Provenzano a TPI: “Ora è il momento di unirsi per battere la destra”


@Politica interna, europea e internazionale
Onorevole, il 17 e 18 aprile lei, insieme ad altri dirigenti del Pd, ha partecipato a Barcellona alla Global Progressive Mobilization, che ha riunito le principali forze della sinistra mondiale. Lavori in corso per una “internazionale di sinistra”? «In questi anni abbiamo

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L'Iran incassa i primi pedaggi sullo Stretto di Hormuz: "Controlliamo noi il passaggio, non negoziamo"


Depositate presso la Banca Centrale le prime somme riscosse dalle navi in transito. Il direttore dell'Agenzia Internazionale dell'Energia: "È la più grave crisi energetica della storia". Persi 13 milioni di barili al giorno.

Teheran ha incassato i primi proventi dei pedaggi imposti alle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz. Le somme sono state depositate presso la Banca Centrale iraniana. A confermarlo è stato Alireza Salimi, deputato conservatore del Parlamento, in un’intervista all’agenzia semiufficiale Tasnim. "L’importo riscosso da ciascuna nave dipende dal carico e dal livello di rischio che comporta", ha dichiarato Salimi. "È l’Iran a stabilire quanto si paga e in che modo si paga: siamo noi a dettare le regole", ha rivendicato.

Ancora più duro è stato il vicepresidente del parlamento, Hamidreza Hajibabaei, durante un intervento pubblico nella città di Kuhdasht che è stato riportato da ABC News. "Lo Stretto è sotto il nostro controllo", ha detto. "Se gli Stati Uniti continueranno su questa strada, nessuna nave passerà più da Hormuz. Non siamo impegnati in trattative: stiamo dettando condizioni".

Lo Stretto di Hormuz è una delle arterie più importanti del commercio energetico mondiale. Prima della guerra vi transitavano ogni giorno 20 milioni di barili di petrolio e prodotti petroliferi, pari a circa il 20% della fornitura globale di greggio. Oggi questa via d’acqua si trova in una condizione inedita, definita di "doppio blocco": né l’Iran né gli Stati Uniti consentono il transito alle navi per diversi motivi. Washington ha chiuso i porti iraniani, mentre Teheran ha risposto bloccando il passaggio nello Stretto in reazione all’operazione militare statunitense e israeliana Epic Fury e, più di recente, al fallimento della tregua tra Israele e Libano. Così il prezzo del barile ha già superato i 100 dollari in più occasioni.
Hormuz, il doppio blocco che soffoca l'energia mondiale

Crisi energetica
Hormuz, il doppio blocco che soffoca l'energia mondiale
Pedaggi iraniani, navi sequestrate e il collasso del jet fuel in Europa · Aprile 2026

Uno Stretto, due blocchi
Né Washington né Teheran lasciano passare le navi.
Lo Stretto è paralizzato.
13 MILIONI BARILI PERSI AL GIORNO La più grave minaccia alla sicurezza energetica della storia. Fatih Birol, direttore Agenzia Intl. Energia 14 12 AKTI A IMO 9876543

20%
del greggio mondiale passava da qui

100$+
prezzo del barile superato più volte

0%
jet fuel Europa da raffinerie mediorientali

Impatto Pedaggi Navi Cronologia

La più grave minaccia alla sicurezza energetica della storia. — Fatih Birol, direttore dell'Agenzia Internazionale dell'Energia

13 mln
Barili al giorno persi dall'inizio della crisi

20%
Quota mondiale di greggio che transitava da Hormuz

Jet fuel europeo: il collasso

Quota di jet fuel europeo proveniente dalle raffinerie mediorientali

Prima della crisi ~75%

Oggi ~0%

Le contromisure

400 mln
Barili rilasciati dalle scorte strategiche a marzo

100$+
Prezzo del barile superato più volte

Riduzione del traffico aereo
Scenario allo studio in Europa se le importazioni alternative da USA e Nigeria non aumenteranno

Il sistema dei pedaggi iraniani

1 $
Al barile trasportato, pagabile in criptovaluta (secondo media occidentali)

8 ore
Durata massima delle "finestre" di transito che Teheran apre e chiude a piacimento

È l'Iran a stabilire quanto si paga e in che modo si paga: siamo noi a dettare le regole.
— Alireza Salimi, deputato conservatore iraniano, all'agenzia Tasnim

Lo Stretto è sotto il nostro controllo. Se gli Stati Uniti continueranno su questa strada, nessuna nave passerà più da Hormuz.
— Hamidreza Hajibabaei, vicepresidente del Parlamento iraniano (citato da ABC News)

Chi passa e chi no

Paesi amici
Pakistan, Cina e Oman: trattamento più morbido

Legami con Israele
MSC tenta il passaggio clandestino a transponder spento

Le navi sotto i riflettori

Akti A · Maersk (Danimarca)
Prima nave a passare. 300 mila barili di diesel per il trader Vitol

Passata

Flotta CMA CGM (Francia)
Tornata indietro dopo che una nave è stata colpita da un ordigno

Respinta

Dhalkut · Trafigura (Oman)
Unica su 10 navi bloccate. Partita il 2 aprile in convoglio lungo le coste omanite

Passata

3 navi Mercuria
Riportate in salvo. L'a.d. Dunand non ha spiegato in che modo

Passata

MSC Francesca · MSC Epaminondas
Sequestrate il 22 aprile dai Guardiani della Rivoluzione per transito "non autorizzato"

Sequestrate

Tocca un evento per i dettagli

28 feb
Inizio della guerra. L'Iran chiude lo Stretto

USA e Israele lanciano le operazioni Epic Fury e Ruggito del Leone. Teheran risponde con l'operazione Vera Promessa 4, attaccando le installazioni dei Paesi del Golfo e chiudendo Hormuz. Entro il 2 marzo il traffico navale cessa totalmente.

9 mar
Trump punta al controllo militare dello Stretto

Il presidente dichiara l'intenzione di porre Hormuz sotto controllo dell'esercito statunitense. Nel frattempo l'AIE autorizza il rilascio di 400 milioni di barili dalle scorte strategiche.

8 apr
Cessate il fuoco bilaterale di 14 giorni

Trump annuncia su Truth un cessate il fuoco tra USA e Iran, subordinato alla riapertura dello Stretto. L'accordo prevede un sistema di pedaggi gestito congiuntamente da Oman e Iran.

10-12 apr
Primo round negoziale fallito a Islamabad

Il vicepresidente USA J.D. Vance incontra il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf in Pakistan. Il feldmaresciallo Asim Munir media con il premier Sharif. Trump parla di "vittoria", gli analisti restano scettici.

13 apr
Blocco navale USA contro i porti iraniani

Dopo lo stallo dei primi colloqui, la Marina statunitense applica un blocco selettivo sullo Stretto e tenta operazioni di bonifica dalle mine. Nasce il "doppio blocco".

17 apr
Araghchi annuncia la riapertura di Hormuz

Il Ministro degli Esteri iraniano dichiara lo Stretto "completamente aperto" su X, legandolo al cessate il fuoco in Libano. Trump ringrazia, ma mantiene il blocco USA. La Celestyal Discovery è la prima nave da crociera a transitare dopo 47 giorni di stop.

18 apr
Navi colpite nello Stretto. Teheran minaccia

Almeno due mercantili riportano colpi d'arma da fuoco. Il presidente del Parlamento Ghalibaf: "Con il proseguimento del blocco, lo Stretto non rimarrà aperto". Il Consiglio Supremo iraniano rivendica il controllo del canale "fino alla fine della guerra".

19 apr
USA colpiscono nave iraniana nel Mar d'Oman

L'Ambasciata iraniana all'ONU accusa Washington di "condotta che presenta i tratti distintivi della pirateria". Cartelloni compaiono a Teheran con la scritta "Hormuz, per sempre nelle mani dell'Iran".

22 apr
Sequestrate le navi MSC Francesca ed Epaminondas

La Marina dei Pasdaran apre il fuoco su 3 navi MSC e ne sequestra 2, accusandole di transito non autorizzato. La Casa Bianca (Leavitt): "Non sono navi USA né israeliane, è pirateria".

Elaborazione FocusAmerica su fonti: Financial Times, CNBC (Converge Live, Singapore), ABC News, Tasnim · Aggiornato al 23 aprile 2026

"La più grave minaccia alla sicurezza energetica della storia"


A descrivere il quadro energetico nei termini più duri è stato il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, intervenuto su CNBC durante il forum Converge Live di Singapore. "Stiamo affrontando la più grave minaccia alla sicurezza energetica della storia", ha detto senza mezzi termini. "A oggi abbiamo perso 13 milioni di barili di petrolio al giorno e si registrano gravi interruzioni nelle forniture di materie prime vitali".

L’allarme più immediato riguarda l’Europa, che rischia di restare senza carburante per aerei nel giro di poche settimane. "L’Europa riceveva circa il 75% del jet fuel dalle raffinerie mediorientali, ora siamo sostanzialmente a zero", ha spiegato Birol. Il continente sta cercando di rifornirsi da Stati Uniti e Nigeria, ma se le importazioni alternative non aumenteranno rapidamente potrebbe rendersi necessario ridurre il traffico aereo. L’Agenzia ha già autorizzato a marzo il rilascio di 400 milioni di barili dalle scorte strategiche e sta valutando una seconda tranche. Ma lo stesso Birol la considera solo un palliativo: "La cura è riaprire lo Stretto di Hormuz. Stiamo guadagnando tempo, niente di più".

La nuova stretta iraniana è arrivata all’indomani della decisione di Donald Trump di estendere il cessate il fuoco con Teheran, scaduto mercoledì 22 aprile. Il presidente statunitense ha motivato la proroga dopo una richiesta arrivata dal capo dell’esercito pakistano, il maresciallo Asim Munir, e dal primo ministro Shehbaz Sharif, sostenendo che "il governo iraniano è seriamente spaccato" e che Islamabad ha chiesto di sospendere l’attacco in attesa di una proposta unitaria da Teheran. Trump ha anche ordinato alle Forze Armate di mantenere il blocco navale.

Le poche navi che sono riuscite a passare


Mentre la diplomazia resta ferma, il Financial Times ha ricostruito in che modo alcune imbarcazioni siano riuscite comunque ad attraversare lo Stretto sfruttando brevi "finestre" che si aprono e si chiudono nell’arco di poche ore. Il transito dura fino a otto ore e, in quell’intervallo, la situazione politica può cambiare radicalmente. La sera del 17 aprile Teheran ha annunciato la riapertura del canale, chiuso da fine febbraio, dopo l’intesa tra Israele e Libano. Il mattino successivo lo Stretto era di nuovo bloccato, ma nel frattempo alcune navi erano riuscite a passare.

La prima è stata la Akti A della danese Maersk, con 300 mila barili di diesel per il trader Vitol. Altre imbarcazioni della compagnia francese CMA CGM hanno tentato il passaggio, ma sono tornate indietro dopo che una di loro è stata colpita da un ordigno. Il trader Trafigura è riuscito a far uscire una sola nave sulle dieci bloccate nel Golfo Persico: il tanker omanita Dhalkut, partito il 2 aprile in un convoglio lungo le coste dell’Oman. Mercuria ha riportato in salvo tre navi, ma il suo amministratore delegato Marco Dunand si è rifiutato di spiegare in che modo.

Secondo il Financial Times, l’Iran sta riservando un trattamento più morbido alle navi legate ai Paesi amici, tra cui Pakistan, Cina e Oman. Le compagnie considerate più esposte, come MSC Group per i suoi legami commerciali con Israele, tentano invece il passaggio clandestino spegnendo i transponder GPS. Nel fine settimana del 18 e 19 aprile sei navi MSC hanno attraversato lo Stretto con i sistemi di localizzazione disattivati. Il 22 aprile la marina dei Guardiani della Rivoluzione Islamica ha sequestrato le navi MSC Francesca ed Epaminondas, riconducibili al gruppo, accusandole di aver transitato "senza la dovuta autorizzazione e manipolando i sistemi di navigazione". MSC ha rifiutato di commentare.

I media occidentali hanno riferito più volte che Teheran chiederebbe un dollaro per ogni barile di petrolio trasportato, pagabile in criptovaluta. I trader Trafigura, Mercuria e Vitol negano però di aver versato pedaggi, perché un pagamento di questo tipo violerebbe le sanzioni statunitensi.

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“Dieci proposte di noi giovani per tornare al voto”


@Politica interna, europea e internazionale
Negli ultimi anni, la politica e la sinistra in particolare hanno perso un pezzo fondamentale del proprio elettorato: i giovani e i lavoratori. Un blocco sociale che fatica a riconoscersi in un’offerta percepita come distante dai bisogni materiali, frammentata o poco credibile. Il risultato è sotto gli occhi

Jan-Werner Müller a TPI: “Agli elettori europei non piacciono i leader vicini a Trump”


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Jan-Werner Müller è uno dei politologi più autorevoli del mondo. Tedesco, formatosi tra Berlino e Oxford, da oltre vent’anni insegna Teoria politica e Storia delle idee politiche all’Università di Princeton, nel New Jersey. Pubblica regolarmente articoli di opinione

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Insider trading sulla cattura di Maduro, incriminato sergente delle forze speciali americane


Il sergente Gannon Ken Van Dyke, delle forze speciali dell'esercito, avrebbe guadagnato oltre 400.000 dollari su Polymarket puntando sull'operazione militare che ha portato alla cattura del leader venezuelano.

Un sergente maggiore delle forze speciali dell'esercito americano è stato arrestato e incriminato per aver utilizzato informazioni riservate sull'operazione militare che ha rimosso Nicolás Maduro dal potere in Venezuela per piazzare scommesse sulla piattaforma Polymarket. Lo ha annunciato giovedì 23 aprile il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.

Il soldato, identificato come Gannon Ken Van Dyke, 38 anni, di stanza nella base militare di Fort Bragg in North Carolina, avrebbe scommesso circa 33.000 dollari su 13 contratti legati al Venezuela e alla sorte di Maduro, ottenendo un profitto di oltre 409.000 dollari. Secondo l'atto di accusa depositato presso il tribunale federale di Manhattan e riportato dal New York Times, Van Dyke ha partecipato alla pianificazione e all'esecuzione dell'operazione che ha portato alla cattura di Maduro e della moglie Cilia Flores in un complesso di Caracas il 3 gennaio. Il militare è nell'esercito in servizio attivo dal 2008 e dal 2023 ricopre il grado di sergente maggiore nelle forze speciali.

Le accuse formulate contro Van Dyke sono cinque: uso illecito di informazioni governative riservate per fini personali, furto di informazioni governative non pubbliche, frode sulle materie prime, frode telematica e transazione monetaria illecita. Come riportato da CNBC, il militare rischia fino a 20 anni di carcere per il capo d'accusa più grave, la frode telematica, e fino a 10 anni per ciascuno degli altri. La Commodity Futures Trading Commission, l'autorità di regolamentazione dei mercati di previsione, ha inoltre avviato un procedimento civile separato contro Van Dyke, chiedendo la restituzione dei profitti, sanzioni pecuniarie e il divieto permanente di operare su queste piattaforme.

Insider trading · Polymarket
Il sergente, la cattura di Maduro e la scommessa che ha vinto 13 volte la posta in gioco
Anatomia della prima incriminazione negli Stati Uniti per insider trading su un mercato predittivo

Numeri Cronologia Accuse Contesto

Rendimento della scommessa principale
+0%
Una puntata da 32.537 dollari sull'uscita di Maduro entro il 31 gennaio si è trasformata in 404.222 dollari di vincita.

Puntata totale
$33.034

Vincita totale
$409.000+

L'uomo dietro l'account

Imputato
Gannon Ken Van Dyke
38 anni, Fayetteville (NC)

Grado
Sergente maggiore
Esercito americano, in servizio dal 2008

Reparto
Joint Special Operations Command
Specialista comunicazioni · Fort Bragg

Operazione
Absolute Resolve
Cattura di Maduro · 3 gennaio 2026

I quattro mercati su cui ha puntato

Mercato Polymarket"Maduro estromesso entro il 31 gennaio 2026"
$32.537

Mercato Polymarket"Le forze americane entrano in Venezuela entro il 31 gennaio 2026"
~$1.000

Mercato Polymarket"Gli Stati Uniti invaderanno il Venezuela entro il 31 gennaio 2026?"
incluso

Mercato Polymarket"Trump invoca poteri di guerra sul Venezuela"
incluso

Tocca un evento per i dettagli

8 Dic 2025
Briefing classificato e firma del NDA

Van Dyke entra nel team che pianifica Operation Absolute Resolve. Riceve un briefing riservato e firma l'accordo di riservatezza che vieta di rivelare informazioni sulle operazioni del comando.

26 Dic
Apre l'account su Polymarket

Si registra sulla piattaforma usando la propria email personale e inizia a operare sui mercati legati al Venezuela e al futuro politico di Maduro.

27 Dic – 2 Gen
Piazza 13 scommesse per circa 33.000 dollari

Tutte posizioni "Si" sulle scommesse relative alla presenza di forze americane in Venezuela, rimozione di Maduro entro il 31 gennaio, invasione e invocazione dei poteri di guerra da parte di Trump.

3 Gen 2026
Il raid a Caracas. Van Dyke incassa

Le forze statunitensi catturano il presidente venezuelano Maduro e sua moglie Cilia Flores. Lo stesso giorno Van Dyke vende le sue posizioni, ritira i proventi e li sposta su un vault crypto estero, poi presso un nuovo broker online.

6 Gen
Tentativo di copertura

Quando le scommesse anomale finiscono sui media, Van Dyke chiede a Polymarket di cancellare l'account sostenendo falsamente di aver perso accesso all'email. Lo stesso giorno cambia anche l'email del wallet di criptovalute.

23 Apr 2026
Incriminazione e arresto

Atto di accusa depositato a Manhattan. Van Dyke compare in tribunale in North Carolina, versa cauzione da 250.000 dollari e consegna il passaporto. Aperto procedimento civile in parallelo della CFTC.

Le mosse per nascondere le tracce

Cancellazione account
Chiede a Polymarket di eliminare il suo profilo, sostenendo falsamente di aver perso l'email associata

Cambio email del wallet
Sostituisce l'indirizzo del wallet crypto con uno non intestato a suo nome, creato il 14 dicembre

Trasferimento dei fondi
Sposta gran parte delle vincite su un vault crypto estero, poi presso un nuovo broker online

Alias pseudonimi
Opera con nickname tipo "Burdensome-Mix", ma resta tracciabile a causa della sua email personale con cui ha aperto gli account

I cinque capi d'accusa

1
Uso illegale di informazioni governative riservate. Sfruttamento di materiale classificato per profitto personale.

2
Furto di informazioni governative non pubbliche. Sottrazione di dati sull'operazione di cattura di Maduro.

3
Frode su materie prime. Violazione del "Commodity Exchange Act", rischia fino a 10 anni di carcere per ciascun capo.

4
Frode telematica. Reato federale legato alle scommesse online.

5
Transazioni monetarie illegali. Trasferimento dei proventi illeciti su vault crypto estero e poi su conto broker.

"
I mercati predittivi non sono un rifugio per chi sfrutta informazioni riservate o classificate per profitto personale.
— Jay Clayton, procuratore federale del Distretto Sud di New York

Non un caso isolato · gli altri casi sospetti

Iran · scommessa sull'attacco Usa
Utente Polymarket non identificato

$550K

Israele · operazioni in Iran
Due soldati incriminati · febbraio 2026

·

Kalshi · "insider trading politico"
3 candidati al Congresso sospesi e multati

·

La piattaforma sotto pressione

Polymarket
Operatore offshore in criptovalute
Autorizzata a operare negli Usa dall'Amministrazione Trump l'anno scorso

Vigilanza
Commodity Futures Trading Commission
Aperto procedimento civile parallelo a quello penale

Reazione Polymarket
"L'insider trading non ha posto su Polymarket"
A marzo sono state introdotte nuove regole interne sull'integrità dei mercati

Conflitto d'interesse
Donald Trump Jr.
Consulente sia di Polymarket sia della rivale Kalshi

Elaborazione FocusAmerica · 25 aprile 2026

L'inchiesta ricostruisce con precisione la cronologia dei fatti. Secondo la ricostruzione di CNBC basata sull'atto di accusa, Van Dyke sarebbe stato coinvolto nella pianificazione della missione a partire dall'8 dicembre, giorno in cui ha ricevuto un briefing sulla sicurezza delle informazioni classificate e firmato un accordo di riservatezza sulle operazioni nell'emisfero occidentale. Il 26 dicembre ha aperto un conto su Polymarket e ha iniziato a piazzare scommesse tra il 27 dicembre e il 2 gennaio, la vigilia del blitz a Caracas. Tutte le puntate erano posizioni "sì" su contratti che prevedevano la presenza delle forze statunitensi in Venezuela entro il 31 gennaio 2026, l'uscita di Maduro dal potere entro la stessa data, un'invasione americana del paese o l'invocazione da parte del presidente Trump del War Powers Act contro il Venezuela. Dopo alcune puntate iniziali di importo ridotto, il 2 gennaio Van Dyke ha scommesso oltre 26.000 dollari in un solo giorno.

Un elemento chiave dell'inchiesta riguarda una fotografia. Poche ore dopo che i militari americani avevano catturato Maduro trasferendolo a bordo della USS Iwo Jima, nave anfibia d'assalto della marina statunitense, un'immagine di Van Dyke è stata scattata e caricata sul suo account Google. Secondo l'atto di accusa citato dal New York Times, la foto mostra il sergente su quello che sembra il ponte di una nave in mare all'alba, in uniforme militare con un fucile, insieme ad altre tre persone anch'esse in uniforme.

Dopo la vittoria delle scommesse, che ha moltiplicato per dodici volte l'importo puntato, Van Dyke avrebbe tentato di nascondere i proventi spostandoli più volte. Secondo la ricostruzione del Dipartimento di Giustizia riportata da NBC News, il sergente ha trasferito la maggior parte dei guadagni in un portafoglio di criptovalute estero, per poi depositarli in un conto di intermediazione online appena creato. Quando i media hanno iniziato a riportare movimenti sospetti sui contratti legati a Maduro, il 6 gennaio Van Dyke ha chiesto a Polymarket di cancellare il suo account, sostenendo falsamente di aver perso l'accesso all'indirizzo email collegato. Lo stesso giorno ha modificato l'email del suo conto di scambio di criptovalute, sostituendola con un indirizzo non registrato a suo nome e creato il 14 dicembre 2025.

Il procuratore generale ad interim Todd Blanche ha sottolineato in una dichiarazione che gli uomini e le donne in uniforme hanno accesso a informazioni riservate per svolgere la loro missione in modo sicuro ed efficace e non possono utilizzarle per un guadagno personale. Blanche ha aggiunto, come riporta CNBC, che l'accesso diffuso ai mercati di previsione è un fenomeno relativamente nuovo, ma le leggi federali che proteggono le informazioni di sicurezza nazionale si applicano pienamente. Il direttore dell'FBI Kash Patel ha dichiarato a NBC News che l'incriminazione dimostra che nessuno è al di sopra della legge.

Polymarket ha annunciato sui social di aver segnalato il caso al Dipartimento di Giustizia e di aver collaborato all'inchiesta dopo aver individuato l'utente che scambiava sulla base di informazioni governative riservate. La società ha affermato che il mese scorso ha pubblicato regole rafforzate sull'integrità del mercato per contrastare l'insider trading e che l'arresto dimostra che il sistema funziona.

Last month, we published our enhanced market integrity rules to combat insider trading.

When we identified a user trading on classified government information, we referred the matter to the DOJ & cooperated with their investigation.

Insider trading has no place on Polymarket.…
— Polymarket (@Polymarket) April 23, 2026


Il presidente Trump, interpellato giovedì dai giornalisti, ha dichiarato di non essere favorevole alle scommesse: il mondo intero, sfortunatamente, è diventato una sorta di casinò. Il presidente ha paragonato il caso a quello di Pete Rose, il giocatore di baseball escluso dalla Hall of Fame per aver scommesso sulla propria squadra, e ha aggiunto che approfondirà la vicenda. Prima di assumere la carica, Trump controllava diversi casinò nel proprio portafoglio imprenditoriale, molti dei quali sono falliti.

Il caso si inserisce in un contesto di crescente attenzione sui mercati di previsione. Come riportato dal New York Times, l'incriminazione rappresenta uno degli episodi di più alto profilo di un dipendente pubblico americano che utilizza informazioni classificate per ottenere profitti su queste piattaforme, al punto che la Casa Bianca ha messo in guardia il proprio personale contro simili pratiche. Il Senato e la Camera stanno valutando una legge per limitare l'utilizzo da parte dei funzionari pubblici di Kalshi, un'altra piattaforma popolare, mentre diversi Stati stanno considerando regolamentazioni più severe. Mercoledì Kalshi ha annunciato di aver sospeso e multato tre candidati al Congresso, provenienti da Minnesota, Texas e Virginia, per attività di insider trading politico sulle proprie campagne elettorali.

Secondo quanto ricordato da CNBC, Donald Trump Jr., figlio del presidente, è sia investitore sia consulente non retribuito di Polymarket, oltre che consulente retribuito di Kalshi, le due maggiori piattaforme di previsione, come segnalato dal New York Times in un reportage di gennaio. Le scommesse anomale su eventi geopolitici erano già state oggetto di sospetti: conti aperti su Polymarket avevano incassato 1,2 milioni di dollari puntando su un attacco americano all'Iran il 28 febbraio, giorno di inizio dell'offensiva. A fine marzo, inoltre, un'ondata di vendite sul mercato del petrolio pochi minuti prima di un annuncio di Trump sui colloqui con l'Iran aveva alimentato sospetti di insider trading, con possibili profitti per decine di milioni di dollari.

Il senatore democratico Bernie Sanders, come riporta Le Monde, ha denunciato sui social che la famiglia Trump avrebbe guadagnato quattro miliardi di dollari grazie alla presidenza, parlando di una cleptocrazia senza precedenti. Il caso Van Dyke è stato assegnato alla giudice federale Margaret M. Garnett del distretto meridionale di New York, lo stesso tribunale in cui Maduro è accusato di cospirazione per narcoterrorismo, importazione di cocaina e reati legati alle armi, mentre la moglie Flores è imputata per cospirazione legata alla cocaina e reati sulle armi.

Questa voce è stata modificata (3 mesi fa)

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Trump estende la tregua tra Israele e Libano di tre settimane e minaccia di nuovo Teheran


Alla Casa Bianca annunciata l’intesa con gli ambasciatori dei due Paesi per l'estensione della tregua. Intanto il presidente ordina alla Marina statunitense di affondare le navi iraniane che posano mine nello Stretto di Hormuz.

Il cessate il fuoco tra Israele e Libano durerà altre tre settimane. Lo ha annunciato ieri il presidente Donald Trump dopo un incontro alla Casa Bianca con gli ambasciatori dei due Paesi. Nelle stesse ore il presidente ha minacciato nuovamente Teheran, ordinando alla Marina statunitense di “aprire il fuoco e uccidere senza esitazione” le imbarcazioni iraniane impegnate a posare nuove mine nello Stretto di Hormuz.

L’incontro alla Casa Bianca


La riunione, secondo round di colloqui tra Israele e Libano, avrebbe dovuto inizialmente tenersi al Dipartimento di Stato sotto la guida del Segretario di Stato Marco Rubio. Tre ore prima dell’inizio è stata però spostata alla Casa Bianca, e alle due delegazioni è stato comunicato che avrebbe partecipato anche il presidente Trump, come riporta Axios. All’incontro sono stati presenti anche il vicepresidente JD Vance, l’ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee e quello in Libano Michel Issa.

“L’incontro è andato molto bene. Il cessate il fuoco tra Israele e Libano sarà esteso di tre settimane”, ha poi annunciato Trump su Truth Social. Parlando con i giornalisti, il presidente ha poi detto di sperare di ospitare alla Casa Bianca, proprio in questa finestra di tre settimane, il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun.

Ma, nonostante l'ottimismo del presidente, un incontro trilaterale resta difficile. Fonti libanesi citate da Axios ritengono improbabile tale possibilità finché Israele continua a occupare il 6% del territorio libanese e ad attaccare postazioni in territorio libanese nonostante la tregua. Poche ore prima dell’incontro, Hezbollah aveva lanciato diversi razzi contro villaggi israeliani lungo il confine e le Forze Armate israeliane avevano colpito le postazioni di lancio. Trump ha detto che Israele ha il diritto di difendersi, ma deve farlo “con attenzione” e in modo “chirurgico”.

Quando i cronisti hanno ricordato a Trump l'esistenza di una legge libanese che vieta qualsiasi contatto con Israele, il presidente è sembrato sorpreso e ha risposto: “Dobbiamo lavorare per cancellarla”. Ha quindi chiesto a Rubio e ai funzionari presenti di muoversi in questo senso, un passaggio che, però, a Beirut resta politicamente esplosivo.
I due fronti di Trump: Libano e Hormuz

Medio Oriente · Il doppio fronte
I due tavoli di Trump: tregua in LIbano, nuove minacce a Teheran
Dall'incontro alla Casa Bianca alle mine nello Stretto di Hormuz

Diplomazia
Israele–Libano
Cessate il fuoco esteso di 3 settimane

Mine
Stretto di Hormuz
Ordine di aprire il fuoco sulle imbarcazioni iraniane

Libano Hormuz Forze Timeline

3 settimane
L'estensione del cessate il fuoco tra Israele e Libano
Annuncio di Trump dopo l'incontro alla Casa Bianca

I nodi che restano sul tavolo

6%
Territorio libanese occupato da Israele

Ostacolo centrale al negoziato: fonti libanesi citate da Axios ritengono improbabile un vertice a tre finché Israele mantiene la sua presenza militare nel Paese.


Round di colloqui Israele–Libano

Previsto inizialmente al Dipartimento di Stato sotto Rubio, poi spostato alla Casa Bianca tre ore prima dell'inizio con la partecipazione a sorpresa di Trump.

Vertice a 3
Ipotizzato con Trump, Netanyahu e Aoun

Trump ha detto di sperare di ospitare alla Casa Bianca i leader dei due Paesi nei prossimi 21 giorni, durante la finestra di tregua appena estesa.

Libano
Una legge libanese vieta però contatti con Israele

Trump, sorpreso dalla norma, ha chiesto a Rubio di lavorare alla sua cancellazione. A Beirut il passaggio resta politicamente esplosivo.

"L'incontro è andato molto bene. Il cessate il fuoco sarà esteso di tre settimane".
Donald Trump, post su Truth Social

"Aprire il fuoco e uccidere senza esitazione."
Ordine di Trump alla Marina USA

Il collasso del traffico marittimo

Navi al giorno attraverso lo Stretto
In tempi normali vs. oggi — IEA parla dello shock energetico più grave di sempre

Prima

100+
navi/giorno

Oggi

<10
navi/giorno

Le mine iraniane

<100
Mine dispiegate prima della nuova ondata

Stima degli esperti citati da Axios prima della seconda operazione di posa di questa settimana. Il numero esatto dei nuovi ordigni è noto a Washington ma non è stato reso pubblico.

90%+
Navi posamine iraniane distrutte dagli USA

Stima del Pentagono sulle grandi navi posamine e sui depositi di mine neutralizzati all'inizio della guerra. Teheran conserva però ancora scorte di mine lungo la costa.

2–4
Mine per peschereccio classe Gashti

Piccole imbarcazioni iraniane usate per posare i nuovi ordigni. Teheran ne ha ancora decine operative lungo la costa.

Contromisure USA
Droni e cacciamine

La Marina statunitense usa droni subacquei per rimuovere le mine. Anche le navi cacciamine USS Chief e USS Pioneer operano nell'area.

Perché conta

In tempi normali
~20%
del petrolio mondiale via mare

Oggi
Crollo
shock più grave di sempre (IEA)

Peggiore degli shock petroliferi degli anni Settanta secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia.

La presenza navale USA

Portaerei nel Golfo
3

USS Abraham Lincoln
Mare Arabico

USS Gerald R. Ford
Mar Rosso

USS G.H.W. Bush
Oceano Indiano

Le tre parti in campo

Stati Uniti

Doppia postura: mediatore sul Libano, Trump ordina di aprire il fuoco contro le imbarcazioni che posano le mine nelo Stretto di Hormuz. Tre portaerei nel Golfo, droni subacquei per la bonifica, ordine di triplicare le operazioni anti-mina.

Libano

Accetta l'estensione della tregua ma pone condizioni per l'incontro trilaterale voluto da Trump: ritiro israeliano dal 6% del territorio attualmente occupato e stop ai nuovi attacchi. Una legge nazionale vieta però ogni contatto diretto con Israele.

Israele

Continua le sue operazioni contro Hezbollah, che rientrano — secondo Washington — in qualcosa di distinto dalla fragile tregua in corso con l'Iran. Trump invita Tel Aviv alla moderazione: attaccare "in modo chirurgico" per difendersi.

Iran

Seconda ondata di posatura di mine nello Stretto tramite imbarcazioni della Marina dei Guardiani della rivoluzione. Teheran sostiene anhce che i raid israeliani in Libano violino la tregua con Washington, una posizione respinta sia da Stati Uniti che Israele.

La giornata dei due fronti

Mattina · Diplomatico
Il secondo round di colloqui tra Israele e Libano è spostato alla Casa Bianca

Previsto inizialmente al Dipartimento di Stato sotto Rubio, l'incontro viene spostato tre ore prima dell'inizio. Alle delegazioni di Israele e Libano viene comunicato che parteciperà anche Trump.

In parallelo · Militare
L'Iran posa nuove mine nello Stretto di Hormuz

Seconda operazione di questo tipo dall'inizio della guerra. Non è chiaro se le mine della prima ondata siano già state tutte individuate e rimosse.

In giornata
La USS George H.W. Bush arriva nell'area di operazioni

È la terza portaerei americana presente nella regione. Rafforza ulteriormente il blocco navale e lascia a Trump più opzioni militari in caso di riapertura delle ostilità.

Casa Bianca
La tregua Israele–Libano estesa di tre settimane

Annuncio di Trump su Truth Social al termine dell'incontro con gli ambasciatori. All'incontro erano presenti anche Vance, Huckabee (ambasciatore USA in Israele) e Issa (ambasciatore USA in Libano).

Ordine operativo
"Aprire il fuoco senza esitazione" sulle imbarcazioni iraniane

Trump ordina alla Marina statunitense, con un post su Truth Social, di attaccare senza esitazione i pescherecci classe Gashti impegnati a posare mine.

Elaborazione FocusAmerica su fonti: Axios, account di Trump su Truth Social, CENTCOM, Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA)

Le nuove mine nello Stretto di Hormuz


Sull’altro fronte, la Marina dei Guardiani della rivoluzione iraniana ha continuato a posare nuove mine nello Stretto di Hormuz questa settimana. Anche in questo caso lo riferisce Axios: si tratta della seconda operazione di questo tipo dall’inizio della guerra e non è per niente chiaro se le mine della prima ondata siano già state tutte individuate e rimosse.

Dopo essere stato informato del nuovo sviluppo, Trump ha ordinato alla Marina statunitense, ancora una volta con un post su Truth Social, di colpire “senza esitazione” qualsiasi imbarcazione iraniana impegnata a posare mine. Secondo Axios, Washington conosce il numero esatto dei nuovi ordigni, ma ha scelto di non renderlo pubblico. Prima di questa nuova ondata, gli esperti stimavano che l’Iran ne avesse dispiegati meno di cento in totale.

All’inizio della guerra, secondo il Pentagono, gli Stati Uniti hanno distrutto oltre il 90% delle grandi navi posamine iraniane e dei depositi di mine. Teheran conserverebbe però altre scorte lungo la costa. A posare gli ordigni sono ora principalmente piccoli pescherecci iraniani della classe Gashti, capaci di trasportarne da due a quattro per volta. L’Iran ne avrebbe ancora decine a disposizione.

La Marina statunitense ha giò usato anche droni subacquei per rimuovere le mine e nell’area stanno già operando anche le due navi cacciamine USS Chief e USS Pioneer, insieme a elicotteri e velivoli di sorveglianza specializzati.

Tre portaerei americane nel Golfo


Lo Stretto di Hormuz resta al centro anche di una nuova possibile escalation militare. In tempi normali da questo corridoio passa circa il 20% del petrolio trasportato via mare nel mondo; oggi il traffico è crollato a meno di dieci navi al giorno, contro le oltre cento di prima. L’Agenzia Internazionale dell’Energia ha già definito l’interruzione delle forniture la più grave mai registrata sul mercato globale, persino peggiore degli shock petroliferi degli anni Settanta.

In questo contesto, ieri la portaerei USS George H.W. Bush e il suo gruppo d’attacco sono arrivati nell’area di competenza del comando centrale americano. È la terza portaerei statunitense nella regione: rafforza il blocco navale imposto contro l’Iran e offre a Trump nuove opzioni militari, nel caso decidesse di riaprire le ostilità. Una presenza che fa di Hormuz ancora una volta il punto più fragile della crisi: il luogo in cui la deterrenza americana può contenere Teheran e riaprire uno spiraglio diplomatico, oppure innescare una nuova escalation.

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La rassegna stampa di venerdì 24 aprile 2026


Trump minaccia dazi al Regno Unito, estende il cessate il fuoco Israele-Libano e valuta l'acquisto di Spirit Airlines mentre continua la crisi nello stretto di Hormuz

Questa è la rassegna stampa di venerdì 24 aprile 2026

Trump minaccia dazi al Regno Unito per la tassa sui servizi digitali


Il presidente Trump ha minacciato di imporre "grandi dazi" al Regno Unito se non eliminerà la sua tassa sui servizi digitali del 2% sui ricavi delle principali aziende tecnologiche americane. Trump ha accusato il Regno Unito di pensare di poter "fare soldi facili" dalle aziende tecnologiche statunitensi.

Fonti: The Guardian

L'amministrazione Trump annuncia l'estensione del cessate il fuoco Israele-Libano


Il presidente Trump ha annunciato che il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti tra Israele e Libano sarà esteso di tre settimane dopo i colloqui alla Casa Bianca. L'estensione crea spazio per lavorare su un accordo a lungo termine e rimuove un ostacolo per porre fine alla guerra degli Stati Uniti con l'Iran.

Fonti: The Hill, Bloomberg, BBC

La crisi nello stretto di Hormuz si intensifica con nuove azioni militari


Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno il "controllo totale" dello stretto di Hormuz, ordinando alla Marina di "sparare e uccidere" qualsiasi imbarcazione iraniana che piazzi mine nel canale strategico. Un rapporto americano avverte tuttavia che potrebbero essere necessari sei mesi per liberare lo stretto dalle mine, mentre l'Iran ha sequestrato due navi portacontainer.

Fonti: The Guardian, Semafor

Un soldato americano accusato di scommesse illegali sull'operazione Maduro


Il sergente Gannon Ken Van Dyke è stato accusato di aver utilizzato informazioni classificate sull'operazione militare per catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro per scommettere su Polymarket, guadagnando oltre 400.000 dollari. Van Dyke era coinvolto nella pianificazione dell'operazione e ora rischia fino a 60 anni di prigione.

Fonti: The Guardian, BBC, Bloomberg

Trump valuta l'acquisto governativo di Spirit Airlines


Il presidente ha dichiarato che l'amministrazione sta considerando un pacchetto di salvataggio finanziario o possibilmente l'acquisto di Spirit Airlines da parte del governo federale. La compagnia aerea low-cost in bancarotta è stata in discussioni con il governo federale per un "pacchetto di finanziamento", suscitando critiche dai conservatori.

Fonti: Semafor, The Hill

Il dipartimento della Sicurezza nazionale investe in "occhiali intelligenti" per gli agenti dell'immigrazione


Il DHS ha destinato milioni di dollari per "occhiali intelligenti" per gli agenti dell'immigrazione, con tecnologia di riconoscimento facciale che preoccupa l'ACLU per possibili violazioni della privacy sia per gli americani che per i migranti. L'iniziativa fa parte dell'intensificazione delle operazioni di deportazione dell'amministrazione Trump.

Fonti: The Hill

La guerra in Iran prosciuga le scorte di armi critiche degli Stati Uniti


Il Pentagono si sta affrettando a riequipaggiare le sue forze in Medio Oriente, rendendo gli Stati Uniti meno pronti ad affrontare potenziali avversari come Russia e Cina, secondo funzionari dell'amministrazione e del Congresso. Il conflitto ha esaurito le forniture di armi costose e critiche per la sicurezza nazionale americana.

Fonti: New York Times

Il Pentagono licenzia l'ombudsman del giornale Stars and Stripes


Il Pentagono ha licenziato Jacqueline Smith, ombudsman del giornale militare Stars and Stripes, senza fornire alcuna ragione per il suo licenziamento. La decisione solleva preoccupazioni sulla libertà di stampa all'interno delle istituzioni militari americane.

Fonti: New York Times

Meta annuncia il taglio di 8.000 posti di lavoro mentre aumenta la spesa per l'AI


Meta ha annunciato il taglio di 8.000 posti di lavoro, il più grande licenziamento dal 2023, mentre aumenta drasticamente gli investimenti nell'intelligenza artificiale. I tagli erano attesi da settimane dai dipendenti e riflettono la trasformazione del settore tecnologico americano guidata dall'AI.

Fonti: BBC, Semafor

Gli Stati Uniti riclassificano la marijuana come sostanza meno dannosa


L'amministrazione americana ha riclassificato la marijuana come sostanza meno dannosa, rimuovendo alcune barriere alla ricerca e generando benefici fiscali per l'industria legale della cannabis. La decisione rappresenta un significativo cambiamento nella politica federale sulle droghe.

Fonti: Semafor

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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OpenAI lancia GPT-5.5, una settimana dopo il nuovo modello di Anthropic


Il nuovo sistema di intelligenza artificiale, nome in codice "Spud", rappresenta, secondo l'azienda un salto di qualità verso un'intelligenza artificiale sempre più autonoma. Nvidia collabora al lancio con nuovi chip che riducono i costi fino a 35 volte.

OpenAI ha rilasciato oggi GPT-5.5, il suo modello di intelligenza artificiale più avanzato fino ad oggi, a sola una settimana di distanza dal lancio dell'ultimo sistema della concorrente Anthropic, Claude Opus 4.7. Il nuovo modello di OpenAI, il cui nome in codice è "Spud", segna secondo l'azienda un importante passo avanti verso sistemi di intelligenza artificiale sempre più autonomi e intuitivi.

"Questa è una nuova classe di intelligenza. È un grande passo verso un’IA più autonoma e intuitiva", ha dichiarato ai giornalisti Greg Brockman, cofondatore di OpenAI, durante una conferenza stampa. Brockman ha spiegato che GPT-5.5 è "più veloce nel ragionamento e più preciso", oltre a richiedere meno token rispetto al predecessore GPT-5.4. Secondo OpenAI, il nuovo modello è anche in grado di gestire in modo più autonomo flussi di lavoro articolati in più passaggi, riducendo la necessità di input da parte dell’utente. Nonostante il salto di qualità nelle capacità, l’azienda sostiene che GPT-5.5 mantenga, nell’uso reale, la stessa velocità di risposta di GPT-5.4.

Il nuovo modello è disponibile da oggi in ChatGPT e Codex per gli abbonati a pagamento, mentre l'accesso tramite API arriverà prossimamente, una volta che OpenAI avrà completato l'integrazione di ulteriori misure di sicurezza informatica. Secondo l'azienda, i miglioramenti più significativi del modello riguardano la programmazione, il lavoro d'ufficio generale e la ricerca scientifica nelle fasi iniziali, aree che richiedono ragionamento su contesti più lunghi e l'esecuzione di compiti nel tempo.

Secondo OpenAI, gli utenti non devono più fornire istruzioni dettagliate passo dopo passo, ma possono affidare a GPT-5.5 compiti complessi e articolati, lasciando che il sistema pianifichi in autonomia, utilizzi gli strumenti disponibili, verifichi il proprio lavoro e porti a termine il compito. L’azienda sostiene che i team che hanno avuto accesso anticipato al modello siano riusciti a controllare codice scritto in modo approssimativo, analizzare migliaia di documenti aggiuntivi e risparmiare fino a dieci ore di lavoro alla settimana. Come i precedenti modelli di OpenAI, anche GPT-5.5 è stato addestrato sulle unità di elaborazione grafica di Nvidia.

Nvidia sostiene che i suoi nuovi chip, su cui è stato addestrato il nuovo modello di intelligenza artificiale, possano ridurre fino a 35 volte, per token, il costo di esecuzione di sistemi avanzati di intelligenza artificiale come GPT-5.5. È una metrica rilevante per le imprese che vogliono ampliare l’uso dell’IA senza far lievitare i budget informatici. Il lancio arriva dopo che i dirigenti di OpenAI hanno definito l’ascesa della rivale Anthropic come un "codice rosso" e un "campanello d’allarme", fattori che avrebbero spinto l’azienda a rivedere la propria strategia, concentrandosi maggiormente sull’adozione da parte dei clienti aziendali.

Proprio mentre OpenAI presentava il suo nuovo modello, Anthropic ha dovuto fare i conti con alcuni problemi tecnici che hanno coinvolto i suoi modelli. In un messaggio pubblicato su X dall’account ClaudeDevs, l’azienda fondata da Dario Amodei ha riconosciuto che, nell’ultimo mese, alcuni utenti avevano segnalato a ragione un calo della qualità di Claude Code. Dopo un’indagine interna, Anthropic ha diffuso un’analisi post-mortem dei tre problemi riscontrati.

I problemi riguardavano Claude Code e l’Agent SDK, la tecnologia su cui si basa anche Cowork, che è stato quindi coinvolto a sua volta. L’azienda ha precisato che tutti i bug sono stati risolti dalla versione 2.1.116 in poi e che i limiti di utilizzo sono stati ripristinati per tutti gli abbonati. Per evitare casi simili in futuro, Anthropic ha annunciato controlli più rigorosi, tra cui un maggiore utilizzo interno con le stesse configurazioni degli utenti e una gamma più ampia di test sulle modifiche ai prompt di sistema.

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I figli degli emigrati nazisti in America votano per i Repubblicani


Una ricerca di Noah Dasanaike, dottorando ad Harvard, ha incrociato 3,4 milioni di tessere del partito nazista con i censimenti e i registri elettorali statunitensi. I figli maschi degli iscritti si registrano repubblicani più spesso dei coetanei tedeschi.

I figli degli emigrati nazisti che si trasferirono negli Stati Uniti dopo la guerra si sono registrati come elettori repubblicani con una frequenza superiore di 3,5 punti percentuali rispetto ai figli di altri immigrati tedeschi vissuti nelle stesse contee americane. È il risultato principale di uno studio di Noah Dasanaike, dottorando in scienze politiche alla Harvard University. Lo studio non è ancora stato sottoposto a peer review.

La ricerca affronta una questione a lungo discussa dalla scienza politica: l'adesione a un movimento estremista lascia tracce nei discendenti quando il partito, il regime e la comunità di riferimento non esistono più? Finora la letteratura aveva documentato la persistenza di orientamenti politici a livello di luoghi, studiando per esempio le contee del Sud degli Stati Uniti con un passato schiavista o i comuni austriaci che accolsero nazisti in fuga. Questi studi però non riuscivano a distinguere se la persistenza dipendesse dalla trasmissione familiare o dal contesto locale, perché le famiglie e i luoghi tendono a muoversi insieme.

Dasanaike ha aggirato il problema concentrandosi su chi quei luoghi li aveva lasciati. Gli iscritti al Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, il partito nazionalsocialista tedesco, che emigrarono negli Stati Uniti si trovarono separati dal contesto istituzionale e comunitario in cui la loro ideologia era maturata. Il German American Bund, che negli anni Trenta aveva ospitato i simpatizzanti nazisti oltreoceano, venne sciolto nel 1941 e non ebbe eredi. Qualsiasi trasmissione di atteggiamenti politici ai figli nati in America dovette quindi passare principalmente dal nucleo familiare.

Il lavoro si basa su una mole di dati senza precedenti. L'autore ha digitalizzato 3,4 milioni di tessere dell'NSDAP conservate presso i National Archives statunitensi, nel fondo che raccoglie i materiali tedeschi sequestrati a fine guerra. Le tessere contengono nome, data e luogo di nascita, occupazione, numero di iscrizione, data di ammissione, distretto regionale del partito, sezione locale e residenza. La trascrizione è stata effettuata con un modello di intelligenza artificiale di Google, il Gemini 2.0 Flash Lite, capace di estrarre in formato strutturato i dati dalle vecchie schede microfilmate. Un assistente di ricerca ha poi verificato a mano un campione casuale per validare l'accuratezza del processo.

I nomi così ottenuti sono stati incrociati con i censimenti americani del 1930, del 1940 e del 1950, resi disponibili in forma integrale dal progetto IPUMS dell'Università del Minnesota. Il censimento del 1950, il primo del dopoguerra, è la fonte principale. L'abbinamento è avvenuto tramite un modello linguistico multilingue in grado di riconoscere le varianti inglesi dei nomi tedeschi, per esempio da Karl a Carl o da Wilhelm a William. I figli presenti nelle famiglie sono stati poi cercati negli archivi delle registrazioni elettorali del 2012 e del 2020, disponibili per tutti i 50 Stati e il District of Columbia, oltre che nel database DIME sulle donazioni elettorali curato da Adam Bonica.

Per ragioni tecniche l'analisi si limita ai discendenti maschi, perché il cognome femminile cambia con il matrimonio e rende impossibile il collegamento. Una verifica sul sottoinsieme delle figlie rimaste nubili, individuate tramite il secondo nome, mostra una stima compatibile con quella maschile.

Il dato centrale confronta i figli degli iscritti all'NSDAP con i figli di immigrati tedeschi non iscritti residenti nelle stesse contee americane. La differenza nella registrazione repubblicana è di 3,5 punti percentuali, rispetto a una quota del 47,7 per cento nel gruppo di controllo. Il risultato resta stabile anche controllando per il reddito, l'occupazione e l'età del padre nel 1950, ed è confermato dal voto del 2020, dove la differenza è di 3,6 punti. Tra le corrispondenze più affidabili il divario sale a 5,8 punti.

Lo studio mostra alcune regolarità interne che rafforzano l'interpretazione. L'effetto è più forte tra i figli di chi aderì al partito prima del 1933, ossia i cosiddetti Alte Kämpfer, i vecchi militanti. Cresce quando entrambi i genitori erano iscritti. Rimane altrettanto marcato tra i figli nati dopo il crollo del regime, che non hanno mai vissuto la Germania nazista. Questo ultimo elemento esclude che la spiegazione stia nell'esposizione diretta al nazismo durante l'infanzia e suggerisce che la trasmissione avvenga attraverso la disposizione politica del genitore.

Un aspetto importante riguarda la selezione degli emigrati. Chi lasciò la Germania per gli Stati Uniti apparteneva in prevalenza all'ala borghese e nazionalista del partito: commercianti, professionisti, impiegati, iscritti della prima ora. Meno rappresentati gli operai e la base populista. Gli emigrati erano in media più anziani degli iscritti rimasti in Germania, con un anno di nascita medio del 1895 contro il 1903, ed erano sovrarappresentati i membri austriaci, soprattutto viennesi, sottoposti a particolari pressioni dopo il 1945. New York è la destinazione americana più frequente, seguita da Illinois, New Jersey, California e Pennsylvania.

Un secondo blocco di prove viene dalle donazioni elettorali. Dasanaike ha incrociato i discendenti identificati con il database DIME, una raccolta curata dal politologo Adam Bonica che contiene tutte le donazioni ai candidati americani dal 1980 in poi e assegna a ogni donatore un punteggio ideologico, il CFscore, che misura quanto è di destra o di sinistra in base a chi finanzia. I figli degli iscritti all'NSDAP risultano in media più conservatori dei figli dei tedeschi non iscritti: danno soldi a candidati più a destra. Fin qui il risultato conferma quello sulla registrazione repubblicana.

Il passaggio decisivo riguarda però il bersaglio delle donazioni. Se i discendenti avessero ereditato il nucleo ideologico del nazismo, cioè l'antisemitismo, ci si aspetterebbe che evitino i candidati ebrei. Per verificarlo, l'autore ha fatto classificare da un modello linguistico l'ascendenza probabile di tutti i 175.913 candidati presenti nel database, identificandone 7.632 come probabilmente ebrei. Il confronto mostra che i figli degli iscritti al partito nazista donano ai candidati ebrei con la stessa frequenza dei figli dei non iscritti. Il margine di errore statistico esclude differenze superiori a 1,4 punti percentuali, un intervallo talmente stretto da rendere implausibile un effetto reale nascosto nei dati.

Dasanaike ne trae una conclusione netta sul contenuto della trasmissione. Ciò che passa di generazione in generazione non è l'antisemitismo né il nazionalismo razziale, ma un orientamento conservatore generale, radicato nell'anticomunismo, nello scetticismo verso le istituzioni liberali e nell'individualismo economico. Si tratta di una disposizione che trovava un corrispettivo nella tradizione repubblicana americana di Robert Taft e Barry Goldwater, e che quindi poteva essere ereditata pur cambiando il sistema dei partiti.

Ulteriori test sull'identità etnica mostrano che i nomi di battesimo tedeschi si trasmettono bene nella prima generazione nata in America ma svaniscono entro la terza, mentre i discendenti tendono a vivere in quartieri con maggiore presenza di origine tedesca. La preferenza per i candidati di ascendenza germanica non risulta tuttavia significativa.

La ricerca estende poi l'analisi ai figli di iscritti nati fuori dalla Germania, in Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria, Jugoslavia, Francia e Svizzera, dove il partito arruolò minoranze di lingua tedesca come i sudeti, i Volksdeutsche dei Balcani e i tedeschi della Slesia. L'effetto è positivo in tutti e sei i casi e statisticamente significativo in cinque, a conferma che il meccanismo non riguarda solo la comunità tedesco-americana.

Sul piano aggregato, un'analisi contea per contea dei voti presidenziali dal 1920 al 2020 mostra una curva con due picchi distinti: il primo negli anni Quaranta e Cinquanta, quando gli iscritti stessi votavano, e il secondo più ampio negli anni Settanta e Ottanta, quando i figli raggiunsero l'età adulta. Prima dell'arrivo dei nazisti in America le contee dove si sarebbero poi insediati non mostravano alcuna inclinazione repubblicana particolare, un dato che esclude un effetto di autoselezione verso territori già conservatori.

L'autore sottolinea alcuni limiti. Lo studio dimostra che la trasmissione avviene dentro la famiglia, ma non riesce a stabilire attraverso quale meccanismo preciso. Le possibilità sono tre e operano tutte dentro le mura domestiche. La prima è la socializzazione diretta, cioè ciò che i genitori dicono ai figli a tavola e nel corso degli anni. La seconda è il temperamento condiviso, ovvero tratti caratteriali trasmessi geneticamente che possono predisporre sia il padre a iscriversi a un partito estremista sia il figlio a orientarsi politicamente nella stessa direzione. La terza è la scelta del partner: chi aveva aderito al nazismo probabilmente ha sposato una donna con idee compatibili, rafforzando così l'ambiente ideologico in cui i figli sono cresciuti. I dati non permettono di separare questi tre canali. L'associazione statistica tra la militanza di un nonno e la registrazione di un nipote non implica consapevolezza né responsabilità individuale. Lo studio comunque fornisce, per la prima volta a livello individuale e su larga scala, una base empirica per capire come una militanza politica estrema possa lasciare tracce misurabili tre generazioni dopo, anche quando il partito e il regime che l'avevano prodotta sono scomparsi da tempo.

Questa voce è stata modificata (3 mesi fa)

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La crisi dello Stretto di Hormuz mette il mondo davanti a una nuova emergenza alimentare


Il rincaro di energia e fertilizzanti minaccia i raccolti, fa salire i prezzi del cibo e rischia di spingere milioni di persone in più verso l’insicurezza alimentare acuta.

La crisi nello Stretto di Hormuz non sta colpendo soltanto il mercato dell’energia, ma sta iniziando ad investire anche l’agricoltura, il commercio alimentare e gli aiuti umanitari, con il rischio di aprire una nuova fase di instabilità per i Paesi più fragili. Prima del conflitto con l'Iran da quel corridoio marittimo passava, infatti, circa un quinto dei combustibili esportati nel mondo e più del 30% del commercio globale di fertilizzanti: ora che i flussi si sono fermati, l’impatto si sta propagando ben oltre il Golfo Persico.

Il primo effetto è sui costi. Il prezzo del petrolio è salito con forza dall’inizio dell’escalation, ma anche diversi fertilizzanti azotati, tra cui l’urea, hanno registrato rincari significativi. Per l’agricoltura si tratta di un colpo diretto: carburante e fertilizzanti sono due voci decisive per la semina, la coltivazione, il raccolto e il trasporto delle merci. L’Agenzia Internazionale dell’energia ha spiegato che, nelle economie avanzate, i costi energetici diretti e indiretti possono arrivare a rappresentare il 40–50% dei costi variabili delle colture.

Il fatto è che quando 'aumentano questi costi, aumenta anche il prezzo del cibo. Ed è qui che il problema economico diventa un problema umano. Il Programma Alimentare Mondiale stima così che, se il conflitto non si attenuerà entro metà anno e il petrolio resterà sopra i 100 dollari al barile, quasi 45 milioni di persone in più potrebbero scivolare nell’insicurezza alimentare acuta o peggiore. Si aggiungerebbero ai 318 milioni già colpiti, portando il totale globale di persone a rischio fame a circa 363 milioni.
Hormuz: dalla crisi energetica alla crisi alimentare globale

Crisi globale · Filiera alimentare

Da Hormuz
ai campi del mondo


Una crisi marittima regionale si sta trasformando, in pochi mesi, in una minaccia alimentare per l'intero pianeta. La mappa dell'onda d'urto.

Scenari Inchiesta dati FocusAmerica

Il collo di bottiglia
IRAN ARABIA SAUDITA · EMIRATI · OMAN Hormuz
Ogni interruzione in questo punto si propaga lungo tutta la filiera alimentare globale.

Energia
~20%
dei combustibili esportati nel mondo transitava dallo Stretto di Hormuz prima della guerra

Agricoltura
30%+
del commercio globale di fertilizzanti passava dalla stessa rotta

Effetto Impatto Semina Aiuti

01

La catena di propagazione
Come una crisi marittima arriva a colpire l'alimentazione globale

1
Salgono energia e fertilizzanti
Petrolio in forte rialzo dall'inizio dell'escalation. Rincari significativi anche per urea e altri prodotti azotati.
40–50% dei costi variabili agricoli = energia

2
Semina più cara e più difficile
Carburante e fertilizzanti sono voci importanti del prezzo finale. I piccoli produttori di Asia e Africa hanno margini minimi di adattamento.

3
Il cibo costa di più
Negli Stati Uniti gli agricoltori riducono le coltivazioni di mais — che richiede più azoto — spostandosi verso la soia.

4
Gli aiuti arrivano in ritardo
Rotte deviate, tragitti allungati, costi di trasporto in aumento lungo tutte le direttrici umanitarie.

5
E i bilanci umanitari si riducono
L'assistenza pubblica allo sviluppo è in calo proprio mentre i bisogni stanno crescendo.

02

Lo scenario WFP
Cosa accade se il petrolio resta sopra i 100$ oltre metà anno

Persone a rischio insicurezza alimentare
45mln
potrebbero scivolare nell'insicurezza alimentare acuta, secondo le stime del Programma Alimentare Mondiale.

Proiezione tot. a livello globale ~363 mln

Già colpiti 318 mln Nuovi a rischio 45 mln

03

Il collo di bottiglia
Fertilizzanti bloccati, impianti fermi

Volumi bloccati
1,9mln t
Di fertilizzanti fermi lungo la rotta

~12% dei flussi
transitati via Hormuz nel 2024

Produzione ferma
Qatar
Stop al più grande impianto di urea al mondo dopo l'interruzione delle forniture di gas.

La tempistica peggiora tutto. La stagione agricola è già in corso nell'emisfero nord. I fertilizzanti servono all'inizio del ciclo — se mancano adesso, il danno ai raccolti resta immutato anche quando la logistica migliorerà.

04

L'onda lunga
Meno risorse, più bisogni

Assistenza pubblica allo sviluppo
Variazione in termini reali — fonte OCSE

2024

−7,1%

2025

−23,1%

25
di viaggio in più per alcune spedizioni umanitarie dirette in Africa orientale, a causa delle deviazioni logistiche imposte dalla crisi nel Golfo.

Fonti
Reuters · WFP · IEA · OCSE

Il nodo più delicato riguarda i fertilizzanti. Reuters ha riferito che circa 1,9 milioni di tonnellate sono rimaste bloccate, pari a circa il 12% dei volumi transitati attraverso Hormuz in tutto il 2024. Allo stesso tempo, il Qatar ha dovuto fermare la produzione del più grande impianto singolo di urea al mondo dopo le interruzioni delle forniture di gas. Per molti agricoltori, soprattutto nei Paesi importatori, non si tratta di una tensione astratta sul mercato: significa meno prodotto disponibile, prezzi più alti e margini ridotti proprio nel momento decisivo della semina.

La tempistica peggiora tutto. In varie aree dell’emisfero nord e in parte dell’Africa la stagione agricola è già in corso, mentre in Asia meridionale entrerà presto nel vivo. I fertilizzanti servono soprattutto all’inizio del ciclo produttivo: se mancano o costano troppo in questa fase, il danno ai raccolti può diventare inevitabile anche se la situazione logistica dovesse migliorare più avanti. Negli Stati Uniti, intanto, il rincaro dei fertilizzanti sta già spingendo parte degli agricoltori a ridurre le coltivazioni di mais, che richiede più azoto, e a orientarsi verso la soia.

Tanto per cambiare, a reggere meglio l’urto sono in genere le aziende agricole più grandi e i Paesi più ricchi, che hanno più scorte, più credito e più capacità di cambiare coltura facilmente. Molto più esposti sono invece i piccoli produttori dei Paesi in via di sviluppo, soprattutto in Asia e Africa, dove il peso dei fertilizzanti importati dal Medio Oriente resta elevato e i margini di adattamento sono minimi. Anche per questo il rischio non è solo un aumento dei prezzi sugli scaffali, ma una riduzione concreta della produzione alimentare locale.

A peggiorare le cose c'è il fatto che la crisi si riflette negativamente anche sugli aiuti internazionali. Il Programma Alimentare Mondiale avverte che la disfunzione delle rotte commerciali sta rallentando le consegne, allungando i tragitti e facendo salire i costi di trasporto. Per alcune spedizioni verso l’Africa orientale, le deviazioni possono aggiungere fra 25 e 30 giorni di viaggio aggiuntivo. In un sistema umanitario che opera già al limite, ogni settimana persa e ogni costo in più riducono la quantità di aiuti che si riesce a portare sul campo.

A rendere il quadro ancora più cupo c’è il calo dei finanziamenti internazionali. Secondo l’Ocse, l’assistenza pubblica allo sviluppo è diminuita del 7,1% nel 2024 e del 23,1% nel 2025, in termini reali. Questo significa meno risorse a disposizione proprio mentre i bisogni aumentano, le catene logistiche si complicano e il costo per assistere le popolazioni più vulnerabili cresce. Il risultato è una pressione simultanea su tutti i punti della filiera: energia più cara, fertilizzanti meno accessibili, semine più difficili, raccolti a rischio, aiuti più lenti e bilanci umanitari più magri. È così che una crisi marittima regionale rischia di trasformarsi, in pochi mesi, anche in una minaccia globale per l'approvvigionamento di cibo.

Questa voce è stata modificata (3 mesi fa)

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È uscito il nuovo numero di The Post Internazionale. Da oggi potete acquistare la copia digitale


@Politica interna, europea e internazionale
È uscito il nuovo numero di The Post Internazionale. Il magazine, disponibile già da ora nella versione digitale sulla nostra App, e da domani, venerdì 24 aprile, in tutte le edicole, propone ogni due settimane inchieste e approfondimenti sugli affari e il potere in

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Gli Stati Uniti rischiano di restare senza munizioni di precisione


Un rapporto del CSIS stima che Washington abbia consumato in 39 giorni di guerra con l'Iran oltre la metà delle scorte di quattro munizioni chiave. Per ricostituirle serviranno anni.

La guerra tra Stati Uniti e Iran ha eroso le scorte di munizioni di precisione americane a un ritmo tale da esporre Washington a un rischio strategico nei futuri conflitti, in particolare in uno scenario di guerra con la Cina. È la conclusione di un rapporto del Center for Strategic and International Studies, pubblicato il 21 aprile 2026 e firmato dai ricercatori Mark Cancian e Chris Park, che analizza lo stato delle scorte di sette armamenti critici al momento della fragile tregua raggiunta con Teheran.

Nei 39 giorni dell'operazione Epic Fury, le forze statunitensi hanno colpito oltre 13.000 obiettivi e consumato quantità significative di sette munizioni chiave, suddivise in due categorie: armi per attacchi a lunga distanza contro bersagli terrestri e sistemi di difesa aerea e antimissile. Secondo lo studio del CSIS, per quattro di queste armi gli Stati Uniti potrebbero avere esaurito più della metà delle scorte presenti prima del conflitto. Gli esperti sottolineano che Washington dispone comunque di munizioni sufficienti a proseguire la guerra contro l'Iran in qualunque scenario plausibile, ma avvertono che il vero problema riguarda il medio e lungo periodo.

Sul fronte difensivo, gli Stati Uniti disponevano di circa 360 intercettori THAAD, Terminal High Altitude Area Defense, prima del conflitto e ne avrebbero utilizzati tra 190 e 290. Gli intercettori PAC-3 per il sistema Patriot partivano da una dotazione di circa 2.330 unità, delle quali ne sarebbero state impiegate fino a 1.430. Le scorte di missili SM-3 lanciati da navi, superiori alle 400 unità prima della guerra, si sono ridotte di un numero compreso tra 130 e 250 pezzi. Più contenuto l'uso degli SM-6, con un massimo di 370 unità consumate su circa 1.160 disponibili. Per l'attacco a lunga distanza, il rapporto stima che siano stati lanciati oltre 850 missili da crociera Tomahawk sui 3.000 disponibili, circa 1.000 missili JASSM sui 4.400 in dotazione e tra 40 e 70 dei 90 Precision Strike Missiles PrSM presenti in arsenale, al loro debutto operativo. Un funzionario dell'esercito avrebbe riferito che l'intero inventario dei PrSM è stato consumato, anche se altri sostengono che alcune unità restino disponibili.

Il problema centrale, evidenziato dagli analisti, è la lentezza con cui queste armi possono essere rimpiazzate. In base ai tassi medi di produzione degli ultimi cinque anni, il CSIS stima in 48 mesi il tempo necessario per ricostituire le scorte di JASSM, 42 mesi per i PAC-3, 53 mesi per i THAAD e 47 mesi per i Tomahawk. Tempi che, secondo gli autori, potrebbero allungarsi ulteriormente perché molti di questi sistemi sono vincolati dalla capacità produttiva effettiva degli stabilimenti.

L'amministrazione Trump ha annunciato a marzo un piano per quadruplicare la produzione di alcune armi chiave. Lockheed Martin ha comunicato che porterà la capacità produttiva annuale di intercettori THAAD da 96 a 400 unità nell'arco di sette anni, mentre RTX, il produttore dei Tomahawk, prevede di superare i 1.000 missili l'anno e di portare la produzione degli SM-6 oltre le 500 unità annue. La produzione dei PAC-3 dovrebbe salire a 2.000 unità l'anno entro il 2030, contro le 600 attuali. Gran parte di questa espansione dipende tuttavia da nuovi stanziamenti del Congresso e richiederà tempo per concretizzarsi.

La valutazione degli analisti è condivisa da vertici militari e da altri esperti. In un'audizione al Senato del 21 aprile, l'ammiraglio Samuel Paparo, capo dell'Indo-Pacific Command, ha dichiarato alla Commissione Forze Armate che i grandi appaltatori della difesa come Lockheed Martin e Raytheon impiegheranno da uno a due anni per aumentare produzione e volumi, e ha aggiunto che non sarà abbastanza rapido. Paparo ha parlato di limiti finiti della riserva, assicurando che le munizioni vengono usate con giudizio. Franz-Stefan Gady, esperto di difesa del Center for a New American Security, ha stimato che occorreranno da quattro a cinque anni per ricostituire le scorte di munizioni di precisione statunitensi.

Il nodo strategico riguarda la Cina. Molte delle armi consumate in Medio Oriente sono considerate essenziali per uno scontro con un competitor di pari livello, soprattutto per contrastare i missili balistici, settore nel quale Washington dispone di poche alternative. Gli autori del CSIS ricordano che già prima della guerra con l'Iran le scorte erano ritenute insufficienti per un conflitto con la Cina e che oggi la carenza è ancora più acuta. Un confronto ad alta intensità nel Pacifico occidentale, aggiungono, potrebbe consumare munizioni a un ritmo superiore a quello registrato contro Teheran.

La riduzione degli arsenali ha ripercussioni anche sulle forniture ad alleati e partner. L'Ucraina ha segnalato carenze critiche ed espresso preoccupazione per l'impatto dell'uso americano contro l'Iran sulle sue riserve. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha osservato che ogni Patriot utilizzato in Medio Oriente è un Patriot in meno che Kiev può ottenere. Il Giappone, secondo quanto riferito, è stato informato che la consegna di 400 Tomahawk potrebbe subire ritardi, mentre la Svizzera ha minacciato di acquistare un sistema alternativo dopo aver appreso del possibile rinvio del suo ordine. Complessivamente, 18 Paesi utilizzano il Patriot e circa metà della produzione annuale è destinata ad alleati e partner.

Sul piano finanziario, la richiesta di bilancio del Pentagono per l'anno fiscale 2027 ammonta a 1.500 miliardi di dollari, con un aumento del 42% rispetto al 2026. Il piano prevede oltre 750 miliardi per capacità militari e sistemi d'arma, tra cui 75 miliardi per droni e tecnologie anti-drone e 102 miliardi per i caccia F-35, F-47 e i bombardieri B-21. Jules Hurst, al vertice del comptroller del Pentagono, ha dichiarato ai giornalisti che il bilancio è stato elaborato prima del conflitto con l'Iran e che non sono ancora disponibili stime precise sui danni alle installazioni all'estero né sui costi di ricostruzione. Scripps News ha riferito che il Pentagono valuta una richiesta di finanziamento supplementare di almeno 200 miliardi di dollari per rimpiazzare le scorte e riparare le basi in Medio Oriente, ma la proposta non è ancora stata trasmessa formalmente al Congresso.

Il rapporto del CSIS conclude che il presidente Trump ha accettato il rischio legato al consumo di munizioni, insieme ad altri compromessi come lo spostamento di forze dal Pacifico occidentale. La logica sembra essere quella di vincere in modo decisivo il conflitto in corso, piuttosto che conservare capacità per una guerra futura che potrebbe non arrivare mai. Le scorte inizieranno a ricostituirsi una volta conclusa l'operazione Epic Fury e rientrati gli assetti navali nel Pacifico, ma riportare gli arsenali ai livelli desiderati richiederà molti anni.

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L’Unione europea finalizza il prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina


@Politica interna, europea e internazionale
Il Consiglio dell’Unione europea ha approvato oggi l’ultimo atto legislativo necessario per erogare il prestito da 90 miliardi di euro all’Ucraina concordato nel dicembre scorso da 24 su 27 Stati membri. Fondamentali sono state l’esclusione del veto di

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Il 55% degli americani vuole l'impeachment di Trump


Il dato emerge da una rilevazione Strength In Numbers/Verasight e si avvicina ai livelli di consenso registrati contro Nixon durante il Watergate. Anche il 21% degli elettori di Trump nel 2024 sostiene la messa in stato d'accusa.

Il 55% degli adulti statunitensi ritiene che la Camera dei rappresentanti debba votare l'impeachment del presidente Donald Trump. È quanto emerge da un sondaggio condotto da Strength In Numbers insieme a Verasight tra il 10 e il 14 aprile 2026. Il 37% degli intervistati si dichiara contrario, mentre l'8% non ha un'opinione definita.

Il sondaggio arriva dopo settimane di forti tensioni innescate dai messaggi pubblicati dal presidente sulla piattaforma Truth Social riguardo al conflitto con l'Iran. Il 7 aprile Trump ha scritto che l'intera civiltà iraniana sarebbe morta quella notte. In un altro messaggio aveva già intimato ai leader di Teheran di riaprire lo stretto di Hormuz, usando toni violenti e riferimenti religiosi. Le reazioni critiche sono arrivate da tutto lo spettro politico, incluse voci della destra americana che lo avevano sostenuto nel 2024. Tucker Carlson ha definito le minacce alle infrastrutture civili iraniane un crimine di guerra e ha dichiarato di essersi pentito di aver contribuito alla sua elezione. Si sono espressi in modo critico anche Alex Jones, Megyn Kelly, la deputata Marjorie Taylor Greene, Theo Von e Tim Dillon.

Sondaggio
La maggioranza degli americani vuole l'impeachment di Trump
"Sostieni o ti opponi al voto della Camera per l'impeachment del Presidente Trump?" Percentuale di adulti che rispondono in modo...

Contrario
Favorevole

Totale

Tutti gli adulti

37%

55%

Partito

Democratici

8%

88%

Indipendenti

28%

50%

Repubblicani

72%

21%

Voto 2024

Elettori Harris

7%

90%

Non votanti 2024

25%

53%

Elettori Trump

73%

21%

Genere

Donne

34%

56%

Uomini

42%

54%

Età

18–29 anni

21%

71%

30–44 anni

36%

51%

45–64 anni

39%

54%

65 anni e più

51%

47%

Fonte: G. Elliott Morris / Strength In Numbers · Sondaggio Verasight su 1.514 adulti condotto dal 10 al 14 aprile 2026 · margine di incertezza ±2,6%

Sul fronte parlamentare, oltre 85 membri della Camera hanno pubblicamente dichiarato di sostenere la messa in stato d'accusa oppure l'applicazione del 25esimo emendamento, che consente la rimozione del presidente in caso di incapacità di svolgere le sue funzioni. La Casa Bianca ha respinto queste iniziative e la leadership repubblicana non ha mostrato interesse a portarle al voto.

Il consenso per l'impeachment si estende ben oltre la base democratica. Secondo l'analisi dei dati demografici, solo tre gruppi si oppongono alla messa in stato d'accusa: i repubblicani, gli elettori di Trump del 2024 e gli anziani, questi ultimi contrari di quattro punti, 47 contro 51. Gli indipendenti, compresi quelli che tendono verso uno dei due partiti, si dividono 50 a 28 a favore dell'impeachment. I non votanti, che nel 2024 avrebbero leggermente preferito Trump a Kamala Harris, sostengono la rimozione con il 53% contro il 25%. Un dato particolarmente rilevante è che il 21% degli elettori di Trump del 2024 ritiene oggi che il presidente debba essere messo in stato d'accusa, ovvero uno su cinque di coloro che lo hanno riportato alla Casa Bianca.

Il 55% rilevato è un valore elevato per gli standard moderni dei sondaggi sull'impeachment. Dopo i fatti del 6 gennaio 2021, ABC News e Washington Post avevano registrato un 56% favorevole a impeachment e rimozione, il Pew Research Center il 54% e Gallup il 52%. Durante la vicenda ucraina dell'autunno 2019, Fox News aveva misurato il 51% e Gallup il 52%. Il picco per la rimozione di Bill Clinton nel gennaio 1999 si era fermato al 33%. Il confronto più significativo resta quello con Richard Nixon: pochi giorni prima delle sue dimissioni, nell'agosto del 1974, Gallup aveva rilevato che il 58% degli americani voleva la sua rimozione al culmine dello scandalo Watergate. Trump si trova quindi in un territorio analogo a quello di Nixon nelle ultime settimane della sua presidenza.

Va segnalata una differenza metodologica. Il sondaggio di aprile ha chiesto se la Camera debba votare l'impeachment, una soglia più bassa rispetto alla formula impeachment e rimozione usata in passato dai principali sondaggisti nazionali. Anche tenendo conto di questa distinzione, il risultato resta tra i più alti mai registrati nella storia recente delle rilevazioni sul tema.

Nonostante il consenso popolare, la Camera a maggioranza repubblicana non procederà contro un presidente del proprio partito. Il processo di impeachment negli Stati Uniti si articola in due fasi distinte. Nella prima, la Camera dei rappresentanti vota a maggioranza semplice la messa in stato d'accusa, che richiede almeno 218 voti su 435. Si tratta di un passaggio simile a un'incriminazione formale, che non comporta la rimozione dall'incarico. Nella seconda fase, il Senato celebra un vero e proprio processo in cui servono i due terzi dei voti, ovvero 67 senatori su 100, per condannare il presidente e rimuoverlo dalla carica. Questa soglia elevata è il motivo per cui nella storia degli Stati Uniti nessun presidente è mai stato rimosso attraverso l'impeachment, nonostante i tre precedenti a carico di Andrew Johnson, Bill Clinton e dello stesso Trump, messo in stato d'accusa due volte durante il primo mandato.

La soglia dei 218 voti alla Camera non è raggiungibile nel 119esimo Congresso a causa della maggioranza repubblicana, ma potrebbe diventarlo dopo le elezioni di metà mandato di novembre. Ai democratici basta un guadagno netto di pochi seggi per conquistare la Camera. Se questo scenario si realizzasse, dal gennaio 2027 disporrebbero dei numeri per avviare la procedura, potendo contare su un mandato popolare già consolidato dai sondaggi. Resterebbe comunque l'ostacolo del Senato, dove la maggioranza dei due terzi necessaria per la condanna richiederebbe il voto di decine di senatori repubblicani contro un presidente del proprio partito, un risultato considerato molto difficile da raggiungere nel clima politico attuale.

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Redistricting, la scommessa di Trump rischia di ritorcersi contro i Repubblicani dopo il voto in Virginia


La vittoria del sì al referendum in Virginia consegna ai Democratici un vantaggio potenziale di altri 4 seggi alla Camera. Ora la partita si sposta in Florida e dinanzi alla Corte Suprema.
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La guerra del redistricting voluta da Donald Trump sta producendo, almeno per ora, l’effetto opposto a quello sperato dai repubblicani. Dopo il voto di martedì in Virginia, il partito risulta infatti favorito in meno seggi alla Camera rispetto a prima dell’avvio dell’intera operazione. La scommessa del presidente, pensata per blindare una maggioranza di appena un seggio, rischia così di trasformarsi in un boomerang.

Il referendum approvato in Virginia autorizza, se sarà confermato dai tribunali, la ridefinizione degli 11 distretti congressuali dello Stato. La nuova mappa potrebbe trasformare la delegazione da 6 a 5 a favore dei Democratici a 10 a 1, consegnando al partito 4 seggi in più alla Camera. Secondo un’analisi condotta da Axios sui dati di Dave’s Redistricting e del Redistricting Data Hub, applicando i risultati delle presidenziali del 2024 alle nuove mappe dei sette Stati coinvolti i democratici avrebbero conquistato 6 seggi in più. Applicando le nuove mappe ai risultati del 2020, i democratici ne avrebbero ottenuti invece 2 in più.

La guerra del redistricting


Il redistricting ridefinisce i confini dei distretti della Camera e di norma scatta una volta ogni dieci anni, dopo il censimento. Trump ha rotto questa consuetudine la scorsa estate, quando ha spinto i Repubblicani del Texas a ridisegnare le mappe in anticipo, con l'intenzione di strappare 5 seggi ai Democratici. La mossa ha innescato la reazione di questi ultimi, a partire dalla California, dove un referendum approvato il 4 novembre 2025 ha neutralizzato il vantaggio ottenuto dai Repubblicani in Texas.

Dopo il voto in Virginia, il bilancio complessivo assegna ai Democratici un vantaggio di un seggio nella cosiddetta "guerra del redistricting". Ai 5 guadagnati in California e ai 4 della Virginia si aggiunge infatti un ulteriore seggio ottenuto in Utah, conquistato grazie a una decisione giudiziaria. Sul fronte opposto, i Repubblicani hanno ottenuto 5 seggi in Texas, tra 1 e 2 in Ohio, 1 in North Carolina e 1 in Missouri.
Redistricting 2026: la scommessa di Trump

Midterm 2026 · Redistricting
Trump voleva blindare la Camera. Ora rischia di perderla.
Bilancio della guerra del redistricting dopo il voto in Virginia · Aprile 2026

Democratici
0
seggi guadagnati

VS

Repubblicani
0
seggi guadagnati

Dopo il referendum in Virginia i Democratici sono in vantaggio di un seggio.

Stati Scenari Incognite

Stati che hanno ridisegnato le mappe

CA

California
Referendum, 4 novembre 2025

+5

VA

Virginia
Referendum, da 6-5 a 10-1

+4

UT

Utah
Decisione giudiziaria

+1

TX

Texas
Primo Stato a muoversi, estate 2025

+5

OH

Ohio
Nuova mappa

+2

NC

North Carolina
Nuova mappa

+1

MO

Missouri
Nuova mappa

+1

Proiezioni sui 7 Stati con mappe ridisegnate

Con i margini del 2020

Dem

75
77

Rep

65
67

PrimaDopo

Intermedio (media 2020–2024)

Dem

72
74

Rep

68
70

PrimaDopo

Con i margini del 2024

Dem

67
73

Rep

69
75

PrimaDopo
Proiezione su California, Missouri, North Carolina, Ohio, Texas, Utah e Virginia.

Tocca per i dettagli

Florida
Sessione straordinaria rinviata

Il governatore DeSantis preme per ridisegnare le mappe, ma l'operazione è bloccata da divisioni interne al Partito e dal divieto costituzionale di gerrymandering partitico. Le vittorie democratiche nelle suppletive rendono rischiosa la ridistribuzione degli elettori repubblicani.

Giorni al 28 aprile Data della nuova sessione straordinaria dell'assemblea legislativa.

Virginia
Ricorso dopo lo stop del giudice

Un giudice nominato dai repubblicani della contea di Tazewell ha dichiarato invalidi sia l'emendamento costituzionale che il risultato del referendum. Il Procuratore Generale democratico Jay Jones ha annunciato ricorso immediato, in un percorso che può arrivare alla Corte Suprema della Virginia.

Corte Suprema · Louisiana
Voting Rights Act in bilico

Un caso della Louisiana può consentire alla Corte Suprema di abolire il Voting Rights Act del 1965 e aprire la strada a oltre una decina di nuovi distretti favorevoli ai Repubblicani nel Sud. Ma il tempo stringe: le schede per gli elettori all'estero vanno spedite 45 giorni prima delle primarie.

Elaborazione FocusAmerica su fonti: Axios (analisi su dati Dave's Redistricting e Redistricting Data Hub), The New York Times, Vox · Aprile 2026

Non tutti gli Stati, però, sono entrati nella mischia. Nonostante le pressioni dei vertici nazionali, i Democratici hanno rinunciato a ridisegnare seggi in Illinois, Maryland e New York. I Repubblicani hanno fatto lo stesso in Indiana, Kansas e Nebraska. "Anche se i Repubblicani lo stanno facendo in più Stati rispetto ai Democratici, non stanno ottenendo grandi guadagni al di fuori del Texas",ha spiegato a Vox Barry C. Burden, esperto di elezioni e professore di scienze politiche all’Università del Wisconsin-Madison.

L’ultima variabile è la Florida. Il governatore Ron DeSantis ha chiesto da mesi ai Repubblicani statali di ridisegnare le mappe dello Stato, ma l’operazione si è impantanata tra divisioni interne al partito e vincoli costituzionali che vietano il gerrymandering partitico. La sessione straordinaria dell’assemblea legislativa, inizialmente prevista questa settimana, è stata rinviata al 28 aprile. Le recenti vittorie democratiche in elezioni suppletive alimentano il timore che distribuire gli elettori repubblicani su più distretti finisca paradossalmente per esporre collegi oggi considerati sicuri. "Il Texas ha agito prima, quando Trump e i Repubblicani non sembravano così vulnerabili in vista del 2026", ha osservato Burden. "Ora che siamo a pochi mesi dal voto, è chiaro che i Repubblicani affronteranno un contesto molto più difficile a novembre".

Lo scontro giudiziario


Sul voto in Virginia pesa già una complicazione giudiziaria. Un giudice della contea di Tazewell nominato dai repubblicani ha dichiarato invalidi sia l’emendamento costituzionale che il risultato del referendum, bloccando così temporaneamente l'adozione delle nuove mappe. Il Procuratore Generale dello Stato, il democratico Jay Jones, ha annunciato un ricorso immediato alla Corte d’Appello, in un percorso che potrebbe arrivare fino alla Corte Suprema della Virginia.

Sullo sfondo pesa, però, anche un’altra incognita. La Corte Suprema federale dovrà decidere nelle prossime settimane su un caso presentato dallo Stato della Louisiana che potrebbe portare alla cancellazione pressoché totale di ciò che resta del Voting Rights Act del 1965 e aprire così la strada al redistricting di più di una decina di altri distretti favorevoli ai Repubblicani negli Stati del Sud. Il calendario, però, è sempre più stringente: la legge federale impone agli Stati di inviare le schede elettorali all’estero 45 giorni prima delle primarie, e per alcuni Stati quella scadenza è già passata. Quindi l'effetto di questa potenziale sentenza potrebbe vedersi a pieno solo nel 2028.


Virginia, un giudice blocca la certificazione del referendum sulla nuova mappa elettorale


Un giudice della Virginia ha bloccato la certificazione del referendum che martedì aveva approvato la nuova mappa dei collegi congressuali dello Stato, dichiarando incostituzionale la consultazione e la legge che l'aveva indetta. La decisione arriva a meno di 24 ore dal voto che aveva dato ai Democratici la possibilità di conquistare dieci degli undici seggi della Virginia alla Camera dei Rappresentanti, contro gli attuali sei.

Il giudice Jack Hurley della Tazewell Circuit Court ha emesso l'ordinanza mercoledì, stabilendo che tutti i voti espressi a favore o contro l'emendamento costituzionale del 21 aprile sono "inefficaci". Hurley ha definito il quesito sottoposto agli elettori "palesemente fuorviante". L'ordinanza include un'ingiunzione permanente che impedisce ai funzionari elettorali statali di certificare i risultati e di compiere qualsiasi azione per attuare la nuova mappa. Il giudice ha anche respinto la richiesta di sospendere la decisione in attesa del ricorso.

Virginia approva il referendum per ridisegnare i collegi, quattro seggi in più per i Dem
Il referendum sospende fino al 2030 la commissione bipartisan che disegna i collegi e trasferisce il potere all’assemblea democratica. I Repubblicani annunciano ricorsi alla Corte Suprema statale.
Focus AmericaLorenzo Ruffino


La decisione si fonda su argomentazioni procedurali e costituzionali relative all'iter di approvazione dell'emendamento. La costituzione della Virginia prevede che il parlamento statale approvi un emendamento proposto, che si tenga poi un'elezione intermedia con il rinnovo della Camera dei Delegati e che la nuova assemblea riapprovi il testo identico. Ken Cuccinelli, ex procuratore generale repubblicano della Virginia e presidente della Election Transparency Initiative dell'American Principles Project, ha spiegato alla CNN il nodo della controversia. La prima approvazione dell'emendamento è avvenuta ad Halloween, ma il voto anticipato per l'elezione intermedia era già iniziato il 19 settembre 2025, con oltre un milione di persone che avevano votato prima della prima approvazione. Secondo Cuccinelli i Democratici avranno difficoltà a sostenere che si sia trattato di una vera elezione intermedia. Ha aggiunto di attendersi una sentenza definitiva entro maggio.

Il procuratore generale della Virginia Jay Jones, democratico entrato in carica dopo aver sconfitto il repubblicano Jason Miyares a novembre, ha annunciato ricorso immediato. In una dichiarazione riportata da più testate, Jones ha affermato che gli elettori della Virginia si sono espressi e che un giudice attivista non dovrebbe avere potere di veto sul voto del popolo. Andrea Gaines, portavoce del Dipartimento delle Elezioni della Virginia, ha fatto sapere alla CNN che i funzionari statali stanno valutando l'impatto dell'ordinanza sulla certificazione dei risultati da parte del Consiglio di Stato.

La vicenda giudiziaria è complessa. La Corte Suprema della Virginia aveva già ribaltato due precedenti ordinanze della Tazewell Circuit Court che avevano tentato di bloccare il referendum, permettendo così lo svolgimento del voto di martedì. I ricorsi sul merito restano pendenti davanti alla Corte Suprema statale, che avrà l'ultima parola. Cuccinelli ha indicato che ci sono quattro impugnazioni costituzionali contro il referendum in corso nei tribunali, tre delle quali contestano il processo di approvazione dell'emendamento.

Il presidente Donald Trump ha reagito al risultato del referendum con un messaggio su Truth Social, definendo il voto "truccato". Trump ha scritto che per tutta la giornata i Repubblicani erano in vantaggio fino a un presunto "massiccio arrivo di schede per corrispondenza" alla fine dello spoglio, ripetendo accuse simili a quelle rivolte alla sconfitta del 2020 contro Joe Biden. Il presidente ha sostenuto che la formulazione del quesito referendario era deliberatamente incomprensibile e ingannevole, chiedendo ai tribunali di intervenire. In realtà, come riportato dal New York Times, il sì ha superato il no nella tarda serata di martedì perché diverse roccaforti democratiche densamente popolate hanno riportato i risultati più tardi rispetto ad altre giurisdizioni, un fenomeno comune in Virginia.

Il referendum è stato approvato con il 51,5% contro il 48,5%, un margine di circa tre punti percentuali. La nuova mappa trasformerebbe l'attuale equilibrio di sei seggi democratici e cinque repubblicani in una configurazione con dieci seggi favorevoli ai Democratici e uno solo solido per i Repubblicani. Secondo i dati di AdImpact riportati da Newsweek, sulla campagna sono stati spesi oltre 80 milioni di dollari, con i sostenitori del sì che hanno investito 56,4 milioni contro i 24,6 milioni dei contrari.

Il Comitato Nazionale Repubblicano, parte ricorrente nella causa decisa da Hurley, ha accolto con favore la sentenza. Un portavoce del RNC ha dichiarato all'ABC News che i Democratici sono riusciti a ottenere solo una vittoria di tre punti nonostante abbiano speso decine di milioni di dollari e manipolato gli elettori con un linguaggio fuorviante sulla scheda. Il portavoce ha definito l'operazione di ridisegno dei collegi un tentativo palese di conquista del potere.

Il politologo Larry Sabato ha commentato a Newsweek definendo i risultati un disastro per Trump. Ha dichiarato alla testata che non si tratta solo della guerra con l'Iran e che il presidente non è riuscito a prevedere le conseguenze delle proprie azioni, illudendosi che i Democratici si sarebbero disarmati unilateralmente. Stephen Farnsworth, professore di scienze politiche all'Università di Mary Washington, ha detto a Newsweek che il ridisegno a metà decennio non ha ottenuto nulla per Trump e che questa sconfitta potrebbe costare ai Repubblicani la maggioranza alla Camera in autunno. Jeremy Mayer, professore di scienze politiche alla George Mason University, ha spiegato alla stessa testata che la Virginia resta uno Stato conteso ma diventa blu quando il tema è Trump, aggiungendo che la guerra alla burocrazia federale ha reso il presidente inviso in gran parte dello Stato, in particolare nella Virginia del Nord.

La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha spiegato a Newsweek perché Trump non abbia fatto una campagna più attiva contro il referendum, affermando che il presidente ha molti impegni ma ha comunque ospitato una telefonata la sera prima del voto. Il leader democratico alla Camera Hakeem Jeffries, deputato di New York, ha dichiarato che i Democratici non hanno fatto un passo indietro ma hanno reagito con forza, aggiungendo che quando gli avversari colpiscono basso il suo partito risponde duramente.

La battaglia legale procederà rapidamente. Il ricorso di Jones andrà verso la Corte d'Appello e potrebbe arrivare in tempi brevi alla Corte Suprema della Virginia. La mappa deve superare il vaglio giudiziario prima che le schede per le elezioni di novembre vengano finalizzate.


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Gli eredi del fondatore dell’Eni contro il governo di Giorgia Meloni: “Non chiamatelo Piano Mattei”


@Politica interna, europea e internazionale
Pietro Mattei, uno dei nipoti del fondatore dell’Eni, ha inviato una pec a Palazzo Chigi per chiedere la “diffida all’utilizzo del nome di Enrico Mattei in relazione al cosiddetto 
‘Piano Mattei’”, il progetto con cui il governo Meloni punta a rilanciare i rapporti

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Servono sei mesi per bonificare le mine iraniane dallo Stretto di Hormuz


L'assessment della Difesa, riferito in un briefing riservato al Congresso, prevede conseguenze economiche prolungate. Il prezzo della benzina negli Stati Uniti è salito a 4,02 dollari al gallone.

Bonificare lo Stretto di Hormuz dalle mine collocate dall'esercito iraniano potrebbe richiedere fino a sei mesi, e l'operazione difficilmente partirà prima della fine della guerra tra Stati Uniti e Iran. È quanto il Pentagono ha comunicato al Congresso, secondo una ricostruzione del Washington Post. La valutazione, se confermata, implica che l'impatto economico del conflitto si protrarrà fino alla fine dell'anno o oltre.

La stima è stata illustrata martedì da un alto funzionario della Difesa durante un briefing riservato per i membri della Commissione Forze Armate della Camera, come riferito da tre fonti a conoscenza della discussione. Il quotidiano della capitale riporta che la previsione ha suscitato frustrazione sia tra i democratici sia tra i repubblicani. È un segnale ulteriore che i prezzi di benzina e petrolio potrebbero restare elevati ben oltre un eventuale accordo di pace.

Mercoledì il costo medio di un gallone di benzina negli Stati Uniti era di 4,02 dollari, secondo i dati di AAA, contro i 2,98 dollari registrati poco prima dell'inizio della guerra a febbraio. Trump ha oscillato sul tema: questo mese ha dichiarato che i prezzi "potrebbero restare gli stessi o salire leggermente" entro il voto di midterm, salvo poi sostenere che sarebbero stati "molto più bassi" prima delle elezioni. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha indicato la fine di settembre come orizzonte possibile per tornare a una benzina a tre dollari.

Secondo tre funzionari che hanno parlato in forma anonima per la delicatezza della materia, ai parlamentari è stato riferito che l'Iran potrebbe aver piazzato venti o più mine nello Stretto di Hormuz e nelle acque adiacenti. Alcune sono state fatte galleggiare a distanza con tecnologia GPS, rendendo difficile l'individuazione durante il posizionamento. Altre sarebbero state deposte da forze iraniane con piccole imbarcazioni. Lo stretto è una via d'acqua cruciale per il transito del petrolio mediorientale attraverso il Golfo Persico.

Il Pentagono non ha voluto rispondere nel merito. Il portavoce Sean Parnell ha confermato che la comunicazione è avvenuta in un briefing riservato ai parlamentari, ma ha definito le informazioni "inaccurate". "Decidendo di pubblicare queste false affermazioni, il Washington Post ha reso chiaro che gli interessa più portare avanti un'agenda che la verità", si legge nella nota. Il Comando Centrale statunitense, responsabile delle operazioni nell'area, ha rifiutato di commentare. La Casa Bianca ha rimandato al Pentagono.

Il blocco del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz è diventato uno dei nodi centrali della guerra. Teheran ha dichiarato chiuso il passaggio e ha attaccato alcune navi per colpire l'economia globale e l'amministrazione Trump, mentre Washington e la Repubblica Islamica premono per imporre le rispettive condizioni. Prima del conflitto, circa il 20 per cento del petrolio mondiale transitava per lo stretto, con Giappone, Corea del Sud, Cina e altri paesi asiatici particolarmente dipendenti dall'energia mediorientale.

Trump ha chiesto all'Iran di porre fine al programma nucleare, consegnare tutto l'uranio altamente arricchito e riaprire completamente lo stretto, minacciando nuove azioni militari in caso di rifiuto. Teheran ha risposto che non proseguirà i negoziati finché il presidente non revocherà il blocco navale imposto questo mese per soffocare l'economia iraniana basata sul petrolio.

La posa delle mine è iniziata a marzo, mentre proseguivano gli attacchi statunitensi e israeliani contro l'Iran. Trump ha minacciato conseguenze "a un livello mai visto prima" se Teheran non avesse rimosso gli ordigni. Nei giorni successivi il Pentagono ha rivendicato operazioni contro le imbarcazioni iraniane impiegate per la posa. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha scritto sui social che le forze statunitensi stavano distruggendo quelle navi con "spietata precisione" e che gli Stati Uniti "non permetteranno ai terroristi di tenere in ostaggio lo Stretto di Hormuz".

Il viceministro degli Esteri iraniano, Majid Takht-Ravanchi, ha negato che il suo paese stia posando mine. Il New York Times, citando funzionari statunitensi, ha scritto questo mese che l'Iran non sarebbe in grado di individuare tutte le mine che ha disseminato. La valutazione del Pentagono è stata trasmessa ai parlamentari dopo che Trump aveva scritto sui social che "l'Iran, con l'aiuto degli Stati Uniti, ha rimosso, o sta rimuovendo, tutte le mine marine" dallo stretto, un messaggio pubblicato venerdì su Truth Social nel tentativo di rassicurare i mercati e segnalare la vicinanza di un accordo.

Martedì il presidente ha annunciato l'estensione a tempo indeterminato di un cessate il fuoco di due settimane. La leadership iraniana, ha dichiarato, è "seriamente fratturata" e deve "presentare una proposta unitaria". Le sue parole sono arrivate mentre fonti indicavano una riluttanza di Teheran a un nuovo round negoziale. A marzo CNN aveva riferito di una valutazione della Defense Intelligence Agency secondo cui l'Iran avrebbe potuto tenere chiuso lo stretto da uno a sei mesi, con le mine tra i fattori rilevanti. All'epoca Parnell aveva detto alla stessa emittente che una chiusura di sei mesi era "un'impossibilità e del tutto inaccettabile" per Hegseth.

Resta da capire con quali mezzi il Pentagono condurrà la bonifica. Tra le opzioni evocate dai funzionari ci sono elicotteri, droni e sommozzatori specializzati nell'eliminazione di ordigni esplosivi. Alcune navi commerciali hanno attraversato lo stretto durante il cessate il fuoco, ma il traffico si è di nuovo bloccato nel fine settimana, quando le forze iraniane hanno aperto il fuoco su alcune petroliere e hanno dichiarato nuovamente chiuso il passaggio.

Richard Nephew, esperto di diplomazia iraniana e senior researcher alla Columbia University, ha dichiarato al Washington Post che un orizzonte di sei mesi per la bonifica è destinato a scuotere i mercati del petrolio e del gas, vista la preoccupazione di assicuratori, armatori e comandanti nell'attraversare una rotta minata. "Non ci saranno molte persone disposte a correre quel rischio", ha osservato, aggiungendo che la presenza di mine potrebbe non causare una "interruzione totale", ma che le conseguenze di uno stretto a doppio senso parzialmente inutilizzabile sarebbero comunque significative.

L'Iran dispone di oltre 5.000 mine navali, che potrebbero rivelarsi particolarmente efficaci date le acque poco profonde e le corsie di navigazione strette dello stretto, stando a una valutazione della Defense Intelligence Agency. La stessa testata ha ricordato che oltre la metà degli elettori statunitensi attribuisce "molto" al presidente la responsabilità dell'impennata dei prezzi della benzina.

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L'FBI ha indagato su una giornalista dopo un articolo sulla fidanzata del direttore Patel


L'inchiesta dell'agenzia federale sulla reporter Elizabeth Williamson, poi archiviata dal dipartimento di Giustizia per mancanza di basi legali, solleva interrogativi sulla criminalizzazione del lavoro giornalistico.

L'FBI ha avviato il mese scorso un'indagine su una giornalista del New York Times dopo che aveva scritto un articolo sul direttore dell'agenzia, Kash Patel, e sull'uso di personale federale per garantire alla sua fidanzata scorta e trasporti pagati dallo Stato. La notizia è stata pubblicata dallo stesso New York Times, che cita una fonte informata sui fatti.

Secondo la ricostruzione, gli agenti hanno interrogato la fidanzata di Patel, Alexis Wilkins, hanno consultato le banche dati federali per raccogliere informazioni sulla reporter Elizabeth Williamson e hanno raccomandato di procedere con un'indagine preliminare per verificare se la giornalista avesse violato le leggi federali sullo stalking. Questi passaggi hanno sollevato preoccupazioni tra alcuni funzionari del dipartimento di Giustizia, che hanno letto l'iniziativa come una ritorsione per un articolo sgradito a Patel e alla fidanzata. Gli stessi funzionari hanno concluso che non esisteva alcuna base legale per andare avanti e hanno bloccato l'inchiesta.

Interpellata dal New York Times, l'FBI ha risposto che gli investigatori erano preoccupati perché le tecniche aggressive di raccolta di informazioni avrebbero superato i confini dello stalking, ma ha precisato che nessun caso è stato aperto. Un portavoce dell'agenzia ha definito falsa la ricostruzione secondo cui sarebbe stata avviata un'indagine sulla reporter. Secondo il portavoce, Wilkins è stata sentita in relazione a una minaccia di morte ricevuta da Boston dopo la pubblicazione dell'articolo del 28 febbraio, e le domande sulla giornalista sarebbero emerse solo in quel contesto.

L'articolo al centro del caso, firmato da Williamson e pubblicato il 28 febbraio, raccontava come Wilkins disponesse di una scorta permanente composta da agenti delle squadre speciali SWAT provenienti da uffici dell'FBI di tutto il Paese, che la accompagnavano in impegni pubblici tra cui esibizioni canore e un appuntamento dal parrucchiere. La rivelazione aveva acceso i riflettori sull'uso di risorse pubbliche da parte di Patel per fini personali, poco dopo che il direttore aveva fatto notizia per aver festeggiato a Milano con la nazionale maschile di hockey statunitense dopo la vittoria dell'oro olimpico.

Il direttore esecutivo del New York Times, Joseph Kahn, ha criticato duramente l'agenzia federale. In una dichiarazione riportata dalla testata, Kahn ha affermato che il tentativo dell'FBI di criminalizzare un lavoro giornalistico ordinario rappresenta una violazione palese dei diritti garantiti dal Primo Emendamento e un ulteriore tentativo dell'amministrazione di impedire ai giornalisti di vigilare sul suo operato, definendo l'episodio allarmante, incostituzionale e sbagliato.

Nella preparazione dell'articolo Williamson aveva seguito procedure standard, contattando numerose persone che avevano lavorato con Wilkins o la conoscevano. Aveva avuto un solo contatto telefonico iniziale con la diretta interessata, che aveva preteso che la conversazione fosse off the record, e uno scambio di email prima della pubblicazione. Aveva anche chiesto a Wilkins una lista di persone da interpellare, senza ricevere risposta. La reporter non ha mai incontrato Wilkins di persona.

Il giorno stesso dell'uscita del pezzo, Wilkins ha ricevuto una email di minacce da un mittente anonimo, poi individuato a Boston, che ha ammesso di averla inviata dopo aver letto l'articolo. Pochi giorni dopo l'FBI ha interrogato Wilkins, che ha raccontato di essersi sentita molestata dal lavoro di Williamson, lamentele che aveva già espresso all'agenzia a gennaio, quando la reporter l'aveva contattata per la prima volta. Un legale di Wilkins aveva scritto ai redattori del New York Times prima della pubblicazione, sostenendo che l'attività di ricerca sollevava domande sulla proporzionalità e sullo scopo giornalistico dell'inchiesta.

Dopo l'interrogatorio, l'FBI ha scandagliato le proprie banche dati per cercare elementi utili a giustificare un approfondimento su Williamson, invocando gli statuti federali su stalking e minacce alla sicurezza e alla reputazione. Gli agenti hanno raccomandato di passare a un'indagine preliminare, ma a quel punto sono emersi ostacoli al dipartimento di Giustizia. Né il New York Times né la reporter sono stati informati dei passi compiuti dall'agenzia. Williamson ha rifiutato di commentare.

Secondo la fonte citata dalla testata, un agente con funzioni di supervisione al quartier generale dell'FBI a Washington, competente sulle indagini per crimini violenti, è stato coinvolto nelle fasi iniziali. Il dettaglio è rilevante perché, fin dalle inchieste sulla server privata di posta elettronica di Hillary Clinton e sui legami tra Trump e la Russia, gli alleati del presidente hanno sostenuto che il coinvolgimento dei vertici di Washington, anziché degli uffici locali, apre la strada a influenze politiche.

L'ostilità del presidente verso i giornalisti è un tratto distintivo del suo mandato, e Patel condivide questa impostazione. Prima di guidare l'FBI, in un discorso del 2024, aveva paragonato i giornalisti al nemico più potente mai affrontato dagli Stati Uniti. A gennaio l'agenzia ha perquisito la casa in Virginia di Hannah Natanson, reporter del Washington Post, nell'ambito di un'indagine su un contractor governativo e sulla gestione di materiale classificato. Ad aprile, dopo le notizie sull'abbattimento di un caccia statunitense in Iran, Trump ha promesso azioni contro una testata non nominata. All'inizio dell'anno scorso la Casa Bianca aveva punito l'Associated Press per il rifiuto di adeguarsi all'ordine esecutivo che ribattezzava il Golfo del Messico, limitandone l'accesso agli eventi stampa.

Il presidente ha inoltre intentato causa per diffamazione contro il New York Times e tre suoi giornalisti, sostenendo che una serie di articoli durante la campagna del 2024 mirava a danneggiare la sua candidatura e la sua reputazione di imprenditore. A dicembre la testata ha citato in giudizio il Pentagon, accusando l'amministrazione di violare i diritti costituzionali dei cronisti con restrizioni sulla copertura delle questioni militari. A marzo un giudice federale ha stabilito che quei limiti violavano il Primo Emendamento e ha ordinato di cancellare parti della policy, in una battaglia legale tuttora in corso.

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Nordio: “Le mazzette sono come il consumo di droga, possono essere di modesta entità”


@Politica interna, europea e internazionale
“Se si parla di tenuità o di modesta quantità persino della droga, non sarà una bestemmia parlare di modestia anche di cosiddette mazzette”. Lo ha detto il ministro della Giustizia Carlo Nordio ieri, mercoledì 22 aprile, durante il question time alla Camera, rispondendo a

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Virginia, un giudice blocca la certificazione del referendum sulla nuova mappa elettorale


Il tribunale di Tazewell ha dichiarato incostituzionale il voto che dava ai Democratici quattro seggi in più alla Camera. Il procuratore generale ha annunciato ricorso immediato e Trump parla di elezione truccata.
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Un giudice della Virginia ha bloccato la certificazione del referendum che martedì aveva approvato la nuova mappa dei collegi congressuali dello Stato, dichiarando incostituzionale la consultazione e la legge che l'aveva indetta. La decisione arriva a meno di 24 ore dal voto che aveva dato ai Democratici la possibilità di conquistare dieci degli undici seggi della Virginia alla Camera dei Rappresentanti, contro gli attuali sei.

Il giudice Jack Hurley della Tazewell Circuit Court ha emesso l'ordinanza mercoledì, stabilendo che tutti i voti espressi a favore o contro l'emendamento costituzionale del 21 aprile sono "inefficaci". Hurley ha definito il quesito sottoposto agli elettori "palesemente fuorviante". L'ordinanza include un'ingiunzione permanente che impedisce ai funzionari elettorali statali di certificare i risultati e di compiere qualsiasi azione per attuare la nuova mappa. Il giudice ha anche respinto la richiesta di sospendere la decisione in attesa del ricorso.

Virginia approva il referendum per ridisegnare i collegi, quattro seggi in più per i Dem
Il referendum sospende fino al 2030 la commissione bipartisan che disegna i collegi e trasferisce il potere all’assemblea democratica. I Repubblicani annunciano ricorsi alla Corte Suprema statale.
Focus AmericaLorenzo Ruffino


La decisione si fonda su argomentazioni procedurali e costituzionali relative all'iter di approvazione dell'emendamento. La costituzione della Virginia prevede che il parlamento statale approvi un emendamento proposto, che si tenga poi un'elezione intermedia con il rinnovo della Camera dei Delegati e che la nuova assemblea riapprovi il testo identico. Ken Cuccinelli, ex procuratore generale repubblicano della Virginia e presidente della Election Transparency Initiative dell'American Principles Project, ha spiegato alla CNN il nodo della controversia. La prima approvazione dell'emendamento è avvenuta ad Halloween, ma il voto anticipato per l'elezione intermedia era già iniziato il 19 settembre 2025, con oltre un milione di persone che avevano votato prima della prima approvazione. Secondo Cuccinelli i Democratici avranno difficoltà a sostenere che si sia trattato di una vera elezione intermedia. Ha aggiunto di attendersi una sentenza definitiva entro maggio.

Il procuratore generale della Virginia Jay Jones, democratico entrato in carica dopo aver sconfitto il repubblicano Jason Miyares a novembre, ha annunciato ricorso immediato. In una dichiarazione riportata da più testate, Jones ha affermato che gli elettori della Virginia si sono espressi e che un giudice attivista non dovrebbe avere potere di veto sul voto del popolo. Andrea Gaines, portavoce del Dipartimento delle Elezioni della Virginia, ha fatto sapere alla CNN che i funzionari statali stanno valutando l'impatto dell'ordinanza sulla certificazione dei risultati da parte del Consiglio di Stato.

La vicenda giudiziaria è complessa. La Corte Suprema della Virginia aveva già ribaltato due precedenti ordinanze della Tazewell Circuit Court che avevano tentato di bloccare il referendum, permettendo così lo svolgimento del voto di martedì. I ricorsi sul merito restano pendenti davanti alla Corte Suprema statale, che avrà l'ultima parola. Cuccinelli ha indicato che ci sono quattro impugnazioni costituzionali contro il referendum in corso nei tribunali, tre delle quali contestano il processo di approvazione dell'emendamento.

Il presidente Donald Trump ha reagito al risultato del referendum con un messaggio su Truth Social, definendo il voto "truccato". Trump ha scritto che per tutta la giornata i Repubblicani erano in vantaggio fino a un presunto "massiccio arrivo di schede per corrispondenza" alla fine dello spoglio, ripetendo accuse simili a quelle rivolte alla sconfitta del 2020 contro Joe Biden. Il presidente ha sostenuto che la formulazione del quesito referendario era deliberatamente incomprensibile e ingannevole, chiedendo ai tribunali di intervenire. In realtà, come riportato dal New York Times, il sì ha superato il no nella tarda serata di martedì perché diverse roccaforti democratiche densamente popolate hanno riportato i risultati più tardi rispetto ad altre giurisdizioni, un fenomeno comune in Virginia.

Il referendum è stato approvato con il 51,5% contro il 48,5%, un margine di circa tre punti percentuali. La nuova mappa trasformerebbe l'attuale equilibrio di sei seggi democratici e cinque repubblicani in una configurazione con dieci seggi favorevoli ai Democratici e uno solo solido per i Repubblicani. Secondo i dati di AdImpact riportati da Newsweek, sulla campagna sono stati spesi oltre 80 milioni di dollari, con i sostenitori del sì che hanno investito 56,4 milioni contro i 24,6 milioni dei contrari.

Il Comitato Nazionale Repubblicano, parte ricorrente nella causa decisa da Hurley, ha accolto con favore la sentenza. Un portavoce del RNC ha dichiarato all'ABC News che i Democratici sono riusciti a ottenere solo una vittoria di tre punti nonostante abbiano speso decine di milioni di dollari e manipolato gli elettori con un linguaggio fuorviante sulla scheda. Il portavoce ha definito l'operazione di ridisegno dei collegi un tentativo palese di conquista del potere.

Il politologo Larry Sabato ha commentato a Newsweek definendo i risultati un disastro per Trump. Ha dichiarato alla testata che non si tratta solo della guerra con l'Iran e che il presidente non è riuscito a prevedere le conseguenze delle proprie azioni, illudendosi che i Democratici si sarebbero disarmati unilateralmente. Stephen Farnsworth, professore di scienze politiche all'Università di Mary Washington, ha detto a Newsweek che il ridisegno a metà decennio non ha ottenuto nulla per Trump e che questa sconfitta potrebbe costare ai Repubblicani la maggioranza alla Camera in autunno. Jeremy Mayer, professore di scienze politiche alla George Mason University, ha spiegato alla stessa testata che la Virginia resta uno Stato conteso ma diventa blu quando il tema è Trump, aggiungendo che la guerra alla burocrazia federale ha reso il presidente inviso in gran parte dello Stato, in particolare nella Virginia del Nord.

La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha spiegato a Newsweek perché Trump non abbia fatto una campagna più attiva contro il referendum, affermando che il presidente ha molti impegni ma ha comunque ospitato una telefonata la sera prima del voto. Il leader democratico alla Camera Hakeem Jeffries, deputato di New York, ha dichiarato che i Democratici non hanno fatto un passo indietro ma hanno reagito con forza, aggiungendo che quando gli avversari colpiscono basso il suo partito risponde duramente.

La battaglia legale procederà rapidamente. Il ricorso di Jones andrà verso la Corte d'Appello e potrebbe arrivare in tempi brevi alla Corte Suprema della Virginia. La mappa deve superare il vaglio giudiziario prima che le schede per le elezioni di novembre vengano finalizzate.


Virginia approva il referendum per ridisegnare i collegi, quattro seggi in più per i Dem


La Virginia ha approvato martedì un referendum che consente al parlamento statale di ridisegnare i confini dei collegi elettorali per la Camera dei Rappresentanti, una mossa che potrebbe portare i Democratici a conquistare dieci degli undici seggi dello Stato alle elezioni di metà mandato del 2026. Il sì ha prevalso con il 51,5% contro il 48,5%, con oltre il 95% dei voti scrutinati, su un totale di circa 3 milioni di schede.

La consultazione in Virginia rappresenta l'ultimo capitolo di una battaglia nazionale iniziata nell'estate scorsa, quando il presidente Donald Trump ha spinto gli Stati a guida repubblicana a ridisegnare i collegi congressuali a metà decennio, una pratica rara ma non inedita. L'obiettivo dichiarato era ampliare la fragile maggioranza repubblicana alla Camera in vista del voto di novembre 2026, quando storicamente il partito al potere tende a perdere seggi. Il Texas ha aperto la strada approvando una nuova mappa che aggiungeva cinque seggi favorevoli al Partito Repubblicano. Da lì la disputa si è estesa a Missouri, Ohio, North Carolina e Utah, dove però un giudice distrettuale ha respinto la mappa repubblicana approvandone una alternativa che favorisce i Democratici. In Indiana il Senato statale ha bocciato la proposta sfidando Trump.

Referendum
Virginia, redistricting congressuale
Referendum sulla modifica della costituzione per ridisegnare i collegi del Congresso

OpzioneVoti%


Approvazione della modifica

1.574.538
51,5%

No
Contrari alla modifica

1.485.785
48,5%

3.060.323voti
>95% scrutinato

Elaborazione di Focus America su dati dell'Associated Press · Ultimo aggiornamento: 23:11 ET

La risposta democratica è arrivata prima dalla California, dove a novembre gli elettori hanno approvato con un ampio margine, 64% contro 36%, la Proposition 50. Quella misura ha sospeso temporaneamente la commissione indipendente che disegna i collegi, restituendo il potere al parlamento statale a maggioranza democratica e aggiungendo cinque seggi favorevoli al partito. Il referendum della Virginia segue la stessa logica. L'emendamento costituzionale approvato martedì sospende fino al 2030 la commissione bipartisan che ridisegna i collegi, trasferendo temporaneamente questa funzione al parlamento controllato dai Democratici. La nuova mappa trasformerebbe l'attuale equilibrio di sei seggi democratici e cinque repubblicani in una configurazione di otto seggi sicuri per i Democratici, due contendibili ma orientati a sinistra e uno solido per i Repubblicani.

La governatrice democratica Abigail Spanberger, eletta a novembre con oltre quindici punti di vantaggio, è stata il volto della campagna per il sì. In una dichiarazione dopo il voto ha definito la misura "temporanea" e ha ribadito l'impegno a restituire nel 2030 il compito di disegnare le mappe alla commissione bipartisan istituita sei anni fa. Hakeem Jeffries, leader democratico alla Camera proveniente da New York, ha commentato il risultato affermando che i Democratici "non hanno fatto un passo indietro" ma "hanno reagito". L'ex presidente Barack Obama era intervenuto nei giorni precedenti con un video pubblicato venerdì invitando i Virginiani a votare sì per "livellare il campo di gioco" contro i Repubblicani.

Sul fronte opposto, Trump aveva fatto pressione fino all'ultimo, intervenendo in un programma radiofonico conservatore e pubblicando un messaggio sui social in cui esortava a votare contro "per salvare il vostro Paese". L'ex governatore repubblicano Glenn Youngkin e l'ex procuratore generale Jason Miyares hanno guidato la campagna per il no, definendo la nuova mappa "la più di parte d'America" e il referendum una "acquisizione di potere incostituzionale". Jeff Ryer, presidente del Partito Repubblicano della Virginia, ha dichiarato che le battaglie legali continueranno davanti alla Corte Suprema dello Stato. Richard Hudson, deputato della North Carolina e presidente del National Republican Congressional Committee, ha ribadito che i Repubblicani manterranno la maggioranza anche con la nuova mappa.

Il voto non chiude definitivamente la questione. La Corte Suprema della Virginia deve ancora esaminare i ricorsi presentati dal Comitato Nazionale Repubblicano, dal NRCC e dal Partito Repubblicano statale. I ricorrenti contestano sia irregolarità procedurali nell'iter di approvazione dell'emendamento sia la formulazione del quesito sulla scheda, ritenuta fuorviante. Un tribunale di primo grado aveva dato ragione ai Repubblicani, ma la Corte Suprema dello Stato aveva poi autorizzato lo svolgimento del referendum. Esiste un precedente del 1958 in cui la Corte invalidò un risultato elettorale, anche se si trattava di un referendum locale di profilo più basso.

La campagna ha attratto ingenti risorse finanziarie. Secondo la società di monitoraggio AdImpact, sono stati spesi oltre 81 milioni di dollari in spot pubblicitari sul referendum, una cifra di soli 3 milioni inferiore a quella investita nella corsa per il governatore della Virginia lo scorso anno e superiore di 16 milioni a quella spesa per la corsa a sindaco di New York. I Democratici hanno superato i Repubblicani di quasi 32 milioni di dollari nella spesa pubblicitaria. Oltre il 95% dei fondi raccolti proviene da organizzazioni senza scopo di lucro che non sono obbligate a rivelare i propri donatori, i cosiddetti gruppi di dark money strutturati come enti 501(c)(4).

Lo sguardo si sposta ora sulla Florida, dove il governatore repubblicano Ron DeSantis ha convocato una sessione straordinaria del legislatore per il 28 aprile. I Repubblicani puntano ad aggiungere da due a cinque seggi favorevoli al partito, ma la mossa ha diverse complicazioni. La costituzione della Florida vieta esplicitamente il disegno dei collegi su base partitica, anche se una sentenza della Corte Suprema statale ha indebolito il vincolo negli anni scorsi. Inoltre, i Democratici hanno ottenuto buoni risultati in alcune elezioni speciali recenti in Florida, spingendo alcuni membri repubblicani del Congresso a esprimere preoccupazione per la possibilità di rendere troppo leggeri i propri margini di vittoria.

Sullo sfondo resta la sentenza attesa della Corte Suprema federale nel caso Louisiana contro Callais, che potrebbe ribaltare una disposizione chiave del Voting Rights Act, la legge del 1965 sui diritti di voto. Una pronuncia favorevole all'ala conservatrice della Corte potrebbe imporre il ridisegno di molti collegi a maggioranza etnica in tutto il Paese, con un beneficio significativo per i Repubblicani. La decisione è attesa non prima di giugno. Al momento i Democratici hanno aggiunto circa dieci seggi potenziali attraverso il ridisegno, i Repubblicani nove, un sostanziale pareggio che potrebbe però spostarsi a favore del Partito Repubblicano se la Florida porterà a termine la propria riforma.


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Licenziato il segretario della Marina John Phelan


Il finanziere e grande donatore di Trump lascia dopo mesi di scontri con Hegseth e Feinberg sui piani di costruzione navale. Al suo posto, ad interim, il veterano Hung Cao.
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Il Pentagono ha annunciato mercoledì il licenziamento di John Phelan, segretario della Marina degli Stati Uniti. La decisione, comunicata con una nota stringata del portavoce Sean Parnell su X, è entrata in vigore con effetto immediato. Si tratta del primo capo di una forza armata a lasciare il suo ruolo nel secondo mandato del presidente Donald Trump e dell'ultimo di una lunga serie di avvicendamenti ai vertici della Difesa americana.

Al posto di Phelan assume l'incarico ad interim il sottosegretario Hung Cao, veterano della Marina con 25 anni di servizio e già candidato repubblicano al Senato in Virginia nel 2024, dove fu sconfitto dal democratico Tim Kaine. Cao, fuggito dal Vietnam con la famiglia negli anni Settanta, ha servito come ufficiale delle operazioni speciali con i SEAL in Iraq, Afghanistan e Somalia, ritirandosi con il grado di capitano. Vanta inoltre un master in fisica e borse di studio al Massachusetts Institute of Technology e a Harvard.

Secondo il New York Times, che per primo ha parlato dell'uscita come un vero e proprio licenziamento, Phelan se ne va dopo mesi di tensioni con i vertici del Pentagono e divergenze sul rilancio del programma di costruzione navale. Il quotidiano, citando fonti del Pentagono e del Congresso, indica come principali antagonisti il segretario alla Difesa Pete Hegseth e il suo vice Stephen Feinberg. Feinberg, in particolare, era sempre più insoddisfatto della gestione della nuova iniziativa di costruzione navale e aveva progressivamente sottratto a Phelan alcune responsabilità sul progetto. Un funzionario dell'amministrazione ha riferito allo stesso New York Times che Hegseth ha informato Phelan della decisione presa insieme al presidente prima dell'annuncio ufficiale.
Hung Cao con il Capitano John Frye, comandante della Base Navale degli Stati Uniti a Guam, il 23 febbraio. Reynaldo Rabara / Joint Region Marianas
Phelan, prima della nomina, non aveva servito nelle forze armate né ricoperto ruoli civili nella Difesa. Era stato un importante donatore della campagna di Trump e aveva fondato il fondo di investimento privato Rugger Management LLC. In precedenza aveva contribuito alla gestione dell'ufficio investimenti familiare del miliardario Michael Dell. La sua principale esperienza in ambito militare derivava da un incarico consultivo presso Spirit of America, organizzazione non profit impegnata nel sostegno alla difesa di Ucraina e Taiwan. Il Senato lo aveva confermato a marzo 2025 con 62 voti favorevoli e 30 contrari, secondo quanto riportato dalla CBS News, con undici democratici schierati con i repubblicani.

Durante il suo mandato, Phelan aveva promosso la "Golden Fleet", un ampio piano di investimenti in nuove navi che comprendeva una classe di corazzate battezzate "Trump-class". Il progetto era stato annunciato a dicembre a Mar-a-Lago insieme al presidente, che in quell'occasione aveva definito Phelan "uno degli uomini d'affari di maggior successo" del paese. La CBS News riferisce che Trump puntava a far costruire fino a 25 nuove corazzate.

Bryan Clark, analista navale dell'Hudson Institute, ha spiegato al New York Times che Phelan stava portando la Marina in una direzione diversa da quella voluta da Hegseth e Feinberg. L'ex segretario, ha scritto Clark in una mail, sosteneva iniziative come la corazzata e la fregata che non si allineano con l'orientamento della leadership del Dipartimento della Guerra, come l'amministrazione chiama il Dipartimento della Difesa, indirizzato invece verso sommergibili, velivoli stealth, sistemi senza pilota e capacità software come guerra elettronica e cyber.

Hegseth aveva imposto ai segretari di forza armata di passare al setaccio gli account social dei candidati alla promozione a generale e ammiraglio per verificare che non fossero considerati troppo woke. L'autunno scorso Hegseth aveva già licenziato il capo di gabinetto di Phelan, Jon Harrison, in una mossa che all'epoca aveva evidenziato le frizioni.

L'uscita arriva in una fase delicata per la Marina. La Us Navy ha imposto un blocco dei porti iraniani e sta colpendo navi collegate a Teheran durante una fragile tregua nella guerra con l'Iran, tregua in vigore da circa due settimane. Tre portaerei sono dispiegate o in rotta verso il Medio Oriente, mentre l'amministrazione ha lasciato intendere la possibilità di scortare le petroliere nello Stretto di Hormuz. La Marina mantiene anche una forte presenza nei Caraibi, dove ha partecipato a una campagna di attacchi contro presunte imbarcazioni di narcotrafficanti e alla cattura dell'ex presidente venezuelano Nicolás Maduro, avvenuta all'inizio dell'anno secondo la CBS News e a gennaio secondo la Associated Press ripresa da NPR, con il leader poi trasferito su una portaerei statunitense. Il New York Times osserva che il licenziamento del segretario non dovrebbe avere effetti significativi sulla condotta del conflitto, ma potrebbe complicare il reintegro delle scorte di missili Tomahawk e dei sistemi di difesa aerea di fascia alta, usati intensamente in Iran.

La mossa ha colto di sorpresa anche per il tempismo. Martedì Phelan era intervenuto davanti a una folta platea di marinai e professionisti del settore alla conferenza annuale della Marina a Washington e aveva parlato con i giornalisti della sua agenda. Lo stesso giorno aveva ospitato i vertici della House Armed Services Committee per discutere la richiesta di bilancio e i programmi di costruzione navale. Mercoledì si trovava a Capitol Hill per incontri preparatori con i senatori in vista dell'audizione annuale.

Il senatore Jack Reed del Rhode Island, principale esponente democratico della Commissione Forze Armate, ha definito in una nota il licenziamento "preoccupante" e ha avvertito, in dichiarazioni al New York Times, che una simile discontinuità al vertice manda il segnale sbagliato a marinai, Marines, alleati e avversari, nel mezzo di quella che ha definito una guerra di scelta del presidente.

L'addio di Phelan si inserisce in una serie di avvicendamenti ai piani alti del Pentagono. A inizio aprile Hegseth aveva rimosso il capo di stato maggiore dell'Esercito, il generale Randy George, e altri ufficiali dell'Esercito al comando del Transportation and Training Command e del Chaplain Corps. A fine 2025 era andato in pensione il capo dello Us Southern Command, l'ammiraglio Alvin Holsey. Nel febbraio 2025 erano stati licenziati l'ammiraglia Lisa Franchetti, capo di stato maggiore della Marina, e il generale Jim Slife, numero due dell'Aeronautica, mentre Trump aveva rimosso il generale Charles "CQ" Brown Jr. dalla carica di presidente degli Stati Maggiori Riuniti. Il New York Times segnala che anche il segretario dell'Esercito Daniel P. Driscoll ha avuto contrasti con Hegseth su promozioni e altre questioni. La CBS News ricorda inoltre che negli ultimi mesi hanno lasciato l'incarico tre membri del gabinetto: la procuratrice generale Pam Bondi, licenziata, la segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem e la segretaria al Lavoro Lori Chavez-DeRemer.

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La rassegna stampa di giovedì 23 aprile 2026


Il Segretario della Marina John Phelan lascia l'incarico in mezzo al conflitto con l'Iran mentre i Repubblicani avanzano con aumenti di fondi per l'ICE e la Virginia blocca le mappe elettorali pro-Democratici

Questa è la rassegna stampa di giovedì 23 aprile 2026

Il segretario della Marina John Phelan lascia immediatamente l'incarico


John Phelan, il principale funzionario civile della Marina americana, ha lasciato l'amministrazione "con effetto immediato" dopo tensioni con il segretario alla Difesa Pete Hegseth. L'uscita avviene mentre la Marina è impegnata nel blocco navale contro l'Iran e rappresenta l'ennesima partenza di alto livello dal Pentagono.

Fonti: NYT, WSJ, Guardian

Il Senato avanza con 70 miliardi di dollari per l'immigrazione mentre i Repubblicani sconfiggono le proposte democratiche


I Repubblicani hanno respinto le risoluzioni democratiche per fermare le operazioni militari contro l'Iran per la quinta volta e stanno procedendo con un piano di bilancio che include un aumento di 70 miliardi di dollari per l'applicazione delle leggi sull'immigrazione. Durante la maratona di voti, hanno bocciato gli emendamenti democratici volti a ridurre i costi sanitari.

Fonti: NYT, The Hill

Un giudice della Virginia blocca le nuove mappe elettorali approvate dai votanti


Un tribunale della Virginia ha sospeso l'implementazione delle nuove mappe congressuali approvate dai votanti che avrebbero favorito i Democratici, definendo incostituzionale sia la mappa che la legge che l'ha innescata. La decisione arriva un giorno dopo che i votanti hanno approvato il referendum con il 51,5% dei voti.

Fonti: BBC, Guardian, The Hill

Tre senatori repubblicani si oppongono ai leader di partito su assistenza sanitaria e alimentare


I senatori Susan Collins, Dan Sullivan e Josh Hawley si sono separati dalla leadership repubblicana votando a favore di emendamenti democratici per affrontare i dinieghi delle compagnie assicurative alle cure mediche e per invertire i tagli al programma SNAP. Le divisioni evidenziano le tensioni interne al partito su questioni sociali.

Fonti: The Hill, The Hill

RFK Jr. si scusa per commenti sui bambini neri pur negando di averli fatti


Il segretario alla Sanità Robert F. Kennedy Jr. si è scusato per passati commenti sui bambini afroamericani che necessitavano di essere "ri-educati", pur continuando a sostenere di non aver mai fatto tali dichiarazioni nonostante esistano registrazioni audio. L'episodio è avvenuto durante la sua testimonianza al Congresso.

Fonti: The Hill, NYT

La piattaforma di scommesse Kalshi sospende tre candidati politici


Kalshi ha multato e sospeso tre candidati politici per aver scommesso sulle proprie elezioni, violando le nuove regole contro il trading insider. Il caso evidenzia le crescenti preoccupazioni normative sui mercati predittivi politici e sulla loro regolamentazione.

Fonti: NYT, Guardian, The Hill

L'FBI ha indagato su un giornalista del New York Times


L'FBI ha condotto un'indagine su un reporter del New York Times dopo un articolo sulla fidanzata del direttore dell'FBI Kash Patel, sebbene il bureau abbia dichiarato di non perseguire il caso. Il fatto rappresenta un esempio dell'amministrazione Trump che considera la criminalizzazione della raccolta di notizie di routine.

Fonti: NYT

La guerra in Iran colpisce i contadini americani con l'aumento dei costi


Gli agricoltori statunitensi stanno affrontando costi spiralizzanti per i fertilizzanti a causa del conflitto in Iran, aggravando una situazione già difficile per la guerra commerciale di Trump. Il settore agricolo, già sotto pressione, deve ora confrontarsi con ulteriori aumenti dei costi di produzione che minacciano la redditività.

Fonti: Financial Times

Tesla aumenta la spesa a 25 miliardi di dollari per l'intelligenza artificiale


Elon Musk ha annunciato che Tesla aumenterà significativamente gli investimenti, portandoli a 25 miliardi di dollari, per accelerare lo sviluppo di taxi autonomi, camion, robot e fabbriche di chip. L'amministratore delegato ha avvertito gli investitori di aspettarsi aumenti di spesa "molto significativi" per le tecnologie AI.

Fonti: Financial Times

L'Iran sequestra due navi portacontainer nello stretto di Hormuz


L'Iran ha annunciato di aver sequestrato due navi portacontainer nello stretto di Hormuz, intensificando le tensioni nella cruciale via di trasporto petrolifero. L'azione iraniana ha fatto risalire i prezzi del petrolio sopra i 100 dollari al barile, evidenziando l'impatto economico globale del conflitto con gli Stati Uniti.

Fonti: Financial Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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La rimonta dei Dem: il Senato americano torna contendibile


L'analisi del New York Times mostra quattro seggi repubblicani contendibili e un contesto nazionale sfavorevole a Trump, con l'approvazione presidenziale al 40 per cento.

All'inizio del ciclo elettorale 2026 la conquista del Senato degli Stati Uniti sembrava fuori portata per i democratici, mentre ora è diventata una possibilità concreta. Lo sostiene un'analisi firmata da Nate Cohn, pubblicata sul New York Times nella newsletter The Tilt. Per ribaltare la maggioranza, il Partito Democratico deve strappare almeno quattro seggi ai repubblicani, inclusi due in Stati che il presidente Donald Trump aveva vinto con oltre dieci punti di vantaggio nel 2024. Un anno fa questo scenario appariva impossibile, oggi i sondaggi e i mercati delle scommesse lo collocano in una zona di sostanziale equilibrio.

Il quadro nazionale si è modificato in modo rapido. L'indice di approvazione del presidente è sceso al 40 per cento, con il 56 per cento di giudizi negativi secondo la media calcolata dal New York Times. Si tratta di un valore più basso rispetto a quello registrato da Trump stesso nel 2018, quando i democratici vinsero il voto popolare complessivo alla Camera con sette punti di scarto. È anche inferiore al gradimento di Bill Clinton nel 1994 e a quello di Barack Obama nel 2010 e 2014, cicli in cui i repubblicani conquistarono vittorie nette alle elezioni di medio termine. Sul contesto economico pesa l'inflazione persistente, mentre sul piano internazionale grava l'incertezza di una guerra in Iran. Cohn osserva che, storicamente, un conflitto senza sbocchi all'estero e l'aumento dei prezzi interni sono gli ingredienti di una presidenza in difficoltà.

I democratici risultano in vantaggio o in parità in quattro seggi controllati dai repubblicani, cioè esattamente il numero necessario per ottenere la maggioranza. In Maine e North Carolina i probabili candidati del partito conducono con margini chiari. In Ohio e Alaska il partito ha reclutato figure competitive in Stati che Trump ha vinto con ampi margini. Esistono inoltre segnali che i repubblicani possano essere esposti anche in Iowa e Texas, due Stati considerati finora saldamente conservatori.

Un elemento centrale della strategia democratica riguarda la qualità dei candidati. In North Carolina l'ex governatore Roy Cooper si è presentato per il Senato: nel 2020 aveva ottenuto la rielezione a governatore pur mentre Trump vinceva lo Stato. Il suo avversario, Michael Whatley, è un ex presidente del Comitato Nazionale Repubblicano e non ha mai ricoperto cariche elettive. I sondaggi successivi alle primarie danno Cooper avanti tra i tre e i quattordici punti. In Ohio l'ex senatore Sherrod Brown, sconfitto nel 2024 per 3,6 punti, tenta il ritorno. In Alaska l'ex deputata Mary Peltola, che aveva perso nel 2024 per circa due punti, guida secondo tutti i sondaggi recenti. I democratici viaggiano oggi circa otto punti sopra il risultato del voto popolare complessivo del Congresso del 2024, un differenziale che, secondo l'analisi di Cohn, avrebbe probabilmente permesso sia a Brown sia a Peltola di conservare il seggio se il voto si fosse tenuto nell'attuale clima politico.

In Maine la dinamica è diversa. Il partito aveva reclutato la governatrice Janet Mills, ma nelle primarie democratiche è distanziata da Graham Platner, un allevatore di ostriche ed ex marine alla prima candidatura, che si presenta come progressista populista. I sondaggi mostrano Platner avanti di un margine di due a uno o superiore. Contro la senatrice repubblicana moderata Susan Collins, considerata una figura elettoralmente solida, Platner mantiene un vantaggio netto nonostante sia emerso un passato di commenti online provocatori e un tatuaggio, ora coperto, che ricordava un simbolo nazista.

Per conquistare davvero il Senato, i democratici devono vincere tutti e quattro i seggi repubblicani in bilico e contemporaneamente difendere quelli in Georgia, Michigan e New Hampshire. Un percorso di sette vittorie su sette rende difficile considerarli favoriti alla pari. Ecco perché Texas e Iowa diventano rilevanti come riserve strategiche. In Texas, pur avendo Trump vinto con quattordici punti nel 2024, lo Stato nel 2020 gli aveva dato solo 5,6 punti di margine. Il balzo del 2024 è stato costruito sui guadagni tra gli elettori non bianchi, che secondo i sondaggi recenti sono tornati verso i democratici. Alle primarie statali di marzo più elettori hanno votato per i democratici che per i repubblicani. La posizione del partito del presidente potrebbe indebolirsi ulteriormente se il senatore in carica John Cornyn perdesse il ballottaggio delle primarie contro Ken Paxton, procuratore generale dello Stato e volto della destra radicale, oggetto di una lunga indagine dell'FBI per corruzione conclusa senza incriminazioni. Il candidato democratico è James Talarico.

L'Iowa presenta una logica diversa. È uno degli Stati più bianchi del Paese, quindi il ritorno degli elettori non bianchi verso i democratici non produce effetti rilevanti. Tuttavia nel 2018 i democratici vinsero il voto popolare della Camera proprio in Iowa, un risultato che non replicarono negli altri Stati rossi citati. Il probabile candidato democratico alle elezioni per il governatore è il revisore contabile dello Stato Rob Sand, che ha vinto elezioni statali nel 2018 e nel 2022. L'analisi sottolinea inoltre che i dazi imposti da Trump hanno colpito duramente questo Stato agricolo. La probabile candidata repubblicana al Senato è la deputata Ashley Hinson.

Cohn ricorda che nessun partito, dal 2008, è riuscito a conquistare due seggi in Stati così sbilanciati verso l'avversario. Le poche eccezioni, come l'Illinois nel 2010, il Massachusetts nello stesso anno e l'Alabama nel 2017, sono state legate a circostanze straordinarie come condanne penali, accuse di molestie su minori o il sequestro di una banca. Questa volta i democratici non dispongono di scorciatoie di questo tipo e puntano sulla combinazione di contesto nazionale favorevole, candidati forti e la possibilità che alcuni Stati siano meno repubblicani di quanto appaiano. Un segnale di cautela arriva dal cosiddetto generic congressional ballot, il sondaggio che chiede agli elettori quale partito sosterranno per il Congresso, dove i democratici conducono di soli cinque o sei punti, un margine inferiore a quello registrato nelle fasi analoghe dei cicli del 2006 e 2018. Quei sondaggi però misurano l'opinione di tutti gli adulti o degli elettori registrati, non del sottoinsieme più ristretto che vota alle elezioni di medio termine, un gruppo dove i democratici hanno mostrato una forza superiore nelle elezioni speciali recenti.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

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L'Iran sequestra due portacontainer nello Stretto di Hormuz poche ore dopo la proroga del cessate il fuoco


Le Guardie Rivoluzionarie hanno attaccato tre navi, una delle quali legata al gruppo MSC. Intanto il Financial Times rivela che 34 petroliere iraniane hanno già aggirato il blocco navale americano.

Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno sequestrato due portacontainer e danneggiato una terza nello Stretto di Hormuz nella giornata di oggi, poche ore dopo che Donald Trump aveva ieri sera prorogato unilateralmente il cessate il fuoco con Teheran. Le navi coinvolte sono la MSC Francesca, che batte bandiera panamense ed è operata dal gruppo armatoriale ginevrino Mediterranean Shipping Company, e la Epaminondas, di proprietà di un armatore greco. Il ministero degli Affari marittimi greco ha però smentito il sequestro della Epaminondas. Una terza portacontainer, la Euphoria, anch'essa battente bandiera panamense, non ha riportato danni. Nessun membro degli equipaggi di queste navi è rimasto ferito.

Crisi del Golfo
Hormuz, la tregua di cartapesta
Il sequestro delle navi e il blocco navale che perde colpi · 22 aprile 2026

Il blitz Il blocco Hormuz Cronologia

22 Aprile · Stretto di Hormuz
3portacontainer attaccate dalle Guardie Rivoluzionarie
Due sequestrate, una danneggiata. Il blitz iraniano arriva poche ore dopo la proroga del cessate il fuoco annunciata da Trump su richiesta del Pakistan.

Le navi coinvolte

MSC Francesca
Bandiera panamense · Gruppo MSC Sequestrata

Operata da Mediterranean Shipping Company. Secondo Teheran sarebbe collegata a Israele, accusa che giustificherebbe il sequestro. Nessun marinaio ferito.

Epaminondas
Armatore greco Rivendicata

Il Ministero degli Affari Marittimi greco ha smentito il sequestro rivendicato dall'Iran. Versioni contrastanti sull'accaduto.

Euphoria
Bandiera panamenseDanneggiata

Terza portacontainer coinvolta nell'operazione. Ha subito danni ma non è stata sequestrata dalle Guardie Rivoluzionarie. Nessun ferito a bordo.

Perturbare l'ordine e la sicurezza nello Stretto di Hormuz è la nostra linea rossa.
Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche

La falla del blocco navale

Petroliere iraniane sfuggite alla sorveglianza Usa

19
uscite dal Golfo Persico via Stretto di Hormuz e Golfo dell'Oman

15
dirette verso porti iraniani aggirando il blocco

28
navi a cui è stato intimato di rientrare dal Comando Centrale Usa

Il carico che è passato

6
Petroliere uscite con carico di greggio verificato

10,7 mln
Barili di greggio iraniano trasportati

910 mln $
Valore stimato del greggio esportato

−10 $
Sconto al barile rispetto al Brent

Un grande successo.
Donald Trump sul blocco · CNBC

La geografia dello scontro

A nord–ovest
Golfo Persico
Area di produzione e imbarco del greggio iraniano

19
petroliere uscite
dall'area

Chokepoint
Stretto
di Hormuz

39 km nel punto più stretto

3 navi colpite · 22 aprile

A sud–est
Golfo dell'Oman
Area di sorveglianza e intercettazione navale Usa

28
navi a cui è stato intimato
il rientro

Flusso del greggio iraniano →

I numeri dello stretto

~20%
Del consumo petrolifero mondiale passava da Hormuz prima della guerra

13 apr
Blocco navale Usa sui porti iraniani

16 apr
Estensione del blocco al mare aperto e alla flotta ombra

21 apr
Scadenza e proroga unilaterale della tregua

Tocca un evento per i dettagli

13 Aprile
Entra in vigore il blocco navale americano

Gli Stati Uniti impediscono alle navi di entrare e uscire dai porti iraniani. Prima misura di pressione economica diretta sulle esportazioni di greggio iraniane.

16 Aprile
Estensione del blocco al mare aperto: caccia alla flotta ombra

Washington autorizza l'intercettazione delle petroliere iraniane anche in acque internazionali, colpendo la rete di navi usata per aggirare le sanzioni.

21 Aprile
Cessate il fuoco Usa-Iran in scadenza

Sta per terminare la tregua di due settimane negoziata tramite la mediazione pakistana. Teheran non risponde alle richieste americane; il viaggio del vicepresidente Vance a Islamabad viene sospeso.

22 Apr · Mattina
Trump proroga la tregua via social

Il presidente annuncia unilateralmente la proroga del cessate il fuoco su richiesta del Pakistan. Resterà in vigore fino a una "proposta unificata" iraniana.

22 Apr · Ore seguenti
Le Guardie Rivoluzionarie attaccano 3 portacontainer

MSC Francesca ed Epaminondas vwngono sequestrate, Euphoria danneggiata. Teheran non riconosce la proroga della tregua. Il Ministro degli Esteri iraniano definisce il blocco Usa come "un atto di guerra".

Elaborazione FocusAmerica su fonti: Financial Times (dati Vortexa), CNBC, Reuters
22 Aprile 2026

La Marina del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRCG) ha subito rivendicato l'operazione. Secondo Teheran, le navi navigavano "senza le necessarie autorizzazioni" e stavano manipolando i sistemi di navigazione, mettendo così a rischio il traffico marittimo. "Perturbare l'ordine e la sicurezza nello Stretto di Hormuz è la nostra linea rossa", ha aggiunto il portavoce dell'IRCG, che ha anche collegato la MSC Francesca a Israele.

Il nuovo blitz arriva nel pieno dello scontro tra Washington e Teheran per il controllo delle rotte del Golfo. Trump ha annunciato ieri sera la proroga della tregua, che sarebbe dovuta scadere oggi, con un post sui social, spiegando di averla estesa su richiesta del Pakistan, che sta mediando per chiudere il conflitto. Il cessate il fuoco resterà in vigore finché i "leader e rappresentanti" iraniani non presenteranno "una proposta unificata". Intanto il viaggio del vicepresidente JD Vance a Islamabad per il secondo round negoziale è stato sospeso: Teheran non ha risposto alle richieste americane, ha riferito un funzionario statunitense. Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha detto che il Paese resta aperto a nuovi colloqui ma è pronto a difendersi militarmente.

Al centro della crisi resta il blocco navale americano, entrato in vigore il 13 aprile, che impedisce alle navi di entrare e uscire dai porti iraniani. Tre giorni dopo, gli Stati Uniti hanno esteso le misure al mare aperto e autorizzato l'intercettazione delle petroliere della cosiddetta flotta ombra iraniana, cioè le navi che trasportano greggio aggirando le sanzioni. Alla CNBC, Trump ha definito il blocco "un grande successo" e ha promesso di non revocarlo fino a un "accordo definitivo" con Teheran. Il Ministro degli Esteri iraniano ha replicato definendolo "un atto di guerra".

Il blocco, però, si sta rivelando più poroso del previsto. Lo mostrano i dati della società Vortexa citati dal Financial Times: almeno 34 petroliere collegate all'Iran avrebbero già superato i corridoi sorvegliati dalla Marina americana ai confini del Mare Arabico. Nello specifico: 19 sono uscite dal Golfo Persico attraversando lo Stretto di Hormuz e il Golfo dell'Oman, mentre altre 15 sono entrate nel Golfo dirette verso porti iraniani. Tra quelle riuscite a uscire, almeno 6 trasportavano 10,7 milioni di barili di greggio iraniano per un valore stimato di circa 910 milioni di dollari, calcolato applicando il consueto sconto di 10 dollari rispetto al prezzo del Brent.

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Trump afferma che DeSantis lo "implora" per ottenere un posto nella sua Amministrazione


Il presidente avrebbe confidato ad alcuni collaboratori che il governatore della Florida chiede di diventare Procuratore Generale. DeSantis avrebbe mostrato interesse anche per il Pentagono e la Corte Suprema. Il governatore deve lasciare l'incarico a gennaio 2027.

Il presidente Donald Trump ha detto ad alcuni suoi collaboratori che il governatore della Florida Ron DeSantis lo sta "implorando" per ottenere un posto nella sua Amministrazione, quello di Procuratore Generale. Lo riporta Axios, che cita fonti interne alla Casa Bianca a conoscenza di queste discussioni. Secondo altre fonti, però, DeSantis avrebbe mostrato interesse anche per l'incarico di Segretario alla Difesa e perfino per un posto alla Corte Suprema degli Stati Uniti.

La questione ha un rilievo politico evidente: DeSantis dovrà lasciare la guida della Florida al termine del suo secondo mandato, a gennaio 2027, e sta già valutando il proprio futuro. In questo contesto, una fonte ha riferito ad Axios che Trump sarebbe disposto a prendere in considerazione l'idea di aiutare quello che nel tempo è stato prima un protetto, poi un rivale e infine di nuovo un alleato. Proprio il futuro politico di DeSantis sarebbe stato al centro del pranzo che i due hanno avuto al Trump National Doral Golf Club di Miami, una settimana prima della pubblicazione dell'articolo di Axios.

"Ron mi ha implorato di farlo diventare Procuratore Generale", avrebbe detto Trump a un suo collaboratore, che ha poi riferito la frase ad Axios. Un'altra fonte ha confermato che durante quel pranzo ci sarebbe stata davvero una conversazione su un possibile incarico, pur giudicando poco realistico un suo approdo al Dipartimento di Giustizia. "Però avrà bisogno di un lavoro e a Trump lui piace", ha aggiunto la stessa fonte.

Secondo le fonti citate da Axios, DeSantis avrebbe iniziato a discutere con Trump di una possibile nomina già lo scorso anno, dopo la rielezione del presidente. In quel periodo Trump avrebbe valutato l'ipotesi di affidargli il Dipartimento della Difesa, per poi nominare invece Pete Hegseth, allora commentatore di Fox News. Le stesse fonti sostengono però che Trump prenderebbe nuovamente seriamente in considerazione DeSantis per quel ruolo se Hegseth dovesse lasciare l'incarico, anche se quest'ultimo resta in buoni rapporti con il presidente.

Una altra fonte vicina alle discussioni ha però fornito una versione diversa: DeSantis non sarebbe interessato affatto al Dipartimento di Giustizia, ma avrebbe nel mirino solo due incarichi, appunto il Pentagono, ma soprattutto la Corte Suprema, che considererebbe il suo approdo ideale. Secondo questa fonte, DeSantis e il giudice conservatore Clarence Thomas avrebbero "quasi un rapporto padre-figlio", e una sua nomina alla Corte rappresenterebbe "un'eredità straordinaria" per Trump.

Il quadro resta però complicato dal fatto che DeSantis ha sfidato Trump nelle primarie repubblicane del 2024, in una campagna breve ma aspra. Inoltre, nello staff politico e alla Casa Bianca di Trump non mancano i critici del governatore della Florida. "Quel che è fatto è fatto", ha detto un consigliere del presidente. "Ma questo non significa che la gente abbia dimenticato". Un altro consigliere ha spiegato che la ragione principale per cui Trump difficilmente sceglierebbe DeSantis come Procuratore Generale è la mancanza di fiducia totale verso di lui. "Trump ha bisogno di qualcuno al Dipartimento di Giustizia di cui si fidi completamente. Ma il Dipartimento della Difesa, la Corte Suprema o qualcos'altro? Certo è possibile", ha concluso.

Da parte sua, Alex Lanfranconi, portavoce di DeSantis, ha dichiarato che il governatore "ha un ottimo rapporto con il presidente Trump". Ha poi accusato una parte dei media di preferire "false voci" ai risultati concreti della collaborazione tra la Florida e l'Amministrazione Trump. "Il governatore non vede l'ora di continuare a lavorare con il presidente Trump sull'applicazione delle leggi sull'immigrazione, sul ripristino delle Everglades e sulla riforma dello sport universitario", ha concluso.

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Il modello dell'Economist dà i Dem favoriti per riconquistare la Camera e competitivi al Senato


I democratici hanno il 95% di probabilità di ottenere la maggioranza alla Camera dei rappresentanti e il 46% al Senato, secondo le simulazioni pubblicate il 21 aprile 2026.
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Le elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026 si preannunciano difficili per il partito del presidente Donald Trump. Il nuovo modello statistico elaborato da Economist, basato su 10.001 simulazioni per ciascuna corsa elettorale, assegna ai democratici una probabilità del 95% di conquistare almeno i tre seggi necessari per ribaltare la Camera dei rappresentanti, composta da 435 membri. Più sorprendente è la stima relativa al Senato, dove, nonostante una mappa elettorale sulla carta quasi inespugnabile per i democratici, il modello calcola una probabilità del 46% di strappare anche la camera alta ai repubblicani.

La regolarità storica gioca a favore dell'opposizione. Il partito del presidente perde quasi sempre la Camera nelle elezioni di metà mandato, uno schema che si è confermato a ogni tornata dal secondo mandato di George W. Bush in poi. Anche la deludente prestazione repubblicana del 2022, definita una "onda rossa" trasformatasi in semplice increspatura, bastò a togliere al presidente Joe Biden il controllo pieno del governo.

Il modello si basa principalmente sui sondaggi cosiddetti di generic ballot, che chiedono agli elettori quale partito intendono sostenere al Congresso. Tra gli elettori decisi, i democratici guidano attualmente con circa il 53% contro il 47%. A questo si aggiungono altri indicatori: i risultati delle elezioni suppletive per seggi vacanti, in cui i democratici hanno ottenuto risultati superiori alle attese, e il tasso di approvazione del presidente, oggi in negativo di 17 punti. Secondo Economist, più alta è la quota di indecisi, peggiore tende a essere il risultato del partito al potere nel giorno del voto.

L'intervallo contenente il 95% delle simulazioni del voto popolare per la Camera va dal 50,7% per i democratici, sostanzialmente un pareggio, al 55,6%, che rappresenterebbe la più ampia vittoria democratica dal 1976. La stima mediana parla di un vantaggio democratico di 27 seggi. Le mappe elettorali attuali, dopo una guerra di ridisegno dei distretti senza precedenti a metà ciclo, offrono ai repubblicani solo un leggero vantaggio. Un potente gerrymandering democratico in California, in risposta a quello repubblicano in Texas, ha riportato la situazione vicino al pareggio. Il 21 aprile gli elettori della Virginia hanno approvato una nuova mappa che potrebbe eliminare da 3 a 4 seggi repubblicani, salvo una decisione contraria della Corte Suprema statale.

La previsione di Economist è più ottimista per i democratici rispetto ai mercati di predizione, che indicano una probabilità dell'85%. Il modello presenta però alcune limitazioni: presuppone che i confini distrettuali attuali restino definitivi, mentre Stati a guida repubblicana, in particolare la Florida, potrebbero approvare ridisegni dell'ultimo minuto. Se la Corte Suprema invalidasse la protezione del Voting Rights Act per i distritti a forte presenza non bianca, questi nuovi confini potrebbero risultare particolarmente penalizzanti per l'opposizione.

Al Senato la situazione è molto più incerta. I democratici devono conquistare quattro dei 100 seggi, un'impresa complicata dal fatto che tutti i loro potenziali obiettivi, tranne due, si trovano in Stati vinti da Trump nel 2024 con margini a doppia cifra. Il partito deve anche difendere un seggio vulnerabile in Michigan. L'unico guadagno già quasi certo è in North Carolina, dove l'ex governatore Roy Cooper guida i sondaggi di circa sei punti. In Maine, tradizionalmente Stato a tendenza democratica, gli elettori delle primarie sembrano orientati a scartare la governatrice in carica Janet Mills, 78 anni, a favore di Graham Platner, un allevatore di ostriche con alle spalle commenti controversi sulle aggressioni sessuali e un tatuaggio contenente un simbolo militare nazista. Questi elementi fornirebbero ampio materiale a Susan Collins, la senatrice repubblicana moderata in carica, storicamente capace di ottenere risultati migliori del suo partito.

I democratici hanno ottenuto reclutamenti importanti in due Stati a tendenza leggermente repubblicana. In Ohio, Sherrod Brown, senatore di lungo corso sconfitto nel 2024 pur avendo ottenuto molti più voti di Kamala Harris, tenta il ritorno in un contesto politico più favorevole e i sondaggi lo danno in sostanziale pareggio. In Alaska, Mary Peltola, vincitrice di una corsa statale per l'unico seggio alla Camera nel 2022 e sconfitta due anni dopo, è in vantaggio in tutti i sondaggi pubblici di quest'anno sull'uscente repubblicano Dan Sullivan. In Texas gli elettori delle primarie repubblicane potrebbero estromettere il senatore uscente John Cornyn a favore del procuratore generale dello Stato Ken Paxton, che ha affrontato per quasi un decennio accuse di frode finanziaria ed è stato sottoposto a procedura di impeachment dal parlamento statale. Un'eventualità che aprirebbe la strada al sogno democratico di un Texas contendibile, la cosiddetta Blexas.

Il modello di Economist considera i democratici sfavoriti in tutti questi Stati e in un seggio nell'Iowa, Stato a tendenza leggermente repubblicana. Tuttavia, secondo le simulazioni, qualsiasi scenario in cui il partito vada abbastanza bene a livello nazionale da vincere anche solo uno di questi Stati sarebbe probabilmente lo stesso in cui si aggiudica tutte le sfide più semplici, arrivando al 51esimo seggio decisivo.

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La Florida apre una indagine contro OpenAI per i messaggi tra ChatGPT e l'autore di una sparatoria


Il Procuratore Generale dello Stato della Florida sostiene che il chatbot abbia fornito "consigli significativi" al sospetto prima dell'attacco alla Florida State University che ha causato due morti e sei feriti. OpenAI respinge ogni responsabilità.

Le autorità della Florida hanno aperto un’indagine penale nei confronti di ChatGPT e della sua società madre, OpenAI, sulla base dei messaggi scambiati tra il chatbot e l’uomo accusato di aver ucciso due persone alla Florida State University lo scorso anno. La decisione apre un fronte giuridico del tutto nuovo nel rapporto tra intelligenza artificiale e responsabilità penale.

Il Procuratore Generale della Florida, James Uthmeier, un repubblicano, ha dichiarato durante una conferenza stampa a Tampa che i messaggi suggeriscono come ChatGPT abbia “fornito consigli significativi all’attentatore prima che commettesse crimini così efferati”. Uthmeier ha citato diversi scambi di messaggi, compresi quelli in cui il sospettato chiedeva informazioni sulla potenza di un’arma da fuoco a distanza ravvicinata e sul tipo di munizioni da usare. “I miei procuratori hanno esaminato il caso e mi hanno detto che, se dall’altra parte dello schermo ci fosse stata una persona, l’avremmo subito incriminata per omicidio”, ha affermato.

La sparatoria, avvenuta lo scorso aprile nei pressi della sede dell’associazione studentesca della Florida State University — ateneo pubblico di Tallahassee con oltre 43.000 iscritti — ha provocato la morte di 2 adulti e il ferimento di altre 6 persone, tra cui almeno uno studente. Il sospettato, Phoenix Ikner, allora ventenne e studente dell’università, si trova attualmente in carcere in attesa di processo e deve rispondere di più accuse di omicidio e tentato omicidio.

Tra le prove raccolte dai pubblici ministeri figurano proprio i messaggi che il sospettato avrebbe scambiato con ChatGPT. Secondo quanto riportato dal New York Times, che ha ottenuto i documenti attraverso una richiesta di accesso agli atti, il giorno della sparatoria Ikner avrebbe chiesto al chatbot di OpenAI come il Paese avrebbe reagito a una sparatoria alla Florida State e quale fosse l’orario di maggiore affluenza presso la sede dell’associazione studentesca.

Uthmeier aveva annunciato per la prima volta il 9 aprile che il suo ufficio avrebbe avviato un’indagine su OpenAI e ChatGPT. Poi ha precisato che, accanto all’indagine penale, proseguirà anche l’indagine civile aperta all’inizio del mese sulla possibile responsabilità della società. Il procuratore ha riconosciuto che OpenAI è un’azienda e non una persona fisica, sottolineando come l’ipotesi di una responsabilità penale dell’impresa rappresenti un terreno giuridico inesplorato.

Ha però aggiunto di avere il dovere di accertare se “esseri umani possano essere stati coinvolti nella progettazione, nella gestione e nel funzionamento” del chatbot in misura tale da “giustificare una responsabilità penale”. Il suo ufficio intende citare in giudizio OpenAI per ottenere documenti, comprese policy interne e materiali di formazione relativi alla gestione dei casi in cui gli utenti minacciano di fare del male a sé stessi o ad altri.

OpenAI ha risposto con una dichiarazione in cui afferma di stare collaborando con le autorità, ma respinge qualsiasi responsabilità per l’accaduto. “La sparatoria di massa dello scorso anno alla Florida State University è stata una tragedia, ma ChatGPT non è responsabile di questo terribile crimine”, si legge nella nota. “In questo caso, ChatGPT ha fornito risposte fattuali a domande le cui informazioni sono ampiamente disponibili in fonti pubbliche su internet e non ha incoraggiato né promosso attività illegali o dannose”.

Uthmeier è stato nominato Procuratore Generale dal governatore Ron DeSantis lo scorso anno e si è candidato ora per ottenere un mandato pieno. DeSantis, anch’egli repubblicano, ha sostenuto una proposta di legge volta a limitare il potere dell’intelligenza artificiale, assumendo una posizione in contrasto con l’approccio più favorevole adottato dalla Casa Bianca. Il governatore ha inoltre chiesto ai legislatori statali di fissare limiti all’uso dell’intelligenza artificiale durante una sessione speciale prevista per la prossima settimana.

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Papa Leone XIV supera nettamente Trump nei consensi degli americani


Un sondaggio Reuters/Ipsos assegna al pontefice il 60% di giudizi positivi, contro il 36% di approvazione per il presidente. Sullo sfondo pesa lo scontro tra i due sulla guerra in Iran.

Papa Leone XIV gode oggi di un consenso decisamente più ampio di quello di Donald Trump tra gli americani. Secondo un nuovo sondaggio Reuters/Ipsos diffuso martedì, il 60% degli intervistati esprime un giudizio favorevole sul pontefice, rispetto a solo il 36% che approva l’operato del presidente degli Stati Uniti. Per Trump il dato resta invariato rispetto al mese precedente, ma segna un netto calo rispetto al 47% di giudizi favorevoli raggiunto poco dopo l’inizio del suo secondo mandato.

Il confronto con Leone XIV arriva in una fase di tensione crescente tra la Casa Bianca e il Vaticano, soprattutto dopo le divergenze sulla guerra in Iran. Nelle ultime settimane Trump ha attaccato più volte il Papa, mentre Leone XIV ha criticato la linea dell’Amministrazione statunitense, invocando la pace e definendo inaccettabile la minaccia di annientare la civiltà iraniana. Il pontefice, pur mantenendo toni duri sul piano morale e politico, ha anche cercato di evitare che il contrasto con il presidente degenerasse in uno scontro personale.

Il dissenso tra i due sembra riflettersi anche nell’opinione pubblica. Un altro sondaggio Economist/YouGov condotto a metà aprile mostra che il 48% degli americani si dice d’accordo con le dichiarazioni di Leone XIV sull’Iran, mentre il 24% si dice contrario. Nello stesso rilevamento, il 48% degli intervistati afferma di sentirsi più vicino alla posizione del papa rispetto al 28% che si schiera con la posizione di Trump e del vicepresidente JD Vance.

Il livello di consenso registrato da Leone XIV non è isolato. In un sondaggio Gallup dell’agosto 2025, il nuovo Papa risultava già tra le figure pubbliche più apprezzate negli Stati Uniti, con il 57% di opinioni favorevoli. L’11% ne aveva invece un’opinione sfavorevole, mentre una quota degli intervistati dichiarava di non avere informazioni sufficienti per esprimersi o di non averne mai sentito parlare. Dati che si collocano in una fascia simile a quella registrata all’inizio dei pontificati di Francesco e Benedetto XVI.

Per la politica americana il dato ha però un peso che va oltre la semplice popolarità personale. I cattolici restano infatti un segmento elettorale importante e potenzialmente decisivo, e un deterioramento del rapporto tra Trump e il pontefice potrebbe diventare un problema per i repubblicani in vista delle elezioni di midterm.
Sondaggio Reuters/Ipsos — Papa Leone XIV vs Trump

Sondaggio Reuters/Ipsos · Aprile 2026
Papa Leone XIV supera Trump nei consensi degli americani
Il 60% degli intervistati esprime un giudizio favorevole sul pontefice, mentre solo il 36% approva l'operato del presidente. Sullo sfondo pesa lo scontro tra i due sulla guerra in Iran.

Giudizio favorevole: Papa Leone XIV a confronto con Trump

% tra tutti gli adulti intervistati

Papa Leone XIV

60%

Donald Trump

36%

Approva o disapprova l'operato di Trump come presidente?
Oggi Andamento

% tra tutti gli adulti intervistati — aprile 2026

Disapprova

62%

Approva

36%

% di approvazione nel tempo

Gennaio 2025 (picco)

47%

Marzo 2026

36%

Aprile 2026

36%

Trump è una persona equilibrata?
Totale Repubblicani Democratici

% tra tutti gli adulti intervistati

Sì, equilibrato

26%

% tra gli elettori repubblicani

Sì, equilibrato

53%

No

46%

% tra gli elettori democratici

Sì, equilibrato

7%

L'acutezza mentale di Trump è peggiorata nell'ultimo anno?

% che risponde «sì, peggiorata», per schieramento politico

Totale

51%

Democratici

85%

Indipendenti

54%

Repubblicani

14%

La posizione del Papa sulla guerra in IranSondaggio Economist/YouGov · Aprile 2026
Dichiarazioni del Papa Con chi ti schieri

% d'accordo con le dichiarazioni di Leone XIV sull'Iran

D'accordo

48%

Contrario

24%

% che si sente più allineato con...

Papa Leone XIV

48%

Trump e Vance

28%

Come viene giudicato Papa Leone XIVSondaggio Gallup · Agosto 2025
Giudizio attuale Confronto storico

Opinione sul pontefice

Favorevole

57%

Nessuna opinione

31%

Sfavorevole

11%

% di giudizi favorevoli all'inizio del pontificato

Papa Francesco

58%

Papa Leone XIV

57%

Papa Benedetto XVI

55%

Metodologia
Reuters/Ipsos: 15–20 aprile 2026 | 4.557 cittadini adulti statunitensi | Margine d'errore ±2 punti percentuali | Sondaggio online | Fonte: Reuters/Ipsos.
Economist/YouGov: 17–20 aprile 2026 | 1.707 adulti (1.503 elettori registrati) | Margine d'errore ±3,3 pp (±3,1 tra gli elettori registrati) | Sondaggio online | Fonte: The Economist/YouGov.
Gallup: agosto 2025 | Adulti statunitensi | Margine d'errore non pubblicato (stimato ±4 pp) | Interviste telefoniche | Fonte: Gallup.

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Il Texas imporrà l'esposizione dei Dieci comandamenti in tutte le aule delle scuole pubbliche


La decisione del Quinto circuito, adottata con una maggioranza di nove giudici contro otto, ribalta un'ingiunzione di primo grado e apre la strada a un probabile esame della Corte suprema.

Il Texas può obbligare le scuole pubbliche a esporre i Dieci comandamenti in ogni aula. Lo ha stabilito martedì 21 aprile la Corte d'appello federale del Quinto circuito, con sede a New Orleans, ribaltando una precedente decisione di primo grado che aveva bloccato l'applicazione della norma. La sentenza rappresenta una vittoria per il fronte conservatore e religioso che da tempo chiede una maggiore presenza di simboli cristiani nelle scuole statali.

La legge in questione è il Senate Bill 10, approvato nel giugno 2025 dal parlamento texano, a maggioranza repubblicana. La norma impone a tutte le scuole elementari e secondarie pubbliche, comprese le charter school ad accesso libero, di esporre in ciascuna aula un poster durevole o una copia incorniciata dei Dieci comandamenti. Il materiale deve misurare almeno 16 pollici di larghezza e 20 di altezza (41 centimetri per 51 centimetri), usare un carattere facilmente leggibile ed essere collocato in una posizione ben visibile. La legge è entrata in vigore il primo settembre ed è considerata il più ampio tentativo mai compiuto negli Stati Uniti di portare il testo biblico nelle aule pubbliche.

A dicembre 2025 diciotto famiglie con figli nelle scuole pubbliche texane hanno presentato ricorso presso il tribunale distrettuale di San Antonio, assistite dall'American Civil Liberties Union e da organizzazioni per la libertà religiosa. Nel ricorso sono stati citati sedici distretti scolastici, sette dei quali nel Nord del Texas. Le famiglie sostenevano che la legge violasse il Primo emendamento, che tutela la libertà religiosa e vieta al governo di istituire una religione di Stato. Un giudice federale aveva inizialmente accolto la tesi, emettendo un'ingiunzione che bloccava l'affissione in circa due dozzine di distretti, mentre in molte altre scuole i poster erano stati comunque esposti dall'inizio dell'anno scolastico.

La corte d'appello si è pronunciata con una maggioranza risicata di nove giudici contro otto. Nell'opinione di maggioranza si legge che la legge non impone alcun esercizio o osservanza religiosa, non dice alle chiese, alle sinagoghe o alle moschee in cosa credere o come pregare, non punisce chi rifiuta i comandamenti e non impone tasse a sostegno del clero. I giudici hanno sottolineato che nessuno studente è obbligato a recitare il testo, a crederci o a riconoscerne l'origine divina, e che l'esposizione di un poster non equivale a una convocazione alla preghiera. Secondo la maggioranza, esporre bambini a un linguaggio religioso non basta a trasformare il cartello in uno strumento di indottrinamento coercitivo.

Un passaggio centrale della decisione riguarda il superamento del precedente Stone contro Graham del 1980, con cui la Corte suprema aveva dichiarato incostituzionale una legge del Kentucky analoga a quella texana. I giudici del Quinto circuito hanno sostenuto che quel precedente si basava sul cosiddetto Lemon test, un criterio di valutazione che la Corte suprema ha esplicitamente abbandonato nel 2022 con la sentenza Kennedy contro Bremerton School District. Tolto il Lemon test, scrive la maggioranza, di Stone non resta nulla. I giudici di minoranza hanno replicato che la Corte suprema non ha mai formalmente rovesciato la sentenza del 1980 e hanno avvertito che l'obbligo rischia di minare le convinzioni religiose che i genitori intendono trasmettere ai figli e di fare pressione sugli studenti perché si conformino.

Il giudice Leslie H. Southwick, nominato da George W. Bush, ha scritto in dissenso che la religione è una questione di mente e cuore e che la fede non può prosperare se imposta. Il giudice James C. Ho, nominato dal presidente Trump, ha invece concordato con la maggioranza, affermando che la legge non si avvicina né all'istituzione di una religione né a un divieto del suo libero esercizio. Il giudice Andrew S. Oldham ha espresso posizione analoga.

Le reazioni politiche sono state nette. Il procuratore generale del Texas, il repubblicano Ken Paxton, ha definito la sentenza una grande vittoria per lo Stato e per i suoi valori morali, aggiungendo su X che i Dieci comandamenti hanno avuto un impatto profondo sulla nazione e che è importante che gli studenti ne traggano insegnamenti ogni giorno. Andrew Mahaleris, portavoce del governatore repubblicano Greg Abbott, ha parlato di una legge di buonsenso, coerente con la storia e la tradizione dello Stato. Il senatore repubblicano Phil King, primo firmatario del testo, ha dichiarato che pochi documenti nella storia della civiltà occidentale hanno avuto un impatto maggiore sul codice morale e legale americano.

L'American Civil Liberties Union si è detta estremamente delusa dalla decisione, sostenendo in un comunicato che la sentenza contraddice i principi fondamentali del Primo emendamento e la giurisprudenza vincolante della Corte suprema. L'organizzazione ha annunciato che chiederà ai giudici della Corte suprema di ribaltare la decisione.

La pronuncia texana si inserisce in un quadro più ampio. A febbraio lo stesso Quinto circuito aveva rimosso un blocco sulla legge della Louisiana che impone la stessa esposizione nelle aule. Il procuratore generale della Louisiana, Liz Murrill, ha commentato che la norma del suo Stato è sempre stata costituzionale. Leggi simili sono state approvate in Arkansas, dove un giudice federale ha sospeso l'applicazione in alcuni distretti, e in Alabama, dove la governatrice Kay Ivey ha firmato un provvedimento analogo lo scorso mese. Il procuratore generale del Kentucky, Russell Coleman, ha ricordato di aver guidato una coalizione di diciannove Stati a sostegno della legge texana. Il contenzioso è destinato a proseguire e potrebbe approdare davanti alla Corte suprema.

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Trump vuole mandare in Congo gli afghani che aiutarono gli Stati Uniti


Il presidente ha aperto trattative per trasferire nella Repubblica Democratica del Congo 1.100 afghani bloccati in Qatar da oltre un anno, tra cui interpreti militari e familiari di soldati americani. Il Paese africano vive già una delle peggiori crisi umanitarie al mondo.

Dopo aver bloccato il programma di reinsediamento negli Stati Uniti per gli afghani che avevano collaborato con lo sforzo bellico americano, il presidente Donald Trump starebbe ora valutando il trasferimento di circa 1.100 rifugiati nella Repubblica Democratica del Congo. La notizia è stata riferita al New York Times da un operatore umanitario informato sul piano.

Gli oltre 1.100 afghani si trovano in Qatar, ospitati nell’ex base militare americana di Camp As Sayliyah. Tra loro ci sono interpreti dell’esercito statunitense, ex membri delle forze speciali afghane e familiari di militari americani. Più di 400 sono bambini. Gli Stati Uniti li avevano trasferiti lì alla fine del 2024, promettendo un percorso verso il reinsediamento negli Usa a condizione che superassero ulteriori verifiche. Il Qatar avrebbe dovuto rappresentare solo una tappa intermedia, ma molti sono rimasti bloccati dopo che l’Amministrazione Trump ha interrotto le politiche che ne avrebbero consentito l’ingresso negli Stati Uniti.

Shawn VanDiver, presidente dell’organizzazione umanitaria AfghanEvac, ha detto di essere stato informato del nuovo piano da funzionari del Dipartimento di Stato. Secondo quanto riferito, agli afghani verrebbe offerta una scelta: tornare a vivere sotto il regime talebano oppure essere trasferiti in Congo, un Paese alle prese con una delle più gravi crisi umanitarie del mondo.

Secondo le Nazioni Unite, nella Repubblica Democratica del Congo si trovano attualmente oltre 600mila rifugiati, provenienti soprattutto dalla Repubblica Centrafricana e dal Ruanda. Gli attivisti per i diritti umani sostengono che il Paese non sia in grado di accogliere altri profughi mentre i combattimenti con il vicino Ruanda provocano nuovi sfollamenti e colpiscono anche i campi per rifugiati. “Pensiamo che questo sia solo un modo per spingere queste persone a tornare in Afghanistan, dove sappiamo che andrebbero incontro a morte certa”, ha dichiarato VanDiver. “Sanno che gli afghani non accetteranno la Repubblica Democratica del Congo. Perché dovresti passare dalla crisi di rifugiati numero uno al mondo alla crisi numero due?”.

La vicenda riporta in primo piano una tensione che dura da anni: da una parte l’impegno assunto dagli Stati Uniti nei confronti degli afghani esposti a possibili ritorsioni per aver aiutato le forze americane, dall’altra la promessa dell’Amministrazione Trump di ridurre l’immigrazione. Restano però molti punti oscuri. Non è chiaro, per esempio, se tutti gli afghani coinvolti dovrebbero essere inviati in Congo o se Washington stia trattando anche con altri Paesi. In passato negoziati simili erano già falliti.

Da parte sua, Tommy Pigott, portavoce del Dipartimento di Stato, ha accusato la precedente Amministrazione Biden di aver agito con troppa fretta nel trasferire negli Stati Uniti gli alleati afghani. Ha aggiunto che l’Amministrazione Trump sta cercando soluzioni per coloro che sono rimasti esclusi. “Il popolo americano ha dovuto pagare il prezzo del modo irresponsabile in cui centinaia di migliaia di afghani sono stati portati negli Stati Uniti”, ha detto. “Il nostro obiettivo ora è ripristinare la responsabilità promuovendo opzioni di reinsediamento responsabili e volontarie”.

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Virginia approva il referendum per ridisegnare i collegi, quattro seggi in più per i Dem


Il referendum sospende fino al 2030 la commissione bipartisan che disegna i collegi e trasferisce il potere all'assemblea democratica. I Repubblicani annunciano ricorsi alla Corte Suprema statale.

La Virginia ha approvato martedì un referendum che consente al parlamento statale di ridisegnare i confini dei collegi elettorali per la Camera dei Rappresentanti, una mossa che potrebbe portare i Democratici a conquistare dieci degli undici seggi dello Stato alle elezioni di metà mandato del 2026. Il sì ha prevalso con il 51,5% contro il 48,5%, con oltre il 95% dei voti scrutinati, su un totale di circa 3 milioni di schede.

La consultazione in Virginia rappresenta l'ultimo capitolo di una battaglia nazionale iniziata nell'estate scorsa, quando il presidente Donald Trump ha spinto gli Stati a guida repubblicana a ridisegnare i collegi congressuali a metà decennio, una pratica rara ma non inedita. L'obiettivo dichiarato era ampliare la fragile maggioranza repubblicana alla Camera in vista del voto di novembre 2026, quando storicamente il partito al potere tende a perdere seggi. Il Texas ha aperto la strada approvando una nuova mappa che aggiungeva cinque seggi favorevoli al Partito Repubblicano. Da lì la disputa si è estesa a Missouri, Ohio, North Carolina e Utah, dove però un giudice distrettuale ha respinto la mappa repubblicana approvandone una alternativa che favorisce i Democratici. In Indiana il Senato statale ha bocciato la proposta sfidando Trump.

Referendum
Virginia, redistricting congressuale
Referendum sulla modifica della costituzione per ridisegnare i collegi del Congresso

OpzioneVoti%


Approvazione della modifica

1.574.538
51,5%

No
Contrari alla modifica

1.485.785
48,5%

3.060.323voti
>95% scrutinato

Elaborazione di Focus America su dati dell'Associated Press · Ultimo aggiornamento: 23:11 ET

La risposta democratica è arrivata prima dalla California, dove a novembre gli elettori hanno approvato con un ampio margine, 64% contro 36%, la Proposition 50. Quella misura ha sospeso temporaneamente la commissione indipendente che disegna i collegi, restituendo il potere al parlamento statale a maggioranza democratica e aggiungendo cinque seggi favorevoli al partito. Il referendum della Virginia segue la stessa logica. L'emendamento costituzionale approvato martedì sospende fino al 2030 la commissione bipartisan che ridisegna i collegi, trasferendo temporaneamente questa funzione al parlamento controllato dai Democratici. La nuova mappa trasformerebbe l'attuale equilibrio di sei seggi democratici e cinque repubblicani in una configurazione di otto seggi sicuri per i Democratici, due contendibili ma orientati a sinistra e uno solido per i Repubblicani.

La governatrice democratica Abigail Spanberger, eletta a novembre con oltre quindici punti di vantaggio, è stata il volto della campagna per il sì. In una dichiarazione dopo il voto ha definito la misura "temporanea" e ha ribadito l'impegno a restituire nel 2030 il compito di disegnare le mappe alla commissione bipartisan istituita sei anni fa. Hakeem Jeffries, leader democratico alla Camera proveniente da New York, ha commentato il risultato affermando che i Democratici "non hanno fatto un passo indietro" ma "hanno reagito". L'ex presidente Barack Obama era intervenuto nei giorni precedenti con un video pubblicato venerdì invitando i Virginiani a votare sì per "livellare il campo di gioco" contro i Repubblicani.

Sul fronte opposto, Trump aveva fatto pressione fino all'ultimo, intervenendo in un programma radiofonico conservatore e pubblicando un messaggio sui social in cui esortava a votare contro "per salvare il vostro Paese". L'ex governatore repubblicano Glenn Youngkin e l'ex procuratore generale Jason Miyares hanno guidato la campagna per il no, definendo la nuova mappa "la più di parte d'America" e il referendum una "acquisizione di potere incostituzionale". Jeff Ryer, presidente del Partito Repubblicano della Virginia, ha dichiarato che le battaglie legali continueranno davanti alla Corte Suprema dello Stato. Richard Hudson, deputato della North Carolina e presidente del National Republican Congressional Committee, ha ribadito che i Repubblicani manterranno la maggioranza anche con la nuova mappa.

Il voto non chiude definitivamente la questione. La Corte Suprema della Virginia deve ancora esaminare i ricorsi presentati dal Comitato Nazionale Repubblicano, dal NRCC e dal Partito Repubblicano statale. I ricorrenti contestano sia irregolarità procedurali nell'iter di approvazione dell'emendamento sia la formulazione del quesito sulla scheda, ritenuta fuorviante. Un tribunale di primo grado aveva dato ragione ai Repubblicani, ma la Corte Suprema dello Stato aveva poi autorizzato lo svolgimento del referendum. Esiste un precedente del 1958 in cui la Corte invalidò un risultato elettorale, anche se si trattava di un referendum locale di profilo più basso.

La campagna ha attratto ingenti risorse finanziarie. Secondo la società di monitoraggio AdImpact, sono stati spesi oltre 81 milioni di dollari in spot pubblicitari sul referendum, una cifra di soli 3 milioni inferiore a quella investita nella corsa per il governatore della Virginia lo scorso anno e superiore di 16 milioni a quella spesa per la corsa a sindaco di New York. I Democratici hanno superato i Repubblicani di quasi 32 milioni di dollari nella spesa pubblicitaria. Oltre il 95% dei fondi raccolti proviene da organizzazioni senza scopo di lucro che non sono obbligate a rivelare i propri donatori, i cosiddetti gruppi di dark money strutturati come enti 501(c)(4).

Lo sguardo si sposta ora sulla Florida, dove il governatore repubblicano Ron DeSantis ha convocato una sessione straordinaria del legislatore per il 28 aprile. I Repubblicani puntano ad aggiungere da due a cinque seggi favorevoli al partito, ma la mossa ha diverse complicazioni. La costituzione della Florida vieta esplicitamente il disegno dei collegi su base partitica, anche se una sentenza della Corte Suprema statale ha indebolito il vincolo negli anni scorsi. Inoltre, i Democratici hanno ottenuto buoni risultati in alcune elezioni speciali recenti in Florida, spingendo alcuni membri repubblicani del Congresso a esprimere preoccupazione per la possibilità di rendere troppo leggeri i propri margini di vittoria.

Sullo sfondo resta la sentenza attesa della Corte Suprema federale nel caso Louisiana contro Callais, che potrebbe ribaltare una disposizione chiave del Voting Rights Act, la legge del 1965 sui diritti di voto. Una pronuncia favorevole all'ala conservatrice della Corte potrebbe imporre il ridisegno di molti collegi a maggioranza etnica in tutto il Paese, con un beneficio significativo per i Repubblicani. La decisione è attesa non prima di giugno. Al momento i Democratici hanno aggiunto circa dieci seggi potenziali attraverso il ridisegno, i Repubblicani nove, un sostanziale pareggio che potrebbe però spostarsi a favore del Partito Repubblicano se la Florida porterà a termine la propria riforma.

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La rassegna stampa di mercoledì 22 aprile 2026


Trump estende la tregua con l'Iran mentre gli elettori della Virginia approvano nuove mappe elettorali che potrebbero favorire i democratici

Questa è la rassegna stampa di mercoledì 22 aprile 2026

Trump estende la tregua con l'Iran fino alla conclusione dei negoziati


Il presidente Trump ha annunciato l'estensione del cessate il fuoco con l'Iran fino a quando Teheran non presenterà una proposta di pace unificata. L'estensione arriva dopo una giornata di messaggi contrastanti, in cui Trump aveva inizialmente dichiarato di aspettarsi di "riprendere i bombardamenti".

Fonti: Financial Times, Bloomberg, The Hill

La Virginia approva nuove mappe elettorali che favoriscono i democratici


Gli elettori della Virginia hanno approvato un piano di redistribuzione che potrebbe consentire ai democratici di conquistare fino a quattro seggi aggiuntivi alla Camera dei Rappresentanti nelle elezioni di medio termine di novembre. La misura fa parte di una battaglia di ridisegno dei collegi elettorali iniziata dal Texas l'anno scorso su richiesta di Trump.

Fonti: New York Times, The Guardian, The Hill

Kevin Warsh promette l'indipendenza della Fed durante l'audizione di conferma


Il candidato di Trump alla presidenza della Federal Reserve, Kevin Warsh, ha respinto le accuse di essere una "marionetta" del presidente durante la sua audizione al Senato. I senatori democratici, guidati da Elizabeth Warren, hanno messo in dubbio la sua capacità di mantenere l'indipendenza istituzionale della banca centrale.

Fonti: Wall Street Journal, Financial Times, The Guardian

Il Dipartimento di Giustizia incrimina il Southern Poverty Law Center per frode


Il procuratore generale ad interim Todd Blanche ha annunciato un'incriminazione di 11 capi d'accusa contro il Southern Poverty Law Center per presunta frode bancaria e telematica. Le accuse riguardano i pagamenti che l'organizzazione per i diritti civili ha effettuato a informatori per infiltrarsi in gruppi estremisti come il Ku Klux Klan.

Fonti: Wall Street Journal, The Guardian, The Hill

SpaceX acquisisce il diritto di acquistare la start-up di IA Cursor per 60 miliardi di dollari


La società di Elon Musk ha ottenuto il diritto di acquisire la start-up di intelligenza artificiale Cursor in un accordo del valore di 60 miliardi di dollari. L'acquisizione rappresenta il tentativo di SpaceX di recuperare terreno rispetto ai rivali OpenAI e Anthropic nel settore dell'IA.

Fonti: Financial Times, New York Times

Un tribunale d'appello consente al Texas di esporre i Dieci Comandamenti nelle aule


La Corte d'Appello del Quinto Circuito ha stabilito che il Texas può richiedere l'esposizione dei Dieci Comandamenti nelle aule delle scuole pubbliche. La decisione prepara un potenziale scontro alla Corte Suprema sulla separazione tra chiesa e stato.

Fonti: New York Times, The Guardian, Washington Post

La Florida apre un'indagine penale su OpenAI per l'influenza di ChatGPT su un presunto sparatore


Il procuratore generale della Florida James Uthmeier ha annunciato un'indagine penale su OpenAI per determinare se ChatGPT ha fornito "consigli significativi" a un uomo accusato di una sparatoria di massa nel campus dell'anno scorso. L'indagine esaminerà come lo strumento di IA possa influenzare le minacce di danno degli utenti.

Fonti: Wall Street Journal, The Guardian

L'amministrazione Trump considera l'invio di afghani che hanno aiutato le forze USA in Congo


L'amministrazione Trump sta discutendo la possibilità di inviare fino a 1.100 afghani che hanno assistito le forze statunitensi durante la guerra in Afghanistan nella Repubblica Democratica del Congo. I colloqui arrivano dopo la decisione di Trump di interrompere un'iniziativa che permetteva a questi afghani di fare richiesta per il reinsediamento negli Stati Uniti.

Fonti: New York Times, The Guardian

Tucker Carlson si dice "tormentato" dal suo passato sostegno a Trump


Il commentatore conservatore Tucker Carlson ha dichiarato di essere "tormentato" dal suo precedente sostegno al presidente Trump, chiedendo scusa per aver "fuorviato le persone". Carlson ha rotto nettamente con il presidente sulla guerra con l'Iran.

Fonti: New York Times

Trump critica la scelta dell'ambasciatore britannico di Starmer


Il presidente Trump ha criticato il primo ministro britannico Keir Starmer per la sua precedente scelta dell'ambasciatore negli Stati Uniti, Peter Mandelson, che ha affrontato controlli sui file legati al criminale sessuale condannato Jeffrey Epstein. Trump ha affermato che Starmer ha "molto tempo per riprendersi" dopo una scelta "davvero pessima".

Fonti: The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Durante la guerra, tutte le apparecchiature di comunicazione iraniane di fabbricazione statunitense hanno smesso di funzionare. E i media cinesi gongolano...

@Informatica (Italy e non Italy)

Tutti i dispositivi difettosi erano di marchi americani come Cisco, Fortinet e Juniper comprati durante la tregua di Obama, per apparecchiature nazionali di telecomunicazione, difesa, governo, infrastrutture di base e industriali, corrispondenti direttamente alle comunicazioni militari, ai centri di comando per le emergenze e agli hub di comunicazione regionali.
A seguito di un'ispezione, è emerso che tutti questi problemi agli hub di comunicazione erano causati da guasti hardware di base, e non da vulnerabilità software di livello superiore o attacchi virus. Il problema derivava da un meccanismo di attivazione di basso livello integrato nei dispositivi hardware. Quando questo meccanismo veniva attivato da remoto, bloccava immediatamente l'hardware sottostante, paralizzando di fatto l'intero dispositivo.
Stranamente, quando si è verificato il malfunzionamento, l'Iran aveva già preventivamente interrotto la sua connessione internet internazionale, rendendo irraggiungibile il gateway globale. Ciò suggerisce che questi strumenti e apparecchiature non avessero affatto bisogno di essere connessi a internet e che gli Stati Uniti avessero i mezzi per manipolarli.

163.com/dy/article/KR0E9NT5055…

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Trump estende a tempo indeterminato il cessate il fuoco con l'Iran


Il presidente americano accoglie la richiesta del Pakistan e sospende gli attacchi, mentre il blocco navale sui porti iraniani prosegue e i negoziati restano in bilico
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Il presidente Donald Trump ha annunciato l'estensione a tempo indeterminato del cessate il fuoco con l'Iran, che era in scadenza nelle ore successive. La decisione è stata comunicata su Truth Social, dove il presidente ha spiegato di aver accolto la richiesta avanzata dal Pakistan, paese che sta cercando di mediare la fine del conflitto. Contestualmente, il blocco navale americano sui porti iraniani resterà in vigore.

Nel suo messaggio, Trump ha scritto: «Sulla base del fatto che il governo dell'Iran è seriamente diviso, cosa non inaspettata, e su richiesta del feldmaresciallo Asim Munir e del primo ministro Shehbaz Sharif, del Pakistan, ci è stato chiesto di sospendere il nostro attacco contro l'Iran finché i loro leader e rappresentanti non saranno in grado di presentare una proposta unitaria. Ho quindi ordinato alle nostre forze militari di proseguire il blocco e, per tutto il resto, di restare pronte e preparate, ed estenderò pertanto il cessate il fuoco fino a quando la loro proposta non sarà presentata e le discussioni non saranno concluse, in un modo o nell'altro».

L'annuncio arriva al termine di una giornata segnata da forte incertezza diplomatica. Poche ore prima, in un'intervista alla CNBC, Trump aveva mantenuto un tono molto più aggressivo, minacciando un nuovo attacco militare se Tehran non avesse accettato le condizioni americane. «Mi aspetto di bombardare», aveva detto il presidente, aggiungendo che «i militari sono pronti a partire». Nella stessa intervista aveva anche dichiarato di non voler prolungare il cessate il fuoco senza un accordo di più lungo periodo, pur esprimendo ottimismo sulla possibilità di una ripresa dei colloqui.

La svolta è maturata dopo il congelamento del viaggio del vicepresidente JD Vance a Islamabad, dove era atteso per un secondo round di trattative con la delegazione iraniana. Secondo quanto riferito al New York Times da un funzionario americano a conoscenza diretta della situazione, il viaggio è stato sospeso perché Tehran non ha risposto alle posizioni negoziali presentate da Washington. Anche l'inviato speciale Steve Witkoff e Jared Kushner, genero del presidente, sono rimasti negli Stati Uniti, come confermato da un funzionario della Casa Bianca.

Sul fronte iraniano, il portavoce del ministero degli Esteri Esmail Baghaei ha dichiarato all'emittente di stato IRIB che Tehran non ha ancora deciso se inviare una delegazione in Pakistan, attribuendo l'incertezza a «messaggi contraddittori, comportamenti incoerenti e azioni inaccettabili da parte americana». Alla BBC, lo stesso Baghaei ha aggiunto: «Siamo andati a questo negoziato con buona fede e senso di serietà, ma avete una controparte negoziale che ha mostrato la sua mancanza di serietà, mancanza di buona fede». Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, in un messaggio pubblicato su X, ha definito il blocco navale americano «un atto di guerra e dunque una violazione del cessate il fuoco».

Secondo il Wall Street Journal, Tehran aveva inizialmente comunicato ai mediatori che avrebbe inviato una delegazione in Pakistan, salvo poi condizionare la partenza alla revoca del blocco navale. Un funzionario americano ha riferito alla stessa testata che al momento non sono previste modifiche al blocco. La tregua era iniziata l'8 aprile, mentre il blocco dei porti iraniani è in vigore dal 13 aprile. Il Comando Centrale statunitense ha reso noto che la Marina americana ha respinto 28 navi dirette verso o in partenza dai porti iraniani da quando il blocco è in vigore.

Nel frattempo proseguono le operazioni militari legate al conflitto economico. Il Pentagono ha comunicato che nella notte le forze americane hanno fermato e abbordato nell'Oceano Indiano una petroliera sotto sanzioni, la M/T Tifani, che trasportava petrolio iraniano. È la prima operazione di questo tipo condotta fuori dal Medio Oriente dall'inizio del conflitto. Il ministero del Tesoro ha inoltre annunciato nuove sanzioni contro quattordici persone, entità e aeromobili con sede in Iran, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, accusati di fornire armamenti al regime iraniano.

Sul fronte libanese, il cessate il fuoco di dieci giorni tra Israele ed Hezbollah, iniziato la scorsa settimana, regge solo parzialmente. L'esercito israeliano ha accusato Hezbollah di aver lanciato razzi contro le proprie truppe nel sud del Libano, e il gruppo sciita ha poi confermato l'attacco, descrivendolo come una risposta alle violazioni israeliane della tregua. Secondo fonti ufficiali libanesi, nel conflitto sono state uccise circa 2.300 persone.

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I sospetti di insider trading che pesano sulla presidenza Trump


Secondo un’analisi della BBC, forti movimenti su petrolio, Borsa e mercati delle scommesse hanno preceduto alcuni annunci di Donald Trump. Provare un illecito, però, resta molto difficile.

Nel corso del secondo mandato di Donald Trump, in più occasioni alcuni trader hanno piazzato scommesse per milioni di dollari poche ore, e talvolta pochi minuti, prima di annunci in grado di muovere nettamente i mercati. È quanto emerge da un’analisi della BBC, che ha messo a confronto i volumi di scambio di diversi strumenti finanziari con alcune delle dichiarazioni pubbliche più rilevanti del presidente americano.

Secondo l’emittente britannica, il quadro mostra un elemento ricorrente: improvvisi picchi di attività poco prima di un post sui social o di un’intervista poi resa pubblica. Per alcuni analisti, questi movimenti hanno le caratteristiche tipiche dell’insider trading, cioè di operazioni effettuate sulla base di informazioni non ancora note al pubblico. Altri osservatori invitano però alla cautela e ritengono semplicemente che alcuni operatori siano diventati più abili nell’anticipare le mosse del presidente.
I sospetti di insider trading attorno a Trump

Finanza e potere
I sospetti di insider trading prima degli annunci di Trump
Tre casi in cui i volumi di scambio sono esplosi pochi minuti prima che il presidente annunciasse qualcosa

3
Episodi
sospetti

1–16′
Tra picco
e annuncio

~20 M$
Profitto stimato
del maggior caso

I tre casi · e lo schema
CASO 1 9 mar Intervista CBS CASO 2 23 mar Post Truth CASO 3 9 apr Pausa dazi SINTESI Pattern Lo schema

L'intervista alla CBS che fa crollare il petrolio
9 marzo 2026 · Brent · contratti futures

Volumi di scambio
contratti/min

18:0018:3019:0019:3020:00

18:29
Picco scommesse sul petrolio

19:16
Trump: «la guerra è quasi finita»

19:17
Petrolio in caduta libera

47 minuti di anticipo sui mercati

100 $
Brent prima

−25%
in pochi minuti

Durante l'intervista alla CBS, Trump afferma che la guerra con l'Iran è «quasi completa». Il prezzo del Brent crolla del 25%. Ma a scommettere sul ribasso qualcuno aveva iniziato 47 minuti prima che l'intervista diventasse pubblica.

Il post su Truth Social e il petrolio che precipita
23 marzo 2026 · Brent · contratti futures

Volumi di scambio
contratti/min

10:3010:4511:0011:1511:30

10:48
Picco scommesse sul petrolio

11:04
Post «total resolution» di Trump

11:05
Brent in caduta

16 minuti di anticipo sui mercati

113 $
Brent prima

−11%
in pochi minuti

Due giorni dopo aver minacciato di «obliterare» l'Iran colpendo le sue centrali elettriche, Trump parla su Truth Social di «negoziati molto positivi» con Teheran. I volumi di scambio dei futures sul petrolio erano già in anomalo rialzo 16 minuti prima del post, con scommesse concentrate proprio sul ribasso.

La pausa sui dazi e il boom dell'S&P 500
9 aprile 2025 · Fondo indicizzato S&P 500

Volumi di scambio
contratti/min

17:3017:4518:0018:1518:30

18:00
Scommesse al rialzo sul mercato

18:18
Annunciata la pausa sui dazi

18:19
Rally storico dell'S&P 500

18 minuti di anticipo sui mercati

10.000+
contratti/min

+9,5%
S&P 500 in un giorno

2 M$
Scommesse di singoli trader prima dell'annuncio

~20 M$
Profitto stimato dal rally successivo

Dopo sette giorni consecutivi di perdite, qualcuno scommette milioni di dollari sul rialzo dei mercati a pochi minuti dall'annuncio della pausa dei dazi. L'S&P 500 segna uno dei maggiori guadagni giornalieri dalla Seconda guerra mondiale.

Lo schema ricorrente

1

Picco di volumi anomali
I contratti scambiati si moltiplicano per dieci, cento volte rispetto al normale, nella direzione giusta.

2

Annuncio del presidente
Dichiarazione in TV, post su Truth Social o conferenza stampa con implicazioni di mercato immediate.

3

Movimento di prezzo
Il mercato reagisce nella direzione su cui si era scommesso in precedenza. Chi era entrato prima incassa.

Cosa succede adesso

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Diversi senatori democratici hanno chiesto alla SEC di indagare: gli annunci del presidente avrebbero «arricchito insider dell'Amministrazione a spese del popolo americano».

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La SEC non ha commentato. La Casa Bianca non ha risposto alle richieste della BBC sui movimenti di trading anomali.

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Secondo gli esperti citati nell'inchiesta, «c'è una forte probabilità che nessuno venga incriminato»: provare l'insider trading in questi casi è estremamente complesso.

Elaborazione FocusAmerica su fonte: BBC (inchiesta Nick Marsh) su dati Bloomberg · Aprile 2026

Tra i casi più significativi citati dalla BBC c’è quello del 9 marzo 2026, nel pieno della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. In una telefonata con CBS News, Trump disse che il conflitto era “praticamente del tutto concluso”. Il primo riferimento pubblico all’intervista arrivò alle 19:16 GMT, quando la giornalista che lo aveva intervistato ha citato le sue parole per la prima volta su X. Poco dopo, il prezzo del petrolio crollò di circa il 25%. Eppure i dati di mercato mostrano che già alle 18:29 GMT, ovvero 47 minuti prima, si era registrato un forte aumento delle scommesse al ribasso sul greggio. Secondo la BBC, quelle posizioni avrebbero potuto valere milioni di dollari.

Uno schema analogo compare anche il 23 marzo 2026. Due giorni dopo aver minacciato di “annientare” l'Iran distruggendo le sue centrali elettriche iraniane, Trump scrisse su Truth Social che Washington aveva avuto colloqui “molto buoni e produttivi” con Teheran per una “completa e totale risoluzione” delle ostilità. Il messaggio colse di sorpresa osservatori diplomatici e trader. Subito dopo, i mercati azionari salirono mentre il prezzo del petrolio statunitense scese bruscamente. La BBC riferisce che 14 minuti prima del post era già comparso un numero insolitamente alto di puntate sul ribasso del petrolio americano. Lo stesso andamento sarebbe stato osservato anche nei contratti sul Brent.

Tra gli episodi citati c’è anche quello del 9 aprile 2025, una settimana dopo il cosiddetto Liberation Day, quando Trump aveva annunciato una vasta ondata di dazi sulle merci provenienti da quasi tutti i Paesi del mondo, innescando il crollo delle Borse globali. Quando il presidente annunciò una pausa di 90 giorni sui dazi, con l’eccezione della Cina, i mercati rimbalzarono con forza. L’indice S&P 500 salì del 9,5% in una sola seduta, una delle migliori performance giornaliere dalla Seconda guerra mondiale. Ma anche allora, prima dell’annuncio, si registrò un’impennata anomala di operazioni su un fondo che investe sull’S&P 500. Alcuni trader avrebbero puntato oltre 2 milioni di dollari sul rialzo del mercato, ottenendo quasi 20 milioni di profitto.

In quel caso la questione arrivò anche al Senato americano. Nei giorni successivi, diversi senatori democratici chiesero alla Securities and Exchange Commission di verificare se gli annunci del presidente avessero “arricchito insider dell’Amministrazione e loro amici a spese del pubblico”. Interpellata dalla BBC, la SEC ha rifiutato di commentare. La Casa Bianca, invece, non ha risposto a una richiesta di commento sui movimenti di mercato analizzati nel servizio.

L’inchiesta della BBC si concentra anche sui mercati delle scommesse online, cresciuti rapidamente negli ultimi mesi. Piattaforme basate su blockchain come Polymarket e Kalshi consentono agli utenti di scommettere su eventi che vanno dal meteo alla politica estera americana. Donald Trump Jr è investitore di Polymarket e fa parte del suo advisory board. Inoltre è consulente strategico di Kalshi.

Tra i primi episodi c’è quello del Venezuela. A dicembre 2025, su Polymarket, un utente aprì un account chiamato Burdensome-Mix. Tra il 30 dicembre e il 2 gennaio tale account scommise complessivamente 32.500 dollari sul fatto che Nicolás Maduro sarebbe stato estromesso dalla presidenza entro la fine di gennaio 2026. Il 3 gennaio, dopo la cattura di Maduro da parte delle forze speciali statunitensi e la sua rimozione dal potere, l’account incassò 436 mila dollari. Poco dopo cambiò nome e da allora non risulta aver più effettuato scommesse.

Un secondo caso riguarda l’Iran. Secondo il sito di analisi blockchain Bubblemaps, sei account furono creati su Polymarket nel febbraio 2026 e puntarono tutti su un attacco statunitense contro l’Iran entro il 28 febbraio. Quando Trump confermò gli attacchi nelle prime ore di quel giorno, i sei account avrebbero guadagnato complessivamente 1,2 milioni di dollari. Cinque di quei profili non hanno poi effettuato altre scommesse. Il sesto, sempre secondo la BBC, avrebbe guadagnato successivamente altri 163 mila dollari puntando correttamente su un cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran entro il 7 aprile, data in cui è stato effettivamente annunciato.

In risposta a questi eventi, Polymarket ha dichiarato alla BBC di applicare i “più alti standard di integrità del mercato” e di collaborare in modo proattivo con autorità di regolamentazione e le forze dell’ordine. A marzo di quest’anno, sia Polymarket sia Kalshi hanno annunciato nuove regole contro l’insider trading. I mercati delle scommesse rientrano nella giurisdizione della Commodity Futures Trading Commission. La CFTC non ha risposto alla richiesta di commento, ma il suo presidente ha dichiarato di recente davanti al Congresso che l’agenzia ha “tolleranza zero” verso frodi e insider trading.

Nel frattempo, è emersa anche l’esistenza di una email interna della Casa Bianca al personale, con l’avvertimento a non usare informazioni riservate per scommettere sui mercati previsionali. Il portavoce Davis Ingle aveva replicato alla BBC che qualsiasi insinuazione sul coinvolgimento di funzionari dell’Amministrazione Trump in attività del genere, in assenza di prove, rappresenta “un giornalismo irresponsabile e infondato”.

Il punto centrale, però, resta la difficoltà di dimostrare un illecito. Negli Stati Uniti l’insider trading è vietato da decenni dalla normativa sui mercati finanziari e dalla relativa giurisprudenza. Nel 2012 lo STOCK Act ha chiarito che questi divieti si applicano anche ai funzionari pubblici. Paul Oudin, professore di diritto della regolazione finanziaria alla ESSEC Business School, spiega che le autorità difficilmente avviano un procedimento se non riescono a identificare la fonte dell’informazione. Anche quando i movimenti di mercato sembrano indicare che qualcuno conoscesse in anticipo le parole di Trump, conclude, resta elevata la possibilità che alla fine non venga incriminato nessuno.

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Gaza, servono oltre 71 miliardi di dollari in dieci anni per la ricostruzione


Il rapporto congiunto di Nazioni Unite, Unione Europea e Banca Mondiale stima danni fisici per 35,2 miliardi e perdite economiche per 22,7 miliardi dopo due anni di guerra

La ricostruzione della Striscia di Gaza richiederà almeno 71,4 miliardi di dollari nel prossimo decennio. È la cifra indicata dal rapporto finale della Gaza Rapid Damage and Needs Assessment, l'analisi congiunta condotta da Nazioni Unite, Unione Europea e Banca Mondiale, pubblicata lunedì 20 aprile. Secondo il documento, lo sviluppo umano nel territorio palestinese è stato riportato indietro di 77 anni.

La valutazione indica che solo nei primi 18 mesi serviranno 26,3 miliardi di dollari per ripristinare i servizi essenziali, ricostruire le infrastrutture critiche e sostenere la ripresa economica. I danni fisici accumulati dopo oltre due anni di conflitto, scoppiato in seguito agli attacchi guidati da Hamas nel sud di Israele nell'ottobre 2023, sono stimati in 35,2 miliardi di dollari. A questi si aggiungono 22,7 miliardi di perdite economiche e sociali.

I settori più colpiti sono l'edilizia abitativa, la sanità, l'istruzione, il commercio e l'agricoltura. Il rapporto quantifica in oltre 371.888 le unità abitative distrutte o danneggiate. Più della metà degli ospedali non è operativa e quasi tutte le scuole hanno subito danni o sono state distrutte. L'economia di Gaza si è contratta dell'84 per cento.

Oltre il 60 per cento dei residenti ha perso la casa e 1,9 milioni di persone sono sfollate, spesso più volte. Donne, bambini, persone con disabilità e categorie fragili sopportano il peso maggiore della crisi. Secondo le autorità locali citate dal rapporto, i due anni di guerra hanno causato più di 71.000 morti palestinesi e oltre 171.000 feriti, mentre molti dispersi restano sotto le macerie.

Il documento si inserisce nel quadro della risoluzione 2803 del 2025 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, parte del piano sostenuto da Washington per porre fine al conflitto. La risoluzione ha accolto la costituzione del Board of Peace, l'organismo guidato dal presidente Donald Trump con funzioni di amministrazione transitoria per definire il quadro della ricostruzione. Lo stesso meccanismo autorizza la formazione di una International Stabilisation Force temporanea.

Nazioni Unite e Unione Europea sottolineano che la ricostruzione deve essere guidata dai palestinesi e deve accompagnare il passaggio della governance all'Autorità Palestinese. L'obiettivo dichiarato è favorire una soluzione politica duratura basata sul principio dei due Stati. Le due organizzazioni insistono sulla necessità di una pianificazione inclusiva, trasparente e responsabile, con attenzione specifica a donne, bambini, anziani e persone con disabilità.

Il rapporto individua una serie di condizioni indispensabili per avviare la ricostruzione. Tra queste ci sono un cessate il fuoco duraturo e una sicurezza adeguata, l'accesso umanitario senza ostacoli e il ripristino immediato dei servizi essenziali. Viene inoltre richiesta la libera circolazione di persone, merci e materiali per la ricostruzione tra Gaza e la Cisgiordania, insieme a un sistema finanziario funzionante e trasparente.

Il documento chiede anche una governance chiara e responsabile, con mandati definiti per gli organismi amministrativi transitori che devono operare in coordinamento con l'Autorità Palestinese. Viene considerato essenziale un percorso credibile per il futuro governo palestinese esteso a tutto il territorio occupato, inclusi Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est. La rimozione delle macerie, la gestione degli ordigni inesplosi e la definizione dei diritti di proprietà su case e terreni sono indicati come prerequisiti tecnici per far partire i cantieri.

Le Nazioni Unite e l'Unione Europea chiedono alla comunità internazionale di mobilitare risorse in modo mirato, sequenziato e coordinato, e di rimuovere rapidamente gli ostacoli al dispiegamento di competenze e attrezzature. Il rapporto ricorda che le attività di ricostruzione devono procedere in parallelo con quelle umanitarie, per garantire una transizione efficace dall'emergenza a interventi su larga scala sia nella Striscia di Gaza sia in Cisgiordania.

Il tema dell'accesso era già stato sollevato a febbraio da Alexander De Croo, capo del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, che aveva dichiarato ai giornalisti come l'Onu disponesse di fondi e capacità operative sufficienti per ampliare gli aiuti e la ricostruzione, ma non dell'accesso necessario per svolgere questi compiti. La valutazione pubblicata ora mette in fila le cifre di una devastazione che, stando ai numeri delle agenzie internazionali, richiederà uno sforzo economico e politico senza precedenti per essere affrontata.

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Milei vuole cambiare la mentalità degli argentini


Il presidente di destra ha domato l'inflazione e ora punta a una battaglia culturale contro giustizia sociale e uguaglianza economica, che definisce concetti aberranti.

Javier Milei vuole riscrivere il codice genetico culturale dell'Argentina. Dopo aver domato l'inflazione galoppante del paese sudamericano, il presidente libertario ha ora un obiettivo più ambizioso: trasformare i valori di fondo della nazione, sostituendo la tradizione collettivista con un'ideologia basata su capitalismo, libero mercato, stato minimo e individualismo. A raccontare questa svolta è un'inchiesta del New York Times.

Milei, salito alla ribalta mondiale con una folgorante ascesa alla presidenza, è diventato una stella della destra globale e ha stretto legami personali con il presidente Trump. Sui suoi profili social ufficiali compare ora un avatar generato con intelligenza artificiale che lo ritrae come un supereroe mascherato che sorvola Buenos Aires, rilanciando quella che lui stesso definisce la sua missione principale: la battaglia culturale.

"Siamo in guerra", ha dichiarato Milei l'anno scorso durante un festival di destra citato dal New York Times, aggiungendo che si tratta di "una lotta culturale, una battaglia ideologica, una guerra per la sopravvivenza della nostra libertà". Il presidente vuole smantellare quelli che chiama i concetti aberranti di giustizia sociale e uguaglianza economica, sostenendo che la redistribuzione della ricchezza è immorale. Ha definito l'uguaglianza delle opportunità una truffa, le tasse redistributive un furto dello stato, la giustizia sociale un virus che riempie le persone di odio e risentimento. Le università pubbliche sono per lui un motore di indottrinamento woke, i ricercatori e i dipendenti pubblici dei parassiti, il settore pubblico una malattia e un'organizzazione criminale e violenta.

Si tratta di uno spostamento radicale in un paese che vanta uno dei sistemi di sanità e istruzione pubblica gratuita più estesi al mondo e dove lo stato storicamente copriva buona parte dei costi di elettricità, gas e trasporti. L'Argentina descritta dal New York Times è una nazione in cui le persone sono restie a mangiare da sole o a bere un mate, l'infuso nazionale, senza condividerlo con chi hanno accanto. Eppure ora abbraccia un leader il cui messaggio fondamentale è che ciascuno deve cavarsela da solo.

"Sta cercando di spezzare il nostro DNA, di distruggere l'identità comunitaria del nostro popolo", ha detto al New York Times Juan Grabois, deputato dell'opposizione. Lo scrittore e professore argentino Martín Kohan ha offerto al quotidiano americano una chiave diversa, spiegando che "la retorica dei diritti sociali è diventata chiacchiera vuota, non tocca la realtà concreta di molti lavoratori".

La battaglia di Milei si svolge contro l'eredità del peronismo, uno dei movimenti populisti più duraturi al mondo, fondato da Juan Domingo Perón e dalla moglie Eva. Il peronismo ha messo per generazioni lo stato al centro della vita nazionale come garante dell'equità, costruendo un legame emotivo con la classe lavoratrice fatto di comizi, cori e iconografia. Ma una serie di crisi finanziarie sotto governi di varia ideologia ha eroso la fiducia pubblica sia nel peronismo sia nella classe politica nel suo complesso.

Secondo alcuni analisti sentiti dal New York Times, molti argentini sostengono Milei per il sollievo economico ottenuto con misure di austerità piuttosto convenzionali, senza necessariamente aderire alla sua ideologia. Il sociologo Pablo Semán ha spiegato al quotidiano che dopo decenni di salari fermi e crescita del lavoro informale e della gig economy, molti argentini hanno interiorizzato una mentalità da arrangiarsi. "Milei non l'ha inventata, non l'ha installata, l'ha solo incanalata", ha detto Semán. I più giovani hanno vissuto un'inflazione al 200 per cento e quindici anni di stagnazione economica, mentre i servizi pubblici si deterioravano. "Il contratto sociale si è rotto", ha aggiunto il sociologo.

Il presidente ha anche lanciato un attacco in stile MAGA alle politiche identitarie. Ha chiuso l'istituto nazionale contro la discriminazione e il ministero delle donne, promuovendo una versione revisionista della dittatura militare che governò il paese cinquant'anni fa. Ha portato nel governo provocatori dei social media e amplificato una nuova generazione di attivisti digitali. Agustin Laje, intellettuale di destra autore del libro La battaglia culturale e con oltre 2,5 milioni di follower su YouTube, ha detto al New York Times che i suoi seguaci un tempo erano soprattutto militari anziani, mentre oggi l'80 per cento ha meno di 30 anni. "L'unico modo per conquistare la cultura oggi è conquistare i social media", ha dichiarato.

Nel frattempo l'opposizione resta forte. Sondaggi recenti citati dal quotidiano indicano un calo di popolarità del presidente, mentre le misure di libero scambio hanno contribuito alla chiusura di oltre 24mila aziende argentine e l'inflazione ricomincia a salire. Il 40 per cento degli elettori ha comunque scelto nuovamente il suo partito alle elezioni di metà mandato. La tenuta di lungo periodo di Milei dipenderà dalla sua capacità di generare crescita duratura. Lo stesso Laje ha ammesso al New York Times il rischio: "Non c'è modo che la gente compri un modello culturale se ha le tasche vuote".

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Trump nega di essere stato spinto da Israele nella guerra con l'Iran


Il presidente respinge su Truth Social le accuse di aver ceduto alle pressioni di Netanyahu per lanciare l'operazione Epic Fury e annuncia un possibile accordo di pace da firmare in Pakistan.
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Il presidente Donald Trump ha respinto con forza le accuse di essere stato trascinato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nella guerra contro l'Iran. In un messaggio pubblicato lunedì mattina su Truth Social, Trump ha scritto di non essere mai stato costretto a lanciare l'operazione denominata Epic Fury.

Secondo quanto dichiarato dal presidente, la decisione di intervenire militarmente sarebbe maturata dopo l'attacco terroristico compiuto da Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023. In quell'occasione persero la vita circa 1.200 persone e centinaia di ostaggi vennero portati a Gaza. Trump ha affermato che quell'attacco ha soltanto rafforzato una convinzione che porta con sé da tutta la vita, ovvero che l'Iran non debba mai ottenere un'arma nucleare.

Nel suo messaggio il presidente ha attaccato anche i commentatori e i sondaggi pubblicati dai media, che ha definito falsi e manipolati. Trump ha sostenuto che il 90 per cento di quanto viene raccontato sarebbe inventato e ha paragonato i sondaggi a quelli che, a suo dire, avrebbero falsato le elezioni presidenziali del 2020. Il presidente ha poi previsto esiti definiti straordinari per il conflitto in Iran, paragonandoli a quelli ottenuti in Venezuela con la cattura di Nicolas Maduro, una vicenda che secondo lui la stampa tradizionale preferisce non raccontare. Nel messaggio Trump ha anche ipotizzato un cambio di regime a Teheran, aggiungendo che se i nuovi leader iraniani saranno intelligenti il paese potrà avere un futuro prospero.

Non è la prima volta che il presidente replica a chi sostiene che Israele abbia spinto gli Stati Uniti verso il conflitto. Il mese scorso, durante un'intervista con Rachel Scott della rete televisiva ABC, Trump aveva rovesciato l'accusa sostenendo di essere stato semmai lui a forzare la mano a Israele. In quell'occasione il presidente aveva spiegato che erano in corso trattative con quelli che ha definito dei folli, e che era sua convinzione che l'Iran fosse pronto ad attaccare per primo. Per questo, secondo il suo racconto, sarebbe stato necessario anticipare le mosse di Teheran.

Pochi giorni fa Trump aveva elogiato Israele sui social, definendolo un grande alleato. Il presidente aveva descritto il paese come coraggioso, audace, leale e intelligente, aggiungendo che a differenza di altri, che avrebbero mostrato il loro vero volto in un momento di conflitto e tensione, Israele combatte duramente e sa come vincere.

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