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Diretta Test: prima diretta del 30 agosto 2026


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Il Senato conferma Todd Blanche come Procuratore Generale per un solo voto


La nomina dell'ex avvocato difensore di Donald Trump come nuovo Procuratore Generale passa con 50 voti contro 49. Contrarie le senatrici repubblicane Collins e Murkowski, decisivo il sostegno di Bill Cassidy.

Il Senato degli Stati Uniti ha confermato Todd Blanche alla guida del Dipartimento di Giustizia. Il voto si è concluso con 50 favorevoli e 49 contrari nelle prime ore di sabato a Washington, quando in Italia era già mattina, al termine di uno scontro che ha diviso la maggioranza repubblicana. Blanche, che in passato ha difeso Donald Trump nei processi penali a suo carico, guidava già il Dipartimento di Giustizia ad interim da aprile, dopo il licenziamento della ex Procuratrice Generale Pam Bondi.

Contro la sua nomina hanno votato tutti i senatori democratici e due senatrici repubblicane, Susan Collins del Maine (in gioco per la rielezione a novembre in una delle sfide più difficili) e Lisa Murkowski dell'Alaska. Entrambe ritengono che il Dipartimento di Giustizia sia diventato sempre più politicizzato e temono che Blanche non faccia abbastanza per arrestarne la crescente subordinazione alla Casa Bianca.

La loro opposizione ha messo in bilico la conferma. I repubblicani dispongono ad oggi di 53 seggi al Senato, ma, con Mitch McConnell assente, Blanche poteva permettersi soltanto due defezioni. A salvarne la nomina è stato il senatore Bill Cassidy della Louisiana, il terzo repubblicano inizialmente scettico, che venerdì ha annunciato il proprio sostegno insieme a John Curtis dello Utah. "La scelta non è fra la perfezione e Blanche", ha spiegato Cassidy in aula. "È fra Blanche e un altro Procuratore Generale ad interim, che potrebbe non riuscire a guidare efficacemente il dipartimento sotto il presidente Trump."

Blanche, in quel momento, non si trovava nemmeno negli Stati Uniti: era in Colombia alla guida della delegazione americana inviata per l'insediamento del nuovo presidente di destra Abelardo de la Espriella. "Il Paese ha bisogno di un Procuratore Generale che freni gli impulsi peggiori di questa Amministrazione", ha replicato Murkowski. "Spero che Blanche ci riesca, ora che è stato confermato, ma non ho fiducia che accada."

Stati Uniti · Dipartimento di Giustizia

Un voto di margine


Il Senato ha confermato Todd Blanche procuratore generale con 50 voti favorevoli e 49 contrari. Due senatrici repubblicane hanno votato contro e Mitch McConnell era assente: un terzo no avrebbe fatto cadere la nomina.

Grafica di FocusAmerica8 agosto 2026

Il voto finale in aula

L'aula

Cento seggi, tre eccezioni


Ogni cerchio è un seggio del Senato. I democratici a sinistra, i repubblicani a destra. Al vertice dell'emiciclo, dove passa il confine fra i due schieramenti, stanno i tre seggi repubblicani che non hanno sostenuto Blanche.

Le tre eccezioni repubblicane

Due contrarie, un banco vuoto

L'aritmetica

Servivano 50 sì repubblicani


Tutti i 47 democratici hanno votato contro: per arrivare alla maggioranza Blanche doveva raccogliere 50 voti fra i repubblicani. Ogni tacca qui sotto è un seggio repubblicano.

I protagonisti

I sei repubblicani che hanno deciso


Tocca un nome per leggere la motivazione del voto.

Il nodo

L'accordo che aveva bloccato tutto


Per chiudere la causa di Trump contro il fisco, Blanche aveva negoziato un'intesa che proteggeva la famiglia del presidente dai controlli fiscali e creava un fondo di risarcimento.

L'accordo con il fisco che aveva bloccato la nomina


A complicare il percorso di Blanche è stato soprattutto un accordo che lui stesso aveva negoziato. A gennaio Trump, i suoi figli e la Trump Organization avevano intentato una causa da 10 miliardi di dollari contro l'Internal Revenue Service, l'Agenzia delle Entrate statunitense, e il Dipartimento del Tesoro per la fuga di notizie riguardante le dichiarazioni fiscali del presidente. L'intesa raggiunta per chiudere il contenzioso proteggeva dai controlli fiscali Trump, i suoi due figli maggiori e la Trump Organization.

Prevedeva, inoltre, anche l'istituzione di un fondo federale da 1,8 miliardi di dollari, voluto dal presidente, per risarcire chi sosteneva di essere stato perseguitato dal governo. Fra i possibili beneficiari avrebbero potuto esserci anche le persone incriminate per l'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. A suscitare le maggiori resistenze fra i senatori repubblicani è stato proprio il fondo, ma anche l'immunità dai controlli fiscali per la famiglia presidenziale ha avuto un peso rilevante.

"Blanche ha approvato un ordine che protegge il presidente, i suoi figli e l'azienda di famiglia dai controlli dell'agenzia delle entrate: tutele di cui non gode nessun altro contribuente americano", ha dichiarato Collins. Il presidente aveva chiesto ai repubblicani del Senato di confermare rapidamente Blanche, ma aveva anche lasciato intendere che avrebbe preferito mantenerlo a tempo indeterminato alla guida ad interim del Dipartimento, anziché rinunciare alle protezioni fiscali o impegnarsi a cancellare il fondo.

Trump lo definisce un fondo contro la "weaponization", cioè contro l'uso politico della giustizia, e proprio questa settimana aveva annunciato di voler rilanciare il progetto. La Commissione Giustizia del Senato aveva rinviato il voto sulla nomina dopo le obiezioni sollevate da altri due senatori repubblicani, John Cornyn del Texas e Thom Tillis della North Carolina, sia sul fondo sia sull'immunità fiscale. Domenica sera Blanche ha assicurato per iscritto che il fondo non sarebbe stato istituito e che le protezioni fiscali sarebbero state ridimensionate. Cornyn e Tillis hanno quindi ritirato le proprie riserve e martedì la Commissione ha così approvato la nomina con 12 voti contro 10 per mandarla al voto finale in aula.

I dubbi di Collins e Murkowski


Collins e Murkowski hanno però spostato la contestazione su un piano più ampio: il problema, secondo loro, non erano soltanto le clausole dell'accordo, ma il fatto stesso che Blanche lo avesse concepito e negoziato. Murkowski teme inoltre che gli impegni assunti possano essere abbandonati dopo la conferma. L'ordine con cui Blanche ha cancellato il fondo revoca infatti un atto interno del Dipartimento, ma non modifica l'accordo transattivo, non reca la firma dei ricorrenti e non impedisce loro di rivolgersi a un giudice per ottenerne l'applicazione.

"So bene che il fondo opaco da quasi 2 miliardi di dollari del Dipartimento, che con ogni probabilità avrebbe premiato coloro che hanno partecipato al 6 gennaio, è stato accantonato soltanto perché la nomina è ancora in sospeso e il Senato dispone di un margine di pressione", ha detto Murkowski. "Una volta espresso il voto, quel margine scomparirà e non sappiamo che cosa ci riservi il futuro."

Sulla posizione della senatrice dell'Alaska ha pesato anche la gestione della pubblicazione dei documenti riguardanti Jeffrey Epstein, affidata proprio a Blanche. Sia Murkowski sia Collins, entrambe favorevoli al diritto all'aborto, hanno inoltre ricordato che il nuovo Procuratore Generale aveva promesso ai gruppi antiabortisti una linea dura nell'applicazione della sentenza con cui la Corte Suprema ha cancellato la protezione federale garantita da Roe v. Wade.

Perché Cassidy ha votato a favore


Da parte sua, Cassidy ha riconosciuto che Blanche aveva mostrato "scarso discernimento" nell'approvare il fondo e nell'esentare il presidente dai controlli fiscali. Ha però spiegato che i colloqui avuti con lui lo avevano convinto che lo stesso Blanche considerasse ormai quelle decisioni degli errori. Il senatore si è detto preoccupato anche per le cause promosse dal Dipartimento di Giustizia contro avversari politici, una pratica che, a suo giudizio, ha coinvolto esponenti di entrambi i partiti e deve essere interrotta.

Sulla sua scelta ha però pesato soprattutto la minaccia di Trump di mantenere Blanche a tempo indeterminato alla guida ad interim del Dipartimento, ignorando le resistenze del Congresso. Secondo Cassidy, la conferma del Senato conferisce a Blanche maggiore autorità e quindi più forza per opporsi al presidente di quanta ne avrebbe conservando il ruolo di facente funzioni.

Il senatore ha richiamato anche il sostegno di William Barr, Procuratore Generale durante il primo mandato di Trump, che si dimise dopo essersi rifiutato di avallare le false accuse del presidente sui brogli nelle elezioni del 2020 o di aprire un'indagine per sostenerle. Barr, oggi consigliere informale di Blanche, ha affermato durante alcuni incontri riservati con i senatori che il nuovo Procuratore Generale possiede il temperamento e l'accesso necessari per contenere, lontano dai riflettori, le richieste di Trump.

Cassidy, medico e presidente della Commissione Sanità, si era già esposto l'anno scorso sostenendo la nomina di Robert F. Kennedy Jr. a Segretario alla Salute, dopo aver ottenuto da lui promesse successivamente disattese. Quella decisione gli è probabilmente costata consensi fra gli elettori moderati nelle primarie di maggio, nelle quali è arrivato terzo dietro la deputata Julia Letlow, sostenuta da Trump, e il tesoriere statale John Fleming.

"Sarò criticato per questo voto. Che c'è di nuovo?", ha detto venerdì annunciando la propria decisione. Dopo una pausa per ricomporsi, ha aggiunto con la voce incrinata che i suoi elettori potevano essere certi che avesse lavorato duramente per comprendere la questione e prendere la decisione giusta. Murkowski ha detto di rispettare la scelta del collega, riconoscendo quanto tempo e quanta riflessione gli avesse dedicato. "Dobbiamo entrambi convivere con le nostre decisioni e con i nostri voti, confidando di aver svolto il nostro compito nel miglior modo possibile", ha concluso.

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Für die Gestaltung des Digitalen Euro interessiert sich vor allem eine Gruppe: die Banken. Wie sie den Digitalen Euro geprägt haben, mit welchen Taktiken sie lobbyiert haben und um welche Design-Entscheidungen noch gerungen wird, haben wir Jorim Gerrard von der Bürgerbewegung Finanzwende gefragt. netzpolitik.org/2026/lobbyismu…
in reply to netzpolitik.org

Eigentlich müssten die Banken den doof finden. Bei allen Zahlungsdiensten kann jede Bank überall kleinere Summen einpreise. Am digitalen Euro kann doch nur die EZB verdienen.

Ach
"Theoretisch gab es am Anfang die Option, dass die Zahlungen mit dem Digitalen Euro gar nicht über die Banken laufen würden. Inzwischen ist klar: Die Zahlungen werden über sie laufen."

Dann wird das System dadurch auch nicht robuster 🙈

Ich unterstützte eure Forderung, dass die niedreren Kosten als für Visa/Mastercard bei den Händlern ankommen müssen und natürlich auch:

" Der Datenschutz muss eingebaut werden. Menschen ohne Bankkonto müssen einfach den Digitalen Euro bekommen. Insgesamt muss er als öffentliches Gut gestaltet werden."

Ob das dann irgendwann wie in Scifi wird, wo alle von "credits" reden?

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in reply to netzpolitik.org

die öffentliche Hand schafft die Infrastruktur und die Banken sacken reichlich Gewinne ein. D.h. die gigantischen Margen die die Banken jetzt schon im Zahlungsverkehr haben, werden auf den Digitalen Euro ausgedehnt. Ein neues Zahlungsmittel zu schaffen, dass wie die vorhandenen mit horenden Kosten verbunden ist, macht überhaupt keinen Sinn. (Es spielt auch keine Rolle wer die Gebühren zahlt, Käufer oder Verkäufer, letztlich sind die Gebühren im Preis enthalten.)
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Schiena dritta a convenienza.

Sulla crisi di Ceuta, il governo Meloni inscena l’ennesimo teatrino sovranista contro Sánchez. Perché fare i patrioti con Madrid costa poco; avere la stessa fermezza con Trump, Netanyahu o le milizie libiche da cui dipende la nostra politica migratoria, evidentemente, costa molto di più.

#Ceuta #Meloni #Spagna #Migrazioni #Sanchez #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Come Marco Rubio stringe l'assedio economico su Cuba


L'Amministrazione ha chiesto alle sue agenzie di spionaggio di trovare un dirigente cubano disposto a prendere il potere. In un anno 40 enti sanzionati e 38 persone colpite.

L'Amministrazione Trump sta cercando un dirigente cubano, in carica o ex, che accetti di prendere il potere all'Avana. Lo ha rivelato il New York Times, secondo cui la Casa Bianca ha chiesto alle agenzie di spionaggio di individuare il nome giusto. Il piano punta più a cambiare gli uomini al vertice che a rovesciare il sistema.

Il modello è il Venezuela. A gennaio, dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte delle forze americane, la presidenza a interim è passata a Delcy Rodríguez, che i funzionari statunitensi consideravano una pragmatica capace di assumere il potere senza scosse e disposta a collaborare da vicino con Washington. Una parte dell'Amministrazione ritiene che a Cuba si possa trovare una figura equivalente.

Le agenzie di intelligence americane hanno però concluso che Cuba assomiglia meno al Venezuela e più all'Iran. Sull'isola ci sono pochi funzionari pragmatici pronti a prendere il potere se le forze americane catturassero Raúl Castro, l'ex presidente che a 95 anni non ha più incarichi ufficiali ma pesa ancora molto sulle decisioni politiche, o se la dirigenza attuale venisse rimossa in altro modo. Chi aspetta il proprio turno appartiene alle fazioni più intransigenti.

Nelle scorse settimane i funzionari americani hanno presentato ai dirigenti cubani una lista di richieste: liberalizzare l'economia, aprire alle imprese statunitensi, comprare petrolio dagli Stati Uniti ed espellere gli agenti dei servizi russi e cinesi presenti sull'isola. In cambio Washington ha offerto incentivi di cui si conoscono pochi dettagli, tra cui più aiuti umanitari e un allentamento delle sanzioni. Il governo cubano non sembra disposto ad accettare, almeno per ora, ed è questo che rende urgente la ricerca di un'alternativa.

Il governo cubano sembra puntare su Oscar Pérez-Oliva Fraga, pronipote di Fidel Castro, comparso sempre più spesso alla televisione di Stato e nei comunicati ufficiali, che ha anche concesso una rara intervista alla stampa internazionale. Per gli Stati Uniti sarebbe quasi certamente inaccettabile. Washington potrebbe invece accettare un altro parente, Raúl G. Rodríguez Castro, detto "Raulito" o "El Cangrejo" (il Granchio), nipote di Raúl Castro: è stato a lungo la sua guardia del corpo e non ha mai ricoperto cariche pubbliche. Un altro nome possibile è quello dell'attuale ministro dell'Interno, Lázaro Alberto Álvarez Casas.

John Ratcliffe, direttore della CIA, l'agenzia di spionaggio americana, ha incontrato entrambi durante una visita sull'isola quest'anno. Anche il segretario di Stato Marco Rubio, il capo della diplomazia americana, ha avuto colloqui con Raulito Castro per cambiare la guida del paese, ma non è chiaro se possa reggere una transizione né quanto potrebbe restare al potere.

La CIA ha creato in segreto una task force dedicata a Cuba, notizia trapelata mercoledì da ambienti dell'intelligence. Un alto funzionario dell'Amministrazione ha ridimensionato la cosa dicendo che non c'è nulla di nuovo, oltre al fatto di far sapere al regime che gli Stati Uniti stanno osservando.

Da un anno a questa parte l'Amministrazione ha adottato più di venti misure distinte contro Cuba, la campagna di pressione economica più dura mai costruita da Washington contro l'isola. Ha sanzionato 40 enti, dalle imprese straniere che operano sull'isola ai conglomerati statali dei carburanti, delle banche e delle miniere. Ha colpito almeno 38 persone con sanzioni economiche, limitazioni dei visti e revoche del permesso di soggiorno negli Stati Uniti. Ha spinto altri paesi a smettere di sostenere il programma cubano di esportazione dei medici, che il Dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri americano, definisce "tratta di esseri umani". Ha pubblicato rapporti che attaccano Cuba sui diritti umani, sul mancato contrasto al terrorismo e sul suo ruolo nel sostenere movimenti anticapitalisti e antiamericani.

"Quello che stiamo cercando di insegnare loro è che non ci sono valvole di sfogo", ha dichiarato Rubio ad Axios. Martedì il primo ministro cubano ha annunciato l'apertura al settore privato più ampia dalla Rivoluzione del 1959, ma per il segretario di Stato Cuba sta prendendo tempo simulando riforme mentre cerca il modo di aggirare le sanzioni. "Ogni volta che creano un nuovo meccanismo per uscire dal cappio, noi lo chiudiamo", ha detto. "Non possono certo aspettare che ce ne andiamo. Questo non sparirà di certo nei prossimi due anni e mezzo".

Il colpo più duro per l'isola è arrivato dalla decisione del presidente Trump, il 3 gennaio, di catturare Maduro. Il Venezuela forniva a Cuba fino a 100.000 barili di petrolio al giorno e L'Avana ne rivendeva circa la metà sul mercato globale, ricavandone una delle sue principali fonti di valuta. Oggi il paese fatica a tenere accese le luci.

"Per la prima volta nella sua storia Cuba non ha due cose su cui ha sempre potuto contare: uno sponsor esterno e la disattenzione degli Stati Uniti, che non la trattavano come una priorità", ha detto Rubio. "Non troveranno uno sponsor nei prossimi due anni e mezzo, questa è la dinamica che è cambiata. Li ha messi in una posizione molto difficile".

L'economia cubana sta affondando lentamente, per effetto delle sanzioni americane e della cattiva gestione del governo comunista. L'isola dipende ormai dagli Stati Uniti per gran parte del cibo, del carburante, delle medicine e della valuta, tutti beni scarsi. Il blocco di fatto imposto da Washington ha portato il paese sull'orlo dell'esaurimento delle scorte energetiche: il mese scorso negozi e ristoranti dell'Avana erano illuminati a batteria.

Le imprese straniere stanno lasciando Cuba per timore delle sanzioni e al loro posto arrivano le aziende americane, soprattutto i distributori di carburante, mentre le società statali come la compagnia petrolifera nazionale si sgretolano. Ne sta nascendo un mercato nero di stampo capitalista. Alcune imprese cubane hanno mandato corrieri a Miami carichi di pesanti catene d'oro da usare come valuta, perché le restrizioni bancarie americane rendono impossibili le transazioni finanziarie con l'isola.

Nei primi sei mesi dell'anno le esportazioni americane di carburante verso Cuba sono salite a 96 milioni di dollari, più della metà dei quali concentrati in giugno, secondo lo U.S.-Cuba Trade and Economic Council, un'organizzazione non profit che segue gli scambi tra i due paesi. "Trump e Rubio hanno avviato il programma di sanzioni più efficace contro un paese bersaglio rispetto a tutti i loro predecessori", ha detto ad Axios il presidente dell'organizzazione John Kavulich. "Esistiamo dal 1994 e non abbiamo mai visto nulla di simile".

Dopo una recente sentenza della Corte Suprema sono aumentate anche le cause legali fondate sulla legge LIBERTAD, che permette ai cittadini americani di fare causa alle aziende private che traggono profitto dalle proprietà confiscate durante la Rivoluzione cubana. La stessa legge ha reso l'embargo parte dell'ordinamento americano e stabilisce che può essere revocato solo quando Cuba libererà i prigionieri politici, garantirà i diritti civili e terrà elezioni libere.

L'embargo è da tempo condannato a livello internazionale e le accuse di imperialismo, soprattutto da sinistra, sono cresciute molto durante la presidenza Trump. Il 20 luglio il Dipartimento di Stato ha pubblicato un rapporto intitolato Cuba: The Capital of 21st Century Communism ("Cuba: la capitale del comunismo del XXI secolo"), che ricostruisce le campagne di spionaggio e di sovversione ideologica dell'isola contro gli Stati Uniti e presenta i critici della politica americana come utili idioti. Alcuni funzionari ammettono che il documento prepara il terreno per nuove azioni contro Cuba. Rubio non ha voluto specificare quali. Il comunismo è diventato un bersaglio ricorrente del presidente, che pochi giorni fa in un comizio in Nevada lo ha definito la più grande minaccia della storia degli Stati Uniti.

Rubio ha detto che se gli Stati Uniti facessero qualcosa contro Cuba, in piazza si vedrebbero le stesse persone che oggi mostrano cartelli a favore di Hamas e per la liberazione di Maduro, questa volta con cartelli contro l'intervento americano sull'isola. Secondo i critici il rapporto del Dipartimento di Stato non elenca le aggressioni americane contro Cuba, esagera il peso dell'isola come potenza dello spionaggio e lascia intendere che le critiche legittime verso le azioni di Washington siano soltanto propaganda cubana.

"È un documento politico. Non è una grande analisi storica. Manca moltissimo contesto", ha detto ad Axios Michael Bustamante, storico di Cuba e professore all'Università di Miami.

Il Dipartimento di Giustizia ha reso pubblica un'incriminazione contro Raúl Castro. Con Maduro un'incriminazione simile era servita a giustificare il blitz delle forze speciali che lo ha catturato, ma il venezuelano era il presidente in carica e la sua rimozione ha portato al potere la sua vicepresidente. Castro non ha invece incarichi ufficiali e catturarlo o arrestarlo non produrrebbe da solo un cambio di dirigenza. Dopo il blitz in Venezuela Cuba ha preso misure difensive per rendere più difficile un'operazione americana contro Castro o contro il presidente cubano Miguel Díaz-Canel. Il presidente Trump non ha escluso un'azione militare.

In Iran un piano simile è fallito. Alcuni dei funzionari iraniani che gli americani avevano individuato come pragmatici sono stati uccisi per errore nei primi raid della guerra cominciata cinque mesi fa, che puntavano alla guida suprema Ali Khamenei. Un piano israeliano sostenuto da una parte del governo americano voleva invece portare al potere l'ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, diventato sempre più critico verso i religiosi al comando dopo la fine del suo mandato, ma Ahmadinejad si è sfilato e ha lasciato la casa sicura in cui i servizi israeliani lo avevano portato. A posteriori quella strategia è apparsa molto meno preparata dell'operazione per catturare Maduro. Cosa abbia in mente Washington per Cuba resta poco chiaro.

Giovedì l'Amministrazione ha imposto altre sanzioni e altre ne arriveranno. "Una delle cose che abbiamo perso nella politica estera americana e nella geopolitica è il concetto di pazienza e perseveranza", ha detto Rubio, che si è detto convinto che alla fine del mandato Cuba sarà come minimo su un percorso irreversibile verso un futuro diverso.


Trump attacca il comunismo da Las Vegas


Donald Trump è andato a Las Vegas mercoledì per un evento sulle tasse e sull'economia, ma ha dedicato diversi minuti del suo intervento ad attaccare il comunismo, definito la più grande minaccia della storia americana. "Il comunismo è la più grande minaccia per il nostro paese nella sua storia, comprese la Prima e la Seconda guerra mondiale, Pearl Harbor, l'11 settembre", ha detto il presidente. "Penso che sia la minaccia più grande."

Il comizio al Red Rock Casino è durato circa 75 minuti davanti a un pubblico di 500 persone, mentre centinaia di sostenitori sono rimasti fuori perché la sala aveva esaurito i posti. La Casa Bianca aveva presentato l'appuntamento come dedicato alla politica fiscale, ma il presidente si è allontanato più volte dal tema per attaccare i due protagonisti della settimana politica americana.

Il primo bersaglio è stato Abdul El-Sayed, che martedì ha vinto le primarie democratiche per il Senato in Michigan battendo la deputata moderata Haley Stevens per meno di un punto percentuale. A novembre affronterà il repubblicano Mike Rogers per il seggio lasciato libero dal senatore uscente Gary Peters. "Quando guardo Abdul, è pieno di stronzate", ha detto Trump, raccogliendo una delle reazioni più forti della serata.

La vittoria di El-Sayed conviene ai repubblicani, ha spiegato il presidente. "I sondaggi dicono che andiamo meglio contro i comunisti", ha detto. "Quindi ha vinto e quindi credo di esserne contento." È la strategia con cui il partito conta di sfruttare l'avanzata dei candidati di sinistra nelle primarie democratiche, alimentando la diffidenza verso il comunismo per allontanare gli elettori centristi dai progressisti.

Il secondo bersaglio è Francesca Hong, candidata alle primarie democratiche dell'11 agosto per il governatorato del Wisconsin. Hong siede nell'assemblea legislativa dello Stato ed è iscritta ai Democratic Socialists of America, l'organizzazione socialista americana. Nei giorni scorsi sono tornati a circolare suoi vecchi messaggi in cui diceva di detestare il Giorno del Ringraziamento, il Natale e Halloween. Alla vigilia del voto ha corretto il tiro dicendo a Politico che il Ringraziamento è in realtà la sua festa preferita.

Trump l'ha definita una "pazza" e ha ripreso le sue vecchie posizioni sull'abolizione della polizia, sostenendo che secondo Hong le forze dell'ordine servono solo a difendere la supremazia bianca. "Non possiamo lasciare che vadano al governo", ha detto. La campagna del deputato repubblicano Tom Tiffany, che sfida Hong a novembre, ha rilanciato i commenti dell'ufficio stampa della candidata.

I sondaggi davano Hong largamente in testa alla primaria e sostanzialmente in parità con Tiffany nel voto di novembre, ma le rilevazioni sul voto generale sono state condotte prima che i messaggi sul Ringraziamento tornassero a circolare. Sul socialismo il terreno resta favorevole ai repubblicani: un sondaggio Gallup del 2025 ha rilevato che i democratici sono l'unico gruppo di elettori a giudicare quell'ideologia più positivamente del capitalismo.

Il presidente ha descritto a modo suo cosa comporterebbero le politiche comuniste. "Volete una casa gratis? La prenderemo dal vostro vicino. Volete l'affitto gratis? Toglieremo il vostro palazzo al padrone di casa", ha detto. "Quello che non dicono è che alla fine dell'anno non avrete altro che morte, squallore, povertà." Ha citato il Venezuela come esempio di un paese ricco impoverito da quelle scelte e ha promesso di sconfiggere "comunismo, socialismo e marxismo" negli Stati Uniti.

El-Sayed si definisce capitalista e ha preso le distanze dai Democratic Socialists of America, anche se i repubblicani lo associano di continuo al movimento socialista-democratico. Sostenuto dal senatore Bernie Sanders e dalla deputata Alexandria Ocasio-Cortez, ha costruito la sua campagna sulla sanità pubblica per tutti, sull'uscita del denaro privato dalla politica e sulla fine degli aiuti militari americani a Israele.

Sull'economia Trump ha rivendicato le misure fiscali approvate l'anno scorso con la One Big Beautiful Bill Act: nessuna tassa sulle mance, nessuna tassa sugli straordinari e nessuna tassa sulla previdenza sociale. Ha ricordato che l'idea di esentare le mance gli era venuta proprio a Las Vegas parlando con una cameriera e ha portato sul palco una famiglia iscritta ai Trump Accounts, i conti di investimento per i bambini creati dalla stessa legge. Sui dazi è stato netto: "I dazi ci hanno reso ricchi." Ha accusato gli altri paesi di aver approfittato per anni degli Stati Uniti e ha definito "sgradevole" la leadership canadese.

In Nevada, ha sostenuto il presidente, sono stati creati oltre 40mila posti di lavoro e quasi 100mila persone sono uscite dal programma di buoni alimentari per le famiglie povere. Ha citato anche la corsa della borsa e la miniera di litio di Thacker Pass, in cui il governo federale ha preso una quota. Gli americani però giudicano sempre peggio lo stato dell'economia e l'indice di gradimento del presidente è sceso ai minimi del suo mandato.

Il governatore repubblicano del Nevada Joe Lombardo si è presentato a sorpresa sul palco, dopo aver disertato la precedente visita di Trump nello Stato. Lombardo, che affronta una delle sfide più incerte del paese, ha difeso i rapporti del presidente con i grandi imprenditori. "Quegli amici miliardari danno lavoro. E se non ti prendi cura di loro, quei posti di lavoro spariscono", ha detto. Ha poi attaccato la sinistra sul piano economico: "Il governo non ha la possibilità di distribuire quantità infinite di denaro. Non è così che funzionano le economie."

L'inizio del suo intervento è stato imbarazzante. Mentre ricordava Austin Abdelnabi, l'agente di polizia di trent'anni ucciso a colpi di arma da fuoco martedì durante il servizio, una persona dal pubblico ha fischiato, in apparenza perché il cognome somigliava a quello di El-Sayed. Lombardo ha subito richiamato la platea dicendo che non era il caso di fischiare e ha chiesto un minuto di silenzio.

Il procuratore generale dello Stato Aaron Ford, avversario democratico di Lombardo, ha criticato la partecipazione del governatore al comizio. Trump e Lombardo, ha detto in una nota, condividono un palco e cercano di ingannare gli elettori sulla realtà di un'economia che sta facendo aumentare i costi per i cittadini del Nevada.

L'applauso più forte della giornata è arrivato quando Trump ha promesso di far approvare il SAVE America Act, la proposta di legge che imporrebbe requisiti stringenti di identificazione per votare, compresa la prova documentale della cittadinanza. Il testo difficilmente passerà al Senato e i suoi oppositori temono che possa escludere dal voto chi non ha quei documenti.

Il presidente ha anche difeso il suo bilancio di endorsement, nonostante il candidato da lui sostenuto in un collegio della Camera in Michigan abbia perso contro un rivale che si era ritirato dalla corsa. Sul palco sono saliti prima di lui i candidati repubblicani al Congresso in Nevada, la senatrice statale Carrie Buck e il compositore di videogiochi Marty O'Donnell, mentre la candidata repubblicana alla carica di procuratore generale Adriana Guzmán Fralick ha guidato il giuramento di fedeltà alla bandiera.

Tra i repubblicani dello Stato mancava il deputato Mark Amodei, che rappresenta il nord del Nevada. Alla domanda sulla visita del presidente ha risposto al Nevada Independent che è bello che sia venuto, aggiungendo di fargli sapere come va a finire.


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Il nuovo presidente della Colombia promette di bombardare i narcotrafficanti con l'aiuto di Trump


Abelardo de la Espriella ha giurato a Cali, ha chiuso i negoziati di pace con i gruppi armati e ha annunciato fumigazioni e nuove carceri. Washington promette un miliardo di dollari per la sicurezza.

Abelardo de la Espriella ha giurato venerdì da presidente della Colombia e ha promesso di bombardare gli accampamenti dei gruppi armati che vivono di cocaina, di abbattere gli aerei del narcotraffico e di affondare le imbarcazioni che partono dalle coste caraibica e pacifica. Poche ore dopo il discorso il dipartimento di Stato americano ha annunciato l'intenzione di stanziare, in accordo con il Congresso, un miliardo di dollari per un pacchetto sulla sicurezza a sostegno del nuovo governo.

Avvocato di 48 anni, mai eletto prima a nessuna carica, de la Espriella ha vinto il ballottaggio del 21 giugno con circa 250.000 voti di scarto sul senatore di sinistra Iván Cepeda, poco più di un punto percentuale e il margine più stretto nella storia del paese. Ha fondato un suo partito e ha condotto una campagna fatta di comizi spettacolari e di discorsi tenuti dietro un vetro blindato. Ha anche la doppia cittadinanza colombiana e statunitense. Il presidente Trump lo aveva sostenuto apertamente durante la campagna, promettendo rapporti tra Bogotá e Washington mai così stretti dopo gli anni di tensione con il governo uscente.

Il giuramento si è svolto nell'auditorium dell'Università Santiago de Cali e non nel palazzo del Congresso a Bogotá: è la prima volta nella storia recente colombiana. Cali è la terza città del paese, è stata colpita di recente da attentati rivendicati dalle guerriglie ed è vicina a territori controllati dai gruppi armati. Subito dopo aver ricevuto la fascia presidenziale de la Espriella si è spostato nella base militare del battaglione Pichincha, dove ha parlato per 75 minuti davanti ai soldati schierati. "È arrivato il momento di ripristinare l'ordine, l'autorità e la libertà", ha detto. Si fa chiamare El Tigre (la tigre) e ai militari ha detto che la tigre è arrivata e che imparerà quanto morde forte quando si tratta di difendere il popolo colombiano.

Sotto il predecessore Gustavo Petro, primo presidente di sinistra della storia colombiana ed ex guerrigliero, il governo aveva aperto trattative simultanee con una decina di organizzazioni del narcotraffico per convincerle a disarmarsi e ad abbandonare il contrabbando di droga. Nei quattro anni della cosiddetta Pace Totale i loro effettivi sono passati da 15.120 a 28.802, secondo un rapporto pubblicato questa settimana dalla Fondazione Ideas para la Paz, un centro studi di Bogotá. Il sindaco di Medellín Federico Gutiérrez, che ha sostenuto l'ascesa del nuovo presidente, ha detto che la Pace Totale ha consegnato il territorio ai criminali.

De la Espriella ha chiuso quei negoziati definendoli un "falso processo di pace" e ha detto che l'opzione del dialogo è "completamente esaurita". Ai membri delle bande criminali e dei gruppi narcoterroristi restano due strade, ha detto ai soldati: sottomettersi alla legge o affrontare la risposta decisa dello Stato colombiano e delle sue forze di sicurezza.

Le piantagioni di coca coprono oggi circa 253.000 ettari (626.000 acri, la cifra indicata dallo stesso Petro). I laboratori clandestini nella giungla producono più di 3.300 tonnellate di cocaina all'anno, quasi nove volte quanto stimato dai ricercatori delle Nazioni Unite per il 2012, quando Stati Uniti e Colombia avevano ridotto drasticamente le coltivazioni con le fumigazioni aeree. Nonostante i bombardamenti americani sulle imbarcazioni sospettate di trasportare droga, la cocaina continua ad arrivare in grandi quantità in Europa e negli Stati Uniti, dicono funzionari americani ed europei.

Le fumigazioni dei campi di coca ricominceranno già da domenica, con erbicidi che secondo il nuovo presidente non danneggiano la salute umana né l'ambiente. La Colombia aveva sospeso l'irrorazione aerea più di dieci anni fa proprio per ragioni ambientali. De la Espriella ha promesso anche di costruire carceri di grande capacità sul modello salvadoregno e di riprendere i bombardamenti sulle basi dei gruppi armati. "Darò l'ordine di bombardare gli accampamenti narcoterroristi, usando la tecnologia disponibile per evitare anche il minimo impatto sulla popolazione civile", ha detto a Caracol Radio. "Ma i bombardamenti riprendono".

Gli aerei che trasportano droga fuori dalla Colombia saranno abbattuti e le imbarcazioni che lasciano i Caraibi e il Pacifico affondate, una linea identica a quella americana. Droni e aerei militari statunitensi hanno distrutto decine di imbarcazioni sospette, uccidendo più di 220 persone a bordo. Tra i primi atti del nuovo governo ci sarà l'adesione allo Scudo delle Americhe, l'alleanza di paesi promossa dal presidente Trump contro il narcotraffico. De la Espriella dovrebbe anche accelerare le estradizioni dei capi ribelli ricercati negli Stati Uniti e ha già cominciato ad allineare la politica estera colombiana a Washington, rompendo le relazioni diplomatiche con Cuba e ripristinando quelle con Israele.

F. Cartwright Weiland, a capo dell'ufficio del dipartimento di Stato che si occupa di narcotici e applicazione della legge a livello internazionale, aveva detto ai parlamentari americani a giugno che l'agenda è pronta e ordinata per priorità fin dal primo giorno. L'impegno chiesto a Bogotá è un obiettivo aggressivo di riduzione delle coltivazioni di coca, da raggiungere anche con droni per l'eradicazione.

Nel 2024 un comandante del narcotraffico noto come Calarcá, all'anagrafe Alexander Díaz, venne fermato a un posto di blocco dell'esercito e rilasciato poco dopo perché il mandato di cattura era stato sospeso per permettergli di partecipare ai negoziati della Pace Totale. "Uccide persone, recluta bambini, traffica droga", ha detto al Wall Street Journal il generale in congedo Jorge Ricardo Hernández, che ricevette l'ordine di liberarlo. Il gruppo di Díaz ha poi abbattuto un elicottero Black Hawk uccidendo tredici agenti di polizia, l'anno scorso. Ora il presidente avverte Díaz e gli altri comandanti che è arrivato il momento di arrendersi: "A quei fuorilegge violenti mando un messaggio chiaro: il vostro tempo è finito", ha detto in un discorso recente. "Chiunque si rifiuti di arrendersi verrà ucciso. Non dite che non vi avevo avvertito".

Petro rivendica di aver sequestrato più cocaina di qualsiasi altro governo colombiano e di aver estradato 800 presunti criminali verso gli Stati Uniti e altri paesi. In un messaggio su X il mese scorso ha avvertito che se il governo americano imporrà di nuovo la violenza sull'eradicazione delle coltivazioni la violenza nel paese aumenterà, aggiungendo che la domanda mondiale di cocaina non è colpa del suo governo.

Petro non ha partecipato alla cerimonia e venerdì ha lasciato la residenza presidenziale. Nella sua ultima conferenza stampa ha ripetuto che il voto è stato viziato da brogli e ha avvertito che la Colombia rischia una nuova guerra civile. Non ha portato prove ritenute valide dalle autorità elettorali, che hanno certificato la vittoria di de la Espriella. Nemmeno gli osservatori internazionali hanno sostenuto le sue accuse. Cepeda ha guidato un corteo a Barranquilla, ha chiesto disobbedienza civile pacifica e ha detto di non considerare legittima la presidenza perché la doppia cittadinanza rende de la Espriella "un agente degli interessi statunitensi" e non di quelli dei colombiani.

Cali era blindata per la giornata dell'insediamento, con 11.000 militari, un sistema anti-droni e il divieto di circolazione per i veicoli privati. Pochi giorni prima le autorità avevano sventato vicino alla città un piano attentatorio attribuito ai dissidenti delle FARC, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia. La settimana scorsa un'autobomba a Cúcuta aveva ferito dodici agenti di polizia e tre civili. All'insediamento hanno partecipato una decina di capi di Stato, tra cui l'argentino Javier Milei, l'ecuadoriano Daniel Noboa e il cileno José Antonio Kast, oltre al re di Spagna Felipe VI e al presidente della FIFA Gianni Infantino. Gli Stati Uniti hanno mandato una delegazione guidata dal procuratore generale facente funzioni Todd Blanche e da alti funzionari delle politiche antidroga.

Un decreto congelerà la spesa pubblica e una riforma fiscale semplificherà il sistema dei pagamenti, mantenendo i programmi sociali più popolari, alcuni dei quali introdotti da Petro. In campagna elettorale de la Espriella aveva promesso di ridurre lo Stato fino al 40%. Il ministro delle Finanze Miguel Gomez ha detto che il deficit è tra il 7% e l'8% del prodotto interno lordo, più alto dei numeri del governo uscente. Il partito del presidente ha però soltanto quattro seggi al Senato e dovrà dipendere dai partiti conservatori e centristi tradizionali per far passare il programma economico.

L'esplorazione di petrolio e gas ripartirà e il nuovo presidente ha promesso di rimettere in piedi Ecopetrol, la compagnia petrolifera a maggioranza statale che è una delle principali fonti di entrate pubbliche e di esportazioni del paese, definendola una priorità definitiva e assoluta. Ha confermato che autorizzerà il fracking, la tecnica che estrae petrolio e gas iniettando acqua, sabbia e sostanze chimiche nel sottosuolo per fratturare la roccia, sotto quelli che ha descritto come i più severi standard tecnici e ambientali. Ha detto di credere nella transizione energetica, a patto che sia costruita "dalla forza, non dalla debolezza" e dall'autosufficienza invece che dalla dipendenza.

Il sistema energetico colombiano si trova in una situazione critica, ha detto, con riserve di petrolio e gas in calo, progetti in ritardo e domanda elettrica in aumento. Ha citato anche l'arrivo del fenomeno El Niño, che porta siccità prolungate e riduce la produzione idroelettrica. Petro aveva smesso di assegnare nuovi contratti di esplorazione e aveva puntato sulle rinnovabili e sulla protezione dell'Amazzonia: quattro mesi fa il suo governo aveva ospitato a Santa Marta un vertice internazionale per costruire consenso sull'abbandono dei combustibili fossili.

Come avvocato de la Espriella ha difeso figure del mondo criminale e ha rappresentato persone legate ai gruppi paramilitari di destra. Tra i suoi assistiti c'è stato Alex Saab, l'imprenditore colombiano che gli Stati Uniti accusano di aver riciclato denaro per l'allora uomo forte del Venezuela Nicolás Maduro. Maduro è oggi detenuto a New York dopo l'operazione lampo con cui i commando americani lo hanno catturato il 3 gennaio e si dichiara innocente dalle accuse di narcotraffico. Saab, estradato dal Venezuela a maggio, si è dichiarato non colpevole in un tribunale di Miami.

L'elezione di de la Espriella è parte di uno spostamento a destra che attraversa l'America Latina. In Perù, Argentina, Cile, Ecuador, Bolivia e Panama le economie deboli e la criminalità in aumento hanno cambiato le priorità degli elettori e hanno portato al governo candidati di destra un tempo considerati marginali. Elizabeth Dickinson, analista del centro studi International Crisis Group, ha detto alla NPR, la radio pubblica americana, che con il nuovo presidente il pendolo torna a destra. Una maggiore pressione militare può indebolire i gruppi armati e spingere alcuni combattenti a smobilitare, ha detto, ma chiudere del tutto la porta a futuri negoziati rischia di essere controproducente, perché nel conflitto colombiano sono coinvolte circa 27.000 persone che avranno bisogno di una via di rientro nella vita normale.

Il politologo Sergio Guzmán ha detto alla NPR che de la Espriella dovrà costruire una maggioranza in un Congresso frammentato per approvare le riforme più profonde e che le accuse di brogli di Petro possono alimentare le proteste tra i colombiani già preoccupati che le politiche contro la criminalità portino ad abusi da parte delle forze di sicurezza. Petro sarà un fastidio costante per il nuovo presidente, ha detto, ma de la Espriella è pronto allo scontro, sul piano retorico e potenzialmente in piazza.

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La rassegna stampa di sabato 8 agosto 2026


L'economia americana perde posti di lavoro a luglio mentre l'Amministrazione riapre lo scontro sull'indipendenza della Federal Reserve, annuncia investimenti nei minerali critici contro la Cina e tratta con il Canada sui dazi, e il Senato cerca un'intesa prima della pausa estiva

Questa è la rassegna stampa di sabato 8 agosto 2026

L'economia americana perde 23.000 posti di lavoro a luglio


L'economia statunitense ha perso a sorpresa 23.000 posti di lavoro a luglio, un dato più debole del previsto che segnala un raffreddamento del mercato del lavoro. La lettura ha spinto gli operatori a ridurre le scommesse su un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve, mentre i listini azionari hanno toccato nuovi massimi. Il tasso di disoccupazione è comunque calato.

Fonti: Financial Times, Bloomberg

Trump rilancia il tentativo di rimuovere Lisa Cook dalla Federal Reserve


Il presidente Trump ha ripreso il tentativo di destituire la governatrice della Federal Reserve Lisa Cook, chiedendole una risposta ad accuse di frode sui mutui che lei respinge. La mossa, contenuta in una lettera della Casa Bianca inviata questa settimana, arriva dopo la sentenza della Corte Suprema di giugno che aveva bloccato un primo tentativo. Il caso riapre lo scontro sull'indipendenza della banca centrale.

Fonti: Wall Street Journal, Financial Times, NPR

L'Amministrazione annuncia 3 miliardi di investimenti nei minerali critici


Il presidente Trump ha annunciato circa 3 miliardi di dollari di investimenti nell'estrazione di minerali critici, con l'obiettivo di ridurre la dipendenza degli Stati Uniti dalle catene di fornitura dominate dalla Cina. Il pacchetto comprende un prestito da 1,4 miliardi per una fabbrica di batterie e finanziamenti per scandio, magneti, grafite e boro. Le intese si aggiungono a una serie di stanziamenti del Pentagono nel settore.

Fonti: Semafor, Bloomberg, The Hill

Il Canada corre a un accordo commerciale prima dei dazi al 50%


Il primo ministro canadese Mark Carney sta offrendo concessioni agli Stati Uniti ma chiede un'intesa commerciale complessiva, nel tentativo di evitare i dazi al 50% su molti prodotti canadesi previsti per il 19 agosto. I negoziatori di Ottawa avvertono che l'imposizione dei prelievi aprirebbe una fase ben più aspra della disputa commerciale tra i due Paesi.

Fonti: New York Times, Bloomberg

Il Senato cerca un'intesa prima della pausa estiva


Il Senato è alla ricerca di un percorso per chiudere i lavori prima della pausa di agosto. Il leader della maggioranza John Thune, il presidente Trump e i senatori conservatori hanno raggiunto un accordo per accantonare il voto sulla risoluzione di bilancio e rinviare gran parte del SAVE America Act. Il senatore Bill Cassidy ha annunciato che sosterrà Todd Blanche come procuratore generale, mentre un disegno di legge sullo sport universitario continua a frenare l'intesa più ampia.

Fonti: The Hill, New York Times

Revocato lo status protetto a Myanmar e Sud Sudan, licenziati lavoratori haitiani a New York


Il Dipartimento della sicurezza interna ha sospeso dal 7 agosto lo status di protezione temporanea (TPS) per i migranti di Myanmar e Sud Sudan, dopo che due giudici federali hanno respinto i ricorsi a difesa di quelle tutele, esponendo alcuni al rischio di espulsioni. In parallelo, il Comune di New York ha comunicato il licenziamento di decine di lavoratori haitiani dopo la perdita dello status protetto, con un numero che potrebbe salire a diverse centinaia.

Fonti: The Hill, New York Times

Il Pentagono revoca il nulla osta di sicurezza all'ex segretario dell'Aeronautica


Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha revocato il nulla osta di sicurezza a Frank Kendall, ex segretario dell'Aeronautica durante l'Amministrazione Biden, accusandolo della divulgazione non autorizzata di informazioni classificate sulle capacità dell'Air Force One. Kendall è l'ultimo di una serie di ex funzionari della Difesa a perdere l'accesso alle informazioni riservate.

Fonti: Wall Street Journal, The Hill

Una corte d'appello conferma lo stop ai lavori della sala da ballo di Trump


Una corte d'appello federale ha confermato la decisione di un tribunale di grado inferiore che bloccava la costruzione della sala da ballo voluta da Trump alla Casa Bianca, rendendo probabile che sarà la Corte Suprema a decidere il caso. La pronuncia non comporta però l'arresto immediato dei lavori.

Fonti: New York Times, Wall Street Journal

Il Senato approva nuove sanzioni contro la Russia


Il Senato ha approvato con un ampio voto bipartisan, 86 a 11, un disegno di legge sulle sanzioni alla Russia promosso da Lindsey Graham, che autorizzerebbe il presidente a imporre dazi ai Paesi che acquistano petrolio russo; il testo passa ora alla Camera. Nel frattempo, secondo un funzionario statunitense, l'Ucraina ha accettato di non colpire alcune petroliere non russe e le infrastrutture del Mar Nero cruciali per le esportazioni.

Fonti: Bloomberg

La guerra in Iran si trascina e le esportazioni di petrolio iraniano si bloccano


Mentre il presidente Trump fatica a districare gli Stati Uniti dalla guerra in Iran, le promesse fatte ai manifestanti iraniani sono rimaste lettera morta. Sul fronte economico, le esportazioni di greggio iraniano si sono fermate e l'isola di Kharg è ormai inattiva sotto il blocco navale statunitense, che sta impedendo alle petroliere di caricare il petrolio di Teheran.

Fonti: New York Times, Financial Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Primo Caredent Group - 25.7.26

Il gruppo odontoiatrico Primo Caredent è stato vittima di un attacco informatico a scopo di estorsione. L'incidente potrebbe interessare anche la sede di Trebaseleghe. L'azienda ha avvertito i propri pazienti di non effettuare pagamenti né rispondere a messaggi sospetti e sta attualmente verificando...

forum.ransomfeed.it/d/5181

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Come Trump ha distrutto il vantaggio americano in Iran


Dopo cinque mesi di guerra alcune scorte sono al 20% dei livelli voluti dal Pentagono. Per tornare a quelli precedenti al conflitto possono servire fino a cinque anni, per i Patriot si arriva al 2030.

Cinque mesi di guerra contro l'Iran hanno portato alcune delle scorte missilistiche statunitensi a livelli critici. A seconda del tipo di munizione, gli arsenali sarebbero scesi fino al 20% della quantità che il Pentagono considera necessaria. È quanto hanno riferito all'Atlantic funzionari ed ex funzionari del Dipartimento della Difesa, secondo i quali gli Stati Uniti non disporrebbero più di armi sufficienti per affrontare un'altra grande crisi, soprattutto in Asia, senza indebolire ulteriormente le operazioni in Medio Oriente.

Le carenze più gravi riguardano gli intercettori, ovvero i missili utilizzati per distruggere in volo quelli nemici. Tra questi figurano gli intercettori Patriot e i THAAD, acronimo di Terminal High Altitude Area Defense, il sistema statunitense progettato per abbattere i missili balistici nella fase finale della traiettoria. Le scorte si sono ridotte al punto da limitare la possibilità di cedere altri intercettori all'Ucraina e da costringere le Forze Armate americane a selezionare con maggiore attenzione quali lanci missilistici iraniani tentare di fermare.

Quando i radar individuano un missile in arrivo, i militari hanno pochi secondi per stabilire se impiegare uno dei pochi intercettori rimasti oppure attendere, nella speranza che l'ordigno cada lontano da persone e infrastrutture. Secondo le stime del Center for Strategic and International Studies, dall'inizio della guerra le scorte di Patriot sarebbero diminuite di almeno il 65%, mentre quelle di THAAD si sarebbero ridotte di almeno il 38%.

Guerra con l’Iran
L’arsenale americano si sta svuotando
Cinque mesi di guerra hanno consumato gli intercettori più in fretta di quanto l’industria riesca a produrne. E ricostruire le scorte richiederà anni.

La soglia critica

20%
Per alcuni tipi di munizione le scorte sono scese fino a un quinto del livello minimo che il Pentagono considera necessario.

Il consumo
Gli intercettori bruciati in cinque mesi
Riduzione stimata delle scorte dall’inizio della guerra, il 28 febbraio 2026. Sono le armi che abbattono in volo i missili nemici: senza, le basi americane restano scoperte.
Scorte rimasteQuota consumata

PATRIOT · difesa aerea e antimissile
almeno−65%

Rimane al massimo il 35%

THAAD · contro i missili balistici
almeno−38%

Rimane al massimo il 62%

L’effetto sulla deterrenza
Lo Stretto di Hormuz si è quasi fermato
Con gli arsenali sotto pressione, le minacce americane perdono peso e Teheran attacca le navi nello Stretto. Le navi in transito sono sempre meno.

130–140

50

33

Prima della guerra
Settimana scorsa
Lunedì–giovedì

Il fattore decisivo
Il problema non sono i soldi: è il tempo
Le commesse firmate oggi produrranno munizioni tra anni, non tra mesi. Nel frattempo la finestra di vulnerabilità resta aperta, anche nell’Indo-Pacifico.

2026
Il Pentagono chiede al Congresso 67,1 miliardi di dollari per la guerra e il ripristino degli arsenali.

2030
Prima di questa data l’offerta di Patriot non raggiungerà la domanda.

2031
Per alcune armi servono fino a 5 anni per tornare alle scorte precedenti alla guerra.

2034
Servono altri 3 anni per i livelli che i comandi dell’Indo-Pacifico considerano adeguati.

Fonte: The Atlantic; stime Center for Strategic and International Studies; dati traffico navale Reuters · agosto 2026
Grafica di FocusAmerica

Trump prima smentisce, poi ammette il problema


Il presidente Donald Trump si sarebbe infuriato venerdì 31 luglio a Camp David, dopo aver ricevuto dal suo team per la sicurezza nazionale una valutazione secondo cui alle forze armate mancano le munizioni necessarie per sostenere una nuova escalation contro l'Iran. Un attacco americano provocherebbe probabilmente una risposta di Teheran con missili e droni contro i Paesi vicini e le basi statunitensi ospitate sul loro territorio, aumentando ulteriormente il consumo degli intercettori.

Trump aveva già rimproverato il segretario alla Difesa Pete Hegseth per lo stato degli arsenali. Durante la riunione avrebbe rivolto parole molto dure ai vertici del Dipartimento della Difesa, anche se al momento non starebbe valutando sostituzioni di personale.

In un primo momento il presidente aveva definito false le notizie sulla carenza di munizioni. In un messaggio pubblicato su Truth Social ha sostenuto che fughe di informazioni di questo tipo equivalgono a un tradimento e ha assicurato che i produttori stanno consegnando "grandi quantità" di armi "in base alle necessità". Anche il portavoce del Pentagono Sean Parnell aveva respinto la ricostruzione: "Le affermazioni sulla carenza di munizioni statunitensi sono false. Abbiamo tutto ciò che serve per colpire nel momento e nel luogo scelti dal presidente".

Il 6 agosto, tuttavia, Trump ha parzialmente corretto la propria versione. Parlando ai giornalisti nello Studio Ovale, ha riconosciuto che le scorte di alcune armi sono limitate. "Abbiamo alcuni tipi di munizioni molto potenti di cui disponiamo in quantità praticamente illimitata. Per altri tipi la situazione è un po' più difficile", ha ammesso. Ha inoltre annunciato la costruzione di nuovi impianti per produrre intercettori Patriot e Tomahawk.

L'ammissione non significa che le Forze Armate statunitensi siano rimaste senza armi, ma ridimensiona le smentite categoriche arrivate nei giorni precedenti. Gli Stati Uniti continuano a possedere grandi quantità di bombe e munizioni convenzionali; il problema riguarda soprattutto gli intercettori, i missili di precisione a lungo raggio e le armi più sofisticate che sarebbero indispensabili anche in un eventuale conflitto con la Cina.

Hegseth chiede nuovi fondi al Congresso


Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha chiesto questa settimana ai Repubblicani del Congresso altri miliardi di dollari per ricostituire gli arsenali, senza coinvolgere i democratici nei primi colloqui. Il Segretario alla Difesa aveva già domandato al Senato uno stanziamento supplementare da 67,1 miliardi di dollari per sostenere la guerra con l'Iran: 21 miliardi destinati alla prontezza operativa e al ripristino delle munizioni e 46 miliardi all'espansione delle capacità militari e produttive.

Ma la richiesta incontra resistenze anche tra i Repubblicani, molti dei quali affrontano campagne difficili per la propria rielezione in un clima segnato dalla forte impopolarità della guerra in corso, dalla frustrazione per il prezzo della benzina e dai rapporti già conflittuali tra il Pentagono e il Congresso.

Il Pentagono ha assegnato quest'anno contratti per decine di miliardi di dollari con l'obiettivo di riempire nuovamente i depositi di armi. Firmare un contratto, tuttavia, non equivale a ricevere un missile: le commesse produrranno munizioni nei prossimi anni, non nei prossimi mesi. L'Amministrazione Trump ha anche investito nell'industria della difesa per accelerare la produzione, proseguendo una politica avviata durante la presidenza di Joe Biden.

Per un sistema decisivo come il Patriot, però, l'offerta non dovrebbe raggiungere la domanda prima del 2030. Anche i nuovi progetti industriali richiederanno tempo: il 7 agosto l'amministratore delegato di Rheinmetall ha spiegato a Reuters che la futura produzione di ATACMS in collaborazione con Lockheed Martin contribuirà a ricostituire gli arsenali americani, ma che serviranno molto più di due anni.

L'Iran, nel frattempo, ha aumentato la produzione di droni d'attacco e missili balistici, migliorandone anche le prestazioni. Teheran può quindi continuare a impiegare armi relativamente economiche per costringere gli Stati Uniti a utilizzare intercettori molto più costosi e difficili da sostituire.

Le scorte ridotte limitano le opzioni di Trump


I collaboratori della Casa Bianca temono che il presidente stia perdendo una parte della propria capacità di pressione. Trump ha minacciato ripetutamente l'Iran senza quasi mai dare seguito alle sue parole e Teheran ne è consapevole. Sa inoltre che gli arsenali statunitensi sono sotto pressione, nonostante le rassicurazioni pubbliche di Hegseth e del presidente.

La forza militare non dipende soltanto dalla capacità di colpire, ma anche da quella di proteggersi dalla rappresaglia. Se gli Stati Uniti non possono essere certi di difendere le proprie basi e quelle degli alleati da un'ondata di missili iraniani, la minaccia di una nuova offensiva diventa meno credibile. Teheran ha così mostrato una sicurezza crescente, arrivando ad attaccare le navi nello Stretto di Hormuz.

La Casa Bianca ha sempre sostenuto che l'Iran sarebbe presto precipitato in una crisi economica tanto grave da costringere il regime a trattare. I rapporti dell'intelligence americana descrivono effettivamente un Paese in difficoltà, ma la Casa Bianca è rimasta sorpresa dalla capacità di resistenza di Teheran e non è più certa che il regime raggiunga il punto in cui negoziare diventi l'unica opzione possibile. Ciò nonostante, Trump ha continuato a dichiarare il 6 agosto di ritenere che la guerra finirà "piuttosto presto", perché a suo giudizio l'Iran non sarebbe in grado di resistere ancora a lungo.

Il compromesso sullo Stretto di Hormuz


Trump e il Segretario di Stato Marco Rubio hanno ripetuto più volte che all'Iran non sarà mai consentito di controllare una parte dello Stretto di Hormuz. Il presidente sta però, in realtà, valutando un'intesa che attribuirebbe a Teheran un ruolo chiave nella gestione del traffico marittimo di questa via d'acqua strategica per il mercato energetico mondiale.

La proposta di accordo negoziata tra Oman e Iran, che attende il via libera di Washington e dei Paesi del Golfo, prevede infatti una gestione comune della navigazione commerciale. L'accordo riconoscerebbe all'Iran una forma di supervisione sulla rotta, accogliendo almeno in parte una delle principali richieste di Teheran, ma dovrebbe contemporaneamente garantire la libertà di navigazione chiesta dall'Oman e dagli Stati Uniti.

I negoziati non hanno ancora prodotto una riapertura significativa. Secondo i dati raccolti da Reuters, tra lunedì e giovedì sono transitate nello Stretto soltanto 33 navi, contro le 50 della settimana precedente e le 130-140 che lo attraversavano normalmente prima dell'inizio della guerra. Le compagnie rimangono riluttanti a entrare nell'area e il progetto appare difficile da applicare a causa delle sanzioni statunitensi e delle clausole assicurative che limitano i pagamenti all'Iran.

Una crisi cominciata prima della guerra


Gli arsenali americani sono sotto pressione da anni, ma il problema è diventato evidente solo dopo l'invasione russa dell'Ucraina del 2022. Nel 2025 le forze statunitensi hanno lanciato centinaia di missili, alcuni dei quali costavano milioni di dollari, durante la campagna di 53 giorni contro gli Houthi in Yemen. Sono poi arrivati i dodici giorni di guerra tra Israele e Iran, durante i quali gli Stati Uniti hanno intercettato missili e droni iraniani diretti contro Israele.

Nei primi 38 giorni della nuova guerra con l'Iran, cominciata il 28 febbraio 2026, le forze americane hanno impiegato migliaia di munizioni. Il consumo è stato molto più rapido della capacità dell'industria di sostituirle.

Il Congresso dovrebbe comunque approvare buona parte dei fondi richiesti dal Pentagono, ma la risorsa decisiva non è soltanto il denaro: è il tempo. A seconda dell'arma in oggetto, per tornare ai livelli di scorte precedenti alla guerra potrebbero servire fino a cinque anni, secondo Mark Cancian, che segue l'andamento delle scorte per il Center for Strategic and International Studies di Washington. Sarebbero poi necessari altri tre anni per raggiungere i livelli considerati adeguati dai comandi americani responsabili dell'Indo-Pacifico.

Questa finestra di vulnerabilità potrebbe offrire a Pechino l'occasione di approfittare delle difficoltà statunitensi, per esempio aumentando la pressione militare su Taiwan. Il rischio non è necessariamente che la Cina decida subito di invadere l'isola, ma che consideri meno credibile la capacità americana di sostenere contemporaneamente una guerra in Asia e le operazioni in Medio Oriente.

Il modello industriale della Guerra Fredda non esiste più


Il problema precede l'Amministrazione Trump. Dopo la fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno ridotto il numero e rallentarono la produzione delle munizioni più importanti, partendo dall'idea che a lunghi periodi di pace sarebbero seguite guerre brevi e risolutive. Le Forze Armate sono invece rimaste impegnate quasi ininterrottamente in conflitti caratterizzati da un uso crescente di missili, dalla Libia allo Yemen, dalla Siria all'Iran e alla Nigeria.

La guerra russa contro l'Ucraina ha inoltre prodotto un'evoluzione rapidissima delle munizioni e delle tattiche di guerra. L'Amministrazione Biden ha sottoscritto nuovi contratti per rifornire Kyiv, senza però mai riuscire a tenere il passo con la domanda.

Prima dell'invasione russa dell'Ucraina, gli Stati Uniti producevano circa 300 missili Patriot all'anno, metà dei quali era destinata ai Paesi alleati. Da allora la produzione è raddoppiata, ma rimane molto inferiore al consumo causato da una guerra prolungata. Washington ha anche accelerato lo sviluppo di sistemi meno costosi per abbattere i droni di fabbricazione iraniana utilizzati dalla Russia, ottenendo alcuni risultati in questo modo, ma non arrivando mai a sostituire le scorte di intercettori Patriot e THAAD che rimangono indispensabili.

"Non esistono buone alternative per fermare i missili balistici", ha spiegato Cancian all'Atlantic. Senza gli intercettori, i missili nemici possono raggiungere i propri obiettivi quasi indisturbati, come sta già accadendo in Ucraina.

Se la guerra con l'Iran fosse durata poche settimane, come l'Amministrazione prevedeva inizialmente, il problema sarebbe stato più gestibile. Un funzionario del Dipartimento della Difesa ha spiegato che la situazione sarebbe meno grave persino se Washington sapesse quando finirà il conflitto: la difficoltà principale è l'assenza di una strategia di lungo periodo, che impedisce ai comandi militari di programmare l'impiego delle armi rimaste.

Resta il fatto che per decenni gli Stati Uniti hanno costruito la propria strategia sul vantaggio tecnologico. Ora sono invece i progressi dei loro avversari e la capacità di produrre rapidamente missili e droni relativamente economici a costringere Washington a ripensare quel modello, senza poter più dare per scontato che le forze americane dispongano di più munizioni di chi hanno di fronte.


Trump avrebbe criticato Hegseth sulle scorte di missili: "Pensavo che il problema fosse risolto"


Donald Trump avrebbe chiesto conto al Segretario alla Difesa Pete Hegseth della carenza di munizioni che rischia di limitare le opzioni militari degli Stati Uniti contro l'Iran. Il confronto sarebbe avvenuto venerdì a Camp David, la residenza presidenziale nel Maryland, a margine di una riunione di gabinetto. Secondo due persone a conoscenza del colloquio, citate dal Washington Post, il presidente si sarebbe lamentato perché riteneva che il problema "fosse già stato risolto".

Hegseth avrebbe attribuito la responsabilità al suo vice Stephen Feinberg, sia per l'insufficienza degli arsenali sia per non aver tenuto informato il presidente. Trump avrebbe poi telefonato allo stesso Feinberg per chiedergli come il Pentagono intendesse ricostituire le scorte e avrebbe perfino ipotizzato di licenziarlo, riferiscono quattro fonti citate da NBC News. Venerdì sera il numero due del Dipartimento della Difesa avrebbe convocato i vertici militari in quella che è stata descritta come una riunione di crisi e, da allora, starebbe coordinando il piano per ricostituire gli arsenali.

Gli arsenali sotto pressione


La guerra con l'Iran, iniziata il 28 febbraio, è entrata nel sesto mese e, secondo diverse ricostruzioni, l'esercito americano avrebbe ormai impiegato "praticamente tutti" i missili superficie-superficie ATACMS e i più recenti PrSM, sistemi di precisione a lungo raggio che costano oltre un milione di dollari ciascuno. Fonti a conoscenza dei dati riferiscono inoltre a Reuters che gli Stati Uniti avrebbero consumato quasi metà delle scorte mondiali di missili da crociera Tomahawk, proprio quelle che molti analisti considerano decisive in un eventuale conflitto con la Cina.

La scarsità di munizioni sarebbe stata una delle ragioni che hanno spinto Trump a rinunciare ai nuovi attacchi contro l'Iran negli ultimi giorni. Sabato sera il presidente ha annunciato di aver cancellato l'operazione e, il giorno successivo, ha spiegato di aver accolto le richieste di Teheran e degli alleati del Golfo, mentre prende forma un'intesa sullo Stretto di Hormuz. L'operazione sarebbe stata "il più grande attacco dalla Seconda guerra mondiale", ha dichiarato domenica ai giornalisti a bordo dell'Air Force One.

Secondo un rapporto del Center for Strategic and International Studies (CSIS), pubblicato a fine luglio, gli intercettori Patriot sarebbero passati da 2.330, prima della guerra, a un livello compreso fra 759 e 827, mentre quelli del sistema THAAD sarebbero scesi da 452 a una forbice tra 234 e 278. Il think tank stima che saranno necessari poco più di tre anni per riportare gli arsenali ai livelli precedenti al conflitto. Anche l'Ucraina, nel frattempo, continua a soffrire una grave carenza di sistemi di difesa aerea.

Le smentite della Casa Bianca e del Pentagono


La Casa Bianca e il Pentagono hanno respinto con decisione queste ricostruzioni. La portavoce Karoline Leavitt ha scritto su X di essere stata presente a Camp David insieme a Trump e Hegseth e che l'episodio "non è mai accaduto". Secondo Leavitt, la vicenda sarebbe stata proposta a diverse testate da una fonte intenzionata a screditare il Segretario alla Difesa.

I was at Camp David with President Trump and Secretary Hegseth. This literally never happened, and we told the Washington Post that repeatedly. This B.S. story was shopped to many outlets by someone clearly out to disparage the Secretary, for whatever reason. Unfortunately for… t.co/BUwn11nC52
— Karoline Leavitt (@PressSec) August 6, 2026


Anche il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha negato che Hegseth abbia nascosto al presidente la situazione delle scorte o abbia scaricato le responsabilità su Feinberg, definendo altrettanto infondate le indiscrezioni sugli arsenali svuotati e sui contrasti interni. Nella stessa occasione, a Camp David, Hegseth aveva invece elogiato pubblicamente Trump per il "coraggio" dimostrato nel lanciare l'operazione Epic Fury contro il regime iraniano.

Anche Trump è intervenuto su Truth Social dopo la mezzanotte. Il presidente ha sostenuto che gli Stati Uniti dispongono di quantità "enormi" di munizioni e che l'industria della difesa sta costruendo il maggior numero di stabilimenti della sua storia. "I responsabili delle fughe di queste dichiarazioni traditrici sono braccati. Si chiederanno lunghe pene detentive", ha scritto.

Le difficoltà, tuttavia, erano già emerse il 21 luglio, quando Hegseth aveva testimoniato davanti alla Commissione Bilancio del Senato. In quell'occasione il Segretario aveva attribuito il problema all'Amministrazione Biden e chiesto altri 67 miliardi di dollari di finanziamenti per la Difesa, affermando che fino a quel momento il conflitto era costato 37,5 miliardi. Un'analisi del Telegraph stima invece un costo complessivo di circa 151,3 miliardi di dollari, mentre NBC News riferisce di una valutazione interna del Pentagono compresa tra 80 e 100 miliardi.

Nel tentativo di fermare le continue fughe di notizie, il Pentagono ha già reso obbligatori per il personale gli accordi di riservatezza e i test con la macchina della verità. Già a giugno, però, quindici funzionari ed ex funzionari avevano raccontato alla CNN che queste misure avevano alimentato un clima di sfiducia e sospetto, con possibili effetti negativi sul processo decisionale.


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Trump ha detto ai donatori che vuole Vance presidente nel 2028


In privato il presidente ha già indicato JD Vance come suo successore alla Casa Bianca, ma in pubblico continua a tenere aperta la sfida con Rubio.

Donald Trump avrebbe confidato in privato ai principali donatori repubblicani di voler vedere il suo vicepresidente, JD Vance, alla Casa Bianca nel 2028. “Alla fine dei conti, dobbiamo eleggere JD”, avrebbe detto durante un incontro nello Studio Ovale circa due settimane fa, secondo due persone a conoscenza del colloquio citate dal Washington Post. Una fonte vicina alla vicenda ha poi confermato la ricostruzione anche a Fox News Digital.

In pubblico, però, il presidente continua a mantenere un atteggiamento più ambiguo. Da oltre un anno alimenta la competizione tra JD Vance e il Segretario di Stato Marco Rubio, arrivando più volte a ipotizzare un ticket formato da entrambi ed evitando di indicare con chiarezza chi preferirebbe come candidato alla presidenza. A marzo, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano chi fosse l’erede del movimento MAGA, si era limitato a dire che era “molto probabilmente” il vicepresidente.

Trump continua a sondare i collaboratori


Anche dopo l’incontro con i donatori, Trump avrebbe continuato a raccogliere opinioni. Un funzionario della Casa Bianca racconta che, alla fine del mese scorso, a bordo del Marine One, l’elicottero presidenziale, il presidente avrebbe chiesto ai collaboratori quale tra Vance e Rubio fosse il candidato migliore.

Secondo un consigliere a conoscenza diretta della conversazione, Trump avrebbe però ormai deciso in privato di considerare JD Vance il futuro leader del Partito Repubblicano, ma riterrebbe “troppo presto” stabilire quando il vicepresidente annuncerà la candidatura e quando arriverà un eventuale endorsement del presidente. Altri sei consiglieri e alleati del presidente, però, invitano alla prudenza: Trump tende a dare risposte diverse a interlocutori diversi e potrebbe ancora cambiare idea.

“Chi dà la cosa per fatta corre troppo, oppure non conosce bene il presidente”, ha osservato il funzionario presente alla conversazione sul Marine One. Sul rinvio dell’investitura, invece, all’interno della Casa Bianca ci sarebbe un consenso molto più ampio: un annuncio troppo anticipato trasformerebbe Trump in un presidente di fine mandato, riducendone l’influenza sul partito.

La corsa al 2028

Trump ha scelto Vance, ma non vuole ancora dirlo


Ai grandi donatori il presidente ha indicato il vicepresidente come erede. In pubblico però alimenta la sfida con Marco Rubio e rinvia ogni investitura a dopo le elezioni di metà mandato.

Grafica di FocusAmerica


In privato

Alla fine dei conti, dobbiamo eleggere JD

Ai donatori repubblicani, Studio Ovale, luglio 2026 · riferito dal Washington Post e confermato a Fox News

In pubblico

«Molto probabilmente» il vicepresidente

Alla stampa, sull’erede del movimento MAGA, marzo 2026

Eppure a fine luglio, a bordo del Marine One, il presidente chiedeva ancora ai collaboratori chi fosse il candidato migliore tra Vance e Rubio.

Il duello

Che cosa spinge Vance, che cosa frena Rubio


Tocca ogni voce per leggere il dettaglio.

JD Vance Favorito del presidente
Vicepresidente degli Stati Uniti
Ha negoziato di persona l’intesa con l’Iran+
Il Memorandum in 14 punti firmato a giugno formalizzava la tregua di aprile. L’accordo è saltato a luglio, ma era popolare tra gli elettori.
Guida la nuova generazione MAGA+
È il riferimento della coalizione che ha riportato Trump alla Casa Bianca e da un anno e mezzo coltiva i grandi finanziatori del partito.
Ha accumulato incarichi e visibilità+
Ha diretto la task force contro le frodi nei sussidi federali e ha moltiplicato le interviste con il tour promozionale del suo libro.
Gli influencer conservatori lo attaccano+
Sui social lo prendono di mira per la gestione della guerra con l’Iran: riceve colpi che nessuno rivolge direttamente a Trump.

Marco Rubio
Segretario di Stato
Tiene due incarichi chiave in politica estera+
Guida il Dipartimento di Stato e dal 1° maggio 2025 è anche Consigliere per la Sicurezza Nazionale ad interim.
Ha con sé i grandi donatori pre-Trump+
Raccoglie il sostegno di gran parte dei finanziatori repubblicani dell’era precedente a Trump, come già avvenne nel 2024.
Gli incarichi gli lasciano poco spazio+
I doppi ruoli gli lasciano poco tempo per l’attività politica e ha ridotto le apparizioni pubbliche per frenare le speculazioni.
Candidarsi vorrebbe dire lasciare l’incarico+
Secondo il Washington Post, ragioni legali e organizzative rendono difficile una corsa da Segretario di Stato. E non ha una struttura pronta per la campagna.

Punto a favoreOstacolo

Il peso dell’Iran

Due elettori su tre bocciano la gestione della guerra


Giudizio sulla gestione del conflitto con l’Iran da parte di Trump. Due sondaggi condotti negli stessi giorni, 23–27 luglio 2026.

Quinnipiac963 elettori registrati · ±4,1 punti

28%

66%

AP-NORC1.165 adulti · ±3,7 punti

28%

69%

ApprovaNon si esprimeDisapprova

Per questo l’intesa negoziata da Vance, anche se poi saltata, gli ha giovato: l’accordo era popolare, la guerra no. E per la stessa ragione gli attacchi interni sulla gestione del conflitto colpiscono lui, non il presidente.

Lo snodo

Tutto passa dalle elezioni di metà mandato

La decisione

Vance dice che deciderà sulla candidatura con la moglie solo dopo il voto di novembre, sicuro del sostegno di Trump.

L’endorsement

Alla Casa Bianca frenano: un’investitura anticipata trasformerebbe Trump in un presidente di fine mandato.

Il rischio

Un risultato deludente dei repubblicani rafforzerebbe chi vuole contestare il candidato scelto da Trump.

Fonte: Washington Post e Fox News Digital (colloqui riservati); Quinnipiac University, 23–27 luglio 2026, 963 elettori registrati, margine d’errore ±4,1 punti; AP-NORC, 23–27 luglio 2026, 1.165 adulti, ±3,7 punti.

Vance cresce nei favori del presidente, Rubio resta in corsa


Da parte sua, JD Vance continua a non confermare i propri piani. A giugno ha dichiarato alla CBS News che discuterà dell’eventuale candidatura alla presidenza con la moglie dopo le elezioni di metà mandato e di non avere “alcun dubbio” sul sostegno di Trump, qualunque decisione prenda. Ribadisce inoltre di essere concentrato sul proprio incarico e di avere ottimi rapporti con Rubio.

Negli ultimi mesi il vicepresidente ha rafforzato la propria posizione agli occhi del presidente. Ha negoziato personalmente il Memorandum d’Intesa in 14 punti firmato a giugno da Stati Uniti e Iran, che formalizzava la tregua raggiunta ad aprile, ha guidato la task force contro le frodi nei sussidi federali e ha sostenuto il tour promozionale del suo libro con numerose interviste.

Sebbene l’intesa con Teheran sia poi saltata a luglio, i suoi collaboratori ritengono che l’episodio gli abbia comunque portato benefici politici: l’accordo era popolare, mentre la gestione della guerra viene giudicata negativamente dalla maggioranza degli elettori. Nel sondaggio Quinnipiac condotto tra il 23 e il 27 luglio su 963 elettori registrati, con un margine di errore del 4,1%, il 66% disapprova la gestione del conflitto con l’Iran da parte del presidente. Un sondaggio AP-NORC realizzato negli stessi giorni colloca invece al 28% il tasso di approvazione della politica di Trump sull’Iran.

Rubio, dal canto suo, continua a guidare il Dipartimento di Stato e ricopre anche il ruolo di Consigliere ad interim per la Sicurezza Nazionale dal 1° maggio 2025, incarichi che gli lasciano poco spazio per un’attività politica. Secondo il Washington Post, inoltre, ragioni legali e organizzative renderebbero difficile una candidatura senza lasciare l’incarico. Per questo evita di parlare del 2028 e, riferisce una persona a lui vicina, ha ridotto le apparizioni pubbliche per non alimentare ulteriormente le speculazioni.

All’inizio dell’anno il suo staff aveva invece favorito questa narrazione diffondendo un video, diventato virale, in cui il Segretario di Stato teneva un intervento dai toni quasi elettorali durante un briefing con la stampa. In conversazioni private, tuttavia, Rubio avrebbe lasciato intendere di voler semplicemente completare il proprio mandato e, al momento, non dispone di una struttura politica pronta a trasformarsi in una campagna presidenziale.

Rubio continua inoltre a raccogliere il sostegno di gran parte dei grandi donatori repubblicani dell’era pre-Trump, come era già avvenuto nel 2024 durante la selezione del candidato vicepresidente. JD Vance, invece, è considerato il punto di riferimento della nuova generazione della coalizione MAGA che ha riportato Trump alla Casa Bianca e, durante la vicepresidenza, ha lavorato intensamente per consolidare i rapporti con i principali finanziatori del partito. “Vance ha fatto molto lavoro politico nell’ultimo anno e mezzo”, osserva un consigliere del presidente.

La corsa alla successione ha già prodotto le dinamiche tipiche di una primaria competitiva, con donatori, attivisti e dirigenti che si schierano apertamente a favore o contro il vicepresidente. Molto dipenderà dall’esito delle elezioni di metà mandato: una performance deludente dei repubblicani rafforzerebbe chi intende contestare il candidato sostenuto da Trump e criticare l’operato dell’Amministrazione.

Vance e Rubio, inoltre, sono già esposti ad attacchi interni che nessuno rivolgerebbe direttamente al presidente, una dinamica evidente anche sui social, dove diversi influencer conservatori hanno preso di mira il vicepresidente per la gestione della guerra con l’Iran.

Trump, nel frattempo, continua a godersi il ruolo di arbitro della successione ed è poco incline a cedere il centro della scena. Secondo i suoi consiglieri, si diverte ad alimentare la suspense, proprio come fece nel 2024 quando doveva scegliere il proprio compagno di corsa tra gli stessi Vance e Rubio. Parallelamente continua a rilanciare, almeno per scherzo, l’ipotesi di un terzo mandato attraverso le grafiche “Trump 2028” pubblicate sui social e le battute durante i comizi, mentre chi gli è vicino assicura che non intende realmente perseguire quella strada.

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Stop the Pentagon’s secrecy grab


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Dear Friend of Press Freedom:

Investigative journalist Catherine Herridge has, by our count, paid at least $15,000 in fines for refusing to reveal a confidential source. Plus, the Pentagon tries to hide millions of records from the American public, and a win in Puerto Rico for the press.

Congress must reject terrible Pentagon records policy


Pete Hegseth’s Defense Department is pushing a proposal that would exempt “controlled unclassified information” (CUI) from the Freedom of Information Act. Given the rampant abuse of CUI markings across the department — and the fact that FOIA already shields both properly classified material and sensitive unclassified data — this is just the latest move by the Pentagon to escape accountability.

That’s why Freedom of the Press Foundation (FPF) led a broad coalition of transparency organizations, press freedom advocates, and watchdog groups in urging four Congressional committees to reject the proposal, which FPF Daniel Ellsberg Chair on Government Secrecy Lauren Harper wrote about for MS NOW.


Ruling protects Puerto Rican journalists


Some good news: On Tuesday, the 1st U.S. Circuit Court of Appeals affirmed a ruling preventing the enforcement of the so-called Fake News Law in Puerto Rico, which would have criminalized spreading false information about public emergencies. Two journalists who had challenged the law argued that it would dissuade journalists from reporting developing news for fear of being prosecuted if the facts shifted. FPF, along with the University of Georgia’s First Amendment Clinic, Free Press, the Electronic Frontier Foundation, the Foundation for Individual Rights and Expression, and PEN American Center filed a legal brief in support of the journalists.

“The First Circuit got this exactly right,” FPF Chief of Advocacy Seth Stern said. “Recent U.S. history clearly demonstrates that ambiguous and overbroad statutes restricting speech will inevitably be abused to crack down on dissent and journalism. It’s a question of when, not if.”


Fauci hubbub obscures Trump recordkeeping failures


Much has been made about Dr. Anthony Fauci’s refusal to answer questions during a contentious congressional hearing last week about the COVID-19 pandemic. But Fauci’s work can only be scrutinized because he preserved over a thousand pages of records on government servers — the kind of recordkeeping the Trump administration seems to have forcefully abandoned.

In an op-ed in MS NOW, FPF’s Harper describes the government-wide assault on record preservation and accountability that contrasts sharply with the Fauci records dump.


The US Virgin Islands need transparency


There’s been a lot of posturing about transparency by legislators in the U.S. Virgin Islands, journalist Shirley L. Smith, a native of the islands, wrote for FPF. But these same officials have neglected to strengthen the territory’s archaic and ineffective public records laws, despite scrutiny over some of their relationships with Jeffrey Epstein, who owned two islands there.

Smith writes that it’s past time to change the public records laws to hold officials personally liable for illegally withholding public records, impose stringent penalties on violators, implement effective enforcement, and require agencies to produce records by a specific deadline.


It’s getting dark in the Sunshine State


Florida was once celebrated for having some of the nation’s strongest public records and open meetings laws. But a disturbing pattern of official stonewalling, secrecy, and retaliation against critics indicates that the state has abandoned its commitment to free expression and open government. Most disturbing: A new law that gives state officials the power to designate organizations as domestic or foreign terrorist groups and penalizes “promoting” them, which some reporters fear could be used to punish writing about banned groups.

Bobby Block, executive director of Florida’s First Amendment Foundation, wrote for FPF about what’s happening in the “Free State of Florida.”


Come to our webinar on how to fix FOIA


The FOIA Advisory Committee just wrapped up its latest term, and it’s got ideas for how to strengthen this vital but imperiled federal records law. We’ll hear from three committee members on the proposals and how they could help journalists’ investigations. Join us next Tuesday, Aug. 11, at 2 p.m. ET to learn more.


What we’re reading


Justice Dept. subpoenas Times freelancer in effort to identify sources

The New York Times
On the heels of a batch of failed subpoenas to New York Times journalists and their relatives, the paper revealed that yet another reporter, a freelancer who reported on a failed Navy SEAL mission in North Korea, has been fighting a subpoena since February. Congress needs to pass the PRESS Act and end these alarming attempts to commandeer and surveil the press.


David Ellison: In defense of the Paramount-Warner deal

The New York Times
What a great platform for Paramount CEO David Ellison to publicly deny promising President Donald Trump a CNN overhaul or $20 million in free advertising in exchange for merger approvals, or to speak out against the president’s bullying of journalists he employs — weird he didn’t do any of that.


‘60 Minutes’ Epstein banking story didn’t air after Sharyn Alfonsi exit, Dem senator claims

Mediaite
Despite Ellison’s NYT op-ed and the rest of his and his father’s “poor billionaires” charm offensive, the news pages aren’t cooperating — every week we learn more about the scope of editorial interference at CBS under their watch.


Israeli strike that killed journalist in Lebanon was war crime, say rights groups

The Guardian
The evidence is clear that the Israeli military knew, or should have, that Lebanese journalists Zeinab Faraj and Amal Khalil were civilians, “but attacked them anyway, and then prevented paramedics from rescuing them for hours,” said Ramzi Kaiss, Lebanon researcher at Human Rights Watch. Meanwhile, Ellison’s CBS hired a producer known for covering up Israel’s U.S.-funded massacre of their colleagues in Gaza.


Film producers warn Paramount-Warner merger could restrict access to news archives

Reuters
Like documentaries? Then you probably don’t want the two largest privately held news archives — the lifeblood of documentary film — under the same ownership. Especially when that ownership kisses up to politicians by censoring their critics.

Flyer for FPF event on fixing FOIA on August 11 at 2pm
A red square reading "The Penlight Prize for excellence in paywall-free public records reporting," "$25K prize" and "submissions accepted until 9/1/26"


freedom.press/issues/stop-the-…

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A decidere le elezioni americane è l'elettore anti-sistema


Un nuovo studio mostra che nel 2016 e nel 2024 la sfiducia verso le istituzioni ha pesato sul voto più dell'ideologia. L'americano medio condivide tre delle quattro posizioni anti-sistema misurate

Nelle elezioni del 2016 e del 2024 a spostare il voto non è stata la collocazione tra destra e sinistra, ma la sfiducia verso il sistema politico. Lo sostengono i politologi Christopher Williams e Leon Kockaya in un nuovo working paper che mette a confronto il peso delle convinzioni anti-sistema con quello delle preferenze sulle singole politiche, per spiegare le due vittorie di Donald Trump e la sua sconfitta del 2020.

I due studiosi hanno individuato un blocco di elettori mobili che non si fida di nessuno dei due partiti, pensa che le élite siano corrotte e ritiene che il sistema sia truccato contro le persone come loro. Molti di questi elettori hanno idee economiche progressiste.

L'indice anti-sistema nasce dalle risposte a quattro domande dell'American National Election Studies (ANES), il grande sondaggio accademico che si svolge negli Stati Uniti ogni quattro anni: quanto ci si può fidare del governo di Washington, quante persone nel governo sono corrotte, quanto denaro delle tasse viene sprecato e se il governo lavora per il bene di tutti o di pochi grandi interessi. Le risposte vengono riportate su una scala da 0 a 1 (0 per l'elettore che difende il sistema, 1 per quello completamente anti-sistema).

Nel 2024 il valore medio è stato 0,72: l'americano medio condivide tre delle quattro posizioni anti-sistema.

Il teorema dell'elettore mediano, la teoria più conosciuta sul comportamento di voto, dice invece che ognuno vota per il candidato più vicino alle proprie idee e che per vincere bisogna conquistare l'americano che sta esattamente a metà. Molti analisti hanno ampliato il modello aggiungendo assi diversi, per esempio uno economico e uno sociale, ma la logica resta quella di una griglia su cui collocare elettori e candidati.

Modello concettuale · Stati Uniti

La sfiducia nel sistema non sta né a destra né a sinistra

Nel modello dei politologi Joseph Uscinski e colleghi l’opinione americana si muove su due assi indipendenti: quello classico tra destra e sinistra e quello che misura l’ostilità verso la classe dirigente. Nei loro dati la correlazione tra i due è 0,066, cioè praticamente zero: si può essere anti-establishment di sinistra come di destra.

Anti- establishment Antagonista Pro- establishment Favorevole Asse destra-sinistra Democratico liberal Repubblicano conservatore Asse anti-establishment Effetto dei messaggi delle élite

Le frecce tratteggiate. Sono l’effetto dei messaggi delle élite, cioè dei segnali che arrivano agli elettori dai leader di partito e dai candidati. Quando un leader adotta un linguaggio contro il sistema, l’asse anti-establishment ruota e si allinea al suo estremo dell’asse destra-sinistra.

Fonte Rielaborazione di Focus America della figura 1 di Joseph E. Uscinski e colleghi, American Journal of Political Science (2021). Etichette tradotte dall’originale; il disegno è un modello concettuale, non una rappresentazione in scala dei dati.

Quella griglia regge su due presupposti fragili. Il primo è che l'elettore medio abbia idee coerenti e molte informazioni politiche, mentre i sondaggi mostrano che la maggior parte degli americani di centro non ha un'ideologia definita. Il secondo è che tutto quello che conta stia sull'asse destra-sinistra: sulla griglia non c'è posto per chi chiede una sanità più economica e allo stesso tempo pensa che del governo non ci si possa mai fidare.

Nel 2016 l'indice anti-sistema è stato uno dei predittori più forti del voto per Trump, più dell'ideologia, delle posizioni sui singoli temi e di quasi tutte le caratteristiche demografiche. A parità di partito di riferimento e di caratteristiche demografiche, chi si trovava al massimo della scala aveva una probabilità di votare per Trump più alta di 53 punti rispetto a quella prevista dalle sue altre caratteristiche. Chi era a zero guadagnava appena 5 punti, dieci volte meno.

Nel 2024 l'effetto è stato più debole ma comunque decisivo.

Chi non aveva alcun sentimento anti-sistema aveva una probabilità di votare per Trump più bassa di 36 punti rispetto a chi stava al massimo della scala, a parità di tutto il resto.

Nel 2020 il rapporto si è addirittura invertito e gli elettori più anti-sistema erano leggermente più propensi a votare per Joe Biden. Secondo gli autori, in quell'anno le opinioni sul Covid pesavano più della sfiducia nelle istituzioni e ne hanno coperto l'effetto. Trump vince quando la sfiducia nel sistema è al centro della campagna e perde quando passa in secondo piano.

La sfiducia ha radici concrete. Negli ultimi vent'anni la crisi finanziaria ha punito i lavoratori e premiato le banche, gli Stati Uniti sono rimasti dentro guerre lunghe e costose senza vittorie chiare e tra il 2021 e il 2024 l'inflazione ha eroso il tenore di vita delle famiglie mentre i profitti delle aziende crescevano.

La ricchezza dei 19 americani più ricchi è concentrata il doppio rispetto a sei anni fa e la mobilità sociale è nettamente peggiorata rispetto a venticinque anni fa. Un bambino nato nel 1950 in una famiglia con reddito medio aveva circa il 95% di probabilità di guadagnare più dei genitori una volta arrivato al culmine della carriera. Oggi quella probabilità è ben sotto il 50%.

Gli orientamenti anti-sistema sono quasi del tutto indipendenti dalla collocazione tra destra e sinistra. In uno studio del 2021 pubblicato sull'American Journal of Political Science, il politologo Joseph Uscinski e i suoi colleghi hanno trovato una correlazione di 0,066 tra l'ostilità verso la classe dirigente e l'asse liberal-conservatore, cioè praticamente zero. Si può essere anti-sistema di sinistra come di destra.

Nella ricerca di Uscinski l'ideologia anti-sistema prevedeva sia il voto per Trump alle presidenziali del 2020 sia il voto per Bernie Sanders alle primarie democratiche dello stesso anno. Molti di questi elettori hanno votato Sanders alle primarie e Trump alle elezioni generali.

Più il sentimento anti-sistema è forte, meno pesa la distinzione tra destra e sinistra.

Per questi elettori conta che il candidato sia contro il sistema, non dove si collochi sull'asse ideologico. I candidati che usano una retorica contro la classe dirigente, hanno scritto Uscinski e i suoi colleghi, riescono ad attivare quegli orientamenti e a tirare una dimensione fino a quel momento indipendente "nella direzione del proprio estremo della dimensione destra-sinistra".

È così che Trump ha potuto vincere due volte con un programma nettamente di destra su tasse, sanità, aborto e immigrazione. Secondo un'analisi dell'esperto elettorale G. Elliott Morris, che ha ripreso i due studi, lo stesso meccanismo può funzionare a sinistra e diventare il problema principale dei democratici nel 2028.

Il Partito Democratico è identificato con le istituzioni. È il partito dei funzionari della sanità pubblica, dei rettori universitari, dei burocrati federali, dei grandi giornali e delle professioni intellettuali. Neanche il mondo dei grandi donatori gli è estraneo, nonostante lo spostamento a destra di molti amministratori delegati della tecnologia e dell'intelligenza artificiale.

Kamala Harris nel 2024 si è presentata come candidata della continuità, dentro il sistema. Ha difeso i risultati della presidenza Biden e si è proposta come custode responsabile dell'esistente, con la sua "economia delle opportunità". Per gli elettori informati era una scelta sensata, per gli elettori anti-sistema era il contrario di quello che cercavano, quale che fosse la loro ideologia. La sfiducia nelle istituzioni è anche la ragione principale per cui Trump è andato bene tra i giovani nel 2024, nonostante il loro rifiuto del suo programma.

Per competere su quella dimensione i democratici hanno bisogno di un candidato credibile come esterno al sistema.

Bernie Sanders lo è stato e la sua erede naturale è la deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez.

Il ragionamento su Ocasio-Cortez non riguarda l'ideologia ma la sua posizione su questo secondo asse. È entrata in politica battendo alle primarie un dirigente di primo piano del suo partito, ha criticato l'influenza delle aziende su entrambi gli schieramenti, prima della politica faceva la barista e si è opposta all'ala di governo del partito sui salvataggi di Wall Street, sull'accesso dei donatori e sull'elezione dei capigruppo.

I due governatori considerati tra i favoriti per il 2028, Gretchen Whitmer e Gavin Newsom, sono costruttori di istituzioni per formazione e per carattere, oltre che vicini al mondo dei donatori. Il loro messaggio è che il governo può funzionare e dare risultati ai cittadini. Funziona con il 28% circa di americani che si fida del governo federale, molto meno con gli elettori anti-sistema che possono decidere un'elezione in bilico.

Non deve essere per forza Ocasio-Cortez e si può sostenere che sia troppo a sinistra per vincere nel 2028. I democratici possono vincere le elezioni di metà mandato del 2026 semplicemente perché non sono il partito al governo, ma nel 2028 servirà un candidato capace di competere sull'asse anti-sistema e di tirarlo a sinistra come Trump lo ha tirato a destra.

Nel partito si discute da mesi se spostarsi al centro per conquistare l'elettore mediano o a sinistra per mobilitare la base. Per Morris scegliere un candidato estraneo alla classe dirigente del partito permetterebbe di fare le due cose insieme.


Da chi è fatta l'élite secondo gli americani


Per gli americani le élite non sono i professori universitari, i giornalisti o i dipendenti pubblici. La grande maggioranza degli elettori identifica invece con questo termine i miliardari e le celebrità, ai quali una parte consistente aggiunge i politici eletti e i dirigenti d'azienda. È il principale risultato di un sondaggio pubblicato dalla rivista The Argument, condotto su 3.000 elettori registrati tra il 20 e il 26 luglio, con un margine di errore di 2 punti percentuali.

Il dato contraddice la definizione di élite prevalente nella destra americana. Christopher Rufo, intellettuale conservatore del Manhattan Institute, e i sostenitori del DOGE, il Dipartimento per l'Efficienza Governativa voluto dall'amministrazione Trump, descrivono da anni le élite come una ristretta minoranza capace di esercitare la propria influenza sulle istituzioni che producono e diffondono conoscenza: scuole, università, chiese e mezzi d'informazione. Patrick Deneen, uno degli autori di riferimento della destra postliberale, le ha definite la "laptop class", la classe del computer portatile. Gli elettori, però, non sembrano condividere questa lettura: soltanto una piccola minoranza considera parte dell'élite gli accademici, i giornalisti o i professionisti con una laurea specialistica.

L'élite come contrario dell'americano medio


Gli intervistati ritengono inoltre che le élite, comunque le si definisca, non condividano i loro valori. Il sondaggio registra un ampio sostegno al libero scambio, all'aumento dei finanziamenti per le scuole pubbliche e a una forma di sanità universale garantita dallo Stato. Su questi temi gli elettori pensano di essere in sintonia con la maggioranza degli americani, ma attribuiscono alle élite posizioni molto più ostili. Una distanza analoga emerge sulle questioni sociali: la maggior parte degli intervistati respinge l'idea che debba essere soltanto l'uomo a mantenere la famiglia e considera uomini e donne ugualmente adatti a ricoprire ruoli di comando, ma immagina che le élite la pensino diversamente.

La collocazione ideologica attribuita alle élite è tuttavia contraddittoria. Sulla proprietà pubblica delle imprese, che la maggioranza degli elettori respinge, una quota consistente degli intervistati considera le élite molto più favorevoli e dunque più a sinistra. Sull'aumento dei fondi alle scuole pubbliche, sostenuto dagli elettori, una pluralità le ritiene invece contrarie e quindi più a destra. Secondo Lakshya Jain, autore dell'analisi, la spiegazione più coerente è che gli americani tendano ad attribuire alle élite tutte le posizioni che ritengono impopolari: nell'immaginario degli elettori, essere parte dell'élite significa soprattutto essere l'opposto dell'americano medio.

L’identikit del potere

Per gli americani le élite sono i miliardari, non i professori


Un sondaggio di The Argument su 3.000 elettori registrati smentisce la destra intellettuale: l’élite non è la «classe del laptop», ma chi ha soldi, fama e potere. Un identikit che somiglia molto al presidente.

Grafica di FocusAmerica

IL’identikit

3 su 4

Più di 3 americani su 4 considerano i miliardari parte dell’élite

Secondo gli elettori
È élite chi ha ricchezza, fama e potere
MiliardariGrande maggioranza
CelebritàGrande maggioranza
Politici elettiConsenso ampio
Dirigenti d’aziendaConsenso ampio

Secondo la destra intellettuale
La «laptop class» di Rufo, DOGE e Deneen
Professori e accademiciPiccola minoranza
GiornalistiPiccola minoranza
Laureati e dipendenti pubbliciPiccola minoranza

Gerarchia qualitativa secondo l’analisi di The Argument: quota di elettori che include ogni categoria nell’élite.

IILo specchio rovesciato

Su commercio, scuole e sanità gli elettori si sentono in maggioranza — e immaginano le élite all’opposto. Tocca un tema per il dettaglio.

Proprietà pubblica delle imprese
Elettori: contrari
Élite percepite: molto favorevoli
Viste più a sinistra

Più fondi alle scuole pubbliche
Elettori: favorevoli
Élite percepite: contrarie
Viste più a destra

Nell’immaginario degli elettori, essere parte dell’élite significa essere l’opposto dell’americano medio.
La lettura di Lakshya Jain, autore dell’analisi di The Argument

IIIIl conto elettorale

Miliardario
Celebrità
Dirigente
Politico

Il presidente
Tutte e quattro le etichette insieme — e trae profitto dalla carica

0%

degli elettori disapprova l’operato di Trump

Quasi la metà disapprova «fortemente» Disapprova nel complesso: 60%

Il vantaggio democratico
Intenzioni di voto per il Congresso (generic ballot), margine Dem–Rep in punti

Tutti gli elettori registrati

Dem +8

Probabili votanti a novembre

Dem +10

0+4+8+12

Fiducia maggiore nei Democratici su tutti i temi testati tranne la criminalità, incluse economia e sanità, le due questioni più importanti per gli elettori.

Il contrappunto: la cassa
Fondi del Comitato nazionale democratico rispetto a quello repubblicano
−100 mln $

Il DNC è indebitato e dispone di oltre 100 milioni di dollari in meno; diversi parlamentari uscenti hanno perso le primarie.

Fonte: The Argument / Verasight, sondaggio su 3.000 elettori registrati negli Stati Uniti, 20–26 luglio 2026. Margine d’errore ±2 punti percentuali.

Il vantaggio dei Democratici e il problema fondi


Questa percezione offre uno spazio politico ai Democratici, che nel 2026 hanno trasformato i miliardari nel bersaglio principale di spot e comizi e intendono costruire la campagna per le elezioni di metà mandato di novembre anche sui guadagni personali del presidente. Per i Repubblicani il problema è speculare: il loro leader è contemporaneamente un miliardario, una celebrità e un dirigente d'azienda che trae profitto dalla presidenza, cioè l'incarnazione stessa dell'élite descritta dagli elettori. Il 60% degli intervistati disapprova l'operato di Trump e quasi la metà lo disapprova "fortemente".

Il sondaggio contiene anche indicazioni elettorali favorevoli ai Democratici. Il partito registra il più ampio vantaggio di popolarità mai misurato nelle rilevazioni della rivista. Gli elettori si fidano più dei Democratici che dei Repubblicani su tutti i temi esaminati, con la sola eccezione della criminalità. Il vantaggio comprende anche l'economia e la sanità, considerate le due questioni più importanti. Nel "generic ballot", la domanda che misura le intenzioni di voto per il Congresso, i Democratici sono avanti di 8 punti; il margine sale a 10 tra gli elettori sicuri di partecipare alle elezioni di novembre.

I numeri arrivano però in una fase difficile per il partito, che ha visto diversi parlamentari uscenti perdere le primarie e deve affrontare una grave crisi finanziaria: il Comitato nazionale democratico è indebitato e dispone di oltre 100 milioni di dollari in meno rispetto a quello repubblicano. Secondo Jain, il quadro politico resta comunque il più favorevole ai Democratici degli ultimi vent'anni. Gli americani continuano a non amare particolarmente il partito, ma sono ancora più arrabbiati con i Repubblicani, ai quali attribuiscono la responsabilità del caro vita e della guerra impopolare contro l'Iran.


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È giusto che ci siano garanzie per i parlamentari, ma queste garanzie non dovrebbero impedire alla magistratura di verificare elementi ritenuti rilevanti per un’indagine.

Il 5 agosto, infatti, la maggioranza ha negato alla Procura di Roma l’autorizzazione a utilizzare le chat tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, nell’ambito dell’inchiesta antimafia legata al clan Senese.

Delmastro non è indagato e sostiene che quei messaggi dimostrino la sua totale estraneità. E allora il paradosso è evidente: se possono chiarire i fatti, perché impedire ai magistrati di verificarli?

L’articolo 68 della Costituzione tutela la corrispondenza dei parlamentari, certo. Ma, come ha osservato anche l’ex procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, non spetta al Parlamento stabilire se un’indagine sia fondata.

È qui che una garanzia rischia di trasformarsi in uno scudo contro l’accertamento giudiziario.

E la questione non è nemmeno garantismo contro giustizialismo: è se una garanzia costituzionale possa essere piegata fino a diventare un ostacolo alla ricerca della verità.

E il 5 agosto la maggioranza ha scelto di proteggere Delmastro a priori, anziché aiutare la magistratura a fare chiarezza.

Con @MattiaFontanaEU

#AndreaDelmastro #Antimafia #ClanSenese #PoliticaItaliana #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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La rabbia contro i data center sta diventando un movimento politico


A Memphis il deputato democratico Justin Pearson corre al Congresso chiedendo una moratoria, mentre l'opposizione agli impianti cresce anche tra gli elettori repubblicani

Sette americani su dieci dicono di essere contrari alla costruzione di un data center nella zona in cui vivono, secondo un sondaggio Gallup di marzo. Le prime ragioni che indicano sono l'inquinamento dell'aria e il consumo di acqua. Su quell'ostilità si è costruita una campagna elettorale a Memphis, in Tennessee, dove il deputato democratico Justin Pearson corre alle primarie del 6 agosto per il nono distretto congressuale chiedendo una moratoria sulla costruzione dei data center.

Pearson, 31 anni, abita nel quartiere di Westwood, a South Memphis, stretto tra i due impianti di xAI, l'azienda di intelligenza artificiale di Elon Musk. Colossus 1 è a dieci minuti di auto verso nord-ovest, Colossus 2 a quindici verso sud-est, insieme alle 69 turbine a gas metano piazzate appena oltre il confine con il Mississippi che oggi alimentano il secondo supercomputer, quasi tutte senza i sistemi di abbattimento delle emissioni richiesti dalle norme federali.

Le associazioni ambientaliste che hanno fatto causa a xAI stimano che quelle macchine possano immettere ogni anno più di 2.500 tonnellate di sostanze che formano lo smog in un'area che è già prima in Tennessee per accessi al pronto soccorso dovuti all'asma.

"L'intelligenza artificiale è controllata da persone. I data center sono costruiti da persone. E quelle persone, per come esistono e operano nel mondo, sono una minaccia per l'umanità", ha detto Pearson a POLITICO Magazine.

Il codice postale 38109, dove si trovano entrambi gli impianti, ospitava già più di diciassette stabilimenti industriali che rilasciano abbastanza sostanze tossiche da doversi registrare nell'inventario dell'EPA, l'agenzia federale per la protezione dell'ambiente.

Molti di quegli impianti sono stati costruiti, come Colossus 1, in un'area industriale ricavata da vecchie terre di piantagione, accanto a quartieri fondati da ex schiavi i cui residenti sono ancora per il 90 per cento neri, con un reddito familiare mediano di 36mila dollari.

L'arrivo di xAI è stato il risultato di un corteggiamento dell'azienda elettrica municipale di Memphis e dell'organizzazione locale per lo sviluppo economico, che hanno firmato accordi di riservatezza durante la trattativa e hanno poi celebrato il fatto che, portandosi le proprie turbine a gas, il data center non avrebbe pesato sulla rete elettrica già sotto sforzo. L'inquinamento è emerso solo dopo mesi di richieste di Pearson e dei gruppi ambientalisti locali, che hanno fatto volare telecamere termiche sopra l'impianto.

Confrontando le foto delle turbine con le schede tecniche dei produttori, l'associazione Southern Environmental Law Center ha calcolato che le macchine potessero emettere tra 1.200 e 2.000 tonnellate l'anno di ossidi di azoto, i gas che formano lo smog, molto più della centrale a gas dall'altra parte della strada o della raffineria poco distante.

xAI ha risposto che, essendo montate su ruote e quindi facilmente spostabili, le turbine rientrano nelle regole meno severe previste per gli impianti "temporanei", che non richiedono filtri antinquinamento durante il primo anno di funzionamento. Colossus 1 è stato alimentato da 35 turbine per quasi un anno prima che l'azienda chiedesse un'autorizzazione, ottenuta poi per sole quindici macchine. I rilevatori della qualità dell'aria continuano a registrare livelli elevati di polveri sottili nei quartieri circostanti.

Per Colossus 2 xAI ha ottenuto il permesso per 41 turbine, che pur con i sistemi di abbattimento potranno rilasciare quasi 20 tonnellate l'anno di polveri sottili e oltre 417 tonnellate di ossidi di azoto. Secondo la società di analisi indipendente EmPower Analytics Group quelle emissioni potrebbero produrre danni sanitari per un valore compreso tra 30 e 44 milioni di dollari, soprattutto per asma e infarti, con gli aumenti maggiori proprio nel quartiere dove vive Pearson. Nel frattempo il supercomputer viene alimentato da altre 69 turbine prive di autorizzazione.

La scorsa settimana l'azienda ha annunciato di aver raggiunto un accordo con lo Stato del Mississippi per rimuovere entro un anno le turbine sprovviste di permesso e per dotare tutte le macchine mobili di tecnologie avanzate di controllo delle emissioni. Lo spostamento coinciderà però in gran parte con l'anniversario dell'installazione, quando xAI avrebbe comunque dovuto rimuoverle. Tredici turbine resteranno sul posto oltre i dodici mesi.

"Costruiamo i nostri impianti rapidamente, mantenendo i più alti standard di responsabilità operativa, tutela ambientale e collaborazione con la comunità", ha scritto l'azienda, che sostiene anche che i monitoraggi attuali mostrano una qualità dell'aria in linea con gli standard federali, senza però diffondere i dati.

Il Dipartimento di Giustizia è intervenuto in giudizio a favore di xAI, sostenendo che le macchine devono continuare a funzionare in nome della sicurezza nazionale: l'esercito americano si è appoggiato al data center che alimenta Grok durante l'attacco all'Iran chiamato Operazione Epic Fury. L'amministrazione Trump sostiene inoltre di avere il diritto di far cadere qualsiasi causa intentata dai cittadini contro chi inquina in base al Clean Air Act, la legge federale sull'aria pulita, una posizione che secondo gli avvocati ambientalisti riscriverebbe decenni di applicazione delle norme.

La velocità è il vantaggio competitivo rivendicato dall'azienda. Nei documenti depositati a maggio per la quotazione in borsa, SpaceX ha scritto che il primo gruppo di calcolo di Colossus 1 è entrato in funzione in 122 giorni e quello di Colossus 2 in 91. "Crediamo che la velocità sia un vantaggio competitivo", si legge negli stessi documenti, che valutano il gruppo 2,1 mila miliardi di dollari.

Le quattro maggiori aziende tecnologiche americane hanno previsto di spendere circa 670 miliardi di dollari solo quest'anno per costruire nuovi impianti.

Chi difende i data center parla di primato geopolitico. Bill Drexel, ricercatore dello Hudson Institute che studia la competizione internazionale sull'intelligenza artificiale, ha detto che quando si discute di moratorie la vera posta in gioco è se questa tecnologia sarà guidata da una democrazia imperfetta o da un regime autoritario.

Il presidente Donald Trump ha ripreso lo stesso argomento all'inizio di luglio rivolgendosi ai potenziali oppositori: "Non potete combatterlo, dovete accettarlo. Se non lo facciamo resteremo indietro. Ci sono comunità che vogliono davvero i data center e francamente quelle sono le comunità intelligenti".

Il 41 per cento degli americani si dice contrario alla costruzione di un data center entro tre miglia da casa propria, contro il 28 per cento di gennaio, mentre i favorevoli sono scesi dal 37 al 24 per cento, secondo il sondaggio realizzato per POLITICO dall'istituto indipendente Public First. Nel primo trimestre del 2026 almeno 75 progetti per un valore di 130 miliardi di dollari sono stati bloccati o rallentati dall'opposizione locale, secondo la società di monitoraggio Data Center Watch.

Le moratorie a livello di contea si moltiplicano anche in aree conservatrici, mentre in Oklahoma, California e Michigan gli amministratori locali che hanno approvato progetti contestati si sono trovati di fronte a petizioni per la revoca del mandato. Il mese scorso la governatrice di New York Kathy Hochul, democratica moderata, ha ordinato uno stop di un anno alle nuove costruzioni.

Secondo un documento della società di consulenza Carbon Direct, la spinta alle cancellazioni non nasce solo dai milioni di litri d'acqua al giorno e dal fabbisogno elettrico degli impianti, ma anche dalla mancanza di trasparenza delle aziende tecnologiche. I casi che coinvolgono accordi di riservatezza, società schermo e inquilini non dichiarati hanno affrontato un'opposizione più dura e più rapida a organizzarsi, tanto che i vantaggi legali della segretezza non hanno compensato i costi politici.

Alexandria Ocasio-Cortez ha presentato con il senatore Bernie Sanders una proposta di legge per una sospensione a tempo indeterminato delle costruzioni, ed è oggi la voce più nota di quello che alcuni chiamano un movimento neoluddista. Il paragone è con la rivolta operaia dell'Inghilterra di inizio Ottocento, quando i telai meccanici trasformarono la tessitura da mestiere artigianale svolto in casa a lavoro di fabbrica pagato meno.

Il movimento prese il nome da Ned Ludd, un tessitore di Nottingham probabilmente mai esistito, cominciò con petizioni e lettere ai giornali e passò alla distruzione delle macchine solo nel 1811, davanti all'assenza di risultati e al divieto dei sindacati. Dopo una rivolta finita nel sangue nel 1812 il governo britannico mandò 14mila soldati a Nottingham, il parlamento rese la distruzione dei macchinari un reato punibile con la morte e ventiquattro luddisti finirono impiccati.

"Non era una reazione contro la tecnologia, era una reazione contro lo sfruttamento", ha detto a POLITICO Magazine Miriam Cherry, direttrice del centro di diritto del lavoro della St. Johns University.

Brian Merchant, giornalista tecnologico autore nel 2023 del libro Blood in the Machine, ha detto che oggi molte persone guardano ai data center e vedono pochi che ne traggono beneficio a spese di molti. I neoluddisti, secondo Merchant, non si oppongono alla tecnologia in sé ma a quello che la tecnologia fa sul territorio. Pearson non rivendica l'etichetta ma riconosce "forti somiglianze" e invita a studiare cosa facessero davvero i luddisti.

La corsa di Pearson è tutt'altro che vinta. Il deputato era già stato espulso dall'assemblea del Tennessee nel 2023 come uno dei "Tennessee Three", i democratici che avevano partecipato a una protesta per il controllo delle armi dopo una sparatoria in una scuola vicino a Nashville, per poi essere rieletto quattro mesi dopo.

A maggio i repubblicani del Tennessee hanno ridisegnato i confini del nono distretto, spezzando l'unico collegio a maggioranza nera e democratica dello Stato: oggi il distretto si allunga per 320 chilometri su altre quattordici contee profondamente repubblicane. La nuova linea di confine passa tra i due impianti di xAI ed esclude dal collegio parte dei suoi sostenitori più convinti.

Scott Golden, presidente del Partito Repubblicano del Tennessee, ha detto che le continue violazioni del regolamento dell'assemblea da parte di Pearson e la sua mancanza di rispetto verso le forze dell'ordine potrebbero diventare il centro della campagna per le elezioni generali del 3 novembre. Ha aggiunto che se il deputato è interessato ai piani regolatori forse dovrebbe candidarsi al consiglio comunale.

Brent Taylor, senatore statale repubblicano candidato nello stesso distretto, aveva definito nel 2025 l'impianto di xAI un grande vantaggio per Memphis, citando i circa 300 dipendenti e gli stipendi da Silicon Valley. Aveva anche proposto di discutere con l'azienda l'acquisto delle case più vicine.

Anche dentro il campo democratico la posizione di Pearson non è quella maggioritaria. La senatrice statale London Lamar, sua principale avversaria alle primarie e sostenuta da buona parte degli eletti di Memphis, ha lavorato a proposte di legge per obbligare i data center a dichiarare consumi di acqua ed elettricità. Dice che la questione della moratoria esiste solo per via del suo avversario, ma nel corso della stessa telefonata con POLITICO Magazine si è convinta della necessità di una sospensione temporanea, senza indicarne la durata.

L'opposizione ai data center attraversa anche il campo repubblicano. Il consulente conservatore texano Brendan Steinhauser ha detto che alcuni candidati liquidano le proteste come un'operazione del Partito comunista cinese. Secondo Steinhauser chi la pensa così perderà, perché il fenomeno è per il 99 per cento spontaneo.

Amy Kremer, tra i fondatori del Tea Party, ha organizzato una giornata nazionale di mobilitazione davanti a 140 data center in 42 Stati per chiedere la fine delle esenzioni fiscali agli impianti e regole più severe sui modelli di intelligenza artificiale, dicendo di applicare il vecchio manuale del Tea Party. In Tennessee la contea rurale e conservatrice di Lawrence si è spaccata su un impianto da appena 4,9 megawatt, una frazione degli 1,5 gigawatt richiesti da un data center di xAI: le petizioni contro il progetto hanno raccolto più di 7mila firme e i residenti stanno raccogliendo fondi per un ricorso.

Marsha Blackburn, candidata repubblicana alla guida del Tennessee, si è schierata contro un progetto proposto accanto allo zoo di Nashville dicendo che disturberebbe i leopardi, ma difende gli impianti nelle aree industriali: gli americani, ha detto a una radio di Nashville, vogliono che i propri dati restino negli Stati Uniti e non finiscano nelle mani della Cina.

Dan Diorio, vicepresidente per gli affari istituzionali della Data Center Coalition, l'associazione di categoria del settore, attribuisce agli impianti 5,5 milioni di posti di lavoro, un contributo di 927 miliardi di dollari al prodotto interno lordo e 204 miliardi di gettito fiscale federale, statale e locale.

A Memphis la città ha annunciato che destinerà il 25 per cento delle entrate fiscali dei data center a interventi nei quartieri più vicini agli impianti, mentre a giugno xAI ha offerto ai residenti il servizio internet satellitare Starlink a metà prezzo.

Pearson dice che continuerà a chiedere una moratoria qualunque sia l'esito del voto, insieme all'aumento del salario minimo e alla sanità universale. "Quello a cui assisto è un computer trattato con più cura e attenzione di un essere umano da parte di amministratori eletti, aziende e governo federale", ha detto. "Ed è sbagliato, dovrebbe terrorizzare le persone che un data center venga protetto più di chi ci vive accanto".


Trump vuole esentare le aziende spaziali dalle valutazioni ambientali


L'amministrazione Trump ha presentato martedì una proposta per esentare le aziende spaziali dalle valutazioni di impatto ambientale. Il piano permetterebbe alla Federal Aviation Administration (FAA), l'agenzia che regola l'aviazione civile e autorizza le attività spaziali commerciali, di derogare alle leggi ambientali quando approva i siti di lancio commerciali e concede i permessi per i lanci e per i rientri in atmosfera. Aziende e cittadini potranno commentare la proposta prima dell'eventuale entrata in vigore.

Le deroghe toccherebbero i requisiti di 13 leggi federali sulla protezione delle specie minacciate, sulla qualità dell'acqua e dell'aria e sulla tutela delle coste. L'obiettivo è concedere "più rapidamente e più facilmente" alcune licenze e permessi commerciali.

Lanci e rientri dei veicoli spaziali producono molto rumore e alterano gli habitat della fauna selvatica: la FAA ne valuta gli effetti e discute le alternative possibili. Per gli ambientalisti e per molte comunità locali le analisi sono uno strumento essenziale per capire i grandi progetti, ma possono durare più di un anno e le aziende del settore le considerano un freno.

L'agenzia si prepara intanto a un'impennata delle attività: prevede 214 lanci o rientri nell'anno fiscale in corso e più di 500 tra dieci anni. A trainare la crescita saranno SpaceX, Rocket Lab, la Blue Origin di Jeff Bezos e startup come Stoke Space, che vogliono portare in orbita decine di satelliti per le comunicazioni, per usi militari e forse anche per il calcolo legato all'intelligenza artificiale. Il mercato mondiale dei lanci, aperto ai privati dall'inizio degli anni Duemila, è oggi dominato proprio da queste aziende.

"Stiamo potenziando al massimo l'attività spaziale commerciale, tagliando i costi e rafforzando il vantaggio competitivo dell'America in questo campo vitale", ha detto in un comunicato il segretario ai Trasporti Sean Duffy. Per Duffy "gli Stati Uniti hanno vinto la prima corsa allo spazio" e possono ripetere l'impresa solo eliminando "gli ostacoli amministrativi".

L'amministrazione giustifica la deregolamentazione con la necessità di aumentare la cadenza dei lanci e di reggere la concorrenza della Cina, che sta recuperando terreno in fretta e punta come gli Stati Uniti a portare astronauti sulla Luna entro il 2030.

Il caso più discusso è Starbase, il complesso di SpaceX vicino a Brownsville, in Texas, dove l'azienda sviluppa il razzo Starship a poca distanza da aree naturali protette. Alcuni residenti hanno accusato la FAA di condurre analisi troppo superficiali, mentre la società di Elon Musk ha criticato in passato l'agenzia per quella che ha definito una "analisi ambientale superflua" legata a un lancio dalla base.

Ridurre le analisi ambientali per accelerare i lanci rischia però di aumentare la pressione sul controllo del traffico aereo, un altro compito della FAA. L'agenzia lavora con gli operatori per chiudere temporaneamente lo spazio aereo lungo le traiettorie dei razzi e tenere lontani i voli commerciali. La maggior parte dei lanci americani parte dalla zona di Cape Canaveral, sulla costa orientale della Florida, vicino ad alcune delle rotte più trafficate da e per lo Stato.

Blue Origin, Stoke Space e United Launch Alliance programmano più lanci da quella regione, così come SpaceX. Quest'anno la FAA ha autorizzato l'azienda di Musk a compiere fino a 44 lanci all'anno dello Starship, il razzo ancora in sviluppo, da una piattaforma del Kennedy Space Center, con altrettanti atterraggi dei suoi due stadi.

Il presidente aveva già firmato l'anno scorso un ordine esecutivo per ridurre le regole sull'industria spaziale e la settimana scorsa la Federal Communications Commission, l'autorità federale delle comunicazioni, ha semplificato le procedure con cui autorizza la messa in orbita dei satelliti.

L'organizzazione ambientalista Center for Biological Diversity ha definito la proposta "un regalo osceno" all'industria e ha annunciato che la contesterà. La NASA, l'agenzia spaziale americana, ha condotto lanci in modo responsabile per decenni, ha detto in un comunicato il suo dirigente Brett Hartl, mentre ora il presidente vuole eliminare "anche le protezioni ambientali più elementari per arricchire alcune delle persone più ricche del mondo".


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Ah certo, le imposizioni dall’estero non le accettate.

Come non accettate quelle dalla Libia, vero?

Che dice il generale Almasri?

open.online/2026/08/07/meloni-…

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Cosa deve succedere perché Trump non perda le midterm


Il gradimento del presidente è a meno 20,6 punti, il peggiore dei due mandati. Ai Repubblicani per tenere la Camera servono un errore dei sondaggi, un'economia in ripresa e i Dem troppo a sinistra

Il gradimento netto del presidente Donald Trump è sceso a –20,6 punti, il valore più basso mai registrato nei suoi due mandati secondo le medie dei sondaggi elaborate da Nate Silver. Tra il 35 e il 36% degli americani approva il suo operato, mentre la quota di chi lo disapprova si avvicina al 60%. Il fondatore di FiveThirtyEight aveva previsto questa possibilità quando aveva scritto che il "livello inferiore" del consenso nei secondi mandati presidenziali può essere molto più basso di quanto comunemente si creda.

Il 20,8% degli americani ha ora un'opinione fortemente favorevole di Trump, contro il 47,6% che ne ha una fortemente sfavorevole. Lo scarto è di quasi 27 punti e mette in discussione l'idea che lo zoccolo duro del presidente sia più motivato dei suoi oppositori. Storicamente questo indicatore tende ad anticipare l'andamento del gradimento complessivo, che nelle ultime settimane ha continuato a diminuire.

Midterm 2026 · Il clima nazionale

Trump non è mai stato così impopolare, e i democratici sono favoriti per conquistare la Camera

Il gradimento netto del presidente è sceso a −20,6 punti nella media dei sondaggi curata da Nate Silver. Il prezzo della benzina e i dazi spiegano gran parte della caduta. Nel voto per il Congresso i democratici sono ora avanti di 6,5 punti.

Grafica di FocusAmerica 7 agosto 2026

Gradimento netto di Donald Trump

Primo mandato
−11,3

Oggi
−20,6

Alla stessa distanza dall’insediamento, nell’estate del 2018
Il valore più basso dei suoi due mandati

Nel primo mandato Trump non era mai sceso sotto −19, il minimo toccato dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio. Oggi lo approva poco più di un americano su tre, mentre chi lo disapprova sfiora il 60 per cento.

Il meccanismo

Quando salta la tregua con l’Iran, il conto arriva alla pompa


Il gradimento del presidente segue da vicino il prezzo della benzina. Dalla notizia al distributore passano pochi giorni.

1

La tregua con l’Iran si incrina

2

Il prezzo del greggio sale nel giro di poche ore

3

I distributori adeguano i listini in pochi giorni

4

Il gradimento del presidente torna a scendere

Con i dazi è andata allo stesso modo: il primo grande calo nella media dei sondaggi coincide con il Liberation Day, il giorno in cui Trump annunciò le tariffe generalizzate sulle importazioni. Nelle ultime settimane sono tornati a pesare sul giudizio degli elettori.

Esplora i numeri
ILo scarto IIIl clima IIILa rimonta IVIl Michigan

L’intensità

Un americano su cinque sostiene Trump con convinzione, quasi uno su due lo respinge


Quota di americani che si dice fortemente favorevole o fortemente contraria al presidente.

Fortemente favorevoli a Trump20,8%

Fortemente contrari a Trump47,6%

26,8 punti di scarto

La scala si ferma al 50 per cento.

Sono le opinioni nette a muoversi per prime: il gradimento complessivo le segue, e nelle ultime settimane ha continuato a scendere. Cade così anche l’idea che i sostenitori del presidente siano più motivati dei suoi avversari.

−13

È quanto Trump perde sull’immigrazione, il tema su cui per anni è andato meglio. Oggi il saldo è di nuovo vicino al minimo del secondo mandato, toccato la scorsa primavera dopo l’uccisione di due persone in Minnesota da parte di agenti dell’ICE, la polizia federale che si occupa di immigrazione.

Il voto per il Congresso

Ai democratici basterebbe metà del vantaggio che hanno oggi


Il generic ballot chiede a quale partito si darebbe il voto per il Congresso, senza fare i nomi dei candidati. È la misura più usata per leggere il clima nazionale a tre mesi dalle elezioni.

La media di oggiDemocratici +6,5

0 +3 +7 o +8 +10

La scala misura il vantaggio democratico in punti. Sotto i 3 punti i repubblicani possono conservare la Camera, grazie al piccolo margine che hanno ottenuto nella ridefinizione dei collegi. La banda chiara indica dove salirebbe il risultato democratico se tutti i sondaggi interrogassero gli elettori probabili.

60%

Dei sondaggi recenti intervista gli elettori registrati, non quelli che si dicono intenzionati a votare

+2,5

I punti che il margine democratico guadagna tra gli elettori probabili, nei sondaggi che misurano entrambi i gruppi

+7 o +8

Il vantaggio nazionale che i democratici avrebbero se tutti i sondaggi usassero quel campione

Per anni i repubblicani hanno potuto contare su una partecipazione più alta dei propri elettori alle elezioni di metà mandato. Oggi sono i democratici ad avere l’elettorato più istruito e più abituato ad andare a votare, e il modello di Silver considera quel vantaggio ormai scomparso. Nel 2018, l’ultimo voto di metà mandato con un presidente repubblicano, i democratici vinsero il voto popolare per la Camera di 8,6 punti.

80%

CameraLa probabilità che i democratici conquistino la maggioranza, secondo i mercati previsionali

50%

SenatoLa probabilità che i democratici prendano il controllo anche del Senato, dove la partita resta in perfetto equilibrio

L’altro 20 per cento

Ai repubblicani servono almeno due condizioni su tre per tenere la Camera


Su dieci scenari, due lasciano la Camera ai repubblicani. Tocca ogni condizione per leggere che cosa dovrebbe succedere.

La Camera resta repubblicana: 20% La Camera passa ai democratici: 80%

II sondaggi sbagliano come in una delle ultime presidenziali+

Servirebbe un errore sistematico paragonabile a quelli osservati in alcune elezioni presidenziali degli ultimi anni. Nelle elezioni di metà mandato un errore così non si è mai visto.

IIL’economia migliora in modo evidente nel terzo trimestre+

Richiederebbe una riduzione delle tensioni con l’Iran, quindi un prezzo della benzina in discesa, e nessun crollo della bolla legata all’intelligenza artificiale.

IIII repubblicani riescono a far pesare lo spostamento a sinistra dei democratici+

Dovrebbero trasformare una serie di candidature locali in un’unica storia nazionale. Solo se si verificassero tutte e tre le condizioni la Camera resterebbe con ogni probabilità repubblicana.

I democratici hanno presentato candidati in tutti i collegi tranne tre, un segnale di solidità organizzativa. I repubblicani hanno lasciato scoperto un numero maggiore di seggi.

Le primarie del Michigan

El-Sayed doveva vincere di undici punti, ne ha ottenuto meno di uno


Abdul El-Sayed ha vinto le primarie democratiche per il Senato, come indicavano tutti i sondaggi. Sul margine, però, la previsione e il risultato non hanno quasi nulla in comune.

La previsioneEl-Sayed +11
Il risultatoMeno di un punto

10

I punti di errore della media dei sondaggi

14.893

I voti di scarto su oltre 1,5 milioni di schede

3%

La probabilità di vittoria che i mercati previsionali davano a Haley Stevens

L’affluenza è stata la più alta mai registrata in Michigan per primarie al Senato o per il governatorato. Contro El-Sayed sono stati spesi oltre 60 milioni di dollari, più di 30 dei quali da AIPAC e dalle organizzazioni collegate; per novembre i repubblicani hanno già prenotato 45 milioni di pubblicità nello Stato.

Il clima nazionale può assorbire la debolezza del candidato. Le proiezioni sul Michigan danno i democratici avanti di 6,5 punti: El-Sayed può ottenere cinque punti in meno delle attese e vincere comunque contro il repubblicano Mike Rogers.

Fonte Silver Bulletin, medie dei sondaggi di Nate Silver ed Eli McKown-Dawson, dati al 3 agosto 2026. Risultato delle primarie del Michigan: Associated Press. Probabilità: mercati previsionali Polymarket e Kalshi. Voto popolare per la Camera nel 2018: elaborazione Silver Bulletin.

Benzina e dazi trascinano Trump verso il basso


Il prezzo della benzina sembra spiegare buona parte di questi movimenti. Nelle settimane in cui i negoziati con l'Iran avevano prodotto una tregua, il prezzo del greggio era sceso e i numeri della popolarità del presidente erano migliorati, sia nella media generale sia nelle rilevazioni degli istituti che ripetono lo stesso sondaggio ogni settimana o ogni mese. Con la ripresa dei combattimenti, però, il prezzo alla pompa di benzina è tornato a salire e i dati della popolarità del presidente sono nuovamente peggiorati. Il meccanismo è rapido: appena la tregua appare in pericolo, il prezzo del petrolio reagisce nel giro di poche ore e, nel giro di alcuni giorni, i distributori adeguano i listini.

Anche i dazi hanno prodotto un effetto simile. Il primo grande calo nella media del gradimento risale al Liberation Day, il giorno in cui Trump annunciò l'introduzione di tariffe generalizzate sulle importazioni. Nelle ultime settimane il tema è tornato a pesare sul giudizio degli elettori. Persino sull'immigrazione, a lungo considerata uno dei punti di forza del presidente, il saldo è sceso a –13 punti ed è tornato vicino al minimo del secondo mandato. Trump aveva già raggiunto quel livello la scorsa primavera, dopo l'uccisione di due persone in Minnesota da parte di agenti dell'ICE, la polizia federale responsabile dell'immigrazione.

I Democratici avanti nel voto per il Congresso


Nel voto per il Congresso i Democratici sono ora in media avanti di 6,5 punti. Il dato proviene dal generic ballot, la domanda con cui i sondaggisti chiedono agli intervistati quale partito voterebbero senza indicare i nomi dei candidati. È una delle misure più utilizzate per valutare il clima nazionale in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.

Ma il vantaggio effettivo dei Democratici potrebbe essere ancora più ampio. Circa il 60% delle rilevazioni recenti prende in considerazione gli elettori registrati e non quelli che si dichiarano intenzionati a votare. Nei sondaggi che misurano entrambi i gruppi, il margine democratico cresce di circa 2,5 punti tra gli elettori probabili. Se tutte le rilevazioni utilizzassero quest'ultimo campione, il vantaggio nazionale del partito potrebbe quindi raggiungere i 7 o 8 punti.

Si tratta di un ribaltamento relativamente recente. Per anni i Repubblicani hanno goduto di un vantaggio strutturale nell'affluenza alle elezioni di metà mandato, alle quali partecipa una quota molto più ridotta dell'elettorato rispetto alle presidenziali. Oggi, invece, sono i Democratici ad avere la coalizione mediamente più istruita e più abituata a recarsi alle urne. Il modello di Silver parte dunque dal presupposto che il tradizionale vantaggio repubblicano nell'affluenza non esista più.

I mercati previsionali, le piattaforme sulle quali si scommette sull'esito degli eventi politici, attribuiscono ai Democratici circa l'80% di probabilità di conquistare la Camera dei Rappresentanti e il 50% di prendere il controllo del Senato. Alla Camera il punto di equilibrio si trova intorno a un vantaggio democratico di 3 punti nel voto popolare. Sotto quella soglia i Repubblicani potrebbero conservare la maggioranza, grazie al lieve vantaggio ottenuto nella ridefinizione dei collegi elettorali. I Democratici hanno presentato candidati in tutti i collegi tranne tre, un segnale di solidità organizzativa, mentre i Repubblicani hanno lasciato scoperto un numero maggiore di seggi.

Le tre condizioni per una rimonta repubblicana


Perché si realizzi quel 20% di probabilità di una vittoria repubblicana alla Camera, dovrebbero verificarsi almeno due di tre condizioni, secondo Nate Silver:

  1. La prima è un errore sistematico dei sondaggi paragonabile a quelli osservati in alcune recenti elezioni presidenziali, ma mai nelle ultime elezioni di metà mandato.
  2. La seconda è un miglioramento chiaramente percepibile dell'economia nel terzo trimestre, che richiederebbe una riduzione delle tensioni con l'Iran e l'assenza di un crollo della bolla legata all'intelligenza artificiale.
  3. La terza è che i Repubblicani riescano a imporre il tema dell'eccessivo spostamento a sinistra dei Democratici, trasformando una serie di candidature locali in un'unica storia nazionale.

Solo se si verificassero tutte e tre le condizioni, la Camera rimarrebbe con ogni probabilità sotto il controllo repubblicano.

Un Senato più contendibile del previsto


Al Senato il campo di battaglia è più ampio di quanto comunemente si pensi. In Iowa i sondaggi descrivono una corsa in equilibrio, in Nebraska l'indipendente Dan Osborn si presenta con un profilo populista in grado di attrarre una parte dei voti MAGA ed in Maine il modello considera il democratico Troy Jackson favorito contro la senatrice repubblicana uscente Susan Collins.

Ci sono poi Stati tradizionalmente più repubblicani nei quali i candidati democratici stanno ottenendo risultati competitivi. In Texas James Talarico è avanti nei sondaggi, mentre in Alaska si è presentata l'ex deputata Mary Peltola. In un clima nazionale caratterizzato da un vantaggio democratico di 7, 8 o 9 punti, anche seggi storicamente repubblicani potrebbero diventare contendibili.

La raccolta fondi conferma lo squilibrio. I Democratici sono molto più forti nelle donazioni dei singoli cittadini, che il modello considera soprattutto una misura dell'entusiasmo e della capacità organizzativa, più che delle risorse finanziarie disponibili. Sul fronte repubblicano pesano invece gli autofinanziamenti di candidati facoltosi come Vivek Ramaswamy, che il modello non conteggia.

Le donazioni raccolte all'interno dello Stato in cui si tiene la corsa valgono cinque volte quelle provenienti dall'esterno, perché indicano un maggiore radicamento locale. Il Comitato Nazionale Democratico è in difficoltà ed Elon Musk ha promesso milioni di dollari alla campagna repubblicana, ma il flusso delle piccole donazioni continua a favorire i Democratici.

El-Sayed vince, ma di appena un punto


Le primarie democratiche per il Senato in Michigan si sono di recenti concluse con la vittoria di Abdul El-Sayed, che affronterà il repubblicano Mike Rogers a novembre per il seggio lasciato libero da Gary Peters. Il risultato ha confermato il vincitore indicato dai sondaggi, ma ha smentito nettamente le previsioni sul margine: El-Sayed era avanti di 11 punti nella media delle rilevazioni, ma ha battuto Haley Stevens di poco meno di un punto.

Al momento in cui l'Associated Press ha assegnato la vittoria, mercoledì mattina, El-Sayed aveva un vantaggio di 14.893 voti su oltre 1,5 milioni di schede scrutinate. L'affluenza è stata la più alta mai registrata in Michigan per primarie al Senato o per il governatorato e ha superato anche quella di quasi tutte le primarie presidenziali disputate nello Stato dal 1978.

Molti dei sondaggi che attribuivano a El-Sayed un vantaggio a doppia cifra erano stati commissionati da comitati favorevoli alla sua candidatura, ma anche alcune rilevazioni indipendenti lo indicavano nettamente avanti. Dopo il ritiro di Mallory McMorrow, avvenuto all'inizio di luglio, la competizione sembrava essersi spostata rapidamente a suo favore. La senatrice statale era tuttavia rimasta sulla scheda e ha continuato a raccogliere una piccola quota di voti.

Neppure gli appoggi dell'establishment sono bastati a Stevens. La governatrice Gretchen Whitmer, il senatore uscente Gary Peters e il leader democratico al Senato Chuck Schumer l'avevano sostenuta nelle ultime settimane. El-Sayed ha vinto nonostante i gruppi schierati con la sua avversaria avessero speso più di 60 milioni di dollari, oltre 30 dei quali provenienti da AIPAC e dalle organizzazioni collegate.

I mercati previsionali attribuivano a Stevens appena il 3% di probabilità di vittoria. Silver aveva correttamente giudicato quella quota troppo bassa, osservando che nelle primarie i margini di errore sono molto più ampi rispetto alle elezioni generali. Stevens non ha vinto, ma il risultato finale gli ha dato ragione sulla sostanza: la competizione era molto più incerta di quanto indicassero sia i mercati sia gli ultimi sondaggi.

Il vero test sarà contro Mike Rogers


La vittoria di El-Sayed rappresenta un risultato importante per la sinistra democratica: è il primo candidato progressista ad aver conquistato una candidatura statale in uno Stato vinto da Trump nel 2024. Il margine ridotto, tuttavia, impedisce di interpretare il risultato come una completa bocciatura dell'ala moderata. Quasi metà degli elettori democratici ha scelto Stevens, che aveva impostato la campagna sull'esperienza al Congresso e sulla propria capacità di vincere negli Stati in bilico.

Le rilevazioni condotte prima delle primarie erano meno favorevoli a El-Sayed in vista delle elezioni generali. Contro Rogers, un candidato repubblicano tradizionale e privo di evidenti tratti estremisti, El-Sayed risultava leggermente indietro, mentre Stevens otteneva risultati migliori. Non sono però ancora disponibili sondaggi completi realizzati dopo le primarie, e quelle rilevazioni descrivevano candidati che non avevano ancora consolidato il sostegno dei rispettivi partiti.

Una prima analisi successiva al voto di G. Elliott Morris invita infatti a non trarre conclusioni definitive sull'eleggibilità dei due candidati democratici. Le differenze tra i risultati di El-Sayed e Stevens contro Rogers erano ridotte, mentre il margine di incertezza rimaneva molto ampio. Al termine di primarie lunghe e combattute, inoltre, i numeri del vincitore tendono spesso a peggiorare temporaneamente, perché una parte degli elettori del candidato sconfitto dichiara di non essere disposta a sostenerlo.

I partiti hanno normalmente circa tre mesi per recuperare questi elettori e nella maggior parte dei casi ci riescono. Stevens ha già telefonato a El-Sayed per riconoscere la sconfitta e ha promesso di sostenerlo, mentre i vertici democratici si stanno ricompattando intorno al nuovo candidato. La campagna repubblicana ha però già preparato l'offensiva. Trump ha definito El-Sayed un "comunista", mentre Rogers ha presentato la sfida come una scelta tra "buonsenso e completa follia". Il comitato elettorale dei Repubblicani al Senato ha prenotato 45 milioni di dollari di pubblicità in Michigan e AIPAC ha annunciato che continuerà a contrastare El-Sayed anche nelle elezioni generali.

Il clima nazionale può compensare la debolezza del candidato


Il clima nazionale potrebbe comunque assorbire parte della differenza tra El-Sayed e un candidato democratico più moderato. Le proiezioni sul Michigan basate sul voto per il Congresso attribuiscono ai Democratici un vantaggio di 6,5 punti nello Stato. El-Sayed potrebbe quindi ottenere un risultato inferiore di 5 punti rispetto alle attese del partito e vincere comunque.

Lo stesso principio vale per altre competizioni, come quella per il governatore del Wisconsin, dove un'annata particolarmente favorevole ai Democratici potrebbe trascinare alla vittoria candidati che in condizioni normali sarebbero destinati a perdere.

La corsa del Michigan è così diventata un test concreto sull'effetto dell'ideologia. Finora gran parte dei dati sul vantaggio elettorale della moderazione proveniva da collegi poco competitivi, nei quali un candidato progressista poteva vincere di 32 punti anziché di 40 senza modificare l'esito finale. In Michigan, invece, la differenza può decidere chi controllerà il seggio: l'avversario repubblicano è solido e il candidato democratico non è gravato da scandali.

El-Sayed è un medico ed è stato borsista Rhodes. Sostiene l'estensione della sanità pubblica a tutti gli americani e, pur avendo ricevuto l'appoggio dei Democratic Socialists of America, non è iscritto all'organizzazione della sinistra socialista che sta vincendo numerose primarie democratiche in questo ciclo. Si definisce capitalista e sostiene di conoscere bene i difetti del capitalismo proprio perché crede in quel sistema.

Il peso del voto arabo-americano


Attualmente al Senato non siede alcun esponente arabo-americano e, se dovessere eletto, El-Sayed diventerebbe anche il primo musulmano a giurare al Senato. Non è certo un caso: il Michigan è lo Stato con la più alta quota di popolazione di origine araba. A Dearborn, la città statunitense con la maggiore presenza arabo-americana, Kamala Harris ottenne circa il 42% dei voti nel 2024, mentre Jill Stein conquistò una quota consistente di consensi. Una campagna capace di mobilitare quell'elettorato e gli elettori più giovani potrebbe produrre un'affluenza molto diversa da quella abituale in un'elezione di metà mandato.

Israele e AIPAC, il principale gruppo di pressione filo-israeliano degli Stati Uniti, sono stati il secondo grande tema della campagna di El-Sayed dopo la sanità, e forse quello politicamente più rilevante. Secondo un'analisi delle email utilizzate dai candidati per raccogliere fondi, El-Sayed è tra i due o tre che menzionano più spesso questi argomenti.

L'attacco ad AIPAC è deliberatamente costruito su due piani: permette di criticare contemporaneamente la politica statunitense nei confronti di Israele e il peso esercitato dai grandi comitati elettorali e dalle aziende nel finanziamento delle campagne. Il risultato delle primarie ha dimostrato che questo messaggio può prevalere tra gli elettori democratici anche in uno Stato in bilico. Resta da verificare se possa funzionare allo stesso modo nell'elettorato più ampio delle elezioni generali.


Nuovo tracollo per Trump che è ora il presidente più impolare di sempre! (02 agosto)


Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana segna una svolta per la (im)popolarità di Trump: il net rating raggiunge il punto più basso del mandato, con tutte le medie analizzate che vanno in una direzione concorde e registrano una diminuzione netta fino a 3,5 punti percentuali.

I numeri tornano a precipitare all’improvviso e toccano uno dei livelli più bassi di sempre per un presidente in carica, con il tasso di approvazione che scende sotto al 40% in tutte le medie, mentre per la prima volta una di esse (Focus America) segnala una disapprovazione sopra al 60%.

Tutte le rilevazioni sono pessime per Trump, con picchi negativi nei sondaggi di Quinnipiac University, di AP/NORC, di YouGov e della CNN.

I numeri sono peggiorati notevolmente dall’inizio della guerra in Iran, e non si intravedono spiragli positivi considerando lo stallo delle trattative di pace.

La situazione per il tycoon peggiora sempre più, scavalcando ora Joe Biden nella classifica dei presidenti più impopolari a questo punto del mandato.

Il dato attuale, infatti, è peggiore rispetto alla già catastrofica media di Joe Biden nell’agosto 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di sempre dopo oltre diciotto mesi di presidenza. È di circa tredici punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie registrano trend identici, con Focus America e il sito di Silver che restano complessivamente più bassi rispetto a RCP.

Come già accennato, dopo più di diciotto mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciotto mesi del suo primo mandato e a quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 558 giorni di presidenza (-22,7 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, peggiore di Biden che con il suo -22 attraversava comunque un periodo di grande sofferenza.

Risulta molto indietro, come detto, anche rispetto al suo primo mandato, in cui era più del doppio più popolare, a -9,5.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 37% e il 39%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 59%-60%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi dei negoziati di pace con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
11 rilevazioni di 11 istituti — 2 agosto 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 1 sondaggio
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 5 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 5 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 2 agosto 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 38,2% (-0,8) - 58,8% (+0,9). In totale un net approval arrotondato di -20,6 (-1,7).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 39,2% (-1,9) - 58,8% (+1,6). In totale un net rating di -19,6 (-3,5).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 37,3% (-1,5) - 60,1% (+1,9), con un net rating complessivo di -22,8 (-3,4). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

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Buttigieg contro il "ritorno alla normalità": ai Dem non basta riparare i danni di Trump


L'ex Segretario ai Trasporti, tra i possibili candidati del 2028, dice che ricostruire quello che il presidente ha demolito, da USAID al Dipartimento dell'Istruzione, non è possibile né desiderabile.

Pete Buttigieg sta cercando di eliminare dal proprio vocabolario politico ogni parola che contenga il prefisso "ri-" e ogni richiamo al passato. L'ex Segretario ai Trasporti dell'Amministrazione Biden, uno dei nomi più citati in vista delle prossime primarie presidenziali democratiche del 2028, ha spiegato in un'intervista a Politico che promettere agli elettori di riportare gli Stati Uniti alla normalità precedente a Donald Trump è la strada sbagliata per il suo partito. "Il ritorno alla normalità, secondo me, non funzionerà", ha affermato.

Se i Democratici dovessero vincere le elezioni di metà mandato di novembre, il rischio è che il partito si affidi a una sorta di memoria muscolare e passi immediatamente alla modalità "annullare i danni". Per questo Buttigieg vorrebbe accantonare persino lo slogan con cui Joe Biden vinse nel 2020, Build Back Better, traducibile come "ricostruire meglio". "Costruire meglio. Non voglio nemmeno parlare di tornare indietro", ha detto.

Oltre il ritorno alla normalità


Quella promessa, secondo Buttigieg, ha già fallito la prova dei fatti. "Se avesse potuto funzionare, avrebbe già funzionato", ha osservato a proposito dell'esperimento di Biden: l'idea che il Paese desiderasse tornare alla normalità e che i risultati ottenuti attraverso riforme graduali avrebbero ricondotto gli elettori nella coalizione democratica. Nel 2020 Buttigieg si candidò contro quella visione, sostenendo la necessità di scelte più ambiziose, ma perse. "Joe Biden ha battuto me e altre venti persone alle primarie", ha ricordato. Oggi, però, è ancora più convinto di allora della propria analisi.

Neppure le istituzioni smantellate dall'Amministrazione Trump, a suo giudizio, dovrebbero essere ricostruite esattamente com'erano. Buttigieg ha citato USAID, l'agenzia federale che gestiva gli aiuti internazionali, e il Dipartimento dell'Istruzione. "Non penso che sia possibile, né auspicabile, provare a ricostruirli esattamente com'erano prima".

"Sinistra contro centro", "interni contro esterni", "establishment contro sfidanti": secondo Buttigieg, nessuna di queste contrapposizioni coglie pienamente la posta in gioco nelle primarie di quest'anno. La vera domanda è se il partito saprà costruire ciò che verrà dopo oppure si limiterà a riproporre una versione del vecchio status quo. Presentare la proposta più spostata a sinistra può essere un modo per mostrarsi audaci e prendere le distanze dal semplice ritorno alla normalità, ha spiegato. "Ma non credo che sia l'unico modo per essere audaci".

Il test del Michigan


Buttigieg ha rifiutato di rivelare per chi abbia votato alle primarie democratiche per il Senato in Michigan, lo Stato in cui vive e dove gli elettori del partito hanno appena scelto il proprio candidato. "Resterà un segreto dell'urna", ha risposto, spiegando che ora il suo obiettivo è aiutare il partito a ritrovare l'unità. Le primarie del Michigan si svolgono insolitamente tardi e lasciano poche settimane per ricompattare i Democratici in vista del voto di novembre. "Meno parlo su come ho votato, meglio potrò svolgere quel ruolo in seguito".

La sua posizione sulle elezioni di novembre, tuttavia, è già chiara. Secondo Buttigieg, il candidato repubblicano Mike Rogers si è reso inadatto all'incarico con i voti espressi al Congresso, a cominciare da quello contro l'Affordable Care Act, la riforma sanitaria approvata durante la presidenza di Barack Obama. "Molti elettori di questo Stato, molti dei miei vicini e alcuni membri della mia famiglia allargata hanno un'assicurazione sanitaria grazie a una legge contro la quale lui ha votato", ha dichiarato. Il Michigan rimane uno Stato in bilico e Rogers affronta la nuova campagna con ingenti risorse finanziarie e un'organizzazione già rodata dalla corsa al Senato combattuta e persa di stretta misura nel 2024.

La lezione del 2020


Il calendario delle primarie democratiche del 2028 proposto dal Comitato Nazionale Democratico (DNC) dovrebbe partire da South Carolina e Nevada, due Stati con una forte presenza di elettori afroamericani e ispanici della classe lavoratrice: proprio i gruppi con cui Buttigieg incontrò le maggiori difficoltà nel 2020. L'ex Segretario, tuttavia, non ha contestato la scelta. Collocare la South Carolina al primo posto rappresenta una risposta importante al tentativo sistematico di indebolire il potere politico degli afroamericani, ha spiegato, soprattutto alla luce dell'erosione del Voting Rights Act, la legge federale che tutela il voto delle minoranze, e della sentenza della Corte Suprema nel caso Callais.

Secondo Buttigieg, chi aspira alla presidenza deve infatti rivolgersi all'intera classe lavoratrice, parlando tanto dell'esperienza degli afroamericani quanto di quella dei latinos, senza però trattare ogni comunità come un blocco isolato. L'approccio politico fondato sulla suddivisione degli elettori in gruppi distinti, da conquistare uno alla volta, raggiunse il suo apice tra il 2019 e il 2020. Alla domanda se lo definirebbe il "picco woke", Buttigieg ha risposto che quel termine riconduce tutto a una contrapposizione tra sinistra e centro che non descrive adeguatamente il fenomeno.

In ogni Stato che visiterà da ora in avanti, Buttigieg potrà contare su una rete di relazioni e su un'esperienza che nel 2020 non possedeva. Quando arrivò per la prima volta in South Carolina da candidato, lo fece per chiedere il sostegno degli elettori. Negli anni successivi vi è invece tornato da membro del governo per portare investimenti e progetti concreti, dal porto di Charleston ai lavori stradali di Orangeburg. Da quando ha lasciato l'Amministrazione Biden ha già visitato trenta Stati.

L'effetto sorpresa, però, non può ripetersi. "Si può irrompere sulla scena una volta sola", ha osservato, ricordando che nel 2019 la sua campagna procedeva come un treno i cui binari venivano posati mentre era già in corsa. Non crede, tuttavia, che l'esperienza accumulata renda necessariamente più semplice una nuova candidatura. "Non so se sia mai stato facile, per qualcuno, competere seriamente per la presidenza".

Harris, Miller e la politica dell'appartenenza


Secondo Buttigieg, una nuova candidatura di Kamala Harris non implicherebbe necessariamente una ripetizione del 2024. Ha ricordato le due campagne presidenziali di John McCain e le tre di Joe Biden: "Il mondo cambia, la politica cambia, le persone cambiano. Tutti cresciamo". Il 2024 è stato un anno traumatico per il partito, ha riconosciuto, e i Democratici continuano a interrogarsi sulle ragioni della sconfitta.

Nel suo libro Harris ha scritto di non aver scelto Buttigieg come vicepresidente perché riteneva che il Paese non fosse pronto per un ticket formato da una donna nera e da un uomo gay. "È una questione molto più grande del risentimento che qualcuno può provare leggendo una pagina di un libro. Riguarda la traiettoria della civiltà occidentale", ha commentato Buttigieg.

La linea politica del consigliere della Casa Bianca Stephen Miller è "grottesca", ma Buttigieg gli riconosce di aver compreso la portata della posta in gioco, forse persino in modo eccessivo. "Alcune delle cose che stanno accadendo in questo momento non mettono alla prova soltanto la destra o la sinistra, e nemmeno il solo modello democratico. Mettono alla prova l'Illuminismo, che negli ultimi quattro o cinque secoli ha avuto una certa importanza".

Quanto alla propria omosessualità, Buttigieg sostiene di essere troppo coinvolto per stabilire se lo abbia favorito o penalizzato. Ci sono stati momenti in cui temeva che avrebbe stroncato la sua carriera politica prima ancora che cominciasse e altri in cui sembrava non avere alcuna importanza. Il tema intorno al quale ha costruito il proprio racconto politico è quello dell'appartenenza. La stessa esigenza di sentirsi parte di qualcosa, osserva, alimenta anche il consenso per Trump e JD Vance; in quel caso, però, l'appartenenza viene definita soprattutto attraverso l'esclusione degli altri.

L'episodio più grave vissuto dalla sua famiglia da quando è entrato in politica risale a quando una persona con problemi psichici fece una falsa segnalazione alle autorità, provocando la temporanea separazione di Buttigieg e del marito dai figli. Dopo l'accaduto ricevette la solidarietà di molte persone, compresi alcuni avversari politici. "Se non riusciamo nemmeno a considerare i figli degli altri un limite invalicabile, allora non ci resta più nulla".

Il 2028 dopo Trump


Sono trascorsi undici anni dalla discesa di Trump lungo la scala mobile della Trump Tower, con la quale nel giugno 2015 annunciò la sua prima candidatura alla Casa Bianca. Per Buttigieg, quel momento ha segnato l'inizio di un'epoca in cui comportamenti un tempo considerati inaccettabili sono diventati normali. Trump, tuttavia, è tanto una causa quanto un sintomo di tutto questo.

Le elezioni del 2028 saranno inevitabilmente anche una risposta a Trump, ma dovranno offrire l'occasione per voltare davvero pagina. Limitarsi a fare campagna contro un presidente la cui popolarità è in calo costituisce una base troppo fragile: quel vantaggio potrebbe rischiare di convincere i Democratici di poter fare a meno di elaborare nuove idee.

Quando in Michigan si sono aperte le corse per il governatorato e per il Senato, Buttigieg ha preso in considerazione entrambe le possibilità, ma ha infine deciso di non candidarsi. Si era trasferito da poco nello Stato, dove si era stabilito per avvicinarsi alla famiglia del marito Chasten, e non si sentiva nelle condizioni di salire su un palco e spiegare perché la scelta dovesse ricadere su di lui anziché su persone impegnate da anni nella politica locale. L'ex senatrice Debbie Stabenow, comunque, lo ha sempre incoraggiato nel suo percorso all'interno del Partito Democratico del Michigan.

I quattro anni trascorsi nel governo federale hanno profondamente cambiato la sua idea di quanto sia necessario trasformare il sistema. Quando si candidò alla presidenza da sindaco in carica, poteva soltanto immaginare il funzionamento di Washington; successivamente da Segretario, invece, ha potuto osservare direttamente ciò che funziona e ciò che deve essere cambiato. Ricorda, infine, anche il momento, intorno ai 32 anni, in cui si rese conto che, quando qualcuno parlava metaforicamente di assaltare il municipio e rovesciare chi comandava, la persona al potere era ormai diventata lui.


Perché i Dem dubitano di Jon Ossoff, il nome del momento per il 2028


Jon Ossoff, senatore della Georgia di 39 anni, è entrato nella conversazione sul 2028 grazie ai video virali dei suoi comizi e dei suoi attacchi al presidente Trump. Dentro il Partito Democratico però diversi strateghi pensano che quelle clip lo facciano sembrare una forza politica più grande di quanto sia davvero.

Un sondaggio del Public Sentiment Institute condotto tra il 25 e il 29 luglio su 762 elettori probabili del Michigan lo ha collocato al secondo posto in una primaria democratica ipotetica, con il 13,9%. Davanti a lui c'è solo l'ex ministro dei Trasporti Pete Buttigieg, al 24,2%.

Dietro ci sono la deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez con il 10,7%, il governatore della California Gavin Newsom con il 10% e l'ex vicepresidente Kamala Harris con il 5,1%. Il governatore dell'Illinois JB Pritzker si ferma al 3,8% e quello della Pennsylvania Josh Shapiro al 3,6%, mentre il 21,7% degli elettori non sa ancora chi voterebbe.

I sondaggi nazionali raccontano una classifica diversa. Una rilevazione del Center Square Voters' Voice diffusa a giugno ha visto Harris davanti con il 27%, quasi il doppio di Newsom al 14%, con Buttigieg terzo all'11% e Ocasio-Cortez all'8%. Entrambi i californiani stanno scendendo: Harris era al 33% a ottobre e al 31% a marzo, Newsom al 21%. Un sondaggio di Emerson College di maggio aveva dato Newsom al 16% e Harris al 10%, con Shapiro in doppia cifra e il governatore del Kentucky Andy Beshear al 9%.

Sui mercati previsionali, i siti dove si scommette denaro sull'esito degli eventi politici, Newsom resta il favorito. Domenica Polymarket gli dava il 19% di probabilità di ottenere la candidatura democratica, davanti a Ocasio-Cortez al 15% e a Ossoff al 14%, con Harris al 9%. Su Kalshi le quote erano simili: Newsom al 18%, Ossoff al 15%, Ocasio-Cortez al 14% e Harris al 9,5%.

Le conversazioni di Axios con strateghi democratici della Georgia e con i collaboratori dei suoi possibili rivali del 2028 hanno restituito un misto di rispetto per le sue capacità digitali e di scetticismo sul fatto che bastino a costruire una campagna presidenziale.

Un democratico della Georgia ha paragonato la sua ascesa a "The Great White Hype", una commedia del 1996 in cui un promoter di boxe nero recluta un pugile bianco dilettante per attirare più soldi e più attenzione. La preoccupazione degli strateghi è che la cerchia di consiglieri del senatore sia troppo chiusa e che il rumore nazionale attorno al suo nome gli abbia dato alla testa proprio mentre dovrebbe pensare alla rielezione al Senato.

La prima critica riguarda i video: mostrano quasi sempre Ossoff che pronuncia discorsi preparati, non che parla a braccio. Chi lo conosce di persona lo descrive come studioso fino a essere troppo serio, con sessioni di preparazione che sforano regolarmente i tempi previsti e poca attitudine alle chiacchiere. È anche meno presente di altri possibili candidati nel circuito dei podcast e ha preferito ambienti prevedibili, come le interviste alla rete liberal MS Now o i passaggi rapidi sul sito di gossip TMZ.

Kyle Tharp, un operativo progressista che scrive una newsletter sui media digitali, ha detto ad Axios che il team di Ossoff è "molto talentuoso" ma che le sue "clip perfettamente coreografate" sono una parte importante della macchina che alimenta il suo nome per il 2028. La domanda, ha aggiunto, è se il senatore possa reggere anche "momenti non scritti e conversazioni lunghe".

La seconda critica è che Ossoff è arrivato al Senato grazie a Raphael Warnock, l'altro senatore democratico della Georgia. I due hanno vinto insieme il ballottaggio del 2021 (il secondo turno previsto dalla legge dello Stato quando nessun candidato supera il 50% dei voti). Diversi strateghi sostengono che sia stato Warnock a trascinare il collega oltre il traguardo.

Warnock, pastore della Ebenezer Baptist Church di Atlanta, la chiesa in cui predicava Martin Luther King, ha ottenuto più voti di Ossoff al ballottaggio e nel 2022 ha difeso il seggio nonostante il vento contrario per l'amministrazione Biden.

Rich McDaniel, stratega democratico della Georgia e tra gli artefici della vittoria di Doug Jones in Alabama nel 2017, ha detto ad Axios che "Ossoff non è arrivato qui da solo". "Molti direbbero che nel 2020 è stato Warnock a portarlo, non il contrario. Questo è il fantasma che lo seguirà sempre", ha aggiunto.

Per McDaniel quello che dovrebbe preoccupare di più i democratici della Georgia è lo schema che sta sotto: gli elettori neri costruiscono il traino elettorale a ogni tornata e poi vengono lasciati indietro quando si tratta di assumere gli strateghi e di controllare le risorse.

Warnock è considerato a sua volta un possibile candidato per il 2028 e in quella direzione ha fatto più passi di Ossoff. Ha scritto un libro e ha fatto campagna in Nevada, uno degli Stati attesi tra i primi a votare nel calendario delle primarie democratiche del 2028.

La terza critica è che l'entusiasmo della sinistra per Ossoff potrebbe durare poco. Molti democratici cercano per il 2028 un candidato capace di tenere insieme l'ala moderata e quella progressista. Qualcuno pensa che possa essere lui e indica i commenti positivi di voci di sinistra come Hasan Piker e Mehdi Hasan.

Altri sono convinti che la simpatia svanirà quando i progressisti scopriranno che il senatore si è opposto sia al Medicare for All, il sistema sanitario pubblico universale chiesto dalla sinistra del partito, sia all'abolizione dell'ICE (Immigration and Customs Enforcement), l'agenzia federale che si occupa degli arresti e dei rimpatri degli immigrati irregolari.

Ossoff, che è ebreo, ha avuto difficoltà anche a muoversi nella politica su Israele. Ha guadagnato credito tra alcuni progressisti votando le proposte del senatore del Vermont Bernie Sanders per limitare la vendita di armi al paese, ma i democratici ebrei della Georgia si sono sentiti traditi da quei voti del novembre 2024. Cinque mesi dopo ha votato contro due emendamenti dello stesso Sanders che avrebbero bloccato vendite di armi a Israele per 8,8 miliardi di dollari. Nella dichiarazione patrimoniale del 2024 risultano poi obbligazioni dello Stato di Israele per un valore compreso tra 1.001 e 15.000 dollari, un dettaglio che la sinistra del partito potrebbe usare contro di lui.

Uno stratega democratico che ha lavorato a campagne in Georgia teme soprattutto che Ossoff finisca come Mallory McMorrow, la candidata al Senato in Michigan che ha provato a corteggiare entrambe le ali del partito e ha perso le primarie di quest'anno. "Molti pensavano che McMorrow sarebbe uscita dal Michigan perché piaceva sia ai centristi sia ai progressisti", ha detto ad Axios. "Ma non è riuscita a trovare una corsia."

Un portavoce del senatore ha rimandato alle dichiarazioni con cui Ossoff ha già negato di puntare alla Casa Bianca. "Non ho alcun interesse a candidarmi alla presidenza nel 2028", ha detto quest'estate all'Atlanta Journal-Constitution, definendo il totonomi sul 2028 una distrazione dal compito urgente, cioè vincere le elezioni di metà mandato. Alla CNN ha ripetuto di non essere in corsa e di essere concentrato sulla rielezione di novembre.

Molti candidati alla presidenza hanno cominciato negando di volersi candidare, ma muoversi apertamente verso il 2028 adesso metterebbe a rischio la sua campagna in Georgia.

I sondaggi danno Ossoff in vantaggio fino a dieci punti sul repubblicano Mike Collins, deputato della Georgia. Il suo futuro politico dipende da quella corsa e dal margine con cui la chiuderà: solo una vittoria larga gli permetterebbe di sostenere di non avere più bisogno del traino di Warnock.


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L'economia americana ha perso 23.000 posti di lavoro a luglio


Gli economisti prevedevano 83.000 assunzioni nette. Il Bureau of Labor Statistics ha inoltre rivisto al ribasso di 103.000 unità i dati di maggio e giugno.

L'economia statunitense ha perso 23.000 posti di lavoro a luglio, mentre gli economisti interpellati dal Wall Street Journal si aspettavano 83.000 assunzioni nette. Il dato è contenuto nel rapporto mensile diffuso oggi dal Bureau of Labor Statistics, l'istituto di statistica del Dipartimento del Lavoro. Il tasso di disoccupazione è tuttavia sceso dal 4,2% di giugno al 4,1%, il livello più basso da giugno 2025.

Il rapporto ha ridimensionato anche i risultati dei due mesi precedenti: i posti creati a maggio sono stati rivisti da 129.000 a 63.000 e quelli di giugno da 57.000 a 20.000. Complessivamente, si tratta di 103.000 assunzioni in meno rispetto alle prime stime. La media mensile dell'ultimo anno scende così a 34.000 nuovi posti di lavoro creati. Le revisioni cancellano gran parte dello slancio che sembrava aver caratterizzato i primi mesi del 2026, quando la ripresa delle assunzioni era stata attribuita all'ottimismo per i tagli fiscali, la tregua sui dazi, la riduzione dei tassi d'interesse e il rallentamento dell'inflazione.

Occupazione · Luglio 2026

L’America ha perso posti di lavoro, ma la disoccupazione è scesa lo stesso

Il Bureau of Labor Statistics registra 23.000 posti in meno a luglio e ne cancella altri 103.000 dalle stime di maggio e giugno. Il tasso di disoccupazione scende al 4,1% perché sempre meno americani cercano un impiego.

Grafica di FocusAmerica 7 agosto 2026

Posti di lavoro creati a luglio

Le attese
+83.000

Il dato reale
−23.000

Media degli economisti interpellati dal Wall Street Journal
Uno scarto di 106.000 posti rispetto alle previsioni

Nell’ultimo anno l’economia americana ha creato in media 34.000 posti al mese: poco più di un terzo del ritmo che teneva nel 2024.

Quattro anni in un grafico

La creazione di posti di lavoro si è spenta mese dopo mese


Variazione mensile degli occupati non agricoli, in migliaia. La linea blu è la media dei dodici mesi precedenti: a gennaio 2023 superava i 380.000 posti al mese, oggi è a 34.000.

Posti creati Posti persi Media a 12 mesi

Passa il dito o il mouse sul grafico per leggere i singoli mesi.

Dentro il rapporto

Tre cose che rendono il dato peggiore di com’è apparso


Le revisioni Il paradosso I settori

Il Bureau of Labor Statistics ha ricalcolato i due mesi precedenti. Entrambi valevano circa la metà di quanto era stato annunciato.

−103.000
posti in meno rispetto alle prime stime. Le revisioni cancellano quasi tutto lo slancio dei primi mesi del 2026.

Occupati e disoccupati arrivano da due indagini diverse. I posti si contano nelle buste paga delle imprese; il tasso di disoccupazione nasce da un sondaggio tra le famiglie, e considera disoccupato solo chi ha cercato lavoro nelle ultime quattro settimane. Chi smette di cercare esce dal conteggio.

A luglio la disoccupazione è scesa al 4,1%, il livello più basso da giugno 2025. Nello stesso mese però la quota di americani che lavorano o cercano lavoro è caduta al minimo da oltre cinque anni: il tasso cala anche quando l’occupazione non cresce.

61,4%
Tasso di partecipazione, sette decimi in meno rispetto a gennaio

5,9 mln
Americani fuori dalla forza lavoro che dicono di volere un impiego

921.000
Persone in attesa di rientrare dopo un licenziamento: 153.000 in più in un mese

Ogni comparto sposta il saldo del mese. Le perdite di scuola, negozi e finanza pesano molto più di quanto la sanità riesca a compensare, e il totale si ferma a 23.000 posti in meno.

Passa il dito o il mouse su un comparto per vedere il saldo progressivo.

«Tutti gli altri comparti» è una voce residua: la differenza fra il saldo totale di luglio e i comparti indicati sopra.

Il turismo doveva essere il grande beneficiario dei Mondiali di calcio. Il settore del tempo libero e dell’ospitalità ha invece perso 61.000 posti a giugno ed è rimasto fermo a luglio. La retribuzione oraria media è ferma a 37,62 dollari, il 3,2% in più rispetto a un anno fa.


A luglio 2026 l’economia americana ha perso 23.000 posti di lavoro contro le 83.000 assunzioni attese. Maggio è stato rivisto da 129.000 a 63.000 posti e giugno da 57.000 a 20.000, per un totale di 103.000 posti in meno rispetto alle prime stime. Il tasso di disoccupazione è sceso dal 4,2% al 4,1%, mentre il tasso di partecipazione è caduto al 61,4%.

Fonte Elaborazione su dati del Bureau of Labor Statistics, rapporto sull’occupazione di luglio 2026 (dati destagionalizzati), e sul sondaggio del Wall Street Journal tra gli economisti. La rilevazione di ottobre 2025 non è stata effettuata a causa dello shutdown federale.

Perché cala anche la disoccupazione


Il numero degli occupati e il tasso di disoccupazione provengono da due rilevazioni diverse e possono quindi muoversi in direzioni apparentemente contraddittorie. I posti di lavoro vengono calcolati attraverso un'indagine sulle imprese, che misura il numero di persone presenti nelle buste paga. Il tasso di disoccupazione deriva invece da un sondaggio sulle famiglie, nel quale una persona viene considerata disoccupata soltanto se ha cercato attivamente un impiego nelle quattro settimane precedenti. Chi smette di cercarlo esce dalla forza lavoro e non viene più conteggiato: il tasso può quindi diminuire anche senza un aumento dell'occupazione.

A luglio il tasso di partecipazione al mercato del lavoro è sceso al 61,4%, il livello più basso da oltre cinque anni e sette decimi di punto in meno rispetto a gennaio. Gli americani fuori dalla forza lavoro che dichiarano di volere un impiego sono 5,9 milioni. Sono inoltre aumentate di 153.000 unità, fino a 921.000, le persone temporaneamente senza lavoro a causa di un licenziamento.

Le perdite si sono concentrate in pochi comparti. L'istruzione gestita dagli enti locali ha tagliato 50.000 posti, il commercio al dettaglio 19.000 e le attività finanziarie 14.000. La sanità ha invece continuato a crescere, con 22.000 nuove assunzioni. La retribuzione oraria media è rimasta ferma a 37,62 dollari, il 3,2% in più rispetto a un anno fa.

Mondiali senza l'attesa spinta alle assunzioni


Le imprese devono intanto affrontare un aumento dei costi su più fronti. Le spedizioni di petrolio dal Golfo Persico restano ostacolate dalla guerra in Medio Oriente, mentre l'Amministrazione Trump ha rilanciato la propria offensiva commerciale introducendo nuovi dazi sulle importazioni. In questo contesto, anche reperire manodopera è diventato più difficile: il forte rallentamento dell'immigrazione ha ulteriormente ristretto l'offerta di lavoratori disponibili.

Non si è inoltre materializzata l'ondata di assunzioni che gli economisti prevedevano in vista dei Mondiali di calcio. Il settore del tempo libero e dell'ospitalità, che avrebbe dovuto beneficiarne per primo, ha perso 61.000 posti a giugno ed è rimasto sostanzialmente fermo a luglio.

La Casa Bianca non ha ancora commentato il nuovo rapporto, pubblicato a circa tre mesi dalle elezioni di metà mandato, nonostante la Casa Bianca cerchi di rassicurare gli elettori sulla solidità dell'economia. Il calo dell'occupazione e le pesanti revisioni dei mesi precedenti riaprono però gli interrogativi sulla tenuta della crescita americana, in una fase segnata da un'inflazione ancora elevata e da costi crescenti per imprese e famiglie.

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L'arco trionfale di Trump avrà un impatto negativo su 37 luoghi storici di Washington


Il National Park Service ha concluso che la struttura alta 76 metri altererà le vedute dal Lincoln Memorial, dal cimitero di Arlington e dal Campidoglio. Il via libera può arrivare il 3 settembre

L'arco trionfale che il presidente Donald Trump vuole costruire a Washington avrà un impatto negativo sulle vedute di 37 luoghi storici della capitale, tra cui il Lincoln Memorial, il cimitero nazionale di Arlington, il Washington Monument e il Campidoglio. Lo ha stabilito il National Park Service, l'agenzia federale che gestisce i parchi e i monumenti nazionali degli Stati Uniti, in una valutazione pubblicata sul proprio sito.

La struttura sarà alta 250 piedi, circa 76 metri, quasi quanto l'edificio del Campidoglio che ospita il Congresso. Sorgerà in una rotonda sul lato della Virginia del fiume Potomac, davanti al Lincoln Memorial, esattamente al centro del percorso che collega il cimitero di Arlington al Campidoglio e che è costellato di monumenti nazionali. Chi vive nell'area di Washington o la visita se la troverà davanti da quasi ogni punto della città.

La valutazione rientra in una procedura chiamata Section 106, prevista dalla legge federale sulla tutela del patrimonio storico, che obbliga le agenzie a esaminare gli effetti di un'opera pubblica sui siti storici vicini e a raccogliere le osservazioni dei cittadini. Il National Park Service ha aperto la consultazione pubblica sul progetto e ha studiato le conseguenze sui luoghi circostanti, arrivando alla conclusione che l'arco cambierà le vedute e il significato simbolico di molti di essi.

Il New York Times ha raccolto l'elenco completo dei siti per cui l'agenzia prevede effetti negativi. Oltre ai monumenti più noti ci sono il Pentagono, il Thomas Jefferson Memorial, la National Cathedral, il quartiere storico di Georgetown, il ponte Francis Scott Key, la George Washington Memorial Parkway, il National War College e il piano urbanistico originario della città disegnato da Pierre L'Enfant.

L'arco interromperà il corridoio visivo tra il Lincoln Memorial e Arlington House, la residenza del generale confederato Robert E. Lee trasformata in memoriale, un asse progettato per rappresentare la riunificazione tra Nord e Sud dopo la guerra civile. Dal memoriale dedicato a Lee gran parte del Lincoln Memorial resterà nascosta dietro la nuova struttura. Dall'Arlington Memorial Bridge, il ponte che unisce le due sponde del Potomac, l'arco inserirà un simbolo di trionfo in uno spazio che è anche l'ingresso solenne del cimitero militare.

Alcuni veterani hanno contestato la terrazza panoramica prevista in cima all'arco, che consentirà ai turisti di osservare dall'alto i funerali privati e le famiglie in lutto al cimitero di Arlington. Il tema è stato sollevato più volte durante le sedute pubbliche di revisione del progetto.

La Casa Bianca vuole che l'arco sia costruito prima della fine del mandato di Trump e sta accelerando per ottenere l'approvazione definitiva della National Capital Planning Commission, l'organismo federale che autorizza le opere edilizie nella capitale. Il via libera potrebbe arrivare il 3 settembre, quando la commissione tornerà a riunirsi. Il presidente non ha alcuna intenzione di spostare l'arco né di ridurne le dimensioni e ha riempito la commissione di suoi alleati, quindi è improbabile che la sintesi dei danni prodotta dal National Park Service cambi qualcosa.

Per la Casa Bianca la presenza di Trump nelle vedute più celebri di Washington è un pregio e non un difetto. L'arco "migliorerà l'esperienza dei visitatori al cimitero nazionale di Arlington per i veterani, per le famiglie dei caduti e per tutti gli americani", ha dichiarato al New York Times il portavoce Davis Ingle, "servendo da promemoria visivo dei nobili sacrifici sostenuti da tanti eroi americani nei nostri 250 anni di storia perché noi oggi possiamo godere delle nostre libertà".

L'opera dovrebbe essere una celebrazione apolitica dei 250 anni degli Stati Uniti, ma è già stata ribattezzata "Arc de Trump" per la somiglianza con l'Arco di Trionfo di Parigi. A ottobre, durante una conferenza stampa nello Studio Ovale con il direttore dell'FBI Kash Patel e la ministra della Giustizia Pam Bondi, un modellino dell'arco era appoggiato sulla scrivania presidenziale. A un giornalista di CBS News che gli chiedeva per chi fosse, Trump ha risposto: "Per me. Sarà bellissimo".

Non è il primo monumento che il presidente dedica a se stesso. L'aeroporto internazionale di Palm Beach, in Florida, è stato intitolato a lui e nel campo da golf del Trump National Doral di Miami è stata installata una statua dorata alta quasi sette metri che lo raffigura. A differenza di quelle, però, l'arco di Washington sarà difficile da evitare, anche solo guardando le immagini della capitale in televisione o al cinema.

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L'intelligence americana ritiene che Putin potrebbe mettere alla prova la NATO con un attacco limitato


Gli scenari vanno da un cyberattacco a un'incursione di terra tra l'autunno 2026 e il 2029. Le scorte americane di munizioni sono intanto ridotte dalla guerra con l'Iran e dagli aiuti all'Ucraina

Il presidente russo Vladimir Putin potrebbe mettere alla prova la tenuta della NATO con un attacco limitato contro un paese dell'alleanza nei prossimi anni. Lo prevedono le nuove valutazioni dell'intelligence americana rivelate dal Wall Street Journal, che ipotizzano scenari che vanno da un cyberattacco a un'incursione di terra su scala ridotta. La finestra temporale stimata va da questo autunno al 2029.

In passato l'intelligence americana aveva ritenuto che Putin non avrebbe provocato un paese della NATO finché era impegnato nella guerra in Ucraina, ma la valutazione è cambiata all'inizio di quest'anno. Putin è sempre più in difficoltà: i droni ucraini infliggono danni crescenti all'esercito e all'industria petrolifera russa, le forze di Mosca avanzano poco al fronte al prezzo di perdite pesanti e il presidente russo è sotto pressione in patria per ottenere una vittoria. Il timore dei funzionari americani è che Putin diventi più pericoloso quando è messo alle strette. L'obiettivo di un eventuale attacco alla NATO sarebbe spaccare l'Alleanza.

I leader americani ed europei vedono già segnali di attacchi esplorativi con cui la Russia testa la reazione dell'alleanza, come i missili da crociera caduti in Polonia e i droni entrati in Romania. Le minacce ipotizzate nei rapporti vanno da un cyberattacco contro un paese dell'alleanza all'invio di gruppi armati senza insegne per occupare territorio, fino a un'incursione limitata sul fianco orientale. "L'incognita è come risponderebbero gli Stati Uniti in quel caso", ha detto al Wall Street Journal Heather Conley dell'American Enterprise Institute, un centro studi di Washington. Secondo Conley, mettere in dubbio la credibilità della NATO e separare gli Stati Uniti dagli alleati "è sempre stato un obiettivo" della Russia.

La probabilità dello scenario più estremo, l'incursione di terra, è considerata bassa, ma cresce con il passare del tempo. Un attacco del genere è sempre stato giudicato molto improbabile perché farebbe scattare l'articolo 5 del trattato, la clausola che impegna tutti i membri alla difesa collettiva. L'articolo 5 è però meno chiaro sulla risposta alle minacce informatiche o ibride. "Rispondere a un attacco sotto la soglia dell'articolo 5 è sempre stata la sfida della NATO e finora gli alleati hanno preferito evitare l'escalation", ha detto Conley. Quando nel 2007 la Russia lanciò una serie di cyberattacchi contro l'Estonia, per esempio, il paese scelse di gestire la crisi a livello bilaterale, senza invocare l'alleanza.

"Riflettiamo e ci prepariamo sempre a ogni tipo di scenario. La NATO osserva e siamo pronti a dissuadere e a difendere se necessario, come continuiamo a dimostrare", ha detto il colonnello Martin O'Donnell, portavoce dell'alleanza. Il Pentagono e il comando supremo alleato in Europa non hanno voluto commentare informazioni di intelligence riservate.

Le scorte americane di alcune munizioni sono intanto ridotte al minimo: gli Stati Uniti le hanno erose con i trasferimenti di armi all'Ucraina dopo l'invasione russa e con la guerra contro l'Iran. Tra le riserve a rischio ci sono i missili a lungo raggio Precision Strike e ATACMS, entrambi lanciati dai lanciarazzi mobili HIMARS, e i missili antiaerei a corto raggio Stinger, armi necessarie per respingere un'invasione di terra in un eventuale conflitto con la Russia, secondo Tom Karako del Center for Strategic and International Studies (CSIS), un altro centro studi di Washington. Sono basse anche le scorte per la difesa aerea, compresi gli intercettori Patriot, SM-3 e THAAD.

Un recente rapporto del CSIS stima che nella guerra con l'Iran gli Stati Uniti abbiano impiegato tra 1.060 e 1.430 missili Patriot, lasciandone appena 870 in arsenale. "Se si trattasse solo di combattere l'Iran, anche se abbiamo usato poco più della metà degli intercettori, ne resta ancora metà, quindi potremmo andare avanti per parecchio tempo", ha detto Mark Cancian, uno degli autori del rapporto. "Il problema è che ora il Pentagono è molto preoccupato per le conseguenze nel Pacifico occidentale, con la Cina".

La carenza ha aperto un dibattito dentro l'amministrazione mentre il presidente valuta le prossime mosse sull'Iran. Il generale Dan Caine, capo dello stato maggiore congiunto e più alto ufficiale delle forze armate americane, ha avvertito di recente la Casa Bianca che gli intercettori per la difesa aerea stanno diminuendo. Secondo Caine le scorte attuali non impedirebbero una ripresa delle operazioni militari su larga scala contro l'Iran, ma aumenterebbero i rischi.

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha definito false le notizie su una carenza di munizioni: "Abbiamo tutto ciò che serve per colpire nel momento e nel luogo che il presidente sceglierà". La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha detto che le forze armate hanno munizioni "più che sufficienti" per gli obiettivi strategici del presidente, che ha già chiesto ai produttori di armi di aumentare la produzione.


Hormuz, nuovo accordo vicino mentre il Pentagono è sempre più a corto di missili


Stati Uniti, Iran e Oman sono vicini a un nuovo accordo provvisorio per riaprire lo Stretto di Hormuz, che l'amministrazione americana spera di annunciare già oggi. Lo hanno riferito ad Axios due fonti regionali e un funzionario statunitense. La trattativa entra così nella fase decisiva mentre l'arsenale americano si assottiglia sempre di più: secondo la CNN, dall'inizio della guerra con l'Iran le forze armate statunitensi hanno consumato quasi quattro quinti delle scorte di missili THAAD e circa la metà degli intercettori Patriot.

Un nuovo sistema per riaprire lo Stretto


La nuova intesa, negoziata da diverse settimane, punta a ristabilire il cessate il fuoco tra Washington e Teheran e a riavviare i negoziati sul nucleare, prevedendo un regime transitorio di 60 giorni, concordato tra Oman e Iran e prorogabile. In questo periodo tutto il traffico diretto verso il Golfo passerebbe attraverso una corsia settentrionale nelle acque iraniane, mentre le navi in uscita verso il Mare Arabico seguirebbero la corsia meridionale nelle acque omanite, in coordinamento con Teheran.

Entro 30 giorni le due parti dovrebbero inoltre rimuovere le mine navali dalla corsia centrale dello Stretto. Una volta bonificata, anche la rotta centrale tornerebbe a ospitare il traffico in entrambe le direzioni, secondo un accordo permanente ancora da negoziare tra Muscat e Teheran. Il nuovo sistema attribuirebbe così all'Iran un potere di controllo sul passaggio delle navi che non possedeva prima della guerra.

Le ricostruzioni divergono sull'eventuale introduzione di tariffe. Secondo Axios, nei due mesi iniziali non sarebbe previsto alcun pedaggio; l'Associated Press riferisce invece che verrebbero applicate tariffe per i servizi di sicurezza e di tutela dell'ambiente marino. È uno dei nodi ancora irrisolti, insieme alle modalità concrete della riapertura. Prima della guerra, attraverso lo Stretto transitava un quinto del petrolio e del gas scambiati nel mondo. Gli attacchi iraniani contro le navi lo hanno di fatto chiuso, spingendo al rialzo i prezzi dei carburanti e dei fertilizzanti ben oltre il Medio Oriente.

La tregua sullo Stretto

Hormuz riapre a corsie separate, e l'Iran ottiene un controllo che non aveva


L'intesa provvisoria negoziata dall'Oman prevede 60 giorni di transito guidato nelle acque di Teheran e Muscat, mentre le scorte americane di intercettori scendono al minimo.

Grafica di FocusAmerica

Come funzionerebbe il transito

Tre corsie, due padroni di casa


Il traffico verso il Golfo passerebbe nelle acque iraniane, quello in uscita nelle acque omanite. La rotta centrale, minata durante la guerra, andrebbe bonificata entro 30 giorni.

IRAN OMAN E.A.U. Golfo Persico Golfo Persico Golfo di Oman Golfo di Oman Bandar Abbas Qeshm
Corsia nordIn entrata · acque iraniane Corsia sudIn uscita · acque omanite Corsia centraleMinata · da bonificare
Il regime transitorio durerebbe 60 giorni, prorogabili. Il traffico viaggerebbe separato per direzione, in coordinamento con Teheran. Tocca una corsia per i dettagli.

Il calendario dell'intesa60 giorni

Giorni 1-30 Giorni 31-60

Entro il giorno 30: mine rimosse dalla corsia centrale
Al giorno 60: proroga, o un accordo permanente sul transito

Nodo aperto: i pedaggi. Secondo Axios, nei primi 60 giorni non sarebbe previsto alcun pedaggio; per l'Associated Press verrebbero invece applicate tariffe per i servizi di sicurezza e di tutela dell'ambiente marino.

1/5
del petrolio e del gas scambiati nel mondo transitava dallo Stretto prima della chiusura

−6% Brent
il calo del greggio dopo lo stop ai bombardamenti, a circa 83 dollari al barile

Il conto della guerra

Gli intercettori americani si stanno esaurendo


Tra febbraio e luglio le forze armate statunitensi hanno consumato gran parte dei loro sistemi antimissile più efficaci, secondo un rapporto interno diffuso nei giorni scorsi.

Intercettori THAAD
Colpiscono i missili balistici nella fase finale della traiettoria
almeno −38%
meno di 278rimasti, su 452 prima della guerra

Scorte residueConsumate in cinque mesi

Intercettori Patriot
Il principale sistema americano di difesa antimissile e antiaerea
circa −65%
meno di 827rimasti, su circa 2.200 prima della guerra

Scorte residueConsumate in cinque mesi

Missili Tomahawk
Da crociera, lanciati da navi e sottomarini
circa −50%

aprile: −30%

Riserve residue

ATACMS e Precision Strike Missile
Missili di precisione a lungo raggio dell'esercito, oltre un milione di dollari l'uno: gli stessi forniti a Kyiv, considerati decisivi in un eventuale conflitto su Taiwan
quasi esauriti

Cinque mesi per svuotare gli arsenali, anni per riempirli

Sulla stessa scala temporale: quanto è durato il consumo, quanto servirebbe a rimpiazzarlo ai ritmi di produzione dichiarati. La scala è in anni.

1 anno123456

Il consumo, da febbraio a luglio5 mesi

Rimpiazzare gli oltre 1.370 Patriot usati, a 20 al mesequasi 6 anni

Riportare i THAAD ai livelli precedenti alla guerraalmeno 3 anni

I tre anni per i THAAD sono indicati dal rapporto. Il tempo di rimpiazzo dei Patriot è un calcolo di FocusAmerica: la differenza tra le scorte prima e dopo la guerra, divisa per il ritmo di consegna dichiarato. Presuppone che non se ne consumi nemmeno uno nel frattempo.

20 al mese
gli intercettori Patriot in uscita dalle fabbriche americane

15 al mese
i missili Tomahawk di nuova produzione

5 mesi
di guerra per consumare più della metà dell'arsenale Patriot

Gli Stati Uniti hanno «molte più munizioni di chiunque altro al mondo».
La replica della Casa Bianca, che respinge la ricostruzione del rapporto

Fonte Axios, CNN, Reuters, Associated Press, Center for Strategic and International Studies. Mappa: Natural Earth. Agosto 2026.

Una tregua già fallita una volta


Da parte sua, Teheran nega di star negoziando con Washington. Il portavoce del Ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, sostiene che i colloqui siano in corso esclusivamente con l'Oman. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha invece confermato il coinvolgimento americano e ha parlato di progressi, precisando però che non è stata ancora raggiunta un'intesa definitiva. L'accordo formale, anticipato dal New York Times, resterebbe comunque bilaterale, tra Iran e Oman.

Tre settimane fa la Casa Bianca, l'Oman e gli altri mediatori regionali erano convinti di avere già raggiunto un'intesa. Teheran ha però ripreso ad attaccare le navi, innescando due settimane di combattimenti che hanno portato le parti sull'orlo di una guerra aperta. Alla mediazione hanno partecipato anche funzionari qatarioti, pachistani e sauditi, con una serie di telefonate tra l'inviato di Trump Steve Witkoff, il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il suo omologo omanita Badr al-Busaidi. Araghchi ha dato un assenso di massima durante il fine settimana; martedì sono poi arrivati il via libera della Guida suprema Mojtaba Khamenei e quello del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano.

Visti i progressi, nella giornata di sabato il presidente Donald Trump aveva deciso di non dare seguito alla minaccia di una vasta campagna di bombardamenti, concedendo più tempo alla diplomazia. Il giorno precedente era però arrivato a un passo dall'ordinare l'attacco secondo le ricostruzioni più accreditate, e il Segretario alla Difesa Pete Hegseth avrebbe già ricevuto le istruzioni operative. Trump ha cambiato idea dopo avere parlato con gli alleati mediorientali, preoccupati da una possibile rappresaglia iraniana contro le proprie infrastrutture energetiche. Il Brent è quindi sceso di circa il 6%, attestandosi intorno agli 83 dollari al barile. L'opzione militare resta tuttavia sul tavolo e, se l'accordo non verrà raggiunto in tempi brevi, il presidente potrebbe autorizzare i raid.

Le scorte americane al limite


Prima che Trump annullasse i bombardamenti, i vertici militari avevano nuovamente richiamato l'attenzione sulla riduzione delle scorte, almeno per la seconda volta in poche settimane. Il sistema antimissile THAAD, progettato per intercettare i missili balistici nella fase finale della traiettoria, e il Patriot sono tra i sistemi antimissile più efficaci dell'arsenale americano.

Prima del conflitto gli Stati Uniti disponevano rispettivamente di 452 e di circa 2.200 intercettori nelle due versioni più avanzate, secondo il Center for Strategic and International Studies. Le stime pubbliche del centro studi di Washington non coincidono del tutto con i dati interni: un rapporto pubblicato la scorsa settimana calcola che tra febbraio e luglio sia stato consumato circa il 65% degli intercettori Patriot e che le scorte di THAAD si siano ridotte di almeno il 38%. In termini assoluti, rimarrebbero quindi disponibili meno di 827 intercettori Patriot e meno di 278 intercettori THAAD.

Secondo quanto rivelato dalla Reuters, sono però quasi esaurite anche le scorte dei missili di precisione a lungo raggio dell'esercito statunitense: gli Army Tactical Missile Systems, conosciuti come ATACMS, e i più recenti Precision Strike Missile. Costano oltre un milione di dollari ciascuno e consentono di colpire obiettivi a grande distanza senza esporre gli aerei alle difese antiaeree nemiche.

Sono gli stessi sistemi forniti da Washington a Kyiv per attaccare obiettivi in territorio russo e che gli analisti considerano decisivi in un eventuale conflitto con la Cina sul futuro di Taiwan. Anche le riserve complessive di Tomahawk, i missili cruise lanciati da navi e sottomarini, si sono ridotte di circa la metà, rispetto al -30% registrato ad aprile.

Il Pentagono riceve circa 15 Tomahawk e 20 Patriot al mese, secondo i programmi di consegna dell'anno fiscale in corso, mentre per riportare le scorte di THAAD ai livelli precedenti alla guerra servirebbero almeno tre anni. Questa settimana il Dipartimento della Difesa ha firmato due contratti per aumentare la produzione dei motori a razzo destinati ai Patriot e ai THAAD, ma un portavoce non ha indicato quando l'incremento comincerà a produrre risultati.

La Casa Bianca di Trump respinge però questa ricostruzione. In una dichiarazione un portavoce della presidenza ha affermato che gli Stati Uniti possiedono "molte più munizioni di chiunque altro al mondo" e che le aziende del settore militare "stanno producendo più munizioni di quante ne abbiano mai prodotte prima". Gli analisti confermano che la produzione di alcune categorie, dai proiettili d'artiglieria a diversi tipi di missili, ha raggiunto livelli record, ma avvertono che le quantità potrebbero comunque non essere sufficiente a sostenere una guerra prolungata.

In questo contesto i Paesi del Golfo, che dipendono drammaticamente dai sistemi antiaerei americani, temono che la scarsità di munizioni riduca la loro capacità di intercettare missili e droni iraniani, soprattutto se diventassero bersaglio di una rappresaglia provocata da una nuova escalation decisa da Washington. Il capo di Stato Maggiore, il generale Dan Caine, aveva già sollevato il problema durante una riunione alla Casa Bianca alla fine del mese scorso, nella quale era stato discusso anche il rischio di provocare numerose vittime civili in Iran nel caso di una ripresa su larga scala delle attività militari.


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Il caldo estremo non è più un’eccezione: è diventato un rischio concreto, anche sul lavoro.

Nell’Unione europea quasi 1 lavoratore su 5 è esposto a temperature elevate durante l’attività lavorativa: e chi lavora nei campi, nei cantieri, per strada, nei magazzini o nei servizi di emergenza spesso non può semplicemente “mettersi al fresco”.

La crisi climatica infatti sta cambiando anche le condizioni in cui lavoriamo. Per questo la sicurezza non può dipendere dal settore, dal contratto o dal luogo in cui si vive: servono regole comuni per prevenire lo stress termico, garantendo acqua, pause, ombra, orari adeguati alle temperature, la sospensione del lavoro quando il rischio diventa troppo alto e, dove possibile, il ricorso al lavoro da remoto.

Servono tutele comuni in tutta Europa e un’organizzazione del lavoro che metta davvero al centro la salute, anche attraverso la settimana di 32 ore a parità di salario.

Nessuno dovrebbe rischiare la propria salute, o la propria vita, per guadagnarsi da vivere.
Non è questa l’Europa che vuole Volt.

#CaldoEstremo #SicurezzaSulLavoro #CrisiClimatica #DirittiDeiLavoratori #Lavoro #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Zur Wahl in Sachsen-Anhalt habe ich die Programme aller Parteien mit Chance auf einen Landtagssitz komplett gelesen. Das der AfD fand ich ziemlich erschütternd. Bürgerwehren, abgelegene Lager, in denen Menschen Zwangsarbeit verrichten, Spezialeinheiten, die politische Gegner jagen – alles drin. "Ich hab von nichts gewusst", kann ich jetzt schon nicht mehr sagen.

Ein bisschen Mut haben mir dann die anderen Programme gemacht. Immerhin haben die Parteien ein paar Ideen, wie man die Demokratie gegen die autoritäre Wende abhärten könnte. Welche das sind, habe ich hier aufgeschrieben: netzpolitik.org/2026/landtagsw…

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Am 6. September könnte die AfD eine absolute Mehrheit im Landtag von Sachsen-Anhalt erringen. Wir zeigen, wie die übrigen Landes-Parteien die Demokratie vor den Rechtsradikalen schützen wollen. netzpolitik.org/2026/landtagsw…
in reply to netzpolitik.org

christianheilmann.com/2026/08/…


A blueprint for democracy to defend itself against fascism from 1937 – more important now than ever…


In 1937, Karl Loewenstein, a German Lawyer published an essay in the American Political Science Review that can only be described as a blueprint for democracy to defend itself against fascism. You probably never heard of the essay entitled “Militant Democracy and Fundamental rights” and despite having a (highschool) degree in history, neither have I. And my topic of my final paper was the mistakes of Hindenburg that led to the rise of Hitler… Interestingly this paper was never translated into German. As we live in times that worry me, I thought it would be a good idea to convert the essay to markdown/HTML and translate it.

Give it a read, it is scarily modern and describes current happenings in worrying detail. The only difference is that with social media and AI, those who are against freedom, democracy and openness to the world have far better weapons than the Nazis had in the 1920s.

You can read the full essay and its follow up or stick with the summary. Here is a short gist of the learnings and definitions Loewenstein managed to distill quite nicely:

  • You can’t argue with fascists on the basis of facts – it is all about emotion
  • Fascists are incredibly good at blaming others and will repeat the same “big issues” caused by “those in power who abuse you” whenever they can
  • Fascism is not a national thing, it is a world-wide issue and needs collaboration across borders to repel


What is Fascism?


Loewenstein insists fascism is not an ideology or a program but a political technique for gaining and holding power. Unlike socialism or liberalism, it has no coherent philosophy or set of values behind it — its “programs” are invented after the fact to justify a seizure of power already underway. He calls it the “true child of the age of technical wonders and of the emotional masses”: a set of tools for arousing, directing, and exploiting mass emotion, deployed with calculated rationality by leaders who themselves remain unmoved by the emotions they manufacture in others.

How does Fascism succeed?


  1. Exploiting legality itself. Fascist parties operate openly and “legally,” using the very freedoms of speech, press, assembly, and parliamentary participation that democracy extends to all comers — treating democratic tolerance as a Trojan horse.
  2. Manufactured grievance and scapegoating. Vague, shifting complaints (corruption, chaos, national decline) are focused onto concrete targets — Jews, freemasons, bankers, chain stores — through relentless repetition, overstatement, and oversimplification.
  3. Paramilitary organization. A party militia forms, ostensibly for “self-protection,” but its real function is to intimidate the public, forge an unbreakable in-group loyalty that eventually exceeds loyalty to the state, and prepare a fighting force for an eventual coup.
  4. Publicity, not secrecy. Unlike older revolutionary movements, fascism thrives in the spotlight — constant self-advertisement and propaganda are the whole method, not a cover for conspiracy.
  5. Proportional representation and parliamentary immunity as tools. Fascists win seats and then use parliamentary privilege to attack the very institution that seats them, paralyzing normal governance until it appears unworkable.


What can we do against Fascism?


  1. Recognize fascism as a technique, not a legitimate ideology or ordinary party. Loewenstein argues the paralysis of Weimar came from treating fascism as just another political viewpoint entitled to full legal protection. Once democracies understand it instead as a hostile technique for destroying democracy from within, the response becomes conceivable.
  2. Pass targeted anti-fascist legislation aimed at the specific techniques, not general ideas. He points to actual measures adopted by democracies of his day: banning political uniforms and party militias, restricting the use of parliamentary immunity to sabotage parliament, curbing incendiary propaganda, and requiring paramilitary-style organizations to register their bylaws with authorities.
  3. Restrict or eliminate proportional representation where it hands legislative footholds to anti-democratic parties. He singles this out as “that gravest mistake of democratic ideology” because it lets small extremist minorities gain an outsized platform inside the very institutions they intend to destroy.
  4. Refuse to let democratic tolerance extend to parties that deny democracy’s own rules. The essay argues that formal equality before the law should not mean fascist and democratic parties get treated identically when one openly seeks to abolish the system granting it standing.
  5. Suppress party militias and paramilitary symbolism before they mature into a rival armed force. Loewenstein treats this as one of the most urgent fronts, since an unchecked party militia becomes the instrument of an eventual coup.
  6. Act early, not reactively. The German illustration is presented explicitly as a warning: half-measures, delayed bans, and reluctance to enforce laws already on the books let the movement outgrow the point where ordinary legislative correction still worked.
  7. Pursue international cooperation among democracies, which he criticises as badly lacking in 1937 — currency and trade agreements among democratic states were treated as narrowly economic rather than as part of a shared defence against a transnational fascist movement that was, by contrast, coordinating closely across borders (Berlin and Rome supporting fascist movements elsewhere).

When I look around social media and election posters, I worry. You should, too. Take a look at the programs of some of the parties people insist on voting for to “get some change” and “show the lazy politicians who is boss”. If their party program includes separating from other countries and border-crossing institutions, that’s a red flag. If they keep blaming one thing that came from outside your country on all that is wrong and sell themselves as the only ones who will do something about it, that’s another red flag. If parts of their political program actively violate current law in your country or of the group it is part of, that’s a proper no.

The rise of fascism in the 20s and 30s lead to one of the worst wars and unspeakable crimes against humanity. Never again, we should be much, much more intelligent and open eyed than back then. Alas, I don’t see that happening.


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in reply to netzpolitik.org

Das ist ja schön und gut dass das in den Programmen steht, aber im Falle einer absoluten Mehrheit der AfD würde davon ja eh nichts umgesetzt.

Wäre nicht eher an der Zeit, dass die anderen Parteien sich schon mal überlegen, wie sie auch aus der Opposition heraus es der AfD so schwer wie möglich machen könnten, die Demokratie zu zerstören?

"Hope for the best, plan for the worst" und so?

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Andy Ogles perde le primarie in Tennessee nonostante il sostegno di Trump


Il deputato repubblicano, tra i più fedeli al presidente, è stato battuto 53,2% a 46,8% da Charlie Hatcher, ex commissario statale all'agricoltura sostenuto dal governatore Bill Lee.
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Il deputato repubblicano Andy Ogles, uno dei più fedeli sostenitori del presidente Donald Trump alla Camera, ha perso le primarie del suo partito in Tennessee. Nel quinto distretto congressuale è stato battuto da Charlie Hatcher, ex commissario statale all'agricoltura, con il 53,2% dei voti contro il 46,8%, cioè 36.524 preferenze contro 32.078. Le primarie servono a scegliere il candidato che ogni partito schiererà a novembre, quando si rinnova l'intera Camera dei Rappresentanti.

Primarie repubblicane · 6 agosto 2026
Tennessee, primarie repubblicane nel 5° distretto
Charlie Hatcher batte il deputato uscente Andy Ogles — Camera degli Stati Uniti
Focus America

CandidatoVoti%

Charlie Hatcher
Vincitore — corsa assegnata dall'Associated Press

36.524
53,2%

Andy Ogles
Deputato uscente

32.078
46,8%

68.602voti totali
>95% scrutinato

Elaborazione di Focus America su dati dell'Associated Press. Risultati non definitivi.

È la seconda sconfitta in una settimana per un candidato alla Camera sostenuto dal presidente. Martedì in Michigan Amir Hassan, anche lui appoggiato da Trump, aveva perso contro un rivale che si era ritirato dalla corsa a luglio. La settimana scorsa il presidente aveva organizzato per Ogles un comizio telefonico, un evento in cui il candidato parla agli elettori collegati per telefono, mentre lo speaker della Camera Mike Johnson aveva fatto campagna per lui a distanza.

Hatcher, allevatore di mucche da latte di quinta generazione, ha condotto una campagna da conservatore meno appariscente e ha incassato nei giorni finali l'appoggio del governatore Bill Lee, che raramente interviene nelle primarie contese del suo partito. "Charlie è stato al fianco del presidente Trump fin dal primo giorno" ha detto Lee in un video pubblicato sui social, aggiungendo che avrebbe "garantito l'agenda del presidente". Lee ha detto di conoscere Hatcher da più di vent'anni. Lo stesso Hatcher, pur senza l'endorsement di Trump, ha insistito in campagna sul proprio sostegno al presidente e ha chiesto agli elettori di "assumere un agricoltore".

Sul risultato ha pesato anche un super PAC, uno di quei comitati che possono raccogliere e spendere somme illimitate a favore di un candidato purché non si coordinino con la sua campagna. La Invest in Tomorrow Coalition, finanziata da aziende che sviluppano impianti di energia rinnovabile, ha speso 2 milioni di dollari da metà luglio per far cadere Ogles, che ha reagito dicendo di essere il bersaglio dei "liberali di sinistra".

"Il distretto ha dimostrato ancora una volta che mettersi di traverso al futuro energetico dell'America ha un prezzo politico salato" ha detto in una nota Tom Matzzie, presidente della coalizione, aggiungendo che il gruppo continuerà "a punire i parlamentari di entrambi i partiti che vogliono fare politica con i posti di lavoro americani, la sicurezza energetica e i prezzi delle bollette". Ogles nelle ultime settimane aveva accusato il gruppo di voler "comprare" il suo seggio e aveva fatto notare che la fattoria di Hatcher, candidatosi prima che i confini venissero ridisegnati, era finita fuori dal distretto con la nuova mappa.

Eletto per la prima volta nel 2022, Ogles si era costruito una notorietà nazionale con le sue dichiarazioni. Ha depositato una risoluzione per modificare la Costituzione e permettere a Trump un terzo mandato e una proposta di legge intitolata "Make Greenland Great Again" a sostegno del desiderio del presidente di comprare il territorio danese. In un messaggio sui social aveva invitato con toni volgari il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a tornarsene in Europa, dopo l'incontro alla Casa Bianca del 2025 in cui secondo lui non aveva mostrato abbastanza rispetto per Trump.

All'inizio del mese del Pride il suo account ufficiale su X aveva pubblicato un messaggio in cui si diceva che "l'omosessualità non ha posto in America". Il post ha provocato critiche insolite dai suoi stessi compagni di partito. Ogles si è scusato e lo ha cancellato dando la colpa a un membro del suo staff della comunicazione. A marzo aveva pubblicato almeno una decina di messaggi contro i musulmani, tra cui uno in cui scriveva che "i musulmani non appartengono alla società americana".

Sul deputato pesavano anche guai giudiziari. Nel 2024 l'FBI, la polizia federale americana, gli aveva sequestrato il cellulare nell'ambito di un'indagine su un prestito da 320mila dollari che aveva dichiarato di aver fatto alla propria campagna nel 2022. Ogles ha poi corretto la cifra dicendo di aver prestato solo 20mila dollari. L'amministrazione Trump ha archiviato l'indagine all'inizio di quest'anno, mentre resta aperta un'inchiesta dell'ufficio etico del Congresso sul rispetto delle norme sul finanziamento delle campagne elettorali. Ogles ha inoltre gonfiato il proprio curriculum di studi e di lavoro, come hanno documentato l'emittente locale NewsChannel5 e il Washington Post.

La sfida si è giocata su una mappa elettorale nuova. A maggio i parlamentari repubblicani del Tennessee hanno approvato un nuovo disegno dei collegi dopo la decisione della Corte Suprema che ha indebolito il Voting Rights Act, la legge del 1965 che protegge il diritto di voto delle minoranze. La nuova mappa dovrebbe fruttare ai repubblicani un seggio in più e punta a far vincere al partito tutti e nove i distretti dello Stato. Il quinto distretto, che prima comprendeva parte di Nashville, ora si allunga da Memphis fino al confine con il Kentucky e scende di nuovo verso la contea di Williamson, toccando pezzi di diciassette contee.

Il nuovo disegno ha spezzato anche il distretto a maggioranza nera di Memphis, l'unico in mano ai democratici, distribuendo i suoi elettori su territori conservatori. Steve Cohen, unico deputato democratico della delegazione del Tennessee, ha rinunciato a ricandidarsi nel seggio diventato repubblicano dopo quasi vent'anni.

A novembre Hatcher affronterà Chaz Molder, sindaco di Columbia, che ha vinto le primarie democratiche con il 40,5% battendo altri quattro candidati. Molder ha raccolto 2,6 milioni di dollari entro metà luglio, molto più di qualsiasi altro candidato dei due partiti nel distretto. Il comitato che finanzia le campagne dei democratici alla Camera lo ha inserito nel programma riservato alle sue reclute migliori. La sua campagna è centrata sul costo della vita, sull'accesso alle cure sanitarie e sulla casa.

La sconfitta di Ogles complica i piani dei democratici. Il partito contava su un contesto nazionale favorevole e sulle polemiche attorno al deputato uscente per rendere contendibile un seggio che resta considerato saldamente repubblicano. Tra i democratici c'era chi riteneva Ogles l'avversario più facile da battere. I nuovi confini danno comunque a Hatcher un vantaggio di partenza.

L'appoggio del presidente ha continuato a pesare nella grande maggioranza delle primarie repubblicane di quest'anno, come hanno mostrato le analisi sui candidati in corsa, ma le eccezioni si accumulano. Nelle corse per il governatore in Iowa e in Georgia sono stati sconfitti Randy Feenstra e il vicegovernatore Burt Jones, mentre in South Carolina Trump ha dovuto ripiegare su un doppio endorsement dopo che la sua prima scelta, la vicegovernatrice Pamela Evette, non era riuscita a evitare il ballottaggio e aveva poi perso.

Nel nono distretto, quello di Memphis smembrato dalla nuova mappa, ha vinto le primarie democratiche Justin Pearson con il 65,8% contro il 24,2% della senatrice statale London Lamar. Pearson era diventato noto a livello nazionale nel 2023 come uno dei tre parlamentari del Tennessee che i repubblicani dell'assemblea statale provarono a espellere dopo una protesta sul controllo delle armi: fu cacciato e poi reintegrato. A novembre affronterà il senatore statale Brent Taylor, che ha vinto le primarie repubblicane con il 46% ed è sostenuto dal presidente e dai due senatori repubblicani dello Stato. Taylor ha descritto la propria campagna come un'"assicurazione blindata contro l'impeachment".

Le primarie di giovedì hanno definito anche la sfida per il governatore. La senatrice Marsha Blackburn ha vinto quelle repubblicane con il 43,4%, davanti al deputato John Rose (32,9%) e al parlamentare statale Monty Fritts (23,4%). Il presidente non si è schierato e Blackburn ha rivendicato il proprio sostegno alla sua agenda, mentre Rose l'attaccava per aver votato la certificazione della vittoria elettorale di Joe Biden nel 2020 e per il rifiuto di partecipare a un dibattito. Tra i democratici ha vinto con il 69% Jerri Green, consigliera comunale di Memphis, davanti all'attivista Carnita Atwater. Il prossimo governatore del Tennessee sarà comunque una donna, la prima nella storia dello Stato.


Michigan, il candidato di Trump perde contro un rivale che si era ritirato


Amir Hassan, il candidato sostenuto dal presidente Donald Trump nell'ottavo distretto congressuale del Michigan, ha perso le primarie repubblicane contro un rivale che aveva sospeso la campagna tre settimane prima del voto. Con il 99% delle schede scrutinate, le stime dell'Associated Press assegnano a Thomas J. Smith il 50,4% dei consensi, contro il 33,2% di Hassan e il 16,4% di Al Lemmo. Smith ha oltre 10.600 voti di vantaggio, più delle schede che si stima restino da scrutinare: se il calcolo è corretto, quindi, Hassan non può più recuperare.

Primarie repubblicane · Michigan
Michigan, primarie repubblicane
Thomas J. Smith vince con il 50,4%. Corsa assegnata da Associated Press, ultimi risultati delle 10:47 ET
Focus America

CandidatoVoti%

Thomas J. Smith
Vincitore

31.149
50,4%

Amir Hassan

20.506
33,2%

Al Lemmo

10.115
16,4%

61.770voti totali
>95% scrutinato

Elaborazione di Focus America su dati dell'Associated Press. Risultati non definitivi.

Ingegnere in pensione della General Motors e piccolo imprenditore, Smith si era ritirato il 17 luglio e aveva invitato i repubblicani a compattarsi su Lemmo, al quale aveva promesso il suo "appoggio totale e completo". Il giorno successivo aveva pubblicato su Facebook un video in cui, indossando il cappello della campagna del rivale, esortava gli elettori a votare per lui. Lemmo si era detto "onorato" di ricevere quel sostegno e grato per la "dedizione" di Smith al distretto. Il nome del candidato ritirato, tuttavia, era rimasto sulla scheda e gli elettori hanno continuato a sceglierlo, fino a portarlo nettamente in testa.

La battuta d'arresto per Trump


Trump aveva annunciato il proprio sostegno a Hassan a giugno e lo aveva ribadito su Truth Social fino a lunedì. Il candidato godeva anche dell'appoggio del National Republican Congressional Committee, l'organizzazione che finanzia le campagne repubblicane per la Camera, come ha riferito il Detroit News. Smith si è ora detto "onorato" di essere stato scelto dagli elettori repubblicani per "portare la battaglia" contro Kristen McDonald Rivet. Ha aggiunto di voler collaborare con lo Speaker della Camera Johnson per "ampliare la maggioranza" repubblicana e portare avanti l'agenda "America First" di Trump, con l'obiettivo di ridurre i costi per le famiglie.

Hassan, nato a Flint, ha prestato servizio nella Marina e ha poi lavorato per undici anni come agente federale nei Dipartimenti della Difesa, della Sicurezza interna e dei Trasporti. Durante la campagna, secondo il Detroit News, Lemmo lo aveva definito un "cavallo di Troia" e un democratico di lunga data. Lemmo, attivista contro l'aborto e per oltre trent'anni dipendente di un centro di ricerca dell'esercito a Warren, ha concluso la corsa al terzo posto.

Un seggio conteso, ma i democratici partono favoriti


L'ottavo distretto rappresenta una delle migliori opportunità per i repubblicani di strappare un seggio ai democratici, anche se il Cook Political Report considera questi ultimi favoriti. Il collegio è attualmente rappresentato da Kristen McDonald Rivet, eletta per la prima volta nel 2024 in un territorio che, nello stesso giorno, aveva votato per Trump alle presidenziali. Martedì la deputata non aveva avversari nelle primarie democratiche.

McDonald Rivet ha raccolto oltre 5,6 milioni di dollari e, a metà luglio, disponeva ancora di circa 4,25 milioni. Hassan aveva invece raccolto circa 727.000 dollari e conservava poco più di 104.000 dollari sul conto della campagna. Il distretto comprende una parte del Michigan centrale, incluse le città di Flint, Saginaw, Bay City, Midland e le località circostanti.


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La Camera ha negato alla Procura di Roma l’autorizzazione ad acquisire le chat tra Andrea Delmastro, deputato di Fratelli d’Italia ed ex sottosegretario alla Giustizia, e Mauro Caroccia, coinvolto in un’inchiesta legata alla criminalità organizzata. Delmastro non è indagato, ma quelle conversazioni erano state richieste dai magistrati.

Nel video, Francesca Romana D’Antuono, già copresidente di Volt Europa, mette insieme questo voto e altre scelte della maggioranza: il recepimento al minimo della direttiva europea contro le querele bavaglio, salari che continuano a perdere terreno e la possibilità concessa alle banche di accantonare capitale invece di pagare subito la tassa sugli extraprofitti.

E mentre per i potenti le tutele non sembrano mancare, a Roma centinaia di persone, tra cui bambini, anziani e persone fragili, sono finite in strada dopo l’evacuazione di Spin Time.

Per i deboli, rigore. Per i potenti, protezione.

Siamo sicuri che ci vada bene così?

#Delmastro #PoliticaItaliana #Giustizia #FratellidItalia #QuereleBavaglio #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Trump prova a limitare la cittadinanza per nascita dopo la bocciatura della Corte Suprema


Escludono i figli di alcune categorie di stranieri e stringono sui visti per chi vuole partorire negli Stati Uniti, dove il turismo delle nascite riguarda 26mila nascite su 3,5 milioni

Il presidente Donald Trump ha firmato giovedì 6 agosto due ordini esecutivi per limitare la cittadinanza per nascita e per colpire il cosiddetto turismo delle nascite, poco più di un mese dopo la sentenza con cui la Corte Suprema aveva bocciato il suo primo tentativo di cancellare quel diritto. Negli Stati Uniti chi nasce sul territorio nazionale diventa automaticamente cittadino americano a prescindere dallo status dei genitori, una regola fissata dal quattordicesimo emendamento della Costituzione, approvato dopo la guerra civile.

Il primo ordine esclude dalla cittadinanza automatica i figli di chi lavora per ambasciate o per organizzazioni straniere, di chi agisce per conto di governi stranieri, dei membri di organizzazioni terroristiche straniere e di chi il governo americano classifica come "nemico straniero". Restano fuori anche i bambini nati da genitori che hanno ottenuto la cittadinanza con la frode e quelli di madri che mentono sulle ragioni del viaggio negli Stati Uniti mentre sono incinte. Una terza categoria riguarda i nati nei territori americani, ma per intervenire su quel punto servirebbe una legge del Congresso.

Il secondo ordine punta a rendere più difficile ottenere un visto per chi vuole partorire negli Stati Uniti. Will Scharf, segretario dello staff della Casa Bianca, ha detto che tra le misure allo studio c'è il rifiuto del visto ai visitatori sospettati di arrivare nel paese solo per far nascere un figlio. Ha descritto un fenomeno che un tempo capitava per caso, quando una turista partoriva in anticipo, e che secondo lui si è trasformato in organizzazioni strutturate, a volte criminali, capaci di portare decine di migliaia di persone negli Stati Uniti con quell'unico scopo.

La legge americana vieta già di rilasciare un visto a chi vuole entrare nel paese con lo scopo principale di ottenere la cittadinanza per un figlio facendolo nascere sul territorio nazionale. Il Migration Policy Institute, un centro studi sulle migrazioni, ha ricordato in un'analisi del 2026 che chiedere un visto con quell'obiettivo è già considerato una frode e un motivo sufficiente per negarlo. Un funzionario del Dipartimento per la sicurezza interna ha detto al New York Times che il provvedimento sul turismo delle nascite non cambia nulla sul piano operativo perché si limita a ripetere norme già in vigore.

Non esiste una stima ufficiale di quante nascite rientrino in questa categoria. Il Migration Policy Institute calcola che siano circa 26mila su 3,5 milioni di nati ogni anno negli Stati Uniti, mentre uno studio di ricercatori della Pennsylvania State University diffuso nelle settimane della sentenza ha rilevato che meno dello 0,3% delle nascite americane riguarda donne arrivate come turiste. I figli di immigrati irregolari o di residenti temporanei sono invece più di 250mila l'anno. Alla domanda di un giornalista su quante persone beneficino della cittadinanza per nascita, il presidente ha risposto "centinaia di migliaia".

Trump ha detto che il quattordicesimo emendamento era stato scritto "per i bambini degli schiavi" e che oggi c'è chi ci costruisce sopra delle attività economiche. Ha raccontato di uomini arrivati negli Stati Uniti dichiarando di avere 56 e 98 figli e ha ripetuto che l'emendamento fu approvato una o due settimane dopo la fine della guerra civile. La ratifica arrivò invece più di tre anni dopo.

Stephen Miller, vice capo di gabinetto della Casa Bianca e principale ispiratore della politica migratoria dell'amministrazione, ha detto che quell'emendamento fu approvato solo per garantire la cittadinanza ai figli degli schiavi e che non ha mai avuto altro significato. Ha indicato come base giuridica dei nuovi provvedimenti la sezione 215A della legge americana su immigrazione e cittadinanza (Immigration and Nationality Act), che a suo dire dà al presidente il potere di introdurre queste restrizioni. Il turismo delle nascite è per lui uno degli abusi più gravi del diritto americano.

La cittadinanza per nascita è uno dei temi centrali dell'agenda del secondo mandato, che il presidente ha costruito su una politica migratoria molto restrittiva. Chi la vuole abolire sostiene che renda il paese una calamita per chi vuole entrare e che la cittadinanza americana dovrebbe andare a chi la considera davvero un valore. Le associazioni per i diritti degli immigrati e molti giuristi rispondono che la Costituzione è chiara nello stabilire chi è cittadino e che restringere l'accesso creerebbe una categoria di persone di seconda classe.

La Corte Suprema aveva respinto il 30 giugno, con sei voti contro tre, l'ordine esecutivo firmato da Trump il primo giorno del suo secondo mandato, che negava la cittadinanza ai figli di immigrati irregolari e di residenti temporanei. Cinque giudici hanno scritto che quel diritto è garantito dalla Costituzione, il che significa che per cambiarlo servirebbe un emendamento costituzionale. Il sesto, Brett Kavanaugh, ha bocciato l'ordine sulla base della legge federale e non della Costituzione. Il presidente della Corte John Roberts, un conservatore, ha scritto nella sentenza che la cittadinanza era e resta "il diritto ad avere diritti".

Le eccezioni riconosciute dalla Corte restano limitate ai figli dei diplomatici e a quelli dei nemici durante un'occupazione ostile del territorio americano. Clarence Thomas, in un'opinione dissenziente sottoscritta dal solo Neil Gorsuch, ha scritto che i giudici hanno riscritto il quattordicesimo emendamento per riconoscere un diritto alla cittadinanza ai figli dei turisti delle nascite e degli stranieri irregolari. Samuel Alito ha depositato un'opinione dissenziente da solo, sostenendo che così l'emendamento garantisce la cittadinanza a quasi chiunque nasca nel paese.

Trump aveva seguito di persona la discussione orale del caso alla Corte Suprema, cosa che nessun presidente americano aveva mai fatto. Dopo la sentenza aveva annunciato che avrebbe chiesto ai giudici di riesaminare la decisione, una richiesta che la Corte non accoglie da decenni, ma il termine per depositarla è scaduto la settimana scorsa senza che la Casa Bianca la presentasse. "Pensavo che avremmo vinto alla Corte Suprema. Purtroppo abbiamo avuto una decisione sbagliata, molto ingiusta", ha detto giovedì nello Studio Ovale, aggiungendo che ora l'amministrazione punta ad arrivare allo stesso risultato per un'altra strada.

L'American Civil Liberties Union, la principale associazione americana per i diritti civili, prevede che anche il nuovo tentativo sarà respinto. "La Corte Suprema ha già deciso su questo punto: la cittadinanza per nascita è garantita dalla Costituzione. Nessun ordine esecutivo può cambiare il significato della Costituzione", ha dichiarato Cody Wofsy, vicedirettore del programma per i diritti degli immigrati dell'organizzazione.

I due ordini apriranno con ogni probabilità una nuova stagione di cause. I tribunali di grado inferiore hanno già respinto in altri procedimenti legati alle politiche migratorie dell'amministrazione l'uso delle categorie di "nemico straniero" e di esercito invasore. La legge federale dà al governo ampi poteri sull'ingresso nel paese ma vieta le discriminazioni nella concessione dei visti di immigrazione. Negare il visto alle donne incinte di alcuni paesi, come prevede l'ordine sul turismo delle nascite, potrebbe far nascere ricorsi proprio su quel terreno.


La polizia anti-immigrazione di Trump sorveglia i social per identificare chi la critica online


L'ICE, l'agenzia federale americana che si occupa di immigrazione e dogane, ha costruito nell'ultimo anno un sistema di sorveglianza permanente di internet per individuare chi la critica online. Squadre di appaltatori privati setacciano ventiquattro ore su ventiquattro Facebook, Instagram, X e altre piattaforme alla ricerca di contenuti che l'agenzia considera pericolosi per i suoi agenti o per le sue operazioni. Lo ha ricostruito il Wall Street Journal sulla base di documenti federali, contratti pubblici e testimonianze di appaltatori ed ex agenti federali.

Gli appaltatori preparano rapporti quotidiani e fascicoli su chi viene classificato come una minaccia, con nome, luogo in cui vive, data di nascita, posto di lavoro, numero di previdenza sociale che negli Stati Uniti funziona da codice fiscale, targa dell'auto e precedenti penali. Il programma ha coinvolto anche cittadini americani e gruppi di attivisti che segnalano alle comunità locali la presenza degli agenti dell'immigrazione.

Per identificare i critici anonimi il Dipartimento della sicurezza interna, il ministero da cui dipende l'ICE, ha inviato centinaia di ordini di consegna dei dati alle società che gestiscono i social network. I suoi agenti hanno poi rintracciato cittadini americani sul posto di lavoro e per strada, chiedendo loro di firmare una lettera in cui prendevano atto che i loro messaggi online sull'ICE "potrebbero" costituire un reato.

Il dipartimento sostiene di voler proteggere agenti e famiglie da "campagne di violenza coordinate" che avrebbero prodotto un aumento dell'8.000 per cento delle minacce di morte da quando il presidente Trump è tornato alla Casa Bianca. Un portavoce dell'ICE ha detto che i metodi investigativi dell'agenzia rispettano la Costituzione, le libertà civili e la privacy. Ha definito "categoricamente falsa" ogni accusa di voler soffocare la libertà di parola.

L'ICE contro i critici online

Un anno di sorveglianza, nessuna accusa

L'agenzia federale per l'immigrazione ha costruito un sistema permanente di monitoraggio dei social per individuare chi la critica. Squadre di appaltatori privati lo alimentano ventiquattro ore su ventiquattro. Nei dieci casi arrivati davanti a un giudice non è stata formulata nessuna accusa penale.

Grafica di FocusAmerica 4 agosto 2026

L'apparato e il suo esito

Milioni di dollari
258

Accuse penali
0

Spesi dall'ICE in tecnologie di sorveglianza e consulenti nell'ultimo anno, il 57 per cento in più dell'anno prima
Nei dieci casi in cui qualcuno ha impugnato davanti a un giudice l'ordine di consegna dei dati

Sei mesi dopo il primo ordine, l'utente di Reddit che il governo cerca di identificare resta sconosciuto.

L'imbuto

Dalla sorveglianza di massa a zero imputazioni


Tocca ogni numero per il dettaglio.


Monitoraggio quasi20 piattaforme setacciate senza interruzione: da Facebook, Instagram e X fino a Reddit, Discord, Snapchat e LinkedIn Il bando chiede anche di incrociare i profili con i registri della motorizzazione e i verbali di polizia, e di usare l'apprendimento automatico per l'«intelligence anticipatoria delle minacce». Identificazione Centinaia gli ordini di consegna dei dati inviati alle società che gestiscono i social network Servono a identificare i critici anonimi. Tra luglio e dicembre 2025 Reddit ne ha ricevuti alcuni che chiedevano i dati di undici account: ha stabilito che quegli utenti esercitavano un diritto protetto, si è opposto e il dipartimento li ha ritirati. Indagine 131 le indagini interne aperte per doxxing e minacce al personale dell'agenzia Tra gennaio 2025 e marzo 2026. Comprendono la pubblicazione dei dati dei dipendenti sui social e su volantini, e l'esistenza di chat di gruppo contro l'ICE. Opposizione 10 le persone che si sono opposte in tribunale ai tentativi di identificarle Nove cittadini americani e un canadese. Giudizio 4 i mandati del gran giurì confermati dai giudici L'agenzia ha abbandonato tre casi, altri tre restano aperti.

Esito 0 le accuse penali formulate Nessuno dei dieci è stato incriminato. Le condanne ottenute dal Dipartimento della giustizia nell'ultimo anno riguardano altri casi: un uomo dell'Oklahoma che su X invocava di sparare agli agenti, e due donne di Los Angeles riconosciute colpevoli di stalking per aver seguito in diretta streaming l'auto di un agente fino a casa.
Ogni riga misura uno stadio diverso della stessa macchina, non un sottoinsieme di quella precedente. La larghezza della figura non è proporzionale ai valori.

I soldi

Chi guarda, e chi lo paga


Il monitoraggio è affidato ad appaltatori privati. L'ufficio che dovrebbe vigilare sul programma ha due funzionari.

Committente
ICE – Office of Professional Responsibility

L'ufficio interno che con le amministrazioni precedenti indagava soprattutto sugli abusi commessi dagli agenti.

8 milioni di dollari · settembre 2025

Appaltatore
Amivero

Piccola società tecnologica della Virginia, conosciuta più per lo sviluppo di software che per l'intelligence.

Subappalto

Esecutore
Guidehouse

Società di consulenza che collabora con il governo americano anche nella difesa e nell'intelligence.

In un anno
+57%

la crescita della spesa dell'ICE in tecnologie di sorveglianza e consulenti

Dal 2020, quasi
50 mln

in almeno sei contratti di scansione dei registri pubblici: oltre metà impegnata da gennaio 2025

A vigilare, solo
2

funzionari a tempo pieno rimasti all'ufficio privacy che dovrebbe controllare il programma

Il caso

Sei mesi per un nome, senza riuscirci


La caccia a un utente di Reddit, tappa per tappa. Tocca ogni voce per aprirla.

Tappa I Il primo ordine amministrativo+

Il governo chiede a Reddit nome, indirizzo, dati di fatturazione e account collegati. Non indica quale legge sia stata violata.

Tappa II Che cosa aveva scritto l'utente+

Tre commenti sull'ICE, due con la sigla «ACAB», acronimo inglese di una frase che definisce bastardi tutti i poliziotti. In uno elencava alcuni Stati e una città in cui aveva vissuto l'agente Jonathan Ross, informazioni già pubblicate dai giornali, e scriveva di sperare che finisse nel penitenziario di Stillwater.

Tappa III L'opposizione+

Il Civil Liberties Defense Center chiede l'annullamento dell'ordine: il suo assistito stava esercitando un diritto protetto dal Primo emendamento.

Tappa IV Il governo cambia strumento+

Ritira la richiesta e ne presenta un'altra tramite il gran giurì, estesa di un altro mese fino a dicembre 2025. In quel periodo l'utente aveva pubblicato il numero di telefono di un agente, trovato su un sito di ricerche anagrafiche di cui aveva subito indicato il collegamento.

Tappa V Il giudice respinge il ricorso+

La richiesta di annullare il mandato del gran giurì viene respinta. Il procedimento è sospeso in attesa dell'appello.

Oggi L'identità resta sconosciuta+

Sei mesi dopo il primo ordine il governo non ha ancora un nome, e nessuna accusa è stata formulata.

La soglia

Che cosa protegge il Primo emendamento


La linea che separa un'opinione da un reato passa dall'intenzione, e i tribunali americani la collocano molto in alto.

Protetto

L'iperbole politica. In una sentenza storica la Corte Suprema ha ricordato che il linguaggio dell'arena politica è spesso «violento, offensivo e impreciso».

Non protetto

Le minacce vere. Ma condividere i dati personali di un agente non è di per sé un reato senza la prova di un'intenzione criminale.

Il dipartimento

Parla di «campagne di violenza coordinate» e di un aumento dell'8.000 per cento delle minacce di morte da quando Trump è tornato alla Casa Bianca. Un portavoce dell'ICE definisce «categoricamente falsa» ogni accusa di voler soffocare la libertà di parola.

Gli avvocati

«Per quanto posso vedere, tutto questo riguarda persone che dicono cose sgradevoli sull'ICE», dice Lauren Regan, che ha assistito diversi indagati. «Niente che si avvicini a una vera minaccia».

Fonte Elaborazione su documenti federali, contratti pubblici e testimonianze di appaltatori ed ex agenti raccolti dal Wall Street Journal. Dati aggiornati ad agosto 2026.

Avvocati per i diritti civili ed ex funzionari del dipartimento dicono che la rete ha catturato persone che esprimevano opinioni protette dal Primo emendamento della Costituzione, la norma che tutela la libertà di parola. "Per quanto posso vedere, tutto questo riguarda persone che dicono cose sgradevoli sull'ICE e sul controllo dell'immigrazione", ha dichiarato al Wall Street Journal Lauren Regan, avvocata che ha assistito diverse persone indagate per quello che avevano scritto online. "Niente che si avvicini a una vera minaccia."

Reddit ha ricevuto ordini amministrativi che chiedevano i dati di 11 account che avevano pubblicato "contenuti critici verso le azioni federali" tra luglio e dicembre dell'anno scorso. La società ha stabilito che quegli utenti stavano esercitando un diritto protetto dal Primo emendamento e si è opposta a ogni richiesta, che il dipartimento ha poi ritirato. Ben Lee, responsabile legale di Reddit, ha detto che la società si oppone di routine alle richieste governative troppo ampie o che minacciano la privacy e i diritti civili degli utenti.

Il governo è passato ai mandati del gran giurì, l'organo di cittadini che negli Stati Uniti decide se rinviare a giudizio un imputato e i cui atti hanno un peso legale maggiore. "La domanda è: vengono usati per indagini vere su presunti reati o per costruire una lista di sorvegliati speciali?", ha dichiarato Joshua Koltun, avvocato che ha difeso due americani i cui dati erano stati richiesti ai social network.

Dieci persone, nove americani e un canadese, si sono opposte ai tentativi del dipartimento di identificarle. I giudici hanno confermato quattro mandati del gran giurì, l'agenzia ha abbandonato tre casi e altri tre sono ancora aperti. In nessuno di questi casi è stata formulata un'accusa penale.

La Corte Suprema ha stabilito che le minacce vere non sono protette dalla Costituzione, mentre l'iperbole politica lo è. In una sentenza storica ha ricordato che il linguaggio dell'arena politica è spesso "violento, offensivo e impreciso".

Diversi cittadini finiti sotto osservazione avevano pubblicato informazioni sugli agenti dell'immigrazione, dai luoghi in cui stavano operando ai loro nomi fino agli indirizzi di casa.

L'amministrazione Trump considera il "doxxing organizzato delle forze dell'ordine" una forma di terrorismo interno. Il doxxing è la pubblicazione online dei dati personali di una persona per esporla a ritorsioni. Il dipartimento sostiene che rientri nella definizione anche riprendere gli agenti mentre lavorano e pubblicare il video. Quando un giornale locale ha rivelato che l'agente che aveva ucciso Renee Good si chiamava Jonathan Ross, il dipartimento ha parlato di "comportamento sconsiderato" e ha chiesto alla testata di cancellare subito l'articolo.

Condividere i dati personali di un agente federale non è di per sé un reato senza la prova di un'intenzione criminale, una soglia storicamente alta nei tribunali americani secondo costituzionalisti e avvocati penalisti. "Non stanno formulando accuse penali, quelle in cui potremmo contestare la vaghezza della norma e il suo abuso", ha detto Regan. "Se vogliono solo usare tutto questo come tattica intimidatoria, non è nemmeno uno scontro ad armi pari."

Nell'ultimo anno il Dipartimento della giustizia ha ottenuto diverse condanne per messaggi online sugli agenti dell'ICE. Un uomo dell'Oklahoma è stato condannato per minacce a funzionari federali dopo aver scritto su X che i cittadini americani avrebbero dovuto sparare a quelli che definiva terroristi interni, insieme ad altri messaggi in cui invocava che gli agenti venissero uccisi. A Los Angeles due donne sono state riconosciute colpevoli di stalking per aver seguito in diretta streaming l'auto di un agente fino a casa sua, credendo, secondo la loro versione, che stesse andando verso una retata.

Il caso più lungo riguarda un utente di Reddit che il governo cerca di identificare da sei mesi. Il primo ordine amministrativo chiedeva nome, indirizzo, dati di fatturazione e account collegati, senza indicare quale legge fosse stata violata. Dai dati d'archivio recuperati dal Wall Street Journal risulta che in quel periodo l'utente aveva scritto tre commenti sull'ICE, due dei quali con la sigla "ACAB", acronimo inglese di una frase che definisce bastardi tutti i poliziotti. In uno era intervenuto in una discussione sull'articolo che aveva identificato Ross, elencando alcuni Stati e una città in cui l'agente aveva vissuto (informazioni già pubblicate dai giornali). Nello stesso commento scriveva di sperare che Ross finisse nel penitenziario di Stillwater.

Il centro legale Civil Liberties Defense Center ha chiesto l'annullamento dell'ordine, sostenendo che il suo assistito stava esercitando un diritto protetto. Il governo ha ritirato la richiesta iniziale e ne ha presentata un'altra tramite il gran giurì, estesa di un altro mese fino a dicembre 2025. In quel periodo l'utente aveva pubblicato il numero di telefono di un agente, trovato su un sito di ricerche anagrafiche di cui aveva subito indicato il collegamento. Pochi giorni prima aveva scritto di voler abolire l'ICE e cancellare tutti i confini.

La richiesta di annullare il mandato del gran giurì è stata respinta e il giudice ha sospeso il procedimento in attesa dell'appello. Sei mesi dopo il primo ordine l'identità dell'utente resta sconosciuta.

La spesa dell'ICE per tecnologie di sorveglianza e consulenti ha raggiunto 258 milioni di dollari nel primo anno pieno del secondo mandato di Trump, il 57 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.

L'agenzia ha firmato almeno sei contratti che prevedono la scansione di registri pubblici alla ricerca di "minacce", per quasi 50 milioni di dollari dal 2020. Più della metà di quei fondi è stata impegnata da gennaio dell'anno scorso, mentre un altro affidamento che può arrivare a 50 milioni continua a essere prorogato. I contratti più recenti chiedono agli appaltatori di geolocalizzare persone classificate come "estremiste", preparare rapporti su singoli individui e incrociare le informazioni con le banche dati del governo.

Il programma è coordinato dall'Office of Professional Responsibility dell'ICE, l'ufficio interno che con le amministrazioni precedenti si occupava soprattutto di indagare sugli abusi commessi dagli agenti.

A settembre dell'anno scorso l'ufficio ha affidato ad Amivero, una piccola società tecnologica della Virginia conosciuta più per lo sviluppo di software che per l'intelligence, un contratto da oltre 8 milioni di dollari per monitorare i social network alla ricerca di minacce e di piani per ostacolare le operazioni dell'agenzia. Amivero ha subappaltato il lavoro a Guidehouse, società di consulenza che collabora con il governo americano anche nella difesa e nell'intelligence.

Il bando prevede il monitoraggio di quasi venti piattaforme, da Reddit a Discord fino a Snapchat e LinkedIn. Chiede anche di usare documenti pubblici come i registri della motorizzazione e i verbali di polizia per identificare gli utenti segnalati e mappare le loro relazioni. Agli analisti è chiesto di usare l'apprendimento automatico per individuare i rischi, compresa quella che il documento chiama "intelligence anticipatoria delle minacce", cioè l'individuazione di tendenze e schemi di potenziali minacce prima che si concretizzino.

Le segnalazioni sono state così numerose che l'ufficio, che ha pochi dipendenti, ha dovuto chiedere aiuto all'ufficio di intelligence di Homeland Security Investigations, la divisione investigativa dell'ICE, che ora si occupa delle attività contro il doxxing. Gli avvocati hanno visto crescere gli ordini di consegna dei dati sui cittadini americani a partire da settembre 2025, lo stesso mese in cui è partito il contratto.

Il controllo sul programma spetta all'ufficio privacy dell'ICE, che secondo ex dipendenti del governo è ridotto a due funzionari a tempo pieno. Tra gennaio 2025 e marzo di quest'anno l'ufficio interno ha aperto almeno 131 indagini per doxxing e minacce al personale dell'agenzia, comprese la pubblicazione dei dati dei dipendenti sui social e su volantini e l'esistenza di chat di gruppo contro l'ICE.

"Stiamo assistendo alla trasformazione della privacy in un'arma che avvantaggia i potenti e in particolare le forze dell'ordine", ha dichiarato al Wall Street Journal Danielle Citron, professoressa di diritto all'Università della Virginia che si occupa di privacy, molestie online e diritti civili. Ha detto che gli agenti nascondono nomi e volti e che, se portassero il nome sulla divisa e non indossassero le maschere, ci sarebbero probabilmente meno episodi del genere.

A New York due agenti dell'ufficio interno si sono presentati in un seggio elettorale dove stava lavorando una scrutatrice, dopo averla contattata al telefono per un messaggio che secondo loro aveva pubblicato su Instagram in gennaio. Avevano con sé le stampe del suo profilo, il suo indirizzo, la sua data di nascita e quella che sembrava una sua foto scattata a un controllo di sicurezza in aeroporto. Le hanno chiesto di rimuovere il messaggio e di firmare una lettera in cui prendeva atto di poter aver violato una legge federale.

Un portavoce dell'ICE sostiene che la donna avesse pubblicato l'indirizzo di casa di un agente e ha mostrato al Wall Street Journal una schermata in cui la parte finale del testo è oscurata. Meta non ha voluto commentare l'autenticità dell'immagine.

Gli stessi agenti quel giorno hanno consegnato la stessa lettera ad altre persone. Una di loro ha fatto causa: David Streever è stato rintracciato da un agente speciale mentre era in vacanza, cinque mesi dopo aver mandato una mail all'allora direttore dell'ICE Todd Lyons in cui, dopo la morte di Alex Pretti, lo definiva un essere umano mostruoso. Secondo la sua denuncia il comportamento del dipartimento è una ritorsione contro un discorso protetto dalla Costituzione e finirà per scoraggiare gli americani dall'esprimersi.


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Nelle primarie americane vincono i progressisti, le donne e i candidati di Trump


Analisi effettuata su 2.000 candidati in 31 Stati fino al 30 giugno. I progressisti non in carica hanno vinto 28 sfide su 51, i candidati supportati da Trump 173 su 178. Le donne rappresentano il 44% dei candidati democratici.

I progressisti stanno ottenendo alle primarie democratiche un numero di vittorie che il partito non vedeva dal 2018. Tra i repubblicani, invece, l’endorsement del presidente Donald Trump equivale quasi a una garanzia di successo: dei 178 candidati sostenuti dal presidente fino al 30 giugno, ben 173 hanno vinto, pari al 97%.

Entro quella data, quasi 2.000 persone avevano partecipato alle primarie democratiche e repubblicane per la Camera, il Senato e le cariche di governatore in 31 Stati. Il sito FiftyPlusOne⁠, che ha raccolto l’eredità del progetto di monitoraggio avviato da FiveThirtyEight nel 2018 e proseguito fino al 2024, ha censito gli endorsement espressi da Trump, dai leader e dalle organizzazioni progressiste, dai comitati elettorali dei due partiti, dai gruppi che promuovono le candidature femminili e dalle organizzazioni impegnate sul tema di Israele.

Midterm 2026 · Il peso degli appoggi

L’endorsement di Trump è quasi una garanzia di vittoria


Fino al 30 giugno, 173 dei 178 candidati sostenuti dal presidente hanno vinto le primarie repubblicane. Tra i democratici, intanto, le organizzazioni progressiste tornano a far cadere i parlamentari in carica come non accadeva dal 2018.

Grafica di FocusAmerica Camera, Senato e governatori in 31 Stati

Quasi 2.000 candidati alle primarie · un quadrato per ogni endorsement

Donald TrumpTutti i candidati sostenuti alle primarie repubblicane
97%

173 vittorie su 178 endorsement. Il 72% dei sostenuti era già in carica e il 41% non aveva avversari.

Organizzazioni progressisteCandidati non uscenti sostenuti alle primarie democratiche
55%

28 vittorie su 51 endorsement: percentuali in linea con i cicli passati, ma con molte più vittorie in valore assoluto.

E togliendo i parlamentari uscenti?
Il dato di Trump resta altissimo anche al netto degli uscenti, che vincono quasi sempre a prescindere: nelle sole primarie contese tra candidati non in carica, l’endorsement presidenziale ha vinto 41 volte su 45, il 91%. In due casi Trump ha evitato la sconfitta cambiando cavallo in corsa o appoggiando entrambi i finalisti.

Repubblicani

Quando il partito sfida Trump, perde


Il comitato repubblicano per il Senato (NRSC) ha difeso due senatori in carica contro i candidati del presidente. Li ha persi entrambi.

0
Vittorie
del comitato

2
Vittorie
di Trump

Sostenuto dal NRSC
Bill Cassidy
Senatore uscente · Louisiana

VS

Sostenuta da Trump
Julia Letlow
Invitata a candidarsi dal presidente
Vince

Sostenuto dal NRSC
John Cornyn
Senatore uscente · Texas

VS

Sostenuto da Trump
Ken Paxton
Endorsement tardivo, ma decisivo
Vince

Il comitato per la Camera (NRCC) ha invece vinto con tutti i suoi 23 candidati: ma non si è mai schierato contro Trump e ha ribattezzato «MAGA Majority» il programma per i collegi contesi.

Democratici

La spinta progressista fa cadere gli uscenti


Tre deputati sono stati battuti da sfidanti più a sinistra. Non per la linea politica generale: per il sostegno a Israele e, in due casi, per l’età.

Adriano Espaillat
Deputato uscente · New York

IsraeleEtà

Dan Goldman
Deputato uscente · New York

Israele

Diana DeGette
Deputata uscente · Colorado

IsraeleEtà

Il colpo sfiorato

Julie Gonzales · primarie per il Senato, Colorado
47%

50%

La sfidante progressista è arrivata a tre punti dal senatore uscente John Hickenlooper, nonostante una spesa elettorale superata di oltre dieci volte.

In California altri tre deputati in carica — Gomez, Matsui e Thompson — affronteranno sfidanti progressisti alle elezioni di novembre.

Le candidate

Con un endorsement le donne vincono molto di più


Tasso di vittoria delle candidate sostenute dalle principali organizzazioni. La parte chiara della barra è la media di tutte le candidate del partito, quella piena è il vantaggio in più.

EMILY’s List · democratiche
79%

27 vittorie su 34 · 32 punti sopra la media delle democratiche (47%)

Winning for Women · repubblicane
92%

22 vittorie su 24 · 57 punti sopra la media delle repubblicane (35%)

Maggie’s List · repubblicane
83%

24 vittorie su 29 · 48 punti sopra la media delle repubblicane (35%)

Ma tra i repubblicani le candidate restano poche
Democratici Repubblicani

Donne tra i candidati alle primarie

33%
20%
13 punti di distacco

Donne tra i candidati nei seggi in bilico

54%
15%
39 punti

Nei collegi in bilico le repubblicane sono soltanto due, entrambe già in carica: Mariannette Miller-Meeks e Susan Collins.

La linea di frattura

Israele, l’endorsement che divide i democratici

Almeno il
95%

È il tasso di vittoria dei parlamentari in carica sostenuti da AIPAC e Democratic Majority for Israel, almeno 50 a testa. Ma le sconfitte più pesanti dei democratici uscenti sono maturate proprio qui: gli sfidanti progressisti li hanno battuti attaccandoli per le loro posizioni su Israele.

La prossima sfida
In Michigan il progressista Abdul El-Sayed sfida la deputata Haley Stevens per la candidatura democratica al Senato. Con Stevens ci sono gli investimenti di AIPAC e un raro endorsement di Chuck Schumer.

Fonte: FiftyPlusOne, dati al 30 giugno 2026
Le vittorie includono le qualificazioni al voto di novembre

La crescita dei progressisti e il dominio di Trump


Le organizzazioni progressiste hanno sostenuto 51 candidati che non erano già in carica: 28 di questi hanno vinto le primarie o si sono qualificati per le elezioni generali di novembre, vale a dire il 55%. Considerando separatamente i diversi gruppi, hanno vinto circa il 66% dei candidati non già in carica da loro appoggiati. Le percentuali sono in linea con quelle dei cicli elettorali precedenti, almeno dal 2018; a cambiare è soprattutto il numero assoluto delle vittorie. Già a metà stagione, ciascuna organizzazione monitorata aveva visto prevalere più candidati di quanti ne avesse sostenuti nell’intero 2024. Diversi gruppi si sono inoltre già avvicinati ai risultati complessivi raggiunti nelle elezioni di metà mandato del 2022.

Tre deputati democratici sono stati sconfitti alle primarie da sfidanti progressisti⁠: Adriano Espaillat e Dan Goldman a New York e Diana DeGette in Colorado. Tutti e tre appartengono al Congressional Progressive Caucus, il gruppo che riunisce l’ala sinistra del partito al Congresso. Gli sfidanti non li hanno attaccati tanto per il loro orientamento politico generale, quanto per il sostegno a Israele e, nel caso di Espaillat e DeGette, per l’età. Un’altra deputata dello stesso gruppo, Valerie Foushee, in North Carolina, si è salvata per appena un punto in una primaria tenuta a marzo, prima che la spinta progressista acquistasse forza.

In California, tre deputati in carica — Jimmy Gomez, Doris Matsui e Mike Thompson — si sono qualificati per il turno successivo senza ottenere la maggioranza assoluta. Lo Stato adotta un sistema nel quale tutti i candidati partecipano alla stessa primaria, senza distinzione di partito, e i due più votati accedono alle elezioni di novembre. I tre deputati dovranno quindi affrontare altrettanti sfidanti progressisti alle elezioni generali.

Nelle primarie per il Senato in Colorado, Julie Gonzales ha ottenuto il 47% contro il senatore uscente John Hickenlooper, nonostante avesse raccolto meno appoggi dalle organizzazioni progressiste e fosse stata superata di oltre dieci volte nella spesa elettorale. In Illinois è accaduto il contrario: la presenza di più candidati progressisti nelle stesse competizioni ha frammentato il voto, favorendo la vittoria di esponenti più moderati che hanno ottenuto la maggioranza relativa.

Circa l’80% dei candidati sostenuti dai progressisti correva in collegi classificati come sicuri per i democratici dal Cook Political Report, la principale società americana di analisi elettorale. Il Democratic Congressional Campaign Committee (DCCC), il comitato che finanzia le campagne democratiche per la Camera, è invece intervenuto soltanto nei collegi competitivi o potenzialmente tali. All’interno del partito è stato criticato per avere investito denaro su Jasmeet Bains in California, battuta dal progressista Randy Villegas, e su David Baldacci in Maine, sconfitto a sua volta da un candidato di sinistra. Tutti gli altri candidati sostenuti dal comitato hanno vinto, compresi 18 parlamentari uscenti e nove aspiranti deputati in collegi aperti o controllati dai repubblicani.

Alle primarie repubblicane invece il 72% dei candidati appoggiati da Trump era già in carica e il 41% non aveva avversari alle primarie. L’ottimo risultato dell’endorsement del presidente dipende quindi in parte dalla selezione dei candidati, perché i parlamentari uscenti tendono a prescindere a vincere le primarie con percentuali molto elevate.

Dei 128 parlamentari in carica sostenuti da Trump, soltanto uno non ha ottenuto la candidatura. Il deputato texano Tony Gonzales era arrivato al ballottaggio — il secondo turno è previsto in alcuni Stati quando nessuno supera il 50% — ma si è ritirato in seguito a uno scandalo sessuale, lasciando la candidatura a Brandon Herrera. Trump lo aveva appoggiato prima che emergesse lo scandalo e, nei giorni precedenti al voto, ne aveva preso informalmente le distanze.

Limitando il calcolo ai candidati non già in carica impegnati in primarie competitive, l’endorsement di Trump ha permesso di vincere 41 volte su 45, il 91%. In due casi ha sostanzialmente neutralizzato una possibile sconfitta distribuendo due appoggi successivi. In Oklahoma, il suo candidato aveva raggiunto il ballottaggio ma era poi crollato a causa di un altro scandalo sessuale; Trump aveva quindi trasferito il proprio sostegno al rivale prima del secondo turno. Nelle primarie per il governatore della South Carolina ha invece appoggiato entrambi i candidati arrivati al ballottaggio. Le altre due sconfitte sono giunte anch’esse in competizioni per la carica di governatore, in Iowa e in Georgia.

Il National Republican Congressional Committee (NRCC), che sostiene i candidati repubblicani alla Camera, ha appoggiato soltanto 23 candidati, ma hanno vinto tutti. Ad ogni modo il NRCC non si è mai schierato contro Trump e tutti i suoi candidati, tranne tre, avevano ricevuto già anche il sostegno del presidente. Le eccezioni sono due deputati moderati che si sono preparati senza avversari alle primarie, David Valadao e Brian Fitzpatrick, e Laurie Buckhout, vincitrice di una competizione a cinque nella quale tutti i candidati cercavano di presentarsi come vicini a Trump. Quest’anno il comitato ha ribattezzato “MAGA Majority” lo storico programma di sostegno ai candidati nei collegi contesi, precedentemente chiamato “Young Guns”, promettendo aiuti a chi incarna l’agenda trumpiana.

Il National Republican Senatorial Committee (NRSC), l’organizzazione equivalente per il Senato, ha invece sfidato Trump due volte ed è stato sconfitto in entrambi i casi. Il comitato aveva sostenuto 8 candidati: i 6 impegnati in competizioni prive di un senatore uscente erano appoggiati anche da Trump e hanno tutti ottenuto la candidatura. I due senatori in carica, Bill Cassidy in Louisiana e John Cornyn in Texas, sono stati invece battuti rispettivamente da Julia Letlow e Ken Paxton, entrambi sostenuti dal presidente.

Il comitato si era schierato con i propri senatori già a metà del 2025, senza riuscire a scoraggiare gli sfidanti. In Louisiana, Trump aveva invitato pubblicamente Letlow a candidarsi nel gennaio del 2026. In Texas, i vertici del partito avevano lavorato per mesi nel tentativo di convincerlo a sostenere Cornyn, prima che un endorsement tardivo a Paxton affondasse definitivamente le speranze del senatore uscente.

Le donne vincono di più, ma restano poche tra i repubblicani


EMILY’s List, organizzazione che recluta e finanzia candidate democratiche, ha appoggiato 34 candidate donne e ne ha viste vincere 27, il 79%, contro un tasso di successo complessivo del 47% per le candidate alle primarie democratiche.

I due gruppi di sostegno alle candidate repubblicane hanno ottenuto risultati ancora migliori: le candidate sostenute da Winning for Women hanno vinto o superato il primo turno in 22 casi su 24, il 92%, mentre quelle appoggiate da Maggie’s List ci sono riuscite in 24 casi su 29, l’83%. Nel complesso, però, soltanto il 35% delle donne candidate alle primarie repubblicane ha vinto o è passato al turno successivo.

Nelle primarie senza un parlamentare uscente, dove l’appoggio di un’organizzazione può essere decisivo per emergere in una competizione affollata, le candidate supportate da EMILY’s List hanno vinto 16 volte su 22, il 73%, un risultato inferiore a quello degli anni precedenti. Winning for Women si è imposta in 6 competizioni su 8 e Maggie’s List in 9 su 14, mostrando entrambe un miglioramento rispetto al ciclo del 2024.

Tra i due partiti rimane tuttavia un ampio divario nel numero delle candidate. Tra i democratici, le donne sono 321 su 983 partecipanti alle primarie, vale a dire il 33%; tra i repubblicani sono 168 su 842, ovvero solo il 20%. Le candidate democratiche rappresentano il 44% del totale dei candidati del partito già qualificati per il voto di novembre, mentre le candidate repubblicane si fermano al 18%. Le proporzioni sono rimaste sostanzialmente stabili negli ultimi cicli, con una notevole eccezione: nelle competizioni per il Senato le donne costituiscono appena il 27% dei candidati democratici.

Le candidate democratiche prevalgono anche nei collegi nei quali il partito ha maggiori possibilità di vittoria a novembre. Nei seggi considerati in bilico, le donne rappresentano il 54% dei candidati democratici e appena il 15% di quelli repubblicani. Queste ultime sono soltanto due: la deputata Mariannette Miller-Meeks in Iowa e la senatrice Susan Collins in Maine, entrambe già in carica. I democratici hanno invece scelto 6 candidate non uscenti per sfidare altrettanti parlamentari repubblicani in collegi competitivi.

Il divario si ripete nei collegi sicuri: le donne sono il 44% dei candidati democratici nei seggi saldamente controllati dal partito e appena il 14% dei candidati repubblicani nei collegi altrettanto sicuri per il partito. Storicamente, entrambi hanno candidato donne soprattutto nelle competizioni più difficili, riservando di fatto agli uomini i seggi con maggiori probabilità di vittoria. Negli ultimi cicli i democratici si sono progressivamente allontanati da questo schema, mentre i repubblicani lo hanno fatto in misura molto minore.

Nel 34° distretto del Texas, i due gruppi repubblicani hanno sostenuto l’ex deputata Mayra Flores, già appoggiata da Trump in una precedente candidatura ma questa volta osteggiata dal presidente. Flores è stata sconfitta. Nel 10° e nel 38° distretto dello stesso Stato, le organizzazioni femminili si sono nuovamente scontrate con Trump, sostenendo nel secondo caso due candidate diverse. Anche in quelle competizioni ha prevalso il candidato del presidente. Era già accaduto nel 2024, quando Trump si era schierato contro candidate di primo piano in North Carolina, Kansas e nella corsa per il governatore dell’Indiana.

EMILY’s List si è contrapposta una sola volta al comitato democratico per la Camera, mentre in sei competizioni ha sostenuto un candidato diverso da quello scelto da un’organizzazione progressista. In altre quattro ha appoggiato lo stesso candidato dei progressisti e in dodici lo stesso nome indicato dal comitato del partito.

Israele, la principale linea di frattura tra i democratici


La posizione su Israele è stata una delle principali linee di divisione nelle primarie democratiche. Un ruolo di primo piano è stato svolto dall’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), il maggiore gruppo di lobbying filo-israeliano negli Stati Uniti, e dal suo super PAC, United Democracy Project, un comitato autorizzato a spendere senza limiti a sostegno o contro i candidati. A questi si sono aggiunti Democratic Majority for Israel e J Street. Ognuna delle due organizzazioni ha appoggiato almeno 50 parlamentari in carica, ottenendo percentuali di vittoria pari o superiori al 95%.

Le sconfitte più significative sono però arrivate proprio su questo terreno. Alcuni parlamentari sostenuti da queste organizzazioni sono infatti stati battuti da sfidanti progressisti⁠ che li avevano attaccati proprio per le loro posizioni su Israele.

AIPAC è uno dei maggiori finanziatori dell’intero ciclo di primarie e la principale forza organizzata contro i candidati progressisti. Nel conteggio del progetto, che registra gli appoggi pubblicati sul sito dell’organizzazione e le spese dirette del suo super PAC, AIPAC ha sostenuto soltanto due candidati democratici che non erano non già in carica: Adrian Boafo, che ha vinto in Maryland, e Melissa Conyears-Ervin, sconfitta in Illinois. Il gruppo è intervenuto però anche in altri modi, per esempio spendendo per spot contro un candidato senza appoggiarne pubblicamente un altro.

A febbraio, l’organizzazione aveva aperto l’attuale ciclo elettorale con una sconfitta di rilievo nelle primarie per l’elezione suppletiva dell’11° distretto del New Jersey. AIPAC aveva speso più di 2 milioni di dollari contro Tom Malinowski attraverso annunci che non riguardavano le sue posizioni su Israele. La strategia si era ritorta contro il gruppo, contribuendo a portare al primo posto una candidata più progressista.

Buona parte dell’attività di AIPAC sfugge comunque al conteggio, perché l’organizzazione e i suoi alleati fanno transitare il denaro attraverso comitati di facciata, che possono ricevere finanziamenti anche da altre fonti, come è accaduto in diverse competizioni dell’Illinois. Nel 9° distretto, due comitati collegati ad AIPAC hanno speso milioni di dollari per sostenere Laura Fine e attaccare i candidati progressisti Daniel Biss e Kat Abughazaleh, senza riuscire nell’obiettivo. Hanno inoltre investito una piccola somma a favore di un’altra progressista, Bushra Amiwala, nel tentativo di dividere il voto filopalestinese. Nell’8° e nel 2° distretto la stessa strategia ha funzionato, favorendo le vittorie di Melissa Bean e Donna Miller; nel 7°, invece, non è bastata a far emergere Conyears-Ervin da una competizione particolarmente affollata.

Tra i repubblicani, AIPAC ha appoggiato 66 parlamentari in carica e ne ha visti vincere 62. Ha sostenuto un solo sfidante, Ed Gallrein nel 4° distretto del Kentucky, contribuendo a rendere quella competizione una delle primarie più costose dell’anno. L’obiettivo era battere il deputato Thomas Massie, da tempo inviso a Trump.

Icandidatisupportatida Democratic Majority for Israel, organizzazione più piccola e attiva esclusivamente nelle primarie democratiche, hanno vinto 7 delle 10 competizioni nelle quali aveva sostenuto candidati non già in carica. J Street, gruppo filo-israeliano più liberale, favorevole alla soluzione dei due Stati e alla fine della guerra, ha scelto una strategia differente: in 8 occasioni, nell’arco di 6 mesi, ha appoggiato più candidati nella stessa competizione. La metà dei suoi candidati non già in carica ha vinto le primarie contese, ma nelle 22 competizioni di questo tipo nelle quali è intervenuta almeno uno dei candidati sostenuti è arrivato primo in 17 casi.

Nei confronti diretti con AIPAC o Democratic Majority for Israel, i candidati sostenuti soltanto da J Street hanno vinto 4 volte. L’unica sconfitta è arrivata nel 32° distretto della California, dove il gruppo si era schierato contro il deputato uscente Brad Sherman, appoggiato invece dalle altre due organizzazioni.

Nella seconda metà della stagione, il confronto più atteso è quello del Michigan, dove il progressista Abdul El-Sayed sfida la deputata Haley Stevens⁠ per la candidatura democratica al Senato. Stevens ha ricevuto un raro appoggio nelle primarie dal leader della maggioranza al Senato Chuck Schumer, che quest’anno si era schierato soltanto un’altra volta, a favore della governatrice del Maine Janet Mills. Anche AIPAC sta investendo ingenti risorse nella sua candidatura.

In Missouri, le stesse organizzazioni cercano di impedire il ritorno dell’ex deputata Cori Bush, che avevano contribuito a sconfiggere nel 2024. Alla Camera, intanto, diversi parlamentari democratici in carica restano ancora esposti alla sfida di candidati progressisti.


I socialisti americani spaventano il Partito Democratico


I Democratic Socialists of America (DSA), l'organizzazione della sinistra radicale statunitense, hanno superato i 120.000 iscritti e stanno vincendo una serie di primarie contro parlamentari democratici in carica. Martedì la sfida si ripete nelle primarie per il Congresso in Missouri e Michigan, con le corse più attese a Detroit e St. Louis. Secondo un'inchiesta del Wall Street Journal, l'avanzata del movimento provoca preoccupazione e in alcuni casi panico tra i democratici moderati. Il timore è di rivivere quello che accadde ai repubblicani con il Tea Party, la frangia radicale che conquistò il partito danneggiandone l'immagine. E succede proprio mentre il partito cerca di attrarre gli elettori indecisi per riprendersi il Congresso alle elezioni di metà mandato di novembre.

Il movimento è nato nel 1982 dalla fusione di due organizzazioni socialiste e per decenni è rimasto marginale, con appena 6.000 membri all'inizio. La prima svolta è arrivata con la campagna presidenziale di Bernie Sanders del 2016, la seconda con la guerra a Gaza. Circa la metà degli iscritti attuali è entrata dopo la fine del 2024, quando le proteste contro l'offensiva israeliana nei campus universitari hanno avvicinato al movimento decine di migliaia di giovani. Oggi i DSA contano 250 sezioni locali, si finanziano soprattutto con le quote degli iscritti (in genere 15 dollari al mese) e hanno in Zohran Mamdani, il sindaco socialista di New York, il loro volto più noto.

I vertici dell'organizzazione vedono il Partito Democratico meno come un alleato che come un obiettivo da conquistare: la strategia dichiarata è sfidare i parlamentari in carica nelle primarie fino a prenderne il controllo.

A giugno tre candidati al Congresso sostenuti da Mamdani e dai DSA hanno vinto le primarie democratiche a New York, eliminando due parlamentari di lungo corso. Uno dei vincitori era stato arrestato l'anno scorso mentre protestava contro gli aiuti militari a Israele davanti all'ufficio di Chuck Schumer, il leader dei democratici al Senato. Darializa Avila Chevalier, tra gli organizzatori delle proteste alla Columbia University, ha battuto alla sua prima candidatura un deputato al quinto mandato in un collegio tra Manhattan e il Bronx. Altre vittorie sono arrivate in Pennsylvania e Colorado, dove l'avvocata Melat Kiros ha sconfitto nella zona di Denver un parlamentare in carica da 15 mandati.

Dopo i successi di giugno, fino a 16 candidati sostenuti dai DSA potrebbero entrare l'anno prossimo nel parlamento dello Stato di New York.

Il bilancio annuale dell'organizzazione è di appena 9,3 milioni di dollari. È meno di quanto un solo super PAC democratico, cioè uno dei comitati che possono raccogliere fondi elettorali senza limiti, ha già impegnato per la corsa al Senato in New Hampshire.

Quando fanno campagna porta a porta, i volontari del movimento non puntano a bussare una volta a ogni porta del quartiere, ma a farlo quattro volte. Candidati come Mamdani hanno dato voce alla rabbia dei più giovani per l'aumento del costo della vita, dalla casa alla sanità, presentandosi come gli unici disposti a opporsi all'amministrazione del presidente Donald Trump.

Le primarie vinte finora si sono giocate quasi tutte in collegi saldamente democratici. I gruppi del partito hanno scelto di non spendere per difendere i parlamentari in carica, convinti che i soldi servano di più nei seggi che a novembre decideranno la maggioranza.

La piattaforma pubblicata questo mese, intitolata "Workers deserve more" (i lavoratori meritano di più), immagina un mondo senza capitalismo. Prevede la settimana lavorativa di 32 ore, l'istruzione gratuita, la sanità universale, il controllo degli affitti e l'abolizione della polizia, delle carceri e dell'ICE, l'agenzia federale che esegue le espulsioni dei migranti, oltre allo stop agli aiuti economici e militari a Israele. Il documento chiede anche di abolire il Senato e di sostituire il presidente e la Corte Suprema con rappresentanti "scelti dal Congresso e a esso subordinati". Per finanziare le proposte il movimento indica tagli profondi alle spese per difesa e polizia, oltre ad aumenti delle tasse su società ed eredità.

Jamie Metzl, che con l'amministrazione Clinton lavorò nel Consiglio per la sicurezza nazionale e al Dipartimento di Stato, ha detto al Wall Street Journal che i DSA rappresentano "una minaccia fondamentale per il Partito Democratico e per la nazione nel suo complesso". Il deputato centrista Tom Suozzi ha avvertito che molti democratici sottovalutano un gruppo capace di organizzarsi e catturare l'attenzione con la stessa efficacia del movimento MAGA del presidente Trump. Van Jones, commentatore vicino ai democratici, ha detto in un video che il movimento mescola buone idee progressiste, come la sanità universale, con proposte "completamente folli" come l'abolizione delle carceri.

Kamala Harris, candidata democratica alla presidenza nel 2024, ha chiamato Mamdani dopo le vittorie di giugno, un gesto letto come un tentativo di accreditarsi presso la sinistra del partito mentre valuta una nuova corsa alla Casa Bianca nel 2028. Anche la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, tra i volti più noti del socialismo americano, sta considerando una candidatura presidenziale.

A giugno il 58% degli elettori democratici riteneva gli Stati Uniti troppo favorevoli a Israele, in crescita dal 45% di gennaio 2024, secondo un sondaggio AP-NORC. I DSA rivendicano di aver contribuito a spostare la posizione del partito sulla guerra a Gaza e di aver reso tossica per molti democratici l'AIPAC, la principale lobby filoisraeliana americana, che in passato godeva di un sostegno bipartisan.

Il movimento tiene insieme anime molto diverse. Ci sono i pragmatici concentrati sul governo locale, come il Mamdani che ad aprile trasformò in un evento mediatico la riparazione di una buca stradale a Staten Island. E ci sono marxisti e comunisti dichiarati, presenti anche nel comitato politico nazionale.

Megan Romer, co-presidente nazionale dei DSA, appartiene a una corrente che dichiara di voler "abolire il capitalismo e, in ultima analisi, raggiungere il comunismo", ma respinge l'immagine della rivoluzionaria. "Non sto costruendo una ghigliottina nel mio giardino", ha detto al giornale.

Il suo obiettivo per l'anno prossimo è avere alla Camera dieci deputati vicini al movimento, meglio ancora trenta o sessanta. Saranno comunque pochi, ma con una maggioranza risicata ogni voto conta. Un blocco socialista, da solo o alleato con gli altri progressisti, potrebbe dettare condizioni alla leadership del partito.


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✨ Snowflake, l’hacker Connor Moucka si dichiara colpevole: il conto finale di 165 aziende violate e miliardi di record rubati
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/snowfl…

@informatica


Snowflake, l’hacker Connor Moucka si dichiara colpevole: il conto finale di 165 aziende violate e miliardi di record rubati


Connor Riley Moucka, 26 anni, di Kitchener (Ontario), si è dichiarato colpevole mercoledì 5 agosto 2026 davanti a un tribunale federale dello stato di Washington per frode informatica, frode telematica, furto di identità aggravato e cospirazione. È l’epilogo giudiziario di quella che resta una delle campagne di furto dati ed estorsione più estese mai orchestrate contro un singolo fornitore cloud: l’attacco del 2024 alla piattaforma Snowflake, che ha colpito almeno 165 aziende clienti e portato al furto di miliardi di record. Moucka rischia fino a 32 anni di carcere e sarà sentenziato il 27 ottobre.

Non una violazione di Snowflake, ma delle credenziali dei suoi clienti


Il dettaglio tecnico che ha reso il caso Snowflake un caso di scuola è che la piattaforma stessa non è mai stata compromessa. Mandiant, incaricata da Snowflake di condurre l’indagine forense, ha attribuito la campagna a un cluster tracciato come UNC5537 e ha confermato che gli attaccanti hanno sfruttato credenziali valide ma esposte da tempo — in alcuni casi risalenti al 2020 — raccolte tramite infostealer su macchine di dipendenti o partner delle aziende clienti. La mancanza sistemica di autenticazione a più fattori sugli account Snowflake ha fatto il resto, trasformando credenziali rubate anni prima in un accesso diretto ai data warehouse di centinaia di organizzazioni.

Secondo Mandiant, il gruppo dietro la campagna era basato in Nord America e collaborava con almeno un membro operante dalla Turchia — identificato in seguito in John Erin Binns, già legato all’hack di T-Mobile del 2021 e arrestato in Turchia nel 2024.

Le vittime: dalle telco alla sanità, passando per la vendita di biglietti


L’elenco delle aziende colpite tra febbraio e ottobre 2024 legge come una rassegna delle violazioni più discusse dell’anno: AT&T, con i log di chiamate e SMS di oltre 100 milioni di clienti; Ticketmaster/Live Nation, con dati relativi a circa 560 milioni di utenti; Advance Auto Parts; uno dei distretti scolastici più grandi degli Stati Uniti; Neiman Marcus; Santander; LendingTree. I dati sottratti includevano estratti bancari, informazioni finanziarie, numeri di registrazione DEA, patenti di guida, passaporti e numeri di previdenza sociale.

Estorsione, ri-estorsione e mercati underground


Dopo l’esfiltrazione, gli attaccanti hanno tentato di estorcere le aziende vittime minacciando la pubblicazione dei dati online, incassando circa 2,5 milioni di dollari in pagamenti di riscatto. Moucka ha inoltre guadagnato altri 495.000 dollari pubblicizzando parte dei dati rubati su forum criminali come BreachForums e XSS.is. Un dettaglio particolarmente inquietante emerso dagli atti processuali riguarda una vittima estorta due volte: nella seconda occasione, Moucka avrebbe utilizzato dati personali relativi a un funzionario governativo ex ed ai suoi familiari per aumentare la pressione. Le perdite complessive stimate per le vittime ammontano a circa 9,5 milioni di dollari.

Prima dell’arresto, avvenuto nel novembre 2024 e seguito dall’estradizione negli Stati Uniti nel luglio 2025, Moucka aveva parlato con la testata 404 Media dicendosi consapevole dell’imminente cattura e ammettendo di aver distrutto prove in vista dell’arresto.

Due righe per i difensori


Il caso Snowflake ha ridefinito il modello di minaccia per i servizi SaaS e data warehouse: non serve violare il fornitore cloud se le identità dei suoi clienti restano esposte. Per i team di sicurezza le lezioni pratiche restano attuali due anni dopo i fatti:

  • Imporre l’autenticazione a più fattori su tutti gli account con accesso a piattaforme cloud e data warehouse, senza eccezioni per account di servizio o legacy.
  • Ruotare periodicamente le credenziali e trattare come compromesse quelle esposte in precedenti data breach, anche se risalenti a diversi anni prima.
  • Monitorare i mercati underground e i forum come BreachForums per individuare precocemente la messa in vendita di dati aziendali.
  • Validare i log di accesso alle piattaforme SaaS per individuare pattern anomali provenienti da IP o infrastrutture non riconducibili agli utenti abituali.

La condanna definitiva di Moucka, attesa il 27 ottobre, non chiude del tutto il caso: restano aperte le posizioni di altri complici legati alla campagna, a conferma che dietro un singolo nome pubblico si nasconde quasi sempre un’infrastruttura criminale collaborativa e distribuita.

Timeline e dati chiave

Campagna attiva: febbraio - ottobre 2024
Cluster di minaccia (Mandiant): UNC5537
Aziende clienti Snowflake colpite: almeno 165
Vettore d'accesso: credenziali valide esposte (alcune dal 2020), assenza di MFA
Vittime principali: AT&T (100M+ utenti, log chiamate/SMS), Ticketmaster/Live Nation (560M utenti),
                     Advance Auto Parts, Neiman Marcus, Santander, LendingTree, distretto scolastico USA
Guadagni stimati: ~2,5M USD (riscatti) + 495.000 USD (vendita dati underground)
Perdite vittime stimate: ~9,5M USD
Mercati underground utilizzati: BreachForums, XSS.is
Complice: John Erin Binns (Turchia, già legato all'hack T-Mobile 2021)
Arresto Moucka: novembre 2024 (Canada) - Estradizione: luglio 2025
Dichiarazione di colpevolezza: 5 agosto 2026
Sentenza attesa: 27 ottobre 2026 (fino a 32 anni di carcere)

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✨ OctLurk e SilkLurk: la backdoor cinofona che si decifra solo sulla macchina della vittima
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/octlur…

@informatica


OctLurk e SilkLurk: la backdoor sinofona che si decifra solo sulla macchina della vittima


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Un malware che si rifiuta di funzionare su qualsiasi macchina tranne quella del bersaglio designato: è questa l’arma di precisione che un attore sinofono ha usato per almeno diciotto mesi contro ministeri, ospedali e centri di ricerca dell’Asia Centrale. Kaspersky GReAT ha battezzato l’operazione con i nomi dei due impianti che ne costituiscono il cuore, OctLurk e SilkLurk, e i dettagli tecnici pubblicati da Securelist disegnano il profilo di una campagna di cyberspionaggio pensata apposta per resistere all’analisi forense.

Un bersaglio, una chiave


Da gennaio 2025 il gruppo, non ancora attribuito a un cluster APT noto, ha colpito enti governativi e organizzazioni critiche in Afghanistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Kazakistan e, fuori dall’area, in Siria. La vittimologia comprende ministeri degli Esteri, forze dell’ordine, sanità, ricerca, logistica, pianificazione urbana e persino istituti scolastici pubblici — un ventaglio tipico delle operazioni di raccolta informativa a lungo termine piuttosto che del cybercrimine opportunistico.

Il tratto distintivo della campagna è la codifica “victim-specific”: entrambi i backdoor lasciano sul disco solo un minuscolo loader, mentre il payload vero e proprio resta cifrato finché non viene eseguito sulla macchina giusta. OctLurk usa il numero seriale del disco fisso come chiave di decifratura, SilkLurk il nome del computer. Se un analista prova a eseguire il campione in sandbox o su un sistema diverso da quello infettato, il payload semplicemente non si apre. È una tecnica che complica enormemente sia il rilevamento automatico sia il reverse engineering, perché toglie ai difensori la possibilità di “detonare” il malware in un ambiente controllato per osservarne il comportamento.

OctLurk: ricognizione e movimento laterale in memoria


OctLurk viene iniettato interamente in memoria tramite un loader dedicato. Prima di eseguire il payload principale, gli attaccanti verificano la connettività verso il dominio dns.ssentialserv[.]xyz, poi lanciano uno script batch che avvia LurkProxy, l’utility di proxying che stabilisce il contatto con il server di comando e controllo (C2) all’indirizzo 154.196.162[.]76.

Una volta operativo, OctLurk raccoglie le informazioni di sistema, le cifra e le invia via socket a un secondo C2 hard-coded, dns.multitoconference[.]com. Da quel momento il backdoor può caricare in memoria plugin aggiuntivi per l’esecuzione di comandi, operazioni sul filesystem, raccolta e manipolazione degli appunti, cattura di screenshot ed emulazione di mouse e tastiera. Gli operatori hanno sfruttato in particolare il plugin “command shell” per una sequenza di azioni molto concreta:

  • fingerprinting completo dell’host e raccolta di informazioni estese sul sistema compromesso;
  • esportazione e query degli eventi di logon interattivo remoto per individuare utenti specifici;
  • dump degli hash delle password dai domain controller tramite secretsdump.py di Impacket;
  • installazione di un keylogger travestito da AnyDesk per evitare il rilevamento;
  • decifratura ed estrazione delle password salvate in Google Chrome e Mozilla Firefox;
  • accesso remoto persistente tramite l’agente Pandora RC;
  • scansione di reti interne e pubbliche con Fscan, alla ricerca di servizi SSH (porta 22) e MySQL (porta 3306), con tentativi di accesso usando credenziali da un file chiamato pp.txt;
  • connessione a server di posta per raccogliere o manipolare messaggi email.

LurkProxy, il terzo strumento del set, può operare come proxy SOCKS5 o come proxy trasparente — una modalità alla volta — per instradare il traffico verso un indirizzo target, un accorgimento che aiuta gli attaccanti a mascherare l’origine delle connessioni C2 dentro il traffico di rete della vittima.

SilkLurk e il salto verso l’esfiltrazione


SilkLurk viene avviato tramite una DLL caricata con una sequenza di DLL side-loading, tecnica ormai marchio di fabbrica di diversi gruppi sinofoni. Dopo aver creato un socket TCP verso il proprio C2, invia le informazioni sulla vittima e attende istruzioni: sincronizzazione dell’orologio di sistema, impostazione dell’intervallo di polling, aggiornamento della configurazione o iniezione di ulteriori plugin in memoria.

L’attività post-compromissione osservata è quella di un’operazione di furto documentale mirato: tramite cmd.exe e PowerShell gli operatori si connettono a risorse di rete condivise usando credenziali amministrative, cercano e mettono da parte documenti riservati, si disconnettono dalle condivisioni e infine comprimono i dati rubati con WinRAR o 7-Zip. In alcuni casi la stessa catena di side-loading viene riutilizzata per distribuire PlugX, backdoor storicamente associata a gruppi di hacking cinesi.

Le tracce di un ecosistema più ampio


Kaspersky ha individuato sovrapposizioni infrastrutturali tra questa campagna e un impianto C++ precedentemente documentato, SilentRaid (noto anche come MystRodX o TrustFall), collegato a sua volta a un cluster di attività denominato UAT-7290 attivo contro operatori telco. I ricercatori restano cauti sull’attribuzione — non è chiaro se le due campagne siano state condotte in parallelo dallo stesso gruppo o se semplicemente condividano fornitori di infrastruttura — ma il quadro complessivo conferma quanto gli ecosistemi di cyberspionaggio sinofono continuino a riciclare toolkit, loader e provider tra operazioni distinte, rendendo la clusterizzazione un esercizio sempre più complesso per i difensori.

Cosa devono fare i difensori


Il vettore di accesso iniziale resta sconosciuto, il che rende la telemetria di rete l’unica difesa realmente efficace contro un impianto che vive quasi esclusivamente in memoria. Per le organizzazioni governative e critiche nell’area centroasiatica e per chiunque abbia rapporti con enti di quella regione, ha senso monitorare le connessioni verso i domini e l’IP indicati più sotto, verificare la presenza di keylogger mascherati da eseguibili legittimi come AnyDesk, controllare i log di logon interattivo remoto per pattern anomali di query mirate e, soprattutto, dare priorità a EDR capaci di ispezionare l’esecuzione in memoria piuttosto che il solo file scanning su disco, dato che il loader lasciato sul filesystem è deliberatamente minimale e poco significativo per il rilevamento signature-based.

Indicatori di compromissione

Domini C2:
dns.ssentialserv[.]xyz
dns.multitoconference[.]com

Indirizzo IP C2:
154.196.162[.]76

Strumenti abusati:
Impacket secretsdump.py
Fscan (github.com/shadow1ng/fscan)
Pandora RC agent
Keylogger camuffato da AnyDesk
WinRAR / 7-Zip per l'archiviazione dei dati esfiltrati
File di credenziali: pp.txt

Malware correlato:
PlugX (via DLL side-loading)
SilentRaid / MystRodX / TrustFall (overlap infrastrutturale)

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Quanti sono gli americani senzatetto


Il tasso nazionale è di 21,8 persone ogni 10mila abitanti, ma va da 4,2 in Mississippi a 74,1 a Washington DC. In California il 63,5% dorme all'aperto, in New York il 4%.

Nella notte del censimento di gennaio 2025, 745.652 persone negli Stati Uniti non avevano una casa. Il dato arriva dal conteggio annuale del Dipartimento per l'edilizia e lo sviluppo urbano (HUD), l'agenzia federale che si occupa di politiche abitative e case popolari, che ogni anno fotografa in una sola notte d'inverno quante persone dormono nei centri di accoglienza o in strada. Rispetto al 2024 il numero è sceso del 3,3%, dopo anni di aumenti.

In media 21,8 persone ogni 10mila abitanti erano senza casa, ma il dato cambia moltissimo da uno Stato all'altro. Il Mississippi ha il tasso più basso del paese, 4,2 ogni 10mila abitanti. New York ha il più alto tra gli Stati, 72,8, più di 17 volte tanto. Il primato assoluto spetta al distretto di Washington, che coincide con la sola città capitale, dove il tasso arriva a 74,1.

In valori assoluti la California è di gran lunga prima, con 181.934 persone senza casa, davanti a New York con 145.560. Nessun altro Stato arriva neppure a un quarto di quella cifra. La California è lo Stato più popoloso degli Stati Uniti, New York il quarto.

Il Vermont è lo Stato più rurale del paese, con il 65% della popolazione che vive fuori dai centri urbani secondo il censimento del 2020. Il suo tasso è tra i più alti in assoluto, 52,5 persone ogni 10mila abitanti. Anche California e Nevada, che hanno le quote maggiori di residenti nelle aree urbane, sono tra i dieci Stati messi peggio. Il problema quindi non è solo delle grandi città.

In New York solo il 4% delle persone senza casa dormiva fuori da una struttura di accoglienza, la quota più bassa del paese. In California era il 63,5%, la più alta. HUD tiene separato chi ha una sistemazione temporanea, come i dormitori d'emergenza, gli alloggi di transizione e le cosiddette safe haven per chi soffre di gravi disturbi mentali, da chi passa la notte all'aperto, in auto, negli accampamenti o negli edifici abbandonati.

Persone senza casa · Stati Uniti

Sei grandi città americane superano le 10mila persone senza casa

Nella notte del conteggio del gennaio 2025 le reti di servizi che coprono le 50 città più grandi del paese hanno censito 390.782 persone senza casa. New York e Los Angeles da sole valgono un quarto di tutte quelle contate negli Stati Uniti.

New York125.683Los Angeles67.777Seattle16.936Denver10.774San Jose10.711Portland10.526
Persone senza casa 50.00010.0001.000

Come si legge. Ogni cerchio è una rete locale di servizi, non il comune: l’area è proporzionale al numero di persone contate. Phoenix e Mesa in Arizona, Arlington e Fort Worth in Texas ricadono a due a due nella stessa rete, quindi le 50 città più grandi sono coperte da 48 reti.

Fonte Elaborazione di Focus America su dati del Department of Housing and Urban Development, conteggio di una notte del gennaio 2025 pubblicato nell’Annual Homelessness Assessment Report 2025 e raccolti da USAFacts. Il totale delle 48 reti è la somma dei singoli conteggi.

Per organizzare i servizi il paese è diviso in 386 continuum of care, cioè reti locali che mettono insieme associazioni, ospedali, forze dell'ordine e servizi di salute mentale di una stessa area. Nel 2025 la rete di New York City ne ha contate 125.683 e quella di Los Angeles 67.777, le due città più popolose degli Stati Uniti. Circa il 52% delle persone senza casa vive nelle reti che comprendono le 50 città più grandi e diciassette reti urbane o suburbane ne hanno registrate almeno 5mila ciascuna.

A Los Angeles solo il 34,5% aveva un posto in un dormitorio d'emergenza, in un alloggio di transizione o in una safe haven, contro il 96,3% di New York. Sette delle dieci grandi città con la quota più alta di persone che dormono all'aperto sono in California, tutte sopra il 55%: Long Beach (71,4%), San Jose (69,8%), Oakland e Berkeley (68,5%), Los Angeles (65,5%), Fresno (62%), San Diego (57,7%) e Sacramento (56,4%). All'estremo opposto ci sono Boston, con il 97,6% delle persone al riparo, New York (96,3%), Milwaukee (94,6%), Memphis (93,3%) e Baltimora (90,7%). I conteggi si fanno a gennaio, quindi le città con il clima più rigido tendono ad avere quote più alte di persone in struttura. Le tende negli spazi pubblici sono diventate un tema politico e diverse città governate dai Democratici hanno rivisto le proprie politiche sulla droga e sull'uso di parchi e strade.

Tra il 2020 e il 2025 il tasso del Vermont è passato da 17,3 a 52,5 persone ogni 10mila abitanti, l'aumento più forte di tutti. In Oregon e nello Stato di New York la crescita è stata di oltre 25 persone ogni 10mila. Solo quattro Stati hanno visto un calo: Wyoming, Florida, Texas e South Carolina. Il più marcato è quello del Wyoming, con 1,5 persone in meno ogni 10mila abitanti. A Washington DC il tasso è sceso di 21 punti ogni 10mila abitanti.

Il numero complessivo era calato dal 2007 al 2016, poi ha ripreso a salire dal 2017 al 2024: nel 2023 l'aumento è stato del 12,1% e nel 2024 del 18,1%, prima del calo del 3,3% registrato nel 2025. L'Interagency Council on Homelessness, l'organismo che coordina le politiche federali sul tema, attribuisce quegli aumenti alla mancanza di sistemi capaci di garantire case accessibili, salari, assistenza sanitaria e opportunità economiche.

Le persone accolte in una struttura erano cresciute del 25,4% tra il 2023 e il 2024, da 396.494 a 497.256, per poi scendere del 3,6% a 479.332 nel 2025, il 64,3% del totale. Chi dormiva all'aperto era aumentato del 6,9% tra il 2023 e il 2024, da 256.610 a 274.224, ed è sceso del 2,9% a 266.320 nel gennaio 2025.

Sul fenomeno pesa il costo degli affitti, secondo un rapporto del Government Accountability Office, l'ufficio che controlla per conto del Congresso i conti e i programmi federali. California, Hawaii e Washington DC avevano nel 2024 gli affitti più cari del paese ed erano tra i sette territori con i tassi più alti di persone senza casa. Il Mississippi aveva insieme il quinto affitto più basso e il tasso più basso in assoluto.

Oltre 270mila persone senza casa si sono dichiarate bianche nel 2025, il 36,7% del totale a fronte del 72,3% della popolazione americana. Chi si è identificato come nero, afroamericano o africano era il 32,7% delle persone senza casa e il 13,5% della popolazione. Il tasso più alto riguarda i nativi hawaiani e gli abitanti delle isole del Pacifico, con 99,9 persone ogni 10mila, un dato legato anche al costo della vita alle Hawaii, dove nel 2024 c'era una delle quote più alte di persone che spendono per l'affitto o per il mutuo più del 30% del proprio reddito.

La fascia di età più colpita è quella tra i 35 e i 44 anni, che vale il 21,7% delle persone senza casa contro il 13,3% della popolazione. Chi ha più di 64 anni è il 6% del totale, la quota più bassa, pur rappresentando il 18,9% della popolazione. L'aspettativa di vita di chi vive senza una casa è di 50 anni, contro i 77 della media americana.

I veterani senza casa erano 73.367 nel 2009 e sono 32.495 nel 2025. Nello stesso periodo la popolazione complessiva dei veterani è scesa da 21,9 milioni a 15,7 milioni. Il programma HUD-VASH, che affianca al buono per l'affitto l'assistenza sanitaria del Dipartimento per gli affari dei veterani, ha approvato più di 116mila buoni dal 2008.

Il conteggio si svolge nell'ultima settimana di gennaio perché è il periodo in cui i centri di accoglienza sono più usati e permette quindi di intercettare meglio chi vive per strada da tempo. Chi è in struttura viene registrato dai servizi, mentre chi sta fuori va cercato di persona: in molte zone volontari e operatori vanno nei luoghi dove si sa che le persone si radunano, altrove il conteggio passa dalle mense e dai centri di assistenza. Entrambi i metodi lasciano fuori qualcuno.

Restano esclusi dai numeri chi è ospitato temporaneamente da amici o parenti, i minori in affido d'emergenza, chi è detenuto e chi, dopo un periodo in strada, è entrato in un alloggio stabile con sostegno pubblico. Chi vive in auto o si sposta tra un motel e l'altro può sfuggire al conteggio. Alcune persone si nascondono per non essere censite oppure non raccontano la propria situazione, soprattutto quando i rilevatori sono accompagnati dalla polizia. Un rapporto del Government Accountability Office del 2020 ha chiesto controlli più frequenti sulla qualità dei dati raccolti. Il numero reale di chi dorme all'aperto potrebbe quindi essere più alto di quello dichiarato.


Le città americane che hanno detto sì alla droga ora fanno marcia indietro


Dal 2014 al 2024 sono morti per overdose circa 862mila americani, più del doppio del decennio precedente. Nelle città che hanno spinto più a fondo sulle politiche di riduzione del danno la mortalità è cresciuta nettamente e resta molto sopra i livelli del passato anche dopo i cali degli ultimi due anni.

Secondo un'analisi pubblicata sull'Atlantic, in città come Seattle e Burlington quelle politiche hanno consegnato parchi e marciapiedi al consumo di droga. Ora una parte della classe politica progressista che le aveva volute sta tornando sui suoi passi.

La riduzione del danno è nata cinquant'anni fa nei Paesi Bassi, dove i tossicodipendenti si organizzarono in sindacati come il Junkiebond di Rotterdam per distribuire siringhe pulite e contestare l'obbligo dell'astinenza. Le sue idee di base hanno un consenso largo. A Bushwick, quartiere di Brooklyn, nel 1991 il tasso di infezione da HIV tra chi si iniettava eroina aveva superato il 50% e gli attivisti che rischiavano l'arresto per consegnare aghi puliti salvarono molte vite.

Il passaggio successivo fu più radicale: sostenere che i tossicodipendenti dovessero poter usare droga senza timore di essere arrestati.

Il primo centro autorizzato per il consumo in Nord America aprì nel 2003 a Vancouver, in Canada, quando il Partito Liberale creò un'eccezione alle leggi federali sugli stupefacenti. Nel Downtown Eastside, un quartiere portuale degradato, i consumatori potevano portare la propria eroina in una struttura da tredici posti dove il personale distribuiva aghi puliti e acqua sterile ed era addestrato a bloccare le overdose. Gli studi registrarono meno casi di AIDS e meno morti.

Cambiò anche il lessico della sanità pubblica. La parola tossicodipendente venne giudicata stigmatizzante e sostituita da "persone che usano droghe", chi assumeva sostanze non ne "abusava" più e chi risultava positivo a un test non lo "falliva".

Keith Humphreys, professore di psichiatria e scienze comportamentali a Stanford ed ex consulente del presidente Barack Obama, sostiene gli scambi di siringhe e si oppone all'incarcerazione di massa dei consumatori. Quando però ricorda che la politica sulle droghe deve tenere conto dell'impatto sulle comunità, viene liquidato da alcuni critici come un reazionario. I loro argomenti, ha detto all'Atlantic, "assomigliano molto di più a quelli sul diritto alle armi e sul rifiuto dei vaccini".

Il modello di Vancouver ha generato decine di centri per il consumo in tutto il Canada. La British Columbia (la provincia sulla costa del Pacifico) si è spinta oltre con il programma "safer supply", cioè fornitura più sicura, in cui società fondate da ex funzionari pubblici distribuiscono gratuitamente oppioidi legali come l'idromorfone, molto più potente dell'eroina, ritirabili in farmacia e da distributori automatici dedicati.

Nel 2023 la provincia ha depenalizzato il possesso di piccole quantità di alcune droghe pesanti. Un ospedale ha ordinato agli infermieri di non sequestrare fentanyl o metanfetamina ai pazienti e di non impedire ai sospetti spacciatori di far loro visita. Quando la British Columbia ha vietato il consumo entro quindici metri da parchi, aree gioco e piscine, la corte suprema provinciale ha bloccato la legge perché poteva causare un "danno irreparabile" ai consumatori.

"I sostenitori della riduzione del danno avevano la forza di un bulldozer", ha detto all'Atlantic Julian Somers, che studia le dipendenze alla Simon Fraser University.

Molti consumatori hanno imparato ad aggirare il sistema. Ottenevano quindici o più pillole di idromorfone al giorno e le rivendevano agli spacciatori in cambio di fentanyl più forte, mentre gli spacciatori rimettevano le pillole sul mercato. Un'inchiesta del National Post ha calcolato che nelle città con il safer supply i prezzi delle pillole sul mercato nero sono crollati del 70% o più, cosa che ha allargato il bacino dei dipendenti.

Le overdose mortali in British Columbia sono passate da 369 nel 2014 a oltre 2.500 nel 2023. L'anno scorso sono scese a 1.826, un dato che resta quasi nove volte più alto di quello di quindici anni prima.

La provincia sta ora rivedendo il proprio esperimento. Dal 2025 chi riceve i farmaci del safer supply deve consumarli davanti al farmacista e all'inizio di quest'anno il programma di depenalizzazione è scaduto. Nel 2024 il primo ministro provinciale ha nominato lo psichiatra Daniel Vigo consulente scientifico capo sulle droghe tossiche, un incarico da cui ha parlato dei danni al cervello provocati dalle overdose ripetute e ha proposto il trattamento obbligatorio per una parte dei tossicodipendenti.

"È come se ci fossimo dimenticati che l'obiettivo era impedire alle persone di diventare dipendenti", ha detto Vigo alla rivista, aggiungendo poi che "la riduzione del danno crea problemi quando smette di essere una parte di una strategia complessiva e diventa un movimento ideologico".

Uno studio recente ha rilevato che dopo la chiusura di un centro per il consumo in Alberta le overdose mortali non sono cresciute e più tossicodipendenti hanno chiesto di essere curati. Anche sulle cure imposte per legge, presentate spesso come un ritorno alla logica carceraria, molti dati mostrano che chi entra in un percorso obbligatorio ha le stesse probabilità di restare pulito e di non essere arrestato di nuovo rispetto ai pochi che chiedono aiuto spontaneamente.

Vancouver resta comunque il riferimento degli amministratori progressisti americani. New York ha aperto due centri per il consumo nel 2021 e il Rhode Island ne ha aperto uno a Providence nel 2024, citando in entrambi i casi l'esperienza canadese. Il parlamento dello stato di Washington ha nominato un gruppo di lavoro che nel 2025 ha raccomandato di creare una fornitura legale di narcotici per i tossicodipendenti, richiamando più volte il programma di Vancouver.

Il consiglio comunale di Burlington, in Vermont, ha approvato l'anno scorso l'apertura di un centro, finanziato con circa 2 milioni di dollari che lo stato ha ottenuto da un accordo giudiziario nazionale sugli oppioidi. L'organizzazione scelta per gestirlo ha scritto che Vancouver "resta la fonte di gran parte delle prove" sui benefici di queste strutture.

Burlington ha meno di 45mila abitanti e nel 2024 ha registrato 585 overdose, 28 delle quali mortali, più del doppio del tasso pro capite di overdose mortali di New York nello stesso anno. In tutto il Vermont i morti per overdose sono stati 170 l'anno scorso, il 37% in meno rispetto al picco del 2022 ma molto sopra i 78 del 2010. Lo stato ha leggi severe contro il possesso di eroina e cocaina, però a Burlington chi ne detiene piccole quantità viene raramente arrestato o processato.

Nel 2020 il consiglio comunale ha tagliato quasi un milione di dollari al bilancio della polizia locale, dopo una campagna degli attivisti per definanziarla. Sei anni fa la città aveva circa cento agenti, oggi ne ha meno di settanta. Il presidente del consiglio comunale Ben Traverse, un democratico critico verso la direzione presa dalla città, ha raccontato che nei fine settimana dopo mezzanotte a volte ci sono cinque agenti in servizio in tutta Burlington.

Sarah George, procuratrice della contea che comprende Burlington, nel 2022 ha annunciato che il suo ufficio non avrebbe più perseguito i casi in cui la polizia trovava droga fermando automobili per fanali rotti, vetri oscurati o patenti scadute, perché quei controlli potevano essere motivati da discriminazione razziale. Gli agenti possono comunque sequestrare e distruggere la sostanza e per la procuratrice tanto basta. È stata rieletta due volte e si candida per un terzo mandato.

George dice che i tossicodipendenti sono "raramente pericolosi" e che la crisi nasce dalla pandemia, dal costo delle case e da un'ondata di sfratti. Sul parco davanti al municipio, diventato luogo di consumo e di spaccio, la sua posizione è netta: "quel parco è ancora un posto molto sicuro". I tossicodipendenti, ha detto alla rivista, "non possono essere fatti sparire, fanno parte della nostra comunità".

La sindaca Emma Mulvaney-Stanak, del Vermont Progressive Party (il partito locale che governa la città da gran parte degli ultimi quarant'anni), difende le stesse politiche. Sostiene le indagini della polizia e della Drug Enforcement Administration, l'agenzia federale antidroga, contro gli spacciatori, ma dice che quel lavoro è vano perché ai capi arrestati subentrano subito altri.

L'estate scorsa si è opposta a una risoluzione del consiglio comunale che chiedeva di presidiare con la polizia il parco davanti al municipio, poi l'ha firmata mantenendo l'obiezione di fondo: "spostare e rimuovere le persone non è la soluzione". Ammette che un centro per il consumo può attirare in città altri tossicodipendenti e altri spacciatori, ma lo considera un rischio necessario. Sull'insofferenza dei cittadini è stata esplicita: "siamo affaticati dalla nostra compassione".

Contro la sindaca si sono schierati il governatore repubblicano Phil Scott e la commissaria alla sicurezza pubblica dello stato Jennifer Morrison, che nel 2020 ha guidato per sei mesi la polizia di Burlington prima di dimettersi, in parte per quella che ha descritto come cattiva gestione del comune. Su richiesta della città hanno mandato periodicamente la polizia statale a dare una mano in centro. Morrison ha detto all'Atlantic che normalizzare il consumo di droga e la dipendenza espone i giovani a conseguenze gravi.

Il negozio di attrezzatura sportiva Outdoor Gear Exchange ha dichiarato al parlamento del Vermont di aver perso circa 400mila dollari per taccheggio nel 2024. Il negozio di arredamento Homeport ne ha persi 95mila e ha dovuto assumere una guardia. L'anno scorso 170 imprenditori e ristoratori hanno scritto una lettera aperta alla sindaca per avvertire che la città era in crisi, chiedendo cure per i tossicodipendenti e non il carcere.

Una coalizione della sinistra locale, con sindacati, gruppi per la riduzione del danno e la sezione dei Democratic Socialists of America, ha risposto con una controlettera in cui accusava i commercianti e chiedeva loro di aprire i bagni e gli ingressi riparati ai consumatori. Chiedere più agenti, hanno scritto, avrebbe "danneggiato ancora di più i membri più vulnerabili della nostra comunità".

A Seattle gli elettori sembravano pronti a cambiare rotta già nel 2021, quando hanno eletto la repubblicana moderata Ann Davison avvocata della città (la carica che decide le imputazioni per i reati minori). Nello stesso anno è entrata nel consiglio comunale la democratica Sara Nelson, che da presidente dell'assemblea ha fatto approvare norme contro il consumo di droga in pubblico e contro lo spaccio in centro, ha aumentato le telecamere di sorveglianza e ha dirottato fondi verso le cure per le dipendenze disponibili senza attesa.

Nelson ha anche chiesto perché la contea di King spendesse milioni di dollari per distribuire kit con stagnola, pipe e istruzioni su come fumare fentanyl, che portavano stampata l'immagine di Martin Luther King Jr., da cui la contea prende il nome. In un'audizione del 2023 le ha risposto Amber Tejada, dipendente di un'organizzazione sanitaria non profit partner del comune, dicendo che uno dei principi chiave della riduzione del danno è "sostenere l'autonomia delle persone che usano droghe".

A novembre scorso gli elettori hanno bocciato sia Nelson sia Davison. I loro successori hanno criticato l'uso delle telecamere e si sono opposti alle norme che vietano ai consumatori recidivi di frequentare alcune zone della città.

Nella contea di King, che comprende Seattle, tra il 2016 e il 2025 sono morte 7.089 persone per overdose, sette volte il numero degli omicidi nello stesso periodo. Fra le politiche dei dirigenti locali e le richieste degli elettori la distanza è evidente. Nei sondaggi i residenti mettono criminalità e droga tra le loro preoccupazioni principali e in una rilevazione del Seattle Times di tre anni fa il 60% degli intervistati voleva che la polizia arrestasse chi consuma droga in luoghi pubblici.

La nuova sindaca Katie Wilson, socialista-democratica senza precedenti esperienze da eletta, ha aperto a una revisione parziale di quelle politiche. Prima di candidarsi ha scritto sul settimanale The Stranger che la debolezza principale del racconto della sinistra è "l'abitudine a sviare", che fa sembrare che la sinistra neghi la realtà delle strade.

Da quando si è insediata ha autorizzato lo sgombero dei grandi accampamenti nei parchi e a fine giugno ha promesso di colpire lo spaccio e il disordine nei quartieri di Little Saigon e Beacon Hill, con più agenti e con l'arresto di consumatori e spacciatori o la pressione perché accettino le cure. Così facendo ha rotto con molti dei suoi alleati e sarà giudicata sulla capacità di ripulire le strade.

A San Francisco il sindaco Daniel Lurie ha ordinato alla polizia di colpire gli spacciatori e di smantellare le tendopoli. A Philadelphia la sindaca Cherelle Parker ha mandato agenti nei quartieri più colpiti e ha istituito un tribunale per le dipendenze, che offre a chi commette un reato grave di droga per la prima volta di evitare il carcere entrando in un programma di cura. A Boston la sindaca Michelle Wu, che in passato guardava con favore ai centri per il consumo, ha ordinato lo sgombero degli accampamenti e ha cancellato dai suoi piani ogni riferimento a quelle strutture.

A Seattle il prezzo di ogni tentativo di ridurre il consumo di droga in pubblico lo hanno pagato i quartieri colpiti. Per anni, quando parchi e aree gioco diventavano piazze di spaccio, la città ha reagito recintandoli e togliendoli alle famiglie.

A maggio polizia e operai comunali sono tornati nel parco Jose Rizal per preparare i lavori di ristrutturazione e hanno smontato il gazebo dove i consumatori fumavano e si iniettavano droga, ridotto male dall'uso. Il comune non prevede di ricostruirlo e ha spiegato che il parco "è stato colpito da attività non conformi all'uso previsto". Anche la pensilina dell'autobus dietro l'angolo, dove i consumatori si radunavano giorno e notte, è stata rimossa per l'aumento di rifiuti e vandalismo.


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Autenticazione SSH a chiave pubblica: la guida completa con ssh-keygen
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Autenticazione SSH a chiave pubblica: la guida completa con ssh-keygen


Perché le password su SSH sono ormai un rischio da eliminare


Se gestisci anche un solo server Linux esposto su Internet, i log di /var/log/auth.log te lo confermano ogni giorno: bot e botnet tentano continuamente il login SSH via password, in modalità brute-force o credential stuffing. Una password, per quanto complessa, resta un segreto condiviso che può essere intercettato, indovinato o riutilizzato da un attaccante che l’ha ottenuta altrove. L’autenticazione a chiave pubblica elimina questo vettore alla radice: il server non conosce mai un segreto trasmissibile, ma verifica solo che il client possieda la chiave privata corrispondente a una chiave pubblica già autorizzata.

Questa guida copre il flusso completo: generazione della coppia di chiavi con ssh-keygen, distribuzione della chiave pubblica, gestione di host multipli con ~/.ssh/config, uso di ssh-agent e, infine, disattivazione sicura del login via password lato server.

Generare la coppia di chiavi con ssh-keygen


Il primo passo è la scelta dell’algoritmo. Nel 2026 la raccomandazione per la quasi totalità degli scenari è Ed25519: chiavi più corte di RSA, generazione e verifica più veloci, sicurezza equivalente (o superiore) a RSA 3072/4096 bit. OpenSSH genera Ed25519 come default da ssh-keygen 9.5 (fine 2023), ma vale la pena specificarlo esplicitamente per chiarezza e portabilità degli script:

ssh-keygen -t ed25519 -C "nome@host-o-scopo-della-chiave"

Il comando chiede dove salvare la chiave (default ~/.ssh/id_ed25519) e una passphrase. Imposta sempre una passphrase: senza, chiunque copi il file della chiave privata (backup non cifrato, laptop rubato, snapshot di VM) ottiene accesso diretto ai sistemi target. Se devi supportare dispositivi legacy che non gestiscono Ed25519 (raro, ma capita con apparati di rete datati), usa RSA a 4096 bit come alternativa:
ssh-keygen -t rsa -b 4096 -C "nome@host-o-scopo-della-chiave"

Un’opzione spesso sottovalutata è l’uso di chiavi FIDO2/hardware, dove il materiale crittografico non lascia mai una security key fisica (es. YubiKey):
ssh-keygen -t ed25519-sk -C "chiave-hardware"

Per ambienti con requisiti di compliance elevati o accessi amministrativi privilegiati, vale la pena valutarla: anche in caso di compromissione totale della workstation, la chiave privata resta inaccessibile senza il dispositivo fisico.

Distribuire la chiave pubblica


Il modo più rapido è ssh-copy-id, che si occupa di creare (se assente) la directory ~/.ssh sul server remoto, con permessi corretti, e di appendere la chiave pubblica a authorized_keys:

ssh-copy-id -i ~/.ssh/id_ed25519.pub utente@server

Se ssh-copy-id non è disponibile (ad esempio da un client Windows senza WSL), il metodo manuale equivalente è:
cat ~/.ssh/id_ed25519.pub | ssh utente@server \
  "mkdir -p ~/.ssh && chmod 700 ~/.ssh && cat >> ~/.ssh/authorized_keys && chmod 600 ~/.ssh/authorized_keys"

I permessi contano davvero: OpenSSH lato server rifiuta silenziosamente authorized_keys se la directory .ssh è scrivibile da altri utenti o se il file ha permessi troppo aperti. Se il login a chiave “non funziona” senza errori evidenti, controlla sempre chmod 700 ~/.ssh e chmod 600 ~/.ssh/authorized_keys prima di cercare altrove.

Gestire host multipli con ~/.ssh/config


Chi amministra decine di server trae grande beneficio da un file di configurazione client centralizzato. Invece di ricordare chiave, utente e porta per ogni host, definisci alias in ~/.ssh/config:

Host prod-web01
    HostName 203.0.113.10
    User deploy
    Port 2222
    IdentityFile ~/.ssh/id_ed25519_prod
    IdentitiesOnly yes

Host *.interno.lan
    User admin
    IdentityFile ~/.ssh/id_ed25519_lan
    ForwardAgent no

Da quel momento ssh prod-web01 basta e avanza. L’opzione IdentitiesOnly yes è importante quando gestisci più chiavi: senza di essa, il client SSH può offrire al server tutte le identità disponibili nell’agent, esaurendo il numero massimo di tentativi consentiti (MaxAuthTries) prima di arrivare a quella corretta.

ssh-agent: passphrase una sola volta per sessione


Con una passphrase impostata (come dovrebbe essere sempre), digitarla a ogni connessione è scomodo. ssh-agent mantiene la chiave decifrata in memoria per la durata della sessione:

eval "$(ssh-agent -s)"
ssh-add ~/.ssh/id_ed25519

Sulla maggior parte delle distribuzioni desktop l’agent è già integrato con il session manager. Evita ForwardAgent yes indiscriminato: l’agent forwarding espone la tua chiave in memoria a qualunque processo con privilegi root sul server intermedio, un rischio concreto se quel server non è pienamente fidato. Se ti serve saltare attraverso un bastion host, preferisci ProxyJump:
Host bastion
    HostName bastion.example.com
    User jump

Host target-interno
    HostName 10.0.5.20
    User admin
    ProxyJump bastion

Disabilitare l’autenticazione a password lato server


Solo dopo aver verificato che il login a chiave funziona correttamente (testalo in una sessione separata prima di chiudere quella attuale), disattiva la password lato server. Sulle distribuzioni moderne (Debian/Ubuntu recenti), il modo più pulito è un drop-in dedicato, che viene caricato prima del file principale e quindi vince sui default:

sudo mkdir -p /etc/ssh/sshd_config.d
sudo tee /etc/ssh/sshd_config.d/00-disable-password-auth.conf <<'EOF'
PasswordAuthentication no
KbdInteractiveAuthentication no
PermitRootLogin prohibit-password
EOF
sudo sshd -t && sudo systemctl reload sshd

sshd -t valida la sintassi prima del reload: un errore di battitura in questo file può tagliarti fuori dal server se non hai un accesso alternativo (console cloud, iDRAC/iLO, ecc.). PermitRootLogin prohibit-password è la scelta consigliata rispetto a no secco: mantiene comunque disponibile il root via chiave per operazioni di emergenza, ma blocca il tentativo via password.

Checklist finale per un hardening solido


  • Una chiave dedicata per servizio/scopo (deploy, amministrazione, CI/CD), non un’unica chiave riutilizzata ovunque.
  • Passphrase sempre presente sulle chiavi memorizzate su disco non cifrato.
  • Audit periodico di authorized_keys su ogni server: rimuovi le chiavi di chi ha lasciato il team o non necessita più di accesso.
  • AuthorizedKeysCommand con backend centralizzato (Vault, LDAP) se gestisci decine di server e vuoi evitare la distribuzione manuale delle chiavi.
  • Fail2ban o equivalente comunque attivo, come difesa in profondità anche a password disabilitate.


Conclusione


Il passaggio da password a chiavi SSH richiede pochi minuti per server, ma elimina una delle superfici di attacco più sfruttate contro sistemi Linux esposti. La combinazione di Ed25519, ~/.ssh/config ben strutturato e password disabilitate lato server è oggi lo standard minimo per qualunque infrastruttura, piccola o grande che sia.

Fonte: LinuxBlog.io.


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Unity abbandona Mono per CoreCLR: cosa cambia con .NET 10 e C# 14
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Unity abbandona Mono per CoreCLR: cosa cambia con .NET 10 e C# 14


Da Mono a CoreCLR: la fine di un’era per Unity


Se sviluppate in C# ma non toccate Unity, la notizia potrebbe sembrarvi di nicchia. Non lo è. Con la release di Unity 6.8, prevista entro la fine del 2026, il motore di gioco più diffuso al mondo abbandona definitivamente il proprio fork custom di Mono in favore di CoreCLR, il runtime “vero” del .NET moderno, con supporto a .NET 10 e C# 14. Per anni Unity è rimasto ostaggio di un’architettura di scripting congelata a metà del decennio scorso, mentre il resto dell’ecosistema .NET correva avanti tra top-level statements, pattern matching avanzato, source generator e miglioramenti di performance del JIT. Il cambio di runtime non è solo un aggiornamento di versione: è un caso di studio interessante per chiunque lavori con .NET, anche fuori dal game dev, perché racconta come si affronta la migrazione di un’applicazione legacy da AppDomain a un modello di isolamento moderno.

Domain Reload: il problema che ogni sviluppatore Unity conosce a memoria


Chi lavora su progetti Unity di dimensioni consistenti conosce fin troppo bene il Domain Reload: si salva uno script, si torna nell’editor, e parte una barra di progresso che su progetti grandi può durare decine di secondi. Il motivo è architetturale: ogni ricompilazione degli script comporta lo scaricamento completo dell’AppDomain e il suo ricaricamento da zero in memoria, un’operazione “a tappeto” pensata per un modello di isolamento vecchio di vent’anni.

Con CoreCLR, Unity abbandona il concetto di AppDomain in favore degli AssemblyLoadContext (ALC), il meccanismo di isolamento e caricamento assembly introdotto nel .NET moderno fin dai tempi di .NET Core. Invece di ricaricare tutto lo stato applicativo, il runtime può scaricare e ricaricare selettivamente solo gli assembly effettivamente modificati.

AssemblyLoadContext: un concetto utile ben oltre Unity


Per chi non l’avesse mai usato fuori da un contesto plugin-system, un AssemblyLoadContext è essenzialmente un contenitore isolato in cui caricare assembly .NET, che può essere scaricato indipendentemente dal resto dell’applicazione. È lo stesso meccanismo che sta dietro a scenari come plugin dinamici, hot reload di parti di un’applicazione server, o sandboxing di codice di terze parti. Un esempio minimale, applicabile a qualunque applicazione .NET moderna:

using System.Reflection;
using System.Runtime.Loader;

var alc = new AssemblyLoadContext("PluginContext", isCollectible: true);

Assembly plugin = alc.LoadFromAssemblyPath(@"C:\plugins\MyPlugin.dll");
// ... usa il plugin tramite reflection o interfacce condivise ...

alc.Unload(); // richiede la garbage collection per liberare davvero la memoria
GC.Collect();
GC.WaitForPendingFinalizers();

Il dettaglio da tenere presente, sia in Unity sia in un’applicazione .NET qualsiasi, è che uno scaricamento “leaked” è possibile: se un riferimento a un tipo caricato nell’ALC sopravvive fuori dal suo scope (una closure, un evento sottoscritto, un campo statico), l’assembly non può essere effettivamente liberato dal garbage collector. Non a caso, nel forum ufficiale Unity gli sviluppatori hanno confermato che il motore segnalerà esplicitamente all’utente quando un AssemblyLoadContext non riesce a essere scaricato correttamente, un problema di leak molto simile a quello che chi scrive plugin system in .NET conosce già.

Cosa cambia in pratica, oltre al Domain Reload


La migrazione a CoreCLR porta con sé una serie di conseguenze pratiche per chi sviluppa con Unity:

  • ECS più integrato: gli Instance ID passano da 32 a 64 bit, permettendo a GameObject “classici” ed entità ECS (Data-Oriented Technology Stack) di condividere lo stesso spazio di identificatori. Un nuovo metodo GetEntityId() collega direttamente gli oggetti di scena al mondo ECS, riducendo la frizione tra i due paradigmi.
  • Serializzazione nativa dei dizionari: Dictionary<TKey, TValue> sarà finalmente serializzabile nativamente dall’Inspector, eliminando i workaround basati su liste parallele di chiavi e valori o su ISerializationCallbackReceiver. In parallelo, Unity rimuove il datato e insicuro BinaryFormatter.
  • IL2CPP resta, ma diventa opzionale: per le piattaforme non coperte da NativeAOT (che CoreCLR usa per la compilazione ahead-of-time), IL2CPP continuerà a essere il backend di scripting necessario. Su piattaforme compatibili, però, sarà possibile scegliere CoreCLR come backend alternativo già a partire da una preview tecnica prevista intorno a Unity 6.7.
  • MiMalloc come allocatore di memoria: l’integrazione dell’allocatore ad alte prestazioni di Microsoft riduce i problemi di lock contention nei carichi multithread, con benefici diretti per chi usa il C# Job System in scenari data-oriented.


Perché la cosa interessa anche chi non fa game dev


Il percorso di Unity da Mono a CoreCLR è, in piccolo, lo stesso tipo di migrazione che molte software house con applicazioni .NET Framework legacy dovranno affrontare prima o poi: passare da un modello di isolamento basato su AppDomain (o peggio, da un fork custom del runtime) a un’architettura moderna basata su ALC, con tutti i vantaggi in termini di performance, ma anche le insidie legate alla gestione del ciclo di vita degli assembly caricati dinamicamente. Se lavorate su plugin system, hosting di codice di terze parti o architetture a moduli scaricabili a runtime, vale la pena studiare da vicino come Unity gestisce concretamente i leak di ALC: è un problema che, presto o tardi, si incontra in qualunque applicazione .NET che provi a fare hot-reload o isolamento dinamico.

Conclusione


Con Unity 6.8, il motore smette di essere un’isola separata dall’ecosistema .NET e si allinea finalmente al runtime moderno, portando in dote C# 14, prestazioni migliori e un developer loop molto più rapido. Per chi sviluppa giochi è una notizia enorme; per chi sviluppa in .NET in generale è un promemoria utile su come affrontare, con gli strumenti giusti, la migrazione da architetture di isolamento legacy a AssemblyLoadContext.

Fonte: DZone, con dettagli tecnici dal thread ufficiale Path to CoreCLR, 2026: Upgrade Guide su Unity Discussions.