La Cina parla più apertamente di guerra per Taiwan? Cosa si dice a Pechino


“Una volta che il governo cinese sarà costretto a usare la forza per risolvere la questione di Taiwan, sarà una guerra per la riunificazione, una guerra giusta e legittima, sostenuta e partecipata dal popolo cinese […] Una guerra per schiacciare le interf

“Una volta che il governo cinese sarà costretto a usare la forza per risolvere la questione di Taiwan, sarà una guerra per la riunificazione, una guerra giusta e legittima, sostenuta e partecipata dal popolo cinese […] Una guerra per schiacciare le interferenze straniere”.

Non è tanto che il tenente generale cinese He Lei, ex vice presidente dell’Accademia delle Scienze Militari dell’Esercito di liberazione popolare, abbia usato certi termini domenica, allo Xiangshan Forum di Pechino; il punto è che li abbia usati pubblicamente e che sia ripreso – in video e virgolettati – da media come la televisione CGTN o il giornale Global Times. Ossia dove abitualmente si cerca di spingere per una linea meno dura, perché la narrazione del Partito comunista cinese prevede che l’annessione di Taiwan sia un processo naturale, per volontà dei taiwanesi stessa (volontà che nei fatti è minima, e dunque la forza potrebbe rendersi più che necessaria in futuro, visto il valore esistenziale che Taiwan ha per il partito-stato).

Diversi gli interrogativi. Per esempio: in questa fase di revisione e repulisti che sta coinvolgendo l’Esercito di liberazione popolare – dai vertici a vari ufficiali di diverso grado – questa forma di comunicazione è parte del rinnovamento? E inoltre, questa nuova comunicazione, più esplicitamente rivolta alla dimensione militare contro Taipei, è indicativa di qualche genere di cambiamento più drastico, oppure è parte del processo con cui Pechino sta costantemente alterando a proprio vantaggio lo status quo sullo Stretto?

Sun Tzu 2.0

Per usare la definizione della Reuters, lo Xiangshan Forum è “il più importante show di military diplomacy cinese dell’anno”, con invitati internazionali, discussioni su tematiche ampie ed eventi verticali. Tra questi, il simposio su Sun Tzu, il generale filosofo cinese autore di uno dei grandi classici dei trattati sulla strategia militare, “L’arte della guerra”. He ha usato l’incontro per aggiornare il pensiero del vate sostenendo che l’arte della guerra è governata da cinque fattori costanti, da prendere in considerazione nelle riflessioni da fare quando si cerca di determinare le condizioni del campo.

Le cinque regole partono dalla Legge Morale, poi c’è quella del Cielo, la terza sulla Terra, la quarta riguarda il ruolo del Comandante e la quinta il Metodo e la Disciplina. A proposito della Legge morale, che per He riguarda per intero la sfera politica, “una causa giusta ottiene un grande sostegno, una ingiusta ne ottiene poco”, quindi quando le truppe combattono per la giustizia, “vincerà colui il cui esercito è animato dallo stesso spirito in tutti i suoi ranghi”, e i coraggiosi non temeranno la morte: una guerra per la giustizia riceverà il sostegno delle grandi masse popolari, che si impegneranno attivamente nella guerra del popolo. Il riferimento alla guerra giusta ricade sull’annessione di Taiwan.

He dice che è necessario sottolineare come l’eventuale responsabilità di aver provocato tale guerra sarebbe interamente delle autorità di Taiwan – che chiama “forze secessioniste e indipendentiste di Taiwan” – e delle forze esterne che interferiscono. Con la guerra, il governo cinese riporterà la pace contro “i testardi indipendentisti taiwanesi”.

Usa-Cina

He ha anche parlato del rapporto Usa-Cina. Secondo lui, sebbene vi siano segnali di uscita dal punto più basso delle relazioni e verso il ritorno alla normalità (affermazioni in ottica di un possibile incontro tra leader tra un paio di settimane), la ripresa dei rapporti militari resterà comunque in ritardo.

Si spera che le forze armate cinesi e americane attuino davvero l’importante consenso raggiunto dai capi di Stato dei due Paesi, dice il cinese, e aggiunge che sono gli Stati Uniti a dover correggersi efficacemente e garantire che non si ripetano azioni provocatorie che interferiscono negli affari interni della Cina, minandone gli interessi fondamentali. Per Pechino, certe azioni sono per esempio i finanziamenti militari americani a Taipei – che stanno aumentando costantemente – o eventi come la visita della Speaker della Camera, Nancy Pelosi, di un anno fa.

“Dovremmo compiere sforzi congiunti per ripristinare le normali relazioni e riportarle rapidamente su un binario sano, contribuendo maggiormente alla pace e alla stabilità mondiale”, spiega il militare. He non è (al momento) un alto rango, e per questo le sue dichiarazioni sono interessanti: primo perché un ufficiale non di livello non parlerebbe così apertamente senza permesso; e poi, allo stesso tempo, perché se certe argomentazioni vogliono essere esposte pubblicamente, allora meglio veicolarle intanto dal basso.

Il forum

C’è poi il contesto a dare risalto ai contenuti. Iniziato domenica, il forum vedrà la partecipazione di svariati Paesi (secondo la statale Xinhua mai così tanti dal 2006, anno di lancio) anche se la super potenza asiatica si presenta senza il ministro della Difesa, che di solito è l’anfitrione di questo evento – la scorsa settimana è stato infatti estromesso dal governo Li Shangfu, il ministro che già da una paio di mesi era stato allontanato dalla sfera pubblica.

La Cina spera tuttavia di utilizzare la manifestazione per promuovere la visione del leader Xi Jinping che ruota attorno alle sue “iniziative globali” su sicurezza, sviluppo e civilizzazione. Piani che hanno come obiettivo diretto l’avvicinare i Paesi in via di sviluppo, il cosiddetto “Global South”. A questi, i militari cinesi offriranno la narrazione con cui raccontano di opporsi al confronto tra blocchi e alla “mentalità da guerra fredda” – due critiche frequenti che Pechino rivolge all’Occidente. Ma anche potenziali contratti per forniture di armamenti.

D’altronde, mentre Pechino deve affrontare un maggiore coordinamento tra gli Stati Uniti e i suoi alleati per limitare le ambizioni militari cinesi, può contare sull’interesse di alcune nazioni che vogliono armi e non accettano di sottoporsi alle leggi anche morali occidentali. Inoltre, ci sono partner come la Russia. Il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, ha per esempio usato lo spazio concessogli per attaccare l’Occidente e la Nato, secondo copione, e anche direttamente l’Italia.

E mentre Zhang Youxia (a cui tocca il discorso programmatico alla cena di gala in programma oggi in sostituzione del ministro) e He Weidong, rispettivamente numero due e tre dell’esercito, hanno già avuto incontri bilaterali con i ministri della Difesa di Laos, Mongolia e Vietnam arrivati a Pechino, anche gli Stati Uniti hanno scelto di non mancare all’evento. Il Pentagono ha inviato una delegazione guidata da Xanthi Carras, direttore per la Cina dell’Ufficio del sottosegretariato alla Difesa. Durante il forum c’è l’opportunità di parlare con i cinesi anche in via informale, e per questo gli americani vogliono esserci – oltre che per parlare con gli altri invitati all’interno della scenografia cinese.


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Scuola di Liberalismo 2023 – Messina: lezione del prof. Giuseppe Giordano sul tema “Che cosa significa essere liberali”


Dopo la lezione inaugurale, svoltasi giovedì 26 ottobre, entra nel vivo l’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazi

Dopo la lezione inaugurale, svoltasi giovedì 26 ottobre, entra nel vivo l’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua tredicesima edizione, si articolerà in 15 lezioni, che si svolgeranno sia in presenza che in modalità telematica, dedicate alle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale.

La seconda lezione si svolgerà lunedì 30 ottobre dalle ore 17 alle ore 18.30, presso l’Aula n. 6 del Dipartimento “COSPECS” (ex Magistero) dell’Università di Messina (sito in via Concezione n. 6, Messina); dell’incontro sarà altresì realizzata una diretta streaming sulla piattaforma Microsoft Teams, accessibile attraverso il link tinyurl.com/zjb5hfts

La lezione sarà tenuta dal prof. Giuseppe Giordano (Ordinario di Storia della Filosofia presso l’Università di Messina, nonché Direttore del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne – DICAM presso lo stesso Ateneo), con una relazione sul saggio “Che cosa significa essere Liberali” di Michael Walzer.

La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di 0,25 CFU per gli studenti dell’Università di Messina.

Come da delibera del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Messina e della Commissione “Accreditamento per la formazione” di AIGA, è previsto il riconoscimento di n. 12 crediti formativi ordinari in favore degli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina per la partecipazione all’intero corso.

Per le iscrizioni alla XIII edizione della Scuola di Liberalismo di Messina ed ulteriori informazioni riguardanti il corso, è possibile contattare lo staff organizzativo all’indirizzo mail SDLMESSINA@GMAIL.COM

Pippo Rao, Direttore Generale della Scuola di Liberalismo di Messina

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Shoigu non russa e attacca l’Italia sull’Indo (poco) Pacifico


Durante il decimo Forum Xiangshan a Pechino, il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu, invitato speciale, ha inserito l’Italia tra i Paesi membri della Nato il cui coinvolgimento geopolitico nell’Indo Pacifico sta contribuendo alla militarizzazione e

Durante il decimo Forum Xiangshan a Pechino, il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu, invitato speciale, ha inserito l’Italia tra i Paesi membri della Nato il cui coinvolgimento geopolitico nell’Indo Pacifico sta contribuendo alla militarizzazione e all’accelerazione della corsa agli armamenti in quella regione di mondo e per riflesso a livello globale.

Le sue dichiarazioni, riportate da Ria Novosti, arrivano mentre Cina e Russia stringono i ranghi della cooperazione, orientata soprattutto a diffondere una narrazione anti-occidentale – principale punto di tenuta della partnership sino-russa.

“Le iniziative politiche Gran Bretagna, Francia, Germania, Paesi Bassi e Italia, membri Nato, contribuiscono alla militarizzazione e all’accelerazione della corsa agli armamenti. Stanno espandendo la presenza regionale delle componenti nazionali delle forze navali e aeree, aumentando la regolarità e aumentando la scala di esercitazioni militari multilaterali, durante le quali si creano scenari di contenimento e contrasto”, dice il ministro.

Shoigu ha accusato la Nato di nascondere, tramite l’attività di quei Paesi membri, l’accumulo di forze militari nella regione indo-pacifica e farlo passare per un “desiderio di dialogo” e ha affermato che la Nato sta anche imponendo alleanze ai Paesi asiatici e linee di interazione operativa ai suoi partner.

Il decimo Forum Xiangshan si sta svolgendo a Pechino dal 29 al 31 ottobre e rappresenta un’importante piattaforma di discussione sulla sicurezza e la difesa a livello internazionale. Le parole di Shoigu dimostrano ancora una volta che le interconnessioni tra il quadrante geostrategico euro-atlantico e quello indo-pacifico sono intense e costanti.

Pechino usa il forum come forma di contatto diretto con i Paesi indo-pacifici ai quali rivolgere quel genere di narrazioni che il ministro russo ha diffuso con le sue dichiarazioni. È un modo per sottolineare quelle linee di propaganda che ruotano attorno all’Occidente che infiamma i conflitti attraverso una visione del mondo a blocchi, uno dei cavalli di battaglia dello storytelling che accompagna la politica estera cinese.

Allo Xiangshan è presente anche una delegazione della Nato, guidata da Wendin Smith, direttrice del Centro per il controllo degli armamenti, il disarmo e le armi di distruzione di massa dell’alleanza (Acdc). L’obiettivo è non lasciare spazi per il proliferare incontrollato a queste propaganda, anche attraverso le interazioni dirette che il forum pechinese potrebbe permettere.


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#laFLEalMassimo – Episodio 105: Debito Pubblico e Concorrenza Sleale


Da oltre un anno questa rubrica si apre ricordando l’invasione operata dalla Russia ai danni del popolo Ucraino e precisando che le ragioni di chi ha a cuore la libertà individuale e la democrazia possono stare solo dalla parte del popolo invaso. A questo

Da oltre un anno questa rubrica si apre ricordando l’invasione operata dalla Russia ai danni del popolo Ucraino e precisando che le ragioni di chi ha a cuore la libertà individuale e la democrazia possono stare solo dalla parte del popolo invaso. A questo va aggiunto un pensiero sul conflitto in corso sulla striscia di Gaza e l’augurio che le ostilità possano cessare in tempi brevi e con il minor numero possibile di vittime.

Venendo alle vicende e vicissitudini del nostro paese registriamo che lo stato italiano, che si caratterizza da tempo per un azione invadente e invasiva nel tessuto economico e sociale, ha ventilato di recente una nuova e fantasiosa distorsione dei meccanismi di mercato esentando i Buoni Poliennali del Tesoro dal calcolo dell’ ISEE.

Il governo italiano che già concorre con le aziende private nella raccolta del risparmio ed esercita una concorrenza sleale in virtù della fiscalità agevolata di cui beneficiano i titoli di stato ha quindi deciso che il possesso di BTP non costituisce un indicatore di ricchezza da tenere in considerazione ai fini delle valutazioni per l’accesso a prestazioni sociali agevolate.

Nel merito si tratta di una mera propaganda e marketing elettorale perché è difficile immaginare che una misura di questo genere possa in qualche modo incidere in modo significativo sulle scelte di risparmio degli italiani. Quello che va evidenziato è che ancora una volta la politica, nel tentativo di comprare il consenso degli elettori non esita a introdurre l’ennesimo elemento di distorsione sui mercati.

Dunque lo stato che invade costantemente la vita dei cittadini e delle imprese e che esercita una concorrenza sleale nei confronti di queste ultime in merito alla raccolta del risparmio dopo aver toccato il fondo ha deciso di iniziare a scavare con la proposta di esentare i BTP dal calcolo ISEE

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Come cambia la guerra del ventunesimo secolo secondo il Cepa


Il conflitto in Ucraina ha svolto un ruolo da acceleratore nel processo di sviluppo di nuove tecnologie e nuove metodologie per la conduzione della guerra. A essere protagonista dell’attuale processo di innovazione nel warfare sono senza dubbio gli uncrew

Il conflitto in Ucraina ha svolto un ruolo da acceleratore nel processo di sviluppo di nuove tecnologie e nuove metodologie per la conduzione della guerra. A essere protagonista dell’attuale processo di innovazione nel warfare sono senza dubbio gli uncrewed system, sempre più diffusi nei domini di terra, mare e aria. E le attenzioni della comunità strategica si concentrano soprattutto sulle potenzialità di autonomia di tali sistemi. L’implementazione della tecnologia dell’Intelligenza artificiale in queste armi rappresenterebbe una svolta altrettanto epocale di questo lo sia stata l’introduzione di elementi bellici pilotati da remoto: l’applicazione dell’autonomia (comunicare, reindirizzare e prendere decisioni in base ai dati raccolti sull’ambiente circostante, eliminando la necessità di un continuo intervento umano) a una rete di droni rappresenta il passo fondamentale per realizzare il fenomeno noto come drone swarming, in cui una rete di droni esegue le missioni come un’unica entità concentrata.

Il tema viene affrontato dal Center for European Policy Analysis in un report, dove vengono evidenziate alcune questioni centrali al riguardo. L’impiego massiccio di questi sistemi da parte di ambo le fazioni all’interno del teatro ucraino ha portato a svelare sfide e opportunità per contrastare e utilizzare efficacemente i sistemi senza equipaggio autonomi o meno. Grazie alle nuove reti di comunicazione satellitare, i droni possono diventare nodi intelligenti di un articolato sistema autonomo in grado di risolvere collettivamente e in modo collaborativo compiti come la ricognizione in tempo reale di un’intera sezione del fronte, anche se le singole unità si guastano o sono disabilitate.

La Nato si sta muovendo in questa direzione, portando avanti sforzi sia a livello di organizzazione che attraverso i singoli Stati membri. Il “2022 Autonomy Implementation Plan” e la “2021 AI Strategy” rappresentano la spina dorsale del coordinamento di questi sforzi, atti sia ad acquisire nuove tecnologie che a proteggere quelle già disponibili da competitor e avversari. Ma la coesione di oggi non è sufficiente: è necessario un riallineamento più celere da parte di tutti gli Stati membri per affrontare al meglio le sfide in questione.

In particolare, il report del Cepa individua alcune questioni su cui l’Alleanza atlantica deve concentrare la propria attenzione all’interno del macro-tema: il bilanciamento tra sofisticazione tecnica e la facilità d’uso e di implementazione; la cooperazione tra dimensione commerciale e dimensione militare, che si sostanzia al meglio nelle tecnologie dual-use; l’incorporazione dei sistemi autonomi all’interno dei piani di difesa integrata dell’Alleanza; lo sfruttamento multi-dominio dei sistemi autonomi e uncrewed; l’accellerazione dei progressi d’acquisizione degli asset a livello nazionale.

Per approcciare al meglio tali questioni, gli analisti del think thank americano presentano alcune raccomandazioni a chiusura del documento. La prima riguarda la superiorità di dominio, fondamentale con l’accentuarsi della minaccia militare russa e di quella cinese. Attualmente, con la piena autonomia, pochi soldati potrebbero lanciare decine o centinaia di droni aerei in breve tempo, saturando le difese aeree. La Nato deve quindi sviluppare un nuovo modello di superiorità aerea in cui i mezzi tradizionali anti-aerea siano integrati da nuovi sistemi anti-drone potenzialmente autonomi. Considerazioni simili devono essere fatte per affrontare la minaccia di sistemi massicci senza equipaggio anche nel dominio terrestre e in quello marittimo.

La seconda concerne l’uniformità dei software negli strumenti di cui dispone l’apparato militare dell’Alleanza. La capacità di formare e dispiegare formazioni in rete di sistemi autonomi dipende infatti dall’utilizzo di sistemi operativi compatibili, in modo che la stessa applicazione di coordinamento possa essere distribuita su tutti i sistemi contemporaneamente. Mentre le caratteristiche dell’hardware rimangono fondamentali e aiutano a differenziare i fornitori, l’esecuzione di software proprietario e personalizzato compromette le capacità di rete.

Infine, l’ultima raccomandazione presentata dal Cepa riguarda l’adattamento del processo di acquisizione da parte dei governi. Nel caso dei sistemi autonomi, questo approccio è infatti orientato al software, il che significa che il sistema operativo e il software sono più importanti del sistema del drone su cui vengono eseguiti. Il software è fondamentale non solo per le prestazioni dei singoli sistemi, determinando la loro capacità di rilevare le minacce e prendere decisioni, ma anche per la loro capacità di integrarsi in una rete più ampia di sistemi attraverso il coordinamento e lo scambio di dati. I sistemi autonomi richiederanno aggiornamenti continui dei loro sistemi operativi, dei modelli di intelligenza artificiale e dei protocolli di dati per garantire la sicurezza, la capacità e l’interoperabilità, con un impegno costante dei fornitori. In futuro, l’acquisto di sistemi autonomi sarà più simile a quello di attrezzature informatiche che a quello di beni di difesa tradizionali. Il processo di approvvigionamento per gli alleati deve riflettere questa evoluzione nell’uso e nell’implementazione della tecnologia.


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I respiratori dei sub di Hamas sono “made in italy”?


I respiratori di tipo rebreather visti nelle immagini diffuse da Hamas sembrano corrispondere ai modelli Gravity Zero MK II di produzione italiana. Lo scrive H I Sutton, uno dei più maggiori esperti di difesa. ***UPDATE*** Here-> https://t.co/0fDCoh57bG T

I respiratori di tipo rebreather visti nelle immagini diffuse da Hamas sembrano corrispondere ai modelli Gravity Zero MK II di produzione italiana. Lo scrive H I Sutton, uno dei più maggiori esperti di difesa.

***UPDATE***
Here-> t.co/0fDCoh57bG

The diving gear seen in images released by #Hamas appear to match the Italian Gravity Zero MK II rebreather#Israel pic.twitter.com/VyB1xbb0xJ

— H I Sutton (@CovertShores) October 26, 2023

“I rebreather sono spesso preferiti dai sub militari perché non producono bolle come le tipiche attrezzature subacquee civili ‘a circuito aperto’”, spiega sottolineando comunque che sono disponibili anche al pubblico. L’equipaggiamento Gravity Zero è in vendita a circa 3.000 euro. Ma, avverte Sutton, anche i respiratori di Hamas dovessero essere quelli di Gravity Zero, “non trarrei conclusioni affrettate su come Hamas li abbia acquistati”.

“Parliamo di dotazioni civili, quindi facilmente acquistabili, che comunque poi richiedono l’esperienza di personale che prepari il set”, ha spiegato Guido Olimpio, giornalista del Corriere della Sera, su Facebook.

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L’Italia schiera la Marina nel Mediterraneo orientale. Ecco i dettagli


“L’Italia è pronta a fornire supporto umanitario alla popolazione interessata dal conflitto in atto in Medio Oriente”, spiega Palazzo Chigi in una nota. Il pattugliatore polivalente d’altura Thaon di Revel della Marina Militare, precauzionalmente rischier

“L’Italia è pronta a fornire supporto umanitario alla popolazione interessata dal conflitto in atto in Medio Oriente”, spiega Palazzo Chigi in una nota.

Il pattugliatore polivalente d’altura Thaon di Revel della Marina Militare, precauzionalmente rischierato a Cipro nei giorni scorsi, per poter rapidamente raggiungere le acque antistanti Israele/Gaza, è pronto a imbarcare materiale umanitario in afflusso dalla base logistica delle Nazioni Unite di Brindisi in afflusso a Cipro con vettori aerei dell’Aeronautica Militare e altro materiale reso disponibile dalla Croce Rossa Italia, si legge nella nota. Inoltre, due fregate multimissione della Marina Militare sono già in zona e una nave anfibia sta raggiungendo l’area per l’eventuale evacuazione umanitaria di personale nonché per il trasporto di ulteriore materiale di prima necessità.

Queste attività sono seguite direttamente dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, e coordinate dal Comando operativo di vertice interforze, agli ordini del generale Francesco Paolo Figliuolo.

L’Est del Mediterraneo può già contare sulle task force inviate dagli Stati Uniti, dalla Francia e dal Regno Unito. Washington ha dispiegato le portaerei USS Gerald R. Ford (a propulsione nucleare) e USS Dwight D. Eisenhower (diretta nel Golfo Persico). Parigi ha schierato la porta elicotteri Tonnerre in supporto all’Alsazia e alla Surcouf. Londra ha optato per un gruppo composto da due navi: la ausiliaria di classe Bay Landing Ship Dock (LSD) RFA Lyme Bay e la RFA Argus.


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Riarmo riluttante, le differenze tra Italia e Germania spiegate da Coticchia (UniGe)


“Dalla fine della Guerra fredda abbiamo assistito a un processo di trasformazione delle politiche di difesa di molti Paesi. Per Italia, Germania e Giappone si è trattato di un processo riluttante per via del background di questi Paesi”. Lo spiega Fabrizio

“Dalla fine della Guerra fredda abbiamo assistito a un processo di trasformazione delle politiche di difesa di molti Paesi. Per Italia, Germania e Giappone si è trattato di un processo riluttante per via del background di questi Paesi”. Lo spiega Fabrizio Coticchia, professore associato all’Università di Genova, che con Matteo Dian e Francesco Niccolò Moro ha pubblicato “Reluctant Remilitarisation” (Edinburgh University Press).

Che cos’ha spinto l’Italia ad avviare la trasformazione del suo strumento militare?

L’Italia ha sfruttato la giuntura critica di Desert Storm per avviare trasformazione. Lo ha fatto prima della prima Germania, che ha iniziato questo processo alla fine anni Novanta, e del Giappone, che si è mossa ancor più recentemente. Ciò significa per l’Italia poter contare sui feedback dell’esperienza militare, da Desert Storm alla Somalia ai Balcani, nel percorso verso la professionalizzazione delle forze armate e la nuova proiezione internazionale. Al contrario, gli altri due Paesi lo fanno in maniera più lenta e senza i feedback dell’esperienza militare.

Il contesto dell’aggressione russa dell’Ucraina è il momento di svolta per la Germania?

Per la Germania il contesto dell’aggressione russa dell’Ucraina rappresenta una Zeitenwende. Il processo è stato implementato con importanti investimenti. Tuttavia, per un consolidamento c’è bisogno di tempo. Non è ancora chiara la traiettoria anche alla luce del dibattito interno che riguarda sia il pacifismo sia l’equilibro tra welfare e warfare.

E per l’Italia?

La traiettoria dell’Italia, invece, rimane simile a quella del passato. Infatti, non assistiamo a un cambiamento drastico e radicale come fu Desert Storm. Nel Documento programmatico pluriennale della difesa recentemente pubblicato non si parla di strategia di sicurezza nazionale bensì ci si concentra sulle minacce multidimensionali e si sottolinea come il Mediterraneo Allargato sia vitale per i nostri interessi. La Russia, che ha riportato la guerra di conquista in Europa, è percepita come minaccia in quanto tale per gli alleati.

Quali sono le principali differenze nel dibattito in Germina e in Italia?

La Germania ha avviato recentemente una riflessione sugli interessi nazionali che si è tradotta quest’anno nella pubblicazione di una strategia di sicurezza nazionale. In Italia, invece, si fa fatica a sviluppare un approccio istituzionale per via di fenomeni di rimozione, terzomondista nel mondo democristiano e post-democristiano e internazionalista nel mondo comunista e post- comunista. Basti pensare che l’opinione pubblica tedesca è meno pacifista di quella italiana ma in Germania il dibattito arriva a livello politico, cosa che non accade da noi.


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Pichetto Fratin al convegno della Fondazione Luigi Einaudi: “La decarbonizzazione è un’opportunità per la nostra economia”


“L’Unione europea si è data obiettivi sfidanti di decarbonizzazione di medio e di lungo periodo e l’Italia condivide la necessità di ‘decarbonizzare’ il sistema, anche perché per la nostra economia può essere un’opportunità: ridurre l’indipendenza dai com

“L’Unione europea si è data obiettivi sfidanti di decarbonizzazione di medio e di lungo periodo e l’Italia condivide la necessità di ‘decarbonizzare’ il sistema, anche perché per la nostra economia può essere un’opportunità: ridurre l’indipendenza dai combustibili fossili vuol dire da un lato incrementare la nostra indipendenza e la sicurezza energetica e dall’altro restituire competitività al nostro sistema”. È quanto ha dichiarato il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, nel corso del convegno “PPAs and Energy Communities: Opportunities and Challenges for Europe”, organizzato in Senato dalla Fondazione Luigi Einaudi, durante il quale sono state presentate due pubblicazioni sul ‘Green Deal’ realizzate dalla Fondazione in collaborazione con European Liberal Forum.

“Quello presentato oggi alla Fondazione Einaudi è uno studio importante, realistico”, ha aggiunto il ministro, “che dà un contributo al percorso che abbiamo iniziato e che stiamo perseguendo con determinazione e con realismo. Il raggiungimento di un’economia net-zero al 2050 e un primo step di abbattimento del 55% al 2030 sono gli obiettivi per cambiare la ‘pelle’ energetica del Paese facendolo diventare anche un brand, qualificando i nostri prodotti e il nostro sistema di produzione”.

Dopo i saluti scritti del Senatore Giulio Terzi di Sant’Agata, ha aperto l’incontro il segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi, Andrea Cangini. “Abbiamo preso atto con infantile stupore che è stato un errore metterci nelle mani di una Russia con vocazione imperiale per quanto riguardava il gas, non vorrei che replicassimo l’errore consegnandoci mani e piedi all’impero Cinese per l’elettrico”, ha detto Cangini. “Sui materiali necessari alla costruzione di batterie e pannelli solari la Cina ha quasi il monopolio globale, rompere quel monopolio è importante tanto quanto rispettare le scadenze del Green Deal”. Hanno partecipato Marco Mariani, vicepresidente di European Liberal Forum, Tsvetelina Penkova, parlamentare europea, Paolo Arrigoni, presidente di GSE, Francesco Grillo, presidente di Vision, Chicco Testa, presidente di Assoambiente, e la coordinatrice del dipartimento Politiche Ambientali della Fondazione Einaudi, Simona Benedettini, in veste di moderatrice e di curatrice dei paper.

“Non si è padroni del proprio futuro, del proprio sistema produttivo, del proprio peso geostrategico, se non si è sovrani nel produrre l’energia indispensabile a far marciare il mondo nel quale viviamo”, ha detto Benedetto. “Troppo facilmente, ha aggiunto, “l’Italia ha creduto di poter fare a meno del nucleare. Il mix energetico, l’avere diverse fonti, è la sola garanzia di sovranità”. Serve buon senso, ha concluso Benedetto, “abbandonare il ‘cretinismo ideologico’, educare al pensiero critico chi ha come unico modello pensiero, quello alla Greta Thunberg”.

Formiche.net

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Con l’intesa Leonardo-Fincantieri l’Italia può essere leader dell’underwater. Il commento di Nones


Dopo l’annuncio, ecco la firma dell’intesa tra Leonardo e Fincantieri sul dominio underwater. Gli amministratori delegati delle due società, Pierroberto Folgiero e Roberto Cingolani, alla presenza del capo di Stato maggiore della Marina militare, ammiragl

Dopo l’annuncio, ecco la firma dell’intesa tra Leonardo e Fincantieri sul dominio underwater. Gli amministratori delegati delle due società, Pierroberto Folgiero e Roberto Cingolani, alla presenza del capo di Stato maggiore della Marina militare, ammiraglio Enrico Credendino, hanno sottoscritto un memorandum d’intesa dedicato al dominio dell’underwater. L’obiettivo è mettere insieme le capacità di entrambi i principali gruppi industriali della Difesa italiani e mettere a fattor comune le sinergie delle due società per rafforzare le capacità di ricerca e innovazione nel settore sottomarino. “Il nostro obiettivo è continuare a innovare il settore con soluzioni all’avanguardia” ha spiegato Folgiero, a cui ha fatto eco Cingolani: “L’approccio [al dominio subacqueo] non può che essere multidisciplinare, attraverso la forte sinergia dell’industria nazionale, che può vantare competenze uniche, allo stato dell’arte e riconosciute anche a livello internazionale”. L’iniziativa nasce anche alla luce della imminente costituzione del Polo nazionale della subacquea, il centro italiano che funzionare da hub italiano della ricerca nel settore, puntando a candidare il nostro Paese quale leader nell’evoluzione del comparto.

Il patto Leonardo-Fincantieri

Nello specifico, l’accordo impegna le due società a sviluppare insieme una rete di piattaforme e sistemi di sorveglianza, controllo e protezione delle infrastrutture critiche e aree marittime subacquee, per rispondere alle esigenze indicate a livello nazionale e nell’ambito di iniziative europee. L’accordo, dunque, copre gli ambiti più disparati del nuovo dominio underwater, dalla protezione di reti strategiche sottomarine, cavi, dorsali di comunicazione e infrastrutture offshore, sistemi di allerta da minacce sottomarine, nonché la messa in sicurezza delle attività di prospezione, sea-mining ed estrattive sul fondale del mare per l’accesso a risorse minerarie preziose. In particolare, Leonardo e Fincantieri lavoreranno insieme per sviluppare soluzioni all’avanguardia per i cosiddetti droni sottomarini, e la loro integrazione delle unità navali, che saranno i grandi protagonisti dello spazio sottomarino.

L’importanza dell’intesa

“L’accordo tra le due grandi imprese nazionali è un segnale importante di un nuovo modo di affrontare le sfide del futuro, sia sul piano tecnologico, sia industriale”, ha spiegato ad Airpress il vice presidente dell’Istituto affari internazionali, Michele Nones, definendo l’intesa una “impostazione corretta” e aggiungendo: “Spero che siano definitivamente consegnate alla storia le ostilità fra grandi gruppi che in passato hanno indebolito la crescita del Paese e delle stesse imprese interessante”. “Un tassello alla volta stiamo procedendo verso l’identificazione dell’importanza dell’ambiente sottomarino”, ha continuato Nones, ribadendo come “in un clima di collaborazione fra il principale produttore di piattaforme navali e il principale produttore di apparati tecnologici ed elettronici, l’Italia potrebbe in questo settore ad ambire a diventare leader, ripercorrendo il successo che abbiamo già avuto anche in altri settori” dove si è riusciti “a integrare capacità di piattaforma e di sistema”.

L’evoluzione underwater

Come illustrato dal vice presidente dello Iai, la situazione che si apre per la dimensione subacquea e in qualche modo simile “a quando, per lo spazio extra-atmosferico, si è passati da una esclusiva presenza delle grandi nazioni a una pluralità di soggetti medi e piccoli, anche civili”. Le profondità marine, dunque, rimarranno il dominio dei sottomarini, nucleari e convenzionali. Ma la prospettiva sta cambiando. L’ambiente underwater è una “fondamentale dimensione attraverso la quale passano gasdotti, oleodotti e, ovviamente, le reti cablate, e quindi Internet”. A questi elementi noti, si sta poi aprendo l’ulteriore evoluzione dell’approvvigionamento di materie rare dai fondali marini. “Tutto questo dimostra la crescente attenzione nei confronti dell’ambiente subacqueo, testimoniata dalla firma tra i due grandi gruppi industriali e il prossimo avvio del Polo nazionale della subacquea”, ha ribadito Nones.

Un controllo molto più esteso

In questo quadro si inserisce anche la proposta, contenuta nel nuovo Piano del mare, redatto dal Comitato interministeriale per le politiche del mare del ministero del Mare, di costituire una nuova autorità per il controllo del traffico subacqueo. “Questa capacità dovrebbe appoggiarsi, espandendole, alle già presenti capacità della Marina”. Uno del uno i problemi che si porranno sempre di più, spiega ancora Nones, è quello di riuscire a verificare cosa succede sotto sott’acqua in uno spazio geografico molto più esteso di quello delle acque territoriali o della sona economica esclusiva. “La protezione delle infrastrutture subacquee deve cominciare laddove queste entrano in mare e finisce quando ritornano a terra”. Questo significa spingersi molto in là nelle acque internazionali, fin quasi al limite della competenza del Paese di partenza. “Ecco perché in questo ambito è essenziale il ruolo, che deve essere prioritario, svolto dalla Marina”.

Deterrenza convenzionale sottomarina

Tra l’latro, nel dominio sottomarino si sta assistendo anche un’evoluzione tecnologica i cui effetti strategici sono potenzialmente rivoluzionari. “Il salto generazionale nella subacquea – dice ancora Nones – si è già avuto con lo sviluppo dei sistemi di propulsione anaerobica Aip (air-independent propulsion)”, che consentono ai sottomarini convenzionali di avere un tempo di immersione significativamente maggiore rispetto al classico sistema misto diesel-elettrico. Combinato con lo sviluppo di batterie ad altissima capacità, “avremo sottomarini convenzionali la cui autonomia è simile a quelli nucleari”. L’effetto è quello di avere, attraverso l’installazione di missili superficie-superficie o antinave, “sommergibili convenzionali in grado di svolgere un’azione di deterrenza, in passato prerogativa esclusiva dei sottomarini nucleari”. Questo apre una sfida sul piano strategico e militare “ma è sicuramente una novità di cui l’Italia dovrà assolutamente tener conto”.


formiche.net/2023/10/italia-le…

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Giorni fa il ministro Lollobrigida ha ritirato la notifica del disegno di legge sulla carne coltivata.

Nell’articolo di oggi spiego come funziona la notifica e perché il disegno di legge in questione è un flop annunciato in Ue, e non solo

valigiablu.it/carne-sintetica-… via @valigiablu

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Colpevoli & vincenti di Davide Giacalone


Viviamo nell’area più ricca, libera, sana e longeva del mondo. Eppure non si sente che parlare delle colpe occidentali, del declino, della soccombenza, della debolezza, della povertà e così andando con difetti e drammi. Che non mancano, perché le cose peg

Viviamo nell’area più ricca, libera, sana e longeva del mondo. Eppure non si sente che parlare delle colpe occidentali, del declino, della soccombenza, della debolezza, della povertà e così andando con difetti e drammi. Che non mancano, perché le cose peggiori prodotte dalla storia sono quelle che pensano d’essere perfette. Mentre noi siamo orgogliosamente imperfetti. Ma c’è una radice profonda, in quell’antioccidentalismo degli occidentali, e va cercata nella paura della libertà, che comporta sempre una collettiva e personale responsabilità. Molti orfani delle ideologie novecentesche non apprezzano la libertà di sognare e realizzare, ma tremano alla mancanza delle false certezze. Senza le quali si vive assai meglio.

Rubbettino Editore

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Un patto Leonardo-Fincantieri. Il piano di Cingolani per l’industria della Difesa


Cooperazione, sinergia, partenariati. Sono queste le parole-chiave che sono emerse dall’intervento dell’amministratore delegato e direttore generale di Leonardo, Roberto Cingolani, nel corso della usa audizione in commissione Difesa della Camera. “Dobbiam

Cooperazione, sinergia, partenariati. Sono queste le parole-chiave che sono emerse dall’intervento dell’amministratore delegato e direttore generale di Leonardo, Roberto Cingolani, nel corso della usa audizione in commissione Difesa della Camera. “Dobbiamo aprire l’orizzonte e capire che la sicurezza nazionale è una questione molto più complessa rispetto a quella vista finora, motivo per cui i Paesi europei devono fare sinergia”, ha sottolineato il manager di Monte Grappa, descrivendo come il gruppo stia lavorando per essere “uno dei motori della creazione dello spazio europeo della sicurezza, per rendere il nostro un Continente forte e sicuro”.

Il patto Leonardo-Fincantieri

Naturalmente, questo lavoro deve iniziare a livello nazionale, mettendo insieme il lavoro dei colossi nazionali. “Si tratta di politica nazionale, ma anche di geopolitica europea” ha sottolineato Cingolani. È in questo quadro che si inserisce la rinnovata collaborazione che caratterizza l’attuale fase delle relazioni tra Leonardo e Fincantieri. “È scoppiata la pace” ha ironizzato l’ad, spiegando come con l’amministratore delegato del gruppo triestino, Pierroberto Folgiero, abbiano concordato sul fatto che “la situazione all’esterno è talmente complicata che non possiamo avere competizione interna”. Per questo i due gruppo stanno lavorando a un accordo industriale su determinati temi: “Non è così complicato, loro fanno cose che galleggiano e noi che volano, con l’elettronica fa da collante”. L’obiettivo è quello di mettere a sistema il patrimonio industriale italiano, un progetto che intende coinvolgere tutte le altre realtà e aziende, anche le più piccole, in modo che “sul piano industriale sia tutto più chiaro”.

Sinergie continentali

Quello a livello nazionale è solo il primo passo per Cingolani, che punta su alcune alleanze “per creare poli europei su settori fondamentali della Difesa, con alcune joint venture di levatura gigantesca”. Esempio fondamentale e modello da seguire, per l’ad, è il consorzio sul caccia di sesta generazione Global ai combat programme (Gcap), che vede coinvolti Italia, Giappone e Regno Unito. Cingolani, tra l’altro, aveva già sottolineato a inizio mese, a margine della Cybertech Europe 2023, come l’Italia dovesse cogliere il momento per rivedere “al rialzo” la propria posizione all’interno del consorzio. L’obiettivo è cercare di stare “su tutti i tavoli alla pari nei contesti che ci interessano, in modo da contribuire in maniera forte a una visione di politica industriale italiana”. Il punto però, sottolinea Cingolani non è “essere i numeri uno di qualcosa, non è quello l’obiettivo. Nessuno può essere campione del mondo della sicurezza e della difesa”, ma bisogna essere “i migliori in tutte le piattaforme e gli ambiti relativi a questi comparti che ci riguardano”

Una corsa tecnologica

Tra i settori che dovranno vedere più di altri l’iniziativa industriale e degli investimenti c’è quello della protezione e sicurezza cibernetica. “Il conflitto in Ucraina ci sta insegnando che sono i bites, i dati che stanno diventando importantissimi per condurre una guerra”, attraverso l’uso combinato di satelliti, cellulari e droni accanto ai mezzi militari convenzionali. “La corsa che dobbiamo fare per il futuro è tecnologica”, ha proseguito Cingolani, registrando come a livello europeo si stia sviluppano un approccio alla difesa che guardi a un livello generale più ampio. È la sicurezza continentale, che tiene insieme non solo la difesa tradizionale, ma guarda anche alla sicurezza energetica, delle infrastrutture, cyber e di tutti gli altri campi essenziali per il benessere delle nostre società. In questo quadro “Leonardo sta portando avanti una digitalizzazione a marce forzate”, dal momento che in filiere come quella dei chip o del cloud “la sicurezza è difficile da mantenere se si è dipendenti dalle forniture esterne”.


formiche.net/2023/10/patto-leo…

Manovrando


Pareva brutto aumentare il prelievo fiscale sulla benzina dopo avere promesso quel che non era possibile, ovvero la cancellazione di tutte le accise, ma si ripresenta un ‘sempre verde’ degli aumenti: quello del prezzo delle sigarette. Un consumo, quello d

Pareva brutto aumentare il prelievo fiscale sulla benzina dopo avere promesso quel che non era possibile, ovvero la cancellazione di tutte le accise, ma si ripresenta un ‘sempre verde’ degli aumenti: quello del prezzo delle sigarette. Un consumo, quello delle bionde, che non si concentra fra i pochissimi onestamente e redditualmente ricchi. Fortuna che il contrabbando è stato contrastato con efficacia, altrimenti sarebbe stato un vantaggio per quel settore. Anche gli assorbenti (che vedono risalire l’Iva) o il latte in polvere non sono consumi limitati all’ambiente dei riccastri.

Per le pensioni taluni degli odierni governanti avevano promesso lo smantellamento della legge Fornero. Si va, ragionevolmente e meritoriamente, in direzione opposta rendendo più gravose le uscite anticipate. Prima o dopo si prenderà atto del prevalere del sistema contributivo, sicché ciascuno potrà essere libero di ritirarsi quando gli pare, ma esclusivamente sulla base del versato e senza regali a carico di altri.

Nel testo della legge di bilancio resta la riduzione del cuneo fiscale, ma soltanto per i redditi bassi. Resta anche la riduzione del canone Rai, ma con un che di fastidioso: quella roba va cancellata e la Rai messa sul mercato, mentre cincischiare sulle cifre è irritante.

Chi si aspettava chissà quali diversità non aveva letto i numeri delle previsioni economiche. A criticare son tutti bravi e a fare i fenomeni promettenti anche. Quel che pare disdicevole è il metodo: sgravi fiscali coperti da aggravi fiscali, mentre la riduzione della spesa resta una promessa legata a un automatismo che genererà mostri, come quello delle multe ai medici per i troppi straordinari.

Misteriosa, infine, la ragione per cui s’insiste a volere tenere fuori i buoni del debito pubblico dal calcolo del reddito equivalente (l’Isee), la cui finalità è quella di assegnare contributi o consentire sgravi. Hanno idea che esistano bisognosi gonfi di Btp? Non soltanto i risparmiatori italiani non comprano quei buoni (capaci di assorbire circa il 6-7% del risparmio privato), ma quel tipo di favore contabile – per non essere illegittimo oltre che inutile – dovrebbe riguardare tutti gli analoghi titoli europei, con il che saremmo il solo posto al mondo in cui i presunti poveri investono in Bund e Bonos. In quel caso sarà bene denominarli in maniera più precisa: evasori fiscali.

La Ragione

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Le Università digitali come fattore di riduzione delle diseguaglianze


Relatori Andrea Cangini, Segretario General FLE Gian Marco Bovenzi, Ricercatore FLE Alessandra Ghisleri, Direttrice di Euromedia Research Prof. Paolo Miccoli, Presidente UNITED Interverranno Sen. Alberto Balboni, President Commissione Affari Costituzional

Relatori
Andrea Cangini, Segretario General FLE
Gian Marco Bovenzi, Ricercatore FLE
Alessandra Ghisleri, Direttrice di Euromedia Research
Prof. Paolo Miccoli, Presidente UNITED

Interverranno
Sen. Alberto Balboni, President Commissione Affari Costituzionali al Senato
Sen. Roberto Marti, Presidente Commissione Cultura al Senato
On. Nazario Pagano, President Commissione Affari Costituzionali alla Camera

Sarà possibile seguire l’evento online, in diretta streaming su webtv.senato.it e sul canale YouTube del Senato Italiano. Le opinion e i contenuti espressi nell’ambito dell’iniziativa sono nell’esclusiva responsabilità dei proponenti e dei relatori e non sono riconducibili in alcun modo al Senato della Republica o a organi del Senato medesimo. L’accesso alla Sala – con abbigliamento consono, e per gli uomini, obbligo di giacca e cravatta – è consentito fino al raggiungimento della capienza massima. Gli operatori ed i giornalisti devono accreditarsi scrivendo a stampa@fondazioneluigieinaudi.it

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Presentazione del libro “Il diritto dei controlli societari” di Alessandro De Nicola


Saluti Istituzionali Giuseppe Busia, Presidente A.N.A.C. Intervengono Giuseppe Benedetto, Presidente Fondazione Luigi Einaudi Margherita Bianchini, Vice Direttore Generale, Assonime Alessandro De Nicola, Senior Partner, Orrick Giorgio Martellino, Presiden

Saluti Istituzionali
Giuseppe Busia, Presidente A.N.A.C.

Intervengono
Giuseppe Benedetto, Presidente Fondazione Luigi Einaudi
Margherita Bianchini, Vice Direttore Generale, Assonime
Alessandro De Nicola, Senior Partner, Orrick
Giorgio Martellino, Presidente AITRA e General Counsel AVIO
Daniele Santosuosso, Professore Diritto Commerciale, Università La Sapienza
Stefano Toschei, Consigliere di Stato e Presidente Comitato Scientifico AITRA

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Prepariamoci, le prossime europee saranno le elezioni della storia più inquinate dalla disinformazione


Breve premessa in tre punti essenziali. Punto primo. Da una ricerca realizzata dal Censis due anni fa risulta che un italiano su tre si informa esclusivamente sui social; nel 2021 il trend era in forte crescita, c’è pertanto da credere che la percentuale

Breve premessa in tre punti essenziali. Punto primo. Da una ricerca realizzata dal Censis due anni fa risulta che un italiano su tre si informa esclusivamente sui social; nel 2021 il trend era in forte crescita, c’è pertanto da credere che la percentuale sfiori oggi il 50%. Punto secondo. Uno studio del Mit di Boston ha dimostrato che su Twitter, ma non c’è ragione di ritenere che su Tik Tok o altri social network la percentuale sia inferiore, le notizie false si diffondono sei volte più velocemente delle notizie vere. Punto terzo. Come ha osservato nel lontano 1917 il senatore americano Hiram Johnson, “quando scoppia la guerra, la prima vittima è la verità”; di guerre guerreggiate ne sono scoppiate due (la prima conseguente l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa, la seconda conseguente l’attacco ad Israele da parte di Hamas), mentre la guerra tra il risorgente impero cinese e quel che resta del vecchio impero americano è per il momento contenuta ai livelli commerciali, di intelligence, di propaganda. È quella che gli esperti chiamano guerra “ibrida”.

Non occorre, dunque, disporre di informazioni riservate per prevedere che le prossime elezioni europee saranno le più inquinate dalla disinformazione della storia democratica dei 27 Paesi che fanno parte dell’Ue. Per convincersene, basta unire con spirito critico i tre punti della premessa. Minare la legittimità dei processi democratici e favorire le forze politiche meno affini alla sensibilità europeista ed atlantista sarà, allora, l’obiettivo della propaganda russa, di quella cinese e di quella islamica filo Hamas, per l’occasione unite in un unico fascio legato insieme da interessi strategici comuni.

Grazie ai social, e grazie al progressivo abbandono da parte dei cittadini-elettori delle fonti di informazione per così dire tradizionali, l’opera di disinformazione appare oggi quantomai semplice. Un recente studio dell’European Council on Foreign Relations (Ecfr) ne ha dimostrato le potenzialità. Nei mesi tra la caduta del governo Draghi e le successive elezioni politiche, gli analisti del Ecfr hanno studiato l’output di 235.428 account su Twitter e ne hanno trovato 1763 insolitamente attivi. Rappresentavano l’1,2% del totale, ma hanno pubblicato il 33,3% di tutte le attività identificate come discussione politica su Twitter in quel periodo. Poco più dell’un per cento dei profili ha determinato oltre il trenta per cento delle conversazioni. Naturalmente, si trattava di profili filo russi e filo cinesi, filo sovranisti e filo grillini, che hanno sistematicamente avvelenato i pozzi dell’informazione con false notizie tese a determinare una forte, fortissima polarizzazione nell’elettorato.

Allora, la questione arabo israeliana non era ancora esplosa. Da quando è esplosa, tutte le agenzie di intelligence riscontrano un’esorbitante crescita sui social della propaganda anti occidentale e pro Hamas. In parte il fenomeno è dovuto all’attività cyber dei gruppi filo russi, filo cinesi e filo islamici. In parte è dovuta alla natura stessa della Rete. L’obiettivo di tutti gli operatori del Web è tenere gli utenti incollati il più a lungo possibile al video dello smartphone. Come? Radicalizzando le discussioni grazie ad una sapiente programmazione degli algoritmi e ad una consistente dose di fake news capaci di alimentare i pregiudizi di ciascuno di noi.

Non è un segreto, è una regola. Regola involontariamente svelata dal proprietario di X, il vecchio Twitter, Elon Musk, che nei giorni scorsi ha suggerito ai propri follower di seguire due siti in particolare per informarsi su quanto stava accadendo in Medio Oriente. Erano due due siti dichiaratamente anti semiti. Quando, travolto dalle polemiche, Musk li ha cancellati, i suoi post erano già stati visualizzati, e si presume introiettati, da 11 milioni di utenti.

Le prossime europee saranno le elezioni più inquinate della Storia, impensabile governare il mondo senza essere prima riusciti a governare la Rete.

Huffington Post

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Frusciante


Scoppia subito la polemica sul limite all’uso del contante: quanto deve essere? Lo vogliamo più alto! È una questione di libertà. Favorisce l’evasione fiscale. Temo sia in grandissima parte una discussione è totalmente inutile. L'articolo Frusciante prov

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Scoppia subito la polemica sul limite all’uso del contante: quanto deve essere? Lo vogliamo più alto! È una questione di libertà. Favorisce l’evasione fiscale. Temo sia in grandissima parte una discussione è totalmente inutile.

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RiTagli


Siete fra quanti hanno considerato una follia sanzionare medici e infermieri per avere fatto troppi straordinari e avete poi apprezzato l’intervento del Presidente della Repubblica? Bene, siete fra le persone ragionevoli. Ma non ce la si deve prendere con

Siete fra quanti hanno considerato una follia sanzionare medici e infermieri per avere fatto troppi straordinari e avete poi apprezzato l’intervento del Presidente della Repubblica? Bene, siete fra le persone ragionevoli. Ma non ce la si deve prendere con la “burocrazia”, si deve capire cosa sia successo e perché. Dopo di che si sarà molto, ma molto più arrabbiati. Anche perché l’errore a monte della questione, che si trova nella legge, si riprodurrà adesso in quella di bilancio.

Non basta che una spesa abbia una nobile motivazione per essere anche giusta. Si può avere un encomiabile intento e una pessima spesa. Quindi non basta dire “salute” (ma neanche “Covid”) per giustificare spese crescenti. Si deve sempre controllare. Ed è qui che cascano gli asini.

Una spesa relativa a un periodo che va dal giugno 2021 al settembre 2022 non può essere sanzionata alla fine del 2023, quando è già stata effettuata e continuata. Con quei tempi di controllo e intervento andrebbe in fallimento qualsiasi impresa. Ma, appunto, la spesa era stata controllata e approvata dai direttori delle Aziende sanitarie che, però, sono sia gestori che controllori della spesa, facente capo alla Regione d’appartenenza. Tanto è vero che, nel caso di Bari, il direttore generale competente aveva presentato ricorso avverso la sanzione di cui all’intervento del Quirinale. Sanzione che era stata fatta dall’Ispettorato del lavoro, che con la sanità non c’entra nulla ma che è preposto al controllo della spesa per la retribuzione dei dipendenti. E questi sono i due primi ragli.

Poi: per il periodo precedente quello oggetto della sanzione, tutto bene? Strano, perché per i 12 mesi antecedenti – quelli più duri e difficili per la pandemia – ci si sarebbe aspettato un utilizzo massiccio dello straordinario e dei mancati riposi. Eppure nulla. Strano, a meno che quei reparti non si fossero nel frattempo svuotati di medici e infermieri. E se invece i controllori avessero fatto finta di non vedere, sarebbe anche peggio.

Perché l’asineria più inquietante si trova nella norma. La spesa va sempre controllata e può sempre essere migliorata, anche senza farla crescere, anche tagliandola o aumentandola a ragion veduta. Se questo mestiere non lo si sa fare, se (come capita da noi) il controllore è il controllato e la revisione della spesa non funziona né in italiano né nell’inglese della spending review, allora – per evitare che finisca del tutto fuori controllo – si ricorre a meccanismi automatici. E uno di questi è qui scattato innescando la sanzione, che dovrebbe essere automatica quanto il meccanismo. Solo che sono ciechi.

Tale modalità operativa si ritrova pari pari nella legge di bilancio, che per far quadrare i conti sulla carta non soltanto apposta privatizzazioni per un valore solo sperato, ma prevede un taglio delle spese in capo alle amministrazioni pubbliche, nazionali e locali, che ove non sia effettuato darà luogo a un taglio lineare del 5%, ovvero il meccanismo automatico che ora tutti sono pronti a bollare come assurdo e forse anche offensivo. Salvo moltiplicarlo su scala assai più vasta.

A fronte di questo il Colle può imprecare, ma non risolvere. Le semplificazioni giornalistiche non soltanto fuorviano, ma illudono. Devono intervenire il governo e il legislatore (quest’ultimo manco conosce le leggi che sforna, sicché ci sarà un decreto che poi verrà convertito con l’aggiunta di altre astruserie), che però s’erano appena apparecchiati a fare l’esatto opposto, ovvero rimediare per via lineare e meccanica all’incapacità di controllare e riqualificare il dettaglio di ciascuna spesa. Ove prevalesse la seconda cosa nessuno avrebbe mai contestato che si sia rimasti a intubare troppo a lungo, mentre sarebbe bene contestare le corsie dove il lavoro non ferve proprio per niente o le liste d’attesa per diagnosi che si potrebbero fare in fretta, se soltanto qualcuno non spegnesse le macchine.

Insomma, la vicenda è uno dei ritagli della spesa pubblica inefficiente. E non è risolta manco per niente.

La Ragione

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Perché Washington manda in Israele un generale dei Marines


Il supporto militare di Washington a Tel Aviv continua a concretizzarsi, e non solo tramite l’invio di armi (con muniziono e altri equipaggiamenti che continuano comunque a fluire nella regione). Nelle scorse ore l’amministrazione Biden ha infatti diffuso

Il supporto militare di Washington a Tel Aviv continua a concretizzarsi, e non solo tramite l’invio di armi (con muniziono e altri equipaggiamenti che continuano comunque a fluire nella regione). Nelle scorse ore l’amministrazione Biden ha infatti diffuso la notizia dell’invio di una delegazione di ufficiali guidata da James Glynn, generale a tre stelle del US Marine Corps con esperienze di comando durante le operazioni militari contro lo Stato islamico negli scorsi anni.

Il compito di questo gruppo di ufficiali “con un’esperienza pertinente all’operazione che gli israeliani stanno conducendo” è “condividere il loro punto di vista e porre domande difficili, le stesse domande difficili che abbiamo posto alle nostre controparti israeliane fin dall’inizio” riferisce il capo delle comunicazioni strategiche del National Security Council John Kirby.

Quelle domande difficili sono un fattore determinante sia dal punto di vista tecnico — che riguarda il cosa si aspettano davanti i reparti israeliani che invaderanno la Striscia — sia dal punto di vista politico. Come gestire i combattimenti tra civili senza suscitare il clamore internazionale? Come evitare successivamente la ri-insorgenza di Hamas?

Glynn e i suoi uomini possono aiutare non a dare risposte definitive, ma a mettere a disposizione dei vertici delle Israeli Defence Forces, impegnati nella pianificazione dell’operazione di terra contro il gruppo palestinese responsabile dell’attacco del 7 ottobre, le proprie conoscenze e le proprie esperienze nel campo dell’urban warfare. La realizzazione di un’operazione militare terrestre nella Striscia, volta a sradicare Hamas, dev’essere preceduta da un attento lavoro di pianificazione infatti, per evitare di trasformarsi in uno scenario catastrofico come quello evocato dal generale David Petraeus.

Gli Stati Uniti hanno acquisito esperienza di combattimento in contesti urbani negli anni recenti grazie al supporto fornito ai gruppi di combattenti curdi e iracheni impegnati nella lotta contro il Califfato. In particolare, all’interno degli scontri per la liberazione delle città di Raqqa e di Mosul. E adesso gli ufficiali mandati in Terra Santa devono capire quale approccio Israele intenda utilizzare, domanda a cui non si ha ancora risposta. A certificarlo è stato lo stesso Joe Biden, che durante il suo discorso tenuto a Tel Aviv pochi giorni fa ha specificato che sia necessaria una “chiarezza negli obiettivi, e nel percorso da seguire al fine di raggiungerli”.

Le alternative sono due: la prima è quella di cercare di eliminare Hamas usando attacchi aerei chirurgici, combinati con interventi mirati da parte di truppe per operazioni speciali, esattamente come hanno fatto gli aerei da guerra americani e le truppe irachene e curde a Mosul. Altra opzione: entrare a Gaza con un contingente più massiccio composto da carri armati e fanteria, in uno scenario simile a quello della battaglia di Falluja del 2004.

Secondo gli ufficiali americani, entrambi gli approcci comporteranno gravi perdite. Ma ancora di più nel caso di un “approccio Falluja”. Al Pentagono si preferirebbe infatti che le operazioni si ispirassero a quelle condotte contro l’Is negli scorsi anni, così da prevenire al massimo tanto vittime militari quanto vittime civili.

Glynn ha guidato è stato vice comandante generale delle operazioni speciali dell’operazione “Inherent Resolve”, da luglio 2017 a luglio 2018. In quel periodo, l’Is (noto anche come Isis) si stava trasformando da organizzazione statuale che controllava una larga fetta di territorio nel Siriaq a forza ribelle insorgente.

“Una delle cose che abbiamo imparato è come tenere conto dei civili nello spazio di battaglia, e loro sono parte dello spazio di battaglia, e noi, in conformità con la legge di guerra, dobbiamo fare ciò che è necessario per proteggere quei civili” ha affermato il segretario alla difesa americano Lloyd J. Austin, che nel corso di una conversazione telefonica con il Ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha sottolineato l’importanza del “rispetto delle leggi della guerra” e della “protezione dei civili”.

Ma il coinvolgimento americano è solamente di tipo consultivo. Sia Washington che Tel Aviv rimarcano come gli Stati Uniti non stiano facendo pressioni di sorta sul governo presieduto da Benjamin Netanyahu, né tantomeno stiano prendendo decisioni in sua vece. Lo stesso Glynn tornerà in patria una volta assolto il suo compito, e non sarà presente sul terreno quando le truppe israeliane metteranno in atto l’operazione.


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Messina, cinque borse di studio per i corsisti under 32


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Honoré De Balzac – Il colonnello Chabert


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Le vittime civili non sono tutte uguali


Nella primavera del 1999, sotto il comando della Nato, ma senza il via libera dell’Onu, l’Italia mosse guerra alla Repubblica Federale Jugoslava di Serbia e Montenegro con l’obiettivo dichiarato di detronizzare il presidente Slobodan Milosevic. Capo del g

Nella primavera del 1999, sotto il comando della Nato, ma senza il via libera dell’Onu, l’Italia mosse guerra alla Repubblica Federale Jugoslava di Serbia e Montenegro con l’obiettivo dichiarato di detronizzare il presidente Slobodan Milosevic. Capo del governo era il post comunista Massimo D’Alema, cui Francesco Cossiga non smise mai di ricordare che i bombardamenti italiani sulla città di Belgrado provocarono “535 morti civili tra vecchi, donne e bambini”. Non lo faceva solo per il gusto della provocazione, Cossiga. Lo faceva per ricondurre a verità l’ipocrisia di una guerra ribattezzata “operazione di difesa integrata”. Lo faceva per realismo, dunque. Per ricordare, cioè, che, al netto dei contorcimenti lessicali politicamente corretti, la guerra è uno strumento della politica e la politica ha a che fare con la vita e con la morte. Anche con la morte dei civili.

Morti civili, in guerra, ci sono sempre stati. L’apice fu raggiunto nel 1945 con la distruzione della città tedesca di Dresda per mezzo di bombe al fosforo (135mila vittime) e con le atomiche sganciate sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki (250mila vittime). Morti civili, in guerra, ci sono sempre stati, ma con il progresso della civiltà il loro numero è vertiginosamente aumentato: le democrazie faticano a giustificare la morte dei propri soldati mandati a combattere sul campo, preferendo di conseguenza fiaccare il nemico decimandone dall’alto il morale e la popolazione possibilmente grazie all’uso di droni, che consentono di non mettere a repentaglio neanche la vita di un pilota.

Danni collaterali, li chiamano spesso. E si tratta, chiaramente, di un’ipocrisia. Ipocrisia svelata, quando ci sono, dalle immagini video. La stessa ipocrisia che, come era solito denunciare ancora una volta Francesco Cossiga, ci induce da tempo a qualificare “operazioni di pace” quelle che a tutti gli effetti sono operazioni di guerra. Una questione di pudore, ma anche un grande equivoco: come se il fine della guerra fosse la guerra in sè piuttosto che la pace.

E allora, questo o quello per noi pari sono? I bambini israeliani sgozzati dai carnefici di Hamas sono pari ai bambini palestinesi morti sotto i bombardamenti israeliani? No, no davvero. E negarlo non è ipocrisia, è semplicemente realismo; quel realismo caro a Francesco Cossiga. È realismo dire che i bambini sgozzati da Hamas sono un orrore di cui nessun soldato israeliano sarebbe capace. È realismo dire che semmai fossero stati scoperti fatti analoghi a parti invertite questo avrebbe rappresentato un’onta irreparabile per lo Stato (democratico) di Israele. È realismo dire che uccidendo i civili israeliani Hamas non può illudersi di battere Israele, mentre uccidendo civili palestinesi Israele può illudersi di battere Hamas. È realismo dire che i morti civili fanno tutti orrore, ma i morti per mano israeliana fanno meno orrore degli altri perché, parafrasando la celebre battuta del presidente statunitense Roosevelt riferita al dittatore nicaraguense Somoza, “può essere che Israele sia un bastardo, ma è il nostro bastardo”. Affermazione brutale, così traducibile: può darsi che Israele stia abusando della forza, ma Israele è una democrazia filo occidentale che uccide i civili per difendersi, mentre Hamas è un’organizzazione terroristica che uccide i civili per distruggere Israele e insidiare l’Occidente. Perciò noi, piaccia o non piaccia, non possiamo far altro che stare con Israele. È una questione di realismo, direbbe Cossiga.

Formiche.net

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Resilienza delle infrastrutture critiche, così la Nato si prepara alla sfida. Parla Peronaci


Lo sguardo della Nato di fronte alle sfide del futuro intende essere davvero a 360°, estendendosi non solo all’aspetto geografico, ma anche di altri ambiti strategici, a partire dalla protezione delle strutture alla base del benessere e della stabilità de

Lo sguardo della Nato di fronte alle sfide del futuro intende essere davvero a 360°, estendendosi non solo all’aspetto geografico, ma anche di altri ambiti strategici, a partire dalla protezione delle strutture alla base del benessere e della stabilità delle società, tra cui spiccano le infrastrutture strategiche. Sul tema, Airpress ha intervistato il rappresentante permanente d’Italia presso il Consiglio atlantico, Marco Peronaci.

Ambasciatore, spesso si sente parlare di “resilienza” dei sistemi, che devono essere in grado di assorbire gli shock senza venirne travolti. Come declina la Nato questo concetto?

Per comprendere la portata e la rilevanza della “resilienza” in ambito Nato è necessario innanzitutto fare chiarezza sul concetto stesso di resilienza: un termine che da oltre un decennio si è diffuso anche in Italia divenendo parte del linguaggio comune, ma il cui uso ha ampliato sia il ventaglio dei settori in cui la parola è utilizzata, dall’originario ambito tecnologico (la proprietà dei materiali di resistere agli urti senza spezzarsi) alla psicologia, ai settori sociale, economico e politico, sia le sfumature del significato stesso di resilienza, che talvolta ha perso concretezza.

Concretezza e operatività che, invece, sono centrali nel concetto di resilienza per la Nato e per gli Alleati. Radicata nell’articolo 3 del Trattato dell’Atlantico del Nord, ossia dall’istituzione dell’Alleanza Atlantica nel 1948, la resilienza assume una funzione essenziale per l’Alleanza, tanto in tempo di pace come in caso di crisi o di conflitto: ossia, la capacità dei singoli Alleati e collettiva di essere preparati e, ove necessario, resistere, rispondere e riprendersi rapidamente da gravi shock, siano essi causati da disastri naturali, interruzioni delle infrastrutture critiche o attacchi ibridi o armati.

In che modo, allora, agisce la Nato di fronte a queste minacce?

Rispetto a questa essenziale esigenza di protezione delle nostre società da eventi dirompenti, l’evoluzione del contesto di sicurezza, delle attività della Nato e il sempre maggiore controllo privato anziché governativo delle infrastrutture critiche hanno indotto l’Alleanza al progressivo consolidamento di una vera e propria dottrina della resilienza. I Vertici Nato di Varsavia nel 2016, Bruxelles nel 2021, Madrid del 2022 e infine Vilnius nel 2023 hanno sviluppato e rafforzato la resilienza quale fattore abilitante per l’efficace raggiungimento di ciascuna delle tre funzioni essenziali dell’Alleanza Atlantica: deterrenza e difesa, prevenzione e gestione dei conflitti, sicurezza cooperativa. E, di conseguenza, anche per l’efficacia della sua postura. Se volessimo semplificare, sarebbe possibile immaginare la resilienza quale la “prima linea” di deterrenza e difesa dell’intera Alleanza Atlantica.

Quali sono le principali minacce all’orizzonte?

La pandemia e le conseguenze globali dell’aggressione russa contro l’Ucraina in primis, le crisi energetica e di sicurezza alimentare, hanno reso evidenti e concreti nella percezione pubblica le vulnerabilità dei sistemi socioeconomici e, con esse, gli enormi rischi e costi causati da simili shock, che potrebbero accadere anche nel futuro, rendendo al contempo ancora più nitida la necessità di prevenzione e preparazione.

Qual è stata, allora, la risposta della Nato?

A fronte delle minacce e delle sfide globali la “Nato del futuro” descritta dal nuovo Concetto strategico del 2022 ha ampliato il campo dei settori le cui vulnerabilità possono avere effetti, diretti o indiretti, sulla sicurezza collettiva e da cui dipende l’efficacia dell’Alleanza. Ne sono esempi concreti le catene di approvvigionamento, le infrastrutture critiche, le materie rare, ma anche l’esposizione alla disinformazione e gli attacchi ibridi e cyber. Un allargamento concettuale e pratico che, è bene precisarlo, rimane comunque ancorato ai principi del Trattato di Washington che attribuiscono alla responsabilità nazionale la traduzione pratica della difesa rispetto alle nuove e vecchie minacce.

Cioè?

Per esempio, nel caso italiano così come della maggior parte degli Alleati, ricadono in numerosi ambiti nelle competenze dell’Unione europea, rendendo pertanto la cooperazione tra Nato e Ue una necessità strategica e, al contempo, un’opportunità per sinergie nell’indirizzo delle risorse finanziare comunitarie, ad esempio in ambiti quali mobilità, energia e infrastrutture.

Quali sono, in questo senso, le priorità d’azione dell’Alleanza?

Ricomprendendo l’intero spettro delle minacce, la Nato ha identificato per la resilienza la necessità di assicurare tre funzioni essenziali (continuità di governo; continuità dei servizi essenziali; sostegno civile al settore militare) suddivise in sette esigenze di base (continuità di governo e dei servizi pubblici critici; forniture energetiche; capacità di gestire efficacemente i movimenti incontrollati di persone; risorse alimentari e idriche; capacità di gestire gravi crisi sanitarie; sistemi di comunicazione civile; sistemi di trasporto civile).

Quando si parla di resilienza dei sistemi, un argomento centrale del tema è la protezione delle cosiddette infrastrutture critiche…

È un settore di crescente rilevanza, anche nel quadro della cooperazione con il settore privato e industriale. Trattandosi di strutture-chiave per la fornitura di servizi essenziali ai cittadini tanto quanto alle Forze armate: cavi sottomarini, oleodotti e gasdotti necessitano di particolare prevenzione e protezione. Secondo stime Nato, le infrastrutture sottomarine trasportano ogni giorno circa dieci trilioni di dollari in valore, inclusi i vitali approvvigionamenti energetici, mentre il 95% dei flussi globali di dati è trasmesso attraverso cavi sottomarini. Non a caso, a seguito del sabotaggio del gasdotto Nord Stream, la Nato ha creato una Cellula di coordinamento per le infrastrutture critiche sottomarine. E proprio in questi giorni è al centro dell’attenzione il Balticconnector, che collega Finlandia ed Estonia. È evidente che la geografia italiana, nel cuore del Mediterraneo, rende tale dimensione della resilienza cruciale per il nostro Paese.

Quali sono, in questo senso, le iniziative della Nato

Come detto, in ambito Nato, la resilienza ha una natura molto concreta. Prova ne è che, dopo aver concordato gli obiettivi collettivi al Vertice di Vilnius del luglio 2023 gli Alleati, Italia compresa, sono chiamati ad adottare i propri Obiettivi di resilienza e Piani di attuazione nazionale, dando ulteriore concretezza agli impegni assunti in ambito Nato. In definitiva, il concetto di resilienza per la Nato è strettamente connesso a quello di vulnerabilità, ma affrontare le proprie vulnerabilità significa anche cogliere l’opportunità di rafforzare le nostre società per affrontare più serenamente il futuro e le sfide, tanto più se possiamo farlo collettivamente nel quadro di riferimento securitario e valoriale euro-atlantico cui apparteniamo. Di resilienza discuteranno i Senior Policy Officer dei Paesi dell’Alleanza il prossimo 7 novembre.

E per quanto riguarda l’Italia?

Il nostro Paese è già al lavoro per fare la sua parte, in stretto raccordo con la Nato. A giorni si terrà a Roma una riunione bilaterale di alto livello con funzionari Nato proprio sulla resilienza. Occorrerà operare con oculatezza, in coerenza con il nostro profilo di rischio nazionale e dando conseguente priorità a settori maggiormente esposti ai rischi, inclusi i servizi critici, le catene di approvvigionamento sostenibili e diversificate, le infrastrutture critiche. Sarà inoltre fondamentale evitare nuove dipendenze, siano esse legate alla dimensione energetica o tecnologica ovvero alla disponibilità di materie rare.


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Ecco come Russia e Cina si preparano alle guerre del futuro. Report Isw


Nei loro progetti di revisione dell’ordine internazionale, tanto la Russi quanto la Cina assegnano un ruolo fondamentale all’utilizzo del proprio strumento militare, il cui impiego viene considerato come necessario per il raggiungimento dei propri obietti

Nei loro progetti di revisione dell’ordine internazionale, tanto la Russi quanto la Cina assegnano un ruolo fondamentale all’utilizzo del proprio strumento militare, il cui impiego viene considerato come necessario per il raggiungimento dei propri obiettivi. Proprio per questo entrambi i Paesi portano avanti progetti di modernizzazione delle proprie forze armate con l’intento di farle trovare pronte alle sfide belliche del futuro. I diversi approcci seguiti in questo senso da Mosca e da Pechino sono stati oggetto di uno studio dell’Institute for the Study of War, che ha da poco pubblicato un report al riguardo.

L’esercito russo e quello cinese provengono da due storie differenti, hanno differenti punti di forza e di debolezza, così come differenti priorità. Entrambi però vedono nel raggiungimento della dominance all’interno del processo di decision-making la chiave dei conflitti futuri, dominance che può essere raggiunta attraverso una combinazione di potenziamento del proprio apparato decisionale e di deterioramento di quello avversario.

L’approccio russo di Mosca si incentra sul concetto di “superiorità gestionale”, caratterizzato da una maggiore velocità e da una maggiore qualità nel proprio processo decisionale, al fine di costringere l’avversario a compiere scelte come “reazioni” alle azioni delle proprie forze armate, limitandone quindi la libertà d’azione. Dal più alto livello di grand strategy al più immediato e semplice movimento tattico sul campo di battaglia. In contrapposizione con la dottrina occidentale: mentre gli Stati Uniti e la Nato in generale tendono a concepire separatamente le operazioni cinetiche e quelle di informative, in Russia le due dimensioni sono profondamente intrecciate (secondo i dettami dell’hybrid warfare).

Tuttavia, l’esperienza in Ucraina ha dimostrato come le carenze delle forze armate russe nelle dimensioni dell’addestramento, del personale e della leadership non permettano al Cremlino di raggiungere la strategic dominance desiderata. Mosca non è stata in grado di sfruttare la preziosa esperienza siriana (dove le sue truppe si sono cimentate in operazioni di combattimento reale) per avviare un processo di aggiustamento della propria struttura militare, facendo sì che permanessero al suo interno problematiche preesistenti capaci di inficiare futuri trasformazioni dello strumento militare russo.

Per Pechino, la situazione è diversa. Il percorso di modernizzazione militare cinese è di più largo respiro rispetto a quello russo, e si articola intorno a tre principali direttrici: ideologia, addestramento e nuove tecnologie. Puntando su queste tre dimensioni, l’Esercito popolare di liberazione intende raggiungere una superiorità “sistemica” rispetto all’avversario americano, ancora troppo ancorato alla logica dei domain. Grazie all’indottrinamento dei soldati garantito dalla presenza dei commissari politici e ai processi di informatization e di intelligentization (nel primo caso integrazione di sistemi informatici nelle strutture e nei sistemi d’arma, dell’Intelligenza artificiale nel secondo), entro il 2049 la leadership cinese mira a ottenere la parità, o addirittura la superiorità, rispetto all’avversario americano.

Al contrario della Russia, la Cina non si impegna in un’operazione militare dal 1979, e questa carenza di esperienza diretta pesa sull’apparato bellico di Pechino, poiché non permette di mettere alla prova in una situazione reale gli sviluppi teorici conseguiti. Per sopperire a questa carenza, l’Esercito popolare di liberazione ricorre in modo sempre più estensivo a simulazioni videoludiche, che però non possono assolutamente sostituire la complessità di un vero campo di battaglia.

Cosa devono dunque fare gli Stati Uniti per rimanere la potenza militare egemone? Secondo gli esperti dell’Isw, è fondamentale puntare sulle proprie peculiarità rispetto agli avversari. Peculiarità che spaziano dall’aspetto del personale (né la Russia né la Cina dispongono di una classe di non-commisioned officer, intercapedine fondamentale nel sistema di command and control) a quello economico (il relativo controllo sulla supply chain mondiale rispetto ai due Paesi avversari). Puntare su queste leve potrebbe rivelarsi la mossa giusta per mantenere la superiorità rispetto agli avversari nelle guerre die decenni a venire.


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Crosetto in Libano, la presenza italiana è un fattore di pacificazione


Lavorare affinché il domani sia meglio dell’oggi, impegnandosi affinché il conflitto, che nessuno vuole, non si estenda ulteriormente. È questo il cuore del messaggio lanciato dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, nel corso della sua visita al contin

Lavorare affinché il domani sia meglio dell’oggi, impegnandosi affinché il conflitto, che nessuno vuole, non si estenda ulteriormente. È questo il cuore del messaggio lanciato dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, nel corso della sua visita al contingente italiano in Libano, parte della missione Unifil delle Nazioni Unite. Attualmente, i militari italiani dell’operazione Leonte XXXIV, strutturati sulla base della brigata meccanizzata Granatieri di Sardegna, sono presenti nella base militare di Shama, nel sud del Libano, parte dello sforzo Onu per assicurare la stabilità del volatile confine con Israele. La complessità dello scenario è stata dimostrata dal missile, deviato, che ha colpito senza nessuna conseguenza il quartier generale della missione Unifil a Naqoura, undici chilometri più a sud rispetto alla base italiana.

Nessuno vuole un’escalation

Come ricordato dallo stesso ministro, la sua visita in Libano segue quelle in Arabia Saudita e in Qatar, oltre ai viaggi del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in Egitto e in Israele (dov’è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani), “perché l’Italia sta cercando di giocare un ruolo per evitare un’escalation, per non tornare a una guerra tra Islam e Occidente, tra mondo arabo e occidentale. Non lo vogliamo noi, non lo vogliono i Paesi arabi, non lo vuole nessuno”. Per il ministro, infatti, lo scopo e il lavoro dell’impegno italiano nella regione è quello di “buttare acqua sul fuoco”, contrastando chi invece vorrebbe infiammare il Medio Oriente “cancellando dalle cartine geografiche Israele e la civiltà occidentale”. Il ministro, però, ha sottolineato come questo tentativo sia avversato tanto dai Paesi occidentali, quanto dagli stessi Paesi arabi. “È una situazione difficile, e tutti stiamo lavorando perché si trovi una soluzione, la meno pesante e più accettabile possibile, distinguendo il destino del popolo palestinese da quello dei terroristi di Hamas”. Su un punto, ha infatti precisato Crosetto, “ci troviamo tutti d’accordo, un conto e Hamas, che è un’organizzazione terroristica che come unico scopo la distruzione di Israele, un altro è il destino del popolo palestinese, che è tutt’altra cosa”.

Il ruolo di Unifil

Il conflitto a Israele, tuttavia, se da un lato ha costretto il contingente Unifil a misure di sicurezza più stringenti, non ha ridotto l’impegno e il lavoro dei Caschi blu presenti. Del resto, come annota lo stesso Crosetto “le scaramucce tra Hamas e Israele non sono mai terminate, in questo momento si sono intensificate e i nostri militari devono proteggersi. Tuttavia, il loro ruolo e semmai ancora più importante, dal momento che “fanno vedere che tutto il mondo crede nella Pace di questa parte di globo”. La missione Unifil, infatti “non è Nato, non è bilaterale, ma Onu. Ci sono 49 nazioni che hanno i loro militari qui e il cui scopo e preservare la pace” del Libano e tra il Paese e il suo vicino meridionale. Diventa, ha proseguito il ministro “ancora più fondamentale e importante preservare questa presenza”. In questo momento, però, è anche importante ricordare come i militari presenti sono lì in veste di “portatori di pace, sicurezza e dialogo” con “regole di ingaggio diverse rispetto a quelle dei contingenti in Afghanistan” e non sono “pronti per combattere, come successo per altre zone in altri tempi”.

L’importanza della presenza italiana

In tutto questo scenario, il nostro Paese può giocare un ruolo importante, grazie soprattutto al suo impegno per missioni come Unifil e alla sua costante presenza nella regione. Come sottolineato da Crosetto “l’Italia riesce ad avere un dialogo anche con alcune parti del mondo tra le più difficili” grazie al “rispetto di cui godono le istituzioni italiane, frutto non delle persone che le interpretano pro tempore, ma delle migliaia di soldati che con il loro atteggiamento e il loro modo di supportare le popolazioni hanno fatto guadagnare stima al loro Paese, oltre che a loro stessi”.


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Budget della Difesa, cosa succede in Europa? L’analisi di Braghini


Con la pubblicazione da parte del Governo della relazione annuale al Parlamento, nel Documento programmatico pluriennale 2023 – 2025 viene fornita una dettagliata e aggiornata analisi circa dottrina e postura della Difesa nazionale e informazioni e previs

Con la pubblicazione da parte del Governo della relazione annuale al Parlamento, nel Documento programmatico pluriennale 2023 – 2025 viene fornita una dettagliata e aggiornata analisi circa dottrina e postura della Difesa nazionale e informazioni e previsioni sulle “risorse ricomprese nel ministero della Difesa e di quelle iscritte in altri dicasteri impiegate per lo sviluppo di programmi di interesse del ministero Difesa” in un arco sessennale. Il Dpp fa riferimento alla legge di bilancio 2023, in attesa delle decisioni del Parlamento e delle prossime leggi finanziarie circa l’approvazione degli stanziamenti previsionali.
Viene confermato l’impegno del Governo a promuovere e sostenere il settore della Difesa, inquadrato in una visione di lungo termine, e in linea con gli impegni assunti in sede Nato partecipando insieme con gli altri Paesi europei al trend di incremento degli investimenti per la difesa. Al riguardo, considerando in unico blocco i Paesi Ue, Regno Unito, Norvegia e Turchia, si evidenziano maggiori investimenti per gli equipaggiamenti di circa 28 miliardi di euro tra il 2022 e il 2023, raggiungendo il livello di cento miliardi.

Ragioni, necessità e accelerazioni comuni. L’impegno nazionale
Le nuove e crescenti tensioni che caratterizzano l’attuale quadro securitario hanno e stanno comportando l’esigenza da parte dei Paesi di adeguare le capacità di deterrenza per fronteggiare le minacce. La tendenza all’incremento degli investimenti per la difesa si era già avviata anche in Europa, dove il calo strutturale delle spese o sottocapitalizzazione in molti anni ha creato un divario capacitivo con le conseguenti debolezze e vulnerabilità nazionali. Ma l’accelerazione degli eventi conflittuali ad alta intensità e di tensioni geopolitiche con un cambio di paradigma per la sicurezza europea ha fatto emergere l’urgenza di colmare le carenze comuni, compensandole con nuovi investimenti. Oggi l’aumento in corso e prospettico degli investimenti per la difesa è consolidato e diffuso nella maggior parte dei Paesi Nato, più ampio negli Usa, in Cina e Russia.
Anche in Italia negli anni recenti si è registrata una più sentita consapevolezza sul ruolo e l’importanza della sicurezza, con l’assegnazione da parte del Parlamento di risorse per la difesa in progressivo incremento.
Il nuovo Documento di programmatico pluriennale evidenzia una progressione degli investimenti del ministero della Difesa e del ministero delle Imprese e Made in Italy, integrati dai fondi del ministero dell’Economia e finanze, che è stata avviata nel 2021.
Oggi gli investimenti si situano a un livello di tutto rispetto intorno a otto milioni, con previsioni incrementali che saranno oggetto di dibattito nelle prossime leggi di bilancio.
Si denotano altresì, rispetto al precedente Dpp 2022 – 2024, previsioni più consistenti per il prossimo triennio. Questo aspetto programmatico è rilevante in particolare oggi con l’avvio o prossimo avvio di importanti collaborazioni europee e internazionali che caratterizzeranno la domanda e l’offerta del comparto difesa nei prossimi decenni. L’Italia potrà così essere in grado di tutelare e rafforzare i propri presidi tecnologici, e svolgere un ruolo e rango credibili come partner sostenuto dal Governo e da risorse finanziarie adeguate, certe e stabili nel lungo periodo.
Merita anche notare il riferimento circa gli aspetti tecnico-finanziari in relazione all’andamento delle disponibilità finanziarie. Negli ultimi anni l’andamento ha registrato variazioni in parte dovute a rifinanziamenti, effetti delle precedenti leggi di bilancio, adeguamenti contabili e riprogrammazioni, che mostrano la complessità dell’attuale quadro normativo aggiornato con nuove misure nel corso degli anni.
Per l’esercizio, c’è una certa progressione partendo da un livello inferiore rispetto alla media Nato, rimanendo peraltro insufficiente per sopperire alle necessità operative.

Un quadro incerto per tutti
Tuttavia, le previsioni dei Paesi europei, inclusa l’Italia, non potevano considerare il succedersi di emergenze e di fattori critici emersi, quali gli effetti dell’impennata dell’inflazione e l’urgenza di accelerare le acquisizioni di equipaggiamenti per adeguare le capacità di deterrenza e mantenere sufficienti riserve. A complicare l’equazione e l’incertezza, che peraltro sono comuni nella Ue, si aggiungono la necessità di trovare un equilibro tra sostenibilità delle risorse pubbliche, vincoli di bilancio europei, le emergenze nell’energia, transizione ecologica, sicurezza degli approvvigionamenti, immigrazione, competizione economica e tecnologica tra Usa, Cina e Ue.
È quindi necessario che la politica nazionale di sicurezza e difesa sia confermata tra le priorità del Governo e del Parlamento, possa usufruire di risorse adeguate in termini reali proseguendo la tendenza incrementale già avviata, consenta di partecipare alla crescita delle spese difesa verso l’obiettivo Nato del 2% del Pil.

Le spese in altri Paesi europei
Oggi l’impegno confermato dal Governo per gli investimenti nella difesa ha consentito di raggiungere una dimensione di tutto rispetto, mentre in alcuni Paesi della Nato ambizioni, minacce, capacità finanziarie e fiscali sono su livelli più elevati, anche per la vicinanza con il confine orientale della Nato e la percezione della minaccia russa. Alcuni esempi in Europa possono dare l’idea dell’impegno all’aumento delle capacità di difesa, dove le esigenze capacitive e tecnologiche sono comparabili e condivise tra i Paesi Nato.

Le spese di Londra, fuori dai vincoli Ue
Nel Regno Unito, potenza nucleare svincolata dai legami europei, la spesa per la difesa si caratterizza per un andamento non costante con variazioni annue, cambiamenti di programmi, fondi supplementari, discesa percentuale del Pil, che rimane in ogni caso superiore alla media. Per il 2022-2023 il MoD Annual report and accounts di marzo 2023 riporta nel corrente anno un budget difesa di 52,8 miliardi di sterline in crescita annua nominale di sei miliardi. Gli investimenti ammontano a 18,3 miliardi, ripartiti 8,5 per procurement, 7,7 supporto e 2,2 in ricerca e sviluppo. È il risultato della Spending review 2020 che ha stanziato 16,5 miliardi addizionali nel periodo 2020-2024. Più recentemente il Primo ministro ha annunciato un aggiornamento dell’Integrated review del 2021 prevedendo un “ramp up a fronte delle sfide in un mondo crescentemente volatile e complicato”. Con il 2023 l’Integrated review refresh e lo Spring budget hanno confermato cinque miliardi addizionali per il prossimo biennio, e ulteriori due all’anno nel quinquennio, per un totale di undici miliardi.

Le ambizioni di Parigi
La Francia, potenza nucleare con velleità di leadership europea, è dotata del più ampio e strutturato dispositivo finanziario e industriale per la difesa nel Vecchio continente. Le disponibilità delle Leggi pluriennali militari (Lpm) sono fortemente incrementate, passando da 295 a 413 miliardi di euro nel quinquennio 2024-2030, giustificate dalla “diversificazione dei rischi e delle minacce in un’era di rinnovata competizione tra potenze”. Significativo è l’impegno per gli investimenti nucleari e convenzionali (da 172 a 268 miliardi), che nel 2023 si situa tra 23 e 27 miliardi. Molto elevata la spesa in ricerca e sviluppo con sei miliardi di cui uno per l’innovazione. Il Governo, nel cui ambito il Presidente ha poteri decisionali di ultima istanza, ha sempre rispettato la traiettoria di aumento della spesa per la difesa. Oggi il rischio di una procedura di infrazione per deficit eccessivo non intacca la decisa volontà del Governo a sostenere la difesa. Vale sempre il richiamo a De Gaulle “la défense est la première raison d’être de l’Etat”. La priorità data alla Difesa, quale strumento di una dinamica politica estera perseguita da tutti i Governi, è figlia di una cultura e di un pensiero strategico e sofisticato che è unico in Europa.

Il cambio di rotta di Berlino
In Germania, dopo anni di disinvestimenti nella difesa dove la stessa è sottorappresentata rispetto alla forza economica del Paese, con conseguenti criticità e inefficienze nel dispositivo di difesa nazionale, a sorpresa Scholz nel febbraio 2022, tre giorni dopo l’invasione dell’Ucraina, ha annunciato un cambio radicale di passo per la postura e il modello economico del Paese, la Zeitenwelde. L’approccio di “sicurezza integrata” include una riforma complessiva dell’economia tra Ucraina, diversificazione energetica, stop al gas russo, dove la difesa ha il profilo maggiore. È previsto un Sondervermogen, un fondo speciale debito fino a cento miliardi per nuovi equipaggiamenti della Bundeswehr. Si passa dall’inerzia alla trasformazione, che non appare ancora come il frutto di una cultura strategica bensì di una riflessione su come utilizzare i fondi disponibili. Il Fondo contribuisce al bilancio difesa con 8,5 miliardi (2023), 19,2 con una forte crescita di sistemi non europei (2024) e terminerà nel 2026, conseguendo il target del 2% del Pil; nel 2027, anno elettorale, si porrà la questione del suo mantenimento. Nel complesso, il budget difesa sale da 28 miliardi nel 2023 a 71 nel 2024; il procurement 2022-2024 rispettivamente 9,8 – 16 – 22 miliardi, il supporto 4,6 – 4,9 – 6,4 miliardi. E il Paese è in recessione.


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#laFLEalMassimo – Episodio 104: Hamas Israele e l’ipocrisia dei sostenitori occidentali


Per oltre un anno e mezzo aprendo questa rubrica ho ritenuto doveroso ricordare gli orrori del conflitto che ancora perdura a causa della follia espansionista di Putin. Purtroppo, oggi mi trovo a parlare di altri orrori, di altre vittime innocenti di una

Per oltre un anno e mezzo aprendo questa rubrica ho ritenuto doveroso ricordare gli orrori del conflitto che ancora perdura a causa della follia espansionista di Putin. Purtroppo, oggi mi trovo a parlare di altri orrori, di altre vittime innocenti di una diversa follia genocida, quella di Hamas.

A tal proposito, l’ipocrisia di una parte dell’occidente e l’ottuso fanatismo ideologico di quelli che con la loro attività di disinformazione e mistificazione comunicativa, si rendono complici di veri e propri crimini contro l’umanità, ha superato le vette raggiunte per la guerra in Ucraina.

Non è questa la sede per parlare del complesso rapporto tra israeliani e palestinesi, di come si è evoluto nella storia e di come si sono realizzate la condizione per il terribile attacco terrorista al quale abbiamo assistito due settimane fa.

Tuttavia, ogni individuo dotato di una coscienza ha il dovere morale di condannare i crimini efferati e l’infame aggressione ai danni di innocenti compiuta da Hamas. Anche la sola menzione di possibili ragioni alla base di queste azioni, così come il confronto con altre lutti e sofferenze patite dal popolo palestinese, costituisce un inaccettabile principio di giustificazione. Si tratta del punto di partenza ideologico da cui comincia la strada che porta ai campi di concentramento e allo sterminio di massa.

Non ci può essere dialogo con chi si rende colpevole di massacri e crimini efferati, la barbarie va condannata senza appello dalle popolazioni civili e va contrastata sul campo con tutti i mezzi necessari a tutelare l’incolumità della popolazione civile.

Ci saranno lunge e complesse trattative diplomatiche quando finalmente i combattimenti saranno cessati e possiamo come esseri umani solo augurarci che questo avvenga prima possibile e con il minor numero di vittime innocenti. Ma prima di discutere con chi si presenterà come interlocutore credibile, è necessario combattere sul campo tanto l’invasore russo quanto il terrorista di Hamas. Chi alimenta ambiguità su questo profilo si rende complice dei massacri che siamo putroppo costretti ad osservare tutti i giorni.

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L'articolo #laFLEalMassimo – Episodio 104: Hamas Israele e l’ipocrisia dei sostenitori occidentali proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Le contraddizioni dell’UE: è un gigante regolatorio ma un nano finanziario


Si discute e si discuterà sui vincoli europei al bilancio nazionale (il Patto di stabilità e crescita da rivedere), ma c’è un altro aspetto della finanza europea che è rilevante, quello del bilancio dell’Unione. Quest’ultimo è oggi alimentato dalle contri

Si discute e si discuterà sui vincoli europei al bilancio nazionale (il Patto di stabilità e crescita da rivedere), ma c’è un altro aspetto della finanza europea che è rilevante, quello del bilancio dell’Unione. Quest’ultimo è oggi alimentato dalle contribuzioni degli Stati membri in relazione alla loro ricchezza, da dazi doganali sulle importazioni dall’esterno dell’Unione, da una quota dell’Iva riscossa dagli Stati e da altre minori entrate. Esso riguarda 27 nazioni, ma è inferiore alla somma dei bilanci delle regioni italiane. Per rendersi conto delle proporzioni del problema, ricordo che l’Italia ha solo il 13 per cento della popolazione europea, ma ha un bilancio di dimensioni circa sei volte superiore a quello dell’Unione.

Queste non sono le uniche contraddizioni. L’Unione è un gigante regolatorio, ma un nano finanziario: disciplina quasi ogni aspetto della vita delle nazioni europee, fino alla qualità delle acque di balneazione, ma non ha una propria politica redistributiva. I mercati dei Paesi europei sono uniti; vi sono un’unione bancaria e un’unione monetaria; ma il bilancio europeo è di dimensioni molto modeste, rispetto allo sviluppo raggiunto dall’Europa in termini di territorio, popolazione e poteri.

L’euro è una moneta senza Stato, ma c’è da chiedersi se un potere pubblico sovranazionale, che tiene sotto controllo 27 Stati, possa sopravvivere senza un bilancio di dimensioni adeguate ai suoi obiettivi e ai suoi compiti crescenti. Il bilancio, governando entrate e spese, è l’unico strumento che consente una funzione redistributiva sia tra i cittadini, sia tra le regioni, sia tra le nazioni europee, come già fa, in parte, con le politiche di coesione che favoriscono le zone meno sviluppate, qual è il Sud dell’Italia. Per rendersi conto dell’importanza del bilancio per ogni potere pubblico, sia substatale (ad esempio, una regione), sia statale, sia sovrastatale, e per capire quanto sia rilevante l’allocazione delle risorse per ogni gestione pubblica, basta considerare il dibattito che accompagna l’analogo strumento in Italia.

Negli ultimi anni, qualche progresso è stato compiuto. In risposta alla pandemia, l’Unione si è dotata di strumenti finanziari, in particolare tramite l’indebitamento, per realizzare gli interventi per l’occupazione (Sure), per quelli diretti alle nuove generazioni (Next generation EU, un piano di investimenti erogati agli Stati membri), per l’acquisto dei vaccini, per gli aiuti militari all’Ucraina, per l’agenda verde e per quella digitale, tutti interventi che richiedono risorse, impongono una centralizzazione delle responsabilità di bilancio e una capacità finanziaria centrale.

Una Unione sempre più stretta non può quindi limitarsi a disporre vincoli ai bilanci statali, ma deve avere un proprio bilancio degno delle dimensioni dell’Unione Europea per offrire quei «beni pubblici europei» che gli Stati non possono produrre individualmente. Questo bilancio, al quale dovrebbero contribuire i cittadini europei, potrebbe rappresentare in futuro un ottimo scudo anche per i bilanci degli Stati, come quello italiano, che — a causa dell’alto debito pubblico — non sono sottoposti soltanto ai vincoli dell’Unione, ma debbono anche rispettare i vincoli che derivano dai mercati: più spese a livello europeo darebbero luogo a meno spese a livello nazionale, alleviando quindi la pressione sui bilanci degli Stati.

Gli articoli 313-324 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea regolano già oggi il bilancio, e ne disciplinano la procedura (che passa attraverso decisioni del Parlamento europeo e del Consiglio per l’approvazione), nonché la responsabilità della Commissione per l’esecuzione.

Per finanziare un bilancio di maggiori dimensioni, c’è bisogno di più entrate stabili. La recente proposta della Commissione di una base imponibile armonizzata per la tassazione delle imprese — denominata Befit — può essere l’occasione per dotare l’Unione europea di adeguate «risorse proprie» per finanziare le maggiori spese a livello centrale o come garanzia per l’emissione di debito comune (in quest’ultimo caso, tuttavia, una revisione del Trattato sembra inevitabile).

Il raccordo necessario tra bilancio europeo e vincoli europei ai bilanci nazionali dipenderà dalla prossima revisione del Patto di stabilità e di crescita e dalla sua applicazione perché sane regole finanziarie sono la condizione per devolvere più compiti e risorse all’Unione europea.

Dunque, vi sono tutte le premesse perché l’Unione possa trarre vigore da un bilancio proprio, di dimensioni corrispondenti al prodotto interno lordo dell’intera area europea, aumentando le proprie entrate, sia fiscali sia derivanti dall’indebitamento, e rafforzando così il proprio ruolo di grande intermediario finanziario, capace di svolgere una funzione di supporto della doppia transizione verde e digitale, investire nella difesa e nella sicurezza e condurre una politica redistributiva tra cittadini, regioni e Stati europei.

In attesa di decisioni più radicali della Commissione, del Consiglio e del Parlamento dopo le elezioni del prossimo giugno, la rapida approvazione della revisione a metà percorso del bilancio pluriennale dell’Unione, proposta dalla Commissione, sarebbe un primo passo nella buona direzione.

In un lucido saggio su «Un nuovo mutamento di struttura della sfera pubblica politica», appena pubblicato in traduzione italiana, a cura di Marina Calloni, dall’editore Raffaello Cortina, il grande filosofo tedesco Jürgen Habermas ha scritto che «le paure del declino sociale e il timore di non essere in grado di far fronte alla inesorabile complessità dei cambiamenti sociali accelerati», «consigliano agli Stati nazionali riuniti nell’Unione Europea la prospettiva di una maggiore integrazione, nel tentativo di recuperare quelle competenze perse a livello nazionale nel corso di questo sviluppo, creando nuove capacità di azione politica a livello transnazionale».

Corriere della Sera

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Presentazione della Scuola di Liberalismo 2023 di Mesina – RTP Giornale


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Un punto


Per un punto Martin perse la cappa. È divenuto un modo di dire popolare, a intendere che per un dettaglio si può perdere molto. Martino perse il priorato (XVI secolo) per avere collocato male la punteggiatura, sovvertendo il significato della frase, sicch

Per un punto Martin perse la cappa. È divenuto un modo di dire popolare, a intendere che per un dettaglio si può perdere molto. Martino perse il priorato (XVI secolo) per avere collocato male la punteggiatura, sovvertendo il significato della frase, sicché la porta del convento anziché rimanere sempre aperta, non rifiutando l’ingresso a nessun onesto, sembrò dover restare chiusa, rifiutando l’ingresso specialmente agli onesti. Povero Martino. Ma poveri anche noi, perché un punto è lì a indicarci che stiamo perdendo fiumi di soldi e, con loro, anche la testa.

Il 16 ottobre scorso la Commissione europea ha raccolto i progetti di bilancio di ciascun Paese dell’Unione. Di quello italiano abbiamo scritto, mettendo in evidenza la fragilità di una riduzione minimale del peso del debito sul Prodotto interno lordo, a fronte di una previsione di crescita nel 2024 che appare assai ottimistica. Purtroppo il dibattito successivo non si è concentrato su quel decisivo aspetto, preferendo o l’illustrazione dei vari benefici – senza troppo badare né all’efficacia né alla sostenibilità – oppure gli aspetti politicisti, che mandano in sollucchero politici e commentatori che disdegnano il far di conto. Come ad esempio la bislacca storia degli emendamenti, che il governo intenderebbe interdire ai parlamentari della propria maggioranza (tanto non li può proibire, siamo certi che ne saranno presentati e se la risposta sarà un dissennato rifiuto del confronto parlamentare ciò potrebbe minare la maggioranza stessa). Tutta roba per dibattiti tanto alati quanto volatili.

Ma se si prendono i numeri presentati da ciascun Paese, pur con il beneficio d’inventario delle previsioni su sé stessi (come le nostre), un brivido corre lungo la schiena. Un punto percentuale dovrebbe inquietare e far suonare tutti gli allarmi. Invece nulla.

Colpisce il fatto che nel 2024 l’Italia dovrebbe essere, con la Finlandia, il Paese che cresce meno. Significativo, ma è anche vero che veniamo da tre anni in cui si è cresciuti più della media europea o comunque più di altri grandi Paesi, per non dire della Germania. Il guaio vero non è essere in coda alla crescita, che ci può pure stare, ma esserlo nel tempo in cui i soldi europei di Next Generation Eu, impiegati secondo il Pnrr – ovvero il Piano italiano d’investimenti (e riforme) – dovrebbero dare una spinta alla crescita. Ma questa roba pare abbia annoiato il pubblico e anche gli attori politici, come se “l’occasione irripetibile” sia divenuta “il fastidio trascurabile”. Il guaio aggiuntivo è che si è in fondo alla classifica con una previsione del +1,2%, che ben difficilmente raggiungeremo. E non si cominci a tirare in ballo le guerre, perché sono cose note e dette da prima.

Il punto di caduta è un altro: la Grecia spende nel 2023 il 3,3% della ricchezza prodotta per pagare il costo del debito, mentre conta di spenderne il 3,2% nel 2024; noi spendiamo quest’anno il 3,8% e contiamo di spenderne nel 2024 il 4,2%. Ma non basta, perché prevediamo di vedere crescere quel peso al 4,6% nel 2026. Si tratta di quasi 104 miliardi di euro spesi per la gioia d’essersi troppo indebitati. E non è vero che il costo cresce per le scelte operate dalla Banca centrale europea, che valgono per tutti e anche per la Grecia: cresce perché il debito non scende al ritmo previsto.

Lo spread è divenuto un totem mal interpretato. Se sale si dice che i mercati “bocciano il governo”, se scende che lo “promuovono”, e questa danza tribale la praticano gli uni e gli altri. Ma, appunto, sale e scende restando troppo alto. I 100 e più miliardi non scendono, ma salgono e basta. Quel punto di differenza con la Grecia è un buco nero scavato dall’irresponsabilità.

In un Paese assennato quello sarebbe il centro della preoccupazione, dell’attenzione e del dibattito, confrontando ricette diverse per rimediare. Qui gareggiano ricette diverse per fare più debito. Magari pensando che sia una specie di affermazione della sovranità, laddove ne è la tomba.

La Ragione

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Un chip che funziona come un cervello. Così gli Usa si svincolano dall’Asia


Un nuovo modo di intendere i microprocessori, che fonde insieme memoria e capacità di processamento delle informazioni, imitando le sinapsi del cervello umano, potrebbe essere la risposta Usa nella competizione con la Cina nel campo dei microchip. Il prot

Un nuovo modo di intendere i microprocessori, che fonde insieme memoria e capacità di processamento delle informazioni, imitando le sinapsi del cervello umano, potrebbe essere la risposta Usa nella competizione con la Cina nel campo dei microchip. Il prototipo, chiamato NorthPole chip, presentato da Ibm apre la strada allo sviluppo di sistemi che non avranno bisogno di cloud o Internet per la loro “intelligenza”, potendo fare affidamento direttamente sulle proprie capacità di immagazzinare e processare le informazioni in maniera autonoma. Per la Difesa, questo significa poter dotare le proprie Forze armate di strumenti praticamente immune alle capacità degli avversari di agire nello spettro elettromagnetico. In pratica, si tratta di rendere l’equipaggiamento dei soldati (come, per esempio, i visori notturni) o i sistemi unmanned (droni e robot) del tutto inattaccabili da offensive cyber o di jamming.

Come un cervello

Imitando quanto avviene all’interno delle connessioni sinaptiche di un cervello umano, Ibm ha creato “una architettura di inferenza neurale che sfuma il confine [tra memoria e processamento] eliminando la memoria off-chip, intrecciando il calcolo con la memoria on-chip e apparendo esternamente come una memoria attiva”, hanno spiegato i ricercatori su Science. Questo elemento, oltre a rendere molto più sicuri i chip, consente al tempo stesso un grosso risparmio energetico. Rispetto alla capacità di calcolo di un cervello umano, un computer impiega quantità molto maggiori di energia, e questo è un grosso limite per le applicazioni dell’IA in moltissimi campi, uno fra tutti i trasporti o (nel caso militare) i droni. Inoltre, l’evoluzione tecnologica sta raggiungendo il limite massimo di quanti transistor (i dispositivi utilizzati per realizzare i circuiti elettronici) si possano montare su un unico chip. Il NorthPole di Ibm promette di risolvere entrambi i problemi, ottimizzando in un singolo dispositivo risparmio energetico, spazio ridotto e velocità di calcolo, permettendogli di lavorare a una maggiore efficienza anche rispetto a chip con un numero maggiore di nodi.

L’interesse del Pentagono

Questo tipo di chip è definito neuromorfico (cioè, “a forma di cervello”), e fa parte di un programma avviato nel 2008 dalla Darpa statunitense, il Synapse program, finanziato fino al 2014 con cinquanta milioni di dollari. Dal 2019, il Pentagono ha aumentato il suo investimento fino a novanta milioni. “Con l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa – ha spiegato l’assistente segretario alla Difesa per le Tecnologie critiche, Maynard Holliday – il dipartimento ha riconosciuto la necessità di questo tipo di architetture, specialmente per quegli ambienti contestati dove i nostri segnali potrebbero essere disturbati. Continuare a essere in grado di processare informazioni diventa un vantaggio”.

Chip più intelligenti e capaci di essere indipendenti dalle reti possono aumentare le capacità di numerosi sistemi militari, dai droni, ai robot, all’equipaggiamento dei soldati, potenziando la loro capacità di interagire con i dati esterni. L’aumento delle informazioni che questi processori sarebbero in grado di processare, inoltre, potrebbe portare alla nascita di sensori capaci di registrare un numero maggiore di input, audio, video, infrarossi, sonar e così via, con un consumo molto ridotto di energia. Questi sistemi possono “distinguere le persone in una foto, classificare gli audio, il tutto senza l’aiuto di Internet”.

L’indipendenza dall’Asia

Il nuovo chip, inoltre, porta con sé un vantaggio strategico cruciale: riduce la dipendenza degli Stati Uniti dall’Asia per quanto riguarda il mercato dei microprocessori. Consentendo di fare di più con meno, il NorthPole consente alle Forze armate di avere un rifornimento di chip producibili a livello domestico. Una considerazione fondamentale, dal momento che una delle principali preoccupazioni degli strateghi di Washington è assicurare il rifornimento di chip in caso di invasione cinese di Taiwan. L’isola, infatti, è uno dei principali supplier mondiali di microprocessori avanzati. Un’eventuale interruzione della catena di rifornimento, dovuta a un’ipotetica invasione cinese, metterebbe a rischio persino la capacità Usa di reagire a difesa di Taipei.


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A ogni nuova pronuncia di disapplicazione del decreto Cutro, Piantedosi annuncia ricorso in Cassazione.

Oggi spiego le 4 possibilità di decisione che ha la Corte. La più probabile è che rimetta la questione alla Corte di Giustizia UE.

editorialedomani.it/giustizia/…

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Ad Hamas non importa nulla della gente di Gaza


Nel 1957, dopo aver preso il premio Nobel, Albert Camus disse di credere nella giustizia ma che prima della giustizia avrebbe difeso sua madre. È un episodio molto noto e nel suo ultimo libro, I miei eroi, Pierluigi Battista l’ha ripercorso nel dettaglio.

Nel 1957, dopo aver preso il premio Nobel, Albert Camus disse di credere nella giustizia ma che prima della giustizia avrebbe difeso sua madre. È un episodio molto noto e nel suo ultimo libro, I miei eroi, Pierluigi Battista l’ha ripercorso nel dettaglio. Camus era nato e cresciuto in Algeria e aveva sempre sostenuto la causa dell’indipendenza algerina, anche in tempi in cui a Parigi non era tanto di moda.

Ma quando gli indipendentisti algerini cominciarono a colpire civili a casaccio, Camus si sfilò. Fu molto criticato e peggio, irriso per la fiacchezza morale di un filosofo capace di anteporre le ragioni piccole del suo tinello a quelle grandi della storia. Ma Camus parlava invece dell’enormità di sacrificare le vite di chi non c’entra niente in nome di un’istanza più alta: nessuna istanza, diceva, è così alta da giustificare la mattanza indiscriminata, nessuna è così alta da permetterci di disporre della vita della madre altrui.

Non si può non pensare a Camus guardando le immagini di Gaza. Con una complicazione in più: Hamas e i suoi amici non aspettano altro che la mattanza per additare al mondo il nazismo sionista e trovare alleati per la soluzione finale. Nulla gli importa, da decenni, della gente di Gaza. Non ripetete gli errori che abbiamo commesso noi dopo l’11 settembre, ha detto ieri Joe Biden a Bibi Netanyahu. Quindi? È cecità, ha scritto giustamente Giuliano Ferrara, dire a Israele che cosa non fare, e quanto a che cosa fare aggiungere “non lo so”. Se chiedete a qualcuno che dovrebbe fare ora Israele, più spesso risponderà “non lo so”. Se lo chiedessero a me, direi “non lo so”.

La Stampa

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Scuola di Liberalismo 2023 – Messina: Presentazione della XIII Edizione della Scuola di Liberalismo di Messina e lezione del Prof. Giuseppe Gembillo sul tema “Il sofisma e la libertà”


Giovedi 19 ottobre, alle ore 11,00, presso l’Aula Cannizzaro dell’Università degli Studi, si terrà la Conferenza Stampa di presentazione della XIII edizione della Scuola di Liberalismo della Fondazione Luigi Einaudi di Messina organizzata col patrocinio d

Giovedi 19 ottobre, alle ore 11,00, presso l’Aula Cannizzaro dell’Università degli Studi, si terrà la Conferenza Stampa di presentazione della XIII edizione della Scuola di Liberalismo della Fondazione Luigi Einaudi di Messina organizzata col patrocinio dell’Ateneo e della Fondazione Bonino-Pulejo.

Saranno il direttore generale della Scuola Pippo RAO e il direttore scientifico Pippo Gembillo a presentarla.

Parteciperanno all’incontro con la Stampa: Enzo Palumbo, membro della Commissione Giustizia della Fondazione Einaudi, Edoardo Milio, responsabile relazioni istituzionali, Gabriella Sorti, responsabile del Comitato di Segreteria, Francesco Sarà, responsabile Comunicazione, Dario Mustica, rappresentante degli
studenti, i membri del Comitato organizzatore: Daniela Cucè Cafeo, Angelica Esposito, Giovanni Marino, Giuseppe Scibilia e Gianni Toscano, il Prof. Angelo Miceli e l’Avv. Giuseppe Pedullà, in rappresentanza del Liceo paritario “Empedocle”.

Saranno presenti anche i Presidenti degli Ordini professionali che hanno concesso il loro patrocinio: Architetti, Avvocati, Ingegneri, Medici e Notai.

Pippo Rao

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Hamas come l’Isis vuole distruggere Israele e l’Occidente


In questi tristi giorni in Israele e in Occidente, inizia circolare il convincimento che Hamas sia come l’Isis. Lo ha detto Joe Biden qualche giorno fa e Twitter ha ora un hashtag #hamas-isis. Purtroppo la maggioranza dei media occidentali e di coloro che

In questi tristi giorni in Israele e in Occidente, inizia circolare il convincimento che Hamas sia come l’Isis. Lo ha detto Joe Biden qualche giorno fa e Twitter ha ora un hashtag #hamas-isis. Purtroppo la maggioranza dei media occidentali e di coloro che li leggono non ha capito cosa sta succedendo veramente in Israele e inizia ad indignarsi per la reazione di Israele a Gaza.

Oltre a fatti ancora da confermare, come per esempio la bandiera dell’Isis addosso a terroristi di Hamas uccisi in questi giorni, l’accostamento di Hamas all’Isis oggi è gran parte il risultato della brutalità che emerge sempre più evidente man mano che si scoprono i dettagli del massacro contro i civili. Intere famiglie uccise a sangue freddo, corpi decapitati anche di bambini. La differenza con Isis è che con Isis uccisioni e decapitazioni avvenivano in diretta, ma in questo caso non era possibile e ci auguriamo di non iniziare a vederle sugli ostaggi. Donne violentate, portate in giro seminude con sangue che scorreva sulle loro gambe a testimoniare la violenza subita. Considerate come «sex slaves», come è tipico dell’Isis, e non più solo come un genere sottomesso come nella maggioranza dei Paesi arabi.

Chi conosce quel mondo capisce che questi atti abominevoli derivano da una profonda affinità ideologica tra Hamas e Isis, che risale in gran parte a una interpretazione violenta dell’Islam che ritiene legittimo uccidere gli «infedeli» che non hanno neanche diritto di essere considerati esseri umani. Atti disumani nei loro confronti sono quindi «legittimi». Non solo. Hamas è come Isis anche per le sue ambizioni che non sono solo quelle di liberare la Palestina dall’occupazione israeliana ma di «governare il pianeta» come ha detto in questi giorni uno dei comandanti di Hamas. Non diverso dall’ambizione del califfato globale di Isis che ha perseguitato tutte le minoranze religiose, compresi i cristiani e gli yazidi.

Non si tratta quindi di una lotta politica per liberare un Paese occupato ma di una lotta contro la civiltà occidentale e Israele è solo il primo passo di questa lotta. I terroristi non gridavano «morte a Israele», ma «morte agli ebrei» (di tutto il mondo) e il passo successivo è già in atto: portare il califfato ovunque, anche in quella Europa cristiana che però continua a finanziare Hamas-Isis, illudendosi che questi fondi arrivino alla popolazione palestinese. E gli attentati terroristici in Francia e in Belgio di questi giorni sono una prova che la guerra non è contro gli israeliani e gli ebrei, ma contro il mondo occidentale.
Se uno accetta questa similitudine, capisce perché, se anche ci fossero stati «due popoli e due Stati», il massacro di questi giorni non sarebbe stato evitato. Perché l’ideologia di Hamas non è quella di creare uno Stato palestinese da governare per il bene dei suoi abitanti, ma solo quella di seguire la sua ideologia, che è la stessa dell’Isis — uccidere gli «infedeli». Quando prese il potere nel 2007 sembrava interessato al welfare dei palestinesi di Gaza ma oggi è chiaro a tutti che non è così. Le centinaia di milioni di dollari di aiuti ricevuti dal Qatar e (purtroppo) dall’Europa sono andati in armi, tunnel e alle famiglie dei terroristi, non alla popolazione che è diventata uno scudo umano dietro il quale i vigliacchi di Hamas si nascondono. E in questi anni Hamas si è comportato nei confronti dei palestinesi di Gaza esattamente come Isis in Iraq e Siria, imponendo regole draconiane sulla vita quotidiana e reprimendo qualunque opposizione in modo violento. E purtroppo ha potuto farlo perché la alternativa di leadership palestinese, quella della West Bank, si è rivelata corrotta ed incapace, non per colpa di Israele.
Per tutto ciò, il benessere futuro dei palestinesi di Gaza dipende dall’annientamento di Hamas da parte di Israele e coloro ai quali esso sta a cuore debbono appoggiarlo, esattamente come una coalizione globale guidata dagli Usa ha annientato Isis in Siria e Iraq in una guerra che nel 2019 l’Osservatorio per i diritti umani ha stimato avere causato 500 mila morti.

La vera «primavera araba» comincia adesso e non con la mobilitazione contro gli ebrei del milione di arabi israeliani come incita Hamas-Isis. Gli arabi israeliani sono invece il riferimento al quale tutti gli arabi della regione dovrebbero aspirare: alto reddito pro-capite, bassa mortalità infantile, alto tasso di istruzione, alta percentuale di donne istruite che lavorano — la maggior «parità di genere» in Medio Oriente. Ed è a questo modello che dovrebbero ispirarsi gli arabi, non a quello di un Hamas-Isis che decapita i bambini. E se lo faranno, allora i leader mediorientali in Iran, Turchia, Qatar che si propongono come nuovi califfi non avranno futuro perché le masse di arabi e musulmani moderati volteranno loro le spalle. E forse arriverà una leadership anche per i palestinesi con la quale Israele riuscirà finalmente a pensare a «due popoli due Stati».

Corriere della Sera

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Da est a sud, alle tecnologie dirompenti. Così la Nato si prepara alle sfide


In uno scenario internazionale in continuo mutamento è fondamentale riflettere sul ruolo attuale e futuro della Nato, sulla postura dell’Unione europea, e in modo più ampio, comprendere lo stato delle relazioni transatlantiche. Analogamente, è essenziale

In uno scenario internazionale in continuo mutamento è fondamentale riflettere sul ruolo attuale e futuro della Nato, sulla postura dell’Unione europea, e in modo più ampio, comprendere lo stato delle relazioni transatlantiche. Analogamente, è essenziale analizzare le sfide che attendono l’Alleanza e l’Unione, dalle minacce ibride a quelle convenzionali. Questi i temi trattati nel corso di due panel, moderati dal direttore di Formiche e Airpress, Flavia Giacobbe, e l’onorevole Paolo Alli, segretario generale della Fondazione De Gasperi, durante la prima giornata della terza edizione dei Security and Defence Days, iniziativa organizzata proprio dalla Fondazione De Gasperi, insieme al Wilfried Martens Centre for European Studies, in collaborazione con la Nato Public diplomacy division e Regione Lombardia e in media partnership con Formiche.

Quali sfide per la Nato

Il vertice Nato di Vilnius ha tratteggiato “una terza fase nella storia ed evoluzione dell’Alleanza”, ha affermato Nicola De Santis, head Engagement section della Public diplomacy division della Nato, poiché “le decisioni prese hanno rappresentato l’ulteriore adattamento dell’Alleanza ad un contesto strategico globale che è in rapida trasformazione”. Il ritorno della guerra nel continente europeo con il conflitto russo-ucraino ha dato un nuovo slancio al ruolo della Nato. Oggi l’Alleanza si trova ad affrontare nuove sfide, come la guerra ibrida, l’uso dell’intelligenza artificiale in ambito militare o l’applicazione delle tecnologie quantistiche. Ma anche l’uso sempre maggiore da parte di Russia e Cina di mezzi di carattere politico, economico o sociale come forma sia di coercizione che di dipendenza negli altri Paesi e, in ultimo, come strumento di guerra.

Le faglie di tensione nel mondo

Il senatore Marco Dreosto, membro della commissione Affari esteri e difesa, ha invece sottolineato il lavoro che si sta svolgendo per riportare il tema della difesa al centro del dibattito politico e che “il posizionamento geopolitico italiano resta invariato nella cornice strategica dell’Alleanza e accanto ai partner tradizionali”. Oltre al confine est europeo, anche altre faglie destano profonda preoccupazione. Il recente attacco di Hamas contro Israele ha riacceso i riflettori sulla zona del Mediterraneo. Ma guardando verso l’Asia e la zona dell’indopacifico, in particolare lo Stretto di Taiwan, preoccupano anche le interconnessioni tra le potenze autocratiche come Cina, Iran e Russia che ad oggi usano strumenti di disinformazione e propaganda per destabilizzare i Paesi democratici.

Il futuro della difesa europea

Per Angelino Alfano, presidente della Fondazione De Gasperi, “l’Europa si rivede nella dimensione transatlantica in modo del tutto coerente con gli ideali degasperiani”. Ma il primo presidente del Consiglio della Repubblica italiana credeva molto anche nell’idea di un progetto di difesa comune europea, che non ha ancora mai visto la luce. Il Vecchio continente è circondato da uno spazio geopolitico in tensione che dal Caucaso si estende fino all’Africa. “È in questo contesto che l’Europa deve domandarsi che tipo di attore vuole essere nello scacchiere internazionale”, ha ricordato il Presidente. La storia insegna che per essere rilevanti negli scenari globali è fondamentale possedere un sistema di deterrenza. Di conseguenza, il dibattito europeo dovrebbe includere anche il ruolo che l’Unione vuole avere nel campo della difesa all’interno della cornice dell’Alleanza atlantica.

Contro la paralisi cerebrale Nato

“L’ Europa è una costruzione politica dove il sogno della difesa comune non è fine a se stesso, ma è lo strumento essenziale per realizzare lo stesso fine politico europeo” così ha esordito l’ambasciatore Marco Peronaci, Rappresentante permanente d’Italia presso la Nato, ricordando l’attuale rilevanza del pensiero degasperiano. In questo quadro, ha continuato il rappresentante alla Nato, “la Nato è uno strumento di forza europeo”, pertanto diventa cruciale coadiuvare gli sforzi dell’Alleanza con quelli dell’Unione. A questo proposito, è fondamentale che la Nato superi quella che è stata definita una “paralisi celebrale” sostenendo l’impegno di sicurezza globale statunitense attraverso un più forte coordinamento con il G7 e il G7 plus attraverso i security commitments.

Rafforzare la base industriale

Sulla necessità di rafforzare la cooperazione e gli sforzi comuni tra Ue e Nato si è detto d’accordo anche il contrammiraglio Pietro Alighieri, senior advisor del segretario generale della Difesa, sottolineando l’importanza di incrementare la coordinazione industriale tra i Paesi membri. Infatti, secondo l’ammiraglio, “dobbiamo evolvere in una relazione diversa dove industria e difesa vanno a braccetto in un’intima connessione verso il futuro” in modo da raggiungere la desiderata sovranità tecnologica. La Nato, come ricordato da Alighieri, si è già mossa in questo senso attraverso il progetto Diana e il Nato Investment fund, piani essenziali per garantire stabilità e certezza degli investimenti attraverso il supporto alle start-up dual use e gli investimenti in tecnologie deep tech.

Collaborazione pubblico-privata

Rafforzare gli investimenti tecnologici è cruciale anche secondo Walter Renna, ceo di Fastweb, soprattutto a causa di quello che potrebbe essere definito “il paradosso italiano”. Come illustrato dall’amministratore delegato, l’Italia è un Paese soggetto a un numero considerevole di attacchi phishing a causa della scarsa alfabetizzazione tecnologica della popolazione, ma caratterizzato dalla presenza di diverse eccellenze nel settore che però hanno difficoltà a trovare personale specializzato per via del numero ridotto di laureati in discipline Stem. Di conseguenza, secondo il Ceo, il rapporto tra le telecomunicazioni e la Difesa si fa sempre più stretto e un’azienda leader del settore come Fastweb “vuole contribuire alle sfide di difesa italiane” occupandosi di cyber-sicurezza. È quindi fondamentale porre l’innovazione al centro degli sforzi di sicurezza del Paese, attraverso ulteriori investimenti in quantum computing e crittografia.


formiche.net/2023/10/nato-secu…

Manifestarsi


In Francia e in Germania hanno proibito le manifestazioni a favore della causa palestinese. Sono manifestazioni che utilizzano il popolo palestinese quale ostaggio verbale, come Hamas lo usa quale ostaggio materiale. Alla Fiera di Francoforte hanno deciso

In Francia e in Germania hanno proibito le manifestazioni a favore della causa palestinese. Sono manifestazioni che utilizzano il popolo palestinese quale ostaggio verbale, come Hamas lo usa quale ostaggio materiale. Alla Fiera di Francoforte hanno deciso di sospendere la consegna di un riconoscimento a una scrittrice palestinese, conosciuta per le sue tesi anti israeliane. Si tratta di due errori. Le manifestazioni non si proibiscono (salvo che non ricorrano specifici problemi di ordine pubblico) e i premi assegnati si consegnano (semmai interrogandosi sui criteri d’assegnazione). Il perché non si trova soltanto nel generico e pur importante fatto che noi siamo il mondo libero e difendiamo la libertà dei nostri avversari e di chi la pensa diversamente da noi, ma risiede nella convenienza: le ragioni della civiltà non devono temere le parole di chi le mette in discussione, non devono avere timore.

È facile osservare che manifestazioni a favore della (presunta) causa palestinese sono possibili nelle nostre strade, mentre non lo è vederne a favore di Israele in Cina o in Russia. Il che vale anche per la libertà di culto: è facile trovare moschee dalle nostre parti, meno trovare chiese in tante (non tutte) aree musulmane. Vero, ma non c’è un solo buon motivo per cui si debba aspirare ad assomigliare al peggio essendo il meglio.

Non è saggio togliere la parola, lo è darla. E ritrovarla. Gli estremisti si amano fra di loro e si scambiano vicendevolmente la legittimazione: esisto e sono violento perché c’è quell’altro che esiste ed è violento; tolgo la parola perché quell’altro non riconosce la libertà di parola; affermo essere unica la mia identità religiosa perché quell’altro vuole che sia unica la sua. Sono colleghi. Il che capita anche in politica ed è la ragione per cui le piazze d’Israele erano piene di vita e opposizione, prima che Hamas le riempisse di morte: il governo provava a svellere i cardini del diritto, cercando la forza nel perdurare del nemico alle porte. Finché il nemico le ha sfondate. Gli estremisti collaborano fra loro, li si combatte collaborando fra ragionevoli.

Il guaio è che gran parte dei ragionevoli rinunciano alla parola o la danno per scontata. Invece si potrebbe perderla, continuando a dire che sono “tantissimi” i manifestanti anti occidentali, mentre sono ben più numerosi i cittadini della libertà. Il guaio è lasciare la piazza agli estremisti. Compresa la piazza digitale. Invece non si dovrebbe mai lasciare senza replica, non si dovrebbe mai smettere di esporre le proprie idee e richiamare i fatti. Questo è il modo per combattere i nemici della storia.

Una digressione su casa nostra. Per ricordare l’infamia del 16 ottobre 1943, quando la comunità ebraica di Roma fu rastrellata e inviata alla morte, la presidente del Consiglio ha detto che si tratta di «uno dei crimini più efferati che la storia italiana abbia conosciuto», perpetrato dai «nazisti con la complicità fascista». Lo sapevamo già, ma va sottolineato un miliardo di volte e vanno valorizzate le parole di chi è cresciuto sulla scia dell’ammirazione verso il fascismo. O vogliamo essere così ipocriti da negare il valore di quelle parole e il disvalore di quella provenienza? Si deve essere ottusi per non capire che la giusta posizione di politica estera del governo italiano, sia sulla questione ucraina che su quella israeliana, discende dall’avere rinnegato quell’orrida radice. E si deve essere ciechi per non accorgersi che nel governo ci sono diverse posizioni. Così come nell’opposizione. La parola serva a non tacerlo.

Israele è un bastione della libertà occidentale, come l’Ucraina è una trincea della sicurezza occidentale. Né Israele né l’Ucraina sono la perfezione, perché la perfezione è dei pazzi assassini, invasati e mistici. Ma l’attacco a Israele e all’Ucraina viene dai nemici del nostro mondo. A quanti, in casa nostra, si schierano da quella parte non va tolta la parola: vanno ricoperti di parole, colpo su colpo, senza nulla concedere.

La Ragione

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