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HOLLOWGRAPH: quando il calendario di Microsoft 365 diventa un canale C2 nascosto


Il malware HOLLOWGRAPH usa il calendario di una mailbox Microsoft 365 compromessa come dead-drop C2 tramite Graph API, con cifratura ibrida RSA/AES e rinnovo credenziali via DNS tunneling. Ecco come funziona e come rilevarlo.
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Un malware che usa il calendario di Outlook come dead-drop


A metà luglio 2026 il team di Threat Intelligence di Group-IB ha pubblicato un’analisi tecnica su HOLLOWGRAPH, un impianto malevolo che ribalta un’assunzione su cui molte architetture di sicurezza si basano ancora: se il traffico esce verso graph.microsoft.com con un token valido, allora è “legittimo”. HOLLOWGRAPH dimostra che non è più così, e lo fa in un modo che vale la pena capire in dettaglio anche per chi non si occupa di threat intelligence, perché le tecniche di evasione che usa (abuso di API cloud fidate, DNS tunneling, cifratura ibrida) sono ormai pattern ricorrenti e replicabili.

Il malware è attribuito con alta confidenza al framework di backdoor modulare Cavern, già collegato ad attività di cyberspionaggio riconducibili all’area di influenza iraniana (con sovrapposizioni tecniche, seppur a bassa confidenza, con il gruppo Lyceum). La campagna osservata ha colpito in modo mirato organizzazioni israeliane: 12 sistemi compromessi identificati, di cui solo 3 attivamente in comunicazione con l’attaccante al momento dell’analisi — un profilo operativo selettivo, non opportunistico.

Il calendario come canale C2 bidirezionale


L’idea centrale di HOLLOWGRAPH è semplice da spiegare e proprio per questo efficace: invece di contattare un server C2 sotto il controllo dell’attaccante, il malware autentica una mailbox Microsoft 365 compromessa tramite Microsoft Graph API e usa il calendario di quella mailbox come dead-drop bidirezionale.

Il malware supporta solo due comandi:

  • get — cerca eventi del calendario con oggetto Event ID: <taskID>, programmati per il 13 maggio 2050 (una data lontana nel futuro, scelta per non comparire mai nella vista “prossimi eventi” del proprietario della mailbox), scarica gli allegati e li decifra con la chiave privata RSA incorporata nel binario.
  • send — cifra i dati da esfiltrare, crea un nuovo evento con la stessa data fittizia, carica i dati come allegati File{n}.txt e rinomina l’oggetto dell’evento con un tag riconoscibile dall’operatore (schema Boss{..}ID{..}).

Le chiamate Graph coinvolte sono quelle che qualunque applicazione legittima con permessi calendario userebbe normalmente:

GET /users/{mailbox}/calendarView
    ?startDateTime=2050-05-13T22:00:00
    &endDateTime=2050-05-13T23:00:00
    &$filter=contains(subject,'Event ID: ')

POST /users/{mailbox}/calendar/events
POST /users/{mailbox}/events/{event-id}/attachments
PATCH /users/{mailbox}/events/{event-id}

Non c’è nulla in queste richieste che le distingua sintatticamente da un utente che crea un invito a una riunione. È questo il punto: il traffico malevolo non anomalizza il protocollo, sfrutta la fiducia implicita che i controlli di rete perimetrali attribuiscono al dominio graph.microsoft.com.

Cifratura ibrida e rinnovo credenziali via DNS tunneling


Ogni payload scambiato tramite il calendario è protetto con uno schema ibrido RSA-OAEP + AES-256-GCM, con due coppie di chiavi RSA distinte per le due direzioni (tasking in ingresso ed esfiltrazione in uscita), così che comandi e dati rubati restino crittograficamente indipendenti l’uno dall’altro anche in caso di compromissione parziale.

Il secondo canale, separato, serve a rinnovare le credenziali Microsoft Entra ID (tenant ID, client ID, client secret, indirizzo della mailbox) necessarie per autenticarsi a Graph. Qui HOLLOWGRAPH usa DNS tunneling su record AAAA verso un dominio controllato dall’attaccante (cloudlanecdn[.]com):

LENGTH query:  {random}.{taskID}.{fieldIndex}.p.cloudlanecdn.com
DATA   query:  {random}.{taskID}.{fieldIndex}.{offset}.q.cloudlanecdn.com

Ogni risposta IPv6 restituita (16 byte) trasporta 14 byte di payload utile; il client ricompone i frammenti, li decodifica come UTF-8 e aggiorna un file di configurazione locale (logAzure.txt) mascherato da comune file di log. L’uso di IPv6/AAAA anziché dei più monitorati record TXT o A è una scelta non casuale: molte pipeline di DNS analytics sono ancora tarate prevalentemente su IPv4.

Perché elude i controlli tradizionali


Tre fattori rendono HOLLOWGRAPH difficile da individuare con gli strumenti perimetrali classici:

  • Il traffico C2 viaggia interamente su infrastruttura Microsoft fidata (Graph API), quindi non compare in nessuna blocklist di reputazione IP o dominio.
  • Non c’è mai una connessione diretta a un server dell’attaccante per il tasking o l’esfiltrazione: solo il canale di rinnovo credenziali tocca un dominio esterno, e lo fa via DNS, spesso meno ispezionato del traffico HTTPS.
  • Gli eventi di calendario datati 2050 sono progettati per restare invisibili all’utente reale della mailbox, che normalmente non scorre trent’anni avanti nel proprio calendario.


Cosa può fare concretamente un team di sicurezza


Le raccomandazioni di Group-IB si traducono in azioni piuttosto precise per chi gestisce ambienti Microsoft 365 / Entra ID:

Caccia agli indicatori noti. Bloccare o mettere in allerta su richieste verso cloudlanecdn[.]com e cercare sugli endpoint il file logAzure.txt.

Monitoraggio Graph API e audit di calendario. Con Microsoft Sentinel o Defender Advanced Hunting è possibile costruire una query che cerchi eventi di calendario creati da un’applicazione (non da un utente interattivo) con oggetto sospetto o data anomala:

CloudAppEvents
| where Application == "Microsoft Exchange Online"
| where ActionType in ("New item created.", "New-CalendarItem")
| extend AppId = tostring(RawEventData.ClientAppId)
| where isnotempty(AppId)
| extend Subject = tostring(RawEventData.ItemSubject)
| where Subject matches regex @"Event ID: |Boss\{.*\}ID\{.*\}"
| project Timestamp, AccountDisplayName, AppId, Subject, RawEventData

Rilevamento di DNS tunneling. Una query di partenza per individuare volumi anomali di query AAAA verso lo stesso dominio, con sottodomini ad alta entropia:
DnsEvents
| where QueryType == "AAAA"
| extend RootDomain = strcat(split(Name, ".")[-2], ".", split(Name, ".")[-1])
| summarize QueryCount = count(), DistinctSubdomains = dcount(Name) by Computer, RootDomain
| where QueryCount > 200 and DistinctSubdomains > 100
| order by QueryCount desc

Irrigidire l’identità cloud. Applicare Conditional Access con restrizioni sulle app registrate che usano client-credentials flow, generare alert sulla creazione di nuovi client secret e ruotare periodicamente le credenziali applicative — HOLLOWGRAPH dipende interamente da un set di credenziali Entra ID statiche incorporate nel binario: se quelle credenziali vengono revocate o ruotate, il canale Graph smette di funzionare finché l’attaccante non le rinnova via DNS tunneling, un’operazione che a sua volta genera telemetria rilevabile.

Conclusione


HOLLOWGRAPH non introduce tecniche crittografiche nuove né exploit in Microsoft Graph: il suo valore per l’attaccante sta tutto nel mimetismo. Per i team che gestiscono tenant Microsoft 365, il takeaway pratico non è “bloccare Graph API” — impossibile in qualunque organizzazione moderna — ma spostare parte della detection dal perimetro di rete alla telemetria applicativa: audit log di Exchange Online, anomalie nei permessi delle app registrate, e DNS analytics capace di guardare oltre i soliti record A/TXT. È un promemoria che vale la pena avere in mente ogni volta che si progetta un controllo di sicurezza basato solo sulla reputazione del dominio di destinazione.

Fonte: Group-IB Threat Intelligence, “HOLLOWGRAPH: Turning Microsoft 365 Calendars into Covert Command-and-Control Channels” e Petri IT Knowledgebase.

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Nothing pronta a lasciare il Giappone e altri mercati? L’azienda smentisce i rumor


Un report internazionale ha acceso i riflettori su una possibile uscita di Nothing da diversi mercati, Giappone compreso. L'azienda britannica ha però smentito la notizia, pur confermando una riorganizzazione interna con tagli al personale. Il report: addio a oltre 12 mercati Secondo il sito indiano Digit.in, Nothing starebbe valutando il ritiro da più di 12 mercati, tra cui: Giapponealcune aree dell'Europaalcune aree del Medio Oriente Il report parla anche di un taglio del personale […]
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Un report internazionale ha acceso i riflettori su una possibile uscita di Nothing da diversi mercati, Giappone compreso. L’azienda britannica ha però smentito la notizia, pur confermando una riorganizzazione interna con tagli al personale.

Il report: addio a oltre 12 mercati


Secondo il sito indiano Digit.in, Nothing starebbe valutando il ritiro da più di 12 mercati, tra cui:

  • Giappone
  • alcune aree dell’Europa
  • alcune aree del Medio Oriente

Il report parla anche di un taglio del personale che potrebbe coinvolgere circa il 40% dei dipendenti totali, con ridimensionamenti previsti pure nei team di ricerca e sviluppo di Cina e Londra.

Nothing: “È una fake news”


Di fronte a queste indiscrezioni, Nothing ha definito il report una fake news, negando qualsiasi piano di ritiro dai mercati citati. L’azienda ha però ammesso di essere impegnata in una riorganizzazione interna che comporta alcuni tagli al personale, senza confermare né la portata né i mercati coinvolti. Al momento non esiste alcun annuncio ufficiale relativo alla cessazione delle vendite in Giappone o altrove.

Vendite in rallentamento per gli ultimi modelli


Il report solleva dubbi anche sull’andamento commerciale dei prodotti più recenti. Secondo quanto riportato, il Nothing Phone (4b), lanciato questo mese, avrebbe venduto finora circa 20.000 unità, mentre la serie Nothing Phone (4a), uscita a marzo, si fermerebbe a circa 150.000 unità a livello globale, un dato che potrebbe però non includere l’India, il mercato di riferimento del brand, e quindi risultare più alto in realtà.

Per confronto, nel 2025 Nothing avrebbe spedito circa 2 milioni di dispositivi complessivi: se i numeri più recenti fossero confermati, indicherebbero un rallentamento della crescita rispetto all’anno precedente.

Il Giappone, mercato storicamente presidiato


Nothing ha sempre mostrato un approccio piuttosto aggressivo verso il mercato giapponese, tradizionalmente ostico per i brand non locali. Un’eventuale uscita rappresenterebbe quindi un cambio di strategia rilevante. Per ora, però, si tratta di un report smentito dall’azienda stessa: resta da vedere se nelle prossime settimane arriveranno comunicazioni ufficiali più dettagliate sulla riorganizzazione in corso e sulle reali intenzioni del brand nei mercati citati.

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Smartphone più economici nel 2027? La fine della crisi della memoria potrebbe far calare i prezzi anche su Android


Negli ultimi anni il prezzo degli smartphone è salito quasi senza sosta. Nel 2026 Samsung ha aumentato di circa 100 dollari il listino della serie Galaxy S26, mentre il pieghevole Galaxy Z Fold 8 Ultra ha debuttato a partire da 2.100 dollari. In questo contesto, il noto leaker Yogesh Brar ha lanciato una previsione che potrebbe cambiare le cose: nel 2027 i prezzi degli smartphone potrebbero scendere in modo significativo. La carenza di memoria al centro dei rincari Secondo Brar, la carenza […]
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Negli ultimi anni il prezzo degli smartphone è salito quasi senza sosta. Nel 2026 Samsung ha aumentato di circa 100 dollari il listino della serie Galaxy S26, mentre il pieghevole Galaxy Z Fold 8 Ultra ha debuttato a partire da 2.100 dollari. In questo contesto, il noto leaker Yogesh Brar ha lanciato una previsione che potrebbe cambiare le cose: nel 2027 i prezzi degli smartphone potrebbero scendere in modo significativo.

La carenza di memoria al centro dei rincari


Secondo Brar, la carenza di semiconduttori, in particolare di chip di memoria, dovrebbe proseguire fino al primo trimestre del 2028. Tuttavia, se nel 2027 i produttori cinesi CXMT e YMTC riusciranno ad ampliare in modo consistente la propria capacità produttiva, il prezzo della memoria potrebbe calare rapidamente, riducendo di conseguenza anche i costi di produzione degli smartphone.

Alla base dei recenti rincari c’è soprattutto l’esplosione della domanda di memoria da parte dei data center dedicati all’intelligenza artificiale, che ha risucchiato gran parte dell’offerta disponibile a scapito anche del comparto mobile. Se questa pressione dovesse allentarsi, produttori come Samsung potrebbero non essere più costretti ad alzare i prezzi come avvenuto negli ultimi anni.

Un beneficio per tutto il mercato Android


Se la previsione si rivelasse corretta, a beneficiarne sarebbe l’intero comparto Android: da Samsung, che ha già alzato i prezzi della serie Galaxy S26, fino agli altri produttori globali alle prese con gli stessi rincari delle componenti. Anche Google ha recentemente confermato un aumento di prezzo per la serie Pixel 11 legato proprio al costo della RAM, a conferma di quanto il problema sia trasversale a tutto il settore.

Effetti anche sul fronte Apple


Nella sua analisi, Brar cita anche il caso di iPhone 20, atteso nel 2027 come modello celebrativo del ventesimo anniversario. Secondo l’ipotesi, Apple potrebbe scegliere di mantenere invariato il prezzo rispetto a iPhone 18 proprio grazie a un eventuale calo dei costi di memoria, presentandolo come un gesto simbolico per l’anniversario. Non è escluso però lo scenario opposto, con un rincaro legato proprio al carattere celebrativo del modello.

Ancora tutto da confermare


Va sottolineato che si tratta per ora soltanto di una previsione, per quanto proveniente da un leaker con un buon storico di attendibilità. Né Samsung, né Google, né Qualcomm hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali sull’andamento futuro dei prezzi. Il 2027 dipenderà da diversi fattori, tra cui la domanda legata all’intelligenza artificiale e la capacità produttiva dei nuovi player cinesi della memoria. Chi sta pensando di cambiare smartphone nei prossimi mesi farà bene comunque a tenere d’occhio l’andamento del mercato dei semiconduttori.

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Fedora 45 prepara importanti novità per crittografia, bootloader e strumenti di sviluppo


Fedora 45 prepara importanti novità per sicurezza e avvio del sistema con modifiche alla crittografia del kernel, un nuovo GRUB minimale e LLVM 23.Stai leggendo Fedora 45 prepara importanti novità per crittografia, bootloader e strumenti di sviluppo, un articolo del blog Linux Easy. Non riprodurlo altrove senza permesso.

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Tails 7.10: la distribuzione GNU/Linux per l’anonimato introduce una nuova procedura di spegnimento


Tails, acronimo di The Amnesic Incognito Live System, è una distribuzione GNU/Linux progettata per garantire un elevato livello di privacy, sicurezza e anonimato durante l’utilizzo del computer e della rete. Il sistema funziona in...

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OPPO al lavoro su un design tutto nuovo: schermo panoramico senza bisogno di piegarsi


OPPO starebbe sviluppando un fattore di forma completamente nuovo per i suoi smartphone. Secondo il noto leaker Digital Chat Station, l'azienda cinese lancerebbe già nella prima metà del 2027 un modello wide-straight, ovvero uno smartphone tradizionale ma con uno schermo insolitamente panoramico: una prima assoluta per il mondo Android. Display da 6,3-6,4 pollici e bordi sottilissimi Secondo le indiscrezioni, il nuovo modello monterebbe un pannello LTPO da 6,3-6,4 pollici con risoluzione […]
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OPPO starebbe sviluppando un fattore di forma completamente nuovo per i suoi smartphone. Secondo il noto leaker Digital Chat Station, l’azienda cinese lancerebbe già nella prima metà del 2027 un modello wide-straight, ovvero uno smartphone tradizionale ma con uno schermo insolitamente panoramico: una prima assoluta per il mondo Android.

Display da 6,3-6,4 pollici e bordi sottilissimi


Secondo le indiscrezioni, il nuovo modello monterebbe un pannello LTPO da 6,3-6,4 pollici con risoluzione 1,5K e cornici ultra sottili distribuite in modo uniforme sui quattro lati. La caratteristica principale sarebbe però il rapporto di forma: più largo rispetto a quello tipico degli smartphone, per offrire una superficie visiva paragonabile a quella di un pieghevole aperto, ma senza cerniera.

I vantaggi di un pieghevole senza la piega


Il concetto wide-straight punterebbe a offrire i vantaggi tipici di un pieghevole aperto, cioè uno schermo più ampio, senza i compromessi legati a cerniera e display flessibile. Il risultato sarebbe un dispositivo maneggevole come uno smartphone tradizionale, ma con un’area visibile decisamente più generosa.

Tra i benefici pratici ipotizzati: meno bande nere durante la visione di contenuti video in 16:9, e più spazio utile per il multitasking in modalità schermo diviso, utile per la produttività, dalla gestione di documenti ai fogli di calcolo fino alla semplice navigazione web.

Niente cerniera, costi più contenuti


Uno dei principali vantaggi di questo approccio riguarderebbe i costi di produzione. Gli smartphone pieghevoli richiedono cerniere complesse e pannelli OLED flessibili, componenti costosi che si riflettono sul prezzo finale al pubblico. Il nuovo modello OPPO, non avendo bisogno di questi elementi e basandosi su un display rigido tradizionale, potrebbe contenere sensibilmente i costi.

Secondo le informazioni trapelate, la distinta base del dispositivo non si discosterebbe molto da quella di uno smartphone convenzionale della stessa fascia, aprendo la strada a un prezzo più accessibile rispetto ai pieghevoli tradizionali.

Una possibile nuova categoria


Va precisato che al momento si tratta esclusivamente di indiscrezioni: nessuna informazione ufficiale è stata confermata da OPPO, né su specifiche né su tempistiche di lancio. Se il progetto dovesse concretizzarsi, però, potrebbe aprire una categoria del tutto nuova nel panorama Android, capace di offrire parte dei vantaggi dei pieghevoli a un pubblico più ampio, senza i costi elevati che oggi frenano molti utenti dall’acquisto di un foldable.

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Il 70% degli utenti Pixel vuole la fine del chip Tensor: ecco perché


Il chip Tensor, sviluppato internamente da Google, caratterizza la serie Pixel da circa cinque anni. Ma il giudizio degli utenti sembra tutt'altro che unanime: un sondaggio condotto da Android Authority rivela che quasi 7 intervistati su 10 vorrebbero che Google chiudesse il progetto. Il 69,2% dice basta al Tensor Il sondaggio, che ha raccolto circa 1.700 voti tra i lettori di Android Authority, ha posto una domanda diretta: Google dovrebbe continuare a sviluppare i chip Tensor? I risultati […]
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Il chip Tensor, sviluppato internamente da Google, caratterizza la serie Pixel da circa cinque anni. Ma il giudizio degli utenti sembra tutt’altro che unanime: un sondaggio condotto da Android Authority rivela che quasi 7 intervistati su 10 vorrebbero che Google chiudesse il progetto.

Il 69,2% dice basta al Tensor


Il sondaggio, che ha raccolto circa 1.700 voti tra i lettori di Android Authority, ha posto una domanda diretta: Google dovrebbe continuare a sviluppare i chip Tensor? I risultati sono netti:

  • Il progetto Tensor dovrebbe finire: 69,2%
  • Google dovrebbe continuare a svilupparlo: 31%

Un dato che segnala un malcontento diffuso tra gli utenti Pixel e più in generale tra gli appassionati Android nei confronti dell’attuale generazione di chip proprietari di Google.

Prestazioni, calore e batteria nel mirino


Secondo Android Authority, se sul fronte dell’intelligenza artificiale Tensor ha in parte raggiunto gli obiettivi prefissati, permangono criticità evidenti sul piano delle prestazioni pure. Tra i lamenti più ricorrenti degli utenti figurano:

  • autonomia della batteria
  • surriscaldamento
  • prestazioni di CPU e GPU
  • vantaggio AI ormai poco distintivo rispetto ai concorrenti

Uno dei commenti più apprezzati sottolinea come Tensor punti tutto sulle prestazioni AI, ma ormai anche gli ultimi Snapdragon e i chip Apple della serie A offrano capacità AI comparabili, superando però Tensor in prestazioni CPU/GPU ed efficienza energetica. Non manca chi lamenta che le nuove funzioni software vengano riservate ai Pixel più recenti, escludendo modelli precedenti ancora perfettamente validi.

Non tutti vogliono abbandonare il progetto


Circa il 30% degli utenti resta comunque favorevole alla continuazione del progetto, ritenendo che i benefici superino gli svantaggi. C’è chi fa notare come anche Apple abbia impiegato anni prima di ottimizzare al meglio i propri chip proprietari, e che Google meriti lo stesso tempo per maturare la tecnologia Tensor.

Pixel 11 punterà sul Tensor G6


Le indiscrezioni più recenti indicano che la serie Pixel 11, attesa entro l’estate, monterà il nuovo Tensor G6, con miglioramenti soprattutto lato CPU, mentre la GPU dovrebbe ricevere un aggiornamento più contenuto. In un altro sondaggio di Android Authority, alla domanda su cosa si aspettassero maggiormente dai Pixel 11, il 52% degli utenti ha indicato il miglioramento dell’autonomia, seguito dal 23% che chiede più potenza. Resta quindi da vedere se il Tensor G6 riuscirà a cambiare la percezione degli utenti più critici.

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Google conferma il rincaro dei Pixel 11: colpa della crisi della memoria RAM


Google ha ammesso ufficialmente, per la prima volta, che i prezzi della prossima serie Pixel 11 aumenteranno. L'annuncio arriva a poche settimane dall'evento "Made by Google" del 12 agosto, durante il quale l'azienda presenterà i nuovi smartphone, e chiama in causa il rincaro globale dei chip di memoria come principale responsabile. Il prezzo della RAM è quadruplicato in un anno In un'intervista a 9to5Google, Shakil Barkat, vicepresidente della divisione Devices & Services di Google, ha […]
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Google ha ammesso ufficialmente, per la prima volta, che i prezzi della prossima serie Pixel 11 aumenteranno. L’annuncio arriva a poche settimane dall’evento “Made by Google” del 12 agosto, durante il quale l’azienda presenterà i nuovi smartphone, e chiama in causa il rincaro globale dei chip di memoria come principale responsabile.

Il prezzo della RAM è quadruplicato in un anno


In un’intervista a 9to5Google, Shakil Barkat, vicepresidente della divisione Devices & Services di Google, ha spiegato che il costo della memoria RAM è passato da circa 2,8 dollari per gigabyte nel 2025 a circa 12 dollari nel 2026. Un’impennata che, secondo il dirigente, non ha precedenti nella storia recente del settore.

Google ha dichiarato di aver cercato finora di assorbire l’aumento dei costi senza scaricarlo sui clienti, ma il mutato contesto di mercato non lascia più margine di manovra. Di conseguenza, l’azienda ha confermato che anche la gamma Pixel 11 subirà un adeguamento dei prezzi, i cui dettagli saranno svelati il 12 agosto.

Rincaro stimato attorno ai 100 dollari


Secondo le indiscrezioni circolate finora, Pixel 11 e Pixel 11 Pro dovrebbero costare circa 100 dollari in più rispetto ai modelli attuali. Il modello base, però, potrebbe compensare in parte l’aumento raddoppiando lo storage di partenza da 128 GB a 256 GB.

Per Pixel 11 Pro XL e Pixel 11 Pro Fold, invece, non sono previste variazioni significative nelle specifiche: il rincaro di circa 100 dollari arriverebbe senza contropartite evidenti. Google ha inoltre lasciato intendere che l’aggiustamento dei prezzi potrebbe riguardare, in futuro, anche i modelli Pixel già in commercio.

Android più leggero per contenere i costi


Parallelamente al rincaro, Google sta lavorando per ridurre il consumo di memoria di Android stesso. Barkat ha rivelato l’esistenza di un team dedicato con l’obiettivo di diminuire la quantità di RAM necessaria al sistema operativo e alle app, così da garantire un’esperienza fluida anche con meno memoria a bordo.

Google punta inoltre a ottimizzare congiuntamente intelligenza artificiale, software e chip Tensor, per rendere più efficiente l’elaborazione AI direttamente sul dispositivo, riducendo così la dipendenza da grandi quantità di memoria.

Un problema che riguarda tutto il settore


La crisi dei prezzi della memoria non riguarda solo Google: anche Samsung e Apple hanno recentemente alzato i listini dei propri dispositivi, complice l’esplosione della domanda di memoria ad alte prestazioni per i data center dedicati all’intelligenza artificiale. Il caso Pixel 11 conferma quindi una tendenza ormai diffusa in tutto il mercato degli smartphone Android e non solo.

  • Pixel 11 e Pixel 11 Pro: rincaro stimato di circa 100 dollari
  • Modello base: storage raddoppiato a 256 GB per compensare
  • Pixel 11 Pro XL e Pro Fold: aumento senza modifiche hardware rilevanti
  • Prezzi definitivi in arrivo il 12 agosto

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Galaxy S28 Ultra con schermo da 7 pollici? L’ipotesi legata a iPhone 20


Mentre le indiscrezioni sul Galaxy S27 continuano a moltiplicarsi, arriva già una prima voce sul suo successore: secondo alcuni report internazionali, Samsung starebbe valutando uno schermo da 7 pollici per il Galaxy S28 Ultra. Un salto dimensionale che, secondo le fonti, sarebbe in parte legato alle mosse di Apple. Il presunto iPhone 20 Pro Max da 7 pollici L'indiscrezione nasce da alcune voci secondo cui iPhone 20 Pro Max, atteso nel 2027, potrebbe adottare un display da circa 7 pollici. […]
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Mentre le indiscrezioni sul Galaxy S27 continuano a moltiplicarsi, arriva già una prima voce sul suo successore: secondo alcuni report internazionali, Samsung starebbe valutando uno schermo da 7 pollici per il Galaxy S28 Ultra. Un salto dimensionale che, secondo le fonti, sarebbe in parte legato alle mosse di Apple.

Il presunto iPhone 20 Pro Max da 7 pollici


L’indiscrezione nasce da alcune voci secondo cui iPhone 20 Pro Max, atteso nel 2027, potrebbe adottare un display da circa 7 pollici. Gli attuali modelli Ultra e Pro Max si attestano già intorno ai 6,9 pollici, ma la soglia dei 7 pollici rappresenterebbe un salto psicologico verso dimensioni più vicine a un tablet compatto.

Uno schermo più ampio agevolerebbe la visione di video, il gaming, la lettura di ebook e il multitasking, ambiti in cui più superficie disponibile si traduce quasi sempre in un’esperienza migliore.

Samsung pronta a seguire la stessa strada


Secondo alcuni media esteri, se Apple dovesse davvero spingersi verso i 7 pollici, è probabile che Samsung adotti una scelta simile con il Galaxy S28 Ultra. Non sarebbe la prima volta che le due aziende convergono su tendenze simili, dagli smartphone ultrasottili ai pieghevoli più larghi una volta aperti: più che un’influenza diretta, potrebbe trattarsi di risposte parallele alle stesse richieste del mercato, ma il sospetto di un effetto emulazione resta forte tra gli analisti.

Un ingrandimento con dei limiti


Va detto che il passaggio a 7 pollici, in termini assoluti, non rappresenterebbe una rivoluzione dimensionale enorme. Tuttavia, un ulteriore ingrandimento renderebbe più complicati il trasporto e l’uso a una mano su un dispositivo dal formato tradizionale, avvicinando sempre di più gli smartphone dritti di fascia alta alle dimensioni dei pieghevoli aperti.

Proprio questo aspetto solleva un interrogativo: se gli smartphone tradizionali continueranno a crescere fino quasi a raggiungere le dimensioni dei foldable aperti, la differenziazione tra le due categorie diventerà sempre più sottile.

Il prezzo resta l’ostacolo principale dei pieghevoli


I pieghevoli più recenti hanno fatto passi da gigante grazie a cerniere e display sempre più solidi, riducendo problemi storici come la piega centrale o l’autonomia limitata. Ma il vero ostacolo alla loro diffusione resta il prezzo, spesso molto più alto rispetto ai flagship tradizionali. Gli smartphone dritti che si allargano sempre di più sembrano quindi provare a offrire parte dei vantaggi dei pieghevoli senza il relativo sovrapprezzo.

Per ora si tratta soltanto di voci in fase molto preliminare, ma considerando quanto le informazioni sul Galaxy S27 si stiano facendo via via più concrete, è probabile che nei prossimi mesi emergano ulteriori dettagli anche sul Galaxy S28.

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Galaxy S27: si va verso quattro modelli, nuove fotocamere Sony e batteria al silicio-carbonio


A pochi giorni dal debutto dei nuovi Galaxy Z Fold 8, arrivano già le prime indiscrezioni consistenti sulla prossima generazione di punta targata Samsung, il Galaxy S27. Le nuove informazioni riguardano una possibile ristrutturazione della gamma, oltre a importanti novità su fotocamere e batteria. Verso una gamma a quattro modelli Secondo il sito tedesco WinFuture, dati doganali relativi a import ed export confermerebbero che la serie Galaxy S27 sarà composta da quattro modelli […]
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A pochi giorni dal debutto dei nuovi Galaxy Z Fold 8, arrivano già le prime indiscrezioni consistenti sulla prossima generazione di punta targata Samsung, il Galaxy S27. Le nuove informazioni riguardano una possibile ristrutturazione della gamma, oltre a importanti novità su fotocamere e batteria.

Verso una gamma a quattro modelli


Secondo il sito tedesco WinFuture, dati doganali relativi a import ed export confermerebbero che la serie Galaxy S27 sarà composta da quattro modelli distinti:

La novità principale sarebbe il ritorno del Galaxy S27 Pro, una variante più compatta rispetto all’Ultra ma con un comparto fotografico più performante dei modelli standard. Una struttura che ricalcherebbe da vicino lo schema a quattro varianti già utilizzato da Apple per la serie iPhone.

Fotocamere in forte evoluzione


Il comparto fotografico sembra destinato a un salto in avanti su più fronti. Secondo le informazioni trapelate, i modelli Galaxy S27 e S27+ monterebbero un nuovo sensore principale da 50MP, affiancato da un ultragrandangolare da 12MP, mentre resta ancora incerto il teleobiettivo.

Per Galaxy S27 Pro e Galaxy S27 Ultra si parla invece di un ultragrandangolare da 50MP basato sul sensore Sony IMX855, lo stesso già visto sul Galaxy Z Fold 8, oltre a un teleobiettivo da 50MP con zoom 5x e una fotocamera selfie da 16MP con autofocus. Per l’Ultra non si esclude un sensore principale da 200MP, oltre a un secondo teleobiettivo ancora da confermare.

Un sensore Sony anche per la fotocamera principale?


Un altro rumor interessante riguarda proprio il sensore principale da 50MP di Galaxy S27 e S27+, che secondo alcune fonti potrebbe essere firmato Sony anziché Samsung. Se confermato, si tratterebbe di una svolta significativa: negli ultimi anni la serie Galaxy S ha infatti privilegiato i sensori ISOCELL sviluppati internamente proprio per la fotocamera principale, riservando i componenti Sony a teleobiettivi e ultragrandangolari.

Batteria al silicio-carbonio in arrivo


Sul fronte autonomia, le indiscrezioni parlano dell’adozione di una batteria al silicio-carbonio, tecnologia già debuttata sull’ultimo pieghevole di Samsung. Non è ancora chiaro se questa soluzione verrà estesa a tutta la gamma S27, complici i costi più elevati, né se porterà a un aumento significativo della capacità complessiva.

Presentazione attesa nei primi mesi del 2027


Il debutto ufficiale della serie Galaxy S27 è previsto per i primi mesi del 2027, quindi manca ancora diverso tempo. Tra riorganizzazione della gamma, nuove fotocamere e batteria al silicio-carbonio, i prossimi mesi porteranno però sicuramente ulteriori conferme e dettagli sul prossimo top di gamma Samsung.

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Xperia 1 VIII contro Galaxy S26 Ultra: il nuovo Geekbench 7 riduce il gap prestazionale


Il divario prestazionale tra Sony Xperia 1 VIII e Samsung Galaxy S26 Ultra sembrava netto secondo i benchmark tradizionali, ma i nuovi criteri di misurazione introdotti da Geekbench 7 raccontano una storia diversa. Il software, appena aggiornato con parametri più orientati all'uso reale, restringe sensibilmente lo scarto tra i due flagship Android, entrambi equipaggiati con Snapdragon 8 Elite Gen 5. Fino a oggi, i test con Geekbench 6 avevano confermato più volte prestazioni inferiori per […]
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Il divario prestazionale tra Sony Xperia 1 VIII e Samsung Galaxy S26 Ultra sembrava netto secondo i benchmark tradizionali, ma i nuovi criteri di misurazione introdotti da Geekbench 7 raccontano una storia diversa. Il software, appena aggiornato con parametri più orientati all’uso reale, restringe sensibilmente lo scarto tra i due flagship Android, entrambi equipaggiati con Snapdragon 8 Elite Gen 5.

Fino a oggi, i test con Geekbench 6 avevano confermato più volte prestazioni inferiori per Xperia 1 VIII rispetto al rivale di Samsung, nonostante montino lo stesso chipset. Il salto alla versione 7, pensata per riflettere meglio i carichi di lavoro quotidiani, cambia però il quadro.

I numeri del confronto


Con Geekbench 6, il Galaxy S26 Ultra otteneva 3.629 punti in single-core contro i 3.315 di Xperia 1 VIII, un rapporto pari al 91,3%. Nel multi-core la forbice era ancora più ampia: 10.948 contro 9.088 punti, pari all’83%.

Con Geekbench 7, invece, il quadro migliora sensibilmente per il device Sony: nel single-core lo smartphone giapponese raggiunge il 94,2% del punteggio di Galaxy S26 Ultra (2.969 contro 3.153), mentre nel multi-core sale all’88,1% (9.837 contro 11.162).

Perché il nuovo benchmark cambia le carte in tavola


Geekbench 6 e Geekbench 7 utilizzano metodologie di calcolo differenti, per cui non ha senso confrontare i punteggi assoluti tra le due versioni. Ciò che conta è il rapporto relativo tra i due telefoni all’interno della stessa versione del software: ed è proprio questo rapporto a migliorare in modo netto a favore di Xperia 1 VIII con i nuovi criteri.

Il dato suggerisce che le prestazioni percepite nell’uso reale, come l’apertura delle app, la fluidità del multitasking o l’elaborazione fotografica, potrebbero essere più vicine tra i due dispositivi di quanto lasciassero intendere i test più orientati al calcolo puro.

Stesso chip, ottimizzazioni diverse


Va ricordato che entrambi gli smartphone montano lo stesso Snapdragon 8 Elite Gen 5, quindi le differenze di punteggio dipendono in larga parte da come Sony e Samsung gestiscono termiche, software e ottimizzazione di Android. Il miglioramento relativo di Xperia 1 VIII con Geekbench 7 potrebbe indicare un’ottimizzazione più efficace nei carichi di lavoro reali rispetto ai picchi di potenza bruta misurati dai test precedenti.

Per chi sta valutando l’acquisto di uno dei due flagship, il messaggio è chiaro: sulla carta il Galaxy S26 Ultra resta leggermente più performante, ma nell’uso quotidiano il divario con Xperia 1 VIII potrebbe essere molto meno evidente di quanto suggerissero i primi benchmark.

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432 CVE per il Kernel Linux pubblicate in due giorni vi spaventano? È tutto normale!


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Azure Event Grid Namespaces: Autoscale automatico per i workload di messaggistica dinamici


Microsoft porta in public preview l'Autoscale per Azure Event Grid Namespaces: le Throughput Unit si adattano automaticamente al traffico MQTT ed event-driven, senza più dimensionamento manuale.
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Il problema delle Throughput Unit statiche


Chi ha già lavorato con Azure Event Grid Namespaces conosce bene il concetto di Throughput Unit (TU): ogni TU definisce una capacità fissa di ingress/egress per gli eventi, di publish MQTT e di connessioni client MQTT. Fino ad oggi, il numero di TU andava impostato in fase di creazione del namespace e poi regolato manualmente ogni volta che il pattern di traffico cambiava — tipicamente sovradimensionando “per sicurezza” durante i picchi, con conseguente spreco di capacità (e di budget) nei periodi di bassa attività.

Microsoft ha da poco introdotto in public preview la funzionalità Autoscale per Event Grid Namespaces (tier Standard), che elimina questa gestione manuale: il servizio monitora il carico e regola automaticamente le TU tra un minimo e un massimo configurati dall’amministratore.

Come funziona Autoscale


Il funzionamento è deliberatamente semplice, in linea con la filosofia “meno configurazione, più automazione” che Azure sta applicando a diversi servizi PaaS. Event Grid valuta continuamente l’utilizzo su quattro categorie:

  • Event ingress: tasso di eventi in ingresso sui namespace topic HTTP.
  • Event egress: tasso di eventi in uscita verso i sottoscrittori.
  • MQTT publish rate (inbound/outbound): frequenza dei messaggi pubblicati e ricevuti sul broker MQTT.
  • MQTT client count: numero di client MQTT registrati e connessi.

Quando una qualunque di queste metriche supera la soglia di scale-up, il servizio aggiunge automaticamente Throughput Unit. Quando tutte le categorie scendono sotto la soglia di scale-down, le TU in eccesso vengono rilasciate. L’amministratore non definisce policy o soglie personalizzate: si limita a impostare i limiti minimo e massimo di TU, e Event Grid gestisce internamente le decisioni di scaling.

Un richiamo ai concetti di namespace


Per chi non ha ancora familiarità con il modello a namespace di Event Grid (distinto dai topic “classici” di Event Grid Basic), vale la pena ricordare la struttura:

  • Un namespace è un contenitore di gestione che espone un FQDN unico e due endpoint: uno HTTP per i namespace topic, uno MQTT per scenari IoT.
  • I namespace topic supportano sia la pull delivery (il consumer si collega ed estrae i messaggi con semantica queue-like) sia la push delivery (attualmente verso Event Hubs come destinazione).
  • Gli eventi pubblicati devono rispettare lo standard CloudEvents 1.0 del CNCF, con binding HTTP e formato JSON.

Autoscale agisce a livello di namespace, quindi tutte le risorse contenute (topic, topic space MQTT, client, client group) beneficiano della stessa capacità elastica senza bisogno di scaling indipendente per ciascuna.

Abilitare Autoscale: portale, ARM e REST API


La funzionalità, essendo in preview, va abilitata esplicitamente. Dal portale Azure basta aprire il namespace Event Grid, andare nella sezione di configurazione della capacità e attivare l’opzione Autoscale specificando TU minime e massime.

Per chi gestisce l’infrastruttura as code, lo stesso risultato si ottiene via ARM template (o Bicep) impostando le proprietà di scaling sulla risorsa del namespace:

{
  "type": "Microsoft.EventGrid/namespaces",
  "apiVersion": "2025-04-01-preview",
  "name": "ns-iot-produzione",
  "location": "westeurope",
  "sku": {
    "name": "Standard",
    "capacity": 4
  },
  "properties": {
    "isZoneRedundant": true,
    "topicsConfiguration": {},
    "publicNetworkAccess": "Enabled",
    "topicSpacesConfiguration": {
      "state": "Enabled"
    }
  }
}

Nota: al momento della stesura la configurazione fine di Autoscale (min/max TU) va completata tramite portale o REST API dedicata, poiché lo schema ARM per questa preview è ancora in evoluzione — vale la pena controllare la pagina di supporto ufficiale prima di automatizzare il deployment in pipeline CI/CD.

Via REST API, la capacità del namespace si legge e modifica sulla stessa risorsa esposta dall’API di gestione di Event Grid:

GET https://management.azure.com/subscriptions/{subId}/resourceGroups/{rg}/providers/Microsoft.EventGrid/namespaces/{namespaceName}?api-version=2025-04-01-preview

Quando ha senso usarlo


Autoscale è pensato in particolare per due categorie di carico che chi lavora con architetture event-driven conosce bene:

  • Workload IoT con MQTT: il numero di dispositivi connessi e il fan-out delle sottoscrizioni possono variare rapidamente (pensiamo a una flotta di sensori che si riattiva tutta insieme dopo un’interruzione di rete). Dimensionare le TU staticamente per il picco significa pagare capacità inutilizzata per la maggior parte del tempo.
  • Event broker con traffico “a burst”: pipeline di ingestion che ricevono ondate di eventi correlate a batch job, deployment, o processi di business con picchi orari/giornalieri (fine mese, chiusura contabile, campagne marketing).

Per i .NET developer che costruiscono microservizi basati su eventi, questo significa poter progettare la sottoscrizione a namespace topic senza dover stimare a priori il traffico di picco con lo stesso margine di sicurezza richiesto finora — riducendo sia il rischio di throttling sotto carico sia i costi nei periodi di quiete.

Conclusione


Autoscale per Event Grid Namespaces arriva in un’area, il messaging event-driven, dove il dimensionamento manuale è da sempre un compromesso scomodo tra costo e resilienza. Essendo ancora in public preview, prima di adottarlo su workload di produzione critici vale la pena testarlo su un namespace non critico, verificando i tempi di reazione dello scaling automatico sotto carico reale e monitorando le metriche di throttling durante la fase di transizione tra un livello di TU e l’altro.

Fonte: Petri IT Knowledgebase – Azure Event Grid Namespaces Add Autoscale for Dynamic Messaging Workloads; concetti tecnici da Microsoft Learn – Concepts for Event Grid namespace topics

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CVE-2026-8933: come una race condition in snap-confine dà root su Ubuntu Desktop


Qualys ha scoperto una privilege escalation locale in snap-confine su Ubuntu 24.04/25.10/26.04: una race condition tra FUSE, symlink e udev che porta da utente non privilegiato a root. Ecco come funziona e come mitigarla.
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Una race condition nascosta nel cuore del sandboxing di Snap


Il 21 luglio 2026 il Threat Research Unit di Qualys ha reso pubblica CVE-2026-8933, una vulnerabilità di local privilege escalation (LPE) che colpisce snap-confine, il componente che costruisce l’ambiente sandbox per le applicazioni Snap su Ubuntu. Il difetto, classificato come “High” severity, permette a un utente locale non privilegiato di ottenere accesso root completo sulle installazioni di default di Ubuntu Desktop 24.04, 25.10 e 26.04.

La cosa interessante, dal punto di vista di chi amministra sistemi Linux, non è tanto la gravità in sé (le LPE locali sono un classico), quanto come ci si è arrivati: una modifica pensata per aumentare la sicurezza ha introdotto, per effetto collaterale, una finestra di race condition sfruttabile.

Perché snap-confine è cambiato


snap-confine è il binario che Canonical usa per costruire l’ambiente isolato in cui gira ogni applicazione Snap: monta i namespace, applica i profili AppArmor/seccomp e prepara le directory temporanee di lavoro. Storicamente era un binario set-uid-root: partiva già con i privilegi di root e li abbandonava progressivamente.

Per ridurre la superficie d’attacco, Canonical ha migrato snap-confine a un modello basato su set-capabilities: il processo ora gira con l’UID effettivo dell’utente chiamante, ma mantiene comunque delle capability quasi-root (tra cui CAP_SYS_ADMIN e simili) necessarie per completare il setup del sandbox. È un cambiamento in linea con il principio del least privilege, ma ha spostato il problema: durante l’inizializzazione, le directory temporanee sotto /tmp vengono create con proprietario l’utente non privilegiato, e solo in un secondo momento la ownership passa a root. In quella finestra, per quanto stretta, l’attaccante ha ancora pieno controllo sui file.

La catena di exploit


Il team Qualys ha ricostruito un attacco che combina due race condition concorrenti:

  • Bypass del mount namespace via FUSE: l’attaccante monta un filesystem FUSE sopra la directory temporanea di scratch appena creata, prima che snap-confine applichi l’isolamento tramite mount namespace. In questo modo la directory resta accessibile anche dall’esterno del sandbox.
  • Symlink race su fchown(): l’attaccante sostituisce un file atteso con un symlink verso un target arbitrario. Quando snap-confine tenta di creare un file nel sandbox, la open() segue il symlink e scrive sul target reale. Una seconda race condition permette poi di allargare i permessi a 0666 prima che venga invocata fchown() per trasferire la ownership a root.
  • Escalation via udev: per aggirare la confinazione AppArmor, l’exploit punta al percorso /run/udev/, che consente accesso in lettura/scrittura. Depositando un file .rules malevolo in /run/udev/rules.d/ e innescando un ciclo di mount/unmount FUSE, l’attaccante costringe il demone systemd-udevd a eseguire comandi arbitrari come root.

Il risultato finale: da semplice accesso locale non privilegiato a controllo completo del sistema, senza bisogno di interazione da parte di altri utenti.

Versioni coinvolte e patch disponibili


Sono interessate le release che spediscono di default la variante set-capabilities di snap-confine:

  • Ubuntu Desktop 26.04
  • Ubuntu Desktop 25.10
  • Ubuntu Desktop 24.04 (con pacchetti snapd aggiornati)

Canonical ha rilasciato pacchetti snapd corretti, tra cui 2.76+ubuntu26.04.3 per Ubuntu 26.04, 2.76+ubuntu24.04.1 per Ubuntu 24.04 e 2.76+ubuntu22.04.1 per Ubuntu 22.04. La disclosure è stata coordinata con l’Ubuntu Security Team.

Come verificare se un sistema è vulnerabile


Per controllare la versione di snapd installata:

snap version
apt-cache policy snapd

Se la versione del pacchetto snapd è precedente a quelle corrette indicate sopra, il sistema va aggiornato immediatamente:
sudo apt update
sudo apt install --only-upgrade snapd
snap version

Per un controllo su larga scala, chi usa strumenti di vulnerability management (Qualys CSAM o equivalenti) può cercare asset con sistema operativo Ubuntu e pacchetto snapd installato, incrociando poi la versione con quella patchata.

Mitigazioni in attesa della patch


Se non è possibile applicare l’aggiornamento immediatamente, alcune contromisure temporanee riducono l’esposizione:

  • Limitare l’accesso a shell locale ai soli utenti fidati, specialmente su workstation condivise o ambienti multi-utente (lab, terminal server, VDI).
  • Monitorare la creazione di regole udev non autorizzate sotto /run/udev/rules.d/, ad esempio con auditd:
  • auditctl -w /run/udev/rules.d/ -p wa -k udev_rules_watch
  • Disabilitare il montaggio FUSE per utenti non privilegiati dove non strettamente necessario, tramite policy su /etc/fuse.conf o restrizioni AppArmor aggiuntive.

Nessuna di queste misure sostituisce la patch ufficiale: sono palliativi utili solo per il tempo strettamente necessario a pianificare l’aggiornamento.

Conclusione


CVE-2026-8933 è un promemoria utile per chi progetta meccanismi di sandboxing e privilege dropping: il passaggio da set-uid a set-capabilities è, sulla carta, una scelta più sicura, ma introduce una superficie temporale (la finestra tra creazione del file e trasferimento della ownership) che va gestita con la stessa attenzione riservata alle race condition classiche nei binari set-uid. Per chi amministra flotte Ubuntu Desktop, la priorità pratica resta semplice: verificare le versioni di snapd installate, applicare la patch e, nel frattempo, restringere l’accesso shell locale dove possibile.

Fonte: Qualys Threat Research Unit – CVE-2026-8933: Local Privilege Escalation in Set-Capabilities snap-confine

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Cruciferra: il crypter da 2.000 dollari al mese che uccide gli EDR e fa sparire il malware dal disco


Proofpoint svela Cruciferra, servizio di crypter venduto su forum underground che combina BYOVD, syscall indiretti e una variante di Process Ghosting per proteggere AsyncRAT, Agent Tesla, Remcos e altri RAT usati da gruppi come TA4922.
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Sui forum underground si vende come “il crypter più letale del sottosuolo”. Cruciferra, in vendita dall’autunno 2025 su Exploit[.]in a partire da 450 dollari al mese fino a 2.000 per la versione completa, non è l’ennesimo offuscatore di malware: secondo un’analisi pubblicata da Proofpoint il 20 luglio, il servizio combina disattivazione degli EDR via driver vulnerabili, syscall indiretti, un motore di cifratura polimorfico con oltre 90 combinazioni di algoritmi e una variante custom della tecnica di Process Ghosting. Il risultato è un payload che gira in memoria senza mai esistere in forma scansionabile su disco.

Un “umbrella service” per decine di gruppi criminali scollegati tra loro


Cruciferra non è legato a un singolo attore: Proofpoint lo descrive come un servizio “ombrello”, utilizzato in decine di campagne indipendenti per proteggere payload molto diversi tra loro, da AsyncRAT e Agent Tesla a Remcos, XWorm, zgRAT, Formbook/XLoader, DarkCloud Stealer, Phantom Stealer, Snake Keylogger e ValleyRAT. Scritto in Mono, il crypter viene sempre eseguito tramite DLL side-loading: la vittima scarica un archivio contenente un eseguibile legittimo in apparenza e una DLL malevola, che viene caricata automaticamente al lancio del programma principale.

Tra i clienti identificati da Proofpoint figura TA4922, gruppo cinese di cybercrime già noto per l’espansione delle proprie campagne a livello globale. Tra fine aprile e inizio giugno 2026, TA4922 ha condotto almeno quattro campagne da poche centinaia di email ciascuna, con esche a tema fiscale che impersonavano l’Income Tax Department indiano per convincere le vittime a scaricare archivi ZIP contenenti il loader di AsyncRAT. Altre campagne osservate hanno sfruttato notifiche fasulle della Social Security Administration statunitense per distribuire XWorm e AdaptixC2 tramite file VHD, mentre una campagna di fine giugno ha usato reclami di ospiti su presunte cimici da letto per colpire il settore alberghiero con zgRAT.

Come Cruciferra acceca gli EDR


Prima ancora di eseguire il payload finale, Cruciferra dedica gran parte del proprio codice a rendersi invisibile agli strumenti di analisi e difesa. Il DLL principale contiene spesso centinaia o migliaia di funzioni esportate fittizie che puntano a codice spazzatura: solo una manciata di export porta effettivamente al codice malevolo, rendendo più difficile per un analista o un sandbox individuare il punto di ingresso reale. Il malware nasconde poi le finestre di console che potrebbero tradire un’infezione, tramite un thread in background che scandisce ripetutamente l’albero dei processi cercando finestre di classe “ConsoleWindowClass” da occultare con ShowWindow e SetWindowPos.

Sul fronte della telemetria, Cruciferra applica un unhooking sistematico delle funzioni monitorate da EDR e antivirus, ripristinando una copia pulita delle DLL di sistema in memoria per rimuovere gli hook installati dai prodotti di sicurezza. Ricorre inoltre a syscall indiretti: legge una copia pulita di ntdll.dll dal disco e ne conserva gli stub in una struttura globale, così da invocare le API senza passare dagli hook inline che gli EDR installano solitamente su ntdll.dll. A completare il quadro, il malware ripara anche eventuali hook sulla Import Address Table (IAT), una tecnica più datata ma qui reintrodotta deliberatamente, e disabilita le notifiche di sistema modificando chiavi di registro come ToastEnabled e Balloon, per impedire che Windows Defender o il Security Center mostrino avvisi visibili all’utente.

BYOVD: un driver forense trasformato in killer di EDR


L’elemento più aggressivo del crypter è l’abuso di driver kernel legittimi ma vulnerabili, tecnica nota come Bring-Your-Own-Vulnerable-Driver (BYOVD). Cruciferra rilascia sul sistema un “helper driver” firmato digitalmente, spesso il driver GoFlyDrv.sys, e lo usa per inviare comandi IOCTL a basso livello che terminano i processi degli agenti EDR individuati scandendo la lista dei processi attivi. In alternativa, gli analisti hanno osservato anche altri driver impiegati con la stessa logica: Core64.sys, HwOs2Ec.sys, LnvMSRIO.sys, MemoryInformer.sys, NTIOLib_X64.sys, ProcessMonitorDriver.sys e selfprot.sys. Trattandosi di driver firmati da produttori legittimi (spesso strumenti diagnostici o di manutenzione hardware), Windows li carica senza obiezioni nonostante le vulnerabilità note che permettono di trasformarli in armi contro gli stessi prodotti di sicurezza che dovrebbero fermarli.

Per elevare i propri privilegi quando non gira già come amministratore, Cruciferra sfrutta inoltre il bypass dello User Account Control tramite COM Elevation Moniker, e garantisce la persistenza scrivendo una voce denominata “putty” nella chiave di registro Run, così da rieseguirsi automaticamente a ogni riavvio del sistema.

Process Ghosting “potenziato”: nessun file da scansionare


Per l’esecuzione finale del payload, Cruciferra adotta una variante della tecnica di Process Ghosting: crea un file temporaneo, lo marca per l’eliminazione tramite NtSetInformationFile, vi scrive il payload malevolo, quindi crea una sezione immagine con NtCreateSection e SEC_IMAGE prima di chiudere l’handle. Il file viene cancellato dal disco dal sistema operativo, ma la sezione di memoria che lo rappresenta resta viva; un processo legittimo viene poi creato in stato sospeso, la sezione “fantasma” vi viene mappata tramite NtMapViewOfSection, e il contesto del thread viene reindirizzato al vero punto di ingresso del payload prima di riprendere l’esecuzione. Il risultato è un processo in esecuzione supportato da un’immagine PE che non è mai esistita su disco in una forma analizzabile.

Cruciferra aggiunge due ulteriori accorgimenti a questa tecnica, già di per sé insidiosa: applica una patch a ZwQueryVirtualMemory in modo che, quando un EDR interroga la regione di memoria “fantasma”, riceva una risposta manipolata che nasconde l’anomalia del file cancellato; e neutralizza NtManageHotPatch, funzione che il sistema operativo può usare per validare l’integrità delle sezioni immagine caricate rispetto al file su disco che le supporta, impedendo così qualunque verifica di coerenza da parte del kernel.

Crittografia su misura: oltre 90 algoritmi ricombinati


Il payload viene conservato nella sezione “.reloc” del binario, codificato in Base16 con un set di caratteri personalizzato, e protetto da uno delle oltre 90 varianti di algoritmi crittografici che Cruciferra può generare combinando componenti presi da cifrari e generatori di numeri pseudocasuali noti: Keccak (SHA-3), convoluzione ciclica, reti Feistel generalizzate, SPECK-128/256 in modalità CTR, PRNG multiply-accumulate, una versione modificata di Threefish-256, combinazioni Xorshift64/middle-square e diverse varianti ARX (Addition-Rotation-XOR). L’unico algoritmo standard rimasto intatto è DES-CBC-PKCS7. Questo approccio “bring your own crypto” rende ogni campione sostanzialmente unico dal punto di vista crittografico, complicando enormemente il rilevamento basato su firme statiche.

Un dettaglio utile ai difensori: i metadati “File Version Information” dei binari generati da Cruciferra contengono spesso stringhe casuali generate combinando due o quattro parole a caso (ad esempio “2026 Colpoplastric Semipreactical Group” nei campi Copyright, Product e Description), un pattern che, unito a firme YARA mirate, ha permesso a Proofpoint di tracciare su VirusTotal nuove build del crypter caricate a intervalli di pochi minuti, segno di un servizio in sviluppo attivo e continuo.

Due righe per i difensori


  • Bloccare il caricamento dei driver kernel noti come vulnerabili tramite la lista di blocco di Microsoft (HVCI/driver blocklist) e strumenti come LOLDrivers, includendo GoFlyDrv.sys e gli altri driver associati a Cruciferra.
  • Monitorare la creazione di sezioni immagine da file marcati per l’eliminazione (NtCreateSection su file con delete-pending) come indicatore di Process Ghosting, oltre a chiamate anomale a NtManageHotPatch.
  • Verificare la presenza della chiave di persistenza “putty” nel Run key del registro, un IOC comportamentale a basso costo di rilevamento.
  • Applicare filtri anti-phishing rafforzati sulle esche a tema fiscale e previdenziale, particolarmente ricorrenti nelle campagne osservate.
  • Dare priorità a soluzioni EDR con protezione kernel indipendente dal proprio agente in user-mode, per resistere a tecniche BYOVD che colpiscono direttamente il processo dell’agente.

Cruciferra conferma una tendenza ormai consolidata nel malware-as-a-service: la sofisticazione tecnica un tempo riservata agli APT state-sponsored è oggi acquistabile con un abbonamento mensile, e la vera barriera all’ingresso per il cybercrime commodity non è più scrivere codice evasivo, ma semplicemente pagare chi lo ha già scritto.

IoC

# Driver BYOVD abusati da Cruciferra (SHA-256)
Core64.sys               17aae57cf6255c7eb169bf62ea67376d9708976eb7831f8cdd0ea38bdcb37dc4
GoFlyDrv.sys              2fdfdd13a0c548bb68c9d5aa8599a9265d4659da3e237fe7a42ac6ac06b9a06a
HwOs2Ec.sys               c4e93449453cf67c5d5605bb8f425207a738a242fdb432d720acc32faa74926c
LnvMSRIO.sys              c5b1e9aafc8f2b4ab05effc00fd43f3114b9ef1d592a086c952793ac4e299809
MemoryInformer.sys        7887e919555fb5948c217556ba149392a72982b1bc427d3db779db9dcbf09ee8
NTIOLib_X64.sys           09bedbf7a41e0f8dabe4f41d331db58373ce15b2e9204540873a1884f38bdde1
ProcessMonitorDriver.sys  5b4f59236a9b950bcd5191b35d19125f60cfb9e1a1e1aa2e4f914b6745dde9df
selfprot.sys              c46e907886e2158cbc453e767183aecf07887b5ac8848f19684451883d69f5f0
# Campagna TA4922 / Cruciferra / AsyncRAT
hxxp://hsahyteiows[.]gu[.]cc
hxxp://yicoweytcbtw[.]gu[.]cc
hxxp://xkcifgieusr[.]gu[.]cc
hxxp://fuaytrwese[.]love
3c181f642e24c28602a87be7f195e2f3d1ffa30b37e20f5121d99f88b22ab80e  (Tax-Number52563.zip, SHA256)
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# Campagna XWorm
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# Campagna zgRAT
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# Persistenza
Registro: HKCU\Software\Microsoft\Windows\CurrentVersion\Run\putty
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Cl0p sfrutta una falla critica in PTC Windchill e FlexPLM: webshell ed estorsioni nella supply chain del manufacturing


La gang Cl0p, nota per gli attacchi di massa a MOVEit e GoAnywhere, sta ora sfruttando CVE-2026-12569 in PTC Windchill e FlexPLM per compromettere aziende manifatturiere, automotive, aerospaziali e retail. Webshell JSP, furto dati ed estorsioni: analisi tecnica completa con IoC.
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Cl0p torna a colpire dove sa fare più male: non un endpoint qualsiasi, ma il software che tiene insieme la catena di progettazione e produzione di centinaia di aziende manifatturiere, automotive, aerospaziali e di abbigliamento. La gang, la stessa che ha reso celebri gli attacchi di massa contro MOVEit, GoAnywhere MFT e Accellion FTA, sta ora sfruttando una falla critica in PTC Windchill e FlexPLM per ottenere accesso non autenticato, installare webshell e avviare campagne di estorsione su scala industriale.

Un bersaglio scelto con cura: il PLM come infrastruttura critica invisibile


Windchill è la piattaforma di Product Lifecycle Management (PLM) di PTC usata da produttori e ingegneri per gestire distinte base, disegni CAD, cicli di revisione e conformità normativa. FlexPLM è la sua controparte pensata per retail, abbigliamento, calzature e beni di consumo. Sono, in sostanza, il “sistema nervoso” della progettazione di prodotto: chi compromette Windchill non ruba solo dati, ottiene la proprietà intellettuale che tiene in piedi intere linee produttive, spesso condivise con fornitori e terze parti a valle della catena. È esattamente il tipo di software “orizzontale ma invisibile” che Cl0p ha sempre preferito, sul modello già visto con MOVEit nel 2023: individuare una falla in un prodotto enterprise diffuso, sfruttarla in massa prima che le patch si diffondano, poi monetizzare i dati sottratti con estorsioni multiple.

La falla: CVE-2026-12569, CVSS 9.3


La vulnerabilità alla base della campagna è un caso di improper input validation legato alla deserializzazione di dati non attendibili in Windchill, che consente a un attaccante remoto e non autenticato di eseguire codice arbitrario con una singola richiesta malformata. Secondo l’advisory diffusa da ricercatori di threat intelligence (ecrime.ch) e ripresa dagli analisti, l’affiliato Cl0p osservato in queste settimane concatena due debolezze distinte: una falla di information disclosure nel WSDL di FlexPLM, che permette di mappare gli endpoint e raccogliere informazioni utili sull’istanza target, e una vulnerabilità nel servlet di login di Windchill, che consente di bypassare l’autenticazione e ottenere RCE. Il risultato è una catena di exploit pienamente “unauthenticated to RCE”, il tipo di primitiva che i gruppi ransomware più organizzati amano weaponizzare in pochi giorni.

PTC ha comunicato la vulnerabilità il 17 giugno 2026, rilasciando le prime patch il giorno successivo dopo aver confermato exploitation attiva in the wild. CISA ha inserito CVE-2026-12569 nel proprio Known Exploited Vulnerabilities (KEV) catalog il 25 giugno, imponendo alle agenzie federali statunitensi la remediation entro il 28 giugno: è la prima vulnerabilità di un prodotto PTC ad entrare nel KEV. In Germania, il BSI e la polizia federale (BKA) hanno avvisato direttamente le aziende esposte già dalla notte del 17 giugno, un déjà-vu rispetto a un’altra vulnerabilità RCE nelle stesse piattaforme (CVE-2026-4681) divulgata a marzo 2026.

Dalla falla alla webshell: la firma operativa dell’attacco


Una volta ottenuta l’esecuzione di codice, gli operatori osservati droppano webshell JSP persistenti seguendo uno schema di naming riconoscibile: file con nome esadecimale a 16 caratteri collocati sotto il percorso di login di Windchill. Da lì gestiscono comandi da remoto, effettuano attività di file-listing (lasciando spesso una traccia in un file temporaneo) ed esfiltrano dati prima di passare alla fase di estorsione, con email inviate direttamente alle organizzazioni colpite nei settori Manufacturing, Automotive, Aerospace e Retail/Apparel. Non risultano, al momento, evidenze pubbliche di deployment di ransomware “classico” con cifratura dei file: lo schema resta quello, tipico di Cl0p dal 2023 in poi, di furto massivo di dati seguito da doppia estorsione senza necessariamente criptare gli ambienti compromessi.

Due righe per i difensori: rischio supply chain, non solo perimetrale


Il vero elemento di rischio geopolitico e industriale qui non è la singola azienda compromessa, ma l’effetto a cascata: Windchill e FlexPLM sono spesso condivisi con OEM, fornitori Tier 1 e partner di co-design. Un accesso non autorizzato ai repository PLM significa potenziale esposizione di disegni tecnici, specifiche di materiali, cicli di produzione e roadmap di prodotto — informazioni che hanno valore sia per la criminalità organizzata in cerca di leva estorsiva, sia, in scenari più sensibili (difesa, aerospazio), per attori interessati allo spionaggio industriale. È lo stesso pattern di rischio già visto con gli attacchi a piattaforme di file transfer enterprise: la superficie non è l’endpoint dell’utente, ma il software B2B che nessuno vede ma su cui si regge la produzione.

  • Applicare immediatamente le patch PTC per Windchill e FlexPLM (rilasciate dal 18 giugno 2026) su tutte le versioni supportate.
  • Verificare la presenza di webshell nel percorso /Windchill/login/ con nomi esadecimali a 16 caratteri.
  • Analizzare i log HTTP per richieste POST anomale verso gli endpoint di login e per l’header X-windchill-req.
  • Bloccare al perimetro gli indirizzi IP noti come infrastruttura di comando e controllo.
  • Limitare l’esposizione diretta a Internet dell’endpoint di login Windchill dove operativamente possibile, instradando l’accesso tramite VPN o gateway con MFA.
  • Effettuare un controllo retrospettivo dei log di accesso per individuare eventuali esfiltrazioni avvenute prima della patch.


Indicatori di compromissione

# Indirizzi IP associati all'infrastruttura d'attacco
172.111.38.31
216.152.148.54
104.243.35.131
74.50.76.146
5.180.41.35   # C2 - bloccare immediatamente al perimetro
# Pattern webshell
/Windchill/login/[0-9a-f]{16}.jsp
# Hash file webshell (SHA-256)
55a1eb4c2d3da04376df39d7ba832569c6af1a37a0cf2b95f754ac898023a30c
# Marcatore di attivita di file-listing dell'attaccante
/tmp/flst.txt  (o nella working directory di Windchill)
# Header HTTP sospetto usato dagli operatori
X-windchill-req: *

Per i team di sicurezza che gestiscono ambienti PLM esposti, il messaggio è chiaro: la finestra tra disclosure pubblica e weaponization da parte di gruppi come Cl0p si è ormai ridotta a giorni, non settimane. Chi non ha ancora patchato Windchill o FlexPLM dovrebbe considerare l’ambiente potenzialmente già compromesso e agire di conseguenza, con hunting retroattivo prima ancora del solo deployment della patch.
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Kudu: il software open source che unisce pulizia del sistema, sicurezza e privacy


Kudu è un software open source per Windows, macOS e Linux che unisce pulizia del sistema, analisi della sicurezza e tutela della privacy.
Stai leggendo Kudu: il software open source che unisce pulizia del sistema, sicurezza e privacy, un articolo del blog Linux Easy. Non riprodurlo altrove senza permesso.

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OpenAI, Hugging Face e il terrorismo psicologico di chi vende servizi e trasforma un test in Skynet


Durante un test sulla capacità di creazione di exploit effettivi a fronte di vulnerabilità, i modelli di OpenAI hanno "ragionato" che potevano ottenere le soluzioni già pronte proprio dal database di produzione di Hugging Face, organizzando un attacco per rubare le risposte.
Ed ovunque si urla al miracolo, alla creazione dell'AI definitiva, talmente potente da non poter essere condivisa con tut...

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Linux 0.1 rivive in Rust: il progetto che riscopre le origini del kernel


Scopri linux-0.11-rs, il progetto che riscrive Linux 0.1 in Rust per studiare le origini del sistema operativo e le potenzialità del linguaggio.
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Ubuntu 26.10 permette di verificare la certificazione hardware direttamente dalle Impostazioni


Ubuntu 26.10 aggiunge un controllo integrato per verificare la certificazione Ubuntu direttamente dalle Impostazioni, senza usare il terminale.Stai leggendo Ubuntu 26.10 permette di verificare la certificazione hardware direttamente dalle Impostazioni, un articolo del blog Linux Easy. Non riprodurlo altrove senza permesso.

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Redmi Note 17 avvistato su Geekbench: confermati Snapdragon 4 Gen 4 e 8 GB di RAM


La variante indiana del Redmi Note 17 è comparsa nel database di Geekbench, confermando alcune specifiche chiave del nuovo smartphone di fascia media di Xiaomi in vista del debutto sul mercato indiano. Snapdragon 4 Gen 4 confermato Il dispositivo registrato sul benchmark monta il processore Qualcomm Snapdragon 4 Gen 4, lo stesso chipset già visto sulla versione cinese presentata a luglio. L'unità testata dispone di 8 GB di RAM e gira con Android 16 a bordo. Nei test con Geekbench 6.7.1, […]
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La variante indiana del Redmi Note 17 è comparsa nel database di Geekbench, confermando alcune specifiche chiave del nuovo smartphone di fascia media di Xiaomi in vista del debutto sul mercato indiano.

Snapdragon 4 Gen 4 confermato


Il dispositivo registrato sul benchmark monta il processore Qualcomm Snapdragon 4 Gen 4, lo stesso chipset già visto sulla versione cinese presentata a luglio. L’unità testata dispone di 8 GB di RAM e gira con Android 16 a bordo. Nei test con Geekbench 6.7.1, lo smartphone ha ottenuto un punteggio di 950 in single-core e 2.324 in multi-core.

Debutto in India previsto per il 6 agosto


Secondo le indiscrezioni più recenti, il Redmi Note 17 dovrebbe essere presentato ufficialmente in India il 6 agosto, con specifiche sostanzialmente identiche a quelle della versione cinese già in commercio.

Le specifiche attese


Se la versione indiana ricalcherà davvero quella cinese, ecco cosa dovrebbe offrire il nuovo Redmi Note 17:

  • Display OLED da circa 7 pollici
  • Risoluzione 1080 x 2396 pixel
  • Refresh rate a 120 Hz
  • Luminosità di picco fino a 1.800 nit
  • Chipset Snapdragon 4 Gen 4
  • 8 GB di RAM
  • Tagli di memoria da 128 GB o 256 GB
  • Fotocamera principale da 50 megapixel
  • Fotocamera anteriore da 8 megapixel
  • Batteria da 8.000 mAh
  • Ricarica rapida cablata da 45W
  • Ricarica inversa cablata da 22,5W


Batteria maxi come punto di forza


La batteria da 8.000 mAh rappresenta probabilmente l’elemento più interessante della scheda tecnica, un valore raramente riscontrabile in smartphone della stessa fascia di prezzo. La comparsa su Geekbench conferma che i preparativi per il lancio indiano procedono spediti: nelle prossime settimane si attendono ulteriori dettagli su prezzo e disponibilità.

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OPPO Find X10, spuntano le prime foto reali: fotocamera orizzontale e forse un tasto AI


Sui social cinesi sono comparse alcune foto che ritraggono quello che sembra essere un esemplare reale della serie OPPO Find X10, il prossimo top di gamma dell'azienda. Il dispositivo, protetto da una cover, non svela ancora il design completo ma lascia intravedere alcuni dettagli sul comparto fotografico posteriore. Modulo fotocamera orizzontale Le immagini, pubblicate su Weibo, mostrano il presunto Find X10 accanto ad altri smartphone, incluso un iPhone 17 Pro. Nonostante la cover, si […]
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Sui social cinesi sono comparse alcune foto che ritraggono quello che sembra essere un esemplare reale della serie OPPO Find X10, il prossimo top di gamma dell’azienda. Il dispositivo, protetto da una cover, non svela ancora il design completo ma lascia intravedere alcuni dettagli sul comparto fotografico posteriore.

Modulo fotocamera orizzontale


Le immagini, pubblicate su Weibo, mostrano il presunto Find X10 accanto ad altri smartphone, incluso un iPhone 17 Pro. Nonostante la cover, si riesce a distinguere un ampio modulo fotocamera orizzontale, con tre sensori allineati sul lato sinistro e, sul lato destro, un flash LED affiancato da quello che sembra un sensore multispettrale. L’impostazione generale ricorda da vicino quella del Find X9s Pro, lanciato in Cina nell’aprile 2026. Non è ancora chiaro quale modello specifico della gamma sia ritratto negli scatti.

Un tasto dedicato all’AI


Il leaker Digital Chat Station ha aggiunto un altro tassello al puzzle, riferendo che la serie Find X10 potrebbe introdurre un tasto fisico personalizzabile dedicato alle funzioni di intelligenza artificiale. Secondo le stesse indiscrezioni, i colori disponibili al lancio dovrebbero includere bianco, arancione e ciano, anche se si tratta per ora di informazioni non confermate ufficialmente.

Tre modelli e camera da 200 MP per il top di gamma


La gamma dovrebbe articolarsi su tre modelli: Find X10 standard, Find X10 Pro e Find X10 Pro Max. Sul fronte processore, le indiscrezioni più accreditate parlano dell’adozione del nuovo MediaTek Dimensity 9600. Il modello di punta, il Find X10 Pro Max, potrebbe inoltre puntare su un ambizioso comparto fotografico con tre sensori da ben 200 megapixel ciascuno, secondo quanto trapelato in precedenza.

Presentazione attesa entro fine anno


La presentazione ufficiale della serie Find X10 è attesa nel quarto trimestre del 2026, quindi c’è ancora tempo prima dell’annuncio definitivo. Le foto e le specifiche circolate finora restano indiscrezioni non confermate, ma la comparsa di un presunto esemplare reale suggerisce che lo sviluppo del dispositivo proceda ormai in fase avanzata. Nei prossimi mesi sono attesi ulteriori dettagli su display, fotocamera e sistema di ricarica.

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Pixel 11, nuovi render svelano piccoli ritocchi al design della fotocamera


Continuano a moltiplicarsi le indiscrezioni sul prossimo top di gamma di Google. Una nuova serie di render non ufficiali del Pixel 11 è comparsa online, mostrando il dispositivo da angolazioni finora inedite e confermando alcune piccole modifiche estetiche rispetto a quanto già circolato nelle scorse settimane. Tre modelli a confronto Le immagini sono state pubblicate dal noto leaker OnLeaks in collaborazione con il sito MyMobiles, e riguardano l'intera famiglia attesa: Pixel 11, Pixel 11 […]
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Continuano a moltiplicarsi le indiscrezioni sul prossimo top di gamma di Google. Una nuova serie di render non ufficiali del Pixel 11 è comparsa online, mostrando il dispositivo da angolazioni finora inedite e confermando alcune piccole modifiche estetiche rispetto a quanto già circolato nelle scorse settimane.

Tre modelli a confronto


Le immagini sono state pubblicate dal noto leaker OnLeaks in collaborazione con il sito MyMobiles, e riguardano l’intera famiglia attesa: Pixel 11, Pixel 11 Pro e Pixel 11 Pro XL. I render permettono di osservare il design da prospettive diverse rispetto alle prime fughe di notizie, mettendo in evidenza alcuni ritocchi minori nella zona della fotocamera posteriore.

Un design ormai consolidato


Un elemento interessante è la coerenza tra queste nuove immagini e quelle apparse per errore su Amazon a inizio mese, un dettaglio che rafforza l’attendibilità delle indiscrezioni. Il design generale sembra ormai abbastanza definito, il che lascia presupporre che eventuali sorprese in fase di presentazione ufficiale saranno limitate.

Cosa aspettarsi dalla gamma Pixel 11


Oltre all’aspetto estetico, i rumor delle ultime settimane hanno riguardato anche il comparto hardware, con voci su un nuovo chip proprietario Tensor e miglioramenti al comparto fotografico. Google dovrebbe presentare ufficialmente la serie Pixel 11 nel corso dell’evento di agosto, insieme al nuovo Pixel Watch 5. Come sempre, restano da confermare specifiche tecniche definitive e prezzi, che l’azienda annuncerà solo in occasione del lancio ufficiale.

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Pixel Watch 5, spuntano le specifiche: stesso chip del modello precedente


Google si appresta a presentare il nuovo Pixel Watch 5, atteso per agosto, e le prime informazioni sulle specifiche tecniche sono già trapelate in rete. Secondo quanto emerso, lo smartwatch potrebbe puntare più sull'incremento della memoria che su un salto generazionale del processore, lasciando presagire un'evoluzione piuttosto contenuta rispetto al modello precedente. Ancora lo Snapdragon W5 Gen 2 sotto la scocca Le informazioni arrivano da 9to5Google, che ha individuato riferimenti al […]
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Google si appresta a presentare il nuovo Pixel Watch 5, atteso per agosto, e le prime informazioni sulle specifiche tecniche sono già trapelate in rete. Secondo quanto emerso, lo smartwatch potrebbe puntare più sull’incremento della memoria che su un salto generazionale del processore, lasciando presagire un’evoluzione piuttosto contenuta rispetto al modello precedente.

Ancora lo Snapdragon W5 Gen 2 sotto la scocca


Le informazioni arrivano da 9to5Google, che ha individuato riferimenti al Pixel Watch 5 all’interno della Google Play Console. Il dispositivo, identificato con il nome in codice “Godric”, monterebbe lo stesso processore Qualcomm Snapdragon W5 Gen 2 (SW5100) già visto sul Pixel Watch 4, invece di un chip di nuova generazione come molti si aspettavano.

Una scelta che, se confermata, limiterebbe i guadagni in termini di prestazioni pure, spostando l’attenzione su altri fronti dell’esperienza d’uso quotidiana.

Più RAM per compensare


A bilanciare la scelta del processore invariato ci penserebbe un aumento della memoria RAM, che dovrebbe garantire una maggiore fluidità nella gestione delle app e delle notifiche, oltre a un multitasking più efficiente su Wear OS. Non è ancora chiaro se Google interverrà anche su batteria e display, aspetti su cui i rumor restano per ora silenti.

Quando arriva


Il Pixel Watch 5 dovrebbe essere presentato insieme alla nuova gamma Pixel 11 nell’evento di agosto targato Google. Come sempre in questi casi, si tratta di indiscrezioni non ancora confermate ufficialmente dall’azienda: il quadro completo delle specifiche, incluso il prezzo di lancio, sarà chiaro solo nelle prossime settimane, quando ci si avvicinerà alla data della presentazione.

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POCO F9 Pro e F9 Ultra: certificazione conferma un possibile arrivo in Giappone con Snapdragon 8 Elite Gen 5


Nuovi dettagli emergono sui prossimi top di gamma del marchio POCO. I modelli F9 Pro e F9 Ultra hanno ottenuto la certificazione GSMA, e tra i mercati elencati compare a sorpresa anche il Giappone, aprendo alla possibilità di un debutto anche fuori dai circuiti abituali del brand. Un lancio su più mercati, Giappone incluso Secondo la documentazione di certificazione, POCO F9 Pro e F9 Ultra saranno distribuiti in numerosi mercati, tra cui l'area economica europea, Turchia, Indonesia, […]
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Nuovi dettagli emergono sui prossimi top di gamma del marchio POCO. I modelli F9 Pro e F9 Ultra hanno ottenuto la certificazione GSMA, e tra i mercati elencati compare a sorpresa anche il Giappone, aprendo alla possibilità di un debutto anche fuori dai circuiti abituali del brand.

Un lancio su più mercati, Giappone incluso


Secondo la documentazione di certificazione, POCO F9 Pro e F9 Ultra saranno distribuiti in numerosi mercati, tra cui l’area economica europea, Turchia, Indonesia, Russia, Taiwan e, appunto, Giappone. Al momento non c’è alcuna conferma ufficiale sul lancio nel mercato nipponico, ma la comparsa in fase di certificazione lascia intendere che l’ipotesi sia concreta. Il debutto è atteso nella prima metà del 2027.

Snapdragon 8 Elite Gen 5 al posto del Gen 6


Sul fronte hardware, l’analisi del database MI Code ha rivelato che entrambi i modelli monteranno lo Snapdragon 8 Elite Gen 5 (SM8850), contrariamente alle prime attese che ipotizzavano l’adozione del più recente Gen 6, probabilmente non ancora pronto per l’integrazione commerciale. A completare la scheda tecnica, un pannello AMOLED prodotto da TCL con refresh rate a 185 Hz e sensore di impronte digitali ultrasonico sotto al display, oltre alla ricarica rapida da 100W via cavo e 50W wireless.

Batterie generose e fotocamera da 200 MP


I due modelli si differenzieranno soprattutto per la capacità della batteria. Il POCO F9 Ultra, nome in codice “Songyuan” e basato sul REDMI K100 Pro Max destinato al mercato cinese, dovrebbe montare una batteria da circa 10.000 mAh. Il POCO F9 Pro, con nome in codice “Athens” e derivato dal REDMI K100, si fermerebbe comunque sopra gli 8.000 mAh. Entrambi i modelli dovrebbero condividere una fotocamera principale da 200 megapixel e il supporto alla eSIM.

In attesa dell’annuncio ufficiale


Va ricordato che queste informazioni provengono da documenti di certificazione e analisi non ufficiali, e non sono ancora state confermate da Xiaomi o POCO. Nei prossimi mesi sono attesi ulteriori dettagli in vista del lancio.

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Silver Browser: il browser open source per Linux che mette al primo posto la privacy


Silver Browser è un browser desktop open source basato su Qt WebEngine con funzioni avanzate per privacy, sicurezza e navigazione su LinuxStai leggendo Silver Browser: il browser open source per Linux che mette al primo posto la privacy, un articolo del blog Linux Easy. Non riprodurlo altrove senza permesso.

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Mt. Sync la nuova interfaccia grafica per rclone che semplifica la gestione del cloud su Linux


Mt. Sync è una nuova interfaccia grafica GTK4 per rclone che semplifica sincronizzazione, montaggio e gestione del cloud su LinuxStai leggendo Mt. Sync la nuova interfaccia grafica per rclone che semplifica la gestione del cloud su Linux, un articolo del blog Linux Easy. Non riprodurlo altrove senza permesso.

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KDE potenzia l’infrastruttura PIM per conquistare aziende e pubbliche amministrazioni


KDE rafforza l'infrastruttura PIM grazie ai fondi del Sovereign Tech Fund, con miglioramenti ad Akonadi, IMAP, DAV e supporto enterpriseStai leggendo KDE potenzia l’infrastruttura PIM per conquistare aziende e pubbliche amministrazioni, un articolo del blog Linux Easy. Non riprodurlo altrove senza permesso.

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Xiaomi Pad 9 avvistato nelle certificazioni: ricarica rapida da 45W in arrivo


Il tablet di prossima generazione di Xiaomi, atteso con il nome Xiaomi Pad 9, è comparso nel database delle certificazioni cinesi 3C. Il passaggio attraverso questo ente rappresenta solitamente uno degli ultimi passaggi prima dell'annuncio ufficiale di un prodotto, e lascia quindi intuire che il lancio si stia avvicinando. Il successore di Xiaomi Pad 8 Lo scorso anno Xiaomi aveva presentato sul mercato cinese Xiaomi Pad 8 e Xiaomi Pad 8 Pro, e tutto lascia pensare che l'azienda sia ora al […]
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Il tablet di prossima generazione di Xiaomi, atteso con il nome Xiaomi Pad 9, è comparso nel database delle certificazioni cinesi 3C. Il passaggio attraverso questo ente rappresenta solitamente uno degli ultimi passaggi prima dell’annuncio ufficiale di un prodotto, e lascia quindi intuire che il lancio si stia avvicinando.

Il successore di Xiaomi Pad 8


Lo scorso anno Xiaomi aveva presentato sul mercato cinese Xiaomi Pad 8 e Xiaomi Pad 8 Pro, e tutto lascia pensare che l’azienda sia ora al lavoro sulla generazione successiva. Il dispositivo individuato nel database 3C porta il codice modello M656BA.

Ricarica rapida a 45W confermata dalla certificazione


Dai documenti risulta che il tablet sarà abbinato a un alimentatore con codice MDY-17-EE, capace di erogare fino a 45W in ricarica rapida cablata. Al momento questa è l’unica specifica confermata dalla certificazione, ma il solo fatto che il dispositivo abbia superato questo passaggio suggerisce che l’annuncio ufficiale potrebbe non essere troppo lontano.

Attesi due modelli con chip Snapdragon


Secondo le indiscrezioni circolate finora, la serie Xiaomi Pad 9 dovrebbe comporsi di due varianti, una standard e una Pro. Il modello base dovrebbe montare un processore della serie Snapdragon 8, proponendosi come tablet dal grande schermo destinato a un utilizzo versatile, mentre la variante Pro dovrebbe puntare su un chip ancora più performante. Dal codice sorgente di HyperOS emergerebbe inoltre la presenza di una batteria dalla capacità generosa, pari a 9.720 mAh.

Ancora molti dettagli da scoprire


Al momento restano sconosciuti diversi aspetti chiave, come le dimensioni del display, la configurazione della memoria e le caratteristiche del comparto fotografico. La registrazione presso l’ente di certificazione avviene solitamente poco prima del lancio commerciale, quindi è probabile che nelle prossime settimane emergano ulteriori dettagli sulle specifiche tecniche di Xiaomi Pad 9. Il debutto sembra al momento destinato al mercato cinese, mentre resta ancora da chiarire se e quando il tablet arriverà anche a livello internazionale.

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