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Mosca dà la caccia ai cargo ucraini, Washington frena Kyiv sugli attacchi alle petroliere


Almeno 50 navi mercantili colpite in due mesi e oltre 30 morti: il traffico da Odesa è quasi fermo. Kyiv ha colpito il porto russo di Novorossiysk, ma ha smesso di attaccare le petroliere non legate alla Russia dopo una telefonata di JD Vance.

Un drone russo ha colpito una nave cargo al largo di Odesa alla fine di luglio, in pieno giorno, mentre sul lungomare della città passeggiavano famiglie e residenti. L'attacco, al quale ha assistito un cronista del New York Times, fa parte di una campagna contro le navi mercantili che ha praticamente paralizzato il traffico in entrata e in uscita dal principale collegamento dell'Ucraina con l'economia mondiale.

Tra giugno e luglio le forze russe hanno attaccato almeno 50 navi cargo, uccidendo più di 30 civili, secondo le autorità ucraine. "La Russia dà la caccia a queste navi", ha detto al New York Times Dmytro Barinov, presidente dell'Associazione dei Porti ucraini. "È una caccia professionale a navi civili". Dal 23 luglio Kyiv considera di fatto congelato il traffico marittimo dai tre porti ancora sotto il suo controllo e circa il 90% degli armatori ha sospeso gli scali, perché i premi assicurativi sono diventati insostenibili.

Mar Nero · Guerra al commercio

Nel Mar Nero la guerra è diventata una caccia alle navi civili


Dal 23 luglio i tre porti ancora sotto il controllo di Kyiv sono di fatto fermi e circa il 90% degli armatori ha sospeso gli scali. L’Ucraina colpisce i porti russi, ma su richiesta di Washington ha smesso di attaccare le petroliere che caricano greggio kazako.

Grafica di FocusAmerica13 agosto 2026

La mappa
Una rotta si è svuotata, l’altra continua a funzionare


Corridoio ucraino, fermo dal 23 luglio Petroliere con greggio kazako, non colpite dal 31 luglio Navi mercantili colpite

Le coste sono tracciate su dati Natural Earth. Le rotte sono schematiche: in rosso il corridoio commerciale che Kyiv tiene aperto dal 2023, in blu il percorso delle petroliere che caricano greggio kazako al terminale del Caspian Pipeline Consortium.

Navi colpite
50
Mercantili attaccati tra giugno e luglio, secondo le autorità ucraine. È una stima minima.
Armatori fermi
90%
Compagnie che hanno smesso di scalare i porti ucraini dopo il congelamento del traffico.
Export bloccato
2,1 mld $
Valore mensile delle esportazioni che passa dai tre porti ora fermi: il 60% del totale ucraino.

Il blocco arriva mentre comincia il raccolto in uno dei maggiori produttori mondiali di grano, mais e orzo: rischia di lasciare a terra milioni di tonnellate di cereali.

01La caccia50 navi colpite 02Il conto2,1 mld $ al mese 03Il freno americanola telefonata di Vance

Non è un blocco navale, è una caccia


Nel 2022 Mosca chiuse i porti con le navi da guerra. Oggi non le ha più: usa droni e missili per rendere la rotta troppo pericolosa e troppo costosa da assicurare, finché sono gli armatori stessi ad andarsene.

Ogni sagoma è una nave mercantile colpita · giugno-luglio

In rosso la Golden Leo, l’unica affondata

Civili uccisi a bordo, negli stessi due mesipiù di 30

19 luglio · Golden Leo
Aveva cambiato porto per non farsi trovare

Era appena salpata da Chornomorsk, scelto dall’equipaggio per evitare lo scalo principale di Odesa. I missili russi l’hanno raggiunta comunque. Tra i morti c’è il pilota Volodymyr Mykhailov, salito a bordo solo per guidarla fuori dal porto.

4miglia dalla costa
10morti a bordo
7giorni dopo affonda

«La Russia dà la caccia a queste navi. È una caccia professionale a navi civili»

Dmytro Barinov, presidente dell’Associazione dei Porti ucraini, al New York Times.

Due miliardi di dollari al mese fermi in banchina


Odesa, Chornomorsk e Pivdennyi valgono da soli circa il 60% dei ricavi che l’Ucraina ottiene ogni mese dalle esportazioni. Dal 23 luglio non ricevono più navi, e il raccolto resta a terra.

0

Navi transitate nel corridoio il 22 luglio

In piena stagione del raccolto nessuna nave è entrata o uscita dai porti ucraini. Il giorno dopo Kyiv ha dichiarato il traffico di fatto congelato.

Ricavi mensili dalle esportazioni: 3,5 mld $

I tre porti fermi2,1 mld $ · 60%
Altre vie1,4 mld $ · 40%

La quota di Odesa, Chornomorsk e Pivdennyi è oggi congelata. Le alternative via terra e sul Danubio coprono solo una parte dei volumi.

Che cosa è successo ai numeri · dopo il 23 luglio

Grano esportato dall’Ucraina, 1-15 agosto
▼−76%

Rispetto allo stesso periodo del 2025. Fonte: ministero delle Politiche agrarie ucraino.

Noli e assicurazioni sulla rotta del Mar Nero
▲+100%

I premi sono raddoppiati: è il motivo per cui gli armatori hanno smesso di scalare i porti ucraini.

Futures del grano a Chicago, 12 agosto
▲+3%

Con punte del 4%: il maggiore rialzo intra-giornaliero delle ultime tre settimane, dopo l’attacco ucraino a Novorossiysk.

70mln

Il precedente del 2022. Le persone spinte verso l’insicurezza alimentare acuta dal primo blocco dei porti, secondo le stime. L’accordo sul grano mediato da Nazioni Unite e Turchia resse un anno, poi saltò.

Washington ha chiesto a Kyiv di risparmiare una rotta


Anche Kyiv colpisce le navi legate a Mosca, e ha già lasciato la Crimea a corto di carburante. Ma quando i droni hanno iniziato a fermare le petroliere cariche di greggio kazako, con Chevron ed ExxonMobil tra gli azionisti del consorzio, è intervenuta la Casa Bianca.

KyivMetà luglio
I droni ucraini colpiscono le petroliere del consorzio

Quattro navi centrate al largo di Novorossiysk, una noleggiata da Chevron. L’amministratore delegato Mike Wirth porta il dossier all’Amministrazione Trump.

Mosca19 luglio
La Golden Leo viene colpita a quattro miglia dalla costa

Dieci morti a bordo. La nave affonda una settimana dopo.

Kyiv23 luglio
Kyiv dichiara congelato il traffico dai suoi tre porti

Circa il 90% degli armatori sospende gli scali: i premi assicurativi sono diventati insostenibili.

Washington31 luglio
La telefonata di Vance a Zelensky

Il vicepresidente chiede di sospendere gli attacchi alle petroliere non russe. Da quel giorno nessuna è stata più colpita.

Kyiv12 agosto
L’attacco a Novorossiysk risparmia le petroliere

Colpite difesa aerea, moli e infrastrutture portuali; si fermano due terminal per l’esportazione di grano. Tre morti, tra cui un bambino di 8 anni.

Mosca12-13 agosto
La ritorsione nella stessa notte cade su Izmail

Colpito il principale porto ucraino sul Danubio, al confine con la Romania.

Perché Kyiv ha detto sì

Che cosa concede

Stop agli attacchi alle petroliere non russe e alle infrastrutture del consorzio, purché le navi non trasportino carichi russi.

Che cosa punta a ottenere

La licenza per produrre gli intercettori Patriot e l’acquisto di diverse centinaia di missili prima dell’inverno, quando Mosca intensificherà i bombardamenti.

Greggio caricato al terminale del consorzio · milioni di barili al giorno

programmati: 1,7

1,9

Maggio

1,6

Giugno

1,3

Luglio

Dati Kpler citati dal Financial Times: 600.000 barili al giorno in meno tra maggio e luglio, con noli e assicurazioni raddoppiati anche su questa rotta. È la pressione che ha portato alla telefonata.

Dal terminale passa l’equivalente di circa il 2% della produzione mondiale giornaliera di petrolio: greggio kazako diretto in Europa, che Washington considera un’alternativa vitale alle forniture russe.

Fonte: New York Times, Financial Times, Reuters, Foreign Policy, Associazione dei Porti ucraini, ministero delle Politiche agrarie ucraino, dati Kpler. Coste da Natural Earth. Dati aggiornati al 13 agosto 2026.

La nuova campagna arriva all'inizio della stagione del raccolto in uno dei maggiori produttori mondiali di grano, mais e orzo e rischia di sconvolgere nuovamente le catene globali di approvvigionamento alimentare. Nel 2022, nei primi mesi dell'invasione su vasta scala, il blocco russo dei porti ucraini fece già aumentare i prezzi degli alimenti e, secondo le stime, spinse altri 70 milioni di persone verso una condizione di insicurezza alimentare acuta. Nel luglio di quell'anno le Nazioni Unite e la Turchia mediarono un accordo che consentì la ripresa delle esportazioni di grano.

L'intesa saltò un anno dopo, ma nel frattempo Kyiv era riuscita a spingere le navi da guerra russe fuori dal Mar Nero nordoccidentale e a mantenere aperta una propria rotta commerciale. Odesa e altri due porti vicini rappresentano circa il 60% dei 3,5 miliardi di dollari di ricavi mensili che l'Ucraina ottiene dalle esportazioni. Il nuovo blocco rischia quindi di lasciare a terra milioni di tonnellate di grano. L'Agri Council ucraino, l'associazione degli operatori agricoli, ha avvertito del pericolo di un'ondata di fallimenti e ha chiesto prestiti d'emergenza e garanzie pubbliche.

Tra le decine di navi colpite nelle ultime settimane c'è anche la Golden Leo, una nave da carico che il 19 luglio era appena partita da Chornomorsk, il porto vicino a Odesa scelto dall'equipaggio nel tentativo di evitare lo scalo principale. A circa quattro miglia dalla costa, la nave è stata raggiunta da missili russi: sono morti nove membri dell'equipaggio e il pilota ucraino Volodymyr Mykhailov, salito a bordo per guidarla fuori dal porto. La Golden Leo è affondata una settimana dopo.

La guerra delle petroliere e la telefonata di Vance


Anche le petroliere e le navi cargo legate alla Russia sono diventate un bersaglio sistematico dell'Ucraina. La campagna di Mosca sembra essere anche una risposta alla distruzione della flotta russa di petroliere nel Mar d'Azov e ai continui attacchi contro le navi che trasportano merci russe, che hanno contribuito a isolare la Crimea occupata e a lasciarla a corto di carburante. Gli esperti di questioni marittime osservano che queste imbarcazioni, pur essendo formalmente civili, vengono prese di mira perché servono ad aggirare le sanzioni e a esportare l'energia che finanzia lo sforzo bellico del Cremlino.

Su questo fronte, però, Kyiv ha dovuto frenare su richiesta di Washington. Il 31 luglio il vicepresidente JD Vance ha chiesto in una telefonata a Volodymyr Zelensky di sospendere gli attacchi contro le petroliere non russe al largo di Novorossiysk e l'Ucraina ha accettato. Quelle navi caricano greggio kazako al terminale del Caspian Pipeline Consortium, attraverso il quale transita l'equivalente di circa il 2% della produzione mondiale giornaliera di petrolio e nel quale le aziende statunitensi Chevron ed ExxonMobil detengono partecipazioni.

La richiesta americana, anticipata dal Financial Times, era arrivata dopo un incontro tra alti funzionari dell'Amministrazione di Donald Trump e l'amministratore delegato di Chevron Mike Wirth, la cui società aveva noleggiato una delle quattro petroliere colpite. Un funzionario della Casa Bianca ha spiegato che Washington considera il consorzio "un canale vitale di energia di origine kazaka per i mercati europei, alternativo alle forniture russe". Secondo una persona informata sulla posizione ucraina, Kyiv ha accettato la richiesta americana perché punta ancora a ottenere la licenza per produrre gli intercettori Patriot e ad acquistarne diverse centinaia prima dell'inverno, quando la Russia dovrebbe intensificare i bombardamenti contro le infrastrutture ucraine.

L'ultimo attacco ucraino di rilievo, condotto prima dell'alba di mercoledì, ha infatti risparmiato le petroliere e si è concentrato sul resto del porto di Novorossiysk, utilizzando droni a reazione, missili e mezzi navali senza equipaggio. Zelensky ha dichiarato che sono state colpite postazioni della difesa aerea, moli e infrastrutture portuali, mentre altre ricostruzioni indicano tra i possibili bersagli le fregate Admiral Essen e Admiral Makarov, una nave da sbarco e una corvetta russa.

Veniamin Kondratyev, governatore della regione di Krasnodar, ha riferito sui social di tre morti, tra cui un bambino di 8 anni, 24 feriti e circa 60 edifici residenziali danneggiati. Il sindaco Andrei Kravchenko ha dichiarato lo stato di emergenza e annunciato la sospensione dell'erogazione dell'acqua dopo il danneggiamento di due condotte.

Novorossiysk è però soprattutto uno dei principali snodi cerealicoli russi e due terminal per l'esportazione del grano hanno sospeso le attività. La Russia è il primo esportatore mondiale di frumento e i futures a Chicago sono saliti del 3% mercoledì, con punte del 4%, il maggiore rialzo intra-giornaliero delle ultime tre settimane. Nella stessa notte le forze russe hanno colpito per ritorsione Izmail, il principale porto ucraino sul Danubio, al confine con la Romania.

Una rotta che nessuno protegge più


Elisabeth Braw, esperta di minacce marittime dell'Atlantic Council, centro studi di Washington, ha descritto quella russa come una campagna sistematica e indiscriminata contro le navi mercantili che trasportano prodotti agricoli e altri carichi non militari, aggiungendo che attacchi di questo tipo violano trattati internazionali come la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare. Sul piano operativo, i russi fanno spesso stazionare i droni a poche miglia dalla costa ucraina, dove "cercano" le navi mercantili, ha spiegato il tenente Oleksandr, comandante di una divisione di motovedette ucraine. Secondo l'ufficiale, i droni prendono di mira anche i soccorritori che intervengono dopo un attacco.

Lo scontro nel Mar Nero è diventato così parte integrale di un fenomeno più ampio che sta mettendo sotto pressione uno dei principi fondamentali dell'ordine internazionale: la libertà di navigazione. Attori statali e non statali utilizzano sempre più spesso droni, missili antinave e mine per interrompere le rotte commerciali, dal Mar Rosso allo Stretto di Hormuz, di fatto chiuso da quando, a febbraio, Stati Uniti e Israele hanno attaccato l'Iran. I Paesi occidentali hanno inoltre intercettato ripetutamente le navi della cosiddetta flotta ombra russa e mercoledì il presidente Vladimir Putin, parlando a bordo di una nave da guerra nel Pacifico, ha definito queste operazioni "pirateria e rapina", promettendo di "rispondere allo stesso modo".


Trump e Musk chiudono di nuovo le porte a Zelensky


Donald Trump ha rimesso in discussione la promessa di concedere all’Ucraina la licenza per produrre gli intercettori Patriot, ma i negoziati tra Washington e Kyiv non si sono fermati. Al summit Nato di Ankara, all’inizio di luglio, aveva annunciato un’intesa. Ma al vertice del 28 luglio alla Casa Bianca non ha offerto garanzie sull’invio di nuovi sistemi e, pochi giorni dopo, durante una riunione di gabinetto a Camp David, ha sostenuto che nessun accordo fosse mai stato raggiunto neppure sulle licenze. Si è così dissolto l’ottimismo che Kyiv aveva accumulato dopo mesi di successi militari, come racconta un’analisi dell’Atlantic firmata da Missy Ryan e Simon Shuster.

Nella notte tra il 4 e il 5 agosto, la capitale ucraina Kyiv e la regione circostante sono state colpite da 24 missili balistici, quattro missili Zircon o Oniks e 115 droni. La contraerea ucraina non è riuscita ad abbattere neppure uno dei missili balistici. Risultato: 17 persone sono morte e almeno 44 sono rimaste ferite. L’emergenza si è aggravata nella notte tra il 7 e l’8 agosto. La Russia ha lanciato altri sei missili balistici e 151 droni: le difese ucraine hanno abbattuto 135 droni, ma nessuno dei missili balistici. Secondo il Ministero della Difesa di Kyiv, a luglio l’Ucraina è riuscita a intercettarne soltanto 29 su 195. Zelensky ha chiesto una maggiore pressione internazionale su Mosca, sostenendo che Putin continui ad affidarsi “ai missili balistici e ai droni per prolungare la guerra”.

Guerra in Ucraina

Le carte perse di Zelensky


In poche settimane Kyiv ha visto sfumare i nuovi missili americani, la licenza per produrli e l’uso di Starlink oltre confine, mentre a Washington cadeva la sua ambasciatrice. La notte tra il 4 e il 5 agosto ha mostrato quanto costa restare senza difese.

Grafica di FocusAmerica


La notte tra il 4 e il 5 agosto

Ventotto missili su Kyiv, nessuno intercettato


La Russia ha lanciato 24 missili balistici, 4 missili Zircon o Oniks e 115 droni contro la capitale e la regione circostante. La contraerea ha fermato quasi tutti i droni, ma senza intercettori Patriot non ha potuto nulla contro i missili.


28 su 28 a segno 0 intercettati

Ogni linea rappresenta uno dei 28 missili arrivati a segno, secondo l’Aeronautica militare ucraina. Sullo sfondo, da sinistra: il campanile della Lavra, la torre della televisione e la statua della Madre Patria.

Droni abbattuti — 98 su 11585%

Missili abbattuti — 0 su 280%

17

44
persone uccise nell’attacco
persone rimaste ferite

Il motivo del rifiuto

Le scorte americane di Patriot si sono svuotate


La guerra con l’Iran, iniziata il 28 febbraio, ha consumato circa due terzi degli intercettori statunitensi. È l’argomento con cui Trump giustifica il no ai nuovi invii e alla licenza di produzione per Kyiv.

Prima della guerra con l’Iran2.330

Al cessate il fuoco di aprile1.030 circa−56%

Oggi759–827−65%

Gli Stati Uniti producono 183 nuovi intercettori all’anno: per tornare ai livelli precedenti servirebbero circa tre anni.

La barra dell’ultimo dato mostra la forchetta della stima (759–827). Stima CSIS su documenti di bilancio del Pentagono, 27 luglio 2026.


Le quattro carte

Kyiv aveva in mano quattro assi. Li ha persi tutti


AAPersa

I nuovi missili


PrimaZelensky contava su nuovi missili americani per difendere Kyiv.
OggiAlla Casa Bianca, il 28 luglio, Trump non ha offerto alcuna garanzia sull’invio di nuovi sistemi.
Il dettaglio

I Patriot sono l’unica arma nell’arsenale ucraino in grado di abbattere i missili balistici russi.

AAPersa

La licenza di produzione


PrimaAl vertice Nato di Ankara Trump aveva annunciato un’intesa per produrre i Patriot in Ucraina.
OggiA Camp David il presidente ha sostenuto che nessun accordo fosse mai stato raggiunto, neppure sulle licenze.
Il dettaglio

Un alto funzionario ha spiegato all’Atlantic che trasferire la produzione metterebbe a rischio il vantaggio militare americano.

AAPersa

Starlink oltre confine


PrimaKyiv voleva usare la rete di SpaceX per guidare i droni contro i lanciatori mobili in territorio russo.
OggiMusk ha rifiutato perfino un colloquio con Zelensky e sostiene che sia arrivato il momento di negoziare.
Il dettaglio

L’inviato di Trump, Steve Witkoff, ha visitato Mosca otto volte da quando è in carica. A Kyiv non è mai andato.

AAPersa

L’ambasciatrice a Washington


PrimaOlha Stefanishyna era la voce di Kyiv presso l’Amministrazione Trump.
OggiÈ stata destituita il 3 agosto e incriminata per arricchimento illecito tre giorni dopo.
Il dettaglio

Gli inquirenti le contestano beni non dichiarati per circa 310.000 dollari. Lei respinge ogni accusa.


La cronologia

Dall’«amore» di Ankara al gelo di agosto

Inizio luglio
Il vertice Nato di Ankara

Trump annuncia la licenza per produrre i Patriot in Ucraina e descrive così il clima dei colloqui: «molto amore, molta unità».

28 luglio
L’incontro alla Casa Bianca

Zelensky si presenta come partner militare, non come caso umanitario. Trump però non offre garanzie sull’invio di nuovi sistemi.

Primi di agosto
La retromarcia di Camp David

Durante una riunione di gabinetto, Trump sostiene che nessun accordo fosse mai stato raggiunto, neppure sulle licenze.

3 agosto
Cade l’ambasciatrice

Zelensky destituisce Olha Stefanishyna. Tre giorni dopo, l’Alta Corte anticorruzione la incrimina per arricchimento illecito.

Notte del 4–5 agosto
L’attacco su Kyiv

28 missili e 115 droni colpiscono la capitale e la regione. Nessun missile viene intercettato: 17 morti e 44 feriti.

Fonte: The Atlantic (Missy Ryan e Simon Shuster); Aeronautica militare ucraina; CSIS, 27 luglio 2026; NABU e Alta Corte anticorruzione ucraina. Dati aggiornati all’8 agosto 2026.

La squadra di Zelensky travolta dalle inchieste


Nel frattempo, le inchieste sulla corruzione in tempo di guerra hanno decapitato la squadra del presidente ucraino. Olha Stefanishyna ha lasciato questa settimana l’Ambasciata di Washington: ha presentato le dimissioni citando motivi personali e Zelensky l’ha destituita con un decreto del 3 agosto. Tre giorni dopo, l’Alta Corte anticorruzione l’ha incriminata per arricchimento illecito e falso nella dichiarazione patrimoniale, fissando una cauzione di sei milioni di hryvnia, circa 130.000 dollari, meno della metà di quanto chiesto dalla procura.

Gli inquirenti le contestano beni non dichiarati per 13,9 milioni di hryvnia, circa 310.000 dollari, relativi agli anni in cui è stata vicepremier, dall’inizio del 2024 alla metà del 2025. Stefanishyna respinge ogni accusa e sostiene che spetti agli inquirenti dimostrare le contestazioni.

Questa notizia arriva in un periodo già complesso dopo che il mese scorso Zelensky aveva rimosso il Ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, nell’ambito di un rimpasto che ha coinvolto anche la premier Yuliia Svyrydenko, dimessasi su richiesta del presidente. Zelensky aveva giustificato la decisione con lo scontro interno tra Fedorov e il comandante in capo Oleksandr Syrskyi.

L’ex Ministro la riconduce invece proprio alla lotta alla corruzione: le sue riforme degli appalti militari avevano irritato i produttori di armi e i loro alleati negli alti comandi. Per settimane, quindi, manifestanti sono scesi in piazza a Kyiv per chiederne il reintegro, un raro caso di dissenso pubblico contro il presidente in un Paese in guerra.

Eppure Zelensky continua a puntare proprio su Fedorov per superare l’inverno. Alla Casa Bianca ha chiesto a Trump di intercedere presso Elon Musk. SpaceX consente infatti l’uso di Starlink sul territorio ucraino, comprese la Crimea e le altre aree occupate, ma lo blocca in Russia. Kyiv vorrebbe poter utilizzare il sistema oltre confine per guidare i droni contro i lanciatori mobili che bombardano le città ucraine.

Trump ha risposto che avrebbe valutato la richiesta, senza però assumere impegni. Durante la visita Zelensky ha chiesto anche un colloquio diretto con Musk, che ha rifiutato. Fedorov continua a trattare attraverso canali indiretti, finora senza risultati, mentre Elon insiste sul rischio di provocare un’escalation da parte russa e sostiene che sia arrivato il momento di raggiungere un accordo negoziale.

Trump aveva inoltre annunciato che i suoi inviati Steve Witkoff e Jared Kushner si sarebbero recati a Kyiv per la prima volta nei giorni successivi. Da allora non è emerso alcun altro segnale che il viaggio sia effettivamente in programma. Witkoff, da quando lavora per il presidente, ha invece visitato Mosca otto volte.

Le scorte americane e il timore di Mosca


La Casa Bianca teme le possibili ritorsioni del Cremlino e, contemporaneamente, deve fare i conti con la scarsità di munizioni provocata dalla guerra contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio con gli attacchi congiunti americani e israeliani. Il Center for Strategic and International Studies stima ora che le scorte statunitensi di missili intercettori Patriot siano scese da circa 2.330 unità a un livello compreso tra 759 e 827.

Un alto funzionario dell’Amministrazione Trump ha detto all’Atlantic che gli Stati Uniti stanno valutando forme di collaborazione industriale con Kyiv, ma ha ribadito l’argomento utilizzato pubblicamente da Trump nelle ultime settimane: trasferire all’Ucraina la capacità di produrre i Patriot potrebbe mettere a rischio il vantaggio militare americano. “Dobbiamo dare la priorità alla protezione di questi sistemi sofisticati e all’aumento della produzione complessiva di sistemi d’arma critici”, ha dichiarato.

Nonostante il dietrofront pubblico di Trump, tuttavia, l’Amministrazione americana non ha ordinato di interrompere i negoziati. Secondo quattro fonti citate da Reuters, l’Ambasciatore statunitense presso la Nato Matthew Whitaker sta coordinando il tentativo di raggiungere un’intesa. Tra le ipotesi esaminate ci sono la produzione in Ucraina di componenti da assemblare poi in Germania, l’ingresso di Kyiv in un programma industriale americano ed europeo già esistente e la costruzione di una versione meno costosa dell’intercettore PAC-3.

Dopo le dichiarazioni di Trump, JD Vance avrebbe inoltre rassicurato Zelensky che gli impegni concordati tra i due presidenti sarebbero stati rispettati. Anche in caso di accordo, però, i primi intercettori non arriverebbero prima di almeno un anno. Ad ogni modo mercoledì, durante un intervento televisivo davanti al suo consiglio di guerra, Zelensky ha dato una lettura politica del rifiuto americano. “Forse sono passi politici mirati a rendere l’Ucraina più, diciamo, accomodante”, ha detto. “Secondo me anche questo fa parte del quadro”.

Nel febbraio 2025, la firma dell’accordo sulle risorse naturali ucraine si era già trasformata alla Casa Bianca in uno scontro televisivo. Trump e JD Vance avevano pubblicamente accusato Zelensky di ingratitudine e successivamente i collaboratori del presidente avevano chiesto alla delegazione ucraina di lasciare l’edificio. Zelensky e i suoi consiglieri non avevano compreso fino a che punto la nuova Amministrazione considerasse la sofferenza dell’Ucraina una causa associata ai democratici ed ereditata da Joe Biden, ha spiegato Stefanishyna all’Atlantic.

Fedorov era riuscito a ribaltare la situazione alla fine di gennaio. Le truppe russe avevano trovato il modo di utilizzare Starlink per guidare i propri droni, aggirando le difese aeree ucraine e rendendo vulnerabile praticamente qualsiasi obiettivo, compreso il quartiere governativo di Kyiv. Il ministro si era rivolto direttamente a Musk e, dal 1° febbraio, SpaceX aveva disattivato tutti i terminali attivi in Ucraina tranne quelli autorizzati dal Ministero della Difesa ucraino, tagliando fuori le forze russe.

Lo squilibrio tecnologico si era così spostato a favore di Kyiv. Entro metà febbraio le truppe ucraine avevano riconquistato alcune centinaia di km quadrati e poco dopo era iniziata la campagna di attacchi a lungo raggio contro le raffinerie russe.

All’inizio dell’estate i droni ucraini hanno interrotto le linee di rifornimento verso la Crimea: la benzina era praticamente scomparsa dai distributori per essere riservata ai mezzi di soccorso e all’esercito. Il 26 giugno le autorità filorusse avevano dichiarato lo stato di emergenza nella penisola illegalmente occupata.

“Il fattore che ha davvero cambiato l’atteggiamento americano, compreso quello del presidente Trump, sono i successi ucraini sul campo”, ha detto all’Atlantic William Taylor, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina. “A Trump piace stare dalla parte del vincitore”.

Dal riavvicinamento di Ankara al nuovo gelo


La guerra contro l’Iran aveva fornito a Kyiv un’altra carta negoziale: intercettori in grado di abbattere i droni economici impiegati da Teheran contro i Paesi del Golfo e le basi americane, con un costo che può scendere fino a mille dollari per unità, contro i milioni necessari per le munizioni statunitensi. Trump aveva liquidato l’offerta il 13 marzo a Fox News. “Non ci serve il loro aiuto sulla difesa dai droni”, aveva detto.

La cooperazione era comunque proseguita: pochi giorni prima Kyiv aveva inviato tecnici e intercettori a protezione delle basi americane in Giordania su richiesta di Washington e, a maggio, i due governi stavano lavorando a un accordo sulla difesa anti-drone.

A luglio, ad Ankara, Trump aveva annunciato la licenza per produrre i Patriot e aveva descritto ai giornalisti il clima dei colloqui dicendo che nella stanza c’erano “molto amore, molta unità”. Il 28 luglio, alla Casa Bianca, Zelensky aveva invece accantonato gli argomenti morali e giuridici, puntando sui vantaggi militari ottenuti dall’Ucraina e sulle competenze che Kyiv può offrire a chi combatte una guerra del XXI secolo.

Il messaggio, ha spiegato un ex consigliere del presidente ucraino, era che l’Ucraina non doveva più essere considerata un caso umanitario, ma un partner capace di reggersi sulle proprie gambe. Nello stesso giorno Zelensky ha partecipato al funerale del senatore Lindsey Graham e ha assistito al voto del Senato su un pacchetto bipartisan di sanzioni contro la Russia.

Poche settimane fa, insomma, il presidente ucraino sembrava poter contare su nuovi missili americani per difendere Kyiv, sul diritto di produrne altri in Ucraina, sulla possibilità di colpire in profondità il territorio russo grazie ai rapporti di Fedorov con Musk e su un’ambasciatrice ben inserita a Washington. Nel giro di pochi giorni, tutte queste carte si sono quantomeno fortemente indebolite: nessuna, almeno per ora, ha prodotto risultati concreti e immediati.


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A Qusra non c’è niente di nuovo: è cambiato solo chi subisce la violenza.

Da giorni famiglie palestinesi sono assediate da coloni israeliani, con accessi bloccati e forniture interrotte. Ma la reazione internazionale diventa improvvisamente più dura quando si scopre che una delle case appartiene a un palestinese-americano e che nel villaggio ci sono anche cinque cittadini italiani.

Eppure, in Cisgiordania, la violenza dei coloni, le intimidazioni, gli attacchi alle abitazioni e gli sfollamenti forzati non sono certo un’eccezione: sono una realtà documentata da tempo dalle Nazioni Unite e dalle organizzazioni internazionali.

Le stesse tutele dovrebbero valere per chiunque.

Se invece per indignarci serve che tra le vittime ci sia un cittadino occidentale, allora continuiamo semplicemente a considerare alcune vite più importanti di altre.

#Cisgiordania #Palestina #DirittiUmani #Qusra #ColoniIsraeliani #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Wisconsin, perché i sondaggi non hanno visto la rimonta di Crowley


Francesca Hong era data avanti di quasi 20 punti, ma ha perso per appena 3.000 voti. Più che un semplice errore sulle percentuali, stavolta le rilevazioni sembrano non aver proprio intercettato il balzo finale del rivale moderato.

David Crowley ha vinto le primarie democratiche per il governatore del Wisconsin battendo la socialista Francesca Hong per appena quattro decimi di punto, circa 3.000 voti, dopo che due sondaggi davano la sua sfidante avanti di una ventina di punti. Il risultato di martedì ha interrotto la serie di vittorie della sinistra nelle primarie democratiche di questo ciclo elettorale e soprattutto ha riaperto il dibattito sull'affidabilità delle rilevazioni nel Midwest.

Una settimana prima, in Michigan, i sondaggi avevano sovrastimato di oltre dieci punti il progressista Abdul El-Sayed, che ha poi vinto lo stesso le primarie per il Senato, ma con appena un punto di vantaggio. In Wisconsin lo scarto appare ancora più clamoroso: persino il sondaggista ufficiale della campagna elettorale di Crowley lo dava indietro di quasi venti punti a pochi giorni dal voto.

Primarie democratiche · Wisconsin
I sondaggi non hanno sbagliato su Hong. Hanno sbagliato su Crowley
Nella media delle quattro rilevazioni che misuravano entrambi i candidati, la socialista Francesca Hong era al 38,5% e ha chiuso al 39,4%. David Crowley era al 14% e ha vinto con il 39,8%. Quasi tutta la sua crescita è uscita dal serbatoio degli indecisi e dei candidati minori.
Grafica di FocusAmerica

Primarie democratiche in Wisconsin, 11 agosto 2026. Risultato: David Crowley 39,8%, Francesca Hong 39,4%, Kelda Roys 7,5%, Joel Brennan 4,7%, Mandela Barnes 4,1%, altri due candidati ritirati 4,5%. Margine: 0,4 punti, oltre 3.000 voti. Media delle quattro rilevazioni fra il 18 luglio e il 5 agosto: Hong 38,5%, Crowley 14%. Fonte: Associated Press; sondaggi PPP, Marquette Law School Poll, Impact Research.

Dalla media dei sondaggi al voto
David Crowley Francesca Hong Altri candidati e indecisi

Il resto del campo perde 26,7 punti, quasi esattamente quanto ne guadagna Crowley. I punti chiari sull'asse di sinistra sono le singole rilevazioni.

Francesca Hong
+0,0pt
Quanto è cresciuta rispetto alla media dei sondaggi: il solo dato che le rilevazioni avevano previsto con precisione.

David Crowley
+0,0pt
Quanto è cresciuto nello stesso arco di tempo. Nessuna rilevazione lo aveva visto arrivare.

Il fotofinish Le cause Il caso Michigan

In corsa erano quattro, ma sulla scheda i nomi erano sette
Tre candidati si erano ritirati nelle settimane precedenti. I loro nomi sono rimasti stampati e gli elettori hanno continuato a votarli.

Ventuno a uno
Ogni quadratino vale quattro decimi di punto, cioè l'intero margine con cui Crowley ha vinto la primaria. Ai tre candidati ritirati ne sono andati ventuno e mezzo.

Lo scarto fra Crowley e Hong0,4 punti

I voti andati ai tre candidati ritirati8,6 punti

Un riconteggio possibile, ma a spese di chi lo chiede
La legge del Wisconsin consente di chiedere il riconteggio quando lo scarto resta sotto il punto percentuale, ma lo Stato ne copre le spese soltanto sotto lo 0,25%. Il margine di Crowley supera quella soglia di quindici centesimi di punto: Hong avrebbe dovuto pagare di tasca propria. Ha preferito riconoscere la sconfitta e annunciare il proprio sostegno al vincitore.

Cinque ragioni che si sono sommate
Nessuna di queste basta da sola a spiegare uno scarto di venticinque punti. Messe in fila descrivono rilevazioni che misuravano un elettorato diverso da quello che si è presentato alle urne.

Il sondaggio è un'istantanea di un momento.David Axelrod, ex capo stratega della campagna di Barack Obama, ad Axios

Due volte in otto giorni, sempre nella stessa direzione
Le rilevazioni hanno sovrastimato la sinistra in entrambe le primarie del Midwest. In Michigan il vantaggio si è ridotto a un punto, in Wisconsin si è rovesciato.

Fonte: Associated Press (98% delle schede scrutinate); sondaggi Public Policy Polling, Marquette Law School Poll e Impact Research; Wisconsin Examiner, Axios. La media è calcolata sulle quattro rilevazioni che misuravano sia Hong sia Crowley, fra il 18 luglio e il 5 agosto; il Marquette dell'8-16 luglio è escluso perché non rilevava Crowley. La quota degli altri due candidati ritirati è calcolata come residuo sulle percentuali AP. Dati aggiornati al 13 agosto 2026.

Una campagna stravolta negli ultimi giorni


Il mese finale della campagna è stato particolarmente caotico. L'establishment del partito si è mosso in ordine sparso per fermare Hong, esponente dell'Assemblea statale considerata troppo a sinistra per poter vincere a novembre. Due candidati si sono ritirati dopo essere stati travolti da scandali improvvisi e lo stesso Crowley, che a 40 anni guida l'amministrazione della contea di Milwaukee, aveva inizialmente abbandonato la corsa, salvo poi rientrare proprio nel tentativo di fermarla.

L'ultima settimana è stata dominata dalle difficoltà di Hong nello spiegare alla CNN perché in passato avesse scritto sui social "cancellate il Giorno del Ringraziamento". Mentre Fox News dedicava alla vicenda servizi a ciclo continuo, Crowley attraversava lo Stato insieme al governatore democratico uscente Tony Evers, insistendo sui dubbi circa la capacità dell'avversaria di vincere le elezioni generali. Gli strateghi democratici cominciavano intanto a vedere gli indecisi spostarsi verso di lui.

"È il vecchio adagio che ripetiamo spesso ma ascoltiamo di rado: il sondaggio è un'istantanea di un momento", ha detto ad Axios David Axelrod, ex capo stratega della campagna presidenziale di Barack Obama del 2008. "Molte rilevazioni sono state fatte troppo presto per cogliere il movimento degli ultimi giorni". I numeri sembrano confermarlo: Hong ha chiuso al 39,4% e le ultime stime la collocavano poco sopra il 40%, dunque l'errore sulla sua percentuale è stato minimo. A cambiare radicalmente è stato invece il consenso di Crowley, passato in pochi giorni da circa il 20% al 39,8% finale.

Primarie aperte e un elettorato difficile da prevedere


In Wisconsin le primarie sono aperte: questo significa che ogni elettore può cioè partecipare a quella del partito che preferisce, indipendentemente dalla propria registrazione. Costruire un modello affidabile sull'elettorato che si presenterà effettivamente alle urne diventa quindi molto più complicato. "È difficile sapere chi andrà a votare", ha ammesso anche Axelrod.

Chaz Nuttycombe, fondatore del gruppo indipendente State Navigate e autore di una delle rilevazioni di inizio agosto che davano Hong avanti in doppia cifra, ipotizza che una parte degli elettori abituali delle primarie repubblicane abbia alla fine scelto di votare in quella democratica proprio per fermarla. A sostegno della sua tesi cita il traffico registrato dal suo sito: l'ultima rilevazione ha ricevuto più di 10.000 visite da indirizzi IP del Wisconsin e delle aree vicine, un'indicazione, secondo Nuttycombe, del forte interesse degli elettori contrari a Hong nel capire su quale alternativa concentrare il voto.

Dan Pfeiffer, anche lui ex consigliere di Obama, ha indicato un ulteriore fattore: Hong, a corto di fondi, non ha acquistato spot televisivi nella fase decisiva della campagna per rispondere agli attacchi contro di lei. "Ha condotto una campagna di base capace di mobilitare le persone su temi come i data center, ma la scelta di non trasmettere spot negli ultimi giorni probabilmente le è costata l'elezione", ha scritto Pfeiffer. "Negli ultimi giorni gli elettori hanno sentito solo le preoccupazioni sulla sua capacità di vincere a novembre e nessun messaggio positivo in senso contrario".

Il margine di vittoria di Crowley è abbastanza ridotto da consentire un riconteggio, ma Hong avrebbe dovuto sostenere personalmente i costi perché lo scarto supera gli 0,25 punti, così come previsto dalla legge. Ha quindi preferito riconoscere la sconfitta e annunciare il proprio sostegno a Crowley che sfiderà a novembre il deputato repubblicano Tom Tiffany.


David Crowley vince a sorpresa le primarie Dem per il governatore del Wisconsin


David Crowley ha vinto la primaria democratica per la carica di governatore del Wisconsin. Ha battuto per circa 3mila voti su quasi 790mila la socialista-democratica Francesca Hong, che i sondaggi davano avanti di una ventina di punti. L'Associated Press ha assegnato la vittoria alle 2:34 di notte (le 9:34 in Italia), al termine di uno spoglio in cui i due si sono scambiati più volte vantaggi di poche centinaia di voti. Crowley, 40 anni, a capo del governo della contea di Milwaukee, affronterà il 3 novembre il repubblicano Tom Tiffany, deputato sostenuto dal presidente Donald Trump, in uno degli stati più contesi del paese.

Con oltre il 95% delle schede scrutinate, Crowley ha ottenuto il 39,8% dei voti contro il 39,4% di Hong, mentre la terza classificata, la senatrice statale Kelda Roys, si è fermata al 7,5%. La legge del Wisconsin permette allo sconfitto di chiedere un riconteggio quando il distacco è inferiore a un punto percentuale (qui è di circa 0,4). Nella notte, con i risultati ancora incerti, Hong ha parlato ai sostenitori senza ammettere la sconfitta: "so che non abbiamo i risultati definitivi, ma so che siamo pronti a continuare a combattere".

Lo scrutinio è stato segnato da un errore a Milwaukee, dove le chiavette consegnate al centro di conteggio contenevano i registri di controllo invece dei risultati di almeno 28mila schede postali della città. La direttrice della commissione elettorale cittadina ha parlato di un "errore umano" che ha ritardato di ore il momento decisivo della serata. Quando i voti sono stati caricati, hanno premiato Crowley con circa 5 punti di vantaggio e hanno chiuso la corsa.

Hong arrivava al voto da favorita dopo essere stata davanti in tutti i sondaggi per mesi. L'ultima rilevazione della Marquette University la dava al 38% contro il 7% di Crowley e le medie stimavano un vantaggio intorno ai 20 punti. Lo scarto tra sondaggi e urne supera quello del Michigan, dove la settimana scorsa il progressista Abdul El-Sayed aveva vinto con un solo punto di margine una primaria per il Senato in cui era dato avanti in doppia cifra, un errore di circa 12 punti.

Per Crowley la vittoria completa una rimonta cominciata un mese fa. Si era ritirato dalla corsa l'8 luglio con consensi a una cifra e fondi in esaurimento, per poi rientrare dieci giorni dopo, quando la campagna della vicegovernatrice Sara Rodriguez era crollata per irregolarità nei conti. Il governatore uscente Tony Evers lo ha appoggiato con una mossa considerata rara e ha girato lo stato con lui nell'ultima settimana. La campagna di Crowley ha raccolto a fine luglio quasi il triplo dei fondi dell'intero anno precedente e ha beneficiato di oltre 3 milioni di dollari di spese di comitati esterni.

Su Hong hanno pesato le vecchie posizioni riemerse nel finale di campagna, dai post sul definanziamento della polizia a quelli per abolire il Senato degli Stati Uniti e cancellare la festa del Ringraziamento, tutti ritrattati nelle ultime settimane senza spegnere le polemiche. Una parte dei democratici temeva che la sua candidatura avrebbe consegnato ai repubblicani uno stato che nel 2024 ha registrato il margine presidenziale più stretto del paese. Evers aveva spiegato così il suo intervento contro di lei: Hong "ha passato l'intera campagna a occuparsi non dei problemi, ma di quello che c'è su Twitter".

Cresciuto nella zona nord di Milwaukee da genitori con problemi di dipendenze e salute mentale, sfrattato tre volte da bambino, Crowley amministra dal 2020 la contea più popolosa dello stato. È il primo afroamericano e il più giovane di sempre in quel ruolo e se vincesse a novembre sarebbe il primo governatore nero del Wisconsin. In campagna ha promesso di costruire più case, migliorare il sistema sanitario e portare il salario minimo statale dagli attuali 7,25 dollari l'ora a 20 dollari entro il 2030.

La corsa di novembre parte aperta, perché le ultime tre elezioni per il governatore del Wisconsin senza un uscente in campo hanno cambiato ogni volta il partito al potere. Tiffany, 68 anni, ha vinto facilmente la sua primaria e ha detto che la strategia non cambierà con Crowley: "non c'è un centesimo di differenza tra i candidati democratici". Evers lo ha festeggiato su X nella notte definendolo "il futuro del nostro partito" e scrivendo che "per ora balliamo la polka. Domani torniamo al lavoro per vincere".

Primarie democratiche · Wisconsin

Crowley batte Hong per 3.000 voti nella corsa a governatore del Wisconsin

L’Associated Press assegna a Crawley una vittoria per 3.211 voti, quattro decimi di punto, sulla deputata statale Francesca Hong, con circa il 2 per cento delle schede che restano ancora da scrutinare. A novembre sfiderà il repubblicano Tom Tiffany nella corsa per la successione a Tony Evers.

David Crowley 39,8%
Esecutivo della contea di Milwaukee · 313.321 voti

Francesca Hong 39,4%
Deputata statale di Madison · 310.110 voti

Kelda Roys 7,5%
Senatrice statale di Madison · 59.013 voti

Joel Brennan 4,7%
Ex segretario all’Amministrazione · 36.981 voti

Sara Rodriguez 4,1%
Vicegovernatrice · 32.505 voti

Mandela Barnes 4,1%
Ex vicegovernatore · 32.239 voti

787.678 voti conteggiati 98% scrutinato

Crowley in vantaggio Hong in vantaggio
MadisonMilwaukeeEau ClaireGreen Bay Margine in voti10.0002.500500

Crowley è avanti in 52 contee su 72, Hong in 20: sue Madison e le città universitarie, con lo scarto più ampio dello stato nella contea di Dane (+11.182 voti). Crowley ha vinto la sua, Milwaukee, per appena 2.392 voti.

Fonte Associated Press, dati raccolti dal New York Times, aggiornati alle 9:52 italiane del 12 agosto 2026 con lo scrutinio al 98 per cento. Primarie democratiche dell’11 agosto 2026 per la carica di governatore del Wisconsin.

Martedì si votava anche in Minnesota, Connecticut e Vermont, oltre che in un'elezione speciale in South Carolina, con un bilancio misto per la sinistra democratica. In Minnesota la vicegovernatrice progressista Peggy Flanagan ha battuto di quasi 20 punti la deputata centrista Angie Craig nella primaria democratica per il Senato, nonostante circa 16 milioni di dollari di spese esterne a favore della rivale. "Per mesi vi ho detto che questa campagna era i molti contro i soldi", ha detto Flanagan ai sostenitori, "indovinate un po', i molti hanno appena vinto".

Flanagan, 46 anni e membro della nazione Ojibwe di White Earth, sarebbe la prima donna nativa americana eletta al Senato. Affronterà la repubblicana Michele Tafoya, ex giornalista sportiva televisiva, per il seggio della democratica uscente Tina Smith, in uno stato che non elegge un senatore repubblicano dal 2002. Sempre in Minnesota la senatrice Amy Klobuchar ha ottenuto quasi senza rivali la candidatura democratica per governatore, dopo la rinuncia di Tim Walz travolto a gennaio da uno scandalo sulle frodi nei programmi sociali dello stato. Tra i repubblicani la presidente della Camera statale Lisa Demuth ha sconfitto Mike Lindell, il fondatore dell'azienda di cuscini MyPillow sostenuto da Trump e tra i più noti negazionisti della sua sconfitta del 2020.

In South Carolina la senatrice Darline Graham, nominata a luglio per completare il mandato del fratello Lindsey Graham, morto un mese fa, non ha raggiunto la maggioranza necessaria a vincere subito la primaria repubblicana speciale per il Senato, nonostante il sostegno di Trump. Il 25 agosto andrà al ballottaggio contro Ralph Norman, deputato veterano e vicepresidente del Freedom Caucus, il gruppo dei parlamentari repubblicani più a destra.

In Connecticut il deputato John Larson, 78 anni e in carica da 28, ha perso la primaria democratica del primo distretto contro Luke Bronin, ex sindaco di Hartford di 47 anni. Bronin ha impostato la campagna sul ricambio generazionale, dopo vittorie simili di sfidanti più giovani a New York e Denver. Il governatore Ned Lamont ha invece ottenuto facilmente la candidatura a un terzo mandato. In Vermont l'economista Amanda Janoo ha vinto la primaria democratica per governatore e sfiderà il repubblicano Phil Scott, rieletto nel 2024 con più di 50 punti di margine.

In Wisconsin i democratici hanno scelto anche Rebecca Cooke per la rivincita nel terzo distretto contro il repubblicano Derrick Van Orden, che l'aveva battuta nel 2024 per meno di 3 punti. Il distretto è uno dei seggi che il partito considera decisivi per riconquistare la Camera. Nel settimo, lasciato libero da Tiffany, i repubblicani hanno candidato Michael Alfonso, 26 anni, genero del segretario ai Trasporti Sean Duffy e sostenuto da Trump. Se eletto sarebbe il membro più giovane del Congresso.


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Trump ed Elon Musk hanno fatto pace


Dopo la rottura del giugno 2025 i due si sentono circa una volta al mese. A maggio, sul volo verso Pechino, Musk ha detto al presidente che finanzierà la mobilitazione degli elettori repubblicani.

Elon Musk ha fatto sapere che spenderà almeno 100 milioni di dollari per aiutare i repubblicani a mantenere il controllo del Congresso alle elezioni di metà mandato di novembre. Lo ha detto al presidente Donald Trump a maggio, a bordo dell'aereo presidenziale, durante il lungo volo che portava a Pechino membri del governo, dirigenti d'azienda e familiari del presidente. La ricostruzione della riconciliazione tra i due, durata quasi un anno, è del Wall Street Journal.

Sul volo verso la Cina il clima era amichevole, raccontano le persone presenti. Musk, allora a un passo dal diventare il primo uomo al mondo a possedere mille miliardi di dollari, ha parlato al presidente dei suoi piani per costruire nuove fabbriche negli Stati Uniti. Trump gli ha raccontato di un video di un lancio spaziale che aveva visto da poco e gli ha chiesto di uno dei suoi figli piccoli. Con i consiglieri della Casa Bianca Musk ha ricordato quanto fosse stato divertente partecipare alla campagna presidenziale del 2024.

Se i democratici conquistassero il Congresso a novembre, sono pronti ad aprire una lunga serie di inchieste sul presidente e sulla sua famiglia. Musk, che vive in buona parte di ricchi contratti pubblici, potrebbe finire a sua volta nel mirino. Il riavvicinamento conviene quindi a entrambi.

In privato il presidente dice ai suoi collaboratori che con Musk non torneranno mai a essere vicini come una volta. I due però hanno ripreso a sentirsi circa una volta al mese e nelle telefonate parlano di intelligenza artificiale e di Cina, oltre che di quello che succede nel mondo. La Casa Bianca ha detto in una nota che Trump "ha costruito la più grande coalizione della storia della politica americana, piena di patrioti come Elon Musk che sono profondamente impegnati a preservare tutti i risultati storici di questa amministrazione".

La rottura era arrivata nel giugno del 2025, dopo mesi di attriti dietro le quinte. Musk si era trasferito nel complesso della Casa Bianca, dove a volte dormiva, per guidare il DOGE, il dipartimento per l'efficienza governativa creato per ridurre le dimensioni dell'amministrazione federale. I suoi metodi poco ortodossi gli avevano procurato una pessima stampa e avevano irritato i ministri, che rivendicavano il controllo delle proprie agenzie, mentre i tagli che aveva ordinato a programmi usati da milioni di americani venivano criticati da più parti.

"È il momento di sganciare la bomba davvero grossa", scrisse Musk ai suoi 240 milioni di follower su X nel punto più acceso dello scontro. Il presidente, sostenne, era citato nei documenti dell'inchiesta su Jeffrey Epstein: "È il vero motivo per cui non sono stati resi pubblici". Trump rispose dal suo social, Truth Social, minacciando di cancellare i contratti pubblici delle aziende di Musk e accusandolo di essersi opposto alla sua principale legge su tasse e spesa perché cancellava gli incentivi per le auto elettriche. Musk definì quel pacchetto "un abominio disgustoso" e disse che avrebbe spinto il paese verso altro debito. "Senza di me Trump avrebbe perso le elezioni", scrisse. "Che ingratitudine". Per rieleggerlo nel 2024 aveva speso quasi 300 milioni di dollari.

Il giorno dopo lo scontro pubblico il vicepresidente JD Vance e la capo di gabinetto della Casa Bianca Susie Wiles contattarono Musk per abbassare la tensione, convinti che la situazione fosse ormai così compromessa da non avere nulla da perdere. La conversazione andò bene. All'inizio della settimana successiva Musk chiamò Trump e anche quella telefonata fu positiva. Poco dopo l'imprenditore pubblicò un messaggio sui social in cui si diceva pentito di alcune sue frasi, ammettendo di essere andato troppo oltre.

A settembre, tre mesi dopo la rottura, Trump disse a un alto funzionario della Casa Bianca che non era pronto a riportare Musk nella sua cerchia ristretta. Vance ha avuto un ruolo centrale nel ricucire, tenendo aperti i canali con l'imprenditore e con i suoi alleati. Alla fine dell'estate del 2025 Musk rinunciò al progetto di fondare un nuovo partito, una mossa letta da alcuni consiglieri di Trump come un'offerta di pace: lo fece anche perché voleva mantenere il rapporto con il vicepresidente, considerato un probabile candidato alla presidenza nel 2028.

Vance riteneva Musk troppo importante per essere ignorato. Una rottura definitiva con l'amministrazione avrebbe avuto conseguenze pesanti, visto il peso dei contratti di SpaceX per la difesa e la sicurezza nazionale. Alla NASA, l'agenzia spaziale americana, alcuni erano andati nel panico quando Musk, nel momento più duro della lite, aveva minacciato di interrompere il supporto alle missioni verso la Stazione spaziale internazionale.

Una revisione dei contratti di SpaceX con il governo federale, avviata dall'amministrazione dopo la lite di giugno, stabilì che la maggior parte erano essenziali per il Dipartimento della Difesa e per la NASA. Da allora l'azienda si è legata ancora di più all'apparato militare americano.

Anche Donald Trump Jr., il figlio maggiore del presidente, è rimasto in buoni rapporti con Musk. Attorno al momento della rottura la sua società di investimenti, 1789 Capital, ha investito in xAI, SpaceX e Neuralink, tre aziende dell'imprenditore. È vicina a Musk anche Katie Miller, moglie del vice capo di gabinetto Stephen Miller, che aveva lavorato con lui durante i mesi alla Casa Bianca.

Charlie Kirk, l'attivista conservatore ucciso a settembre, aveva passato i mesi precedenti a lavorare per far riavvicinare i due, parlando con Musk mentre lo scontro esplodeva in pubblico. Trump e Musk parteciparono entrambi alla commemorazione organizzata in uno stadio di football in Arizona. David Sacks, consulente della Casa Bianca per la tecnologia e alleato di Musk, propose a Wiles di provare a farli incontrare.

Musk raggiunse il palco riservato al presidente e gli parlò brevemente. Trump gli diede una pacca sul gomito mentre l'imprenditore se ne andava. Più tardi, sull'aereo presidenziale, il presidente tornò su quello scambio definendolo interessante e chiese ai presenti che cosa ne pensassero. Quella sera Musk pubblicò una foto dell'incontro con la scritta "Per Charlie".

Alla Casa Bianca Musk si era scontrato più volte con Sergio Gor, storico collaboratore del presidente incaricato di vagliare le nomine dell'amministrazione. In una riunione all'inizio del secondo mandato Trump si lamentò perché il DOGE non stava andando abbastanza veloce su alcuni fronti, Musk diede la colpa a Gor e il presidente rimproverò duramente il suo collaboratore. Nell'agosto del 2025 Gor fu nominato ambasciatore in India, a circa 12mila chilometri da Washington.

A novembre Trump fece un'inversione a U clamorosa e nominò di nuovo Jared Isaacman, un alleato di Musk, alla guida della NASA. La concorrenza per quel posto era forte e Isaacman ebbe la meglio su Sean Duffy, il segretario ai Trasporti che aveva assunto l'incarico dopo il siluramento dello stesso Isaacman a giugno, nel pieno della rottura con Musk. L'imprenditore apprezzò la scelta.

Sempre a novembre Musk è tornato alla Casa Bianca per la cena offerta da Trump al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Negli ultimi mesi il presidente lo ha elogiato in pubblico e quando l'imprenditore ha raggiunto i mille miliardi di dollari di patrimonio gli ha mandato un biglietto di congratulazioni.

Per le elezioni di novembre Musk verserà i soldi ad America PAC, il comitato che aveva creato nel 2024 per finanziare le iniziative a favore di Trump. Almeno 100 milioni andranno a un'operazione per portare gli elettori alle urne negli stati chiave, un piano di cui avevano già scritto Axios e il New York Times. America PAC si coordinerà con MAGA Inc., il principale super PAC del presidente, che ha già in cassa più di 400 milioni di dollari. I super PAC sono comitati che possono raccogliere e spendere somme illimitate a sostegno di un candidato, a condizione di non coordinarsi formalmente con la sua campagna elettorale.

Musk ha fatto capire che questa volta resterà meno esposto rispetto alla campagna del 2024 e al periodo alla guida del DOGE. "Penso di essermi immischiato un po' troppo in politica", ha detto il mese scorso all'Economist. "Mi sono fatto prendere la mano, francamente".


I democratici preparano inchieste sulle aziende vicine a Trump


I democratici della Camera stanno mettendo a punto una vasta strategia di indagini sulle società e sugli operatori finanziari che ruotano attorno a Donald Trump, rinunciando però all’idea di avviare immediatamente una procedura di impeachment qualora conquistassero la maggioranza alle elezioni di metà mandato di novembre. Lo scrive Reuters, sulla base delle testimonianze di quattro persone informate sulle discussioni.

Deputati di primo piano e collaboratori delle varie Commissioni della Camera stanno valutando l'apertura di audizioni, l'emissione di citazioni a comparire e richieste documentali per ottenere le carte dei soggetti legati alla rete politica e imprenditoriale del presidente. L’idea è che indagare aziende private e operatori finanziari esterni possa produrre più risultati di uno scontro diretto con una Casa Bianca già pronta a opporsi a qualsiasi forma di controllo parlamentare.

Molti esponenti del Partito Democratico sostengono di aver imparato la lezione del primo mandato di Trump, quando il presidente fu messo in stato d’accusa due volte dalla Camera e assolto in entrambi i casi dal Senato. Le procedure di impeachment assorbono l’attività del Congresso e consentono al presidente di presentarsi come vittima di una campagna politica. I democratici vogliono invece ora utilizzare i poteri d’inchiesta della Camera dei Rappresentanti per esaminare le decisioni dell’Amministrazione e verificare se Trump abbia sfruttato la carica per favorire sé stesso, i suoi familiari, gli alleati o i suoi donatori.

Midterm 2026 · Il piano dei democratici

I democratici non puntano all’impeachment. Puntano alle carte

Se a novembre riconquistano la Camera, non apriranno subito una procedura di messa in stato d’accusa. Chiederanno invece i documenti alle aziende che fanno affari con l’amministrazione. Le prime lettere sono già partite.

Grafica di FocusAmerica 8 agosto 2026

Il calcolo di partenza

In 158 anni nessun presidente è mai stato condannato dal Senato


Quattro processi, otto votazioni finali, nessuna che abbia raggiunto la maggioranza dei due terzi. Ogni barra è la quota di senatori che hanno votato per la condanna, sulla votazione andata più vicina.

Soglia: due terzi

Nessuna barra tocca la linea rossa. Il caso più vicino resta il primo: nel 1868 ad Andrew Johnson salvò la presidenza un solo voto.

La strada che non prendono
Impeachment

Passa dal Senato, dove quella maggioranza non si è mai formata. Nel frattempo blocca il Congresso per mesi e permette al presidente di presentarsi come vittima.

La strada che prendono
Indagini

Non passa dal Senato. Bastano la maggioranza alla Camera e il potere di obbligare le aziende a consegnare i documenti: sei lettere sono già partite.

ILo strumento nuovo

Le prime lettere sono partite: quattro dossier e le cifre che ci stanno dietro


Ogni caso ha la forma del suo dato: una proporzione fuori scala, una composizione, un salto, una crescita. Tutte le barre sono disegnate in proporzione reale.

Sei lettere sono già partite. In rosso le tre di cui parliamo qui sotto, dove si aggiunge un quarto caso che una lettera non l’ha ancora ricevuta.

Nessuna indagine formale è stata aperta e non esiste ancora un elenco definitivo di obiettivi. Nessuna delle società citate è accusata di illeciti: Reuters scrive di non aver potuto stabilire se siano oggetto di contestazioni.

IILa sovrapposizione

Quattro nomi stanno da entrambe le parti: pagano la sala da ballo e compaiono nelle liste dei democratici


Prima i quattro nomi che ricorrono, poi l’elenco completo dei donatori.

AppleDonatore. Citata nelle discussioni per i contratti pubblici e i rapporti con l’amministrazione.
GoogleDonatore attraverso Alphabet, che ha già ricevuto una lettera per l’accordo da 24,5 milioni.
PalantirDonatore e grande appaltatore federale. Citata nelle discussioni per i suoi contratti.
Stephen A. SchwarzmanDonatore a titolo personale. Ha fondato Blackstone, anch’essa citata nelle discussioni.

Tutti e 37 i donatori
Citati nelle discussioni democratiche Legame personale con una società citata

La sala da ballo sorge al posto della East Wing, demolita nell’ottobre 2025. Il costo stimato, interamente a carico dei privati, è passato da 200 a 400 milioni di dollari: la Casa Bianca non ha reso noto quanto abbia versato ciascun donatore.

IIICome può finire

L’impeachment resta sul tavolo, ma alla fine della fila


La sequenza che i democratici hanno in mente, secondo le fonti citate da Reuters.

1
Adesso
Partono le lettere
Finché restano in minoranza, i democratici possono chiedere i documenti ma non possono obbligare nessuno a consegnarli.

2
3 novembre 2026
Il voto di metà mandato
I repubblicani controllano la Camera con un margine minimo e i sondaggi danno il vantaggio ai democratici.

3
Da gennaio 2027
Arrivano le citazioni a comparire
Con la maggioranza, la Camera può obbligare aziende e testimoni a consegnare le carte, convocare audizioni pubbliche e procedere per oltraggio al Congresso.

4
Solo se emergono prove
L’impeachment
«Se dalle inchieste emergeranno elementi che riterremo adeguati, non esiteremo a procedere», ha detto un collaboratore democratico.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su Reuters (8 agosto 2026). Processi di impeachment: verbali del Senato degli Stati Uniti e Library of Congress (1868, 1999, 2020, 2021). Accordi e contratti: Dipartimento di Giustizia, atti depositati alla corte federale della California del Nord, Washington Post e Mother Jones. Fondo 1789 Capital: Fox Business e analisi della CNN sui dati dei contratti federali. Elenco dei donatori: Casa Bianca, ottobre 2025. Per ogni processo è riportata la votazione con il maggior numero di voti per la condanna.

Da Apple a Palantir, le società nel mirino


I repubblicani controllano attualmente la Camera dei Rappresentanti con un margine davvero ristretto, ed i sondaggi assegnano ai democratici un vantaggio in vista del voto di novembre. Il Partito che controlla la maggioranza alla Camera può emettere citazioni a comparire, obbligare testimoni e aziende a consegnare documenti, convocare audizioni pubbliche e avviare procedimenti per oltraggio al Congresso. I democratici, tuttavia, si aspettano che la Casa Bianca contesti o ignori le richieste indirizzate direttamente all’esecutivo.

Le aziende, gli appaltatori e le società finanziarie che intrattengono rapporti con l’Amministrazione diventerebbero così il principale canale per arrivare ai documenti. Secondo tre fonti, nelle discussioni sono stati citati nomi come Apple, Alphabet, Palantir, Blackstone, BlackRock e le società di Elon Musk, compresa Tesla, per i loro contratti pubblici, l’esposizione alle decisioni dei regolatori o i rapporti con la Casa Bianca. Non esiste però ancora un elenco definitivo e nessuna indagine formale è stata avviata.

Al centro delle discussioni ci sono anche i contratti del Dipartimento della Sicurezza interna, i finanziamenti per la sala da ballo in costruzione alla Casa Bianca al posto della East Wing, le donazioni delle aziende e i possibili scambi di favori. L’elenco dei 37 finanziatori del progetto della costruzione della sala da ballo comprende Apple, Amazon, Google, Meta, Microsoft, Lockheed Martin e Coinbase: si tratta in larga parte delle stesse società che i democratici stanno valutando di sottoporre a indagine.

Nel mirino figurano inoltre i veicoli finanziari legati alla famiglia Trump, tra cui 1789 Capital, la società di venture capital di cui è socio Donald Trump Jr., così come gli investimenti dei fondi sovrani stranieri in entità riconducibili ai Trump. La capitalizzazione del principale fondo di 1789 Capital è passato da 200 milioni a 2 miliardi di dollari nel corso del 2025.

Un’analisi della CNN, condotta sui dati dei contratti pubblici, ha rilevato che le società presenti nel suo portafoglio hanno registrato un forte aumento dei finanziamenti ricevuti da entità federali da quando Trump è tornato alla Casa Bianca. Poiché, però, i fondi sovrani stranieri sono fuori dalla portata delle Commissioni del Congresso, i democratici valutano di chiedere i documenti alle società e ai fondi statunitensi che hanno fatto da intermediari.

Le prime lettere e l’impeachment come ultima opzione


Robert Garcia, deputato della California, e Jamie Raskin, del Maryland, sono i principali esponenti democratici nelle Commissioni Vigilanza e Giustizia dell'attuale Congresso. Entrambi sostengono che le indagini già avviate saranno ampliate se il partito dovesse conquistare il controllo della Camera. Garcia ha parlato di "contratti opachi del Pentagono che riempiono le tasche dei figli del presidente", dei "miliardi in criptovalute" di Trump e di accordi poco trasparenti con i donatori.

Le prime lettere di richiesta sono già state inviate. Una è stata recapitata a Paramount Skydance per i suoi rapporti con la Casa Bianca e per l’acquisizione di Warner Bros. Discovery, un’operazione da 111 miliardi di dollari alla quale il Dipartimento di Giustizia ha dato il via libera a giugno, un anno dopo il pagamento di 16 milioni di dollari a Trump per chiudere la causa relativa a un servizio di "60 Minutes". Un’altra lettera è stata inviata a YouTube e alla controllante Alphabet per l’accordo da 24,5 milioni di dollari raggiunto nel settembre 2025, dei quali 22 milioni destinati alla Fondazione che finanzia la nuova sala da ballo della Casa Bianca.

Le richieste hanno raggiunto anche il gestore di carceri private GEO Group e la società di sicurezza Salus Worldwide Solutions, per i contratti firmati con il Dipartimento della Sicurezza interna, oltre ai trader di materie prime Vitol e Trafigura, coinvolti nella vendita del petrolio venezuelano disposta dall’Amministrazione dopo l’operazione militare del 3 gennaio che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro.

GEO Group e Salus sono già entrati nel mirino della Commissione Vigilanza della Camera: Garcia ha aperto un’indagine su un presunto sistema di scambi di favori attorno a Corey Lewandowski, ex consigliere di Trump e per mesi consigliere del Dipartimento della Sicurezza interna. Fondata nel 2023 e priva di precedenti contratti federali, nel 2025 Salus si è aggiudicata un appalto triennale da quasi un miliardo di dollari per gestire i voli destinati ai rimpatri volontari.

Finché resteranno in minoranza, però, i democratici non potranno obbligare i destinatari a fornire i documenti richiesti. Le lettere servono però ad avvertire i possibili bersagli e a indicare quali carte il partito potrebbe pretendere dopo la sua probabile vittoria a novembre.

A giugno Hakeem Jeffries, leader della minoranza democratica alla Camera, ha detto a Meet the Press della NBC che il Partito non esclude l’impeachment in caso di vittoria, ma che la priorità sarà affrontare i problemi economici che incidono direttamente sul portafoglio degli elettori. La messa in stato d’accusa rimane dunque un’opzione qualora le indagini portassero alla luce prove sufficienti per procedere in questo senso, non la prima mossa. "Se dalle inchieste emergeranno elementi che riterremo adeguati, non esiteremo a procedere", ha promesso un collaboratore democratico.


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Microsoft’s August 2026 Patch Tuesday Closes 394 Flaws, Including One Zero-Day Already Under Attack
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New Outlook Flaw Lets Attackers Run Malicious Code Through a Single Booby-Trapped Email Attachment
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WebMCP: come i siti web espongono strumenti agli agenti AI, spiegato con Cloudflare Browser Run
#tech
spcnet.it/webmcp-come-i-siti-w…
@informatica


WebMCP: come i siti web espongono strumenti agli agenti AI, spiegato con Cloudflare Browser Run


Il problema degli agenti AI che “guardano” il browser


Chi ha provato a far navigare un agente AI su un sito web sa quanto sia fragile il paradigma attuale: screenshot della pagina, analisi visiva per capire dove cliccare, simulazione del click, nuovo screenshot per verificare cosa è successo, e via così ad ogni passaggio. Funziona, ma è lento, costoso in token e si rompe alla prima modifica del layout o al primo elemento che carica in ritardo. È lo stesso problema che affligge da anni gli script di web scraping tradizionali, solo applicato ad agenti che devono anche “capire” cosa stanno guardando.

WebMCP (Web Model Context Protocol) nasce per rovesciare questo approccio: invece di far indovinare all’agente dove cliccare, è il sito stesso a dichiarare quali azioni sono disponibili, con che parametri, e come invocarle direttamente in codice. Cloudflare ha da poco reso disponibile il supporto sperimentale a WebMCP nella sua piattaforma Browser Run, un’occasione utile per capire come funziona davvero questo standard ancora in bozza.

Cos’è WebMCP e chi lo sta sviluppando


La proposta iniziale è stata pubblicata nell’agosto 2025 da ingegneri di Microsoft e Google, e oggi è portata avanti principalmente dal team Chrome come bozza sperimentale — non è ancora uno standard web consolidato, ma è già implementabile e testabile in Chrome beta. L’idea centrale è una nuova API del browser, navigator.modelContext, che qualsiasi pagina web può usare per registrare “tool” strutturati, nello stesso spirito del Model Context Protocol usato da Claude e altri assistenti per esporre funzionalità a un LLM — solo che qui il “server” MCP è JavaScript in esecuzione lato pagina, e l’host è il browser stesso.

navigator.modelContext.registerTool({
  name: "scroll_to_section",
  description: "Scorre la pagina fino a una sezione specifica",
  inputSchema: {
    type: "object",
    properties: { id: { type: "string" } },
    required: ["id"]
  },
  async execute({ id }) {
    document.getElementById(String(id))?.scrollIntoView({ behavior: "smooth" });
    return "ok";
  }
});

Un agente che visita la pagina può interrogare l’elenco dei tool disponibili in un dato momento — che cambia dinamicamente in base allo stato della pagina — ed eseguirli con parametri tipizzati, invece di simulare interazioni DOM.

Provarlo con Cloudflare Browser Run


Cloudflare ha aggiunto un pool sperimentale di sessioni browser con Chrome beta (dove WebMCP è disponibile) alla sua piattaforma Browser Run, separato dal pool di produzione che resta su Chrome stabile. Per avviare una sessione di test basta la CLI wrangler:

# assicurarsi di avere l'ultima versione di wrangler
npm i -g wrangler@latest

# creare una sessione browser "lab" con keep-alive di 5 minuti
wrangler browser create --lab --keepAlive 300

Dalla console DevTools della sessione si può interrogare direttamente l’elenco dei tool esposti da un sito che implementa WebMCP (Cloudflare fornisce come demo pubblica una finta catena di hotel):
navigator.modelContextTesting.listTools();
// [
//   { "name": "view_hotel", "description": "...", "inputSchema": "..." },
//   { "name": "search_location", "description": "...", "inputSchema": "..." },
//   { "name": "lookup_amenity", "description": "...", "inputSchema": "..." }
// ]

Eseguire un tool è altrettanto diretto:
await navigator.modelContextTesting.executeTool(
  "search_location",
  JSON.stringify({ query: "Paris" })
);

Un dettaglio interessante per chi progetta flussi che coinvolgono azioni sensibili (pagamenti, prenotazioni, conferme): la specifica prevede nativamente lo human-in-the-loop. Un tool come complete_booking può sospendere l’esecuzione in attesa che l’utente confermi manualmente un’azione nell’interfaccia, prima di restituire il risultato all’agente.

Collegare un agente AI reale


Per far interagire un vero agente con siti WebMCP, Cloudflare consiglia di appoggiarsi a Chrome DevTools MCP, configurabile in client come Claude Code o Cursor puntando al WebSocket endpoint della sessione lab:

{
  "browser-rendering-cdp": {
    "command": [
      "npx", "-y", "chrome-devtools-mcp@latest",
      "--wsEndpoint=wss://api.cloudflare.com/client/v4/accounts/<ACCOUNT_ID>/browser-rendering/devtools/browser?keep_alive=600000&lab=true",
      "--wsHeaders={\"Authorization\":\"Bearer <CLOUDFLARE_API_TOKEN>\"}"
    ]
  }
}

Il parametro lab=true è ciò che instrada la connessione verso una sessione con WebMCP abilitato invece che verso il pool di produzione standard.

Il lato server: esporre i tool di un Worker al browser


Per chi già costruisce agenti su Cloudflare Workers usando McpAgent, il pacchetto agents include un adapter sperimentale, registerWebMcp, che fa da ponte tra i tool esposti da un server MCP remoto e il registro navigator.modelContext della pagina:

import { registerWebMcp } from "agents/experimental/webmcp";

const handle = await registerWebMcp({
  url: "/mcp",
  prefix: "remote.",
  getHeaders: async () => ({ Authorization: `Bearer ${await getToken()}` })
});

L’adapter scopre i tool del server (tools/list), li registra come shim locali il cui execute inoltra la chiamata al server via client.callTool(), e si mantiene sincronizzato ascoltando le notifiche tools/list_changed. Il risultato pratico è una separazione naturale: tutto ciò che riguarda il DOM (scorrimento, focus, clipboard, stato locale in Zustand o IndexedDB) resta tool in-page; tutto ciò che richiede storage durevole, credenziali segrete o chiamate a API di terze parti resta lato server, ma diventa comunque visibile e invocabile dall’AI del browser attraverso lo stesso registro.

Cosa considerare prima di adottarlo


Vale la pena essere chiari sulla maturità dello standard: le API navigator.modelContext e navigator.modelContextTesting funzionano oggi solo in sessioni Chrome beta o “lab”, non in produzione stabile, e sia la specifica sia l’adapter di Cloudflare sono etichettati esplicitamente come sperimentali, soggetti a modifiche non retrocompatibili. Sul fronte sicurezza, esporre tool strutturati a un agente terzo significa anche esporre una superficie potenzialmente sfruttabile — collisioni di nomi tra tool silenziose, o un agente compromesso che invoca un tool con parametri malevoli, sono scenari da considerare al pari di qualsiasi altra API pubblica. Per chi sviluppa siti pensati per essere “agent-friendly” — e-commerce, prenotazioni, dashboard SaaS — è comunque il momento giusto per iniziare a sperimentare, prima che il pattern diventi lo standard de facto per l’interazione tra agenti AI e web.

Conclusione


WebMCP propone un cambio di paradigma sensato: far dichiarare alle applicazioni web le proprie capacità in modo strutturato, invece di costringere gli agenti AI a reverse-engineering visivo dell’interfaccia. Non è ancora pronto per la produzione, ma la direzione — supportata sia da Google sia da Microsoft, e ora testabile concretamente su Cloudflare Browser Run — merita di essere seguita da chi sviluppa applicazioni web che prima o poi dovranno “parlare” anche con un agente, non solo con un umano davanti a un browser.

Fonte: Cloudflare Browser Run Docs – WebMCP e Cloudflare Agents – WebMCP adapter


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Lazarus Group Weaponizes Windows Kernel Zero-Day to Deploy Next-Generation FudModule Rootkit
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Nell’ultimo anno la ricchezza delle famiglie italiane è cresciuta di circa 380 miliardi di euro. Il 64,2% dell’aumento è andato al 5% più ricco. Guardando agli ultimi 15 anni, la quota sale addirittura al 91%.

Nel frattempo, quasi 6 milioni di persone vivono in povertà assoluta.

Video di Francesca Romana D’Antuono, già copresidente di Volt Europa.

#Disuguaglianze #Povertà #Ricchezza #GiustiziaSociale #Redistribuzione #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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In zahlreichen WhatsApp-Gruppen diskutieren Menschen, ob und wie sie von Marokko nach Ceuta fliehen wollen. ORF-Journalist Maximilian Handl konnte die Nachrichten auswerten. Hinweise auf gesteuerte Kampagnen fand er keine, wie er mir im Interview erklärt hat.

netzpolitik.org/2026/interview…

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In zahlreichen WhatsApp-Gruppen diskutieren Menschen, ob und wie sie von Marokko nach Ceuta fliehen wollen. ORF-Journalist Maximilian Handl konnte die Nachrichten auswerten. Hinweise auf gesteuerte Kampagnen fand er keine, wie er im Interview erklärt.

netzpolitik.org/2026/interview…

in reply to netzpolitik.org

Natürlich findet man in Whatsapp-Chatgruppen, die auf Grund eines Post der irgendwo geschehen sein soll, keinen Hinweis.

Auch in Kochgruppen, findet man keine Hinweise wer die Eier zerschlägt.

Auch in Autoreperaturgruppen, da findet man keinen Hinweis warum das Auto kaputt gegangen ist.

Flüchtlingsströme wurden schon vor Jahrhunderten genutzt um politischen Druck zu produzieren. Was ja SEHR gut funktioniert, wieder mal!

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☕ CYBERBRIEFING — Venerdì 14 agosto 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
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Tre condannati a morte giustiziati nello stesso giorno negli Stati Uniti


Oklahoma, Tennessee e Alabama hanno eseguito tre iniezioni letali giovedì: non succedeva dal 2010. Dall'inizio dell'anno le esecuzioni sono state 22, dodici delle quali in Florida.

Tre uomini condannati a morte sono stati giustiziati con un'iniezione letale giovedì 13 agosto in Oklahoma, Tennessee e Alabama. Non succedeva dal 7 gennaio 2010, quando Louisiana, Ohio e Texas misero a morte tre detenuti nello stesso giorno. La coincidenza nasce dal calendario dei singoli Stati, ma arriva mentre negli Stati Uniti il numero delle esecuzioni continua a salire.

Carlos Cuesta-Rodriguez, 70 anni, è stato dichiarato morto alle 10:13 del mattino nel penitenziario di McAlester, in Oklahoma (le 17:13 in Italia). Mezz'ora dopo, alle 10:43, è toccato ad Anthony Darrell Hines, 66 anni, nel Tennessee. In Alabama Jeremy Williams, 42 anni, è stato dichiarato morto alle 18:16 (l'una e sedici del mattino in Italia).

Dall'inizio del 2026 negli Stati Uniti sono state eseguite 22 condanne a morte e ne sono in programma quasi altre dieci. Nel 2025 gli Stati che hanno applicato la pena capitale sono stati undici, per un totale di 47 esecuzioni, il livello più alto dal 2009. L'anno prima erano state 25 e nel 2021 poco più di un quarto di quelle del 2025.

Dodici delle 22 esecuzioni di quest'anno sono state fatte in Florida, più di tutti gli altri Stati messi insieme. A luglio la Florida ha giustiziato due uomini nello stesso giorno e dall'inizio del 2025 ha messo a morte 31 detenuti. Le 19 esecuzioni del 2025 sono un record per un governatore della Florida da quando la pena di morte è stata reintrodotta negli Stati Uniti, nel 1976.

Il governatore repubblicano Ron DeSantis, che lascia l'incarico a gennaio, è per gli esperti la ragione principale di questi numeri. "È lui il motivo per cui vediamo un numero record di esecuzioni. È lui il motivo per cui la Florida è un'anomalia rispetto al resto degli Stati Uniti", ha detto alla BBC Robin Maher, a capo del Death Penalty Information Center, il centro americano che raccoglie dati e ricerche sulla pena capitale senza prendere posizione sul merito. DeSantis ha difeso la pena di morte definendola un "forte deterrente" contro il crimine e "una punizione appropriata per i peggiori criminali".

Nel 2023 la Florida ha abbassato la soglia necessaria per mandare a morte un imputato. Prima serviva il voto di tutti e dodici i giurati, adesso ne bastano otto. Il reato di violenza sessuale su un minore di dodici anni è diventato punibile con la pena capitale. Il governatore della Florida ha inoltre un potere che quasi nessun altro ha, cioè firmare da solo l'ordine di esecuzione per i detenuti che hanno esaurito i ricorsi, senza il via libera di un giudice. Un meccanismo simile esiste in Pennsylvania, dove però non si esegue una condanna a morte dal 1999.

Il presidente Donald Trump è da tempo un sostenitore della pena capitale, che ha definito uno "strumento essenziale per dissuadere e punire chi commette i crimini più efferati e atti di violenza letale contro i cittadini americani". Nel 2020, durante il primo mandato, ha interrotto una moratoria sulle esecuzioni federali che durava da quasi vent'anni e ha ordinato tredici esecuzioni in sei mesi. Joe Biden ha poi ripristinato la moratoria e Trump l'ha cancellata di nuovo con un ordine esecutivo firmato il primo giorno del secondo mandato, nel gennaio 2025. Da allora nessuna esecuzione federale è stata portata a termine.

Negli Stati Uniti possono mandare a morte un condannato sia il governo federale sia i singoli Stati, davanti ai cui tribunali si celebra la gran parte dei processi per omicidio. Il Dipartimento di Giustizia ha ampliato i metodi ammessi, aggiungendo la fucilazione e reintroducendo l'iniezione letale. Ad aprile ha detto di aver accelerato anche le procedure interne per i casi di pena capitale. L'ordine esecutivo di Trump invita gli Stati a chiedere la pena di morte per i reati federali in cui viene ucciso un agente delle forze dell'ordine e incarica il ministro della Giustizia di assicurare loro una fornitura sufficiente dei farmaci per le iniezioni.

Gli effetti di queste scelte si vedranno solo tra diversi anni, ha detto alla BBC Justin Mazzola, vice responsabile della ricerca di Amnesty International USA, che è contraria alla pena di morte. I processi durano a lungo e alla condanna seguono i ricorsi previsti dalla legge.

Le case farmaceutiche si oppongono all'uso dei loro prodotti per le esecuzioni e questo ha creato una carenza dei farmaci necessari alle iniezioni letali. Nel 2025 la South Carolina ha cominciato per questo a giustiziare i detenuti con la fucilazione.

Circa il 3% delle esecuzioni statunitensi tra il 1890 e il 2010 non è andato come previsto, secondo le stime del Death Penalty Information Center. L'iniezione letale è il metodo con la percentuale più alta di fallimenti. Nel 2022 più di un terzo delle esecuzioni è andato male o è stato molto problematico.

A maggio le autorità del Tennessee hanno provato per più di un'ora a iniettare i farmaci a Tony Von Carruthers, nel braccio della morte da decenni, senza riuscirci. Secondo le testimonianze raccolte il sangue gli colava sul petto e lui ha ripetuto al personale del carcere di provare dolore. Il governatore Bill Lee gli ha concesso un rinvio di un anno, ma ha negato che l'esecuzione fosse fallita. Il medico, ha detto, semplicemente non è riuscito ad accedere a una vena.

Hines aveva fatto ricorso al governatore e ai tribunali proprio contro quel medico, sostenendo che non fosse qualificato e che avrebbe probabilmente sbagliato anche con lui, ma il ricorso è stato respinto. Era stato condannato per l'omicidio di Catherine Jean Jenkins, 54 anni, uccisa a coltellate nel 1985 mentre lavorava come cameriera in un motel di Kingston Springs. Quando gli è stato chiesto se avesse qualcosa da dire ha risposto "non adesso, grazie", poi ha aggiunto "salutate mio figlio". Il figlio ha assistito all'esecuzione: aveva ritrovato il padre quattro giorni prima, dopo non averlo più visto da quando aveva tre anni. Pochi minuti dopo l'apertura della tenda della camera della morte Hines ha chiesto alla sua assistente spirituale "quanto tempo ho?" e poco dopo i testimoni hanno sentito lamenti e respiro pesante.

Cuesta-Rodriguez è stato il terzo detenuto giustiziato quest'anno in Oklahoma. Nel 2003 aveva ucciso a colpi di pistola la sua compagna, Olimpia Fisher, 43 anni, nella casa in cui vivevano a Oklahoma City: la donna voleva lasciarlo, lui le ha sparato in un occhio e ha aspettato circa otto minuti mentre lei urlava chiedendo aiuto, prima di spararle il colpo mortale nell'altro occhio. Aveva detto di essersi pentito e aveva comunicato alla commissione competente di non volere la grazia. I suoi avvocati sostenevano che avesse avuto un'infanzia difficile a Cuba e che soffrisse di danni cerebrali e di disturbo da stress post-traumatico. Prima di morire ha girato la testa verso i due parenti presenti e ha mosso le labbra per dire che li amava, senza pronunciare ultime parole. Il respiro è stato affannoso per diversi minuti.

Williams si era dichiarato colpevole dello stupro e dell'omicidio di Kamarie Holland, una bambina di cinque anni della Georgia, nel 2021. Aveva rinunciato ai ricorsi e aveva chiesto per lettera alla procura generale dell'Alabama una data ravvicinata, perché la famiglia della vittima potesse avere "una qualche forma di chiusura". Secondo l'accusa aveva offerto 2.500 dollari alla madre della bambina per abusare di lei, l'aveva violentata e strangolata e aveva filmato l'aggressione. La madre sta scontando vent'anni di carcere per traffico sessuale. Williams era anche sospettato della morte della figlia neonata in Alaska nel 2005, ma è stato incriminato solo nel 2022.

Sulla lettiga Williams ha detto "voglio ringraziare Dio per avermi perdonato i miei peccati, così da poterlo incontrare in pace". "La natura indicibile di questo crimine è esattamente il motivo per cui abbiamo una legge sulla pena di morte", ha commentato in una nota Kay Ivey, che governa l'Alabama e aveva già escluso la grazia. Il procuratore distrettuale della contea di Russell, Richard Chancey, ha ricordato in conferenza stampa le ultime parole del condannato e ha detto che "quella bambina non è morta in pace". Per lo sceriffo della contea, Heath Taylor, Williams ha chiesto un'esecuzione rapida perché temeva il trattamento che avrebbe subito in carcere: "Secondo me non voleva doversi guardare le spalle per trent'anni".

Era la prima esecuzione dell'anno in Alabama. Un'altra, con il gas azoto, era stata bloccata a giugno da un giudice federale che ha dichiarato incostituzionale quel metodo.

Solo il 52% degli americani considera la pena di morte moralmente accettabile, il dato più basso dagli anni Settanta secondo un sondaggio Gallup. La maggioranza resta favorevole, ma il consenso si sta assottigliando.

Negli anni Novanta le giurie americane emettevano più di 300 condanne a morte all'anno, nel 2025 ne hanno emesse 23. "Sono cittadini comuni che giudicano persone accusate dei crimini peggiori e decidono quale pena sia adeguata", ha detto alla BBC Maher. "Dicono sempre più spesso che la condanna a morte non è la risposta giusta".

La pena di morte è stata abolita in 23 dei 50 Stati americani e in altri tre è in vigore una moratoria. "È l'opposto di una soluzione politica facile ed economica", ha detto alla BBC Maya Foa, a capo di Reprieve US, un'organizzazione legale internazionale contraria alla pena capitale.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

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La rassegna stampa di venerdì 14 agosto 2026


L'Amministrazione prepara un piano di isolamento economico contro l'Iran mentre cresce l'allarme per l'equipaggio della portaerei Lincoln; la Casa Bianca accusa oltre 40 Paesi di aiutare la Cina a eludere i dazi e un giudice respinge la causa contro Harvard sull'antisemitismo

Questa è la rassegna stampa di venerdì 14 agosto 2026

Gli Stati Uniti pronti a un piano di "isolamento economico" contro l'Iran


Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato che la prossima settimana l'Amministrazione presenterà misure economiche che definisce senza precedenti contro l'Iran, per costringere Teheran a cedere attraverso la pressione finanziaria. Il braccio di ferro tra Washington e Teheran ha già effetti sui mercati: negli ultimi giorni i tassi sui mutui sono saliti sia negli Stati Uniti sia in diverse grandi economie europee.

Fonti: Bloomberg, Financial Times

Allarme per le condizioni dell'equipaggio della portaerei Abraham Lincoln


La portaerei USS Abraham Lincoln è in mare da quasi nove mesi e alcuni membri del Congresso hanno espresso preoccupazione per il benessere dell'equipaggio, tra carenze di cibo e impianti idraulici guasti. La Marina statunitense si prepara a sostituirla nell'area mediorientale con la USS George Washington.

Fonti: New York Times, BBC News, The Hill

Il consiglio del Kennedy Center riporta il nome di Trump sull'edificio


Il consiglio di amministrazione del John F. Kennedy Center di Washington ha votato per aggiungere il nome del presidente Trump sulla facciata dell'edificio e per procedere con una chiusura di due anni per lavori di ristrutturazione, in precedenza bloccata da un giudice federale. La decisione rilancia lo scontro legale sul controllo dell'istituzione culturale.

Fonti: Wall Street Journal, BBC News, Axios

L'Amministrazione autorizza le aziende private a colpire i criminali informatici


Il presidente Trump ha firmato un memorandum che apre la strada a un ruolo più ampio delle imprese private nell'offensiva informatica degli Stati Uniti contro i gruppi criminali transnazionali. La misura avvicinerebbe Washington a Paesi come Cina e Russia, dove le agenzie di intelligence si affidano da tempo a hacker del settore privato per missioni di sicurezza nazionale.

Fonti: New York Times, The Hill

Un giudice respinge la causa dell'Amministrazione contro Harvard sull'antisemitismo


Un giudice federale ha respinto la causa con cui l'Amministrazione sosteneva che l'università di Harvard non avesse fatto abbastanza per contrastare l'antisemitismo durante le proteste nel campus. Il giudice ha definito gli episodi contestati "isolati ed episodici", assestando un colpo alla strategia legale della Casa Bianca contro l'ateneo.

Fonti: New York Times

La Casa Bianca accusa oltre 40 Paesi di aiutare la Cina ad aggirare i dazi


Un nuovo rapporto della Casa Bianca, intitolato "The Great Transshipment Scam", accusa la Cina di dirottare merci per miliardi di dollari attraverso altri Paesi per eludere i dazi imposti dal presidente Trump nel 2018. Il documento coinvolge oltre 40 Paesi, dal Messico a Israele, e stima ingenti perdite di gettito per gli Stati Uniti.

Fonti: The Hill, Semafor

Musk e Trump ricuciono i rapporti, in vista delle elezioni di metà mandato


Elon Musk e il presidente Trump hanno ricomposto la loro relazione, dopo mesi di tensioni. L'imprenditore intende ora spendere almeno 100 milioni di dollari per sostenere i repubblicani alle elezioni di metà mandato, con una posta in gioco rilevante per entrambi.

Fonti: Wall Street Journal

Kushner in Israele ed Egitto la prossima settimana per i colloqui su Gaza


Jared Kushner, genero e inviato del presidente Trump, si recherà la prossima settimana in Israele per discutere della situazione a Gaza, con una tappa prevista anche al Cairo per incontrare i mediatori di Egitto, Qatar e Turchia. La visita arriva mentre la Casa Bianca cerca di far avanzare la fase successiva del suo piano di pace, incentrata sul disarmo di Hamas, verso cui il governo Netanyahu si mostra scettico.

Fonti: Axios, Bloomberg

Tre migranti morti nel centro di detenzione Delaney Hall del New Jersey


Un terzo migrante è morto dopo un'emergenza medica al Delaney Hall di Newark, il più grande centro di detenzione per immigrati del New Jersey. Le morti hanno sollevato interrogativi sulla qualità dell'assistenza sanitaria nelle strutture gestite dall'agenzia federale per l'immigrazione, che ha difeso le cure fornite.

Fonti: New York Times, The Hill

Il Nevada archivia il caso sui "falsi grandi elettori" del 2020


Una giudice del Nevada ha respinto le accuse penali contro sei repubblicani accusati di aver falsamente dichiarato il presidente Trump vincitore dello Stato alle elezioni presidenziali del 2020. La giudice ha ritenuto insufficienti le prove, infliggendo un duro colpo ai tentativi dello Stato di perseguire i cosiddetti "falsi grandi elettori".

Fonti: The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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L'America nella trappola del debito: lo Stato si finanzia a breve, le famiglie ipotecano la casa


Il Tesoro deve rifinanziare migliaia di miliardi di dollari ogni pochi mesi, mentre deficit, interessi e debiti delle famiglie continuano a crescere. Il rischio è che la Fed non possa più alzare davvero i tassi senza mettere sotto pressione l'intero sistema finanziario.

Il Dipartimento del Tesoro americano deve rinnovare circa 6.000 miliardi di dollari di debito ogni 3 mesi, rivolgendosi a un mercato sempre più diffidente, e collocarne altri 2.000 miliardi l'anno per finanziare quello che è ormai il più grave deficit strutturale della storia degli Stati Uniti in tempo di pace. Da qui si sta facendo strada tra gli operatori una convinzione inquietante: Washington potrebbe essere ormai così profondamente intrappolata nel proprio debito da non potersi più permettere tassi d'interesse più elevati, anche qualora fossero necessari per contenere l'inflazione. È la tesi sviluppata da Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph, che spinge il ragionamento fino al rischio di una crisi finanziaria.

Il fabbisogno lordo di finanziamento annuo, uno degli indicatori osservati con maggiore attenzione dalle agenzie di rating e dai grandi investitori obbligazionari, era pari al 26% del prodotto interno lordo (PIL) nel 2010. Secondo il Fondo monetario internazionale arriverà al 45% quest'anno e, con le politiche attuali, toccherà il 60% all'inizio del prossimo decennio, una soglia sulla quale nessuna grande potenza è riuscita a rimanere a lungo. Nel frattempo, la spesa federale per interessi è quadruplicata in dieci anni, fino ad arrivare a circa 1.000 miliardi di dollari l'anno: ha superato così il bilancio del Pentagono, cosa che non accadeva dalla fine degli anni Venti, e si avvia verso il 4% del PIL.

La trappola del debito

Il debito americano è diventato così grande che Washington non può più permettersi tassi alti


Ogni tre mesi il Tesoro deve convincere mercati sempre più diffidenti a rinnovare montagne di titoli. E le famiglie, per reggere, spostano i debiti delle carte di credito sulle case.

Grafica di FocusAmerica

Quanto debito il Tesoro deve piazzare sul mercato in un anno
26.000mld $
Quattro appuntamenti trimestrali con investitori sempre più diffidenti.

1° trim.
2° trim.
3° trim.
4° trim.

6.000 mld $ ogni tre mesi di titoli in scadenza da rinnovare
2.000 mld $ l'anno di nuovo debito per coprire il deficit

Totale su base annua calcolato dai dati dell'articolo: quattro rinnovi trimestrali da circa 6.000 miliardi ciascuno, più le nuove emissioni.

Parte 1 · Washington

Il fabbisogno di finanziamento corre verso una soglia che nessuna grande potenza ha mai retto a lungo


Soglia critica: 60%

26%

45%

60%

2010
2026
Inizio anni '30

Fabbisogno lordo di finanziamento federale in percentuale del PIL, secondo le stime del Fondo monetario internazionale. È l'indicatore più osservato dalle agenzie di rating.

Gli interessi sul debito ora costano più del Pentagono

Dieci anni fa

Oggi: circa 1.000 mld $ l'anno

La spesa federale per interessi è quadruplicata in dieci anni e ha superato il bilancio della Difesa: non accadeva dalla fine degli anni Venti. Si avvia verso il 4% del PIL.

A comprare i Treasury sono sempre meno le Banche Centrali e sempre più gli hedge fund

Quattro anni fa

Oggi: 9% degli acquisti complessivi

Leva fino a 100× il capitale
8.300 mld $ parcheggiati nei fondi monetari

FMI e Banca dei Regolamenti Internazionali avvertono: un meccanismo simile portò il mercato dei Treasury a un passo dal blocco nel marzo 2020.

Parte 2 · Le famiglie

Le carte di credito non vengono più ripagate come prima

Primo trimestre 2026: 7,6%

Secondo trimestre 2026: 12,8%

Quota dei saldi sulle carte di credito con oltre 90 giorni di ritardo nei pagamenti: un livello che non si vedeva dalla Grande recessione, secondo la Federal Reserve di New York.

Con le carte al 20% e i mutui al 6,69%, il debito si sposta sulla casa

Tassi sulle carte di credito: spesso oltre il 20%

Mutuo trentennale a tasso fisso: 6,69%

47mld $
estratti dal valore delle case: il dato più alto per un primo trimestre dal 2021

25 mld $ seconde ipoteche
22 mld $ rifinanziamenti con prelievo (+18% in un anno)

Il denaro serve sempre più spesso a estinguere carte di credito e prestiti universitari. Ma così le famiglie diventano più vulnerabili: chi non regge il mutuo rifinanziato rischia di dover vendere casa.

Il nodo
La Federal Reserve rischia di non poter più alzare i tassi, nemmeno se l'inflazione tornasse a salire

3,50–3,75%
i tassi lasciati invariati il 29 luglio

9–3
il voto: mai così diviso dal 2016

~25%
la quota di debito federale che risente subito di ogni rialzo

≥7,4%
del PIL: il deficit previsto ogni anno dal 2026 al 2031

Fonte: Fondo monetario internazionale, Federal Reserve, Federal Reserve Bank di New York, The Telegraph, The New York Times · agosto 2026

Il Tesoro accorcia le scadenze e il mercato diventa più fragile


Per contenere la spesa per interessi, il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha concentrato una quota crescente delle emissioni sui titoli a breve termine. Evans-Pritchard la considera una sorta di patto faustiano: permette di rinviare il problema nel futuro, ma rende i conti pubblici ancora più vulnerabili a ogni variazione dei tassi. Quanto Bessent sia preoccupato per i rendimenti dei Treasury, che sono arrivati vicini ai massimi degli ultimi vent'anni, è emerso fra il 30 e il 31 luglio, quando il Tesoro è intervenuto insieme al Ministero delle Finanze giapponese per contrastare la speculazione contro lo yen. Nell'operazione, del valore di circa 87 miliardi di dollari, Washington ha venduto parte delle proprie riserve in euro anziché dollari, senza informare preventivamente la Banca Centrale Europea.

Bessent ha poi chiesto alla Federal Reserve di ampliare la FIMA Repo Facility, ovvero il meccanismo da 60 miliardi di dollari attraverso il quale le autorità monetarie straniere possono offrire Treasury in garanzia e ottenere in cambio liquidità in dollari. Per Tokyo significa potersi procurare valuta americana senza dover vendere sul mercato parte dei circa 1.100 miliardi di dollari di titoli del Tesoro che detiene nel suo portafoglio, una mossa che rischierebbe di spingere ulteriormente al rialzo i rendimenti dei titoli di Stato americani. La modifica richiede però il voto della maggioranza del comitato di politica monetaria della Fed.

Anche la composizione degli acquirenti sta cambiando. A comprare il debito americano sono sempre meno i creditori tradizionalmente più stabili, come le Banche Centrali straniere e i fondi sovrani, e sempre più gli hedge fund, la cui quota sugli acquisti complessivi di Treasury è raddoppiata in 4 anni, raggiungendo il 9%. Molti di questi attingono agli 8.300 miliardi di dollari parcheggiati nei fondi monetari, ma altri operano con una leva che può arrivare fino a cento volte il capitale, finanziandosi sul mercato dei pronti contro termine per guadagnare su piccolissimi margini di arbitraggio. Sia il Fondo Monetario Internazionale sia la Banca dei Regolamenti Internazionali hanno avvertito che questa struttura è fragile: fu proprio un meccanismo simile ad alimentare la spirale di vendite forzate che nel marzo 2020, in piena crisi da Covid, portò il mercato dei Treasury a un passo dal blocco.

Warsh e la Fed divisa sul debito


È su questo terreno che si muove il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh, nominato dopo che Trump aveva perseguitato il suo predecessore per il suo rifiuto di tagliare i tassi. Warsh è genero del miliardario Ronald Lauder, compagno di studi di Trump alla Wharton School e primo ispiratore del progetto di annessione della Groenlandia. Secondo Steven Blitz, capo economista per gli Stati Uniti di TS Lombard, la Federal Reserve ormai non può davvero stringere la politica monetaria senza rischiare una reazione a catena, perché i costi di finanziamento "esploderebbero": "Alzare i tassi oggi si ripercuote immediatamente sul costo di quasi il 25% del debito federale, cioè la parte che cresce più in fretta".

Nella riunione del 29 luglio il comitato della Fed ha mantenuto i tassi fra il 3,5% e il 3,75% con un voto di 9 a 3. Lorie Logan, Neel Kashkari e Beth Hammack hanno dissentito chiedendo un rialzo: è il maggior numero di voti contrari nella stessa direzione dal 2016. Da parte sua, Warsh sostiene che lo sviluppo dell'intelligenza artificiale possa esercitare una pressione deflazionistica abbastanza forte da indebolire il tradizionale rapporto tra occupazione e prezzi descritto dalla curva di Phillips, rendendo quindi possibile una combinazione di crescita sostenuta e bassa inflazione.

Il presidente della Fed ha però faticato a spiegare in che modo intenda riportare stabilmente l'inflazione verso l'obiettivo del 2%. "Fissare l'inflazione con severità finché non si scioglie sotto il nostro sguardo non è un'opzione", ha detto Christopher Waller, membro del consiglio della Fed. Warsh, secondo quanto riportato, parla con Trump "in continuazione", mentre la regola non scritta seguita da Jerome Powell era che i contatti fra il presidente degli Stati Uniti e il capo della Federal Reserve dovessero essere "zero".

Il debito federale continua intanto ad aumentare a un ritmo pari a circa il 3,5% del PIL l'anno. Il Fondo Monetario Internazionale prevede per gli Stati Uniti un deficit pubblico pari o superiore al 7,4% ogni anno dal 2026 al 2031. A questo si aggiungono i programmi dell'Amministrazione Trump, che vuole aumentare del 60% il bilancio del Pentagono e costruire la "flotta d'oro" di corazzate della classe Trump: secondo il Congressional Budget Office, quindici unità a propulsione nucleare costerebbero circa 275 miliardi di dollari entro il 2056, il 50% in più della stima precedente.

Evans-Pritchard osserva che nella storia la fiducia finanziaria nelle grandi potenze è spesso crollata sotto il peso di un eccessivo impegno militare, come accadde alla Spagna imperiale con la bancarotta del 1575 e alla Gran Bretagna con la crisi della sterlina del 1947. Un possibile detonatore, sostiene, potrebbero essere le elezioni di metà mandato, qualora il passaggio di consegne al Congresso venisse ostacolato attraverso contestazioni o manovre sui risultati negli Stati in bilico.

Il debito delle famiglie in aumento


La stessa dipendenza dal credito si ritrova, su scala diversa, nei bilanci delle famiglie. Il loro indebitamento complessivo, scrive il New York Times, è diminuito dello 0,1% nel secondo trimestre del 2026 rispetto a un anno prima, attestandosi a 18.800 miliardi di dollari, mentre i saldi delle carte di credito sono saliti a 1.260 miliardi, con un aumento di 21 miliardi nel solo trimestre.

Secondo il rapporto pubblicato martedì dalla Federal Reserve di New York, nello stesso periodo la quota di debito aperto sulle carte di credito con oltre novanta giorni di ritardo è balzata dal 7,6% al 12,8%, un livello che non si vedeva dalla Grande recessione. Il debito medio per titolare di carta è cresciuto del 22,7% dal 2018 alla fine dello scorso anno, passando da 5.836 a 7.161 dollari: un incremento comunque inferiore all'inflazione cumulata nello stesso periodo, pari al 28,2%.

In questo contesto, a fare da cuscinetto è soprattutto la casa. Il patrimonio immobiliare netto delle famiglie americane ha raggiunto il record di 35.000 miliardi di dollari. Chi ha ancora un mutuo dispone in media di 310.500 dollari di valore netto immobiliare, secondo i calcoli della società di dati Cotality su 56,7 milioni di abitazioni. È in buona parte l'effetto di un mercato congelato: prezzi elevati e mutui costosi hanno allontanato molti compratori, le vendite di case esistenti sono diminuite dell'1,7% a luglio rispetto a giugno e chi pochi anni fa ha acceso un mutuo al 3% ha pochissimi incentivi a vendere.

Quel patrimonio, tuttavia, è immobilizzato e per trasformarlo in liquidità bisogna indebitarsi nuovamente sulla casa. Nel primo trimestre i proprietari hanno estratto 47 miliardi di dollari dal valore dei propri immobili, il 2% in più rispetto a un anno prima e il dato più alto per un primo trimestre dal 2021: 25 miliardi attraverso seconde ipoteche e 22 miliardi mediante rifinanziamenti con prelievo di liquidità, questi ultimi cresciuti del 18% in un anno. L'operazione può avere senso perché un mutuo trentennale a tasso fisso costa in media il 6,69%, mentre sulle carte di credito i tassi sono spesso superiori al 20%.

"Nessuno parla mai del fatto che il tasso della propria carta di credito è al 23%", ha detto al New York Times Alex Elezaj, direttore strategico di United Wholesale Mortgage. Secondo Elezaj, chi rifinanzia lo fa soprattutto per ridurre il costo medio dell'intero debito familiare, utilizzando il denaro sempre più spesso per estinguere carte di credito e prestiti universitari piuttosto che per finanziare ristrutturazioni o vacanze.

Stacey Melton, intermediaria di Gilbert, in Arizona, ha spiegato che i clienti che si rivolgono a lei hanno in media fra 20.000 e 50.000 dollari di debiti sulle carte di credito, con casi estremi che arrivano a 90.000 dollari di debito. Molti preferirebbero aprire una linea di credito garantita dalla casa per non rinunciare al vecchio mutuo a basso tasso, ma il costo di quelle linee è ormai così elevato da rendere spesso inutile l'operazione. Daryl Fairweather, capo economista di Redfin, avverte però che così anche le famiglie stanno diventando più vulnerabili a un rallentamento dell'economia: "Potrebbero ritrovarsi a dover vendere casa perché non riescono più a pagare il mutuo rifinanziato".

Le due dinamiche finiscono così per assomigliarsi. Da una parte c'è lo Stato federale, che deve rifinanziare continuamente una montagna di debito e dipende sempre di più da investitori che operano facendo ampio ricorso alla leva finanziaria, mentre dall'altra ci sono le famiglie, che spostano sempre di più parte del proprio indebitamento dalle carte di credito ai mutui ipotecari garantiti dalla propria casa. In entrambi i casi, però, il meccanismo rischia di diventare più fragile e costoso se i tassi d'interesse dovessero restare elevati o aumentare ancora. Ed è proprio questo, secondo Evans-Pritchard, il nodo che rischia di restringere progressivamente lo spazio di manovra della Federal Reserve in caso di una nuova ondata inflattiva.


Trump prepara un nuovo tentativo per rimuovere Lisa Cook dalla Fed


La Casa Bianca ha notificato a Lisa Cook, governatrice della Federal Reserve, che il presidente Donald Trump sta valutando di rimuoverla dall'incarico. La lettera, datata 5 agosto, concede a Cook 21 giorni per rispondere alle accuse di frode ipotecaria: il termine scadrà il 26 agosto, dopodiché il presidente prenderà una decisione definitiva. ABC News ha anticipato la notizia, mentre Axios ha ottenuto il testo della comunicazione.

Prima dell'agosto 2025 nessun presidente degli Stati Uniti aveva mai tentato di rimuovere un governatore della Federal Reserve in carica. Per Trump è il secondo tentativo. Il 29 giugno la Corte Suprema aveva bloccato il primo tentativo con 5 voti contro 4, stabilendo che a Cook non erano stati garantiti né un preavviso né la possibilità di presentare le proprie ragioni. Nei giorni successivi Trump aveva annunciato su Truth Social che avrebbe avviato immediatamente una nuova procedura.

Il nuovo tentativo dopo lo stop della Corte Suprema


La nuova lettera punta proprio a colmare le lacune procedurali indicate dalla Corte e lo dichiara esplicitamente: la notifica è stata inviata "in ottemperanza all'opinione della Corte Suprema", si legge nel documento. Le contestazioni, tuttavia, restano le stesse di un anno fa. Secondo la Casa Bianca, la condotta attribuita a Cook costituisce una "causa" sufficiente per la rimozione e "mina la fiducia dell'opinione pubblica" nella Federal Reserve.

La comunicazione porta la firma di Dan Scavino, vice capo di gabinetto della Casa Bianca. "Lei è a conoscenza di queste accuse almeno dal 25 agosto 2025. Eppure, nonostante siano trascorsi più di dieci mesi, non ha mai fornito una spiegazione per questa grave condotta, pur avendone avuto ampie possibilità", scrive Scavino.

Le accuse sui mutui e la risposta di Cook


Le accuse nascono da una segnalazione presentata al Dipartimento di Giustizia nell'agosto 2025 da Bill Pulte, direttore della Federal Housing Finance Agency, l'agenzia federale che vigila sul mercato dei mutui. Secondo Pulte, Cook avrebbe indicato come abitazione principale due immobili diversi, uno ad Ann Arbor e l'altro ad Atlanta, per ottenere condizioni di finanziamento più favorevoli. La governatrice nega ogni illecito e non è mai stata incriminata né condannata. Nominata da Joe Biden nel 2022, è stata la prima donna afroamericana a entrare nel consiglio dei governatori della Fed; il suo mandato scade nel 2038.

I suoi avvocati, Abbe Lowell e Norm Eisen, hanno respinto le contestazioni. "Queste accuse sono infondate oggi come lo erano un anno fa, quando il presidente Trump ha tentato di rimuovere la governatrice Cook e di interferire con l'indipendenza della Federal Reserve", hanno dichiarato. Secondo i due legali, i fatti e i precedenti fissati dalla Corte Suprema escludono l'esistenza di una causa valida per destituirla, qualunque procedura scelga ora la Casa Bianca. "Come abbiamo già fatto, contesteremo anche quest'ultimo pretesto e difenderemo la sua posizione e il ruolo storico della Fed", hanno aggiunto. Lowell ha dichiarato alla CNN che la risposta sarà presentata entro i termini previsti e corredata dalla relativa documentazione.


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Luigi Mangione pronto a dichiararsi colpevole nel processo federale contro di lui


L’udienza a Manhattan è fissata per domani. A livello federale Mangione è accusato di stalking con esito letale, non di omicidio. Il separato processo statale per la morte di Brian Thompson inizierà invece l’8 settembre.

Luigi Mangione dovrebbe dichiararsi colpevole domani davanti al tribunale federale di Manhattan, dove è accusato di stalking con esito letale per l’uccisione di Brian Thompson, amministratore delegato di UnitedHealthcare, avvenuta nel dicembre 2024. Lo ha anticipato il New York Times.

In sede federale Mangione non risponde direttamente di omicidio: il processo è fissato per il 5 gennaio 2027 e il capo d’accusa più grave prevede una pena massima dell’ergastolo. L’udienza, in programma domani alle 11 a New York, le 17 in Italia, è stata richiesta congiuntamente martedì dall’accusa e dalla difesa.

Non è ancora noto per quali capi d’imputazione Mangione, 28 anni, intenderebbe dichiararsi colpevole e l’accordo potrebbe saltare fino all’ultimo momento, anche in aula. Una prima trattativa era, in effetti, già naufragata a giugno. Finora l’imputato si è sempre dichiarato non colpevole di tutte le accuse contestategli, sia in sede federale sia in quella statale.

Interpellato ieri sulla possibilità di un accordo, Jamie McDonald, capo della procura federale di Manhattan, si è limitato a confermare la data dell’udienza: “Questo è tutto quello che possiamo dire al momento”.

L’uccisione di Thompson, avvenuta a Midtown Manhattan, una delle zone più frequentate degli Stati Uniti, e la successiva caccia all’uomo, durata cinque giorni, hanno catalizzato l’attenzione del Paese. Molti americani hanno reagito con orrore, mentre altri hanno espresso solidarietà nei confronti dell’uomo accusato di aver sparato, trasformato da alcuni nel simbolo della protesta contro il sistema delle assicurazioni sanitarie.

Il caso Mangione

Se Mangione si dichiara colpevole in sede federale, il processo per omicidio può saltare

Due procure hanno incriminato Luigi Mangione per lo stesso omicidio. La legge di New York vieta di processare due volte una persona per gli stessi fatti, ma la protezione scatta soltanto quando il primo procedimento si chiude. L’udienza federale arriva venticinque giorni prima dell’inizio del processo statale.

Grafica di FocusAmerica 13 agosto 2026

La finestra tra i due procedimenti
25
giorni
tra l’udienza federale e l’inizio del processo statale

Federale
Ven 14 agosto
Udienza a sorpresa a Manhattan

Statale
Mar 8 settembre
Inizia la selezione della giuria

Il procedimento che si chiude per primo decide se il secondo può ancora celebrarsi.

I numeri del caso. Udienza federale: venerdì 14 agosto 2026, ore 11 a New York. Processo statale per omicidio: 8 settembre 2026. Processo federale: 5 gennaio 2027.

Capi d’accusa federali: 2 rimasti su 4 (due capi di stalking con esito letale), pena massima l’ergastolo. Capi d’accusa statali: 9 rimasti su 11, il più grave l’omicidio di secondo grado, da 25 anni all’ergastolo.

La legge di New York vieta due procedimenti per gli stessi fatti, ma la protezione scatta solo quando il primo si chiude con una condanna o con la giuria già insediata.


La cronologia

Il doppio binario


Un solo omicidio, due incriminazioni parallele nel dicembre 2024. Da allora i due procedimenti hanno perso per strada i capi d’accusa più gravi e si sono contesi la precedenza.

FederaleDistretto Sud di New York
StataleProcura di Manhattan

La regola

Lo scambio


La Costituzione americana consente allo Stato e al governo federale di processare la stessa persona per gli stessi fatti: sono due sovranità distinte. La legge di New York offre una protezione più ampia e vieta il secondo procedimento, ma solo dopo che il primo si è chiuso con una condanna o con la giuria già insediata. Finora non era successo, e nel 2025 il giudice Carro aveva definito “prematura” l’eccezione della difesa.

Scenario AMangione si dichiara colpevole Scenario BL’accordo salta
FEDERALE STATALE art. 40.20 14 AGO 5 GEN 8 SET

Il precedente

Nel 2019 la stessa procura di Manhattan incriminò Paul Manafort per reati già giudicati in sede federale. Il giudice Maxwell Wiley archiviò il caso proprio in base alla legge di New York, e la corte d’appello confermò la decisione. L’avvocato che vinse quella causa era Todd Blanche, oggi ministro della Giustizia degli Stati Uniti.

I capi d’accusa

Che cosa resta in piedi


In venti mesi la difesa ha fatto cadere i capi d’accusa più gravi su entrambi i fronti: il terrorismo a New York, l’omicidio con arma da fuoco in sede federale. Con quest’ultimo è uscita di scena anche la pena di morte.

Le pene previste dal capo d’accusa più grave

Federale · Stalking con esito letalefino all’ergastolo

Statale · Omicidio di secondo gradoda 25 anni all’ergastolo

025 anniergastolo

Il capo statale fissa un minimo di legge di 25 anni. Quello federale arriva all’ergastolo ma non prevede un minimo: la pena la decide interamente il giudice.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su New York Times, ABC News, CNN e NBC News, e su atti dei procedimenti United States v. Mangione (Distretto Sud di New York) e People v. Mangione (Corte suprema dello Stato di New York, contea di New York). Dati aggiornati al 13 agosto 2026.

Il nodo del doppio processo


Il processo statale per omicidio inizierà invece l’8 settembre, meno di un mese dopo l’udienza federale. Gli avvocati di Mangione potrebbero sfruttare un’eventuale dichiarazione di colpevolezza per chiedere l’archiviazione delle accuse statali, invocando il principio del double jeopardy, che vieta di processare due volte una persona per lo stesso reato.

La procura distrettuale di Manhattan, guidata da Alvin Bragg, intende però opporsi con decisione a qualsiasi tentativo del genere. Secondo gli esperti consultati dal New York Times, l’ufficio di Bragg potrebbe sostenere che le imputazioni statali riguardano un reato distinto, l’omicidio, rispetto allo stalking contestato a livello federale.

A gennaio la giudice federale Margaret Garnett ha respinto due capi d’accusa, incluso quello che avrebbe consentito di chiedere la pena capitale in caso di condanna. Alla fine di febbraio il Dipartimento di Giustizia ha rinunciato a impugnare la decisione.

Lo scorso anno anche Gregory Carro, giudice del processo statale, aveva annullato i due capi d’imputazione legati al terrorismo, ritenendo le prove “legalmente insufficienti”. Dei 9 capi statali rimasti, il più grave è l’omicidio di secondo grado, punibile con una pena compresa tra 25 anni di carcere e l’ergastolo.

Lo scontro tra la procura federale e Bragg


I due procedimenti paralleli hanno alimentato lo scontro tra il Dipartimento di Giustizia e l’ufficio di Bragg, che è l’unico procuratore ad aver ottenuto una condanna penale contro Donald Trump per la vicenda dei soldi in nero alla pornostar Stormy Daniels. Quando Mangione è stato incriminato a livello federale, nelle ultime settimane della presidenza di Joseph Biden, la procura si aspettava che il processo statale si celebrasse per primo.

Poco dopo l’insediamento di Trump, tuttavia, il Dipartimento di Giustizia ha cambiato orientamento e ha annunciato nel giro di poche settimane che avrebbe chiesto la pena di morte, una decisione che normalmente richiede molti mesi. Da allora le due procure si contendono la precedenza.

L’ufficio di Bragg ha sollevato formalmente la questione del doppio processo il mese scorso, dopo le prime indiscrezioni sull’accordo tra Mangione e i procuratori federali. In una lettera inviata il 2 luglio al giudice Carro, il pubblico ministero Joel Seidemann ha scritto che la procura distrettuale si sarebbe opposta a qualsiasi patteggiamento capace di “vanificare un esito giusto del procedimento statale”.

Bragg ha inoltre chiesto alla giudice Garnett di tenere conto di questo elemento nel decidere se accettare l’accordo. Qualsiasi dichiarazione di colpevolezza, ha aggiunto, dovrebbe considerare “la gravità dei reati dell’imputato, la perdita di una vita innocente e l’impatto di quei crimini sulla famiglia della vittima”.

Il collegio difensivo, guidato da Karen Friedman Agnifilo, contesta il doppio binario giudiziario fin dall’incriminazione di Mangione da parte delle autorità statali e federali, nel dicembre 2024.

In una memoria depositata presso il tribunale statale di Manhattan, i legali di Mangione hanno sostenuto che la sovrapposizione tra i due procedimenti sollevi problemi costituzionali di portata tale da non avere precedenti comparabili. Le due accuse, hanno scritto, si basano sugli stessi fatti e concedono di fatto alle procure due diverse possibilità di ottenere una condanna.

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Trump e lo spettro di Jimmy Carter: ostaggio dell'Iran e in calo nei sondaggi


Iran, Hormuz, arsenali in esaurimento e consenso in calo: per lo Spectator il presidente rischia di ritrovarsi bloccato nella stessa trappola politica che ha posto fine alla carriera politica di Jimmy Carter.

L'Esercito americano ha quasi esaurito le scorte di munizioni offensive, l'inflazione torna a salire, i sondaggi peggiorano e a Teheran si è insediata una nuova leadership ancora più intransigente di quella precedente. Per lo Spectator è il ritratto di un presidente sempre più sulla difensiva, che rischia di trasformare Donald Trump in un novello Jimmy Carter. L'ex governatore del New Jersey Chris Christie ha detto a This Week, su ABC, che "Donald Trump sta per diventare quello che non ha mai, mai voluto essere: Jimmy Carter", perché "è tenuto in ostaggio dall'Iran. Tengono in ostaggio lo Stretto di Hormuz e, di conseguenza, tengono in ostaggio l'economia mondiale".

La presidenza Carter si arenò proprio sull'Iran durante la crisi degli ostaggi del 1979, quando un gruppo di militanti occupò l'Ambasciata americana a Teheran, e subì un ulteriore durissimo colpo nell'aprile successivo con il fallimento dell'operazione Eagle Claw, il tentativo di liberare manu militari gli ostaggi che si concluse nel deserto iraniano con la morte di 8 soldati americani. Trump ha sempre evocato quel precedente come simbolo della debolezza americana: "Se guardate all'Afghanistan o ai giorni di Jimmy Carter, erano giorni diversi. Siamo di nuovo un Paese rispettato".

Stati Uniti · Il confronto

Il fantasma di Carter


Un presidente sulla difensiva, l’Iran che detta i tempi, il petrolio che risale: il paragone che Donald Trump ha sempre respinto torna a inseguirlo. I numeri dicono però che la storia non si sta ripetendo né con lo stesso calendario né con la stessa intensità.

Grafica di FocusAmerica

Jimmy Carter
1977 – 1981

Donald Trump
2025 – 2029

Mese
35

Mese
14

4 novembre 1979. Un gruppo di militanti occupa l’ambasciata a Teheran

28 febbraio 2026. Inizia la guerra e Hormuz viene chiuso

L’Iran è entrato nella presidenza di Trump con ventuno mesi di anticipo rispetto a Carter. Carter aveva davanti a sé la rielezione; Trump ha le elezioni di metà mandato fra meno di tre mesi.

La sovrapposizione

Due presidenze allineate sul mese di mandato


Le due crisi non cadono nello stesso punto del calendario politico. Sovrapponendo i mandati mese per mese, la crisi iraniana di Carter comincia quando il suo mandato è ormai agli sgoccioli; quella di Trump si apre a metà strada, con oltre due anni ancora davanti.

Carter, 1977–1981 Trump, dal 2025 Ancora da venire

Jimmy Carter · dal 20 gennaio 1977

Mese 21

Gli accordi di Camp David


Dopo tredici giorni di trattativa Egitto e Israele accettano l’intesa che sei mesi più tardi diventerà un trattato di pace: resta la principale vittoria di Carter in politica estera.
Settembre 1978

Mese 31

Il discorso sulla crisi di fiducia


Con la benzina razionata e le code ai distributori, il consenso di Carter scende al 28%: il minimo del mandato.
Luglio 1979

Mese 35

Sessantasei americani in ostaggio a Teheran


Un gruppo di militanti occupa l’ambasciata americana. Quasi tutti gli ostaggi resteranno prigionieri fino all’ultimo giorno della presidenza.
4 novembre 1979

Mese 36

Il Paese si stringe intorno al presidente


Il consenso risale al 54%. Nell’immediato la crisi degli ostaggi rafforza Carter invece di indebolirlo.
Dicembre 1979

Mese 40

Fallisce l’operazione Eagle Claw


Il blitz per liberare gli ostaggi si arena nel deserto iraniano: otto militari americani muoiono senza che nessun prigioniero venga liberato.
24 aprile 1980

Mese 47

La sconfitta contro Reagan


Carter perde in 44 Stati su 50. Gli ostaggi torneranno liberi il giorno dell’insediamento del suo successore.
4 novembre 1980

Donald Trump · dal 20 gennaio 2025

Mese 14

Inizia la guerra con l’Iran


Gli attacchi americani e israeliani aprono il conflitto. Teheran chiude lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiali.
28 febbraio 2026

Mese 16

Il greggio supera i 100 dollari


Il Brent sfonda quota cento al barile. Il 22 aprile Trump annuncia un’estensione a tempo indeterminato del cessate il fuoco con l’Iran.
Aprile 2026

Mese 18

Hormuz riapre e il petrolio torna giù


Il traffico delle petroliere riprende gradualmente e il Brent scende a 72 dollari, sotto i livelli precedenti alla guerra.
25 giugno 2026

Mese 19

Lo Stretto si richiude, la fuga da Ankara


In due settimane il greggio guadagna venti dollari. L’8 luglio, per lasciare il vertice NATO, Trump viene caricato su un camion del catering mentre il vecchio Air Force One fa da esca.
Luglio 2026

Mese 20

Netanyahu respinge il piano per Gaza


Israele boccia il documento in quindici punti voluto dalla Casa Bianca; Hamas invece vi aderisce. Il consenso del presidente è al minimo dei suoi due mandati.
Agosto 2026

Mese 23

Le elezioni di metà mandato


Con la maggioranza al Congresso a rischio, Trump ha fatto sapere che non si impegnerà nella campagna per i candidati repubblicani: ha «un’agenda fitta».
3 novembre 2026

Il consenso

Il rally che non è arrivato


Nel 1979 la presa degli ostaggi produsse l’effetto classico delle crisi internazionali: gli americani si strinsero intorno al presidente e Carter guadagnò ventisei punti in cinque mesi. Il crollo arrivò dopo, quando diventò chiaro che gli ostaggi non tornavano. Con Trump quel rimbalzo non si è mai visto.

Carter · Gallup

Dal minimo dell’estate 1979 al picco successivo alla presa degli ostaggi

Dicembre 197954%

Partenza: 28% a luglio 1979+26 punti

Trump · Pew Research Center

Dall’inizio del secondo mandato all’ultima rilevazione disponibile

Luglio 202634%

Partenza: 47% a febbraio 2025−13 punti

Prezzi ed energia

Per ora lo shock di Trump vale un decimo di quello di Carter


È il punto in cui l’analogia si sgonfia. La rivoluzione iraniana del 1979 fece più che raddoppiare il prezzo del greggio in dodici mesi e spinse l’inflazione americana oltre il 13%. La chiusura di Hormuz ha prodotto finora oscillazioni molto più contenute.

Petrolio: variazione nell’anno della crisi

Greggio da 13 a 34 dollari al barile fra metà 1979 e metà 1980; Brent dai 72,48 dollari della vigilia della guerra agli 84,45 del 10 agosto 2026

Carter+162%

1979 – 1980

Trump+17%

Picco di aprile: +38%

Inflazione al consumo nell’anno della crisi

Variazione dei prezzi su base annua nel mese più caro della crisi energetica

Carter13,6%

Giugno 1980, da 6,3% a inizio mandato

Trump4,2%

Maggio 2026, massimo da tre anni; 3,5% a giugno

La trattativa

Camp David contro il piano respinto


Entrambi hanno provato a chiudere il conflitto arabo-israeliano con un accordo che portasse il loro nome. Solo uno dei due ce l’ha fatta.

Carter · 1978

Gli accordi di Camp David


Tredici giorni di negoziato a porte chiuse aprono la strada alla pace fra Egitto e Israele, firmata a Washington nel marzo 1979.
Trattato firmato

Trump · 2026

Il piano in quindici punti per Gaza


Prevede che Hamas ceda gradualmente le armi e che Israele arretri sulla «linea gialla». Hamas ha aderito, il governo israeliano lo ha respinto pubblicamente.
Respinto da Israele

Nota di verifica

Nel rivendicare un risarcimento all’Iran, Trump ha citato fra le vittime i marinai uccisi sulla USS Cole. L’attentato di Aden del 2000 è però attribuito dall’FBI ad al Qaeda, non a Teheran.

Fonte: Gallup e Pew Research Center (consenso presidenziale), Bureau of Labor Statistics (inflazione), Brookings Institution e Reuters (prezzo del greggio), FBI, ABC News. Dati aggiornati al 12 agosto 2026.

Il consenso di Carter è misurato da Gallup, quello di Trump da Pew Research Center: le due serie non sono direttamente sovrapponibili e vanno lette come andamenti. Elaborazione FocusAmerica.

Da Ankara a Hormuz, un presidente sulla difensiva


Il timore di un attacco iraniano ha già cambiato persino il modo in cui il presidente si sta spostando. Per lasciare Ankara al termine del recente vertice della NATO, l'8 luglio, Trump è stato caricato su un camion del catering e poi imbarcato su un aereo militare più piccolo, mentre davanti alle telecamere il vecchio Air Force One veniva utilizzato come esca.

Domenica Trump ha detto che sul conflitto gli Stati Uniti stanno mantenendo un profilo basso. Il giorno successivo, dopo che Teheran aveva chiesto a Washington un risarcimento di guerra collegandolo al Memorandum d'Intesa raggiunto a giugno e alle condizioni per riaprire lo stretto di Hormuz, il presidente ha replicato su Truth Social sostenendo che semmai dovrebbe essere l'Iran a "risarcire l'America per tutte le persone che ha ucciso e gravemente ferito con i suoi ordigni piazzati lungo le strade e nei molti conflitti per cui è famoso, guidato inizialmente dal generale Soleimani, comprese le famiglie di quelli uccisi sulla USS Cole e le migliaia di altri caduti in combattimento".

L'attentato del 2000 contro la USS Cole, però, è stato attribuito dall'FBI ad al Qaeda e non all'Iran. Nel frattempo, di fronte alla prospettiva sempre più concreta di perdere la maggioranza al Congresso alle elezioni di metà mandato, Trump ha fatto sapere che non si impegnerà direttamente nella campagna per i candidati repubblicani, spiegando di avere "un'agenda fitta".

Carter ottenne Camp David, Trump incassa il no di Netanyahu


Una differenza importante tra le due presidenze riguarda proprio il Medio Oriente. Carter ottenne nel 1978 gli accordi di Camp David, che aprirono la strada alla pace tra Egitto e Israele dopo una trattativa lunga e paziente e restano, ancora oggi, la sua principale vittoria in politica estera. Il piano per Gaza elaborato dal Board of Peace, l'organismo voluto da Trump per seguire il dossier, prevede invece che Hamas ceda gradualmente le armi a una nuova amministrazione palestinese e che Israele riporti le proprie truppe sulla "linea gialla" stabilita dalla tregua.

Trump lo ha definito "storico", ma domenica il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, aprendo una riunione di governo, lo ha platealmente respinto con queste parole: "Israele respinge il documento in 15 punti", ha detto, aggiungendo che l'esercito israeliano non si ritirerà finché Hamas non sarà realmente disarmata. Poche ore dopo Hamas ha invece confermato la propria adesione al piano.

Nel frattempo gli Houthi, sostenuti dall'Iran, hanno dichiarato il mese scorso un blocco navale contro l'Arabia Saudita nel Mar Rosso e domenica hanno rivendicato un attacco con droni contro la raffineria di Saudi Aramco a Jazan. L'incendio provocato dall'attacco è stato spento senza causare feriti. Lunedì, nello Studio Ovale, Trump ha ribadito che gli Stati Uniti controllano "al 100%" lo Stretto di Hormuz, pur ammettendo che l'Iran "può creare problemi". Il risultato è che il prezzo del petrolio è tornato a salire, mentre il consenso per il presidente è sceso ai livelli più bassi registrati nei suoi due mandati.


Trump ha lasciato la Turchia su un aereo segreto, con l'Air Force One usato come esca per paura dell'Iran


Il presidente Donald Trump ha lasciato il vertice della NATO ad Ankara l'8 luglio a bordo di un aereo militare tenuto segreto, mentre la Casa Bianca faceva credere ai giornalisti e a parte del suo staff che stesse volando sull'Air Force One. Lo ha rivelato lunedì il Washington Post, che cita un funzionario americano a conoscenza dell'operazione e materiale verificato dal giornale. L'inganno è stato organizzato per una minaccia di assassinio arrivata dall'Iran, paese confinante con la Turchia.

Trump è salito sul vecchio Air Force One davanti alle telecamere e pochi minuti dopo è stato fatto scendere dal lato opposto dell'aereo dentro un camion dei pasti, quelli che caricano cibo e provviste a bordo dei voli. Il camion era stato sollevato con un sistema idraulico fino a un portellone sul fianco dove non c'erano i cronisti. Da lì il presidente e alcuni collaboratori sono stati portati su un terzo aereo, un C-32A dell'Aeronautica militare, la versione militare del Boeing 757, molto più piccolo del jumbo presidenziale.

Il vecchio Air Force One è servito da esca. Il gruppo ristretto di giornalisti che accompagna il presidente in ogni spostamento è partito convinto di viaggiare con lui, insieme ad alcuni membri dello staff della Casa Bianca. Prima del decollo era stato chiesto loro di tenere abbassate le tendine dei finestrini nella cabina stampa, una disposizione che di solito vale per i voli sulle zone di guerra.

Il piano è stato messo a punto in poche ore, dopo che i funzionari avevano giudicato credibile la minaccia. A conoscerlo era un gruppo ristretto di alti responsabili del governo, tra cui il generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto, e il segretario alla Difesa Pete Hegseth, ha scritto il New York Times, che ha confermato la ricostruzione con due alti funzionari americani.

Il vecchio Air Force One è atterrato alla base aerea di Mildenhall, nell'est dell'Inghilterra, alle 22:16 ora locale (le 23:16 in Italia). Prima che i giornalisti scendessero, Trump era già stato riportato in auto dal C-32A al jumbo presidenziale, dove è salito da un ingresso diverso. Alle 22:56 (le 23:56 in Italia) è sceso dalla scaletta del portellone superiore di sinistra come fa di solito, ha fatto il segno della vittoria ai cronisti senza avvicinarsi, ha salutato i militari della base e ha raggiunto a piedi il nuovo Air Force One donato dal Qatar, con cui è tornato a Washington insieme ai giornalisti.

Trump era arrivato ad Ankara con il nuovo Air Force One, il Boeing 747 regalato dal Qatar l'anno scorso e ristrutturato dall'azienda della difesa L3Harris, alla sua prima trasferta internazionale. Prima di ripartire aveva scritto su Truth Social che per il primo tratto avrebbe usato il vecchio jet azzurro "per i vecchi tempi", mentre il nuovo aereo sarebbe arrivato prima alla stessa base britannica per far salire a bordo i militari americani di stanza in Inghilterra.

La minaccia iraniana non riguardava soltanto l'aereo qatariota: il presidente era il bersaglio su qualunque velivolo avesse preso. Il cambio di aereo aveva comunque aperto un caso sulla sicurezza del nuovo Air Force One, che il New York Times a luglio aveva descritto come privo di alcuni dei sistemi di difesa montati sui modelli precedenti. Trump si è infuriato per quelle fughe di notizie e il Dipartimento di Giustizia ha convocato davanti a un gran giurì, l'organo di cittadini che negli Stati Uniti decide se procedere con un'incriminazione, i giornalisti che avevano firmato gli articoli e alcuni loro familiari. Le convocazioni sono state ritirate dopo che un giudice federale ha rimproverato i procuratori.

Steven Cheung, direttore della comunicazione della Casa Bianca, ha risposto alle domande sull'operazione con una dichiarazione: "Ci sono molti nemici dell'America che lo hanno nel mirino e usiamo ogni strumento a nostra disposizione per affrontare quelle minacce". Era lo stesso testo diffuso a luglio, che in quell'occasione conteneva anche le parole "compresi la distrazione e il depistaggio", eliminate nella nuova versione. Cheung ha aggiunto che il jet donato dal Qatar è un velivolo all'avanguardia, dotato di protocolli di sicurezza di alto livello. Il Secret Service, il corpo che protegge il presidente, non ha voluto commentare e l'Aeronautica militare, che gestisce la flotta presidenziale, ha rinviato le domande alla Casa Bianca.

Sul volo di ritorno verso Washington Trump ha detto ai giornalisti di aver preso il vecchio aereo perché voleva che i militari della base britannica vedessero il nuovo. Sulle tendine abbassate ha detto di non essere a conoscenza di minacce specifiche, ma si è descritto sotto assedio costante da parte dell'Iran: "Io ho una minaccia in continuazione. Sono il numero uno della loro lista, prima di voi". Poi ha aggiunto, rivolto ai cronisti: "Ma se me ne vado io, ve ne andate anche voi".

Nel 2000 il presidente Bill Clinton entrò in Pakistan su un aereo senza insegne, mentre l'Air Force One ufficiale veniva mandato avanti come esca. Donald Mihalek, ex agente del Secret Service nelle scorte di George W. Bush e Barack Obama, ha detto al New York Times che l'agenzia ha già usato in passato aerei e cortei di automobili come diversivo: "Ogni volta che il presidente si trova in uno scenario dove c'è un potenziale pericolo di combattimento, il Secret Service ha adottato contromisure protettive, incluso l'uso di un'esca". Il compito dell'agenzia, ha detto, è tenere il presidente al sicuro, non fare informazione. Paul Eckloff, anche lui ex agente, ha detto all'Associated Press che la mossa non è senza precedenti ma resta un fatto insolito.

Le minacce iraniane contro Trump vanno avanti da anni, da quando nel primo mandato ordinò l'uccisione del generale Qassem Soleimani. Durante la campagna del 2024 i suoi consiglieri ricevettero informazioni di intelligence secondo cui Teheran voleva ancora colpirlo e lo staff cominciò a usare ogni tanto aerei esca, imbarcando il candidato su un jet segreto senza avvisare i giornalisti e facendo volare il suo aereo privato. Nello stesso periodo ci furono un piano di omicidio su commissione affidato a un intermediario iraniano, poi finito in tribunale, e la violazione delle email e dei profili social di alcuni collaboratori. L'amministrazione Biden rafforzò la protezione del candidato e poco dopo, per motivi non collegati all'Iran, Trump subì l'attentato di Butler, in Pennsylvania, seguito da un secondo tentativo a settembre.

Il vertice di Ankara si è tenuto mentre l'esercito americano conduceva una serie di attacchi su larga scala in Iran, in risposta agli assalti iraniani alle navi mercantili nella regione. La guerra, cominciata il 28 febbraio, va avanti da più di cinque mesi. I funzionari americani non avevano mai ammesso prima che il presidente non fosse dove sostenevano che fosse. Il senatore democratico Richard Blumenthal ha chiesto un'indagine del Congresso, definendo l'episodio "senza precedenti" e "surreale" in un intervento alla CNN.


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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

I droni ucraini hanno eliminato una brigata americana in un'esercitazione in Germania


All'esercitazione Combined Resolve, in aprile e maggio, gli operatori ucraini del reggimento Nemesis hanno eliminato una brigata corazzata americana

Gli operatori di droni ucraini hanno eliminato un'intera brigata corazzata dell'esercito americano durante un'esercitazione militare in Germania, dove hanno individuato e colpito senza difficoltà i mezzi blindati statunitensi. Lo ha rivelato il Wall Street Journal.

L'esercitazione, chiamata Combined Resolve, si è svolta tra aprile e maggio ed è durata due settimane. Vi hanno preso parte circa 3.500 militari americani, in gran parte della 3ª Brigata corazzata della 1ª Divisione di cavalleria, arrivata a turno da Fort Hood, in Texas. Il loro compito era attaccare una posizione difesa dal reparto che al poligono interpreta il nemico, rinforzato dai soldati ucraini del 412° reggimento dei sistemi senza pilota, chiamato Nemesis.

I mezzi corazzati pesanti mandati all'attacco sollevavano polvere e sono stati facili da individuare per i droni da ricognizione ucraini. Dietro quelli da ricognizione, sul campo di battaglia reale, arrivano i droni che sganciano esplosivo e quelli first-person view, pilotati a distanza con un visore che trasmette le immagini della telecamera di bordo e che si schiantano contro il bersaglio.

Nelle esercitazioni di questo tipo si usano raramente munizioni vere. Di solito un drone resta sospeso sopra un veicolo o gli si avvicina abbastanza perché un osservatore assegni l'abbattimento. I droni ucraini lo facevano così in fretta che i mezzi americani dovevano essere rimessi in campo come unità nuove, "re-spawned" nel gergo dei videogiochi, per non fermare l'esercitazione.

La guerra dei droni

I droni ucraini hanno «eliminato» una brigata corazzata americana


All’esercitazione Combined Resolve, in Germania, gli operatori del reggimento Nemesis hanno individuato e colpito i blindati statunitensi così in fretta da costringere i comandi a rimetterli in campo come unità nuove: il «respawn» dei videogiochi.

Grafica di FocusAmerica

Poligono di Hohenfels · aprile–maggio 2026 Eliminazioni e respawn


I mezzi pesanti sollevavano polvere ed erano facili da individuare. Nelle esercitazioni basta che un drone resti sospeso sul veicolo perché un osservatore assegni l’abbattimento: i blindati venivano eliminati così in fretta da dover rientrare in campo come unità nuove.

3.500
vs
412°
militari USA in campo, in gran parte della 3ª Brigata corazzata della 1ª Divisione di cavalleria
il reggimento ucraino di sistemi senza pilota «Nemesis», schierato con la forza avversaria

Catena d’attaccoL’attacco Sconfitte NATOSconfitte DivarioDivario

Tre ondate, un bersaglio


Sul campo di battaglia reale i droni lavorano in sequenza: prima gli occhi, poi le armi.

FASE 1
Ricognizione

Il drone osservatore individua i blindati dalla polvere che sollevano e trasmette la posizione.
All’esercitazione
A Hohenfels è bastata questa fase: i mezzi in movimento erano visibili senza difficoltà.


FASE 2
Bombardamento

Il drone d’attacco resta sospeso sopra il veicolo e sgancia l’esplosivo.
All’esercitazione
Qui niente munizioni vere: l’abbattimento lo assegna un osservatore, e i droni di Nemesis lo ottenevano in pochi istanti.


FASE 3
Impatto FPV

Il drone con visore in prima persona, guidato a distanza, si schianta sul bersaglio.
All’esercitazione
In Ucraina è l’arma che ha svuotato di blindati ampi tratti della linea del fronte.

Non è la prima volta


Da tre anni gli operatori ucraini vincono ogni confronto simulato con gli eserciti occidentali.

Droni ucraini
3
vittorie

Eserciti occidentali
0

  • 2023

    Fronte ucraino

    Un ufficiale americano capovolge la lezione

    Stati UnitiUcraina

    Impegnato nell’addestramento delle truppe di Kyiv, si convince che sono gli americani a dover imparare dagli ucraini. Il programma che mette a punto viene poi adottato da altri reparti dell’esercito.

  • 2025Maggio

    Area baltica

    Tre eserciti NATO battuti in una sola esercitazione

    Regno UnitoEstoniaStati Uniti

    Gli operatori ucraini superano senza difficoltà i reparti schierati contro di loro. Stesso esito nelle esercitazioni britanniche.

    Vittoria dei droni ucraini

  • 2026Primavera

    Esercitazione a guida svedese

    I team ucraini prevalgono di nuovo

    SveziaAlleati NATO

    Lo confermano ai media locali i responsabili svedesi che hanno diretto le manovre.

    Vittoria dei droni ucraini

  • 2026Aprile–maggio

    Hohenfels, Germania

    Una brigata corazzata americana «eliminata»

    3ª Brigata corazzata

    Il 412° Nemesis annienta reparti dotati dei sistemi standard di guerra elettronica e anti-drone. A metà esercitazione gli ucraini cambiano campo e insegnano agli americani l’attacco con i droni.

    Vittoria dei droni ucraini

L’esperienza che i soldi non comprano


Il Pentagono ha investito molto nei droni. Ma il vantaggio ucraino nasce al fronte.

Ucraina VS Stati Uniti

Quasi 4 anni e mezzo di guerra dei droni contro la Russia.
Esperienza
Primi a usare droni a lungo raggio in guerra, ma senza il fronte come palestra.

Velivoli a basso costo, riparati e adattati di continuo.
Investimenti
Miliardi di dollari del Pentagono in tecnologie e reparti specializzati.

Riparano e armano i droni in combattimento, sotto il fuoco nemico.
Sotto il fuoco
Nessuna esperienza di manutenzione dei droni al fronte.

Il fronte è quasi privo di blindati: i droni li distruggono in massa.
Sul campo
Colpiti dai droni iraniani in Medio Oriente: soldati uccisi e feriti.

La convergenza

Gli americani a Hohenfels hanno imparato in fretta: dispersione, occultamento, guerra elettronica, poi l’attacco con i droni insegnato dagli stessi ucraini. Washington sta ora provando droni ucraini da acquistare, ha usato in Iran sistemi anti-drone collaudati al fronte ucraino e, come riferito a maggio dal Segretario alla Difesa Hegseth, ha aumentato i militari inviati in Ucraina a studiare la guerra dei droni.

«È fondamentale che le Forze Armate americane lo imparino e finora, purtroppo, non sembra essere così.»

Eliot Cohen, Center for Strategic and International Studies

Fonte: Wall Street Journal, agosto 2026 Esercitazione Combined Resolve, Hohenfels (Germania)

I reparti in rotazione erano equipaggiati con i sistemi standard di guerra elettronica e anti-drone. Le nuove Mobile Brigade Combat Teams, che hanno l'equipaggiamento e le tattiche più recenti, se la sono cavata molto meglio in altre esercitazioni, ha detto un responsabile dell'esercito.

Nelle due settimane lo scenario è stato ripetuto più volte e le prestazioni americane sono migliorate, perché i soldati hanno imparato a disperdersi, a nascondersi e a usare i sistemi di guerra elettronica. A metà dell'esercitazione gli ucraini hanno cambiato schieramento e hanno insegnato agli americani a usare i droni in attacco, cosa che questi ultimi hanno poi fatto con efficacia.

Esercitazioni come Combined Resolve servono proprio a mettere i reparti in condizioni di combattimento realistiche e le sconfitte sono considerate parte dell'addestramento. I comandi americani in Europa negli ultimi anni hanno approfittato della presenza dei militari ucraini per trasferire ai soldati statunitensi e alleati l'esperienza accumulata al fronte.

Gli Stati Uniti sono stati i primi a usare droni a lungo raggio in guerra e il Pentagono, il Ministero della Difesa americano, ha speso miliardi di dollari per comprare nuove tecnologie di droni e anti-droni e ha creato reparti specializzati per impiegarle. In Medio Oriente le forze americane hanno però faticato a difendersi dai droni iraniani a lungo raggio, che hanno ucciso e ferito soldati e distrutto velivoli.

Eliot Cohen, studioso del Center for Strategic and International Studies, uno dei principali centri studi di Washington sulla politica internazionale, ha detto al Wall Street Journal che l'esperienza recente sui campi di battaglia mostra quanto i droni di ogni tipo siano ormai essenziali nella guerra moderna. "È fondamentale che le Forze Armate americane lo imparino e finora, purtroppo, non sembra essere così", ha detto.

I militari ucraini sono diventati esperti nell'uso dei droni in quasi 4 anni e mezzo di combattimenti contro la Russia: gli operatori e il personale di supporto sanno ripararli e adattarli di continuo. Anche le forze di Mosca hanno però acquisito capacità preziose in questo campo. Gli operatori americani non hanno invece esperienza di riparazione e armamento dei droni sotto il fuoco nemico.

In Ucraina i carri armati e gli altri mezzi corazzati vengono distrutti in numero così alto che ampie parti della lunghissima linea del fronte sono ormai quasi prive di blindati. Alcuni ufficiali americani ritengono però che i droni siano particolarmente letali in questa guerra perché il conflitto è arrivato a un punto di stallo, con poco movimento sul terreno. In una guerra di manovra, dicono, il carro armato tornerebbe a contare.

Valeriy Zaluzhniy, ex comandante in capo delle Forze Armate ucraine, sostiene invece che la tecnologia dei droni ha reso per ora impraticabile la guerra di manovra tradizionale e che questo spiega la staticità del fronte orientale. Russia e Ucraina stanno ora entrambe cercando la prossima svolta tecnologica o tattica capace di restituire movimento al campo di battaglia. Resta il fatto che, stante la situazione attuale, l’esercitazione svolta in Germania ha mostrato che gli Stati Uniti potrebbero avere serie difficoltà a proteggere i propri mezzi corazzati mentre avanzano.

Nel 2023 un ufficiale di fanteria statunitense impegnato nell'addestramento delle truppe di Kyiv si era reso conto che erano gli americani a dover imparare dagli ucraini e non il contrario, e aveva messo a punto un programma di addestramento poi adottato da altri reparti dell'esercito. Nel maggio dell'anno scorso gli operatori ucraini avevano già battuto senza difficoltà, in un'esercitazione nell'area baltica, i reparti della NATO schierati contro di loro: britannici, estoni e un contingente americano.

Questa primavera le forze svedesi hanno guidato un'esercitazione con gli alleati della NATO in cui i team ucraini di droni hanno di nuovo prevalso, come hanno detto responsabili svedesi ai media locali. Anche le esercitazioni britanniche si erano concluse con vittorie facili degli ucraini.

Nonostante i rapporti con Kyiv si siano più volte incrinati, l'Amministrazione del presidente Trump si sta avvicinando all'Ucraina sul terreno dei droni. Gli Stati Uniti stanno provando droni ucraini da acquistare e hanno usato in Iran, per difendere i propri soldati, sistemi anti-drone collaudati in quella guerra. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth a maggio ha detto ai senatori di aver aumentato il numero di militari americani mandati in Ucraina a studiare proprio la guerra dei droni.


L’Iran detta le condizioni su Hormuz, gli arsenali Usa frenano Trump


Il Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, Mohammad Bagher Zolghadr, ha posto oggi sei nuove condizioni per riaprire lo Stretto di Hormuz al traffico mercantile. Secondo quanto da lui affermato, gli Stati Uniti devono:

  1. smettere di minacciare l'Iran e di offendere i simboli sacri della nazione iraniana;
  2. porre definitivamente fine alla guerra contro l'Iran e i suoi alleati in Libano, Palestina, Yemen e Iraq;
  3. revocare il blocco navale e allontanare le proprie forze dall'area medio orientale;
  4. risarcire integralmente i danni causati dalla guerra;
  5. cancellare le sanzioni imposte contro l'Iran;
  6. sbloccare i fondi iraniani congelati.

"Finché l'America non correggerà il suo comportamento, lo Stretto di Hormuz non sarà riaperto", ha affermato Zolghadr.

La nuova lista di richieste iraniana è arrivata proprio mentre a Washington veniva data per imminente un'intesa capace di far ripartire i traffici nel braccio di mare che si trova tra Iran e Oman. La Casa Bianca non ha commentato. Il cessate il fuoco di giugno invece subordinava la revoca completa delle sanzioni a un accordo definitivo sul programma nucleare iraniano, mentre per sbloccare i fondi congelati gli Stati Uniti hanno sempre preteso che Teheran rinunciasse all'uranio altamente arricchito in suo possesso.

Le nuove richieste di Zolghadr aumentano così la pressione sul presidente Donald Trump, che conta sulla riapertura dello Stretto per far scendere i prezzi dell'energia in vista delle importanti elezioni di metà mandato di novembre. La benzina è arrivata a 4,02 dollari al gallone, contro i 3,16 di un anno fa: un rincaro che pesa sui repubblicani a tre mesi dalle elezioni. Nell'ultima settimana, secondo la società di analisi dei dati marittimi Kpler, hanno attraversato lo stretto poco più di 10 navi al giorno, contro le 130 in media dei mesi precedenti alla guerra. Prima del conflitto passava da Hormuz circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto trasportati via mare in tutto il mondo.

Lo stretto conteso
Hormuz, il ricatto di Teheran
L’Iran detta sei condizioni per riaprire lo Stretto di Hormuz, mentre gli arsenali americani si svuotano e la benzina supera i 4 dollari al gallone.
Grafica di FocusAmerica

Il traffico strozzato
Da 130 navi al giorno a una manciata
Ogni punto sulla rotta rappresenta 10 transiti giornalieri attraverso lo Stretto.

Prima della guerra Oggi
Iran Oman E.A.U.
Stretto di Hormuz
~39 km nel punto più stretto

Prima della guerra 130

Oggi ~10
navi al giorno, media dei mesi precedenti al conflitto
navi al giorno nell’ultima settimana

Prima del conflitto da Hormuz passava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto trasportati via mare in tutto il mondo.

Le richieste di Teheran
Le sei condizioni per riaprire lo Stretto
Sono state poste da Mohammad Bagher Zolghadr, Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano. Tocca ogni voce per leggere il contesto.

Il prezzo per Washington
Arsenali svuotati, benzina sopra i 4 dollari
La guerra ha consumato gran parte degli intercettori americani, mentre il caro carburante pesa sui repubblicani a tre mesi dalle elezioni di metà mandato.

Intercettori rimasti Consumati durante la guerra
Per i THAAD il ritorno ai livelli precedenti alla guerra non è previsto prima del 2029. Anche le scorte di missili a lungo raggio ATACMS e Precision Strike sono in larga parte esaurite.
Benzina, media nazionale USA (al gallone)

3,16 $
un anno fa

4,02 $
oggi · +27%

soglia dei 4 $

3,00 $4,25 $

Ad aprile la media nazionale ha superato i 4 dollari per la prima volta da agosto 2022. La Casa Bianca conta sulla riapertura dello Stretto per far scendere i prezzi dell’energia prima del voto di novembre.

Fonti: Kpler (traffico navale); CSIS, stime del 27 luglio 2026 (intercettori); AAA (benzina); EIA (flussi energetici). Dati all’8 agosto 2026.

Sempre oggi gli Emirati Arabi Uniti hanno denunciato un attacco iraniano contro una petroliera dell'Adnoc, la compagnia petrolifera statale di Abu Dhabi. Dall'inizio della guerra, almeno 15 navi di questa società sono state attaccate e tra gli equipaggi si contano 1 morto e 20 feriti. Abu Dhabi ha parlato di un atto di pirateria dei Guardiani della Rivoluzione iraniani. Anche Arabia Saudita, Qatar e Consiglio di Cooperazione del Golfo hanno condannato l'attacco, mentre Doha ha chiesto ancora una volta la riapertura incondizionata dello Stretto.

Ci sono anche dei segnali di allentamento della pressione. Il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato oggi all'agenzia iraniana Tasnim che Teheran e Muscat sono "molto vicine" a un accordo. Ha però aggiunto che la riapertura dipende da altre condizioni, tra cui un risarcimento statunitense per le violazioni del Memorandum di Islamabad. Araghchi e il presidente Masoud Pezeshkian devono però fronteggiare l'opposizione dei conservatori, contrari a qualsiasi intesa con gli americani.

In un'intervista a Fox News, il vicepresidente JD Vance ha definito le trattative "a metà strada", ridimensionando l'ottimismo espresso nei giorni scorsi da altri alti funzionari, che le avevano descritte come quasi concluse. Stando a quanto afferma Vance, restano da definire lo schema di navigazione, le operazioni di sminamento e l'impegno iraniano a non aprire più il fuoco contro le navi mercantili. Vance non ha precisato che cosa Washington sia disposta a concedere e ha insistito sulla leva negoziale americana: "Stanno soffrendo parecchio. Vogliono che questa storia finisca".

Washington cerca una via d'uscita


Nelle ultime settimane è stato però il capo di Stato Maggiore delle Forze Armate statunitensi, il generale Dan Caine, a cercare di far capire agli altri consiglieri del presidente che occorre trovare una via d'uscita a tutti i costi. Un'ulteriore escalation rischierebbe infatti di ritorcersi contro gli Stati Uniti, mentre una sola campagna di bombardamenti aerei difficilmente permetterebbe di raggiungere i risultati promessi, secondo tre fonti sentite dalla CNN.

Caine ha discusso delle sue preoccupazioni con il direttore della CIA John Ratcliffe, il Segretario di Stato Marco Rubio e con lo stesso Vance. "La potenza aerea ha i suoi limiti", aveva già avvertito durante un'audizione pubblica il mese scorso, quando Trump sembrava pronto ad autorizzare quella che aveva definito un'operazione "massiccia", prima di rinunciare dopo essersi confrontato con gli alleati mediorientali, preoccupati da possibili ritorsioni contro le proprie infrastrutture energetiche.

Arsenali svuotati e deterrenza indebolita


Sulla decisione ha pesato anche il difficile stato degli arsenali missilistici americani. La campagna militare contro l'Iran ha consumato più di 1.500 intercettori Patriot: ne restano meno di 830, rispetto ai circa 2.330 disponibili all'inizio della guerra, secondo il Center for Strategic and International Studies. Tre fonti hanno descritto queste stime come vicine ai dati interni del governo. Gli intercettori THAAD, progettati per abbattere i missili balistici, sono scesi da 452 a meno di 280 e il ritorno ai livelli precedenti non è previsto a questo punto prima del 2029.

Anche le scorte di missili a lungo raggio ATACMS e Precision Strike, che consentono di colpire obiettivi da centinaia di km di distanza, sono in larga parte esaurite. Restano più di 100.000 bombe guidate, ma devono essere sganciate più vicino al bersaglio, esponendo così gli aerei statunitensi al fuoco della contraerea iraniana. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt continua a negare ufficialmente che vi sia una penuria di munizioni, mentre Trump ha ordinato una caccia alle talpe e chiesto incriminazioni penali per chi ha trasmesso alla stampa informazioni classificate.

A Kyiv, intanto, le forniture di missili antiaerei degli alleati occidentali si sono ridotte a un terzo rispetto al 2025, ha dichiarato questa settimana Volodymyr Zelensky. Mercoledì la contraerea ucraina non ha intercettato nessuno dei 28 missili lanciati dalla Russia. Il risultato è stato che almeno 17 persone sono morte a Kyiv e nella regione circostante. Il 28 luglio, alla Casa Bianca, Trump aveva già respinto la richiesta ucraina di alcune centinaia di intercettori Patriot. Quando gli è stato chiesto di spiegare la decisione, ha risposto che quei missili servono anche agli americani.

Tuttavia, il trasferimento di armi verso il Medio Oriente ha indebolito soprattutto i dispositivi americani in Asia. Il comando statunitense dell'Indo-Pacifico ha dovuto cedere Tomahawk e altri missili che sarebbero cruciali in un eventuale scontro con la Cina, mentre dalla Corea del Sud sono stati trasferiti centinaia di missili intercettori, un gruppo portaerei e alcuni cacciatorpediniere. Alcuni funzionari temono che Seoul e Tokyo possano ora perdere fiducia nella protezione convenzionale degli Stati Uniti e valutare lo sviluppo di un proprio deterrente nucleare.

Anche potenze rivali come Mosca e Pechino stanno attentamente monitorando le scorte americane attraverso il bilancio approvato dal Congresso, gli annunci delle aziende della difesa e i propri satelliti spia. Tom Karako, del Center for Strategic and International Studies, ha detto al New York Times che è in corso un "annientamento generazionale dei mezzi della deterrenza convenzionale". Secondo Dara Massicot, del Carnegie Endowment for International Peace, i quattro anni di guerra in Ucraina hanno già mostrato ai pianificatori militari russi quanto lentamente l'industria americana sia in grado di aumentare la propria produzione. Il rischio è che Mosca finisca per rivalutare il rapporto di forze con la NATO in una direzione sfavorevole a Washington.

Più a lungo si prolunga lo scambio di attacchi con l'Iran, più si assottigliano le scorte di munizioni e diventa evidente la vulnerabilità americana, osserva Todd Harrison dell'American Enterprise Institute. Per la Casa Bianca cresce quindi l'urgenza di ottenere almeno una vittoria simbolica da presentare agli elettori prima del voto di novembre. La riapertura dello Stretto di Hormuz resta il risultato più immediato e politicamente spendibile. Teheran ne è pienamente consapevole e proprio per questo continua ad alzare la posta.


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Scontro tra Roma e Berlino sui “dublinanti”, la Germania: “Sorpresi dalla reazione dell’Italia”


@Politica interna, europea e internazionale
È tornata a salire la tensione tra Italia e Germania sul tema della gestione dei richiedenti asilo. Berlino ha confermato che intende riprendere i trasferimenti verso l’Italia delle persone per le quali, secondo le regole europee, il nostro Paese è considerato responsabile

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Il socialismo non sfonda in America, ma il capitalismo è al suo minimo storico


Nell'ultima rilevazione Gallup il 30% degli americani dice che il socialismo non ha nulla di positivo e un altro 15% non sa indicare niente. Il capitalismo si ferma al 54% di opinioni positive, il valore più basso mai misurato, e tra i democratici è sceso al 42%.

Quasi la metà degli americani non riesce a dire cosa ci sia di buono nel socialismo. Alla domanda aperta su quali siano i suoi aspetti positivi, il 30% risponde "niente" e un altro 15% non sa indicare nulla, secondo la rilevazione che Gallup ha diffuso all'inizio di agosto. L'indagine è stata condotta con questionari web dall'1 al 14 dicembre 2025 su un campione casuale di 2.020 adulti iscritti al panel dell'istituto.

Le critiche di chi risponde nel merito si distribuiscono su fronti diversi: il 21% cita l'inefficienza economica, il 19% l'invadenza dello Stato, il 18% il venir meno degli incentivi al lavoro, il 17% la riduzione della libertà e delle opportunità, l'11% la corruzione e il fallimento del sistema. Tra chi invece vede qualcosa di positivo, il 26% indica la rete di protezione sociale, cioè servizi di base accessibili che vanno dalla sanità all'istruzione alla casa, mentre il 23% cita l'uguaglianza e una distribuzione più equa della ricchezza.

Sondaggi · L’America e le ideologie economiche

Quasi metà degli americani non sa dire cosa ci sia di buono nel socialismo

Alla domanda aperta di Gallup il 30% risponde «niente» e un altro 15% non indica nulla. Chi lo apprezza cita la protezione sociale e l’uguaglianza; le critiche vanno dall’inefficienza economica all’invadenza dello Stato.

Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026

«Che cosa c’è di buono nel socialismo?»
45%

degli americani non indica alcun aspetto positivo: su 100 intervistati, 30 rispondono «niente» e 15 non sanno cosa dire.

«Niente» — 30% Non sa rispondere — 15% Indica almeno un aspetto — 55%
La stessa quota, per gli altri sistemi: Libera impresa 27% Capitalismo 22%

Le risposte nel merito

Il socialismo promette sicurezza, ma per molti costa libertà ed efficienza


Percentuale di americani che citano ciascun tema. Tocca una voce per il dettaglio e lo spaccato per partito.

Il buono55% indica qualcosa
Rete di protezione sociale 26%

Sanità, istruzione, casa e altri servizi di base a costi accessibili.

Uguaglianza e redistribuzione 23%

Meno divisioni di classe e una distribuzione più equa della ricchezza.

Sostegno a poveri e lavoratori 9%

Aiuti ai più svantaggiati e tutele per la classe lavoratrice.

Controllo pubblico o collettivo 6%

Un ruolo più forte dello Stato e delle comunità nell’economia.

Benessere della comunità 4%

Legami sociali più solidi e un tenore di vita migliore.

Il male75% indica qualcosa
Inefficienza economica 21%

Tasse più alte, crescita lenta, meno innovazione e concorrenza.

Invadenza dello Stato 19%

Governo troppo grande, abusi di potere, derive verso il comunismo.

Meno incentivi al lavoro 18%

Scoraggia l’impegno, premia la mediocrità, crea dipendenza dai sussidi.

Meno libertà e opportunità 17%

Limita i diritti individuali, la scelta e la possibilità di prosperare.

Corruzione e fallimenti del sistema 11%

Un sistema giudicato incline agli abusi e che «non funziona mai».

Domande aperte con risposte multiple: i totali non sommano a 100. Tra le critiche, un ulteriore 5% risponde che nel socialismo «è tutto sbagliato».

Il divario

Chi risponde «niente»: un’America divisa per partito e per età


Per partito
Democratici Indipendenti Repubblicani 11% 33% 54%

Tra democratici e repubblicani ci sono 43 punti di distanza.

Per età
18–34 anni 55 anni e oltre 13% 42%

Il divario tra le generazioni è di 29 punti.

0 20 40 60%

Il contesto

La libera impresa piace quasi a tutti, il capitalismo sempre meno


Percentuale di giudizi positivi su ciascun sistema, agosto 2025.

81%
Libera impresa
Il sistema che piace quasi a tutti

54%
Capitalismo Minimo storico
Mai così in basso da quando Gallup lo misura

39%
Socialismo
Positivo per quattro americani su dieci

Fonte Gallup, «How Americans View Capitalism, Socialism and Free Enterprise», 6 agosto 2026. Risposte aperte: sondaggio web 1–14 dicembre 2025 su 2.020 adulti (margine di errore ±5 punti). Giudizi positivi sui tre sistemi: rilevazione di agosto 2025.

Il capitalismo scivola al suo minimo storico


Il capitalismo raccoglie invece il giudizio positivo del 54% degli americani, il valore più basso che Gallup abbia mai registrato da quando ha iniziato a misurare questo indicatore. Nel 2021 era al 60%, un livello attorno al quale si era mantenuto in quasi tutte le rilevazioni precedenti. Il dato viene dal sondaggio condotto dall'1 al 20 agosto 2025 e pubblicato l'8 settembre dello stesso anno, che assegnava al socialismo il 39% di giudizi positivi contro il 57% di negativi.

Democratici e indipendenti hanno perso 8 punti ciascuno rispetto al 2021, mentre tra i repubblicani non cambia nulla: tre quarti continuano a giudicare positivamente il sistema economico americano. Per la prima volta meno della metà degli elettori democratici, il 42%, dà un giudizio positivo del capitalismo, mentre gli indipendenti si fermano al 51%.

La stabilità del dato complessivo sul socialismo nasconde uno spostamento profondo. Nel 2010 lo giudicava positivamente il 50% dei democratici, poi circa due terzi, un livello raggiunto in tutte e tre le rilevazioni dal 2019 in poi. L'aumento è stato compensato dal movimento opposto tra i repubblicani, mentre gli indipendenti sono rimasti sostanzialmente fermi.

I democratici sono così l'unico gruppo che preferisce chiaramente il socialismo al capitalismo, 66% contro 42%. Gli indipendenti restano più favorevoli al mercato, 51% contro 38%, i repubblicani in modo netto, 74% contro 14%. Tra gli elettori democratici il sorpasso è avvenuto nel 2016 e da allora il divario si è allargato fino a 24 punti, in una fase in cui il senatore Bernie Sanders, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez e Zohran Mamdani, che da gennaio è sindaco di New York, si definiscono socialisti democratici e chiedono un ruolo dello Stato molto più ampio in economia.

La piccola impresa è promossa, le grandi corporation no


La piccola impresa raccoglie i giudizi positivi del 95% degli intervistati e in generale la libera impresa dell'81%. Gli americani, insomma, non hanno smesso di credere nel libero mercato: quando però questo prende la forma della grande impresa, i giudizi positivi scendono al 37% e quelli negativi salgono al 62%.

Il crollo della popolarità delle grandi corporation è recente e rapido: 9 punti persi nel 2025, dopo i 6 persi nel 2021. Nel 2019 le promuoveva ancora il 52% degli americani, mentre il massimo storico resta il 58% ottenuto nel 2012. Oggi le giudicano positivamente il 60% dei repubblicani, il 36% degli indipendenti e il 17% dei democratici. Gli ultimi due sono i minimi assoluti per quei gruppi. Rispetto al 2021 i democratici hanno perso 17 punti, gli indipendenti 10, mentre i repubblicani sono fermi, pur restando molto sotto il 78% del 2019.


La socialista Francesca Hong è la favorita nelle primarie per il governatore del Wisconsin


Gli elettori del Wisconsin votano oggi, martedì 11 agosto, nelle primarie che assegnano le candidature per le elezioni del 3 novembre, quando lo stato sceglierà il nuovo governatore. L'attenzione nazionale è concentrata sulla corsa democratica, dove la favorita è Francesca Hong, deputata statale di 37 anni che si definisce socialista-democratica. Se vincesse la nomination e poi le elezioni, sarebbe la prima socialista dichiarata a guidare uno stato americano, oltre che la prima donna a governare il Wisconsin. Una parte del suo partito teme però che la sua candidatura consegni ai repubblicani uno degli stati più contesi del paese.

La corsa è aperta perché il governatore democratico Tony Evers, in carica da due mandati, ha deciso di non ricandidarsi. Chi vince la primaria democratica affronterà a novembre Tom Tiffany, deputato repubblicano al Congresso dal 2020, sostenuto dal presidente Donald Trump e senza veri rivali interni. Nel 2024 il Wisconsin ha registrato il margine presidenziale più stretto del paese e cinque delle ultime sette elezioni presidenziali si sono decise qui per meno di un punto percentuale. I democratici puntano anche a conquistare le due camere del parlamento statale, oggi a maggioranza repubblicana, per ottenere il controllo completo dello stato per la prima volta dal 2010. Il governatore del Wisconsin certifica inoltre i risultati delle elezioni presidenziali e Tiffany nel 2021 votò contro la certificazione della vittoria di Joe Biden.

Le primarie del Wisconsin sono aperte, cioè gli elettori non si registrano per partito e ognuno può decidere in quale primaria votare, purché in una sola. Vince chi prende più voti, senza soglie né ballottaggi. Secondo i sondaggi, tra il 4 e il 6% dei votanti della primaria democratica si dichiara repubblicano, ma questi elettori sostengono soprattutto i candidati moderati. I seggi chiudono alle 20 locali (le 3 del mattino di mercoledì in Italia) e oltre 235mila persone hanno già votato in anticipo o per posta. Sulla scheda ci sono anche le primarie per il Congresso e per il parlamento statale. Nella stessa giornata si vota in Minnesota, Connecticut e Vermont, oltre che in due elezioni speciali in Alabama e South Carolina.

Hong è nata a Madison da genitori immigrati dalla Corea del Sud, ha lavorato come chef, ha gestito un ristorante e ancora oggi fa la barista part-time. Madre single, nel 2020 è diventata la prima asiatico-americana eletta all'Assemblea statale e rappresenta il centro di Madison, una delle zone più progressiste degli Stati Uniti. È iscritta ai Democratic Socialists of America, la principale organizzazione della sinistra socialista americana, dalla cui piattaforma nazionale ha comunque preso le distanze e da cui non ha ricevuto un sostegno ufficiale.

Il suo programma prevede di alzare il salario minimo statale da 7,25 a 20 dollari l'ora e di rendere gratuiti per tutti sanità e asili nido. Propone anche più fondi alla scuola pubblica e tasse più alte per i più ricchi. La sua proposta più riconoscibile è una moratoria di un anno sulla costruzione di nuovi data center, che intercetta una rabbia diffusa. Il 76% degli elettori dello stato ritiene infatti che i costi di questi impianti superino i benefici. La sua campagna, costruita dal basso con più di 7mila volontari, ha riempito un comizio di oltre mille persone con la deputata democratica del Minnesota Ilhan Omar e lo streamer di sinistra Hasan Piker.

Il passato radicale di Hong è diventato il tema centrale del finale di campagna. Negli anni scorsi aveva chiesto di togliere i fondi alla polizia come primo passo verso la sua abolizione, aveva scritto di voler abolire il Senato degli Stati Uniti e a maggio aveva detto che il suo "mondo perfetto sarebbe un mondo senza prigioni". In un post del 2020, poi cancellato, aveva proposto di cancellare la festa del Ringraziamento, che considerava una celebrazione del colonialismo. Nelle ultime settimane ha ritrattato quasi tutto. Ha assicurato che non abolirà la polizia, ha definito "più che altro aspirazionali" le parole sulle carceri e "senza senso" l'idea di abolire il Senato. Il Ringraziamento, ha aggiunto, è la sua festa preferita. "Ho avuto delle uscite a caldo, delle pessime uscite su Twitter", ha detto ai giornalisti, "ma sono evoluta, ho imparato. Penso sia più disonesto non imparare". Nemmeno Bernie Sanders, il socialista democratico più noto del paese, prevede per ora di sostenerla.

La primaria è stata una delle più caotiche dell'anno. Il principale rivale di Hong è David Crowley, 40 anni, a capo del governo della contea di Milwaukee, la più popolosa dello stato, che sarebbe il primo governatore afroamericano del Wisconsin. Crowley si era ritirato a inizio luglio, ma è rientrato in corsa dieci giorni dopo con l'appoggio di Evers, subito dopo il ritiro della vicegovernatrice Sara Rodriguez, travolta da irregolarità nella gestione dei conti della campagna.

A fine luglio ha abbandonato anche l'ex vicegovernatore Mandela Barnes, candidato democratico al Senato nel 2022, lo stesso giorno in cui il Milwaukee Journal Sentinel ha rivelato che il partito aveva esaminato in passato segnalazioni su suoi comportamenti inappropriati verso giovani donne, segnalazioni la cui esistenza la sua campagna nega. Restano in corsa, con consensi minimi, la senatrice statale Kelda Roys e l'ex dirigente dell'amministrazione statale Joel Brennan. Le schede però erano già state stampate, così i nomi dei ritirati compaiono ancora e chi aveva già votato per posta per uno di loro non può cambiare il proprio voto.

Il sondaggio della Marquette University, considerato il più affidabile dello stato, ha visto Hong al primo posto in tutte e cinque le rilevazioni pubblicate da ottobre. L'ultima la dava al 38% contro il 7% di Crowley, con un terzo di elettori ancora indeciso. Dopo il ritiro di Barnes un altro sondaggio le ha assegnato 22 punti di vantaggio e le medie stimano un margine intorno ai 20 punti.

Sondaggi · Wisconsin

Hong arriva al voto sopra il 40 per cento, Crowley si ferma al 20

Quota di ciascun candidato nella media giornaliera dei sondaggi per la primaria democratica per governatore. Per mesi la corsa l’ha guidata Barnes intorno al 24 per cento, poi da giugno Hong è salita fino al 42,8 mentre il campo le si sfaldava intorno: le righe tratteggiate segnano i ritiri di Rodriguez (17 luglio, al 13,1) e di Barnes (30 luglio, al 18,7), e le loro linee si fermano lì. I pallini chiari sono le singole rilevazioni.

10% 20% 30% 40% 50% 9 mesi 6 mesi 3 mesi voto 17 luglio: Rodriguez 30 luglio: Barnes Hong 42,8 Crowley 20,3 Roys 8,9
La media si ferma al 4 agosto 2026, ultimo sondaggio disponibile. Si vota oggi, 11 agosto.

Attenzione. Crowley si è ritirato l’8 luglio per sostenere Rodriguez ed è rientrato il 18, quando lei ha lasciato: la sua linea non si interrompe, ma in quei dieci giorni corre senza rilevazioni. Barnes, Rodriguez e Hughes restano comunque sulla scheda. Brennan, mai sopra il 6 per cento, non è mostrato; quattro delle 15 rilevazioni sono sondaggi interni delle campagne o di istituti repubblicani, e nella media pesano la metà.

Fonte Elaborazione di Focus America su 15 sondaggi della primaria democratica raccolti da Wikipedia, aggiornati al 10 agosto 2026. Le medie giornaliere sono stimate con un filtro di Kalman a livello locale: ogni sondaggio pesa per la dimensione del campione e per l’effetto casa dell’istituto, e i sondaggi commissionati da una parte pesano la metà. Il lisciamento è lo stesso per le cinque linee.

Hong
Crowley
Barnes
Rodriguez
Roys

Martedì scorso, però, nel vicino Michigan il progressista Abdul El-Sayed ha vinto di misura la primaria democratica per il Senato nonostante i sondaggi lo dessero avanti in doppia cifra, un errore di circa 12 punti. La campagna di Crowley sostiene che anche in Wisconsin la corsa sia più stretta di quanto sembri e cita un proprio sondaggio interno in cui Hong è avanti 42% a 24%. Il pareggio arriva solo ricalibrando il campione sull'elettorato più anziano del 2022 e leggendo agli intervistati delle descrizioni dei candidati, una tecnica considerata poco attendibile. Per ribaltare il risultato servirebbe quindi un errore ancora più grande di quello del Michigan. Qualche margine di incertezza esiste comunque, perché il consenso di Hong si concentra tra i giovani e gli elettori molto progressisti, mentre gli indecisi sono soprattutto anziani e moderati, cioè le categorie che alle urne vanno più spesso.

Il timore dei vertici democratici è che Hong perda a novembre. In un confronto diretto rilevato da Marquette a luglio, Tiffany era avanti su di lei tra gli elettori registrati, sia pure entro il margine di errore, mentre tra i votanti più probabili i due risultavano alla pari. Il 55% degli elettori dello stato ha inoltre un'opinione negativa dei socialisti democratici, contro il 25% che ne ha una positiva. Gli stessi repubblicani considerano Hong l'avversaria più facile da battere, al punto che comitati a loro vicini hanno speso milioni di dollari in spot che formalmente la attaccano, ma su temi che la rafforzano tra i progressisti, come la sua opposizione alle politiche di espulsione del presidente e la volontà di abolire l'ICE (l'agenzia federale per l'immigrazione).

Evers ha spiegato il suo sostegno a Crowley dicendo che Hong "ha passato l'intera campagna a occuparsi non dei problemi, ma di quello che c'è su Twitter". David Axelrod, lo stratega delle vittorie di Barack Obama, ha scritto che una sua nomination danneggerebbe gli altri candidati democratici, definendola "una fonte di stramberie liberal da salotto dei professori". Hong ha risposto che quel commento è "un esempio perfetto del perché la classe dei consulenti continua a perdere le elezioni" e che i consulenti sono "determinati a tenere la classe lavoratrice fuori dalla politica", chiudendo con un invito: "Ho passato più tempo nelle cucine che nei salotti dei professori. Le andrebbe di venire in Wisconsin a fare con me il servizio della cena di un venerdì sera?".

Crowley usa l'argomento opposto: "C'è molta gente spaventata", ha detto, "è una socialista dichiarata". Secondo lui le elezioni statali si vincono con una coalizione fatta "non solo di democratici, ma di repubblicani e indipendenti"; ha comunque promesso che sosterrà Hong se vincerà la primaria. Lei risponde che la sua coalizione comprende anche "repubblicani e indipendenti stufi" e che "la persona che prende più voti è la più eleggibile". Tiffany ha già fissato la linea per l'autunno, dicendo che Hong "può rimangiarsi tutto quello che vuole, ma non può nascondere chi è", mentre l'ex governatore repubblicano Scott Walker ha descritto l'eventuale sfida tra i due come "buon senso contro follia pericolosa", prevedendo comunque una corsa combattuta.

Da 64 anni il Wisconsin elegge ogni nuovo governatore dal partito opposto a quello del predecessore, una tradizione che favorirebbe i repubblicani. Il partito del presidente in carica però perde quasi sempre le elezioni di metà mandato e l'approvazione di Trump nello stato è scesa al 38%, il suo minimo storico. Tiffany parte comunque con molti più soldi. Ha raccolto 13,3 milioni di dollari, più dell'intero campo democratico messo insieme, mentre Hong e Crowley hanno superato di poco il milione a testa. Lo spoglio comincerà nella notte italiana e il nome dello sfidante di Tiffany dovrebbe essere chiaro nella mattinata di mercoledì.


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Paramount apre alla vendita della CNN per salvare la fusione con Warner


La cessione della rete televisiva è ora "sul tavolo" per chiudere la causa antitrust promossa da dodici Stati. Dal 1° ottobre scatterebbero penali da 7 milioni di dollari al giorno se l'operazione non venisse completata.

Paramount è disposta a vendere la CNN pur di chiudere la causa antitrust che minaccia l'acquisizione di Warner Bros Discovery da 110 miliardi di dollari. Lo ha detto mercoledì Makan Delrahim, responsabile legale del gruppo, intervenendo alla conferenza California Agenda organizzata da Politico: la cessione della rete, ha spiegato, è "sul tavolo" come possibile soluzione al contenzioso promosso da dodici Stati. È il segnale più esplicito finora che Paramount Skydance è pronta ad andare oltre le garanzie interne per salvare una delle fusioni mediatiche più delicate e politicamente controverse degli ultimi anni.

Warner Bros Discovery è infatti la società quotata che oggi controlla la CNN e il completamento dell'operazione porterebbe il gruppo guidato da David Ellison a controllare contemporaneamente CBS News e la rete all news. Il Wall Street Journal ha rivelato mercoledì che Paramount aveva già discusso al proprio interno la creazione di un comitato editoriale per la CNN e altre misure a tutela dell'indipendenza della redazione, in colloqui iniziati prima ancora del deposito della causa.

La scadenza del 30 settembre e il muro di Bonta


Sul negoziato incombe una scadenza precisa. Ellison ha comunicato ai dirigenti che dal 1° ottobre inizierà a trasferire fuori dalla California alcune attività del gruppo se la causa non sarà chiusa entro il 30 settembre. Delrahim è stato il primo dirigente ad ammettere pubblicamente questa possibilità. Dalla stessa data scatteranno, però, anche le penali da 7 milioni di dollari al giorno a favore degli azionisti di Warner Bros Discovery, che continueranno ad accumularsi finché l'operazione non sarà completata.

La coalizione guidata dalla California, che ha depositato la causa il 13 luglio insieme ad altri undici Stati, sostiene che il gruppo nato dalla fusione arriverebbe a controllare quasi un terzo della distribuzione cinematografica e circa un terzo dei canali del cavo di base. Il Procuratore Generale della California Rob Bonta ha mostrato scarso interesse per gli impegni proposti da Paramount: in un intervento pubblicato il 10 agosto su Deadline li ha definiti "promesse frammentarie" e ha descritto il procedimento come "una pura azione di applicazione delle norme antitrust".

Le accuse politiche e il precedente della CBS


Alla battaglia antitrust si è aggiunto anche lo scontro politico. Jamie Raskin, il democratico di più alto grado nella Commissione Giustizia della Camera, ha inviato mercoledì a Ellison una lettera in cui lo accusa di "collusione" con il presidente Donald Trump e chiede la sua presenza ad un'audizione pubblica, citando le notizie sulle presunte interferenze politiche alla CBS News e i rapporti del gruppo con la Casa Bianca.

Ellison, figlio dell'alleato di Trump Larry Ellison, ha replicato in un intervento sul New York Times sostenendo che "grandi organizzazioni giornalistiche come la CNN e la CBS News esistono per raccontare le cose in modo dritto e imparziale". Ha inoltre lasciato intendere che la causa non serva a tutelare la concorrenza, ma a impedire proprio a lui di diventare proprietario della CNN.

Le garanzie oggi offerte sull'indipendenza della CNN si portano però dietro un precedente ingombrante, perché assicurazioni analoghe erano già state fornite per la CBS. Paramount ha poi pagato 16 milioni di dollari, destinati alla futura biblioteca presidenziale di Trump, per chiudere la causa intentata dal presidente sul montaggio dell'intervista di "60 Minutes" a Kamala Harris nel 2024. Diversi corrispondenti della rete hanno denunciato interferenze politiche da quando Ellison ha nominato Bari Weiss, fondatrice di Free Press, alla guida della testata. La CBS News ha respinto tutte le accuse.

Londra dà il via libera


Fuori dagli Stati Uniti il quadro regolatorio si è invece sbloccato. Il Regno Unito ha approvato l'acquisizione dopo aver ottenuto impegni vincolanti per almeno cinque anni sulla programmazione in Gran Bretagna e sull'indipendenza editoriale del notiziario di Channel 5, che dovrà restare separato da CNN International e CBS News. La causa guidata dalla California rimane così il principale ostacolo al completamento dell'operazione.

Bonta non ha mai indicato pubblicamente quali cessioni strutturali sarebbe disposto ad accettare. In assenza di un accordo, il caso arriverà a processo davanti alla giudice federale Araceli Martínez-Olguín, con la prima udienza fissata per il 2 marzo 2027. Se i tempi restassero questi, le sole penali giornaliere potrebbero raggiungere diversi miliardi di dollari, anche se Paramount non ha confermato pubblicamente l'esistenza di un tetto massimo.


I democratici preparano inchieste sulle aziende vicine a Trump


I democratici della Camera stanno mettendo a punto una vasta strategia di indagini sulle società e sugli operatori finanziari che ruotano attorno a Donald Trump, rinunciando però all’idea di avviare immediatamente una procedura di impeachment qualora conquistassero la maggioranza alle elezioni di metà mandato di novembre. Lo scrive Reuters, sulla base delle testimonianze di quattro persone informate sulle discussioni.

Deputati di primo piano e collaboratori delle varie Commissioni della Camera stanno valutando l'apertura di audizioni, l'emissione di citazioni a comparire e richieste documentali per ottenere le carte dei soggetti legati alla rete politica e imprenditoriale del presidente. L’idea è che indagare aziende private e operatori finanziari esterni possa produrre più risultati di uno scontro diretto con una Casa Bianca già pronta a opporsi a qualsiasi forma di controllo parlamentare.

Molti esponenti del Partito Democratico sostengono di aver imparato la lezione del primo mandato di Trump, quando il presidente fu messo in stato d’accusa due volte dalla Camera e assolto in entrambi i casi dal Senato. Le procedure di impeachment assorbono l’attività del Congresso e consentono al presidente di presentarsi come vittima di una campagna politica. I democratici vogliono invece ora utilizzare i poteri d’inchiesta della Camera dei Rappresentanti per esaminare le decisioni dell’Amministrazione e verificare se Trump abbia sfruttato la carica per favorire sé stesso, i suoi familiari, gli alleati o i suoi donatori.

Midterm 2026 · Il piano dei democratici

I democratici non puntano all’impeachment. Puntano alle carte

Se a novembre riconquistano la Camera, non apriranno subito una procedura di messa in stato d’accusa. Chiederanno invece i documenti alle aziende che fanno affari con l’amministrazione. Le prime lettere sono già partite.

Grafica di FocusAmerica 8 agosto 2026

Il calcolo di partenza

In 158 anni nessun presidente è mai stato condannato dal Senato


Quattro processi, otto votazioni finali, nessuna che abbia raggiunto la maggioranza dei due terzi. Ogni barra è la quota di senatori che hanno votato per la condanna, sulla votazione andata più vicina.

Soglia: due terzi

Nessuna barra tocca la linea rossa. Il caso più vicino resta il primo: nel 1868 ad Andrew Johnson salvò la presidenza un solo voto.

La strada che non prendono
Impeachment

Passa dal Senato, dove quella maggioranza non si è mai formata. Nel frattempo blocca il Congresso per mesi e permette al presidente di presentarsi come vittima.

La strada che prendono
Indagini

Non passa dal Senato. Bastano la maggioranza alla Camera e il potere di obbligare le aziende a consegnare i documenti: sei lettere sono già partite.

ILo strumento nuovo

Le prime lettere sono partite: quattro dossier e le cifre che ci stanno dietro


Ogni caso ha la forma del suo dato: una proporzione fuori scala, una composizione, un salto, una crescita. Tutte le barre sono disegnate in proporzione reale.

Sei lettere sono già partite. In rosso le tre di cui parliamo qui sotto, dove si aggiunge un quarto caso che una lettera non l’ha ancora ricevuta.

Nessuna indagine formale è stata aperta e non esiste ancora un elenco definitivo di obiettivi. Nessuna delle società citate è accusata di illeciti: Reuters scrive di non aver potuto stabilire se siano oggetto di contestazioni.

IILa sovrapposizione

Quattro nomi stanno da entrambe le parti: pagano la sala da ballo e compaiono nelle liste dei democratici


Prima i quattro nomi che ricorrono, poi l’elenco completo dei donatori.

AppleDonatore. Citata nelle discussioni per i contratti pubblici e i rapporti con l’amministrazione.
GoogleDonatore attraverso Alphabet, che ha già ricevuto una lettera per l’accordo da 24,5 milioni.
PalantirDonatore e grande appaltatore federale. Citata nelle discussioni per i suoi contratti.
Stephen A. SchwarzmanDonatore a titolo personale. Ha fondato Blackstone, anch’essa citata nelle discussioni.

Tutti e 37 i donatori
Citati nelle discussioni democratiche Legame personale con una società citata

La sala da ballo sorge al posto della East Wing, demolita nell’ottobre 2025. Il costo stimato, interamente a carico dei privati, è passato da 200 a 400 milioni di dollari: la Casa Bianca non ha reso noto quanto abbia versato ciascun donatore.

IIICome può finire

L’impeachment resta sul tavolo, ma alla fine della fila


La sequenza che i democratici hanno in mente, secondo le fonti citate da Reuters.

1
Adesso
Partono le lettere
Finché restano in minoranza, i democratici possono chiedere i documenti ma non possono obbligare nessuno a consegnarli.

2
3 novembre 2026
Il voto di metà mandato
I repubblicani controllano la Camera con un margine minimo e i sondaggi danno il vantaggio ai democratici.

3
Da gennaio 2027
Arrivano le citazioni a comparire
Con la maggioranza, la Camera può obbligare aziende e testimoni a consegnare le carte, convocare audizioni pubbliche e procedere per oltraggio al Congresso.

4
Solo se emergono prove
L’impeachment
«Se dalle inchieste emergeranno elementi che riterremo adeguati, non esiteremo a procedere», ha detto un collaboratore democratico.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su Reuters (8 agosto 2026). Processi di impeachment: verbali del Senato degli Stati Uniti e Library of Congress (1868, 1999, 2020, 2021). Accordi e contratti: Dipartimento di Giustizia, atti depositati alla corte federale della California del Nord, Washington Post e Mother Jones. Fondo 1789 Capital: Fox Business e analisi della CNN sui dati dei contratti federali. Elenco dei donatori: Casa Bianca, ottobre 2025. Per ogni processo è riportata la votazione con il maggior numero di voti per la condanna.

Da Apple a Palantir, le società nel mirino


I repubblicani controllano attualmente la Camera dei Rappresentanti con un margine davvero ristretto, ed i sondaggi assegnano ai democratici un vantaggio in vista del voto di novembre. Il Partito che controlla la maggioranza alla Camera può emettere citazioni a comparire, obbligare testimoni e aziende a consegnare documenti, convocare audizioni pubbliche e avviare procedimenti per oltraggio al Congresso. I democratici, tuttavia, si aspettano che la Casa Bianca contesti o ignori le richieste indirizzate direttamente all’esecutivo.

Le aziende, gli appaltatori e le società finanziarie che intrattengono rapporti con l’Amministrazione diventerebbero così il principale canale per arrivare ai documenti. Secondo tre fonti, nelle discussioni sono stati citati nomi come Apple, Alphabet, Palantir, Blackstone, BlackRock e le società di Elon Musk, compresa Tesla, per i loro contratti pubblici, l’esposizione alle decisioni dei regolatori o i rapporti con la Casa Bianca. Non esiste però ancora un elenco definitivo e nessuna indagine formale è stata avviata.

Al centro delle discussioni ci sono anche i contratti del Dipartimento della Sicurezza interna, i finanziamenti per la sala da ballo in costruzione alla Casa Bianca al posto della East Wing, le donazioni delle aziende e i possibili scambi di favori. L’elenco dei 37 finanziatori del progetto della costruzione della sala da ballo comprende Apple, Amazon, Google, Meta, Microsoft, Lockheed Martin e Coinbase: si tratta in larga parte delle stesse società che i democratici stanno valutando di sottoporre a indagine.

Nel mirino figurano inoltre i veicoli finanziari legati alla famiglia Trump, tra cui 1789 Capital, la società di venture capital di cui è socio Donald Trump Jr., così come gli investimenti dei fondi sovrani stranieri in entità riconducibili ai Trump. La capitalizzazione del principale fondo di 1789 Capital è passato da 200 milioni a 2 miliardi di dollari nel corso del 2025.

Un’analisi della CNN, condotta sui dati dei contratti pubblici, ha rilevato che le società presenti nel suo portafoglio hanno registrato un forte aumento dei finanziamenti ricevuti da entità federali da quando Trump è tornato alla Casa Bianca. Poiché, però, i fondi sovrani stranieri sono fuori dalla portata delle Commissioni del Congresso, i democratici valutano di chiedere i documenti alle società e ai fondi statunitensi che hanno fatto da intermediari.

Le prime lettere e l’impeachment come ultima opzione


Robert Garcia, deputato della California, e Jamie Raskin, del Maryland, sono i principali esponenti democratici nelle Commissioni Vigilanza e Giustizia dell'attuale Congresso. Entrambi sostengono che le indagini già avviate saranno ampliate se il partito dovesse conquistare il controllo della Camera. Garcia ha parlato di "contratti opachi del Pentagono che riempiono le tasche dei figli del presidente", dei "miliardi in criptovalute" di Trump e di accordi poco trasparenti con i donatori.

Le prime lettere di richiesta sono già state inviate. Una è stata recapitata a Paramount Skydance per i suoi rapporti con la Casa Bianca e per l’acquisizione di Warner Bros. Discovery, un’operazione da 111 miliardi di dollari alla quale il Dipartimento di Giustizia ha dato il via libera a giugno, un anno dopo il pagamento di 16 milioni di dollari a Trump per chiudere la causa relativa a un servizio di "60 Minutes". Un’altra lettera è stata inviata a YouTube e alla controllante Alphabet per l’accordo da 24,5 milioni di dollari raggiunto nel settembre 2025, dei quali 22 milioni destinati alla Fondazione che finanzia la nuova sala da ballo della Casa Bianca.

Le richieste hanno raggiunto anche il gestore di carceri private GEO Group e la società di sicurezza Salus Worldwide Solutions, per i contratti firmati con il Dipartimento della Sicurezza interna, oltre ai trader di materie prime Vitol e Trafigura, coinvolti nella vendita del petrolio venezuelano disposta dall’Amministrazione dopo l’operazione militare del 3 gennaio che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro.

GEO Group e Salus sono già entrati nel mirino della Commissione Vigilanza della Camera: Garcia ha aperto un’indagine su un presunto sistema di scambi di favori attorno a Corey Lewandowski, ex consigliere di Trump e per mesi consigliere del Dipartimento della Sicurezza interna. Fondata nel 2023 e priva di precedenti contratti federali, nel 2025 Salus si è aggiudicata un appalto triennale da quasi un miliardo di dollari per gestire i voli destinati ai rimpatri volontari.

Finché resteranno in minoranza, però, i democratici non potranno obbligare i destinatari a fornire i documenti richiesti. Le lettere servono però ad avvertire i possibili bersagli e a indicare quali carte il partito potrebbe pretendere dopo la sua probabile vittoria a novembre.

A giugno Hakeem Jeffries, leader della minoranza democratica alla Camera, ha detto a Meet the Press della NBC che il Partito non esclude l’impeachment in caso di vittoria, ma che la priorità sarà affrontare i problemi economici che incidono direttamente sul portafoglio degli elettori. La messa in stato d’accusa rimane dunque un’opzione qualora le indagini portassero alla luce prove sufficienti per procedere in questo senso, non la prima mossa. "Se dalle inchieste emergeranno elementi che riterremo adeguati, non esiteremo a procedere", ha promesso un collaboratore democratico.


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Catania, Rifondazione: “a Salvini chiediamo treni straordinari, non il ponte” home.rifondazione.eu/2026/08/1… #Ambiente-Benicomuni #Sicilia

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La corsa all'IA fa esplodere il prezzo delle memorie: è la "chipflation"


L'indice dei prezzi alla produzione per i componenti elettronici è salito del 27,6% a giugno, il massimo dal 1966. I grandi gruppi dell'intelligenza artificiale bloccano le fornitura con contratti pluriennali e i produttori di smartphone ne pagano le conseguenze.

I prezzi dei chip di memoria stanno aumentando a un ritmo mai visto prima e la domanda legata all'intelligenza artificiale non accenna a rallentare. Il sottoindice dei prezzi alla produzione relativo a componenti e accessori elettronici, che misura in sostanza quanto le aziende pagano per acquistare semiconduttori e altri componenti, è cresciuto del 27,6% a giugno rispetto a un anno prima. È l'aumento più forte da quando la serie statistica esiste, cioè dal 1966: supera sia l'impennata registrata nel 1980, agli albori del personal computer, sia quella provocata dalla crisi delle forniture durante la pandemia.

Non tutti gli indicatori sui semiconduttori mostrano però aumenti altrettanto marcati. La ragione è che misurano categorie differenti: alcuni comprendono molti tipi di chip, mentre l'indice che sta registrando il balzo maggiore include soprattutto componenti particolarmente esposti alla corsa alle memorie RAM, pur comprendendo anche prodotti di altro tipo.

Il fenomeno ha già un nome: "chipflation". Il termine è stato coniato in una nota di Morgan Stanley del 3 giugno e indica l'inflazione provocata dall'aumento del costo dei chip. I suoi effetti si vedono già nei prezzi di smartphone e computer portatili, nelle somme che le aziende spendono per archiviare dati e utilizzare servizi cloud e nella corsa in Borsa dei produttori di semiconduttori. L'impatto sull'inflazione complessiva dovrebbe comunque restare limitato, perché computer e dispositivi elettronici rappresentano soltanto una piccola parte della spesa totale delle famiglie. La dimensione dell'aumento dei prezzi dei chip resta però senza precedenti.

Chipflation · La corsa alle memorie

I componenti elettronici non erano mai rincarati così in fretta

A giugno il prezzo alla produzione di componenti e accessori elettronici è salito del 27,6% in un anno: è il record da quando la serie esiste, cioè dal 1966. La domanda di memorie per l’intelligenza artificiale ha rovesciato una tendenza che durava da decenni.

Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026

Prezzi alla produzione dei componenti elettronici, variazione sui dodici mesi

Record precedente
16,8%

Giugno 2026
27,6%

Giugno 1980, agli albori del personal computer
Il valore più alto dall’inizio della serie

Durante la crisi delle forniture della pandemia il rincaro si era fermato a +4,8%: poco più di un sesto di quello di oggi.

Sessant’anni in un grafico

Una linea che non era mai arrivata fin qui


Variazione sui dodici mesi dell’indice, mese per mese dal dicembre 1966 al giugno 2026.

Grafico interattivo non disponibile: a giugno 2026 la variazione sui dodici mesi è del 27,6%, contro il 16,8% del giugno 1980 e il 4,8% dell’ottobre 2022.

Tocca la curva, o passa il mouse, per leggere un singolo mese.

Lo strappo è concentrato: a febbraio 2026 l’indice è salito del 9,4% in un solo mese, il rialzo mensile più forte mai registrato.

Il livello dei prezzi

Diciannove anni di ribassi cancellati in undici mesi


Qui non c’è la variazione, ma il valore dell’indice. Dopo una discesa durata trent’anni, i componenti elettronici costano oggi quanto nel gennaio 2007.

Grafico interattivo non disponibile: l’indice vale 86,6 a giugno 2026, contro 89,0 nel gennaio 2007, il picco di 119,9 nell’ottobre 1989 e il minimo di 63,7 nell’ottobre 2020.

−46,9%
Discesa dal picco dell’ottobre 1989 al minimo dell’ottobre 2020

+36,0%
Risalita dal minimo del 2020 al giugno 2026

+9,4%
Aumento nel solo mese di febbraio 2026, record della serie

Per decenni il prezzo di un gigabyte di DRAM si è ridotto di circa dieci volte ogni cinque anni. Secondo Morgan Stanley, nell’economia dell’intelligenza artificiale quella regola non vale più.

La catena della scarsità

I data center comprano per primi, agli altri resta quello che avanza


Meta, Microsoft e Alphabet si assicurano le memorie con contratti pluriennali. I produttori hanno già riorganizzato le priorità: tocca ogni mossa per i dettagli.

SK Hynix La capacità del 2026 è già esaurita+

L’azienda ha dichiarato che i volumi previsti per quest’anno sono sostanzialmente tutti impegnati. Chi non ha già firmato resta fuori.

Micron Lascia le memorie per i consumatori+

Ha abbandonato il mercato delle memorie vendute direttamente al pubblico per concentrarsi sui clienti dei data center, molto più redditizi.

Samsung Chiede fino al 20% in più+

Gli aumenti riguardano i contratti del terzo trimestre, con rincari ancora maggiori su alcune memorie destinate agli smartphone.

Che cosa resta per i prodotti di consumo

Smartphone−12,9%

Personal computer−11,3%

Consegne previste nel 2026, variazione rispetto all’anno precedente.

Le imprese continuano a ordinare per paura di restare senza componenti. Morgan Stanley ha ribattezzato questo comportamento FOMP, fear of missing procurement: non la paura di perdere un’occasione, ma quella di non riuscire più ad assicurarsi le forniture. Alcune memorie costano oggi oltre sei volte più di dodici mesi fa.

Dove finirà il conto

Poco sull’inflazione generale, molto su computer e telefoni


Impatto stimato da Morgan Stanley per l’intero 2026. Le due barre sono nella stessa scala.

Inflazione complessiva negli Stati Uniti +0,1 punti

Categoria che comprende computer e smartphone fino a +15 punti

L’effetto sull’indice generale resta contenuto perché computer e dispositivi elettronici pesano poco sulla spesa delle famiglie. Su quei prodotti, però, il rincaro può arrivare a essere centocinquanta volte più visibile.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su dati U.S. Bureau of Labor Statistics, serie WPU1178 (prezzi alla produzione di componenti e accessori elettronici, dati non destagionalizzati, indice 1982 = 100), aggiornata al giugno 2026 e consultata su FRED. Stime su contratti, consegne e inflazione: Morgan Stanley.

I data center comprano per primi, gli altri ciò che avanza


Alla base del rincaro c'è soprattutto una corsa per accaparrarsi una capacità produttiva limitata. I grandi operatori dei data center, da Meta a Microsoft e Alphabet, stanno assicurandosi le forniture di banchi di memoria attraverso contratti pluriennali firmati oggi per gli anni a venire. Di conseguenza, ai produttori di computer e telefoni resta da contendersi una quantità più ridotta di chip. E quando l'offerta scarseggia rispetto alla domanda, i prezzi salgono: secondo Morgan Stanley, alcune memorie finiscono per costare oggi oltre 6 volte più di dodici mesi fa.

I produttori hanno già adeguato le proprie strategie. SK Hynix ha dichiarato che la capacità produttiva prevista per il 2026 è sostanzialmente già esaurita. Micron ha abbandonato il mercato delle memorie destinate direttamente ai consumatori per concentrarsi sui clienti dei data center, molto più redditizi. Samsung ha invece chiesto aumenti fino al 20% sui contratti del terzo trimestre, con rincari ancora maggiori per alcune memorie destinate agli smartphone. Secondo le proiezioni del settore, nel 2026 le consegne di smartphone potrebbero così diminuire di circa il 12,9% e quelle di personal computer dell'11,3%.

Per decenni il funzionamento del mercato era stato esattamente opposto. Il prezzo di un gigabyte di DRAM, la memoria ad alta velocità utilizzata temporaneamente da server, computer e smartphone mentre elaborano i dati, si è ridotto all'incirca di dieci volte ogni cinque anni tra il 1957 e il 2020. "Questa tendenza non vale più nell'economia dell'intelligenza artificiale", scrivono gli analisti della banca. In altre parole, un componente che per decenni era diventato progressivamente più economico ora sta improvvisamente diventando più costoso. E per la prima volta da molto tempo l'elettronica di consumo rischia quindi di spingere i prezzi verso l'alto anziché verso il basso.

Le aziende comprano per paura di restare senza chip


Le conseguenze per i clienti finali arrivano attraverso diversi canali. "I chip di memoria sono facili da ignorare, finché il portatile non rallenta, il telefono non costa di più o, se sei un'azienda, non ti si impenna la bolletta del cloud", ha spiegato in un podcast a giugno Shawn Kim, responsabile del settore tecnologico per Europa e Asia di Morgan Stanley. Il Wall Street Journal ha rivelato lunedì che Apple sta testando le memorie della cinese CXMT proprio per far fronte all'aumento dei costi. Un eventuale accordo richiederebbe però il via libera della Casa Bianca, perché le restrizioni statunitensi attualmente in vigore normalmente impediscono un'intesa di questo tipo.

All'inizio dell'estate diversi analisti si aspettavano che il rincaro dei chip inducesse le aziende a ridurre gli investimenti tecnologici. È accaduto il contrario. Le imprese continuano a ordinare, temendo che aspettare significhi ritrovarsi senza componenti disponibili. Gli analisti di Morgan Stanley hanno definito questo comportamento non FOMO, la tradizionale "fear of missing out", cioè la paura di perdere un'occasione, ma FOMP: "fear of missing procurement", la paura di non riuscire più ad assicurarsi le forniture necessarie.

Quanti di questi rincari finiranno effettivamente sui prezzi pagati dai consumatori comincerà a diventare più chiaro mercoledì, con la pubblicazione dell'indice dei prezzi al consumo di luglio. Per l'intero anno 2026 Morgan Stanley stima un impatto di appena un decimo di punto percentuale sull'inflazione generale, ma un aumento fino a 15 punti percentuali nella categoria che comprende computer e smartphone. In altre parole, l'effetto sull'inflazione complessiva sarà probabilmente modesto, ma potrebbe essere molto evidente proprio su alcuni dei prodotti tecnologici più costosi acquistati dalle famiglie.

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The Ad Blocker You Chose is Being Removed for You


On 31 August 2026, the Chrome Web Store removes the last extensions built on Manifest V2, the older rulebook that governed what a Chrome extension was allowed to do. A week earlier, on 7 August, Microsoft announced that Edge is following the same path: the consumer transition starts this month and should be complete by the end of the year, with enterprise customers following in early 2027.

Six days after the Chrome deadline, on 6 September, the next Digital Independence Day (DI.DAY) takes place. The timing is a coincidence. The lesson is not.

What actually changed


A browser extension is a small program that a user installs to change how their browser behaves. Content blockers — the category that includes ad blockers — are among the most widely installed of these.

Manifest V2 gave extensions the webRequest interface, which let a blocker inspect each network request as it happened and decide, in that moment, whether to allow it. Manifest V3 replaces this with declarativeNetRequest: the extension submits a list of rules to the browser in advance, and the browser applies them. The extension no longer sees the traffic.

The practical difference is not subtle. A declarative rule cannot react to what a page is doing right now, cannot be based on the content of a server’s response, and cannot express several of the conditions that blocklist maintainers rely on. This is why the full version of uBlock Origin — the most widely used open-source content blocker — cannot be shipped for Chrome.

Its author, Raymond Hill, maintains a reduced replacement called uBlock Origin Lite, and documents its limits candidly: Lite is, in his words, “not meant as an MV3-compliant version” of the original — MV3 being the shorthand for Manifest V3 — and users are told to pick a replacement deliberately rather than assume Lite is it. Notably, the rule-count ceiling is not the binding constraint he identifies. Two others matter more. Filters that depend on inspecting a response cannot be translated at all. And because the rules are compiled into the extension package, updated blocklists reach users only when a new version of the extension ships — which means they pass through the store owner’s review process on the way.

The case for Manifest V3, and the problem with it


Google’s stated reasons deserve a fair hearing. An extension with live access to every request a browser makes is a serious piece of attack surface. Extensions have been sold to new owners and quietly turned into trackers or malware; a permission model that grants less power by default genuinely reduces that risk. Manifest V3 also bans remotely hosted code, which closes a real avenue for an extension to change its behaviour after review. Microsoft notes that 95% of the most-used extensions in its store had already migrated. For most extensions, this is a straightforward security improvement.

The objection is narrower and harder to dismiss. Google’s revenue comes overwhelmingly from advertising. It is the company deciding what the world’s most-used browser permits ad blockers to do. Even if every engineering judgement behind Manifest V3 is made in good faith, the decision was taken by a party with a direct financial interest in the outcome, without any process by which affected users could contest it. That structure is the problem, independently of the merits of any individual choice.

Not every browser vendor reached the same conclusion. Mozilla decided to support both webRequest and declarativeNetRequest in Firefox, arguing that the declarative approach as designed does not cover everything content blockers need. Brave, built on the same Chromium foundations as Chrome, kept full blocking working as well. The same technical constraints produced different answers — which shows these were choices, not necessities.

Why defaults decide this


The common response is that anyone who cares can switch browsers. This underestimates how the outcome is actually determined.

Browsers arrive pre-installed. They are the default on a work laptop, on a school device, on a phone handed over at the shop. Switching means moving bookmarks and saved logins, relearning where the settings are, and accepting that an occasional site will misbehave. None of this is hard for a confident user. All of it is enough friction that most people never do it.

So the effective consequence of a Manifest V3 decision is not that users choose a weaker blocker. It is that the large majority get one assigned to them, and the people best placed to notice and respond are the ones with the time and technical confidence to act. Privacy protection distributed that way stops being a right and becomes a hobby.

What can be done on 6 September


Digital Independence Day falls on the first Sunday of every month, and exists precisely for this: a fixed date to make one switch rather than an open-ended intention to improve things.

For this one, the concrete step is the browser.

  • Move to a browser that still permits full content blocking. Privacy Guides recommends Firefox as the general-purpose alternative, Brave where Chromium compatibility is needed, and Mullvad Browser for stronger anti-fingerprinting out of the box. DI.DAY’s own overview of browser alternatives covers the same ground.
  • Install the full uBlock Origin from the Firefox add-ons store once moved.
  • Take one further step while at it. DI.DAY publishes switch recipes with realistic time estimates — search, email, messaging, passwords — and lists local events for those who would rather not do it alone.

Anyone unable to move — a locked-down work machine, an unsupported device — is better served by uBlock Origin Lite than by nothing.

The wider point


The individual fix is available, and worth taking. It is not a substitute for the structural question.

Nearly all browsers now run on one of three engines, and two of them belong to companies whose primary business is advertising or platform services. When a vendor in that position sets the limits on privacy tooling, the result is a private decision with public consequences and no route of appeal. The European Union already regulates gatekeeper conduct through the Digital Markets Act. Whether the terms on which a browser vendor restricts privacy-protecting software belong within that scope is a legitimate question for European regulators — and one that will not be settled by individuals switching browsers on a Sunday.

Both things are true. Switch on 6 September. Then ask why switching was necessary.

Things we can do:

  1. raising this issue with Google and the Chromium project;
  2. advocating for more flexible Manifest V3 filtering limits;
  3. supporting the continued availability of Extended Manifest V3 where appropriate;
  4. examining whether browser-platform restrictions on privacy extensions raise questions of competition, interoperability and digital rights in the European Union.

europeanpirates.eu/the-ad-bloc…


The Ad Blocker You Chose is Being Removed for You


On 31 August 2026, the Chrome Web Store removes the last extensions built on Manifest V2, the older rulebook that governed what a Chrome extension was allowed to do. A week earlier, on 7 August, Microsoft announced that Edge is following the same path: the consumer transition starts this month and should be complete by the end of the year, with enterprise customers following in early 2027.

Six days after the Chrome deadline, on 6 September, the next Digital Independence Day (DI.DAY) takes place. The timing is a coincidence. The lesson is not.

What actually changed


A browser extension is a small program that a user installs to change how their browser behaves. Content blockers — the category that includes ad blockers — are among the most widely installed of these.

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The practical difference is not subtle. A declarative rule cannot react to what a page is doing right now, cannot be based on the content of a server’s response, and cannot express several of the conditions that blocklist maintainers rely on. This is why the full version of uBlock Origin — the most widely used open-source content blocker — cannot be shipped for Chrome.

Its author, Raymond Hill, maintains a reduced replacement called uBlock Origin Lite, and documents its limits candidly: Lite is, in his words, “not meant as an MV3-compliant version” of the original — MV3 being the shorthand for Manifest V3 — and users are told to pick a replacement deliberately rather than assume Lite is it. Notably, the rule-count ceiling is not the binding constraint he identifies. Two others matter more. Filters that depend on inspecting a response cannot be translated at all. And because the rules are compiled into the extension package, updated blocklists reach users only when a new version of the extension ships — which means they pass through the store owner’s review process on the way.

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The objection is narrower and harder to dismiss. Google’s revenue comes overwhelmingly from advertising. It is the company deciding what the world’s most-used browser permits ad blockers to do. Even if every engineering judgement behind Manifest V3 is made in good faith, the decision was taken by a party with a direct financial interest in the outcome, without any process by which affected users could contest it. That structure is the problem, independently of the merits of any individual choice.

Not every browser vendor reached the same conclusion. Mozilla decided to support both webRequest and declarativeNetRequest in Firefox, arguing that the declarative approach as designed does not cover everything content blockers need. Brave, built on the same Chromium foundations as Chrome, kept full blocking working as well. The same technical constraints produced different answers — which shows these were choices, not necessities.

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The common response is that anyone who cares can switch browsers. This underestimates how the outcome is actually determined.

Browsers arrive pre-installed. They are the default on a work laptop, on a school device, on a phone handed over at the shop. Switching means moving bookmarks and saved logins, relearning where the settings are, and accepting that an occasional site will misbehave. None of this is hard for a confident user. All of it is enough friction that most people never do it. Even though competing browsers have done everything they can to make migrations seamless, the observed barrier remains.

So the effective consequence of a Manifest V3 decision is not that users choose a weaker blocker. It is that the large majority get one assigned to them, and the people best placed to notice and respond are the ones with the time and technical confidence to act. Privacy protection distributed that way stops being a right and becomes a hobby.

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Digital Independence Day falls on the first Sunday of every month, and exists precisely for this: a fixed date to make one switch rather than an open-ended intention to improve things.

For this one, the concrete step is the browser.

  • Move to a browser that still permits full content blocking. Privacy Guides recommends Firefox as the general-purpose alternative, Brave where Chromium compatibility is needed, and Mullvad Browser for stronger anti-fingerprinting out of the box. DI.DAY’s own overview of browser alternatives covers the same ground.
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  • Take one further step while at it. DI.DAY publishes switch recipes with realistic time estimates — search, email, messaging, passwords — and lists local events for those who would rather not do it alone.

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Both things are true. Switch on 6 September. Then ask why switching was necessary.

Things we can do:

  1. raising this issue with Google and the Chromium project;
  2. advocating for more flexible Manifest V3 filtering limits;
  3. supporting the continued availability of Extended Manifest V3 where appropriate;
  4. examining whether browser-platform restrictions on privacy extensions raise questions of competition, interoperability and digital rights in the European Union.


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On 31 August 2026, the Chrome Web Store removes the last extensions built on Manifest V2, the older rulebook that governed what a Chrome extension was allowed to do. A week earlier, on 7 August, Microsoft announced that Edge is following the same path: the consumer transition starts this month and should be complete by the end of the year, with enterprise customers following in early 2027. Six days after the Chrome deadline, on 6 September, the next Digital Independence Day (DI.DAY) […]

On 31 August 2026, the Chrome Web Store removes the last extensions built on Manifest V2, the older rulebook that governed what a Chrome extension was allowed to do. A week earlier, on 7 August, Microsoft announced that Edge is following the same path: the consumer transition starts this month and should be complete by the end of the year, with enterprise customers following in early 2027.

Six days after the Chrome deadline, on 6 September, the next Digital Independence Day (DI.DAY) takes place. The timing is a coincidence. The lesson is not.

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The practical difference is not subtle. A declarative rule cannot react to what a page is doing right now, cannot be based on the content of a server’s response, and cannot express several of the conditions that blocklist maintainers rely on. This is why the full version of uBlock Origin — the most widely used open-source content blocker — cannot be shipped for Chrome.

Its author, Raymond Hill, maintains a reduced replacement called uBlock Origin Lite, and documents its limits candidly: Lite is, in his words, “not meant as an MV3-compliant version” of the original — MV3 being the shorthand for Manifest V3 — and users are told to pick a replacement deliberately rather than assume Lite is it. Notably, the rule-count ceiling is not the binding constraint he identifies. Two others matter more. Filters that depend on inspecting a response cannot be translated at all. And because the rules are compiled into the extension package, updated blocklists reach users only when a new version of the extension ships — which means they pass through the store owner’s review process on the way.

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The objection is narrower and harder to dismiss. Google’s revenue comes overwhelmingly from advertising. It is the company deciding what the world’s most-used browser permits ad blockers to do. Even if every engineering judgement behind Manifest V3 is made in good faith, the decision was taken by a party with a direct financial interest in the outcome, without any process by which affected users could contest it. That structure is the problem, independently of the merits of any individual choice.

Not every browser vendor reached the same conclusion. Mozilla decided to support both webRequest and declarativeNetRequest in Firefox, arguing that the declarative approach as designed does not cover everything content blockers need. Brave, built on the same Chromium foundations as Chrome, kept full blocking working as well. The same technical constraints produced different answers — which shows these were choices, not necessities.

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Both things are true. Switch on 6 September. Then ask why switching was necessary.

Things we can do:

  1. raising this issue with Google and the Chromium project;
  2. advocating for more flexible Manifest V3 filtering limits;
  3. supporting the continued availability of Extended Manifest V3 where appropriate;
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Trump è ora ossessionato dagli sport universitari


Il presidente ha passato la settimana a convincere i senatori a votare la legge bipartisan sullo sport universitario e ha chiesto a Nick Saban, ex allenatore dell'Alabama, di chiamare gli indecisi.

Il presidente Donald Trump ha passato l'ultima settimana a telefonare ai senatori per convincerli a votare la legge sullo sport universitario e ha chiesto a Nick Saban, ex allenatore della squadra di football dell'università dell'Alabama, di chiamare i parlamentari ancora indecisi. Lo ha rivelato Semafor.

La legge punta a creare una cornice di regole valida per tutto il paese sugli accordi economici che riguardano gli atleti universitari, dopo una serie di battaglie legali che ha gettato il sistema nel caos. Negli Stati Uniti i campionati fra atenei sono un'economia da miliardi di dollari, ma il testo evita di prendere una posizione netta sulla questione più grande, cioè se gli studenti-atleti debbano essere considerati lavoratori dipendenti delle università per cui giocano.

Il testo è nato da una trattativa guidata dal senatore repubblicano del Texas Ted Cruz, dal senatore repubblicano del Missouri Eric Schmitt e dalla senatrice democratica dello stato di Washington Maria Cantwell. A differenza della legge che imporrebbe di esibire un documento d'identità per votare, a cui il presidente ha dedicato gran parte di quest'anno, quella sullo sport universitario è bipartisan. Per Cruz, un tempo suo rivale, l'approvazione sarebbe un successo personale.

Nel suo secondo mandato Trump è andato al Super Bowl, alle finali degli US Open di tennis e alla finale dei Mondiali di calcio. L'impegno di queste settimane va però oltre l'attenzione per lo sport che nel 2024 lo aveva aiutato a farsi apprezzare dagli elettori più giovani: è un'operazione di eredità politica, che metterebbe la sua firma sull'economia dello sport universitario.

"Questa è una priorità per lui e non tutto quello che facciamo lassù è di importanza fondamentale", ha detto Schmitt a Semafor parlando del presidente. Il senatore ha aggiunto che alcuni politici fingono interesse per lo sport, mentre a Trump "importa davvero" e "conosce lo sport universitario".

Saban è stato in prima linea nell'aiutare il presidente a impostare il proprio intervento, ha detto un funzionario della Casa Bianca. Oltre all'ex allenatore, Trump ha chiesto aiuto ad altri nomi noti dello sport che avevano già lavorato con lui, come il presidente dei New York Yankees Randy Levine e i commissari delle conference universitarie, i raggruppamenti in cui sono organizzati i campionati fra atenei.

Il presidente non ha ottenuto tutto quello che voleva. Ha chiesto al Senato di restare in seduta nel fine settimana per approvare la legge, ma la camera alta è partita per la pausa estiva di agosto senza votare. Il testo tornerà in aula a metà settembre, quando sono attesi i primi voti.

Nel Congressional Black Caucus, il gruppo dei parlamentari afroamericani del Congresso, restano perplessità sulla legge e la stessa diffidenza attraversa i senatori dei due partiti. Se il testo passasse, sarebbe il più importante risultato bipartisan di questo Congresso e uno dei principali successi legislativi di Trump.

Il funzionario della Casa Bianca ha detto che il presidente considera la legge la risposta a un "obiettivo politico sostanziale", cioè migliorare le possibilità di successo dei giovani e "ridurre le pressioni economiche e competitive" sugli atleti universitari. Dietro le quinte le conference si muovono intanto per ottenere un vantaggio nella stesura finale del testo. Secondo lo stesso funzionario, Trump sta cercando di bilanciare quegli interessi e di spingere le parti in causa a guardare al quadro generale invece di concentrarsi soltanto sul proprio perimetro.

Per portare la maggior parte dei repubblicani sulla legge servirà comunque un grande sforzo personale del presidente. I democratici hanno la forza per strappare altre concessioni oppure per bloccare del tutto il testo, se decidessero di non regalare a Trump una vittoria legislativa prima delle elezioni di metà mandato.

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Il diritto internazionale non può valere solo contro i nostri avversari.

Le sanzioni USA contro Francesca Albanese e il giudice della Corte penale internazionale Nicolas Guillou mostrano quanto l’Europa sia ancora vulnerabile alle pressioni delle grandi potenze.

Nela Riehl, europarlamentare di Volt, lo dice chiaramente: nessuno è al di sopra della legge.
Né Trump, né Netanyahu, né Putin.

Per questo serve l’Europa federale: per un’Europa forte, sovrana e capace di proteggere i propri cittadini!

#DirittoInternazionale #UnioneEuropea #CortePenaleInternazionale #Europa #DirittiUmani #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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☕ CYBERBRIEFING — Giovedì 13 agosto 2026

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Hegseth arrola l'America Latina nella guerra alla droga: "Facciamo cose cattive a persone cattive"


Il segretario alla Difesa ha parlato a Panama davanti ai vertici militari di 18 paesi. La Colombia ha chiesto operazioni militari congiunte sul suo territorio contro il narcotraffico.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha chiesto ai vertici militari dell'America Latina di intensificare la lotta ai trafficanti di droga e di affiancare le forze armate statunitensi nelle operazioni contro i cartelli. Parlando mercoledì a Panama davanti ai responsabili civili della difesa e ai generali di 18 paesi, Hegseth ha detto che l'obiettivo comune è "degradare, smantellare e distruggere le reti narco-terroristiche" e che il motto della coalizione sarà "facciamo cose cattive a persone cattive".

La coalizione, chiamata Americas Counter-Cartel Coalition, è nata da un vertice di marzo tra il presidente Donald Trump e i paesi latinoamericani e fa parte dell'alleanza regionale Shield of the Americas. Ne fanno parte 18 paesi: Argentina, Bahamas, Belize, Bolivia, Cile, Colombia, Costa Rica, Repubblica Dominicana, Ecuador, El Salvador, Guatemala, Guyana, Honduras, Giamaica, Panama, Paraguay, Perù e Trinidad e Tobago. La riunione di mercoledì si è tenuta a margine di una grande esercitazione militare regionale guidata dagli Stati Uniti.

Il governo colombiano di Abelardo de la Espriella ha chiesto agli Stati Uniti di collaborare a operazioni militari congiunte in Colombia contro il "narco-terrorismo", ha annunciato Hegseth. "Attraverso il presidente appena insediato, come al nostro presidente piace chiamarlo, il presidente El Tigre, la Colombia ha già chiesto che il Dipartimento della Guerra si unisca alla Colombia nella sua lotta al narco-terrorismo, autorizzando operazioni militari congiunte per distruggere i terroristi e le reti del terrore", ha detto. La Colombia diventerà anche il diciannovesimo membro di Shield of the Americas.

De la Espriella, che ha giurato la settimana scorsa ed è conosciuto come "El Tigre", aveva già promesso di bombardare i narcotrafficanti con l'aiuto degli Stati Uniti. Il suo governo non ha commentato l'annuncio di Panama. Il suo predecessore Gustavo Petro, di sinistra, non era stato invitato al vertice di marzo: per quattro anni ha criticato pubblicamente gli attacchi americani alle imbarcazioni e le altre politiche di Trump nella regione mentre i rapporti tra i due paesi si deterioravano. La Colombia è il primo produttore mondiale di cocaina ed è stata per decenni un alleato fedele di Washington, che nei giorni scorsi ha annunciato di voler accelerare la cooperazione militare con Bogotà.

Anche l'Honduras ha accettato le operazioni congiunte. A marzo Ecuador e Stati Uniti avevano avviato operazioni militari comuni contro gruppi designati come terroristici e a maggio il Pentagono ha premuto sul Guatemala perché accettasse attacchi aerei americani e altre azioni militari sul proprio territorio contro i gruppi sospettati di traffico di droga.

La settimana scorsa il Comando Sud, la struttura militare statunitense che si occupa dell'America Latina, ha annunciato la Joint Task Force Western Hemisphere, l'infrastruttura con cui allargare la guerra alla droga insieme agli alleati regionali. Il capo del Comando Sud, il generale Francis Donovan, ha scritto il 3 agosto che la nuova task force "porterà il combattimento al nemico".

La nuova struttura si aggiunge alla campagna che il Pentagono conduce da un anno nei Caraibi e nel Pacifico orientale, dove i militari hanno condotto 66 attacchi contro imbarcazioni uccidendo almeno 221 persone che, secondo il governo, trasportavano droga. Nessuna prova è stata presentata a sostegno di questa versione. Esperti di diritto hanno avvertito che gli attacchi sono illegali, perché i militari non possono colpire deliberatamente civili che non partecipano direttamente alle ostilità, anche quando stanno violando la legge. Trafficare droga, dicono, non raggiunge la soglia delle ostilità.

Hegseth ha detto mercoledì che gli attacchi hanno più che dimezzato il numero di imbarcazioni sospettate di trasportare droga nei Caraibi e nel Pacifico orientale. Un'inchiesta del New York Times ha però rivelato che la cocaina, di gran lunga la droga più contrabbandata dal Sud America, si trova in gran parte degli Stati Uniti con la stessa facilità di prima che gli attacchi cominciassero.

L'ultimo attacco, che ha ucciso otto persone, risale al 21 giugno. Funzionari del Pentagono dicono che da allora c'è stata una pausa, in parte perché uomini e mezzi sono stati dirottati per portare aiuti umanitari alle vittime del recente terremoto in Venezuela. Ora l'amministrazione sembra spostare dalle acque internazionali alla terraferma le operazioni contro i gruppi armati in America Latina.

Nel suo secondo mandato il presidente ha trattato i trafficanti di droga non come criminali ma come combattenti nemici. Accusando cartelli e bande della crisi delle overdose e della violenza negli Stati Uniti, l'amministrazione ha aggiunto dal 2025 una ventina di gruppi alla lista delle organizzazioni terroristiche straniere, dai grandi cartelli messicani alle bande della droga ecuadoriane, autorizzando l'uso della forza letale contro di loro. L'anno scorso Trump aveva giustificato gli attacchi contro le piccole imbarcazioni sostenendo che gli Stati Uniti erano impegnati in un "conflitto armato" formale con i trafficanti designati come organizzazioni terroristiche e che i contrabbandieri di quei gruppi erano "combattenti illegali".

A Panama Hegseth ha invitato i quasi venti paesi presenti ad abbandonare la Corte penale internazionale e a respingere i suoi tentativi di togliere sovranità ai loro governi e ai loro tribunali. Ha sostenuto che le operazioni americane "sono del tutto legali secondo il diritto internazionale umanitario". Dalle sue parole non è chiaro quali misure abbia preso il tribunale internazionale per ostacolare le operazioni americane nella regione. L'amministrazione Trump sta portando avanti una campagna per smantellare la Corte come ritorsione per i mandati d'arresto emessi contro alti funzionari israeliani per la guerra a Gaza e per le indagini sul personale statunitense in Afghanistan.

Panama ha ospitato la riunione pur non avendo un esercito attivo. Hegseth aveva incontrato i funzionari panamensi durante una visita nell'aprile 2025 e aveva firmato un accordo bilaterale di sicurezza con il presidente José Raúl Mulino, un conservatore che ha cercato il negoziato con l'amministrazione Trump dopo le minacce sul canale di Panama.

Operazioni molto pubblicizzate hanno riguardato anche paesi senza accordi ufficiali con Washington. Trump ha applaudito un'operazione con il coinvolgimento della CIA, la Central Intelligence Agency, all'inizio di quest'anno in Messico che ha contribuito a uccidere Nemesio Oseguera Cervantes, conosciuto come El Mencho, capo del cartello Jalisco Nueva Generación, una delle organizzazioni di narcotraffico più potenti al mondo. Ha celebrato anche un attacco in Venezuela che ha ucciso un capo del Tren de Aragua, il gruppo transnazionale che secondo lui ha invaso gli Stati Uniti.

Il Messico non fa parte dell'alleanza regionale e non era alla conferenza di Panama, pur essendo il paese dei cartelli che portano fentanyl e altre droghe negli Stati Uniti. Come il Brasile, anch'esso fuori dall'alleanza, il Messico è guidato da una presidente di sinistra, Claudia Sheinbaum, che teme la reazione dell'opinione pubblica in un paese con una lunga storia di interventi militari statunitensi e vuole proteggere la sovranità messicana. Il suo messaggio è sempre lo stesso: "Coordinamento ma non subordinazione".

Per decenni la politica statunitense in America Latina si è concentrata sull'antinarcotici, con miliardi di dollari spesi in assistenza militare e in eradicazione delle coltivazioni e con la richiesta di misure di sicurezza dure e di accordi di estradizione. Gli esperti dicono che la criminalità organizzata e il traffico si sono espansi nelle zone della regione dove lo Stato è assente e che le attività illecite sono cresciute dopo la pandemia. Avvertono però che le precedenti "guerre alla droga" guidate dagli Stati Uniti non hanno ridotto il traffico e ricordano che oggi gran parte della cocaina sudamericana è diretta in Europa e non negli Stati Uniti. Le organizzazioni per i diritti umani avvertono a loro volta che militarizzare la lotta ai gruppi armati rischia di aumentare la violenza contro i civili.


Il nuovo presidente della Colombia promette di bombardare i narcotrafficanti con l'aiuto di Trump


Abelardo de la Espriella ha giurato venerdì da presidente della Colombia e ha promesso di bombardare gli accampamenti dei gruppi armati che vivono di cocaina, di abbattere gli aerei del narcotraffico e di affondare le imbarcazioni che partono dalle coste caraibica e pacifica. Poche ore dopo il discorso il dipartimento di Stato americano ha annunciato l'intenzione di stanziare, in accordo con il Congresso, un miliardo di dollari per un pacchetto sulla sicurezza a sostegno del nuovo governo.

Avvocato di 48 anni, mai eletto prima a nessuna carica, de la Espriella ha vinto il ballottaggio del 21 giugno con circa 250.000 voti di scarto sul senatore di sinistra Iván Cepeda, poco più di un punto percentuale e il margine più stretto nella storia del paese. Ha fondato un suo partito e ha condotto una campagna fatta di comizi spettacolari e di discorsi tenuti dietro un vetro blindato. Ha anche la doppia cittadinanza colombiana e statunitense. Il presidente Trump lo aveva sostenuto apertamente durante la campagna, promettendo rapporti tra Bogotá e Washington mai così stretti dopo gli anni di tensione con il governo uscente.

Il giuramento si è svolto nell'auditorium dell'Università Santiago de Cali e non nel palazzo del Congresso a Bogotá: è la prima volta nella storia recente colombiana. Cali è la terza città del paese, è stata colpita di recente da attentati rivendicati dalle guerriglie ed è vicina a territori controllati dai gruppi armati. Subito dopo aver ricevuto la fascia presidenziale de la Espriella si è spostato nella base militare del battaglione Pichincha, dove ha parlato per 75 minuti davanti ai soldati schierati. "È arrivato il momento di ripristinare l'ordine, l'autorità e la libertà", ha detto. Si fa chiamare El Tigre (la tigre) e ai militari ha detto che la tigre è arrivata e che imparerà quanto morde forte quando si tratta di difendere il popolo colombiano.

Sotto il predecessore Gustavo Petro, primo presidente di sinistra della storia colombiana ed ex guerrigliero, il governo aveva aperto trattative simultanee con una decina di organizzazioni del narcotraffico per convincerle a disarmarsi e ad abbandonare il contrabbando di droga. Nei quattro anni della cosiddetta Pace Totale i loro effettivi sono passati da 15.120 a 28.802, secondo un rapporto pubblicato questa settimana dalla Fondazione Ideas para la Paz, un centro studi di Bogotá. Il sindaco di Medellín Federico Gutiérrez, che ha sostenuto l'ascesa del nuovo presidente, ha detto che la Pace Totale ha consegnato il territorio ai criminali.

De la Espriella ha chiuso quei negoziati definendoli un "falso processo di pace" e ha detto che l'opzione del dialogo è "completamente esaurita". Ai membri delle bande criminali e dei gruppi narcoterroristi restano due strade, ha detto ai soldati: sottomettersi alla legge o affrontare la risposta decisa dello Stato colombiano e delle sue forze di sicurezza.

Le piantagioni di coca coprono oggi circa 253.000 ettari (626.000 acri, la cifra indicata dallo stesso Petro). I laboratori clandestini nella giungla producono più di 3.300 tonnellate di cocaina all'anno, quasi nove volte quanto stimato dai ricercatori delle Nazioni Unite per il 2012, quando Stati Uniti e Colombia avevano ridotto drasticamente le coltivazioni con le fumigazioni aeree. Nonostante i bombardamenti americani sulle imbarcazioni sospettate di trasportare droga, la cocaina continua ad arrivare in grandi quantità in Europa e negli Stati Uniti, dicono funzionari americani ed europei.

Le fumigazioni dei campi di coca ricominceranno già da domenica, con erbicidi che secondo il nuovo presidente non danneggiano la salute umana né l'ambiente. La Colombia aveva sospeso l'irrorazione aerea più di dieci anni fa proprio per ragioni ambientali. De la Espriella ha promesso anche di costruire carceri di grande capacità sul modello salvadoregno e di riprendere i bombardamenti sulle basi dei gruppi armati. "Darò l'ordine di bombardare gli accampamenti narcoterroristi, usando la tecnologia disponibile per evitare anche il minimo impatto sulla popolazione civile", ha detto a Caracol Radio. "Ma i bombardamenti riprendono".

Gli aerei che trasportano droga fuori dalla Colombia saranno abbattuti e le imbarcazioni che lasciano i Caraibi e il Pacifico affondate, una linea identica a quella americana. Droni e aerei militari statunitensi hanno distrutto decine di imbarcazioni sospette, uccidendo più di 220 persone a bordo. Tra i primi atti del nuovo governo ci sarà l'adesione allo Scudo delle Americhe, l'alleanza di paesi promossa dal presidente Trump contro il narcotraffico. De la Espriella dovrebbe anche accelerare le estradizioni dei capi ribelli ricercati negli Stati Uniti e ha già cominciato ad allineare la politica estera colombiana a Washington, rompendo le relazioni diplomatiche con Cuba e ripristinando quelle con Israele.

F. Cartwright Weiland, a capo dell'ufficio del dipartimento di Stato che si occupa di narcotici e applicazione della legge a livello internazionale, aveva detto ai parlamentari americani a giugno che l'agenda è pronta e ordinata per priorità fin dal primo giorno. L'impegno chiesto a Bogotá è un obiettivo aggressivo di riduzione delle coltivazioni di coca, da raggiungere anche con droni per l'eradicazione.

Nel 2024 un comandante del narcotraffico noto come Calarcá, all'anagrafe Alexander Díaz, venne fermato a un posto di blocco dell'esercito e rilasciato poco dopo perché il mandato di cattura era stato sospeso per permettergli di partecipare ai negoziati della Pace Totale. "Uccide persone, recluta bambini, traffica droga", ha detto al Wall Street Journal il generale in congedo Jorge Ricardo Hernández, che ricevette l'ordine di liberarlo. Il gruppo di Díaz ha poi abbattuto un elicottero Black Hawk uccidendo tredici agenti di polizia, l'anno scorso. Ora il presidente avverte Díaz e gli altri comandanti che è arrivato il momento di arrendersi: "A quei fuorilegge violenti mando un messaggio chiaro: il vostro tempo è finito", ha detto in un discorso recente. "Chiunque si rifiuti di arrendersi verrà ucciso. Non dite che non vi avevo avvertito".

Petro rivendica di aver sequestrato più cocaina di qualsiasi altro governo colombiano e di aver estradato 800 presunti criminali verso gli Stati Uniti e altri paesi. In un messaggio su X il mese scorso ha avvertito che se il governo americano imporrà di nuovo la violenza sull'eradicazione delle coltivazioni la violenza nel paese aumenterà, aggiungendo che la domanda mondiale di cocaina non è colpa del suo governo.

Petro non ha partecipato alla cerimonia e venerdì ha lasciato la residenza presidenziale. Nella sua ultima conferenza stampa ha ripetuto che il voto è stato viziato da brogli e ha avvertito che la Colombia rischia una nuova guerra civile. Non ha portato prove ritenute valide dalle autorità elettorali, che hanno certificato la vittoria di de la Espriella. Nemmeno gli osservatori internazionali hanno sostenuto le sue accuse. Cepeda ha guidato un corteo a Barranquilla, ha chiesto disobbedienza civile pacifica e ha detto di non considerare legittima la presidenza perché la doppia cittadinanza rende de la Espriella "un agente degli interessi statunitensi" e non di quelli dei colombiani.

Cali era blindata per la giornata dell'insediamento, con 11.000 militari, un sistema anti-droni e il divieto di circolazione per i veicoli privati. Pochi giorni prima le autorità avevano sventato vicino alla città un piano attentatorio attribuito ai dissidenti delle FARC, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia. La settimana scorsa un'autobomba a Cúcuta aveva ferito dodici agenti di polizia e tre civili. All'insediamento hanno partecipato una decina di capi di Stato, tra cui l'argentino Javier Milei, l'ecuadoriano Daniel Noboa e il cileno José Antonio Kast, oltre al re di Spagna Felipe VI e al presidente della FIFA Gianni Infantino. Gli Stati Uniti hanno mandato una delegazione guidata dal procuratore generale facente funzioni Todd Blanche e da alti funzionari delle politiche antidroga.

Un decreto congelerà la spesa pubblica e una riforma fiscale semplificherà il sistema dei pagamenti, mantenendo i programmi sociali più popolari, alcuni dei quali introdotti da Petro. In campagna elettorale de la Espriella aveva promesso di ridurre lo Stato fino al 40%. Il ministro delle Finanze Miguel Gomez ha detto che il deficit è tra il 7% e l'8% del prodotto interno lordo, più alto dei numeri del governo uscente. Il partito del presidente ha però soltanto quattro seggi al Senato e dovrà dipendere dai partiti conservatori e centristi tradizionali per far passare il programma economico.

L'esplorazione di petrolio e gas ripartirà e il nuovo presidente ha promesso di rimettere in piedi Ecopetrol, la compagnia petrolifera a maggioranza statale che è una delle principali fonti di entrate pubbliche e di esportazioni del paese, definendola una priorità definitiva e assoluta. Ha confermato che autorizzerà il fracking, la tecnica che estrae petrolio e gas iniettando acqua, sabbia e sostanze chimiche nel sottosuolo per fratturare la roccia, sotto quelli che ha descritto come i più severi standard tecnici e ambientali. Ha detto di credere nella transizione energetica, a patto che sia costruita "dalla forza, non dalla debolezza" e dall'autosufficienza invece che dalla dipendenza.

Il sistema energetico colombiano si trova in una situazione critica, ha detto, con riserve di petrolio e gas in calo, progetti in ritardo e domanda elettrica in aumento. Ha citato anche l'arrivo del fenomeno El Niño, che porta siccità prolungate e riduce la produzione idroelettrica. Petro aveva smesso di assegnare nuovi contratti di esplorazione e aveva puntato sulle rinnovabili e sulla protezione dell'Amazzonia: quattro mesi fa il suo governo aveva ospitato a Santa Marta un vertice internazionale per costruire consenso sull'abbandono dei combustibili fossili.

Come avvocato de la Espriella ha difeso figure del mondo criminale e ha rappresentato persone legate ai gruppi paramilitari di destra. Tra i suoi assistiti c'è stato Alex Saab, l'imprenditore colombiano che gli Stati Uniti accusano di aver riciclato denaro per l'allora uomo forte del Venezuela Nicolás Maduro. Maduro è oggi detenuto a New York dopo l'operazione lampo con cui i commando americani lo hanno catturato il 3 gennaio e si dichiara innocente dalle accuse di narcotraffico. Saab, estradato dal Venezuela a maggio, si è dichiarato non colpevole in un tribunale di Miami.

L'elezione di de la Espriella è parte di uno spostamento a destra che attraversa l'America Latina. In Perù, Argentina, Cile, Ecuador, Bolivia e Panama le economie deboli e la criminalità in aumento hanno cambiato le priorità degli elettori e hanno portato al governo candidati di destra un tempo considerati marginali. Elizabeth Dickinson, analista del centro studi International Crisis Group, ha detto alla NPR, la radio pubblica americana, che con il nuovo presidente il pendolo torna a destra. Una maggiore pressione militare può indebolire i gruppi armati e spingere alcuni combattenti a smobilitare, ha detto, ma chiudere del tutto la porta a futuri negoziati rischia di essere controproducente, perché nel conflitto colombiano sono coinvolte circa 27.000 persone che avranno bisogno di una via di rientro nella vita normale.

Il politologo Sergio Guzmán ha detto alla NPR che de la Espriella dovrà costruire una maggioranza in un Congresso frammentato per approvare le riforme più profonde e che le accuse di brogli di Petro possono alimentare le proteste tra i colombiani già preoccupati che le politiche contro la criminalità portino ad abusi da parte delle forze di sicurezza. Petro sarà un fastidio costante per il nuovo presidente, ha detto, ma de la Espriella è pronto allo scontro, sul piano retorico e potenzialmente in piazza.


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Continua lo sciacallaggio di Bignami, Fratelli d’Italia, sulla memoria di Paolo Borsellino.

Poi sostiene che “la sinistra” avrebbe eletto Scalfaro e che, da Presidente, avrebbe scarcerato 300 mafiosi. Peccato che Scalfaro fosse DC, eletto dal Parlamento con un consenso trasversale, e che i 334 mancati rinnovi del 41-bis furono decisi dal ministro Conso: nessuna scarcerazione ordinata dal Quirinale.

E tu, te lo ricordi?

Video di Francesca Romana D’Antuono, già copresidente di Volt Europa

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10.000 Filmszenen sollen Software zur Verhaltenserkennung helfen. Doch handfeste Ergebnisse des Mannheimer Langzeit-Pilotprojekts sind nach acht Jahren Test noch immer Mangelware. Ausgeweitet soll die Dauerbeobachtung trotzdem werden. Ein Kommentar netzpolitik.org/2026/verhalten…
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La portavoce di Trump lascerà la Casa Bianca a fine agosto


La portavoce di Trump, la più giovane di sempre a ricoprire il ruolo, resterà consigliera esterna del presidente. Il suo addio arriva a tre mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre.

Karoline Leavitt lascerà la Casa Bianca alla fine di agosto. Il presidente Donald Trump ha annunciato mercoledì 12 agosto sul suo social network Truth Social che la portavoce, 28 anni, lascia l'incarico per dedicarsi ai due figli piccoli. È stata la persona più giovane mai nominata a quel ruolo e l'unica ad averlo ricoperto nel secondo mandato del presidente.

Leavitt ha parlato su X di una decisione "dolceamara". "Da quando sono tornata alla Casa Bianca dopo la nascita di mia figlia ho sentito nel mio cuore che non posso essere la mamma migliore che i miei due bambini meritano, dedicando allo stesso tempo il tempo costante, l'energia e l'attenzione che il ruolo di portavoce della Casa Bianca richiede", ha scritto. Ha aggiunto che il presidente le ha chiesto di continuare a consigliarlo dall'esterno e che resterà "una sostenitrice del MAGA e del Partito Repubblicano".

Trump ha scritto di capire e rispettare "totalmente" la decisione e ha definito Leavitt una delle sue collaboratrici più fidate. Ha detto che diventerà una delle sue principali consigliere esterne e una voce influente nel Partito Repubblicano, mentre i repubblicani provano a vincere le elezioni di metà mandato di novembre.

L'annuncio arriva a tre mesi da quel voto e mentre la popolarità del presidente continua a scendere. Cade anche nel pieno delle polemiche sul sospetto che la Casa Bianca abbia usato i giornalisti a bordo dell'Air Force One come esca durante la partenza segreta del presidente dalla Turchia, il mese scorso, per un allarme sicurezza legato all'Iran.

Leavitt è la seconda portavoce più longeva delle due presidenze Trump, dopo Sarah Huckabee Sanders. Nel primo mandato il presidente ne cambiò quattro: Sean Spicer, la stessa Sanders, Stephanie Grisham, che non tenne mai un briefing, e Kayleigh McEnany. Chi la sostituirà sarà il sesto portavoce delle due amministrazioni e Trump non ha ancora indicato un nome.

Alla Casa Bianca Leavitt ha guidato una strategia di comunicazione aggressiva verso i giornali e le televisioni tradizionali, lasciando più spazio agli influencer e ai creatori di contenuti vicini al movimento MAGA, la sigla di "Make America Great Again". Il suo ufficio ha preso il controllo del "pool", il gruppo ristretto di giornalisti che segue da vicino il presidente per conto di tutti gli altri e che fino ad allora era organizzato dall'associazione indipendente dei corrispondenti alla Casa Bianca. Decideva chi entrava agli eventi presidenziali e chi saliva sull'Air Force One. Ha poi aggiunto ai giornalisti accreditati in modo permanente servizi di streaming, conduttori radiofonici conservatori locali, podcaster e personalità del mondo MAGA.

Su indicazione del presidente ha escluso l'Associated Press da alcuni eventi alla Casa Bianca e un giornalista dell'agenzia è rimasto fuori dall'Air Force One. L'agenzia, che ha migliaia di clienti negli Stati Uniti e nel resto del mondo, aveva rifiutato di adeguare le proprie regole di stile all'ordine esecutivo con cui Trump ha ribattezzato il Golfo del Messico "Golfo d'America". I critici hanno letto quelle scelte come un tentativo di riempire la sala stampa di propagandisti, mentre i sostenitori del presidente le hanno accolte come una correzione al peso dei grandi giornali.

"Mi ha fatto piacere mettere i media di sinistra davanti alle loro responsabilità e assicurarmi che gli americani conoscessero la verità sui successi del presidente Trump", ha scritto mercoledì su X. Gli avversari di Trump l'hanno invece accusata di diffondere senza esitazioni le affermazioni false del presidente.

Il deputato democratico James Walkinshaw ha detto al programma della CNN "The Arena" di non dubitare della sincerità delle ragioni familiari. Ha aggiunto però che per fare il portavoce di Trump "bisogna negare deliberatamente la realtà ogni giorno" e che l'eredità di Leavitt sarà quella di aver peggiorato ancora il rapporto tra la Casa Bianca e la stampa.

Secondo un'analisi della CNN, il presidente farà fatica a trovare qualcuno con le stesse doti. Leavitt parla il linguaggio del MAGA davanti alle telecamere meglio di chiunque altro tranne Trump e i suoi briefing sono più dimostrazioni di sfida che tentativi di spiegare le scelte dell'amministrazione. Risponde di rado in modo diretto alle domande e preferisce attaccare le intenzioni dei cronisti, cosa che la rende molto popolare tra gli elettori del presidente.

Di solito le amministrazioni preparano uno o più vice portavoce a prendere il posto principale, un ruolo che logora chi lo ricopre nel giro di pochi anni. Per Leavitt non c'è un successore visibile e la stessa analisi ipotizza che il presidente possa decidere di fare da solo, visto che comunica di continuo con post, interviste e botta e risposta con i giornalisti.

Lontano dalle telecamere Leavitt è più disponibile con i cronisti ed è quasi sempre raggiungibile. Il rapporto di fiducia con il presidente le permette di essere nella stanza nei momenti decisivi, un elemento che rende credibile chi parla a nome dell'amministrazione. Con la sua uscita, secondo la CNN, per i giornalisti sarà più difficile raccontare come si prendono le decisioni alla Casa Bianca.

Leavitt è nata nel New Hampshire. Nel settembre 2017, quando era studentessa al Saint Anselm College, un'università privata cattolica dello Stato, scrisse al giornale dell'ateneo per protestare contro un professore che aveva criticato Trump in aula e per lamentare che i docenti diffondessero le proprie convinzioni progressiste durante le lezioni.

Durante il primo mandato ha lavorato nell'ufficio stampa della Casa Bianca, poi è stata direttrice della comunicazione della deputata repubblicana di New York Elise Stefanik. Nel 2022 si è candidata al Congresso in New Hampshire: ha vinto una primaria repubblicana con dieci candidati e ha perso le elezioni generali contro il deputato democratico uscente Chris Pappas. Secondo il sito di informazione Notus, che cita documenti finanziari, durante quella campagna accettò 200.000 dollari di donazioni superando i limiti di legge e non li dichiarò in seguito. Prima di entrare nella campagna del 2024 ha lavorato come portavoce di MAGA Inc., un comitato che raccoglieva fondi a sostegno di Trump.

Il primo figlio, Niko, è nato nel 2024 in piena campagna elettorale. Leavitt tornò al lavoro dopo pochi giorni, un rientro accelerato dal tentato omicidio di cui Trump fu vittima il 13 luglio 2024. La figlia Viviana è nata il primo maggio scorso e Leavitt è stata la prima portavoce della Casa Bianca ad affrontare una gravidanza durante l'incarico. È tornata dietro al leggio il 16 luglio, dopo circa sette settimane di congedo.

Nelle settimane di assenza si sono alternati alle conferenze stampa il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e il segretario agli Interni Doug Burgum. In un'intervista a Fox News il vice capo di gabinetto della Casa Bianca Stephen Miller ha definito Leavitt un'"amica stretta" e un "modello" e ha detto che continueranno a lavorare insieme ogni giorno.


Trump ha lasciato la Turchia su un aereo segreto, con l'Air Force One usato come esca per paura dell'Iran


Il presidente Donald Trump ha lasciato il vertice della NATO ad Ankara l'8 luglio a bordo di un aereo militare tenuto segreto, mentre la Casa Bianca faceva credere ai giornalisti e a parte del suo staff che stesse volando sull'Air Force One. Lo ha rivelato lunedì il Washington Post, che cita un funzionario americano a conoscenza dell'operazione e materiale verificato dal giornale. L'inganno è stato organizzato per una minaccia di assassinio arrivata dall'Iran, paese confinante con la Turchia.

Trump è salito sul vecchio Air Force One davanti alle telecamere e pochi minuti dopo è stato fatto scendere dal lato opposto dell'aereo dentro un camion dei pasti, quelli che caricano cibo e provviste a bordo dei voli. Il camion era stato sollevato con un sistema idraulico fino a un portellone sul fianco dove non c'erano i cronisti. Da lì il presidente e alcuni collaboratori sono stati portati su un terzo aereo, un C-32A dell'Aeronautica militare, la versione militare del Boeing 757, molto più piccolo del jumbo presidenziale.

Il vecchio Air Force One è servito da esca. Il gruppo ristretto di giornalisti che accompagna il presidente in ogni spostamento è partito convinto di viaggiare con lui, insieme ad alcuni membri dello staff della Casa Bianca. Prima del decollo era stato chiesto loro di tenere abbassate le tendine dei finestrini nella cabina stampa, una disposizione che di solito vale per i voli sulle zone di guerra.

Il piano è stato messo a punto in poche ore, dopo che i funzionari avevano giudicato credibile la minaccia. A conoscerlo era un gruppo ristretto di alti responsabili del governo, tra cui il generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto, e il segretario alla Difesa Pete Hegseth, ha scritto il New York Times, che ha confermato la ricostruzione con due alti funzionari americani.

Il vecchio Air Force One è atterrato alla base aerea di Mildenhall, nell'est dell'Inghilterra, alle 22:16 ora locale (le 23:16 in Italia). Prima che i giornalisti scendessero, Trump era già stato riportato in auto dal C-32A al jumbo presidenziale, dove è salito da un ingresso diverso. Alle 22:56 (le 23:56 in Italia) è sceso dalla scaletta del portellone superiore di sinistra come fa di solito, ha fatto il segno della vittoria ai cronisti senza avvicinarsi, ha salutato i militari della base e ha raggiunto a piedi il nuovo Air Force One donato dal Qatar, con cui è tornato a Washington insieme ai giornalisti.

Trump era arrivato ad Ankara con il nuovo Air Force One, il Boeing 747 regalato dal Qatar l'anno scorso e ristrutturato dall'azienda della difesa L3Harris, alla sua prima trasferta internazionale. Prima di ripartire aveva scritto su Truth Social che per il primo tratto avrebbe usato il vecchio jet azzurro "per i vecchi tempi", mentre il nuovo aereo sarebbe arrivato prima alla stessa base britannica per far salire a bordo i militari americani di stanza in Inghilterra.

La minaccia iraniana non riguardava soltanto l'aereo qatariota: il presidente era il bersaglio su qualunque velivolo avesse preso. Il cambio di aereo aveva comunque aperto un caso sulla sicurezza del nuovo Air Force One, che il New York Times a luglio aveva descritto come privo di alcuni dei sistemi di difesa montati sui modelli precedenti. Trump si è infuriato per quelle fughe di notizie e il Dipartimento di Giustizia ha convocato davanti a un gran giurì, l'organo di cittadini che negli Stati Uniti decide se procedere con un'incriminazione, i giornalisti che avevano firmato gli articoli e alcuni loro familiari. Le convocazioni sono state ritirate dopo che un giudice federale ha rimproverato i procuratori.

Steven Cheung, direttore della comunicazione della Casa Bianca, ha risposto alle domande sull'operazione con una dichiarazione: "Ci sono molti nemici dell'America che lo hanno nel mirino e usiamo ogni strumento a nostra disposizione per affrontare quelle minacce". Era lo stesso testo diffuso a luglio, che in quell'occasione conteneva anche le parole "compresi la distrazione e il depistaggio", eliminate nella nuova versione. Cheung ha aggiunto che il jet donato dal Qatar è un velivolo all'avanguardia, dotato di protocolli di sicurezza di alto livello. Il Secret Service, il corpo che protegge il presidente, non ha voluto commentare e l'Aeronautica militare, che gestisce la flotta presidenziale, ha rinviato le domande alla Casa Bianca.

Sul volo di ritorno verso Washington Trump ha detto ai giornalisti di aver preso il vecchio aereo perché voleva che i militari della base britannica vedessero il nuovo. Sulle tendine abbassate ha detto di non essere a conoscenza di minacce specifiche, ma si è descritto sotto assedio costante da parte dell'Iran: "Io ho una minaccia in continuazione. Sono il numero uno della loro lista, prima di voi". Poi ha aggiunto, rivolto ai cronisti: "Ma se me ne vado io, ve ne andate anche voi".

Nel 2000 il presidente Bill Clinton entrò in Pakistan su un aereo senza insegne, mentre l'Air Force One ufficiale veniva mandato avanti come esca. Donald Mihalek, ex agente del Secret Service nelle scorte di George W. Bush e Barack Obama, ha detto al New York Times che l'agenzia ha già usato in passato aerei e cortei di automobili come diversivo: "Ogni volta che il presidente si trova in uno scenario dove c'è un potenziale pericolo di combattimento, il Secret Service ha adottato contromisure protettive, incluso l'uso di un'esca". Il compito dell'agenzia, ha detto, è tenere il presidente al sicuro, non fare informazione. Paul Eckloff, anche lui ex agente, ha detto all'Associated Press che la mossa non è senza precedenti ma resta un fatto insolito.

Le minacce iraniane contro Trump vanno avanti da anni, da quando nel primo mandato ordinò l'uccisione del generale Qassem Soleimani. Durante la campagna del 2024 i suoi consiglieri ricevettero informazioni di intelligence secondo cui Teheran voleva ancora colpirlo e lo staff cominciò a usare ogni tanto aerei esca, imbarcando il candidato su un jet segreto senza avvisare i giornalisti e facendo volare il suo aereo privato. Nello stesso periodo ci furono un piano di omicidio su commissione affidato a un intermediario iraniano, poi finito in tribunale, e la violazione delle email e dei profili social di alcuni collaboratori. L'amministrazione Biden rafforzò la protezione del candidato e poco dopo, per motivi non collegati all'Iran, Trump subì l'attentato di Butler, in Pennsylvania, seguito da un secondo tentativo a settembre.

Il vertice di Ankara si è tenuto mentre l'esercito americano conduceva una serie di attacchi su larga scala in Iran, in risposta agli assalti iraniani alle navi mercantili nella regione. La guerra, cominciata il 28 febbraio, va avanti da più di cinque mesi. I funzionari americani non avevano mai ammesso prima che il presidente non fosse dove sostenevano che fosse. Il senatore democratico Richard Blumenthal ha chiesto un'indagine del Congresso, definendo l'episodio "senza precedenti" e "surreale" in un intervento alla CNN.


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La rassegna stampa di giovedì 13 agosto 2026


Karoline Leavitt lascia il ruolo di portavoce della Casa Bianca, il moderato Crowley batte la sinistra nelle primarie in Wisconsin e l'inflazione di luglio rallenta, mentre cresce l'attesa per la maxi-quotazione di Anthropic da 2.000 miliardi di dollari

Questa è la rassegna stampa di giovedì 13 agosto 2026

Karoline Leavitt lascia il ruolo di portavoce della Casa Bianca


Il presidente Trump ha annunciato che Karoline Leavitt, la più giovane portavoce nella storia della Casa Bianca, lascerà l'incarico alla fine del mese per dedicarsi alla famiglia dopo la nascita del secondo figlio. In carica da gennaio 2025, era diventata una delle voci più visibili e combattive dell'Amministrazione. La sua uscita apre l'interrogativo su chi la sostituirà in un ruolo notoriamente esposto.

Fonti: New York Times, Wall Street Journal, The Guardian

Il moderato Crowley batte la sinistra di Hong nelle primarie in Wisconsin


David Crowley, esponente dell'ala moderata, ha vinto per poche migliaia di voti le primarie democratiche per il governatore del Wisconsin, superando la socialista Francesca Hong che i sondaggi davano avanti di diversi punti. Il risultato riapre il dibattito interno ai Democratici sui limiti dell'ondata progressista in vista delle elezioni di medio termine di novembre. La sfida generale sarà contro il repubblicano Tom Tiffany.

Fonti: New York Times, The Guardian, Wall Street Journal

L'inflazione di luglio rallenta e allenta la pressione sulla Federal Reserve


I prezzi al consumo negli Stati Uniti sono saliti dello 0,1% a luglio, con l'inflazione annua scesa al 3,4%, un dato più contenuto delle attese. Insieme a un rapporto sull'occupazione debole, il quadro rafforza chi chiede alla Federal Reserve di mantenere fermi i tassi d'interesse. Restano però le pressioni sui prezzi legate all'energia, con la benzina in netto rialzo rispetto a un anno fa.

Fonti: Semafor, Financial Times

Uno stratagemma segreto per sottrarre l'aereo di Trump a una minaccia iraniana


Secondo ricostruzioni della stampa, il team di sicurezza del presidente ha organizzato un piano per far decollare l'aereo di Trump da un aeroporto in Turchia eludendo una possibile minaccia iraniana, nonostante alcuni funzionari giudicassero l'operazione poco praticabile. La vicenda si inserisce nel quadro delle crescenti tensioni tra Washington e Teheran, dove l'Amministrazione è tornata a puntare sulla pressione economica e sulle sanzioni per piegare il regime. La FAA ha intanto annunciato interventi tecnici dopo un incidente con l'elicottero che trasportava il presidente.

Fonti: Wall Street Journal, New York Times

L'ICE valuta l'acquisto di guanti a scarica elettrica per gli agenti


L'agenzia per l'immigrazione ICE intende dotare i propri agenti di guanti in grado di erogare scariche elettriche, per un valore stimato di 20 milioni di dollari, presentati dal produttore come strumento non letale per rendere le persone più docili durante gli arresti. L'iniziativa ha suscitato la reazione di esponenti democratici come la governatrice di New York Kathy Hochul, che ha minacciato conseguenze legali. Il caso si aggiunge alle polemiche sulle recenti operazioni dell'agenzia.

Fonti: NPR, New York Times, Fox News

I Los Angeles Lakers venduti per una cifra record di 12,5 miliardi di dollari


La franchigia di basket dei Los Angeles Lakers è stata ceduta per 12,5 miliardi di dollari, la valutazione più alta mai raggiunta per una squadra sportiva, all'ex capo della Disney Bob Iger e all'investitore Josh Kushner, fratello di Jared Kushner. Kushner è un noto venture capitalist con importanti scommesse nell'intelligenza artificiale e nelle assicurazioni sanitarie. L'operazione riflette l'ingente afflusso di capitali verso gli asset sportivi negli Stati Uniti.

Fonti: Semafor, New York Times

La corsa all'intelligenza artificiale spinge Wall Street e gonfia le valutazioni


Gli investitori scommettono su una valutazione da 2.000 miliardi di dollari per Anthropic, la società che sviluppa Claude, in quella che potrebbe diventare la più grande quotazione in Borsa della storia. Intanto i conti trimestrali dei colossi del cloud alimentano un nuovo rialzo dei titoli legati all'intelligenza artificiale. Il boom sta generando una nuova ondata di ricchezza, con effetti visibili anche sul mercato immobiliare della California.

Fonti: Financial Times, Semafor

L'Amministrazione lascia decadere parti della storica legge sulle armi


Il Dipartimento di Giustizia ha di fatto lasciato decadere una parte fondamentale del National Firearms Act, la legge sulle armi risalente all'epoca del proibizionismo. Il passo indietro dell'Amministrazione allenta i controlli su alcune categorie di armi da fuoco. La decisione segna un cambiamento significativo nella regolamentazione federale del settore.

Fonti: New York Times

Arrestato un ex dirigente del Southern Poverty Law Center per presunta frode


Le autorità federali hanno arrestato un ex dirigente del Southern Poverty Law Center, storica organizzazione per i diritti civili, accusandolo di aver gestito pagamenti segreti a informatori legati a gruppi suprematisti bianchi. L'arresto rientra in una più ampia offensiva del Dipartimento di Giustizia contro l'organizzazione. Il caso ha assunto anche una dimensione politica per il ruolo del gruppo nel monitoraggio dell'estrema destra.

Fonti: Wall Street Journal, The Hill, The Guardian

Un elicottero militare Apache precipita in Texas, due morti


Un elicottero da combattimento AH-64 Apache dell'esercito statunitense è precipitato in un campo del Texas centrale, uccidendo entrambi i militari a bordo e provocando un incendio che ha costretto all'evacuazione di alcune abitazioni. Il velivolo era impegnato in un volo di addestramento di routine nei pressi di Fort Hood. Le autorità hanno avviato le indagini per chiarire le cause dello schianto.

Fonti: Wall Street Journal, The Guardian

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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