Presentazione della Scuola di Liberalismo 2022 di Messina – unime.it


Si è svolta presso la Sala Senato dell’Ateneo la conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2022 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina

Si è svolta presso la Sala Senato dell’Ateneo la conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2022 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo.

Alla presenza del Prorettore Vicario, prof. Giovanni Moschella, il Direttore Generale della Scuola, prof. Pippo Rao, e il Direttore Scientifico, prof. Giuseppe Gembillo, hanno presentato la dodicesima edizione messinese del corso dedicato agli autori più rappresentativi del pensiero liberale ed alle loro opere.

Hanno preso parte all’incontro, anche, Enzo Palumbo (Membro della Commissione Giustizia della Fondazione Luigi Einaudi), Edoardo Milio (Responsabile Relazioni istituzionali), Gabriella Sorti (Responsabile del Comitato di Segreteria) ed i membri del Comitato organizzatore.

La “Scuola di Liberalismo di Messina”, le cui iscrizioni sono gratuite, verrà inaugurata il 28 novembre, si articolerà in 14 lezioni che si concluderanno il 18 febbraio presso l’Auditorium della Gazzetta del Sud. Ai frequentanti di almeno i 2/3 delle lezioni sarà rilasciato un attestato di partecipazione.

Agli studenti universitari verranno riconosciuti crediti formativi.

Verranno, inoltre, assegnate 3 borse di studio da 500 euro ai corsisti, con età inferiore a 32 anni, che avranno svolto delle tesine sulle tracce che saranno comunicate e che verteranno sui temi oggetto del Corso. Le tre borse, intitolate alla memoria di Gaetano Martino, sono finanziate dalla Fondazione Luigi Einaudi, dal Coordinamento messinese della Fondazione Luigi Einaudi e dalla Fondazione Bonino Pulejo.

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Libertà svelata


Non si fanno ammazzare per potere scoprire una ciocca di capelli. Accettano di mettere in gioco la propria vita pur di non rinunciare a quel che dalla vita non è separabile: la libertà. Compresa quella, per noi banale e per loro epocale, di scoprire una c

Non si fanno ammazzare per potere scoprire una ciocca di capelli. Accettano di mettere in gioco la propria vita pur di non rinunciare a quel che dalla vita non è separabile: la libertà. Compresa quella, per noi banale e per loro epocale, di scoprire una ciocca di capelli. Aggredendo l’Ucraina il criminale Putin ha aggredito il mondo libero, le democrazie, l’ordine mondiale. Non abbiamo altra scelta che essere dalla parte degli ucraini, perché loro sono parte stessa di noi. Arrestando, torturando, aprendo il fuoco contro chi non rinuncia alla libertà la teocrazia iraniana aggredisce l’umanità stessa.

Se scegliessimo di guardare altrove, di solidarizzare in modo distratto, se fossimo incapaci di cogliere il valore ideale di quello scontro, dimostreremmo di non capire che si sta reprimendo non la libertà di alcuni, ma quella di tutti. Perché la libertà è universale. Può essere conculcata con la violenza, ma è peggio se viene abbandonata. Se abbandonassimo gli iraniani in rivolta abbandoneremmo noi stessi.

Poi, certo, c’è da usare il realismo, da considerare gli equilibri dell’area e non ultimi quelli interni al mondo islamico. Considerate anche queste cose si aggiunge che la dittatura teocratica non si limita ad affliggere il proprio popolo, ma si propone di cancellare Israele dalla carta geografica, insegue l’arma atomica e fornisce droni assassini all’armata russa. Peggio, quindi.

Un buon numero di persone, fra noi occidentali, fra noi che viviamo nella parte più ricca e libera del mondo, ha preso gusto nel considerarci colpevoli di tutto. Siamo colpevoli per il passato, come se avessimo inventato il colonialismo e lo schiavismo (semmai abbiamo creato le istituzioni che li combattono). Siamo colpevoli se portiamo le nostre armi a presidio della convivenza, ma siamo colpevoli anche se le ritiriamo. Siamo colpevoli se in Afghanistan imponiamo il rispetto delle donne e siamo colpevoli se smettiamo di farlo. Siamo colpevoli per come parliamo, per il vocabolario che usiamo, per le continue offese che arrechiamo a tante sensibilità che abbiamo anche la colpa di non sapere o anche solo immaginare che potessero esistere.

E mentre questo circo della colpa manda in pista i numeri più avvincenti e divertenti, finiamo con il macchiarci della colpa più seria: non accorgersi che tutti gli uomini liberi vorrebbero vivere come da noi. Perché nella nostra fortunata e preziosa imperfezione, nel nostro non cedere all’incubo dei sistemi perfetti, sta il nostro essere migliori.

Fra noi ci sono quelli che pur di non fare i conti con il padre che hanno sono pronti a innamorarsi e difendere lo zio pazzo e assassino, che ci descrive come tutti in preda alla lussuria omosessuale. Che se fosse vero sarebbe anche sollazzevole, non fosse che l’accusa stessa, nella sua strampalata minchioneria, è segno di un onanismo dittatoriale incapace di giungere ad altro compimento che non sia la distruzione di quelli che si invidiano.

Fra noi ci sono quelli che al sorgere di qualsiasi integralismo sono già pronti a descriversi come soccombenti, sopraffatti, perdenti. Ma guardate in giro per il mondo, osservate le brache dei giovani, orecchiate quel che hanno in cuffia, osservate quel che guardano negli smartphone (e lo smartphone): è il nostro modello ad attrarre. A qualcuno ricorderà l’“omologazione” di pasoliniana memoria, a me ricorda che il costume della libertà globale è migliore della miseria autarchica.

Non possiamo dichiarare guerra alle ingiustizie del mondo. Sarebbe già apprezzabile cancellassimo le nostre. Non siamo colpevoli per ogni libertà negata, da altri. Lo saremmo se ne ce dimenticassimo, se considerassimo un “popolo” inadatto alla libertà o meno afflitto dal dispotismo. Anche perché useremmo “popolo” per imbrogliarci, visto che si tratta di “individui” e nessuno, di qualsiasi fede, può mai rinunciare alla libertà.

In Ucraina ci stanno sparando. Ci stanno sparando anche in Iran. Non c’è nulla da rispettare in chi spara contro la libertà. Ma è deprecabile anche chi non lo condanna.

La Ragione

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#uncaffèconLuigiEinaudi – Lo Stato non può violare la parola data


Lo Stato non può violare la parola data da Corriere della Sera, 1 dicembre 1920 L'articolo #uncaffèconLuigiEinaudi – Lo Stato non può violare la parola data proviene da Fondazione Luigi Einaudi. https://www.fondazioneluigieinaudi.it/uncaffeconluigieinau
Lo Stato non può violare la parola data


da Corriere della Sera, 1 dicembre 1920

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Croce visto da Einaudi


La morte, che non può fare altro che interrompere ciò che stiamo facendo e noi non possiamo far altro che lasciarci interrompere, non lo trovò in “ozio stupido”. Benedetto Croce lavorò fino alla fine dei suoi giorni, fino all’ultimo respiro di quella matt

La morte, che non può fare altro che interrompere ciò che stiamo facendo e noi non possiamo far altro che lasciarci interrompere, non lo trovò in “ozio stupido”. Benedetto Croce lavorò fino alla fine dei suoi giorni, fino all’ultimo respiro di quella mattina del 20 novembre 1952. Era seduto nel suo studio, dietro la finestra. Leggeva. Forse, il Petrarca. Piegò la testa e andò via. Era il più grande filosofo del suo tempo.

I funerali si tennero sotto una pioggia battente, ma c’era tutta Napoli con una partecipazione di popolo che non si era mai vista. C’era anche Luigi Einaudi che, come Presidente della Repubblica, rappresentava l’Italia intera, una e libera come sempre la pensò e la volle Benedetto Croce. Ma Einaudi, che era diventato capo dello Stato dopo il “gran rifiuto” di Croce, era lì non solo come Presidente ma come amico e “fratello minore” del grande filosofo della libertà.

Un anno dopo, il 20 novembre 1953, scrisse alla signora Adele: “In questo primo anniversario della scomparsa di Benedetto Croce mi inchino con profonda tristezza alla memoria dell’uomo insigne e dell’indimenticabile amico pregandola volere accogliere anche da parte di mia moglie e per tutti i suoi la rinnovata espressione della nostra commossa simpatia”. Le parole di Einaudi erano quelle di un amico e collaboratore di Croce. Perché – e nessuno lo ha mai notato – Croce fu senz’altro amico di Giovanni Gentile per un trentennio, prima di fare scelte diverse ed opposte rispetto al fascismo, con Gentile che portò la filosofia al potere e con Croce che la condusse all’opposizione, ma l’amicizia con Luigi Einaudi durò per ben cinquant’anni.

E mentre con Gentile vi furono equivoci ed incomprensioni, con Einaudi vi fu da un lato uno schiarimento di idee sul piano teorico e dall’altro una collaborazione fattiva per il ripristino della libertà. Quella che passa alla storia come la polemica tra l’economista del liberismo, Einaudi, e il filosofo del liberalismo, Croce, fu invece una civilissima discussione tra due liberali che proprio discutendo maturarono un concetto più alto e valido della libertà che per noi oggi è decisivo per mettere in fuorigioco il dispositivo totalitario che, venga da destra o venga da sinistra, è insito nella cultura moderna.

La discussione tra i due fu utilissima ad entrambi: l’economista Einaudi diede consistenza storica alla teoria liberista e il filosofo Croce solidità economica al suo liberalismo. E così oggi i liberali italiani, che, ahimè, troppo spesso citano le due grandi anime senza realmente conoscerle, dovrebbero essere consapevoli che non c’è libertà civile senza libertà economica e non c’è libertà economica senza libertà civile. Inchiniamoci davanti alla loro grandezza e preveggenza e, più che celebrarli, studiamoli perché così loro avrebbero voluto.

La famiglia di Croce, dopo un anno dalla scomparsa, fece stampare in quattrocento esemplari il saggio Un angolo di Napoli che apre il libro, straordinario, Storie e leggende napoletane. Una copia fu inviata ad Einaudi. Così l’amico di Croce prese ancora una volta la penna e riscrisse alla signora Adele: “Cara signora, Un angolo di Napoli sarà collocato nello scaffale dedicato in Dogliani alle cose di suo marito. Quello scaffale l’ho posto proprio di fronte al mio tavolo da lavoro per trarne esempio e coraggio. La preziosa ristampa dello scritto nel quale Croce aveva detto quanto egli amasse la sua città mi ricorderà ogni volta il dovere che tutti abbiamo di amare il luogo dove noi e i nostri siamo vissuti”.

La stima che Einaudi aveva per Croce era quella del fratello minore verso il fratello maggiore. A casa di Croce si recò in una triste ora, triste per lui e per l’Italia: andò per chiedergli consiglio su cosa avrebbe dovuto fare con il giuramento imposto agli insegnanti. Croce lo rincuorò: poteva acconciarsi a dir sì e conservare la dignità. Del resto, il male dei regimi autoritari e, in particolari, dei totalitarismi, è proprio quello di svuotare dal di dentro la libertà, fino al punto di creare le condizioni di una sorta – se così si potesse dire e pensare – di suicidio della libertà.

In particolare, era questa la strategia comunista che cercava di conquistare gli istituti liberali inserendo in essi un cavallo di Troia. Era per questo motivo che Croce invitava tutti a non confondere mai le scelte momentanee e contingenti con il principio della libertà che è proprio del liberalismo etico-politico. Einaudi tenne sempre presente questa lezione e si industriò al meglio, come fece soprattutto nel dopoguerra e nella stagione di De Gasperi, a fornire al liberalismo la sua congrua politica economica.

Einaudi da Presidente della Repubblica avrebbe voluto nominare il senatore Croce senatore a vita e gli scriveva dicendogli: “La esigenza della tua nomina è posta non da me, ma dagli italiani, i quali sanno che il decreto della tua nomina non sarebbe un atto dipendente da una scelta compiuta dal presidente della Repubblica, sibbene, da parte sua, la mera registrazione, richiesta formalmente dalla legge costituzionale, della designazione spontanea di una concorde opinione pubblica”.

Gli italiani – diceva Einaudi – riconoscono in Benedetto Croce la espressione più alta del pensiero contemporaneo”. Il filosofo, però, che già aveva detto no, fu irremovibile – “vi si oppone la logica, quella logica che poi è buon senso” disse – e Einaudi capì di non dover insistere. Croce, oltretutto, era anche contrario alla norma della nomina dei cinque senatori a vita. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

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Benedetto Croce è l’italiano della verità e della libertà


Benedetto Croce 20 novembre 1952 – 20 novembre 2022 “Benedetto Croce è l’italiano della verità e della libertà che si oppone alla tracotanza del potere.” L'articolo Benedetto Croce è l’italiano della verità e della libertà proviene da Fondazione Luigi

Benedetto Croce
20 novembre 1952 – 20 novembre 2022

“Benedetto Croce è l’italiano della verità e della libertà che si oppone alla tracotanza del potere.”


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#laFLEalMassimo – Episodio 77: Gloria alle donne iraniane


Nuovo Episodio della FLE al Massimo, questa rubrica conferma periodicamente la propria solidarietà al popolo ucraino che continua a combattere per difendere la propria e la nostra libertà e in questo episodio vuole portare all’attenzione di chi la segue a

Nuovo Episodio della FLE al Massimo, questa rubrica conferma periodicamente la propria solidarietà al popolo ucraino che continua a combattere per difendere la propria e la nostra libertà e in questo episodio vuole portare all’attenzione di chi la segue anche sulla fondamentale battaglia di libertà che stanno portando avanti le donne iraniane.

Il 16 settembre 2022 Mahsa Amini è stata arrestata perché non indossava un copricapo in linea con la legge del paese è stata picchiate in modo molto violento dai funzionari della polizia ed è morta successivamente a causa delle percosse.

L’episodio è in sé molto grave e dovrebbe farci sussultare per l’indignazione, ma oggi vorrei parlare anche del diffuso movimento di protesta che è seguito alla morte di Mahsa, al carattere trasversale che lo caratterizza, perché vede la partecipazione di persone appartenenti a tutte le classi sociali e a tutte le regioni del paese e al focus particolare sui diritti delle donne la dove le proteste precedenti si erano concentrate su fattori economici e politici.

In risposta a queste manifestazioni, il governo iraniano ha attuato l’interruzione regionale dell’accesso a Internet ed poi arrivato ad imporr blackout diffuso di Internet e restrizioni a livello nazionale sui social media. Secondo l’organizzazione no-profit Iran Human Rights, al 16 novembre 2022 almeno 342 persone, tra cui 43 bambini sono morti a causa dell’intervento del governo nelle proteste, con l’uso di gas lacrimogeni e spari.

Se non ci basta il monito dei civili ucraini, che ancora in queste ore continuano a morire a causa dei bombardamenti dell’invasore che purtroppo non è stato ancora ricacciato indietro, la protesta portata avanti dagli iraniani per i diritti delle donne ci ricorda come talune libertà che noi diamo per scontate siano in molte regioni del mondo dei traguardi ancora da conquistare.

Gloria alle donne iraniane e a tutti quelli che manifestano rischiando la vita per la loro libertà.

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Il fondamento tragico della libertà. Benedetto Croce, un animo inquieto


Settant’anni e non sentirli. Così potrebbe riassumersi il senso dell’anniversario della morte di Benedetto Croce che andò via il 20 novembre 1952 in una piovosa mattinata alle 10,45, mentre leggeva nel suo studio in compagnia della figlia Alda. Perché, do

Settant’anni e non sentirli. Così potrebbe riassumersi il senso dell’anniversario della morte di Benedetto Croce che andò via il 20 novembre 1952 in una piovosa mattinata alle 10,45, mentre leggeva nel suo studio in compagnia della figlia Alda. Perché, dopo la stagione del marxismo e del neopositivismo, l’interesse per il pensiero del filosofo della libertà è vivo e testimoniato, in Italia e nel mondo, dalla letteratura critica, dalla pubblicazione delle sue opere con Adelphi, dalla Edizione Nazionale presso Bibliopolis, nonché dalla vitalità della sua “creatura” come l’Istituto Italiano per gli Studi Storici e dalla Fondazione Biblioteca Benedetto Croce che le figlie nel 1955 istituirono a Palazzo Filomarino dove il filosofo visse e lavorò.

Ma con l’attenzione per l’opera cresce anche l’interesse per la vita perché da un po’ di tempo ci si è resi conto che l’esistenza di Croce, tutt’altro che olimpica e caratterizzata da una dimensione tragica, è un’opera nell’opera. Se lo si volesse dire con una felice formula si potrebbe far riferimento a Gabriele d’Annunzio che ambiva a fare della sua vita un’opera d’arte, mentre Croce ne fece un’opera di filosofia. E’ questo l’impianto dell’ultima biografia di Croce, scritta dallo studioso Emanuele Cutinelli-Rendina, che ora arriva in libreria: Benedetto Croce. Una vita per la nuova Italia (Aragno).

Si tratta di un volume ponderoso che divide la vita di Croce e la vita dell’Italia del moderno Stato nazionale in tre momenti e, a sua volta, divide il testo in tre tomi. Il primo, di oltre settecento pagine, è dedicato alla “Genesi di una vocazione civile” e va dal 1866, anno di nascita di Benedetto Croce, al 1918, anno in cui si conclude la Grande guerra e, come avrebbe detto lo stesso Croce, finisce il vecchio mondo mentre all’orizzonte non si intravede nulla di buono. Gli altri due tomi dovrebbero uscire nel giro di circa due anni.

Tutta la vita di Croce, dal terremoto di Casamicciola alla vocazione filosofica, dall’amore nella vita privata (con Angelina Zampanelli e dopo la morte di lei il matrimonio con Adele Rossi) all’amore nella vita pubblica con la battaglia per il non intervento nel conflitto e la passione e trepidazione per le sorti della “giovine Italia” dopo Caporetto, passa sotto l’occhio del lettore e sotto la lente d’ingrandimento dell’autore e così Croce si mostra con “un profilo infinitamente più complesso e sfaccettato, mobile e inquieto” di quel che poteva sembrare al tempo della sua morte.

Tuttavia, quando Croce morì aveva da un anno pubblicato un libro come Indagini su Hegel e schiarimenti filosofici in cui vita e pensiero sono presentati come una lotta incessante con l’inquietudine e il tragico, giacché la filosofia fin dalle origini è il tentativo di ricomporre il tragico.

La vita di Croce è la lotta contro il drago che nella storia italiana ed europea diventa la lotta per la libertà contro i drammi dei mostri totalitari – dal fascismo al nazionalsocialismo al comunismo – e il filosofo passa dal piano speculativo alla battaglia civile. Non a caso quella che i manuali di storia della filosofia chiamano scolasticamente “filosofia dei distinti” altro non è che – come amava dire uno studioso serio come Nicola Matteucci – l’atto di fondazione del pluralismo senza il quale ogni democrazia è tale solo di nome.

Aveva ragione Renato Serra quando diceva di Croce – e Cutinelli-Rendina mette la nota frase in esergo – che dietro l’immagine di un napoletano senza gesti si celava un “pensiero ignoto”. Ecco il punto: scrivere della vita di Croce significa capirne il pensiero in cui il tragico, che è presente dall’ “inizio” greco, più che essere composto è mostrato fino a diventare una forma di tutela dalla tracotanza del potere e la difesa della libertà umana che è chiamata a smontare l’ossessione totalitaria insita nella cultura moderna. Una vita filosofica.

Il Corriere della Sera

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#uncaffèconLuigiEinaudi – Alla felicità sulla terra…


Alla felicità sulla terra, se vi è modo di avvicinarla, ci si avvicina col lavoro ordinato e col progresso metodico da Corriere della Sera, 9 novembre 1919 L'articolo #uncaffèconLuigiEinaudi – Alla felicità sulla terra… proviene da Fondazione Luigi Einau
Alla felicità sulla terra, se vi è modo di avvicinarla, ci si avvicina col lavoro ordinato e col progresso metodico


da Corriere della Sera, 9 novembre 1919

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Vicinanze


Le scelte da compiersi sono tante, gli aspetti della vita politica sono molteplici, è naturale che esistano differenze fra le forze politiche. Come anche al loro interno, ove non siano delle sette. L’omogeneità e le alleanze sono definite dalle priorità.

Le scelte da compiersi sono tante, gli aspetti della vita politica sono molteplici, è naturale che esistano differenze fra le forze politiche. Come anche al loro interno, ove non siano delle sette. L’omogeneità e le alleanze sono definite dalle priorità. In cima alla lista, oggi, c’è lo schierarsi rispetto all’aggressione russa dell’Ucraina. Subito dopo c’è la stabilità dei conti pubblici, che porta con sé l’inscindibile legame con le istituzioni dell’Unione europea. Non che il resto sia poco importante, ma le priorità sono quelle. È singolare non ci si voglia accorgere di quali siano le conseguenze e quali le opportunità.

Su quei temi la distanza fra le forze di maggioranza è superiore a quella che ne divide talune da altre dell’opposizione. Il che vale anche dall’altra parte. Non è una novità, visto che succedeva la stessa cosa con il governo Draghi, al punto che la forza d’opposizione più premiata dagli elettori, Fratelli d’Italia, era assai vicina, per non dire coincidente, con le posizioni del governo, certamente più di quanto non capitasse a forze della maggioranza.

A chiacchiere sono tutti atlantisti ed europeisti, ma se si guarda allo specifico dell’invio di armi agli ucraini, Fratelli d’Italia è assai vicina al Pd, come la Lega è assai vicina al Movimento 5 Stelle, essendo le due posizioni distanti fra loro. Tanto che il ministro della difesa, Crosetto, ha più volte ripetuto che fino a tutto dicembre potremo inviare armi senza bisogno di voti parlamentari. Che non dovrebbero disturbare chi ha una maggioranza tanto ampia, se non fosse che non è omogenea.

La stessa scena si ripete sui conti pubblici: Fratelli d’Italia (come anche il ministro dell’economia, Giorgetti) s’oppone allo sfondamento dei conti pubblici, mentre la Lega di ristoro & pensione lo festeggerebbe; il che si riproduce all’opposizione, con le stesse corrispondenze di morosi sensi già viste. Nessuno sembra guardare il cruscotto economico, ma c’è un indicatore che è bene fissare nella mente: lo spread. Non perché salga, ma perché è basso. Ciò dimostra che non ha un andamento politico, non sale perché vince la destra, se ne impipa delle colorazioni. Così come sale la Borsa. Ove domani andasse all’opposto non sarebbe per antipatia, ma perché si sarebbero commessi degli errori. Che il mercato non si aspetta.

La stabilità dei conti necessita di sincronia con le istituzioni europee. La sappiamo tutti, compresi quelli che pur di scassare l’Ue sono pronti a scassare l’Italia e i nostri conti. Questo crea delle distinzioni retoriche, ma la sostanza ripropone sempre le stesse distanze e le stesse vicinanze.

Nel mentre assistiamo allo strazio dell’Ucraina, mentre vediamo che la sola via verso la pace è quella che è stata imboccata, con noi occidentali che mandiamo armi per la loro guerra e loro che danno la vita per la nostra, in una sera abbiamo toccato l’incubo dell’escalation e del coinvolgimento diretto, quando il confine polacco, da mesi bombardato, è stato superato.

Nel mentre teniamo aperto l’eterno cantiere delle pensioni si continua a raccontare balle sulla discesa fiscale accompagnata dall’ascesa della spesa, contando solo sul fatto che lo sfondamento del muro del ridicolo non coincida con lo sfondamento dei conti, altrimenti si aprirebbe una corrida in cui saremmo il toro e il torero, comunque il morto.

Mettere a frutto le vicinanze non significa fare alleanze o creare governi. Che non ci saranno. Ma le vicinanze responsabili possono svenarsi nel cercare i temi identitari su cui dividersi, oppure rafforzarsi puntando su quelli che non è detto uniscano, ma almeno sono seri. Come le riforme istituzionali necessarie. L’alternativa è che s’affermino le vicinanze irresponsabili, incapaci di costruire alcunché, ma capacissime di demolire. FdI e Pd prigionieri di quella roba non è un male per loro, bensì per tutti. Sempre che a tenerli prigionieri non siano i loro incubi prenatali e l’incapacità di uccidere i padri e divenire adulti.

La Ragione

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L’Iran e il mistero della nostra disattenzione


L’insurrezione iraniana è entrata in una dimensione totale. La posta in gioco è alta ma tutto questo ci scorre di lato, in un mondo parallelo L ‘insurrezione iraniana, che si era per anni manifestata ciclicamente come protesta di massa seguita da forti on

L’insurrezione iraniana è entrata in una dimensione totale. La posta in gioco è alta ma tutto questo ci scorre di lato, in un mondo parallelo


L ‘insurrezione iraniana, che si era per anni manifestata ciclicamente come protesta di massa seguita da forti ondate repressive, sembra essere entrata in una nuova dimensione, totale e ultimativa. Ma viviamo in un mondo parallelo, si affollano notizie luttuose e drammatiche su molti fronti, così quel che succede in questo paese chiave e fatale della storia contemporanea scorre in una sorta di realtà attenuata fatta di disattenzione.

E’ un fenomeno strano, indecifrabile anche sulla scala della frenetica attività dei media in occidente. Le cose che sappiamo, a parte eccezioni e fonti militanti straordinarie, le sappiamo dai social, le vediamo nei video, le leggiamo nelle pagine esteri dei grandi giornali e le percepiamo in qualche servizio televisivo ben fatto e partecipe della tragedia. Di tanto in tanto qualche celebrità si taglia una ciocca di capelli in segno di solidarietà, perché la protesta nasce oltre due mesi fa in seguito alla morte in caserma di una ragazza, Mahsa Amini, catturata dalla polizia morale per non aver indossato il foulard islamico come si deve secondo le prescrizioni delle autorità.

Ciò che si sa, ciò che letteralmente passa sotto i nostri occhi, è enorme, madornale. La rivolta è vasta, tenace, duratura. Non ha obiettivi intermedi, sarà anche come dicono i riformisti iraniani, “una guerra culturale”, dunque un gesto per definizione minoritario o socialmente identitario, ma si presenta come una rivoluzione contro la Sharia, come una intolleranza di massa verso la Repubblica islamica fondata da Khomeini nel 1979 e guidata dal suo successore Khamenei.

Si estende nella sua radicalità a dozzine di città, investe le strade, le università, i mall, le scuole, si dirige verso obiettivi incendiari, si esprime anche con gesti di ritorsione simbolica contro le acconciature dei mullah i cui turbanti vengono schiaffeggiati per strada, ma in generale è affare serissimo di barricate, blocchi, sparatorie, sassaiole, lancio di bottiglie incendiarie; nel cielo cittadino volano i droni della polizia che controllano i cortei e sputano piombo, una folla enorme prevalentemente di donne, ragazze e giovani si scontra con un apparato repressivo spietato, che è cosa diversa dal concetto rapsodico di abuso dei diritti politici o umani; le cariche sono sanguinose, invadono le piattaforme della metropolitana di Teheran, le bastonature a morte nei portoni sono testimoniate da riprese agghiaccianti. I morti ammazzati sono centinaia, migliaia i feriti, decine di migliaia gli arrestati. Sono erogate le prime pene di morte contro i “nemici di Dio”.

In tutto questo a noi tocca sapere e non sapere, assistere e non avere mezzi politici e istituzionali per agire. Domina una strana opacità. Eppure è universalmente noto che la destabilizzazione del mondo e degli equilibri strategici, fin nel cuore della Guerra fredda, si è iniziata con la rivoluzione khomeinista del 1979. Il ritorno dell’Ayatollah e la presa del potere delle fazioni islamiste è il perno intorno a cui ruota non soltanto lo sconvolgimento del medio oriente, molto di più, è il giro di vite decisivo dello scontro di civiltà cui seguirà la massima proiezione bellica e terroristica del mondo islamista in occidente.

E’ qualcosa che ci riguarda, che fa il peso e compete per importanza con la guerra in Europa, è un fenomeno di vita o di morte per un regime prenucleare, minaccioso e intollerante verso il Grande Satana, eliminazionista quanto a Israele, il fomite dell’antisemitismo di stato, un fulcro della destabilizzazione globale.

E’ in gioco il destino di una Rivoluzione colta, dalla teologia ipersemplificata nelle conseguenze legali oppressive ma sofisticata quanto agli strumenti e al messaggio, sono in gioco le idee di genere, la questione dei costumi e delle minime, decenti libertà del comportamento sociale nel mondo moderno, compreso il canto e l’amore, eppure questo fatto determinante, dirimente, ci scorre di lato, parallelo, come una notizia che non incontra davvero la nostra esperienza e visione delle cose.

E questo è un clamoroso mistero come sono clamorosi i misteri percepibili da tutti nella loro pregnanza e nella loro evanescenza.

Il Foglio

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Giorgia Meloni a Bali: “Il covid è in calo grazie al lavoro dei sanitari e alla responsabilità dei cittadini”


Il covid “è in calo (…). Grazie al lavoro straordinario del personale sanitario, ai vaccini, alla prevenzione, alla responsabilità dei cittadini, la vita è tornata progressivamente alla normalità”. Lo ha detto Giorgia Meloni, a Bali. Il sottosegretario al

Il covid “è in calo (…). Grazie al lavoro straordinario del personale sanitario, ai vaccini, alla prevenzione, alla responsabilità dei cittadini, la vita è tornata progressivamente alla normalità”. Lo ha detto Giorgia Meloni, a Bali. Il sottosegretario alla salute, esponente del suo stesso partito, sostiene l’opposto. Amen. Meloni ha anche detto che “la pandemia ha mostrato la grande fragilità delle nostre società” e che non si deve “cedere alla facile tentazione di sacrificare la libertà in nome della salute”.

Per la verità le democrazie hanno avuto i risultati migliori in termini di vaccinazioni (piuttosto, siamo indietro con la quarta dose) e hanno i migliori sistemi sanitari. Si sono dimostrate resistenti. In quanto alla libertà, seppellito chi la negava, consiste pure nei suoi limiti.

Una teoria della libertà è una teoria dei suoi limiti. Affidati anche, ma non solo, alla responsabilità. L’equilibrio è sempre precario e fallace, ma taluni divieti (ad esempio proibire le droghe) servono a salvarla, la libertà.

La Ragione

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Mastodon non vuole fare la fine di Twitter (intervista a Eugen Rochko)


Wired US ha intervistato Eugen Rochko e Wired.it ce lo propone tradotto.

E io ve lo propongo a voi 😁

Will Knight: Come sono state le ultime due settimane?

Eugen Rochko: Probabilmente la gente preferirebbe sentirsi dire che tutta questa crescita e questo successo sono stati fantastici, ma io preferirei rimanere defilato a osservare. C'è più lavoro, ci sono più guai da risolvere. È molto stressante. Lavoro quattordici ore al giorno, dormo poco e mangio male. Tutto questo coincide con il processo di lancio di una nuova versione del software di Mastodon, su cui c'è bisogno di concentrarsi molto. E poi ci sono anche le richieste della stampa a cui rispondere e gli account sui social media da gestire per sfruttare l'opportunità.

Nonostante le difficoltà, è gratificante vedere che Mastodon è il posto dove arrivano le persone che si allontano da Twitter?

Sì, è stato bello e gratificante a livello oggettivo. Mi piacerebbe rilassarmi e godermi il fatto che così tante persone, anche famose, stanno scegliendo per Mastodon, come per esempio Stephen Fry [attore e comico britannico, ndr]. Purtroppo non ho il tempo di rilassarmi e godermi questo momento. Abbiamo registrato un aumento dei fondi grazie a tutte le nuove donazioni arrivate da Patreon negli ultimi dieci giorni, una cosa senza precedenti.

Cosa ne pensa del tweet in cui Elon Musk recentemente prende in giro Mastodon?

In tutta onestà, per noi è stato molto positivo. È pubblicità gratuita, mentre lui si sta solo rendendo ridicolo. Sono riuscito a malapena a vedere lo screenshot perché lo schermo era sporchissimo, ma credo che stesse prendendo in giro qualcuno che aveva avuto problemi a postare [su Mastodon, ndr] dopo essersi iscritto. Il fatto è che il grande afflusso di nuovi utenti mette ovviamente a dura prova la nostra rete di volontari. Non c'è quindi da sorprendersi se abbiamo difficoltà a gestire il carico di lavoro. È solo una questione di scala. In un momento in cui i server di Mastodon stanno spuntando come mai prima d'ora, ci sono sempre più opzioni a disposizione degli utenti che vogliono iscriversi.

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#uncaffèconLuigiEinaudi – Tutti, se ci riflettono, sono seguaci della idea liberale


“Tutti, se ci riflettono, sono seguaci della idea liberale; perché essi devono la loro posizione alla libertà, garantita soltanto dallo Stato moderno, di istruirsi, di elevarsi, di lavorare, di associarsi, di lottare.” da Corriere della Sera, 8 novembre
“Tutti, se ci riflettono, sono seguaci della idea liberale; perché essi devono la loro posizione alla libertà, garantita soltanto dallo Stato moderno, di istruirsi, di elevarsi, di lavorare, di associarsi, di lottare.”

da Corriere della Sera, 8 novembre 1919

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Intervista del nostro Segretario Generale, Andrea Cangini, ad Andrea Pancani di Coffee Break, su La7


Le elezioni di midterm americane, col mancato trionfo repubblicano, e il riavvicinamento tra Biden e Xi Jinping al G20 di Bali hanno spiazzato e ulteriormente isolato Putin. La reazione violenta della Russia non sorprende. Sorprendono, semmai, i commenti

Le elezioni di midterm americane, col mancato trionfo repubblicano, e il riavvicinamento tra Biden e Xi Jinping al G20 di Bali hanno spiazzato e ulteriormente isolato Putin. La reazione violenta della Russia non sorprende. Sorprendono, semmai, i commenti di diversi politici e molti opinionisti che trasudano insofferenza verso la bizzarra pretesa del popolo ucraino, e dei suoi rappresentanti, di vivere libero e non soccombere all’invasore. Chiamano “pace” la resa incondizionata di Kiev e nei fatti auspicano un ritorno alla legge della giungla. È una posizione che in molti nasce da un radicale antiamericanismo. Noi della Fondazione Luigi Einaudi siamo diversi. Noi sappiamo che, oltre al diritto all’autodeterminazione di un popopolo, in Ucraina si difendono i valori su cui si fondano l’Europa e l’Occidente: la libertà e la democrazia.

Di seguito il video di alcuni passaggi dell’intervista del nostro Segretario Generale, Andrea Cangini, ad Andrea Pancani di Coffee Break, su La7.

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Segnali


I nativi americani usavano l’intermittenza delle nuvole di fumo per comunicare. Segnali adatti a messaggi non complessi. Stiano attenti, i governanti, a non privilegiare i segnali rispetto alla sostanza. Votando in prevalenza (ricordiamo che si tratta, pe

I nativi americani usavano l’intermittenza delle nuvole di fumo per comunicare. Segnali adatti a messaggi non complessi. Stiano attenti, i governanti, a non privilegiare i segnali rispetto alla sostanza. Votando in prevalenza (ricordiamo che si tratta, per tutta la coalizione di centro destra, pur sempre di meno della metà dei voti espressi) per Fratelli d’Italia non vi è dubbio che gli elettori abbiano scelto una politica maggiormente sensibile al mantenimento dell’ordine pubblico o al contenimento (sperabilmente il blocco) degli sbarchi d’immigrati.

È quindi naturale che il governo derivatone si attenga a quella linea. Difendere gli interessi italiani, però, non consiste nel proclamare di difendere gli interessi italiani, ma nel saperlo fare, una volta individuatili e messi in gerarchia delle priorità.

Tanto più che, se ci si concentra solo sui segnali, si finisce con il produrne di contrastanti. Difficile non leggere la distanza fra le parole del governo e quelle del Presidente della Repubblica, circa il rapporto con la Francia e l’Unione europea tutta. Un contrasto stridente.

Sul fronte dell’immigrazione, ad esempio, non subiremo conseguenze negative dall’avere coalizzato solo Cipro, Grecia e Malta. Ma quella prova di debolezza, facendo i grossi fra i piccoli, rischiamo di pagarla su altri tavoli. Scena molto diversa da quella che mise l’Italia con Francia e Germania, su un treno verso l’Ucraina. Non ci saranno conseguenze perché sull’immigrazione i fatti sono solidi, visto che non siamo affatto i soli a subire gli sbarchi e chi è secondo in graduatoria, ovvero la Spagna, non ha condiviso la nostra posizione.

Le richieste d’asilo sono rivolte prevalentemente verso la Germania (190.500 nel 2021), la Francia (120.700), la Spagna (65.300), mentre da noi vorrebbero restare solo in 53.600. Gli stranieri a vario titolo presenti nel Paesi europei sono il 17% della popolazione austriaca, il 13% degli irlandesi, il 12.7% dei tedeschi, l’11.3% degli spagnoli, mentre da noi sono l’8.7% degli italiani. Dopo la criminale aggressione russa la Polonia ha accolto 1.5 milioni di ucraini, la Germania 1 milione, la Repubblica Ceca 455mila e noi 171mila.

La nostra caratteristica è solo quella d’essere la principale meta degli sbarchi. Ragion per cui avremmo interesse non tanto alla redistribuzione, ma che della totalità (da noi come da altri) si occupi una comune giurisdizione Ue. In questi giorni ci siamo allontanati, non avvicinati a questo risultato.

Purtroppo l’approccio segnaletico è presente anche in altri campi. Abbiamo una scarsa partecipazione al lavoro e molti posti che restano vacanti per mancanza di competenza e voglia di occuparli. Anche la scorsa campagna elettorale ha visto uno scoppiettare di proposte per pensionamenti anticipati, che comportano più spesa e meno lavoratori. Per non dire della falsa flat tax, che si pensa di finanziare anche togliendo detrazioni a chi guadagna meno degli eventuali beneficiari, che se non fosse una follia sembrerebbe uno scherzo.

Mentre ciò s’esibisce sugli schermi, al ministero dell’economia studiano come varare una falsa flat che scassi poco e come incentivare la permanenza al lavoro dei pensionandi, piuttosto che l’anticipazione dell’uscita. Insomma si prova a tenere assieme i segnali di conferma con la sostanza di smentita, pensando che tutti i problemi si riducano alla necessità di trovare una formula verbale capace di tenere assieme cose opposte, senza indispettire, senza smentire e senza sfasciare.

Infine: il punto forte di Meloni è la scelta atlantica, con specifico riferimento alla guerra Ucraina. Bene. Ma se pensasse di compensare l’isolamento europeo con la sponda statunitense commetterebbe il grave errore dei brexiter e di Orban. Con l’aggravante di arrivare dopo, quindi di sapere come va a finire. L’incontro con Biden ricorda il punto forte. Sarebbe grave dimenticare che l’interesse italiano è sì atlantico, ma anche europeo. E il fumo va diradato, non utilizzato.

La Ragione

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Andrea Cangini a Radio Rai: “Con la Fondazione Luigi Einaudi inizia la mia terza vita”


Comincia, per me, una terza vita in fondo coerente con l’attività svolta come direttore di giornale e, poi, come senatore della Repubblica: mettere a nudo i problemi, indicare soluzioni realistiche, diffondere il metodo liberale einaudiano. Intervista a P

Comincia, per me, una terza vita in fondo coerente con l’attività svolta come direttore di giornale e, poi, come senatore della Repubblica: mettere a nudo i problemi, indicare soluzioni realistiche, diffondere il metodo liberale einaudiano.

Intervista a Paola Severini Melograni, per Le Sfide della Solidarietà, Radio Rai

Ascolta l’intervista completa su Radio Rai, click qui.

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Il Segretario Generale Andrea Cangini ospite a “Coffee Break” su La7 il 16 novembre 2022


Domani, 16 novembre 2022, a partire dalle ore 9:40, il nostro Segretario Generale Andrea Cangini sarà ospite a “Coffee Break” su La7.

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Il fronte occidentale, in cerca di eroi sbagliati


Se mai si arriverà a negoziati si tratterà di trovare un difficile equilibrio fra l’esigenza di garantire la pace in Europa e quella di non negare i diritti di un popolo ferocemente aggredito Non è ancora finita, e i colpi di coda potrebbero essere terr

Se mai si arriverà a negoziati si tratterà di trovare un difficile equilibrio fra l’esigenza di garantire la pace in Europa e quella di non negare i diritti di un popolo ferocemente aggredito

Non è ancora finita, e i colpi di coda potrebbero essere terribili, ma al momento Davide, come l’abbandono russo di Kherson testimonia, sta sconfiggendo Golia. Grazie alla volontà degli ucraini di difendersi e al sostegno occidentale. Un sostegno che, dalle nostre parti, in tanti, senza riuscire, almeno fino ad ora, nel loro intento, avrebbero voluto far cessare.

Anche questa guerra, come tante altre vicende, testimonia del fatto che le società occidentali si trovano in una condizione paradossale. Da un lato, valorizzano al massimo l’importanza e la dignità delle persone garantendo loro una vasta panoplia di diritti individuali.

Dall’altro lato, sono anche società in cui vengono elaborate e ampiamente diffuse concezioni della vita associata e della storia umana che tolgono valore ai singoli, alle persone in carne ed ossa. Con la conseguenza di negare o dimenticare proprio le ragioni che rendono possibile, qui, da noi, l’esistenza di quei diritti individuali.

Nelle versioni (apparentemente) più sofisticate si tratta di concezioni per le quali contano solo le «strutture» – sociali, economiche, eccetera- che avvolgono gli individui, li plasmano e , di fatto, li svuotano di ogni volontà propria. Nelle versioni più rozze, quegli individui sono pupazzi, burattini o pulci ammaestrate, nelle mani di «poteri forti», anzi fortissimi (le grandi potenze, la Nato, le multinazionali, il mostro denominato capitale finanziario, eccetera).

Non si tratta, si badi, di concezioni che restano chiuse in circoli intellettuali ristretti. No, inondano la comunicazione pubblica, arrivano ovunque. I tanti che pensano che nella guerra in Ucraina l’unica cosa che conti davvero sia il braccio di ferro fra la Nato e Putin, lo vogliano o no, considerano irrilevanti le idee e le volontà delle persone comuni, le trattano, per l’appunto, come burattini o pulci ammaestrate. Naturalmente, l’inconsistenza di queste posizioni è dimostrata dal fatto che mai i loro sostenitori si sognerebbero di pensare a se stessi in quei termini: i burattini sono soltanto gli altri.

Queste concezioni hanno pesato sul modo in cui una parte dell’Europa, minoritaria ma tutt’altro che irrilevante, e comunque assai visibile e vociante, è stata presente nella comunicazione pubblica fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina e conteranno, forse ancora di più, nella prossima fase del conflitto. Le armi dei Paesi occidentali non sarebbero servite a nulla se gli ucraini, le persone comuni, non avessero deciso di resistere, di difendere se stesse, i propri cari, la propria libertà, il proprio Paese.

Hanno trovato — come a volte, fortuitamente, accade nella storia — un leader (e il suo entourage) all’altezza della sfida. Ma Zelensky non avrebbe potuto fare nulla se gli ucraini non avessero scelto di seguirlo in una resistenza che all’inizio sembrava disperata, senza possibilità di vittoria. Una volontà di resistenza a cui si contrapponeva — dato che le persone, per l’appunto, non sono semplici pedine nelle mani dei potenti — l’assenza di motivazione dei soldati russi ai quali risultava incomprensibile perché fossero lì ad uccidere e a morire.

Come ai tempi dell’intervento americano in Vietnam o dell’invasione russa dell’Afghanistan, a fare la vera differenza non sono gli aiuti esterni — che ci sono sempre stati — ma la forza o la debolezza delle motivazioni e delle convinzioni dei combattenti (da una parte e dall’altra), nonché dei gruppi umani coinvolti. Ciò spiega perché, talvolta, Davide riesca a sconfiggere Golia.

Questa però non è solo una riflessione sul passato. Riguarda anche il presente e il futuro. Tra poco diventeranno sempre più insistenti in Europa le voci di coloro che accuseranno Zelensky di essere ingordo e arrogante, di volere troppo (il ritorno ai confini di prima dell’invasione della Crimea).

È evidente che la comunità internazionale deve fare tutto il possibile per evitare che dalla guerra in Ucraina si passi a una conflagrazione generale. Un rischio dovuto al fatto che gli autocrati non possono accettare facilmente le sconfitte in guerra. Perderebbero, prima o poi, il potere, il che spesso significa, in quel tipo di regimi, perdere anche la vita.

La stessa sorte toccherebbe ai fedelissimi dell’autocrate. Ma è altrettanto evidente, o dovrebbe esserlo, che Zelensky non è solo, deve rispondere a un popolo che è passato attraverso una prova terribile, i cui lutti e le cui sofferenze non possono essere cancellate con un colpo di spugna. Altro che «scurdammoce ‘o passato». L’odio per l’invasore non si placherà. Come non si placherebbe quello di chiunque altro avesse vissuto una vicenda simile. Fosse pure un certo tipo di pacifista nostrano.

Se mai si arriverà a negoziati si tratterà di trovare un difficile equilibrio fra l’esigenza di garantire la pace in Europa e quella di non negare i diritti di un popolo ferocemente aggredito. Un effetto collaterale di questa guerra — se davvero alla fine la Federazione russa risulterà sconfitta — sarà, plausibilmente, la fine delle estese simpatie di cui ha goduto in Europa Putin, «l’uomo forte», quello capace di tenere testa agli americani.

L’insuccesso distrugge la popolarità. Naturalmente, resti o meno Putin al potere, poiché è poco probabile che la Russia diventi una democrazia, la sua pericolosità per l’Occidente, e specificamente per l’Europa, non diminuirà. Ma, per lo meno, il principale «eroe» e campione dell’anti-occidentalismo agli occhi degli anti-occidentali nostrani, perderà capacità di attrazione.

Certamente, al suo posto, verranno individuati, prima o poi, nuovi eroi. I dirigenti cinesi? Dalla Cina verrà certamente una sfida assai pericolosa e insidiosa per le società occidentali. Ma non è probabile che Xi Jinping finisca per godere in Europa della stessa popolarità di cui ha goduto Putin: il salto culturale è troppo forte.

Però i nemici nostrani delle società occidentali possono tranquillizzarsi. Non resteranno a lungo a corto di eroi. Verrà certamente fuori, da qualche parte, prima o poi, un altro nuovo campione dell’anti-occidentalismo. Anche lui teso a dimostrare che siamo tutti pupazzi (tranne lui e quelli che credono nella sua causa) alla mercé di forze diaboliche.

Magari, in seguito, un imprenditore fiuterà il business e, come accadde con Che Guevara, si metterà a produrre magliette con l’effigie dell’eroe. Alcuni di coloro che le indosseranno penseranno di fare un gesto di ribellione nei confronti della società aperta occidentale. Invece, contribuiranno a rinnovarne i fasti.

Corriere della Sera

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Giovanni Scipione Rossi – L’America di Margherita Sarfatti


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#uncaffèconLuigiEinaudi – Lo Stato siamo noi…


Lo Stato siamo noi; il Governo è una nostra creatura; e lamentarsi del Governo, senza far nulla per renderlo migliore, è segno di animo fiacco. «Corriere della Sera», novembre 1917 L'articolo #uncaffèconLuigiEinaudi – Lo Stato siamo noi… proviene da Fond
Lo Stato siamo noi; il Governo è una nostra creatura; e lamentarsi del Governo, senza far nulla per renderlo migliore, è segno di animo fiacco.


«Corriere della Sera», novembre 1917

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Il problema non è il ricambio dell’élite politica, ma la sua competenza.


Sono sempre le stesse facce, dice un conduttore di talk show. In realtà da 30 anni le facce continuano a cambiare, perché i leader cercano pretoriani. Ma non cercano una classe dirigente. La retorica dell’antipolitica “Sono sempre le stesse facce”: è st

Sono sempre le stesse facce, dice un conduttore di talk show. In realtà da 30 anni le facce continuano a cambiare, perché i leader cercano pretoriani. Ma non cercano una classe dirigente. La retorica dell’antipolitica

“Sono sempre le stesse facce”: è stato così che nei giorni scorsi un noto conduttore di talk show ha liquidato la qualità del nuovo Parlamento, suscitando espliciti cenni di rassegnata condivisione tra gli ospiti in studio. Sentimento sgradevole, affermazione discutibile. Il 41% degli attuali parlamentari, infatti, è stato eletto per la prima volta lo scorso ottobre. Quattro su dieci, un’enormità per qualsiasi altra “professione”.

Nella passata legislatura i parlamentari alla prima esperienza furono persino più numerosi: quasi il 65% degli eletti, il 30% dei quali era al primo incarico politico. Per la Politica non fu, nei fatti, l’inizio di una nuova e illuminata era; tuttavia fu, statistiche alla mano, un record repubblicano. Ma a guardare i grafici si trattò solo del prevedibile picco di una tendenza ormai trentennale. È, infatti, dall’inizio della cosiddetta Seconda repubblica che in Parlamento aumenta la percentuale delle “facce nuove”, evidentemente a scapito delle “stesse facce” di sempre.

La spiegazione è nei fatti della Storia. Rasa al suolo per via giudiziaria la Prima repubblica, i pochi partiti che si salvarono e i molti che nacquero in seguito non si sono mai strutturati davvero e non hanno creato una vera classe dirigente. Alcuni sono scomparsi, più d’uno si è scisso, diversi hanno cambiato nome, molti continuano a nascere. Ma sono tutti, con la parziale eccezione del Pd, “partiti del leader”. Leader nuovi, certo, ma in realtà fragili e forse per questo veloci. Velocissimi. Veloci a imporsi, veloci a cadere. Leader che non desiderano guidare un esercito di legioni ma una guardia pretoriana. E la vogliono composta essenzialmente da fedelissimi utili (divisi tra “complici”, con voti e/o con relazioni) e inutili yes man (meglio se ricchi e/o popolari). Con una pletora tra eletti, dirigenti e militanti volutamente abbandonata nelle province dell’impero e solennemente consegnata a farsi presidio.

Leader precari, dunque, partiti destrutturati e verticistici, regole democratiche scarse, proscrizione del dissenso, visione politica miope, radici culturali esili, orizzonte temporale corto. Difficile pensare che in queste condizioni possa affermarsi e crescere un ceto politico solido, competente e destinato durare nel tempo.

Come avviene in tutte le professioni, in tutte le arti, in tutti gli sport e in tutte le religioni, chi vuole dotarsi di personale qualificato e affidabile assume, se serve, due o tre figure apicali da fuori, ma il resto del personale lo forma in casa. Lo forma incessantemente e più lo forma più si augura che resti in servizio. Nel mondo reale l’anzianità di servizio è un valore, il valore dell’esperienza. È considerata un titolo di merito, un motivo di fiducia, una garanzia di sicurezza. In Politica no. In Politica è considerata un’onta perché la Politica è ritenuta una cosa sporca, oltre che un privilegio. Ed è considerata così, la Politica, anche e soprattutto perché così da trent’anni la rappresentano i media, specie quelli televisivi.

Il problema, dunque, non sta nel ricambio dell’élite politica, mai stato così consistente, ma nella qualità e nella libertà d’azione di quel 50% di parlamentari per così dire “vecchi” e nelle capacità politica del 50% nuovo. Problema difficilmente risolvibile fintantoché i conduttori di talk show e la maggior parte dei loro ospiti non la smetteranno di incarnare i vizi che rimproverano ai politici (superficialità, conformismo, dipendenza dai sondaggi/share) alimentando al tempo stesso i peggiori sentimenti antipolitici e le più irrazionali aspettative messianiche. Di uomini nuovi ne abbiamo avuto fin troppi, sarebbe opportuno concorrere all’avvento degli uomini capaci. Ma perché ciò avvenga occorre restituire alla Politica la dignità che le è stata sottratta in trent’anni di retorica antipolitica.

Huffington Post

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#uncaffèconLuigiEinaudi – Nella vita delle nazioni di solito l’errore di non saper cogliere l’attimo fuggente è irreparabile…


Nella vita delle nazioni di solito l’errore di non saper cogliere l’attimo fuggente è irreparabile. La necessità di unificare l’Europa è evidente. Gli Stati esistenti sono polvere senza sostanza. Nessuno di essi è in grado di sopportare il costo di una di
Nella vita delle nazioni di solito l’errore di non saper cogliere l’attimo fuggente è irreparabile. La necessità di unificare l’Europa è evidente. Gli Stati esistenti sono polvere senza sostanza. Nessuno di essi è in grado di sopportare il costo di una difesa autonoma. Solo l’unione può farli durare.


da …, Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956

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C’è tempo


La gara al rilancio non ha senso ed è dannosa per tutti. Il più capace è quello che smorza per primo, avendo in mente la difesa degli interessi nazionali. Del problema degli sbarchi ci siamo occupati. Nella distribuzione degli sbarcati non ho mai creduto,

La gara al rilancio non ha senso ed è dannosa per tutti. Il più capace è quello che smorza per primo, avendo in mente la difesa degli interessi nazionali. Del problema degli sbarchi ci siamo occupati. Nella distribuzione degli sbarcati non ho mai creduto, in ogni caso non è fra le cose che stanno in cima agli interessi italiani. Dopo l’efficace tessitura fatta dalla presidenza Draghi, nei rapporti con la Francia, sarebbe una follia tornare all’insensato sparacchiare del primo governo Conte.

Il governo italiano è appena partito, l’opposizione non sembra godere di invidiabile salute, senza secessioni nella maggioranza di destra non esistono maggioranze alternative. Ciò comporta che il governo appena nato ha del tempo, tendenzialmente abbondante, davanti a sé. Visto che lo ha, se lo prenda. Con calma. Senza la fretta di dovere subito dimostrare tutto il dimostrabile. Tanto più che si è votati non per compiacere i votanti, ma per provare a realizzare le cose che si sono promesse. E ci vuole tempo.

È più facile prodursi in alcune azioni dimostrative che non in fatiche realizzative. Ma le prime volano via, mentre contano le seconde. Interpretare l’avvio del governo come continuazione della campagna elettorale può compiacere, ma porta male, perché incorpora una fretta che è assai cattiva consigliera. Il decreto legge su rave e invasioni ne è una dimostrazione, tanto che gli stessi autori ne auspicano la modifica, riconoscendone la necessità.

Alexis Tsipras, da sinistra, aveva costruito il successo elettorale soffiando sul fuoco di paure e proteste. Giunto al governo è stato subito pressato dal protagonismo alternativo del suo ministro dell’economia, Yanis Varoufakis, che lo incalzava chiedendogli di dimostrare coerenza e andare alla rottura dei vincoli europei. Tsipras scelse di rompere con Varoufakis, regalandogli il ruolo di adorato leader europeo di tutte le minoranze antagoniste e irrilevanti di sinistra, scelse di mettere in sicurezza i conti della Grecia. Il suo Paese gli deve molto. La sua capacità di fare politica (vera) gli ha conquistato un posto nella storia greca. E, dettaglio di passaggio, non gli ha fatto perdere voti (è Varoufakis che non li prende).

La Francia e l’Italia hanno comuni interessi nella più importante partita europea in corso: la modifica del patto di stabilità. Draghi è riuscito a rimediare a un guasto storico, interno all’Unione europea, ovvero che la Francia non facesse mai blocco con i latini, preferendo l’asse con la Germania. Per ottenere questi risultati occorre perizia e prudenza, mentre è puerile supporre che tutto si giochi su un miserevole tavolo del dare e avere.

Tanto è vero che l’importante unità europea è stata mantenuta sulla linea dura, nei confronti dei russi invasori, nonostante la Francia non sentisse proprio lo slancio e avesse ripetutamente provato a mediare (e i rifiuti di Putin a Macron restano la prova che voleva la guerra, non il negoziato), e nonostante per la Germania fosse un danno economico grande e permanente. Non serve la logica del baratto. Serve la capacità di inserire le questioni particolari nella logica dei più alti interessi nazionali e comuni. E se qualche nodo ferma il pettine, il saggio non ne forza la corsa, rompendolo o strappando lo scalpo, ma lo aggira per scioglierlo.

È un grosso guaio se chi governa non riesce ad essere protagonista delle scelte che compie, restando attore secondario che si esibisce per strappare un applauso alla propria tifoseria. Ed è un guaio anche peggiore se i nazionalismi raggiungono il grado di ottusità che spinge a non distinguere gli interessi che si confrontano, sollecitando solo la difesa dei propri colori. L’Italia in cui ci si rimproverava d’essere “al servizio” di altri Paesi era quella in cui si era: <<calpesti ,derisi/ perché non siam popolo,/ perché siam divisi>>. Il canto degli italiani. Dal suo incipit: Fratelli d’Italia. E si era <<pronti alla morte>>. Mentre altri canta: <<l’etendard sanglant est levé>> (Marsigliese).

Quello è il glorioso passato. Oggi siamo concittadini. Calma, quindi. E si badi al sodo.

La Ragione

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Presentazione del libro “Non diamoci del tu. La separazione delle carriere” di Giuseppe Benedetto. Prefazione di Carlo Nordio


La Fondazione Luigi Einaudi è lieta di invitarvi alla presentazione del novo libro del Suo Presidente. 30 novembre 2022 ore 17:30 presso Vicus Caprarius La Città dell’Acqua, Vicolo del Puttarello, 25, Roma Introduce: Giuseppina Rubinetti Relatori: Sabino

La Fondazione Luigi Einaudi è lieta di invitarvi alla presentazione del novo libro del Suo Presidente.

30 novembre 2022 ore 17:30 presso Vicus Caprarius La Città dell’Acqua, Vicolo del Puttarello, 25, Roma

Introduce: Giuseppina Rubinetti

Relatori: Sabino Cassese, Beniamino Migliucci, Carlo Nordio

Coordina: Andrea Cangini, Segretario General della FLE

Sarà presente l’autore

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Prendetevi il tempo


L’errore che rischia di commettere il Governo Meloni è quello di continuare la campagna elettorale Un governo alla partenza può incontrare delle difficoltà, nel senso che è necessario prendere le misure. Inoltre, va considerato che una parte del personale

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L’errore che rischia di commettere il Governo Meloni è quello di continuare la campagna elettorale


Un governo alla partenza può incontrare delle difficoltà, nel senso che è necessario prendere le misure. Inoltre, va considerato che una parte del personale di governo è nuovo a questa esperienza.

Ma l’errore che rischia di commettere il governo in carica, il Governo Meloni, proprio all’indomani di elezioni che Fratelli d’Italia ha trionfalmente vinto, è quello di continuare la campagna elettorale, anziché prepararsi seriamente a governare.

Lo si è visto su alcune cose, come aver fatto un decreto velocissimo e tempestivo sui rave party, quando, nel frattempo, il suddetto raduno era stato già sciolto con le vecchie norme e con una discreta saggezza da parte delle forze dell’ordine e della prefettura. L’hanno scritto così velocemente che subito dopo gli stessi che lo hanno scritto, una hanno detto che bisognerà correggerlo, perché ci sono degli errori.

Potevano prendersi anche qualche giorno in più, invece lo si è fatto perché si voleva dimostrare che con quello si sarebbe risolto il problema, ma le cose sono andate diversamente. In quel decreto si inserisce un nuovo reato, il reato di invasione, peraltro descritto in maniera pedestre. Però il povero Ministro della Giustizia era arrivato a via Arenula dicendo che bisogna depenalizzare, cioè far diminuire i reati da contestare in sede penale, e come prima novità ce ne aggiungiamo uno di cui non si sentiva minimamente il bisogno, perché non è che prima del decreto si potesse invadere la terra altrui o la terra pubblica.

A questo si è aggiunta anche la vicenda dell’ergastolo ostativo: era evidente che andava rimossa la condizione – incivile – che il detenuto, in base al reato che ha commesso e in base alla preclusione del non avere collaborato con la giustizia, non può chiedere alcuni benefici di legge. È ovvio che invece deve poterli chiedere, ma questo non significa che gli altri siano tenuti a darglieli, perché è il giudice a decidere.

Anche lì sono intervenuti con un decreto e, per mascherarlo hanno detto di averlo lasciato, mentre, invece, lo stavano togliendo: questo perché la Destra era assolutamente favorevole a lasciare l’ergastolo ostativo, Queste cose di propaganda non servono a molto. Poi arriveranno questioni serie, compreso il meccanismo europeo di stabilità, che l’Italia non ha ancora ratificato. Ed è l’unico Paese europeo.

Qualcuno afferma che non lo abbia fatto neanche la Germania, ma questo è falso. Il Parlamento tedesco lo ha già ratificato, solo che lì esiste un sistema costituzionale diverso: alcuni parlamentari hanno fatto ricorso alla Corte Costituzionale sulla legge di conversione, non sul MES e sono dunque in attesa della sentenza della Corte Costituzionale. Ma noi siamo l’unico Paese che non l’ha convertito e siamo il Paese che ha forse più bisogno di protezione finanziaria.

Anche in questo caso, tanto vale affrontare queste questioni. Quello dei migranti, è stato l’ultimo capitolo affrontato in maniera sbagliata, perché pur di voler fare l’operazione di propaganda immediata, invocando il blocco, quando chiaramente era impossibile. Infatti c’era una nave dell’ONG che faceva sbarcare tutti in Calabria, quindi non c’era nessun blocco.

Quelli che dicevano di bloccare hanno poi inventato che il blocco era dovuto al fatto di far scendere le persone fragili. Chi dovrebbe stabilirlo se una persona è fragile o meno? Dei medici. Beh, i medici dopo poco hanno stabilito che erano tutti fragili. La decisione dei medici è stata definita “bizzarra” ma ad essere bizzarra è l’idea di far scendere le persone sulla base di un certificato medico.

Il Governo, attraverso queste situazioni, ha cercato di compiere azioni dimostrative. Io ho l’impressione che anche a causa della dispersione, per non dire inconsistenza, dell’opposizione di sinistra, il Governo Meloni è destinato a durare. Ecco, siccome siete destinati a durare, prendetevi il vostro tempo per prendere le decisioni. Evitate di inseguire la propaganda per la propaganda. Prendetevi il vostro tempo, perché l’efficacia del Governo italiano è interesse di tutti gli italiani, anche di quelli che non hanno votato minimamente per la destra.

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Tra Parigi, Berlino e le trappole di Salvini


Meloni stretta in una tenaglia tra la guerra del leghista ai migranti, il Pnrr e il Patto di stabilità La tenaglia in cui si trova stretta Giorgia Meloni è dura da sopportare. Forse persino troppo, considerando che il governo è in carica da poche settiman

Meloni stretta in una tenaglia tra la guerra del leghista ai migranti, il Pnrr e il Patto di stabilità


La tenaglia in cui si trova stretta Giorgia Meloni è dura da sopportare. Forse persino troppo, considerando che il governo è in carica da poche settimane. Ma tant’è. L’ultima cosa utile in questo momento, con i problemi irrisolti del Patto di stabilità e del Pnrr, era inaugurare un conflitto sui migranti con la Francia e, in via indiretta, con il resto dell’Unione. Peraltro l’intera vicenda sembra condotta da Roma con imperizia e un certo velleitarismo. Era interesse del destra-centro aprire il contenzioso? In apparenza, no.

Di sicuro non era interesse della presidente del Consiglio, desiderosa invece di accreditarsi nelle capitali europee. Tuttavia il peggio è accaduto per varie ragioni. Una delle quali è l’attitudine di Salvini: per un verso il capo leghista tenta di dettare l’agenda, quanto meno sul controllo dei porti, vecchio cavallo di battaglia; e per l’altro lascia che sia la premier a sbrogliarsela, visto che lui non ha motivo per volerla tranquilla al centro della scena.

La guerra ai migranti, alle navi, alle Ong era destinata alla sconfitta in partenza: al momento attuale il governo non ha gli strumenti per vincerla. Prima deve costruire una rete di relazioni oltralpe, magari cominciando dalla Germania. L’ostilità dei mass-media è evidente e in Europa c’è chi non vedeva l’ora di far inciampare la destra italiana. Non occorreva un particolare talento per capirlo. Giorgia Meloni, per la verità, aveva cercato di seguire una linea accomodante, in particolare con la Francia, ricercando un’intesa, ma con ogni evidenza ha sottovalutato la posta in gioco.

È stato un errore pensare di risolvere il problema, che si trascina da anni, attraverso una garbata richiesta di solidarietà e poi scivolare nella gaffe di presentare come un cedimento il gesto di buona volontà francese. Così come ora lascia perplessi la reazione del ministro della Difesa che dice: “Vogliamo obbligare l’Unione europea a non voltarsi dall’altra parte e a prendere una decisione seria, razionale, definitiva”.

Obbligare? Questo atteggiamento, che vuole rappresentare l’orgoglio nazionale, in realtà dimostra debolezza. Da un lato infatti c’è un esecutivo appena nato, figlio di una cultura politica in buona misura eterodossa rispetto all’Europa come l’abbiamo conosciuta dal dopoguerra a oggi. Dall’altro c’è una Francia diffidente, timorosa del contagio destrorso, guidata da un Macron forte grazie ai poteri di cui dispone, ma fragile in parlamento. Un Macron che si considera il “lord protettore” di un’Italia riottosa e non esita a dimostrarlo, non senza una dose di arroganza.

Oggi la premier, che ha appena avuto l’occasione di confermare la sua lealtà all’alleanza atlantica, incontrerà Manfred Weber, autorevole esponente dei Popolari tedeschi. Questi desidera rapporti di buon vicinato con Fratelli d’Italia per coinvolgerli nella tutela degli equilibri a Bruxelles.

A sua volta, Giorgia Meloni può trarre vantaggio dal rapporto col Ppe, sullo sfondo delle crepe che attraversano il fronte franco-tedesco non più compatto come un tempo. È chiaro tuttavia che al governo italiano serve un’idea positiva su come stare in Europa; un’idea strategica senza la quale si troverà in balia di episodi sempre più distruttivi.

La Repubblica

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#laFLEalMassimo – Episodio 76: Pacifismo ipocrita


Benvenuti al nuovo episodio della FLE al Massimo, questa rubrica porta avanti il suo sostegno al popolo Ucraino e dunque celebra la ritirata dell’invasore russo da Kherson. Nell’episodio di oggi provo a spendere qualche parola su un atteggiamento che non

Benvenuti al nuovo episodio della FLE al Massimo, questa rubrica porta avanti il suo sostegno al popolo Ucraino e dunque celebra la ritirata dell’invasore russo da Kherson.

Nell’episodio di oggi provo a spendere qualche parola su un atteggiamento che non esito a definire ipocrita, che nasconde dietro un autoproclamato e sedicente pacifismo l’incapacità di distinguere le ragioni della nazione invasa e i torti chiaramente attribuibile all’invasore.

Tutti siamo a favore della pace e del rispetto della vita umana. Almeno tutti gli esseri umani degni di questo nome respingono la guerra come strumento di offesa alla libertà dei popoli, ma anche semplicemente come processo di distruzione e devastazione di individui e civiltà. Dunque, tutti desideriamo la pace e la cessazione delle ostilità.

Tutta la storia del genere umano ci insegna tuttavia che la pace non è una condizione che si ottiene con le dichiarazioni di intenti o con le manifestazioni di buona volontà. Si tratta di una condizione precaria e fragile che è il risultato dalle vittorie passate sui regimi totalitari e sulla sconfitta delle ambizioni di conquista da parte di chi non esita a calpestare i diritti umani per conseguire i propri obbiettivi politici ed economici. Si tratta di uno status che si regge sul potenziale di deterrenza nei confronti di chi vorrebbe minacciare la libertà e l’esistenza stessa delle società aperte.

Dunque è profondamente ipocrita parlare di pace come se fosse un obbiettivo raggiungibile senza combattere e resistere l’offensiva russa. Non ci può essere dialogo con un regime spietato che non esita a calpestare i diritti umani e non offre alcuna garanzia di tenere fede ai propri impegni. Inoltre, qualsiasi rallentamento o esitazione nel contrasto militare alla Russia aggrava la devastazione e la perdita di vite umane in Ucraina.

L’unica via concretamente possibile per raggiungere la pace passa dalla conmpleta sconfitta militare della Russia che a giudicare dagli eventi recenti potrebbe non essere troppo lontana. Slava Ucraini.

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DiPorto


In porto è andata assai male. Così si arreca un danno all’Italia fingendo di presidiarne gli interessi. Fuori dal porto è andata anche peggio, perché si è avuta l’impressione che il governo non avesse cognizione di quel che stava accadendo. Abbiamo anche

In porto è andata assai male. Così si arreca un danno all’Italia fingendo di presidiarne gli interessi. Fuori dal porto è andata anche peggio, perché si è avuta l’impressione che il governo non avesse cognizione di quel che stava accadendo. Abbiamo anche ringraziato la Francia per averci, non a torto, rimproverato. Se si vuole difendere gli interessi italiani si sappia che l’ottuso nazionalismo li danneggia e il propagandismo monotono e negatore della realtà è stucchevole. Mettiamo in fila gli errori e immaginiamo come si possa evitarne la replica.

Più della metà degli sbarchi irregolari, secondo i dati del ministero degli Interni, avviene dopo una traversata fatta a bordo di barconi. Quelli o li fai scendere o li condanni a morte. Poco meno della metà degli sbarchi avviene a seguito di ribaltamenti e naufragi, quindi arrivano a terra, per la grande parte, a bordo delle imbarcazioni italiane, in primis Guardia Costiera. Le Ong coprono il 16%, in questa seconda metà. Ammesso abbia un senso dichiarare loro guerra, resterebbero i tre quinti del problema. Ciò basti per capire che la propaganda della fermezza smotta sulla realtà.

Alcuni degli sbarchi da navi Ong avvengono in modo concordato con le autorità italiane. Da ultimo in Calabria. Per gli altri, senza generalizzare, la questione è: se si ritiene di avere gli elementi per accusare una nave di avere agito in combutta con i trafficanti, si fanno scendere gli occupanti e si sequestra la nave. Il ministro Minniti, uomo della sinistra sbranato dalla sinistra (e sono colpe che non si cancellano), era andato oltre: le Ong firmino un protocollo, altrimenti non ci parliamo.

Pensare di fare scendere alcuni e non altri, come stabilito dal governo, è un doppio errore. Intanto perché non c’è base giuridica, difatti sono poi sbarcati tutti. Per giunta con la tremula ipocrisia del certificato medico. Poi perché far scendere malati e fragili significa avere di sé stessi l’idea d’essere un ospedale. O un lazzaretto. Facciamo scendere solo quelli che ci costeranno e non quelli che potranno produrre. Non è fermezza, è fissità allocca.

L’Italia è il Paese che riceve più fondi europei, come ci ha delicatamente ricordato la Francia, pensare di agire in contrasto con leggi e Unione europea per il solo gusto di affermare una propaganda di parte significa subordinare gli interessi nazionali ai propri.

Detto ciò, posto che propaganda fessa è questa e propaganda fessa è anche quella del volemose bene e venite tutti a farci compagnia, che fare? Primo, regolare i rapporti con le Ong, considerando quelle navi non pescherecci di passaggio, ma strumenti dedicati alla raccolta di emigranti, come, del resto, hanno scritto sulla fiancata. Se vuoi collaborare con l’Italia ti registri e firmi un accordo, senza presentarci i casi a uno a uno.

Secondo, si chiede che gli accordi di Dublino (firmati prima dalla destra e poi dalla sinistra, in ogni caso accettati dall’Italia, ove abbia un senso parlarne in termini di nazione) siano modificati: una cosa è il signore che becco alla frontiera da irregolare, sicché è mio dovere territoriale identificarlo e valutarne l’ingresso o il respingimento, altra, assai diversa, sono gli arrivi in massa, quel che va chiesto è che gli sbarchi di questi ultimi avvengano in zona sicura, pronti al soccorso, ma extraterritoriale, di competenza Ue.

In altre parole: non ci si rivolge al Tar, ma alla Commissione Ue. In quella zona la competenza e giurisdizione esclusiva è Ue, operata per il tramite delle forze nazionali presenti nel punto di sbarco. Quindi non si sbarca più in Italia o in Francia, ma in Ue, con quel che consegue. Compreso il fatto che i soldi non li prendiamo più noi, ma finanziano quella struttura.

Il tutto ricordando che abbiamo bisogno di immigrati, che dovremmo sceglierli e per farlo si devono emanare decreti flussi continui e congrui. Sempre che si stia parlando di interessi italiani e non di propagande da diporto.

La Ragione

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Attenti al commercio


La sua fluidità e la vigilanza sui rischi che comporta è oggi l’aspetto più importante della politica estera europea Il dilemma del commercio Laissez faire, laissez passer è la famosa frase, attribuita all’economista francese del XVIII secolo de Gournay,

La sua fluidità e la vigilanza sui rischi che comporta è oggi l’aspetto più importante della politica estera europea


Il dilemma del commercio Laissez faire, laissez passer è la famosa frase, attribuita all’economista francese del XVIII secolo de Gournay, che riassume il principio secondo il quale il governo non deve intromettersi nell’attività economica di imprese ed individui. Il laissez-faire è diventato nel linguaggio corrente a il sinonimo del liberismo economico, ma il suo corollario è altrettanto importante perché senza far passare alle merci i confini geografici l’attività produttiva diventa zoppa.

Lunedì 31 ottobre si sono riuniti a Praga i ministri del commercio estero dell’Unione Europea alla presenza della collega americana Katherine Tai e in questo incontro sono venuti al pettine tre nodi fondamentali. Il primo e più pressante: come comportarsi con gli Stati-canaglia oltre ad infliggergli sanzioni sempre più pesanti?

Secondo quesito: cosa fare con i paesi alleati o comunque non ostili che adottano misure protezionistiche?
Terzo dilemma: accettare sempre i soldi per investimenti da parte di chi gode di vantaggi ingiustificati in termini di sussidi o persegue fini politici?

La domanda iniziale parte da un presupposto: le sanzioni economiche sono dannose sia per chi le infligge che per chi le subisce. I sovranisti fanno oggi questa strabiliante scoperta per cercare di diminuire la pressione sulla Russia putiniana, ma che il commercio dia vantaggi ad entrambi le parti è noto da secoli, e lo hanno ben spiegato Hume, Smith e Ricardo. È importante capire cosa si vuole raggiungere con un embargo e gli obiettivi sono molteplici: condanna morale, infliggere danni allo Stato trasgressore più di quelli che si subiscono (e per ora questo aspetto funziona), scoraggiare ulteriori aggressioni. L’insegnamento è che non ci si deve rendere dipendenti per beni essenziali da paesi ostili o instabili.

La seconda questione aveva un punto concreto, gli incentivi alle vetture elettriche decise dall’amministrazione Biden con una misura altamente protezionistica secondo la quale i benefici sono diretti solo alle auto costruite su suolo americano (anche se con componenti straniere). La risposta giusta sono misure di rappresaglia? No: ci sono organismi internazionali come il Wto per risolvere queste controversie ed in ogni caso tenere le frontiere aperte è comunque un vantaggio anche se altri le chiudono. Insegnamento: bisogna spingere sui trattati di libero scambio (ad esempio, la vittoria di Lula – che non è certo un liberale- sembra di buon auspicio per l’entrata in vigore di quello Europa-Mercosur e bisogna evitare che sia la Francia ad opporsi) e inserire in essi clausole che proibiscano o sanzionino come in Europa gli aiuti di Stato.

Il terzo problema è rappresentato in questi giorni dalla querelle nata in Germania per la cessione del 24,9% di un’importante banchina del porto di Amburgo ad un’azienda pubblica cinese che sta facendo incetta di porti europei e dal travaglio della raffineria di Priolo vicino Siracusa.

L’impianto è di proprietà della società russa Lukoil, raffina il 20% del petrolio consumato in Italia e oggi importa solo quello russo (perché nessuna banca concedeva più credito e garanzie vista la proprietà) che a partire da inizio dicembre cadrà sotto l’embargo europeo. La raffineria rischia di chiudere con pesanti ricadute occupazionali. In Germania un simile problema con un impianto di proprietà della russa Rosneft è stato risolto con un commissariamento e congelamento delle quote della società moscovita. In Italia si vedrà.

Insegnamento: l’Europa deve necessariamente muoversi in modo coordinato per risolvere i problemi creati dagli investimenti russi e per evitare un domani di trovarsi immobilizzata da legami economici con una molto più economicamente potente Cina, soprattutto nel campo delle infrastrutture e delle industrie strategiche. Attualmente la normativa Golden Power concede fin troppi poteri al governo per bloccare acquisizioni anche in settori non realmente strategici da parte di imprese nazionali, europee ed occidentali. Se si vuole prevenire la penetrazione economica da parte di paesi che possono mettere a rischio la sicurezza nazionale diventa assolutamente necessario liberalizzare il mercato dei capitali quando tale rischio non c’è.

In conclusione, il commercio internazionale, la sua fluidità e la vigilanza sui rischi che comporta è oggi l’aspetto più importante della politica estera europea: è bene se ne renda conto anche il governo italiano.

La Repubblica

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Al via l’edizione 2022 della Scuola di Liberalismo di Messina: mercoledì 16 novembre la conferenza stampa di presentazione.


Mercoledì 16 novembre, alle ore 10.30, presso la Sala Senato dell’Università di Messina, si terrà la conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2022 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in co

Mercoledì 16 novembre, alle ore 10.30, presso la Sala Senato dell’Università di Messina, si terrà la conferenza stampa di presentazione dell’edizione 2022 della Scuola di Liberalismo di Messina, promossa dalla Fondazione Luigi Einaudi ed organizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Messina e la Fondazione Bonino-Pulejo.

Alla presenza del Magnifico Rettore, prof. Salvatore Cuzzocrea, e del Vicario, prof. Giovanni Moschella, il Direttore Generale della Scuola, prof. Pippo Rao, e il Direttore Scientifico, prof. Giuseppe Gembillo, presenteranno la dodicesima edizione messinese del corso dedicato agli autori più rappresentativi del pensiero liberale ed alle loro opere.

Parteciperanno all’incontro con la stampa: Enzo Palumbo (Membro della Commissione Giustizia della Fondazione Luigi Einaudi), Edoardo Milio (Responsabile Relazioni istituzionali), Gabriella Sorti (Responsabile del Comitato di Segreteria), Francesco Sarà (Responsabile Comunicazione), Paolo Cicciari (Rappresentante degli
studenti) ed i membri del Comitato organizzatore (Fulvio Arena, Enrico Bivona, Daniela Cucè Cafeo, Angelica Esposito, Giovanni Marino, Giuseppe Scibilia e Gianni Toscano). Saranno presenti anche i Presidenti degli Ordini professionali che hanno concesso il loro patrocinio: Architetti, Avvocati, Ingegneri, Medici e Notai.

Messina, 09/11/2022

Pippo RAO

Direttore Generale Scuola di Liberalismo di Messina

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Scuola e merito: lo studio è un mestiere faticoso


Lo ricordava anche Antonio Gramsci: studiare «è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza». L’unica cosa che nella vita si può ottenere senza fatica è la vincita al superenalotto. Tuttavia, a parte che s

Lo ricordava anche Antonio Gramsci: studiare «è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza».


L’unica cosa che nella vita si può ottenere senza fatica è la vincita al superenalotto. Tuttavia, a parte che si tratta di un evento più unico che raro, anche in questo caso un piccolo sforzo va fatto: per vincere è necessario giocare. Dunque, se la fortuna aiuta gli audaci, non si capisce perché si sia immaginato di poter combinare qualcosa di buono senza mettere in conto di lavorare e di meritare il progresso individuale, familiare, sociale.

Forse, in tanti, in troppi hanno sognato di poter vincere al superenalotto ottenendo il massimo con il minimo. Ecco perché ha fatto benissimo Angelo Panebianco a sottolineare che in troppi in Italia non hanno voluto scuole di qualità cioè scuole che «premino lo studio» ossia «la fatica di imparare» perché «senza fatica non si impara mai nulla» (Corriere della Sera, 31 ottobre).

Così è accaduto che quando, con il nuovo governo in carica, si è associata la scuola al merito – per ora solo nominalmente – si è addirittura gridato allo scandalo sostenendo che il merito crea diseguaglianza. Dimenticando due cose fondamentali: 1) l’articolo 34 della Costituzione che dice che «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi»; 2) che a pagare le conseguenze di una svalutazione del lavoro meritevole sono i più deboli che per migliorare hanno una sola via: la serietà degli studi.

Insomma, studiare è un lavoro e, anzi, il primo lavoro che i giovani devono imparare a fare per affrontare vita e società. Non a caso Antonio Gramsci insisteva in un suo scritto, da poco ripubblicato (Anche lo studio è un mestiere, Edizioni di Comunità), che «occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza». Altrimenti non resta che il superenalotto.

Il Corriere della Sera

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Riccastri


L’intento di non disturbare chi vuole lavorare, proclamato in Parlamento dalla presidente del Consiglio, era da accogliersi con soddisfazione. Poi con qualche precauzione. Ora, viste le cose che si dicono sul fronte fiscale, anche con preoccupazione. Non

L’intento di non disturbare chi vuole lavorare, proclamato in Parlamento dalla presidente del Consiglio, era da accogliersi con soddisfazione. Poi con qualche precauzione. Ora, viste le cose che si dicono sul fronte fiscale, anche con preoccupazione. Non vorremmo fare i conti con la delusione.

Se un Paese vuole vedere crescere la ricchezza deve incoraggiare, o quanto meno non scoraggiare, chi s’impegna a lavorare di più. Questi ultimi, se non sono tutti cavalli Gondrano (Fattoria degli animali), lavorano di più per avere di più. Il ricercatore sente vicina la scoperta e rinuncia a dormire; il contadino vuole ampliare l’orto e rinuncia alla pausa; il professore vede che i suoi studenti si appassionano e non li molla neanche a ricreazione e così via, ciascuno nel proprio lavora per il collettivo. Ciascuno mosso da smithiano egoismo, che sia per la gloria o per la grana.

Il sistema fiscale coadiuva l’incoraggiamento evitando il taglieggiamento. Nella nostra Costituzione è iscritto il sano principio della progressività, significa: chi più guadagna più contribuisce. Per evitare che divenga un modo per scoraggiare il lavoro e il guadagno, producendo miseria anziché ricchezza, la progressività funziona in modo che: fino al livello x non si paga niente; fino a y (detratto x) si paga tot; fino a z (detratto x e y) si paga di più e così via. La maggiore tassazione si riferisce, quindi, non al totale del reddito, ma alla parte che supera gli scaglioni con più basse aliquote. La falsa flat tax scassa tutto, produce evasione fiscale e crea ingiustizia, sicché disturba. E manco poco.

Ci sarebbero i contribuenti onesti, di cui sarà bene non dimenticarsi. Si dividono in due partiti: gli onestamente fessi e i fessamente onesti. I primi ritengono sia giusto essere onesti. I secondi non riescono ad essere disonesti. Pagano. E siamo in 5 milioni, su quasi 60 di residenti, a contribuire più di quel che (mediamente) costiamo.

Vi ho già detto che siamo fessi, ma accessoriamente onesti. Però è fastidioso essere indicati come i riccastri da punire. La destra fiscale somiglia davvero tanto alla sinistra radicale, quelli per cui anche i ricchi, se onesti, devono piangere. Spiego.

Negli allegati alla nota di aggiornamento di economia e finanza, roba del governo, giustamente non la chiamano flat tax, ma con il suo nome: regime forfettario per autonomi fino a 65mila euro. Che pagano il 15%. Vorrei ricordare che un dipendente paga il 23% fino a 15mila; il 25 fino a 28mila; il 35 fino a 50mila e il 43% oltre. Lo pagano tutti i fessi onesti, anche se non dipendenti, anche se autonomi sopra la soglia. Nel regime forfettario si rinuncia alle detrazioni: 15% sugli incassi e finiamola lì. Ma se superi i 65mila, torni alle aliquote Irpef.

Ora vogliono portare la soglia a 85mila. Ma non funziona come l’Irpef e così impostata crea povertà o evasione. Come dimostrano gli stessi conti del governo, visto che l’evasione Iva è molto scesa grazie alla fatturazione elettronica (andate a vedere chi era contrario), grazie a quella sono saliti i redditi e nel complesso il Tax gap, ovvero la stima di evasione è scesa. Evviva. Ma è risalita da quando s’è introdotta la falsa flat. Perché?

Facile: mi trovo vicino alla soglia, ovunque sia fissata, tanto cambia niente, dovrei emettere una fattura che mi porta oltre, delle due l’una: o non accetto il lavoro o non emetto la fattura. La prima cosa brucia ricchezza la seconda accende evasione.

Ma non basta, perché per pagare il costo di questa prodezza ora vogliono anche togliere detrazioni ai riccastri, ingordi, profittatori, accaparratori, accumulatori maniacali. Quei 5 milioni che pagano per tutti la devono finire di godere e devono soffrire, piangere, sborsare, come suggeriscono gli arrossati e piace agli anneriti.

Il che, tornando da dove partimmo, disturba. Disturba assai. Insolentisce pure. Fa sentire gli onesti fessamente fessi. E no, non è bello.

La Ragione

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International Forum on Digital and Democracy


Abbiamo il piacere di invitarvi alla seconda edizione di “International Forum on Digital and Democracy”, il 17 e 18 novembre 2022. L’Associazione Copernicani, in collaborazione con Re-Imagine Europa e Fondazione Luigi Einaudi, promuove l’evento che si tie

Abbiamo il piacere di invitarvi alla seconda edizione di “International Forum on Digital and Democracy”, il 17 e 18 novembre 2022.

L’Associazione Copernicani, in collaborazione con Re-Imagine Europa e Fondazione Luigi Einaudi, promuove l’evento che si tiene sotto l’ombrello della Commissione Europea, dell’UNESCO, del SDSN, e del Ministero italiano degli Affari Esteri. Questa seconda edizione continuerà a indagare il modo in cui le tecnologie digitali utilizzate per fini politici possono influenzare positivamente il processo elettorale e rafforzare le istituzioni democratiche con due prospettive aggiuntive: il potere algoritmico dell’e-Government e la disinformazione online.

Porge i saluti istituzionali:


Andrea Cangini, Segretario Generale della Fondazione Luigi Einaudi

Più di quaranta relatori, tra cui:


Věra Jourová, Vice Presidente della Commissione Europea

Romano Prodi, Ex Presidente UE

Jeffrey Sachs, Analista delle politiche pubbliche

Gabriela Ramos, Vicedirettore Generale Social and Human Sciences dell’UNESCO

Organizzato come evento live e digitale, il forum garantirà l’opportunità di scambi diretti tra il pubblico e i relatori, offrendo molteplici sessioni di domande e risposte. Il “Best Paper Award”, selezionato tra i lavori presentati durante la conferenza, sarà votato dai delegati presenti alla conferenza e annunciato al termine del Forum.

Il programma dettagliato è disponibile qui.

La conferenza è un evento solo su invito, per iscriversi cliccare su questo link.

L’iscrizione assicura l’accesso a tutte le sessioni online della conferenza e l’ammissione all’evento in presenza, venerdì mattina dalle 9:00 alle 13:00 a Roma presso la Fondazione Luigi Einaudi, Via della Conciliazione 10. La diretta dell’evento sarà comunque disponibile sulla nostra pagina Facebook e sul nostro canale YouTube.

We have the pleasure to invite you to the second edition of International Forum on Digital and Democracy, on November 17th – 18th, 2022.

Associazione Copernicani together with Re-Imagine Europa and Fondazione Luigi Einaudi, promotes the event held under the umbrella of the European Commission, Unesco, SDSN, Italian Ministry of Foreign Affairs. This second edition will continue to investigate how digital technologies exploited for political purposes can positively affect electoral process and strengthen democratic institutions with two additional perspectives: the algorithmic power of eGovernment and online disinformation.

Institutional greetings of:


Andrea Cangini, General-Secretary of Fondazione Luigi Einaudi

Over forty speakers among others:


Věra Jourová, The Vice-President of the European Commission,

Romano Prodi, The former EU President

Jeffrey Sachs, Public policy analyst

Set up as a live and digital event, the forum will safeguard the opportunity of direct exchanges between the audience and speakers offering several Q&A sessions. “Best Paper Award” selected among the works presented during the conference will be voted by the delegates attending the conference and announced at the closing of the Forum.

Detailed program available here.

The conference is an invite only event, register to get your Unique Join Link.

The registration ensures the access to all online sessions of the conference and the admittance to the in-presence event on Friday morning 9:00-13:00 in Rome at Fondazione Luigi Einaudi, Via della Conciliazione 10. All the session will be available online on Facebook and YouTube.

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«Il liberalismo serve, perché l’Italia non è un Paese liberale» intervista ad Andrea Cangini su La Gazzetta di Parma


Lei è giornalista, è stato direttore del Resto del Carlino e di QN, poi, nella scorsa legislatura, senatore di Forza Italia. Infine, dopo la decisione di FI di togliere la fiducia a Draghi, di Azione. Ora è il nuovo segretario generale della Fondazione Ei
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«Il liberalismo serve, perché l'Italia non è un Paese liberale» intervista ad Andrea Cangini su La Gazzetta di Parma

Lei è giornalista, è stato direttore del Resto del Carlino e di QN, poi, nella scorsa legislatura, senatore di Forza Italia. Infine, dopo la decisione di FI di togliere la fiducia a Draghi, di Azione. Ora è il nuovo segretario generale della Fondazione Einaudi. Ci può parlare del suo nuovo percorso?


Questa è la terza fase della mia vita, o, forse, la quarta, tenuto conto che fare il cronista è diverso dal fare il direttore. Eppure, c’è un filo rosso che lega tutte queste esperienze diverse. Ed è l’adesione al pensiero liberale, non come ideologia, ma come cassetta degli strumenti di pensiero, in senso einaudiano, per cercare di migliorare l’Italia, in modo pragmatico, verso una maggior efficienza ed efficacia. Per rendere questo Paese un po’ migliore.

Deluso o appagato dalla sua esperienza politica?


Non ci pensavo. Di solito un giornalista che prende la via della politica o sta per andare in pensione o sta per essere licenziato. Io come direttore del Carlino e di QN, all’epoca, tenevo i contatti con principali leader politici, faceva parte del mio lavoro giornalistico. In questo modo è arrivata la proposta di Silvio Berlusconi. Io, in principio, avevo pensato di non accettare. Ma poi, il giorno dopo, accettai. E non me ne sono pentito. Quella che è appena finita è stata la legislatura “più pazza del mondo”, nel senso che è partita con la vittoria – senza maggioranza – dei 5 Stelle ed è finita con Mario Draghi. La seconda Repubblica è finita proprio con la scorsa legislatura. Ora è iniziato un ciclo politico nuovo. La cosa anomala è che l’offerta politica è ancora quella del ciclo vecchio. Quindi ci saranno ulteriori cambiamenti. E io spero anche nell’assetto istituzionale, visto che sono ormai 40 anni che parliamo di riforme. Quindi una grande esperienza di vita. Con tanti ripensamenti. Le stesse cose viste da dentro sono diverse rispetto a come appaiono da fuori. E così, su molte cose, ho cambiato opinione.

La Fondazione è uno storico Think Tank di impronta liberale. Secondo lei perché in Italia ci sono così poche Fondazioni (a parte quelle messe in piedi per mere esigenze di finanziamento politico)?


La Fondazione Einaudi ha una storia gloriosa e festeggia quest’anno i 60 anni di vita. Fu fondata da Malagodi di cui detiene l’archivio. Abbiamo digitalizzato tutta l’Opera omnia einaudiana e stiamo per metterla online. Così chiunque potrà consultare il corpus dei testi di Einaudi anche facendo ricerche per parole chiave. E questo può essere utile alla diffusione del verbo einaudiano. Credi che mai come oggi istituzioni come la Fondazione abbiano una funzione storica. I centri che sono serviti a elaborare progetti politici, interventi governativi sul merito delle questioni sono tutti in crisi. Sono in crisi i partiti politici, i giornali non se la passano bene come un tempo, i parlamenti sono delegittimati ed esautorati dagli esecutivi; quindi, i governi e i ministri di volta in volta decidono sulla base delle emergenze senza avere una visione d’insieme, un retroterra culturale. Questo grande vuoto di analisi e conoscenze sul merito delle questioni deve essere riempito da istituzioni come la Fondazione Einaudi. Allo stesso modo la Fondazione deve avere, e spero avrà, un ruolo perché tutti si dicono liberali, ma pochi in Italia lo sono. Dobbiamo cercare di offrire al ceto politico una chiave liberale per risolvere problemi complessi. Sarebbe un “buon servizio alla Nazione”, come direbbe Giorgia Meloni.

Tra pochi giorni cominceranno le attività per celebrare i 60 anni della Fondazione. Ci può spiegare in cosa consistono?


Oltre alla messa online del corpus delle opere einaudiane, di cui abbiamo già parlato, tra il 30 di questo mese e il 1° dicembre organizzeremo una serie di importanti eventi in Senato. Verranno rappresentanti della Federazione delle fondazioni liberali europee, l’Elf, di cui la Fondazione Einaudi ha la vicepresidenza. È un network che dà forza alla nostra capacità d’analisi e ci consente di approfondire temi che ormai sono quasi tutti di dimensione almeno europea. Questo ci consente di avere interlocutori autorevoli in tutti i Paesi a cui fare riferimento per approfondimenti scientifici.

Perché l’Italia ha bisogno delle idee liberali?


Proprio perché le idee liberali ci appartengono poco. Abbiamo tante anomalie e siamo un paese tendente all’estremismo come carattere nazionale. Nella nostra storia repubblicana la cultura politica è stata egemonizzata da due filoni culturali, rispettabili entrambi ovviamente, ma che di liberale avevano poco. Intendo quello cattolico e quello socialista e poi comunista e, infine, socialdemocratico. Il pensiero liberale è sempre stato incarnato da personalità autorevolissime, ma è sempre stato minoritario, forse anche a causa della mancata riforma protestante. Ci sono radici storiche che potrebbero essere utilizzate per spiegare l’anomalia. Ma il fatto rilevante è che l’anomalia c’è e che in un mondo dove, a torto o a ragione, gli stati nazionali sono sempre più spogliati di competenze sovrane, c’è bisogno di un approccio liberale verso i problemi. Einaudi teorizzava l’Europa unita già nel 1919. Fu un precursore. Già allora sosteneva che la dimensione dello Stato sovrano era un’impostura. E oggi è vero più che mai. Quindi, da un lato il metodo liberale – il liberalismo non è un’ideologia è un metodo, un modo di affrontare i problemi – e dall’altro l’approdo europeista dovrebbero essere i due pilastri su cui qualsiasi governo oggi in Italia dovrebbe muoversi.

Liberalismo e populismo. Secondo lei è una polarizzazione più importante di quella destra-sinistra, oppure, conservatorismo-progressismo, oppure no?


L’antitesi è populismo-pluralismo. Il populismo, che può essere declinato da destra o da sinistra, è la pretesa di avere la verità in tasca. Il liberalismo è esattamente il contrario. Einaudi su questo insisteva moltissimo: serve il confronto tra idee diverse, c’è bisogno del Parlamento come luogo dove ci si parla e ci si convince, in alcuni casi, a partire da tesi contrapposte. Il vero bipolarismo, da alcuni anni, è quello tra demagogia e realismo. Esiste la demagogia di destra di cui spesso si parla, ma esiste anche la demagogia di sinistra che non è meno dannosa. È un lusso che non possiamo più permetterci, diciamo. Oltre un certo livello la demagogia rende la politica impotente. Ed è quello che è successo nell’arco della scorsa legislatura, tant’è che alla fine c’è stato bisogno di un premier tecnico. Ed è quello che rischia di succedere di nuovo se i partiti non abbandoneranno una quota significativa di propaganda e di demagogia per aderire il più possibile alla realtà. I voti possono essere interpretati come un fine o come un mezzo. Un liberale li interpreta come un mezzo per realizzare cose. Un demagogo li interpreta come un fine in sé. E quindi, alla fine, li rende inutili. Non ci fai nulla perché non li trasformi in azione politica concreta.

La cultura liberale dovrebbe avere una “vocazione maggioritaria”? O, sarebbe meglio, visto che si tratta di una tradizione importante ma che non fa il pieno di consensi, cercare di costruire alleanze con le culture affini?


Beh, sarebbe bello se la cultura liberale diventasse maggioritaria. Vivremmo in un Paese migliore, dove si dicono meno bugie e si ingannano meno gli elettori. E anche se stessi, visto che è tipico dei leader politici convincersi intimamente della giustezza di quello che gli conviene, spesso prendendo cantonate colossali. Quindi l’obiettivo di rendere la sensibilità liberale maggioritaria è un obiettivo da perseguire. Non so se è realistico, ma sono certo che se questo obiettivo fosse raggiunto vivremmo tutti in un Paese migliore.

Più specificamente – tenuto conto del voto regionale – pensa che siano possibili alleanze per battere l’attuale maggioranza di destra-centro? Oppure è meglio cercare, appunto, una maggioranza in un’ottica del Terzo Polo?


Io credo che il cosiddetto Terzo Polo faccia bene a non associarsi a carrozzoni elettorali trainati dai cavalli della demagogia. Quanto più si riuscirà a imporre a due coalizioni un po’ raffazzonate e a quel poco che le unisce un approccio realista ai problemi, tanto più si farà un buon servizio al Paese.

Risposta molto diplomatica… ma se si rimane da soli si perde con questo sistema elettorale.


Lo so, ma torno al discorso di prima. Vincere o perdere non ha un gran valore. Il punto vero o governare bene o non governare. Credo che sia più importante il passaggio preliminare, cioè creare le condizioni per un buon governo. E, perché si possa governare bene, bisogna che ci sia una cultura politica comune, una visione, delle sensibilità comuni tra alleati. Sennò vinci, ma hai il potere e non il governo. Sono due cose diverse. E non vanno confuse.

L’intervista di Paolo Ferrandi su La Gazzetta di Parma

L'articolo «Il liberalismo serve, perché l’Italia non è un Paese liberale» intervista ad Andrea Cangini su La Gazzetta di Parma proviene da Fondazione Luigi Einaudi.

Ben(e)detto 9 novembre 2022


Essere terzo vuol dire diverso ed equidistante da tutti gli altri. Arrivare terzo significa arrivare al terzo posto in una gara, in una elezione. Ecco, il terzo polo dovrebbe comprendere che ai suoi potenziali elettori interessa la prima accezione del significato. Se poi, alle elezioni, arriva secondo o primo tanto meglio.

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Ieri la damnatio memoriae, oggi l’obbligo del ricordo: il caso della data retention


L’8 novembre, alle ore 18.00, presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, in via della Conciliazione 10, a Roma, si è tenuto un incontro dal titolo “Ieri la damnatio memoriae, oggi l’obbligo del ricordo – Il caso della data retention”. La Fonda

L’8 novembre, alle ore 18.00, presso l’Aula Malagodi della Fondazione Luigi Einaudi, in via della Conciliazione 10, a Roma, si è tenuto un incontro dal titolo “Ieri la damnatio memoriae, oggi l’obbligo del ricordo – Il caso della data retention”.

La Fondazione Luigi Einaudi ha deciso di inaugurare un ciclo di incontri su un tema di stringente attualità, intitolato “Le democrazie liberali nello spazio digitale”. La nostra vita ruota sempre di più attorno al medium digitale, divenuto longa manus dell’essere umano. Il dibattito politico e la cronaca giornalistica si esprimono attraverso i social network. I diritti fondamentali di riunione e di associazione vengono esercitati su Zoom. Nello spazio digitale i cittadini si autodeterminano, coltivano relazioni sociali e desideri. Quel che in origine doveva essere un mondo fittizio è divenuto molto più reale di quanto potessimo immaginare.

Dunque, il confronto sull’evoluzione delle democrazie occidentali e la tutela dei diritti costituzionali non può prescindere dall’analisi dei nuovi luoghi in cui abita il cittadino. La rete, detentrice di potenzialità imprevedibili in passato, offre possibilità di contatto tra gli individui, favorisce la libertà d’espressione e di informazione. Allo stesso tempo, tuttavia, espone la persona a nuovi pericoli. Le fake news inquinano il dibattito democratico. L’eterno ricordo del web mette a repentaglio la sfera privata. Pertanto, interrogarsi su questi temi è condicio sine qua non per delineare il futuro delle democrazie liberali.

Saluti Introduttivi:


Sen. Andrea Cangini, Segretario Generale della Fondazione Luigi Einaudi

Sono intervenuti:


Sen. Francesco Paolo Sisto, Viceministro della Giustizia

Prof. Giorgio Spangher, già Professore ordinario di Procedura Penale presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza

Dott. Giulio Illuminati, già Professore ordinario di Procedura Penale presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

Dott. Angelantonio Racanelli, Procuratore aggiunto a Roma

Modera:


Dott. Andrea Davola, Ricercatore della Fondazione Luigi Einaudi

La partecipazione all’evento era valida per la raccolta di crediti formativi per la professione forense

Il convegno è stato trasmesso anche in diretta streaming sul canale YouTube e sulla pagina Facebook della Fondazione.

L’ingresso è consentito fino ad esaurimento posti.

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Midterm


Oggi si vota in America e, come la storia ci insegna, gli equilibri politici statunitensi hanno riflessi fuori dagli Usa. Ecco perché. Gli equilibri politici statunitensi si riflettono sul resto delle democrazie e sul mondo. Non è una scelta, voluta dai “

Oggi si vota in America e, come la storia ci insegna, gli equilibri politici statunitensi hanno riflessi fuori dagli Usa. Ecco perché.


Gli equilibri politici statunitensi si riflettono sul resto delle democrazie e sul mondo. Non è una scelta, voluta dai “servi degli amerikani”. È il frutto della storia: in Europa italiani e tedeschi scelsero il nazifascismo; quell’ideologia contagiò fino il Giappone; l’Unione Sovietica di Stalin favorì l’espansionismo di Hitler, a patto di avere per sé un pezzo dell’Est; con la Francia occupata l’estrema opposizione al nazifascismo fu inglese, ma troppo debole; l’intervento Usa e lo scatenarsi dell’invasione della Russia, cambiò natura e sorti della guerra. E cambiò il dopoguerra. Ecco perché gli equilibri politici statunitensi hanno riflessi fuori dagli Usa. Quel che, visto con gli occhi europei, è più difficile da capire è che gli elettori americani votano senza considerare granché la politica estera.

Oggi si vota, negli Stati Uniti. La presidenza Biden non è in discussione, avendo ancora due anni di mandato, ma è in bilico la sua maggioranza parlamentare. Non è la prima volta che il presidente in carica si trova in questa condizione né i precedenti ci dicono che ciò determina la futura corsa presidenziale. Ma una cosa sarà confermata: quella democrazia è divisa e le due parti si estremizzano sempre di più. Si tratta di un fenomeno presente in molte altre democrazie, compresa la nostra. E mentre i (diversi) sistemi costituzionali ed elettorali assicurano la legittimità dei governi in carica, sarebbe stolto non vedere che società libere e complesse non si governano con una metà contro l’altra.

I sistemi solidi hanno pesi e contrappesi che aiutano a gestire conflitti anche duri, senza che si perda lo Stato di diritto. È il migliore sistema mai esistito, il più bello, il segno di una superiorità (esatto: superiorità) culturale e civile, ma è anche delicato. Se da dentro se ne erode la credibilità, se gli sconfitti si mettono a dire che il risultato non è valido, se si fa appello alla piazza contro la rappresentanza, se si nega il compromesso parlamentare, alla lunga il prezioso giocattolo si sfascia. È più facile capiti in Brasile che non negli Usa, ma è difficile negare che quel modo di interpretare la politica mette veleni in circolazione.

Le democrazie funzionano splendidamente non quando tutti la pensano allo stesso modo (che orrore), ma quando pensandola in modi assai diversi si prova a vincere le elezioni conquistando pezzi del consenso altrui. Per dirla in modo rozzo: va benissimo che esistano la destra e la sinistra – parimenti legittime se democratiche – ma il sistema non si polarizza se per vincere si coniugano le proprie idee con gli interessi e i sentimenti degli elettori che non sono né reazionari né rivoluzionari, se ci si muove verso il centro. Il guaio delle democrazie, oggi, è che troppi dei loro interpreti puntano a raccogliere i voti sventolando non idee, ma identità. Nel migliore dei casi saranno poi trasformisti, nel peggiore irrigidiranno il sistema, rischiando di spezzarlo.

Gli schieramenti internazionali li ha ora sistemati Putin, scatenando una guerra suicida che non ha neanche il coraggio di definirsi guerra. Il nostro stesso governo è frutto di quella scelta. L’indiscutibilità dell’atlantismo (fino al giorno prima discusso eccome, a destra e a sinistra) deriva da quel conflitto. Ma è triste dipendere dall’aggressione altrui.

L’atlantismo non è discutibile, perché ne va della sicurezza dell’Italia e dell’Europa intera. Il che, però, comporta risentire molto degli equilibri politici statunitensi, dove gli elettori votano senza neanche pensarci. Per questo gli atlantisti saggi, dopo il secondo conflitto mondiale, avviarono il cammino dell’integrazione europea. Utile a trattenere la grandeur francese, le tentazioni mediterranee italiane, l’isolazionismo inglese e a smontare i mostri della storia tedesca. Ha funzionato. Si fatica ad ammetterlo e a capire quanto, ma ha funzionato alla grande. Faremmo bene a ricordarcene quando, fra qualche ora, saremo spettatori assai interessati del voto americano.

La Ragione

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