Liberalismo modello per il contemporaneo – Gazzetta del Sud
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L'articolo Oggi l’ottava lezione della Scuola di Liberalismo – Gazzetta del Sud proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Apro come sempre con un pensiero alla guerra ancora in corso in Ucraina per via della folle volontà espansionistica di Putin che potrà concludersi solo con la ricacciata dell’invasore entro i propri confini e a cui si è aggiunto di recente una preghiera per le vittime degli orrori in corso nella Striscia di Gaza. Venendo al nostro Paese, mentre il governo Meloni cerca di capitalizzare in termini di consenso il momento favorevole nel quale l’inflazione si riduce per l’azione incisiva della BCE e le tensioni sulla sostenibilità del nostro debito rimangono anestetizzate dagli stimoli del programma Next Generation EU. I segnali del declino economico e sociale dell’Italia restano evidenti a tutti quelli che hanno occhi per vedere e strumenti per capire. L’economista Ugo Panizza ha recentemente evidenziato sul social network X, la vecchia Twitter che, in riferimento a un recente working paper intitolato Welfare Working Nations, l’Italia sia l’unico paese tra quelli analizzati a evidenziare una crescita del PIL scalato per la popolazione in età lavorativa significativamente inferiore agli altri. Che vuol dire questo? Che nei paesi sviluppati la popolazione invecchia e la quota di quelle in età lavorativa si riduce nel tempo.
Guardando a un indicatore che tiene conto di questo fenomeno che rapporta la crescita del PIL alle persone che hanno l’età per lavorare, vediamo che quasi tutti i paesi crescono in modo simile e il quasi è dato dall’Italia che rimane indietro. Lo stesso Panizza nella discussione social segnala come lettura un paper di Pellegrino e Zingales dove leggiamo che a metà degli anni 90 la crescita della produttività italiana subisce una rilevante battuta d’arresto, probabilmente per l’incapacità di sfruttare appieno la l’evoluzione nel settore ICT e per la prevalenza di un sistema poco meritocratico nella selezione e remunerazione dei manager. Nel 2023 la crescita della ricchezza delle nazioni è fortemente collegata con la libertà che gli individui dispongono di assumersi rischi, talvolta fallire, innovare, in qualche caso dare vita a vere e proprie rivoluzioni, come accaduto ieri con Internet e oggi con intelligenza artificiale. L’Italia, su tutti questi fronti rimane drammaticamente indietro, prima per atteggiamento culturale e poi per le necessarie e logiche conseguenze sociali ed economiche.
L'articolo #laFLEalMassimo – La Povertà delle Nazioni proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Secondo Guido Crosetto, ministro della Difesa, “in una futura difesa europea può esserci un esercito, una marina e un’aeronautica europea. Potrebbe esserci se selezionassimo le persone, tra 20 anni, ma non abbiamo 20 anni davanti, siamo in ritardo; quindi, l’unica possibilità è mettere insieme le difese dei vari Paesi, rendendole interoperabili. In questo percorso siamo facilitati perché lo abbiamo iniziato nella Nato”. Nel suo videomessaggio alla conferenza organizzata da Aspen Institute Italia (con la collaborazione con l’Aeronautica Militare, Intesa Sanpaolo, Comune di Pavia, Università degli Studi di Pavia e il contributo di Fondazione Banca del Monte di Lombardia e Leonardo), il ministro ha aggiunto che così l’Europa può diventare “colonna portante della Nato”, dotandosi poi “di forze armate europee a tutti gli effetti”. “È la sfida che abbiamo davanti: l’Europa deve trovare un linguaggio comune, una strategia comune, che ancora non esiste”, ha proseguito.
LA DIFESA E I CONTI
“Soltanto quattro anni fa non avremmo parlato della necessità di raggiungere il 2% di investimenti in difesa, ma avremmo parlato probabilmente di ulteriori tagli”, ma “abbiamo deciso di invertire la tendenza”, ha detto. “La decisione non è più politica, quindi da conteggiare nel Patto di stabilità, ma necessità di sopravvivenza, non possiamo non farlo, non ci è consentito di decidere di non aumentare investimenti in difesa, perché la difesa è diventato il prerequisito della libertà, della democrazia, dello sviluppo”, ha continuato.
Giulio Tremonti, presidente di Aspen Institute Italia e della commissione Affari esteri e Comunitari della Camera, ha ricordato che “nel 2003 il governo italiano propose di emettere eurobond per infrastrutture e difesa europea. All’epoca la proposta fu respinta. Oggi che gli eurobond esistono devono essere applicati anche all’industria della difesa. Terminata l’illusione della pace universale – idea base della globalizzazione, l’ultima utopia del Novecento, torna essenziale dare priorità al sistema della difesa: come diceva Luigi Einaudi ‘per una nazione importa più essere indipendente che essere ricca’. E in un sistema geopolitico caratterizzato dal global disorder con due guerre ai confini europei – Ucraina e Medio Oriente – la difesa torna ad assumere un ruolo altamente strategico”, ha aggiunto
CROSETTO SU ISRAELE
“Abbiamo la libertà, per essere amici della democrazia e di Israele, di dire che dobbiamo distinguerci dai terroristi”, ha dichiarato Crosetto. “Ci sono delle linee che noi in democrazia dobbiamo preservare: il diritto internazionale, le regole di convivenza democratica ci impongono un rispetto anche nella guerra”, ha continuato.
“Anche nella guerra ci sono regole”, ha aggiunto, “e sono quelle che dicono che gli eserciti si possono scontrare ma i civili innocenti che non c’entrano nulla devono essere preservati il più possibile perché quando vengono coinvolti uomini, donne e bambini, che nulla c’entrano con gli scontri militari, noi perdiamo ogni giorno un pezzo della nostra credibilità”.
PONTECORVO SU INVESTIMENTI E AEROSPAZIO
“Il sistema di sicurezza europeo ha bisogno di importanti investimenti nel prossimo futuro: vuoi per riequilibrare il rapporto con gli Stati Uniti vuoi perché non sappiamo da dove arriveranno le minacce future ed a queste minacce bisogna predisporre risposte multilivello”, ha detto Stefano Pontecorvo, presidente di Leonardo. “E per queste ragioni sarebbe necessaria un po’ più di lungimiranza e visione da parte delle autorità europee”.
Nel negoziato per la riforma del patto di stabilità, ha ricordato Pontecorvo, l’Italia si sta battendo perché le spese per la Sicurezza vengano stralciate dal calcolo del deficit. “Per fortuna, dalle bozze della riforma sembra emergere l’intenzione di introdurre un diverso sistema di calcolo delle spese per la Sicurezza sul deficit. Ma c’è di più. Oggi Bruxelles è arrivata ad emettere eurobond per finanziare il Next Generation Eu: iniziativa lodevole che fa dell’Europa un Continente all’avanguardia nella salvaguardia dell’Ambiente. Ma c’è – Credo sia necessario un salto di qualità delle policy europee anche per la Difesa”. “Per queste ragioni”, ha proseguito, “non si possono aspettare vent’anni per finanziare gli investimenti con l’emissione di eurobond. Servono subito”, ha spiegato ancora definendo il settore aerospaziale come un “ponte” tra Paesi in quanto, “per sua stessa natura, può svolgere un ruolo di avanguardia nella costruzione di nuove partnership” grazie all’alto tasso di innovazione e all’alta intensità di capitale.
Pontecorvo ha ricordato che la Cina ha speso nel 2022, 292 miliardi di dollari: il 4,2% in più rispetto al 2021, ma il 63% rispetto al 2013. La Russia, in un solo anno, l’ultimo, ha aumentato la propria spesa militare del 9,2%. Per avere un termine di paragone con l’Europa, nel 2022 la spesa militare del Continente è aumentata del 13% rispetto al 2021 ed ha toccato livelli della Guerra fredda. Ma l’incremento rispetto al 2013 è stato del 30%: la metà della Cina.
Secondo Guido Crosetto, ministro della Difesa, “in una futura difesa europea può esserci un esercito, una marina e un’aeronautica europea. Potrebbe esserci se selezionassimo le persone, tra 20 anni, ma non abbiamo 20 anni davanti, siamo in ritardo; quindi, l’unica possibilità è mettere insieme le difese dei vari Paesi, rendendole interoperabili. In questo percorso siamo facilitati perché lo abbiamo iniziato nella Nato”. Nel suo videomessaggio alla conferenza Aspen di Pavia il ministro ha aggiunto che così l’Europa può diventare “colonna portante della Nato”, dotandosi poi “di forze armate europee a tutti gli effetti”. “È la sfida che abbiamo davanti: l’Europa deve trovare un linguaggio comune, una strategia comune, che ancora non esiste”, ha proseguito.
LA SVOLTA DI CINQUE SECOLI FA
“La battaglia di Pavia del 25 febbraio 1525 è stata la prima battaglia europea”, ha evidenziato il ministro. “Combattuta in modo rivoluzionario, per la prima volta con armi da fuoco”, una “battaglia che segnò un momento decisivo del predominio spagnolo in Italia e dimostrò la schiacciante predominanza della fanteria e della cavalleria”, “il passaggio alle più moderne strategie militari” e il “mutamento della composizione delle truppe, un rinascimento militare” e oggi “viviamo anni che richiedono l’idea di rivoluzione, perché l’idea di un esercito europeo è sicuramente una nuova rivoluzione nel campo della difesa e dell’Ue”, ha spiegato ancora.
INVESTIMENTI E PATTO DI STABILITÀ
“Soltanto quattro anni fa non avremmo parlato della necessità di raggiungere il 2% di investimenti in difesa, ma avremmo parlato probabilmente di ulteriori tagli”, ma “abbiamo deciso di invertire la tendenza”, ha detto. “La decisione non è più politica, quindi da conteggiare nel Patto di stabilità, ma necessità di sopravvivenza, non possiamo non farlo, non ci è consentito di decidere di non aumentare investimenti in difesa, perché la difesa è diventato il prerequisito della libertà, della democrazia, dello sviluppo”, ha continuato.
REGOLE ANCHE IN GUERRA
“Abbiamo la libertà, per essere amici della democrazia e di Israele, di dire che dobbiamo distinguerci dai terroristi”, ha dichiarato Crosetto. “Ci sono delle linee che noi in democrazia dobbiamo preservare: il diritto internazionale, le regole di convivenza democratica ci impongono un rispetto anche nella guerra”, ha continuato. “Anche nella guerra ci sono regole”, ha aggiunto, “e sono quelle che dicono che gli eserciti si possono scontrare ma i civili innocenti che non c’entrano nulla devono essere preservati il più possibile perché quando vengono coinvolti uomini, donne e bambini, che nulla c’entrano con gli scontri militari, noi perdiamo ogni giorno un pezzo della nostra credibilità”.
Nel primo dei quattro giorni di tregua stabiliti tra Israele e Hamas, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha fatto visita a Tel Aviv all’omologo israeliano Yaov Gallant. La presenza italiana in Israele in questo momento così delicato del conflitto non è affatto un caso, e anzi riporta quel ruolo da protagonista giocato dal nostro Paese nel processo di mediazione, rimarcato con orgoglio dallo stesso ministro Crosetto, che si è detto “quasi commosso di essere qui in un giorno così importante per Israele e per la pace”. Anche Gallant ha sottolineato l’importanza di quanto sta facendo l’Italia per Israele, una dimostrazione concreta di amicizia e solidarietà in un momento cruciale per lo Stato mediorientale.
La situazione
“Per Israele – ha spiegato Crosetto– il punto finale è rendere Hamas non più un pericolo”. Per il ministro, infatti, Hamas è un’organizzazione terroristica “che ha nello statuto l’eliminazione di Israele e della popolazione ebrea da questa zona del mondo”, per cui non esiste la possibilità di mediazione. Il ministro è tornato a indicare la soluzione di due popoli e due Stati come l’unica in grado di dare una pace duratura, aggiungendo però come l’obiettivo “non sarà facile, non sarà breve”. Per Israele, infatti, è questione di vita o di morte, ha sottolineato Crosetto, aggiungendo come si tratti di una condizione “che noi fatichiamo a capire al sicuro nelle nostre nazioni”. È allora l’obiettivo degli altri Paesi far sì che “le conseguenze, non militari ma quelle civili, siano minori possibili”. Il ministro si è poi detto “convinto che le operazioni dureranno a lungo, ma che ci sarà tutta l’attenzione che è possibile in una guerra per avere meno vittime civili innocenti”. Intanto, la buona notizia è a liberazione dei primi ostaggi: “Mi auguro la liberazione di tutti gli ostaggi”
Gli aiuti italiani
Come ricordato ancora da Crosetto, inoltre, l’Italia si sta prodigando attivamente attraverso l’invio di aiuti umanitari, in particolare attraverso la presenza di nave Vulcano, della Marina militare, con a bordo personale 170 militari, e trenta membri del personale sanitario della Marina. A questi si aggiungerà una ulteriore trentina tra medici e infermieri delle altre Forze armate. La nave è attrezzata per svolgere ogni tipo di attività medica, dalle operazioni alla diagnostica. A bordo, inoltre, saranno trasportati medicinai e aiuti destinati alla popolazione civile. L’intenzione italiana è quella di far seguire alla nave anche un ospedale da campo a terra. “Lo Stato maggiore della Difesa sto attrezzando e coordinando l’invio di una struttura ospedaliera a terra, in accordo con i palestinesi, da impiantare sul terreno di Gaza, vicino a dove c’è la necessità” ha spiegato Crosetto.
Coordinamento internazionale
L’obiettivo sottolineato da Crosetto per arrivare a una soluzione della crisi è muoversi in uniformità con tutti gli altri Paesi, occidentali e arabi, per frenare l’escalation. Lunedì, come da lui stesso anticipato, Crosetto sarà a New York, alle Nazioni Unite, non solo per parlare della missione in Libano. In particolare, ha detto Crosetto, “occorre che le Nazioni Unite decidano: o la missione Unifil ha ancora un senso, oppure bisogna chiedersi se ha senso mantenerla”. L’ipotesi del ministro, allora, è che l’Onu riveda le regole di ingaggio, perché “le attuali non danno sicurezze ai contingenti, basta guardare la situazione e gli attacchi di ogni giorno”. A fine ottobre, tra l’altro, Crosetto aveva visitato il contingente italiano dell’operazione Leonte XXXIV, poco dopo che un missile, deviato, aveva colpito senza nessuna conseguenza il quartier generale della missione Unifil a Naqoura, undici chilometri più a sud rispetto alla base italiana. “La risoluzione Onu – ha aggiunto Crosetto in Israele – prevede che nella striscia di confine tra Libano e Israele non ci siano nemici, né da una parte né dall’altra; quindi, che non ci sia una presenza israeliana che può minacciare il Libano, ma dall’altra parte ci sono presenze di Hezbollah”. Riflettendo su questo punto, in particolare, il ministro si è domandato “che senso ha mantenere una missione Onu, se non fa nulla per raggiungere l’obiettivo di quella missione?”.
Intenti come siamo ad indignarci per le imprese ferroviarie presenti del ministro Lollobrigida, rischiamo di trascurare le delizie del passato. Un passato recente. Si tende a dimenticare, per esempio, che fino alla metà degli anni Novanta a diversi presidenti di organi costituzionali era riservato quello che oggi verrebbe giudicato un inaudito privilegio. Privilegio che mandava in solluccheri Giovanni Spadolini in particolare.
Quando l’allora presidente del Senato doveva affrontare un viaggio in treno, non riservava un posto in prima classe, né prenotava un salottino per sè e per il proprio staff. La sua segretaria telefonava all’apposito servizio di palazzo Madama, che provvedeva ad agganciare al convoglio desiderato la carrozza presidenziale: un vagoncino retrò in stile Orient Express dotato di un lussuoso salottino, una cucina e una cuccetta con lenzuola fresche di bucato per eventuali riposini diurni. Un commesso del Senato vi svolgeva le funzioni del maggiordomo, un cuoco vi cucinava le pietanze gradite.
Raccontano che Giovanni Spadolini adorasse viaggiare così. E pazienza se, essendo stato costruito in tempi in cui i treni forse arrivavano in orario, ma di sicuro erano più lenti, il vagoncino presidenziale obbligava il convoglio cui era agganciato a moderare la velocità, con gran scorno dei viaggiatori comuni e oggettive ricadute sull’intero traffico ferroviario.
Nessuno, allora, avvertiva il problema, essendo (allora) chiaro a tutti che le Istituzioni avessero diritto ai propri spazi, alla propria privacy e al proprio stile. Di sicuro la pensava così il grande Spadolini, il quale, un giorno, dovendo rientrare da Milano a Roma, non essendo disponibile l’amato vagoncino riservò un’intera carrozza di prima classe. Era la primavera del 1994, la legislatura volgeva al termine, e alla stazione di Milano si trovavano anche alcuni parlamentari che come lui dovevano rientrare a Roma. Gli chiesero se potevano prender posto nella “sua” carrozza: sdegnosamente, Spadolini rifiutò.
È opinione diffusa che tale sgarbo gli costò i voti necessari ad essere rieletto presidente del Senato. La spuntò, d’un soffio, Carlo Scognamiglio, uomo d’una eleganza antica, come Spadolini attratto dal lussuoso vagoncino. Mal gliene incolse quando commise la leggerezza di consentire al figlio e ad un gruppo di suoi amici di prender posto sull’ambita carrozza presidenziale per un breve viaggio in Liguria. Scognamiglio si era premurato di pagare un biglietto di prima classe per ciascun ragazzo, ma fatale fu la fermata fuori programma a Ventimiglia per far scendere i giovani viaggiatori. Erano i tempi in cui andava affermandosi la malsana logica dell’«uno vale uno». Lo scandalo fu inevitabile, la campagna stampa al grido di “Il trenino di Carlino” devastante. Da quel momento in poi il vagoncino presidenziale non toccò più binario.
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Ma siamo sicuri che a Giorgia Meloni converrebbe candidarsi alle elezioni europee del prossimo giugno? Ad oggi, il presidente del Consiglio non ha sciolto la riserva. Chi, tra i suoi fedelissimi, la invita a gettarsi nella mischia elettorale lo fa spinto dall’interesse di partito: con il premier capolista in tutte le circoscrizioni, Fratelli d’Italia confermerebbe la propria posizione egemonica nella coalizione e raffredderebbe di conseguenza i bollenti spiriti di Matteo Salvini.
Due obiezioni. La prima è che tutti i sondaggi dicono che Fratelli d’Italia stacca la Lega di circa 20 punti percentuali: un distacco tale da non rendere necessario l’impegno in prima persona del leader. La seconda obiezione è di natura politico-diplomatica. C’è da credere che Matteo Salvini imposterà la campagna elettorale della Lega sui canoni identitari di destra e su quelli di un antieuropeismo di maniera. Difficile pensare che Giorgia Meloni avrebbe il coraggio di suonare uno spartito radicalmente diverso. Per un pugno di voti tutt’altro che necessari, perderebbe così l’autorevolezza che si è concretamente guadagnata agli occhi dei partner e delle istituzioni europee e correrebbe il rischio di alimentare la sfiducia dei mercati finanziari.
In campagna elettorale, si sa, ci si fa prendere la mano. Si tende ad esagerare, si strilla, si denuncia. La necessità di competere con gli alleati e di mobilitare la propria base elettorale sospingerebbe fatalmente Giorgia Meloni verso i temi e i toni degli anni trascorsi all’opposizione. Temi e toni opportunamente accantonati con l’assunzione delle responsabilità di governo. Sarebbe un balzo all’indietro, con evidenti ricadute negative sulla credibilità internazionale del presidente del Consiglio italiano e di conseguenza sull’interesse nazionale. Sarebbe un peccato. Di più, sarebbe un errore. E Giorgia Meloni dovrebbe saperlo bene. Gli basterebbe ricordare quello che è stato il suo principale passo falso sulla scena internazionale. Ovvero il suo esplicito sostegno al leader di Vox, Santiago Abascal, uscito a testa bassa dalla recenti elezioni spagnole.
No, a Giorgia Meloni non conviene affatto candidarsi alle elezioni europee. Le conviene volare alto e coltivare un sano aplomb istituzionale. Il premier spagnolo Sanchez è in grave difficoltà, il presidente francese Macron e il cancelliere tedesco Sholz attraversano una fase di instabilità politica in patria e usciranno indeboliti dalle elezioni: a Giorgia Maloni basterà evitare passi falsi per accreditarsi come uno dei capi di governo più solidi dell’intera Unione Europea.
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La guerra in Ucraina ha imposto nell’agenda europea la questione dell’integrazione dei sistemi di difesa ed una sempre maggiore attenzione anche a domini in espansione, come quello spaziale, dove il blocco occidentale deve affrontare la sfida che gli viene posta tanto dalla Repubblica Popolare Cinese, quanto dalla Russia.
Nell’impalcatura di difesa collettiva a giocare un ruolo essenziale è la Polonia. Posta alla frontiera sia con la Russia che con l’Ucraina e storicamente soggetta a spinte e controspinte dell’equilibrio tra potenze continentali, Varsavia è l’elemento di punta della cosiddetta “Nato dell’est”, cioè di quel blocco di Paesi dell’Europa orientale ostile alla politica espansionista russa e sul quale gli Stati Uniti, ormai sempre più indirizzati verso l’Indo-Pacifico ed il confronto con la Cina, intendono costruire il perno della nuova difesa euro-atlantica.
L’ultimo Forum italo-polacco dell’Aerospazio (organizzato da Ice Agenzia, insieme all’Ambasciata d’Italia a Varsavia, alla Camera di Commercio e dell’Industria Italiana in Polonia e in partenariato strategico con “Leonardo”), tenutosi il 23 novembre, è stato solo l’ultimo degli eventi che hanno confermato la propensione dei polacchi a svolgere quella funzione di “scudo dell’Occidente” che da più parti gli viene affibbiata.
Non a caso, anche nel settore aerospaziale la Polonia sta affrontando una fase di importante trasformazione e modernizzazione, chiaramente improntata al miglioramento del proprio sistema di difesa nazionale. Uno degli obiettivi a medio termine del governo di Varsavia è quello di modernizzare la propria aeronautica militare, la Siły Powietrzne, e le proprie componenti spaziali, puntando all’introduzione di nuove tecnologie, procedure e strutture organizzative. Lo scopo dichiarato è quello di elevare le Forze Armate polacche (Siły Zbrojne Rzeczypospolitej Polskiej) tra le forze di combattimento più moderne a livello globale.
Per la Polonia il settore spaziale è diventato una delle leve più importanti per rafforzare il proprio ruolo geostrategico in Europa. Nell’arco dell’ultimo decennio, la Polonia è stata una di quelle nazioni che ha fatto passi letteralmente da gigante nella propria politica spaziale, con importanti investimenti – condotti in particolare dalle Forze Armate, mentre ancora risulta scarno il contributo polacco all’sa – e la ricerca di nuove collaborazioni ed integrazioni tra sistemi industriali. Si tratta di una politica spaziale che, come ha ben sintetizzato Marcello Spagnulo, “punta allo Spazio per contare in Terra”.
Le aspettative connesse alla politica aerospaziale polacca sono legate ad un vero e proprio “salto generazionale” che sta avvenendo a Varsavia, che porta con sé anche un cambiamento di visione sull’importanza del dominio spaziale per l’ammodernamento e l’efficienza operativa delle proprie Forze Armate. I panel del Forum italo-polacco sono andati proprio in questa direzione, da un lato analizzando le concrete possibilità di incrementare la cooperazione industriale tra Italia e Polonia, con uno sguardo specifico al comparto della difesa polacco, e, dall’altro, valutando l’impatto che lo sviluppo dell’industria aerospaziale può generare sull’innovazione e la competitività di un Paese che ha convintamente sposato la sfida tecnologica e vuole rivestire un importante ruolo in un settore ad alta competitività globale.
Ad emergere è la politica industriale e militare-spaziale polacca come un percorso ormai incasellato nelle dinamiche strategiche di questo Paese posto alla frontiera dell’Europa “atlantica”, che procede indipendentemente da chi effettivamente sieda al Palazzo della Cancelleria di Varsavia ed individuato, ormai, come una priorità.
Una breve nota a margine: la crescita dell’aerospazio-difesa polacco non può che attirare l’interesse per il comparto industriale e gli investitori italiani del settore, che da anni svolgono un importante ruolo nel Paese e che sono riferimenti fondamentali per Varsavia. Non a caso la Farnesina dedica ampio spazio all’aerospazio polacco nei suoi programmi di “diplomazia economica”, la quale molto spesso funge da apripista o è parte integrante della diplomazia “politica” vera e propria.
Ottavo appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua tredicesima edizione, si articolerà in 15 lezioni, che si svolgeranno sia in presenza che in modalità telematica, dedicate alle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale.
La ottava lezione si svolgerà giovedì 23 novembre, dalle ore 17 alle ore 18.30, presso l’Aula n. 6 del Dipartimento “COSPECS” (ex Magistero) dell’Università di Messina (sito in via Concezione n. 6, Messina); dell’incontro sarà altresì realizzata una diretta streaming sulla piattaforma ZOOM.
La lezione sarà tenuta dalla prof.ssa Annamaria Anselmo (Ordinario di Storia della Filosofia presso l’Università di Messina), che relazionerà sull’opera “La servitù delle donne” di John Stuart Mill. La lezione sarà dedicata alla memoria di Giulia Cecchettin (ragazza 22enne di Vigonovo, barbaramente assassinata qualche giorno fa dal suo ex fidanzato) e, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre, sarà introdotta da un breve video di riflessione e sensibilizzazione sul tema, con la presenza del regista ing. Giovanni De Pasquale.
La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di 0,25 CFU per gli studenti dell’Università di Messina.
Come da delibera del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Messina e della Commissione “Accreditamento per la formazione” di AIGA, è previsto il riconoscimento di n. 12 crediti formativi ordinari in favore degli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina per la partecipazione all’intero corso.
Per ulteriori informazioni riguardanti la Scuola di Liberalismo di Messina, è possibile contattare lo staff organizzativo all’indirizzo mail SDLMESSINA@GMAIL.COM
Pippo Rao, Direttore Generale della Scuola di Liberalismo di Messina
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Il governo degli Stati Uniti ospiterà una conferenza dedicata al potenziamento dell’industria della difesa ucraina e all’impegno Usa verso il suo potenziamento ulteriore. La due-giorni, definita Ukraine defense industrial base conference, si terrà tra il 6 e 7 dicembre, e riunirà i rappresentanti dell’industria e del governo statunitensi e ucraini al fine di esplorare le opportunità di partnership e altre forme di cooperazione industriale in Ucraina. A darne notizia è stata la portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Adrienne Watson, che ha presentato l’iniziativa come parte degli sforzi del governo statunitense per aumentare in modo significativo la produzione di armi per sostenere lo sforzo ucraino di difesa contro l’aggressione russa.
Ukraine defense industrial base conference
La conferenza ospiterà i rappresentanti del Consiglio di sicurezza nazionale e dei dipartimenti del Commercio, della Difesa e di Stato degli Stati Uniti, nonché le controparti ucraine dell’ufficio del presidente e dei ministeri della Difesa, dell’Industria strategica e degli Affari esteri. Con questa iniziativa Washington intende rafforzare l’impegno a lungo termine degli Stati Uniti nei confronti della base industriale della difesa ucraina e della ripresa economica di Kiev. Sarà anche un modo per dimostrare l’impegno congiunto degli Stati Uniti a rafforzare la cooperazione industriale, degli armamenti e della sicurezza tra le due nazioni. Andriy Yermak, capo di gabinetto del presidente ucraino, ha descritto la conferenza come un “evento molto importante” a cui parteciperanno i principali operatori del settore della difesa. Anche lo stesso Volodymyr Zelenskiy ha commentato positivamente l’iniziativa, sottolineando come qualsiasi progetto che lavori per una produzione industriale congiunta “rafforzerebbe senza dubbio sia gli americani che gli ucraini, così come gli altri nostri partner”.
La posizione di Kyiv
L’iniziativa fa seguito al Forum internazionale delle industrie della Difesa ospitato dall’Ucraina il 29 settembre scorso, quando Kyiv invitò sul suo territorio le aziende straniere. Uno degli obiettivi ucraini è infatti garantirsi un adeguato livello industriale nazionale che possa far fronte alle proprie necessità, senza per forza doversi basare sugli aiuti stranieri, bypassando in particolare l’intermediazione necessaria con i governi esteri e le rigidità legali che caratterizzano tutti i regimi di esportazione di materiale d’armamento. Un modo per velocizzare il processo di procurement degli strumenti necessari per le proprie Forze armate e diventando, contemporaneamente, anche meno suscettibili da potenziali cambi di idea da parte dei governi stranieri. Una misura di prudenza necessaria per un Paesi la cui sopravvivenza è garantita da un adeguato livello di sistemi d’arma a disposizione.
Rafforzare la base industriale
In generale, Kyiv sta intensificando i propri sforzi per produrre da sola le sue armi, decisione che fa seguito alle preoccupazioni che le forniture dall’Occidente possano vacillare o sospendersi. Non è solo una questione di relazioni tra i vari Paesi e Kiev, ma anche il riconoscimento che i Paesi europei devono far fronte essi stessi alla propria difesa, e potrebbero essere riluttanti a cedere ulteriore materiale qualora venisse raggiunta una quota critica minima per la propria architettura difensiva. L’Ucraina, inoltre, spera che potenziali joint venture con i produttori internazionali di armamenti possano contribuire a rilanciare la propria industria nazionale.
Industria e Forze armate devono essere sempre più un sistema finalizzato a soddisfare le necessità di difesa del Paese e anche ad avare un impatto positivo in termini di economici, di occupazione e di sviluppo tecnologico. Questo il tema centrale dell’intervento del condirettore generale di Leonardo, Lorenzo Mariani, fatto nel corso dell’audizione in commissione Difesa della Camera dei deputati nell’ambito dell’esame del Documento programmatico pluriennale per la Difesa per il triennio 2023-2025. “I contenuti del Documento – ha detto Mariani – sono del tutto coerenti con i nostri intenti strategici”. In particolare, il manager del gruppo di piazza Monte Grappa ha registrato con soddisfazione l’aumento di disponibilità di cassa di quasi il 50% rispetto ai Dpp precedenti “È un’ottima notizia, una presa di coscienza comune che i programmi che partono vanno avanti”. La preoccupazione, infatti, deriva dal fatto che negli anni passati si erano messi in discussione la continuazione di programmi già lanciati.
Il nuovo Dpp
Altro elemento positivo rimarcato da Mariani è la garanzia di stabilità per la programmazione dovuto alla pianificazione per tutto il periodo. Nei precedenti Dpp, infatti, dopo un incremento di risorse per il primo e il secondo anno, era mancata una pianificazione per il terzo. Nel 2022 questa mancanza aveva riguardato già il secondo anno. “Invece – ha detto il manager – in questo caso c’è un incremento di livello dagli otto miliardi che cresce fino a 8,7 nell’arco del triennio fino al 2025”. Più in generale, ha riscontrato il condirettore generale, il Dpp vede un incremento importante di finanziamento per quanto riguarda la funzione Difesa, che passa da 13,8 miliardi a 19,6. A interessare in particolare Mariani è, però, come questi fondi andranno spesi, tra personale, esercizio e investimenti, con piani precedenti “fortemente sbilanciati sul personale con un sottofinanziamento della parte investimento ed esercizio”. Con questo nuovo Dpp, invece, “l’esercizio aumenta del 50% e l’investimento aumenta quasi del 300%” raggiungendo quella ripartizione 50:25:25 nei tre settori auspicata da tempo.
Tempi, budget ed export
Ma oltre ai fondi è importante porre attenzione ai tempi nei quali approvare il Documento. Al suo interno, infatti, sono presenti anche i programmi di previsto avvio, per i quali c’è la possibilità di farli partire entro l’anno: “Se il documento arriva a giugno i programmi dell’anno partono – ha sottolineato Mariani – con il risultato che dall’anno successivo cominciano a fatturare e incassare”. Quando, invece, arriva a novembre “di fatto si perde un anno sul lancio dei nuovi programmi”. Per il manager, dunque, il Dpp dovrebbe servire “ad alimentare la legge di Bilancio; farlo in parallelo potrebbe creare anche qualche problema”. Una questione che si lega fortemente anche all’aspetto delle esportazioni. “Nel settore della difesa ci sono chiari segnali di una nuova stagione di consolidamento industriale a livello europeo” ha sottolineato Mariani, aggiungendo come, se l’Italia intende partecipare a questi nuovi trend da protagonista, sia necessario avere da parte una “dote di programmi industriali”.
Programmi aeronautici
Tra questi, spiccano in particolare i programmi aeronautici, sia in corso che futuri, che avranno e hanno bisogno di sforzi per essere avviati e mantenuti. Tra questi, Mariani ha citato come vitale per l’industria nazionale quello dell’Eurofighter: “Ci sono aree che senza l’Eurofighter avrebbero una crisi importante a livello industriale. È, inoltre, un sistema che ha dato soddisfazioni enormi all’estero”. Tra quelli futuri, invece, spicca ovviamente il sistema aereo di sesta generazione portato avanti da Italia, Regno Unito e Giappone, il Global combact air programme (Gcap). “I primi contratti già stanno fluendo e questo finanziamento ulteriore previsto dal dpp metterebbe al sicuro la prima fase di sviluppo del programma”, ha commentato Mariani, sottolineando come “nessuna delle tre Nazioni è in grado di farcela da sola, e quindi è importantissimo che venga finanziato ed importante dimostrare che possiamo essere paritetici”.
Equilibrio import-export
Tra le criticità ravvisate dal condirettore generale di Leonardo, tuttavia, spicca il fatto che ancora una quota consistente dei fondi è spesa all’estero. “Non c’è nulla di male nell’acquistare del materiale in particolare dagli Usa – ha detto Mariani – l’unica cosa è che con un’attenta pianificazione, associata a una politica industriale che oggi esiste, ci si può pensare prima e si può arrivare con qualche anno di anticipo a definire che serve qualcosa che oggi l’industria non ha”. Una soluzione proposta dal manager è quella di stabilire se l’industria nazionale sia in grado di sviluppare, e in che modi e tempi. Altrimenti se “non la possiamo sviluppare da soli, ma serve una collaborazione, si può andare a un ritorno di offset o si può anche arrivare a decidere di comprare all’estero”. Il punto ha però sottolineato Mariani, è che comprare all’estero “non si può pensare che non abbia conseguenze” fosse anche solo perché “le Forze armate si ritrovano un sistema che hanno difficoltà a manutenere”.
Le nuove norme sulla violenza contro le donne avrebbe salvato le vittime di violenza? E il piano per le scuole di educazione alle relazioni è idoneo a produrre effetti?
Oggi spiego le lacune dei provvedimenti appena varati dal governo
Su Domani
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Tutti i trucchi con cui l’Italia voleva beffare l’Ue, aggirando la direttiva Bolkestein. La Commissione svela uno a uno i mezzucci usati dal governo.
La figuraccia dell’Italia è rilevante. Altro che credibilità internazionale
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Il parere della Commissione europea del 16 novembre scorso sulla mancata messa a gara delle concessioni balneari smaschera una serie di artifici ... Scopri di più!Vitalba Azzollini (Domani)
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Dopo aver pianificato molto abilmente l’assalto del 7 ottobre, Hamas non aveva evidentemente adottato alcuna contromisura per l’inevitabile controffensiva israeliana. Non ha previsto l’interruzione dell’elettricità e dell’acqua fornite da Israele a Gaza, né ha predisposto misure per i civili che vivevano sopra o nelle vicinanze di strutture note di Hamas che sarebbero state bombardate. Non ha nemmeno preparato le sue milizie, i cui missili anticarro non erano all’altezza della rivoluzionaria difesa attiva «Trophy», dei carri armati «Merkava» di Israele e degli enormi veicoli da combattimento per la fanteria «Namer» da 65 tonnellate.
Quando sono iniziati i bombardamenti di Israele, i civili non potevano entrare nei tunnel di Hamas: uno dei suoi leader ha candidamente spiegato a un intervistatore della tv araba che i rifugi erano esclusivamente per loro, i miliziani, aggiungendo ipocritamente che la protezione dei civili era responsabilità delle sole Nazioni Unite, come se l’Onu avesse rifugi o armi antiaeree.
Nelle guerre passate, le offensive israeliane sono state sempre molto rapide: in parte perché puntualmente le Nazioni Unite iniziano a dettare i cessate il fuoco non appena Israele comincia ad avere successo sul campo, e in parte perché la velocità nel decidere, muoversi e combattere è il vantaggio più evidente dell’esercito israeliano in combattimento. Ma a Gaza, come previsto, la velocità è stata la prima cosa a cui gli israeliani hanno dovuto rinunciare. L’irruzione nei tunnel non avrebbe spinto il nemico a fuggire nel panico, come in tante offensive israeliane del passato. Al contrario, i sensori nascosti avrebbero innescato cariche di demolizione, destinate a esplodere dopo che i soldati fossero avanzati oltre, intrappolando le truppe nel sottosuolo.
Nelle ultime settimane, i soldati in avanscoperta sono stati quindi costretti a seguire pazientemente gli esploratori di tunnel, gli ingegneri da combattimento specializzati dell’«Unità Yahalom», che a loro volta si sono affidati ai loro radar a bassissima frequenza per scovare i tunnel attraverso la sabbia e la roccia e a cani appositamente addestrati per trovare la strada da percorrere. Per questo motivo, il numero di caduti israeliani è stato relativamente basso, mentre gran parte della rete di tunnel del Nord di Gaza è stata distrutta, centinaia di combattenti di Hamas sono stati uccisi, e circa cento di loro sono stati catturati per essere interrogati in Israele.
Fin dall’inizio, sarebbe stato impossibile trovare ostaggi o catturare i principali leader di Hamas, poiché entrambi i gruppi sono stati portati nel Sud di Gaza dopo che l’esercito israeliano aveva chiesto l’evacuazione del settore settentrionale. Ciò significa che la guerra non è ancora a metà strada: sono stati attaccati solo i tunnel settentrionali, mentre i razzi vengono ancora assemblati e lanciati ogni giorno dai tunnel meridionali. Tuttavia, da un punto di vista strettamente militare, le prime fasi della guerra si sono svolte con un successo superiore alle attese iniziali, considerando il vantaggio intrinseco dei difensori nella guerra urbana e le ampie opportunità di imboscata offerte dai tunnel.
Ma la strategia accorta e prudente che ha permesso a Israele di spazzare via il settore settentrionale con un numero minimo di vittime ha un alto prezzo politico: prolunga la guerra. Questo è un problema per il presidente Usa Joe Biden, che deve tenere sotto controllo i piccoli ma rumorosi progressisti filo-palestinesi del suo Partito Democratico, mentre la sua squadra diplomatica deve occuparsi degli alleati e degli amici dell’America nel mondo musulmano.
Al tempo stesso, però, su un altro tavolo la partita si sta evolvendo molto favorevolmente per la squadra di politica estera di Biden: non deve confrontarsi con gli alleati europei che si oppongono al sostegno degli Stati Uniti a Israele, come hanno dovuto fare i suoi predecessori nelle guerre precedenti. Nel 1967, ad esempio, il governo italiano si rifiutò di consentire l’invio di maschere antigas a Israele per fare fronte alla guerra chimica egiziana. Sei anni dopo, per paura dell’embargo petrolifero arabo, i governi europei non permisero agli aerei statunitensi che trasportavano rifornimenti a Israele di entrare nel loro spazio aereo. Ora le cose sono completamente diverse, perché tutti i governi europei che contano sostengono la politica statunitense a favore di Israele e Israele stesso, così come l’Unione Europea, la cui presidente Ursula von der Leyen è volata in Israele per dirlo chiaramente fin da subito.
Sebbene questo riduca notevolmente i problemi per il team di Biden, una grave ripercussione è inevitabile: la guerra di Israele è una terribile distrazione dalla guerra in Ucraina, che a sua volta è un’enorme distrazione dal confronto che conta davvero, quello con la Repubblica Popolare Cinese. Il fatto che Biden abbia incontrato Xi Jinping a San Francisco la scorsa settimana, senza che i due venissero alle mani, può essere un buon segno, ma non risolve il problema che deriva dalla bellicosità di Xi.
La quale si manifesta ogni giorno e in molti modi, con l’aggressivo pattugliamento di aerei e navi da guerra cinesi intorno a Taiwan, al largo delle Filippine, tra le isole del Vietnam e gli isolotti Senkaku del Giappone, nonché con le potenti forze di terra dispiegate costosamente alle altitudini estreme del Tibet per minacciare la frontiera indiana del Ladakh. L’India non è un alleato, ma le forze aeree, navali e terrestri statunitensi e indiane si addestrano insieme e il Pentagono deve pianificare il supporto aereo che gli Stati Uniti non negherebbero se fosse necessario.
Tutto ciò significa che, mentre la coalizione di governo israeliana si sta preparando a un altro mese di guerra, Biden e il suo team vorrebbero che i combattimenti fossero terminati ieri, o almeno non appena gli israeliani tenuti in ostaggio nella Striscia di Gaza potranno essere recuperati. Anche Hamas, nel frattempo, è alla disperata ricerca di un cessate il fuoco; solo il suo massimo leader vive nel lusso del Qatar, mentre tutti gli altri in fuga a Gaza sono in pericolo di vita.
Nei negoziati che si stanno tenendo in queste ore, la strategia di Hamas consiste nello scambiare il minor numero possibile di ostaggi con il cessate il fuoco più lungo possibile, esattamente il contrario di quanto chiede la coalizione israeliana, mentre i qatarioti pendono una volta da una parte e una dall’altra per trovare un compromesso.
Nell’attesa, i funzionari americani e israeliani si trovano su lati opposti della questione del cessate il fuoco, ma senza alcuna acrimonia percepibile. È una questione di fiducia reciproca. Gli israeliani non si sono mai fidati pienamente di Obama, che anzi ha ordinato un cambio di politica dannoso alle Nazioni Unite proprio negli ultimi giorni del suo mandato, ma si fidano di Biden. Sono anche impressionati dalla mano ferma del Segretario di Stato Antony Blinken e dalla competenza professionale del Segretario alla Difesa Lloyd Austin, già noto per il suo precedente ruolo di comandante di tutte le forze statunitensi in Medio Oriente.
Queste basi non assicurano che le due parti siano d’accordo su tutto, ma certamente su ciò che conta davvero: gli Stati Uniti accettano che Hamas, con la sua dittatura oppressiva su Gaza e la sua dichiarata politica genocida, non possa essere un partner negoziale e debba essere distrutto, proprio come è stato distrutto lo «Stato Islamico» dell’Isis.
Allo stesso modo, il nuovo governo di coalizione israeliano, a differenza di Netanyahu quando aveva ancora il controllo esclusivo, accetta che la diplomazia statunitense riprenda la ricerca di rimedi pacifici al conflitto.
La condotta esemplare dei cittadini arabi di Israele – molti dei quali, dai neurochirurghi ai meccanici, stanno facendo gli straordinari per sostituire i riservisti – e l’empatia dimostrata dai loro leader eletti sulla scia dell’assalto omicida del 7 ottobre, hanno insegnato anche agli israeliani scettici che la realtà della coesistenza all’interno di Israele potrebbe essere estesa ai territori palestinesi con un accordo politico.
L'articolo Una guerra, lunga, a bassa intensità proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
A forza di vivere tutto, eduardianamente, come un esame che non finisce mai, a forza di alternare la ripulsa per i giudizi negativi e la prosopopea per quelli positivi, si finisce con il fraintendere il significato delle cose e dei numeri. Dallo spread alle osservazioni della Commissione europea sul bilancio pubblico.
Quando lo spread italiano (la distanza fra il tasso d’interesse più basso per avere soldi in prestito e quello praticato a un determinato Paese) divenne enorme, la causa permanente era l’enorme debito pubblico. Se non ci fosse stato non sarebbe mai successo. Se un soggetto è troppo indebitato i prestatori faranno attenzione a dove mette i soldi e all’eventuale crescita del suo debito, talché aumenterà il rischio che i propri quattrini corrono e, quindi, il tasso d’interesse richiesto per prestarli. Fin qui siamo nell’ovvio, ma quel debito pubblico enorme c’era anche prima che lo spread esplodesse e, purtroppo, c’è ancora adesso che è basso. E allora? Era cambiato il contesto ed era stato commesso un grave errore, ma non dall’Italia: tentennando nell’affrontare il falso in bilancio dei greci, si era lasciato intendere (colpa di Merkel e Sarkozy) che un Paese dell’euro potesse andare in bancarotta. A quel punto gli occhi si girarono verso l’Italia. Che aveva e ha la responsabilità di un debito eccessivo, ma non aveva fatto niente di male.
Soltanto l’ottusa faziosità politica può far credere che il mondo dei soldi e degli interessi spenda la propria solidità per togliersi lo sfizio di ‘bocciare’ questo o quel governo. Quel mondo non fa questioni di parte, perché sta dalla propria parte. Che non si colloca né a destra né a sinistra, ma nel portafoglio. Ed è bene sia così. Ora che lo spread è basso, però, non significa che si ‘promuove’ l’Italia o il governo, ma che non si vedono pericoli imminenti. Quindi quelli che misurano lo spread in ragione dei governi o che ne rifiutano la misura perché i loro beniamini stanno governando, non sanno di che parlano.
Attenzione, però: non ho mai creduto che l’Italia fosse o sia a rischio di bancarotta, di default, ma non significa mica che non ci siano rischi. Anzi, c’è la certezza che ne viviamo uno assai grave, giacché lo spread è basso ma il nostro è più alto di quello greco di 40-50 punti, a seconda dei giorni. Significa che si considera più sicuro un soldo prestato ai greci che agli italiani o, se preferite, che per prestare soldi alla Grecia si chiede un tasso d’interesse inferiore a quello che si chiede all’Italia. E questo non è neanche un rischio, ma una certezza di svenamento. La cui responsabilità non va cercata nelle mani adunche dei mercanti, ma nel debito altissimo e nell’incapacità di farlo scendere (al contrario di quel che accade in Grecia e che è accaduto in Portogallo, che oggi ha un rating A, mentre noi navighiamo ai bordi della spazzatura).
Questa condizione si riflette pari pari nelle raccomandazioni della Commissione europea. Che non sono un giudizio sul governo. Il problema non è essere promossi, ma muoversi. Perché per uscire dallo svenamento del debito si deve non lasciarlo crescere in peso percentuale sul Prodotto interno lordo, il che si ottiene non certo pagando i debiti, ma fermandoli e producendo più ricchezza. Muoversi significa rendere reali le riforme che favoriscano la concorrenza, la formazione che aumenti la produttività del lavoro, il taglio delle spese correnti che favorisca la discesa della pressione fiscale e via andando in un elenco tanto ripetuto quanto trascurato. Se vendi il Monte dei Paschi di Siena (a proposito di “Prima l’Italia”: singolare che il collocamento sia a cura di operatori tutti stranieri) pensando di pagarci le pensioni che non riesci a limitare, stai dismettendo patrimonio per alimentare spesa corrente. E finisce male.
Passi per la propaganda un tanto al chilo, ma poi va dato il giusto peso alle cose, ricordando le crisi passate e che la protezione europea è fondamentale per non ritrovarsi in Argentina. Con o senza motosega.
La Ragione
L'articolo ProMossi proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Gentili Ospiti,
sono lieto che siate venuti in tanti al nostro ricevimento per celebrare l’anniversario della fondazione della Bundeswehr.
La giornata di oggi è un’ottima opportunità prima di tutto per ringraziare l’Italia, questo splendido Paese, per la sua straordinaria ospitalità. Le forze armate tedesche hanno oggi almeno 350 soldati di stanza in Italia, sia nelle missioni Nato che nell’ambito della nostra cooperazione bilaterale.
Questi militari e le loro famiglie, molti dei quali vivono nelle zone di Napoli, Catania o Ferrara, si sentono veramente a loro agio nella “bella Italia”. Si trovano così bene che molti tornano più volte per ulteriori missioni in Italia o rimangono nel Bel Paese anche dopo la fine del servizio.
Questi soldati e queste soldatesse, insieme alle loro famiglie, avvicinano i nostri due Paesi. L’ospitalità dei nostri amici e commilitoni italiani vi contribuisce in modo significativo.
Grazie Italia, grazie Forze armate italiane!
Cari ospiti,
il 12 novembre 1955 segna la nascita della Bundeswehr. Da allora, milioni di uomini – e migliaia di donne – hanno dato il loro contributo al mantenimento della pace. In questi decenni, la Bundeswehr ha vissuto una storia densa di eventi: dalla guerra fredda alla riunificazione, poi le missioni all’estero dalla Bosnia all’Afghanistan e al Mali, fino al nuovo orientamento verso la difesa collettiva e nazionale.
La Bundeswehr è figlia della guerra fredda. La sua fondazione è indissolubilmente legata all’adesione della Repubblica federale di Germania nella Nato. Questo mondo, segnato dalla contrapposizione fra est e ovest, appartiene ormai al passato.
A distanza di 68 anni il compito principale delle nostre forze armate rimane il mantenimento della pace – ma le sfide e i pericoli che affrontiamo oggi sono molto diversi da quelli della guerra fredda. Oggi stiamo assistendo a una “svolta epocale”, come l’ha definita il cancelliere Scholz, con una contemporaneità di grandi crisi, come la guerra russa contro l’Ucraina e la recente guerra in Medio Oriente, con nuovi pericoli per la nostra sicurezza – provenienti dallo spazio e dal cyber-spazio.
Noi tutti dobbiamo, pertanto, farci carico di maggiori responsabilità in materia di politica di sicurezza. La Germania non si tira indietro. Le nuove Direttive per la politica di sicurezza, pubblicate pochi giorni fa, parlano una lingua chiara. La Germania accetta la sua responsabilità che le deriva quale uno dei principali garanti della sicurezza europea. Ciò richiede considerevoli aumenti degli investimenti nelle nostre forze armate.
Spenderemo, quindi, nei prossimi anni per la difesa almeno il 2% del Prodotto interno lordo, in linea con le indicazioni della Nato.
Il Fondo speciale per la Bundeswehr di cento miliardi di euro, introdotto dal Cancelliere federale Scholz per migliorare le dotazioni della Bundeswehr, dà un importante contributo in questo senso. Da solo, però, non sarà sufficiente, il cancelliere federale ha annunciato, inoltre, aumenti sostanziali e duraturi del bilancio della difesa.
Anche il fatto che la Germania fornisca per la prima volta armi a un Paese in guerra al di fuori dell’Ue e della Nato fa parte di questa “svolta epocale”. Dopo gli Stati Uniti, la Germania è oggi il maggiore fornitore di armi all’Ucraina, solo quest’anno per un ammontare di 5,4 miliardi di euro.
Nel quadro della difesa collettiva e a prova della nostra solidarietà verso i nostri alleati ad est, la Germania stazionerà permanentemente in Lituania una brigata da combattimento della Bundeswehr con 4.000 effettivi – una novità nella politica di sicurezza tedesca dopo il 1945.
L’attacco terroristico di Hamas contro Israele e la guerra di aggressione russa contro l’Ucraina ci ricordano che la pace e la stabilità non possono essere date per scontate. Come comunità internazionale è essenziale essere coesi e adoperarsi per il rispetto della sovranità e del diritto internazionale nonché per la risoluzione pacifica dei conflitti.
Per superare le sfide che ci troviamo ad affrontare puntiamo sulla cooperazione nelle Nazioni Unite, nell’Alleanza nordatlantica e nell’Unione europea.
Nessuno Stato e nessuna organizzazione possiedono da soli le competenze e capacità necessarie per poter far fronte efficacemente alle sfide descritte. Solo attraverso l’unione e l’interazione di tutti i mezzi si può avere successo.
Pertanto, anche la stretta e consolidata cooperazione tra Germania e Italia riveste particolare importanza, ad esempio nelle esercitazioni e nelle operazioni: Germania e Italia collaborano intensamente nelle missioni all’estero, tra cui quelle di Kfor, Unifil, Enhance air policing in Romania, Capability Building in Iraq ed Eunavformed Irini. Il dispiegamento di parti essenziali della brigata tedesca Panzergrenadierbrigade 37 in Sardegna, svolto in modo impeccabile nel corso di un’esercitazione, ha messo in evidenza l’alto livello della cooperazione italo-tedesca.
Ma possiamo e vogliamo fare di più. Il Piano d’azione bilaterale che il presidente del Consiglio Meloni e il cancelliere federale Scholz sottoscriveranno la settimana prossima a Berlino offre a tal fine l’adeguata cornice, prevede come priorità una più stretta concertazione sulla politica militare.
Ciò include anche un potenziamento della nostra cooperazione nel settore dell’industria della difesa. Con le loro performanti imprese Germania e Italia possono dare un sostanziale contributo al rafforzamento delle capacità europee.
Stimati ospiti,
Gli insegnamenti tratti dalla nostra storia ci mostrano che soltanto in un’Europa unita e in grado di agire possiamo garantire un buon futuro alle generazioni che verranno dopo di noi.
Forze armate operative, ben addestrate e attrezzate sono un presupposto irrinunciabile a tal fine. Viviamo in tempi densi di sfide. Il ministro federale della Difesa, Pistorius, recentemente ha affermato che la Bundeswehr deve essere in grado di condurre una guerra di difesa. Questo è un obiettivo molto ambizioso.
I militari stanziati in Italia insieme alle loro famiglie nel quadro della cooperazione Nato e bilaterale forniscono un contributo al raggiungimento di quest’obiettivo – grazie al vostro sostegno, stimati amici italiani, che da decenni ci riservate un’ospitalità senza eguali.
Vi ringrazio.
Introduzione e presentazione dello studio
Giuseppe Benedetto, Presidente della Fondazione Luigi Einaudi
Valter Militi, Presidente Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense
Interverranno
avv. Ricardo Fratini, PhD Università degli Studi di Roma Tor Vergata
Francesco Greco, Presidente Consiglio Nazionale Forense
Mario Scilla, Coordinatore dell’Organismo Congressuale Forense
Modera
Giovanna Pancheri, Giornalista Sky TG24
Parteciperà all’evento il Ministro Carlo Nordio
L'articolo La monocommittenza degli avvocati proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Apertura
SEN. GIULIO MARIA TERZI DI SANTAGATA, Presidente Commission Politiche dell’Unione Europea del Senato della Repubblica
DAN DIKER. Presidente del Jerusalem Center For Public Affairs
ANDREA CANGINI, Segretario Generale della Fondazione Luigi Einaudi
Saluti Introduttivi
DR. GIUSEPPE PECORARO, Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo
HON. MICHAL COTLER-WUNSH, Inviato speciale israeliano per la lotta all’antisemitismo
Primo Panel – L’antisemitismo in ambito politico
Il nuovo antisemitismo genocida, Fiamma Nirenstein, Jerusalem Center for Public Affairs (CPA), giornalista de Il Giornale
La convergenza tra antisionismo e antisemitismo, Dan Diker, President Jerusalem Center for Public Affairs
Incitamento, finanziamento del terrorismo e discorso sull’antisemitismo nell’Autorità Palestines e in Hamas, Khaled Abu Toameh, giornalista arabo-israeliano del ‘”Jerusalem Post” e Senior Fellow del Jerusalem Center for Public Affairs e del Gatestone Institute.
Second Panel – Geopolitica dell’antisemitismo
Antisemitismo islamico, Gen. Yossi Kuper wasser, già capo della division di ricerca dell’intelligence militare dell’IDF e direttore del progetto sugli sviluppi regionali del Medio Oriente presso il Centro di Gerusalemme e direttore del Progetto sugli sviluppi regionali del Medio Oriente presso il Centro di Gerusalemme per gli Affari Pubblici.
Antisemitismo e Occidente, David Wurmser, consigliere per il Medio Orient dell’ex vicepresidente americano Dick Cheney
Islamismo ed estrema destra: uniti dall’odio per gli ebrei, Michele Groppi, Docente King’s College di Londra, presidente di ITSS Verona
L'articolo Summit Roma-Israele sull’antisemitismo globale proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Doveva succedere, ed è successo. È successo che più d’un uomo noto si sia pubblicamente scusato idealmente con Giulia e concretamente con tutte le donne che subiscono violenza e che l’abbia fatto non in quanto uomo violento pentito della propria violenza passata, ma in quanto uomo. Uomo e basta. Se era un modo per distinguersi dal coro del cordoglio sono state parole subdole. Se, come sembra, erano parole sincere, sono state parole emblematiche. Emblematiche di un assurdo senso di colpa collettivo che da anni, in forma crescente, caratterizza le élite occidentali. Élite di un Occidente che sembra trovare una propria identità non nell’atto di rivendicare ciò che è, ma nell’atto di scusarsi per ciò che è stato.
Ci si scusa, afflitti, per il colonialismo, per il fascismo, per il comunismo, per il cambiamento climatico, per la globalizzazione, per la pedofilia, per la prevaricazione di genere, per l’abitudine di mangiare carne… Comportamenti spesso frutto di processi secolari che ci hanno indotto un tempo a considerare normale quel che, col tempo, oggi consideriamo anormale e spesso inaccettabile. Ma il senso comune non basta. Non basta prendere atto dell’avvenuta metamorfosi di valori, morali, etiche e norme di legge. Bisogna cospargersi il capo di cenere e chiedere scusa per le azioni dei nostri nonni come, eventualmente, del nostro vicino di casa.
Ne discendono il trionfo della “cancel culture”, l’esplosione dell’ideologia “woke” che dalla giovane società statunitense si sono fatte sorprendentemente largo negli atenei e nei salotti della Vecchia Europa. Ne discendono il culto delle minoranze e il senso si spaesamento e di colpa delle maggioranze. Ne discende una società afflitta, dove la responsabilità penale non è più personale ma collettiva e dove la Storia non è più oggetto di studio ma motivo di biasimo e di vergogna.
Prendiamo la questione di genere. Abbiamo vissuto per millenni in una società patriarcale e per millenni ci siamo riconosciuti in una Chiesa che con Sant’Agostino considerava la donna “l’ostacolo principale sulla via che conduce a Dio”. In Italia, le donne hanno avuto riconosciuto il diritto di voto solo nel 1945; il reato di adulterio, punito per la donna con un anno di reclusione, è stato abolito solo nel 1968; il delitto d’onore, cioè le attenuanti per l’uxoricida dell’adultera, e il matrimonio riparatore, cioè la norma del codice penale che cancellava la colpa dello stupratore che sposava la vittima, sono stati abrogati solo nel 1981. Quarant’anni fa appena.
La civiltà cambia, progredisce. Ma cambia a progredisce lentamente, perché lento é il processo di sostituzione di consuetudini e valori vecchi con consuetudini e valori nuovi. Eppure il cambiamento c’è stato, e c’è stato grazie all’affermazione del principio liberale che ha messo al centro la persona in quanto tale. La persona, il singolo cittadino indipendentemente dal fatto che sia uomo o donna, in quanto titolare di diritti incomprimibili ed universali. È per questo che di fronte al mostruoso martirio della povera Giulia la reazione di chi si scusa in quanto uomo finisce per disconoscere il processo di revisione culturale che indiscutibilmente c’è stato, per offendere la stragrande maggioranza di uomini che mai leverebbero una mano su una donna e per relativizzare la responsabilità personale di quell’unico uomo che vigliaccamente l’ha uccisa.
L'articolo L’ASSURDITÀ DI SCUSARSI PER L’OMICIDIO DI GIULIA IN QUANTO UOMINI proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Una nuova legge per scriverci cosa? Le leggi non cancellano il male dalla storia, servono a fissare il confine fra il lecito e l’illecito, punendo gli sconfinamenti. Un orribile omicidio ha non soltanto ricordato che il male esiste, che è radicato nell’animo umano, ma ha anche portato alla luce il vaniloquio di chi si lancia verso l’aumento delle pene e di chi si butta su concetti come prevenzione ed educazione. Oltre al dolore per quella giovane vita rubata si deve avere la forza di guardare in faccia la realtà per quella che è, senza bendarsi di pregiudizi.
Le pene come disincentivo al crimine sono una bufala già da secoli riconosciuta come tale. Gli Stati americani con la maggiore presenza di crimini di sangue sono gli stessi in cui c’è la pena di morte. Da noi il problema non sono le leggi (sempre migliorabili, ma senza l’illusione che basti condannare per lasciar credere di cancellare), semmai la giustizia. Ovvero la capacità di punire tempestivamente. Con particolare attenzione ai così detti piccoli reati, che non soltanto non sono piccoli per chi li subisce ma spesso segnano le tappe di una carriera criminale che prima la si stronca meglio è. Da noi il problema è l’esecuzione della pena, talché non si finisca in vincoli prima del processo e magari se ne esca dopo la condanna e affinché non capiti di leggere che chi ha ucciso esca dalla cella perché è ingrassato. A questo servono edifici carcerari adeguati e civili: a che un giudice non ne faccia uscire il condannato perché malandato.
La responsabilità penale è personale non per amore di una rima, ma perché si punisce chi ha scelto di praticare il male. Se si comincia a dire che quel male si spiega con tare sociali o culturali forse non ci se ne rende conto, ma si alleggerisce la posizione del criminale. Che è colpevole in quanto individuo, non in quanto appartenente a un genere o a una etnia.
L’educazione conta, eccome se conta. Ma cos’è l’educazione? Non certo il pistolotto settimanale sul rispetto e sulla bontà. Serve a nulla. L’educazione è trasmettere la capacità di dominare e coartare i propri istinti naturali: se desideri molto una cosa non è un buon motivo per prenderla, se molto la detesti non è un buon motivo per cancellarla. L’educazione non è la sola conoscenza dei diritti, ma la pratica dei doveri. Per questo servono cultura, letteratura, filosofia, storia, capacità di ragionamento analitico, geometrico, matematico. Serve la scuola seria, non la testimonianza di passaggio. Serve insegnare a fare i conti con le sconfitte, con le umiliazioni e con il dolore, non cancellare i voti onde evitare che qualcuno li prenda male.
Se si vuole che ci sia più coscienza collettiva, capace di riconoscere il male, occorre non metterla fuori strada. È irritante leggere i numeri relativi alle donne ammazzate messi in relazione con questo o quel governo. Che sia per condannarli o incensarli è senza senso, perché i governi non c’entrano nulla. È vero che in Italia ci sono meno donne ammazzate della media europea e meno che nei Paesi del Nord Europa ed è vero che diminuiscono (troppo lentamente). Il dato non dev’essere nascosto (noi gli dedicammo uno specifico approfondimento) ma deve essere capito. Perché se la causa fosse il “patriarcato” ne deriverebbe che ce n’è di meno in Italia e in Spagna rispetto ad altri Paesi europei. Quel numero non deve servire a consolare – che anche una sola persona morta ammazzata è già troppo – ma a evitare di abboccare a spiegazioni tanto facili da non spiegare niente.
Una società aperta e paritaria, non soltanto per genere, è una società più esposta ai pericoli che l’esistenza del male comporta. Non è un buon motivo per rinunciare all’apertura, ma per capire che la libertà ha bisogno di responsabilità. Collettiva e individuale. Non serve scriverlo in una legge, serve praticarlo. Specie se si fa politica, se si ha un ruolo pubblico. Specie se si hanno dei figli. Si chiama “esempio”. È penando la fatica della libertà che si migliora il mondo in cui si vive.
La Ragione
L'articolo Penando proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Il governo italiano ha esercitato il suo diritto di Golden power per bloccare l’acquisizione da un miliardo e ottocento milioni da parte di Safran, società francese specializzata nella costruzione di motori a reazione, dell’italiana Microtecnica, filiale della controllata di Raytheon Technologies (Rtx), Collins Aerospace. La motivazione dietro la decisione del governo riguarda la preoccupazione che l’operazione possa influire sulla fornitura di componenti-chiave per il programma Eurofighter, nel quale Roma collabora con Londra, Berlino e Madrid (mentre Parigi preferì perseguire il proprio programma nazionale Rafale). Secondo quanto riportato dal Financial Times, sulla base del documento del governo italiano, la motivazione alla base dell’impiego del Golden power, di cui Roma si sarebbe consultata anche con Berlino, sarebbe che Safran non avrebbe dato “la necessaria priorità alle linee di produzione industriale di interesse per la difesa nazionale”, esprimendo la preoccupazione che l’accordo potesse portare all’interruzione delle forniture di parti di ricambio e servizi per i programmi di caccia Eurofighter e Tornado, necessari per garantire i requisiti operativi della Nato. Di conseguenza, l’Italia ha concluso che l’accordo “rappresenta una minaccia eccezionale agli interessi essenziali della difesa e della sicurezza nazionale”.
Lo stop a Safran
Il blocco da parte di Roma di un’acquisizione da parte di una società di un Paese alleato europeo o della Nato è un fatto relativamente raro. Nonostante la dichiarazione dell’amministratore delegato di Safran, Olivier Andriès, secondo il quale le resistenze verso la sua società sarebbero infondate, dato che il gruppo è già fornitore dell’Eurofighter e di altri programmi italiani, la decisione del governo segnala l’attenzione riposta per il settore della Difesa e per il destino delle sue aziende. Se finora la maggior parte degli interventi in questo senso hanno rappresentato il blocco di acquisizioni da parte di aziende cinesi verso realtà italiane in settori strategici, Difesa in primis (ma anche energia e comunicazioni).
Il dossier dei caccia
Il tema, tuttavia, tocca un ambito molto particolare, dove in Europa si muovono da tempo diverse direttrici di tensione che coinvolgono Parigi, Berlino e Roma, quello dei caccia. Il caso di Safran, infatti, verte sul programma congiunto che Italia, Germania, Regno Unito e Spagna hanno portato avanti per la realizzazione di un caccia di quarta generazione. Oggi sta prendendo forma una situazione simile, con l’Italia impegnata ancora una volta con la Gran Bretagna (e il Giappone) per la realizzazione del caccia di sesta generazione Global combat air programme (Gcap), mentre Francia e Germania sono impegnate nel progetto parallelo del Fcas. Tuttavia, mentre il Gcap è ormai decollato (si attende a dicembre il vertice tra ministri dei Paesi partner che vedrà la nascita del consorzio responsabile della sua realizzazione), il programma franco-tedesco è paralizzato da una serie di attriti che coinvolgono Eliseo e Cancellierato.
Berlino verso il Gcap?
La condivisione con Berlino della decisione italiana sul Safran, tra l’altro, rimanda all’ipotesi, più volte avanzata (anche se sempre smentita) di un potenziale allontanamento tedesco dal programma Fcas per una possibile adesione al Gcap. Nel corso dell’ultimo anno, infatti, si sono susseguiti attriti e incomprensioni tra Germania e Francia su tutti i programmi d’armamento condivisi, da quello aereo del caccia a quello terrestre del carro armato Main ground combat system (Mgcs). Oltre alle voci degli esperti (una fra tutte, quella del capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, generale Luca Goretti, che ha sempre auspicato una convergenza dei due programmi aerei europei) sull’impossibilità per l’Europa di mantenere due progetti paralleli così ambiziosi in un campo avanzato come la sesta generazione di caccia, anche i ritardi del Fcas, messi a paragone con lo slancio del Gcap, potrebbe rappresentare un valido incentivo per Berlino per decidere definitivamente di abbandonare la difficile cooperazione con Parigi, preferendole la più ampia collaborazione con gli altri partner europei.
Affari&Finanza – La Repubblica
L'articolo Ma quale “attentato alla Costituzione”: i sindacati non hanno letto von Hayek proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Settimo appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua tredicesima edizione, si articolerà in 15 lezioni, che si svolgeranno sia in presenza che in modalità telematica, dedicate alle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale.
La settima lezione si svolgerà lunedì 20 novembre, dalle ore 17 alle ore 18.30, in diretta streaming sulla piattaforma ZOOM.
La lezione sarà tenuta dal prof. Lorenzo Infantino (Ordinario di Metodologia delle Scienze Sociali presso l’Università LUISS Guido Carli di Roma, nonché Presidente della Fondazione von Hayek – Italia), che relazionerà sull’opera “Conoscenza e processo sociale” di Friedrich August von Hayek.
La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di 0,25 CFU per gli studenti dell’Università di Messina.
Come da delibera del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Messina e della Commissione “Accreditamento per la formazione” di AIGA, è previsto il riconoscimento di n. 12 crediti formativi ordinari in favore degli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina per la partecipazione all’intero corso.
Per ulteriori informazioni riguardanti la Scuola di Liberalismo di Messina, è possibile contattare lo staff organizzativo all’indirizzo mail SDLMESSINA@GMAIL.COM
Pippo Rao Direttore Generale della Scuola di Liberalismo di Messina
L'articolo Scuola di Liberalismo 2023 – Messina: lezione del prof. Lorenzo Infantino sul tema “Conoscenza e processo sociale” proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Settimo appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua tredicesima edizione, si articolerà in 15 lezioni, che si svolgeranno sia in presenza che in modalità telematica, dedicate alle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale.
La settima lezione si svolgerà lunedì 20 novembre, dalle ore 17 alle ore 18.30, in diretta streaming sulla piattaforma ZOOM.
La lezione sarà tenuta dal prof. Lorenzo Infantino (Ordinario di Metodologia delle Scienze Sociali presso l’Università LUISS Guido Carli di Roma, nonché Presidente della Fondazione von Hayek – Italia), che relazionerà sull’opera “Conoscenza e processo sociale” di Friedrich August von Hayek.
La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di 0,25 CFU per gli studenti dell’Università di Messina.
Come da delibera del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Messina e della Commissione “Accreditamento per la formazione” di AIGA, è previsto il riconoscimento di n. 12 crediti formativi ordinari in favore degli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina per la partecipazione all’intero corso.
Per ulteriori informazioni riguardanti la Scuola di Liberalismo di Messina, è possibile contattare lo staff organizzativo all’indirizzo mail SDLMESSINA@GMAIL.COM
Pippo Rao Direttore Generale della Scuola di Liberalismo di Messina
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L’uso dei velivoli senza pilota nelle operazioni militarista subendo una profonda trasformazione. Il conflitto in Ucraina è stato caratterizzato fin dai primi mesi di guerra da un uso massiccio di droni da parte di entrambi gli schieramenti: da apparecchi commerciali e acquistabili a poche centinaia di euro come i DJI Mavic 3 fino a droni armati militari ad ala fissa come il TB-2 Bayraktar turco. Tuttavia, un conflitto tra avversari grossomodo di pari livello in termini di numeri e capacità come quello in Ucraina sta dimostrando quanto i droni tradizionali siano vulnerabili a sistemi di difesa aera avanzati come i SAMP/T italofrancesio gli S-300 e S-400 russi. Se questi sistemi, conosciuti anche come uncrewedaerial systems (Uas), restano del tutto rilevanti in conflitti asimmetrici, risulta necessario lo sviluppo e impiego di sistemi molto più sofisticati e pensati specificamente per operazioni in spazi aerei contesi. Anche per questo motivo in vari Paesi sono in atto programmi volti allo sviluppo dei cosiddetti uncrewed combat aeril systems (Ucas).
Gli Ucas si distinguono in modo sostanziale dai tradizionali Uas in quanto più adatti alla guerra ad alta intensità con avversari quasi alla pari, essendo capaci di trasportare armamenti sofisticati raggiungendo velocità superiori e mantenendo al tempo stesso caratteristiche di bassa osservabilità. Grazie anche a tecnologie legate all’intelligenza artificiale gli Ucas sono perciò destinati ad agire più autonomamente di fronte a minacce aeree e sistemi terrestri di difesa aerea, spesso a fianco di velivoli di quarta, quinta e sesta generazione. Di conseguenza, pur avendo alcuni aspetti in comune con gli odierni droni armati, gli Ucas differiscono sostanzialmente da questi in termini di prestazioni, utilizzo operativo, e costi.
Diversi Paesi nel mondo stanno puntando a dotarsi di questa capacità, di cui si discuterà il 21 novembre nel webinar Iai “Velivoli da combattimento senza pilota, intelligenza artificiale e futuro della difesa”. Gli Usa vantano la gamma più ampia di programmi in questo ambito, con l’obiettivo iniziale di estendere il ‘braccio’ dei velivoli pilotati rendendo gli Ucas dei moltiplicatori di forze. È tuttavia probabile che nel medio e lungo termine questa capacità (negli Usa come altrove) venga vista sempre di più come uno strumento impiegabile anche indipendentemente dagli aerei pilotati. La Us Air Force sta investendo nel programma Collaborative Combat Aircraft (CCA) per mettere in servizio almeno 1.000 Ucas che agiranno in concerto con aerei da combattimento muniti di pilota nel ruolo di loyalwingmen, o adjuncts. La Us Navy invece ha come priorità quella della messa in servizio dell’MQ-25A Stingray, in principio specializzato nel rifornimento in volo per gli aerei da combattimento lanciati dalle portaerei, in seguito con armamenti a bordo.
Nonostante gli sviluppi in Cina in questo settore siano generalmente avvolti nella segretezza, Pechino vanta un programma Ucas abbastanza avanzato. Il Gonji-11 (GJ-11), evoluzione del dimostratore Sharp Sword, che decollò per il suo volo inaugurale nel 2013, sembra essere progettato per operare nel ruolo di supporto aereo e bombardamento tattico. Vari modelli sono stati inoltre presentati dalle industrie cinesi, facendo intendere l’esistenza di altri concetti (se non addirittura programmi) legati allo sviluppo di Ucas sia indipendenti da piattaforme pilotate, come il CH-7, che adjunct, come il Dark Sword.
La Russia ha concentrato i propri sforzi in questo campo nello sviluppo del Su-70 ‘Okhnotnik-B’, un Ucas pesante specializzato in missioni di bombardamento. Secondo le autorità russe il Su-70 dovrebbe operare all’interno di formazioni miste insieme ai velivoli da combattimento a bassa osservabilità Sukhoi Su-57, anche se ci sono vari dubbi sulla validità di questo accoppiamento visto il gap di velocità massima dell’Ucas rispetto al ben più veloce Su-57. La facoltà da parte di un pilota di poter pilotare il proprio velivolo e contemporaneamente controllare uno o più Ucas richiede un alto livello di automazione all’interno dell’abitacolo di modo da minimizzare il più possibile il carico di lavoro. L’industria di Mosca non ha però le capacità necessarie per adattare il Su-70a questo ruolo anche a causa delle sanzioni imposte sul Paese dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022.
L’Europa invece si trova oggi indietro rispetto ai progressi fatti da altri Paesi, ed è urgente riflettere su come recuperare terreno.
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L'articolo Biden e Xi proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Canberra ha espresso le “più serie preoccupazioni” a Pechino a seguito di “un’interazione poco sicura e poco professionale” tra una nave militare australiana con un cacciatorpediniere della Marina dell’Esercito di liberazione popolare (Pla-N).
L’episodio, su cui Formiche.net ha ricevuto una nota per la stampa qualche ora fa, è avvenuto il 14 novembre 2023, quando la “Hmas Toowoomba”, una fregata Classe Amzac, si trovava all’interno della Zona Economica Esclusiva del Giappone per una visita portuale programmata.
La Toowoomba era nella regione per condurre “operazioni a sostegno all’applicazione delle sanzioni delle Nazioni Unite (non viene definito quali, ndr). Si era fermata per condurre attività di immersione al fine di rimuovere le reti da pesca che si erano impigliate intorno alle sue eliche. In ogni momento, la Toowoomba ha comunicato la sua intenzione di condurre le operazioni di immersione sui normali canali marittimi e utilizzando segnali riconosciuti a livello internazionale. Mentre era ferma, un cacciatorpediniere della Pla-N che operava nelle vicinanze si è avvicinato. [A quel punto la Toowoomba] ha nuovamente avvisato il cacciatorpediniere [cinese] che erano in corso operazioni di immersione e ha chiesto alla nave di tenersi a distanza di sicurezza. Nonostante il riconoscimento delle comunicazioni, la nave cinese si è avvicinata. Poco dopo, è stata rilevata azionare il sonar montato sullo scafo in modo da mettere a rischio la sicurezza dei sommozzatori australiani che sono stati costretti a uscire dall’acqua”.
Il comunicato stampa del governo australiano bolla la decisione immotivata e deliberata cinese come “condotta non sicura e non professionale”, e aggiunge che “le valutazioni mediche fatte dopo l’uscita dall’acqua hanno rilevato che i sommozzatori [australiani] avevano riportato ferite minori, probabilmente a causa degli impulsi sonar del cacciatorpediniere cinese”.
La Cina non è nuova a certe attività di bullismo che mettono a rischio la sicurezza delle acque di una regione estesa, l’Indo Pacifico, dove le tensioni non mancano. Recentemente, i battelli militari e quelli della flottiglia ibrida dei pescherecci cinesi hanno in più di un’occasione avvicinato per disturbare le attività delle forze armate filippine. Per almeno tre volte ci sono stati attacchi fisici, una collisione e due usi di cannoni ad acqua. Manila è il principale degli obiettivi, perché Pechino l’ha recentemente persa. Con il cambio presidenziale dello scorso anno, le Filippine di Ferdinand Marcos Jr hanno velocemente implementato la cooperazione — anche militare — con gli Stati Uniti — e la Cina ha perso svariate aliquote dell’influenza rafforzata durante la presidenza di Rodrigo Duterte.
Se la vicenda filippina è la rivisitazione in chiave moderna di come l’America smuova gli equilibri regionali — e dunque alteri i piani cinesi — con l’Australia la questione è diversa. La Cina ha sempre mosso molta influenza nel Paese, sebbene Canberra, anglofona e occidentalizzata totalmente, sia storica alleata americana. Negli ultimi anni, per rappresaglia a decisioni australiane (anche dettate dagli Usa), la Cina aveva avviato pratiche di coercizione economica contro l’Australia, ma recentemente era sembrata possibile una distensione.
Anthony Albanese era stato in visita a Pechino, e non succedeva dal 2016 che un primo ministro australiano entrasse nella Città Proibita. I rapporti tra Canberra e Pechino si erano deteriorati terribilmente nel 2018, quando il governo australiano — su indicazione americana — tagliò fuori Huawei dal proprio 5G. In mezzo accuse sull’uso strategico degli expat cinesi per influenzare le dinamiche politiche australiane, l’appoggio a Washington per un’inchiesta sulle origini del Covid, una guerra commerciale, l’accordo Aukus (che permetterà all’Australia, grazie a Usa e Uk, di ottenere una dotazione di sommergibili nucleari e missili Tomahawk). La coercizione economica ha complicato l’export di prodotti agro-alimentari australiani, su cui Pechino ha imposto dazi pesanti), e considerando che la Cina è il primo partner commerciale dell’Australia non è stato semplice.
Albanese era a Pechino pochi giorni prima del vertice tra Joe Biden e Xi Jinping. In un quadro di volontà di comunicazione tra le due potenze, l’australiano commentava che adesso ci sono “segnali promettenti” per riavviare una “discussione costruttiva” con Pechino, e quello che faceva era anche frutto di un equilibrio delicato che certi Paesi hanno la necessità di tenere. D’altronde, l’Australia fa parte di coloro che in questo momento possono più facilmente intavolare relazioni con la Cina se le comunicazioni Washington-Pechino funzionano, mentre devono tenere una linea più severa in altre fasi.
Nei giorni ancora precedenti, Albanese era a Washington, e — come ricordava Guido Santevecchi, guru sulla Cina al Corriere della Sera — durante il loro incontro Biden aveva rievocato il vecchio principio enunciato da Ronald Reagan quando trattava con i sovietici: “Mostrare fiducia e verificare”. La vicenda della Toowoomba è già una prima verifica su quella fiducia concessa? Possibile che la notizia sia stata diffusa solo adesso per non alterare il clima del summit Biden-Xi, che c’è stato il 15 novembre. Ora la vicenda viene fatta circolare anche per calmare letture eccessivamente positive dell’incontro e questioni a cascata (come riflessi sulle politiche interne dei Paesi coinvolti)?
radioinblu.it/streaming/?vid=0…
Stamattina sono stata ospite di radio InBlu2000 per parlare della legge sulla carne coltivata
Pëtr Arkad'evič Stolypin reshared this.
Nell’era del narcisismo, con un dibattito pubblico di conseguenza caratterizzato da posizioni assunte per partito preso su impulso demagogico, la giornata di oggi verrà ricordata come uno spartiacque. Mai, infatti, la sinistra, nella sua duplice declinazione politica e sindacale, era apparsa più autoreferenziale, velleitaria e graniticamente chiusa al confronto.
Sui giornali odierni troneggia il gran rifiuto di Elly Schlein. Giorgia Meloni aveva invitato la segretaria del Pd ad un confronto pubblico ad Atreju, la kermesse del movimento giovanile di Fratelli d’Italia. In passato, da Walter Veltroni a Enrico Letta fino a Giuseppe Conte, altri leader della sinistra erano stati invitati e nessuno aveva mai rifiutato. L’ha fatto Elly Schlein, e nel farlo ha disconosciuto la figura presidente del Consiglio come avversario politico e interlocutore legittimo, preferendo trattarlo da “nemico assoluto”, in ciò confermando le tesi di un vecchio saggio di Luca Ricolfi sull’arroganza intellettuale di certa sinistra (“Perché siamo antipatici? La sinistra e il complesso dei migliori”). “Dietro la scelta di Elly Schlein si intravede ancora l’ombra di quella presunzione e di quell’arroganza che tanto hanno allontanato la sinistra dal suo popolo”, ha scritto Federico Geremicca sulla Stampa. E ha scritto la verità.
Analogo atteggiamento hanno assunto i sindacati. Nelle scorse settimane, i segretari generali di Cgil e Uil hanno ostentatamente disertato gli incontri con il governo sulla legge di bilancio. E si capisce, dal momento che avevano programmato una giornata di sciopero quando della manovra non si conosceva ancora neanche una virgola. La giornata è infine giunta, ma oggi, in piazza, la coppia Landini-Bombardieri ha esibito una piattaforma politica pot-pourri che andava delle morti sul lavoro all’evasione fiscale. Tutto e nulla. Il senso dello sciopero risiede, evidentemente, nello sciopero in quanto tale. Una logica affine a quella dei Cobas, lontana anni luce dalla logica cgiellina dei Di Vittorio, dei Lama, dei Trentin. Demagogia allo stato puro.
Di ben altra pasta è fatto Luigi Sbarra. Lo si capisce dal suo inascoltato monito ai colleghi di Cgil e Uil: “State attenti a non svilire lo sciopero, a non farlo diventare un rito fine a se stesso, che, ripetuto in maniera compulsiva, alla lunga logora la rappresentanza sociale e dà spazio ai populismi”, ha detto il segretario generale della Cisl enunciando una tesi che in anni lontani accomunò personalità culturalmente distanti, ma accomunate da un prorompente senso dello Stato e della realtà, come il socialista Filippo Turati e il liberale Luigi Einaudi.
Sbarra, oggi, è rimasto a casa. Riunirà la sua piazza il prossimo sabato, ma lo farà su una serie di proposte circostanziate, che daranno dignità alla Cisl e metteranno in difficoltà il governo. La politica, che sia partitica o sindacale, si fa così: attraverso il metodo del confronto e con l’obiettivo della mediazione. In alternativa c’è solo la demagogia, che in politica si traduce nel narcisismo più inconcludente. Inconcludente come proclamare un grande sciopero per poi accorgersi che le adesioni nei comparti principali sono state mediamente del 4%.
L'articolo Il narcisismo della coppia Landini-Schlein proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Al Consiglio dei ministri arrivano progetti indirizzati a garantire la sicurezza privata e collettiva. Dal Consiglio dei ministri poi partono disegni di legge, o direttamente si emanano decreti legge, che trasformano in norme quella volontà di garanzia. Chi mai potrebbe essere contrario? Chiunque conosca il diritto e la giustizia, conosca il rapporto fra la norma scritta e la realtà, abbia studiato l’effetto che certe leggi producono e, insomma, abbia letto e apprezzato (come noi) le cose sostenute e scritte da Carlo Nordio. Con un senso di gelo.
È ovvio che chi truffa un anziano debba essere punito. Se è per questo anche chi truffa un giovane. Evidente che chi organizza una sommossa in carcere debba essere ulteriormente condannato. Naturale che chi occupa la casa di altri debba sì trovare un tetto a cura dello Stato, ma nelle patrie galere. E così via per i vari reati, che tali sono sempre stati. Il guaio è che non serve a nulla aumentare le pene né inventare nuove definizioni e fattispecie di reato. Lo spiegò benissimo Nordio: se il legislatore predilige vestire i panni della severità – limitandosi a ideare reati da inserire nel codice penale e calcare la mano aumentando le pene – otterrà due soli risultati: i carichi di lavoro dei tribunali aumenteranno e i processi non si faranno, quindi le condanne non arriveranno; mentre, se si arriva a sentenza, l’esagerazione delle pene spinge il giudice a collocarsi nella parte bassa della scelta. Dopo di che la severità reclamizzata esplode in bolla di scivoloso sapone, schiumante aspettative e illusioni puntualmente disilluse.
L’aumento delle pene (teoriche), come capita nel caso delle truffe agli anziani, apre però la strada alla possibilità di arrestare e trattenere in custodia cautelare. Ma chi? Non certo il truffatore, giacché sarà riconosciuto e definibile tale soltanto dopo una sentenza di definitiva condanna. Quindi si può portare in galera il presunto truffatore, che è anche – secondo quanto previsto dalla Costituzione (articolo 27) – un presunto non colpevole o, se si preferisce il più chiaro linguaggio delle convenzioni internazionali, un presunto innocente. Sicché la custodia cautelare, che dovrebbe essere utilizzata solo in casi estremi di pericolo e violenza, non è un sistema per punire i criminali ma diventa un moltiplicatore di inciviltà giuridica.
Fra l’altro: se poi (come spesso capita) non si arriva alla condanna, chi fu arrestato può far causa allo Stato e chiedere d’essere risarcito; ma il risarcimento non lo paga chi lo fece arrestare, bensì il contribuente; sicché all’anziano truffato si fa credere che il truffatore è stato subito punito, mentre in realtà si chiederanno alla vittima i soldi perché sia risarcito, talché l’anziano è doppiamente raggirato.
Mi piace la destra di legge e ordine. Come mi piace ricordare che legge e ordine sono anche di sinistra. Sono buon senso e Stato di diritto. Ma se si vogliono assicurare la legge e l’ordine non serve a nulla moltiplicare le trombonate della falsa severità, serve una giustizia funzionante. Se uno scippa una persona, non c’è bisogno di promettergli l’ergastolo: è sufficiente condannarlo in fretta e mandarlo a scontare una pena equa. E se ci riprova si aumenta la dose. Questo ha effetti dissuasivi, non i ceppi di cartapesta. Senza dimenticare che far funzionare decentemente la giustizia, con tempi umani, è uno degli impegni cui sono legati i quattrini del Pnrr. Oltre che il rispetto per sé stessi e la civiltà.
A tal proposito: nessuno meglio di Nordio ha spiegato quanto sia necessario separare le carriere dei magistrati dell’accusa da quelle dei magistrati giudicanti, così come nessuno più del ministro Nordio ha ribadito che quella riforma – anche costituzionale – s’ha da fare. Gliecché tale sua intenzione è stata posticipata all’approvazione dello scarabocchio costituzionale ingannevolmente e falsamente intitolato al premierato. E quando una cosa si stabilisce che verrà dopo a un’altra che non verrà, significa che non si farà.
La Ragione
L'articolo Gelo a Nordio proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Con una proposta presentata lo scorso 11 agosto dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, il governo sta provando ad apportare alcune modifiche alla Legge 185/90, quella che regola le esportazioni di armamenti. L’obiettivo è duplice: razionalizzare la normativa in materia e reintrodurre il Comitato interministeriale per gli scambi di materiali di armamento per la difesa (Cisd), abolito nel 1993.
Il Disegno di Legge n. 855 è attualmente in discussione al Senato, ma ha generato già una levata di scudi da parte di numerose organizzazioni di stampo pacifista, che hanno accusato l’esecutivo di voler rendere più facile l’export di armi e sistemi d’arma italiani nel mondo.
In realtà questa è una argomentazione capziosa, anche perché in Italia e, più in generale, in Europa, l’esportazione di armamenti è soggetto a normative stringenti, tali da impedire qualunque “traffico illecito” o favorire lo scoppio di nuovi conflitti e/o la recrudescenza di quelli già in atto.
In particolare, per quanto concerne la normativa italiana, i divieti all’esportazione di materiali d’armamento si applicano quando mancano adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei prodotti per la difesa, ovvero sussistono elementi per ritenere che il destinatario previsto utilizzi gli stessi prodotti a fini di aggressione contro un altro Paese; quando il Paese destinatario è in stato di conflitto armato, in contrasto con l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite; nel caso sia stato dichiarato verso un Paese l’embargo totale o parziale delle forniture di armi da parte di organizzazioni internazionali cui l’Italia aderisce; quando il governo di quel Paese sia responsabile di gravi violazioni dei diritti umani accertate da organizzazioni internazionali cui l’Italia aderisce; quando in un Paese si destinino a bilancio militare risorse eccedenti le proprie esigenze di difesa.
L’impianto della Legge 185/90 è stato modificato nel 2012, con il recepimento della direttiva europea 2010/80 Ue, che ha introdotto il principio generale in base al quale il trasferimento di prodotti per la difesa fra Stati membri deve essere subordinato al rilascio di un’autorizzazione preventiva dello Stato membro da cui partono i prodotti, salvo i casi di fornitori o destinatari facenti parte di un organismo governativo o delle forze armate, di forniture effettuate dall’Unione europea, dalla Nato, dalla Iaea o da altre organizzazioni intergovernative per lo svolgimento dei propri compiti o di programmi di cooperazione tra Stati membri in materia di armamenti – o ancora di fornitura di aiuti umanitari per fronteggiare catastrofi -, autorizzazione accordata sotto forma di una licenza di trasferimento.
Il testo del Disegno di legge n. 855 è facilmente consultabile e dalla relazione generale che lo accompagna si può facilmente notare come alla base del provvedimento vi sia la necessità di snellire le procedure contrattuali e burocratiche, al netto di un rafforzamento dei controlli e del perimetro d’azione del decisore politico su esportazione e importazione di armamenti.
Se, infatti, la proposta del governo Meloni amplia il termine per la presentazione della documentazione comprovante la conclusione dell’operazione di trasferimento, di pari passo inasprisce le sanzioni amministrative per la mancata produzione della documentazione richiesta.
La proposta di Tajani, presentata di concerto con i colleghi ministri della Difesa, di Economia e finanze, Interno e Imprese e Made in Italy, è in linea con le esigenze attuali tanto del comparto industriale dell’aerospazio-difesa, quanto della sicurezza nazionale.
La Aerospace and defence industries association of Europe (Asd) in un suo recente documento, intitolato The Importance of Exports for the European Defence Industry, ha spiegato come il mercato AD&S europeo sia oggi frammentato e soggetto a limitazioni di budget e cicli di approvvigionamento non sincronizzati, oltreché a rischi sull’intera catena del valore, soggetta alle ricadute dello scontro politico-diplomatico sui materiali critici. Inoltre, l’industria della difesa europea non riesce a competere con Paesi come gli Stati Uniti, la Russia e la Cina.
Per esempio, nel 2020, a parità di potere d’acquisto, i 27 Paesi membri dell’Ue hanno speso collettivamente circa 216 miliardi di euro per la difesa, contro i 766 miliardi di dollari degli Stati Uniti, i 178 miliardi di dollari della Russia e i 332 miliardi di dollari della Cina.
Si deve, inoltre, considerare come la quota di mercato dei produttori europei di armamenti in Europa sia inferiore alle aspettative, con molti Paesi del vecchio continente che preferiscono affidarsi ad appaltatori stranieri, principalmente statunitensi, per l’acquisto di velivoli dual use, elicotteri da trasporto pesante e velivoli unmanned. Il mercato europeo e quello dei Paesi Nato da soli non bastano a coprire i costi del comparto industriale di settore. Ecco perché l’Asd sta mettendo in evidenza quanto sia importante diversificare e favorire le esportazioni di armamenti creati da industrie europee con tecnologia europea.
Per quanto concerne l’Italia, l’aerospazio-difesa ha un fatturato di circa 17 miliardi di euro, e il valore della produzione, incluso l’indotto, è di circa quaranta miliardi di euro. Sono i numeri presentati nel febbraio scorso in audizione alla commissione Esteri e Difesa di Camera e Senato da Giuseppe Cossiga, presidente della Federazione aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza (Aiad). Anche l’Aiad, sulla stessa linea d’onda dell’Asd, ha richiesto di rivedere la Legge 185/90 non per stravolgerne il contenuto, ma per garantire ai processi di esportazione di armamenti una più chiara impronta governativa sulle decisioni da prendere.
Il tentativo di reintrodurre il Cisd – le cui funzioni sono oggi demandate a un comitato tecnico istituito presso la Farnesina e denominato Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento-Uama – risponde all’esigenza di dare un chiaro indirizzo di politica estera anche ad una materia complessa come quella dell’export di armi. Nel corso degli anni non sono stati rari i casi in cui dalla Uama sono passate decisioni di carattere squisitamente politico, che hanno influenzato la postura geopolitica ed economico-industriale del Paese all’estero.
L’ultimo caso è quello relativo all’export militare italiano verso Israele, con ogni operazione sospesa su ordine della Uama – nel rispetto della normativa vigente e come atto dovuto – a partire dallo scorso 7 ottobre, giorno d’inizio del conflitto contro Hamas. Fino a quel giorno, ha spiegato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, le licenze approvate, per un valore di 9,9 miliardi di euro erano state 21, così come nel 2019 erano stati 28 i milioni stanziati durante il governo Conte 1 e 21 milioni nel 2020, ai tempi del Conte 2. E ancora, nel 2021 sono stati spesi 12 milioni sulle armi e 9 milioni nel 2022. Con questi numeri il ministro della Difesa ha voluto evidenziare come ogni governo, a prescindere dal colore, faccia “affari” con l’export di armi, sbugiardando la linea “pacifista” – nei fatti esclusivamente antioccidentale – del leader del Movimento 5 Stelle. Nei giorni scorsi Giuseppe Conte aveva violentemente attaccato il governo Meloni, in particolare i ministri Tajani e Crosetto, sull’appoggio fornito ad Israele.
Ma da questi numeri emerge, ancora una volta, come la politica funga da “comparsa” sulla delicata materia dell’esportazione di armi rispetto ai veri attori protagonisti che sono tecnici. Ma se si “deresponsabilizza” il decisore politico su una materia che ha necessariamente implicazioni politiche, è chiaro che sia poi il tecnico a dover decidere, generando inevitabili cortocircuiti.
Questo perché nei processi di promozione del sistema-Paese passa anche la presentazione di prodotti per la difesa sviluppati con know-how nazionale e da aziende italiane che, sia come capofila, sia come parte dell’indotto, rappresentano eccellenze al livello mondiale. Analizzando la serie storica delle esportazioni di armamenti italiani, contenuta nella Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento del 2022, si può notare la crescita delle autorizzazioni alle esportazioni di armi e sistemi e, dunque, anche del fatturato connesso, in Paesi come la Turchia (oggi al primo posto), il Qatar, Singapore, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, il Kuwait e l’India. Infatti, se la capacità italiana di esportare armi negli Stati Uniti e nei Paesi Ue e Nato può sembrare scontata, è interessante valutare come le direttrici commerciali AD&S italiane si stiano indirizzando verso i Paesi d’interesse del Mediterraneo allargato e di una strategia che lo connette, necessariamente, all’Indo-Pacifico e che, in un certo senso, stiano ricalcando il percorso della costituenda Via del Cotone indo-araba, da contrapporre alla cinese Via della Seta.
I primi ad aderire all’Osservatorio carta, penna & digitale della Fle sono stati i confindustriali Federazione Carta e Grafica e Comieco. L’annuncio è stato dato questa mattina, nel corso del convegno “Lettura su carta e scrittura a mano” che si è svolto a Milano presso la Fondazione Corriere della Sera, presieduta da Ferruccio de Bortoli, nel quadro della manifestazione Book City.
Ospite d’onore il Segretario generale della Fle, Andrea Cangini, che ha illustrato alla platea lo studio elaborato dalla Fondazione Luigi Einaudi che dimostra, su base scientifica, l’imprescindibilità della scrittura a mano e della lettura su carta. Tra i relatori, il presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone, che ha annunciato l’intenzione di “istituzionalizzare il meritorio Osservatorio costituito dalla Fondazione Luigi Einaudi”. Siamo appena partiti, e siamo partiti bene.
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L'articolo Prime adesioni all’Osservatorio carta, penna & digitale proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
Italia, Regno Unito e Giappone si preparano a incontrarsi a Tokyo nella seconda metà di dicembre, con l’obiettivo di strutturare i propri programmi per lo sviluppo del caccia di sesta generazione, nell’ambito del Global combat air programme. La conferma sul periodo sembra arrivare direttamente dal Paese del Sol Levante, ma l’impegno a incontrarsi nella capitale giapponese per la definizione del trattato per avviare l’iter parlamentare era già stato anticipato nel corso dell’ultimo vertice trilaterale tenutosi a Roma tra Guido Crosetto, ministro della Difesa italiano, al termine dell’incontro con Grant Shapps, segretario alla Difesa britannico, e Yoshiaki Wada, consigliere speciale del ministro della Difesa giapponese. Nell’incontro di dicembre, invece, ad accogliere Crosetto e Shapps dovrebbe essere direttamente il ministro della Difesa, Minoru Kihara.
Un consorzio per il Gcap
Insieme i tre dovranno coordinare la nascita dell’entità, con ogni probabilità basato nel Regno Unito, che dovrà occuparsi dello sviluppo vero e proprio del caccia e che dovrà guidare e mantenere in linea i progressi verso l’obiettivo di mettere in volo un sistema nel 2035. L’idea di questa nuova struttura arriva direttamente da quanto stabilito da Regno Unito, Italia, Germania e Spagna per lo sviluppo coordinato dell’Eurofighter, un programma il cui successo vuole essere adesso replicato anche per il Gcap. Sotto la supervisione di questo nuovo ente, le aziende leader del progetto (l’italiana Leonardo, la giapponese Mitsubishi Heavy Industries e la britannica BAE Systems) dovranno procedere allo sviluppo del primo design entro il 2027.
Le manovre di Tokyo
Nel frattempo, il governo giapponese sta chiedendo alla Dieta, il Parlamento nipponico, l’approvazione per la nascita e la gestione di questo nuovo ente per il Gcap nel corso del prossimo anno. L’obiettivo è assicurare i quattro miliardi di yen (circa 26 milioni di euro) parte della quota che il Giappone dovrà versare per garantire il funzionamento del nuovo organismo. Inoltre, l’esecutivo di Fumio Kishida è impegnato nelle negoziazioni con i legislatori relativamente alle rigide regole del Paese per quanto riguarda le leggi che regolano le esportazioni e i trasferimenti di materiali di Difesa, basate sulla Costituzione rigidamente pacifista dello Stato giapponese. Un prerequisito alla successiva possibilità di commercializzazione sul mercato del Gcap stesso.
Il Gcap
Il progetto del Global combat air programme è destinato a sostituire i circa novanta caccia F-2 giapponesi e gli oltre duecento Eurofighter britannici e italiani, e prevede lo sviluppo di un sistema di combattimento aereo integrato, nel quale la piattaforma principale, l’aereo più propriamente inteso, provvisto di pilota umano, è al centro di una rete di velivoli a pilotaggio remoto con ruoli e compiti diversi, dalla ricognizione, al sostegno al combattimento, controllati dal nodo centrale e inseriti in un ecosistema capace di moltiplicare l’efficacia del sistema stesso. L’intero pacchetto capacitivo è poi inserito all’intero nella dimensione all-domain, in grado, cioè di comunicare efficacemente e in tempo reale con gli altri dispositivi militari di terra, mare, aria, spazio e cyber. Questa integrazione consentirà al jet di essere fin dalla sua concezione progettato per coordinarsi con tutti gli altri assetti militari schierabili, consentendo ai decisori di possedere un’immagine completa e costantemente aggiornata dell’area di operazioni, con un effetto moltiplicatore delle capacità di analisi dello scenario e sulle opzioni decisionali in risposta al mutare degli eventi.
Il programma congiunto
L’avvio del programma risale a dicembre dell’anno scorso, quando i governi di Roma, Londra e Tokyo hanno concordato di sviluppare insieme una piattaforma di combattimento aerea di nuova generazione entro il 2035. Nella nota comune, i capi del governo dei tre Paesi sottolinearono in particolare il rispettivo impegno a sostenere l’ordine internazionale libero e aperto basato sulle regole, a difesa della democrazia, per cui è necessario istituire “forti partenariati di difesa e di sicurezza, sostenuti e rafforzati da una capacità di deterrenza credibile”. Grazie al progetto, Roma, Londra e Tokyo puntano ad accelerare le proprie capacità militari avanzate e il vantaggio tecnologico.
Sesto appuntamento dell’edizione 2023 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, giunto alla sua tredicesima edizione, si articolerà in 15 lezioni, che si svolgeranno sia in presenza che in modalità telematica, dedicate alle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale.
La sesta lezione si svolgerà giovedì 16 novembre, dalle ore 17 alle ore 18.30, in diretta streaming sulla piattaforma ZOOM.
La lezione sarà tenuta da Giancristiano Desiderio (giornalista, scrittore, saggista e docente di Filosofia e Storia, nonché membro del Comitato Scientifico della Fondazione Luigi Einaudi), che relazionerà sull’opera “La mia filosofia” di Benedetto Croce.
La partecipazione all’incontro è valida ai fini del riconoscimento di 0,25 CFU per gli studenti dell’Università di Messina.
Come da delibera del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Messina e della Commissione “Accreditamento per la formazione” di AIGA, è previsto il riconoscimento di n. 12 crediti formativi ordinari in favore degli avvocati iscritti all’Ordine degli Avvocati di Messina per la partecipazione all’intero corso.
Per ulteriori informazioni riguardanti la Scuola di Liberalismo di Messina, è possibile contattare lo staff organizzativo all’indirizzo mail SDLMESSINA@GMAIL.COM
Pippo Rao, Direttore Generale della Scuola di Liberalismo di Messina
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La disfida dello sciopero è una sfida al buon senso e uno scioperare della ragionevolezza. Il diritto di sciopero è garantito dalla Costituzione, nessuno lo mette in discussione ma – come capita all’articolo 1, anzi come capita a tutta la Costituzione – anche l’articolo 40 andrebbe letto tutto: «Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano». Di quello si discute, sebbene con toni da ripicche infantili. Lo sciopero si farà, ma non risolverà nessuno dei problemi di cui ci si rifiuta di parlare. Ne vedo almeno tre.
1. Chi governa dovrebbe cercare di costruire il consenso attorno alle politiche che intende praticare; chi sciopera dovrebbe provare a correggere quelle politiche a favore degli interessi che rappresenta. Salvini non lavora per la prima cosa e Landini non lavora per la seconda. Si soddisfano della contrapposizione, avendo ciascuno da gestire la concorrenza nel proprio campo. Salvini approva una legge di bilancio che, in materia di pensioni, va in direzione opposta a quella che promise. Landini chiede un taglio del cuneo fiscale che sarà impossibile rendere significativo e permanente se non si ferma il crescere della spesa pensionistica, che si guarda bene dal proporre. La contrapposizione diventa la loro identità, il che li lega a sorte comune.
2. Quando la Costituzione fu scritta – prevedendo anche le mai giunte «norme di legge» sui sindacati, articolo 39 – sia i partiti politici che i sindacati erano organizzazioni di massa. Oggi gli iscritti sono una frazione di quel che erano allora. Al sindacato sono iscritti più i pensionati che non i lavoratori e i partiti (mentre diminuiscono i votanti) hanno preso il nome del capo di turno. Peccato che la democrazia funzioni male senza partiti e il mercato funzioni male senza sindacati. Intendendosi per tali, nell’uno e nell’altro caso, non dei comitati autolegittimati ma delle comunità vaste e popolate, capaci di vivace discussione interna.
3. Sono cambiati il mondo e il modo in cui viviamo. Nel 1948 nel dire “lavoratori” si indicavano non soltanto i titolari di un contratto da lavoro dipendente, ma una condizione sociale ed esistenziale. Scioperare significava porre il datore di lavoro davanti al pericolo di perdere capacità produttiva, quindi ricchezza. Valeva nelle società agricole e di prima industrializzazione. Oggi siamo una società di servizi e “lavoratori” potrebbe identificarsi con “contribuenti” – i cui antagonisti sono in gran parte i mantenuti e gli evasori – tanto che lo sciopero non lo convochi avverso il ‘padrone’ (evolutosi in imprenditore), ma contro il governo. Nella surreale condizione in cui l’impresa non avrebbe nulla in contrario a che il governo finanziasse altra spesa per ingraziarsi il sindacato, tanto più che questo aiuterebbe a tenere i salari bassi, mentre al governo c’è chi promette ai pensionandi ben più di quello che il sindacato osa chiedere (e chi ha qualche anno si ricorda di Carlo Donat Cattin, democristiano, che faceva la concorrenza alla triplice). Così procedendo non soltanto si è creato il più grande debito pubblico europeo, ma a pagare lo sciopero sono i lavoratori che lo fanno e quelli che lo subiscono. Tenuto presente che i trasporti non sono più da decenni uno sfizio per giramondo, ma l’esigenza dei pendolari e il sistema circolatorio delle aree metropolitane.
Sicché, da tempo, la principale efficacia dello sciopero consiste nell’annunciarlo. In qualche caso non aderisce quasi nessuno, divenendo strumento ricattatorio – anche verso i sindacati confederali – di sigle corsare. E lo si colloca a ridosso di feste e fine settimana, in un impeto di clemenza per sé e per gli altri.
Si potrebbe discutere di organizzazione produttiva e normativa sindacale, si potrebbe parlarsi anziché parlare alle telecamere, cercare il concerto anziché produrre lo sconcerto, ragionare di futuro anziché echeggiare il passato, ma volete mettere il bello di una sceneggiata la cui trama sarà dimenticata già il mattino appresso.
Davide Giacalone
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Negli ultimi 10 anni i disturbi dell’apprendimento degli studenti italiani sono aumentati del 357%, i casi di disgrafia del 163%. Le recenti prove Invalsi hanno certificato che la metà dei ragazzi al termine delle scuole secondarie fatica a comprendere ciò che legge, mentre un’indagine conoscitiva della commissione Istruzione del Senato ha messo in relazione l’uso degli smartphone col progressivo deterioramento delle facoltà mentali dei più giovani.
Luigi Einaudi riteneva che una società è sana quando ciascuna persona è messa nelle condizioni di realizzare al massimo le proprie potenzialità. Sta accadendo esattamente il contrario. Tutti gli indicatori ci dicono che il quoziente di intelligenza, la soglia di attenzione, lo spirito critico e le conoscenze dei più giovani sono in drastico e costante calo. Tutti gli studi attribuiscono all’abuso di digitale – social, videogiochi, conoscenza – la principale tra le cause di questo allarmante e generalizzato decadimento delle capacità cognitive delle nuove generazioni. I nostri figli, i nostri nipoti.
Il digitale offre straordinarie opportunità, ma espone anche a rischi consistenti. È un’impetuosa rivoluzione che sta rapidamente cambiando ogni ambito della vita privata e pubblica, sovvertendo antiche consuetudini, vecchi codici morali e recenti assetti del potere. Il digitale va studiato senza pregiudizi, va governato e in alcuni casi va anche limitato.
Per fissare un principio e indicare un limite concreto che a nostro giudizio andrebbe posto all’entusiastica pervasività della tecnologia digitale, lo scorso 18 luglio la Fondazione Luigi Einaudi ha presentato in Senato uno studio che, compendiando le principali ricerche scientifiche internazionali, ha dimostrato il valore imprescindibile della scrittura a mano e della lettura su carta, soprattutto nel mondo dell’Istruzione: perdere queste consuetudini significherebbe compromettere il pensiero logico-lineare, impoverire il linguaggio, limitare la conoscenza, fiaccare la memoria. Un danno alla persona, un danno alla società. A conclusioni analoghe sono recentemente giunti sia il governo svedese sia l’Economist britannico.
Concludendo i nostri lavori, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha detto che, “nel sistema scolastico, il digitale va accettato e sfruttato, ma la lettura su carta e la scrittura a mano sono insostituibili”. Affermazione necessaria, ma non sufficiente.
La Fondazione Luigi Einaudi ha perciò deciso di costituire un “Osservatorio permanente Carta, Penna & Digitale” aperto al contributo di esperti, associazioni e operatori del settore che, attraverso un Comitato scientifico designato ad hoc, sviluppi una costante attività di analisi, ricerca e sensibilizzazione sulle implicazioni delle nuove tecnologie e sull’importanza della lettura su carta e della scrittura a mano in quanto pratiche imprescindibili per la crescita della persona, la diffusione della cultura e lo sviluppo della società.
Lo dobbiamo ai fasti passati della nostra civiltà; lo dobbiamo al futuro dei nostri figli e, di conseguenza, della nostra Italia.
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