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Il vaccino a mRNA di Moderna contro il melanoma supera la prova decisiva


La terapia a mRNA sviluppata da Moderna e Merck raggiunge gli obiettivi della fase 3. Il titolo Moderna vola del 131% a Wall Street.

Il vaccino terapeutico personalizzato sviluppato da Moderna insieme a Merck ha raggiunto gli obiettivi principali della sperimentazione di fase 3 sui pazienti operati per un melanoma ad alto rischio, hanno annunciato mercoledì le due aziende statunitensi. È il primo studio in fase avanzata a ottenere risultati positivi per una terapia oncologica personalizzata a mRNA e rappresenta un'importante conferma di decenni di ricerche sui trattamenti costruiti in base alle mutazioni del tumore di ciascun paziente.

Il titolo di Moderna, che nella mattinata di mercoledì guadagnava circa il 90% secondo il Wall Street Journal, ha raggiunto i 163 dollari durante la seduta e ha chiuso intorno ai 145 dollari, contro i circa 63 dollari del giorno precedente. Il rialzo, pari a circa il 131%, è stato il maggiore mai registrato in una sola giornata dalla società. Merck ha guadagnato invece circa il 9%. Ai massimi della mattinata, le due aziende erano avviate ad aggiungere complessivamente oltre 50 miliardi di dollari alla propria capitalizzazione, mentre alla chiusura, la sola Moderna ne ha guadagnati circa 32, passando da 24 a 56 miliardi.

Lo studio INTerpath-001 ha coinvolto 1.137 pazienti con un melanoma cutaneo di stadio compreso tra IIB e IV, completamente asportato. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale, con un rapporto di due a uno, a ricevere per circa 56 settimane la combinazione di intismeran autogene e Keytruda oppure il solo Keytruda, un'immunoterapia già impiegata contro questo tumore. Il vaccino è stato somministrato ogni tre settimane, per un massimo di nove dosi, mentre Keytruda è stato somministrato ogni sei settimane, fino a nove cicli.

La combinazione ha raggiunto l'obiettivo principale dello studio, prolungando il periodo senza recidive, e uno dei principali obiettivi secondari, riducendo il rischio di metastasi a distanza. Le aziende non hanno però ancora diffuso i dati completi: l'entità della riduzione del rischio e i risultati sulla sopravvivenza saranno presentati a un congresso medico entro la fine dell'anno. Nello studio di fase 2b KEYNOTE-942, la stessa combinazione aveva ridotto del 49% il rischio di recidiva o morte e del 59% quello di metastasi a distanza o morte rispetto al solo Keytruda. Quanto alla sicurezza, Moderna e Merck hanno dichiarato di non aver rilevato nuovi segnali rispetto agli studi precedenti.

Un vaccino costruito sul tumore di ciascun paziente


Intismeran non previene un'infezione, come fanno i vaccini tradizionali, ma è una terapia realizzata su misura per ogni paziente. Dopo l'intervento chirurgico, i medici inviano un campione di sangue e una biopsia del tumore. Analizzandone il profilo genetico, individuano le mutazioni delle cellule tumorali che hanno maggiori probabilità di essere riconosciute dal sistema immunitario. Queste informazioni vengono codificate nell'mRNA e impiegate per produrre il vaccino.

Il processo richiede circa sei settimane dalla biopsia. Nel frattempo, il paziente si riprende dall'operazione e comincia il trattamento con Keytruda, mentre viene preparata la sua dose personalizzata. Le due aziende collaborano dal 2016 e hanno scelto di cominciare dal melanoma perché questo tipo di tumore presenta generalmente molte mutazioni e offre quindi un maggior numero di possibili bersagli al sistema immunitario.

Sono già in corso sperimentazioni su altri tumori, tra cui quelli della vescica e del rene e una delle forme più comuni di cancro al polmone. Secondo gli analisti, il risultato ottenuto nel melanoma rappresenta un segnale incoraggiante anche per questi studi. "Ho la sensazione che questo sia soltanto l'inizio di un nuovo campo", ha detto Jane Healy, vicepresidente dell'oncologia di Merck, spiegando che l'obiettivo è offrire ai pazienti più tempo libero dalla malattia e dalle terapie.

La scommessa oncologica di Moderna


Per Moderna il risultato apre le porte del mercato dei farmaci oncologici, che vale oltre 240 miliardi di dollari, dopo anni consecutivi di perdite e il calo delle vendite dei vaccini contro il Covid. "Adesso siamo un'azienda oncologica", ha dichiarato l'amministratore delegato Stéphane Bancel. Secondo lei, entro Natale Moderna potrebbe tornare a registrare una crescita delle vendite per la prima volta in quattro anni. La società punta a portare il farmaco sul mercato nel 2027. Nel comunicato ufficiale Bancel ha parlato del "potenziale trasformativo" della tecnologia nel trattamento del melanoma operato.

La capitalizzazione di Moderna resta comunque lontana dal massimo di oltre 180 miliardi di dollari raggiunto nel settembre 2021, dopo il lancio del vaccino contro il Covid. Di recente la società ha ottenuto l'approvazione anche per il suo vaccino antinfluenzale a mRNA, che secondo gli analisti dovrebbe incidere sui conti soprattutto nel lungo periodo. Per Merck la posta in gioco è diversa. Keytruda è uno dei farmaci più venduti al mondo, ma nei prossimi anni perderà la protezione brevettuale: combinarlo con il vaccino personalizzato potrebbe aiutare l'azienda ad attenuare le conseguenze della scadenza.

Geoff Meacham, analista di Citi, ha osservato che, senza conoscere i dati completi, è ancora difficile valutare il potenziale commerciale del vaccino. Un'adozione su larga scala richiederà risultati comparabili anche contro altri tumori e la dimostrazione che un processo produttivo così personalizzato possa essere ampliato in modo sostenibile. Prima dell'annuncio, lo stesso Meacham aveva definito lo studio un possibile "catalizzatore decisivo" per il settore oncologico di Moderna, aggiungendo che risultati solidi avrebbero potuto accelerare l'esame della Food and Drug Administration.

I vaccini oncologici personalizzati restano comunque complessi e costosi da produrre. Non è ancora chiaro quanto potranno essere accessibili in caso di approvazione. Finora, negli Stati Uniti, il principale precedente è Provenge, un'immunoterapia cellulare personalizzata per il tumore della prostata. Insomma, la Borsa ha scommesso decine di miliardi di dollari su un risultato di cui non si conosce ancora l'entità. I dati completi arriveranno solo entro la fine dell'anno e saranno gli stessi sui quali dovrà poi pronunciarsi in via definitiva la Food and Drug Administration.

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La rassegna stampa di giovedì 20 agosto 2026


Il debito federale sfonda i 40 mila miliardi mentre la Fed teme l'inflazione, Trump lancia una guerra economica contro l'Iran e tratta i dazi con il Canada, Pyongyang smentisce i contatti con Washington e in Florida la sinistra conquista le primarie democratiche

Questa è la rassegna stampa di giovedì 20 agosto 2026

Il debito pubblico americano supera i 40 mila miliardi di dollari


Il debito federale degli Stati Uniti ha oltrepassato per la prima volta la soglia dei 40 mila miliardi di dollari, raddoppiando in poco più di dieci anni, mentre il rendimento dei titoli a trent'anni ha toccato il livello più alto da quasi vent'anni. I verbali dell'ultima riunione della Federal Reserve mostrano che diversi membri temono un'inflazione ancora elevata e non escludono un rialzo dei tassi entro fine anno. Le promesse dell'Amministrazione di ridurre l'indebitamento sono state vanificate dalle spese per la guerra con l'Iran, dai tagli fiscali e dai rimborsi sui dazi.

Fonti: New York Times, BBC News, Financial Times

Trump annuncia una "guerra economica" senza precedenti contro l'Iran


Il presidente Donald Trump ha annunciato quella che ha definito la "più devastante operazione economica di sempre" contro l'Iran, minacciando "tremende conseguenze economiche" per qualunque Paese continui ad aiutare Teheran. L'iniziativa arriva dopo la scadenza di una tregua di sessanta giorni e mentre gli Stati Uniti cercano di riaprire lo Stretto di Hormuz, di fatto chiuso da inizio marzo. Gli Emirati Arabi Uniti, principale partner commerciale regionale dell'Iran, hanno intanto annunciato un embargo totale sulle transazioni con Teheran.

Fonti: Bloomberg, BBC News, The Hill

Stati Uniti e Canada verso un accordo commerciale prima della scadenza sui dazi


Washington e Ottawa hanno dichiarato di essere vicine a finalizzare un'intesa commerciale, con il primo ministro Mark Carney che ha parlato di "progressi significativi" a pochi giorni da una nuova scadenza sui dazi fissata per il fine settimana. Secondo alcune indiscrezioni l'Amministrazione sarebbe pronta a ridurre al 15% i dazi sulle automobili canadesi. Restano sul tavolo dossier delicati, come la possibile riapertura dell'oleodotto Keystone XL.

Fonti: BBC News, Bloomberg, Financial Times

Trump dice di voler incontrare Kim Jong Un, ma Pyongyang smentisce i contatti


Il presidente Trump ha affermato che il leader nordcoreano Kim Jong Un avrebbe risposto a una sua richiesta di dialogo e ha detto di sperare in un incontro entro l'anno. La sorella di Kim, Kim Yo-jong, ha però smentito qualsiasi comunicazione con Washington e ha liquidato la decisione statunitense di ridurre le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud. Il presidente sudcoreano Lee Jae-myung ha invece elogiato la "determinazione" di Trump per la pace nella penisola.

Fonti: New York Times, Financial Times, Bloomberg

In Florida vince a sorpresa la socialista Angie Nixon, nuova scossa per i democratici


La deputata statale Angie Nixon ha vinto a sorpresa le primarie democratiche per il Senato in Florida puntando su un messaggio economico di sinistra incentrato sul costo della vita, battendo l'ex tenente colonnello Alexander Vindman. Il risultato alimenta il dibattito interno tra l'ala progressista e l'establishment del partito. Nella stessa tornata di primarie diversi candidati sostenuti da Trump sono stati sconfitti, anche nel Wyoming, dove l'ala più radicale del Partito repubblicano ha subito una netta bocciatura.

Fonti: Wall Street Journal, The Guardian, New York Times

Il vaccino di Moderna contro il melanoma mostra risultati promettenti


L'azienda farmaceutica americana Moderna ha annunciato che il suo vaccino contro il cancro della pelle, sviluppato insieme a Merck, ha raggiunto l'obiettivo di prevenire il ritorno del melanoma in una sperimentazione clinica. La tecnologia si basa sulla stessa piattaforma a mRNA che aveva permesso di produrre rapidamente i vaccini contro il Covid cinque anni fa. Alla notizia le azioni di Moderna sono balzate in Borsa, arrivando quasi a triplicare il proprio valore.

Fonti: Semafor, Financial Times, Axios

La battaglia sui data center diventa un caso politico negli Stati Uniti


La costruzione di nuovi data center per l'intelligenza artificiale sta generando crescenti tensioni politiche, con il timore di un contraccolpo elettorale che potrebbe costare ai repubblicani un seggio al Senato in Ohio. I critici denunciano problemi legati al consumo energetico, all'impatto ambientale e all'aumento delle bollette per i residenti. Diversi esponenti di entrambi i partiti chiedono ora una strategia nazionale per collocare gli impianti dove l'energia è sufficiente, senza penalizzare le comunità circostanti.

Fonti: The Guardian, Bloomberg, Axios

L'Amministrazione stringe sui migranti, tra liste per l'ICE e freno ai rimborsi fiscali


Nella contea di Canyon, in Idaho, alcuni agenti di sorveglianza hanno compilato una lista di persone nate all'estero da consegnare all'ICE senza verificare se si trovassero irregolarmente nel Paese, sollevando l'allarme dei critici. Sul fronte fiscale, il Dipartimento del Tesoro e l'agenzia delle entrate hanno proposto nuove restrizioni all'accesso di alcuni immigrati ai crediti d'imposta rimborsabili. Le misure rientrano negli sforzi dell'Amministrazione per limitare l'accesso dei non cittadini ai benefici federali.

Fonti: Fox News, The Hill

Caso Kirk, per l'accusa il proiettile inciso prova la matrice politica


I procuratori sostengono che il proiettile usato per uccidere il commentatore conservatore Charlie Kirk dimostri che l'attentatore, il giovane Tyler Robinson, avesse preso di mira la vittima per le sue idee politiche. Su una delle cartucce del fucile del nonno dell'imputato sarebbe stata incisa la scritta "Ehi fascista, prendi". L'accusa ha citato anche alcuni messaggi di testo attribuiti al sospettato a sostegno della propria ricostruzione.

Fonti: The Hill

Dagli Stati Uniti, la morte di Hayden Panettiere e il ritorno di Harry e Meghan


Le autorità americane, con il coinvolgimento della DEA, indagano sulla morte a trentasei anni dell'attrice Hayden Panettiere, star di "Nashville" e "Heroes", che in passato aveva parlato apertamente della propria dipendenza, mentre la polizia locale non ha finora rilevato indizi di reato. Sul fronte britannico, il principe Harry e Meghan hanno deciso di tornare a vivere nel Regno Unito dopo sei anni negli Stati Uniti, pur restando membri non operativi della famiglia reale. Fa discutere anche l'attore Larry David, che ha attaccato l'ex amico e avvocato di Trump Alan Dershowitz.

Fonti: New York Times, New York Times, The Guardian

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Hollywood si sta svuotando dai film


Tra il 2022 e il 2024 la contea di Los Angeles ha perso 42mila posti di lavoro nel cinema e nella tv. Nel mondo ci sono 120 programmi di incentivi alle produzioni e l'Illinois è già il sesto Stato

Una produzione che gira in Illinois può ottenere un credito d'imposta aggiuntivo del 5% se differenzia i rifiuti sul set, sostituisce le luci con lampade a LED e rinuncia ai generatori diesel. È il primo incentivo di questo tipo negli Stati Uniti e l'ultima arma di una gara tra governi per strappare a Hollywood film, serie televisive e pubblicità, come racconta un reportage di Politico.

In California il fenomeno ha un nome, "runaway production", cioè la fuga delle riprese dal distretto che ospita l'industria da più di un secolo. Tra il 2022 e il 2024 la contea di Los Angeles ha perso oltre 42mila posti di lavoro nel cinema e nella televisione. A maggio nel mondo c'erano 120 programmi di incentivi alle produzioni offerti da Stati, province e governi nazionali, un conteggio che non comprende le agevolazioni locali come quelle delle isole Canarie o il fondo comunale per il cinema di Città del Capo. Programmi simili esistono ormai in tutti i continenti tranne l'Antartide.

L'Illinois ha riscritto il proprio incentivo l'anno scorso, con una legge firmata dal governatore democratico JB Pritzker. Il credito di base è salito dal 30% al 35% della spesa sostenuta nello Stato (salari, noleggio delle attrezzature, alloggi) e si sono aggiunti i bonus per le produzioni ecologiche e per le serie televisive che si trasferiscono in Illinois. Il programma non ha un tetto di spesa, i crediti si possono scalare dalle imposte sul reddito della casa di produzione o dei suoi proprietari e si possono cedere ad altri contribuenti. La scadenza è stata spostata al 2038, così gli studi possono pianificare sul lungo periodo. Sommando tutti i bonus, compreso quello per chi gira fuori dall'area metropolitana di Chicago, una produzione può arrivare a un incentivo pari alla metà della spesa. "Nessuno può eguagliarlo", ha detto Peter Hawley, vicedirettore dell'Illinois Film Office, l'ufficio dello Stato che segue il settore.

Il bonus verde richiede alle produzioni di ottenere almeno 70 punti su 100 in una scheda di valutazione sulla sostenibilità. Alcune misure sono semplici, come donare o compostare il cibo avanzato, usare elettrodomestici certificati Energy Star, passare a software che eliminano la carta e scegliere vernici a basso contenuto di solventi. Altre richiedono investimenti veri e cambiano abitudini radicate sui set, come il passaggio all'illuminazione a LED o l'eliminazione dei generatori diesel. Le produzioni devono anche dimostrare di aver rispettato gli impegni e questo ha creato un mestiere nuovo, quello della verifica ambientale sul set, affidata a società di consulenza che raccolgono le prove durante le riprese. Hawley, che ha ideato il programma dopo anni passati a lavorare nel cinema, ha spiegato che l'idea è nata dalla frustrazione per gli sprechi: "Quello che mi dava fastidio era vedere camion e roulotte tenuti accesi per 14 ore al giorno".

L'anno scorso l'Illinois ha erogato 210 milioni di dollari di incentivi, che hanno contribuito a generare 703 milioni di dollari di spesa per le produzioni. Lo Stato è oggi il sesto in America per volume e spesa delle produzioni cinematografiche e televisive, secondo un'analisi di dati pubblici della Entertainment Partners, una società di servizi per il settore. "Siamo la quinta economia del paese. La California è la prima economia del paese e il mio compito è portarci al quarto posto", ha detto Pritzker. "Il cinema e la televisione sono uno dei campi in cui possiamo fare bene."

Chicago costruiva l'industria cinematografica americana prima ancora che si trasferisse in California. Nel 1914 Charlie Chaplin firmò con la Essanay Studios, una delle prime case di produzione americane, e nei mesi successivi girò in città diversi film muti. Poi passò alla Mutual Film Corporation, che gli offrì un contratto più ricco e uno studio tutto suo a Los Angeles. Anche altre società di Chicago spostarono le riprese a ovest, attratte dal sole e dai paesaggi vari. Nei decenni successivi il sud della California accumulò terreni a basso costo, manodopera abbondante e maestranze specializzate. Dopo la Seconda guerra mondiale la crescita della popolazione moltiplicò infrastrutture e professionisti. Il successo si autoalimentava, perché aziende, lavoratori, fornitori e finanziatori si concentravano tutti nello stesso posto.

Le telecamere digitali a basso costo hanno rotto quel monopolio, perché hanno ridotto la dipendenza dallo sviluppo della pellicola e reso possibile girare lontano dall'ecosistema californiano. Vancouver e Toronto furono le prime a beneficiarne e negli anni Novanta si contendevano il soprannome di "Hollywood del Nord", grazie a costi più bassi favoriti dal cambio e a paesaggi urbani che potevano passare per americani. Gli incentivi delle province canadesi hanno poi ispirato gli Stati americani. La Georgia ha lanciato il suo programma nel 2005 e tre anni dopo ha portato il credito di base al 20%, con un ulteriore 10% per i progetti che rispettano gli obblighi promozionali dello Stato, tra cui mostrare il logo della Georgia nel prodotto finito. Sono arrivati i grandi studi, comprese le produzioni Marvel della Walt Disney.

La svolta per l'Illinois è arrivata nel 2012 con Chicago Fire, la serie della NBC prodotta da Dick Wolf, seguita da Chicago P.D. e Chicago Med. Le tre serie si girano ai Cinespace Studios, un complesso ricavato da una vecchia acciaieria in un quartiere operaio nella zona ovest della città, dove sono nate anche Shameless, The Chi e The Bear, quest'ultima chiusa quest'anno dopo cinque stagioni e 21 premi Emmy.

La California resta il primo polo produttivo del paese e i progetti che hanno ottenuto gli incentivi nei primi 14 mesi del programma allargato dovrebbero generare 7,2 miliardi di dollari di spesa diretta nello Stato. L'anno scorso i legislatori avevano più che raddoppiato il Film & Television Tax Credit Program, portandolo a 750 milioni di dollari l'anno. Il programma però esclude interi settori: gli spot pubblicitari non sono ammessi e la post-produzione vale solo per i progetti girati in California. Quest'anno i parlamentari hanno provato a colmare entrambe le lacune con due incentivi autonomi, tra cui uno da 15 milioni di dollari l'anno per la pubblicità, ma le proposte non sono entrate nella manovra del governatore Gavin Newsom e quella sugli spot si è arenata in commissione bilancio.

Una proposta fiscale dello stesso Newsom rischia ora di indebolire l'incentivo appena approvato. La misura limita in modo permanente l'ammontare di crediti che le grandi imprese possono usare per ridurre quanto devono allo Stato, con un tetto fissato a 5 milioni di dollari o a una certa percentuale dell'imposta annuale (si applica il valore più alto tra i due). L'entrata in vigore è prevista per il 2030. Gli studi si troverebbero a rinviare i crediti agli anni successivi oppure ad accettare un rimborso scontato spalmato su cinque anni. "Non è una modifica secondaria della politica di bilancio", ha detto in aula il 30 giugno Rick Chavez Zbur, deputato dell'assemblea statale e tra gli autori della legge che aveva allargato il programma. "Questi cambiamenti provocheranno una perdita significativa di posti di lavoro a favore di altri Stati e non possiamo permettere che questo settore fallisca." Marissa Saldivar, portavoce di Newsom, non ha detto se il governatore intende escludere l'incentivo dal nuovo limite e ha risposto che il tetto ai crediti "fa parte di una proposta di bilancio più ampia per garantire che lo Stato possa continuare a fare investimenti strategici mantenendo la stabilità fiscale di lungo periodo".

Le riprese in esterni nell'area di Los Angeles sono scese del 12,7% rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente, secondo un rapporto di fine luglio della FilmLA, l'organizzazione che monitora le riprese nella regione. Nella sola prima settimana di luglio in Illinois erano in lavorazione o in preparazione più di 25 tra film, serie televisive e spot.

La concorrenza estera ha spinto una parte del settore a chiedere un credito d'imposta federale, un'idea sostenuta da Jon Voight, l'attore nominato dal presidente Donald Trump come suo ambasciatore a Hollywood. La stessa proposta la porta avanti l'amministratore delegato di Paramount Skydance David Ellison insieme a un gruppo di parlamentari di entrambi i partiti. "Se approviamo un credito d'imposta nazionale abbiamo qualche possibilità di restare dominanti in questo settore importante", ha detto la deputata democratica Laura Friedman, che rappresenta il collegio californiano di Burbank, dove hanno sede alcuni studi, e che prima di entrare in politica lavorava come produttrice. "Ma dobbiamo agire. È ora di intervenire a livello nazionale."

Sul settore pesa anche il progetto di acquisizione di Warner Bros. Discovery da parte di Paramount Skydance, contestato dal procuratore generale della California Rob Bonta e destinato secondo molti a produrre licenziamenti di massa. I dirigenti di Paramount hanno inoltre minacciato di spostare la sede della società fuori dalla California per la battaglia antitrust.

La Georgia è il monito che in Illinois hanno bene in mente. Diventata all'inizio degli anni Dieci la "Hollywood del Sud" grazie a un credito senza tetto, ha visto le produzioni migrare altrove, in particolare nel Regno Unito, dove la Marvel gira oggi molti dei suoi progetti principali. La spesa per le produzioni nello Stato è crollata da circa 4,4 miliardi di dollari nell'anno fiscale 2022 a 2,3 miliardi nel 2025, lasciando teatri di posa vuoti e maestranze senza lavoro. Politici e ricercatori hanno rimproverato al programma di aver fatto troppo poco per la manodopera locale, permettendo che molti posti di lavoro andassero a lavoratori di altri Stati. "I loro crediti d'imposta sono regali enormi", ha detto Pritzker. "Ha funzionato benissimo, se l'obiettivo è semplicemente avere più produzioni. Ma per me non ne vale la pena se alla fine lo Stato non ci guadagna."


Paramount apre alla vendita della CNN per salvare la fusione con Warner


Paramount è disposta a vendere la CNN pur di chiudere la causa antitrust che minaccia l'acquisizione di Warner Bros Discovery da 110 miliardi di dollari. Lo ha detto mercoledì Makan Delrahim, responsabile legale del gruppo, intervenendo alla conferenza California Agenda organizzata da Politico: la cessione della rete, ha spiegato, è "sul tavolo" come possibile soluzione al contenzioso promosso da dodici Stati. È il segnale più esplicito finora che Paramount Skydance è pronta ad andare oltre le garanzie interne per salvare una delle fusioni mediatiche più delicate e politicamente controverse degli ultimi anni.

Warner Bros Discovery è infatti la società quotata che oggi controlla la CNN e il completamento dell'operazione porterebbe il gruppo guidato da David Ellison a controllare contemporaneamente CBS News e la rete all news. Il Wall Street Journal ha rivelato mercoledì che Paramount aveva già discusso al proprio interno la creazione di un comitato editoriale per la CNN e altre misure a tutela dell'indipendenza della redazione, in colloqui iniziati prima ancora del deposito della causa.

La scadenza del 30 settembre e il muro di Bonta


Sul negoziato incombe una scadenza precisa. Ellison ha comunicato ai dirigenti che dal 1° ottobre inizierà a trasferire fuori dalla California alcune attività del gruppo se la causa non sarà chiusa entro il 30 settembre. Delrahim è stato il primo dirigente ad ammettere pubblicamente questa possibilità. Dalla stessa data scatteranno, però, anche le penali da 7 milioni di dollari al giorno a favore degli azionisti di Warner Bros Discovery, che continueranno ad accumularsi finché l'operazione non sarà completata.

La coalizione guidata dalla California, che ha depositato la causa il 13 luglio insieme ad altri undici Stati, sostiene che il gruppo nato dalla fusione arriverebbe a controllare quasi un terzo della distribuzione cinematografica e circa un terzo dei canali del cavo di base. Il Procuratore Generale della California Rob Bonta ha mostrato scarso interesse per gli impegni proposti da Paramount: in un intervento pubblicato il 10 agosto su Deadline li ha definiti "promesse frammentarie" e ha descritto il procedimento come "una pura azione di applicazione delle norme antitrust".

Le accuse politiche e il precedente della CBS


Alla battaglia antitrust si è aggiunto anche lo scontro politico. Jamie Raskin, il democratico di più alto grado nella Commissione Giustizia della Camera, ha inviato mercoledì a Ellison una lettera in cui lo accusa di "collusione" con il presidente Donald Trump e chiede la sua presenza ad un'audizione pubblica, citando le notizie sulle presunte interferenze politiche alla CBS News e i rapporti del gruppo con la Casa Bianca.

Ellison, figlio dell'alleato di Trump Larry Ellison, ha replicato in un intervento sul New York Times sostenendo che "grandi organizzazioni giornalistiche come la CNN e la CBS News esistono per raccontare le cose in modo dritto e imparziale". Ha inoltre lasciato intendere che la causa non serva a tutelare la concorrenza, ma a impedire proprio a lui di diventare proprietario della CNN.

Le garanzie oggi offerte sull'indipendenza della CNN si portano però dietro un precedente ingombrante, perché assicurazioni analoghe erano già state fornite per la CBS. Paramount ha poi pagato 16 milioni di dollari, destinati alla futura biblioteca presidenziale di Trump, per chiudere la causa intentata dal presidente sul montaggio dell'intervista di "60 Minutes" a Kamala Harris nel 2024. Diversi corrispondenti della rete hanno denunciato interferenze politiche da quando Ellison ha nominato Bari Weiss, fondatrice di Free Press, alla guida della testata. La CBS News ha respinto tutte le accuse.

Londra dà il via libera


Fuori dagli Stati Uniti il quadro regolatorio si è invece sbloccato. Il Regno Unito ha approvato l'acquisizione dopo aver ottenuto impegni vincolanti per almeno cinque anni sulla programmazione in Gran Bretagna e sull'indipendenza editoriale del notiziario di Channel 5, che dovrà restare separato da CNN International e CBS News. La causa guidata dalla California rimane così il principale ostacolo al completamento dell'operazione.

Bonta non ha mai indicato pubblicamente quali cessioni strutturali sarebbe disposto ad accettare. In assenza di un accordo, il caso arriverà a processo davanti alla giudice federale Araceli Martínez-Olguín, con la prima udienza fissata per il 2 marzo 2027. Se i tempi restassero questi, le sole penali giornaliere potrebbero raggiungere diversi miliardi di dollari, anche se Paramount non ha confermato pubblicamente l'esistenza di un tetto massimo.


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Sbobba AI: il Congresso americano è sommerso di leggi con errori


Deputati, collaboratori e lobbisti usano sempre più spesso ChatGPT e Claude per preparare le proposte di legge, ma le bozze sono piene di errori e fanno aumentare il lavoro dei giuristi della Camera.

L'intelligenza artificiale generativa è entrata stabilmente nel processo legislativo statunitense, ma i giuristi incaricati di scrivere materialmente le leggi faticano a smaltire il lavoro supplementare che ne deriva. Diversi dipendenti dell'Ufficio del Consulente Legislativo della Camera dei Rappresentanti hanno raccontato a Politico che le proposte redatte con l'IA sono sempre più numerose e spesso di scarsa qualità: contengono rinvii errati a norme già in vigore, definizioni giuridiche imprecise e formulazioni approssimative.

L'ufficio, noto con la sigla OLC, è composto da una settantina di giuristi indipendenti dai partiti e ha il compito di tradurre le intenzioni dei deputati nel linguaggio tecnico dei testi legislativi. In pratica, nessuna proposta arriva in aula senza essere prima passata al suo vaglio. Da quanto raccontano, il carico di lavoro è cresciuto man mano che deputati e organizzazioni esterne hanno iniziato a preparare le proprie iniziative con strumenti generalisti come ChatGPT e Claude. Una delle fonti ha spiegato che l'ufficio ormai impiega "più tempo a correggere i disegni di legge redatti con l'aiuto dell'IA di quanto ne servirebbe per scriverli da zero".

Le conseguenze di questa situazione possono essere serie: dai ritardi nell'iter di approvazione al rischio di contenziosi, perché una legge che richiama in modo errato un'altra norma o definisce male un istituto giuridico può facilmente finire in tribunale. "L'IA sa fare bene molte cose", ha detto a Politico Daniel Schuman, direttore esecutivo dell'American Governance Institute, organizzazione non profit che si occupa del funzionamento del Congresso, "ma non è ancora in grado di redigere testi legislativi destinati a diventare legge". Secondo Schuman, questi strumenti non possiedono né l'attenzione necessaria per i dettagli tecnici del diritto né la capacità di cogliere tutte le sfumature richieste dalla scrittura normativa.

Proprio quei dettagli costituiscono gran parte del lavoro. Wade Ballou, che ha guidato l'OLC dal 2016 al 2024, cita un esempio concreto: l'IA tende a perdere distinzioni decisive, come quella tra un credito d'imposta, una deduzione fiscale, un'esclusione dalla base imponibile e un contributo a fondo perduto. Si tratta di quattro strumenti che producono effetti diversi sia sul bilancio pubblico sia sui beneficiari, ma che sulla pagina possono apparire molto simili.

Un altro errore ricorrente riguarda la parola "State": i modelli possono interpretarla in modo da escludere il District of Columbia e le nazioni tribali, lasciando così milioni di persone fuori dall'applicazione della norma. Ari Hershowitz, avvocato ed esperto di tecnologia che ha contribuito a introdurre al Congresso i primi strumenti di intelligenza artificiale generativa, richiama inoltre il problema delle citazioni: i testi generati possono indicare in modo errato le leggi precedenti, con il rischio di "introdurre migliaia di bug anche nel nostro sistema giuridico".

Un emendamento con la risposta del chatbot


A giugno l'ufficio della deputata repubblicana della Florida Anna Paulina Luna ha diffuso la sintesi di un emendamento nella quale era rimasta la frase "Claude responded", segno che la risposta del chatbot era stata copiata e incollata senza un'adeguata rilettura. La stessa Luna lo ha ammesso su X: il suo staff aveva usato l'IA per correggere una bozza, ma non aveva poi controllato il testo.

Diversi altri collaboratori del Congresso hanno confermato a Politico che gli staff dei deputati, i lobbisti e le altre organizzazioni impegnate a promuovere iniziative legislative ricorrono ormai abitualmente all'intelligenza artificiale generativa nel lavoro quotidiano. Negli Stati Uniti è normale che un gruppo di interesse consegni a un deputato una bozza già scritta, che viene poi rielaborata dal suo ufficio. La responsabilità delle proposte depositate resta però dei deputati e dei loro collaboratori e "non può essere scaricata su un chatbot", ha affermato Norma Torres, componente della Commissione per l'Amministrazione della Camera.

Per cercare di risolvere questa situazione, l'OLC sta intanto sviluppando uno strumento IA proprio, chiamato Comparative Print Suite, che dovrebbe essere capace di mostrare in che modo una proposta modificherebbe le leggi esistenti. A differenza dei modelli di intelligenza artificiale generalista, quando non è in grado di elaborare una risposta il nuovo sistema dovrebbe segnalare un errore invece di inventare il testo.

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I Five Eyes hanno una portata globale, così come i loro oppositori.

Le coalizioni internazionali stanno contestando la sorveglianza dei Five Eyes attraverso i tribunali, i parlamenti e le campagne di opinione pubblica

le organizzazioni per i diritti digitali di diversi paesi stanno cercando di coordinare la loro opposizione ai poteri di sorveglianza che i governi esercitano attraverso le aziende tecnologiche.

fpif.org/the-five-eyes-have-gl…

@Informatica (Italy e non Italy)

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La guerra con l'Iran lascia il Pacifico senza portaerei americane


Washington sposta la USS George Washington in Medio Oriente, mentre i lunghi dispiegamenti logorano equipaggi e navi e offrono alla Cina l'occasione di rafforzare la propria influenza in Asia.

La guerra di Donald Trump contro l'Iran sta sottoponendo la flotta statunitense a una pressione crescente, fino a lasciare il Pacifico occidentale senza alcuna portaerei americana, uno dei principali strumenti della presenza militare di Washington in Asia. La USS George Washington, che il 5 agosto ha concluso una visita in Vietnam, è infatti attesa in Medio Oriente entro una settimana per sostituire la USS Abraham Lincoln. Il rientro di quest'ultima, inizialmente previsto per maggio, era stato rinviato due volte per prolungarne l'impiego nelle operazioni contro Teheran, mentre a bordo aumentavano le difficoltà di approvvigionamento e i casi di disagio psicologico tra i membri dell'equipaggio.

La Marina statunitense ha presentato il trasferimento come parte di un dispiegamento già programmato. Il vuoto nel Pacifico dovrebbe durare alcune settimane, fino a quando la USS Theodore Roosevelt prenderà il mare a settembre. Resta il fatto che, per la prima volta, nella regione non è presente alcuna portaerei americana.

"L'Amministrazione afferma che il Pacifico dovrebbe essere la priorità subito dopo l'emisfero occidentale", ha osservato ad Associated Press Greg Poling, direttore del programma per il Sud-est asiatico del Center for Strategic and International Studies. Secondo Poling, ora però gli Stati Uniti stanno facendo "esattamente il contrario" di quanto avevano annunciato quando promettevano di ridurre il proprio impegno in Medio Oriente. Gli alleati americani nella regione sono inquieti per l'imprevedibilità della Casa Bianca, ha aggiunto, mentre Pechino "è piuttosto contenta della distrazione americana e della frustrazione degli alleati".

Indo-Pacifico

La guerra all'Iran lascia il Pacifico senza portaerei


La USS George Washington ha lasciato il Vietnam per raggiungere il Medio Oriente e dare il cambio alla USS Abraham Lincoln, in mare da oltre 260 giorni. Fino a settembre nel Pacifico occidentale non ci sarà nessuna portaerei statunitense.

Grafica di FocusAmerica17 agosto 2026

La flotta, oggi

Una portaerei lascia il Pacifico e nessuna la sostituisce


La Marina statunitense ha undici portaerei e di norma ne tiene in mare due o tre.

La George Washington ha lasciato Da Nang il 5 agosto ed è attesa al largo dell'Oman a fine mese. La USS Theodore Roosevelt dovrebbe salpare da San Diego a settembre e riportare una portaerei americana nel Pacifico occidentale.

Quanto restano in mare

Al Ford sono mancati sei giorni per eguagliare il record del Vietnam


I dispiegamenti più lunghi di una portaerei statunitense, in giorni. Tocca una barra per leggere la scheda.

La linea tratteggiata segna il record assoluto: 332 giorni.

Chi occupa lo spazio vuoto

Mentre la Marina ruota le navi, la Cina si muove


Le mosse di luglio e agosto nel Pacifico occidentale.

Stati Uniti Cina

Lo sforzo in cifre


La flotta, oggi


Undici portaerei in totale, tre in mare. Dopo il trasferimento della USS George Washington: nessuna nel Pacifico occidentale, tre in Medio Oriente.

I dispiegamenti più lunghi, in giorni


  • USS Midway, 1972-73: 332
  • USS Coral Sea, 1965: 329
  • USS Gerald R. Ford, 2025-26: 326
  • USS Abraham Lincoln, 2020: 294
  • USS Abraham Lincoln, 2025-26: oltre 260, in corso


Lo sforzo in cifre


Circa 5.000 marinai e marines a bordo della Lincoln; oltre 200 giorni consecutivi senza uno scalo; soltanto 2 i cantieri del Paese in grado di revisionare una portaerei.


Fonte: Associated Press, CNN, ABC News, USNI News, U.S. Navy. Dati aggiornati al 17 agosto 2026.

La rinnovata assertività cinese nella regione


Nessuno si aspetta che la Cina invada Taiwan soltanto perché una portaerei ha lasciato la regione, ma questa assenza offre ovviamente a Pechino un'altra occasione per mostrare i muscoli, ha spiegato a sua volta Bryan Clark, ex sommergibilista della Marina e oggi analista dell'Hudson Institute. "La stanno usando come parte della narrazione con cui cercano di dimostrare alle Filippine, al Giappone, all'Indonesia e agli altri che gli Stati Uniti non sono più il difensore del Pacifico occidentale", ha detto Clark. L'obiettivo cinese, secondo l'analista, è convincere i Paesi della regione che Washington non sia più in grado di garantirne la sicurezza.

Le occasioni non mancano. Il 12 agosto una fregata cinese e una indonesiana hanno condotto una manovra congiunta nelle acque a est di Taiwan, la prima organizzata da Pechino in quell'area insieme alla Marina di un altro Paese. Secondo l'Associated Press, questo mese si sono svolte anche esercitazioni militari cinesi nei pressi della Secca di Scarborough, nel Mar Cinese Meridionale, rivendicata sia dalla Cina sia dalle Filippine. Il mese scorso il cacciatorpediniere lanciamissili Kaifeng ha invece condotto un'esercitazione a fuoco vivo a 180 km da Okinotori, l'isola più meridionale del Giappone, all'interno della zona economica esclusiva giapponese e durante una manovra congiunta con la Russia. Tokyo ha protestato, mentre Pechino ha risposto di non riconoscere quella zona. Sia Giappone che Filippine, entrambi alleati fondamentali degli Stati Uniti, hanno contenziosi territoriali aperti con la Cina.

A rassicurare gli alleati sta provando l'ammiraglio Frank Bradley, capo del Comando per le Operazioni Speciali, arrivato giovedì a Manila dopo una tappa in Corea del Sud e atteso successivamente in Giappone. Bradley ha assicurato ai colleghi filippini che le Forze Speciali americane sono pronte a intensificare le esercitazioni congiunte. "Gli Stati Uniti hanno la capacità di proiettare la forza in qualunque parte del globo", ha dichiarato all'Associated Press. "Quando la minaccia nella regione mediorientale sarà stata affrontata, ci ridispiegheremo, cambieremo nuovamente il nostro orientamento e saremo in grado di proiettare quella forza dovunque serva".

Ma per Evan Sankey, analista del Cato Institute specializzato nella politica americana verso la Cina, la presenza delle portaerei statunitensi offre agli alleati una rassicurazione anche psicologica, mentre la loro assenza "rafforza la sensazione generale che gli Stati Uniti siano distratti da quanto accade in Medio Oriente".

Equipaggi allo stremo e cantieri intasati


Nel suo secondo mandato Trump ha fatto un uso particolarmente intenso delle portaerei. La USS Gerald R. Ford è rientrata a Norfolk il 16 maggio dopo 326 giorni in mare: il dispiegamento più lungo dalla guerra del Vietnam, superato soltanto dai 332 giorni trascorsi al largo dalla USS Midway durante quel conflitto. Negli undici mesi di missione, la Ford ha sostenuto le operazioni contro l'Iran e la cattura dell'allora leader venezuelano Nicolás Maduro. Il 12 marzo, però, un incendio divampato nella lavanderia mentre la nave si trovava nel Mar Rosso è durato 30 ore, ha costretto l'unità a rientrare nel Mediterraneo per le riparazioni e ha lasciato 600 marinai senza un posto dove dormire. Ora la portaerei rischia un fermo per manutenzione che potrebbe protrarsi fino a 14 mesi.

Alla Lincoln è andata persino peggio. La portaerei ha lasciato San Diego a novembre e ha superato i 244 giorni di dispiegamento, trascorrendone circa 200 senza fare scalo. Gli oltre 5.000 marinai e marines a bordo hanno dovuto affrontare muffa, guasti agli impianti idraulici, acqua contaminata e ritardi nella consegna della posta. Questo mese un marinaio è finito in mare. Parlamentari di entrambi i partiti hanno chiesto chiarimenti sulle condizioni della nave e la Commissione per le Forze Armate della Camera dei Rappresentanti a guida repubblicana ha persino annunciato l'apertura di un'indagine.

Il capo di Stato Maggiore Dan Caine aveva già avvertito il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il presidente Donald Trump dei rischi legati a dispiegamenti troppo lunghi e al deterioramento del morale. Il comandante del Comando Centrale, l'ammiraglio Brad Cooper, sostiene invece che la Lincoln registri uno dei numeri più bassi di casi legati alla salute mentale nell'intera flotta. Trump, dal canto suo, ha commentato che il tempo trascorso in mare dall'equipaggio non è stato "lontanamente sufficiente".

La Marina statunitense dispone in totale di 11 portaerei e normalmente ne mantiene in mare 2 o 3. Secondo l'analisi, potrebbe arrivare a 4 se la USS Theodore Roosevelt decidesse di lasciare San Diego per il Medio Oriente, consentendo alla USS George Washington di tornare nel Pacifico. Al momento, però, il piano è che la Roosevelt prenda il mare a settembre per recarsi proprio nel Pacifico occidentale. Il problema rischia di emergere soprattutto in seguito, quando tutte queste unità avranno bisogno di manutenzione e dovranno affidarsi ai soli due cantieri del Paese abilitati a eseguire questi lavori.

Sullo sfondo resta la domanda se queste navi abbiano ancora senso in un mondo che cambia sempre più rapidamente. Michael Swaine, ricercatore del programma per l'Asia orientale del Quincy Institute, mette in dubbio la loro utilità futura: droni e missili le rendono bersagli sempre più vulnerabili, soprattutto contro un avversario come la Cina, mentre navi più piccole e sottomarini possono colpire con un'efficacia paragonabile a quella dei caccia decollati dai ponti di volo. A quanto pare l'ipotesi, che finora sembrava assurda, viene ora discussa anche dai vertici della Marina. L'ammiraglio Daryl Caudle, comandante delle operazioni navali, ha dichiarato all'Associated Press a febbraio di voler convincere i comandanti a impiegare unità più piccole e moderne, invece di ricorrere sistematicamente alle grandi portaerei.


La USS Abraham Lincoln non tocca porto da oltre 200 giorni, ma Trump nega i problemi a bordo


Il presidente Donald Trump ha dichiarato di non essere preoccupato per le condizioni a bordo della USS Abraham Lincoln, la portaerei di base a San Diego in missione da quasi 9 mesi in Medio Oriente. Ha inoltre respinto le richieste di un’indagine avanzate dal Congresso sui casi di disagio psicologico tra i membri dell’equipaggio, affermando che la nave non è rimasta in mare “neanche lontanamente abbastanza a lungo”.

Quando i giornalisti gli hanno fatto notare la crescente preoccupazione delle famiglie degli oltre 5.000 uomini e donne imbarcati, Trump ha risposto: “No, non sono preoccupate”. Il presidente ha poi annunciato che la Lincoln lascerà presto la regione e sarà sostituita da “un’altra nave molto simile”, senza precisare quale. Secondo il Wall Street Journal, si tratterebbe della USS George Washington.

La Lincoln non effettua uno scalo da oltre 200 giorni, benché normalmente le portaerei attracchino ogni 30-45 giorni, salvo rinvii imposti dalle esigenze operative. Salpata da San Diego il 21 novembre 2025 e inizialmente diretta nel Mar Cinese Meridionale, è stata successivamente dirottata in Medio Oriente. Da allora ha toccato terra una sola volta, durante una breve sosta a Guam nel dicembre scorso.

Marina americana · USS Abraham Lincoln

Ventiduemila chilometri, un solo attracco

La portaerei è salpata da San Diego il 21 novembre 2025 con oltre 5.000 persone a bordo. Doveva andare nel Mar Cinese Meridionale, è finita in Medio Oriente. Da nove mesi ha toccato terra una volta sola, a Guam.

Grafica di FocusAmerica 14 agosto 2026

1Il Pacifico10.200 km
San Diego Guam Oceano Pacifico

2Fino al Mar Arabico12.000 km
Guam Medio Oriente Oceano Indiano

San Diego Guam Medio Oriente Oceano Pacifico Oceano Indiano
Rotta seguita Destinazione iniziale Scalo a terra Area operativa

Dopo Guam la Lincoln ha aggirato l’Indonesia da sud senza più fermarsi. Tracciato indicativo: la Marina non diffonde le rotte operative.

PartenzaSan Diego, 21 nov 2025
Giorni in mare266
Scali a terra1 — Guam, dic 2025
Persone a bordooltre 5.000
Rientrodata non comunicata

«Neanche lontanamente abbastanza a lungo»

Donald Trump, sul tempo passato in mare dalla Lincoln, respingendo le richieste di indagine del Congresso

Le soste che non ci sono state

Sette scali attesi, uno soltanto effettuato


Le due bande coprono gli stessi 266 giorni. Sopra, il ritmo abituale: una portaerei attracca ogni 30-45 giorni. Sotto, quello che ha fatto davvero la Lincoln, che è partita da San Diego e non si è più fermata dopo Guam.

Scorri il dito sulla banda blu per leggere le date.

In 266 giorni una portaerei attracca di norma sette volte. La USS Abraham Lincoln lo ha fatto una volta sola, a Guam, nel dicembre 2025: oltre 200 giorni senza toccare terra.

Ritmo abituale7 scali attesi

USS Abraham Lincoln1 effettivo

Guam

Oltre 200 giorni senza toccare terra

Il confronto

I dispiegamenti più lunghi dai tempi del Vietnam


Negli ultimi anni la Marina ha allungato le missioni delle portaerei. Con la guerra in Iran, uomini e mezzi si sono concentrati in Medio Oriente.

USS Gerald R. Ford: 326 giorni (2025-26, record dal Vietnam). USS Abraham Lincoln: 295 giorni nel 2020. USS Abraham Lincoln: 266 giorni, missione in corso. USS George H.W. Bush: 136 giorni, missione in corso.

Record dal Vietnam: 326 giorni

Le due versioni

Chi è a bordo e chi comanda raccontano due navi diverse


Quattro punti su cui le famiglie dei marinai e i vertici militari danno risposte opposte.

Famiglie e stampa di settore Marina e Pentagono

84,4%

dei marinai che potevano prolungare il servizio ha scelto di farlo: il valore più alto tra tutte le portaerei americane. Il Central Command lo usa per smentire i racconti sulle condizioni a bordo.

L’ordine dei rifornimenti dopo l’attacco iraniano in Bahrein

Cibo
Prima priorità

Igiene
Seconda

Posta
Ultima

Colpito il principale centro logistico americano nella regione, i comandi hanno stabilito una priorità nei rifornimenti. La posta arriva per ultima.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su Navy Times, Military Times, Stars and Stripes, Wall Street Journal, Central Command e dichiarazioni del Segretario ad interim della Marina Hung Cao. Confini da Natural Earth. I 266 giorni e i chilometri percorsi sono calcoli della redazione sulla rotta indicativa San Diego–Guam–Mar Arabico; la Marina non diffonde né le rotte operative né la data esatta dello scalo di Guam.

Le denunce delle famiglie e la replica della Marina


Secondo i familiari, a bordo scarseggiano beni di prima necessità, tra cui i prodotti per l’igiene personale, mentre l’acqua sarebbe contaminata. Diverse famiglie descrivono un equipaggio esausto, con il morale molto basso. A riferire per prime delle difficili condizioni sulla nave sono state le testate specializzate Navy Times, Military Times e Stars and Stripes. Almeno un marinaio è caduto in mare e la Marina ha aperto un’inchiesta sull’episodio. Secondo il Military Times, altri membri dell’equipaggio avrebbero tentato di gettarsi fuori bordo.

Il Segretario ad interim della Marina, Hung Cao, ha risposto con un post su X, escludendo che vi siano state vittime e sostenendo che sia stato curato soltanto “un numero ridotto di casi legati alla salute mentale”. I menu, ha aggiunto, “sono stati modificati quando non erano disponibili rifornimenti di prodotti freschi, senza saltare un solo pasto”.

Cao non ha invece voluto rispondere alle altre accuse riguardanti le forniture e le condizioni di vita a bordo, limitandosi ad assicurare che la portaerei “tornerà presto a casa nell’ambito di una rotazione pianificata”. “Non c’è dubbio che i nostri giovani uomini e donne siano stati spinti al limite, ma non si sono mai spezzati. Sono comprensibilmente stanchi, ma non hanno mai smesso di combattere”, ha scritto ancora Cao, accusando i giornali di voler “dipingere i nostri combattenti come vittime” e di distogliere così l’attenzione dall’Iran e dalla minaccia che rappresenta per gli Stati Uniti.

Anche il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sostenuto che le condizioni sulla Lincoln siano state “completamente travisate”. “Alcuni dispiegamenti durano più di altri e nutro per quei marinai più rispetto e gratitudine di chiunque altro. Quello che fanno in quei mari e in condizioni tanto difficili, con meno scali, è incredibile”, ha dichiarato giovedì.

Diversi esponenti democratici non sembrano però essere soddisfatti di queste spiegazioni e chiedono ora di accertare per bene come si sia arrivati a questa situazione. I senatori Richard Blumenthal, del Connecticut, e Ruben Gallego, dell’Arizona, hanno sollecitato pubblicamente l’apertura di un’indagine. Gallego, che ha prestato in passato servizio nei Marines, ha inoltre chiesto alla Marina di consentire a una delegazione bipartisan del Congresso di salire a bordo.

Dispiegamenti sempre più lunghi


Il Central Command, responsabile delle operazioni militari statunitensi in Medio Oriente, ha smentito le ricostruzioni della stampa sottolineando che l’84,4% dei membri dell’equipaggio che potevano prolungare il servizio ha scelto di farlo: il dato più alto tra tutte le portaerei della flotta americana.

Un funzionario della Marina ha attribuito invece le carenze a bordo ll’attacco iraniano contro il principale centro logistico statunitense in Bahrein, che avrebbe costretto i comandi a stabilire un ordine di priorità nei rifornimenti: prima gli alimenti, poi i prodotti per l’igiene e infine la posta.

Il caso della Lincoln si inserisce, comunque, in una tendenza più ampia. Negli ultimi anni la Marina statunitense ha progressivamente prolungato i dispiegamenti delle portaerei e, con la guerra in Iran ancora in corso, uomini e mezzi sono stati concentrati in Medio Oriente, allungando ulteriormente la permanenza in mare.

La USS George H.W. Bush, salpata da Norfolk il 31 marzo, naviga da almeno quattro mesi. La USS Gerald R. Ford, partita nel 2025, ha operato nel Mediterraneo e nei Caraibi prima di dirigersi verso il Medio Oriente: al momento del rientro, avvenuto a maggio, era rimasta in missione per 326 giorni, stabilendo il record dai tempi della guerra del Vietnam. Il primato precedente apparteneva proprio alla Lincoln, con 295 giorni trascorsi in mare nel 2020.


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L’uomo della sala da ballo di Trump è staato in missione riservata da Putin


Rodney Mims Cook Jr ha incontrato esponenti del Cremlino con un passaporto diplomatico e una scorta. Ma il Segretario di Stato Marco Rubio aveva detto al Senato di non sapere nulla della trasferta.

Rodney Mims Cook Jr, il funzionario che sovrintende all'ampliamento della sala da ballo voluta da Donald Trump alla Casa Bianca, ha incontrato funzionari del Cremlino durante un viaggio compiuto in Russia all'inizio dell'estate, nell'ambito di una missione diplomatica riservata. Lo ha rivelato il Financial Times. Cook presiede la Commissione delle Belle Arti, ovvero l'ente federale che esprime pareri sull'aspetto degli edifici e dei monumenti pubblici di Washington. Prima di partire, a giugno, per il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, aveva ricevuto un passaporto diplomatico e una lunga serie di briefing. Durante l'evento, la principale vetrina internazionale del Cremlino, nota come "la Davos di Putin", gli è stata assegnata anche una scorta diplomatica.

Cook è stato il primo funzionario statunitense a partecipare al forum dal 2018 in poi. L'anno successivo gli Stati Uniti avevano boicottato l'evento per protestare contro l'arresto di un noto imprenditore americano, ed in seguito ne erano rimasti lontani anche a causa dell'invasione russa dell'Ucraina. Il Cremlino ha presentato Cook come il capo della prima delegazione ufficiale statunitense dopo molti anni, mentre lui ha dichiarato ai media di Stato russi di avere ricevuto l'autorizzazione di Trump e del Dipartimento di Stato. Quello stesso giorno, durante un'audizione al Senato, il Segretario di Stato Marco Rubio aveva però risposto al democratico Dick Durbin di non essere "al corrente della delegazione che è andata" al Forum.

Secondo due delle persone citate dal quotidiano britannico, l'Amministrazione Trump puntava su emissari inattesi come Cook per cercare di superare lo stallo diplomatico sulla guerra in Ucraina. Tra i suoi interlocutori ci sarebbe stato Anton Kobyakov, consigliere di Vladimir Putin. Un funzionario della Casa Bianca ha affermato che gli Stati Uniti "continuano a svolgere un ruolo costruttivo parlando con entrambe le parti" e che Trump continua ad essere "ottimista" sulla possibilità di raggiungere un accordo di pace. Un altro funzionario americano ha spiegato invece che Cook aveva partecipato al Forum nella sua veste di presidente della Commissione delle Belle Arti, con l'obiettivo di rafforzare i rapporti culturali tra i due Paesi. Cook non ha voluto commentare gli incontri con gli esponenti russi, chiarire se fosse stato Trump a incaricarlo di aprire quel canale né dire se tornerà presto a Mosca. "Ci sono molte richieste. Ci stiamo lavorando", ha dichiarato al Financial Times.

La dacia di Atlanta e il tavolo dei vecchi amici


Durante un panel intitolato "Russia-Stati Uniti: dialogo delle culture", Cook ha mostrato le fotografie della propria "dacia" ad Atlanta, costruita secondo quello che ha definito lo stile "vernacolare russo in legno, che mi ha toccato il cuore nel corso dei decenni". Ha poi illustrato a lungo le chiese, gli edifici pubblici e le case di campagna che ha contribuito a restaurare in Russia da quando visitò il Paese per la prima volta, negli anni Novanta.

Al tavolo con lui sedevano dirigenti del mondo della cultura ed esponenti del governo russo, tra cui la Ministra della Cultura russa Olga Lyubimova, nonostante alcuni dei partecipanti fossero stati colpiti proprio dalle sanzioni americane. "Conosco la cultura russa e conosco la maggior parte dei vertici delle loro istituzioni culturali", ha detto Cook. Ha descritto l'incontro, al quale partecipavano molti suoi vecchi amici, come "un grande ritorno a casa": "Il legame personale tra tutti noi era molto chiaro". Al Forum erano presenti anche l'attore Steven Seagal e l'attivista conservatrice statunitense Candace Owens.

Il primo giorno, mentre attraversava la piazza del Palazzo d'Inverno per andare a fare colazione con un amico, Cook ha assistito a un attacco ucraino con droni contro un impianto petrolifero di San Pietroburgo, dal quale si sono levate enormi colonne di fumo nero sulla città. "Troppo vicino per stare tranquilli", aveva commentato.

Il disco da hockey sulla Resolute Desk


Cook ha raccontato anche di essersi recato sulla tomba di Louisa Catherine Adams, la figlia di tredici mesi di John Quincy Adams, primo rappresentante diplomatico americano in Russia, dove ha deposto dei fiori e letto una preghiera. Lo ha accompagnato Vladimir Tolstoy, per anni consigliere culturale di Putin e trisnipote dell'autore di Guerra e pace. "Siamo amici da decenni. È una star", ha detto Cook.

Il giorno successivo, durante una sessione di domande e risposte con Putin, Cook ha portato "un caro saluto dal suo amico, il presidente Trump", aggiungendo che c'erano "molte idee di cui parlare tra le nostre due capitali nella prossima settimana". Putin lo ha ringraziato e, ricorrendo a una metafora tratta dall'hockey, ha detto di avere "rimandato indietro il disco". Cook se ne è procurato uno da un amico e lo ha posato sulla Resolute Desk nello Studio Ovale, "con grande divertimento del presidente Trump". "Così il messaggio è stato recapitato", ha raccontato.

A San Pietroburgo Cook ha inoltre chiesto a un'orchestra di 150 elementi l'esecuzione privata della Settima sinfonia di Dmitri Shostakovich, composta durante l'assedio nazista di Leningrado. A Putin ha detto che la cultura e la musica avevano aiutato la città a sopravvivere alla guerra e che anche Atlanta, la sua città natale, avrebbe potuto essere risparmiata dalla distruzione quando l'Unione la conquistò durante la guerra civile americana. "Se solo Atlanta avesse avuto Shostakovich, forse la mia bellissima città sarebbe intatta come questo bellissimo posto", ha detto tra gli applausi.

Quella sinfonia, ha sostenuto, "è ciò che ha sostanzialmente spezzato le linee tedesche intorno alla città ed è stato l'inizio della fine per i nazisti. I russi hanno usato la loro musica come un'arma e ha funzionato". È la stessa leva che Cook sostiene di avere proposto durante il viaggio: "Usiamo la musica come motivo per un cessate il fuoco, chiudiamo questa guerra e consolidiamo davvero un trattato".


Trump vuole i sigilli presidenziali dorati sulla facciata della nuova sala da ballo


Il presidente Donald Trump vuole applicare sigilli presidenziali di colore oro sulla facciata esterna della nuova sala da ballo della Casa Bianca. Le decorazioni compaiono nelle immagini di progetto che l'Amministrazione ha reso pubbliche venerdì, allegandole a una richiesta d'urgenza alla Corte Suprema per poter andare avanti con i lavori.

Nelle immagini un grande Sigillo degli Stati Uniti dorato campeggia dentro il timpano dell'edificio, la parte triangolare che sormonta il colonnato. Un secondo emblema dorato, più piccolo, è collocato accanto alle finestre ad arco. Gli interni sono coperti di rifiniture in oro, con applique, lanterne sospese e pavimenti in marmo giallo.

I piani che la Casa Bianca aveva presentato per la sala da ballo non contenevano i sigilli dorati né le altre dorature sulla facciata. Il progetto era stato approvato all'inizio dell'anno da due agenzie federali che il presidente ha riempito di suoi fedelissimi. La prima è la Commission of Fine Arts, l'organismo che valuta l'aspetto delle opere architettoniche nella capitale; la seconda è la National Capital Planning Commission, che si occupa della pianificazione urbanistica di Washington. Il regolamento della Commission of Fine Arts prevede che le modifiche a un progetto già approvato siano sottoposte a un nuovo esame.

Dettagli decorativi come i sigilli di solito non richiedono una seconda approvazione se i commissari hanno già dato il via libera al progetto complessivo, ha detto al Washington Post Bryan Clark Green, storico dell'architettura e membro della National Capital Planning Commission dal 2022 al 2025, quando Trump lo ha licenziato. La commissione guarda soprattutto alla posizione, alle dimensioni e all'ingombro di un edificio, decisioni che arrivano prima nel processo di sviluppo del progetto.

Le due commissioni hanno dato il via libera alla sala da ballo sulla base dei soli concetti preliminari, senza aspettare di esaminare il progetto definitivo. Ex funzionari hanno definito la scelta senza precedenti e in contrasto con i requisiti fissati dalle agenzie stesse. "Ci sono sempre stati due esami", uno del concetto preliminare e uno del piano finale, ha detto l'architetto Bruce Redman Becker, nominato nella Commission of Fine Arts da Joe Biden e rimosso da Trump l'anno scorso. Non è chiaro quanto le commissioni siano disposte a opporsi alle nuove dorature, dato che tutti i loro membri sono stati scelti dal presidente.

La Casa Bianca ha rivendicato il progetto senza rispondere alle domande sul perché i sigilli dorati siano stati aggiunti e se la modifica imponga nuove verifiche federali. "Il presidente Trump continua a realizzare ristrutturazioni necessarie e attese da tempo per abbellire la Casa del Popolo, mentre celebriamo il 250esimo anniversario dell'indipendenza della nostra grande nazione", ha dichiarato il portavoce Davis Ingle. "Grazie al costruttore in capo, la Casa Bianca sarà adeguatamente glorificata e resterà in ottime condizioni per le generazioni a venire".

Una corte d'appello federale ha ordinato questo mese all'Amministrazione di fermare il cantiere entro il 21 agosto, dando ragione a un'associazione per la tutela dei beni storici. Secondo l'associazione il presidente ha ecceduto i suoi poteri costruendo con donazioni private un ampliamento di 90.000 piedi quadrati, circa 8.400 metri quadrati, senza l'approvazione del Congresso.

I funzionari della Casa Bianca hanno detto ai giudici della Corte Suprema che l'opera è completa al 65% e che è troppo tardi per fermarla. La consegna è prevista per agosto 2028 e qualsiasi ritardo, ha scritto nel ricorso il funzionario Joshua Fisher, metterebbe a rischio "tutto quello che abbiamo fatto finora".

La sala da ballo dovrebbe costare circa 600 milioni di dollari, di cui grosso modo la metà a carico dei contribuenti, secondo un'inchiesta del Washington Post. È il triplo della stima iniziale di 200 milioni annunciata dalla Casa Bianca, che aveva assicurato che i soldi sarebbero arrivati tutti da donatori privati.

Sotto la sala da ballo l'Amministrazione sta realizzando un complesso di sicurezza progettato per resistere a "bombe, razzi, missili, perfino esplosioni nucleari", ha scritto Fisher. Le dimensioni della parte sotterranea restano poco chiare: il piano ufficiale della National Capital Planning Commission indica circa 22.000 piedi quadrati, poco più di 2.000 metri quadrati, mentre Trump ha detto che il complesso scende per sei piani. Il progetto prevede anche un porto per i droni sul tetto, dove le immagini mostrano militari in divisa attorno a una fila di velivoli senza pilota.

James Hoban, l'architetto che progettò la Casa Bianca, cercò la semplicità per far capire che l'edificio sarebbe stato la Casa del Popolo e non la residenza di un re. Non mise oro all'esterno della villa e la tradizione fu rispettata anche quando vennero costruite l'Ala Est e l'Ala Ovest. Trump ha invece scelto uno stile di colonne più elaborato. L'interno dorato assomiglia alla sala da ballo che ha fatto ristrutturare nella sua residenza di Mar-a-Lago in Florida, ispirata secondo le sue parole alla reggia di Versailles.

I funzionari nominati da Trump nelle commissioni che hanno esaminato e approvato i piani avevano detto che era importante che l'ampliamento fosse coerente sul piano stilistico con la residenza originale. "Apprezzo molto l'uniformità e la coerenza tra la residenza presidenziale e il linguaggio architettonico neoclassico che questo progetto porta avanti", ha detto Paul Ingrassia, alto funzionario della General Services Administration, l'agenzia che gestisce gli immobili del governo federale, alla riunione di marzo della National Capital Planning Commission.

Trump ha già aggiunto decorazioni dorate alla Casa Bianca, soprattutto nello Studio Ovale. Ha poi approvato altri abbellimenti, tra cui un eliporto largo circa 30 metri che sarà circondato dal sigillo presidenziale.


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A 80 anni Ed Markey punta sul progressismo per superare la questione dell'età


Il senatore democratico più anziano in corsa per la rielezione sfida alle primarie del Massachusetts il moderato Seth Moulton, 47 anni. Un sondaggio di giugno lo dava avanti di sei punti.

Ed Markey ha 80 anni ed è il senatore democratico più anziano in corsa per la rielezione. Per ottenere un altro mandato di sei anni deve prima vincere le primarie del Massachusetts, il voto con cui i partiti americani scelgono i propri candidati, contro il deputato Seth Moulton, un moderato di 47 anni. La scommessa di Markey è che l'argomento dell'età non funzioni contro chi resta il più a sinistra dei due.

Gli elettori democratici stanno sostituendo i parlamentari più anziani con sfidanti giovani in tutto il paese. In Connecticut il deputato John Larson, 78 anni, ha appena perso la corsa per il quindicesimo mandato contro l'ex sindaco di Hartford Luke Bronin, 47 anni.

Markey ha spostato il confronto sul terreno ideologico, ripetendo lo schema che nel 2020 gli aveva permesso di battere l'ex deputato Joe Kennedy III. Rivendica le proprie posizioni progressiste e punta a somigliare più a Bernie Sanders che a Joe Biden. "Penso sempre di essere il più giovane della stanza", ha detto al New York Times, "quando si tratta di idee."

La carriera politica di Markey dura da mezzo secolo. Nel 1973 è entrato nel parlamento del Massachusetts, tre anni dopo è stato eletto alla Camera dei rappresentanti ed è rimasto lì fino al 2013, quando ha vinto l'elezione suppletiva per il Senato (si vota così quando un seggio resta vacante prima della scadenza naturale del mandato). Moulton, sei mandati alla Camera per la costa a nord di Boston, ha fatto proprio di quella longevità il tema centrale della campagna. "La gente dovrebbe chiedere: cosa pensi di ottenere nei prossimi sei anni che non sei riuscito a ottenere negli ultimi cinquanta?", ha detto a un dibattito di luglio.

I sondaggi sulla corsa sono pochi. Quello dell'Università del New Hampshire di giugno dava Markey avanti di sei punti percentuali, ma con due segnali negativi per il senatore: da febbraio lo sfidante aveva guadagnato 12 punti e quasi un quarto degli intervistati restava indeciso.

Markey descrive Moulton come troppo moderato per il Massachusetts. Gli contesta di non sostenere il "Medicare for all", la proposta di un sistema sanitario pubblico esteso a tutti gli americani. Gli rimprovera anche di aver aperto uno scontro con il proprio partito sui diritti delle persone transgender dopo la sconfitta del 2024.

"Che sia il Minnesota con Peggy Flanagan, il Michigan con Abdul El-Sayed o qui in Massachusetts, è progressisti contro moderati e i progressisti stanno vincendo", ha detto Markey. In Michigan e in Wisconsin, però, le rilevazioni pre-elettorali avevano sovrastimato proprio i candidati progressisti, che alle primarie hanno poi ottenuto risultati peggiori del previsto. Restano aperte due spiegazioni: che i sondaggisti abbiano sbagliato a immaginare chi sarebbe andato a votare a una primaria, oppure che gli elettori di alcuni candidati siano semplicemente più disposti a rispondere ai sondaggi.

A Worcester Markey ha inaugurato un campus industriale insieme al deputato Jim McGovern e al sindaco Joseph Petty, entrambi di 66 anni. Prima che il gruppo si sciogliesse li ha fermati per girare un video con il telefono, poi montato in un filmato per i social insieme alle altre tappe della giornata. La sera è andato allo stadio di baseball della città, dove è entrato nella cabina di commento per parlare dei giocatori più promettenti della squadra.

Una parte della campagna di Markey si regge sui volontari giovani che nel 2020 si erano organizzati con il nome di Markeyverse. Alcuni di loro oggi lavorano nel suo staff, montano i suoi video e ne fanno crescere il seguito su TikTok. "Bisogna spostarsi dove si trova la prossima generazione. Bisogna andare da loro", ha detto il senatore.

Markey ha promesso di lasciare spazio a quella generazione. Dopo il dibattito di luglio ha detto che, se sarà rieletto a novembre, non si ricandiderà alla fine del prossimo mandato, quando avrà 86 anni.


Wisconsin, perché i sondaggi non hanno visto la rimonta di Crowley


David Crowley ha vinto le primarie democratiche per il governatore del Wisconsin battendo la socialista Francesca Hong per appena quattro decimi di punto, circa 3.000 voti, dopo che due sondaggi davano la sua sfidante avanti di una ventina di punti. Il risultato di martedì ha interrotto la serie di vittorie della sinistra nelle primarie democratiche di questo ciclo elettorale e soprattutto ha riaperto il dibattito sull'affidabilità delle rilevazioni nel Midwest.

Una settimana prima, in Michigan, i sondaggi avevano sovrastimato di oltre dieci punti il progressista Abdul El-Sayed, che ha poi vinto lo stesso le primarie per il Senato, ma con appena un punto di vantaggio. In Wisconsin lo scarto appare ancora più clamoroso: persino il sondaggista ufficiale della campagna elettorale di Crowley lo dava indietro di quasi venti punti a pochi giorni dal voto.

Primarie democratiche · Wisconsin
I sondaggi non hanno sbagliato su Hong. Hanno sbagliato su Crowley
Nella media delle quattro rilevazioni che misuravano entrambi i candidati, la socialista Francesca Hong era al 38,5% e ha chiuso al 39,4%. David Crowley era al 14% e ha vinto con il 39,8%. Quasi tutta la sua crescita è uscita dal serbatoio degli indecisi e dei candidati minori.
Grafica di FocusAmerica

Primarie democratiche in Wisconsin, 11 agosto 2026. Risultato: David Crowley 39,8%, Francesca Hong 39,4%, Kelda Roys 7,5%, Joel Brennan 4,7%, Mandela Barnes 4,1%, altri due candidati ritirati 4,5%. Margine: 0,4 punti, oltre 3.000 voti. Media delle quattro rilevazioni fra il 18 luglio e il 5 agosto: Hong 38,5%, Crowley 14%. Fonte: Associated Press; sondaggi PPP, Marquette Law School Poll, Impact Research.

Dalla media dei sondaggi al voto
David Crowley Francesca Hong Altri candidati e indecisi

Il resto del campo perde 26,7 punti, quasi esattamente quanto ne guadagna Crowley. I punti chiari sull'asse di sinistra sono le singole rilevazioni.

Francesca Hong
+0,0pt
Quanto è cresciuta rispetto alla media dei sondaggi: il solo dato che le rilevazioni avevano previsto con precisione.

David Crowley
+0,0pt
Quanto è cresciuto nello stesso arco di tempo. Nessuna rilevazione lo aveva visto arrivare.

Il fotofinish Le cause Il caso Michigan

In corsa erano quattro, ma sulla scheda i nomi erano sette
Tre candidati si erano ritirati nelle settimane precedenti. I loro nomi sono rimasti stampati e gli elettori hanno continuato a votarli.

Ventuno a uno
Ogni quadratino vale quattro decimi di punto, cioè l'intero margine con cui Crowley ha vinto la primaria. Ai tre candidati ritirati ne sono andati ventuno e mezzo.

Lo scarto fra Crowley e Hong0,4 punti

I voti andati ai tre candidati ritirati8,6 punti

Un riconteggio possibile, ma a spese di chi lo chiede
La legge del Wisconsin consente di chiedere il riconteggio quando lo scarto resta sotto il punto percentuale, ma lo Stato ne copre le spese soltanto sotto lo 0,25%. Il margine di Crowley supera quella soglia di quindici centesimi di punto: Hong avrebbe dovuto pagare di tasca propria. Ha preferito riconoscere la sconfitta e annunciare il proprio sostegno al vincitore.

Cinque ragioni che si sono sommate
Nessuna di queste basta da sola a spiegare uno scarto di venticinque punti. Messe in fila descrivono rilevazioni che misuravano un elettorato diverso da quello che si è presentato alle urne.

Il sondaggio è un'istantanea di un momento.David Axelrod, ex capo stratega della campagna di Barack Obama, ad Axios

Due volte in otto giorni, sempre nella stessa direzione
Le rilevazioni hanno sovrastimato la sinistra in entrambe le primarie del Midwest. In Michigan il vantaggio si è ridotto a un punto, in Wisconsin si è rovesciato.

Fonte: Associated Press (98% delle schede scrutinate); sondaggi Public Policy Polling, Marquette Law School Poll e Impact Research; Wisconsin Examiner, Axios. La media è calcolata sulle quattro rilevazioni che misuravano sia Hong sia Crowley, fra il 18 luglio e il 5 agosto; il Marquette dell'8-16 luglio è escluso perché non rilevava Crowley. La quota degli altri due candidati ritirati è calcolata come residuo sulle percentuali AP. Dati aggiornati al 13 agosto 2026.

Una campagna stravolta negli ultimi giorni


Il mese finale della campagna è stato particolarmente caotico. L'establishment del partito si è mosso in ordine sparso per fermare Hong, esponente dell'Assemblea statale considerata troppo a sinistra per poter vincere a novembre. Due candidati si sono ritirati dopo essere stati travolti da scandali improvvisi e lo stesso Crowley, che a 40 anni guida l'amministrazione della contea di Milwaukee, aveva inizialmente abbandonato la corsa, salvo poi rientrare proprio nel tentativo di fermarla.

L'ultima settimana è stata dominata dalle difficoltà di Hong nello spiegare alla CNN perché in passato avesse scritto sui social "cancellate il Giorno del Ringraziamento". Mentre Fox News dedicava alla vicenda servizi a ciclo continuo, Crowley attraversava lo Stato insieme al governatore democratico uscente Tony Evers, insistendo sui dubbi circa la capacità dell'avversaria di vincere le elezioni generali. Gli strateghi democratici cominciavano intanto a vedere gli indecisi spostarsi verso di lui.

"È il vecchio adagio che ripetiamo spesso ma ascoltiamo di rado: il sondaggio è un'istantanea di un momento", ha detto ad Axios David Axelrod, ex capo stratega della campagna presidenziale di Barack Obama del 2008. "Molte rilevazioni sono state fatte troppo presto per cogliere il movimento degli ultimi giorni". I numeri sembrano confermarlo: Hong ha chiuso al 39,4% e le ultime stime la collocavano poco sopra il 40%, dunque l'errore sulla sua percentuale è stato minimo. A cambiare radicalmente è stato invece il consenso di Crowley, passato in pochi giorni da circa il 20% al 39,8% finale.

Primarie aperte e un elettorato difficile da prevedere


In Wisconsin le primarie sono aperte: questo significa che ogni elettore può cioè partecipare a quella del partito che preferisce, indipendentemente dalla propria registrazione. Costruire un modello affidabile sull'elettorato che si presenterà effettivamente alle urne diventa quindi molto più complicato. "È difficile sapere chi andrà a votare", ha ammesso anche Axelrod.

Chaz Nuttycombe, fondatore del gruppo indipendente State Navigate e autore di una delle rilevazioni di inizio agosto che davano Hong avanti in doppia cifra, ipotizza che una parte degli elettori abituali delle primarie repubblicane abbia alla fine scelto di votare in quella democratica proprio per fermarla. A sostegno della sua tesi cita il traffico registrato dal suo sito: l'ultima rilevazione ha ricevuto più di 10.000 visite da indirizzi IP del Wisconsin e delle aree vicine, un'indicazione, secondo Nuttycombe, del forte interesse degli elettori contrari a Hong nel capire su quale alternativa concentrare il voto.

Dan Pfeiffer, anche lui ex consigliere di Obama, ha indicato un ulteriore fattore: Hong, a corto di fondi, non ha acquistato spot televisivi nella fase decisiva della campagna per rispondere agli attacchi contro di lei. "Ha condotto una campagna di base capace di mobilitare le persone su temi come i data center, ma la scelta di non trasmettere spot negli ultimi giorni probabilmente le è costata l'elezione", ha scritto Pfeiffer. "Negli ultimi giorni gli elettori hanno sentito solo le preoccupazioni sulla sua capacità di vincere a novembre e nessun messaggio positivo in senso contrario".

Il margine di vittoria di Crowley è abbastanza ridotto da consentire un riconteggio, ma Hong avrebbe dovuto sostenere personalmente i costi perché lo scarto supera gli 0,25 punti, così come previsto dalla legge. Ha quindi preferito riconoscere la sconfitta e annunciare il proprio sostegno a Crowley che sfiderà a novembre il deputato repubblicano Tom Tiffany.


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5 controlli infrastrutturali per mettere in sicurezza gli agenti AI (oltre il prompt)
#tech
spcnet.it/5-controlli-infrastr…
@informatica


5 controlli infrastrutturali per mettere in sicurezza gli agenti AI (oltre il prompt)


Quanti team stanno collegando agenti AI a Slack, a un’interfaccia web o a server MCP proteggendo l’accesso solo con un prompt di sistema ben scritto? Secondo un’analisi pubblicata su DZone e basata su findings del Red Team di NVIDIA, è proprio questo l’errore architetturale più diffuso nelle implementazioni enterprise di agenti AI: “i guardrail basati sul prompt falliscono sotto pressione avversaria”. Un attaccante sufficientemente motivato può camuffare attività malevole da comportamenti legittimi, scalare privilegi gradualmente o nascondere esecuzione di codice dentro interazioni apparentemente normali.

Il punto chiave, riassunto efficacemente dall’articolo originale, è questo: il modello non è il punto di applicazione della sicurezza, è la cosa che va difesa. Va trattato come qualsiasi altro componente non fidato della vostra infrastruttura — proprio come fareste con un processo che esegue codice arbitrario ricevuto da input esterni. In questo articolo ripercorriamo i cinque controlli infrastrutturali proposti, con esempi pratici applicabili su Kubernetes e nello stack Microsoft.

1. Identità e propagazione dell’autenticazione


Il primo errore comune è usare credenziali condivise per l’agente, indipendentemente da chi lo stia effettivamente invocando (via Slack, web UI o endpoint MCP). Questo rende impossibile distinguere un’azione legittima da un abuso e complica ogni audit successivo.

La soluzione è propagare l’identità dell’utente umano fino ai sistemi a valle, invece di far agire l’agente con un account di servizio onnipotente. Lo standard di riferimento è OAuth 2.0 Token Exchange (RFC 8693), che permette di scambiare il token dell’utente con un token downstream a scope ridotto e vita breve:

POST /oauth2/token HTTP/1.1
Host: identity.contoso.com
Content-Type: application/x-www-form-urlencoded

grant_type=urn:ietf:params:oauth:grant-type:token-exchange
&subject_token={USER_TOKEN}
&subject_token_type=urn:ietf:params:oauth:token-type:access_token
&requested_token_type=urn:ietf:params:oauth:token-type:access_token
&audience=ticketing-api
&scope=tickets.read tickets.comment

Il token risultante è specifico per l’audience richiesta (in questo caso l’API di ticketing), ha uno scope minimo e una scadenza breve. Ogni chiamata a valle porta con sé l’identità originale dell’utente, non quella generica dell’agente: questo è ciò che rende possibile un audit trail affidabile.

2. Presupporre l’esecuzione di codice e limitarne gli effetti


Un agente con accesso a strumenti di code execution va trattato esattamente come un processo che esegue input non fidato, perché di fatto è quello che è. I controlli minimi da applicare a livello di container:

  • filesystem di root read-only;
  • noexec su tutti i mount scrivibili, per impedire l’esecuzione di binari scaricati a runtime;
  • drop di tutte le capability Linux non strettamente necessarie;
  • configurazione dell’agente montata come read-only da un mount point separato, così che l’agente stesso non possa alterare la propria configurazione;
  • allowlist esplicita dei binari eseguibili.

Un esempio di `securityContext` Kubernetes coerente con questi principi:

securityContext:
  readOnlyRootFilesystem: true
  runAsNonRoot: true
  allowPrivilegeEscalation: false
  capabilities:
    drop:
      - ALL
volumeMounts:
  - name: tmp
    mountPath: /tmp
    # mount separato per lo storage scrivibile, con noexec applicato a livello di nodo
  - name: agent-config
    mountPath: /etc/agent
    readOnly: true

3. Egress default-deny


Un agente compromesso o manipolato tramite prompt injection che possa raggiungere qualunque host su Internet è un rischio enorme: esfiltrazione dati, comando e controllo, o accesso agli endpoint di metadata del cloud provider (il classico 169.254.169.254, spesso usato per rubare credenziali IAM). La difesa è una NetworkPolicy Kubernetes default-deny in uscita, con eccezioni esplicite solo verso ciò che serve realmente:

apiVersion: networking.k8s.io/v1
kind: NetworkPolicy
metadata:
  name: ai-agent-default-deny-egress
  namespace: agents
spec:
  podSelector:
    matchLabels:
      app: ai-agent
  policyTypes:
    - Egress
  egress:
    # consente solo DNS e il proxy autenticato interno
    - to:
        - namespaceSelector: {}
      ports:
        - protocol: UDP
          port: 53
    - to:
        - podSelector:
            matchLabels:
              app: egress-proxy
      ports:
        - protocol: TCP
          port: 8080
---
apiVersion: networking.k8s.io/v1
kind: NetworkPolicy
metadata:
  name: block-cloud-metadata
  namespace: agents
spec:
  podSelector:
    matchLabels:
      app: ai-agent
  policyTypes:
    - Egress
  egress:
    - to:
        - ipBlock:
            cidr: 0.0.0.0/0
            except:
              - 169.254.169.254/32

Le connessioni realmente necessarie devono passare attraverso un proxy autenticante con allowlist basata su FQDN, con logging completo di ogni richiesta e dell’identità utente associata: in questo modo ogni chiamata in uscita è tracciabile e limitata a destinazioni note.

4. Nessun segreto persistente


Iniettare segreti tramite variabili d’ambiente, file di configurazione o, peggio, direttamente nel context window del modello è una pratica rischiosa: un agente che legge il proprio ambiente, o che viene indotto a farlo tramite prompt injection, può esfiltrare quei segreti con facilità.

L’approccio consigliato è il token brokering per singolo task, con TTL molto brevi (minuti, non ore) e revoca esplicita al completamento del task, non solo alla scadenza naturale:

  • ogni task riceve un token appena sufficiente per l’operazione richiesta;
  • il token viene revocato non appena il task termina, indipendentemente dalla sua scadenza nominale;
  • ogni emissione di segreto viene registrata con l’identità dell’utente umano che ha originato la richiesta.

Strumenti come Azure Key Vault (con identità gestite e token a vita breve) o soluzioni dedicate di secret brokering per workload agentic vanno preferiti rispetto a qualunque forma di credential injection statica.

5. Controllo della supply chain dei pacchetti


Un agente con capacità di installare pacchetti (npm, pip, NuGet) durante l’esecuzione è una superficie di attacco enorme, soprattutto se può installare da repository VCS arbitrari o eseguire script di post-install non controllati. I controlli minimi:

  • uso di repository proxy interni (Artifactory o equivalente) come unica fonte consentita;
  • blocco esplicito delle installazioni da URL o VCS diretti (es. pip install git+https://...);
  • abilitazione di ignore-scripts=true per prevenire l’esecuzione di script post-install, un vettore di attacco noto nell’ecosistema npm;
  • verifica dell’hash dei pacchetti installati.


# .npmrc per l'ambiente dell'agente
registry=https://artifactory.contoso.com/api/npm/npm-proxy/
ignore-scripts=true
audit=true

Validare i controlli con test automatici, non con documentazione


Il consiglio più pratico dell’articolo è forse questo: questi cinque controlli vanno implementati come test case automatici nella pipeline CI/CD, non lasciati a una checklist di sicurezza scritta a mano. Alcuni esempi di assertion da includere:

  • un chiamante non autenticato deve essere rifiutato;
  • un tentativo di scrittura su file di configurazione nascosti (dotfile) deve fallire;
  • ogni connessione in uscita non allowlisted deve essere bloccata e loggata;
  • nessun segreto deve essere presente nelle variabili d’ambiente del processo agente;
  • l’endpoint di metadata cloud deve risultare irraggiungibile;
  • un’installazione di pacchetto da VCS diretto deve essere bloccata dal proxy.


Conclusione


Gli agenti AI non introducono nuovi principi di sicurezza: richiedono di applicare con rigore quelli che già conosciamo — least privilege, isolamento, gestione dei segreti a vita breve, egress controllato — a un tipo di workload che, per sua natura, esegue codice e prende decisioni sulla base di input non completamente prevedibili. Chi gestisce infrastrutture Kubernetes o Azure ha già gli strumenti per implementare questi controlli; il passo mancante, spesso, è semplicemente la decisione di applicarli con la stessa serietà riservata a qualunque altro workload che esegue codice non fidato.

Fonte originale: “5 Infrastructure Controls for Securing AI Agents” su DZone.


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Critical MLflow Flaw Lets Attackers Steal Cloud Credentials via Webhook Redirects
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Un agente AI è un sistema distribuito, non un chatbot: pattern di durable orchestration in .NET
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@informatica


Un agente AI è un sistema distribuito, non un chatbot: pattern di durable orchestration in .NET


Negli ultimi mesi molti team hanno scoperto a proprie spese che il problema più grande di un agente AI in produzione non è la qualità del prompt, ma la sua affidabilità operativa. Un articolo recente su DZone, “Your AI Agent Is a Distributed System, Not a Chatbot”, mette a fuoco un punto che chi progetta sistemi backend conosce bene da anni: se un componente deve sopravvivere a crash, timeout, retry e attese umane di ore, non puoi trattarlo come una semplice chiamata sincrona a un modello. Devi trattarlo come un sistema distribuito, con tutto ciò che questo comporta: stato persistente, checkpoint, idempotenza e recovery.

In questo articolo riprendiamo quei concetti e li caliamo nella pratica con .NET, mostrando come Azure Durable Functions (o alternative come Temporal) permettano di costruire agenti AI multi-step che non perdono lo stato quando qualcosa va storto — cosa che, in produzione, prima o poi succede sempre.

Perché un chatbot stateless non basta


Un chatbot classico è un ciclo request/response: l’utente scrive, il modello risponde, fine. Un agente AI enterprise, invece, tipicamente deve:

  • orchestrare più chiamate a modelli e strumenti in sequenza o in parallelo;
  • interrogare sistemi esterni (CRM, ticketing, knowledge base, database);
  • attendere l’approvazione di un umano, che può richiedere minuti oppure ore;
  • gestire fallimenti parziali senza dover ripartire da zero;
  • garantire che un’azione con effetti collaterali (un rimborso, un invio email, una scrittura su un sistema esterno) non venga eseguita due volte per colpa di un retry.

Nessuno di questi requisiti è nuovo: sono gli stessi problemi che i sistemi distribuiti risolvono da decenni con pattern come saga, checkpointing e idempotency key. La differenza è che oggi il “servizio downstream” spesso è un LLM, e la latenza dominante non è più quella di rete, ma quella dell’attesa umana.

Durable orchestration: lo stato che sopravvive al crash


Il pattern architetturale proposto è un runtime di orchestrazione durevole, che mantiene lo stato del workflow indipendentemente dal ciclo di vita del processo che lo esegue. In .NET, l’implementazione più diretta è Azure Durable Functions, che introduce tre concetti chiave:

  • Orchestrator function: decide “cosa succede dopo”, applica le retry policy e coordina le chiamate, ma non esegue lavoro con effetti collaterali direttamente;
  • Activity function: esegue il lavoro reale (chiamata al modello, query, side effect) ed è il livello dove si applica l’idempotenza;
  • Checkpointing automatico: dopo ogni `await`, il runtime salva lo stato dell’orchestrazione, così un crash del processo non fa perdere il progresso già fatto.

Un’alternativa nota, citata anche nell’articolo originale, è Temporal, che applica lo stesso principio con un modello di programmazione simile ma un runtime a sé stante, spesso preferito in contesti multi-linguaggio o Kubernetes-native.

Il pattern fan-out/fan-in per agenti multipli


Quando un task richiede il contributo di più agenti specializzati (per esempio: un agente diagnostico, uno di ricerca sulla knowledge base, uno che consulta lo storico dei casi e uno che verifica le policy aziendali), il pattern corretto è il fan-out/fan-in: l’orchestratore lancia tutte le attività in parallelo e aggrega i risultati solo quando sono tutte terminate.

Ecco un esempio realistico in C# con il modello isolato di Azure Functions, ispirato agli esempi ufficiali Microsoft:

[Function("SupportInvestigationOrchestrator")]
public static async Task<InvestigationResult> Run(
    [OrchestrationTrigger] TaskOrchestrationContext context)
{
    var caseId = context.GetInput<string>();

    // Fan-out: 4 agenti specializzati lanciati in parallelo
    var diagnosticTask = context.CallActivityAsync<AgentFinding>(
        "RunDiagnosticAgent", caseId);
    var knowledgeTask = context.CallActivityAsync<AgentFinding>(
        "RunKnowledgeSearchAgent", caseId);
    var historyTask = context.CallActivityAsync<AgentFinding>(
        "RunHistoricalCaseAgent", caseId);
    var policyTask = context.CallActivityAsync<AgentFinding>(
        "RunPolicyAgent", caseId);

    // Fan-in: si attende che tutti i task completino
    AgentFinding[] findings = await Task.WhenAll(
        diagnosticTask, knowledgeTask, historyTask, policyTask);

    // Sintesi della raccomandazione finale
    var recommendation = await context.CallActivityAsync<Recommendation>(
        "SynthesizeRecommendation", findings);

    return new InvestigationResult(caseId, findings, recommendation);
}

Il vantaggio rispetto a un semplice `Task.WhenAll` in un servizio stateless è che, se il processo host crasha mentre due agenti su quattro hanno già risposto, l’orchestrazione riparte dal checkpoint e non richiama gli agenti già completati.

Human-in-the-loop senza tenere aperta la compute


Il collo di bottiglia più comune non è il modello, ma l’attesa di un’approvazione umana. Un workflow che tenesse una funzione serverless “in ascolto” per ore sarebbe insostenibile in termini di costo e di timeout. Il pattern corretto è sospendere l’orchestrazione in attesa di un evento esterno:

[Function("SupportInvestigationOrchestrator")]
public static async Task<InvestigationResult> Run(
    [OrchestrationTrigger] TaskOrchestrationContext context)
{
    // ... fan-out/fan-in come sopra ...

    await context.CallActivityAsync("NotifyHumanReviewer", recommendation);

    // Il workflow si sospende senza consumare risorse compute
    // fino a quando l'evento non arriva, anche dopo diverse ore
    var decision = await context.WaitForExternalEvent<HumanReviewDecision>(
        "HumanReviewCompleted");

    if (decision.Approved)
    {
        await context.CallActivityAsync("ApplyResolution", recommendation);
    }

    return new InvestigationResult(caseId, findings, recommendation, decision);
}

L’evento viene “consegnato” all’orchestrazione in pausa tramite una chiamata separata (per esempio da una Function HTTP-triggered collegata a un pulsante “Approva” nella UI), e il runtime si occupa di riprendere l’esecuzione esattamente dal punto in cui era stata sospesa.

Idempotenza: il vero rischio nascosto


Un runtime durevole garantisce tipicamente semantica at-least-once: dopo un crash, un’attività può essere rieseguita. Questo va benissimo per operazioni pure (una query di lettura), ma è pericoloso per operazioni con side effect (un rimborso, un invio email, una scrittura irreversibile). Il momento critico è il cosiddetto crash window: l’intervallo tra il completamento effettivo di un’azione e il salvataggio del suo checkpoint.

La soluzione è associare a ogni operazione critica una idempotency key deterministica, così che una riesecuzione accidentale venga riconosciuta e ignorata a livello applicativo:

[Function("ApplyGoodwillRefund")]
public static async Task ApplyGoodwillRefund(
    [ActivityTrigger] RefundRequest request)
{
    string idempotencyKey = $"{request.CaseId}:goodwill-refund";

    if (await _paymentService.WasAlreadyProcessedAsync(idempotencyKey))
    {
        return; // operazione già eseguita, nessun effetto collaterale duplicato
    }

    await _paymentService.ProcessRefundAsync(request, idempotencyKey);
}

Questo pattern, ben noto a chi lavora con gateway di pagamento, va applicato sistematicamente a ogni activity che tocchi sistemi esterni non idempotenti per natura.

Successo parziale, non tutto-o-niente


Se uno dei quattro agenti fallisce (per esempio, il servizio di knowledge search va in timeout), il sistema non dovrebbe far fallire l’intera indagine. Meglio trattare i risultati come esiti strutturati, distinguendo tra “successo”, “fallito” e “degradato”, e permettere che la sintesi finale proceda comunque, segnalando esplicitamente quali fonti mancano:

public record AgentFinding(
    string AgentName,
    AgentStatus Status,   // Success, Failed, Degraded
    string? Result,
    string? FailureReason);

Questo approccio “graceful degradation” è preferibile a un fallimento totale che obbliga a rieseguire da capo un’indagine costosa in termini di tempo e token consumati.

Osservabilità come requisito di prodotto


In un sistema dove un’indagine può durare ore e coinvolgere quattro o più agenti, la tracciabilità non è un dettaglio tecnico: è parte dell’esperienza utente e, in molti contesti regolamentati, un requisito di audit. Vale la pena tracciare sistematicamente:

  • workflow instance ID, correlation ID e case ID;
  • lo stage corrente e la durata di ogni singolo agente;
  • il numero di retry e il motivo di ogni fallimento;
  • la latenza di revisione umana (spesso il fattore dominante);
  • la tracciabilità delle evidenze usate per la raccomandazione finale, per scopi di audit.


Conclusione


Il messaggio di fondo è semplice ma spesso trascurato: il workflow conta più del prompt. Un agente AI ben progettato non è quello con il prompt più raffinato, ma quello costruito su un runtime capace di sopravvivere a crash, gestire attese umane di ore senza sprecare risorse, ed evitare effetti collaterali duplicati. Per chi lavora nello stack .NET, Azure Durable Functions offre oggi gli strumenti necessari per applicare questi pattern senza dover reinventare un motore di orchestrazione da zero; per contesti poliglotta o già containerizzati, Temporal resta un’alternativa solida con la stessa filosofia.

Fonte originale: “Your AI Agent Is a Distributed System, Not a Chatbot” su DZone.


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✨ Handala: lo spionaggio iraniano del MOIS che si finge amico dei giornalisti su WhatsApp
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Handala: lo spionaggio iraniano del MOIS che si finge amico dei giornalisti su WhatsApp


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Da due anni si spacciava per movimento hacktivista filo-palestinese. Il Dipartimento di Giustizia americano ha invece confermato ciò che gli analisti sospettavano da tempo: dietro il collettivo “Handala” opera il Ministero dell’Intelligence iraniano (MOIS), e il suo bersaglio attuale sono i giornalisti israeliani, contattati su WhatsApp e Telegram con la stessa cura con cui si costruisce una fonte, per rubare loro le credenziali e, in alcuni casi, l’intero telefono.

Lo Shin Bet e l’Autorità nazionale per la cybersicurezza israeliana hanno diffuso il 16 agosto 2026 un avviso congiunto, raro per esplicitezza, in cui si afferma che “gli operativi dell’intelligence iraniana stanno tentando di raccogliere informazioni sensibili su sviluppi politici e di sicurezza, ottenere accesso a fonti giornalistiche, materiali di lavoro e corrispondenza”. Non è un’allerta generica: arriva dopo mesi di segnalazioni da parte di redazioni come Haaretz, i cui cronisti sono stati impersonati per avvicinare colleghi e contatti.

Chi è davvero Handala


Il nome richiama la celebre vignetta del fumettista palestinese Naji al-Ali, e per due anni il brand “Handala Hack Team” ha coltivato un’immagine da collettivo hacktivista indipendente, rivendicando data breach e defacement contro obiettivi israeliani sui propri canali Telegram. È la stessa tattica di copertura vista in altri cluster iraniani — un layer “civile” che permette a Teheran di condurre operazioni offensive negando plausibilmente il coinvolgimento statale, mentre online si costruisce consenso e narrativa a supporto della causa filo-palestinese.

A marzo 2026 il Dipartimento di Giustizia USA ha reso pubblica un’incriminazione che collega individui operanti sotto l’ombrello Handala al MOIS, inquadrando le loro attività in un più ampio programma di “operazioni psicologiche cyber-abilitate” — disinformazione, intimidazione e raccolta di intelligence combinate nello stesso apparato. Lo stesso ecosistema di attori legati a Teheran è stato osservato a marzo colpire con un wiper l’azienda Stryker e violare la casella di posta personale del direttore dell’FBI, segno di un’operatività che spazia dal sabotaggio industriale allo spionaggio mirato su singole persone.

Come funziona l’avvicinamento


La campagna descritta da Shin Bet non punta a exploit zero-day, ma a ingegneria sociale paziente e su misura, costruita specificamente attorno al mestiere del giornalista. Gli operatori contattano il bersaglio fingendosi conoscenti, colleghi o addirittura firme note — tra i nomi usati come esca, secondo le ricostruzioni giornalistiche, anche quello del noto reporter Barak Ravid — con proposte di collaborazione, richieste di intervista o l’offerta di materiale esclusivo su sviluppi politici e militari, l’esca perfetta per chi vive di scoop.

Da lì si dipartono tre vettori distinti, spesso combinati nella stessa conversazione:

  • Link a pagine di login contraffatte che imitano Google, per catturare credenziali dell’account principale e, con esso, l’accesso a mail, contatti e cronologia dei documenti condivisi;
  • Link a Google Drive falsificati che rimandano a documenti “esclusivi” ma in realtà instradano verso pagine di raccolta credenziali identiche a quelle originali;
  • File malevoli inviati come allegati — presunti dossier, registrazioni o documenti di interesse — che una volta aperti concedono accesso completo al dispositivo mobile, inclusi messaggistica, microfono e geolocalizzazione.

L’obiettivo dichiarato dalle autorità israeliane non è solo la singola casella di posta: è la ricostruzione della rete di fonti del giornalista, l’accesso a materiali di lavoro non ancora pubblicati e, in prospettiva, la possibilità di alimentare operazioni di influenza usando conversazioni sottratte, come già avvenuto in altri episodi in cui gruppi legati a Teheran hanno pubblicato messaggi privati rubati per screditare bersagli israeliani.

Perché conta per chi si occupa di difesa


Il caso Handala è un promemoria scomodo per chi lavora in redazioni, ONG e uffici stampa che trattano materiale sensibile su Medio Oriente: l’anello debole non è quasi mai l’infrastruttura tecnica, ma la fiducia interpersonale che il mestiere stesso richiede di concedere a sconosciuti. Un attaccante di livello statale che parla la lingua del settore — propone uno scoop, cita eventi reali, imita lo stile di un collega — supera in un colpo solo gran parte delle difese tecniche standard, perché la vittima interagisce volontariamente con il contenuto malevolo.

Per i team di sicurezza che proteggono realtà editoriali o organizzazioni esposte, le raccomandazioni diffuse da Shin Bet restano il primo presidio praticabile:

  • Verificare l’identità di chi propone collaborazioni o interviste tramite un canale separato da quello di primo contatto, prima di aprire qualunque link o allegato;
  • Non inserire mai credenziali dopo aver seguito un link ricevuto in chat, per quanto il mittente sembri legittimo — meglio digitare manualmente l’indirizzo del servizio;
  • Attivare l’autenticazione a due fattori tramite app authenticator (non SMS) su tutti gli account di posta e cloud storage;
  • Impostare indirizzi di recupero account separati e monitorati;
  • Segmentare i dispositivi usati per il lavoro giornalistico da quelli personali, quando possibile, e mantenere aggiornati i sistemi operativi mobili.

Handala dimostra ancora una volta come i confini tra hacktivismo, spionaggio statale e guerra dell’informazione si siano ormai dissolti: lo stesso gruppo che rivendica breach “per la causa” su Telegram può, il giorno dopo, star raccogliendo materiale per un dossier destinato ai servizi. Per i difensori, l’unica postura sensata è trattare ogni contatto non sollecitato — anche il più credibile — come potenzialmente ostile.

Indicatori e riferimenti

Attore: Handala (Handala Hack Team) — collegato al MOIS iraniano
Vettori: WhatsApp, Telegram
TTP: impersonificazione di giornalisti/contatti noti, phishing credenziali Google,
     Google Drive link contraffatti, allegati malevoli per compromissione mobile
Target: giornalisti e figure pubbliche israeliane (es. redazioni come Haaretz)
Incriminazione USA: marzo 2026 (Dipartimento di Giustizia, MOIS)
Allerta ufficiale: Shin Bet + National Cyber Directorate, 16 agosto 2026
Canale di segnalazione IL: hotline 119 (National Cyber Directorate)

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La Marina pensa di ridisegnare le portaerei per assecondare i gusti estetici di Trump


Il presidente vuole che le nuove navi somiglino a quelle della Seconda guerra mondiale. Spostare la torre di comando verso il centro dello scafo costerebbe miliardi e ritarderebbe il programma.

La Marina americana sta valutando di ridisegnare le sue nuove portaerei per assecondare il gusto estetico del presidente Donald Trump. Lo ha rivelato il Washington Post: sette funzionari in servizio ed ex funzionari hanno riferito che la Marina sta studiando la possibilità di spostare in avanti, verso il centro dello scafo, la torre di più piani che ospita il centro di comando della nave.

Quella struttura si chiama "isola" e sulle portaerei della classe Ford, le più recenti, si trova vicino alla poppa. Il presidente ha manifestato perplessità sul "look" delle nuove navi e vorrebbe che somigliassero di più alle portaerei in servizio durante la Seconda guerra mondiale, che avevano l'isola collocata più avanti.

I tempi e la portata della valutazione non sono chiari e diversi funzionari hanno avvertito che una modifica del genere richiederebbe tempi lunghi e costi elevati. La Marina aveva già esaminato la questione durante il primo mandato di Trump: uno studio concluse che spostare l'isola sarebbe costato miliardi di dollari di riprogettazione e avrebbe ritardato in modo significativo il programma.

Bryan Clark, ex ufficiale della Marina che studia il settore per l'Hudson Institute, un centro studi di orientamento conservatore con sede a Washington, ha detto al Washington Post che spostare l'isola sarebbe "una riprogettazione sostanziale". Un intervento del genere cambierebbe il galleggiamento e la distribuzione dei pesi della nave e avrebbe un costo notevole. Il cambiamento si può fare, ha aggiunto, ma sarebbe molto dirompente.

La posizione arretrata dell'isola sulle navi più recenti è stata scelta per ragioni di efficienza e sicurezza. Lascia più spazio per parcheggiare gli aerei vicino alle catapulte e riduce così i tempi di lancio. Migliora anche la sicurezza in atterraggio perché diminuisce le turbolenze quando i velivoli rientrano a bordo.

Lo spostamento dell'isola sarebbe la seconda modifica al progetto voluta dal presidente. Giovedì Trump ha firmato un memorandum sulla sicurezza nazionale che ordina alla Marina di preparare un piano per tornare alle vecchie catapulte a vapore sulle prossime portaerei, al posto del sistema elettromagnetico installato sulla classe Ford. Le catapulte servono a lanciare i caccia dal ponte di volo. Il documento insiste sulla preferenza dell'Amministrazione per tecnologie e progetti navali "comprovati, affidabili e a costi accessibili".

Anche questa seconda modifica potrebbe costare miliardi di dollari e aggravare i ritardi cronici della cantieristica navale americana. La capoclasse USS Gerald R. Ford ha richiesto 17 anni di costruzione, in parte proprio per le tecnologie nuove introdotte nel progetto, tra cui la catapulta elettromagnetica, che la Marina ha poi giudicato molto efficace.

Le portaerei della classe Ford in vari stadi di sviluppo sono tre. La USS John F. Kennedy sta svolgendo le prove in mare e si avvicina all'entrata in servizio, mentre la USS Enterprise e la USS Doris Miller sono in costruzione. La USS Gerald R. Ford è già operativa e ha appena concluso una lunga missione di combattimento in Medio Oriente. I piani prevedono fino a 10 unità nei prossimi quarant'anni, per un costo stimato di 22 miliardi di dollari ciascuna secondo l'ultimo piano di costruzioni navali della Marina e il Congressional Budget Office, l'ufficio apartitico che analizza i conti pubblici per il Congresso. La classe Ford sostituirà progressivamente la Nimitz, che risale alla fine degli anni Sessanta.

Il Pentagono e la Marina hanno rinviato le richieste di commento alla Casa Bianca, che ha indicato il nuovo memorandum quando le è stato chiesto della volontà del presidente di spostare l'isola sulle future portaerei. Il memorandum non affronta la questione. Un altro funzionario americano ha riferito che la Marina sta prendendo sul serio entrambe le ipotesi per i ritardi e per gli sforamenti di spesa che potrebbero produrre.

L'interesse del presidente per queste modifiche segna il peso crescente della Casa Bianca sulla meccanica complessa della costruzione navale militare. Dal ritorno alla presidenza Trump ha promesso di "resuscitare" un settore in difficoltà e ha già firmato diversi ordini esecutivi sul tema.

La flotta di superficie della Marina soffre da anni di manutenzioni rinviate e di bassi livelli di prontezza operativa, in parte per la frequenza con cui le amministrazioni americane hanno impiegato le portaerei nelle crisi internazionali. Con la guerra contro l'Iran il Pentagono ha tirato ulteriormente la corda, spostando mezzi navali in Medio Oriente per condurre attacchi e per far rispettare il blocco dei porti iraniani.

La stessa USS Gerald R. Ford ha affrontato una missione prolungata, conclusa all'inizio di quest'anno, dopo che un incendio aveva reso inabitabili gli alloggi di molti membri dell'equipaggio. I responsabili hanno anche riconosciuto guasti al sistema a vuoto che serve le centinaia di servizi igienici a bordo.

Parlamentari democratici hanno chiesto questa settimana al segretario alla Difesa Pete Hegseth di indagare sulle condizioni a bordo della USS Abraham Lincoln, in Medio Oriente da novembre e in mare da 200 giorni senza uno scalo che permetta all'equipaggio di riposare. Hegseth ha definito quelle notizie "completamente travisate" parlando con i giornalisti durante un viaggio a Panama, mentre venerdì Trump ha detto a Joint Base Andrews che il tempo passato in mare dalla nave non è stato "neanche lontanamente abbastanza". La Lincoln dovrebbe essere sostituita dalla USS George Washington nelle prossime settimane.

L'anno scorso il presidente aveva presentato una nuova classe di corazzate destinata a guidare la sua "Golden Fleet", un progetto criticato da molti analisti navali e parlamentari, secondo cui quelle navi sprecherebbero la scarsa capacità produttiva dei cantieri americani per un modello di cui la Marina non ha bisogno. Il Congressional Budget Office ha calcolato che le corazzate della "Trump Class" costerebbero circa 275 miliardi di dollari in trent'anni, 18 miliardi a nave dopo la prima.


La USS Abraham Lincoln non tocca porto da oltre 200 giorni, ma Trump nega i problemi a bordo


Il presidente Donald Trump ha dichiarato di non essere preoccupato per le condizioni a bordo della USS Abraham Lincoln, la portaerei di base a San Diego in missione da quasi 9 mesi in Medio Oriente. Ha inoltre respinto le richieste di un’indagine avanzate dal Congresso sui casi di disagio psicologico tra i membri dell’equipaggio, affermando che la nave non è rimasta in mare “neanche lontanamente abbastanza a lungo”.

Quando i giornalisti gli hanno fatto notare la crescente preoccupazione delle famiglie degli oltre 5.000 uomini e donne imbarcati, Trump ha risposto: “No, non sono preoccupate”. Il presidente ha poi annunciato che la Lincoln lascerà presto la regione e sarà sostituita da “un’altra nave molto simile”, senza precisare quale. Secondo il Wall Street Journal, si tratterebbe della USS George Washington.

La Lincoln non effettua uno scalo da oltre 200 giorni, benché normalmente le portaerei attracchino ogni 30-45 giorni, salvo rinvii imposti dalle esigenze operative. Salpata da San Diego il 21 novembre 2025 e inizialmente diretta nel Mar Cinese Meridionale, è stata successivamente dirottata in Medio Oriente. Da allora ha toccato terra una sola volta, durante una breve sosta a Guam nel dicembre scorso.

Marina americana · USS Abraham Lincoln

Ventiduemila chilometri, un solo attracco

La portaerei è salpata da San Diego il 21 novembre 2025 con oltre 5.000 persone a bordo. Doveva andare nel Mar Cinese Meridionale, è finita in Medio Oriente. Da nove mesi ha toccato terra una volta sola, a Guam.

Grafica di FocusAmerica 14 agosto 2026

1Il Pacifico10.200 km
San Diego Guam Oceano Pacifico

2Fino al Mar Arabico12.000 km
Guam Medio Oriente Oceano Indiano

San Diego Guam Medio Oriente Oceano Pacifico Oceano Indiano
Rotta seguita Destinazione iniziale Scalo a terra Area operativa

Dopo Guam la Lincoln ha aggirato l’Indonesia da sud senza più fermarsi. Tracciato indicativo: la Marina non diffonde le rotte operative.

PartenzaSan Diego, 21 nov 2025
Giorni in mare266
Scali a terra1 — Guam, dic 2025
Persone a bordooltre 5.000
Rientrodata non comunicata

«Neanche lontanamente abbastanza a lungo»

Donald Trump, sul tempo passato in mare dalla Lincoln, respingendo le richieste di indagine del Congresso

Le soste che non ci sono state

Sette scali attesi, uno soltanto effettuato


Le due bande coprono gli stessi 266 giorni. Sopra, il ritmo abituale: una portaerei attracca ogni 30-45 giorni. Sotto, quello che ha fatto davvero la Lincoln, che è partita da San Diego e non si è più fermata dopo Guam.

Scorri il dito sulla banda blu per leggere le date.

In 266 giorni una portaerei attracca di norma sette volte. La USS Abraham Lincoln lo ha fatto una volta sola, a Guam, nel dicembre 2025: oltre 200 giorni senza toccare terra.

Ritmo abituale7 scali attesi

USS Abraham Lincoln1 effettivo

Guam

Oltre 200 giorni senza toccare terra

Il confronto

I dispiegamenti più lunghi dai tempi del Vietnam


Negli ultimi anni la Marina ha allungato le missioni delle portaerei. Con la guerra in Iran, uomini e mezzi si sono concentrati in Medio Oriente.

USS Gerald R. Ford: 326 giorni (2025-26, record dal Vietnam). USS Abraham Lincoln: 295 giorni nel 2020. USS Abraham Lincoln: 266 giorni, missione in corso. USS George H.W. Bush: 136 giorni, missione in corso.

Record dal Vietnam: 326 giorni

Le due versioni

Chi è a bordo e chi comanda raccontano due navi diverse


Quattro punti su cui le famiglie dei marinai e i vertici militari danno risposte opposte.

Famiglie e stampa di settore Marina e Pentagono

84,4%

dei marinai che potevano prolungare il servizio ha scelto di farlo: il valore più alto tra tutte le portaerei americane. Il Central Command lo usa per smentire i racconti sulle condizioni a bordo.

L’ordine dei rifornimenti dopo l’attacco iraniano in Bahrein

Cibo
Prima priorità

Igiene
Seconda

Posta
Ultima

Colpito il principale centro logistico americano nella regione, i comandi hanno stabilito una priorità nei rifornimenti. La posta arriva per ultima.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su Navy Times, Military Times, Stars and Stripes, Wall Street Journal, Central Command e dichiarazioni del Segretario ad interim della Marina Hung Cao. Confini da Natural Earth. I 266 giorni e i chilometri percorsi sono calcoli della redazione sulla rotta indicativa San Diego–Guam–Mar Arabico; la Marina non diffonde né le rotte operative né la data esatta dello scalo di Guam.

Le denunce delle famiglie e la replica della Marina


Secondo i familiari, a bordo scarseggiano beni di prima necessità, tra cui i prodotti per l’igiene personale, mentre l’acqua sarebbe contaminata. Diverse famiglie descrivono un equipaggio esausto, con il morale molto basso. A riferire per prime delle difficili condizioni sulla nave sono state le testate specializzate Navy Times, Military Times e Stars and Stripes. Almeno un marinaio è caduto in mare e la Marina ha aperto un’inchiesta sull’episodio. Secondo il Military Times, altri membri dell’equipaggio avrebbero tentato di gettarsi fuori bordo.

Il Segretario ad interim della Marina, Hung Cao, ha risposto con un post su X, escludendo che vi siano state vittime e sostenendo che sia stato curato soltanto “un numero ridotto di casi legati alla salute mentale”. I menu, ha aggiunto, “sono stati modificati quando non erano disponibili rifornimenti di prodotti freschi, senza saltare un solo pasto”.

Cao non ha invece voluto rispondere alle altre accuse riguardanti le forniture e le condizioni di vita a bordo, limitandosi ad assicurare che la portaerei “tornerà presto a casa nell’ambito di una rotazione pianificata”. “Non c’è dubbio che i nostri giovani uomini e donne siano stati spinti al limite, ma non si sono mai spezzati. Sono comprensibilmente stanchi, ma non hanno mai smesso di combattere”, ha scritto ancora Cao, accusando i giornali di voler “dipingere i nostri combattenti come vittime” e di distogliere così l’attenzione dall’Iran e dalla minaccia che rappresenta per gli Stati Uniti.

Anche il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sostenuto che le condizioni sulla Lincoln siano state “completamente travisate”. “Alcuni dispiegamenti durano più di altri e nutro per quei marinai più rispetto e gratitudine di chiunque altro. Quello che fanno in quei mari e in condizioni tanto difficili, con meno scali, è incredibile”, ha dichiarato giovedì.

Diversi esponenti democratici non sembrano però essere soddisfatti di queste spiegazioni e chiedono ora di accertare per bene come si sia arrivati a questa situazione. I senatori Richard Blumenthal, del Connecticut, e Ruben Gallego, dell’Arizona, hanno sollecitato pubblicamente l’apertura di un’indagine. Gallego, che ha prestato in passato servizio nei Marines, ha inoltre chiesto alla Marina di consentire a una delegazione bipartisan del Congresso di salire a bordo.

Dispiegamenti sempre più lunghi


Il Central Command, responsabile delle operazioni militari statunitensi in Medio Oriente, ha smentito le ricostruzioni della stampa sottolineando che l’84,4% dei membri dell’equipaggio che potevano prolungare il servizio ha scelto di farlo: il dato più alto tra tutte le portaerei della flotta americana.

Un funzionario della Marina ha attribuito invece le carenze a bordo ll’attacco iraniano contro il principale centro logistico statunitense in Bahrein, che avrebbe costretto i comandi a stabilire un ordine di priorità nei rifornimenti: prima gli alimenti, poi i prodotti per l’igiene e infine la posta.

Il caso della Lincoln si inserisce, comunque, in una tendenza più ampia. Negli ultimi anni la Marina statunitense ha progressivamente prolungato i dispiegamenti delle portaerei e, con la guerra in Iran ancora in corso, uomini e mezzi sono stati concentrati in Medio Oriente, allungando ulteriormente la permanenza in mare.

La USS George H.W. Bush, salpata da Norfolk il 31 marzo, naviga da almeno quattro mesi. La USS Gerald R. Ford, partita nel 2025, ha operato nel Mediterraneo e nei Caraibi prima di dirigersi verso il Medio Oriente: al momento del rientro, avvenuto a maggio, era rimasta in missione per 326 giorni, stabilendo il record dai tempi della guerra del Vietnam. Il primato precedente apparteneva proprio alla Lincoln, con 295 giorni trascorsi in mare nel 2020.


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Trump ferma i negoziati con l'Iran: la nuova linea è strangolare Teheran


Il presidente ha ordinato ai suoi inviati di sospendere ogni contatto con Teheran e rivendica il controllo dello Stretto di Hormuz. Dentro il regime si valuta di colpire obiettivi americani in Europa se la guerra dovesse riprendere.

Donald Trump ha annunciato martedì che non esiste più alcun canale di dialogo con Teheran. “Non ci sono colloqui o conversazioni in corso, né in programma, con la Repubblica islamica dell’Iran”, ha scritto sui social. “Il blocco navale resta pienamente in vigore. Lo Stretto di Hormuz è aperto e operativo. Tutte le mine sono state rimosse o fatte esplodere”. Un funzionario statunitense ha riferito che il presidente ha ordinato alla squadra negoziale di interrompere i contatti. Anche ad alcuni suoi alleati politici, la Casa Bianca ha spiegato che la strategia sta cambiando: non più attaccare l’Iran il prima possibile, ma strangolarlo lentamente.

L’ordine è stato impartito al vicepresidente JD Vance e agli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner dopo alcune discussioni definite positive. Trump, però, resta insoddisfatto perché Teheran continua a non cedere alle sue richieste e intende aspettare un segnale di disponibilità prima di riaprire il tavolo. Soltanto il giorno prima, Kushner, in viaggio in Medio Oriente, aveva detto a Fox News che i negoziati in corso erano “probabilmente più solidi” che mai e che gli statunitensi stavano parlando con diverse figure del regime, anche se l'Iran ha smentito più volte l’esistenza di trattative dirette con Washington. In passato il presidente si era irritato per queste smentite, sostenendo che in privato i dirigenti iraniani fossero in realtà impazienti di raggiungere un accordo.

Intanto, nello Stretto di Hormuz il traffico resta ridotto a un rivolo e le navi che lo attraversano continuano a essere bersaglio degli attacchi iraniani. Trump ha comunque pubblicato su Truth Social una mappa della via d’acqua strategica sormontata dalla scritta “US Territory”, territorio statunitense, e questa settimana ha detto di volerla rivendicare come territorio americano.

La guerra con l'Iran

La strategia dello strangolamento


Trump chiude ogni canale con Teheran: non più un attacco immediato, ma blocco navale e sanzioni per soffocare il regime. Dopo sei mesi di guerra la Marina è al limite, mentre l'Iran studia come portare il conflitto in Europa.

Grafica di FocusAmerica

Diplomazia0

Conflitto6mesi

trattative in corso o in programma tra Washington e Teheran

di guerra: il traguardo sarà superato la prossima settimana

Il nodo di Hormuz

Uno Stretto conteso, un pedaggio che Trump non accetta


L'Iran tratta con l'Oman per spartirsi la gestione del traffico nello Stretto: a ciascun Paese andrebbe il controllo di una direzione di navigazione. La Casa Bianca teme che l'intesa consolidi la presa iraniana sulla via d'acqua.

Golfo Persico
Una direzione all'Iran
Mare Arabico
Golfo Persico
Una direzione all'Oman
Mare Arabico

Pedaggi: esclusi.Alcune versioni dell'accordo prevedono dazi ambientali o di sicurezza. Trump li respinge tutti e pretende il ritorno al transito libero di prima della guerra.

Blocco navale statunitense in vigoreMine rimosse o fatte esplodereTraffico ridotto a un rivoloNavi ancora sotto attacco iraniano

Sei mesi in mare

Il logoramento della Marina americana


250+giorni consecutivi in mare per la portaerei USS Abraham Lincoln

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La USS George Washington lascia il Pacifico per darle il cambio in Medio Oriente. La durata della missione è finita sotto esame dopo le notizie di militari che avrebbero tentato di gettarsi fuori bordo per le condizioni a bordo.

La minaccia all'Europa

Fin dove arrivano i missili di Teheran


In caso di una nuova offensiva americana, l'Iran valuta di colpire obiettivi statunitensi nell'Europa sudorientale. L'attacco in Giordania, il più preciso mai riuscito a lunga distanza, era «anche un messaggio all'Europa».

Base di Bezmer · Bulgaria 2.008 kmaerei da rifornimento USA
Cipro 1.264 km
Base USA in Giordania 787 km3 militari americani uccisi
Stretto di Hormuzcavi sottomarini nel mirino
Milizie sciite · Iraq
Hezbollah · Libano
Houthi · Yemen
IRAN
1.000 km
2.000 km
Diego Garcia, fuori mappa a sud-est: i tentativi di colpirla indicano gittate oltre i 2.000 km.

Bersagli valutati da TeheranGruppi alleati dell'IranDistanza dall'Iran occidentale

Per Sidharth Kaushal, analista del RUSI, la minaccia missilistica all'Europa è «reale, ma limitata»: a quelle distanze i vettori Shahab perderebbero potenza. A Teheran converrebbe piuttosto agire attraverso i gruppi alleati nella regione.

I falchi al vertice

La nuova catena di comando a Teheran

Guida SupremaMojtaba Khamenei
Succeduto al padre, ucciso in un raid nel primo giorno di guerra. Ad agosto ha promosso i falchi ai vertici della sicurezza.

In ascesaMohsen Rezaei
Ex comandante dei pasdaran, nominato per decreto Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale.

RidimensionatoMohammad B. Ghalibaf
Presidente del Parlamento e principale negoziatore del Paese, messo in ombra mentre l'intesa si allontana.

«Se non trovi un accordo con Ghalibaf, dovrai vedertela con Rezaei»Una fonte vicina al regime al Financial Times

Fonte: Financial Times, Royal United Services Institute, IISS · distanze calcolate su dati Natural Earth · ritratti: Wikimedia Commons · agosto 2026

L’Oman e i pedaggi che Trump non accetta


Dietro le quinte, il presidente si è irritato per l’intesa che l’Iran sta cercando di raggiungere con l’Oman sulla gestione del traffico nello Stretto. Secondo alcuni funzionari regionali, l’accordo, non ancora finalizzato, finirebbe per assegnare a ciascuno dei due Paesi il controllo di una direzione di navigazione, rispettivamente in entrata e in uscita dal Golfo Persico. La Casa Bianca teme però che l’intesa finisca per consolidare il controllo iraniano sulla via d’acqua, mentre diversi funzionari statunitensi ritengono che l’Oman abbia favorito Teheran anziché comportarsi da mediatore neutrale.

Il punto più controverso riguarda i pagamenti dei dazi di passaggio: alcune versioni dell’accordo prevedono dazi legate alla protezione ambientale o alla sicurezza, mentre Trump ha stabilito che nessun pedaggio è ammissibile e pretende che il passaggio torni alla situazione precedente alla guerra, con il transito completamente libero. In un’intervista a Fox News ha persino minacciato di bombardare l’Oman qualora dovesse ostacolare i negoziati. Lunedì, davanti ai cronisti nello Studio Ovale, ha poi assunto un tono meno aggressivo: “Non credo si siano comportati bene, ma li gestiremmo molto facilmente, proprio come facciamo con gli altri”.

Nuove e pesanti sanzioni contro l'Iran dovrebbero, intanto, arrivare già questa settimana, secondo alcuni funzionari statunitensi. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha inoltre assicurato che le forze schierate nella regione sono pronte a mantenere a tempo indeterminato il blocco dei porti iraniani. Trump e i suoi collaboratori continuano ad essere convinti che la pressione economica finirà per costringere il regime ad accettare le condizioni americane. A Teheran, invece, la situazione viene invece letta in modo opposto: sarebbe il presidente statunitense a subire crescenti pressioni politiche per ritirarsi.

Sei mesi di guerra logorano la Marina


La guerra raggiungerà la prossima settimana il traguardo dei sei mesi e ha portato nella discussione quotidiana questioni che fino a ieri erano riservate agli addetti ai lavori: tra queste, il livello sempre più basso delle scorte di munizioni, gli appalti del settore della difesa e il rifornimento delle navi in mare. La Marina, in particolre, è al centro dell’attenzione perché le missioni sempre più prolungate stanno mettendo alla prova navi, marinai, marines e le loro famiglie.

La portaerei USS Abraham Lincoln ha superato i 250 giorni in mare, mentre la USS George Washington, di stanza nel Pacifico, sarà trasferita in Medio Oriente per darle il cambio. La durata eccezionale della missione è finita sotto esame dopo le notizie secondo cui alcuni militari avrebbero addirittura tentato di gettarsi fuori bordo per le condizioni orribili all'interno della nave. Il Pentagono non convoca una conferenza stampa da mesi ed è stato criticato anche per la scarsa trasparenza con cui ha tenuto traccia dei decessi tra le truppe durante la guerra.

Teheran valuta possibili attacchi in Europa


Intanto le forze iraniane stanno valutando la possibilità di colpire obiettivi statunitensi nell’Europa sudorientale in caso di una nuova offensiva americana, hanno riferito al Financial Times due persone vicine al regime. Tra i possibili bersagli figura la Bulgaria, che il mese scorso ha autorizzato l’impiego della base aerea di Bezmer da parte degli aerei da rifornimento statunitensi, ma anche l'isola di Cipro. Secondo le stesse fonti, Teheran starebbe inoltre considerando un attacco ai cavi sottomarini in fibra ottica presenti nello Stretto di Hormuz.

I Guardiani della Rivoluzione Islamica e altri comandanti hanno avvertito che, in un nuovo conflitto su vasta scala, l’Iran andrebbe oltre la strategia seguita finora, concentrata principalmente su obiettivi militari, impianti energetici e infrastrutture del Medio Oriente. Il mese scorso i pasdaran hanno minacciato anche il Regno Unito per l’impiego delle sue basi da parte degli Stati Uniti: “Qualsiasi base utilizzata per lanciare un attacco contro il territorio iraniano sarà considerata un obiettivo legittimo”.

Sidharth Kaushal, ricercatore del Royal United Services Institute di Londra, ha definito al Financial Times la minaccia dei missili iraniani contro l’Europa “reale, ma limitata”. Teheran può infatti schierare vettori balistici a medio raggio della serie Shahab, che però faticherebbero a provocare danni alle distanze maggiori, mentre i modelli più pesanti dovrebbero essere equipaggiati con testate più leggere per raggiungere obiettivi più lontani. Secondo Kaushal, all’Iran converrebbe piuttosto agire attraverso i gruppi alleati: le milizie sciite in Iraq, Hezbollah in Libano e gli Houthi nello Yemen.

Douglas Barrie, dell’International Institute for Strategic Studies, osserva però che i tentativi compiuti quest’anno di colpire l'isola Diego Garcia indicherebbero il possesso di armi con una gittata superiore ai 2.000 km. Resta però da capire quanti di questi missili possieda Teheran e se sia disposta davvero a sacrificarne alcuni per un gesto dimostrativo, correndo il rischio che falliscano o vengano abbattuti.

L’attacco del mese scorso contro una base statunitense in Giordania, nel quale sono morti 3 militari americani, rappresenta secondo le fonti vicine al regime l'attacco a lunga gittata più preciso mai riuscito all’Iran. “Era anche un messaggio all’Europa: può essere raggiunta dai missili, quindi deve sapere da che parte stare in questa guerra”, ha detto una delle due fonti. “Un errore molto grave, come colpire le nostre infrastrutture, potrebbe portare la guerra fuori dalla regione, fino all’Europa”.

All’inizio di agosto l’ayatollah Mojtaba Khamenei, nuova Guardia Suprema della Repubblica Islamica dopo l'uccisione del padre in un raid aereo nel primo giorno di guerra, ha promosso alcuni falchi ai vertici degli apparati di sicurezza e delle forze armate. Tra questi figura Mohsen Rezaei, ex comandante dei Guardiani della Rivoluzione, nominato per decreto Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, ovvero l’organismo che coordina la politica estera e di sicurezza, nonché rappresentante della Guida suprema al suo interno.

Gli analisti iraniani hanno interpretato la decisione come un ridimensionamento di figure come il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, il principale negoziatore del Paese, in una fase in cui le prospettive di un’intesa duratura appaiono sempre più remote. L’Iran “sta mandando un messaggio chiaro: se non trovi un accordo con Ghalibaf, dovrai vedertela con Rezaei”, ha spiegato la seconda fonte. “Il messaggio è: non fatemi arrabbiare, perché sono più pazzo di voi”.


Trump afferma che intende dichiarare lo Stretto di Hormuz territorio degli Stati Uniti


“Dopo che avremo finito di battere l’Iran, che sta già subendo una pesantissima sconfitta, molto presto dichiarerò lo Stretto di Hormuz territorio degli Stati Uniti”. Queste sono le parole dette questa sera da Donald Trump sul palco a Garden City, a Long Island, davanti agli agenti di un’accademia di polizia, durante un intervento dedicato ai risultati della sua Amministrazione nella lotta alla criminalità.

Trump: After we finish defeating Iran, I will be declaring the Hormuz Strait a territory of the United States. pic.twitter.com/8cu9gem82b
— Acyn (@Acyn) August 14, 2026


Nel suo intervento il presidente non ha però spiegato su quale base giuridica o con quali strumenti Washington potrebbe rivendicare la sovranità su una delle principali rotte marittime mondiali. Lo Stretto di Hormuz, infatti, collega il Golfo Persico al Golfo di Oman. Le sue acque territoriali appartengono all’Iran, sulla sponda settentrionale, e all’Oman, su quella meridionale.

Prima della guerra attraverso il passaggio transitava circa il 20% del petrolio mondiale e una quota significativa delle esportazioni globali di gas naturale liquefatto. Il traffico si è ormai ridotto a una frazione dei livelli precedenti al conflitto: lunedì, ad esempio, sono transitate appena 8 navi, contro più di 130 al giorno nei mesi precedenti.

Il blocco dello Stretto e la pressione sui mercati energetici


La guerra tra Stati Uniti e Iran ha, insomma, quasi del tutto paralizzato il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, con conseguenze immediate sui mercati energetici mondiali. Così nei giorni scorsi il greggio si è avvicinato di nuovo a quota 90 dollari al barile, mentre Washington e Teheran restano ancora lontane da un’intesa definitiva che consenta di riaprire stabilmente lo Stretto.

Dal 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, Trump sostiene che il controllo effettivo dello stretto sia ormai finito nelle mani di Washington. Il presidente ha ordinato per due volte un blocco navale nell’area e ha ripetutamente rivendicato la capacità degli Stati Uniti di decidere quali navi e quali esportazioni petrolifere possano attraversare la regione. Il 10 agosto aveva inoltre chiesto a Teheran di pagare risarcimenti per le vittime degli attacchi attribuiti alla Repubblica islamica e della repressione delle proteste interne.

Lo scontro con Teheran sul “controllo totale”


Una settimana prima, il 3 agosto, Trump aveva accusato l’Iran, con un post pubblicato su Truth Social, di essere “incredibilmente doppiogiochista” per aver negato l’esistenza di colloqui volti a porre fine alla guerra. Aveva liquidato come “le solite chiacchiere” le rivendicazioni iraniane sul controllo di Hormuz e sostenuto che “nulla arriva all’Iran se non lo vogliamo noi e nulla arriverà finché non ci sarà un accordo o una resa totale”.

“Che l’Iran voglia ammetterlo o no, stiamo parlando della soluzione di un problema che loro hanno causato, per decenni”, aveva aggiunto. Mercoledì però la Persian Gulf Strait Authority, ovvero il nuovo organismo istituito dall’Iran a maggio per gestire il traffico nello stretto, ha risposto su X alle dichiarazioni americane secondo cui Hormuz non sarebbe più bloccato.

Claims and repeated posts by U.S. officials that the Strait of Hormuz is no longer blocked do not change the reality: the Strait of Hormuz remains blocked and will not be reopened until Iran’s conditions are accepted.
— PGSA | نهاد مدیریت آبراه خلیج فارس (@PGSA_IRAN) August 12, 2026


Le affermazioni dei funzionari statunitensi, aveva scritto l’ente, “non cambiano la realtà: lo Stretto di Hormuz resta bloccato e non sarà riaperto finché le condizioni dell’Iran non saranno accettate”. Il messaggio era una replica diretta proprio a Trump, che nei giorni precedenti aveva rivendicato ancora una volta il “controllo totale” del passaggio da parte statunitense.


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Für eine Recherche suche ich nach Menschen, die heimlich mit Smart Glasses gefilmt wurden. Falls euch das passiert ist oder ihr Menschen kennt, die damit Erfahrungen gemacht haben, meldet euch gerne per DM oder Mail bei mir. 🕶️
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Il lavoro da casa dovrebbe essere un diritto, non una ricompensa


Nello stato australiano di Victoria, a partire da settembre 2026, sarebbe dovuto entrare in vigore il diritto legale al lavoro da casa. Tuttavia, a poche settimane dall'entrata in vigore, il nuovo premier, Ben Carroll, ha annunciato un rinvio di un anno in seguito alla forte opposizione del mondo imprenditoriale.

A migliaia di chilometri di distanza, in Portogallo, i genitori di bambini piccoli hanno già il diritto legale di lavorare da casa senza bisogno dell'approvazione del datore di lavoro.

Tutti questi sviluppi sollevano la questione: i lavoratori dovrebbero avere il diritto legale di lavorare da casa ?

theconversation.com/working-fr…

@lavoro

in reply to LaVi

> discorso abbastanza articolato su riproduzione ed evoluzione della specie, che provo a sintetizzare così: se io, Giovane Donna Che Lavora, incontro te, Giovane Uomo Che Lavora, e scopro che sei bello, dolce, intelligente e un sacco di altre qualità ma non alzi un dito per sbrigare le faccende di casa *non te la do*. Punto.
Ché ormai l'abbiamo capito tutte quante che "ah, ma io lo cambierò" è una favoletta priva di fondamento e buona solo per il patriarcato, vero?
@elettrona @lavoro @macfranc
in reply to StatusSquatter 🍫

@statussquatter ah! Ah! Ah! "Ognuno dovrebbe vivere a casa sua", a patto che questa non sia la casa dei propri genitori, che già non riescono a scrollarsi di dosso figli ultratrentenni, figurarsi se poi si ritrovano a dover gestire h 24 pure * nipotin*!
La convivenza, oggi, credo sia dettata più dall'esigenza di dividere i costi (stratosferici) di affitti/mutui e bollette più che dall'effettivo desiderio di vivere insieme (anche perché, lavorando entrambi e >
@elettrona @lavoro @macfranc
in reply to LaVi

@LaVi @elettrona sí esattamente quello che intendevo, riuscire a creare un qualcosa di nuovo come sono riusciti quelli del poliamore, ma basandosi sul fatto che la routine che ognuno si è coltivato nella vita è sacra e la relazione nella solita casa è un compromesso a questa, compromessi non ci dovrebbero essere secondo me, si dovrebbe accettare l'altro condividere la propria persona senza cambiare la routine che quella persona l'ha creata, perché sono le tue abitudini e il tuo modo di affrontare il quotidiano a creare la tua persona, non sono tanti altri i fattori che rendono autentica la propria persona, si finisce se no che ognuno compromette l'altro in un inevitabile carnege o lobotomizzazione, in questa era ci hanno insegnato ad essere individui e per esserlo dobbiamo imparare a vivere noi stessi.
in reply to StatusSquatter 🍫

@statussquatter in merito al congedo parentale, come dicevo sono d'accordo che non dovrebbe dipendere dal sesso, anche perché ci sono padri molto più attenti e affettuosi di certe madri. Non sono così certa che l'*istinto materno* esista davvero.
E poi io sono anche contraria alle "quote rosa" (una persona dovrebbe ottenere un determinato ruolo perché ne ha le capacità, non in quanto portatrice sana di utero e ovaie), sicché... @elettrona @lavoro @macfranc
in reply to StatusSquatter 🍫

@statussquatter @LaVi Quote rosa come le chiamano, programmi diversity-inclusion, assunzione obbligatoria delle persone con disabilità, sono sempre più necessari adesso. Con l'estrema destra che avanza. Sul discorso di uomini che aiutano, sì, per fortuna è pieno. Ma ancora c'è da fare tanta di quella strada, che metà ne basta! E in merito al discorso convivere, io sarei per situazioni diverse cioè persone che si conoscono e vivono nello stesso stabile dandosi reciprocamente una mano "tienimi tu Piero oggi che sono in ufficio" / "la Franceschina oggi ha le colichette, ti do una mano io tu recupera qualche ora"
siamo cresciuti come individui ma dovremmo imparare di nuovo a essere comunità. Sia come dicono gli americani "co-housing" sia "co-working"

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in reply to Elena Brescacin

@elettrona diciamo che su "quote rosa" e "inclusione del diverso" (🤬) tu e io partiamo da presupposti diversi che, necessariamente, portano a conclusioni diverse: io *rifiuto a priori* che gli esseri umani possano essere giudicati in base a certi criteri (con o senza utero, con o senza gambe, con o senza vista...) e, di conseguenza, per quanto riguarda il lavoro, mi baserei solo e soltanto su lo sa svolgere/non lo sa svolgere.
Completamente d'accordo con te, >
@statussquatter @lavoro @macfranc
in reply to LaVi

> invece, per quanto riguarda l'assoluta necessità di tornare a essere collettività, pur conservando ciascuno la propria individualità (no, le due cose non sono in antitesi, perché posso essere me stesso anche pensando al bene comune). @elettrona @statussquatter @lavoro @macfranc

StatusSquatter 🍫 reshared this.

in reply to LaVi

@LaVi @statussquatter Comodissimo parlare di "vale solo il merito" quando si hanno 5 cazzo di sensi funzionanti, tutti i movimenti nella media, si è neurotipici... Davvero comodo. "Non vale quello che sei, ma quello che fai". Sarebbe vero in un mondo costruito per tutti. Invece, in QUESTO mondo dove uomini bianchi etero cis "normodotati" (pur ritenendosi super) decidono per gli altri, le tutele sono indispensabili perché oltre a dire "ti obbligo ad assumere" prevedono anche determinate tutele sul posto di lavoro a partire dalla maternità, dall'obbligo di postazioni adeguate in caso di disabilità... Che poi certe politiche vengano vanificate con gli escamotage, è un altro discorso. Tipo assumere il disabile e metterlo a fare pubblicità all'azienda, non associandolo alla mansione che merita; le quote rosa della politica, che ti permettono di mettere la stessa donna in più liste per coprire le percentuali; i corsi su "diversità e inclusione" fatti di percentuali e presentazioni di gruppo stile alcolisti anonimi, ma senza capo né coda, perché poi di cos'è una tecnologia assistiva nessuno lo sa, a titolo esemplificativo. E questo perché tali iniziative si fondano per lo più sul tokenismo (simboli) e sul marketing, tutto perché nessuno degli interessati veramente da queste cause, ha potere decisionale.
Basta che guardi Meloni e Schlein. Meloni per carità, ha delle capacità comunicative molto buone e soprattutto crede in quello che fa. Dopo, come tutti gli altri politici, fa i suoi interessi personali come tutti; ma pur essendo diametralmente opposta come idee, la considero una che delle capacità, le avrebbe. Io non come premier Meloni ma come Giorgia, per come si pone, sarei convinta che se ci parlassimo (siamo quasi coetanee) ce le diremmo a fuoco ma senza mai mancarci di rispetto.
Schlein invece è un token. Omosessuale, donna, ebrea, con più cittadinanze, insomma il simbolo. Come lo era Kamala Harris.
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Le istruzioni di ChatGPT mostrano come è stata redatta una perizia tecnica in una causa da 61 milioni di dollari relativa a un'esplosione che ha causato la morte di tre persone.


"Dimostra come la 3M non abbia alcuna colpa"


...un perito ha utilizzato ChatGPT per redigere una relazione a difesa dell'azienda nella causa relativa alla mortale esplosione.

404media.co/show-how-3m-is-0-a…

@aitech


‘Show How 3M Is 0% at Fault:’ Expert Witness Used ChatGPT to Write Report Defending Company in Deadly Explosion Lawsuit


An expert witness testifying in a lawsuit about liability for a Houston explosion that killed three people and destroyed roughly 200 homes used ChatGPT to write significant portions of his “expert report.” The man, who was hired by the industrial product conglomerate 3M, exposed his AI prompts publicly. They showed that he asked ChatGPT to help him “create an exceptional expert witness report defending the standard of care at 3M,” and that the report should “show how 3M is 0% at fault for the explosion at Watson Grinding.”

The incident shows that artificial intelligence has made its way into courtrooms not just in AI-generated legal briefings, hallucinated cases, and adversarial “prompt injections,” but in expert witness testimonies. Court transcripts, deposition documents, and discovery records shared with 404 Media show extensive AI use in an extremely high profile case, where multiple people died and hundreds of millions of dollars in total liability are at stake in ongoing litigation about the explosion. The case also shows that the specific prompts used to create this type of expert testimony can be discoverable during a case, and that those prompts can be quite embarrassing. (Prompts provided in the case are here).

The case is one of several about liability for a 2020 explosion at Watson Grinding, a manufacturing facility in Houston that was caused by a “degraded and poorly crimped rubber welding hose,” which leaked a flammable gas that eventually exploded in the facility, according to the U.S. Chemical Safety and Hazard Investigation Board. Dozens of homeowners have sued 3M and Watson Grinding; the plaintiffs alleged that 3M didn’t properly service the facility’s gas detection system and made other errors that contributed to the explosion.

As part of the case, 3M hired a man named Josh Autenrieth of Knighthawk Engineering to prepare an “expert report” about the explosion. During discovery in the case, Will Moye, one of the plaintiffs’ attorneys, found a five-page document called “Citation Overlay,” which appeared to have been generated by AI. Moye recognized the Citation Overlay document as being from ChatGPT, and demanded all of the prompts Autenrieth used from 3M’s lawyers. The deposition was paused for three hours while they were gathered, and Moye was given 350 pages of ChatGPT conversations that Autenrieth had when creating the report. Those documents included ChatGPT’s public links to Autenrieth’s full conversations. Court transcripts suggest that 3M paid Knighthawk Engineering roughly $90,000 for its analysis, and a filing by 3M shows that Autenrieth’s rate was $475 per hour.
From the cover page of the report
The conversations show much of Autenrieth’s process from start to finish, which included telling ChatGPT that he was “being retained as a professional expert witness by 3M in defense of them in their lawsuits and other legal proceedings behind the January 2020 explosion at Watson Grinding.” He told ChatGPT that he needed “to create an expert witness report to defend 3M’s standard of care for their work,” and that, specifically, it needed “to counter the defense witness [sic] outlandish and false claims particularly about working on equipment you are not trained to and without the right permitting.” He asked ChatGPT to help him find violations of various working standards, then attached hundreds of court records.

Autenrieth then asked ChatGPT to read all of the attached records and to defend 3M, “illustrating the lack of [Process and Safety Management] and safety by Watson Grinding, defeating [the defense witness’] comments […] and show how 3M is 0% at fault for the explosion at Watson Grinding and how my background and experience is well suited to render this professional opinion.”

ChatGPT created a roughly 30-page report that included the line “From a technical and standard-of-care standpoint, 3M is 0% responsible for the January 24, 2020 explosion.” This line did not make it into the final report filed with the court, because when Autenrieth later asked ChatGPT to “review this as the opposing council,” ChatGPT determined that writing “‘0% responsible’ is an easy target” for a lawyer to poke holes in, and is one of several "phrases [that] let opposing counsel paint you as an advocate rather than an expert."

In another chat, Autenrieth uploaded an image of a gas detector and asked ChatGPT “what am I looking at?,” and asked “what are model names of industrial gas detectors.” Moye said that the gas detector in question is “the subject of the whole case.”

Autenrieth used ChatGPT to help him make various edits to the report it had generated, and repeatedly uploaded different versions of the report, getting revisions from the tool, then uploading new versions of the report (in some of the chats he changed the subject from his expert witness testimony to having ChatGPT generate t-shirt images). He also asked ChatGPT to “grade” his report (it got a 97/100), and “what are the 5 main things in my report the prosecution could attack and how do I defend them?” He then asked ChatGPT if his resume was sufficient to be an expert witness; “will prosecution go after me for never having been [an expert witness] before based on wording and how do I defend that?”

The report that Autenrieth submitted to the court is structured the same as the initial output given by ChatGPT and large swaths of it are identical to what ChatGPT first outputted and the revisions that it recommended in Autenrieth’s subsequent chats.

“This expert relied on AI not as an assistive device, but exclusively relied on ChatGPT to form his opinions and write his report,” Moye told 404 Media in a phone interview. “He acknowledged [at trial] the prompts he put in were biased toward 3M to help 3M win the case […] it’s really egregious.” Moye added that many of the prompts took place the night before Autenrieth was deposed as an expert witness. “They hired him for the sole purpose of changing the outcome of the case. They hired him and he used ChatGPT to write these reports, so really, ChatGPT was the expert in the case. There’s just no question about that.”

Moye told 404 Media that 3M eventually tried to get Autenrieth disqualified from the trial, but that after he learned Autenrieth extensively used AI to generate his report, he took the somewhat unusual step of calling the other side’s expert witness as his own witness. “I said, I’m calling you to trial because I need a jury to hear from you because this is bad, bad stuff. And that’s exactly what I did,” Moye said.

In trial transcripts, Autenrieth admits to using ChatGPT, but said repeatedly that he is an expert in gas detection: “I've got a body of work and 20-plus years of experience in the industry.” He did not explain why he used ChatGPT, but said “my opinions were put in there, and AI helped me to draft a straw man to build off of,” and added “I put information and opinions in up front before it ever generated […] if the output wasn't of my opinion or what I agreed to, I did alter it.” In the examination at trial, Moye and Autenrieth agree that the submitted report is “90 to 85 percent ChatGPT.” Autenrieth also said that he prompted ChatGPT about the case several times while “sitting in traffic” to “jog my memory” about several different manufacturers of gas detectors.

Beyond this being a highly interesting case on its own merits, it shows that ChatGPT transcripts can be obtained by opposing lawyers in discovery or during depositions. Moye said “every lawyer needs to make sure their own experts aren’t generating work product in a way that’s insincere, and then knowing you can subpoena the prompts [...] I’ve got lawyers all over the place saying, 1) ‘Holy shit, man. How did you get the prompts?,’ and 2) ‘How many cases do I have where this is happening to us?’”

Autenrieth is not the first expert caught using AI during a trial, though most known cases have been international, according to a database of cases in which AI was used to create evidence. In a case in France, a lawyer used AI to make an argument about rainwater patterns in a flooding dispute; that evidence was thrown out. In Canada, AI was used to generate opinions about whether specific types of plants caused a bug infestation at an apartment complex. The judge in that case wrote “I place no weight on the [AI evidence]. Expert evidence must come from a known individual with known qualifications who has specific knowledge about the issue at hand.”

The jury in the 3M case awarded more than $61 million to the plaintiffs, apportioning 30 percent of the responsibility to 3M and 70 percent to Watson Grinding. Previous decisions awarded $118 million and 38 million to victims of the blast, and there are several more upcoming cases.

Knighthawk Engineering, Autenrieth, and 3M did not respond to a request for comment


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In Texas un ex collaboratore di Cornyn passa con Talarico


Dopo la sconfitta del senatore alle primarie repubblicane, Jacob Smith è entrato nello staff del candidato democratico. Talarico e Paxton sono appaiati nei sondaggi, ma sulla raccolta fondi non c'è partita.

La campagna di James Talarico, candidato democratico al Senato in Texas, ha assunto un ex collaboratore di lunga data del senatore repubblicano John Cornyn. A rivelarlo è stato NOTUS: Jacob Smith, per cinque anni vicedirettore dell'ufficio legislativo e consigliere politico di Cornyn, sarà ora vice responsabile del programma della campagna elettorale di Talarico. "Ho lavorato per repubblicani come il senatore Cornyn per tutta la mia carriera, ma quest'anno sono orgoglioso di unirmi alla campagna di James Talarico", ha dichiarato Smith in una nota diffusa dalla campagna.

"Anziché fare politica di parte, Talarico si sta concentrando sui bisogni delle persone comuni, che ogni giorno lavorano troppo e guadagnano troppo poco", ha aggiunto, sostenendo che al Senato il democratico si batterà per ridurre il costo della vita "per tutti i 31 milioni di texani". Smith ha attaccato anche il candidato repubblicano Ken Paxton, definendolo "il politico più corrotto e dedito ai propri interessi del Texas", disposto a vendere il futuro degli elettori "al miglior offerente pur di restare al potere". Ha quindi invitato i repubblicani che condividono questo giudizio a punire Paxton nelle urne.

Prima di lavorare per Cornyn, Smith era stato collaboratore del deputato repubblicano dell'Oklahoma Frank Lucas nella Commissione Scienza della Camera e assistente legislativo del senatore repubblicano del Mississippi Roger Wicker. Gli staff elettorali assumono molto raramente collaboratori provenienti dallo schieramento avversario. In questo caso la scelta è ancora più insolita perché Cornyn ha perso proprio contro Paxton il ballottaggio delle primarie repubblicane: il 26 maggio il procuratore generale del Texas ha ottenuto il 63,8% dei voti.

Da seggio sicuro a corsa in bilico


La sconfitta di Cornyn ha messo in allarme i repubblicani, preoccupati che le vicende giudiziarie e personali di Paxton possano mettere a rischio un seggio finora considerato sicuro e offrire ai democratici un'altra strada verso la maggioranza al Senato. Il Procuratore Generale del Texas in passato era stato incriminato per frode finanziaria, per poi essere messo in stato d'accusa dalla Camera del Texas ed è finito anche al centro di uno scandalo per una relazione extraconiugale. Il Senato statale lo ha assolto nel processo di impeachment, mentre il procedimento penale si è chiuso senza processo con un accordo che gli ha imposto di risarcire le vittime per circa 300.000 dollari e di svolgere cento ore di lavori socialmente utili.

La vittoria di Paxton alle primarie ha comunque un valore storico: in Texas nessuno sfidante aveva battuto un senatore uscente in carica dal 1970. A favorirlo è stato anche l'endorsement di Donald Trump, arrivato una settimana prima del voto. In vista di novembre, i sondaggi descrivono ora una corsa in perfetto equilibrio. L'ultima rilevazione di Emerson College Polling per Nexstar assegna il 47% a Paxton e il 46% a Talarico, con il 5% di indecisi.

Texas · Senato 2026

Il Texas non è più un seggio sicuro per i repubblicani

Da quando John Cornyn ha perso le primarie, la corsa è ferma sul pareggio. Sono usciti tredici sondaggi in undici settimane e nessuno ha trovato un vincitore.

Grafica di FocusAmericaDati aggiornati al 18 agosto 2026

Media dei sondaggi · RealClearPolitics, 18 agosto 2026

Austin

Talarico
46,0%

Paxton
44,8%

Democratico, deputato statale di Austin
Repubblicano, procuratore generale del Texas

46,0% Talarico9,2% non ha ancora sceltoindecisi44,8% Paxton

La linea nera al centro della barra segna il 50%: nessuno dei due candidati lo raggiunge. RealClearPolitics classifica il seggio come toss up, in perfetto equilibrio.

L’andamentoAndamento Il denaroDenaro Il ballottaggioBallottaggio

Undici settimane senza un movimento


Ogni pallino è un sondaggio, collocato nel giorno in cui è stato rilevato. Sopra la linea nera è avanti Talarico, sotto è avanti Paxton. Tocca un pallino per leggere le percentuali.

Emerson College · 9-10 agosto
Talarico 46% · Paxton 47%

Sette sondaggi danno Talarico avanti, quattro Paxton, due finiscono in parità. In undici dei dodici che pubblicano il margine d’errore il distacco tra i due è più piccolo del margine stesso: quei sondaggi, tecnicamente, non hanno trovato un vincitore.

Le sette medie dei sondaggi, al 13 agosto

Tutti e sette gli aggregatori davano Talarico avanti, in una forbice di appena 0,8 punti. L’accordo conta meno di quanto sembri: attingono tutti allo stesso piccolo gruppo di sondaggi pubblici, quindi sono sette modi diversi di elaborare gli stessi numeri, non sette misure indipendenti.

In Texas il vantaggio economico non è mai bastato


Contributi dichiarati alla Commissione elettorale federale dall’inizio del 2025.

James Talarico72,0 mln $

Ken Paxton16,8 mln $

Il pieno sono i 9,2 milioni del comitato elettorale; il tratteggio i 7,5 milioni dei comitati di raccolta congiunta, che Paxton divide con altri candidati e gruppi del partito.

Spot elettorali dal ballottaggio del 26 maggio

James Talarico21,0 mln $

Ken Paxton100 mila $

210 a 1
Il rapporto fra la spesa pubblicitaria dei due candidati dalla fine delle primarie. Dati AdImpact al 14 agosto.

Tre democratici, tre vantaggi economici

Beto O’Rourke 2018+45 mln $

Sconfitto da Ted Cruz per 2,6 punti

Colin Allred 2024+21 mln $

Sconfitto da Ted Cruz per 8,5 punti

James Talarico 2026+55 mln $

Si vota il 3 novembre

Beto O’Rourke e Colin Allred hanno raccolto molto più di Ted Cruz e hanno perso entrambi. Talarico parte con il vantaggio economico più ampio dei tre, ma in Texas un democratico non vince una corsa statale dal 1994. Il divario può anche stringersi: la Corte Suprema ha cancellato i limiti alla spesa che i partiti possono coordinare con i propri candidati, e Paxton può attingere ai fondi nazionali del Partito repubblicano.

Paxton non ha guadagnato voti: li ha persi Cornyn


Voti raccolti dai due repubblicani nelle primarie del 3 marzo e nel ballottaggio del 26 maggio.

Affluenza repubblicana
−35,8%
Da 2.166.910 a 1.391.634 votanti fra il primo turno e il ballottaggio.

Quota di Paxton
40,5% → 63,8%
La stessa quantità di voti pesa molto di più su un elettorato di un terzo più piccolo.

Cornyn è il primo senatore texano in carica battuto alle primarie dal 1970. Una settimana prima del voto Donald Trump aveva annunciato il proprio sostegno a Paxton.

I sondaggi e gli analisti non dicono la stessa cosa

Le medie danno il democratico avanti di uno o due punti. I tre principali istituti che valutano le corse elettorali continuano invece a considerare favoriti i repubblicani: tengono conto di fattori che i sondaggi non misurano, come il modo in cui il Texas ha votato finora e quante volte un vantaggio estivo è sopravvissuto fino a novembre. Si vota il 3 novembre 2026.

Cook Political Report: Lean Republican Sabato’s Crystal Ball: Lean Republican Inside Elections: Lean Republican dal 6 agosto

Fonti: RealClearPolitics (media dei sondaggi al 18 agosto 2026); tredici sondaggi pubblici rilevati fra il 1° giugno e il 10 agosto 2026; Federal Election Commission, elaborazione Texas Tribune; AdImpact, via CNN, 14 agosto 2026; risultati certificati delle primarie repubblicane del 3 marzo e del ballottaggio del 26 maggio 2026; Cook Political Report, Sabato’s Crystal Ball, Inside Elections.

I tre grafici interattivi richiedono JavaScript. I dati principali: media dei sondaggi Talarico 46,0% contro Paxton 44,8%, con il 9,2% di indecisi. Tredici sondaggi dal 1° giugno: sette danno Talarico avanti, quattro Paxton, due in parità; il distacco più ampio è di cinque punti. Raccolta fondi: Talarico 72,0 milioni di dollari, Paxton 16,8. Spot dal ballottaggio: 21,0 milioni contro 100 mila. Ballottaggio del 26 maggio: Paxton 888.196 voti (da 878.564 a marzo), Cornyn 503.438 (da 910.382).

Talarico ha raccolto già 70 milioni, Paxton solo 9


Il democratico ha già raccolto più di 70 milioni di dollari, più di qualsiasi altro candidato non uscente in questo ciclo elettorale e oltre 60 milioni in più di Paxton, fermo a poco più di 9. L'entusiasmo dei sostenitori del candidato democratico è stato tale che alcuni hanno versato somme superiori al limite di legge, costringendo la campagna a restituire parte dei fondi.

Dopo il ballottaggio Talarico ha speso 21 milioni di dollari in spot televisivi, contro i 100.000 dollari del rivale. Secondo il New York Times, si tratterà di una delle campagne per il Senato più costose della storia americana. Per un consulente texano, Talarico ha "più possibilità di vincere di qualsiasi altro democratico nello Stato da molto tempo". La vera incognita, ha aggiunto, è un'altra: "Ci saranno i soldi necessari per dipingerlo come serve?"

Questa voce è stata modificata (3 settimane fa)

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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Elon Musk ha mandato in tilt la FAA: Palantir sta raccogliendo i pezzi.

La DOGE di Musk avrebbe dovuto ricostruire il sistema di controllo del traffico aereo nazionale, ma ha finito per spianare la strada all'acquisizione da parte della società di Peter Thiel.

theverge.com/transportation/98…

@politica

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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Kann man KI-Brillen wie die von Meta in Deutschland verbieten?

⚖️ Spoiler: Ja, könnte man.

🎪 Aber die Bundesnetzagentur, die das könnte, sieht dafür keinen Anlass.

💡 In der Hauptrolle bei dieser Posse: Ein Lämpchen.

Mehr zu den Hintergründen und dem aktuellen Stand:

netzpolitik.org/2026/heimliche…

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Uno studio rivela che l'algoritmo di X si alimenta della rabbia altrui e ha un impatto maggiore sui democratici.

In sostanza X sta stimolando il coinvolgimento spingendo gli utenti a litigare nelle risposte, come in quei film horror in cui uno spirito malvagio cerca di trattenere gli ospiti del luogo maledetto facendoli odiare l'un l'altro

404media.co/xs-algorithm-feeds…

@eticadigitale


X's Algorithm Feeds Off Ragebait and Impacts Democrats More, Study Finds


X’s algorithm learns what you hate and shows you more of it, according to a new study just published in the Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS). The paper, titled Value misalignment of X’s feed algorithm is a reflection of value tensions in engagement, found that the site’s algorithm prioritized engagement above all else when it generated a user’s For You Page. It also showed that X serves more ragebait to people who say they are Democrats, although the exact reason for that is unclear.

“In 2026 that’s maybe not the most surprising headline ever,” Ziv Epstein, a postdoctoral researcher at Stanford University, and co-author of the paper, told 404 Media. “So we actually dug in a little deeper to figure out why this is actually happening, and it turns out that X's feed algorithm, like a lot of these social media algorithms, is optimized for engagement [but] it turns out that not all types of engagement are considered equally.”
playlist.megaphone.fm?p=TBIEA2…
The study’s goal was to understand how a user’s self-professed values system might shape what they see on X. “We recruited a nationally representative sample of N = 715 Americans who are active users of X in September and October 2024, quota matched on ethnicity, gender and partisanship, to install a browser extension to collect their [For You Page] and Following feeds,” the study said.

Epstein said the study was observational and meant to get people asking questions about what they want to see on social media, how their feed is designed, and by whom. “There are these social media algorithms that have enormous amounts of power in our lives, they shape the information that we consume, and we have very little transparency into how they operate and what their implications are,” he said. “And so, we were very interested in trying to understand the particular effects of this particular algorithm, and so I think that has kind of important implications for civil society and just fighting some of the technofeudalistic tendencies of platforms to control these algorithms.”

For the study, researchers collected a “values inventory” of the volunteers using a research tool called the Schwartz Theory of Basic Values. The values inventory in the study is presented as a wheel with 19 points that corresponded to features like “tolerance,” “dominance,” “hedonism,” and “openness to change.” Users also reported their political alignments.

Then researchers watched how users engaged with posts on X and how those posts reflected their self-reported values. “We observe that the inventory of posts from followed accounts reflects users’ self-stated values — but that there is an overall negative correlation (misalignment) between users’ explicit values and the values in content that the algorithm is more likely to amplify,” the study said.

When a user on X sees a post that makes them mad — like a press release from a politician from a political party they don’t like — sometimes they’ll fight about the post in the replies. It doesn’t matter who you follow or what your stated values are, X reads replying as engagement and will send more of the infuriating posts the user’s way.

“When we look at commenting, the act of replying to posts, that's where we actually see some kind of meaningful misalignment between people’s values and the values of the content they’re replying to,” Epstein explained.

Most of the participants liked and reposted content on X and got served more of the same sort of content. Replying was rare, just 6.8% of the interactions according to the study, but had an outsized impact on the algorithm. “Replying is only a fraction of engagement, but there does seem to be some evidence that these algorithms are prioritizing and learning more from this kind of rarer form of engagement,” Epstein said. “So it’s this feedback loop of outrage baiting. The algorithm learns that you get outraged and then continues to serve more content in that direction and that seems to be particularly true of the Democratic users of our study.”

Though this happened across the political spectrum, the study found that ragebaiting occurred more for users that identified themselves as Democrats. “Democrat users confront the abundant value-misaligned content by replying to it, which the algorithm in turn preferentially learns from and continues to feed them,” the study said. “This highlights a core tension with how engagement-maximizing algorithms operate on social media: frictions between users’ stated preferences and their behaviors of reactive confrontation are exploited by engagement-maximizing algorithms to create runaway feedback loops of increasing value misalignment.”

Epstein said he’d need to do more research to find out why X seems to serve ragebait to Democrats more often than Republicans. It could be that there’s more rightwing content on X overall or it could be that Democrats tend to engage with posts they disagree with more often. “There might be some kind of differential effects on information diets there, or it might be something more psychological about how different you know partisan identities are triggering different kinds of actions and reactions, but ultimately I don't want to speculate too much,” he said.

I asked Epstein if he worried that prioritizing “values” in a social media algorithm might lead to more siloed user bases and more echo chambers. “I do think that if we go kind of down this path of thinking through and imagining value line social media feeds, we do have to be very aware of the potentials of value echo chambers, right?” he said. “Where people just, you know, they have the certain values that they have, and all the content they see is just aligned with those values. I think that is a very scary and dark reality.”

But he also said that values are intentional and that thinking about the kind of stuff you want to see on a social media site before you pull up your feed is a positive. “You're pumping the brakes, you're taking a breath, and you're thinking about what you actually really care about. In this world — and I don't have the data for this — but I would speculate that a lot of people actually do care about seeing a diverse set of content and engaging meaningfully across these lines, and you know maybe that isn't a particular value on my 19-dimensional wheel, but this is just a starting point of thinking about our intentions and thinking very deliberately about the kind of information we want to be exposed to, versus the the knee-jerk reaction that we're kind of learning in this very kind of short, shallow attention span, emotion and negative affect-driven model of these very myopic forms of engagement.”

X did not return 404 Media’s request for comment, but Nikita Bier — X’s former head of product — confirmed that the site’s algorithm had at one time been set to favor replies. “This is no longer true,” Bier said in a post on X. “The largest contributor of seeing ragebait was the reply predictor and we were aware that angry replies were causing people to see more of that content. So last month, we gave the reply predictor a 15x boost if it’s a friend’s post — and it reduced ragebait by [an] order of magnitude.”

Update 8/18/26 at 1:30PM: This story has been updated to include a comment from X’s former head of product


Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

In Deutschland mehren sich die Stimmen, die wegen der heimlichen Überwachung ein Verbot der KI-Brillen fordern. Doch vorerst wird der Vormarsch von Metas Brille wohl nicht von Behörden gestoppt.

netzpolitik.org/2026/heimliche…

in reply to netzpolitik.org

Tja: rp-online.de/digitales/herstel…
Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

In Alaska a novembre la dem Peltola sfiderà i due Sullivan


La democratica e il senatore repubblicano uscente si qualificano per una sfida decisiva per il controllo del Senato. Sulla scheda comparirà anche un omonimo candidato del Partito Repubblicano.

Mary Peltola e Dan Sullivan si affronteranno a novembre. La democratica, già deputata, e il senatore repubblicano uscente si sono qualificati per le elezioni di novembre nelle primarie dell'Alaska, secondo le proiezioni dell'Associated Press e di Decision Desk HQ. Il risultato della sfida potrebbe pesare in maniera fondamentale sul controllo del Senato: ai democratici servono 4 seggi netti in più per conquistare la maggioranza.

Lo Stato dell'Alaska vota con un sistema approvato per referendum nel 2020 e giunto ormai al terzo ciclo elettorale. La primaria è unica e senza distinzioni di partito: alla sfida di novembre accedono i primi quattro classificati, indipendentemente dalla loro appartenenza politica. Alle elezioni generali si applica invece il voto classificato: ogni elettore ordina i candidati in base alle proprie preferenze e, se nessuno supera subito il 50%, il meno votato viene eliminato e le sue seconde scelte vengono redistribuite. Il procedimento continua finché un candidato non raggiunge la maggioranza. Nei risultati preliminari diffusi dalla Divisione elettorale dello Stato, con circa il 70% delle sezioni scrutinate, Peltola era poco sotto il 48% e Sullivan intorno al 44%.

★Primaria aperta · Alaska
Alaska, la primaria aperta per il Senato degli Stati Uniti
Peltola davanti al senatore uscente Sullivan. Passano al voto generale i primi quattro classificati
Focus America

Risultati Mappa del voto

CandidatoVoti%

Mary Peltola
Democratica · passa alle generali

63.364
48,0%

Dan S. Sullivan
Repubblicano, uscente · passa alle generali

56.510
42,8%

Daniel J. Sullivan Jr.
Repubblicano

3.222
2,4%

David B. Leslie
Democratico

1.491
1,1%

Gerald L. Heikes
Repubblicano

1.468
1,1%

Altri candidati
Totale per differenza

5.855
4,4%

131.910voti totali
80% scrutinato

Chi guida in ogni borough
Anchorage Fairbanks Juneau

Peltola 50-60%
Peltola oltre il 60%
D. Sullivan 50-60%
D. Sullivan oltre il 60%

Le tonalità riprendono le fasce di vantaggio della mappa della fonte, che non pubblica i dati numerici per singolo borough.

Elaborazione di Focus America su dati dell'Associated Press. Risultati parziali, 80% delle schede scrutinate.

Il secondo Sullivan resta sulla scheda


Il terzo posto, con circa il 2,5%, è andato a Daniel J. Sullivan Jr., insegnante in pensione del piccolo villaggio di pescatori di Petersburg, candidato anche lui come repubblicano. A novembre gli elettori troveranno quindi sulla scheda due candidati con nomi quasi identici. I repubblicani hanno bollato la sua candidatura come un espediente democratico per confondere gli elettori e sottrarre voti al senatore.

La Divisione elettorale dello Stato, che fa capo a un'amministrazione repubblicana, lo aveva escluso dalla scheda durante l'estate, ma lunedì la Corte Suprema dell'Alaska ha stabilito che non poteva essere squalificato. Sulla scheda elettorale il senatore compare come Dan S. Sullivan, accompagnato dall'indicazione di uscente, mentre l'altro candidato è registrato come Daniel J. Sullivan Jr. Martedì mattina è intervenuto anche Donald Trump, invitando gli elettori a votare per il "vero" Dan Sullivan e definendo il rivale un impostore. L'insegnante sostiene invece che la propria candidatura sia pienamente legittima.

In uno Stato con circa 600.000 elettori registrati, anche poche schede assegnate per errore potrebbero incidere su una competizione equilibrata. Resta, inoltre, ancora da assegnare il quarto e ultimo posto per le elezioni generali. Il democratico David Leslie e il repubblicano Gerald Heikes sono separati da poche centinaia di voti e il conteggio proseguirà fino al 28 agosto, termine entro il quale le schede inviate per posta dovranno raggiungere la Divisione elettorale.

Peltola era considerata l'unica democratica in grado di impensierire seriamente Sullivan. Esponente dei popoli nativi dell'Alaska, ex pescatrice ed ex deputata statale, nel 2022 è diventata la prima nativa dell'Alaska eletta al Congresso, vincendo a sorpresa le elezioni speciali per l'unico seggio dello Stato alla Camera: era la prima vittoria democratica in quel collegio da decenni. Pochi mesi dopo ha conquistato un mandato pieno, si è iscritta ai Blue Dogs, il gruppo dei democratici moderati, e nel 2024 è stata battuta di misura dal repubblicano Nick Begich III. La sua campagna per il Senato è incentrata sulla tutela della pesca selvatica e dell'economia ittica. Lo slogan "fish, family, freedom", pesce, famiglia e libertà, punta a conquistare indipendenti ed elettori di centrodestra in uno Stato dominato da decenni dai repubblicani.

Soldi, sondaggi e un rimpasto a pochi giorni dal voto


Sullivan siede al Senato dal 2015, è un veterano dei Marines e sostiene il presidente Trump. In due mandati ha costruito rapporti solidi con le diverse componenti della società dell'Alaska, comprese le comunità native e il settore della pesca, ma ora deve fare i conti con il carovita e con la crescente insoddisfazione verso l'Amministrazione in carica.

Entrambi arriveranno a novembre con risorse considerevoli. Il Senate Leadership Fund, il comitato legato al leader della maggioranza repubblicana al Senato John Thune, ha annunciato la settimana scorsa fondi per altri 2 milioni di dollari, portando a 17 milioni l'investimento complessivo nella competizione. Nel secondo trimestre Peltola ha invece raccolto quasi 7 milioni di dollari, contro i 2 milioni di Sullivan, che ha però chiuso il periodo con più fondi a disposizione. Il Cook Political Report e Decision Desk HQ classificano il seggio come incerto, Decision Desk HQ assegna ai democratici un leggero vantaggio.

La settimana scorsa Peltola ha preso le distanze dall'ex vicepresidente Kamala Harris, che aveva diffuso un appello per raccogliere fondi in suo favore, rischiando di compromettere l'immagine della candidata come figura indipendente e distante dal Partito Democratico nazionale. Negli stessi giorni, la campagna ha attraversato un rimpasto: un collaboratore storico e due consulenti di lungo corso sono stati licenziati, mentre il direttore dello staff elettorale è stato sostituito.

Elon Musk ha intanto versato 1,5 milioni di dollari all'Aurora Action Network, che ne ha trasferito 1 milione al comitato impegnato ad abolire il sistema elettorale introdotto nel 2020. Il referendum previsto per questo autunno cancellerebbe il voto classificato, le primarie aperte e le norme sulla trasparenza dei finanziamenti che consentono agli elettori dell'Alaska di sapere chi finanzia le campagne. Un'iniziativa analoga era però già stata respinta nel 2024 per poco più di 700 voti.


Update modello previsione Midterm 2026: le probabilità di vittoria


A partire da oggi, per la prima volta, il nostro modello sulle elezioni di metà mandato del 3 novembre stima anche le probabilità che ciascun partito conquisti il controllo dei due rami del Congresso. Al momento assegna ai democratici 82 possibilità su 100 di ottenere la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e 56 su 100 di conquistarla al Senato, dove la sfida resta sostanzialmente alla pari.

È la novità più evidente dell’aggiornamento che abbiamo appena introdotto. Nelle ultime settimane abbiamo testato sulle elezioni passate il modello presentato a giugno, ne abbiamo ricalibrato il grado di incertezza e aggiunto una nuova fonte di informazioni per i collegi nei quali non sono disponibili sondaggi. Nel complesso, però, l’aggiornamento ha inciso solo in misura limitata sulle proiezioni: un risultato rassicurante, perché conferma la solidità della versione precedente.

Alla Camera, la proiezione è passata da 227 a 225 seggi democratici, mentre il numero dei collegi classificati come incerti è salito da 19 a 25. Il nuovo modello, in altre parole, riflette meglio l’incertezza nei casi in cui la versione precedente tendeva a mostrarsi troppo sicura, soprattutto nelle previsioni favorevoli ai repubblicani. Al Senato, invece, la sfida rimane un testa a testa: 6 seggi sono in bilico e i democratici restano lievemente in vantaggio. In questo articolo spieghiamo nel dettaglio che cosa è cambiato e perché queste modifiche rendono il modello ancora più affidabile.

Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni
La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.
Focus AmericaLorenzo Ruffino

Dalle proiezioni alle probabilità


La versione precedente pubblicata a giugno indicava quale candidato fosse in vantaggio in ciascuna gara, ma misurava l’incertezza soltanto al Senato, attraverso 10.000 simulazioni che, però, non erano mostrate ai lettori. Esse servivano a valutare se la competizione per il controllo dell’aula fosse sostanzialmente alla pari, non a calcolare e pubblicare probabilità precise. La nuova versione compie invece un passo avanti: si basa su 50.000 simulazioni dell’intera elezione, considerando insieme Camera e Senato.

In ogni simulazione, quindi, il modello genera un esito leggermente diverso: parte dalle stime relative alle singole gare e introduce i possibili errori dei sondaggi e delle altre fonti utilizzate. Al termine conta quante volte ciascun partito conquista la maggioranza in entrambe le camere del Congresso. Ciò significa, per esempio, che se i democratici raggiungono almeno 218 seggi alla Camera nell’82% delle simulazioni, il modello assegna loro 82 possibilità su 100 di ottenere il controllo dell’aula.

L’ampiezza dei possibili errori non viene stabilita arbitrariamente. Per ogni sfida, il modello parte dall’incertezza associata alla media dei sondaggi, calcolata attraverso il filtro di Kalman già illustrato nella presentazione di giugno. Ricapitolando: ciascuna rilevazione viene trattata come una misurazione imperfetta di un consenso “reale” che cambia gradualmente nel tempo: il margine di incertezza si restringe quando i sondaggi sono numerosi e recenti, mentre si amplia quando sono pochi o datati. Il simulatore aggiunge poi l’incertezza dovuta al tempo che ancora ci separa dal voto, stimata sulla base dei cicli elettorali precedenti. Più è lontano il 3 novembre, maggiori sono le possibilità che lo scenario cambi e più ampio è quindi il ventaglio degli esiti plausibili.

L’aspetto più delicato, e la ragione principale per cui le simulazioni sono indispensabili, è che gli errori dei sondaggi spesso non sono indipendenti tra loro. Storicamente parlando, quando le rilevazioni hanno sbagliato, hanno teso a farlo nella stessa direzione in molte aree del Paese. È accaduto, per esempio, nel 2016 e nel 2020, quando i voti per i repubblicani sono stati chiaramente sottostimati in numerosi Stati e collegi. Per questo motivo, il nostro nuovo modello non simula quindi soltanto errori isolati nelle singole sfide, ma anche scostamenti generalizzati: negli scenari in cui i sondaggi sovrastimano i democratici, la correzione a loro sfavore si ripercuote contemporaneamente sulle elezioni per la Camera e per il Senato. Anche per questo, 82 possibilità su 100 vanno considerate come un netto vantaggio, mai come una certezza.

Tutto questo è visibile anzitutto nel nuovo widget “Quali sono le probabilità di vittoria?”, che mostra la distribuzione completa degli esiti prodotti dalle simulazioni. Muovendosi sulle mappe è invece possibile consultare la probabilità di vittoria in ciascuna sfida, espressa con formule come “vince 62 volte su 100”. L’introduzione di queste stime ci consente inoltre di confrontare più facilmente le nostre previsioni con quelle degli altri modelli pubblicati nelle ultime settimane. Il quadro che emerge è rassicurante: anche il modello di Nate Silver, per esempio, considera favoriti i democratici.

Un modello messo alla prova sul passato


Come si può valutare l’affidabilità di un modello prima del giorno delle elezioni? Il metodo più rigoroso consiste nel metterlo alla prova su consultazioni già concluse. Abbiamo quindi ricostruito, giorno per giorno, le elezioni di metà mandato del 2018 e del 2022, fornendo al modello soltanto i sondaggi e le informazioni disponibili in quel momento, come se il risultato finale fosse ancora sconosciuto. L’esercizio ha prodotto oltre 20.000 previsioni per la Camera e più di 1.600 per il Senato, che abbiamo poi confrontato con i risultati effettivi.

Da questa verifica sono nate alcune delle correzioni più importanti. La media nazionale dei sondaggi reagisce ora più rapidamente alle nuove rilevazioni, perché la versione precedente tendeva a restare indietro quando il clima politico cambiava velocemente. Abbiamo inoltre ampliato sensibilmente l’incertezza stimata nelle singole sfide per il Senato: quella prevista in precedenza era circa la metà di quella riscontrata nella realtà. Un modello troppo sicuro delle proprie previsioni, infatti, rischia di risultare fuorviante.

Per la Camera dei Rappresentanti abbiamo invece ricalibrato il grado di fiducia da attribuire alle stime, sia nei collegi coperti dai sondaggi sia in quelli privi di rilevazioni. Ma è cambiata anche la correzione storica utilizzata per trasformare la media nazionale dei sondaggi in una stima del clima politico generale: non è più un valore fisso stabilito una volta per tutte, ma viene calcolata sulla base dei cicli elettorali dal 2010 in poi.

Non tutti i sondaggi, inoltre, prendono in esame lo stesso tipo di elettori. Alcuni si concentrano sui “probabili elettori”, selezionati perché ritenuti quasi certi di andare alle urne; altri utilizzano il campione più ampio degli “elettori registrati”. La distinzione è importante perché, storicamente, chi partecipa davvero alle elezioni di metà mandato tende a essere più conservatore di chi è semplicemente iscritto alle liste elettorali. In media, nelle rilevazioni passate, i campioni di probabili elettori hanno mostrato un miglioramento per i repubblicani di circa un punto rispetto a quelli degli elettori registrati.

Per tenere conto di questa differenza, il modello attribuisce ai sondaggi condotti sui probabili elettori un peso quasi doppio rispetto a quelli basati sugli elettori registrati. Questi ultimi, invece, non vengono corretti in modo uniforme: quando uno stesso istituto pubblica entrambe le versioni, il modello misura lo scarto tra i due campioni e lo utilizza per rendere confrontabili i risultati. Apparentemente, però, quest’anno quella differenza è quasi scomparsa: i sondaggi sui probabili elettori non mostrano più, infatti, la consueta inclinazione verso i repubblicani rispetto a quelli sugli elettori registrati. Questo è un possibile segnale che, almeno per ora, l’elettorato più motivato a partecipare al voto non sia quello repubblicano.

Nel modello per il Senato abbiamo, invece, introdotto anche una nuova informazione: i fondi raccolti dai candidati, ricavati dai registri della Federal Election Commission, ovvero l’autorità federale che vigila sul finanziamento delle campagne elettorali. Nelle sfide per le quali sono disponibili pochi sondaggi, la capacità di raccogliere donazioni rappresenta infatti uno dei segnali più concreti della forza di una candidatura.

Più in generale, la regola che ci siamo imposti è semplice: una modifica è stata introdotta soltanto se dimostra di migliorare le previsioni relative alle elezioni passate. Molte delle idee da noi sperimentate non hanno superato questa prova. Il caso più istruttivo ha riguardato il sistema più sofisticato tra quelli testati, capace di apprendere autonomamente, gara per gara, quanto peso attribuire a ciascuna fonte. In media produceva risultati persino leggermente migliori, ma i pesi calcolati sulla base di appena due cicli elettorali erano troppo fragili. Proprio nelle sfide decise da pochi punti, quelle che contano di più, commetteva più errori rispetto al metodo più semplice. Abbiamo quindi deciso di escluderlo, conservando però la componente che aveva dimostrato di funzionare meglio di tutte: le valutazioni degli esperti.

I giudizi degli esperti


Il cambiamento più rilevante riguarda la Camera dei Rappresentanti. Si vota in 435 collegi, ma soltanto una piccola parte di questi è coperta da sondaggi locali. Per oltre 150 collegi sono però disponibili le valutazioni degli esperti statunitensi, che da decenni classificano le competizioni secondo una scala ormai consolidata: “solid” per quelle considerate sicure, “likely” e “lean” per quelle più o meno favorevoli a un partito e “tossup” per le sfide senza un chiaro favorito.

Il modello utilizza ora anche queste valutazioni, ma non le recepisce alla lettera. Abbiamo raccolto quasi 93.000 giudizi pubblicati nei cicli elettorali del 2018, del 2022 e del 2026 e misurato il significato concreto attribuito da ciascun esperto alle diverse categorie. Abbiamo verificato, per esempio, con quale margine si concludevano in media le gare classificate come “lean R” o con quale frequenza il partito indicato come favorito in una sfida “likely D” veniva sconfitto. In questo modo, ogni valutazione è stata tradotta in una stima numerica sulla base dei risultati delle elezioni precedenti.

Queste stime affiancano ora i dati strutturali già utilizzati dal modello soltanto nei collegi esaminati dagli esperti e assumono un peso maggiore quando non sono disponibili sondaggi. I test sulle elezioni passate mostrano che, nei collegi valutati dagli esperti ma privi di rilevazioni, il loro impiego ha ridotto l’errore medio di quasi 4,5 punti percentuali. È migliorata anche la previsione del numero complessivo di seggi: l’errore si è quasi dimezzato nel 2018 ed è diminuito di quasi due terzi nel 2022.

Abbiamo sperimentato lo stesso metodo anche per il Senato, ma alla fine abbiamo deciso di non adottarlo. Tutte le competizioni decisive, come quella in Ohio tra Sherrod Brown e Jon Husted, sono infatti già coperte da numerosi sondaggi. In questi casi, le valutazioni degli esperti non forniscono informazioni aggiuntive sufficienti a migliorare sensibilmente le previsioni, come nel caso della Camera dei Rappresentanti.

Le altre novità visibili


Le novità non si limitano però al widget con le probabilità complessive di controllo delle due Camere. Come già citato in precedenza, le mappe mostrano ora anche le possibilità di vittoria in ciascuna gara: selezionando un collegio della Camera o uno Stato per il Senato, è possibile subito vedere quale candidato è in vantaggio e quante volte prevale nelle nostre simulazioni.

La mappa della Camera dei Rappresentanti è stata inoltre resa più facile da esplorare, soprattutto da mobile. È ora possibile cliccare su uno Stato ed ingrandirlo per osservare nel dettaglio la suddivisione delle assegnazioni dei collegi, e permettendo di distinguere più chiaramente i distretti negli Stati più popolosi o caratterizzati da confini particolarmente complessi. Si può così passare dal quadro nazionale alle singole competizioni e individuare rapidamente dove si concentrano le sfide decisive, quali collegi sono saldamente orientati verso un partito e quali potrebbero invece cambiare schieramento.

Abbiamo anche riscritto completamente la nota metodologica, aggiungendo una spiegazione delle simulazioni, della calibrazione dell’incertezza e delle nuove fonti introdotte. I principi fondamentali restano però gli stessi del modello pubblicato a giugno: le previsioni combinano sondaggi, dati strutturali e tendenze storiche, vengono aggiornate più volte al giorno fino al 3 novembre, e, a parità di informazioni disponibili, producono sempre lo stesso risultato, senza interventi discrezionali o correzioni manuali dell’ultimo momento.

Resta valida, soprattutto, la distinzione chiave che esiste in statistica tra probabilità e certezza: assegnare ai democratici 82 possibilità su 100 non significa considerarne sicura la vittoria, ma piuttosto stimare che, in 100 elezioni svolte nelle stesse condizioni, i primi conquisterebbero la maggioranza della Camera 82 volte. Nei restanti 18 casi a prevalere sarebbero invece i repubblicani: si tratta di un esito meno probabile, ma tutt’altro che impossibile.


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𝗡𝗼𝗺𝗶𝗻𝗮𝘁𝗲 𝗗𝘆𝗻𝗲.𝗼𝗿𝗴 𝗳𝗼𝗿 𝘁𝗵𝗲 𝗘𝘂𝗿𝗼𝗽𝗲𝗮𝗻 𝗢𝗽𝗲𝗻 𝗦𝗼𝘂𝗿𝗰𝗲 𝗔𝘄𝗮𝗿𝗱𝘀 𝟮𝟬𝟮𝟳.

The 2027 ceremony will be celebrating individuals and organizations whose work has advanced innovation, collaboration, and digital sovereignty throughout the European open source ecosystem.

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Argentina: la diffusione incontrollata della sorveglianza basata sull'intelligenza artificiale rafforza un'infrastruttura tecno-autoritaria di controllo sociale.

L'uso sempre più diffuso delle tecnologie di sorveglianza in Argentina durante i primi due anni dell'amministrazione di Javier #Milei ha contribuito ad ampliare le capacità di sorveglianza statale, la profilazione e le rappresaglie nel Paese, creando un effetto dissuasivo sui diritti alla privacy e alla libertà di espressione, di riunione pacifica e di associazione, ha affermato #Amnesty International in un nuovo rapporto pubblicato oggi.

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☕ CYBERBRIEFING — Mercoledì 19 agosto 2026

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Update modello previsione Midterm 2026: le probabilità di vittoria


L’aggiornamento introduce 50.000 simulazioni, nuove stime dell’incertezza e i giudizi degli esperti per i collegi senza sondaggi: i Democratici hanno 82 possibilità su 100 di conquistare la Camera e 56 su 100 di ottenere il Senato.
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A partire da oggi, per la prima volta, il nostro modello sulle elezioni di metà mandato del 3 novembre stima anche le probabilità che ciascun partito conquisti il controllo dei due rami del Congresso. Al momento assegna ai democratici 82 possibilità su 100 di ottenere la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e 56 su 100 di conquistarla al Senato, dove la sfida resta sostanzialmente alla pari.

È la novità più evidente dell’aggiornamento che abbiamo appena introdotto. Nelle ultime settimane abbiamo testato sulle elezioni passate il modello presentato a giugno, ne abbiamo ricalibrato il grado di incertezza e aggiunto una nuova fonte di informazioni per i collegi nei quali non sono disponibili sondaggi. Nel complesso, però, l’aggiornamento ha inciso solo in misura limitata sulle proiezioni: un risultato rassicurante, perché conferma la solidità della versione precedente.

Alla Camera, la proiezione è passata da 227 a 225 seggi democratici, mentre il numero dei collegi classificati come incerti è salito da 19 a 25. Il nuovo modello, in altre parole, riflette meglio l’incertezza nei casi in cui la versione precedente tendeva a mostrarsi troppo sicura, soprattutto nelle previsioni favorevoli ai repubblicani. Al Senato, invece, la sfida rimane un testa a testa: 6 seggi sono in bilico e i democratici restano lievemente in vantaggio. In questo articolo spieghiamo nel dettaglio che cosa è cambiato e perché queste modifiche rendono il modello ancora più affidabile.

Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni
La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.
Focus AmericaLorenzo Ruffino

Dalle proiezioni alle probabilità


La versione precedente pubblicata a giugno indicava quale candidato fosse in vantaggio in ciascuna gara, ma misurava l’incertezza soltanto al Senato, attraverso 10.000 simulazioni che, però, non erano mostrate ai lettori. Esse servivano a valutare se la competizione per il controllo dell’aula fosse sostanzialmente alla pari, non a calcolare e pubblicare probabilità precise. La nuova versione compie invece un passo avanti: si basa su 50.000 simulazioni dell’intera elezione, considerando insieme Camera e Senato.

In ogni simulazione, quindi, il modello genera un esito leggermente diverso: parte dalle stime relative alle singole gare e introduce i possibili errori dei sondaggi e delle altre fonti utilizzate. Al termine conta quante volte ciascun partito conquista la maggioranza in entrambe le camere del Congresso. Ciò significa, per esempio, che se i democratici raggiungono almeno 218 seggi alla Camera nell’82% delle simulazioni, il modello assegna loro 82 possibilità su 100 di ottenere il controllo dell’aula.

L’ampiezza dei possibili errori non viene stabilita arbitrariamente. Per ogni sfida, il modello parte dall’incertezza associata alla media dei sondaggi, calcolata attraverso il filtro di Kalman già illustrato nella presentazione di giugno. Ricapitolando: ciascuna rilevazione viene trattata come una misurazione imperfetta di un consenso “reale” che cambia gradualmente nel tempo: il margine di incertezza si restringe quando i sondaggi sono numerosi e recenti, mentre si amplia quando sono pochi o datati. Il simulatore aggiunge poi l’incertezza dovuta al tempo che ancora ci separa dal voto, stimata sulla base dei cicli elettorali precedenti. Più è lontano il 3 novembre, maggiori sono le possibilità che lo scenario cambi e più ampio è quindi il ventaglio degli esiti plausibili.

L’aspetto più delicato, e la ragione principale per cui le simulazioni sono indispensabili, è che gli errori dei sondaggi spesso non sono indipendenti tra loro. Storicamente parlando, quando le rilevazioni hanno sbagliato, hanno teso a farlo nella stessa direzione in molte aree del Paese. È accaduto, per esempio, nel 2016 e nel 2020, quando i voti per i repubblicani sono stati chiaramente sottostimati in numerosi Stati e collegi. Per questo motivo, il nostro nuovo modello non simula quindi soltanto errori isolati nelle singole sfide, ma anche scostamenti generalizzati: negli scenari in cui i sondaggi sovrastimano i democratici, la correzione a loro sfavore si ripercuote contemporaneamente sulle elezioni per la Camera e per il Senato. Anche per questo, 82 possibilità su 100 vanno considerate come un netto vantaggio, mai come una certezza.

Tutto questo è visibile anzitutto nel nuovo widget “Quali sono le probabilità di vittoria?”, che mostra la distribuzione completa degli esiti prodotti dalle simulazioni. Muovendosi sulle mappe è invece possibile consultare la probabilità di vittoria in ciascuna sfida, espressa con formule come “vince 62 volte su 100”. L’introduzione di queste stime ci consente inoltre di confrontare più facilmente le nostre previsioni con quelle degli altri modelli pubblicati nelle ultime settimane. Il quadro che emerge è rassicurante: anche il modello di Nate Silver, per esempio, considera favoriti i democratici.

Un modello messo alla prova sul passato


Come si può valutare l’affidabilità di un modello prima del giorno delle elezioni? Il metodo più rigoroso consiste nel metterlo alla prova su consultazioni già concluse. Abbiamo quindi ricostruito, giorno per giorno, le elezioni di metà mandato del 2018 e del 2022, fornendo al modello soltanto i sondaggi e le informazioni disponibili in quel momento, come se il risultato finale fosse ancora sconosciuto. L’esercizio ha prodotto oltre 20.000 previsioni per la Camera e più di 1.600 per il Senato, che abbiamo poi confrontato con i risultati effettivi.

Da questa verifica sono nate alcune delle correzioni più importanti. La media nazionale dei sondaggi reagisce ora più rapidamente alle nuove rilevazioni, perché la versione precedente tendeva a restare indietro quando il clima politico cambiava velocemente. Abbiamo inoltre ampliato sensibilmente l’incertezza stimata nelle singole sfide per il Senato: quella prevista in precedenza era circa la metà di quella riscontrata nella realtà. Un modello troppo sicuro delle proprie previsioni, infatti, rischia di risultare fuorviante.

Per la Camera dei Rappresentanti abbiamo invece ricalibrato il grado di fiducia da attribuire alle stime, sia nei collegi coperti dai sondaggi sia in quelli privi di rilevazioni. Ma è cambiata anche la correzione storica utilizzata per trasformare la media nazionale dei sondaggi in una stima del clima politico generale: non è più un valore fisso stabilito una volta per tutte, ma viene calcolata sulla base dei cicli elettorali dal 2010 in poi.

Non tutti i sondaggi, inoltre, prendono in esame lo stesso tipo di elettori. Alcuni si concentrano sui “probabili elettori”, selezionati perché ritenuti quasi certi di andare alle urne; altri utilizzano il campione più ampio degli “elettori registrati”. La distinzione è importante perché, storicamente, chi partecipa davvero alle elezioni di metà mandato tende a essere più conservatore di chi è semplicemente iscritto alle liste elettorali. In media, nelle rilevazioni passate, i campioni di probabili elettori hanno mostrato un miglioramento per i repubblicani di circa un punto rispetto a quelli degli elettori registrati.

Per tenere conto di questa differenza, il modello attribuisce ai sondaggi condotti sui probabili elettori un peso quasi doppio rispetto a quelli basati sugli elettori registrati. Questi ultimi, invece, non vengono corretti in modo uniforme: quando uno stesso istituto pubblica entrambe le versioni, il modello misura lo scarto tra i due campioni e lo utilizza per rendere confrontabili i risultati. Apparentemente, però, quest’anno quella differenza è quasi scomparsa: i sondaggi sui probabili elettori non mostrano più, infatti, la consueta inclinazione verso i repubblicani rispetto a quelli sugli elettori registrati. Questo è un possibile segnale che, almeno per ora, l’elettorato più motivato a partecipare al voto non sia quello repubblicano.

Nel modello per il Senato abbiamo, invece, introdotto anche una nuova informazione: i fondi raccolti dai candidati, ricavati dai registri della Federal Election Commission, ovvero l’autorità federale che vigila sul finanziamento delle campagne elettorali. Nelle sfide per le quali sono disponibili pochi sondaggi, la capacità di raccogliere donazioni rappresenta infatti uno dei segnali più concreti della forza di una candidatura.

Più in generale, la regola che ci siamo imposti è semplice: una modifica è stata introdotta soltanto se dimostra di migliorare le previsioni relative alle elezioni passate. Molte delle idee da noi sperimentate non hanno superato questa prova. Il caso più istruttivo ha riguardato il sistema più sofisticato tra quelli testati, capace di apprendere autonomamente, gara per gara, quanto peso attribuire a ciascuna fonte. In media produceva risultati persino leggermente migliori, ma i pesi calcolati sulla base di appena due cicli elettorali erano troppo fragili. Proprio nelle sfide decise da pochi punti, quelle che contano di più, commetteva più errori rispetto al metodo più semplice. Abbiamo quindi deciso di escluderlo, conservando però la componente che aveva dimostrato di funzionare meglio di tutte: le valutazioni degli esperti.

I giudizi degli esperti


Il cambiamento più rilevante riguarda la Camera dei Rappresentanti. Si vota in 435 collegi, ma soltanto una piccola parte di questi è coperta da sondaggi locali. Per oltre 150 collegi sono però disponibili le valutazioni degli esperti statunitensi, che da decenni classificano le competizioni secondo una scala ormai consolidata: “solid” per quelle considerate sicure, “likely” e “lean” per quelle più o meno favorevoli a un partito e “tossup” per le sfide senza un chiaro favorito.

Il modello utilizza ora anche queste valutazioni, ma non le recepisce alla lettera. Abbiamo raccolto quasi 93.000 giudizi pubblicati nei cicli elettorali del 2018, del 2022 e del 2026 e misurato il significato concreto attribuito da ciascun esperto alle diverse categorie. Abbiamo verificato, per esempio, con quale margine si concludevano in media le gare classificate come “lean R” o con quale frequenza il partito indicato come favorito in una sfida “likely D” veniva sconfitto. In questo modo, ogni valutazione è stata tradotta in una stima numerica sulla base dei risultati delle elezioni precedenti.

Queste stime affiancano ora i dati strutturali già utilizzati dal modello soltanto nei collegi esaminati dagli esperti e assumono un peso maggiore quando non sono disponibili sondaggi. I test sulle elezioni passate mostrano che, nei collegi valutati dagli esperti ma privi di rilevazioni, il loro impiego ha ridotto l’errore medio di quasi 4,5 punti percentuali. È migliorata anche la previsione del numero complessivo di seggi: l’errore si è quasi dimezzato nel 2018 ed è diminuito di quasi due terzi nel 2022.

Abbiamo sperimentato lo stesso metodo anche per il Senato, ma alla fine abbiamo deciso di non adottarlo. Tutte le competizioni decisive, come quella in Ohio tra Sherrod Brown e Jon Husted, sono infatti già coperte da numerosi sondaggi. In questi casi, le valutazioni degli esperti non forniscono informazioni aggiuntive sufficienti a migliorare sensibilmente le previsioni, come nel caso della Camera dei Rappresentanti.

Le altre novità visibili


Le novità non si limitano però al widget con le probabilità complessive di controllo delle due Camere. Come già citato in precedenza, le mappe mostrano ora anche le possibilità di vittoria in ciascuna gara: selezionando un collegio della Camera o uno Stato per il Senato, è possibile subito vedere quale candidato è in vantaggio e quante volte prevale nelle nostre simulazioni.

La mappa della Camera dei Rappresentanti è stata inoltre resa più facile da esplorare, soprattutto da mobile. È ora possibile cliccare su uno Stato ed ingrandirlo per osservare nel dettaglio la suddivisione delle assegnazioni dei collegi, e permettendo di distinguere più chiaramente i distretti negli Stati più popolosi o caratterizzati da confini particolarmente complessi. Si può così passare dal quadro nazionale alle singole competizioni e individuare rapidamente dove si concentrano le sfide decisive, quali collegi sono saldamente orientati verso un partito e quali potrebbero invece cambiare schieramento.

Abbiamo anche riscritto completamente la nota metodologica, aggiungendo una spiegazione delle simulazioni, della calibrazione dell’incertezza e delle nuove fonti introdotte. I principi fondamentali restano però gli stessi del modello pubblicato a giugno: le previsioni combinano sondaggi, dati strutturali e tendenze storiche, vengono aggiornate più volte al giorno fino al 3 novembre, e, a parità di informazioni disponibili, producono sempre lo stesso risultato, senza interventi discrezionali o correzioni manuali dell’ultimo momento.

Resta valida, soprattutto, la distinzione chiave che esiste in statistica tra probabilità e certezza: assegnare ai democratici 82 possibilità su 100 non significa considerarne sicura la vittoria, ma piuttosto stimare che, in 100 elezioni svolte nelle stesse condizioni, i primi conquisterebbero la maggioranza della Camera 82 volte. Nei restanti 18 casi a prevalere sarebbero invece i repubblicani: si tratta di un esito meno probabile, ma tutt’altro che impossibile.


Il modello di Focus America per le elezioni di metà mandato del novembre 2026


Abbiamo costruito un nostro modello statistico per provare a rispondere a una domanda semplice: chi vincerà le elezioni di metà mandato del 3 novembre 2026? Le elezioni di metà mandato, in inglese midterm, si svolgono dopo due anni da ogni elezione presidenziale. Servono a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e un terzo dei 100 seggi del Senato.

Si tratta del primo grande test elettorale per il presidente in carica, che oggi è il repubblicano Donald Trump, e stabiliscono chi controllerà il Congresso nei due anni successivi. Il loro risultato è decisivo: da esso dipenderà infatti se il presidente potrà contare ancora su una maggioranza favorevole per approvare le sue leggi o se sarà costretto a trattare con l’opposizione per la parte finale del suo mandato.

Il nostro modello di previsione combina 3 elementi: i sondaggi nazionali e locali, i “fondamentali”, cioè le caratteristiche strutturali di ogni Stato e di ogni collegio che possono influenzare il voto al di là delle rilevazioni, e alcuni andamenti storici ricavati dai cicli elettorali precedenti. Il risultato è stato consentirci di fare una previsione seggio per seggio per entrambe le camere, che viene aggiornata più volte al giorno. Con una premessa importante: un partito indicato come favorito non è un partito certo della vittoria. Il modello ragiona in termini di probabilità e margini, non di verdetti definitivi.

Il modello completo, con la mappatura di tutti i seggi, le previsioni Stato per Stato e i numeri aggiornati in tempo reale, è disponibile qui:

Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni
La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.
Focus AmericaLorenzo Ruffino

Cosa ci dice il modello oggi


Il punto di partenza è il generic ballot, cioè la media nazionale dei sondaggi che chiedono agli elettori se, alle elezioni per il Congresso, voterebbero genericamente per il candidato democratico o per quello repubblicano. Oggi i democratici sono al 47,2% e i repubblicani al 42,0%, con un vantaggio democratico di 5,2 punti e un margine di incertezza compreso tra 3,7 e 6,5 punti. Questa è la fotografia dell’umore nazionale: il dato da cui parte tutto il resto.

Alla Camera dei Rappresentanti, dove si rinnovano tutti i 435 seggi e la maggioranza si raggiunge a quota 218, il modello indica al momento i democratici come favoriti. La proiezione, che include anche l’assegnazione dei cosiddetti seggi in bilico, attribuisce loro 224 seggi contro i 211 dei repubblicani. Ma anche considerando soltanto i seggi già assegnati a un partito, e lasciando quindi fuori quelli ancora incerti, i democratici arrivano già a 218, esattamente la soglia della maggioranza, contro i 198 dei repubblicani. Restano 19 seggi in bilico.

Al Senato il quadro è invece di sostanziale parità. La maggioranza si raggiunge a quota 51 seggi su 100, ma con un’avvertenza: se l’aula dovesse dividersi 50 a 50, il voto decisivo ("tie breaker" in linguaggio politico americano) spetterebbe al vicepresidente, che per Costituzione presiede il Senato, oggi il repubblicano JD Vance. Per questo ai democratici servono 51 seggi per ottenere la maggioranza, mentre ai repubblicani ne bastano 50. La nostra proiezione assegna esattamente 51 seggi ai democratici e 49 ai repubblicani, ma con soli 4 seggi in bilico il controllo dell’aula resta appeso a poche migliaia di voti. Per questo il modello classifica la sfida come un sostanziale testa a testa.

Se alla Camera dei Rappresentanti ogni due anni vengono rinnovati tutti i 435 seggi, rimettendo interamente in gioco la maggioranza, al Senato il meccanismo è diverso: i senatori restano, infatti, in carica sei anni e solo un terzo dell'aula viene rinnovato a ogni ciclo elettorale. Questo significa che a novembre 2026 saranno in palio 35 seggi, mentre gli altri 65 non saranno sottoposti al voto e resteranno in mano ai senatori attualmente in carica fino ai cicli successivi. I democratici partono quindi da 34 seggi e, per arrivare a quota 51, devono conquistarne 17 dei 35 in palio. È un margine strettissimo, che spiega perché lo spostamento di pochi Stati possa bastare a cambiare il controllo dell'aula.

Le migliori occasioni per strappare un seggio ai repubblicani sono concentrate in 4 Stati. La più promettente è la North Carolina, dove l'ex governatore democratico Roy Cooper è avanti di 5,7 punti in una sfida per un seggio aperto, cioè senza un senatore uscente candidato alla rielezione. Seguono 3 Stati considerati in bilico dal nostro modello: il Maine, dove il democratico Graham Platner sfida la repubblicana uscente Susan Collins; l'Ohio, dove l'ex senatore democratico Sherrod Brown prova a tornare al Senato contro l'attuale senatore Jon Husted; e il Texas, dove il candidato democratico James Talarico corre per un seggio aperto contro il procuratore generale repubblicano Ken Paxton, che alle primarie ha battuto il senatore uscente John Cornyn.

Secondo il nostro modello, i 4 seggi più decisivi per il controllo del Senato sono quelli in gioco in Maine, Ohio, Texas e Alaska. In Maine i democratici sono attualmente avanti di 2,8 punti, in Ohio di 1,5 e in Texas di 1,1. L'Alaska è l'unico tra gli Stati più contendibili in cui risultano ancora in vantaggio i repubblicani, ma con un margine di appena 0,7 punti. Il modello considera un seggio in bilico quando la distanza tra i due candidati è inferiore a 3 punti, una soglia compatibile con il margine d'errore tipico di un sondaggio.

Come si costruisce la media nazionale


Nella media del generic ballot ogni rilevazione entra con un peso diverso, perché non tutti i sondaggi hanno la stessa affidabilità. Nel nostro modello contano quindi di più quelli realizzati da istituti con una storia di previsioni accurate, secondo la classifica di qualità che usiamo come riferimento. Ma pesano di più anche i sondaggi condotti sugli elettori probabili rispetto a quelli sugli elettori registrati o sugli adulti in generale, perché stimare il comportamento di chi andrà davvero a votare è più significativo che misurare soltanto chi avrebbe diritto a farlo. I sondaggi commissionati da un partito, invece, hanno un peso minore e vengono corretti spostando il risultato di un punto e mezzo nella direzione opposta allo sponsor.

Un secondo correttivo riguarda le inclinazioni sistematiche dei singoli istituti di sondaggi. Alcuni sondaggisti tendono infatti a produrre, in modo abbastanza costante nel tempo, risultati leggermente più favorevoli ai democratici, altri ai repubblicani. Il modello misura questa inclinazione, chiamata in gergo house effect, e la sottrae prima di includere il loro dato nella media, così da rendere gli istituti più comparabili tra loro. È previsto anche un tetto al peso degli istituti che pubblicano molti sondaggi in rapida successione, per evitare che un singolo istituto di sondaggio particolarmente prolifico finisca per dominare la media.

Tutti questi sondaggi, ciascuno con il proprio peso, vengono poi trasformati da una nuvola di punti in una linea continua. Lo strumento che usiamo si chiama filtro di Kalman e funziona come segue: invece di inseguire ogni singola rilevazione, il nostro modello stima un livello “reale” dell'andamento della sfida, che si muove gradualmente giorno dopo giorno, e considera ogni sondaggio come una misura imperfetta di quel livello. Nei giorni senza nuove rilevazioni la linea resta sostanzialmente stabile, ma l’incertezza aumenta: per questo la banda intorno alla stima si allarga quando i dati sono più scarsi. È da qui che nasce il dato di oggi: democratici avanti di 5,2 punti, ma con un intervallo di confidenza compreso tra 3,7 e 6,5 punti.

Questa media fotografa la situazione a oggi e non include ancora alcuna correzione storica. Le due correzioni successive non modificano invece il numero mostrato in pagina, ma servono a trasformare l’umore nazionale in una previsione di seggi. Per stimare chi vincerà a novembre, infatti, il margine grezzo dei sondaggi non basta.

La prima correzione che effettuiamo per affinare il calcolo dei seggi riguarda una distorsione nota del generic ballot, che storicamente tende a sovrastimare i democratici rispetto al risultato effettivo alla Camera dei Rappresentanti. Nel 2022, per esempio, la media dei sondaggi indicava i democratici avanti di 1,5 punti, ma alle urne i repubblicani vinsero il voto nazionale di 2,8 punti. Per questo, prima di alimentare i modelli sui singoli seggi, abbiamo scelto di correggere il dato riducendo leggermente il margine di vantaggio democratico stimato dai sondaggi.

La seconda correzione tiene invece conto di come tendono a evolvere i sondaggi sulle midterm man mano che ci si avvicina al voto. Le rilevazioni fotografano la situazione attuale, ma l’elezione si terrà solo a novembre. Osservando i cicli elettorali dal 1994 al 2024 emerge un andamento piuttosto chiaro: il partito del presidente in carica tende a perdere terreno con l’avvicinarsi delle urne. È il cosiddetto il cosiddetto effetto di rigetto contro il partito al potere: nelle elezioni di metà mandato, infatti, gli elettori tendono spesso a usare il voto come un referendum sul presidente in carica. A pochi mesi dal voto, questo effetto vale in media poco più di 2 punti e si esaurisce il giorno dell’elezione.

Poiché oggi il presidente è un repubblicano, la seconda correzione sposta il clima nazionale verso i democratici, cioè nella direzione opposta rispetto alla prima correzione. In sintesi, il “clima politico nazionale” che entra nella parte del modello che usiamo per stimare i seggi nasce dalla somma di 3 distinti elementi: il margine dei sondaggi attuali, meno la distorsione storica del generic ballot, più l'effetto di rigetto atteso a favore dell’opposizione con l’avvicinarsi delle midterm.

I modelli del Senato e della Camera


Per il Senato, il modello stima il risultato in ciascuno Stato chiamato al voto partendo dai fondamentali: cioè dagli elementi che permettono di valutare la sfida elettorale prima ancora di considerare i sondaggi locali. I fondamentali combinano 4 elementi: il clima politico nazionale calcolato come descritto in precedenza; l’orientamento dello Stato alle ultime elezioni presidenziali, misurato rispetto alla media nazionale, con il risultato del 2024 che pesa più di quello del 2020; il risultato dell’ultima elezione al Senato per quello stesso seggio; e il vantaggio di chi è già in carica e si candida per la rielezione.

Nel nostro modello, un senatore uscente che si ricandida parte con un vantaggio stimato di circa 4 punti. Questo beneficio viene però ridotto in alcuni casi: per esempio quando il senatore non è stato eletto direttamente dagli elettori, ma nominato per occupare un seggio rimasto vacante dopo la morte o le dimissioni del predecessore.

Su questa base di partenza, il modello innesta poi i sondaggi dei singoli Stati, smussati nel tempo con lo stesso metodo usato per la media nazionale. Questo significa sostanzialmente che dove una sfida è molto sondata, come in Ohio o in Texas, pesano soprattutto le recenti rilevazioni locali, mentre dove dove invece i sondaggi sono pochi o assenti, resta centrale la stima basata sui fondamentali.

Per il Senato abbiamo scelto, in generale, di dare maggiore peso ai sondaggi. In alcuni degli Stati più contesi, infatti, i fondamentali da soli tenderebbero a spostare la stima troppo verso i repubblicani, mentre le rilevazioni locali più recenti indicano spesso una dinamica diversa. In questi casi preferiamo quindi dare più fiducia ai dati raccolti sul campo. Solo in pochi Stati, quando i fondamentali non riescono a descrivere pienamente la natura della sfida, applichiamo correzioni esplicite e dichiarate. È il caso, per esempio, della North Carolina e del Maine.

Alla Camera dei Rappresentanti il meccanismo è diverso, perché i collegi da stimare sono 435 e, a differenza del Senato, quasi nessuno dispone di sondaggi propri. Il nostro modello parte quindi dal risultato di ogni collegio nel 2024, ricalcolato però sui nuovi confini dei distretti in vigore nel 2026. Negli Stati Uniti le mappe dei collegi elettorali vengono ridisegnate periodicamente, una pratica che i due partiti usano spesso per costruire distretti a loro più favorevoli, il cosiddetto gerrymandering.

Poiché negli ultimi anni diversi Stati hanno ridisegnato i propri collegi, abbiamo prima ricostruito quale sarebbe stato il risultato del voto del 2024 con le mappe elettorali previste per il 2026. Per farlo siamo partiti dai risultati registrati nelle singole sezioni che compongono ciascun distretto. In questo modo, l’effetto del ridisegno dei collegi è stato già incorporato nella base di partenza del modello.

Su questa base il modello aggiunge lo spostamento nazionale, cioè quanto è cambiato il clima politico nazionale rispetto al 2024, quando i repubblicani vinsero il voto per la Camera con un margine di 2,6 punti. Questo spostamento, però, non viene applicato ovunque nello stesso modo. Ogni collegio, infatti, reagisce in maniera diversa ai cambiamenti dell'opinione pubblica nazionale: alcuni distretti si muovono molto quando cambia il clima politico, altri restano quasi fermi perché hanno un elettorato più stabile. Questo meccanismo si chiama elasticità. Nel modello viene calcolato collegio per collegio, applicando allo spostamento nazionale un moltiplicatore diverso per ciascun distretto.

A questi elementi si aggiunge il vantaggio del candidato uscente che si ricandida, stimato per la Camera in circa 2 punti. Il modello incorpora poi i pochi sondaggi locali disponibili e soprattutto anche un cosiddetto effetto di propagazione: le informazioni raccolte su un collegio influenzano, seppure in misura molto ridotta, anche la stima di altri distretti simili per area geografica, orientamento politico e profilo demografico, come livello di istruzione o grado di urbanizzazione.

Il peso dei fondamentali e quello dei sondaggi cambiano con l’avvicinarsi del voto. Quando l’elezione è ancora lontana, le rilevazioni sono storicamente meno affidabili nel prevedere il risultato finale: per questo il modello attribuisce maggiore importanza ai fondamentali. Man mano che ci si avvicina a novembre, però, i sondaggi diventano più indicativi e il loro peso aumenta progressivamente, mentre quello dei fondamentali si riduce. Alla Camera, in un collegio tipo, i fondamentali pesano oggi circa la metà della stima, ma arrivano al giorno del voto con un peso intorno al 10%. Al Senato, come detto, questo meccanismo è nei fatti disattivato: dove ci sono sondaggi locali, sono soprattutto quelli a guidare la previsione.

Un modello che si aggiorna ogni giorno


Il nostro modello è deterministico: a parità di dati in ingresso, produce sempre lo stesso risultato, senza interventi discrezionali nella fase finale. Ogni volta che un nuovo sondaggio viene inserito nella base dati, il modello ricalcola tutte le stime. L’aggiornamento avviene più volte al giorno e continuerà fino al 3 novembre. I numeri mostrati oggi in questa pagina sono quindi una fotografia aggiornata al 20 giugno 2026, a 136 giorni dal voto. Cambieranno inevitabilmente con l’arrivo di nuove rilevazioni, con la definizione delle candidature e con l’evoluzione del clima politico nazionale.

Per il Senato, dove il controllo dell’aula si decide in pochi Stati, il modello compie un passaggio ulteriore: simula diecimila volte l’esito complessivo. Le simulazioni tengono conto di due tipi di errore. Il primo è un errore comune a tutte le sfide: i sondaggi, infatti, possono sbagliare nella stessa direzione in più Stati. Il secondo è un errore specifico per ciascuno Stato, legato alle caratteristiche della singola corsa.

In questo modo il modello non si limita a contare i seggi in cui ciascun partito è favorito, ma misura anche l’incertezza della previsione. È una distinzione essenziale: sapere chi è avanti non basta, bisogna capire quanto quel vantaggio sia solido. Per questo consideriamo giusto e trasparente indicare non solo quale partito ha più probabilità di conquistare la maggioranza, ma anche quanto riteniamo che quella previsione sia affidabile.


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Die Überwachung hat bereits Einfluss auf die Mode.

digitalcamouflage.org/

Hintergrund sind Adversarial Attacks. Wer gegen einen Algorithmus trainieren kann, kann ein Bild so verändern, dass der Score maximal wird. Geht auch mit kleinen Änderungen.

de.wikipedia.org/wiki/Adversar…

Statt in Kameras hätte Berlin besser in die Sicherheit seiner Netze investiert.

#ai #uberwachung #surveillance #digitaleselbstbestimmung #Berlin

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Das jüngst in Frankreich beschlossene Social-Media-Verbot für Minderjährige ist aus mehreren Gründen verfassungswidrig. Hier erklären Jurist*innen, welche Spielräume Präsident Emmanuel Macron noch hat – und was das für Deutschland heißt.

netzpolitik.org/2026/verfassun…

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Auf den letzten Metern hat der Verfassungsrat das französische Social-Media-Verbot gestoppt.

🌰 Wo liegt das Problem?
🔭 Ist das Vorhaben vom Tisch?
🥔 Was heißt das für die Debatte in Deutschland?

Hier kommt der Explainer mit Einschätzungen von zwei Jurist*innen.

netzpolitik.org/2026/verfassun…

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C'è marasma nella campagna elettorale della candidata Dem in Alaska


Elisa Rios, che aveva diretto le due campagne per la Camera, è stata allontanata insieme alla vice. La candidata democratica resta la migliore occasione del partito per un seggio al Senato.

Mary Peltola ha licenziato la responsabile della sua campagna elettorale e riorganizzato lo staff a pochi giorni dalle primarie per il Senato in Alaska che si sono tenute ieri. La candidata democratica è considerata la migliore occasione del suo partito per strappare ai repubblicani un seggio che può decidere il controllo della camera alta.

Elisa Rios, consigliera vicina a Peltola che aveva contribuito a dirigere le sue due campagne per la Camera ed era la responsabile di quella per il Senato, è stata licenziata la settimana scorsa, come ha rivelato il New York Times. Insieme a lei è stata allontanata anche una vicedirettrice della campagna. Sono stati lasciati a casa pure due collaboratori esterni che lavoravano da tempo per Peltola: secondo la campagna erano part-time e i loro servizi non servivano per le elezioni generali.

Anton McParland, un altro uomo di fiducia della candidata, è stato spostato dalla guida della campagna, che condivideva con Rios, a un ruolo di consulente generale. La campagna non ha voluto spiegare le ragioni del cambiamento né chiarire il nuovo incarico di McParland e non lo ha reso disponibile per un commento. Cheryl Bruce, che era vicedirettrice, ha preso il posto di Rios.

Harry Child, portavoce di Peltola, ha detto in una nota che la campagna ha aggiornato il proprio organico per il passaggio alle elezioni generali. Nello stesso comunicato ha aggiunto che la campagna apprezza il contributo di tutti quelli che hanno lavorato per portare Peltola al Senato a novembre.

Le sostituzioni sono avvenute prima della polemica su Kamala Harris, che la settimana scorsa aveva firmato un appello del suo comitato politico per raccogliere fondi a favore di Peltola. La candidata, che corre in uno Stato conservatore e diffidente verso i democratici nazionali, aveva tenuto a distanza l'ex vicepresidente mentre i repubblicani cavalcavano il collegamento.

In Alaska si vota con una primaria non partitica: tutti i candidati, di qualsiasi partito, compaiono su un'unica scheda e i primi quattro passano alle elezioni generali di novembre. Per il Senato i nomi in lizza sono sedici.

Tra questi ci sono due Dan Sullivan. Uno è Dan S Sullivan, il senatore repubblicano in carica dal 2015. L'altro è Dan J Sullivan, un insegnante in pensione ed ex dipendente del servizio forestale che vive a Petersburg, nel sud-est dello Stato, e che corre anche lui come repubblicano. Sulla scheda i due nomi sono uno di seguito all'altro, con l'omonimo appena sopra il senatore, accanto al quale però compaiono le diciture di repubblicano registrato e di uscente. Il partito repubblicano è andato in tribunale per far escludere lo sfidante omonimo, sostenendo che fosse un candidato fittizio sostenuto dai democratici per confondere gli elettori, ma ha perso la causa.

La vera minaccia per il senatore resta Peltola. "Il motivo per cui Mary Peltola ha una possibilità non è necessariamente che i democratici stiano crescendo in Alaska", ha dichiarato al Guardian Scott Kendall, avvocato specializzato in diritto elettorale che ha lavorato per candidati di entrambi i partiti, compreso lo stesso Sullivan. "È che Mary Peltola è molto favorevole allo sviluppo di petrolio e gas. È brava sui temi che contano per il portafoglio degli abitanti dell'Alaska e questo la rende una specie di unicorno."

L'economia dello Stato dipende in larga parte dall'estrazione di petrolio e gas e i democratici locali chiedono di ampliare la produzione, al contrario dei loro colleghi nel resto del paese preoccupati per il clima. L'Alaska ha votato per un democratico alle presidenziali una sola volta, per Lyndon Johnson nel 1964, ma a livello locale il potere è passato da un partito all'altro e oggi coalizioni bipartisan controllano entrambe le camere del parlamento statale. Gli indipendenti sono due terzi degli elettori registrati, i repubblicani circa il 23 per cento e i democratici meno del 12.

Nessun democratico viene eletto al Senato in Alaska dal 2008 e nel 2024 il presidente Donald Trump ha vinto lo Stato con oltre 13 punti di vantaggio. Peltola ha rotto il dominio repubblicano sulla delegazione dello Stato a Washington nel 2022, quando morì all'improvviso Don Young, il repubblicano che rappresentava alla Camera l'unico collegio dell'Alaska dal 1973. Peltola vinse l'elezione speciale per completare il mandato, diventando la prima nativa dell'Alaska a sedere al Congresso. Più tardi quell'anno conquistò un mandato pieno. Nel 2024 il repubblicano Nick Begich III la batté di misura.

Il suo slogan, pesce, famiglia e libertà, richiama il peso culturale della pesca in Alaska, in particolare per le comunità native che formano un blocco elettorale rilevante. Rimanda anche alle catture accessorie, cioè al pescato che i pescherecci a strascico tirano su insieme al resto, granchi e salmoni compresi, con danni per i pescatori sportivi e per quelli commerciali. "La pesca è sempre stata un tema che scalda gli animi in Alaska", ha detto al Guardian Joelle Hall, presidente della sezione locale dell'AFL-CIO, la principale confederazione sindacale americana, che ha dato il proprio sostegno a Peltola.

Da deputata Peltola ha spinto Joe Biden ad approvare Willow, uno dei più grandi progetti di estrazione di petrolio e gas degli ultimi decenni. La decisione ha fatto infuriare gli ambientalisti per il suo contributo al riscaldamento globale, mentre Hall la considera decisiva per i lavoratori iscritti al sindacato. "Siamo anche nel mezzo di un piccolo boom di petrolio e gas in Alaska", ha detto. "Ed è perché Mary Peltola ci ha portato il progetto Willow con l'amministrazione Biden."

Dan S Sullivan, ex marine, è stato procuratore generale dello Stato e commissario alle risorse naturali. Ha costruito la sua campagna sulla difesa della pesca e sugli affari militari, in uno Stato con molte basi e molti veterani. Vinse il seggio nel 2014 battendo il democratico Mark Begich, allora al primo mandato, ed è stato un voto affidabile per il suo partito, molto più della collega Lisa Murkowski, l'altra senatrice repubblicana dell'Alaska, diventata nota in tutto il paese per le sue rotture con il presidente. Steve Frank, ex senatore statale repubblicano, ritiene che Sullivan sarebbe un difensore più solido dell'industria petrolifera dello Stato, soprattutto in vista del cambio di amministrazione tra due anni.

La corsa ha attirato molti soldi. Il Senate Leadership Fund, comitato vicino ai repubblicani, ha annunciato 17 milioni di dollari a sostegno di Sullivan, mentre il Senate Majority PAC dei democratici ne ha investiti 12 per Peltola. I documenti depositati presso la commissione elettorale federale fino a fine luglio mostrano che Peltola ha raccolto più fondi del suo avversario (18,5 milioni di dollari contro 11,7), ma che ne ha in cassa meno (4,6 milioni contro 7,3). Secondo OpenSecrets, l'organizzazione che monitora i finanziamenti alle campagne, due Super PAC, i comitati che spendono a favore dei candidati senza coordinarsi con le loro campagne, hanno speso quasi 2 milioni di dollari in Alaska per sostenere altri candidati capaci di sottrarre voti sia a Peltola sia a Sullivan.

Gli alleati della candidata democratica sostengono che resti in una posizione forte e citano un sondaggio di Data for Progress diffuso lunedì che la dà in vantaggio su Sullivan. Le rilevazioni delle ultime settimane danno i due candidati testa a testa e i principali analisti elettorali americani considerano incerto l'esito della corsa. Il gradimento del presidente è basso in Alaska come nel resto del paese, mentre i prezzi della benzina sono saliti dall'inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran e sono ora tra i più alti degli Stati Uniti.

I repubblicani hanno usato il rimpasto per attaccare la candidata. Nick Puglia, portavoce del comitato repubblicano per il Senato, ha detto in una nota che perfino i consiglieri più vicini a Peltola sanno che la sua campagna, che a suo giudizio mette l'Alaska all'ultimo posto, è una causa persa.

Martedì gli elettori dell'Alaska votano anche per la Camera, dove Nick Begich III cerca un secondo mandato contro l'indipendente Bill Hill, diventato il suo principale sfidante dopo il ritiro del democratico Matt Schultz, che lo ha appoggiato. Si scelgono inoltre i candidati per sostituire il governatore Mike Dunleavy, il repubblicano uscente che non può ricandidarsi per i limiti di mandato.

Se dovesse arrivare al Senato, Peltola potrebbe deludere una parte del suo partito. Kendall prevede che le distanze tra lei e Sullivan sui temi che riguardano da vicino l'Alaska risulterebbero minori di quanto ci si aspetti. "Penso che frustrerebbe parecchio molti democratici, se devo essere onesto. Penso che sarebbe, per i democratici nazionali, quello che Lisa Murkowski è per i repubblicani nazionali", ha detto. "Ci sarà un momento in cui un presidente democratico dirà qualcosa come: voglio trasformare questa grande porzione di Alaska in una riserva naturale, senza caccia, senza pesca, senza sviluppo. Lei si tirerà indietro."


Peltola prende le distanze da Kamala Harris: "Non abbiamo mai chiesto il suo sostegno"


La campagna di Mary Peltola, ex deputata democratica ora candidata al Senato in Alaska, ha preso le distanze dall'appello per la raccolta fondi firmato da Kamala Harris, precisando di non averlo autorizzato e di non aver mai chiesto il sostegno dell'ex vicepresidente. "Mary non cerca l'appoggio di nessuno dei 48 Stati contigui: la sua attenzione è e sarà sempre rivolta all'Alaska", ha dichiarato lo staff in una nota, ricordando invece gli endorsement ricevuti da diversi sindacati locali. La campagna ha inoltre affermato di non essere stata informata dell'iniziativa prima dell'invio dell'email.

Il messaggio è stato spedito mercoledì dal Fight for the People PAC, il comitato di azione politica di Harris. L'ex vicepresidente invitava i sostenitori a "stare al fianco di Mary" e definiva quella dell'Alaska una corsa "che i democratici devono assolutamente vincere" per riconquistare il Senato. "Se c'è qualcuno che può ribaltare l'Alaska e assicurare ai democratici la maggioranza al Senato, è proprio Mary", si legge nel testo. Il collegamento rimandava alla pagina di un comitato democratico, dove ai donatori veniva proposto di dividere il contributo tra la campagna di Peltola e il PAC di Harris.

Non era la prima volta che il comitato dell'ex vicepresidente sfruttava la candidatura di Peltola per raccogliere fondi. Un messaggio analogo era stato inviato il 12 gennaio, giorno dell'annuncio della sua discesa in campo: "Questa è la corsa che potrebbe decidere il controllo del Senato". A rendere più delicata l'ultima iniziativa è soprattutto il momento scelto, a pochi giorni dalle primarie dell'Alaska, in programma martedì 18 agosto.

L'offensiva dei repubblicani


Harris ha perso l'Alaska di 14 punti alle presidenziali del 2024 e, per conquistare il seggio, Peltola dovrà ottenere risultati molto migliori di lei. L'ex deputata, che può contare su una consistente disponibilità finanziaria, si presenta come una centrista dallo spirito indipendente e sfida il senatore repubblicano uscente Dan Sullivan. I pochi sondaggi disponibili descrivono una competizione aperta.

Il National Republican Senatorial Committee, l'organizzazione elettorale dei senatori repubblicani, ha subito cercato di sfruttare l'email per legare Peltola a Harris. "Mary Peltola ha lavorato fianco a fianco con Kamala Harris per mettere l'Alaska all'ultimo posto, quindi non sorprende che Harris la sostenga", ha dichiarato il portavoce Nick Puglia. Il mandato di Peltola alla Camera, durato poco più di due anni, ha coinciso con l'Amministrazione di Joe Biden. Anche Nate Adams, portavoce della campagna di Sullivan, ha attaccato l'avversaria: "Per quanto Mary Peltola cerchi di nascondersi da questo endorsement, gli abitanti dell'Alaska vedono benissimo da che parte stanno lei e Kamala Harris".

Nello Stato si vota attraverso una primaria unica, aperta a tutti i candidati indipendentemente dal partito di appartenenza: i primi quattro classificati accedono alle elezioni generali di novembre. La qualificazione di Peltola appare pressoché certa, ma il voto offre ai candidati un'importante occasione per rivolgersi a un elettorato particolarmente attento alla campagna. Doversi difendere dai tentativi repubblicani di associarla a Harris non era il messaggio con cui l'ex deputata avrebbe voluto occupare la scena.

L'appello del PAC è arrivato mentre Harris sta valutando una nuova candidatura alla Casa Bianca. In primavera l'ex vicepresidente ha detto al reverendo Al Sharpton che "potrebbe" correre di nuovo per la presidenza e negli ultimi mesi ha moltiplicato le apparizioni pubbliche in tutto il Paese. Peltola, che nel 2024 non l'aveva sostenuta, ha scelto per questa campagna uno slogan lontano dalla politica nazionale: "Pesce, famiglia e libertà".

Una corsa decisiva e piena di incognite


Rebecca Himschoot, deputata indipendente dell'Assemblea statale dell'Alaska, ha detto al New York Times che l'email difficilmente aiuterà Peltola, pur rappresentando soltanto una piccola parte della valanga di messaggi provenienti dall'esterno che sta investendo la campagna. "Provo pena per gli elettori dell'Alaska in questo ciclo: tutto il materiale che ci arriva è tremendamente manipolatorio", ha osservato, definendo l'iniziativa del comitato di Harris "davvero stupida". "Sta cercando di approfittare dello slancio di Mary Peltola, senza nemmeno essere candidata a qualcosa, almeno per quanto ne sappiamo. E qui non era andata bene neppure la prima volta", ha aggiunto.

L'Alaska non elegge un esponente democratico al Senato da quasi vent'anni, ma conserva una forte tradizione indipendente e negli ultimi cicli elettorali ha mostrato alcuni segnali di avvicinamento ai democratici. La maggioranza degli elettori dello Stato non è iscritta ad alcun partito. Nel 2022 Lisa Murkowski, repubblicana centrista, è stata rieletta al Senato battendo un'avversaria sostenuta dal presidente Donald Trump.

A preoccupare i repubblicani è anche la presenza sulla scheda di un secondo Dan Sullivan: un ex maestro elementare senza esperienza politica che porta lo stesso nome del senatore uscente. Il timore è che possa confondere una parte degli elettori, sottrarre voti al repubblicano e avvantaggiare Peltola. Il partito accusa la campagna democratica di averne favorito la candidatura per trarre in inganno gli elettori, ma lo staff dell'ex deputata nega qualsiasi coordinamento. Il secondo Sullivan, intanto, ha vinto la battaglia legale per rimanere sulla scheda dopo che gli uffici elettorali avevano tentato invano di escluderlo.


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