Diretta Test: prima diretta del 30 agosto 2026
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Il Senato degli Stati Uniti ha confermato Todd Blanche alla guida del Dipartimento di Giustizia. Il voto si è concluso con 50 favorevoli e 49 contrari nelle prime ore di sabato a Washington, quando in Italia era già mattina, al termine di uno scontro che ha diviso la maggioranza repubblicana. Blanche, che in passato ha difeso Donald Trump nei processi penali a suo carico, guidava già il Dipartimento di Giustizia ad interim da aprile, dopo il licenziamento della ex Procuratrice Generale Pam Bondi.
Contro la sua nomina hanno votato tutti i senatori democratici e due senatrici repubblicane, Susan Collins del Maine (in gioco per la rielezione a novembre in una delle sfide più difficili) e Lisa Murkowski dell'Alaska. Entrambe ritengono che il Dipartimento di Giustizia sia diventato sempre più politicizzato e temono che Blanche non faccia abbastanza per arrestarne la crescente subordinazione alla Casa Bianca.
La loro opposizione ha messo in bilico la conferma. I repubblicani dispongono ad oggi di 53 seggi al Senato, ma, con Mitch McConnell assente, Blanche poteva permettersi soltanto due defezioni. A salvarne la nomina è stato il senatore Bill Cassidy della Louisiana, il terzo repubblicano inizialmente scettico, che venerdì ha annunciato il proprio sostegno insieme a John Curtis dello Utah. "La scelta non è fra la perfezione e Blanche", ha spiegato Cassidy in aula. "È fra Blanche e un altro Procuratore Generale ad interim, che potrebbe non riuscire a guidare efficacemente il dipartimento sotto il presidente Trump."
Blanche, in quel momento, non si trovava nemmeno negli Stati Uniti: era in Colombia alla guida della delegazione americana inviata per l'insediamento del nuovo presidente di destra Abelardo de la Espriella. "Il Paese ha bisogno di un Procuratore Generale che freni gli impulsi peggiori di questa Amministrazione", ha replicato Murkowski. "Spero che Blanche ci riesca, ora che è stato confermato, ma non ho fiducia che accada."
Stati Uniti · Dipartimento di Giustizia
Il Senato ha confermato Todd Blanche procuratore generale con 50 voti favorevoli e 49 contrari. Due senatrici repubblicane hanno votato contro e Mitch McConnell era assente: un terzo no avrebbe fatto cadere la nomina.
Grafica di FocusAmerica8 agosto 2026
Il voto finale in aula
L'aula
Ogni cerchio è un seggio del Senato. I democratici a sinistra, i repubblicani a destra. Al vertice dell'emiciclo, dove passa il confine fra i due schieramenti, stanno i tre seggi repubblicani che non hanno sostenuto Blanche.
Le tre eccezioni repubblicane
Due contrarie, un banco vuoto
L'aritmetica
Tutti i 47 democratici hanno votato contro: per arrivare alla maggioranza Blanche doveva raccogliere 50 voti fra i repubblicani. Ogni tacca qui sotto è un seggio repubblicano.
I protagonisti
Tocca un nome per leggere la motivazione del voto.
Il nodo
Per chiudere la causa di Trump contro il fisco, Blanche aveva negoziato un'intesa che proteggeva la famiglia del presidente dai controlli fiscali e creava un fondo di risarcimento.
A complicare il percorso di Blanche è stato soprattutto un accordo che lui stesso aveva negoziato. A gennaio Trump, i suoi figli e la Trump Organization avevano intentato una causa da 10 miliardi di dollari contro l'Internal Revenue Service, l'Agenzia delle Entrate statunitense, e il Dipartimento del Tesoro per la fuga di notizie riguardante le dichiarazioni fiscali del presidente. L'intesa raggiunta per chiudere il contenzioso proteggeva dai controlli fiscali Trump, i suoi due figli maggiori e la Trump Organization.
Prevedeva, inoltre, anche l'istituzione di un fondo federale da 1,8 miliardi di dollari, voluto dal presidente, per risarcire chi sosteneva di essere stato perseguitato dal governo. Fra i possibili beneficiari avrebbero potuto esserci anche le persone incriminate per l'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. A suscitare le maggiori resistenze fra i senatori repubblicani è stato proprio il fondo, ma anche l'immunità dai controlli fiscali per la famiglia presidenziale ha avuto un peso rilevante.
"Blanche ha approvato un ordine che protegge il presidente, i suoi figli e l'azienda di famiglia dai controlli dell'agenzia delle entrate: tutele di cui non gode nessun altro contribuente americano", ha dichiarato Collins. Il presidente aveva chiesto ai repubblicani del Senato di confermare rapidamente Blanche, ma aveva anche lasciato intendere che avrebbe preferito mantenerlo a tempo indeterminato alla guida ad interim del Dipartimento, anziché rinunciare alle protezioni fiscali o impegnarsi a cancellare il fondo.
Trump lo definisce un fondo contro la "weaponization", cioè contro l'uso politico della giustizia, e proprio questa settimana aveva annunciato di voler rilanciare il progetto. La Commissione Giustizia del Senato aveva rinviato il voto sulla nomina dopo le obiezioni sollevate da altri due senatori repubblicani, John Cornyn del Texas e Thom Tillis della North Carolina, sia sul fondo sia sull'immunità fiscale. Domenica sera Blanche ha assicurato per iscritto che il fondo non sarebbe stato istituito e che le protezioni fiscali sarebbero state ridimensionate. Cornyn e Tillis hanno quindi ritirato le proprie riserve e martedì la Commissione ha così approvato la nomina con 12 voti contro 10 per mandarla al voto finale in aula.
Collins e Murkowski hanno però spostato la contestazione su un piano più ampio: il problema, secondo loro, non erano soltanto le clausole dell'accordo, ma il fatto stesso che Blanche lo avesse concepito e negoziato. Murkowski teme inoltre che gli impegni assunti possano essere abbandonati dopo la conferma. L'ordine con cui Blanche ha cancellato il fondo revoca infatti un atto interno del Dipartimento, ma non modifica l'accordo transattivo, non reca la firma dei ricorrenti e non impedisce loro di rivolgersi a un giudice per ottenerne l'applicazione.
"So bene che il fondo opaco da quasi 2 miliardi di dollari del Dipartimento, che con ogni probabilità avrebbe premiato coloro che hanno partecipato al 6 gennaio, è stato accantonato soltanto perché la nomina è ancora in sospeso e il Senato dispone di un margine di pressione", ha detto Murkowski. "Una volta espresso il voto, quel margine scomparirà e non sappiamo che cosa ci riservi il futuro."
Sulla posizione della senatrice dell'Alaska ha pesato anche la gestione della pubblicazione dei documenti riguardanti Jeffrey Epstein, affidata proprio a Blanche. Sia Murkowski sia Collins, entrambe favorevoli al diritto all'aborto, hanno inoltre ricordato che il nuovo Procuratore Generale aveva promesso ai gruppi antiabortisti una linea dura nell'applicazione della sentenza con cui la Corte Suprema ha cancellato la protezione federale garantita da Roe v. Wade.
Da parte sua, Cassidy ha riconosciuto che Blanche aveva mostrato "scarso discernimento" nell'approvare il fondo e nell'esentare il presidente dai controlli fiscali. Ha però spiegato che i colloqui avuti con lui lo avevano convinto che lo stesso Blanche considerasse ormai quelle decisioni degli errori. Il senatore si è detto preoccupato anche per le cause promosse dal Dipartimento di Giustizia contro avversari politici, una pratica che, a suo giudizio, ha coinvolto esponenti di entrambi i partiti e deve essere interrotta.
Sulla sua scelta ha però pesato soprattutto la minaccia di Trump di mantenere Blanche a tempo indeterminato alla guida ad interim del Dipartimento, ignorando le resistenze del Congresso. Secondo Cassidy, la conferma del Senato conferisce a Blanche maggiore autorità e quindi più forza per opporsi al presidente di quanta ne avrebbe conservando il ruolo di facente funzioni.
Il senatore ha richiamato anche il sostegno di William Barr, Procuratore Generale durante il primo mandato di Trump, che si dimise dopo essersi rifiutato di avallare le false accuse del presidente sui brogli nelle elezioni del 2020 o di aprire un'indagine per sostenerle. Barr, oggi consigliere informale di Blanche, ha affermato durante alcuni incontri riservati con i senatori che il nuovo Procuratore Generale possiede il temperamento e l'accesso necessari per contenere, lontano dai riflettori, le richieste di Trump.
Cassidy, medico e presidente della Commissione Sanità, si era già esposto l'anno scorso sostenendo la nomina di Robert F. Kennedy Jr. a Segretario alla Salute, dopo aver ottenuto da lui promesse successivamente disattese. Quella decisione gli è probabilmente costata consensi fra gli elettori moderati nelle primarie di maggio, nelle quali è arrivato terzo dietro la deputata Julia Letlow, sostenuta da Trump, e il tesoriere statale John Fleming.
"Sarò criticato per questo voto. Che c'è di nuovo?", ha detto venerdì annunciando la propria decisione. Dopo una pausa per ricomporsi, ha aggiunto con la voce incrinata che i suoi elettori potevano essere certi che avesse lavorato duramente per comprendere la questione e prendere la decisione giusta. Murkowski ha detto di rispettare la scelta del collega, riconoscendo quanto tempo e quanta riflessione gli avesse dedicato. "Dobbiamo entrambi convivere con le nostre decisioni e con i nostri voti, confidando di aver svolto il nostro compito nel miglior modo possibile", ha concluso.
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Aktuell verhandelt die EU über die Details zum Digitalen Euro. Das Projekt ist umkämpft. Jorim Gerrard von Finanzwende erklärt, was europäische Banken gegen die digitale Währung haben und warum sie trotzdem von ihr profitieren werden.Leonhard Pitz (netzpolitik.org)
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Schiena dritta a convenienza.
Sulla crisi di Ceuta, il governo Meloni inscena l’ennesimo teatrino sovranista contro Sánchez. Perché fare i patrioti con Madrid costa poco; avere la stessa fermezza con Trump, Netanyahu o le milizie libiche da cui dipende la nostra politica migratoria, evidentemente, costa molto di più.
#Ceuta #Meloni #Spagna #Migrazioni #Sanchez #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa
Elezioni e Politica 2026 reshared this.
L'Amministrazione Trump sta cercando un dirigente cubano, in carica o ex, che accetti di prendere il potere all'Avana. Lo ha rivelato il New York Times, secondo cui la Casa Bianca ha chiesto alle agenzie di spionaggio di individuare il nome giusto. Il piano punta più a cambiare gli uomini al vertice che a rovesciare il sistema.
Il modello è il Venezuela. A gennaio, dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte delle forze americane, la presidenza a interim è passata a Delcy Rodríguez, che i funzionari statunitensi consideravano una pragmatica capace di assumere il potere senza scosse e disposta a collaborare da vicino con Washington. Una parte dell'Amministrazione ritiene che a Cuba si possa trovare una figura equivalente.
Le agenzie di intelligence americane hanno però concluso che Cuba assomiglia meno al Venezuela e più all'Iran. Sull'isola ci sono pochi funzionari pragmatici pronti a prendere il potere se le forze americane catturassero Raúl Castro, l'ex presidente che a 95 anni non ha più incarichi ufficiali ma pesa ancora molto sulle decisioni politiche, o se la dirigenza attuale venisse rimossa in altro modo. Chi aspetta il proprio turno appartiene alle fazioni più intransigenti.
Nelle scorse settimane i funzionari americani hanno presentato ai dirigenti cubani una lista di richieste: liberalizzare l'economia, aprire alle imprese statunitensi, comprare petrolio dagli Stati Uniti ed espellere gli agenti dei servizi russi e cinesi presenti sull'isola. In cambio Washington ha offerto incentivi di cui si conoscono pochi dettagli, tra cui più aiuti umanitari e un allentamento delle sanzioni. Il governo cubano non sembra disposto ad accettare, almeno per ora, ed è questo che rende urgente la ricerca di un'alternativa.
Il governo cubano sembra puntare su Oscar Pérez-Oliva Fraga, pronipote di Fidel Castro, comparso sempre più spesso alla televisione di Stato e nei comunicati ufficiali, che ha anche concesso una rara intervista alla stampa internazionale. Per gli Stati Uniti sarebbe quasi certamente inaccettabile. Washington potrebbe invece accettare un altro parente, Raúl G. Rodríguez Castro, detto "Raulito" o "El Cangrejo" (il Granchio), nipote di Raúl Castro: è stato a lungo la sua guardia del corpo e non ha mai ricoperto cariche pubbliche. Un altro nome possibile è quello dell'attuale ministro dell'Interno, Lázaro Alberto Álvarez Casas.
John Ratcliffe, direttore della CIA, l'agenzia di spionaggio americana, ha incontrato entrambi durante una visita sull'isola quest'anno. Anche il segretario di Stato Marco Rubio, il capo della diplomazia americana, ha avuto colloqui con Raulito Castro per cambiare la guida del paese, ma non è chiaro se possa reggere una transizione né quanto potrebbe restare al potere.
La CIA ha creato in segreto una task force dedicata a Cuba, notizia trapelata mercoledì da ambienti dell'intelligence. Un alto funzionario dell'Amministrazione ha ridimensionato la cosa dicendo che non c'è nulla di nuovo, oltre al fatto di far sapere al regime che gli Stati Uniti stanno osservando.
Da un anno a questa parte l'Amministrazione ha adottato più di venti misure distinte contro Cuba, la campagna di pressione economica più dura mai costruita da Washington contro l'isola. Ha sanzionato 40 enti, dalle imprese straniere che operano sull'isola ai conglomerati statali dei carburanti, delle banche e delle miniere. Ha colpito almeno 38 persone con sanzioni economiche, limitazioni dei visti e revoche del permesso di soggiorno negli Stati Uniti. Ha spinto altri paesi a smettere di sostenere il programma cubano di esportazione dei medici, che il Dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri americano, definisce "tratta di esseri umani". Ha pubblicato rapporti che attaccano Cuba sui diritti umani, sul mancato contrasto al terrorismo e sul suo ruolo nel sostenere movimenti anticapitalisti e antiamericani.
"Quello che stiamo cercando di insegnare loro è che non ci sono valvole di sfogo", ha dichiarato Rubio ad Axios. Martedì il primo ministro cubano ha annunciato l'apertura al settore privato più ampia dalla Rivoluzione del 1959, ma per il segretario di Stato Cuba sta prendendo tempo simulando riforme mentre cerca il modo di aggirare le sanzioni. "Ogni volta che creano un nuovo meccanismo per uscire dal cappio, noi lo chiudiamo", ha detto. "Non possono certo aspettare che ce ne andiamo. Questo non sparirà di certo nei prossimi due anni e mezzo".
Il colpo più duro per l'isola è arrivato dalla decisione del presidente Trump, il 3 gennaio, di catturare Maduro. Il Venezuela forniva a Cuba fino a 100.000 barili di petrolio al giorno e L'Avana ne rivendeva circa la metà sul mercato globale, ricavandone una delle sue principali fonti di valuta. Oggi il paese fatica a tenere accese le luci.
"Per la prima volta nella sua storia Cuba non ha due cose su cui ha sempre potuto contare: uno sponsor esterno e la disattenzione degli Stati Uniti, che non la trattavano come una priorità", ha detto Rubio. "Non troveranno uno sponsor nei prossimi due anni e mezzo, questa è la dinamica che è cambiata. Li ha messi in una posizione molto difficile".
L'economia cubana sta affondando lentamente, per effetto delle sanzioni americane e della cattiva gestione del governo comunista. L'isola dipende ormai dagli Stati Uniti per gran parte del cibo, del carburante, delle medicine e della valuta, tutti beni scarsi. Il blocco di fatto imposto da Washington ha portato il paese sull'orlo dell'esaurimento delle scorte energetiche: il mese scorso negozi e ristoranti dell'Avana erano illuminati a batteria.
Le imprese straniere stanno lasciando Cuba per timore delle sanzioni e al loro posto arrivano le aziende americane, soprattutto i distributori di carburante, mentre le società statali come la compagnia petrolifera nazionale si sgretolano. Ne sta nascendo un mercato nero di stampo capitalista. Alcune imprese cubane hanno mandato corrieri a Miami carichi di pesanti catene d'oro da usare come valuta, perché le restrizioni bancarie americane rendono impossibili le transazioni finanziarie con l'isola.
Nei primi sei mesi dell'anno le esportazioni americane di carburante verso Cuba sono salite a 96 milioni di dollari, più della metà dei quali concentrati in giugno, secondo lo U.S.-Cuba Trade and Economic Council, un'organizzazione non profit che segue gli scambi tra i due paesi. "Trump e Rubio hanno avviato il programma di sanzioni più efficace contro un paese bersaglio rispetto a tutti i loro predecessori", ha detto ad Axios il presidente dell'organizzazione John Kavulich. "Esistiamo dal 1994 e non abbiamo mai visto nulla di simile".
Dopo una recente sentenza della Corte Suprema sono aumentate anche le cause legali fondate sulla legge LIBERTAD, che permette ai cittadini americani di fare causa alle aziende private che traggono profitto dalle proprietà confiscate durante la Rivoluzione cubana. La stessa legge ha reso l'embargo parte dell'ordinamento americano e stabilisce che può essere revocato solo quando Cuba libererà i prigionieri politici, garantirà i diritti civili e terrà elezioni libere.
L'embargo è da tempo condannato a livello internazionale e le accuse di imperialismo, soprattutto da sinistra, sono cresciute molto durante la presidenza Trump. Il 20 luglio il Dipartimento di Stato ha pubblicato un rapporto intitolato Cuba: The Capital of 21st Century Communism ("Cuba: la capitale del comunismo del XXI secolo"), che ricostruisce le campagne di spionaggio e di sovversione ideologica dell'isola contro gli Stati Uniti e presenta i critici della politica americana come utili idioti. Alcuni funzionari ammettono che il documento prepara il terreno per nuove azioni contro Cuba. Rubio non ha voluto specificare quali. Il comunismo è diventato un bersaglio ricorrente del presidente, che pochi giorni fa in un comizio in Nevada lo ha definito la più grande minaccia della storia degli Stati Uniti.
Rubio ha detto che se gli Stati Uniti facessero qualcosa contro Cuba, in piazza si vedrebbero le stesse persone che oggi mostrano cartelli a favore di Hamas e per la liberazione di Maduro, questa volta con cartelli contro l'intervento americano sull'isola. Secondo i critici il rapporto del Dipartimento di Stato non elenca le aggressioni americane contro Cuba, esagera il peso dell'isola come potenza dello spionaggio e lascia intendere che le critiche legittime verso le azioni di Washington siano soltanto propaganda cubana.
"È un documento politico. Non è una grande analisi storica. Manca moltissimo contesto", ha detto ad Axios Michael Bustamante, storico di Cuba e professore all'Università di Miami.
Il Dipartimento di Giustizia ha reso pubblica un'incriminazione contro Raúl Castro. Con Maduro un'incriminazione simile era servita a giustificare il blitz delle forze speciali che lo ha catturato, ma il venezuelano era il presidente in carica e la sua rimozione ha portato al potere la sua vicepresidente. Castro non ha invece incarichi ufficiali e catturarlo o arrestarlo non produrrebbe da solo un cambio di dirigenza. Dopo il blitz in Venezuela Cuba ha preso misure difensive per rendere più difficile un'operazione americana contro Castro o contro il presidente cubano Miguel Díaz-Canel. Il presidente Trump non ha escluso un'azione militare.
In Iran un piano simile è fallito. Alcuni dei funzionari iraniani che gli americani avevano individuato come pragmatici sono stati uccisi per errore nei primi raid della guerra cominciata cinque mesi fa, che puntavano alla guida suprema Ali Khamenei. Un piano israeliano sostenuto da una parte del governo americano voleva invece portare al potere l'ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, diventato sempre più critico verso i religiosi al comando dopo la fine del suo mandato, ma Ahmadinejad si è sfilato e ha lasciato la casa sicura in cui i servizi israeliani lo avevano portato. A posteriori quella strategia è apparsa molto meno preparata dell'operazione per catturare Maduro. Cosa abbia in mente Washington per Cuba resta poco chiaro.
Giovedì l'Amministrazione ha imposto altre sanzioni e altre ne arriveranno. "Una delle cose che abbiamo perso nella politica estera americana e nella geopolitica è il concetto di pazienza e perseveranza", ha detto Rubio, che si è detto convinto che alla fine del mandato Cuba sarà come minimo su un percorso irreversibile verso un futuro diverso.
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KW 32: Die Woche, in der wir mit Sorge und Hoffnung nach Sachsen-Anhalt blickten
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Abelardo de la Espriella ha giurato venerdì da presidente della Colombia e ha promesso di bombardare gli accampamenti dei gruppi armati che vivono di cocaina, di abbattere gli aerei del narcotraffico e di affondare le imbarcazioni che partono dalle coste caraibica e pacifica. Poche ore dopo il discorso il dipartimento di Stato americano ha annunciato l'intenzione di stanziare, in accordo con il Congresso, un miliardo di dollari per un pacchetto sulla sicurezza a sostegno del nuovo governo.
Avvocato di 48 anni, mai eletto prima a nessuna carica, de la Espriella ha vinto il ballottaggio del 21 giugno con circa 250.000 voti di scarto sul senatore di sinistra Iván Cepeda, poco più di un punto percentuale e il margine più stretto nella storia del paese. Ha fondato un suo partito e ha condotto una campagna fatta di comizi spettacolari e di discorsi tenuti dietro un vetro blindato. Ha anche la doppia cittadinanza colombiana e statunitense. Il presidente Trump lo aveva sostenuto apertamente durante la campagna, promettendo rapporti tra Bogotá e Washington mai così stretti dopo gli anni di tensione con il governo uscente.
Il giuramento si è svolto nell'auditorium dell'Università Santiago de Cali e non nel palazzo del Congresso a Bogotá: è la prima volta nella storia recente colombiana. Cali è la terza città del paese, è stata colpita di recente da attentati rivendicati dalle guerriglie ed è vicina a territori controllati dai gruppi armati. Subito dopo aver ricevuto la fascia presidenziale de la Espriella si è spostato nella base militare del battaglione Pichincha, dove ha parlato per 75 minuti davanti ai soldati schierati. "È arrivato il momento di ripristinare l'ordine, l'autorità e la libertà", ha detto. Si fa chiamare El Tigre (la tigre) e ai militari ha detto che la tigre è arrivata e che imparerà quanto morde forte quando si tratta di difendere il popolo colombiano.
Sotto il predecessore Gustavo Petro, primo presidente di sinistra della storia colombiana ed ex guerrigliero, il governo aveva aperto trattative simultanee con una decina di organizzazioni del narcotraffico per convincerle a disarmarsi e ad abbandonare il contrabbando di droga. Nei quattro anni della cosiddetta Pace Totale i loro effettivi sono passati da 15.120 a 28.802, secondo un rapporto pubblicato questa settimana dalla Fondazione Ideas para la Paz, un centro studi di Bogotá. Il sindaco di Medellín Federico Gutiérrez, che ha sostenuto l'ascesa del nuovo presidente, ha detto che la Pace Totale ha consegnato il territorio ai criminali.
De la Espriella ha chiuso quei negoziati definendoli un "falso processo di pace" e ha detto che l'opzione del dialogo è "completamente esaurita". Ai membri delle bande criminali e dei gruppi narcoterroristi restano due strade, ha detto ai soldati: sottomettersi alla legge o affrontare la risposta decisa dello Stato colombiano e delle sue forze di sicurezza.
Le piantagioni di coca coprono oggi circa 253.000 ettari (626.000 acri, la cifra indicata dallo stesso Petro). I laboratori clandestini nella giungla producono più di 3.300 tonnellate di cocaina all'anno, quasi nove volte quanto stimato dai ricercatori delle Nazioni Unite per il 2012, quando Stati Uniti e Colombia avevano ridotto drasticamente le coltivazioni con le fumigazioni aeree. Nonostante i bombardamenti americani sulle imbarcazioni sospettate di trasportare droga, la cocaina continua ad arrivare in grandi quantità in Europa e negli Stati Uniti, dicono funzionari americani ed europei.
Le fumigazioni dei campi di coca ricominceranno già da domenica, con erbicidi che secondo il nuovo presidente non danneggiano la salute umana né l'ambiente. La Colombia aveva sospeso l'irrorazione aerea più di dieci anni fa proprio per ragioni ambientali. De la Espriella ha promesso anche di costruire carceri di grande capacità sul modello salvadoregno e di riprendere i bombardamenti sulle basi dei gruppi armati. "Darò l'ordine di bombardare gli accampamenti narcoterroristi, usando la tecnologia disponibile per evitare anche il minimo impatto sulla popolazione civile", ha detto a Caracol Radio. "Ma i bombardamenti riprendono".
Gli aerei che trasportano droga fuori dalla Colombia saranno abbattuti e le imbarcazioni che lasciano i Caraibi e il Pacifico affondate, una linea identica a quella americana. Droni e aerei militari statunitensi hanno distrutto decine di imbarcazioni sospette, uccidendo più di 220 persone a bordo. Tra i primi atti del nuovo governo ci sarà l'adesione allo Scudo delle Americhe, l'alleanza di paesi promossa dal presidente Trump contro il narcotraffico. De la Espriella dovrebbe anche accelerare le estradizioni dei capi ribelli ricercati negli Stati Uniti e ha già cominciato ad allineare la politica estera colombiana a Washington, rompendo le relazioni diplomatiche con Cuba e ripristinando quelle con Israele.
F. Cartwright Weiland, a capo dell'ufficio del dipartimento di Stato che si occupa di narcotici e applicazione della legge a livello internazionale, aveva detto ai parlamentari americani a giugno che l'agenda è pronta e ordinata per priorità fin dal primo giorno. L'impegno chiesto a Bogotá è un obiettivo aggressivo di riduzione delle coltivazioni di coca, da raggiungere anche con droni per l'eradicazione.
Nel 2024 un comandante del narcotraffico noto come Calarcá, all'anagrafe Alexander Díaz, venne fermato a un posto di blocco dell'esercito e rilasciato poco dopo perché il mandato di cattura era stato sospeso per permettergli di partecipare ai negoziati della Pace Totale. "Uccide persone, recluta bambini, traffica droga", ha detto al Wall Street Journal il generale in congedo Jorge Ricardo Hernández, che ricevette l'ordine di liberarlo. Il gruppo di Díaz ha poi abbattuto un elicottero Black Hawk uccidendo tredici agenti di polizia, l'anno scorso. Ora il presidente avverte Díaz e gli altri comandanti che è arrivato il momento di arrendersi: "A quei fuorilegge violenti mando un messaggio chiaro: il vostro tempo è finito", ha detto in un discorso recente. "Chiunque si rifiuti di arrendersi verrà ucciso. Non dite che non vi avevo avvertito".
Petro rivendica di aver sequestrato più cocaina di qualsiasi altro governo colombiano e di aver estradato 800 presunti criminali verso gli Stati Uniti e altri paesi. In un messaggio su X il mese scorso ha avvertito che se il governo americano imporrà di nuovo la violenza sull'eradicazione delle coltivazioni la violenza nel paese aumenterà, aggiungendo che la domanda mondiale di cocaina non è colpa del suo governo.
Petro non ha partecipato alla cerimonia e venerdì ha lasciato la residenza presidenziale. Nella sua ultima conferenza stampa ha ripetuto che il voto è stato viziato da brogli e ha avvertito che la Colombia rischia una nuova guerra civile. Non ha portato prove ritenute valide dalle autorità elettorali, che hanno certificato la vittoria di de la Espriella. Nemmeno gli osservatori internazionali hanno sostenuto le sue accuse. Cepeda ha guidato un corteo a Barranquilla, ha chiesto disobbedienza civile pacifica e ha detto di non considerare legittima la presidenza perché la doppia cittadinanza rende de la Espriella "un agente degli interessi statunitensi" e non di quelli dei colombiani.
Cali era blindata per la giornata dell'insediamento, con 11.000 militari, un sistema anti-droni e il divieto di circolazione per i veicoli privati. Pochi giorni prima le autorità avevano sventato vicino alla città un piano attentatorio attribuito ai dissidenti delle FARC, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia. La settimana scorsa un'autobomba a Cúcuta aveva ferito dodici agenti di polizia e tre civili. All'insediamento hanno partecipato una decina di capi di Stato, tra cui l'argentino Javier Milei, l'ecuadoriano Daniel Noboa e il cileno José Antonio Kast, oltre al re di Spagna Felipe VI e al presidente della FIFA Gianni Infantino. Gli Stati Uniti hanno mandato una delegazione guidata dal procuratore generale facente funzioni Todd Blanche e da alti funzionari delle politiche antidroga.
Un decreto congelerà la spesa pubblica e una riforma fiscale semplificherà il sistema dei pagamenti, mantenendo i programmi sociali più popolari, alcuni dei quali introdotti da Petro. In campagna elettorale de la Espriella aveva promesso di ridurre lo Stato fino al 40%. Il ministro delle Finanze Miguel Gomez ha detto che il deficit è tra il 7% e l'8% del prodotto interno lordo, più alto dei numeri del governo uscente. Il partito del presidente ha però soltanto quattro seggi al Senato e dovrà dipendere dai partiti conservatori e centristi tradizionali per far passare il programma economico.
L'esplorazione di petrolio e gas ripartirà e il nuovo presidente ha promesso di rimettere in piedi Ecopetrol, la compagnia petrolifera a maggioranza statale che è una delle principali fonti di entrate pubbliche e di esportazioni del paese, definendola una priorità definitiva e assoluta. Ha confermato che autorizzerà il fracking, la tecnica che estrae petrolio e gas iniettando acqua, sabbia e sostanze chimiche nel sottosuolo per fratturare la roccia, sotto quelli che ha descritto come i più severi standard tecnici e ambientali. Ha detto di credere nella transizione energetica, a patto che sia costruita "dalla forza, non dalla debolezza" e dall'autosufficienza invece che dalla dipendenza.
Il sistema energetico colombiano si trova in una situazione critica, ha detto, con riserve di petrolio e gas in calo, progetti in ritardo e domanda elettrica in aumento. Ha citato anche l'arrivo del fenomeno El Niño, che porta siccità prolungate e riduce la produzione idroelettrica. Petro aveva smesso di assegnare nuovi contratti di esplorazione e aveva puntato sulle rinnovabili e sulla protezione dell'Amazzonia: quattro mesi fa il suo governo aveva ospitato a Santa Marta un vertice internazionale per costruire consenso sull'abbandono dei combustibili fossili.
Come avvocato de la Espriella ha difeso figure del mondo criminale e ha rappresentato persone legate ai gruppi paramilitari di destra. Tra i suoi assistiti c'è stato Alex Saab, l'imprenditore colombiano che gli Stati Uniti accusano di aver riciclato denaro per l'allora uomo forte del Venezuela Nicolás Maduro. Maduro è oggi detenuto a New York dopo l'operazione lampo con cui i commando americani lo hanno catturato il 3 gennaio e si dichiara innocente dalle accuse di narcotraffico. Saab, estradato dal Venezuela a maggio, si è dichiarato non colpevole in un tribunale di Miami.
L'elezione di de la Espriella è parte di uno spostamento a destra che attraversa l'America Latina. In Perù, Argentina, Cile, Ecuador, Bolivia e Panama le economie deboli e la criminalità in aumento hanno cambiato le priorità degli elettori e hanno portato al governo candidati di destra un tempo considerati marginali. Elizabeth Dickinson, analista del centro studi International Crisis Group, ha detto alla NPR, la radio pubblica americana, che con il nuovo presidente il pendolo torna a destra. Una maggiore pressione militare può indebolire i gruppi armati e spingere alcuni combattenti a smobilitare, ha detto, ma chiudere del tutto la porta a futuri negoziati rischia di essere controproducente, perché nel conflitto colombiano sono coinvolte circa 27.000 persone che avranno bisogno di una via di rientro nella vita normale.
Il politologo Sergio Guzmán ha detto alla NPR che de la Espriella dovrà costruire una maggioranza in un Congresso frammentato per approvare le riforme più profonde e che le accuse di brogli di Petro possono alimentare le proteste tra i colombiani già preoccupati che le politiche contro la criminalità portino ad abusi da parte delle forze di sicurezza. Petro sarà un fastidio costante per il nuovo presidente, ha detto, ma de la Espriella è pronto allo scontro, sul piano retorico e potenzialmente in piazza.
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Lobbyismus zum Digitalen Euro: „Banken fürchten um ihre Profite“
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Questa è la rassegna stampa di sabato 8 agosto 2026
L'economia statunitense ha perso a sorpresa 23.000 posti di lavoro a luglio, un dato più debole del previsto che segnala un raffreddamento del mercato del lavoro. La lettura ha spinto gli operatori a ridurre le scommesse su un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve, mentre i listini azionari hanno toccato nuovi massimi. Il tasso di disoccupazione è comunque calato.
Fonti: Financial Times, Bloomberg
Il presidente Trump ha ripreso il tentativo di destituire la governatrice della Federal Reserve Lisa Cook, chiedendole una risposta ad accuse di frode sui mutui che lei respinge. La mossa, contenuta in una lettera della Casa Bianca inviata questa settimana, arriva dopo la sentenza della Corte Suprema di giugno che aveva bloccato un primo tentativo. Il caso riapre lo scontro sull'indipendenza della banca centrale.
Fonti: Wall Street Journal, Financial Times, NPR
Il presidente Trump ha annunciato circa 3 miliardi di dollari di investimenti nell'estrazione di minerali critici, con l'obiettivo di ridurre la dipendenza degli Stati Uniti dalle catene di fornitura dominate dalla Cina. Il pacchetto comprende un prestito da 1,4 miliardi per una fabbrica di batterie e finanziamenti per scandio, magneti, grafite e boro. Le intese si aggiungono a una serie di stanziamenti del Pentagono nel settore.
Fonti: Semafor, Bloomberg, The Hill
Il primo ministro canadese Mark Carney sta offrendo concessioni agli Stati Uniti ma chiede un'intesa commerciale complessiva, nel tentativo di evitare i dazi al 50% su molti prodotti canadesi previsti per il 19 agosto. I negoziatori di Ottawa avvertono che l'imposizione dei prelievi aprirebbe una fase ben più aspra della disputa commerciale tra i due Paesi.
Fonti: New York Times, Bloomberg
Il Senato è alla ricerca di un percorso per chiudere i lavori prima della pausa di agosto. Il leader della maggioranza John Thune, il presidente Trump e i senatori conservatori hanno raggiunto un accordo per accantonare il voto sulla risoluzione di bilancio e rinviare gran parte del SAVE America Act. Il senatore Bill Cassidy ha annunciato che sosterrà Todd Blanche come procuratore generale, mentre un disegno di legge sullo sport universitario continua a frenare l'intesa più ampia.
Fonti: The Hill, New York Times
Il Dipartimento della sicurezza interna ha sospeso dal 7 agosto lo status di protezione temporanea (TPS) per i migranti di Myanmar e Sud Sudan, dopo che due giudici federali hanno respinto i ricorsi a difesa di quelle tutele, esponendo alcuni al rischio di espulsioni. In parallelo, il Comune di New York ha comunicato il licenziamento di decine di lavoratori haitiani dopo la perdita dello status protetto, con un numero che potrebbe salire a diverse centinaia.
Fonti: The Hill, New York Times
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha revocato il nulla osta di sicurezza a Frank Kendall, ex segretario dell'Aeronautica durante l'Amministrazione Biden, accusandolo della divulgazione non autorizzata di informazioni classificate sulle capacità dell'Air Force One. Kendall è l'ultimo di una serie di ex funzionari della Difesa a perdere l'accesso alle informazioni riservate.
Fonti: Wall Street Journal, The Hill
Una corte d'appello federale ha confermato la decisione di un tribunale di grado inferiore che bloccava la costruzione della sala da ballo voluta da Trump alla Casa Bianca, rendendo probabile che sarà la Corte Suprema a decidere il caso. La pronuncia non comporta però l'arresto immediato dei lavori.
Fonti: New York Times, Wall Street Journal
Il Senato ha approvato con un ampio voto bipartisan, 86 a 11, un disegno di legge sulle sanzioni alla Russia promosso da Lindsey Graham, che autorizzerebbe il presidente a imporre dazi ai Paesi che acquistano petrolio russo; il testo passa ora alla Camera. Nel frattempo, secondo un funzionario statunitense, l'Ucraina ha accettato di non colpire alcune petroliere non russe e le infrastrutture del Mar Nero cruciali per le esportazioni.
Fonti: Bloomberg
Mentre il presidente Trump fatica a districare gli Stati Uniti dalla guerra in Iran, le promesse fatte ai manifestanti iraniani sono rimaste lettera morta. Sul fronte economico, le esportazioni di greggio iraniano si sono fermate e l'isola di Kharg è ormai inattiva sotto il blocco navale statunitense, che sta impedendo alle petroliere di caricare il petrolio di Teheran.
Fonti: New York Times, Financial Times
Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.
The projects include a $1.4 billion loan for batteries, a $400 million loan for scandium, and a $150 million loan for magnets, plus $58 million in Export-Import Bank financing for graphite and boron.Eleanor Mueller (www.semafor.com)
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Primo Caredent Group - 25.7.26
Il gruppo odontoiatrico Primo Caredent è stato vittima di un attacco informatico a scopo di estorsione. L'incidente potrebbe interessare anche la sede di Trebaseleghe. L'azienda ha avvertito i propri pazienti di non effettuare pagamenti né rispondere a messaggi sospetti e sta attualmente verificando...
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Cinque mesi di guerra contro l'Iran hanno portato alcune delle scorte missilistiche statunitensi a livelli critici. A seconda del tipo di munizione, gli arsenali sarebbero scesi fino al 20% della quantità che il Pentagono considera necessaria. È quanto hanno riferito all'Atlantic funzionari ed ex funzionari del Dipartimento della Difesa, secondo i quali gli Stati Uniti non disporrebbero più di armi sufficienti per affrontare un'altra grande crisi, soprattutto in Asia, senza indebolire ulteriormente le operazioni in Medio Oriente.
Le carenze più gravi riguardano gli intercettori, ovvero i missili utilizzati per distruggere in volo quelli nemici. Tra questi figurano gli intercettori Patriot e i THAAD, acronimo di Terminal High Altitude Area Defense, il sistema statunitense progettato per abbattere i missili balistici nella fase finale della traiettoria. Le scorte si sono ridotte al punto da limitare la possibilità di cedere altri intercettori all'Ucraina e da costringere le Forze Armate americane a selezionare con maggiore attenzione quali lanci missilistici iraniani tentare di fermare.
Quando i radar individuano un missile in arrivo, i militari hanno pochi secondi per stabilire se impiegare uno dei pochi intercettori rimasti oppure attendere, nella speranza che l'ordigno cada lontano da persone e infrastrutture. Secondo le stime del Center for Strategic and International Studies, dall'inizio della guerra le scorte di Patriot sarebbero diminuite di almeno il 65%, mentre quelle di THAAD si sarebbero ridotte di almeno il 38%.
Guerra con l’Iran
L’arsenale americano si sta svuotando
Cinque mesi di guerra hanno consumato gli intercettori più in fretta di quanto l’industria riesca a produrne. E ricostruire le scorte richiederà anni.
La soglia critica
20%
Per alcuni tipi di munizione le scorte sono scese fino a un quinto del livello minimo che il Pentagono considera necessario.
Il consumo
Gli intercettori bruciati in cinque mesi
Riduzione stimata delle scorte dall’inizio della guerra, il 28 febbraio 2026. Sono le armi che abbattono in volo i missili nemici: senza, le basi americane restano scoperte.
Scorte rimasteQuota consumata
PATRIOT · difesa aerea e antimissile
almeno−65%
Rimane al massimo il 35%
THAAD · contro i missili balistici
almeno−38%
Rimane al massimo il 62%
L’effetto sulla deterrenza
Lo Stretto di Hormuz si è quasi fermato
Con gli arsenali sotto pressione, le minacce americane perdono peso e Teheran attacca le navi nello Stretto. Le navi in transito sono sempre meno.
130–140
50
33
Prima della guerra
Settimana scorsa
Lunedì–giovedì
Il fattore decisivo
Il problema non sono i soldi: è il tempo
Le commesse firmate oggi produrranno munizioni tra anni, non tra mesi. Nel frattempo la finestra di vulnerabilità resta aperta, anche nell’Indo-Pacifico.
2026
Il Pentagono chiede al Congresso 67,1 miliardi di dollari per la guerra e il ripristino degli arsenali.
2030
Prima di questa data l’offerta di Patriot non raggiungerà la domanda.
2031
Per alcune armi servono fino a 5 anni per tornare alle scorte precedenti alla guerra.
2034
Servono altri 3 anni per i livelli che i comandi dell’Indo-Pacifico considerano adeguati.
Fonte: The Atlantic; stime Center for Strategic and International Studies; dati traffico navale Reuters · agosto 2026
Grafica di FocusAmerica
Il presidente Donald Trump si sarebbe infuriato venerdì 31 luglio a Camp David, dopo aver ricevuto dal suo team per la sicurezza nazionale una valutazione secondo cui alle forze armate mancano le munizioni necessarie per sostenere una nuova escalation contro l'Iran. Un attacco americano provocherebbe probabilmente una risposta di Teheran con missili e droni contro i Paesi vicini e le basi statunitensi ospitate sul loro territorio, aumentando ulteriormente il consumo degli intercettori.
Trump aveva già rimproverato il segretario alla Difesa Pete Hegseth per lo stato degli arsenali. Durante la riunione avrebbe rivolto parole molto dure ai vertici del Dipartimento della Difesa, anche se al momento non starebbe valutando sostituzioni di personale.
In un primo momento il presidente aveva definito false le notizie sulla carenza di munizioni. In un messaggio pubblicato su Truth Social ha sostenuto che fughe di informazioni di questo tipo equivalgono a un tradimento e ha assicurato che i produttori stanno consegnando "grandi quantità" di armi "in base alle necessità". Anche il portavoce del Pentagono Sean Parnell aveva respinto la ricostruzione: "Le affermazioni sulla carenza di munizioni statunitensi sono false. Abbiamo tutto ciò che serve per colpire nel momento e nel luogo scelti dal presidente".
Il 6 agosto, tuttavia, Trump ha parzialmente corretto la propria versione. Parlando ai giornalisti nello Studio Ovale, ha riconosciuto che le scorte di alcune armi sono limitate. "Abbiamo alcuni tipi di munizioni molto potenti di cui disponiamo in quantità praticamente illimitata. Per altri tipi la situazione è un po' più difficile", ha ammesso. Ha inoltre annunciato la costruzione di nuovi impianti per produrre intercettori Patriot e Tomahawk.
L'ammissione non significa che le Forze Armate statunitensi siano rimaste senza armi, ma ridimensiona le smentite categoriche arrivate nei giorni precedenti. Gli Stati Uniti continuano a possedere grandi quantità di bombe e munizioni convenzionali; il problema riguarda soprattutto gli intercettori, i missili di precisione a lungo raggio e le armi più sofisticate che sarebbero indispensabili anche in un eventuale conflitto con la Cina.
Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha chiesto questa settimana ai Repubblicani del Congresso altri miliardi di dollari per ricostituire gli arsenali, senza coinvolgere i democratici nei primi colloqui. Il Segretario alla Difesa aveva già domandato al Senato uno stanziamento supplementare da 67,1 miliardi di dollari per sostenere la guerra con l'Iran: 21 miliardi destinati alla prontezza operativa e al ripristino delle munizioni e 46 miliardi all'espansione delle capacità militari e produttive.
Ma la richiesta incontra resistenze anche tra i Repubblicani, molti dei quali affrontano campagne difficili per la propria rielezione in un clima segnato dalla forte impopolarità della guerra in corso, dalla frustrazione per il prezzo della benzina e dai rapporti già conflittuali tra il Pentagono e il Congresso.
Il Pentagono ha assegnato quest'anno contratti per decine di miliardi di dollari con l'obiettivo di riempire nuovamente i depositi di armi. Firmare un contratto, tuttavia, non equivale a ricevere un missile: le commesse produrranno munizioni nei prossimi anni, non nei prossimi mesi. L'Amministrazione Trump ha anche investito nell'industria della difesa per accelerare la produzione, proseguendo una politica avviata durante la presidenza di Joe Biden.
Per un sistema decisivo come il Patriot, però, l'offerta non dovrebbe raggiungere la domanda prima del 2030. Anche i nuovi progetti industriali richiederanno tempo: il 7 agosto l'amministratore delegato di Rheinmetall ha spiegato a Reuters che la futura produzione di ATACMS in collaborazione con Lockheed Martin contribuirà a ricostituire gli arsenali americani, ma che serviranno molto più di due anni.
L'Iran, nel frattempo, ha aumentato la produzione di droni d'attacco e missili balistici, migliorandone anche le prestazioni. Teheran può quindi continuare a impiegare armi relativamente economiche per costringere gli Stati Uniti a utilizzare intercettori molto più costosi e difficili da sostituire.
I collaboratori della Casa Bianca temono che il presidente stia perdendo una parte della propria capacità di pressione. Trump ha minacciato ripetutamente l'Iran senza quasi mai dare seguito alle sue parole e Teheran ne è consapevole. Sa inoltre che gli arsenali statunitensi sono sotto pressione, nonostante le rassicurazioni pubbliche di Hegseth e del presidente.
La forza militare non dipende soltanto dalla capacità di colpire, ma anche da quella di proteggersi dalla rappresaglia. Se gli Stati Uniti non possono essere certi di difendere le proprie basi e quelle degli alleati da un'ondata di missili iraniani, la minaccia di una nuova offensiva diventa meno credibile. Teheran ha così mostrato una sicurezza crescente, arrivando ad attaccare le navi nello Stretto di Hormuz.
La Casa Bianca ha sempre sostenuto che l'Iran sarebbe presto precipitato in una crisi economica tanto grave da costringere il regime a trattare. I rapporti dell'intelligence americana descrivono effettivamente un Paese in difficoltà, ma la Casa Bianca è rimasta sorpresa dalla capacità di resistenza di Teheran e non è più certa che il regime raggiunga il punto in cui negoziare diventi l'unica opzione possibile. Ciò nonostante, Trump ha continuato a dichiarare il 6 agosto di ritenere che la guerra finirà "piuttosto presto", perché a suo giudizio l'Iran non sarebbe in grado di resistere ancora a lungo.
Trump e il Segretario di Stato Marco Rubio hanno ripetuto più volte che all'Iran non sarà mai consentito di controllare una parte dello Stretto di Hormuz. Il presidente sta però, in realtà, valutando un'intesa che attribuirebbe a Teheran un ruolo chiave nella gestione del traffico marittimo di questa via d'acqua strategica per il mercato energetico mondiale.
La proposta di accordo negoziata tra Oman e Iran, che attende il via libera di Washington e dei Paesi del Golfo, prevede infatti una gestione comune della navigazione commerciale. L'accordo riconoscerebbe all'Iran una forma di supervisione sulla rotta, accogliendo almeno in parte una delle principali richieste di Teheran, ma dovrebbe contemporaneamente garantire la libertà di navigazione chiesta dall'Oman e dagli Stati Uniti.
I negoziati non hanno ancora prodotto una riapertura significativa. Secondo i dati raccolti da Reuters, tra lunedì e giovedì sono transitate nello Stretto soltanto 33 navi, contro le 50 della settimana precedente e le 130-140 che lo attraversavano normalmente prima dell'inizio della guerra. Le compagnie rimangono riluttanti a entrare nell'area e il progetto appare difficile da applicare a causa delle sanzioni statunitensi e delle clausole assicurative che limitano i pagamenti all'Iran.
Gli arsenali americani sono sotto pressione da anni, ma il problema è diventato evidente solo dopo l'invasione russa dell'Ucraina del 2022. Nel 2025 le forze statunitensi hanno lanciato centinaia di missili, alcuni dei quali costavano milioni di dollari, durante la campagna di 53 giorni contro gli Houthi in Yemen. Sono poi arrivati i dodici giorni di guerra tra Israele e Iran, durante i quali gli Stati Uniti hanno intercettato missili e droni iraniani diretti contro Israele.
Nei primi 38 giorni della nuova guerra con l'Iran, cominciata il 28 febbraio 2026, le forze americane hanno impiegato migliaia di munizioni. Il consumo è stato molto più rapido della capacità dell'industria di sostituirle.
Il Congresso dovrebbe comunque approvare buona parte dei fondi richiesti dal Pentagono, ma la risorsa decisiva non è soltanto il denaro: è il tempo. A seconda dell'arma in oggetto, per tornare ai livelli di scorte precedenti alla guerra potrebbero servire fino a cinque anni, secondo Mark Cancian, che segue l'andamento delle scorte per il Center for Strategic and International Studies di Washington. Sarebbero poi necessari altri tre anni per raggiungere i livelli considerati adeguati dai comandi americani responsabili dell'Indo-Pacifico.
Questa finestra di vulnerabilità potrebbe offrire a Pechino l'occasione di approfittare delle difficoltà statunitensi, per esempio aumentando la pressione militare su Taiwan. Il rischio non è necessariamente che la Cina decida subito di invadere l'isola, ma che consideri meno credibile la capacità americana di sostenere contemporaneamente una guerra in Asia e le operazioni in Medio Oriente.
Il problema precede l'Amministrazione Trump. Dopo la fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno ridotto il numero e rallentarono la produzione delle munizioni più importanti, partendo dall'idea che a lunghi periodi di pace sarebbero seguite guerre brevi e risolutive. Le Forze Armate sono invece rimaste impegnate quasi ininterrottamente in conflitti caratterizzati da un uso crescente di missili, dalla Libia allo Yemen, dalla Siria all'Iran e alla Nigeria.
La guerra russa contro l'Ucraina ha inoltre prodotto un'evoluzione rapidissima delle munizioni e delle tattiche di guerra. L'Amministrazione Biden ha sottoscritto nuovi contratti per rifornire Kyiv, senza però mai riuscire a tenere il passo con la domanda.
Prima dell'invasione russa dell'Ucraina, gli Stati Uniti producevano circa 300 missili Patriot all'anno, metà dei quali era destinata ai Paesi alleati. Da allora la produzione è raddoppiata, ma rimane molto inferiore al consumo causato da una guerra prolungata. Washington ha anche accelerato lo sviluppo di sistemi meno costosi per abbattere i droni di fabbricazione iraniana utilizzati dalla Russia, ottenendo alcuni risultati in questo modo, ma non arrivando mai a sostituire le scorte di intercettori Patriot e THAAD che rimangono indispensabili.
"Non esistono buone alternative per fermare i missili balistici", ha spiegato Cancian all'Atlantic. Senza gli intercettori, i missili nemici possono raggiungere i propri obiettivi quasi indisturbati, come sta già accadendo in Ucraina.
Se la guerra con l'Iran fosse durata poche settimane, come l'Amministrazione prevedeva inizialmente, il problema sarebbe stato più gestibile. Un funzionario del Dipartimento della Difesa ha spiegato che la situazione sarebbe meno grave persino se Washington sapesse quando finirà il conflitto: la difficoltà principale è l'assenza di una strategia di lungo periodo, che impedisce ai comandi militari di programmare l'impiego delle armi rimaste.
Resta il fatto che per decenni gli Stati Uniti hanno costruito la propria strategia sul vantaggio tecnologico. Ora sono invece i progressi dei loro avversari e la capacità di produrre rapidamente missili e droni relativamente economici a costringere Washington a ripensare quel modello, senza poter più dare per scontato che le forze americane dispongano di più munizioni di chi hanno di fronte.
Idle threats and munitions shortages have boxed Trump in.Nancy A. Youssef (The Atlantic)
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Donald Trump avrebbe confidato in privato ai principali donatori repubblicani di voler vedere il suo vicepresidente, JD Vance, alla Casa Bianca nel 2028. “Alla fine dei conti, dobbiamo eleggere JD”, avrebbe detto durante un incontro nello Studio Ovale circa due settimane fa, secondo due persone a conoscenza del colloquio citate dal Washington Post. Una fonte vicina alla vicenda ha poi confermato la ricostruzione anche a Fox News Digital.
In pubblico, però, il presidente continua a mantenere un atteggiamento più ambiguo. Da oltre un anno alimenta la competizione tra JD Vance e il Segretario di Stato Marco Rubio, arrivando più volte a ipotizzare un ticket formato da entrambi ed evitando di indicare con chiarezza chi preferirebbe come candidato alla presidenza. A marzo, rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano chi fosse l’erede del movimento MAGA, si era limitato a dire che era “molto probabilmente” il vicepresidente.
Anche dopo l’incontro con i donatori, Trump avrebbe continuato a raccogliere opinioni. Un funzionario della Casa Bianca racconta che, alla fine del mese scorso, a bordo del Marine One, l’elicottero presidenziale, il presidente avrebbe chiesto ai collaboratori quale tra Vance e Rubio fosse il candidato migliore.
Secondo un consigliere a conoscenza diretta della conversazione, Trump avrebbe però ormai deciso in privato di considerare JD Vance il futuro leader del Partito Repubblicano, ma riterrebbe “troppo presto” stabilire quando il vicepresidente annuncerà la candidatura e quando arriverà un eventuale endorsement del presidente. Altri sei consiglieri e alleati del presidente, però, invitano alla prudenza: Trump tende a dare risposte diverse a interlocutori diversi e potrebbe ancora cambiare idea.
“Chi dà la cosa per fatta corre troppo, oppure non conosce bene il presidente”, ha osservato il funzionario presente alla conversazione sul Marine One. Sul rinvio dell’investitura, invece, all’interno della Casa Bianca ci sarebbe un consenso molto più ampio: un annuncio troppo anticipato trasformerebbe Trump in un presidente di fine mandato, riducendone l’influenza sul partito.
La corsa al 2028
Ai grandi donatori il presidente ha indicato il vicepresidente come erede. In pubblico però alimenta la sfida con Marco Rubio e rinvia ogni investitura a dopo le elezioni di metà mandato.
Grafica di FocusAmerica
In privato
“
Alla fine dei conti, dobbiamo eleggere JD
Ai donatori repubblicani, Studio Ovale, luglio 2026 · riferito dal Washington Post e confermato a Fox News
In pubblico
“
«Molto probabilmente» il vicepresidente
Alla stampa, sull’erede del movimento MAGA, marzo 2026
Eppure a fine luglio, a bordo del Marine One, il presidente chiedeva ancora ai collaboratori chi fosse il candidato migliore tra Vance e Rubio.
Il duello
Tocca ogni voce per leggere il dettaglio.
JD Vance Favorito del presidente
Vicepresidente degli Stati Uniti
Ha negoziato di persona l’intesa con l’Iran+
Il Memorandum in 14 punti firmato a giugno formalizzava la tregua di aprile. L’accordo è saltato a luglio, ma era popolare tra gli elettori.
Guida la nuova generazione MAGA+
È il riferimento della coalizione che ha riportato Trump alla Casa Bianca e da un anno e mezzo coltiva i grandi finanziatori del partito.
Ha accumulato incarichi e visibilità+
Ha diretto la task force contro le frodi nei sussidi federali e ha moltiplicato le interviste con il tour promozionale del suo libro.
Gli influencer conservatori lo attaccano+
Sui social lo prendono di mira per la gestione della guerra con l’Iran: riceve colpi che nessuno rivolge direttamente a Trump.
Marco Rubio
Segretario di Stato
Tiene due incarichi chiave in politica estera+
Guida il Dipartimento di Stato e dal 1° maggio 2025 è anche Consigliere per la Sicurezza Nazionale ad interim.
Ha con sé i grandi donatori pre-Trump+
Raccoglie il sostegno di gran parte dei finanziatori repubblicani dell’era precedente a Trump, come già avvenne nel 2024.
Gli incarichi gli lasciano poco spazio+
I doppi ruoli gli lasciano poco tempo per l’attività politica e ha ridotto le apparizioni pubbliche per frenare le speculazioni.
Candidarsi vorrebbe dire lasciare l’incarico+
Secondo il Washington Post, ragioni legali e organizzative rendono difficile una corsa da Segretario di Stato. E non ha una struttura pronta per la campagna.
Punto a favoreOstacolo
Il peso dell’Iran
Giudizio sulla gestione del conflitto con l’Iran da parte di Trump. Due sondaggi condotti negli stessi giorni, 23–27 luglio 2026.
Quinnipiac963 elettori registrati · ±4,1 punti
28%
66%
AP-NORC1.165 adulti · ±3,7 punti
28%
69%
ApprovaNon si esprimeDisapprova
Per questo l’intesa negoziata da Vance, anche se poi saltata, gli ha giovato: l’accordo era popolare, la guerra no. E per la stessa ragione gli attacchi interni sulla gestione del conflitto colpiscono lui, non il presidente.
Lo snodo
La decisione
Vance dice che deciderà sulla candidatura con la moglie solo dopo il voto di novembre, sicuro del sostegno di Trump.
L’endorsement
Alla Casa Bianca frenano: un’investitura anticipata trasformerebbe Trump in un presidente di fine mandato.
Il rischio
Un risultato deludente dei repubblicani rafforzerebbe chi vuole contestare il candidato scelto da Trump.
Fonte: Washington Post e Fox News Digital (colloqui riservati); Quinnipiac University, 23–27 luglio 2026, 963 elettori registrati, margine d’errore ±4,1 punti; AP-NORC, 23–27 luglio 2026, 1.165 adulti, ±3,7 punti.
Da parte sua, JD Vance continua a non confermare i propri piani. A giugno ha dichiarato alla CBS News che discuterà dell’eventuale candidatura alla presidenza con la moglie dopo le elezioni di metà mandato e di non avere “alcun dubbio” sul sostegno di Trump, qualunque decisione prenda. Ribadisce inoltre di essere concentrato sul proprio incarico e di avere ottimi rapporti con Rubio.
Negli ultimi mesi il vicepresidente ha rafforzato la propria posizione agli occhi del presidente. Ha negoziato personalmente il Memorandum d’Intesa in 14 punti firmato a giugno da Stati Uniti e Iran, che formalizzava la tregua raggiunta ad aprile, ha guidato la task force contro le frodi nei sussidi federali e ha sostenuto il tour promozionale del suo libro con numerose interviste.
Sebbene l’intesa con Teheran sia poi saltata a luglio, i suoi collaboratori ritengono che l’episodio gli abbia comunque portato benefici politici: l’accordo era popolare, mentre la gestione della guerra viene giudicata negativamente dalla maggioranza degli elettori. Nel sondaggio Quinnipiac condotto tra il 23 e il 27 luglio su 963 elettori registrati, con un margine di errore del 4,1%, il 66% disapprova la gestione del conflitto con l’Iran da parte del presidente. Un sondaggio AP-NORC realizzato negli stessi giorni colloca invece al 28% il tasso di approvazione della politica di Trump sull’Iran.
Rubio, dal canto suo, continua a guidare il Dipartimento di Stato e ricopre anche il ruolo di Consigliere ad interim per la Sicurezza Nazionale dal 1° maggio 2025, incarichi che gli lasciano poco spazio per un’attività politica. Secondo il Washington Post, inoltre, ragioni legali e organizzative renderebbero difficile una candidatura senza lasciare l’incarico. Per questo evita di parlare del 2028 e, riferisce una persona a lui vicina, ha ridotto le apparizioni pubbliche per non alimentare ulteriormente le speculazioni.
All’inizio dell’anno il suo staff aveva invece favorito questa narrazione diffondendo un video, diventato virale, in cui il Segretario di Stato teneva un intervento dai toni quasi elettorali durante un briefing con la stampa. In conversazioni private, tuttavia, Rubio avrebbe lasciato intendere di voler semplicemente completare il proprio mandato e, al momento, non dispone di una struttura politica pronta a trasformarsi in una campagna presidenziale.
Rubio continua inoltre a raccogliere il sostegno di gran parte dei grandi donatori repubblicani dell’era pre-Trump, come era già avvenuto nel 2024 durante la selezione del candidato vicepresidente. JD Vance, invece, è considerato il punto di riferimento della nuova generazione della coalizione MAGA che ha riportato Trump alla Casa Bianca e, durante la vicepresidenza, ha lavorato intensamente per consolidare i rapporti con i principali finanziatori del partito. “Vance ha fatto molto lavoro politico nell’ultimo anno e mezzo”, osserva un consigliere del presidente.
La corsa alla successione ha già prodotto le dinamiche tipiche di una primaria competitiva, con donatori, attivisti e dirigenti che si schierano apertamente a favore o contro il vicepresidente. Molto dipenderà dall’esito delle elezioni di metà mandato: una performance deludente dei repubblicani rafforzerebbe chi intende contestare il candidato sostenuto da Trump e criticare l’operato dell’Amministrazione.
Vance e Rubio, inoltre, sono già esposti ad attacchi interni che nessuno rivolgerebbe direttamente al presidente, una dinamica evidente anche sui social, dove diversi influencer conservatori hanno preso di mira il vicepresidente per la gestione della guerra con l’Iran.
Trump, nel frattempo, continua a godersi il ruolo di arbitro della successione ed è poco incline a cedere il centro della scena. Secondo i suoi consiglieri, si diverte ad alimentare la suspense, proprio come fece nel 2024 quando doveva scegliere il proprio compagno di corsa tra gli stessi Vance e Rubio. Parallelamente continua a rilanciare, almeno per scherzo, l’ipotesi di un terzo mandato attraverso le grafiche “Trump 2028” pubblicate sui social e le battute durante i comizi, mentre chi gli è vicino assicura che non intende realmente perseguire quella strada.
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Dear Friend of Press Freedom:
Investigative journalist Catherine Herridge has, by our count, paid at least $15,000 in fines for refusing to reveal a confidential source. Plus, the Pentagon tries to hide millions of records from the American public, and a win in Puerto Rico for the press.
Pete Hegseth’s Defense Department is pushing a proposal that would exempt “controlled unclassified information” (CUI) from the Freedom of Information Act. Given the rampant abuse of CUI markings across the department — and the fact that FOIA already shields both properly classified material and sensitive unclassified data — this is just the latest move by the Pentagon to escape accountability.
That’s why Freedom of the Press Foundation (FPF) led a broad coalition of transparency organizations, press freedom advocates, and watchdog groups in urging four Congressional committees to reject the proposal, which FPF Daniel Ellsberg Chair on Government Secrecy Lauren Harper wrote about for MS NOW.
Some good news: On Tuesday, the 1st U.S. Circuit Court of Appeals affirmed a ruling preventing the enforcement of the so-called Fake News Law in Puerto Rico, which would have criminalized spreading false information about public emergencies. Two journalists who had challenged the law argued that it would dissuade journalists from reporting developing news for fear of being prosecuted if the facts shifted. FPF, along with the University of Georgia’s First Amendment Clinic, Free Press, the Electronic Frontier Foundation, the Foundation for Individual Rights and Expression, and PEN American Center filed a legal brief in support of the journalists.
“The First Circuit got this exactly right,” FPF Chief of Advocacy Seth Stern said. “Recent U.S. history clearly demonstrates that ambiguous and overbroad statutes restricting speech will inevitably be abused to crack down on dissent and journalism. It’s a question of when, not if.”
Much has been made about Dr. Anthony Fauci’s refusal to answer questions during a contentious congressional hearing last week about the COVID-19 pandemic. But Fauci’s work can only be scrutinized because he preserved over a thousand pages of records on government servers — the kind of recordkeeping the Trump administration seems to have forcefully abandoned.
In an op-ed in MS NOW, FPF’s Harper describes the government-wide assault on record preservation and accountability that contrasts sharply with the Fauci records dump.
There’s been a lot of posturing about transparency by legislators in the U.S. Virgin Islands, journalist Shirley L. Smith, a native of the islands, wrote for FPF. But these same officials have neglected to strengthen the territory’s archaic and ineffective public records laws, despite scrutiny over some of their relationships with Jeffrey Epstein, who owned two islands there.
Smith writes that it’s past time to change the public records laws to hold officials personally liable for illegally withholding public records, impose stringent penalties on violators, implement effective enforcement, and require agencies to produce records by a specific deadline.
Florida was once celebrated for having some of the nation’s strongest public records and open meetings laws. But a disturbing pattern of official stonewalling, secrecy, and retaliation against critics indicates that the state has abandoned its commitment to free expression and open government. Most disturbing: A new law that gives state officials the power to designate organizations as domestic or foreign terrorist groups and penalizes “promoting” them, which some reporters fear could be used to punish writing about banned groups.
Bobby Block, executive director of Florida’s First Amendment Foundation, wrote for FPF about what’s happening in the “Free State of Florida.”
The FOIA Advisory Committee just wrapped up its latest term, and it’s got ideas for how to strengthen this vital but imperiled federal records law. We’ll hear from three committee members on the proposals and how they could help journalists’ investigations. Join us next Tuesday, Aug. 11, at 2 p.m. ET to learn more.
The New York Times
On the heels of a batch of failed subpoenas to New York Times journalists and their relatives, the paper revealed that yet another reporter, a freelancer who reported on a failed Navy SEAL mission in North Korea, has been fighting a subpoena since February. Congress needs to pass the PRESS Act and end these alarming attempts to commandeer and surveil the press.
The New York Times
What a great platform for Paramount CEO David Ellison to publicly deny promising President Donald Trump a CNN overhaul or $20 million in free advertising in exchange for merger approvals, or to speak out against the president’s bullying of journalists he employs — weird he didn’t do any of that.
Mediaite
Despite Ellison’s NYT op-ed and the rest of his and his father’s “poor billionaires” charm offensive, the news pages aren’t cooperating — every week we learn more about the scope of editorial interference at CBS under their watch.
The Guardian
The evidence is clear that the Israeli military knew, or should have, that Lebanese journalists Zeinab Faraj and Amal Khalil were civilians, “but attacked them anyway, and then prevented paramedics from rescuing them for hours,” said Ramzi Kaiss, Lebanon researcher at Human Rights Watch. Meanwhile, Ellison’s CBS hired a producer known for covering up Israel’s U.S.-funded massacre of their colleagues in Gaza.
Reuters
Like documentaries? Then you probably don’t want the two largest privately held news archives — the lifeblood of documentary film — under the same ownership. Especially when that ownership kisses up to politicians by censoring their critics.
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Nelle elezioni del 2016 e del 2024 a spostare il voto non è stata la collocazione tra destra e sinistra, ma la sfiducia verso il sistema politico. Lo sostengono i politologi Christopher Williams e Leon Kockaya in un nuovo working paper che mette a confronto il peso delle convinzioni anti-sistema con quello delle preferenze sulle singole politiche, per spiegare le due vittorie di Donald Trump e la sua sconfitta del 2020.
I due studiosi hanno individuato un blocco di elettori mobili che non si fida di nessuno dei due partiti, pensa che le élite siano corrotte e ritiene che il sistema sia truccato contro le persone come loro. Molti di questi elettori hanno idee economiche progressiste.
L'indice anti-sistema nasce dalle risposte a quattro domande dell'American National Election Studies (ANES), il grande sondaggio accademico che si svolge negli Stati Uniti ogni quattro anni: quanto ci si può fidare del governo di Washington, quante persone nel governo sono corrotte, quanto denaro delle tasse viene sprecato e se il governo lavora per il bene di tutti o di pochi grandi interessi. Le risposte vengono riportate su una scala da 0 a 1 (0 per l'elettore che difende il sistema, 1 per quello completamente anti-sistema).
Nel 2024 il valore medio è stato 0,72: l'americano medio condivide tre delle quattro posizioni anti-sistema.
Il teorema dell'elettore mediano, la teoria più conosciuta sul comportamento di voto, dice invece che ognuno vota per il candidato più vicino alle proprie idee e che per vincere bisogna conquistare l'americano che sta esattamente a metà. Molti analisti hanno ampliato il modello aggiungendo assi diversi, per esempio uno economico e uno sociale, ma la logica resta quella di una griglia su cui collocare elettori e candidati.
Modello concettuale · Stati Uniti
Nel modello dei politologi Joseph Uscinski e colleghi l’opinione americana si muove su due assi indipendenti: quello classico tra destra e sinistra e quello che misura l’ostilità verso la classe dirigente. Nei loro dati la correlazione tra i due è 0,066, cioè praticamente zero: si può essere anti-establishment di sinistra come di destra.
Anti- establishment Antagonista Pro- establishment Favorevole Asse destra-sinistra Democratico liberal Repubblicano conservatore Asse anti-establishment Effetto dei messaggi delle élite
Le frecce tratteggiate. Sono l’effetto dei messaggi delle élite, cioè dei segnali che arrivano agli elettori dai leader di partito e dai candidati. Quando un leader adotta un linguaggio contro il sistema, l’asse anti-establishment ruota e si allinea al suo estremo dell’asse destra-sinistra.
Fonte Rielaborazione di Focus America della figura 1 di Joseph E. Uscinski e colleghi, American Journal of Political Science (2021). Etichette tradotte dall’originale; il disegno è un modello concettuale, non una rappresentazione in scala dei dati.
Quella griglia regge su due presupposti fragili. Il primo è che l'elettore medio abbia idee coerenti e molte informazioni politiche, mentre i sondaggi mostrano che la maggior parte degli americani di centro non ha un'ideologia definita. Il secondo è che tutto quello che conta stia sull'asse destra-sinistra: sulla griglia non c'è posto per chi chiede una sanità più economica e allo stesso tempo pensa che del governo non ci si possa mai fidare.
Nel 2016 l'indice anti-sistema è stato uno dei predittori più forti del voto per Trump, più dell'ideologia, delle posizioni sui singoli temi e di quasi tutte le caratteristiche demografiche. A parità di partito di riferimento e di caratteristiche demografiche, chi si trovava al massimo della scala aveva una probabilità di votare per Trump più alta di 53 punti rispetto a quella prevista dalle sue altre caratteristiche. Chi era a zero guadagnava appena 5 punti, dieci volte meno.
Nel 2024 l'effetto è stato più debole ma comunque decisivo.
Chi non aveva alcun sentimento anti-sistema aveva una probabilità di votare per Trump più bassa di 36 punti rispetto a chi stava al massimo della scala, a parità di tutto il resto.
Nel 2020 il rapporto si è addirittura invertito e gli elettori più anti-sistema erano leggermente più propensi a votare per Joe Biden. Secondo gli autori, in quell'anno le opinioni sul Covid pesavano più della sfiducia nelle istituzioni e ne hanno coperto l'effetto. Trump vince quando la sfiducia nel sistema è al centro della campagna e perde quando passa in secondo piano.
La sfiducia ha radici concrete. Negli ultimi vent'anni la crisi finanziaria ha punito i lavoratori e premiato le banche, gli Stati Uniti sono rimasti dentro guerre lunghe e costose senza vittorie chiare e tra il 2021 e il 2024 l'inflazione ha eroso il tenore di vita delle famiglie mentre i profitti delle aziende crescevano.
La ricchezza dei 19 americani più ricchi è concentrata il doppio rispetto a sei anni fa e la mobilità sociale è nettamente peggiorata rispetto a venticinque anni fa. Un bambino nato nel 1950 in una famiglia con reddito medio aveva circa il 95% di probabilità di guadagnare più dei genitori una volta arrivato al culmine della carriera. Oggi quella probabilità è ben sotto il 50%.
Gli orientamenti anti-sistema sono quasi del tutto indipendenti dalla collocazione tra destra e sinistra. In uno studio del 2021 pubblicato sull'American Journal of Political Science, il politologo Joseph Uscinski e i suoi colleghi hanno trovato una correlazione di 0,066 tra l'ostilità verso la classe dirigente e l'asse liberal-conservatore, cioè praticamente zero. Si può essere anti-sistema di sinistra come di destra.
Nella ricerca di Uscinski l'ideologia anti-sistema prevedeva sia il voto per Trump alle presidenziali del 2020 sia il voto per Bernie Sanders alle primarie democratiche dello stesso anno. Molti di questi elettori hanno votato Sanders alle primarie e Trump alle elezioni generali.
Più il sentimento anti-sistema è forte, meno pesa la distinzione tra destra e sinistra.
Per questi elettori conta che il candidato sia contro il sistema, non dove si collochi sull'asse ideologico. I candidati che usano una retorica contro la classe dirigente, hanno scritto Uscinski e i suoi colleghi, riescono ad attivare quegli orientamenti e a tirare una dimensione fino a quel momento indipendente "nella direzione del proprio estremo della dimensione destra-sinistra".
È così che Trump ha potuto vincere due volte con un programma nettamente di destra su tasse, sanità, aborto e immigrazione. Secondo un'analisi dell'esperto elettorale G. Elliott Morris, che ha ripreso i due studi, lo stesso meccanismo può funzionare a sinistra e diventare il problema principale dei democratici nel 2028.
Il Partito Democratico è identificato con le istituzioni. È il partito dei funzionari della sanità pubblica, dei rettori universitari, dei burocrati federali, dei grandi giornali e delle professioni intellettuali. Neanche il mondo dei grandi donatori gli è estraneo, nonostante lo spostamento a destra di molti amministratori delegati della tecnologia e dell'intelligenza artificiale.
Kamala Harris nel 2024 si è presentata come candidata della continuità, dentro il sistema. Ha difeso i risultati della presidenza Biden e si è proposta come custode responsabile dell'esistente, con la sua "economia delle opportunità". Per gli elettori informati era una scelta sensata, per gli elettori anti-sistema era il contrario di quello che cercavano, quale che fosse la loro ideologia. La sfiducia nelle istituzioni è anche la ragione principale per cui Trump è andato bene tra i giovani nel 2024, nonostante il loro rifiuto del suo programma.
Per competere su quella dimensione i democratici hanno bisogno di un candidato credibile come esterno al sistema.
Bernie Sanders lo è stato e la sua erede naturale è la deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez.
Il ragionamento su Ocasio-Cortez non riguarda l'ideologia ma la sua posizione su questo secondo asse. È entrata in politica battendo alle primarie un dirigente di primo piano del suo partito, ha criticato l'influenza delle aziende su entrambi gli schieramenti, prima della politica faceva la barista e si è opposta all'ala di governo del partito sui salvataggi di Wall Street, sull'accesso dei donatori e sull'elezione dei capigruppo.
I due governatori considerati tra i favoriti per il 2028, Gretchen Whitmer e Gavin Newsom, sono costruttori di istituzioni per formazione e per carattere, oltre che vicini al mondo dei donatori. Il loro messaggio è che il governo può funzionare e dare risultati ai cittadini. Funziona con il 28% circa di americani che si fida del governo federale, molto meno con gli elettori anti-sistema che possono decidere un'elezione in bilico.
Non deve essere per forza Ocasio-Cortez e si può sostenere che sia troppo a sinistra per vincere nel 2028. I democratici possono vincere le elezioni di metà mandato del 2026 semplicemente perché non sono il partito al governo, ma nel 2028 servirà un candidato capace di competere sull'asse anti-sistema e di tirarlo a sinistra come Trump lo ha tirato a destra.
Nel partito si discute da mesi se spostarsi al centro per conquistare l'elettore mediano o a sinistra per mobilitare la base. Per Morris scegliere un candidato estraneo alla classe dirigente del partito permetterebbe di fare le due cose insieme.
A new paper finds anti-system sentiment — not left-right ideology — decided the 2016 and 2024 electionsG. Elliott Morris (Strength In Numbers)
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È giusto che ci siano garanzie per i parlamentari, ma queste garanzie non dovrebbero impedire alla magistratura di verificare elementi ritenuti rilevanti per un’indagine.
Il 5 agosto, infatti, la maggioranza ha negato alla Procura di Roma l’autorizzazione a utilizzare le chat tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, nell’ambito dell’inchiesta antimafia legata al clan Senese.
Delmastro non è indagato e sostiene che quei messaggi dimostrino la sua totale estraneità. E allora il paradosso è evidente: se possono chiarire i fatti, perché impedire ai magistrati di verificarli?
L’articolo 68 della Costituzione tutela la corrispondenza dei parlamentari, certo. Ma, come ha osservato anche l’ex procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, non spetta al Parlamento stabilire se un’indagine sia fondata.
È qui che una garanzia rischia di trasformarsi in uno scudo contro l’accertamento giudiziario.
E la questione non è nemmeno garantismo contro giustizialismo: è se una garanzia costituzionale possa essere piegata fino a diventare un ostacolo alla ricerca della verità.
E il 5 agosto la maggioranza ha scelto di proteggere Delmastro a priori, anziché aiutare la magistratura a fare chiarezza.
Con @MattiaFontanaEU
#AndreaDelmastro #Antimafia #ClanSenese #PoliticaItaliana #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa
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Sette americani su dieci dicono di essere contrari alla costruzione di un data center nella zona in cui vivono, secondo un sondaggio Gallup di marzo. Le prime ragioni che indicano sono l'inquinamento dell'aria e il consumo di acqua. Su quell'ostilità si è costruita una campagna elettorale a Memphis, in Tennessee, dove il deputato democratico Justin Pearson corre alle primarie del 6 agosto per il nono distretto congressuale chiedendo una moratoria sulla costruzione dei data center.
Pearson, 31 anni, abita nel quartiere di Westwood, a South Memphis, stretto tra i due impianti di xAI, l'azienda di intelligenza artificiale di Elon Musk. Colossus 1 è a dieci minuti di auto verso nord-ovest, Colossus 2 a quindici verso sud-est, insieme alle 69 turbine a gas metano piazzate appena oltre il confine con il Mississippi che oggi alimentano il secondo supercomputer, quasi tutte senza i sistemi di abbattimento delle emissioni richiesti dalle norme federali.
Le associazioni ambientaliste che hanno fatto causa a xAI stimano che quelle macchine possano immettere ogni anno più di 2.500 tonnellate di sostanze che formano lo smog in un'area che è già prima in Tennessee per accessi al pronto soccorso dovuti all'asma.
"L'intelligenza artificiale è controllata da persone. I data center sono costruiti da persone. E quelle persone, per come esistono e operano nel mondo, sono una minaccia per l'umanità", ha detto Pearson a POLITICO Magazine.
Il codice postale 38109, dove si trovano entrambi gli impianti, ospitava già più di diciassette stabilimenti industriali che rilasciano abbastanza sostanze tossiche da doversi registrare nell'inventario dell'EPA, l'agenzia federale per la protezione dell'ambiente.
Molti di quegli impianti sono stati costruiti, come Colossus 1, in un'area industriale ricavata da vecchie terre di piantagione, accanto a quartieri fondati da ex schiavi i cui residenti sono ancora per il 90 per cento neri, con un reddito familiare mediano di 36mila dollari.
L'arrivo di xAI è stato il risultato di un corteggiamento dell'azienda elettrica municipale di Memphis e dell'organizzazione locale per lo sviluppo economico, che hanno firmato accordi di riservatezza durante la trattativa e hanno poi celebrato il fatto che, portandosi le proprie turbine a gas, il data center non avrebbe pesato sulla rete elettrica già sotto sforzo. L'inquinamento è emerso solo dopo mesi di richieste di Pearson e dei gruppi ambientalisti locali, che hanno fatto volare telecamere termiche sopra l'impianto.
Confrontando le foto delle turbine con le schede tecniche dei produttori, l'associazione Southern Environmental Law Center ha calcolato che le macchine potessero emettere tra 1.200 e 2.000 tonnellate l'anno di ossidi di azoto, i gas che formano lo smog, molto più della centrale a gas dall'altra parte della strada o della raffineria poco distante.
xAI ha risposto che, essendo montate su ruote e quindi facilmente spostabili, le turbine rientrano nelle regole meno severe previste per gli impianti "temporanei", che non richiedono filtri antinquinamento durante il primo anno di funzionamento. Colossus 1 è stato alimentato da 35 turbine per quasi un anno prima che l'azienda chiedesse un'autorizzazione, ottenuta poi per sole quindici macchine. I rilevatori della qualità dell'aria continuano a registrare livelli elevati di polveri sottili nei quartieri circostanti.
Per Colossus 2 xAI ha ottenuto il permesso per 41 turbine, che pur con i sistemi di abbattimento potranno rilasciare quasi 20 tonnellate l'anno di polveri sottili e oltre 417 tonnellate di ossidi di azoto. Secondo la società di analisi indipendente EmPower Analytics Group quelle emissioni potrebbero produrre danni sanitari per un valore compreso tra 30 e 44 milioni di dollari, soprattutto per asma e infarti, con gli aumenti maggiori proprio nel quartiere dove vive Pearson. Nel frattempo il supercomputer viene alimentato da altre 69 turbine prive di autorizzazione.
La scorsa settimana l'azienda ha annunciato di aver raggiunto un accordo con lo Stato del Mississippi per rimuovere entro un anno le turbine sprovviste di permesso e per dotare tutte le macchine mobili di tecnologie avanzate di controllo delle emissioni. Lo spostamento coinciderà però in gran parte con l'anniversario dell'installazione, quando xAI avrebbe comunque dovuto rimuoverle. Tredici turbine resteranno sul posto oltre i dodici mesi.
"Costruiamo i nostri impianti rapidamente, mantenendo i più alti standard di responsabilità operativa, tutela ambientale e collaborazione con la comunità", ha scritto l'azienda, che sostiene anche che i monitoraggi attuali mostrano una qualità dell'aria in linea con gli standard federali, senza però diffondere i dati.
Il Dipartimento di Giustizia è intervenuto in giudizio a favore di xAI, sostenendo che le macchine devono continuare a funzionare in nome della sicurezza nazionale: l'esercito americano si è appoggiato al data center che alimenta Grok durante l'attacco all'Iran chiamato Operazione Epic Fury. L'amministrazione Trump sostiene inoltre di avere il diritto di far cadere qualsiasi causa intentata dai cittadini contro chi inquina in base al Clean Air Act, la legge federale sull'aria pulita, una posizione che secondo gli avvocati ambientalisti riscriverebbe decenni di applicazione delle norme.
La velocità è il vantaggio competitivo rivendicato dall'azienda. Nei documenti depositati a maggio per la quotazione in borsa, SpaceX ha scritto che il primo gruppo di calcolo di Colossus 1 è entrato in funzione in 122 giorni e quello di Colossus 2 in 91. "Crediamo che la velocità sia un vantaggio competitivo", si legge negli stessi documenti, che valutano il gruppo 2,1 mila miliardi di dollari.
Le quattro maggiori aziende tecnologiche americane hanno previsto di spendere circa 670 miliardi di dollari solo quest'anno per costruire nuovi impianti.
Chi difende i data center parla di primato geopolitico. Bill Drexel, ricercatore dello Hudson Institute che studia la competizione internazionale sull'intelligenza artificiale, ha detto che quando si discute di moratorie la vera posta in gioco è se questa tecnologia sarà guidata da una democrazia imperfetta o da un regime autoritario.
Il presidente Donald Trump ha ripreso lo stesso argomento all'inizio di luglio rivolgendosi ai potenziali oppositori: "Non potete combatterlo, dovete accettarlo. Se non lo facciamo resteremo indietro. Ci sono comunità che vogliono davvero i data center e francamente quelle sono le comunità intelligenti".
Il 41 per cento degli americani si dice contrario alla costruzione di un data center entro tre miglia da casa propria, contro il 28 per cento di gennaio, mentre i favorevoli sono scesi dal 37 al 24 per cento, secondo il sondaggio realizzato per POLITICO dall'istituto indipendente Public First. Nel primo trimestre del 2026 almeno 75 progetti per un valore di 130 miliardi di dollari sono stati bloccati o rallentati dall'opposizione locale, secondo la società di monitoraggio Data Center Watch.
Le moratorie a livello di contea si moltiplicano anche in aree conservatrici, mentre in Oklahoma, California e Michigan gli amministratori locali che hanno approvato progetti contestati si sono trovati di fronte a petizioni per la revoca del mandato. Il mese scorso la governatrice di New York Kathy Hochul, democratica moderata, ha ordinato uno stop di un anno alle nuove costruzioni.
Secondo un documento della società di consulenza Carbon Direct, la spinta alle cancellazioni non nasce solo dai milioni di litri d'acqua al giorno e dal fabbisogno elettrico degli impianti, ma anche dalla mancanza di trasparenza delle aziende tecnologiche. I casi che coinvolgono accordi di riservatezza, società schermo e inquilini non dichiarati hanno affrontato un'opposizione più dura e più rapida a organizzarsi, tanto che i vantaggi legali della segretezza non hanno compensato i costi politici.
Alexandria Ocasio-Cortez ha presentato con il senatore Bernie Sanders una proposta di legge per una sospensione a tempo indeterminato delle costruzioni, ed è oggi la voce più nota di quello che alcuni chiamano un movimento neoluddista. Il paragone è con la rivolta operaia dell'Inghilterra di inizio Ottocento, quando i telai meccanici trasformarono la tessitura da mestiere artigianale svolto in casa a lavoro di fabbrica pagato meno.
Il movimento prese il nome da Ned Ludd, un tessitore di Nottingham probabilmente mai esistito, cominciò con petizioni e lettere ai giornali e passò alla distruzione delle macchine solo nel 1811, davanti all'assenza di risultati e al divieto dei sindacati. Dopo una rivolta finita nel sangue nel 1812 il governo britannico mandò 14mila soldati a Nottingham, il parlamento rese la distruzione dei macchinari un reato punibile con la morte e ventiquattro luddisti finirono impiccati.
"Non era una reazione contro la tecnologia, era una reazione contro lo sfruttamento", ha detto a POLITICO Magazine Miriam Cherry, direttrice del centro di diritto del lavoro della St. Johns University.
Brian Merchant, giornalista tecnologico autore nel 2023 del libro Blood in the Machine, ha detto che oggi molte persone guardano ai data center e vedono pochi che ne traggono beneficio a spese di molti. I neoluddisti, secondo Merchant, non si oppongono alla tecnologia in sé ma a quello che la tecnologia fa sul territorio. Pearson non rivendica l'etichetta ma riconosce "forti somiglianze" e invita a studiare cosa facessero davvero i luddisti.
La corsa di Pearson è tutt'altro che vinta. Il deputato era già stato espulso dall'assemblea del Tennessee nel 2023 come uno dei "Tennessee Three", i democratici che avevano partecipato a una protesta per il controllo delle armi dopo una sparatoria in una scuola vicino a Nashville, per poi essere rieletto quattro mesi dopo.
A maggio i repubblicani del Tennessee hanno ridisegnato i confini del nono distretto, spezzando l'unico collegio a maggioranza nera e democratica dello Stato: oggi il distretto si allunga per 320 chilometri su altre quattordici contee profondamente repubblicane. La nuova linea di confine passa tra i due impianti di xAI ed esclude dal collegio parte dei suoi sostenitori più convinti.
Scott Golden, presidente del Partito Repubblicano del Tennessee, ha detto che le continue violazioni del regolamento dell'assemblea da parte di Pearson e la sua mancanza di rispetto verso le forze dell'ordine potrebbero diventare il centro della campagna per le elezioni generali del 3 novembre. Ha aggiunto che se il deputato è interessato ai piani regolatori forse dovrebbe candidarsi al consiglio comunale.
Brent Taylor, senatore statale repubblicano candidato nello stesso distretto, aveva definito nel 2025 l'impianto di xAI un grande vantaggio per Memphis, citando i circa 300 dipendenti e gli stipendi da Silicon Valley. Aveva anche proposto di discutere con l'azienda l'acquisto delle case più vicine.
Anche dentro il campo democratico la posizione di Pearson non è quella maggioritaria. La senatrice statale London Lamar, sua principale avversaria alle primarie e sostenuta da buona parte degli eletti di Memphis, ha lavorato a proposte di legge per obbligare i data center a dichiarare consumi di acqua ed elettricità. Dice che la questione della moratoria esiste solo per via del suo avversario, ma nel corso della stessa telefonata con POLITICO Magazine si è convinta della necessità di una sospensione temporanea, senza indicarne la durata.
L'opposizione ai data center attraversa anche il campo repubblicano. Il consulente conservatore texano Brendan Steinhauser ha detto che alcuni candidati liquidano le proteste come un'operazione del Partito comunista cinese. Secondo Steinhauser chi la pensa così perderà, perché il fenomeno è per il 99 per cento spontaneo.
Amy Kremer, tra i fondatori del Tea Party, ha organizzato una giornata nazionale di mobilitazione davanti a 140 data center in 42 Stati per chiedere la fine delle esenzioni fiscali agli impianti e regole più severe sui modelli di intelligenza artificiale, dicendo di applicare il vecchio manuale del Tea Party. In Tennessee la contea rurale e conservatrice di Lawrence si è spaccata su un impianto da appena 4,9 megawatt, una frazione degli 1,5 gigawatt richiesti da un data center di xAI: le petizioni contro il progetto hanno raccolto più di 7mila firme e i residenti stanno raccogliendo fondi per un ricorso.
Marsha Blackburn, candidata repubblicana alla guida del Tennessee, si è schierata contro un progetto proposto accanto allo zoo di Nashville dicendo che disturberebbe i leopardi, ma difende gli impianti nelle aree industriali: gli americani, ha detto a una radio di Nashville, vogliono che i propri dati restino negli Stati Uniti e non finiscano nelle mani della Cina.
Dan Diorio, vicepresidente per gli affari istituzionali della Data Center Coalition, l'associazione di categoria del settore, attribuisce agli impianti 5,5 milioni di posti di lavoro, un contributo di 927 miliardi di dollari al prodotto interno lordo e 204 miliardi di gettito fiscale federale, statale e locale.
A Memphis la città ha annunciato che destinerà il 25 per cento delle entrate fiscali dei data center a interventi nei quartieri più vicini agli impianti, mentre a giugno xAI ha offerto ai residenti il servizio internet satellitare Starlink a metà prezzo.
Pearson dice che continuerà a chiedere una moratoria qualunque sia l'esito del voto, insieme all'aumento del salario minimo e alla sanità universale. "Quello a cui assisto è un computer trattato con più cura e attenzione di un essere umano da parte di amministratori eletti, aziende e governo federale", ha detto. "Ed è sbagliato, dovrebbe terrorizzare le persone che un data center venga protetto più di chi ci vive accanto".
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Ah certo, le imposizioni dall’estero non le accettate.
Come non accettate quelle dalla Libia, vero?
Che dice il generale Almasri?
open.online/2026/08/07/meloni-…
La dura nota di Palazzo Chigi rilanciata anche sui social contro il governo di Madrid: «Solo quando si avrà la certezza che non vi saranno rischi di sicurezza e di terrorismo per l’Italia, che non vi sia una nuova ondata, che non ci siano migranti ir…Stefania Carboni (Open)
Elezioni e Politica 2026 reshared this.
@Politica interna, europea e internazionale
Il governo italiano ha respinto al mittente l’ultimatum lanciato oggi dalla Spagna a rimuovere, entro il 9 agosto, i controlli aggiuntivi imposti ai viaggiatori provenienti dal Paese iberico dopo
Il gradimento netto del presidente Donald Trump è sceso a –20,6 punti, il valore più basso mai registrato nei suoi due mandati secondo le medie dei sondaggi elaborate da Nate Silver. Tra il 35 e il 36% degli americani approva il suo operato, mentre la quota di chi lo disapprova si avvicina al 60%. Il fondatore di FiveThirtyEight aveva previsto questa possibilità quando aveva scritto che il "livello inferiore" del consenso nei secondi mandati presidenziali può essere molto più basso di quanto comunemente si creda.
Il 20,8% degli americani ha ora un'opinione fortemente favorevole di Trump, contro il 47,6% che ne ha una fortemente sfavorevole. Lo scarto è di quasi 27 punti e mette in discussione l'idea che lo zoccolo duro del presidente sia più motivato dei suoi oppositori. Storicamente questo indicatore tende ad anticipare l'andamento del gradimento complessivo, che nelle ultime settimane ha continuato a diminuire.
Midterm 2026 · Il clima nazionale
Il gradimento netto del presidente è sceso a −20,6 punti nella media dei sondaggi curata da Nate Silver. Il prezzo della benzina e i dazi spiegano gran parte della caduta. Nel voto per il Congresso i democratici sono ora avanti di 6,5 punti.
Grafica di FocusAmerica 7 agosto 2026
Gradimento netto di Donald Trump
Primo mandato
−11,3
Oggi
−20,6
Alla stessa distanza dall’insediamento, nell’estate del 2018
Il valore più basso dei suoi due mandati
Nel primo mandato Trump non era mai sceso sotto −19, il minimo toccato dopo l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio. Oggi lo approva poco più di un americano su tre, mentre chi lo disapprova sfiora il 60 per cento.
Il meccanismo
Il gradimento del presidente segue da vicino il prezzo della benzina. Dalla notizia al distributore passano pochi giorni.
1
La tregua con l’Iran si incrina
2
Il prezzo del greggio sale nel giro di poche ore
3
I distributori adeguano i listini in pochi giorni
4
Il gradimento del presidente torna a scendere
Con i dazi è andata allo stesso modo: il primo grande calo nella media dei sondaggi coincide con il Liberation Day, il giorno in cui Trump annunciò le tariffe generalizzate sulle importazioni. Nelle ultime settimane sono tornati a pesare sul giudizio degli elettori.
Esplora i numeri
ILo scarto IIIl clima IIILa rimonta IVIl Michigan
L’intensità
Quota di americani che si dice fortemente favorevole o fortemente contraria al presidente.
Fortemente favorevoli a Trump20,8%
Fortemente contrari a Trump47,6%
26,8 punti di scarto
La scala si ferma al 50 per cento.
Sono le opinioni nette a muoversi per prime: il gradimento complessivo le segue, e nelle ultime settimane ha continuato a scendere. Cade così anche l’idea che i sostenitori del presidente siano più motivati dei suoi avversari.
−13
È quanto Trump perde sull’immigrazione, il tema su cui per anni è andato meglio. Oggi il saldo è di nuovo vicino al minimo del secondo mandato, toccato la scorsa primavera dopo l’uccisione di due persone in Minnesota da parte di agenti dell’ICE, la polizia federale che si occupa di immigrazione.
Il voto per il Congresso
Il generic ballot chiede a quale partito si darebbe il voto per il Congresso, senza fare i nomi dei candidati. È la misura più usata per leggere il clima nazionale a tre mesi dalle elezioni.
La media di oggiDemocratici +6,5
0 +3 +7 o +8 +10
La scala misura il vantaggio democratico in punti. Sotto i 3 punti i repubblicani possono conservare la Camera, grazie al piccolo margine che hanno ottenuto nella ridefinizione dei collegi. La banda chiara indica dove salirebbe il risultato democratico se tutti i sondaggi interrogassero gli elettori probabili.
60%
Dei sondaggi recenti intervista gli elettori registrati, non quelli che si dicono intenzionati a votare
+2,5
I punti che il margine democratico guadagna tra gli elettori probabili, nei sondaggi che misurano entrambi i gruppi
+7 o +8
Il vantaggio nazionale che i democratici avrebbero se tutti i sondaggi usassero quel campione
Per anni i repubblicani hanno potuto contare su una partecipazione più alta dei propri elettori alle elezioni di metà mandato. Oggi sono i democratici ad avere l’elettorato più istruito e più abituato ad andare a votare, e il modello di Silver considera quel vantaggio ormai scomparso. Nel 2018, l’ultimo voto di metà mandato con un presidente repubblicano, i democratici vinsero il voto popolare per la Camera di 8,6 punti.
80%
CameraLa probabilità che i democratici conquistino la maggioranza, secondo i mercati previsionali
50%
SenatoLa probabilità che i democratici prendano il controllo anche del Senato, dove la partita resta in perfetto equilibrio
L’altro 20 per cento
Su dieci scenari, due lasciano la Camera ai repubblicani. Tocca ogni condizione per leggere che cosa dovrebbe succedere.
La Camera resta repubblicana: 20% La Camera passa ai democratici: 80%
II sondaggi sbagliano come in una delle ultime presidenziali+
Servirebbe un errore sistematico paragonabile a quelli osservati in alcune elezioni presidenziali degli ultimi anni. Nelle elezioni di metà mandato un errore così non si è mai visto.
IIL’economia migliora in modo evidente nel terzo trimestre+
Richiederebbe una riduzione delle tensioni con l’Iran, quindi un prezzo della benzina in discesa, e nessun crollo della bolla legata all’intelligenza artificiale.
IIII repubblicani riescono a far pesare lo spostamento a sinistra dei democratici+
Dovrebbero trasformare una serie di candidature locali in un’unica storia nazionale. Solo se si verificassero tutte e tre le condizioni la Camera resterebbe con ogni probabilità repubblicana.
I democratici hanno presentato candidati in tutti i collegi tranne tre, un segnale di solidità organizzativa. I repubblicani hanno lasciato scoperto un numero maggiore di seggi.
Le primarie del Michigan
Abdul El-Sayed ha vinto le primarie democratiche per il Senato, come indicavano tutti i sondaggi. Sul margine, però, la previsione e il risultato non hanno quasi nulla in comune.
La previsioneEl-Sayed +11
Il risultatoMeno di un punto
10
I punti di errore della media dei sondaggi
14.893
I voti di scarto su oltre 1,5 milioni di schede
3%
La probabilità di vittoria che i mercati previsionali davano a Haley Stevens
L’affluenza è stata la più alta mai registrata in Michigan per primarie al Senato o per il governatorato. Contro El-Sayed sono stati spesi oltre 60 milioni di dollari, più di 30 dei quali da AIPAC e dalle organizzazioni collegate; per novembre i repubblicani hanno già prenotato 45 milioni di pubblicità nello Stato.
Il clima nazionale può assorbire la debolezza del candidato. Le proiezioni sul Michigan danno i democratici avanti di 6,5 punti: El-Sayed può ottenere cinque punti in meno delle attese e vincere comunque contro il repubblicano Mike Rogers.
Fonte Silver Bulletin, medie dei sondaggi di Nate Silver ed Eli McKown-Dawson, dati al 3 agosto 2026. Risultato delle primarie del Michigan: Associated Press. Probabilità: mercati previsionali Polymarket e Kalshi. Voto popolare per la Camera nel 2018: elaborazione Silver Bulletin.
Il prezzo della benzina sembra spiegare buona parte di questi movimenti. Nelle settimane in cui i negoziati con l'Iran avevano prodotto una tregua, il prezzo del greggio era sceso e i numeri della popolarità del presidente erano migliorati, sia nella media generale sia nelle rilevazioni degli istituti che ripetono lo stesso sondaggio ogni settimana o ogni mese. Con la ripresa dei combattimenti, però, il prezzo alla pompa di benzina è tornato a salire e i dati della popolarità del presidente sono nuovamente peggiorati. Il meccanismo è rapido: appena la tregua appare in pericolo, il prezzo del petrolio reagisce nel giro di poche ore e, nel giro di alcuni giorni, i distributori adeguano i listini.
Anche i dazi hanno prodotto un effetto simile. Il primo grande calo nella media del gradimento risale al Liberation Day, il giorno in cui Trump annunciò l'introduzione di tariffe generalizzate sulle importazioni. Nelle ultime settimane il tema è tornato a pesare sul giudizio degli elettori. Persino sull'immigrazione, a lungo considerata uno dei punti di forza del presidente, il saldo è sceso a –13 punti ed è tornato vicino al minimo del secondo mandato. Trump aveva già raggiunto quel livello la scorsa primavera, dopo l'uccisione di due persone in Minnesota da parte di agenti dell'ICE, la polizia federale responsabile dell'immigrazione.
Nel voto per il Congresso i Democratici sono ora in media avanti di 6,5 punti. Il dato proviene dal generic ballot, la domanda con cui i sondaggisti chiedono agli intervistati quale partito voterebbero senza indicare i nomi dei candidati. È una delle misure più utilizzate per valutare il clima nazionale in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.
Ma il vantaggio effettivo dei Democratici potrebbe essere ancora più ampio. Circa il 60% delle rilevazioni recenti prende in considerazione gli elettori registrati e non quelli che si dichiarano intenzionati a votare. Nei sondaggi che misurano entrambi i gruppi, il margine democratico cresce di circa 2,5 punti tra gli elettori probabili. Se tutte le rilevazioni utilizzassero quest'ultimo campione, il vantaggio nazionale del partito potrebbe quindi raggiungere i 7 o 8 punti.
Si tratta di un ribaltamento relativamente recente. Per anni i Repubblicani hanno goduto di un vantaggio strutturale nell'affluenza alle elezioni di metà mandato, alle quali partecipa una quota molto più ridotta dell'elettorato rispetto alle presidenziali. Oggi, invece, sono i Democratici ad avere la coalizione mediamente più istruita e più abituata a recarsi alle urne. Il modello di Silver parte dunque dal presupposto che il tradizionale vantaggio repubblicano nell'affluenza non esista più.
I mercati previsionali, le piattaforme sulle quali si scommette sull'esito degli eventi politici, attribuiscono ai Democratici circa l'80% di probabilità di conquistare la Camera dei Rappresentanti e il 50% di prendere il controllo del Senato. Alla Camera il punto di equilibrio si trova intorno a un vantaggio democratico di 3 punti nel voto popolare. Sotto quella soglia i Repubblicani potrebbero conservare la maggioranza, grazie al lieve vantaggio ottenuto nella ridefinizione dei collegi elettorali. I Democratici hanno presentato candidati in tutti i collegi tranne tre, un segnale di solidità organizzativa, mentre i Repubblicani hanno lasciato scoperto un numero maggiore di seggi.
Perché si realizzi quel 20% di probabilità di una vittoria repubblicana alla Camera, dovrebbero verificarsi almeno due di tre condizioni, secondo Nate Silver:
Solo se si verificassero tutte e tre le condizioni, la Camera rimarrebbe con ogni probabilità sotto il controllo repubblicano.
Al Senato il campo di battaglia è più ampio di quanto comunemente si pensi. In Iowa i sondaggi descrivono una corsa in equilibrio, in Nebraska l'indipendente Dan Osborn si presenta con un profilo populista in grado di attrarre una parte dei voti MAGA ed in Maine il modello considera il democratico Troy Jackson favorito contro la senatrice repubblicana uscente Susan Collins.
Ci sono poi Stati tradizionalmente più repubblicani nei quali i candidati democratici stanno ottenendo risultati competitivi. In Texas James Talarico è avanti nei sondaggi, mentre in Alaska si è presentata l'ex deputata Mary Peltola. In un clima nazionale caratterizzato da un vantaggio democratico di 7, 8 o 9 punti, anche seggi storicamente repubblicani potrebbero diventare contendibili.
La raccolta fondi conferma lo squilibrio. I Democratici sono molto più forti nelle donazioni dei singoli cittadini, che il modello considera soprattutto una misura dell'entusiasmo e della capacità organizzativa, più che delle risorse finanziarie disponibili. Sul fronte repubblicano pesano invece gli autofinanziamenti di candidati facoltosi come Vivek Ramaswamy, che il modello non conteggia.
Le donazioni raccolte all'interno dello Stato in cui si tiene la corsa valgono cinque volte quelle provenienti dall'esterno, perché indicano un maggiore radicamento locale. Il Comitato Nazionale Democratico è in difficoltà ed Elon Musk ha promesso milioni di dollari alla campagna repubblicana, ma il flusso delle piccole donazioni continua a favorire i Democratici.
Le primarie democratiche per il Senato in Michigan si sono di recenti concluse con la vittoria di Abdul El-Sayed, che affronterà il repubblicano Mike Rogers a novembre per il seggio lasciato libero da Gary Peters. Il risultato ha confermato il vincitore indicato dai sondaggi, ma ha smentito nettamente le previsioni sul margine: El-Sayed era avanti di 11 punti nella media delle rilevazioni, ma ha battuto Haley Stevens di poco meno di un punto.
Al momento in cui l'Associated Press ha assegnato la vittoria, mercoledì mattina, El-Sayed aveva un vantaggio di 14.893 voti su oltre 1,5 milioni di schede scrutinate. L'affluenza è stata la più alta mai registrata in Michigan per primarie al Senato o per il governatorato e ha superato anche quella di quasi tutte le primarie presidenziali disputate nello Stato dal 1978.
Molti dei sondaggi che attribuivano a El-Sayed un vantaggio a doppia cifra erano stati commissionati da comitati favorevoli alla sua candidatura, ma anche alcune rilevazioni indipendenti lo indicavano nettamente avanti. Dopo il ritiro di Mallory McMorrow, avvenuto all'inizio di luglio, la competizione sembrava essersi spostata rapidamente a suo favore. La senatrice statale era tuttavia rimasta sulla scheda e ha continuato a raccogliere una piccola quota di voti.
Neppure gli appoggi dell'establishment sono bastati a Stevens. La governatrice Gretchen Whitmer, il senatore uscente Gary Peters e il leader democratico al Senato Chuck Schumer l'avevano sostenuta nelle ultime settimane. El-Sayed ha vinto nonostante i gruppi schierati con la sua avversaria avessero speso più di 60 milioni di dollari, oltre 30 dei quali provenienti da AIPAC e dalle organizzazioni collegate.
I mercati previsionali attribuivano a Stevens appena il 3% di probabilità di vittoria. Silver aveva correttamente giudicato quella quota troppo bassa, osservando che nelle primarie i margini di errore sono molto più ampi rispetto alle elezioni generali. Stevens non ha vinto, ma il risultato finale gli ha dato ragione sulla sostanza: la competizione era molto più incerta di quanto indicassero sia i mercati sia gli ultimi sondaggi.
La vittoria di El-Sayed rappresenta un risultato importante per la sinistra democratica: è il primo candidato progressista ad aver conquistato una candidatura statale in uno Stato vinto da Trump nel 2024. Il margine ridotto, tuttavia, impedisce di interpretare il risultato come una completa bocciatura dell'ala moderata. Quasi metà degli elettori democratici ha scelto Stevens, che aveva impostato la campagna sull'esperienza al Congresso e sulla propria capacità di vincere negli Stati in bilico.
Le rilevazioni condotte prima delle primarie erano meno favorevoli a El-Sayed in vista delle elezioni generali. Contro Rogers, un candidato repubblicano tradizionale e privo di evidenti tratti estremisti, El-Sayed risultava leggermente indietro, mentre Stevens otteneva risultati migliori. Non sono però ancora disponibili sondaggi completi realizzati dopo le primarie, e quelle rilevazioni descrivevano candidati che non avevano ancora consolidato il sostegno dei rispettivi partiti.
Una prima analisi successiva al voto di G. Elliott Morris invita infatti a non trarre conclusioni definitive sull'eleggibilità dei due candidati democratici. Le differenze tra i risultati di El-Sayed e Stevens contro Rogers erano ridotte, mentre il margine di incertezza rimaneva molto ampio. Al termine di primarie lunghe e combattute, inoltre, i numeri del vincitore tendono spesso a peggiorare temporaneamente, perché una parte degli elettori del candidato sconfitto dichiara di non essere disposta a sostenerlo.
I partiti hanno normalmente circa tre mesi per recuperare questi elettori e nella maggior parte dei casi ci riescono. Stevens ha già telefonato a El-Sayed per riconoscere la sconfitta e ha promesso di sostenerlo, mentre i vertici democratici si stanno ricompattando intorno al nuovo candidato. La campagna repubblicana ha però già preparato l'offensiva. Trump ha definito El-Sayed un "comunista", mentre Rogers ha presentato la sfida come una scelta tra "buonsenso e completa follia". Il comitato elettorale dei Repubblicani al Senato ha prenotato 45 milioni di dollari di pubblicità in Michigan e AIPAC ha annunciato che continuerà a contrastare El-Sayed anche nelle elezioni generali.
Il clima nazionale potrebbe comunque assorbire parte della differenza tra El-Sayed e un candidato democratico più moderato. Le proiezioni sul Michigan basate sul voto per il Congresso attribuiscono ai Democratici un vantaggio di 6,5 punti nello Stato. El-Sayed potrebbe quindi ottenere un risultato inferiore di 5 punti rispetto alle attese del partito e vincere comunque.
Lo stesso principio vale per altre competizioni, come quella per il governatore del Wisconsin, dove un'annata particolarmente favorevole ai Democratici potrebbe trascinare alla vittoria candidati che in condizioni normali sarebbero destinati a perdere.
La corsa del Michigan è così diventata un test concreto sull'effetto dell'ideologia. Finora gran parte dei dati sul vantaggio elettorale della moderazione proveniva da collegi poco competitivi, nei quali un candidato progressista poteva vincere di 32 punti anziché di 40 senza modificare l'esito finale. In Michigan, invece, la differenza può decidere chi controllerà il seggio: l'avversario repubblicano è solido e il candidato democratico non è gravato da scandali.
El-Sayed è un medico ed è stato borsista Rhodes. Sostiene l'estensione della sanità pubblica a tutti gli americani e, pur avendo ricevuto l'appoggio dei Democratic Socialists of America, non è iscritto all'organizzazione della sinistra socialista che sta vincendo numerose primarie democratiche in questo ciclo. Si definisce capitalista e sostiene di conoscere bene i difetti del capitalismo proprio perché crede in quel sistema.
Attualmente al Senato non siede alcun esponente arabo-americano e, se dovessere eletto, El-Sayed diventerebbe anche il primo musulmano a giurare al Senato. Non è certo un caso: il Michigan è lo Stato con la più alta quota di popolazione di origine araba. A Dearborn, la città statunitense con la maggiore presenza arabo-americana, Kamala Harris ottenne circa il 42% dei voti nel 2024, mentre Jill Stein conquistò una quota consistente di consensi. Una campagna capace di mobilitare quell'elettorato e gli elettori più giovani potrebbe produrre un'affluenza molto diversa da quella abituale in un'elezione di metà mandato.
Israele e AIPAC, il principale gruppo di pressione filo-israeliano degli Stati Uniti, sono stati il secondo grande tema della campagna di El-Sayed dopo la sanità, e forse quello politicamente più rilevante. Secondo un'analisi delle email utilizzate dai candidati per raccogliere fondi, El-Sayed è tra i due o tre che menzionano più spesso questi argomenti.
L'attacco ad AIPAC è deliberatamente costruito su due piani: permette di criticare contemporaneamente la politica statunitense nei confronti di Israele e il peso esercitato dai grandi comitati elettorali e dalle aziende nel finanziamento delle campagne. Il risultato delle primarie ha dimostrato che questo messaggio può prevalere tra gli elettori democratici anche in uno Stato in bilico. Resta da verificare se possa funzionare allo stesso modo nell'elettorato più ampio delle elezioni generali.
The differences in the data between Haley Stevens and Abdul El-Sayed are tiny — and the uncertainty is hugeG. Elliott Morris (Strength In Numbers)
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Pete Buttigieg sta cercando di eliminare dal proprio vocabolario politico ogni parola che contenga il prefisso "ri-" e ogni richiamo al passato. L'ex Segretario ai Trasporti dell'Amministrazione Biden, uno dei nomi più citati in vista delle prossime primarie presidenziali democratiche del 2028, ha spiegato in un'intervista a Politico che promettere agli elettori di riportare gli Stati Uniti alla normalità precedente a Donald Trump è la strada sbagliata per il suo partito. "Il ritorno alla normalità, secondo me, non funzionerà", ha affermato.
Se i Democratici dovessero vincere le elezioni di metà mandato di novembre, il rischio è che il partito si affidi a una sorta di memoria muscolare e passi immediatamente alla modalità "annullare i danni". Per questo Buttigieg vorrebbe accantonare persino lo slogan con cui Joe Biden vinse nel 2020, Build Back Better, traducibile come "ricostruire meglio". "Costruire meglio. Non voglio nemmeno parlare di tornare indietro", ha detto.
Quella promessa, secondo Buttigieg, ha già fallito la prova dei fatti. "Se avesse potuto funzionare, avrebbe già funzionato", ha osservato a proposito dell'esperimento di Biden: l'idea che il Paese desiderasse tornare alla normalità e che i risultati ottenuti attraverso riforme graduali avrebbero ricondotto gli elettori nella coalizione democratica. Nel 2020 Buttigieg si candidò contro quella visione, sostenendo la necessità di scelte più ambiziose, ma perse. "Joe Biden ha battuto me e altre venti persone alle primarie", ha ricordato. Oggi, però, è ancora più convinto di allora della propria analisi.
Neppure le istituzioni smantellate dall'Amministrazione Trump, a suo giudizio, dovrebbero essere ricostruite esattamente com'erano. Buttigieg ha citato USAID, l'agenzia federale che gestiva gli aiuti internazionali, e il Dipartimento dell'Istruzione. "Non penso che sia possibile, né auspicabile, provare a ricostruirli esattamente com'erano prima".
"Sinistra contro centro", "interni contro esterni", "establishment contro sfidanti": secondo Buttigieg, nessuna di queste contrapposizioni coglie pienamente la posta in gioco nelle primarie di quest'anno. La vera domanda è se il partito saprà costruire ciò che verrà dopo oppure si limiterà a riproporre una versione del vecchio status quo. Presentare la proposta più spostata a sinistra può essere un modo per mostrarsi audaci e prendere le distanze dal semplice ritorno alla normalità, ha spiegato. "Ma non credo che sia l'unico modo per essere audaci".
Buttigieg ha rifiutato di rivelare per chi abbia votato alle primarie democratiche per il Senato in Michigan, lo Stato in cui vive e dove gli elettori del partito hanno appena scelto il proprio candidato. "Resterà un segreto dell'urna", ha risposto, spiegando che ora il suo obiettivo è aiutare il partito a ritrovare l'unità. Le primarie del Michigan si svolgono insolitamente tardi e lasciano poche settimane per ricompattare i Democratici in vista del voto di novembre. "Meno parlo su come ho votato, meglio potrò svolgere quel ruolo in seguito".
La sua posizione sulle elezioni di novembre, tuttavia, è già chiara. Secondo Buttigieg, il candidato repubblicano Mike Rogers si è reso inadatto all'incarico con i voti espressi al Congresso, a cominciare da quello contro l'Affordable Care Act, la riforma sanitaria approvata durante la presidenza di Barack Obama. "Molti elettori di questo Stato, molti dei miei vicini e alcuni membri della mia famiglia allargata hanno un'assicurazione sanitaria grazie a una legge contro la quale lui ha votato", ha dichiarato. Il Michigan rimane uno Stato in bilico e Rogers affronta la nuova campagna con ingenti risorse finanziarie e un'organizzazione già rodata dalla corsa al Senato combattuta e persa di stretta misura nel 2024.
Il calendario delle primarie democratiche del 2028 proposto dal Comitato Nazionale Democratico (DNC) dovrebbe partire da South Carolina e Nevada, due Stati con una forte presenza di elettori afroamericani e ispanici della classe lavoratrice: proprio i gruppi con cui Buttigieg incontrò le maggiori difficoltà nel 2020. L'ex Segretario, tuttavia, non ha contestato la scelta. Collocare la South Carolina al primo posto rappresenta una risposta importante al tentativo sistematico di indebolire il potere politico degli afroamericani, ha spiegato, soprattutto alla luce dell'erosione del Voting Rights Act, la legge federale che tutela il voto delle minoranze, e della sentenza della Corte Suprema nel caso Callais.
Secondo Buttigieg, chi aspira alla presidenza deve infatti rivolgersi all'intera classe lavoratrice, parlando tanto dell'esperienza degli afroamericani quanto di quella dei latinos, senza però trattare ogni comunità come un blocco isolato. L'approccio politico fondato sulla suddivisione degli elettori in gruppi distinti, da conquistare uno alla volta, raggiunse il suo apice tra il 2019 e il 2020. Alla domanda se lo definirebbe il "picco woke", Buttigieg ha risposto che quel termine riconduce tutto a una contrapposizione tra sinistra e centro che non descrive adeguatamente il fenomeno.
In ogni Stato che visiterà da ora in avanti, Buttigieg potrà contare su una rete di relazioni e su un'esperienza che nel 2020 non possedeva. Quando arrivò per la prima volta in South Carolina da candidato, lo fece per chiedere il sostegno degli elettori. Negli anni successivi vi è invece tornato da membro del governo per portare investimenti e progetti concreti, dal porto di Charleston ai lavori stradali di Orangeburg. Da quando ha lasciato l'Amministrazione Biden ha già visitato trenta Stati.
L'effetto sorpresa, però, non può ripetersi. "Si può irrompere sulla scena una volta sola", ha osservato, ricordando che nel 2019 la sua campagna procedeva come un treno i cui binari venivano posati mentre era già in corsa. Non crede, tuttavia, che l'esperienza accumulata renda necessariamente più semplice una nuova candidatura. "Non so se sia mai stato facile, per qualcuno, competere seriamente per la presidenza".
Secondo Buttigieg, una nuova candidatura di Kamala Harris non implicherebbe necessariamente una ripetizione del 2024. Ha ricordato le due campagne presidenziali di John McCain e le tre di Joe Biden: "Il mondo cambia, la politica cambia, le persone cambiano. Tutti cresciamo". Il 2024 è stato un anno traumatico per il partito, ha riconosciuto, e i Democratici continuano a interrogarsi sulle ragioni della sconfitta.
Nel suo libro Harris ha scritto di non aver scelto Buttigieg come vicepresidente perché riteneva che il Paese non fosse pronto per un ticket formato da una donna nera e da un uomo gay. "È una questione molto più grande del risentimento che qualcuno può provare leggendo una pagina di un libro. Riguarda la traiettoria della civiltà occidentale", ha commentato Buttigieg.
La linea politica del consigliere della Casa Bianca Stephen Miller è "grottesca", ma Buttigieg gli riconosce di aver compreso la portata della posta in gioco, forse persino in modo eccessivo. "Alcune delle cose che stanno accadendo in questo momento non mettono alla prova soltanto la destra o la sinistra, e nemmeno il solo modello democratico. Mettono alla prova l'Illuminismo, che negli ultimi quattro o cinque secoli ha avuto una certa importanza".
Quanto alla propria omosessualità, Buttigieg sostiene di essere troppo coinvolto per stabilire se lo abbia favorito o penalizzato. Ci sono stati momenti in cui temeva che avrebbe stroncato la sua carriera politica prima ancora che cominciasse e altri in cui sembrava non avere alcuna importanza. Il tema intorno al quale ha costruito il proprio racconto politico è quello dell'appartenenza. La stessa esigenza di sentirsi parte di qualcosa, osserva, alimenta anche il consenso per Trump e JD Vance; in quel caso, però, l'appartenenza viene definita soprattutto attraverso l'esclusione degli altri.
L'episodio più grave vissuto dalla sua famiglia da quando è entrato in politica risale a quando una persona con problemi psichici fece una falsa segnalazione alle autorità, provocando la temporanea separazione di Buttigieg e del marito dai figli. Dopo l'accaduto ricevette la solidarietà di molte persone, compresi alcuni avversari politici. "Se non riusciamo nemmeno a considerare i figli degli altri un limite invalicabile, allora non ci resta più nulla".
Sono trascorsi undici anni dalla discesa di Trump lungo la scala mobile della Trump Tower, con la quale nel giugno 2015 annunciò la sua prima candidatura alla Casa Bianca. Per Buttigieg, quel momento ha segnato l'inizio di un'epoca in cui comportamenti un tempo considerati inaccettabili sono diventati normali. Trump, tuttavia, è tanto una causa quanto un sintomo di tutto questo.
Le elezioni del 2028 saranno inevitabilmente anche una risposta a Trump, ma dovranno offrire l'occasione per voltare davvero pagina. Limitarsi a fare campagna contro un presidente la cui popolarità è in calo costituisce una base troppo fragile: quel vantaggio potrebbe rischiare di convincere i Democratici di poter fare a meno di elaborare nuove idee.
Quando in Michigan si sono aperte le corse per il governatorato e per il Senato, Buttigieg ha preso in considerazione entrambe le possibilità, ma ha infine deciso di non candidarsi. Si era trasferito da poco nello Stato, dove si era stabilito per avvicinarsi alla famiglia del marito Chasten, e non si sentiva nelle condizioni di salire su un palco e spiegare perché la scelta dovesse ricadere su di lui anziché su persone impegnate da anni nella politica locale. L'ex senatrice Debbie Stabenow, comunque, lo ha sempre incoraggiato nel suo percorso all'interno del Partito Democratico del Michigan.
I quattro anni trascorsi nel governo federale hanno profondamente cambiato la sua idea di quanto sia necessario trasformare il sistema. Quando si candidò alla presidenza da sindaco in carica, poteva soltanto immaginare il funzionamento di Washington; successivamente da Segretario, invece, ha potuto osservare direttamente ciò che funziona e ciò che deve essere cambiato. Ricorda, infine, anche il momento, intorno ai 32 anni, in cui si rese conto che, quando qualcuno parlava metaforicamente di assaltare il municipio e rovesciare chi comandava, la persona al potere era ormai diventata lui.
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Ancora un morto sul lavoro ieri a Padova: un giovane operaio moldavo appena arrivato in Italia. Lavorava in nero.administrator (Rifondazione Comunista – Sinistra Europea)
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L'economia statunitense ha perso 23.000 posti di lavoro a luglio, mentre gli economisti interpellati dal Wall Street Journal si aspettavano 83.000 assunzioni nette. Il dato è contenuto nel rapporto mensile diffuso oggi dal Bureau of Labor Statistics, l'istituto di statistica del Dipartimento del Lavoro. Il tasso di disoccupazione è tuttavia sceso dal 4,2% di giugno al 4,1%, il livello più basso da giugno 2025.
Il rapporto ha ridimensionato anche i risultati dei due mesi precedenti: i posti creati a maggio sono stati rivisti da 129.000 a 63.000 e quelli di giugno da 57.000 a 20.000. Complessivamente, si tratta di 103.000 assunzioni in meno rispetto alle prime stime. La media mensile dell'ultimo anno scende così a 34.000 nuovi posti di lavoro creati. Le revisioni cancellano gran parte dello slancio che sembrava aver caratterizzato i primi mesi del 2026, quando la ripresa delle assunzioni era stata attribuita all'ottimismo per i tagli fiscali, la tregua sui dazi, la riduzione dei tassi d'interesse e il rallentamento dell'inflazione.
Occupazione · Luglio 2026
Il Bureau of Labor Statistics registra 23.000 posti in meno a luglio e ne cancella altri 103.000 dalle stime di maggio e giugno. Il tasso di disoccupazione scende al 4,1% perché sempre meno americani cercano un impiego.
Grafica di FocusAmerica 7 agosto 2026
Posti di lavoro creati a luglio
Le attese
+83.000
Il dato reale
−23.000
Media degli economisti interpellati dal Wall Street Journal
Uno scarto di 106.000 posti rispetto alle previsioni
Nell’ultimo anno l’economia americana ha creato in media 34.000 posti al mese: poco più di un terzo del ritmo che teneva nel 2024.
Quattro anni in un grafico
Variazione mensile degli occupati non agricoli, in migliaia. La linea blu è la media dei dodici mesi precedenti: a gennaio 2023 superava i 380.000 posti al mese, oggi è a 34.000.
Posti creati Posti persi Media a 12 mesi
Passa il dito o il mouse sul grafico per leggere i singoli mesi.
Dentro il rapporto
Le revisioni Il paradosso I settori
Il Bureau of Labor Statistics ha ricalcolato i due mesi precedenti. Entrambi valevano circa la metà di quanto era stato annunciato.
−103.000
posti in meno rispetto alle prime stime. Le revisioni cancellano quasi tutto lo slancio dei primi mesi del 2026.
Occupati e disoccupati arrivano da due indagini diverse. I posti si contano nelle buste paga delle imprese; il tasso di disoccupazione nasce da un sondaggio tra le famiglie, e considera disoccupato solo chi ha cercato lavoro nelle ultime quattro settimane. Chi smette di cercare esce dal conteggio.
A luglio la disoccupazione è scesa al 4,1%, il livello più basso da giugno 2025. Nello stesso mese però la quota di americani che lavorano o cercano lavoro è caduta al minimo da oltre cinque anni: il tasso cala anche quando l’occupazione non cresce.
61,4%
Tasso di partecipazione, sette decimi in meno rispetto a gennaio
5,9 mln
Americani fuori dalla forza lavoro che dicono di volere un impiego
921.000
Persone in attesa di rientrare dopo un licenziamento: 153.000 in più in un mese
Ogni comparto sposta il saldo del mese. Le perdite di scuola, negozi e finanza pesano molto più di quanto la sanità riesca a compensare, e il totale si ferma a 23.000 posti in meno.
Passa il dito o il mouse su un comparto per vedere il saldo progressivo.
«Tutti gli altri comparti» è una voce residua: la differenza fra il saldo totale di luglio e i comparti indicati sopra.
Il turismo doveva essere il grande beneficiario dei Mondiali di calcio. Il settore del tempo libero e dell’ospitalità ha invece perso 61.000 posti a giugno ed è rimasto fermo a luglio. La retribuzione oraria media è ferma a 37,62 dollari, il 3,2% in più rispetto a un anno fa.
A luglio 2026 l’economia americana ha perso 23.000 posti di lavoro contro le 83.000 assunzioni attese. Maggio è stato rivisto da 129.000 a 63.000 posti e giugno da 57.000 a 20.000, per un totale di 103.000 posti in meno rispetto alle prime stime. Il tasso di disoccupazione è sceso dal 4,2% al 4,1%, mentre il tasso di partecipazione è caduto al 61,4%.
Fonte Elaborazione su dati del Bureau of Labor Statistics, rapporto sull’occupazione di luglio 2026 (dati destagionalizzati), e sul sondaggio del Wall Street Journal tra gli economisti. La rilevazione di ottobre 2025 non è stata effettuata a causa dello shutdown federale.
Il numero degli occupati e il tasso di disoccupazione provengono da due rilevazioni diverse e possono quindi muoversi in direzioni apparentemente contraddittorie. I posti di lavoro vengono calcolati attraverso un'indagine sulle imprese, che misura il numero di persone presenti nelle buste paga. Il tasso di disoccupazione deriva invece da un sondaggio sulle famiglie, nel quale una persona viene considerata disoccupata soltanto se ha cercato attivamente un impiego nelle quattro settimane precedenti. Chi smette di cercarlo esce dalla forza lavoro e non viene più conteggiato: il tasso può quindi diminuire anche senza un aumento dell'occupazione.
A luglio il tasso di partecipazione al mercato del lavoro è sceso al 61,4%, il livello più basso da oltre cinque anni e sette decimi di punto in meno rispetto a gennaio. Gli americani fuori dalla forza lavoro che dichiarano di volere un impiego sono 5,9 milioni. Sono inoltre aumentate di 153.000 unità, fino a 921.000, le persone temporaneamente senza lavoro a causa di un licenziamento.
Le perdite si sono concentrate in pochi comparti. L'istruzione gestita dagli enti locali ha tagliato 50.000 posti, il commercio al dettaglio 19.000 e le attività finanziarie 14.000. La sanità ha invece continuato a crescere, con 22.000 nuove assunzioni. La retribuzione oraria media è rimasta ferma a 37,62 dollari, il 3,2% in più rispetto a un anno fa.
Le imprese devono intanto affrontare un aumento dei costi su più fronti. Le spedizioni di petrolio dal Golfo Persico restano ostacolate dalla guerra in Medio Oriente, mentre l'Amministrazione Trump ha rilanciato la propria offensiva commerciale introducendo nuovi dazi sulle importazioni. In questo contesto, anche reperire manodopera è diventato più difficile: il forte rallentamento dell'immigrazione ha ulteriormente ristretto l'offerta di lavoratori disponibili.
Non si è inoltre materializzata l'ondata di assunzioni che gli economisti prevedevano in vista dei Mondiali di calcio. Il settore del tempo libero e dell'ospitalità, che avrebbe dovuto beneficiarne per primo, ha perso 61.000 posti a giugno ed è rimasto sostanzialmente fermo a luglio.
La Casa Bianca non ha ancora commentato il nuovo rapporto, pubblicato a circa tre mesi dalle elezioni di metà mandato, nonostante la Casa Bianca cerchi di rassicurare gli elettori sulla solidità dell'economia. Il calo dell'occupazione e le pesanti revisioni dei mesi precedenti riaprono però gli interrogativi sulla tenuta della crescita americana, in una fase segnata da un'inflazione ancora elevata e da costi crescenti per imprese e famiglie.
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L'arco trionfale che il presidente Donald Trump vuole costruire a Washington avrà un impatto negativo sulle vedute di 37 luoghi storici della capitale, tra cui il Lincoln Memorial, il cimitero nazionale di Arlington, il Washington Monument e il Campidoglio. Lo ha stabilito il National Park Service, l'agenzia federale che gestisce i parchi e i monumenti nazionali degli Stati Uniti, in una valutazione pubblicata sul proprio sito.
La struttura sarà alta 250 piedi, circa 76 metri, quasi quanto l'edificio del Campidoglio che ospita il Congresso. Sorgerà in una rotonda sul lato della Virginia del fiume Potomac, davanti al Lincoln Memorial, esattamente al centro del percorso che collega il cimitero di Arlington al Campidoglio e che è costellato di monumenti nazionali. Chi vive nell'area di Washington o la visita se la troverà davanti da quasi ogni punto della città.
La valutazione rientra in una procedura chiamata Section 106, prevista dalla legge federale sulla tutela del patrimonio storico, che obbliga le agenzie a esaminare gli effetti di un'opera pubblica sui siti storici vicini e a raccogliere le osservazioni dei cittadini. Il National Park Service ha aperto la consultazione pubblica sul progetto e ha studiato le conseguenze sui luoghi circostanti, arrivando alla conclusione che l'arco cambierà le vedute e il significato simbolico di molti di essi.
Il New York Times ha raccolto l'elenco completo dei siti per cui l'agenzia prevede effetti negativi. Oltre ai monumenti più noti ci sono il Pentagono, il Thomas Jefferson Memorial, la National Cathedral, il quartiere storico di Georgetown, il ponte Francis Scott Key, la George Washington Memorial Parkway, il National War College e il piano urbanistico originario della città disegnato da Pierre L'Enfant.
L'arco interromperà il corridoio visivo tra il Lincoln Memorial e Arlington House, la residenza del generale confederato Robert E. Lee trasformata in memoriale, un asse progettato per rappresentare la riunificazione tra Nord e Sud dopo la guerra civile. Dal memoriale dedicato a Lee gran parte del Lincoln Memorial resterà nascosta dietro la nuova struttura. Dall'Arlington Memorial Bridge, il ponte che unisce le due sponde del Potomac, l'arco inserirà un simbolo di trionfo in uno spazio che è anche l'ingresso solenne del cimitero militare.
Alcuni veterani hanno contestato la terrazza panoramica prevista in cima all'arco, che consentirà ai turisti di osservare dall'alto i funerali privati e le famiglie in lutto al cimitero di Arlington. Il tema è stato sollevato più volte durante le sedute pubbliche di revisione del progetto.
La Casa Bianca vuole che l'arco sia costruito prima della fine del mandato di Trump e sta accelerando per ottenere l'approvazione definitiva della National Capital Planning Commission, l'organismo federale che autorizza le opere edilizie nella capitale. Il via libera potrebbe arrivare il 3 settembre, quando la commissione tornerà a riunirsi. Il presidente non ha alcuna intenzione di spostare l'arco né di ridurne le dimensioni e ha riempito la commissione di suoi alleati, quindi è improbabile che la sintesi dei danni prodotta dal National Park Service cambi qualcosa.
Per la Casa Bianca la presenza di Trump nelle vedute più celebri di Washington è un pregio e non un difetto. L'arco "migliorerà l'esperienza dei visitatori al cimitero nazionale di Arlington per i veterani, per le famiglie dei caduti e per tutti gli americani", ha dichiarato al New York Times il portavoce Davis Ingle, "servendo da promemoria visivo dei nobili sacrifici sostenuti da tanti eroi americani nei nostri 250 anni di storia perché noi oggi possiamo godere delle nostre libertà".
L'opera dovrebbe essere una celebrazione apolitica dei 250 anni degli Stati Uniti, ma è già stata ribattezzata "Arc de Trump" per la somiglianza con l'Arco di Trionfo di Parigi. A ottobre, durante una conferenza stampa nello Studio Ovale con il direttore dell'FBI Kash Patel e la ministra della Giustizia Pam Bondi, un modellino dell'arco era appoggiato sulla scrivania presidenziale. A un giornalista di CBS News che gli chiedeva per chi fosse, Trump ha risposto: "Per me. Sarà bellissimo".
Non è il primo monumento che il presidente dedica a se stesso. L'aeroporto internazionale di Palm Beach, in Florida, è stato intitolato a lui e nel campo da golf del Trump National Doral di Miami è stata installata una statua dorata alta quasi sette metri che lo raffigura. A differenza di quelle, però, l'arco di Washington sarà difficile da evitare, anche solo guardando le immagini della capitale in televisione o al cinema.
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Il presidente russo Vladimir Putin potrebbe mettere alla prova la tenuta della NATO con un attacco limitato contro un paese dell'alleanza nei prossimi anni. Lo prevedono le nuove valutazioni dell'intelligence americana rivelate dal Wall Street Journal, che ipotizzano scenari che vanno da un cyberattacco a un'incursione di terra su scala ridotta. La finestra temporale stimata va da questo autunno al 2029.
In passato l'intelligence americana aveva ritenuto che Putin non avrebbe provocato un paese della NATO finché era impegnato nella guerra in Ucraina, ma la valutazione è cambiata all'inizio di quest'anno. Putin è sempre più in difficoltà: i droni ucraini infliggono danni crescenti all'esercito e all'industria petrolifera russa, le forze di Mosca avanzano poco al fronte al prezzo di perdite pesanti e il presidente russo è sotto pressione in patria per ottenere una vittoria. Il timore dei funzionari americani è che Putin diventi più pericoloso quando è messo alle strette. L'obiettivo di un eventuale attacco alla NATO sarebbe spaccare l'Alleanza.
I leader americani ed europei vedono già segnali di attacchi esplorativi con cui la Russia testa la reazione dell'alleanza, come i missili da crociera caduti in Polonia e i droni entrati in Romania. Le minacce ipotizzate nei rapporti vanno da un cyberattacco contro un paese dell'alleanza all'invio di gruppi armati senza insegne per occupare territorio, fino a un'incursione limitata sul fianco orientale. "L'incognita è come risponderebbero gli Stati Uniti in quel caso", ha detto al Wall Street Journal Heather Conley dell'American Enterprise Institute, un centro studi di Washington. Secondo Conley, mettere in dubbio la credibilità della NATO e separare gli Stati Uniti dagli alleati "è sempre stato un obiettivo" della Russia.
La probabilità dello scenario più estremo, l'incursione di terra, è considerata bassa, ma cresce con il passare del tempo. Un attacco del genere è sempre stato giudicato molto improbabile perché farebbe scattare l'articolo 5 del trattato, la clausola che impegna tutti i membri alla difesa collettiva. L'articolo 5 è però meno chiaro sulla risposta alle minacce informatiche o ibride. "Rispondere a un attacco sotto la soglia dell'articolo 5 è sempre stata la sfida della NATO e finora gli alleati hanno preferito evitare l'escalation", ha detto Conley. Quando nel 2007 la Russia lanciò una serie di cyberattacchi contro l'Estonia, per esempio, il paese scelse di gestire la crisi a livello bilaterale, senza invocare l'alleanza.
"Riflettiamo e ci prepariamo sempre a ogni tipo di scenario. La NATO osserva e siamo pronti a dissuadere e a difendere se necessario, come continuiamo a dimostrare", ha detto il colonnello Martin O'Donnell, portavoce dell'alleanza. Il Pentagono e il comando supremo alleato in Europa non hanno voluto commentare informazioni di intelligence riservate.
Le scorte americane di alcune munizioni sono intanto ridotte al minimo: gli Stati Uniti le hanno erose con i trasferimenti di armi all'Ucraina dopo l'invasione russa e con la guerra contro l'Iran. Tra le riserve a rischio ci sono i missili a lungo raggio Precision Strike e ATACMS, entrambi lanciati dai lanciarazzi mobili HIMARS, e i missili antiaerei a corto raggio Stinger, armi necessarie per respingere un'invasione di terra in un eventuale conflitto con la Russia, secondo Tom Karako del Center for Strategic and International Studies (CSIS), un altro centro studi di Washington. Sono basse anche le scorte per la difesa aerea, compresi gli intercettori Patriot, SM-3 e THAAD.
Un recente rapporto del CSIS stima che nella guerra con l'Iran gli Stati Uniti abbiano impiegato tra 1.060 e 1.430 missili Patriot, lasciandone appena 870 in arsenale. "Se si trattasse solo di combattere l'Iran, anche se abbiamo usato poco più della metà degli intercettori, ne resta ancora metà, quindi potremmo andare avanti per parecchio tempo", ha detto Mark Cancian, uno degli autori del rapporto. "Il problema è che ora il Pentagono è molto preoccupato per le conseguenze nel Pacifico occidentale, con la Cina".
La carenza ha aperto un dibattito dentro l'amministrazione mentre il presidente valuta le prossime mosse sull'Iran. Il generale Dan Caine, capo dello stato maggiore congiunto e più alto ufficiale delle forze armate americane, ha avvertito di recente la Casa Bianca che gli intercettori per la difesa aerea stanno diminuendo. Secondo Caine le scorte attuali non impedirebbero una ripresa delle operazioni militari su larga scala contro l'Iran, ma aumenterebbero i rischi.
Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha definito false le notizie su una carenza di munizioni: "Abbiamo tutto ciò che serve per colpire nel momento e nel luogo che il presidente sceglierà". La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha detto che le forze armate hanno munizioni "più che sufficienti" per gli obiettivi strategici del presidente, che ha già chiesto ai produttori di armi di aumentare la produzione.
The United States has depleted its missile inventories but still has enough to continue fighting this war under any plausible scenario. The risk is with future wars—particularly against a peer competitor like China.Center for Strategic and International Studies
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Il caldo estremo non è più un’eccezione: è diventato un rischio concreto, anche sul lavoro.
Nell’Unione europea quasi 1 lavoratore su 5 è esposto a temperature elevate durante l’attività lavorativa: e chi lavora nei campi, nei cantieri, per strada, nei magazzini o nei servizi di emergenza spesso non può semplicemente “mettersi al fresco”.
La crisi climatica infatti sta cambiando anche le condizioni in cui lavoriamo. Per questo la sicurezza non può dipendere dal settore, dal contratto o dal luogo in cui si vive: servono regole comuni per prevenire lo stress termico, garantendo acqua, pause, ombra, orari adeguati alle temperature, la sospensione del lavoro quando il rischio diventa troppo alto e, dove possibile, il ricorso al lavoro da remoto.
Servono tutele comuni in tutta Europa e un’organizzazione del lavoro che metta davvero al centro la salute, anche attraverso la settimana di 32 ore a parità di salario.
Nessuno dovrebbe rischiare la propria salute, o la propria vita, per guadagnarsi da vivere.
Non è questa l’Europa che vuole Volt.
#CaldoEstremo #SicurezzaSulLavoro #CrisiClimatica #DirittiDeiLavoratori #Lavoro #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa
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Zur Wahl in Sachsen-Anhalt habe ich die Programme aller Parteien mit Chance auf einen Landtagssitz komplett gelesen. Das der AfD fand ich ziemlich erschütternd. Bürgerwehren, abgelegene Lager, in denen Menschen Zwangsarbeit verrichten, Spezialeinheiten, die politische Gegner jagen – alles drin. "Ich hab von nichts gewusst", kann ich jetzt schon nicht mehr sagen.
Ein bisschen Mut haben mir dann die anderen Programme gemacht. Immerhin haben die Parteien ein paar Ideen, wie man die Demokratie gegen die autoritäre Wende abhärten könnte. Welche das sind, habe ich hier aufgeschrieben: netzpolitik.org/2026/landtagsw…
Am 6. September könnte die AfD eine absolute Mehrheit im Landtag von Sachsen-Anhalt erringen. Wir zeigen, wie die übrigen Landes-Parteien die Demokratie vor den Rechtsradikalen schützen wollen.Martin Schwarzbeck (netzpolitik.org)
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Das ist ja schön und gut dass das in den Programmen steht, aber im Falle einer absoluten Mehrheit der AfD würde davon ja eh nichts umgesetzt.
Wäre nicht eher an der Zeit, dass die anderen Parteien sich schon mal überlegen, wie sie auch aus der Opposition heraus es der AfD so schwer wie möglich machen könnten, die Demokratie zu zerstören?
"Hope for the best, plan for the worst" und so?
Landtagswahl in Sachsen-Anhalt: So wollen die Parteien die autoritäre Wende aufhalten
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Il deputato repubblicano Andy Ogles, uno dei più fedeli sostenitori del presidente Donald Trump alla Camera, ha perso le primarie del suo partito in Tennessee. Nel quinto distretto congressuale è stato battuto da Charlie Hatcher, ex commissario statale all'agricoltura, con il 53,2% dei voti contro il 46,8%, cioè 36.524 preferenze contro 32.078. Le primarie servono a scegliere il candidato che ogni partito schiererà a novembre, quando si rinnova l'intera Camera dei Rappresentanti.
Primarie repubblicane · 6 agosto 2026
Tennessee, primarie repubblicane nel 5° distretto
Charlie Hatcher batte il deputato uscente Andy Ogles — Camera degli Stati Uniti
CandidatoVoti%
Charlie Hatcher
Vincitore — corsa assegnata dall'Associated Press
36.524
53,2%
Andy Ogles
Deputato uscente
32.078
46,8%
68.602voti totali
>95% scrutinato
Elaborazione di Focus America su dati dell'Associated Press. Risultati non definitivi.
È la seconda sconfitta in una settimana per un candidato alla Camera sostenuto dal presidente. Martedì in Michigan Amir Hassan, anche lui appoggiato da Trump, aveva perso contro un rivale che si era ritirato dalla corsa a luglio. La settimana scorsa il presidente aveva organizzato per Ogles un comizio telefonico, un evento in cui il candidato parla agli elettori collegati per telefono, mentre lo speaker della Camera Mike Johnson aveva fatto campagna per lui a distanza.
Hatcher, allevatore di mucche da latte di quinta generazione, ha condotto una campagna da conservatore meno appariscente e ha incassato nei giorni finali l'appoggio del governatore Bill Lee, che raramente interviene nelle primarie contese del suo partito. "Charlie è stato al fianco del presidente Trump fin dal primo giorno" ha detto Lee in un video pubblicato sui social, aggiungendo che avrebbe "garantito l'agenda del presidente". Lee ha detto di conoscere Hatcher da più di vent'anni. Lo stesso Hatcher, pur senza l'endorsement di Trump, ha insistito in campagna sul proprio sostegno al presidente e ha chiesto agli elettori di "assumere un agricoltore".
Sul risultato ha pesato anche un super PAC, uno di quei comitati che possono raccogliere e spendere somme illimitate a favore di un candidato purché non si coordinino con la sua campagna. La Invest in Tomorrow Coalition, finanziata da aziende che sviluppano impianti di energia rinnovabile, ha speso 2 milioni di dollari da metà luglio per far cadere Ogles, che ha reagito dicendo di essere il bersaglio dei "liberali di sinistra".
"Il distretto ha dimostrato ancora una volta che mettersi di traverso al futuro energetico dell'America ha un prezzo politico salato" ha detto in una nota Tom Matzzie, presidente della coalizione, aggiungendo che il gruppo continuerà "a punire i parlamentari di entrambi i partiti che vogliono fare politica con i posti di lavoro americani, la sicurezza energetica e i prezzi delle bollette". Ogles nelle ultime settimane aveva accusato il gruppo di voler "comprare" il suo seggio e aveva fatto notare che la fattoria di Hatcher, candidatosi prima che i confini venissero ridisegnati, era finita fuori dal distretto con la nuova mappa.
Eletto per la prima volta nel 2022, Ogles si era costruito una notorietà nazionale con le sue dichiarazioni. Ha depositato una risoluzione per modificare la Costituzione e permettere a Trump un terzo mandato e una proposta di legge intitolata "Make Greenland Great Again" a sostegno del desiderio del presidente di comprare il territorio danese. In un messaggio sui social aveva invitato con toni volgari il presidente ucraino Volodymyr Zelensky a tornarsene in Europa, dopo l'incontro alla Casa Bianca del 2025 in cui secondo lui non aveva mostrato abbastanza rispetto per Trump.
All'inizio del mese del Pride il suo account ufficiale su X aveva pubblicato un messaggio in cui si diceva che "l'omosessualità non ha posto in America". Il post ha provocato critiche insolite dai suoi stessi compagni di partito. Ogles si è scusato e lo ha cancellato dando la colpa a un membro del suo staff della comunicazione. A marzo aveva pubblicato almeno una decina di messaggi contro i musulmani, tra cui uno in cui scriveva che "i musulmani non appartengono alla società americana".
Sul deputato pesavano anche guai giudiziari. Nel 2024 l'FBI, la polizia federale americana, gli aveva sequestrato il cellulare nell'ambito di un'indagine su un prestito da 320mila dollari che aveva dichiarato di aver fatto alla propria campagna nel 2022. Ogles ha poi corretto la cifra dicendo di aver prestato solo 20mila dollari. L'amministrazione Trump ha archiviato l'indagine all'inizio di quest'anno, mentre resta aperta un'inchiesta dell'ufficio etico del Congresso sul rispetto delle norme sul finanziamento delle campagne elettorali. Ogles ha inoltre gonfiato il proprio curriculum di studi e di lavoro, come hanno documentato l'emittente locale NewsChannel5 e il Washington Post.
La sfida si è giocata su una mappa elettorale nuova. A maggio i parlamentari repubblicani del Tennessee hanno approvato un nuovo disegno dei collegi dopo la decisione della Corte Suprema che ha indebolito il Voting Rights Act, la legge del 1965 che protegge il diritto di voto delle minoranze. La nuova mappa dovrebbe fruttare ai repubblicani un seggio in più e punta a far vincere al partito tutti e nove i distretti dello Stato. Il quinto distretto, che prima comprendeva parte di Nashville, ora si allunga da Memphis fino al confine con il Kentucky e scende di nuovo verso la contea di Williamson, toccando pezzi di diciassette contee.
Il nuovo disegno ha spezzato anche il distretto a maggioranza nera di Memphis, l'unico in mano ai democratici, distribuendo i suoi elettori su territori conservatori. Steve Cohen, unico deputato democratico della delegazione del Tennessee, ha rinunciato a ricandidarsi nel seggio diventato repubblicano dopo quasi vent'anni.
A novembre Hatcher affronterà Chaz Molder, sindaco di Columbia, che ha vinto le primarie democratiche con il 40,5% battendo altri quattro candidati. Molder ha raccolto 2,6 milioni di dollari entro metà luglio, molto più di qualsiasi altro candidato dei due partiti nel distretto. Il comitato che finanzia le campagne dei democratici alla Camera lo ha inserito nel programma riservato alle sue reclute migliori. La sua campagna è centrata sul costo della vita, sull'accesso alle cure sanitarie e sulla casa.
La sconfitta di Ogles complica i piani dei democratici. Il partito contava su un contesto nazionale favorevole e sulle polemiche attorno al deputato uscente per rendere contendibile un seggio che resta considerato saldamente repubblicano. Tra i democratici c'era chi riteneva Ogles l'avversario più facile da battere. I nuovi confini danno comunque a Hatcher un vantaggio di partenza.
L'appoggio del presidente ha continuato a pesare nella grande maggioranza delle primarie repubblicane di quest'anno, come hanno mostrato le analisi sui candidati in corsa, ma le eccezioni si accumulano. Nelle corse per il governatore in Iowa e in Georgia sono stati sconfitti Randy Feenstra e il vicegovernatore Burt Jones, mentre in South Carolina Trump ha dovuto ripiegare su un doppio endorsement dopo che la sua prima scelta, la vicegovernatrice Pamela Evette, non era riuscita a evitare il ballottaggio e aveva poi perso.
Nel nono distretto, quello di Memphis smembrato dalla nuova mappa, ha vinto le primarie democratiche Justin Pearson con il 65,8% contro il 24,2% della senatrice statale London Lamar. Pearson era diventato noto a livello nazionale nel 2023 come uno dei tre parlamentari del Tennessee che i repubblicani dell'assemblea statale provarono a espellere dopo una protesta sul controllo delle armi: fu cacciato e poi reintegrato. A novembre affronterà il senatore statale Brent Taylor, che ha vinto le primarie repubblicane con il 46% ed è sostenuto dal presidente e dai due senatori repubblicani dello Stato. Taylor ha descritto la propria campagna come un'"assicurazione blindata contro l'impeachment".
Le primarie di giovedì hanno definito anche la sfida per il governatore. La senatrice Marsha Blackburn ha vinto quelle repubblicane con il 43,4%, davanti al deputato John Rose (32,9%) e al parlamentare statale Monty Fritts (23,4%). Il presidente non si è schierato e Blackburn ha rivendicato il proprio sostegno alla sua agenda, mentre Rose l'attaccava per aver votato la certificazione della vittoria elettorale di Joe Biden nel 2020 e per il rifiuto di partecipare a un dibattito. Tra i democratici ha vinto con il 69% Jerri Green, consigliera comunale di Memphis, davanti all'attivista Carnita Atwater. Il prossimo governatore del Tennessee sarà comunque una donna, la prima nella storia dello Stato.
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La Camera ha negato alla Procura di Roma l’autorizzazione ad acquisire le chat tra Andrea Delmastro, deputato di Fratelli d’Italia ed ex sottosegretario alla Giustizia, e Mauro Caroccia, coinvolto in un’inchiesta legata alla criminalità organizzata. Delmastro non è indagato, ma quelle conversazioni erano state richieste dai magistrati.
Nel video, Francesca Romana D’Antuono, già copresidente di Volt Europa, mette insieme questo voto e altre scelte della maggioranza: il recepimento al minimo della direttiva europea contro le querele bavaglio, salari che continuano a perdere terreno e la possibilità concessa alle banche di accantonare capitale invece di pagare subito la tassa sugli extraprofitti.
E mentre per i potenti le tutele non sembrano mancare, a Roma centinaia di persone, tra cui bambini, anziani e persone fragili, sono finite in strada dopo l’evacuazione di Spin Time.
Per i deboli, rigore. Per i potenti, protezione.
Siamo sicuri che ci vada bene così?
#Delmastro #PoliticaItaliana #Giustizia #FratellidItalia #QuereleBavaglio #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa
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@Politica interna, europea e internazionale
Un botta e risposta durissimo, esploso a margine dell’audizione in Commissione d’inchiesta sulla gestione dell’emergenza Covid e proseguito a colpi di
Il presidente Donald Trump ha firmato giovedì 6 agosto due ordini esecutivi per limitare la cittadinanza per nascita e per colpire il cosiddetto turismo delle nascite, poco più di un mese dopo la sentenza con cui la Corte Suprema aveva bocciato il suo primo tentativo di cancellare quel diritto. Negli Stati Uniti chi nasce sul territorio nazionale diventa automaticamente cittadino americano a prescindere dallo status dei genitori, una regola fissata dal quattordicesimo emendamento della Costituzione, approvato dopo la guerra civile.
Il primo ordine esclude dalla cittadinanza automatica i figli di chi lavora per ambasciate o per organizzazioni straniere, di chi agisce per conto di governi stranieri, dei membri di organizzazioni terroristiche straniere e di chi il governo americano classifica come "nemico straniero". Restano fuori anche i bambini nati da genitori che hanno ottenuto la cittadinanza con la frode e quelli di madri che mentono sulle ragioni del viaggio negli Stati Uniti mentre sono incinte. Una terza categoria riguarda i nati nei territori americani, ma per intervenire su quel punto servirebbe una legge del Congresso.
Il secondo ordine punta a rendere più difficile ottenere un visto per chi vuole partorire negli Stati Uniti. Will Scharf, segretario dello staff della Casa Bianca, ha detto che tra le misure allo studio c'è il rifiuto del visto ai visitatori sospettati di arrivare nel paese solo per far nascere un figlio. Ha descritto un fenomeno che un tempo capitava per caso, quando una turista partoriva in anticipo, e che secondo lui si è trasformato in organizzazioni strutturate, a volte criminali, capaci di portare decine di migliaia di persone negli Stati Uniti con quell'unico scopo.
La legge americana vieta già di rilasciare un visto a chi vuole entrare nel paese con lo scopo principale di ottenere la cittadinanza per un figlio facendolo nascere sul territorio nazionale. Il Migration Policy Institute, un centro studi sulle migrazioni, ha ricordato in un'analisi del 2026 che chiedere un visto con quell'obiettivo è già considerato una frode e un motivo sufficiente per negarlo. Un funzionario del Dipartimento per la sicurezza interna ha detto al New York Times che il provvedimento sul turismo delle nascite non cambia nulla sul piano operativo perché si limita a ripetere norme già in vigore.
Non esiste una stima ufficiale di quante nascite rientrino in questa categoria. Il Migration Policy Institute calcola che siano circa 26mila su 3,5 milioni di nati ogni anno negli Stati Uniti, mentre uno studio di ricercatori della Pennsylvania State University diffuso nelle settimane della sentenza ha rilevato che meno dello 0,3% delle nascite americane riguarda donne arrivate come turiste. I figli di immigrati irregolari o di residenti temporanei sono invece più di 250mila l'anno. Alla domanda di un giornalista su quante persone beneficino della cittadinanza per nascita, il presidente ha risposto "centinaia di migliaia".
Trump ha detto che il quattordicesimo emendamento era stato scritto "per i bambini degli schiavi" e che oggi c'è chi ci costruisce sopra delle attività economiche. Ha raccontato di uomini arrivati negli Stati Uniti dichiarando di avere 56 e 98 figli e ha ripetuto che l'emendamento fu approvato una o due settimane dopo la fine della guerra civile. La ratifica arrivò invece più di tre anni dopo.
Stephen Miller, vice capo di gabinetto della Casa Bianca e principale ispiratore della politica migratoria dell'amministrazione, ha detto che quell'emendamento fu approvato solo per garantire la cittadinanza ai figli degli schiavi e che non ha mai avuto altro significato. Ha indicato come base giuridica dei nuovi provvedimenti la sezione 215A della legge americana su immigrazione e cittadinanza (Immigration and Nationality Act), che a suo dire dà al presidente il potere di introdurre queste restrizioni. Il turismo delle nascite è per lui uno degli abusi più gravi del diritto americano.
La cittadinanza per nascita è uno dei temi centrali dell'agenda del secondo mandato, che il presidente ha costruito su una politica migratoria molto restrittiva. Chi la vuole abolire sostiene che renda il paese una calamita per chi vuole entrare e che la cittadinanza americana dovrebbe andare a chi la considera davvero un valore. Le associazioni per i diritti degli immigrati e molti giuristi rispondono che la Costituzione è chiara nello stabilire chi è cittadino e che restringere l'accesso creerebbe una categoria di persone di seconda classe.
La Corte Suprema aveva respinto il 30 giugno, con sei voti contro tre, l'ordine esecutivo firmato da Trump il primo giorno del suo secondo mandato, che negava la cittadinanza ai figli di immigrati irregolari e di residenti temporanei. Cinque giudici hanno scritto che quel diritto è garantito dalla Costituzione, il che significa che per cambiarlo servirebbe un emendamento costituzionale. Il sesto, Brett Kavanaugh, ha bocciato l'ordine sulla base della legge federale e non della Costituzione. Il presidente della Corte John Roberts, un conservatore, ha scritto nella sentenza che la cittadinanza era e resta "il diritto ad avere diritti".
Le eccezioni riconosciute dalla Corte restano limitate ai figli dei diplomatici e a quelli dei nemici durante un'occupazione ostile del territorio americano. Clarence Thomas, in un'opinione dissenziente sottoscritta dal solo Neil Gorsuch, ha scritto che i giudici hanno riscritto il quattordicesimo emendamento per riconoscere un diritto alla cittadinanza ai figli dei turisti delle nascite e degli stranieri irregolari. Samuel Alito ha depositato un'opinione dissenziente da solo, sostenendo che così l'emendamento garantisce la cittadinanza a quasi chiunque nasca nel paese.
Trump aveva seguito di persona la discussione orale del caso alla Corte Suprema, cosa che nessun presidente americano aveva mai fatto. Dopo la sentenza aveva annunciato che avrebbe chiesto ai giudici di riesaminare la decisione, una richiesta che la Corte non accoglie da decenni, ma il termine per depositarla è scaduto la settimana scorsa senza che la Casa Bianca la presentasse. "Pensavo che avremmo vinto alla Corte Suprema. Purtroppo abbiamo avuto una decisione sbagliata, molto ingiusta", ha detto giovedì nello Studio Ovale, aggiungendo che ora l'amministrazione punta ad arrivare allo stesso risultato per un'altra strada.
L'American Civil Liberties Union, la principale associazione americana per i diritti civili, prevede che anche il nuovo tentativo sarà respinto. "La Corte Suprema ha già deciso su questo punto: la cittadinanza per nascita è garantita dalla Costituzione. Nessun ordine esecutivo può cambiare il significato della Costituzione", ha dichiarato Cody Wofsy, vicedirettore del programma per i diritti degli immigrati dell'organizzazione.
I due ordini apriranno con ogni probabilità una nuova stagione di cause. I tribunali di grado inferiore hanno già respinto in altri procedimenti legati alle politiche migratorie dell'amministrazione l'uso delle categorie di "nemico straniero" e di esercito invasore. La legge federale dà al governo ampi poteri sull'ingresso nel paese ma vieta le discriminazioni nella concessione dei visti di immigrazione. Negare il visto alle donne incinte di alcuni paesi, come prevede l'ordine sul turismo delle nascite, potrebbe far nascere ricorsi proprio su quel terreno.
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I progressisti stanno ottenendo alle primarie democratiche un numero di vittorie che il partito non vedeva dal 2018. Tra i repubblicani, invece, l’endorsement del presidente Donald Trump equivale quasi a una garanzia di successo: dei 178 candidati sostenuti dal presidente fino al 30 giugno, ben 173 hanno vinto, pari al 97%.
Entro quella data, quasi 2.000 persone avevano partecipato alle primarie democratiche e repubblicane per la Camera, il Senato e le cariche di governatore in 31 Stati. Il sito FiftyPlusOne, che ha raccolto l’eredità del progetto di monitoraggio avviato da FiveThirtyEight nel 2018 e proseguito fino al 2024, ha censito gli endorsement espressi da Trump, dai leader e dalle organizzazioni progressiste, dai comitati elettorali dei due partiti, dai gruppi che promuovono le candidature femminili e dalle organizzazioni impegnate sul tema di Israele.
Midterm 2026 · Il peso degli appoggi
Fino al 30 giugno, 173 dei 178 candidati sostenuti dal presidente hanno vinto le primarie repubblicane. Tra i democratici, intanto, le organizzazioni progressiste tornano a far cadere i parlamentari in carica come non accadeva dal 2018.
Grafica di FocusAmerica Camera, Senato e governatori in 31 Stati
Quasi 2.000 candidati alle primarie · un quadrato per ogni endorsement
Donald TrumpTutti i candidati sostenuti alle primarie repubblicane
97%
173 vittorie su 178 endorsement. Il 72% dei sostenuti era già in carica e il 41% non aveva avversari.
Organizzazioni progressisteCandidati non uscenti sostenuti alle primarie democratiche
55%
28 vittorie su 51 endorsement: percentuali in linea con i cicli passati, ma con molte più vittorie in valore assoluto.
E togliendo i parlamentari uscenti?
Il dato di Trump resta altissimo anche al netto degli uscenti, che vincono quasi sempre a prescindere: nelle sole primarie contese tra candidati non in carica, l’endorsement presidenziale ha vinto 41 volte su 45, il 91%. In due casi Trump ha evitato la sconfitta cambiando cavallo in corsa o appoggiando entrambi i finalisti.
Repubblicani
Il comitato repubblicano per il Senato (NRSC) ha difeso due senatori in carica contro i candidati del presidente. Li ha persi entrambi.
0
Vittorie
del comitato
–
2
Vittorie
di Trump
Sostenuto dal NRSC
Bill Cassidy
Senatore uscente · Louisiana
VS
Sostenuta da Trump
Julia Letlow
Invitata a candidarsi dal presidente
Vince
Sostenuto dal NRSC
John Cornyn
Senatore uscente · Texas
VS
Sostenuto da Trump
Ken Paxton
Endorsement tardivo, ma decisivo
Vince
Il comitato per la Camera (NRCC) ha invece vinto con tutti i suoi 23 candidati: ma non si è mai schierato contro Trump e ha ribattezzato «MAGA Majority» il programma per i collegi contesi.
Democratici
Tre deputati sono stati battuti da sfidanti più a sinistra. Non per la linea politica generale: per il sostegno a Israele e, in due casi, per l’età.
Adriano Espaillat
Deputato uscente · New York
IsraeleEtà
Dan Goldman
Deputato uscente · New York
Israele
Diana DeGette
Deputata uscente · Colorado
IsraeleEtà
Il colpo sfiorato
Julie Gonzales · primarie per il Senato, Colorado
47%
50%
La sfidante progressista è arrivata a tre punti dal senatore uscente John Hickenlooper, nonostante una spesa elettorale superata di oltre dieci volte.
In California altri tre deputati in carica — Gomez, Matsui e Thompson — affronteranno sfidanti progressisti alle elezioni di novembre.
Le candidate
Tasso di vittoria delle candidate sostenute dalle principali organizzazioni. La parte chiara della barra è la media di tutte le candidate del partito, quella piena è il vantaggio in più.
EMILY’s List · democratiche
79%
27 vittorie su 34 · 32 punti sopra la media delle democratiche (47%)
Winning for Women · repubblicane
92%
22 vittorie su 24 · 57 punti sopra la media delle repubblicane (35%)
Maggie’s List · repubblicane
83%
24 vittorie su 29 · 48 punti sopra la media delle repubblicane (35%)
Ma tra i repubblicani le candidate restano poche
Democratici Repubblicani
Donne tra i candidati alle primarie
33%
20%
13 punti di distacco
Donne tra i candidati nei seggi in bilico
54%
15%
39 punti
Nei collegi in bilico le repubblicane sono soltanto due, entrambe già in carica: Mariannette Miller-Meeks e Susan Collins.
La linea di frattura
Almeno il
95%
È il tasso di vittoria dei parlamentari in carica sostenuti da AIPAC e Democratic Majority for Israel, almeno 50 a testa. Ma le sconfitte più pesanti dei democratici uscenti sono maturate proprio qui: gli sfidanti progressisti li hanno battuti attaccandoli per le loro posizioni su Israele.
La prossima sfida
In Michigan il progressista Abdul El-Sayed sfida la deputata Haley Stevens per la candidatura democratica al Senato. Con Stevens ci sono gli investimenti di AIPAC e un raro endorsement di Chuck Schumer.
Fonte: FiftyPlusOne, dati al 30 giugno 2026
Le vittorie includono le qualificazioni al voto di novembre
Le organizzazioni progressiste hanno sostenuto 51 candidati che non erano già in carica: 28 di questi hanno vinto le primarie o si sono qualificati per le elezioni generali di novembre, vale a dire il 55%. Considerando separatamente i diversi gruppi, hanno vinto circa il 66% dei candidati non già in carica da loro appoggiati. Le percentuali sono in linea con quelle dei cicli elettorali precedenti, almeno dal 2018; a cambiare è soprattutto il numero assoluto delle vittorie. Già a metà stagione, ciascuna organizzazione monitorata aveva visto prevalere più candidati di quanti ne avesse sostenuti nell’intero 2024. Diversi gruppi si sono inoltre già avvicinati ai risultati complessivi raggiunti nelle elezioni di metà mandato del 2022.
Tre deputati democratici sono stati sconfitti alle primarie da sfidanti progressisti: Adriano Espaillat e Dan Goldman a New York e Diana DeGette in Colorado. Tutti e tre appartengono al Congressional Progressive Caucus, il gruppo che riunisce l’ala sinistra del partito al Congresso. Gli sfidanti non li hanno attaccati tanto per il loro orientamento politico generale, quanto per il sostegno a Israele e, nel caso di Espaillat e DeGette, per l’età. Un’altra deputata dello stesso gruppo, Valerie Foushee, in North Carolina, si è salvata per appena un punto in una primaria tenuta a marzo, prima che la spinta progressista acquistasse forza.
In California, tre deputati in carica — Jimmy Gomez, Doris Matsui e Mike Thompson — si sono qualificati per il turno successivo senza ottenere la maggioranza assoluta. Lo Stato adotta un sistema nel quale tutti i candidati partecipano alla stessa primaria, senza distinzione di partito, e i due più votati accedono alle elezioni di novembre. I tre deputati dovranno quindi affrontare altrettanti sfidanti progressisti alle elezioni generali.
Nelle primarie per il Senato in Colorado, Julie Gonzales ha ottenuto il 47% contro il senatore uscente John Hickenlooper, nonostante avesse raccolto meno appoggi dalle organizzazioni progressiste e fosse stata superata di oltre dieci volte nella spesa elettorale. In Illinois è accaduto il contrario: la presenza di più candidati progressisti nelle stesse competizioni ha frammentato il voto, favorendo la vittoria di esponenti più moderati che hanno ottenuto la maggioranza relativa.
Circa l’80% dei candidati sostenuti dai progressisti correva in collegi classificati come sicuri per i democratici dal Cook Political Report, la principale società americana di analisi elettorale. Il Democratic Congressional Campaign Committee (DCCC), il comitato che finanzia le campagne democratiche per la Camera, è invece intervenuto soltanto nei collegi competitivi o potenzialmente tali. All’interno del partito è stato criticato per avere investito denaro su Jasmeet Bains in California, battuta dal progressista Randy Villegas, e su David Baldacci in Maine, sconfitto a sua volta da un candidato di sinistra. Tutti gli altri candidati sostenuti dal comitato hanno vinto, compresi 18 parlamentari uscenti e nove aspiranti deputati in collegi aperti o controllati dai repubblicani.
Alle primarie repubblicane invece il 72% dei candidati appoggiati da Trump era già in carica e il 41% non aveva avversari alle primarie. L’ottimo risultato dell’endorsement del presidente dipende quindi in parte dalla selezione dei candidati, perché i parlamentari uscenti tendono a prescindere a vincere le primarie con percentuali molto elevate.
Dei 128 parlamentari in carica sostenuti da Trump, soltanto uno non ha ottenuto la candidatura. Il deputato texano Tony Gonzales era arrivato al ballottaggio — il secondo turno è previsto in alcuni Stati quando nessuno supera il 50% — ma si è ritirato in seguito a uno scandalo sessuale, lasciando la candidatura a Brandon Herrera. Trump lo aveva appoggiato prima che emergesse lo scandalo e, nei giorni precedenti al voto, ne aveva preso informalmente le distanze.
Limitando il calcolo ai candidati non già in carica impegnati in primarie competitive, l’endorsement di Trump ha permesso di vincere 41 volte su 45, il 91%. In due casi ha sostanzialmente neutralizzato una possibile sconfitta distribuendo due appoggi successivi. In Oklahoma, il suo candidato aveva raggiunto il ballottaggio ma era poi crollato a causa di un altro scandalo sessuale; Trump aveva quindi trasferito il proprio sostegno al rivale prima del secondo turno. Nelle primarie per il governatore della South Carolina ha invece appoggiato entrambi i candidati arrivati al ballottaggio. Le altre due sconfitte sono giunte anch’esse in competizioni per la carica di governatore, in Iowa e in Georgia.
Il National Republican Congressional Committee (NRCC), che sostiene i candidati repubblicani alla Camera, ha appoggiato soltanto 23 candidati, ma hanno vinto tutti. Ad ogni modo il NRCC non si è mai schierato contro Trump e tutti i suoi candidati, tranne tre, avevano ricevuto già anche il sostegno del presidente. Le eccezioni sono due deputati moderati che si sono preparati senza avversari alle primarie, David Valadao e Brian Fitzpatrick, e Laurie Buckhout, vincitrice di una competizione a cinque nella quale tutti i candidati cercavano di presentarsi come vicini a Trump. Quest’anno il comitato ha ribattezzato “MAGA Majority” lo storico programma di sostegno ai candidati nei collegi contesi, precedentemente chiamato “Young Guns”, promettendo aiuti a chi incarna l’agenda trumpiana.
Il National Republican Senatorial Committee (NRSC), l’organizzazione equivalente per il Senato, ha invece sfidato Trump due volte ed è stato sconfitto in entrambi i casi. Il comitato aveva sostenuto 8 candidati: i 6 impegnati in competizioni prive di un senatore uscente erano appoggiati anche da Trump e hanno tutti ottenuto la candidatura. I due senatori in carica, Bill Cassidy in Louisiana e John Cornyn in Texas, sono stati invece battuti rispettivamente da Julia Letlow e Ken Paxton, entrambi sostenuti dal presidente.
Il comitato si era schierato con i propri senatori già a metà del 2025, senza riuscire a scoraggiare gli sfidanti. In Louisiana, Trump aveva invitato pubblicamente Letlow a candidarsi nel gennaio del 2026. In Texas, i vertici del partito avevano lavorato per mesi nel tentativo di convincerlo a sostenere Cornyn, prima che un endorsement tardivo a Paxton affondasse definitivamente le speranze del senatore uscente.
EMILY’s List, organizzazione che recluta e finanzia candidate democratiche, ha appoggiato 34 candidate donne e ne ha viste vincere 27, il 79%, contro un tasso di successo complessivo del 47% per le candidate alle primarie democratiche.
I due gruppi di sostegno alle candidate repubblicane hanno ottenuto risultati ancora migliori: le candidate sostenute da Winning for Women hanno vinto o superato il primo turno in 22 casi su 24, il 92%, mentre quelle appoggiate da Maggie’s List ci sono riuscite in 24 casi su 29, l’83%. Nel complesso, però, soltanto il 35% delle donne candidate alle primarie repubblicane ha vinto o è passato al turno successivo.
Nelle primarie senza un parlamentare uscente, dove l’appoggio di un’organizzazione può essere decisivo per emergere in una competizione affollata, le candidate supportate da EMILY’s List hanno vinto 16 volte su 22, il 73%, un risultato inferiore a quello degli anni precedenti. Winning for Women si è imposta in 6 competizioni su 8 e Maggie’s List in 9 su 14, mostrando entrambe un miglioramento rispetto al ciclo del 2024.
Tra i due partiti rimane tuttavia un ampio divario nel numero delle candidate. Tra i democratici, le donne sono 321 su 983 partecipanti alle primarie, vale a dire il 33%; tra i repubblicani sono 168 su 842, ovvero solo il 20%. Le candidate democratiche rappresentano il 44% del totale dei candidati del partito già qualificati per il voto di novembre, mentre le candidate repubblicane si fermano al 18%. Le proporzioni sono rimaste sostanzialmente stabili negli ultimi cicli, con una notevole eccezione: nelle competizioni per il Senato le donne costituiscono appena il 27% dei candidati democratici.
Le candidate democratiche prevalgono anche nei collegi nei quali il partito ha maggiori possibilità di vittoria a novembre. Nei seggi considerati in bilico, le donne rappresentano il 54% dei candidati democratici e appena il 15% di quelli repubblicani. Queste ultime sono soltanto due: la deputata Mariannette Miller-Meeks in Iowa e la senatrice Susan Collins in Maine, entrambe già in carica. I democratici hanno invece scelto 6 candidate non uscenti per sfidare altrettanti parlamentari repubblicani in collegi competitivi.
Il divario si ripete nei collegi sicuri: le donne sono il 44% dei candidati democratici nei seggi saldamente controllati dal partito e appena il 14% dei candidati repubblicani nei collegi altrettanto sicuri per il partito. Storicamente, entrambi hanno candidato donne soprattutto nelle competizioni più difficili, riservando di fatto agli uomini i seggi con maggiori probabilità di vittoria. Negli ultimi cicli i democratici si sono progressivamente allontanati da questo schema, mentre i repubblicani lo hanno fatto in misura molto minore.
Nel 34° distretto del Texas, i due gruppi repubblicani hanno sostenuto l’ex deputata Mayra Flores, già appoggiata da Trump in una precedente candidatura ma questa volta osteggiata dal presidente. Flores è stata sconfitta. Nel 10° e nel 38° distretto dello stesso Stato, le organizzazioni femminili si sono nuovamente scontrate con Trump, sostenendo nel secondo caso due candidate diverse. Anche in quelle competizioni ha prevalso il candidato del presidente. Era già accaduto nel 2024, quando Trump si era schierato contro candidate di primo piano in North Carolina, Kansas e nella corsa per il governatore dell’Indiana.
EMILY’s List si è contrapposta una sola volta al comitato democratico per la Camera, mentre in sei competizioni ha sostenuto un candidato diverso da quello scelto da un’organizzazione progressista. In altre quattro ha appoggiato lo stesso candidato dei progressisti e in dodici lo stesso nome indicato dal comitato del partito.
La posizione su Israele è stata una delle principali linee di divisione nelle primarie democratiche. Un ruolo di primo piano è stato svolto dall’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), il maggiore gruppo di lobbying filo-israeliano negli Stati Uniti, e dal suo super PAC, United Democracy Project, un comitato autorizzato a spendere senza limiti a sostegno o contro i candidati. A questi si sono aggiunti Democratic Majority for Israel e J Street. Ognuna delle due organizzazioni ha appoggiato almeno 50 parlamentari in carica, ottenendo percentuali di vittoria pari o superiori al 95%.
Le sconfitte più significative sono però arrivate proprio su questo terreno. Alcuni parlamentari sostenuti da queste organizzazioni sono infatti stati battuti da sfidanti progressisti che li avevano attaccati proprio per le loro posizioni su Israele.
AIPAC è uno dei maggiori finanziatori dell’intero ciclo di primarie e la principale forza organizzata contro i candidati progressisti. Nel conteggio del progetto, che registra gli appoggi pubblicati sul sito dell’organizzazione e le spese dirette del suo super PAC, AIPAC ha sostenuto soltanto due candidati democratici che non erano non già in carica: Adrian Boafo, che ha vinto in Maryland, e Melissa Conyears-Ervin, sconfitta in Illinois. Il gruppo è intervenuto però anche in altri modi, per esempio spendendo per spot contro un candidato senza appoggiarne pubblicamente un altro.
A febbraio, l’organizzazione aveva aperto l’attuale ciclo elettorale con una sconfitta di rilievo nelle primarie per l’elezione suppletiva dell’11° distretto del New Jersey. AIPAC aveva speso più di 2 milioni di dollari contro Tom Malinowski attraverso annunci che non riguardavano le sue posizioni su Israele. La strategia si era ritorta contro il gruppo, contribuendo a portare al primo posto una candidata più progressista.
Buona parte dell’attività di AIPAC sfugge comunque al conteggio, perché l’organizzazione e i suoi alleati fanno transitare il denaro attraverso comitati di facciata, che possono ricevere finanziamenti anche da altre fonti, come è accaduto in diverse competizioni dell’Illinois. Nel 9° distretto, due comitati collegati ad AIPAC hanno speso milioni di dollari per sostenere Laura Fine e attaccare i candidati progressisti Daniel Biss e Kat Abughazaleh, senza riuscire nell’obiettivo. Hanno inoltre investito una piccola somma a favore di un’altra progressista, Bushra Amiwala, nel tentativo di dividere il voto filopalestinese. Nell’8° e nel 2° distretto la stessa strategia ha funzionato, favorendo le vittorie di Melissa Bean e Donna Miller; nel 7°, invece, non è bastata a far emergere Conyears-Ervin da una competizione particolarmente affollata.
Tra i repubblicani, AIPAC ha appoggiato 66 parlamentari in carica e ne ha visti vincere 62. Ha sostenuto un solo sfidante, Ed Gallrein nel 4° distretto del Kentucky, contribuendo a rendere quella competizione una delle primarie più costose dell’anno. L’obiettivo era battere il deputato Thomas Massie, da tempo inviso a Trump.
Icandidatisupportatida Democratic Majority for Israel, organizzazione più piccola e attiva esclusivamente nelle primarie democratiche, hanno vinto 7 delle 10 competizioni nelle quali aveva sostenuto candidati non già in carica. J Street, gruppo filo-israeliano più liberale, favorevole alla soluzione dei due Stati e alla fine della guerra, ha scelto una strategia differente: in 8 occasioni, nell’arco di 6 mesi, ha appoggiato più candidati nella stessa competizione. La metà dei suoi candidati non già in carica ha vinto le primarie contese, ma nelle 22 competizioni di questo tipo nelle quali è intervenuta almeno uno dei candidati sostenuti è arrivato primo in 17 casi.
Nei confronti diretti con AIPAC o Democratic Majority for Israel, i candidati sostenuti soltanto da J Street hanno vinto 4 volte. L’unica sconfitta è arrivata nel 32° distretto della California, dove il gruppo si era schierato contro il deputato uscente Brad Sherman, appoggiato invece dalle altre due organizzazioni.
Nella seconda metà della stagione, il confronto più atteso è quello del Michigan, dove il progressista Abdul El-Sayed sfida la deputata Haley Stevens per la candidatura democratica al Senato. Stevens ha ricevuto un raro appoggio nelle primarie dal leader della maggioranza al Senato Chuck Schumer, che quest’anno si era schierato soltanto un’altra volta, a favore della governatrice del Maine Janet Mills. Anche AIPAC sta investendo ingenti risorse nella sua candidatura.
In Missouri, le stesse organizzazioni cercano di impedire il ritorno dell’ex deputata Cori Bush, che avevano contribuito a sconfiggere nel 2024. Alla Camera, intanto, diversi parlamentari democratici in carica restano ancora esposti alla sfida di candidati progressisti.
Our original dataset tracks endorsements across every congressional and gubernatorial race to reveal how party leaders and ideological groups are faring.FiftyPlusOne
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Nella notte del censimento di gennaio 2025, 745.652 persone negli Stati Uniti non avevano una casa. Il dato arriva dal conteggio annuale del Dipartimento per l'edilizia e lo sviluppo urbano (HUD), l'agenzia federale che si occupa di politiche abitative e case popolari, che ogni anno fotografa in una sola notte d'inverno quante persone dormono nei centri di accoglienza o in strada. Rispetto al 2024 il numero è sceso del 3,3%, dopo anni di aumenti.
In media 21,8 persone ogni 10mila abitanti erano senza casa, ma il dato cambia moltissimo da uno Stato all'altro. Il Mississippi ha il tasso più basso del paese, 4,2 ogni 10mila abitanti. New York ha il più alto tra gli Stati, 72,8, più di 17 volte tanto. Il primato assoluto spetta al distretto di Washington, che coincide con la sola città capitale, dove il tasso arriva a 74,1.
In valori assoluti la California è di gran lunga prima, con 181.934 persone senza casa, davanti a New York con 145.560. Nessun altro Stato arriva neppure a un quarto di quella cifra. La California è lo Stato più popoloso degli Stati Uniti, New York il quarto.
Il Vermont è lo Stato più rurale del paese, con il 65% della popolazione che vive fuori dai centri urbani secondo il censimento del 2020. Il suo tasso è tra i più alti in assoluto, 52,5 persone ogni 10mila abitanti. Anche California e Nevada, che hanno le quote maggiori di residenti nelle aree urbane, sono tra i dieci Stati messi peggio. Il problema quindi non è solo delle grandi città.
In New York solo il 4% delle persone senza casa dormiva fuori da una struttura di accoglienza, la quota più bassa del paese. In California era il 63,5%, la più alta. HUD tiene separato chi ha una sistemazione temporanea, come i dormitori d'emergenza, gli alloggi di transizione e le cosiddette safe haven per chi soffre di gravi disturbi mentali, da chi passa la notte all'aperto, in auto, negli accampamenti o negli edifici abbandonati.
Persone senza casa · Stati Uniti
Nella notte del conteggio del gennaio 2025 le reti di servizi che coprono le 50 città più grandi del paese hanno censito 390.782 persone senza casa. New York e Los Angeles da sole valgono un quarto di tutte quelle contate negli Stati Uniti.
New York125.683Los Angeles67.777Seattle16.936Denver10.774San Jose10.711Portland10.526
Persone senza casa 50.00010.0001.000
Come si legge. Ogni cerchio è una rete locale di servizi, non il comune: l’area è proporzionale al numero di persone contate. Phoenix e Mesa in Arizona, Arlington e Fort Worth in Texas ricadono a due a due nella stessa rete, quindi le 50 città più grandi sono coperte da 48 reti.
Fonte Elaborazione di Focus America su dati del Department of Housing and Urban Development, conteggio di una notte del gennaio 2025 pubblicato nell’Annual Homelessness Assessment Report 2025 e raccolti da USAFacts. Il totale delle 48 reti è la somma dei singoli conteggi.
Per organizzare i servizi il paese è diviso in 386 continuum of care, cioè reti locali che mettono insieme associazioni, ospedali, forze dell'ordine e servizi di salute mentale di una stessa area. Nel 2025 la rete di New York City ne ha contate 125.683 e quella di Los Angeles 67.777, le due città più popolose degli Stati Uniti. Circa il 52% delle persone senza casa vive nelle reti che comprendono le 50 città più grandi e diciassette reti urbane o suburbane ne hanno registrate almeno 5mila ciascuna.
A Los Angeles solo il 34,5% aveva un posto in un dormitorio d'emergenza, in un alloggio di transizione o in una safe haven, contro il 96,3% di New York. Sette delle dieci grandi città con la quota più alta di persone che dormono all'aperto sono in California, tutte sopra il 55%: Long Beach (71,4%), San Jose (69,8%), Oakland e Berkeley (68,5%), Los Angeles (65,5%), Fresno (62%), San Diego (57,7%) e Sacramento (56,4%). All'estremo opposto ci sono Boston, con il 97,6% delle persone al riparo, New York (96,3%), Milwaukee (94,6%), Memphis (93,3%) e Baltimora (90,7%). I conteggi si fanno a gennaio, quindi le città con il clima più rigido tendono ad avere quote più alte di persone in struttura. Le tende negli spazi pubblici sono diventate un tema politico e diverse città governate dai Democratici hanno rivisto le proprie politiche sulla droga e sull'uso di parchi e strade.
Tra il 2020 e il 2025 il tasso del Vermont è passato da 17,3 a 52,5 persone ogni 10mila abitanti, l'aumento più forte di tutti. In Oregon e nello Stato di New York la crescita è stata di oltre 25 persone ogni 10mila. Solo quattro Stati hanno visto un calo: Wyoming, Florida, Texas e South Carolina. Il più marcato è quello del Wyoming, con 1,5 persone in meno ogni 10mila abitanti. A Washington DC il tasso è sceso di 21 punti ogni 10mila abitanti.
Il numero complessivo era calato dal 2007 al 2016, poi ha ripreso a salire dal 2017 al 2024: nel 2023 l'aumento è stato del 12,1% e nel 2024 del 18,1%, prima del calo del 3,3% registrato nel 2025. L'Interagency Council on Homelessness, l'organismo che coordina le politiche federali sul tema, attribuisce quegli aumenti alla mancanza di sistemi capaci di garantire case accessibili, salari, assistenza sanitaria e opportunità economiche.
Le persone accolte in una struttura erano cresciute del 25,4% tra il 2023 e il 2024, da 396.494 a 497.256, per poi scendere del 3,6% a 479.332 nel 2025, il 64,3% del totale. Chi dormiva all'aperto era aumentato del 6,9% tra il 2023 e il 2024, da 256.610 a 274.224, ed è sceso del 2,9% a 266.320 nel gennaio 2025.
Sul fenomeno pesa il costo degli affitti, secondo un rapporto del Government Accountability Office, l'ufficio che controlla per conto del Congresso i conti e i programmi federali. California, Hawaii e Washington DC avevano nel 2024 gli affitti più cari del paese ed erano tra i sette territori con i tassi più alti di persone senza casa. Il Mississippi aveva insieme il quinto affitto più basso e il tasso più basso in assoluto.
Oltre 270mila persone senza casa si sono dichiarate bianche nel 2025, il 36,7% del totale a fronte del 72,3% della popolazione americana. Chi si è identificato come nero, afroamericano o africano era il 32,7% delle persone senza casa e il 13,5% della popolazione. Il tasso più alto riguarda i nativi hawaiani e gli abitanti delle isole del Pacifico, con 99,9 persone ogni 10mila, un dato legato anche al costo della vita alle Hawaii, dove nel 2024 c'era una delle quote più alte di persone che spendono per l'affitto o per il mutuo più del 30% del proprio reddito.
La fascia di età più colpita è quella tra i 35 e i 44 anni, che vale il 21,7% delle persone senza casa contro il 13,3% della popolazione. Chi ha più di 64 anni è il 6% del totale, la quota più bassa, pur rappresentando il 18,9% della popolazione. L'aspettativa di vita di chi vive senza una casa è di 50 anni, contro i 77 della media americana.
I veterani senza casa erano 73.367 nel 2009 e sono 32.495 nel 2025. Nello stesso periodo la popolazione complessiva dei veterani è scesa da 21,9 milioni a 15,7 milioni. Il programma HUD-VASH, che affianca al buono per l'affitto l'assistenza sanitaria del Dipartimento per gli affari dei veterani, ha approvato più di 116mila buoni dal 2008.
Il conteggio si svolge nell'ultima settimana di gennaio perché è il periodo in cui i centri di accoglienza sono più usati e permette quindi di intercettare meglio chi vive per strada da tempo. Chi è in struttura viene registrato dai servizi, mentre chi sta fuori va cercato di persona: in molte zone volontari e operatori vanno nei luoghi dove si sa che le persone si radunano, altrove il conteggio passa dalle mense e dai centri di assistenza. Entrambi i metodi lasciano fuori qualcuno.
Restano esclusi dai numeri chi è ospitato temporaneamente da amici o parenti, i minori in affido d'emergenza, chi è detenuto e chi, dopo un periodo in strada, è entrato in un alloggio stabile con sostegno pubblico. Chi vive in auto o si sposta tra un motel e l'altro può sfuggire al conteggio. Alcune persone si nascondono per non essere censite oppure non raccontano la propria situazione, soprattutto quando i rilevatori sono accompagnati dalla polizia. Un rapporto del Government Accountability Office del 2020 ha chiesto controlli più frequenti sulla qualità dei dati raccolti. Il numero reale di chi dorme all'aperto potrebbe quindi essere più alto di quello dichiarato.
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Leela Torres
in reply to netzpolitik.org • • •Eigentlich müssten die Banken den doof finden. Bei allen Zahlungsdiensten kann jede Bank überall kleinere Summen einpreise. Am digitalen Euro kann doch nur die EZB verdienen.
Ach
"Theoretisch gab es am Anfang die Option, dass die Zahlungen mit dem Digitalen Euro gar nicht über die Banken laufen würden. Inzwischen ist klar: Die Zahlungen werden über sie laufen."
Dann wird das System dadurch auch nicht robuster 🙈
Ich unterstützte eure Forderung, dass die niedreren Kosten als für Visa/Mastercard bei den Händlern ankommen müssen und natürlich auch:
" Der Datenschutz muss eingebaut werden. Menschen ohne Bankkonto müssen einfach den Digitalen Euro bekommen. Insgesamt muss er als öffentliches Gut gestaltet werden."
Ob das dann irgendwann wie in Scifi wird, wo alle von "credits" reden?
Arne Homborg 🍫
in reply to netzpolitik.org • • •