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✨ JADEPUFFER: il primo ransomware condotto interamente da un agente AI, dalla violazione al wipe del database
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/jadepu…

@informatica


JADEPUFFER: il primo ransomware condotto interamente da un agente AI, dalla violazione al wipe del database


Il ransomware ha sempre avuto un umano dietro la tastiera, o quantomeno dietro lo script. Il Threat Research Team di Sysdig sostiene di aver documentato per la prima volta il contrario: un’estorsione digitale condotta interamente, dalla ricognizione iniziale alla distruzione dei dati, da un modello linguistico di grandi dimensioni senza intervento umano diretto. L’hanno battezzata JADEPUFFER, e i log che ha lasciato dietro di sé si leggono come il diario di bordo — auto-narrato, letteralmente — di un operatore che ragiona, sbaglia, si corregge e ripiega su un piano B in 31 secondi.

Il punto d’ingresso: un server Langflow esposto


JADEPUFFER ha ottenuto l’accesso iniziale sfruttando CVE-2025-3248, una falla di mancata autenticazione nell’endpoint di validazione del codice di Langflow, popolare framework open source per costruire applicazioni e workflow di agenti basati su LLM. Il difetto permette a chiunque raggiunga il servizio di eseguire codice Python arbitrario senza credenziali. Langflow resta un bersaglio ricorrente proprio perché le sue istanze, spesso esposte in fretta e senza controlli di rete, custodiscono tipicamente chiavi API di provider AI e credenziali cloud nell’ambiente circostante — un aperitivo perfetto per chi cerca un punto d’appoggio.

Tutti i payload sono stati consegnati come Python codificato in Base64 attraverso l’endpoint RCE, e da lì l’agente ha iniziato a muoversi da solo.

Fase 1: ricognizione e razzia sull’host compromesso


Subito dopo l’esecuzione, l’LLM ha enumerato l’host (id, uname -a, hostname, interfacce di rete, processi attivi) e ha setacciato in parallelo l’ambiente per categorie di segreti: chiavi API di provider AI (OpenAI, Anthropic, DeepSeek, Gemini e altri), credenziali cloud — con una copertura esplicita dei provider cinesi (Alibaba, Aliyun, Tencent, Huawei) oltre ad AWS, GCP e Azure — wallet di criptovalute e seed phrase, credenziali e file di configurazione di database.

Ha poi scaricato il database Postgres di backend dello stesso Langflow, sondato lo spazio di indirizzi interno alla ricerca di servizi raggiungibili e, trovato un endpoint MinIO (l’archivio oggetti compatibile S3 usato per dati applicativi, backup e modelli ML) protetto solo dalle credenziali di default minioadmin:minioadmin, ha eseguito l’intero playbook di enumerazione: elenco dei bucket — incluso uno dedicato allo stato Terraform — e recupero mirato di file .env e credentials.json. Quando un tentativo iniziale con ?format=json ha restituito XML invece del JSON atteso, l’agente ha adattato all’istante il proprio parser allo schema di risposta S3 e ha rilanciato la richiesta: un dettaglio piccolo ma rivelatore, perché è esattamente il tipo di correzione che un toolkit fisso non farebbe mai da solo.

Prima di spostarsi sul bersaglio vero, ha installato una persistenza banale ma efficace: un cron job che ogni 30 minuti invia un beacon all’infrastruttura d’attacco.

Fase 2: il vero obiettivo — un server Nacos/MySQL di produzione


Gli artefatti catturati mostrano che il bersaglio reale dell’operazione non era Langflow, ma un server di produzione separato che eseguiva MySQL e Alibaba Nacos, la piattaforma di service discovery e configurazione dinamica molto diffusa nelle architetture a microservizi. Nacos porta con sé una storia documentata di bypass di autenticazione (CVE-2021-29441 e varianti correlate) e una chiave di firma JWT di default nota pubblicamente dal 2020, che in molte installazioni non viene mai cambiata, rendendo banale la falsificazione dei token.

Con accesso root al database — le cui credenziali non risultano raccolte nell’ambiente della vittima, e la cui origine resta ignota — l’agente ha inserito direttamente un amministratore backdoor nel database di Nacos. Ed è qui che emerge la sequenza più interessante dell’intera analisi Sysdig: il primo tentativo di login con l’account appena creato fallisce; 12 secondi dopo l’LLM prova contemporaneamente le credenziali di default nacos:nacos e genera un nuovo hash per una password più semplice; 19 secondi più tardi emette un payload correttivo che passa da una chiamata subprocess a un import diretto della libreria bcrypt, cancella la riga corrotta e la ricrea con l’hash generato correttamente. Il login riesce. Dal fallimento alla correzione funzionante: 31 secondi, quindici righe di codice coordinato — cancellare, diagnosticare, ricostruire, reinserire.

Segue una fase di ricognizione per un possibile container escape — scritture di test su file MySQL, tentativi di lettura di docker.sock e /proc/1/cgroup, verifica dei permessi su /proc/1/mountinfo — condotta con precisione chirurgica in circa otto minuti e chiusa da un marcatore di completamento esplicito scritto su disco. Non è il comportamento di uno script fisso: è un agente strutturato che segnala da solo di essere pronto per la fase successiva.

Cifratura, estorsione e distruzione — con un colpo di scena


L’agente ha cifrato 1.342 elementi di configurazione del servizio Nacos usando la funzione AES_ENCRYPT() di MySQL, eliminato le tabelle originali config_info e la relativa cronologia, e creato una tabella di estorsione, README_RANSOM, con la richiesta di riscatto, un indirizzo Bitcoin e un contatto ProtonMail. La nota rivendica AES-256, ma AES_ENCRYPT() di default usa AES-128-ECB salvo riconfigurazione: un dettaglio che forse esagera l’algoritmo ma non cambia l’impatto pratico.

Il colpo di scena è nella chiave: generata come base64(uuid4().bytes + uuid4().bytes), quindi sostanzialmente casuale, stampata una sola volta a schermo e mai salvata né trasmessa altrove. Anche pagando, la vittima non potrebbe recuperare nulla — l’estorsione, in questo caso, è tecnicamente impossibile da onorare. Nella fase finale, l’agente è passato dalla cancellazione di singole righe all’eliminazione di schemi di database interi, commentando nel proprio stesso codice la logica di scelta dei bersagli (“database ad alto ROI da eliminare”) come farebbe un operatore che spiega a sé stesso perché sta agendo così.

Come si fa a dire che è stata davvero un’IA


Sysdig basa la propria valutazione su quattro elementi: codice auto-narrante saturo di commenti in linguaggio naturale che spiegano il “perché” di ogni azione; diagnosi e correzione degli errori a velocità di macchina, con timestamp che mostrano una finestra di 31 secondi tra un fallimento e una correzione multi-step accurata; comprensione dimostrata di testo libero incontrato durante l’operazione, non un semplice pattern-matching; e oltre 600 payload distinti ed efficaci eseguiti in una finestra temporale compressa. Anche l’indirizzo Bitcoin usato nella nota di riscatto è curioso: è l’esempio canonico di formato Pay-to-Script-Hash che compare in tutta la documentazione per sviluppatori Bitcoin — un caso da manuale di possibile “allucinazione” di un modello che ha semplicemente riprodotto un esempio della sua base di addestramento, oppure, alternativamente, un wallet reale scelto deliberatamente dall’operatore. Sysdig non è in grado di distinguere le due ipotesi senza visibilità sul system prompt dell’agente.

Cosa cambia per chi difende


Nessuna delle tecniche usate da JADEPUFFER è nuova: è la loro concatenazione autonoma, end-to-end, contro infrastrutture esposte e trascurate, a segnare un punto di svolta. La soglia di competenza per condurre un’estorsione digitale completa si sta abbassando a quanto costa far girare un agente — e se quell’agente gira su credenziali cloud rubate (LLMjacking), il costo per l’attaccante si avvicina allo zero.

  • Applicare la patch per CVE-2025-3248 su ogni istanza Langflow e non esporre mai endpoint di validazione/esecuzione codice a Internet
  • Non fare girare server di orchestrazione AI con chiavi API di provider o credenziali cloud nell’ambiente: isolarle in un secret manager lontano da processi raggiungibili dal web
  • Cambiare la chiave di firma token di default in Nacos, non esporlo mai a Internet e impedirgli di connettersi al database di backend come root
  • Non esporre mai account amministrativi di database su Internet; applicare credenziali forti e restrizioni per IP sorgente sulle porte di gestione
  • Applicare controlli di egress così che un host applicativo compromesso non possa contattare liberamente destinazioni esterne o database di staging
  • Monitorare cron job che invocano chiamate di rete in uscita e anomalie nello User-Agent, oltre agli IoC indicati sotto

Sysdig prevede che il volume e la varietà di queste campagne aumenteranno man mano che il tooling agentico matura. Il consiglio è trattare server applicativi esposti, config store non irrobustiti e account admin di database raggiungibili da Internet come le prime superfici che verranno colpite — non più da un operatore umano con uno script, ma da un agente che scrive da solo il proprio piano d’attacco, verificandolo passo dopo passo.

Indicatori di compromissione

Nome campagna: JADEPUFFER (agentic threat actor)
Vulnerabilità d'ingresso: CVE-2025-3248 (Langflow, RCE non autenticato)
C2 / accesso iniziale: 45.131.66[.]106
Beacon di persistenza: hxxp://45.131.66[.]106:4444/beacon (cron ogni 30 minuti)
Server di staging/exfil dichiarato: 64.20.53[.]230 (InterServer, AS19318)
Bersaglio secondario: server MySQL + Alibaba Nacos esposto
Vulnerabilità sfruttata sul bersaglio: CVE-2021-29441 (Nacos auth bypass) + chiave JWT di default
Credenziali MinIO sfruttate: minioadmin:minioadmin
Tabella di estorsione: README_RANSOM
Indirizzo Bitcoin: 3J98t1WpEZ73CNmQviecrnyiWrnqRhWNLy
Contatto: e78393397[@]proton[.]me
Dati distrutti: 1.342 elementi di configurazione Nacos + tabelle config_info/his_config_info
Chiave di cifratura: generata casualmente, mai salvata né trasmessa (dati non recuperabili)

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✨ Armored Likho: la APT che spia governi ed energia con il Python stealer BusySnake
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/armore…

@informatica


Armored Likho: la APT che spia governi ed energia con il Python stealer BusySnake


Un attore APT mai documentato prima, battezzato Armored Likho, sta colpendo agenzie governative e il settore elettrico in Russia, Brasile e Kazakistan con un nuovo infostealer Python chiamato BusySnake. Kaspersky, che ha pubblicato l’analisi tecnica il 3 luglio, descrive un toolkit modulare, offuscato con PyArmor Pro e in parte generato con l’assistenza di strumenti di intelligenza artificiale: un caso di scuola di come lo spionaggio informatico stia adottando l’AI-assisted malware development anche nelle campagne di fascia media.

Chi è Armored Likho


Armored Likho non è un gruppo esordiente: secondo Kaspersky, il suo profilo operativo mescola campagne a sfondo finanziario contro privati con operazioni di cyberspionaggio mirate contro organizzazioni pubbliche e infrastrutture critiche. È proprio questa doppia natura — cybercrime opportunistico e intelligence gathering mirato — a rendere l’attribuzione complessa e la minaccia particolarmente insidiosa: la stessa toolchain può colpire un privato cittadino per rubare credenziali bancarie o un ministero per sottrarre documenti riservati.

I ricercatori segnalano possibili sovrapposizioni con un cluster tracciato da BI.ZONE con il nome Eagle Werewolf, attivo almeno dal maggio 2023 e storicamente focalizzato su enti governativi e della difesa, in particolare organizzazioni coinvolte nello sviluppo e nella produzione di droni (UAV). Nel febbraio 2026 Eagle Werewolf era già stato osservato compromettere un canale Telegram dedicato al mondo dei droni per distribuire il RAT AquilaRAT tramite un dropper Rust travestito da checklist per l’attivazione di dispositivi Starlink. Le sovrapposizioni tecniche tra AquilaRAT e BusySnake — stessi schemi di ricezione dei task dal C2, stessa modalità di persistenza tramite scheduled task, endpoint di comunicazione simili — rafforzano l’ipotesi che si tratti dello stesso ecosistema di sviluppo, se non dello stesso gruppo.

La catena d’attacco


Il vettore d’ingresso resta il più classico: email di spear-phishing con esche legate a comunicazioni governative ufficiali o programmi sociali, che distribuiscono un archivio RAR contenente eseguibili droppati da un repository GitHub. Il dropper crea due file VBScript, uno dei quali cancella le tracce dell’esecuzione iniziale mentre l’altro registra un’attività pianificata (scheduled task) per lanciare lo stealer ogni cinque minuti, mascherata da un innocuo processo di sistema chiamato WindowsHelper — la stessa convenzione di naming usata da AquilaRAT con MicrosoftOfficeUpdate.

Una catena alternativa sfrutta invece file di collegamento Windows (LNK) che abusano di CVE-2025-9491 (nota anche come ZDI-CAN-25373), la vulnerabilità nella gestione degli shortcut corretta da Microsoft nel Patch Tuesday di novembre 2025 ma già sfruttata in passato da una dozzina di gruppi APT dal 2017. In questo scenario, il file LNK innesca un comando PowerShell offuscato che avvia un loader: quest’ultimo mostra un documento esca alla vittima mentre in background prepara l’ambiente per l’esecuzione del vero payload, scaricando un interprete Python 3.12 portatile, lo script get-pip.py per installare le dipendenze e un archivio contenente il payload finale module.pyw.

BusySnake Stealer: un infostealer Python pensato per l’evasione


Il cuore della campagna è BusySnake, un infostealer scritto in Python e mai documentato prima. Il codice è offuscato e cifrato con PyArmor Pro 9.2.0: il malware decripta il proprio bytecode solo nell’istante esatto in cui una funzione viene invocata, per poi ricifrarlo immediatamente dopo l’esecuzione, complicando enormemente l’analisi statica e dinamica. L’estensione .pyw gli permette inoltre di girare in background senza mai aprire una finestra di console visibile.

Dopo l’inizializzazione, che legge da un file di configurazione l’indirizzo del C2, i percorsi delle directory, gli intervalli per gli screenshot e uno user-agent dedicato, BusySnake si mette in ascolto di comandi tramite una funzione poll_task che interroga costantemente il server. Tra le capacità operative documentate da Kaspersky:

  • Furto di dati dagli appunti di sistema (clipboard)
  • Enumerazione dei file sul disco con logging dei metadati in un database locale
  • Ricerca di chiavi esadecimali a 64 caratteri nei file — un pattern tipico dei wallet di criptovalute — e relativa esfiltrazione
  • Cattura periodica di screenshot, archiviazione e invio al C2
  • Keylogging con invio ed eliminazione periodica del log
  • Furto di cookie e password da browser Chromium e Firefox, tramite lettura diretta dei file Cookies/cookies.sqlite e della master key in Login State
  • Furto di sessioni e credenziali Telegram dalla cartella tdata, previa terminazione forzata del processo telegram.exe
  • Apertura di un tunnel SSH inverso riutilizzando una chiave privata fornita dal C2 (funzionalità ereditata dal tool standalone Go2Tunnel, ora integrata nativamente nello stealer)
  • Installazione o riavvio di RustDesk per ottenere il controllo remoto, con cattura dello screenshot delle credenziali inserite dalla vittima al momento del login

Kaspersky ha inoltre individuato una versione più recente dello stealer che introduce un vero e proprio framework di gestione dei task: ogni comando ricevuto dal C2 viene assegnato a un identificativo univoco e transita attraverso quattro stati operativi — SCHEDULED, IN_PROGRESS, SUCCEEDED, FAILED — per un reporting più granulare verso l’infrastruttura d’attacco. Un dettaglio che segnala una maturazione ingegneristica non banale per un tool di questa fascia.

L’ombra dell’AI nel malware development


Un elemento che merita attenzione da parte degli analisti: secondo Kaspersky, i payload di primo stadio (loader e stager) mostrano segni di essere stati generati, almeno in parte, con l’assistenza di strumenti di intelligenza artificiale, a giudicare dalla presenza di commenti ridondanti e blocchi di codice ripetitivi tipici dell’output di modelli linguistici. Non è un caso isolato nel panorama 2026, ma conferma una tendenza: gruppi di livello medio stanno abbassando i tempi di sviluppo del malware affidandosi a copiloti AI, con tutte le implicazioni che questo comporta in termini di volume e velocità di iterazione delle campagne.

Due righe per i difensori


Per i team di detection, il caso Armored Likho offre alcuni punti di leva concreti. Il monitoraggio di scheduled task con nomi che imitano processi Microsoft legittimi (WindowsHelper, ma anche varianti simili) dovrebbe essere prioritario in ambienti governativi e OT/ICS del settore energetico. Vale la pena bloccare o ispezionare il download di interpreti Python portatili e script get-pip.py da endpoint non di sviluppo, un comportamento anomalo per la maggior parte delle postazioni impiegatizie. È inoltre opportuno verificare che la patch per CVE-2025-9491 sia stata applicata su tutta la flotta Windows, dato che il bug LNK continua a essere riciclato da attori eterogenei quasi un decennio dopo la sua prima comparsa. Infine, il traffico verso servizi di tunneling SSH inverso avviato da processi non amministrativi è un segnale da allarme immediato, così come i tentativi di reinstallazione o riavvio non richiesti di RustDesk.

Kaspersky segnala di continuare a monitorare attivamente l’evoluzione della campagna e dell’infrastruttura di rete associata: è ragionevole aspettarsi nuove varianti di BusySnake nei prossimi mesi, considerato il ritmo di sviluppo osservato finora.

Indicatori di compromissione (IoC)

# Hash MD5 (selezione)
5D5C3E483C5E544260CE98FC29FBF192  - PS1 stager
0041FD1B2358CD08DBCBC28EA8FC3D20  - EXE dropper
894332174F536C2E1EFEDA05CBA79F8B  - DLL loader
CF74AC018D158EA2C2CFA1B1D71D95BC  - LNK malevolo
C7622A1EFFA27BBFEE6D6E03D6474343  - BusySnake Stealer (PYW)
80B7700053E115D65365CE7330383320  - BusySnake Stealer (nuova versione, PYW)
6B45DDB39A6E86229348DCBBA3857E7C  - Archivio RAR con BusySnake
006887732CA4A4A46A97989CF4DEEEF6  - Archivio RAR con BusySnake
732C31ACF971A81C7E51B2A3DAE82020  - Archivio RAR con BusySnake
# Domini C2
winupdate[.]live
arvax[.]xyz
varenie[.]live
lvl99[.]store
onetoken[.]ink
winupdate[.]ink
# CVE sfruttata
CVE-2025-9491 (ZDI-CAN-25373) - Windows LNK RCE, patchata Nov 2025
# Scheduled task sospetto
WindowsHelper (persistenza BusySnake)
MicrosoftOfficeUpdate (persistenza AquilaRAT)

Fonti: Kaspersky/Securelist, The Hacker News, BI.ZONE Threat Intelligence.

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🇩🇪🚨 Propaganda-Alarm zur #Chatkontrolle: Die Konservativen verbreiten Panik und Falschbehauptungen.
x.com/EPPGroup/status/20733717…
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📢 Mailt JETZT euren Abgeordneten und stoppt die Massenscans!
⏱️ Noch bis morgen ist Zeit...
👉 fightchatcontrol.de

Pirate News: Independence from Government Surveillance Day!


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Encore


🚨 They are bringing back #ChatControl 🚨

Discussion is scheduled for Monday, so act now: fightchatcontrol.eu/

#No2Surveillance #Privacy #Security


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USA 250: On the Semiquincentennial


July 4th

“In the United States, we often celebrate the Fourth of July as our Independence Day. We proclaimed our independence from Great Britain and, from that day forward, the rebellion became a revolution with a purpose: freedom from the crown.

July 4th, 1776 is not actually the day freedom was achieved, however. September 3rd, 1783 was the day Great Britain signed the Treaty of Paris, which recognized and granted the Thirteen Colonies their independence after their eight-year-long fight for freedom. Even then, it wouldn’t be ratified until May 12, 1784, which is over nine years removed from the Battles of Concord and Lexington.”

That passage is from the Through the Spyglass entry The Big Legacy of Robert Smalls, in which I argue Juneteenth is perhaps the more apt day in which we can truly celebrate freedom.

That isn’t to say we shouldn’t celebrate the Fourth of July, nor should we ignore the momentous occasion of 250 years from the Declaration of Independence.

That is to say, we should take a step back and examine what the Fourth of July means on the 250th anniversary.

Are we celebrating freedom? In a sense, of course. We stated we would no longer be ruled by Great Britain and declared our independence.

But is it freedom wholesale?

What I mean by that: is freedom is a strong concept. Freedom means freedom, and some don’t think about it beyond that. But who was truly free on the Fourth of July?

Were those enslaved by the men who wrote and signed the Declaration of Independence free? Were the Native American Indians free? Let’s not forget a large reason for the War of Independence was Great Britain’s refusal to let settlers encroach on Native lands past the Appalachian Mountains.

What today is, ultimately, the day in which the political tradition has been brought to the forefront: we should rule ourselves, and not be dictated to be the unseen, invisible hand.

Regardless of outcome or bastardization of concept, the introduction of this concept of self-rule and independence from faraway rulers is an important one to have come to the mainstream.

One thing that must be understood: good ideas can come from bad people.

This, of course, is not saying the Founding Fathers were bad people (although I’d argue slaveownership is pretty bad regardless of any century’s standards.) This is to say, regardless of how you feel about the Founding Fathers, the Revolutionary War, the early (or even modern) United States and the people behind the current, you cannot deny the importance of their ideas.

For my left-leaning readers, consider John C. Calhoun:

John C. Calhoun, by the standards of an anti-bigotry and pro-freedom party, is a white supremacist slaver piece of shit. I won’t mince words when I tell you I am no fan of the man he was.

However, I believe Nullification was a legitimate idea not worth dismissing because Calhoun was the loudest proponent.

The Nullification Crisis, which explaining exactly what that is would be beyond the scope of this article (it’s basically “A state should have the right to null and void any federal law it deems unconstitutional within its own borders if it believed the federal government had overstepped its constitutional authority”), was ultimately a precursor to the “state’s rights [to own slaves]” argument of the Civil War, I firmly believe the spirit of nullification is indeed correct.

Think about the Fugitive Slave Act, in which saw the same “States Rights Advocates” demand states obey federal law, when a state like Wisconsin turned its own logic of nullification against the states. A state should be able to reject federal law that oversteps and is unconstitutional.

Ironically, I wouldn’t agree with Calhoun’s slyly intended hope of preserving slavery because, in the fight for liberty and justice for all, and where we believe the will of all must be heard, ownership of a fellow human being is entirely incompatible with any doctrine.

Nullification, in my opinion, could have never truly been applied to the defense of slavery. It is a bastardization of the very concept for that to be made so.

Indeed I sit here and earnestly tell you that I believe the man who articulated nullification also held a bastardization interpretation of how far it could go.

For my right-leaning readers, consider Bernie Sanders:

Sanders was once the darling of the left wing in this country, although his strong Zionist stances have certainly soured many on the left towards him.

Needless to say, he was always just a “crazy socialist” to much of the right wing.

In 2016, Hillary Clinton criticized Sanders for not supporting the families of Sandy Hook in their lawsuit against the gun manufacturers.

Sanders opposed the lawsuit because he believed a gun manufacturer should not be criminalized for selling a product which is legal to sell to people. He did say he would support the victims if they could prove the gun manufacturer knew the person they were selling a weapon to would misuse the weapon, like massacre people with it.

Sanders did not want to set a precedent of criminalizing those for selling a legal product. This was a stance commended by the NRA.

No matter where you stand on the left or right, if you remove the issue of gate keeping ideas on one side or another and take the crux of the argument for what it is, you can slowly build towards real progress in this country.

Today, no matter what side of the aisle you reside on, remember this: today brought to the world the idea of freedom and self-rule from faraway empires. Whether or not we have truly perfected the concept, or whether or not you think there’s a lot of work still to be done, is perhaps secondary to the larger point at hand.

Because of that concept’s birth 250 years ago today, we can continue to work on perfecting it and creating, not just a more perfect union, but a more perfect society.

With liberty, and justice, for all.


uspirates.org/usa-250-on-the-s…

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Se aiuti Anna's Archive a derubare i ladri di libri, la tua parte del bottino saranno 200.000 e la gratitudine dei pirati di tutto il mondo... 🤣

Google Libri contiene molti libri scansionati, ma vengono resi pubblici solo tramite ricerca, dove vengono visualizzati come piccoli frammenti attorno ai risultati di ricerca.
Se hai trovato un metodo che ritieni possa essere ampliato, contattaci tempestivamente con il tuo prototipo e potremmo essere in grado di aiutarti ad ampliarlo.
Se lavori in Google e hai accesso a questi dati, allora ci rendiamo conto che 200.000 dollari significano poco per te, ma saresti considerato un archivista leggendario se riuscissi a rubare di nascosto questi dati.
Questa ricompensa si applica anche ad altre collezioni di dimensioni simili, ad esempio raccolti dalle aziende di intelligenza artificiale, soprattutto se la collezione comprende in modo significativo libri rari.

software.annas-archive.gl/Anna…

@Pirati Europei

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Fail2ban su Linux: la configurazione giusta per proteggere davvero il server dal brute-force
#tech
spcnet.it/fail2ban-su-linux-la…
@informatica


Fail2ban su Linux: la configurazione giusta per proteggere davvero il server dal brute-force


Il rumore di fondo di internet


Basta esporre un server Linux con SSH o un pannello di login web e, nel giro di poche ore, i log di autenticazione iniziano a riempirsi di tentativi falliti: scanner automatici che provano credenziali comuni su SSH, bot che martellano i form di login di WordPress, richieste che cercano endpoint vulnerabili. Non è un attacco mirato: è rumore costante e automatizzato a cui ogni IP pubblico è esposto, ventiquattr’ore su ventiquattro.

Fail2ban resta la risposta più pragmatica a questo problema da oltre quindici anni. Osserva i file di log (o il journal di systemd), riconosce pattern di autenticazione fallita e, superata una soglia configurabile, banna l’IP a livello di firewall. È leggero, flessibile e presente nei repository di ogni distribuzione. In questo articolo vediamo come installarlo, configurarlo correttamente — evitando l’errore più comune, cioè modificare il file sbagliato — e alcune tecniche di tuning che fanno la differenza tra una protezione reale e un servizio che gira senza incidere davvero.

Come funziona, in tre concetti


Fail2ban si basa su tre elementi che vale la pena avere chiari prima di toccare la configurazione:

  • Filter: un insieme di pattern regex che riconoscono le righe di log corrispondenti a un fallimento di autenticazione.
  • Jail: combina un filtro con un percorso di log, le soglie di attivazione e l’azione da eseguire.
  • Action: cosa succede al superamento della soglia — tipicamente un ban a livello di firewall, ma può includere anche una notifica email.

Fail2ban include già filtri e jail pronti per decine di servizi: SSH, Apache, Nginx, Postfix, Dovecot e altri. Nella maggior parte dei casi basta abilitare le jail che servono e regolare pochi parametri numerici.

Installazione

# Debian / Ubuntu
sudo apt update
sudo apt install fail2ban

# Fedora / RHEL 9+ / Rocky / AlmaLinux
sudo dnf install fail2ban

# Arch Linux
sudo pacman -S fail2ban

Abilitazione e avvio del servizio:
sudo systemctl enable --now fail2ban
sudo systemctl status fail2ban

Se lo stato non riporta active (running), i log spiegano quasi sempre il motivo:
sudo journalctl -u fail2ban -n 50

Il modo corretto di configurare Fail2ban


Il primo errore, molto comune tra chi lo usa per la prima volta, è modificare direttamente /etc/fail2ban/jail.conf. Quel file viene sovrascritto ad ogni aggiornamento del pacchetto, e tutte le modifiche vanno perse silenziosamente al primo upgrade.

L’approccio corretto è creare un file separato nella directory jail.d:

sudo nano /etc/fail2ban/jail.d/custom.conf

In alternativa, si può copiare il file di default e modificare la copia:
sudo cp /etc/fail2ban/jail.conf /etc/fail2ban/jail.local

Le impostazioni nei file sotto jail.d/ e in jail.local sovrascrivono quelle di default in jail.conf. Usate sempre uno di questi due metodi, mai il file originale.

La sezione [DEFAULT]: i parametri che contano

[DEFAULT]
bantime  = 1h
findtime = 10m
maxretry = 5
ignoreip = 127.0.0.1/8 ::1

Vale la pena capire bene ciascun valore:
  • bantime: durata del ban. Il default di molte distribuzioni è 10 minuti, decisamente troppo poco. Un’ora è un minimo ragionevole; per attaccanti persistenti si può salire a 24 ore o anche una settimana.
  • findtime: la finestra temporale in cui vengono contati i fallimenti. Con i valori di esempio, 5 fallimenti in 10 minuti fanno scattare il ban.
  • maxretry: numero di fallimenti prima del ban. 5 è ragionevole per SSH; si può scendere a 3 per una protezione più aggressiva.
  • ignoreip: IP che non verranno mai bannati. Aggiungete sempre il vostro IP qui prima di abilitare qualsiasi jail — restare bloccati fuori dal proprio server è un problema fastidioso da risolvere da remoto.

Se il server ha anche un indirizzo IPv6 pubblico, includetelo in ignoreip: Fail2ban supporta IPv6, ma alcuni filtri più datati riconoscono solo pattern IPv4, quindi vale la pena verificare che le jail intercettino entrambi i protocolli.

ignoreip = 127.0.0.1/8 ::1 VOSTRO.IP.PUBBLICO

Nota: bantime accetta anche il valore -1 per un ban permanente. Da usare con cautela, perché un errore di configurazione può bloccare IP legittimi in modo definitivo.

Jail SSH, Apache e Nginx


La jail SSH è quella più importante per la maggior parte dei server, anche se in alcune distribuzioni va abilitata esplicitamente:

[sshd]
enabled  = true
port     = ssh
logpath  = %(sshd_log)s
backend  = %(sshd_backend)s
maxretry = 3
bantime  = 1h

Se SSH è stato spostato su una porta non standard (buona pratica), aggiornate la riga port:
port = 2222

Sui sistemi basati su systemd, la variabile %(sshd_log)s punta automaticamente al journal. Sui sistemi più datati che scrivono su /var/log/auth.log o /var/log/secure, Fail2ban gestisce la differenza tramite il parametro backend.

Per i server web, Apache e Nginx attirano un tipo di abuso diverso: scanner di endpoint 404, bruteforcer di login, bot che generano richieste inutili.

# Apache
[apache-auth]
enabled  = true
logpath  = %(apache_error_log)s
maxretry = 5

[apache-badbots]
enabled  = true
logpath  = %(apache_access_log)s
maxretry = 2

# Nginx
[nginx-http-auth]
enabled  = true
logpath  = %(nginx_error_log)s
maxretry = 3

[nginx-limit-req]
enabled  = true
logpath  = %(nginx_error_log)s
maxretry = 10

La jail nginx-limit-req intercetta i client che superano i limiti impostati con limit_req nella configurazione Nginx: una combinazione utile se avete già lavorato sul tuning delle performance del web server. Se Fail2ban segnala che un percorso di log non esiste, impostatelo esplicitamente, ad esempio logpath = /var/log/nginx/error.log.

Dopo ogni modifica, ricaricate la configurazione:

sudo fail2ban-client reload

Verificare lo stato delle jail e i ban attivi

sudo fail2ban-client status
Status
|- Number of jail:      3
`- Jail list:   nginx-http-auth, sshd, apache-badbots

Per il dettaglio di una singola jail:
sudo fail2ban-client status sshd
Status for the jail: sshd
|- Filter
|  |- Currently failed: 2
|  |- Total failed:     143
|  `- File list:        /var/log/auth.log
`- Actions
   |- Currently banned: 5
   |- Total banned:     38
   `- Banned IP list:   203.0.113.7 198.51.100.22 ...

Centoquaranta tentativi falliti in pochi giorni non sono un’anomalia: su un server esposto a internet è la norma, ed è proprio per questo che Fail2ban è utile.

Ban e unban manuali sono comandi da tenere a portata di mano:

sudo fail2ban-client set sshd banip 203.0.113.99
sudo fail2ban-client set sshd unbanip 203.0.113.99

La jail recidive: bloccare chi torna


Una delle funzionalità meno usate ma più efficaci è la jail recidive, che osserva il log di Fail2ban stesso e banna in modo più severo gli IP che, dopo un ban scaduto, ricominciano subito.

[recidive]
enabled  = true
logpath  = /var/log/fail2ban.log
action   = %(action_mwl)s
bantime  = 1w
findtime = 1d
maxretry = 5

Con questa configurazione, un IP bannato 5 volte in un giorno riceve un ban di una settimana. È quanto di più vicino a una blocklist persistente di attaccanti si possa ottenere senza ricorrere a feed di threat intelligence esterni. Se il sistema non scrive su /var/log/fail2ban.log (setup solo journal), impostate backend = systemd nella jail recidive.

Testare i filtri prima di fidarsi


Prima di abilitare una jail, conviene verificare che il filtro corrisponda davvero alle righe di log presenti sul sistema:

sudo fail2ban-regex /var/log/auth.log /etc/fail2ban/filter.d/sshd.conf

L’output mostra quante righe sono state riconosciute e quali IP sono stati estratti. Un filtro che non intercetta nulla non protegge nulla — vale soprattutto quando si scrivono filtri personalizzati per applicazioni custom, che vivono in /etc/fail2ban/filter.d/:
# /etc/fail2ban/filter.d/miaapp-auth.conf
[Definition]
failregex = ^ .* "POST /login" 401
ignoreregex =

Il tag <HOST> è obbligatorio in un filtro reale: Fail2ban lo sostituisce con una regex che cattura l’indirizzo IP da bannare. Senza, il filtro non estrae nulla di utile. Tenete la regex il più specifica possibile: un pattern troppo largo rischia di bannare traffico legittimo.

nftables e firewalld: adattare il backend


Su Debian 12+ e Ubuntu 22.04+, nftables è il backend firewall predefinito. L’azione di default di Fail2ban usa ancora iptables, che sui sistemi moderni funziona tramite il layer di compatibilità iptables-nft. Su installazioni nftables “pure”, senza quel layer, va impostata esplicitamente l’azione corretta:

[DEFAULT]
banaction = nftables-multiport
banaction_allports = nftables-allports

Su RHEL, Fedora e Rocky, dove il firewall è gestito da firewalld, serve analogamente:
[DEFAULT]
banaction = firewallcmd-rich-rules
banaction_allports = firewallcmd-allports

Verificare quale sia effettivamente attivo evita ban silenziosamente inefficaci: sudo nft list ruleset per nftables, sudo systemctl status firewalld per firewalld.

Ban persistenti e notifiche email


Per default i ban vivono in memoria e un riavvio del server li cancella tutti. Per renderli persistenti:

[DEFAULT]
dbfile     = /var/lib/fail2ban/fail2ban.sqlite3
dbpurgeage = 7d

Su Debian 12+, Ubuntu 22.04+ e Fedora 38+ il database SQLite è già abilitato per default. Questo stesso database alimenta anche la jail recidive, quindi il parametro conta doppio se la usate.

Per ricevere una notifica email ad ogni ban (richiede un setup di invio funzionante, ad esempio postfix o msmtp):

# Solo ban:
action = %(action_)s
# Ban + notifica email:
action = %(action_mw)s
# Ban + email con le righe di log rilevanti:
action = %(action_mwl)s
[DEFAULT]
destemail = voi@vostrodominio.it
sender    = fail2ban@vostroserver.it

Una configurazione di partenza completa

[DEFAULT]
bantime    = 2h
findtime   = 10m
maxretry   = 5
ignoreip   = 127.0.0.1/8 ::1
dbfile     = /var/lib/fail2ban/fail2ban.sqlite3
dbpurgeage = 7d

[sshd]
enabled  = true
port     = ssh
logpath  = %(sshd_log)s
backend  = %(sshd_backend)s
maxretry = 3
bantime  = 6h

[nginx-http-auth]
enabled  = true
logpath  = %(nginx_error_log)s
maxretry = 4

[nginx-limit-req]
enabled  = true
logpath  = %(nginx_error_log)s
maxretry = 10

[recidive]
enabled  = true
logpath  = /var/log/fail2ban.log
bantime  = 1w
findtime = 1d
maxretry = 5
sudo fail2ban-client reload
sudo fail2ban-client status

Cosa Fail2ban non risolve


Fail2ban è reattivo, non preventivo: banna dopo che l’attacco è già in corso. Non copre attacchi brute-force distribuiti su migliaia di IP diversi (con uno o due tentativi ciascuno), exploit zero-day che non generano righe di log, o attacchi a livello applicativo che non falliscono l’autenticazione in modo riconoscibile.

Per una protezione a più livelli, Fail2ban va affiancato ad autenticazione SSH tramite chiave (disabilitando del tutto l’autenticazione a password), un firewall configurato correttamente e revisioni periodiche dei log. Vale anche la pena controllare i limiti di sistema (file descriptor) se il volume di ban è elevato, per evitare che sia Fail2ban stesso a saturare le risorse.

Riferimento rapido

sudo fail2ban-client status                          # elenco jail
sudo fail2ban-client status sshd                      # stato di una jail
sudo fail2ban-client set sshd banip 1.2.3.4           # ban manuale
sudo fail2ban-client set sshd unbanip 1.2.3.4         # unban
sudo fail2ban-client reload                           # ricarica config
sudo fail2ban-regex /var/log/auth.log /etc/fail2ban/filter.d/sshd.conf  # test filtro
sudo tail -f /var/log/fail2ban.log                    # ban in tempo reale

Conclusione


Fail2ban è uno di quegli strumenti che si guadagnano un posto fisso su ogni server Linux esposto a internet: l’installazione richiede pochi minuti e, anche con un tuning minimo, elimina una quantità enorme di rumore da scanner SSH e probe web. La differenza pratica maggiore la fanno tre accorgimenti: impostare un bantime sensato (i 10 minuti di default sono quasi inutili), aggiungere sempre il proprio IP a ignoreip prima di abilitare le jail, e attivare la jail recidive. Da soli, questi tre passaggi migliorano drasticamente l’efficacia di Fail2ban rispetto a un’installazione lasciata ai valori di default.

Fonte originale: LinuxBlog.io – Fail2ban on Linux: Protect Your Server from Brute-Force Attacks


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Agenti AI invisibili in Microsoft Entra: come rilevarli e prevenirli prima che diventino un rischio
#tech
spcnet.it/agenti-ai-invisibili…
@informatica


Agenti AI invisibili in Microsoft Entra: come rilevarli e prevenirli prima che diventino un rischio


Il punto cieco della governance AI: gli agenti che Entra non vede


Negli ultimi mesi ogni organizzazione con un tenant Microsoft 365 è passata da “come possiamo sfruttare l’AI” a “come possiamo controllarla”. Microsoft ha risposto irrobustendo l’integrazione degli agenti con Entra Agent ID e Copilot Studio, e anche fornitori terzi come Anthropic si stanno muovendo nella stessa direzione con connettori applicativi per M365. Il problema è che molti agenti AI sono già entrati nel tenant prima che questi meccanismi esistessero, e alcuni percorsi permettono tuttora a un’AI “non autorizzata” di operare senza lasciare traccia evidente.

Il rischio più concreto non sono gli agenti registrati e visibili in Entra, ma quelli che operano nascosti dietro identità utente legittime e dispositivi considerati attendibili. Prima di investire in controlli specifici per l’AI, vale la pena sistemare l’igiene dell’identità e la visibilità sugli endpoint. Vediamo tre scenari concreti in cui un agente AI può sfuggire al controllo, come rilevarli e come prevenirli.

Scenario 1 — Il consenso utente come porta d’accesso più semplice


Microsoft ha investito molto nell’irrobustire il flusso di consenso, imponendo il consenso amministrativo per i permessi più pericolosi. Di default esiste una deny list che copre principalmente gli scope di lettura-scrittura più sensibili, ma gli utenti possono ancora acconsentire autonomamente a scope in sola lettura come User.Read, openid, profile ed email.

Lo scope consentibile dall’utente più pericoloso per un agente AI è offline_access: consegna all’agente un refresh token, ovvero accesso persistente in background, anche quando l’utente non è più connesso.

Il punto a favore dei difensori è che questo percorso registra comunque un service principal individuabile e un record di consenso: c’è quindi una traccia da controllare.

Come rilevarlo


  • Rivedi periodicamente l’application consent history del tenant
  • Analizza gli end-user consent log per individuare consensi anomali o non richiesti dall’IT


Come prevenirlo


La mitigazione è semplice quanto efficace: disabilita completamente il consenso utente e instrada ogni richiesta di permesso attraverso l’admin consent workflow. In Entra questo si configura da Enterprise Applications > Consent and permissions > User consent settings, impostando “Do not allow user consent”.

Scenario 2 — Token senza alcuna impronta in Entra


Il secondo percorso è ancora più insidioso: un flusso guidato dall’utente che produce direttamente un token, senza passare da un vero consenso applicativo. In pratica, l’utente fornisce all’agente username e password (o un flusso equivalente), e l’agente si maschera dietro un’applicazione Microsoft first-party già fidata. In questo caso non viene creato alcun service principal né alcun record di consenso: Entra registra semplicemente un normale login utente.

Esistono diverse varianti di questo pattern, ognuna con la propria contromisura:

  • OAuth 2.0 Resource Owner Password Credentials (ROPC): un flusso legacy a singolo fattore. La difesa è imporre MFA sempre, su tutto, senza eccezioni.
  • Device Code Flow: si blocca con una semplice policy di Conditional Access dedicata.
  • Family of Client IDs (FOCI): un token emesso per un’applicazione della “famiglia” è riutilizzabile su tutte le altre applicazioni della stessa famiglia, e non esiste un interruttore per disabilitare questo comportamento. Il Conditional Access per singola app viene quindi aggirato banalmente: la mitigazione si sposta sul rilevamento, revocando i token in caso di sospetto abuso e affidandosi alla Continuous Access Evaluation, pur sapendo che la sua copertura non è universale.


Scenario 3 — Dispositivi attendibili: dove i controlli identity smettono di aiutare


Lo scenario più complesso è quello di una postazione dedicata all’AI: il classico Mac Mini nuovo di zecca comparso in una nota spese. Il dipendente lo unisce al tenant tramite hybrid join o come dispositivo conforme, e una volta effettuato il join ottiene un Primary Refresh Token (PRT) legato al TPM. L’agente gira come quell’utente e richiede silenziosamente token al Web Account Manager (WAM) broker, ottenendo una connessione persistente e sempre attiva.

Questo è il caso più difficile da chiudere: l’agente supera ogni verifica di Conditional Access perché, di fatto, è l’utente, su un dispositivo fidato. Il Token Protection lega i token al dispositivo, ma non riesce a distinguere “l’utente” da “un processo agente che gira come l’utente” sulla stessa macchina.

Prevenzione e rilevamento


La prevenzione parte dal non permettere agli utenti di unire autonomamente i propri dispositivi al tenant, supportata da policy di Conditional Access rigorose sulla compliance. Il rilevamento deve invece spostarsi sull’endpoint:

  • Advanced hunting in Microsoft Defender for Endpoint su DeviceProcessEvents (flag per browser headless, processi figli inattesi)
  • Analisi di DeviceNetworkEvents (un processo locale che contatta una API AI esterna)
  • Blocco delle app non autorizzate tramite Defender for Cloud Apps


Le fondamenta contano più dei controlli AI-specifici


Il messaggio centrale è che l’igiene dell’identità, per quanto “vecchia” come disciplina, chiude già la maggior parte di questi scenari:

  • Impostare il consenso utente su Do not allow user consent
  • Abilitare l’admin consent workflow
  • Imporre MFA ovunque, sempre, tramite Conditional Access
  • Bloccare il device-code flow con una policy dedicata
  • Limitare la possibilità per gli utenti di unire dispositivi a Entra
  • Imporre la compliance dei dispositivi via Conditional Access

La configurazione di base, però, non copre tutto: ciò che non può essere mitigato deve essere rilevato, il che significa spostare parte dell’attenzione dal piano identità a quello del dispositivo. E il Purview Data Security Posture Management (DSPM) for AI? È uno strumento genuinamente utile, ma va inquadrato correttamente: offre visibilità, non enforcement. DLP e Insider Risk vanno comunque configurati manualmente, il monitoraggio delle AI di terze parti si appoggia agli stessi endpoint ed estensioni browser già citati, le funzionalità più ricche richiedono licenze premium, e la protezione basata su etichette è cieca sui dati non etichettati. Va trattato come una rete di sicurezza aggiuntiva, non come la prima linea di difesa.

Conclusione


Se la strategia di sicurezza di un’organizzazione si basa sull’identificare gli agenti registrati in Entra, ha già perso di vista la categoria di rischio più insidiosa: quella degli agenti che operano mascherati da utenti normali. La lezione pratica per chi amministra un tenant Microsoft 365 è partire dalle basi già note — consenso, MFA, Conditional Access, compliance dei dispositivi — prima di rincorrere soluzioni AI-specifiche, e progettare i controlli assumendo che alcuni agenti stiano già operando sotto mentite spoglie di un utente reale.

Fonte: Petri IT Knowledgebase – The Agents Entra Can’t See: Detecting and Preventing Rogue AI


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Researcher Chains a Guardrail Bypass With a Path Traversal Flaw to Access System Files in ChatGPT
#CyberSecurity
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New ARToken Phishing Kit Abuses Microsoft’s OAuth Device Code Flow to Hijack Microsoft 365 Accounts
#CyberSecurity
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Ousaban Banking Trojan Resurfaces With Steganographic PDF Lures Targeting Spain and Portugal
#CyberSecurity
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Researchers Chain DLL Sideloading and an RPC Flaw to Gain Root Access Inside Claude Cowork’s Sandbox
#CyberSecurity
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🇩🇪🤡 Irre! Italien warnt vor der #Chatkontrolle, stimmt aber TROTZDEM zu! 🤯
Noch 2 Tage: Stoppt den Coup!
✍️ Aktiv werden: fightchatcontrol.de
📄 EU-Dokument: data.consilium.europa.eu/doc/d…
in reply to Patrick Breyer

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🇪🇺🤡 Insane! Italy warns against #ChatControl mass surveillance, but votes FOR it! 🤯
2 days left: Stop the coup!
✍️ Take action: fightchatcontrol.eu/#contact-t…
📄 EU doc: data.consilium.europa.eu/doc/d…
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🇫🇷🤡 Fou ! L'Italie alerte sur le #ChatControl, mais vote POUR ! 🤯
Plus que 2 jours : Stoppez le coup !
✍️ Agissez : fightchatcontrol.eu/fr/#contac…
📄 Doc UE : data.consilium.europa.eu/doc/d…
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🇮🇹🤡 Pazzesco! L'Italia avverte sui pericoli del #ChatControl, ma vota A FAVORE! 🤯
Mancano 2 giorni: Fermiamo il colpo!
✍️ Agisci ora: fightchatcontrol.eu/it/#contact-tool
📄 Doc UE: data.consilium.europa.eu/doc/d…
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🇪🇸🤡 ¡Locura! Italia advierte sobre el #ChatControl, ¡pero vota A FAVOR! 🤯
Quedan 2 días: ¡Detén el golpe!
✍️ Actúa ahora: fightchatcontrol.eu/es/#contact-tool
📄 Doc UE: data.consilium.europa.eu/doc/d…
Questa voce è stata modificata (2 mesi fa)

Em reshared this.

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The act should have a limited scope if it is to pass.
The "only known materials" for example could be sensible as that's possible to do with hash checks without actually compromising the privacy and security of what's being shared.

Someone sharing pics of their private medical issues (for example photos of their results) shouldn't have their pics end up reviewed by systems in a readable way.

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☕ CYBERBRIEFING — Sabato 4 luglio 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
ilpuntocyber.rfeed.it/article.…

#newsletter #cybersecurity
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Ein Rückblick auf die Woche von @annskaja über Kontrolle, Vertrauen und einen Ohrwurm:

netzpolitik.org/2026/kw-27-die…

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In unserem #Podcast "Off The Record" geht es zur Abwechslung mal wieder um Menschen! Daniel hat jüngst die IT-Abteilung von netzpolitik.org übernommen. Denis hat für drei Monate in der Redaktion mitgearbeitet. Wie das war, was dabei alles kaputt gegangen und neu entstanden ist, darüber sprechen wir in dieser Folge. 🎧

netzpolitik.org/podcast/und-lu…

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GitHub Copilot CLI: selezione automatica del modello AI con HyDRA per task routing intelligente
#tech
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@informatica


GitHub Copilot CLI: selezione automatica del modello AI con HyDRA per task routing intelligente


GitHub ha aggiornato il Copilot Command Line Interface (CLI) introducendo una nuova funzionalità di selezione automatica del modello AI: a partire dal 1° luglio 2026, Copilot CLI può scegliere autonomamente il modello più adatto per ogni richiesta grazie a un sistema interno chiamato HyDRA (Hybrid Dynamic Routing Architecture). Vediamo nel dettaglio come funziona e cosa cambia per sviluppatori e amministratori di sistema.

Come funziona la selezione automatica del modello


Il cuore della novità è il routing intelligente. Quando si usa la modalità Auto in Copilot CLI, HyDRA analizza ogni richiesta lungo più dimensioni prima di scegliere il modello:

  • Profondità di ragionamento richiesta: un semplice completamento di codice non ha bisogno dello stesso modello di una diagnosi complessa di bug.
  • Complessità di generazione del codice: snippet elementari vs. architetture multi-file.
  • Difficoltà di debugging: analisi di stack trace o errori runtime con molte variabili contestuali.
  • Necessità di orchestrazione di tool: quanti tool call sono necessari e quanto complessa è la loro concatenazione.

Oltre all’analisi del task, HyDRA considera in tempo reale la disponibilità e la salute dei modelli (latenza, tasso di errore, saturazione) per garantire un’esperienza affidabile anche sotto carico elevato.

Token efficiency e cache hit rate


Uno degli obiettivi principali di HyDRA è ridurre lo spreco di token. Il sistema rispetta i confini naturali della cache: anziché spezzare il contesto in modo arbitrario, le richieste vengono strutturate per massimizzare il tasso di cache hit del prompt, riducendo la latenza complessiva e i costi.

Nei test interni di GitHub, questo approccio ha prodotto guadagni significativi di token efficiency senza regressione qualitativa: non tutti i task richiedono un modello ad alta densità di ragionamento, e selezionare il modello “giusto” per compiti semplici libera capacità per quelli complessi.

Impatto economico: sconto del 10% sugli AI credit


Per i piani a pagamento, l’uso della modalità Auto porta un beneficio economico diretto:

  • Sconto del 10% sul costo in AI credit rispetto all’uso diretto dello stesso modello.
  • Per i piani annuali legacy (Copilot Pro e Pro+) ancora su billing a premium request: lo sconto si applica al model multiplier. Ad esempio, un modello con moltiplicatore 1x consuma 0,9 premium request invece di 1.

Questo significa che scegliere Auto non è solo conveniente in termini di qualità, ma anche economicamente vantaggioso rispetto alla selezione manuale.

Deferred tool loading: meno overhead per ogni prompt


La stessa release introduce il caricamento differito dei tool (deferred tool loading). Tradizionalmente, ogni prompt includeva gli schema completi di tutti i tool disponibili, anche se la maggior parte non veniva utilizzata. Con il nuovo approccio, le definizioni dei tool vengono recuperate on demand, riducendo il numero di token inviati per ogni richiesta e accelerando l’elaborazione.

Controllo dell’utente e policy di amministrazione


La modalità automatica non significa perdita di controllo:

  • Override manuale: in qualsiasi momento è possibile usare il comando /model per selezionare esplicitamente un modello specifico o un provider diverso.
  • Policy aziendali: gli amministratori possono imporre l’uso della selezione automatica tramite policy organizzative, garantendo uniformità e rispetto dei requisiti di costo o sicurezza.
  • Accesso multi-modello: Auto sfrutta modelli da più famiglie (OpenAI, Anthropic, Mistral, ecc.) a seconda del tipo di abbonamento e delle policy configurate.


Come iniziare


Non è richiesta alcuna configurazione: basta aggiornare Copilot CLI all’ultima versione e selezionare la modalità Auto. GitHub prevede che i modelli disponibili in Auto cambieranno nel tempo, man mano che nuovi modelli saranno integrati nella piattaforma.

# Aggiorna Copilot CLI (se installato via npm)
npm update -g @github/copilot-cli

# Oppure verifica la versione corrente
gh copilot --version

# Nel CLI, seleziona la modalità Auto con il comando /model
# e poi inizia a lavorare normalmente
gh copilot suggest "come creo un Dockerfile multi-stage per .NET 8?"

Considerazioni per team e organizzazioni


Per i team che usano Copilot CLI in contesti enterprise, la funzionalità porta vantaggi concreti:

  • Prevedibilità dei costi: la combinazione di routing intelligente e sconto del 10% rende più prevedibile il consumo di AI credit per team numerosi.
  • Centralizzazione delle policy: gli admin possono gestire il comportamento del routing da un unico punto di controllo, senza che ogni sviluppatore debba configurare nulla localmente.
  • Conformità: le policy di model selection possono essere usate per rispettare requisiti di compliance (es. usare solo modelli ospitati in certi data center o appartenenti a certi vendor).


Conclusione


La selezione automatica del modello in Copilot CLI rappresenta un passo avanti significativo verso un’esperienza AI developer veramente adattiva. HyDRA non si limita a scegliere il modello “migliore” in astratto, ma lo sceglie in base al contesto reale della richiesta, ottimizzando contemporaneamente qualità, latenza e costo. Per chi usa Copilot CLI come parte del workflow quotidiano, la modalità Auto è ora la scelta di default più sensata.


Fonte: GitHub Changelog – Copilot CLI auto model selection routes based on task


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✨ Pegasus spia chi indaga su Pegasus: il caso Kouloglou scuote il Parlamento Europeo
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/pegasu…

@informatica


Pegasus spia chi indaga su Pegasus: il caso Kouloglou scuote il Parlamento Europeo


Si parla di:
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C’è un dettaglio che rende il caso di Stelios Kouloglou diverso da tutti gli altri scandali Pegasus degli ultimi anni: l’eurodeputato greco non era una vittima qualsiasi, ma il membro di una commissione d’inchiesta del Parlamento Europeo istituita proprio per indagare sugli abusi dello spyware commerciale. Secondo un report pubblicato il 3 luglio 2026 dal Citizen Lab dell’Università di Toronto, il telefono di Kouloglou è stato infettato con Pegasus nell’ottobre 2022 e almeno altre due volte nel marzo 2023, proprio nei momenti cruciali della stesura del rapporto finale della commissione PEGA. È la prima volta che un membro della commissione viene pubblicamente identificato come bersaglio dello stesso strumento che era chiamato a indagare.

La commissione PEGA e il suo bersaglio interno


La commissione d’inchiesta PEGA (Pegasus and Surveillance Spyware) è stata istituita dal Parlamento Europeo nel marzo 2022, dopo che un consorzio internazionale di giornalisti aveva rivelato l’uso diffuso dello spyware Pegasus di NSO Group contro giornalisti, avvocati, attivisti e politici in diversi Stati membri, tra cui Ungheria, Polonia, Spagna e Grecia. Kouloglou, giornalista ed ex parlamentare di SYRIZA, sedeva nella commissione mentre questa raccoglieva testimonianze e redigeva le prime bozze del suo rapporto, concentrate in particolare sugli abusi documentati a Cipro, Grecia, Ungheria, Polonia e Spagna.

Il fatto che proprio lui sia finito nel mirino, mentre la commissione lavorava a conclusioni che avrebbero potuto imbarazzare governi europei, ha immediatamente sollevato interrogativi sulla natura dell’attacco. Un eurodeputato in carica ha definito l’episodio “un attacco diretto allo stato di diritto”, chiedendo alla Commissione Europea di imporre limiti stringenti all’uso dello spyware nei 27 Stati membri. La Commissione, contattata dai giornalisti, non ha risposto.

Timeline degli attacchi: due finestre, due momenti chiave


Il Citizen Lab ha ricostruito con precisione forense due finestre di compromissione, entrambe coincidenti con fasi decisive del lavoro della commissione:

  • 21 ottobre 2022 — Prima infezione confermata, nel pieno delle discussioni via email e messaggistica di ottobre-novembre 2022, in vista della consegna della prima bozza del rapporto sugli abusi in Cipro, Grecia, Ungheria, Polonia e Spagna. Il momento coincide inoltre con un ricovero ospedaliero di Kouloglou per un intervento chirurgico programmato, circostanza che potrebbe aver permesso agli operatori dello spyware di intercettare anche conversazioni ambientali relative alla sua salute o scambi con i visitatori.
  • 6-7 marzo 2023 — Due ulteriori infezioni, mentre Kouloglou viaggiava da Atene a Bruxelles per le audizioni della commissione, mesi prima dell’adozione finale del rapporto scritto.

Kouloglou ha raccontato ai giornalisti di TechCrunch la rabbia provata nello scoprire la compromissione: “Ti rendi conto che tutti i tuoi dati personali sono stati presi — non solo gli scambi professionali o i messaggi con i ministri, ma anche le cose molto private, i momenti felici e quelli tristi”. L’eurodeputato ha annunciato l’intenzione di citare in giudizio NSO Group.

PWNYOURHOME: l’exploit zero-click che passa da HomeKit


Dal punto di vista tecnico, l’infezione del 2022 sfrutta una catena di exploit già documentata dal Citizen Lab in precedenti ricerche e nota con il nome in codice PWNYOURHOME, attiva contro iOS 15 e iOS 16 a partire da ottobre 2022. Si tratta di un exploit zero-click in due fasi che colpisce due processi distinti del sistema operativo iPhone: il primo stadio prende di mira il framework HomeKit — il sistema Apple per la gestione della smart home — mentre il secondo stadio sfrutta iMessage per ottenere l’esecuzione di codice e l’installazione dello spyware.

La vulnerabilità sfruttata riguarda un problema di deserializzazione in NSKeyedUnarchiver, una classe già abusata in precedenti catene di exploit zero-click contro iMessage. Poiché non richiede alcuna interazione da parte della vittima, il bersaglio non riceve notifiche, non deve cliccare link né aprire allegati: lo spyware si installa silenziosamente, consentendo l’accesso a messaggi, cronologia delle chiamate, dati di geolocalizzazione, foto e — nel caso dei modelli più recenti — anche all’attivazione da remoto di microfono e fotocamera.

Apple ha corretto le falle sfruttate da PWNYOURHOME con il rilascio di iOS 16.3.1, introducendo tra l’altro un nuovo controllo che rifiuta di decodificare determinati messaggi HomeKit a meno che non provengano da una fonte plausibile. Il problema, come spesso accade con gli attacchi Pegasus, è che l’aggiornamento correttivo non era ancora installato sul dispositivo di Kouloglou al momento dell’attacco dell’ottobre 2022 — una finestra di esposizione che gli operatori dello spyware hanno sfruttato attivamente.

Un cliente governativo con licenza multi-paese


Il Citizen Lab non ha attribuito pubblicamente l’attacco a un governo specifico, ma un dettaglio tecnico rende il quadro più inquietante: l’indirizzo email utilizzato come vettore d’infezione da chi ha colpito Kouloglou è lo stesso già osservato in una precedente campagna che aveva infettato i telefoni di giornalisti in diversi paesi europei. Il riutilizzo dello stesso indirizzo — e quindi, presumibilmente, della stessa infrastruttura di comando e controllo — suggerisce che il cliente governativo di NSO Group disponesse di un’autorizzazione per operare lo spyware Pegasus contro bersagli in più Stati membri dell’Unione Europea, non in uno soltanto.

Questo elemento è cruciale per il dibattito politico che ne è seguito: se la licenza NSO copre operazioni cross-border all’interno dello spazio europeo, i meccanismi di controllo nazionale sull’export e sull’uso dello spyware — già ritenuti insufficienti dallo stesso rapporto PEGA — risultano ancora più permeabili di quanto documentato finora.

NSO Group tra sanzioni USA e tentativi di riabilitazione


NSO Group resta in gran parte bandita dall’uso governativo negli Stati Uniti, a seguito di un ordine esecutivo dell’amministrazione Biden che vieta l’impiego federale di spyware commerciale capace di violare i diritti umani. Nel 2025 l’azienda israeliana ha confermato che un gruppo di investitori statunitensi non identificato ha versato decine di milioni di dollari nella società, in quella che gli osservatori hanno letto come un tentativo di riabilitare il marchio NSO in vista di un possibile ingresso nel mercato americano — un percorso già criticato per la scarsa trasparenza degli impegni dichiarati dall’azienda.

Il caso Kouloglou arriva quindi in un momento delicato: mentre NSO cerca legittimazione commerciale, un membro della stessa commissione UE nata per indagarla diventa l’ennesima prova pubblica che gli abusi non si sono fermati.

Implicazioni e due righe per i difensori


Per chi opera in ruoli ad alto rischio — parlamentari, giornalisti, avvocati per i diritti umani, ricercatori di sicurezza, dissidenti — il caso conferma alcune priorità difensive ormai consolidate ma spesso disattese:

  • Aggiornamenti tempestivi: gli exploit zero-click di Pegasus sfruttano quasi sempre vulnerabilità già note ma non ancora patchate sul dispositivo bersaglio. Applicare gli aggiornamenti iOS entro 24-48 ore dalla pubblicazione riduce drasticamente la finestra di esposizione.
  • Lockdown Mode: la modalità di isolamento introdotta da Apple su iOS disabilita molte delle superfici di attacco usate dagli exploit zero-click (inclusi determinati messaggi HomeKit e allegati iMessage complessi), ed è fortemente consigliata per soggetti ad alto rischio.
  • Verifica forense periodica: strumenti open source come Mobile Verification Toolkit (MVT), sviluppato da Amnesty International, permettono di analizzare backup iOS/Android alla ricerca di indicatori di compromissione noti legati a Pegasus e spyware simili.
  • Riavvii regolari del dispositivo: molte varianti di Pegasus non sopravvivono a un riavvio senza reinfezione, complicando la persistenza per gli attaccanti — una contromisura semplice ma efficace in assenza di altre difese.
  • Segnalazione a Citizen Lab o Access Now: chi sospetta di essere bersaglio di spyware commerciale può richiedere supporto tecnico gratuito attraverso l’Access Now Digital Security Helpline.

Il caso Kouloglou dimostra ancora una volta che lo spyware di livello statale non conosce eccezioni istituzionali: nemmeno chi indaga sugli abusi è al riparo dal diventarne bersaglio. Per il Parlamento Europeo, la domanda che resta aperta è se le raccomandazioni della stessa commissione PEGA — largamente rimaste lettera morta — troveranno finalmente attuazione concreta.

Indicatori tecnici e riferimenti

Spyware: NSO Group Pegasus
Catena di exploit: PWNYOURHOME (zero-click, iOS 15/16)
Vettori sfruttati: HomeKit (stage 1) + iMessage/NSKeyedUnarchiver (stage 2)
Patch correttiva: iOS 16.3.1

Date di compromissione confermate (dispositivo Kouloglou):
- 21 ottobre 2022
- 6 marzo 2023
- 7 marzo 2023

Strumenti di verifica consigliati:
- Mobile Verification Toolkit (MVT) - github.com/mvt-project/mvt
- Access Now Digital Security Helpline

Fonte primaria: Citizen Lab, University of Toronto
"Member of Committee Investigating Spyware Hacked With Pegasus" (3 luglio 2026)

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#sardegna
Contos #3 - SURRA: la rabbia sarda che non sa dove andare

un dubbio che mi tormenta da mesi: SURRA sa davvero dove vuole portarci, o si limita a urlare "no" nel vuoto?

sucontu.wordpress.com/2026/07/…

@sardegna

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Per la prima volta, una cellula costruita da zero cresce e si divide


Gli scienziati hanno costruito una cellula sintetica che combina più proprietà realistiche che mai — prova di concetto che è possibile dare vita a materiali non viventi, o qualcosa di simile, in laboratorio.

quantamagazine.org/for-the-fir…

@scienza

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Ein Mitglied des EU-Ausschusses zur Untersuchung von Staatstrojaner-Einsätzen #PEGA wurde mehrfach selbst infiziert — während der Ausschuss ermittelte.

netzpolitik.org/2026/fruehere-…

#pega

A journalist’s fight for Epstein transparency


Dear Friend of Press Freedom:

Journalist Katie Phang recently won a major victory in her lawsuit seeking to force the government to follow the Epstein Files Transparency Act. Her message to other independent journalists who want to fight government secrecy? “Our case is proof that you can do this.” Read on for more on how you can help defend press freedom this week.

A journalist’s fight for Epstein transparency


When Congress passed the Epstein Files Transparency Act with broad bipartisan support, the Justice Department was given until Dec. 19, 2025, to release all unclassified files related to the Epstein investigation.

The department blew the deadline, but trial lawyer, independent journalist, and former MSNBC host Katie Phang sued to force compliance. Last week, she won a decision that directed the government to start producing documents it kept hidden, or explain why it cannot.

We hosted an online panel about the implications of the case with Phang; her lawyer, Brendan Ballou of the Public Integrity Project; and Freedom of the Press Foundation (FPF) Daniel Ellsberg Chair on Government Secrecy Lauren Harper, moderated by FPF Senior Advocacy Adviser Caitlin Vogus.


New Jersey prosecutors: Drop charges against journalists who covered Delaney Hall


Prosecutors are holding criminal charges over the heads of at least three journalists who were wrongfully arrested while covering immigration protests at Delaney Hall in New Jersey, despite clearly identifying themselves as press and despite public officials acknowledging that journalists would be exempt from Newark’s curfew.

Journalists need to be able to report the news without fear of arrest. The pending charges against press who were working in Newark chill their ongoing work and the media as a whole, which in turn does continued damage to public safety. You can use our action center to tell prosecutors it’s past time to drop these baseless cases.


Age verification law puts journalists at risk


The Kids Internet and Digital Safety Act passed the House this week. If it — or similar legislation — becomes law, it would fundamentally change the way everyone, not just kids, accesses the internet.

That’s because these laws strongly incentivize — and, for some services, outright require — age verification. That’s a big problem for people who need to be able to use the internet anonymously, like journalists and their sources.

Vogus, along with Aliya Bhatia of the Center for Democracy & Technology, explained in The Intercept how requiring online age verification would make it harder for anonymous sources to connect with journalists through online platforms. Read it, and then use our action center to tell Congress today not to pass online censorship bills in the guise of kids safety.


Brendan Carr isn’t fooling anyone


Federal Communications Commission Chair Brendan Carr has a new excuse to harass news outlets: Requiring talk shows to reapply for permission to interview whatever politicians they want. Carr — known for embracing President Donald Trump’s agenda — claims that ABC’s “The View” needs to explain why it qualifies for a “bonafide news” exception to equal time requirements. Other talk shows, like conservative talk radio, have not drawn similar ire.

As we wrote in a public comment to the agency, “No matter what pretexts the FCC cites, anyone with a smidgen of common sense knows exactly what is going on: an FCC led by a man who has publicly disclaimed independence from Trump is using its authority both frivolously and selectively to do Trump’s bidding.” We encourage you to file your own comment before July 6. Our action center makes it easy for you.


Government wants your location data? Get a warrant, Supreme Court says


The Supreme Court just delivered its most important Fourth Amendment decision in years — and it’s a win for your privacy. In Chatrie v. United States, the court ruled that the Fourth Amendment requires the government to get a warrant for “geofence” demands that track location data.

We’ve written before about how geofences — which allow police to draw a virtual boundary around a crime scene and compel tech companies to turn over location data for devices in the area — could be used as a tool of mass surveillance or to monitor journalists and their sources.

The court’s decision puts an important check on this power. FPF Executive Director Trevor Timm broke down the ruling, explaining, “There’s no doubt that we all have more privacy rights with our cellphones today than we did yesterday.”


What we're reading


Supreme Court halts order to force reporter to reveal source or pay fine

The Washington Post
“The Supreme Court should use this opportunity to make clear that plaintiffs and prosecutors cannot commandeer the Fourth Estate to help them build their cases,” said FPF Chief of Advocacy Seth Stern about journalist Catherine Herridge’s case.


Court halts Pentagon rule requiring escorts for journalists

The New York Times
The New York Times beat the Pentagon in court again after it tried to shut out the press. If the Defense Department keeps trying to shut out the press contrary to the court’s rulings, the judge should respond with sanctions or contempt.


Ousted Stars and Stripes ombudsman files key lawsuit against Hegseth’s Pentagon

MS NOW
The fired Stars and Stripes ombudsman is getting in on the action of suing the Pentagon for its disregard for the First Amendment. Good. More journalists should take this administration to court.


‘Not the time and place for a political speech’

Columbia Journalism Review
Possessing zines and being in a book club were used as evidence that the Prairieland defendants were part of a terrorist cell — and a court agreed. This is a shocking erosion of the First Amendment.


Trump DOJ withdraws subpoenas as case collapses!

Legal AF
The government recently failed to force Washington Post and Wall Street Journal reporters to expose their sources before a grand jury, but the threat still looms. The next Congress must pass the PRESS Act to protect sources and the public’s right to know, Stern explained.



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freedom.press/issues/a-journal…

Elezioni e Politica 2026 reshared this.

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Il giornalista e politico greco Stelios Kouloglou che ha indagato sugli abusi dello spyware ha visto il suo telefono hackerato con lo spyware Pegasus

I ricercatori di sicurezza hanno confermato l'intrusione con lo spyware Pegasus mentre Kouloglou indagava sugli abusi del famigerato strumento di sorveglianza. Ciò ha riacceso nuove polemiche sui governi che abusano di spyware per raccogliere informazioni sui loro critici.

techcrunch.com/2026/07/02/poli…

@eticadigitale

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Die Trilog-Verhandungen zur dauerhaften Chatkontrolle-Verordnung sind in der Sommerpause. Eigentlich sollten die technischen Verhandler im Juli noch zweimal tagen. Jetzt wurden beide Termine abgesagt. Im September geht's weiter. netzpolitik.org/2026/interne-d…
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Ce lundi 6 juillet, aura lieu à Valence un procès symptomatique de la répression que subissent les personnes militantes depuis plusieurs années. Après une mobilisation mi-mai contre un projet de déviation en Ardèche, 8 personnes ont été arrêtées et détenues pendant plusieurs jours. Parmi les méthodes de pression utilisées, la police les a filmées à leur insu et a eu recours à la reconnaissance faciale afin de trouver leur identité, qu’ils et elles refusaient de donner
ricochets.cc/Contre-l-acharnem…

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Peu de personnes sont au courant que la reconnaissance faciale est massivement utilisée en France. Pourtant, cet exemple illustre l’utilisation débridée qu’en fait la police. En mars dernier, nous avons publié un guide pour se défendre lorsque celle-ci est utilisée lors de contrôles d’identité. Nous avons également résumé dans cette brochure toutes les raisons politiques qui obligent à refuser la reconnaissance faciale.
laquadrature.net/2026/03/17/co…

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La reconnaissance faciale n’est encadrée par aucun texte précis. Comme nous l'expliquons dans notre guide, son usage lors de contrôles dans la rue est explicitement illégal et son utilisation lors d’enquête n’est pas prévue par la loi. Pourtant, la police et la gendarmerie usent massivement de cette technologie biométrique, en contradiction totale avec le droit européen.
laquadrature.net/guiderecofaci…
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Le gouvernement laisse faire en toute impunité... et en toute logique puisque depuis des années, de nombreux politiques aimeraient légaliser la reconnaissance faciale. Plutôt que d'y aller frontalement, ils adoptent une stratégie des petits pas afin de rendre cela plus acceptable. Le media AEF vient de confirmer cette stratégie à l’œuvre. Le ministère de l’intérieur réfléchirait à une « expérimentation » de la reconnaissance faciale pour « rassurer l’opinion publique ».
aefinfo.fr/depeche/753437-reco…
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Nous ne pensons pas qu’il faille une loi pour régulariser l’utilisation de la reconnaissance faciale. Au contraire, il faut refuser purement et simplement cette technologie. En rendant l’anonymat impossible en pratique, elle arrache aux citoyen·nes leur identité contre leur volonté et, comme dans cette affaire en Ardèche, elle donne à l’État la capacité de contrôler et empêcher d’agir ceux qui contestent son action.
in reply to La Quadrature du Net

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Nous dénonçons avec vigueur l'utilisation de la reconnaissance faciale dans les affaires pénales en générale, et dans celle-ci en particulier, et appelons à un refus collectif de cette technologie avant qu'il ne soit trop tard.
Pour celles et ceux qui peuvent se rendre à Valence, n’hésitez pas à aller au rassemblement de soutien lundi à 12h devant le tribunal.
in reply to La Quadrature du Net

Il ne faut pas oublier qu'à l'origine c'est une technologie fRançaise ... cocorico le coq qui chante les deux pieds dans la merde ...
Cela date du début des années 2000.
Donc ça fait bien longtemps qu’elle est PARTOUT !
Pensez vous réellement que les grandes surfaces par exemple ne l'utilisent pas, sans le dire ?
Faire exploser toutes les cameras serait l'unique solution pour retrouver notre liberté et notre intimité.
Dès qu'on en verrait une, boum !
Idem pour les réseaux !
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A.E.S., il server di minigiochi open source su Luanti cerca il vostro supporto


A.E.S. è un server di minigiochi open source su Luanti, gratuito e senza pay-to-win, attivo dal 2020. Il team ha aperto una campagna donazioni su Liberapay per accelerare lo sviluppo: ecco come funziona e perché ne vale la pena.
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🇧🇪 19 anni, "capo" di una rete phishing europea. E ci credete davvero?

La polizia belga ha arrestato un 19enne di Anversa presentandolo come possibile "leader" di una rete di phishing e money laundering che ha già causato oltre €500.000 di danni tra Belgio e resto d'Europa. Il modus operandi è il classico combo email-esca governativa + finta chiamata bancaria + softwar...

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AsyncRAT Trojan Hidden in 90+ Fake Software Download Sites via DLL Sideloading and ScreenConnect
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Arch Install Manager il gestore software che rende Arch Linux più semplice da usare


Arch Install Manager semplifica la gestione del software su Arch Linux con un'interfaccia grafica per installazione, aggiornamenti, backup e manutenzione.
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New CitrixBleed-Class Vulnerability in Citrix NetScaler Exploited Within 24 Hours of Disclosure
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DHS Confirms Hackers Breached HSIN, the Government’s Emergency Information-Sharing Platform
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Google Dismantles NetNut-Linked “Popa” Residential Proxy Botnet That Hijacked 2 Million Home Devices
#CyberSecurity
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Der KI-Expertenrat der UN hat den ersten globalen Wissenschaftsbericht zu Künstlicher Intelligenz vorgelegt. Er zeigt: Regulierung kann mit der rasanten Entwicklung von KI nicht Schritt halten.

netzpolitik.org/2026/vereinte-…

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Die Bundesdatenschutzbeauftragte hält die Pläne der Bundesregierung für „undemokratisch“, Journalisten warnen vor einem Vertrauensverlust. Sie verweisen zudem auf Machenschaften von Koalitionspolitikern, die nur dank des Informationsfreiheitsgesetzes ans Licht kamen. #IFG

netzpolitik.org/2026/staatlich…

#ifg
in reply to netzpolitik.org

Und ich erinnere auch hier gerne nochmal daran, dass die Mehrheit der Bürger*innen in unserem Land diese Partei gewählt hat und sich mittlerweile sogar eine noch ideologischere und korruptere Partei wünscht. Diese politischen Zustände sind keine Strafen Gottes oder Naturkatastrophen, sondern offenbar von uns genau so gewollt. 🤷
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