata a Israele, accusa che giustificherebbe il sequestro. Nessun marinaio ferito.

Epaminondas
Armatore greco Rivendicata

Il Ministero degli Affari Marittimi greco ha smentito il sequestro rivendicato dall'Iran. Versioni contrastanti sull'accaduto.

Euphoria
Bandiera panamenseDanneggiata

Terza portacontainer coinvolta nell'operazione. Ha subito danni ma non è stata sequestrata dalle Guardie Rivoluzionarie. Nessun ferito a bordo.

Perturbare l'ordine e la sicurezza nello Stretto di Hormuz è la nostra linea rossa.
Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche

La falla del blocco navale

Petroliere iraniane sfuggite alla sorveglianza Usa

19
uscite dal Golfo Persico via Stretto di Hormuz e Golfo dell'Oman

15
dirette verso porti iraniani aggirando il blocco

28
navi a cui è stato intimato di rientrare dal Comando Centrale Usa

Il carico che è passato

6
Petroliere uscite con carico di greggio verificato

10,7 mln
Barili di greggio iraniano trasportati

910 mln $
Valore stimato del greggio esportato

−10 $
Sconto al barile rispetto al Brent

Un grande successo.
Donald Trump sul blocco · CNBC

La geografia dello scontro

A nord–ovest
Golfo Persico
Area di produzione e imbarco del greggio iraniano

19
petroliere uscite
dall'area

Chokepoint
Stretto
di Hormuz

39 km nel punto più stretto

3 navi colpite · 22 aprile

A sud–est
Golfo dell'Oman
Area di sorveglianza e intercettazione navale Usa

28
navi a cui è stato intimato
il rientro

Flusso del greggio iraniano →

I numeri dello stretto

~20%
Del consumo petrolifero mondiale passava da Hormuz prima della guerra

13 apr
Blocco navale Usa sui porti iraniani

16 apr
Estensione del blocco al mare aperto e alla flotta ombra

21 apr
Scadenza e proroga unilaterale della tregua

Tocca un evento per i dettagli

13 Aprile
Entra in vigore il blocco navale americano

Gli Stati Uniti impediscono alle navi di entrare e uscire dai porti iraniani. Prima misura di pressione economica diretta sulle esportazioni di greggio iraniane.

16 Aprile
Estensione del blocco al mare aperto: caccia alla flotta ombra

Washington autorizza l'intercettazione delle petroliere iraniane anche in acque internazionali, colpendo la rete di navi usata per aggirare le sanzioni.

21 Aprile
Cessate il fuoco Usa-Iran in scadenza

Sta per terminare la tregua di due settimane negoziata tramite la mediazione pakistana. Teheran non risponde alle richieste americane; il viaggio del vicepresidente Vance a Islamabad viene sospeso.

22 Apr · Mattina
Trump proroga la tregua via social

Il presidente annuncia unilateralmente la proroga del cessate il fuoco su richiesta del Pakistan. Resterà in vigore fino a una "proposta unificata" iraniana.

22 Apr · Ore seguenti
Le Guardie Rivoluzionarie attaccano 3 portacontainer

MSC Francesca ed Epaminondas vwngono sequestrate, Euphoria danneggiata. Teheran non riconosce la proroga della tregua. Il Ministro degli Esteri iraniano definisce il blocco Usa come "un atto di guerra".

Elaborazione FocusAmerica su fonti: Financial Times (dati Vortexa), CNBC, Reuters
22 Aprile 2026

La Marina del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRCG) ha subito rivendicato l'operazione. Secondo Teheran, le navi navigavano "senza le necessarie autorizzazioni" e stavano manipolando i sistemi di navigazione, mettendo così a rischio il traffico marittimo. "Perturbare l'ordine e la sicurezza nello Stretto di Hormuz è la nostra linea rossa", ha aggiunto il portavoce dell'IRCG, che ha anche collegato la MSC Francesca a Israele.

Il nuovo blitz arriva nel pieno dello scontro tra Washington e Teheran per il controllo delle rotte del Golfo. Trump ha annunciato ieri sera la proroga della tregua, che sarebbe dovuta scadere oggi, con un post sui social, spiegando di averla estesa su richiesta del Pakistan, che sta mediando per chiudere il conflitto. Il cessate il fuoco resterà in vigore finché i "leader e rappresentanti" iraniani non presenteranno "una proposta unificata". Intanto il viaggio del vicepresidente JD Vance a Islamabad per il secondo round negoziale è stato sospeso: Teheran non ha risposto alle richieste americane, ha riferito un funzionario statunitense. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha detto che il Paese resta aperto a nuovi colloqui ma è pronto a difendersi militarmente.

Al centro della crisi resta il blocco navale americano, entrato in vigore il 13 aprile, che impedisce alle navi di entrare e uscire dai porti iraniani. Tre giorni dopo, gli Stati Uniti hanno esteso le misure al mare aperto e autorizzato l'intercettazione delle petroliere della cosiddetta flotta ombra iraniana, cioè le navi che trasportano greggio aggirando le sanzioni. Alla CNBC, Trump ha definito il blocco "un grande successo" e ha promesso di non revocarlo fino a un "accordo definitivo" con Teheran. Il Ministro degli Esteri iraniano ha replicato definendolo "un atto di guerra".

Il blocco, però, si sta rivelando più poroso del previsto. Lo mostrano i dati della società Vortexa citati dal Financial Times: almeno 34 petroliere collegate all'Iran avrebbero già superato i corridoi sorvegliati dalla Marina americana ai confini del Mare Arabico. Nello specifico: 19 sono uscite dal Golfo Persico attraversando lo Stretto di Hormuz e il Golfo dell'Oman, mentre altre 15 sono entrate nel Golfo dirette verso porti iraniani. Tra quelle riuscite a uscire, almeno 6 trasportavano 10,7 milioni di barili di greggio iraniano per un valore stimato di circa 910 milioni di dollari, calcolato applicando il consueto sconto di 10 dollari rispetto al prezzo del Brent.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Trump afferma che DeSantis lo "implora" per ottenere un posto nella sua Amministrazione


Il presidente avrebbe confidato ad alcuni collaboratori che il governatore della Florida chiede di diventare Procuratore Generale. DeSantis avrebbe mostrato interesse anche per il Pentagono e la Corte Suprema. Il governatore deve lasciare l'incarico a gennaio 2027.

Il presidente Donald Trump ha detto ad alcuni suoi collaboratori che il governatore della Florida Ron DeSantis lo sta "implorando" per ottenere un posto nella sua Amministrazione, quello di Procuratore Generale. Lo riporta Axios, che cita fonti interne alla Casa Bianca a conoscenza di queste discussioni. Secondo altre fonti, però, DeSantis avrebbe mostrato interesse anche per l'incarico di Segretario alla Difesa e perfino per un posto alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

La questione ha un rilievo politico evidente: DeSantis dovrà lasciare la guida della Florida al termine del suo secondo mandato, a gennaio 2027, e sta già valutando il proprio futuro. In questo contesto, una fonte ha riferito ad Axios che Trump sarebbe disposto a prendere in considerazione l'idea di aiutare quello che nel tempo è stato prima un protetto, poi un rivale e infine di nuovo un alleato. Proprio il futuro politico di DeSantis sarebbe stato al centro del pranzo che i due hanno avuto al Trump National Doral Golf Club di Miami, una settimana prima della pubblicazione dell'articolo di Axios.

"Ron mi ha implorato di farlo diventare Procuratore Generale", avrebbe detto Trump a un suo collaboratore, che ha poi riferito la frase ad Axios. Un'altra fonte ha confermato che durante quel pranzo ci sarebbe stata davvero una conversazione su un possibile incarico, pur giudicando poco realistico un suo approdo al Dipartimento di Giustizia. "Però avrà bisogno di un lavoro e a Trump lui piace", ha aggiunto la stessa fonte.

Secondo le fonti citate da Axios, DeSantis avrebbe iniziato a discutere con Trump di una possibile nomina già lo scorso anno, dopo la rielezione del presidente. In quel periodo Trump avrebbe valutato l'ipotesi di affidargli il Dipartimento della Difesa, per poi nominare invece Pete Hegseth, allora commentatore di Fox News. Le stesse fonti sostengono però che Trump prenderebbe nuovamente seriamente in considerazione DeSantis per quel ruolo se Hegseth dovesse lasciare l'incarico, anche se quest'ultimo resta in buoni rapporti con il presidente.

Una altra fonte vicina alle discussioni ha però fornito una versione diversa: DeSantis non sarebbe interessato affatto al Dipartimento di Giustizia, ma avrebbe nel mirino solo due incarichi, appunto il Pentagono, ma soprattutto la Corte Suprema, che considererebbe il suo approdo ideale. Secondo questa fonte, DeSantis e il giudice conservatore Clarence Thomas avrebbero "quasi un rapporto padre-figlio", e una sua nomina alla Corte rappresenterebbe "un'eredità straordinaria" per Trump.

Il quadro resta però complicato dal fatto che DeSantis ha sfidato Trump nelle primarie repubblicane del 2024, in una campagna breve ma aspra. Inoltre, nello staff politico e alla Casa Bianca di Trump non mancano i critici del governatore della Florida. "Quel che è fatto è fatto", ha detto un consigliere del presidente. "Ma questo non significa che la gente abbia dimenticato". Un altro consigliere ha spiegato che la ragione principale per cui Trump difficilmente sceglierebbe DeSantis come Procuratore Generale è la mancanza di fiducia totale verso di lui. "Trump ha bisogno di qualcuno al Dipartimento di Giustizia di cui si fidi completamente. Ma il Dipartimento della Difesa, la Corte Suprema o qualcos'altro? Certo è possibile", ha concluso.

Da parte sua, Alex Lanfranconi, portavoce di DeSantis, ha dichiarato che il governatore "ha un ottimo rapporto con il presidente Trump". Ha poi accusato una parte dei media di preferire "false voci" ai risultati concreti della collaborazione tra la Florida e l'Amministrazione Trump. "Il governatore non vede l'ora di continuare a lavorare con il presidente Trump sull'applicazione delle leggi sull'immigrazione, sul ripristino delle Everglades e sulla riforma dello sport universitario", ha concluso.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Il modello dell'Economist dà i Dem favoriti per riconquistare la Camera e competitivi al Senato


I democratici hanno il 95% di probabilità di ottenere la maggioranza alla Camera dei rappresentanti e il 46% al Senato, secondo le simulazioni pubblicate il 21 aprile 2026.
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Le elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026 si preannunciano difficili per il partito del presidente Donald Trump. Il nuovo modello statistico elaborato da Economist, basato su 10.001 simulazioni per ciascuna corsa elettorale, assegna ai democratici una probabilità del 95% di conquistare almeno i tre seggi necessari per ribaltare la Camera dei rappresentanti, composta da 435 membri. Più sorprendente è la stima relativa al Senato, dove, nonostante una mappa elettorale sulla carta quasi inespugnabile per i democratici, il modello calcola una probabilità del 46% di strappare anche la camera alta ai repubblicani.

La regolarità storica gioca a favore dell'opposizione. Il partito del presidente perde quasi sempre la Camera nelle elezioni di metà mandato, uno schema che si è confermato a ogni tornata dal secondo mandato di George W. Bush in poi. Anche la deludente prestazione repubblicana del 2022, definita una "onda rossa" trasformatasi in semplice increspatura, bastò a togliere al presidente Joe Biden il controllo pieno del governo.

Il modello si basa principalmente sui sondaggi cosiddetti di generic ballot, che chiedono agli elettori quale partito intendono sostenere al Congresso. Tra gli elettori decisi, i democratici guidano attualmente con circa il 53% contro il 47%. A questo si aggiungono altri indicatori: i risultati delle elezioni suppletive per seggi vacanti, in cui i democratici hanno ottenuto risultati superiori alle attese, e il tasso di approvazione del presidente, oggi in negativo di 17 punti. Secondo Economist, più alta è la quota di indecisi, peggiore tende a essere il risultato del partito al potere nel giorno del voto.

L'intervallo contenente il 95% delle simulazioni del voto popolare per la Camera va dal 50,7% per i democratici, sostanzialmente un pareggio, al 55,6%, che rappresenterebbe la più ampia vittoria democratica dal 1976. La stima mediana parla di un vantaggio democratico di 27 seggi. Le mappe elettorali attuali, dopo una guerra di ridisegno dei distretti senza precedenti a metà ciclo, offrono ai repubblicani solo un leggero vantaggio. Un potente gerrymandering democratico in California, in risposta a quello repubblicano in Texas, ha riportato la situazione vicino al pareggio. Il 21 aprile gli elettori della Virginia hanno approvato una nuova mappa che potrebbe eliminare da 3 a 4 seggi repubblicani, salvo una decisione contraria della Corte Suprema statale.

La previsione di Economist è più ottimista per i democratici rispetto ai mercati di predizione, che indicano una probabilità dell'85%. Il modello presenta però alcune limitazioni: presuppone che i confini distrettuali attuali restino definitivi, mentre Stati a guida repubblicana, in particolare la Florida, potrebbero approvare ridisegni dell'ultimo minuto. Se la Corte Suprema invalidasse la protezione del Voting Rights Act per i distritti a forte presenza non bianca, questi nuovi confini potrebbero risultare particolarmente penalizzanti per l'opposizione.

Al Senato la situazione è molto più incerta. I democratici devono conquistare quattro dei 100 seggi, un'impresa complicata dal fatto che tutti i loro potenziali obiettivi, tranne due, si trovano in Stati vinti da Trump nel 2024 con margini a doppia cifra. Il partito deve anche difendere un seggio vulnerabile in Michigan. L'unico guadagno già quasi certo è in North Carolina, dove l'ex governatore Roy Cooper guida i sondaggi di circa sei punti. In Maine, tradizionalmente Stato a tendenza democratica, gli elettori delle primarie sembrano orientati a scartare la governatrice in carica Janet Mills, 78 anni, a favore di Graham Platner, un allevatore di ostriche con alle spalle commenti controversi sulle aggressioni sessuali e un tatuaggio contenente un simbolo militare nazista. Questi elementi fornirebbero ampio materiale a Susan Collins, la senatrice repubblicana moderata in carica, storicamente capace di ottenere risultati migliori del suo partito.

I democratici hanno ottenuto reclutamenti importanti in due Stati a tendenza leggermente repubblicana. In Ohio, Sherrod Brown, senatore di lungo corso sconfitto nel 2024 pur avendo ottenuto molti più voti di Kamala Harris, tenta il ritorno in un contesto politico più favorevole e i sondaggi lo danno in sostanziale pareggio. In Alaska, Mary Peltola, vincitrice di una corsa statale per l'unico seggio alla Camera nel 2022 e sconfitta due anni dopo, è in vantaggio in tutti i sondaggi pubblici di quest'anno sull'uscente repubblicano Dan Sullivan. In Texas gli elettori delle primarie repubblicane potrebbero estromettere il senatore uscente John Cornyn a favore del procuratore generale dello Stato Ken Paxton, che ha affrontato per quasi un decennio accuse di frode finanziaria ed è stato sottoposto a procedura di impeachment dal parlamento statale. Un'eventualità che aprirebbe la strada al sogno democratico di un Texas contendibile, la cosiddetta Blexas.

Il modello di Economist considera i democratici sfavoriti in tutti questi Stati e in un seggio nell'Iowa, Stato a tendenza leggermente repubblicana. Tuttavia, secondo le simulazioni, qualsiasi scenario in cui il partito vada abbastanza bene a livello nazionale da vincere anche solo uno di questi Stati sarebbe probabilmente lo stesso in cui si aggiudica tutte le sfide più semplici, arrivando al 51esimo seggio decisivo.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

La Florida apre una indagine contro OpenAI per i messaggi tra ChatGPT e l'autore di una sparatoria


Il Procuratore Generale dello Stato della Florida sostiene che il chatbot abbia fornito "consigli significativi" al sospetto prima dell'attacco alla Florida State University che ha causato due morti e sei feriti. OpenAI respinge ogni responsabilità.

Le autorità della Florida hanno aperto un’indagine penale nei confronti di ChatGPT e della sua società madre, OpenAI, sulla base dei messaggi scambiati tra il chatbot e l’uomo accusato di aver ucciso due persone alla Florida State University lo scorso anno. La decisione apre un fronte giuridico del tutto nuovo nel rapporto tra intelligenza artificiale e responsabilità penale.

Il Procuratore Generale della Florida, James Uthmeier, un repubblicano, ha dichiarato durante una conferenza stampa a Tampa che i messaggi suggeriscono come ChatGPT abbia “fornito consigli significativi all’attentatore prima che commettesse crimini così efferati”. Uthmeier ha citato diversi scambi di messaggi, compresi quelli in cui il sospettato chiedeva informazioni sulla potenza di un’arma da fuoco a distanza ravvicinata e sul tipo di munizioni da usare. “I miei procuratori hanno esaminato il caso e mi hanno detto che, se dall’altra parte dello schermo ci fosse stata una persona, l’avremmo subito incriminata per omicidio”, ha affermato.

La sparatoria, avvenuta lo scorso aprile nei pressi della sede dell’associazione studentesca della Florida State University — ateneo pubblico di Tallahassee con oltre 43.000 iscritti — ha provocato la morte di 2 adulti e il ferimento di altre 6 persone, tra cui almeno uno studente. Il sospettato, Phoenix Ikner, allora ventenne e studente dell’università, si trova attualmente in carcere in attesa di processo e deve rispondere di più accuse di omicidio e tentato omicidio.

Tra le prove raccolte dai pubblici ministeri figurano proprio i messaggi che il sospettato avrebbe scambiato con ChatGPT. Secondo quanto riportato dal New York Times, che ha ottenuto i documenti attraverso una richiesta di accesso agli atti, il giorno della sparatoria Ikner avrebbe chiesto al chatbot di OpenAI come il Paese avrebbe reagito a una sparatoria alla Florida State e quale fosse l’orario di maggiore affluenza presso la sede dell’associazione studentesca.

Uthmeier aveva annunciato per la prima volta il 9 aprile che il suo ufficio avrebbe avviato un’indagine su OpenAI e ChatGPT. Poi ha precisato che, accanto all’indagine penale, proseguirà anche l’indagine civile aperta all’inizio del mese sulla possibile responsabilità della società. Il procuratore ha riconosciuto che OpenAI è un’azienda e non una persona fisica, sottolineando come l’ipotesi di una responsabilità penale dell’impresa rappresenti un terreno giuridico inesplorato.

Ha però aggiunto di avere il dovere di accertare se “esseri umani possano essere stati coinvolti nella progettazione, nella gestione e nel funzionamento” del chatbot in misura tale da “giustificare una responsabilità penale”. Il suo ufficio intende citare in giudizio OpenAI per ottenere documenti, comprese policy interne e materiali di formazione relativi alla gestione dei casi in cui gli utenti minacciano di fare del male a sé stessi o ad altri.

OpenAI ha risposto con una dichiarazione in cui afferma di stare collaborando con le autorità, ma respinge qualsiasi responsabilità per l’accaduto. “La sparatoria di massa dello scorso anno alla Florida State University è stata una tragedia, ma ChatGPT non è responsabile di questo terribile crimine”, si legge nella nota. “In questo caso, ChatGPT ha fornito risposte fattuali a domande le cui informazioni sono ampiamente disponibili in fonti pubbliche su internet e non ha incoraggiato né promosso attività illegali o dannose”.

Uthmeier è stato nominato Procuratore Generale dal governatore Ron DeSantis lo scorso anno e si è candidato ora per ottenere un mandato pieno. DeSantis, anch’egli repubblicano, ha sostenuto una proposta di legge volta a limitare il potere dell’intelligenza artificiale, assumendo una posizione in contrasto con l’approccio più favorevole adottato dalla Casa Bianca. Il governatore ha inoltre chiesto ai legislatori statali di fissare limiti all’uso dell’intelligenza artificiale durante una sessione speciale prevista per la prossima settimana.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Papa Leone XIV supera nettamente Trump nei consensi degli americani


Un sondaggio Reuters/Ipsos assegna al pontefice il 60% di giudizi positivi, contro il 36% di approvazione per il presidente. Sullo sfondo pesa lo scontro tra i due sulla guerra in Iran.

Papa Leone XIV gode oggi di un consenso decisamente più ampio di quello di Donald Trump tra gli americani. Secondo un nuovo sondaggio Reuters/Ipsos diffuso martedì, il 60% degli intervistati esprime un giudizio favorevole sul pontefice, rispetto a solo il 36% che approva l’operato del presidente degli Stati Uniti. Per Trump il dato resta invariato rispetto al mese precedente, ma segna un netto calo rispetto al 47% di giudizi favorevoli raggiunto poco dopo l’inizio del suo secondo mandato.

Il confronto con Leone XIV arriva in una fase di tensione crescente tra la Casa Bianca e il Vaticano, soprattutto dopo le divergenze sulla guerra in Iran. Nelle ultime settimane Trump ha attaccato più volte il Papa, mentre Leone XIV ha criticato la linea dell’Amministrazione statunitense, invocando la pace e definendo inaccettabile la minaccia di annientare la civiltà iraniana. Il pontefice, pur mantenendo toni duri sul piano morale e politico, ha anche cercato di evitare che il contrasto con il presidente degenerasse in uno scontro personale.

Il dissenso tra i due sembra riflettersi anche nell’opinione pubblica. Un altro sondaggio Economist/YouGov condotto a metà aprile mostra che il 48% degli americani si dice d’accordo con le dichiarazioni di Leone XIV sull’Iran, mentre il 24% si dice contrario. Nello stesso rilevamento, il 48% degli intervistati afferma di sentirsi più vicino alla posizione del papa rispetto al 28% che si schiera con la posizione di Trump e del vicepresidente JD Vance.

Il livello di consenso registrato da Leone XIV non è isolato. In un sondaggio Gallup dell’agosto 2025, il nuovo Papa risultava già tra le figure pubbliche più apprezzate negli Stati Uniti, con il 57% di opinioni favorevoli. L’11% ne aveva invece un’opinione sfavorevole, mentre una quota degli intervistati dichiarava di non avere informazioni sufficienti per esprimersi o di non averne mai sentito parlare. Dati che si collocano in una fascia simile a quella registrata all’inizio dei pontificati di Francesco e Benedetto XVI.

Per la politica americana il dato ha però un peso che va oltre la semplice popolarità personale. I cattolici restano infatti un segmento elettorale importante e potenzialmente decisivo, e un deterioramento del rapporto tra Trump e il pontefice potrebbe diventare un problema per i repubblicani in vista delle elezioni di midterm.
Sondaggio Reuters/Ipsos — Papa Leone XIV vs Trump

Sondaggio Reuters/Ipsos · Aprile 2026
Papa Leone XIV supera Trump nei consensi degli americani
Il 60% degli intervistati esprime un giudizio favorevole sul pontefice, mentre solo il 36% approva l'operato del presidente. Sullo sfondo pesa lo scontro tra i due sulla guerra in Iran.

Giudizio favorevole: Papa Leone XIV a confronto con Trump

% tra tutti gli adulti intervistati

Papa Leone XIV

60%

Donald Trump

36%

Approva o disapprova l'operato di Trump come presidente?
Oggi Andamento

% tra tutti gli adulti intervistati — aprile 2026

Disapprova

62%

Approva

36%

% di approvazione nel tempo

Gennaio 2025 (picco)

47%

Marzo 2026

36%

Aprile 2026

36%

Trump è una persona equilibrata?
Totale Repubblicani Democratici

% tra tutti gli adulti intervistati

Sì, equilibrato

26%

% tra gli elettori repubblicani

Sì, equilibrato

53%

No

46%

% tra gli elettori democratici

Sì, equilibrato

7%

L'acutezza mentale di Trump è peggiorata nell'ultimo anno?

% che risponde «sì, peggiorata», per schieramento politico

Totale

51%

Democratici

85%

Indipendenti

54%

Repubblicani

14%

La posizione del Papa sulla guerra in IranSondaggio Economist/YouGov · Aprile 2026
Dichiarazioni del Papa Con chi ti schieri

% d'accordo con le dichiarazioni di Leone XIV sull'Iran

D'accordo

48%

Contrario

24%

% che si sente più allineato con...

Papa Leone XIV

48%

Trump e Vance

28%

Come viene giudicato Papa Leone XIVSondaggio Gallup · Agosto 2025
Giudizio attuale Confronto storico

Opinione sul pontefice

Favorevole

57%

Nessuna opinione

31%

Sfavorevole

11%

% di giudizi favorevoli all'inizio del pontificato

Papa Francesco

58%

Papa Leone XIV

57%

Papa Benedetto XVI

55%

Metodologia
Reuters/Ipsos: 15–20 aprile 2026 | 4.557 cittadini adulti statunitensi | Margine d'errore ±2 punti percentuali | Sondaggio online | Fonte: Reuters/Ipsos.
Economist/YouGov: 17–20 aprile 2026 | 1.707 adulti (1.503 elettori registrati) | Margine d'errore ±3,3 pp (±3,1 tra gli elettori registrati) | Sondaggio online | Fonte: The Economist/YouGov.
Gallup: agosto 2025 | Adulti statunitensi | Margine d'errore non pubblicato (stimato ±4 pp) | Interviste telefoniche | Fonte: Gallup.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Il Texas imporrà l'esposizione dei Dieci comandamenti in tutte le aule delle scuole pubbliche


La decisione del Quinto circuito, adottata con una maggioranza di nove giudici contro otto, ribalta un'ingiunzione di primo grado e apre la strada a un probabile esame della Corte suprema.

Il Texas può obbligare le scuole pubbliche a esporre i Dieci comandamenti in ogni aula. Lo ha stabilito martedì 21 aprile la Corte d'appello federale del Quinto circuito, con sede a New Orleans, ribaltando una precedente decisione di primo grado che aveva bloccato l'applicazione della norma. La sentenza rappresenta una vittoria per il fronte conservatore e religioso che da tempo chiede una maggiore presenza di simboli cristiani nelle scuole statali.

La legge in questione è il Senate Bill 10, approvato nel giugno 2025 dal parlamento texano, a maggioranza repubblicana. La norma impone a tutte le scuole elementari e secondarie pubbliche, comprese le charter school ad accesso libero, di esporre in ciascuna aula un poster durevole o una copia incorniciata dei Dieci comandamenti. Il materiale deve misurare almeno 16 pollici di larghezza e 20 di altezza (41 centimetri per 51 centimetri), usare un carattere facilmente leggibile ed essere collocato in una posizione ben visibile. La legge è entrata in vigore il primo settembre ed è considerata il più ampio tentativo mai compiuto negli Stati Uniti di portare il testo biblico nelle aule pubbliche.

A dicembre 2025 diciotto famiglie con figli nelle scuole pubbliche texane hanno presentato ricorso presso il tribunale distrettuale di San Antonio, assistite dall'American Civil Liberties Union e da organizzazioni per la libertà religiosa. Nel ricorso sono stati citati sedici distretti scolastici, sette dei quali nel Nord del Texas. Le famiglie sostenevano che la legge violasse il Primo emendamento, che tutela la libertà religiosa e vieta al governo di istituire una religione di Stato. Un giudice federale aveva inizialmente accolto la tesi, emettendo un'ingiunzione che bloccava l'affissione in circa due dozzine di distretti, mentre in molte altre scuole i poster erano stati comunque esposti dall'inizio dell'anno scolastico.

La corte d'appello si è pronunciata con una maggioranza risicata di nove giudici contro otto. Nell'opinione di maggioranza si legge che la legge non impone alcun esercizio o osservanza religiosa, non dice alle chiese, alle sinagoghe o alle moschee in cosa credere o come pregare, non punisce chi rifiuta i comandamenti e non impone tasse a sostegno del clero. I giudici hanno sottolineato che nessuno studente è obbligato a recitare il testo, a crederci o a riconoscerne l'origine divina, e che l'esposizione di un poster non equivale a una convocazione alla preghiera. Secondo la maggioranza, esporre bambini a un linguaggio religioso non basta a trasformare il cartello in uno strumento di indottrinamento coercitivo.

Un passaggio centrale della decisione riguarda il superamento del precedente Stone contro Graham del 1980, con cui la Corte suprema aveva dichiarato incostituzionale una legge del Kentucky analoga a quella texana. I giudici del Quinto circuito hanno sostenuto che quel precedente si basava sul cosiddetto Lemon test, un criterio di valutazione che la Corte suprema ha esplicitamente abbandonato nel 2022 con la sentenza Kennedy contro Bremerton School District. Tolto il Lemon test, scrive la maggioranza, di Stone non resta nulla. I giudici di minoranza hanno replicato che la Corte suprema non ha mai formalmente rovesciato la sentenza del 1980 e hanno avvertito che l'obbligo rischia di minare le convinzioni religiose che i genitori intendono trasmettere ai figli e di fare pressione sugli studenti perché si conformino.

Il giudice Leslie H. Southwick, nominato da George W. Bush, ha scritto in dissenso che la religione è una questione di mente e cuore e che la fede non può prosperare se imposta. Il giudice James C. Ho, nominato dal presidente Trump, ha invece concordato con la maggioranza, affermando che la legge non si avvicina né all'istituzione di una religione né a un divieto del suo libero esercizio. Il giudice Andrew S. Oldham ha espresso posizione analoga.

Le reazioni politiche sono state nette. Il procuratore generale del Texas, il repubblicano Ken Paxton, ha definito la sentenza una grande vittoria per lo Stato e per i suoi valori morali, aggiungendo su X che i Dieci comandamenti hanno avuto un impatto profondo sulla nazione e che è importante che gli studenti ne traggano insegnamenti ogni giorno. Andrew Mahaleris, portavoce del governatore repubblicano Greg Abbott, ha parlato di una legge di buonsenso, coerente con la storia e la tradizione dello Stato. Il senatore repubblicano Phil King, primo firmatario del testo, ha dichiarato che pochi documenti nella storia della civiltà occidentale hanno avuto un impatto maggiore sul codice morale e legale americano.

L'American Civil Liberties Union si è detta estremamente delusa dalla decisione, sostenendo in un comunicato che la sentenza contraddice i principi fondamentali del Primo emendamento e la giurisprudenza vincolante della Corte suprema. L'organizzazione ha annunciato che chiederà ai giudici della Corte suprema di ribaltare la decisione.

La pronuncia texana si inserisce in un quadro più ampio. A febbraio lo stesso Quinto circuito aveva rimosso un blocco sulla legge della Louisiana che impone la stessa esposizione nelle aule. Il procuratore generale della Louisiana, Liz Murrill, ha commentato che la norma del suo Stato è sempre stata costituzionale. Leggi simili sono state approvate in Arkansas, dove un giudice federale ha sospeso l'applicazione in alcuni distretti, e in Alabama, dove la governatrice Kay Ivey ha firmato un provvedimento analogo lo scorso mese. Il procuratore generale del Kentucky, Russell Coleman, ha ricordato di aver guidato una coalizione di diciannove Stati a sostegno della legge texana. Il contenzioso è destinato a proseguire e potrebbe approdare davanti alla Corte suprema.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Trump vuole mandare in Congo gli afghani che aiutarono gli Stati Uniti


Il presidente ha aperto trattative per trasferire nella Repubblica Democratica del Congo 1.100 afghani bloccati in Qatar da oltre un anno, tra cui interpreti militari e familiari di soldati americani. Il Paese africano vive già una delle peggiori crisi umanitarie al mondo.

Dopo aver bloccato il programma di reinsediamento negli Stati Uniti per gli afghani che avevano collaborato con lo sforzo bellico americano, il presidente Donald Trump starebbe ora valutando il trasferimento di circa 1.100 rifugiati nella Repubblica Democratica del Congo. La notizia è stata riferita al New York Times da un operatore umanitario informato sul piano.

Gli oltre 1.100 afghani si trovano in Qatar, ospitati nell’ex base militare americana di Camp As Sayliyah. Tra loro ci sono interpreti dell’esercito statunitense, ex membri delle forze speciali afghane e familiari di militari americani. Più di 400 sono bambini. Gli Stati Uniti li avevano trasferiti lì alla fine del 2024, promettendo un percorso verso il reinsediamento negli Usa a condizione che superassero ulteriori verifiche. Il Qatar avrebbe dovuto rappresentare solo una tappa intermedia, ma molti sono rimasti bloccati dopo che l’Amministrazione Trump ha interrotto le politiche che ne avrebbero consentito l’ingresso negli Stati Uniti.

Shawn VanDiver, presidente dell’organizzazione umanitaria AfghanEvac, ha detto di essere stato informato del nuovo piano da funzionari del Dipartimento di Stato. Secondo quanto riferito, agli afghani verrebbe offerta una scelta: tornare a vivere sotto il regime talebano oppure essere trasferiti in Congo, un Paese alle prese con una delle più gravi crisi umanitarie del mondo.

Secondo le Nazioni Unite, nella Repubblica Democratica del Congo si trovano attualmente oltre 600mila rifugiati, provenienti soprattutto dalla Repubblica Centrafricana e dal Ruanda. Gli attivisti per i diritti umani sostengono che il Paese non sia in grado di accogliere altri profughi mentre i combattimenti con il vicino Ruanda provocano nuovi sfollamenti e colpiscono anche i campi per rifugiati. “Pensiamo che questo sia solo un modo per spingere queste persone a tornare in Afghanistan, dove sappiamo che andrebbero incontro a morte certa”, ha dichiarato VanDiver. “Sanno che gli afghani non accetteranno la Repubblica Democratica del Congo. Perché dovresti passare dalla crisi di rifugiati numero uno al mondo alla crisi numero due?”.

La vicenda riporta in primo piano una tensione che dura da anni: da una parte l’impegno assunto dagli Stati Uniti nei confronti degli afghani esposti a possibili ritorsioni per aver aiutato le forze americane, dall’altra la promessa dell’Amministrazione Trump di ridurre l’immigrazione. Restano però molti punti oscuri. Non è chiaro, per esempio, se tutti gli afghani coinvolti dovrebbero essere inviati in Congo o se Washington stia trattando anche con altri Paesi. In passato negoziati simili erano già falliti.

Da parte sua, Tommy Pigott, portavoce del Dipartimento di Stato, ha accusato la precedente Amministrazione Biden di aver agito con troppa fretta nel trasferire negli Stati Uniti gli alleati afghani. Ha aggiunto che l’Amministrazione Trump sta cercando soluzioni per coloro che sono rimasti esclusi. “Il popolo americano ha dovuto pagare il prezzo del modo irresponsabile in cui centinaia di migliaia di afghani sono stati portati negli Stati Uniti”, ha detto. “Il nostro obiettivo ora è ripristinare la responsabilità promuovendo opzioni di reinsediamento responsabili e volontarie”.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Virginia approva il referendum per ridisegnare i collegi, quattro seggi in più per i Dem


Il referendum sospende fino al 2030 la commissione bipartisan che disegna i collegi e trasferisce il potere all'assemblea democratica. I Repubblicani annunciano ricorsi alla Corte Suprema statale.

La Virginia ha approvato martedì un referendum che consente al parlamento statale di ridisegnare i confini dei collegi elettorali per la Camera dei Rappresentanti, una mossa che potrebbe portare i Democratici a conquistare dieci degli undici seggi dello Stato alle elezioni di metà mandato del 2026. Il sì ha prevalso con il 51,5% contro il 48,5%, con oltre il 95% dei voti scrutinati, su un totale di circa 3 milioni di schede.

La consultazione in Virginia rappresenta l'ultimo capitolo di una battaglia nazionale iniziata nell'estate scorsa, quando il presidente Donald Trump ha spinto gli Stati a guida repubblicana a ridisegnare i collegi congressuali a metà decennio, una pratica rara ma non inedita. L'obiettivo dichiarato era ampliare la fragile maggioranza repubblicana alla Camera in vista del voto di novembre 2026, quando storicamente il partito al potere tende a perdere seggi. Il Texas ha aperto la strada approvando una nuova mappa che aggiungeva cinque seggi favorevoli al Partito Repubblicano. Da lì la disputa si è estesa a Missouri, Ohio, North Carolina e Utah, dove però un giudice distrettuale ha respinto la mappa repubblicana approvandone una alternativa che favorisce i Democratici. In Indiana il Senato statale ha bocciato la proposta sfidando Trump.

Referendum
Virginia, redistricting congressuale
Referendum sulla modifica della costituzione per ridisegnare i collegi del Congresso

OpzioneVoti%


Approvazione della modifica

1.574.538
51,5%

No
Contrari alla modifica

1.485.785
48,5%

3.060.323voti
>95% scrutinato

Elaborazione di Focus America su dati dell'Associated Press · Ultimo aggiornamento: 23:11 ET

La risposta democratica è arrivata prima dalla California, dove a novembre gli elettori hanno approvato con un ampio margine, 64% contro 36%, la Proposition 50. Quella misura ha sospeso temporaneamente la commissione indipendente che disegna i collegi, restituendo il potere al parlamento statale a maggioranza democratica e aggiungendo cinque seggi favorevoli al partito. Il referendum della Virginia segue la stessa logica. L'emendamento costituzionale approvato martedì sospende fino al 2030 la commissione bipartisan che ridisegna i collegi, trasferendo temporaneamente questa funzione al parlamento controllato dai Democratici. La nuova mappa trasformerebbe l'attuale equilibrio di sei seggi democratici e cinque repubblicani in una configurazione di otto seggi sicuri per i Democratici, due contendibili ma orientati a sinistra e uno solido per i Repubblicani.

La governatrice democratica Abigail Spanberger, eletta a novembre con oltre quindici punti di vantaggio, è stata il volto della campagna per il sì. In una dichiarazione dopo il voto ha definito la misura "temporanea" e ha ribadito l'impegno a restituire nel 2030 il compito di disegnare le mappe alla commissione bipartisan istituita sei anni fa. Hakeem Jeffries, leader democratico alla Camera proveniente da New York, ha commentato il risultato affermando che i Democratici "non hanno fatto un passo indietro" ma "hanno reagito". L'ex presidente Barack Obama era intervenuto nei giorni precedenti con un video pubblicato venerdì invitando i Virginiani a votare sì per "livellare il campo di gioco" contro i Repubblicani.

Sul fronte opposto, Trump aveva fatto pressione fino all'ultimo, intervenendo in un programma radiofonico conservatore e pubblicando un messaggio sui social in cui esortava a votare contro "per salvare il vostro Paese". L'ex governatore repubblicano Glenn Youngkin e l'ex procuratore generale Jason Miyares hanno guidato la campagna per il no, definendo la nuova mappa "la più di parte d'America" e il referendum una "acquisizione di potere incostituzionale". Jeff Ryer, presidente del Partito Repubblicano della Virginia, ha dichiarato che le battaglie legali continueranno davanti alla Corte Suprema dello Stato. Richard Hudson, deputato della North Carolina e presidente del National Republican Congressional Committee, ha ribadito che i Repubblicani manterranno la maggioranza anche con la nuova mappa.

Il voto non chiude definitivamente la questione. La Corte Suprema della Virginia deve ancora esaminare i ricorsi presentati dal Comitato Nazionale Repubblicano, dal NRCC e dal Partito Repubblicano statale. I ricorrenti contestano sia irregolarità procedurali nell'iter di approvazione dell'emendamento sia la formulazione del quesito sulla scheda, ritenuta fuorviante. Un tribunale di primo grado aveva dato ragione ai Repubblicani, ma la Corte Suprema dello Stato aveva poi autorizzato lo svolgimento del referendum. Esiste un precedente del 1958 in cui la Corte invalidò un risultato elettorale, anche se si trattava di un referendum locale di profilo più basso.

La campagna ha attratto ingenti risorse finanziarie. Secondo la società di monitoraggio AdImpact, sono stati spesi oltre 81 milioni di dollari in spot pubblicitari sul referendum, una cifra di soli 3 milioni inferiore a quella investita nella corsa per il governatore della Virginia lo scorso anno e superiore di 16 milioni a quella spesa per la corsa a sindaco di New York. I Democratici hanno superato i Repubblicani di quasi 32 milioni di dollari nella spesa pubblicitaria. Oltre il 95% dei fondi raccolti proviene da organizzazioni senza scopo di lucro che non sono obbligate a rivelare i propri donatori, i cosiddetti gruppi di dark money strutturati come enti 501(c)(4).

Lo sguardo si sposta ora sulla Florida, dove il governatore repubblicano Ron DeSantis ha convocato una sessione straordinaria del legislatore per il 28 aprile. I Repubblicani puntano ad aggiungere da due a cinque seggi favorevoli al partito, ma la mossa ha diverse complicazioni. La costituzione della Florida vieta esplicitamente il disegno dei collegi su base partitica, anche se una sentenza della Corte Suprema statale ha indebolito il vincolo negli anni scorsi. Inoltre, i Democratici hanno ottenuto buoni risultati in alcune elezioni speciali recenti in Florida, spingendo alcuni membri repubblicani del Congresso a esprimere preoccupazione per la possibilità di rendere troppo leggeri i propri margini di vittoria.

Sullo sfondo resta la sentenza attesa della Corte Suprema federale nel caso Louisiana contro Callais, che potrebbe ribaltare una disposizione chiave del Voting Rights Act, la legge del 1965 sui diritti di voto. Una pronuncia favorevole all'ala conservatrice della Corte potrebbe imporre il ridisegno di molti collegi a maggioranza etnica in tutto il Paese, con un beneficio significativo per i Repubblicani. La decisione è attesa non prima di giugno. Al momento i Democratici hanno aggiunto circa dieci seggi potenziali attraverso il ridisegno, i Repubblicani nove, un sostanziale pareggio che potrebbe però spostarsi a favore del Partito Repubblicano se la Florida porterà a termine la propria riforma.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

La rassegna stampa di mercoledì 22 aprile 2026


Trump estende la tregua con l'Iran mentre gli elettori della Virginia approvano nuove mappe elettorali che potrebbero favorire i democratici

Questa è la rassegna stampa di mercoledì 22 aprile 2026

Trump estende la tregua con l'Iran fino alla conclusione dei negoziati


Il presidente Trump ha annunciato l'estensione del cessate il fuoco con l'Iran fino a quando Teheran non presenterà una proposta di pace unificata. L'estensione arriva dopo una giornata di messaggi contrastanti, in cui Trump aveva inizialmente dichiarato di aspettarsi di "riprendere i bombardamenti".

Fonti: Financial Times, Bloomberg, The Hill

La Virginia approva nuove mappe elettorali che favoriscono i democratici


Gli elettori della Virginia hanno approvato un piano di redistribuzione che potrebbe consentire ai democratici di conquistare fino a quattro seggi aggiuntivi alla Camera dei Rappresentanti nelle elezioni di medio termine di novembre. La misura fa parte di una battaglia di ridisegno dei collegi elettorali iniziata dal Texas l'anno scorso su richiesta di Trump.

Fonti: New York Times, The Guardian, The Hill

Kevin Warsh promette l'indipendenza della Fed durante l'audizione di conferma


Il candidato di Trump alla presidenza della Federal Reserve, Kevin Warsh, ha respinto le accuse di essere una "marionetta" del presidente durante la sua audizione al Senato. I senatori democratici, guidati da Elizabeth Warren, hanno messo in dubbio la sua capacità di mantenere l'indipendenza istituzionale della banca centrale.

Fonti: Wall Street Journal, Financial Times, The Guardian

Il Dipartimento di Giustizia incrimina il Southern Poverty Law Center per frode


Il procuratore generale ad interim Todd Blanche ha annunciato un'incriminazione di 11 capi d'accusa contro il Southern Poverty Law Center per presunta frode bancaria e telematica. Le accuse riguardano i pagamenti che l'organizzazione per i diritti civili ha effettuato a informatori per infiltrarsi in gruppi estremisti come il Ku Klux Klan.

Fonti: Wall Street Journal, The Guardian, The Hill

SpaceX acquisisce il diritto di acquistare la start-up di IA Cursor per 60 miliardi di dollari


La società di Elon Musk ha ottenuto il diritto di acquisire la start-up di intelligenza artificiale Cursor in un accordo del valore di 60 miliardi di dollari. L'acquisizione rappresenta il tentativo di SpaceX di recuperare terreno rispetto ai rivali OpenAI e Anthropic nel settore dell'IA.

Fonti: Financial Times, New York Times

Un tribunale d'appello consente al Texas di esporre i Dieci Comandamenti nelle aule


La Corte d'Appello del Quinto Circuito ha stabilito che il Texas può richiedere l'esposizione dei Dieci Comandamenti nelle aule delle scuole pubbliche. La decisione prepara un potenziale scontro alla Corte Suprema sulla separazione tra chiesa e stato.

Fonti: New York Times, The Guardian, Washington Post

La Florida apre un'indagine penale su OpenAI per l'influenza di ChatGPT su un presunto sparatore


Il procuratore generale della Florida James Uthmeier ha annunciato un'indagine penale su OpenAI per determinare se ChatGPT ha fornito "consigli significativi" a un uomo accusato di una sparatoria di massa nel campus dell'anno scorso. L'indagine esaminerà come lo strumento di IA possa influenzare le minacce di danno degli utenti.

Fonti: Wall Street Journal, The Guardian

L'amministrazione Trump considera l'invio di afghani che hanno aiutato le forze USA in Congo


L'amministrazione Trump sta discutendo la possibilità di inviare fino a 1.100 afghani che hanno assistito le forze statunitensi durante la guerra in Afghanistan nella Repubblica Democratica del Congo. I colloqui arrivano dopo la decisione di Trump di interrompere un'iniziativa che permetteva a questi afghani di fare richiesta per il reinsediamento negli Stati Uniti.

Fonti: New York Times, The Guardian

Tucker Carlson si dice "tormentato" dal suo passato sostegno a Trump


Il commentatore conservatore Tucker Carlson ha dichiarato di essere "tormentato" dal suo precedente sostegno al presidente Trump, chiedendo scusa per aver "fuorviato le persone". Carlson ha rotto nettamente con il presidente sulla guerra con l'Iran.

Fonti: New York Times

Trump critica la scelta dell'ambasciatore britannico di Starmer


Il presidente Trump ha criticato il primo ministro britannico Keir Starmer per la sua precedente scelta dell'ambasciatore negli Stati Uniti, Peter Mandelson, che ha affrontato controlli sui file legati al criminale sessuale condannato Jeffrey Epstein. Trump ha affermato che Starmer ha "molto tempo per riprendersi" dopo una scelta "davvero pessima".

Fonti: The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Durante la guerra, tutte le apparecchiature di comunicazione iraniane di fabbricazione statunitense hanno smesso di funzionare. E i media cinesi gongolano...

@Informatica (Italy e non Italy)

Tutti i dispositivi difettosi erano di marchi americani come Cisco, Fortinet e Juniper comprati durante la tregua di Obama, per apparecchiature nazionali di telecomunicazione, difesa, governo, infrastrutture di base e industriali, corrispondenti direttamente alle comunicazioni militari, ai centri di comando per le emergenze e agli hub di comunicazione regionali.
A seguito di un'ispezione, è emerso che tutti questi problemi agli hub di comunicazione erano causati da guasti hardware di base, e non da vulnerabilità software di livello superiore o attacchi virus. Il problema derivava da un meccanismo di attivazione di basso livello integrato nei dispositivi hardware. Quando questo meccanismo veniva attivato da remoto, bloccava immediatamente l'hardware sottostante, paralizzando di fatto l'intero dispositivo.
Stranamente, quando si è verificato il malfunzionamento, l'Iran aveva già preventivamente interrotto la sua connessione internet internazionale, rendendo irraggiungibile il gateway globale. Ciò suggerisce che questi strumenti e apparecchiature non avessero affatto bisogno di essere connessi a internet e che gli Stati Uniti avessero i mezzi per manipolarli.

163.com/dy/article/KR0E9NT5055…

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Trump estende a tempo indeterminato il cessate il fuoco con l'Iran


Il presidente americano accoglie la richiesta del Pakistan e sospende gli attacchi, mentre il blocco navale sui porti iraniani prosegue e i negoziati restano in bilico
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Il presidente Donald Trump ha annunciato l'estensione a tempo indeterminato del cessate il fuoco con l'Iran, che era in scadenza nelle ore successive. La decisione è stata comunicata su Truth Social, dove il presidente ha spiegato di aver accolto la richiesta avanzata dal Pakistan, paese che sta cercando di mediare la fine del conflitto. Contestualmente, il blocco navale americano sui porti iraniani resterà in vigore.

Nel suo messaggio, Trump ha scritto: «Sulla base del fatto che il governo dell'Iran è seriamente diviso, cosa non inaspettata, e su richiesta del feldmaresciallo Asim Munir e del primo ministro Shehbaz Sharif, del Pakistan, ci è stato chiesto di sospendere il nostro attacco contro l'Iran finché i loro leader e rappresentanti non saranno in grado di presentare una proposta unitaria. Ho quindi ordinato alle nostre forze militari di proseguire il blocco e, per tutto il resto, di restare pronte e preparate, ed estenderò pertanto il cessate il fuoco fino a quando la loro proposta non sarà presentata e le discussioni non saranno concluse, in un modo o nell'altro».

L'annuncio arriva al termine di una giornata segnata da forte incertezza diplomatica. Poche ore prima, in un'intervista alla CNBC, Trump aveva mantenuto un tono molto più aggressivo, minacciando un nuovo attacco militare se Tehran non avesse accettato le condizioni americane. «Mi aspetto di bombardare», aveva detto il presidente, aggiungendo che «i militari sono pronti a partire». Nella stessa intervista aveva anche dichiarato di non voler prolungare il cessate il fuoco senza un accordo di più lungo periodo, pur esprimendo ottimismo sulla possibilità di una ripresa dei colloqui.

La svolta è maturata dopo il congelamento del viaggio del vicepresidente JD Vance a Islamabad, dove era atteso per un secondo round di trattative con la delegazione iraniana. Secondo quanto riferito al New York Times da un funzionario americano a conoscenza diretta della situazione, il viaggio è stato sospeso perché Tehran non ha risposto alle posizioni negoziali presentate da Washington. Anche l'inviato speciale Steve Witkoff e Jared Kushner, genero del presidente, sono rimasti negli Stati Uniti, come confermato da un funzionario della Casa Bianca.

Sul fronte iraniano, il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha dichiarato all'emittente di stato IRIB che Tehran non ha ancora deciso se inviare una delegazione in Pakistan, attribuendo l'incertezza a «messaggi contraddittori, comportamenti incoerenti e azioni inaccettabili da parte americana». Alla BBC, lo stesso Baghaei ha aggiunto: «Siamo andati a questo negoziato con buona fede e senso di serietà, ma avete una controparte negoziale che ha mostrato la sua mancanza di serietà, mancanza di buona fede». Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, in un messaggio pubblicato su X, ha definito il blocco navale americano «un atto di guerra e dunque una violazione del cessate il fuoco».

Secondo il Wall Street Journal, Tehran aveva inizialmente comunicato ai mediatori che avrebbe inviato una delegazione in Pakistan, salvo poi condizionare la partenza alla revoca del blocco navale. Un funzionario americano ha riferito alla stessa testata che al momento non sono previste modifiche al blocco. La tregua era iniziata l'8 aprile, mentre il blocco dei porti iraniani è in vigore dal 13 aprile. Il Comando Centrale statunitense ha reso noto che la Marina americana ha respinto 28 navi dirette verso o in partenza dai porti iraniani da quando il blocco è in vigore.

Nel frattempo proseguono le operazioni militari legate al conflitto economico. Il Pentagono ha comunicato che nella notte le forze americane hanno fermato e abbordato nell'Oceano Indiano una petroliera sotto sanzioni, la M/T Tifani, che trasportava petrolio iraniano. È la prima operazione di questo tipo condotta fuori dal Medio Oriente dall'inizio del conflitto. Il ministero del Tesoro ha inoltre annunciato nuove sanzioni contro quattordici persone, entità e aeromobili con sede in Iran, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, accusati di fornire armamenti al regime iraniano.

Sul fronte libanese, il cessate il fuoco di dieci giorni tra Israele ed Hezbollah, iniziato la scorsa settimana, regge solo parzialmente. L'esercito israeliano ha accusato Hezbollah di aver lanciato razzi contro le proprie truppe nel sud del Libano, e il gruppo sciita ha poi confermato l'attacco, descrivendolo come una risposta alle violazioni israeliane della tregua. Secondo fonti ufficiali libanesi, nel conflitto sono state uccise circa 2.300 persone.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

I sospetti di insider trading che pesano sulla presidenza Trump


Secondo un’analisi della BBC, forti movimenti su petrolio, Borsa e mercati delle scommesse hanno preceduto alcuni annunci di Donald Trump. Provare un illecito, però, resta molto difficile.

Nel corso del secondo mandato di Donald Trump, in più occasioni alcuni trader hanno piazzato scommesse per milioni di dollari poche ore, e talvolta pochi minuti, prima di annunci in grado di muovere nettamente i mercati. È quanto emerge da un’analisi della BBC, che ha messo a confronto i volumi di scambio di diversi strumenti finanziari con alcune delle dichiarazioni pubbliche più rilevanti del presidente americano.

Secondo l’emittente britannica, il quadro mostra un elemento ricorrente: improvvisi picchi di attività poco prima di un post sui social o di un’intervista poi resa pubblica. Per alcuni analisti, questi movimenti hanno le caratteristiche tipiche dell’insider trading, cioè di operazioni effettuate sulla base di informazioni non ancora note al pubblico. Altri osservatori invitano però alla cautela e ritengono semplicemente che alcuni operatori siano diventati più abili nell’anticipare le mosse del presidente.
I sospetti di insider trading attorno a Trump

Finanza e potere
I sospetti di insider trading prima degli annunci di Trump
Tre casi in cui i volumi di scambio sono esplosi pochi minuti prima che il presidente annunciasse qualcosa

3
Episodi
sospetti

1–16′
Tra picco
e annuncio

~20 M$
Profitto stimato
del maggior caso

I tre casi · e lo schema
CASO 1 9 mar Intervista CBS CASO 2 23 mar Post Truth CASO 3 9 apr Pausa dazi SINTESI Pattern Lo schema

L'intervista alla CBS che fa crollare il petrolio
9 marzo 2026 · Brent · contratti futures

Volumi di scambio
contratti/min

18:0018:3019:0019:3020:00

18:29
Picco scommesse sul petrolio

19:16
Trump: «la guerra è quasi finita»

19:17
Petrolio in caduta libera

47 minuti di anticipo sui mercati

100 $
Brent prima

−25%
in pochi minuti

Durante l'intervista alla CBS, Trump afferma che la guerra con l'Iran è «quasi completa». Il prezzo del Brent crolla del 25%. Ma a scommettere sul ribasso qualcuno aveva iniziato 47 minuti prima che l'intervista diventasse pubblica.

Il post su Truth Social e il petrolio che precipita
23 marzo 2026 · Brent · contratti futures

Volumi di scambio
contratti/min

10:3010:4511:0011:1511:30

10:48
Picco scommesse sul petrolio

11:04
Post «total resolution» di Trump

11:05
Brent in caduta

16 minuti di anticipo sui mercati

113 $
Brent prima

−11%
in pochi minuti

Due giorni dopo aver minacciato di «obliterare» l'Iran colpendo le sue centrali elettriche, Trump parla su Truth Social di «negoziati molto positivi» con Teheran. I volumi di scambio dei futures sul petrolio erano già in anomalo rialzo 16 minuti prima del post, con scommesse concentrate proprio sul ribasso.

La pausa sui dazi e il boom dell'S&P 500
9 aprile 2025 · Fondo indicizzato S&P 500

Volumi di scambio
contratti/min

17:3017:4518:0018:1518:30

18:00
Scommesse al rialzo sul mercato

18:18
Annunciata la pausa sui dazi

18:19
Rally storico dell'S&P 500

18 minuti di anticipo sui mercati

10.000+
contratti/min

+9,5%
S&P 500 in un giorno

2 M$
Scommesse di singoli trader prima dell'annuncio

~20 M$
Profitto stimato dal rally successivo

Dopo sette giorni consecutivi di perdite, qualcuno scommette milioni di dollari sul rialzo dei mercati a pochi minuti dall'annuncio della pausa dei dazi. L'S&P 500 segna uno dei maggiori guadagni giornalieri dalla Seconda guerra mondiale.

Lo schema ricorrente

1

Picco di volumi anomali
I contratti scambiati si moltiplicano per dieci, cento volte rispetto al normale, nella direzione giusta.

2

Annuncio del presidente
Dichiarazione in TV, post su Truth Social o conferenza stampa con implicazioni di mercato immediate.

3

Movimento di prezzo
Il mercato reagisce nella direzione su cui si era scommesso in precedenza. Chi era entrato prima incassa.

Cosa succede adesso

!
Diversi senatori democratici hanno chiesto alla SEC di indagare: gli annunci del presidente avrebbero «arricchito insider dell'Amministrazione a spese del popolo americano».

?
La SEC non ha commentato. La Casa Bianca non ha risposto alle richieste della BBC sui movimenti di trading anomali.

×
Secondo gli esperti citati nell'inchiesta, «c'è una forte probabilità che nessuno venga incriminato»: provare l'insider trading in questi casi è estremamente complesso.

Elaborazione FocusAmerica su fonte: BBC (inchiesta Nick Marsh) su dati Bloomberg · Aprile 2026

Tra i casi più significativi citati dalla BBC c’è quello del 9 marzo 2026, nel pieno della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. In una telefonata con CBS News, Trump disse che il conflitto era “praticamente del tutto concluso”. Il primo riferimento pubblico all’intervista arrivò alle 19:16 GMT, quando la giornalista che lo aveva intervistato ha citato le sue parole per la prima volta su X. Poco dopo, il prezzo del petrolio crollò di circa il 25%. Eppure i dati di mercato mostrano che già alle 18:29 GMT, ovvero 47 minuti prima, si era registrato un forte aumento delle scommesse al ribasso sul greggio. Secondo la BBC, quelle posizioni avrebbero potuto valere milioni di dollari.

Uno schema analogo compare anche il 23 marzo 2026. Due giorni dopo aver minacciato di “annientare” l'Iran distruggendo le sue centrali elettriche iraniane, Trump scrisse su Truth Social che Washington aveva avuto colloqui “molto buoni e produttivi” con Teheran per una “completa e totale risoluzione” delle ostilità. Il messaggio colse di sorpresa osservatori diplomatici e trader. Subito dopo, i mercati azionari salirono mentre il prezzo del petrolio statunitense scese bruscamente. La BBC riferisce che 14 minuti prima del post era già comparso un numero insolitamente alto di puntate sul ribasso del petrolio americano. Lo stesso andamento sarebbe stato osservato anche nei contratti sul Brent.

Tra gli episodi citati c’è anche quello del 9 aprile 2025, una settimana dopo il cosiddetto Liberation Day, quando Trump aveva annunciato una vasta ondata di dazi sulle merci provenienti da quasi tutti i Paesi del mondo, innescando il crollo delle Borse globali. Quando il presidente annunciò una pausa di 90 giorni sui dazi, con l’eccezione della Cina, i mercati rimbalzarono con forza. L’indice S&P 500 salì del 9,5% in una sola seduta, una delle migliori performance giornaliere dalla Seconda guerra mondiale. Ma anche allora, prima dell’annuncio, si registrò un’impennata anomala di operazioni su un fondo che investe sull’S&P 500. Alcuni trader avrebbero puntato oltre 2 milioni di dollari sul rialzo del mercato, ottenendo quasi 20 milioni di profitto.

In quel caso la questione arrivò anche al Senato americano. Nei giorni successivi, diversi senatori democratici chiesero alla Securities and Exchange Commission di verificare se gli annunci del presidente avessero “arricchito insider dell’Amministrazione e loro amici a spese del pubblico”. Interpellata dalla BBC, la SEC ha rifiutato di commentare. La Casa Bianca, invece, non ha risposto a una richiesta di commento sui movimenti di mercato analizzati nel servizio.

L’inchiesta della BBC si concentra anche sui mercati delle scommesse online, cresciuti rapidamente negli ultimi mesi. Piattaforme basate su blockchain come Polymarket e Kalshi consentono agli utenti di scommettere su eventi che vanno dal meteo alla politica estera americana. Donald Trump Jr è investitore di Polymarket e fa parte del suo advisory board. Inoltre è consulente strategico di Kalshi.

Tra i primi episodi c’è quello del Venezuela. A dicembre 2025, su Polymarket, un utente aprì un account chiamato Burdensome-Mix. Tra il 30 dicembre e il 2 gennaio tale account scommise complessivamente 32.500 dollari sul fatto che Nicolás Maduro sarebbe stato estromesso dalla presidenza entro la fine di gennaio 2026. Il 3 gennaio, dopo la cattura di Maduro da parte delle forze speciali statunitensi e la sua rimozione dal potere, l’account incassò 436 mila dollari. Poco dopo cambiò nome e da allora non risulta aver più effettuato scommesse.

Un secondo caso riguarda l’Iran. Secondo il sito di analisi blockchain Bubblemaps, sei account furono creati su Polymarket nel febbraio 2026 e puntarono tutti su un attacco statunitense contro l’Iran entro il 28 febbraio. Quando Trump confermò gli attacchi nelle prime ore di quel giorno, i sei account avrebbero guadagnato complessivamente 1,2 milioni di dollari. Cinque di quei profili non hanno poi effettuato altre scommesse. Il sesto, sempre secondo la BBC, avrebbe guadagnato successivamente altri 163 mila dollari puntando correttamente su un cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran entro il 7 aprile, data in cui è stato effettivamente annunciato.

In risposta a questi eventi, Polymarket ha dichiarato alla BBC di applicare i “più alti standard di integrità del mercato” e di collaborare in modo proattivo con autorità di regolamentazione e le forze dell’ordine. A marzo di quest’anno, sia Polymarket sia Kalshi hanno annunciato nuove regole contro l’insider trading. I mercati delle scommesse rientrano nella giurisdizione della Commodity Futures Trading Commission. La CFTC non ha risposto alla richiesta di commento, ma il suo presidente ha dichiarato di recente davanti al Congresso che l’agenzia ha “tolleranza zero” verso frodi e insider trading.

Nel frattempo, è emersa anche l’esistenza di una email interna della Casa Bianca al personale, con l’avvertimento a non usare informazioni riservate per scommettere sui mercati previsionali. Il portavoce Davis Ingle aveva replicato alla BBC che qualsiasi insinuazione sul coinvolgimento di funzionari dell’Amministrazione Trump in attività del genere, in assenza di prove, rappresenta “un giornalismo irresponsabile e infondato”.

Il punto centrale, però, resta la difficoltà di dimostrare un illecito. Negli Stati Uniti l’insider trading è vietato da decenni dalla normativa sui mercati finanziari e dalla relativa giurisprudenza. Nel 2012 lo STOCK Act ha chiarito che questi divieti si applicano anche ai funzionari pubblici. Paul Oudin, professore di diritto della regolazione finanziaria alla ESSEC Business School, spiega che le autorità difficilmente avviano un procedimento se non riescono a identificare la fonte dell’informazione. Anche quando i movimenti di mercato sembrano indicare che qualcuno conoscesse in anticipo le parole di Trump, conclude, resta elevata la possibilità che alla fine non venga incriminato nessuno.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Gaza, servono oltre 71 miliardi di dollari in dieci anni per la ricostruzione


Il rapporto congiunto di Nazioni Unite, Unione Europea e Banca Mondiale stima danni fisici per 35,2 miliardi e perdite economiche per 22,7 miliardi dopo due anni di guerra

La ricostruzione della Striscia di Gaza richiederà almeno 71,4 miliardi di dollari nel prossimo decennio. È la cifra indicata dal rapporto finale della Gaza Rapid Damage and Needs Assessment, l'analisi congiunta condotta da Nazioni Unite, Unione Europea e Banca Mondiale, pubblicata lunedì 20 aprile. Secondo il documento, lo sviluppo umano nel territorio palestinese è stato riportato indietro di 77 anni.

La valutazione indica che solo nei primi 18 mesi serviranno 26,3 miliardi di dollari per ripristinare i servizi essenziali, ricostruire le infrastrutture critiche e sostenere la ripresa economica. I danni fisici accumulati dopo oltre due anni di conflitto, scoppiato in seguito agli attacchi guidati da Hamas nel sud di Israele nell'ottobre 2023, sono stimati in 35,2 miliardi di dollari. A questi si aggiungono 22,7 miliardi di perdite economiche e sociali.

I settori più colpiti sono l'edilizia abitativa, la sanità, l'istruzione, il commercio e l'agricoltura. Il rapporto quantifica in oltre 371.888 le unità abitative distrutte o danneggiate. Più della metà degli ospedali non è operativa e quasi tutte le scuole hanno subito danni o sono state distrutte. L'economia di Gaza si è contratta dell'84 per cento.

Oltre il 60 per cento dei residenti ha perso la casa e 1,9 milioni di persone sono sfollate, spesso più volte. Donne, bambini, persone con disabilità e categorie fragili sopportano il peso maggiore della crisi. Secondo le autorità locali citate dal rapporto, i due anni di guerra hanno causato più di 71.000 morti palestinesi e oltre 171.000 feriti, mentre molti dispersi restano sotto le macerie.

Il documento si inserisce nel quadro della risoluzione 2803 del 2025 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, parte del piano sostenuto da Washington per porre fine al conflitto. La risoluzione ha accolto la costituzione del Board of Peace, l'organismo guidato dal presidente Donald Trump con funzioni di amministrazione transitoria per definire il quadro della ricostruzione. Lo stesso meccanismo autorizza la formazione di una International Stabilisation Force temporanea.

Nazioni Unite e Unione Europea sottolineano che la ricostruzione deve essere guidata dai palestinesi e deve accompagnare il passaggio della governance all'Autorità Palestinese. L'obiettivo dichiarato è favorire una soluzione politica duratura basata sul principio dei due Stati. Le due organizzazioni insistono sulla necessità di una pianificazione inclusiva, trasparente e responsabile, con attenzione specifica a donne, bambini, anziani e persone con disabilità.

Il rapporto individua una serie di condizioni indispensabili per avviare la ricostruzione. Tra queste ci sono un cessate il fuoco duraturo e una sicurezza adeguata, l'accesso umanitario senza ostacoli e il ripristino immediato dei servizi essenziali. Viene inoltre richiesta la libera circolazione di persone, merci e materiali per la ricostruzione tra Gaza e la Cisgiordania, insieme a un sistema finanziario funzionante e trasparente.

Il documento chiede anche una governance chiara e responsabile, con mandati definiti per gli organismi amministrativi transitori che devono operare in coordinamento con l'Autorità Palestinese. Viene considerato essenziale un percorso credibile per il futuro governo palestinese esteso a tutto il territorio occupato, inclusi Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est. La rimozione delle macerie, la gestione degli ordigni inesplosi e la definizione dei diritti di proprietà su case e terreni sono indicati come prerequisiti tecnici per far partire i cantieri.

Le Nazioni Unite e l'Unione Europea chiedono alla comunità internazionale di mobilitare risorse in modo mirato, sequenziato e coordinato, e di rimuovere rapidamente gli ostacoli al dispiegamento di competenze e attrezzature. Il rapporto ricorda che le attività di ricostruzione devono procedere in parallelo con quelle umanitarie, per garantire una transizione efficace dall'emergenza a interventi su larga scala sia nella Striscia di Gaza sia in Cisgiordania.

Il tema dell'accesso era già stato sollevato a febbraio da Alexander De Croo, capo del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, che aveva dichiarato ai giornalisti come l'Onu disponesse di fondi e capacità operative sufficienti per ampliare gli aiuti e la ricostruzione, ma non dell'accesso necessario per svolgere questi compiti. La valutazione pubblicata ora mette in fila le cifre di una devastazione che, stando ai numeri delle agenzie internazionali, richiederà uno sforzo economico e politico senza precedenti per essere affrontata.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Milei vuole cambiare la mentalità degli argentini


Il presidente di destra ha domato l'inflazione e ora punta a una battaglia culturale contro giustizia sociale e uguaglianza economica, che definisce concetti aberranti.

Javier Milei vuole riscrivere il codice genetico culturale dell'Argentina. Dopo aver domato l'inflazione galoppante del paese sudamericano, il presidente libertario ha ora un obiettivo più ambizioso: trasformare i valori di fondo della nazione, sostituendo la tradizione collettivista con un'ideologia basata su capitalismo, libero mercato, stato minimo e individualismo. A raccontare questa svolta è un'inchiesta del New York Times.

Milei, salito alla ribalta mondiale con una folgorante ascesa alla presidenza, è diventato una stella della destra globale e ha stretto legami personali con il presidente Trump. Sui suoi profili social ufficiali compare ora un avatar generato con intelligenza artificiale che lo ritrae come un supereroe mascherato che sorvola Buenos Aires, rilanciando quella che lui stesso definisce la sua missione principale: la battaglia culturale.

"Siamo in guerra", ha dichiarato Milei l'anno scorso durante un festival di destra citato dal New York Times, aggiungendo che si tratta di "una lotta culturale, una battaglia ideologica, una guerra per la sopravvivenza della nostra libertà". Il presidente vuole smantellare quelli che chiama i concetti aberranti di giustizia sociale e uguaglianza economica, sostenendo che la redistribuzione della ricchezza è immorale. Ha definito l'uguaglianza delle opportunità una truffa, le tasse redistributive un furto dello stato, la giustizia sociale un virus che riempie le persone di odio e risentimento. Le università pubbliche sono per lui un motore di indottrinamento woke, i ricercatori e i dipendenti pubblici dei parassiti, il settore pubblico una malattia e un'organizzazione criminale e violenta.

Si tratta di uno spostamento radicale in un paese che vanta uno dei sistemi di sanità e istruzione pubblica gratuita più estesi al mondo e dove lo stato storicamente copriva buona parte dei costi di elettricità, gas e trasporti. L'Argentina descritta dal New York Times è una nazione in cui le persone sono restie a mangiare da sole o a bere un mate, l'infuso nazionale, senza condividerlo con chi hanno accanto. Eppure ora abbraccia un leader il cui messaggio fondamentale è che ciascuno deve cavarsela da solo.

"Sta cercando di spezzare il nostro DNA, di distruggere l'identità comunitaria del nostro popolo", ha detto al New York Times Juan Grabois, deputato dell'opposizione. Lo scrittore e professore argentino Martín Kohan ha offerto al quotidiano americano una chiave diversa, spiegando che "la retorica dei diritti sociali è diventata chiacchiera vuota, non tocca la realtà concreta di molti lavoratori".

La battaglia di Milei si svolge contro l'eredità del peronismo, uno dei movimenti populisti più duraturi al mondo, fondato da Juan Domingo Perón e dalla moglie Eva. Il peronismo ha messo per generazioni lo stato al centro della vita nazionale come garante dell'equità, costruendo un legame emotivo con la classe lavoratrice fatto di comizi, cori e iconografia. Ma una serie di crisi finanziarie sotto governi di varia ideologia ha eroso la fiducia pubblica sia nel peronismo sia nella classe politica nel suo complesso.

Secondo alcuni analisti sentiti dal New York Times, molti argentini sostengono Milei per il sollievo economico ottenuto con misure di austerità piuttosto convenzionali, senza necessariamente aderire alla sua ideologia. Il sociologo Pablo Semán ha spiegato al quotidiano che dopo decenni di salari fermi e crescita del lavoro informale e della gig economy, molti argentini hanno interiorizzato una mentalità da arrangiarsi. "Milei non l'ha inventata, non l'ha installata, l'ha solo incanalata", ha detto Semán. I più giovani hanno vissuto un'inflazione al 200 per cento e quindici anni di stagnazione economica, mentre i servizi pubblici si deterioravano. "Il contratto sociale si è rotto", ha aggiunto il sociologo.

Il presidente ha anche lanciato un attacco in stile MAGA alle politiche identitarie. Ha chiuso l'istituto nazionale contro la discriminazione e il ministero delle donne, promuovendo una versione revisionista della dittatura militare che governò il paese cinquant'anni fa. Ha portato nel governo provocatori dei social media e amplificato una nuova generazione di attivisti digitali. Agustin Laje, intellettuale di destra autore del libro La battaglia culturale e con oltre 2,5 milioni di follower su YouTube, ha detto al New York Times che i suoi seguaci un tempo erano soprattutto militari anziani, mentre oggi l'80 per cento ha meno di 30 anni. "L'unico modo per conquistare la cultura oggi è conquistare i social media", ha dichiarato.

Nel frattempo l'opposizione resta forte. Sondaggi recenti citati dal quotidiano indicano un calo di popolarità del presidente, mentre le misure di libero scambio hanno contribuito alla chiusura di oltre 24mila aziende argentine e l'inflazione ricomincia a salire. Il 40 per cento degli elettori ha comunque scelto nuovamente il suo partito alle elezioni di metà mandato. La tenuta di lungo periodo di Milei dipenderà dalla sua capacità di generare crescita duratura. Lo stesso Laje ha ammesso al New York Times il rischio: "Non c'è modo che la gente compri un modello culturale se ha le tasche vuote".

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Trump nega di essere stato spinto da Israele nella guerra con l'Iran


Il presidente respinge su Truth Social le accuse di aver ceduto alle pressioni di Netanyahu per lanciare l'operazione Epic Fury e annuncia un possibile accordo di pace da firmare in Pakistan.
The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please go to the original post.

Il presidente Donald Trump ha respinto con forza le accuse di essere stato trascinato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nella guerra contro l'Iran. In un messaggio pubblicato lunedì mattina su Truth Social, Trump ha scritto di non essere mai stato costretto a lanciare l'operazione denominata Epic Fury.

Secondo quanto dichiarato dal presidente, la decisione di intervenire militarmente sarebbe maturata dopo l'attacco terroristico compiuto da Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023. In quell'occasione persero la vita circa 1.200 persone e centinaia di ostaggi vennero portati a Gaza. Trump ha affermato che quell'attacco ha soltanto rafforzato una convinzione che porta con sé da tutta la vita, ovvero che l'Iran non debba mai ottenere un'arma nucleare.

Nel suo messaggio il presidente ha attaccato anche i commentatori e i sondaggi pubblicati dai media, che ha definito falsi e manipolati. Trump ha sostenuto che il 90 per cento di quanto viene raccontato sarebbe inventato e ha paragonato i sondaggi a quelli che, a suo dire, avrebbero falsato le elezioni presidenziali del 2020. Il presidente ha poi previsto esiti definiti straordinari per il conflitto in Iran, paragonandoli a quelli ottenuti in Venezuela con la cattura di Nicolas Maduro, una vicenda che secondo lui la stampa tradizionale preferisce non raccontare. Nel messaggio Trump ha anche ipotizzato un cambio di regime a Teheran, aggiungendo che se i nuovi leader iraniani saranno intelligenti il paese potrà avere un futuro prospero.

Non è la prima volta che il presidente replica a chi sostiene che Israele abbia spinto gli Stati Uniti verso il conflitto. Il mese scorso, durante un'intervista con Rachel Scott della rete televisiva ABC, Trump aveva rovesciato l'accusa sostenendo di essere stato semmai lui a forzare la mano a Israele. In quell'occasione il presidente aveva spiegato che erano in corso trattative con quelli che ha definito dei folli, e che era sua convinzione che l'Iran fosse pronto ad attaccare per primo. Per questo, secondo il suo racconto, sarebbe stato necessario anticipare le mosse di Teheran.

Pochi giorni fa Trump aveva elogiato Israele sui social, definendolo un grande alleato. Il presidente aveva descritto il paese come coraggioso, audace, leale e intelligente, aggiungendo che a differenza di altri, che avrebbero mostrato il loro vero volto in un momento di conflitto e tensione, Israele combatte duramente e sa come vincere.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Il direttore dell'FBI fa causa all'Atlantic e chiede 250 milioni di dollari


Il capo della polizia federale statunitense ha depositato una denuncia per diffamazione contro la rivista e la giornalista Sarah Fitzpatrick, che nell'articolo ha raccolto testimonianze di assenze ingiustificate e ubriachezza.

Il direttore del Federal Bureau of Investigation Kash Patel ha fatto causa alla rivista Atlantic e alla giornalista Sarah Fitzpatrick, chiedendo 250 milioni di dollari di risarcimento per un'inchiesta che a suo dire lo descrive in modo diffamatorio come un dirigente inadatto al ruolo a causa di un presunto abuso di alcol. La denuncia è stata depositata lunedì 20 aprile presso la corte distrettuale federale del distretto di Columbia.

L'articolo contestato, pubblicato il 17 aprile dall'Atlantic, cita sei funzionari in carica o ex funzionari oltre ad altre persone a conoscenza dell'agenda di Patel. Il pezzo sostiene che, nei primi mesi del suo mandato alla guida dell'FBI, diverse riunioni e briefing sarebbero stati rinviati a orari più tardi a causa di nottate segnate dal consumo di alcolici. Fitzpatrick scrive di aver intervistato più di due dozzine di persone, tra cui funzionari attuali ed ex dell'FBI, personale di agenzie di polizia e di intelligence, lavoratori del settore dell'ospitalità, membri del Congresso, operatori politici, lobbisti ed ex consiglieri. Le fonti hanno ottenuto l'anonimato per poter parlare di informazioni sensibili e conversazioni private. Secondo la loro ricostruzione, il mandato di Patel sarebbe un fallimento gestionale e il suo comportamento personale una vulnerabilità per la sicurezza nazionale.

Nella denuncia, i legali di Patel definiscono l'articolo "un attacco generalizzato, malevolo e diffamatorio". Sostengono che Fitzpatrick non sia riuscita a trovare una sola persona disposta a mettere la propria firma sotto quelle che chiamano accuse scandalose, affidandosi interamente a fonti anonime descritte come altamente di parte e non in condizione di conoscere i fatti. I difensori respingono l'idea che il direttore beva in modo eccessivo e negano che chiunque nel governo sia preoccupato per questo aspetto. Nel testo della causa si legge che non si tratta di negligenza ma di una campagna denigratoria deliberata e dolosa.

La denuncia elenca nel dettaglio le affermazioni contestate. Secondo i legali di Patel, l'articolo lascerebbe intendere falsamente che il direttore sia un alcolista abituale, incapace di svolgere le sue funzioni, una minaccia per la sicurezza pubblica, vulnerabile a pressioni straniere, che abbia violato le regole etiche del dipartimento di Giustizia, che sia irraggiungibile nelle emergenze, che sia stato necessario l'uso di attrezzature da sfondamento per farlo uscire da stanze chiuse e che il suo comportamento comprometta la sicurezza nazionale.

Il nodo centrale della causa è il concetto di actual malice, lo standard legale che negli Stati Uniti i personaggi pubblici devono dimostrare per vincere una causa per diffamazione. Significa che l'autore sapeva che un'affermazione era falsa o ha mostrato un totale disinteresse per la sua veridicità. I legali di Patel sostengono che l'Atlantic abbia ignorato le smentite ricevute prima della pubblicazione, non abbia compiuto i passi investigativi di base che avrebbero facilmente smentito le accuse e abbia mostrato un'evidente ostilità editoriale nei confronti del direttore. Nella denuncia si contesta anche il fatto che la rivista avrebbe dato all'FBI meno di due ore per rispondere alla richiesta di commento prima di pubblicare online l'articolo.

La rivista ha respinto le accuse. Un portavoce ha dichiarato che l'Atlantic sostiene il proprio lavoro giornalistico su Patel e difenderà con vigore la testata e i suoi giornalisti da quella che definisce una causa infondata. Jeffrey Goldberg, direttore dell'Atlantic, ha ribadito in un comunicato nel fine settimana la fiducia nel pezzo. La stessa Fitzpatrick, intervenuta sul canale MS NOW nella trasmissione condotta da Jen Psaki, ha affermato di sostenere ogni parola dell'inchiesta, ricordando che la redazione dispone di ottimi avvocati ed editor.

Lo stesso Patel, già prima dell'uscita del pezzo, aveva anticipato l'azione legale. Citato nell'articolo, aveva avvertito la giornalista di stampare pure tutto, ma di prepararsi a vederlo in tribunale con il libretto degli assegni. Su X ha poi scritto che dimostrare l'actual malice sarebbe a suo parere un'impresa facile. Una valutazione diversa è arrivata da Adam Steinbaugh, avvocato esperto di Primo Emendamento alla Foundation for Individual Rights and Expression, che su X ha giudicato le accuse contenute nella denuncia del tutto inconsistenti. Secondo il legale la causa raggiungerà però un obiettivo collaterale, quello di indurre le testate che valutano un'inchiesta simile a considerare i costi legali necessari per far archiviare una denuncia priva di fondamento.

Lee Levine, avvocato difensore di lungo corso specializzato in cause per diffamazione che ha rappresentato grandi organi di stampa, ha spiegato alla CNN che se il procedimento superasse le fasi preliminari si aprirebbe la cosiddetta discovery, in cui le parti si scambiano le prove e raccolgono testimonianze giurate. In quel caso anche l'Atlantic avrebbe la possibilità di raccogliere elementi per confermare l'accuratezza delle sue fonti, ascoltando sotto giuramento non solo Patel ma anche altre persone a conoscenza dei fatti.

La vicenda si inserisce in un rapporto sempre più conflittuale tra l'amministrazione del presidente Trump e la stampa, segnato da azioni legali reciproche. Patel è stato accusato di aver condotto un'epurazione politica all'interno dell'FBI, anche nei confronti di chi aveva partecipato alle indagini sul miliardario repubblicano, sospettato tra l'altro di aver tentato di ribaltare illegalmente il risultato delle presidenziali del 2020 perse contro Joe Biden. Dal fronte democratico, il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer ha citato il pezzo dell'Atlantic per chiedere le dimissioni immediate del direttore, scrivendo su X che gli americani meritano una guida sobria dell'FBI e che ogni giorno di permanenza di Patel al suo posto rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale.


FBI nel caos: il direttore Kash Patel beve, sparisce per ore senza motivo e ora teme il licenziamento


Kash Patel beve troppo, sparisce dal lavoro e vive nel terrore di essere licenziato. È il quadro che emerge da un'inchiesta del The Atlantic firmata da Sarah Fitzpatrick, che ricostruisce il caos al vertice dell'FBI sulla base di oltre una ventina di interviste a funzionari attuali ed ex del Bureau, del Dipartimento di Giustizia, membri del Congresso ed esponenti politici. Patel ha bollato tutto come falso e ha annunciato querela. Ma, secondo il magazine americano, fonti interne all’Amministrazione Trump confermano che la sua posizione vacilla sempre di più e che alla Casa Bianca è già partita la corsa al successore.

Nell’inchiesta, il direttore viene descritto come “erratico, sospettoso e incline a trarre conclusioni affrettate”. La sua condotta personale, scrive Fitzpatrick, è ormai considerata da molti addirittura come una “vulnerabilità per la sicurezza nazionale”.

L’episodio che apre il pezzo risale al 10 aprile. Dopo non essere riuscito ad accedere a un sistema informatico interno, Patel si convince di essere stato licenziato dalla Casa Bianca. Comincia così a chiamare freneticamente collaboratori e alleati per annunciare la propria rimozione, in quello che due fonti definiscono un “freak-out”. Nel giro di poche ore la voce si diffonde, tanto che la Casa Bianca riceve telefonate dall’FBI e dal Congresso per capire chi sia davvero al comando del Bureau. In realtà, però, si trattava solo di un errore tecnico: Patel non era stato licenziato.

Inchiesta · The Atlantic
Caos al vertice dell’FBI: il dossier su Kash Patel
Alcol, sparizioni, paranoia. La Casa Bianca cerca già un successore.

KP

Kash Patel
Direttore dell’FBI · nominato da Donald Trump
A rischio licenziamento

Dossier Accuse Reazioni Cronologia

24+
Le interviste raccolte da Sarah Fitzpatrick per l’inchiesta dell’Atlantic: funzionari attuali ed ex dell’FBI, del Dipartimento di Giustizia, membri del Congresso e collaboratori politici.

L’inchiesta in cifre

2
I locali frequentati: Ned’s a Washington e Poodle Room a Las Vegas

Secondo l’Atlantic, Patel berrebbe fino a evidente stato di intossicazione in entrambi i luoghi. Al Ned’s va anche staff della Casa Bianca; a Las Vegas trascorrerebbe molti fine settimana.

10 apr
Il giorno del “freak-out”

Patel non riesce ad accedere a un sistema interno e si convince di essere stato licenziato. Inizia a chiamare freneticamente collaboratori. In realtà era solo un errore tecnico.

SWAT
Attrezzatura usata dalla scorta per sfondare la porta

In più occasioni la scorta non è riuscita a svegliare Patel. In un caso ha richiesto la “breaching equipment” per accedere alla stanza in cui era irraggiungibile.

Pomeriggio
Riunioni e briefing spostati per smaltire le serate

Nei primi mesi del mandato l’agenda mattutina sarebbe stata sistematicamente posticipata per permettergli di smaltire la sbornia, secondo le fonti citate dall’inchiesta.

Il punto critico

Vulnerabilità per la sicurezza nazionale
La definizione che Fitzpatrick dà della condotta personale del direttore

Il manuale etico del Dipartimento di Giustizia vieta ai dipendenti di “fare uso abituale di alcol o altri intossicanti in eccesso”. L’ispettore generale ha più volte avvertito che bere fuori servizio espone i funzionari al rischio di coercizione da parte di servizi stranieri.

Tocca per leggere ogni capo d’accusa

1
Consumo di alcol fino all’intossicazione

Condotta personale

Bevute ricorrenti al club privato Ned’s a Washington e al Poodle Room di Las Vegas. Più volte la scorta non è riuscita a svegliarlo: in un caso ha dovuto sfondare la porta. Riunioni e briefing spostati al pomeriggio per smaltire le serate.

2
Comportamento erratico e paranoia

Stabilità al vertice

Descritto come “erratico, sospettoso e incline a saltare alle conclusioni”. Il 10 aprile, dopo un errore di accesso a un sistema interno, si è convinto di essere stato licenziato e ha allertato decine di collaboratori. La voce è arrivata fino alla Casa Bianca e al Congresso.

3
Licenziamenti “affrettati” nel controspionaggio anti-Iran

Sicurezza nazionale

Pochi giorni prima dell’inizio della campagna militare contro Teheran, Patel ha rimosso membri di una squadra di controspionaggio dedicata in parte all’Iran. Motivazione ufficiale: violazioni etiche legate alle indagini sul presidente. Più fonti definiscono i licenziamenti “affrettati”.

4
Errori operativi: Brown University e caso Kirk

Gestione FBI

Aveva annunciato sui social l’arresto di una “persona di interesse” per la sparatoria alla Brown University di dicembre, ma il sospettato è stato poi rilasciato. Funzionari interni si chiedono se l’abuso di alcol abbia avuto un ruolo anche nelle comunicazioni inesatte seguite all’omicidio di Charlie Kirk.

Le voci dopo l’inchiesta

KP

Kash Patel
Direttore FBI · su X

Querela

E' tutto falso. Ci vediamo in tribunale.

JB

Jesse Binnall
Avvocato di Patel

Difesa

L’articolo è categoricamente falso e diffamatorio.

KL

Karoline Leavitt
Portavoce della Casa Bianca

Difesa

Sotto Trump e Patel il crimine è sceso ai livelli più bassi degli ultimi cento anni.

SF

Sarah Fitzpatrick
Autrice dell’inchiesta · MS NOW

Conferma

Confermo ogni parola di questa inchiesta.

Tocca un evento per i dettagli

Dicembre 2025
Errore sulla sparatoria alla Brown University

Patel annuncia sui social l’arresto di una “persona di interesse”. Il sospettato viene poi rilasciato e la caccia all’autore prosegue.

Febbraio 2026
Trump richiama Patel dopo l’oro olimpico di hockey

Il presidente, astemio, esprime disappunto per le immagini di Patel che tracanna birra negli spogliatoi della nazionale Usa, vincitrice dell’oro a Milano-Cortina 2026.

Pre-guerra Iran
Licenziati membri del controspionaggio anti-Iran

Pochi giorni prima dell’inizio della campagna militare contro Teheran, Patel rimuove parte del team. Le fonti dell’Atlantic definiscono la decisione “affrettata”.

10 aprile 2026
Il “freak-out”: Patel si crede licenziato

Un errore di accesso a un sistema interno scatena chiamate frenetiche a collaboratori e alleati. La voce arriva al Congresso, costringendo la Casa Bianca a chiarire chi guidi davvero l’FBI.

17 aprile 2026
L’Atlantic pubblica l’inchiesta di Sarah Fitzpatrick

Oltre una ventina di interviste raccontano episodi di abuso di alcol, sparizioni, paranoia. Patel respinge tutto e annuncia querela. La Casa Bianca però discute già del successore.

Fonte: The Atlantic (inchiesta di Sarah Fitzpatrick), MS NOW · 17 aprile 2026

Le accuse sull’alcol


La parte più esplosiva dell’inchiesta riguarda però il consumo eccessivo di alcol da parte del direttore FBI. Secondo Fitzpatrick, Patel avrebbe bevuto fino a uno stato di evidente alterazione in almeno due locali citati con precisione: il club privato Ned’s di Washington, frequentato anche da membri dello staff della Casa Bianca, e il Poodle Room di Las Vegas, dove trascorrerebbe molti fine settimana. Proprio per questo, nei primi mesi del suo mandato da direttore, riunioni e briefing sarebbero stati spostati al pomeriggio, per dargli il tempo di smaltire le conseguenze delle sue serate.

Sempre secondo il racconto di Fitzpatrick, in alcune occasioni la sua scorta non sarebbe riuscita a svegliarlo. In un caso avrebbe addirittura chiesto il cosiddetto breaching equipment, cioè l’attrezzatura usata dalle squadre Swat per forzare gli ingressi, perché Patel risultava irraggiungibile dietro una porta chiusa.

Da notare che il manuale etico del Dipartimento di Giustizia vieta esplicitamente ai suoi dipendenti di fare un uso abituale ed eccessivo di alcol o altri intossicanti. Più volte, inoltre, l’ispettore generale del Dipartimento ha avvertito che il consumo di alcol fuori servizio non compromette solo il giudizio, ma può anche esporre i funzionari al rischio di coercizione da parte di servizi stranieri.

Il timore di un attentato e il team anti-Iran


Gli Stati Uniti sono attualmente in guerra con l’Iran, Paese che Washington classifica come sponsor del terrorismo, e diversi agenti dell’FBI citati da The Atlantic temono le conseguenze di un eventuale attentato sul suolo americano. “È questo che mi tiene sveglio la notte”, ha detto per esempio un funzionario al magazine. Eppure, proprio pochi giorni prima dell’inizio della campagna militare contro Teheran, Patel ha licenziato membri di una squadra di controspionaggio che si occupava anche dell’Iran, motivando la decisione con presunte violazioni etiche legate alle indagini sull'attuale presidente presidente condotte durante l’Amministrazione Biden. Ora diverse fonti definiscono quei licenziamenti “affrettati”.

Le difficoltà di Patel emergono però anche sul piano operativo. Sui social aveva annunciato l’arresto di “una persona di interesse” per la sparatoria alla Brown University del dicembre scorso, ma il sospettato è poi stato rilasciato senza accuse mentre la caccia all’autore proseguiva. E, in privato, alcuni funzionari dell’FBI si chiedono se l’abuso di alcol possa aver inciso anche sulle comunicazioni inesatte seguite all’omicidio dell’attivista conservatore Charlie Kirk.

Trump scontento, Patel respinge tutto


In questo contesto, il rapporto tra Patel e il presidente resta ambiguo. Trump ha apprezzato la resa dei conti con gli agenti coinvolti nelle indagini sul 6 gennaio e su di lui, ma avrebbe anche mostrato più volte insofferenza per le uscite televisive giudicate deboli e per la scarsa rapidità delle inchieste che Patel sta conducendo sugli ex funzionari dell’Amministrazione Biden. Inoltre, a febbraio, Trump, che non beve alcol e collega da sempre questa scelta alla morte del fratello maggiore Fred, segnato dall’alcolismo, avrebbe chiamato Patel per rimproverarlo dopo averlo visto tracannare birra negli spogliatoi della nazionale olimpica di hockey, appena laureatasi campione a Milano-Cortina 2026.

La replica di Patel all’inchiesta bomba di The Atlantic è arrivata con un post pubblicato su X, in tono minaccioso: “È tutto falso, ci vediamo in tribunale”.

see you and your entire entourage of false reporting in court... But do keep at it with the fake news, actual malice standard is now what some would call a legal lay up. t.co/MfbHH8OtLv pic.twitter.com/kw5U3LrfMM
— FBI Director Kash Patel (@FBIDirectorKash) April 18, 2026


Anche il suo avvocato, Jesse Binnall, ha liquidato l’inchiesta come “categoricamente falsa e diffamatoria”. Intanto la Casa Bianca ha pubblicamente fatto quadrato attorno al direttore, con la portavoce Karoline Leavitt che ha rivendicato come, sotto Trump e Patel, “il crimine sia sceso ai livelli più bassi degli ultimi cento anni”. Fitzpatrick, però, non ha arretrato di un passo: intervistata da MS NOW, ha detto di confermare “ogni parola” della sua inchiesta.


reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Colloqui segreti a L'Avana tra Stati Uniti e Cuba mentre Trump aumenta la pressione


Una delegazione di alto livello del Dipartimento di Stato ha incontrato funzionari cubani sull'isola. Washington chiede riforme economiche, liberazione dei prigionieri politici e apertura a Starlink di Musk.

Una delegazione di alto livello del Dipartimento di Stato americano ha incontrato nelle scorse settimane funzionari del governo cubano a L'Avana, in uno dei contatti diplomatici più significativi tra i due paesi dell'ultimo decennio. L'incontro è avvenuto mentre l'amministrazione del presidente Donald Trump intensifica la pressione economica sull'isola e ventila l'ipotesi di un intervento militare. La notizia, anticipata dal sito americano Axios, è stata confermata dal governo cubano attraverso il quotidiano di Stato Granma.

Alejandro Garcia del Toro, vicedirettore generale per le relazioni con gli Stati Uniti del ministero degli Esteri cubano, ha riferito al giornale che la delegazione americana era composta da sottosegretari di Stato, mentre quella cubana includeva funzionari a livello di viceministri degli Esteri. Il diplomatico ha definito lo scambio rispettoso e professionale, smentendo la versione di alcuni media americani secondo cui Washington avrebbe imposto ultimatum o scadenze perentorie. Garcia del Toro ha anche sottolineato che la priorità assoluta per la delegazione cubana è stata ottenere la fine del blocco energetico imposto da tre mesi dagli Stati Uniti, definendolo una punizione ingiustificata per l'intera popolazione cubana e un ricatto globale contro gli Stati sovrani che intendono esportare combustibile a Cuba.

Secondo quanto riportato da Axios, i funzionari americani hanno incontrato il 10 aprile a L'Avana diversi responsabili cubani, tra cui Raul Guillermo Rodriguez Castro, nipote dell'ex leader Raul Castro. Pur non avendo incarichi ufficiali di governo, il nipote ricopre il ruolo di capo della sicurezza del nonno ed era già stato citato da media americani come interlocutore di funzionari vicini al segretario di Stato Marco Rubio in precedenti conversazioni riservate. Un funzionario del Dipartimento di Stato ha dichiarato a CNN che si tratta della prima volta che un aereo del governo americano atterra a Cuba dal 2016, anno della visita dell'allora presidente Barack Obama, escludendo gli scali alla base di Guantanamo.

Il funzionario ha riferito a CNN che la delegazione ha insistito sulla necessità per Cuba di avviare riforme economiche e di governance significative per aumentare la competitività, attrarre investimenti stranieri e consentire una crescita trainata dal settore privato. Tra le proposte sul tavolo, secondo CNN e Reuters, ci sarebbero l'introduzione a Cuba del servizio internet satellitare Starlink di Elon Musk e un meccanismo di compensazione per cittadini e aziende americane per i beni confiscati dopo la rivoluzione del 1959, misura che potrebbe trovare il favore della diaspora cubana negli Stati Uniti. Washington avrebbe inoltre chiesto la liberazione dei prigionieri politici, la fine della repressione politica e un aumento delle libertà individuali, esprimendo preoccupazione per la presenza di gruppi di intelligence, militari e terroristici stranieri operativi con il permesso del governo cubano a meno di 160 chilometri dal territorio americano.

Il contesto in cui si svolgono i colloqui è segnato da forti tensioni. Oltre all'embargo in vigore dal 1962, da gennaio l'amministrazione Trump impone restrizioni drastiche alle importazioni cubane di petrolio, aggravando la crisi energetica ed economica dell'isola. A fine marzo una petroliera battente bandiera russa è stata tuttavia autorizzata a entrare nelle acque cubane: la Casa Bianca ha motivato la decisione dicendo che i cubani devono sopravvivere, precisando che non si tratta di un cambio di politica. Il presidente americano ha più volte evocato un'azione militare contro L'Avana, richiamando quella che ha descritto come una vittoria contro Nicolás Maduro in Venezuela. In un intervento di venerdì, Trump ha affermato che a gennaio i militari americani erano entrati nel cuore della capitale venezuelana per catturare il dittatore fuorilegge Maduro e portarlo davanti alla giustizia americana, annunciando una nuova alba per Cuba.

Dal canto suo il presidente cubano Miguel Diaz-Canel ha assunto toni sempre più duri. Nel corso delle celebrazioni per il 65esimo anniversario della vittoria cubana sulla Baia dei Porci contro le forze esuli addestrate dalla Central Intelligence Agency, ha promesso di aprire il fuoco contro qualsiasi nuovo tentativo di invasione. Domenica la televisione di Stato lo ha mostrato mentre firmava, insieme ad altri funzionari, una dichiarazione in cui si impegnava a non negoziare mai i principi della rivoluzione cubana. Giovedì Mariela Castro, figlia di Raul Castro, ha dichiarato ai giornalisti che il padre partecipa alle analisi per le decisioni legate ai negoziati.

Il percorso diplomatico va avanti da mesi. Trump aveva parlato di discussioni in corso a metà gennaio, mentre Diaz-Canel ha confermato i colloqui due mesi dopo. Alla vigilia di quell'annuncio L'Avana aveva reso nota la liberazione di 51 detenuti come segnale di buona volontà verso il Vaticano, mediatore storico tra i due paesi, a cui è seguita il 4 aprile la grazia per oltre 2.000 prigionieri in occasione della settimana santa. L'organizzazione per i diritti umani Cubalex, con sede a Miami, ha però denunciato la scarsa trasparenza del processo, precisando di aver potuto confermare soltanto la liberazione di 24 prigionieri politici e che nessun detenuto per motivi politici è stato graziato. A metà marzo L'Avana ha inoltre aperto agli investimenti dei cubani residenti all'estero in numerosi settori, compresi agricoltura e banche. Il segretario di Stato Rubio, di origini cubane e storico oppositore del regime comunista, ha giudicato queste misure lontane dall'essere sufficienti, chiedendo un cambiamento economico e politico radicale.

Sul piano internazionale, i leader di Messico, Spagna e Brasile hanno espresso sabato preoccupazione per la drammatica situazione cubana, sollecitando un dialogo sincero e rispettoso. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato lunedì che non esiste alcuna giustificazione evidente per un attacco americano a Cuba, aggiungendo che la capacità di difendersi non implica il diritto di intervenire militarmente in altri Stati quando i loro sistemi politici non corrispondono a quelli auspicati da altri.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Iran, i negoziati si complicano tra le uscite pubbliche di Trump e le smentite di Teheran


Nei giorni scorsi il presidente americano ha parlato di un accordo vicino e di concessioni già accettate dall’Iran, ma molte sue affermazioni sono state smentite o ridimensionate, aumentando l’incertezza sull'andamento dei colloqui.

Nel fine settimana Stati Uniti e Iran sembravano avvicinarsi a un’intesa per mettere fine a una guerra durata sette settimane. I negoziati hanno però subito un nuovo contraccolpo dopo una serie di dichiarazioni pubbliche di Donald Trump, che con i giornalisti e sui social ha parlato di un accordo ormai vicino e di punti che, stando a diverse fonti, non erano ancora stati concordati.

Trump ha sostenuto che Teheran avesse già accettato alcune richieste centrali di Washington, tra cui la consegna dell’uranio arricchito e una sospensione illimitata del programma nucleare. I funzionari iraniani hanno però smentito pubblicamente gran parte di queste ricostruzioni, facendo rapidamente svanire l’ottimismo su un’intesa imminente.

Anche alcuni esponenti dell’Amministrazione americana hanno riconosciuto in privato che le parole del presidente hanno complicato i colloqui. La trattativa resta estremamente delicata, sia per la profonda sfiducia dell’Iran verso gli Stati Uniti, sia per la necessità di Teheran di non apparire debole sul piano interno.

A rendere ancora più fragile il negoziato sono anche le tensioni interne al fronte iraniano. Washington sospetta una divisione tra il team negoziale guidato dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, e il Corpo delle guardie Rivoluzionarie islamiche. Il punto è capire chi abbia davvero l’autorità per dare il via libera definitivo a un accordo.

In questo contesto, anche la tregua tra Washington e Teheran appare instabile. Domenica un cacciatorpediniere americano ha aperto il fuoco e sequestrato una nave cargo iraniana che avrebbe tentato di superare il blocco navale statunitense nel Golfo di Oman, alimentando ulteriormente la tensione.

Con la scadenza della tregua di due settimane ormai vicina, Trump si trova davanti a una scelta: accettare un accordo anche imperfetto oppure intensificare un conflitto che aveva assicurato si sarebbe già chiuso. Ieri dall’Iran sono arrivati segnali meno rigidi sulla possibilità di proseguire i colloqui, ma i contorni di una possibile intesa restano ancora poco chiari.

La Casa Bianca continua però a mostrarsi ottimista. La portavoce Karoline Leavitt ha dichiarato che gli Stati Uniti non sono mai stati così vicini a un buon accordo con l’Iran grazie alla capacità negoziale di Trump. Le distanze tra le parti, però, sui nodi centrali restano ampie.

Trump ha fissato alcune linee rosse, tra cui il congelamento dell’arricchimento dell’uranio e la consegna delle scorte iraniane di materiale vicino al grado militare. Teheran, invece, insiste sul mantenimento del controllo dello Stretto di Hormuz e chiede la revoca delle sanzioni statunitensi.

Nel corso delle trattative sono emerse diverse ipotesi. Nella prima tornata di colloqui i negoziatori americani hanno proposto una pausa di 20 anni nell’arricchimento dell’uranio. L’Iran ha risposto con una proposta di 5 anni, respinta da Washington. Più di recente, una persona informata sui colloqui ha riferito che la parte iraniana avrebbe avanzato una sospensione di 10 anni, seguita da un altro decennio con arricchimento consentito solo a livelli molto inferiori alla soglia militare. Trump, però, ha ribadito di non voler accettare alcuna forma di arricchimento a tempo indefinito e di non gradire neppure l’ipotesi dei vent’anni.

L’Amministrazione americana starebbe inoltre valutando di sbloccare 20 miliardi di dollari di asset iraniani nell’ambito dei colloqui, in cambio della consegna delle scorte di uranio altamente arricchito.

Per Trump pesa anche un vincolo politico preciso: non accettare un accordo che possa essere paragonato al Joint Comprehensive Plan of Action dell’era Obama, da lui abbandonato nel 2018 e più volte definito debole. Per questo l’obiettivo minimo dei negoziatori sarebbe arrivare almeno a un’intesa quadro, da trasformare poi in un negoziato più dettagliato nelle settimane successive. Anche questa strada, però, ha i suoi critici, convinti che l’Iran possa usare i colloqui per prendere tempo.

A rendere ancora più confuso il quadro contribuiscono poi le versioni contrastanti fornite da Trump su aspetti concreti del negoziato. Domenica il presidente ha detto a vari interlocutori che il vicepresidente JD Vance non avrebbe partecipato al nuovo round di colloqui per ragioni di sicurezza. Nello stesso momento, però, due alti funzionari della sua Amministrazione, Mike Waltz e Chris Wright, dichiaravano in televisione che sarebbe stato proprio Vance a guidare la delegazione in Pakistan, come nel primo round.

Alla fine, la versione corretta era quella dei due funzionari e non quella di Trump. Il giorno dopo il presidente ha fornito un altro aggiornamento rivelatosi inesatto, dicendo che Vance era già in volo verso il Pakistan poco prima che il suo corteo arrivasse invece alla West Wing. Fonti informate affermano che la partenza dovrebbe avvenire oggi e che i colloqui dovrebbero iniziare domani mattina a Islamabad, anche se la situazione resta fluida.

Anche la scadenza della tregua è diventata incerta. Trump l’aveva annunciata inizialmente collocando così il termine delle due settimane nella serata di martedì. In seguito, però, ha detto a Bloomberg che la tregua si concluderà mercoledì sera, concedendo di fatto un altro giorno di margine per negoziare prima di decidere se colpire ponti e centrali elettriche iraniane.

Lo stesso presidente ha alternato posizioni diverse anche sulla possibilità di prorogare la tregua. In una risposta ha detto che, senza accordo, i combattimenti sarebbero ripresi. In un’altra si è detto disponibile a un’estensione. In una terza ha suggerito che forse non ce ne sarebbe stato bisogno, se i colloqui avessero registrato passi avanti.

Internamente, il presidente ha inviato segnali contrastanti anche sui prezzi della benzina, saliti con la guerra e con le tensioni sulle rotte energetiche globali. Lunedì ha detto che i prezzi scenderanno non appena il conflitto finirà, dopo aver definito sbagliata la previsione del Segretario all’Energia Chris Wright, secondo cui il prezzo non tornerà a 3 dollari al gallone prima del 2027. Una settimana prima, però, lo stesso Trump aveva detto di aspettarsi prezzi più o meno stabili fino a novembre, o persino leggermente più alti.

Secondo AAA, il prezzo medio nazionale di un gallone di benzina è attorno ai 4,04 dollari, quasi 90 centesimi in più rispetto a un anno prima. Analisti ed economisti dell’energia avvertono che i prezzi potrebbero restare elevati anche se lo Stretto di Hormuz dovesse riaprirsi, perché i ribassi alla pompa tendono ad arrivare più lentamente degli aumenti.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Chavez-DeRemer lascia la guida del Dipartimento del Lavoro americano


La segretaria al Lavoro è la terza figura di alto rango a uscire dal governo in meno di due mesi, dopo Kristi Noem e Pam Bondi. Al suo posto, in via temporanea, Keith Sonderling.

Lori Chavez-DeRemer ha lasciato la guida del Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, travolta da un'inchiesta interna per presunti abusi di potere che includono una relazione con un membro della sua scorta, il consumo di alcol durante il servizio e l'uso di fondi pubblici per viaggi personali mascherati da trasferte ufficiali. L'annuncio è arrivato lunedì sera attraverso Steven Cheung, consigliere del presidente e direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, che ha comunicato la notizia su X. A sostituirla in via temporanea sarà il vice segretario Keith Sonderling.

Chavez-DeRemer è la terza figura di vertice a uscire dall'amministrazione del presidente Donald Trump nel giro di poche settimane, dopo l'ex segretaria alla Homeland Security Kristi Noem, licenziata a marzo, e l'ex attorney general Pam Bondi, rimossa all'inizio di aprile. A differenza delle altre due uscite, questa non è stata annunciata dal presidente sui suoi canali social, ma appunto da un collaboratore della Casa Bianca.

Nel messaggio diffuso dall'amministrazione, Cheung ha definito "eccezionale" il lavoro svolto dalla segretaria uscente nel proteggere i lavoratori americani, promuovere pratiche del lavoro eque e aiutare i cittadini ad acquisire nuove competenze. Ha aggiunto che Chavez-DeRemer lascia il governo per assumere un incarico nel settore privato.

L'indagine interna è condotta dall'ispettore generale del Dipartimento del Lavoro e si basa su una serie di denunce emerse a partire da gennaio, quando il New York Post ha pubblicato per primo i dettagli delle accuse. Secondo le segnalazioni, la segretaria avrebbe chiesto allo staff di svolgere commissioni private per sé e per il marito, come ritirare capi in lavanderia, acquistare vino e riordinare il suo armadio, ricorrendo a minacce per ottenere obbedienza. Messaggi di testo ottenuti dall'ispettore generale mostrerebbero inoltre che familiari della segretaria inviavano con regolarità richieste personali a giovani dipendenti.

Un'inchiesta pubblicata la scorsa settimana dal New York Times ha aggiunto ulteriori elementi. Secondo il quotidiano, il marito della segretaria, Shawn DeRemer, e il padre, Richard Chavez, scambiavano messaggi con giovani dipendenti donne. Alcune di queste sarebbero state istruite dalla stessa Chavez-DeRemer e dall'ex vice capo di gabinetto di "prestare attenzione" ai membri della famiglia. Altre denunce parlano di scorte di alcolici tenute in ufficio e di un clima di lavoro ostile. Almeno quattro funzionari del Dipartimento hanno già perso il posto nel corso dell'inchiesta, tra cui l'ex capo di gabinetto, l'ex vice capo di gabinetto e il membro della scorta con cui la segretaria avrebbe avuto la relazione.

Nella sua dichiarazione di commiato, pubblicata su X, Chavez-DeRemer ha respinto le accuse e ha attaccato i media. "Le accuse contro di me, la mia famiglia e il mio team sono state diffuse da attori di alto rango del deep state che hanno coordinato i loro sforzi con media di parte e continuano a minare la missione del presidente Trump", ha scritto. Ha poi rivendicato i risultati della sua gestione, sostenendo di aver contribuito a creare nuovi percorsi verso lavori ben retribuiti, preparato i lavoratori all'era dell'intelligenza artificiale e promosso la sicurezza previdenziale. Ha ringraziato Trump definendolo "il più grande presidente della mia vita" e ha anticipato il passaggio al settore privato.

Sia la Casa Bianca sia il Dipartimento del Lavoro avevano inizialmente respinto come infondate le prime segnalazioni. Con l'emergere di nuovi elementi, però, le smentite ufficiali sono diventate progressivamente più caute e la permanenza di Chavez-DeRemer nell'incarico è diventata oggetto di speculazioni a Washington.

Prima delle accuse, la segretaria era stata una delle scelte meno in vista del gabinetto Trump, ma aveva dato un contributo rilevante all'agenda di deregolamentazione dell'amministrazione. Nell'ultimo anno il Dipartimento del Lavoro ha avviato la riscrittura o l'abrogazione di oltre 60 norme sul lavoro considerate obsolete. Tra i provvedimenti figuravano la revisione dei requisiti di salario minimo per gli operatori dell'assistenza domiciliare e per i lavoratori con disabilità, oltre alle regole sull'esposizione a sostanze pericolose e sulle procedure di sicurezza nelle miniere. Le scelte hanno suscitato critiche da parte dei sindacati e degli esperti di sicurezza sul lavoro.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Tim Cook lascia la guida di Apple dopo quindici anni


John Ternus prenderà il posto dell'amministratore delegato, che diventerà presidente esecutivo. La transizione arriva in un momento difficile sul fronte dell'intelligenza artificiale.

Tim Cook lascerà la carica di amministratore delegato di Apple a settembre, chiudendo quindici anni alla guida dell'azienda di Cupertino. Lo ha annunciato lui stesso con una lettera pubblicata lunedì sul sito dell'azienda. Il suo successore sarà John Ternus, cinquantenne attuale responsabile del settore hardware, mentre Cook assumerà il ruolo di presidente esecutivo.

L'annuncio chiude una delle gestioni più redditizie nella storia del capitalismo americano. Durante il mandato di Cook, iniziato nell'agosto 2011 poco prima della morte del cofondatore Steve Jobs, il valore di mercato di Apple è passato da circa 350 miliardi di dollari a circa 4.000 miliardi, con un profitto annuo quadruplicato a oltre 110 miliardi di dollari. Il fatturato annuo è salito da 108 a 416 miliardi di dollari.

Ternus, laureato all'Università della Pennsylvania nel 1997, è entrato in Apple nel 2001. Ha iniziato lavorando sugli schermi dei Mac per poi assumere responsabilità crescenti nello sviluppo hardware, fino a supervisionare negli ultimi cinque anni l'ingegneria di iPhone, iPad e Mac. Sarà l'ottavo amministratore delegato nei cinquant'anni di storia dell'azienda e il terzo da quando Jobs tornò nel 1997 a risollevare Apple da una situazione prossima al fallimento. Contestualmente, Apple ha promosso Johny Srouji, finora responsabile dei chip progettati internamente, a chief hardware officer, con la supervisione anche dell'ingegneria hardware finora affidata a Ternus. Per consentire la nuova posizione di Cook, Arthur Levinson lascerà il ruolo di presidente non esecutivo pur restando nel consiglio di amministrazione.

Il passaggio di consegne arriva in un momento delicato per l'azienda. Apple è rimasta indietro nella corsa all'intelligenza artificiale, settore in cui ha faticato a mantenere le promesse fatte quasi due anni fa. All'inizio dell'anno si è rivolta a Google per trasformare l'assistente virtuale Siri in uno strumento più conversazionale e versatile. Nel frattempo, il produttore di chip Nvidia ha superato Apple nella classifica delle aziende più capitalizzate al mondo, diventando la prima a raggiungere prima i 4.000 e poi i 5.000 miliardi di dollari di valore. Dan Ives, analista di Wedbush Securities, ha dichiarato che Cook ha creato un'eredità importante ma era arrivato il momento di passare il testimone a Ternus con la strategia sull'intelligenza artificiale come priorità.

La dipendenza dalla Cina resta un'altra fragilità. L'azienda produce circa l'80% degli iPhone nel paese, che rappresenta a volte un quarto del fatturato annuo. Jason Snell, che scrive di Apple su Sixcolors.com e MacWorld, ha detto a NPR che l'azienda ha concentrato tanto le operazioni in Cina che serviranno probabilmente decenni per ridurre questa dipendenza. Cook ha tentato di diversificare la catena di fornitura spostando parte della produzione in India e Brasile.

Il rapporto con la politica è diventato centrale nel ruolo di Cook. L'amministratore delegato è diventato il principale diplomatico dell'industria tecnologica, con visite regolari a Washington e Pechino per mediare tra le agende spesso contrastanti del presidente Trump e del leader cinese Xi Jinping. Durante il primo mandato di Trump, Cook era riuscito a ottenere esenzioni dai dazi sull'iPhone. Nell'attuale amministrazione, il presidente ha imposto dazi sul dispositivo pur chiedendo lo spostamento della produzione negli Stati Uniti. Cook ha limitato l'impatto spostando in India la produzione degli iPhone destinati al mercato statunitense e ottenendo esenzioni in cambio della promessa di investire 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti. Apple ha dichiarato che nel nuovo ruolo di presidente esecutivo Cook si occuperà dei rapporti con i decisori politici nel mondo.

Sotto la sua guida, l'azienda ha ampliato il proprio perimetro oltre l'hardware, lanciando servizi in abbonamento come Apple News, Apple TV+ e Apple Pay, che oggi rappresentano circa un quarto del fatturato annuo. Ha introdotto nuove linee di prodotto come Apple Watch e AirPods, oltre alle cuffie Beats. Altri progetti non hanno però avuto successo: il visore Vision Pro, lanciato nel 2024 nel campo della realtà aumentata, è stato considerato deludente, mentre il progetto per costruire un'auto a guida autonoma è stato abbandonato dopo anni di investimenti.

Peter Oppenheimer, direttore finanziario di Apple dal 2004 al 2014, ha detto al New York Times che Cook si è trovato a indossare le scarpe più grandi che qualcuno al mondo abbia mai dovuto calzare e ha svolto un lavoro straordinario. Dipanjan Chatterjee, analista di Forrester Research, ha dichiarato a Euronews che Jobs non era un predecessore facile da seguire ma Cook ha trasformato quell'eredità in una potenza finanziaria resistente. Lo stesso analista ha però osservato che Cook non ha mai supervisionato un'innovazione di portata tale da ridefinire la posizione competitiva di Apple per i prossimi vent'anni, come aveva fatto Jobs con l'iPhone.

Cook, originario dell'Alabama e in precedenza dirigente di Compaq e IBM, nel 2014 è diventato il primo amministratore delegato di un'azienda Fortune 500 a dichiararsi pubblicamente omosessuale, con un saggio personale accolto come un momento importante per il movimento dei diritti LGBTQ. Jo-Ellen Pozner, professoressa associata alla business school della Santa Clara University, ha detto a NPR che la scelta di Ternus segnala un rafforzamento della strategia sull'hardware, settore che è stato estremamente redditizio per l'azienda. Apple pubblicherà i risultati finanziari del primo trimestre il 30 aprile, occasione in cui Cook e Ternus potrebbero fornire ulteriori dettagli sulla transizione.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

La rassegna stampa di martedì 21 aprile 2026


Il candidato di Trump per la Fed Kevin Warsh verso l'audizione al Senato mentre Tim Cook lascia la guida di Apple a John Ternus

Questa è la rassegna stampa di martedì 21 aprile 2026

Kevin Warsh verso l'audizione per la presidenza della Federal Reserve


Kevin Warsh, il candidato di Donald Trump per la presidenza della Federal Reserve, si presenterà martedì mattina davanti alla Commissione Bancaria del Senato per un'audizione di conferma che potrebbe essere tra le più controverse degli ultimi decenni. L'audizione arriva mentre il senatore repubblicano Thom Tillis della North Carolina si oppone alla nomina, rifiutandosi di cedere nella battaglia relativa all'indagine del presidente su Jerome Powell.

Fonti: Bloomberg Politics, Financial Times

Tim Cook lascia la guida di Apple, John Ternus nuovo CEO


Apple ha annunciato che Tim Cook si dimetterà dalla carica di CEO dopo quasi 15 anni di leadership, diventando presidente esecutivo del consiglio di amministrazione. John Ternus, attuale vicepresidente senior dell'ingegneria hardware, assumerà il ruolo di CEO a settembre, segnalando la volontà dell'azienda di mantenere la sua strategia cauta e redditizia.

Fonti: New York Times, Financial Times, The Hill

La segretaria al Lavoro Lori Chavez-DeRemer si dimette tra accuse di cattiva condotta


La segretaria al Lavoro Lori Chavez-DeRemer ha rassegnato le dimissioni per assumere un incarico nel settore privato, dopo una serie di accuse di cattiva condotta tra cui una presunta relazione con un subordinato e consumo di alcol sul lavoro. È la terza donna del gabinetto Trump a lasciare l'incarico dopo Kristi Noem e Pam Bondi.

Fonti: The Guardian, Bloomberg Politics, The Hill

Trump accumula un miliardo di dollari per le elezioni di midterm


Il Super PAC pro-Trump ha raccolto 35,6 milioni di dollari a marzo, contribuendo a un fondo di guerra di oltre un miliardo di dollari che Trump e il Partito Repubblicano hanno accumulato per cercare di mantenere le maggioranze congressuali nelle difficili elezioni di midterm. Il fondo di MAGA Inc ha raggiunto quasi 350 milioni di dollari con donazioni da miliardari come Diane Hendricks.

Fonti: Bloomberg Politics, Financial Times

I colloqui USA-Iran verso una possibile ripresa mentre il cessate il fuoco scade


Il vicepresidente JD Vance dovrebbe partire martedì per l'Islamabad per i colloqui di pace con l'Iran, mentre Trump ha dichiarato "altamente improbabile" l'estensione del cessate il fuoco di due settimane senza un accordo. L'Iran ha accusato Trump di violare il cessate il fuoco e ha minacciato di "rivelare nuove carte sul campo di battaglia" se i combattimenti dovessero riprendere.

Fonti: Financial Times, The Hill, Semafor

Il Giappone elimina il divieto di esportazione di armi letali


Il Giappone ha rimosso la maggior parte delle restrizioni sulle esportazioni di armi, permettendo per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale la vendita di armamenti all'estero in una mossa storica che rompe con il pacifismo del dopoguerra. La decisione della premier Sanae Takaichi mira a rafforzare la base industriale della difesa giapponese di fronte alle crescenti minacce dalla Cina.

Fonti: Bloomberg Politics, New York Times, NPR

L'amministrazione Trump firma memorandum per aumentare la produzione di combustibili fossili


Trump ha firmato una serie di memorandum per aumentare la produzione domestica di petrolio, carbone e gas naturale per la "prontezza alla difesa", sostenendo che un approvvigionamento "inadeguato" rappresenta una minaccia alla sicurezza. I memorandum citano l'ordine esecutivo del 20 gennaio 2025 che dichiarava un'emergenza energetica nazionale.

Fonti: The Guardian

Una corte della Pennsylvania annulla il divieto sui fondi Medicaid per gli aborti


Una corte della Pennsylvania ha stabilito che la costituzione statale garantisce il diritto all'aborto, annullando una legge decennale che vietava l'uso dei fondi Medicaid statali per coprire i costi degli aborti. La decisione di un collegio diviso di sette giudici rappresenta una grande vittoria per Planned Parenthood e gli operatori delle cliniche abortive.

Fonti: The Guardian

JPMorgan investe 1,5 mila miliardi di dollari in Europa e Regno Unito per la sicurezza


JPMorgan ha annunciato un piano decennale da 1,5 mila miliardi di dollari per aiutare le aziende nei settori della difesa, dell'energia e di altri settori critici a raccogliere fondi in Europa e nel Regno Unito. L'iniziativa fa parte degli sforzi della banca per sostenere la sicurezza e la resilienza economica transatlantica.

Fonti: Financial Times

Amazon e Anthropic raggiungono un accordo da 100 miliardi per l'infrastruttura AI


Anthropic, la startup dietro lo strumento Claude AI, ha raggiunto un accordo da 100 miliardi di dollari con Amazon per aumentare le sue capacità di chip e potenza di calcolo dopo aver subito interruzioni quest'anno. L'accordo mira a rafforzare la competitività dell'azienda nel mercato dell'intelligenza artificiale in rapida crescita.

Fonti: Financial Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Trump annuncia la pace con l'Iran in giornata, ma il suo vice è ancora a Washington


Il presidente Usa parla di firma “in giornata” a Islamabad, ma il vicepresidente non è ancora partito. Sullo sfondo, Hormuz resta chiuso, una nave iraniana è stata sequestrata dagli Stati Uniti e aumentano le fratture nella leadership iraniana.

Donald Trump ha annunciato oggi che l'accordo di pace con l'Iran sarà firmato “in giornata” a Islamabad e che il vicepresidente J.D. Vance sarebbe già in viaggio. In realtà Vance si trova ancora a Washington e aspetta un segnale da Teheran prima di partire. Il dettaglio, riportato da Axios, fotografa l'incertezza che pesa sul negoziato quando ormai mancano 24 ore alla scadenza del cessate il fuoco.

Fino a pochi giorni fa la trattativa sembrava vicina a una svolta positiva. Venerdì il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva dichiarato lo Stretto di Hormuz “completamente aperto”, spingendo i mercati globali a reagire con entusiasmo. Trump, sempre ad Axios, aveva detto che un'intesa poteva arrivare “in un giorno o due”. Ventiquattr'ore dopo, però, la situazione era di nuovo precipitata.

Sabato, poche ore dopo le parole di Araghchi, unità iraniane hanno sparato colpi di avvertimento contro alcune navi che tentavano di attraversare lo Stretto, sostenendo di agire in risposta al mancato sblocco navale americano. Ieri gli Stati Uniti hanno alzato ulteriormente la pressione sequestrando nel Golfo dell'Oman una nave cargo iraniana, la Touska.

Secondo funzionari americani citati da Axios, questi episodi mostrano l'esistenza di una frattura nella leadership iraniana tra il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il comandante delle Guardie della Rivoluzione Ahmad Vahidi. “Pensavamo di negoziare con le persone giuste”, ha detto ad Axios un funzionario dell'amministrazione. “Ma quando il team iraniano è tornato indietro, le Guardie della Rivoluzione hanno risposto: voi non parlate per nostro conto”.

Negoziato Usa-Iran: la corsa contro il tempo

Negoziato in bilico
Usa-Iran, la corsa contro il tempo
Il punto a poche ore dalla scadenza del cessate il fuoco

Scadenza del cessate il fuoco · 22 aprile, ore 02:00 italiane

24
Ore

:

00
Minuti

:

00
Secondi

Trump annuncia la firma a Islamabad "in giornata". Ma Vance è ancora a Washington in attesa di un segnale da Teheran.

Nodi Frattura Ore decisive Scenari

I quattro dossier sul tavolo

Fondi congelati
L'offerta americana

CifraFino a 20 mld $
ContropartitaConsegna uranio altamente arricchito
StatoContestato pubblicamente da Trump

Arricchimento uranio
Il punto più controverso

Richiesta UsaMoratoria temporanea
Posizione IranNessuna resa
PrecedenteAccordo 2015 bocciato da Trump

Sanzioni
La leva economica Usa

StrumentoBlocco navale nel Golfo
Ultima mossaSequestro cargo "Touska"
Lettura Casa Bianca"Devastazione economica reale"

Stretto di Hormuz
Il test della buona fede

Annuncio AraghchiStretto "completamente aperto"
Reazione mercatiEntusiasmo iniziale
24 ore dopoColpi di avvertimento a navi

La doppia voce di Teheran

Fronte diplomatico
Mohammad Bagher Ghalibaf
Presidente del Parlamento iraniano
Apertura al dialogo

Fronte militare
Ahmad Vahidi
Comandante delle Guardie della Rivoluzione
Linea dura

La conferma dalla Casa Bianca

"Pensavamo di negoziare con le persone giuste. Ma quando il team iraniano è tornato indietro, le Guardie della Rivoluzione hanno risposto: voi non parlate per nostro conto."
Funzionario Usa ad Axios

La replica di Pezeshkian

"Il rispetto degli impegni è la base di un dialogo significativo. Gli iraniani non si sottometteranno mai alla forza."
Masoud Pezeshkian, presidente iraniano, su X

Le ore che hanno cambiato il negoziato

Venerdì
Araghchi: Hormuz "completamente aperto"

Il Ministro degli Esteri iraniano annuncia la riapertura dello Stretto. I mercati globali reagiscono con entusiasmo. Trump parla di un'intesa possibile "in un giorno o due".

Sabato
Colpi di avvertimento iraniani nello Stretto

Poche ore dopo l'annuncio di Araghchi, unità iraniane hanno aperto il fuoco contro alcune navi che tentavano di attraversare Hormuz. La motivazione ufficiale: mancato sblocco navale americano.

Ieri
Gli Stati Uniti sequestrano la cargo "Touska"

Nel Golfo dell'Oman Washington alza la pressione fermando con la forza una nave cargo iraniana. Segnale chiaro: il blocco economico resta pienamente operativo.

Oggi
Trump: firma prevista "in giornata" a Islamabad

Il presidente annuncia la firma imminente dell'accordo e sostiene che Vance sia già in viaggio. Secondo Axios, il vicepresidente è invece ancora a Washington e attende un segnale da Teheran.

+24h
Scadenza del cessate il fuoco

Secondo la Casa Bianca, ci sono solo due esiti opposti: un nuovo attacco militare oppure un accordo di pace. Intanto Washington prepara un piano B nel caso in cui il negoziato fallisca.

La guerra "in tre fasi" secondo la Casa Bianca

FASE 1
Bombardamenti

FASE 2
Pressione economica

FASE 3
Accordo o nuovo attacco

"Dipende dagli iraniani", funzionario Usa ad Axios
Il piano B: opzione militare

Isola di Kharg
Hub dell'export petrolifero iraniano

IpotesiOccupazione dell'isola
ObiettivoTagliare l'export energetico iraniano
InnescoFallimento dei negoziati di pace

Il precedente citato da Trump

L'accordo nucleare con l'Iran del 2015, negoziato dall'Amministrazione Obama, era "uno dei peggiori mai conclusi". La nuova intesa, promette, sarà "di gran lunga migliore".
Donald Trump su Truth Social

Elaborazione FocusAmerica su fonti: Axios, Truth Social, X · Aggiornato al 20.04.2026

Sul tavolo del negoziato resta, al momento, una bozza che tocca i nodi centrali del confronto: sanzioni, limiti all'arricchimento dell'uranio, fondi iraniani congelati e destino dello stock di uranio arricchito. Gli Stati Uniti avrebbero offerto fino a 20 miliardi di dollari di fondi attualmente congelati in cambio della consegna delle scorte di uranio iraniano altamente arricchito e di una moratoria temporanea sull'arricchimento. Trump, però, ha contestato pubblicamente questa ricostruzione, sebbene dalle indiscrezioni resti confermato che l'arricchimento è uno dei punti centrali e più controversi del negoziato.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha replicato su X con toni duri. “Il rispetto degli impegni è la base di un dialogo significativo”, ha scritto, accusando Washington di inviare “segnali contraddittori” e di puntare alla “resa” dell'Iran. “Gli iraniani non si sottometteranno mai alla forza”. Allo stesso tempo, Trump ha usato Truth Social per attaccare il precedente accordo sul nucleare iraniano del 2015 negoziato dall'Amministrazione Obama, definendolo “uno dei peggiori mai conclusi” e promettendo che la nuova intesa sarà “di gran lunga migliore”.

Alla Casa Bianca prevale, per il momento, la convinzione che l'Iran stia cedendo sotto la pressione economica del blocco navale. “Pensiamo che non possano reggere. La devastazione economica è reale”, ha spiegato un funzionario. Intanto Washington mette a punto un piano B nel caso in cui i negoziati dovessero fallire: una nuova fase militare che potrebbe comprendere anche l'occupazione dell'isola strategica di Kharg. La campagna di bombardamenti, ha aggiunto la stessa fonte, “potrebbe essere stata solo la fase uno. Ora siamo nella fase due. Se la fase tre sarà un nuovo attacco o un accordo di pace, dipende dagli iraniani”.

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Gli americani bocciano la guerra con l'Iran di Trump


Sette settimane dopo l'inizio del conflitto, solo il 38 per cento sostiene gli attacchi militari e il 41 per cento ritiene che il presidente non abbia un piano per risolvere la crisi.

Sette settimane dopo l'inizio della guerra con l'Iran, la maggioranza degli elettori americani ritiene che il presidente Donald Trump non abbia un piano chiaro e dubita che stia raggiungendo gli obiettivi fissati per il conflitto. È quanto emerge dal nuovo sondaggio di Politico, realizzato dalla società di ricerca indipendente Public First con sede a Londra, che misura mensilmente l'opinione pubblica statunitense su un'ampia gamma di temi politici.

I dati mostrano un consenso debole per l'azione militare: solo il 38 per cento degli americani sostiene i raid condotti congiuntamente da Stati Uniti e Israele. Le opinioni sono rimaste sostanzialmente invariate rispetto ai giorni successivi agli attacchi, nonostante l'amministrazione abbia avuto settimane di tempo per costruire la propria narrazione. La maggioranza degli intervistati ritiene inoltre che la guerra non sia negli interessi del popolo americano.

Il 41 per cento degli elettori afferma che Trump non ha un piano per risolvere il conflitto, una percentuale quasi identica a quella del mese scorso. Il 27 per cento pensa invece che il presidente abbia una strategia, mentre un altro 15 per cento ritiene che pur non avendo un piano definito, le sue azioni porteranno comunque a una soluzione. Sul fronte degli obiettivi, solo il 15 per cento degli americani pensa che il presidente li abbia raggiunti, mentre il 25 per cento crede che li raggiungerà in futuro. Circa quattro intervistati su dieci ritengono che Trump non raggiungerà mai i suoi obiettivi o che non ne abbia di espliciti.

Sondaggio POLITICO / Public First
Trump e l'Iran: gli americani non vedono né un piano né una strategia
Rilevazione 11–14 aprile · 2.035 adulti statunitensi

① Ha un piano?
Trump ha un piano per il conflitto con l'Iran?
Americans overall — aprile

Ha un piano
27%

Non ha un piano, ma mi fido che le sue azioni risolveranno il conflitto
15%

Non ha un piano
41%

② Gli obiettivi
Trump ha obiettivi in Iran? E li raggiungerà?
Americans overall — aprile

I suoi obiettivi sono già stati raggiunti
15%

Non li ha ancora raggiunti, ma mi aspetto che lo farà
25%

Non raggiungerà mai i suoi obiettivi
20%

Non ha alcun obiettivo
20%

Come è stato fatto il sondaggio
Il sondaggio POLITICO Poll è stato condotto da Public First online dall'11 al 14 aprile su un campione di 2.035 adulti statunitensi. I risultati sono stati ponderati per età, razza, genere, area geografica e livello di istruzione. Chi ha risposto «non so» non è mostrato; i totali possono non sommare al 100% per arrotondamento. Margine d'errore complessivo: ±2,17 punti percentuali (più alto nei sottogruppi).

Fonte: POLITICO Poll / Public First

Il sondaggio evidenzia anche una frattura sul bilanciamento delle priorità presidenziali. Quasi la metà degli intervistati sostiene che Trump abbia dedicato troppo tempo agli affari internazionali a scapito delle questioni interne. Questa opinione è condivisa anche dal 29 per cento di chi lo ha votato nel 2024, un segnale di insoddisfazione che arriva da una parte del suo stesso elettorato.

Tra i sostenitori del presidente il consenso resta solido, ma con delle crepe. Oltre un terzo degli elettori di Trump ammette che non ha un piano, pur confidando che le sue azioni risolveranno comunque la crisi. Il 45 per cento dei suoi elettori afferma che non ha ancora raggiunto gli obiettivi prefissati, anche se si aspetta che lo farà. Questi dati rivelano una fiducia personale nel presidente, accompagnata però dalla consapevolezza che il conflitto potrebbe superare la tempistica di quattro-sei settimane inizialmente indicata dall'amministrazione.

Le preoccupazioni politiche riguardano soprattutto l'impatto economico del conflitto. La guerra ha avuto ripercussioni sui prezzi di benzina, petrolio e generi alimentari, proprio mentre i repubblicani cercano di costruire una narrazione economica vincente in vista delle elezioni di mid-term di novembre. Gli elettori di entrambi gli schieramenti, anche nel sondaggio di aprile, continuano a indicare il costo della vita come il tema principale in vista del voto.

Lo stratega repubblicano del Michigan Jason Roe ha individuato il nodo della comunicazione. Ha dichiarato a Politico che il problema maggiore è che la guerra non è stata preparata nell'opinione pubblica, perché Trump aveva fatto campagna contro questo tipo di politiche e poi ha cambiato posizione all'improvviso, lasciando gli americani impreparati. Roe ha aggiunto che il principale errore comunicativo è aver ripetuto ogni giorno che il conflitto sarebbe finito l'indomani, per poi trovarsi a quasi due mesi di distanza con quella stessa promessa ancora non mantenuta.

La Casa Bianca ha respinto le critiche attraverso il portavoce Kush Desai, che in una dichiarazione ha spiegato come l'amministrazione stia lavorando sia al conflitto iraniano sia alle preoccupazioni economiche degli americani. Desai ha sostenuto che il militare statunitense e il team diplomatico del presidente stanno compiendo progressi verso un accordo con l'Iran e verso la risoluzione delle interruzioni temporanee nei mercati energetici, mentre il resto dell'amministrazione porta avanti l'agenda su crescita e accessibilità dei prezzi. Ha aggiunto che una volta superate le interruzioni di breve periodo legate all'operazione Epic Fury, gli americani potranno contare su ulteriori progressi economici.

Il presidente ha offerto giustificazioni mutevoli per il conflitto. In un'intervista a Mornings With Maria Bartiromo su Fox Business, Trump ha affermato che la guerra potrebbe finire molto presto, aggiungendo che se i negoziatori iraniani saranno intelligenti il conflitto terminerà in tempi brevi. Sui prezzi di benzina e petrolio in vista delle elezioni di mid-term, il presidente ha prima detto che potrebbero essere un po' più alti ma attorno agli stessi livelli, per poi sostenere in una successiva intervista che saranno molto più bassi.

Il futuro dei negoziati resta incerto mentre il conflitto entra nella settima settimana. Dopo il fallimento dei colloqui di pace, Trump ha aumentato la pressione su Teheran ordinando il blocco dei porti iraniani, una mossa che rischia di far salire ulteriormente i prezzi del carburante. I repubblicani a Washington si sono per lo più allineati pubblicamente al presidente, ma crescono i timori che un conflitto prolungato possa alienare gli elettori del partito stanchi della guerra. Venerdì Trump e un alto funzionario iraniano hanno annunciato la riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale, un'apertura che ha fatto crollare i prezzi del petrolio.

Il sondaggio di Politico è stato condotto da Public First tra l'11 e il 14 aprile su 2.035 adulti statunitensi intervistati online. I risultati sono stati ponderati per età, etnia, genere, area geografica e livello di istruzione, con un margine di errore complessivo di più o meno 2,17 punti percentuali.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

reshared this

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Mitch Landrieu valuta una corsa alla Casa Bianca nel 2028


L'ex sindaco di New Orleans, 65 anni, ha lanciato segnali di una possibile candidatura durante un incontro del Comitato nazionale democratico, pur senza aver avviato le strutture operative necessarie.

Mitch Landrieu, ex sindaco di New Orleans ed ex consigliere senior dell'amministrazione Biden, sta valutando una candidatura alle primarie democratiche per le presidenziali del 2028. Lo ha rivelato la CNN, che ha raccontato la sua partecipazione a un incontro dei Young Democrats of America nella sua città natale, tenutosi durante una riunione del Democratic National Committee.

Alla domanda diretta se intenda correre per la Casa Bianca, Landrieu ha risposto alla CNN con un "forse", aggiungendo di sentire che "il futuro del paese è in gioco" e che a questo punto della sua vita la scelta diventa urgente, indipendentemente dal fatto che a vincere sia lui o uno dei suoi "cento migliori amici".

Durante il suo intervento al ristorante Galatoire's nel French Quarter, davanti a funzionari eletti, operatori politici e all'influencer Carlos Espina, seguito da 14 milioni di persone su TikTok, Landrieu ha pronunciato un discorso che più partecipanti hanno descritto alla CNN come un "soft launch", un lancio informale della sua campagna. "Potete iniziare a sognare l'America che dovrebbe essere", ha detto, paragonando il momento politico attuale alla ricostruzione di New Orleans dopo l'uragano Katrina. "Noi non torneremo indietro a dov'eravamo".

Sessantacinque anni, Landrieu è uno di nove figli ed è stato vicegovernatore della Louisiana prima di diventare sindaco di New Orleans dopo Katrina. Suo padre Moon Landrieu, anch'egli sindaco della città, valutò una candidatura presidenziale nel 1976, nella corsa vinta poi da Jimmy Carter. Nel 2018 Mitch Landrieu pubblicò il libro In the Shadow of Statues: A White Southerner Confronts History, basato sul discorso del 2017 con cui spiegò la decisione di rimuovere quattro monumenti confederati dalla città. Un tour nazionale legato al libro doveva preludere a una candidatura alle primarie del 2020, poi accantonata quando Joe Biden decise di scendere in campo.

Dopo la vittoria di Biden, Landrieu entrò nell'amministrazione per gestire l'attuazione del piano infrastrutturale bipartisan e fu poi copresidente della campagna per la rielezione. Dopo la sconfitta democratica del 2024, rinunciò a candidarsi alla presidenza del DNC.

Alla CNN, il sindaco di Kansas City Quinton Lucas ha descritto Landrieu come "una delle personalità più carismatiche della politica americana di oggi", paragonandolo all'ex vicepresidente Kamala Harris e al governatore del Maryland Wes Moore. Lucas, che è afroamericano, ha sottolineato le capacità di Landrieu nel dialogare con elettori di diverse comunità, definendolo "un bianco che si adatta dappertutto". Secondo Lucas, in una competizione dove contano ancora i rapporti diretti con gli elettori, soprattutto in stati come la South Carolina, Landrieu avrebbe punti di forza che al momento solo Harris e presumibilmente Moore possono vantare.

Landrieu ha raccontato di frequente un incontro con anziani minatori di carbone del West Virginia, per spiegare il senso di rottura del contratto sociale che molti americani avvertono. I minatori, secondo il suo racconto, si sentono prima sfruttati per alimentare l'industria bellica, poi giudicati "stupidi" e "cattivi", privati delle pensioni e infine invitati a riqualificarsi imparando a programmare.

Landrieu è consapevole di non aver ancora avviato i passaggi preliminari concreti necessari per trasformare l'interesse in una campagna. Non ha costruito una struttura organizzativa, uno staff, una base per la raccolta fondi o un impianto programmatico. Secondo quanto riferito da persone vicine a lui alla CNN, se deciderà di correre, questa sarà probabilmente la sua ultima occasione.

Nel panorama democratico ci sono già oltre due dozzine di potenziali candidati che stanno scrivendo libri, visitando gli stati che votano per primi alle primarie o preparando campagne in attesa. La maggior parte è più conosciuta di Landrieu, ma pochi superano la soglia dell'irrilevanza nei primi sondaggi, lasciando aperto uno spazio per nomi meno noti.

Landrieu ha indicato come modello il sindaco di New York Zohran Mamdani, diventato un fenomeno politico non grazie alla notorietà preesistente o alle risorse finanziarie, ma attraverso video virali a basso costo diffusi online. Quanto ai concorrenti che si stanno muovendo in anticipo, Landrieu ha osservato alla CNN che "è davvero difficile essere il favorito per tre anni", ricordando che gli ultimi due presidenti, Trump e Biden, erano figure che nessuno considerava destinate alla Casa Bianca all'inizio delle rispettive corse.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

reshared this