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☕ CYBERBRIEFING — Mercoledì 22 luglio 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
ilpuntocyber.rfeed.it/article.…

#newsletter #cybersecurity
@informatica

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🍪 There's one thing we can all agree on: we're fed up with misleading cookie banners. 🚫 And we finally have a chance to get rid of them!

💡 The solution? Simple! Express your privacy preferences once, for example via your browser or device, and have them respected permanently.

📃 A proposal to end this tracking circus is currently on the table of EU lawmakers – and could easily simplify things for everyone in the European Union.

➡️ killthecookiebanner.eu/

Questa voce è stata modificata (1 giorno fa)
in reply to noyb.eu

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So glad to read some concerted action is at least afoot to try stop this constant cookie harassment. Thanks for the heads-up!

I got so miffed by this scam that a few years back I made a T-shirt to tell others how I felt...
No one even commented on it, let alone agreed. Oh well, let's hope the pros get better results.

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Google Play Servizi si aggiorna: IMEI dalla schermata di blocco e altre novità per Android


Google ha avviato il 20 luglio 2026 il rilascio di Google Play Servizi v26.28, un aggiornamento che introduce diverse novità pensate per migliorare sicurezza e comodità d'uso sugli smartphone Android. Le modifiche non stravolgono l'esperienza quotidiana, ma toccano funzioni utili che molti utenti finiranno per apprezzare nella pratica. IMEI visibile anche dalla schermata di blocco La novità più rilevante riguarda la possibilità di consultare il codice IMEI del dispositivo direttamente […]
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Google ha avviato il 20 luglio 2026 il rilascio di Google Play Servizi v26.28, un aggiornamento che introduce diverse novità pensate per migliorare sicurezza e comodità d’uso sugli smartphone Android. Le modifiche non stravolgono l’esperienza quotidiana, ma toccano funzioni utili che molti utenti finiranno per apprezzare nella pratica.

IMEI visibile anche dalla schermata di blocco


La novità più rilevante riguarda la possibilità di consultare il codice IMEI del dispositivo direttamente dalla schermata di blocco, senza dover sbloccare il telefono. Il numero IMEI è spesso richiesto in caso di smarrimento, per l’assistenza tecnica o per operazioni legate alla rete mobile: finora era necessario accedere alle impostazioni, mentre con questo aggiornamento la procedura diventa molto più rapida.

Miglioramenti per WebView, storage e Android TV


L’aggiornamento introduce anche il supporto ai permessi audio all’interno delle WebView legate alla gestione dell’account, oltre a nuove API rivolte ai produttori per avviare più facilmente le schermate di gestione dello storage e degli abbonamenti attivi sul dispositivo.

Su Android TV debutta invece il supporto ad Android Credential Manager, che semplifica l’utilizzo di password salvate e passkey, inclusa la possibilità di completare l’autenticazione tramite smartphone. Non mancano poi miglioramenti ai log di qualità per Android Auto, smartphone e Android TV, oltre ad alcune correzioni relative ai servizi di connessione tra dispositivi.

Anche Google Wallet diventa più fluido


Google ne ha approfittato anche per rifinire il comportamento di Google Wallet: dopo aver completato, annullato un’operazione o in caso di errore nella sezione “Il mio account”, l’app non riporterà più l’utente alla schermata principale del wallet, ma alla schermata visualizzata in precedenza, rendendo la navigazione più coerente e meno dispersiva.

Rilascio graduale nelle prossime settimane


Google Play Servizi rappresenta uno dei componenti di sistema più importanti per Android, dato che gestisce funzioni chiave legate a sicurezza e compatibilità delle app. Come da prassi, l’aggiornamento verrà distribuito in modo progressivo, e potrebbero volerci alcuni giorni o settimane prima che raggiunga tutti i dispositivi compatibili.

Questa voce è stata modificata (2 giorni fa)
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La Polizia Federale Criminale Tedesca ha pubblicato le ultime statistiche su ChatControl: i rapporti tecnologici NCMEC/US non sono mai stati così inaffidabili!

@Privacy Pride

Nel 2025, il 52% delle segnalazioni era legalmente irrilevante. Di conseguenza, 113.000 foto, video e chat private sono state esposte ingiustamente (+14%)—un nuovo record.

Chi viene effettivamente denunciato? Nei casi di "pornografia infantile", il 40% delle indagini ha preso di mira i bambini stessi (età 10-14)! Spesso sono loro a scattare le foto o a condividerle senza pensarci. Solo l'anno scorso, queste denunce dagli USA hanno colpito oltre 8.000 bambini in Germania.

Nei casi di "pornografia giovanile", il 53% delle indagini ha riguardato minori, criminalizzando >12.000 adolescenti. Il BKA rileva: L'esplorazione dell'identità sessuale avviene ora online, coinvolgendo regolarmente la creazione e la condivisione di file intimi di sé stessi o di coetanei (#Sexting).

Nota: la polizia persegue anche le raffigurazioni fittizie (come l'Hentai) e i contenuti generati dall'IA in base a queste leggi.
Nel frattempo, il tasso di risoluzione dei crimini da parte della polizia per la distribuzione online di pornografia illegale è già estremamente alto, raggiungendo l'87,1% nel 2025.

L'esperienza dimostra che la #DataRetention obbligatoria non aumenta i tassi di risoluzione dei crimini. Le indagini sotto copertura mirate nelle reti di autori sono ciò che effettivamente cattura gli abusi e salva i bambini, non il #ChatControl indiscriminato su piattaforme commerciali USA non crittografate!

Conclusione: #ChatControl non protegge i bambini; li criminalizza in massa. Più della metà dei rapporti sono falsi allarmi, esponendo decine di migliaia di file e chat privati. Il sistema sta fallendo.


Fonte (BKA 2025): bka.de/SharedDocs/Downloads/DE…

Questo host traduce il post pubblicato oggi da @Patrick Breyer


🇩🇪Neue BKA-Zahlen zur #Chatkontrolle: Noch nie waren US-Meldungen so unzuverlässig!
2025 waren 52 % der Verdachtsmeldungen von vornherein strafrechtlich irrelevant.
Folge: 113.000 Fotos, Videos & Chats wurden zu Unrecht geleakt (+14 %) – so viele wie nie zuvor. 1/6

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🇩🇪Neue BKA-Zahlen zur #Chatkontrolle: Noch nie waren US-Meldungen so unzuverlässig!
2025 waren 52 % der Verdachtsmeldungen von vornherein strafrechtlich irrelevant.
Folge: 113.000 Fotos, Videos & Chats wurden zu Unrecht geleakt (+14 %) – so viele wie nie zuvor. 1/6
in reply to Patrick Breyer

Demzufolge haben 43% der befragten Jugendlichen zwischen 12 und 19 schon einmal erotische oder aufreizende Fotos und Videos von anderen Teenagern auf ihrem Handy oder Computer erhalten. Solche Inhalte selbst verschickt haben insgesamt elf Prozent. 11% heisst übersetzt, in jeder deutschen Schulklasse sitzen 2-3 Teenager, die Nackbilder oder Nackvideos von sich oder anderen versenden.
tagblatt.ch/ostschweiz/sexting…
in reply to Patrick Breyer

Ich habe die Zahlen des BKA vor ein paar Jahren mal zerlegt.

untertauchen.info/2022/06/zahl…

Was mich am meisten nervt, ist, dass Verdächtige mit Tätern gleichgesetzt werden. Und dass man sagt, dass die Vertreibung von schlimmen Bildern genauso schlimm ist wie die Erstellung selber.

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🇪🇺BKA (German Federal Criminal Police) releases new stats on #ChatControl: NCMEC/US tech reports have never been so unreliable! In 2025, 52% of flags were legally irrelevant. As a result, 113,000 private photos, videos & chats were wrongfully exposed (+14%)—a new record. 🧵 1/6
in reply to Patrick Breyer

Every corporation over time comes up with crafty and underhanded ways to externalize their costs. They pass the buck of their own responsibilities onto civil society. Say, they weasel out of environmental protection laws through lobbyists. Or if they sell cigarettes, the healthcare system has the cost externalized to them, to take care of the health problems that cigarettes cause. This is just more of that externalizing of costs, with ChatControl.

The Metas of the world are extremely rich, and could afford to hire an army of moderators to catch all the CSAM, etc, getting sold on their platforms (remember, they get a cut of ad revenue). But why would they do that, when they can externalize the policing of CSAM onto civil society (with Age Verification mandates by gov't policy across the board)? Better - according to their amoral logic - to have every small time competitor be burdened with adding Age verification to their platform, whether it's needed or not.

So #ChatControl is, IMHO, just about externalizing costs (and CSAM is just used as an emotional appeal, just used as a rubric for this cost externalizing). They're actually protecting their ad revenue from CSAM, if people just opened their eyes and literally watched the flow of ad revenue. Armies of helpers can and are hired instead for other purposes by these corporate giants - to train LLMs. Way more profit is (foolishly) expected in that direction.

#Meta #CSAM

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🍪 On today’s menu: a batch of banners nobody ordered 🍪

Take a pinch of manipulation, mix with endless pop-ups, bake until people are too exhausted to say “no”. That’s the tracking industry’s favourite recipe.

As Europe debates the future of online privacy, there is a chance to replace today’s endless cookie banner circus with something much simpler: letting people express their privacy preferences once, for example through their browser or device, and requiring websites to respect that choice.

Bastian’s Night #486 July, 23rd


Every Thursday of the week, Bastian’s Night is broadcast from 21:30 CEST/DST.

Bastian’s Night is a live talk show in German with lots of music, a weekly round-up of news from around the world, and a glimpse into the host’s crazy week in the pirate movement.


If you want to read more about @BastianBB: –> This way


piratesonair.net/bastians-nigh…

Elezioni e Politica 2026 reshared this.

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Chatbots wirken auch bei persönlichen Fragen oft wie eine neutrale Instanz. Unsere Recherche zeigt, wie sehr das bei einem Schwangerschaftsabbruch täuschen kann – besonders dann, wenn man ChatGPT um Rat fragt.

netzpolitik.org/2026/schwanger…

in reply to netzpolitik.org

Jo Bots als neutral bezeichen DER IST IMMER WIEDER GUT!

fes.de/news/wie-generative-ki-…

hateaid.org/ki-rassismus/

freiheit.org/de/kuenstliche-in…

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✨ HollowGraph: la backdoor che trasforma il calendario di Microsoft 365 in un canale C2 cifrato
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/hollow…

@informatica


HollowGraph: la backdoor che trasforma il calendario di Microsoft 365 in un canale C2 cifrato


Un impianto di spionaggio finora sconosciuto ha trasformato uno degli strumenti più banali della vita d’ufficio, il calendario di Microsoft 365, in un canale di comando e controllo. Si chiama HollowGraph, non sfrutta alcuna vulnerabilità software e per questo è quasi impossibile da rilevare con i controlli di rete tradizionali: il traffico che porta gli ordini dell’attaccante e i file rubati è, a tutti gli effetti, traffico legittimo verso le API di Microsoft Graph.

A scoprirlo è stata Group-IB, che ha pubblicato l’analisi tecnica il 20 luglio 2026 dopo aver individuato l’impianto su almeno 12 macchine compromesse, di cui solo tre attivamente in comunicazione con l’attaccante durante la finestra di osservazione. Il traffico della vittima analizzata copre il periodo dal 3 giugno al 9 luglio 2026, e la casella di posta usata per l’esfiltrazione appartiene a un’organizzazione israeliana. Un’impronta piccola e selettiva, che i ricercatori leggono come spionaggio mirato piuttosto che criminalità opportunistica, anche se la tecnica potrebbe essere riutilizzata su scala molto più ampia.

Il calendario come dead drop


HollowGraph è una DLL .NET che supporta solo due comandi, get e send, e non contatta mai direttamente un server dell’attaccante per ricevere istruzioni. Al loro posto usa il calendario della casella compromessa come dead drop bidirezionale: per ricevere i comandi, interroga un evento specifico piazzato dall’operatore e datato 2050-05-13, una data così lontana nel futuro che nessun utente lo scoprirebbe mai scorrendo la propria agenda, e ne legge le istruzioni da un file allegato.

Per l’esfiltrazione il processo si inverte: il malware cifra il file rubato, crea un proprio evento altrettanto lontano nel tempo e carica i dati come uno o più allegati. L’intero scambio è protetto da uno schema ibrido RSA più AES-256, con coppie di chiavi separate per il canale di comando in entrata e per quello di esfiltrazione in uscita. Chi osservasse solo i log di rete vedrebbe esclusivamente chiamate alle API Microsoft Graph, indistinguibili dal traffico generato da un client Outlook qualsiasi.

Il secondo canale: DNS tunneling per restare vivi


Perché l’accesso a Graph resti valido nel tempo, HollowGraph mantiene un secondo canale, più grezzo ma altrettanto insidioso. Via DNS, il malware aggiorna periodicamente le credenziali dell’applicazione registrata su Entra ID (Azure AD): tenant ID, client ID, client secret e la casella di posta bersaglio. Questi valori vengono decodificati da record AAAA IPv6 restituiti da un dominio controllato dall’attaccante, cloudlanecdn[.]com, e scritti in un file camuffato da log di routine, logAzure.txt. A differenza del traffico sul calendario, qui le credenziali applicative viaggiano in chiaro, il che rende questo canale un punto di osservazione prezioso per i difensori.

Chi c’è dietro: Cavern e l’ombra di Teheran


Group-IB collega HollowGraph al framework backdoor modulare Cavern con alta confidenza, sulla base della sintassi di comando condivisa e di corrispondenze nella logica di tasking interna. Cavern era stato documentato all’inizio di luglio da Check Point, che lo ha attribuito a un cluster legato al Ministero dell’Intelligence e della Sicurezza iraniano (MOIS) soprannominato Cavern Manticore, con sovrapposizioni note verso i gruppi iraniani MuddyWater e Lyceum.

Il legame però riguarda il codice, non necessariamente l’operatore di questa specifica campagna: Group-IB è stata esplicita nel dire di non poter attribuire con sicurezza questa attività a un attore già noto, segnalando solo una sovrapposizione a bassa confidenza con Lyceum, sottogruppo dell’iraniano OilRig. La geografia della vittima, un’organizzazione israeliana, viene trattata dai ricercatori come dato sul bersaglio e non come prova di attribuzione.

Va detto che nascondere il comando e controllo dentro servizi Microsoft fidati non è una novità assoluta: caselle Outlook, cartelle bozze e OneDrive sono già stati abusati in passato con logiche simili. Ciò che rende HollowGraph interessante è aver scelto l’angolo cieco più remoto possibile, un evento di calendario piantato 24 anni nel futuro, in un momento in cui la difesa si concentra sempre di più sul monitoraggio delle identità cloud e delle applicazioni OAuth piuttosto che sui contenuti stessi delle caselle di posta.

Perché conta per i difensori


Non c’è una vulnerabilità Microsoft da patchare: HollowGraph vive su un account compromesso e sulle normali funzionalità dell’API Graph, il che è esattamente ciò che lo rende difficile da individuare. Il lavoro va fatto sul piano dell’identità e dei permessi applicativi, non su quello delle patch. Group-IB raccomanda di restringere e verificare le applicazioni OAuth con credenziali client che possono raggiungere Graph, allertare sulla creazione di nuovi client secret e applicare la consueta igiene su Entra ID: Conditional Access, rotazione delle credenziali e rilevamento di token anomali.

  • Cercare eventi di calendario con data remota 2050-05-13
  • Verificare oggetti che siano un GUID nudo o seguano schemi tipo Event ID: o Boss{..}ID{..}
  • Individuare allegati con nome File{n}.txt
  • Auditare le modifiche al calendario generate da un’applicazione anziché da una persona (eventi creati, allegati caricati, oggetti rinominati via app)
  • Monitorare query DNS AAAA insolitamente frequenti verso un singolo dominio, con sottodomini lunghi e ad alta entropia
  • Cercare il dominio cloudlanecdn[.]com e il file di configurazione logAzure.txt

L’operatore dietro questa campagna resta senza nome, e il traffico della vittima risultava ancora attivo il 9 luglio. Vale la pena controllare fin da ora quegli eventi datati nel remoto futuro: è esattamente lì che nessun analista avrebbe mai pensato di guardare.

Indicatori di compromissione

Dominio C2 (DNS tunneling): cloudlanecdn[.]com
File di configurazione: logAzure.txt
Evento calendario esca: data 2050-05-13
Pattern oggetto evento: GUID nudo / "Event ID:" / "Boss{..}ID{..}"
Allegati di comando: File{n}.txt
Framework correlato: Cavern (Cavern Manticore / MOIS-linked, overlap MuddyWater e Lyceum)
Finestra di attività osservata: 3 giugno - 9 luglio 2026
Set completo di IoC e hash: report tecnico Group-IB, "HOLLOWGRAPH: Turning Microsoft 365 Calendars into Covert Command-and-Control Channels"

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✨ World Leaks nel cuore del nucleare indiano: 19.000 file della centrale di Kudankulam in vendita sul dark web
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/world-…

@informatica


World Leaks nel cuore del nucleare indiano: 19.000 file della centrale di Kudankulam in vendita sul dark web


Diciannovemila file, 14,3 gigabyte di planimetrie, elenchi fornitori, verbali di ispezione e persino polizze assicurative contro il terrorismo. È quanto la gang di data extortion World Leaks ha pubblicato sul proprio leak site relativamente alla Kudankulam Nuclear Power Plant, la più grande centrale nucleare indiana, dopo che l’appaltatore Reliance Infrastructure ha rifiutato di pagare il riscatto. Non si tratta dei sistemi di controllo del reattore — quelli restano di competenza russa, forniti da Rosatom — ma la mole di documentazione tecnica esposta è comunque sufficiente per preoccupare gli esperti di sicurezza nucleare.

Un incidente nato a maggio, esploso a luglio


La vicenda comincia il 29 maggio 2026, quando Yotta, il data center indiano che ospita i server di Reliance Infrastructure, rileva un’attività sospetta su un’istanza riconducibile al gruppo Reliance. Yotta dichiara di aver bloccato l’esecuzione di un probabile ransomware in tempo reale. A fine giugno, però, Reliance Infrastructure comunica a Yotta di aver ricevuto rivendicazioni di data breach da parte di “attori esterni”: il tempo tra il contenimento tecnico e la scoperta dell’esfiltrazione reale è il primo campanello d’allarme di questa storia, e non è un caso isolato nel panorama delle intrusioni contro appaltatori di infrastrutture critiche.

Il 15 luglio i file compaiono sul portale World Leaks, accessibile solo tramite browser specializzati per l’accesso al dark web. Secondo il ricercatore indipendente Rakesh Krishnan, che per primo ha segnalato la fuga di dati a Reuters, i documenti riferiti alla sigla “KKNP” (Kudankulam Nuclear Power) risultavano online già dall’11 giugno — quasi un mese prima che la notizia diventasse pubblica. Reliance ha confermato una “violazione parziale” dei propri dati, senza specificarne l’estensione.

Chi è World Leaks


World Leaks non è un nome nuovo per chi segue il cybercrime organizzato. Il gruppo è la reincarnazione operativa di Hunters International, storica gang ransomware che nel 2025 ha scelto di abbandonare quasi del tutto la cifratura dei file per concentrarsi sulla pura estorsione dei dati: niente più payload di encryption da sviluppare e far evolvere contro gli antivirus, solo intrusione silenziosa, permanenza prolungata nella rete della vittima, esfiltrazione massiva e pressione pubblica sul leak site. Un modello di business più snello, più difficile da rilevare con gli strumenti EDR tradizionali (che sono tarati soprattutto sul comportamento anomalo della cifratura) e altrettanto redditizio.

Dal gennaio 2025 il gruppo rivendica oltre 150 vittime, tra cui Nike (1,4 TB di dati, 188.347 file, gennaio 2026), Dell, UBS e — soprattutto — un trio di società del conglomerato indiano Tata: Tata Technologies (1,4 TB, ereditata direttamente da Hunters International nel marzo 2025), Tata Electronics (630,4 GB, 204.341 file, giugno 2026, con dati sensibili di Apple e Tesla legati alla produzione di iPhone) e ora, con Reliance, un secondo grande gruppo industriale indiano colpito nello spazio di poche settimane. Nel caso Tata, World Leaks aveva dichiarato a Reuters di aver chiesto un riscatto di 1,5 milioni di dollari, pubblicando i dati dopo che l’azienda aveva “ignorato” la richiesta. Lo stesso copione — silenzio della vittima, contatore che scade, pubblicazione integrale — si è ripetuto con Reliance.

Cosa contengono davvero i file


Reuters, che ha potuto visionare parte del materiale senza tuttavia certificarne l’autenticità al 100%, descrive documenti datati tra il 2016 e la metà del 2025: planimetrie dei sistemi di ventilazione e raffreddamento delle Unità 3 e 4 (ancora in costruzione, operative entro il 2027, per una capacità combinata di 2.000 MW), la mappa completa di una control room comune, proposte di fornitori, un elenco di supplier approvati e i verbali di un’ispezione congiunta del 2024 tra Nuclear Power Corporation of India (NPCIL) e Reliance, corredati di fotografie degli impianti. Tra i documenti più delicati compare anche una polizza assicurativa che garantirebbe 112 milioni di dollari a Reliance Infrastructure e NPCIL in caso di atto terroristico contro le Unità 3 o 4 — un dettaglio che, se autentico, offre a un aggressore una stima concreta di quanto l’operatore stesso consideri “critico” quel bersaglio.

Nickolas Roth, senior director della Nuclear Threat Initiative, ha sottolineato a Reuters il vero rischio operativo di questo genere di fughe: non serve accedere ai sistemi del reattore per costruire un profilo utile a un attacco fisico o informatico successivo. Planimetrie, elenchi fornitori e mappe di controllo “mostrano a un avversario non solo chi ha accesso al progetto, ma quali sistemi quell’accesso può raggiungere” — in altre parole, permettono di ricostruire la catena di sicurezza dell’impianto e di individuarne i punti deboli, dai fornitori meno protetti ai varchi fisici meno sorvegliati.

Non è la prima volta per Kudankulam


Kudankulam ha già una storia di incidenti cyber: nel 2019 la rete amministrativa della centrale era stata infettata da un malware attribuito a un gruppo nordcoreano — un episodio che, secondo NPCIL, non aveva toccato i sistemi operativi dell’impianto. Il fatto che la stessa struttura torni due volte in sette anni al centro di un incidente informatico, per quanto di natura diversa, la dice lunga sulla difficoltà di isolare completamente reti industriali critiche dalla catena di fornitura IT che le circonda: la violazione non è avvenuta contro NPCIL direttamente, ma contro un fornitore terzo (Reliance) ospitato su infrastruttura di un altro fornitore terzo (Yotta) — un classico esempio di rischio di supply chain in ambito OT/critical infrastructure.

Contesto: l’India nel mirino


Il caso Reliance si inserisce in un trend più ampio. Secondo dati Surfshark, l’India è il terzo Paese al mondo per numero di account compromessi nel 2025 (28,9 milioni), dietro solo a Stati Uniti e Francia. Un report del Data Security Council of India realizzato con Seqrite ha rilevato che il 73% delle 204 organizzazioni intervistate “non sa se sia mai stata attaccata” e il 57% non applica pratiche basilari di igiene informatica. In un Paese che sta rapidamente espandendo il proprio parco nucleare — Kudankulam è centrale nel piano del governo Modi — il divario tra ambizione infrastrutturale e maturità della sicurezza informatica degli appaltatori resta il vero punto debole.

Due righe per i difensori


Per i team di sicurezza che gestiscono ambienti industriali o infrastrutture critiche, il caso Reliance/World Leaks offre alcune lezioni pratiche:

  • Il rilevamento di un tentativo di cifratura bloccato non implica che l’esfiltrazione dei dati sia stata impedita: va sempre assunta l’ipotesi di data theft anche quando il ransomware “classico” viene neutralizzato in tempo.
  • La sicurezza dei fornitori terzi (in questo caso un data center che ospita un appaltatore di un operatore nucleare) va trattata come estensione diretta del perimetro critico, con audit periodici e segmentazione delle reti che ospitano documentazione sensibile.
  • Documentazione apparentemente “amministrativa” — planimetrie, elenchi fornitori, verbali di ispezione, polizze assicurative — va classificata e protetta con lo stesso rigore dei dati operativi, perché costituisce ricognizione pronta all’uso per un aggressore.
  • Il ritardo tra compromissione (29 maggio), notifica interna (fine giugno) e pubblicazione pubblica (15 luglio, con dati online già dall’11 giugno) mostra quanto sia critico ridurre il tempo di rilevamento delle fughe di dati, anche tramite monitoraggio proattivo dei leak site e dei marketplace del dark web.


Dati chiave dell’incidente

Vittima: Reliance Infrastructure (contractor NPCIL/Kudankulam NPP)
Hosting compromesso: Yotta Data Services (data center terze parti)
Gruppo responsabile: World Leaks (rebrand di Hunters International)
Modello operativo: data extortion senza cifratura (double extortion "leak-only")
Volume totale dati Reliance: ~858.000 file
File più sensibili pubblicati: ~19.000 file / 14,3 GB
Data compromissione rilevata: 29 maggio 2026
Data comparsa dati su leak site: online dall'11 giugno, pubblicazione ufficiale 15 luglio 2026
Precedenti vittime note del gruppo: Nike, Dell, UBS, Tata Technologies, Tata Electronics, Mediaworks
Riscatto richiesto (caso Tata, riferimento): 1,5 milioni di USD
Accesso al leak site: solo tramite browser dark web dedicato

NPCIL, CERT-In e l’ufficio stampa del governo indiano non hanno risposto alle richieste di commento di Reuters. L’indagine è in corso, e resta da chiarire l’estensione reale della compromissione oltre i file già pubblicati.

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✨ Redmi Watch 6 Active e Lite in arrivo: prezzi e specifiche trapelate

Redmi, il marchio del gruppo Xiaomi, starebbe lavorando a due nuovi smartwatch entry-level: Redmi Watch 6 Active e Redmi Watch 6 Lite. Dalle indiscrezioni emergono immagini di prodotto, specifiche principali...

🔗 Leggi di più: androidiani.net/redmi-watch-6-…

@Androidiani@feddit.it


Redmi Watch 6 Active e Lite in arrivo: prezzi e specifiche trapelate


Redmi, il marchio del gruppo Xiaomi, starebbe lavorando a due nuovi smartwatch entry-level: Redmi Watch 6 Active e Redmi Watch 6 Lite. Dalle indiscrezioni emergono immagini di prodotto, specifiche principali e persino i prezzi previsti per il mercato europeo, che andranno ad affiancare l’attuale Redmi Watch 6.

Nome ingannevole: Active costa meno di Lite


Curiosamente, nonostante il nome suggerisca il contrario, sarà Redmi Watch 6 Active il modello più economico della coppia, mentre Lite si posizionerà leggermente più in alto.

  • Redmi Watch 6 Active: circa 50 euro (8.100 yen)
  • Redmi Watch 6 Lite: circa 60 euro (9.700 yen)


Redmi Watch 6 Active: display AMOLED e batteria da 470 mAh


Il modello Active dovrebbe montare un display AMOLED da 1,85 pollici con risoluzione 390×450 pixel, connettività Bluetooth 5.3 e una batteria da 470 mAh. Non mancano le funzioni base per il monitoraggio della salute: rilevazione della frequenza cardiaca, misurazione della saturazione di ossigeno nel sangue (SpO2), tracciamento del sonno e oltre 140 modalità sportive.

Redmi Watch 6 Lite aggiunge GPS e altoparlante


Il modello Lite si distingue per un display leggermente più grande, da 1,96 pollici con risoluzione 410×502 pixel, e per la presenza di un sensore di movimento a 9 assi oltre al GPS multi-costellazione (GNSS). A differenza di Active, Lite integra anche un altoparlante, pur mantenendo la stessa batteria da 470 mAh. Anche su questo modello sono confermate le funzioni di monitoraggio cardiaco, SpO2, sonno e le oltre 140 modalità sportive.

Lancio ancora senza data ufficiale


Al momento Xiaomi e Redmi non hanno confermato ufficialmente né la data di lancio né la disponibilità nei vari mercati. La presenza di prezzi in euro lascia intendere che l’Europa sarà tra le prime regioni coinvolte, ma resta da vedere se i due smartwatch arriveranno anche in altri mercati. In sintesi, Redmi Watch 6 Active si candida a modello d’ingresso puntando sul prezzo, mentre Watch 6 Lite punta su GPS e altoparlante per un pubblico che cerca qualcosa in più senza spendere cifre elevate.


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🚨 Un gestore di password commercializzato come europeo e utilizzato dalle agenzie governative e dalle università dell'UE risulta essere costruito in Russia, e il suo prodotto gemello in Russia è certificato dall'FSB e da un'agenzia del Ministero della Difesa.

I dettagli. La società "Made in EU" chiamata Passwork riceve i suoi aggiornamenti software da un'azienda registrata a "Shed No.23" in una zona franca degli Emirati Arabi Uniti, gestita da uno dei cofondatori russi. Le versioni russa e UE spediscono gli stessi aggiornamenti a un giorno di distanza con note di rilascio identiche. E il sito web conteneva istruzioni nascoste che dicevano ai chatbot di intelligenza artificiale che l'azienda non ha "nessuna affiliazione" con la Russia. Quelli sono stati cancellati subito dopo l'uscita del rapporto.

🔗 occrp.org/en/investigation/eur…

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Sandbox escape negli agenti di coding AI: come Cursor, Codex, Gemini CLI e Antigravity sono stati bypassati
#tech
spcnet.it/sandbox-escape-negli…
@informatica


Sandbox escape negli agenti di coding AI: come Cursor, Codex, Gemini CLI e Antigravity sono stati bypassati


Il sandbox non basta più: come Cursor, Codex, Gemini CLI e Antigravity sono stati bypassati


Per mesi il messaggio rassicurante degli editor e delle CLI potenziate da AI è stato semplice: l’agente lavora dentro un sandbox, quindi anche se un prompt injection lo convince a fare qualcosa di malevolo, il danno resta confinato al workspace. Il team di ricerca di Pillar Security ha appena dimostrato, in una serie di sette advisory pubblicate come “The Week of Sandbox Escapes”, che questa assunzione è sbagliata per almeno quattro strumenti molto usati da sviluppatori e sistemisti: Cursor, OpenAI Codex CLI, Google Gemini CLI e Antigravity.

La cosa interessante, e preoccupante, è che in nessuno dei casi l’agente ha attaccato direttamente il confine del sandbox. Ha semplicemente scritto un file che uno strumento fidato, esterno al sandbox, ha poi eseguito, caricato o scansionato per conto proprio.

Il vero confine non è il processo dell’agente


Il modello mentale comune è: “dentro il workspace l’agente può fare quello che vuole, fuori è protetto”. Pillar mostra che questo confine ha in realtà tre livelli distinti:

  • Esecuzione diretta: cosa può lanciare il processo dell’agente
  • Scrittura nel workspace: quali file l’agente può creare o modificare
  • Fiducia dell’host: cosa fanno i componenti non sandboxati con quei file

È il terzo livello a rompersi sistematicamente. Editor e CLI moderni sono pieni di automazioni che girano fuori dal sandbox: estensioni Python che scoprono interpreti, integrazioni Git che scansionano repository, VS Code che carica task file, hook engine che eseguono comandi al lifecycle, Docker Desktop che espone un socket locale privilegiato. Un agente sandboxato può rispettare ogni singola regola che gli è stata imposta e comunque condizionare l’input che questi componenti consumeranno.

Le quattro classi di vulnerabilità


I ricercatori raggruppano i sette bug in quattro pattern ricorrenti:

1. Sandbox a denylist che non tengono il passo del sistema operativo


Il caso più chiaro è la sandbox Seatbelt di Antigravity su macOS: un profilo “allow by default” deve ricordarsi di bloccare ogni singola funzionalità pericolosa del sistema operativo. Come scrive Pillar, “non è un sandbox, è una lista di cose che qualcuno si è ricordato di bloccare, sempre corta di una voce”.

2. Configurazioni di progetto che sono a tutti gli effetti codice eseguibile


Diversi bug non sono breakout classici: l’agente ha scritto file che era autorizzato a scrivere. Il problema è nato dopo, quando l’host ha trattato quei file come configurazione fidata. È il caso dell’hook .claude in Cursor, diventato esecuzione di comandi non sandboxata (ora CVE-2026-48124, corretto nella 3.0.0), o del task config .vscode che Antigravity ha usato per aggirare la sua Secure Mode.

3. Allowlist di comandi “sicuri” per nome, non per invocazione


In Codex CLI, un comando come git show era considerato sicuro perché il nome suggerisce sola lettura. Ma Git ha decine di flag che cambiano completamente il comportamento: possono scrivere file, caricare configurazioni, invocare hook. La domanda giusta, scrivono i ricercatori, non è “git show è sicuro?” ma “quale invocazione esatta viene eseguita, con quali argomenti, in quale directory, contro quale configurazione?”. OpenAI ha corretto il bug nella v0.95.0 e pagato una bounty per severità alta.

4. Demoni locali privilegiati fuori dal sandbox


Il bug più trasversale riguarda il socket Docker: un demone locale privilegiato raggiungibile da Codex, Cursor e Gemini CLI contemporaneamente, che diventava un ambiente di esecuzione non sandboxato. Sandboxare il processo dell’agente non serve a nulla se lascia aperto un demone con accesso pieno all’host: il confine si sposta semplicemente sull’API del demone.

Come si arriva all’exploit: il ruolo del prompt injection


In tutti i casi il vettore d’ingresso è un’istruzione malevola nascosta in un README, in una issue, in una dipendenza o in un diff, che l’agente legge come input “normale” durante il suo lavoro. Da lì, l’istruzione si trasforma in un’azione locale sulla macchina dello sviluppatore, senza che l’utente abbia mai approvato esplicitamente nulla di sospetto: dal punto di vista dell’agente, ha semplicemente scritto un file di configurazione plausibile in un progetto.

Google ha classificato le due vulnerabilità di Antigravity come “Other valid security vulnerabilities”, applicando un downgrade perché richiedono ingegneria sociale o che l’utente si fidi di un repository con prompt injection indiretto — pur riconoscendo, nelle parole dei ricercatori, che uno dei report era “di qualità eccezionale”.

Cosa chiedere ai vendor (e cosa verificare in azienda)


Per chi gestisce endpoint di sviluppo con strumenti agentici, Pillar suggerisce di andare oltre la domanda “ha un sandbox?” e porsi domande più operative:

  • Cosa può scrivere l’agente, esattamente?
  • Quali componenti dell’host si fidano di quei file?
  • Quali demoni locali privilegiati sono raggiungibili dall’agente?
  • Quali comandi saltano l’approvazione, e perché?
  • La policy valuta il nome del comando o l’invocazione e i suoi effetti reali?
  • Il prodotto distingue file creati dall’utente da file creati dall’agente?
  • Che telemetria esiste quando un componente fidato esegue qualcosa scritto dall’agente?

Sul piano pratico, per chi amministra postazioni di sviluppo con Cursor, Codex CLI, Gemini CLI o Antigravity: aggiornate immediatamente alle versioni patchate (Cursor 3.0.0+, Codex CLI 0.95.0+), verificate che l’accesso al socket Docker dagli strumenti AI sia effettivamente ristretto quando non necessario, e trattate le configurazioni di progetto generate o modificabili da un agente (hook, task VS Code, config Git non standard) come superficie di attacco da rivedere in code review, non come dettagli innocui.

Conclusione


Il punto centrale della ricerca di Pillar non è la lista dei singoli bug, quasi tutti già corretti, ma il pattern che li accomuna: gli agenti di coding sono diventati attori endpoint a tutti gli effetti, con accesso a codice sorgente, chiavi SSH, token cloud e sessioni browser, e processano di routine input non fidato (README, issue, dipendenze, diff). Un sandbox che protegge solo il processo dell’agente, ignorando cosa scrive e chi si fida di quello che scrive, non è un confine di sicurezza reale. Per chi introduce questi strumenti in azienda, la domanda da porsi non è più “abbiamo attivato il sandbox”, ma “sappiamo tracciare ogni volta che un componente fidato dell’host esegue qualcosa che l’agente ha scritto”.

Fonte: Pillar Security, “The Week of Sandbox Escapes” e BleepingComputer.


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Swap attivo con RAM libera? Ecco come scoprire il processo colpevole con smem su Linux
#tech
spcnet.it/swap-attivo-con-ram-…
@informatica


Swap attivo con RAM libera? Ecco come scoprire il processo colpevole con smem su Linux


Perché il tuo server usa swap con RAM libera (e come scoprire chi è il colpevole con smem)


Capita spesso: un server ha 32 o 64 GB di RAM, il carico è tutto sommato modesto, eppure free -h mostra qualche centinaio di MB o addirittura qualche GB in swap. Il riflesso istintivo di molti sistemisti è colpevolizzare la RAM insufficiente e chiedere un upgrade. Nella maggior parte dei casi, però, il problema non è la quantità di memoria disponibile, ma quali processi stanno finendo in swap e perché. Per rispondere serve uno strumento che guardi dentro ai singoli processi, non solo ai numeri aggregati: smem.

Perché Linux usa lo swap anche con RAM libera


Il kernel Linux non tratta la RAM come una risorsa da tenere il più vuota possibile: la usa aggressivamente per la page cache, per velocizzare I/O su file e librerie. Quando il kernel individua pagine di memoria che non vengono acquisite/toccate da tempo, può decidere di spostarle in swap per liberare RAM fisica da destinare alla cache, anche se tecnicamente c’è ancora memoria “libera” disponibile. Questo comportamento è regolato dal parametro vm.swappiness (0-100, con default storicamente a 60 su molte distribuzioni), che indica al kernel quanto è propenso a scambiare memoria anonima verso lo swap piuttosto che liberare pagine di cache.

Il punto chiave: prima di toccare vm.swappiness alla cieca, bisogna sapere chi sta effettivamente occupando swap. Un valore aggregato come quello di free non lo dice. Serve la vista per processo.

smem: memoria proporzionale, non solo RSS


Tool classici come top o ps mostrano RSS (Resident Set Size), che però ha un difetto noto: se due processi condividono le stesse pagine di memoria (librerie condivise, memoria mappata), quella memoria viene contata per intero in ognuno dei due, gonfiando artificialmente i numeri quando si sommano i processi.

smem risolve il problema calcolando anche:

  • USS (Unique Set Size): memoria usata esclusivamente da quel processo, non condivisa con nessun altro — utile per capire quanto libereresti davvero uccidendo il processo
  • PSS (Proportional Set Size): memoria condivisa divisa proporzionalmente tra i processi che la usano — la metrica più corretta per sommare l’uso reale di memoria di un sistema senza doppi conteggi
  • Swap: quanta memoria di quello specifico processo è stata spostata su disco


Installazione


smem non è quasi mai preinstallato, ma è nei repository di tutte le principali distribuzioni:

# RHEL / CentOS / AlmaLinux / Fedora
dnf install smem

# Debian / Ubuntu
apt install smem

Uso pratico: trovare chi consuma swap


Il comando base per ordinare i processi per swap consumato:

smem -rs swap

Output tipico (troncato):
PID  User   Command                    Swap     USS      PSS      RSS
28986 mysql /usr/sbin/mysqld --daemon  476372   10963864 10963932 10965112
29152 root  /usr/sbin/rsyslogd -n      371424   3956     17475    43352
31423 root  /opt/fluent-bit/bin/fluent 22508    26612    26739    29100

Da un output così è immediato capire che mysqld e rsyslogd sono i principali responsabili dell’uso di swap su questo host, e non un generico “poca RAM”. Da qui l’indagine si sposta su quel servizio specifico: per MySQL, ad esempio, tipicamente significa rivedere innodb_buffer_pool_size rispetto alla RAM totale disponibile, o verificare connessioni/thread che allocano memoria inutilmente.

Alcune varianti utili del comando:

# Ordina per USS (memoria realmente esclusiva del processo)
smem -rs uss

# Filtra per utente
smem -u

# Vista grafica a torta per RSS (richiede matplotlib)
smem --pie name -s rss

Dalla diagnosi al tuning


Una volta identificati i servizi che finiscono in swap, ci sono due strade complementari:

  1. Agire sul servizio: ridimensionare i buffer/pool applicativi (buffer pool di MySQL, heap JVM, cache applicative) in base alla RAM effettivamente disponibile, invece di lasciare valori di default pensati per macchine generiche.
  2. Agire sul kernel, solo dopo aver capito il quadro reale: ridurre vm.swappiness per rendere il kernel meno aggressivo nello spostare memoria anonima in swap:


sysctl vm.swappiness=1
echo 'vm.swappiness=1' >> /etc/sysctl.conf

Da notare che vm.swappiness=0 non disabilita completamente lo swap su kernel recenti (dal 3.5 in poi il comportamento è cambiato rispetto alle versioni più vecchie), mentre valori molto bassi come 1 riducono drasticamente la propensione allo swap mantenendo comunque una valvola di sicurezza in caso di pressione di memoria reale. Su un database server dedicato, dove si preferisce quasi sempre tenere i dati “caldi” in RAM piuttosto che liberare cache, è una delle prime ottimizzazioni da considerare.

Conclusione


Vedere swap attivo su un server con RAM apparentemente libera non è di per sé un allarme: è il comportamento normale di un kernel che ottimizza l’uso della cache. Il problema comincia quando lo swap coinvolge processi critici per la latenza, come un database o un servizio applicativo, degradando le performance in modo silenzioso. smem -rs swap è il primo comando da lanciare in questi casi: in pochi secondi isola il processo responsabile, distingue la memoria condivisa da quella esclusiva, e trasforma un sintomo generico (“il server è lento”) in un’azione concreta di tuning, sul servizio o sul kernel.

Fonte: LinuxBlog.io, “Diagnosing Swap Usage with smem on Linux”.


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Die Polizei nutzt immer öfter Staatstrojaner. Im Jahr 2024 durfte sie 129 Mal Geräte hacken und ausspionieren, 79 Mal war sie damit erfolgreich. Das ist neuer Rekord. Anlass sind wie immer vor allem Drogendelikte. netzpolitik.org/2026/justizsta…
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Die Polizei nutzt immer öfter Staatstrojaner. Im Jahr 2024 durfte sie 129 Mal Geräte hacken und ausspionieren, 79 Mal war sie damit erfolgreich. Das ist neuer Rekord. Anlass sind wie immer vor allem Drogendelikte. netzpolitik.org/2026/justizsta…
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HOLLOWGRAPH Malware Turns Microsoft 365 Calendars Into a Covert Spy Channel
#CyberSecurity
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New Windows ‘Bind Link’ Trick Lets Attackers Fool EDR, AMSI, and AppLocker Without Touching a File
#CyberSecurity
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Qilin Ransomware Affiliates Exploit Palo Alto Firewall Bypass to Skip Straight Past Perimeter Defenses
#CyberSecurity
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Gig Economy Platform Paidwork Leaks Banking and Personal Data of 23 Million Users
#CyberSecurity
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☕ CYBERBRIEFING MATTUTINO — Martedì 21 luglio 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
ilpuntocyber.rfeed.it/article.…

#newsletter #cybersecurity
@informatica

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È morto Daniele Compatangelo, il giornalista di La7 dell’intervista a Trump


Probabilmente per un malore: aveva 50 anni e una grande recente notorietà per il caso diplomatico con Meloni

Daniele Compatangelo, il giornalista di La7 che a giugno aveva fatto l’intervista telefonica al presidente degli Stati Uniti Donald Trump che aveva portato al secondo e più grave caso diplomatico con il governo italiano di Giorgia Meloni.

@giornalismo

ilpost.it/2026/07/20/morto-gio…

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❗ Campagna StopChatControl.it

L'attivismo continua e con alcune interazioni sul forum, è arrivato il primo materiale e le prime iniziative civiche per fare rumore, generale e locale!

Diffondete e condividete
#STOPChatControl

forum.ransomfeed.it/d/5173-pro…

Trump admin escalates attacks on journalists, probing family communications


FOR IMMEDIATE RELEASE:

New York, July 20, 2026 — The New York Times reported today that the Trump administration issued third-party subpoenas seeking communications not only of journalists’ phone and text records but those of their relatives, including spouses and parents.

The subpoenas were part of the government’s investigation into the source of reporting that President Donald Trump’s Qatari-gifted Air Force One replacement was deemed unsafe to fly him back from the NATO summit in Turkey because, despite hundreds of millions of taxpayer dollars spent to retrofit the plane, it still was not up to the standards of the existing Air Force One. Trump appears to have later admitted the plane needed a security boost, telling reporters it is now being “maxed out.”

The following can be attributed to Freedom of the Press Foundation (FPF) Chief of Advocacy Seth Stern:

“Even the Mafia says families are off limits. It’s gross that the administration — in its never-ending effort to harass and intimidate reporters who reveal its incompetence — is going after the communications of journalists’ relatives.

“The administration’s own guidelines say pursuing journalists is a last resort. But instead, it’s looking for any excuse to snoop on reporters and their relatives, because this has nothing to do with national security and everything to do with chilling journalism. They’re even seeking records from months before the report they claim they’re investigating.

“The Times’ reporting actually bolstered national security by ensuring that Trump and those who travel with him, including journalists, aren’t flying on an unsafe plane to serve the president’s personal vanity. Trump’s hangers-on should be sending the Times thank- you cards, not subpoenas.”

FPF is also suing the Department of Justice for the legal memorandum that reportedly justified the acceptance of the jet. We were forced to sue after the DOJ told us it would take 620 days to respond to our Freedom of Information Act request for the memo.

Please contact us if you would like further comment.


freedom.press/issues/trump-adm…

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✨ Un ordine su Uber Eats incastra la banda dietro i giochi-malware PirateFi e BlockBlasters su Steam
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/un-ord…

@informatica


Un ordine su Uber Eats incastra la banda dietro i giochi-malware PirateFi e BlockBlasters su Steam


Si parla di:
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Per quasi due anni un gruppo criminale ha pubblicato su Steam videogiochi apparentemente innocui — tra cui BlockBlasters, Dashverse, Lunara e PirateFi — che nascondevano malware capace di svuotare i portafogli cripto delle vittime. Il 15 luglio 2026 l’FBI ha arrestato il primo membro pubblicamente noto dell’operazione: Zyaire Dontaevious Zamarion Wilkins, 21 anni, di North Lauderdale, Florida, noto online come Sibel.eth. A incastrarlo non è stata un’indagine sulla blockchain, ma un dettaglio molto più terreno: un ordine di cibo a domicilio pagato con una gift card comprata con Bitcoin rubato.

Uno schema attivo da maggio 2024


Secondo la denuncia penale di 15 pagine depositata a Seattle — sede scelta non a caso, essendo la città più vicina al quartier generale di Valve a Bellevue — lo schema ha infettato circa 8.000 dispositivi e sottratto almeno 220.000 dollari da circa 80 portafogli di criptovalute, tra maggio 2024 e febbraio 2026. Il tasso di successo, poco sopra l’1% dei dispositivi infettati, non è casuale: gli otto giochi elencati nell’atto d’accusa venivano promossi su Discord, Telegram, X e LinkedIn, e i complici usavano bot per identificare utenti con portafogli cripto consistenti e contattarli direttamente, invece di affidarsi alla sola diffusione di massa.

Wilkins, secondo l’accusa, non ha scritto il malware ma ne ha finanziato lo sviluppo e curato la promozione. Chat Signal sequestrate a casa dello sviluppatore del malware — non identificato nell’atto d’accusa e a oggi non incriminato — collegano Wilkins, sotto lo pseudonimo Sibel.eth, a un pagamento di 10.000 dollari per l’acquisto di un trojan ad accesso remoto (RAT) e a discussioni su come indurre le vittime ad approvare transazioni che ne svuotavano i portafogli.

Il precedente di BlockBlasters e i fondi di beneficenza rubati


Non è la prima volta che questo cluster di giochi malevoli fa notizia. I ricercatori ZachXBT e il collettivo vx-underground avevano già stimato che il solo BlockBlasters avesse sottratto oltre 150.000 dollari a un numero di vittime compreso tra 261 e 478, incluso un episodio particolarmente odioso nel settembre 2025: 32.000 dollari donati per curare un tumore, rubati dal portafoglio di una streamer Twitch che stava raccogliendo fondi per le proprie cure oncologiche. L’FBI aveva iniziato a cercare pubblicamente le vittime di questi giochi infetti a marzo 2026, e Steam negli ultimi due anni ha visto una serie costante di incidenti simili, incluso il caso Chemia, un gioco in accesso anticipato che nascondeva tre ceppi di malware diversi: cryptojacking, infostealer e una backdoor per installare ulteriore malware in futuro.

Dalla blockchain a Uber Eats: come è stato individuato


La parte più istruttiva del caso, dal punto di vista investigativo, è la catena di tracciamento. Gli inquirenti hanno seguito i Bitcoin rubati fino a un portafoglio dello schema che li ha convertiti in oltre 150 gift card tramite Bitrefill, un servizio che permette di acquistare buoni regalo con criptovalute. Una parte consistente di quelle gift card è stata spesa su Uber Eats. Una richiesta formale (subpoena) inviata a Uber ha permesso di collegare le gift card a un account che riceveva consegne proprio all’abitazione della famiglia Wilkins a North Lauderdale e agli indirizzi frequentati dall’indagato all’Università della Florida Occidentale.

Quando gli agenti hanno perquisito l’abitazione, una settimana prima dell’arresto, hanno sequestrato diversi dispositivi e tre seed phrase di portafogli cripto, una delle quali relativa a un wallet Monero — la criptovaluta privacy-oriented spesso usata proprio per rendere più difficile questo tipo di tracciamento. La cronologia delle transazioni di Wilkins, secondo l’atto d’accusa, mostra un flusso complessivo di 382.000 dollari in criptovalute inviate o ricevute, ben oltre i 220.000 dollari attribuiti direttamente allo schema contestato.

Timeline


  • Maggio 2024 – febbraio 2026: periodo di attività dello schema, otto giochi infetti distribuiti su Steam
  • Settembre 2025: BlockBlasters svuota il portafoglio di una streamer Twitch che raccoglieva fondi per cure oncologiche (32.000 dollari)
  • Marzo 2026: l’FBI rende pubblica la ricerca di vittime dei giochi Steam infetti
  • Inizio luglio 2026: perquisizione dell’abitazione di Wilkins a North Lauderdale, sequestro di dispositivi e seed phrase
  • 15 luglio 2026: arresto di Zyaire Wilkins e deposito della denuncia penale presso il tribunale federale di Seattle


Cosa resta aperto


Wilkins deve rispondere di cospirazione per l’ottenimento di informazioni tramite computer a scopo di profitto privato, un capo d’accusa che prevede fino a dieci anni di carcere. Ma la parte tecnica dell’operazione resta scoperta: lo sviluppatore del RAT e del malware che infettava i giochi non è nominato nell’atto d’accusa e, a oggi, non risulta incriminato, nonostante la sua abitazione sia già stata perquisita. È un pattern comune nelle indagini su cybercrime organizzato attorno alle criptovalute: chi finanzia e promuove viene identificato per primo, spesso tramite un errore operativo banale, mentre chi scrive il codice — più attento all’anonimato tecnico ma non necessariamente a quello finanziario — richiede più tempo.

Per i difensori, il caso conferma due lezioni già note ma sistematicamente ignorate: primo, la promozione mirata via bot verso utenti con portafogli consistenti rende inefficaci le difese basate solo sul volume di download o sulle recensioni Steam; secondo, ogni conversione di criptovaluta rubata in un servizio che tocca il mondo reale — gift card, delivery, e-commerce — riapre una superficie di tracciamento che l’uso di Monero a monte non riesce a chiudere del tutto. Per chi acquista giochi indie su Steam, resta valida la raccomandazione di isolare il portafoglio cripto su un dispositivo separato da quello usato per il gaming, e di trattare con sospetto qualsiasi titolo nuovo che chieda permessi di sistema non giustificati dal gameplay.

Indicatori e riferimenti del caso

Indagato: Zyaire Dontaevious Zamarion Wilkins, 21 anni, North Lauderdale (FL)
Alias online: Sibel.eth
Capo d'imputazione: cospirazione per ottenimento di informazioni tramite computer
                     a scopo di profitto privato (fino a 10 anni)
Foro competente: Tribunale federale di Seattle, WA

Giochi Steam associati allo schema:
BlockBlasters, Dashverse, Lunara, PirateFi (+ 4 titoli aggiuntivi non ancora resi noti)

Canali di promozione: Discord, Telegram, X, LinkedIn
Servizio di conversione: Bitrefill (BTC -> gift card, 150+ carte, prevalenza Uber Eats)
Wallet sequestrati: 3 seed phrase, incl. 1 wallet Monero
Flusso cripto totale osservato sul conto dell'indagato: ~382.000 USD
Perdite attribuite allo schema: ~220.000 USD da ~80 wallet, ~8.000 dispositivi infetti

Fonti: denuncia penale depositata presso il tribunale federale di Seattle, prima riportata da WPLG Local 10; ricostruzione tecnica di Tom’s Hardware (17 luglio 2026); dati sulle perdite di BlockBlasters da ZachXBT e vx-underground.

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✨ Hugging Face violata da un agente AI autonomo: quando l’attaccante non ha bisogno di un umano
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/huggin…

@informatica


Hugging Face violata da un agente AI autonomo: quando l’attaccante non ha bisogno di un umano


Si parla di:
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Per la prima volta un fornitore di infrastruttura AI ammette pubblicamente di essere stato violato da un attacco condotto end-to-end da un agente AI autonomo, senza un operatore umano al comando durante l’intrusione vera e propria. Hugging Face, il più grande repository al mondo di modelli e dataset open source, ha reso noto il 16 luglio di aver rilevato e contenuto un’intrusione nella propria infrastruttura di produzione partita da un dataset malevolo e proseguita per un intero weekend attraverso migliaia di azioni automatizzate. L’ironia non è sfuggita a nessuno: la piattaforma che ospita gran parte dell’ecosistema AI open source è stata compromessa da un attacco reso possibile proprio dall’AI agentica.

Il vettore: la pipeline di elaborazione dataset


Il punto di ingresso non è stato un endpoint applicativo generico, ma il cuore stesso del business di Hugging Face: la pipeline che processa i dataset caricati dagli utenti. Un dataset predisposto ad hoc ha sfruttato due distinti code-execution path nel sistema di elaborazione: un remote-code dataset loader (una funzionalità che consente l’esecuzione di codice personalizzato durante il caricamento di certi formati di dataset) e una vulnerabilità di template injection nella configurazione del dataset stesso. La combinazione ha permesso l’esecuzione di codice arbitrario su un processing worker — il classico “primo piede nella porta” che qualunque red teamer riconoscerebbe, solo che qui a orchestrare i passi successivi non c’era una persona.

Da quel singolo worker compromesso, l’attaccante ha scalato privilegi fino ad accesso a livello di nodo, raccolto credenziali cloud e di cluster, e si è mosso lateralmente in diversi cluster interni nell’arco di un intero fine settimana — la finestra temporale preferita da chi attacca infrastrutture aziendali, quando il personale di sicurezza è ridotto e la reattività cala. Hugging Face ha successivamente confermato l’accesso non autorizzato a un insieme limitato di dataset interni e a diverse credenziali di servizio, ma nessuna evidenza di manomissione di modelli, dataset o Spaces pubblici, e la supply chain software (immagini container, pacchetti pubblicati) è risultata pulita.

Uno sciame di sandbox, non uno script


Ciò che distingue questo incidente da un normale attacco automatizzato è la scala e l’autonomia dell’orchestrazione. Secondo Hugging Face, la campagna è stata condotta da un framework di agenti autonomi — verosimilmente costruito su un harness da security research agentico, anche se il modello linguistico usato dall’attaccante resta sconosciuto — capace di eseguire migliaia di azioni individuali distribuite su uno sciame di sandbox effimere, con un’infrastruttura di comando e controllo self-migrating ospitata su servizi pubblici legittimi (una tecnica di “living off trusted services” che rende il traffico C2 difficile da distinguere da normale attività cloud). È esattamente lo scenario dell'”agentic attacker” che l’industria della sicurezza discute da mesi come previsione teorica, qui osservato per la prima volta in produzione contro un target reale.

La caccia forense: quando i guardrail bloccano i difensori


La parte più istruttiva della disclosure riguarda la risposta all’incidente. Il rilevamento iniziale è arrivato da una pipeline di anomaly-detection che usa LLM per il triage della telemetria di sicurezza: è stata la correlazione automatica dei segnali a far scattare l’allarme. Per ricostruire cosa avesse fatto realmente lo sciame di azioni automatizzate, il team ha fatto girare agenti di analisi LLM sull’intero log delle azioni dell’attaccante — oltre 17.000 eventi registrati — per ricostruire la timeline, estrarre indicatori di compromissione, mappare le credenziali toccate e separare l’impatto reale dalle attività diversive. Un lavoro che con metodi tradizionali avrebbe richiesto giorni, completato in poche ore.

Ma è qui che Hugging Face ha incontrato un ostacolo inatteso, e potenzialmente rilevante per ogni team di incident response che lavora con modelli commerciali “hosted”: i primi tentativi di analisi con modelli frontier dietro API commerciali sono falliti, perché le richieste — che necessariamente contenevano comandi di attacco reali, exploit payload e artefatti C2 — venivano bloccate dai guardrail di sicurezza dei provider, incapaci di distinguere un incident responder legittimo da un attaccante. La soluzione è stata spostare l’analisi forense su GLM 5.2, modello open-weight del laboratorio cinese Z.ai, eseguito sull’infrastruttura interna dell’azienda: un doppio vantaggio, perché ha sbloccato l’analisi e ha evitato che dati dell’attaccante e credenziali compromesse uscissero dal perimetro aziendale.

L’asimmetria che nessuno aveva pianificato


Hugging Face descrive questo come “un gap su cui vale la pena pianificare”: non si sa quale modello alimentasse gli agenti dell’attaccante — un modello hosted jailbreakato o uno open-weight senza restrizioni — ma in ogni caso l’attaccante non era vincolato da alcuna policy d’uso, mentre il lavoro forense legittimo dei difensori è stato bloccato proprio dai guardrail dei modelli hosted inizialmente scelti. La lezione pratica che l’azienda condivide con il settore: avere già pronto e validato, prima che scoppi un incidente, un modello capace eseguibile sulla propria infrastruttura, sia per evitare il lockout dei guardrail sia per mantenere dati e credenziali sensibili entro il proprio perimetro. Non è, precisano, un argomento contro le misure di sicurezza sui modelli hosted — è un feedback che l’azienda dice di aver già condiviso con i provider coinvolti.

Timeline dell’incidente


  • Settimana del 6 luglio 2026: rilevamento dell’intrusione nella pipeline di elaborazione dataset tramite anomaly-detection basata su LLM.
  • Weekend successivo al primo accesso: escalation di privilegi, raccolta di credenziali cloud/cluster, movimento laterale su più cluster interni condotto dallo sciame di agenti autonomi.
  • 16 luglio 2026: pubblicazione della disclosure ufficiale sul blog Hugging Face, con dettaglio tecnico del vettore e delle contromisure adottate.
  • Contestualmente: chiusura dei code-execution path usati come accesso iniziale, rotazione precauzionale di credenziali e token, rafforzamento degli admission control sui cluster, coinvolgimento di specialisti forensi esterni e notifica alle forze dell’ordine.


Due righe per i difensori


Questo incidente non è solo una curiosità tecnica: ridefinisce cosa significa “superficie di attacco” per qualunque piattaforma che elabora contenuti generati da utenti tramite pipeline automatizzate, AI o non AI.

  • Trattare ogni pipeline di data processing che esegue codice fornito dall’utente (loader personalizzati, plugin, configurazioni con logica di templating) come superficie di attacco di prima classe, non come funzionalità di prodotto neutra.
  • Validare in anticipo — prima di un incidente — un modello LLM eseguibile on-premise o in ambiente isolato per l’analisi forense, così da non dipendere da provider commerciali i cui guardrail possono bloccare legittime attività di incident response.
  • Assumere che attacchi “a sciame” con orchestrazione agentica possano operare a velocità e scala superiori a quelle di un operatore umano, e dimensionare di conseguenza i tempi di detection e risposta: Hugging Face cita l’obiettivo di allertare un responder “in pochi minuti, in qualsiasi giorno della settimana”.
  • Segmentare rigorosamente i processing worker dal resto del cluster e limitare il raggio d’azione di credenziali cloud raccolte da un singolo nodo compromesso, per contenere il movimento laterale anche quando l’accesso iniziale non può essere prevenuto al 100%.


Indicatori e dettagli tecnici noti

Target: infrastruttura di produzione Hugging Face (dataset processing pipeline)
Vettore iniziale: dataset malevolo caricato dall'utente
Tecniche di code execution: remote-code dataset loader + template injection in dataset config
Escalation: da worker compromesso a node-level access
Post-exploitation: raccolta credenziali cloud/cluster, movimento laterale multi-cluster
Durata campagna attiva: un intero weekend
Orchestrazione: framework di agenti autonomi, presumibile harness di security-research agentico
Infrastruttura C2: self-migrating, ospitata su servizi pubblici legittimi
Eventi registrati nel log dell'attaccante: 17.000+
Impatto confermato: accesso non autorizzato a dataset interni limitati e a credenziali di servizio
Impatto escluso: nessuna manomissione di modelli/dataset/Spaces pubblici; supply chain software verificata pulita
Strumento di analisi forense: GLM 5.2 (Z.ai, open-weight), eseguito su infrastruttura interna
Contatto per segnalazioni: security@huggingface.co

Hugging Face raccomanda a chi utilizza la piattaforma di ruotare i propri access token e rivedere l’attività recente sui rispettivi account. L’azienda ha inoltre chiarito di stare ancora completando la valutazione di eventuali impatti su dati di partner o clienti, con notifiche dirette previste per le parti coinvolte.

Fediverse Loaded and Ready!


#Introduction post, like the Fediverse does. We’re European Pirates and our great adventure comprises of making sure the European Union sails straight, through straits and narrows, and does not compromise to ludicrous demands or goes along with the willy-nilly. We’re here and we’re here to stay, grow and become big enough to dutifully represent the interests of European citizens. We hope to hear more from you as well, and we look forward to participating in the online conversation!


europeanpirates.eu/fediverse-l…

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PPI at the United Nations Global Dialogue on AI Governance


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The first session of the United Nations Global Dialogue on AI Governance took place in Geneva on 6 and 7 July 2026. PPI UNOG representatives Carlos Polo of PPCH and Alexander Kohler of PPDE attended the event, joining many global heavyweights to help decide the future of artificial intelligence.

We are pleased to share some of the photographs Carlos and Alexander sent us.


Learn more about the Global Dialogue on AI Governance

Artificial intelligence is already influencing everyday life. Decisions about its development and use cannot be left exclusively to a small number of governments or technology companies. People from every region must be able to participate in determining the rules that affect them.


The programme examined both the opportunities created by AI and the risks it presents.


PPI has long argued that technological policy must protect human autonomy. AI governance must address the concentration of data, computing resources, and technical infrastructure in the hands of a small number of companies. Access to safe AI for all is necessary if the benefits of AI are to be shared rather than controlled by a few dominant actors. By safe, we mean AI that will protect privacy and AI memory.


The second session of the Global Dialogue on AI Governance is scheduled to take place in New York in May 2027.

AI and Governance at Think Twice 2026


Learn more about Think Twice 2026

Pirates will continue discussing many of these same issues at the Think Twice Conference, which will take place in Brussels on 16 and 17 October 2026, which is organized by PPI together with the European Pirates.

The theme of the 2026 conference is AI & Governance: Opportunities and Risks for Digital Freedom.

The programme approaches the subject from two complementary directions. AI for Governance considers whether artificial intelligence can strengthen democratic institutions, improve public services, and support civic participation. Governance of AI asks how artificial intelligence should be regulated to protect transparency and fundamental rights.

We hope to see you there.


pp-international.net/2026/07/p…

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wp2shell: The WordPress Core Bug That Lets Anyone Take Over 500 Million Sites Without Logging In
#CyberSecurity
securebulletin.com/wp2shell-th…
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HollowByte: How 11 Bytes Can Quietly Starve an OpenSSL Server to Death
#CyberSecurity
securebulletin.com/hollowbyte-…
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SQL Server su VM Azure: la migrazione via Azure Arc è ora GA, ecco come funziona
#tech
spcnet.it/sql-server-su-vm-azu…
@informatica


SQL Server su VM Azure: la migrazione via Azure Arc è ora GA, ecco come funziona


Chi gestisce ambienti SQL Server on-premises conosce bene il problema: la migrazione verso il cloud richiede quasi sempre di mettere insieme tool diversi per la valutazione, il trasferimento dei dati, il monitoraggio e infine il cutover. Ogni fase ha strumenti propri, competenze diverse e margini di errore che si sommano. Con l’annuncio della disponibilità generale (GA) della migrazione a SQL Server su macchine virtuali Azure tramite Azure Arc, Microsoft porta l’intero ciclo di vita della migrazione dentro un’unica esperienza guidata nel portale Azure, lo stesso modello già usato per le migrazioni verso Azure SQL Managed Instance.

Per chi amministra data center misti, con carichi legacy e SQL Server sparsi su fisico e virtuale, questa novità merita attenzione: non è solo un annuncio di marketing, ma un cambio concreto di flusso di lavoro operativo.

Cos’è cambiato con la GA


Fino a poco tempo fa, chi voleva spostare un’istanza SQL Server su una VM Azure doveva combinare Azure Migrate, Database Migration Service e strumenti di backup/restore manuali, gestendo ciascuno con logiche e dashboard separate. Con la funzionalità di migrazione integrata in Azure Arc, il processo si consolida in quattro fasi accessibili da un singolo pannello, il Database Migration, associato all’istanza SQL Server abilitata da Arc:

  • Assess source instance — valutazione di leggibilità e readiness dell’istanza sorgente
  • Select target — scelta o creazione della VM SQL Server di destinazione
  • Migrate data — trasferimento effettivo dei database
  • Monitor and cutover — monitoraggio della sincronizzazione e passaggio finale in produzione

La discovery delle istanze e la generazione dei report di readiness avvengono automaticamente ogni fine settimana, ma possono essere lanciate anche manualmente, senza configurazioni aggiuntive: la funzione è disponibile di default per tutte le istanze SQL Server abilitate da Arc a partire da SQL Server 2012 (11.x).

Pannello di riepilogo della migrazione database nel portale Azure

Copilot integrato nel flusso di migrazione


Una parte interessante della nuova esperienza è l’integrazione di Microsoft Copilot direttamente nel pannello di migrazione. Non si tratta di un chatbot generico: interroga la knowledge base Microsoft nel contesto specifico della vostra migrazione e risponde a richieste operative come:

Come vengono eseguite le valutazioni?
Aiutami a confrontare le opzioni di destinazione
Avvia la migrazione
Aiutami a scegliere il metodo di migrazione corretto
Monitora la migrazione in corso
Completa la migrazione

Per un DBA che gestisce decine di istanze, questo significa poter chiedere direttamente nel pannello “quale VM SKU è consigliata per questo carico?” invece di andare a cercare tabelle di sizing nella documentazione.

Come funziona la migrazione via backup e restore


Il meccanismo sotto il cofano non è nuovo per chi ha familiarità con le migrazioni SQL Server classiche: si basa su backup e restore con log shipping continuo, pensato per supportare scenari di migrazione online con downtime minimo.

  1. Viene eseguito un backup completo del database sorgente
  2. Il backup viene caricato su un account di Azure Blob Storage intermedio
  3. Il backup viene ripristinato sull’istanza SQL Server target sulla VM Azure
  4. I backup dei log delle transazioni vengono caricati in continuo sullo stesso storage e applicati automaticamente al database target, mantenendolo sincronizzato
  5. Al momento del cutover, Azure Arc applica l’ultimo backup caricato e porta online il database target

Un vincolo operativo da tenere a mente in fase di progettazione: l’account di Azure Blob Storage e la VM SQL Server target devono trovarsi nella stessa region Azure. È un dettaglio facile da trascurare se si pianifica la migrazione partendo dalla region “storica” dell’organizzazione invece che da quella scelta per il nuovo carico.

Prerequisiti pratici


  • Una subscription Azure attiva
  • L’istanza SQL Server deve essere abilitata da Azure Arc con l’estensione più recente installata (l’estensione si aggiorna indipendentemente da SQL Server, quindi va controllata separatamente)
  • L’ambiente sorgente preparato secondo le linee guida ufficiali, incluso l’upload iniziale dei backup nello storage account

Per verificare rapidamente la versione dell’istanza sorgente prima di avviare l’assessment, un semplice controllo T-SQL è sempre un buon punto di partenza:

SELECT SERVERPROPERTY('ProductVersion') AS Versione,
       SERVERPROPERTY('Edition') AS Edizione,
       SERVERPROPERTY('EngineEdition') AS TipoMotore;

Cosa considerare prima di partire


Il pannello di monitoraggio e cutover mostra in tempo reale quali database sono migrati con successo, quali sono ancora in corso, il metodo di migrazione scelto, la durata della sincronizzazione e i log dettagliati. Quando lo stato passa a “Ready for cutover”, si può decidere il momento esatto del passaggio in produzione selezionando Cutover, con opzioni diverse in base al metodo di migrazione utilizzato.

Va detto che, come per ogni migrazione basata su backup/restore, restano da valutare a parte gli aspetti di sizing della VM di destinazione (storage, IOPS, memoria per il buffer pool), la licenza SQL Server (Hybrid Benefit se applicabile) e la strategia di alta disponibilità post-migrazione, che questo strumento non copre direttamente ma per cui l’assessment fornisce indicazioni.

Conclusione


Portare discovery, assessment, migrazione e monitoraggio in un’unica dashboard riduce sensibilmente l’attrito operativo delle migrazioni SQL Server verso Azure, soprattutto per i team che gestiscono ambienti ibridi complessi con decine o centinaia di istanze. Non elimina la necessità di pianificazione — region, sizing e licensing restano decisioni da prendere a monte — ma consolida in un solo posto ciò che prima richiedeva più tool scollegati tra loro. Per chi ha già istanze abilitate da Azure Arc, vale la pena aggiornare l’estensione e lanciare un primo assessment anche solo per farsi un’idea della readiness del proprio parco macchine.

Fonte: Petri IT Knowledgebase e documentazione Microsoft Learn.


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Decade-Old NGINX Bug Finally Exposed: A Single Regex Quirk Enables Remote Code Execution
#CyberSecurity
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HollowByte: come 11 byte possono esaurire la memoria dei server OpenSSL
#tech
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@informatica


HollowByte: come 11 byte possono esaurire la memoria dei server OpenSSL


Ogni tanto una vulnerabilità ricorda quanto la nostra infrastruttura digitale dipenda da librerie fondamentali che diamo per scontate. È il caso di HollowByte, una falla di tipo Denial of Service scoperta dal team di ricerca di Okta in OpenSSL: con un payload malevolo di appena 11 byte, un attaccante remoto e non autenticato può costringere un server ad allocare quantità di memoria completamente sproporzionate, prima ancora che l’handshake di sicurezza abbia inizio.

Per chi gestisce server web, database o qualsiasi servizio che parla TLS — quindi, in pratica, quasi tutti i sistemisti — vale la pena capire come funziona e, soprattutto, cosa fare subito.

Fidarsi ciecamente dell’header


L’handshake TLS comincia con un messaggio ClientHello incapsulato in un record. Ogni messaggio di handshake porta un header di 4 byte che dichiara quanto sarà grande il corpo del messaggio in arrivo.

Nelle versioni vulnerabili di OpenSSL, il buffer di ricezione viene allocato sulla base di quella lunghezza dichiarata dall’attaccante, prima ancora che i dati siano effettivamente arrivati. La catena di chiamate è semplice quanto pericolosa:

Lettura header (4 byte)
  → grow_init_buf()
    → OPENSSL_clear_realloc()
      → malloc(dimensione_dichiarata_dall_attaccante)

Poiché a questo stadio non esiste alcuna validazione del payload, un header che dichiara una lunghezza di 3 byte può far allocare fino a 131 KB basandosi solo sulla dichiarazione del pacchetto, che nessuno verifica. Il worker thread resta poi bloccato ad attendere dati che non arriveranno mai.

L’effetto moltiplicatore: la frammentazione della memoria


Tenere connessioni aperte per esaurire i thread è un trucco vecchio quanto Slowloris. Quello che rende HollowByte più insidioso è l’interazione con la gestione della memoria di glibc (GNU C Library).

Quando una connessione dell’attaccante si chiude, OpenSSL libera il buffer — ma glibc non restituisce immediatamente al sistema operativo le allocazioni di dimensione piccola o media: le trattiene per un possibile riutilizzo. Lanciando ondate di connessioni con dimensioni dichiarate casuali, un attaccante impedisce all’allocatore di riutilizzare in modo efficiente quei blocchi liberati. L’heap si frammenta pesantemente e la Resident Set Size (RSS) del processo cresce in modo continuo.

Il punto critico è questo: anche dopo che l’attaccante si è disconnesso, il processo resta con un footprint di memoria permanentemente gonfiato. L’unico modo per recuperarla davvero è riavviare il servizio.

I numeri dei test


Il team di Okta ha testato istanze OpenSSL patchate e non patchate dietro NGINX, sotto diverse condizioni di carico:

  • In un ambiente con 1 GB di RAM, il server non patchato è stato terminato dall’OOM killer dopo aver accumulato 547 MB di memoria frammentata e inutilizzabile
  • In un ambiente con 16 GB di RAM, l’attacco ha bloccato il 25% della memoria totale del sistema, restando sotto la soglia massima di connessioni consentite — il che significa che le classiche difese basate su rate limiting delle connessioni non fermano questo attacco

Dato che OpenSSL è incorporato ovunque, l’impatto potenziale copre web server (Apache, NGINX), runtime di linguaggi (Node.js, Python, Ruby, PHP) e database (MySQL, PostgreSQL) che si appoggiano alla libreria per TLS.

La correzione: crescita incrementale del buffer


Il team OpenSSL ha risolto il problema passando a una crescita incrementale del buffer (merge delle pull request #30792, #30793 e #30794): invece di fidarsi della lunghezza dichiarata nell’header, il buffer cresce solo quando i byte arrivano effettivamente sulla connessione. Una dichiarazione senza seguito ora non costa più nulla al server.

Il fix è stato incluso silenziosamente nella release OpenSSL 4.0.1, con backport altrettanto silenziosi sulle versioni:

3.6.3
3.5.7
3.4.6
3.0.21

Un dettaglio non trascurabile: OpenSSL ha trattato la correzione come un semplice hardening fix, senza assegnare un CVE ufficiale, nonostante la gravità dell’impatto. Questo significa che molti scanner di vulnerabilità basati solo su database CVE potrebbero non segnalare l’esposizione: va verificata manualmente la versione installata.

Cosa fare subito


Alcune azioni concrete da mettere in pratica sui vostri sistemi:

  • Verificate la versione di OpenSSL su tutti i server esposti:


openssl version -a

  • Aggiornate i pacchetti di sistema alla versione patchata più recente disponibile per la vostra distribuzione:


# Debian/Ubuntu
apt update && apt list --upgradable | grep -i openssl
apt install --only-upgrade openssl libssl3

# RHEL/Fedora/Alma
dnf check-update openssl
dnf update openssl

  • Non fermatevi al pacchetto di sistema: controllate anche runtime e linguaggi che incorporano una propria build di OpenSSL (build statiche di Node.js, alcune distribuzioni Python, container con immagini “slim” che a volte portano versioni di OpenSSL più vecchie di quelle dell’host)
  • Monitorate la RSS dei processi che terminano connessioni TLS, non solo il numero di connessioni attive: un aumento di memoria residente senza corrispondente crescita del traffico è un segnale d’allarme
  • Irrigidite i timeout di handshake lato reverse proxy, ad esempio su NGINX:


ssl_handshake_timeout 10s;
client_header_timeout 10s;

  • Valutate regole di rate limiting sulle nuove connessioni TLS per IP a livello di firewall o WAF, anche se — come mostrato dai test — da sole non bastano contro questa specifica tecnica


Conclusione


HollowByte è un buon esempio di come un bug apparentemente piccolo — la fiducia cieca in un header di pochi byte — possa diventare un vettore di Denial of Service difficile da rilevare con le metriche di monitoraggio standard, perché resta sotto le soglie di allarme sulla banda e sulle connessioni. La buona notizia è che la correzione è già disponibile e il percorso di mitigazione è chiaro: aggiornare OpenSSL su tutta la superficie esposta, non fidarsi solo dei database CVE per capire se si è vulnerabili, e aggiungere il monitoraggio della memoria residente ai controlli già in essere sui vostri servizi TLS.

Fonte: BleepingComputer e Okta Security.


ICYMI: Updates from the 7/19 Meeting


ICYMI

Arizona – The AZPP discussed Outreach and Committees. Members recently attended a protest last Tuesday and made contacts with the local PSL chapter. Arizona also ratified all recent bylaws changes, as well as discussed topics such as creating political ads and declaring a stance of “no comment” regarding AI.

This Wednesday the AZPP will meet. The agenda includes adding the banning of cash bail to the AZPP platform. T-shirts will be in production soon. The AZPP has a VPS set up for better, more efficient communication.

Committees – No major committee updates; all active committees reported back nothing of note.

Illinois – A Facebook page has been created for the “Midlothian Pirate Party,” which will what Trustee candidate “Jolly” Mitch Davilo will be running under. More campaign announcements are slated for August, but the page that will promote said campaign has been created.

For all intents and purposes, this is still a candidate of the Illinois and Chicagoland Pirate Parties and will be promoted as such.

Maryland – a recent in-person meeting was scheduled but cancelled before the meeting could take place. A new meeting will be planned and announced soon.

Ohio – An unexpected agenda item last night: we endorsed the campaign of Libertarian Party candidate for Ohio’s 5th Congressional District, Michael “Doc Agnew/Drunk Uncle” Veloff. Running against a beneficiary of nepotism, Veloff is running a serious campaign; topped off with a position to move all the gold from Fort Knox into his basement. The endorsement passed 5-0-1.

TennesseeJacob Anders, candidate for Tennessee’s 4th Congressional District, joined us for Talk the Plank! on July 17th, and will return for a Part II appearance later this week. Jacob will join us on July 26th meeting for the endorsement.

Wisconsin – USPP-endorsed-candidate Pete Karas will be hosting a “Break the Duopoly” rally event on July 26th at 4pm. Pete Karas, joined by Jill Stein and other Green Party affiliated guests, will be speaking during the event.


That’s all for the 7.19 open meeting. Thank you to our non-PNC member states from Alabama, California, Maine and North Carolina for joining us. You can catch up on all you might have missed here.


uspirates.org/icymi-updates-fr…

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This Week’s Threat Landscape: Patch Tuesday’s 570 Fixes, an Active Directory Zero-Day, and AI Tools Under Fire
#CyberSecurity
securebulletin.com/this-weeks-…

Join the European Pirates Communications Team – Help Shape Our Voice Across Europe!


We’re expanding the European Pirates Communications Team and are looking for experienced volunteers to help shape our communications across Europe.

Whether you’re an experienced communications professional, journalist, campaigner, or digital strategist, these roles offer the opportunity to contribute to a pan-European political movement. Working alongside volunteers from across Europe, you’ll help communicate our ideas, engage with citizens and the media, and support campaigns that advance our vision for a freer and more open Europe.

Apply if you’re passionate about European politics, digital rights, and effective public communication.
Would like to contribute your skills to an international volunteer team? We’d love to hear from you!

We are currently seeking volunteers for the following positions:

Communications Team Lead


Lead the strategic direction of the European Pirates’ communications. Coordinate the Communications Team, set priorities, allocate responsibilities, and ensure that our communications support the organisation’s political objectives. Work closely with the Secretary General and other Team Leads to develop long-term communications strategies and foster a collaborative, high-performing volunteer team.

Editorial Coordinator


Lead the editorial planning and quality of the European Pirates’ communications. Coordinate the production of articles, press releases, opinion pieces, and other written content, ensuring a consistent voice, high editorial standards, and clear messaging across all publications. Work closely with writers, editors, and the wider Communications Team to plan content and maintain our editorial calendar.

Press & Media Coordinator


Lead the European Pirates’ media relations and press outreach. Build and maintain relationships with journalists, coordinate press enquiries, draft press releases, and support spokespersons before and during media engagements. Help ensure timely, accurate, and effective communication during campaigns, political developments, and major events.

Digital Communications Coordinator


Lead the development of the European Pirates’ digital communications across social media, websites, newsletters, and other online platforms. Coordinate digital campaigns, monitor performance through analytics, and identify opportunities to expand our reach and engagement. Work closely with content creators and campaign organisers to deliver coherent messaging across all digital channels.

Advocacy Communications Coordinator


Lead the development of public messaging around the European Pirates’ policy work. Translate complex policy positions into accessible and engaging communications, working closely with the Policy Team to support advocacy campaigns and public engagement. Help ensure that our political priorities are communicated clearly to citizens, stakeholders, and decision-makers across Europe.

Campaigns Coordinator


Lead the planning and delivery of communications campaigns that advance the European Pirates’ political priorities. Coordinate campaign timelines, messaging, volunteers, and activities across media, digital communications, advocacy, and events. Work with the wider Communications Team to ensure campaigns are strategically planned, consistently branded, and effectively executed.

Across these roles, you will:


  • Shape the public voice of a European political movement
  • Collaborate with an international team of volunteers
  • Work on press releases, campaigns, digital content, and advocacy messaging
  • Help build transparent, accessible communications for citizens across Europe
  • Contribute to a mission‑driven organisation focused on digital rights and democracy


What we’re looking for:


  • Strong communication skills
  • Experience in media, digital content, advocacy, or campaign work
  • Ability to collaborate in a distributed team
  • Commitment to transparency, civil liberties, and an open digital society
  • Ability to contribute approximately 4–5 hours per week as a volunteer


What we offer:


  • A meaningful role in shaping European‑level political communication
  • A supportive, international team
  • Opportunities to grow into leadership roles
  • Flexible volunteer engagement
  • Real impact on digital rights, democracy, and EU‑level advocacy


How to apply?


Email us at recruitment@europeanpirates.eu with in the subject line “Application – Communications Team”.

Please include: a short introduction; the role(s) you’re interested in; and your CV, LinkedIn profile, portfolio, or any other information that helps us understand your experience.

You can also explore our other volunteer opportunities and learn more about getting involved:

europeanpirates.eu/career

We welcome volunteers from all backgrounds and all parts of Europe. Diversity of experience and perspective makes our movement stronger.


europeanpirates.eu/join-the-eu…

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