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Google Play Servizi si aggiorna: IMEI dalla schermata di blocco e altre novità per Android


Google ha avviato il 20 luglio 2026 il rilascio di Google Play Servizi v26.28, un aggiornamento che introduce diverse novità pensate per migliorare sicurezza e comodità d'uso sugli smartphone Android. Le modifiche non stravolgono l'esperienza quotidiana, ma toccano funzioni utili che molti utenti finiranno per apprezzare nella pratica. IMEI visibile anche dalla schermata di blocco La novità più rilevante riguarda la possibilità di consultare il codice IMEI del dispositivo direttamente […]
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Google ha avviato il 20 luglio 2026 il rilascio di Google Play Servizi v26.28, un aggiornamento che introduce diverse novità pensate per migliorare sicurezza e comodità d’uso sugli smartphone Android. Le modifiche non stravolgono l’esperienza quotidiana, ma toccano funzioni utili che molti utenti finiranno per apprezzare nella pratica.

IMEI visibile anche dalla schermata di blocco


La novità più rilevante riguarda la possibilità di consultare il codice IMEI del dispositivo direttamente dalla schermata di blocco, senza dover sbloccare il telefono. Il numero IMEI è spesso richiesto in caso di smarrimento, per l’assistenza tecnica o per operazioni legate alla rete mobile: finora era necessario accedere alle impostazioni, mentre con questo aggiornamento la procedura diventa molto più rapida.

Miglioramenti per WebView, storage e Android TV


L’aggiornamento introduce anche il supporto ai permessi audio all’interno delle WebView legate alla gestione dell’account, oltre a nuove API rivolte ai produttori per avviare più facilmente le schermate di gestione dello storage e degli abbonamenti attivi sul dispositivo.

Su Android TV debutta invece il supporto ad Android Credential Manager, che semplifica l’utilizzo di password salvate e passkey, inclusa la possibilità di completare l’autenticazione tramite smartphone. Non mancano poi miglioramenti ai log di qualità per Android Auto, smartphone e Android TV, oltre ad alcune correzioni relative ai servizi di connessione tra dispositivi.

Anche Google Wallet diventa più fluido


Google ne ha approfittato anche per rifinire il comportamento di Google Wallet: dopo aver completato, annullato un’operazione o in caso di errore nella sezione “Il mio account”, l’app non riporterà più l’utente alla schermata principale del wallet, ma alla schermata visualizzata in precedenza, rendendo la navigazione più coerente e meno dispersiva.

Rilascio graduale nelle prossime settimane


Google Play Servizi rappresenta uno dei componenti di sistema più importanti per Android, dato che gestisce funzioni chiave legate a sicurezza e compatibilità delle app. Come da prassi, l’aggiornamento verrà distribuito in modo progressivo, e potrebbero volerci alcuni giorni o settimane prima che raggiunga tutti i dispositivi compatibili.

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CMF Buds Neo e CMF Clip Pro: in arrivo i nuovi auricolari del marchio di Nothing


CMF, il sub-brand di Nothing dedicato ai prodotti a prezzo più accessibile, sembra pronto a lanciare due nuovi modelli di auricolari true wireless. I dispositivi, non ancora annunciati ufficialmente e identificati come CMF Buds Neo e CMF Clip Pro, sono comparsi nel database dell'ente di certificazione TDRA degli Emirati Arabi Uniti, e risultano già registrati anche presso altri organismi internazionali. Due nuovi prodotti audio certificati Secondo la documentazione TDRA, il dispositivo […]
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CMF, il sub-brand di Nothing dedicato ai prodotti a prezzo più accessibile, sembra pronto a lanciare due nuovi modelli di auricolari true wireless. I dispositivi, non ancora annunciati ufficialmente e identificati come CMF Buds Neo e CMF Clip Pro, sono comparsi nel database dell’ente di certificazione TDRA degli Emirati Arabi Uniti, e risultano già registrati anche presso altri organismi internazionali.

Due nuovi prodotti audio certificati


Secondo la documentazione TDRA, il dispositivo con codice modello B193 ha ottenuto la certificazione il 19 luglio 2026, registrato come apparecchio Bluetooth nella categoria “Wireless Earphone”: sulla base delle informazioni raccolte finora, questo modello corrisponderebbe a CMF Buds Neo.

Nella stessa data ha ottenuto la certificazione anche il modello con codice B189, anch’esso descritto come auricolare wireless Bluetooth. Sulla base delle certificazioni precedenti, questo secondo dispositivo dovrebbe corrispondere a CMF Clip Pro.

CMF Clip Pro potrebbe introdurre un design inedito


Particolare curiosità circonda CMF Clip Pro. Il design non è ancora stato mostrato, ma il nome “Clip” fa pensare a una possibile forma open-ear a clip, da agganciare all’orecchio. Se questa ipotesi fosse confermata, si tratterebbe del primo modello di auricolari a clip realizzato dal marchio CMF. Va precisato che, al momento, non esistono conferme ufficiali sulla forma del prodotto, e l’ipotesi resta quindi basata solo sul nome trapelato.

Specifiche e prezzo ancora avvolti nel mistero


La certificazione TDRA non fornisce dettagli oltre al nome del prodotto e alla conferma della connettività Bluetooth. Restano quindi ancora sconosciuti diversi aspetti fondamentali, tra cui:

  • Qualità audio e driver utilizzati
  • Presenza o meno della cancellazione del rumore
  • Autonomia della batteria
  • Varianti di colore disponibili
  • Prezzo di vendita
  • Data di lancio


Lancio sempre più vicino


Il fatto che entrambi i modelli abbiano già ottenuto certificazioni in più paesi suggerisce che i preparativi per il lancio siano ormai in fase avanzata. Negli ultimi anni, CMF si è ritagliata uno spazio importante nel mercato degli accessori audio e degli smartwatch economici ma ben curati, e anche per questi nuovi auricolari ci si aspetta un posizionamento di prezzo accessibile. Non resta che attendere ulteriori dettagli, che con ogni probabilità arriveranno nelle prossime settimane man mano che si avvicina l’annuncio ufficiale.

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Xiaomi lancia Redmi Kids Watch Pro: lo smartwatch per bambini con doppia fotocamera


Xiaomi ha presentato sul mercato cinese Redmi Kids Watch Pro, un nuovo smartwatch pensato per i più piccoli che si distingue dalla concorrenza per la presenza di due fotocamere e di una funzione di condivisione della posizione che funziona anche offline. Il prezzo di lancio in Cina è di 1.045 yuan, circa 135 euro. Due fotocamere da 5 megapixel Rispetto ai tradizionali smartwatch per bambini, Redmi Kids Watch Pro si presenta con una scocca leggermente più spessa, giustificata dalla […]
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Xiaomi ha presentato sul mercato cinese Redmi Kids Watch Pro, un nuovo smartwatch pensato per i più piccoli che si distingue dalla concorrenza per la presenza di due fotocamere e di una funzione di condivisione della posizione che funziona anche offline. Il prezzo di lancio in Cina è di 1.045 yuan, circa 135 euro.

Due fotocamere da 5 megapixel


Rispetto ai tradizionali smartwatch per bambini, Redmi Kids Watch Pro si presenta con una scocca leggermente più spessa, giustificata dalla presenza di due sensori fotografici da 5 megapixel ciascuno: uno posizionato nella parte superiore del display e l’altro sul retro del dispositivo. Quest’ultimo sfrutta un meccanismo particolare che consente di sollevare il cinturino per facilitare lo scatto di foto e la registrazione di video, avvicinando l’esperienza d’uso a quella di un vero smartphone.

Localizzazione anche senza connessione


Particolare attenzione è stata dedicata alle funzioni di localizzazione. Lo smartwatch è in grado di condividere la posizione del bambino fino a cinque giorni anche in assenza di connessione di rete, probabilmente grazie a una tecnologia di tipo mesh che sfrutta i dispositivi nelle vicinanze, anche se Xiaomi non ne ha specificato i dettagli tecnici. A questo si aggiungono il posizionamento 3D per piani degli edifici e il supporto alla localizzazione all’interno delle stazioni della metropolitana, funzioni pensate specificamente per rassicurare i genitori sugli spostamenti dei figli.

Display da 1,68 pollici e resistenza all’acqua


Il dispositivo monta un display LCD da 1,68 pollici con risoluzione 360×390 pixel e integra funzioni per il monitoraggio della salute e dell’attività fisica, utili per tenere traccia delle abitudini quotidiane dei più piccoli. A bordo trovano posto 1GB di memoria RAM e 8GB di storage, mentre la certificazione di resistenza all’acqua arriva fino a 20 metri di profondità. Xiaomi non ha comunicato la capacità della batteria né l’autonomia esatta, ma ha confermato il supporto alla ricarica rapida, capace di portare il dispositivo dallo 0 al 50% in appena 30 minuti.

Uno sguardo al mercato globale


Al momento Xiaomi non ha annunciato piani di espansione internazionale per Redmi Kids Watch Pro. L’azienda ha però già portato in passato altri smartwatch dedicati ai bambini anche fuori dalla Cina, quindi non è escluso che una versione globale possa arrivare in futuro. Grazie alle fotocamere e alle funzioni di localizzazione avanzate, il dispositivo si propone come qualcosa in più rispetto ai semplici smartwatch di sorveglianza, avvicinandosi piuttosto a un piccolo dispositivo smart pensato su misura per i più giovani.

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Exynos 2700 potrebbe raggiungere 4,2 GHz: il processo a 2nm di Samsung fa la differenza


Samsung starebbe lavorando al suo prossimo chip di punta Exynos 2700, e le ultime indiscrezioni parlano di un possibile superamento della soglia dei 4 GHz per il core principale, con una frequenza che potrebbe arrivare fino a 4,20 GHz. Il traguardo, però, dipenderebbe in larga parte dalla maturazione del processo produttivo a 2 nanometri di seconda generazione utilizzato da Samsung, denominato SF2P. La resa produttiva come fattore chiave Secondo le indiscrezioni, entro la seconda metà del […]
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Samsung starebbe lavorando al suo prossimo chip di punta Exynos 2700, e le ultime indiscrezioni parlano di un possibile superamento della soglia dei 4 GHz per il core principale, con una frequenza che potrebbe arrivare fino a 4,20 GHz. Il traguardo, però, dipenderebbe in larga parte dalla maturazione del processo produttivo a 2 nanometri di seconda generazione utilizzato da Samsung, denominato SF2P.

La resa produttiva come fattore chiave


Secondo le indiscrezioni, entro la seconda metà del 2026 la resa produttiva del processo SF2P potrebbe migliorare fino al 65-70%. Se questo scenario si concretizzasse, Samsung potrebbe disporre della qualità produttiva necessaria per far funzionare stabilmente il core principale del chip a 4,20 GHz. In generale, un miglioramento della resa produttiva si traduce in transistor più stabili, con meno dispersioni di corrente e ritardi di segnale, rendendo più semplice sostenere frequenze elevate senza un eccessivo aumento di calore e consumi.

La vera sfida è la stabilità, non il picco


Raggiungere una frequenza così elevata comporta comunque delle sfide. Per sostenere i 4,20 GHz potrebbe essere necessario alzare il voltaggio, con un conseguente aumento di consumi e calore. L’attuale Exynos 2600, primo chip Samsung realizzato a 2 nanometri, ha già mostrato margini di miglioramento su questo fronte: alcuni test hanno registrato consumi vicini ai 30W sotto carico intenso, evidenziando come la dissipazione del calore resti un punto critico. Per questo, più che il picco massimo di frequenza, sarà determinante la capacità di Exynos 2700 di mantenere prestazioni elevate per periodi prolungati.

Nuovo packaging e sistema di raffreddamento


Le indiscrezioni parlano anche di una revisione dell’architettura di packaging: Samsung passerebbe dalla tradizionale memoria on-package a una struttura “Side-by-Side” (SbS), concettualmente simile alla soluzione WMCM utilizzata da Apple, con l’obiettivo di migliorare dissipazione termica e prestazioni. Si vocifera inoltre dell’adozione di una nuova tecnologia di raffreddamento proprietaria, chiamata “Heat Pass Block”, che insieme al nuovo packaging dovrebbe sostenere il funzionamento ad alte frequenze.

Informazioni ancora da confermare


Va sottolineato che si tratta al momento solo di indiscrezioni, e Samsung non ha confermato ufficialmente il traguardo dei 4,20 GHz. Al di là del dato sulla frequenza massima, il vero banco di prova per Exynos 2700 sarà la capacità di offrire prestazioni sostenute senza sacrificare efficienza e temperature. Solo con l’annuncio ufficiale, atteso in vista dei prossimi Galaxy di fascia alta, si potrà valutare se Samsung sarà riuscita a portare a maturazione il proprio processo produttivo a 2 nanometri.

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Google Maps si prepara a una rivoluzione IA: prenotazioni di viaggio e voli mostrati in automatico


Google starebbe lavorando a una profonda integrazione dell'intelligenza artificiale in Google Maps, sfruttando la tecnologia "Personal Intelligence" di Gemini. L'obiettivo sarebbe quello di collegare l'app di navigazione ad altri servizi Google come Gmail e Google Foto, per offrire un'esperienza di mappa molto più personalizzata rispetto a quella attuale. Dati da Gmail e Google Foto direttamente sulla mappa La scoperta arriva dall'analisi del codice della versione beta 26.30.00.950492155 […]
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Google starebbe lavorando a una profonda integrazione dell’intelligenza artificiale in Google Maps, sfruttando la tecnologia “Personal Intelligence” di Gemini. L’obiettivo sarebbe quello di collegare l’app di navigazione ad altri servizi Google come Gmail e Google Foto, per offrire un’esperienza di mappa molto più personalizzata rispetto a quella attuale.

Dati da Gmail e Google Foto direttamente sulla mappa


La scoperta arriva dall’analisi del codice della versione beta 26.30.00.950492155 di Google Maps, che contiene riferimenti espliciti a un miglioramento dell’app attraverso Personal Intelligence. Il codice suggerisce che l’app potrebbe presto mostrare automaticamente informazioni provenienti da diversi servizi collegati all’account Google, tra cui:

  • Informazioni sui voli in programma
  • Prenotazioni di hotel e ristoranti
  • Altri dettagli relativi a viaggi in corso di organizzazione

Questi dati verrebbero recuperati da servizi come Gmail, Google Workspace e Google Foto, una volta collegati all’account dell’utente.

Un potenziamento per la funzione “Ask Maps”


Le nuove funzioni sembrano pensate per integrarsi con Ask Maps, la funzione di ricerca basata su intelligenza artificiale già disponibile su Google Maps. Attualmente Ask Maps permette di ottenere consigli su luoghi e destinazioni tramite domande in linguaggio naturale, ma con l’aggiunta di Personal Intelligence potrebbe offrire suggerimenti ancora più mirati, ad esempio:

  • Consigli su luoghi vicini a un hotel già prenotato
  • Indicazioni calibrate sull’orario del volo in partenza
  • Percorsi diretti verso un ristorante prenotato
  • Suggerimenti su nuove mete basati sulle foto di viaggio salvate su Google Foto


Nuove voci nelle impostazioni, ancora non attive


Nella beta sono state individuate anche due nuove voci di impostazione, denominate “Connected Content Apps” e “Personalization”. Al momento entrambe risultano non ancora funzionanti: tentando di aprirle compare soltanto una schermata di caricamento, segno che Google sta ancora sviluppando attivamente questa funzionalità.

Personal Intelligence già attiva su altri servizi Google


Attualmente, Personal Intelligence di Gemini supporta già servizi come Google Contatti, Google Foto, Gmail, Google Drive, Google Calendar, la ricerca Google e YouTube. L’eventuale aggiunta di Google Maps a questo elenco rappresenterebbe un ulteriore passo verso un ecosistema Google sempre più interconnesso. Google non ha ancora annunciato ufficialmente questa novità, ma il codice individuato lascia intuire un lavoro concreto in corso, che potrebbe tradursi in un aggiornamento capace di semplificare notevolmente l’organizzazione degli spostamenti e dei viaggi per gli utenti Android.

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Redmi Note 17 Pro Max in arrivo a livello globale: cosa cambia rispetto alla versione cinese


Xiaomi si sta preparando a portare la serie Redmi Note 17 sui mercati internazionali. Il modello cinese Redmi Note 17 Pro debutterà all'estero con il nome Redmi Note 17 Pro Max, mentre il modello base manterrà la denominazione Redmi Note 17 5G anche a livello globale. Le certificazioni ottenute nelle scorse settimane lasciano pensare che l'annuncio ufficiale sia ormai vicino. Fotocamera e batteria rivisitate per il mercato globale Rispetto alla versione cinese, la variante internazionale […]
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Xiaomi si sta preparando a portare la serie Redmi Note 17 sui mercati internazionali. Il modello cinese Redmi Note 17 Pro debutterà all’estero con il nome Redmi Note 17 Pro Max, mentre il modello base manterrà la denominazione Redmi Note 17 5G anche a livello globale. Le certificazioni ottenute nelle scorse settimane lasciano pensare che l’annuncio ufficiale sia ormai vicino.

Fotocamera e batteria rivisitate per il mercato globale


Rispetto alla versione cinese, la variante internazionale introduce alcune modifiche mirate. La più evidente riguarda il comparto fotografico: la versione cinese di Redmi Note 17 Pro abbina una fotocamera principale da 50 megapixel a un sensore di profondità da 2 megapixel, mentre Redmi Note 17 Pro Max sostituirà quest’ultimo con un vero obiettivo ultragrandangolare da 8 megapixel, rendendo il dispositivo più versatile per foto di paesaggi e scatti di gruppo.

Cambia anche la batteria: si passa dalla generosa capacità da 9.000 mAh della versione cinese a 8.340 mAh per il modello globale, mantenendo comunque il supporto alla ricarica rapida da 45W e alla ricarica inversa cablata da 22,5W.

Le specifiche principali


  • Display: 7 pollici FHD+ OLED, 120Hz
  • Processore: Snapdragon 6 Gen 4
  • Fotocamera posteriore: 50MP principale + 8MP ultragrandangolare
  • Fotocamera anteriore: 8MP
  • Batteria: 8.340 mAh
  • Ricarica: 45W cablata, 22,5W inversa
  • Software: Android 16 con HyperOS 3

Il modello base Redmi Note 17 5G dovrebbe invece montare uno Snapdragon 6s Gen 4, un display da 6,83 pollici con risoluzione 1.5K, fotocamera principale da 50 megapixel, batteria da 8.000 mAh e ricarica rapida a 67W.

HyperOS 3 su base Android 16, ma con qualche funzione in meno


Entrambi i modelli arriveranno con HyperOS 3 su base Android 16. Tuttavia, alcune funzioni presenti sulla versione cinese, come la visualizzazione divisa nel centro di controllo e l’effetto di sfocatura di sistema, potrebbero non essere disponibili al lancio sui modelli internazionali, salvo l’arrivo di futuri aggiornamenti.

Prezzo ancora da confermare


In Cina, Redmi Note 17 parte da 1.299 yuan (circa 165 euro), mentre Redmi Note 17 Pro costa da 1.599 yuan (circa 190 euro). Il prezzo per i mercati internazionali non è ancora stato reso noto, ma considerando lo storico di Xiaomi in fatto di rapporto qualità-prezzo, è lecito aspettarsi un posizionamento competitivo anche per Redmi Note 17 Pro Max.

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Operation Olympus Blade: BKA e FBI smantellano Kratos, il phishing-as-a-service da 1.800 clienti in 35 paesi


Le autorità tedesche e statunitensi hanno sequestrato oltre 200 server e arrestato in Indonesia lo sviluppatore di Kratos, piattaforma PhaaS con tecniche AiTM usata da 1.800 clienti per 15.000 campagne di phishing al mese contro account Microsoft 365.
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Duecento server sequestrati, un arresto in Indonesia e oltre 1.800 clienti criminali lasciati improvvisamente senza il loro strumento di lavoro preferito. Con l’Operazione “Olympus Blade”, le autorità tedesche e statunitensi hanno inferto uno dei colpi più duri mai assestati contro l’industria del phishing-as-a-service, smantellando l’infrastruttura di Kratos, la piattaforma che negli ultimi due anni ha permesso a criminali con competenze tecniche minime di colpire centinaia di migliaia di vittime in 35 paesi.

Un kit “chiavi in mano” per rubare account Microsoft


Kratos non era un semplice kit di phishing statico, ma una piattaforma completa di Phishing-as-a-Service (PhaaS) venduta in abbonamento e pagabile in criptovaluta. Chi acquistava una licenza riceveva l’accesso a un pannello web e a uno shop su Telegram da cui gestire le proprie campagne, registrare nuovi domini civetta e monitorare le credenziali raccolte in tempo reale. Il prodotto di punta erano pagine di login false, quasi indistinguibili dagli originali, che imitavano i portali di autenticazione Microsoft 365.

La caratteristica che ha reso Kratos particolarmente pericoloso agli occhi degli investigatori tedeschi non era però la semplice raccolta di username e password, ormai capacità minima per qualunque kit di phishing del 2026, ma l’implementazione di tecniche Adversary-in-the-Middle (AiTM). Il kit si interponeva tra la vittima e il vero portale Microsoft, inoltrando le richieste di autenticazione in tempo reale e catturando, oltre alle credenziali, anche i cookie di sessione validi dopo il completamento della MFA. Questo permetteva agli operatori di dirottare sessioni già autenticate, aggirando di fatto l’autenticazione a due fattori senza doverla “rompere” tecnicamente: la si scavalcava semplicemente rubando il token già emesso dal legittimo processo di login.

La scala del danno: 15.000 campagne al mese


Secondo la Procura Generale di Francoforte (ZIT) e il Bundeskriminalamt (BKA), che hanno guidato le indagini in collaborazione con l’FBI, Kratos veniva utilizzato da oltre 1.800 clienti criminali per condurre in media 15.000 campagne di phishing al mese, con vittime confermate in almeno 35 paesi, concentrate soprattutto in Europa e Stati Uniti. Gli inquirenti stimano che l’operatore del servizio abbia incassato almeno 300.000 euro dal 2024 a oggi, esclusivamente tramite canoni di abbonamento: una cifra che dà la misura di quanto sia diventato profittevole il modello “as-a-service” applicato al crimine informatico, dove il gestore della piattaforma monetizza l’accesso allo strumento senza dover mai toccare personalmente i dati rubati dai propri clienti.

Il modello di business di Kratos rispecchia da vicino quello di altri kit AiTM emersi negli ultimi anni, come Tycoon2FA ed EvilProxy, confermando una tendenza consolidata: il phishing contro gli account Microsoft 365 aziendali resta uno dei vettori di accesso iniziale più redditizi per i broker di accessi, che poi rivendono le credenziali rubate a gruppi ransomware o le usano per frodi sul Business Email Compromise.

L’operazione: da Francoforte a Giacarta


L’azione di contrasto, ribattezzata Operation Olympus Blade, ha coinvolto il sequestro di oltre 200 server usati per ospitare l’infrastruttura di distribuzione e le pagine di phishing generate dai clienti della piattaforma. Sul sito ufficiale di Kratos è comparso un banner di sequestro che informa gli utenti del trasferimento della proprietà del dominio all’FBI, prassi ormai standard nelle operazioni congiunte USA-Europa contro le infrastrutture criminali online.

La parte più significativa dell’operazione, dal punto di vista dell’attribuzione, è però l’arresto in Indonesia dello sviluppatore e amministratore tecnico della piattaforma. Si tratta di un elemento tutt’altro che scontato: la maggior parte dei kit PhaaS che vengono smantellati porta al sequestro dell’infrastruttura, ma raramente all’identificazione fisica e alla cattura di chi ne cura lo sviluppo, spesso protetto da più livelli di anonimizzazione e da rivenditori intermedi che fanno da schermo. La collaborazione tra BKA, FBI e le autorità indonesiane suggerisce un lavoro di attribuzione durato mesi, probabilmente basato sull’analisi dei flussi di pagamento in criptovaluta e sulla correlazione tra gli account amministrativi della piattaforma e l’identità reale del suo operatore.

Due righe per i difensori


Il takedown di Kratos rimuove un attore significativo dall’ecosistema PhaaS, ma non elimina la tecnica sottostante. Le organizzazioni che si affidano a Microsoft 365 dovrebbero considerare questo caso un promemoria per rivedere le proprie difese contro il phishing AiTM, che per definizione bypassa l’MFA basata su codici OTP o push notification semplici:

  • Adottare chiavi di sicurezza hardware FIDO2/WebAuthn o passkey, le uniche forme di MFA resistenti al furto di sessione tramite AiTM, poiché legano l’autenticazione all’origine del dominio.
  • Abilitare policy di Conditional Access che valutino segnali di rischio come token replay da IP o dispositivi anomali rispetto alla sessione originale di login.
  • Configurare la durata dei token di sessione e i criteri di revoca automatica in caso di cambio di posizione geografica o fingerprint del dispositivo.
  • Monitorare i log di Entra ID / Azure AD per pattern di accesso anomali, come login riusciti seguiti da immediata modifica delle regole di inoltro della posta, tipica fase successiva al furto di sessione.
  • Diffidare di email che rimandano a portali di login Microsoft con URL leggermente anomali o hosting su domini di terze parti, anche quando la pagina è visivamente identica all’originale.

Resta inoltre da chiedersi quanti cloni o eredi diretti di Kratos emergeranno nei prossimi mesi: la storia recente dei takedown PhaaS, da 16shop a Caffeine, mostra che la domanda di questi kit da parte della criminalità di basso profilo non si esaurisce con la cattura di un singolo operatore, ma semplicemente si sposta verso il prossimo servizio disponibile sui forum underground e sui canali Telegram dedicati.

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Identità ibrida come debito tecnico: la strada pratica verso Entra ID cloud-only


Perché mantenere Active Directory ibrido oltre il necessario è debito tecnico, e come pianificare una migrazione cloud-only verso Entra ID partendo dall'inventario reale delle dipendenze legacy, non dall'infrastruttura.
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Se la vostra organizzazione ha già spostato la maggior parte dei carichi rivolti agli utenti su Microsoft 365, Intune e Microsoft Entra ID, è lecito chiedersi perché esista ancora un Domain Controller che gira in produzione. La risposta più comune è “così abbiamo sempre fatto”, ed è esattamente la definizione di debito tecnico: un’infrastruttura che continua a costare in manutenzione, superficie di attacco e complessità operativa senza generare più un valore proporzionato. L’identità ibrida, con Entra Connect che sincronizza un Active Directory locale verso il cloud, è diventata per molte aziende proprio questo tipo di debito.

Non si tratta di demonizzare l’ibrido: per organizzazioni con applicazioni legacy pesantemente dipendenti da NTLM, LDAP o Kerberos, mantenere un ponte con l’on-premise è spesso l’unica scelta razionale. Il punto è che la decisione va presa consapevolmente, dopo un inventario reale delle dipendenze, e non per inerzia.

Perché il cloud-only conviene, quando è applicabile


Per un’organizzazione che gira già prevalentemente su Entra ID, Microsoft 365 e client Windows moderni, il modello cloud-only centralizza la gestione IT e accelera l’accesso a nuove funzionalità di sicurezza che spesso arrivano prima, o esclusivamente, sui tenant che non dipendono più da sincronizzazione ibrida. I vantaggi concreti che spingono in questa direzione sono quattro:

  • Riduzione del carico operativo: patching, alta disponibilità e scalabilità dei Domain Controller passano al provider cloud.
  • Postura di sicurezza migliore: funzionalità come Conditional Access granulare, Identity Protection e governance degli accessi privilegiati sono nativamente più semplici da applicare senza il vincolo di compatibilità con AD locale.
  • Costi più prevedibili: si eliminano hardware ridondante, licenze Windows Server per i DC e il tempo ingegneristico dedicato a mantenerli in salute.
  • Velocità di adozione: nuove capacità (passkey, agenti AI con identità propria, automazioni Conditional Access) arrivano più rapidamente su tenant che non devono conciliarsi con un’infrastruttura ibrida.


L’errore più comune: migrare l’infrastruttura prima di validare le dipendenze


Il fallimento tipico di un progetto cloud-only non è tecnico, è di sequenza: i team iniziano a spegnere server e migrare workload prima di aver mappato davvero cosa dipende ancora da Active Directory. Un approccio più solido segue queste fasi.

1. Mappare i carichi di lavoro che bloccano il cloud-only


Partite da un audit completo di infrastruttura, applicazioni, dati e dipendenze. Non fermatevi alla lista delle VM: cercate esplicitamente le dipendenze che raramente compaiono nei piani di migrazione di alto livello, perché sono quelle che tengono in vita Entra Connect molto più a lungo del necessario:

  • Applicazioni che richiedono ancora query LDAP dirette
  • Service account legacy non documentati
  • Applicazioni con autenticazione NTLM hard-coded
  • Impostazioni di Group Policy che nessuno ha mai rivisto
  • Servizi certificati (ADCS) che presuppongono un Domain Controller sempre raggiungibile


2. Definire l’architettura cloud che volete davvero gestire


Stabilite obiettivi chiari su performance, disponibilità, sicurezza e compliance prima di scegliere gli strumenti. Decidete se una strategia single-cloud o multi-cloud è coerente con la vostra tolleranza al rischio e con le competenze del team, non solo con il marketing del vendor.

3. Modernizzare l’identità prima di spegnere Active Directory


Qui sta il cuore del progetto. Rivedere la strategia IAM significa garantire autenticazione robusta, accesso a privilegio minimo e protezione dell’identità sfruttando gli strumenti nativi di Entra ID per unificare la gestione utenti su tutti i servizi, invece di replicare in cloud le stesse logiche pensate per un dominio locale.

4. Ridisegnare la connettività attorno all’accesso cloud, non al data center


Molte architetture di rete sono ancora progettate assumendo che il traffico debba passare da un data center centrale. Un modello cloud-only ribalta la logica: la connettività va progettata per l’accesso diretto ai servizi cloud, sfruttando le backbone dei provider e i servizi di sicurezza integrati, sia per utenti in ufficio sia da remoto.

5. Trattare le applicazioni legacy come il vero collo di bottiglia


File share, servizi di stampa, applicazioni gestionali interne e integrazioni con piattaforme di terze parti datate sono i blocchi reali dei progetti cloud-only, molto più della migrazione di VM o storage. Un’applicazione finance che si aspetta autenticazione Windows integrata, un sistema di magazzino che dipende da query LDAP o una file share con permessi ereditati da anni possono rallentare il progetto più di qualunque altro fattore. Per ciascuna, valutate lift-and-shift, refactoring o riscrittura in base a complessità e valore strategico.

6. Ricostruire la governance per un modello operativo cloud-first


Aggiornate le policy per riflettere una postura cloud-first, automatizzate il reporting di compliance e sfruttate strumenti di sicurezza nativi cloud per cifratura, rilevamento minacce e incident response, invece di adattare policy pensate per l’on-premise.

7. Preparare il team IT al cambio operativo


Investite nella formazione sulle competenze cloud-specifiche, comunicate i cambiamenti con chiarezza e create canali di supporto e feedback per intercettare problemi prima che diventino bloccanti.

Cosa si rompe per primo in una migrazione cloud-only


Anche con una pianificazione accurata, alcuni punti critici emergono quasi sempre:

  • Dipendenze nascoste da Active Directory: connessioni LDAP hard-coded, service account non gestiti, applicazioni dipendenti da NTLM o flussi di autenticazione mai documentati. Vanno inventariati prima di ritirare i Domain Controller o disattivare la sincronizzazione.
  • Blocchi operativi da Conditional Access e MFA: l’enforcement di Conditional Access e multi-factor authentication migliora la sicurezza, ma una sequenza sbagliata può bloccare fuori gli amministratori o interrompere l’accesso a servizi critici. Testate sempre account di emergenza, opzioni di rollback e flussi di accesso privilegiato prima di un enforcement ampio.
  • Resistenza culturale: il cambiamento comporta rischio percepito; serve chiarezza sui benefici e sui nuovi ruoli per ridurre lo scetticismo dei team.
  • Interruzioni di servizio: pianificate la migrazione a fasi, con pilot e backup, per minimizzare l’impatto sul business.


Il test pratico per capire quanto siete lontani dal cloud-only


Se la vostra organizzazione ha già adottato Microsoft 365, Intune ed Entra ID per la maggior parte dei carichi rivolti agli utenti, l’identità ibrida va trattata come debito tecnico, a meno che non abbiate una ragione precisa e documentata per mantenerla. Prima di pianificare una migrazione cloud-only, identificate ogni dipendenza residua da Active Directory: se la maggior parte supporta già l’autenticazione moderna, probabilmente siete più vicini al cloud-only di quanto pensiate.

Per i sistemisti che gestiscono ambienti Microsoft, il consiglio pratico è iniziare da un inventario mirato: interrogate Entra Connect per capire quali oggetti sincronizzati sono ancora effettivamente in uso, verificate quali applicazioni autenticano ancora tramite Kerberos/NTLM controllando i log di sicurezza dei Domain Controller, e mappate le Group Policy applicate per capire quali impostazioni di sicurezza andranno ricreate tramite Intune prima di spegnere l’ultimo controller di dominio.

Conclusione


La migrazione a cloud-only non è un progetto infrastrutturale, è un progetto di identità. Le organizzazioni che falliscono di solito partono dal lato sbagliato del problema, migrando VM e storage prima di aver capito cosa dipende ancora da un dominio Active Directory che nessuno ha mai documentato del tutto. Chi parte invece dall’inventario delle dipendenze di identità, tratta l’ibrido come uno stato temporaneo e non come un’architettura permanente, arriva a un ambiente più semplice da gestire, più sicuro per costruzione e meno costoso da mantenere nel tempo.

Fonte: Why Hybrid Identity Becomes Technical Debt and How to Move to Cloud-Only, Petri IT Knowledgebase (Dean Ellerby).

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Nginx e TLS nel 2026: le tecniche aggiornate per ridurre TTFB e latenza HTTPS


Guida aggiornata al tuning TLS/HTTPS di Nginx nel 2026: HTTP/2 e HTTP/3 con la nuova sintassi, session cache, OCSP stapling dopo la fine del supporto Let's Encrypt, e la configurazione completa per ridurre il Time To First Byte.
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Nel 2026 quasi tutto il traffico web viaggia in HTTPS, ma quanto di quella cifratura sta ancora costando millisecondi inutili al vostro Time To First Byte? Molte configurazioni Nginx che giravano perfettamente nel 2020 oggi trascinano direttive deprecate, parametri OCSP che non fanno più nulla e cipher suite che TLS 1.3 ignora comunque. Vale la pena rimettere mano al blocco ssl_* del vostro server, non per inseguire un punteggio più alto su SSL Labs, ma perché ogni handshake più corto si moltiplica per il numero di visitatori.

Va detto subito, con onestà: il tuning TLS non salva un backend lento. Se il TTFB del vostro sito è dominato da query al database, cache fredda o un’applicazione PHP/.NET che impiega 800ms a costruire la pagina, ottimizzare l’handshake sposta l’ago di qualche decina di millisecondi. Ma è ottimizzazione a costo quasi zero, che si somma a tutto il resto: cache, CDN, query tuning. Va fatta bene una volta e poi dimenticata.

HTTP/2 e HTTP/3: la sintassi è cambiata


Se la vostra configurazione risale a qualche anno fa, probabilmente avete ancora questa riga:

listen 443 ssl http2;

Funziona ancora, ma da Nginx 1.25.1 il parametro http2 sulla direttiva listen è deprecato: lanciando nginx -t su una build recente comparirà un warning esplicito. La forma corretta separa i due concetti:
listen 443 ssl;
http2 on;

La direttiva http2 attiva il protocollo per l’intero server block, il che è più pulito che ripeterlo su ogni riga listen. Se gestite una flotta di server dietro un load balancer, verificate che tutte le istanze montino Nginx 1.25.1 o superiore prima di effettuare lo switch: una versione più vecchia non riconosce http2 on; e si rifiuta di avviarsi.

Attivare HTTP/3 con QUIC senza compilare nulla


Fino a poco tempo fa, abilitare HTTP/3 su Nginx significava patchare e ricompilare da sorgente contro una libreria TLS con supporto QUIC: un esercizio che pochi sistemisti volevano affrontare in produzione. Quell’epoca è finita. Il supporto nativo a QUIC e HTTP/3 è arrivato nel mainline Nginx a partire dalla 1.25.0 ed è ormai maturo nel branch stable, quindi sulle distribuzioni recenti o sul repository ufficiale Nginx non serve più compilare nulla a mano.

Va detto che, nonostante l’entusiasmo degli anni scorsi, l’adozione reale di HTTP/3 procede più lentamente del previsto: a metà 2026 HTTP/2 serve poco più della metà delle richieste globali mentre HTTP/3 si attesta intorno al 21%, con un plateau che dura da diversi mesi. Parte del motivo è strutturale: un browser passa a HTTP/3 solo dopo aver scoperto il supporto tramite un header Alt-Svc o un record DNS, quindi molte prime visite non negoziano mai QUIC. Vale comunque la pena abilitarlo: sposta il trasporto su UDP ed elimina l’head-of-line blocking di TCP, un vantaggio concreto su connessioni mobili lente o con perdita di pacchetti.

Su Nginx 1.25.0 o superiore con supporto QUIC integrato, un server block tipico è:

server {
    listen 443 ssl;
    listen [::]:443 ssl;
    listen 443 quic reuseport;
    listen [::]:443 quic reuseport;

    http2 on;

    ssl_certificate     /path/to/your/certificate.pem;
    ssl_certificate_key /path/to/your/key.pem;

    # Annuncia HTTP/3 ai client che arrivano via HTTP/1.1 o HTTP/2
    add_header Alt-Svc 'h3=":443"; ma=86400';

    # ... resto della configurazione del server
}

Attenzione a reuseport: va specificato una sola volta per combinazione IP/porta. Se gestite più server block sullo stesso indirizzo, mettete reuseport solo sul blocco predefinito e usate listen 443 quic; sugli altri, altrimenti Nginx si rifiuta di partire.

L’header Alt-Svc è il dettaglio che quasi tutti dimenticano: senza di esso i browser non hanno modo di sapere che il server parla HTTP/3 e restano su HTTP/2. Dopo la modifica, testate e ricaricate:

nginx -t
nginx -s reload

Per verificare rapidamente da riga di comando quale protocollo state effettivamente servendo:
curl --http2 -I https://vostrodominio.it/
curl --http3 -I https://vostrodominio.it/

Session cache e session ticket: il vero risparmio sull’handshake


Con HTTPS, invece di una singola andata e ritorno, la connessione richiede un handshake aggiuntivo. Attivare la cache delle sessioni TLS riduce questo costo per le connessioni ripetute:

ssl_session_cache shared:SSL:10m;   # circa 40.000 sessioni
ssl_session_timeout 1d;             # tempo di riutilizzo della sessione

Sui session ticket la raccomandazione è cambiata rispetto a qualche anno fa. Un tempo si consigliava di disabilitarli perché la rotazione della chiave di cifratura non era gestita correttamente da Nginx. Da Nginx 1.23.2 in poi la gestione delle chiavi per la ripresa stateless delle sessioni è molto migliorata, quindi salvo casi particolari conviene tenerli attivi:
ssl_session_tickets on;

Unica eccezione: se gestite più server Nginx dietro un bilanciatore senza sincronizzare le chiavi dei ticket tra le istanze, la ripresa della sessione si rompe silenziosamente e perdete il beneficio. In quel caso, sincronizzate le chiavi o disabilitate i ticket su tutta la flotta in modo coerente.

Quali versioni TLS tenere attive


TLS 1.0 e 1.1 sono obsoleti, bloccati da ogni browser moderno e vietati dallo standard PCI DSS: vanno disattivati ovunque, senza eccezioni. La vera decisione riguarda invece TLS 1.2 e 1.3.

Per la maggior parte dei siti pubblici, la scelta corretta è tenere entrambi attivi:

ssl_protocols TLSv1.2 TLSv1.3;

È TLS 1.3 a fare la differenza sul TTFB: riduce l’handshake a un singolo round trip e supporta la ripresa di sessione, quindi i visitatori che tornano si connettono più rapidamente. TLS 1.2 resta come fallback per client più datati e, su un sito pubblico normale, non costa nulla lasciarlo attivo.

Passate a TLS 1.3 soltanto se controllate i client che si connettono: un’API interna, un backend applicativo, un servizio dove sapete con certezza che nessun client datato deve collegarsi:

ssl_protocols TLSv1.3;

Disabilitare TLS 1.2 su un sito pubblico è il tipo di modifica che sembra pulita in un file di configurazione e poi silenziosamente taglia fuori una fetta di traffico reale. Senza un motivo specifico, lasciatelo acceso.

OCSP stapling: cosa è cambiato con Let’s Encrypt


L’OCSP stapling permette a Nginx di allegare all’handshake una prova firmata dalla CA della validità del certificato, evitando che il client debba interrogare direttamente il servizio OCSP. La configurazione classica resta questa:

ssl_stapling on;
ssl_stapling_verify on;
ssl_trusted_certificate /path/to/full_chain.pem;
resolver 8.8.8.8 8.8.4.4 valid=300s;
resolver_timeout 5s;

Ma qui c’è un cambiamento importante da conoscere se usate Let’s Encrypt: il 6 agosto 2025 Let’s Encrypt ha terminato il supporto OCSP e spento i propri responder. I certificati che emette oggi non hanno più un URL OCSP, ma un URL CRL al suo posto. Senza un responder da interrogare, ssl_stapling on; non fa più nulla sui certificati Let’s Encrypt e Nginx registra nei log un warning "ssl_stapling" ignored, no OCSP responder URL.

Il bilancio onesto nel 2026 è questo: se la vostra CA pubblica ancora un URL OCSP, lo stapling resta un piccolo vantaggio innocuo e potete tenerlo attivo. Se siete su Let’s Encrypt, le direttive sopra sono ormai inerti e potete rimuoverle per tenere puliti configurazione e log. È parte di uno spostamento più ampio del settore verso CRL e certificati a vita breve.

Buffer SSL più piccolo per ridurre il TTFB


Il parametro ssl_buffer_size imposta la dimensione del buffer usato per inviare dati via HTTPS. Il valore predefinito è 16k, pensato per risposte di grandi dimensioni, ma per minimizzare il TTFB conviene spesso un valore più piccolo:

ssl_buffer_size 4k;

Il risparmio tipico è di 30-50 millisecondi sul TTFB, variabile a seconda del carico e delle dimensioni medie delle risposte servite.

Configurazione completa consigliata per il 2026

http2 on;
ssl_protocols TLSv1.2 TLSv1.3;
ssl_prefer_server_ciphers off;
ssl_ciphers 'ECDHE-ECDSA-AES128-GCM-SHA256:ECDHE-RSA-AES128-GCM-SHA256:ECDHE-ECDSA-AES256-GCM-SHA384:ECDHE-RSA-AES256-GCM-SHA384:ECDHE-ECDSA-CHACHA20-POLY1305:ECDHE-RSA-CHACHA20-POLY1305';
ssl_session_cache shared:SSL:10m;
ssl_session_timeout 1d;
ssl_session_tickets on;
ssl_buffer_size 4k;

add_header Strict-Transport-Security "max-age=63072000; includeSubdomains; preload";
add_header X-Frame-Options sameorigin;
add_header X-Content-Type-Options nosniff;

Da notare: con TLS 1.3 le cipher suite sono fissate dal protocollo stesso, quindi una lunga stringa ssl_ciphers personalizzata e una direttiva ssl_ecdh_curve manuale non portano quasi nessun beneficio. I cipher elencati sopra si applicano soltanto alle connessioni TLS 1.2, e ssl_prefer_server_ciphers va disattivato perché i client moderni scelgono in modo sensato per conto proprio. Piuttosto che ottimizzare a mano all’infinito, generate una configurazione aggiornata con il Mozilla SSL Configuration Generator e incollate solo le parti che vi servono.

Se avete ancora in configurazione una riga X-Xss-Protection "1; mode=block", rimuovetela: l’XSS auditor del browser che controllava è stato eliminato da tutti i browser principali, e in alcuni casi quell’header può addirittura introdurre vulnerabilità invece di prevenirle. Una Content-Security-Policy è il sostituto moderno.

Conclusione


Nessuna di queste modifiche, presa singolarmente, trasformerà le prestazioni del vostro sito. Ma insieme costituiscono un livello di ottimizzazione a costo pressoché nullo che qualsiasi sistemista dovrebbe verificare almeno una volta l’anno, specialmente dopo un major upgrade di Nginx o un rinnovo dell’infrastruttura dei certificati. Testate sempre con nginx -t prima di ricaricare, verificate il risultato con SSL Labs e con l’ispezione della colonna Protocol negli strumenti di sviluppo del browser, e ricordate che il vero collo di bottiglia, nella maggior parte dei casi, resta ciò che succede dopo l’handshake: cache, query e tempo di generazione della risposta.

Fonte: Nginx tuning tips: HTTPS/TLS – Turbocharge TTFB/Latency, LinuxBlog.io (Hayden James).

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Xiaomi 18: arriva prima la serie Pro, la strategia che ricorda Apple


Xiaomi potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui lancerà la prossima serie di punta Xiaomi 18. Secondo indiscrezioni recenti, l'azienda cinese starebbe pianificando di presentare per prima la gamma Pro, rimandando invece il debutto del modello standard a una data successiva, una strategia che ricalca da vicino quanto si vocifera Apple stia preparando per iPhone 18. Xiaomi 18 Pro e Pro Max potrebbero debuttare a settembre Secondo il leaker Kartikey Singh, Xiaomi potrebbe presentare a […]
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Xiaomi potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui lancerà la prossima serie di punta Xiaomi 18. Secondo indiscrezioni recenti, l’azienda cinese starebbe pianificando di presentare per prima la gamma Pro, rimandando invece il debutto del modello standard a una data successiva, una strategia che ricalca da vicino quanto si vocifera Apple stia preparando per iPhone 18.

Xiaomi 18 Pro e Pro Max potrebbero debuttare a settembre


Secondo il leaker Kartikey Singh, Xiaomi potrebbe presentare a settembre 2026 i modelli Xiaomi 18 Pro e Xiaomi 18 Pro Max, entrambi equipaggiati con il nuovo Snapdragon 8 Elite Gen 6. Il modello standard Xiaomi 18, invece, non arriverebbe contemporaneamente: sul mercato cinese potrebbe non debuttare prima della fine del 2026 o dell’inizio del 2027.

Si tratterebbe di un cambio di rotta significativo per Xiaomi, che finora ha sempre lanciato contemporaneamente i modelli standard e Pro della sua serie principale.

Un’operazione che guarda alla strategia di Apple


La mossa richiama da vicino quanto si vocifera per iPhone 18: secondo alcune indiscrezioni, Apple lancerebbe in autunno 2026 i modelli iPhone 18 Pro, iPhone 18 Pro Max e il suo primo iPhone pieghevole, rimandando invece il modello base iPhone 18 alla primavera 2027. Xiaomi sembrerebbe voler adottare una logica simile, puntando a rafforzare la propria immagine nella fascia alta del mercato lanciando prima i modelli più costosi.

Il costo dei nuovi chip come possibile causa


Dietro questa scelta potrebbe esserci anche una questione di costi: i futuri Snapdragon 8 Elite Gen 6 e Gen 6 Pro dovrebbero essere realizzati con processo a 2 nanometri, con un aumento significativo dei costi di produzione. Per questo motivo, Xiaomi potrebbe riservare i chip più performanti e costosi esclusivamente alla serie Pro, mentre il modello Xiaomi 18 standard potrebbe montare una versione aggiornata di un chip di generazione precedente.

Effetti anche sul lancio internazionale


Le indiscrezioni suggeriscono che anche a livello globale la strategia potrebbe cambiare: Xiaomi starebbe rivalutando il lancio di un eventuale Xiaomi 18 Ultra, puntando invece su un debutto anticipato dei modelli Pro e Pro Max in mercati come India ed Europa. Al momento non c’è alcuna conferma ufficiale da parte di Xiaomi, e le informazioni restano quindi da verificare. Resta da capire se l’azienda confermerà davvero questo cambio di strategia e quando arriverà il modello standard della serie 18.

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Pixel, batteria che si scarica troppo in fretta? La colpa potrebbe essere di un bug di Doze


Da tempo alcuni utenti Pixel segnalano un consumo anomalo della batteria, e ora un redattore di Android Police ha pubblicato un'inchiesta personale sul problema, arrivando a una conclusione che coinvolge direttamente il sistema operativo Android piuttosto che le singole app installate sul dispositivo. I rimedi classici non hanno funzionato Oluwaniyi Raji, autore del pezzo, racconta di aver notato un peggioramento drastico dell'autonomia del proprio Pixel negli ultimi mesi: un dispositivo […]
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Da tempo alcuni utenti Pixel segnalano un consumo anomalo della batteria, e ora un redattore di Android Police ha pubblicato un’inchiesta personale sul problema, arrivando a una conclusione che coinvolge direttamente il sistema operativo Android piuttosto che le singole app installate sul dispositivo.

I rimedi classici non hanno funzionato


Oluwaniyi Raji, autore del pezzo, racconta di aver notato un peggioramento drastico dell’autonomia del proprio Pixel negli ultimi mesi: un dispositivo che prima arrivava tranquillamente a sera, improvvisamente iniziava a scaricarsi già nel primo pomeriggio, costringendolo a portare sempre con sé un caricabatterie. Dopo aver controllato la sezione dedicata al consumo della batteria nelle impostazioni, ha individuato tra le app più energivore alcuni social e servizi video, oltre a giochi usati raramente.

Ha quindi provato a limitare l’attività in background delle singole app, disinstallare quelle superflue, disattivare l’always-on display, ridurre il timeout dello schermo e attivare il risparmio energetico. Il risultato è stato un lieve miglioramento, ma non una soluzione definitiva al problema.

Sotto accusa la funzione Doze


Confrontandosi con altri utenti che riscontravano lo stesso problema e analizzando le discussioni su Reddit, l’autore è arrivato a sospettare di Doze, la funzione di risparmio energetico di sistema che limita le attività in background quando il telefono resta inutilizzato per un certo periodo. La sua versione più aggressiva, Deep Doze, riduce drasticamente l’attività della CPU e le sincronizzazioni per ridurre i consumi.

Quando questo meccanismo non funziona correttamente, però, le attività in background continuano a girare indipendentemente dalle restrizioni imposte alle singole app, vanificando quindi ogni tentativo di ottimizzazione manuale.

Il problema sarebbe legato all’update di marzo 2026


Secondo l’inchiesta, il malfunzionamento sembra essere comparso a partire dall’aggiornamento di marzo 2026, dopo il quale diversi utenti hanno segnalato un netto peggioramento dell’autonomia in standby, coerente con un problema a livello di Doze.

Google è al corrente, ma la correzione tarda ad arrivare


Il bug risulterebbe classificato come “Severity One” sull’Issue Tracker di Google, segno che l’azienda ne è consapevole. Tuttavia, né gli aggiornamenti di aprile né quello di sicurezza di maggio avrebbero risolto completamente il problema. Sui Pixel 10, inoltre, dal mese di maggio è stato introdotto un nuovo meccanismo anti-rollback che rende più complicato tornare a una versione software precedente. Per chi possiede un Pixel e nota un consumo anomalo, vale la pena sapere che la causa potrebbe non dipendere dalle proprie abitudini d’uso, ma da un problema di sistema per il quale resta da attendere una correzione definitiva.

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Sony corregge il bug della fotocamera su Xperia 1 VIII: nuovo aggiornamento per Docomo e au


Sony ha avviato il 21 luglio il rilascio di un nuovo aggiornamento software per le varianti giapponesi di Xperia 1 VIII commercializzate da NTT Docomo (SO-51G) e au (SOG17). L'update porta con sé la patch di sicurezza di luglio 2026 e, stando alle informazioni diffuse per le versioni internazionali, risolve anche un fastidioso problema legato all'anteprima della fotocamera. Build 73.0.A.2.53 Il nuovo firmware porta il numero di build 73.0.A.2.53. Per la versione Docomo, le note di rilascio […]
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Sony ha avviato il 21 luglio il rilascio di un nuovo aggiornamento software per le varianti giapponesi di Xperia 1 VIII commercializzate da NTT Docomo (SO-51G) e au (SOG17). L’update porta con sé la patch di sicurezza di luglio 2026 e, stando alle informazioni diffuse per le versioni internazionali, risolve anche un fastidioso problema legato all’anteprima della fotocamera.

Build 73.0.A.2.53


Il nuovo firmware porta il numero di build 73.0.A.2.53. Per la versione Docomo, le note di rilascio parlano genericamente di “miglioramenti della qualità” e dell’aggiornamento di sicurezza di luglio, mentre per la variante au si fa riferimento a un miglioramento delle funzioni di sicurezza. Le note pubblicate per il mercato giapponese restano piuttosto sintetiche, ma la stessa build era già stata distribuita il 13 luglio ai modelli internazionali, per i quali Sony aveva fornito un changelog più dettagliato.

Cosa cambia secondo le note internazionali


  • Correzione di un bug relativo al funzionamento dell’anteprima della fotocamera
  • Applicazione della patch di sicurezza di luglio 2026

Sebbene le note giapponesi non menzionino esplicitamente la correzione della fotocamera, la coincidenza del numero di build con la versione internazionale lascia pensare che anche i modelli Docomo e au ricevano lo stesso intervento. Non è un dettaglio da poco: diversi utenti avevano segnalato anomalie nell’anteprima durante le riprese video in 4K, un problema che questo aggiornamento dovrebbe contribuire a risolvere.

SIM free e SoftBank ancora in attesa


Al momento l’aggiornamento è disponibile solo per le varianti Docomo e au. Il modello SIM free giapponese XQ-GE44 e la versione SoftBank non hanno ancora ricevuto la stessa build, nonostante il rilascio internazionale risalga a circa una settimana fa. Considerando che le altre varianti giapponesi stanno ricevendo l’update in questi giorni, è ragionevole aspettarsi che anche i modelli rimasti indietro vengano aggiornati a breve, completando così la distribuzione della patch su tutto il mercato locale.

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ROG Phone 10: spuntano le specifiche del gaming phone ASUS mai arrivato sul mercato


Nonostante ASUS abbia abbandonato il mercato degli smartphone nel corso del 2026, emergono ora dettagli approfonditi su ROG Phone 10, la serie di smartphone da gaming che l'azienda taiwanese stava sviluppando prima di decidere di non lanciarla mai ufficialmente. L'analisi di un firmware di prova ha permesso di ricostruire buona parte delle specifiche previste per i due modelli in cantiere. Nome in codice "Boston" per due modelli gemelli Secondo quanto emerso dal firmware analizzato, ASUS […]
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Nonostante ASUS abbia abbandonato il mercato degli smartphone nel corso del 2026, emergono ora dettagli approfonditi su ROG Phone 10, la serie di smartphone da gaming che l’azienda taiwanese stava sviluppando prima di decidere di non lanciarla mai ufficialmente. L’analisi di un firmware di prova ha permesso di ricostruire buona parte delle specifiche previste per i due modelli in cantiere.

Nome in codice “Boston” per due modelli gemelli


Secondo quanto emerso dal firmware analizzato, ASUS stava sviluppando con il nome in codice “Boston” due varianti, ROG Phone 10 e ROG Phone 10 Pro, entrambe identificate dallo stesso numero di modello AI2601, a conferma di una base progettuale condivisa. I due smartphone non hanno mai raggiunto l’annuncio ufficiale a causa del ritiro di ASUS dal settore mobile.

Snapdragon 8 Elite Gen 5 e Wi-Fi 7 a bordo


Le informazioni trapelate indicano che entrambi i modelli avrebbero dovuto montare il processore Snapdragon 8 Elite Gen 5 di Qualcomm, accompagnato da memoria LPDDR5X e storage UFS 4.0. Non mancavano il supporto al 5G Sub-6 e alla connettività Wi-Fi 7, in linea con le aspettative per un dispositivo pensato per il gaming di fascia alta.

Fotocamere differenziate tra Pro e modello standard


Il comparto fotografico avrebbe distinto nettamente i due modelli. ROG Phone 10 Pro avrebbe adottato un sensore principale da 50 megapixel “OV50Q” da 1/1.3 pollici, affiancato da un grandangolare da 13 megapixel e da un teleobiettivo da 32 megapixel con zoom ottico 3x, per una configurazione a tripla fotocamera. Il modello standard, invece, avrebbe sostituito il sensore principale con un Sony IMX766 da 50 megapixel, rinunciando al teleobiettivo in favore di una macro da 5 megapixel. Su entrambi i modelli, la fotocamera anteriore sarebbe stata un sensore da 32 megapixel.

Un progetto rimasto solo sulla carta


Il firmware trapelato rappresenta oggi l’unica testimonianza concreta dell’esistenza di ROG Phone 10, uno smartphone che avrebbe potuto rappresentare una naturale evoluzione della serie gaming di ASUS. Va ricordato che si tratta di informazioni relative a una fase di sviluppo, quindi le specifiche finali avrebbero potuto cambiare in caso di lancio effettivo. Resta da vedere se ASUS deciderà in futuro di tornare sul mercato degli smartphone, magari riesumando in qualche forma il marchio ROG Phone.

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TSMC pronta ad aumentare i prezzi dei chip nel 2027: cosa cambia per gli smartphone Android


TSMC, il più grande produttore di semiconduttori su commessa al mondo, si prepara secondo alcune indiscrezioni ad aumentare i prezzi di produzione a partire dal 2027. Le stime parlano di un rincaro fino al 10%, che riguarderebbe non solo i processi produttivi più avanzati ma anche quelli più maturi, con potenziali ripercussioni sul prezzo finale di smartphone, tablet, notebook e smartwatch. Rincari anche sui processi maturi Secondo le indiscrezioni, i processi produttivi più avanzati […]
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TSMC, il più grande produttore di semiconduttori su commessa al mondo, si prepara secondo alcune indiscrezioni ad aumentare i prezzi di produzione a partire dal 2027. Le stime parlano di un rincaro fino al 10%, che riguarderebbe non solo i processi produttivi più avanzati ma anche quelli più maturi, con potenziali ripercussioni sul prezzo finale di smartphone, tablet, notebook e smartwatch.

Rincari anche sui processi maturi


Secondo le indiscrezioni, i processi produttivi più avanzati vedrebbero un aumento tra il 5 e il 10%. Ma la novità più significativa riguarda i nodi meno recenti: anche le tecnologie a 12, 16 e 28 nanometri sarebbero interessate da un rincaro fino al 10%. Questo significa che l’impatto non si limiterebbe ai chip destinati ai top di gamma, ma coinvolgerebbe anche i processori pensati per smartphone di fascia media ed entry level.

Qualcomm e Google tra i produttori coinvolti


TSMC produce attualmente i chip per molti dei principali attori del settore, tra cui Qualcomm, NVIDIA, AMD e Intel oltre ad Apple. Un aumento dei costi di produzione potrebbe quindi riflettersi sul prezzo dei futuri System on Chip Snapdragon destinati agli smartphone Android, così come su altri prodotti che si affidano alla fonderia taiwanese, incluso il chip Tensor G6 che Google dovrebbe utilizzare per i prossimi Pixel.

Costi di produzione in crescita dietro la decisione


Tra le cause del possibile rincaro figurano l’aumento dei costi delle materie prime e dei macchinari, oltre alle spese legate all’espansione degli impianti produttivi al di fuori di Taiwan, in particolare negli Stati Uniti, in Giappone e in Germania. Gli aumenti dovrebbero entrare in vigore all’inizio del 2027, mentre l’effetto concreto sui prodotti in vendita si farebbe sentire solo alcuni mesi più tardi.

I big cercano alternative a TSMC


Non a caso, diversi produttori starebbero valutando di diversificare i propri fornitori: secondo le indiscrezioni, Apple starebbe ampliando la collaborazione con Intel e Samsung, mentre Qualcomm potrebbe tornare a fare maggiore affidamento su Samsung Foundry. Al momento TSMC non ha confermato ufficialmente i rincari, ma se la tendenza dovesse concretizzarsi, il settore degli smartphone Android potrebbe affrontare nei prossimi anni una pressione al rialzo sui prezzi al pubblico.

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Galaxy S26 Ultra, il Privacy Display diventa più intelligente con One UI 9


Samsung ha migliorato in modo significativo la funzione Privacy Display del suo Galaxy S26 Ultra grazie all'ultima beta di One UI 9. La novità, individuata nella build "One UI 9 Beta 4", rende la funzione molto più pratica da usare nella vita di tutti i giorni, risolvendo uno dei limiti più segnalati dagli utenti. Dalla protezione totale a quella selettiva Il Privacy Display di Galaxy S26 Ultra sfrutta una tecnologia di controllo della luce integrata nel pannello per limitare la […]
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Samsung ha migliorato in modo significativo la funzione Privacy Display del suo Galaxy S26 Ultra grazie all’ultima beta di One UI 9. La novità, individuata nella build “One UI 9 Beta 4”, rende la funzione molto più pratica da usare nella vita di tutti i giorni, risolvendo uno dei limiti più segnalati dagli utenti.

Dalla protezione totale a quella selettiva


Il Privacy Display di Galaxy S26 Ultra sfrutta una tecnologia di controllo della luce integrata nel pannello per limitare la visibilità dello schermo a chi guarda da un’angolazione laterale. Nella versione iniziale, però, attivare la funzione per una singola app comportava l’oscuramento dell’intero schermo: se un utente attivava la protezione per YouTube e poi riduceva il video in una finestra Picture-in-Picture, anche la home e le icone delle altre app diventavano meno leggibili, con un evidente disagio per chi voleva continuare a usare il telefono normalmente.

Con One UI 9 la protezione segue solo la finestra video


Con l’arrivo di One UI 9 Beta 4, Samsung ha rivisto il comportamento della funzione: attivando il Privacy Display per una specifica app, ora solo la finestra Picture-in-Picture contenente il video viene protetta dalla riduzione dell’angolo di visione, mentre home screen, wallpaper e le altre app restano perfettamente visibili. La protezione segue la finestra anche quando viene spostata sullo schermo, senza intaccare il resto dell’interfaccia.

Un miglioramento pensato per l’uso quotidiano


Il cambiamento, individuato e condiviso dal leaker Ice Universe, rende il Privacy Display uno strumento decisamente più utile in contesti come i mezzi pubblici, l’ufficio o i luoghi affollati, dove capita di voler guardare un video o controllare una notifica senza rinunciare alla piena leggibilità del resto dello schermo.

Disponibile in beta, in arrivo sulla versione stabile


La funzione migliorata è al momento disponibile con la build che termina in “BZG4”, distribuita tramite l’app Samsung Members ai partecipanti al programma beta. È attesa la conferma dell’arrivo anche sulla versione stabile di One UI 9. Il Privacy Display resta uno degli elementi distintivi di Galaxy S26 Ultra, e interventi software come questo dimostrano come Samsung continui a rifinire l’esperienza del dispositivo anche dopo il lancio sul mercato.

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Xperia 10 VIII: il sondaggio di Sony rivela sorprese sul design della fotocamera


Sony non ha ancora ufficializzato il suo prossimo smartphone di fascia media, ma il design della fotocamera di Xperia 10 VIII è già al centro delle discussioni tra gli appassionati del brand giapponese. Le poche informazioni trapelate finora si concentrano più che altro sulle possibili scelte estetiche, condizionate dal netto cambio di rotta adottato sul modello top di gamma Xperia 1 VIII. Il top di gamma punta sulla fotocamera quadrata Con Xperia 1 VIII, Sony ha abbandonato lo storico […]
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Sony non ha ancora ufficializzato il suo prossimo smartphone di fascia media, ma il design della fotocamera di Xperia 10 VIII è già al centro delle discussioni tra gli appassionati del brand giapponese. Le poche informazioni trapelate finora si concentrano più che altro sulle possibili scelte estetiche, condizionate dal netto cambio di rotta adottato sul modello top di gamma Xperia 1 VIII.

Il top di gamma punta sulla fotocamera quadrata


Con Xperia 1 VIII, Sony ha abbandonato lo storico modulo fotografico verticale a favore di un blocco quadrato, una svolta stilistica che ha diviso il pubblico. Le reazioni iniziali sono state contrastanti, ma nelle ultime settimane il gradimento verso la nuova impostazione sembra essere cresciuto sensibilmente tra gli utenti.

La serie 10 aveva già cambiato rotta con il modello VII


Va ricordato che la gamma media di Sony aveva già vissuto un cambiamento importante con Xperia 10 VII, che ha sostituito la disposizione verticale delle fotocamere con un layout orizzontale. Anche in quel caso le prime reazioni non sono state unanimi, ma nel tempo il nuovo design è stato accolto positivamente da buona parte della community.

Cosa dice il sondaggio


Per capire quale direzione i fan vorrebbero vedere su Xperia 10 VIII, è stato condotto un sondaggio su X che ha raccolto 554 voti, con questi risultati:

  • Disposizione verticale: 39,2%
  • Disposizione orizzontale: 17,9%
  • Modulo quadrato: 19,9%
  • Indifferente/non so: 23,1%

Il design verticale tradizionale resta il preferito, ma non raccoglie una maggioranza schiacciante come si potrebbe pensare. Il dato più interessante riguarda il confronto diretto tra le altre due opzioni: il modulo quadrato ha superato, seppur di poco, la disposizione orizzontale adottata dall’attuale Xperia 10 VII, segno che l’estetica introdotta dal top di gamma comincia a fare presa anche sul pubblico della fascia media.

Nessuna certezza sul design definitivo


Al momento non esistono leak attendibili sull’aspetto reale di Xperia 10 VIII, e resta quindi da capire se Sony deciderà di allinearsi al linguaggio stilistico della gamma flagship oppure di mantenere l’impostazione ereditata dal modello precedente. Considerando le tempistiche di lancio degli scorsi anni, il nuovo Xperia 10 potrebbe non debuttare insieme al flagship e arrivare solo in autunno, lasciando ancora diversi mesi di attesa prima di scoprire quale strada sceglierà l’azienda per il comparto fotografico del suo smartphone di fascia media.

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Frame il convertitore multimediale nativo per Linux basato su FFmpeg


Frame, il convertitore multimediale open source per Linux con supporto a video, audio e immagini. Guida alle funzioni e all'installazione.Stai leggendo Frame il convertitore multimediale nativo per Linux basato su FFmpeg, un articolo del blog Linux Easy. Non riprodurlo altrove senza permesso.

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Windows non è mai stato così poco utilizzato nella storia e Linux viaggia oltre il 7%


Il sito StatCounter, che monitoriamo costantemente come una fonte attendibile, per quanto limitata, a proposito delle statistiche di utilizzo dei sistemi operativi desktop mostra da qualche mese un trend di cui è giunta l'ora di parlare.
Pare che il desktop Linux abbia fatto un balzo per certi versi clamoroso, forse approfittando del calo del sistema di Redmond.
Vedere per credere!

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Canonical Enterprise Store: la nuova soluzione per gestire software in ambienti isolati


Canonical ha annunciato la disponibilità generale di Enterprise Store, una nuova soluzione inclusa in Ubuntu Pro progettata per semplificare la distribuzione e la gestione del software all’interno di reti aziendali protette, infrastrutture senza accesso diretto a Internet e ambienti air-gapped. L’obiettivo è offrire alle organizzazioni un sistema affidabile per installare e aggiornar...

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Mozilla Thunderbird 153 integra Thundermail e migliora sicurezza e stabilità del client email


Thunderbird 153 migliora sicurezza, posta elettronica e calendario con Thundermail integrato, correzioni IMAP e nuove funzioniStai leggendo Mozilla Thunderbird 153 integra Thundermail e migliora sicurezza e stabilità del client email, un articolo del blog Linux Easy. Non riprodurlo altrove senza permesso.

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HollowGraph: la backdoor che trasforma il calendario di Microsoft 365 in un canale C2 cifrato


Group-IB ha scoperto HollowGraph, un impianto legato al framework iraniano Cavern che usa eventi di calendario Microsoft 365 datati al 2050 come dead drop per comandi e dati rubati, mascherando tutto da traffico Graph API legittimo. Colpita un'organizzazione israeliana.
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Un impianto di spionaggio finora sconosciuto ha trasformato uno degli strumenti più banali della vita d’ufficio, il calendario di Microsoft 365, in un canale di comando e controllo. Si chiama HollowGraph, non sfrutta alcuna vulnerabilità software e per questo è quasi impossibile da rilevare con i controlli di rete tradizionali: il traffico che porta gli ordini dell’attaccante e i file rubati è, a tutti gli effetti, traffico legittimo verso le API di Microsoft Graph.

A scoprirlo è stata Group-IB, che ha pubblicato l’analisi tecnica il 20 luglio 2026 dopo aver individuato l’impianto su almeno 12 macchine compromesse, di cui solo tre attivamente in comunicazione con l’attaccante durante la finestra di osservazione. Il traffico della vittima analizzata copre il periodo dal 3 giugno al 9 luglio 2026, e la casella di posta usata per l’esfiltrazione appartiene a un’organizzazione israeliana. Un’impronta piccola e selettiva, che i ricercatori leggono come spionaggio mirato piuttosto che criminalità opportunistica, anche se la tecnica potrebbe essere riutilizzata su scala molto più ampia.

Il calendario come dead drop


HollowGraph è una DLL .NET che supporta solo due comandi, get e send, e non contatta mai direttamente un server dell’attaccante per ricevere istruzioni. Al loro posto usa il calendario della casella compromessa come dead drop bidirezionale: per ricevere i comandi, interroga un evento specifico piazzato dall’operatore e datato 2050-05-13, una data così lontana nel futuro che nessun utente lo scoprirebbe mai scorrendo la propria agenda, e ne legge le istruzioni da un file allegato.

Per l’esfiltrazione il processo si inverte: il malware cifra il file rubato, crea un proprio evento altrettanto lontano nel tempo e carica i dati come uno o più allegati. L’intero scambio è protetto da uno schema ibrido RSA più AES-256, con coppie di chiavi separate per il canale di comando in entrata e per quello di esfiltrazione in uscita. Chi osservasse solo i log di rete vedrebbe esclusivamente chiamate alle API Microsoft Graph, indistinguibili dal traffico generato da un client Outlook qualsiasi.

Il secondo canale: DNS tunneling per restare vivi


Perché l’accesso a Graph resti valido nel tempo, HollowGraph mantiene un secondo canale, più grezzo ma altrettanto insidioso. Via DNS, il malware aggiorna periodicamente le credenziali dell’applicazione registrata su Entra ID (Azure AD): tenant ID, client ID, client secret e la casella di posta bersaglio. Questi valori vengono decodificati da record AAAA IPv6 restituiti da un dominio controllato dall’attaccante, cloudlanecdn[.]com, e scritti in un file camuffato da log di routine, logAzure.txt. A differenza del traffico sul calendario, qui le credenziali applicative viaggiano in chiaro, il che rende questo canale un punto di osservazione prezioso per i difensori.

Chi c’è dietro: Cavern e l’ombra di Teheran


Group-IB collega HollowGraph al framework backdoor modulare Cavern con alta confidenza, sulla base della sintassi di comando condivisa e di corrispondenze nella logica di tasking interna. Cavern era stato documentato all’inizio di luglio da Check Point, che lo ha attribuito a un cluster legato al Ministero dell’Intelligence e della Sicurezza iraniano (MOIS) soprannominato Cavern Manticore, con sovrapposizioni note verso i gruppi iraniani MuddyWater e Lyceum.

Il legame però riguarda il codice, non necessariamente l’operatore di questa specifica campagna: Group-IB è stata esplicita nel dire di non poter attribuire con sicurezza questa attività a un attore già noto, segnalando solo una sovrapposizione a bassa confidenza con Lyceum, sottogruppo dell’iraniano OilRig. La geografia della vittima, un’organizzazione israeliana, viene trattata dai ricercatori come dato sul bersaglio e non come prova di attribuzione.

Va detto che nascondere il comando e controllo dentro servizi Microsoft fidati non è una novità assoluta: caselle Outlook, cartelle bozze e OneDrive sono già stati abusati in passato con logiche simili. Ciò che rende HollowGraph interessante è aver scelto l’angolo cieco più remoto possibile, un evento di calendario piantato 24 anni nel futuro, in un momento in cui la difesa si concentra sempre di più sul monitoraggio delle identità cloud e delle applicazioni OAuth piuttosto che sui contenuti stessi delle caselle di posta.

Perché conta per i difensori


Non c’è una vulnerabilità Microsoft da patchare: HollowGraph vive su un account compromesso e sulle normali funzionalità dell’API Graph, il che è esattamente ciò che lo rende difficile da individuare. Il lavoro va fatto sul piano dell’identità e dei permessi applicativi, non su quello delle patch. Group-IB raccomanda di restringere e verificare le applicazioni OAuth con credenziali client che possono raggiungere Graph, allertare sulla creazione di nuovi client secret e applicare la consueta igiene su Entra ID: Conditional Access, rotazione delle credenziali e rilevamento di token anomali.

  • Cercare eventi di calendario con data remota 2050-05-13
  • Verificare oggetti che siano un GUID nudo o seguano schemi tipo Event ID: o Boss{..}ID{..}
  • Individuare allegati con nome File{n}.txt
  • Auditare le modifiche al calendario generate da un’applicazione anziché da una persona (eventi creati, allegati caricati, oggetti rinominati via app)
  • Monitorare query DNS AAAA insolitamente frequenti verso un singolo dominio, con sottodomini lunghi e ad alta entropia
  • Cercare il dominio cloudlanecdn[.]com e il file di configurazione logAzure.txt

L’operatore dietro questa campagna resta senza nome, e il traffico della vittima risultava ancora attivo il 9 luglio. Vale la pena controllare fin da ora quegli eventi datati nel remoto futuro: è esattamente lì che nessun analista avrebbe mai pensato di guardare.

Indicatori di compromissione

Dominio C2 (DNS tunneling): cloudlanecdn[.]com
File di configurazione: logAzure.txt
Evento calendario esca: data 2050-05-13
Pattern oggetto evento: GUID nudo / "Event ID:" / "Boss{..}ID{..}"
Allegati di comando: File{n}.txt
Framework correlato: Cavern (Cavern Manticore / MOIS-linked, overlap MuddyWater e Lyceum)
Finestra di attività osservata: 3 giugno - 9 luglio 2026
Set completo di IoC e hash: report tecnico Group-IB, "HOLLOWGRAPH: Turning Microsoft 365 Calendars into Covert Command-and-Control Channels"
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World Leaks nel cuore del nucleare indiano: 19.000 file della centrale di Kudankulam in vendita sul dark web


La gang di data extortion World Leaks, erede di Hunters International, ha pubblicato quasi 19.000 file riservati dell'appaltatore Reliance Infrastructure legati alla più grande centrale nucleare indiana. Planimetrie, elenchi fornitori e polizze assicurative offrono a un potenziale avversario una mappa dettagliata delle debolezze dell'impianto.
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Diciannovemila file, 14,3 gigabyte di planimetrie, elenchi fornitori, verbali di ispezione e persino polizze assicurative contro il terrorismo. È quanto la gang di data extortion World Leaks ha pubblicato sul proprio leak site relativamente alla Kudankulam Nuclear Power Plant, la più grande centrale nucleare indiana, dopo che l’appaltatore Reliance Infrastructure ha rifiutato di pagare il riscatto. Non si tratta dei sistemi di controllo del reattore — quelli restano di competenza russa, forniti da Rosatom — ma la mole di documentazione tecnica esposta è comunque sufficiente per preoccupare gli esperti di sicurezza nucleare.

Un incidente nato a maggio, esploso a luglio


La vicenda comincia il 29 maggio 2026, quando Yotta, il data center indiano che ospita i server di Reliance Infrastructure, rileva un’attività sospetta su un’istanza riconducibile al gruppo Reliance. Yotta dichiara di aver bloccato l’esecuzione di un probabile ransomware in tempo reale. A fine giugno, però, Reliance Infrastructure comunica a Yotta di aver ricevuto rivendicazioni di data breach da parte di “attori esterni”: il tempo tra il contenimento tecnico e la scoperta dell’esfiltrazione reale è il primo campanello d’allarme di questa storia, e non è un caso isolato nel panorama delle intrusioni contro appaltatori di infrastrutture critiche.

Il 15 luglio i file compaiono sul portale World Leaks, accessibile solo tramite browser specializzati per l’accesso al dark web. Secondo il ricercatore indipendente Rakesh Krishnan, che per primo ha segnalato la fuga di dati a Reuters, i documenti riferiti alla sigla “KKNP” (Kudankulam Nuclear Power) risultavano online già dall’11 giugno — quasi un mese prima che la notizia diventasse pubblica. Reliance ha confermato una “violazione parziale” dei propri dati, senza specificarne l’estensione.

Chi è World Leaks


World Leaks non è un nome nuovo per chi segue il cybercrime organizzato. Il gruppo è la reincarnazione operativa di Hunters International, storica gang ransomware che nel 2025 ha scelto di abbandonare quasi del tutto la cifratura dei file per concentrarsi sulla pura estorsione dei dati: niente più payload di encryption da sviluppare e far evolvere contro gli antivirus, solo intrusione silenziosa, permanenza prolungata nella rete della vittima, esfiltrazione massiva e pressione pubblica sul leak site. Un modello di business più snello, più difficile da rilevare con gli strumenti EDR tradizionali (che sono tarati soprattutto sul comportamento anomalo della cifratura) e altrettanto redditizio.

Dal gennaio 2025 il gruppo rivendica oltre 150 vittime, tra cui Nike (1,4 TB di dati, 188.347 file, gennaio 2026), Dell, UBS e — soprattutto — un trio di società del conglomerato indiano Tata: Tata Technologies (1,4 TB, ereditata direttamente da Hunters International nel marzo 2025), Tata Electronics (630,4 GB, 204.341 file, giugno 2026, con dati sensibili di Apple e Tesla legati alla produzione di iPhone) e ora, con Reliance, un secondo grande gruppo industriale indiano colpito nello spazio di poche settimane. Nel caso Tata, World Leaks aveva dichiarato a Reuters di aver chiesto un riscatto di 1,5 milioni di dollari, pubblicando i dati dopo che l’azienda aveva “ignorato” la richiesta. Lo stesso copione — silenzio della vittima, contatore che scade, pubblicazione integrale — si è ripetuto con Reliance.

Cosa contengono davvero i file


Reuters, che ha potuto visionare parte del materiale senza tuttavia certificarne l’autenticità al 100%, descrive documenti datati tra il 2016 e la metà del 2025: planimetrie dei sistemi di ventilazione e raffreddamento delle Unità 3 e 4 (ancora in costruzione, operative entro il 2027, per una capacità combinata di 2.000 MW), la mappa completa di una control room comune, proposte di fornitori, un elenco di supplier approvati e i verbali di un’ispezione congiunta del 2024 tra Nuclear Power Corporation of India (NPCIL) e Reliance, corredati di fotografie degli impianti. Tra i documenti più delicati compare anche una polizza assicurativa che garantirebbe 112 milioni di dollari a Reliance Infrastructure e NPCIL in caso di atto terroristico contro le Unità 3 o 4 — un dettaglio che, se autentico, offre a un aggressore una stima concreta di quanto l’operatore stesso consideri “critico” quel bersaglio.

Nickolas Roth, senior director della Nuclear Threat Initiative, ha sottolineato a Reuters il vero rischio operativo di questo genere di fughe: non serve accedere ai sistemi del reattore per costruire un profilo utile a un attacco fisico o informatico successivo. Planimetrie, elenchi fornitori e mappe di controllo “mostrano a un avversario non solo chi ha accesso al progetto, ma quali sistemi quell’accesso può raggiungere” — in altre parole, permettono di ricostruire la catena di sicurezza dell’impianto e di individuarne i punti deboli, dai fornitori meno protetti ai varchi fisici meno sorvegliati.

Non è la prima volta per Kudankulam


Kudankulam ha già una storia di incidenti cyber: nel 2019 la rete amministrativa della centrale era stata infettata da un malware attribuito a un gruppo nordcoreano — un episodio che, secondo NPCIL, non aveva toccato i sistemi operativi dell’impianto. Il fatto che la stessa struttura torni due volte in sette anni al centro di un incidente informatico, per quanto di natura diversa, la dice lunga sulla difficoltà di isolare completamente reti industriali critiche dalla catena di fornitura IT che le circonda: la violazione non è avvenuta contro NPCIL direttamente, ma contro un fornitore terzo (Reliance) ospitato su infrastruttura di un altro fornitore terzo (Yotta) — un classico esempio di rischio di supply chain in ambito OT/critical infrastructure.

Contesto: l’India nel mirino


Il caso Reliance si inserisce in un trend più ampio. Secondo dati Surfshark, l’India è il terzo Paese al mondo per numero di account compromessi nel 2025 (28,9 milioni), dietro solo a Stati Uniti e Francia. Un report del Data Security Council of India realizzato con Seqrite ha rilevato che il 73% delle 204 organizzazioni intervistate “non sa se sia mai stata attaccata” e il 57% non applica pratiche basilari di igiene informatica. In un Paese che sta rapidamente espandendo il proprio parco nucleare — Kudankulam è centrale nel piano del governo Modi — il divario tra ambizione infrastrutturale e maturità della sicurezza informatica degli appaltatori resta il vero punto debole.

Due righe per i difensori


Per i team di sicurezza che gestiscono ambienti industriali o infrastrutture critiche, il caso Reliance/World Leaks offre alcune lezioni pratiche:

  • Il rilevamento di un tentativo di cifratura bloccato non implica che l’esfiltrazione dei dati sia stata impedita: va sempre assunta l’ipotesi di data theft anche quando il ransomware “classico” viene neutralizzato in tempo.
  • La sicurezza dei fornitori terzi (in questo caso un data center che ospita un appaltatore di un operatore nucleare) va trattata come estensione diretta del perimetro critico, con audit periodici e segmentazione delle reti che ospitano documentazione sensibile.
  • Documentazione apparentemente “amministrativa” — planimetrie, elenchi fornitori, verbali di ispezione, polizze assicurative — va classificata e protetta con lo stesso rigore dei dati operativi, perché costituisce ricognizione pronta all’uso per un aggressore.
  • Il ritardo tra compromissione (29 maggio), notifica interna (fine giugno) e pubblicazione pubblica (15 luglio, con dati online già dall’11 giugno) mostra quanto sia critico ridurre il tempo di rilevamento delle fughe di dati, anche tramite monitoraggio proattivo dei leak site e dei marketplace del dark web.


Dati chiave dell’incidente

Vittima: Reliance Infrastructure (contractor NPCIL/Kudankulam NPP)
Hosting compromesso: Yotta Data Services (data center terze parti)
Gruppo responsabile: World Leaks (rebrand di Hunters International)
Modello operativo: data extortion senza cifratura (double extortion "leak-only")
Volume totale dati Reliance: ~858.000 file
File più sensibili pubblicati: ~19.000 file / 14,3 GB
Data compromissione rilevata: 29 maggio 2026
Data comparsa dati su leak site: online dall'11 giugno, pubblicazione ufficiale 15 luglio 2026
Precedenti vittime note del gruppo: Nike, Dell, UBS, Tata Technologies, Tata Electronics, Mediaworks
Riscatto richiesto (caso Tata, riferimento): 1,5 milioni di USD
Accesso al leak site: solo tramite browser dark web dedicato

NPCIL, CERT-In e l’ufficio stampa del governo indiano non hanno risposto alle richieste di commento di Reuters. L’indagine è in corso, e resta da chiarire l’estensione reale della compromissione oltre i file già pubblicati.
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Mozilla Firefox 153 ESR: il browser open source con supporto esteso si aggiorna


Mozilla Firefox è un browser libero e open source sviluppato dalla Mozilla Foundation e dalla Mozilla Corporation. Nonostante non sia tra i browser più utilizzati a livello globale, rimane una scelta molto apprezzata dagli...

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Anchor l’app open source per prendere appunti offline e self-hosted


Anchor è un'app open source per prendere appunti offline, self-hostable e sincronizzata tra dispositivi. Include supporto Docker e autenticazione OIDCStai leggendo Anchor l’app open source per prendere appunti offline e self-hosted, un articolo del blog Linux Easy. Non riprodurlo altrove senza permesso.

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Xiaomi 15T Pro riceve Android 17: aggiornamento corposo ma cambiamenti minimi


Xiaomi ha avviato il rilascio della versione stabile di Android 17 per la variante globale di Xiaomi 15T Pro. L'aggiornamento arriva a poche settimane da quello distribuito sulla serie Xiaomi 17, e come già accaduto in quel caso, la nuova versione del sistema operativo viaggia sotto l'etichetta HyperOS 3.3, senza alcun riferimento esplicito ad Android 17 nel changelog. Rollout gradutale e patch di giugno incluse La build in distribuzione porta il numero 3.0.331.0.XOSMIXM e pesa oltre 7 GB, […]
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Xiaomi ha avviato il rilascio della versione stabile di Android 17 per la variante globale di Xiaomi 15T Pro. L’aggiornamento arriva a poche settimane da quello distribuito sulla serie Xiaomi 17, e come già accaduto in quel caso, la nuova versione del sistema operativo viaggia sotto l’etichetta HyperOS 3.3, senza alcun riferimento esplicito ad Android 17 nel changelog.

Rollout gradutale e patch di giugno incluse


La build in distribuzione porta il numero 3.0.331.0.XOSMIXM e pesa oltre 7 GB, comprendendo anche le patch di sicurezza di giugno 2026. Per ora l’aggiornamento raggiunge solo una parte degli utenti, ma se non emergeranno problemi rilevanti, la distribuzione dovrebbe estendersi a tutti nel giro di pochi giorni.

Un changelog che non menziona Android 17


Nonostante si tratti a tutti gli effetti di un aggiornamento di versione maggiore del sistema operativo, le note di rilascio ufficiali restano estremamente sintetiche.

  • Miglioramento della stabilità di sistema e dell’esperienza utente
  • Applicazione della patch di sicurezza di giugno 2026
  • Rafforzamento della sicurezza di sistema

Il changelog non riporta la dicitura “Android 17”: solo controllando la versione del sistema operativo dalle impostazioni, dopo l’installazione, è possibile verificare l’effettivo passaggio alla nuova base Android.

Il salto vero sarà con HyperOS 4


Con Android 17, Google introduce diverse migliorie a livello di piattaforma, ma su Xiaomi buona parte delle novità visibili all’utente arriva storicamente tramite l’interfaccia proprietaria. Per questo, il cambiamento percepito con questo update dovrebbe essere limitato. Le attese maggiori restano riposte in HyperOS 4, atteso entro fine anno, di cui sono già trapelate immagini della schermata home con nuove icone e widget.

Chi può aggiornare


Il rollout riguarda per ora gli utenti iscritti al programma Mi Pilot. Per chi riceve l’aggiornamento, restano valide le consuete raccomandazioni: effettuare un backup dei dati, assicurarsi di avere almeno il 50% di batteria e verificare che il dispositivo non sia surriscaldato prima di procedere con l’installazione.

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OPPO Find X10 Ultra non uscirà: al suo posto il Pro Max con tripla fotocamera da 200 MP


Il prossimo top di gamma OPPO, Find X10, riserva una sorpresa sul fronte nomenclatura: secondo nuove indiscrezioni, il modello Ultra tanto atteso non vedrà mai la luce, sostituito da un inedito Find X10 Pro Max che ne raccoglierebbe l'eredità come vertice della gamma. Addio Ultra, benvenuto Pro Max A diffondere l'informazione è il leaker Debayan Roy, in linea con quanto già dichiarato in precedenza da Zhuo Shijie, a capo della linea Find di OPPO, secondo cui un modello Ultra non era […]
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Il prossimo top di gamma OPPO, Find X10, riserva una sorpresa sul fronte nomenclatura: secondo nuove indiscrezioni, il modello Ultra tanto atteso non vedrà mai la luce, sostituito da un inedito Find X10 Pro Max che ne raccoglierebbe l’eredità come vertice della gamma.

Addio Ultra, benvenuto Pro Max


A diffondere l’informazione è il leaker Debayan Roy, in linea con quanto già dichiarato in precedenza da Zhuo Shijie, a capo della linea Find di OPPO, secondo cui un modello Ultra non era previsto per questa generazione. Al suo posto arriverebbe Find X10 Pro Max, che secondo Roy sbarcherebbe anche sul mercato indiano come punta di diamante della serie.

Fino a tre sensori da 200 megapixel


Le specifiche trapelate delineano un comparto fotografico decisamente ambizioso, con ben tre sensori da 200 megapixel a bordo.

  • Chipset MediaTek Dimensity 9600 Pro
  • Display LTPO OLED 2K ad alta frequenza di aggiornamento
  • Sensore di impronte digitali a ultrasuoni
  • Fotocamera selfie da 50 MP
  • Fotocamera principale da 200 MP con OIS
  • Fotocamera ultra-grandangolare da 200 MP
  • Fotocamera periscopica/telemacro da 200 MP con OIS
  • Sensore multispettrale
  • Certificazione IP69 per resistenza ad acqua e polvere
  • Tasto dedicato Snap Key


Batteria maggiorata e ricarica wireless magnetica


Sul fronte energetico si parla di una batteria tra 8.000 e 9.000 mAh, oltre al possibile supporto alla ricarica wireless magnetica e a un modulo fotocamere posteriore dalla forma squadrata. Una strategia che sembra privilegiare capacità della batteria e prestazioni fotografiche rispetto alla sola sottigliezza, invertendo in parte la rotta seguita da OPPO negli ultimi anni con i modelli di punta.

Ancora tutto da confermare


Al momento OPPO non ha rilasciato alcuna comunicazione ufficiale sulla serie Find X10, e specifiche, tempistiche di lancio e prezzo restano non confermati. Se le indiscrezioni si riveleranno corrette, l’abbandono del nome Ultra a favore di Pro Max segnerebbe comunque una scelta precisa: mantenere alta l’attenzione sul vertice della gamma, pur cambiando l’etichetta con cui viene presentato al pubblico.

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Pixel Glow: Google riporta in vita il notification LED su Pixel 11 Pro


Google starebbe lavorando a una nuova funzione per Pixel 11 Pro chiamata Pixel Glow, un'area luminosa integrata nella barra fotocamere che promette di far rivivere un'idea molto amata dagli utenti Android della prima ora: il notification LED, reinterpretato in chiave moderna. Il ritorno di un'idea che sembrava dimenticata Un video teaser diffuso da Google ha mostrato per la prima volta il funzionamento di Pixel Glow: un piccolo indicatore luminoso capace di segnalare notifiche senza dover […]
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Google starebbe lavorando a una nuova funzione per Pixel 11 Pro chiamata Pixel Glow, un’area luminosa integrata nella barra fotocamere che promette di far rivivere un’idea molto amata dagli utenti Android della prima ora: il notification LED, reinterpretato in chiave moderna.

Il ritorno di un’idea che sembrava dimenticata


Un video teaser diffuso da Google ha mostrato per la prima volta il funzionamento di Pixel Glow: un piccolo indicatore luminoso capace di segnalare notifiche senza dover accendere lo schermo, richiamando alla mente i notification LED che equipaggiavano molti smartphone Android nei primi anni 2010, prodotti da marchi come LG, HTC e Samsung, capaci di comunicare chiamate, email e notifiche tramite colori e pattern di lampeggio diversi.

Sony Xperia, l’ultimo baluardo del notification LED


Con la diffusione degli Always On Display e il progressivo assottigliamento delle cornici, la maggior parte dei produttori ha abbandonato questa soluzione. Tra le poche eccezioni è rimasta a lungo Sony, che sulla serie Xperia ha mantenuto per anni un LED di notifica dedicato, apprezzato da chi voleva controllare gli avvisi senza guardare lo schermo. Anche sugli Xperia più recenti la presenza della funzione varia da modello a modello, ma il marchio resta tra quelli che hanno tenuto in vita più a lungo questa caratteristica.

Diverso dall’approccio vistoso di Nothing Phone


Negli ultimi anni, il produttore che ha puntato con più decisione su un sistema di illuminazione evidente è stato Nothing, con la sua Glyph Interface: una serie di LED sul retro del telefono usati per notifiche, stato di ricarica e persino come luce per le foto. Pixel Glow sembra invece muoversi in una direzione più discreta: dalle immagini trapelate, si intravede una piccola area circolare vicino alla barra fotocamere di Pixel 11 Pro, capace di mostrare diversi colori, ma senza la vistosità del sistema Nothing.

Una possibile integrazione con Gemini


Secondo indiscrezioni basate sul codice interno, Pixel Glow potrebbe integrarsi con Gemini, illuminandosi ad esempio in caso di chiamata da un contatto preferito. Non è ancora chiaro se gli utenti potranno personalizzare liberamente i colori per ogni app, come accadeva con i vecchi notification LED: se questa flessibilità sarà garantita, la funzione potrebbe diventare uno strumento utile per ridurre il tempo speso a guardare lo schermo, più che un semplice vezzo estetico. Con un mercato smartphone ormai maturo, dove i salti prestazionali annuali si fanno sempre meno evidenti, Google sembra puntare su piccole innovazioni come questa per differenziare Pixel 11 Pro, riportando in auge un’idea che gli utenti più nostalgici, in particolare chi ha amato gli Xperia, accoglieranno probabilmente con piacere.

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Swap attivo con RAM libera? Ecco come scoprire il processo colpevole con smem su Linux


Se un server Linux finisce in swap nonostante la RAM libera, la causa quasi sempre non è la quantità di memoria ma un processo specifico. Con smem e le metriche USS/PSS si individua il colpevole in pochi secondi, prima di toccare vm.swappiness.
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Perché il tuo server usa swap con RAM libera (e come scoprire chi è il colpevole con smem)


Capita spesso: un server ha 32 o 64 GB di RAM, il carico è tutto sommato modesto, eppure free -h mostra qualche centinaio di MB o addirittura qualche GB in swap. Il riflesso istintivo di molti sistemisti è colpevolizzare la RAM insufficiente e chiedere un upgrade. Nella maggior parte dei casi, però, il problema non è la quantità di memoria disponibile, ma quali processi stanno finendo in swap e perché. Per rispondere serve uno strumento che guardi dentro ai singoli processi, non solo ai numeri aggregati: smem.

Perché Linux usa lo swap anche con RAM libera


Il kernel Linux non tratta la RAM come una risorsa da tenere il più vuota possibile: la usa aggressivamente per la page cache, per velocizzare I/O su file e librerie. Quando il kernel individua pagine di memoria che non vengono acquisite/toccate da tempo, può decidere di spostarle in swap per liberare RAM fisica da destinare alla cache, anche se tecnicamente c’è ancora memoria “libera” disponibile. Questo comportamento è regolato dal parametro vm.swappiness (0-100, con default storicamente a 60 su molte distribuzioni), che indica al kernel quanto è propenso a scambiare memoria anonima verso lo swap piuttosto che liberare pagine di cache.

Il punto chiave: prima di toccare vm.swappiness alla cieca, bisogna sapere chi sta effettivamente occupando swap. Un valore aggregato come quello di free non lo dice. Serve la vista per processo.

smem: memoria proporzionale, non solo RSS


Tool classici come top o ps mostrano RSS (Resident Set Size), che però ha un difetto noto: se due processi condividono le stesse pagine di memoria (librerie condivise, memoria mappata), quella memoria viene contata per intero in ognuno dei due, gonfiando artificialmente i numeri quando si sommano i processi.

smem risolve il problema calcolando anche:

  • USS (Unique Set Size): memoria usata esclusivamente da quel processo, non condivisa con nessun altro — utile per capire quanto libereresti davvero uccidendo il processo
  • PSS (Proportional Set Size): memoria condivisa divisa proporzionalmente tra i processi che la usano — la metrica più corretta per sommare l’uso reale di memoria di un sistema senza doppi conteggi
  • Swap: quanta memoria di quello specifico processo è stata spostata su disco


Installazione


smem non è quasi mai preinstallato, ma è nei repository di tutte le principali distribuzioni:

# RHEL / CentOS / AlmaLinux / Fedora
dnf install smem

# Debian / Ubuntu
apt install smem

Uso pratico: trovare chi consuma swap


Il comando base per ordinare i processi per swap consumato:

smem -rs swap

Output tipico (troncato):
PID  User   Command                    Swap     USS      PSS      RSS
28986 mysql /usr/sbin/mysqld --daemon  476372   10963864 10963932 10965112
29152 root  /usr/sbin/rsyslogd -n      371424   3956     17475    43352
31423 root  /opt/fluent-bit/bin/fluent 22508    26612    26739    29100

Da un output così è immediato capire che mysqld e rsyslogd sono i principali responsabili dell’uso di swap su questo host, e non un generico “poca RAM”. Da qui l’indagine si sposta su quel servizio specifico: per MySQL, ad esempio, tipicamente significa rivedere innodb_buffer_pool_size rispetto alla RAM totale disponibile, o verificare connessioni/thread che allocano memoria inutilmente.

Alcune varianti utili del comando:

# Ordina per USS (memoria realmente esclusiva del processo)
smem -rs uss

# Filtra per utente
smem -u

# Vista grafica a torta per RSS (richiede matplotlib)
smem --pie name -s rss

Dalla diagnosi al tuning


Una volta identificati i servizi che finiscono in swap, ci sono due strade complementari:

  1. Agire sul servizio: ridimensionare i buffer/pool applicativi (buffer pool di MySQL, heap JVM, cache applicative) in base alla RAM effettivamente disponibile, invece di lasciare valori di default pensati per macchine generiche.
  2. Agire sul kernel, solo dopo aver capito il quadro reale: ridurre vm.swappiness per rendere il kernel meno aggressivo nello spostare memoria anonima in swap:


sysctl vm.swappiness=1
echo 'vm.swappiness=1' >> /etc/sysctl.conf

Da notare che vm.swappiness=0 non disabilita completamente lo swap su kernel recenti (dal 3.5 in poi il comportamento è cambiato rispetto alle versioni più vecchie), mentre valori molto bassi come 1 riducono drasticamente la propensione allo swap mantenendo comunque una valvola di sicurezza in caso di pressione di memoria reale. Su un database server dedicato, dove si preferisce quasi sempre tenere i dati “caldi” in RAM piuttosto che liberare cache, è una delle prime ottimizzazioni da considerare.

Conclusione


Vedere swap attivo su un server con RAM apparentemente libera non è di per sé un allarme: è il comportamento normale di un kernel che ottimizza l’uso della cache. Il problema comincia quando lo swap coinvolge processi critici per la latenza, come un database o un servizio applicativo, degradando le performance in modo silenzioso. smem -rs swap è il primo comando da lanciare in questi casi: in pochi secondi isola il processo responsabile, distingue la memoria condivisa da quella esclusiva, e trasforma un sintomo generico (“il server è lento”) in un’azione concreta di tuning, sul servizio o sul kernel.

Fonte: LinuxBlog.io, “Diagnosing Swap Usage with smem on Linux”.

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Sandbox escape negli agenti di coding AI: come Cursor, Codex, Gemini CLI e Antigravity sono stati bypassati


Pillar Security ha dimostrato che quattro agenti di coding AI molto diffusi possono essere fatti uscire dal proprio sandbox senza attaccarlo direttamente: basta scrivere un file che uno strumento fidato dell'host eseguirà dopo. Ecco come funzionano le quattro classi di bypass e cosa verificare.
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Il sandbox non basta più: come Cursor, Codex, Gemini CLI e Antigravity sono stati bypassati


Per mesi il messaggio rassicurante degli editor e delle CLI potenziate da AI è stato semplice: l’agente lavora dentro un sandbox, quindi anche se un prompt injection lo convince a fare qualcosa di malevolo, il danno resta confinato al workspace. Il team di ricerca di Pillar Security ha appena dimostrato, in una serie di sette advisory pubblicate come “The Week of Sandbox Escapes”, che questa assunzione è sbagliata per almeno quattro strumenti molto usati da sviluppatori e sistemisti: Cursor, OpenAI Codex CLI, Google Gemini CLI e Antigravity.

La cosa interessante, e preoccupante, è che in nessuno dei casi l’agente ha attaccato direttamente il confine del sandbox. Ha semplicemente scritto un file che uno strumento fidato, esterno al sandbox, ha poi eseguito, caricato o scansionato per conto proprio.

Il vero confine non è il processo dell’agente


Il modello mentale comune è: “dentro il workspace l’agente può fare quello che vuole, fuori è protetto”. Pillar mostra che questo confine ha in realtà tre livelli distinti:

  • Esecuzione diretta: cosa può lanciare il processo dell’agente
  • Scrittura nel workspace: quali file l’agente può creare o modificare
  • Fiducia dell’host: cosa fanno i componenti non sandboxati con quei file

È il terzo livello a rompersi sistematicamente. Editor e CLI moderni sono pieni di automazioni che girano fuori dal sandbox: estensioni Python che scoprono interpreti, integrazioni Git che scansionano repository, VS Code che carica task file, hook engine che eseguono comandi al lifecycle, Docker Desktop che espone un socket locale privilegiato. Un agente sandboxato può rispettare ogni singola regola che gli è stata imposta e comunque condizionare l’input che questi componenti consumeranno.

Le quattro classi di vulnerabilità


I ricercatori raggruppano i sette bug in quattro pattern ricorrenti:

1. Sandbox a denylist che non tengono il passo del sistema operativo


Il caso più chiaro è la sandbox Seatbelt di Antigravity su macOS: un profilo “allow by default” deve ricordarsi di bloccare ogni singola funzionalità pericolosa del sistema operativo. Come scrive Pillar, “non è un sandbox, è una lista di cose che qualcuno si è ricordato di bloccare, sempre corta di una voce”.

2. Configurazioni di progetto che sono a tutti gli effetti codice eseguibile


Diversi bug non sono breakout classici: l’agente ha scritto file che era autorizzato a scrivere. Il problema è nato dopo, quando l’host ha trattato quei file come configurazione fidata. È il caso dell’hook .claude in Cursor, diventato esecuzione di comandi non sandboxata (ora CVE-2026-48124, corretto nella 3.0.0), o del task config .vscode che Antigravity ha usato per aggirare la sua Secure Mode.

3. Allowlist di comandi “sicuri” per nome, non per invocazione


In Codex CLI, un comando come git show era considerato sicuro perché il nome suggerisce sola lettura. Ma Git ha decine di flag che cambiano completamente il comportamento: possono scrivere file, caricare configurazioni, invocare hook. La domanda giusta, scrivono i ricercatori, non è “git show è sicuro?” ma “quale invocazione esatta viene eseguita, con quali argomenti, in quale directory, contro quale configurazione?”. OpenAI ha corretto il bug nella v0.95.0 e pagato una bounty per severità alta.

4. Demoni locali privilegiati fuori dal sandbox


Il bug più trasversale riguarda il socket Docker: un demone locale privilegiato raggiungibile da Codex, Cursor e Gemini CLI contemporaneamente, che diventava un ambiente di esecuzione non sandboxato. Sandboxare il processo dell’agente non serve a nulla se lascia aperto un demone con accesso pieno all’host: il confine si sposta semplicemente sull’API del demone.

Come si arriva all’exploit: il ruolo del prompt injection


In tutti i casi il vettore d’ingresso è un’istruzione malevola nascosta in un README, in una issue, in una dipendenza o in un diff, che l’agente legge come input “normale” durante il suo lavoro. Da lì, l’istruzione si trasforma in un’azione locale sulla macchina dello sviluppatore, senza che l’utente abbia mai approvato esplicitamente nulla di sospetto: dal punto di vista dell’agente, ha semplicemente scritto un file di configurazione plausibile in un progetto.

Google ha classificato le due vulnerabilità di Antigravity come “Other valid security vulnerabilities”, applicando un downgrade perché richiedono ingegneria sociale o che l’utente si fidi di un repository con prompt injection indiretto — pur riconoscendo, nelle parole dei ricercatori, che uno dei report era “di qualità eccezionale”.

Cosa chiedere ai vendor (e cosa verificare in azienda)


Per chi gestisce endpoint di sviluppo con strumenti agentici, Pillar suggerisce di andare oltre la domanda “ha un sandbox?” e porsi domande più operative:

  • Cosa può scrivere l’agente, esattamente?
  • Quali componenti dell’host si fidano di quei file?
  • Quali demoni locali privilegiati sono raggiungibili dall’agente?
  • Quali comandi saltano l’approvazione, e perché?
  • La policy valuta il nome del comando o l’invocazione e i suoi effetti reali?
  • Il prodotto distingue file creati dall’utente da file creati dall’agente?
  • Che telemetria esiste quando un componente fidato esegue qualcosa scritto dall’agente?

Sul piano pratico, per chi amministra postazioni di sviluppo con Cursor, Codex CLI, Gemini CLI o Antigravity: aggiornate immediatamente alle versioni patchate (Cursor 3.0.0+, Codex CLI 0.95.0+), verificate che l’accesso al socket Docker dagli strumenti AI sia effettivamente ristretto quando non necessario, e trattate le configurazioni di progetto generate o modificabili da un agente (hook, task VS Code, config Git non standard) come superficie di attacco da rivedere in code review, non come dettagli innocui.

Conclusione


Il punto centrale della ricerca di Pillar non è la lista dei singoli bug, quasi tutti già corretti, ma il pattern che li accomuna: gli agenti di coding sono diventati attori endpoint a tutti gli effetti, con accesso a codice sorgente, chiavi SSH, token cloud e sessioni browser, e processano di routine input non fidato (README, issue, dipendenze, diff). Un sandbox che protegge solo il processo dell’agente, ignorando cosa scrive e chi si fida di quello che scrive, non è un confine di sicurezza reale. Per chi introduce questi strumenti in azienda, la domanda da porsi non è più “abbiamo attivato il sandbox”, ma “sappiamo tracciare ogni volta che un componente fidato dell’host esegue qualcosa che l’agente ha scritto”.

Fonte: Pillar Security, “The Week of Sandbox Escapes” e BleepingComputer.

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Motorola Edge 70 Max: chiarita la politica di aggiornamenti, ma il gap con i rivali resta


Motorola ha finalmente chiarito la politica di aggiornamenti del nuovo Edge 70 Max, dopo giorni di confusione generata da informazioni contrastanti diffuse insieme al lancio del dispositivo. La buona notizia è che il supporto software sarà più lungo di quanto inizialmente temuto; la cattiva è che il divario con Apple, Samsung e Google resta ampio. Da due a tre major update: il chiarimento ufficiale Al lancio, alcune fonti indicavano due soli aggiornamenti Android maggiori e tre anni di […]
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Motorola ha finalmente chiarito la politica di aggiornamenti del nuovo Edge 70 Max, dopo giorni di confusione generata da informazioni contrastanti diffuse insieme al lancio del dispositivo. La buona notizia è che il supporto software sarà più lungo di quanto inizialmente temuto; la cattiva è che il divario con Apple, Samsung e Google resta ampio.

Da due a tre major update: il chiarimento ufficiale


Al lancio, alcune fonti indicavano due soli aggiornamenti Android maggiori e tre anni di patch di sicurezza per Edge 70 Max, mentre la scheda tecnica ufficiale riportava numeri diversi: tre major update e cinque anni di patch di sicurezza. Di fronte a questa discrepanza, Motorola ha confermato ufficialmente alla stampa estera la versione più generosa: tre aggiornamenti Android maggiori e cinque anni di patch di sicurezza.

In linea con Edge 70, ma con un tetto ad Android 19


La policy di Edge 70 Max risulta quindi allineata a quella del modello Edge 70 standard. Il dispositivo sarà lanciato con Android 16 a bordo, e con tre major update dovrebbe fermarsi ad Android 19 come tetto massimo, un traguardo raggiunto proprio mentre Android 17 sta per debuttare su altri dispositivi.

Il confronto con i rivali resta impietoso


Negli ultimi anni, iPhone di Apple, Galaxy di Samsung e Pixel di Google hanno alzato l’asticella arrivando a garantire tra sei e sette generazioni di aggiornamenti del sistema operativo, un supporto di lunghissimo periodo diventato un vero punto di forza per chi vuole tenere lo smartphone per molti anni. Motorola, pur avendo ora chiarito la propria offerta, resta su livelli nettamente inferiori: per chi valuta l’acquisto pensando alla longevità del dispositivo, la durata degli aggiornamenti resta un fattore da considerare con attenzione.

Un hardware però di tutto rispetto


Se il capitolo software lascia a desiderare, la dotazione hardware di Edge 70 Max appare invece decisamente competitiva. Il dispositivo dovrebbe montare uno Snapdragon 8 Gen 5, un display AMOLED con picco di luminosità fino a 7.000 nit e una batteria generosa da 7.100 mAh, caratteristiche che lo rendono un concorrente credibile nella fascia premium di livello medio-alto.

Nel complesso, Edge 70 Max si configura come uno smartphone dalle specifiche di rilievo, penalizzato però da una politica di aggiornamenti ancora distante da quella dei principali concorrenti: un compromesso che chi predilige le specifiche potrebbe accettare volentieri, mentre risulterà meno convincente per chi cerca un dispositivo da usare a lungo.

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OPPO A7 Pro Max: in arrivo la prima batteria da 10.000 mAh del brand


OPPO starebbe preparando uno smartphone pensato per chi mette l'autonomia al primo posto. Secondo il leaker cinese Digital Chat Station, attivo su Weibo, il prossimo OPPO A7 Pro Max monterebbe una batteria da 10.000 mAh, la più grande mai vista su uno smartphone del brand. Prima volta per OPPO con una batteria da 10.000 mAh L'indiscrezione conferma quanto già emerso a giugno 2026, rafforzando l'attendibilità della soffiata. Se confermato, il taglio da 10.000 mAh non sarebbe un record […]
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OPPO starebbe preparando uno smartphone pensato per chi mette l’autonomia al primo posto. Secondo il leaker cinese Digital Chat Station, attivo su Weibo, il prossimo OPPO A7 Pro Max monterebbe una batteria da 10.000 mAh, la più grande mai vista su uno smartphone del brand.

Prima volta per OPPO con una batteria da 10.000 mAh


L’indiscrezione conferma quanto già emerso a giugno 2026, rafforzando l’attendibilità della soffiata. Se confermato, il taglio da 10.000 mAh non sarebbe un record solo per la serie A, ma per l’intero catalogo OPPO, superando qualsiasi altro modello finora commercializzato dal produttore.

Specifiche da fascia media, ma ben equipaggiate


Al netto della batteria monstre, il resto della scheda tecnica racconta di un dispositivo di fascia media orientato all’uso quotidiano.

  • Display AMOLED da 6,78 pollici
  • Risoluzione 1,5K
  • Refresh rate a 120 Hz
  • Chipset Snapdragon 4 Gen 5
  • Batteria da 10.000 mAh
  • Ricarica rapida da 80 W
  • Peso di circa 226 grammi
  • Spessore di circa 8,47 mm


Peso e spessore sotto controllo nonostante la maxi batteria


Il dato forse più sorprendente riguarda le dimensioni: nonostante una batteria così generosa, OPPO A7 Pro Max manterrebbe uno spessore di 8,47 mm e un peso contenuto a 226 grammi, segno di un lavoro di ottimizzazione volto a non sacrificare troppo la maneggevolezza in cambio dell’autonomia.

Doppia fotocamera con sensore principale da 50 MP


Sul retro dovrebbe trovare posto una doppia fotocamera, composta da un sensore principale da 50 MP affiancato da un modulo ausiliario da 2 MP, mentre la fotocamera anteriore sarebbe da 50 MP. Il chipset Snapdragon 4 Gen 5 conferma il posizionamento di fascia media del dispositivo, pensato più per l’uso quotidiano che per le prestazioni pure.

Ancora tutto da ufficializzare


OPPO non ha ancora annunciato ufficialmente la serie A7, e nome, design e specifiche restano al momento non confermati. Le batterie da 10.000 mAh sono comunque una tendenza in crescita nel settore smartphone, e per chi cerca un’autonomia fuori dal comune, OPPO A7 Pro Max potrebbe rappresentare una proposta particolarmente interessante, se e quando arriverà sul mercato.

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Il falso Pixel 8 Pro nordcoreano che (in alcuni test) batte l’originale Google


Uno smartphone che riproduce fedelmente l'estetica di Google Pixel 8 Pro sta facendo discutere il web, non tanto per la somiglianza estetica quanto per alcune caratteristiche tecniche a sorpresa. Il dispositivo, prodotto per il mercato nordcoreano e ribattezzato online "People's Pixel", in alcuni test specifici riuscirebbe addirittura a superare l'originale Google. Una copia (quasi) indistinguibile dall'originale Il telefono è stato mostrato in un video recensione da uno YouTuber […]
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Uno smartphone che riproduce fedelmente l’estetica di Google Pixel 8 Pro sta facendo discutere il web, non tanto per la somiglianza estetica quanto per alcune caratteristiche tecniche a sorpresa. Il dispositivo, prodotto per il mercato nordcoreano e ribattezzato online “People’s Pixel”, in alcuni test specifici riuscirebbe addirittura a superare l’originale Google.

Una copia (quasi) indistinguibile dall’originale


Il telefono è stato mostrato in un video recensione da uno YouTuber straniero. Nel design riproduce fedelmente Pixel 8 Pro, dalla barra fotocamere orizzontale alla finitura opaca del retro, al punto da risultare praticamente indistinguibile a un primo sguardo. Nell’unità mostrata nel video, il logo destinato al mercato nordcoreano sul retro risultava oscurato.

Dentro non c’è Tensor, ma un chip MediaTek


Le somiglianze finiscono con l’estetica: internamente il dispositivo monta un MediaTek Dimensity 7050 al posto del Tensor G3 di Google, e le prestazioni pure, sia in ambito AI che di calcolo, restano ben lontane da quelle dell’originale. Sorprendentemente, però, nei test di utilizzo prolungato, come lunghe sessioni di gioco o carichi di lavoro intensi, il clone si sarebbe scaldato meno rispetto al vero Pixel 8 Pro, un dato non scontato considerando che i Pixel sono spesso criticati proprio per la gestione delle temperature.

16 GB di RAM e teleobiettivo macro


Il dispositivo offrirebbe 16 GB di RAM e 256 GB di storage, superando addirittura la dotazione di memoria del Pixel 8 Pro originale, fermo a 12 GB di RAM. Il comparto fotografico prevede un display a 120 Hz e quattro sensori.

  • Fotocamera principale da 50 MP
  • Fotocamera ultra-grandangolare da 50 MP
  • Fotocamera periscopica teleobiettivo da 50 MP (zoom ottico 3x)
  • Fotocamera anteriore da 32 MP

Secondo la recensione, il teleobiettivo del clone riuscirebbe a mettere a fuoco in modalità macro a distanze più ravvicinate rispetto all’originale, risultando in alcuni casi più versatile.

Bootloader sbloccato di fabbrica


Un altro dettaglio insolito riguarda il software: il dispositivo sarebbe distribuito con il bootloader già sbloccato, una caratteristica rara per un clone e che, in teoria, permetterebbe di installare firmware Pixel originali o i servizi Google, aprendo scenari di modding normalmente preclusi a questo tipo di prodotti.

Curiosità più che vera minaccia per Google


Sul piano complessivo, Pixel 8 Pro resta superiore grazie al chip Tensor G3, all’elaborazione fotografica avanzata e agli anni di aggiornamenti software garantiti da Google. Tuttavia, il fatto che una copia possa vantare più RAM, minor surriscaldamento e un teleobiettivo macro più efficace in alcuni scenari resta un caso raro e curioso, che sta attirando l’attenzione della community Android proprio per la sua natura fuori dagli schemi.

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Xiaomi 17, 17 Ultra e 17T Pro passano ad Android 17 (ma HyperOS resta alla versione 3)


La serie Xiaomi 17 ha iniziato a ricevere Android 17, ma con un dettaglio che ha creato un po' di confusione tra gli utenti: nell'interfaccia HyperOS, l'aggiornamento compare come una semplice patch di sicurezza, mentre in realtà porta con sé il salto alla nuova major release di Android, pur restando etichettato come HyperOS 3. Xiaomi 17 tra i primi a ricevere Android 17 stabile La segnalazione arriva direttamente dagli utenti della variante indiana di Xiaomi 17, che hanno ricevuto la […]
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La serie Xiaomi 17 ha iniziato a ricevere Android 17, ma con un dettaglio che ha creato un po’ di confusione tra gli utenti: nell’interfaccia HyperOS, l’aggiornamento compare come una semplice patch di sicurezza, mentre in realtà porta con sé il salto alla nuova major release di Android, pur restando etichettato come HyperOS 3.

Xiaomi 17 tra i primi a ricevere Android 17 stabile


La segnalazione arriva direttamente dagli utenti della variante indiana di Xiaomi 17, che hanno ricevuto la build 3.0.331.0.XPCINXM.C10, comprensiva anche della patch di sicurezza datata 5 giugno 2026. Il rollout non si limita all’India: risulterebbe in distribuzione anche in Europa e in altri mercati. Google, dal canto suo, ha iniziato a distribuire Android 17 stabile su Pixel 6 e successivi già da metà giugno, mentre molti altri produttori sono ancora in fase beta: il tempismo di Xiaomi risulta quindi relativamente rapido.

Un aggiornamento da 7,2 GB


A insospettire gli utenti più attenti è stata soprattutto la dimensione del pacchetto: circa 7,2 GB, decisamente sovradimensionato per una semplice patch di sicurezza, segno inequivocabile che si tratta in realtà del salto ad Android 17. La sovrapposizione di nomenclatura tra HyperOS 3 su base Android 16 e HyperOS 3 su base Android 17 rende la situazione poco chiara lato utente.

Coinvolti anche Xiaomi 17 Ultra e 17T Pro


L’aggiornamento non riguarda solo il modello base: risultano coinvolti anche Xiaomi 17 Ultra e, sorprendentemente, anche Xiaomi 17T Pro, aggiornato in parallelo ai modelli di punta. Al momento non risultano invece segnalazioni relative al fratello minore Xiaomi 17T, che sembra ancora in attesa del proprio turno.

HyperOS 4 resta il vero traguardo


Xiaomi ha già annunciato che porterà Android 17 alla base del futuro HyperOS 4, ma questo aggiornamento non è ancora quello: rappresenta piuttosto un primo passo verso la migrazione completa all’ecosistema Android 17. Per chi possiede uno dei modelli coinvolti, il consiglio è controllare con attenzione le dimensioni e il contenuto dell’update proposto dalle impostazioni, anche quando appare semplicemente come una patch di sicurezza.

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Galaxy Watch Ultra 2, spuntano le immagini ufficiali: batteria da 800 mAh e corpo più sottile


Nuove immagini promozionali diffuse dal noto leaker Evan Blass (evleaks) offrono uno sguardo ravvicinato a Galaxy Watch Ultra 2, il prossimo smartwatch di punta di Samsung. Oltre al design, le immagini rivelano alcune specifiche chiave, a partire da una batteria molto più capiente rispetto al modello precedente, senza però rinunciare a un corpo più sottile. Batteria da 800 mAh, +35% rispetto al primo Ultra Secondo quanto emerso, Galaxy Watch Ultra 2 monterà una batteria da 800 mAh, […]
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Nuove immagini promozionali diffuse dal noto leaker Evan Blass (evleaks) offrono uno sguardo ravvicinato a Galaxy Watch Ultra 2, il prossimo smartwatch di punta di Samsung. Oltre al design, le immagini rivelano alcune specifiche chiave, a partire da una batteria molto più capiente rispetto al modello precedente, senza però rinunciare a un corpo più sottile.

Batteria da 800 mAh, +35% rispetto al primo Ultra


Secondo quanto emerso, Galaxy Watch Ultra 2 monterà una batteria da 800 mAh, contro i 590 mAh del Galaxy Watch Ultra di prima generazione lanciato nel 2024: un incremento di circa il 35% che potrebbe risolvere uno dei limiti più sentiti dagli utenti Wear OS, ovvero l’autonomia.

Più sottile del 12% nonostante la batteria più grande


Nonostante la batteria maggiorata, il nuovo modello dovrebbe risultare più sottile di circa il 12% rispetto al predecessore, grazie a una revisione del design interno. La cassa manterrebbe il titanio come materiale principale, per garantire robustezza, con certificazione IP69K per la resistenza a polvere e acqua, pensata per un utilizzo outdoor.

Snapdragon Wear Elite e display fino a 5.000 nit


Le immagini confermano anche l’adozione dello Snapdragon Wear Elite, il nuovo chip Qualcomm per wearable prodotto a 3 nm, che punta su prestazioni superiori e maggiore capacità di elaborazione AI. Sul fronte display, la luminosità massima dovrebbe arrivare fino a 5.000 nit, un valore che garantirebbe un’ottima leggibilità anche sotto la luce diretta del sole.

Debutto atteso il 22 luglio insieme ai nuovi pieghevoli


Il design rimane fedele alla forma tonda, pur con linee leggermente più squadrate rispetto al passato, tre pulsanti fisici sul lato destro e due varianti di colore in arrivo. Samsung dovrebbe presentare ufficialmente Galaxy Watch Ultra 2 il 22 luglio a Londra, nello stesso evento in cui debutteranno Galaxy Watch9, Galaxy Z Fold 8, Galaxy Z Fold 8 Ultra e Galaxy Z Flip 8.

Se le indiscrezioni verranno confermate, Galaxy Watch Ultra 2 non punterà solo su un aumento delle prestazioni, ma anche su un’autonomia sensibilmente migliorata, pur restando probabilmente dietro ai rivali Huawei e Honor sul fronte della durata della batteria: resta comunque uno dei modelli Wear OS con la miglior gestione energetica mai vista finora.

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Android 17 QPR2 Beta 1 è realtà: corretto il bug che riavviava il telefono con Gemini


Google ha rilasciato il 20 luglio la prima beta di Android 17 QPR2, destinata ai dispositivi Pixel. Si tratta del primo assaggio del pacchetto di funzionalità atteso per il quarto trimestre 2026, mentre Android 17 QPR1 si avvia verso il debutto stabile. L'aggiornamento porta con sé anche un piccolo update SDK per gli sviluppatori. Al centro della beta, la correzione dei bug Più che nuove funzioni, questa prima beta si concentra sulla risoluzione di una serie di problemi segnalati dagli […]
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Google ha rilasciato il 20 luglio la prima beta di Android 17 QPR2, destinata ai dispositivi Pixel. Si tratta del primo assaggio del pacchetto di funzionalità atteso per il quarto trimestre 2026, mentre Android 17 QPR1 si avvia verso il debutto stabile. L’aggiornamento porta con sé anche un piccolo update SDK per gli sviluppatori.

Al centro della beta, la correzione dei bug


Più che nuove funzioni, questa prima beta si concentra sulla risoluzione di una serie di problemi segnalati dagli utenti nelle scorse settimane.

  • Impossibilità di riconnettersi al Bluetooth dopo la perdita dei dati di pairing
  • Comparsa momentanea dei controlli media anche con le notifiche disattivate dal lockscreen
  • Riavvii improvvisi del sistema all’avvio di Gemini
  • Mancata risposta al tocco durante operazioni di drag&drop con più dita
  • Notifiche che sparivano dal pannello e non ricomparivano fino al riavvio
  • Alcuni bug delle API per sviluppatori e delle funzioni di accessibilità
  • Problemi di visualizzazione dell’effetto sfocatura (blur) delle finestre


Risolto il riavvio causato da Gemini


Tra le correzioni spicca la risoluzione del crash che provocava il riavvio improvviso del telefono all’apertura di Gemini, un problema segnalato da diversi utenti nelle ultime settimane e che aveva generato non poche lamentele nella community Pixel.

Dispositivi compatibili


Android 17 QPR2 Beta 1 è disponibile per una lunga lista di dispositivi Pixel.

  • Pixel 6a
  • Pixel 7 / 7 Pro / 7a
  • Pixel Tablet
  • Pixel Fold
  • Pixel 8 / 8 Pro / 8a
  • Serie Pixel 9
  • Serie Pixel 10
  • Android Emulator

Restano esclusi, come già emerso, Pixel 6 e Pixel 6 Pro, ormai vicini al termine del supporto software.

Attenzione per chi aspetta la versione stabile


Google raccomanda cautela a chi partecipa all’Android Beta Program ma desidera passare presto alla versione stabile di QPR1: installando questa beta di QPR2 non sarà possibile tornare direttamente a QPR1 stabile, e l’uscita dal programma beta richiederà il reset del dispositivo. Chi preferisce attendere la release ufficiale di Android 17 QPR1, prevista a breve, farebbe meglio a saltare questo aggiornamento.

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Redmi Watch 6 Active e Lite in arrivo: prezzi e specifiche trapelate


Redmi, il marchio del gruppo Xiaomi, starebbe lavorando a due nuovi smartwatch entry-level: Redmi Watch 6 Active e Redmi Watch 6 Lite. Dalle indiscrezioni emergono immagini di prodotto, specifiche principali e persino i prezzi previsti per il mercato europeo, che andranno ad affiancare l'attuale Redmi Watch 6. Nome ingannevole: Active costa meno di Lite Curiosamente, nonostante il nome suggerisca il contrario, sarà Redmi Watch 6 Active il modello più economico della coppia, mentre Lite si […]
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Redmi, il marchio del gruppo Xiaomi, starebbe lavorando a due nuovi smartwatch entry-level: Redmi Watch 6 Active e Redmi Watch 6 Lite. Dalle indiscrezioni emergono immagini di prodotto, specifiche principali e persino i prezzi previsti per il mercato europeo, che andranno ad affiancare l’attuale Redmi Watch 6.

Nome ingannevole: Active costa meno di Lite


Curiosamente, nonostante il nome suggerisca il contrario, sarà Redmi Watch 6 Active il modello più economico della coppia, mentre Lite si posizionerà leggermente più in alto.

  • Redmi Watch 6 Active: circa 50 euro (8.100 yen)
  • Redmi Watch 6 Lite: circa 60 euro (9.700 yen)


Redmi Watch 6 Active: display AMOLED e batteria da 470 mAh


Il modello Active dovrebbe montare un display AMOLED da 1,85 pollici con risoluzione 390×450 pixel, connettività Bluetooth 5.3 e una batteria da 470 mAh. Non mancano le funzioni base per il monitoraggio della salute: rilevazione della frequenza cardiaca, misurazione della saturazione di ossigeno nel sangue (SpO2), tracciamento del sonno e oltre 140 modalità sportive.

Redmi Watch 6 Lite aggiunge GPS e altoparlante


Il modello Lite si distingue per un display leggermente più grande, da 1,96 pollici con risoluzione 410×502 pixel, e per la presenza di un sensore di movimento a 9 assi oltre al GPS multi-costellazione (GNSS). A differenza di Active, Lite integra anche un altoparlante, pur mantenendo la stessa batteria da 470 mAh. Anche su questo modello sono confermate le funzioni di monitoraggio cardiaco, SpO2, sonno e le oltre 140 modalità sportive.

Lancio ancora senza data ufficiale


Al momento Xiaomi e Redmi non hanno confermato ufficialmente né la data di lancio né la disponibilità nei vari mercati. La presenza di prezzi in euro lascia intendere che l’Europa sarà tra le prime regioni coinvolte, ma resta da vedere se i due smartwatch arriveranno anche in altri mercati. In sintesi, Redmi Watch 6 Active si candida a modello d’ingresso puntando sul prezzo, mentre Watch 6 Lite punta su GPS e altoparlante per un pubblico che cerca qualcosa in più senza spendere cifre elevate.

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Galaxy Watch9, lo Snapdragon Wear Elite promette un balzo di prestazioni fino al 56%


A due giorni dal lancio ufficiale, spunta in rete un primo benchmark che offre un'anteprima delle prestazioni di Galaxy Watch9. Il nuovo smartwatch Samsung monterà lo Snapdragon Wear Elite di Qualcomm, e i risultati Geekbench diffusi online mostrano un salto generazionale netto rispetto all'attuale Exynos W1000. CPU fino al 56% più veloce, GPU quasi raddoppiata Secondo i punteggi circolati online, lo Snapdragon Wear Elite ottiene un incremento fino al 56% in singolo core rispetto a Exynos […]
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A due giorni dal lancio ufficiale, spunta in rete un primo benchmark che offre un’anteprima delle prestazioni di Galaxy Watch9. Il nuovo smartwatch Samsung monterà lo Snapdragon Wear Elite di Qualcomm, e i risultati Geekbench diffusi online mostrano un salto generazionale netto rispetto all’attuale Exynos W1000.

CPU fino al 56% più veloce, GPU quasi raddoppiata


Secondo i punteggi circolati online, lo Snapdragon Wear Elite ottiene un incremento fino al 56% in singolo core rispetto a Exynos W1000, con un guadagno di circa il 47% anche sul fronte grafico OpenCL. Numeri che, per uno smartwatch, rappresentano un miglioramento tutt’altro che marginale.

  • Snapdragon Wear Elite: 573 (single-core), 1.069 (multi-core), 1.459 (OpenCL)
  • Exynos W1000: 371 (single-core), 683 (multi-core), 993 (OpenCL)


Non solo velocità: AI e ricarica rapida


Il nuovo chip Qualcomm mantiene un’architettura simile al predecessore, con un core Cortex-A78 fino a 2,1 GHz affiancato da quattro core Cortex-A55, ma innalza sensibilmente le frequenze operative. La GPU risulterebbe fino a 7 volte più veloce rispetto allo Snapdragon W5 Gen 2, mentre un acceleratore Hexagon dedicato dovrebbe velocizzare le funzioni basate su intelligenza artificiale. Non manca la ricarica rapida: secondo le indiscrezioni, bastano 10 minuti per passare dallo 0 al 50% di batteria.

Il confronto con gli smartphone resta impietoso


Va detto che, pur essendo un salto enorme per uno smartwatch, le prestazioni dello Snapdragon Wear Elite restano lontanissime da quelle di un normale processore per smartphone: anche un SoC entry-level come lo Snapdragon 4 Gen 2 del 2023 doppia le prestazioni multi-core del nuovo chip indossabile. Nell’uso quotidiano, però, il guadagno dovrebbe tradursi in un’interfaccia più reattiva, avvio più rapido delle app e funzioni AI più fluide.

Galaxy Watch9 sarà presentato ufficialmente il 22 luglio a Londra, insieme a Galaxy Watch Ultra 2 e alla nuova generazione di pieghevoli Samsung: la conferma definitiva delle specifiche arriverà a breve.

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MANGMI Air Y, svelati i chip della console portatile Android in stile Game Boy


Il brand emergente MANGMI ha svelato i processori a bordo della sua nuova famiglia di console portatili Android in stile retrò, la serie Air Y. Il modello standard monterà uno Snapdragon 662, mentre la variante Pro punterà su uno Snapdragon 865, aprendo la strada a due fasce di prezzo e prestazioni ben distinte per gli appassionati di emulazione. Air Y con Snapdragon 662: PSP e console classiche alla portata Lo Snapdragon 662, SoC di fascia media presentato nel 2020 con quattro core […]
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Il brand emergente MANGMI ha svelato i processori a bordo della sua nuova famiglia di console portatili Android in stile retrò, la serie Air Y. Il modello standard monterà uno Snapdragon 662, mentre la variante Pro punterà su uno Snapdragon 865, aprendo la strada a due fasce di prezzo e prestazioni ben distinte per gli appassionati di emulazione.

Air Y con Snapdragon 662: PSP e console classiche alla portata


Lo Snapdragon 662, SoC di fascia media presentato nel 2020 con quattro core Cortex-A73 e quattro Cortex-A53, è già stato utilizzato da MANGMI sul precedente modello Air X, dove si è dimostrato capace di far girare l’emulazione PSP. Su Air Y ci si aspetta prestazioni simili, sufficienti per PlayStation originale, Nintendo 64 e PSP.

Air Y Pro e Snapdragon 865: si punta a PS2 e GameCube


Il modello Pro, grazie allo Snapdragon 865 (chip di punta del 2020 ormai datato ma ancora solido), dovrebbe riuscire a gestire alcuni titoli PS2 e GameCube, oltre a una parte dell’emulazione PC. Non ci si aspetta invece che possa far girare comodamente i giochi più pesanti di Nintendo Switch.

Display 4:3 e design pensato per il retrogaming


Entrambi i modelli adottano un display IPS da 4,2 pollici in formato 4:3, scelta che strizza l’occhio ai puristi del retrogaming. Le immagini diffuse dall’azienda mostrano una rotella del volume e due tasti sul lato sinistro, mentre nella parte superiore trovano posto una porta USB-C, il jack da 3,5 mm per le cuffie e uno slot per microSD.

Il prezzo sarà decisivo


Il fattore chiave per il successo di Air Y resta il prezzo: se, come per il precedente Air X, il modello base dovesse restare sotto i 100 dollari (circa 16.200 yen), la console potrebbe conquistare rapidamente gli appassionati di emulazione economica. Il rincaro dei prezzi delle memorie, tuttavia, potrebbe far lievitare il listino finale rispetto alle attese iniziali.

Data di lancio e prezzo definitivo non sono ancora stati annunciati, ma la strategia di MANGMI appare chiara: offrire due console Android per due pubblici diversi, dai nostalgici col budget limitato fino a chi cerca qualcosa in più in termini di potenza.

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Pixel 6 e 6 Pro restano fuori da Android 17 QPR2: si avvicina la fine degli aggiornamenti


Con il rilascio di Android 17 QPR2 Beta 1, Google ha confermato che Pixel 6 e Pixel 6 Pro non riceveranno l'aggiornamento. I due modelli, lanciati nell'ottobre 2021, si avviano quindi verso la fine del supporto software, con Android 17 QPR1 destinato a essere l'ultimo grande aggiornamento della loro storia. Una promessa già estesa nel 2024 Al debutto, Pixel 6 e 6 Pro erano stati annunciati con tre anni di aggiornamenti Android e cinque di patch di sicurezza. Nel 2024 Google aveva rivisto […]
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Con il rilascio di Android 17 QPR2 Beta 1, Google ha confermato che Pixel 6 e Pixel 6 Pro non riceveranno l’aggiornamento. I due modelli, lanciati nell’ottobre 2021, si avviano quindi verso la fine del supporto software, con Android 17 QPR1 destinato a essere l’ultimo grande aggiornamento della loro storia.

Una promessa già estesa nel 2024


Al debutto, Pixel 6 e 6 Pro erano stati annunciati con tre anni di aggiornamenti Android e cinque di patch di sicurezza. Nel 2024 Google aveva rivisto la policy, estendendo il supporto completo a cinque anni. Ora, con l’arrivo della beta di QPR2, l’azienda ha chiarito che i due smartphone non riceveranno questo OTA proprio perché stanno per raggiungere la fine del ciclo di supporto.

Cosa resta da ricevere


Secondo quanto indicato da Google, ai due modelli sono ancora garantiti alcuni aggiornamenti prima dello stop definitivo.

  • Agosto 2026: patch di sicurezza
  • Settembre 2026: Pixel Drop e Android 17 QPR1
  • Ottobre 2026: patch di sicurezza

Dopo questa finestra, è molto probabile che i due telefoni non ricevano più nuove funzioni né major update del sistema operativo.

Pixel 6a resta a parte


Diverso il destino di Pixel 6a, che pur appartenendo alla stessa generazione continuerà a ricevere aggiornamenti fino a luglio 2027, secondo quanto dichiarato da Google. Una distinzione che riflette policy di supporto differenziate anche all’interno della stessa famiglia di dispositivi.

La fine di un capitolo per il primo Tensor


Pixel 6 ha un significato particolare per Google: è stato il primo smartphone a montare un chip proprietario, il Tensor, segnando l’inizio dell’indipendenza dell’azienda da soluzioni Qualcomm per la fascia Pixel. Con quasi cinque anni di supporto alle spalle, il modello chiude un ciclo di vita comunque lungo per gli standard Android, ma l’esclusione da Android 17 QPR2 segna concretamente l’avvicinarsi del capolinea per la prima generazione Tensor.

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