BASICally, Its Retro Machine Language


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We enjoyed [Beej’s] trip down memory lane looking at a BASIC game, The Wizard’s Castle, written for the Exidy Sorcerer. It appeared in a 1980 magazine that included the title graphic above. It reminded us how, back in those days, we did things with BASIC that you shouldn’t be able to do and it often looks, today, rather cryptic.

In particular, even if you know modern BASIC, these few lines might give you a pause:
10 REM"_(C2SLFF4
40 POKE 260,218: POKE 261,1: T = USR(0): T = PEEK(-2049)
80 Q = RND(-(2*T+1))
Line 10 is a comment, but a strange one. Certainly that doesn’t matter, right? Actually, it is a key part of the action. On line 40, you can see some pokes to write directly to memory and a peek to read some memory value back. The USR function calls some machine language program. You may realize the whole thing is to get some value T to seed the random number generator in line 80.

This leads to a few obvious questions. First, how does USR know what to call? Second, where is the machine language program? The details varied by system, of course, but in this case, the program knows that location 259 has a jump instruction that USR called. So poking an address into 260 and 261 was telling USR where it should go.

But what’s at that address? Keep in mind that an old computer like the Sorcerer didn’t have megabytes of memory being swapped about by an operating system. That means that things tended to be in known places and that BASIC had to be judicious about storing source code.

As was common at the time, a line like “10 PRINT 1+1” would get tokenized. In this case, each line would get a pointer to the next line, a two-byte line number, a single-byte token for “PRINT” and then more bytes to represent the rest of the line. In the case of text in a string or a remark, the bytes were just the text with a zero to terminate the string.

The first line entered would always be at address 469. So? If you consider the format of the REM statement, there will be a pointer at 469 and 470, the line number at 471 and 472, and the REM token at 473. That means the other bytes just get poured into address 474 and beyond.

That might seem like an odd number until you look at the pokes in line 40. Keep in mind that POKE works on bytes, not words. So poking 1 into 261 gives you an address of 256 + whatever is in the low byte, in this case 218. Add 256 and 218, and you get… 474! So USR is going to call that odd string in line 10!

There is more to the detective story, but if you want to know exactly what the REM did, you can read the original post.


hackaday.com/2026/07/23/basica…

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Dovremmo andarcene tutti da YouTube? Con Kenobit (Fabio Bortolotti)


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Mi è venuto a trovare Fabio Kenobit Bortolotti, musicista, attivista e autore dei volumi "Assalto alle piattaforme" e "Liberare il mio smartphone per liberare me stesso".

Insieme abbiamo parlato dell'attuale architettura di internet, controllata soprattutto da grandi piattaforme centralizzate, e dei meccanismi con cui i social commerciali estraggono valore e dati dagli utenti, condizionando la visibilità dei contenuti e alimentando dinamiche di dipendenza digitale.

Ma non solo, abbiamo parlato soprattutto di soluzioni pratiche. Abbiamo toccato il tema del Fediverso, la rete di social media decentralizzati e indipendenti. Abbiamo parlato anche di software libero, di sovranità tecnologica e di mutuo aiuto digitale.

Ho provato anche a porre una domanda a Fabio: quanto di tutto questo si può fare dal basso e quanto invece sarebbe necessario che le istituzioni facessero la loro parte, attraverso piattaforme europee per la partecipazione democratica o semplicemente liberando le loro pubbliche amministrazioni dai software proprietari?

ATTENZIONE: per l'occasione da oggi ho aperto il mio canale video sul Fediverso, usando PeerTube: video.marcocappato.it

È un primo passo per portare il dibattito pubblico e l'attivismo politico fuori dalle logiche degli algoritmi delle piattaforme commerciali. Parlo spesso nei miei spazi social del fatto che servirebbe una sfera pubblica digitale libera dal controllo delle Big Tech. Credo che sia importante sperimentare anche delle alternative pratiche che già esistono. Sono già su Mastodon (marcocappato@mastodon.uno), da oggi anche i miei video sono sul Fediverso.

Per approfondire:
📚 Assalto alle piattaforme, di Fabio Kenobit Bortolotti: agenziax.it/assalto-piattaform…
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00:00 Intro
01:11 Dal burnout da creator all'assalto alle piattaforme
05:44 Il fenomeno della enshittification nelle piattaforme commerciali
15:34 Potrei fare a meno delle piattaforme social?
20:00 Il Fediverso e ActivityPub: l'alternativa decentralizzata
26:16 Basta agire dal basso o servono le istituzioni?
30:37 Perché dobbiamo parlare di sovranità tecnologica
37:07 Cosa fare con i dati della democrazia?
44:22 Parliamo di intelligenza artificiale
49:06 Democrazia partecipata e identità digitale
57:42 Dovremmo le piattaforme agli adolescenti?
01:05:09 Domanda trappola

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Diamo il benvenuto a Marco Cappato che ha aperto un canale video sul Fediverso, usando PeerTube

Questa è una notizia davvero importante: quella che oggi in Italia rappresenta la figura più rilevante dell'attivismo politico partecipativo ha lanciato un messaggio che non potrà essere ignorato dagli altri suoi colleghi

Scrive Cappato:

È un primo passo per portare il dibattito pubblico e l'attivismo politico fuori dalle logiche degli algoritmi delle piattaforme commerciali. Parlo spesso nei miei spazi social del fatto che servirebbe una sfera pubblica digitale libera dal controllo delle Big Tech. Credo che sia importante sperimentare anche delle alternative pratiche che già esistono. Sono già su Mastodon (marcocappato@mastodon.uno), da oggi anche i miei video sono sul Fediverso.

Una menzione particolare a @Kenobit con cui Marco ha dialogato parlando anche di fediverso e che ha aperto la programmazione di questo nuovo canale #Peertube

video.marcocappato.it/w/by7gFQ…

@Che succede nel Fediverso?


Dovremmo andarcene tutti da YouTube? Con Kenobit (Fabio Bortolotti)


Mi è venuto a trovare Fabio Kenobit Bortolotti, musicista, attivista e autore dei volumi "Assalto alle piattaforme" e "Liberare il mio smartphone per liberare me stesso".

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Ho provato anche a porre una domanda a Fabio: quanto di tutto questo si può fare dal basso e quanto invece sarebbe necessario che le istituzioni facessero la loro parte, attraverso piattaforme europee per la partecipazione democratica o semplicemente liberando le loro pubbliche amministrazioni dai software proprietari?

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in reply to Poliverso - notizie dal Fediverso ⁂

@marco

spero solo che il fediverso non diventi uno spazio di attivismo politico, o prevalentemente quello. scoprire di essere chiuso dentro un centro sociale occupato, onestamente, mi darebbe ai nervi.

--
Uriel Fanelli

My Projects: keinpfusch.net/software
XMPP: uriel@keinpfusch.net
MATRIX: @uriel:chat.keinpfusch.net
old blog: blog.keinpfusch.net
new blog: keinpfusch.net


Software


Ecco alcuni software opensource cui sto lavorando di recente.

RepositoryDescrizione
blogfreiPiattaforma di pubblicazione self-hosted derivata da WriteFreely, ma sviluppata in una direzione autonoma. Integra editor Markdown WYSIWYG, gestione locale delle immagini, temi compatibili con Hugo, newsletter, statistiche rispettose della privacy, federazione ActivityPub ed esportazione/importazione portabile dei contenuti.
TribesSistema di discussione decentralizzato nello stile di Usenet: espone localmente un’interfaccia NNTP per i normali client e collega i nodi tra loro mediante IPFS/libp2p, senza richiedere un server centrale. Per la GenX che e' in voi.
tensorUna fork di conduit, il server matrix, che supporta Postgres come database, e ripulisce i contenuti, in modo da essere compliant con i regolamenti EU.
Aktor-2Server ActivityPub personale derivato da GoToSocial, con modifiche orientate all’autonomia dell’istanza, distribuzione decentralizzata dei media tramite IPFS, filtri Lua e funzionalità aggiuntive rispetto al progetto originario, come gruppi e RSS.
zangtumbServer di posta minimale per uso personale, orientato alla ricezione SMTP catch-all e alla consultazione tramite IMAP, senza la complessità di una piattaforma mail completa. Fa anche da calendario iCal, per singolo utente.
zoreideDemone di alta disponibilità per condividere e trasferire un indirizzo IP tra diversi nodi, gestendo elezione e failover tra N nodi.
zumbaServizio che estrae da acme.json di Traefik certificati, chiavi e catene in formato PEM, così da renderli disponibili ad applicazioni esterne.
U-podServer minimale per ospitare file audio e pubblicare feed RSS destinati alla distribuzione di podcast.

Here are a few OSS software I am working at:

RepositoryDescription
blogfreiA self-hosted publishing platform derived from WriteFreely but developed in a distinct direction. It includes a WYSIWYG Markdown editor, local image management, Hugo-compatible themes, newsletters, privacy-friendly analytics, ActivityPub federation, and portable content export.
TribesA decentralised discussion system inspired by Usenet. It exposes a local NNTP interface for standard clients and connects nodes through IPFS/libp2p, without relying on a central server.
tensorA fork of Conduit, the Matrix server, that supports PostgreSQL as its database and automatically cleans up content to comply with EU regulations.
Aktor-2A personal ActivityPub server derived from GoToSocial, with modifications focused on instance autonomy, decentralised media distribution through IPFS, Lua filters, and additional features beyond the original project.
zangtumbA minimal personal mail server designed for catch-all SMTP reception and IMAP access, without the complexity of a full mail platform.
zoreideA high-availability daemon for sharing and transferring an IP address between multiple nodes, handling leader election and failover.
zumbaA service that extracts certificates, private keys, and certificate chains from Traefik’s acme.json file and makes them available to other applications in PEM format.
U-podA minimal server for hosting audio files and publishing RSS feeds for podcast distribution.


in reply to Uriel Fanelli (on Aktor)

@Uriel Fanelli (on Aktor) qual è il problema?
Non ti sei mai fatto scrupoli di bloccare singoli utenti o intere istanze per non vedere quello che ti dà fastidio... 🤣

Il problema (per me un problema non-problema) più che altro è che nella maggior parte delle istanze del Fediverso molte delle "opinioni" della attuale shit-right globale non sono compatibili con i regolamenti che le stesse istanze si sono dati; il che porta a un oggettivo rischio di frammentazione del dibattito, con conversazioni groviera e risposte orfane.

Ma questo è appunto un non-problema

@Kenobit @Marco Cappato

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Di recente ho chiacchierato con @marcocappato di piattaforme commerciali, dei loro problemi e delle soluzioni che sperimentiamo qui sul Fediverso.

video.marcocappato.it/w/by7gFQ…

Sono molto felice del confronto, e anche che Marco abbia deciso di aprire la sua istanza PeerTube. Il cambiamento passa anche da dettagli come questo.

Viva la decentralizzazione!


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A Train Departure Board For The Home


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Trains are a great way to get around. You just have to make sure you’re across the schedule if you intend to get where you’re going in a timely manner. Train departure boards exist for that very purpose. As a train fan, [Jon] always wanted such a thing, so decided to build one for himself.

The build started, as so many do, with a Raspberry Pi 4, with [Jon] deciding on the 1GB model. Hooked up to either an Adafruit RGB Matrix Bonnet, or an Electrodragon 3-port RGB Matrix board, it’s then possible to get the Pi running three to four HUB75E LED matrixes. Each matrix consists of 128 x 64 pixels, so stacking up a bunch of them can make a nicely-sized departure board that’s easily readable. [Jon] was sure to hook up a nice, juicy 5-amp 5-volt power supply to ensure there wouldn’t be any surprise brownouts under normal usage conditions. From there, it’s simply a matter of having the Pi query the Rail Data Marketplace in order to get the relevant schedule data to display on the board.

If you want to get information on your local rail services at a glance, or just want to impress your fellow foamers at your next railfan gathering, a build like this is a great way to go. We’ve seen similar builds before, too. Video after the break.

youtube.com/embed/mcWKgRviTSI?…


hackaday.com/2026/07/23/a-trai…

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U.S. #CISA adds #Microsoft #SharePoint and Check Point #SmartConsole flaws to its Known Exploited Vulnerabilities catalog
securityaffairs.com/195889/sec…
#securityaffairs #hacking
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CVE-2026-8933: come una race condition in snap-confine dà root su Ubuntu Desktop
#tech
spcnet.it/cve-2026-8933-come-u…
@informatica


CVE-2026-8933: come una race condition in snap-confine dà root su Ubuntu Desktop


Una race condition nascosta nel cuore del sandboxing di Snap


Il 21 luglio 2026 il Threat Research Unit di Qualys ha reso pubblica CVE-2026-8933, una vulnerabilità di local privilege escalation (LPE) che colpisce snap-confine, il componente che costruisce l’ambiente sandbox per le applicazioni Snap su Ubuntu. Il difetto, classificato come “High” severity, permette a un utente locale non privilegiato di ottenere accesso root completo sulle installazioni di default di Ubuntu Desktop 24.04, 25.10 e 26.04.

La cosa interessante, dal punto di vista di chi amministra sistemi Linux, non è tanto la gravità in sé (le LPE locali sono un classico), quanto come ci si è arrivati: una modifica pensata per aumentare la sicurezza ha introdotto, per effetto collaterale, una finestra di race condition sfruttabile.

Perché snap-confine è cambiato


snap-confine è il binario che Canonical usa per costruire l’ambiente isolato in cui gira ogni applicazione Snap: monta i namespace, applica i profili AppArmor/seccomp e prepara le directory temporanee di lavoro. Storicamente era un binario set-uid-root: partiva già con i privilegi di root e li abbandonava progressivamente.

Per ridurre la superficie d’attacco, Canonical ha migrato snap-confine a un modello basato su set-capabilities: il processo ora gira con l’UID effettivo dell’utente chiamante, ma mantiene comunque delle capability quasi-root (tra cui CAP_SYS_ADMIN e simili) necessarie per completare il setup del sandbox. È un cambiamento in linea con il principio del least privilege, ma ha spostato il problema: durante l’inizializzazione, le directory temporanee sotto /tmp vengono create con proprietario l’utente non privilegiato, e solo in un secondo momento la ownership passa a root. In quella finestra, per quanto stretta, l’attaccante ha ancora pieno controllo sui file.

La catena di exploit


Il team Qualys ha ricostruito un attacco che combina due race condition concorrenti:

  • Bypass del mount namespace via FUSE: l’attaccante monta un filesystem FUSE sopra la directory temporanea di scratch appena creata, prima che snap-confine applichi l’isolamento tramite mount namespace. In questo modo la directory resta accessibile anche dall’esterno del sandbox.
  • Symlink race su fchown(): l’attaccante sostituisce un file atteso con un symlink verso un target arbitrario. Quando snap-confine tenta di creare un file nel sandbox, la open() segue il symlink e scrive sul target reale. Una seconda race condition permette poi di allargare i permessi a 0666 prima che venga invocata fchown() per trasferire la ownership a root.
  • Escalation via udev: per aggirare la confinazione AppArmor, l’exploit punta al percorso /run/udev/, che consente accesso in lettura/scrittura. Depositando un file .rules malevolo in /run/udev/rules.d/ e innescando un ciclo di mount/unmount FUSE, l’attaccante costringe il demone systemd-udevd a eseguire comandi arbitrari come root.

Il risultato finale: da semplice accesso locale non privilegiato a controllo completo del sistema, senza bisogno di interazione da parte di altri utenti.

Versioni coinvolte e patch disponibili


Sono interessate le release che spediscono di default la variante set-capabilities di snap-confine:

  • Ubuntu Desktop 26.04
  • Ubuntu Desktop 25.10
  • Ubuntu Desktop 24.04 (con pacchetti snapd aggiornati)

Canonical ha rilasciato pacchetti snapd corretti, tra cui 2.76+ubuntu26.04.3 per Ubuntu 26.04, 2.76+ubuntu24.04.1 per Ubuntu 24.04 e 2.76+ubuntu22.04.1 per Ubuntu 22.04. La disclosure è stata coordinata con l’Ubuntu Security Team.

Come verificare se un sistema è vulnerabile


Per controllare la versione di snapd installata:

snap version
apt-cache policy snapd

Se la versione del pacchetto snapd è precedente a quelle corrette indicate sopra, il sistema va aggiornato immediatamente:
sudo apt update
sudo apt install --only-upgrade snapd
snap version

Per un controllo su larga scala, chi usa strumenti di vulnerability management (Qualys CSAM o equivalenti) può cercare asset con sistema operativo Ubuntu e pacchetto snapd installato, incrociando poi la versione con quella patchata.

Mitigazioni in attesa della patch


Se non è possibile applicare l’aggiornamento immediatamente, alcune contromisure temporanee riducono l’esposizione:

  • Limitare l’accesso a shell locale ai soli utenti fidati, specialmente su workstation condivise o ambienti multi-utente (lab, terminal server, VDI).
  • Monitorare la creazione di regole udev non autorizzate sotto /run/udev/rules.d/, ad esempio con auditd:
  • auditctl -w /run/udev/rules.d/ -p wa -k udev_rules_watch
  • Disabilitare il montaggio FUSE per utenti non privilegiati dove non strettamente necessario, tramite policy su /etc/fuse.conf o restrizioni AppArmor aggiuntive.

Nessuna di queste misure sostituisce la patch ufficiale: sono palliativi utili solo per il tempo strettamente necessario a pianificare l’aggiornamento.

Conclusione


CVE-2026-8933 è un promemoria utile per chi progetta meccanismi di sandboxing e privilege dropping: il passaggio da set-uid a set-capabilities è, sulla carta, una scelta più sicura, ma introduce una superficie temporale (la finestra tra creazione del file e trasferimento della ownership) che va gestita con la stessa attenzione riservata alle race condition classiche nei binari set-uid. Per chi amministra flotte Ubuntu Desktop, la priorità pratica resta semplice: verificare le versioni di snapd installate, applicare la patch e, nel frattempo, restringere l’accesso shell locale dove possibile.

Fonte: Qualys Threat Research Unit – CVE-2026-8933: Local Privilege Escalation in Set-Capabilities snap-confine


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Azure Event Grid Namespaces: Autoscale automatico per i workload di messaggistica dinamici
#tech
spcnet.it/azure-event-grid-nam…
@informatica


Azure Event Grid Namespaces: Autoscale automatico per i workload di messaggistica dinamici


Il problema delle Throughput Unit statiche


Chi ha già lavorato con Azure Event Grid Namespaces conosce bene il concetto di Throughput Unit (TU): ogni TU definisce una capacità fissa di ingress/egress per gli eventi, di publish MQTT e di connessioni client MQTT. Fino ad oggi, il numero di TU andava impostato in fase di creazione del namespace e poi regolato manualmente ogni volta che il pattern di traffico cambiava — tipicamente sovradimensionando “per sicurezza” durante i picchi, con conseguente spreco di capacità (e di budget) nei periodi di bassa attività.

Microsoft ha da poco introdotto in public preview la funzionalità Autoscale per Event Grid Namespaces (tier Standard), che elimina questa gestione manuale: il servizio monitora il carico e regola automaticamente le TU tra un minimo e un massimo configurati dall’amministratore.

Come funziona Autoscale


Il funzionamento è deliberatamente semplice, in linea con la filosofia “meno configurazione, più automazione” che Azure sta applicando a diversi servizi PaaS. Event Grid valuta continuamente l’utilizzo su quattro categorie:

  • Event ingress: tasso di eventi in ingresso sui namespace topic HTTP.
  • Event egress: tasso di eventi in uscita verso i sottoscrittori.
  • MQTT publish rate (inbound/outbound): frequenza dei messaggi pubblicati e ricevuti sul broker MQTT.
  • MQTT client count: numero di client MQTT registrati e connessi.

Quando una qualunque di queste metriche supera la soglia di scale-up, il servizio aggiunge automaticamente Throughput Unit. Quando tutte le categorie scendono sotto la soglia di scale-down, le TU in eccesso vengono rilasciate. L’amministratore non definisce policy o soglie personalizzate: si limita a impostare i limiti minimo e massimo di TU, e Event Grid gestisce internamente le decisioni di scaling.

Un richiamo ai concetti di namespace


Per chi non ha ancora familiarità con il modello a namespace di Event Grid (distinto dai topic “classici” di Event Grid Basic), vale la pena ricordare la struttura:

  • Un namespace è un contenitore di gestione che espone un FQDN unico e due endpoint: uno HTTP per i namespace topic, uno MQTT per scenari IoT.
  • I namespace topic supportano sia la pull delivery (il consumer si collega ed estrae i messaggi con semantica queue-like) sia la push delivery (attualmente verso Event Hubs come destinazione).
  • Gli eventi pubblicati devono rispettare lo standard CloudEvents 1.0 del CNCF, con binding HTTP e formato JSON.

Autoscale agisce a livello di namespace, quindi tutte le risorse contenute (topic, topic space MQTT, client, client group) beneficiano della stessa capacità elastica senza bisogno di scaling indipendente per ciascuna.

Abilitare Autoscale: portale, ARM e REST API


La funzionalità, essendo in preview, va abilitata esplicitamente. Dal portale Azure basta aprire il namespace Event Grid, andare nella sezione di configurazione della capacità e attivare l’opzione Autoscale specificando TU minime e massime.

Per chi gestisce l’infrastruttura as code, lo stesso risultato si ottiene via ARM template (o Bicep) impostando le proprietà di scaling sulla risorsa del namespace:

{
  "type": "Microsoft.EventGrid/namespaces",
  "apiVersion": "2025-04-01-preview",
  "name": "ns-iot-produzione",
  "location": "westeurope",
  "sku": {
    "name": "Standard",
    "capacity": 4
  },
  "properties": {
    "isZoneRedundant": true,
    "topicsConfiguration": {},
    "publicNetworkAccess": "Enabled",
    "topicSpacesConfiguration": {
      "state": "Enabled"
    }
  }
}

Nota: al momento della stesura la configurazione fine di Autoscale (min/max TU) va completata tramite portale o REST API dedicata, poiché lo schema ARM per questa preview è ancora in evoluzione — vale la pena controllare la pagina di supporto ufficiale prima di automatizzare il deployment in pipeline CI/CD.

Via REST API, la capacità del namespace si legge e modifica sulla stessa risorsa esposta dall’API di gestione di Event Grid:

GET https://management.azure.com/subscriptions/{subId}/resourceGroups/{rg}/providers/Microsoft.EventGrid/namespaces/{namespaceName}?api-version=2025-04-01-preview

Quando ha senso usarlo


Autoscale è pensato in particolare per due categorie di carico che chi lavora con architetture event-driven conosce bene:

  • Workload IoT con MQTT: il numero di dispositivi connessi e il fan-out delle sottoscrizioni possono variare rapidamente (pensiamo a una flotta di sensori che si riattiva tutta insieme dopo un’interruzione di rete). Dimensionare le TU staticamente per il picco significa pagare capacità inutilizzata per la maggior parte del tempo.
  • Event broker con traffico “a burst”: pipeline di ingestion che ricevono ondate di eventi correlate a batch job, deployment, o processi di business con picchi orari/giornalieri (fine mese, chiusura contabile, campagne marketing).

Per i .NET developer che costruiscono microservizi basati su eventi, questo significa poter progettare la sottoscrizione a namespace topic senza dover stimare a priori il traffico di picco con lo stesso margine di sicurezza richiesto finora — riducendo sia il rischio di throttling sotto carico sia i costi nei periodi di quiete.

Conclusione


Autoscale per Event Grid Namespaces arriva in un’area, il messaging event-driven, dove il dimensionamento manuale è da sempre un compromesso scomodo tra costo e resilienza. Essendo ancora in public preview, prima di adottarlo su workload di produzione critici vale la pena testarlo su un namespace non critico, verificando i tempi di reazione dello scaling automatico sotto carico reale e monitorando le metriche di throttling durante la fase di transizione tra un livello di TU e l’altro.

Fonte: Petri IT Knowledgebase – Azure Event Grid Namespaces Add Autoscale for Dynamic Messaging Workloads; concetti tecnici da Microsoft Learn – Concepts for Event Grid namespace topics


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Cruciferra: il crypter da 2.000 dollari al mese che uccide gli EDR e fa sparire il malware dal disco


@Informatica (Italy e non Italy)
Proofpoint svela Cruciferra, servizio di crypter venduto su forum underground che combina BYOVD, syscall indiretti e una variante di Process Ghosting per proteggere AsyncRAT, Agent Tesla, Remcos e altri RAT usati


Cruciferra: il crypter da 2.000 dollari al mese che uccide gli EDR e fa sparire il malware dal disco


Sui forum underground si vende come “il crypter più letale del sottosuolo”. Cruciferra, in vendita dall’autunno 2025 su Exploit[.]in a partire da 450 dollari al mese fino a 2.000 per la versione completa, non è l’ennesimo offuscatore di malware: secondo un’analisi pubblicata da Proofpoint il 20 luglio, il servizio combina disattivazione degli EDR via driver vulnerabili, syscall indiretti, un motore di cifratura polimorfico con oltre 90 combinazioni di algoritmi e una variante custom della tecnica di Process Ghosting. Il risultato è un payload che gira in memoria senza mai esistere in forma scansionabile su disco.

Un “umbrella service” per decine di gruppi criminali scollegati tra loro


Cruciferra non è legato a un singolo attore: Proofpoint lo descrive come un servizio “ombrello”, utilizzato in decine di campagne indipendenti per proteggere payload molto diversi tra loro, da AsyncRAT e Agent Tesla a Remcos, XWorm, zgRAT, Formbook/XLoader, DarkCloud Stealer, Phantom Stealer, Snake Keylogger e ValleyRAT. Scritto in Mono, il crypter viene sempre eseguito tramite DLL side-loading: la vittima scarica un archivio contenente un eseguibile legittimo in apparenza e una DLL malevola, che viene caricata automaticamente al lancio del programma principale.

Tra i clienti identificati da Proofpoint figura TA4922, gruppo cinese di cybercrime già noto per l’espansione delle proprie campagne a livello globale. Tra fine aprile e inizio giugno 2026, TA4922 ha condotto almeno quattro campagne da poche centinaia di email ciascuna, con esche a tema fiscale che impersonavano l’Income Tax Department indiano per convincere le vittime a scaricare archivi ZIP contenenti il loader di AsyncRAT. Altre campagne osservate hanno sfruttato notifiche fasulle della Social Security Administration statunitense per distribuire XWorm e AdaptixC2 tramite file VHD, mentre una campagna di fine giugno ha usato reclami di ospiti su presunte cimici da letto per colpire il settore alberghiero con zgRAT.

Come Cruciferra acceca gli EDR


Prima ancora di eseguire il payload finale, Cruciferra dedica gran parte del proprio codice a rendersi invisibile agli strumenti di analisi e difesa. Il DLL principale contiene spesso centinaia o migliaia di funzioni esportate fittizie che puntano a codice spazzatura: solo una manciata di export porta effettivamente al codice malevolo, rendendo più difficile per un analista o un sandbox individuare il punto di ingresso reale. Il malware nasconde poi le finestre di console che potrebbero tradire un’infezione, tramite un thread in background che scandisce ripetutamente l’albero dei processi cercando finestre di classe “ConsoleWindowClass” da occultare con ShowWindow e SetWindowPos.

Sul fronte della telemetria, Cruciferra applica un unhooking sistematico delle funzioni monitorate da EDR e antivirus, ripristinando una copia pulita delle DLL di sistema in memoria per rimuovere gli hook installati dai prodotti di sicurezza. Ricorre inoltre a syscall indiretti: legge una copia pulita di ntdll.dll dal disco e ne conserva gli stub in una struttura globale, così da invocare le API senza passare dagli hook inline che gli EDR installano solitamente su ntdll.dll. A completare il quadro, il malware ripara anche eventuali hook sulla Import Address Table (IAT), una tecnica più datata ma qui reintrodotta deliberatamente, e disabilita le notifiche di sistema modificando chiavi di registro come ToastEnabled e Balloon, per impedire che Windows Defender o il Security Center mostrino avvisi visibili all’utente.

BYOVD: un driver forense trasformato in killer di EDR


L’elemento più aggressivo del crypter è l’abuso di driver kernel legittimi ma vulnerabili, tecnica nota come Bring-Your-Own-Vulnerable-Driver (BYOVD). Cruciferra rilascia sul sistema un “helper driver” firmato digitalmente, spesso il driver GoFlyDrv.sys, e lo usa per inviare comandi IOCTL a basso livello che terminano i processi degli agenti EDR individuati scandendo la lista dei processi attivi. In alternativa, gli analisti hanno osservato anche altri driver impiegati con la stessa logica: Core64.sys, HwOs2Ec.sys, LnvMSRIO.sys, MemoryInformer.sys, NTIOLib_X64.sys, ProcessMonitorDriver.sys e selfprot.sys. Trattandosi di driver firmati da produttori legittimi (spesso strumenti diagnostici o di manutenzione hardware), Windows li carica senza obiezioni nonostante le vulnerabilità note che permettono di trasformarli in armi contro gli stessi prodotti di sicurezza che dovrebbero fermarli.

Per elevare i propri privilegi quando non gira già come amministratore, Cruciferra sfrutta inoltre il bypass dello User Account Control tramite COM Elevation Moniker, e garantisce la persistenza scrivendo una voce denominata “putty” nella chiave di registro Run, così da rieseguirsi automaticamente a ogni riavvio del sistema.

Process Ghosting “potenziato”: nessun file da scansionare


Per l’esecuzione finale del payload, Cruciferra adotta una variante della tecnica di Process Ghosting: crea un file temporaneo, lo marca per l’eliminazione tramite NtSetInformationFile, vi scrive il payload malevolo, quindi crea una sezione immagine con NtCreateSection e SEC_IMAGE prima di chiudere l’handle. Il file viene cancellato dal disco dal sistema operativo, ma la sezione di memoria che lo rappresenta resta viva; un processo legittimo viene poi creato in stato sospeso, la sezione “fantasma” vi viene mappata tramite NtMapViewOfSection, e il contesto del thread viene reindirizzato al vero punto di ingresso del payload prima di riprendere l’esecuzione. Il risultato è un processo in esecuzione supportato da un’immagine PE che non è mai esistita su disco in una forma analizzabile.

Cruciferra aggiunge due ulteriori accorgimenti a questa tecnica, già di per sé insidiosa: applica una patch a ZwQueryVirtualMemory in modo che, quando un EDR interroga la regione di memoria “fantasma”, riceva una risposta manipolata che nasconde l’anomalia del file cancellato; e neutralizza NtManageHotPatch, funzione che il sistema operativo può usare per validare l’integrità delle sezioni immagine caricate rispetto al file su disco che le supporta, impedendo così qualunque verifica di coerenza da parte del kernel.

Crittografia su misura: oltre 90 algoritmi ricombinati


Il payload viene conservato nella sezione “.reloc” del binario, codificato in Base16 con un set di caratteri personalizzato, e protetto da uno delle oltre 90 varianti di algoritmi crittografici che Cruciferra può generare combinando componenti presi da cifrari e generatori di numeri pseudocasuali noti: Keccak (SHA-3), convoluzione ciclica, reti Feistel generalizzate, SPECK-128/256 in modalità CTR, PRNG multiply-accumulate, una versione modificata di Threefish-256, combinazioni Xorshift64/middle-square e diverse varianti ARX (Addition-Rotation-XOR). L’unico algoritmo standard rimasto intatto è DES-CBC-PKCS7. Questo approccio “bring your own crypto” rende ogni campione sostanzialmente unico dal punto di vista crittografico, complicando enormemente il rilevamento basato su firme statiche.

Un dettaglio utile ai difensori: i metadati “File Version Information” dei binari generati da Cruciferra contengono spesso stringhe casuali generate combinando due o quattro parole a caso (ad esempio “2026 Colpoplastric Semipreactical Group” nei campi Copyright, Product e Description), un pattern che, unito a firme YARA mirate, ha permesso a Proofpoint di tracciare su VirusTotal nuove build del crypter caricate a intervalli di pochi minuti, segno di un servizio in sviluppo attivo e continuo.

Due righe per i difensori


  • Bloccare il caricamento dei driver kernel noti come vulnerabili tramite la lista di blocco di Microsoft (HVCI/driver blocklist) e strumenti come LOLDrivers, includendo GoFlyDrv.sys e gli altri driver associati a Cruciferra.
  • Monitorare la creazione di sezioni immagine da file marcati per l’eliminazione (NtCreateSection su file con delete-pending) come indicatore di Process Ghosting, oltre a chiamate anomale a NtManageHotPatch.
  • Verificare la presenza della chiave di persistenza “putty” nel Run key del registro, un IOC comportamentale a basso costo di rilevamento.
  • Applicare filtri anti-phishing rafforzati sulle esche a tema fiscale e previdenziale, particolarmente ricorrenti nelle campagne osservate.
  • Dare priorità a soluzioni EDR con protezione kernel indipendente dal proprio agente in user-mode, per resistere a tecniche BYOVD che colpiscono direttamente il processo dell’agente.

Cruciferra conferma una tendenza ormai consolidata nel malware-as-a-service: la sofisticazione tecnica un tempo riservata agli APT state-sponsored è oggi acquistabile con un abbonamento mensile, e la vera barriera all’ingresso per il cybercrime commodity non è più scrivere codice evasivo, ma semplicemente pagare chi lo ha già scritto.

IoC

# Driver BYOVD abusati da Cruciferra (SHA-256)
Core64.sys               17aae57cf6255c7eb169bf62ea67376d9708976eb7831f8cdd0ea38bdcb37dc4
GoFlyDrv.sys              2fdfdd13a0c548bb68c9d5aa8599a9265d4659da3e237fe7a42ac6ac06b9a06a
HwOs2Ec.sys               c4e93449453cf67c5d5605bb8f425207a738a242fdb432d720acc32faa74926c
LnvMSRIO.sys              c5b1e9aafc8f2b4ab05effc00fd43f3114b9ef1d592a086c952793ac4e299809
MemoryInformer.sys        7887e919555fb5948c217556ba149392a72982b1bc427d3db779db9dcbf09ee8
NTIOLib_X64.sys           09bedbf7a41e0f8dabe4f41d331db58373ce15b2e9204540873a1884f38bdde1
ProcessMonitorDriver.sys  5b4f59236a9b950bcd5191b35d19125f60cfb9e1a1e1aa2e4f914b6745dde9df
selfprot.sys              c46e907886e2158cbc453e767183aecf07887b5ac8848f19684451883d69f5f0
# Campagna TA4922 / Cruciferra / AsyncRAT
hxxp://hsahyteiows[.]gu[.]cc
hxxp://yicoweytcbtw[.]gu[.]cc
hxxp://xkcifgieusr[.]gu[.]cc
hxxp://fuaytrwese[.]love
3c181f642e24c28602a87be7f195e2f3d1ffa30b37e20f5121d99f88b22ab80e  (Tax-Number52563.zip, SHA256)
66dbe675480dc229e5b3ab8ad74207f73486e64e57805074f784bb2e01bcb865  (Tax-Number809863.zip, SHA256)
# Campagna XWorm
gatuso[.]duckdns[.]org                                            (C2)
# Campagna zgRAT
digital-magicians[.]com/photo295825092412[.]zip                  (Payload URL)
0zbqnac1t4dv2t2wuodv1m[.]com                                      (C2)
89[.]34[.]90[.]99:56001                                           (C2)
# Persistenza
Registro: HKCU\Software\Microsoft\Windows\CurrentVersion\Run\putty

Mic Jammer Relies on Ultrasound


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Today’s phone microphones are perfectly adept at picking up sound in all sorts of conditions, and they’re backed by all kinds of processing techniques to filter out noise and capture clean audio. [mcore1976] has been working on a device to jam phone microphones that might be listening in, however, countering fancy processing techniques in turn.

The build uses a microcontroller brain to control an array of ultrasonic transducers. [mcore1976] has created many revisions of the project, each time improving its ability to jam microphones in modern hardware. The latest revision uses an RP2040 microcontroller and a MOSFET drive stage to control 20-80 ultrasonic transducers. They’re driven with a PWM signal generated from the RP2040 itself. The signal output is specifically modulated to try and confuse the automatic gain control systems used in many modern phones in order to make it difficult for them to record clear audio when the jammer is running. As [mcore1976] demonstrates with an iPhone 17, his voice is completely lost amidst unintelligible garbled noise while the jammer is switched on.

It’s a niche idea, and perhaps most interesting because it affects phone microphones while being largely inaudible to the human ear. We’ve featured other interesting jamming devices of late, too. Video after the break.

youtube.com/embed/84xKVirOIlM?…

youtube.com/embed/-bGY1aQV2Jw?…


hackaday.com/2026/07/23/mic-ja…

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Cl0p sfrutta una falla critica in PTC Windchill e FlexPLM: webshell ed estorsioni nella supply chain del manufacturing


@Informatica (Italy e non Italy)
La gang Cl0p, nota per gli attacchi di massa a MOVEit e GoAnywhere, sta ora sfruttando CVE-2026-12569 in PTC Windchill e FlexPLM per compromettere aziende manifatturiere,


Cl0p sfrutta una falla critica in PTC Windchill e FlexPLM: webshell ed estorsioni nella supply chain del manufacturing


Cl0p torna a colpire dove sa fare più male: non un endpoint qualsiasi, ma il software che tiene insieme la catena di progettazione e produzione di centinaia di aziende manifatturiere, automotive, aerospaziali e di abbigliamento. La gang, la stessa che ha reso celebri gli attacchi di massa contro MOVEit, GoAnywhere MFT e Accellion FTA, sta ora sfruttando una falla critica in PTC Windchill e FlexPLM per ottenere accesso non autenticato, installare webshell e avviare campagne di estorsione su scala industriale.

Un bersaglio scelto con cura: il PLM come infrastruttura critica invisibile


Windchill è la piattaforma di Product Lifecycle Management (PLM) di PTC usata da produttori e ingegneri per gestire distinte base, disegni CAD, cicli di revisione e conformità normativa. FlexPLM è la sua controparte pensata per retail, abbigliamento, calzature e beni di consumo. Sono, in sostanza, il “sistema nervoso” della progettazione di prodotto: chi compromette Windchill non ruba solo dati, ottiene la proprietà intellettuale che tiene in piedi intere linee produttive, spesso condivise con fornitori e terze parti a valle della catena. È esattamente il tipo di software “orizzontale ma invisibile” che Cl0p ha sempre preferito, sul modello già visto con MOVEit nel 2023: individuare una falla in un prodotto enterprise diffuso, sfruttarla in massa prima che le patch si diffondano, poi monetizzare i dati sottratti con estorsioni multiple.

La falla: CVE-2026-12569, CVSS 9.3


La vulnerabilità alla base della campagna è un caso di improper input validation legato alla deserializzazione di dati non attendibili in Windchill, che consente a un attaccante remoto e non autenticato di eseguire codice arbitrario con una singola richiesta malformata. Secondo l’advisory diffusa da ricercatori di threat intelligence (ecrime.ch) e ripresa dagli analisti, l’affiliato Cl0p osservato in queste settimane concatena due debolezze distinte: una falla di information disclosure nel WSDL di FlexPLM, che permette di mappare gli endpoint e raccogliere informazioni utili sull’istanza target, e una vulnerabilità nel servlet di login di Windchill, che consente di bypassare l’autenticazione e ottenere RCE. Il risultato è una catena di exploit pienamente “unauthenticated to RCE”, il tipo di primitiva che i gruppi ransomware più organizzati amano weaponizzare in pochi giorni.

PTC ha comunicato la vulnerabilità il 17 giugno 2026, rilasciando le prime patch il giorno successivo dopo aver confermato exploitation attiva in the wild. CISA ha inserito CVE-2026-12569 nel proprio Known Exploited Vulnerabilities (KEV) catalog il 25 giugno, imponendo alle agenzie federali statunitensi la remediation entro il 28 giugno: è la prima vulnerabilità di un prodotto PTC ad entrare nel KEV. In Germania, il BSI e la polizia federale (BKA) hanno avvisato direttamente le aziende esposte già dalla notte del 17 giugno, un déjà-vu rispetto a un’altra vulnerabilità RCE nelle stesse piattaforme (CVE-2026-4681) divulgata a marzo 2026.

Dalla falla alla webshell: la firma operativa dell’attacco


Una volta ottenuta l’esecuzione di codice, gli operatori osservati droppano webshell JSP persistenti seguendo uno schema di naming riconoscibile: file con nome esadecimale a 16 caratteri collocati sotto il percorso di login di Windchill. Da lì gestiscono comandi da remoto, effettuano attività di file-listing (lasciando spesso una traccia in un file temporaneo) ed esfiltrano dati prima di passare alla fase di estorsione, con email inviate direttamente alle organizzazioni colpite nei settori Manufacturing, Automotive, Aerospace e Retail/Apparel. Non risultano, al momento, evidenze pubbliche di deployment di ransomware “classico” con cifratura dei file: lo schema resta quello, tipico di Cl0p dal 2023 in poi, di furto massivo di dati seguito da doppia estorsione senza necessariamente criptare gli ambienti compromessi.

Due righe per i difensori: rischio supply chain, non solo perimetrale


Il vero elemento di rischio geopolitico e industriale qui non è la singola azienda compromessa, ma l’effetto a cascata: Windchill e FlexPLM sono spesso condivisi con OEM, fornitori Tier 1 e partner di co-design. Un accesso non autorizzato ai repository PLM significa potenziale esposizione di disegni tecnici, specifiche di materiali, cicli di produzione e roadmap di prodotto — informazioni che hanno valore sia per la criminalità organizzata in cerca di leva estorsiva, sia, in scenari più sensibili (difesa, aerospazio), per attori interessati allo spionaggio industriale. È lo stesso pattern di rischio già visto con gli attacchi a piattaforme di file transfer enterprise: la superficie non è l’endpoint dell’utente, ma il software B2B che nessuno vede ma su cui si regge la produzione.

  • Applicare immediatamente le patch PTC per Windchill e FlexPLM (rilasciate dal 18 giugno 2026) su tutte le versioni supportate.
  • Verificare la presenza di webshell nel percorso /Windchill/login/ con nomi esadecimali a 16 caratteri.
  • Analizzare i log HTTP per richieste POST anomale verso gli endpoint di login e per l’header X-windchill-req.
  • Bloccare al perimetro gli indirizzi IP noti come infrastruttura di comando e controllo.
  • Limitare l’esposizione diretta a Internet dell’endpoint di login Windchill dove operativamente possibile, instradando l’accesso tramite VPN o gateway con MFA.
  • Effettuare un controllo retrospettivo dei log di accesso per individuare eventuali esfiltrazioni avvenute prima della patch.


Indicatori di compromissione

# Indirizzi IP associati all'infrastruttura d'attacco
172.111.38.31
216.152.148.54
104.243.35.131
74.50.76.146
5.180.41.35   # C2 - bloccare immediatamente al perimetro
# Pattern webshell
/Windchill/login/[0-9a-f]{16}.jsp
# Hash file webshell (SHA-256)
55a1eb4c2d3da04376df39d7ba832569c6af1a37a0cf2b95f754ac898023a30c
# Marcatore di attivita di file-listing dell'attaccante
/tmp/flst.txt  (o nella working directory di Windchill)
# Header HTTP sospetto usato dagli operatori
X-windchill-req: *

Per i team di sicurezza che gestiscono ambienti PLM esposti, il messaggio è chiaro: la finestra tra disclosure pubblica e weaponization da parte di gruppi come Cl0p si è ormai ridotta a giorni, non settimane. Chi non ha ancora patchato Windchill o FlexPLM dovrebbe considerare l’ambiente potenzialmente già compromesso e agire di conseguenza, con hunting retroattivo prima ancora del solo deployment della patch.

Cybersecurity & cyberwarfare ha ricondiviso questo.

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Zero-day startup Paradigm Shift took down the blog post and corresponding Proof-of-Concept code for the iPhone flaw they dubbed Usbliter8.

Takedown comes following a judge order in the lawsuit filed by Magnet Forensics, which alleges a former employee now at the startup stole the flaw.

in reply to Lorenzo Franceschi-Bicchierai

Of course, you can still read the blog post on the Wayback Machine: web.archive.org/web/2026072214…

And here's our story on it: techcrunch.com/2026/06/22/a-ne…

Cybersecurity & cyberwarfare ha ricondiviso questo.

#Chaos #ransomware deploys browser-based #msaRAT to evade network detection
securityaffairs.com/195876/cyb…
#securityaffairs #hacking #AI
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✨ Cl0p sfrutta una falla critica in PTC Windchill e FlexPLM: webshell ed estorsioni nella supply chain del manufacturing
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/cl0p-s…

@informatica


Cl0p sfrutta una falla critica in PTC Windchill e FlexPLM: webshell ed estorsioni nella supply chain del manufacturing


Cl0p torna a colpire dove sa fare più male: non un endpoint qualsiasi, ma il software che tiene insieme la catena di progettazione e produzione di centinaia di aziende manifatturiere, automotive, aerospaziali e di abbigliamento. La gang, la stessa che ha reso celebri gli attacchi di massa contro MOVEit, GoAnywhere MFT e Accellion FTA, sta ora sfruttando una falla critica in PTC Windchill e FlexPLM per ottenere accesso non autenticato, installare webshell e avviare campagne di estorsione su scala industriale.

Un bersaglio scelto con cura: il PLM come infrastruttura critica invisibile


Windchill è la piattaforma di Product Lifecycle Management (PLM) di PTC usata da produttori e ingegneri per gestire distinte base, disegni CAD, cicli di revisione e conformità normativa. FlexPLM è la sua controparte pensata per retail, abbigliamento, calzature e beni di consumo. Sono, in sostanza, il “sistema nervoso” della progettazione di prodotto: chi compromette Windchill non ruba solo dati, ottiene la proprietà intellettuale che tiene in piedi intere linee produttive, spesso condivise con fornitori e terze parti a valle della catena. È esattamente il tipo di software “orizzontale ma invisibile” che Cl0p ha sempre preferito, sul modello già visto con MOVEit nel 2023: individuare una falla in un prodotto enterprise diffuso, sfruttarla in massa prima che le patch si diffondano, poi monetizzare i dati sottratti con estorsioni multiple.

La falla: CVE-2026-12569, CVSS 9.3


La vulnerabilità alla base della campagna è un caso di improper input validation legato alla deserializzazione di dati non attendibili in Windchill, che consente a un attaccante remoto e non autenticato di eseguire codice arbitrario con una singola richiesta malformata. Secondo l’advisory diffusa da ricercatori di threat intelligence (ecrime.ch) e ripresa dagli analisti, l’affiliato Cl0p osservato in queste settimane concatena due debolezze distinte: una falla di information disclosure nel WSDL di FlexPLM, che permette di mappare gli endpoint e raccogliere informazioni utili sull’istanza target, e una vulnerabilità nel servlet di login di Windchill, che consente di bypassare l’autenticazione e ottenere RCE. Il risultato è una catena di exploit pienamente “unauthenticated to RCE”, il tipo di primitiva che i gruppi ransomware più organizzati amano weaponizzare in pochi giorni.

PTC ha comunicato la vulnerabilità il 17 giugno 2026, rilasciando le prime patch il giorno successivo dopo aver confermato exploitation attiva in the wild. CISA ha inserito CVE-2026-12569 nel proprio Known Exploited Vulnerabilities (KEV) catalog il 25 giugno, imponendo alle agenzie federali statunitensi la remediation entro il 28 giugno: è la prima vulnerabilità di un prodotto PTC ad entrare nel KEV. In Germania, il BSI e la polizia federale (BKA) hanno avvisato direttamente le aziende esposte già dalla notte del 17 giugno, un déjà-vu rispetto a un’altra vulnerabilità RCE nelle stesse piattaforme (CVE-2026-4681) divulgata a marzo 2026.

Dalla falla alla webshell: la firma operativa dell’attacco


Una volta ottenuta l’esecuzione di codice, gli operatori osservati droppano webshell JSP persistenti seguendo uno schema di naming riconoscibile: file con nome esadecimale a 16 caratteri collocati sotto il percorso di login di Windchill. Da lì gestiscono comandi da remoto, effettuano attività di file-listing (lasciando spesso una traccia in un file temporaneo) ed esfiltrano dati prima di passare alla fase di estorsione, con email inviate direttamente alle organizzazioni colpite nei settori Manufacturing, Automotive, Aerospace e Retail/Apparel. Non risultano, al momento, evidenze pubbliche di deployment di ransomware “classico” con cifratura dei file: lo schema resta quello, tipico di Cl0p dal 2023 in poi, di furto massivo di dati seguito da doppia estorsione senza necessariamente criptare gli ambienti compromessi.

Due righe per i difensori: rischio supply chain, non solo perimetrale


Il vero elemento di rischio geopolitico e industriale qui non è la singola azienda compromessa, ma l’effetto a cascata: Windchill e FlexPLM sono spesso condivisi con OEM, fornitori Tier 1 e partner di co-design. Un accesso non autorizzato ai repository PLM significa potenziale esposizione di disegni tecnici, specifiche di materiali, cicli di produzione e roadmap di prodotto — informazioni che hanno valore sia per la criminalità organizzata in cerca di leva estorsiva, sia, in scenari più sensibili (difesa, aerospazio), per attori interessati allo spionaggio industriale. È lo stesso pattern di rischio già visto con gli attacchi a piattaforme di file transfer enterprise: la superficie non è l’endpoint dell’utente, ma il software B2B che nessuno vede ma su cui si regge la produzione.

  • Applicare immediatamente le patch PTC per Windchill e FlexPLM (rilasciate dal 18 giugno 2026) su tutte le versioni supportate.
  • Verificare la presenza di webshell nel percorso /Windchill/login/ con nomi esadecimali a 16 caratteri.
  • Analizzare i log HTTP per richieste POST anomale verso gli endpoint di login e per l’header X-windchill-req.
  • Bloccare al perimetro gli indirizzi IP noti come infrastruttura di comando e controllo.
  • Limitare l’esposizione diretta a Internet dell’endpoint di login Windchill dove operativamente possibile, instradando l’accesso tramite VPN o gateway con MFA.
  • Effettuare un controllo retrospettivo dei log di accesso per individuare eventuali esfiltrazioni avvenute prima della patch.


Indicatori di compromissione

# Indirizzi IP associati all'infrastruttura d'attacco
172.111.38.31
216.152.148.54
104.243.35.131
74.50.76.146
5.180.41.35   # C2 - bloccare immediatamente al perimetro
# Pattern webshell
/Windchill/login/[0-9a-f]{16}.jsp
# Hash file webshell (SHA-256)
55a1eb4c2d3da04376df39d7ba832569c6af1a37a0cf2b95f754ac898023a30c
# Marcatore di attivita di file-listing dell'attaccante
/tmp/flst.txt  (o nella working directory di Windchill)
# Header HTTP sospetto usato dagli operatori
X-windchill-req: *

Per i team di sicurezza che gestiscono ambienti PLM esposti, il messaggio è chiaro: la finestra tra disclosure pubblica e weaponization da parte di gruppi come Cl0p si è ormai ridotta a giorni, non settimane. Chi non ha ancora patchato Windchill o FlexPLM dovrebbe considerare l’ambiente potenzialmente già compromesso e agire di conseguenza, con hunting retroattivo prima ancora del solo deployment della patch.

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✨ Cruciferra: il crypter da 2.000 dollari al mese che uccide gli EDR e fa sparire il malware dal disco
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/crucif…

@informatica


Cruciferra: il crypter da 2.000 dollari al mese che uccide gli EDR e fa sparire il malware dal disco


Sui forum underground si vende come “il crypter più letale del sottosuolo”. Cruciferra, in vendita dall’autunno 2025 su Exploit[.]in a partire da 450 dollari al mese fino a 2.000 per la versione completa, non è l’ennesimo offuscatore di malware: secondo un’analisi pubblicata da Proofpoint il 20 luglio, il servizio combina disattivazione degli EDR via driver vulnerabili, syscall indiretti, un motore di cifratura polimorfico con oltre 90 combinazioni di algoritmi e una variante custom della tecnica di Process Ghosting. Il risultato è un payload che gira in memoria senza mai esistere in forma scansionabile su disco.

Un “umbrella service” per decine di gruppi criminali scollegati tra loro


Cruciferra non è legato a un singolo attore: Proofpoint lo descrive come un servizio “ombrello”, utilizzato in decine di campagne indipendenti per proteggere payload molto diversi tra loro, da AsyncRAT e Agent Tesla a Remcos, XWorm, zgRAT, Formbook/XLoader, DarkCloud Stealer, Phantom Stealer, Snake Keylogger e ValleyRAT. Scritto in Mono, il crypter viene sempre eseguito tramite DLL side-loading: la vittima scarica un archivio contenente un eseguibile legittimo in apparenza e una DLL malevola, che viene caricata automaticamente al lancio del programma principale.

Tra i clienti identificati da Proofpoint figura TA4922, gruppo cinese di cybercrime già noto per l’espansione delle proprie campagne a livello globale. Tra fine aprile e inizio giugno 2026, TA4922 ha condotto almeno quattro campagne da poche centinaia di email ciascuna, con esche a tema fiscale che impersonavano l’Income Tax Department indiano per convincere le vittime a scaricare archivi ZIP contenenti il loader di AsyncRAT. Altre campagne osservate hanno sfruttato notifiche fasulle della Social Security Administration statunitense per distribuire XWorm e AdaptixC2 tramite file VHD, mentre una campagna di fine giugno ha usato reclami di ospiti su presunte cimici da letto per colpire il settore alberghiero con zgRAT.

Come Cruciferra acceca gli EDR


Prima ancora di eseguire il payload finale, Cruciferra dedica gran parte del proprio codice a rendersi invisibile agli strumenti di analisi e difesa. Il DLL principale contiene spesso centinaia o migliaia di funzioni esportate fittizie che puntano a codice spazzatura: solo una manciata di export porta effettivamente al codice malevolo, rendendo più difficile per un analista o un sandbox individuare il punto di ingresso reale. Il malware nasconde poi le finestre di console che potrebbero tradire un’infezione, tramite un thread in background che scandisce ripetutamente l’albero dei processi cercando finestre di classe “ConsoleWindowClass” da occultare con ShowWindow e SetWindowPos.

Sul fronte della telemetria, Cruciferra applica un unhooking sistematico delle funzioni monitorate da EDR e antivirus, ripristinando una copia pulita delle DLL di sistema in memoria per rimuovere gli hook installati dai prodotti di sicurezza. Ricorre inoltre a syscall indiretti: legge una copia pulita di ntdll.dll dal disco e ne conserva gli stub in una struttura globale, così da invocare le API senza passare dagli hook inline che gli EDR installano solitamente su ntdll.dll. A completare il quadro, il malware ripara anche eventuali hook sulla Import Address Table (IAT), una tecnica più datata ma qui reintrodotta deliberatamente, e disabilita le notifiche di sistema modificando chiavi di registro come ToastEnabled e Balloon, per impedire che Windows Defender o il Security Center mostrino avvisi visibili all’utente.

BYOVD: un driver forense trasformato in killer di EDR


L’elemento più aggressivo del crypter è l’abuso di driver kernel legittimi ma vulnerabili, tecnica nota come Bring-Your-Own-Vulnerable-Driver (BYOVD). Cruciferra rilascia sul sistema un “helper driver” firmato digitalmente, spesso il driver GoFlyDrv.sys, e lo usa per inviare comandi IOCTL a basso livello che terminano i processi degli agenti EDR individuati scandendo la lista dei processi attivi. In alternativa, gli analisti hanno osservato anche altri driver impiegati con la stessa logica: Core64.sys, HwOs2Ec.sys, LnvMSRIO.sys, MemoryInformer.sys, NTIOLib_X64.sys, ProcessMonitorDriver.sys e selfprot.sys. Trattandosi di driver firmati da produttori legittimi (spesso strumenti diagnostici o di manutenzione hardware), Windows li carica senza obiezioni nonostante le vulnerabilità note che permettono di trasformarli in armi contro gli stessi prodotti di sicurezza che dovrebbero fermarli.

Per elevare i propri privilegi quando non gira già come amministratore, Cruciferra sfrutta inoltre il bypass dello User Account Control tramite COM Elevation Moniker, e garantisce la persistenza scrivendo una voce denominata “putty” nella chiave di registro Run, così da rieseguirsi automaticamente a ogni riavvio del sistema.

Process Ghosting “potenziato”: nessun file da scansionare


Per l’esecuzione finale del payload, Cruciferra adotta una variante della tecnica di Process Ghosting: crea un file temporaneo, lo marca per l’eliminazione tramite NtSetInformationFile, vi scrive il payload malevolo, quindi crea una sezione immagine con NtCreateSection e SEC_IMAGE prima di chiudere l’handle. Il file viene cancellato dal disco dal sistema operativo, ma la sezione di memoria che lo rappresenta resta viva; un processo legittimo viene poi creato in stato sospeso, la sezione “fantasma” vi viene mappata tramite NtMapViewOfSection, e il contesto del thread viene reindirizzato al vero punto di ingresso del payload prima di riprendere l’esecuzione. Il risultato è un processo in esecuzione supportato da un’immagine PE che non è mai esistita su disco in una forma analizzabile.

Cruciferra aggiunge due ulteriori accorgimenti a questa tecnica, già di per sé insidiosa: applica una patch a ZwQueryVirtualMemory in modo che, quando un EDR interroga la regione di memoria “fantasma”, riceva una risposta manipolata che nasconde l’anomalia del file cancellato; e neutralizza NtManageHotPatch, funzione che il sistema operativo può usare per validare l’integrità delle sezioni immagine caricate rispetto al file su disco che le supporta, impedendo così qualunque verifica di coerenza da parte del kernel.

Crittografia su misura: oltre 90 algoritmi ricombinati


Il payload viene conservato nella sezione “.reloc” del binario, codificato in Base16 con un set di caratteri personalizzato, e protetto da uno delle oltre 90 varianti di algoritmi crittografici che Cruciferra può generare combinando componenti presi da cifrari e generatori di numeri pseudocasuali noti: Keccak (SHA-3), convoluzione ciclica, reti Feistel generalizzate, SPECK-128/256 in modalità CTR, PRNG multiply-accumulate, una versione modificata di Threefish-256, combinazioni Xorshift64/middle-square e diverse varianti ARX (Addition-Rotation-XOR). L’unico algoritmo standard rimasto intatto è DES-CBC-PKCS7. Questo approccio “bring your own crypto” rende ogni campione sostanzialmente unico dal punto di vista crittografico, complicando enormemente il rilevamento basato su firme statiche.

Un dettaglio utile ai difensori: i metadati “File Version Information” dei binari generati da Cruciferra contengono spesso stringhe casuali generate combinando due o quattro parole a caso (ad esempio “2026 Colpoplastric Semipreactical Group” nei campi Copyright, Product e Description), un pattern che, unito a firme YARA mirate, ha permesso a Proofpoint di tracciare su VirusTotal nuove build del crypter caricate a intervalli di pochi minuti, segno di un servizio in sviluppo attivo e continuo.

Due righe per i difensori


  • Bloccare il caricamento dei driver kernel noti come vulnerabili tramite la lista di blocco di Microsoft (HVCI/driver blocklist) e strumenti come LOLDrivers, includendo GoFlyDrv.sys e gli altri driver associati a Cruciferra.
  • Monitorare la creazione di sezioni immagine da file marcati per l’eliminazione (NtCreateSection su file con delete-pending) come indicatore di Process Ghosting, oltre a chiamate anomale a NtManageHotPatch.
  • Verificare la presenza della chiave di persistenza “putty” nel Run key del registro, un IOC comportamentale a basso costo di rilevamento.
  • Applicare filtri anti-phishing rafforzati sulle esche a tema fiscale e previdenziale, particolarmente ricorrenti nelle campagne osservate.
  • Dare priorità a soluzioni EDR con protezione kernel indipendente dal proprio agente in user-mode, per resistere a tecniche BYOVD che colpiscono direttamente il processo dell’agente.

Cruciferra conferma una tendenza ormai consolidata nel malware-as-a-service: la sofisticazione tecnica un tempo riservata agli APT state-sponsored è oggi acquistabile con un abbonamento mensile, e la vera barriera all’ingresso per il cybercrime commodity non è più scrivere codice evasivo, ma semplicemente pagare chi lo ha già scritto.

IoC

# Driver BYOVD abusati da Cruciferra (SHA-256)
Core64.sys               17aae57cf6255c7eb169bf62ea67376d9708976eb7831f8cdd0ea38bdcb37dc4
GoFlyDrv.sys              2fdfdd13a0c548bb68c9d5aa8599a9265d4659da3e237fe7a42ac6ac06b9a06a
HwOs2Ec.sys               c4e93449453cf67c5d5605bb8f425207a738a242fdb432d720acc32faa74926c
LnvMSRIO.sys              c5b1e9aafc8f2b4ab05effc00fd43f3114b9ef1d592a086c952793ac4e299809
MemoryInformer.sys        7887e919555fb5948c217556ba149392a72982b1bc427d3db779db9dcbf09ee8
NTIOLib_X64.sys           09bedbf7a41e0f8dabe4f41d331db58373ce15b2e9204540873a1884f38bdde1
ProcessMonitorDriver.sys  5b4f59236a9b950bcd5191b35d19125f60cfb9e1a1e1aa2e4f914b6745dde9df
selfprot.sys              c46e907886e2158cbc453e767183aecf07887b5ac8848f19684451883d69f5f0
# Campagna TA4922 / Cruciferra / AsyncRAT
hxxp://hsahyteiows[.]gu[.]cc
hxxp://yicoweytcbtw[.]gu[.]cc
hxxp://xkcifgieusr[.]gu[.]cc
hxxp://fuaytrwese[.]love
3c181f642e24c28602a87be7f195e2f3d1ffa30b37e20f5121d99f88b22ab80e  (Tax-Number52563.zip, SHA256)
66dbe675480dc229e5b3ab8ad74207f73486e64e57805074f784bb2e01bcb865  (Tax-Number809863.zip, SHA256)
# Campagna XWorm
gatuso[.]duckdns[.]org                                            (C2)
# Campagna zgRAT
digital-magicians[.]com/photo295825092412[.]zip                  (Payload URL)
0zbqnac1t4dv2t2wuodv1m[.]com                                      (C2)
89[.]34[.]90[.]99:56001                                           (C2)
# Persistenza
Registro: HKCU\Software\Microsoft\Windows\CurrentVersion\Run\putty

Hackaday Europe 2026: Half Quad, Half Blimp: Test. Fly. Survive.


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A great many drones out there, whether homebuilt or store-bought, follow the same basic format. Four motors, some kind of controller, and a lithium-polymer battery supplying the juice to keep everything in the air. It’s a format that produces a remarkably capable air vehicle, suitable for everything from high-speed camera work to urban search and rescue.

With that said, the format does have its limitations. [Suryansh Sharma] has been working on alternative designs for fancy and interesting drones that are half quadcopter and half blimp, and he came to Hackaday Europe 2026 to tell us all about it.

youtube.com/embed/fMzNm6QcVuo?…
Combining a multirotor design with a balloon for additional lift proved useful for certain applications. Despite the motors all being mounted in the horizontal plane, vertical translation is possible by firing the right combination of motors, due to convenient aerodynamic effects. Credit: slides
[Suryansh]’s talk took in a number of drone projects which he has been involved with. The first was the creatively-named BEAVIS, or Balloon Enabled Aerial Vehicle for IoT and Sensing. This was a project that aimed to tackle one of the greatest limitations of the common multirotor drone. Namely, as [Suryansh] so elegantly puts it, they “suck when it comes to staying in the air.” This is for a very simple reason—much like the helicopter, a multirotor drone must expend energy continuously to generate lift by spinning its propellers. Conventional multirotors don’t have wings that generate lift from forward motion, and any sort of gliding or similar behavior is basically impossible. Continual energy expenditure is the only thing keeping a multirotor aloft.

The point of BEAVIS was to fix this by combining drone tech with a simple lighter-than-air balloon. It’s an interesting combination, because a multirotor drone has excellent maneuverability and agility, but terrible endurance. A lighter-than-air balloon is quite the opposite, which has excellent endurance while suffering in all other respects. The BEAVIS concept outfits a small balloon with four motors in a split-cross configuration, which allows for planar translation as well as the ability to control yaw of the craft. With all four motors mounted horizontally in the same plane, it may seem like vertical control is not possible. However, by turning on two opposing props, it’s possible to create a low-pressure region beneath the craft which tends to push it downwards. Meanwhile, if you turn all four props on in the right directions, you create a high pressure region underneath the balloon which pushes the craft up. With the balloon, it has the benefit of being able to just hang in the air without continually burning through battery power. Endurance times of well over an hour were possible with this build, compared to maybe less than ten minutes for a comparable pure multirotor.
BEAVIS was developed into JANUS, a drone with an actuator system that pivots the motors so that it can fly in a pure quadcopter mode in the event of balloon failure. Credit: slides
BEAVIS was eventually developed into Janus— described as a “morphing quadrotor blimp with balloon failure resilience.” The goal was to build a craft that was viable for deployment in the real world, and that could undertake mobile ecological sensing work. The main difference to the previous design was that it would no longer solely fly as a balloon with horizontally-mounted props. Instead, Janus would feature a mechanism to allow the rotors to be positioned in the vertical axis to allow for conventional multirotor flight. This was key to allowing the craft to fly both as a lighter-than-air craft, and to survive and keep flying in the event the balloon burst or was otherwise damaged. The build was eventually deployed in Kenya to aid in ecological data collection for conservation efforts.
The Avy emergency response drone uses a metal launchpad and pogo pins to provide electrical power to keep the batteries topped off at all times. Credit: slides
[Suryansh] has been involved in other drone-related projects, too. Open Gimbal was a particularly interesting effort, involving the construction of a bench-testing rig for developing small multirotor drone craft. The 3-DoF platform offered unrestricted rotational freedom, allowing for a craft to be put through its paces in a controlled way without requiring a large open space for free flight. [Suryansh] also discusses his work with a company called Avy, which specializes in VTOL drones with a focus on emergency response roles. The company has deployed drones that use multirotor technology to launch vertically, while relying on fixed wing aerodynamic elements to extend range and improve efficiency for longer flight times. The drones feature a neat charging setup, wherein pogo pins on the fins pick up power from the metal launchpad to ensure that batteries are fully charged and the drone is ready to go at all times.

Ultimately, multirotor drones have taken on their basic form for good reason. With that said, as [Suryansh]’s talk explains, modifications to the form can have great utility when made to suit a particularly specific mission or application. If you’re developing a drone for a certain purpose, and you’re running into hard limitations, you might try thinking outside the box to make something more fitting for your goals.


hackaday.com/2026/07/23/hackad…

Cybersecurity & cyberwarfare ha ricondiviso questo.

Cruciferra: il crypter da 2.000 dollari al mese che uccide gli EDR e fa sparire il malware dal disco


Proofpoint svela Cruciferra, servizio di crypter venduto su forum underground che combina BYOVD, syscall indiretti e una variante di Process Ghosting per proteggere AsyncRAT, Agent Tesla, Remcos e altri RAT usati da gruppi come TA4922.
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Sui forum underground si vende come “il crypter più letale del sottosuolo”. Cruciferra, in vendita dall’autunno 2025 su Exploit[.]in a partire da 450 dollari al mese fino a 2.000 per la versione completa, non è l’ennesimo offuscatore di malware: secondo un’analisi pubblicata da Proofpoint il 20 luglio, il servizio combina disattivazione degli EDR via driver vulnerabili, syscall indiretti, un motore di cifratura polimorfico con oltre 90 combinazioni di algoritmi e una variante custom della tecnica di Process Ghosting. Il risultato è un payload che gira in memoria senza mai esistere in forma scansionabile su disco.

Un “umbrella service” per decine di gruppi criminali scollegati tra loro


Cruciferra non è legato a un singolo attore: Proofpoint lo descrive come un servizio “ombrello”, utilizzato in decine di campagne indipendenti per proteggere payload molto diversi tra loro, da AsyncRAT e Agent Tesla a Remcos, XWorm, zgRAT, Formbook/XLoader, DarkCloud Stealer, Phantom Stealer, Snake Keylogger e ValleyRAT. Scritto in Mono, il crypter viene sempre eseguito tramite DLL side-loading: la vittima scarica un archivio contenente un eseguibile legittimo in apparenza e una DLL malevola, che viene caricata automaticamente al lancio del programma principale.

Tra i clienti identificati da Proofpoint figura TA4922, gruppo cinese di cybercrime già noto per l’espansione delle proprie campagne a livello globale. Tra fine aprile e inizio giugno 2026, TA4922 ha condotto almeno quattro campagne da poche centinaia di email ciascuna, con esche a tema fiscale che impersonavano l’Income Tax Department indiano per convincere le vittime a scaricare archivi ZIP contenenti il loader di AsyncRAT. Altre campagne osservate hanno sfruttato notifiche fasulle della Social Security Administration statunitense per distribuire XWorm e AdaptixC2 tramite file VHD, mentre una campagna di fine giugno ha usato reclami di ospiti su presunte cimici da letto per colpire il settore alberghiero con zgRAT.

Come Cruciferra acceca gli EDR


Prima ancora di eseguire il payload finale, Cruciferra dedica gran parte del proprio codice a rendersi invisibile agli strumenti di analisi e difesa. Il DLL principale contiene spesso centinaia o migliaia di funzioni esportate fittizie che puntano a codice spazzatura: solo una manciata di export porta effettivamente al codice malevolo, rendendo più difficile per un analista o un sandbox individuare il punto di ingresso reale. Il malware nasconde poi le finestre di console che potrebbero tradire un’infezione, tramite un thread in background che scandisce ripetutamente l’albero dei processi cercando finestre di classe “ConsoleWindowClass” da occultare con ShowWindow e SetWindowPos.

Sul fronte della telemetria, Cruciferra applica un unhooking sistematico delle funzioni monitorate da EDR e antivirus, ripristinando una copia pulita delle DLL di sistema in memoria per rimuovere gli hook installati dai prodotti di sicurezza. Ricorre inoltre a syscall indiretti: legge una copia pulita di ntdll.dll dal disco e ne conserva gli stub in una struttura globale, così da invocare le API senza passare dagli hook inline che gli EDR installano solitamente su ntdll.dll. A completare il quadro, il malware ripara anche eventuali hook sulla Import Address Table (IAT), una tecnica più datata ma qui reintrodotta deliberatamente, e disabilita le notifiche di sistema modificando chiavi di registro come ToastEnabled e Balloon, per impedire che Windows Defender o il Security Center mostrino avvisi visibili all’utente.

BYOVD: un driver forense trasformato in killer di EDR


L’elemento più aggressivo del crypter è l’abuso di driver kernel legittimi ma vulnerabili, tecnica nota come Bring-Your-Own-Vulnerable-Driver (BYOVD). Cruciferra rilascia sul sistema un “helper driver” firmato digitalmente, spesso il driver GoFlyDrv.sys, e lo usa per inviare comandi IOCTL a basso livello che terminano i processi degli agenti EDR individuati scandendo la lista dei processi attivi. In alternativa, gli analisti hanno osservato anche altri driver impiegati con la stessa logica: Core64.sys, HwOs2Ec.sys, LnvMSRIO.sys, MemoryInformer.sys, NTIOLib_X64.sys, ProcessMonitorDriver.sys e selfprot.sys. Trattandosi di driver firmati da produttori legittimi (spesso strumenti diagnostici o di manutenzione hardware), Windows li carica senza obiezioni nonostante le vulnerabilità note che permettono di trasformarli in armi contro gli stessi prodotti di sicurezza che dovrebbero fermarli.

Per elevare i propri privilegi quando non gira già come amministratore, Cruciferra sfrutta inoltre il bypass dello User Account Control tramite COM Elevation Moniker, e garantisce la persistenza scrivendo una voce denominata “putty” nella chiave di registro Run, così da rieseguirsi automaticamente a ogni riavvio del sistema.

Process Ghosting “potenziato”: nessun file da scansionare


Per l’esecuzione finale del payload, Cruciferra adotta una variante della tecnica di Process Ghosting: crea un file temporaneo, lo marca per l’eliminazione tramite NtSetInformationFile, vi scrive il payload malevolo, quindi crea una sezione immagine con NtCreateSection e SEC_IMAGE prima di chiudere l’handle. Il file viene cancellato dal disco dal sistema operativo, ma la sezione di memoria che lo rappresenta resta viva; un processo legittimo viene poi creato in stato sospeso, la sezione “fantasma” vi viene mappata tramite NtMapViewOfSection, e il contesto del thread viene reindirizzato al vero punto di ingresso del payload prima di riprendere l’esecuzione. Il risultato è un processo in esecuzione supportato da un’immagine PE che non è mai esistita su disco in una forma analizzabile.

Cruciferra aggiunge due ulteriori accorgimenti a questa tecnica, già di per sé insidiosa: applica una patch a ZwQueryVirtualMemory in modo che, quando un EDR interroga la regione di memoria “fantasma”, riceva una risposta manipolata che nasconde l’anomalia del file cancellato; e neutralizza NtManageHotPatch, funzione che il sistema operativo può usare per validare l’integrità delle sezioni immagine caricate rispetto al file su disco che le supporta, impedendo così qualunque verifica di coerenza da parte del kernel.

Crittografia su misura: oltre 90 algoritmi ricombinati


Il payload viene conservato nella sezione “.reloc” del binario, codificato in Base16 con un set di caratteri personalizzato, e protetto da uno delle oltre 90 varianti di algoritmi crittografici che Cruciferra può generare combinando componenti presi da cifrari e generatori di numeri pseudocasuali noti: Keccak (SHA-3), convoluzione ciclica, reti Feistel generalizzate, SPECK-128/256 in modalità CTR, PRNG multiply-accumulate, una versione modificata di Threefish-256, combinazioni Xorshift64/middle-square e diverse varianti ARX (Addition-Rotation-XOR). L’unico algoritmo standard rimasto intatto è DES-CBC-PKCS7. Questo approccio “bring your own crypto” rende ogni campione sostanzialmente unico dal punto di vista crittografico, complicando enormemente il rilevamento basato su firme statiche.

Un dettaglio utile ai difensori: i metadati “File Version Information” dei binari generati da Cruciferra contengono spesso stringhe casuali generate combinando due o quattro parole a caso (ad esempio “2026 Colpoplastric Semipreactical Group” nei campi Copyright, Product e Description), un pattern che, unito a firme YARA mirate, ha permesso a Proofpoint di tracciare su VirusTotal nuove build del crypter caricate a intervalli di pochi minuti, segno di un servizio in sviluppo attivo e continuo.

Due righe per i difensori


  • Bloccare il caricamento dei driver kernel noti come vulnerabili tramite la lista di blocco di Microsoft (HVCI/driver blocklist) e strumenti come LOLDrivers, includendo GoFlyDrv.sys e gli altri driver associati a Cruciferra.
  • Monitorare la creazione di sezioni immagine da file marcati per l’eliminazione (NtCreateSection su file con delete-pending) come indicatore di Process Ghosting, oltre a chiamate anomale a NtManageHotPatch.
  • Verificare la presenza della chiave di persistenza “putty” nel Run key del registro, un IOC comportamentale a basso costo di rilevamento.
  • Applicare filtri anti-phishing rafforzati sulle esche a tema fiscale e previdenziale, particolarmente ricorrenti nelle campagne osservate.
  • Dare priorità a soluzioni EDR con protezione kernel indipendente dal proprio agente in user-mode, per resistere a tecniche BYOVD che colpiscono direttamente il processo dell’agente.

Cruciferra conferma una tendenza ormai consolidata nel malware-as-a-service: la sofisticazione tecnica un tempo riservata agli APT state-sponsored è oggi acquistabile con un abbonamento mensile, e la vera barriera all’ingresso per il cybercrime commodity non è più scrivere codice evasivo, ma semplicemente pagare chi lo ha già scritto.

IoC

# Driver BYOVD abusati da Cruciferra (SHA-256)
Core64.sys               17aae57cf6255c7eb169bf62ea67376d9708976eb7831f8cdd0ea38bdcb37dc4
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ProcessMonitorDriver.sys  5b4f59236a9b950bcd5191b35d19125f60cfb9e1a1e1aa2e4f914b6745dde9df
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# Campagna TA4922 / Cruciferra / AsyncRAT
hxxp://hsahyteiows[.]gu[.]cc
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hxxp://xkcifgieusr[.]gu[.]cc
hxxp://fuaytrwese[.]love
3c181f642e24c28602a87be7f195e2f3d1ffa30b37e20f5121d99f88b22ab80e  (Tax-Number52563.zip, SHA256)
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# Campagna XWorm
gatuso[.]duckdns[.]org                                            (C2)
# Campagna zgRAT
digital-magicians[.]com/photo295825092412[.]zip                  (Payload URL)
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89[.]34[.]90[.]99:56001                                           (C2)
# Persistenza
Registro: HKCU\Software\Microsoft\Windows\CurrentVersion\Run\putty
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Cl0p sfrutta una falla critica in PTC Windchill e FlexPLM: webshell ed estorsioni nella supply chain del manufacturing


La gang Cl0p, nota per gli attacchi di massa a MOVEit e GoAnywhere, sta ora sfruttando CVE-2026-12569 in PTC Windchill e FlexPLM per compromettere aziende manifatturiere, automotive, aerospaziali e retail. Webshell JSP, furto dati ed estorsioni: analisi tecnica completa con IoC.
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Cl0p torna a colpire dove sa fare più male: non un endpoint qualsiasi, ma il software che tiene insieme la catena di progettazione e produzione di centinaia di aziende manifatturiere, automotive, aerospaziali e di abbigliamento. La gang, la stessa che ha reso celebri gli attacchi di massa contro MOVEit, GoAnywhere MFT e Accellion FTA, sta ora sfruttando una falla critica in PTC Windchill e FlexPLM per ottenere accesso non autenticato, installare webshell e avviare campagne di estorsione su scala industriale.

Un bersaglio scelto con cura: il PLM come infrastruttura critica invisibile


Windchill è la piattaforma di Product Lifecycle Management (PLM) di PTC usata da produttori e ingegneri per gestire distinte base, disegni CAD, cicli di revisione e conformità normativa. FlexPLM è la sua controparte pensata per retail, abbigliamento, calzature e beni di consumo. Sono, in sostanza, il “sistema nervoso” della progettazione di prodotto: chi compromette Windchill non ruba solo dati, ottiene la proprietà intellettuale che tiene in piedi intere linee produttive, spesso condivise con fornitori e terze parti a valle della catena. È esattamente il tipo di software “orizzontale ma invisibile” che Cl0p ha sempre preferito, sul modello già visto con MOVEit nel 2023: individuare una falla in un prodotto enterprise diffuso, sfruttarla in massa prima che le patch si diffondano, poi monetizzare i dati sottratti con estorsioni multiple.

La falla: CVE-2026-12569, CVSS 9.3


La vulnerabilità alla base della campagna è un caso di improper input validation legato alla deserializzazione di dati non attendibili in Windchill, che consente a un attaccante remoto e non autenticato di eseguire codice arbitrario con una singola richiesta malformata. Secondo l’advisory diffusa da ricercatori di threat intelligence (ecrime.ch) e ripresa dagli analisti, l’affiliato Cl0p osservato in queste settimane concatena due debolezze distinte: una falla di information disclosure nel WSDL di FlexPLM, che permette di mappare gli endpoint e raccogliere informazioni utili sull’istanza target, e una vulnerabilità nel servlet di login di Windchill, che consente di bypassare l’autenticazione e ottenere RCE. Il risultato è una catena di exploit pienamente “unauthenticated to RCE”, il tipo di primitiva che i gruppi ransomware più organizzati amano weaponizzare in pochi giorni.

PTC ha comunicato la vulnerabilità il 17 giugno 2026, rilasciando le prime patch il giorno successivo dopo aver confermato exploitation attiva in the wild. CISA ha inserito CVE-2026-12569 nel proprio Known Exploited Vulnerabilities (KEV) catalog il 25 giugno, imponendo alle agenzie federali statunitensi la remediation entro il 28 giugno: è la prima vulnerabilità di un prodotto PTC ad entrare nel KEV. In Germania, il BSI e la polizia federale (BKA) hanno avvisato direttamente le aziende esposte già dalla notte del 17 giugno, un déjà-vu rispetto a un’altra vulnerabilità RCE nelle stesse piattaforme (CVE-2026-4681) divulgata a marzo 2026.

Dalla falla alla webshell: la firma operativa dell’attacco


Una volta ottenuta l’esecuzione di codice, gli operatori osservati droppano webshell JSP persistenti seguendo uno schema di naming riconoscibile: file con nome esadecimale a 16 caratteri collocati sotto il percorso di login di Windchill. Da lì gestiscono comandi da remoto, effettuano attività di file-listing (lasciando spesso una traccia in un file temporaneo) ed esfiltrano dati prima di passare alla fase di estorsione, con email inviate direttamente alle organizzazioni colpite nei settori Manufacturing, Automotive, Aerospace e Retail/Apparel. Non risultano, al momento, evidenze pubbliche di deployment di ransomware “classico” con cifratura dei file: lo schema resta quello, tipico di Cl0p dal 2023 in poi, di furto massivo di dati seguito da doppia estorsione senza necessariamente criptare gli ambienti compromessi.

Due righe per i difensori: rischio supply chain, non solo perimetrale


Il vero elemento di rischio geopolitico e industriale qui non è la singola azienda compromessa, ma l’effetto a cascata: Windchill e FlexPLM sono spesso condivisi con OEM, fornitori Tier 1 e partner di co-design. Un accesso non autorizzato ai repository PLM significa potenziale esposizione di disegni tecnici, specifiche di materiali, cicli di produzione e roadmap di prodotto — informazioni che hanno valore sia per la criminalità organizzata in cerca di leva estorsiva, sia, in scenari più sensibili (difesa, aerospazio), per attori interessati allo spionaggio industriale. È lo stesso pattern di rischio già visto con gli attacchi a piattaforme di file transfer enterprise: la superficie non è l’endpoint dell’utente, ma il software B2B che nessuno vede ma su cui si regge la produzione.

  • Applicare immediatamente le patch PTC per Windchill e FlexPLM (rilasciate dal 18 giugno 2026) su tutte le versioni supportate.
  • Verificare la presenza di webshell nel percorso /Windchill/login/ con nomi esadecimali a 16 caratteri.
  • Analizzare i log HTTP per richieste POST anomale verso gli endpoint di login e per l’header X-windchill-req.
  • Bloccare al perimetro gli indirizzi IP noti come infrastruttura di comando e controllo.
  • Limitare l’esposizione diretta a Internet dell’endpoint di login Windchill dove operativamente possibile, instradando l’accesso tramite VPN o gateway con MFA.
  • Effettuare un controllo retrospettivo dei log di accesso per individuare eventuali esfiltrazioni avvenute prima della patch.


Indicatori di compromissione

# Indirizzi IP associati all'infrastruttura d'attacco
172.111.38.31
216.152.148.54
104.243.35.131
74.50.76.146
5.180.41.35   # C2 - bloccare immediatamente al perimetro
# Pattern webshell
/Windchill/login/[0-9a-f]{16}.jsp
# Hash file webshell (SHA-256)
55a1eb4c2d3da04376df39d7ba832569c6af1a37a0cf2b95f754ac898023a30c
# Marcatore di attivita di file-listing dell'attaccante
/tmp/flst.txt  (o nella working directory di Windchill)
# Header HTTP sospetto usato dagli operatori
X-windchill-req: *

Per i team di sicurezza che gestiscono ambienti PLM esposti, il messaggio è chiaro: la finestra tra disclosure pubblica e weaponization da parte di gruppi come Cl0p si è ormai ridotta a giorni, non settimane. Chi non ha ancora patchato Windchill o FlexPLM dovrebbe considerare l’ambiente potenzialmente già compromesso e agire di conseguenza, con hunting retroattivo prima ancora del solo deployment della patch.

Running DOOM on a Custom CPU Built From Scratch


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Running DOOM on weird obscure hardware is a fun hacker pastime that’s been around for a long time now. It’s always enjoyable to see someone port it to an egg timer, or a hat, or whatever else. But what about running the iconic shooteron a CPU of your very own? [Armaan] and [Liam] have done just that.

The CPU in question was designed at the logic gate level, deployed on to an FPGA, and hooked up with the necessary peripherals to run as a going concern. Early testing of the CPU involved running straightforward code to generate Mandelbrot sets and to play a simple game of Pong. But [Armaan] and [Liam] had bigger goals: to port the game that everybody ports to everything. Doing that took some work.

To get DOOM running, the CPU had to get faster, and it needed many tweaks to how memory was handled. There was also work to be done to create a keyboard interface, an HDMI video output, and a hardware timer. From there, the game itself had to then be ported to the custom CPU’s architecture. Eventually, the duo had the game running… at a glacial 0.7 FPS. A success, but not the magical end result that was desired. A bump to clock speed and further optimizations and compiler tweaks eventually got the game up to an impressive 15-20 FPS. The goal for future work is to push it to an entirely-playable figure of 30 FPS or better.

It’s worth checking out the (apparently unembeddable) videos on Instagram to see the CPU in action. We’ve also featured plenty of fun DOOM ports before, too. If you’re brewing up custom CPUs or DOOMports of your own, keep them coming to the tipsline. The latter in particular is often a wonderful milk run for the writer that happens across it. Happy hacking out there!


hackaday.com/2026/07/23/runnin…

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Da Zero a Shell! HackerHood dimostra lo sfruttamento dell’exploit di wp2shell

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/da-zero-a…

A cura di Manuel Roccon

#redhotcyber #hacking #cti #ai #online #it #cybercrime #cybersecurity #technology #news #cyberthreatintelligence

Nuovo monito di Bankitalia: attenti ai rischi dell’AI per il sistema finanziario, ecco cosa fare


@Informatica (Italy e non Italy)
Si riduce l’intervallo fra scoperta delle vulnerabilità ed attacco e le banche devono fare presto. L'avvertimento di Bankitalia ai soggetti vigilati sui rischi AI legati sistema finanziario prevede la richiesta di

Encryption in the 1790s


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For as long as humans have had writing, there’s been a need to send secret messages. It is easy to think that Enigma machines and their immediate predecessors are old tech, but they are much more recent than ancient systems used by the Greeks and Romans. Even Thomas Jefferson, one of the founding fathers of the United States, was interested in encryption and is often said to have invented the Jefferson Disk machine for encryption. The truth is, the device is probably older than Jefferson, but he certainly thought about using it for secret communications.

Simple but Effective

Thomas Jefferson was, apparently, a fan of secret messages
The idea is simple. We make a series of disks. Each disk has a number on it and, around the edge, all the letters of the alphabet. The placement of each wheel with the same number is the same, but, overall, the arrangement is random. That is, all disks marked #5 might start with XCBYG, but all disks marked with #10 could start with FAYQL. You take one set of disks, and I keep the other set.

When we want to send secret messages, we agree to arrange our disks on an axle in the same order. Jefferson used a 36-disk system, so we might agree to go left to right with the odd numbers first and then the even numbers, or any other setup that we could agree on.

Encryption


Once the wheels are in place, encryption is simple. There’s a bar across the device, and you line up your message using a wheel for each letter: ENEMYCOMESBYSEA, for example. Then you look at any different row, which will now read something crazy like: FSRSSXQCGAEEFOR (plus the random letters on the rest of the disks). That’s the message you send.

Decryption


Upon receipt, you spell out the same message on the disks with the wheels in the agreed order. Once you have FSRSSXQCGAEEFOR lined up, you look at the other rows. It is a good chance that all of them will be gibberish except one. That’s the decoded message.

Of course, you could agree to shift a certain number of rows if you wanted to be sure. The order of the wheels amounts to a key, and while Jefferson wasn’t sure how secure this is, modern analysis says it is actually pretty good. If you don’t have the wheels and you don’t know the order of the wheels, it is actually excellent. If you have the wheels but don’t know the order, it is still very difficult to try all the permutations, especially without a computer.

History

The National Cryptologic Museum has this partial device, which may or may not have been Jefferson’s
The Swede Fredrik Gripenstierna used a similar machine with 57 disks, but it had a slightly different purpose and operating principle. Jefferson described his device in the 1790s, and while he never claimed to invent it, the story has caught on that he did. Sometimes these are called Bazeries cylinders, as Etienne Bazeries had a 20-disk device in 1891, apparently independently invented.

It doesn’t appear that Jefferson or anyone else actually built the machine he described. There is an old device in the NSA museum that could be from Jefferson, but it isn’t clear that it was actually his or related to his writings.

Jefferson abandoned the scheme after learning about columnar transposition ciphers in 1803.

Use in the 20th Century


While Jefferson’s wheels never saw use, the US Military adapted Bazeries’ cylinder in 1922 and used the M-94 through 1942. The M-94 had 25 aluminum disks on a spindle.

youtube.com/embed/D3QKNM1oWIA?…

The original prototype of the M-94 used a sliding strip arrangement instead of disks, and the Army returned to that style with the M-138A cipher machine in the 1930s. Each machine had 100 strips, and you had to select 30, further improving key security. It was used for some time, and you can see an example of it in the picture from the National Cryptologic Museum.

Everything Old is New


It is tempting to say the military used Jefferson’s wheel, but, in fact, the papers explaining the device were forgotten until 1922, and the prototype M-94s were developed between 1914 and 1917.

The system probably predates Jefferson anyway. Charles Babbage made references to disks with letters in 1854, although the exact arrangement he had in mind isn’t clear.

Of course, the Enigma and similar rotor-based machines took over during World War II. While making a disk-based code tool yourself would be easier (try styrofoam cups, like in the video below, if you don’t want to 3D print it), you can put in a bit more effort and make your own Enigma.

youtube.com/embed/8JDXxpdT2X8?…


hackaday.com/2026/07/23/encryp…

#10 #5

Credit scoring nel settore energetico: cosa cambia dopo le sanzioni del Garante privacy


@Informatica (Italy e non Italy)
Le sanzioni del Garante privacy a due operatori del settore energetico ridefiniscono le regole del credit scoring automatizzato. Trasparenza, qualità dei dati, governance degli algoritmi e tutela dei diritti diventano i pilastri di un

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🚨 nuova rivendicazione #ransomware Italia 🚨

🏴‍☠️ gruppo #Nightspire
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🔗 autoroyalcompany.it
🗓️ 23 luglio 2026

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▪️ dati esfiltrati dichiarati: 100.00GB
▪️ dati esfiltrati pubblicati: -
⏲️ scadenza: -

#ransomNews #cyberthreats

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SANDWORM_MODE: il worm AI che trasforma GitHub Copilot e Claude Code in armi contro gli sviluppatori

📌 Link all'articolo : redhotcyber.com/post/sandworm_…

A cura di Redazione RHC

#redhotcyber #news #supplychain #svilupposoftware #intelligenzaartificiale #assistenticoding

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#Google Released #Gemini 3.5 Flash Cyber AI, a Specialized AI Model for Vulnerability Hunting
securityaffairs.com/195869/sec…
#securityaffairs #hacking
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EU fines Google €890M for competition breaches over search and apps
L: theguardian.com/technology/202…
C: news.ycombinator.com/item?id=4…
posted on 2026.07.23 at 06:07:22 (c=1, p=7)

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Saving Some Coin With 3D Printed Stencils


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One of the extra tools someone might need when working with surface-mount components is a solder paste stencil, which not only simplifies the application of solder paste to a PCB but increases accuracy. These metal stencils can cost an annoying amount of money and take time to get delivered, so this group has developed a method to 3D print them instead.

Starting with a PCB design in one’s tool of choice, the Gerber files can be sent to the online Stenchill tool to generate the stencil. Alternatively, a KiCad plugin exists as well. The tool will output files for a 3D printer from there. An FDM printer is required, with either PLA or PETG filament, and some configuration in the slicer is needed to get the accuracy required for a useful stencil. But once that’s all set up, the printer can output a perfectly usable stencil at a fraction of the cost, and without having to wait days for delivery through the mail.

It’s not all upside, though. Although it might be better than applying solder paste with a syringe on a massive board or doing more than one smaller board by hand, it may not be as good as a metal stencil for extremely small pads. But for those who often find themselves using metal stencils and dealing with the downsides that come with them, this could be a viable alternative, especially when prototyping.

If you have a laser cutter handy, that opens up some additional options for stencil production.

youtube.com/embed/M8u--M0dwfc?…


hackaday.com/2026/07/23/saving…

La sovranità tecnologica è uno scudo nell’era dominata dai conflitti ibridi


Il libro della settimana: Guerra profonda, Arturo Di Corinto, Luiss, Pagine 212, Euro 22

di Marco Panara, La Repubblica del 20 luglio 2026

Attacchi satellitari, disinformazione, profilazione, uso dell’IA, le guerre non si fanno più senza il contributo fondamentale delle tecnologie digitali. Le guerre sono sempre state ibride, uomini e armi sul campo insieme a propaganda e disinformazione ma, come nella vita di tutti noi, la tecnologia ha cambiato la scala di tutto questo. E non solo nelle guerre guerreggiate. Lo scontro è diffuso su molti piani, i cyberattacchi colpiscono infrastrutture vitali, reti logistiche, sistemi finanziari. La digitalizzazione, che molti vantaggi porta con sé, è diventata anche un’arma, potente e sfuggente, immateriale, a-territoriale, che viene usata da stati e privati a volte più potenti degli stati stessi.

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repubblica.it/economia/rubrich…


dicorinto.it/articoli/recensio…

Dalla guerra cronicizzata alla guerra profonda


Un libro di Arturo di Corinto ricompone minuziosamente il corpo teorico che oggi guida le relazioni digitali fra stati, e fra questi e le grandi imprese tecnologiche, documentando come stiano mutando profondamente le categorie politiche sia della guerra che della pace proprio per la spinta di tecniche che sono intimamente conflittuali

di Michele Mezza per Huffington Post del 13 luglio

La cronicizzazione della guerra sta diventando un nuovo modo per gestire la pace. Lo sciame sismico che ormai sostituisce le grandi scosse belliche nello stretto di Hormuz ci sta mostrando come nei prossimi anni ci dovremo adattare a convivere con un nuovo fenomeno geopolitico: la pacificazione combattuta. Si tratta di un modo per procrastinare i problemi, lasciando insoluti i nodi politici e permettendo ad entrambe le parti in azione di rivendicare il proprio successo. Iran e Usa stanno inventando il conflitto vinto da tutti. Infatti con la sistematica rottura della tregua, si rinviano i colloqui di pace e si congelani i grandi temi, come ad esempio il nucleare per l’Iran o il cambio di regime per Washington. Michael Milshtein del Moshe Dayan Center di Tel Aviv in un’intervista a Repubblica analizza lo scenario e spiega che “gli attacchi episodici a Hormuz servono a modellare il negoziato, spostando il focus sullo stretto e lasciando in ombra gli aspetti più strategici come appunto il nucleare”.

È una realtà che ha dettagliatamente descritto nel suo ultimo saggio Guerra profonda (Luiss edizioni) Arturo Di Corinto, studioso di cybersecurity in chiave geopolitica che ha alle spalle lunghi anni di documentazione del fenomeno dell’hacktivism, il protagonismo tecnologico del pulviscolo di figure autonome come sono in molti casi gli hacker professionali, che era considerato fino a non molto tempo fa area marginale rispetto alla grande politica globale. Di Corinto, dirigente oggi dell’Agenzia per la Cybersecurity, con il suo lavoro ricompone minuziosamente il corpo teorico che oggi guida le relazioni digitali fra stati, e fra questi e le grandi imprese tecnologiche, documentando come stiano mutando profondamente le categorie politiche sia della guerra che della pace proprio per la spinta di tecniche che sono intimamente conflittuali.

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Siamo tutti soldati passivi, trascinati in una “guerra profonda”


Arturo di Corinto indaga nel suo ultimo lavoro il cyber spazio come campo ibrido, in cui si intrecciano strategie militari, potere e algoritmi

di Massimiliano Cannata per Il NordEst del 7 luglio 2026

Arturo di Corinto, giornalista, professore di Privacy e Cybersecurity de La Sapienza di Roma e consigliere dell’ACN indaga nel suo ultimo lavoro il cyber spazio come campo ibrido, in cui si intrecciano strategie militari, potere e algoritmi.

Guerra Profonda, il titolo del suo saggio (ed. Luiss) presuppone una declinazione del conflitto in un’ottica nuova. Possiamo spiegare di che si tratta?

Lo studio affronta la complessa dinamica delle minacce alla sovranità digitale che riguarda ormai molti Paesi. Italia ed Europa sono le realtà che ho preso in maggiore considerazione, ma l’orizzonte di analisi comprende un’area geografica molto vasta. Sono gli attacchi informatici la prima minaccia, che si configura nelle sembianze della disinformazione, amplificata sempre più dall’uso illecito e criminale dell’IA. Siamo, per dirla in sintesi, dentro una guerra di dati fatta per ottenere le informazioni che ai soggetti in conflitto consentono di sopravanzare l’avversario.

Per quali ragioni parla di guerra profonda?

Perché il conflitto si incista nei meccanismi di funzionamento dell’apparato cognitivo umano, perché attiva molteplici risorse, perché arruola i civili come soldati passivi, trascinandoli in una guerra dell’informazione e della propaganda. Cosa ancora più grave questa metodologia che non ha nulla a che vedere con la strategia militare tradizionale, simula il comportamento cognitivo umano, con la finalità di manipolarlo, di farlo saltare.

Continua a leggere qui:

ilnordest.it/societa/arturo-di…


dicorinto.it/tipologia/intervi…

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📺 Srsly Risky Biz: Knives are out for open-weight AI models

risky.biz/video/srsly-risky-bi…

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La sovranità tecnologica è uno scudo nell’era dominata dai conflitti ibridi


Il libro della settimana: Guerra profonda, Arturo Di Corinto, Luiss, Pagine 212, Euro 22

di Marco Panara, La Repubblica del 20 luglio 2026

Attacchi satellitari, disinformazione, profilazione, uso dell’IA, le guerre non si fanno più senza il contributo fondamentale delle tecnologie digitali. Le guerre sono sempre state ibride, uomini e armi sul campo insieme a propaganda e disinformazione ma, come nella vita di tutti noi, la tecnologia ha cambiato la scala di tutto questo. E non solo nelle guerre guerreggiate. Lo scontro è diffuso su molti piani, i cyberattacchi colpiscono infrastrutture vitali, reti logistiche, sistemi finanziari. La digitalizzazione, che molti vantaggi porta con sé, è diventata anche un’arma, potente e sfuggente, immateriale, a-territoriale, che viene usata da stati e privati a volte più potenti degli stati stessi.

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Guerra algoritmica, sovranità digitale e costruzione di immaginario


di Gioacchino Toni, per Carmilla Online del 16 luglio 2026

Arturo Di Corinto, Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti, Prefazione di Roberto Baldoini, Luiss University Press, Roma, 2026, pp. 220, € 22,00

Risulta ormai evidente come l’importanza assunta dalle tecnologie digitali nell’esercizio del potere contemporaneo abbia di fatto esteso all’ambito tecnologico la competizione internazionale tradizionalmente riservata ai piani commerciale e militare.

Essendo estremamente difficile pensare che un’entità nazionale possa raggiungere la piena autosufficienza tecnologica – che presupporrebbe la totale autonomia progettuale, la forza per imporre standard globali di funzionamento, il completo controllo delle infrastrutture e dei mercati necessari alla distribuzione e all’utilizzo delle tecnologie, oltre che la disponibilità dei materiali necessari –, ecco dunque presentarsi in tutta la sua rilevanza il problema della sovranità digitale affrontato da Arturo Di Corinto nel volume Guerra profonda (Luiss, 2026).

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Guerra algoritmica, sovranità digitale e costruzione di immaginario


carmillaonline.com/2026/07/16/…


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