Sarzana è nella triade delle esibizioni vincitrici del premio Ahi serva Italia! – Liguria Notizie


Sarzana è nella triade delle esibizioni vincitrici del premio Ahi serva Italia!, Dante di Shakespeare, dal romanzo di Monaldi & Sorti Sarzana è nella triade delle esibizioni vincitrici del premio Ahi serva Italia! La gara di street theatre durante l’estat

Sarzana è nella triade delle esibizioni vincitrici del premio Ahi serva Italia!, Dante di Shakespeare, dal romanzo di Monaldi & Sorti


Sarzana è nella triade delle esibizioni vincitrici del premio Ahi serva Italia! La gara di street theatre durante l’estate ha coinvolto ben 9 regioni italiane: Veneto, Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Calabria e Sardegna (in fondo i link alla copertura stampa e al materiale fotografico).

Oggi, nell’imminenza dell’anniversario dantesco del 14 settembre, data di morte del Poeta, sono stati resi noti i nomi dei tre vincitori e dei premi speciali.

Tra i tre vincitori del premio c’è la performance dell’attore Stefano Venarucci e di Sascia B (nome d’arte del giocoliere-fuochista Stefano Tatoli), la cui esibizione in concorso si è svolta il 27 agosto a Sarzana.

I premiati saranno chiamati a ritirare i riconoscimenti la sera del 1° ottobre al prestigioso Globe Theatre di Roma: per ognuno dei tre vincitori è pronto un prezioso “Dante di Shakespeare”, opera dell’illustratore Luca Tarlazzi, autore delle copertine dei libri di autori come Ken Follett, Andrea Camilleri e Valerio Massimo Manfredi: un originalissimo busto di Dante regge in mano, come fosse Amleto, il classico teschio, sul quale campeggia inaspettatamente un berretto da giullare.

La piccola scultura racchiude così in sé i tre simboli dell’iniziativa e del romanzo ispiratore: Dante, Shakespeare e il teatro di strada, mentre ai primi speciali è destinata una targa.

Il concorso Ahi serva Italia! – Dante di Shakespeare, patrocinato tra l’altro da Società Dante Alighieri e Fondazione Luigi Einaudi, vanta come testimonial il regista Pupi Avati e l’attrice Monica Guerritore ed è la prima competizione teatrale interamente basata su un libro: il romanzo Ahi Serva Italia! Dante di Shakespeare del duo Monaldi & Sorti (Solferino), la celebre coppia, nell’arte e nella vita, che la Guerritore ha applaudito come «art director della pagina scritta».

In una sorta di giro d’Italia nel segno della poesia e del teatro che unisce spettacolo, cultura e riscoperta del nostro patrimonio storico e paesaggistico, i concorrenti hanno rappresentato scene del libro nelle più belle strade, piazze e paesaggi delle città d’arte della penisola.

Dante e la Divina Commedia sono così diventati protagonisti di un dramma di Shakespeare, rappresentato in brevi spettacoli replicati nel corso della giornata, secondo la libera fantasia dei vari artisti di strada: attori, musicisti, mimi, acrobati, e anche vere e proprie icone dell’arte popolare come cantastorie e mangiafuoco.

Le motivazioni per i premi saranno rese note durante la cerimonia del 1° ottobre (inizio ore 21) al Globe Theatre, vero e proprio tempio del teatro shakespeariano nella capitale, voluto dal grande Gigi Proietti e da lui diretto fino alla morte.

Alla direzione del Globe, immerso nella meravigliosa coulisse naturale di Villa Borghese e copia dell’omonimo teatro londinese in legno ove il Bardo di Stratford rappresentò i suoi capolavori, siede adesso Nicola Piovani, il più grande compositore italiano vivente di musica da film, premio Oscar 1999 per La vita è Bella di Roberto Benigni e partner di grandi registi come i fratelli Taviani, Nanni Moretti, Mario Monicelli, Giuseppe Tornatore e Federico Fellini.

Anche per Piovani l’autore della Divina Commedia è stato motivo d’ispirazione con Vita Nova (2017), cantata per voce recitante, soprano e piccola orchestra basata sull‘omonimo capolavoro giovanile dantesco.

Il duo Tatoli-Venarucci si è esibito di fronte ad un folto pubblico a Sarzana, nel “cuore” cittadino di piazza Matteotti, e nel suggestivo chiostro del complesso di San Francesco, nello spettacolo Cuori in fiamme – Storia della tragica amicizia tra Dante Alighieri e Guido Cavalcanti, una sorta di indagine nella drammatica vicenda che lega i due poeti: Dante idealista, Guido invece malinconico e cinico.

Il testo recitato da Venarucci, che compone e rielabora brani dal romanzo di Monaldi & Sorti sulla toccante vicenda Dante/Guido, è stata “commentata” visivamente da Tatoli con uno show di giocolerie e figure disegnate con il fuoco, che descrivevano i nomi dei due poeti e le loro iniziali racchiuse in un cuore di fiamme verdi.

Come rievocano Monaldi & Sorti nella loro opera, Dante, una volta divenuto priore di Firenze, esiliò l’amico Guido nella cittadina ligure di Sarzana, dove si ammalò gravemente di malaria. Il 29 agosto del 1300 Guido esalò l’ultimo respiro, naufragando nella malinconia dell’esilio patito a causa dell’Alighieri. Di lì a poco anche il Poeta, cacciato da Firenze, avrebbe toccato con mano «come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale».

L’esibizione è stata preceduta da un’anticipazione di Tatoli e Venarucci a Montecatini, in quella Val di Cecina dove i Cavalcanti avevano terre, palazzi e miniere. Si è tracciato così un fil rouge che porta Guido Cavalcanti dagli anni del successo mondano e dell’amicizia col giovane Dante al drammatico epilogo che fornirà poi una scintilla narrativa decisiva alla Commedia.

La consegna dei premi ai vincitori di Ahi serva Italia! era prevista originariamente – in linea con la tradizione open air del teatro di strada – all’esterno del Globe di Roma per l’anniversario dantesco del 14 settembre, ma dinanzi al successo dell’iniziativa è arrivata l’offerta generosa del teatro di ospitare l’evento all’interno, e questo ha determinato lo spostamento a sabato 1° ottobre.

Gli altri vincitori del premio Ahi Serva Italia! – Dante visto da Shakespeare sono il cantastorie Daniele Mutino con l’ensemble I Musici della Storia cantata (esibizione tenuta a Benevento) e il trio formato dall’attore Silvano Vargiu con le danzatrici acrobatiche Luana Maoddi e Carlotta Zamuner (Cagliari). Riconoscimento a I Giovani di Casa Shakespeare nella categoria giovani (Verona), e premi speciali infine per il duo Cristina Ugolini e Riccardo Cecere (Ravenna) e il trio femminile Le Donne della Commedia (Firenze).

Liguria Notizie

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Dante visto da Shakespeare, Verona vince il Premio Giovani – L’Arena


Risultato vincitore il nutrito ensemble veronese I Giovani di Casa Shakespeare C’è Verona – la città per eccellenza di Dante e Shakespeare – tra i premiati di Ahi serva Italia! – Dante di Shakespeare, il premio nazionale di street theatre, basato sull’omo

Risultato vincitore il nutrito ensemble veronese I Giovani di Casa Shakespeare


C’è Verona – la città per eccellenza di Dante e Shakespeare – tra i premiati di Ahi serva Italia! – Dante di Shakespeare, il premio nazionale di street theatre, basato sull’omonimo romanzo di Monaldi & Sorti, che per tutta l’estate ha coinvolto ben 9 regioni italiane: Veneto, Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Calabria e Sardegna. Oggi, nell’imminenza dell’anniversario dantesco del 14 settembre (data di morte del Poeta), sono stati resi noti i nomi dei premiati, e nella categoria giovani è risultato vincitore il nutrito ensemble veronese I Giovani di Casa Shakespeare, che saranno chiamati il 1° ottobre al prestigioso Globe Theatre di Roma per la cerimonia di consegna dei riconoscimenti.

Il concorso


Il concorso, patrocinato tra l’altro da Società Dante Alighieri e Fondazione Luigi Einaudi, vanta come testimonial il regista Pupi Avati e l’attrice Monica Guerritore ed è la prima competizione teatrale interamente basata su un libro: il romanzo Ahi Serva Italia! Dante di Shakespeare del duo Monaldi & Sorti (Solferino editore), la celebre coppia, nell’arte e nella vita, che la Guerritore ha applaudito come “art director della pagina scritta”.

I concorrenti hanno rappresentato scene del libro nelle più belle strade, piazze e paesaggi delle città d’arte della penisola. Dante e la Divina Commedia sono così diventati protagonisti di un dramma di Shakespeare, rappresentato in brevi spettacoli replicati nel corso della giornata, secondo la libera fantasia dei vari artisti di strada: attori, musicisti, mimi, acrobati, e anche vere e proprie icone dell’arte popolare come cantastorie e mangiafuoco.

Le motivazioni


Le motivazioni per cui la scelta è caduta sulla compagnia giovanile veronese verranno rese note durante la cerimonia del 1° ottobre (inizio ore 21) al Globe Theatre, vero e proprio tempio del teatro shakespeariano nella capitale, diretto dal grande Gigi Proietti fino alla morte. Alla direzione del Globe, immerso nella meravigliosa coulisse naturale di Villa Borghese e copia dell’omonimo teatro londinese in legno ove il Bardo di Stratford rappresentò i suoi capolavori, siede adesso Nicola Piovani, il più grande compositore italiano vivente di musica da film, premio Oscar 1999 per La vita è Bella di Roberto Benigni e partner di grandi registi come i fratelli Taviani, Nanni Moretti, Mario Monicelli, Giuseppe Tornatore e Federico Fellini.

Anche per Piovani l’autore della Commedia è stato motivo di ispirazione con Vita Nova (2017), cantata per voce recitante, soprano e piccola orchestra basata sull‘omonimo capolavoro giovanile dantesco. Casa Shakespeare, da parte sua, sotto la guida da Solimano Pontarollo è un punto di riferimento tradizionale del teatro shakespeariano a Verona e non solo. La consegna dei premi ai vincitori di Ahi serva Italia! era prevista originariamente – in linea con la tradizione open air del teatro di strada – all’esterno del Globe di Roma per il 14 settembre, anniversario della morte di Dante, ma dinanzi al successo dell’iniziativa è arrivata l’offerta generosa del teatro di ospitare l’evento all’interno, e questo ha determinato lo spostamento a sabato 1° ottobre.

L’esibizione vincitrice dei Giovani di Casa Shakespeare si è svolta il 12 agosto al Mura Festival. Il titolo è Recita di Messer Apuliese e de suoi Jullari d’alcuni passi della Commedia, presente l’autore Messer Alighieri. Lo spettacolo è tratto dal IV atto del romanzo di Monaldi & Sorti, in cui un giovane Dante Alighieri assiste alle prove della compagnia del capocomico di strada (realmente esistito) Ruggeri Apuliese, che mette in scena con i suoi guitti i primi abbozzi della Divina Commedia. Tutta la scena riecheggia il famoso episodio dell’Amleto in cui il protagonista partecipa alle prove di un gruppo di attori girovaghi. Lo spettacolo aveva una struttura particolarmente impegnativa: sul palco erano presenti Dante, il suo amico Vanni Virgilio, il gruppo d‘attori di strada e una compagnia di mimi, per un totale di ben 16 interpreti.

Gli altri vincitori


Gli altri vincitori del premio Ahi Serva Italia! – Dante di Shakespeare sono il cantastorie Daniele Mutino con l’ensemble I Musici della Storia cantata (esibizione tenuta a Benevento), il trio formato dall’attore Silvano Vargiu con le danzatrici acrobatiche Luana Maoddi e Carlotta Zamuner (Cagliari), il duo Stefano Venarucci – Sascia B, rispettivamente attore e giocoliere-fuochista (Montecatini VdC e Sarzana); premi speciali per il trio femminile Le Donne della Commedia (Firenze) e per il duo Cristina Ugolini e Riccardo Cecere (Ravenna).

L’Arena

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Fusione nucleare: un’analisi generale


Nel mese di febbraio di quest’anno, JET, una collaborazione internazionale con sede nel Regno Unito, ha annunciato un risultato molto importante nell’ambito della fusione nucleare. Un risultato che, oltre a rilanciare il dibattito teorico sulle fonti di a

Nel mese di febbraio di quest’anno, JET, una collaborazione internazionale con sede nel Regno Unito, ha annunciato un risultato molto importante nell’ambito della fusione nucleare. Un risultato che, oltre a rilanciare il dibattito teorico sulle fonti di approvvigionamento di energia, torna oggi di assoluta attualità a fronte delle difficoltà di approvvigionamento, e comunque dell’impennata dei costi dell’energia

Che cos’è la fusione nucleare?
I reattori a fusione nucleare sono una tecnologia dalle potenzialità enormi. Non sono dei reattori tradizionali (quelli di Chernobyl, o dei referendum sul nucleare, per intenderci). Questi ultimi si basano su un fenomeno fisico chiamato fissione nucleare: si prendono dei nuclei grossi (ad esempio l’uranio), e si fanno spezzare. Questi nuclei spezzandosi, rilasciano energia, che viene usata per scaldare acqua, che diventa vapore, che fa girare le turbine e produce corrente.

I reattori tradizionali hanno anche dei problemi però:
1) le fissioni, cioè i nuclei che si spezzano, devono essere controllate con attenzione, perché possono divergere, cioè andare fuori controllo (incidenti come Chernobyl o Three Miles Island);
2) producono rifiuti radioattivi;
3) in certi casi, possono essere usati per produrre Plutonio e quindi armi nucleari.

Nei reattori a fusione nucleare si usano invece nuclei leggeri (ad esempio idrogeno), e li si fonde in nuclei pesanti. È lo stesso fenomeno che avviene nel sole. Il processo di fusione rilascia energia, che potrebbe essere usata per scaldare acqua, che diventa vapore, che fa girare le turbine e produce corrente elettrica. La fusione è intrinsecamente sicura: non può andare fuori controllo perché senza intervento esterno si spegne. Non produce rifiuti (i prodotti della fusione sono nuclei leggeri, quindi non inquinanti. Esisterebbero dei rifiuti radioattivi, ma in misura molto minore dei reattori a fissione).

L’eventuale uso per scopi militari sarebbe molto più complicato.
In più, se si riuscisse a sviluppare una tecnologia di fusione basata su isotopi leggeri dell’idrogeno, il carburante sarebbe praticamente infinito: l’idrogeno può essere preso dall’acqua, e con delle quantità molto piccole potremmo ottenere quantità di energia sufficienti per alimentare tutto il mondo per secoli. Se riuscissimo a realizzare dei reattori a fusione stabili, saremmo vicini alla risoluzione di tutti i nostri problemi energetici. Avremo una sorgente di energia infinita, quasi totalmente pulita, intrinsecamente sicura, con carburante potenzialmente infinito.

Ma quali le difficoltà?
Il risultato presentato la scorsa settimana è una grande conquista, ma è per il momento solo una tappa. E’ un reattore sperimentale che ha prodotto una potenza molto piccola, molto lontana dalle centrali odierne. È una conquista perché’ fino a qualche anno fa eravamo in grado di sostenere un processo di fusione solo per una frazione di secondo, e ora siamo arrivati a cinque secondi, e non eravamo in grado di ricavarne energia, cioè per creare il processo di fusione occorreva più energia di quanta ne ricavassimo.
Adesso il bilancio è positivo, cioè ricaviamo energia, anche se molto poca. Realisticamente, ci vorranno decenni prima che questa tecnologia possa iniziare a essere utilizzata, forse molti decenni perché’ possa diffondersi su larga scala

Purtroppo non abbiamo tutto questo tempo. Siamo letteralmente su un treno in corsa lanciato a tutta velocità verso un burrone. I rapporti sul clima dell’IPCC (il pannello dell’internazionale sul cambiamento climatico) non ci lasciamo molto margine: il mondo rischia conseguenze molto gravi già al 2050.

Quindi purtroppo la fusione non ci salverà. Potrà essere utile e risolvere i nostri problemi energetici solo dopo che avremo risolto l’attuale serissima crisi climatica.

Che cosa fare nel frattempo?
Dobbiamo smettere di bruciare combustibili fossili, subito. Come si fa?
Migliorare i nostri comportamenti è necessario ma non sufficiente: possiamo provare a essere virtuosi, consumare di meno, ma il nostro mondo è così complesso che bloccare tutte le attività avrebbe conseguenze disastrose per la vita di moltissime persone, specialmente nei paesi con economie emergenti.
Possiamo rallentare un po’ l’accelerazione del treno in corsa, ma non è abbastanza.

Le energie rinnovabili?
Le energie rinnovabili possono dare un contributo, ma purtroppo non sono sufficienti. Negli ultimi trent’anni le tecnologie associate alle rinnovabili sono migliorate di poco.
La frazione energetica data dalle rinnovabili è cresciuta, ma non riesce coprire i nostri bisogni. Alcuni paesi sono riusciti a operare una transizione quasi completa verso le rinnovabili, ma sono quasi sempre casi particolari, dovuti a particolari caratteristiche del territorio e difficilmente esportabili ovunque.
Inoltre le rinnovabili hanno purtroppo un limite intrinseco, fisico, che non può essere sormontato con nessuna tecnologia.

Il capacity factor è la frazione di potenza che una centrale rinnovabile può produrre rispetto al suo massimo. Una centrale solare ha un capacity factor di circa il 15% in Italia, cioè può produrre solo il 15% della potenza in media rispetto al suo massimo (dovuto al fatto che di notte non c’è sole, il cielo può essere nuvoloso o altro).
Il capacity factor può cambiare in zone diverse del mondo, ma non molto, e non c’è tecnologia che tenga, questo fattore non può essere migliorato, perché dipende dalla natura. Ogni tipo di centrale elettrica ha un suo capacity factor, ma per le rinnovabili i fattori sono purtroppo bassi. Le reti elettriche non possono sostenere sbalzi di potenza troppo grandi tra giorno e notte, o tra giorni ventosi e non ventosi.

Qual è la soluzione?
Nella comunità scientifica si fa avanti sempre di più l’idea che forse dovremmo costruire centrali nucleari tradizionali e usare un portafoglio di nucleare e rinnovabile per i prossimi 50-100 anni per poi sperare di passare a centrali a fusione. India e Cina, ad esempio, stanno già costruendo molte nuove centrali nucleari. La Francia, che è già energeticamente indipendente e pulita all’80%, ha annunciato la costruzione di sei nuove centrali nucleari a fissione proprio qualche giorno fa.

In tutto il mondo occidentale il dibattito è intenso. La mia idea è che se si ha la casa in fiamme non sia il caso di mettersi a discutere di quale carta da parati mettere.

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Alessandro Sallusti e Luca Palamara – Lobby & Logge


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Le Scienze Sociali: i Darwiniani prima di Darwin


Il nostro Presidente onorario, il Professor Lorenzo Infantino, terrà una lezione a coronamento di quarant’anni di insegnamento alla LUISS, all’interno del convegno “Le Scienze Sociali: i Darwiniani prima di Darwin”. L'articolo Le Scienze Sociali: i Darwi

Il nostro Presidente onorario, il Professor Lorenzo Infantino, terrà una lezione a coronamento di quarant’anni di insegnamento alla LUISS, all’interno del convegno “Le Scienze Sociali: i Darwiniani prima di Darwin”.

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Macerie


Dopo il voto Fra insediamento del nuovo Parlamento, elezione dei presidenti, avvio di pur veloci consultazioni, incarico, giuramento, dibattito parlamentare e fiducia, il nuovo governo, se tutto va bene, si ritroverà attivo nella seconda metà di ottobre.

Dopo il voto


Fra insediamento del nuovo Parlamento, elezione dei presidenti, avvio di pur veloci consultazioni, incarico, giuramento, dibattito parlamentare e fiducia, il nuovo governo, se tutto va bene, si ritroverà attivo nella seconda metà di ottobre.

Piuttosto verso la fine. Anche agendo in continuità con il governo attualmente in carica, come è ribadito proponimento del partito in vantaggio, alla guida della coalizione in vantaggio, la legge di bilancio subirà un qualche ritardo e sarebbe strano fosse radicalmente diversa da quanto fin qui predisposto. E, del resto, si avvierebbe verso la fine un anno i cui numeri sono positivi e come tali saranno confermati. Ed è qui che arrivano i guai.

Si va ripetendo che il futuro governo erediterà una situazione difficilissima e dovrà muoversi fra le macerie. Se così fosse alcuni dei futuri governanti si ritroverebbero fra gli odierni produttori di macerie. Se così fosse non si capirebbe perché chi è oggi in vantaggio ci tiene a tranquillizzare tutti circa la continuità costruttiva, non promettendo discontinuità distruttiva.

Difatti così non è, anche se da destra a sinistra, da sopra e da sotto si prova a descrivere l’Italia come disastrata e senza manco la canna del gas. L’anno che si chiuderà avrà prodotto ricchezza, ma già oggi sappiamo che l’anno prossimo viaggeremo ad una velocità decisamente più bassa, con una previsione di crescita dello 0.9%, rispetto al 3.4 (e forse qualche cosa in più) che agguantiamo oggi.

A questo si aggiunga che i tassi d’interesse europei (1.25%) restano ben più bassi di quelli inglesi (1.75) o americani (2.50), quindi siamo ancora in politica monetaria espansiva, ma la tendenza è a vederli crescere, per contenere l’inflazione, il che comporta un maggiore costo dei debiti e, quindi, dell’eventuale (si fa per ridere) rispetto delle promesse elettorali.

La domanda è: se ci descriviamo come disastrati fra le macerie nel mentre ancora si cresce a un ritmo sostenuto, che succederà quando sarà scemato? o quando ci toccasse una decrescita, alias recessione? se in questa fase non si fa che promettere aiuti e sostegni, manco fosse il 1929 e ci fossero le file di affamati con le gavette in mano, che succederà quando l’inflazione dovesse mordere troppo i risparmi e la mancata crescita non genererebbe ricchezza da distribuire?

A quel punto può succedere che chi si troverà al governo scopra la virtù dell’incoerenza, sicché non farà quel che aveva promesso, oppure succede che il governante tiene alla propria coerenza, fa quel che disse, quindi aumenta ulteriormente l’enorme debito pubblico. Nel secondo caso scassa le finanze.

Nel primo scassa la credibilità. Ed è questo quel che oggi è visibile a occhio nudo: si può parteggiare, tifare pro e contro, ma la credibilità di ciascuno la si deve cercare con la lente d’ingrandimento, ove non con il microscopio. E, del resto, l’esperienza vale qualche cosa, pur in un Paese senza memoria.

Non è affatto un caso che a ricrescere di più, rispetto allo sprofondo della riduzione a un terzo, è un Movimento che difende un atto governativo frutto della propria coerenza, ovvero il reddito di cittadinanza, che è, al tempo stesso, una spesa enorme e un non meno grandioso fallimento. Perché tale è, non per chi lo avversava in quanto negativo, come me, ma per chi lo ha voluto e sostenuto, secondo cui sarebbe stato lo strumento delle celeberrime ed evanescenti “politiche attive del lavoro”. Che non si videro.

Le macerie vere sono più politiche che economiche, più culturali che produttive. E se non si rimedia a quelle gli sconfitti di oggi saranno gli irresponsabili di domani e i governanti di dopodomani. Non se ne esce gli uni contro gli altri armati, giacché sono quelle armi, demagogiche, a produrre macerie. È comune interesse di chi dovrà governare e di chi, opponendoglisi, vorrà poi tornare a governare riportare lo scontro sul terreno della realtà. Perché a prender voti inneggiando alle macerie si ottiene un solo risultato: la moltiplicazione delle macerie.

La Ragione

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Andata


Campagna Oramai è andata. La campagna elettorale è quella che vediamo e i giorni che ci separano dalle urne non ospiteranno significative novità positive, idee nuove, impostazioni promettenti. È andata così. Essere in Unione europea, con i giusti vincoli

Campagna


Oramai è andata. La campagna elettorale è quella che vediamo e i giorni che ci separano dalle urne non ospiteranno significative novità positive, idee nuove, impostazioni promettenti. È andata così. Essere in Unione europea, con i giusti vincoli e le generose opportunità, aiuta, ma non risolve.

A sinistra hanno cominciato la corsa dandosi per persi e sperando che qualcuno fermasse gli altri. A destra il testimone se lo danno in testa più che passarselo, finita la staffetta si prenderanno a coltellate. I trionfatori delle precedenti elezioni politiche sanno che saranno ridotti a un terzo, non restando loro altro che puntare sulla reiterazione dell’estremismo assistenzialista.

I terzopolisti almeno hanno avuto il coraggio di andare a Piombino a sostenere il rigassificatore, per il resto pencolarono in partenza e programmano il pencolamento futuro. Altri soggetti animano la scena, aumentandone il tono smorto.

Tutti vittime della propria incapacità, ingabbiati in un sistema elettorale demenziale, che colpevolmente non toccarono. Quasi tutti contaminati dal virus populista, compartecipi del miserevole taglio dei parlamentari. Non un bel vedere, eppure tocca guardarlo.

Che succede, poi? In un Paese la cui popolazione pensante e lavorante ancora non digerisce il siluramento di Draghi, vincerà le elezioni chi gli si è opposto. Che può sembrare paradossale, ma mica tanto. Perché gli oppositori di ieri sono assai più draghiani degli altri. Almeno su tre punti determinanti: a. collocazione occidentale dell’Italia; b. condanna della Russia e mantenimento delle sanzioni; c. no a più deficit e debito. Mica poco.

E dopo la vittoria? Se il centro destra resterà unito e governerà sarà perché si spaccheranno i soci che lo compongono, cambiando linea politica. Il che comporta che o gli elettori di Fratelli d’Italia o quelli della Lega saranno stati ingannati. Più probabilmente i secondi. Se le modifiche non saranno interne, allora le rotture si vedranno dall’esterno, nel senso che partono e cadono in tempo reale. Vero che il potere è un forte collante, ma le pretese di ciascuno un discreto solvente.

I pentarieletti riprenderanno il loro ruolo di truppa trasformista, avendo imparato a mercanteggiare con maggiori pretese. Mentre i terzopolisti sono attesi alla prova del non dividersi in (almeno) due alla prima occasione.

In quanto alla sinistra, raccolta attorno al Partito democratico, si spera abbia capito che non ha perso solo le elezioni, ma l’identità e la cultura. I voti raccolti li hanno chiamati per tradizione e contrapposizione, solo che dall’altra parte non c’è una grande armata, ma una brancaleonata. Perdono perché si sono persi e si sono persi perché esistono solo per vincere.

A ciò si ridusse la scena, ma in un teatrino. In quello grande s’esibisce l’Italia degli interessi e della realtà. Una realtà talmente ostinatamente negata che se solo la descrivi ti dicono che sei fuori dalla realtà.

L’Italia con 10mila miliardi di patrimonio privato, con i risparmi che crescono, con le esportazioni che vanno alla grande, con il prodotto interno lordo finalmente superiore alla media europea nel suo ritmo di crescita, con un numero di occupati che resta nettamente inferiore alla media europea, ma che ha superato i massimi da quando si raccoglie quel dato.

Nel teatrino si compatisce la miseria, considerata crescente perché si contano i poveri mettendo in fila quelli cui hai promesso un sussidio se si dichiarano poveri, con il risultato, ovvio e ragionevole, che i poveri aumentano. Nell’altro teatro va in scena una ricchezza senza rappresentanza, al punto da essersi ridotta a sperare che nessuno vinca, per farsi ricommissariare.

Eppure uno spiraglio c’è: governi il vincitore, se ci sarà e se ne sarà capace, ma si avvii la legislatura con la volontà di porre rimedio a tanta insipienza politica e ai suoi fallimenti, aprendo una succursale costituente. Farà onore ai vincitori e farà comodo agli sconfitti. Tanto una cosa avrebbero dovuto capirla, sebbene non acutissimi: al giro successivo si scambieranno il posto.

La Ragione

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Si cresce a dispetto


Se revocassimo la sanzioni alla Russia per essere più ricchi, in realtà, diventeremmo immediatamente più poveri. L'articolo Si cresce a dispetto proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/si-cresce-a-dispetto/ https://ww

Se revocassimo la sanzioni alla Russia per essere più ricchi, in realtà, diventeremmo immediatamente più poveri.


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Gli Ufo esistono? Le Testimonianze Storiche


Gli UFO esistono? Ci sono testimonianze storiche degli UFO? Ci sono ritrovamenti archeologici che ne confermino l’esistenza? Questo articolo serve esclusivamente a calcolare esattamente quante visite in più farebbe questa pagina se iniziasse a trattareContinue reading

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Interesse


Ove lo scopo della vita non sia piangere miseria, come sembra essere quello della campagna elettorale, parliamo di come sorridere alla ricchezza. Parliamo degli interessi, anche per spiegare che non solo è falso affermare che le sanzioni alla Russia nuocc

Ove lo scopo della vita non sia piangere miseria, come sembra essere quello della campagna elettorale, parliamo di come sorridere alla ricchezza.

Parliamo degli interessi, anche per spiegare che non solo è falso affermare che le sanzioni alla Russia nuocciono più a noi che a loro, ma anche per documentare di come ci arricchisca proprio l’essere parte del mondo che ha messo e che intende mantenere le sanzioni. Fin quando non recederà la criminale aggressione all’Ucraina.

Nel 2021 le nostre esportazioni avevano già superato, di un largo 7.5%, i livelli antecedenti alla pandemia. Una ripresa molto veloce, che ci aveva portato a esportare per 581 miliardi di euro, pari al 32% della ricchezza complessivamente prodotta. Molto bene. All’incirca un terzo della ricchezza è prodotta dalle esportazioni ed è importante non perdere colpi.

Nei primi sei mesi dell’anno in corso abbiamo significativamente migliorato quel risultato, con una ulteriore crescita pari al 22%. Si può sempre fare meglio, ma si è fatto molto bene. Anche se, per ragioni che risultano incomprensibili a chiunque abbia un briciolo di ragionevolezza, queste cose non sono mai il pezzo forte dell’informazione e sembrano note a margine per praticoni d’economia. Sono la ricchezza che ci regge.

Il settore che ha fatto registrare il maggiore incremento è quello dei metalli (+44.5%), seguono i chimici (+38.2%) e poi arrivano alimentari e bevande (+31.2%). Se solo ve ne fosse maggiore consapevolezza collettiva correggeremmo anche la percezione che noi stessi abbiamo della nostra Italia. Con il che sopporteremmo ancora meno le propagande che adorano la miseria e si vergognano della ricchezza.

Ma c’è un altro aspetto di cui si ha scarsa consapevolezza: quali mercati assorbono i nostri prodotti, arricchendo le nostre esportazioni? Un po’ tutti, che non c’è pizzo del Mondo in cui non si trovi un’iniziativa e un prodotto italiani. Ma se guardiamo alle quantità, non ci sono dubbi ed ecco i primi dieci, con tra parentesi l’incremento di cui si è appena detto:

  • Germania, con 39.5 miliardi (+18.6%);
  • Francia, con 31.6 (+20);
  • Usa, 30.1 (+31.3);
  • Spagna, 16 (+29.1);
  • Svizzera, 14.9 (+11.5);
  • Uk, 13.6 (+20.8);
  • Belgio, 11.2 (+32.7);
  • Polonia, 9.7 (+18.7);
  • Paesi Bassi, 9.2 (+23);
  • Cina, 7.7 (-2%).

I più grandi importatori di Made in Italy stanno a Ovest, in Occidente. I più si trovano in Unione europea. Non molti italiani ne sono coscienti.

Ora provate ad ascoltare le parole di qualche arruffapopolo, oggettivamente al servizio di una potenza imperialista e nemica dei nostri ideali e dei nostri interessi: vi sembrerà che avendo messo le sanzioni c’impoveriremo fino alla fame. Se ci fossimo calati le braghe, invece, magari non sarebbe stato bello, ma saremmo ingrassati.

E invece è vero l’opposto, proviamo pure, per seguire mestatori, menestrelli e servitù più o meno consapevole, proviamo a distaccarci dal mondo che ha messo le sanzioni e a fare il verso all’Ungheria: perderemmo ricchezza a rotta di collo. Sarebbe asfissiata l’Italia che produce ed esporta, per la passeggera gioia di demagoghi mai contaminati dall’arte del produrre ricchezza.

Due giorni addietro i russi comunicavano che se non saranno tolte le sanzioni non venderanno più gas. Ieri è intervenuto il capo dei ventriloqui, Putin, per dire che non lo venderanno se sarà imposto un tetto al prezzo. Trattano e ritrattano per i fatti loro. Le sanzioni non saranno tolte, il tetto sarà imposto.

Putin sa bene quel che i putiniani negano: il suo Paese si sgretola, il processo è inarrestabile, ma inizialmente lento, sicché punta tutte le sue carte nel mettere paura alla vigilia di un inverno che per noi e il nostro sistema produttivo sarà difficoltoso. Non l’abbiamo cercata noi, l’ha voluta lui e il suo apparato dispotico.

Noi non ci muoviamo per rimuoverlo, ma per fermarlo. Rimuoverlo è un interesse dei russi, e per quelli fra loro che sono persone libere, in fuga o in galera, oltre che un interesse sarebbe un piacere.

La Ragione

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Post-scuola


Promesso ignorante Achille era bello, forte, intelligente ma aveva un punto debole: il famosissimo tallo-ne. Qual è il tallone d’Achille della scuola italiana? Magari la cara vecchia scuola avesse un solo punto debole: se così fosse sarebbe una bellissima

Promesso ignorante


Achille era bello, forte, intelligente ma aveva un punto debole: il famosissimo tallo-ne. Qual è il tallone d’Achille della scuola italiana? Magari la cara vecchia scuola avesse un solo punto debole: se così fosse sarebbe una bellissima notizia.

La verità è impietosa: la scuola non esiste più. Il suo posto è stato preso da un’altra creatura: la post-scuola. Dove il “post” indica la scuola dopo la scuola ma anche lo scivolamento della scuola nell’era digitale – la scuola dei post– senza aver fatto i conti con l’esperienza storica precedente dell’era Gutenberg.

Salvatore Valitutti, il maggior conoscitore della storia scolastica nazionale, diceva che la scuola italiana è elio-centrica: il Ministero è il sole e le scuole vi ruotano intorno come i pianeti. Anche qui: magari fosse ancora così. Infatti – con l’acqua, i banchi (a rotelle) e i somari che son passati sotto i ponti – la scuola si è trasformata con la riforma di Luigi Berlinguer che all’inizio del millennio varò la (cosiddetta) autonomia scolastica con cui ogni istituto maturava una propria indipendenza.

Risultato: le scuole non sono più dei pianeti e, come la celebre rana di Esopo, si sono gonfiate credendo di essere il sole. Ogni scuola, in tutto e per tutto dipendente sempre dall’amministrazione statale, è una sorta di Ministero di periferia in cui la burocrazia scolastica ha divorato, come Crono, i suoi figli: gli insegnanti, gli studenti, i capi d’istituto, le famiglie.

Tutto è diventato un enorme post. Le scuole sono in competizione tra loro ma, non essendoci nessuna reale vita degli studi, la competizione è fatta al ribasso. Così accade una cosa strana solo per chi non si è reso conto della nascita della post-scuola: i ragazzi e le ragazze sono licenziate agli esami con altissimi voti ma poi non sanno leggere e se leggono non intendono.

Tra la situazione legale e la situazione reale non vi è una differenza. Vi è la verità. Come sempre scomoda. Ma se questa scomodità non si guarda non si avrà mai nessuna possibilità di intervenire nel sistema dell’istruzione e provare, almeno provare, a migliorarlo.

Il tallone d’Achille della scuola italiana – fingendo che la metafora sia calzante al caso – è il rapporto tra insegnante e alunno. Questa relazione, che è il cuore della scuola, che è la scuola stessa, è falsato all’origine da due fattori: il valore legale del diploma e l’obbligo della promozione.

Perché ci possa essere la relazione tra insegnante e studente è necessario che ci sia l’interesse da un lato a insegnare e dall’altro a imparare. Ma è proprio tale interesse – che significa “stare insieme”, “stare nell’essere” – che è neutralizzato alla fonte dal momento che la legalità scolastica sposta il valore dallo studio al certificato e l’obbligo della promozione ne garantisce il possesso.

Non è né un problema scolastico né un problema politico: è un dramma nazionale. Nazionale perché riguarda tutti, drammatico perché non ci sono più occhi per vederlo. Il costo è elevatissimo, Paola Mastrocola e Luca Ricolfi lo hanno chiamato “Il danno scolastico”. Riguarda l’incapacità di creare classe dirigente e la concreta possibilità di condurre democrazia e nazione al fallimento.

L’esperienza ci dice che non si tratta di ipotesi accademiche ma di dura realtà. La scuola italiana – la post-scuola – è per la democrazia italiana il problema dei problemi. È una sorta di Grande Bugia nazionale in cui il senso delle cose reali, che ognuno di noi deve conservare per condursi più o meno decentemente nella propria esistenza, è stato sostituito dal senso delle cose irreali.

La Ragione

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Energici


In Russia i giornali li chiudono e i giornalisti li arrestano. Ivan Safronov lo hanno condannato a 22 anni di carcere in un processo a porte chiuse di cui, quindi, non si sa niente. Noi stessi neanche lo sapremmo se la notizia non fosse stata diffusa da N

In Russia i giornali li chiudono e i giornalisti li arrestano. Ivan Safronov lo hanno condannato a 22 anni di carcere in un processo a porte chiuse di cui, quindi, non si sa niente. Noi stessi neanche lo sapremmo se la notizia non fosse stata diffusa da Novaya Gazeta Europa, ovvero il sito europeo del quotidiano fatto chiudere da Mosca.

Eppure un problema di opinione pubblica esiste perché, checché ne dicano certi (che avrebbero fatto ridere anche il Peppone di Guareschi), nessuno ama fare la fame o vedersi ammazzati i figli.

Che è poi la ragione per cui i russi non rimediano alla carenza di soldati chiamando all’obbligatorietà del servizio militare. Ma, secondo tradizione, dall’impero zarista a quello comunista, all’opinione pubblica interna forniscono due medicine: l’esaltazione nazionalista e la repressione.

In Russia, però, tengono molto alla nostra opinione pubblica, investendovi denari e usando i propri servitori, che generosamente furono chiamati “utili idioti”. Certo che la guerra è una brutta cosa e certo che la carenza di gas e i suoi prezzi elevati comportano dolori profondi e disagi sociali su cui speculare.

E certo che nel nostro mondo non solo si vive liberi, ma anche comodamente. Certo che ci teniamo, alle comodità. Giustamente. Ma sono figlie della libertà, non loro nemiche. Perché mai la Russia non ha mai avuto il nostro sviluppo? Come mai un Paese da 140 milioni di abitanti ha un prodotto interno lordo inferiore al nostro, che di abitanti ne abbiamo meno di 60 milioni? Perché senza la libertà non c’è iniziativa e senza iniziativa non c’è ricchezza. Requisita da gerarchi e oligarchi, ladri e arricchiti.

Sono queste le ragioni per cui in Russia lanciano appelli al tenore di vita degli europei, infinitamente più alto di quello dei russi. Non sono i poveri che si preoccupano dei ricchi, ma il nemico che ritiene la libertà sia una debolezza, sperando di sfruttarla. A Mosca sono convinti che crolleremo prima noi, perché le bollette alte faranno esplodere le piazze. Noi siamo certi che crolleranno loro, anche perché i ladri sono rimasti senza bottino.

Ciò non toglie che dobbiamo rimediare ai guasti interni al nostro mondo, difatti sono già stati mobilitati tanti soldi, altri lo saranno, con altre importanti contromisure. Siccome, però, fra i putiniani ve ne sono molti che invocano uno “scudo europeo”, sarà bene essere chiari. La proposta italiana, risalente al marzo scorso, del tetto al prezzo del gas russo, ha come fondamento l’uso del potere dell’acquirente.

C’è quello del venditore, ma se compri molto anche dall’altra parte c’è del potere. Immaginare un acquirente europeo unico, come si è fatto e ha funzionato benissimo con i vaccini, ha lo stesso fondamento: assieme pesiamo molto di più ed evitiamo di farci concorrenza fra noi.

Questo, però, comporta due cose:

  • si introducono regole che limitano il libero mercato;
  • si trasferiscono potere e sovranità a livello europeo.

Entrambe le cose comportano l’accettazione di vincoli: una politica solidale e di reciproco soccorso e il sottostare alle regole che l’acquirente unico si darà (o al prezzo massimo stabilito). Chi chiede queste cose, quindi, sta chiedendo più vincoli europei, in cambio di più forza per negoziare e resistere. Scelta razionale.

Ma anche l’opposto di volere togliere potere ai “burocrati di Bruxelles” (molti, ma molti meno dei soli italiani), o di anteporre i propri interessi a quelli degli altri. Chiedere lo scudo europeo e, al contempo, reclamare la violazione dei vincoli economici, poi, non è neanche un’incoerenza, è un imbroglio.

Noi amanti della libertà plaudiamo a queste iniziative, pur non dimenticandoci che il mercato deve essere regolato, non ingabbiato. Gli amanti di Putin, invece, devono essere riconosciuti come alfieri dei risultati cui porta quell’amore: miseria e repressione. Basterà averlo chiaro e non saranno certo le nostre affluenti opinioni pubbliche a volere nulla di simile. Semmai ci scopriremo più energici nell’avversarlo.

La Ragione

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Il Presidente Giuseppe Benedetto ospite a “Start” su Sky TG 24 il 7 settembre 2022


Il 7 settembre 2022, a partire dalle 10.30, il nostro Presidente Giuseppe Benedetto è stato ospite di Roberto Inciocchi a “Start” su Sky TG 24. L'articolo Il Presidente Giuseppe Benedetto ospite a “Start” su Sky TG 24 il 7 settembre 2022 proviene da Fond

Il 7 settembre 2022, a partire dalle 10.30, il nostro Presidente Giuseppe Benedetto è stato ospite di Roberto Inciocchi a “Start” su Sky TG 24.

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La musica calabrese protagonista del festival In Aspromonte a San Giorgio Morgeto il 7 e 8 settembre


Due giorni di concerti animeranno l'ultimo scorcio d'estate a San Giorgio Morgeto con il programma del festival In Aspromonte, che vuole fare emergere e rendere sempre più attrattivo il borgo calabrese, porta del Parco e legato ad una lunga storia di popo

Due giorni di concerti animeranno l’ultimo scorcio d’estate a San Giorgio Morgeto con il programma del festival In Aspromonte, che vuole fare emergere e rendere sempre più attrattivo il borgo calabrese, porta del Parco e legato ad una lunga storia di popoli, culture, arte e tradizioni.

Dopo una ricca stagione di eventi, con il cartellone di Estate Morgetia 2022 che ha riempito di presenze il centro storico sangiorgese, il 7 e 8 settembre la tradizione musicale calabrese sarà di scena sul palco allestito in Località Melia, per confermare l’attenzione dell’amministrazione comunale alla valorizzazione di una lunga storia di suoni e canti, che rappresentano il racconto della vita dei calabresi nel corso dei secoli.

Il 7 settembre sarà l’esplosiva vitalità musicale della tarantella di Ciccio Nucera a far scatenare il suo affezionato pubblico di fan con i balli tradizionali ed i suoni del tamburello e dell’organetto, che lo rendono un personaggio quasi unico nel suo genere. Un “one man show” travolgente e pieno di ritmo che, grazie alla potenza della musica, diventa anche occasione quotidiana di promozione e valorizzazione della cultura del territorio.

Una vita all’insegna della musica e della tradizione, rapito da questi suoni sin da piccolissimo nel suo paese di origine, Gallicianò, grazie ai tanti anziani che tramandavano le “passate” all’organetto e i canti tradizionali elevati a straordinari mezzi di espressione identitaria di una comunità, quella grecanica, che ancora oggi rappresenta un patrimonio da custodire e tramandare.

L’8 settembre sarà la volta del Quartetto Areasud, band protagonista di un percorso di ricerca che parte dalla musica calabrese per esplorare il mondo dei suoni mediterranei e contemporanei, partendo dalla creazione di un ponte con i suoni della vicina Sicilia. Il gruppo nasce dall’incontro tra il musicista e ricercatore calabrese Maurizio Cuzzocrea e alcuni tra i principali protagonisti della scena world ed etnica catanese, Mario Gulisano, Marco Carnemolla e Franco Barbanera. Insieme hanno costituito la base del progetto di world music “Musica lievemente tradizionale”, che è anche il titolo del recente cd della band.

Negli ultimi due anni, nonostante la pandemia, il Quartetto Areasud è stato protagonista di numerosi festival, in Italia e all’estero, tra cui Alkantara Fest, Appennino Festival e Zampognarea, in Italia, Babel Sound Festival in Ungheria e Etnosviets in Lettonia. Tra i progetti in programma nei prossimi mesi, l’esordio di due nuove produzioni dedicate al teatro, con l’attrice Preziosa Salatino, e ai canti di culla in Italia, in collaborazione con il gruppo musicale Enerbia, tra i principali interpreti della musica tradizionale del territorio delle Quattro Province.

“In Aspromonte” è realizzato dall’amministrazione comunale di San Giorgio Morgeto con il patrocinio e il contributo della Regione Calabria, sotto il marchio di Calabria Straordinaria e con la collaborazione delle associazioni Darshan, AreaSud e di Euracus srl Impresa sociale.

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Scuola e legalità, le regole della consapevolezza


La scuola è una stagione della vita. Sta all’inizio di ogni giovinezza ed età adulta. Non è da dimenticare e nessuno la dimentica. Nel bene e nel male la porta con sé fino all’ultimo dei suoi giorni. Guardarla come un male o un bene stagionale è poca cosa

Anche se le attività didattiche inizieranno il 14, già da qualche giorno la scuola ha avviato il suo cammino, e per gli insegnanti è tempo di programmazione.

Certamente troverà spazio nel corso dell’anno l’attenzione al tema della legalità in tutte le sue declinazioni. Obiettivo primario è l’educazione alla legalità, inteso come esercizio possibile e praticabile dalla scuola stessa mentre trascorre i suoi giorni tra i banchi.

La domanda che qui vorremmo porci è la seguente: quale e quanta considerazione ha la scuola di quella buona dose di legalità di cui è intrisa la sua vita? La tiene costantemente sotto la sua lente? Vive un processo di maturazione perché insegnanti e alunni la rendano sempre più trasparente? Sono segnati con matita blu gli errori perché di essi si possa far tesoro e superarli?

Per intenderci dobbiamo ricorrere a degli esempi concreti. Li attingiamo da quei racconti che sono la delizia dell’estate nei conversari degli ex compagni di classe quando in pizzeria si ritrovano per le emozionanti rimpatriate. Che cosa raccontano, sia pure con buona dose di esagerazione?

Che nella nostra classe c’era Giorgio che puntualmente apponeva la firma di suo papà sul foglietto delle giustificazioni delle assenze e che al termine degli studi il genitore si era complimentato con lui per averne fatte solo alcune, solo quelle per le malattie stagionali. Gli insegnanti, al mattino, non riuscivano a verificare di volta in volta neanche la somiglianza tra la firma originale di suo padre e quella che si trovavano sotto gli occhi e pertanto con questa furbata ci ha campato per almeno tre anni.

Giorgio, a scuola, faceva la manovra più semplice per aggirare l’ostacolo. Noi diremmo: faceva una birichinata. Siamo sicuri? O forse Giorgio imparava un mestieraccio e, dalla scuola e dalla famiglia, non si è mai sentito dire che il suo, nel suo piccolo, era un falso in atto pubblico? L’avrebbe dovuto scoprire a scuola e invece l’ha appreso solo in seguito, come quando e in che circostanze non sappiamo.

Michele racconta di aver quasi sempre copiato la versione di latino da un compagno o da un libro. Gli ha detto qualcuno che copiare non è il verbo esatto e bisogna cercarne un altro sul vocabolario? A scuola è copiare, una cosa che non si fa. Che con si fa o che non si può neanche fare perché è persino reato? Michele, quando l’ha scoperto?

L’insegnante faceva usare un manuale – vecchio, diceva, ma ottimo – e indicava anche la rivendita dove acquistarlo. Disgustare l’insegnante era difficoltoso per mille motivazioni. Gliel’ha detto mai qualcuno che esercitava un potere fuori di ogni regola decente e che si trattava di un abuso?

Fernando arriva a scuola con tutti i compiti in perfetta regola anche quando la maggior parte dei compagni non riusciva a portarli a termine. Ha mai detto che ricorreva sistematicamente all’aiuto di persone amiche e pertanto falsava la sincera denuncia dei suoi compagni di non esservi riusciti?

Per non dire poi di voti regalati, di raccomandazioni di ferro, di diplomi esistenti solo sulla carta che a giudizio degli stessi compagni di classe costituivano dei veri e propri falsi storici.

Qualcuno bada a queste cose? Oppure si lasciano correre come se nulla fosse o costituiscano solo materiale dell’infanzia che fa ragione a sé, spingendo i ragazzi in un limbo di perenne adolescenza come se l’età adulta stesse lì ad attendere sine die?

Questa mappa non è completa e né voleva esserlo perché l’esistente scolastico è ricco e plurale. E’ certo, però, che un variegato mondo è quello scolastico. Verrebbe voglia di classificarlo – e spesso si fa – come un mondo di ragazzi che si esprime e si chiude in un’età spensierata e pronta a chiudere questa parentesi della vita per poi passare in quella adulta e inventare un’età nuova.

Forse in questa considerazione c’è un abbaglio e anche un torto. La scuola è una stagione della vita. Sta all’inizio di ogni giovinezza ed età adulta. Non è da dimenticare e nessuno la dimentica. Nel bene e nel male la porta con sé fino all’ultimo dei suoi giorni. Guardarla come un male o un bene stagionale è poca cosa. Merita altro.

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Liz Truss, sfidando venti contrari


Il discorso inaugurale a Downing Street è stato molto lineare, l’agenda e le priorità chiarite con pragmatismo. Assieme al rilancio dell’economia e il necessario rafforzamento del sistema sanitario nazionale, la grande misura preannunciata è il tetto alle

La conservatrice Liz Truss è il cinquantaseiesimo primo ministro del Regno Unito. Boris Johnson è particolarmente soddisfatto di tale nomina e la sua erede, in precedenza ministro degli Esteri, ha elogiato BoJo definendolo un amico e uno dei più importanti primi ministri della storia. “He got Brexit done” ha infatti dichiarato riferendosi al premier uscente, ringraziandolo anche per la sua politica a favore della vaccinazione anti covid e la sua aperta difesa nei confronti dell’Ucraina dopo lo scoppio della guerra.

Tralasciando il come la si pensi sui contenuti, le posizioni della Truss sono sicuramente grintose, degne dello spirito dei Tory: fortemente a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, si fa alfiere di una nuova era di autonomia economica e commerciale britannica, in senso contrario a quelle politiche europee da lei bollate come protezioniste.

Dopo l’aggressione militare russa contro l’Ucraina, la Truss ha esortato i britannici ad arruolarsi volontari al fianco delle truppe di Zelensky, “questa è la nostra guerra (…) la peggiore in Europa in 40 anni” ha infatti dichiarato. Processerebbe Putin come a Norimberga, auspica la riconquista della Crimea. Insomma, sia ad alleati che ad oppositori, è chiaro che la nuova premier abbia idee decise e una ambizione inossidabile.

Liz Truss, 47 anni, oggi terza donna leader nella storia del Regno Unito, è stata la più giovane ministra di sempre – curiosamente condivide questo stesso primato con Giorgia Meloni che, sondaggi alla mano, pare destinata tra una ventina di giorni ad essere eletta nuova leader conservatrice d’Italia.

Qual è la ricetta del suo successo? Sicuramente la Truss ha sfruttato le innovazioni del nostro tempo. Ha infatti molta visibilità sui social dove si contraddistingue per i suoi selfie scattati nelle situazioni più improbabili. Molto noto anche lo scatto della premier su un carrarmato in tenuta militare – un tentativo di ispirazione alla unica e inimitabile Lady di Ferro.

Nonostante in famiglia fossero militanti di estrema sinistra, e anche la Truss abbia avuto un passato progressista, da anni la nuova premier in carica riconosce come sua guida politica proprio Margaret Thatcher. Dopo aver studiato al Merton College di Oxford Filosofia, Politica ed economia (il noto PPE, corso di laurea che ha formato numerosi politici e premier inglesi), ha inizialmente cominciato l’attività politica nelle file opposte ai Tory – nonostante ora le sue idee siano totalmente contrarie, anche all’epoca era riconosciuta come una politica agguerrita nonostante il suo fare spesso impacciato in pubblico.

Il discorso inaugurale a Downing Street è stato molto lineare, l’agenda e le priorità chiarite con pragmatismo. Assieme al rilancio dell’economia e il necessario rafforzamento del sistema sanitario nazionale, la grande misura preannunciata è il tetto alle bollette di gas e luce per far fronte all’imminente crisi energetica. Il programma che la Truss s’accinge a formalizzare ed attuare è in continuità con la politica della destra britannica, il focus è soprattutto sulla riduzione delle tasse, a dispetto di crisi e inflazione.

“Abbiamo davanti venti contrari globali molto forti ma so che possiamo farvi fronte”, ha dichiarato. La Truss è fiduciosa e crede vivamente che il Regno Unito ne uscirà vittorioso dalla scena. Siamo sicuramente distanti, come epoca e profondità politica, da quelle famose parole pronunciate da un altro esponente dei Tory, Sir Wiston Churchill, “we shall fight on the beaches”. I venti globali contrari stanno soffiando sull’isola. Da spettatori esterni, non possiamo che augurare alla nuova premier un sincero augurio di buon lavoro.

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Eurosovrani


Mentre Putin ricatta, subordinando le forniture di gas all’impossibile revoca delle sanzioni, sperando di piegare il mondo libero e ridurlo al rango dei suoi servitori, che anche qui operano, il cancelliere tedesco ha annunciato una spesa di ulteriori 65

Mentre Putin ricatta, subordinando le forniture di gas all’impossibile revoca delle sanzioni, sperando di piegare il mondo libero e ridurlo al rango dei suoi servitori, che anche qui operano, il cancelliere tedesco ha annunciato una spesa di ulteriori 65 miliardi, per fronteggiare il rialzo del prezzo dell’energia.

La Germania, a partire dal settembre 2021 (perché i prezzi crescono da ben prima della criminale aggressione russa all’Ucraina), ha già mobilitato 60.2 miliardi di spesa pubblica. Ma chi ha trovato e spostato più fondi pubblici, in Unione europea, siamo noi. Ad oggi la Germania ha usato l’1.7% del prodotto interno lordo, noi il 2.8 (per quasi 50 miliardi). In Francia si sono fermati all’1.8, nel Regno unito all’1.6. Contano, naturalmente, i diversi panieri energetici, ovvero le scelte passate.

A dare retta ai No Triv e alla destra di Meloni e Salvini, non estrarremmo più gas dall’Adriatico, mentre già ne estraiamo meno della metà del possibile. A dar retta ai No Tap pentastellati e a quelli di Emiliano, presidente della Regione Puglia ed esponente del Pd, non avremmo quel che ora è vitale, ovvero il gas dall’Azerbaigian. Gli errori si pagano.

Questa settimana il Consiglio dei ministri dovrebbe varare l’ulteriore pacchetto aiuti (abbiamo già scritto che “aiutarsi” sarebbe più saggio), mi aspetto che in tanto dozzinale propagandismo qualcuno guarderà le cifre assolute e indicherà la spesa tedesca come esempio. Meglio, quindi, fermare i numeri prima che se li giochino alla lotteria elettorale.

La richiesta di sfondare deficit e debito, disonestamente facendo credere che quello sia un “dare” agli italiani, sarà respinta. Ma l’argomento si riproporrà in autunno. È e sarà, oltre tutto, uno dei temi di verticale divisione nel centro destra. Abbiamo iniziato la campagna elettorale osservando che le coalizioni sono un falso, ci convinciamo che sono una truffa.

La tesi dei sovranisti da strapazzo è: se la Commissione europea manterrà i vincoli di bilancio, impedendo lo sforamento, allora si faccia carico degli aiuti sociali necessari. Una tesi che, a parte la sua falsità, descrive una specie di nuova dottrina: l’accattonaggio sovrano.

I vincoli sono sospesi, ma non si sospende la realtà. C’è e ci sarà sempre una differenza fra un Paese, la Germania, che ha un debito pubblico nell’intorno del 60% del pil e un Paese, l’Italia, che supera largamente il doppio. Per evitare che tale differenza spacchi il mercato interno europeo e la stessa moneta unica, si sono mobilitate ingenti risorse dell’Unione (vale a dire dei contribuenti di tutti) per sostenere i debiti più squilibrati. Il nostro in testa. Non bastando questo si è creato debito comune per finanziare programmi di sviluppo e il Paese più beneficato è l’Italia. Supporre di andare a dire: siamo sovrani, dateci dell’altro è, appunto, sovrano accattonaggio.

Siccome, appunto, la sola sovranità seriamente difendibile è quella europea, fatta sì di mercato interno e di regole finanziarie, ma anche di comune sentire istituzionale e di identità politica che si riflette anche nella difesa dell’Ucraina, ergo chi prova a minarla non è sovranista, ma servilista dell’imperialismo russo, siccome così stanno le cose, c’è un altro punto da affrontare. Joseph Stiglitz ha dato voce a quel che pensano molti: <<un governo di destra, in Italia, potrebbe destabilizzare l’Europa>>.

Non perché l’Ue sia di sinistra (ridicolo), ma perché certa destra italiana è antieuropea ed antioccidentale. Non è possibile, però, che a ogni elezione in Ue si parli di crisi continentale. Nelle democrazie ci sono sempre istituzioni ed equilibri intoccabili, anche se la maggioranza degli elettori volesse il contrario, per il resto: decidono gli elettori. Ma non gli elettori altrui.

Quindi, dopo una lunga integrazione economia e commerciale (che ci ha fatto guadagnare tutti), dopo il Parlamento eletto a suffragio universale, dopo la creazione di una forte istituzione federale, la Bce, dopo la partenza del debito comune e l’affermazione di una comune politica a favore dell’Ucraina, si proceda ancora sulla via delle istituzioni, giungendo al voto a maggioranza. Per essere Eurosovrani e non bulli vernacolari.

La Ragione

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

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AlphaFold, come l’intelligenza artificiale rivoluziona la biologia. Di @CastigliMirella su @Agenda_Digitale


ALPHAFOLD, COME L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE RIVOLUZIONA LA BIOLOGIA

!Etica Digitale

L’AI di Alphafond ha permesso di creare un archivio digitale con 200 milioni di proteine di cui prevede la forma 3D. Non solo di strutture proteiche umane, ma anche di altri esseri viventi. Accanto alle opportunità di semplificare la ricerca scientifica, non mancano le criticità

L'articolo di Mirella Castigli su #AgendaDigitale

agendadigitale.eu/sanita/alpha…

La lezione (ignorata) della realtà


Non vedendo la realtà, le forze politiche non riescono a risolvere i problemi, e dei propri fallimenti incolpano la burocrazia La politica attuale pecca di irrealtà. Prende per reale il contingente e il quotidiano, spesso l’effimero. Fa programmi che sono

Non vedendo la realtà, le forze politiche non riescono a risolvere i problemi, e dei propri fallimenti incolpano la burocrazia


La politica attuale pecca di irrealtà. Prende per reale il contingente e il quotidiano, spesso l’effimero. Fa programmi che sono tutti al presente, senza prospettare un futuro. Elenca promesse, ma non indica tempi e costi. Guarda alla tasca, in una sorta di bengodi, prospettando un’orgia di sgravi, bonus, superbonus, stabilizzazioni, adeguamenti stipendiali, senza chiedersi con quali mezzi finanziarli e come gestirli.

Fa quindi promesse molto simili: un cittadino che leggesse i diversi programmi elettorali, senza conoscerne la provenienza, potrebbe con molta difficoltà stabilire da quale forza politica sono stati scritti.

Poiché la politica non sa vedere la realtà, è prigioniera di un circolo vizioso: non riesce a interpretare i bisogni sociali; ha difficoltà a capire che cosa bisogna fare per soddisfarli, e con quali mezzi; non riesce, quindi, a risolvere i problemi, e dei suoi fallimenti incolpa la burocrazia.

Una politica che riuscisse a ispirarsi all’osservazione della realtà si chiederebbe, innanzitutto, quali sono le smagliature della rete sanitaria che hanno reso così difficile affrontare la pandemia. Abbiamo tutti sotto gli occhi gli impedimenti incontrati dalla sanità territoriale, quella a più diretto contatto con i cittadini.

Una politica che sapesse guardare la realtà si renderebbe anche conto della sofferenza che ha subito la rete scolastica. Essa si aggiunge ai bassi investimenti nell’istruzione e alla bassa scolarizzazione, e contribuisce ad aumentare le diseguaglianze sociali, mentre è stato dimostrato che livello di benessere e livello di istruzione vanno di pari passo.

La lezione della realtà dovrebbe anche insegnare che è urgente liberarsi del gas russo: bisogna evitare di rimanere ostaggi nelle forniture di energia da Paesi che le usano come arma di ricatto politico, come osservato da un grande esperto della materia, Alberto Clò, in un libro appena uscito, intitolato «Il ricatto del gas russo. Ragioni e responsabilità», edito da «Il Sole 24 Ore».

Il problema dell’autonomia energetica — ricordiamolo — fu posto in Italia già negli anni 30 del secolo scorso e venne riproposto, negli anni 50, da Enrico Mattei, il fondatore dell’Eni, mentre le generazioni successive l’hanno dimenticato. Ora dovremmo accelerare la capacità generativa elettrica da fonti rinnovabili e migrare consumi di gas e di prodotti petroliferi verso consumi elettrici.

La lezione della realtà dovrebbe, inoltre, insegnare che «il valore aggiunto per persona occupata è sceso del 5 per cento (nella media degli Stati europei, invece, cresceva a doppia cifra). Nello stesso periodo, la produttività totale dei fattori, l’indicatore che misura il grado di efficienza complessivo di un’economia, è diminuita del 6,2 per cento. Accrescere la produttività consentirebbe di trasformare il rimbalzo in corso in una crescita duratura e sostenibile», come ha osservato Veronica De Romanis in un articolo pubblicato su «La Stampa» l’11 agosto scorso.

Se la politica prende proclami e promesse per progetti, promette senza calcolare il costo delle promesse, confonde il parlare con il fare, utilizza i mezzi digitali per comunicare, non per ascoltare, ne discende anche che è disattenta all’amministrazione. La politica è anche amministrazione, anzi è soprattutto amministrazione; invece, siamo bravi a gestire le emergenze e ad affrontare le situazioni straordinarie, non altrettanto a gestire l’ordinario e a fare una buona manutenzione (delle istituzioni come delle strade, delle scuole, degli ospedali).

Questo spiega lo stato critico degli apparati pubblici ed anche la freddezza dell’elettorato, nonché le sue oscillazioni alla ricerca di voci nuove (ieri a favore del Movimento 5 Stelle; oggi, secondo i sondaggi, a favore della destra).

Il Corriere della Sera

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Aiutarsi


La settimana prossima il Consiglio dei Ministri tornerà a predisporre misure che limitino gli effetti negativi del rialzo del prezzo del gas. Intitolare questi provvedimenti al concetto di “aiuto” è un errore che corrompe la comprensione, come se ci fosse

La settimana prossima il Consiglio dei Ministri tornerà a predisporre misure che limitino gli effetti negativi del rialzo del prezzo del gas. Intitolare questi provvedimenti al concetto di “aiuto” è un errore che corrompe la comprensione, come se ci fosse qualcuno o qualche entità che possa decidere se aiutare o meno chi ne ha bisogno. Ammesso che i decreti debbano avere un nome, “aiutarsi” sarebbe più adeguato: qualsiasi scelta si compia si spera sia efficace, ma è certo che avrà un costo, sicché si deve sapere quale e a carico di chi. Altrimenti siamo al linguaggio gassoso, per di più assai rarefatto.

Dall’inizio del rialzo del prezzo delle materie prime energetiche, che data dalla seconda metà dell’anno scorso, quindi prima della guerra, sono già stati impegnati 30 miliardi di euro, per mitigarne gli effetti. Le accise sui carburanti sono ancora sospese. Non lo si ricorda non solo (anche) per faziosità demagogica, ma perché qualsiasi cifra intestata ad “aiuto” sarà sempre insufficiente, mentre i costi di “aiutarsi” indurrebbero maggiore attenzione.

La campagna elettorale non è l’occasione migliore per la sobrietà verbale, talché circolano due concetti che sarebbe prudente cancellare subito: scostamento e sanzioni. Sul primo ci siamo già soffermati, aggiungiamo che il Btp ha messo la testa sopra il tetto del 4% e che i tassi d’interesse cresceranno, in ragione dell’inflazione. Pensare che indebitarsi ulteriormente, essendolo oltre al collo, sia una soluzione vuol dire confonderla con la dissoluzione. I soldi si trovino nel bilancio esistente, nel maggior gettito fiscale indotto dall’aumento dei prezzi, nella ardita e necessaria tassazione dei profitti impropri, indotti dal prezzo del gas. Chi aggira il problema proponendo lo scostamento come extrema ratio, abbia la compiacenza di chiarire cosa intende per extrema, salutando ratio.

Supporre di mettere in discussione le sanzioni è fuori discussione. Ipotesi zero. A parte il disonore e la viltà di barattare la vita altrui per un vantaggio economico, che lo si faccia come Occidente è impossibile, mentre che lo si faccia come Italia significherebbe tagliarsi fuori dai più ricchi mercati delle nostre esportazioni. Un suicidio sulla pubblica piazza. A parte il risvolto morale. Le sanzioni colpiscono la Russia, in recessione profonda, e la piegheranno. Putin può decidere di chiudere il gas, ma solo scommettendo che il nostro cedimento arrivi prima del suo crollo. Se lo scordi.

Osserva The European House-Ambrosetti che la mancanza di una politica estera comune ha prodotto occasioni commerciali perse, per l’intera Unione europea, in dieci anni, pari a 914 miliardi di euro. Senza Ue le opportunità perse sarebbero maggiori, ovviamente. Non saprei sulla quantificazione, ma il concetto è giusto: potenza politica e militare accompagnano e seguono quella commerciale. Ripassino il concetto quelli che pensano di fare un buon affare portando l’Italia al fianco dell’Ungheria. Venir meno alle sanzioni ci danneggerebbe irreversibilmente.

Dice Carlo Bonomi che se la Russia dovesse chiudere il gas un quinto del nostro sistema produttivo, il 20%, sarebbe compromesso. Non ne dubitiamo. E anche senza arrivare all’ipotesi chiusura, già così il danno è consistente. Ma è quello il punto, per “aiutarsi”: concentrare gli sforzi dove il rischio è maggiore, per le aziende di andare fuori mercato e per le famiglie di andare in bancarotta. Gli strumenti analitici per distinguere ci sono, ma si deve avere onestà e coraggio di scegliere. Fare politica significa scegliere. Vivere significa scegliere. Promettere o reclamare tutto per tutti significa prendere per scemi gli altri, agevolati dal concetto di “aiuto” al posto di “aiutarsi”.

Qualsiasi cose decida il governo, la settimana prossima, nessuno dirà che è troppo, pochi osserveranno che è giusto, i più lamenteranno che è poco. Peccato che questo genere d’approccio, improntato alla geremiade altolocata, sia il niente.

La Ragione

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Dante e Shakespeare, il giro d’Italia in teatro si è concluso a Ravenna – Il Corriere della Sera


Monaldi & Sorti, il giro d’Italia di Dante e Shakespeare concluso a Ravenna Alla tomba di Dante a Ravenna il gran finale di Ahi, serva Italia! – Dante visto da Shakespeare, prima competizione teatrale interamente basata su un romanzo, da rappresentare in

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Monaldi & Sorti, il giro d’Italia di Dante e Shakespeare concluso a Ravenna

Alla tomba di Dante a Ravenna il gran finale di Ahi, serva Italia! – Dante visto da Shakespeare, prima competizione teatrale interamente basata su un romanzo, da rappresentare in strade e piazze delle città d’arte della penisola. Il concorso, patrocinato dalla Società Dante Alighieri e dalla Fondazione Luigi Einaudi, è basato sull’omonimo libro di Monaldi & Sorti (Solferino Editore). Ogni esibizione è tratta o ispirata da passi del romanzo teatrale-narrativo, e può vantare due sostenitori d’eccezione: il regista Pupi Avati, che ha lodato lo «sguardo sacrale» di Monaldi & Sorti, e l’attrice Monica Guerritore, che li ha definiti «direttori artistici della pagina scritta». Dante e la Divina Commedia sono diventati protagonisti di un dramma di Shakespeare, rappresentato in brevi spettacoli replicati nel corso della giornata, secondo la formula del teatro di strada.

A Ravenna è andato in scena lo spettacolo “Dante e Piccarda”, proposto – a pochi metri dalla Tomba di Dante, nel giardino della Biblioteca Oriani – dagli attori Cristina Ugolini, nei panni della Chiacchiera e di Piccarda, e Riccardo Cecere, nei panni di Dante, che ha anche curato le musiche dal vivo. Tema è stato un dialogo inatteso, tra serio e faceto, fra il Poeta e la religiosa, tratto dal I atto di “Ahi, serva Italia!” di Monaldi & Sorti. Dante confessa le sue visioni a Piccarda.

Tra l’inaugurazione a Firenze e la chiusura a Ravenna, questo giro d’Italia si è snodato finora da Verona a Vibo Valentia, toccando varie regioni, dalla Liguria alla Campania, tra grandi città come Roma, preziosi borghi storici come Assisi e panorami mozzafiato quali le scogliere di Cagliari.

Premiazione infine a Roma il 14 settembre, anniversario della morte di Dante, presso il Globe Theatre, luogo shakespeariano per eccellenza della capitale, con un banchetto nello stile del Trecento fiorentino. Monica Guerritore ha commentato: «L’incontro tra Dante e Shakespeare funziona: Shakespeare ci mostra come le passioni agitino l’uomo sulla terra, e Dante quale direzione invece gli fanno prendere nell’aldilà. Qui in Ahi, serva Italia! si fa questo doppio viaggio, nella lingua di Shakespeare e nella vita e nelle opere di Dante».

«Gli spettacoli di piazza sono nel DNA sia della Commedia che del teatro elisabettiano», spiegano Monaldi & Sorti, tradotti in 26 lingue e definiti in Francia da L’Express «gli eredi di Umberto Eco» e in Germania dalla Frankfurter Allgemeine «la coppia letteraria italiana di livello internazionale».

«Dante vola così in alto – dicono i due autori – che può essere raccontato solo da Shakespeare. La Commedia era ben nota in Inghilterra sin dal Medioevo: i drammi shakespeariani sono pieni di richiami ai suoi personaggi, dal conte Ugolino a Pier delle Vigne, oltre al parallelo tra le coppie Romeo-Giulietta e Paolo-Francesca. Non a caso il primo ritratto a stampa dell’Alighieri è stato pubblicato in Inghilterra da un editore della cerchia di Shakespeare».

Il Corriere della Sera – Bologna

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Enrico Zanetti: contro il caro bollette non basta un extra profitto scritto male


Il Governo ha scelto di lasciare le regole di determinazione dei prezzi così come stavano e di introdurre una complicata tassa sugli extra-profitti che quelle regole immutate consentono di continuare a conseguire agli operatori della filiera sulle spalle

Le Istituzioni sembrano non percepire il pericolo sociale per famiglie e imprese che sta dietro l’esplosione delle bollette?
L’esplosione folle e insostenibile delle bollette del gas e dell’energia elettrica è ancora per molti, troppi, un tema di dibattito, anziché un numero scritto nero su bianco con richiesta di pagamento. A rinviare il sapore (amaro) sulla pelle del tema gas, ci pensa la stagione.

Per quanto riguarda l’energia elettrica?
Le bollette di luglio arrivate nelle scorse settimane sono le prime in cui chi ha tariffe a prezzo variabile tocca con mano che il costo non si “limita” a raddoppiare, ma “vola” a tre, quattro e anche cinque volte i corrispondenti periodi dell’anno scorso; chi, invece, è ancora per qualche mese sotto il cappello protettivo di contratti con prezzo bloccato per 12 mesi stipulati alla fine dell’anno scorso, scoprirà tutto d’un fiato alla loro scadenza e rinnovo che, su per giù, il nuovo prezzo bloccato offerto per i successivi 12 mesi potrà arrivare a essere anche dieci volte tanto quello che sta continuando a pagare adesso.

E a quel punto?
Se nulla sarà stato fatto, tra un paio di mesi succederà letteralmente il finimondo e non interesserà a nessuno di chi sono le colpe per essersi presi in così grave ritardo nel cercare di attenuare il più possibile i rincari.

Dove e come si potrebbe agire?
Una cosa è certa: mentre sul gas i margini di manovra politica di breve periodo sono quasi impalpabili sul versante dei prezzi (e si può agire con una minima efficacia solo sul lato del contingentamento dei consumi), sull’energia elettrica c’è molto più margine di manovra.

Abbiamo perso mesi in cui si poteva fare di più?
In questi lunghi mesi di avvicinamento al ciglio del burrone, il Governo, anche quando era nella pienezza dei poteri, ha scelto di non mettere mano alle regole che stanno alla base della determinazione dei prezzi del kW al consumo che vengono poi incorporati nelle offerte commerciali dei singoli operatori.

E cioè?
Ha scelto di non farlo pur avendo chiara consapevolezza che quelle regole, nel mutato scenario geopolitico e conseguentemente economico, consentono alle imprese che producono e vendono energia elettrica in Italia di realizzare degli ingenti extra-profitti, la cui stessa esistenza è la prova inoppugnabile di come le attuali regole di determinazione del prezzo al consumo dell’energia non ribaltano “a valle” i maggiori costi sopravvenuti “a monte”, ma ben più.

Cosa ha fatto quindi il Governo?
Di fronte a questa banale evidenza, il Governo ha scelto di lasciare le regole di determinazione dei prezzi così come stavano e di introdurre una complicata tassa sugli extra-profitti che quelle regole immutate consentono di continuare a conseguire agli operatori della filiera sulle spalle dei consumatori di energia elettrica. In questo modo ha lasciato in campo una distorsione economica e ci ha aggiunto pure una complicata distorsione fiscale.

Cosa sarebbe stato meglio fare?
Molto meglio sarebbe stato attivarsi per tempo per cambiare le regole di determinazione del prezzo “base” del kW al consumo, così da meglio riflettere “a valle” le dinamiche di aumento nei costi “a monte”, per lasciare certamente intatti i legittimi profitti degli operatori di filiera, ma circoscrivere all’origine la formazione di extra-profitti che, in questa situazione, contribuiscono ad affossare famiglie e imprese. Non è stato fatto (ed è molto, molto male), lo si faccia prima che la situazione precipiti.

Tutto sbagliato insomma.
Gli italiani hanno bisogno di una bolletta elettrica con i minori rincari possibili, non di un Governo che passa mesi a studiare come tassare nel nome del popolo italiano una briciola degli extra-profitti che quello stesso Governo permette si formino a spese di quello stesso popolo italiano.

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Carlo Alberto dalla Chiesa: quarant’anni da via Carini


La sfida epocale che ci lancia il quarantennale della strage di Via Carini, in cui persero la vita anche Emanuela Setti Carraro, moglie del Generale, e l’agente di scorta Domenico Russo, è allora quella di ragionare sullo stato di salute del rapporto che

Nell’intervista che ci ha rilasciato in occasione del centenario della nascita del Generale (ilcaffeonline.it/2020/09/27/fe…), il professor Nando dalla Chiesa ha fornito ai lettori de «ilcaffeonline» due spunti particolarmente importanti.

In primo luogo ci ha tolto ogni illusione: gli italiani la corruzione ce l’hanno nella testa e non basteranno dieci anni per estirpargliela, ma ci vorranno secoli.

In secondo luogo, alla domanda su quali “frutti” abbia dato, contro l’intenzione dei suoi carnefici, l’assassinio di Carlo Alberto dalla Chiesa, ha risposto senza indugio che la scuola di suo padre è stata quella del “primato delle istituzioni”. Non in contrapposizione con la famiglia e il suo valore, bensì in armonia con essi, poiché tra le funzioni della prima e fondamentale delle istituzioni vi è proprio la trasmissione del senso dello Stato.

La sfida epocale che ci lancia il quarantennale della strage di Via Carini, in cui persero la vita anche Emanuela Setti Carraro, moglie del Generale, e l’agente di scorta Domenico Russo, è allora quella di ragionare sullo stato di salute del rapporto che noi italiani intratteniamo con le istituzioni, cioè con la Costituzione e con la nostra storia.

Per ragioni logiche non si può che partire dalla scuola, alla quale compete la trasmissione del contenuto e dell’ethos della Carta. La domanda, formulata qualche anno fa dall’ANCI, di introdurre o, meglio, reintrodurre l’insegnamento dell’educazione civica, in quanto vera e propria disciplina dotata di un monte ore e di un voto, ha ottenuto una risposta politica con la legge 92/2019. Si tratta di una norma che presenta diverse criticità, ma che certamente ha il merito di costringere ogni collegio docenti ad affrontare sistematicamente, a livello didattico, la formazione civile delle ragazze e dei ragazzi, attraverso la produzione di curricoli efficaci e valutabili.

Ciò sta avendo una ricaduta positiva, anzitutto, su noi insegnanti, costringendoci a prendere conscienza del nostro rapporto con la Costituzione e con la politica – che è come dire con la virtù della speranza (vera e propria competenza professionale per un insegnante) – sia attraverso inevitabili discussioni sia grazie a corsi di aggiornamento (non tutto oro, ovviamente) dedicati ai molti importanti temi inerenti l’insegnamento dell’educazione civica. Come andrà con i ragazzi lo vedremo tra qualche anno (intanto loro ci danno diverse lunghezze sui temi dell’ambiente e dei diritti).

Che dire della politica o, meglio, di chi fa politica? Una tessera di partito continua a contare più delle istituzioni? Discorsi universali non se ne possono fare. Se faccio riferimento alla mia esperienza riesco a sentire una silenziosa foresta che cresce. Certo, parlare di contrasto al riciclaggio (e in generale delle mafie) continua a non portare voti e ancora troppo spesso le logiche che governano la costruzione delle liste e la suddivisione degli incarichi di governo e sottogoverno sono di tipo spartitorio, tra correnti e filiere (per non dire clientele).

Ma ho conosciuto anche tanti militanti, amministratori, deputati e senatori che davvero hanno a cuore le istituzioni. E sono disposti a difenderle con coraggio e a renderle efficaci e prossime sudando su documenti complessi o a corsi di formazione. E ovviamente consumando suole in giro per i territori che amministrano o rappresentano.

Sono processi lunghi, è ovvio. Non toccherà a noi vedere la terra promessa, ma certo abbiamo il dovere di perseverare nel cammino e nella rotta indicata da Carlo Alberto dalla Chiesa. Quel che soprattutto dobbiamo fare, però, è connettere l’impegno che viene dalla società con quello della parte migliore della classe dirigente, come minimo attraverso un’attenta selezione della medesima (il 25 settembre ne avremo l’occasione, non perdiamola!), ma anche senza temere di impegnarci direttamente. Magari prendendo una tessera di partito e facendola contare meno delle istituzioni.

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Bambino in una scatola


Un bambino appena nato abbandonato è sempre una notizia triste, che ci lascia amareggiati e sconvolti. L’ultimo di questi casi riguarda un bambino lasciato appena nato, con il cordone ombelicale appena chiuso, in una scatola di scarpe nel parcheggio di un

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Un bambino appena nato abbandonato è sempre una notizia triste, che ci lascia amareggiati e sconvolti. L’ultimo di questi casi riguarda un bambino lasciato appena nato, con il cordone ombelicale appena chiuso, in una scatola di scarpe nel parcheggio di un ospedale. Un’infermiera, andando al lavoro la mattina presto, l’ha sentito piangere e, fortunatamente, l’ha messo in sicurezza.

Riguardo a questa vicenda ho letto alcuni commenti di questo tipo: “chissà la disperazione della madre” e, ancora, “l’abbiamo lasciata sola, non siamo stati capaci di essere vicini a quella donna”.

Ecco, sono commenti che non mi convincono affatto, perché sono rivelatori della concezione di libertà e, di conseguenza, di responsabilità di ciascuno di noi. Questa storia della colpa che è sempre della società è una cretinata: presuppone che siamo collettivi, che siamo sbagliati alla nascita e, quindi, abbiamo tutte le colpe. È un modo di pensare che deresponsabilizza.

In Italia vige una legge assolutamente civile che consente ad una donna in stato interessante di andare in ospedale, partorire e, se non intende tenere il bambino, può lasciarlo in ospedale nel totale anonimato. Questa legge è importante, perché mette in sicurezza un bambino appena nato.

Se la donna partorisce per i fatti suoi e lascia il bambino in una scatola di scarpe non è una poverella. È una criminale da acchiappare. Tanto è vero – ed è giusto così – che c’è un’indagine aperta, perché questa donna ha commesso un reato. Innanzitutto, c’è l’abbandono di minore, ma potrebbe starci anche il tentato omicidio. Infatti, per quel bambino poteva andare in modo diverso: poteva essere messo sotto da una macchina, visto che era notte e buio. Poteva non avere la forza di piangere e, quindi, morire.

Perché bisogna essere comprensivi? Perché nella mentalità dei cosiddetti “comprensivi” c’è il fatto che ciascuno di noi non è responsabile delle proprie azioni. La responsabilità è sempre della società, della collettività, della legge o dello Stato.

Invece no, perché ciascuno è artefice della propria vita. Ciascuno di noi fa le proprie scelte e ne paga le conseguenze o ne incassa i benefici, perché il merito è personale e, quindi, anche la responsabilità è personale e non della collettività.

Se uno studente studia e va avanti prendendo buoni voti, il merito è suo. Se, invece, non vuole studiare e non apprende niente la responsabilità è sua e, finché minorenne, anche dei genitori che non lo prendono a scapaccioni.

Quello che vuole lavorare, cerca il lavoro, lo trova e ha un reddito e questo è un beneficio per lui, è un suo merito e, quindi, giustamente, ne incassa i risultati.

Non c’è la società che ci corrompe. Sì, è vero che siamo praticamente delle pecore, perché chi non ha la responsabilità di quello che fa è un gregge che viene portato al pascolo da una presunta responsabilità collettiva.

Quindi, fortunatamente, questo bambino è stato preso e messo in assoluta sicurezza. La sua partenza non è stata delle migliori, ma avrà sicuramente una vita migliore di quella disgraziata che l’ha lasciato in quelle condizioni e che è bene che paghi e che si assuma le proprie responsabilità.

Bisogna capire che si è responsabili delle scelte​ che si fanno.

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Consumati


Siamo elettori, ma anche consumatori. Siamo le stesse persone, ma che si tratti di votare o consumare sia il comportamento che la comunicazione sono assai differenti. Non relativamente alla tecnica, dato che la politica ha imparato da tempo ad usare il ma

Siamo elettori, ma anche consumatori. Siamo le stesse persone, ma che si tratti di votare o consumare sia il comportamento che la comunicazione sono assai differenti. Non relativamente alla tecnica, dato che la politica ha imparato da tempo ad usare il marketing e la pubblicità, è diversa proprio la sostanza.

Quando si tratta di consumare usiamo un metro e un approccio positivo. Scelgo di mangiare quel che mi piace, di vestire quel che considero adeguato, di viaggiare dove m’interessa o mi diverto. Nello scegliere tengo conto dei limiti e delle possibilità, mi regolo a seconda dei soldi che credo di potere spendere e se anche non compro la cosa che considero migliore, scelgo quella che ha il migliore rapporto fra qualità è prezzo.

Non compro quel che so essere una schifezza. Da compratore, insomma, ho un atteggiamento positivo e razionale. Non mi capiterà si volere mangiare spinacino solo perché uno che mi sta sul gozzo mangia bistecche, non indosserò un pinocchietto con fantasmino debordante la scarpa solo perché il mio peggior nemico circola in doppiopetto, non andrò a prendere una camera d’albergo in un sobborgo inquinato sol perché la detestata cognata se ne è andata a Parigi. Mi sentirei stupido, pagando per soffrire.

Da elettore mi comporto diversamente: scelgo quello che serve a fregare gli altri. Le rispettive propagande elettorali lo sanno, sicché s’industriano a suggerirmi: vota per noi, altrimenti vincono loro. Il che, per funzionare, comporta una descrizione demoniaca degli “altri”. Ricambiata.

Sono disposto a pagare il prezzo di eletti incapaci, pur di non subire i trionfi altrui. Perché succede questo? Il sistema elettorale c’entra, ma marginalmente: il clima che si respira negli Usa è simile, eppure sono un sistema presidenziale; in Francia il doppio turno limita i danni se si elegge uno, ma se si elegge l’Assemblea legislativa vincono opposti estremismi. Perché?

Il consumatore conosce il proprio bene, sa cosa gli serve e lo soddisfa. Il cittadino elettore delle democrazie occidentali non lo sa più. Il che discende da una condizione molto positiva: abbiamo cancellato le guerre dalle nostre biografie; chiamiamo “povertà” il non accesso al lusso; viviamo nel posto più sicuro, sano e ricco, ma non abbiamo più memoria di come ci siamo arrivati né ci arrovelliamo a rendere migliore il mondo.

L’enorme differenza, rispetto al passato, è che si considerava migliore il tempo a venire (per forza, con due guerre!), mentre ora lo si considera quello andato. Barando sulla memoria. E non a caso questo è il difetto dei vecchi, perché invecchiamo.

Ad avere diritto a votare, il prossimo 25 settembre, sono 4milioni 714mila giovani fra i 18 e i 26 anni. Proteggiamoli come i Panda, perché si è più numerosi nelle classi d’età più anziane: 20milioni e 900mila fra i 36 e i 62 anni; ma anche 5milioni 83mila fra i 72 e gli 80 anni; pochi meno dei giovani i 4 milioni dagli 81 in su.

Anche se si rendessero conto che continuare a facilitare e anticipare le pensioni o sfondare i bilanci contraendo ulteriori debiti è contro i loro interessi, quei giovani sarebbero in minoranza. Non a caso ci fu il tempo della retorica giovanilistica e viviamo quello della retorica dedicata a una senilità che si pretende giovane nel vivere e nel sesso, ma reclama rendite come fosse incerta sulle gambe.

E se i più giovani, a quel che emerge dai sondaggi e, del resto, è coerente con l’età, hanno pensieri positivi, i più anziani votano “contro” alla memoria, dissociando la loro condotta di elettori da quella di consumatori.

Vero che l’offerta sugli scaffali è più allettante di quella sulle schede, ma vero anche che questo dipende sì dalla povertà d’idee della politica, ma anche dalla povertà di aspettative che sulla politica si ripongono. Ma non è una gran vanto astenersi e digiunare, meglio impegnarsi e reclamare. Se non si sa essere consumatori di vita è facile che se ne sia consumati.

La Ragione

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Perché è scoppiato l’incendio del gas


L’economista della Fondazione Einaudi spiega cosa c’è dietro l’impennata del metano. La fine della pandemia ha innescato una domanda che l’offerta ha soddisfatto solo a metà, poi è arrivata la guerra. La speculazione? C’entra, ma fino a un certo punto​ Il

L’economista della Fondazione Einaudi spiega cosa c’è dietro l’impennata del metano. La fine della pandemia ha innescato una domanda che l’offerta ha soddisfatto solo a metà, poi è arrivata la guerra. La speculazione? C’entra, ma fino a un certo punto​


Il prezzo, alla Borsa di Amsterdam, sarà anche sceso sotto i 240 euro al megawattora. Ma dopo settimane di crescita costante, scandita solo da qualche tonfo e in una Europa ancora sprovvista di price cap, con il quale tenere a freno il costo del metano. Ce ne è abbastanza per interrogarsi sul come e il perché il gas, ancora la principale fonte energetica del Vecchio Continente, sia improvvisamente diventato un bene di lusso. Certo, la guerra in Ucraina e lo scontro dell’Occidente con la Russia rimangono il combustibile. Ma è davvero tutto?

Formiche.net lo ha chiesto a Simona Benedettini, economista esperta di energia in forza alla Fondazione Einaudi. “Bisogna sempre ricordare che l’indice del gas naturale alla Borsa di Amsterdam (Ttf, ndr) nei fatti esprime oggi il prezzo che secondo il mercato il gas avrà tra una settimana, un mese e così via. Il prezzo dunque che vediamo oggi è il costo che ci si aspetta in futuro”, chiarisce l’economista. “Perché il gas è aumentato? La risposta è che è salito per diversi motivi. Tanto per cominciare ci sono diversi titoli legati al Ttf che sono in crescita da prima della guerra, sulla scia dell’alleggerimento della pandemia. L’offerta non è stata in grado di soddisfare la domanda che si è risvegliata con la fine dei lockdown e allora il prezzo è salito”.

Il fattore Ucraina


Poi però, è arrivata la guerra. “Il conflitto si è inserito in un contesto di crescita dei prezzi, per i motivi appena spiegati, fungendo da booster. Dunque, ulteriore riduzione dell’offerta da parte della Russia e conseguente impennata dei costi. Vorrei chiarire che la speculazione nella crescita dei prezzi c’entra fino a un certo punto. Il mercato scommette sul prezzo futuro, questo è abbastanza normale, il peso vero nella fiammata del gas è dato da elementi geopolitici e anche sociali, come la guerra e la fine della pandemia. Poi, certamente, c’è un elemento speculativo ma non è tutto”, spiega Benedettini.

Tetto sì, ma…


Chiarito il punto, resta una questione, quel price cap su cui l’Europa sembra un poco alla volta convergere. “Il tetto al prezzo del gas deve essere una misura temporanea e non strutturale, perché gli aumenti ai quali stiamo assistendo sono un fenomeno temporaneo e non dureranno per sempre, è un qualcosa di anomalo. Se si rende il tetto permanente, ci potrebbero essere in futuro problemi di approvvigionamento. E poi va strutturato, pensato, per esempio si mette solo sul gas che viaggia nel tubo o si mette anche sul Gnl? Sono domande da porsi, perché se tetto deve essere, deve esserlo pro-tempore e ben calibrato”.

L’intervista a Simona Benedettini di Gianluca Zapponini su Formiche

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Giustizia


Impazzano i sondaggi sulle quotazioni dei diversi partiti. Un gioco ozioso, visto che un fetta enorme non andrà a votare e di quelli che affermano di volerlo fare 1 su 3 non ha ancora deciso dove mettere la croce. Dopo essersela fatta, suppongo. Interessa

Impazzano i sondaggi sulle quotazioni dei diversi partiti. Un gioco ozioso, visto che un fetta enorme non andrà a votare e di quelli che affermano di volerlo fare 1 su 3 non ha ancora deciso dove mettere la croce. Dopo essersela fatta, suppongo. Interessante il sondaggio Euromedia Research, sui temi più sentiti: praticamente le cose più dibattute fino a qualche tempo addietro sono scomparse dall’agenda dei cittadini, mentre prezzi ed energia la dominano.

Che le politiche monetarie accomodanti avrebbero portato inflazione e che l’Italia si ritrova un mix energetico squilibrato, però, lo ripetiamo da tempo. Questo è il punto: la politica inutile segue i sondaggi, la politica seria vede in anticipo quel che peserà sulla vita collettiva. Con questo spirito volgiamo lo sguardo a un tema decisivo, ma di cui sembra importare poco: la giustizia.

Nel corso di questa legislatura si è passati dalle riforme incivili del governo Conte 1, a cominciare da quella relativa alla prescrizione (l’onorevole Bongiorno si ricordi che era al governo è quella robaccia l’ha fatta passare pur sapendo che era robaccia, sicché sia prudente nel trarre bilanci legislativi), alle riforme che portano il nome del ministro Cartabia.

Queste ultime hanno il merito d’avere mosso il macigno, ma sono poca cosa, tanto più che per il rinnovo del Consiglio superiore della magistratura i magistrati votano il 18 e 19 settembre e come stavano messi stanno. Le assunzioni vanno bene, l’ufficio del processo anche (ma esiste da dieci anni, vedere per credere), il fascicolo digitale penale resta sull’orizzonte, mentre in qualsiasi sistema produttivo è il passato da lustri. Comunque, qualche cosa si è fatto. Si deve proseguire. Potrà farlo la maggioranza che uscirà (se uscirà) dalle elezioni? No.

Non ci riuscirà, purtroppo, perché i magistrati sono iper correntizzati, ma ciascuna corrente, da destra a sinistra, è iper corporativa. Quindi gli amici della destra e gli amici della sinistra si dividono non sulla sostanza, ma su chi si prende i posti migliori. Mentre sarà sufficiente un avviso di garanzia inviato da chicchessia a chicchessia nel governo per riscatenare la buriana buzzurra del giustizialismo. Civiltà vorrebbe che si disinnescasse questa trappola. Tanto chiunque la piazzi poi ci finisce.

È naturale che ci sia una differenza culturale, su questo tema. Lo Stato ha il compito di punire i colpevoli, ma, al tempo stesso, ha il dovere di farlo offrendo tutte le garanzie agli accusati, altrimenti non c’è giusto processo e non c’è giusta condanna. Nel mondo civile il pendolo non sta mai tutto da una parte o dall’altra, ma nell’intorno di un equilibrio centrale, talora più sensibile alla repressione, talaltra alle garanzie.

Rozzamente si potrebbe dire: più di destra la prima e più di sinistra la seconda. Ma da noi non funziona manco il rozzo, perché la sinistra è stata giustizialista quando l’accusato era di destra, con i destri a far da innocentisti, salvo scambiarsi le parti. Come le correnti. Un tripudio di trinariciuta faziosità.

Per come la vedo io, la giustizia penale avrebbe bisogno di:

  • separare le carriere fra accusa e giudicante;
  • cancellare l’obbligatorietà dell’azione penale, sicché la procura sia responsabile di chi porta in giudizio;
  • valutare i giudici sulla base della correttezza delle sentenze, giudicate dai loro colleghi nei gradi successivi;
  • rendere prevalente questo criterio nell’assegnazione degli incarichi;
  • tornare a leggere e far valere l’articolo 110 della Costituzione: <<… spettano al Ministro della giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia>> (basta con l’autogestione autoreferenziale togata).

Si può ben pensarla in modo diverso, ma almeno si prenda, tutti, un impegno: ci batteremo per le nostre convinzioni, ma non accetteremo di abbattere l’avversario con un atto giudiziario che non sia una condanna definitiva. Sarebbe già un ritorno alla civiltà, dopo decenni di barbarie.

La Ragione

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Isabella Morra, il canto di una esistenza infelice


Dobbiamo inerpicarci tra vicoli stretti e case di pietra addossate l’una all’altra per raggiungere il castello di Valsinni, antica Favale, al confine tra la Basilicata e la Calabria. Ci fa compagnia in questo luogo salvato dai rumori delle auto e delle TV

Dobbiamo inerpicarci tra vicoli stretti e case di pietra addossate l’una all’altra per raggiungere il castello di Valsinni, antica Favale, al confine tra la Basilicata e la Calabria. Ci fa compagnia in questo luogo salvato dai rumori delle auto e delle TV accese, la voce del fiume Siri, del “torbido Siri”. Se poi ci addentriamo tra le antiche mura del castello e ci affacciamo da una delle strette finestre contempleremo un paesaggio di creste alte, pendici ripide, e la valle nella quale il fiume scorre. La rocca tutta sembra quasi inghiottita, sprofondata nel paesaggio e nel silenzio.

Non ci sarà allora difficile immaginare la giovane Isabella dietro quella finestra, e non ci sarà difficile raccontare una vicenda che tante volte abbiamo già ascoltato, che riconosciamo nella solitudine di una vita, nella disperata speranza di un’evasione impossibile, nel lamento tutto interiore che sfocia infine in rime, nel vagheggiamento di un amore, reale o tutto da inventarsi.

La storia di Isabella Morra è lineare nel suo percorso, oggi potremmo sovrapporla a centinaia di vicende simili. Basterebbero poche righe su un giornale e una lettura non più di tanto curiosa in quanto sappiamo in partenza come vanno queste storie di donne uccise da un familiare. Non eccitano più la fantasia, giusto qualche particolare morboso.

Isabella è giovane, certo bella anche se non c’è nessun ritratto a confermarlo, aristocratica, colta, ammalata di solitudine. Vorrebbe leggere, viaggiare, conoscere. Disprezza la elementare visione di vita dei suoi fratelli, la sottomessa pavidità della madre, la rozzezza del volgo che la circonda, le vette aspre che imprigionano il castello. Invoca invano il ritorno del padre in esilio. Ricorre allora alla sola fuga possibile, un carteggio letterario con un ardito poeta, Diego Sandoval de Castro. Solo letterario? O in quelle lettere ricevute e spedite con sotterfugio si nasconde cifrato tra versi un ricambiato amore? Chi può dirlo.

Quel carteggio non è arrivato a noi, resta solo la testimonianza della moglie del fuggiasco Diego che diceva “che dicto don Diego havea festeggiato la sorella del dicto barone et fratelli” e che pertanto se l’era meritata una morte giunta a colpi di archibugio della quale furono assolti i “dicti fratelli”. Isabella non pianse l’amato o amico che fosse non perché non fosse addolorata da quella notizia, ma semplicemente perché lo aveva preceduto nella stessa sorte per mano degli stessi fratelli, lei non in un infido bosco ma nelle rassicuranti mura della casa natale. Solo i colpi di archibugio non furono sparati bastando, visto la familiarità delle persone deputate a difendere l’onore, un più casalingo coltello.

Caddero dalle sue mani le lettere incriminate? Si bagnarono del suo sangue? Fece in tempo Isabella a scrutare ancora una volta il lontano mare con le sue onde di speranza? Ricordò il suo Diego e, ci auguriamo, poté riassaporare momenti di amore? O non le restò che lo sgomento per visi e coltelli che credeva fratelli?
Storie antiche ma anche contemporanee di catene vere o solo interiori che legano la vita, e con la vita la gioia il presente il futuro, e che fatalmente conducono alla morte.

Povera baronessa di Carini: ” Signuri patri chi venisti a fari? Signora figghia, vi vegnu ammazzari”, povera Francesca “ colomba dal disio chiamata”, povera spavalda Carmen, “Ah! Carmen! Mia Carmen adorata” e pertanto uccisa da don José. E povere Ornella Tina Silvia, e altre 100 solo in Italia nel 2021, la cui morte per mano di un familiare non è stata cantata da nessun poeta.

Isabella se la cantò da sola la sua infelice esistenza prendendo Petrarca come modello senza ridurlo tuttavia a uno sterile esercizio letterario, ma aggiungendovi una sensibilità tutta personale, una voce artistica distinguibile tra quelle delle altre poetesse del ‘500 per eleganza formale malgrado lei dichiarasse il suo stile “ruvido e frale”. I suoi versi non esprimono un dramma intimo, ma diventano paradigma umano e artistico di una dimensione ampia e condivisa del dolore. Non a caso molti critici le affiancano Leopardi.

Sono belli i pochi sonetti e le canzoni, soltanto 13 in tutto, che sono giunti a noi. Certo la poetessa ne scrisse molto di più, non le sarà mancato il tempo di intrecciare trame di parole su un ordito di interminabili vuote giornate e lunghi silenzi.

Non si lascia consolare nelle sue rime Isabella dal paesaggio che la circonda, dall’attesa del padre con cui condivideva cultura e affetto, dal desiderio di andare via, e pertanto grida la sua disperata speranza, il suo rifiuto di accettare la volgarità di persone e luoghi che la circondano, rivendicando una statura personale che con loro nulla ha a che fare. Isabella è consapevole di trovarsi in una posizione culturale, spirituale, intellettuale al di sopra dell’antica Favale, di quello che Favale comporta, del suo tempo. Da questa estraneità deriva l’approdo ad una visione religiosa che caratterizza gli ultimi componimenti e che pare recare se non felicità almeno pace.

Sono versi coraggiosi i suoi, hanno l’impeto della rivolta e la forza di un elevato linguaggio poetico. Certo per questo furono pubblicati per la prima volta a pochi anni dalla sua morte. La giusta collocazione di Isabella Morra nella storia della letteratura però è dovuta soprattutto alla critica che ne fece Benedetto Croce alla quale seguirono molti studi e scritti e tra tanti, i lavori teatrali di Dacia Maraini e Andrè Pierre de Mandiargue. Infine l’istituzione di un Parco letterario a lei intitolato che produce molte e interessanti attività.

Il rischio per Isabella Morra è che ci si innamori più della sua tragica storia che della sua autentica arte. Che la visita del “denigrato sito”, l’ascolto delle leggende che la vedono aggirarsi per il lugubre castello, la voce del “torbido Siri” che ne piange la feroce e giovanile fine, possano ucciderla ancora una volta nella banalità di un’arte raccontata come una favola e non come una pagina di autentica letteratura quale in realtà è.

“de’ gravi affanni deporrò la salma,
e queste chiome cingerò d’ alloro.”

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Lo stupro moltiplicato dai telefonini


Domenica 21 di questo mese e di questo anno orribile per violenza su donne, alle 6 del mattino scendeva in strada nella città di Piacenza una signora ucraina di 55 anni. Noi siamo qui a farci una domanda semplice: di quante violenze è stata vittima questa

Domenica 21 di questo mese e di questo anno orribile per violenza su donne, alle 6 del mattino scendeva in strada nella città di Piacenza una signora ucraina di 55 anni. Da pochi mesi era arrivata in Italia (in fuga da dove non vi è chi possa ignorare), ospite di una sua conoscente. Viene avvicinata da un signore di anni 27, guineano, da alcuni anni in Italia con provvedimento di protezione internazionale e residente a Reggio Emilia.

Accade, a questo punto, quello che un signore racconta alla Polizia nelle vesti di persona informata sui fatti. “Mi ero appena svegliato, ho sentito in strada voci anomale. Mi sono affacciato alla finestra e ho visto l’uomo che si avvicinava alla signora. Sulle prime ho pensato che stesse confabulando… poi mi sono accorto che stava mettendo le mani addosso. A quel punto ho telefonato subito al 112 e intanto ho ripreso la scena col telefonino. Credo di aver fatto la cosa giusta e il più velocemente possibile”.

Il più velocemente possibile il video di quanto accaduto ha preso il suo bel virus ed è impazzito in Rete. La Polizia riesce a metterlo in quarantena oscurandolo, ma il danno è fatto. Ce lo dice la vittima di che danno si tratta:” In quel video c’erano la mia voce, il mio volto… amici e familiari mi hanno riconosciuta”.

Noi siamo qui a farci una domanda semplice: di quante violenze è stata vittima questa signora ucraina? Di almeno tre ci viene da pensare. La prima è costituita dal fattaccio, la seconda dalla diffusione, la terza dalla strumentalizzazione.

Troppo poco dare notizia di uno stupro. Se ne sono consumati tanti e ciascuno – abbiamo già appreso – fa caso a sé. Pertanto, importanti sono i particolari; ghiotto, addirittura, è poter disporre di un filmato. E allora, sì, che può dirsi l’effetto che fa. L’effetto che fa è una persona sofferente con nome e cognome, che è vittima reale e che viene liquidata con “una donna”, una specie di attrice di cui c’è bisogno per comporre la scena. Di contro la vittima ci ha detto “la mia voce”, “il mio volto”. Questo avrebbero dovuto sapere coloro che il filmato hanno messo in Rete e coloro che lo hanno visto, artefici e spettatori di un film che non è stato una finzione ma un dramma vero e proprio. Quando si dice che la finzione diventa realtà e la realtà viene consumata come una finzione!

E questo a tutto vantaggio di quell’arnese che portiamo in tasca, utile certamente come lo è stato anche nel nostro caso ai fini dell’accertamento delle prove, ma tanto dannoso quando promette e conferisce uno spazio di libertà che sconfina nella violenza. Quando la vittima dice: “amici e familiari mi hanno riconosciuta” sta dicendo nient’altro che questo: c’è tra gli spettatori del video chi ha visto un film, ma badate bene che altri (amici e familiari) hanno potuto vedere quello che né io né loro avremmo voluto conoscere mai, ovvero il dramma di una violenza lacerante.

Poi, come nella migliore consuetudine, dopo aver visto il film c’è il commento o la prova documentale per sostenere un discorso. L’ha fatto la politica, l’ha fatto Giorgia Meloni senza distinguere che un film si può citare come documento, ma un filmato di un fatto di cronaca, semplicemente, non è un film e neanche una finzione, ma un dramma vivo e vero i cui protagonisti non lavorano a pagamento ma hanno pagato di persona. Non saper distinguere è atto miope e anche segno di una voracità che per metabolizzare costruzioni ideologiche o tattiche perde la capacità di vedere e si abbandona al vezzo di guardare e basta. Il film si guarda, la realtà si vede. La realtà può finire in un film, e in questo viene diluita per il gusto e l’utilità di tornare a guardarla con attenzione.

Ma c’è anche un’altra violenza alla quale sembra ci stiamo abituando ogni giorno sempre più. Sta sotto la moda di dirla (la battuta) o di farla (girare in rete come nel caso nostro) per vedere l’effetto che fa. Se ha riscontro positivo, è andata a buon segno. Se è negativo, si è stati fraintesi. La signora Meloni non si è scusata perché – a suo giudizio – non è stata la prima a immettere in circuito il filmato. Come se, primo in assoluto o primo dopo mille, faccia differenza. Forse ignora che c’è sempre uno stupido che le inventa e un cretino che le mette in circolazione. Peccato che non si tratta di una battuta sciocca ma della tristissima storia di una signora ucraina violentata prima da un giovane “senza freni inibitori” e poi da tanti altri senza freno a mano sul telefonino.

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Sull’equità fiscale orizzontale


Proviamo a ragionare di equità fiscale “orizzontale”, a domandarci cioè se uguali livelli di reddito vadano tassati alla stessa aliquota, oppure vadano fatte distinzioni in base alla fonte di produzione del reddito stesso. L'articolo Sull’equità fiscale

Normalmente, quando si parla di equità fiscale, si ragiona di equità fiscale “verticale”, in base alla quale persone con capacità contributiva minore concorrono in misura minore alla spesa pubblica e viceversa. Esistono diverse scuole di pensiero, ma tutte concordano con il principio della progressività dell’aliquota fiscale media al crescere dei livelli del reddito, allo scopo di ridurre il divario economico esistente tra le varie classi sociali ed effettuare una redistribuzione del reddito a favore delle classi meno abbienti.

I limiti all’interno dei quali le scelte di politica tributaria si collocano sono i seguenti: limite minimo: redditi di sussistenza, fino al quale il livello di tassazione non può che essere pari a zero; limite massimo: un’aliquota percentuale, sui redditi maggiori, che non sia così elevata da rappresentare un deterrente alla produzione di ricchezza, come spiegato dalla Curva di Laffer.

Proviamo invece ora a ragionare di equità fiscale “orizzontale”, a domandarci cioè se uguali livelli di reddito vadano tassati alla stessa aliquota, oppure vadano fatte distinzioni in base alla fonte di produzione del reddito stesso.

In finanza, uno dei principi fondamentali e più comunemente conosciuti è quello del rapporto rischio-rendimento: quanto più il mio investimento sarà rischioso, tanto maggiore dovrà essere il mio ritorno atteso dall’investimento stesso. Ad esempio, se da un investimento sul mercato azionario (più rischioso) non mi aspettassi un rendimento maggiore rispetto ad un investimento sul mercato obbligazionario (meno rischioso), io investitore razionale sceglierei sempre l’investimento meno rischioso.

Può lo stesso principio rischio-rendimento essere applicato al mercato del lavoro? Attualmente, se un lavoratore dipendente fa un lavoro più rischioso di un altro lavoratore, questo maggior rischio viene tenuto in conto, e viene remunerato dal datore di lavoro con un premio, solitamente un’indennità per lavoro rischioso o usurante, ed in ogni caso con un salario complessivo più elevato, quindi in linea con il principio “rischio maggiore compensato con un rendimento maggiore”.

Arthur Laffer, economista dell’University of Southern California, teorizzò l’esistenza di un livello del prelievo fiscale oltre il quale l’attività economica non è più conveniente e pertanto il gettito fiscale si riduce, anche a causa dell’aumento dell’elusione e dell’evasione fiscale.

Analizziamo invece il caso di due lavoratori che alla fine dell’anno portano a casa la stessa retribuzione lorda complessiva. E’ giusto che entrambi paghino la stessa aliquota media, indipendentemente dal tipo di lavoro effettuato?

Oggi, in Italia, è esattamente così. Che io sia un dipendente pubblico con contratto “blindato”, un dirigente nel settore privato (quindi facilmente licenziabile) o un imprenditore, a parità di reddito lordo mi sarà applicata la stessa aliquota fiscale. Ma è ciò giusto ed equo?

Se riprendiamo il principio rischio-rendimento, dovremmo dare un beneficio maggiore a coloro che hanno portato a casa tale reddito con un’attività più rischiosa, quella dell’imprenditore, dove c’è addirittura il rischio di lavorare tutto l’anno, pagare dipendenti, fornitori e tasse, per poi trovarsi senza utili per poter remunerare il proprio lavoro.

Quindi sarebbe equo – secondo questo principio – che un imprenditore che guadagna 100 beneficiasse di un’aliquota inferiore al dipendente pubblico che guadagna 100. La logica è chiara: anche in una crisi indipendente dal mercato come quella recente dovuta al Covid, il dipendente pubblico porta a casa per intero la propria retribuzione, mentre l’imprenditore è molto probabile che porti a casa un reddito molto inferiore, se non addirittura reddito negativo, ossia perdite, con necessità di ricapitalizzare la propria società.

Vediamo ora il punto di vista dello Stato. Ha lo Stato interesse ad incentivare l’attività imprenditoriale dei propri cittadini rispetto all’attività di lavoratore dipendente? Se in un Paese non vi fosse alcuna impresa, lo Stato non potrebbe esistere. Non vi sarebbe alcuna risorsa economica per pagare i dipendenti del settore pubblico, né vi sarebbe alcun gettito fiscale. E quindi l’intero settore pubblico – che esiste per fornire servizi ai cittadini che lavorano – non potrebbe esistere e mantenersi, visto che viene finanziato per la quasi totalità dalle imposte versate. Quindi la presenza delle imprese è di vitale importanza per ogni paese.

È possibile, con gli elevati tassi di disoccupazione presenti tra i giovani, continuare a considerare come due compartimenti stagni i lavoratori dipendenti e gli imprenditori/lavoratori autonomi/partite IVA?

Non avrebbe lo Stato tutto l’interesse ad incoraggiare i più intraprendenti tra i lavoratori dipendenti e tra disoccupati a rinunciare rispettivamente ad uno stipendio certo ed al reddito di cittadinanza per far partire una nuova attività economica? Ogni nuova attività economica contribuisce alla creazione di ricchezza, ed aumentando il livello di concorrenza sul mercato aiuta anche a tenere basso il livello dei prezzi per i consumatori.

E quale incentivo migliore a tale imprenditorialità che dire loro: “Sappi che se decidessi di intraprendere, e fossi così bravo da riuscire a generare per te un reddito uguale a quello che avevi già assicurato come dipendente, avrai diritto ad una tassazione complessiva molto inferiore, come premio per la tua imprenditorialità!”

Fino a questo momento, invece, nessuno ha mai messo in dubbio il principio dell’equità fiscale “orizzontale”, non considerando adeguatamente la diversa rischiosità e livelli di maggiore/minore incertezza con cui stessi livelli del reddito sono raggiunti.

Senza questi o altri incentivi, a nostro avviso, è probabile che una gran parte dell’Italia continuerà a vivere per altri 30 anni con il “solito” sogno del “posto fisso”. E di questo il Paese certamente non beneficerà

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Ridenti piagnoni


Le drammatizzazioni vanno maneggiate con cura, specie quando sono in corso drammi. A sentire le propagande elettorali l’Italia è un Paese distrutto e diretto verso il disastro, la povertà dilaga e si devono subito dare soldi pubblici, per evirate il colla

Le drammatizzazioni vanno maneggiate con cura, specie quando sono in corso drammi. A sentire le propagande elettorali l’Italia è un Paese distrutto e diretto verso il disastro, la povertà dilaga e si devono subito dare soldi pubblici, per evirate il collasso generale.

Stiano attenti, perché il 26 settembre arriva in fretta e suonerà strano che i vincitori s’apprestino a governare un Paese che nel secondo trimestre dell’anno in corso ha realizzato una crescita congiunturale dell’1% (Germania 0 e Francia 0.5) e una tendenziale (rispetto al secondo trimestre 2021) del 4.6 (Germania 1.5 Francia 4.2). Ci si descrive miserrimi l’anno in cui facciamo la crescita più significativa in Ue: 3.4%.

Un Paese che ha 1.600 miliardi di euro stagnanti nei conti privati dovrebbe porsi il problema di come premiarli nel condurli alla produzione. Si prediligono i mendici per supporsi elemosinieri ed elemosinare un voto. Certo che ci sono problemi seri, fra questi una classe politica di ridenti piagnoni.

La Ragione

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Ravenna, alla tomba di Dante il gran finale di «Ahi, serva Italia! – Dante visto da Shakespeare» – Setteserequi


Alla tomba di Dante a Ravenna venerdì 2 settembre il gran finale di Ahi, serva Italia! – Dante visto da Shakespeare, prima competizione teatrale interamente basata su un romanzo, da rappresentare in strade e piazze delle città d’arte della penisola. L’ini

Alla tomba di Dante a Ravenna venerdì 2 settembre il gran finale di Ahi, serva Italia! – Dante visto da Shakespeare, prima competizione teatrale interamente basata su un romanzo, da rappresentare in strade e piazze delle città d’arte della penisola.

L’iniziativa, curata dal Festival Dantesco e patrocinata tra gli altri dalla Società Dante Alighieri e dalla Fondazione Luigi Einaudi, è ora nella fase decisiva che coinvolge artisti ed ensemble teatrali con esibizioni dal vivo.

Il concorso è basato sull’omonimo libro di Monaldi & Sorti (Solferino Editore), ogni esibizione è tratta o ispirata da passi del romanzo teatrale-narrativo, e può vantare due sostenitori d’eccezione: il regista Pupi Avati, che ha lodato lo «sguardo sacrale» di Monaldi & Sorti, e l’attrice Monica Guerritore, che li ha definiti «direttori artistici della pagina scritta» (in fondo i link alla stampa e al materiale fotografico).

Il teatro di strada è uno dei temi caratteristici nel romanzo ispiratore del concorso. In tutte le località coinvolte, gli spettacoli della finale sono subito riconoscibili grazie alle quinte con le figure inconfondibili di Dante e Shakespeare.

Dante e la Divina Commedia diventano protagonisti di un dramma di Shakespeare, rappresentato in brevi spettacoli (tra i 15 minuti e i 30 minuti di durata), replicati nel corso della giornata, secondo la formula del teatro di strada in tutta la sua ricchezza espressiva: attori, musicisti, acrobati e anche figure peculiari dell’arte popolare come cantastorie, con tanto di teloni dipinti, e uomini-orchestra. La tipologia di partecipanti è straordinariamente varia: ci sono anche compagnie teatrali già rodate, o singoli attori di teatro, e perfino ensemble shakespeariani che usciranno in strada per l’occasione.

Tra l’inaugurazione a Firenze l’8 agosto, città natale di Dante, e la chiusura a Ravenna il 2 settembre presso la tomba del Sommo Poeta, questo “giro d’Italia” all’insegna del teatro di strada si è snodato finora da Verona a Vibo Valentia, toccando varie regioni, dalla Liguria alla Campania, tra grandi città come Roma, preziosi borghi storici come Assisi (dove l’esibizione è stata filmata da RAI 1 Weekly) e panorami naturali mozzafiato quali le scogliere di Cagliari. In scena sono andate un po’ tutte le arti performative di strada, dalla recita alla musica e canto, alla danza acrobatica e giocoleria, fino ad arrivare ad artistici giochi di fuoco che in Liguria e Toscana hanno riempito la piazza con diverse centinaia di spettatori, guadagnando applausi a scena aperta e richieste di bis.

Si giunge ora al gran finale nel capoluogo bizantino con lo spettacolo “Dante e Piccarda”, proposto – a pochi metri dalla Tomba di Dante, fra le sculture e le installazioni della mostra Dante Plus 2022 di Marco Miccoli – dagli attori Cristina Ugolini, nei panni della Chiacchiera e di Piccarda, e Riccardo Cecere, nei panni di Dante. Cecere curerà anche le musiche da vivo.Si tratta di un dialogo inatteso fra il Poeta e la religiosa, tratto dal I atto di “Ahi, serva Italia!” di Monaldi & Sorti.

Dante confessa le sue visioni a Piccarda. Occasione per toccare i temi danteschi più diversi, tra cui il famoso Veglio di Creta, che Dante riprende dal sogno di Nabucodonosor di Riccardo di San Vittore, fonte principale di Dante ogni volta che nel Poema parla di visione. Sorte vuole che lo spettacolo si svolga nel giardino della Biblioteca Oriani, intitolato a Rinaldo da Concorezzo, personaggio ampiamente in azione nel romanzo ispiratore del concorso.
Appuntamento dunque a Ravenna venerdì 2 settembre negli spazi della mostra Dante Plus 2022, c/o Biblioteca Alfredo Oriani, Via Corrado Ricci 26. Orario spettacoli: 16.15 / 17.15 / 18.15
Premiazione infine a Roma il 14 settembre, anniversario della morte di Dante, presso il Globe Theatre, luogo shakespeariano per eccellenza della capitale, con un banchetto nello stile del Trecento fiorentino.

Monica Guerritore ha commentato: «L’incontro tra Dante e Shakespeare funziona: Shakespeare ci mostra come le passioni agitino l’uomo sulla terra, e Dante quale direzione invece gli fanno prendere nell’aldilà. Qui in Ahi, serva Italia! si fa questo doppio viaggio, nella lingua di Shakespeare e nella vita e nelle opere di Dante».

«Gli spettacoli di piazza sono nel DNA sia della Commedia che del teatro elisabettiano», spiegano Monaldi & Sorti, tradotti in 26 lingue e definiti in Francia da L’Express «gli eredi di Umberto Eco» e in Germania dalla Frankfurter Allgemeine «la coppia letteraria italiana di livello internazionale».

«Dante vola così in alto – dicono i due autori – che può essere raccontato solo da Shakespeare. La Commedia era ben nota in Inghilterra sin dal Medioevo: i drammi shakespeariani sono pieni di richiami ai suoi personaggi, dal conte Ugolino a Pier delle Vigne, oltre al parallelo tra le coppie Romeo-Giulietta e Paolo-Francesca. Non a caso il primo ritratto a stampa dell’Alighieri è stato pubblicato in Inghilterra da un editore della cerchia di Shakespeare».

Setteserequi

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Il Teatro di Strada, il primo settembre ecco Ahi, serva Italia!, Dante secondo Shakespeare – Cagliari Post


Approda giovedì 1° settembre a Cagliari la fase finale di Ahi, serva Italia! – Dante visto da Shakespeare, prima competizione teatrale interamente basata su un romanzo, da rappresentare in strade e piazze delle città d’arte della penisola. L’iniziativa, p

Approda giovedì 1° settembre a Cagliari la fase finale di Ahi, serva Italia! – Dante visto da Shakespeare, prima competizione teatrale interamente basata su un romanzo, da rappresentare in strade e piazze delle città d’arte della penisola.

L’iniziativa, patrocinata tra gli altri dalla Società Dante Alighieri e dalla Fondazione Luigi Einaudi, è ora nella fase decisiva che coinvolge artisti ed ensemble teatrali con esibizioni dal vivo.

Il concorso è basato sull’omonimo libro di Monaldi & Sorti (Solferino Editore), ogni esibizione è tratta o ispirata da passi del romanzo teatrale-narrativo, e può vantare due sostenitori d’eccezione: il regista Pupi Avati, che ha lodato lo «sguardo sacrale» di Monaldi & Sorti, e l’attrice Monica Guerritore, che li ha definiti «direttori artistici della pagina scritta» (in fondo i link alla stampa e al materiale fotografico).

Il teatro di strada è uno dei temi caratteristici nel romanzo ispiratore del concorso. In tutte le località coinvolte, gli spettacoli della finale sono subito riconoscibili grazie alle quinte con le figure inconfondibili di Dante e Shakespeare

Cagliari Post

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A Dante Plus 2022 arriva il premio ’Ahi, serva Italia!’ – Il Resto del Carlino


Venerdì accanto alla Tomba di Dante, performance dedicate al Sommo Poeta e a Shakespeare l Premio “Ahi, serva Italia!”, organizzato da Xenia in collaborazione con il Festival Dantesco e con Solferino Editore, chiude il suo percorso a Ravenna, venerdì 2 se

Venerdì accanto alla Tomba di Dante, performance dedicate al Sommo Poeta e a Shakespeare


l Premio “Ahi, serva Italia!”, organizzato da Xenia in collaborazione con il Festival Dantesco e con Solferino Editore, chiude il suo percorso a Ravenna, venerdì 2 settembre, negli spazi della mostra Dante Plus 2022, curata da Marco Miccoli.

Accanto alla Tomba di Dante, luogo simbolo legato al poeta, alle 16.15, alle 17.15 e alle 18.15, gli appassionati di Dante e di Shakespeare (e del teatro in strada) potranno assistere a una delle esibizioni finaliste del Premio, che in questo mese di agosto ha selezionato le migliori street performance dedicate al libro “Ahi, serva Italia!” della coppa Monaldi & Sorti, secondo volume della trilogia Dante di Shakespeare.

Dopo Firenze (tappa dantesca “obbligata” di apertura), dopo Verona, Salerno, Benevento, Vibo Valentia, Assisi e Roma, è dunque la volta di Ravenna (tappa dantesca altrettanto “obbligata” di chiusura), che proporrà un divertente dialogo fra Dante e Piccarda tratto appunto dall’opera di Monaldi & Sorti e realizzato dal gruppo Futura di Cristina Ugolini e Riccardo Cecere. Si terrà negli spazi suggestivi spazi della mostra Dante Plus 2022, che peraltro patrocina il Premio assieme alla Società Dante Alighieri, alla Fondazione Luigi Einaudi, alla Casa di Shakespeare di Verona, al Centro Studi Storici PP. Barnabiti e a Feditart.

Il Resto del Carlino

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

PENSIERI DI UN UOMO CURIOSO DI ALBERT EINSTEIN


Questo volume contiene oltre 500 riflessioni di Albert Einstein – tra parentesi quando sono state espresse – estratte dalla documentazione conservata alla Princeton University, sede dell'archivio Einstein, ordinate per cronologia e tema !L’angolo del lettore

iyezine.com/pensieri-di-un-uom…

Dissennati


Una tregua è necessaria, ma dal raccontare bubbole agli elettori. Simpatica l’idea del “pieno mandato” al governo Draghi, affinché ponga rimedio all’impennata del prezzo del gas. Una specie di collettivo Gastone, con il guanto a penzolone e senza l’orrore

Una tregua è necessaria, ma dal raccontare bubbole agli elettori. Simpatica l’idea del “pieno mandato” al governo Draghi, affinché ponga rimedio all’impennata del prezzo del gas. Una specie di collettivo Gastone, con il guanto a penzolone e senza l’orrore di sé stesso: prima si fa cadere il governo, poi si corre a promettere tutto a tutti, infine gli si chiede di metterci una pezza. Sotto tanta generosa disponibilità, condita con tregua delle fasulle ostilità, c’è un non detto: da una parte un po’ tutti credono che sia necessario uno “scostamento di bilancio”, perché da incapaci si è solo capaci di spendere (soldi altrui), ma siccome quella scelta aprirebbe le porte dell’inferno, con le doppiette della speculazione già puntate sul debito italiano, allora ci si finge addolorati e si chiede al governo di fare qualche cosa. Così, dopo il pieno mandato, se ne potrà contestare la piena responsabilità. Da perfetti irresponsabili.

Si è trasformata la campagna elettorale in una fiera di paese, con tanto di pomate miracolose e lozioni per la ricrescita dei capelli. Omesse le banalità e le cose che manco le infanti letterine di Natale, per tre quarti, nell’insieme, si tratta di roba incompatibile con il bilancio: chi offre pensioni più ricche, chi anticipate, chi stipendi aggiuntivi, chi sgravi fiscali, per non dire della filiera bonus, considerata inesauribile. È un tale coacervo di dissennatezze che la sola cosa incredibile è che qualcuno ci creda. Il tutto senza considerare la necessità di compensare gli aumenti delle bollette energetiche, altrimenti non solo andrebbero cancellate le elargizioni, ma indicate le restrizioni della spesa. Che farebbero bene alla salute collettiva, perché una spesa esagerata alimenta un sistema disfunzionale. Metterlo a dieta è un bene.

E per il gas, che si fa? Escludiamo lo smutandarsi vigliacco innanzi alla Russia, che taluno crede sia una soluzione, benché disonorevole, e invece sarebbe una pietra tombale, perché ci cancellerebbe dai mercati dove esportiamo e si azzererebbe qualsiasi difesa finanziaria. Non è praticabile neanche lo scostamento di bilancio, l’aumento del debito, per le ragioni che qui abbiamo già raccontato e perché non sarebbe affatto un rimedio, ma solo un rinvio (altra tipica attitudine dei dissennati).

Una compensazione generale sarebbe troppo costosa o, una volta suddivisa, troppo limitata. Fra il 2011 e il 2021 il risparmio degli italiani è aumentato del 50%. Segno di paura, ma anche di ricchezza. Fra contanti e depositi avevamo in tasca 1.119 miliardi e ce ne siamo ritrovati 1.629. In azioni erano investiti 690 miliardi e se ne sommano poi 1.251. Nel totale fanno 5.256 miliardi di ricchezza finanziaria. Poi ci sono i patrimoni immobiliari. Non è il quadro di un Paese alla fame e non ha quasi nessuna parentela con la campagna elettorale, ma è la realtà. Anche se metto in conto gli insulti per averla ricordata. Tassiamoli, gli insulti, che si raccolgono palanche. In questa situazione non è saggio aiutare tutti, ma solo le imprese energivore, che rischiano di andare fuori mercato, e le famiglie meno abbienti, sulla base dei consumi storici. Il costo dell’energia morde tutti, ma non tutti allo stesso modo. Qualcuno di noi si terrà il morso.

Intanto sganciamo il prezzo dell’energia elettrica dal costo del gas, così non si produrranno extrabollette ed extraprofitti che sono stati già tassati, ma vanno ancora riscossi. Si corra nella diversificazione, perché da quello dipende l’opportunità di fare dell’Italia un hub mediterraneo del gas. Al 2024 saluteremo definitivamente i russi, già oggi dimezzati, e ci concentreremo sulle tecnologie per i 25 anni successivi, propizianti la decarbonizzazione.

La necessità di raccontare bubbole per raccattare voti riguarda partiti e candidati senza idee ed elettori senza memoria. Ma se pensano di farsi togliere le castagne dal fuoco da Draghi, acciocché si faccia garante dello scostamento di bilancio, difettano anche in senso dell’umorismo.

La Ragione

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@giuglionasi Ma davvero credi che con una politica nella quale la parola liberale è diventata un pretesto per dire tutto e il contrario di tutto, noi della fondazione Einaudi potremmo prendere posizione in favore di qualcuno? C'è stato l'invito a riunirsi e non unica forza liberale, ma ovviamente a nessuno è interessato raccogliere quell'invito. Renzi e Calenda si sono messi insieme solo perché altrimenti non avrebbero mai raggiunto la soglia di sbarramento.
Il contributo più lucido che si può leggere oggi è quello di Davide Giacalone, che condivido totalmente

fondazioneluigieinaudi.it/stat…

E se per un giorno parlassimo solo di quel che serve alle imprese?


Modesta proposta de L’Economia per migliorare, o tentare di farlo, la qualità del dibattito sulle scelte economiche in campagna elettorale. Una giornata di tregua sul versante delle promesse distributive. Ovvero 24 ore nelle quali non ci si occupi delle p

Modesta proposta de L’Economia per migliorare, o tentare di farlo, la qualità del dibattito sulle scelte economiche in campagna elettorale. Una giornata di tregua sul versante delle promesse distributive. Ovvero 24 ore nelle quali non ci si occupi delle proposte (ormai un florilegio) che incidono — senza peraltro in molti casi l’indicazione delle coperture — sul lato della spesa pubblica. Ma esclusivamente di tutto ciò che riguarda le scelte e gli investimenti necessari affinché si possa produrre di più e meglio.

Anziché temere il riproporsi di un «giorno della marmotta» — vecchie storie rivissute ossessivamente — una sorta di «giorno della formica», chiamiamolo così, nel quale si parli solo di impresa, competenze, studio, ricerca, innovazione, competitività. La parte più faticosa della costruzione di una società futura. La raccolta del consenso su queste materie non è immediata.

I vantaggi sono misurabili solo nel medio o lungo periodo. La continuità dell’esecuzione è fondamentale. Non si può cambiare indirizzo o gestione ogni anno. La capacità distributiva di un Paese non è illimitata. Farlo credere è semplicemente criminale.

Prima di distribuire bisogna produrre. Una verità misconosciuta. Non esistono il benessere di cittadinanza e il diritto inalienabile a ottenere sempre, e in ogni caso, un aiuto pubblico attraverso uno Stato generoso e proteiforme.

La trappola


A meno che non si pensi che l’indebitamento si sia trasformato in una sorta di virtù contemporanea. La trappola più insidiosa, disseminata lungo il cammino del Paese, non è però solo la sostenibilità dei suoi conti pubblici (argomento noioso, espunto dal dibattito elettorale) ma soprattutto — aspetto più culturale che economico — il rischio della perdita collettiva dell’idea di progresso.

Questo è il vero, grande pericolo che corre il Paese. La ricchezza, per essere più equamente distribuita, va prima creata. Anche e soprattutto con fatica e dedizione. Il modesto tasso di imprenditorialità giovanile è sintomo di una società che avversa il rischio, che quasi si arrende al declino.

L’esempio più calzante è quello dei tanti, e per fortuna floridi, distretti produttivi italiani. Le comunità locali sono del tutto consapevoli dell’importanza di avere imprese presenti nel territorio. E sanno che, se non vi fossero, se non investissero e innovassero, il loro benessere sarebbe fortemente compromesso e così il futuro dei loro figli.

La crescita dimensionale delle aziende, a livello locale, è motivo di orgoglio. Più il legame è forte, minore è la convenienza a delocalizzare. Questa consapevolezza scolora di colpo se la discussione avviene su scala nazionale.

L’impresa non è più al centro. Non è più il motore dello sviluppo. Se è piccola azienda suscita simpatie diffuse, ma se è grande e internazionalizzata assai meno. Occupa una posizione ancillare rispetto a un insieme di interessi costituiti che pesa fortemente, e a volte unicamente, sul lato distributivo: categorie, corporazioni. Sovrastrutture spesso piegate alla logica del vantaggio immediato che è poi reale misura del potere dei loro gruppi dirigenti.

Ciò che è pacifico sul piano dei distretti produttivi (grazie a concorrenza e innovazione esportiamo e cresciamo), lo è meno nel confronto nazionale dove prevalgono più facilmente spinte autarchiche e protezionistiche. Le stesse che, se fossero agitate contro le imprese del territorio, avrebbero effetti negativi devastanti.

In sintesi: se la logica delle concessioni balneari o di quelle dei taxi fosse stata adottata in tutte le attività produttive, noi saremmo ancora in un’era preindustriale.

Prove di nazionalizzazione


«Protezionismo e isolazionismo non sono nell’interesse nazionale» ha detto Mario Draghi nel suo discorso all’ultimo Meeting di Rimini. Perseguire, a qualsiasi costo — altro esempio — l’idea della nazionalità della compagnia di bandiera è costato, soltanto dal 2017, al momento dell’amministrazione straordinaria cui è seguito il lancio di Ita Airways, 2 miliardi ai contribuenti italiani che quando viaggiano, scelgono — come i turisti stranieri — in massima parte le low cost.

Non vi è alcun ritorno economico — se non quello modesto di un po’ di consenso come accadde durante la campagna elettorale del 2008 — nel mantenere in piedi un vettore che perde soldi. La certezza è solo quella di una lenta agonia che brucerà altri denari pubblici e posti di lavoro.

Un altro esempio: l’ipotesi di un’Opa (Offerta pubblica d’acquisto) della Cdp sulla Tim — anche nell’ottica di una rete unica — accolta con soddisfazione dai sindacati, sarebbe un inutile favore agli azionisti privati, italiani e stranieri, senza essere la soluzione, come molti sarebbero indotti a ritenere ai problemi dell’incumbent delle telecomunicazioni. Come se il genere della proprietà fosse la panacea di tutti i mali che pur derivano da una privatizzazione sbagliata.

Un conto è l’intervento — come la decisione francese di nazionalizzare del tutto Edf — quando una situazione del mercato dell’energia, alterata dalla guerra, rende insostenibile il conto economico di un’azienda strategica. Un altro, del tutto diverso, è nazionalizzare nell’illusione che così l’impresa si salvi e rifiorisca come per un sortilegio. Con un non secondario effetto distorsivo sugli investimenti in Italia.

A Vivendi, il socio francese di Tim, non interessa che la rete unica sia pubblicizzata, l’importante è la sua valutazione. Ovviamente molto superiore a quella di mercato. Se lo Stato è il compratore di ultima istanza — mosso cioè da valutazioni politiche e non economiche — il rischio per l’investitore si riduce a ben poco.

I capitali esteri si attraggono, così, per ragioni sbagliate. Il paradosso finale è che i sostenitori della proprietà nazionale o pubblica si trasformano d’incanto in generosi alleati dei soci privati e, soprattutto, esteri di cui denunciano l’ingordigia.

Riacquistare, attraverso la Cdp, la quota di Atlantia (9 miliardi) in Autostrade è stato tutt’altro che un gesto punitivo nei confronti dell’azionista Benetton dopo la tragedia nel 2018 del crollo del Ponte Morandi che causò 43 morti.

Sul versante del lavoro e della formazione, le proposte sono molteplici. E non staremo ad esaminarle nel dettaglio. Sfugge però la relazione perversa tra popolazione attiva e non. Nonostante il tasso di occupazione abbia ritoccato il 60 per cento, soglia che non si varcava più dagli anni Settanta, l’Italia è agli ultimi posti in Europa nel rapporto tra occupati e pensionati. Insomma, lavoriamo in meno degli altri.

L’amara verità


Questa è l’amara verità. Nel secondo Dopoguerra, il rapporto tra attivi e non era di cinque a uno. Nel 2050 sarà di 4 a 3. Promettere pensionamenti anticipati non migliora la situazione né crea una «staffetta generazionale». Quota 100 insegna.

La scarsa attenzione al tema della formazione continua aggrava ulteriormente le prospettive dell’occupazione. Secondo Boston Consulting Group, il 50 per cento delle attuali posizioni rischia di essere, nel giro di pochi anni, obsoleto per perdita di competenze. Le sole aziende manifatturiere non riescono a coprire il 30 per cento dei profili professionali di cui hanno necessità.

L’emergenza vera è nell’essere in Europa agli ultimi posti come numero di laureati e per la spaventosa carenza di tecnici specializzati. A questo punto parlare solo di salario minimo e di settimana lavorativa di 36 ore sembra un diversivo. Così come appare incomprensibile all’estero dividersi sull’anticipo o sull’estensione dell’obbligo scolastico. Altrove pacifico.

E veniamo all’ultimo, delicatissimo tema che riguarda l’immigrazione da cui dipende fortemente la creazione di ricchezza futura. Non è un costo, è un investimento. Per combattere il declino demografico l’Italia avrebbe bisogno, come ha detto sempre a Rimini, il presidente dell’Istat, Giancarlo Blangiardo, di un saldo netto di 360 mila immigrati l’anno. Un flusso chiaramente insostenibile.

Ma il tasso di natalità — Germania e Svezia sono casi positivi -— si innalza solo coordinando un’immigrazione più ordinata e di qualità a misure sociali e servizi avanzati a favore della famiglia. Costruire tanti begli asili nido (esemplare il caso della Val d’Aosta) con una popolazione mediamente anziana serve a poco.

Dirsi a favore dell’immigrazione non porta voti. Minacciare blocchi navali (peraltro impossibili sul piano del diritto internazionale) probabilmente sì. Ma un Paese che invecchia e si svuota, magari dei propri giovani più preparati, e non è attrattivo per immigrati che vogliono lavorare e produrre, non avrà un futuro con tante risorse da distribuire.

Il Corriere della Sera

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BEN(E)DETTO 30 agosto 2022


#Credo #Scegli #Pronti: le prime tre forze politiche lanciano questi tre slogan. Questa campagna elettorale andrà così. Evidentemente gli esperti di comunicazione hanno scelto. Allora ne propongo uno anche io: #Basta.

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