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Troy Jackson è leggermente avanti su Susan Collins nella corsa al Senato in Maine


Per l'Università del New Hampshire il probabile candidato democratico è al 49% contro il 46% della senatrice repubblicana. Il 53% degli abitanti del Maine ha un'opinione negativa di lei

Troy Jackson, il probabile candidato democratico al Senato in Maine, parte leggermente avanti sulla senatrice repubblicana Susan Collins. Secondo un sondaggio dell'Università del New Hampshire, il 49% dei probabili elettori voterebbe oggi per Jackson e il 46% per Collins, con il 2% orientato su un altro candidato e il 3% di indecisi. Il distacco rientra nel margine di errore, quindi i due sono di fatto alla pari, ma è la prima rilevazione pubblica da quando Jackson è emerso come favorito per la nomination e fotografa una corsa aperta contro una senatrice in carica da cinque mandati. Jackson raccoglie l'88% dei democratici ed è avanti tra gli indipendenti (46% a 42%), mentre il 99% dei repubblicani sta con Collins.

Il partito democratico del Maine sceglierà formalmente il suo candidato sabato 25 luglio in una convention a Bangor, dopo che Graham Platner, il vincitore delle primarie di giugno, si è ritirato all'inizio del mese in seguito a un'accusa di stupro da parte di un'ex fidanzata. Jackson, ex presidente del Senato statale, ha di fatto già chiuso la partita: nei caucus di contea del fine settimana, le assemblee locali in cui sono stati scelti i delegati alla convention, ha conquistato almeno 456 dei 601 delegati e i suoi principali rivali, tra cui la segretaria di Stato del Maine Shenna Bellows e l'ex responsabile della sanità pubblica statale Nirav Shah, hanno lasciato la corsa.

Il 51% di chi ha votato alle primarie democratiche di giugno vuole Jackson come candidato, contro il 26% che preferirebbe Shah e l'11% che indica Bellows. Il consenso è trasversale: lo sceglie il 51% di chi alle primarie aveva votato Platner e il 49% di chi aveva votato la governatrice Janet Mills, con punte tra chi si definisce socialista (72%) e progressista (60%). Il ritiro di Platner è stato giudicato la decisione giusta dal 74% degli abitanti del Maine, compreso il 78% di chi lo aveva votato.

Sondaggio · Maine
Troy Jackson avanti di 3 punti su Susan Collins nella corsa al Senato
15-20 luglio 2026 · 1.178 elettori probabili (±2,9%) · Università del New Hampshire
Focus America

Candidato%

Troy Jackson
Democratico

49,0%

Susan Collins
Repubblicana

46,0%

Un altro candidato

2,0%

Indecisi

3,0%

Elaborazione di Focus America su dati del Pine Tree State Poll dell'Università del New Hampshire

Jackson è anche il più popolare dei due sfidanti: il 37% degli intervistati ha un'opinione favorevole di lui e il 32% sfavorevole, mentre il 15% non lo conosce abbastanza per giudicarlo. Collins è al 35% di giudizi favorevoli contro il 53% di sfavorevoli, con meno dell'1% che non sa esprimersi su di lei, in un anno di elezioni di metà mandato complicato per i repubblicani con il presidente Donald Trump alla Casa Bianca.

Il punto di forza della senatrice resta la capacità di portare fondi federali allo stato, che ha sempre rivendicato come suo merito: il 53% degli abitanti la giudica brava o molto brava su questo terreno. Maggioranze risicate la bocciano però sui suoi voti sulle leggi principali (51%), sulle conferme dei membri del governo (51%) e su quelle dei giudici della Corte Suprema (53%).

I democratici considerano Collins vulnerabile e vedono nel suo seggio una delle occasioni migliori per riconquistare la maggioranza al Senato: la sfida del Maine sarà una delle corse più seguite e costose del paese.

Nella corsa per la carica di governatore la democratica Hannah Pingree è avanti con il 49% sul repubblicano Bobby Charles, fermo al 35%, e sull'indipendente Rick Bennett, al 6%, con l'8% di indecisi. Nessuno dei tre è particolarmente popolare: il saldo tra giudizi favorevoli e sfavorevoli è di -6 punti per Pingree e di -12 per Charles, mentre più della metà degli intervistati (52%) non conosce abbastanza Bennett per esprimersi.

Il 48% degli abitanti del Maine vuole mantenere il ranked-choice voting, il sistema con cui gli elettori mettono i candidati in ordine di preferenza: se nessuno supera il 50% dei primi voti, i candidati con meno consensi vengono eliminati e le loro preferenze successive redistribuite fino a quando qualcuno raggiunge la maggioranza. Il 44% è invece contrario, dopo che quest'anno il meccanismo ha ritardato di dieci giorni i risultati completi delle primarie per il Senato e per la carica di governatore e Charles ne ha chiesto l'abolizione. Il giudizio segue le linee di partito: l'84% dei democratici lo sostiene, l'87% dei repubblicani lo vuole eliminare. Il sondaggio è stato condotto online tra il 15 e il 20 luglio su 1.236 residenti del Maine, con un margine di errore di 2,8 punti.


I Dem del Maine hanno otto giorni per trovare lo sfidante di Susan Collins


I democratici del Maine hanno otto giorni per trovare il candidato che sfiderà a novembre la senatrice repubblicana Susan Collins. Il 25 luglio a Bangor 601 delegati del partito sceglieranno il sostituto di Graham Platner, il vincitore delle primarie di giugno, che si è ritirato la settimana scorsa dopo che Politico ha rivelato l'accusa di stupro di una sua ex compagna. Platner nega l'accusa.

La corsa è tra le più importanti delle elezioni di metà mandato: Collins, in Senato da cinque mandati, è l'unica senatrice repubblicana che quest'anno cerca la rielezione in uno stato vinto da Kamala Harris nel 2024 e il suo seggio è considerato decisivo da entrambi i partiti per il controllo del Senato.

Dodici candidati hanno presentato la candidatura entro la scadenza di mercoledì. Tra loro ci sono tre sconfitti delle primarie per governatore di giugno: la segretaria di Stato del Maine Shenna Bellows, che Collins aveva già battuto nel 2014, l'ex presidente del Senato statale Troy Jackson e Nirav Shah, ex responsabile della sanità pubblica dello stato. In corsa ci sono anche Jordan Wood, ex collaboratore del Congresso arrivato terzo nelle primarie del secondo distretto, Dan Kleban, cofondatore del birrificio Maine Beer Company, e David Costello, terzo nelle primarie per il Senato vinte da Platner.

Entro lunedì i candidati devono raccogliere 500 firme di elettori democratici registrati, di cui almeno 50 in ciascuna di otto contee diverse. Nel fine settimana i democratici si riuniranno in ognuna delle 16 contee dello stato per eleggere 500 dei 601 delegati alla convention, mentre gli altri 101 sono membri di diritto del comitato statale del partito. Più di 5.500 persone si sono già registrate per partecipare alle riunioni o candidarsi come delegate. I delegati non saranno vincolati a un candidato e per la nomination servirà superare il 50%, probabilmente dopo più turni di voto.

Le campagne di Bellows, Jackson e Shah hanno riattivato le reti di volontari delle corse per governatore per portare i propri sostenitori alle riunioni di contea, mentre Wood invita i democratici a partecipare senza costruire una propria lista di delegati, chiedendo un processo trasparente. Paige Loud, un'assistente sociale che aveva corso nelle primarie del secondo distretto, si è invece ritirata per protesta, accusando i candidati più ricchi di comprarsi i delegati e di riempire le sale di persone già impegnate con un candidato.

Giovedì sera i candidati si sono affrontati nel primo dibattito televisivo, divisi in due gruppi per via del numero. I toni sono stati civili, senza attacchi reciproci: il bersaglio comune è stata Collins, criticata per i suoi voti sulla Corte Suprema e per la lunga permanenza a Washington. Le differenze politiche tra i principali candidati sono minime e tutti si presentano come progressisti e oppositori del presidente Trump.

La prima domanda rivolta a tutti è stata quale fosse la migliore idea di Platner da portare avanti. Jackson ha scelto il "Medicare for All", la proposta di un sistema sanitario pubblico universale; Shah l'abolizione dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione; Wood la definizione di genocidio per la guerra di Israele a Gaza; Bellows la lotta alla corruzione di Washington. Platner aveva vinto le primarie con il 72% dei voti e la sua campagna contava più di 15.000 volontari. Nel corso della serata i candidati hanno alzato i toni contro l'ICE dopo il caso dell'uomo ucciso lunedì a Biddeford da un agente dell'agenzia.

Bellows ha accusato Collins di non fare abbastanza per fermare Trump sulla guerra in Iran e i moderatori le hanno ricordato che la senatrice ha votato una risoluzione per limitare i poteri di guerra del presidente. "Una settimana fa ero in vacanza", si è giustificata Bellows, che come Jackson e Shah fino a poche settimane fa correva per la carica di governatore e non si stava preparando a una campagna contro Collins.

Il 23 luglio, due giorni prima della convention, i candidati torneranno a confrontarsi in un dibattito organizzato dalla CNN insieme al quotidiano locale Bangor Daily News. Durerà due ore a partire dalle 20 ora della costa est (le 2 di notte in Italia), con le domande dei conduttori Jake Tapper e Dana Bash e del responsabile politico del giornale Michael Shepherd, davanti a un pubblico che comprenderà anche alcuni dei delegati.

Bernie Sanders, che aveva spinto l'ascesa di Platner, ha detto a Semafor che si tratta di "un momento senza precedenti" e che è meglio che i cittadini del Maine decidano da soli, senza influenze esterne. Anche il leader dei democratici al Senato Chuck Schumer e il comitato del partito per le campagne al Senato restano neutrali, così come la senatrice Elizabeth Warren, che a marzo aveva appoggiato Platner. Le uniche critiche arrivano dai senatori dell'Illinois Dick Durbin e Tammy Duckworth, che rimproverano a Shah la gestione di un'epidemia mortale di legionella quando lavorava nello stato. Collins ha detto a Semafor che non sapere contro chi correrà "è certamente una situazione insolita".


Questa voce è stata modificata (6 giorni fa)

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Licenziamenti senza giusta causa, Ilaria Salis condannata a risarcire due ex assistenti con 300mila euro


@Politica interna, europea e internazionale
L’europarlamentare italiana Ilaria Salis, eletta nelle liste di Alleanza Verdi e Sinistra, è stata condannata da un giudice del lavoro del Tribunale di Milano a risarcire con 300mila euro due suoi ex collaboratori, che secondo il giudice sono

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Il 19 luglio Fratelli d’Italia ricorda Paolo Borsellino, indicato da Giorgia Meloni come riferimento politico.
Tre giorni dopo, la maggioranza vota contro la richiesta dei magistrati di acquisire le chat tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, ritenuto dagli inquirenti prestanome del clan Senese. L’antimafia si dimostra con i fatti, soprattutto quando un’inchiesta tocca il proprio partito. Altrimenti resta solo retorica. E il voto di ieri lo ha dimostrato.

#PaoloBorsellino #Antimafia #Legalità #PoliticaItaliana #AndreaDelmastro #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Mai così tanti arresti di immigrati da quando Trump è presidente


L'ICE ha arrestato più di 43.000 persone a giugno e il ritmo cresce ancora a luglio. La strategia di Mullin è più silenziosa delle grandi operazioni del 2025, ma ha già causato due nuove uccisioni
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A giugno gli agenti federali dell'immigrazione hanno arrestato 43.138 persone negli Stati Uniti, il numero più alto da quando il presidente Trump è tornato in carica a gennaio 2025, secondo un'analisi del Guardian sui dati pubblicati lunedì dall'ICE (Immigration and Customs Enforcement), l'agenzia federale che si occupa dell'immigrazione. Per trovare un mese con più arresti bisogna tornare al maggio del 2019, quando però la maggior parte dei fermi avveniva al confine con il Messico, mentre oggi quasi tutti gli arresti avvengono all'interno del paese. Il ritmo è aumentato ancora a luglio: nei primi 11 giorni del mese gli arresti sono stati 16.213, una media di oltre 1.400 al giorno.

I nuovi numeri chiudono il rallentamento seguito ai fatti di gennaio, quando gli agenti dell'immigrazione uccisero due cittadini americani, Renee Good e Alex Pretti, durante una grande operazione a Minneapolis. Le uccisioni provocarono proteste in tutto il paese e uno scontro al Congresso sui fondi dell'agenzia. Trump sostituì allora la segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem con Markwayne Mullin, che promise di allontanare l'agenzia dai titoli dei giornali.

Immigrazione · Stati Uniti
Mai così tanti immigrati arrestati da quando Trump è presidente
Ingressi mensili in detenzione ICE per arresti di ICE e CBP — dati all'11 luglio 2026
Focus America

Amministrazione Biden
Amministrazione Trump
Mese parziale

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43.138

ott '24 gen '25 apr lug ott gen '26 apr lug

Elaborazione di Focus America su dati di ICE (Immigration and Customs Enforcement). Il dato conta le persone entrate ogni mese in detenzione ICE dopo un arresto di ICE o CBP e può sottostimare il totale degli arresti. Settembre 2025 e luglio 2026 sono mesi parziali.

Le grandi operazioni concentrate in singole città, come quelle condotte nel 2025 a Los Angeles, Chicago e Minneapolis, non sono più state ripetute. Gli arresti ora avvengono in modo routinario e silenzioso: nei luoghi di lavoro, fuori dalle abitazioni, durante i controlli stradali o quando gli immigrati si presentano agli appuntamenti obbligatori negli uffici dell'ICE. In molti casi a fermare le persone sono polizie locali e sceriffi delegati dal governo federale ai controlli sull'immigrazione. I volontari che in alcune città sorvegliavano i movimenti degli agenti per avvisare le comunità dicono di avere sempre più difficoltà a capire dove l'agenzia stia operando.

"Sommando tutto, stanno facendo anche più di prima", ha detto a Bloomberg David Bier, direttore degli studi sull'immigrazione del Cato Institute, un centro studi libertario. "Vediamo comportamenti molto simili a quelli di Los Angeles, Chicago e Minneapolis, ma in modo diffuso: compaiono in Maine e allo stesso tempo a Houston".

La nuova strategia ha già portato ad altre due uccisioni. Il 7 luglio a Houston gli agenti hanno ucciso Lorenzo Salgado Araujo, un cittadino messicano di 52 anni che viveva negli Stati Uniti da più di trent'anni, mentre cercavano di fermare il suo furgone. Meno di una settimana dopo, durante un controllo stradale a Biddeford, in Maine, è stato ucciso Joan Sebastián Durán Guerrero, un colombiano di 25 anni. Le autorità federali hanno ammesso che nessuno dei due era l'obiettivo delle operazioni, ma hanno difeso le sparatorie come necessarie a proteggere gli agenti e il pubblico. Mullin aveva sospeso i controlli stradali dopo le due morti, ma Trump ha annullato la decisione definendo i fermi dei veicoli uno degli strumenti "più importanti ed efficaci" dell'agenzia. Le due uccisioni hanno provocato nuove proteste in diverse città contro un sistema di controlli già molto contestato.

Le persone detenute nei centri dell'ICE erano 65.765 all'11 luglio, circa 5.450 in più rispetto a inizio aprile e poco sotto il record di 70.770 toccato a gennaio. Come avviene dall'estate del 2025, i detenuti senza alcun precedente penale restano più numerosi sia di quelli con condanne sia di quelli con accuse pendenti: all'11 luglio il 29% dei detenuti aveva una condanna e il 31% aveva accuse in corso. La popolazione senza precedenti è anche quella che cresce più in fretta: nei primi 11 giorni di luglio è aumentata del 20% rispetto a giugno, da quasi 22.000 a oltre 26.000 persone, contro il 5% delle altre due categorie. Le vittime di Houston e del Maine rientrano in quelli che il governo chiama arresti "collaterali", cioè di persone che non erano il bersaglio dell'operazione e che spesso non hanno precedenti né accuse.

La Casa Bianca ha chiesto agli agenti di puntare a 2.000 arresti al giorno, secondo fonti interne all'agenzia citate da CBS News, anche se il dipartimento per la Sicurezza interna nega l'esistenza di quote. I ranghi dell'ICE si sono intanto ingrossati grazie a una campagna di assunzioni finanziata dalla grande legge di spesa repubblicana del 2025, che ha destinato al dipartimento 70 miliardi di dollari in più. Dall'inizio del secondo mandato di Trump le espulsioni sono state più di 590.600, un ritmo ancora lontano dall'obiettivo del presidente di oltre un milione di arresti ed espulsioni all'anno. Per i falchi dell'immigrazione non basta: "I numeri dovrebbero essere alle stelle", ha detto Mike Howell, ricercatore della Heritage Foundation, un centro studi conservatore.

Mullin rivendica i risultati e la scelta della discrezione, dicendo che gli arresti stanno battendo "record giornalieri ogni singolo giorno". "Ho abbassato la temperatura del fornello per far funzionare le cose senza farle traboccare", ha detto venerdì ai giornalisti. "Quando dico che ho abbassato la temperatura, l'ho abbassata con voi. Per le strade stiamo alzando il fuoco: lavoriamo più che mai". Tom Homan, il responsabile della Casa Bianca per i confini, ha detto a Fox News che "l'ICE non sta affatto lasciando le strade".

Dal 2019 il Congresso obbliga l'ICE a pubblicare ogni due settimane i dati su arresti, detenzioni ed espulsioni, ma l'agenzia non li aggiornava da inizio aprile. Il ritardo aveva irritato parlamentari di entrambi gli schieramenti, oltre a giornali, accademici e organizzazioni non profit che chiedevano i numeri. Il dipartimento lo ha attribuito alla serie di "shutdown", i blocchi delle attività del governo causati dagli scontri sul bilancio.


Accuse di aggressione agli agenti dell’immigrazione, quasi un caso su due crolla in tribunale


L’Amministrazione Trump ha incriminato più di 550 persone per aggressione od ostruzione agli agenti federali impegnati nella campagna di espulsioni di massa. Quasi la metà dei procedimenti già conclusi, tuttavia, si è dissolta in tribunale. È quanto emerge da un’inchiesta del New York Times, la più completa condotta finora, basata sugli atti di ogni singolo caso, sulle trascrizioni delle udienze, su interviste e su decine di filmati degli arresti.

I numeri descrivono un’anomalia macroscopica per gli standard della giustizia federale americana. Delle 558 persone incriminate, 191 hanno visto cadere le accuse e 22 sono state assolte da una giuria; soltanto 4 sono state condannate al termine di un processo. Altre 246 hanno patteggiato, mentre 95 procedimenti sono ancora pendenti. Il Dipartimento di Giustizia ottiene normalmente una condanna o un patteggiamento in oltre il 90% dei procedimenti penali federali: il bilancio di questa campagna è lontanissimo da quella soglia.

Al centro della fallimentare strategia giudiziaria c’è una disposizione un tempo applicata di rado, la sezione 111 del Titolo 18 del codice federale, che prevede pene fino a 20 anni di carcere per chi aggredisce o ostacola con la forza un pubblico ufficiale. L’Amministrazione ne ha adottato un’interpretazione estensiva per arrestare chi intralciava le operazioni dell’ICE e della Border Patrol, al punto che durante alcune colluttazioni gli agenti gridavano “18 U.S.C. 111”.

Stati Uniti · Espulsioni di massa

Incriminati per aggressione agli agenti, ma in tribunale le accuse crollano


L’Amministrazione Trump ha incriminato 558 persone per aggressione od ostruzione agli agenti federali impegnati nelle espulsioni di massa. Quasi la metà dei procedimenti già conclusi si è dissolta davanti ai giudici, secondo un’inchiesta del New York Times.

Grafica di FocusAmerica

Il bilancio della campagna giudiziaria

Persone incriminate
558

Condanne in giudizio
4

per aggressione od ostruzione agli agenti federali
al termine di un processo con giuria

Alla base c’è la sezione 111 del Titolo 18 del codice federale: fino a 20 anni di carcere per chi aggredisce o ostacola con la forza un pubblico ufficiale. Una norma un tempo applicata di rado, oggi usata in modo estensivo contro manifestanti e immigrati.

Gli esiti

Come sono finiti i 558 procedimenti


Il conteggio del New York Times, basato sugli atti di ogni singolo caso, sulle trascrizioni delle udienze e su decine di filmati degli arresti.

Il confronto

Un bilancio lontanissimo dagli standard federali


Quota di procedimenti conclusi con una condanna o un patteggiamento.

Il 54% è calcolato sui 463 procedimenti già conclusi della campagna, esclusi i 95 ancora pendenti.

I casi persi

Perché le accuse non hanno retto


Le dinamiche ricorrenti nei 213 procedimenti persi o abbandonati dal governo.

Conteggi minimi documentati dall’inchiesta; le categorie possono sovrapporsi.

Fonte: The New York Times, luglio 2026 Procedimenti ex 18 U.S.C. § 111

Filmare gli agenti è diventato un reato


L’analisi dei 213 procedimenti persi o abbandonati dal governo rivela dinamiche ricorrenti. In decine di episodi, filmati e atti processuali mostrano che furono gli agenti a ricorrere per primi alla forza, con spinte, placcaggi o spray al peperoncino. Numerosi imputati sono stati assolti dopo aver invocato la legittima difesa. In oltre 100 casi, inoltre, i procuratori non hanno neppure sostenuto che gli agenti fossero rimasti feriti.

In almeno altri 7 episodi, le lesioni attribuite agli imputati erano state in realtà provocate dagli stessi agenti o dai loro colleghi. Un giudice, per esempio, ha respinto le accuse contro un immigrato dopo aver accertato che l’agente si era ferito con i frammenti del finestrino che aveva sfondato personalmente.

Almeno 25 persone sono state incriminate soltanto per aver filmato o seguito gli agenti, senza che venisse contestato loro alcun contatto fisico. In 65 casi i procuratori hanno ritirato o ridimensionato le accuse prima ancora della scadenza fissata per presentare le prove a un gran giurì o a un giudice.

Secondo diversi ex procuratori federali, una ritirata tanto rapida indica che quei procedimenti non avrebbero mai dovuto essere avviati. “Sembra emergere uno schema di accuse presentate senza alcun fondamento”, ha dichiarato al New York Times Jimmy L. Arce, ex procuratore federale di Chicago, secondo il quale alcuni imputati si sono visti “criminalizzare la libertà di parola”.

Prove distrutte e fatti travisati


In più di 30 occasioni i giudici hanno censurato la condotta del governo, definendola “flagrante”, “in malafede” e “scioccante per il senso universale di giustizia”. Due magistrati hanno accertato persino la distruzione intenzionale di prove.

A Laredo, un agente ha costretto una diciannovenne americana a cancellare definitivamente le fotografie scattate con il telefono. In California, invece, gli agenti hanno fatto riparare un veicolo che la difesa aveva chiesto di conservare intatto per sottoporlo a una perizia.

Il Dipartimento di Sicurezza Interna ha respinto le contestazioni. Secondo la portavoce Lauren Bis, l’aumento delle incriminazioni riflette “un massiccio incremento delle violenze e delle minacce contro le forze dell’ordine federali”. Gregory Bovino, ex comandante della Border Patrol e promotore delle tattiche più aggressive contro manifestanti e immigrati, è andato oltre: a suo giudizio, i procuratori che hanno lasciato cadere le accuse sono stati troppo timidi e “si è stati fin troppo cauti nel decidere chi incriminare”.

L’inchiesta documenta anche alcuni casi di effettiva violenza. Uno dei 4 uomini condannati da una giuria, per esempio, aveva trascinato per una novantina di metri un agente rimasto con un braccio incastrato nel finestrino della sua automobile. Ma, secondo il New York Times, il quadro complessivo suggerisce che il ricorso alla norma sia servito meno a proteggere gli agenti che a fornire una copertura legale all’intimidazione di manifestanti e immigrati.


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Drüben bei Deutschlandfunk Kultur spreche ich darüber, warum ich das französische Social-Media-Verbot für falsch halte, warum #Alterskontrollen uns alle gefährden, warum der Drogen-Vergleich bei mir einen Beißreflex auslöst – und was denn die bessere Lösung wäre.

🎧 09:13 min deutschlandfunkkultur.de/schut…

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Iran’s Cyber Playbook Shifts From Loud Attacks to Patient, Long-Term Access
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securebulletin.com/irans-cyber…
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HermeticReader: How a Bug in Adobe’s PDF Browser Extension Could Expose WhatsApp Chats to Any Website
#CyberSecurity
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ASUS Rushes Out Router Patch After Discovery of Unauthenticated Remote Command Execution Flaw
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RefluXFS: A Nine-Year-Old Race Condition in Linux’s XFS Filesystem Opens a Silent Road to Root
#CyberSecurity
securebulletin.com/refluxfs-a-…
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Accordo sul nucleare tra Stati Uniti e Arabia Saudita: Riyadh potrà arricchire l'uranio


L'intesa che Trump ha annunciato apre alla produzione saudita di combustibile nucleare. Israele e parte del Congresso denunciano però un arretramento nella non proliferazione e temono che il programma civile possa preparare il terreno a un futuro arsenale atomico saudita.

L'Amministrazione Trump ha firmato un accordo di cooperazione nucleare con l'Arabia Saudita che potrebbe consentire al regno di arricchire autonomamente l'uranio destinato ai propri reattori. L'intesa, siglata mercoledì dal Segretario all'Energia Chris Wright e dal ministro dell'Energia saudita Abdulaziz bin Salman, punta a rinsaldare i rapporti tra Washington e Riyadh, messi sotto pressione a causa della guerra con l'Iran, e secondo la Casa Bianca potrebbe generare contratti per miliardi di dollari a beneficio dell'industria nucleare americana, a cominciare da Westinghouse, uno dei maggiori costruttori di reattori nucleari al mondo.

Per raggiungere un accordo con il principe ereditario Mohammed bin Salman, leader di fatto del regno, Trump ha tuttavia accettato condizioni meno rigorose rispetto a quelle imposte in passato ad altri alleati. L'intesa non include, infatti, il protocollo aggiuntivo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA), che consente agli ispettori di effettuare controlli a sorpresa anche nei siti nucleari non dichiarati: i controlli più delicati saranno affidati a squadre americane e, per procedere senza le ispezioni internazionali ordinarie, Trump ha dovuto firmare una deroga motivata da ragioni di sicurezza nazionale. Inoltre, al termine di uno studio congiunto sulla sostenibilità economica della produzione di combustibile nucleare, l'Arabia Saudita potrebbe ottenere il diritto di arricchire uranio o riprocessare plutonio direttamente sul proprio territorio.

L'accordo rientra, comunque, nella categoria dei cosiddetti "accordi 123", dal nome della sezione dell'Atomic Energy Act che disciplina la cooperazione nucleare civile degli Stati Uniti con governi stranieri. Washington ne ha sottoscritti attualmente 26, che coinvolgono in totale 51 governi e l'AIEA. Questi accordi dovrebbero garantire che tecnologie, materiali e competenze americane non vengano utilizzati per programmi militari.

★Nucleare · Medio Oriente
Grafica di FocusAmerica

Uranio saudita, garanzie ridotte


Washington annuncia con Riyadh un accordo nucleare civile che apre all’arricchimento sul territorio del regno, senza le ispezioni rafforzate dell’AIEA.

Durata prevista
30 anni

Accordi “123” in vigore
26

La cooperazione vincola i due Paesi per tre decenni
Coinvolgono 51 governi; nessun accordo finora apre all’arricchimento

Il confronto

Addio al “gold standard” degli Emirati


L’accordo con Abu Dhabi del 2009 fissava tre vincoli di non proliferazione. L’intesa con Riyadh li allenta tutti.

Vincolo
Emirati Arabi Unitiaccordo 2009 · “gold standard”
Arabia Sauditaaccordo 2026

Protocollo aggiuntivo AIEAispezioni a sorpresa nei siti non dichiarati
ACCETTATOGli ispettori possono verificare ovunque
ASSENTENessun obbligo di controlli rafforzati

Arricchimento dell’uraniosul territorio nazionale
RINUNCIA FORMALEEscluso per trattato
POSSIBILEDopo uno studio congiunto di fattibilità economica

Riprocessamento del plutoniomateriale utilizzabile anche a fini militari
RINUNCIA FORMALEEscluso per trattato
POSSIBILEStessa clausola dell’arricchimento

Vincolo presente Condizionato Vincolo assente

L’iter

Perché il Congresso difficilmente lo fermerà

1

Firma e trasmissione al Congresso
L’accordo viene inviato a Camera e Senato per la revisione prevista dall’Atomic Energy Act

2

Eventuale risoluzione di disapprovazione
Democratici e alcuni repubblicani possono tentare di bloccare l’intesa con un voto

3

Veto presidenziale
Trump può respingere la risoluzione e tenere in vita l’accordo

4

Per superare il veto serve una supermaggioranza
Una soglia considerata fuori portata nel Congresso attuale: l’accordo dovrebbe quindi entrare in vigore

2/3
La maggioranza necessaria sia alla Camera sia al Senato per fermare l’intesa dopo un veto presidenziale

Come ci siamo arrivati

Dagli Emirati alla guerra con l’Iran

2009
Entra in vigore l’accordo USA-Emirati: Abu Dhabi rinuncia ad arricchimento e riprocessamento. Nasce il “gold standard”

2018
Trump ritira gli USA dall’accordo con l’Iran del 2015: Teheran riprende ad arricchire uranio a livelli sempre più vicini alla soglia militare

2023
Riyadh e Teheran normalizzano i rapporti con la mediazione della Cina; dopo il 7 ottobre tramonta l’ipotesi di legare il dossier nucleare al riconoscimento saudita di Israele

Mag 2026
Nuove tensioni: Riyadh nega agli USA lo spazio aereo per un’operazione a difesa delle petroliere nello Stretto di Hormuz

Lug 2026
Annuncio dell’accordo nucleare in piena guerra con l’Iran: contratti per miliardi di dollari attesi per l’industria americana, a partire da Westinghouse

Il rischio del precedente

Mohammed bin Salman ha promesso “senza alcun dubbio” la bomba se Teheran la otterrà. E se Riyadh può arricchire uranio, Turchia ed Egitto potrebbero chiedere lo stesso trattamento. Due lettere collaterali dell’accordo restano intanto riservate: parte del Congresso chiede di leggerle prima di esaminare l’intesa.

Fonte: New York Times, Wall Street Journal, Associated Press — luglio 2026

L'abbandono del "gold standard" degli Emirati


Le condizioni concesse a Riyadh segnano una netta discontinuità rispetto ad un equivalente accordo firmato con gli Emirati Arabi Uniti ed entrato in vigore nel 2009. Abu Dhabi accettò all'epoca il protocollo aggiuntivo dell'AIEA e rinunciò formalmente all'arricchimento dell'uranio e al riprocessamento del plutonio sul proprio territorio, escludendo così la possibilità di sviluppare in autonomia le infrastrutture necessarie alla costruzione di un'arma atomica. Quell'intesa, negoziata tra le Amministrazioni Bush e Obama, è diventata il "gold standard" internazionale della non proliferazione nucleare.

Trump ha invece scelto un approccio più flessibile. Il testo dell'accordo, non ancora reso pubblico, sarà ora trasmesso al Congresso, che avrà 90 giorni per esaminarlo e potrà tentare di bloccarlo approvando una risoluzione di disapprovazione. In caso di veto presidenziale, tuttavia, per fermare l'intesa sarebbe necessaria una maggioranza dei due terzi sia alla Camera sia al Senato, una soglia difficilmente raggiungibile nel contesto attuale. L'accordo dovrebbe quindi entrare in vigore, anche se il confronto politico si preannuncia acceso. Diversi esponenti democratici e repubblicani, così come alcuni funzionari israeliani, temono infatti che il programma nucleare civile saudita possa porre le basi per una futura capacità militare.

Il Segretario all'Energia ha assicurato che le intese rispettano "i più alti standard di sicurezza nucleare e di non proliferazione", affidandosi "alla migliore tecnologia nucleare del mondo, progettata proprio qui negli Stati Uniti". Anche il Segretario di Stato Marco Rubio, interpellato durante una visita a Manila, ha garantito che gli Stati Uniti non concluderanno con alcun Paese accordi in grado di favorire la diffusione delle armi atomiche.

Molto più duro il comitato editoriale del Wall Street Journal, secondo cui l'intesa rappresenta un grave errore strategico per gli Stati Uniti. Il quotidiano statunitense osserva che l'Arabia Saudita non avrebbe alcuna necessità civile di arricchire uranio sul proprio territorio e sostiene che il vero obiettivo potrebbe essere quello di costruire una capacità militare nucleare da mantenere in riserva. Lo studio biennale previsto dall'accordo sarebbe, secondo il giornale, poco più di un espediente per rinviare la decisione finale. L'assenza del protocollo aggiuntivo dell'IAEA renderebbe, inoltre, le garanzie concordate da Trump persino più deboli degli standard normalmente richiesti.

Il rischio però è anche quello di creare un precedente regionale. Turchia ed Egitto potrebbero chiedere lo stesso trattamento, favorendo così la diffusione delle tecnologie di arricchimento dell'uranio in una delle aree più instabili del mondo. A sollevare ulteriori dubbi sono due lettere collaterali rimaste riservate, che accompagnano il testo principale. L'Amministrazione sostiene che contengono informazioni commerciali proprietarie e dati sensibili per la sicurezza nazionale, ma alcuni membri del Congresso potrebbero rifiutarsi di esaminare l'accordo finché i documenti non saranno resi accessibili.

L'ombra dell'Iran e il riavvicinamento tra Washington e Riyadh


I timori sul nuovo accordo sono alimentati dalle stesse dichiarazioni di Mohammed bin Salman, che in passato ha promesso, senza mezzi termini, di dotare l'Arabia Saudita di armi nucleari qualora l'Iran facesse altrettanto. "Senza alcun dubbio", aveva risposto durante un'intervista ad una domanda su questo argomento. Da parte sua, Teheran continua a sostenere che il proprio programma abbia finalità esclusivamente civili, ma dopo il ritiro americano dall'accordo nucleare del 2015, deciso da Trump nel 2018, ha arricchito uranio a concentrazioni sempre più vicine a quelle necessarie per costruire un ordigno nucleare.

Il negoziato con Riyadh procede, comunque, da anni. Durante l'Amministrazione Biden, la cooperazione nucleare tra i due Paesi era stata inizialmente inserita in un pacchetto più ampio, che comprendeva anche il riconoscimento diplomatico di Israele da parte dell'Arabia Saudita e l'ingresso del regno nei cosiddetti Accordi di Abramo. Quella prospettiva però è tramontata del tutto dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e la violenta risposta israeliana nella Striscia di Gaza. Trump ha successivamente separato il dossier nucleare dal processo di normalizzazione con Israele, consentendo così ai negoziati di proseguire indipendentemente dalla questione palestinese.

Tuttavia, i rapporti tra Washington e Riyadh hanno conosciuto nuove tensioni anche negli ultimi mesi. A maggio, ad esempio, il governo saudita ha negato agli Stati Uniti l'uso del proprio spazio aereo per un'operazione destinata a proteggere le petroliere nello Stretto di Hormuz, controllato di fatto dalle forze iraniane dall'inizio della guerra in corso. L'accordo nucleare permetterà ora ai due Paesi di ricostruire una relazione più stabile. Parallelamente, però, l'Arabia Saudita intende continuare a mantenere aperto il dialogo con Teheran: preoccupata che la politica americana in Medio Oriente possa esporre il regno a nuovi rischi, secondo molti analisti Riyadh potrebbe cercare di preservare la normalizzazione dei rapporti con l'Iran avviata nel 2023 grazie alla mediazione della Cina.

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Trump minaccia di bombardare ponti e centrali elettriche in Iran e prepara l'escalation


Il presidente ha accolto le salme di quattro soldati mentre gli Houthi colpiscono le petroliere saudite nel Mar Rosso. Solo il 29% degli americani sostiene la guerra, che ha ucciso 18 militari

Per il dodicesimo giorno consecutivo gli Stati Uniti hanno bombardato l'Iran e il presidente Trump ha minacciato di distruggere "un ponte o una centrale elettrica", anche dentro o vicino Teheran, ogni volta che l'Iran colpirà una nave nello Stretto di Hormuz, il passaggio da cui prima della guerra transitava un quinto del petrolio mondiale. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha risposto sui social che la dottrina difensiva del suo paese è "occhio per occhio" e che qualsiasi aggressione contro le infrastrutture iraniane "comporterà una risposta potente e decisiva". Attacchi deliberati contro infrastrutture civili possono costituire un crimine di guerra per il diritto internazionale. L'ultima ondata di raid americani, conclusa alle 22:30 di mercoledì ora di Washington (le 4:30 di giovedì in Italia), ha colpito depositi di missili e droni, oltre a sistemi di difesa aerea, mentre l'Iran ha rivendicato nuovi attacchi contro obiettivi militari americani in Kuwait.

La guerra, iniziata il 28 febbraio con gli attacchi americani e israeliani contro il programma nucleare iraniano, si sta allargando al Mar Rosso. Gli Houthi, il gruppo armato yemenita alleato dell'Iran, hanno rivendicato mercoledì l'attacco con missili e droni a due petroliere saudite, la Encelia e la Layla, il primo da quando lunedì hanno annunciato un blocco navale contro i porti dell'Arabia Saudita. L'autorità saudita dei trasporti ha confermato l'attacco a una delle due navi e ha detto che l'equipaggio è salvo. Da mesi Riyadh esporta milioni di barili di petrolio al giorno attraverso il Mar Rosso per aggirare lo Stretto di Hormuz, dove il traffico è quasi fermo: martedì lo hanno attraversato nove navi, contro le circa 130 di prima della guerra. Il Brent, il prezzo di riferimento mondiale del petrolio, è salito a circa 94 dollari al barile, il 30% in più dall'inizio del conflitto. Negli Stati Uniti la benzina costa in media più di 4 dollari al gallone (circa 3,8 litri), il 36% in più da fine febbraio.

Mercoledì il presidente ha assistito nella base aerea di Dover, in Delaware, al rientro delle salme di quattro soldati tra i 19 e i 30 anni. Il tenente Tyler James Feehan, la soldatessa Isabella Gonzales e la sergente Angel Rampersad sono stati uccisi venerdì scorso in un attacco iraniano contro gli alloggi della base aerea giordana di Muwaffaq Salti; il sergente Michael Emmanuel Swinton è morto in Iraq durante la detonazione controllata di un drone iraniano. Prima della cerimonia Trump ha detto ai giornalisti che tutti e quattro avevano detto "con molta forza" che non si può permettere all'Iran di avere un'arma nucleare, senza spiegare come conoscesse le loro opinioni: le famiglie non hanno mai parlato pubblicamente delle posizioni dei loro cari sul conflitto. Era la terza volta che il presidente partecipava alla cerimonia dall'inizio di una guerra che ha ucciso 18 militari americani e ne ha feriti circa 550, perdite che in parte il Pentagono aveva taciuto. Una decina di militari feriti gravemente è stata trasferita questo mese in un ospedale militare americano in Germania. Secondo la Human Rights Activists News Agency, un'organizzazione per i diritti umani che si occupa dell'Iran, i civili iraniani uccisi sono almeno 1.700.

Le immagini satellitari e i video verificati dal New York Times mostrano che l'Iran mantiene la capacità di colpire con precisione obiettivi americani, nonostante l'amministrazione sostenga di averne ridotto o distrutto le capacità militari. Nelle due settimane dalla rottura del cessate il fuoco gli attacchi iraniani hanno raggiunto nove installazioni usate dagli Stati Uniti in Medio Oriente, danneggiando alloggi, hangar, rifugi per droni e sistemi radar. Nella sola base di Muwaffaq Salti almeno 20 strutture sono state distrutte o danneggiate. Sono stati colpiti anche Tower 22, un avamposto americano al confine tra Giordania e Siria, e un radar in Kuwait completato appena sei mesi fa. Verificare i danni è difficile perché il governo americano chiede ai fornitori di immagini satellitari di non diffondere foto della regione per proteggere le truppe, mentre l'Iran diffonde le immagini dei propri attacchi a scopo di propaganda.

Il Wall Street Journal ha rivelato che nell'ultima settimana il Pentagono ha spostato verso il Medio Oriente forze speciali, squadroni di caccia e armamenti. Oltre 150 medici sono inoltre arrivati all'ospedale militare di Landstuhl, in Germania, dove vengono curati i feriti dal fronte. Secondo Axios, martedì un bombardiere a lungo raggio B-1, capace di trasportare 24 bombe da 2.000 libbre (circa 900 chili), è decollato dal Regno Unito per colpire obiettivi dei Guardiani della Rivoluzione, il principale corpo militare iraniano: è la prima missione di questo tipo dalla ripresa dei combattimenti. Trump valuta un ritorno a operazioni di combattimento su larga scala, che secondo funzionari americani e israeliani potrebbe arrivare entro giorni. Ha inoltre ripetuto la minaccia di colpire "molto presto e molto pesantemente" Pickaxe Mountain, il sito sotterraneo nell'Iran centrale dove Teheran avrebbe spostato le centrifughe per arricchire l'uranio.

Solo il 29% degli americani sostiene il conflitto secondo un sondaggio Washington Post-Ipsos pubblicato la settimana scorsa. Secondo un sondaggio di Politico, anche tra gli elettori MAGA, la base più fedele del presidente, la quota di chi ritiene che la guerra valga il suo costo economico è scesa a poco più di un terzo, dal 50% di maggio. Una persona vicina alla Casa Bianca ha detto a Politico che il presidente "è ormai pienamente consapevole che l'unica strada verso la vittoria che vuole è del tutto impossibile politicamente" perché gli americani non sosterrebbero l'escalation necessaria: "Abbiamo più americani morti e una situazione politicamente impossibile". Trump sostiene il contrario: "Gli americani non vogliono la benzina cara, ma non sono contro la guerra", ha detto mercoledì citando un sondaggio che non ha specificato.

La Camera ha approvato mercoledì con 216 voti a favore e 212 contrari la legge annuale sulla difesa da 1.150 miliardi di dollari e, con 216 voti a 214, una cornice di bilancio da 95 miliardi che include 73 miliardi aggiuntivi per il Pentagono e le agenzie di intelligence, in gran parte per coprire i costi della guerra. Il consenso bipartisan che di solito accompagna queste leggi è venuto meno: solo sei democratici hanno votato a favore della prima misura e nessuno della seconda, con l'accusa al Congresso di non voler limitare l'uso della forza da parte dell'amministrazione. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha stimato che la guerra costerà circa 37,5 miliardi di dollari entro la fine di settembre e alcuni capitoli dei bilanci di Marina e Aeronautica, in esaurimento per il conflitto, finiranno entro poche settimane.

La sera, a un comizio in Georgia, il presidente ha detto che gli Stati Uniti "non hanno bisogno dello Stretto di Hormuz" perché, sommando la produzione americana e quella del Venezuela, controllano "circa il 62% del mercato petrolifero mondiale", ma che continueranno a combattere "perché non possiamo lasciare che l'Iran abbia un'arma nucleare". Ha definito la guerra una "schermaglia" e ha detto che l'Iran vuole un accordo perché "viene colpito così duramente", ma non è pronto a firmarlo. I mediatori del Qatar intanto continuano a trattare con funzionari americani, iraniani e dell'Oman per riaprire lo stretto e fermare i combattimenti, ma Teheran non ha accettato l'ultima proposta.


Due soldati americani uccisi da missili iraniani in Giordania. L’Iran attacca il “Grande Satana”


Due militari americani sono stati uccisi e un terzo risulta disperso dopo un attacco iraniano con missili balistici contro la base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania. Lo ha reso noto il Comando centrale degli Stati Uniti (Central Command, CENTCOM). Sono i primi caduti americani dalla ripresa dei combattimenti tra Stati Uniti e Iran, 8 giorni fa. Il bilancio complessivo delle perdite statunitensi dall’inizio della guerra sale così a 16 morti.

Almeno due missili balistici hanno colpito la base, che ospita militari e caccia statunitensi. I video diffusi sui social media mostrano l’impatto degli ordigni e una densa colonna di fumo levarsi dall’area subito dopo l’attacco.

Video shows Iranian ballistic missiles striking Muwaffaq Salti Air Base in Jordan overnight, killing two American servicemembers and injuring several others pic.twitter.com/UtJh6nEgF2
— Faytuks Network (@FaytuksNetwork) July 18, 2026


“Il 17 luglio due militari statunitensi in Giordania sono caduti in azione mentre il CENTCOM e le forze alleate contrastavano attacchi iraniani condotti con missili balistici e droni. Un altro militare risulta al momento disperso in azione”, ha comunicato il Comando in un post su X. Quattro soldati sono stati trasferiti in ospedali giordani e successivamente dimessi; altri, sottoposti ad accertamenti per ferite lievi, sono già tornati in servizio.

CENTCOM Statement on Recently Fallen, Missing U.S. Service Members

TAMPA, Fla. — On July 17, two U.S. service members in Jordan were killed in action as U.S. Central Command (CENTCOM) and partner forces defended against Iranian ballistic missile and drone attacks. Additionally,…
— U.S. Central Command (@CENTCOM) July 18, 2026


Khamenei accusa Trump di aver tradito l’accordo


Poche ore dopo, in una dichiarazione scritta rilanciata dai media di Stato iraniani, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha accusato il presidente Donald Trump di aver violato l’intesa raggiunta tra Washington e Teheran. “Le ripetute violazioni del memorandum d’intesa firmato dai presidenti di Iran e Stati Uniti da parte del Grande Satana hanno dimostrato ancora una volta quanto sia priva di valore e inaffidabile la firma del presidente americano”, ha scritto Khamenei.

Con l’espressione “Grande Satana”, la nuova Guida Suprema torna così al lessico tradizionale della retorica rivoluzionaria iraniana, già riaffiorato nei suoi interventi dei mesi scorsi dopo il fallimento dell’intesa con l’Amministrazione Trump. Nella stessa dichiarazione Khamenei ha definito “prepotenza, ambizioni egemoniche e brutalità” elementi “inseparabili del comportamento e della dottrina americani”. Gli Stati Uniti, ha aggiunto, hanno “rivelato ancora una volta il loro vero volto, senza maschera”.

Khamenei ha quindi accusato Washington di “voler scatenare una nuova guerra” e ha avvertito che, se l’escalation dovesse proseguire, gli Stati Uniti pagheranno “costi ancora più pesanti” e subiranno “un disonore ancora maggiore”. L’Iran e “l’Asse della resistenza”, ha minacciato, hanno in serbo per gli americani “lezioni indimenticabili”.


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☕ CYBERBRIEFING — Giovedì 23 luglio 2026

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À 8h20 sur France Inter, @blequerrec reviendra sur la vérification d'âge.


L'interdiction faite aux mineur·es de moins de 15 ans d'accéder aux réseaux sociaux vient d'être votée par le Parlement. Si le Conseil constitutionnel ne censure pas la loi en août, les réseaux sociaux pourraient être forcés de vérifier l'âge de tous les internautes dès septembre. C'est-à-dire d'imposer un contrôle d'identité avant d'avoir le droit de s'exprimer en ligne.

laquadrature.net/2026/07/22/le…


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La rassegna stampa di giovedì 23 luglio 2026


L'escalation con l'Iran domina la scena, tra il bombardiere B-1 e le minacce di Trump, mentre gli Stati Uniti firmano un accordo nucleare con l'Arabia Saudita e la Camera vota 95 miliardi per la guerra; calano i profitti di Tesla e Washington accusa la Cina di furto tecnologico

Questa è la rassegna stampa di giovedì 23 luglio 2026

Gli Stati Uniti schierano un bombardiere B-1 mentre la guerra con l'Iran si intensifica


L'esercito americano ha impiegato per la prima volta in dodici giorni un bombardiere strategico B-1 per colpire obiettivi dei Guardiani della rivoluzione, segnalando un'escalation della campagna militare volta a riaprire lo Stretto di Hormuz. Il presidente Trump ha minacciato di distruggere ponti e centrali elettriche iraniane, anche a Teheran, a ogni nave attaccata nello Stretto, mentre i ribelli houthi hanno colpito due petroliere saudite nel Mar Rosso.

Fonti: Axios, Financial Times, The New York Times

Gli Stati Uniti firmano un accordo nucleare storico con l'Arabia Saudita


L'Amministrazione ha siglato un accordo di cooperazione nucleare civile che potrebbe consentire in futuro a Riad di arricchire uranio sul proprio territorio. L'intesa arriva mentre Washington combatte una guerra con l'Iran motivata in parte proprio dall'obiettivo di impedire l'arricchimento a Teheran, e diversi esperti avvertono che l'allentamento degli standard rischia di alimentare la proliferazione atomica. I Democratici al Congresso si preparano a contestare l'accordo.

Fonti: The Guardian, The New York Times, Bloomberg

La Camera approva un bilancio da 95 miliardi di dollari per la guerra con l'Iran


Con un voto quasi interamente lungo le linee di partito (216-214), la Camera controllata dai Repubblicani ha approvato una risoluzione di bilancio che apre la strada a un provvedimento per finanziare la guerra con l'Iran e sostenere gli agricoltori, includendo anche nuove restrizioni al voto. Nella stessa giornata l'Aula ha dato il via libera alla legge annuale sulla difesa da 1.150 miliardi di dollari. Alcuni parlamentari temono le ricadute di un conflitto impopolare sulle elezioni di medio termine.

Fonti: The New York Times, The Guardian, Bloomberg

Jim Jordan denuncia l'ex procuratore speciale Jack Smith al Dipartimento di giustizia


Il presidente della Commissione giustizia della Camera, Jim Jordan, ha trasmesso al Dipartimento di giustizia una segnalazione contro Jack Smith, l'ex procuratore speciale che aveva incriminato Trump, accusandolo di aver reso false dichiarazioni al Congresso. I legali di Smith hanno definito l'iniziativa "pretestuosa", osservando che la stessa lettera ammette l'assenza di dichiarazioni false. Il Dipartimento non è obbligato a dare seguito alle segnalazioni penali del Congresso.

Fonti: Axios, The Hill

Crollano i profitti di Tesla mentre Musk punta su intelligenza artificiale e robot


Tesla ha registrato ricavi record nel secondo trimestre, saliti del 23% a 28 miliardi di dollari, ma l'utile operativo è crollato a causa degli ingenti investimenti in ricerca e sviluppo, robot umanoidi e guida autonoma. Il margine operativo è sceso all'1,4% dal 4,1% di un anno prima e l'azienda prevede di indebitarsi fino a 30 miliardi di dollari per accelerare la transizione verso l'intelligenza artificiale. Per sostenere le vendite la casa automobilistica ha fatto ricorso agli sconti.

Fonti: Financial Times, Axios

Amish Shah vince le primarie democratiche in un distretto conteso dell'Arizona


L'ex deputato statale Amish Shah ha sconfitto la candidata sostenuta dai vertici democratici nazionali nelle primarie del primo distretto dell'Arizona, un collegio in bilico. È la terza volta nel 2026 che il comitato elettorale dei deputati democratici tenta senza successo di orientare una primaria, e alcuni parlamentari, tra cui Alexandria Ocasio-Cortez, chiedono di ripensare l'impiego delle risorse del partito. Shah affronterà il repubblicano Jay Feely a novembre.

Fonti: The New York Times, Axios, The Hill

Le minacce contro le personalità protette dal Secret Service crescono del 40%


Il Secret Service ha aperto circa 10.000 indagini per minacce dall'inizio dell'anno, con un aumento di circa il 40% rispetto allo stesso periodo del 2025. L'agenzia riferisce anche un forte incremento degli interventi legati a problemi di salute mentale, mentre si prepara alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca in programma venerdì, riprogrammata dopo gli spari di aprile. Il dato riflette un clima di crescente violenza politica nel Paese.

Fonti: Bloomberg, Axios, The Hill

Washington accusa la cinese Moonshot di aver sottratto tecnologia ad Anthropic


La Casa Bianca ha accusato la startup cinese di intelligenza artificiale Moonshot di aver sfruttato tecnologia americana per costruire il suo modello Kimi K3, minacciando sanzioni per quello che ha definito un furto di proprietà intellettuale "su scala industriale". L'episodio si intreccia con le crescenti tensioni nella corsa globale all'intelligenza artificiale, dopo che un attacco informatico ai sistemi di OpenAI aveva già messo in luce i rischi del settore.

Fonti: Semafor, The Hill, Financial Times

I casi di morbillo negli Stati Uniti toccano il livello più alto degli ultimi 35 anni


I contagi da morbillo hanno raggiunto negli Stati Uniti il valore più elevato degli ultimi trentacinque anni, un dato che riflette il calo delle coperture vaccinali. L'aumento si accompagna ad altri segnali di allarme sanitario, con i casi di ciclosporiasi anch'essi ai massimi storici.

Fonti: The Hill

Trump minimizza il tema del carovita mentre difende le sue politiche economiche


In un comizio in Georgia il presidente ha liquidato la parola "accessibilità economica" come uno slogan inventato dai consulenti democratici, pur dedicando gran parte del discorso ai benefici delle sue misure economiche e attribuendo i prezzi elevati all'eredità dell'amministrazione Biden. Nel frattempo il rappresentante americano per il Commercio ha difeso i dazi dalle accuse dei Democratici, mentre le aspettative di inflazione delle famiglie restano su livelli preoccupanti che potrebbero richiedere un intervento della Federal Reserve.

Fonti: The Guardian, Financial Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Rifondazione: Iacchetti ha ragione su liste d’attesa e remigrazione home.rifondazione.eu/2026/07/2… #ComunicatiStampa #Sanità

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FIRMA ANCHE TU! Stop Killing The Internet - Smettiamola di uccidere Internet: niente identità digitale e niente verifica dell'età. È partita oggi l'iniziativa dei cittadini europei!

@Etica Digitale (Feddit)

La Commissione Europea ha autorizzato un’iniziativa dei cittadini che chiede alla legge UE di mantenere l’ID digitale e la verifica dell’età su base volontaria, rispettosa della privacy e non discriminatoria per l’accesso ai servizi online.

L’iniziativa intitolata 'Stop Killing The Internet: No Digital ID & No Age Verification' ora necessita di 1 milione di firme in almeno 7 Stati membri entro 12 mesi. Una volta raggiunto l’obiettivo, Bruxelles dovrà rispondere formalmente, proprio mentre lancia il Portafoglio di Identità Digitale dell’UE e testa la sua app di verifica dell’età.

citizens-initiative.europa.eu/…

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Avere le armi nucleari non ti fa vincere una guerra


Un'analisi dell'Atlantic sostiene che oltre alla deterrenza non comprano nulla: Kissinger le chiamava "armi in cerca di una dottrina" e nessuno ha ancora trovato quella dottrina

Le armi nucleari comprano la deterrenza, cioè la capacità di scoraggiare un attacco con la minaccia della rappresaglia. Nient'altro. È la tesi di un'analisi di Tom Nichols pubblicata sull'Atlantic: le guerre in corso in Iran e in Ucraina stanno dimostrando che i due maggiori arsenali atomici del mondo non offrono a Washington e Mosca una via d'uscita vittoriosa dai conflitti regionali. Henry Kissinger diceva spesso che le armi nucleari sono "armi in cerca di una dottrina" e per Nichols la ricerca è finita a mani vuote: oltre alla deterrenza, non c'è niente.

Stati Uniti e Russia stanno infliggendo danni enormi ad avversari militarmente molto più deboli senza raggiungere i loro obiettivi. Intanto Washington spende quasi mille miliardi di dollari per modernizzare il proprio arsenale atomico senza che nessuno abbia spiegato cosa il Pentagono debba farne: la scorsa primavera l'amministrazione Trump ha deciso di non aggiornare la Nuclear Posture Review, il documento che illustra al Congresso e all'opinione pubblica la politica nucleare americana, tenendo valida la versione del 2018. L'attuale sottosegretario alla Difesa con delega alla politica di sicurezza, Elbridge Colby, scrisse nel 2013 che gli Stati Uniti dovrebbero tenere aperta l'opzione di rispondere con armi termonucleari a un grave attacco informatico.

La Guerra Fredda, ricorda Nichols, ha insegnato che la deterrenza strategica mantiene la pace tra le potenze nucleari, ma anche che quelle stesse armi sono quasi inutili nei conflitti regionali. In Corea i militari presentarono a Harry Truman e a Dwight Eisenhower piani per colpire obiettivi in Asia orientale, Cina compresa, ma entrambi i presidenti si tirarono indietro per il rischio di una guerra con l'Unione Sovietica. In Vietnam il senatore Barry Goldwater propose di usare l'atomica per defoliare le giungle e scoprire le linee di rifornimento nemiche, un'idea che contribuì alla sua sconfitta elettorale, mentre durante l'assedio di Khe Sanh l'esercito preparò all'insaputa del presidente Lyndon Johnson un piano per usare le armi nucleari come ultima risorsa: quando lo scoprì, Johnson si infuriò e lo fece cancellare. Nel 1969 Richard Nixon chiese piani per colpire la Corea del Nord dopo l'abbattimento di un aereo da ricognizione americano, ma li accantonò perché nessuno sapeva come disarmare Pyongyang senza provocare distruzioni su vasta scala e rischiare un'escalation. Nella guerra del Golfo del 1991 l'opzione nucleare non fu mai presa sul serio: il generale George Lee Butler, allora a capo del comando strategico dell'aviazione americana, disse poi che gli studi interni avevano già bollato una campagna nucleare contro l'Iraq come "militarmente inutile e politicamente assurda".

Quando invase l'Ucraina all'inizio del 2022, Vladimir Putin ordinò con grande clamore di mettere le forze nucleari strategiche russe in "regime speciale di servizio di combattimento", parole che secondo Nichols non avevano alcun significato militare: nessun segnale di una maggiore allerta nucleare russa è mai emerso. Da allora Putin è rimasto volutamente vago sulla dottrina che prevede l'uso dell'atomica solo contro minacce "critiche" alla sovranità e all'"integrità territoriale" della Russia e ha lasciato le minacce esplicite ai suoi portavoce. Per Nichols Mosca non ha vere opzioni nucleari in Ucraina: il vento soffia dall'Ucraina verso la Russia e un'esplosione rischierebbe di avvelenare gli stessi russi, gli Stati Uniti di Joe Biden avevano minacciato una risposta militare massiccia e la Cina ha avvertito che l'uso dell'atomica segnerebbe la fine del suo sostegno. Nemmeno il trasferimento di testate in Bielorussia nel 2023 ha prodotto qualcosa: l'unico a cambiare idea è stato il dittatore bielorusso Alexander Lukashenko, che la scorsa settimana ha annunciato che il suo paese non parteciperà a operazioni contro l'Ucraina, mentre le testate restano lì, in deposito, "di poca utilità per chiunque". La guerra è al quarto anno, le forze russe subiscono perdite immense e l'Ucraina colpisce obiettivi in profondità nel territorio russo, compresa la capitale: quando il presidente Donald Trump la scorsa settimana ha chiesto a Volodymyr Zelensky se fosse disposto ad andare a Mosca per parlare con Putin, il presidente ucraino ha risposto: "È difficile. Ci sono molti droni ucraini lì. È molto pericoloso".

Gli iraniani, scrive Nichols, stanno infliggendo un'umiliazione simile agli americani. Trump ha lanciato più volte minacce interpretabili come nucleari: il 7 aprile ha scritto che se l'Iran non avesse accettato le richieste americane, compresa la riapertura dello stretto di Hormuz, "un'intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più". Solo le armi nucleari possono cancellare una nazione in una notte e Nichols definisce quella minaccia "genocida": l'Iran non si mosse, mentre arrivarono condanne da tutto il mondo, compresa quella di Leone XIV, il primo papa americano. Il giorno dopo Trump fece marcia indietro sostenendo, senza fondamento, che Teheran aveva presentato "una base praticabile su cui negoziare". A maggio ci riprovò: "Se non ci sarà un cessate il fuoco, dovrete solo guardare un grande bagliore levarsi dall'Iran". Di nuovo, il mondo reagì e l'Iran no. Per Nichols le minacce di distruzione totale di Trump "non significano nulla" e tendono ad arrivare proprio quando sta per cedere, come un modo per "coprire le sue ritirate".

Anche se Trump facesse sul serio, i costi politici ed economici dell'uso di un'arma nucleare supererebbero di gran lunga i benefici: un numero molto alto di vittime, ricadute radioattive sui paesi alleati e una regione, insieme a gran parte del mondo compresa la NATO, schierata contro gli Stati Uniti. Iran e Ucraina sono inferiori per ogni misura di forza militare, eppure, scrive Nichols, Stati Uniti e Russia "stanno affrontando sconfitte storiche": le guerre convenzionali sono facili da perdere, perché infliggere danni è semplice e controllare il territorio è difficile.

L'amministrazione Trump sostiene che considererebbe l'uso dell'atomica solo "in circostanze estreme per difendere gli interessi vitali degli Stati Uniti, dei suoi alleati e partner". Ma cosa sia una circostanza estrema, si chiede Nichols, non è chiaro: gli Stati Uniti stanno perdendo una guerra contro l'Iran, eppure una sconfitta nel Golfo non minaccia la loro esistenza, mentre un grande esercito russo combatte nel mezzo dell'Europa e Washington lavora per sconfiggerlo senza il coinvolgimento diretto delle forze NATO.

La prima lezione che Nichols trae è che le armi nucleari non possono sostituire la potenza convenzionale: la Cina sa che gli Stati Uniti hanno l'atomica, ma ciò che Pechino deve vedere nel Pacifico sono navi, aerei e soldati. La guerra con l'Iran ha svuotato le scorte americane di munizioni convenzionali, non quelle di bombe nucleari. La seconda è abbandonare la mentalità da Guerra Fredda: gli Stati Uniti si riservano ancora il diritto di usare per primi l'atomica, un retaggio di quando la NATO temeva di essere travolta dai carri armati sovietici, mentre oggi sarebbe la Russia a perdere rapidamente una guerra convenzionale contro l'alleanza. Per Nichols una dichiarazione di "non primo uso", cioè l'impegno a non ricorrere per primi alle armi nucleari, ancorerebbe la strategia americana alle realtà del ventunesimo secolo, insieme alla rinuncia alle testate tattiche ancora immagazzinate in Europa. La terza è una revisione completa della strategia di difesa: per Nichols l'approccio "sconsiderato e paranoico" di Trump, che tratta il mondo intero come potenzialmente ostile, "ha lasciato gli Stati Uniti meno sicuri e il mondo meno stabile".

L'amministrazione va però nella direzione opposta: si è ritirata dal trattato del 1987 sulle forze nucleari intermedie, vuole installare un nuovo missile da crociera a testata nucleare sui sottomarini e mettere armi atomiche sulle future corazzate "classe Trump", riportandole sulle navi di superficie americane per la prima volta dai primi anni Novanta. Nichols non si aspetta riforme finché Trump è in carica, ma invita il prossimo Congresso a cominciare a cancellare le richieste nucleari del Pentagono: "Una corsa alle spese nucleari da Guerra Fredda è bastata".


Come l'Iran ha trasformato una sconfitta militare in una vittoria strategica


Diciannove settimane dopo l'inizio della guerra contro Stati Uniti e Israele, l'Iran detta le condizioni della pace. È la tesi di un'analisi pubblicata su War on the Rocks, sito americano specializzato in sicurezza nazionale, firmata da Pnina Shuker, ricercatrice del Jerusalem Institute for Security and Strategy, e da Andrew Milburn, ufficiale dei Marines in pensione con un passato nelle operazioni speciali. Secondo i due autori, Washington e Gerusalemme hanno combattuto una guerra fatta di potenza militare, mentre Teheran ne ha preparata per vent'anni un'altra, costruita attorno a un obiettivo più stretto: sopravvivere abbastanza a lungo da imporre costi crescenti agli avversari e trasformare la resistenza in leva negoziale.

Quando a giugno è stato firmato il memorandum d'intesa, il presidente Donald Trump ha dichiarato che l'accordo con l'Iran era "completo". La risposta di Teheran è stata continuare a colpire e imporre una sorta di pedaggio sulla rotta marittima più importante del mondo, mentre espandeva la sua influenza in Iraq. Il risultato è stato una tregua fragile durante la quale, scrivono gli autori, l'Iran ha negoziato da una posizione di forza maggiore di quella che aveva prima della guerra.

Il bilancio militare, riconoscono Shuker e Milburn, sembra una sconfitta netta per Teheran. La Guida suprema Ali Khamenei è stato ucciso nei primi attacchi, l'arsenale missilistico è sceso da circa 2.500 a 1.000-1.200 missili, i lanciatori funzionanti da 480 a un centinaio, la marina convenzionale ha cessato di esistere e le infrastrutture per l'arricchimento dell'uranio sono fuori uso. "Sulla carta" è stata una batosta, ammettono i due analisti, ma gli Stati Uniti e Israele volevano la resa dell'Iran e la caduta del regime, mentre Teheran voleva qualcosa di più limitato: sopravvivere. E ci è riuscito.

Nel 2005 il centro strategico delle Guardie rivoluzionarie, il corpo militare che affianca l'esercito regolare iraniano, aveva formalizzato la dottrina della "difesa a mosaico": una struttura di comando decentralizzata, pensata per sopravvivere proprio agli attacchi di decapitazione con cui questo conflitto si è aperto. "Abbiamo avuto due decenni per studiare le sconfitte dei militari americani subito a est e a ovest di noi. Abbiamo incorporato le lezioni di conseguenza", disse il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi all'inizio della campagna.

Lo Stretto di Hormuz, il passaggio da cui transita gran parte del petrolio mondiale, era il cuore della strategia iraniana. Secondo l'analisi, l'amministrazione americana ha sottovalutato la disponibilità di Teheran a chiudere lo stretto e avrebbe probabilmente potuto impedirne la chiusura se avesse posizionato navi nella zona fin dall'inizio. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu lo ha ammesso alla CBS: "C'è voluto un po' perché capissero quanto fosse grande quel rischio".

L'Iran non ha sfidato la superiorità aerea americana e israeliana, ma ha colpito i sistemi che la rendevano possibile: aerocisterne, radar, nodi di comunicazione e piattaforme di comando. I suoi droni e missili costavano poche migliaia di dollari l'uno, mentre gli intercettori usati per fermarli ne costavano milioni. Le salve prolungate hanno consumato scorte di intercettori che non potevano essere ricostituite in tempo. La distruzione della flotta convenzionale iraniana, aggiungono gli autori, ha risolto il problema sbagliato: la minaccia al traffico commerciale veniva da mine, missili, droni e piccole imbarcazioni d'attacco, come l'Ucraina aveva già dimostrato contro la Russia nel Mar Nero.

La flotta di petroliere iraniane è passata da circa 70 navi nel 2020 a quasi 550 nel 2025, un'infrastruttura costruita per aggirare le sanzioni e sostenuta dalle raffinerie cinesi, che da sole assorbivano circa il 90% delle vendite estere di petrolio iraniano e garantivano quasi metà del bilancio statale. Sul fronte dell'informazione il regime ha usato anche animazioni generate con l'intelligenza artificiale per costruire una narrativa di resilienza rivolta pure al pubblico americano: i sondaggi negli Stati Uniti mostravano poca voglia di un conflitto prolungato e una forte opposizione all'invio di truppe di terra.

Gli attacchi ai paesi del Golfo avevano un obiettivo politico: mostrare ai partner regionali di Washington che sostenere la campagna aveva un prezzo. Dopo il colpo al terminal petrolifero degli Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Arabia Saudita hanno chiuso il loro spazio aereo agli aerei militari americani. Il caso più chiaro, scrivono gli autori, è stato "Project Freedom", il piano di Trump per scortare le petroliere attraverso lo stretto: l'Arabia Saudita, citando la scarsa coerenza della strategia americana, ha rifiutato basi e spazio aereo nonostante l'intervento personale del presidente. Il piano è stato accantonato. Gli Emirati, che insieme ai sauditi hanno assorbito migliaia di colpi iraniani durante la guerra, sono usciti dall'OPEC e hanno minacciato di lasciare la Lega Araba. Dopo la fine dei combattimenti, Riad e Abu Dhabi hanno inviato delegazioni di condoglianze a Teheran per il funerale di Khamenei.

Il negoziato, secondo i due analisti, ha certificato il risultato. Washington è passata dalla richiesta di resa incondizionata ad accettare che la scorta di uranio arricchito resti in Iran, mentre Teheran ha indurito le sue posizioni, aggiungendo alle richieste di prima della guerra le riparazioni di guerra e il ritiro delle forze americane dalle aree vicine al Paese. La sequenza dell'accordo firmato questa settimana è la prova più chiara: prima che l'Iran debba sciogliere un solo nodo, dalla scorta nucleare al programma missilistico ai gruppi armati alleati, gli Stati Uniti tolgono il blocco navale, ritirano le forze, concedono deroghe alle sanzioni che sbloccano i ricavi petroliferi e rendono trasferibili i beni iraniani congelati. Solo a quel punto, secondo il testo stesso dell'intesa, partono i negoziati su tutto il resto.

I costi economici del conflitto dureranno oltre il cessate il fuoco. La lunga interruzione del traffico attraverso Hormuz ha fatto salire i prezzi dell'energia e ha bloccato i flussi di fertilizzanti, elio e plastiche da cui dipendono industrie e consumatori in tutto il mondo, Stati Uniti compresi, con conseguenze sui prezzi alimentari globali che potrebbero durare fino al 2027. Il petrolio Brent resta circa 20 dollari sopra i livelli di prima della guerra.

Per Israele il bilancio è ancora più duro. Non era parte dei colloqui e, secondo i suoi stessi funzionari, non aveva nemmeno visto il testo dell'accordo con cui dovrà convivere. Hizballah, colpito ma non distrutto, ottiene dai termini dell'intesa una protezione dagli attacchi israeliani e potrà essere riarmato con il sostegno iraniano, mentre il programma missilistico che Israele considera una minaccia esistenziale non viene toccato. I paesi del Golfo che Gerusalemme sperava di avvicinare hanno fatto l'opposto, mantenendo o approfondendo i rapporti con Teheran e allontanando l'ipotesi di allargare gli Accordi di Abramo, le intese di normalizzazione tra Israele e alcuni paesi arabi. Quando Netanyahu ha spinto per colpire Beirut mettendo a rischio l'accordo, Trump lo avrebbe chiamato per dirgli che senza la protezione americana "sarebbe in prigione".

L'Iran ha ottenuto ciò per cui combatteva, concludono Shuker e Milburn: il regime è intatto, il denaro in arrivo può ricostruire il programma nucleare e l'arsenale missilistico, la chiusura dello stretto resta una carta da giocare di nuovo se Teheran deciderà che Washington non rispetta i patti. Gli autori citano lo storico militare britannico Basil Liddell Hart, per cui l'obiettivo della guerra è ottenere una pace migliore: giudicata con questo metro, scrivono, la guerra non ha raggiunto il suo scopo né per gli Stati Uniti né per Israele. È finita, ma a condizioni scritte a Teheran.


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Stop Killing Social Media Accounts! A case against harsh inactive account policies


PPI recently signed on to the Stop Killing the Internet initiative: stopkillingtheinternet.com/

As part of our support for this movement to preserve and promote digital rights we present the following discussion that was drafted collaboratively by members of our community about our concern over the forced removal of social media accounts and content.

Why can’t our social media accounts be online forever?


When we die our friends and family are still there. They want to remember us, and our social media accounts are one important way for them to look back and remember us. However, a recent article by Koa DeMarzo called “A Case Against Forever,” <techpolicy.press/a-case-agains…> frames indefinite data retention as a looming crisis. The article claims that failure to erase social media accounts represents a danger to privacy, security, and a threat of environmental waste. He argues that Big Tech platforms, especially social media sites, should purge dormant accounts after 1-2 years, with limited exceptions.

The need to erase social media accounts overstates risks, underestimates user needs, and proposes a paternalistic solution that prioritizes corporate risk aversion and regulatory ideals over individual autonomy and real-world utility. Permanence has been the internet’s default, especially on social media websites, for good reasons. Users upload photos, documents, posts, and memories on social media sites expecting control. We do not want or need an invisible timer that could erase parts of our lives. Mandating automatic blanket deletions on social media flips the burden from user choice to platform decree. The recent case of Dutch streamer Joshua Khane having his hacked Microsoft account deleted instead of getting handed back to him is one example of that. <gadgetreview.com/microsoft-wip…> And as the recent Sony controversy on physical discs and inactive accounts have hinted, users are not going to take it kindly.

User Control and the Myth of “Forgotten” Data


Users already face challenges with security issues (password resets, account dormancy warnings, and 2FA requirements), but automatic deletion creates a further level of emergency that is real. They will delete our accounts whether we want them to or not. Many people intentionally maintain low-activity accounts: accounts that host bank contacts, family archives, long-term research pages, creative portfolios, backups for future generations. These accounts are important to us, and there is no reason for them to be erased. A soldier deployed overseas, a researcher on sabbatical, an elderly person with sporadic internet use, a person living in areas under internet blackouts such as Iran, human trafficking victims who’re trapped in Southeast Asian scam factories, or someone simply taking a deliberate break from social media could lose irreplaceable data.

“Inactivity” is a crude excuse, and these channels often fail to properly contact their owners. Paid storage already incentivizes retention for active user. Social media services cannot be turned into rental models where you pay or lose access. In the case of email services, many web platforms including essential services like banking rely on emails as two factor authentication methods and zealotic blanket deletions of inactive accounts on that type of services will result in massive user inconvenience as their linked accounts get de facto locked out. Some like Proton had even recently incorporated crypto wallet functions in their services; harsh inactive account deletions will mean that users will be locked out of their funds too <proton.me/support/wallet-getti…>.

Users already have tools like the “right to be forgotten” (erasure requests under GDPR and similar laws) and manual deletion options. Strengthening opt-out mechanisms, data control mechanisms, data export tools, and clear notifications serves autonomy better than forced sunsetting. Platforms can (and do) notify users before any deletion; making this robust addresses most concerns without blanket policies.

Security and Privacy: Deletion Is No Panacea


Dormant accounts pose risks. They can have outdated security. Nefarious actors can hijack them for scams. However, the “one size fits all” approach of automatic deletion after 1-2 years is a blunt instrument. Stronger, uniform security, including mandatory modern password hashing methods, can mitigate threats more effectively than hoping inactivity timers catch everything.

Quantum computing threats or evolving encryption are legitimate long-term issues, but they argue for better cryptography and key management, not preemptively destroying user data. Backups and distributed systems mean “deletion” is rarely total anyway as regulators acknowledge technical feasibility limits. Focusing on “duty to delete” creates compliance theater while ignoring that determined actors (or platforms themselves) retain data in other forms. Data minimization is a valid GDPR principle, but it should balance against legitimate interests, including user-requested storage. Indefinite retention isn’t inherently unlawful if tied to user consent or service provision. In the context of social media sites, many users want their data for memories or evidence for disputes. Painting all retention as corporate hoarding ignores this demand. AI training on dormant data raises consent issues, but solutions like opt-outs, anonymization, or licensing frameworks address this without mass deletion. The answer is better platform defenses and user education, not erasing history by default.

Environmental Claims and Practical Trade-offs


Environmental benefits of deletion are mentioned but thin. Storage efficiency has improved dramatically as new methods like DNA digital data storage and 5D optical data storage have appeared. The marginal energy of “dormant” data is negligible compared to training frontier AI models or video streaming. Mandating deletions incurs its own costs: notification systems, user support for recoveries, legal exceptions processing, and potential data loss leading to recreation (more emissions). Besides that, to address environmental costs of data centers, there are already proposals to place them in space, including on the Moon, instead of on Earth, although the constraint in the form of the universal speed limit, which is the speed of light, necessitates the creation and development of delay-tolerant networking (DTN) and associated infrastructure. True sustainability comes from efficient infrastructure, not purging user content.

Cultural and Historical Loss


Social media and to an extent, email services have become digital archives of personal and collective life which can include family histories, social movements, cultural moments. Automatic deletion risks sanitizing or erasing this record, especially for marginalized voices or long-tail content. Memorialized accounts and “historical interest” exceptions are acknowledged but would be bureaucratically nightmarish to administer fairly. Who decides what qualifies? Platforms? Governments? This opens doors to selective memory curation. We already see tensions with “the right to be forgotten” clashing with free expression, journalism, and historical accountability. Even more so, deletionism had been a major factor for many intractable editorial conflicts on Wikipedia. Expanding this via inactivity defaults amplifies conflicts rather than resolving them.

Harsh and blanket deletion policies on inactive accounts and contents at social media websites, and possibly, to an extent, email services, will enable AI-powered “historic context attacks” in the near future. A 2020 FastCompany article (fastcompany.com/90549441/how-t…) had posited scenarios about such types of attacks, including a hypothetical situation where forgers were able to construct a convincing false narrative that in 2001 then-President George W. Bush met with Osama bin Laden. Without reliable digital primary source content, future generations will be fooled into thinking that the meeting did happen after all. Forgers might be able to convince the public that a massive cover-up by Big Tech platforms happened during the decade by showing how so much content from the period was deleted. Thus it will appear plausible that some of the news articles regarding the supposed bogus meeting may have actually existed.

How historic context attacks could work


Consider a hypothetical scenario set in 2040. A controversial politician is accused of corruption, and supporters release a “newly discovered” video from 2018 showing the politician rejecting a bribe and behaving ethically during a private meeting. To make the video appear authentic, they also generate:

  1. Fake news articles dated to 2018 and attributed to defunct or poorly archived websites, supposedly reporting on the video’s original “leak.”
  2. Screenshots of old Twitter threads in which users appear to discuss the footage.
  3. AI-generated emails and internal memoranda, supposedly written at the time, that refer to the meeting.

The forgers could point to gaps in the Wayback Machine, deleted social media accounts, or missing personal archives as supposed evidence of a cover-up. Historians would face a difficult task because similar meetings may genuinely have taken place, while the fabricated material could closely imitate the language, design, and technical conventions of the period.

When authentic records disappear, fabricated context becomes easier to present as forgotten history.


A similar attack could target a major protest in 2019 that later turned violent. One side might circulate altered body-camera or smartphone footage portraying protesters as the clear aggressors. The footage could be supported by fabricated eyewitness posts, geolocated images, AI-written blog posts and opinion articles dated to 2019 or 2020, and bylines matching those of real but relatively unknown journalists. The attackers might even produce a false “official report” from a think tank that supposedly investigated the event at the time.

This flood of synthetic corroboration could influence public memory and leave court records, historical accounts, and political debates contested for decades. The danger would not come from one convincing forgery alone, but from a coordinated collection of materials that appear to confirm one another.

Another example could involve a deepfake home video from the 1990s showing a deceased and widely admired celebrity in a compromising situation or expressing views that contradict their public image. The supposed context might include:

  1. Fake diary entries presented as recently digitized documents.
  2. Generated interviews with friends who claim that they “always knew.”
  3. Photoshopped or AI-generated group photographs inserted into old digital albums hosted on personal or family websites.

Tabloid media already promotes sensational and poorly supported narratives. AI could make such campaigns substantially more convincing, while lost personal archives, crashed hard drives, and deleted accounts would provide a convenient explanation for the absence of authentic corroborating material.

Historic context attacks could also have serious geopolitical consequences. A state might claim that an international agreement signed in 2005 granted it rights over disputed territory. To support the claim, it could release:

  1. Scanned PDFs with forged metadata designed to match the period.
  2. Fabricated diplomatic cables and meeting minutes.
  3. Generated news footage produced in the style of contemporary state-media broadcasts.
  4. Supposed social media messages from diplomats’ private accounts, allegedly obtained through a hack and leaked years later.

Without authentic content from the era made by powerful figures and regular citizens alike which can challenge the forged narratives, the nation could justify aggressive actions, with the volume of “evidence” making international bodies hesitant.

Better methods or alternatives


Instead of the default, blanket deletion of inactive accounts and their associated contents, we advocate the following more balanced and sensible approaches.

  • User-empowering defaults: Provide easy, one-click bulk export and deletion tools, as well as configurable retention settings (e.g., “keep forever” flags for premium users or explicit opt-ins).
  • Tiered storage: Automatically move inactive data to cold, encrypted archives with reduced visibility and access.
  • Targeted security measures: Automatically upgrade security on dormant accounts, monitor for anomalous access, and allow users to “freeze” accounts.
  • Exceptions and granularity: Preserve purchased media, shared public content with value, or accounts with legal or educational ties. Support user-defined policies. For email services, and especially those with crypto wallet functions embedded within them like Proton Wallet, they should opt for the approach of preserving the account while clearing out its email contents instead of harsh total inactive account deletions.
  • Third-level domains: To address some arguments by email services about username exhaustions caused by inactive accounts, they should consider implementing third-level domains to expand username pools, like test@a.proton.me in the case of Proton.
  • Transparency mandates: Require companies to disclose data usage for AI, explain their retention practices, and report breach statistics differentiated by account activity.
  • Shift in governance paradigms: As mentioned in prior PPI reports (pp-international.net/2026/02/d…, https://pp-international.net/2026/05/stopageverificationenforcement/), ultimately, to address the main corporate arguments that it’s costly to maintain access and preserve user data, a shift in governance regulations is required. Some major or large scale email services and social media platforms (e.g. Apple, AOL, Bluesky, Discord, Facebook, Github, Google (including YouTube), Mastodon.social, Microsoft, Instagram, LinkedIn, Proton, Pinterest, Reddit, Roblox, Steam, Threads, TikTok, Twitch, WordPress, X, and Yahoo) must be treated as effective utilities, similar to healthcare and other emergency services. This means that the financial costs required for the services to maintain access to user data would become a government expense, an essential service akin to a military defense budget.
  • Thanatosensivistic features: For the above aforementioned platforms, we also call for implementation of thanatosensitivistic features where users will have a say on what to do with their accounts if they die. They can choose for the accounts to be archived/memorialized upon the receipt of a valid legal will and/or when the account has been inactive for five years, deleted, or if technically possible, have them transferred to other parties such as their family members.

The digital realm should expand human freedom, memory, and creativity. Forced blanket inactivity deletions, however well-meaning, impose a regulator’s or corporation’s timeline on personal data. They treat users as liabilities rather than sovereign individuals. Pirate Parties must advocate for true digital rights: the freedom to create, store, access, and control one’s own information permanently, if the user so chooses.

The right to be remembered, just like the right to be forgotten and other digital rights such as privacy, empowers individuals in an age where digital lives matter. True privacy and responsibility come from informed user choice, strong defaults for security, and tools that respect memory— not timers that decide when your data no longer matters. Policymakers should prioritize empowerment over erasure.

————————————————————————————————–

The following message was prepared by members of the PPI Discord community and PPI Board. It does not necessarily reflect the views of all PPI members, but we hope it does. If any of our members have competing ideas about this issue or any other issue that they would like us to broadcast, please share them with us. We are happy to broadcast a variety of ideological opinions and diverse issues. Our goal is to create positive communication to solve problems.


pp-international.net/2026/07/s…

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Mark Kelly, il senatore-astronauta che sfida Trump e pensa alla Casa Bianca


Trump ha invocato la sua esecuzione, Hegseth vuole togliergli grado e pensione. Il senatore dell'Arizona, ex astronauta e marito di Gabby Giffords, valuta la corsa per la Casa Bianca nel 2028

Il presidente ha chiesto il suo arresto e ha definito il suo comportamento "punibile con la morte", il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha minacciato di togliergli il grado militare e la pensione. Mark Kelly, senatore democratico dell'Arizona, ex pilota di caccia e astronauta, risponde valutando una candidatura alla Casa Bianca nel 2028. Mark Leibovich lo ha seguito per settimane tra Phoenix e Washington insieme alla moglie Gabby Giffords e ne ha tracciato un lungo ritratto sull'Atlantic.

Lo scontro con l'amministrazione è nato a novembre, quando Kelly e altri cinque parlamentari democratici hanno registrato un video per ricordare ai militari il dovere di non obbedire a ordini illegali. Su Truth Social Trump li ha accusati di sedizione, chiedendo il loro arresto e definendo il gesto dei sei "punibile con la morte". Hegseth ha poi inviato a Kelly una lettera di censura con cui punta a ridurgli il grado e la pensione, minacciando anche un procedimento penale: tra i firmatari del video, Kelly è l'unico ad aver servito più di vent'anni nelle forze armate e ad avere quindi lo status di militare in congedo, che lo mantiene sotto la giurisdizione del Pentagono. "Credo sia la prima volta nella storia del nostro paese che un presidente ordina, o invoca, l'esecuzione di membri del Congresso", ha detto Kelly all'Atlantic.

Kelly ha fatto causa al segretario alla Difesa per bloccare le sanzioni. Il caso, che il senatore cita in ogni evento pubblico con il nome del fascicolo, Kelly v. Hegseth, è stato discusso il 7 maggio davanti a tre giudici d'appello a Washington: due di loro si sono mostrati contrari a punirlo, ma la decisione non è ancora arrivata. A febbraio un gran giurì, la giuria di cittadini che decide se formalizzare le accuse, aveva già rifiutato di incriminare i sei parlamentari. Kelly dice di non temere nemmeno lo scenario peggiore, il carcere, e assicura che continuerebbe "a combattere contro queste persone".

Kelly, 62 anni, ha pilotato i caccia della Marina in 39 missioni di combattimento nella prima guerra del Golfo, poi è entrato alla NASA, l'agenzia spaziale americana, e ha volato quattro volte sullo Space Shuttle, due da comandante. Suo fratello gemello Scott è stato anche lui astronauta. Nel 2020 ha vinto un'elezione speciale, il voto anticipato che si tiene quando un seggio si libera prima della scadenza, per il seggio dell'Arizona che era stato di John McCain, battendo la repubblicana Martha McSally. Nel 2022 è stato rieletto per un mandato pieno.

Gabby Giffords, all'epoca deputata democratica in ascesa, fu colpita alla testa nel gennaio 2011 durante un incontro con gli elettori davanti a un supermercato di Tucson. Sopravvisse, ma l'attentato chiuse la sua carriera al Congresso e le lasciò un'afasia non fluente: la condizione non tocca l'intelligenza né la comprensione, ma limita gravemente la capacità di esprimersi. Kelly stima di sostenere oggi il 95 per cento delle loro conversazioni. L'attentatore, Jared Lee Loughner, sta scontando sette ergastoli consecutivi più altri 140 anni di carcere. Giffords guida un'organizzazione contro la violenza delle armi e passa più di metà del suo tempo in viaggio tra incontri con le vittime, veglie e funerali.

Kelly dice di considerare "seriamente" la candidatura e negli ultimi mesi ha viaggiato in South Carolina, Nevada e New Hampshire, gli stati che aprono il calendario delle primarie. Leibovich, dopo le conversazioni avute con lui a giugno, lo ritiene più propenso a correre che a rinunciare. Lo scontro con l'amministrazione lo sta aiutando: nell'ultimo trimestre del 2025 ha raccolto 12,5 milioni di dollari, in gran parte dopo il 24 novembre, quando il Pentagono ha annunciato un'indagine sui parlamentari del video. La lettera di censura di Hegseth, datata 5 gennaio 2026 e stampata su carta intestata del "Department of War", il dipartimento della Guerra, è appesa alla porta del suo ufficio al Senato, storta di proposito per mostrare quanto poco la rispetti.

In sei anni a Washington Kelly si è costruito una reputazione di legislatore serio sui temi della difesa e del confine, ma non ha mai acceso l'entusiasmo degli elettori democratici. Nel 2024 fu tra i finalisti per diventare il vice di Kamala Harris, che gli preferì Tim Walz: nel suo memoir "107 Days" Harris ha scritto di aver temuto che Kelly, mai messo alla prova in una campagna nazionale, non avrebbe retto quel tipo di pressione. "Le mie corse al Senato sono state più difficili delle sue", ha replicato Kelly all'Atlantic. Per Leibovich il senatore ha un temperamento ideale da vicepresidente, analitico e a suo agio nel lavoro di squadra, ma i suoi discorsi restano deboli e la sua voce è più adatta alla conversazione che ai comizi. Resta da capire se possa reggere il ruolo di protagonista in una campagna presidenziale.

Giffords lo spinge a candidarsi. Alla domanda se voglia vederlo correre per la presidenza ha risposto di sì e ha ripetuto uno dei suoi mantra: "Siamo una squadra". Kelly esclude che le minacce dell'amministrazione possano fermarlo: "Ne abbiamo passate tante", ha detto. "E se mi rinchiudono, sono sicuro che verrebbe a trovarmi".

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Non chiamiamola “emergenza estiva” e non chiamiamola fatalità.
Ogni anno la Calabria affronta la stessa tragedia: incendi che distruggono boschi, biodiversità e intere comunità. Eppure continuiamo a trattarli come eventi imprevedibili, mentre prevenzione e cura del territorio restano insufficienti.

Sappiamo infatti che la maggior parte dei roghi nasce dall’attività umana, tra dolo, negligenza e incuria. Ma fermarsi ai piromani non basta: quando un territorio è abbandonato, senza aree forestali ben gestite, presidio delle aree interne e sistemi di monitoraggio e allerta, il rischio aumenta.

Per questo non possiamo limitarci a rincorrere le fiamme quando l’incendio è già divampato: serve investire ogni giorno in prevenzione, manutenzione e tutela forestale.

Per questo Volt chiede che la strategia europea contro gli incendi garantisca risorse certe ai territori più esposti.
La Calabria merita di meglio di un futuro in cenere.

💬 Cosa ne pensi? Scrivicelo nei commenti.

#Incendi #Calabria #EmergenzaClimatica #Ambiente #Prevenzione #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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New $25K ‘Penlight’ journalism award honors paywall-free FOIA reporting


FOR IMMEDIATE RELEASE:

New York, July 21, 2026 — Freedom of the Press Foundation (FPF) is proud to announce the launch of the Penlight Prize for excellence in paywall-free public records reporting.

The prize awards $25,000 to an outstanding piece of journalism that was made free to the public, and is substantially based on government records received via state and local public records laws or the Freedom of Information Act. Submissions will be reviewed by an all-star panel of judges with extensive experience both in public records reporting and advocacy for transparency laws.

The award was inspired by FPF’s partnership with Wired to make all articles substantially based on FOIA or public-records-based reporting paywall-free.

This year, our judges will be:

  • Kate Doyle, senior analyst at the National Security Archive
  • Jameel Jaffer, executive director at the Knight First Amendment Institute at Columbia University
  • Jason Leopold, senior investigative writer at Bloomberg

The following can be attributed to Trevor Timm, FPF’s executive director:

“Journalism plays a vital role in our democracy. It informs the public and serves as a check on abuses of government and corporate power. At the same time, reporting that relies on government records generated at taxpayers’ expense should be available free for all. So we hope this award will honor the journalists who do the hard work of unearthing government documents, and will encourage news outlets to make all their public records reporting free.

“Last year, Freedom of the Press Foundation called on news organizations to remove paywalls from reporting based on FOIA records. Award-winning outlets like Wired and 404 Media joined the effort — and saw their subscriptions increase as a result. Now it’s time for others to follow their lead.”

This award is nonpartisan and does not preference a political or ideological viewpoint. It is being funded wholly by a generous FPF donor. The first-place winner will receive a $25,000 prize, a physical award, and a paid trip to New York City for a dinner and celebration later in 2026.

Submitted articles must have been available free of charge at publishing, with no paywall or obligation to subscribe. The award can be divided equally among up to four co-authors.

Find more information and apply at penlightprize.org/ by Sept. 1, 2026.

Please contact us if you would like further comment.


freedom.press/issues/new-25k-p…

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I tentativi di Trump di condizionare il voto di novembre sono quasi tutti falliti


Secondo un'analisi dell'Atlantic il discorso del presidente sui brogli nasce da una posizione di debolezza: tribunali e stati hanno fermato quasi ogni sua mossa sulle elezioni di metà mandato.

Il presidente Donald Trump ha usato un raro discorso in prima serata, la notte in Italia, per rilanciare le sue accuse di brogli elettorali, ma non ha portato alcuna prova a sostegno dell'affermazione, che ripete da anni, secondo cui le elezioni del 2020 gli sarebbero state rubate. Per un'analisi di David A. Graham pubblicata sull'Atlantic quel discorso è "un segno di disperazione". Quasi tutti i tentativi del presidente di condizionare davvero le elezioni di metà mandato di novembre, il voto che rinnova il Congresso a metà del mandato presidenziale, sono falliti e gli restano pochi strumenti oltre a "seminare caos e dubbi tra gli americani".

La Casa Bianca ha diffuso quattro blocchi di documenti a sostegno del discorso, ma per l'Atlantic le affermazioni del presidente sono "un guazzabuglio di informazioni riciclate, travisamenti delle prove e affermazioni tendenziose", costruite su materiali troppo oscurati per essere interpretati. Le principali reti televisive hanno rinunciato a trasmettere l'intervento in diretta perché temevano che il presidente ingannasse il pubblico. Secondo Graham il discorso serviva anche a distrarre dalla guerra con l'Iran e dai suoi effetti sull'economia.

Sul ridisegno dei collegi elettorali il presidente ha invece ottenuto risultati concreti. Diversi stati governati dai repubblicani hanno ritracciato i confini dei collegi per aggiungere seggi favorevoli al partito, una pratica chiamata gerrymandering, la sentenza della Corte Suprema di aprile nel caso Louisiana contro Callais ha permesso ad altri stati di procedere con le proprie mappe e un tribunale della Virginia ha respinto il ridisegno con cui i democratici volevano rispondere. Nel complesso i repubblicani hanno guadagnato diversi seggi probabili.

Il SAVE America Act, la riforma elettorale voluta dal presidente che tra le altre cose imporrebbe agli elettori di dimostrare la cittadinanza, è invece fermo. La settimana scorsa Trump si è rifiutato di firmare una legge bipartisan sulla casa "per protesta contro il fatto che il Senato degli Stati Uniti non è capace di approvare il SAVE America Act", un gesto che l'analisi definisce "bizzarro e inefficace" perché quella legge è entrata comunque in vigore. Il senatore repubblicano Thom Tillis, che lascerà il seggio del North Carolina, ha promesso di bloccare la riforma se dovesse tornare in aula e ha ricordato che ormai sarebbe troppo tardi per applicarla al voto di novembre.

Il presidente non ha il controllo delle elezioni, un potere che spetta agli stati o al Congresso, e quasi tutte le sue mosse per via amministrativa sono state bloccate dai tribunali oppure ignorate dai funzionari statali e locali. I giudici federali hanno fermato parti di un ordine esecutivo che vietava agli stati di accettare le schede spedite per posta e arrivate dopo il giorno del voto e che imponeva la prova della cittadinanza. Hanno bocciato anche un secondo provvedimento, che avrebbe creato un archivio federale dei cittadini in età di voto per poi costringere gli stati a filtrare gli elettori con quell'elenco, impedendo al servizio postale di recapitare le schede a chi non ci fosse dentro. Per l'Atlantic si trattava di un tentativo "arcano" e forse impraticabile di risolvere un problema, il voto dei non cittadini su larga scala, "che semplicemente non esiste".

Alcuni stati hanno consegnato spontaneamente al governo federale i registri degli elettori, molti altri hanno impugnato quelle richieste e hanno vinto. Le pressioni del Dipartimento di Giustizia irritano ormai anche gli alleati repubblicani. Il governo dell'Idaho, che pure aveva segnalato a Washington presunti casi di voto di non cittadini, si è visto minacciare un procedimento penale nel caso in cui dei non cittadini fossero ammessi alle urne e i dirigenti repubblicani dello stato hanno reagito con durezza.

All'inizio di luglio il presidente ha rimosso due membri della Election Assistance Commission, l'agenzia federale che aiuta gli stati a organizzare il voto, e un terzo si è dimesso, lasciando l'organismo senza vertici. La commissione ha soprattutto funzioni consultive e privarla dei suoi responsabili complicherà il lavoro dei funzionari locali, ma per Graham la mossa somiglia anche a "un'ammissione di sconfitta". Trump aveva provato a usarla per revocare la certificazione di tutte le macchine per il voto in uso e per imporre l'obbligo di dimostrare la cittadinanza. Adesso sembra rinunciarci, proprio mentre quell'agenzia servirebbe ad aiutare i funzionari locali a correggere alcune delle debolezze di sicurezza citate nel discorso, come i sistemi informatici che gestiscono le operazioni di voto, anche se nessun elemento indica che le schede o i conteggi siano vulnerabili.

La ricerca di prove di brogli nel 2020 resta senza risultati e nel discorso il presidente non ha nemmeno provato ad argomentarla. Si è concentrato soprattutto sulla Georgia, ma questo mese un giudice federale nominato da lui stesso ha bloccato le citazioni con cui il Dipartimento di Giustizia voleva convocare chi aveva lavorato a quel voto nella contea di Fulton. Due agenti dell'FBI incaricati di setacciare le vecchie prove sono stati licenziati perché si erano rifiutati di farlo, come ha rivelato l'emittente MS NOW.

Per costruire il racconto dei brogli il presidente si appoggia a Bill Pulte, direttore facente funzioni della National Intelligence, l'ufficio che coordina le agenzie di intelligence americane, e a John Solomon, descritto dall'analisi come "un commentatore di destra con una lunga storia di diffusione di affermazioni false" e chiamato dalla Casa Bianca a costruire racconti come quelli esposti nel discorso. Pulte non ha alcun ruolo previsto dalla legge in materia elettorale né esperienza nell'organizzazione o nella sicurezza del voto. La seconda strada rimasta al presidente, scrive Graham, è schierare i militari o le forze di polizia federali nei giorni intorno al voto.

Le due opzioni sono rischiose e hanno meno probabilità di riuscire, ed è per questo che non erano le prime scelte del presidente. Funzionari elettorali, esperti e organizzazioni non profit seguono la minaccia da mesi e sono molto più preparati ad affrontare qualsiasi mossa dell'Amministrazione, come ha scritto Garrett Epps sul Washington Monthly.

La difesa più efficace contro la sovversione, per Graham, è che gli americani vadano a votare, perché "un'elezione in bilico è più facile da rubare di una netta". I fallimenti politici del presidente hanno prodotto sondaggi che indicano un voto largamente contrario ai repubblicani in autunno. Il deputato repubblicano Thomas Massie ha detto questa settimana che lamentarsi di brogli elettorali è una scelta strana quando il proprio partito controlla la Casa Bianca, la Camera e il Senato. Discorsi in prima serata pieni di lamentele e di falsità evidenti rischiano di allontanare ancora di più gli elettori dal partito e, conclude l'analisi, "per un'ironia della sorte" quell'intervento potrebbe davvero contribuire a proteggere l'integrità delle elezioni del 2026.


I documenti declassificati non confermano le accuse di Trump sulle elezioni


Le centinaia di documenti d'intelligence declassificati che la Casa Bianca ha diffuso per sostenere il discorso di giovedì sera del presidente Donald Trump sulle elezioni non confermano le sue accuse. Le testate che li hanno esaminati non hanno trovato prove che interferenze straniere o brogli abbiano mai cambiato il risultato di un'elezione americana, compresa quella del 2020 che Trump perse. In diversi passaggi, anzi, i rapporti dicono il contrario di quanto sostenuto dal presidente: i sistemi elettorali "sarebbero difficili da manipolare su una scala abbastanza ampia da alterare l'esito delle elezioni".

Nel discorso di 26 minuti Trump aveva accusato la Cina di essersi procurata illecitamente i dati di 220 milioni di elettori, aveva rilanciato un vecchio caso di presunte frodi in Michigan e aveva sostenuto che circa 278.000 persone senza cittadinanza americana risultano registrate per votare. BBC Verify, la squadra di verifica dei fatti dell'emittente britannica, ha analizzato i quattro pacchetti di documenti pubblicati dalla Casa Bianca, alcuni con ampie parti oscurate, senza trovare rivelazioni clamorose. Una parte consistente dei file ripropone informazioni pubbliche da anni. Una fonte a conoscenza diretta delle valutazioni dell'intelligence sul 2020 ha detto alla CNN che il materiale aggiuntivo raccolto all'epoca, una volta verificato, non era stato giudicato abbastanza credibile o rilevante da finire nei rapporti ufficiali.

Fact-checking · Elezioni USA

Le accuse di Trump, alla prova dei suoi stessi documenti


Cosa dicono davvero le centinaia di documenti d’intelligence che la Casa Bianca ha declassificato a sostegno del discorso del presidente sulle elezioni.

Grafica di FocusAmerica 18 luglio 2026

Non cittadini registrati al voto: l’accusa e la verifica

Secondo Trump
0

contro

Dove si controlla
0,00%

Stima diffusa dalla Casa Bianca, basata su banche dati commerciali e senza metodologia dichiarata
Quota di possibili non cittadini emersa dalla verifica federale su oltre 68 milioni di registrazioni in 25 Stati

Le testate che hanno esaminato i file non hanno trovato prove che brogli o interferenze straniere abbiano mai cambiato l’esito di un’elezione americana: in diversi passaggi, i rapporti dicono il contrario di quanto sostiene il presidente.

Accusa n. 1 · Cina
I dati di 220 milioni di elettori “rubati” da Pechino

Per il presidente, la prova che la Cina voleva interferire sul voto del 2020.

Cosa sostiene Trump
La Cina si è procurata illecitamente i dati di 220 milioni di elettori americani per interferire sulle elezioni.

Cosa dicono i documenti
La tabella che dovrebbe provare la cifra (204,8 milioni di record, datata 2016) è quasi interamente oscurata: il contesto non è ricostruibile.
Molti di quei dati sono pubblici o in vendita legale: nel 2022 un attore cinese ha scaricato le liste “pubblicamente disponibili” di sei Stati.
La valutazione ufficiale dell’intelligence, declassificata nel 2021, conclude “con alta fiducia” che nel 2020 la Cina non ha interferito sul voto.
Acquisizione di dati, non manipolazione del voto

Accusa n. 2 · Michigan
Le frodi “seppellite e insabbiate” di Muskegon

Nel 2020 una funzionaria elettorale segnalò tra 8.000 e 10.000 domande sospette di registrazione al voto. L’FBI ne verificò un campione.

Cosa sostiene Trump
Il dipartimento di Giustizia di Biden ha affossato le prove di una frode elettorale in Michigan.

Cosa dicono i documenti

Domande esaminate dall’FBI
107

Risultate effettivamente false
91

Iscrizioni finite nelle liste elettorali
0

Voti espressi grazie a quelle domande
0

Caso chiuso nel 2025 dall’FBI di Kash Patel: nessuna violazione penale

Accusa n. 3 · Non cittadini
I 278.000 non cittadini che sarebbero registrati al voto

Il numero più citato del discorso arriva da un documento di una sola pagina, che non spiega come la cifra sia stata calcolata.

Cosa sostiene Trump
Circa 278.000 persone senza cittadinanza americana risultano registrate per votare alle elezioni federali.

Cosa dicono i documenti

Stima della Casa Bianca
278.000

Banche dati commerciali, 4 Stati, metodo non spiegato

Verifica federale ufficiale
28.000

Oltre 68 milioni di registrazioni controllate in 25 Stati

I 28.000 casi (lo 0,04% del totale) sono segnalazioni ancora da confermare: il sistema scambia spesso per stranieri i cittadini naturalizzati. In alcune città, come San Francisco, i non cittadini possono peraltro votare legalmente alle elezioni locali.
Dove i controlli ci sono stati, la quota è lo 0,04%

La scala reale
Quanto è raro, davvero, il voto dei non cittadini

Ogni barra rappresenta il totale dei voti o degli iscritti esaminati. La linea rossa indica i casi accertati: a questa scala è quasi invisibile.

Heritage Foundation · conservatrice2002–2022
1 caso ogni 10 milioni di schede

Meno di 100 voti accertati di non cittadini su oltre un miliardo di schede votate

Brennan Center · progressistaVoto 2016
≈30 casi stimati su 23 milioni di voti

Circa un caso ogni 780.000 voti espressi nelle giurisdizioni esaminate

Audit dello UtahMaggio 2026
27 non cittadini su oltre 2 milioni di iscritti

Il 99,72% degli iscritti è stato verificato come cittadino americano

Nota: l’audit completo dello Utah, concluso a maggio 2026, ha aggiornato il dato preliminare di gennaio, che indicava un solo caso.

Il paradosso
Il rischio che l’intelligence aveva previsto
Quasi 1 americano su 2

crede comunque che i non cittadini votino in gran numero, secondo un sondaggio Reuters/Ipsos di aprile.

Le false narrazioni sulla vulnerabilità delle elezioni “potrebbero attecchire”; una violazione molto pubblicizzata minerebbe la fiducia nel voto “anche se non fosse stata usata per manipolare dati o sistemi”.

Memo dell’intelligence americana, gennaio 2020 — tra i documenti declassificati dalla Casa Bianca

Fonte Documenti declassificati dalla Casa Bianca (luglio 2026); BBC Verify; CNN; FactCheck.org; DHS; audit elettorale dello Utah (maggio 2026); Heritage Foundation; Brennan Center; Reuters/Ipsos.

I rapporti del National Intelligence Council, l'organo che riunisce le analisi delle agenzie di intelligence americane, riconoscono che Russia, Cina, Iran e Corea del Nord "hanno la capacità di accedere e potenzialmente manipolare" alcuni sistemi informatici legati alle elezioni, come le banche dati con i registri degli elettori. Gli stessi rapporti hanno però concluso che il sistema è decentralizzato, gestito da Stati e contee, e che verifiche successive al voto e schede cartacee farebbero "molto probabilmente" emergere qualsiasi manipolazione su larga scala. Un attacco informatico, si legge in uno dei rapporti del 2020, potrebbe ritardare le operazioni di voto o la pubblicazione dei risultati, "ma probabilmente non intaccherebbe l'integrità dei risultati certificati".

Sulla Cina i documenti confermano l'acquisizione di dati sugli elettori, non un'interferenza sul voto. Una nota della task force della Casa Bianca sulla trasparenza, datata 13 luglio, sostiene che i registri elettorali di almeno 18 Stati sono stati "compromessi" da Pechino e parla di oltre 200 milioni di record coinvolti, senza specificare il periodo. Il documento che dovrebbe provare la cifra è però quasi interamente oscurato: contiene una tabella con circa 204,8 milioni di record di "dati non specificati su elettori americani" datata 2016, di cui non è possibile ricostruire il contesto. Molte di queste informazioni sono peraltro pubbliche o acquistabili legalmente, perché diversi Stati vendono la parte pubblica delle proprie liste elettorali: un altro documento declassificato spiega che nel gennaio 2022 un attore cinese ha scaricato i dati di registrazione "pubblicamente disponibili" di sei Stati e che "le reali motivazioni della raccolta sono sconosciute".

La valutazione ufficiale dell'intelligence americana, declassificata già nel 2021, era arrivata a conclusioni opposte a quelle del presidente: nel 2020 non ci fu alcun segnale che "un attore straniero abbia tentato di alterare un qualsiasi aspetto tecnico del processo di voto" e la Cina "non ha messo in campo sforzi di interferenza", un giudizio formulato "con alta fiducia". Le agenzie accertarono invece una campagna di influenza russa a favore della rielezione di Trump e una iraniana contro di lui. Nei nuovi documenti c'è anche il memo di un alto funzionario in dissenso, secondo cui Pechino aveva compiuto "alcuni passi esplorativi di basso livello" per denigrare Trump e orientare la percezione degli elettori prima del voto.

Anche sul Michigan i file raccontano una vicenda diversa da quella del presidente, che parla di prove di frode "seppellite e insabbiate" e accusa il dipartimento di Giustizia di Biden di avere affossato l'indagine. Nell'autunno del 2020 una funzionaria elettorale della città di Muskegon segnalò migliaia di domande sospette di registrazione al voto, tra 8.000 e 10.000 secondo uno dei documenti, presentate da una collaboratrice di GBI Strategies, un'organizzazione vicina ai democratici che paga i propri attivisti per iscrivere nuovi elettori alle liste (negli Stati Uniti per votare bisogna prima registrarsi). L'FBI accertò che molte domande erano davvero false: su un campione di 107, 91 non trovavano riscontro nelle banche dati, con indirizzi inesistenti e firme non corrispondenti. Nessuna però portò a un'iscrizione nelle liste o a un voto. L'indagine durò quasi cinque anni, sotto entrambe le amministrazioni, e fu chiusa il 25 settembre 2025, quando l'FBI era già guidata da Kash Patel, nominato da Trump: l'agenzia concluse che "non è stata identificata alcuna violazione penale" e che gli attivisti "non erano stati istruiti a falsificare le informazioni". Il presidente ha detto di avere chiesto a Patel di riaprire il caso.

Il numero più citato del discorso, i circa 278.000 non cittadini che sarebbero registrati per votare, arriva da un documento di una sola pagina del dipartimento per la Sicurezza interna, secondo cui "oltre 250.000 non cittadini sono illegalmente registrati al voto" in California, Pennsylvania, New Jersey e Nevada. Il documento non spiega da dove arrivi la cifra né come sia stata verificata. La Casa Bianca ha riconosciuto che la stima si basa su banche dati commerciali, meno affidabili di quelle governative, usate perché i quattro Stati hanno rifiutato di sottoporre le liste al sistema federale di verifica della cittadinanza. Lo stesso documento riporta che questo sistema, applicato a oltre 68 milioni di registrazioni in 25 Stati, ha trovato 28.000 casi, circa lo 0,04% del totale. In alcune città, come San Francisco, le persone senza cittadinanza possono peraltro votare legalmente alle elezioni locali, per esempio per i consigli scolastici, il che spiegherebbe parte delle registrazioni in California.

All'inizio dell'anno lo Utah ha controllato l'intera lista elettorale dello Stato: su oltre 2 milioni di iscritti ha trovato una sola persona senza cittadinanza registrata e nessun caso di voto. Il database della Heritage Foundation, un centro studi conservatore, conta meno di 100 casi di voto da parte di non cittadini tra il 2002 e il 2022, su oltre un miliardo di schede votate, mentre un'analisi del Brennan Center, un istituto progressista, ne aveva stimati una trentina su più di 23 milioni di voti espressi nel 2016. Quasi metà degli americani crede comunque che i non cittadini votino in gran numero, secondo un sondaggio Reuters/Ipsos di aprile.

Tra i file c'è anche una valutazione della CIA di giugno sul Venezuela, per anni al centro delle teorie dei sostenitori di Trump sui brogli del 2020. Il memo dice che il governo venezuelano ha sviluppato la capacità di manipolare il voto elettronico nelle proprie elezioni, ma che questa dipendeva dal controllo diretto dell'intero processo: né Caracas né l'azienda Smartmatic, i cui sistemi sono usati negli Stati Uniti solo nella contea di Los Angeles, avevano la capacità "di manipolare l'esito di un'elezione fuori dal Venezuela".

La Casa Bianca ha presentato la pubblicazione dei documenti come un intervento per correggere le vulnerabilità prima delle elezioni di metà mandato di novembre, non come un tentativo di riaprire la discussione sul 2020. L'amministrazione ha però tagliato i fondi e ridimensionato le agenzie federali che negli ultimi anni monitoravano le interferenze straniere sulle campagne elettorali. E uno dei memo declassificati, del gennaio 2020, avvertiva di un rischio diverso da quelli elencati dal presidente: poiché "gran parte del pubblico probabilmente sa poco" di come vengono amministrate le elezioni, le false narrazioni sulla loro vulnerabilità "potrebbero attecchire". Una violazione molto pubblicizzata, aggiungeva il memo, minerebbe la fiducia nel voto "anche se non fosse stata usata per manipolare dati o sistemi".


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Das französische Parlament hat sich auf ein Social-Media-Verbot bis 15 Jahre geeinigt. Ich halte das aus mindestens fünf Gründen für falsch. Die wichtigsten zuerst:

👉 weil Aussperren nicht schützt
👉 weil Alterskontrollen alle gefährden

kommentiert für @netzpolitik_feed

netzpolitik.org/2026/social-me…

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L'interdiction faite aux mineur·es de moins de 15 ans d'accéder aux réseaux sociaux vient d'être votée par le Parlement. Si le Conseil constitutionnel ne censure pas la loi en août, les réseaux sociaux pourraient être forcés de vérifier l'âge de tous les internautes dès septembre. C'est-à-dire d'imposer un contrôle d'identité avant d'avoir le droit de s'exprimer en ligne.

laquadrature.net/2026/07/22/le…

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Acerbo (Prc): Delmastro ha qualcosa da nascondere home.rifondazione.eu/2026/07/2… #ComunicatiStampa

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La Casa Bianca sposta i fondi per la ricerca dalle università all'intelligenza artificiale


La nuova strategia riorganizza 200 miliardi di dollari l'anno: fondi direttamente ai singoli scienziati e IA al centro della ricerca per battere la Cina. Le università rischiano nuovi tagli

L'amministrazione Trump vuole spostare una parte consistente dei fondi federali per la ricerca dalle università ai singoli scienziati e ai progetti basati sull'intelligenza artificiale. La nuova strategia è contenuta in un rapporto e in un memorandum pubblicati martedì dall'Ufficio per la politica scientifica e tecnologica della Casa Bianca e orienterà per il resto del secondo mandato del presidente Trump un bilancio federale per la ricerca e lo sviluppo di circa 200 miliardi di dollari all'anno. Lo ha rivelato il Wall Street Journal. L'obiettivo dichiarato è accelerare le scoperte tecnologiche per battere la Cina.

Le nuove linee guida rischiano di danneggiare ulteriormente le grandi università, che dipendono dai finanziamenti federali per la ricerca. L'amministrazione vuole dare priorità a borse di studio e premi destinati alle singole persone invece che agli atenei. Tra i programmi indicati come modello ci sono una borsa della National Science Foundation, l'agenzia federale che finanzia la ricerca di base, riservata agli studenti di dottorato, e un premio dei National Institutes of Health, i principali istituti pubblici di ricerca biomedica, per gli scienziati più creativi. Le università potrebbero essere penalizzate anche da una regola proposta dall'Office of Management and Budget, l'ufficio che prepara il bilancio federale: darebbe ai funzionari di nomina politica più potere sui finanziamenti e allineerebbe la ricerca alle priorità dell'amministrazione.

"Negli ultimi 20 o 30 anni siamo diventati molto statici nel credere di dover continuare a finanziare la stessa ricerca, nello stesso modo, nelle stesse istituzioni", ha detto al Wall Street Journal Michael Kratsios, direttore dell'Ufficio per la politica scientifica e tecnologica. Kratsios ha raccontato di aver incontrato martedì il rettore di una università della Ivy League, il gruppo degli otto atenei privati più prestigiosi del paese, e di aver ricevuto una risposta positiva sul nuovo approccio. Per l'amministrazione anche il tempo eccessivo speso in burocrazia, nelle agenzie pubbliche e negli atenei, frena gli Stati Uniti: con il nuovo piano i ricercatori universitari riceverebbero i fondi direttamente, riducendo il ruolo delle università, che oggi in molti casi incassano i finanziamenti.

L'altro pilastro della strategia è mettere l'intelligenza artificiale al centro della ricerca scientifica, insieme a obiettivi nazionali più aggressivi: la Casa Bianca ha promesso di rendere operativo un potente computer quantistico entro il 2028 e di avere dieci nuovi grandi reattori nucleari in costruzione entro il 2030 per aumentare la produzione di elettricità. L'amministrazione ha anche avviato la Genesis Mission, un programma che unisce le competenze scientifiche e i supercomputer del Dipartimento dell'Energia con il settore privato e i ricercatori per affrontare le sfide della ricerca con l'intelligenza artificiale. "Le agenzie dovrebbero finanziare la ricerca che usa l'IA come un nuovo strumento di scoperta scientifica, non semplicemente come uno strumento per potenziare le capacità esistenti", hanno scritto Kratsios e il direttore del bilancio Russ Vought nel memorandum sulle priorità di spesa.

La strategia è l'ultimo tassello della competizione tecnologica con Pechino: nei giorni scorsi Washington ha valutato anche una stretta sui modelli di intelligenza artificiale cinesi diffusi negli Stati Uniti. I critici del nuovo piano avvertono però che i modelli di IA commettono errori e che puntare troppo su questa tecnologia potrebbe restringere i tipi di studi che i ricercatori scelgono di portare avanti.


Washington valuta una stretta sui modelli di IA cinesi a favore di OpenAI e Anthropic


L'Amministrazione Trump starebbe valutando una stretta sui modelli di intelligenza artificiale cinesi più avanzati. Lo riferisce Axios, secondo cui un provvedimento del genere finirebbe inevitabilmente per consolidare la posizione dominante di OpenAI e Anthropic sul mercato statunitense. Non si tratterebbe di un'iniziativa isolata: alcuni settori della Casa Bianca avrebbero già tentato in passato di imporre restrizioni di fatto sui modelli open source stranieri, e l'ascesa di Kimi K3, il nuovo avanzato modello di IA cinese rilasciato la scorsa settimana, avrebbe rilanciato quelle pressioni.

Molte aziende statunitensi ricorrono sempre più spesso ai modelli open source cinesi, meno costosi e ormai capaci, come dimostrerebbe proprio Kimi K3, di offrire prestazioni paragonabili a quelle dei modello più avanzati sviluppati negli Stati Uniti. Secondo un rapporto della Commissione del Congresso per la Revisione Economica e della Sicurezza tra Stati Uniti e Cina, citato da Reuters, circa l'80% delle startup americane del settore utilizza o ha utilizzato modelli open source cinesi.

Una fonte vicina alla Casa Bianca ha riferito quindi ad Axios che lo scorso anno il Dipartimento del Commercio avrebbe valutato l'inserimento di diversi laboratori cinesi di IA nella Entity List, la lista nera commerciale che ne limiterebbe fortemente l'accesso al mercato statunitense. Nello stesso periodo, la National Security Agency e l'ufficio del direttore nazionale per la cybersicurezza della Casa Bianca avrebbero preso in considerazione la pubblicazione di un avviso sui rischi posti dai laboratori cinesi, con l'effetto di scoraggiare le imprese americane dall'utilizzarne la tecnologia.

Le ipotesi sul tavolo della Casa Bianca


La Casa Bianca starebbe ora studiando un ordine esecutivo che consentirebbe l'hosting dei modelli di intelligenza artificiale cinesi soltanto alle aziende capaci di garantirne la sicurezza e disposte ad assumersi la responsabilità legale per eventuali violazioni. Il Dipartimento del Commercio avrebbe infine fatto circolare alcune bozze di regolamento per colpire i modelli open source cinesi attraverso le norme sulla protezione delle catene di approvvigionamento nazionali.

Tutte queste iniziative finora sono però state bloccate dai funzionari che restano contrari a una regolamentazione ritenuta potenzialmente dannosa per l'innovazione. Da allora, tuttavia, gli equilibri interni alla Casa Bianca sono cambiati: figure centrali di quella linea, come l'ex consigliere della Casa Bianca Sriram Krishnan, hanno ormai lasciato i loro incarichi, mentre i falchi della sicurezza nazionale hanno acquisito maggiore influenza. Il rafforzamento della tecnologia cinese e i crescenti timori per la cybersicurezza starebbero quindi ora imprimendo nuovo slancio al progetto.

Un divieto formale, peraltro, potrebbe non essere necessario. Una fonte a conoscenza delle discussioni interne ha descritto ad Axios un approccio "più lento e più duraturo", basato su restrizioni negli appalti pubblici, minacce di inserimento nella Entity List e pressioni sulle aziende americane che utilizzano modelli cinesi. Un'altra fonte ha parlato di una strategia incentrata sulla denuncia di possibili backdoor e vulnerabilità nei sistemi di Pechino, accompagnata dal sostegno a un ecosistema open source americano più competitivo. Il problema è però che le alternative statunitensi rimangono limitate rispetto ai modelli cinesi, spesso meno costosi e più semplici da adottare.

Sacks denuncia il rischio di una "cattura regolatoria"


A opporsi pubblicamente alla stretta è stato comunque David Sacks, ex responsabile della Casa Bianca per l'IA e le criptovalute e oggi co-presidente del Consiglio dei consulenti del presidente per la scienza e la tecnologia. Domenica ha scritto su X:

"Siamo a un punto di svolta decisivo nella politica sull'intelligenza artificiale. I principali laboratori proprietari, che già formano un duopolio in termini di ricavi generati dai modelli, vogliono che il governo elimini la loro concorrenza open source".


Sullo sfondo resta però la competizione tecnologica con Pechino. La Cina di Xi Jinping si sente sempre più rafforzata nella corsa globale all'IA, mentre aumenta la pressione sull'industria statunitense. Anthropic e OpenAI sostengono invece da tempo l'introduzione di regimi di sicurezza che, in alcuni casi, comprenderebbero anche sistemi di licenze, ma finora queste proposte erano rimaste in larga parte teoriche.

Da parte sua Sacks mette da tempo in guardia dal rischio di regolamentazioni a vantaggio dei maggiori laboratori americani. Secondo una fonte vicina all'Amministrazione Trump, le grandi aziende del settore o i loro alleati presenterebbero ogni tre-cinque mesi una nuova proposta per limitare o vietare i modelli open source. "Hanno messo le carte in tavola", conclude Sacks. "È il momento che il resto della Silicon Valley, la grande maggioranza che crede ancora nella libera concorrenza, faccia altrettanto".


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Ich habe ein paar Einschätzungen zum Part der Datenschutzaufsicht und der Transparenz beim Gesetzentwurf des Bundesinnenministeriums aufgeschrieben, mit dem aus den #Nachrichtendiensten #Geheimdienste werden sollen

netzpolitik.org/2026/geheimdie…

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Die Bundesregierung will den Geheimdiensten neue Befugnisse im bisher beispiellosen Ausmaß geben. Zugleich schwächt sie Betroffenenrechte, unabhängige Aufsicht und Möglichkeiten für Transparenz. Eine freiheitliche Demokratie kann sich diese unausgewogene und gefährliche Mischung nicht leisten, schreibt @ulrichkelber.

netzpolitik.org/2026/geheimdie…

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La remigrazione non è una proposta politica: è autolesionismo economico. Chi la usa come slogan dovrebbe almeno leggere i numeri. Secondo il Rapporto 2025 della Fondazione Leone Moressa, il lavoro degli stranieri genera 177 miliardi di valore aggiunto, il 9% del PIL italiano, con punte del 18% in agricoltura e del 16,4% nelle costruzioni.

Senza manodopera straniera perderemmo pezzi interi dell’economia, dall’artigianato alla logistica, fino al lavoro di cura. Chi promette rimpatri di massa non propone ordine: mette a rischio filiere che l’Italia non può sostituire con una forza lavoro insufficiente e sempre più anziana.

Per questo noi vogliamo regole chiare, ingressi legali, lotta allo sfruttamento, integrazione e una cittadinanza più giusta.

Il problema non sono le persone straniere, ma un sistema che le condanna all’irregolarità e al lavoro povero per poi usarle come bersaglio politico.

Chi vuole governare l’immigrazione costruisce soluzioni. Chi parla di “remigrazione” costruisce nemici.

#Remigrazione #Immigrazione #Economia #Lavoro #MadeInItaly #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Trump ha chiesto i tabulati telefonici di giornalisti del New York Times e dei loro parenti


Il Dipartimento di Giustizia cerca le fonti degli articoli sul nuovo Air Force One donato dal Qatar. Richiesti anche i tabulati della madre di un reporter e dei coniugi di due giornalisti

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha chiesto alle compagnie telefoniche i tabulati di diversi giornalisti del New York Times e dei loro familiari, compresa la madre di un reporter, per risalire alle fonti riservate degli articoli sui problemi di sicurezza del nuovo Air Force One, l'aereo presidenziale donato dal Qatar al presidente Donald Trump. Il giornale ha chiesto a un giudice federale di annullare le richieste, definendole un "tentativo in malafede di intimidire i giornalisti e frenare la loro capacità di raccontare l'amministrazione".

Il dipartimento, che corrisponde al ministero della Giustizia americano, ha informato il giornale alla fine della settimana scorsa di aver inviato delle subpoena, gli ordini con cui la giustizia americana obbliga a consegnare documenti o a testimoniare, agli operatori telefonici per ottenere i registri delle chiamate e dei messaggi dei giornalisti. Le richieste si aggiungono a quelle del 10 luglio con cui il governo vuole costringere i reporter a testimoniare davanti a un gran giurì, l'organo composto da cittadini che negli Stati Uniti decide se formalizzare le accuse penali. Tra i tabulati richiesti ci sono anche quelli dei coniugi di due giornalisti.

L'indagine sulla fuga di notizie è iniziata pochi giorni dopo che il giornale aveva scritto, l'8 e il 9 luglio, che diversi funzionari federali avevano forti dubbi sulla sicurezza del nuovo aereo presidenziale. La notizia aveva fatto infuriare il presidente e la Casa Bianca aveva affidato la supervisione dell'inchiesta al direttore dell'FBI Kash Patel. Trump aveva usato il nuovo aereo per volare in Turchia, mostrando ai giornalisti gli interni dorati, ma era poi ripartito con il vecchio Air Force One su richiesta del Secret Service, l'agenzia che protegge il presidente. Domenica Trump ha detto che l'aereo sarà pronto tra circa un mese.

Le nuove richieste sono descritte in un ricorso depositato sabato dagli avvocati del giornale e reso pubblico lunedì dal giudice Arun Subramanian del tribunale federale di Manhattan. Tutte le subpoena sono sospese finché il giudice non deciderà sul ricorso: un'udienza è fissata per giovedì a Manhattan.

Secondo il New York Times, il Dipartimento di Giustizia ha violato le sue stesse linee guida sulle richieste rivolte ai media, perché ha aspettato una settimana prima di avvisare il giornale delle richieste dei tabulati. Due delle subpoena riguardano inoltre i tabulati a partire dal 1° gennaio, molti mesi prima degli articoli sull'Air Force One: per il giornale questo dimostra che il governo non sta indagando sulla fuga di notizie di luglio, ma sta cercando informazioni sui rapporti dei giornalisti con le loro fonti in generale.

Il giornale contesta anche il coinvolgimento dei familiari: la madre di uno dei reporter è una professionista della salute mentale e il coniuge di un altro ha un ruolo di alto livello in un grande studio legale. In un caso, inoltre, il dipartimento ha inviato una richiesta di tabulati dopo che il giornale aveva già presentato il ricorso contro le subpoena per le testimonianze davanti al gran giurì e ha chiesto a un altro giudice federale di vietare a una compagnia telefonica di informare il giornale della richiesta. "Questa sequenza di eventi e la tempistica delle comunicazioni del governo sono profondamente preoccupanti per ragioni evidenti", hanno scritto gli avvocati nel ricorso.

Una portavoce del Dipartimento di Giustizia, Kiersten Pels, ha detto che ogni subpoena è stata emessa "nel pieno rispetto della legge federale e delle regole interne del dipartimento".

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Il Pentagono ha taciuto su decine di feriti americani nella guerra con l'Iran


Tre attacchi iraniani in Giordania, avvenuti nella settimana precedente al raid costato la vita a due soldati, non erano mai stati resi noti. Dal 28 febbraio sono 17 i militari americani uccisi nel conflitto.

Nella settimana precedente all'attacco iraniano che venerdì ha ucciso due soldati americani in Giordania e lasciato un altro militare disperso, l'Iran aveva già attaccato per tre volte le forze statunitensi nel Paese. Secondo alcuni funzionari americani che hanno parlato in forma anonima con il New York Times, quei raid avrebbero anche ferito decine di militari e danneggiato diversi elicotteri. Il Pentagono, tuttavia, non ha mai informato l'opinione pubblica né degli attacchi né delle loro conseguenze.

La vicenda riporta in primo piano una delle principali tensioni che accompagnano il conflitto con l'Iran: quella tra le esigenze di sicurezza operativa invocate dal Dipartimento della Difesa e il dovere del governo di informare i cittadini sulla conduzione della guerra. Nei comunicati diffusi dopo i bombardamenti della scorsa settimana contro i siti militari iraniani, lo U.S. Central Command ha descritto le operazioni come una rappresaglia per gli attacchi di Teheran alle navi commerciali nello Stretto di Hormuz, senza mai menzionare gli attacchi subiti dalle basi americane nella regione, comprese quelle in Giordania.

Guerra USA-Iran · Trasparenza

La guerra con l’Iran che il Pentagono racconta a metà


Due soldati uccisi venerdì in Giordania e un terzo sabato in Iraq portano a 17 i militari americani caduti dal 28 febbraio. Ma sui tre attacchi subiti dalle basi in Giordania nella settimana precedente il Dipartimento della Difesa non ha detto nulla.

Grafica di FocusAmerica 20 luglio 2026

Militari americani caduti dall’inizio degli attacchi contro l’Iran
0
caduti dal 28 febbraio 2026
a cui si aggiunge un militare disperso in Giordania
Quasi 5 mesi di guerra a fasi alterne Ultimo briefing di rilievo: inizio maggio

Il bilancio dell’ultima settimana
Quello che il Pentagono ha detto, quello che ha taciuto

Comunicato
2 soldati uccisi venerdì in un attacco con missili e droni su una base in Giordania; 1 militare disperso
4 feriti ricoverati in ospedali giordani e poi dimessi; altri, in numero non precisato, già tornati in servizio
1 militare morto sabato nel nord dell’Iraq nella detonazione controllata degli ordigni di un drone iraniano abbattuto

Taciuto
3 attacchi iraniani alle basi USA in Giordania nella settimana precedente, mai resi pubblici
Decine di militari feriti e diversi elicotteri danneggiati in quei raid, secondo funzionari citati dal New York Times
Il numero degli obiettivi colpiti ogni giorno in Iran, che il Central Command ha smesso di comunicare
Quanto la guerra ha ridotto le scorte americane di armamenti critici: mai chiarito dall’Amministrazione

Il comando sostiene che pubblicare i dati sui feriti aiuterebbe Teheran a valutare l’efficacia dei propri missili e droni.

Gli ultimi sette giorni

Settimana dell’11 luglioNon comunicato
L’Iran colpisce tre volte le forze americane in Giordania. Decine di feriti ed elicotteri danneggiati: il Pentagono non ne dà notizia.

Venerdì 17 luglio2 caduti · 1 disperso
Missili balistici e droni iraniani colpiscono una base in Giordania: due soldati dell’esercito uccisi, un militare risulta disperso.

Sabato 18 luglio1 caduto
Un militare muore nel nord dell’Iraq durante la detonazione controllata degli ordigni inesplosi di un drone iraniano abbattuto.

Domenica 19 luglio
Il Central Command riferisce di aver rinvenuto altri resti umani non identificati nel luogo dell’attacco, dove proseguono le ricerche del disperso. Gli esami sono in corso.

Fonte: U.S. Central Command; New York Times Dati aggiornati al 19 luglio 2026

Un funzionario militare ha spiegato che il Central Command non è tenuto a divulgare informazioni sui feriti, soprattutto quando questi possono tornare rapidamente in servizio. Un altro ha indicato una ragione più esplicita: rendere pubblici quei dati consentirebbe a Teheran di valutare con maggiore precisione l'efficacia dei propri missili balistici e droni e di calibrare i successivi attacchi contro le basi mediorientali nelle quali sono schierati migliaia di soldati americani. Per lo stesso motivo, il comando ha smesso di comunicare il numero degli obiettivi colpiti ogni giorno in territorio iraniano.

Cinque mesi di guerra avvolti nel riserbo


La reticenza riguarda ormai l'intera strategia militare. Dal fallimento della fragile tregua, il Pentagono ha fornito pochissime informazioni sull'andamento di una guerra che, a fasi alterne, dura da quasi 5 mesi: l'ultimo briefing di rilievo risale all'inizio di maggio. L'Amministrazione Trump non ha chiarito quanto il conflitto abbia ridotto le scorte americane di armamenti critici e costosi, né in quale misura l'Iran sia riuscito a preservare o ricostruire le proprie capacità missilistiche.

Con i due soldati dell'esercito uccisi venerdì in Giordania e il militare morto sabato nel nord dell'Iraq durante la detonazione controllata degli ordigni inesplosi di un drone iraniano abbattuto, salgono a 17 gli americani caduti dall'inizio degli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, il 28 febbraio. Domenica il Central Command ha inoltre riferito di aver rinvenuto altri resti umani non identificati nel luogo dell'attacco in Giordania, dove proseguivano le ricerche del disperso. Gli esami per stabilirne l'identità sono ancora in corso.

I protocolli prevedono che i nomi dei caduti vengano diffusi soltanto 24 ore dopo la notifica ai familiari, mentre le identità dei feriti non sono normalmente rese pubbliche. Sabato il comando ha comunicato che 4 militari rimasti feriti nell'attacco di venerdì erano stati ricoverati in ospedali giordani e successivamente dimessi. Altri soldati, senza precisarne il numero, avevano riportato ferite lievi ed erano già tornati in servizio. Il comunicato non conteneva invece alcun riferimento ai feriti dei tre attacchi precedenti.

In una breve telefonata a NewsNation, il presidente Donald Trump ha affermato che i soldati sono morti "al servizio del nostro Paese" e ha ribadito l'obiettivo principale della guerra: impedire all'Iran di dotarsi di un'arma nucleare. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha scritto sui social che la morte dei due militari non farà altro che rafforzare la determinazione degli Stati Uniti.

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I pm chiedono le chat tra Delmastro e Caroccia: no della Giunta della Camera, esplode la protesta


@Politica interna, europea e internazionale
La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha espresso parere contrario alla richiesta della Procura di Roma di acquisire le chat tra il deputato di Fratelli d’Italia Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia, detenuto in carcere

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Social-Media-Verbot bis 15 Jahre: Frankreich wählt den falschen Weg


netzpolitik.org/2026/social-me…

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Das Social-Media-Verbot für unter 15-Jährige in Frankreich wird die digitale Welt für junge Menschen nicht sicherer machen. Stattdessen gefährdet es uns alle. Denn es bereitet den Weg für ein Internet, das nur noch mit Ausweiskontrolle zugänglich ist. Ein Kommentar.
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Fake Game Downloads Are Quietly Installing Amatera Stealer Through a Disguised RenPy Loader
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PhantomEnigma: How a Malware Crew Turned Brazilian Government Sites Into Trusted Malware Hubs
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