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🦩 Due coste del Mediterraneo, due grandi progetti turistici, la stessa domanda: lo sviluppo può essere imposto sacrificando territori, ecosistemi e comunità locali?

A Vjosa-Narta, in Albania, migliaia di persone contestano un progetto legato a Jared Kushner, denunciando i rischi per un’area protetta e la scarsa trasparenza delle decisioni. A Cala Finanza, nel Comune di Loiri Porto San Paolo, il progetto Tavolara Bay ha aperto uno scontro tra Governo e Regione Sardegna sulla tutela del paesaggio, sulle regole urbanistiche e sul diritto delle comunità locali a decidere del proprio futuro.

Non si tratta di essere contrari al turismo o agli investimenti, ma di scegliere che tipo di sviluppo vogliamo: uno che consuma suolo, privatizza luoghi collettivi e concentra i profitti, oppure uno che protegge gli ecosistemi, crea lavoro stabile e lascia ricchezza sul territorio?

Albania e Sardegna non sono in vendita: le coste del Mediterraneo non sono spazi vuoti da occupare, ma patrimoni vivi da proteggere. Difendiamole!

#TutelaAmbientale #TurismoSostenibile #StopConsumoDiSuolo #Sardegna #Albania #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Dieses Jahr feiert @funk zehnten Geburtstag.
Diese Woche hat #Funk eine eigene Instanz im Fediverse gelauncht.

Anlass für einen kleinen Geburtstagsappell bei @netzpolitik_feed.


Bald feiert Funk, das Jugendangebot von ARD und ZDF, seinen zehnten Geburtstag. Das zentrale Ziel bei der Gründung, junge Menschen mit öffentlich-rechtlichen Inhalten zu erreichen, hat Funk erreicht. Nun wird es Zeit, die Messlatte höher zu legen, schreibt @leonido

netzpolitik.org/2026/10-jahre-…


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»Und es wird nicht besser, wenn sich die Medien darum bemühen, das, was „trashig“ und albern kommuniziert wird, wieder in politische Sprache zu übersetzen. Dann wird zwar der Kern der politischen Entscheidung mitgeteilt, aber das Narrativ und seine rassistische Motivation tauchen so nicht auf.«


Memes und AI-Slop prägen die zweite Amtszeit von US-Präsident Donald Trump. Der Kunsthistoriker Wolfgang Ullrich sieht darin eine neue illiberale Regierungsform begründet – die „Memokratie“. Ein Interview über autoritäre Bildpolitik, das emanzipatorische Potenzial von Memes und ihre politische Zukunft.

netzpolitik.org/2026/memes-wer…


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Prima euro no, poi euro sì.

Giravolte su giravolte: quando servono voti, si diventa antieuro. Poi si scopre che l’euro e l’Unione Europea sono fondamentali, si cambia idea e si pretende persino di non averlo mai fatto.

Gli europeisti a giorni alterni non ci piacciono.
Oggi più che mai, bisogna cambiare l’Unione Europea. Aiutaci a farlo!

E tu, te lo ricordi?

Video di Francesca Romana D’Antuono, copresidente uscente di Volt Europa.

#Euro #UnioneEuropea #PoliticaItaliana #CoerenzaPolitica #TeLoRicordi #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Bald feiert Funk, das Jugendangebot von ARD und ZDF, seinen zehnten Geburtstag. Das zentrale Ziel bei der Gründung, junge Menschen mit öffentlich-rechtlichen Inhalten zu erreichen, hat Funk erreicht. Nun wird es Zeit, die Messlatte höher zu legen, schreibt @leonido

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in reply to netzpolitik.org

Finde es immer sehr schade, wenn @leonido den öffentlich-rechtlichen Auftrag und RTL verwechselt.

Ich habe mich davon gewöhnt, das sie Kinder von TikTok abhängig machen, weil nur dort Tagesschau Moderator*innen exklusiv sind [mit "Beans Entertainment" Schleichwerbung].

Bei der ersten offiziellen ActivityPub hatten wir einen prototyp basierend auf dem offenen Protokoll ActivityPub vorgestellt. "Public Spaces Incubator" sollte Open Source sein, dann wurde auf github unser Quellcode gelöscht.
Mittlerweile wurde quasi der ganze öffentlich-rechtliche Auftrag gelöscht.

Seitdem lese ich so 1 Quatsch mit Soße nicht mehr. Ich schäme mich.

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Trump pronto a svuotare di nuovo la vasca del Lincoln Memorial appena restaurata


Dopo il restauro da 14 milioni di dollari la vernice si stacca e le alghe hanno reso l'acqua verde. Il presidente accusa i vandali, gli esperti parlano di lavori fatti male.
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Il presidente Donald Trump ha detto sabato sera che con ogni probabilità sarà costretto a far svuotare di nuovo gran parte dell'acqua del Reflecting Pool, la lunga vasca rettangolare che si estende davanti al Lincoln Memorial a Washington, dopo che la vernice ha cominciato a staccarsi dal fondo e le alghe hanno reso l'acqua verde. Il restauro era costato 14 milioni di dollari ed era stato voluto dallo stesso presidente.

L'annuncio è arrivato sedici giorni dopo che il governo aveva ricominciato a riempire la vasca, al termine di un intervento che Trump aveva presentato come definitivo, con acqua pulita che a suo dire "sarebbe potuta durare cento anni". Il presidente ha spiegato di aver preso la decisione dopo un incontro con le imprese che hanno eseguito i lavori, mentre passava il fine settimana a Camp David, la residenza di campagna dei presidenti americani in Maryland.

Un giorno dopo il riempimento le alghe erano già visibili e nel giro di pochi giorni hanno invaso il fondo colorando l'acqua di un verde acido. Pochi giorni fa è comparso un problema nuovo: la vernice del fondo, scelta nel cosiddetto "blu della bandiera americana", ha cominciato a staccarsi a grandi lastre lasciando intravedere il cemento sottostante. Per rimediare gli addetti hanno aspirato le alghe, versato litri di perossido di idrogeno, cioè acqua ossigenata, e installato un sistema di filtraggio a nanobolle di ozono. A pesare ci sono anche tubi rotti e perdite che lasciano spesso la vasca scollegata dal sistema di filtraggio, un guasto preesistente che il restauro non ha toccato.
Victoria Pickering
Trump ha attribuito i danni a un atto di vandalismo. In un messaggio su Truth Social, il social network che ha fondato, ha parlato di "vandalismo vergognoso" e ha detto che molte altre persone sono state arrestate. Ha sostenuto che i responsabili avrebbero inciso con un coltello o una lama uno squarcio lungo 250 piedi, circa 76 metri, nella superficie e che avrebbero versato sostanze chimiche corrosive nell'acqua. Non ha portato prove e queste accuse non sono state verificate.

L'ipotesi del vandalismo era nata in ambienti di destra e Trump l'ha collegata a un episodio dei giorni precedenti, quando sul prato del National Mall, il grande parco monumentale di Washington, era comparsa la scritta "8647". Negli Stati Uniti 86 è un'espressione gergale che vuol dire eliminare o sbarazzarsi di qualcosa, mentre 47 indica Trump in quanto quarantasettesimo presidente: la sequenza viene usata per esprimere opposizione a lui.

La persona arrestata venerdì pomeriggio è David Hearn, tre volte atleta olimpico nella canoa. La polizia dei parchi, che sorveglia l'area del Lincoln Memorial, ha riferito di aver visto un uomo staccare la vernice dalla vasca e lo ha accusato di distruzione di proprietà pubblica. Hearn ha raccontato una versione diversa: con un passato negli studi sui materiali, dopo aver letto delle alghe e della vernice che si staccava si era avvicinato per curiosità al termine di un giro in bicicletta e aveva toccato un lembo di materiale blu già parzialmente staccato dal fondo. Ha negato di aver rotto o asportato qualcosa e ha definito il suo gesto quello di un "cittadino curioso". Dovrà comparire in tribunale il 9 luglio.

Steve Goodale, esperto di piscine che ha esaminato le immagini della lastra di vernice staccata, ha spiegato al Washington Post che la superficie potrebbe non essere stata preparata correttamente prima del trattamento, una spiegazione lontana dal vandalismo evocato dal presidente. Se nella preparazione ci sono difetti, ha detto, il rivestimento può cedere staccandosi a fogli e pezzi. Un'altra causa possibile, ha aggiunto, è l'acqua di falda o l'acqua della vasca che filtra sotto il rivestimento, un materiale di per sé molto resistente che cede solo in presenza di un difetto preciso.

Il progetto è stato voluto da Trump alla fine di marzo. Il presidente aveva definito la vasca "assolutamente sporca" e aveva promesso di renderla splendida perché riflettesse i monumenti intorno. La stima iniziale dei lavori era di 1,8 milioni di dollari, ma il costo è poi salito a 14 milioni, quasi sette volte tanto, anche per la fretta di concludere prima del 4 luglio e del 250° anniversario della fondazione degli Stati Uniti. Un precedente tentativo di ricostruzione sotto la presidenza di Barack Obama era costato 34 milioni di dollari senza risolvere il problema. Settimane prima della fine dei lavori il presidente aveva festeggiato pubblicando un'immagine creata con l'intelligenza artificiale che lo ritraeva insieme ad alcuni membri del suo governo mentre galleggiavano nella vasca.

Un appalto senza gara per installare il sistema di purificazione è andato a un'azienda vicina a un sostenitore di lunga data del presidente, che secondo Trump aveva già lavorato alle piscine di un suo circolo di golf, una scelta che ha aggirato le norme federali sulle gare. Lo ha rivelato il New York Times. La decisione di dipingere il fondo di blu aveva inoltre fatto scattare la causa di un'organizzazione no-profit, secondo cui i lavori violavano le leggi che impongono al Dipartimento degli Interni, il ministero che gestisce parchi e monumenti nazionali, di completare una consultazione prima di iniziare.

La vasca nel frattempo è diventata un'attrazione, con turisti e residenti che si fermano a filmare l'acqua verde. Il senatore democratico Jeff Merkley, dell'Oregon, ha criticato l'operazione ricordando che l'amministrazione si era presentata come paladina della lotta agli sprechi prima di spendere 14 milioni di dollari per un restauro finito tra le alghe e la vernice che si stacca. Uno degli eventi principali per il 250° anniversario, la Great American State Fair, una grande fiera, aprirà giovedì a pochi isolati dalla vasca, sul National Mall.

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La rassegna stampa di domenica 21 giugno 2026


Riprendono in Svizzera i colloqui sul nucleare tra Stati Uniti e Iran mentre Teheran annuncia la chiusura dello Stretto di Hormuz e Trump minaccia pedaggi; tra le altre notizie le proteste in Albania sul progetto Kushner e lo scontro tra Meloni e la Casa Bianca

Questa è la rassegna stampa di domenica 21 giugno 2026

Riprendono in Svizzera i negoziati tra Stati Uniti e Iran sul nucleare


Il vicepresidente JD Vance è arrivato in Svizzera per avviare un nuovo round di trattative con Teheran sul programma nucleare iraniano, il primo confronto diretto dai colloqui della scorsa primavera. Ai negoziati, ospitati in una località sciistica, partecipano anche gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, mentre Pakistan e Qatar fanno da mediatori. Washington punta a ottenere il ritorno degli ispettori dell'Aiea sui siti nucleari in cambio dello sblocco di alcuni fondi iraniani congelati.

Fonti: Axios, The New York Times, Bloomberg

L'Iran annuncia la chiusura dello Stretto di Hormuz, Trump minaccia pedaggi


Teheran ha dichiarato di voler chiudere nuovamente lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale del commercio petrolifero, come risposta alle violazioni israeliane del cessate il fuoco in Libano, mentre il governo statunitense contesta che la via d'acqua sia davvero bloccata. Il presidente Donald Trump ha minacciato di imporre pedaggi sul passaggio se entro sessanta giorni non si raggiungerà un accordo definitivo con l'Iran. Il braccio di ferro arriva proprio mentre si aprono i colloqui in Svizzera.

Fonti: The Hill, The New York Times, BBC News

Trump parla di vandalismo per i problemi alla vasca del Lincoln Memorial


Il presidente Donald Trump ha attribuito a presunti atti di vandalismo i problemi della grande vasca riflettente di Washington, comparsa coperta di alghe dopo una costosa ristrutturazione da oltre quattordici milioni di dollari. Senza fornire prove, ha sostenuto che la polizia dei parchi avrebbe arrestato diverse persone, mentre la vernice blu stesa sul fondo continua a staccarsi. Un atleta tre volte olimpico è stato incriminato per danneggiamento dopo aver detto di aver toccato una striscia di vernice che si stava sfaldando.

Fonti: The New York Times, The Hill, The Guardian

In Albania crescono le proteste contro il progetto turistico legato a Kushner


A Tirana migliaia di persone hanno manifestato chiedendo le dimissioni del primo ministro Edi Rama per il sostegno a un resort di lusso promosso dalla società d'investimenti di Jared Kushner, genero del presidente Trump. La contestazione è diventata un simbolo per gli oppositori dell'Amministrazione statunitense, anche se le ragioni della protesta restano soprattutto locali.

Fonti: The New York Times, Bloomberg

Lo scontro tra Meloni e Trump segnala la disponibilità di Roma ad alzare i toni


La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha avuto un duro confronto con Donald Trump, scegliendo di rilanciare là dove altri leader del G7 avevano evitato lo scontro diretto. Secondo Bloomberg, l'episodio mostra la disponibilità del governo italiano a rischiare un braccio di ferro più ampio con la Casa Bianca.

Fonti: Bloomberg

Un giudice autorizza la consegna delle registrazioni di Biden alla Heritage Foundation


Una giudice federale ha stabilito che il Dipartimento di Giustizia può consegnare alla conservatrice Heritage Foundation le registrazioni audio e le trascrizioni di vecchi colloqui dell'ex presidente Joe Biden, raccolti nell'ambito dell'inchiesta di un procuratore speciale. La magistrata ha però imposto un'attesa di tre settimane per consentire alla corte d'appello di esaminare il ricorso presentato da Biden.

Fonti: The Hill

Un parere del Dipartimento di Giustizia allarma le associazioni per i disabili


Un nuovo parere del Dipartimento di Giustizia mette in discussione le tutele dei diritti civili che da tempo considerano l'istituzionalizzazione delle persone con disabilità come un'ultima risorsa. Gli attivisti temono che il documento possa aprire la strada a un ritorno al ricovero forzato in strutture residenziali.

Fonti: NPR

La FAA indaga su un mancato scontro che ha costretto un volo Delta a interrompere l'atterraggio


L'Autorità federale per l'aviazione statunitense ha aperto un'indagine su un mancato scontro tra due voli commerciali, che ha costretto un aereo della Delta a interrompere la manovra di atterraggio per evitare la collisione. L'episodio rilancia le preoccupazioni sulla sicurezza dei cieli statunitensi.

Fonti: ABC News

Sei feriti, tra cui due bambini, in una sparatoria nel Maryland


Una sparatoria avvenuta nelle prime ore di sabato a Hanover, nel Maryland, ha ferito sei persone, tra cui due bambini, secondo la polizia della contea di Anne Arundel. Gli investigatori stanno ancora cercando di ricostruire la dinamica dell'accaduto.

Fonti: Fox News

Petro attacca Trump alla vigilia del ballottaggio in Colombia


Il presidente uscente colombiano, il progressista Gustavo Petro, ha criticato Donald Trump alla vigilia del ballottaggio presidenziale, una sfida che oppone il suo candidato preferito a un esponente della linea dura sulla sicurezza appoggiato dal presidente statunitense. L'esito del voto avrà ricadute dirette sui rapporti tra Washington e uno dei principali partner nella regione.

Fonti: Bloomberg

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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La ricchezza di Musk si regge sulla fede


Secondo un'analisi di Adam Bonica il patrimonio dell'uomo più ricco del mondo dipende dalla fiducia collettiva nelle sue promesse di futuro, non dai profitti reali delle sue aziende.

Elon Musk è la prima persona al mondo a possedere un patrimonio superiore ai mille miliardi di dollari, 1.320 miliardi per la precisione. Eppure le due aziende su cui si fonda quella ricchezza, Tesla e SpaceX, nel 2025 hanno chiuso i conti con una perdita complessiva. Secondo un'analisi del professore di scienze politiche Adam Bonica il valore della sua fortuna non misura più i guadagni delle sue società, ma la fiducia collettiva nella sua capacità di costruire un futuro che non è ancora arrivato. È un meccanismo che l'autore definisce "capitalismo del culto".

Questo mese SpaceX si è quotata in borsa a una valutazione vicina ai 1.770 miliardi di dollari, la più grande offerta pubblica iniziale della storia. Nel 2025 l'azienda ha però perso 4,9 miliardi di dollari e le perdite stanno accelerando: solo nel primo trimestre del 2026 il rosso è stato di 4,28 miliardi, a fronte di un deficit accumulato di 41,3 miliardi. Tesla, dal canto suo, l'anno scorso ha guadagnato 3,8 miliardi, un profitto reale ma ordinario. Messe insieme, le due società su cui poggia la più grande fortuna personale della storia hanno registrato una perdita netta nel 2025.

Bonica precisa che non si tratta di aziende prive di valore e che il punto non è se valgano qualcosa. La vera domanda riguarda il divario, cioè i mille miliardi di dollari di valore che stanno sopra qualsiasi cifra spiegabile con i profitti o con le condizioni di mercato, e ciò che riempie quel vuoto. A riempirlo, sostiene, è una fede di tipo particolare, la fiducia in un solo uomo capace di consegnare il futuro: Marte, l'intelligenza artificiale generale, cioè un'IA capace quanto la mente umana, un robot umanoide in ogni garage. Il mercato sta valutando una profezia, scrive, e il profeta coincide con l'oggetto stesso dell'investimento. Per rendere l'idea Bonica ha costruito un grafico che rappresenta i grandi patrimoni con un pixel ogni mille dollari: la barra di Musk si allunga per un tratto lunghissimo e chi vuole può scorrere la versione interattiva.

Le bolle economiche sono un fenomeno noto, dai tulipani del Seicento alle azioni delle dot-com fino ai titoli gonfiati dai social. Ma una bolla classica è diffusa, perché la mania si attacca a un settore o a una categoria di beni e non a una singola persona. Per questo prima o poi si sgonfia: a sostenerla è soltanto la psicologia delle folle, che a un certo punto si disperde. Quella costruita attorno a Musk è diversa, sostiene Bonica, perché la fiducia è personalizzata e si lega a lui, che è insieme il gestore delle aziende, il profeta del loro futuro e il bene che viene valutato. Questo manda in cortocircuito il meccanismo che di solito corregge le bolle.

Il consiglio di amministrazione di Tesla concede a Musk tutto ciò che chiede e, per Bonica, non è un caso. Dall'esterno sembra un fallimento clamoroso della governance aziendale, ma dall'interno è una scelta razionale: il consiglio sa che la valutazione di Tesla dipende quasi interamente dall'uomo e dal culto costruito attorno a lui. Senza Musk, Tesla sarebbe soltanto un'azienda automobilistica, con un valore di mercato pari a una frazione di quello attuale.

La caratteristica del capitalismo del culto, secondo Bonica, è che opera fuori dai normali meccanismi di responsabilità. Un bilancio deve quadrare, una profezia no. Finché un numero sufficiente di persone crede in Musk, la fede si autoalimenta: abbassa il costo del capitale, gli permette di raccogliere 75 miliardi di dollari in una sola operazione, che servono a pagare la promessa successiva, la quale a sua volta rinnova la fiducia.

La profezia, però, è più fragile di quanto il prezzo lasci intendere. Dove le aziende di Musk hanno fatto progressi reali, scrive Bonica, il merito è stato degli ingegneri assunti. Il segnale più chiaro è una promessa che lui ripete da quasi dieci anni, quella delle Tesla a guida completamente autonoma, mai arrivata, mentre Waymo, il servizio di taxi senza conducente, faceva già circolare le sue auto sulle strade pubbliche da anni. Sul terreno a lui più simbolico, insomma, il profeta non è arrivato per primo.

Pagare le aziende di Musk così sopra la media, continua l'analisi, significa credere a più cose improbabili nello stesso momento. La prima è che i risultati passati non solo predicano il futuro ma ne siano largamente superati, che il meglio debba ancora venire. La seconda è che Musk riesca a continuare ad attrarre i migliori ingegneri, mentre i più bravi tra i giovani, che possono scegliere dove lavorare, osservano i suoi saluti a braccio teso, la sua adesione a teorie del complotto razziste, gli attacchi sistematici alle persone transgender e l'intelligenza artificiale dell'azienda che a un certo punto ha iniziato a definirsi "MechaHitler". La terza, la più ardita, è che Tesla e SpaceX non solo creino nuovi mercati, come il robot domestico o la flotta di taxi a guida autonoma, ma li conquistino quasi per intero. L'auto elettrica doveva essere proprio un mercato di quel tipo, ma il concorrente BYD ha superato Tesla e il resto dell'industria ha colmato il distacco.

Bonica ricorda che la democrazia funziona con il meccanismo opposto a quello di un culto, fatto di responsabilità, deliberazione e stato di diritto, e che Musk ha aggirato tutti e tre questi pilastri. Ha smantellato agenzie federali attraverso il DOGE, il dipartimento per l'efficienza governativa che ha guidato, ha licenziato funzionari pubblici per decreto e ha trasformato la sua piattaforma in uno strumento per destabilizzare elezioni all'estero.

Esiste anche una lettura più semplice della stessa valutazione, che Bonica giudica forse la più solida: il mercato non starebbe scommettendo su razzi e robot, ma sull'accesso al potere e sull'influenza politica. Musk è più vicino al potere statale di qualunque altro industriale nella storia americana recente. Quella vicinanza è un vantaggio concreto, perché fa vincere appalti, plasma le regole che vincolano i rivali e sgombra il campo dalla concorrenza. Questa settimana il Dipartimento di Giustizia, l'equivalente americano del ministero della giustizia, è intervenuto a sostegno di Musk in una causa che coinvolge una sua società. Comprare le sue azioni, scrive Bonica, significa comprare il peso dello Stato messo sul piatto della bilancia. È il modo in cui ci si arricchisce nella Russia di Putin, stando vicino al trono quando si dividono i bottini e non inventando un mercato. In questa lettura Musk non è una scommessa sul genio ma sulla corruzione.

Un collega di Bonica, Jacob Grumbach, descrive in un nuovo documento di lavoro il patto che sta sotto questo sistema. Un miliardario che possiede insieme una piattaforma di informazione e un grande impero economico esposto alla regolazione affronta un calcolo che un normale editore non conosce. Gestire la piattaforma per massimizzarne i profitti significa produrre ciò che fa una stampa che funziona, cioè controllo del potere e giornalismo critico, ma è proprio quella responsabilità a tassare, regolare e limitare il resto del suo patrimonio. La mossa razionale diventa allora far fallire l'azienda di informazione, perché un governo autoritario paga alla ricchezza concentrata un premio che la democrazia non garantisce: tasse più basse, controlli antitrust blandi, appalti indirizzati. E quel premio cresce con la ricchezza, al punto che comprare una piattaforma da 44 miliardi di dollari e distruggerne il valore diventa non un errore ma un investimento, il prezzo per disattivare la responsabilità che la stampa dovrebbe produrre.

Gli oligarchi non vanno in pensione, scrive Bonica, ma cadono in disgrazia. A volte è il protettore a rivoltarsi contro di loro, come Mikhail Khodorkovsky, l'uomo più ricco della Russia finito in una cella, o Evgenij Prigozhin, da fornitore del Cremlino precipitato in un cratere in un campo. Altre volte è il protettore politico a cadere e allora sono gli oligarchi a fuggire: quando Viktor Orbán ha perso il potere in Ungheria all'inizio del 2026, i suoi uomini hanno cominciato a lasciare il paese con i loro miliardi. Per Musk, legato a un presidente americano impopolare, la fuga è l'uscita più probabile.

Musk non ha inventato questo meccanismo, conclude Bonica, lo ha solo portato più lontano di chiunque prima di lui. Il pericolo non è che il culto sia irrazionale, perché i culti hanno una loro coerenza interna ed è proprio quella a renderli duraturi. Il problema è che la più grande fortuna personale della storia poggia su una base che non finge più di dipendere da ciò che le aziende guadagnano. Allo stesso tempo è venuto meno il consueto meccanismo di correzione, per cui non è previsto alcun atterraggio morbido. A reggere quella scommessa sono i fondi pensione che detengono il titolo, gli indici che quasi tutti possiedono e la fiducia di milioni di risparmiatori: in un certo senso, il conto è di tutti.

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La sfida al Senato in Texas si gioca sulla mascolinità


Il repubblicano Ken Paxton dipinge il democratico James Talarico come debole e punta sul machismo degli elettori latini, che nel 2024 hanno spostato a destra il Rio Grande Valley votando Trump.

Nella corsa al Senato in Texas il candidato repubblicano Ken Paxton attacca la mascolinità del suo avversario democratico James Talarico con un obiettivo preciso in testa: gli elettori ispanici. Paxton, procuratore generale dello Stato, punta a presentare il rivale come un uomo troppo debole per rappresentare il Texas a Washington. Talarico, deputato del parlamento statale, risponde con una sua idea di virilità fondata sul servizio e sull'integrità.

La sfida è diventata aspra molto presto, con uno scontro aperto su chi sia più uomo. Lo staff di Paxton vede uno spazio tra gli elettori ispanici del Texas, che negli ultimi cicli elettorali si sono spostati nettamente a destra. "Il machismo è importante per questi elettori, sapere chi è un combattente e chi è debole", ha detto al Wall Street Journal Nick Maddux, consigliere della campagna di Paxton.

Nel 2024 il Rio Grande Valley, l'area al confine con il Messico storicamente democratica, è passato ai repubblicani per la prima volta a memoria d'uomo, votando al 52% per il presidente Donald Trump. La campagna di Paxton ritiene che l'immagine da uomo duro proiettata da Trump lo abbia aiutato in Texas, anche tra chi più in basso nella scheda ha votato per i democratici. Negli ultimi mesi sono però comparsi i primi segnali di un calo del sostegno repubblicano tra gli elettori latini, nella regione e a livello nazionale.

Ancora prima di vincere il ballottaggio delle primarie repubblicane il mese scorso, la campagna di Paxton aveva iniziato a chiamare Talarico "Low-T", un riferimento al basso livello di testosterone, dopo aver testato diversi soprannomi sprezzanti. "Alcuni lo conoscono come Tofu Talarico, altri lo chiamano Six-Gender Jimmy", ha detto Paxton sorridendo, tra gli applausi, alla festa per la vittoria del ballottaggio. "Altri lo chiamano semplicemente Low-T Talarico."

Un importante comitato di azione politica che sostiene Paxton ha diffuso spot con lo slogan "Low-T Talarico, troppo debole per il Texas". Stephen Miller, consigliere del presidente, ha scritto sui social definendo Talarico il "primo candidato transgender al Senato" del partito, cosa non vera. In un'intervista a Fox News il deputato repubblicano Brandon Gill, alleato di Paxton, lo ha definito "effeminato" e "a malapena etero". Citizens for Sanity, un comitato vicino a Trump, ha acquistato uno spot con un video falso creato con l'intelligenza artificiale che mostra Talarico in abito femminile mentre canta dei bambini transgender.

Talarico ha scelto di accettare il tema della mascolinità, raccontando del padre adottivo che tagliava di nascosto il prato del vicino quando nessuno guardava. Ne ha approfittato per colpire Paxton, alle prese con un divorzio chiesto dalla moglie con l'accusa di infedeltà. "Un uomo si assume le responsabilità, mantiene gli impegni verso la famiglia e i vicini e fa la cosa giusta anche quando nessuno lo guarda", ha detto in un comizio. "Ecco cosa i veri uomini non fanno: non mentono e non imbrogliano per tutta la vita."

Mike Madrid, esperto del voto latino e consulente repubblicano critico verso Paxton, considera uno stereotipo l'idea che gli elettori ispanici siano attratti dal machismo. "Sono gli errori che vedo fare ai repubblicani da trent'anni, quando hai dei ragazzi bianchi a Washington che usano caricature da cartone animato", ha detto Madrid, tra i fondatori del Lincoln Project, il gruppo di repubblicani contrari a Trump.

Gli elettori latini indicano da diversi cicli elettorali l'economia e il costo della vita come la loro priorità, un terreno su cui i democratici contano quest'anno, con l'inflazione che resta alta. Questa settimana il 65% degli elettori latini a livello nazionale disapprovava l'operato di Trump, secondo la media dei sondaggi del Cook Political Report, in crescita rispetto al 53% di marzo 2025, quando era iniziata la rilevazione.

Maddux sostiene che l'obiettivo della campagna non è l'aspetto fisico, ma presentare la corsa come una scelta tra "un combattente che condivide i nostri valori e ha passato la carriera a difenderli" e "un progressista radicale travestito con l'abito della domenica". I repubblicani hanno rilanciato vecchie dichiarazioni di Talarico, come quando ha definito Dio non binario.

Paxton ha una carriera politica forgiata negli scandali. È sopravvissuto a un'incriminazione per frode sui titoli finanziari, risolta con un accordo prima del processo, e a una messa in stato d'accusa nella camera bassa dello Stato a guida repubblicana, da cui è stato assolto dal Senato statale. Talarico, studioso della Bibbia dal volto giovanile, era il più giovane parlamentare del Texas quando entrò in carica nel 2018, a 29 anni.

Nelle primarie democratiche del 3 marzo Talarico ha battuto la deputata Jasmine Crockett con il 62% contro il 35% nelle contee con oltre il 60% di elettori latini, secondo l'Associated Press, l'agenzia di stampa americana, contro il 53% a 46% su scala statale. Nelle stesse contee gli elettori delle primarie repubblicane avevano preferito il senatore John Cornyn a Paxton, 44% a 39%, salvo poi sostenere Paxton nel ballottaggio di maggio, con un'affluenza più bassa. Robert Cantu, presidente del partito repubblicano nella contea di Hidalgo, prevede una corsa molto combattuta a novembre.

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Midterm 2026: sondaggi, medie e proiezioni


La proiezione di Focus America sulle elezioni di metà mandato del 2026. Sondaggi, medie e proiezioni aggiornate ogni giorno. Si vota il 3 novembre.

Questa è la proiezione di Focus America sulle elezioni di midterm del 3 novembre 2026, che viene aggiornata più volte al giorno sulla base dei sondaggi pubblici. Medie e proiezioni sono calcolate da noi. Qui sotto trovate il quadro d'insieme: chi è avanti alle elezioni della Camera dei Rappresentanti e del Senato e come si distribuiscono i seggi. Non si tratta di una proiezione definitiva, ma piuttosto di una fotografia destinata a cambiare giorno dopo giorno, da qui al voto.

Il "generic ballot" è una delle domande classiche dei sondaggi americani: alle elezioni per il Congresso, voterebbe il candidato democratico o quello repubblicano? Noi ne calcoliamo la media nazionale, mettendo insieme i sondaggi pubblici disponibili. È un dato che però va letto con prudenza in quanto è calcolato a livello nazionale, mentre la maggioranza della Camera dei Rappresentanti si decide collegio per collegio, trattandosi di un sistema elettorale maggioritario a turno unico.

Inoltre i democratici tendono ad accumulare molti voti in eccesso nelle grandi città: per questo un vantaggio nel voto popolare potrebbe non tradursi automaticamente in una maggioranza di seggi. Questo porta anche ad un altro limite: storicamente questa media tende a sovrastimare i democratici, e inoltre mancano ancora diversi mesi al voto, il che significa che l'andamento potrebbe cambiare nel corso del tempo. Nonostante tutto questo, il generic ballot resta il segnale più utile per capire l'orientamento politico degli elettori a livello nazionale e per questo motivo ha spesso anticipato abbastanza bene il risultato finale.

A differenza che alla Camera dei Rappresentanti, il Senato si rinnova solo per un terzo dei seggi ogni due anni. Ciò significa che a novembre 2026 andranno al voto solo 35 seggi su 100, mentre i senatori eletti negli altri 65 resteranno in carica fino ai prossimi cicli elettorali. Tra i seggi non in gioco, 34 sono controllati dai democratici e 31 repubblicani. Questo significa che la maggioranza si deciderà nei 35 seggi in palio: ai democratici ne servono 17 per arrivare a quota 51 e conquistare il controllo del Senato; ai repubblicani, che oggi detengono la maggioranza, basterebbe invece arrivare a 50, perché in caso di parità il voto decisivo spetta al vicepresidente, attualmente un repubblicano.

La nostra proiezione mostra una corsa pressoché in equilibrio. Per i democratici, le migliori possibilità di conquista sono i seggi oggi detenuti dai repubblicani in North Carolina, Texas e Maine. Restano più difficili, ma comunque da tenere d'occhio, le sfide in Ohio, Iowa e Alaska. Dove non ci sono ancora sondaggi sufficienti, partiamo dai "fondamentali", vale a dire l'andamento storico dello Stato a destra o a sinistra nelle ultime elezioni, il clima politico nazionale e il vantaggio insito di chi è già in carica e in corsa per la rielezione.

Per la Camera dei Rappresentanti prevediamo invece il risultato in tutti i 435 collegi dove si vota. Ove non esistono sondaggi sufficienti, come nel caso del Senato, partiamo dai "fondamentali": come ha votato quel collegio in passato, il clima politico nazionale e il vantaggio di chi è già in carica. La nostra proiezione tiene già conto del ridisegno delle mappe elettorali del 2026, che nel complesso favorisce i repubblicani. Inoltre, quando per un singolo collegio sono disponibili sondaggi locali, non li usiamo solo per quella singola sfida: li consideriamo anche come un segnale utile per prevedere l'andamento del voto in distretti politicamente simili, cioè con una storia e caratteristiche elettorali paragonabili.

Ma quanto deve essere ampio il vantaggio nazionale dei democratici perché si traduca davvero in una maggioranza alla Camera? Per rispondere abbiamo costruito una curva dei seggi: partendo dalla nostra proiezione collegio per collegio, abbiamo simulato cosa accadrebbe spostando il margine nazionale verso i democratici o verso i repubblicani, contando ogni volta quanti seggi otterrebbero i democratici. Ne emerge un punto importante: per come sono disegnati i collegi e per come si distribuisce il voto, ai democratici non basta vincere il voto popolare di poco. Servono all'incirca tre punti di vantaggio nazionale per raggiungere la soglia dei 218 seggi che assegna la maggioranza. Al di sotto la Camera resta ai repubblicani, al di sopra passa ai democratici. Per avere un riferimento, un'onda come quella del 2018, quando i democratici vinsero il voto di oltre otto punti, darebbe una maggioranza ampia, mentre uno scenario come il 2024, vinto dai repubblicani, la lascerebbe saldamente a destra.

Fin qui il quadro d'insieme. Ma come si presenta ogni singola sfida? Nella tabella che segue abbiamo raccolto tutte le corse, collegio per collegio alla Camera e Stato per Stato al Senato, con i candidati dei due partiti, il margine che proiettiamo e il nostro rating, dal seggio sicuro a quello in bilico. Si può filtrare per Stato o per categoria e ordinare le sfide dalla più contesa a quella dal vantaggio più netto. Dove le primarie non si sono ancora svolte i candidati restano "da definire", e accanto a ogni gara indichiamo se la nostra stima nasce dai sondaggi locali o, in loro assenza, dai fondamentali.
› Nota metodologica completa

I sondaggi che usiamo sono quelli pubblici raccolti dal New York Times. Le medie e le proiezioni, invece, sono calcolate da noi e vengono aggiornate più volte al giorno. Per ogni sondaggio teniamo una sola rilevazione, scegliendo il campione più utile disponibile. La priorità va ai "probabili elettori", cioè alle persone considerate più propense a votare; poi agli "elettori registrati"; infine, se non c'è altro, al campione di tutti gli "adulti". In genere i sondaggi sui probabili elettori sono i più indicativi del risultato finale.

Come calcoliamo le medie


La nostra media non è una semplice media aritmetica dei sondaggi. Usiamo invece una media bayesiana: questo significa che partiamo da una stima iniziale e la aggiorniamo ogni volta che arriva un nuovo sondaggio. Ogni nuova rilevazione corregge la stima precedente, ma non tutte hanno lo stesso peso. La regola è invece la seguente:

  • Pesano di più i sondaggi degli istituti più affidabili, vale a dire con campioni più ampi e meglio costruiti, e quelli basati sui probabili elettori;
  • Pesano meno, invece, i sondaggi commissionati da una delle due parti politiche, che vengono trattati con maggiore cautela.

Nel nostro calcolo, inoltre, correggiamo anche il cosiddetto house effect, cioè la tendenza storica di un istituto a favorire leggermente un partito rispetto all'altro. Infine, se un sondaggio risulta molto anomalo rispetto agli altri, non viene eliminato: resta nella media, ma con un peso minore.

Perché la curva cambia giorno per giorno


Per aggiornare la media nel corso del tempo usiamo un filtro di Kalman. In pratica, si tratta di un metodo che combina la stima del giorno precedente con i nuovi sondaggi disponibili. Ciò significa sostanzialmente che, quando arrivano nuove rilevazioni, la curva si muove. Quando invece non ci sono nuovi sondaggi, la stima resta sostanzialmente ferma, ma di converso aumenta l'incertezza. Ciò ci permette di fare in modo che la stima della previsione arrivi sempre fino a oggi, mentre la banda attorno alla media, cioè l'intervallo entro cui con il 95% di probabilità si trova il valore reale, tende ad allargarsi nei periodi (o nella previsione delle sfide) per cui abbiamo a disposizione pochi dati.

Cosa facciamo quando mancano i sondaggi locali


Per alcune sfide al Senato e per diversi collegi poco competitivi della Camera i sondaggi locali sono spesso pochi, o mancano del tutto. In questi casi, per poter fornire una stima del risultato, ci basiamo principalmente sui "fondamentali": si tratta, in linea generale, di tutti gli elementi che permettono di stimare una corsa anche in assenza di sondaggi.

I fondamentali principali sono 3:

  1. come ha votato quello Stato o quel singolo collegio nelle elezioni precedenti, sia presidenziali sia per il Congresso;
  2. qual è il clima politico nazionale attuale;
  3. se uno dei candidati è già in carica, perché i candidati uscenti in corsa per la rielezione hanno spesso un vantaggio insito dovuto al fatto che sono più riconosciuti dei propri rivali.

I "fondamentali" vanno considerati come il punto di partenza di ogni previsione. Questo significa anche però che, man mano che arrivano sondaggi locali, il loro peso diminuisce e la proiezione si avvicina progressivamente ai dati più attendibili sulla singola sfida.

Come funziona la proiezione della Camera


Per la previsione sulla Camera dei Rappresentanti partiamo dal voto del novembre 2024, ricalcolato sui nuovi confini dei distretti elettorali del 2026. Questo passaggio è importante perché molti collegi hanno cambiato forma dopo il ridisegno delle mappe, e quindi non basta guardare al vecchio risultato per lo stesso distretto.

Su quella base applichiamo lo spostamento politico nazionale, ma non in modo identico per tutti i collegi. Ogni collegio ha una sua "elasticità": alcuni seguono molto il vento nazionale, altri si muovono poco perché hanno un elettorato più stabile e già schierato.

Per questo uno stesso spostamento nazionale può pesare molto in un collegio competitivo e reattivo, ma molto meno in un collegio più rigido. Aggiungiamo poi il vantaggio dell'uscente: vale circa due punti alla Camera, di più al Senato, ma viene conteggiato solo se il deputato o il senatore in carica si ricandida. Se il seggio è aperto, questo vantaggio scompare.

Infine, quando ci sono sondaggi in un singolo collegio, li usiamo prima di tutto per aggiornare quella corsa. In misura più limitata, però, li consideriamo anche come un segnale per collegi politicamente simili, cioè con una storia elettorale e una composizione paragonabili.

Come classifichiamo le corse


Ogni corsa viene classificata in base al margine previsto. Sotto i 3 punti la consideriamo "in bilico". Con margini più ampi passa poi nelle categorie "lean", "likely" e "solid", a seconda di quanto è netto il vantaggio di un partito.

Resta un'avvertenza generale: mancano ancora mesi al voto del 3 novembre 2026. Le proiezioni indicano lo stato della corsa oggi, non il risultato finale. L'opinione pubblica può ancora cambiare, e con nuovi sondaggi possono cambiare anche le nostre stime.

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I 3 Teoremi di Gubi:

1) Se non vedi errori nell'output di una AI non è lei che è inteligente: sei tu che ti sei spinto in un domino del sapere dove non hai competenza per valutare quello che fai o ti fanno fare.

2) Se noon capisci nulla di un sistema o una soluzione informatica messa in piedi da una AI sei davanti ad una bomba a tempo pronta ad esplodere al primo, ineviitabile baco.

3) Con la AI non esiste gioco di squadra alla pari: o la conosci e la domini o ne sarai dominato per ignoranza.

in reply to Fabio Tavano

@grabbi_it quale uso di quali modelli? Ci sono usi proprietari e liberi, usi a pagamento o gratuiti, modelli aperti o aziendali, la tecnologia una volta uscita dalla bottiglia non si può rimettere dentro, anche a me piacerebbe “disinventare” la bomba atomica ma non si può, la palla dalla tecnica è passata alla politica e ci sono politiche di uso della AI che personalmente considero più etiche di altre, e bisogna metterle in pratica per non lasciare il monopolio a big tech.
in reply to Fabio Tavano

@grabbi_it "Famo a capisse", come si dice a Roma, ovvero sforziamoci di capirci. Quell'articolo parla di servizi commerciali di AI offerti da hyperscalers in enormi data center, io sto parlando di UN computer, un piccolo server che sarebbe più corretto definire come una workstation di fascia alta, che consuma 30 watt fuori dagli orari di ufficio, quindi in 2/3 della giornata e arriva a 300 watt solo se è a pieno carico. Per quello dico che ci sono approcci diversi alla medesima tecnologia.
in reply to Fabio Tavano

@grabbi_it io rispondo del mio consumo e non di quello dei milioni di carletti per il mondo. Il costo legato all’uso di quel modello è gratuito per quanto riguarda il software, ed è il costo di tenere acceso un computer che consuma 30 watt x 2/3 della giornata e max 350 watt per 8 ore al giorno. Per espiare i miei peccati sto considerando di sbarazzarmi dell’autoveicolo privato che comunque non uso quasi più, se non basta come espiazione posso aggiungere qualche Ave Maria.
in reply to Carlo Gubitosa

non sono per mia fortuna un prete per cui non mi servo del senso di colpa (eventuale); però se pensi che il tuo macinino personale possa essere energeticamente più efficiente di un’istanza per l’inferenza ospitata su datacenter con hardware ultra specializzato e tarato per ridurre i consumi al minimo stai facendo un altro errore di valutazione. Il problema LLM non si aggira, lo si deve eliminare o guarda al massimo concedo che lo si debba pagare per quello che costa realmente e non il prezzo drogato voluto da chi sta creando questa bolla.
in reply to Fabio Tavano

@grabbi_it si, lo penso, perché la mia analisi dello use case a cui applicherò le mie conoscenze è più approfondita e meno tranchant di un semplice “AI cacca pupù, l’unica che funziona è crusca del diavolo”. Non tutti i casi d’uso si rivolgono a grandi masse di utenti, non tutti richiedono modelli di ultima generazione, server iperperformanti, o piattaforme cloud, puoi prendere dati erogati da FIAT per far andare tutti in auto e usarli per produrre biciclette a costi risibili.
in reply to Carlo Gubitosa

faccio le mie scelte non ergendomi a mosca bianca ma guardando a come potrebbero essere percorribili anche da milioni di altri individui; il tuo use case singolare (che dubito sia più efficiente di una frazione di GPU in un DC) ha valore zero se non moltiplicato per milioni. La frase su dati FIAT proprio non l’ho capita, puoi chiedere a chatgpt di riscriverla per bambino di 5 anni?
in reply to Fabio Tavano

@grabbi_it la bici va contro la Fiat, anche se si può produrre con tecnologie Fiat. L’uso locale e gratuito di LLM di dimensioni contenute su hardware di dimensioni contenute, se funzionale a determinate esigenze operative, aiuta a contenere la carbon footprint e va contro il business model centralizzato e iperperformante delle big tech anche se si possono attivare con modelli rilasciati dalle big tech, che sono scoraggiate a proseguire in quel business model da prassi “autonome”.
in reply to Fabio Tavano

@grabbi_it è facile da capire: perchè un modello piccolo ha lasciato dietro di sé una carbon footprint minore di un modello grande, perché l'uso locale e ottimizzato di modelli piccoli scoraggia la corsa allo sviluppo di modelli sempre più grandi e "generalisti", perché l'hardware necessario a far girare modelli più piccoli ha consumi minori di quello che serve per tenere in piedi le megapiattaforme.
in reply to Carlo Gubitosa

modello vecchio per cui ancora meno efficiente nella fase di training, non se ne esce e prima si capisce meglio è; d’altronde è noto che sia un modello di business fallimentare, chi vuoi che ci si butti se non i soliti squali? - Llama 3.2 1B/3B (Meta)
Phi-3-mini (Microsoft)
Gemma 2 2B (Google)
Qwen 2 1.5B/7B (Alibaba)
Questa voce è stata modificata (1 mese fa)
in reply to Fabio Tavano

@grabbi_it ma infatti io non sto facendo business, faccio sviluppo di soluzioni informatiche opensource usando dati generati con una energia che non si può più infilare a ritroso dentro la presa di corrente. Il tuo errore nel giudizio morale è attribuire a tutti gli utilizzatori di modelli AI la responsabilità dell'impatto ambientale di chi ne ha fatto il training, mentre dovresti ringraziare chi scoraggia un business che trovi odioso spostandolo nella sfera dell'informatica libera e gratuita.
in reply to Carlo Gubitosa

il training di un modello impatta per circa il 40% del suo consumo di risorse, gli utilizzatori per il restante; se utilizzatori oltretutto usano inefficiente inferenza locale (perché se mi inventi che 1M di alimentatori sono più efficienti di alcuni server in un DC proprio non ci sono le basi) ti lascio immaginare il disastro. Inoltre ci sono gli altri problemi di LLM da considerare che non spariscono perché li metti sotto il tappeto o pensi di poter mandare al tappeto colossi miliardari giocando al loro stesso gioco. Per cosa poi?! Per una millantata maggiore efficienza, dove lavora la mia compagna (programmatrice) stanno già uscendo dalla sbornia LLM perché trovano più problemi che vantaggi, e immagina quando inizieranno a farla pagare (modellini compresi dato che li offrono generosamente i soliti 4)
in reply to Fabio Tavano

@grabbi_it che l'inferenza locale sia inefficiente è solo una tua assunzione grossolana che alimenta la narratva delle aziende che trovi tanto odiose. Se un team finanziario vuole un supporto informatico per la scrittura di formule excel, o se un sysadmin vuole automatizzare la scrittura di reverse proxy per nginx non c'è bisogno di megamodelli di ultima generazione come tu e le big tech volete dare a intendere. Come tutto in informatica, le risorse deployed vanno proporzionate alle esigenze.
in reply to Carlo Gubitosa

per la stragrande maggioranza dei “tecnici” LLM sono una droga, una volta che li utilizzi li utilizzi anche per farti dire come ti chiami; guarda solo ai beoti che non sono più in grado di scrivere una mail senza farsela revisionare o scrivere da un agente. Che inferenza locale sia più efficiente è solo una tua assunzione grossolana che alimenta il falso senso di sicurezza di chi utilizza LLM
in reply to Fabio Tavano

@grabbi_it ora siamo passati ad una nuova forma di moralismo proibizionista, io invece ritengo che la gente sia libera sperimentare come gli pare tanto le sostanze psicoattive quanto le tecnologie informatiche, non vado a dire ai consumatori di cannabis ricreativa che il loro destino è l'overdose di eroina né agli sperimentatori di LLM che il loro destino è il rincoglionimento e la perdita di ogni skill professionale, anche perché personalmente sperimentando queste tecnologie ho imparato molto.
in reply to Fabio Tavano

@grabbi_it io per ora uso un alimentatore da 400 watt (che ne consuma 30 fuori dall'orario di lavoro) e non un milione di alimentatori, utilizzo modelli gratuiti e non li pago, per avere ragione in questo scontro dialettico stai facendo ipotesi indebite sul futuro, assumendo che io debba scalare la mia soluzione per milioni di utenti e che prima o poi tutto sarà a pagamento, seminando FUD che non toccano il business della AI ma servono solo a scoraggiare l'informatica sostenibile e no-profit.
in reply to Carlo Gubitosa

informatica sostenibile e no profit esisteva già tranquillamente prima di LLM e il mio non è FUD ma deriva dalla lettura di analisi fatte da chi e capisce più di me in campo economico e non solo; ma capisco che sia scomodo uscire dalla propria confort zone mentale e mettersi in discussione. Questa è proprio la dannata forza degli LLM: fingersi utili e creare dipendenza che si autoalimenta
in reply to Fabio Tavano

@grabbi_it non condivido il moralismo che condanna l'uso di un modello anche se consuma solo quanto una manciata di lampadine, non butterei via la conoscenza medica del signor Asperger perché era organico al nazismo. Si è cambiato il nome alla sindrome eponima, ma anche la conoscenza generata dai "cattivi" fa parte di quella che ho pieno diritto di utilizzare liberamente ai sensi dell'articolo 19 dichiarazione universale dei diritti umani, senza diventare corresponsabile della loro cattiveria.
in reply to Carlo Gubitosa

che il modello consumi solo una manciata di lampadine è una tua assunzione dato che non esistono dati certi del reale consumo (sonda solo che è molto elevato dal momento che richiedono centrali elettriche dedicate e svuotano laghi di acqua potabile. Non conosco la storia di Asperger ma non credo che la conoscenza di una sindrome e la sua utilità (questa volta reale) siano anche solo accostabili al trabiccolo LLM e alla sua marginale utilità; cambierò idea su questo punto se LLM risolveranno autonomamente ed in fretta il problema derivante da loro consumi, i problemi etici e quello economico.
Questa voce è stata modificata (1 mese fa)
in reply to Fabio Tavano

@grabbi_it anche i film "sono delle major di Hollywood", c'è chi non li scarica gratis per principio, c'è chi crede nella libera fruizione di cultura via torrent senza scopo di lucro, senza mettersi un soldo in tasca e senza dare un soldo in tasca alle major, poi ognuno valuta i due approcci e decide secondo coscienza. Io personalmente preferisco l'appropriazione etica delle tecnologie alla loro demonizzazione.
in reply to Carlo Gubitosa

qui sta l’errore di valutazione, anzi due: le major di H a quanto so non sono macchine divoratrici di risorse energetiche praticamente pari a quelle di uno Stato europeo e non sfruttano bellamente il lavoro dei paesi in via di sviluppo per cui il paragone è fallace. Inoltre nel caso degli LLM la scelta semplicemente non esiste o conosci qualche piccola azienda ma anche grande che abbia allenato un suo modello con grande efficienza energetica e senza problemi etici ?!
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Mamdani usa la sua forza per cambiare il Partito Democratico


Il sindaco socialista-democratico appoggia sfidanti contro deputati uscenti del suo partito. Bernie Sanders lo affianca, i repubblicani lo usano come spauracchio nei collegi in bilico.

A sei mesi dal suo insediamento, il sindaco di New York Zohran Mamdani usa la propria popolarità per provare a cambiare il Partito democratico dall'interno, anche a costo di sfidare i vertici del suo stesso partito. A pochi giorni dalle primarie dello Stato, le elezioni interne con cui i partiti scelgono i candidati da schierare al voto generale, il trentaquattrenne socialista-democratico appoggia una serie di sfidanti contro deputati democratici uscenti.

Mamdani, fino a poco tempo fa attaccato dai leader di entrambi gli schieramenti, ha visto crescere il proprio peso politico al punto da ricevere elogi sia dal presidente Donald Trump sia da ex critiche democratiche come la governatrice di New York Kathy Hochul. Ne scrive PBS News.

Giovedì il sindaco ha affiancato il senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders a un comizio a Brooklyn pensato per spingere al voto i candidati vicini alle sue idee, due dei quali corrono contro deputati democratici in carica nelle primarie di martedì. "Vede questa opportunità, che possiamo cambiare radicalmente il Partito democratico", ha detto Faiz Shakir, consigliere di Sanders e amico di Mamdani. Come Sanders, ha aggiunto, Mamdani non agisce per ripicca verso la leadership ma sostiene candidati con una visione migliore, ed è "pronto a perdere, se sarà il caso".

Nel tredicesimo distretto, che comprende parti dell'alta Manhattan e del Bronx, Mamdani ha appoggiato l'organizzatrice politica Darializa Avila Chevalier contro il deputato Adriano Espaillat, presidente del gruppo dei parlamentari ispanici al Congresso. Nel decimo distretto sostiene l'ex revisore dei conti della città di New York Brad Lander, che sfida il deputato in carica Dan Goldman. Nel settimo appoggia la deputata statale socialista-democratica Claire Valdez contro l'erede designata dalla deputata uscente Nydia Velazquez.

I candidati di Mamdani hanno ripreso in larga parte il programma che ha portato lui al municipio, concentrato sull'alto costo della vita e sull'immagine di volti nuovi non legati ai grandi interessi economici. La guerra di Israele a Gaza occupa un posto centrale: Lander, Valdez e Avila Chevalier descrivono i loro avversari democratici come troppo morbidi verso Israele, riprendendo le critiche del sindaco ai leader del Paese.

"In questo momento c'è una grande insoddisfazione per il modo in cui la dirigenza del partito ha agito, senza opporsi con abbastanza forza a Trump", ha detto Valdez all'Associated Press, che spera di portare a Washington un alleato del sindaco. Il suo avversario alle primarie, il presidente del distretto di Brooklyn Antonio Reynoso, si è definito sfavorito pur avendo l'appoggio della deputata uscente. Mamdani, ha detto, ha uno status da celebrità mai visto prima e quando appoggia qualcuno questo "conta", al punto da aver fatto pendere la bilancia in una corsa che altrimenti lo vedrebbe favorito.

Alla Camera, i democratici sono sorpresi che Mamdani si sia rivelato meno dannoso del temuto per il partito nei collegi in bilico. Le sue scelte hanno però aggravato le divisioni interne, soprattutto tra i moderati che temono che il suo marchio di sinistra radicale finisca per danneggiare l'intero partito. Hakeem Jeffries, leader della minoranza democratica alla Camera e anche lui newyorkese, ha provato a contrastare gli sfidanti sostenuti da Mamdani, appoggiando e facendo campagna per i deputati in carica.

Jeffries e Mamdani hanno scelto di scontrarsi solo nelle primarie, evitando litigi pubblici che alimenterebbero il racconto repubblicano di un Partito democratico allo sbando. "I democratici devono capire come gridare nelle aree in cui siamo d'accordo e sussurrare in quelle in cui divergiamo", ha detto Antjuan Seawright, stratega democratico che collabora con i deputati del partito. Gli alleati di Jeffries riconoscono che Mamdani ha rimotivato gli elettori democratici e preferiscono che resti concentrato sul governo di New York piuttosto che girare il Paese.

I repubblicani puntano invece a dare visibilità a Mamdani a prescindere dalle preferenze dei democratici di Washington. I loro operatori hanno cercato di collegarlo ai candidati democratici alla Camera nei collegi in bilico di California, Colorado e Wisconsin, e ritengono che la sua figura peserà anche nelle corse decisive a New York e nel New Jersey. La scommessa è che i democratici più esposti non possano prendere troppo nettamente le distanze da lui senza inimicarsi gli elettori progressisti.

"Il marchio socialista di Zohran Mamdani è tossico quanto può esserlo", ha detto Mike Marinella, portavoce del comitato che finanzia le campagne dei repubblicani alla Camera, definendolo lo spauracchio ideale da usare contro i democratici in un momento in cui, a suo dire, il partito è senza un leader e senza un messaggio. Shakir, il consigliere di Sanders, ha invitato i repubblicani a provarci: Sanders cita Mamdani in quasi ogni discorso nei suoi comizi in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo anno, e "la folla impazzisce".

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Oggi, nella Giornata Mondiale del Rifugiato, ricordiamo che proteggere chi fugge da guerre e persecuzioni non è una concessione, ma un dovere.

Italia e Unione Europea devono superare la propaganda e la retorica dell’emergenza permanente, costruendo un sistema comune fondato sul diritto d’asilo, su vie legali e sicure e sull’integrazione.

Scuola, lavoro, casa e partecipazione possono trasformare l’accoglienza in autonomia e rafforzare la coesione sociale, la sicurezza collettiva e la crescita. Ma serve la volontà politica di farlo.

#GiornataMondialeDelRifugiato #DirittoDAsilo #DirittiUmani #Accoglienza #Integrazione #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Vance dice che Trump ha uno dei quozienti intellettivi più alti tra tutti i presidenti americani


Il vicepresidente si dice "imbarazzato" per aver dubitato in passato dell'intelligenza del presidente, che nel 2016 aveva definito un possibile "Hitler d'America".

Il vicepresidente JD Vance ha detto che il presidente Donald Trump ha uno dei quozienti intellettivi più alti, se non il più alto, tra tutti i presidenti della storia americana.

Vance ha fatto questa affermazione durante un'intervista al podcast The Diary of A CEO, nella quale si è detto "imbarazzato" ripensando al 2016, quando non credeva che Trump fosse una persona intelligente e arrivò a definirlo un possibile "Hitler d'America". "Lo ricordo bene, era il 2016, e con il senno di poi è tutto così stupido", ha detto a proposito di quel suo vecchio giudizio. "La gente diceva che era stupido, o che non era molto sveglio".

Il vicepresidente ha poi elogiato senza riserve le capacità del presidente. "È super intelligente, legge molto, capisce le persone a livello istintivo meglio di chiunque altro io abbia mai conosciuto, ma è anche, in termini di puro quoziente intellettivo, una persona molto intelligente", ha aggiunto.

La sua affermazione più netta è arrivata subito dopo. "Se sottoponessi Donald Trump a un test del quoziente intellettivo insieme agli altri 45, 46 presidenti che gli Stati Uniti hanno avuto, garantisco che sarebbe vicino alla cima o in cima", ha detto. "Tutti i media americani nel 2016 avevano convinto almeno me che non fosse una persona intelligente". I test del quoziente intellettivo misurano la capacità di ragionare, risolvere problemi ed elaborare rapidamente le informazioni.

Se fosse vero, un risultato del genere collocherebbe Trump, che ha 80 anni e una laurea in economia all'Università della Pennsylvania, accanto ad alcune delle figure più intelligenti della storia americana. Tra queste c'è John Quincy Adams, che gli storici considerano il presidente più intelligente di sempre: parlava sette lingue e gli viene attribuito un quoziente intellettivo stimato di 175. C'è anche Thomas Jefferson, autore della Dichiarazione di Indipendenza e lettore così appassionato da possedere oltre 6.000 volumi nella sua biblioteca personale, che poi vendette alla Biblioteca del Congresso dopo che gli inglesi avevano dato alle fiamme la collezione nazionale originale nel 1814.

Trump, però, ha avuto diversi episodi che hanno messo in dubbio la sua intelligenza. Nel 2020, durante una conferenza stampa sul Covid-19, chiese se si potessero iniettare nel corpo disinfettanti come la candeggina per curare il virus. Quest'anno si è vantato di aver ottenuto un "perfetto 30 su 30" in un test cognitivo, che in realtà era uno screening per la demenza. Nel 2019 sostenne che le pale eoliche provocassero in qualche modo il cancro.

L'intervista fa parte del giro promozionale che Vance sta dedicando in questi giorni al suo nuovo libro di memorie, Communion: Finding My Way Back to Faith, già stroncato da recensioni durissime, tra cui quelle del conservatore Wall Street Journal e di The Cut, particolarmente critica nel raccontare la sua vita familiare e la sua conversione al cattolicesimo intorno ai 35 anni.

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Bernie Sanders vuole metà delle aziende di intelligenza artificiale


Il senatore del Vermont propone un fondo sovrano da quasi 7 mila miliardi di dollari, finanziato con le azioni delle aziende AI, per pagare oltre 1.000 dollari l'anno a ogni cittadino

Bernie Sanders, senatore indipendente del Vermont, ha presentato una proposta di legge per trasferire al pubblico americano una quota delle maggiori aziende di intelligenza artificiale del paese, mentre queste corrono verso valutazioni da mille miliardi di dollari. Il testo, mostrato per primo all'agenzia di stampa Associated Press, prevede una tassa una tantum del 50% sulle azioni di queste società.

La tassa finanzierebbe un fondo sovrano, simile a quelli usati da molti paesi e da alcuni Stati americani, che secondo le stime di Sanders varrebbe circa 7 mila miliardi di dollari. Un fondo sovrano è un veicolo pubblico che investe e gestisce ricchezza per conto dello Stato. Genererebbe centinaia di miliardi all'anno, da destinare a pagamenti diretti ai cittadini e a programmi per sanità, istruzione e casa.

A differenza di una tassa tradizionale, le aziende dovrebbero versare azioni invece di contanti, rendendo di fatto il pubblico americano un grande azionista delle principali società del settore. La tassa si applicherebbe alle imprese che raggiungono 200 milioni di dollari di vendite annue legate all'intelligenza artificiale, comprese quelle che dovessero superare quella soglia in futuro.

Una commissione indipendente di sette persone, nominata dal presidente e confermata dal Senato, gestirebbe il fondo. Userebbe le azioni con diritto di voto per bloccare le decisioni dannose per i cittadini e spingere politiche a loro favore, secondo il riassunto del testo.

Sanders propone un dividendo annuo del 5%, che si tradurrebbe in pagamenti diretti di oltre 1.000 dollari a ogni americano. Se le aziende crescessero, i guadagni andrebbero a beni pubblici come istruzione, casa e sanità. Il senatore sostiene che i contribuenti non subirebbero perdite nel caso in cui le valutazioni delle aziende calassero. "Non perderemo soldi, anche se la bolla scoppia", ha detto.

"I benefici non possono andare semplicemente a una manciata di aziende ricche. Saranno condivisi dal popolo americano", ha dichiarato Sanders in un'intervista mercoledì. "Il pubblico deve avere un posto importante al tavolo per assicurarsi che non accadano cose terribili alle persone comuni e che l'intelligenza artificiale le aiuti, invece di danneggiarle".

L'idea di dare ai cittadini una quota nell'intelligenza artificiale ha raccolto interesse da figure distanti tra loro come il presidente Donald Trump e l'amministratore delegato di OpenAI Sam Altman. La proposta di Sanders però va molto oltre: chiede la proprietà pubblica della metà delle maggiori aziende del settore e un'influenza diretta sulle loro decisioni.

Trump, che ha firmato un ordine per far verificare volontariamente al governo i nuovi modelli di intelligenza artificiale, ha parlato della possibilità che lo Stato detenga una quota nelle aziende del settore. "C'è qualcosa di molto interessante, diventa quasi una partnership con il pubblico americano", ha detto. OpenAI ad aprile ha proposto di creare un fondo pubblico che dia a ogni cittadino una quota nella crescita economica trainata dall'intelligenza artificiale.

Anthropic, una delle principali concorrenti di OpenAI valutata di recente 965 miliardi di dollari, si è mostrata aperta a idee simili. Il suo amministratore delegato Dario Amodei ha scritto che un reddito di base universale potrebbe essere finanziato con tasse sulle aziende rilevanti. Mercoledì Trump ha partecipato a una sessione dedicata all'intelligenza artificiale al vertice del G7 in Francia con i principali leader del settore, tra cui Altman e Amodei.

La spinta di Sanders resta molto più aggressiva di queste aperture. Nel suo incontro con Altman, i due sono rimasti distanti sulla dimensione della quota che andrebbe al pubblico, secondo le persone presenti.

"Penso che persone come Sam Altman e Trump, che possono essere sensibili a questa idea, stiano dicendo: stiamo facendo soldi a palate, quindi facciamo i bravi e magari ci compriamo il consenso del pubblico restituendo il 5% dei profitti al governo", ha detto Sanders. "Non è di questo che parliamo. Parliamo di due cose molto diverse".

Il tour "Fighting Oligarchy" di Sanders ha attirato folle numerose in tutto il paese l'anno scorso, con la partecipazione di esponenti di primo piano come la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, democratica di New York. Alla domanda se intende portare in campagna elettorale il tema della proprietà dell'intelligenza artificiale e delle disuguaglianze, Sanders ha risposto di sì.

Altri candidati usano lo stesso messaggio in vista delle elezioni di metà mandato, intercettando l'ansia degli elettori verso la tecnologia. La candidata democratica al Senato in Michigan Mallory McMorrow ha presentato un piano per proteggere i lavoratori nell'era dell'intelligenza artificiale, mentre il candidato democratico alla Camera a New York Alex Bores ha fatto della regolamentazione del settore un tema della sua campagna.

I progetti di data center in tutto il paese hanno suscitato l'opposizione dei residenti, preoccupati per la domanda di elettricità, il consumo d'acqua e l'impatto ambientale. Alcuni Stati un tempo desiderosi di attirare queste strutture, tra cui Ohio e Virginia, hanno iniziato a riconsiderare gli incentivi fiscali.

Circa il 70% degli studenti universitari considera l'intelligenza artificiale una minaccia per le proprie prospettive di lavoro, secondo un sondaggio del 2025 dell'Institute of Politics della Harvard Kennedy School. "I lavoratori saranno cacciati dai loro posti di lavoro mentre i miliardari e i multimiliardari diventeranno ancora più ricchi", ha detto Sanders. "Gli americani ne sono consapevoli e non vogliono che accada".

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Nuovo attacco di Trump a Meloni: "vuole essere mia amica per migliorare nei sondaggi"


Il presidente americano torna a attaccare la premier sui social: la accusa di aver negato le piste italiane durante la guerra contro l'Iran e di cercarlo ora solo per convenienza politica. Torna a salire la tensione tra Roma e Washington.
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Donald Trump non chiude la lite con Giorgia Meloni, anzi la rilancia. In un nuovo messaggio su Truth Social il presidente degli Stati Uniti torna ad attaccare la presidente del Consiglio italiana (sbagliando anche il suo nome, "Gigiorgia"), accusandola di averlo cercato per una foto durante il vertice G7 e di volere ora ricucire il rapporto soltanto per risalire nei sondaggi. "Vuole essere di nuovo amica per far salire i suoi numeri nei sondaggi. No, grazie", scrive, firmandosi "President DJT".

Nel suo post Trump sostiene che Meloni gli abbia chiesto "più e più volte" una foto insieme al G7 e collega il suo calo di popolarità in Italia alla scelta di non aver assecondato Washington sull'Iran. Secondo il presidente, la presidente del Consiglio avrebbe negato agli Stati Uniti l'uso delle piste e degli aeroporti italiani durante l'offensiva, definendo quel rifiuto "un grande disagio logistico".

Trump ricorda poi che gli Stati Uniti spendono "centinaia di miliardi di dollari l'anno" per proteggere l'Italia e gli altri alleati della NATO, che mette tra virgolette come "cosiddetti" alleati. La chiusura è netta: dopo aver "sconfitto militarmente l'Iran", afferma, ora la premier "vuole tornare amica" solo per interesse.

Il nuovo post arriva al culmine di uno scontro che va avanti da ieri, quando Trump ha raccontato in un'intervista telefonica a La7, nel programma L'Aria che tira, che Meloni lo aveva "implorato" di fare una foto con lei al G7 e che lui aveva accettato solo perché gli "faceva pena". La premier aveva replicato con un video sui social: "Sono allibita. Io e l'Italia non imploriamo mai", aggiungendo che si trattava di "dichiarazioni totalmente inventate".

Trump aveva poi ribadito le accuse in una telefonata con la NBC News:

"È vero. Lei non c'è stata per noi. Era una mia grande fan, ma non la voglio più come fan perché non c'è stata, insieme al gruppo dei Paesi NATO, sulla questione dello Stretto".


Il nodo resta il mancato sostegno militare. Roma ha negato agli Stati Uniti l'uso della base di Sigonella, in Sicilia, per le operazioni legate al conflitto, una scelta letta come la volontà del governo italiano di tenersi fuori da un coinvolgimento diretto. La frattura è riesplosa ad aprile, quando Meloni aveva difeso Papa Leone XIV dopo gli attacchi di Trump al Pontefice e aveva definito "inaccettabili" le parole del presidente. Da lì lo scambio di attacchi non si è più fermato.

Lo scontro ha già prodotto conseguenze diplomatiche. Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annullato la visita negli Stati Uniti prevista per il 21 e 22 giugno: "Le parole gravi e offensive del Presidente Trump verso il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni offendono tutta l'Italia", ha scritto. Anche il vicepremier Matteo Salvini si è schierato: "Chi attacca Giorgia Meloni attacca tutti noi". Più duro il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, secondo cui Trump "sta distruggendo i rapporti storici" tra Stati Uniti ed Europa.

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🇪🇺 Last weekend, members of Volt Luxembourg joined hundreds of fellow Volters at the @VoltEuropa General Assembly in Bratislava.
A highlight was marching together across the Danube, celebrating a stronger, more united Europe. We also exchanged ideas on defense, AI, climate action and European sovereignty, and elected the new Volt Europa Board.
We returned inspired and motivated to keep building a better Europe together. 💜
#VoltEuropa #VoltLuxembourg

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Trump chiede all'Europa 350 miliardi per gli aiuti all'Ucraina, ma i conti non tornano


Il presidente americano sostiene che gli alleati europei della NATO debbano rimborsare anche le spese sostenute da Washington sotto Biden. La cifra, però sembra totalmente inventata e non trova riscontro nei dati ufficiali.

Donald Trump vuole che i Paesi europei restituiscano agli Stati Uniti 350 miliardi di dollari. Secondo il presidente americano, sarebbe questa infatti la somma spesa da Washington per gli aiuti militari all'Ucraina durante l'Amministrazione di Joe Biden. Trump ha rilanciato la richiesta parlando dalla base militare di Andrews, dove ha raccontato di aver ricordato ai leader europei quanto, a suo dire, avrebbero ricevuto dagli Stati Uniti. "Vi abbiamo dato, pensateci, 350 miliardi di dollari, aerei, armi di ogni tipo e molto altro", ha detto.

Una cifra smentita dai dati ufficiali


È la stessa cifra che Trump ripete da mesi, ma i conti ufficiali raccontano un'altra storia. Secondo le verifiche di diverse testate indipendenti, dall'invasione russa del 2022 il Congresso americano ha stanziato per l'Ucraina circa 174-183 miliardi di dollari: molto meno dei 350 miliardi rivendicati dal presidente. Trump sostiene inoltre che Biden non abbia mai chiesto agli alleati europei di contribuire, anche se, secondo lui, avrebbe dovuto farlo. "Bastava dire agli europei: pagateci e basta", ha affermato. E quando avrebbe chiesto perché non avessero versato nulla, gli avrebbero risposto: "Nessuno ce l'ha chiesto".

La smentita di Zelensky


Non è la prima volta che Trump solleva la questione. Già nel febbraio 2025 aveva denunciato la mancanza di una rendicontazione adeguata sugli aiuti a Kyiv, stimando il contributo statunitense in oltre 300 miliardi di dollari. All'epoca Volodymyr Zelensky aveva respinto quella ricostruzione. Il presidente ucraino aveva calcolato il costo complessivo della guerra per il suo Paese in circa 320 miliardi di dollari: 120 miliardi finanziati internamente e 200 coperti dal sostegno di Stati Uniti e alleati europei. Secondo Kyiv, gli aiuti militari americani ammontavano a 67 miliardi, a cui si aggiungevano 31,5 miliardi di sostegno finanziario diretto: cifre lontanissime dai 350 miliardi rivendicati oggi da Trump.

Nel frattempo, però la linea di Washington è cambiata. Nel novembre 2025 la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha annunciato la fine del finanziamento americano diretto alla guerra. Gli Stati Uniti, tuttavia, continuano a vendere armi ai Paesi della NATO, che poi le trasferiscono a Kyiv attraverso il programma PURL: in questo schema sono gli europei ad acquistare gli armamenti direttamente dai produttori americani e a pagarne il conto.

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European Commission Rejects Legislative Action on “Stop Destroying Videogames” Initiative


@politics
europeanpirates.eu/5159-2/

On 16th June, 2026, the European Commission has responded to the European Citizens’ Initiative (ECI) “Stop Destroying Videogames” by deciding not to propose…

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European Commission Rejects Legislative Action on “Stop Destroying Videogames” Initiative


On 16th June, 2026, the European Commission has responded to the European Citizens’ Initiative (ECI) “Stop Destroying Videogames” by deciding not to propose a law requiring publishers to keep video games playable after they stop supporting them.

While we welcome the Commission’s recognition that the issue deserves further attention, we believe that this response falls short of addressing the concerns raised by more than 1.29 million Europeans. As supporters of the Stop Killing Games movement, we remain convinced that consumers should not lose access to digital products they have purchased simply because a publisher decides to discontinue support for them. Consumers deserve stronger protections than those offered by a purely voluntary approach, including reasonable end-of-life measures that would allow games to remain functional after official services are terminated.

Rather than proposing legislation to address the concerns raised by the initiative, the Commission announced two follow-up measures.

First, it will initiate discussions with representatives of the video game industry and consumer organizations to develop a voluntary industry code of conduct on the management of video games at the end of their commercial life.

Second, it will work with consumer organizations and national authorities to raise awareness of existing consumer protections under EU law. The Commission also indicated that it will assess the implementation of the Directive on Digital Content and Digital Services later this year, noting that effective enforcement of current consumer rights could encourage providers to offer games with longer lifespans and better meet consumer expectations.

The Commission’s decision follows months of public debate, a formal hearing in the European Parliament, meetings between campaign organizers and Commission officials, and growing support for the campaign from Members of the European Parliament across multiple political groups.

The European Commission’s decision affects more than just the gaming industry. It has sparked a wider debate about digital ownership, consumer rights, preservation, and the extent of companies’ control over taking back products after they are sold.

It has become abundantly clear that as digital marketplaces grow rapidly, consumers need much stronger protections when buying products that rely on company-run systems than those currently in place.

While the Commission has chosen not to pursue legislation at this stage, the concerns raised by the Stop Killing Games movement remain unresolved. We will therefore continue to pursue other avenues to secure meaningful protections for consumers. With the Digital Fairness Act set to be debated in the European Parliament after the summer, the upcoming legislative process will provide an important opportunity to address the issues highlighted by more than 1.29 million Europeans and advance solutions that ensure consumers retain rights over the digital products they purchase.


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Trump svela il nuovo Air Force One regalato dal Qatar, "l'aereo più lussuoso del mondo"


Il Boeing 747-8 da 400 milioni di dollari, dono del governo qatariota, sostituirà il vecchio jet presidenziale. Resta aperto il nodo etico sul regalo da una potenza straniera.

Il presidente Donald Trump ha mostrato per la prima volta venerdì 19 giugno il Boeing 747-8 che diventerà il nuovo Air Force One, l'aereo presidenziale americano, un velivolo da 400 milioni di dollari ricevuto in regalo l'anno scorso dal governo del Qatar.

Trump è sceso dalla scaletta del jet all'interno di un hangar della base militare di Joint Base Andrews, alle porte di Washington, che da decenni funge da aeroporto presidenziale. "Non ce ne sarà mai uno così. È molto particolare. È considerato l'aereo più lussuoso del mondo", ha detto davanti a una platea di militari. "Quando è stato costruito, è stato costruito a un livello che probabilmente non si vedrà mai più".

L'aereo ha una nuova livrea rossa, bianca, oro e blu navy, al posto delle due tonalità di azzurro più chiaro degli Air Force One storici. Trump ha detto che l'hangar in cui parlava è stato costruito apposta per ospitare il jet, molto più grande del precedente, e che il velivolo aprirà un grande sorvolo di Washington il 4 luglio, giorno del 250° anniversario degli Stati Uniti.

NEW AIR FORCE ONE! ✈️🇺🇸 pic.twitter.com/8DcY6ZErsy
— The White House (@WhiteHouse) June 19, 2026


L'aeronautica militare americana ha annunciato in un comunicato che l'aereo inizierà presto i "voli di messa in servizio", una sorta di "esame finale" prima di poter trasportare il presidente. Ha spiegato di aver dato priorità all'operatività rispetto all'estetica, lasciando "l'allestimento interno pressoché invariato": le rifiniture di lusso, le poltrone in pelle e i pannelli in legno lucido dovrebbero quindi restare al loro posto.

Per preparare piloti e tecnici al nuovo modello, l'anno scorso l'aeronautica ha preso in leasing un 747-8 e ne ha acquistato un altro che era stato in servizio per Lufthansa. I contribuenti hanno pagato anche per "un modello tridimensionale completo degli interni", usato per l'addestramento prima dell'arrivo dell'aereo qatariota.

Il nuovo velivolo sostituisce il 747-200 di grado militare, la cui sigla è VC-25A, che ha servito i presidenti per oltre trent'anni. Trump è tornato dall'Europa giovedì mattina proprio sul vecchio jet, a cui lo staff della Casa Bianca ha dedicato messaggi di addio sui social. Il primo presidente a volare su quell'aereo fu George H.W. Bush nel 1990: da allora ha effettuato 223 viaggi internazionali in 96 paesi, per un totale di 6 milioni di miglia.

Il regalo ha sollevato importanti interrogativi etici e costituzionali, in particolare sui limiti ai doni che un presidente può ricevere da una potenza straniera, oltre a dubbi sulla sicurezza legati all'uso di un aereo appartenuto a un governo estero per una funzione delicata come il trasporto del presidente.

Gli aerei adattati a Air Force One sono dotati di sistemi di difesa avanzati, in grado di disturbare i radar nemici e i sistemi di puntamento a infrarossi. Sono equipaggiati anche con dispositivi che disperdono frammenti metallici per ingannare i missili guidati dai radar e con esche termiche per accecare quelli a guida infrarossa.

Trump ha respinto le critiche secondo cui accettare un aereo in dono da un governo straniero crea un conflitto di interessi o un rischio per la sicurezza. "Perché i nostri militari, e quindi i nostri contribuenti, dovrebbero essere costretti a pagare centinaia di milioni di dollari quando possono averlo gratis da un paese che vuole premiarci per un lavoro ben fatto", aveva scritto l'anno scorso su Truth Social, il suo social network. "Solo uno sciocco non accetterebbe questo regalo a nome del nostro Paese".

Il governo americano ha ordinato a Boeing due nuovi 747, le cui sigle saranno VC-25B, ma il programma ha accumulato ritardi e costi superiori al previsto: gli aerei erano attesi per il 2024 e ora arriveranno a metà 2028. Il jet qatariota servirà da soluzione temporanea fino ad allora, per alleggerire la flotta ormai datata.

Un Boeing 747-8 nuovo vale circa 400 milioni di dollari e anche l'adattamento per la flotta presidenziale costerà centinaia di milioni: il segretario dell'aeronautica ha detto a una commissione della Camera che la spesa sarà "probabilmente meno di 400 milioni". Trump insegue da tempo l'idea di sostituire l'aereo presidenziale, tanto da tenere un modellino con i nuovi colori sul tavolino dello Studio Ovale.

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General Assembly Today on Jitsi, 13:00 UTC registration, 14:00 UTC start


The PPI General Assembly will take place today, June 20th, entirely online. We hope that many of you can attend.

The meeting will take place on Jitsi: jitsi.pirati.cz/PPI-Board

Join the GA on Jitsi


In case we have problems with Jitsi, we will use the following BBB room as a backup: bbb.piratensommer.de/b/gre-cnw…

Backup BBB Room

The GA discussion space remains available on Discourse: ga.pp-international.net

Visit the PPI GA Discourse


We look forward to seeing you there.


pp-international.net/2026/06/g…

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🦩 Vjosa-Narta non è un terreno da mettere a profitto, ma uno degli ultimi ecosistemi costieri intatti del Mediterraneo.
Il governo Rama lo sta sacrificando a un resort legato a Jared Kushner e Ivanka Trump: secondo BirdLife, i lavori sono iniziati senza valutazione d’impatto, consultazione pubblica o permessi validi.
Migliaia protestano.
@annastrolenberg, europarlamentare di Volt, ha portato la loro voce al Parlamento europeo: l’Albania deve fermare i nuovi progetti nelle aree protette!

#VjosaNarta #FlamingoRevolution #Albania #TutelaAmbientale #ParlamentoEuropeo #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Trump scommette che all'Iran interessino più i soldi del potere


Secondo il settimanale britannico l'accordo che chiude la guerra è solo promesse di denaro: petrolio di nuovo esportabile, sanzioni rimosse e un fondo da 300 miliardi per Teheran.

Dopo aver fallito nel tentativo di sconfiggere l'Iran con le bombe, il presidente Donald Trump punta ora sui soldi. È la lettura dell'Economist, secondo cui l'accordo che ha chiuso la guerra è "tutto carota e nessun bastone": la promessa di moltissimo denaro a Teheran, a patto che convinca Trump di aver abbandonato ogni piano per costruire un'arma nucleare. Per il settimanale britannico è una scommessa enorme e improbabile.

L'intesa, scrive l'Economist, rinuncia a molti degli obiettivi di guerra di Trump. Non ci sarà alcun cambio di regime, nessun aiuto alla popolazione oppressa dell'Iran, nessun limite ai missili balistici di Teheran né al suo sostegno alle milizie alleate nella regione. L'accordo si concentra invece su due punti.

Il primo è la riapertura dello Stretto di Hormuz, il passaggio dove, secondo il settimanale, emergono "la follia" della guerra di Trump e l'umiliazione della sua marcia indietro. Prima dei combattimenti le navi avevano libero transito; dopo i 60 giorni previsti dall'accordo potrebbero dover pagare un pedaggio.

Il secondo punto è il programma nucleare, sul quale il regime non ha quasi concesso nulla. La promessa di non dotarsi di una bomba è vecchia. L'Iran diluirà le sue scorte di uranio arricchito e discuterà il resto del programma, ma le questioni sono complesse e, scrive l'Economist, Teheran è abilissima a tirare le cose per le lunghe.

L'Iran può esportare da subito petrolio e prodotti derivati. A seconda dei progressi dei negoziati, gli Stati Uniti sbloccheranno beni per decine di miliardi di dollari, toglieranno le sanzioni e contribuiranno a creare un fondo di almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo. Trump è stanco della guerra e, se le truppe americane se ne andranno entro 30 giorni come previsto, la sua capacità di usare la forza sarà limitata.

Il regime ha così un'occasione senza precedenti per scambiare le armi nucleari con denaro e investimenti. A differenza dei presidenti che lo hanno preceduto, scrive l'Economist, Trump non si cura della democrazia. Avendo già trasformato lo stretto in un'arma, l'Iran potrebbe vedere meno utilità nelle bombe atomiche. Il regime, impopolare in patria, avrebbe bisogno di quei soldi.

Ci sono però molte ragioni per cui questa scommessa può fallire, scrive l'Economist. I leader della linea dura iraniana non hanno motivo di fidarsi dell'America e si aspettano che Israele provi a far saltare l'accordo. L'influenza regionale a cui aspirano nasce proprio dall'essere il nemico del "Grande Satana", il nome con cui l'Iran indica gli Stati Uniti, e il programma nucleare offre prestigio e, forse, protezione. Gli ispettori faranno fatica a impedire gli imbrogli e i dirigenti iraniani saranno tentati di prendere i soldi senza rinunciare davvero alla bomba.

Per Israele, che aveva sostenuto questa guerra, il risultato è una delusione amara. Aveva combattuto fianco a fianco con gli americani, ma Trump lo ha poi escluso dai negoziati e ha indebolito la sua campagna contro Hezbollah, il movimento sciita libanese. Questo, secondo l'Economist, potrebbe costare al primo ministro Benjamin Netanyahu la rielezione di ottobre. La guerra è stata un fallimento strategico, perché l'Iran resta una minaccia: Netanyahu ha messo alla prova fin dove l'America fosse disposta a spingersi, e non è bastato per far prevalere Israele. Chiunque gli succederà dovrà mettere a punto una nuova dottrina di sicurezza.

I Paesi del Golfo, secondo l'analisi, devono ricostruirsi la reputazione di oasi di prosperità in un vicinato violento, ma i droni e i missili iraniani continueranno a essere una minaccia. Gli oleodotti che aggirano lo Stretto di Hormuz aiuteranno, però il Golfo dovrà anche rivedere la propria sicurezza, perché nessuno può sapere con quanta disponibilità l'America sarà disposta a combattere in futuro. Alcuni Stati cercheranno modi per scoraggiare l'Iran: gli Emirati Arabi Uniti potrebbero puntare a legami ancora più stretti con Israele. Altri proveranno ad accomodarsi con Teheran, altri ancora a tenere una via di mezzo.

Trump, conclude l'Economist, non avrebbe mai dovuto iniziare questa guerra. Ancora una volta basa la sua via d'uscita sull'idea che le persone siano disposte a tutto per i soldi. Ma la prima regola della diplomazia, ricorda il settimanale, è non immaginare che l'avversario ragioni come noi.

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"Noch hat der Bundestag Gesichtersuche und Datenanalyse für Bundesbehörden nicht verabschiedet. Noch sind in Berlin die KI-Kameras nicht installiert. Noch kann die Linke die Überwachungspläne in Thüringen aufhalten." Ein Rückblick auf die Woche über Hoffnung und Protest:

netzpolitik.org/2026/kw-25-die…

in reply to netzpolitik.org

Bärbel Bohley, DDR Bürgerrechtlerin in den 1990er Jahren:

Alle diese Untersuchungen“, sagte sie, „die gründliche Erforschung der Stasi-Strukturen, der Methoden, mit denen sie gearbeitet haben und immer noch arbeiten, all das wird in die falschen Hände geraten. Man wird diese Strukturen genauestens untersuchen – um sie dann zu übernehmen. Man wird sie ein wenig adaptieren, damit sie zu einer freien westlichen Gesellschaft passen."

Weit weg davon sind wir nicht mehr.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)
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Memes und AI-Slop prägen die zweite Amtszeit von US-Präsident Donald Trump. Der Kunsthistoriker Wolfgang Ullrich sieht darin eine neue illiberale Regierungsform begründet – die „Memokratie“. Ein Interview über autoritäre Bildpolitik, das emanzipatorische Potenzial von Memes und ihre politische Zukunft.

netzpolitik.org/2026/memes-wer…

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Lo scontro tra Trump e Meloni visto dai giornali americani


I principali quotidiani statunitensi leggono la rottura con la presidente del Consiglio come il segnale del crollo dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa
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Lo scontro tra il presidente Donald Trump e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni non si è chiuso con la telefonata a La7 in cui il presidente americano aveva detto che la premier lo aveva "implorato" per una foto al G7 e che gli "aveva fatto pena". La vicenda ha superato i confini italiani e i principali giornali degli Stati Uniti l'hanno messa in prima pagina, raccontandola come il segno della rottura tra Washington e l'Europa.

Il Wall Street Journal scrive che la pace tra il presidente e gli alleati europei è durata poco e che la tregua tra Stati Uniti ed Europa è già crollata. Il quotidiano ricorda che Meloni era stata una delle politiche più vicine a Trump nel continente e che adesso lo accusa di trattare gli avversari dell'America meglio dei suoi alleati.

Meloni ha replicato con un video sui social definendo le parole del presidente "completamente inventate" e aggiungendo che "io e l'Italia non imploriamo mai". Lo strappo ha avuto conseguenze diplomatiche immediate. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annullato la missione a Miami, dove avrebbe dovuto incontrare il segretario di Stato Marco Rubio a un forum economico tra Italia e Stati Uniti, evento poi cancellato. I ministri italiani diserteranno anche il ricevimento per il 4 luglio organizzato dall'ambasciata americana a Roma.

In un'intervista alla NBC, una delle principali reti televisive americane, il presidente ha rincarato la dose dicendo di non volere Meloni come sua "fan", perché non era stata al fianco degli Stati Uniti, "insieme al gruppo NATO", sulla questione dello Stretto di Hormuz, un riferimento al mancato sostegno italiano durante la guerra contro l'Iran.

Il Washington Post ricorda che in Europa Meloni era stata soprannominata la "Trump whisperer", la sussurratrice di Trump, per la capacità di dialogare con il presidente americano quando gli altri leader europei non ci riuscivano. I due avevano costruito un rapporto stretto tra Mar-a-Lago e la Casa Bianca e Meloni era stata l'unica leader europea presente alla cerimonia di insediamento del secondo mandato del presidente.

Il punto di rottura è stata la guerra contro l'Iran. Come molti leader europei, Meloni aveva preso le distanze da Trump dopo l'attacco americano, impopolare in Europa per i danni economici e l'aumento dei prezzi del carburante seguiti alla chiusura dello Stretto di Hormuz. L'Italia aveva negato agli aerei militari americani l'uso della base di Sigonella, in Sicilia, e Meloni aveva descritto la guerra come fuori dal diritto internazionale.

Le tensioni erano esplose ad aprile, quando Trump aveva attaccato Papa Leone XIV per la sua opposizione alla guerra contro l'Iran. Meloni aveva definito quelle parole "inaccettabili" e il presidente aveva risposto criticando lei e l'Italia per non aver sostenuto a sufficienza gli Stati Uniti nel conflitto.

Il New York Times scrive che il rapporto, già traballante, sembra essere "caduto da un precipizio". Secondo i giornali americani lo scontro lascia il presidente con pochi alleati in Europa, soprattutto dopo la sconfitta elettorale del primo ministro ungherese Viktor Orban ad aprile. Per mesi Trump aveva attaccato altri leader europei come il britannico Keir Starmer e il francese Emmanuel Macron, mentre Meloni era rimasta un'eccezione.

Trump ha spesso descritto rivali e interlocutori come supplicanti che lo "implorano". Aveva detto che l'ex candidato repubblicano alla presidenza Mitt Romney lo aveva "implorato" per diventare segretario di Stato e che il governatore della Florida Ron DeSantis lo aveva "implorato" per ottenere il suo appoggio. Nelle trattative sui dazi aveva descritto i governi stranieri come pronti a supplicarlo, "la prego, signore, facciamo un accordo".

La solidarietà a Meloni è arrivata più dagli avversari di Trump che dai suoi alleati. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez le ha offerto "piena solidarietà" e il ministro della Difesa belga Theo Francken ha scritto che la Casa Bianca dovrebbe lasciarla in pace.

Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari ha detto che con le sue uscite il presidente sta rovinando i rapporti storici tra Stati Uniti ed Europa, danneggiando "non solo l'Europa ma soprattutto gli Stati Uniti". Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha detto di non riuscire a immaginare Meloni chiedere una foto a qualcuno "neanche sotto minaccia".

Uscendo dal Consiglio europeo a Bruxelles, Meloni ha detto di essere preoccupata e di non credere che la vicenda sia finita. Lo scontro ha portato i rapporti tra Roma e Washington al punto più basso degli ultimi anni.


Trump dice che Meloni gli "ha fatto pena"


Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni gli ha fatto pena e lo avrebbe "implorato" di fare una foto con lui durante il G7. Lo ha raccontato in una telefonata alla trasmissione di La7 "L'aria che tira", commentando a modo suo l'incontro con la premier italiana al vertice di Evian-les-Bains, in Francia, dove i capi di stato e di governo di sette tra le principali democrazie del mondo si sono riuniti tra il 15 e il 17 giugno.

La telefonata è stata condotta dal giornalista Daniele Compatangelo, corrispondente dalla Casa Bianca, e non è stata trasmessa nella versione originale ma in una traduzione recitata per il programma. Nei giorni scorsi era circolato un video in cui si vedono Trump e Meloni parlare seduti su un divanetto a margine del summit, e Compatangelo ha chiesto al presidente cosa si fossero detti.

Trump ha risposto con tono risentito verso Meloni: "Probabilmente è contenta che io le abbia parlato, non ero obbligato a parlarle". Non ha riferito il contenuto del colloquio, ma solo che la premier lo avrebbe "implorato di fare una foto con lei. Voleva una foto con me così tanto. L'avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena".

Nel corso della telefonata Trump ha anche detto di non essere coinvolto nella questione dell'adesione dell'Ucraina all'Unione Europea e ha ribadito di volere "soltanto la pace". Ha poi attaccato l'Europa su immigrazione ed energia: "Gli europei hanno sbagliato tutto sull'energia e hanno sbagliato tutto sull'immigrazione". Ha definito l'immigrazione "un disastro" e ha criticato le pale eoliche, a suo dire "un fallimento", avvertendo che se l'Europa non risolve questi problemi "non sarà mai più la stessa".

Meloni, nella conferenza stampa di chiusura del G7, aveva descritto il suo rapporto con Trump come "immutato". "Non c'è stato tra noi neanche bisogno di parlare, non ci sono state tra noi recriminazioni", aveva detto, aggiungendo che entrambi hanno "un carattere abbastanza forte" e difendono con determinazione il proprio interesse nazionale.
Governo italiano
Le parole di Trump hanno provocato diverse reazioni nel mondo politico italiano. Carlo Calenda ha scritto su X che il presidente americano è "un mentitore seriale" e "un bullo da operetta", dicendo di non credere che Meloni abbia "implorato alcunché". Il senatore del Partito democratico Filippo Sensi ha espresso "solidarietà a Giorgia Meloni per le parole inqualificabili di Trump". Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, su Facebook, ha definito "del tutto inaccettabile" che un alleato parli così dei vertici istituzionali italiani. Nicola Fratoianni, di Alleanza Verdi e Sinistra, ha detto di non sapere se preoccuparsi più "per un Trump ormai senza freni" o "per la credibilità pari a zero di Meloni a livello internazionale".

Anche dal governo è arrivata una replica. Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ha detto che con le sue "uscite inopportune" Trump sta rovinando i rapporti storici tra Stati Uniti ed Europa, danneggiando "non solo l'Europa ma soprattutto gli Stati Uniti".


Di seguito la trascrizione completa della telefonata tra Daniele Compatangelo e il presidente Trump, nella versione tradotta diffusa dalla trasmissione.

Trump: Pronto.

Compatangelo: Buonasera, signor Presidente. Buonasera. Sono Daniele Compatangelo, corrispondente dalla Casa Bianca.

Trump: Dimmi.

Compatangelo: Ho due domande sull'Ucraina e Hezbollah, se permette. Se l'Ucraina continuasse a mostrare interesse per una futura adesione all'Unione Europea, questo potrebbe complicare i suoi sforzi per raggiungere un accordo con il presidente Putin? L'Ucraina dovrebbe rimanere neutrale? Cosa può portare alla fine di questo conflitto?

Trump: Non sono coinvolto in questa questione. Noi vogliamo soltanto la pace. Come sta il suo primo ministro? Come sta?

Compatangelo: Beh, vi siete appena incontrati al G7. Cosa ne pensa? Cosa pensa della conversazione che avete avuto seduti su quel piccolo divano?

Trump: Cosa ha detto quando mi ha incontrato?

Compatangelo: Immagino fosse felice di incontrarla e di avere un amico come lei.

Trump: Probabilmente è contenta che io le abbia parlato! Non ero obbligato a parlarle!

Compatangelo: Mi parli di quell'incontro.

Trump: Non so cosa dirle! Mi ha implorato di fare una foto con lei! Voleva una foto con me così tanto. L'avrei anche non fatta, ma mi ha fatto pena!

Compatangelo: Cosa ha suggerito a lei e agli alleati europei di fare in Ucraina? Ha già risolto otto conflitti, cosa ha suggerito loro?

Trump: Gli europei hanno sbagliato tutto sull'energia e hanno sbagliato tutto sull'immigrazione, e se non risolvono questi problemi l'Europa non sarà mai più la stessa. Probabilmente non riusciranno a risolverli. L'immigrazione è un disastro e l'energia, con tutte quelle pale eoliche che sono un fallimento, è un disastro. Parlerei ancora, ma adesso devo andare. Grazie!

Compatangelo: Grazie, signor Presidente.


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Pride and Freedom


June 19

Today is Juneteenth. June is Pride Month.

I didn’t take the opportunity to address both at once lightly, and as Captain of the United States Pirate Party, I wish to leave you with my words.

I waited until today because Juneteenth reminds us of an important lesson in freedom, echoed by Hannie Lou Hamer nearly a hundred years removed from June 19th, 1865: nobody’s free until everybody’s free.

You can say the Fourth of July is the day that best represents freedom. It is, after all, the day of the USA’s declared independence from Great Britain.

But who was free on July 4th, 1776?

If all were free on July 4th, 1776, then would the emancipation of millions of Americans from chattel slavery have been necessary?

Frederick Douglass gave his famous “What to the Slave Is the Fourth of July?” speech on July 5, 1852. In it, he called the Fourth of July “Yours, not mine.”

It stirred a fuss then, and the statement stirs a fuss now, but how could you proclaim freedom for the people of the United States of America when that freedom is limited and selective? Douglass called it for what it was.

Not his.

The Fourth of July may not have seen freedom for all, but freedom would finally be delivered in a major way on June 19, 1865. Liberation Day, the last of those enslaved were told about their freedom.

Freedom their enslavers knew was granted, and a freedom they would continue to withhold; long after the Emancipation Proclamation, and even after the surrender of the so-called “Confederate States.”

Freedom wasn’t simply granted to all, but for the formerly enslaved, it had finally been delivered in full.

But does that mean we are truly free?

Chattel slavery is the darkest of dark stains on a Republic supposedly founded on the equality of man. To claim all men are created equal, whilst on stolen land and with men in bondage, is a foul reality we must reckon with as citizens of the United States.

But one cannot deny, whether the intent of those in charge or not, that we as a society at large are freer than we were 200 years ago.

Of course, we are not entirely free. We face an ever-growing surveillance state, robbing us of our right to privacy. We have sections of this country where people of color, and Black people especially, still cannot be out after the sun goes down.

And we live in a society where, for some, living your truest reality and self can mean a death sentence.

It’s Pride Month. That’s not just something that means rainbows and celebrations of love and acceptance. It means that the fight for that love and acceptance is never ending, and that those who have worked towards freedom of equality and expression of self have an opportunity to recognize how far they’ve come.

Pride means living freely and openly and being proud of the person that you are. What consenting adults do with their time and in their personal lives are only the business of those adults.

Pride means celebrating that.

Pride exists because there’s still work to be done. Nobody’s free until everybody’s free, and on the day which we recognize freedom’s true deliverance, we recognize we are not free until free means free.

I write this post with every member of the LGBTQ community in mind. Everyone in the community within the Pirate Party. Anyone in my family in the community. Those who are apart of the community, even if not openly.

I recognize what you have done for each other by the word you use to describe yourselves: community. To stick by one another through everything that has been through in your directions. You all truly deserve this month, because freedom has yet to be delivered in full.

I reiterate: as long as someone living their most honest self, living freely and openly, means a death sentence anywhere in world, then we are not free, and pride is wholly necessary.

I also write this with our trans brothers and sisters in mind. Especially trans people of color. The compiling difficulties and uneasiness of the current administration and society at large, I reach out with a promise:

The United States Pirate Party has been a safe harbor to all, except the enemies of liberty. You can find your safety here.

Where I find my personal failure is not being able to provide proper mutual aid links in this article. I feel as though I am ill-equipped to do so without the proper input from those within the community.

In the comments below, in our Discord server, in the replies to this post (be it Facebook, Twitter or Bluesky): I ask that you share whatever resources you can provide to that assist the LGBTQ community.

If you came here hoping for that mutual aid list to be readymade, I am truly sorry to have disappointed.

However, my hope is that we can compile a list for future use. One so comprehensive that every single need and area of concern can be addressed.

That doesn’t happen without a place to start.

Thus, I am starting here.

Today is Juneteenth. June is Pride Month. It is today especially that I remember what freedom actually means. It is that freedom that is robbed from our neighbors, those that bleed like you do, which is why Pride is so necessary.

Because the fight for freedom isn’t over. Because nobody’s free until everybody’s free.


uspirates.org/pride-and-freedo…

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L'intelligence americana avverte: Netanyahu pronto a far saltare l'accordo tra Usa e Iran


Le agenzie di intelligence di Washington sostengono che il premier israeliano, sotto pressione in vista delle elezioni d'autunno, intenda proseguire la guerra in Libano contro Hezbollah, in aperto contrasto con l'intesa siglata da Trump con l'Iran, molto impopolare in Israele.

Le agenzie di intelligence statunitensi hanno avvertito senza mezzi termini la Casa Bianca che Benjamin Netanyahu intende far fallire l'accordo di pace con l'Iran. Lo riferiscono al Washington Post alcuni funzionari americani in carica ed ex funzionari. Secondo le valutazioni dell'intelligence citate dal quotidiano americano, il premier israeliano è infatti messo all'angolo da una forte pressione politica interna che lo spinge a proseguire la guerra in Libano contro Hezbollah, il gruppo alleato di Teheran.

La prosecuzione delle operazioni militari israeliane rischia però anche di violare uno dei punti centrali dell'intesa appena raggiunta da Trump con l'Iran, che prevede la fine delle ostilità in tutto il Medio Oriente, incluso il Libano. L'allarme è contenuto in diversi rapporti dell'intelligence americana, compreso un documento fatto circolare questa settimana.

Lo scontro sul Libano


Il nuovo rapporto dell'intelligence arriva in una fase di tensione crescente tra il governo Netanyahu e l'Amministrazione Trump, che ha già avvertito pubblicamente Israele di non colpire Hezbollah per non far deragliare l'accordo faticosamente raggiunto con Teheran. Ma oggi Israele ha bombardato nuovamente il Libano meridionale dopo un attacco con droni di Hezbollah in cui sono morti 4 soldati israeliani. Mentre gli scontri sono avvenuti, Stati Uniti e Iran hanno deciso di rinviare i colloqui sul futuro del programma nucleare di Teheran che avrebbero dovuto aprirsi in Svizzera. Il vicepresidente JD Vance, atteso alla guida della delegazione americana, ha annullato il viaggio.

Un'escalation israeliana in Libano minaccerebbe la tenuta della fragile intesa firmata mercoledì e rischierebbe di incrinare in maniera forse fatale il rapporto tra Netanyahu e Trump, il cui sostegno è peraltro decisivo per la sopravvivenza politica del premier israeliano. Parlando in Francia per annunciare il "memorandum d'intesa" tra Washington e Teheran, Trump ha ammesso di avere una "piccola disputa sul Libano" con Netanyahu e ha invitato il leader israeliano a non "abbattere un edificio ogni volta che ci entra qualcuno di Hezbollah".

La pressione interna su Netanyahu


Secondo il nuovo rapporto dell'intelligence, Netanyahu deve a tutti i costi dimostrare all'opinione pubblica israeliana di non essere disposto a ritirare le truppe dal Libano di fronte alle pressioni americane e anzi di essere pronto a inasprire lo scontro con Hezbollah, se non vuole perdere le elezioni generali che si terranno in autunno.

Il rapporto descrive anche la frustrazione di Israele per i termini dell'intesa, considerati troppo vincolanti per la sua capacità di difendersi da Hezbollah. I funzionari dell'Amministrazione Trump sostengono invece che l'accordo non impedisce a Israele di reagire in caso di attacco. A loro giudizio, le preoccupazioni di Netanyahu pesano meno della necessità di chiudere l'intesa con Teheran e riaprire lo Stretto di Hormuz, così da scongiurare una crisi economica globale.

In Israele, però l'opinione pubblica resta in larga parte favorevole allo smantellamento di Hezbollah, gruppo che nell'ottobre 2023 si era unito ad Hamas negli attacchi missilistici contro Israele. Decine di migliaia di israeliani evacuati dal nord del Paese hanno chiesto a Netanyahu di eliminare del tutto la minaccia del gruppo libanese, ed il premier è stato criticato dall'intero spettro politico israeliano per non esserci riuscito. Secondo un sondaggio di maggio dell'Institute of National Security Studies, il 70% degli ebrei israeliani vorrebbe intensificare la lotta contro Hezbollah, invece di un cessate il fuoco.

Il rischio di rottura con Trump


Anche senza una nuova escalation, il rifiuto di Israele di ritirare le truppe dal sud del Libano potrebbe bastare a condannare l'accordo con l'Iran al fallimento, spiega un secondo funzionario americano. "Continuare a occupare parte del Libano è una ricetta per il disastro", afferma. "Senza un ritiro completo, la ripresa delle ostilità è pressoché certa." Eppure nulla di tutto questo sembra per ora smuovere il governo israeliano. "Per ogni lacrima versata da una madre israeliana, mille madri libanesi dovrebbero piangere. Tutto il Libano dovrebbe bruciare", ha scritto oggi sui social il Ministro della Sicurezza Nazionale di estrema destra Itamar Ben Gvir.

Netanyahu rischia così una rottura pesantissima con Trump, che il 28 febbraio aveva mosso guerra all'Iran proprio su sollecitazione del leader israeliano, salvo poi impantanarsi in un conflitto costato decine di miliardi di dollari, capace di far impennare i prezzi del gas e nel quale sono morti 13 militari americani. "Bibi è in una situazione molto difficile", ammette al Washington Post Danny Citrinowicz, ex analista dell'intelligence militare israeliana e oggi ricercatore all'Institute for National Security Studies di Tel Aviv. "Vede il suo più grande rivale, il regime iraniano, rafforzato dall'Amministrazione americana, e non può farci nulla."

Trump, però, ha modi concreti per mettere Israele alle strette. Secondo l'ex ufficiale dell'esercito americano Harrison Mann, già analista alla Defense Intelligence Agency, Washington può tagliare le forniture di munizioni, il carburante per i caccia e il supporto alla loro manutenzione, così come congelare la condivisione di intelligence o ritirare i militari americani che contribuiscono a proteggere lo spazio aereo israeliano.

Strumenti pesanti, soprattutto se si considera la posta in gioco: lo Stato ebraico occupa oltre 500 km2 di territorio libanese e ha costretto più di un milione di persone a lasciare le proprie case, per creare quella che definisce una "zona di sicurezza" spopolata. Netanyahu, per ora, però non arretra neppure di un passo. "Resteremo nella zona cuscinetto in Libano per tutto il tempo necessario", ha promesso ai giornalisti a Gerusalemme, ammettendo laconicamente che su alcuni dossier le posizioni con Trump sono ormai sempre più distanti.

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Come l'Iran ha umiliato Trump con l'accordo che chiude la guerra


Per il giornalista Graeme Wood Washington esce dal conflitto con poco più di prima, mentre Teheran incassa garanzie di sicurezza e 300 miliardi di dollari di investimenti.

L'accordo che ha chiuso la guerra tra Stati Uniti e Iran è "un'umiliazione" per Washington. È la tesi del giornalista Graeme Wood in un'analisi pubblicata sull'Atlantic, secondo cui gli Stati Uniti escono dal conflitto con poco più di quanto avessero prima, mentre l'Iran ottiene garanzie di sicurezza e una grande quantità di denaro.

L'intesa, scrive Wood, lascia l'Iran uno Stato teocratico libero di armarsi con missili balistici e droni e di "uccidere i propri cittadini". Dopo un periodo di 60 giorni di libero passaggio nello Stretto di Hormuz, secondo l'autore Teheran avrà la facoltà di regolare il traffico marittimo che attraversa quel braccio di mare.

Per Wood, vedere il presidente e i suoi collaboratori difendere l'accordo è per certi versi umiliante quanto l'accordo stesso. "Se altri Paesi hanno" missili balistici, ha detto Trump al vertice del G7, "è un po' ingiusto" che l'Iran "non ne abbia qualcuno". L'eliminazione di quei missili era uno degli obiettivi principali della guerra, un conflitto in cui sono morti migliaia di iraniani e più di una decina di americani.

Lo stesso presidente ha detto che gli Stati Uniti avrebbero potuto continuare a bombardare "per altre tre settimane, due settimane, quattro settimane, due anni" ma che in quel caso "non avreste mai avuto lo Stretto di Hormuz aperto". Tenere aperto quello stretto, ricorda Wood, è uno dei compiti principali della Marina degli Stati Uniti, e per questo quelle parole suonano come l'ammissione che l'esercito americano non è in grado di svolgere il proprio lavoro.

L'umiliazione, per Wood, è cosa diversa dalla sconfitta. Solo gli Stati Uniti sono stati umiliati, ma entrambi i Paesi hanno subito una perdita pesante. La sconfitta americana è la più evidente: una perdita di prestigio e la conferma che neppure un Paese ricco può imporre la propria volontà a uno povero ma determinato.

La sconfitta dell'Iran è più sottile. I Paesi confinanti, scrive Wood, prima lo consideravano un vicino problematico e ora lo vedono come una minaccia vera e propria, e per questo si stanno armando e cercano vie per aggirare lo Stretto di Hormuz. L'economia iraniana è un disastro da circa 15 anni ed è ormai "completamente a pezzi", e l'autore si chiede chi vorrà investire in un Paese il cui governo "si regge sulla brutalità ed è guidato secondo i capricci di una giunta a capo della quale c'è un fanatico religioso malconcio".

La migliore difesa dell'accordo dal punto di vista americano, secondo Wood, tiene conto proprio di queste difficoltà economiche e politiche dell'Iran, che hanno più probabilità di far cadere il regime di qualsiasi ulteriore azione militare. Una seconda difesa possibile è che non si tratti di un vero accordo, perché entrambe le parti avevano intenzione di non rispettarlo già prima di firmarlo.

Un funzionario americano ha detto alla CNN che "non bisognerebbe leggere troppo nel linguaggio" dell'intesa, perché il cuore dell'accordo sono le "intese che abbiamo l'uno con l'altro". Gran parte del testo, scrive Wood, è così vago da risultare privo di significato, al contrario dell'accordo sul nucleare negoziato da Barack Obama, che prevedeva ispezioni dettagliate e invasive che non compaiono in nessun documento citato dai collaboratori del presidente.

Lo stesso funzionario ha aggiunto che il linguaggio del documento è calibrato per permettere ai dirigenti iraniani di "dire quello che devono dire per la loro politica interna". Per Wood questo riflette una lettura della leadership iraniana che ha sentito anche da funzionari di amministrazioni precedenti, comprese quelle democratiche: i suoi capi sarebbero sensibili all'adulazione e considererebbero l'irritazione e l'umiliazione degli americani un fine in sé.

"L'umiliazione è il punto", scrive Wood. L'Iran ha ottenuto che gli Stati Uniti firmassero un documento che gli stessi americani hanno descritto come degradante, mortificante, una capitolazione totale. Poco importa, secondo l'autore, se l'accordo non si realizzerà mai o se ogni sua parte si rivelerà meno vantaggiosa del previsto.

L'Iran, ricorda Wood, non aveva mai vinto una guerra, e i colpi che era riuscito a infliggere a Stati Uniti, Israele e ai propri cittadini erano stati finora "modesti e furtivi", sotto forma di attentati e azioni indirette attraverso milizie alleate. L'esistenza di un'intesa con termini umilianti per l'America è per Teheran un capitale simbolico ed emotivo che nessun regime iraniano aveva mai avuto dalla Rivoluzione islamica del 1979.

I 300 miliardi di dollari di investimenti, scrive Wood, non sono l'occasione più grande per l'Iran. Più prezioso sarebbe un cambio di rotta della dirigenza verso le riforme, con l'abbandono di alcuni dogmi del passato: gli attuali leader si sono presentati come i salvatori della Repubblica islamica e con quella credibilità potrebbero introdurre cambiamenti considerati necessari, che apparirebbero controrivoluzionari se proposti da chiunque altro.

"L'Iran ha vinto la guerra, o almeno non l'ha persa", conclude Wood. "La pace è ancora tutta da giocare."

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⚡️ Elettriche arriva a Genova per cambiare il modo in cui costruiamo le politiche di genere.

Domani, sabato 20 giugno, alle 15:30, al Mentelocale Bistrot al Palazzo Rosso, Volt Italia porta a Genova il suo laboratorio pubblico su diritti, inclusione, rappresentanza e partecipazione politica.

Non una conferenza tradizionale, ma un confronto orizzontale, in cerchio, che parte dalle esperienze di donne cis e trans, persone non-binary, associazioni e realtà del territorio per trasformare bisogni e competenze in proposte politiche concrete.

Parteciperanno Rita Bruzzone, Chiara Nardini, Laura Sicignano, Francesca Romana D’Antuono e Alessia Ruta.

📍 Mentelocale Bistrot al Palazzo Rosso, Via Garibaldi 18, Genova
🗓 Sabato 20 giugno, ore 15:30
🎟 L’evento è gratuito: registrati a questo link:

actionnetwork.org/events/elett…

#Diritti #Inclusione #ParitàDiGenere #PartecipazionePolitica #Genova #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Ormai è un vizio: Giorgia Meloni evita le domande dei giornalisti.

Non è un episodio isolato, ma un metodo: sottrarsi alle domande incalzanti e privilegiare interviste e dichiarazioni in contesti più controllati.

La stampa libera è essenziale per la democrazia, perché consente ai cittadini di conoscere, valutare e chiedere conto a chi governa. O forse è proprio questo il problema?

E tu, te lo ricordi?

Video di Francesca Romana D’Antuono, copresidente uscente di Volt Europa.

#LibertàDiStampa #GiorgiaMeloni #Democrazia #Giornalismo #InformazioneLibera #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Trump impone ai dipendenti dei parchi nazionali le spille di Freedom 250


Chi rifiuta di indossare le spille del gruppo creato dai consiglieri del presidente per le celebrazioni dei 250 anni rischia un richiamo disciplinare. Lo scrive Mother Jones.

L'amministrazione Trump sta ordinando ai dipendenti del National Park Service, l'agenzia federale che gestisce i parchi nazionali americani, di indossare delle spille che promuovono Freedom 250, il gruppo incaricato di organizzare le celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti. Alcuni dipendenti hanno raccontato di essere stati minacciati di richiami disciplinari se si rifiutano di appuntarsele agli eventi che celebrano la Dichiarazione di Indipendenza. Lo ha rivelato la rivista Mother Jones, sulla base di email interne e dei resoconti di chi lavora nell'agenzia.

Freedom 250 è un gruppo semi-privato creato alla fine dello scorso anno dai consiglieri del presidente per prendere il controllo dell'organizzazione dell'anniversario. I critici sostengono che abbia trasformato le celebrazioni in una festa di parte per Trump, con un legame sempre più debole con le idee della Rivoluzione americana. I dipendenti del servizio dei parchi ritengono che indossare la spilla equivalga a una dichiarazione politica, paragonabile a mettersi in testa un cappello MAGA, il copricapo rosso legato allo slogan "Make America Great Again" e diventato il simbolo del movimento del presidente.

Il gruppo è nato in contrapposizione ad America250, l'organizzazione creata dal Congresso un decennio fa per pianificare le commemorazioni. America250 è obbligata per legge a tenere eventi bipartisan e a rispondere a una commissione nominata dal Congresso, di cui fanno parte anche i democratici. Aveva organizzato la parata militare voluta da Trump, ma ha sollevato obiezioni quando il presidente ha preteso eventi sempre più di parte e sfarzosi. Da quelle tensioni è nata la decisione dell'amministrazione di lanciare Freedom 250, un'entità che il presidente può controllare di fatto.

Secondo i critici, Freedom 250 permette a Trump di organizzare con più libertà eventi che funzionano anche da comizi elettorali, di raccogliere fondi privati da aziende in cerca di buoni rapporti con l'amministrazione e di non rendere pubblico quanto tutto questo costi ai contribuenti. Il gruppo è una società a responsabilità limitata che opera sotto la National Park Foundation, l'ente non-profit partner del servizio dei parchi. Spende denaro pubblico ma non si è sottoposto al controllo del Congresso, al punto che i democratici lo hanno definito un gruppo di "dark money", cioè finanziato da fondi di origine non trasparente.

Le celebrazioni hanno già incluso una grande parata militare per il 79esimo compleanno del presidente, seguita per l'80esimo da un incontro di arti marziali miste sponsorizzato da una società di criptovalute sul prato della Casa Bianca. Il giorno dopo Trump ha annunciato che la festa del 4 luglio sul National Mall, la grande spianata di Washington dove si tengono le principali manifestazioni del paese e momento clou dell'anniversario, avrebbe ospitato un suo comizio.

Diversi critici sostengono che l'ordine sia illegale, perché i dipendenti federali non possono svolgere attività politica di parte mentre sono in servizio. "Obbligare il personale del Park Service, in uniforme o no, a indossare una spilla con il logo registrato di Freedom 250 è illegale, punto", ha dichiarato a Mother Jones Tim Whitehouse, direttore esecutivo di Public Employees for Environmental Responsibility, un'organizzazione che tutela i lavoratori pubblici. Secondo Whitehouse l'obbligo, oltre a violare i diritti dei dipendenti, finisce probabilmente per arricchire con fondi federali i fornitori vicini a Trump.

Il 13 aprile un memo interno firmato da Charles Cuvelier, direttore associato del servizio dei parchi e indirizzato ai sovrintendenti dei parchi nazionali, ha "fortemente incoraggiato" i dipendenti non in uniforme a portare la spilla e ha "autorizzato" quelli in divisa, con istruzioni minuziose: "La spilla va portata centrata e a un quarto di pollice sopra la targhetta con il nome", si legge nel documento. Indossarla, ha scritto Cuvelier, è un segno di "spirito di corpo". Il memo però non arrivava a imporne l'uso.

A trasformare l'incoraggiamento in obbligo sono stati gli ordini verbali. Molti sovrintendenti e capi divisione hanno imposto a voce ai sottoposti di indossare la spilla agli eventi dell'anniversario, dicendo di trasmettere disposizioni arrivate da Washington. La pratica non è uniforme: alcuni dipendenti hanno detto di non aver ricevuto alcun ordine, mentre altrove i supervisori hanno avvertito che il rifiuto avrebbe comportato un richiamo ufficiale, primo gradino di una scala disciplinare che può arrivare fino al licenziamento.

Il segretario agli Interni Doug Burgum, che ha l'autorità sul servizio dei parchi, ha sostenuto con convinzione l'agenda dell'anniversario e ha incaricato l'agenzia di appoggiare i piani di Freedom 250, pur avendo affermato di non sapere come il gruppo fosse finito a operare sotto il suo dipartimento. Già a gennaio l'amministrazione aveva iniziato a mettere ai margini America250, dirottando verso Freedom 250 i fondi destinati al primo gruppo e ordinando ai dipendenti di promuovere solo la nuova organizzazione.

Il Dipartimento degli Interni non ha risposto direttamente alla domanda se le spille siano obbligatorie. Un portavoce ha respinto le critiche come un attacco dei media progressisti e ha assicurato che gli oggetti vengono distribuiti gratuitamente a tutti i dipendenti dei parchi, senza però indicare quanto siano costati. Online versioni simili si vendono tra gli 8 e i 10 dollari l'una, per un'agenzia che conta circa 20.000 dipendenti. Secondo il memo le spille sono fornite da Ace Specialties, un'azienda della Louisiana che vanta un passato nella vendita di gadget della campagna di Trump, compreso il cappello MAGA, e si presenta come fornitore di abbigliamento "per repubblicani". Gli ordini, indica un altro documento interno, vanno effettuati in quantità di almeno 100 pezzi.

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Auguri, ragazze e ragazzi! 🎓

Si chiude un ciclo importante e se ne apre uno nuovo: ora tocca a voi fare la differenza.

Dobbiamo cambiare questo Paese, a partire anche dalla scuola.
E dobbiamo farlo subito, insieme.
Noi ci siamo. Facciamolo!

Video di Francesca Romana D’Antuono, copresidente uscente di Volt Europa.

#Maturità2026 #Maturità #Scuola #Studenti #EducazioneSessuale #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Gli Stati Uniti dicono addio a uno storico Air Force One


Il Boeing 747 in servizio dal 1990 ha fatto il suo ultimo volo al ritorno dal G7. Lo sostituirà un jet donato dal Qatar, una scelta che ha sollevato dubbi etici e di sicurezza.

Uno dei due Boeing 747 che da trentacinque anni volano come Air Force One, il nome che l'aereo dell'aeronautica militare americana assume quando a bordo c'è il presidente, ha compiuto il suo ultimo viaggio. Il velivolo è atterrato alla Joint Base Andrews, vicino Washington, poco dopo le 3 del mattino di giovedì ora locale (le 9 in Italia), di ritorno dal vertice del G7 in Francia. Dopo più di tre decenni di servizio viene messo a riposo e al suo posto arriverà un Boeing donato dal Qatar.

I principali collaboratori della Casa Bianca lo hanno salutato sui social. Il direttore della comunicazione del presidente, Steven Cheung, ha pubblicato su X una foto dell'aereo con la didascalia "l'ultimo viaggio", aggiungendo "ben fatto, servitore buono e fedele". Il vice capo di gabinetto Dan Scavino ha postato un video, raccontando di essere stato fortunato a volare in giro per il mondo su questo aereo per cinque anni e mezzo. La capo del protocollo Monica Crowley ha condiviso una foto del velivolo sul piazzale della base di Andrews: "Per quasi quarant'anni ha trasportato ogni presidente da George Bush in poi", ha scritto. "Non era l'aereo più moderno, ma era confortevole."

"Well done, good and faithful servant.”

The Last Ride. pic.twitter.com/YGNCDvjRSB
— Steven Cheung (@StevenCheung47) June 18, 2026


L'aereo è uno dei due Boeing 747 pesantemente modificati ed entrati in servizio nel 1990, che l'aeronautica indica con la sigla VC-25A. Il primo a salirci fu George H.W. Bush, per un viaggio in Kansas. Da allora i due velivoli hanno accompagnato i presidenti in mezzo mondo, dall'Iraq a Cuba, dalla Cina all'Australia. L'11 settembre 2001 uno di essi mise in salvo George W. Bush, prelevato da una scuola elementare della Florida dopo l'attacco alle Torri Gemelle e portato prima in una base in Louisiana, poi in un bunker in Nebraska e infine a Washington, dove parlò alla nazione. Nel 1995 lo stesso modello aveva portato i presidenti Bill Clinton, Jimmy Carter e George H.W. Bush in Israele per il funerale del primo ministro Yitzhak Rabin. Non è ancora chiaro cosa accadrà ai due vecchi velivoli, che secondo l'aeronautica resteranno comunque nella flotta.

Al posto del vecchio aereo arriverà un Boeing 747 donato dal Qatar. Si tratta di un programma definito "ponte", pensato per soddisfare il presidente, da tempo insofferente verso i ritardi di Boeing. L'azienda aveva ricevuto nel 2017, durante il primo mandato di Trump, il contratto per trasformare due 747 nei nuovi Air Force One, ma i lavori sono slittati al punto che gli aerei potrebbero non essere pronti prima della fine del suo secondo mandato. Per questo il Pentagono, il dipartimento della Difesa americano, ha deciso di accettare il jet qatariota e di metterlo in servizio già quest'estate.

Revisionare l'aereo donato è costato meno di 400 milioni di dollari. Rendere operativi i due 747 affidati a Boeing supererà invece i 5,6 miliardi, secondo la stima del Government Accountability Office, l'organo del Congresso che verifica i conti pubblici. La differenza ha spinto alcuni parlamentari a chiedere se l'aereo qatariota sarà davvero all'altezza di quello definitivo.

Per accelerare i tempi e contenere la spesa, l'aeronautica ha lasciato intatti gli interni di lusso pensati per la famiglia reale del Qatar, con le aree salotto in pelle, rinunciando agli spazi più simili a un ufficio dell'attuale Air Force One. Come ha rivelato per primo il Wall Street Journal, il design interno è rimasto quello originario. Sono state evitate anche altre modifiche: non sono state allargate la porta anteriore e quella posteriore, che sull'aereo definitivo serviranno per accogliere una bara presidenziale. Gran parte delle informazioni sul velivolo resta classificata e l'azienda della difesa L3Harris, incaricata dei lavori, non ha voluto commentare.

Il regalo del Qatar, valutato diverse centinaia di milioni di dollari, ha sollevato per più di un anno dubbi etici, costituzionali e di sicurezza, con critiche arrivate da entrambi gli schieramenti. I democratici lo hanno definito una tangente e hanno contestato l'uso di fondi pubblici per equipaggiare e mantenere un aereo che resterà in servizio solo fino alla fine del mandato di Trump. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha formalizzato nel 2025 l'accettazione del jet come donazione incondizionata al suo dipartimento. Il presidente, che fin dal primo mandato tiene sul tavolino dello Studio Ovale un modellino dell'aereo con i nuovi colori, aveva detto che sarebbe stato "stupido" rifiutare un dono simile.

Gli aerei trasformati in Air Force One sono dotati di sistemi di difesa sofisticati. Come ha descritto Le Monde, possono disturbare i radar nemici e i sistemi di puntamento a infrarossi, disperdere frammenti metallici per ingannare i missili guidati da radar e rilasciare esche termiche per accecare quelli a guida infrarossa. Proprio per questo le agenzie di sicurezza e di intelligence americane hanno dovuto smontare e ricostruire il velivolo donato, per installarvi gli apparati di comunicazione e protezione necessari.

Non è ancora chiaro se il nuovo Air Force One sarà autorizzato a portare il presidente nei viaggi all'estero. L'aeronautica ha riferito al Washington Post che il reparto incaricato dei voli presidenziali sceglierà di volta in volta l'aereo più adatto a ciascuna missione. Il velivolo sfoggerà una nuova livrea rossa, bianca, oro e blu scuro, lo schema di colori voluto da Trump nel primo mandato, poi accantonato dall'amministrazione Biden in favore del tradizionale azzurro e bianco e infine ripristinato dopo la rielezione. Secondo NBC News, il presidente potrebbe usarlo per un volo inaugurale all'inizio di luglio, in occasione del viaggio al Mount Rushmore per le celebrazioni dei 250 anni della dichiarazione di indipendenza americana. Alla fine del mandato l'aereo dovrebbe essere ceduto alla futura biblioteca presidenziale di Trump a Miami, come pezzo da esposizione.

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Le parole di Donald Trump contro Giorgia Meloni non sono solo un’umiliazione personale: sono il risultato politico del servilismo dell’Italia verso Washington. Sono un insulto anche al nostro Paese, ma confermano ciò che diciamo da sempre: chi rinuncia a una voce autonoma non viene trattato da alleato, ma da Stato vassallo.
L’Italia potrà farsi rispettare solo in un’Unione Europea Federale, indipendente e capace di non prendere ordini da nessuno.
Finalmente Meloni lo capirà?

#GiorgiaMeloni #DonaldTrump #PoliticaItaliana #UnioneEuropea #Geopolitica #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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