Energia, a Budapest parte il progetto Europeo della Fondazione Einaudi sui cambiamenti climatici – Promoting Power Purchase Agreements to achieve the net-zero target


Simona Benedettini, in qualità di Energy Economist del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, aprirà il 16 marzo a Budapest la prima sessione di lavori del progetto europeo “Promoting power purchase agreements to achieve the net- zero target

Simona Benedettini, in qualità di Energy Economist del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, aprirà il 16 marzo a Budapest la prima sessione di lavori del progetto europeo “Promoting power purchase agreements to achieve the net- zero target”, promosso dall’European Liberal Forum e che vede, tra i partner coinvolti, anche la Friedrich Naumann Foundation (Germania).

Nel workshop ungherese Benedettini indicherà le linee guida per lo sviluppo di uno studio comparato volto ad individuare le migliori pratiche applicate negli accordi di fornitura di energia elettrica (fondamentali per raggiungere l’obiettivo di emissioni zero e per contrastare i cambiamenti climatici), nei diversi Stati aderenti alla ricerca. Parteciperanno, oltre all’Energy Economist che rappresenta la Fondazione Luigi Einaudi di Roma e che si occuperà di sviluppare l’analisi della situazione italiana, Gero Sheck per la Friedrich Naumann Foundation (Germania), Ricardo Silvestre per il Social Liberal Movement (Portogallo), William Hongsong Wang per la Fundacion para el Avance de Libertad (Spagna) e Tomas Babicz per l’Inditsuk Be (Ungheria).

L’incontro di Budapest segna l’avvio di un importante lavoro che si svilupperà durante tutto il 2023 con l’intento di dare un qualificato contributo al dibattito europeo sul clima. Già è in programma un secondo workshop a Lisbona nel mese di maggio, due pubblicazioni sul tema e relativi policy brief, per concludere con un grande evento a Roma entro la fine dell’anno.

Context


The recent REPowerEU Plan of the European Commission considers Power Purchase Agreements (PPAs) a key driver to achieve the new 2030 target of 45% share of renewable energy. According to the European Commission, such target is essential to ensure the timely and effective achievement of carbon neutrality in 2050. However, the diffusion of PPAs is facing several challenges across EU Member States due to both market and legislative barriers which are intrinsic to the long-term nature of PPAs. The project intends investigating the legislative and market framework for PPAs in different EU Member States (a preliminary and not conclusive list of countries might include Italy, Hungary, Germany, Spain, Portugal) to identify best practices for the diffusion of PPAs and to contribute to the EU debate on climate policies.

The theme of PPAs communities addresses issues common to the liberal political and ideological area many issues dear to the liberal area, from combating legislative and market barriers through a transnational and supra-national perspective to ecological challenges and economic savings.

Topics: Climate policies, Energy security, Climate neutrality, Net-zero future, FF55, REPowerEU, New Green Deal

VECTOR- Techno-Sustainability

About the event


The event consists in a workshop conceived as a follow up to discuss Power Purchase on a comparative frame and agree on a final publication. Simona Benedetttini (LEF project leader) will animate the workshop to explain to them how she conceived the project and to assist them in the realisation of a cohesive in-depth chapters on a European perspective. Benedettini will help authors reflecting on several issues such as:

  • Identifying policies and market interventions which proved to be effective in promoting PPAs in EU countries
  • Achieving an in-depth understanding on relevant barriers to the diffusion of PPAs
  • Promoting the dissemination of best practices for the diffusion of PPAs
  • Providing a relevant contribution to the EU debate on climate and energy policies

Programme


Wednesday 15 March 2023

10:00 – 19:00 Participants arrival to the Hotel Castle Garden, 40-41 Lovas utca, 1012 Budapest, Hungary

20:00 Meeting at the lobby for welcome and introduction

20:30 Dinner TBD

Speaker: Renata Gravina, Fondazione Luigi Einaudi

Thursday 16 March 2023

Indítsuk Be Magyarországot Foundation, 2 Rózsahegy utca 1024 Budapest, Hungary

09:30 Introductory Remarks

Speaker: Renata Gravina, Fondazione Luigi Einaudi
Speaker: Fjona Merkaj, European Liberal Forum Project Officer

09:45 Promoting Power Purchase Agreements to achieve the net-zero target purpose, objective, and scope

Speaker: Simona Benedettini, Energy Economist, Italy

11:00 Coffee Break

11:15 Dialogue with the participants of the workshop and follow-up in view of the publication of the volume Promoting Power Purchase Agreements

Speaker: Simona Benedettini, Energy Economist, Italy
Speaker: Ricardo Silvestre, MLS, Portugal
Speaker: William Hongsong Wang, Fundación para el Avance de la Libertad, Spain
Speaker: Gero Scheck, FNF, Germany
Speaker: Tamas Babicz, IBM, Hungary

12:30 Highlights of the event goals and conclusive remarks

Speaker: Renata Gravina, Fondazione Luigi Einaudi

13:00 End of event & lunch with participants

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Start up e innovazione. Il piano di Leonardo che avvicina Roma e Tel Aviv


L’Italia, con Leonardo, rafforza la cooperazione nel campo dell’innovazione e dello sviluppo tecnologico con Israele. Con l’evento di presentazione della seconda edizione internazionale del Business innovation factory (Bif), l’acceleratore dell’azienda it

L’Italia, con Leonardo, rafforza la cooperazione nel campo dell’innovazione e dello sviluppo tecnologico con Israele. Con l’evento di presentazione della seconda edizione internazionale del Business innovation factory (Bif), l’acceleratore dell’azienda italiana dedicata alla selezione e al supporto di start up ad alto potenziale innovativo, il gruppo di piazza Monte Grappa ha potuto illustrare le caratteristiche dell’iniziativa in un Paese che si è guadagnato negli ultimi anni il soprannome di Start up Nation, grazie al suo ecosistema estremamente ricco e variegato di realtà all’avanguardia nei campi della scienza e della tecnologia. L’evento, tra l’altro, ha visto la partecipazione del ministro italiano degli Esteri, Antonio Tajani, in visita a Tel Aviv, insieme al ministro per l’Innovazione, scienza e tecnologia di Israele, Ofir Akunis. Una missione, quella di Tajani che, nelle parole del ministro, è servita “a rafforzare la cooperazione politica, economica, scientifica e culturale” tra i due Paesi mediterranei.

La strategia di Leonardo in Israele

L’evento è stato solo l’ultima delle iniziative di Leonardo in Israele, un Paese con il quale stanno crescendo notevolmente le opportunità di partecipazione e collaborazione. A novembre del 2022 la società ha perfezionato il processo di fusione tra la controllata statunitense del gruppo, Leonardo Drs, e la società israeliana Rada Electronic Industries, un accordo che porta anche all’automatica quotazione in borsa di Leonardo Drs al Nasdaq di New York e a Tel Aviv. A febbraio di quest’anno, inoltre, Leonardo ha rinsaldato i rapporti con Israele sul tema dell’innovazione sottoscritto due accordi con Israeli Innovation Authority, un’agenzia pubblica a supporto tecnico e finanziario di progetti innovativi, e con Ramot, una technology transfer company per la valorizzazione della proprietà intellettuale dell’università di Tel Aviv. Come spiegato da Enrico Savio, chief strategy and market Intelligence officer di Leonardo, in un’intervista ad Airpress, questi accordi “si inseriscono nel quadro della strategia di rafforzamento di Leonardo nel mondo come global player, anche attraverso la leva dell’innovazione e quindi la creazione di rapporti strutturali con gli ecosistemi di innovazione più avanzati”

La Start up Nation

Come spiegato ancora da Savio, dunque, “le collaborazioni con Israele terranno in considerazione da una parte, le necessità di Leonardo di attingere all’open innovation come contributo all’innovazione, e dall’altro le specificità e le eccellenze di Israele inserite in un disegno complessivo che include sia i Paesi domestici sia gli altri Paesi strategici.” Tel Aviv, infatti, vanta un ecosistema unico al mondo fatto di settemila start up, cento acceleratori e decine di incubatori attivi, circa 430 fondi di venture capital operanti nell’innovazione, quasi cinquecento centri di ricerca e sviluppo di multinazionali, 17 programmi di Transfer of technology e nove università pubbliche impegnate nella ricerca tecnologica. Negli anni, Israele è diventato un modello virtuoso nel campo dell’innovazione, che contribuisce al 15% del Pil e alimenta il 54% dell’export, occupando poco meno di un milione di lavoratori, su una popolazione di nove milioni e mezzo.

L’acceleratore di piazza Monte Grappa

La Business innovation factory (Bif) è l’acceleratore di start up lanciato dalla società di piazza Monte Grappa a gennaio del 2022, realizzata in partnership con LVenture Group, che punta a sostenere circa dieci aziende innovative all’anno nel loro processo di sviluppo di soluzioni innovative per il settore aerospazio e Difesa. Alle aziende che parteciperanno alla Bif verrà assicurato un sostegno a 360° nei progetti identificati. La nascita dell’acceleratore si inserisce nell’approccio di Leonardo all’innovazione che si fonda, come indicato dal piano strategico di crescita Be Tomorrow 2030, su interazione e collaborazione tra diversi attori, interni ed esterni, per favorire la condivisione di idee e conoscenze, alimentando opportunità di sviluppo di nuove soluzioni tecnologiche.

Le prossime tappe del Business innovation factory

Il roadshow israeliano di Leonardo è solo l’ultima tappa del percorso, che ha visto la società presentarsi a Napoli, Milano, Londra, Monaco, e ha riscosso un notevole successo, con oltre duecento start up, venture capital e innovation hub. L’edizione di quest’anno, in particolare, è stata dedicata ai verticali della “simulazione e gamification” e “networking e cyber-security”. Adesso, i prossimi passi sono la selezione di una short list di enti in grado di accedere, a partire da maggio, alla fase di accelerazione della durata di sei mesi. “Ci auguriamo – ha raccontato Savio – che ai nastri di partenza a maggio potremo avere almeno una start up Israeliana”.


formiche.net/2023/03/startup-i…

Tre in Uno


Una carrellata di titoli e annunci ha informato gli italiani dell’imminente riforma fiscale, consistente in tre aliquote Irpef e una flat tax. Peccato che se ci sono tre aliquote non può esserci la flat, ovvero l’aliquota unica, e viceversa. Non si tratta

Una carrellata di titoli e annunci ha informato gli italiani dell’imminente riforma fiscale, consistente in tre aliquote Irpef e una flat tax. Peccato che se ci sono tre aliquote non può esserci la flat, ovvero l’aliquota unica, e viceversa. Non si tratta d’essere esperti di fisco, ma di capire che o è una o sono tre. Il solo caso in cui le due cose coincidono ha a che vedere con il sacro. È come avere annunciato una legge per i bipedi con quattro gambe. La spiegazione c’è e mostra più di quel che quegli annunci nascondono.

Il viceministro all’Economia Maurizio Leo, che conosce bene la materia e ha lunga esperienza, ha detto che la riforma in cantiere conta di avere il valore che ebbe la riforma degli anni Settanta. Ma la riforma che porta il nome di Bruno Visentini, varata nel 1975, era da subito compiuta, non un divenire sottoposto ai marosi della politica, e comportava una modalità di tassazione uguale per i redditi di natura differente. La così detta Visentini bis del 1983 non modificò quell’assetto ma intervenne sui bilanci societari.

Posto che, allo stato attuale, c’è una legge delega già approvata (per sua natura dettagliata nell’elenco e generica nelle modalità) e si dispone soltanto di anticipazioni, per giunta prestate in modo confuso, quel che si prospetta è piuttosto diverso. Fra le altre cose: 1. Le aliquote Irpef (ovvero il reddito delle persone fisiche, la dichiarazione che presentiamo, almeno quanti di noi pagano le imposte) passano da 4 a 3, ma per valutarne gli effetti occorre sapere quali siano e per quali scaglioni di reddito. Se il gettito restasse invariato qualcuno pagherebbe di più e altri meno; se il gettito calasse occorrerebbe sapere quali spese si tagliano; 2. La flat per tutti sarebbe una non flat relativa al reddito incrementale maturato nel corso dell’anno, quindi non scatterebbe lo scaglione successivo ma si pagherebbe un’aliquota diversa (che già non sono più 3); 3. La flat rimane per gli autonomi sotto un certo livello e che accettino il forfettario ma – a parte che anche questa è una non flat, bensì un’aliquota specifica (e daje a vederle aumentare) per determinati redditi – ne discende che trattasi del contrario della riforma Visentini, impostando una tassazione diversa a seconda non del livello ma della tipologia di reddito; 4. La flat vera, (un’aliquota uguale per tutti) resta come l’approdo promesso, ma non si sa con quale rotta e, comunque, anche in questo caso l’opposto della Visentini, che come era restava.

Fin quando non leggeremo i testi non siamo autorizzati a esprimere giudizi sulla riforma in sé. Riordino, semplificazione e lealtà verso il contribuente sono buone cose. Ma non sono quelle che finora leggiamo.

Veniamo alla pressione fiscale, a quanto costa il fisco per i contribuenti onesti. Lo slogan di tutti è che debba diminuire, fin qui è andata bene se non aumentava. Capiamoci: se la pressione fiscale dovesse crescere perché si fa pagare il dovuto agli evasori festeggeremmo, essendo la premessa per farla scendere agli onesti. Ma all’opinione pubblica si fa credere che l’evasore fiscale sia il pescecane approfittatore che s’arricchisce, il che è vero in qualche caso, per il quale è previsto anche il carcere (lallero); la gran parte dell’evasione consiste invece in scontrini non battuti, prestazioni in nero e fatture non fatte, il che comporta un accordo fra fornitore e cliente, mentre nessuno dei due ha la sensazione d’arricchirsi ma ritiene giusto non impoverirsi. Certo, sono disonesti. Ma è disonesto anche far credere che il recupero dell’evasione non riguardi il ricorrente dialogo: «Quanto le devo?», «Con la fattura o senza, nel primo caso c’è anche l’Iva». Chi si prende l’onere politico di spiegarlo, visto che si partì con lo sbagliatissimo piede di limitare anziché incentivare i pagamenti digitali?

Non c’è nessun gusto nel criticare a prescindere. Attendiamo il testo. Ma neanche è piacevole essere presi per quelli che salutano la mirabolante novità dei calvi con la zazzera.

La Ragione

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InSicurezza


Essersi spostati a Cutro, per tenere il Consiglio dei ministri, ha un valore simbolico. Di solidarietà e presidio. Non altro. È stato varato un decreto legge, che è oramai la sola forma d’iniziativa legislativa rimasta che possa sperare di giungere a una

Essersi spostati a Cutro, per tenere il Consiglio dei ministri, ha un valore simbolico. Di solidarietà e presidio. Non altro. È stato varato un decreto legge, che è oramai la sola forma d’iniziativa legislativa rimasta che possa sperare di giungere a una conclusione. Sono anni che vale questo andazzo e, a turno, chi si oppone protesta e chi governa decreta. Salvo scambiarsi le parti. Dopo quello che è successo nessuno se la sente di contestare i requisiti costituzionali della necessità e dell’urgenza. Tutto sta a vederne l’utilità.

Il decreto è bifronte, ma non incoerente, tenendo assieme aperture e repressione. Come qui immaginato. Diventa triennale la programmazione degli ingressi regolari di extracomunitari, mentre la quantità viene fissata da un Dpcm (il così detto “decreto flussi”). È la premessa per far entrare molte più persone, programmandone il numero in anticipo e così rendendo meno complicato lo smaltimento delle pratiche. Chi pensava che la destra al governo portasse con sé meno immigrati, o addirittura nessuno, sarà deluso: ne porta di più. La destra al governo può ben rispondere: ma sono regolari, mentre confermiamo di volere combattere l’immigrazione clandestina. Diciamo che si è giocato molto ad alludere, ma resterà il fatto che i profughi (che hanno diritto a essere accolti) continueranno ad arrivare in modo irregolare. E continueranno a entrare.

Poi c’è il lato repressivo, con pene fino a trent’anni (se il fatto porta al decesso di più persone) per gli scafisti. Il problema delle pene non è fissarle, ma applicarle. In mezzo c’è la giustizia. Difficile supporre che alla guida di una bagnarola sovraffollata si porrà il criminale turco o libico, semmai ci si troverà il picciotto marinaro. Un tribunale non comminerà a lui le pene concepite per il suo capo. E c’è anche il caso che l’imputato sostenga che la sua vita sia in pericolo, se venisse restituito al Paese del boss. A molti sembreranno dettagli o “cavilli”, ma è la ragione per cui la giustizia reale è così diversa da quella suggestivamente annunciata. Il che non autorizza a far spallucce; se l’equivoco si protrae è perché una società sana ha bisogno di ordine e sicurezza, mentre il mondo politico produce sentimentalismi: accoglienza e respingimento, comprensione e repressione. Roba da melodramma, che non risolve alcun dramma.

L’insicurezza colpisce i cittadini normali, accanendosi sui più deboli. Si fa credere che la teppaglia e la miseria che gira attorno alle stazioni o nei quartieri popolari o nelle periferie abbiano qualche cosa a che vedere con gli sbarchi o i clandestini, il che è solo in parte vero, ma il ciondolare da “richiedente asilo” è roba che produciamo noi. Ovvio che non puoi pensare di mandare per anni in galera quello che fa uno scippo o anche solo piscia sotto i portici, si ubriaca e vomita, ma è quello che più impressiona i cittadini. La rapina armata in una villa, con il morto, è gravissima ma la leggiamo sul giornale, mentre gli accampamenti senza legge finiscono di rado sui giornali ma riempiono la giornata del passante. Le forze dell’ordine ci fanno poco e niente, perché è vero che sono obbligate a intervenire ma sanno che non risolve nulla. Non manca la legge, manca la giustizia. I piccoli reati sono i più diffusi, creano più allarme, la punizione è efficace se arriva a distanza di ore. A distanza di anni è una presa in giro.

Per riuscirci devi avere una giustizia commisurata. Non ha senso che viaggi tutto sugli stessi binari. Ed è un gravissimo errore della sinistra considerare l’ordine e la sicurezza come roba di destra, quando non reazionaria. Sono cose vitali. Solo che servono rimedi efficaci, giudici che decidano in un’udienza, pene ragionevoli, non necessariamente detentive. Questo disincentiverebbe, non la testa di leone su un corpo da scoiattolo.

Altrimenti si producono aumenti delle pene per accompagnare l’aumento degli immigrati. Che sarà, forse, urgente e necessario, ma che sia utile è improbabile.

La Ragione

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Il piano della Difesa per colmare le lacune italiane sui carri armati


L’Italia sta valutando la possibilità di acquistare 125 carri armati e veicoli da combattimento di fanteria per colmare alcune lacune in attesa di completare progetti di lungo termine, secondo quanto scritto da DefenseNews. Il conflitto in Ucraina ha ri

L’Italia sta valutando la possibilità di acquistare 125 carri armati e veicoli da combattimento di fanteria per colmare alcune lacune in attesa di completare progetti di lungo termine, secondo quanto scritto da DefenseNews.

Il conflitto in Ucraina ha riportato l’attenzione degli Stati maggiori e degli addetti ai lavori alle tradizionali operazioni belliche terrestri. Nel frattempo è cresciuta in Italia la preoccupazione per l’obsolescenza e l’esaurimento delle scorte di carri armati Ariete e di veicoli da combattimento Dardo. Giovedì scorso, davanti alla commissione parlamentare per la difesa, il Segretario generale della Difesa, generale Luciano Portolano, ha dichiarato che si stanno valutando soluzioni per colmare le lacune.

Sempre DefenseNews riporta che la Difesa italiana prevede un fabbisogno attuale di 250 main battle tanks, di cui 125 potrebbero essere carri Ariete aggiornati. Per quanto riguarda i rimanenti 125, il deputato di Forza Italia Giorgio Mulè, ex sottosegretario alla Difesa, ha affermato che la soluzione più pratica è il leasing, piuttosto che l’acquisto, dei carri armati. Dunque è probabile che Roma noleggerà carri Leopard da nazioni alleate. “Abbiamo bisogno di una modernizzazione urgente: l’ultima volta che abbiamo introdotto nuovi carri armati e veicoli da combattimento è stato negli anni ’80 con i veicoli Ariete e Dardo”, ha detto Mulè citato da DefenseNews.

Allo stesso tempo Portolano ha riferito al Parlamento che la Difesa sta lavorando sui requisiti per i carri armati e i veicoli da combattimento di “prossima generazione” che potrebbero essere sviluppati con il contributo dell’industria italiana. Nel caso dei carri armati, ha citato il Main Ground Combat System lanciato nel 2012 da Francia e Germania e destinato a essere sviluppato dalla tedesca Rheinmetall e da Knds, una joint venture tra la tedesca Kmw e la francese Nexter.

Proprio Rheinmetall ha dichiarato che se Roma acquisterà il suo nuovo veicolo da combattimento Lynx per sostituire l’obsoleto Dardo, potrebbe pensare di costruire il veicolo in Italia. La società tedesca ha infatti annunciato di voler fare un’offerta per acquisire una quota di minoranza del produttore italiano di cannoni Oto Melara. Leonardo aveva già espresso il desiderio di vendere una parte o la totalità dell’azienda, considerandola non-core in quanto intende concentrarsi sull’elettronica, sugli elicotteri, sugli aerei e sulla tecnologia informatica. Oto Melara produce torrette per veicoli da combattimento e cannoni navali che sono stati acquistati dalle marine militari di tutto il mondo.


formiche.net/2023/03/acquisto-…

Energia, a Budapest parte il progetto Europeo della Fondazione Einaudi sui cambiamenti climatici – Promoting Power Purchase Agreements to achieve the net-zero target.


Simona Benedettini, in qualità di Energy Economist del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, aprirà il 16 marzo a Budapest la prima sessione di lavori del progetto europeo “Promoting power purchase agreements to achieve the net- zero target

Simona Benedettini, in qualità di Energy Economist del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, aprirà il 16 marzo a Budapest la prima sessione di lavori del progetto europeo “Promoting power purchase agreements to achieve the net- zero target”, promosso dall’European Liberal Forum e che vede, tra i partner coinvolti, anche la Friedrich Naumann Foundation (Germania).

Nel workshop ungherese Benedettini indicherà le linee guida per lo sviluppo di uno studio comparato volto ad individuare le migliori pratiche applicate negli accordi di fornitura di energia elettrica (fondamentali per raggiungere l’obiettivo di emissioni zero e per contrastare i cambiamenti climatici), nei diversi Stati aderenti alla ricerca. Parteciperanno, oltre all’Energy Economist che rappresenta la Fondazione Luigi Einaudi di Roma e che si occuperà di sviluppare l’analisi della situazione italiana, Gero Sheck per la Friedrich Naumann Foundation (Germania), Ricardo Silvestre per il Social Liberal Movement (Portogallo), William Hongsong Wang per la Fundacion para el Avance de Libertad (Spagna) e Tomas Babicz per l’Inditsuk Be (Ungheria).

L’incontro di Budapest segna l’avvio di un importante lavoro che si svilupperà durante tutto il 2023 con l’intento di dare un qualificato contributo al dibattito europeo sul clima. Già è in programma un secondo workshop a Lisbona nel mese di maggio, due pubblicazioni sul tema e relativi policy brief, per concludere con un grande evento a Roma entro la fine dell’anno.

Context


The recent REPowerEU Plan of the European Commission considers Power Purchase Agreements (PPAs) a key driver to achieve the new 2030 target of 45% share of renewable energy. According to the European Commission, such target is essential to ensure the timely and effective achievement of carbon neutrality in 2050. However, the diffusion of PPAs is facing several challenges across EU Member States due to both market and legislative barriers which are intrinsic to the long-term nature of PPAs. The project intends investigating the legislative and market framework for PPAs in different EU Member States (a preliminary and not conclusive list of countries might include Italy, Hungary, Germany, Spain, Portugal) to identify best practices for the diffusion of PPAs and to contribute to the EU debate on climate policies.

The theme of PPAs communities addresses issues common to the liberal political and ideological area many issues dear to the liberal area, from combating legislative and market barriers through a transnational and supra-national perspective to ecological challenges and economic savings.

Topics: Climate policies, Energy security, Climate neutrality, Net-zero future, FF55, REPowerEU, New Green Deal

VECTOR- Techno-Sustainability

About the event


The event consists in a workshop conceived as a follow up to discuss Power Purchase on a comparative frame and agree on a final publication. Simona Benedetttini (LEF project leader) will animate the workshop to explain to them how she conceived the project and to assist them in the realisation of a cohesive in-depth chapters on a European perspective. Benedettini will help authors reflecting on several issues such as:

  • Identifying policies and market interventions which proved to be effective in promoting PPAs in EU countries
  • Achieving an in-depth understanding on relevant barriers to the diffusion of PPAs
  • Promoting the dissemination of best practices for the diffusion of PPAs
  • Providing a relevant contribution to the EU debate on climate and energy policies

Programme


Wednesday 15 March 2023

10:00 – 19:00 Participants arrival to the Hotel Castle Garden, 40-41 Lovas utca, 1012 Budapest, Hungary

20:00 Meeting at the lobby for welcome and introduction

20:30 Dinner TBD

Speaker: Renata Gravina, Fondazione Luigi Einaudi

Thursday 16 March 2023

Indítsuk Be Magyarországot Foundation, 2 Rózsahegy utca 1024 Budapest, Hungary

09:30 Introductory Remarks

Speaker: Renata Gravina, Fondazione Luigi Einaudi

Speaker: Fjona Merkaj, European Liberal Forum Project Officer

09:45 Promoting Power Purchase Agreements to achieve the net-zero target purpose, objective, and scope

Speaker: Simona Benedettini, Energy Economist, Italy

11:00 Coffee Break

11:15 Dialogue with the participants of the workshop and follow-up in view of the publication of the volume Promoting Power Purchase Agreements

Speaker: Simona Benedettini, Energy Economist, Italy

Speaker: Ricardo Silvestre, MLS, Portugal

Speaker: William Hongsong Wang, Fundación para el Avance de la Libertad, Spain

Speaker: Gero Scheck, FNF, Germany

Speaker: Tamas Babicz, IBM, Hungary

12:30 Highlights of the event goals and conclusive remarks

Speaker: Renata Gravina, Fondazione Luigi Einaudi

13:00 End of event & lunch with participants

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Federico Tedeschini: le carriere dei nostri giudicanti – ladiscussione.it


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La piccola Sara, 9 anni, picchiata a sangue per aver indossato male il velo


È proprio vero quanto afferma nei suoi discorsi l’attivista iraniana per i diritti umani Mashi Alinejad. “Il velo è solo un simbolo della protesta, simboleggia l’oppressione ed è paragonabile al Muro di Berlino: se lo si abbatte, l’intero sistema crollerà

È proprio vero quanto afferma nei suoi discorsi l’attivista iraniana per i diritti umani Mashi Alinejad. “Il velo è solo un simbolo della protesta, simboleggia l’oppressione ed è paragonabile al Muro di Berlino: se lo si abbatte, l’intero sistema crollerà”, è questo il grido di libertà delle donne iraniane al mondo.

L’obbligo del velo è il pilastro più debole su cui si fonda la rigida applicazione delle leggi islamiche che costringono le donne alla segregazione e la polizia morale ha il compito di controllare l’abbigliamento delle persone e di arrestare soprattutto le donne che non rispettano leggi islamiche vigenti.

Il regime teocratico non può rinunciare all’applicazione rigida del suo codice di abbigliamento che segrega le donne confinandole in uno spazio di minorità: inferiori agli uomini, dunque. Non può sopportare che da sei mesi le ragazze del liceo e delle università non rispettano più la legge sul velo; con questa rivoluzione, infatti, le donne hanno di fatto già abolito l’obbligo di indossarlo. Ora le donne, quasi ovunque, soprattutto le più giovani, mostrano pubblicamente le loro ciocche al vento. Dopo sei mesi di una coraggiosa lotta a mani nude, al prezzo della vita, con la disobbedienza civile e con gesti gioiosi, ironici e densi di simbolismo, le donne, per le strade, sui mezzi pubblici, nelle scuole e nei campus universitari, ora ostentano i loro fluenti capelli, sciolti o a coda di cavallo, legati in crocchia o modellati in bob.

La cosiddetta polizia morale, tuttavia, continua a terrorizzare le donne di qualsiasi età, a partire dalle bambine di 7 anni.

Sara Shirazi, una fanciulla di appena 9 anni, verso le ore 12 e 40 di venerdì 24 febbraio, tornava a casa tutta allegra e sorridente canticchiando, con il suo scialle poggiato sulle spalle, dopo essere uscita dalla scuola elementare Isfahan. Nel suo percorso verso casa ha incontrato il suo orco impersonato da una donna agente del regime, di nome Razieh Haftbaradaran, che l’ha rimproverata perché il suo foulard non le copriva il capo. Sara non comprendeva il motivo del rimprovero e si è ribellata a questa imposizione ed è stata picchiata duramente al volto e spinta a terra; cadendo ha battuto la testa sul marciapiede.

Alcuni testimoni hanno ripreso la brutale aggressione in un video, diventato virale sui social, in cui si vede la povera Sara seduta sul bordo del marciapiede con i vestiti insanguinati mentre, singhiozzando, cercava con le mani di arginare il sangue che le usciva copiosamente dal naso.

I passanti che l’avevano soccorsa e poi trasportata in ospedale hanno denunciato la donna che l’aveva brutalmente picchiata.

I genitori della bambina sono stati subito minacciati dalle forze volontarie paramilitari basij che hanno loro intimato di non diffondere la notizia dell’aggressione “altrimenti Sara avrebbe fatto la stessa fine di Mahsa Amini”.

L’autrice di tale efferatezza ha cercato di negare l’accaduto e ha inventato una storia di un presunto litigio tra coetanee.

Ma le numerose testimonianze hanno rivelato l’orribile realtà dell’accaduto. Razieh è stata arrestata e Sara portata in ospedale.

Dopo qualche ora, la donna è stata rilasciata e la famiglia minacciata.

Non importa quale sia la loro età, le donne in Iran sono tutte in pericolo, sono segregate come prigioniere nelle mani di un regime orrifico.

La signora, che in nome di un credo religioso aggredisce con violenza una bambina che poteva essere sua figlia, probabilmente non sarà incriminata perché le sue convinzioni coincidono con quelle della Guida Suprema Ali Khamenei che ha promesso tolleranza zero sull’obbligo dell’uso dell’hijad, secondo il codice di abbigliamento islamico reso ancora più rigido subito dopo l’arrivo al potere del presidente Raisi.

Da oltre tre mesi sono in atto veri e propri attacchi con avvelenamento da agenti nervini in diversi licei del paese.

Sono oltre 800 le ragazze senza velo di 120 scuole dell’Iran, in particolare a Qom e a Borujerd, che hanno accusato sintomi da avvelenamento respiratorio. Molte di esse sono finite in ospedale e una ragazza di 11 anni di una delle scuole religiose più prestigiose di Qom, città santa per gli sciiti, è morta. Il suo nome è Fatemeh Rezaei, la sua famiglia sarebbe stata minacciata di non divulgare la notizia e di rimanere in silenzio.

Il movimento giovanile di protesta accusa il regime della Repubblica islamica di volersi vendicare del coraggioso attivismo delle donne che hanno generato un moto di ribellione nonviolenta che sta scardinando le fondamenta ideologiche su cui si basa la teocrazia.

L’opposizione sia in patria che in esilio sostiene che dietro questi gravissimi atti criminali vi sia la mano del regime che avrebbe incaricato gruppi di estremisti religiosi di mettere in atto tali azioni terroristiche nei confronti delle studentesse che si oppongono all’obbligo dell’hijab per escluderle dalle scuole e tenere dunque lontane dall’istruzione pubblica le alunne senza velo che hanno di fatto abbattuto l’apartheid di genere in Iran.

Sotto accusa è l’organizzzazione sciita Hamian-e Velayat, un gruppo estremista religioso che nel passato aveva lanciato attacchi contro i derwishi. Hamian-e Velayat è molto legata al figlio della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei e ai pasdaran. L’obiettivo della parte più radicale del regime sarebbe quelli di terrorizzare la popolazione.

L’avvelenamento di massa degli studenti sta rivelando una strategia terroristica mirante a costringere le adolescenti a indossare l’hijab e a dissuaderle dal manifestare.

Alcuni medici hanno confermato la sintomatologia tipica da avvelenamento da agenti organofosfato che provoca forte sudorazione, eccesso di salivazione, vomito, ipermotilità intestinale, diarrea, perdita momentanea della vista, difficoltà respiratorie e paralisi, fino all’esito della morte. Tali sintomi si possono presentare anche a distanza di due settimane.

La rete Shargh sostiene che durante l’attacco chimico gli assistenti scolastici indossavano mascherine, ma nessuna mascherina era stata distribuita ai ragazzi.

Gli attacchi con avvelenamento da agenti nervini si sono registrati nelle università e nei licei di Tehran, del Khuzestan, Lorestan, Khorasan Razavi, Fars, Isfahan, Alborz, Markazi, Ardabil, Golestan, Yazd, Hamedan, Azerbaigian occidentale e orientale e perfino il Conservatorio femminile di Kardanesh a Tabriz.

Il viceministro della Sanità, Yunus Panahi, è stato costretto a rilasciare una dichiarazione. Ha confermato i casi di avvelenamento e ha ammesso che si tratta di azioni deliberate avanzando sospetti su alcuni gruppi islamisti sciiti estremisti contrari a che le ragazze adolescenti frequentino la scuola. Qualcosa di simile sta accadendo in Afganistan. Ma i manifestanti sostengono che è in atto una strategia da parte delle autorità iraniane mirante a terrorizzare le donne che non intendono osservare l’obbligo del velo. “Vogliono che tutte le scuole, in particolare quelle femminili, vengano chiuse”, affermano.

Il procuratore generale Mohammad Jafar Montazeri ha ordinato un’indagine penale su tali accadimenti. Il portavoce del regime Ali Bahadori Jahromi ha confermato che i Ministeri dell’Intelligence e dell’Istruzione stanno indagando per scoprire la causa degli avvelenamenti.

Ma al momento le autorità della Repubblica islamica sembrano tollerare questi casi di avvelenamento seriali. Nonostante siano trascorsi più di tre mesi dall’inizio degli attacchi chimici nelle scuole, non hanno ancora identificato e arrestato gli autori di tali orribili atti.

Il regime non riuscendo più a far rispettare l’odioso codice di abbigliamento starebbe ricorrendo alla strategia terroristica per costringere le mamme a fare indossare il velo alle loro figlie o a non mandarle più a scuola.

Nei parchi, nei caffè, nei ristoranti, nei centri commerciali, e in tutti i luoghi frequentati dai giovani, le ragazze mostrano il loro capo scoperto.

Per gran parte delle giovani donne, comprese celebrità del mondo dell’arte, dello spettacolo e dello sport, “l’era dell’hijab forzato è ormai finita”.

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Leadership empatica e inclusiva. La lezione del Casd per i comandanti di domani


Chi è un buon leader, e quali sono le caratteristiche che deve possedere per riuscire a guidare le società e le organizzazioni a loro affidate al successo? Sono stati questi gli interrogativi al centro del convegno La mia Leadership promosso dal Centro al
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Chi è un buon leader, e quali sono le caratteristiche che deve possedere per riuscire a guidare le società e le organizzazioni a loro affidate al successo? Sono stati questi gli interrogativi al centro del convegno La mia Leadership promosso dal Centro alti studi per la Difesa (Casd), in collaborazione con Elettronica, e dedicato al delicato tema dell’arte del comando. Lo ha fatto rivolgendosi alle riflessioni di esperti provenienti da realtà molto diverse perché, come ricordato dal presidente del Casd in apertura, l’ammiraglio Giacinto Ottaviani, “la leadership è trasversale, è per quanto gli ambiti siano differenti, esiste sempre il fattore comune della necessità di gestire le risorse”. Non è del resto un caso che il convegno si sia tenuto presso il prestigioso ente militare, come ricordato da Ottaviani infatti, “la leadership è di casa qui”. L’istituto infatti forma i comandanti delle nostre Forze armate e non solo, ricomprendendo militari esteri e dirigenti civili.

L’intelligenza emotiva

Ad aprire il convegno è stata la presentazione del professor Daniel Goleman, che ha illustrato le caratteristiche dell’intelligenza emotiva, quella capacità empatica di cui lo studioso è considerato il teorico fondatore. Per Goleman, infatti, la domanda di partenza per i suoi studi è stata “perché un comandante è più efficace di altri”, a parità di conoscenze tecniche? La risposta sta nell’uso intelligente delle emozioni, nella capacità di auto-coscienza, e nell’empatia, che consente di costruire relazioni efficaci con le persone che si ha intorno. Tutte capacità che sempre più spesso sono ricercate anche dalle aziende, con la richiesta delle cosiddette soft skill che è aumentata negli ultimi anni del 30%, a fronte di un calo della richiesta di hard skill del 40%. Le capacità tecniche, infatti, possono essere considerate il punto di partenza, ma quello che davvero fa la differenza è l’empatia di un leader. “Se le persone amano quello che stanno facendo, si sentono coinvolte, lavorano meglio, e questo aumenta non solo la soddisfazione, la salute fisica e mentale, ma anche i risultati, che in un’azienda significano profitti”. Al contrario, bullizzare, ignorare i bisogni altrui, pretendere dagli altri quello che non si pretende per sé creano leader peggiori. “La leadership, infatti – ha chiosato Goleman – comincia con il saper guidare sé stessi”.

La persona al centro

Al centro di tutte le riflessioni è sempre rimasto costante il ruolo della persona. Come ricordato dal video messaggio inviato dal presidente del Coni, Giovanni Malagò, “sono le persone a fare il ruolo, e non viceversa”, ricordando come troppo spesso si assiste a un abuso della carica senza che vi sia una sostanziale riconoscibilità dell’autorevolezza del leader. L’importanza della persona al centro della riflessione emerge soprattutto in un secolo come questo, “un momento di trasformazione sociale e tecnologico” come ricordato dal ceo di Elettronica, Domitilla Benigni, per cui il leader deve essere in grado di capire e interpretare il cambiamento. Le caratteristiche “di assertività e leader gerarchica” non sono adatte alla nuova società, dove c’è bisogno non di “leader eroi soli al comando, ma gruppi coinvolti in processi diffusi”, più veloci e flessibili. Questo è tanto più importante nel momento in cui si affronta il delicato equilibrio tra umani e macchine, con il ruolo del leader che deve “potenziare il fattore umano nella civiltà delle macchine e digitale”, ha detto ancora Benigni. In questo, dunque, il leader deve essere inclusivo, un tema che si lega anche a quello della leadership al femminile “un aspetto sottovalutato, ma le donne hanno delle caratteristiche distintive di leadership visionaria, con una maggiore visione inclusiva” capace di stimolare e valorizzare il potenziale dei propri collaboratori.

Le qualità di un comandante

E sono proprio i collaboratori i giudici della qualità di un buon leader. “Per rispondere alla domanda se sono stato all’altezza degli uomini e delle donne che ho avuto l’onore di guidare bisogna chiederlo proprio a loro”, ha infatti sottolineato il capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. “Tutti cerchiamo un leader” ha aggiunto l’ammiraglio, ricordando come i leader sono coloro “che in un secondo fanno la differenza, capaci di salvare le vite dei propri commilitoni e delle popolazioni loro affidate”. Saper scegliere buoni leader, tra l’altro, è l’arduo compito che spetta ai comandanti. “Ma come si trova un buon leader?” si è domandato Cavo Dragone. La storia aiuta con gli esempi, alcuni citati dall’ammiraglio, da Giovanna D’Arco a Martin Luther King e Nelson Mandela. Il leader, dunque, è chi sa distinguere in un attimo la scelta giusta da quella sbagliata, dando priorità al bene comune, mettendo la dignità al primo posto e pronto al sacrificio per gli altri, “e con una rigida bussola etica e morale, altrimenti ricadrebbe inesorabilmente nella categoria dei tiranni”. Per Cavo Dragone, tra l’altro, il leader spesso si trova nelle ultime file “ma che quando parla fa calare il silenzio” pronto a una vita di responsabilità. Per il capo di Stato maggiore della Difesa, dunque, le virtù di un buon comandante militare sono “principi etici e morali, professionalità, la capacità di pretendere il merito e riconoscerlo negli altri, e l’attitudine militare, il coraggio di optare per la scelta migliore anche e difficile”.

Le virtù di un leader

A guidare il leader, il presidente emerito del Pontificio consiglio della Cultura, Cardinale Gianfranco Ravasi, deve esserci anche una bussola morale ed etica. Una serie di stelle-guida, racconta il sacerdote, già teorizzate dagli autori classici, a partire da Platone, Socrate, fino a Cicerone e passata a Sant’Agostino. “La prima stella è il verum, la verità” la costante ricerca di ciò che è vero nel mondo. “La seconda è il bonum, l’etica, la capacità di distinguere il bene dal male”, spiega ancora Ravasi, che conclude con la terza stella, “il pulchrum, il bello”. Il leader, infatti, deve possedere anche una dignità esteriore, un linguaggio capace di rappresentare in modo coinvolgente il proprio messaggio. Naturalmente, però, per il cardinale il leader deve possedere anche una quarta capacità, l’umiltà, “in latino le due parole che indicano la leadership sono magister, il capo, dal latino magis ‘più’, ma anche minister, che viene da minus ‘meno’, e indica la capacità di mettersi spalla a spalla con i propri subalterni”.


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La vittoria di Pirro dell’Europa sugli USA


« Non vogliamo alimentare guerre commerciali con l’Inflation Reduction Act ma solo un po’ di concorrenza amichevole. Per questo ripetiamo all’Europa, fate come noi, aiutate di più la vostra industria» ha esortato l’altro ieri Jennifer Granholm, la segreta

«Non vogliamo alimentare guerre commerciali con l’Inflation Reduction Act ma solo un po’ di concorrenza amichevole. Per questo ripetiamo all’Europa, fate come noi, aiutate di più la vostra industria» ha esortato l’altro ieri Jennifer Granholm, la segretaria Usa all’Energia, alla vigilia della missione americana di Ursula von der Leyen. Che l’ha letteralmente presa in parola. Quasi in contemporanea all’incontro alla Casa Bianca con il presidente Joe Biden, la presidente della Commissione ha fatto annunciare a Bruxelles il nuovo codice europeo per gli aiuti di Stato, più flessibile per permettere all’industria europea di recuperare i suoi ritardi competitivi e cavalcare al meglio le sfide del clean tech e della transizione climatica e digitale.

È questa la prima risposta concreta dell’Unione europea all’Inflation Reduction Act, il piano americano da 370 miliardi di dollari di sovvenzioni e prestiti per accelerare la conquista della frontiera verde nella produzione di energia, infrastrutture, prodotti puliti, auto elettrica in testa. «Nessuno però intende cadere nella trappola della corsa ai sussidi pubblici a suo tempo orchestrata da Boeing e Airbus» precisa uno dei negoziatori europei. Che avverte una sostanziale sintonia sugli altri temi in agenda, dagli aiuti all’Ucraina all’aggiramento delle sanzioni alla Russia da parte di Paesi terzi – Cina inclusa – alla sicurezza economica.

Dopo gli scontri ad alta tensione, tra le sponde dell’Atlantico spira vento di cooperazione: in tempi di guerra nessuno può uscire troppo dal seminato se non a proprio rischio. E così, dopo le concessioni già fatte in dicembre sui veicoli commerciali Ue in leasing, ammessi al credito di imposta IRA da 7.500 dollari, ora l’Amministrazione Biden è pronta a un passo ulteriore a favore dell’industria europea: l’apertura di negoziati su un nuovo tipo di accordi di libero scambio, di portata limitata, con i Paesi alleati: Ue, Giappone e Gran Bretagna.

Obiettivo, estendere gli incentivi dell’IRA, fino a 3.750 dollari, anche ai fornitori Ue di materie prime sensibili necessarie per produrre batterie di auto elettriche “made in Usa”, riducendo così il quasi monopolio della Cina nel settore. La guerra russa in Ucraina ha ricompattato e arricchito di nuovi membri l’alleanza militare Nato. Ora sicurezza economica e autonomia strategica nelle catene del valore impongono un percorso parallelo di crescente integrazione dell’Occidente sotto lo schiaffo dall’antagonismo cinese nelle industrie e tecnologie del futuro.
Peccato che alla partita a scacchi sul nuovo ordine mondiale, che viaggia verso il vecchio schema dei blocchi contrapposti, l’Europa si sieda, nonostante la grande resilienza mostrata in questo anno di guerra, con troppi ritardi e fragilità irrisolte.

Costretta di fatto a raddoppiare la vecchia scelta dell’opzione americana senza veri margini di potere negoziale con gli Stati Uniti – e men che meno con la Cina – favorendo così di fatto la morte del multilateralismo di cui pure resta fervente e ormai inascoltata paladina. Più nell’immediato, la rappacificazione euro-americana sull’IRA rischia nei fatti di rivelarsi una vittoria di Pirro: la riduzione dei danni ottenuta sulla carta per l’industria europea rischia di fatto di volatilizzarsi al canto delle sirene Usa.

Peggio, di annegare nella guerra degli aiuti di Stato intra-Ue dopo aver scongiurato formalmente quella transatlantica. Da un lato, nonostante l’ammortizzatore del riorientamento flessibile nell’uso dei fondi Ue per i Paesi con pochi margini di manovra finanziaria, la potenza di fuoco dei bilanci di Germania e Francia rischia di far saltare il mercato unico e di avvelenare i rapporti tra i 27 creando di fatto un’Europa economico, industrial-tecnologica a più velocità di sviluppo e di competitività. Dunque, più vulnerabile alle divisioni interne e meno incline alla fiducia reciproca, già faticosa.

Dall’altro lato, le concessioni degli Stati Uniti all’Europa non potranno certo cambiare la realtà di una partnership obbligata, ma decisamente sbilanciata, tra gli scatti della gazzella americana lanciatissima nella corsa al futuro e i riflessi torpidi del pachiderma Europa frenato da regole, burocrazia e governance istituzionale troppo tortuose. Sono passati soltanto 7 mesi dal varo dell’IRA e già più di 100 società dell’indotto dell’auto elettrica hanno annunciato investimenti negli Stati Uniti.

Josu Imaz, amministratore delegato della spagnola Repsol, sedotto dalla «semplicità dell’IRA», quest’anno destinerà il 40% delle spese di bilancio alla scommessa americana e il 25% a quella iberica. Volkswagen potrebbe decidere di rinunciare alla produzione di batterie nell’Europa dell’Est per trasferirsi negli Usa incassando 9-10 miliardi di sovvenzioni IRA: attende solo di sapere la controfferta Ue consentita dal nuovo codice degli aiuti. La giapponese Mitsubishi definisce il sistema americano «un magnete irresistibile per l’industria». Se poi si aggiungono recenti dubbi e ripensamenti legislativi sui ritmi della transizione verde dopo l’esaltazione iniziale, quella europea oggi più che una rincorsa a troppi ostacoli, sembra un labirinto dalle misteriose vie d’uscita.

Il Sole 24 Ore

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ChatGPT al servizio del Pentagono? La provocazione dell’Air Force


La tecnologia di intelligenza artificiale alla base del sistema ChatGPT potrebbe facilitare la gestione della burocrazia al Pentagono, permettendo di aggregare le informazioni più rapidamente ed efficacemente. Questo è il messaggio lanciato dal più alto d

La tecnologia di intelligenza artificiale alla base del sistema ChatGPT potrebbe facilitare la gestione della burocrazia al Pentagono, permettendo di aggregare le informazioni più rapidamente ed efficacemente. Questo è il messaggio lanciato dal più alto dirigente tecnologico dell’Us Air force, Lauren Barrett Knausenberger, deputy chief information officer dell’aeronautica a stelle e strisce, intervenuta sul tema durante un evento di Billington Cybersecurity, come registrato da Defense One.

ChatGPT facilita la burocrazia

A detta di Knausenberger, la tecnologia IA può essere di grande aiuto nel semplificare la burocrazia della Difesa americana, agevolando l’identificazione dei responsabili oppure automatizzando la raccolta delle informazioni. In altre parole, l’intelligenza artificiale permetterebbe di intervenire sui compiti attualmente effettuati dagli impiegati, facilitando loro il lavoro attualmente complicato da macchinose operazioni che potrebbero venire automatizzate. I loro incarichi, infatti, potrebbero essere semplificati dall’intermediazione di ChatGPT, che si occuperebbe dell’annosa ricerca delle informazioni necessarie, fornendole poi direttamente ai dipendenti.

Cos’è ChatGPT?

ChatGpt è una delle ultime novità nell’implementazione dell’intelligenza artificiale in rete, introdotta su diversi browser (finora era riservata a Microsoft Edge). ChatGpt è alimentato da un modello linguistico chiamato Gpt-3, programmato per comprendere il linguaggio umano e generare risposte basate su enormi quantità di dati. È stato sviluppato dalla startup americana Open AI. Il programma ha ricevuto sia lodi che critiche, tra cui il caso del fondatore di Tesla e SpaceX, Elon Musk, che lo ha definito “uno dei maggiori rischi per il futuro della civiltà è l’intelligenza artificiale. È sia positivo che negativo e ha grandi, grandi promesse, grandi capacità”.

Innovazione e semplificazione

Al di là della provocazione lanciata da Knausenberger, che presto lascerà il proprio incarico all’Aeronautica statunitense, di utilizzare il controverso sistema di conversazione automatica, la deputy Cio ha comunicato di voler portare a termine entro il suo mandato un processo di semplificazione e di automazione del modo in cui l’Air force gestisce le proprie informazioni e la sicurezza delle loro trasmissioni. Tra gli obiettivi, per esempio, c’è aumentare la protezione dei dispositivi in dotazione ai membri della Forza armata come telefoni, computer e tablet. Importante per Knausenberger sarà anche semplificare la gestione delle identità degli impiegati, come credenziali e dati di accesso, entro il 2025. Nel dettaglio, l’obiettivo perseguito sarebbe quello di riunire i vari servizi di identità in un unico strumento in grado di far funzionare tutte le applicazioni necessarie.


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La roadmap della Difesa tra innovazione e procurement. L’audizione di Portolano


Preservare l’autonomia strategica tecnologica, attuare processi di procurement efficaci e flessibili per adattarsi al mutevole scenario contemporaneo e assicurarsi una base industriale competitiva a livello internazionale. Sono stati i principali obiettiv

Preservare l’autonomia strategica tecnologica, attuare processi di procurement efficaci e flessibili per adattarsi al mutevole scenario contemporaneo e assicurarsi una base industriale competitiva a livello internazionale. Sono stati i principali obiettivi illustrati dal Segretario generale della Difesa (Sgd) e Direttore nazionale degli armamenti (Dna), generale Luciano Portolano, alle commissioni di Affari esteri e Difesa responsabili di Camera e Senato, nel corso delle sue audizioni sulle linee programmatiche del mandato. “La mia visione è improntata alla ricerca della massima sinergia con l’area tecnico-operativa, per comprenderne le esigenze capacitive in tutti i settori, e con il comparto industriale della Difesa, il mondo accademico e i centri di ricerca, per identificare soluzioni efficaci e innovative”, ha spiegato il generale.

Tecnologia, chiave della competizione

Nel suo discorso il generale ha evidenziato in particolare anche la necessità e la volontà di implementare la cooperazione con il settore della ricerca per lo sviluppo di tecnologie militari innovative, considerata la chiave per “rimanere competitivi nei confronti di potenziali avversari”. Dipendere da tecnologie altrui, infatti, significherebbe “subordinare la capacità di difesa nazionale alla volontà di coloro che detengono il know-how tecnologico”. Questo si traduce anche nella ricerca di equipaggiamenti militari all’avanguardia, in grado di operare efficacemente negli attuali contesti operativi.

Preservare l’autonomia strategica

In questo contesto, Portolano ha parlato della necessità di “preservare l’autonomia strategica nella ricerca scientifica, e tecnologica” e concentrare gli sforzi della Difesa nel rafforzamento della “sinergia con il mondo accademico, i centri di ricerca e con il comparto industriale”. Le Pmi e le startup vanno infatti valorizzate e coinvolte nel Piano nazionale di ricerca militare, così come nei progetti della cornice Nato e Ue, dal momento che secondo il generale il settore tecnologico militare ha il ruolo di amplificatore di influenza sulla scena internazionale. Perciò sarà funzionale far convergere i progetti di ricerca con le dinamiche proprie dello sviluppo dello strumento militare, concentrando le risorse nei settori-chiave, quali il cyber, il dominio spaziale e l’Intelligenza artificiale. In questo quadro è bene però fare anche una disamina dei gap capacitivi, grazie allo studio delle tecnologie emergenti e disruptive, e sarà “indispensabile far convergere, in modo più deciso, i progetti di ricerca con le dinamiche di sviluppo capacitivo dello strumento militare e con quelle di politica industriale della difesa”, ha spiegato Portolano.

Le nuove sfide poste dalla guerra in Ucraina

Sul piano internazionale, a detta del Dna, “per definire, in modo compiuto, le azioni e le priorità su cui indirizzare il nostro operato, è necessario comprendere gli effetti strategico-operativi che le dinamiche internazionali determinano sul sistema Difesa”. In questo senso l’invasione russa dell’Ucraina ha mostrato con chiarezza sia la difficoltà di schierare contingenti e forze in aree di crisi sia la scarsità degli armamenti a disposizione. Carenze collegate a problemi di investimenti, e mitigabili secondo il Dna con il raggiungimento del 2% del Pil da destinare al budget militare, in linea con quanto prescritto dalla Nato. Per fronteggiare le nuove sfide sorte con lo scoppio della guerra russo-ucraina per Portolano è dunque importante poter contare sul “possesso del know-how tecnologico” e sulle capacità, rispondendo così alla necessità di una “catena di approvvigionamento certa ed efficace”. Gli sforzi dovranno pertanto, secondo il generale, mettere in sinergia tre orizzonti temporali: nel breve termine “ripianare i sistemi d’arma e le scorte di munizioni” cedute a Kiev, nel medio termine “colmare i gap capacitivi già esistenti prima della crisi”, mentre nel lungo termine “sviluppare capacità operative, ossia sistemi, tecnologie, infrastrutture e risorse umane all’altezza delle sfide e degli scenari futuri”.

Verso un procurement ancora più efficace

Tra gli obiettivi principali del proprio mandato, il Sgd intende “attuare “processi di procurement efficaci, aderenti alle esigenze dell’area tecnico-operativa e flessibili per adattarsi a uno scenario continuamente mutevole”. La missione (non affatto semplice) è quindi di fornire le migliori capacità nel minor tempo possibile. Per realizzare tutto ciò si rende necessario secondo Portolano sia “adottare processi agili e flessibili” sia puntare sulla “sinergia con lo Stato maggiore della Difesa e con le Forze armate, oltre che con il comparto industriale, al fine di individuare le capacità e le tecnologie più idonee a soddisfare le esigenze operative”. La strada intrapresa per realizzare tali obiettivi è quella di “implementare degli specifici integrated project team”, interdisciplinari e multistakeholder per comprendere le esigenze operative. Tale approccio è stato utilizzato ad esempio per il Global compact air programme (Gcap) e o per lo sviluppo dell’elicottero di nuova generazione. In conclusione, il Dna ha sottolineato l’importanza di “massimizzare le opportunità che emergono in ambito internazionale, con particolare riferimento ai progetti finanziati dal fondo europeo per la difesa, lo European defence fund”. Proprio per questo si è già dato il via per costituire un gruppo di lavoro specifico per coordinare le attività nazionali relative all’Epf.

La competitività industriale

Un’altra priorità riguarda il disporre di “una base industriale della difesa competitiva a livello internazionale”. Anche in questo frangente la strada scelta è quella di integrare tutti gli attori del comparto per “perseguire un’unica visione strategica”. In particolare, la prima condizione per realizzare tale obiettivo è “il superamento del binomio cliente-fornitore tra Difesa e industria”, per farlo Portolano si è detto intenzionato a “sfruttare tutti gli strumenti a disposizione, con particolare rifermento al tavolo di coordinamento della politica industriale”, un’iniziativa non circoscritta al solo ministero della Difesa ma che vede l’attivo coinvolgimento di tutto il “sistema Difesa”, dall’industria al mondo accademico. Per il successo dell’implementazione del piano, bisogna individuare le capacità operative fondamentali e l’identificazione dei volumi strumentali e finanziari necessari. Per la riuscita di tutto ciò, a detta del generale sarebbe dunque “importante definire un nuovo modello di finanziamento del settore di investimento della difesa, basato su una legge ‘triennale sull’investimento’”. Inoltre, in questo contesto, deve essere garantita la security of supply, che mira a garantire materie prime e capacità autonoma di produrre componenti essenziali. In tale quadro rientra il dialogo avviato con Agenzia industrie difesa (Aid) “per mappare le catene di approvvigionamento delle materie prime, dei semilavorati e della componentistica essenziale”, ha spiegato ancora Portolano. A tutto ciò si aggiunge una seconda linea di azione, descritta dal Dna, legata alla promozione della cooperazione industriale finalizzata alla crescita. Ricercando dunque un equilibrio tra le dinamiche di protezione con il Golden power e l’integrazione industriale per la competitività. Per promuovere le eccellenze saranno “sostenute e incrementate le opportunità di export”, dalle quali dipendono i “tre quarti del fatturato del nostro comparto industriale”. Uno degli strumenti normativi più promettenti è rappresentato dagli accordi di politica industriale Government-to-Government (G2G).

La mancanza di personale

“Assicurare risorse umane qualificate e in linea con i volumi organici”. Questa la ricetta del Snd per il personale militare. Il dicastero della Difesa sta infatti soffrendo di carenze di personale sia a causa “de blocchi delle assunzioni” sia per via del “raggiungimento dell’età pensionabile da parte di corpose aliquote di personale assunto negli anni ‘80”. Tale obiettivo richiede di mantenere aggiornato il censimento qualitativo e quantitativo delle qualità necessarie per ottimizzare le procedure concorsuali e sfruttare l’intero budget. Infine Portolano ha parlato di un piano di arruolamento dei civili e se dovesse essere seguito e sviluppato la forza organica dovrebbero arrivare a 20 mila unità entro il 2025.


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Tecnologia e deterrenza. Le priorità del budget per il Pentagono


La Casa Bianca ha chiesto 886,4 miliardi di dollari per finanziare gli investimenti del 2024 per la sicurezza nazionale, di cui 842 miliardi destinati al Dipartimento della Difesa, un aumento del 3,2% (circa 25 miliardi) rispetto agli 817 stanziati per l’

La Casa Bianca ha chiesto 886,4 miliardi di dollari per finanziare gli investimenti del 2024 per la sicurezza nazionale, di cui 842 miliardi destinati al Dipartimento della Difesa, un aumento del 3,2% (circa 25 miliardi) rispetto agli 817 stanziati per l’anno in corso. L’amministrazione di Joe Biden ha presentato la sua tabella di marcia per il bilancio federale per il Pentagono, che aumenta la spesa da destinare soprattutto ai nuovi sistemi unmanned, caccia, missili ipersonici e sottomarini. “La richiesta di bilancio del presidente – ha spiegato il segretario alla Difesa, Lloyd Austin – fornisce le risorse necessarie per affrontare la sfida della Repubblica popolare cinese, le minacce avanzate e persistenti, accelerare l’innovazione e la modernizzazione e garantire la resilienza operativa in un clima in continuo cambiamento”.

Le minacce globali

Il piano evidenzia come le priorità del Pentagono stiano cambiando a fronte degli sviluppi cinesi, e adesso i funzionari del Pentagono dovranno presentare al Congresso i programmi dettagliati di come intendono spendere i nuovi fondi. Secondo Austin, “il bilancio dà priorità alle risorse per gli investimenti critici che consentono al dipartimento della Difesa di continuare ad attuare la Strategia di Difesa nazionale, compresa la costruzione della giusta combinazione di capacità per la difesa dalle minacce attuali e future”. Nove miliardi di dollari andranno infatti a finanziare la 2024 Pacific deterrence initiative, parte dello sforzo del Pentagono per rafforzare la deterrenza nei confronti della Cina, definita dal piano una “sfida persistente”. Oltre allo scontro con Pechino, la richiesta di Biden delinea include anche più di sei miliardi di dollari indirizzati a sostenere l’Ucraina, la Nato e altri Stati partner europei, “dando priorità al miglioramento delle capacità e la prontezza delle forze Usa, alleate e partner di fronte all’aggressione russa”.

Cosa prevede il bilancio

La richiesta di bilancio è concentrata in particolare su tecnologie e sui settori-chiave della base industriale statunitense, come la microelettronica, la cantieristica sottomarina, la produzione di munizioni e la biomanifattura, affrontando anche il tema di una catena di approvvigionamento resa più fragile dalla guerra e, prima, dalla pandemia. Uno dei temi principali sarà, in particolare, la necessità di ricostituire le scorte di armi fornite all’Ucraina, con il bilancio che mira a “modernizzare ed espandere la capacità produttiva industriale per garantire la soddisfazione delle richieste strategiche di munizioni critiche”. Investimenti significativi saranno indirizzati per migliorare la capacità di combattimento della Marina, in particolare nel campo della superiorità sottomarina, e della Us Air force, con un previsto incremento della produzione di aerei e fondi per lo sviluppo di capacità ipersoniche. La richiesta include anche 37,7 miliardi di dollari per modernizzare le capacità nucleari, comprese le reti di comando, controllo e comunicazione tra tutti i settori della Triade nucleare: missili balistici intercontinentali, bombardieri e sottomarini.

La sfida al Congresso

Negli ultimi due anni sono stati aggiunti svariati miliardi di dollari alle spesa per la Difesa statunitense, fondi resi necessari dall’inflazione record negli Stati Uniti e per continuare a far fronte alla necessità di rifornire di armi l’Ucraina. Una tendenza che sta portando il bilancio militare a stelle e strisce a livelli simili a quelli impiegati durante la Seconda guerra mondiale, superando anche quelli previsti durante l’apice della Guerra fredda con le guerre in Corea e Vietnam. L’amministrazione, dunque, si prepara ad affrontare una netta resistenza da parte dei repubblicani, in particolare alla Camera, con molti esponenti del Gop che hanno criticato fortemente l’aumento record della spesa per la Difesa degli ultimi anni e, in particolare, il trasferimento all’Ucraina di miliardi di dollari in armi e aiuti americani. Non sono mancate, sempre all’interno della destra, critiche opposte, che hanno definito gli aumenti troppo esigui, definendo l’amministrazione indifferente o disinteressata ai problemi di sicurezza nazionale.


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Dall’Artico al Mediterraneo, l’Europa torni protagonista. Il punto di Manciulli


Quanto sta accadendo in Ucraina deve essere di lezione per l’Europa, che deve capire come sia ormai irrinunciabile una assunzione di maggiore responsabilità se vuole assicurare la sicurezza dei propri confini, a partire da quello orientale, ma con lo sgua

Quanto sta accadendo in Ucraina deve essere di lezione per l’Europa, che deve capire come sia ormai irrinunciabile una assunzione di maggiore responsabilità se vuole assicurare la sicurezza dei propri confini, a partire da quello orientale, ma con lo sguardo sempre attento anche al nord, nell’Artico, e al sud, nel Mediterraneo allargato e in Africa. È tempo che il Vecchio continente metta la testa fuori da sé, e l’Italia deve supportare questa rinnovata attenzione verso l’estero europeo. Airpress ne ha parlato con Andrea Manciulli, presidente di Europa Atlantica e direttore delle relazioni istituzionali della Fondazione MedOr.

Presidente, a un anno dall’invasione russa dell’Ucraina, quali sono a suo avviso le lezioni che l’Europa dovrebbe trarre?

È necessario procedere a una analisi seria di quanto sta accadendo, e cercare di guardare alla situazione con un po’ più di freddezza. Come prima cosa, sbaglieremmo di grosso se volessimo circoscrivere il problema alla sola Ucraina, perché le fragilità e le insicurezze si trovano lungo tutti i confini del Vecchio continente. Naturalmente la guerra a est è il dramma più grande. Sostenere l’Ucraina oggi significa difendere il futuro di tutta l’Europa domani. C’è poi la questione, troppo trascurata, dell’Artico, che presto diventerà teatro di uno scontro economico e di sicurezza tra potenze che riguarderà da vicino l’Europa. E poi c’è l’enorme problema del fronte Sud, del Mediterraneo allargato, che non sta venendo affrontato in maniera adeguata.

Qual è lo scenario attuale a Sud dell’Europa?

Gli ultimi anni sono stati caratterizzati da una crescita della frattura tra sponde nord e sud del Mediterraneo. Nel 2011 l’Europa progettava di creare una enorme aerea di libero scambio nel bacino, e alla conferenza di Barcellona fu lanciata addirittura una campagna di finanziamento con i fondi Meda 1 e 2. Invece il Mediterraneo di oggi è teatro di numerosi fattori di insicurezza, tra cui spicca naturalmente lo shock migratorio, del quale constatiamo proprio in questi giorni la terribile realtà con immagini inaccettabili per qualsiasi coscienza democratica di una società civile, ma che comprende problemi come il terrorismo, la crisi economica e climatica, i problemi relativi alle risorse idriche e alimentari. Tutto questo si trasforma, per l’Europa, in un confine meridionale instabile e pieno di problematiche da affrontare. Un esempio lampante di queste fratture lo vediamo in Tunisia e in Medio Oriente.

Ci spieghi…

La Tunisia, l’unica democrazia che si era sviluppata a seguito delle primavere arabe, è adesso fragilizzata dall’attesa della decisione di sostegno da parte del fondo monetario internazionale che potrebbe impedirle di andare in default. Non possiamo, dunque, limitarci a constatare soltanto il dramma, senza assumerci l’impegno di tentare di risolvere il problema. Se cade la Tunisia il sistema economico e sociale di tutto il Maghreb peggiora in maniera esponenziale, e con esso tutta la vicenda migratoria. In Medio Oriente, invece, dobbiamo occuparci di un rinnovato attivismo dell’Iran. Teheran sta aiutando la Russia militarmente, e non solo, sta rafforzando i propri legami con Assad e sta intensificando la sua rete di proxy in tutto il Mediterraneo, dalla Palestina, a Hezbollah, ad Hamas, fino al jihad palestinese. Il tentativo è senza dubbio quello di far saltare gli accordi di Abramo e destabilizzare l’intero bacino mediterraneo. Sarebbe un dramma se accadesse. L’Europa non può restare a guardare. C’è bisogno di rinvigorire i rapporti con Israele, la Giordania, i Paesi del Golfo, affinché si lavori per prevenire la proliferazione di crisi e il moltiplicarsi dei fronti da attenzionare.

A tutto questo si aggiungono gli impatti che la guerra in Ucraina sta avendo anche sul fronte sud.

Indubbiamente, dal Sahel al Corno d’Africa abbiamo una importane presenza russa attraverso il gruppo Wagner. Abbiamo visto cosa ha rappresentato questo loro attivismo in Mali e in Centrafrica. Ricordiamo anche che l’Africa è il continente che ha visto le maggiori astensioni al voto delle Nazioni Unite di condanna dell’invasione. La Russia, insieme alla Cina, (e in qualche misura persino la Turchia) stanno attivando, in Africa, una strategia in funzione antieuropea, utilizzando i loro strumenti per destabilizzare il continente. Non possiamo non renderci conto, però, che le nostre divisioni hanno favorito l’arrivo di questi attori in Africa, che non hanno gli stessi interessi dell’Europa.

Come ha reagito l’Europa di fronte a tutto questo?

Al momento l’Europa è di fronte a un vero problema di identità, e quindi di strategia. Il fatto che il Vecchio continente sia circondato da problemi lungo tutti i suoi confini è di fatto una critica al modo in cui l’Europa si è posta in questi anni, troppo ripiegata su sé stessa. Parlando direttamente, l’Europa non potrà esistere se non sarà capace di rendere sicuri i propri confini. Si è fatto sicuramente bene a fare attenzione alla stabilità economica e del mercato interno, ma è stato un errore non guardare verso l’esterno. La storia dei confini europei, come ci ha spiegato bene Braudel, è sempre stata lo specchio delle relazioni, anche interne, del continente: quando i confini sono stati aperti, impostati su dinamiche di scambio, l’Europa ha prosperato e ha vissuto momenti di pace; quanto si è chiusa su sé stessa, invece, si sono sempre susseguite fasi negative e conflitti.

E adesso in che fase siamo?

Guardando all’oggi, ci sono state troppe incomprensioni e invidie. L’Europa, invece, deve capire che non può più rimanere divisa e chiusa in sé stessa, perché è ormai inserita in una dimensione globale nella quale le grandi dinamiche non rispettano più la dimensioni dei confini degli Stati tradizionali. Se l’Europa non fa un passo in avanti per rispondere a queste esigenze, rischia di dover affrontare il declino. Possiamo rinfacciarci le responsabilità gli uni contro gli altri quanto vogliamo, tra una Francia troppo autonomista, una Germania concentrata solo sulla dimensione economica e un’Italia che è stata troppo spesso equidistante tra alleati e avversari, ma adesso è venuto il momento di affrontare la situazione con spirito nuovo, di collaborazione, che metta in campo una vera azione politica estera comune.

Sul tema della collaborazione tra Paesi europei, la Fondazione Med-Or ha organizzato di recente un incontro per rilanciare le relazioni tra Italia e Francia nel Mediterraneo. Cosa è emerso dall’incontro?

È stato un appuntamento molto positivo, perché ci ha permesso non solo di affrontare tutte le problematiche legate al bacino mediterraneo, ma anche di sottolineare l’importanza di parlarsi con chiarezza tra Paesi europei. Litigare non è utile a nessuno, il punto è invece quello di favorire una discussione politica nei governi europei tesa a un processo di cooperazione che faccia progredire il dialogo e l’attivismo europeo sullo scenario globale. Alla fine di questa fase turbolenta avrà successo chi sarà stato capace di mettere in campo una politica più dinamica nelle relazioni con il mondo. Serve una grande azione di partnership politica che sia veramente europea, e in questo senso ritengo che sarà fondamentale anche riallacciare il dialogo con la Gran Bretagna, che dopo la Brexit si sta rendendo conto molto bene di quanto quel gesto non abbia pagato.

Cosa dovrebbe fare allora l’Europa?

L’Europa deve saper costruire delle politiche attive e partnership positive con i Paesi del suo vicinato, affinché i grandi progetti per il domani della regione, ma direi del pianeta, possano trovare attuazione, senza aspettare che la situazione degradi. È arrivato il momento per il Vecchio continente di assumersi le sue responsabilità: senza affrontare veramente i problemi profondi globali, a partire da quelli che caratterizzano il Mediterraneo allargato, ma non solo, noi non potremo che tamponare le problematiche, senza mai risolverle davvero.

Questo significa due cose. Primo, che il piano di aiuti previsto nel 2011, largamente disatteso, deve essere sostituito da un ampio progetto di investimenti tesi alla stabilizzazione dei confini a 360°. Quando si discuteranno i piani di aiuti per la ricostruzione dell’est europeo, l’Europa dovrà mettere in campo anche una parallela azione verso nord, nell’Artico, e ovviamente verso sud, in Africa e in Medio Oriente. Non possiamo aspettare che scoppino i problemi per affrontarli, e l’Ucraina dovrebbe servirci da lezione. Secondo, l’Europa deve creare una forza di impiego rapido che le permetta di intervenire nelle crisi in maniera anche autonoma, se serve, insieme agli alleati quando possibile. In breve, c’è bisogno di un’Europa che metta la testa fuori da sé stessa, e di un’Italia che aiuti il Vecchio continente a guardare al di fuori in una maniera nuova, responsabile.


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#LaFLEalMassimo – Episodio 85 – Ucraina a un anno dall’invasione


Negli ultimi episodi ho ricordato spesso di come si avvicinasse l’anniversario dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Il giorno è arrivato ed è stato celebrato da una grande quantità di manifestazioni di solidarietà in tutto il mondo. Tra ques

Negli ultimi episodi ho ricordato spesso di come si avvicinasse l’anniversario dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Il giorno è arrivato ed è stato celebrato da una grande quantità di manifestazioni di solidarietà in tutto il mondo. Tra queste segnalo l’associazione liberi oltre le illusioni di cui faccio parte ha realizzato quasi 100 sit in oltre 70 città in Italia e all’estero. Nel paese invaso si continua a combattere e possiamo augurarci che la vittoria non sia lontana, considerando che l’invasore è stato in larga misura ricacciato indietro e portare avanti l’aggressione col tempo diventa sempre meno sostenibile per la Russia.

Fuori dal paese, la lotta politica, sociale e ideologica delle società aperte e dei sostenitori delle libertà individuali risulta più incerta con la propaganda a favore di Putin che troppe volte si insinua nel dibattito corrente distorcendo la verità dei fatti e talvolta addirittura nascondendosi dietro la chimera di un falso pacifismo che immagina di dialogare con chi si è macchiato di crimini contro l’umanità e continua a bombardare la popolazione inerme. Il nuovo assetto mondiale sembra più favorevole ad alimentare le tentazioni protezionistiche, in particolare sotto forma di aiuti di stato, come nel caso nell’ inflation reduction act di Biden, secondo una politica che per molti anni è stata perseguita dalla Cina e che ha contribuito non poco al successo di questo paese sul piano commerciale.

Ma ognuno è chiamato a combattere la sua guerra e solo i ciechi e i folli possono illudersi di potervisi sottrarre. Il popolo Ucraino continua a difendere con le armi e con il sangue la propria libertà e con essa presidia anche la nostra. Noi dobbiamo combattere ogni giorno contro chi distorce la realtà dei fatti e arginare le mire di controllo e ingerenza che i mestieranti della politica cercano di potare avanti nascondendo dietro la bandiera della protezione i propri meschini interessi di categoria.

Dunque anche abbiamo una guerra combattere, quella al fianco del popolo ucraino, col sostegno di fondi e armi e quella contro i nemici delle società aperte che ogni giorno cercano di sottrarci un pezzo della nostra libertà.

Slava Ukraini

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Leonardo accelera ancora sull’utile e riduce il debito


Dopo un 2021 che ha sancito il ritorno al dividendo, Leonardo chiude un altro bilancio all’insegna dell’utile. Il gruppo dell’aerospazio, guidato da Alessandro Profumo, ha infatti archiviato il 2022 con un risultato netto positivo per 932 milioni (+58,5%

Dopo un 2021 che ha sancito il ritorno al dividendo, Leonardo chiude un altro bilancio all’insegna dell’utile. Il gruppo dell’aerospazio, guidato da Alessandro Profumo, ha infatti archiviato il 2022 con un risultato netto positivo per 932 milioni (+58,5% sul 2021). Si tratta di un deciso allungo rispetto all’anno precedente, quando i profitti sfiorarono i 600 milioni, consentendo a Piazza Monte Grappa di tornare a staccare la cedola agli azionisti.

A spingere i conti di Leonardo, il buon andamento degli ordini, pari a 17,3 miliardi (+21%) e i ricavi, che in un anno non certo facile per la congiuntura internazionale, hanno accelerato a 14,7 miliardi (+4,7%). L’ebitda, ovvero il margine operativo dell’azienda, è stato pari a 1,2 miliardi (+14,9%) mentre il free cash flow è schizzato a quota 539 milioni (+186,7%). Ma le buone notizie non sono finite. Al netto delle poste in crescita, c’è infatti da registrate un contenimento del debito, sceso a 3 miliardi, in ripiegamento del 3,4% sul 2021 e in linea con il trend indicato nei piani industriali del gruppo.

In attesa di capire la reazione dei mercati (oggi il titolo a Piazza Affari è rimasto tutto sommato piatto), ora è tempo di aggiornare la guidance. In tal senso l’ex Finmeccanica stima per il 2023 ordini a 17 miliardi circa e ricavi tra 15 e 15,6 miliardi con un Ebitda compreso tra 1,2 e 1,3 miliardi e un indebitamento in ulteriore diminuzione a quota 2,6 miliardi. Piazza Monte Grappa inoltre prevede ordini cumulati 2022-2026 a circa 90 miliardi (contro gli 80 miliardi piano precedente).

Soddisfatto il ceo Profumo, che guida Leonardo dal marzo del 2017, dopo le precedenti esperienze al vertice di Unicredit e Monte dei Paschi. “La performance positiva conseguita da Leonardo nel 2022 è il frutto di una visione di lungo periodo che ha permesso all`azienda di rafforzare la propria competitività in uno scenario internazionale di grande incertezza”, ha esordito, commentando i conti del gruppo. “Evoluzione industriale, solidità finanziaria, crescita commerciale sui mercati, sostenibilità sono all’origine di questi risultati. Abbiamo raggiunto o superato ancora una volta gli obiettivi prefissati, abbiamo aumentato strutturalmente e in maniera decisa la generazione di cassa, con un free cash flow di 539 milioni di euro, più del doppio rispetto allo scorso anno”.

Non è tutto. “Grazie alla significativa generazione di cassa e alle cessioni dei business di Leonardo Drs (la vendita del business Global Enterprise Solutions a Ses per un importo pari a 450 milioni di dollari, ndr) abbiamo ridotto l’indebitamento e al tempo stesso rafforzato il core business attraverso l’acquisto del 25,1% di Hensoldt e il consolidamento di Rada in Leonardo Drs. Questi risultati ci permettono di proporre agli azionisti il pagamento di un dividendo pari a 0,14 euro per azione anche per questo esercizio (anche nel 2021 la cedola ebbe lo stesso importo, ndr)”.


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Usa e Arabia Saudita si esercitano contro i droni (dell’Iran)


Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita sono al lavoro per avviare la loro prima esercitazione sperimentale anti-drone congiunta, prevista per metà marzo. In un clima che vede gli Stati Uniti in crescente tensione con l’Iran, le esercitazioni mirano a dar prov

Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita sono al lavoro per avviare la loro prima esercitazione sperimentale anti-drone congiunta, prevista per metà marzo. In un clima che vede gli Stati Uniti in crescente tensione con l’Iran, le esercitazioni mirano a dar prova dell’efficacia della tecnologia occidentale di contrasto ai droni; anche in chiave anti-cinese, vista la competizione per assicurarsi un sempre maggiore vantaggio tecnologico anche nel settore della Difesa. “Non dobbiamo sorprenderci se i partner regionali continueranno ad acquistare materiale cinese”, ha dichiarato il mese scorso a Washington il capo delle forze aeree dello United States Central Command (Centcom), Alex Grynkewich.

Le prossime esercitazioni

Stando ai funzionari americani, esercitazioni successive a Red Sands vedranno anche la partecipazione e il dispiegamento di altre forze armate mediorientali partner statunitensi. Tali simulazioni rientrano nella serie di esercitazioni difensive pensate dal Centcom dopo un parziale ritiro dei sistemi di difesa aerea del Pentagono dal Medio Oriente. L’obiettivo è adattarsi e trovare nuove soluzioni di sicurezza davanti ai rapidi progressi di Teheran registrati negli ultimi anni nella guerra con i droni.

Il ruolo dei droni iraniani

A più di tre anni da quando i missili e droni iraniani guidati hanno colpito le strutture petrolifere della Saudi Aramco ad Abqaiq e Khurays, i funzionari della Difesa statunitense hanno riconosciuto che l’affidamento a dimostrazioni di forza convenzionali non è riuscito a dissuadere gli attacchi. La scelta è ricaduta sull’Arabia Saudita anche per le sue vaste zone di deserto aperto, lontano dai centri urbani, dove si possono sperimentare armi di difesa aerea anche a energia diretta.

Il nuovo simulatore

Secondo quanto spiegato dal quotidiano americano, l’energia diretta però non entrerà in gioco già a marzo, ma soltanto a partire dalle prossime esercitazioni. Gli ufficiali dell’esercito Usa presenteranno invece alle loro controparti saudite un nuovo simulatore computerizzato sviluppato lo scorso anno. Tale simulatore, chiamato Interim platform agnostic counter-Uas training tool (Impact), è stato progettato proprio per addestrare il personale a rispondere agli attacchi di droni ostili.

Austin in Medio Oriente

Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, arriverà a fine settimana in Medio Oriente, con lo scopo di dare seguito agli sforzi dell’amministrazione Biden per convincere i militari arabi a condividere le informazioni e a cooperare per la creazione di una rete di difesa aerea a livello regionale, per proteggersi meglio da eventuali minacce iraniane. Le sanzioni da parte dell’Occidente non sono infatti ancora riuscite a ostacolare le catene di approvvigionamento dell’Iran, necessarie per continuare a espandere il suo arsenale di missili convenzionali e droni.

Foto Twitter/CentCom


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Quo vado per il procurement europeo della Difesa? Risponde Braghini


Un passo avanti di rilievo nella Difesa europea – l’acquisto coordinato di prodotti per la Difesa – è stato un punto all’ordine del giorno alla riunione informale dei ministri della Difesa Ue, presieduta dalla presidenza svedese di turno al Consiglio. Una

Un passo avanti di rilievo nella Difesa europea – l’acquisto coordinato di prodotti per la Difesa – è stato un punto all’ordine del giorno alla riunione informale dei ministri della Difesa Ue, presieduta dalla presidenza svedese di turno al Consiglio. Una dimostrazione della rinnovata e accelerata condivisione e prioritarizzazione della Difesa in ambito europeo spinta dal conflitto in Ucraina.

Servono meccanismi comuni

Il punto riguarda, in una più ampia prospettiva, l’emergenza recentemente espressa dal primo ministro estone Kaja Kallas e dall’Alto rappresentante Josep Borrell, e in precedenza ancora dal Commissario Thierry Breton, circa la necessità di adottare meccanismi per acquisti in comune di munizionamento a supporto dell’Ucraina, rifornire le scorte dei Paesi Ue e aumentare le capacità di produzione in Europa.

Ruolo della Commissione

In questo scenario si attende che la Commissione europea presenti una proposta che dovrebbe comportare una spesa di un miliardo di euro (rispetto a una necessità di quattro miliardi) utilizzando lo strumento dell’European peace facility (Epf), già rifinanziato ed esteso nell’area di applicazione. È bene osservare però che si tratta sempre di contributi governativi esterni al bilancio comunitario. I vincoli del Trattato al procurement per la Difesa rimangono invece in vigore.

La ricerca dello strumento adatto

Il dibattito ha fin dall’inizio sortito diverse opzioni sul meccanismo di acquisto, come l’Eu Emergency support instrument, utilizzato durante l’epidemia per prestiti e acquisti in comune, stoccaggio e distribuzione di vaccini. In merito, si ricorda anche il Joint procurement agreement di dieci anni fa, relativo all’autorizzazione per i Paesi membri a prestiti per acquisti in comune e volontari per contromisure medicali volte a fronteggiare minacce cross-border per la salute, richiamando la crisi per emergenza sanitaria prevista dai Trattati Ue.

Un dibattito di vecchia data

Il procurement in comune nella Difesa non è una novità essendo stato dibattuto tra Nazioni, Agenzia europea di Difesa (Eda), imprese e la Commissione europea con una linea guida sul common procurement della Direttiva Difesa. In sede Nato, i Paesi membri utilizzano l’agenzia Nspa per acquisti in comune, che riguardano in genere le munizioni. Mentre in sede intergovernativa Ue, i Paesi membri utilizzano l’Eda come stazione centrale appaltante secondo le regole europee, con gli Eda Joint arrangements per contratti framework multiannuali; quali varie tipologie di equipaggiamenti svedesi, e altre iniziative in aree come l’Industrial emissions directive (Ied), il training, i servizi di logistica per i Battlegroups. È evidente in tale contesto l’obiettivo di coordinare e consolidare la domanda.

Nuova lista per gli acquisti in comune

La Defence joint procurement task force ha recentemente presentato una lista di sette differenti categorie di equipaggiamenti per un possibile acquisto in comune, in un percorso di mappatura delle capacità produttive, identificazione degli squilibri tra domanda e offerta, identificazione delle aree per un ramp-up.

Con l’incentivazione della cooperazione tra i Paesi, il sentiero potrebbe forse proseguire delineando nuovi modelli o dispositivi di cooperazione flessibili in campo normativo e finanziario. La situazione odierna è fluida, dibattuta e condivisa tra le istituzioni comunitarie e intergovernative, nell’attesa delle prossime decisioni che saranno prese dai Paesi membri.

(Foto: Swedish Presidency of the Council of the EU)


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Con Speed up lab Poggipolini punta all’innovazione (anche) in Difesa


Tutto pronto per la nascita di Speed up lab nel cuore dell’Emilia. Si tratta dell’iniziativa di Poggipolini, azienda specializzata in componenti in titanio e riconosciuta per aver trasformato le viti in dispositivi intelligenti, attiva in diversi settori,

Tutto pronto per la nascita di Speed up lab nel cuore dell’Emilia. Si tratta dell’iniziativa di Poggipolini, azienda specializzata in componenti in titanio e riconosciuta per aver trasformato le viti in dispositivi intelligenti, attiva in diversi settori, dalla Difesa e dell’aerospazio. L’idea alla base del nuovo spazio, nato all’insegna dell’innovazione, è di mettere a disposizione del territorio capacità industriali e competenze. Dal know-how all’open innovation, il lab sarà aperto anche ai partner che puntano a sviluppare innovazioni disruptive. Così l’azienda emiliana vuole promuovere anche la sinergia tra Pmi nazionali, mossa dall’idea che queste realtà dovrebbero lavorare in ottica di filiera, così da non restare soli nell’affrontare mercati tanto mutevoli. Grazie al coinvolgimento di stakeholder del territorio, Poggipolini punta a sviluppare nuovi “Proof of concept” (Poc) con l’idea che diventino dei driver di sviluppo futuri.

Una casa per l’innovazione

Lo Speed up lab opererà principalmente su tre diverse direttive: il settore della Difesa e dell’aerospazio; la e-mobility che sfrutta l’elettricità come principale fonte di energia; e la cyber-security a livello trasversale, un settore ancora lontano per l’azienda ma fondamentale per la futura crescita. “Gli obiettivi che ci siamo prefissati riguardano la realizzazione di motori elettrici ad alta prestazione, l’elaborazione di supercapacitori (nuova tecnologia legata al tema delle batterie) e la produzione in additive manufactoring di componenti strutturali leggeri in applicazioni d’avanguardia per aerospazio, motorsport, guida autonoma e flying taxis”, ha spiegato il ceo di Poggipolini, Michele Poggipolini.

Le partnership

Per dar vita alle molte iniziative che verranno in futuro promosse dal nuovo lab, Poggipolini ha stretto due partnership-chiave. La prima con Roboze, società italo americana che produce stampanti 3d ad alte prestazioni, con cui lavorare in sinergia su diverse tecnologie e mercati di riferimento. Mentre la seconda, stretta con Sens-In – il progetto di Poggipolini di venture building con Gellify Group – sarà rivolta a sviluppare sensori e Intelligenza artificiale. La terza partnership, invece, verterà sull’elettrico. Non solo, accanto a questi partner se ne affiancano altri provenienti anche dal mondo accademico, come la Bologna Business School e l’Università di Bologna. In questo modo Poggipolini punta a valorizzare la Future valley emiliana, che vuole diventare un punto di riferimento tecnologico.

Speed Up lab

Il lab si trova in un’area di 20mila metri quadri nel Centre of Excellence, realtà che raccoglie le innovazioni di processo e di industrializzazione che guideranno la futura crescita dell’azienda, che si trova di fronte al nuovo impianto produttivo dell’azienda basato sulla tecnologia High speed hot forging con il marchio registrato Smart fasteners factory. Si tratta di una linea completamente automatizzata per produrre viti in titanio in alta velocità, passando così da una vite al minuto al produrne cento nello stesso lasso di tempo ampliando le possibilità commerciali.

Poggipolini tra i migliori fornitori di Leonardo

Poggipolini inoltre è stata premiata da Leonardo pochi giorni fa a Roma con il conferimento del Supplier award 2022, nella categoria Vision for growth. Il riconoscimento, riservato ai migliori fornitori dell’azienda di piazza Monte Grappa, riconosce un percorso di investimenti continui in innovazione e tecnologia, che hanno permesso di sviluppare proprio l’High speed hot forging, che sta permettendo a Poggipolini di passare dagli elicotteri al settore degli aerei commerciali.


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Se la bandiera dell’Europa sventola a Tblisi


Ieri è girato molto il video di una donna nel fuoco delle proteste di Tblisi, Georgia, mentre sventolala bandiera d’Europa. I georgiani stanno manifestando contro una legge in discussione al Parlamento e ricalcata su quella russa che ha consentito a Vladi

Ieri è girato molto il video di una donna nel fuoco delle proteste di Tblisi, Georgia, mentre sventolala bandiera d’Europa. I georgiani stanno manifestando contro una legge in discussione al Parlamento e ricalcata su quella russa che ha consentito a Vladimir Putin di chiudere i giornali e mandare in galera giornalisti e blogger a lui ostili. Putin, nel nostro disinteresse, ha invaso la Georgia nel 2008, quattordici anni prima di invadere l’Ucraina, s’è preso l’Ossezia del Sud e l’Abkhazia, ne ha riconosciuto l’indipendenza e ne ha fatto roba sua.

Da allora, l’Unione europea valuta l’ammissione della Georgia, con le sue classiche infinite cautele, e il terrore della gente in piazza è di finire nelle grinfie russe. Non voglio rifare qui la storia della Georgia, voglio soltanto ricordare rapidamente Mikheil Saakashvili, il più celebre e discusso leader europeista georgiano, uno che Putin disse di volere vedere “appeso per le palle”. Ora è in carcere, dove pochi mesi fa un avvocato lo trovò coperto di lividi e con tracce di avvelenamento nel sangue. Così va il mondo, non soltanto dove s’allunga l’ombra di Putin, ma dove s’allunga va così, sempre.

Le Georgia è ancora più lontana dell’Ucraina, è al di là del Mar Nero, sopra le estremità orientali della Turchia e sopra l’Azerbaijan. E da così lontano, abbiamo visto quella donna sventolare la bandiera d’Europa, mentre la polizia cercava di respingerla con gli idranti. Lei è riuscita a evitare il getto, e poi un gruppo di uomini l’ha accerchiata per proteggerla e permetterle di tenere alta la bandiera. E io pensavo che così, da noi, non l’ho vista sventolare mai.

La Stampa

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Presentazione del libro “L’inganno” di Alessandro Barbano


Mercoledì 14 marzo, alle ore 18.00, presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, in via della Conciliazione 10, si terrà la presentazione del libro “L’inganno – Antimafia. Usi e soprusi dei professionisti del bene” di Alessandro Barbano. Interv

Mercoledì 14 marzo, alle ore 18.00, presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, in via della Conciliazione 10, si terrà la presentazione del libro “L’inganno – Antimafia. Usi e soprusi dei professionisti del bene” di Alessandro Barbano.

Intervengono
Alessandro Barbano
Giovanni Pellegrino

Modera
Andrea Cangini

L’ingresso all’evento sarà libero

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Anticipare l’ambiente operativo di domani. La missione della Nato secondo Zuliani


Più di un anno fa, la Russia ha realizzato il suo piano per invadere l’Ucraina, mentre la comunità internazionale guardava incredula. Questa brutale aggressione di una nazione sovrana ha segnato il ritorno della guerra sul suolo europeo e la fine di un’er

Più di un anno fa, la Russia ha realizzato il suo piano per invadere l’Ucraina, mentre la comunità internazionale guardava incredula. Questa brutale aggressione di una nazione sovrana ha segnato il ritorno della guerra sul suolo europeo e la fine di un’era. Ora, si sta affrontando una nuova realtà per la nostra sicurezza.

L’Europa e il Nord America continuano a essere forti insieme nella Nato per difendere i nostri valori e scoraggiare ulteriori aggressioni. In tale ambito vi è la necessità per l’Alleanza Atlantica di proporre l’adattamento, l’evoluzione e la trasformazione dello strumento militare, al fine di adempiere alle missioni e all’ambizione della Nato. Per fare questo è necessario anticipare l’ambiente operativo futuro. Quindi, come potrebbe essere la guerra di domani?

In estrema sintesi: di più, e più veloce! Di più, di tutto: più missili; più sciami vaganti di droni; più concorrenza nella sfera dell’informazione; più minacce alle nostre economie, sovranità e così via. Più Veloce. Pensiamo all’ipersonico, all’Intelligenza artificiale e al calcolo quantistico.

Queste nuove minacce assumeranno molteplici forme, attraverso diversi strumenti di potere e scale temporali, e su uno spazio di battaglia notevolmente ampliato. Nuove minacce, sì, ma anche nuove opportunità. La missione della Nato è identificare queste opportunità e fare tutto il possibile per garantire che sia in grado di coglierle e sfruttarle. A tal fine, si sta sviluppando una visione per il futuro dello strumento militare dell’Alleanza.

Una visione basata su operazioni multi-dominio, che permetterà di pensare, pianificare e agire più velocemente dei nostri avversari, in tutti i domini. Le operazioni multi-dominio si baseranno sulla trasformazione digitale, che il nuovo concetto strategico spinge ad accelerare. Dobbiamo sapere più precisamente, non solo dove stiamo andando, ma anche quando e come. Sono stati individuati quattro argomenti che sono fondamentali per questa trasformazione.

Il primo deriva direttamente dall’aggressione russa contro l’Ucraina. Le prime osservazioni sottolineano la necessità per l’Alleanza di anticipare meglio l’ambiente operativo in rapida evoluzione. Per fare questo, non è più solo una questione dello strumento militare, ma di poter pensare agli altri strumenti di potere. Oggi possiamo vedere tale bisogno attraverso le interdipendenze – pensiamo alla sicurezza energetica. Ad esempio, dobbiamo guardare alla nostra capacità industriale di produrre a lungo termine, in caso di guerra. Così come dell’importanza della resilienza nella postura di deterrenza.

Il secondo argomento riguarda l’innovazione. L’innovazione è un modo diverso di affrontare lo sviluppo delle capacità: risolutamente incentrato sui dati, modulare e agile. Ma, allo stesso tempo, offre soluzioni pratiche ai problemi del mondo reale che le Forze armate potrebbero affrontare oggi o domani. È pertanto necessario continuare a sviluppare la comunità e rete aperta di innovazione, attraverso le nazioni e con il mondo accademico e l’industria. Si deve sperimentare di più, con test di prova realistici e con input e requisiti reali, che aiutino a migliorare i prodotti per una risposta immediata ai nostri soldati, gli utenti finali.

Il terzo argomento riguarda l’interoperabilità, che è in qualche modo la parte più militare della trasformazione digitale della Nato. L’interoperabilità è il valore aggiunto dell’Alleanza Atlantica alle capacità delle nazioni. Questa è una sfida duratura, e si deve fare attenzione che nei prossimi anni non diventi sempre più difficile da raggiungere. Non si deve perdere mai di vista il fatto che il futuro riguardi i dati, gli standard civili, l’architettura aperta e lo sviluppo agile. Gli Stati devono recuperare la proprietà della propria trasformazione.

L’ultimo argomento riguarda la “Cognitive warfare”. La guerra della Russia contro l’Ucraina dimostra infatti anche l’importanza della dimensione psicologica. Mentre l’uso delle operazioni di propaganda e influenza è sempre esistito, ciò che è nuovo con la Cognitive warfare è il suo uso strategico e la sua portata senza precedenti. Nella guerra cognitiva, la mente umana diventa il campo di battaglia; e un evento locale può avere ripercussioni globali, quasi istantaneamente. Quindi, questa è una necessità urgente. Alcuni degli avversari della Nato vogliono realizzare l’antico sogno di Sun Tzu “vincere senza combattere”. L’Alleanza deve prendere l’iniziativa nella dimensione psicologica, riconoscendo la minaccia di attacchi cognitivi persistenti e il conseguente rischio per lo strumento militare. Adottando così misure proattive per comprendere ed educare, e dunque modellare l’ambiente e contrastare la minaccia della guerra cognitiva.


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Controllo dei cieli e più personale. La ricetta di Goretti per l’Aeronautica


Dal ruolo strategico della tecnologia e dei dati per la difesa aerea, all’importanza dell’accordo sul Global combat air programme (Gcap), fino alla carenza di personale come personale criticità e la relativa necessità di investimenti in formazione e addes

Dal ruolo strategico della tecnologia e dei dati per la difesa aerea, all’importanza dell’accordo sul Global combat air programme (Gcap), fino alla carenza di personale come personale criticità e la relativa necessità di investimenti in formazione e addestramento. Questi i temi al centro dell’audizione del capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare (AM), Luca Goretti, di fronte alla commissione Difesa della Camera. Tra i punti affrontati vi sono state anche la dislocazione delle basi operative dell’AM e la revisione dei programmi di munizionamento della Forza armata, il che, come precisa il generale Goretti, “non significa andare verso una escalation del riarmo ma significa dotarsi di capacità di Difesa adeguate alle esigenze di oggi, ma ancora di più a quelle di domani”. Un particolare riferimento ha riguardato nel dettaglio l’importanza di assicurare adeguate dotazioni di scorta del munizionamento di precisione, senza il quale l’intervento militare rischia di essere inefficace. Argomenti condiviso anche dal presidente della commissione Difesa della Camera, Nino Minardo: “Le richieste provenienti dalle Forze armate non possono essere considerate o peggio liquidate come banali richieste di riarmo ma riguardano il mantenimento di capacità di difesa del Paese che deve essere adeguato agli scenari presenti e a quelli futuri”. L’Aeronautica militare, inoltre, è nel pieno dei preparativi e dei molti eventi organizzati in occasione del centenario dell’Arma.

I velivoli

Secondo Goretti è fondamentale definire la sostituzione del velivolo Eurofighter, e in questo contesto si inserisce l’accordo siglato con Regno Unito e Giappone sul Gcap. Una necessità di rinnovamento che non riguarda però solo i caccia di sesta generazione, ma anche i velivoli ad ala rotante, come ribadito dal generale nel corso dell’audizione. I velivoli, però, non potrebbero essere efficaci senza i loro piloti. Ed è a questo scopo che la Scuola di Volo internazionali in Sardegna mira ad aprire un nuovo hub, così da affiancare alle capacità di volo anche quelle ingegneristiche. Qui si inserisce la collaborazione tra lo Stato e il comparto industriale per la creazione del velivolo T-346 di ultima generazione. Mentre, guardando al panorama internazionale, il generale Goretti ha voluto sottolineare l’importanza della partecipazione italiana al programma Joint strike fighter: l’F-35 è infatti considerato il sistema più avanzato disponibile e di grande importanza strategica. I velivoli dell’Arma azzurra non sono però impiegati soltanto per operazioni militari, ma anche in ambito civile e umanitario, come dimostrano in ultimo i velivoli C-130 messi a disposizione per il trasporto di aiuti o il ponte aereo che nel 2021 permise l’evacuazione umanitaria dall’Afghanistan di oltre 5000 afghani.

Il cruciale controllo dei cieli

Senza un controllo dei cieli, “anche le forze di terra e di mare diventano vulnerabili. È impensabile operare senza un adeguato ‘ombrello’ protettivo”, ha osservato il capo di Stato maggiore. Secondo lui, anche questo è mancato nel conflitto russo-ucraino, dal momento che lo stallo delle forze terrestri russe in Ucraina “è attribuibile alla mancata conquista del controllo dei cieli. La componente aerea di combattimento è importante”. Il conflitto russo-ucraino ha infatti confermato la necessità di poter schierare in tempi rapidi le forze di terra verso ogni area di intervento; per questo è essenziale dotarsi di una capacità di trasporto adeguato, anche tenendo in considerazione il fatto che il continente africano e indopacifico potrebbero diventare aree di intervento del prossimo futuro. Per tali ragioni, secondo il generale, sarà fondamentale ricercare soluzioni tecniche innovative così da mettere in difficoltà gli schemi degli avversari. Di fronte all’impossibilità di sottrarsi alla guerra moderna, per via di sistemi d’arma in grado di superare ogni limite geografico, è infatti fondamentale dotarsi di un’adeguata forza aerea – che spesso è la prima a intervenire in caso di conflitto o calamità –, così come di sistemi di difesa aerea e antimissile, ripensando al concetto di dispersione sul territorio. L’Aeronautica mira dunque a ripensare alla distribuzione dei depositi di stoccaggio del materiale e del carburante, dei nodi di comando e controllo e della distribuzione delle basi aeree.

Serve più personale

Grazie al volume operativo accresciutosi negli ultimi anni e al crescente affollamento dei cieli, è il momento per l’Aeronautica di ripensare il modello organizzativo del passato. La tecnologia, anche se all’avanguardia come quella dell’AM, non può nulla senza un adeguato numero di personale addestrato. Per questo, a detta di Goretti, si rende sempre più necessario puntare sul consolidamento delle competenze del personale e sull’aumento del numero a disposizione che ad oggi risulta insufficiente per la gestione dei programmi e dello scenario internazionale. È infatti fondamentale “possedere una forza aerea capace, ben addestrata e opportunamente dimensionata” ed è in corso un un’attività per ridisegnare le professionalità del personale militare e i relativi percorsi di formazione, indagando più a fondo anche le collaborazioni con l’industria e il mondo accademico.

Cyber e Spazio

Secondo Goretti serve un’unica cabina di regia per dotare l’Italia di un ‘ombrello’ protettivo nel cyber, e questa deve essere dello Stato maggiore della Difesa, per evitare duplicazioni inutili e ottimizzare le competenze “non bisogna procedere a compartimenti stagni”. Le innovazioni normative, introdotte a partire dall’Agenzia per cybersicurezza nazionale (Acn), hanno infatti determinato un punto di svolta sul piano cibernetico, a cui però l’Arma azzurra deve uniformarsi. Tra le nuove sfide, accanto a quelle dettate dal cyber, vi sono anche quelle riguardanti lo spazio che “è il nuovo dominio di confronto”. L’AM, a detta del generale, “è pronta a valorizzare il proprio personale in questo nuovo scenario”, e in questo senso “si impone di intraprendere un nuovo processo produttivo”, affiancando adeguati livelli di difesa e deterrenza anche nei confronti dello Spazio sempre più conteso.

Le lentezze della burocrazia

Afferente al dominio cibernetico è il predominio sui dati. Spesso la burocrazia secondo Goretti “porta via tempo”, mentre invece è fondamentale disporre rapidamente dei dati di Intelligence che sono strettamente collegati all’operatività dell’Aeronautica. “Spesso e volentieri chiediamo dei dati e perdiamo tempo, peccato che questi dati servono ora, la dinamicità delle operazioni aeree richiede anche un cambiamento degli ordini di operazioni e il dato conta moltissimo”, ha spiegato il capo di Stato maggiore. Oggi infatti “vince chi è il detentore dei dati, chi è in grado di possedere informazioni, e vince chi è in grado di impedire che altri abbiano i dati”.

Il minuto di silenzio per l’incidente di Guidonia

Lo scontro di Guidonia, che ha coinvolto due aerei dell’Aeronautica e visto la tragica scomparsa dei loro piloti, è stato ricordato con un minuto di silenzio presso la Commissione Difesa della Camera. Per Goretti si è trattato di “un evento terribile che ci ha scosso profondamente e le cui cause, ancora da verificare, saranno accertate dalle autorità competenti”. Al momento, come spiega ancora il generale, “ci sono due commissioni al lavoro, magistratura e Aeronautica. Noi ci stringiamo alle famiglie che arrivano da Potenza e Verona; questo pomeriggio le incontrerò. Non posso non ricordare quanto questo mestiere sia difficile e rischioso. I due piloti sono un esempio di coraggio e passione e io li ringrazio per quanto hanno fatto per la nostra Forza armata”.


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La sua Mia


Non è facile smontare una misura assistenzialista, quale è il Reddito di cittadinanza. Il suo scopo dichiarato era quello di favorire il reinserimento nel mercato del lavoro, cosa che è avvenuta per una percentuale minima, un percorso intrapreso da appena

Non è facile smontare una misura assistenzialista, quale è il Reddito di cittadinanza. Il suo scopo dichiarato era quello di favorire il reinserimento nel mercato del lavoro, cosa che è avvenuta per una percentuale minima, un percorso intrapreso da appena il 12.7% dei beneficiari. I Navigator non pervennero. I Centri per l’impiego latitarono. Un fallimento. Ugualmente non è facile smontarlo, perché quando si distribuiscono quattrini senza produrre ricchezza, aumentando la povertà anziché ridurla, poi ogni stretta retromarcia sarà attaccata quale schiaffo alla miseria. Come non ne avesse ricevuti abbastanza.

Premesso che stiamo parlando di anticipazioni, mentre ancora il governo meritoriamente studia il modo per uscire da quel dispendioso fallimento, alcune delle idee che girano meritano una critica specifica, sperando sia utile ad evitare possibili e ulteriori errori.

Quotare a 500 euro il contributo a chi è povero e non può lavorare, non sembra risolvere il suo problema. La prima cosa da farsi, se si vuole aiutare chi è povero e non può lavorare, è istituire una banca dati unica dell’assistenza, perché scoprendo le sovvenzioni sovrapposte si individuerà chi fa il povero di mestiere e si libereranno risorse da destinare ai servizi di cui ha bisogno chi versa in condizioni d’indigenza. Quotare a 375 euro il contributo a chi è povero, può lavorare, ma non lavora, riduce, come l’altro livello citato, la spesa, ma si tratta dello stesso schema che ha fallito, solo dotato di meno quattrini. Posto che dei circa 400mila percettori di sovvenzioni abili al lavoro la gran parte non sa fare niente, il problema è insegnare loro qualche cosa e restituirgli la dignità del guadagno, non solo la sovvenzione della spesa.

C’è un altro aspetto, che mi pare preoccupante: si ipotizza uno sgravio fiscale, pari al 100% dei contributi previdenziali, per la durata di 24 o 12 mesi (a seconda che il contratto sia a tempo pieno o parziale), a favore del datore di lavoro che assumerà un percettore di quella che si chiamerà Mia (Misura inclusione attiva), ovvero la rimodulazione del precedente sistema. Ora, a parte il fatto che i contributori previdenziali, in Italia, sono troppo pochi e non troppi, e a parte che il contributo della fiscalità generale (le tasse che non pagano proprio tutti, ma che chi le paga ne paga troppe) alla spesa previdenziale è già molto alto, a parte questi dettagli, in quel modo chi ha avuto soldi dallo Stato, quindi è stato favorito, avrà un favore in ragione del favore, ovvero una dote fiscale che gli altri in cerca di lavoro non avranno. Avendo la “colpa” di non avere preso quei soldi.

Il che comporta alcune pericolose distorsioni. 1. Ci sarà la ragionevole corsa a rientrare nei parametri per prendere Mia, altrimenti sarà poi ben più difficile trovare lavoro. 2. Una simile misura, non rispondendo ad alcun criterio, asseconda solo la voglia statale di liberarsi di un sovvenzionato, accettando di sovvenzionare chi se lo accolla. 3. Le imprese saranno spinte a privilegiare l’assunzione dei Mia-tenenti, visto il loro ridotto costo totale, magari a discapito di un altro lavoratore già più esperto e formato, il che non giova di sicuro alla produttività. 4. Senza contare che chi si vedrà posposto perché non ha la sua Mia, magari dopo avere frequentato, lui sì, un corso di aggiornamento o formazione, maturerà una delusione che sarà già molto se non si trasformerà in rabbia.

Il tutto in un Paese in cui l’economia cresce, l’occupazione anche e non mancano i posti di lavoro, ma i lavoratori che sappiano fare quel che serve e siano nelle condizioni economiche e di servizi per trovarsi dove è necessario.

Il male italiano della produttività (media, perché dove andiamo forte battiamo gli altri europei) è curabile, con formazione ed elasticità contrattuale. Non è una buona idea trattarlo con la sedazione e terapie di mantenimento, altrimenti si riproporrà in continuazione, come la roba indigeribile.

La Ragione

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Dalle munizioni ai carri armati. Il punto dei ministri della Difesa a Stoccolma


È in arrivo una nuova intesa sulle linee guida per aumentare la produzione di munizioni, utili a rifornire le forze ucraine nel conflitto contro la Russia. Ad annunciare la notizia è stato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, presente anch

È in arrivo una nuova intesa sulle linee guida per aumentare la produzione di munizioni, utili a rifornire le forze ucraine nel conflitto contro la Russia. Ad annunciare la notizia è stato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, presente anche lui all’apertura dei lavori della riunione informale dei ministri della Difesa dell’Unione europea, ospitata dalla capitale svedese di Stoccolma. Facendo sapere della presenza di progetti congiunti, il numero uno della Nato ha fatto sapere che “gli alleati hanno già firmato contratti” a questo scopo, dal momento che “il ritmo attuale di consumo rispetto alla produzione non è sostenibile e dobbiamo potenziare l’offerta”. La priorità rimane, quindi, continuare a sostenere Kiev, grazie a dei piani – al momento al vaglio – del valore di circa un miliardo di euro e la decisione della Commissione europea di prorogare la protezione temporanea dell’Ucraina di un altro anno, fino a marzo del 2024. Esprimendosi propensa a prorogarla ancora fino a marzo 2025, se necessario. Finora ammontano a più di quattro milioni il numero di persone che hanno ottenuto protezione immediata nell’Ue, di cui oltre tre milioni nella prima metà del 2022.

Economia di guerra e le tre fasi del piano europeo

“Siamo arrivati a un momento cruciale del nostro sostegno per l’Ucraina, è assolutamente obbligatorio che ci si muova in una sorta di economia di guerra per l’industria della Difesa, dobbiamo fare ‘whatever it takes’ per fornire l’Ucraina di munizioni”, ha spiegato il commissario europeo per il Mercato interno, Thierry Breton, arrivando alla ministeriale di Stoccolma. Per realizzare l’obiettivo, è stato presentato un piano in tre fasi. A spiegarne i dettagli l’Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell: “In primo luogo, vogliamo assicurarci di mobilitare tutto quello che possiamo dalle scorte esistenti; secondo, ci vogliamo assicurare di aumentare drasticamente la nostra capacità di produrre in Europa, specialmente per potenziare la nostra industria della Difesa; terzo, vogliamo mettere anche dei fondi dal bilancio Ue per velocizzare questo potenziamento dell’industria della Difesa”. Ma quanti fondi saranno destinati a ogni pilastro? Nel suo intervento Borrell ha spiegato che il Fondo europeo per la pace (Epf) è pronto a mobilitare tutte le risorse necessarie. L’Ue si prepara così a finanziare il primo pilastro del piano con un miliardo di euro. Mentre, per il secondo punto, sarà destinata “una cifra significativa”, senza però fornire ulteriori dettagli. Di tutti questi fondi “L’Epf paga il 60%, il restante 40% è a carico degli Stati membri”, ha precisato ancora l’Alto rappresentante.

La situazione sul campo

L’aggressione russa in territorio ucraino prosegue e la situazione sul campo è a un punto critico, considerando anche ciò che sta accadendo intorno a Bakhmut, che ha visto violenti combattimenti negli ultimi giorni. “Bakhmut potrebbe cadere in mani russe nei prossimi giorni”, ha infatti avvisato Stoltenberg. Tuttavia, anche se il territorio venisse preso dalle forze di Mosca, “questo non sarà necessariamente una svolta nella guerra, ma evidenzia solo che non dobbiamo sottovalutare la Russia e dobbiamo continuare a sostenere l’Ucraina”, ha ribadito ancora il segretario dell’Alleanza.

Munizioni a Kiev…

“Abbiamo bisogno di munizioni, munizioni, munizioni”, ha avvertito in modo inequivocabile il ministro della Difesa ucraino, Oleksii Reznikov. L’appello è stato prontamente accolto dai Paesi europei e, mentre la Commissione europea indaga meccanismi che aumentino le capacità di produzione dell’industria militare europea, Borrell ha avvisato di aver presentato una proposta ad hoc – concepita insieme all’Agenzia europea di Difesa (Eda) da lui stesso presieduta – che dovrà essere discussa dai ministri. Nel dettaglio, a detta del ministro ucraino, il suo Paese “ha bisogno di centomila munizioni al mese”. “La nostra priorità numero uno sono i sistemi di difesa aerea, e ancora munizioni da artiglieria da 155 millimetri, veicoli da combattimento per la fanteria e più carri armati come i Leopard”, ha continuato ancora Reznikov, accogliendo poi il piano del ministro della Difesa estone, Hanno Pevkur, che prevede un milione di munizioni da 155 millimetri per l’artiglieria ucraina. Nel fornire nuove munizioni a Kiev, per Borrell, “la prima cosa da fare è usare ciò che abbiamo a disposizione. Se poi gli Stati membri sono pronti a fornire di più, ne sarò felice. Ma oggi dobbiamo essere realistici e pragmatici e discutere delle misure che possono essere adottate oggi”, ha detto Borrell.

… anche da altri Paesi

“Se ci sono consegne di munizioni all’Ucraina da altri Stati non europei non dobbiamo escluderle, il primo focus dovrebbe essere aiutare Kiev e trovare il modo migliore per farlo”, ha osservato il ministro della Difesa svedese, Pål Jonson, in riferimento al nodo delicato e ancora da sciogliere che riguarda la provenienza delle munizioni destinate a Kiev. Puntare soltanto sull’industria europea o acquistare anche dal mercato globale? Al momento sul punto ancora non è stato raggiunto un accordo.

Carri armati in arrivo

La Polonia è pronta a inviare altri dieci carri armati Leopard 2 all’Ucraina nei prossimi giorni. A confermarlo, il ministro della Difesa del Paese, Mariusz Blaszczak. Dopo i quattro mezzi già consegnati a fine febbraio, ora il Paese dovrà mantenere l’iniziale promessa che vedeva la consegna di 14 carri armati. Mentre la Germania ha reso noto che i 18 carri armati promessi da Berlino a Kiev – a cui si aggiungono anche i tre concessi dal Portogallo – sono in consegna in Ucraina questo mese. Nel corso della conferenza stampa a margine della ministeriale, Blaszczak ha anche parlato di una riunione da fare insieme all’omologo tedesco, Boris Pistorius, in merito alla “scarsa disponibilità di pezzi di ricambio per i Leopard”, per ovviare la quale “siamo pronti ad aprire un centro servizi in Polonia che si occupi della riparazione e della manutenzione dei carri armati Leopard inviati all’Ucraina”.

Ucraina nega coinvolgimento nel sabotaggio del Nord Stream

Dopo che il New York Times aveva attribuito il sabotaggio dello scorso settembre del Nord Stream, nel Mar Baltico, a un gruppo filo ucraino, è arrivata la smentita direttamente dalla ministeriale e da Reznikov. “Per me è una storia un po’ strana perché non corrisponde al vero, non siamo implicati. Penso che l’indagine delle autorità ufficiali entrerà nei dettagli…sarebbe quasi un complimento per le nostre forze speciali. Ma non si tratta di una nostra attività”, ha infatti spiegato il ministro ucraino. Sulla questione è intervenuto anche Stoltenberg, precisando che “ci sono indagini nazionali in corso e non possiamo dire nulla finche’ non termineranno”. Gli ultimi sabotaggi delle infrastrutture critiche sottomarine hanno mostrato l’urgenza di provvedere alla loro sicurezza e in questo frangente agirà anche la Nato. A detta di Stoltenberg infatti: “Dopo gli attacchi abbiamo stabilito una cellula per coordinarci, anche con il settore privato, a tale scopo”.


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RIFORME, IN FONDAZIONE IL CONFRONTO COL MINISTRO CASELLATI. CASSESE: “PER CAMBIARE LA COSTITUZIONE SERVE UNA ASSEMBLEA ELETTA COME DICE LA FLE” 


“Lo strumento principe per una riforma della Costituzione è quello di istituire un’assemblea costituente, come proposto dalla Fondazione Luigi Einaudi”, è quanto ha affermato ieri il professore Sabino Cassese durante un evento organizzato dalla Fondazione
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“Lo strumento principe per una riforma della Costituzione è quello di istituire un’assemblea costituente, come proposto dalla Fondazione Luigi Einaudi”, è quanto ha affermato ieri il professore Sabino Cassese durante un evento organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi per parlare di riforme. Insieme al presidente della Fondazione Giuseppe Benedetto, all’incontro ha partecipato il ministro per le Riforme istituzionali e la semplificazione normativa Maria Elisabetta Alberti Casellati.

In un’Aula Malagodi strapiena e con ospiti illustri, parlamentari e giuristi, il presidente Benedetto, nel portare i saluti istituzionali, ha sottolineato come la Fondazione Luigi Einaudi cerchi ancora una volta di anticipare i tempi prospettando al ceto politico la via maestra per la riforma delle Istituzioni: l’elezione con metodo proporzionale di un’Assemblea per la riforma della seconda parte della Costituzione.

“Non ho pregiudizi nei confronti di nessun metodo per arrivare a una riforma costituzionale”, ha detto il ministro Casellati, che ha poi indicato quella che, a suo avviso, è la via da seguire: “Credo che la forma migliore per intervenire sia quella prevista dall’articolo 138. La mia preferenza è imboccare l’art. 138 attraverso il metodo dell’ascolto, perché la maggioranza non ha una posizione precostituita su una forma istituzionale rispetto a un’altra”.

Riguardo all’ipotesi di un’elezione diretta del Capo dello Stato o del governo, il ministro ha però sottolineato: “Qualunque legge riuscissimo a fare ci sarà una norma transitoria, perché sarebbe una sgrammaticatura istituzionale pensare che l’approvazione di una legge possa portare a un’elezione immediatamente diretta e far cadere, per dire, il mandato del presidente della Repubblica o del presidente del Consiglio”. Una nuova legge che dovesse prevedere l’elezione diretta del presidente della Repubblica, ha concluso, “entrerebbe in vigore nel 2029, dopo la fine del mandato del presidente Mattarella”.

All’inizio dell’incontro, il Segretario generale della Fondazione Luigi Einaudi, Andrea Cangini, ha presentato il disegno di legge costituzionale, redatto dalla Fondazione e sostenuto dal professor Cassese, per dare vita ad un’Assemblea per la riforma della Costituzione.

“Sono passati esattamente quarant’anni da quando, con la Commissione Bozzi, il Parlamento provò per la prima volta a mettere mano a una riforma organica dello Stato. Il tentativo fallì, così come fallirono gli innumerevoli tentativi successivi. Abbiamo visto costituire ad hoc commissioni bicamerali e monocamerali, abbiamo assistito a tentativi ex articolo 138: è stato vano”, ha detto Cangini.

“La Fondazione Luigi Einaudi – ha sottolineato – ritiene che procedere per temi sia un errore. Serve una riforma di sistema, sottratta alle insidie delle dinamiche politiche contingenti, filtrata dalla competenza e largamente condivisa”.

“C’è solo un modo per conseguire lo scopo: eleggere con metodo proporzionale una snella Assemblea per la riforma della Costituzione composta da cento esperti indicati dai partiti, che passino al vaglio dei cittadini-elettori”, ha concluso Cangini.


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Il termine "Geopolitica", dopo decenni di oblio è tornato alla ribalta del linguaggio mediatico e della pubblicistica. Ciò è senz’altro dovuto all’esaurirsi delle grandi narrazioni novecentesche – comunismo, socialismo, socialdemocrazia, liberalismo, persino la dottrina sociale cristiana – e al ritorno sulla scena politiche dello Stato che i teorici della “fine della storia” avevano bollato come obsoleto.

La cifra di lettura del XXI secolo sembra essere quella del confronto tra stati in un’anarchia delle potenze, e non del confronto tra ideologie o tra classi – ad esempio delle ultime due ideologie a proprio modo universalistiche affacciatesi sulla scena strategica negli ultimi due decenni e cioè il liberalismo e liberismo occidentale contro l’islamismo radicale, esauritasi la prima nella grande crisi del 2008 e la seconda arretrata proprio sul piano geopolitico.

Il risveglio dalle illusioni universalistiche è stato brusco: il mondo intellettuale si è fatto trovare impreparato ed ha dovuto riattivare una linea di pensiero per troppo tempo trascurata. Il termine geopolitica è diventato così vittima di una vera e propria bulimia, sino ad essere utilizzato quale sinonimo di “Relazioni Internazionali”, “Politica Estera” e financo di “Strategia Militare”, discipline imprescindibili alla geopolitica, sicuramente non separabili da questa ma ad ogni modo ben distinte. Occorre ribadirlo: la geopolitica studia il rapporto tra statualità e spazio: chiaramente per farsi un quadro geopolitico della politica di uno stato non si può prescindere dal quadro economico, sociologico, demografico, militare, culturale, antropologico (come correttamente sottolinea il moderno filone della geopolitica critica).

(Continua)

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Confronto sulla Separazione delle Carriere con Carlo Calenda


Nel quadro del confronto con tutte le forze politiche interessate e prendendo spunto dal libro del nostro Presidente “Non diamoci del tu”, il giorno 21 marzo 2023 alle ore 17:30 presso la nostra sede, in via della Conciliazione 10, Carlo Calenda si confro

Nel quadro del confronto con tutte le forze politiche interessate e prendendo spunto dal libro del nostro Presidente “Non diamoci del tu”, il giorno 21 marzo 2023 alle ore 17:30 presso la nostra sede, in via della Conciliazione 10, Carlo Calenda si confronterà con il Presidente Giuseppe Benedetto sul tema della Separazione delle Carriere.

Modera il Segretario Generale della Fondazione Luigi Einaudi Andrea Cangini

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Scafando


Nel corso del 2022 la Guardia di Finanza e la Guardia Costiera, in operazioni di sicurezza o soccorso, hanno aiutato ad approdare o materialmente salvato e portato a terra 95.535 emigranti. Dall’inizio del 2023 il numero degli arrivi è significativamente

Nel corso del 2022 la Guardia di Finanza e la Guardia Costiera, in operazioni di sicurezza o soccorso, hanno aiutato ad approdare o materialmente salvato e portato a terra 95.535 emigranti. Dall’inizio del 2023 il numero degli arrivi è significativamente cresciuto. Come è tristemente noto, l’ultima operazione non è partita ed è finita nel peggiore dei modi. La procura indaga sulle cause, il governo si adoperi a perfezionare la procedura, ma tutto si può dire tranne che l’Italia abbia i porti chiusi e non si adoperi nei salvataggi.

Il governo si accinge a una riforma del sistema, sostituendo il Reddito di cittadinanza con la Mia. Misura inclusione attiva: 500 euro mensili ai poveri, 375 a quanti hanno bisogno, ma sono occupabili. Questo nel Paese in cui mancano lavoratori e il sistema produttivo reclama immigrati. Sicché se si continua a spendere in assistenzialismo e non in servizi (pasti, alloggi, formazione), si prova a ridurre la spesa, ma non si affronta il problema.

Nei prossimi giorni il Consiglio dei ministri si riunirà in Calabria, per affrontare il tema dell’immigrazione. Abbiamo già sostenuto che non esiste soluzione che non sia europea, abbiamo fatto proposte specifiche e ricordiamo che non è mai l’Unione europea a prendersi una competenza, ma gli Stati nazionali a delegarla, con le conseguenze finanziarie e di sovranità che ciò comporta. In vista di quel Consiglio sottolineiamo il vantaggio che un governo politico ha rispetto a uno tecnico: nel secondo caso (come è stato con Draghi) nessuno si sente veramente partito di governo e ciascuno continua con la propria propaganda, nel primo i vincitori delle elezioni sono responsabili di quel che fanno o non fanno. Lo si è ben visto con il superbonus: finché era il governo a dire che andava smontato, i partiti giocavano a far finta di difendere i proprietari di casa dalla stretta, sicché al governo, privo di maggioranza propria, non restava che lavorare sulle questioni tecniche, come la cessione dei crediti; quando il governo politico s’è trovato davanti all’enorme buco nei conti e all’esilità del contributo alla crescita (1.4 punti di pil su 10.5 nel biennio ’21-’22, a fronte di un aumentato deficit di 2.4 punti e all’avere fatto schizzare i prezzi, un disastro) non ha esitato a dimenticare la propaganda e imporre la stretta. Vediamo se qualche cosa di simile è possibile sul fronte immigrazione.

1. Si possono aumentare finché si vuole le pene per gli scafisti e si può convenire con il pontefice sul fatto che vanno cancellati, ma agiscono in zone che non controlliamo e quelli che pigliamo sono manovalanza (mi ricorda la soluzione definitiva del problema droga: fermare la produzione, tanto giusto quanto inutile anche solo da dirsi). 2. I profughi, che hanno diritto ad essere accolti, scappano illegittimamente (per il diritto di chi li perseguita), sicché non possono arrivare legittimamente, gli scafisti sono dei profittatori, ma anche, a loro sudicio modo, dei salvatori. 3. Se non impariamo a riconoscere i profughi subito fuori dai loro confini di partenza, quello continuerà ad essere il solo modo per scappare. 4. Se imparassimo a farlo diventerebbero molto più numerosi. 5. Il tema non è affatto se facciamo entrare o no degli immigrati, ma se far entrare quelli che scegliamo noi o quelli che scelgono (e pagano) i trafficanti. 6. Il che significa avere canali non solo efficienti, ma assai più larghi d’immigrazione regolare, con decreti flussi in linea con le richieste del mercato produttivo e della famiglie (il 64.2% dei lavoratori domestici sono immigrati, di cui meno della metà in regola).

Passi per la retorica della punizione degli scafisti, ma al governo siano scafati da quanto hanno giustamente fatto sul superbonus: la favola del blocco e dei confini chiusi vada ufficialmente nel campo delle bubbole. Si deve puntare alla regolarità, non allo stop, si devono organizzare gli arrivi, non impedirli. Sarebbe un merito, anche se una contraddizione.

La Ragione

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Incidente a Guidonia. Cosa è successo ai due piloti dell’Aeronautica


La Difesa si è stretta intorno all’Aeronautica militare nel cordoglio per i due piloti deceduti in un incidente sui cieli di Guidonia. A dare notizia dell’accaduto è stata la stessa Arma azzurra, che ha notificato l’avvenuto impatto tra due velivoli U-208

La Difesa si è stretta intorno all’Aeronautica militare nel cordoglio per i due piloti deceduti in un incidente sui cieli di Guidonia. A dare notizia dell’accaduto è stata la stessa Arma azzurra, che ha notificato l’avvenuto impatto tra due velivoli U-208 in forze al 60° Stormo di base proprio nella cittadina alle porte di Roma. A perdere la vita sono il tenente colonnello Giuseppe Cipriano e il maggiore Marco Menghello. “Cieli blu, Giuseppe e Marco” è stato il saluto ai due militari del ministro della Difesa, Guido Crosetto, che ha voluto esprimere anche la vicinanza, sua personale e di “tutta la famiglia della Difesa” al capo di Stato maggiore dell’Aeronautica generale Luca Goretti. Anche il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha espresso, a nome del governo, “le mie più profonde condoglianze e la mia vicinanza alle famiglie, ai colleghi del 60° Stormo e all’intero corpo dell’Aeronautica militare”.

L’incidente

La dinamica dell’incidente è ancora da chiarire, e sull’accaduto l’Aeronautica militare ha avviato un’inchiesta di sicurezza del volo. Secondo le prime ricostruzioni, i mezzi sarebbero entrati in collisione a pochi chilometri di distanza dall’aeroporto di Guidonia nel corso di una missione addestrativa pre-pianificata, precipitando al suolo in un’area nei pressi dell’aerostazione. Uno dei due velivoli è caduto in un’area rurale, mentre il secondo è caduto su un’area urbana, senza fare vittime. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco, le forze dell’ordine e le squadre di soccorso e team di specialisti dell’Aeronautica militare che stanno continuando a operare per mettere in sicurezza e circoscrivere le aree dell’impatto.

I velivoli

Gli U-208° sono monomotori ad ala bassa impiegati dall’Aeronautica per il collegamento e il traino degli alianti. I velivoli erano in servizio presso il 60° Stormo, alle dipendenze Comando scuole/3a Regione aerea, un reparto impegnato nella formazione al volo su aliante per gli allievi dell’Accademia aeronautica e della Scuola militare Douhet, oltre al personale delle altre Forze armate. La formazione sugli alianti, infatti, fa parte dell’iter formativo dei piloti. Lo stormo è anche impegnato nella diffusione della cultura aeronautica. I due piloti deceduti erano esperti aviatori e istruttori di volo. Il colonnello Cipriano, nato a Taranto classe 1975, aveva all’attivo seimila ore di volo; il maggiore Meneghello, di Legnago classe 1977, aveva 2600 ore di volo.

Il cordoglio del Paese

Cordoglio è arrivato anche dal capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, che ha espresso ai familiari dei militari e al generale Goretti il “profondo cordoglio e sentimenti di affettuosa vicinanza a nome delle Forze Armate e suo personale”. Le condoglianze sono arrivate anche dalle istituzioni. “Con grande tristezza ho appreso la notizia del tragico incidente che ha coinvolto due velivoli della nostra Aeronautica militare nei cieli di Guidonia” ha detto il sottosegretario alla Difesa, Matteo Perego di Cremnago, esprimendo la sua vicinanza alle famiglie dei piloti deceduti. Una notizia dolorosa anche per il presidente della Commissione Difesa della Camera, Antonino Minardo. Che ha espresso la sua “più commossa vicinanza alle donne e uomini dell’Arma azzurra e alle famiglie dei due aviatori”.


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Illusioni e paradossi delle politiche per il Sud


E se le politiche per ridurre le diseguaglianze territoriali in Italia finissero per acuire le disparità all’interno dei singoli territori? Capirlo è fondamentale, sia perché esse mobilitano risorse ingenti, sia perché il loro obiettivo è di primaria impo

E se le politiche per ridurre le diseguaglianze territoriali in Italia finissero per acuire le disparità all’interno dei singoli territori? Capirlo è fondamentale, sia perché esse mobilitano risorse ingenti, sia perché il loro obiettivo è di primaria importanza. A maggior ragione questa domanda andrebbe presa sul serio ora che il Pnrr destina il 40 per cento dei fondi al Mezzogiorno. Negli ultimi anni la ricerca economica ha contribuito a gettare luce su tali problemi, aiutando i decisori (se ne hanno la volontà) a disegnare policy più efficaci e mirate. Da ultimo, uno studio di Giuseppe Albanese, Guglielmo Barone e Guido de Blasio, di prossima pubblicazione sulla rivista “Economica”, fa suonare un campanello d’allarme. Gli autori sfruttano quello che in gergo si chiama “esperimento naturale”: nel 2007 il Molise è uscito dal cosiddetto obiettivo 1, e quindi ha perso il diritto a ricevere gli aiuti più generosi.

Così, i finanziamenti sono crollati da 137 a 66 euro pro capite, determinando non solo una discontinuità nel tempo, ma anche un trattamento diverso rispetto alle regioni limitrofe che hanno continuato a beneficiare di sussidi più elevati. Confrontando i comuni al di qua e al di là del confine – che hanno caratteristiche socioeconomiche molto simili – si può osservare l’impatto del cambiamento. Come spiega Barone in una sintesi pubblicata su lavoce.info, “Prima del 2007, la differenza è sostanzialmente nulla. Dal 2007 in poi, si osserva un calo in Molise rispetto a Campania e Puglia che diventa statisticamente significativo a partire dal 2009. In media, uscire dall’Obiettivo 1 ha implicato un calo dell’indice di Gini di 0,007”, pari all’incirca alla metà dell’aumento di tale indice (0,014) occorso nella media italiana tra il 2007 e il 2013”. Questo risultato implica che la spesa pubblica ha determinato un aumento del reddito medio nei territori coinvolti, ma questo è andato prevalentemente a vantaggio dei più benestanti.

Questo non è necessariamente un male, ma non è neppure un fattore secondario. Solleva, in particolare, tre domande. In primo luogo, se e come sia possibile mantenere l’effetto pro-crescita mitigandone le conseguenze sulla disuguaglianza. Secondariamente, se c’è un trade-off, quanta disuguaglianza sia accettabile in cambio di quanta crescita. Terzo, se davvero il gioco valga la candela. Perché queste nuove evidenze si aggiungono a una copiosa letteratura che ha mostrato che gran parte degli aiuti hanno sortito qualche impatto nell’immediato, lasciando ben poco nel lungo termine.

In altre parole, come conferma anche la vicenda del Molise, la crescita stimolata dai sussidi sparisce non appena il flusso di soldi pubblici viene meno. Cioè, per essere chiari, queste politiche producono redistribuzione ma non sviluppo. Tali questioni raramente vengono calate nella loro dimensione empirica. E qui sta una grande scommessa che il ministro Raffaele Fitto dovrebbe mettere a fuoco: tra Pnrr e fondi ordinari, il Mezzogiorno riceverà una gran massa di denari. Ma c’è il rischio che, oltre ai soldi non spesi, ci siano quelli spesi inutilmente. Per
correggere il tiro bisogna anzitutto varare un programma di monitoraggio e valutazione sulle spese in essere e su quelle previste.

Sfortunatamente il sito ItaliaDomani, creato dal Governo Draghi per fornire gli strumenti per controllare l’andamento delle cose, ammassa documenti ma non mette a disposizione alcun dato in formato fruibile. Non siamo ancora fuori tempo massimo: il governo dovrebbe mettere seriamente mano alla questione, e l’opposizione farebbe bene a incalzarlo su questo. Non solo serve un monitoraggio più capillare, ma occorre anche rendere possibile la realizzazione di studi e valutazioni da parte di terzi. L’intelligenza collettiva dei ricercatori sarebbe un potente strumento per migliorare la qualità delle nostre politiche pubbliche. La politica tutta, la destra che governa oggi e la sinistra che ha governato fino a ieri, dovrebbero capire che questa è un’opportunità, non una minaccia.

di Sergio Boccadutri e Carlo StagnaroIl Foglio

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Così l’Italia si prepara al trilaterale sul Tempest. L’incontro Crosetto-Sukuzi


Si è tenuto un incontro amichevole tra il ministro della Difesa, Guido Crosetto, e l’ambasciatore giapponese in Italia, Satoshi Suzuki. Un’occasione di confronto su diversi temi, che spaziano dalla cooperazione tecnologica tra Roma e Tokyo alle collaboraz

Si è tenuto un incontro amichevole tra il ministro della Difesa, Guido Crosetto, e l’ambasciatore giapponese in Italia, Satoshi Suzuki. Un’occasione di confronto su diversi temi, che spaziano dalla cooperazione tecnologica tra Roma e Tokyo alle collaborazioni industriali sul piano bilaterale, le quali afferiscono anche al settore della Difesa, come conferma il programma Global combat air programme (Gcap). L’incontro è da vedersi come apripista per quello che avverrà entro fine marzo tra Crosetto e i suoi omologhi britannico, Ben Wallace, e giapponese Yasukazu Hamada. I tre ministri si incontreranno infatti nella capitale giapponese per discutere i prossimi passi verso lo sviluppo congiunto del sistema aereo di combattimento di sesta generazione, il Gcap, destinato a sostituire i circa novanta caccia F-2 giapponesi e gli oltre duecento Eurofighter di Gran Bretagna e Italia.

Il programma congiunto

L’avvio del programma congiunto risale a dicembre del 2022, quando i governi dei tre Paesi hanno concordato di sviluppare insieme una piattaforma di combattimento aerea di nuova generazione entro il 2035. Nella nota comune, i capi del governo dei tre Paesi sottolinearono in particolare il rispettivo impegno a sostenere l’ordine internazionale libero e aperto basato sulle regole, a difesa della democrazia, per cui è necessario istituire “forti partenariati di difesa e di sicurezza, sostenuti e rafforzati da una capacità di deterrenza credibile”. Grazie al progetto, Roma, Londra e Tokyo puntano ad accelerare le proprie capacità militari avanzate e il vantaggio tecnologico.

Il Tempest

Il progetto del Tempest prevede lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo integrato, nel quale la piattaforma principale, l’aereo più propriamente inteso, provvisto di pilota umano, è al centro di una rete di velivoli a pilotaggio remoto con ruoli e compiti diversi, dalla ricognizione, al sostegno al combattimento, controllati dal nodo centrale e inseriti in un ecosistema capace di moltiplicare l’efficacia del sistema stesso. L’intero pacchetto capacitivo è poi inserito all’intero nella dimensione all-domain, in grado cioè di comunicare efficacemente e in tempo reale con gli altri dispositivi militari di terra, mare, aria, spazio e cyber. Questa integrazione consentirà al Tempest di essere fin dalla sua concezione progettato per coordinarsi con tutti gli altri assetti militari schierabili, consentendo ai decisori di possedere un’immagine completa e costantemente aggiornata dell’area di operazioni, con un effetto moltiplicatore delle capacità di analisi dello scenario e sulle opzioni decisionali in risposta al mutare degli eventi.

Tokyo spinge sulle riforme

Per Tokyo, il Gcap è il primo progetto a tre con due membri della Nato, e il primo dedicato alla difesa sviluppato con nazioni diverse dagli Stati Uniti, l’alleato di sicurezza principale del Giappone. I tre responsabili della Difesa dei tre Paesi potrebbero anche avviare una discussione per esplorare la possibilità di esportare il nuovo caccia ad altri Paesi. In particolare, il governo giapponese starebbe lavorando a una revisione delle regole della nazione sulle esportazioni di attrezzature di difesa, particolarmente rigide in Giappone. Un intento dichiarato anche nella recente Strategia di sicurezza nazionale, aggiornata a dicembre. La misura si inserisce anche nel progetto del gabinetto di Fumio Kishida di modificare le norme pacifiste della Costituzione del Giappone.

DSEI Japan

Secondo le fonti del Paese del Sol levante, l’incontro avverrebbe in concomitanza con DSEI Japan, la manifestazione dedicata al settore della Difesa integrato che si terrà a Chiba dal 15 al 17 marzo. All’evento saranno presenti tutte le principali aziende responsabili del progetto Gcap come la giapponese Mitsubishi Heavy Industries e la britannica BAE Systems, compreso il consorzio italiano che coinvolge Avio Aero, Elettronica, Mbda Italia e Leonardo. Oltre a queste, il programma vede la partecipazione dell’intera filiera della Difesa nazionale, coinvolgendo anche università, centri di ricerca e Pmi nazionali.

(Foto: ministero della Difesa)


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La fuga dalle responsabilità


Sacrificarsi in ragione di un principio, di una funzione o di un ideale non sembra rientrare più nello spirito dei tempi. Commentando il fatto, in effetti desolante, che solo un italiano su tre dichiara di condividere la scelta di armare il popolo ucraino

Sacrificarsi in ragione di un principio, di una funzione o di un ideale non sembra rientrare più nello spirito dei tempi. Commentando il fatto, in effetti desolante, che solo un italiano su tre dichiara di condividere la scelta di armare il popolo ucraino, sul Corriere della Sera di martedì lo storico Ernesto Galli della Loggia si è domandato quanti, tra noi italiani, sarebbero oggi disposti a combattere per la Patria: “Quanti sono, mi chiedo, gli italiani che oggi sentono un tale dovere? Quanti sono le donne e gli uomini disposti quindi a pensare che esistono cause per le quali è giusto mettere da parte la propria esistenza quotidiana con i suoi piccoli e meno piccoli piaceri, le sue comode abitudini, e accettare rinunce, disagi, pericoli, magari anche di rischiare la propria vita?”. La domanda è retorica, la risposta implicita. Pochi, pochissimi.
Di istinto si è portati ad attingere alla consueta retorica antitaliana o arcitaliana che dir si voglia. Un Paese abitato da “furbi” e da “cicale”, una nazione irresponsabile e disunita, uno Stato che non ha mai terminato una guerra al fianco dell’alleato con cui l’ha iniziata… Tutto vero, ma ad alzare lo sguardo dal nostro ombelico nazionale si ha l’impressione che sia in corso un singolare processo di italianizzazione del mondo. Almeno del mondo occidentale.

Assistiamo da tempo a fenomeni oggettivamente diversi, ma apparentemente accomunati da una sostanziale indisponibilità al sacrificio. Una fuga dalle responsabilità. Fenomeni un tempo impensabili. Impensabili come le dimissioni di un Papa (Benedetto XVI), o di un imperatore (Akihito), o di un primo ministro (Jacinda Arden). Fenomeni come il rifiuto di una principessa (Diana Spencer) e di suo figlio (William) dalle rinunce connesse allo status regale. Fenomeni che riguardano le élite così come le masse.

Masse sempre meno inclini ad accettare i limiti e i sacrifici impliciti in ogni appartenenza: sia politica sia religiosa. E persino familiare. In Italia il tasso di fecondità è passato dai 3 figli per donna del 1946 all’1,2 odierno, i matrimoni sono in calo costante (1,6 ogni mille abitanti), ogni cinque minuti una coppia decide di separarsi, la cura degli anziani viene sempre più delegata ad apposite strutture (ne abbiamo 7400) non a caso considerate un ottimo business dai fondi globali di investimento. L’Italia è il capofila, ma la tendenza riguarda tutti gli stati occidentali.

In America lo chiamano “Great resignation”. È il fenomeno, accelerato dalla pandemia, di fuga dal lavoro. Solo nei primi nove mesi del 2022 sono stati un milione e 600mila gli italiani che si sono spontaneamente dimessi dall’incarico che svolgevano: il 22% in più rispetto all’anno precedente. Nei colloqui di lavoro, la prima richiesta che i capi del personale si sentono oggi rivolgere riguarda il grado di flessibilità degli orari e la possibilità di lavorare comodamente da casa.

Anni di tambureggiante retorica sui diritti e di assordante silenzio sui doveri hanno prodotto un ripiegamento degli individui sul proprio particolare. Ed una sostanziale indisponibilità ad ogni responsabilità, ad ogni etica, ad ogni sacrificio. Entrano così in crisi per prime le professioni che richiedono una vocazione prossima all’abnegazione: il prete, il soldato, il politico. E da queste crisi delle vocazioni individuali discende il viscerale e crescente rifiuto delle società occidentali per le religioni, per la guerra e per la politica. Un rifiuto che, in un mondo scosso dal risveglio di antichi imperi, ci riporta alla condizione infantile, rendendoci di conseguenza inadatti al governo.

“Riappropriarsi della propria libertà” suona bene, purché poi si sappia cosa farne e non ci si trovi infine costretti a consegnarla al primo uomo forte venuto da lontano.

Huffington Post

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Inchieste


Ci sono le premesse perché finisca male. Sentiremo gridare che la giustizia è morta o è stata tradita, perché quella sarà la reazione di un pubblico e di parti processuali che vivono nell’illusione che in tribunale si accerti la verità o, meglio, si valid

Ci sono le premesse perché finisca male. Sentiremo gridare che la giustizia è morta o è stata tradita, perché quella sarà la reazione di un pubblico e di parti processuali che vivono nell’illusione che in tribunale si accerti la verità o, meglio, si validi la verità annunciata anni prima dalla Procura ovvero dagli accusatori. Un’illusione pericolosa, alimentata dalla viltà della politica e dalla pochezza dell’informazione.

La giustizia penale è una cosa, il governo del Paese è tutt’altra. Se per orientare il secondo si attende la prima, si trasformano le sentenze in documenti politici, si ritardano i rimedi e si cancella la responsabilità politica. Accoppiare politica e penale è una bestemmia che inquina la vita pubblica: per supposta responsabilità di un amministratore pubblico sarebbero morte migliaia di persone, il che emerge all’indomani della rielezione dell’amministratore al suo posto; l’ipotesi d’accusa, del resto, si regge su una perizia il cui autore, nel frattempo, è stato eletto parlamentare nello schieramento avversario. Non c’è nulla di normale, in questo.

Come non lo è che il procuratore dica un giorno che non intende rilasciare dichiarazioni nel merito del procedimento, perché «per legge» non può, e il giorno appresso ne parli con tutti, strologando di «verità» e «risposte ai cittadini». Tanto loquace da fare un regalo ai futuri avvocati difensori: «Forse qualcuno sarà prosciolto, altri archiviati. Ma a noi interessa spiegare cosa è successo». Ma se è successo quel che l’accusa presume, come può supporre che la faccenda finisca nel nulla? E se non è successo nei termini che ha illustrato, allora è dubbio il servizio reso alla collettività. Quando il dilemma si chiarirà sentiremo gridare che la giustizia è morta. Diciamo che è stata avvelenata a puntate.

I cittadini dovrebbero essere informati che in tribunale non si porta lo strazio dei morti, proclamando che un colpevole deve pur esserci. Quella è roba da bar. Da Bergamo a Crotone si tratta di accertare se chi doveva decidere avesse le informazioni necessarie, se esistevano procedure da rispettare (riducendosi così la discrezionalità della decisione) e se chi è chiamato a risponderne avesse il potere che comporta la responsabilità. Se porti sul banco degli imputati i sismologi poi vengono assolti, non perché non ci siano stati il terremoto o i morti ma perché l’accusa era campata nell’aria di una verità che era superstizione.

Diverso il discorso sul piano politico perché, siccome gli errori sono evidenti e le conseguenze drammatiche, ci s’interroga su cosa non abbia funzionato e su chi non sia stato all’altezza. Non c’entra niente la responsabilità penale, perché quella – in un senso o nell’altro – arriva a babbo morto e a candidato rieletto. Quindi ci si chiede perché il piano pandemico non ci fosse o perché un avviso di pericolo non abbia fatto scattare il soccorso. E ce lo si chiede senza supporre che si sia voluto contagiare o affogare, ma perché il disastro prescinde dal reato. Quindi si cambia la procedura oppure il decisore, senza che ci voglia nessuna sentenza. Oppure si ritiene che si sia trattato di fatalità e amen. Dopo di che se ne risponde ai cittadini. E non è che per far vedere che vuoi accertare come sono andate le cose devi sempre proporre una commissione parlamentare d’inchiesta, altrimenti ne propongo una sulle commissioni parlamentari d’inchiesta ove si dimostra che non accertano un accidenti.

I politici rispondono ai cittadini, non i magistrati. L’ipotesi che un magistrato risponda al popolo è in sé deviante, come lo è supporre che il consenso elettorale esenti dalla responsabilità penale. Mentre il giornalismo s’è convinto che mettere il microfono sotto la bocca delle persone sia un mestiere. E che metterlo sotto quella di chi non vuole parlare sia un mestiere coraggioso. Con il risultato che si scrive tutti la stessa cosa in omaggio alla “notizia”. No: una cosa è il mattinale di polizia, un’altra il ragionare. Il che comporta responsabilità, ma ha una qualche utilità.

La Ragione

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Sfondato


Eccolo, il buco. Avevamo qui avvertito che l’appuntamento era fissato al primo di marzo e che era proprio in ragione di quella scadenza che il governo aveva (giustamente) affondato il superbonus, cercando di fare in modo che i dati Istat non venissero pre

Eccolo, il buco. Avevamo qui avvertito che l’appuntamento era fissato al primo di marzo e che era proprio in ragione di quella scadenza che il governo aveva (giustamente) affondato il superbonus, cercando di fare in modo che i dati Istat non venissero presi troppo male. Eccolo, il superbuco del superbonus che ha sfondato il deficit: quello 2022 passa da una previsione del 5.6% a una realtà dell’8%. Per giunta la crescita è ritoccata leggermente al ribasso, pur restando significativa: +3.7%. Siccome la ricchezza prodotta non consiste nella maggiore spesa pubblica in deficit e a debito, ma nella capacità di trasformare gli investimenti e il lavoro in maggiore valore di quel che costano, quei quasi due punti e mezzo di deficit in più timbrano come bubbola la favola del contributo del superbonus alla crescita dell’Italia. È stata una tassa pagata da tutti per favorire uno spostamento di ricchezza a favore di molto pochi, per giunta fra i più benestanti.

Avendo anche drogato il mercato, adesso si deve stare attenti alla crisi d’astinenza. Che è la ragione per cui, avvertendo l’imminente sfondamento, proponevamo di puntare sulla direttiva europea relativa agli immobili e preparare incentivi (almeno questa volta razionali e non dilapidatori) di carattere fiscale, quindi non maggiore spesa pubblica, trasformando un mancato gettito odierno nella promessa di un maggiore gettito futuro, ma anche agevolando la messa in circolazione di capitali che valorizzino l’immobile ed evitino di passare dallo schioppare per overdose all’accasciarsi per astinenza.

A questi guasti va aggiunta la notevole spinta all’inflazione, ovvero l’ulteriore danno arrecato ai meno abbienti e ai risparmiatori. Avere finanziato lavori senza badare ai costi ha generato la peggiore inflazione, separata dalla produzione di ricchezza. Il che ci porta a un altro squilibrio e a un’altra ingiustizia, relativa alle pensioni. A partire da oggi prendono corpo gli adeguamenti delle pensioni all’inflazione, anche per quelle di importo superiore a 2100 euro (fin qui sterilizzate). Ma in quest’ultima affermazione ci sono due indicazioni ingannevoli. La prima è comprensibile: l’adeguamento non compensa l’intera inflazione, ma ne recupera una parte. Serve a non perdere “troppo” potere d’acquisto, al tempo stesso cercando di non alimentare l’inflazione che si prova a contrastare. La seconda è nascosta e meramente ideologica: gli adeguamenti vanno da un massimo del 7.3% a un minimo del 2.3%, a seconda dell’ammontare lordo della pensione stessa. Solo che distinguere secondo gli importi crea una potente ingiustizia: c’è chi ha una pensione “bassa”, in realtà molto più alta di quel che consentirebbero i contributi versati (sempre che siano stati versati), e c’è chi ne ha una “alta”, ma finanziata dai contributi, quindi dal risparmio forzoso fatto in una vita di lavoro. Risultato: chi ha rispettato gli obblighi contributivi si vede violato il patto che lo Stato gli impose, mentre chi non ha versato si ritrova avvantaggiato. Il che capita perché si considera solo la categoria “bassa o alta”, senza preoccuparsi dell’altra: “regalata o sudata”.

Dietro questi sfondamenti di bilancio c’è uno sfondamento logico e culturale, che spinge a ripetere sempre gli stessi errori: considerare la “spesa sociale” buona per la sua finalità e come se nessuno dovesse mai pagarne il conto. Invece non è detto che la finalità sia buona (non lo è pagare la ristrutturazione delle case di chi può e deve pagarsela), non è detto che funzioni (se la spesa per l’assistenza dei poveri cresce e crescono anche i poveri ne deduco che è la spesa a generarli, non ad aiutare i veri bisognosi), e non è detto che sia giusta (premiare chi evase o non produsse ricchezza a spese di chi rispettò le regole non è socialità, ma incentivo all’asocialità), e, comunque, qualcuno è chiamato a pagare. Se solo gli elettori lo tenessero in maggior conto non avremmo meno idee diverse sulla scena, ma meno imbonitori e demagoghi in circolazione.

La Ragione

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