#uncaffèconluigieinaudi – Ognuno è consapevole, per lieta e dolorosa esperienza fattane
Ognuno è consapevole, per lieta e dolorosa esperienza fattane, che le sue sorti […] sono indissolubilmente connesse con le condizioni generali del paese
da Corriere della Sera, 27 giugno 1911
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Gli imprenditori? Meglio bravi che buoni
Il caso di Bankman-Fried, che si diceva pronto a donare metà della propria ricchezza ma si è rivelato un truffatore
Sam Bankman-Fried era il volto giovane del capitalismo «illuminato»: trentenne, finanziatore del partito democratico, esponente del movimento per l’«altruismo efficace». Era pronto a donare metà della propria ricchezza, in vista di obiettivi i più ambiziosi. La sua piattaforma di scambio di criptovalute si è rivelata una specie di schema Ponzi, dove le spese venivano spensieratamente approvate a colpi di emoji (le «faccine»).
Ora con SBF rischiano di venire travolti gli enti non profit che finanziava e lo stesso «altruismo efficace». Che invece rispecchia, a partire dal padre nobile Peter Singer, una sensibilità nuova. Anziché augurarsi che anche i ricchi piangano e confidare nella tassazione progressiva e in uno Stato sociale pesante, gli altruisti efficaci, abbienti o squattrinati che siano, si impegnano a donare del loro a gruppi che dimostrano di saper fare bene il bene. L’ambizione è che quei dollari e quegli euro finiscano dove meglio possono essere impiegati: non per utilità personale, ma a vantaggio dell’umanità intera.
Che un filantropo sia un truffatore non significa che la filantropia sia una truffa. E tuttavia guai a dimenticare che il fine non giustifica i mezzi. Chi ha sempre insistito che l’unica responsabilità dell’impresa è fare profitti intendeva proprio questo. Gli uomini d’affari devono seguire le norme vigenti e rendere conto a investitori o azionisti nel linguaggio freddo ma veritiero dei bilanci. Gli slanci ideali sono ammirevoli, le intenzioni generose pure. Però il compito di FTX è assolvere gli obblighi assunti con i suoi clienti e poi remunerare chi vi ha investito. Il bravo imprenditore offre ai consumatori beni e servizi di valore e poi fa profitto per sé e gli azionisti. L’imprenditore buono parte di quel profitto lo dona con generosità. È apprezzabile che vi siano imprenditori buoni, a essere «socialmente necessari» sono gli imprenditori bravi.
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Abuso d’abuso
Abusare significa fare un cattivo, illecito o smodato uso di una qualche cosa. Ma capita che l’abuso sia nella cosa stessa, specie quando si legifera, per definire e punire gli abusi, abusando della genericità. Il risultato è che si capisce la minaccia, ma non si capisce niente del resto. E nella discussione sulla modifica del reato d’abuso d’ufficio, come nelle conseguenze degli abusi edilizi, spesso si cade nell’errore di discutere le conseguenze e non le cause. Perché una legge funzioni è necessario che sia chiaro in che consista l’illecito, quali sono le sanzioni e che si sia in grado di farle valere. Non appaia strano, ma c’è molto in comune fra i procedimenti costruiti senza prove e le case costruite senza permessi. I rimedi ci sono.
Quasi tutti sanno cos’è un divieto di sosta: c’è un cartello, ci sono strisce per terra, c’è una curva, e so che se passa il vigile becco la multa. Ma se, per atteggiarsi a ecourbanisti, si stabilisse che è proibito parcheggiarle dove “danno fastidio”, sarebbe una cosa apparentemente giusta, ma praticamente insensata: che significa? a chi? con quale criterio? Risultato: tutti se ne impipano e le multe sono tutte ricorribili.
L’abuso d’ufficio funziona così: quando la procura non riesce a contestare la corruzione o la concussione, non avendo alcun elemento per farlo, contesta l’abuso d’ufficio. Tanto nessuno sa cosa sia. Risultato, relativo ai sindaci: nel 60% dei casi la procura che aveva avviato il procedimento chiede poi il proscioglimento; nel 20% sarà il giudice dell’indagine preliminare a chiudere la partita, per mancanza di palla; nel 18% si va a giudizio, che nel 2% dei casi porta alla condanna. Uno scherzo. Dispendioso.
Ma c’è l’altro risultato: chi ha il sindaco (o altro pubblico ufficiale) sul gozzo, magari stando all’opposizione, presenterà un generico esposto, la procura avvierà un indagine, emetterà un avviso di garanzia ed ecco che si può fare una bella campagna contro l’indagato, chiedendone le dimissioni. Se poi verrà condannato in primo grado, nonostante la Costituzione ne attesti l’immutata presunta innocenza, un’altra legge incivile (la Severino) provvede a farlo decadere. La successiva assoluzione servirà a nulla.
Meritorio che ci si proponga di sbaraccare questo circo, ma il tendone è solo la conseguenza di due terribili vizi:
a. una giustizia lentissima, sicché fra il sospetto e l’assoluzione passa una non assolvibile vita;
b. la pretesa di portare il giudizio sempre in sede giudiziaria, anziché sostenere che il sindaco è un incapace, anche senza reato.
Andiamo ai mattoni.
Chiedo di costruire una casa o un capannone, indicando luogo e dimensioni. La risposta dovrebbe essere: sì o no. Ma nessuno mi risponde. O ci rinuncio, o dico che sono stato costretto a farlo senza permessi. La casa l’ho costruita abusivamente e deve essere demolita, ma nessuno viene a buttarla giù (a Ischia poco più dell’1% dei casi). Cosa m’insegna questo? Che la denuncia per omissione d’atti d’ufficio è inutile, tanto l’amministrazione avrà sempre un parere mancante che la vincolava, mentre se mi demolisci casa la denuncia al sindaco, per abuso, non gliela toglie nessuno, mentre il voto glielo tolgono quasi tutti. Conseguenza: nessuno firma più niente, salvo che non abbia un buon motivo per farlo.
Rimedi:
1. una legge che non si capisce è illegittima;
2. una legge fatta di richiami ad altre leggi è illeggibile, ergo è scritta da incapaci o da complici degli abusi, servono testi unici leggibili;
3. se l’abuso è sempre condonato, che sia edilizio o fiscale, se ne trae incentivo ad abusare, quindi non si condona, se non dopo avere cambiato l’andazzo;
4. al potere deve corrispondere la responsabilità, del fare e del non fare, il che valga per i sindaci, ma anche per i magistrati (amministrativi, civili e penali): mi porti ingiustamente a giudizio, sospendi una delibera corretta e devi risponderne.
5. una società sana punisce chi sporca, non legifera pensando di cancellare il male, perché quello è pattume ipocrita, che prelude al condono.
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Lothar Günther Buchheim – U boot il sommergibile
#uncaffèconluigieinaudi – In Italia purtroppo la ripresa vera…
“In Italia purtroppo la ripresa vera del movimento economico non si è ancora bene affermata. Qua è là si intravede l’alba del giorno che sorgerà splendente”
da Corriere della Sera, 17 gennaio 1910
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Chi deve sentirsi responsabile
Va dato atto all’esecutivo di aver fornito una risposta tempestiva, almeno per l’emergenza immediata. E di avere evitato di entrare nel merito della polemica che subito si è affacciata sulla stampa. Dove i titoli più frequenti hanno parlato di una «tragedia annunciata». Con riferimenti fin troppo espliciti alle due cause principali, strettamente intrecciate, dissesto idrogeologico e abusivismo edilizio: quasi trentamila richieste di condono su sessantamila abitazioni nell’isola – come ha ricordato Giuseppe Conte intervistato da Lucia Annunziata. Certo, poi ci sono i complici.
I ritardi negli interventi pubblici con stanziamenti già disponibili, e una burocrazia con passo di lumaca che non consente di dipanare matassa di ciò che potrebbe essere sanato e ciò che invece andrebbe abbattuto, prima che ci pensi l’alluvione. Ma ora, puntare il dito a cosa serve? Davvero c’è qualcuno che pensa di aver una via d’uscita?
Ciò che colpisce è l’ampiezza ormai strutturale del problema: un’isola – una delle più belle del Mediterraneo – trasformata in pochi decenni in un resort globale, con ogni anfratto finalizzato all’unica impresa fruttuosa, quella del mattone turistico. A dispetto di una conformazione organica che molto poco si presta allo scopo.
Basta guardare la mole imponente del monte Epomeo che, con balze scoscese, domina i paesi che si scavano – letteralmente – un po’ di spazio tra le sue pendici e il mare, per capire quanto sia precario l’equilibrio del gioiello estetico che richiama ogni anno centinaia di migliaia di visitatori.
Al punto in cui siamo, cosa si può fare? Passati i primi giorni di dolore per queste vite straziate dal fango, è sperabile che non si aggiunga al lutto la beffa di una disputa ideologica che non avrà mai un verdetto ragionevole. Già, su qualche giornale del Nord, si è affacciata la reprimenda sui meridionali extra-legem. Solleticando una reazione razzista magari in quegli stessi lettori che, d’estate, vorrebbero avere servizi all-inclusive a basso costo, e che certo non si domanderanno se tutte le licenze sono in ordine Mentre sulla stampa di sinistra si rispolverano leggi trascurate e/o inapplicate, che dovrebbero garantirci (?!) la salvaguardia dell’ambiente. Magari insinuando che il governo di centrodestra in carica volentieri le metterebbe in naftalina.
Senza, però, riuscire mai a calcolare quali sarebbero i costi effettivi – finanziari ed amministrativi – che renderebbe almeno in parte applicabile l’obiettivo di messa in sicurezza di una penisola pervicacemente saccheggiata. E, una volta calcolati i costi, spiegare chi pagherebbe il conto.
Forse, dobbiamo rassegnarci a riconoscere che che l’Italia è molto più simile all’America che ai paesi nordeuropei che vorremmo prendere a modello. Ogni volta che – con implacabile regolarità stagionale – siti web e televisione si riempiono delle devastazioni degli incendi californiani e delle inondazioni dei cicloni che spazzano le coste della Florida, la mia istintiva reazione di cittadino europeo mi fa sbattere su due domande: come è possibile che migliaia di abitanti siano stati colti impreparati, e chi pagherà per questi danni? Poi, contro il mio istinto e controvoglia, mi ripeto la spiegazione che chiunque frequenti quel paese conosce. E che si racchiude in due principi, due abiti culturali e sociali.
Il primo comandamento è che suae quisque fortunae faber est. Ciascuno è artefice del proprio destino. È il cosiddetto credo liberale, che dai tempi della frontiera è il motore, nel bene e nel male, del progresso – e regresso – americano.
In molte zone della Florida, una casa è esposta a rischiosissimi eventi atmosferici, che – per chi è in grado di pagare – portano i prezzi delle assicurazioni alle stelle. Chi sceglie di vivere in quei posti, è consapevole dei rischi che corre. E, in ogni caso, non si aspetta che il governo se ne faccia carico. Questo è il secondo comandamento. Con un importante corollario.
Se poco o niente ci si può aspettare dal governo statale o federale, molto arriva in tantissimi casi dalla generosità dei soccorsi volontari. Sono le comunità locali la vera risorsa nei momenti di maggiore difficoltà.
Forse, l’America resta un mondo diverso. Ed è giusto che noi si continui a cercare altre soluzioni, altre strade. Ma la piega che sta prendendo il mondo sembra indicare almeno un punto fermo. La coperta statale si è ristretta. È bene che ciascuno sia pronto ad assumersi le proprie responsabilità.
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Sanità in Italia
Di quel che funziona nel nostro sistema sanitario dovremmo essere consapevoli, anche per migliorarlo.
Chi ieri era all’opposizione gridava contro i tagli alla sanità, avvertendo che mancano i medici. Chi oggi è all’opposizione fa la stessa cosa. Tutti convinti, scambiandosi i ruoli, che qualsiasi problema si risolva mettendoci più soldi, mentre nessuno sembra disposto a guardare i numeri e a fare i conti con guasti la cui origine sta proprio nel lavoro dei legislatori.
Il nostro sistema sanitario fornisce prestazioni che altrove non sono accessibili a tutti. Di quel che funziona dovremmo essere consapevoli, anche per migliorarlo. Ma la qualità della sanità offerta ai cittadini non è affatto omogena e risiedere in un posto anziché in un altro può fare la differenza, per la vita. Quel che non funziona si dovrebbe riconoscerlo, per correggerlo ed evitare di finanziare anche quello.
L’accessibilità ai medici è uno dei parametri che aiuta a capire. Si dice che ce ne siano troppo pochi, ma le cose stanno diversamente. Nella media ne abbiamo quanti gli altri Paesi europei: circa il 10% in meno di Germania o Spagna, ma il 20-30% in più di Francia, Olanda o Regno Unito. Però è vero che da noi non si trovano, perché il problema non è il numero (come non lo è il numero chiuso all’Università, più che giusto) ma l’organizzazione. Da noi il 35% lavora in ospedale, in Germania il 50%, in Francia il 65%. I medici di base, quelli di famiglia, sono sempre di meno, anche perché li si è trasformati in burocrati della ricetta. Come il resto della popolazione, anche i medici invecchiano, solo che da noi il 56% ha più di 55 anni e il 23% più di 65. Significa che, nei prossimi anni, smetteranno di lavorare.
Che fine fanno i giovani medici? Intanto c’è la strozzatura delle specializzazioni, che il governo Draghi ha allargato per il futuro. Siccome non sono pagati per merito ma come se facessero una carriera burocratica, chi ci riesce sceglie le specializzazioni più remunerative, con il risultato che mancano al Pronto soccorso. Poi molti lavorano nella sanità privata, il che porta al tema della spesa: spesso si lamenta che la nostra spesa pubblica sia bassa, mentre si diffonde la leggenda che sia stata tagliata (è avvenuto per un solo anno).
Nella realtà la spesa italiana è alta, sommando quella pubblica alla privata. Com’è corretto fare. Dove c’è l’assicurazione obbligatoria, parametrata al reddito, pubblico e privato concorrono. Da noi funziona diversamente: è il pubblico che paga il privato convenzionato, sicché la spesa cresce e le strutture pubbliche lamentano tagli; oppure ci si rivolge al privato, di tasca propria, per indisponibilità o lunghe attese del pubblico. Tagliare le file cambierebbe la strutturazione della spesa. E per riuscirci non è che basti spendere di più; anzi, si può anche risparmiare (prego studiare il caso della Asl di Salerno e il suo risanamento operato da Maurizio Bortoletti).
La sanità non è solo un servizio essenziale, è anche un business che mobilita molta ricchezza e sempre più lo farà, visto l’invecchiamento della popolazione. Quando si volle chiudere le mutue, negli anni Settanta, avevano patrimonio e ricchezza, eppure i medici correvano a casa dei pazienti (“Il medico della mutua”, op. cit.). Ora le regioni accumulano debiti – avendo bilanci dedicati all’80% alla sanità – e i medici sono spariti. Che deve capitare perché ci si renda conto che questa statalizzazione regionalizzata è un fallimento?
Visto che siamo in campo sanitario: pompare soldi senza cambiare quel che visibilmente non funziona è come pompare sangue a uno con la giugulare aperta: o la tappi o si fa la fontana. I politici che sanno solo chiedere più soldi sono gli stessi che dovrebbero lavorare alle leggi che regolano sia la sanità che il mercato. Ma niente, ossessivamente si procede in modo dissociato, assecondando le pulsioni più varie, scassando quel che funziona e lottizzando, salvo poi chiedere più soldi per rimediare. E, a scanso di equivoci, i soldi li mette il contribuente, cui può capitare d’essere un paziente ma che farebbe meglio a essere impaziente.
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Scuola di liberalismo, da lunedì il corso a Messina – Eco del Sud
Al via l’edizione 2022, la dodicesima, della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e con la Fondazione Bonino-Pulejo. Il corso, che tratterà principalmente delle opere degli autori più rappresentativi del pensiero liberale, si articolerà in 14 lezioni, di cui 3 in presenza e 11 erogate in modalità telematica.
La prima lezione si svolgerà in presenza lunedì 28 novembre dalle ore 17 alle ore 18.30, nell’aula magna “Lorenzo Campagna” del Dipartimento di Scienze politiche e giuridiche dell’Università di Messina (sito in Piazza XX Settembre n. 4, Messina). Dopo la presentazione del corso da parte di Pippo Rao (direttore generale della Scuola) ed i consueti saluti istituzionali, il prof. Giuseppe Gembillo (direttore scientifico) relazionerà sull’opera “Quattro saggi sulla libertà” di Isaiah Berlin, considerata uno dei classici del Liberalismo moderno. Dell’incontro sarà realizzata anche una diretta streaming sulla pagina Facebook della Scuola di liberalismo di Messina (facebook.com/scuoladiliberalis…).
La partecipazione alla lezione è valida ai fini del riconoscimento di crediti formativi per gli avvocati iscritti all’Ordine degli avvocati di Messina, e per gli studenti dell’Università di Messina.
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Un successo il primo evento della Scuola di Liberalismo – Rpiùnews.it
Un numeroso e attento pubblico ha partecipato al primo evento della nascente sezione abruzzese della Scuola di liberalismo della Fondazione Einaudi. A tenere a battesimo il primo ciclo di eventi, che prelude al primo vero e proprio “anno accademico”, previsto per il 2023, è stato il Presidente stesso della Fondazione Einaudi, l’avvocato Giuseppe Benedetto, che ha scelto Teramo per l’anteprima assoluta della presentazione del suo libro “Non diamoci del Tu: La separazione delle carriere”, arricchito dalla prefazione del ministro della Giustizia Carlo Nordio. All’incontro, hanno preso parte l’ex senatore Paolo Tancredi, l’ex vicepresidente del Consiglio Regionale Paolo Gatti e Andrea Davola, ricercatore della Fondazione Einaudi e autore della postfazione. A moderare il dibattito Rosita Del Coco, docente di Diritto Processuale Penale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Teramo.
Tema dell’incontro, introdotto dal Presidente della Fondazione Einaudi in Abruzzo, Alfredo Grotta, è stato quello che la stessa professoressa Del Coco ha definito “il” tema della Giustizia italiana, ovvero la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e magistratura giudicante.
In Italia magistrati requirenti (Pubblici ministeri) e magistrati giudicanti (giudici di Tribunale e Corti) appartengono alla stessa carriera, nel senso che sono selezionati da un unico concorso e dei loro trasferimenti e dei loro procedimenti disciplinari si occupa il Consiglio superiore della magistratura. Una “parentela” come qualcuno l’ha definita che, nei fatti, rende impari il rito processuale, e contro questa disparità la Fondazione Einaudi, e nel dettaglio il libro del Presidnete Benedetto, invoca una necessaria riforma.
Anche portando testimonianze di vita personale, i relatori, e in particolare Paolo Gatti e Paolo Tancredi, hanno sottolineato l’evidente differenza esistente tra la “teoria e la pratica”, ovvero tra la legge scritta e la prassi quotidiana, tra quello che impone la Costituzione e quello che accade nei Tribunali. Qualcosa, è stato ricordato, sta cambiando, visto che la riforma Cartabia prevede una riduzione dei passaggi di funzioni da 4 a 1, ma è una soluzione che non ha eliminato la questione dal dibattito politico e che, proprio partendo dalla Scuola di Liberalismo in Abruzzo, la Fondazione Einaudi ripropone con grande forza alla platea dei cittadini.
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Fondazione Einaudi, con il tema Giustizia avviate le lezioni della 1^ edizione della Scuola di Liberalismo in Abruzzo – ekuonews.it
TERAMO – Nella Sala Convegni dell’Hotel Abruzzi, primo appuntamento con la scuola di Liberalismo della Fondazione Einaudi. Nel porre in evidenza l’importante tradizione vantata, è stato dato il la al ciclo di lezioni che, nei fatti, costituirà essere la prima edizione della Scuola di Liberalismo in Abruzzo.
Sotto l’egida einaudiana “giustizia non esiste là ove non vi è libertà”, è stato affrontato proprio il tema sul grande tema ed è stato presentato il libro, con la prefazione del neo Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, “Non diamoci del Tu: La separazione delle carriere” dell’Avv. Giuseppe Benedetto, Presidente della Fondazione Luigi Einaudi.
All’incontro, con l’autore, hanno preso parte Paolo Tancredi e Paolo Gatti; il dibattito è stato moderato da Rosita Del Coco, docente di Diritto Processuale Penale presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Teramo.
Il comunicato ufficiale: Un numeroso e attento pubblico ha partecipato ieri pomeriggio al primo evento della nascente sezione abruzzese della Scuola di liberalismo della Fondazione Einaudi. A tenere a battesimo il primo ciclo di eventi, che prelude al primo vero e proprio “anno accademico”, previsto per il 2023, è stato il Presidente stesso della Fondazione Einaudi, l’avvocato Giuseppe Benedetto, che ha scelto Teramo per l’anteprima assoluta della presentazione del suo libro “Non diamoci del Tu: La separazione delle carriere”, arricchito dalla prefazione del ministro della Giustizia Carlo Nordio. All’incontro, hanno preso parte l’ex senatore Paolo Tancredi, l’ex vicepresidente del Consiglio Regionale Paolo Gatti e Andrea Davola, ricercatore della Fondazione Einaudi e autore della postfazione. A moderare il dibattito Rosita Del Coco, docente di Diritto Processuale Penale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Teramo.
Tema dell’incontro, introdotto dal Presidente della Fondazione Einaudi in Abruzzo, Alfredo Grotta, è stato quello che la stessa professoressa Del Coco ha definito “il” tema della Giustizia italiana, ovvero la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e magistratura giudicante. In Italia magistrati requirenti (Pubblici ministeri) e magistrati giudicanti (giudici di Tribunale e Corti) appartengono alla stessa carriera, nel senso che sono selezionati da un unico concorso e dei loro trasferimenti e dei loro procedimenti disciplinari si occupa il Consiglio superiore della magistratura. Una “parentela” come qualcuno l’ha definita che, nei fatti, rende impari il rito processuale, e contro questa disparità la Fondazione Einaudi, e nel dettaglio il libro del Presidente Benedetto, invoca una necessaria riforma.
Anche portando testimonianze di vita personale, i relatori, e in particolare Paolo Gatti e Paolo Tancredi, hanno sottolineato l’evidente differenza esistente tra la “teoria e la pratica”, ovvero tra la legge scritta e la prassi quotidiana, tra quello che impone la Costituzione e quello che accade nei Tribunali. Qualcosa, è stato ricordato, sta cambiando, visto che la riforma Cartabia prevede una riduzione dei passaggi di funzioni da 4 a 1, ma è una soluzione che non ha eliminato la questione dal dibattito politico e che, proprio partendo dalla Scuola di Liberalismo in Abruzzo, la Fondazione Einaudi ripropone con grande forza alla platea dei cittadini.
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La riforma Cartabia (per ora) non si tocca – editorialedomani.it
La settimana “giudiziaria” è stata caratterizzata da un giro di incontri del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che sta prendendo contatti con tutte le rappresentanze del mondo della giustizia. Politicamente, la linea del ministro sembra quella di conservare l’impianto riformatore della riforma Cartabia, che entrerà in vigore per il penale a fine anno. Tuttavia, nel rispetto del programma di centrodestra, Fratelli d’Italia ha già dato segnali di voler mettere mano ad alcune questioni nel comparto giustizia, anche intervenendo sulle misure approvate nella passata legislatura.
La prossima settimana, tuttavia, arriveranno chiarimenti direttamente dal ministro Nordio, che presenterà le linee guida del suo ministero davanti alle camere.
Sul fronte dei contributi, in questa edizione trova spazio l’intervento del professor Andrea Morrone, che esamina il metodo comunicativo della Corte costituzionale, alla luce delle ultime pronunce. Proprio di questo si parlerà a un convengo di diritto costituzionale, organizzato dalla rivista Quaderni costituzionali a Bologna e che è possibile seguire in diretta streaming su Radioradicale.
LA RIFORMA CARTABIA
«La riforma Cartabia entrerà in vigore così com’è: ci potrà essere qualche ulteriore slittamento di qualche sua piccola parte, ma non si può pensare di ritrattare la normativa con la Commissione Europea: abbiamo già avuto tranche di finanziamento», parola del viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto.
In realtà, l’intenzione filtrata da Fratelli d’Italia è che la riforma sia oggetto di una sorta di restyling nel 2023, una volta affrontate le emergenze di fine anno. Tuttavia, la stella polare di ogni intervento deve essere il Pnrr, di cui la riforma è attuazione.
Tra le certe riforme che questo governo metterà in cantiere c’è però quella dell’ordinamento giudiziario (nella passata legislatura si è approvata anche questa, ma in gran parte si tratta di una legge delega di cui mancano i decreti attuativi). Proprio di questo parlerà il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che sarà con l’ex giudice costituzionale Sabino Cassese e l’ex presidente delle Camere penali, Beniamino Migliucci, in occasione della presentazione del libro “Non diamoci del tu” di Giuseppe Benedetto, Presidente della Fondazione Luigi Einaudi, il 30 novembre prossimo.
Il giorno successivo, 1 dicembre, invece, il ministro sarà davanti al parlamento per presentare le linee guida del suo ministero.
RICOMINCIA L’ITER DELL’EQUO COMPENSO
«L’avvocatura chiede espressamente che il governo tenga conto delle priorità più volte rappresentate: prima tra tutte l’approvazione della legge sull’equo compenso», è stata la richiesta della presidente del Cnf, Maria Masi, al viceministro Sisto e al sottosegretario alla Giustizia, Andrea Ostellari.
Detto fatto, il disegno di legge sull’equo compenso, approvato all’unanimità nella scorsa dalla Camera e dalla Commissione Giustizia del Senato e non approvato in via definitiva a causa della fine anticipata della legislatura, ha ricominciato il proprio iter legislativo in commissione Giustizia di Montecitorio. Il consenso è stato unanime nel procedere in modo spedito.
NORDIO INCONTRA IL CNF E L’ANM
Il ministro Nordio, dopo aver incontrato informalmente il Csm uscente, ha ricevuto una delegazione del Consiglio nazionale forense composta dalla presidente Maria Masi, insieme a una delegazione del Cnf composta dalla vicepresidente Patrizia Corona, dalla segretaria Rosa Capria e dal tesoriere Giuseppe Iacona.
L’avvocatura istituzionale gli ha sottoposto alcune direttrici di intervento: la necessità di intervenire sulle riforme approvate e in itinere per correggere alcune evidenti criticità e per garantire l’effettività dell’esercizio di difesa; il rafforzamento del ruolo e delle funzioni degli avvocati nei consigli giudiziari e a un loro maggiore coinvolgimento anche nell’organizzazione dei tribunali e negli uffici ministeriali.
Nell’incontro con la giunta dell’Anm, invece, sono stati segnalati alcuni interventi ritenuti più urgenti per assicurare piena funzionalità al servizio giustizia. In particolare, si è discusso di alcune criticità della nuova disciplina sull’udienza cartolare, prevista per il rito civile, e l’Anm ha espresso le sue preoccupazioni per le gravi scoperture degli organici del personale amministrativo.
GIUSTIZIA E POLITICA
Forza Italia spinge politicamente perchè venga istituita una commissione parlamentare d’inchiesta sull’uso politico della giustizia. La proposta, che era stata avanzata anche nella passata legislatura, muove dallo scandalo Palamara ed è stata sollecitata dal vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, anche in seguito all’assoluzione di Silvio Berlusconi in uno dei filoni del processo Ruby ter.
I LAICI DEL CSM
In attesa della data del 13 dicembre, quando il parlamento si riunirà in seduta comune per eleggere i consiglieri laici del nuovo Csm, stanno arrivando le prime candidature.
Secondo il regolamento della Camera approvato nelle settimane scorse, per rispettare il principio di trasparenza imposto dalla riforma Cartabia, gli aspiranti laici devono candidarsi ufficialmente in proprio o su proposta di 10 parlamentari.
A questo link è possibile accedere all’elenco di tutti gli autocandidati: i partiti, infatti, non hanno ancora presentato nessun nome ed è probabile che scopriranno le loro carte solo negli ultimi giorni. Per ora, i nomi che spiccano sono quelli dell’avvocato delle cause contro il Movimento 5 Stelle, Lorenzo Borrè, l’ex avvocato di Silvio Berlusconi, Gaetano Pecorella, l’avvocato e professore Massimiliano Marotta e ex candidato alla Camera in Campania per Noi moderati
A questo proposito, va ricordato che il regolamento lascia irrisolta la questione della parità di genere, perchè fissa solo principi ordinatori.
LA MAGISTRATURA ONORARIA IN AGITAZIONE
«La magistratura onoraria aspetta da troppo, oltre 20 anni, non c’è piu’ tempo: i colleghi si ammalano e ci lasciano senza diritto a nulla, i colleghi amministrano il 60% della Giustizia pagati in modo indecente, i colleghi hanno una ridicola indennità ferma da inizio millennio, mentre l’apporto chiesto e fornito è esponenziale», si legge nel documento della Consulta della magistratura onoraria, sottolineando che «preoccupano non poco le recenti esternazioni del Presidente del Consiglio, su una manovra finanziaria a saldi invariati, con un rinvio anche delle storiche rivendicazioni’, da riprendere in un secondo momento».
La questione è aperta ormai da anni e l’Italia è stata ammonita anche a livello europeo, per cui un intervento è necessario anche al fine di scongiurare la procedura di infrazione con possibili ripercussioni sui fondi del Pnrr.
ITER SUL DL ANTI-RAVE
Inizia l’iter di conversione del decreto legge del 31 ottobre, che contiene la norma cosiddetta anti-rave, che è stata fortemente criticata anche da parti della stessa maggioranza che ha approvato il testo.
Le critiche riguardano in particolare l’indeterminatezza della condotta prevista dal reato e la pena, da 3 a 6 anni, che permette l’utilizzo delle intercettazioni come mezzo di ricerca della prova.
Il dl è stato incardinato in commissione Giustizia al Senato, dove sono stati ascoltati già alcuni esperti che hanno ribadito le osservazioni critiche. Entro giovedì 24 si chiuderà la discussione generale, il termine per la presentazione degli emendamenti è stato fissato a lunedì 28 novembre alle ore 12. Nella seduta di martedì 29 sono previsti l’illustrazione degli emendamenti e i pareri. Mercoledì 30 novembre si voteranno gli emendamenti.
E’ possibile che un emendamento venga depositato anche dal governo, per scongiurare nuovi strascichi di polemiche. Dentro la maggioranza, Forza Italia ha annunciato che – in mancanza di un intervento dell’esecutivo – depositerà emendamenti modificativi.
IL CASO DI NASRIN SOTOUDEH
In queste settimane di scontri in Iran e di mobilitazioni internazionali per i diritti delle donne nel paese, torna l’attenzione sul caso di Nasrin Sotoudeh, l’avvocata iraniana in prima linea nella lotta per i diritti umani e sostenuta nella sua battaglia dal Consiglio nazionale forense e dall’Associazione avvocati giuslavoristi italiani.
Nel 2017, a causa della sua attività professionale, resa anche in difesa di donne e uomini accusati di attività sovversive dal regime iraniano, è stata condannata a 38 anni di carcere, pena dapprima ridotta a 27 anni e poi aumentata di 5 anni, cui sono stati aggiunti 148 colpi di frusta. Nasrin ha scontato 3 anni di carcere per poi,a causa delle sue precarie condizioni di salute, ha ottenuto il ricovero ospedaliero e poi i domiciliari. A lei è stato attribuito il premio internazionale “Ipazia” dedicato all’eccellenza femminile, con premiazione che si terrà a Genova in occasione della Giornata mondiale dei Diritti dell’Uomo.
ANCORA SUL CASO LOGGIA UNGHERIA
Si è svolta l’udienza preliminare del processo per calunnia all’ex segretaria di Piercamillo Davigo, Marcella Contrafatto. L’indagata è accusata di essere il “corvo” del Csm che inviò in forma anonima i verbali di Piero Amara sulla loggia Ungheria alle redazioni del Fatto Quotidiano, Repubblica e al consigliere Csm, Nino Di Matteo.
«La perizia grafologica disposta dal giudice ha escluso la riconducibilità alla mia assistita della lettera recapitata a Antonino Di Matteo che accompagnava il verbale di interrogatorio dell’avvocato Amara», ha detto al termine dell’udienza l’avvocata Alessia Angelini.
Contrafatto ha reso dichiarazioni spontanee, dicendo che «Quanto all’accusa che mi è stata rivolta voglio precisare ancora una volta che non conosco Francesco Greco, né ho mai avuto qualcosa da recriminare nei suoi confronti. Non ho inviato al dottor Di Matteo nessun interrogatorio e tanto meno lettere. Peraltro non avrei avuto necessità di spedire nulla, lavorando all’interno dello stesso edificio. Tantomeno ho mai telefonato alla dottoressa Milella (giornalista di Repubblica ndr). Il mio cellulare proprio perché intestato al CSM non aveva blocchi e mi è capitato più di una volta di lasciarlo incustodito sulla scrivania».
ANCORA CARENZE DI ORGANICO
Gli uffici giudiziari restano in una situazione di grave sofferenza per «le sempre crescenti scoperture di organico che presto, in mancanza di misure adeguate, arriveranno a quasi 2000 unità», ha detto il vicepresidente del Csm, David Ermini, chiedendo una modifica legislativa che riduca a un anno dagli attuali 18 mesi il tempo del tirocinio per i nuovi magistrati. L’ultimo conferimento di funzioni è della settimana scorsa, con 258 nuovi magistrati.
LA NOMINA DI AVVOCATO GENERALE DI CASSAZIONE
La sostituta pg di Cassazione, Rita Sanlorenzo, è stata nominata dal plenum del Csm avvocato generale presso la corte di Cassazione. A distanza di due anni dalla nomina di Margherita Cassano a presidente aggiunto della Corte, una donna arriva anche in uno dei ruoli di vertice della Procura generale.
Gli avvocati generali sono cinque: due nel servizio civile e tre nel servizio penale, con compiti di coordinamento e distribuzione delle udienze. Hanno funzioni direttive requirenti di legittimità, svolgono anche il servizio disciplinare forense (le funzioni requirenti nelle udienze giurisdizionali del Cnf, relative ai procedimenti disciplinari nei confronti degli avvocati, e nei procedimenti disciplinari a carico degli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria) e sono responsabili per le relazioni con la Rete dei procuratori generali dell’Unione Europea.
Sanlorenzo, in passato leader di Magistratura democratica, è stata scelta all’esito di un ballottaggio con un’altra donna, l’ex consigliera del Csm Pina Casella.
CAMERA PENALE DI ROMA
L’avvocato Gaetano Scalise è il nuovo presidente della Camera Penale di Roma, vincendo con 261 voti di lista contro lo sfidante Fabrizio Merluzzi. In base al regolamento alla lista vincente vengono assegnati 6 consiglieri, all’altra quattro.
I membri del direttivo eletti sono: Giuseppe Belcastro (155 voti), Salvatore Sciullo (154), Cesare Gai (113), Domenico Naccari (122) Roberto Borgogno (109), Eleonora Piraino (97), Fabrizio Merluzzi (di diritto), Emma Tosi (99), Marina Lo Faro (84), Francesco Compagna (82).
IL CONGRESSO STRAORDINARIO DI AIGA
“Next Generation Lawyers. Protagonisti del cambiamento”: è questo il titolo del congresso straordinario dell’Associazione italiana giovani avvocati (Aiga), che si terrà il 25 e 26 novembre, a Bologna. Fra i partecipanti il viceministro e il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto e Andrea Delmastro Delle Vedove ed il presidente di Cassa forense Valter Militi, la conclusione dei lavori sarà affidata al presidente dell’Aiga, Francesco Paolo Perchinunno.
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#uncaffèconluigieinaudi – Nelle industrie, le quali secondano il genio e le attitudini naturali di un paese…
Nelle industrie, le quali secondano il genio e le attitudini naturali di un paese, agli iniziali sacrifici ed alle prime incertezze non può mancare in seguito un progresso sicuro e promettente
da Corriere della Sera, 16 gennaio 1909
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Calenda fa bene ad andare da Meloni. Parola di Einaudi
In esilio durante il fascismo, e prima di diventare presidente della Repubblica, disse che l’oppositore il quale è riuscito a modificare un solo comma di una norma sarà più orgoglioso del ministro che l’ha proposta
Quando la democrazia era un sogno e il fascismo una realtà, dall’esilio Luigi Einaudi tesseva le lodi della “discussione” e del “compromesso” come elementi imprescindibili di una politica effettivamente libera e liberale. Così, nel 1939, il non ancora presidente della Repubblica descriveva sentimenti e modalità di quello che avrebbe dovuto costituire il normale rapporto tra maggioranza e opposizione in Parlamento (luogo fatto, appunto, per parlarsi): “L’oppositore il quale, dopo vivacissima discussione e lunghe schermaglie, è riuscito a far modificare la dizione di un articolo, a far introdurre un nuovo comma, ad attenuare o ad accentuare la norma originariamente proposta, è forse più orgoglioso della variazione chiesta ed ottenuta con fatica di quel che non sia il ministro proponente del suo trionfo nel voto finale”.
La Politica, dunque, come mediazione continua. Una mediazione feconda. Una mediazione che presuppone il riconoscimento e il confronto costante tra vincitori e sconfitti alle elezioni. Vincitori che possono trarre vantaggio dal parere degli sconfitti, sconfitti che si trasformano in vincitori nel momento in cui riescono anche solo a “modificare la dizione di un articolo” o a “far introdurre un nuovo comma” in una legge.
Sono passati oltre ottant’anni, è passato il fascismo, la democrazia non è più un sogno. È una realta. Una realtà evidentemente svalutata se, tra leoni da tastiera, conigli ruggenti e rivoluzionari da salotto, c’è chi trova sconveniente che un leader di opposizione come Carlo Calenda offra ai partiti di maggioranza e al governo di Giorgia Meloni le proprie idee di politica economica nella speranza di far introdurre almeno un nuovo comma nella legge di bilancio.
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Holodomor, genocidio per fame
Durante la guerra russa all’Ucraina, l’esercito di Putin si è appropriato delle scorte di grano delle regioni conquistate, ne ha impedito l’esportazione, e ha usato la distribuzione di cibo nelle zone occupate come uno strumento per il controllo e la sottomissione della popolazione. L’uso del ricatto della fame nei confronti della popolazione è un’eco sinistra della più grande catastrofe, insieme alla Seconda guerra mondiale, della storia ucraina.
In questo inverno di guerra cade infatti il novantesimo anniversario dello Holodomor, lo “sterminio per fame” (dalle parole ucraine holod , “fame”, e moryty, “portare all’esaurimento, uccidere”). La grande carestia in Ucraina fu la più grande tra quelle provocate dalla violenta campagna di asservimento di più di cento milioni di contadini e nomadi allo stato sovietico, ovvero la loro concentrazione forzata nelle fattorie collettive, una misura decisa alla fine del 1929 da Stalin per estrarre più facilmente il raccolto da parte di un regime impegnato in una forsennata espansione dell’industria pesante e militare
Il grano sottratto ai contadini era sia usato per nutrire città ed esercito, sia esportato, insieme al legname e altre materie prime, in modo da ottenere valuta forte e importare tecnologia per l’industria: una politica che l’incompetenza economica, l’ideologia comunista, e le pratiche violente abituali fin dalla guerra civile portarono il gruppo di Stalin a mettere in atto attraverso l’abolizione del mercato legale e un programma di sfruttamento violento degli agricoltori.
Per spezzare preventivamente la resistenza contadina e allo stesso tempo dotare le nuove fattorie collettive di attrezzi agricoli e bestie da soma, i contadini più intraprendenti (a cui lo stato affibbiò l’etichetta spregiativa di kulak , ovvero strozzini e sfruttatori rurali, una categoria pseudo-classista che fu poi estesa a chiunque si opponesse alla collettivizzazione) furono deportati con le loro famiglie verso la Siberia, la Russia del nord, il Kazakistan: in tutto 2,25 milioni nella prima metà degli anni trenta.
Queste deportazioni non impedirono comunque una vastissima ondata di rivolte nelle campagne, particolarmente imponenti in Ucraina, Kazakistan e nel Caucaso, in cui contadini male armati uccisero centinaia di comunisti e amministratori. Almeno il 10 per cento dei contadini deportati morì poi di fame (soprattutto quelli abbandonati nelle steppe kazache all’apice della carestia): la morte di centinaia di migliaia di loro fu un evento parte del “grappolo” di distinte carestie provocate dalla collettivizzazione.
Nei primi anni trenta una serie di carestie regionali si diffuse infatti – paradossalmente – nelle principali regioni cerealicole sovietiche: l’Ucraina, il Caucaso settentrionale e la regione del Volga.
La carestia in Kazakistan ebbe una dinamica differente.
Nell’estate del 1930, il Cremlino decise di usare il bestiame dei kazachi, il più grande popolo nomade-pastorale sovietico, per nutrire la popolazione di Mosca, Leningrado e altri centri industriali, e per fare fronte alla mancanza di forza da traino nelle fattorie collettive in Russia (i contadini avevano macellato e mangiato il bestiame, o l’avevano venduto sul mercato nero, piuttosto che consegnarlo allo stato).
Le violente e caotiche campagne di requisizione dei successivi due anni lasciarono ai kazachi un decimo degli animali che avevano nel 1929, provocandone la morte di massa per fame: un terzo della popolazione (circa 1,5 milioni di persone) perse la vita, la proporzione più alta di
qualsiasi popolo sovietico
Anche grazie al saccheggio del bestiame kazaco, per ragioni legate alla stabilità del regime durante le carestie gli abitanti di Mosca e Leningrado furono nutriti meglio di tutti gli altri abitanti delle città sovietiche dal sistema di razionamento statale, che escludeva la popolazione rurale. Gli storici stimano che le carestie sovietiche dei primi anni trenta uccisero circa 6 milioni di persone, concentrate in Ucraina (più di metà delle vittime), Kazakistan (un quarto delle vittime) e nel Caucaso settentrionale. La denutrizione e le malattie epidemiche a essa collegate uccisero centinaia di migliaia di persone anche in Russia, in particolare nella regione del Volga(soprattutto
nella Repubblica autonoma dei tedeschi del Volga) e negli Urali.
La carestia in Ucraina, la più grande in questo “grappolo” di eventi collegati, deve essere pensata come formata da due fasi distinte: la prima nel 1932, quando morirono circa 250 mila persone a causa delle requisizioni di grano e della disorganizzazione del ciclo agricolo dovuta a collettivizzazione e deportazioni; poi, tra gennaio e luglio 1933, la seconda fase mieté più di 3 milioni di vite. La dilatazione della carestia fu causata dalle misure feroci prese a partire dal tardo autunno del 1932 per spezzare sia la refrattarietà contadina al lavoro nelle fattorie collettive, sia quella che era percepita come una resistenza da parte degli apparati inferiori ucraini del Partito e dello stato. Il circolo vizioso tra quote di approvvigionamento eccessive e resistenza attiva e passiva dei contadini portò Stalin a sviluppare quella che lo storico Terry Martin ha definito “l’interpretazione nazionale” dell’opposizione dei contadini ucraini alle politiche bolsceviche.
Secondo Stalin, che qualche anno prima aveva definito i contadini “l’esercito” di qualsiasi movimento nazionalista, gli agricoltori ucraini resistevano alle politiche statali a causa dei loro sentimenti nazionalisti. Per il dittatore, questa resistenza equivaleva a un tentativo di minare gli sforzi sovietici di industrializzazione e di mettere perciò in pericolo l’esistenza stessa dello stato, minacciato da potenziali guerre sia in Europa sia in Asia. Tale interpretazione fu poi estesa ad altre aree: il Kuban con le sue vaste popolazioni ucraine e cosacche (i cosacchi erano stati etichettati, anche se non coerentemente, come gruppo nemico durante la Guerra civile) e, in misura minore, la Bielorussia.
A partire dal novembre 1932, gli inviati plenipotenziari di Mosca (Lazar Kaganovich si recò inUcraina) adottarono misure letali, tra cui il divieto di consegnare qualsiasi tipo di merce ai villaggi che non avessero rispettato le quote di consegna del grano, e soprattutto multe e requisizioni punitive di ogni alimento scovato dalle squadre di requisizione. Per le comunità rurali queste misure equivalevano a una condanna a morte. Kaganovich aumentò poi le requisizioni di grano, comprese le riserve di sementi, a partire dalla fine di dicembre.
Queste misure si accompagnarono a un’ondata repressiva da parte della polizia politica, che arrestò circa 210 mila persone in Ucraina tra l’estate 1932 e la fine del 1933, un numero molto più elevato rispetto a qualsiasi altra regione sovietica. Lo stato decise quindi di usare la carestia già in corso come un’arma sterminatrice contro i contadini ucraini. Questa decisione, presa a Mosca molto probabilmente a metà novembre, ingigantì il disastro, condannò a morte milioni di persone, e aumentò la fuga di massa dalle campagne verso le città e le altre repubbliche sovietiche.
Nel gennaio 1933 il Cremlino decise di criminalizzare la migrazione dei profughi della carestia, che minacciava di privare le fattorie collettive della residua forza lavoro. Il 22 gennaio una direttiva segreta firmata da Stalin ordinò di impedire la fuga dei contadini dall’Ucraina e dal Kuban. Due mesi dopo, 225 mila profughi erano stati arrestati; l’85 per cento di loro fu rimandato ai luoghi di origine, dove molti trovarono la morte per fame, mentre il resto fu esiliato o imprigionato nei campi del Gulag, che era in espansione proprio per la massa di contadini arrestati e deportati durante la collettivizzazione.
Le misure di repressione connesse con le campagne di ammasso del grano si accompagnarono a una svolta nelle politiche culturali. Nel dicembre 1932 il Politbjuro di Mosca ridimensionò le politiche di ucrainizzazione istituite nel 1923 che promuovevano la lingua e la cultura ucraine, e incrementavano la presenza degli ucraini nel Partito comunista e nell’amministrazione statale dell’Ucraina sovietica. Nella regione russa del Kuban, abitato da milioni di ucraini, l’insegnamento in ucraino fu vietato. Le repressioni contro le Chiese e contro l’intellighenzia ucraine, già iniziate nel 1930, si intensificarono.
Una vasta purga si abbatté sugli apparati in Ucraina: nel corso del 1933 un quarto dei membri del Partito fu espulso; il 70 per cento dei segretari distrettuali fu rimosso dall’incarico, così come la metà dei presidenti delle fattorie collettive: centinaia di loro furono processati e giustiziati per sabotaggio della campagna di ammassi. Membri dell’élite comunista ucraina furono accusati di aver difeso i contadini contro lo stato e di connivenza con la loro resistenza, portando a una ondata di arresti e anche di suicidi, come quello di Mykola Skrypnyk, che aveva
guidatol’ucrainizzazione come commissario del popolo all’istruzione fin dal 1927. Mosca si rifiutò di aiutare le zone più colpite fino alla primavera del 1933, quando fu inviato del grano per garantire la semina, e dunque il grano per lo stato, ma la morte di massa ebbe fine solo con il raccolto nella tarda estate.
La carestia non fu usata per uccidere il maggior numero possibile di ucraini, ma come arma per sottomettere i contadini ucraini a costo di un loro parziale sterminio. Anche i contadini russi e i nomadi kazachi furono assoggettati al nuovo sistema di lavoro nelle fattorie collettive, ma tra le regioni sovietiche, solo in Ucraina erano presenti dei fattori aggiuntivi che portarono il Cremlino a trasformare la carestia in un’arma di sterminio. L’Ucraina era la repubblica sovietica in cui l’inclusione dei non-russi nell’amministrazione locale aveva avuto maggior successo, e in cui i quadrilocali si opposero maggiormente alle politiche del Cremlino; l’Ucraina era la regione sovietica con la più forte tradizione nazionalista, unita a un recente passato di insurrezioni contadine durante la guerra civile combattuta un decennio prima; l’Ucraina era infine in una posizione geopolitica critica: una terra di confine prossima a stati nemici come la Polonia e, dal gennaio 1933, la Germania ormai hitleriana.
Le altre principali regioni cerealicole erano lontane da confini pericolosi,l'”indigenizzazione” dei quadri del Partito e dello stato aveva avuto meno successo, e la resistenza nazionalista e contadina antibolscevica era stata più debole. Dato questo contesto politico e geopolitico, fu in Ucraina che una delle numerose carestie regionali provocate dalle campagne di collettivizzazione e deportazione fu trasformata da Stalin e dai suoi collaboratori nello Holodomor, lo sterminio che impose l’asservimento della popolazione rurale superstite allo stato staliniano.
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Recensione di Rosita Del Coco del libro “Non diamoci del tu. La separazione delle carriere”
«A chi non darebbe fastidio vedere l’arbitro – che, sia chiaro, ha condotto benissimo la gara – la sera dopo la partita, a cena, festeggiare la vittoria di una delle due squadre che poco prima aveva arbitrato?».
È da questo interrogativo, apertamente provocatorio, che muovono le brillanti riflessioni di Giuseppe Benedetto, consegnate al saggio “Non diamoci del tu. La separazione delle carriere”, edito da Rubbettino nel 2022, con la prefazione di Carlo Nordio.
Un volume agile, che si legge tutto d’un fiato, con cui l’Autore si incarica di sviscerare uno dei temi più controversi della giustizia penale, destinato ad occupare “instancabilmente” il dibattito scientifico e politico: la (comune) collocazione ordinamentale dei giudici e dei magistrati del pubblico ministero.
A tal fine, lo scritto ripercorre le tappe, i dibattiti e gli scontri che hanno attraversato la storia del nostro processo penale: dalla spinta garantista sottesa alla promulgazione del nuovo codice di procedura penale, alla stagione – «reazionaria» – avviata dalla Corte costituzionale nel giugno del 1992, fino alla presa di posizione legislativa, volta a ribadire l’adesione a quell’ideale accusatorio, che, oggi, a più di vent’anni dalla riforma dell’art. 111 Cost., appare affievolito.
Un percorso culminato in un disegno rimasto sostanzialmente incompiuto, a cagione dell’assenza di un serio adeguamento dell’organizzazione del pubblico ministero al mutato rito. A stagliarsi con chiarezza sullo sfondo della ricostruzione storica sono, infatti, le ambiguità̀ e le aporie – tutte insolute – del nostro assetto processuale, in cui proprio la mancanza di un deciso ripensamento dei temi dell’ordinamento giudiziario ha finito per ostacolare la effettiva rimozione dell’ibridismo, tipico della esperienza inquisitoria, tra la figura del giudice terzo ed imparziale e quella dell’inquirente.
Con un duplice effetto, del quale le pagine di Giuseppe Benedetto, restituiscono una nitida fotografia. Anzitutto, una “giurisdizionalizzazione” silente del pubblico ministero, il quale viene comunemente (mal)inteso alla stregua di organo rappresentativo di una parte imparziale all’interno della dialettica processuale. In secondo luogo, una proclamazione meramente à la carte della terzietà del giudice, la cui collocazione ordinamentale, vicina a quella del pubblico ministero, ne “contamina” il ruolo: l’equidistanza, formalmente sancita nelle norme del codice, è tradita dalla prossimità̀ delle funzioni, dovuta alla presenza di un unico organo di governo autonomo.
Due conseguenze nefaste della contiguità̀ tra giurisdizione e pubblica accusa, che rendono subalterno il cittadino-imputato, alterando, di fatto, la struttura triadica del processo.
Come abbiamo già avuto modo di osservare in un nostro precedente scritto[1], l’idea del pubblico ministero-organo di giustizia conduce, infatti, alla creazione di una vera e propria presunzione di infallibilità̀ para- giurisdizionale di tale organo. Una presunzione a sua volta rinfocolata dalla retorica di un principio di obbligatorietà̀ dell’azione penale troppo spesso orientato verso la legittimazione di metodi procedurali a vocazione autoritaria.
Si pensi, nella prospettiva da ultimo indicata, al costante richiamo, nella prassi, al canone di obbligatorietà̀ per sponsorizzare, a vari livelli, una visione del processo caratterizzata dalla egemonia del pubblico ministero e da un ideale di ricerca della verità̀ dai connotati tipicamente inquisitori. Basti, al proposito, richiamare il rapporto tracciato dalla giurisprudenza di legittimità̀ e costituzionale tra principio di obbligatorietà̀ e poteri probatori del giudice dibattimentale anche in funzione di supplenza delle omissioni del pubblico ministero.
Un’ipertrofica estensione concettuale ed operativa del principio cristallizzato nell’art. 112 Cost. che, invece di potenziarne la portata, lo ha svuotato della propria forza concettuale, strettamente connessa alle dinamiche dell’azione.
In tal senso va letto anche l’uso anomalo del canone della completezza delle indagini, presupposto e corollario del principio di obbligatorietà̀. Anziché́ stimolare una attenta e seria riflessione sulla anatomia dell’errore e del pregiudizio investigativo, e sulle sacche di discrezionalità̀ inevitabilmente connesse alle opzioni selettive sottese ai profili organizzativi del lavoro del pubblico ministero, l’imperativo della completezza investigativa ha finito per trasformarsi nel presupposto logico da cui inferire la pretesa giurisdizionalizzazione dell’organo dell’accusa.
Ma la simbiosi “pubblico ministero-organo di giustizia” è destinata a cedere il passo all’ovvio rilievo che un soggetto deputato a svolgere funzioni d’accusa, qualunque ne sia la natura, persegue comunque un interesse di parte.
Anzi. Sul punto, le pagine di Non diamoci del tu ben evidenziano un dato fondamentale, all’apparenza controintuitivo: «più̀ il pubblico ministero è parte e più̀ il cittadino è garantito», perché «il giudice è veramente imparziale solo se l’accusatore è inequivocabilmente parte».
La struttura triadica del processo, quale conditio per la realizzazione del rito adversary, è, tuttavia, incrinata dalla commistione e reciproca contaminazione delle funzioni e delle carriere al di fuori della scena processuale. È la mancata separazione di queste ultime la responsabile delle principali storture che emergono quotidianamente dalla pratica giudiziaria e di cui il volume dà lucidamente conto: la espansione del potere inquisitorio delle procure, con la costante ricerca del consenso da parte dei pubblici ministeri e la estrema mediatizzazione del processo penale; nonché la conseguente assenza di legittimazione del potere giurisdizionale davanti all’opinione pubblica.
Scrive, al proposito, icasticamente l’Autore: «l’avviso di garanzia è diventato sentenza non perché́ vi siano dei cattivi strateghi dell’informazione, ma perché́ il cittadino non addetto ai lavori ha difficoltà a distinguere i ruoli, pensa che i magistrati siano tutti uguali e che, dunque, se la colpevolezza è indicata dal pubblico ministero o dal giudice tutto sommato non cambia nulla. È necessaria una svolta culturale, che non giungerà̀ da sola, ma attraverso riforme che distinguano gli organi giudicanti da quelli requirenti, che rendano palese anche a un giovane delle scuole medie la differenza profondissima tra i ruoli. In questa nuova dimensione, in cui è limpido il carattere di parzialità̀ dell’ufficio di Procura, la giurisdizione non potrà̀ che essere centrale, perché́ ogni piccolo passo verso una delle posizioni in campo la comprometterebbe alla radice».
Dalla malattia, dunque, al rimedio. Ma come superare definitivamente ogni sorta di ibridismo giuridico tra le due figure, affinché la giurisdizione recuperi centralità e credibilità? È necessario risalire al peccato originale del fallimento del codice accusatorio, che, secondo la ricostruzione privilegiata nel volume, si consuma all’interno del CSM, dove pubblici ministeri e giudici decidono assieme delle sorti delle proprie carriere, cosicché «il PM di una corrente è in grado di influenzare la nomina del presidente di un Tribunale», con buona pace dei principi sanciti dalla Costituzione e della legge, che diventano, di fatto, «un nobile auspicio piuttosto che un baluardo per i diritti fondamentali del cittadino».
Di qui, la proposta contenuta nel citato disegno di legge, alla cui illustrazione è dedicata la seconda parte del libro. Si tratta, nello specifico, di un progetto di riforma che si muove lungo tre direttrici: il riequilibrio dei rapporti tra imputato e pubblico ministero; la trasparenza dei processi decisionali interni all’ordine giudiziario; la razionalizzazione del carico pendente sugli uffici di Procura.
In questa triplice prospettiva viene prefigurata una revisione delle disposizioni costituzionali dedicate alla disciplina dell’ordinamento giudiziario, diretta, anzitutto, alla costituzione di due distinti Consigli Superiori, della Magistratura giudicante e della Magistratura requirente, destinati ad occuparsi separatamente di carriere, sanzioni disciplinari e trasferimenti.
Ciò permetterebbe all’organo giudicante di acquisire nuova centralità̀, affrancandolo dalle logiche odierne, in cui il Consiglio Superiore della Magistratura, dominato dal sistema correntizio, appare ostaggio della cultura dell’accusa, che è destinata a prevaricare le ragioni della giurisdizione, a cagione dell’evidente maggior peso mediatico delle Procure.
Del resto, come osserva Carlo Nordio nella Prefazione, «anche prescindendo dagli intrallazzi correntizi e dalle baratterie di cariche emerse dai recenti scandali, la ragione si rifiuta di ammettere che il pubblico accusatore possa promuovere o bocciare un giudice davanti al quale, un attimo prima, ha perorato una tesi che magari gli è stata respinta. Perché́ se decisioni così rilevanti continuano a essere prese congiuntamente, allora non stupisce che poi nel processo emergano rapporti di anomala collaborazione».
Così, l‘istituzione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura si prefigge di garantire più efficacemente l’indipendenza istituzionale del giudice.
Organi di autogoverno dei quali, inoltre, si propone – opportunamente – di mutare la composizione, portando la componente laica da 1/3 a 1/2, senza però incidere sulla maggioranza, che rimarrebbe in capo ai membri togati grazie alla presenza di diritto del Procuratore Generale della Cassazione, nel Consiglio requirente, e del Primo Presidente della Cassazione, nel Consiglio giudicante.
Ciò consentirebbe, nelle intenzioni dei proponenti, di revisionare il funzionamento del Consiglio Superiore, allo scopo di restituirgli, insieme a un serio sistema di valutazione professionale, quell’aurea di rispettabilità̀ imprescindibile per l’amministrazione trasparente e armonica della giustizia. I membri nominati dal Parlamento, esperti in materie giuridiche, potrebbero, infatti, contribuire in modo indipendente a esprimere un giudizio sulla professionalità̀ del singolo magistrato.
Un ripristino di meritocrazia che appare cruciale alla luce dei recenti fatti di cronaca, nonché del nuovo ruolo assunto dalla giurisdizione.
Sotto quest’ultimo profilo, le riflessioni di Benedetto si lasciano particolarmente apprezzare. L’Autore sottolinea il trend degli ultimi decenni verso un radicale cambiamento del ruolo riservato alla giurisdizione, non più̀ mera esecutrice delle norme, ma soggetto che partecipa all’evoluzione del diritto. Le lacune della regolamentazione normativa, l’oscurità̀ della legge e l’immobilismo del Parlamento hanno, in effetti, finito per affidare un compito inedito al giudice. Ne discende l’esigenza, dibattuta in tutti i Paesi occidentali, di ripensare i rapporti col Parlamento, al fine di garantire una maggiore legittimazione democratica del potere giudiziario.
Ebbene, in quest’ottica si colloca l’incremento del numero dei membri laici, professori universitari e avvocati da almeno quindici anni nominati dal Parlamento in seduta comune, che potrà̀ indirettamente accrescere la legittimazione dell’ordine giudiziario, così da renderlo più̀ forte in futuro per l’assunzione di decisioni orientate al riconoscimento di nuovi diritti.
Infine, l’ultimo punto della proposta di riforma esaminata è diretto ad integrare l’art. 112 Cost. nei seguenti termini: «Il Pubblico Ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale nei casi e nei modi previsti dalla legge». L’integrazione mira ad affidare al Parlamento il compito di stabilire criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale, allo scopo precipuo di razionalizzare, in maniera trasparente, il carico di lavoro dei pubblici ministeri. Il che appare in linea con l’auspicio, da tempo formulato in sede scientifica, di legittimare, disciplinandone limiti e contenuti, quella discrezionalità̀ che anche oggi, nei fatti, i pubblici ministeri esercitano a causa del numero elevato di procedimenti pendenti presso gli uffici di Procura.
Si tratta, nel complesso, di un disegno riformatore equilibrato, nella misura in cui aspira a risolvere le principali contraddizioni della nostra giustizia penale, senza incorrere nella principale obiezione tradizionalmente sollevata dall’opzione favorevole alla separazione delle carriere: vale a dire quella di consentire l’esercizio di un controllo politico a discapito dell’indipendenza dell’ordine giudiziario.
Non diamoci del tu ha il pregio di illustrare in maniera approfondita tale progetto, attraverso una riflessione “laica” e non prevenuta intorno ad un tema spesso ostaggio di un peculiare ostracismo ideologico e di un dibattito fondato su asserti di deciso impulso conservativo difficilmente giustificabili sul piano tecnico-giuridico.
Un approccio da cui l’Autore rifugge apertamente, prendendosi carico di stigmatizzare anche le altre obiezioni che surrettiziamente vengono mosse alle proposte di separazione delle carriere, attraverso l’analisi della disciplina della collocazione ordinamentale dei magistrati nelle più importanti democrazie occidentali.
La prospettiva comparata consente, infatti, di sgretolare alcuni “falsi miti” costruiti intorno al tema oggetto del volume, come l’idea secondo cui le carriere sarebbero divise solo nei Paesi di Common Law, o la preoccupazione circa il rischio di dare vita, tramite la costituzione di un ordine autonomo e distinto dei Pubblici Ministeri, ad una corporazione di “super-poliziotti” dai poteri illimitati.
Nell’ultima parte del libro risiedono, così, pagine preziose. Guardare all’esperienza anglosassone, tedesca, francese e portoghese significa rendersi conto di come la pubblica accusa italiana goda, in realtà, di uno status del tutto eccezionale, che lo rende, probabilmente l’accusatore più̀ potente al mondo, senza tradursi in una sua maggiore capacità investigativa e “repressiva”.
Il che testimonia l’urgenza di affrancare il dibattito italiano da atteggiamenti intrisi di stentoree affermazioni di principio, ma di sostanziale chiusura verso ogni forma di rinnovamento concettuale e culturale.
A questa impellente esigenza risponde il saggio Non diamoci del tu. A beneficio del lettore, Giuseppe Benedetto svolge al meglio tale compito, con una analisi lucida e profonda, arricchita dalla sensibilità che evidentemente deriva dal quotidiano contatto con la pratica del processo penale.
In conclusione: se nella premessa l’Autore esordisce confidando che “Non diamoci del tu” «è il libro che avev[a] in mente di scrivere da tempo», la riflessione finale del lettore è che “Non diamoci del tu” è il libro che avrebbe voluto leggere da tempo.
[1] R. Del Coco, La maschera e il volto della consulenza tecnica d’accusa, in Proc. pen. giust., 2021, p. 669 ss.
L'articolo Recensione di Rosita Del Coco del libro “Non diamoci del tu. La separazione delle carriere” proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
La magistratura di oggi e quella della quale l’Italia avrebbe bisogno, nel primo incontro della Scuola di Liberalismo della Fondazione Einaudi – certastampa.it
Pubblici ministeri che, in aula, dopo la lettura di una sentenza, dicono che “non andranno più a prendere il caffè” col giudice. Cene e incontri, vicinanze sconvenienti e, purtroppo, anche con riflessi negativi sulle sentenze. La storia, recente e non, del nostro Paese racconta di rapporti tra magistrati che vanno ben oltre quelli che la legge considera leciti. E’ questa, la deriva malata di un “sistema” (come efficacemente descritto nel libro dell’ ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Palamara) che trova il suo spunto “peccato originale” nella mancata separazione delle carriere.
E’ stato questo il tema del primo evento della sezione abruzzese della Scuola di liberalismo della Fondazione Einaudi, che prepara il campo al primo vero e proprio “anno accademico” del 2023. Ospite dell’incontro, il Presidente della Fondazione Einaudi, l’avvocato Giuseppe Benedetto, che ha voluto presentare a Teramo, in “prima” assoluta, il suo libro “Non diamoci del Tu: La separazione delle carriere”, che ospita anche una interessante prefazione del ministro della Giustizia Carlo Nordio e uno scritto di Leonardo Sciascia, su quella che dovrebbe essere la sofferenza del magistrato chiamato al giudizio.
All’incontro, introdotto dal presidente della Fondazione Einaudi in Abruzzo, Alfredo Grotta, che ha visto la sala dell’Hotel Abruzzi affollata da un pubblico interessato, hanno preso parte l’ex senatore Paolo Tancredi, l’ex vicepresidente del Consiglio Regionale Paolo Gatti e Andrea Davola, ricercatore della Fondazione Einaudi e autore della postfazione. Moderatrice del dibattito, la docente di Diritto Processuale Penale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Teramo, Rosita Del Coco.
Negli interventi dei relatori, che hanno anche voluto portare testimonianze personali, sono stati analizzati tutti gli aspetti negativi della mancata separazione delle carriere, cominciando dal dettato del Codice Penale – nei fatti quasi utopia – che impone al pubblico ministero di cercare anche le prove a discolpa dell’imputato. Nei fatti, non succede, e poiché la Costituzione, pur considerando la magistratura come unico ordine, soggetto ai poteri dell’unico Consiglio Superiore, non prevede alcun principio che imponga o al contrario precluda la configurazione di un’unica carriera o di carriere separate dei magistrati addetti rispettivamente all’una o all’altra funzione, o che impedisca di limitare o di condizionare più o meno severamente il passaggio dello stesso magistrato, nel corso della sua carriera, dalle une alle altre funzioni, la Fondazione invoca una netta divisione dei ruoli, delle funzioni e delle carriere.
Con la riforma Cartabia, giunta a destinazione dopo una complicata mediazione politica tra posizioni molto distanti nel governo di larghe intese con a capo Mario Draghi, i passaggi di funzioni sono stati ridotti da 4 a 1, cosa che dovrebbe nei fatti ridurre ai minimi le effettive richieste di transizione da una funzione all’altra, ma che la stessa Fondazione Einaudi considera l’inizio di un non più rinviabile percorso di vera e più profonda riforma.
L'articolo La magistratura di oggi e quella della quale l’Italia avrebbe bisogno, nel primo incontro della Scuola di Liberalismo della Fondazione Einaudi – certastampa.it proviene da Fondazione Luigi Einaudi.
La magistratura di oggi e quella della quale l’Italia avrebbe bisogno, nel primo incontro della Scuola di Liberalismo della Fondazione Einaudi
Pubblici ministeri che, in aula, dopo la lettura di una sentenza, dicono che “non andranno più a prendere il caffè” col giudice. Cene e incontri, vicinanze sconvenienti e, purtroppo, anche con riflessi negativi sulle sentenze. La storia, recente e non, del nostro Paese racconta di rapporti tra magistrati che vanno ben oltre quelli che la legge considera leciti. E’ questa, la deriva malata di un “sistema” (come efficacemente descritto nel libro dell’ ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Palamara) che trova il suo spunto “peccato originale” nella mancata separazione delle carriere.
E’ stato questo il tema del primo evento della sezione abruzzese della Scuola di liberalismo della Fondazione Einaudi, che prepara il campo al primo vero e proprio “anno accademico” del 2023. Ospite dell’incontro, il Presidente della Fondazione Einaudi, l’avvocato Giuseppe Benedetto, che ha voluto presentare a Teramo, in “prima” assoluta, il suo libro “Non diamoci del Tu: La separazione delle carriere”, che ospita anche una interessante prefazione del ministro della Giustizia Carlo Nordio e uno scritto di Leonardo Sciascia, su quella che dovrebbe essere la sofferenza del magistrato chiamato al giudizio.
All’incontro, introdotto dal presidente della Fondazione Einaudi in Abruzzo, Alfredo Grotta, che ha visto la sala dell’Hotel Abruzzi affollata da un pubblico interessato, hanno preso parte l’ex senatore Paolo Tancredi, l’ex vicepresidente del Consiglio Regionale Paolo Gatti e Andrea Davola, ricercatore della Fondazione Einaudi e autore della postfazione. Moderatrice del dibattito, la docente di Diritto Processuale Penale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Teramo, Rosita Del Coco.
Negli interventi dei relatori, che hanno anche voluto portare testimonianze personali, sono stati analizzati tutti gli aspetti negativi della mancata separazione delle carriere, cominciando dal dettato del Codice Penale – nei fatti quasi utopia – che impone al pubblico ministero di cercare anche le prove a discolpa dell’imputato. Nei fatti, non succede, e poiché la Costituzione, pur considerando la magistratura come unico ordine, soggetto ai poteri dell’unico Consiglio Superiore, non prevede alcun principio che imponga o al contrario precluda la configurazione di un’unica carriera o di carriere separate dei magistrati addetti rispettivamente all’una o all’altra funzione, o che impedisca di limitare o di condizionare più o meno severamente il passaggio dello stesso magistrato, nel corso della sua carriera, dalle une alle altre funzioni, la Fondazione invoca una netta divisione dei ruoli, delle funzioni e delle carriere.
Con la riforma Cartabia, giunta a destinazione dopo una complicata mediazione politica tra posizioni molto distanti nel governo di larghe intese con a capo Mario Draghi, i passaggi di funzioni sono stati ridotti da 4 a 1, cosa che dovrebbe nei fatti ridurre ai minimi le effettive richieste di transizione da una funzione all’altra, ma che la stessa Fondazione Einaudi considera l’inizio di un non più rinviabile percorso di vera e più profonda riforma.
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#uncaffèconluigieinaudi – In questa lotta altissima per il risorgimento morale
In questa lotta altissima per il risorgimento morale dell’Italia ci saranno forse delle soste (nel Parlamento); ma a farle cessare provvederà l’incessante vigile voce del paese
da Corriere della Sera, 21 marzo 1906
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«L’Italia mai forte quando fa da sola» L’alfabeto di Draghi
Da «Whatever it takes» all’«interesse nazionale»
Quanti usi per la parola, quando viene spesa in pubblico. Può blandire, imbonire, promettere, giurare, addirittura minacciare, oppure convincere, spronare, rassicurare.
Qualche volta, troppo spesso, ingannare, illudere, confondere. Se ne potrebbero aggiungere altri mille. Ma c’è anche un altro compito che la parola può svolgere, ed è quello non solo di precedere i fatti, ma di favorirli, accompagnarli, spingerli, renderli ineluttabili. È forse questa una delle chiavi per leggere il libro dal titolo Dieci anni di sfide , edito da Treccani, che raccoglie scritti e discorsi pubblici di Mario Draghi dal 2011 al 2022, con la prefazione di Lionel Barber del Financial Times.
Impossibile, per argomentare, sfuggire dal discorso del «Whatever it takes» del luglio del 2012, quando disse che la Bce era pronta a fare tutto il necessario per preservare l’euro. Bastarono pochi minuti alla speculazione internazionale per capire che il gioco era finito, che il baratro alla fine del campo di segale nel quale era stata ferocemente spinta la Grecia aveva ormai di sentinella un intero continente, l’Europa, pronto a impedire che succedesse ancora.
Quante volte quella frase è stata richiamata.
Più che per celebrarne l’autore, per rubarne un pezzetto, per impadronirsi di un successo che tutti, anche se con un po’ di cleptomania, sentivano come proprio. Proprio Draghi, probabilmente, è quello che l’ha rivendicato di meno. C’è dell’eleganza e chissà, magari pure un po’ di vanità nel non autocelebrarsi. Ma c’è anche la convinzione profonda che si può essere, come popoli, artefici del proprio destino, anche quando si è sul punto di essere travolti da nemici inattesi e brutali, come la pandemia.
Lo dimostra l’intervento al Meeting di Rimini, quando ormai il suo governo era già caduto e si era a un mese dalle elezioni politiche che avrebbero portato Giorgia Meloni alla guida del Paese. Diceva Draghi, proprio riferendosi all’ora più buia della lotta al virus, con le famiglie e le imprese che non sapevano se sarebbero riuscite ad andare avanti: «Non è andata così. Gli italiani hanno reagito con coraggio e concretezza, come spesso hanno fatto nei momenti più difficili, e hanno riscritto una storia che sembrava già decisa».
Riscrivere una storia che pare già decisa è più che una sfida, non solo avverso alla pandemia, ma contro uno spettro che l’Europa si illudeva di aver sconfitto per sempre: la guerra.
Il 24 febbraio il continente si sveglia con la Russia che invade un Paese sovrano, l’Ucraina.
Ora sembra quasi scontato il sostegno a un popolo aggredito, l’adesione alle sanzioni, la collaborazione con gli alleati, l’invio di armi per aiutare la resistenza, fino a dire che la più sciagurata e improbabile delle ipotesi può vederci domani come sconfitti, ma mai come complici. Non era necessariamente così alla vigilia delle comunicazioni del presidente del Consiglio alla Camera. Incertezze, timori e compiacenze nella stessa maggioranza di unità nazionale sono fin troppo note. Le parole di questo anomalo banchiere, per un breve tratto prestato alla politica, non lasciarono spazio a interpretazioni furbesche, pur nella certezza che la linea della fermezza non avrebbe garantito la bella figura senza pagare un prezzo: «Tollerare una guerra d’aggressione nei confronti di uno Stato sovrano europeo — disse in Aula — vorrebbe dire mettere a rischio, in maniera forse irreversibile, la pace e la sicurezza in Europa. Non possiamo lasciare che questo accada».
E ancora nel settembre scorso, all’Onu, ricordava le riflessioni di Michail Gorbaciov secondo il quale, in un mondo globalizzato, la forza o la minaccia del suo utilizzo non potessero più funzionare come strumento di politica estera, serve piuttosto una nuova qualità della cooperazione da parte degli Stati.
E sotto la voce «cooperazione» c’è tanta parte del pensiero di Mario Draghi. Il suo discorso a Washington del maggio scorso lo sintetizza: «È evidente che i singoli Stati non possono far fronte da soli alle molte e difficili sfide che li attendono nei prossimi anni. Ciò che serve ora è uno sforzo collettivo, che ci unirà molto di più di quanto abbia fatto in passato». Vale per i cambiamenti climatici. Vale per la pandemia, contro la quale si combatte anche rifiutando il protezionismo sanitario e portando cure e vaccini anche nelle parti più povere del modo. Vale per l’integrazione europea, che ha bisogno di un federalismo pragmatico e ideale che sappia superare le pastoie delle decisioni all’unanimità. Vale anche quando, pensando al percorso che ha portato al Piano nazionale di ripresa e resilienza, ha ricordato, nel suo intervento all’Accademia dei Lincei, che alcuni governi, in altri Paesi europei, hanno tassato i loro cittadini per poter dare denaro a noi sotto forma di sussidi.
«Protezionismo e isolazionismo – sostiene – non coincidono con il nostro interesse nazionale. Dalle illusioni autarchiche del secolo scorso alle pulsioni sovraniste che recentemente spingevano a lasciare l’euro, l’Italia non è mai stata forte quando ha deciso di fare da sola». Gli interventi di Draghi per ricordare il pensiero di Jean Monnet, di Alcide De Gasperi, di Carlo Azeglio Ciampi, guardano tutti allo stesso obiettivo: l’Europa come motore che garantisce non una cessione di sovranità, ma un suo livello più alto, condizione di crescita, di pace e benessere. Spesso i suoi discorsi si concludono con un contenuto esortativo, la spinta a lavorare insieme come chiave per affrontare tutti i problemi. Credetegli, se avverrà sarà sufficiente.
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Legge di bilancio figlia della premura
Per preparare la legge di bilancio il governo ha avuto pochi giorni, ma per preparare le idee con cui concepire un bilancio ha avuto anni.
C’è sproporzione fra quel che si sa di dovere fare e gli strumenti che s’intendono utilizzare. Sproporzione che discende da un’inversione logica, che coinvolge i tempi e i soldi. Oltre a “premura” nel senso di prescia se n’abbia nel senso di cura
La presidente del Consiglio ha detto che con questo andamento demografico l’intero stato sociale e il sistema pensionistico non reggono. Giusto. Poi nella legge di bilancio infilano il congedo parentale allungato di un mese e la diminuzione dell’Iva sui pannolini. Ma anche il modo per andare in pensione prima, salvo aumentare (simbolici 7 euro al mese) le pensioni non basate sui contributi versati. È contraddittorio.
La natalità non crescerà perché c’è un mese di congedo. Crescere i figli ha la gittata di una ventina d’anni. E l’Iva più bassa non invoglierà. Sono cose concrete, anche benemerite, ma ininfluenti. Sono cose nate dalla finzione che non si facciano figli perché non si hanno soldi, in un Paese che spende per gli animali domestici più del doppio di quel che spende per la prima infanzia. Se vuoi affrontare il problema – oltre a non far crescere ancora il numero e il costo di quanti riscuotono una rendita senza avere versato adeguati contributi – devi guardare ai fondi europei del Pnrr, alla costruzione di asili nido e di scuole con il tempo pieno, a una formazione che renda competitivi, a impianti sportivi dove far scorrazzare chi per natura non può e non deve stare fermo, alla mobilità sorvegliata (pulmini da casa al campo sportivo e ritorno). La differenza è che le prime cose posso disporle e darle subito, per le altre ci vuole tempo. Solo che le prime sono inutili.
Il che porta al tema dei tempi. Per preparare la legge di bilancio il governo ha avuto pochi giorni, considerata la data del voto. Il che giustifica ampiamente il ritardo nella presentazione. Ma per preparare le idee con cui concepire un bilancio ha avuto anni. L’impostazione di quel che si vuole ottenere dev’essere immediata, perché si suppone sia la ragione per cui ti sei candidato e ti hanno votato; la realizzazione arriva nel tempo. Se invece provo a far vedere cosa sono in grado di fare subito, rinviando nel tempo l’impostazione compatibile con la realtà, o non ho capito che così sono su un binario morto o non riesco a conciliare quel che raccontai con quel che posso fare. Il che porta alla questione dei soldi.
Meloni ha detto che ora l’Italia può riprendere a crescere. Cresce da due anni e come non mai. Ma c’è l’altra leggenda da sfatare: non ci sono i soldi. I soldi ci sono eccome. Non ci sono tutti i soldi necessari per fare tutte le cose promesse in campagna elettorale. E fortunatamente, altrimenti avremmo più pensionati ancora. Ma i soldi del Pnrr consentono di fare un bilancio assai alleggerito sul fronte degli investimenti. È moltissimo. Semmai sarebbe bene aggiornare tutti, non solo la Commissione europea, sullo stato dei lavori. Sprecare quell’occasione sarebbe rompersi l’osso del collo.
Il pericolo della gatta frettolosa, capace d’accecare la progenie, esiste anche all’opposizione. A dire che il governo sbaglia son tutti bravi, ma non ha molto senso che il Partito democratico convochi una manifestazione di piazza contro la «manovra iniqua» nel mentre i loro ex (ex?) alleati del M5S ne convocano una per protestare contro la cancellazione (che manco c’è) del Reddito di cittadinanza. Non ha senso perché il Pd votò contro quel reddito, sicché chiarisca se l’iniquità sono poche o troppe pensioni, pochi o troppi aiuti e così via andando. Altrimenti l’opposizione diventa solo il dire No al governo, con una premura oppositoria che rimanda a un imprecisato domani la definizione di cosa, invece, farebbero loro. C’è un solo modo per combattere la miseria: far crescere la ricchezza.
Il mondo continua a crescere. Le previsioni economiche europee sono di crescita più contenuta, ma di crescita. La politica sembra essere la sola a non saper crescere, dalla lamentazione alla realizzazione.
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Carte liberali, suggestioni dagli archivi della Fondazione Luigi Einaudi
a cura di Leonardo Musci – Responsabile Archivio Storico
Inaugurazione della Mostra da parte del Direttore de “La Ragione” e vice Presidente della FLE, Davide Giacalone
L’esposizione resterà aperta fino al 22 dicembre 2022, dal lunedì al venerdì dalle ore 10.00 alle ore 13.00 e dalle ore 16.00 alle ore 18.00
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60 anni di diffusione del pensiero liberale
Saluti Introduttivi
GIUSEPPE BENEDETTO – Presidente della Fondazione Luigi Einaudi
Intervengono
ILHAN KYUCHYUK – MEP and Alde President
HAKIMA EL HAITÉ – Liberal International President
HIDE VAUTMANS – MEP and European Liberal Forum President
Relatori
ANGELO MARIA PETRONI – Comitato Scientifico Fondazione Luigi Einaudi. La storia della Fondazione Luigi Einaudi
ANDREA CANGINI – Segretario General Fondazione Luigi Einaudi. L’Opera Omnia di Luigi Einaudi al servizio del Paese
Modera
EMMA GALLI – Direttrice Scientifica Fondazione Luigi Einaudi
Conclusioni
OTTAVIA MUNARI – Ricercatrice FLE
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LibSpace con Marta Ottaviani
#uncaffèconLuigiEinaudi – Auguriamoci che i liberali nuovi…
Auguriamoci che i liberali nuovi […] non abbiano a lasciare ai loro figli un paese in lotta con i debiti, con il caro della vita, con difficoltà risorgenti di accrescere imposte già gravissime
da Corriere della Sera, 3 maggio 1909
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Elogio del vincolo esterno (cui si è giustamente piegata Meloni)
Giorgia Meloni, e con lei il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, si sono in effetti piegati al “vincolo esterno europeo”. Ed è stato un bene per tutti, di sicuro per l’Italia. L’opinione di Andrea Cangini
Ero molto più giovane e più di oggi incline all’idealismo. Chiesi a Francesco Cossiga cosa avesse spinto la classe dirigente italiana dei primi anni Novanta ad aderire senza riserve né pubblico dibattito al Patto di Maastricht e alle conseguenti limitazioni della sovranità nazionale. “La sfiducia nel carattere degli italiani – fu la risposta, serafica, del presidente emerito della Repubblica -. Cioè la consapevolezza che la virtù contabile non ci appartiene e che, pertanto, il male minore per l’Italia fosse quello d’essere obbligata alla moralità politica e alla morigeratezza economica da un vincolo esterno. Il vincolo europeo”. Rabbrividii. Crescendo, e maturando esperienza, compresi che, per quanto amaro, quel ragionamento era fondato.
Ne abbiamo avuto la prova in queste ore. Giorgia Meloni, e con lei il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, si sono in effetti piegati al “vincolo esterno europeo”. Ed è stato un bene per tutti, di sicuro per l’Italia. Senza la necessità di ottemperare a quel “vincolo” onorando gli impegni presi, necessità ancor più evidente e conveniente in epoca di Pnrr, Dio solo sa cosa sarebbe stato della manovra economica. Una Fiera delle Velleità, un Trionfo della Demagogia: flat tax per tutti, quota 100 e dentiere per ciascuno.
Il debito pubblico sarebbe esploso e non per questo la crescita economica si sarebbe rianimata. Mercati e partner internazionali ci avrebbero bollati come inaffidabili, le solite cicale al tempo delle formiche. L’Italia si sarebbe così allegramente avviata al fallimento. E, va da sé, al conseguente commissariamento.
La manovra economica del primo governo Meloni è quello che è. Per due terzi balsamo sulle piaghe del caro energia, piaghe che tutti sanno destinate ad aggravarsi. E per il restante terzo timidi e innocui segnali politici intestabili a questo o a quel leader della maggioranza. A Matteo Salvini, sorprendentemente, più che ad altri.
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Socialmente (in)utile
Indirizzare i ragazzi violenti ai lavori socialmente utili può sembrare una misura rigorosa, ma è la bancarotta del rigore. Può sembrare educativo, ma è il fallimento dell’educazione. Le dichiarazioni del ministro dell’istruzione, Valditara, sono state commentate, come al solito, avendo in mente gli schieramenti e le contrapposizioni fasulle, ma celano un problema serissimo.
Un tempo la sospensione era una misura assai temuta. Intanto perché macchiava il percorso scolastico, escludeva dalle lezioni e poteva preludere a una bocciatura. Ora non si boccia nessuno, quindi è una minaccia farlocca. Poi perché essere bocciati significava impiegare un anno in più prima di andare a lavorare, ovvero impoverirsi. Ora ti danno i soldi se non lavori. Infine perché a casa i genitori ti avrebbero severamente punito. Mentre ora stanno dalla parte del pargolo manesco e testone.
Socialmente utile sarebbe che la scuola torni a funzionare e le famiglie tornino a educare. Il resto è vaniloquio propagandistico.
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Conoscere per crescere. Conoscere per deliberare di Giuseppe Benedetto
#orientare #connessoalletuepassioni #regionelazio #FSE+
Conoscere per crescere. Conoscere per deliberare di Giuseppe BenedettoConoscere per deliberare è una delle più importanti massime del nostro eponimo. Non lasciarsi sfuggire l’opportunità di approfondire le inclinazioni personali, gli interessi e le skills nella scelta del proprio futuro formativo, professionale e lavorativo, è fondamentale per i giovani. “Conoscere per crescere” è il progetto ideato dalla Fondazione Luigi Einaudi di Roma per orientare gli studenti degli Istituti d’Istruzione Superiore Marconi di Civitavecchia e Dante Alighieri di Anagni nell’ambito dell’avviso pubblico della Regione Lazio “ORIENTARE” finanziato con il Programma Fondo Sociale Europeo Plus (FSE+) 2021- 2027.
Approfondisci il progetto “Conoscere per crescere”
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Lettera al direttore Claudio Cerasa – Il Foglio
Al direttore – Caro Carlo Calenda, caro Matteo Renzi. E’ trascorso un mese dalla nascita del governo Meloni, e l’avvio non è stato di quelli memorabili: molte concessioni alle platee di appartenenza, prime misure abborracciate e confuse, e un quotidiano conflitto intestino alla maggioranza – tra Meloni e Salvini – che non autorizza a sperare che in futuro le cose vadano meglio. Ma le opposizioni, come è evidente, non godono di migliore salute.
I Cinque stelle soffiano irresponsabilmente sul fuoco di tutti i No, ricevendo in cambio continue profferte di collaborazione da parte del Pd: una invidiabile rendita di posizione che certo non costruisce prospettive per il futuro.
Il Partito democratico è in preda alle sue imperscrutabili convulsioni precongressuali, combattuto tra gli animal spirits della componente postcomunista e la perenne vocazione dorotea delle correnti postdemocristiane.
Mentre i vostri partiti sono al momento impegnati in appuntamenti interni, che speriamo non diventino solo l’occasione per la nascita di altri apparati e nuove piccole nomenklature. Nelle aspirazioni di tanti, il progetto liberaldemocratico e riformista del Terzo polo non può che maturare attraverso un incessante slancio programmatico, innovativo e di rottura, con una leadership chiara, univoca e riconosciuta, e un continuo, strutturale apporto di competenze e professionalità esterne.
Questo non vuol dire rinunciare all’ambizione di costruire una solida struttura di partito. Ma che il partito sia uno, e si faccia al più presto, valorizzando nuove risorse sui territori e promuovendo dal basso gruppi dirigenti coesi e unitari
Questo è quanto vi chiediamo. Non c’è tempo da perdere. Non perché l’alternativa all’attuale stato di cose sia dietro l’angolo. Al contrario, è auspicabile che il paese goda di una fase di stabilità che permetta al governo scelto dagli elettori di affrontare le tante emergenze che abbiamo di fronte. Ma, allo stesso tempo, gli italiani devono sapere da subito che si sta costruendo il cantiere di un’alternativa di governo credibile e matura. Questo è il compito che spetta a voi. Non ci deludete. E sbrigatevi!
Ernesto Auci, Simona Benedettini, Giuseppe Benedetto, Umberto Contarello, Alberto De Bernardi, Biagio de Giovanni, Oscar Giannino, Paolo Macry, Claudia Mancina, Alessandro Maran, Claudio Petruccioli, Sergio Scalpelli,Andrée Ruth Shammah, Chicco Testa, Claudio Velardi
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Ralf Dahrendorf Roundtable. Next Generation EU: Taking Stock
Più di un anno dopo il lancio del piano “Next Generation EU” da parte della Commissione europea, si rende necessario un nuovo “follow up” delle misure implementate finora dagli stati membri nel contesto dei rispettivi Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza: infatti, alla luce delle ingenti risorse impiegate nel fondo Next Generation EU, è giocoforza valutare la qualità e la rilevanza delle politiche domestiche. Particolare attenzione sarà data agli aspetti della digitalizzazione e della transizione ecologica.
In cooperazione con European Liberal Forum e con l’Università di Losofona (Lisbona), la Fondazione Luigi Einaudi ha organizzato una roundtable a Lisbona nella giornata del 24 novembre 2022, alla presenza, tra gli altri, di Ricardo Silvestre, Karolina Mickuté, Kristijan Kotarski, Milosz Hodun, Veronica Grembi.
Al termine dell’evento si provvederà a discutere una serie di policy recommendations volte a sottolineare le potenziali e auspicabili “best practices” di collaborazione tra i Paesi europei, anche alla luce degli esiti finora raggiunti ma non conclusi da ciascuno stato membro.
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#uncaffèconLuigiEinaudi – Ma il basso giuoco è stato troppe volte ripetuto e più non serve.
Ma il basso giuoco è stato troppe volte ripetuto e più non serve. Gli italiani vogliono fatti e non promesse.
da Corriere della Sera, 6 giugno 1919
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Condanne a morte, arresti, omicidi: così Teheran silenzia le proteste
Le ultime vittime del regime: due attrici finite in manette per i video senza velo
Immaginate di leggere una notizia come questa: Monica Bellucci arrestata per i post provocatori contro il governo pubblicati sui suoi canali social rischia una condanna a morte. Immaginate la reazione. Ora traslate la notizia e spostatela qualcosa come tremilacinquecento chilometri verso Est (la distanza tra Roma e Teheran) e cercate di avere la stessa reazione. Sussultate. Indignatevi. Gridate che la libertà è un valore da difendere anche a costo della vita. No, non ci riusciamo. Ma non è colpa nostra. A parte pochi attivisti (penso al partito radicale che ostinatamente cerca di mantenere viva l’attenzione sulla rivolta dei giovani iraniani con prove di manifestazioni e scioperi della fame) la maggioranza di noi tutti pensa all’Iran come a qualcosa di troppo distante e si accalora più per una maglietta idiota indossata in un programma tv.
Ma in Iran si continua a morire, per difendere la libertà. E ogni famiglia, ogni madre e ogni padre, sa che la sera il figlio e la figlia potrebbero non rientrare a casa. Più di 500 morti e di questi 58 sarebbero minorenni o addirittura bambini. E ieri sì, hanno anche arrestato due attrici famose, Hengameh Ghaziani e Katayoun Riahi – che si sono mostrate senza il velo obbligatorio e hanno espresso solidarietà con le proteste che da oltre due mesi scuotono la Repubblica islamica, dal 16 settembre in cui è morta Mahsa Amini, la vittima numero zero, uccisa dalla polizia morale perché portava male il jihab.
Hengameh Ghaziani e Katayoun Riahi, chi sono costoro? Sono volti noti del piccolo e grande schermo, vincitrici di premi e molto popolari. Ma non solo. Non nascono come modelle o influencer per poi tentare la carriera artistica, sono donne che hanno studiato, attive nei movimenti per la difesa dei diritti umani, impegnate in associazioni caritatevoli. Per questo fanno ancora più paura al regime. Le ho cercate su Google, perché per chiunque nel mondo occidentale, sono nomi sconosciuti.
Hengameh Ghanziani, 52 anni, si è laureata in Geografia umana ed economica presso l’Università Islamica Azad di Mashhad e Shahre-Rey, e ha anche studiato Filosofia occidentale presso l’Università di San Francisco. Ha tradotto un saggio storico sullo status dei nativi americani e nel 2015 ha fondato un gruppo musicale dove canta lei stessa. Sabato ha postato un video su Instagram, dove prima si rivolge alla telecamera senza parlare, poi si gira e si lega i capelli in una coda di cavallo e fa sapere di essere stata convocata dalla magistratura: «Forse questo sarà il mio ultimo post, da questo momento in poi, qualsiasi cosa mi accada, sappiate che come sempre sono con il popolo iraniano fino all’ultimo respiro». È stata arrestata per incitamento e sostegno ai «disordini» e per aver comunicato con i media di opposizione, riferisce l’agenzia di stampa ufficiale Irna. La settimana scorsa, aveva accusato il regime di aver «assassinato» oltre 50 minori.
Katayoun Riahi, 60 anni, è stata arrestata nell’ambito della stessa indagine: nota anche per le sue opere di beneficenza, apparsa in film pluripremiati e conosciuta a livello internazionale per la serie tv Prophet Joseph, a settembre aveva rilasciato un’intervista – a testa scoperta – all’Iran International Tv emittente invisa al regime con sede a Londra, durante la quale aveva espresso solidarietà alle proteste scaturite dalla morte di Mahsa Amini e si era opposta all’obbligo del jihab.
Intanto sugli account social degli attivisti e delle associazioni umanitarie che riescono a diffondere i post in arrivo dall’Iran, dove Internet è bloccato, scorrono video e scene di orrore. Scontri a fuoco per le strade, maree di giovani in jeans e senza velo che cercando di scappare alle rappresaglie delle milizie del regime, corpi di ragazzi e ragazze riversi a terra in pozze di sangue, corpi avvolti nelle lenzuola bianche della morte, parenti e famiglie che piangono le vittime. Difficile capire il numero dei morti. Per il gruppo Iran Human Rights la repressione statale ha provocato almeno 378 morti, tra cui 47 bambini. Secondo Amnesty International almeno 21 persone sono state accusate di reati che potrebbero portare alla pena di morte mentre le autorità hanno già emesso condanne a morte per sei persone che protestavano in piazza.
Ma come sempre, sono i bambini a colpire di più, anche il nostro distante immaginario. Secondo Hra sono 46 i ragazzi e 12 le ragazze sotto i 18 anni uccise dall’inizio delle proteste. Solo nell’ultima settimana le forze di sicurezza avrebbero ucciso 5 bambini.
L’ultimo numero dell’Observer ha raccolto le testimonianze strazianti delle famiglie che raccontano la morte dei figli, uccisi dalle forze governative. Kian Pirfalak aveva 9 anni, è stato colpito mentre viaggiava nell’auto di famiglia accanto al padre. Kumar Daroftadeh voleva diventare un «grande uomo» ma è stato colpito a distanza ravvicinata a sangue freddo. Il video del padre che piange sulla tomba del bambino è diventato virale sui social. Mohammad Eghbal, 17 anni, è stato colpito alla schiena mentre si recava alla preghiera del venerdì, in quello che è diventato il «venerdì di sangue» (93 persone uccise in tutto l’Iran). Secondo Amnesty nello stesso giorno sono stati uccisi altri 10 bambini. Abolfazl Adinehzadeh, 17 anni, era sceso in piazza per amore delle sue tre sorelle. L’hanno sepolto con ancora 50 pallini di piombo in corpo. «Era un vero femminista che voleva pari diritti per uomini e donne», ha raccontato uno dei parenti all’Observer.
I servizi di sicurezza iraniani negano ogni responsabilità, dando la colpa ai terroristi, con formule di rito che le famiglie delle vittime hanno imparato a conoscere. Le morti, secondo le autorità, hanno sempre cause esterne: malattie pregresse, attacchi di cuore, suicidi, terroristi, fantomatici «stranieri». Ma i giovani continuano a scendere in piazza e il loro messaggio è chiaro. Potete uccidere noi, ma non ucciderete il nostro messaggio. E più li uccidono, più il loro messaggio diventa virale e difficile da fermare.
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BiLancio
Una serie di riflessioni sulla prima legge di bilancio redatta da un governo di destra: alcune promesse mantenute, altre meno. C’è prudenza, si vede meno la prospettiva.
La legge di bilancio non è il collage di tanti provvedimenti diversi, valutabili separatamente. Se viene scritta in quel modo a predisporla è un cattivo governante. Se viene modificata con quello spirito a emendarla è un cattivo legislatore. Se viene esposta e valutata in quella chiave a farlo è un cattivo giornalismo. Se ne può discutere questo o quell’aspetto, ma va prima di tutto considerata nel suo significato unitario. Se c’è.
Nella prima legge di bilancio redatta da un governo di destra si è escluso di sfondare i conti e iscrivere a debito il costo di tutte le promesse elettorali. Ed è positivo. A promettere più spese, più deficit e più debito erano stati Lega e Forza Italia, mentre Fratelli d’Italia aveva tirato il freno e promesso responsabilità. Che l’argine tenga è un bene. Eppure il deficit, rispetto ai conti del governo Draghi, passa dal 3,9 al 4,5% del Prodotto interno lordo, il che non ha destato reazioni e lo spread è rimasto basso. L’aumento non deriva (tanto) da decisioni politiche, ma dal maggiore costo del debito. Quando si dice che questo o quel titolo del debito è andato “a ruba”, ci si dimentica di aggiungere che pagano bene, aumentando la spesa. Se il mercato non reagisce ruvidamente, dando l’aumento per scontato, non significa che si possa dimenticare che quel costo crescerà ancora, togliendo margine ad altre spese.
Sarebbe stato un incrocio fra sciocchezza e presunzione supporre che il nuovo governo potesse dare subito corpo alle promesse elettorali. Anche solo quelle (vaghe) condivise dall’intera coalizione di destra. Chi per questo li critica gareggia in demagogia. Quel che conta è capire se il governo descriva un percorso chiaro e pluriennale, rendendo coerenti i primi passi. E qui le cose si fanno nebbiose, perché avere scelto di puntare su mozziconi di promesse – dal fisco alle pensioni – senza spiegare come possano mai essere interamente compatibili con la stabilità finanziaria fa sì che non si capisca dove intendano andare a parare, tanto meno poterne valutare la coerenza.
Prendiamo il Reddito di cittadinanza: la destra ha detto chiaramente di volerlo cancellare (anche se una delle componenti, la Lega, contribuì a crearlo). Mettiamo pure che “cancellare” diventi “modificare”: chi è in grado di lavorare ci vada. Basta un rifiuto per perdere il beneficio. Bene. Ci sono, però, percettori che non hanno mai rifiutato nulla, ma ai quali neanche nessuno ha mai proposto alcunché. Allora non basta tagliare l’esborso, perché quella non è una riforma, un cambiamento, semmai dovrebbe esserne la conseguenza. Ad esempio: integrazione fra uffici del lavoro e agenzie private, con banca dati nazionale sia di domanda e offerta che di assistenza. Non è un problema dire che ci vuole tempo, lo è non dire dove si voglia arrivare.
L’elevazione della soglia entro la quale un autonomo può utilizzare un regime forfettario (che non è manco per niente una flat tax) non significa nulla e riguarda una percentuale minima di contribuenti. Il problema non è la ridotta portata, ma il non sapere cos’altro significhi se non dare “un segnale”. Manca lo sfondo di una riforma fiscale documentata. Tassare le multinazionali unisce in coro la destra e la sinistra ideologiche, ma significa poco. O, meglio, per quel che significa ci lavora la Commissione europea. Se tassi le consegne a domicilio, però, tassi i clienti. E se detassi l’Iva per quattro centesimi a ogni euro per pane e pasta, non se ne accorge il cliente ma il maggiore incasso del venditore. Se rimangono intenzioni, sono pure segnali equivoci.
C’è la prudenza. Si vede meno la prospettiva. In ultimo: la legge dovrà essere approvata entro il 31 dicembre e l’esame parlamentare sarà compresso. Di questo la destra si lamentò spesso. Ora che si trova a fare quel che detestò, perché non c’è alternativa, potrebbe usare l’inconveniente per ragionare, con l’opposizione, sulla riforma di quel procedimento. Anche ipotizzando la non emendabilità, cui si lega la caduta del governo nel caso di bocciatura.
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Jonathan Lethem – Motherless Brooklin
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#uncaffèconLuigiEinaudi – È necessario che ci siano anche alcuni spiriti liberi
“È necessario che ci siano anche alcuni spiriti liberi che tengano viva, nei modi che oggi sono possibili, la fiamma della libera critica, della libertà di parola e di opinione”
da Lettera di Einaudi ad A. Albertini, 31 ottobre 1923
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Sabino Cassese: “L’autonomia voluta dalla Lega ferisce l’unità del Paese”
Il costituzionalista: «Dubbi sui trasferimenti di competenze come istruzione e ambiente»
Prima sono sorti dubbi di incostituzionalità sul decreto anti-rave, ora piovono sulla bozza del ministro Calderoli per le autonomie regionali. Così, ad ogni accelerazione, segue una frenata. Per il professor Sabino Cassese, tra i più autorevoli costituzionalisti del secondo dopoguerra, questo accade perché nella coalizione di centrodestra «c’è il desiderio di dare il segnale che il governo provvede a tutte le urgenze, sa guidare la macchina dello Stato e assicura la cura degli interessi che la coalizione si è intestata, quali difesa delle frontiere e ordine pubblico». Ma la legge attuativa delle autonomie regionali è materia delicata e se non trattata con la giusta accortezza – avverte Cassese – rischia di acuire le disuguaglianze e rendere più profonda la spaccatura tra Nord e Sud.
Giorgia Meloni ha chiesto al ministro Calderoli di garantire innanzitutto l’unità del Paese.
«Un’esigenza giusta, quella di assicurare il rispetto delle autonomie, nell’ambito di un ordinamento unitario: così prescrive la Costituzione. L’esigenza di unità è innanzitutto assicurata dall’eguale rispetto dei diritti sul territorio e dall’unica voce data allo Stato fuori, nei rapporti internazionali. Questo spiega perché siano particolarmente dubbi i trasferimenti dei poteri legislativi in materia di norme generali sull’istruzione, ambiente, tutela e sicurezza del lavoro, tutela della salute, rapporti internazionali e con l’Unione Europea, commercio estero, porti e aeroporti civili, grandi reti di trasporto e di navigazione e ordinamento delle comunicazioni. Tanto più se si considera che nel programma esposto dal governo al Parlamento si parla della proprietà pubblica delle reti di comunicazione».
La Lega sostiene sia fallito il modello di stato centralista, nel momento in cui non è riuscito a compensare gli storici divari tra Nord e Sud.
«Occorre, innanzitutto, essere certi che interventi diretti ad assicurare l’eguaglianza, come quelli riguardanti la sanità, l’istruzione, la tutela del lavoro, non producano il risultato di aumentare le diseguaglianze. Poi, tener conto che il divario tra Nord e Sud è aumentato. Essenziale la questione delle risorse. La Costituzione parla di maggiori compiti, non di maggiori risorse da trasferire».
E se al Nord andranno più risorse, il Sud ne otterrà meno.
«Certo. La torta non si allarga se alcune Regioni ne prendono una fetta più grossa, perché qualcun’altra ne avrà una più piccola. Nel 2017 – 2018 era stato valutato che le tre regioni del Nord che richiedevano l’autonomia differenziata avrebbero goduto di 21 miliardi in più di risorse per anno, ciò che avrebbe comportato per la Lombardia un aumento delle risorse disponibili in bilancio di più di un quarto. Da ultimo, non va dimenticato che alcune Regioni vogliono colmare il cosiddetto residuo fiscale positivo, lamentando che lo Stato raccoglie imposte sul loro territorio più di quanto conferisce loro in termini di servizi. Tutto questo riapre la ferita del divario».
I presidenti di Regione del Sud chiedono che si approvino i Lep e i costi standard, poi le autonomie. Hanno ragione?
«La bozza di lavoro dell’8 novembre 2022, presentata dal ministro Calderoli, prevede che i livelli essenziali delle prestazioni (Lep) precedano i trasferimenti e solo se dopo un anno non siano stabiliti i Lep, si passi ai trasferimenti. Non vedo perché in un anno non si possano stabilire i Lep, anche perché costituiscono un patto con i cittadini, trasferendo, quindi, in parallelo compiti e risorse necessarie, senza prevedere eccezioni».
Si potranno trasferire alle Regioni fino a 23 funzioni attualmente in capo allo Stato. Alcune regioni, come il Veneto, le chiederanno tutte, altre meno. Qualcuna, nessuna. Si possono creare squilibri?
«Conferire autonomia vuol dire accettare la differenziazione tra le Regioni. Ma bisogna mettere insieme determinazione dei Lep, trasferimenti di compiti, personale e risorse».
Il ministro replica alle critiche sottolineando che anche il ritardo nell’attuazione delle autonomie va contro i dettami costituzionali.
«La Costituzione ha subito più volte ritardi nell’attuazione: Corte costituzionale 1956 e regioni 1970, 22 anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione. Non si tratta di una illegittimità costituzionale (la norma costituzionale dispone che ulteriori forme di autonomia “possono” essere attribuite a singole Regioni), ma una inerzia da evitare».
Le opposizioni chiedono che il Parlamento possa intervenire sugli accordi tra governo e Regioni.
«L’ulteriore trasferimento alle Regioni è un problema nazionale. Fa parte di un pacchetto unitario, con il quale bisogna ridurre la asimmetria tra governo centrale e Regioni, dando al primo quella stabilità che alle Regioni è stata data circa trent’anni fa. Poi, non basta risolverlo con intese con ciascuna Regione. Occorre valutarlo complessivamente, come d’altra parte ha riconosciuto il ministro Calderoli portando la bozza di lavoro del disegno di legge alla Conferenza Stato Regioni»
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Conoscere per crescere. Credi nel tuo sogno! di Maria Letizia Sebastiani e Federica Ciampa
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Non arrendersi alle prime difficoltà. Non lasciarsi sfuggire l’opportunità di approfondire le inclinazioni personali, gli interessi e le skills nella scelta del proprio futuro formativo, professionale e lavorativo, è fondamentale per i giovani. “Conoscere per crescere” è il progetto ideato dalla Fondazione Luigi Einaudi di Roma per orientare gli studenti degli Istituti d’Istruzione Superiore Marconi di Civitavecchia e Dante Alighieri di Anagni nell’ambito dell’avviso pubblico della Regione Lazio “ORIENTARE” finanziato con il Programma Fondo Sociale Europeo Plus (FSE+) 2021- 2027.
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