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Swalwell sospende la campagna per il governatore della California dopo le accuse di violenza sessuale


Il democratico Eric Swalwell si è ritirato dalla corsa per il prossimo governatore della California meno di 3 giorni dopo le prime accuse di aggressione sessuale. Nega le accuse ma ammette "errori di giudizio". Cresce la pressione bipartisan perché lasci anche il seggio al Congresso.

Il deputato democratico Eric Swalwell ha annunciato ieri la sospensione della sua campagna per diventare governatore della California, poco più di 48 ore dopo le prime rivelazioni su presunte aggressioni sessuali ai danni di una sua ex collaboratrice. Fino a quel momento, Swalwell era considerato uno dei favoriti nella corsa alla guida dello Stato.

"Ho deciso di sospendere la mia campagna da candidato governatore", ha scritto in un messaggio pubblicato su X. "Alla mia famiglia, al mio staff, agli amici e ai sostenitori chiedo profondamente scusa per gli errori di giudizio che ho commesso in passato. Combatterò le gravi e false accuse che mi sono state rivolte, ma questa è la mia battaglia, non quella di una campagna elettorale".

I am suspending my campaign for Governor.

To my family, staff, friends, and supporters, I am deeply sorry for mistakes in judgment I’ve made in my past.

I will fight the serious, false allegations that have been made — but that’s my fight, not a campaign’s.
— Eric Swalwell (@ericswalwell) April 13, 2026


Le prime rivelazioni erano arrivate venerdì, quando il San Francisco Chronicle aveva riportato che Swalwell avrebbe aggredito sessualmente una sua ex collaboratrice nel 2019 e nel 2024, in entrambi i casi quando la donna era troppo sotto effetto di alcool per prestare consenso. Anche la CNN ha poi riferito di 4 donne che accusavano Swalwell di molestie sessuali, tra cui una che lo accusava di stupro. Swalwell aveva respinto con decisione tutte le accuse, definendole "false". "Sono assolutamente false. Non è mai accaduto", aveva detto in un video pubblicato su X venerdì. Secondo la CNN, il legale del deputato aveva inoltre inviato lettere di diffida a diverse donne che lo accusavano di comportamenti scorretti.

Le smentite, però, non sono bastate a fermare quello che nel giro di pochi giorni si è trasformato in un rapido collasso della sua candidatura. Entro poche ore dalle rivelazioni del Chronicle e della CNN, entrambi i co-presidenti della sua campagna, i deputati Adam Gray e Jimmy Gomez, avevano chiesto a Swalwell di ritirarsi dalla corsa.

Anche Nancy Pelosi, figura di primo piano della politica californiana e nazionale, aveva affermato che Swalwell avrebbe dovuto farsi da parte, chiedendo che le accuse fossero "indagate in modo appropriato, con piena trasparenza e responsabilità". Alcuni membri dello staff del Congresso di Swalwell e della sua campagna elettorale avevano inoltre diffuso una lettera anonima in cui definivano i resoconti delle accuse "orribili, indegni di chi ricopre cariche pubbliche e un tradimento della fiducia di tutti i californiani", secondo quanto riportato da Politico.

Intanto, il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale ha fatto sapere di stare indagando sul deputato anche per una presunta assunzione illegale di una tata, mentre l’ufficio del procuratore distrettuale di Manhattan, guidato da Alvin Bragg, ha annunciato l’apertura di un’indagine sulle accuse di aggressione sessuale.

Prima delle nuove rivelazioni, Swalwell era considerato il favorito nelle primarie per la carica di governatore, grazie anche al sostegno ricevuto da parte di importanti organizzazioni sindacali. Dopo l’emergere delle accuse, gruppi come la California Teachers Association e la California Medical Association hanno annunciato il ritiro immediato del loro endorsement. "Il consiglio democraticamente eletto della CTA ha votato all’unanimità per ritirare il nostro sostegno al deputato Eric Swalwell nella sua campagna per governatore della California. Ritiriamo tutto il supporto", ha scritto la California Teachers Association su X.

CTA’s democratically elected board has voted unanimously to rescind our endorsement of Representative Eric Swalwell in his campaign for Governor of California. We withdraw all support.
— California Teachers Association (@WeAreCTA) April 11, 2026


Secondo diversi strateghi democratici, la corsa per il governatorato è ora tornata completamente aperta. Alcuni ritengono che il miliardario Tom Steyer e l’ex deputata Katie Porter possano beneficiare della nuova situazione, mentre altri, sentiti da The Hill, sottolineano come l’evoluzione della competizione resti altamente imprevedibile. Le primarie si terranno il 2 giugno.

Resta infine aperta anche la questione della permanenza di Swalwell al Congresso. Oltre al ritiro dalla corsa per il governatorato, il deputato sta affrontando richieste bipartisan di dimissioni dal suo seggio alla Camera. La deputata repubblicana Anna Paulina Luna ha già annunciato nel fine settimana che presenterà una mozione per espellerlo. Per approvare l’espulsione è però necessario il voto favorevole di due terzi della Camera, una soglia che richiede un consenso molto ampio.

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Stretto di Hormuz, gli Usa avviano il blocco dei porti iraniani e Trump valuta nuovi attacchi


Dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad, Washington alza la pressione su Teheran. Intanto il programma nucleare iraniano resta intatto e i Paesi del Golfo cercano sistemi di difesa alternativi contro la minaccia dei droni iraniani.

Gli Stati Uniti hanno avviato il blocco navale di tutti i porti iraniani nel Golfo Persico e nel Golfo di Oman. L'operazione, annunciata dal Comando Centrale americano (CENTCOM), è scattata il 13 aprile e colpisce le navi di qualsiasi nazionalità in entrata e in uscita dalle zone costiere dell'Iran. Le imbarcazioni non iraniane e non dirette verso porti iraniani possono, invece, continuare a transitare nello Stretto di Hormuz.

La decisione arriva dopo il fallimento dei colloqui tra Stati Uniti e Iran a Islamabad, l'11 aprile. Le due delegazioni hanno negoziato per 21 ore senza raggiungere un accordo. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha precisato che i negoziati si sono concentrati sullo Stretto di Hormuz, sul programma nucleare, sulle riparazioni di guerra e sulla revoca delle sanzioni. L'Iran ha attribuito il fallimento al rifiuto americano di ridimensionare le proprie richieste. Il braccio di ferro sullo stretto si trascina dall'8 aprile, quando Trump ha annunciato un cessate il fuoco di due settimane a condizione che Teheran riaprisse la rotta marittima. L'Iran ha rifiutato e a Islamabad la delegazione iraniana ha ribadito che lo Stretto resterà chiuso fino a un accordo complessivo per porre fine alla guerra.

Crisi nel Golfo Persico
Blocco navale Usa: l'assedio all'Iran e la corsa agli armamenti nel Golfo
Porti chiusi, negoziati falliti e arsenali svuotati — 13 aprile 2026

Blocco Nucleare Difese Cronologia

Il blocco in numeri

Golfo Persico
+ Golfo di Oman
Aree sotto blocco navale Usa

Tutti i porti iraniani sono bloccati. Solo le navi non iraniane e non dirette verso l'Iran possono ancora transitare nello Stretto di Hormuz.

21 ore
Durata dei colloqui falliti a Islamabad

Negoziati tenuti l'11 aprile su Hormuz, nucleare, riparazioni di guerra e revoca delle sanzioni. Nessun accordo raggiunto.

~20%
del greggio mondiale transitava da Hormuz

Lo Stretto resta chiuso a causa degli attacchi iraniani. L'Iran rifiuta di riaprirlo senza un accordo complessivo per porre fine alla guerra.

5 sett.
di guerra Usa-Israele contro l'Iran

Cinque settimane di bombardamenti hanno distrutto laboratori, centri di ricerca e impianti di arricchimento dell'uranio. Gli arsenali di difesa aerea regionali sono stati svuotati.

Temi sul tavolo a Islamabad
Stretto di Hormuz Programma nucleare Riparazioni di guerra Revoca sanzioni

Arsenale nucleare iraniano

~450 kg
Uranio arricchito al 60%

Vicino al grado bellico. Metà sepolto in un tunnel sotto il complesso nucleare di Isfahan. L'AIEA conferma che il materiale non è stato spostato da giugno 2025.

60%
Livello di arricchimento

A febbraio l'Iran aveva offerto di diluire dal 60% al 20%, allungando di qualche settimana i tempi per raggiungere il grado bellico. Ora le richieste iraniane potrebbero diventare più alte.

Siti e capacità sopravvissute

Isfahan — tunnel sotterraneo

Sito mai ispezionato. Contiene circa metà dell'uranio arricchito al 60%. Sepolto sotto un tunnel del complesso nucleare.

Montagna del Piccone — Natanz

Complesso di tunnel fortificati fuori dalla portata delle armi più potenti degli americani. Ospita centrifughe potenzialmente ancora operative.

Fordow e Natanz — già colpiti

Colpiti da bombe penetranti Usa nella guerra dei 12 giorni (giugno 2025). Laboratori e impianti di arricchimento distrutti, ma il know-how e parte delle centrifughe restano intatti.

La richiesta americana

Consegna dell'uranio arricchito
Priorità assoluta dei negoziatori Usa secondo la Casa Bianca

Vance: "Dobbiamo ancora vedere un impegno chiaro da parte iraniana a non cercare un'arma nucleare". L'Iran rifiuta, sostenendo che il suo programma nucleare ha scopi pacifici. Dopo aver resistito ai bombardamenti, Teheran alza le richieste.

Corsa agli armamenti nel Golfo

23 mld $
Vendite di armi Usa approvate per Emirati, Kuwait e Giordania

~20 Paesi
Già dotati di Patriot, ma le scorte sono state drenate dalla guerra in Ucraina

Chi compra da chi

لا إله إلا اللهمحمد رسول الله
Arabia Saudita

Contatta la Corea del Sud per il sistema M-SAM e il Giappone per intercettori Patriot. Ha firmato un accordo di cooperazione militare con l'Ucraina per droni intercettori e guerra elettronica.

Qatar

Ha firmato un accordo di cooperazione militare con l'Ucraina per droni e guerra elettronica, come Riyadh.

Emirati Arabi Uniti

Hanno chiesto a Seul ulteriori missili. Tra i destinatari del pacchetto da 23 miliardi di dollari approvato dall'Amministrazione Trump.

Regno Unito

Vertice d'emergenza vicino a Buckingham Palace. Il Ministro Pollard alle aziende presenti: "Cosa potete consegnare entro 30, 60 e 90 giorni?". Offerta di piccoli missili anti-drone della Cambridge Aerospace.

Soluzioni d'emergenza
M-SAM Patriot Droni intercettori Cambridge Aerospace Gatling Phalanx

Tocca un evento per i dettagli

Giu 2025
Guerra dei 12 giorni: Usa colpiscono Fordow e Natanz

Bombe penetranti americane su due siti nucleari. Circa 450 kg di uranio arricchito restano sotto le macerie. Israele colpisce strutture militari a Parchin e scienziati del programma nucleare.

Feb 2026
L'Iran offre di diluire l'uranio dal 60% al 20%

Proposta che avrebbe allungato solo di qualche settimana i tempi per il grado bellico. Gli esperti ritengono insufficiente la concessione.

Feb-Mar 2026
Inizio campagna militare Usa-Israele. Hormuz chiuso

Cinque settimane di bombardamenti su laboratori, centri di ricerca e impianti. L'Iran risponde chiudendo lo Stretto e attaccando la regione. Arsenali di difesa aerea svuotati.

8 Apr 2026
Trump propone cessate il fuoco di 2 settimane

Condizione: riapertura di Hormuz. L'Iran rifiuta, dichiarando che lo Stretto resterà chiuso fino a un accordo globale sulla guerra.

11 Apr 2026
Colloqui di Islamabad: 21 ore senza accordo

Negoziati su Hormuz, nucleare, riparazioni e sanzioni. L'Iran accusa gli Usa di non ridimensionare le proprie richieste. La priorità americana era la consegna dell'uranio arricchito.

13 Apr
Scatta il blocco navale Usa contro tutti i porti iraniani

Operazione annunciata dal CENTCOM. Colpisce navi di qualsiasi nazionalità in entrata e uscita. Trump: "Non permetteremo all'Iran di imporre un pedaggio". Teheran promette una risposta.

Elaborazione di Focus America su dati del New York Times, Wall Street Journal, AP, Axios · 13 aprile 2026

Secondo fonti citate dal Wall Street Journal, Trump sta valutando la ripresa di attacchi militari limitati contro l'Iran. Alla Casa Bianca si discute anche di attacchi su vasta scala, ma le fonti li considerano meno probabili per il rischio di destabilizzare ulteriormente la regione. Funzionari della Casa Bianca hanno dichiarato che il presidente sta "valutando tutte le opzioni aggiuntive" per fare pressione su Teheran, pur restando aperto a una soluzione diplomatica. Trump ha giustificato il nuovo blocco sostenendo che gli Stati Uniti non potevano permettere all'Iran di imporre una sorta di pedaggio sulle navi in transito, e ha annunciato che le Forze Armate americane bonificheranno lo Stretto dalle mine e risponderanno a qualsiasi attacco. Teheran ha risposto dichiarando che i tentativi americani sono "destinati al fallimento" e ha promesso l'impiego di "capacità finora inesplorate" delle proprie forze armate.

Il nodo più difficile resta però il programma nucleare. Cinque settimane di bombardamenti americani e israeliani hanno distrutto laboratori, centri di ricerca e impianti di arricchimento dell'uranio. Israele ha colpito strutture militari a Parchin e ucciso scienziati che si occupavano del programma nucleare. Gli Stati Uniti avevano già sganciato bombe penetranti sui siti di Fordow e Natanz durante la guerra di dodici giorni dello scorso anno. Eppure l'Iran conserva ancora gran parte di ciò che serve per costruire un'arma atomica: centrifughe, un sito sotterraneo a Isfahan mai ispezionato e circa 450 kg di uranio arricchito al 60%, vicino al grado bellico, metà dei quali sepolti in un tunnel sotto il complesso nucleare della stessa città. L'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica conferma che il materiale non risulta spostato dallo scorso giugno. Teheran dispone anche di un complesso di tunnel fortificati nella cosiddetta Montagna del Piccone, vicino a Natanz, fuori dalla portata delle armi più potenti degli americani.

Anche il vicepresidente J.D. Vance ha indicato il nucleare come il cuore della disputa. "Dobbiamo ancora vedere un impegno chiaro da parte iraniana a non cercare un'arma nucleare e a non dotarsi degli strumenti per costruirla rapidamente", ha dichiarato dopo i colloqui falliti di Islamabad. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt aveva precisato che ottenere la consegna dell'uranio altamente arricchito era la priorità assoluta dei negoziatori americani. L'Iran ha sempre rifiutato di rinunciare al proprio programma, sostenendo che ha scopi pacifici.

A febbraio, secondo persone coinvolte nei negoziati, Teheran aveva offerto di diluire l'uranio dal 60% al 20%, allungando in questo modo di qualche settimana i tempi per raggiungere il grado bellico. Ma ora le richieste iraniane saranno più alte, ha spiegato al Wall Street Journal Eric Brewer, ex funzionario della Casa Bianca che ha lavorato sul dossier Iran durante la prima Amministrazione Trump: Teheran ha resistito ai bombardamenti e sa di avere ancora le carte in mano. Gli esperti ritengono quasi certo che l'Iran non abbia mai costruito una testata nucleare e che farlo senza essere scoperto sarebbe oggi molto difficile, data la penetrazione dell'intelligence americana e israeliana nel programma.

Le cinque settimane di guerra hanno però anche svuotato gli arsenali di difesa aerea di tutto il Medio Oriente. Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti cercano con urgenza sistemi alternativi a quelli americani, le cui consegne richiedono anni. Riyadh ha contattato la Corea del Sud per accelerare l'ordine del sistema missilistico M-SAM e si è rivolta al Giappone per i missili intercettori Patriot. Sia l'Arabia Saudita sia il Qatar hanno firmato accordi di cooperazione militare con l'Ucraina per droni intercettori e guerra elettronica. Gli Emirati hanno chiesto a Seul ulteriori missili.

L'Amministrazione Trump ha approvato vendite di armi per 23 miliardi di dollari a Emirati, Kuwait e Giordania, ma alcune forniture richiederanno anni. Il sistema anti aereo Patriot è, infatti, in dotazione a quasi 20 Paesi e le scorte sono già state drenate dalla guerra in Ucraina. Per tamponare l'emergenza, i Paesi del Golfo stanno così guardando anche a soluzioni più semplici e rapide: cannoni Gatling Phalanx, armi a proiettile montate su camion e piccoli missili della britannica Cambridge Aerospace progettati per abbattere droni. Al vertice organizzato il mese scorso in una caserma vicino a Buckingham Palace, il Ministro della Difesa britannico Luke Pollard ha chiesto alle aziende presenti: "Cosa potete consegnare entro 30, 60 e 90 giorni?".

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Trump attacca papa Leone XIV e pubblica una immagine IA che lo ritrae come Gesù Cristo


Il presidente accusa il pontefice americano di essere troppo liberale e si attribuisce il merito della sua elezione. Il papa aveva condannato la guerra in Iran come frutto di un "delirio di onnipotenza".
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Il presidente Trump ha lanciato domenica sera un attacco senza precedenti contro papa Leone XIV, accusandolo di essere "debole sul crimine" e "disastroso in politica estera", in un lungo messaggio pubblicato sul suo social network Truth Social. Lo scontro tra i due americani più potenti del mondo segna un'escalation nel conflitto tra Casa Bianca e Vaticano sulla guerra in Iran.

Trump, di ritorno in aereo dalla Florida dove aveva assistito a un incontro di arti marziali miste a Miami, ha scritto di non volere "un papa che pensa sia accettabile che l'Iran abbia un'arma nucleare" e di non volere "un papa che critichi il presidente degli Stati Uniti". Sceso dall'Air Force One, ha ribadito ai giornalisti: "Non sono un fan di papa Leone. È una persona molto liberale". Poi ha aggiunto che il pontefice "a quanto pare approva il crimine".

L'attacco è arrivato dopo che Leone XIV, nel corso di una veglia di preghiera per la pace nella Basilica di San Pietro sabato sera, aveva pronunciato una delle sue più dure condanne della guerra condotta dagli Stati Uniti e da Israele in Iran e in Libano. Il papa aveva dichiarato che la fede è necessaria "per affrontare insieme questo momento drammatico della Storia" e aveva chiesto ai leader mondiali di sedersi "al tavolo del dialogo e della mediazione, e non al tavolo dove si pianifica il riarmo e si decidono azioni omicide". Leone XIV non aveva nominato Trump né gli Stati Uniti, ma il tono e il contenuto del suo discorso apparivano diretti al presidente americano e ai funzionari della sua amministrazione, che hanno giustificato la guerra anche in termini religiosi.

Nel suo messaggio, Trump è andato ben oltre la questione iraniana. Ha accusato il papa di essersi opposto all'operazione militare americana in Venezuela, dove l'amministrazione ha destituito il presidente Nicolás Maduro a gennaio. Si è poi attribuito il merito dell'elezione stessa di Leone XIV, scrivendo: "Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano". Secondo Trump, la Chiesa avrebbe scelto un papa americano, nato Robert Francis Prevost a Chicago, solo perché riteneva fosse il modo migliore per gestire i rapporti con il presidente. Trump ha anche elogiato il fratello del papa, Louis, per il suo sostegno al movimento MAGA, e ha concluso chiedendo a Leone XIV di "smetterla di corteggiare la sinistra radicale" e di "concentrarsi sull'essere un grande papa, non un politico".

Lo scontro tra i due si è intensificato nelle ultime settimane. Il 7 aprile, quando Trump aveva minacciato attacchi massicci contro centrali elettriche e infrastrutture iraniane dichiarando che "un'intera civiltà morirà stanotte", il papa aveva definito quelle parole "inaccettabili" e contrarie al diritto internazionale. A marzo, il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva invitato gli americani a pregare per la vittoria "nel nome di Gesù Cristo". Leone XIV aveva risposto avvertendo che Gesù "non ascolta le preghiere di chi fa la guerra, ma le respinge", e che "persino il Santo Nome di Dio, il Dio della vita, viene trascinato nei discorsi di morte".

Dopo l'attacco del presidente, diversi cardinali e alti prelati americani hanno preso le difese del pontefice. L'arcivescovo Paul Coakley, presidente della Conferenza episcopale degli Stati Uniti, ha dichiarato di essere "amareggiato" dalle parole del presidente, sottolineando che "il papa non è un suo rivale, né è un politico. È il Vicario di Cristo". Il cardinale Robert McElroy, intervenuto alla trasmissione 60 Minutes della CBS, aveva definito il regime iraniano "abominevole", aggiungendo però che quella in Iran è "una guerra di scelta" e che gli Stati Uniti rischiano di entrare in un ciclo di "guerra dopo guerra dopo guerra". Il gesuita americano James Martin, scrittore ed editorialista per la rivista America, ha commentato sui social media che l'attacco di Trump è "senza freni, senza carità e anticristiano".

Secondo il Monde, anche i vescovi americani più conservatori, vicini ai valori del movimento MAGA, si sono mostrati critici sulla guerra in Iran e in Libano. La preghiera per la pace del papa è stata seguita da numerose diocesi e parrocchie americane, nonostante la maggioranza dei cattolici praticanti abbia votato per Trump nel 2024. Secondo i dati AP VoteCast, il presidente aveva ottenuto il 55% del voto cattolico.

Le tensioni tra Casa Bianca e Vaticano hanno anche un risvolto diplomatico. Secondo quanto riportato da diversi media americani, il sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby avrebbe convocato il nunzio apostolico Christophe Pierre al Pentagono per spiegargli che la Chiesa cattolica dovrebbe schierarsi con gli Stati Uniti, avvertendo che il suo "paese ha il potere militare di fare ciò che vuole". Sia Washington che Roma hanno smentito la natura ostile dell'incontro, ma fonti anonime citate da diversi media ne confermano i toni aspri. Il vicepresidente JD Vance, cattolico, ha detto di non essere a conoscenza dell'incontro. Alcuni esponenti del clero americano sperano che la fede cattolica di Vance e del segretario di Stato Marco Rubio li renda più ricettivi ai messaggi del papa.

Christopher White, ricercatore associato all'università di Georgetown, ha spiegato che Leone XIV non si pone come un "anti-Trump": "La Chiesa non ha un esercito né un potere economico. Tutto ciò che ha è il suo potere morale". Come ha osservato padre James Martin, sempre al Monde, il fatto che papa Leone sia americano cambia le dinamiche: "Non si può più dire, come alcuni facevano con papa Francesco, che non capisce gli Stati Uniti. Quella scusa per non ascoltarlo non è più valida".

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Orbán sconfitto dopo 16 anni, un colpo per Trump e Putin


Il partito Tisza di Péter Magyar conquista una supermaggioranza di due terzi in parlamento. Affluenza record, reazioni entusiaste dall'Europa. Un colpo per Trump e per il Cremlino.

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha perso le elezioni parlamentari di domenica, ponendo fine a 16 anni consecutivi al potere. A sconfiggerlo è stato Péter Magyar, 45 anni, ex membro dello stesso partito di Orbán, Fidesz, che nel 2024 aveva rotto con il premier e aveva trasformato il partito Tisza in una forza politica capace di raccogliere consensi trasversali.

Con il 98,7% dei voti scrutinati, Tisza ha ottenuto circa il 53% dei consensi contro il 38% di Fidesz, conquistando 138 dei 199 seggi parlamentari. Si tratta di una supermaggioranza di due terzi che consente a Magyar di modificare la Costituzione e le leggi fondamentali, riscrivendo potenzialmente le regole che Orbán aveva plasmato a proprio vantaggio durante i suoi mandati. Fidesz ottiene 55 seggi e diventa il principale partito di opposizione, mentre il partito di estrema destra Mi Hazánk entra in parlamento con 6 seggi. La Coalizione Democratica, di centrosinistra, non ha superato la soglia di sbarramento del 5% e la sua leader Klára Dobrev ha annunciato le dimissioni.
Ungheria 2026 — Fine dell'era Orbán

Elezioni · Ungheria
Crollo di Orbán, Magyar conquista i due terzi
Risultati delle elezioni parlamentari — 12 aprile 2026

Parlamento Partiti Confronto Cronologia

199
seggi totali

Tisza 138

Fidesz 55

Mi Hazánk 6

Maggioranza semplice 100
Super-maggioranza ⅔ 133

79,6%
Affluenza record

8,1 mln
Aventi diritto

+5
Seggi Tisza oltre i ⅔

Tocca un partito per i dettagli

Tisza
Péter Magyar

138

53,07%
Voti di lista

138
Seggi vinti

Partito di centrodestra fondato nel 2024 da Péter Magyar, 45 anni, ex membro dell'entourage di Orbán. Ha conquistato la super-maggioranza dei due terzi, sufficiente a modificare la Costituzione. Primo viaggio all'estero: Varsavia, poi Bruxelles per sbloccare i fondi Ue.

Fidesz-KDNP
Viktor Orbán

55

38,43%
Voti di lista

55
Seggi vinti

Sconfitta storica dopo 16 anni al potere. Orbán ha definito il risultato "chiaro e doloroso" e ha promesso di servire il Paese dall'opposizione. Ha ringraziato i 2,5 milioni di elettori rimasti fedeli.

Mi Hazánk
László Toroczkai

6

5,83%
Voti di lista

6
Seggi vinti

Formazione di estrema destra, unico altro partito a superare la soglia di sbarramento del 5% e a entrare nell'Assemblea nazionale.

Percentuali di voto (liste nazionali)

Tisza Péter Magyar
53,07%

3.103.500 voti

Fidesz-KDNP Viktor Orbán
38,43%

2.247.606 voti

Mi Hazánk Toroczkai
5,83%

341.050 voti

Affluenza storica

2026

Record storico · 5.984.617 votanti

79,56%

2022

Ultima vittoria di Orbán

69,53%

1990

Prime elezioni libere

65,09%

Tocca un evento per i dettagli

Feb 2024
Lo scandalo che spacca Fidesz

Il caso del perdono concesso a un uomo coinvolto in abusi su minori travolge l'ex ministra Judit Varga. Magyar rompe pubblicamente con Orbán.

Giu 2024
Tisza conquista il 30% alle Europee

A pochi mesi dalla fondazione, il partito di Magyar ottiene un risultato storico alle elezioni europee, segnando il primo vero scossone all'egemonia di Fidesz.

Apr 2026
Affluenza record: 79,6%, mai così dal 1990

Alle 17 aveva già votato il 74,2%, superando l'affluenza totale del 2022 (69,5%). Lunghe file ai seggi di Budapest. Diversi partiti di opposizione si ritirano per favorire Tisza.

12 Apr, sera
Orbán ammette la sconfitta

"Il risultato è chiaro e doloroso". Il premier chiama Magyar per congratularsi della sua vittoria. Promette di servire il Paese dall'opposizione.

12 Apr, notte
Magyar: "Abbiamo liberato l'Ungheria"

Dal palco di piazza Batthyány a Budapest: "Gli ungheresi hanno detto sì all'Europa". Annuncia primo viaggio a Varsavia, poi Bruxelles per sbloccare i fondi Ue.

Entro maggio
Nuovo primo ministro entro 30 giorni

Il presidente Sulyok avvierà le consultazioni con i partiti eletti. Magyar è il candidato naturale alla guida del governo con la super-maggioranza dei due terzi.

Elaborazione di Focus America su dati dell'Ufficio elettorale nazionale ungherese · Risultati con il 98,93% delle schede scrutinate · 13 aprile 2026

Orbán ha ammesso la sconfitta a meno di tre ore dalla chiusura dei seggi, definendo il risultato "doloroso ma inequivocabile". "Ho fatto le congratulazioni al partito vincitore", ha detto ai suoi sostenitori a Budapest. "Serviremo la nazione ungherese e la nostra patria anche dall'opposizione".

L'affluenza ha raggiunto livelli senza precedenti: quasi l'80%, la più alta nella storia post-comunista dell'Ungheria. Il dato riflette sia la stanchezza verso Orbán sia la capacità di Magyar di mobilitare in particolare i giovani. Secondo un sondaggio citato dal Guardian, il 65% degli elettori sotto i 30 anni intendeva votare contro Orbán. Magyar ha costruito una coalizione che ha attratto sia conservatori delusi da Fidesz sia elettori tradizionalmente legati all'opposizione.

La campagna elettorale è stata aspra. Il governo Orbán ha utilizzato cartelloni pubblicitari generati con l'intelligenza artificiale per ritrarre Magyar come un pericolo per il Paese e un agente dell'Unione europea e del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy. Ci sono state accuse di frodi, interferenze straniere, deepfake e persino un'operazione di compromissione in stile Cremlino ai danni di Magyar, secondo quanto riportato da Axios.

La sconfitta di Orbán ha un significato che va ben oltre Budapest. Il premier ungherese era l'alleato più stretto di Vladimir Putin all'interno dell'Unione europea, aveva ripetutamente bloccato o ritardato gli aiuti europei all'Ucraina e, più di recente, aveva posto il veto su un prestito da 90 miliardi di euro a Kiev. Secondo rivelazioni recenti citate dalla CBC, un alto esponente del governo Orbán condivideva regolarmente con Mosca il contenuto delle discussioni riservate dell'Ue. Bloomberg ha inoltre riferito che Orbán avrebbe telefonato a Putin nell'ottobre 2025 per offrirgli aiuto "in qualsiasi modo" nella guerra in Ucraina.

Il risultato è anche un colpo diretto per il presidente Trump, che aveva investito capitale politico nella rielezione di Orbán. Il vicepresidente JD Vance era volato a Budapest la settimana prima del voto per partecipare a un comizio in suo sostegno, definendo Orbán "uno dei pochi veri statisti in Europa" e chiedendo agli ungheresi di sostenerlo alle urne. Trump stesso era intervenuto telefonicamente durante l'evento, dichiarando: "Amo l'Ungheria e amo Viktor". Venerdì, il presidente aveva scritto su Truth Social promettendo di usare "tutta la potenza economica degli Stati Uniti" per rafforzare l'economia ungherese in caso di vittoria di Orbán. Dopo la visita di Vance, i mercati predittivi avevano peraltro ridotto le probabilità di una vittoria di Orbán, come riportato dal Daily Beast.

Il deputato democratico Hakeem Jeffries, leader della minoranza alla Camera, ha commentato: "L'autoritario di estrema destra Viktor Orbán ha perso le elezioni. I prossimi saranno i sostenitori di Trump al Congresso a novembre".

Magyar ha promesso di riparare i rapporti con l'Unione europea, combattere la corruzione e investire nei servizi pubblici trascurati. Nel suo discorso di vittoria, davanti a decine di migliaia di sostenitori lungo le rive del Danubio, ha dichiarato: "Stasera la verità ha prevalso sulle menzogne". Ha annunciato che il suo primo viaggio all'estero sarà a Varsavia, seguito da Vienna e Bruxelles, per sbloccare i fondi europei congelati, circa 17 miliardi di euro che Bruxelles aveva sospeso per le preoccupazioni sullo stato di diritto. Ha inoltre chiesto le dimissioni dei vertici della Corte suprema, della procura generale, dell'autorità per i media e dell'ufficio per la concorrenza, definendoli strumenti del potere orbániano.

Le reazioni europee sono state immediate e univoche. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha scritto su X: "L'Ungheria ha scelto l'Europa. L'Unione diventa più forte". Il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron si sono congratulati con Magyar e hanno espresso il desiderio di collaborare. Il primo ministro polacco Donald Tusk ha accolto il risultato con un messaggio che includeva la frase in ungherese "Ruszkik haza" ("Russi, andatevene"), uno slogan che risale alla rivolta del 1956 contro i sovietici. Anche la premier italiana Giorgia Meloni si è congratulata con Magyar, ringraziando al contempo "l'amico Viktor Orbán per l'intensa collaborazione negli anni".

Dalibor Rohac, ricercatore dell'American Enterprise Institute, ha dichiarato al Guardian che il messaggio delle elezioni è chiaro: "Il progetto ideologico di Orbán, e di Trump, ha avuto un test di 16 anni ed è stato un fallimento politico, economico e sociale spettacolare". Péter Krekó, direttore del think tank Political Capital di Budapest, ha avvertito che le aspettative saranno "enormi e sarà difficile mantenere alcune promesse elettorali a causa dei vincoli fiscali", ma ha sottolineato che Tisza ha vinto "contro ogni pronostico: l'aiuto degli Stati Uniti e della Russia, una massiccia macchina di disinformazione statale e tutte le istituzioni dello Stato a favore di Fidesz". Botond Feledy, analista geopolitico ungherese con sede a Bruxelles, ha detto al Guardian che il risultato rappresenta una lezione per gli altri leader populisti europei: "Non è così facile fare promesse alla gente quando il sistema non produce nulla, ed è impossibile costruire una realtà virtuale così lontana dalla realtà".

La transizione non sarà immediata. Fino alla formazione del nuovo parlamento a maggio, Orbán e Fidesz resteranno come governo provvisorio. Gli analisti avvertono che il cambiamento sarà probabilmente lento: in 16 anni Fidesz ha piazzato fedelissimi nella pubblica amministrazione, nella magistratura, nei media e nel settore imprenditoriale. Come risponderanno queste strutture al nuovo governo resta una domanda aperta.

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La rassegna stampa di lunedì 13 aprile 2026


Trump annuncia il blocco dello Stretto di Hormuz dopo il fallimento dei negoziati con l'Iran, attacca Papa Leone XIV mentre Orban perde le elezioni ungheresi

Questa è la rassegna stampa di lunedì 13 aprile 2026

Trump annuncia il blocco navale dello Stretto di Hormuz dopo il fallimento dei negoziati con l'Iran


Il presidente Trump ha annunciato che la Marina americana inizierà lunedì mattina il blocco dello Stretto di Hormuz dopo il fallimento dei colloqui di pace con l'Iran in Pakistan. La decisione arriva dopo 21 ore di negoziati infruttuosi e minaccia di espandere il conflitto alle acque internazionali, con i prezzi del petrolio che hanno superato i 100 dollari al barile.

Fonti: The Hill, Bloomberg, Financial Times

Trump attacca Papa Leone XIV per le critiche alla guerra in Iran


Il presidente Trump ha lanciato un attacco senza precedenti contro Papa Leone XIV sui social media, definendolo "troppo liberale" e "debole sul crimine" dopo le critiche del pontefice alla guerra in Iran. L'attacco mostra l'assenza di limiti nelle persone che Trump potrebbe prendere di mira, incluso il leader di 1,4 miliardi di cattolici nel mondo.

Fonti: New York Times, Bloomberg, Financial Times

Viktor Orban sconfitto dopo 16 anni al potere in Ungheria


Il primo ministro ungherese Viktor Orban ha concesso la sconfitta elettorale a Peter Magyar, ponendo fine al suo regno di 16 anni. La vittoria schiacciante dell'opposizione potrebbe ridefinire i rapporti dell'Ungheria con l'Unione Europea, la Russia e l'amministrazione Trump, oltre ad allentare le tensioni con Bruxelles.

Fonti: New York Times, Bloomberg, Semafor

Eric Swalwell sospende la campagna per governatore della California per accuse di aggressioni sessuali


Il deputato democratico Eric Swalwell ha sospeso la sua campagna per governatore della California dopo che quattro donne lo hanno accusato di cattiva condotta sessuale e aggressioni. Il frontrunner democratico aveva ricevuto il sostegno di influenti gruppi politici nelle settimane precedenti alle accuse pubbliche.

Fonti: New York Times, The Guardian, The Hill

Trump minaccia la Cina con dazi del 50% se aiuta militarmente l'Iran


Il presidente Trump ha minacciato di imporre dazi "sconvolgenti" del 50% alla Cina se fornisce assistenza militare all'Iran, aumentando le tensioni tra le due maggiori economie mondiali. La minaccia arriva nel contesto del crescente sostegno cinese alle capacità energetiche dell'Iran durante il conflitto in Medio Oriente.

Fonti: Semafor

I prezzi del petrolio superano i 100 dollari mentre i mercati asiatici calano


I futures del petrolio hanno superato i 100 dollari al barile mentre i mercati asiatici sono in calo in vista del blocco americano dello Stretto di Hormuz. Il West Texas Intermediate ha raggiunto i 104 dollari, mentre il Brent ha seguito l'andamento al rialzo a causa delle crescenti tensioni geopolitiche.

Fonti: The Hill, Financial Times

L'ex direttore della CIA dice che il 25° Emendamento "è stato scritto pensando a Trump"


L'ex direttore della CIA John Brennan ha dichiarato che crede il 25° Emendamento "sia stato scritto pensando a Donald Trump", commentando le intense minacce del presidente verso l'Iran. I suoi commenti arrivano dopo che diversi democratici hanno spinto per la rimozione di Trump a seguito delle sue dichiarazioni bellicose.

Fonti: The Hill

Trump dice che i prezzi della benzina potrebbero non scendere prima delle elezioni di medio termine


Il presidente Trump ha inviato messaggi contrastanti su quanto tempo si aspetta che i costi rimangano alti, evidenziando i pericoli per il Partito Repubblicano alle prossime elezioni di medio termine. Alcuni membri del suo partito hanno espresso nuove preoccupazioni dopo i suoi commenti di domenica sui prezzi della benzina.

Fonti: New York Times

Bernie Sanders avverte che "il peggio deve ancora venire" in un discorso contro i miliardari


Il senatore Bernie Sanders ha lanciato un allarme sull'economia americana, avvertendo che "il peggio deve ancora venire" a meno che i lavoratori non superino una "classe dirigente" di miliardari. Sanders ha parlato a un raduno a Manhattan insieme al sindaco di New York Zohran Mamdani, che ha messo in guardia contro l'intelligenza artificiale che "sta arrivando per i posti di lavoro umani".

Fonti: The Guardian

La Federal Reserve potrebbe ridurre il suo bilancio per diminuire l'influenza sui mercati


Stanno arrivando numerosi suggerimenti su come la banca centrale americana può ridurre la sua influenza nei mercati finanziari attraverso la riduzione del bilancio. Le proposte mirano a limitare il ruolo della Fed nei mercati mentre l'istituzione cerca di normalizzare la politica monetaria dopo anni di interventi straordinari.

Fonti: Financial Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Popolarità Trump, piccolo rimbalzo ma la situazione rimane critica (12 aprile)


Fisiologico respiro per l'approvazione di Trump, dopo un periodo nero; il dato è ora simile a quello di Biden, ma le nubi all'orizzonte sono ancora cupe.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Nella settimana che segna la tregua della guerra in medioriente, la popolarità di Trump gode di un piccolo rimbalzo, sebbene i sondaggi non tengano ancora conto degli ultimi sviluppi. Ad ogni modo, la situazione complessiva non cambia: siamo sempre ai livelli minimi della sua seconda presidenza ed ad uno dei punti più bassi di sempre per un presidente nella storia recente della politica americana.

Questo piccolo recupero va a compensare solo in minima parte quanto perso dall'inizio dell’operazione militare, ovvero circa 5 punti di net rating.

Il tasso di approvazione rimane pericolosamente intorno al 40%, con picchi negativi al 35%; bisogna risalire fino al 2017 per ritrovare una media simile. Nel mentre, il tasso di disapprovazione è schizzato al 57% circa, un livello record.

Nonostante la settimana sia contraddistinta dal segno "più", per il tycoon non sarà facile rialzarsi da questa situazione: dopo un fisiologico riassestamento, potrebbe tornare a scivolare ulteriormente in basso.

Il dato è lievemente peggiore rispetto alla media di Joe Biden nell’aprile 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di qualunque presidente fino al giorno d’oggi dopo quasi quindici mesi di presidenza, ma la distanza col suo predecessore si è nuovamente affievolita.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Tutte le tre medie registrano un miglioramento rispetto a una settimana fa, con Focus America che rileva un dato più robusto rispetto ai pochi decimali di RCP e Silver.

Come già accennato, dopo quasi quindici mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca sotto rispetto ai primi quindici mesi del suo primo mandato e di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 446 giorni di presidenza (-14,5 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, indietro come detto anche rispetto al suo primo mandato, in cui era a -12.

Anche Joe Biden, comunque, con il suo -14,2 non brillava particolarmente dopo quindici mesi di presidenza.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 40% e il 41%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 55%-57%, cifre vicine ai minimi del mandato di Joe Biden.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi della tregua con l’Iran.

Di seguito pubblichiamo una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso delle ultime due settimane. Di fianco alla casa sondaggistica scriviamo due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
11 rilevazioni di 10 istituti — 12 aprile 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Net ApprovalData fine

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 1 sondaggio
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 4 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 6 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 12 aprile 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 39,6% (+0,2) - 56,6% (-0,3). In totale un net approval di -17 (+0,5).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 41,5% (+0,6) - 56,6% (-0,3). In totale un rating di -15,1 (+0,9).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 40,7% (+0,8) - 55,3% (-1,6), con in totale un rating di -14,5 (+2,4). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

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Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

Questa voce è stata modificata (3 mesi fa)

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Come Biden, Trump accusa gli americani di non apprezzare i suoi risultati


Il presidente insiste sul fatto che l'economia va meglio di quanto i cittadini pensino, mentre il gradimento crolla al 37 per cento dopo il peggior dato sull'inflazione del suo secondo mandato

Il peggior rapporto sull'inflazione del secondo mandato di Donald Trump ha costretto la Casa Bianca a una difesa a tutto campo. Il presidente e i suoi collaboratori hanno cercato di spostare l'attenzione su singoli miglioramenti, come il calo dei prezzi di alcuni beni, i tagli fiscali e la riduzione del costo dei farmaci, sostenendo che i critici guardano nella direzione sbagliata. È un copione che gli americani conoscono bene, perché lo stesso argomento ha accompagnato gli ultimi mesi della presidenza di Joe Biden, scrive il Washington Post.

Il parallelismo tra i due leader è sorprendente, considerato che hanno passato oltre un decennio ad attaccarsi a vicenda sulle rispettive politiche e sulla capacità di governare. Eppure entrambi condividono la stessa frustrazione: la convinzione che il pubblico americano non riconosca i risultati ottenuti. Trump ha ripetuto questo concetto in diversi discorsi in stile elettorale e apparizioni alla Casa Bianca nel corso dell'anno. "In un anno abbiamo preso un Paese morto e paralizzato", ha detto in un discorso alla nazione la settimana scorsa, aggiungendo di aver trasformato gli Stati Uniti nel "Paese più attraente del mondo". In un intervento a Clive, Iowa, a gennaio ha accusato i media di ignorare i suoi risultati più importanti: "Ho ottenuto la più grande riduzione di prezzo nella storia sui farmaci. Non riesco a far parlare questi di questo".

Biden usava lo stesso registro. Nell'ultimo mese della sua presidenza ha cercato di migliorare il giudizio della storia sul proprio mandato, insistendo sul fatto che il problema non fossero le politiche in sé, ma la capacità degli americani di percepirne i benefici. "So che per molti americani è stato difficile da vedere, e lo capisco", ha dichiarato il 4 dicembre 2024 alla Brookings Institution. "Ma credo fosse la cosa giusta da fare, non solo per tirare fuori gli americani dalla crisi economica causata dalla pandemia, ma per mettere l'America su un percorso più solido per il futuro".

Il fenomeno ha radici che vanno oltre le singole personalità. Tevi Troy, storico delle presidenze ed ex funzionario dell'amministrazione di George W. Bush, ha spiegato al Washington Post che i presidenti di ogni schieramento si sono sempre lamentati di non ricevere il giusto riconoscimento per politiche i cui benefici si manifestano lentamente. La novità, secondo Troy, è che l'opinione pubblica oggi si muove molto meno in risposta ai risultati concreti. In una nazione sempre più polarizzata, i grandi risultati legislativi o economici tendono a consolidare le opinioni esistenti anziché cambiarle. Per i presidenti, questo significa che un principio fondamentale della politica americana moderna si è incrinato: l'idea che i risultati, una volta ottenuti, vengano premiati. "Il motore dell'economia non è il governo", ha detto Troy. "Quello che succede sul campo detta l'andamento dell'economia, e un presidente non può controllarlo, e questo li frustra". Troy ha ricordato come i collaboratori di George H.W. Bush fossero convinti che Bill Clinton avesse incassato i meriti di una ripresa economica avviata dalle decisioni difficili del suo predecessore.

Trump ha anche rivendicato il merito a lungo termine dell'azione militare contro le ambizioni nucleari dell'Iran, ma quell'operazione ha avuto un costo pesante. I leader iraniani hanno bloccato lo Stretto di Hormuz, il traffico delle petroliere si è ridotto drasticamente, i mercati energetici globali sono stati sconvolti e gli alleati degli Stati Uniti si sono irritati. Un cessate il fuoco è stato dichiarato nei giorni scorsi, ma mostra già segni di fragilità. Le conseguenze economiche sono state gravi: l'inflazione è cresciuta al ritmo mensile più rapido degli ultimi quattro anni, alimentata dall'impennata dei prezzi della benzina. Per un presidente che ha promesso di abbassare i costi, si tratta di un problema politico serio, soprattutto con le elezioni di metà mandato di novembre all'orizzonte.

Le rivendicazioni di Trump non si fermano ai confini nazionali. Ha criticato il comitato del Nobel per la Pace per non avergli assegnato il premio, ha detto che il Canada "dovrebbe essere grato" per la protezione che deriva dalla vicinanza agli Stati Uniti e ha criticato a lungo gli altri membri della Nato per non aver contribuito abbastanza all'alleanza. Biden, dal canto suo, cercava più riconoscimento per aver guidato il Paese fuori dalla pandemia di Covid-19 e per aver evitato una recessione che molti economisti consideravano inevitabile.

I numeri raccontano una storia simile per entrambi. Il gradimento di Biden non è mai uscito dalla fascia bassa, nemmeno dopo l'approvazione del pacchetto di aiuti per la pandemia e di una legge bipartisan sulle infrastrutture. Trump non sta andando meglio: secondo una media dei sondaggi del Washington Post da marzo in poi, il 37 per cento degli americani approva il suo operato, mentre il 60 per cento lo disapprova, un livello vicino al punto più basso di entrambi i suoi mandati.

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Come il pedaggio nello Stretto di Hormuz ridisegna il commercio mondiale


La guerra con l'Iran ha infranto il principio della libera navigazione. Navi bloccate, pedaggi in yuan e criptovalute, e un precedente che la Cina potrebbe sfruttare nel Mar Cinese Meridionale

In sei settimane di guerra, l'Iran ha fatto ciò che nessuno era riuscito a fare in oltre un secolo: chiudere una delle rotte marittime più importanti del pianeta e imporre un pedaggio per attraversarla. Lo Stretto di Hormuz, largo appena 50 chilometri, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale, è diventato il simbolo di un nuovo disordine globale. Mentre la marina americana osserva senza intervenire, Teheran decide quali navi possono passare e a quale prezzo. Il Wall Street Journal ricostruisce in un'ampia inchiesta come il sistema della libera navigazione, costruito dagli Stati Uniti nell'arco di un secolo, si stia sgretolando.

Più di 700 navi sono bloccate nei pressi dell'Iran, con decine di miliardi di dollari di merci a bordo e circa 20.000 marinai intrappolati in mare. Anche tre giorni dopo l'annuncio del cessate il fuoco da parte del presidente Trump, condizionato alla completa riapertura dello Stretto, l'Iran lasciava passare solo un rivolo di imbarcazioni: due al giorno. La selezione avviene secondo una lista di amicizie geopolitiche di Teheran, e i pedaggi possono arrivare fino a 2 milioni di dollari. La marina iraniana ha trasmesso via radio un messaggio chiaro: qualsiasi nave che tenti il transito senza autorizzazione sarà distrutta.

Le conseguenze economiche si estendono ben oltre la regione. Se l'Iran continuerà a far pagare le petroliere, il costo aggiuntivo si trasferirà direttamente sul prezzo della benzina per i consumatori di tutto il mondo. I Guardiani della Rivoluzione potrebbero anche bloccare del tutto il flusso, provocando il caos sui mercati energetici. I prezzi del carburante navale e delle assicurazioni di guerra sono già aumentati, le rotte sono state deviate, gli equipaggi hanno dato le dimissioni. Come in un ingorgo stradale, anche un piccolo blocco in una singola rotta marittima può propagarsi a lungo dopo che l'ostacolo è stato rimosso.

Il cosiddetto "casello di Teheran" ha implicazioni che vanno oltre l'economia. Navi e equipaggi cercano soluzioni disperate: alcune imbarcazioni cambiano bandiera per assumere quella di Paesi amici dell'Iran, altre si trasformano in "navi fantasma", assumendo l'identità di navi demolite o dismesse, in violazione delle regole marittime delle Nazioni Unite. Alcuni equipaggi implorano i porti di farli sbarcare da navi che hanno esaurito cibo e verdure fresche, dopo 41 giorni di prigionia di fatto. Alcuni marinai hanno pensato al suicidio, con i capitani e i rappresentanti sindacali che svolgono il ruolo di consulenti psicologici.

Il dato più allarmante, secondo analisti navali e storici intervistati dal Wall Street Journal, è il precedente che l'Iran sta creando. Gli alleati degli Stati Uniti temono che altri attori possano replicare il modello, come facevano gli imperi del XVII secolo, quando la dinastia Qing cinese, gli Ottomani e i Portoghesi tassavano le navi di passaggio. Il precedente riguarda in particolare la Cina, che rivendica la sovranità sul Mar Cinese Meridionale, un passaggio attraverso cui transita più di un quarto del commercio globale. "Se il mondo accetta di pagare pedaggi per lo Stretto di Hormuz, come gestiamo la pretesa della Cina che l'intero Mar Cinese Meridionale sia acque territoriali cinesi?", ha dichiarato al Wall Street Journal il vice ammiraglio in pensione della marina americana John Miller. "Se controllano il Mar Cinese Meridionale, controllano di fatto l'economia globale".

Gli Stati Uniti hanno spostato risorse militari dall'Asia orientale al Medio Oriente, dando alla Cina maggiore libertà d'azione senza però riuscire a liberare Hormuz. Washington si è mostrata meno decisa nell'opporsi alla costruzione di un'isola artificiale cinese nel Mar Cinese Meridionale rispetto ai progetti precedenti, tutti considerati potenziali minacce alla navigazione nella regione e a Taiwan.

Le ripercussioni toccano anche il dollaro americano, la cui posizione come valuta indiscussa del commercio marittimo consente agli Stati Uniti di mantenere le tasse basse e i deficit alti. L'Iran riscuote i pedaggi in yuan cinesi o in criptovalute, un segnale che mina il primato del biglietto verde. Nemmeno è chiaro come gli armatori possano pagare il pedaggio iraniano senza violare le sanzioni americane. Un consigliere di un governo asiatico, normalmente alleato stretto degli Stati Uniti, ha raccontato di aver negoziato con l'ambasciatore iraniano locale per capire se le proprie navi potessero acquistare un passaggio sicuro in criptovalute o yuan.

Il sistema della libera navigazione, oggi dato per scontato, ha radici profonde nella storia americana. Nacque dal capitalismo dell'Età dorata di fine Ottocento e dal pensiero di Alfred Thayer Mahan, che considerava la libertà commerciale dei mari fondamentale per la prosperità e la potenza navale degli Stati Uniti. Dopo la Seconda guerra mondiale la marina americana divenne la forza di polizia marittima globale, garantendo la libera circolazione delle merci. Il commercio mondiale esplose, anche se la cantieristica navale americana si atrofizzò e la flotta passò da 7.000 navi alla fine della Seconda guerra mondiale a circa 300 oggi. Già dopo la guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta, quando navi civili furono affondate nello Stretto di Hormuz, i funzionari navali americani calcolarono che la marina sarebbe stata in grado di scortare solo una manciata di navi civili al giorno, una frazione del traffico regolare.

Lo Stretto di Hormuz non è un caso isolato. Il sistema della libera navigazione è sotto pressione in almeno sei vie d'acqua. Nel Mar Baltico, la Russia trasporta petrolio e gas violando le sanzioni internazionali con una "flotta ombra" che spesso non rispetta i requisiti di sicurezza. Nel Mar Nero, i porti ucraini subiscono attacchi missilistici russi. Il traffico nel Mar Rosso non si è ripreso dall'affondamento della Rubymar nel 2024 da parte dei ribelli Houthi, il primo cargo civile perso in guerra dalla guerra Iran-Iraq. "Il concetto dell'autostrada blu sta scomparendo", ha dichiarato al Wall Street Journal Salvatore Mercogliano, ex ufficiale di marina e professore associato di storia alla Campbell University in North Carolina. "Abbiamo creato un sistema oceanico pensato per volume e velocità, e quello a cui stiamo assistendo è come schiantarsi contro un muro a 160 chilometri all'ora".

Hunter Stires, che ha servito come stratega marittimo per il Segretario della Marina fino a quest'anno, ha usato un paragone diretto: "Come i gangster di quartiere, Iran e Cina cercano di imporre un racket di protezione sulle navi civili, in violazione del diritto internazionale. La mafia lo chiama pizzo, l'Iran lo chiama pedaggio". Jason Chuah, professore di diritto commerciale e marittimo alla City Law School dell'Università di Londra, ha aggiunto al Wall Street Journal: "Una volta che si ha una grande violazione, le altre seguono e si precipita rapidamente nel caos giuridico. Il diritto internazionale sembra essere a un punto di rottura nel Golfo Persico".

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Trump annuncia il blocco navale dello Stretto di Hormuz


Il vicepresidente Vance ha lasciato Islamabad senza accordo dopo 21 ore di colloqui diretti. Teheran rifiuta di rinunciare alle ambizioni nucleari e al controllo dello Stretto
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Il presidente Trump ha annunciato che la Marina americana bloccherà "tutte le navi che tentano di entrare o uscire dallo Stretto di Hormuz", dopo il collasso dei negoziati di pace con l'Iran a Islamabad. Lo ha scritto su Truth Social poche ore dopo che il vicepresidente JD Vance aveva lasciato il Pakistan senza un accordo, al termine di colloqui durati 21 ore. Trump ha anche minacciato che le forze armate americane "finiranno quel poco che resta dell'Iran" al momento opportuno.

I colloqui di Islamabad, mediati dal Pakistan, sono stati i più importanti tra Stati Uniti e Iran dalla rivoluzione islamica del 1979. Vance ha guidato la delegazione americana, affiancato dall'inviato speciale Steve Witkoff e da Jared Kushner, genero del presidente. La delegazione iraniana era guidata dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dal falco Ali Bagheri Kani, noto oppositore dell'accordo nucleare del 2015. I negoziati sono iniziati sabato mattina e proseguiti per tutta la notte, con Trump consultato tra le sei e le dodici volte nel corso delle discussioni.

Il nodo centrale che ha fatto saltare l'intesa è stato il programma nucleare iraniano. Vance ha dichiarato in conferenza stampa a Islamabad che la delegazione americana non ha ottenuto dall'Iran "un impegno fondamentale a non sviluppare un'arma nucleare, non solo ora, non solo tra due anni, ma nel lungo periodo". Trump ha confermato che "la maggior parte dei punti era stata concordata", ma che "l'unico punto che contava davvero, il NUCLEARE, non lo è stato". L'Iran ha sempre rivendicato il diritto di arricchire l'uranio per scopi civili. Ghalibaf ha risposto che gli Stati Uniti "non sono riusciti a guadagnare la fiducia della delegazione iraniana" e ha attribuito la diffidenza alle "due guerre precedenti".

L'altro grande punto di frizione è stato lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. L'Iran ha imposto un sistema di pedaggi di fatto sulle navi in transito, con tariffe fino a 2 milioni di dollari per le superpetroliere. Teheran insiste sul proprio controllo dello Stretto e rifiuta quelle che definisce "pretese eccessive" degli americani. Il vicepresidente del Parlamento iraniano Haji Babaei ha dichiarato che lo Stretto "è completamente nelle mani dell'Iran" e che "i pedaggi devono essere pagati in rial". Nel frattempo, sabato due cacciatorpediniere americani hanno attraversato lo Stretto per la prima volta dall'inizio del conflitto, in una missione descritta come operazione per la libertà di navigazione e per il dragaggio delle mine. L'Iran ha negato il transito e ha avvertito che qualsiasi tentativo di passaggio da parte di navi militari riceverà "una risposta ferma e decisa".

Prima del collasso dei negoziati, l'Iran aveva posto precondizioni che hanno complicato l'avvio stesso delle discussioni. Ghalibaf aveva chiesto lo sblocco dei fondi iraniani congelati all'estero, in quello che sembrava un riferimento ai 6 miliardi di dollari di ricavi petroliferi parcheggiati in Qatar dall'autunno 2023, e un cessate il fuoco in Libano, dove Israele continua le operazioni militari contro Hezbollah. Nei giorni precedenti ai colloqui, Trump aveva chiesto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di ridimensionare gli attacchi in Libano per non compromettere la tregua con l'Iran, come riportato dal Wall Street Journal. Netanyahu ha risposto che "non c'è alcun cessate il fuoco in Libano" e che Israele continua a colpire Hezbollah "con tutta la forza".

L'Iran ha dispiegato forze speciali della Marina lungo la costa meridionale per contrastare "qualsiasi possibile infiltrazione nemica nel territorio del Paese", secondo i media di Stato. Gli Stati Uniti hanno inviato migliaia di Marines e paracadutisti in Medio Oriente, inclusi 1.500-2.000 soldati della 82esima divisione aviotrasportata. L'arsenale missilistico iraniano è stato dimezzato rispetto all'inizio del conflitto, secondo valutazioni americane e israeliane, ma Teheran conserva ancora oltre mille missili balistici a medio raggio e capacità di fuoco. La guerra ha causato oltre 3.300 morti in Iran secondo le autorità di Teheran, tra cui centinaia di bambini. Il Pentagono ha dichiarato 13 militari americani uccisi e 390 feriti. Il costo complessivo del conflitto è stimato tra 25 e 35 miliardi di dollari, secondo l'analisi di Elaine McCusker, ex alta funzionaria del bilancio del Pentagono, per l'American Enterprise Institute.

Sul fronte diplomatico, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei ha detto che nessuno si aspettava un accordo "in una singola sessione" e che "la diplomazia non finisce mai". Vance ha lasciato quella che ha definito "la nostra offerta finale e migliore", aggiungendo: "Vedremo se gli iraniani la accetteranno". Il Pakistan ha chiesto a entrambe le parti di mantenere il cessate il fuoco, in vigore ancora per dieci giorni. L'ex ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha scritto su X che "non è troppo tardi" perché gli Stati Uniti imparino che "non si possono dettare condizioni all'Iran". La BBC ha riferito che contatti indiretti tra le due parti attraverso il Pakistan sono proseguiti anche dopo la partenza di Vance, anche se né Washington né Teheran lo hanno confermato ufficialmente. Analisti ed ex funzionari sono divisi sulle prospettive. Karim Sadjadpour, del Carnegie Endowment for International Peace, ha scritto sull'Atlantic che l'Iran vede in Vance "la voce anti-guerra nel movimento MAGA" e che un eventuale accordo firmato dal vicepresidente avrebbe più forza in vista di una sua possibile candidatura presidenziale. Ilan Goldenberg, ex responsabile del dossier Iran al Pentagono, ha dichiarato al Wall Street Journal che "non esiste una zona di accordo tra Stati Uniti e Iran" sulla base delle posizioni attuali. L'annuncio del blocco navale dello Stretto di Hormuz da parte di Trump indica che la Casa Bianca ha scelto, almeno per ora, la strada dell'escalation.

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La leva negoziale di Trump con l'Iran peggiora


I dati economici di marzo sono i peggiori dall'insediamento del presidente. L'inflazione sale del 3,3% su base annua, la benzina segna un rincaro record del 21,2% e la fiducia dei consumatori tocca il minimo storico dal 1952. I negoziati di Islamabad falliscono dopo 21 ore

La settimana del presidente Donald Trump è iniziata con la minaccia di porre fine a "un'intera civiltà" ed è finita con il fallimento dei negoziati di Islamabad. È la parabola descritta da un'analisi della CNN firmata da Aaron Blake, la cui tesi centrale, scritta mentre il vicepresidente JD Vance era ancora in volo verso il Pakistan, è stata confermata dagli eventi: Trump sta perdendo la leva negoziale con l'Iran, e i dati economici spiegano perché.

I numeri diffusi venerdì disegnano un quadro allarmante. L'inflazione a marzo è salita dello 0,9% in un solo mese, l'aumento mensile più alto degli ultimi quattro anni. Su base annua il tasso ha raggiunto il 3,3%, il livello più elevato dall'insediamento di Trump. Il prezzo della benzina è cresciuto del 21,2% in un mese, un record assoluto. L'indice di fiducia dei consumatori dell'Università del Michigan, uno dei più seguiti dagli analisti, ha toccato il minimo storico da quando esiste la rilevazione, cioè dal 1952. A provocare questi numeri è lo shock petrolifero causato dal blocco dello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita il 20% del petrolio mondiale.

L’inflazione negli Stati Uniti sale al livello più alto in due anni
I prezzi della benzina sono aumentati del 21,2% in un solo mese, il rialzo mensile più grande dal 1967. Il sentiment dei consumatori è crollato al minimo storico
Focus AmericaRedazione


Il dato più preoccupante per la Casa Bianca, osserva Blake, è che la situazione potrebbe peggiorare. Lo shock petrolifero rischia di alimentare l'inflazione per mesi, anche nel caso in cui la guerra finisse rapidamente e lo Stretto venisse riaperto. Uno scenario economico cupo che si avvicinerebbe alle elezioni di metà mandato di novembre, nelle quali i repubblicani partono già in una posizione difficile per mantenere il controllo della Camera.

È in questo contesto che si sono svolti i negoziati di Islamabad, il più alto livello di contatto diretto tra Stati Uniti e Iran dalla rivoluzione islamica del 1979. Ventuno ore di colloqui, mediati dal Pakistan, si sono concluse senza alcun accordo nella notte tra sabato e domenica. Vance si è presentato davanti alla stampa alle 6:30 del mattino ora locale per annunciare il fallimento delle trattative. "Hanno scelto di non accettare le nostre condizioni", ha detto in una breve conferenza stampa all'hotel Serena prima di ripartire per Washington. Secondo due funzionari iraniani citati dal New York Times, i punti di blocco erano tre: la riapertura dello Stretto di Hormuz, il destino di circa 400 chili di uranio arricchito al 60% e la richiesta iraniana di sbloccare circa 27 miliardi di dollari di fondi congelati all'estero.

Sono già falliti i negoziati tra Stati Uniti e Iran a Islamabad, Vance lascia il Pakistan
Il vicepresidente americano annuncia che Teheran ha rifiutato le condizioni di Washington sul nucleare. Restano irrisolti i nodi sullo Stretto di Hormuz e sull’uranio arricchito
Focus AmericaLorenzo Ruffino


Il fallimento dei negoziati conferma lo squilibrio descritto dall'analisi della CNN. Per tutta la settimana, è stata l'amministrazione Trump a mostrarsi più ansiosa di raggiungere un accordo. Dopo il cessate il fuoco annunciato martedì, le due parti avevano offerto versioni divergenti sulle condizioni della tregua, dal controllo dello Stretto al ruolo degli attacchi israeliani contro Hezbollah in Libano. L'Iran è il principale sostenitore di Hezbollah, a cui fornisce assistenza finanziaria e militare. Washington aveva risposto a ogni problema cercando di minimizzare. Vance aveva definito il disaccordo sul Libano un semplice "malinteso". Trump aveva contattato personalmente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per appianare la situazione. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, interrogata sul traffico quasi inesistente nello Stretto, aveva risposto che "in privato" avevano registrato un "aumento" e che ci sarebbe voluto "tempo".

Il comportamento iraniano a Islamabad ha seguito la stessa logica. Teheran ha rifiutato di rinunciare al blocco dello Stretto, quella che considera la sua principale leva negoziale, dichiarandosi disponibile a riaprirlo solo dopo un accordo di pace definitivo. Ha inoltre chiesto riparazioni di guerra per i danni subiti durante sei settimane di bombardamenti, richiesta respinta dagli americani. L'agenzia di stampa Fars, vicina ai servizi di sicurezza iraniani, ha citato un funzionario anonimo secondo cui "l'Iran non ha fretta" e la situazione nello Stretto non cambierà finché gli Stati Uniti non accetteranno "un accordo ragionevole". A Islamabad gli iraniani si aspettavano una pausa prima di riprendere i colloqui domenica, come riportato da Le Monde. Vance ha invece annunciato la partenza immediata, lasciando sul tavolo quella che ha definito "la nostra offerta finale e migliore". Un funzionario pakistano citato dal Washington Post ha riferito che Vance ha lasciato il Paese senza piani per ulteriori contatti.

Trump, nel frattempo, si trovava a Miami per assistere a un incontro di arti marziali miste. Parlando con i giornalisti prima di partire dalla Casa Bianca, aveva minimizzato l'importanza dei negoziati: "Che si arrivi a un accordo o meno, non mi interessa. Abbiamo vinto". Venerdì aveva scritto sui social che gli iraniani "non hanno carte da giocare, a parte un'estorsione a breve termine del mondo attraverso le vie d'acqua internazionali". Ma come osserva Blake, se davvero l'Iran non avesse carte, il comportamento dell'amministrazione Trump racconterebbe una storia diversa.

La ragione dello squilibrio, secondo l'analisi, è strutturale. L'Iran ha subito danni militari pesanti, con almeno 1.701 vittime civili di cui 254 bambini secondo la Human Rights Activists News Agency. Ma la sua capacità di bloccare lo Stretto di Hormuz gli conferisce un vantaggio economico e un deterrente strategico contro futuri attacchi. Negli Stati Uniti la guerra ha sempre avuto poco sostegno popolare, in parte perché Trump non si è mai impegnato a costruire un consenso. Il sostegno è calato ulteriormente con il peggioramento dei dati economici e i repubblicani temono le conseguenze alle elezioni del 2026.

La posta in gioco ora è altissima. Il cessate il fuoco scade il 21 aprile. Vali Nasr, professore ed esperto di Iran alla Johns Hopkins University, ha dichiarato al New York Times che la delegazione iraniana di oltre settanta persone indicava la serietà con cui Teheran affrontava i colloqui. David Sanger, corrispondente del New York Times dalla Casa Bianca, ha osservato che entrambe le parti ritengono di aver prevalso nel primo round: gli Stati Uniti per la potenza militare dispiegata, l'Iran per essere sopravvissuto. "Nessuna delle due parti sembra incline al compromesso", ha scritto. Le minacce straordinarie di inizio settimana non hanno prodotto il risultato sperato, e il tempo gioca contro Trump.


L'inflazione negli Stati Uniti sale al livello più alto in due anni


L'inflazione negli Stati Uniti è salita al 3,3% annuo a marzo, il livello più alto da quasi due anni, trainata dall'impennata dei prezzi dell'energia provocata dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Il dato, diffuso venerdì dal Bureau of Labor Statistics, segna un balzo netto rispetto al 2,4% di febbraio e rappresenta la variazione mensile più significativa dal 2022, quando l'economia globale affrontava lo shock energetico causato dall'invasione russa dell'Ucraina.

Il motore principale dell'accelerazione è stato il prezzo della benzina, aumentato del 21,2% da febbraio a marzo: il rialzo mensile più grande da quando il governo ha iniziato a raccogliere questi dati, nel 1967. I prezzi del gasolio da riscaldamento sono cresciuti di oltre il 30%, il balzo più consistente dal 2000. La chiusura dello Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per circa un quinto del petrolio mondiale, ha fatto schizzare il prezzo del greggio americano dai circa 70 dollari al barile di fine febbraio, quando il conflitto è scoppiato, a oltre 110 dollari nelle settimane successive.

L'impatto sulla vita quotidiana dei consumatori è immediato. Il prezzo medio di un gallone di benzina negli Stati Uniti ha raggiunto i 4,15 dollari, secondo l'American Automobile Association. In California la situazione è ancora più pesante, con una media di 5,93 dollari al gallone. L'aumento dei prezzi della benzina ha rappresentato da solo quasi tre quarti della crescita complessiva dell'inflazione tra febbraio e marzo.
Come cresce l'inflazione negli Stati Uniti

Inflazione
Come cresce l'inflazione negli Stati Uniti
Variazione percentuale annua del CPI-U (tutti i beni, non destagionalizzato)
Ultimo aggiornamento: 11 aprile 2026

Elaborazione Focus America su dati del U.S. Bureau of Labor Statistics

Le conseguenze si estendono anche ad altri settori. I biglietti aerei sono aumentati del 14,9% su base annua, l'abbigliamento dell'1% nel solo mese di marzo, i giocattoli del 2,3%. Questi rincari riflettono sia l'aumento dei costi energetici sia l'effetto persistente dei dazi, che le aziende continuano a trasferire sui consumatori. Le principali compagnie aeree americane, tra cui American Airlines, Delta, JetBlue, Southwest e United, hanno già aumentato i costi per i bagagli da stiva per compensare il caro-carburante.

I prezzi alimentari sono rimasti stabili a marzo, ma gli analisti prevedono aumenti nei prossimi mesi, perché i costi più alti del diesel si trasferiranno sui trasporti e quindi sugli scaffali dei supermercati. Samuel Tombs, capo economista di Pantheon Macroeconomics per gli Stati Uniti, ha spiegato alla CNN che i prezzi alimentari impiegano in genere dai tre ai sei mesi per assorbire uno shock energetico.

Un segnale di allarme arriva dal sentiment dei consumatori. L'indice dell'Università del Michigan è crollato ad aprile a 47,6, il livello più basso mai registrato dal 1952, inferiore a qualsiasi lettura durante la Grande Recessione, la pandemia e la successiva ondata inflazionistica. Joanne Hsu, direttrice dell'indagine, ha dichiarato che molti consumatori attribuiscono i cambiamenti negativi dell'economia al conflitto in Iran. Le aspettative di inflazione a un anno sono salite al 4,8%, rispetto al 3,8% del mese precedente.

L'inflazione "core", che esclude i prezzi di energia e alimentari ed è considerata un indicatore più affidabile delle tendenze di fondo, è salita solo dello 0,2% su base mensile e del 2,6% su base annua, leggermente al di sotto delle attese. Questo dato ha fornito un moderato sollievo ad alcuni analisti. Adam Schickling, economista di Vanguard, ha osservato che sotto la superficie l'inflazione di fondo continua a muoversi nella direzione giusta. Ma Bernd Weidensteiner di Commerzbank ha avvertito che l'impatto limitato sui prezzi non energetici è destinato a cambiare presto.

Per la Federal Reserve la situazione è particolarmente delicata. I verbali della riunione di marzo, pubblicati questa settimana, rivelano che alcuni membri del comitato hanno discusso la possibilità di un rialzo dei tassi se l'inflazione dovesse restare sopra l'obiettivo. Il presidente Jerome Powell ha dichiarato che la Fed tende a "guardare oltre" gli shock dal lato dell'offerta, e che la sua reazione dipenderà dalle aspettative di inflazione a medio-lungo termine degli americani. I mercati si aspettano tassi invariati nelle prossime due riunioni, previste a fine aprile e a giugno, ma la possibilità di un rialzo non è più esclusa. Steven Blitz, capo economista di GlobalData TS Lombard, ha detto al Financial Times che la Fed non può tagliare i tassi ora perché non conosce la durata dello shock sui carburanti, e che comunque vada il cessate il fuoco, ci sarà un premio di rischio sui prezzi dell'energia che prima della guerra non esisteva.

La Casa Bianca ha cercato di contenere l'allarme. Il portavoce Kush Desai ha sottolineato su X il calo dei prezzi di uova, farmaci con ricetta e altri beni essenziali, attribuendolo alle politiche dell'amministrazione. Le uova sono effettivamente scese del 44,7% in un anno, dopo l'epidemia di influenza aviaria che ne aveva fatto lievitare i prezzi. Ma secondo Andy Lipow, presidente di Lipow Oil Associates, l'aumento annuo dei prezzi della benzina costerà alle famiglie circa 190 dollari in più al mese. Il presidente Trump ha definito il rincaro energetico temporaneo, respingendo le preoccupazioni sui rischi per l'economia.

Sul fronte diplomatico, i negoziati tra Stati Uniti e Iran in programma a Islamabad nel fine settimana restano incerti. Il vicepresidente JD Vance ha detto di aspettarsi colloqui "positivi", ma nel giro di poche ore Mohammad Bagher Ghalibaf, uno dei principali leader iraniani, ha dichiarato su X che Teheran non parteciperà a meno che Israele non accetti di fermare gli attacchi contro Hezbollah in Libano e gli Stati Uniti non scongelino gli asset iraniani all'estero. La fragile tregua di due settimane raggiunta in settimana è già sotto pressione per una serie di disaccordi, tra cui il destino delle riserve iraniane di uranio altamente arricchito. Secondo Goldman Sachs, le esportazioni di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz sono scese all'8% del livello normale.

Anche se il cessate il fuoco dovesse reggere e lo Stretto riaprisse, gli analisti avvertono che i prezzi al consumo resteranno elevati per mesi. I prezzi della benzina scendono più lentamente di quanto salgano, perché il greggio meno caro impiega tempo per essere raffinato, stoccato e distribuito alle stazioni di servizio. La direttrice del Fondo Monetario Internazionale Kristalina Georgieva ha avvertito che non ci sarà un ritorno ordinato alla situazione precedente, anche se la tregua dovesse tenere. Bernard Yaros, capo economista per gli Stati Uniti di Oxford Economics, ha dichiarato alla CBS che la lettura dell'inflazione di aprile sarà "scomodamente alta" e che la variabile chiave resta la durata e l'intensità della guerra in Iran.


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I lavori della sala da ballo della Casa Bianca possono riprendere


I giudici danno tempo fino al 17 aprile. Il progetto da oltre 300 milioni di dollari divide la politica tra sicurezza nazionale, tutela storica e poteri del Congresso

Una corte d'appello federale ha stabilito sabato che i lavori per la costruzione della nuova sala da ballo della Casa Bianca possono proseguire almeno fino al 17 aprile, sospendendo temporaneamente l'ordine di un giudice che ne aveva imposto lo stop. La decisione, presa con un voto di 2 a 1, dà all'amministrazione Trump il tempo per rivolgersi alla Corte Suprema.

Il caso ruota attorno a un progetto che il presidente ha avviato lo scorso ottobre, quando ha fatto demolire l'Ala Est della Casa Bianca per costruire al suo posto una sala da ballo neoclassica da circa 90 mila piedi quadrati, capace di ospitare mille persone. Il costo stimato supera i 300 milioni di dollari, finanziati in larga parte con donazioni private da parte di alleati politici e aziende. I Democratici e gruppi di interesse pubblico hanno sollevato preoccupazioni sui conflitti di interesse, dato che molti donatori hanno rapporti d'affari con il governo federale.

Il giudice distrettuale Richard Leon, nominato dall'ex presidente George W. Bush, aveva ordinato a fine marzo la sospensione dei lavori fino a quando il Congresso non avesse autorizzato il completamento del progetto. Leon aveva però previsto un'eccezione per gli interventi "strettamente necessari a garantire la sicurezza della Casa Bianca", per evitare rischi legati a un cantiere aperto accanto alla residenza presidenziale.

L'amministrazione Trump si è aggrappata a questa eccezione, sostenendo che l'intero progetto ha finalità di sicurezza nazionale. In un documento depositato giovedì, gli avvocati del governo hanno scritto che le modifiche all'Ala Est prevedono colonne in acciaio resistenti ai missili, tetti anti-drone, vetri antiproiettile e anti-esplosione, oltre a bunker, strutture mediche e installazioni militari riservate. Il presidente stesso ha dichiarato ai giornalisti che la sala da ballo sarebbe solo una "tettoia" sopra un grande complesso militare sotterraneo, descritto come il sostituto del Presidential Emergency Operations Center, il bunker costruito sotto la Casa Bianca nell'era Roosevelt.

I due giudici di maggioranza del pannello d'appello, Patricia Millett, nominata da Obama, e Bradley Garcia, nominato da Biden, hanno però rilevato che l'amministrazione ha introdotto "considerevole confusione" nel caso. La corte ha osservato che il governo non ha spiegato in che modo l'ingiunzione interferisca con i piani di sicurezza esistenti per le restanti parti della Casa Bianca durante i lavori. Le recenti affermazioni sulla centralità del bunker, hanno scritto i giudici, sollevano "serie questioni di fatto sul rapporto" tra la sala da ballo in superficie e il complesso sotterraneo. Il pannello ha quindi chiesto al giudice Leon di chiarire la portata della sua ordinanza e dell'eccezione per la sicurezza.

La giudice Neomi Rao, nominata da Trump, ha espresso un'opinione dissenziente, sostenendo che i lavori avrebbero dovuto proseguire senza interruzioni durante l'appello. Rao ha scritto che il governo ha presentato "prove credibili di vulnerabilità di sicurezza in corso alla Casa Bianca che sarebbero prolungate dall'interruzione della costruzione".

La causa è stata avviata a dicembre dal National Trust for Historic Preservation, un'organizzazione istituita dal Congresso per la tutela del patrimonio storico, secondo cui il presidente ha rifiutato qualsiasi forma di confronto e controllo, in violazione della legge. La presidente dell'organizzazione, Carol Quillen, ha dichiarato in un comunicato che il National Trust attenderà i chiarimenti del giudice Leon, ribadendo l'impegno a tutelare il significato storico della Casa Bianca.

Prima di presentare un progetto architettonico, Trump ha sostituito i membri della Commission of Fine Arts e della National Capital Planning Commission, gli organismi che per legge devono approvare i grandi interventi edilizi nella capitale. La commissione per la pianificazione, ora controllata da persone vicine al presidente, ha approvato il progetto questo mese nonostante decine di migliaia di commenti negativi ricevuti durante il processo di revisione. Phil Mendelson, presidente del Consiglio del Distretto di Columbia, ha espresso l'unico voto contrario, contestando le dimensioni previste della sala da ballo e osservando che il progetto sembra essere cambiato rispetto alla versione presentata inizialmente.

Il bilancio della Casa Bianca pubblicato questo mese prevede circa 377 milioni di dollari per le modifiche al complesso quest'anno e altri 174 milioni per il prossimo. Trump ha sempre sostenuto che le donazioni private gli permettono di realizzare un progetto necessario senza costi per i contribuenti, e che il Congresso non ha voce in capitolo quando non si usano fondi pubblici. Il National Trust ha replicato che il finanziamento privato è stato concepito proprio per aggirare il Congresso e impedire ai parlamentari di bloccare i fondi.

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Lo scandalo Swalwell travolge la corsa al governatore della California


La procura di Manhattan apre un'indagine per violenza sessuale. Il deputato perde sostenitori, finanziamenti e alleati politici in poche ore, ma continua a dichiararsi innocente

La candidatura di Eric Swalwell a governatore della California è in caduta libera. A meno di due mesi dalle primarie, il deputato democratico ha perso in poche ore l'appoggio dei principali leader del suo partito, dei suoi stessi collaboratori e della piattaforma che raccoglieva i fondi per la sua campagna. La procura distrettuale di Manhattan ha aperto un'indagine sulle accuse di violenza sessuale mosse contro di lui da quattro donne.

Le accuse, pubblicate venerdì dal San Francisco Chronicle e dalla CNN, hanno innescato una reazione a catena senza precedenti. L'ex speaker della Camera Nancy Pelosi ha dichiarato di aver parlato direttamente con Swalwell, consigliandogli di ritirarsi. Il leader dei democratici alla Camera Hakeem Jeffries gli ha chiesto di abbandonare la corsa. Il senatore della California Adam Schiff e il senatore dell'Arizona Ruben Gallego, entrambi suoi alleati di lunga data, hanno ritirato il loro sostegno. Tutti e 21 i suoi sostenitori al Congresso gli hanno voltato le spalle.

Il deputato Jimmy Gomez, copresidente della campagna di Swalwell, si è dimesso dall'incarico dichiarando alla CNN di aver appreso "informazioni scioccanti contenenti le accuse più gravi e orribili immaginabili". Courtni Pugh, consigliera di primo piano e collegamento con i sindacati, ha lasciato la campagna "non appena ho saputo della gravità delle accuse". La potente California Teachers Association ha ritirato il suo endorsement e sabato altri importanti sindacati hanno fatto lo stesso.

La piattaforma di raccolta fondi ActBlue, fondamentale per le campagne democratiche, ha smesso di accettare donazioni per Swalwell. Anche il comitato indipendente Californians for a Fighter, che lo sosteneva, ha sospeso ogni attività.

La procura di Manhattan ha invitato chiunque abbia informazioni sulle accuse a contattare la sua divisione per i reati sessuali, specificando di disporre di "procuratori, investigatori e consulenti appositamente formati". L'indagine riguarda in particolare un presunto episodio avvenuto a New York nel 2024.

Le accuse più gravi arrivano da un'ex collaboratrice che ha lavorato negli uffici di Swalwell in California e a Washington. La donna ha raccontato al San Francisco Chronicle e alla CNN di essere stata violentata due volte dal deputato, nel 2019 e nel 2024, quando era troppo ubriaca per dare il consenso. La prima volta lavorava ancora per lui, assunta a 21 anni nel suo ufficio in California. La CNN ha poi raccolto le testimonianze di altre tre donne che accusano Swalwell di messaggi sessuali non richiesti, invio di foto di nudo e contatti fisici indesiderati.

Lo stesso staff di Swalwell gli si è rivoltato contro. In una dichiarazione congiunta non firmata, diffusa sabato, i collaboratori della campagna e dell'ufficio congressuale si sono detti "inorriditi" dalle notizie pubblicate. "Siamo dalla parte della nostra ex collega e delle altre donne che si sono fatte avanti", si legge nel comunicato ottenuto dal Washington Post. I collaboratori hanno precisato che chi resta al proprio posto lo fa solo per tutelare i colleghi più giovani, che non possono permettersi di rinunciare "immediatamente al proprio stipendio e ai propri benefit".

Swalwell, 45 anni, continua a respingere ogni accusa. In un video pubblicato venerdì sera sui social, ha definito le accuse di violenza sessuale "completamente false". Ha ammesso di non essere "perfetto né un santo" e di aver "commesso errori di giudizio", ma ha sostenuto che quei "sbagli riguardano me e mia moglie. A lei mi scuso profondamente per averla messa in questa posizione". Ha aggiunto che le accuse sarebbero politicamente motivate, dato che era tra i favoriti nella corsa al governatore. Swalwell non ha chiarito se intende ritirarsi, limitandosi a dire che avrebbe trascorso il fine settimana con la famiglia per poi fornire un aggiornamento "molto presto".

Hear it directly from me. These allegations are flat false. And I will fight them. pic.twitter.com/bQSlCquD1U
— Rep. Eric Swalwell (@RepSwalwell) April 11, 2026


Il commentatore politico Mark Z. Barabak scrive sul Los Angeles Times che la campagna di Swalwell "è morta, e molto probabilmente anche la sua carriera politica", ricordando che il deputato aveva scelto di candidarsi a governatore rinunciando alla rielezione al Congresso. Barabak paragona la sua smentita categorica a quella di Bill Clinton nel caso Lewinsky.

Lo scandalo sconvolge una corsa al governatore già caotica. La California, che elegge un governatore democratico da vent'anni, vota con un sistema di primarie apartitiche in cui i primi due classificati, indipendentemente dal partito, accedono al ballottaggio di novembre. Swalwell era tra i primi nei sondaggi con meno del 20%, in un campo affollato di candidati democratici e due repubblicani. Per i democratici lo scenario peggiore è quello di una frammentazione del voto che potrebbe permettere a due candidati repubblicani di qualificarsi per le elezioni generali del 3 novembre.

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Sono già falliti i negoziati tra Stati Uniti e Iran a Islamabad, Vance lascia il Pakistan


Il vicepresidente americano annuncia che Teheran ha rifiutato le condizioni di Washington sul nucleare. Restano irrisolti i nodi sullo Stretto di Hormuz e sull'uranio arricchito

Ventuno ore di negoziati diretti tra Stati Uniti e Iran si sono concluse senza alcun accordo nella notte tra sabato e domenica a Islamabad. Il vicepresidente americano J.D. Vance si è presentato davanti alla stampa alle 6:30 del mattino ora locale, con il volto provato, per annunciare il fallimento delle trattative. "Hanno scelto di non accettare le nostre condizioni", ha detto Vance in una breve conferenza stampa all'hotel Serena, nella capitale pakistana, prima di ripartire immediatamente per Washington.

L'incontro tra le delegazioni americana e iraniana, mediato dal Pakistan, rappresentava il più alto livello di contatto diretto tra i due Paesi dalla rivoluzione islamica del 1979. A soli sei settimane dall'uccisione della guida suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, in un raid americano-israeliano, il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf e il vicepresidente Vance si sono stretti la mano e hanno avviato colloqui descritti da funzionari iraniani come "cordiali e calmi", secondo quanto riportato dal New York Times.

Il nodo centrale che ha impedito un'intesa riguarda il programma nucleare iraniano. Vance ha dichiarato che gli Stati Uniti esigono "un impegno chiaro" da parte dell'Iran "a non dotarsi di un'arma nucleare e a non cercare gli strumenti che permetterebbero di ottenerla rapidamente". Secondo Washington, i siti di arricchimento dell'uranio sono stati distrutti durante i bombardamenti americani e israeliani, ma resta la questione di circa 400 chili di uranio altamente arricchito al 60%, che si troverebbero ancora sepolti sotto le macerie, in particolare nel sito di Isfahan. Gli Stati Uniti ne chiedevano l'estrazione e il trasferimento fuori dall'Iran.

.@VP: "The simple fact is that we need to see an affirmative commitment that they will not seek a nuclear weapon, and they will not seek the tools that would enable them to quickly achieve a nuclear weapon." t.co/A6Wl97qbAV pic.twitter.com/DNEL4JSlj2
— Rapid Response 47 (@RapidResponse47) April 12, 2026


I punti di blocco, secondo due funzionari iraniani citati dal New York Times, erano tre: la riapertura dello Stretto di Hormuz, il destino delle scorte di uranio arricchito e la richiesta iraniana di sbloccare circa 27 miliardi di dollari di fondi congelati all'estero. Washington pretendeva la riapertura immediata dello stretto, attraverso cui transita il 20% del petrolio mondiale, ma Teheran ha rifiutato di rinunciare a quella che considera la sua principale leva negoziale, dichiarandosi disponibile a riaprirlo solo dopo un accordo di pace definitivo. L'Iran ha inoltre chiesto riparazioni di guerra per i danni subiti durante sei settimane di bombardamenti, richiesta respinta dagli americani.

La posizione americana era chiara fin dall'inizio: zero arricchimento di uranio consentito e consegna dell'intero arsenale nucleare. La stessa linea che l'inviato speciale Steve Witkoff aveva già espresso nei contatti diplomatici con l'Iran tra gennaio e febbraio sotto la mediazione dell'Oman. Vance ha affermato che la delegazione americana si è mostrata "piuttosto flessibile" e "piuttosto conciliante", aggiungendo che il presidente Trump aveva dato istruzioni di "negoziare in buona fede".

La delegazione americana comprendeva, oltre a Vance, l'inviato speciale Witkoff e Jared Kushner, genero del presidente. Quella iraniana contava più di settanta persone, tra cui il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, alti funzionari della sicurezza e il governatore della Banca Centrale, a indicare la serietà con cui Teheran affrontava i colloqui. Vali Nasr, professore ed esperto di Iran alla Johns Hopkins University, ha dichiarato al New York Times che una delegazione così ampia viene dispiegata di solito nelle fasi finali di un negoziato, non per un primo sondaggio esplorativo.

Durante le ventuno ore di trattative, Vance ha parlato con il presidente Trump almeno sei volte, oltre che con il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il segretario al Tesoro Scott Bessent. Trump, nel frattempo, si trovava a Miami per assistere a un incontro di arti marziali miste al Kaseya Center, accompagnato da Rubio. Parlando con i giornalisti prima di partire dalla Casa Bianca, il presidente aveva minimizzato l'importanza dei negoziati: "Che si arrivi a un accordo o meno, non mi interessa. Abbiamo vinto".

La reazione iraniana è stata contenuta. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha scritto su X che i colloqui hanno riguardato "diverse dimensioni dei temi principali, incluso lo Stretto di Hormuz, la questione nucleare, le riparazioni di guerra, la revoca delle sanzioni e la fine completa della guerra". In dichiarazioni successive alla televisione di Stato, Baqaei ha aggiunto che non ci si doveva aspettare un accordo in una sola sessione e che i contatti con il Pakistan e altri interlocutori regionali sarebbero proseguiti.

Un elemento di sorpresa ha caratterizzato la chiusura dei negoziati: gli iraniani si aspettavano una pausa prima di riprendere i colloqui domenica, come riportato da Le Monde. Invece Vance ha annunciato la partenza immediata, lasciando sul tavolo quella che ha definito "la nostra offerta finale e migliore". Un funzionario pakistano informato sull'andamento dei colloqui, citato dal Washington Post, ha riferito che Vance ha lasciato il Paese senza piani per ulteriori contatti.

Sul piano militare, mentre i negoziati erano in corso, due cacciatorpediniere americani hanno attraversato lo Stretto di Hormuz per avviare operazioni di sminamento, secondo il Comando Centrale americano. L'Iran ha smentito il transito. L'agenzia di stampa Fars, vicina ai servizi di sicurezza iraniani, ha citato un funzionario anonimo secondo cui "l'Iran non ha fretta e finché gli Stati Uniti non accetteranno un accordo ragionevole, la situazione nello Stretto di Hormuz non cambierà".

La posta in gioco resta altissima. Il cessate il fuoco di due settimane, concordato il 7 aprile, scade il 21 aprile. Un'eventuale ripresa delle ostilità avrebbe conseguenze gravi sui mercati energetici: dall'inizio della guerra i prezzi della benzina negli Stati Uniti hanno superato i 4 dollari al gallone e l'inflazione è salita al 3,3%. Il conflitto, iniziato il 28 febbraio con attacchi americani e israeliani contro l'Iran, ha causato almeno 1.701 vittime civili iraniane, di cui 254 bambini, secondo la Human Rights Activists News Agency, e 2.020 morti in Libano nei combattimenti tra Israele e Hezbollah.

Il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, ha chiesto a entrambe le parti di rispettare il cessate il fuoco, dichiarando che Islamabad continuerà a svolgere il suo ruolo di mediatore. David Sanger, corrispondente del New York Times dalla Casa Bianca, ha osservato che entrambe le parti ritengono di aver prevalso nel primo round: gli Stati Uniti per la potenza militare dispiegata, l'Iran per essere sopravvissuto. "Nessuna delle due parti sembra incline al compromesso", ha scritto.

@VP

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La rassegna stampa di domenica 12 aprile 2026


Falliscono i colloqui USA-Iran dopo 21 ore di negoziati, l'Amministrazione Trump licenzia giudici dell'immigrazione e indagini su Swalwell scuotono i democratici californiani

Questa è la rassegna stampa di domenica 12 aprile 2026

Falliscono i colloqui USA-Iran dopo 21 ore di negoziati


Il vicepresidente Vance ha annunciato il fallimento dei negoziati con l'Iran dopo 21 ore di colloqui a Islamabad, mediati dal Pakistan. I negoziati, definiti storici e mirati a porre fine al conflitto in Medio Oriente, si sono arenati sulla riluttanza di Teheran a fare concessioni sulle armi nucleari, mentre Trump seguiva un incontro UFC a Miami.

Fonti: New York Times, Financial Times, The Hill

L'Amministrazione Trump licenzia giudici dell'immigrazione per aver bloccato le espulsioni


L'Amministrazione Trump ha bruscamente licenziato diversi giudici dell'immigrazione che avevano bloccato le espulsioni di studenti pro-palestinesi. Il provvedimento rappresenta l'ultimo sforzo dell'amministrazione per rimodellare i tribunali dell'immigrazione del paese e accelerare le politiche di espulsione.

Fonti: New York Times

Il procuratore di Manhattan indaga su Eric Swalwell per accuse di aggressione sessuale


L'ufficio del procuratore distrettuale di Manhattan ha aperto un'indagine su Eric Swalwell, deputato democratico candidato a governatore della California, per accuse di aggressione sessuale. Swalwell ha fermamente negato le accuse di una ex collaboratrice, mentre leader democratici come Nancy Pelosi e Adam Schiff chiedono la sua ritirata dalla corsa.

Fonti: New York Times, The Guardian, Wall Street Journal

Le elezioni ungheresi potrebbero porre fine al potere di Orbán


Gli ungheresi votano domenica in elezioni che potrebbero porre fine ai 16 anni di governo del primo ministro Viktor Orbán, privando Vladimir Putin e Donald Trump del loro più stretto alleato in Europa. I sondaggi suggeriscono una situazione incerta, nonostante Orbán abbia modificato il sistema elettorale a suo vantaggio nel corso degli anni.

Fonti: New York Times, Bloomberg

Un secondo medico venezuelano detenuto in Texas dagli agenti dell'immigrazione


Un medico del pronto soccorso venezuelano è stato detenuto sabato in Texas dagli agenti dell'immigrazione, solo pochi giorni dopo la detenzione di un medico di famiglia. Entrambi i dottori stavano viaggiando quando sono stati presi in custodia, evidenziando l'intensificarsi delle operazioni di controllo dell'immigrazione.

Fonti: New York Times

Una corte d'appello autorizza la continuazione dei lavori per la sala da ballo della Casa Bianca


Una corte d'appello federale ha stabilito che i lavori di costruzione della sala da ballo della Casa Bianca possono continuare temporaneamente fino al 17 aprile. La decisione arriva mentre l'Amministrazione Trump contesta una sentenza di un tribunale inferiore che richiedeva l'approvazione del Congresso per il progetto da 300 milioni di dollari.

Fonti: NPR, The Hill

La Cina si prepara a consegnare nuovi sistemi di difesa aerea all'Iran


Secondo fonti dell'intelligence americana, la Cina si starebbe preparando a consegnare nuovi sistemi di difesa aerea all'Iran nelle prossime settimane. La mossa arriva dopo oltre un mese di attacchi americani e israeliani alle capacità militari e missilistiche iraniane, complicando ulteriormente la situazione geopolitica.

Fonti: The Hill

Le banche di Wall Street si preparano a registrare 40 miliardi di ricavi dal trading


I cinque maggiori istituti di credito americani dovrebbero annunciare i più alti ricavi combinati dal trading dal 2014, grazie alla volatilità riaccesa dalla guerra in Iran. Il conflitto in Medio Oriente ha creato opportunità significative per i trader delle grandi banche, con ricavi stimati in 40 miliardi di dollari.

Fonti: Financial Times

Gli astronauti di Artemis II fanno ritorno a Houston dopo la missione lunare


I quattro astronauti della missione Artemis II della NASA hanno fatto un emozionante ritorno a Houston, un giorno dopo l'ammaraggio nel Pacifico al termine del loro viaggio lunare di 10 giorni. La missione ha portato gli esseri umani più lontano dalla Terra di quanto sia mai accaduto nella storia, segnando un momento storico per l'esplorazione spaziale americana.

Fonti: New York Times, BBC News

I democratici si riuniscono per delineare i candidati presidenziali del 2028


La convention della National Action Network ha ospitato il primo grande raduno dei potenziali candidati democratici per le elezioni presidenziali del 2028. L'evento ha mostrato sia le similitudini che le differenze in un campo aperto di possibili contendenti, mentre il partito inizia a riorganizzarsi dopo la sconfitta del 2024.

Fonti: New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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I riassuntazzi fatti dalla IA di di Google stanno diffondendo disinformazione su una scala senza precedenti nella storia umana

Un'analisi condotta da Oumi per il New York Times ha rilevato che i riassunti generati dall'IA, che compaiono sopra i risultati di ricerca di Google, sono accurati nel 91% circa dei casi, il che si traduce in decine di milioni di risposte errate che le overview basate di Google forniscono ogni ora, e centinaia di migliaia ogni minuto

futurism.com/artificial-intell…

@aitech

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Ungheria al voto, tra il declino di Orbán e l'ingerenza americana


Domenica gli ungheresi scelgono il nuovo governo. Per la prima volta in 16 anni il premier rischia la sconfitta, mentre il vicepresidente Vance è volato a Budapest per sostenere un alleato chiave del movimento conservatore globale

Viktor Orbán potrebbe perdere. Dopo quattro mandati consecutivi dal 2010, il primo ministro ungherese affronta domani le elezioni più incerte della sua carriera. I sondaggi danno in vantaggio il partito Tisza, guidato da Péter Magyar, un ex fedelissimo di Fidesz che ha rotto con il premier due anni fa. Se il risultato confermasse i numeri dei sondaggi, si tratterebbe di un terremoto politico non solo per l'Ungheria, ma per l'intera Europa e per il movimento conservatore che da Washington a Mosca ha fatto di Orbán un modello.
Elezioni parlamentari Ungheria 2026

Elezioni 2026
Ungheria al voto: Magyar sfida Orbán
Tutti i sondaggi della campagna elettorale — voto il 12 aprile 2026

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Tutti Indipendenti / Opp. Vicini al governo

Tisza

Fidesz

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I sondaggi degli istituti pro-governo (cerchietto arancione) mostrano sistematicamente un quadro più favorevole a Fidesz. Lo scarto medio tra le due categorie supera i 10 punti.

Medie degli aggregatori internazionali

Proiezione seggi per istituto

Possibili maggioranze

Proiezioni basate sugli ultimi sondaggi di ciascun istituto. Maggioranza semplice: 100 seggi. Supermajority (2/3): 133.

Tutti i sondaggi — intera campagna elettorale 2026
Tutti Indipendenti Governo

DataIstitutoLeadTiszaFideszMHDK


Elaborazione FocusAmerica su fonti: Wikipedia, PolitPro, Politico Europe, Europe Elects, Euronews · 11 aprile 2026

Il voto arriva in un momento di forte pressione internazionale su Budapest. Il vicepresidente americano J.D. Vance è volato in Ungheria martedì per partecipare a un comizio elettorale insieme a Orbán, come se fossero compagni di lista. A febbraio il Segretario di Stato Marco Rubio aveva già visitato Budapest, dichiarando davanti alle telecamere che "il presidente Trump è profondamente impegnato nel vostro successo". Trump stesso ha moltiplicato gli endorsement a favore di Orbán, con una forza paragonabile a quelli che riserva ai candidati nelle elezioni americane di medio termine. Ieri ha scritto sulla sua piattaforma Truth Social che gli Stati Uniti useranno "tutta la loro potenza economica" per aiutare l'Ungheria, aggiungendo: "Siamo entusiasti di investire nella prosperità futura che sarà generata dalla leadership di Orbán".

Questo livello di coinvolgimento americano in un'elezione europea non ha precedenti recenti. Diversi ambasciatori occidentali a Budapest, che hanno parlato con l'Atlantic in forma anonima, hanno definito ironico il fatto che Trump abbia espresso pubblicamente il suo sostegno a Orbán nello stesso periodo in cui il Ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ammoniva gli ambasciatori europei a non intromettersi nel voto. Il messaggio, secondo i diplomatici, era che le interferenze esterne fossero accettabili solo se a favore del governo. Vance ha rafforzato il concetto dichiarando di voler "mandare un segnale" ai funzionari europei perché restassero fuori dalla competizione elettorale, e raccontando di aver chiesto a Orbán durante un pranzo: "Cosa posso fare per aiutarti?".

L'interesse americano per l'Ungheria si spiega con il ruolo che Orbán ha assunto nell'immaginario della destra conservatrice globale. Nel 2022 Budapest ha ospitato la prima edizione europea del Conservative Political Action Conference, il principale raduno della destra americana. Orbán vi accolse politici statunitensi ed europei presentando l'Ungheria come "un laboratorio in cui abbiamo testato l'antidoto al dominio progressista". Da anni istituzioni e pensatori conservatori americani promuovono l'"orbánismo" come modello di governo anti-globalista, anti-immigrazione e ostile a Bruxelles. Come ha scritto il New Yorker, alcuni esponenti della destra americana si sono trasferiti in Ungheria per lavorare in enti legati a Fidesz, trovando in cambio una cornice ideologica per le loro battaglie culturali.

Ma il modello Orbán mostra crepe profonde. L'economia ungherese ha ristagnato per tre anni consecutivi a partire dal 2023. L'inflazione è stata tra le più alte d'Europa. La decisione dell'Unione Europea di congelare miliardi di euro di fondi destinati a Budapest, per violazioni dello stato di diritto, ha aggravato la situazione. Zoltán Török, responsabile della ricerca di Raiffeisen Bank Hungary, ha spiegato all'Atlantic che "l'Ungheria è un caso anomalo, e questo dipende esclusivamente dalle decisioni politiche del primo ministro". Il Financial Times ha rivelato che aziende controllate da tredici stretti collaboratori di Orbán, compreso il genero, hanno ricevuto contratti pubblici per 28 miliardi di euro tra il 2010 e il 2025. Lőrinc Mészáros, amico d'infanzia del premier e un tempo idraulico, è diventato l'uomo più ricco del paese.

L'erosione del consenso interno rende la scommessa americana ancora più rischiosa. Come ha osservato Istvan Dobozi in una lettera al Wall Street Journal, la visita di Vance "comporta rischi: invita accuse di interferenza politica straniera, lo lega a un leader che potrebbe perdere e può rafforzare la narrazione dell'opposizione ungherese secondo cui Orbán dipende da sostegni esterni, da Washington come da Mosca". Quella percezione potrebbe galvanizzare ulteriormente gli elettori anti-Orbán in un momento decisivo.

Il legame tra Orbán e Mosca è l'altro elemento che rende queste elezioni cruciali per l'Europa. Audio trapelati di recente hanno rivelato che il Ministro degli Esteri Szijjártó ha discusso con il suo omologo russo Sergei Lavrov strategie per promuovere gli interessi del Cremlino all'interno dell'Unione Europea, offrendosi di condividere documenti sull'adesione dell'Ucraina alla UE. L'Ungheria è uno dei pochi Paesi europei che non ha ridotto la dipendenza dal petrolio russo dopo l'invasione dell'Ucraina nel 2022. Orbán ha mantenuto rapporti cordiali con Putin, ha ostacolato ripetutamente gli sforzi europei di aiuto a Kyiv e ha bloccato un prestito europeo multimiliardario all'Ucraina. I suoi veti nel Consiglio Europeo hanno impedito l'adozione di nuove sanzioni contro la Russia e di un prestito di 90 miliardi di euro a Kyiv.

Per questo l'esito del voto di domani va ben oltre i confini ungheresi. Se Orbán dovesse perdere, il suo successore Magyar ha fatto sapere, attraverso la sua consigliera per la politica estera Anita Orbán (nessuna parentela con il premier), che un governo Tisza ripristinerebbe la posizione dell'Ungheria a Bruxelles e ricalibererebbe i rapporti con Mosca, pur mantenendo un approccio pragmatico sulla guerra in Ucraina, legato alle esigenze energetiche del Paese. Magyar ha promesso anche di combattere la corruzione, sbloccare i fondi europei congelati e sottoporre a revisione ogni contratto pubblico assegnato dal governo Orbán.

Resta però il dubbio che un'eventuale vittoria dell'opposizione si traduca in un effettivo cambio di potere. Il sistema elettorale ungherese, riscritto da Orbán con la maggioranza dei due terzi ottenuta nel 2010, favorisce strutturalmente Fidesz. I collegi sono ridisegnati a vantaggio delle aree rurali, tradizionale bacino del partito di governo. Circa l'80% dei media ungheresi è sotto il controllo diretto o indiretto del governo. Reti di clientelismo capillari legano posti di lavoro municipali e servizi pubblici al sostegno per Fidesz. Anche per questo motivo l'organizzazione Freedom House classifica l'Ungheria solo come "parzialmente libera", mentre il V-Dem Institute svedese la definisce un'"autocrazia elettorale".

L'opposizione si è comunque preparata: il partito Tisza ha annunciato di aver posizionato osservatori in ciascuna delle 10.000 sezioni elettorali del paese. Numerosi altri partiti hanno ritirato le proprie candidature per non dividere il voto anti-Orbán, una decisione difficile ma strategica. Dávid Bedő, capogruppo parlamentare del partito liberale Momentum, che ha rinunciato a presentarsi, ha dichiarato all'Atlantic: "Nelle elezioni precedenti Orbán controllava sempre la narrazione. Ora è Magyar ad avere il controllo, perché conosce il funzionamento del sistema".

Lo scenario più temuto è però quello di una crisi post-elettorale. Il premier di recente ha sostenuto che esplosivi erano stati trovati vicino al gasdotto che porta gas russo in Ungheria attraverso la Serbia, affermazioni che l'opposizione ha definito un pretesto per delegittimare il voto. Ambasciate occidentali a Budapest stanno predisponendo telefoni satellitari e altre misure di emergenza in caso di disordini di piazza. Gábor Vona, che sfidò Orbán senza successo nel 2018, ha detto all'Atlantic: "Siamo a un passo da una guerra civile". Diplomatici stranieri hanno confidato di temere che Trump possa incoraggiare il suo alleato a dichiarare vittoria prematuramente, come fece lui stesso nel 2020 prima di chiamare i suoi sostenitori al Campidoglio il 6 gennaio 2021. Due analisti di stanza a Budapest hanno scritto su Foreign Affairs: "Se Orbán dovesse restare al potere, farà tutto il necessario per negare ai suoi avversari un'altra occasione come questa".

L'Ungheria è un Paese di quasi 10 milioni di abitanti, senza armi nucleari né un peso economico paragonabile a quello delle grandi potenze europee. Eppure il voto di domani è forse l'elezione più importante nella storia dell'Europa postcomunista. Metterà alla prova la tenuta di un regime che ha deviato dai principi democratici sanciti dalle rivoluzioni pacifiche del 1989, gli stessi principi che l'Unione Europea ha cercato di consolidare con l'allargamento a est del 2004. Qualunque sia il risultato, il 13 aprile gli ungheresi si sveglieranno nella fase più delicata della loro storia moderna dalla caduta del comunismo.

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Kamala Harris apre alla corsa presidenziale del 2028


L'ex vicepresidente ha parlato alla convention del reverendo Al Sharpton a New York, davanti a una platea di politici e attivisti afroamericani. È in testa nei primi sondaggi

Kamala Harris ha dato il segnale più esplicito di una possibile candidatura alla presidenza degli Stati Uniti nel 2028. "Potrei farlo, potrei. Ci sto pensando", ha detto venerdì durante la convention della National Action Network a New York, rispondendo a una domanda diretta del reverendo Al Sharpton. "Vi terrò aggiornati", ha aggiunto lasciando il palco dopo un intervento di circa quaranta minuti accolto da applausi e ovazioni.

L'ex vicepresidente aveva già lasciato intendere un interesse per una nuova corsa alla Casa Bianca, ma le parole di venerdì hanno assunto un peso diverso per il contesto in cui sono state pronunciate. La convention della National Action Network, l'organizzazione per i diritti civili fondata da Sharpton, ha ospitato in settimana una sfilata di possibili candidati democratici per il 2028, trasformandosi nel primo grande banco di prova informale per le primarie del partito. Harris è stata la sesta potenziale candidata a salire sul palco, dopo il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro, il governatore dell'Illinois JB Pritzker e il deputato californiano Ro Khanna, tra gli altri. Nessuno di loro ha ricevuto un'accoglienza paragonabile alla sua: la platea gremita ha scandito a più riprese "Candidati di nuovo!", al punto che Sharpton ha scherzato dicendo "questa è una convention, non una funzione religiosa".

L'elettorato afroamericano rappresenta una quota decisiva nella base delle primarie democratiche, e la scelta di Harris di presentarsi in questa sede non è casuale. Nel suo intervento, l'ex vicepresidente ha riconosciuto che nel 2024 il Partito Democratico ha perso terreno tra gli elettori afroamericani e latinos, in particolare tra gli uomini, e ha invitato i democratici a non dare per scontato il sostegno delle comunità di colore. "Penso che dobbiamo essere elettori transazionali", ha detto. "Se volete il mio voto, questo è quello che mi aspetto in cambio. Mi aspetto di ottenere qualcosa".

Harris ha anche sottolineato la sua esperienza come vicepresidente per quattro anni al fianco di Joe Biden. "Ho trascorso innumerevoli ore nel mio ufficio nell'Ala Ovest, a pochi passi dallo Studio Ovale. Ho trascorso innumerevoli ore nello Studio Ovale, nella Situation Room. So qual è il lavoro e cosa richiede", ha detto a Sharpton. Un modo per distinguersi dagli altri candidati in campo e ricordare di essere l'unica nella corsa ad aver già ricoperto un incarico a quel livello.

Sul fronte politico, Harris ha attaccato ripetutamente il presidente Trump su diversi temi, dalla guerra in Iran alla politica estera e ai diritti di voto. Nei giorni precedenti la convention aveva già criticato la gestione del conflitto con l'Iran, scrivendo sulla piattaforma X che Trump "ha iniziato una guerra disastrosa di sua iniziativa, senza un piano e senza una strategia per uscirne". Prima di un discorso televisivo di Trump sul conflitto, Harris aveva pubblicato un video sui social in cui accusava il presidente di aver "mandato le truppe americane in pericolo" mentre "i costi crescono di giorno in giorno".

Le persone vicine a Harris sostengono che la decisione non è ancora presa. Come ha scritto Politico, i suoi collaboratori la spingono a compiere passi che le consentano di lanciare una campagna quando e se lo vorrà. Lo stratega democratico Joel Payne ha osservato, parlando con The Hill, che "i candidati sono molto bravi a depistare quando non vogliono che si pensi a qualcosa. Sembra che siano a proprio agio con le speculazioni, e questo è significativo". Un altro stratega, Anthony Coley, ha sintetizzato la situazione con una formula: "Sembra che stia tenendo aperte le sue opzioni".

Harris è in testa in diversi sondaggi preliminari sulle preferenze dei democratici per il 2028, probabilmente grazie alla notorietà acquisita con due precedenti candidature e quattro anni come vicepresidente. Ma non mancano le perplessità. Alcuni donatori democratici, come riporta The Hill, si chiedono se abbia senso riproporre una candidata sconfitta nelle primarie del 2020 e battuta da Trump nel 2024. Un ulteriore elemento di complessità è il rapporto con il governatore della California Gavin Newsom, che in alcuni sondaggi la supera e con cui condivide consulenti e finanziatori. Secondo un operativo californiano citato da The Hill, alcuni sostenitori "si stanno già silenziosamente schierando dietro Newsom".

L'ex vicepresidente ha annunciato che presto viaggerà in South Carolina, North Carolina, Georgia e Arkansas. L'anno scorso ha rinunciato a candidarsi a governatrice della California, alimentando le voci su un ritorno alla corsa presidenziale. In un'intervista alla BBC aveva detto che le sue pronipoti vedranno "sicuramente" una donna presidente e che quella donna potrebbe "probabilmente" essere lei. "Non ho finito", aveva aggiunto.

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La mano invisibile delle Big Tech: un'indagine transnazionale

L'esperta di media Natalia Viana ha svelato le tattiche di lobbying delle Big Tech in 13 Paesi. Invita i giornalisti a combattere l'eccessiva dipendenza dalle piattaforme e ad assumere un ruolo più incisivo nei dibattiti normativi

akademie.dw.com/en/big-techs-i…

@giornalismo

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Trump svela il progetto dell'arco di trionfo a Washington: alto 76 metri, il più grande al mondo


L'amministrazione ha presentato i rendering ufficiali del monumento per i 250 anni degli Stati Uniti. Costerà almeno 15 milioni di dollari di fondi pubblici. Un giudice ha già respinto un ricorso per bloccarlo
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L'amministrazione Trump ha presentato i progetti ufficiali di un gigantesco arco trionfale da costruire a Washington, nei pressi del cimitero nazionale di Arlington. La struttura, alta circa 76 metri, sarebbe il più grande arco trionfale al mondo, più del doppio del vicino Lincoln Memorial che si ferma a 30 metri, e circa 9 metri più alto dell'arco di Città del Messico in Plaza de la República, attualmente il più alto.

I rendering, preparati dallo studio di architettura Harrison Design e resi pubblici venerdì, mostrano un monumentale arco di pietra bianca sormontato da una figura dorata alata, simile alla Statua della Libertà, con torcia e corona, affiancata da due aquile. Quattro leoni dorati presidiano la base. L'iscrizione "One Nation Under God" campeggia in lettere d'oro sulla facciata principale, mentre sul retro si legge "Liberty and Justice for All". L'architetto principale del progetto è Nicolas Charbonneau, direttore del Sacred Architecture Studio di Harrison Design, noto per il suo lavoro su chiese cattoliche.

Il monumento sorgerebbe nella rotatoria di Memorial Circle, sul lato della Virginia del fiume Potomac, in una posizione equidistante tra il Lincoln Memorial e il cimitero di Arlington. Secondo i rendering, l'apertura centrale dell'arco, alta circa 33 metri, incornicerà la vista di entrambi i monumenti. Il sito si trova lungo una rotta di avvicinamento del vicino aeroporto Reagan National, il che solleva interrogativi sulle possibili interferenze con il traffico aereo.
Harrison Design / U.S. Commission of Fine Arts
Trump ha rivendicato il progetto con un post su Truth Social, definendolo "il più grande e il più bello arco trionfale al mondo". Il presidente ha sostenuto che Washington è l'unica grande capitale senza un arco trionfale e che l'idea risale a duecento anni fa. "Fu interrotta da una cosa chiamata la Guerra Civile, e così non fu mai costruito", ha dichiarato in febbraio. "Poi, quasi costruirono qualcosa nel 1902, ma non accadde mai". In un altro post, Trump ha condiviso un'immagine dell'India Gate di Nuova Delhi scrivendo: "Il bellissimo arco trionfale dell'India. Il nostro sarà il più grande di tutti". In precedenti dichiarazioni, il presidente ha anche detto che l'arco è "per me".

I costi ricadranno in parte sui contribuenti americani. Secondo il piano di spesa del National Endowment for the Humanities, approvato dall'Office of Management and Budget lo scorso settembre, 2 milioni di dollari in fondi speciali e 13 milioni in fondi di compartecipazione sono riservati al progetto. La notizia è stata riportata dal sito NOTUS.

Il progetto dovrà passare al vaglio della Commission of Fine Arts, un'agenzia federale indipendente fondata nel 1910 che fornisce pareri su questioni di design ed estetica al presidente e al Congresso. La commissione, composta interamente da membri nominati da Trump, si riunirà il 16 aprile a Washington per esaminare i rendering. Lo stesso organismo aveva già approvato in febbraio la ristrutturazione da 400 milioni di dollari della sala da ballo della Casa Bianca, un altro progetto voluto dal presidente che un giudice federale ha poi bloccato, stabilendo che nessuna legge autorizza il presidente a costruire una struttura del genere senza il consenso del Congresso.

Anche l'arco trionfale è oggetto di contestazioni legali. Veterani della guerra del Vietnam e uno storico hanno presentato un ricorso a febbraio presso il tribunale federale di Washington, sostenendo che il monumento ostruirebbe la vista dei memoriali del Vietnam e di Lincoln dal cimitero di Arlington. La giudice Tanya Chutkan ha però respinto la richiesta di ingiunzione preliminare per bloccare il progetto.

Le critiche arrivano anche dal Congresso. Il deputato democratico Don Beyer, eletto in Virginia, ha attaccato il progetto in un post su Bluesky: "Mentre gli americani si preoccupano dei costi alle stelle e di un'altra guerra senza fine, il presidente Trump si concentra su un progetto di vanità finanziato dai contribuenti che congestionerà il traffico, bloccherà il nostro orizzonte e si ergerà sopra il terreno sacro dove sono sepolti coloro che hanno servito la nazione, compresi i miei genitori e mia sorella". Beyer ha aggiunto: "Non si tratta dei 250 anni dell'America né di onorare i nostri veterani. Si tratta dell'ego di Donald Trump, e lo fermeremo".

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L'operazione Epic Fury è costata fino a 35 miliardi di dollari in sei settimane


Il think tank conservatore American Enterprise Institute stima i costi incrementali dell'offensiva americana contro l'Iran, ma il conto finale per il Congresso potrebbe arrivare a 100 miliardi

L'operazione militare americana contro l'Iran ha raggiunto un costo stimato tra 25 e 35 miliardi di dollari dopo sei settimane di combattimenti, secondo un'analisi dell'American Enterprise Institute (AEI) pubblicata il 10 aprile. La stima aggiornata arriva mentre l'operazione Epic Fury entra in un periodo di cessate il fuoco di due settimane, iniziato l'8 aprile.

I numeri elaborati da Elaine McCusker e Richard Sims, analisti di politica estera e della difesa dell'AEI, rappresentano solo i costi incrementali dell'operazione, cioè le spese aggiuntive rispetto a quelle che il Pentagono avrebbe sostenuto comunque. Non comprendono gli stipendi base del personale, l'addestramento o l'acquisto originale delle piattaforme militari. Tre settimane fa, il 20 marzo, la stima dello stesso istituto si fermava tra 16,2 e 23,4 miliardi di dollari.

La forbice tra la stima minima e quella massima dipende soprattutto da due fattori: la ripartizione degli intercettamenti tra forze americane e partner regionali, e la dottrina di tiro usata per colpire gli obiettivi. La stima più alta include anche la sostituzione di un radar nella base di Al Udeid in Qatar e alcuni costi di riparazione della portaerei Ford.

Il calcolo si basa su informazioni pubbliche del Pentagono e del Comando Centrale americano (CENTCOM) riguardo le navi schierate, gli aerei in volo, i sistemi difensivi impiegati e gli obiettivi colpiti, che a oggi superano i 13.000. Gli analisti hanno poi utilizzato fonti ufficiali per i costi operativi e per la sostituzione di intercettori, missili, munizioni e aerei perduti.
Quanto è costata fino ad ora la guerra in Iran

Difesa
Quanto è costata fino ad ora la guerra in Iran
Stime dei costi incrementali dell'Operazione Epic Fury aggiornate al 10 aprile 2026
Periodo coperto: 29 dicembre 2025 – 8 aprile 2026 (cessate il fuoco)

Stima minima
$25,4 mld
miliardi di dollari

Stima massima
$35 mld
miliardi di dollari

Categoria di costoStima minimaStima massima

Nota: I costi incrementali non includono stipendi base, addestramento o l'acquisto originale delle piattaforme militari. La differenza tra stima massima e minima dipende principalmente dalla ripartizione tra Stati Uniti e partner regionali nell'intercettazione degli attacchi iraniani e dalla dottrina di ingaggio utilizzata. La stima massima include anche la sostituzione di un radar ad Al Udeid (Qatar) e alcuni costi di riparazione della portaerei Ford. Una eventuale richiesta di fondi supplementari al Congresso potrebbe raggiungere gli 80–100 miliardi di dollari, includendo anche altre operazioni e proiezioni di costo per il resto dell'anno fiscale.
Elaborazione di Focus America su dati dell'American Enterprise Institute

Ma il conto che il Congresso potrebbe trovarsi a pagare è molto più alto. Secondo l'analisi, la richiesta di finanziamento supplementare attualmente in esame potrebbe raggiungere gli 80-100 miliardi di dollari, una cifra che include sei categorie di costi aggiuntivi rispetto a quelli calcolati dall'AEI.

La prima riguarda i danni alle basi e agli equipaggiamenti americani nella regione: il CENTCOM dispone di valutazioni più dettagliate rispetto a quanto reso pubblico. La seconda è legata alla composizione effettiva dei missili e delle munizioni usati per colpire i bersagli. La differenza di prezzo tra i vari tipi di missili disponibili per ogni missione è enorme e incide sul totale finale.

La terza categoria di spesa copre i programmi appena annunciati dal Dipartimento della Difesa per accelerare la produzione di munizioni chiave, come i sistemi THAAD, Patriot e il Precision Strike Missile, e per sviluppare soluzioni a basso costo prodotte da una base industriale allargata. La quarta voce comprende altre operazioni militari in corso, le operazioni Southern Spear e Absolute Resolve, che insieme potrebbero costare circa 5 miliardi di dollari.

Poi ci sono i costi sostenuti da altre agenzie federali al di fuori del Pentagono, come le operazioni della comunità di intelligence durante il recupero dell'equipaggio di uno Strike Eagle abbattuto. Infine, il Dipartimento della Difesa intende includere le proiezioni di spesa almeno fino alla fine dell'anno fiscale, e probabilmente fino alla fine del 2026, considerando la possibilità di un'altra risoluzione di bilancio temporanea a ottobre.

L'analisi dell'AEI, un think tank conservatore di Washington tradizionalmente vicino all'establishment repubblicano, si chiude con una valutazione positiva dell'operazione. Secondo McCusker e Sims, il valore dell'investimento va misurato insieme ai costi: la riduzione della minaccia rappresentata dalle capacità nucleari, missilistiche, navali, informatiche e delle milizie proxy dell'Iran è un risultato che contribuisce agli interessi strategici americani nella regione.

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L'inflazione negli Stati Uniti sale al livello più alto in due anni


I prezzi della benzina sono aumentati del 21,2% in un solo mese, il rialzo mensile più grande dal 1967. Il sentiment dei consumatori è crollato al minimo storico

L'inflazione negli Stati Uniti è salita al 3,3% annuo a marzo, il livello più alto da quasi due anni, trainata dall'impennata dei prezzi dell'energia provocata dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Il dato, diffuso venerdì dal Bureau of Labor Statistics, segna un balzo netto rispetto al 2,4% di febbraio e rappresenta la variazione mensile più significativa dal 2022, quando l'economia globale affrontava lo shock energetico causato dall'invasione russa dell'Ucraina.

Il motore principale dell'accelerazione è stato il prezzo della benzina, aumentato del 21,2% da febbraio a marzo: il rialzo mensile più grande da quando il governo ha iniziato a raccogliere questi dati, nel 1967. I prezzi del gasolio da riscaldamento sono cresciuti di oltre il 30%, il balzo più consistente dal 2000. La chiusura dello Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per circa un quinto del petrolio mondiale, ha fatto schizzare il prezzo del greggio americano dai circa 70 dollari al barile di fine febbraio, quando il conflitto è scoppiato, a oltre 110 dollari nelle settimane successive.

L'impatto sulla vita quotidiana dei consumatori è immediato. Il prezzo medio di un gallone di benzina negli Stati Uniti ha raggiunto i 4,15 dollari, secondo l'American Automobile Association. In California la situazione è ancora più pesante, con una media di 5,93 dollari al gallone. L'aumento dei prezzi della benzina ha rappresentato da solo quasi tre quarti della crescita complessiva dell'inflazione tra febbraio e marzo.
Come cresce l'inflazione negli Stati Uniti

Inflazione
Come cresce l'inflazione negli Stati Uniti
Variazione percentuale annua del CPI-U (tutti i beni, non destagionalizzato)
Ultimo aggiornamento: 11 aprile 2026

Elaborazione Focus America su dati del U.S. Bureau of Labor Statistics

Le conseguenze si estendono anche ad altri settori. I biglietti aerei sono aumentati del 14,9% su base annua, l'abbigliamento dell'1% nel solo mese di marzo, i giocattoli del 2,3%. Questi rincari riflettono sia l'aumento dei costi energetici sia l'effetto persistente dei dazi, che le aziende continuano a trasferire sui consumatori. Le principali compagnie aeree americane, tra cui American Airlines, Delta, JetBlue, Southwest e United, hanno già aumentato i costi per i bagagli da stiva per compensare il caro-carburante.

I prezzi alimentari sono rimasti stabili a marzo, ma gli analisti prevedono aumenti nei prossimi mesi, perché i costi più alti del diesel si trasferiranno sui trasporti e quindi sugli scaffali dei supermercati. Samuel Tombs, capo economista di Pantheon Macroeconomics per gli Stati Uniti, ha spiegato alla CNN che i prezzi alimentari impiegano in genere dai tre ai sei mesi per assorbire uno shock energetico.

Un segnale di allarme arriva dal sentiment dei consumatori. L'indice dell'Università del Michigan è crollato ad aprile a 47,6, il livello più basso mai registrato dal 1952, inferiore a qualsiasi lettura durante la Grande Recessione, la pandemia e la successiva ondata inflazionistica. Joanne Hsu, direttrice dell'indagine, ha dichiarato che molti consumatori attribuiscono i cambiamenti negativi dell'economia al conflitto in Iran. Le aspettative di inflazione a un anno sono salite al 4,8%, rispetto al 3,8% del mese precedente.

L'inflazione "core", che esclude i prezzi di energia e alimentari ed è considerata un indicatore più affidabile delle tendenze di fondo, è salita solo dello 0,2% su base mensile e del 2,6% su base annua, leggermente al di sotto delle attese. Questo dato ha fornito un moderato sollievo ad alcuni analisti. Adam Schickling, economista di Vanguard, ha osservato che sotto la superficie l'inflazione di fondo continua a muoversi nella direzione giusta. Ma Bernd Weidensteiner di Commerzbank ha avvertito che l'impatto limitato sui prezzi non energetici è destinato a cambiare presto.

Per la Federal Reserve la situazione è particolarmente delicata. I verbali della riunione di marzo, pubblicati questa settimana, rivelano che alcuni membri del comitato hanno discusso la possibilità di un rialzo dei tassi se l'inflazione dovesse restare sopra l'obiettivo. Il presidente Jerome Powell ha dichiarato che la Fed tende a "guardare oltre" gli shock dal lato dell'offerta, e che la sua reazione dipenderà dalle aspettative di inflazione a medio-lungo termine degli americani. I mercati si aspettano tassi invariati nelle prossime due riunioni, previste a fine aprile e a giugno, ma la possibilità di un rialzo non è più esclusa. Steven Blitz, capo economista di GlobalData TS Lombard, ha detto al Financial Times che la Fed non può tagliare i tassi ora perché non conosce la durata dello shock sui carburanti, e che comunque vada il cessate il fuoco, ci sarà un premio di rischio sui prezzi dell'energia che prima della guerra non esisteva.

La Casa Bianca ha cercato di contenere l'allarme. Il portavoce Kush Desai ha sottolineato su X il calo dei prezzi di uova, farmaci con ricetta e altri beni essenziali, attribuendolo alle politiche dell'amministrazione. Le uova sono effettivamente scese del 44,7% in un anno, dopo l'epidemia di influenza aviaria che ne aveva fatto lievitare i prezzi. Ma secondo Andy Lipow, presidente di Lipow Oil Associates, l'aumento annuo dei prezzi della benzina costerà alle famiglie circa 190 dollari in più al mese. Il presidente Trump ha definito il rincaro energetico temporaneo, respingendo le preoccupazioni sui rischi per l'economia.

Sul fronte diplomatico, i negoziati tra Stati Uniti e Iran in programma a Islamabad nel fine settimana restano incerti. Il vicepresidente JD Vance ha detto di aspettarsi colloqui "positivi", ma nel giro di poche ore Mohammad Bagher Ghalibaf, uno dei principali leader iraniani, ha dichiarato su X che Teheran non parteciperà a meno che Israele non accetti di fermare gli attacchi contro Hezbollah in Libano e gli Stati Uniti non scongelino gli asset iraniani all'estero. La fragile tregua di due settimane raggiunta in settimana è già sotto pressione per una serie di disaccordi, tra cui il destino delle riserve iraniane di uranio altamente arricchito. Secondo Goldman Sachs, le esportazioni di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz sono scese all'8% del livello normale.

Anche se il cessate il fuoco dovesse reggere e lo Stretto riaprisse, gli analisti avvertono che i prezzi al consumo resteranno elevati per mesi. I prezzi della benzina scendono più lentamente di quanto salgano, perché il greggio meno caro impiega tempo per essere raffinato, stoccato e distribuito alle stazioni di servizio. La direttrice del Fondo Monetario Internazionale Kristalina Georgieva ha avvertito che non ci sarà un ritorno ordinato alla situazione precedente, anche se la tregua dovesse tenere. Bernard Yaros, capo economista per gli Stati Uniti di Oxford Economics, ha dichiarato alla CBS che la lettura dell'inflazione di aprile sarà "scomodamente alta" e che la variabile chiave resta la durata e l'intensità della guerra in Iran.

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Il candidato Dem a governatore della California Swalwell accusato di violenza sessuale


Quattro donne accusano il deputato democratico di molestie e violenze. In poche ore perde il sostegno di Pelosi, della leadership del partito, dei sindacati e dei principali alleati politici

Il deputato democratico Eric Swalwell, tra i favoriti nella corsa per la carica di governatore della California, è stato travolto venerdì da accuse di violenza sessuale e molestie formulate da quattro donne. Nel giro di poche ore la sua campagna elettorale è implosa: hanno chiesto il suo ritiro l'ex speaker della Camera Nancy Pelosi, la leadership democratica al Congresso, entrambi i senatori della California e i più potenti sindacati dello Stato.

Le accuse sono state pubblicate dal San Francisco Chronicle e dalla CNN. La testimonianza più grave è quella di un'ex collaboratrice che ha raccontato al Chronicle di aver avuto rapporti sessuali con Swalwell mentre lavorava per lui e di essere stata violentata due volte quando era troppo ubriaca per dare il proprio consenso. La donna ha descritto alla CNN un episodio del 2024, avvenuto dopo che aveva lasciato l'incarico: ha detto di aver cercato di respingere Swalwell e di avergli detto "no", ma che lui non si è fermato. Il mattino seguente si è svegliata con lividi e sanguinamento vaginale. Secondo il Chronicle, la donna ha scritto a un'amica tre giorni dopo l'episodio di essere stata "violentata sessualmente" da Swalwell, aggiungendo che era già accaduto nel 2019, quando ancora lavorava per lui, ma di essersi convinta all'epoca di essere stata consenziente.

Altre tre donne hanno descritto alla CNN diverse forme di comportamento inappropriato da parte del deputato, tra cui l'invio di foto intime non richieste. Una di loro, Ally Sammarco, ha raccontato al New York Times che nel 2021, quando aveva 24 anni e lavorava come organizzatrice per il Partito Democratico in Virginia, Swalwell le aveva inviato messaggi su Snapchat che lei ha definito "inappropriati", inclusa una foto dei suoi genitali che non aveva chiesto.

Swalwell ha negato tutte le accuse con fermezza. In una dichiarazione fornita al Chronicle ha definito le accuse "false", sostenendo che arrivano "alla vigilia di un'elezione contro il favorito per la carica di governatore". In un video pubblicato sui social media venerdì sera ha aggiunto: "Queste accuse di violenza sessuale sono assolutamente false. Non sono mai accadute. Le combatterò con tutto quello che ho". Ha però riconosciuto di aver "commesso errori di giudizio in passato", scusandosi con la moglie "per averla messa in questa posizione". Il suo avvocato, Elias Dabaie, ha dichiarato al New York Times che le accuse sono "infondate" e ha messo in dubbio la tempistica, parlando di "uno sforzo coordinato per minare la sua candidatura". Nella notte tra giovedì e venerdì, prima della pubblicazione degli articoli, il legale di Swalwell aveva inviato lettere di diffida alle donne, minacciando azioni legali per diffamazione.

Il New York Times e il Wall Street Journal hanno precisato di non aver verificato in modo indipendente le accuse di violenza sessuale.

La reazione dell'establishment democratico è stata rapidissima. Nancy Pelosi ha dichiarato di aver consigliato personalmente a Swalwell di ritirarsi dalla corsa per permettere un'indagine "con piena trasparenza e responsabilità". La leadership democratica alla Camera, il capogruppo Hakeem Jeffries, la vicecapogruppo Katherine Clark e il presidente del caucus Pete Aguilar, hanno chiesto un'indagine rapida e il ritiro immediato dalla campagna, pur senza chiedere le dimissioni dal Congresso. Il senatore Adam Schiff ha ritirato il proprio endorsement definendosi "profondamente turbato" dalle accuse. Anche il senatore dell'Arizona Ruben Gallego, amico personale di Swalwell, ha revocato il suo sostegno esprimendo rammarico per averlo difeso sui social media solo tre giorni prima, quando le accuse circolavano ancora in forma generica.

Il presidente della campagna di Swalwell, il deputato Jimmy Gomez, si è dimesso dall'incarico definendo le accuse "le più brutte e gravi che si possano immaginare" e ha chiesto al deputato di ritirarsi. Un altro candidato democratico nella corsa, l'ex sindaco di Los Angeles Antonio Villaraigosa, si è spinto oltre chiedendo anche le dimissioni di Swalwell dal Congresso.

Sul fronte sindacale, la potente California Teachers Association ha ritirato il proprio endorsement definendo le accuse "incredibilmente inquietanti e inaccettabili". Il sindacato dei dipendenti pubblici Service Employees International Union California, che aveva investito 5 milioni di dollari a sostegno di Swalwell, ha sospeso ogni attività di campagna. Anche la California Medical Association ha convocato una riunione d'emergenza del proprio consiglio per valutare la revoca del sostegno. Un comitato indipendente che aveva raccolto 7,7 milioni di dollari da donatori tra cui l'associazione dei medici e Uber per finanziare spot a favore di Swalwell ha sospeso le proprie attività. Secondo il New York Times, anche una raccolta fondi a Hollywood prevista per questo mese è stata rinviata a data da destinarsi.

La piattaforma di donazioni online ActBlue ha smesso di accettare contributi per la campagna di Swalwell.

Katie Porter, ex deputata e altra candidata democratica alla carica di governatore, ha chiesto a Swalwell di ritirarsi e di dimettersi dal Congresso, aggiungendo che "troppo spesso gli uomini sfuggono a qualsiasi conseguenza per le violenze sessuali semplicemente abbandonando il potere". Il governatore uscente Gavin Newsom, ampiamente considerato un possibile candidato alla presidenza nel 2028, è stato più cauto: attraverso un portavoce ha definito le accuse "profondamente preoccupanti", senza però chiedere esplicitamente il ritiro di Swalwell.

La vicenda ridisegna una corsa elettorale già molto frammentata per la successione a Newsom, che non può ricandidarsi per il limite dei mandati. Swalwell, deputato dal 2012, era riuscito nelle ultime settimane a ottenere il sostegno di importanti sindacati e a distinguersi nei sondaggi rispetto agli altri candidati democratici. Un sondaggio diffuso questa settimana dal Partito Democratico californiano mostrava i due candidati repubblicani in testa con il 14% ciascuno, seguiti da Swalwell al 12% e dal miliardario Tom Steyer all'11%, con quasi un elettore su quattro ancora indeciso. La California adotta un sistema di primarie aperte in cui i primi due classificati il 2 giugno, indipendentemente dal partito, accedono allo scontro finale di novembre.

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La rassegna stampa di sabato 11 aprile 2026


L'amministrazione Trump affronta crescenti pressioni sui negoziati con l'Iran mentre Swalwell abbandona la corsa per il governatore della California

Questa è la rassegna stampa di sabato 11 aprile 2026

Eric Swalwell abbandona la corsa per il governatore della California dopo le accuse di aggressione sessuale


Il deputato democratico Eric Swalwell ha ritirato la sua candidatura a governatore della California dopo che sono emerse accuse di aggressione sessuale da parte di una ex collaboratrice. Nancy Pelosi e Adam Schiff sono tra i leader democratici che hanno chiesto il ritiro del parlamentare dalla corsa elettorale.

Fonti: Wall Street Journal, New York Times, BBC

I negoziati USA-Iran iniziano in Pakistan con in gioco l'apertura dello Stretto di Hormuz


Il vicepresidente JD Vance si sta dirigendo in Pakistan per negoziati cruciali con l'Iran, mentre Teheran mantiene il controllo dello Stretto di Hormuz alimentando l'inflazione negli Stati Uniti. L'Iran ha perso mine che aveva piazzato nello stretto, complicando la riapertura del passaggio navale.

Fonti: New York Times, The Hill, BBC

L'equipaggio della missione Artemis II torna sulla Terra dopo un volo storico verso la Luna


I quattro astronauti della missione NASA Artemis II sono atterrati nell'Oceano Pacifico dopo un viaggio di 10 giorni che li ha portati più lontano nello spazio di qualsiasi essere umano nella storia. La missione ha stabilito un nuovo record di distanza dalla Terra.

Fonti: Wall Street Journal, The Hill, New York Times

Una bomba molotov colpisce la casa del CEO di OpenAI Sam Altman


La casa di Sam Altman a San Francisco è stata attaccata con una bomba molotov che ha bruciato il cancello esterno della proprietà. La polizia ha arrestato un sospetto di 20 anni che aveva anche minacciato la sede di OpenAI.

Fonti: Wall Street Journal, New York Times, BBC

L'inflazione americana aumenta a marzo a causa del conflitto con l'Iran


I prezzi al consumo sono aumentati significativamente a marzo, principalmente a causa dell'aumento dei costi energetici legati alla guerra con l'Iran. L'inflazione "core", che esclude i prezzi volatili di cibo ed energia, è aumentata più moderatamente.

Fonti: Wall Street Journal, Semafor, The Hill

I sopravvissuti agli abusi di Epstein accusano Melania Trump di "spostare il peso" sulle vittime


Più di una dozzina di sopravvissuti agli abusi di Jeffrey Epstein hanno criticato la dichiarazione della First Lady Melania Trump che chiede al Congresso di tenere udienze pubbliche con le vittime di Epstein. Le vittime sostengono che questa richiesta rappresenta una "deflessione di responsabilità, non giustizia".

Fonti: The Guardian, BBC, New York Times

Kamala Harris considera una candidatura presidenziale per il 2028


L'ex vicepresidente Kamala Harris ha dichiarato di star "pensando" a una candidatura per le presidenziali del 2028 durante un evento della National Action Network a New York. Anche Pete Buttigieg ha suggerito che potrebbe lanciare una campagna.

Fonti: New York Times, The Guardian

Trump nomina un avvocato del suo caso per corruzione alla Corte d'Appello


Il presidente Trump ha nominato Matthew Schwartz, un partner dello studio legale Sullivan & Cromwell che lo rappresenta nel caso del silenzio elettorale, per un posto nella Corte d'Appello del Secondo Circuito. La nomina evidenzia la strategia di Trump di premiare i suoi alleati legali.

Fonti: Bloomberg

Muore Eliot Engel, ex presidente della Commissione Affari Esteri della Camera


L'ex deputato democratico Eliot Engel è morto all'età di 79 anni dopo aver servito più di tre decenni al Congresso rappresentando parti di New York City e i suoi sobborghi. Engel aveva presieduto la Commissione Affari Esteri della Camera prima di perdere le primarie nel 2020.

Fonti: New York Times, The Hill

L'EPA riorganizza il personale scientifico con trasferimenti e riassegnazioni


L'Agenzia per la Protezione Ambientale sta riassegnando 124 membri del personale, di cui 35 sono stati invitati a trasferirsi, come parte degli sforzi dell'amministrazione Trump per riorganizzare la ricerca scientifica. La mossa riflette l'approccio dell'amministrazione alla regolamentazione ambientale.

Fonti: The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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La Corte Suprema dell'era Trump è la più ostile ai diritti civili dagli anni Cinquanta


Una ricerca commissionata dal Washington Post mostra che per la prima volta in 70 anni la maggioranza delle sentenze su donne e minoranze è sfavorevole. Mai così alta la polarizzazione tra giudici

La Corte Suprema degli Stati Uniti plasmata dalle tre nomine del presidente Donald Trump è la prima, almeno dagli anni Cinquanta, a respingere la maggioranza delle richieste di espansione dei diritti civili che riguardano donne e minoranze. Lo rivela un'analisi dettagliata condotta per il Washington Post da Lee Epstein e Andrew D. Martin della Washington University e da Michael J. Nelson della Penn State University, tre professori di scienze politiche che gestiscono il Supreme Court Database, il principale archivio di dati sulle decisioni della Corte.

Lo studio ha esaminato 270 sentenze emesse tra il 2020 e il 2024, i primi cinque mandati della maggioranza conservatrice composta da sei giudici su nove. Da quando i tre nominati da Trump, i giudici Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett, siedono insieme in aula, la percentuale di casi vinti da chi chiedeva un ampliamento dei diritti civili è scesa al 44 per cento. In tutti i periodi precedenti, risalendo fino ai primi anni Cinquanta, la Corte si era pronunciata a favore dell'espansione dei diritti nella maggioranza dei casi. Il picco storico fu il 74 per cento raggiunto durante la presidenza del giudice capo Earl Warren, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando la Corte vietò la segregazione razziale nelle scuole con la sentenza Brown v. Board of Education e ampliò il diritto di voto.

L'inversione di tendenza interrompe una sequenza ininterrotta di corti che, una dopo l'altra, avevano esteso le tutele per i diritti civili fin dall'inizio di quell'epoca. Negli ultimi mandati molti dei casi arrivati davanti ai giudici hanno riguardato le tutele per le persone gay e transgender, e nella maggior parte la Corte ha deciso contro di loro. L'anno scorso i giudici hanno confermato il divieto del Tennessee sulle terapie per la transizione di genere per i minori e hanno permesso a genitori religiosi di ritirare i figli da lezioni scolastiche che utilizzavano libri con temi LGBTQ+. Nel 2023 hanno stabilito che il Primo Emendamento consentiva a una web designer di rifiutare lavori per matrimoni tra persone dello stesso sesso. In questo mandato la Corte ha anche bocciato una legge del Colorado che vietava le "terapie di conversione" per minori gay e transgender, mettendo in discussione leggi analoghe in quasi 30 Stati. Oltre alle questioni LGBTQ+, i giudici hanno eliminato le azioni positive nelle ammissioni universitarie.

L'analisi evidenzia risultati altrettanto netti in altri ambiti. Sui diritti religiosi, negli ultimi cinque mandati la Corte ha votato a favore di chi rivendicava libertà religiose nel 98 per cento dei casi, una percentuale senza precedenti in circa 75 anni. I giudici hanno stabilito che un allenatore di football poteva pregare sul campo dopo la partita, hanno consentito fondi pubblici per l'istruzione religiosa e hanno deciso che la città di Philadelphia non poteva escludere dai finanziamenti un'organizzazione cattolica che rifiutava di certificare coppie omosessuali come famiglie affidatarie. Sul versante opposto, la maggioranza conservatrice ha votato a favore della rimozione delle barriere al voto e delle restrizioni al finanziamento elettorale solo nel 7 per cento dei casi, il dato più basso dagli anni Cinquanta. I giudici liberal, per confronto, hanno votato a favore nell'87 per cento dei casi. La Corte ha inoltre indebolito il Voting Rights Act, la storica legge che vieta la discriminazione razziale nel voto.

L'altro dato che emerge con forza dallo studio è la polarizzazione senza precedenti tra i giudici. Il divario tra la quota di voti "liberal" espressi dai giudici nominati da presidenti democratici e quelli nominati da repubblicani ha raggiunto 48 punti percentuali, in crescita rispetto ai 35 punti del resto della presidenza del giudice capo John Roberts e sei volte superiore al divario dell'era Warren, quando giudici moderatamente liberal di entrambi i partiti sedevano fianco a fianco. "Non c'è più un centro", ha dichiarato al Washington Post la professoressa Epstein. "La polarizzazione nella società americana filtra nel Senato, filtra nella presidenza. È naturale che filtri nei tribunali".

Le ragioni di questa polarizzazione sono molteplici, secondo i ricercatori. La decisione dei repubblicani al Senato nel 2017 di eliminare l'ostruzionismo parlamentare per le nomine alla Corte Suprema ha reso più facile confermare giudici con posizioni ideologiche più marcate. E in un'epoca di paralisi legislativa a Washington, i presidenti scelgono candidati con orientamenti partitici affidabili perché la posta in gioco delle decisioni della Corte è più alta. "Il Congresso non produce molte leggi", ha spiegato Epstein al Washington Post. "I presidenti governano per decreto, ma quei decreti possono essere annullati appena arriva un successore. Se un presidente vuole politiche durature, le nomine giudiziarie durano molto più a lungo dei decreti esecutivi".

Complessivamente, dal 2020 la Corte ha emesso sentenze conservatrici nel 54 per cento dei casi, un livello eguagliato solo dalla Corte guidata dal giudice capo Warren Burger tra il 1969 e la metà degli anni Ottanta. La serie di vittorie di Trump sul cosiddetto "docket d'emergenza", le decisioni provvisorie prese in attesa del giudizio di merito, ha intensificato il dibattito sulla parzialità dei giudici: circa il 75 per cento di queste ordinanze dalla sua entrata in carica gli è stato favorevole. Queste decisioni temporanee hanno permesso al presidente di vietare ai soldati transgender di servire nell'esercito, revocare le protezioni contro il rimpatrio per alcuni migranti, licenziare i capi di agenzie indipendenti e ridimensionare il Dipartimento dell'Istruzione. La giudice liberal Ketanji Brown Jackson ha contestato queste ordinanze con una dura opinione dissenziente, accusando la Corte di applicare una "giurisprudenza Calvinball", dal gioco del fumetto Calvin and Hobbes dove l'unica regola è che non esistono regole fisse, "con l'aggiunta che questa amministrazione vince sempre".

Il calo di fiducia nell'istituzione riflette questi dati. Secondo l'ultimo sondaggio Gallup, il 52 per cento degli americani disapprova l'operato della Corte e solo il 42 per cento lo approva, un dato storicamente raro. "I cittadini vedono una frattura così profonda tra i giudici che si indebolisce il senso di equità procedurale e si ha l'impressione che i casi arrivino già pregiudicati", ha dichiarato al Washington Post il professor Nelson. I ricercatori Neal Devins della William & Mary Law School e Lawrence Baum della Ohio State University ritengono che questa separazione ideologica sia destinata a durare, perché i candidati emergono da partiti democratico e repubblicano che non condividono più quasi nessuna sovrapposizione ideologica.

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Bruno Vespa replica alle critiche dopo la sfuriata in diretta: “Da Provenzano la più grave delle offese”


@Politica interna, europea e internazionale
Bruno Vespa replica alle critiche dopo la sfuriata in diretta tv contro il deputato del Pd Giuseppe Provenzano. In una nota inviata all’Ansa, il giornalista e conduttore di Porta a Porta ha dichiarato: “Come sanno bene Agcom e Rai, Porta a Porta ha

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Meloni critica Trump, ma la sua strategia dipende ancora da lui.

Quello che sta facendo Meloni è come aggrapparsi a un salvagente bucato. Ma la vera domanda è, davvero non abbiamo altra scelta tra Trump e Xi Jinping?
Una risposta affermativa secondo me c'è, ve la darò domani mattina nella mia newsletter: marcocappato.substack.com/

Questa voce è stata modificata (3 mesi fa)

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Il capo dell'agenzia ambientale americana parla a una conferenza dei negazionisti del clima


Lee Zeldin, amministratore dell'EPA, ha tenuto un discorso al Heartland Institute, uno dei principali centri del negazionismo climatico. È la prima volta nella storia dell'agenzia. Intanto si parla di una sua promozione a ministro della Giustizia

Per la prima volta nella storia dell'Environmental Protection Agency (EPA), l'agenzia federale americana creata per proteggere la salute pubblica e l'ambiente, il suo amministratore ha tenuto un discorso di apertura alla conferenza annuale del Heartland Institute, uno dei centri più influenti del negazionismo climatico negli Stati Uniti. È successo mercoledì 8 aprile, in un hotel di Washington affacciato sulla Casa Bianca. Lee Zeldin, nominato dal presidente Donald Trump, ha elogiato il gruppo per il suo lavoro nel mettere in discussione gli effetti del cambiamento climatico e nell'opporsi alle politiche ambientali del governo. "È un giorno per celebrare la rivalsa", ha detto al pubblico, che lo ha accolto con una standing ovation.

Il Heartland Institute, fondato nel 1984 e finanziato anche da istituzioni vicine ai grandi gruppi petroliferi, combatte da decenni la scienza del clima e alimenta il dubbio sulla responsabilità umana nel riscaldamento globale. Ha condotto campagne nelle scuole con materiali didattici di dubbia validità scientifica che promuovono l'idea che le emissioni di anidride carbonica non siano dannose, e ha fatto pressione a livello statale per conto dell'industria. In passato arrivò a esporre un cartellone pubblicitario che paragonava gli ambientalisti all'Unabomber, il terrorista americano.

Zeldin ha rivendicato davanti alla platea le azioni compiute alla guida dell'EPA, a partire dalla revoca del cosiddetto endangerment finding, il documento che dal 2009 classificava i gas serra come pericolosi per la salute pubblica. L'abrogazione, annunciata a febbraio, ha eliminato di fatto la base giuridica di tutte le regolamentazioni federali sulle emissioni, comprese quelle che limitavano l'inquinamento prodotto dalle automobili. Zeldin ha anche attaccato le amministrazioni precedenti, sostenendo che avrebbero ignorato "ciò che l'anidride carbonica apporta di positivo e necessario alla vita sul pianeta", un argomento ricorrente tra i negazionisti climatici secondo cui la CO2 sarebbe benefica per le piante. Non ha evitato una retorica complottista, denunciando una presunta "cabala" dell'"élite e della classe dirigente" che deciderebbe la scelta dei modelli climatici e delle metodologie scientifiche. "Non ci limitiamo a seguire ciecamente le previsioni catastrofiste del momento", ha dichiarato. "Non sottoscriviamo l'idea che la fine del mondo sia imminente".

Il consenso scientifico, come ricorda Le Monde, è tuttavia chiaro: la temperatura terrestre è aumentata di 1,2 °C dall'era preindustriale a causa delle emissioni prodotte dall'uomo, legate alla combustione di carbone, petrolio e gas. Questo aumento provoca eventi estremi più frequenti e più intensi, dalle ondate di calore alle inondazioni e alla siccità.

La presenza di Zeldin alla conferenza del Heartland Institute è il segnale più evidente dell'influenza crescente del gruppo all'interno dell'amministrazione Trump. Il presidente dell'istituto, James Taylor, lo ha sottolineato con soddisfazione: in passato i repubblicani, pur essendo "alleati tradizionali", evitavano di mostrarsi al fianco dell'organizzazione a causa del suo negazionismo climatico. "Come sono cambiati i tempi", ha commentato. "È la prima volta che abbiamo un vero paladino alla guida dell'EPA o così in alto nell'amministrazione. Questi sono grandi giorni".

Il discorso arriva in un momento in cui Zeldin è al centro di voci su una possibile promozione. Come riportato dal Washington Post, Trump avrebbe discusso in privato la possibilità di nominarlo ministro della Giustizia al posto di Pam Bondi, rimossa la settimana scorsa. Se confermato, Zeldin si troverebbe a supervisionare gli avvocati del Dipartimento di Giustizia che difendono in tribunale le stesse deregolamentazioni ambientali che lui ha promosso all'EPA. Alla conferenza, diversi esponenti conservatori hanno chiesto al presidente di non spostarlo. "Non vogliamo perderlo all'EPA", ha dichiarato Marc Morano del Committee for a Constructive Tomorrow. "Penso sia il capo dell'EPA più influente nella storia dell'agenzia". Myron Ebell, che guidò la transizione dell'EPA nel primo mandato di Trump, ha offerto al Washington Post una lettura più ambiziosa: "Ha bisogno di salire nel gabinetto e sta pensando a posizionarsi per candidarsi a una carica nazionale o per essere scelto come vicepresidente".

Le reazioni dal fronte ambientalista sono dure. Julie McNamara, dell'organizzazione Union of Concerned Scientists, ha dichiarato a Le Monde che "questa amministrazione calpesta la scienza e le prove per giustificare l'alleggerimento delle responsabilità imposte ai grandi inquinatori del settore fossile". Joanna Slaney, vicepresidente dell'Environmental Defense Fund, ha criticato Zeldin e il Heartland Institute per negare la realtà del cambiamento climatico quando i suoi effetti sono evidenti: i prezzi dell'energia e dei premi assicurativi aumentano, la salute e la sicurezza delle persone ne risentono. "Il negazionismo non rende il clima meno estremo", ha aggiunto. L'organizzazione affiliata EDF Action ha affisso manifesti di protesta fuori dall'evento, con immagini di ciminiere e incendi forestali.

La battaglia legale, intanto, è aperta. Numerosi Stati americani e organizzazioni non governative hanno presentato ricorsi per annullare la revoca dell'endangerment finding. A fine marzo, più di 160 organizzazioni ambientaliste e sanitarie hanno chiesto le dimissioni di Zeldin.

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L'illusione della "teoria del pazzo"


Gli Stati Uniti non hanno ottenuto nulla di concreto dalla tregua di due settimane, mentre l'Iran mantiene il controllo dello Stretto di Hormuz. Analisti e commentatori smontano la narrazione della vittoria trumpiana

Il cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran, annunciato dal presidente Trump martedì, non è la prova che la cosiddetta "teoria del pazzo" funzioni in politica estera. È la tesi del politologo Daniel W. Drezner, professore di relazioni internazionali, che nella sua newsletter su Substack analizza l'accordo raggiungendo una conclusione netta: Washington non ha ottenuto alcun guadagno tattico dalla tregua, a parte la tregua stessa.

La "teoria del pazzo", resa celebre da Richard Nixon, si basa sull'idea che un leader possa ottenere concessioni dai rivali se questi lo percepiscono come imprevedibile e potenzialmente irrazionale. Trump l'ha portata all'estremo minacciando di distruggere l'intera civiltà iraniana, una retorica che Drezner definisce senza mezzi termini una minaccia di crimini di guerra.

La tregua, peraltro, si presenta fragile in quanto manca degli elementi tipici di un cessate il fuoco: non esiste un documento formale scritto. Quello che è accaduto assomiglia più a una serie coordinata di post sui social media. Restano inoltre dubbi sul fatto che l'accordo copra l'incursione israeliana in Libano, e l'Iran ha dato segnali di non voler rispettare l'intesa.

La retorica apocalittica di Trump aveva innervosito anche chi è ormai abituato alle sue sparate. Lo storico Garrett Graff ha stimato al tre per cento le probabilità che Trump usasse un'arma nucleare contro l'Iran, un numero che ha definito "impressionante, considerata la storia delle armi nucleari e della presidenza". Nate Silver, l'analista statistico, ha commentato che anche il tre per cento è troppo quando si parla di rischio nucleare: "Il valore atteso di una probabilità del tre per cento di un esito infinitamente negativo è comunque infinito negativo". Silver ha aggiunto che l'esito della crisi non è certo "una mossa geniale a tredici dimensioni", ma riflette piuttosto un comandante in capo senza controlli, con 79 anni, messo all'angolo e circondato da consiglieri adulatori troppo spaventati per contraddirlo.

Diversi analisti citati da Drezner concordano nel ritenere che gli Stati Uniti si trovino oggi in una posizione peggiore rispetto a prima del conflitto. Jonathan Last ha scritto che, se i contorni generali del cessate il fuoco reggono, l'America avrà subito una significativa sconfitta strategica e l'Iran avrà ottenuto una significativa vittoria strategica. David Frum ha osservato che i leader stranieri sono pronti a credere che Trump sia "pazzo" nel senso che è distaccato dalla realtà, ma sanno anche che al momento decisivo Trump cede. Frum nota che l'acronimo TACO, riferito all'attitudine negoziale del presidente, è diventato familiare quanto NATO.

Il punto centrale, secondo Drezner, è semplice: cosa hanno ottenuto gli Stati Uniti? L'Iran, pur indebolito militarmente, continua a controllare lo Stretto di Hormuz, il passaggio strategico attraverso cui transita una quota rilevante del petrolio mondiale. Questo dato non è cambiato con il cessate il fuoco. Politico ha riportato, attraverso i giornalisti Ben Lefebvre e Phelim Kine, che i dirigenti delle compagnie petrolifere stanno contattando la Casa Bianca, il segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente J.D. Vance per protestare contro una condizione emersa nei negoziati: permettere all'Iran di imporre pedaggi sul transito nello Stretto di Hormuz. Un consulente del settore, rimasto anonimo, ha detto a Politico: "Prima non dovevamo pagare, e pensavo che avessimo vinto la guerra".

Né Israele né gli alleati del Golfo sembrano soddisfatti della situazione attuale rispetto al periodo precedente il conflitto. Anche il resto del mondo arabo, scrive Drezner, non è entusiasta della condotta americana.

Tom Wright ha evidenziato le contraddizioni della visione geopolitica dell'amministrazione Trump: gli Stati Uniti hanno premiato la Russia, ignorato la Cina, punito l'Europa e abbandonato i propri alleati asiatici durante una crisi energetica che hanno contribuito a provocare. Gli avversari dell'America, secondo Wright, si coordinano sempre meglio, condividendo risorse e capacità, mentre le alleanze globali americane, a lungo il loro principale vantaggio, vengono trascurate e si frammentano.

Lo stesso David Sanger del New York Times, che in un primo articolo aveva attribuito a Trump una vittoria tattica ottenuta grazie alla retorica estrema, ha cambiato tono poche ore dopo. In un secondo articolo ha scritto che le opzioni di Trump dopo il cessate il fuoco sono più limitate di quanto sembrasse. Se le spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz riprendono, il prezzo del petrolio continuerà a scendere e i mercati azionari a salire: indicatori di successo immediato che contano per Trump. Ma il presidente sa che, anche se la tregua scadrà il 21 aprile senza un accordo finale, il rischio politico di riprendere le ostilità è alto, soprattutto con le elezioni di metà mandato all'orizzonte e un vertice in programma con il presidente cinese Xi Jinping.

Drezner conclude che il cessate il fuoco è un esempio della teoria del pazzo solo nella misura in cui questa strategia ha storicamente un pessimo bilancio nel produrre concessioni concrete. Anche questa volta non ha prodotto nulla per gli Stati Uniti, mentre le perdite strategiche causate dal conflitto continuano ad accumularsi.

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Bruno Vespa esplode in diretta dopo una battuta di Provenzano: “Non glielo consento, stia zitto” | VIDEO


@Politica interna, europea e internazionale
Durissimo scontro a Porta a Porta tra il conduttore Bruno Vespa e il deputato del Pd Giuseppe Provenzano: una battuta dell’onorevole ha fatto perdere le staffe al giornalista, che ha reagito stizzito. Lo scontro è avvenuto durante un botta e

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Trump attacca di nuovo la NATO


Il presidente accusa gli alleati di non aver sostenuto gli Stati Uniti nella guerra in Iran. Il segretario generale della NATO definisce l'incontro "molto franco". La Germania promette di lavorare alla stabilizzazione

Trump ha attaccato la NATO dopo un incontro difficile alla Casa Bianca con il segretario generale dell'alleanza atlantica, Mark Rutte. Il motivo dello scontro è sempre il rifiuto dei paesi membri di partecipare alla guerra che Stati Uniti e Israele stanno conducendo in Iran e di contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz, una rotta fondamentale per il trasporto di petrolio e gas.

Rutte si era recato a Washington proprio per cercare di placare la rabbia del presidente, ma ha ammesso che il colloquio non è stato facile, definendolo "molto franco" e "molto aperto", nonostante i disaccordi evidenti. Trump, che ha anche protestato per il rifiuto dell'alleanza di consegnare agli Stati Uniti la Groenlandia, territorio semi-autonomo della Danimarca (paese membro della NATO), non si è detto soddisfatto. Dopo l'incontro ha scritto sui social media: "La NATO non c'era quando avevamo bisogno di loro e non ci sarà se avremo bisogno di nuovo. Ricordatevi della Groenlandia, quel grande pezzo di ghiaccio mal gestito!!!".

Trump non ha però annunciato il ritiro degli Stati Uniti dalla NATO, un tema che secondo la Casa Bianca era tra quelli previsti nell'agenda dell'incontro. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha riportato le parole del presidente secondo cui la NATO "è stata messa alla prova e ha fallito". I paesi dell'alleanza, ha aggiunto, "hanno voltato le spalle al popolo americano" che contribuisce a finanziare la loro difesa.

Rutte ha dichiarato alla CNN di aver ricordato a Trump che molti alleati NATO, tra cui il Regno Unito, hanno consentito alle forze americane di utilizzare le proprie basi, anche se alcuni hanno cercato di distinguere tra missioni americane "difensive" e "offensive". "Trump è chiaramente deluso da molti alleati NATO e posso capire il suo punto di vista", ha detto Rutte alla CNN. "Ma allo stesso tempo ho potuto far notare che la grande maggioranza delle nazioni europee ha dato supporto con le basi, la logistica, i sorvoli, rispettando i propri impegni". Ha poi aggiunto: "È un quadro sfumato". Quando gli è stato chiesto se Trump abbia minacciato di uscire dalla NATO, Rutte ha risposto soltanto: "È stata una discussione molto aperta. Mi ha detto chiaramente cosa pensa di quello che è successo nelle ultime settimane".

Rutte è stato soprannominato il "sussurratore di Trump" per la sua strategia che alterna lusinghe pubbliche e consigli privati al presidente. Ma il suo approccio è stato criticato da alcuni stati della NATO, soprattutto per il sostegno alla decisione di Trump di avviare una guerra con l'Iran che molti membri dell'alleanza considerano non necessaria e illegale secondo il diritto internazionale.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha parlato con Trump mercoledì, ha dichiarato di non volere che la guerra in Iran metta ulteriore pressione sull'alleanza. La Germania contribuirà a "stabilizzare" la pace una volta terminato il conflitto, ha detto Merz ai giornalisti giovedì a Berlino. "Vogliamo assicurarci che questa guerra, diventata uno stress test transatlantico, non metta ulteriormente sotto pressione le relazioni tra gli Stati Uniti e i partner europei della NATO", ha dichiarato.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

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Hormuz, Trump ordina all'Iran di fermare i pedaggi. Khamenei: "Lo controlliamo noi"


Il vicepresidente JD Vance guiderà oggi la delegazione americana ai negoziati di Islamabad mentre il cessate il fuoco scricchiola sempre di più e il greggio sfiora di nuovo i 100 dollari al barile.

Lo scontro tra Stati Uniti e Iran sullo Stretto di Hormuz si è intensificato nella giornata di ieri, alla vigilia dei negoziati di oggi a Islamabad. Il presidente statunitense Donald Trump ha intimato a Teheran di smettere di imporre pedaggi alle petroliere in transito, mentre la nuova Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha risposto rivendicando il controllo della rotta da cui prima della guerra passava circa un quarto del petrolio trasportato via mare nel mondo.

"Ci sono segnalazioni che l’Iran stia imponendo tariffe alle petroliere che attraversano lo Stretto di Hormuz. È meglio che non lo stiano facendo e, se lo stanno facendo, che smettano subito", ha scritto Trump in un post pubblicato su Truth Social. In un secondo post ha accusato Teheran di star facendo "un pessimo lavoro" nel garantire il passaggio del petrolio e di violare gli accordi in vigore che hanno portato al cessate il fuoco. I messaggi sono arrivati dopo la pubblicazione di un’inchiesta del Financial Times, secondo cui l’Iran pretende un pedaggio di un dollaro per barile, pagabile in criptovaluta.

La crisi dello Stretto di Hormuz

Crisi Hormuz
Trump ordina lo stop ai pedaggi. Khamenei: "Hormuz è nostro"
Lo scontro sullo Stretto, i negoziati di Islamabad e il petrolio che torna a 100 dollari — aprile 2026

~100$
al barile
Prezzo del petrolio

1$
a barile
Pedaggio imposto dall'Iran

20.000
marinai
Bloccati nel Golfo Persico

Stretto Attori Negoziati Opinione

Status dello Stretto di Hormuz

"Lo Stretto di Hormuz non è aperto. L'accesso è limitato, condizionato e controllato"
Sultan Al Jaber, CEO di ADNOC — su LinkedIn

25%
Del petrolio via mare transitava da Hormuz

Circa un quarto di tutto il greggio trasportato via mare nel mondo passava attraverso lo Stretto, prima della guerra. La sua chiusura ha paralizzato le forniture globali.

100+
Petroliere in attesa di transitare

Secondo il New York Times centinaia di petroliere sono in coda all'ingresso dello Stretto. L'Iran esige un pedaggio di 1 dollaro a barile, pagabile in criptovaluta o in yen.

Versioni a confronto

"Completamente aperto"
Funzionario americano — pur ammettendo che le navi non transitano per paura

"Lo controlliamo noi"
Mojtaba Khamenei rivendica il controllo iraniano dello Stretto nel primo messaggio dopo il cessate il fuoco

Tocca per esplorare le posizioni

Donald TrumpPresidente degli Stati Uniti

Ordina all'Iran di cessare i pedaggi. Accusa Teheran di violare gli accordi di cessate il fuoco e di fare "un pessimo lavoro" nel garantire il transito attraverso lo Stretto. Ha chiesto a Netanyahu di limitare i raid in Libano.

J.D. VanceVicepresidente — guida la delegazione a Islamabad

La voce più critica verso la guerra all'interno nell'Amministrazione. Trump lo ha definito "filosoficamente un po' diverso da me". Definisce il nodo Libano un "legittimo malinteso", con toni più concilianti rispetto al resto della Casa Bianca.

Mojtaba KhameneiGuida Suprema dell'Iran

Primo messaggio dopo il cessate il fuoco in cui si dichiara "vincitore indiscusso". Promette di portare la questione della gestione dello Stretto di Hormuz "in una nuova fase" e chiede risarcimenti per i danni di guerra. Nega di cercare il conflitto.

Sultan Al JaberCEO ADNOC — Emirati Arabi

Contraddice apertamente la versione americana: "Bisogna essere chiari: lo Stretto di Hormuz non è aperto". Parla di accesso "limitato, condizionato e controllato" dall'Iran. Un raro intervento pubblico da parte del capo della compagnia petrolifera di Abu Dhabi.

Colloqui di Islamabad

Delegazione Usa
J.D. Vance (capodelegazione)
Steve Witkoff (inviato speciale)
Jared Kushner (genero di Trump)

Delegazione Iran
M.B. Ghalibaf (pres. Parlamento)
Abbas Araghchi (Min. Esteri)

Nodi principali

Offensiva israeliana in LibanoRientra nel cessate il fuoco?

Il nodo principale dei colloqui. Vance lo definisce un "legittimo malinteso". Trump ha chiesto a Netanyahu di ridimensionare i raid, e Israele ha offerto di "trattenersi un po'".

Pedaggi e controllo di Hormuz1$/barile in criptovaluta

L'Iran impone pedaggi alle petroliere, secondo il Financial Times. Khamenei vuole formalizzare il controllo iraniano sullo Stretto come tema centrale del negoziato.

Risarcimenti di guerraRichiesti dall'Iran

Khamenei dichiara che l'Iran "non rinuncerà ai propri legittimi diritti" e chiederà risarcimenti per i danni subiti durante la guerra.

Opinione americani sulla guerra — sondaggio Economist/YouGov

53%

34%

Contrari 53%

Incerti 13%

Favorevoli 34%

Pressioni interne

Critiche dai media conservatori
Trump affronta opposizione interna anche dalla propria base mediatica

Voci influenti dei media conservatori si schierano sempre di più contro la guerra. Vance, la voce più critica nell'Amministrazione, guida i negoziati a Islamabad. Un ex funzionario a The Hill: "La cosa più difficile che farà da vicepresidente".

Il fattore Vance

"Questa è probabilmente la cosa più difficile che farà da vicepresidente"
Ex funzionario dell'Amministrazione Trump — a The Hill

"Filosoficamente un po' diverso da me"
Donald Trump — su J.D. Vance e la guerra

Elaborazione FocusAmerica su fonti: Financial Times, New York Times, The Hill, Economist/YouGov, Truth Social · aprile 2026

Lo Stretto è aperto o chiuso?


La situazione sul campo resta confusa. Un funzionario americano ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz è "completamente aperto", ma ha ammesso che molte navi non lo attraversano perché restano intimidite dagli iraniani. Di segno opposto la valutazione di Sultan Al Jaber, capo della Abu Dhabi National Oil Company, che su LinkedIn ha scritto: "Bisogna essere chiari: lo Stretto di Hormuz non è aperto. L’accesso è limitato, condizionato e controllato". Secondo il New York Times centinaia di petroliere sono ancora in attesa di transitare. Quasi 20 mila marinai sono bloccati nel Golfo Persico, stando all’Organizzazione marittima internazionale.

Intando a Teheran, Mojtaba Khamenei ha rotto il silenzio con un messaggio scritto, il primo dalla firma del cessate il fuoco. Ha definito l’Iran il "vincitore indiscusso" della guerra e ha promesso che durante i negoziati con Washington Teheran "porterà la gestione dello Stretto di Hormuz in una nuova fase". Ha anche assicurato che il Paese "non ha cercato la guerra e non la cerca", ma che "non rinuncerà ai propri legittimi diritti" e chiederà risarcimenti per i danni subiti. Il messaggio è stato diffuso in occasione della commemorazione dei 40 giorni dall’assassinio di suo padre da parte di Israele nel primo giorno di guerra.

Intanto, secondo un nuovo sondaggio Economist/YouGov, solo il 34% degli americani sostiene la ripresa della guerra, contro il 53% che si dichiara contrario e Trump affronta critiche crescenti anche da voci influenti dei media conservatori. Non meraviglia il fatto che, in questo contesto caotico, la quotazione del greggio sia tornata a sfiorare i 100 dollari al barile, ben al di sopra dei livelli precedenti alla guerra.

Vance alla prova di Islamabad


Il vicepresidente J.D. Vance guiderà la delegazione negoziale americana che si recherà a Islamabad, accompagnato dall’inviato speciale Steve Witkoff e da Jared Kushner. Per l’Iran, secondo i media di Stato, saranno presenti il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Il nodo principale è capire se l’offensiva israeliana contro Hezbollah in Libano rientri nel cessate il fuoco. Vance ha definito il disaccordo un "legittimo malinteso", con toni più concilianti rispetto ad altri funzionari della Casa Bianca. Trump ha intanto confermato di aver chiesto al premier Benjamin Netanyahu di ridimensionare i raid in Libano. Vance ha aggiunto che Israele ha offerto di "trattenersi un po’" per favorire il successo dei colloqui.

Per Vance la missione è però anche una prova politica. All’interno dell’Amministrazione resta la voce più critica verso la guerra, una posizione che lo distingue nettamente dal Segretario di Stato Marco Rubio e che Trump stesso ha riconosciuto, definendolo "filosoficamente un po’ diverso da me". "Questa è probabilmente la missione più difficile che farà da vicepresidente", ha commentato un ex funzionario dell’Amministrazione Trump a The Hill.

Questa voce è stata modificata (3 mesi fa)

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Il Governo cambia i vertici di Leonardo, Enav e Terna. Descalzi confermato alla guida di Eni


@Politica interna, europea e internazionale
Il Governo ha deciso le nuove nomine ai vertici di alcune fra le maggiori società partecipate dallo Stato. La principale novità riguarda Leonardo, dove si va verso il cambio della guardia sia per la carica di presidente sia per quella di

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La Groenlandia risponde a Trump: "Non siamo un pezzo di ghiaccio"


Il primo ministro Nielsen difende il suo paese dopo che il presidente americano ha definito l'isola artica "un grande pezzo di ghiaccio mal gestito", ribadendo l'importanza dell'unità nella Nato

Il primo ministro della Groenlandia Jens-Frederik Nielsen ha risposto alle provocazioni del presidente americano Donald Trump, che ha riportato l'isola artica al centro delle tensioni all'interno della Nato. Nielsen ha dichiarato di rappresentare "una nazione orgogliosa" impegnata a difendere l'ordine internazionale, respingendo le parole con cui Trump ha descritto il suo paese.

Trump mercoledì ha sfogato la sua frustrazione nei confronti della Nato, in un momento in cui i rapporti tra gli alleati attraversano una crisi legata alla guerra in Iran. Il presidente ha dichiarato che l'alleanza militare "non c'era quando serviva" e ha aggiunto di ricordarsi ancora della Groenlandia, definendola "un grande pezzo di ghiaccio mal gestito". La frase, scritta in maiuscolo sui social, riprende una retorica che Trump usa da tempo nei confronti dell'isola artica danese.

Nielsen ha risposto con toni fermi ma misurati. "Quello che conta per noi è mantenere la comunità internazionale che abbiamo costruito dopo la Seconda guerra mondiale, dove abbiamo un'alleanza difensiva che rispettiamo e dove il diritto internazionale è rispettato da tutte le parti", ha dichiarato il primo ministro groenlandese. "Queste cose sono sotto pressione adesso e credo che tutti gli alleati dovrebbero restare uniti per cercare di preservarle. Spero che accada", ha aggiunto.

La risposta più diretta alle parole di Trump è arrivata quando Nielsen ha contestato la descrizione del suo paese fatta dal presidente americano. "Non siamo un pezzo di ghiaccio. Siamo una popolazione orgogliosa di 57.000 persone, che lavora ogni giorno come buona cittadinanza globale nel pieno rispetto di tutti i nostri alleati", ha detto.

Le tensioni tra Washington e la Groenlandia non sono nuove. Già nei mesi scorsi gli alleati della Nato si erano affrettati a cercare modi per tenere insieme l'alleanza dopo che Trump aveva rilanciato la sua proposta di prendere il controllo della Groenlandia, sottraendola alla Danimarca, che è a sua volta un membro della Nato. La questione groenlandese si intreccia ora con la più ampia crisi dell'alleanza atlantica provocata dai disaccordi sulla guerra in Iran, aggiungendo un ulteriore elemento di frizione tra gli Stati Uniti e i loro partner europei.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

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Trump attacca gli ex alleati del mondo MAGA che criticano la guerra in Iran


Il presidente si scaglia contro Carlson, Kelly, Owens, Jones e Greene, definendoli "stupidi" e con "QI basso". Le risposte sono durissime: "È impazzito", "è ora di mettere il nonno in una casa di riposo"
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Il presidente Trump ha lanciato un attacco frontale contro alcune delle personalità più influenti della destra americana, gli stessi commentatori e attivisti che hanno contribuito alla sua ascesa politica. In un lungo post su Truth Social pubblicato giovedì, Trump ha preso di mira Tucker Carlson, Megyn Kelly, Candace Owens, Alex Jones e l'ex deputata Marjorie Taylor Greene, tutti colpevoli ai suoi occhi di averlo criticato per la guerra in Iran.

Trump li ha definiti "stupidi", "disturbati" e "piantagrane" in cerca di visibilità a sue spese, aggiungendo che "hanno una cosa in comune: un QI basso". Ha scritto di rifiutarsi ormai di rispondere alle loro chiamate e ha sostenuto che le loro posizioni sono "l'opposto del MAGA". Il presidente ha attaccato ciascuno di loro individualmente: ha detto che Carlson "dovrebbe consultare un buon psichiatra", ha definito Owens "pazza", ha descritto Jones come uno che dice "le cose più stupide" e ha ricordato che Kelly gli rivolse domande aggressive durante un dibattito del 2015. Su Owens ha aggiunto che Brigitte Macron "è una donna molto più bella di Candace", un riferimento alle ripetute affermazioni della commentatrice secondo cui la première dame francese sarebbe un uomo. Su Jones, ha ricordato la bancarotta dichiarata dopo la condanna a pagare quasi 1,5 miliardi di dollari per le sue false affermazioni sulla strage della scuola elementare di Sandy Hook. Greene è stata ribattezzata "Marjorie 'traditrice' Brown".

Lo scontro nasce dalla frattura che si è aperta nel movimento MAGA dopo l'attacco di Stati Uniti e Israele contro l'Iran. Per i critici di Trump all'interno della destra, la guerra rappresenta una violazione della promessa elettorale di non coinvolgere il Paese in nuovi conflitti in Medio Oriente. Le tensioni si sono intensificate dopo che il presidente ha minacciato di annientare "un'intera civiltà", con riferimento all'Iran. Carlson, nel suo programma, ha definito un post pasquale di Trump su Truth Social "spregevole a ogni livello", accusandolo di minacciare crimini di guerra. Owens ha chiesto l'applicazione del 25esimo emendamento, che consente di rimuovere un presidente ritenuto incapace di svolgere le sue funzioni, definendo Trump "un folle genocida". Jones ha invocato la stessa misura nel suo programma InfoWars. Kelly ha dichiarato nel suo podcast di essere "stufa", aggiungendo che "non si può minacciare di cancellare un'intera civiltà". Anche Greene ha chiesto l'applicazione del 25esimo emendamento, definendo le azioni di Trump in Iran "malvagità e follia".

Le risposte al post del presidente sono state immediate e feroci. Owens ha scritto su X: "Forse è ora di mettere il nonno in una casa di riposo". Greene ha replicato che "il presidente Trump è impazzito mentre fa la guerra all'Iran, una promessa elettorale tradita", aggiungendo: "Ho combattuto al fianco di Tucker Carlson, Megyn Kelly, Candace Owens e Alex Jones per far eleggere Trump. E ora se la prende con tutti noi in un unico post delirante". Jones ha dichiarato nel suo programma che "Trump è arrabbiato perché ha torto, è arrabbiato perché è stato incastrato da Israele", aggiungendo poi su X che "il nuovo Trump è un guscio marcio del vecchio Trump" e di non sostenerlo più. Anche figure MAGA non menzionate nel post hanno reagito: il podcaster Tim Pool ha scritto "basta, ho chiuso, questa è stata l'ultima goccia".

La frattura tra Trump e l'universo mediatico della destra si è allargata progressivamente durante il secondo mandato, su diversi temi: i file Epstein, l'intervento in Venezuela e ora la guerra in Iran. Come riporta Wired, nel frattempo alcuni sostenitori rimasti fedeli al presidente hanno chiesto al dipartimento di Giustizia di indagare sugli influencer dissidenti per presunti finanziamenti stranieri non dichiarati. L'attivista Laura Loomer ha definito i post di Owens "la più evidente operazione di influenza straniera mai vista". Un'analisi del New York Times pubblicata mercoledì ha rilevato che migliaia di sostenitori di Trump si sono scagliati contro di lui su Truth Social per la gestione del conflitto con l'Iran.

Il caso rivela un problema politico concreto per i repubblicani. Secondo Wired, una fonte vicina alla rete di influencer del partito ha spiegato che l'amministrazione non ha nemmeno tentato di coordinare i messaggi sulla guerra in Iran con i creatori di contenuti della destra: "La destra online non era favorevole e non c'era nulla che potesse cambiare la situazione. Il meglio che potevano sperare era il silenzio". Le ricerche mostrano che gli influencer di destra hanno avuto un ruolo rilevante nell'ascesa di Trump, e la loro rottura con il presidente rappresenta un segnale preoccupante per i repubblicani, che si preparano già a possibili perdite nelle elezioni di metà mandato.

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La rassegna stampa di venerdì 10 aprile 2026


Gli Stati Uniti preparano colloqui di pace con l'Iran in Pakistan mentre Trump avverte Teheran sullo Stretto di Hormuz. Il Pentagono viola l'ordinanza del tribunale sull'accesso della stampa

Questa è la rassegna stampa di venerdì 10 aprile 2026

Gli Stati Uniti e l'Iran preparano colloqui di pace in Pakistan


Il Pakistan ospiterà questo fine settimana colloqui di pace ad alto rischio tra Stati Uniti e Iran a Islamabad, mentre la capitale pakistana si è trasformata in una fortezza di sicurezza. L'incontro tra le due parti arriva mentre il cessate il fuoco rimane fragile e il primo ministro israeliano Netanyahu ha promesso di continuare a combattere Hezbollah in Libano.

Fonti: Bloomberg Politics, The Hill News

Trump avverte l'Iran sui pedaggi nello Stretto di Hormuz


Il presidente Trump ha accusato l'Iran di non rispettare l'accordo di cessate il fuoco non riaprendo adeguatamente lo Stretto di Hormuz e ha avvertito contro l'imposizione di pedaggi sui vasi che transitano attraverso il cruciale stretto. Trump ha scritto su Truth Social che l'Iran sta facendo "un pessimo lavoro" nel permettere il passaggio del petrolio.

Fonti: The Hill News, Bloomberg Politics, Financial Times

Un giudice stabilisce che il Pentagono ha violato l'ordinanza sull'accesso della stampa


Un giudice federale di Washington ha stabilito che il Pentagono non ha rispettato un'ordinanza precedente che richiedeva il ripristino dell'accesso per i giornalisti accreditati. Il giudice Paul Friedman ha ordinato la restituzione delle credenziali a sette giornalisti del New York Times, rappresentando una sconfitta per il segretario alla Difesa Pete Hegseth nei suoi tentativi di limitare l'accesso dei media.

Fonti: The Hill News, The Guardian, New York Times

La Casa Bianca avverte il personale sui mercati di previsione durante la guerra in Iran


La Casa Bianca ha inviato un'email interna a tutto il personale avvertendo i dipendenti di non utilizzare informazioni riservate per piazzare scommesse sui mercati finanziari e sulle piattaforme di scommesse sugli eventi. L'avvertimento arriva dopo che alcune scommesse ben cronometrate sulla guerra in Iran hanno sollevato preoccupazioni e richieste da parte dei democratici per maggiori regolamentazioni.

Fonti: Bloomberg Politics, BBC News

Melania Trump nega qualsiasi legame con Jeffrey Epstein


La first lady Melania Trump ha fatto una dichiarazione a sorpresa negando di aver mai avuto una relazione con il defunto criminale sessuale Jeffrey Epstein e la sua complice Ghislaine Maxwell. La dichiarazione, che ha suscitato confusione sul perché abbia scelto di parlare, ha riportato l'attenzione su un argomento che Donald Trump ha chiesto di superare.

Fonti: New York Times, The Guardian, BBC News

L'inflazione potrebbe aumentare di più in quasi quattro anni


L'inflazione probabilmente è salita al 3,4% a marzo rispetto all'anno precedente, secondo le stime degli economisti, rappresentando un forte aumento rispetto all'aumento del 2,4% di febbraio. L'incremento è principalmente dovuto all'impennata dei prezzi del gas in seguito al conflitto in Iran che ha interrotto le forniture energetiche globali.

Fonti: ABC News

Il segretario al Tesoro Bessent incontra i CEO bancari sui rischi informatici dell'IA


Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha convocato i CEO delle principali banche statunitensi per discutere dei rischi informatici del più recente modello di intelligenza artificiale di Anthropic. L'incontro arriva mentre il sistema IA più recente ha rilevato vulnerabilità informatiche vecchie di decenni, sollevando preoccupazioni sulla sicurezza nazionale.

Fonti: Financial Times

I democratici intensificano le richieste di rimuovere Trump per le minacce all'Iran


Più di 70 democratici al Congresso stanno chiedendo la rimozione del presidente Trump per le sue minacce taglienti contro l'Iran e la gestione dell'operazione militare. La dinamica preannuncia la postura aggressiva che molti nel partito richiederanno ai loro leader se vinceranno la maggioranza alle elezioni di medio termine.

Fonti: The Hill News

La xAI di Elon Musk fa causa al Colorado per la legge sull'IA


La compagnia di intelligenza artificiale di Elon Musk, xAI, ha citato in giudizio il Colorado per una nuova legge statale che cerca di regolamentare la tecnologia in rapida evoluzione. La compagnia ha intentato una causa contro il procuratore generale del Colorado Phil Weiser giovedì, cercando di bloccare l'applicazione di una legge del 2024 che richiede agli sviluppatori di sistemi "ad alto rischio" di proteggere i consumatori.

Fonti: The Hill News

Il Venezuela approva una nuova legge mineraria per attrarre investimenti stranieri


I legislatori venezuelani hanno approvato un disegno di legge per regolamentare l'attività mineraria mentre il paese cerca di attrarre investitori stranieri diffidenti verso un'industria un tempo privata che è stata a lungo sfruttata da gruppi criminali con legami al governo. La mossa ha collegamenti diretti con gli Stati Uniti poiché rappresenta l'ultimo tentativo della leadership venezuelana di soddisfare l'amministrazione Trump.

Fonti: ABC News, New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Iran, la tregua scricchiola: Israele colpisce il Libano, Teheran minaccia lo stop


Teheran si proclama vincitrice e continua a usare lo Stretto di Hormuz come leva negoziale. Netanyahu apre ai colloqui con Beirut sotto pressione degli Stati Uniti, ma esclude una tregua in Libano.

Sono bastati due giorni perché il cessate il fuoco tra Stati Uniti, Israele e Iran mostrasse tutte le sue crepe. Teheran continua a dichiararsi vincitrice e rilancia la posta con richieste massimaliste. Intanto, Israele intensifica i raid in Libano contro Hezbollah, pur accettando di aprire un tavolo con Beirut. A Washington, invece, i democratici cercano di tentare (senza successo) di impedire al presidente Donald Trump di riaprire le ostilità senza il voto del Congresso.

L’Iran alza la posta


Dopo sei settimane di bombardamenti americani e israeliani, la leadership iraniana non mostra segnali di apertura. “Buongiorno alla vittoria. Oggi la storia ha voltato pagina”, ha scritto sui social il primo vicepresidente Mohammad Reza Aref nel giorno dell’entrata in vigore della tregua. “L’era dell’Iran è iniziata”.

Per il regime, essere sopravvissuto a un attacco congiunto delle due principali potenze militari mondiali rafforza l’ideologia della resistenza su cui si fonda la Repubblica islamica dal 1979. “Dal loro punto di vista hanno superato due superpotenze”, ha spiegato al New York Times Danny Citrinowicz, ex capo della sezione Iran dell’intelligence militare israeliana, parlando di una percezione di una “vittoria divina”.

La principale leva di Teheran resta lo Stretto di Hormuz, da cui prima della guerra passava circa un quinto del petrolio mondiale. Nonostante i danni subiti, l’Iran conserva pienamente la capacità di minacciare il traffico marittimo nello Stretto. “È una leva più efficace di quanto sia mai stato il programma nucleare”, ha dichiarato al New York Times Hamidreza Azizi, esperto di sicurezza.

Il costo interno della presunta vittoria, però, è altissimo. L’economia iraniana, già fragile, è stata ulteriormente danneggiato: i grandi produttori di acciaio hanno fermato la produzione, il commercio al dettaglio è crollato e cresce il timore di licenziamenti di massa. Secondo Ali Alfoneh, ricercatore senior dell’Arab Gulf States Institute, il Paese potrebbe affrontare una nuova ondata migratoria e spingersi verso una deterrenza più aggressiva, fino a una possibile corsa all’arma nucleare. “Questo modello rischia di trasformare l’Iran nella Corea del Nord del Medio Oriente”, ha affermato.

Negoziati con Beirut, ma niente tregua


La tenuta della tregua è comunque già in bilico. Teheran sostiene che il cessate il fuoco negoziato includesse anche il Libano e minaccia apertamente di abbandonare i colloqui o di mantenere chiuso lo Stretto di Hormuz se Israele continuerà a colpire il territorio libanese. Una lettura condivisa anche dai mediatori pakistani, ma respinta da Stati Uniti e Israele.

Oggi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato di aver dato mandato al suo gabinetto di avviare negoziati diretti con Beirut, dopo colloqui telefonici con Trump e con l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff. Secondo funzionari americani, questo passo è arrivato dopo che Washington ha chiesto a Israele di ridurre i bombardamenti per evitare un’escalation.

Secondo queste fonti, Trump avrebbe inizialmente autorizzato la prosecuzione della guerra in Libano, salvo poi cambiare posizione per il timore che il conflitto potesse far saltare la tregua con l’Iran. Nonostante l’apertura diplomatica, Israele esclude però un cessate il fuoco. Un funzionario israeliano ha invece precisato ad Axios che le operazioni militari continueranno.

Nel frattempo, sul campo di battaglia l’escalation prosegue. Nelle 24 ore successive alla tregua con l’Iran, i raid israeliani in Libano hanno causato almeno 254 morti, secondo la Protezione civile libanese. Un piano di pace proposto dalla Francia, che prevedeva il riconoscimento di Israele da parte del Libano, è stato respinto dal governo israeliano.

I democratici tentano di fermare Trump


Sul fronte interno, intanto, i democratici hanno cercato oggi ancora una volta di far approvare una risoluzione sui poteri di guerra per impedire a Trump di riaprire unilateralmente il conflitto con l’Iran. Il deputato Glenn Ivey ha chiesto il consenso unanime durante una sessione pro forma della Camera, ma il repubblicano Chris Smith, che presiedeva la seduta, ha ignorato la richiesta e chiuso i lavori.

La deputata Sara Jacobs ha annunciato che il partito forzerà un voto formale in aula la prossima settimana. La risoluzione, la cui approvazione al Senato resta dubbia e che comunque si scontrerebbe con un veto presidenziale, ha un valore soprattutto politico: dimostrare agli elettori che i democratici stanno utilizzando ogni strumento disponibile per evitare una nuova impopolare escalation.

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È uscito il nuovo numero di The Post Internazionale. Da oggi potete acquistare la copia digitale


@Politica interna, europea e internazionale
È uscito il nuovo numero di The Post Internazionale. Il magazine, disponibile già da ora nella versione digitale sulla nostra App, e da domani, venerdì 10 aprile, in tutte le edicole, propone ogni due settimane inchieste e approfondimenti sugli affari e il potere

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Cresce il giudizio negativo degli americani su Israele e Netanyahu, soprattutto tra i giovani


Il 60% degli adulti statunitensi ha un'opinione sfavorevole di Israele. Tra i repubblicani sotto i 50 anni la maggioranza è ora critica. Anche la fiducia in Trump sulla gestione dei rapporti con Israele è bassa

Il giudizio degli americani su Israele e sul primo ministro Benjamin Netanyahu continua a peggiorare, con un'accelerazione marcata nell'ultimo anno. Secondo un sondaggio del Pew Research Center condotto tra il 23 e il 29 marzo su 3.507 adulti, il 60% degli statunitensi ha un'opinione sfavorevole di Israele, in aumento di sette punti rispetto all'anno scorso e di quasi venti rispetto al 2022. La quota di chi esprime un giudizio "molto sfavorevole" è quasi triplicata nello stesso periodo, passando dal 10% al 28%. Il sondaggio è stato realizzato circa un mese dopo l'inizio della guerra in Iran guidata da Stati Uniti e Israele.

Il dato più significativo riguarda la frattura generazionale, che ormai attraversa entrambi gli schieramenti politici. Tra i democratici, otto su dieci hanno un'opinione negativa di Israele, un aumento netto rispetto al 69% dell'anno scorso e al 53% del 2022. I democratici sotto i 50 anni esprimono un giudizio "molto sfavorevole" con maggiore frequenza rispetto a quelli più anziani (47% contro 39%). Tra i repubblicani il quadro resta diverso, con una maggioranza ancora favorevole a Israele (58% contro 41%), ma il cambiamento è visibile soprattutto nelle fasce più giovani: il 57% dei repubblicani tra i 18 e i 49 anni ha oggi un'opinione negativa, rispetto al 50% dell'anno scorso. Le ampie maggioranze favorevoli resistono solo tra i repubblicani sopra i 50 anni.

Anche la fiducia in Netanyahu segue la stessa traiettoria. Il 59% degli americani esprime poca o nessuna fiducia nella capacità del primo ministro israeliano di fare la cosa giusta in materia di affari internazionali, in aumento di sette punti rispetto all'anno scorso e di quasi venti rispetto al 2023. Tra i democratici la sfiducia raggiunge il 76%, con la metà che dichiara di non avere "nessuna fiducia". Tra i repubblicani le valutazioni sono ormai divise quasi a metà: 45% con fiducia, 44% senza. È un cambiamento rilevante, perché nelle precedenti rilevazioni del Pew la maggioranza dei repubblicani esprimeva fiducia in Netanyahu. Anche qui il fattore età pesa: i repubblicani sopra i 50 anni hanno il doppio delle probabilità rispetto a quelli più giovani di fidarsi di Netanyahu (58% contro 30%).

Sondaggio
L'opinione degli americani su Israele e Netanyahu diventa più negativa
Pew Research Center — Indagine su adulti statunitensi, 23–29 marzo 2026

Panoramica Trend Per gruppo

Sfavorevoli a Israele
0%
+18 dal 2022

Favorevoli a Israele
0%
−18 dal 2022

Poca/nessuna fiducia in Netanyahu
0%
+17 dal 2023

Molta/abb. fiducia in Netanyahu
0%
−4 dal 2023

In sintesi: La maggioranza degli americani (60%) ha oggi un'opinione sfavorevole di Israele, un ribaltamento netto rispetto al 2022 quando i favorevoli erano il 55%. La sfiducia in Netanyahu raggiunge il 59%.

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Opinione su Israele

Fiducia in Netanyahu

Chi vede più sfavorevolmente Israele
% con opinione molto/abbastanza sfavorevole — Primavera 2026

Repubblicani

Media

Democratici

Elaborazione di Focus America su dati del Pew Research Center

L'appartenenza religiosa influenza in modo consistente le opinioni. Gli ebrei americani e i protestanti evangelici bianchi mantengono opinioni prevalentemente positive su Israele, con percentuali favorevoli del 64% e del 65%. Tra i cattolici il dato scende al 35%, tra i protestanti neri al 33%, e tra chi non si identifica con nessuna religione al 22%. Solo il 4% dei musulmani americani ha un'opinione positiva di Israele. Sulla fiducia in Netanyahu, il 56% degli ebrei americani esprime poca o nessuna fiducia, mentre tra i musulmani americani la cifra raggiunge il 91%, con il 74% che dichiara di non avere alcuna fiducia.

Anche il presidente Trump non raccoglie un consenso ampio sulla gestione dei rapporti con Israele. Più della metà degli americani (55%) esprime poca fiducia nella sua capacità di prendere buone decisioni sulla relazione tra i due Paesi, un dato sostanzialmente stabile rispetto ad agosto 2025. Circa tre quarti dei repubblicani (73%) esprimono fiducia in Trump su questo tema, contro solo il 16% dei democratici. Ma anche all'interno del campo repubblicano emerge una divisione generazionale netta: solo il 52% dei repubblicani sotto i 30 anni si fida della gestione trumpiana del rapporto con Israele, contro il 93% degli ultrasessantacinquenni.

Il conflitto tra Israele e Hamas resta personalmente importante per poco più della metà degli americani (53%), un dato stabile rispetto all'anno scorso. È però percepito come meno rilevante rispetto all'azione militare americana in Iran, che il 77% considera importante. Tra i gruppi religiosi, il 91% degli ebrei americani considera il conflitto personalmente importante, seguito dal 70% dei musulmani americani e dal 65% dei protestanti evangelici bianchi. Questi ultimi, però, attribuiscono maggiore importanza personale alla campagna militare in Iran (86%) rispetto al conflitto israelo-palestinese.

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Perché Trump non può essere rimosso


Dan Pfeiffer spiega perché invocare la rimozione presidenziale è una fantasia controproducente che distrae dall'unico obiettivo reale: riconquistare il Congresso

Il comportamento del presidente Donald Trump nelle ultime settimane ha riacceso il dibattito sul 25° emendamento della Costituzione americana, lo strumento che consente di rimuovere un presidente fisicamente o mentalmente incapace di svolgere le proprie funzioni. Decine di membri del Congresso e diversi potenziali candidati presidenziali, come il governatore dell'Illinois J.B. Pritzker, ne hanno chiesto l'attivazione. Ma secondo Dan Pfeiffer, ex consigliere di Barack Obama e autore della newsletter The Message Box, questa strada è una pura fantasia che rischia di fare più danni che altro al Partito Democratico.

La premessa del dibattito è il comportamento recente di Trump, che Pfeiffer definisce allarmante anche per gli standard del presidente. La decisione di avviare un conflitto militare in Medio Oriente contro l'Iran è stata, a suo giudizio, "bizzarra e capricciosa". Le dichiarazioni contraddittorie che ne sono seguite, con il presidente che un giorno sosteneva che gli Stati Uniti non avessero bisogno dello Stretto di Hormuz e il giorno dopo minacciava di bombardare l'Iran perché non lo riaprisse, hanno alimentato i dubbi sulla lucidità della guida presidenziale. Pfeiffer fa poi riferimento a un post pubblicato da Trump in cui il presidente minacciava esplicitamente di colpire oltre 90 milioni di iraniani, definendola "la definizione da manuale di genocidio".

Il punto centrale dell'analisi di Pfeiffer, però, non riguarda la condotta di Trump ma la risposta dei democratici. L'ex consigliere smonta il meccanismo del 25° emendamento per dimostrarne l'impraticabilità. Contrariamente a quanto molti credono, non basta che il vicepresidente e la maggioranza del gabinetto si riuniscano per rimuovere il presidente. La procedura prevede che il vicepresidente e la maggioranza del gabinetto inviino una comunicazione al Congresso dichiarando che il presidente non è in grado di svolgere le sue funzioni. A quel punto il vicepresidente diventa presidente ad interim. Ma il presidente ha la possibilità di contestare la decisione: il vicepresidente e il gabinetto devono riaffermare la loro dichiarazione e il Congresso deve riunirsi e votare entro 21 giorni. Per mantenere il presidente ad interim in carica serve una maggioranza di due terzi in entrambe le camere.

Pfeiffer sottolinea che il grado di difficoltà è molto superiore a quello dell'impeachment tradizionale, che richiede solo la maggioranza alla Camera e i due terzi al Senato. E ricorda che se il Senato non ha condannato Trump nemmeno dopo l'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, quando una folla di suoi sostenitori ha attaccato il Congresso, è difficile immaginare che lo faccia ora. Il primo ostacolo sarebbe convincere J.D. Vance e la maggioranza del gabinetto a votare per la rimozione. Pfeiffer descrive i membri del gabinetto come "sicofanti e lacchè incompetenti" e dice di non riuscire a pensarne nemmeno uno che metterebbe la lealtà verso il paese davanti alla lealtà verso Trump. E anche nell'ipotesi impossibile che tutto funzionasse, il risultato sarebbe Vance presidente e Mike Johnson vicepresidente.

I danni della campagna sul 25° emendamento sono, secondo Pfeiffer, concreti. Il primo problema è che crea aspettative su qualcosa che non accadrà. È un espediente per raccogliere attenzione e donazioni online, scrive l'ex consigliere, aggiungendo che lo considera "un po' irrispettoso verso i nostri elettori" promuovere un'idea sapendo che non porterà al risultato desiderato. Il secondo problema è che sposta la responsabilità sulle persone sbagliate. Vance e il gabinetto non rispondono agli elettori a novembre. I repubblicani al Congresso, invece, sì. Sono loro, sostiene Pfeiffer, che permettono a Trump di comportarsi in questo modo e sono loro che dovrebbero pagarne le conseguenze alle urne.

La conclusione di Pfeiffer è netta: non esistono scorciatoie. L'unico modo per fermare Trump è riconquistare il potere politico eleggendo un Congresso democratico. Tutto il resto, compreso il 25° emendamento, è una distrazione.

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In Arizona nasce un terzo partito, ma Dem e GOP si alleano per fermarlo


Un ex No Labels vuole chiamarsi "Partito Indipendente", ma un giudice ha bloccato il cambio di nome: potrebbe confondere gli elettori non affiliati, oltre un terzo del totale

Un terzo partito politico in Arizona sta scuotendo le certezze di democratici e repubblicani, al punto da spingerli a un'alleanza inedita: fare causa insieme per impedirgli di cambiare nome. La vicenda, raccontata dal New York Times, ruota attorno a un gruppo nato come sezione locale di No Labels, l'organizzazione centrista con sede a Washington, che ha tentato di ribattezzarsi "Arizona Independent Party", Partito Indipendente dell'Arizona. Il problema è che in Arizona gli elettori registrati come "independent", cioè non affiliati a nessun partito, rappresentano oltre un terzo dell'elettorato. Usare quella parola nel nome di un partito, secondo i suoi avversari, significherebbe attirare con l'inganno elettori che non hanno alcuna intenzione di aderire a una nuova formazione politica.

Democratici e repubblicani hanno presentato ricorso, e a marzo un giudice della contea di Maricopa, Gregory S. Como, ha dato loro ragione con una sentenza netta, definendo il cambio di nome "un'esca politica seguita da un raggiro". Il giudice ha stabilito che un partito non può cambiare denominazione senza raccogliere nuovamente le firme necessarie, ponendo una domanda retorica nella sentenza: le stesse 41.000 persone che firmarono per riconoscere il partito No Labels avrebbero firmato anche per un ipotetico "Partito Nazista dell'Arizona" o per gli "Anarchici dell'Arizona"?

La questione ha radici nel 2024, quando l'organizzazione nazionale No Labels, critica verso entrambi i partiti, annunciò l'intenzione di candidare un ticket presidenziale "unitario" per competere con Donald Trump e l'allora presidente Joseph Biden. I democratici lavorarono con successo per far deragliare l'iniziativa, sostenendo che fosse un piano per favorire Trump. L'anno successivo la sezione dell'Arizona si separò dall'organizzazione nazionale, cambiò dirigenza e chiese alla Segretaria di Stato un nuovo nome. Il risultato, paradossale in tempi di polarizzazione estrema, è stato unire i due partiti principali contro un nemico comune.

A guidare il terzo partito è Paul Johnson, ex democratico ed ex sindaco di Phoenix, che ha raccontato al New York Times la sua strategia. Johnson aveva già sostenuto, senza successo, un referendum per sostituire le primarie di partito con un sistema aperto sul modello della California, dove tutti i candidati competono nella stessa primaria e i primi due accedono al ballottaggio finale. Nei 41.000 elettori registrati sotto No Labels, Johnson ha visto lo strumento per continuare la sua battaglia per la moderazione nella politica dell'Arizona. La sua idea è che un movimento abbastanza forte da minacciare i due partiti principali li costringerebbe ad accettare riforme elettorali capaci di produrre candidati meno estremisti.

Il candidato governatore del partito, Hugh Lytle, un dirigente del settore sanitario che si definisce di centrodestra ma più liberale sulle questioni sociali, ha ambizioni concrete. Ha dichiarato al New York Times di considerare la sua candidatura praticabile indipendentemente dal nome del partito. Lytle, che in passato è stato iscritto sia ai democratici sia ai repubblicani, ha raccontato di aver votato controvoglia per l'attuale governatrice democratica Katie Hobbs nel 2022, convinto che molti elettori come lui sceglierebbero un'alternativa se ne avessero la possibilità.

La corsa al governatorato dell'Arizona si annuncia già molto combattuta. Hobbs vinse nel 2022 con appena 17.000 voti di scarto e dovrà affrontare un avversario repubblicano ancora da definire, probabilmente uno dei deputati David Schweikert o Andy Biggs. Lytle parte sfavorito, ma gli analisti ritengono che potrebbe raccogliere decine di migliaia di voti, soprattutto con il nome "Partito Indipendente" sulla scheda. A chi toglierebbe più consensi resta oggetto di dibattito. Chuck Coughlin, veterano consulente politico repubblicano poi diventato indipendente, ha sostenuto al New York Times che una quota maggiore di elettori repubblicani resterebbe fedele al proprio candidato, rendendo Hobbs più vulnerabile alla candidatura di Lytle. Chris Baker, consigliere di Schweikert, ha offerto al giornale la lettura opposta: poiché i repubblicani sono più numerosi dei democratici in Arizona, il suo partito avrebbe più da perdere, soprattutto se candidasse Biggs, fedelissimo di Trump che potrebbe alienare i moderati.

Il precedente californiano rafforza le preoccupazioni sulla confusione elettorale. In California esiste l'American Independent Party, nota soprattutto per aver candidato il segregazionista George Wallace alla presidenza nel 1968. Un'inchiesta del Los Angeles Times di una decina di anni fa concluse che tre quarti degli iscritti al partito in California lo avevano fatto per errore, inclusa l'attrice Emma Stone e Jennifer Siebel Newsom, moglie dell'allora governatore Gavin Newsom. Tutto ciò che lascia gli elettori in dubbio sul processo elettorale "è un problema serio", ha dichiarato al New York Times Tom Collins, direttore dell'Arizona Citizens Clean Elections Commission, organismo apartitico responsabile dell'educazione elettorale che ha a sua volta fatto causa contro il cambio di nome.

Se il partito non impugnerà la decisione entro il 24 aprile, Lytle e gli altri candidati compariranno sulle schede elettorali come membri di No Labels Arizona. Per Johnson sarebbe una delusione, ma la battaglia legale ha già ottenuto un risultato: far conoscere il partito. "Non l'ho fatto io, l'hanno fatto i due partiti", ha detto al New York Times. "Se torniamo a chiamarci No Labels, adesso la gente saprà perché".

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