Nessun carico di greggio iraniano ha superato il blocco navale statunitense da quando la Marina statunitense lo ha ripristinato il 13 luglio. Secondo la società di tracciamento marittimo Kpler, Teheran continua a imbarcare piccole quantità di petrolio, ma le petroliere restano intrappolate nel Golfo Persico. Le entrate dipendono ormai dai carichi trasferiti all’estero prima della ripresa del blocco: una riserva che si sta rapidamente esaurendo.
A oltre sei mesi dall’inizio della guerra, cominciata il 28 febbraio con i raid americani e israeliani, insomma, la pressione sulle esportazioni sta privando l’Iran della sua principale fonte di valuta estera. Intanto, però, gli attacchi iraniani contro le navi e le infrastrutture energetiche della regione stanno rallentando nuovamente il traffico attraverso Hormuz e spingendo il prezzo del Brent vicino ai 100 dollari al barile.
Le riserve si esauriscono, l’economia iraniana crolla
Secondo Kpler, il greggio iraniano a bordo delle petroliere fuori dall’area del blocco è sceso dai 90 milioni di barili di metà luglio a circa 29 milioni. Questa riserva si era accumulata grazie al Memorandum d’Intesa firmato a metà giugno tra Washington e Teheran: la sospensione del blocco per alcune settimane aveva permesso all’Iran di trasferire all’estero consistenti volumi di petrolio da consegnare successivamente.
“La vendita del petrolio e la consegna ai clienti sono avvenute a migliaia di km di distanza dal Golfo Persico e dal Golfo dell’Oman”, ha dichiarato venerdì il Ministro del Petrolio iraniano Mohsen Paknejad. Le consegne proseguono ora al ritmo di circa un milione di barili al giorno, soprattutto verso la Cina. Kpler stima che possano esaurire le scorte in viaggio entro metà ottobre, mentre gli ultimi pagamenti per i carichi già consegnati potrebbero arrivare entro metà dicembre.
I commercianti di petrolio del Golfo, che monitorano gli acquisti dei clienti prima di fissare i prezzi mensili, hanno riferito al Wall Street Journal di aver rilevato pochissime compravendite di carichi iraniani nelle ultime settimane. Ad agosto, intanto, Teheran ha imbarcato nel Golfo appena 255.000 barili al giorno, l’85% in meno rispetto alla media tra febbraio e aprile. Nessuno di questi carichi ha ancora raggiunto un acquirente.
Il blocco sta così costringendo Teheran anche a ridurre l’estrazione. Le scorte a terra non sono aumentate in misura significativa: secondo Homayoun Falakshahi, responsabile dell’analisi sul greggio di Kpler, è un segnale che la produzione si è avvicinata al livello necessario a soddisfare il solo fabbisogno interno. Le alternative terrestri offrono, infatti, ben poco margine. L’Iran dispone di pochi vagoni adatti al trasporto di greggio e prodotti raffinati e, su strada, non riuscirebbe a movimentare più di 40.000 barili al giorno, contro esportazioni prebelliche vicine ai due milioni.
Anche riscuotere i proventi delle vendite già concluse però diventa più difficile, perché le nuove sanzioni americane colpiscono banche e canali finanziari utilizzati per le transazioni iraniane. Normalmente il petrolio finanzia circa un terzo del bilancio statale e contribuisce direttamente alle risorse dell’apparato militare. Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, le Forze Armate iraniane, compresi i Guardiani della Rivoluzione, integrano infatti i propri bilanci vendendo greggio attraverso società dedicate e reti di navi ombra.
La perdita di valuta estera sta a sua volta indebolendo il rial e rendendo più costose le importazioni, comprese le materie prime per l’industria, alimentando ulteriormente l’inflazione. Dall’annuncio della campagna di pressione economica di Donald Trump, ad agosto, la moneta iraniana ha perso quasi il 15% rispetto al dollaro, secondo i calcoli di Hamad Hussain, economista di Capital Economics. L’inflazione ufficiale ha così superato l’80% su base annua ed il Fondo monetario internazionale stima per l’intero anno un’inflazione media del 68,9% e una contrazione del PIL del 5,4%.
A complicare il quadro si aggiunge la decisione degli Emirati Arabi Uniti di sospendere, il mese scorso, le transazioni finanziarie ed economiche con l’Iran. Parte del commercio si sta spostando verso Turchia, Iraq, Oman e Pakistan, con tempi più lunghi e costi maggiori.
Guerra in Iran · Energia
Il blocco navale sta svuotando le casse dell’Iran
Da metà luglio nessuna petroliera iraniana ha superato le navi americane. Teheran vive delle scorte trasferite all’estero prima del blocco, che finiranno a metà ottobre. Intanto gli attacchi alle navi paralizzano Hormuz e spingono il Brent verso i 100 dollari.
Grafica di FocusAmericaAggiornata all’8 settembre 2026Tocca mappa e grafici per i dettagli
1La riserva 2La mappa 3Il rubinetto 4Lo Stretto 5Il prezzo 6L’economia
1
La riserva che si svuota
Il petrolio che l’Iran riesce ancora a vendere è quello già in viaggio fuori dal Golfo, imbarcato durante la tregua di giugno. Kpler stima che le consegne, circa un milione di barili al giorno soprattutto verso la Cina, esauriranno la riserva entro metà ottobre.
90 a metà luglio
Greggio già fuori dal blocco
29milioni di barili
Erano 90 milioni a metà luglio: in meno di due mesi la riserva si è ridotta di oltre due terzi.
Metà luglio
La Marina americana ripristina il blocco dopo la tregua di giugno
8 settembreoggi
Nessun carico iraniano ha ancora superato il blocco
Metà ottobre
Le scorte in viaggio si esauriscono, stima Kpler
Metà dicembre
Arrivano gli ultimi pagamenti per i carichi già consegnati
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Dove si combatte la guerra del petrolio
Le petroliere caricate a Kharg attraversano il Golfo e lo Stretto, ma si fermano davanti alla linea del blocco americano, a sud del Golfo dell’Oman. Sabato 6 settembre gli Stati Uniti hanno colpito tre petroliere iraniane; i pasdaran rispondono attaccando le navi in transito.
Iran Arabia Saudita Oman Emirati Pakistan Iraq Golfo Persico Golfo dell’Oman Mar Arabico Blocco navale USA Vista d’insieme
Attacco o raid Porto o terminale Petroliere in uscita da Kharg Linea del blocco (indicativa)
Stretto di Hormuz
Il 31 agosto la petroliera saudita Sidr è stata colpita nello Stretto: due marinai filippini sono morti. Dal 6 luglio la UKMTO ha registrato 27 navi colpite e danneggiate in queste acque.
3
Il rubinetto si è quasi chiuso
Greggio e condensato imbarcati nei porti iraniani, in barili al giorno. Ad agosto Teheran ha caricato l’85% in meno rispetto alla media tra febbraio e aprile, e nessuno di quei carichi ha ancora raggiunto un acquirente.
Marzoprima del blocco
2,0 mln b/g
Lugliotregua, poi blocco
740 mila b/g
Agostoblocco a regime
255 mila b/g−85%
Su stradacapacità massima
40 mila b/g
0
Carichi di greggio che hanno superato il blocco da metà luglio (Kpler, Vortexa, TankerTrackers)
1su 3
Quota del bilancio statale iraniano finanziata dal petrolio, in tempi normali
La produzione si è avvicinata al solo fabbisogno interno: le scorte a terra non crescono e l’Iran ha pochi vagoni adatti al trasporto di greggio. Le nuove sanzioni USA colpiscono anche le banche che incassano i pagamenti.
4
Lo Stretto si è svuotato
Navi mercantili che attraversano Hormuz ogni giorno. Prima della guerra erano un centinaio; negli ultimi dieci giorni la media è scesa a 10, il livello più basso da maggio. Ogni sagoma è una nave.
100navi al giornocirca, prima della guerra
10navi al giornomedia degli ultimi 10 giorni
2navi sabato 6 settembreil giorno degli attacchi alle petroliere
6navi domenica 7 settembrequasi tutte lungo la rotta iraniana
27
navi colpite e danneggiate dal 6 luglio (UKMTO)
70
attacchi contro navi verificati dall’inizio della guerra (IMO)
19
marinai morti dall’inizio della guerra (IMO)
Da mercoledì 2 settembre nessuna superpetroliera è uscita dallo Stretto. Marisks giudica «estremo» il rischio per le navi legate all’Iran e «sensibilmente elevato» quello per le navi americane o scortate dagli USA.
5
Il Brent torna verso i 100 dollari
Prezzo del Brent in dollari al barile nei momenti chiave della guerra. Goldman Sachs vede 120 dollari se gli attacchi alle navi si intensificano e 80 se le esportazioni del Golfo tornano normali.
97,31 $Brent, chiusura
di lunedì 7 settembre
Chiusure e livelli selezionati, non una serie giornaliera completa. Il WTI, riferimento americano, ha chiuso lunedì a 92,65 dollari. Nella settimana precedente i due riferimenti erano saliti rispettivamente dell’8% e di quasi il 10%.
6
Senza petrolio, l’economia iraniana affonda
La perdita di valuta estera indebolisce il rial, rende più care le importazioni e alimenta l’inflazione. Anche gli Emirati hanno sospeso le transazioni con Teheran: il commercio si sposta su Turchia, Iraq, Oman e Pakistan, con tempi e costi maggiori.
−5,4%
Variazione del PIL nel 2026, stimata
Fondo monetario internazionale, aggiornamento di luglio
68,9%
Inflazione media stimata nel 2026
FMI; il dato ufficiale annuo ha già superato l’80%
−15%
Il rial sul dollaro dall’inizio di agosto
Capital Economics, dall’avvio della campagna di pressione economica
Il petrolio finanzia circa un terzo del bilancio statale e alimenta direttamente i Guardiani della Rivoluzione
Entrate petrolifere · circa un terzoAltre entrate dello Stato
Fonte: Kpler, Vortexa, Reuters, UKMTO, IMO, CENTCOM, Fondo monetario internazionale, Capital Economics, Goldman Sachs; dati all’8 settembre 2026. Confini e coste da Natural Earth. La linea del blocco e la rotta delle petroliere sono indicative.
Gli attacchi alle petroliere rallentano Hormuz
L'aumento della pressione sull’Iran si accompagna però a un nuovo peggioramento della sicurezza marittima. Sabato le forze americane hanno attaccato tre petroliere iraniane: secondo il Comando Centrale degli Stati Uniti, la Downy è stata colpita al largo dell’isola di Kharg, principale terminale petrolifero del Paese, la Stark 1 vicino al porto di Jask e la Kylo, nota anche come Noxen, è stata distrutta.
L’operazione è seguita al lancio di missili balistici dei Guardiani della Rivoluzione contro due navi da guerra americane, tra cui una portaerei, che non sono state colpite. “Se aprite il fuoco contro due delle nostre navi, imporremo un costo economico ancora più alto attaccandone tre delle vostre”, ha dichiarato l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM. La Marina dei pasdaran ha a sua volta affermato di aver preso di mira tre petroliere in transito su rotte non autorizzate nello Stretto e altre tre unità americane in aree diverse.
Il traffico commerciale sta risentendo pesantemente di questa situazione. Negli ultimi dieci giorni attraverso Hormuz sono passate in media 10 navi mercantili al giorno, il livello più basso da maggio. Secondo Kpler, sabato i transiti sono stati appena 2 e domenica 6, quasi tutti lungo la rotta iraniana. Domenica sono entrate una superpetroliera e 3 navi da carico secco; dal mercoledì precedente, invece, non risultava uscita alcuna superpetroliera.
Secondo la società di intelligence marittima Marisks, le petroliere sono ormai diventate strumenti di pressione economica reciproca, con una distinzione sempre meno netta tra operazioni militari e navigazione commerciale. La società considera “estremo” il rischio per le navi iraniane o collegate all’Iran e “sensibilmente elevato” quello per le unità americane o scortate dagli Stati Uniti nello Stretto e nel Golfo dell’Oman.
Dal 6 luglio la UKMTO, l’organismo della Marina britannica che monitora il traffico mercantile nella regione, ha registrato 27 episodi in cui navi sono state colpite e danneggiate nello Stretto e nelle acque circostanti. Dall’inizio del conflitto, l’Organizzazione Marittima Internazionale ha verificato 70 attacchi contro navi e la morte di 19 marinai. Tra le vittime ci sono due membri filippini dell’equipaggio della petroliera saudita Sidr, della compagnia Bahri, colpita a Hormuz il 31 agosto.
La minaccia si estende anche alle infrastrutture energetiche. Lunedì è stata attaccata anche la raffineria saudita di Jazan, un impianto di Aramco capace di trattare 400.000 barili al giorno, già preso di mira più volte dalla ripresa dei combattimenti tra Riyadh e i ribelli houthi yemeniti, sostenuti dall’Iran. Secondo il Financial Times, i danni sono ancora in corso di accertamento.
Teheran minaccia inoltre nuove restrizioni alla navigazione: Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, ha annunciato l’intenzione di dichiarare nei prossimi giorni una zona interdetta all’esterno dello Stretto.
Il Brent sfiora i 100 dollari, gli acquirenti cercano alternative
Il timore di un’ulteriore escalation sta facendo salire di nuovo i prezzi del petrolio. Lunedì il Brent, riferimento internazionale, è aumentato dell’1,1%, chiudendo a 97,31 dollari al barile dopo aver raggiunto 98,06 dollari, il massimo dal 24 luglio. Il WTI, riferimento del mercato americano, ha guadagnato l’1,3%, a 92,65 dollari. Nella settimana precedente erano già saliti rispettivamente di circa l’8% e di quasi il 10%.
A preoccupare i mercati è soprattutto la minaccia iraniana di colpire le infrastrutture energetiche di tutto il Medio Oriente in risposta ai nuovi attacchi americani. “Colpite i nostri beni e sarete colpiti a vostra volta”, ha dichiarato il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, replicando al Segretario alla Difesa Pete Hegseth, che aveva definito “indifesa” la flotta petrolifera iraniana.
Goldman Sachs ipotizza che il petrolio possa raggiungere i 120 dollari al barile se gli attacchi alla navigazione si dovessero intensificare, pur non considerandolo lo scenario di riferimento. Un ritorno alla normalità delle esportazioni regionali porterebbe invece, secondo la banca, il prezzo attorno agli 80 dollari. Per Priyanka Sachdeva, responsabile delle analisi di mercato di Phillip Nova, un rallentamento sostanziale del traffico delle petroliere potrebbe indurre gli operatori a prevedere una riduzione dell’offerta molto più grave.
Alcuni acquirenti cinesi stanno intanto sostituendo il greggio iraniano con quello saudita, iracheno ed emiratino. La scarsità dei carichi di Teheran li rende, in alcuni casi, più costosi delle alternative: l’Iraq ha offerto sconti fino a quasi 30 dollari al barile su alcune qualità. Arabia Saudita ed Emirati continuano invece a esportare volumi significativi attraverso gli oleodotti che aggirano Hormuz.
Queste alternative non bastano però a eliminare del tutto le tensioni sull’offerta. Negli Stati Uniti, primo produttore e consumatore mondiale di petrolio, le scorte di benzina e distillati, tra cui il gasolio, sono nettamente inferiori sia alla media stagionale degli ultimi cinque anni sia ai livelli di un anno fa, secondo gli analisti di PVM Energy. Gli Emirati stanno accelerando la costruzione di rotte alternative per le esportazioni energetiche e commerciali: l’obiettivo, ha spiegato lunedì il consigliere presidenziale Anwar Gargash, è non restare “ostaggio” della guerra tra Stati Uniti e Iran.
Iran e Stati Uniti, la guerra delle petroliere torna a bloccare Hormuz
Il Central Command (CENTCOM) statunitense ha attaccato oggi tre petroliere iraniane nel Golfo dell’Oman, in risposta al lancio di missili balistici dei Guardiani della Rivoluzione iraniane contro una portaerei e un cacciatorpediniere lanciamissili americani. Nessuna delle due unità militari è stata colpita e non si sono registrati feriti. Secondo il comando statunitense, invece, le petroliere Downy e Stark 1 sono state messe definitivamente fuori uso, mentre la Kylo è stata distrutta dopo che al suo equipaggio era stato ordinato di abbandonare la nave.
Il CENTCOM ha diffuso sui social le immagini degli attacchi, accompagnate da un messaggio dell’ammiraglio Brad Cooper: “Se aprite il fuoco contro due delle nostre navi, vi imporremo un costo economico ancora maggiore, mettendone fuori uso tre delle vostre”. La nuova rappresaglia si inserisce nella strategia approvata dal presidente Donald Trump di colpire la flotta petrolifera iraniana in risposta agli attacchi di Teheran. Un funzionario americano l’aveva riassunta nella formula “una petroliera per una petroliera” e le parole di Cooper indicano ora una risposta più pesante.
“Let the message to the IRGC be clear: If you shoot at two of our ships, we will impose an even higher economic cost —taking out three of yours. We will not hesitate to defend American forces, and if necessary, destroy Iran’s limited and exposed oil fleet.” — Adm. Brad Cooper,… pic.twitter.com/UGGcSGsUtd
— U.S. Central Command (@CENTCOM) September 5, 2026
Lo scontro prosegue da oltre sei mesi, ben oltre le previsioni iniziali del presidente. Come ricorda Axios, all’inizio del conflitto Trump aveva dichiarato di poter scegliere tra una campagna prolungata e una conclusione “in due o tre giorni”. Il giorno successivo aveva parlato al Daily Mail di “quattro settimane o meno”. Giovedì ha invece liquidato il conflitto come “roba da poco”, mentre due giorni prima il vicepresidente JD Vance aveva sostenuto che non ci fosse più alcuna guerra in corso.
Hormuz, i numeri dietro le dichiarazioni di Trump
Al centro del confronto resta il controllo dello Stretto di Hormuz. Da luglio il blocco navale americano impedisce all’Iran di esportare petrolio dal Golfo Persico, mentre Washington è riuscita in qualche modo a scortare attraverso lo Stretto quantità significative di greggio dei Paesi arabi, nonostante gli attacchi iraniani con droni e missili. “Il blocco iraniano fa più acqua di quello americano: gli iraniani non riescono a chiudere tutto”, ha detto al Wall Street Journal Samir Madani, cofondatore di TankerTrackers.
Quanto petrolio riesca effettivamente a passare, però, resta un dato controverso. Prima della guerra attraverso Hormuz transitavano circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati. Trump ha scritto su Truth Social che i flussi sarebbero tornati a 18 milioni di barili al giorno, ovvero quasi ai livelli precedenti al conflitto. La cifra si riferisce però a una singola operazione del 2 settembre, quando 40 navi mercantili hanno attraversato lo Stretto sotto scorta, e non a una media giornaliera su un periodo più lungo.
Invece il Segretario all’Energia Chris Wright ha parlato alla CNBC di oltre 17 milioni di barili transitati in una giornata, precisando poi che la media su più giorni si aggira intorno agli 8 milioni. Il suo Dipartimento ha inoltre riferito ad Axios che mercoledì 2 settembre il volume avrebbe sfiorato i 12 milioni di barili: una cifra però già di per se diversa da quella indicata da Trump per la stessa giornata.
Le stime delle società di tracciamento navale restituiscono un quadro più distante dalla normalità, ma vanno distinte per periodo e tipo di carico. Al 31 agosto, Vortexa calcolava una media di circa 8 milioni di barili al giorno nei 28 giorni precedenti. TankerTrackers, considerando soltanto il greggio, indica invece una media giornaliera di 5,94 milioni di barili negli ultimi sette giorni e di circa 5 milioni negli ultimi 28, quasi interamente di produzione non iraniana.
Secondo TankerTrackers, altri 2,5 milioni di barili al giorno sono stati caricati nei porti sul Golfo dell’Oman, come Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti. Sommando questi carichi al greggio passato da Hormuz si arriva a circa 7,5 milioni di barili al giorno. Il totale, però, non misura il traffico attraverso lo Stretto e non è direttamente confrontabile con i 20 milioni di barili precedenti alla guerra, che comprendevano anche i prodotti raffinati.
Ricostruire i flussi è difficile anche perché molte petroliere disattivano il sistema automatico di identificazione, l’AIS, per ridurre il rischio di essere individuate. Le società specializzate devono quindi incrociare immagini satellitari e informazioni sui carichi. Bob McNally, presidente di Rapidan Energy Group, ha spiegato ad Axios che serviranno alcune settimane per avvicinarsi a un bilancio attendibile: il petrolio uscito dal Golfo dovrà raggiungere una destinazione, dove il suo arrivo potrà essere registrato. Ad ogni modo secondo Gregory Brew, di Eurasia Group, i volumi reali sarebbero inferiori a quelli indicati da Washington, ma sufficienti a convincere Trump che il tempo giochi a suo favore.
Iran, sei mesi di guerra
Da Hormuz passa meno della metà del petrolio di prima della guerra
Donald Trump sostiene che i flussi attraverso lo Stretto siano quasi tornati ai livelli precedenti al conflitto. Le società che seguono le petroliere via satellite misurano volumi molto più bassi, e la distanza tra le due letture non si sta riducendo.
Grafica di FocusAmerica 5 settembre 2026
Transiti attraverso lo Stretto di Hormuz
Prima della guerra
20
↓ 60%
Al 31 agosto 2026
8
Milioni di barili al giorno di greggio e prodotti raffinati, media del 2025 secondo l’agenzia statistica dell’energia americana.
Milioni di barili al giorno, media dei 28 giorni precedenti calcolata da Vortexa sugli stessi carichi.
In sintesi. Prima della guerra dallo Stretto di Hormuz passavano circa 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti raffinati. Al 31 agosto 2026 Vortexa ne misurava 8 milioni come media dei 28 giorni precedenti, mentre Trump ne ha rivendicati 18 e il Segretario all’Energia Chris Wright 17, riferendosi però a singole giornate. Le navi in transito sono passate da oltre 130 al giorno a dieci il 26 agosto. Il conflitto dura da circa 190 giorni, contro i «due o tre giorni» ipotizzati inizialmente dal presidente. Attiva JavaScript per consultare i grafici interattivi.
Quattro letture del conflitto
IIl divarioDivario IILe naviNavi IIILa guerra breveDurata IVLo stalloStallo
Sette misure dello stesso Stretto, e nessuna coincide
Quanti milioni di barili al giorno passerebbero oggi da Hormuz. In rosso le cifre diffuse dall’Amministrazione Trump, in blu quelle delle società di tracciamento navale. Il fondo scala è il livello medio del 2025. Tocca una riga per confrontarla con quel livello.
Dichiarazioni dell’Amministrazione Società di tracciamento navale Distanza tra le due letture
40% del livello medio del 2025
Vortexa, media mobile a 28 giorni al 31 agosto.
milioni di barili al giorno
Tra la cifra più bassa diffusa dall’Amministrazione e la più alta calcolata dai tracciatori restano quattro milioni di barili al giorno: un quinto di tutto il petrolio che attraversava lo Stretto prima della guerra.
Prima della guerra passavano oltre 130 navi al giorno. Il 26 agosto ne sono passate dieci
Navi che hanno attraversato lo Stretto in una singola giornata: ogni sagoma corrisponde a una nave. Il conteggio del 2 settembre riguarda l’operazione di scorta citata da Trump, la più ampia da quando il blocco americano è stato ripristinato.
Nel giorno che la Casa Bianca ha portato come prova della riapertura dello Stretto sono transitate meno di un terzo delle navi che ci passavano ogni giorno prima della guerra.
Una guerra che doveva durare giorni ha superato il sesto mese
Durata in giorni. Le previsioni del presidente e la stima iniziale dei funzionari iraniani sulla tenuta del Paese, a confronto con il tempo davvero trascorso dall’inizio del conflitto.
Giovedì Trump ha liquidato il conflitto come «roba da poco». Due giorni prima il vicepresidente JD Vance aveva sostenuto che una guerra in corso non ci fosse più.
Nessuna delle due parti ha ottenuto quello che sperava
Teheran contava su una crisi energetica mondiale, Washington su un cedimento interno iraniano. Non è arrivato né l’uno né l’altro, e nessuno dei due governi ha una via d’uscita semplice.
Il calcolo di Teheran
Chiudere Hormuz doveva far salire il prezzo del greggio fino a costringere Trump a trattare.
Non è successo. Il barile è rimasto sotto i 100 dollari, anche perché la Cina ha attinto alle proprie riserve e ridotto gli acquisti.
Il calcolo di Washington
Il blocco dei porti iraniani doveva provocare una rivolta interna e restituire la libera navigazione.
Non è successo. Nessuna delle due cose è arrivata, e le petroliere continuano a spegnere i trasponder per non farsi individuare.
Secondo Vali Nasr, docente di studi mediorientali alla Johns Hopkins University, a Teheran restano due strade: cedere, oppure alzare la posta per arrivare al negoziato da una posizione meno debole.
Fonte Energy Information Administration per la media 2025 dei transiti; Vortexa, TankerTrackers.com e Kpler per flussi e conteggi delle navi; Axios, CNBC, Wall Street Journal e CNN per le dichiarazioni dell’Amministrazione; Fondo Monetario Internazionale per l’inflazione iraniana; sondaggio Economist/YouGov di metà agosto 2026. Le stime di TankerTrackers riguardano il solo greggio e non sono direttamente confrontabili con il totale del 2025. Durata del conflitto: elaborazione FocusAmerica sulla data del raid di fine febbraio 2026.
Washington e Teheran aspettano che l’altra ceda
Finora, però, nessuna delle due parti ha ottenuto il risultato sperato. Ostacolando il passaggio attraverso Hormuz, Teheran ha colpito una delle principali arterie energetiche mondiali, senza contemporaneamente provocare la crisi economica internazionale su cui contava per costringere Trump a chiudere la guerra alle condizioni iraniane. Il prezzo del petrolio resta sotto i 100 dollari al barile, anche perché la Cina ha attinto alle proprie riserve e ridotto gli acquisti. Il blocco dei porti iraniani, imposto da Washington in aprile e ripristinato a luglio, non ha invece provocato né la rivolta popolare auspicata dagli Stati Uniti né il ritorno alla libera navigazione nello Stretto.
“Le previsioni di entrambe le parti non si sono avverate, e nessuna delle due ha una via d’uscita semplice da questa situazione”, ha detto al Wall Street Journal Vali Nasr, docente di studi mediorientali alla Johns Hopkins University. Nel Golfo restano bloccati anche carichi di gas naturale liquefatto, fertilizzanti e altre materie prime. Le conseguenze sono particolarmente pesanti per Qatar, Kuwait, Iraq e Bahrein, le cui esportazioni via mare dipendono dal passaggio attraverso Hormuz.
La pressione economica sull’Iran continua intanto ad aumentare. Il rial continua a perdere valore, l’inflazione a salire e la benzina a scarseggiare. Il presidente Masoud Pezeshkian ha ammesso in televisione un calo del commercio estero compreso tra il 25% e il 35%, criticando chi sostiene che le sanzioni non abbiano conseguenze. All’introduzione del blocco americano, funzionari iraniani stimavano inizialmente che il Paese potesse resistere per circa 5 mesi senza ripercussioni catastrofiche. La successiva interruzione e il ripristino del blocco rendono però difficile tradurre quella previsione in una scadenza precisa.
Sui calcoli di Teheran pesa però anche il calendario politico americano. Secondo un sondaggio Economist/YouGov di metà agosto, il 65% degli americani vuole un accordo che metta fine alla guerra il prima possibile. A due mesi dalle elezioni di metà mandato, l’aumento del prezzo della benzina rappresenta un chiaro problema per l’Amministrazione Trump. “Il ragionamento a Teheran è: perché mai dovremmo togliere pressione a Trump ora? Facciamogli sentire il dolore alle urne”, ha detto al Wall Street Journal Ellie Geranmayeh, esperta di Iran dello European Council on Foreign Relations.
Le decisioni decisive sulla guerra restano per ora nelle mani dei vertici dei Guardiani della Rivoluzione, a partire da Mohsen Rezaei, capo del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, e Ahmad Vahidi, comandante dei pasdaran. Pezeshkian e il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf sono favorevoli a un ritorno al negoziato, ma hanno un’influenza più limitata. La nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, resta invece nascosta dopo le ferite riportate nel raid statunitense-israeliano che alla fine di febbraio ha causato la morte di suo padre, Ali Khamenei.
Il deterioramento dell’economia iraniana, quindi, non si sta traducendo necessariamente in una maggiore disponibilità al compromesso. Secondo Esfandyar Batmanghelidj, della fondazione Bourse & Bazaar, anzi l’impoverimento del ceto medio potrebbe persino favorire la parte più oltranzista della leadership, perché una popolazione economicamente stremata ha meno possibilità di mobilitarsi. Nasr indica due possibili scelte per Teheran: cedere oppure intensificare lo scontro, nella speranza di arrivare da una posizione di forza al negoziato e dover fare meno concessioni possibile.
Pierre Rogeon
in reply to La Quadrature du Net • • •La Quadrature du Net
in reply to La Quadrature du Net • • •La loi RIPOST prévoit tout d'abord l'extension de la vidéosurveillance algorithmique ( #VSA ). Ces dispositifs d'analyse de comportements pourront désormais être mis en place jusqu'en 2030.
Aussi, ces algorithmes seront installés dans davantage de lieux : en plus des évènements sportifs et culturels, ils pourront être déployés aux abord de bâtiments publics dont la liste n'a pas encore été établie, mais qui risque d'être bien longue.
laquadrature.net/toutsurlavsa/
Vidéosurveillance algorithmique, dangers et contre-attaque
La Quadrature du NetPapaye Jo - lui/il/moi
in reply to La Quadrature du Net • • •La Quadrature du Net
in reply to La Quadrature du Net • • •Ce texte étend également les capacités qu'a la police de lire les plaques d'immatriculation et de traquer les véhicules avec les capteurs connus sous le nom de « LAPI ».
Alors qu'aux États-Unis la colère monte contre ces dispositifs opérés par l'entreprise Flock, que des villes désinstallent ce qui est perçu comme de la surveillance de masse, la France, elle, opte pour le développement exponentiel de cette technologie.
eff.org/deeplinks/2026/09/texa…
Texas and Florida Step Back from ALPRs
Electronic Frontier FoundationLa Quadrature du Net
in reply to La Quadrature du Net • • •Pourtant, c'est précisément la publication de ces arrêtés qui permet aujourd'hui de connaître et de contester (autant que possible) l'utilisation débridée des drones par la police.
La Quadrature du Net
in reply to La Quadrature du Net • • •Un nouveau contrôle d'identité est également créé, permettant à la police de contrôler et de fouiller les personnes, en dehors de toute enquête, dans un périmètre de 40 kilomètres aux frontières, dans les gares, les aéroports et les trains internationaux.
Aussi, l'obligation d'enregistrer les images de vidéosurveillance au sein des cellules de garde à vue est supprimée, ce qui en pratique privera de preuve toute personne qui y subirait des violences.
La Quadrature du Net
in reply to La Quadrature du Net • • •Enfin, on retrouve dans la loi RIPOST la possibilité d'utiliser des caméras-piéton pour les services des douanes et les agents de sécurité privée.
Les agents gestionnaires de réseaux routiers pourront, eux, utiliser des caméras embarquées sur leurs véhicules et enregistrer leurs interventions, tandis que des caméras frontales pourront être installées à l’avant des trains des opérateurs publics de transport ferroviaire.
La Quadrature du Net
in reply to La Quadrature du Net • • •Si le rythme d'adoption des lois va ralentir à l'approche des élections, les deux quinquennats d'Emmanuel Macron auront définitivement installé un édifice sécuritaire vertigineux, dont le prochain gouvernement n'aura plus qu'à s'emparer à son avantage.
Pour nous aider dans notre combat et pour que l'on puisse continuer à lutter dans ce futur assombri, n'hésitez pas à nous faire un don !
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