Shampoo etico


Follemente corretto Le parole “normale” e “normalità” sono da sempre sotto accusa. L’idea che una persona possa essere normale e altre no crea disagio. Ad alcuni fa venire in mente Hitler, l’eugenetica e la selezione dei migliori. Ad altri non piace esser

Follemente corretto


Le parole “normale” e “normalità” sono da sempre sotto accusa. L’idea che una persona possa essere normale e altre no crea disagio.

Ad alcuni fa venire in mente Hitler, l’eugenetica e la selezione dei migliori. Ad altri non piace essere etichettati come anormali. Ad altri ancora, invece, è la normalità che non piace. Preferiscono essere “diversi da loro” (cioè dai normali, suppongo). È il caso dei Måneskin: «Sono fuori di testa ma diverso da loro / E tu sei fuori di testa ma diversa da loro / Siamo fuori di testa ma diversi da loro».

Dove la faccenda si fa se-ria è quando si parla di handicap, fisici e mentali. Anche lì dire “normale” è proibito e dire “anormale” è proibitissimo.

Ma su come vadano chiamati coloro che hanno qualche disabilità non c’è accordo. Anzi, è in corso una disfida fra i molestatori della lingua. C’è chi si ostina a chiamare “non vedenti” i ciechi e c’è chi ci ha ripensato e ora vorrebbe che i ciechi tornassero a essere chiamati “ciechi” perché quel “non” è negativo, mentre la parola “cieco” indicherebbe una caratteristica come tante.

E lo stesso accade per un’altra parola: c’è chi suggerisce di dire “disabile” e c’è chi pensa che dire “persona con una disabilità” sia più rispettoso. Fin qui tutto bene. Siamo, è vero, nel regno del politicamente corretto. Ma le sue ragioni, in fondo, sono comprensibili. L’ipersensibilità su parole come “normale” e “normalità” ha una sua logica.

Possiamo trovarla eccessiva, pedante, bigotta e ipocrita ma riusciamo a scorgerne l’origine e le motivazioni. Che stanno nel fatto che stiamo parlando di persone e di aspetti delicati del loro corpo o della loro mente.

Ma quando si parla di cose? O di caratteristiche banali delle persone come la pressione sanguigna, la misura dei piedi, il tipo di capelli? Dire «Oggi ho passato una giornata normale» può offendere le altre giornate? C’è un signor “ieri” che può sentirsi escluso? O un signor “dopodomani” che può sentirsi discriminato? Dire che Giuseppe ha la pressione normale può offendere Giuseppina che invece ce l’ha alta? Verrebbe di rispondere no. E invece sì.

Chiunque vada in farmacia a comprare uno shampoo sa che, sul bancone, ne troverà per capelli di ogni tipo: grassi, secchi, con forfora, ricci, crespi, colorati eccetera. E naturalmente pure una confezione per capelli “normali”.

Ora non più. Un’indagine di mercato di Unilever ha rivelato che sette intervistati su dieci riterrebbero che l’uso della parola “normale” sulle confezioni abbia un impatto negativo. Il 56% delle persone che hanno espresso tale parere pensa che l’industria della bellezza faccia sentire tanta gente esclusa, mentre il 52% ammette di valutare la posizione dell’azienda sulle questioni sociali prima di fare acquisti.

In breve, lo shampoo per una capigliatura normale, nella misura in cui implica logicamente l’esistenza di capigliature non normali, comporterebbe una discriminazione, un deficit di inclusività. Di qui una decisione drastica: in nome del cosiddetto inclusive advertising, d’ora in poi Unilever toglierà dal bancone lo shampoo per capelli normali.

L’etica dello shampoo ha vinto. Ora che i capelli normali non esistono più, nessuno potrà più sentirsi escluso o discriminato. Oppure, finalmente, ci sentiremo tutti anormali.

La Ragione

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Miserrimo


Un Paese ricco che adora la retorica della miseria. Un Paese che in nome di una presunta giustizia sociale s’abbandona a pratiche di grandiosa ingiustizia sociale. Si esita a farlo notare, perché per tanti che capiranno, anche per esperienza diretta, ce n

Un Paese ricco che adora la retorica della miseria. Un Paese che in nome di una presunta giustizia sociale s’abbandona a pratiche di grandiosa ingiustizia sociale. Si esita a farlo notare, perché per tanti che capiranno, anche per esperienza diretta, ce ne sono una manata che sono pronti a coprirti d’insulti, approfittando dell’anonimato (a)social.

Dunque da noi starebbe dilagando la “fame” (come letto ieri), per salari e pensioni troppo bassi. Alzarli sazierebbe, se non altro la sete di giustizia. Invece no, non funziona così. Partiamo dalle pensioni, perché troppe (un terzo è sotto i 1000 euro) sono così basse? Perché non sono basse, perché prima della loro erogazione non c’è stato un sufficiente o alcun versamento di contributi, sicché sono regalate.

Poi si può discutere se il regalo sia più o meno sostanzioso, ma resta un regalo a carico degli altri lavoratori e contribuenti. Escluse le rendite legate a disabilità (la cui concentrazione territoriale, comunque, induce a minore preoccupazione per la salute, non poche essendo falsate), dove c’è una pensione minima c’è prima stata o una vita di disoccupazione o una di lavoro irregolare. Nel primo caso hanno fallito le politiche del lavoro, a favore dell’assistenzialismo, nel secondo i controlli.

Se si guarda la distribuzione per genere se ne ha conferma: fino a 499 euro per il 39% vanno a maschi e il 61 a donne; da 500 a 999 il 31% ai maschi e il 69 a donne; si deve arrivare sopra i 1500 per invertire la proporzione, con il 54% ai maschi e il 46 alle donne. Discriminazione di genere? Forse vale per i livelli assai più alti, verso il basso sono solo contributi irrisori o inesistenti. Difatti la partecipazione delle donne al lavoro è la più bassa percentuale europea, battuti solo dalla Grecia.

Il lavoratore che ha effettivamente versato tutta la vita, avendo un salario contenuto, sconta l’ingiustizia di una pensione solo leggermente più alta rispetto a quella di chi non ha versato. Questa l’ingiustizia. Resa ancora più insopportabile dalla condizione dei giovani lavoratori odierni, che non avranno regali. Con un salario già sopra il minimo (€9 l’ora) i 750 euro mensili li vedranno a 65 anni, dopo 30 di contributi. A questo s’aggiunga la leva demografica (cui è dedicato l’approfondimento della Fondazione Hume, a pagina 5): l’Italia ha la peggiore d’Europa, al punto da comprometterne la media, la differenza fra nati e morti è da noi (dati Eurostat, da gennaio 2021 a gennaio 2022) – 253.1mila; in Francia +185.9mila. In queste condizioni il nonno sta mangiando la pappa del nipote, che ha già provveduto a indebitare.

L’anno prossimo si dovrà provvedere all’adeguamento all’inflazione, come è giusto che sia, trattandosi di rendite amministrate in base alla legge, sicché le pensioni costeranno altri 24 miliardi di euro. Essere quelli con il sistema pensionistico più generoso e la leva demografica peggiore segnala una fuga dalla realtà. Che non cambierà a suon d’insulti.

E i salari, come si rimedia a quelli troppo bassi? Intanto non facendogli la concorrenza con l’assistenzialismo, perché lavorare per avere un centinaio di euro in più rispetto a chi non lavora non è millantabile come giustizia sociale. Poi puntando a far crescere la produttività, il che non è solo più lavoratori e più lavoro, ma anche più formazione, più innovazione, più investimenti. In quanto ad alzare i bassi senza incidere sulla produttività ripropone l’ingiustizia pensionistica: chi si trova leggermente sopra non avrà nulla, pur lavorando di più e meglio. Altra ingiustizia.

Anziché praticare la falsa socialità si punti sulla qualificazione. Anziché compensare gli squilibri tollerando le illegalità, su orari e retribuzioni, si perseguano le seconde, così evitando che il lavoro cattivo scacci quello buono, realizzando il paradosso di troppi disoccupati e troppi posti scoperti.

Molte sono le cose buone che è possibile fare, se solo non ci immiserisce nell’usare la miseria per raccattare quattro miserabili voti.

La Ragione

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Il campo stretto


Non credo che sfugga a nessuno che le fibrillazioni che scuotono il Governo Draghi abbiano un nome e un cognome solo: M5S e Giusepp(i)e Conte. E’ un’antica tentazione dei reazionari e dei populisti, quando avvertono il fine corsa, di gettare scompiglio, a

Non credo che sfugga a nessuno che le fibrillazioni che scuotono il Governo Draghi abbiano un nome e un cognome solo: M5S e Giusepp(i)e Conte. E’ un’antica tentazione dei reazionari e dei populisti, quando avvertono il fine corsa, di gettare scompiglio, agitare il corpo sociale, solleticare paure, accarezzare speranze, assecondare umori.

Conte e il M5S hanno scelto di fare la parodia del partito di lotta e di governo di berlingueriana memoria, ma quel PCI era una “cosa” seria, mentre questa è l’ennesima prova della tragedia che diventa farsa.

Draghi fa quel che può. Con non poca (e imprevista) ingenuità ha ribadito che non esiste altro Governo che con il M5S; ha assecondato alcune richieste del “movimento” indulgendo anche a qualche deriva demagogica e populista; ha mandato messaggi rassicuranti al mondo che conta, ma la decisione della maggioranza dei parlamentari pentacosi di non votare il c.d. “decreto aiuti” segna un punto di non ritorno nella vicenda di questo Governo.

Salvo ripensamenti che il solleone non favorisce mai, si va verso l’approvazione di una finanziaria che raffazzona il consenso un po’ qua e un po’ là, che mette in sicurezza il PNRR, che cerca di sostenere le imprese e le persone in difficoltà, ma, per dirla con linguaggio antico ma efficace, la sua spinta propulsiva è esaurita.

Il problema, però, è che non è esaurita la necessità dell’agenda Draghi, quella originale e vera, quella – per dirla col Premier – che accompagnava un’Italia a cui – da Berrettini agli europei, da Parisi ai Meneskin – sembrava essere tutto (prima della guerra…ahinoi..) a nostro favore.

Quella che vediamo oggi è la solita agenda dell’emergenza, quella che guarda a…ieri…al massimo a oggi, ma che non affronta nessuno dei nodi veri di un Paese che deve superare un gap importante con gli altri competitor/partner europei.

E allora il tema non è quanto dura il Governo (speriamo che duri almeno fino all’approvazione del bilancio, quindi a fine anno, ovviamente), ma verso cosa stiamo andando, qual è lo scenario politico che abbiamo di fronte, chi e come è in grado di superare la perenne emergenza.

Prima del “campo”, su cui ostinatamente si è cimentato in questi mesi il Segretario del PD Letta, occorre definire il “cosa” fare. Il “campo” dipende dal “cosa”, se no ricaschiamo in questo orrendo bipopulismo, una camicia di forza che ci impedisce di aggredire e sciogliere i nodi gordiani che attanagliano da alcuni decenni il sistema-Paese.

La prima cosa da dire – anche in riferimento agli incontri dei giorni scorsi con sindacati e M5S – è che non si esce più forti dalla pandemia dilatando ulteriormente la spesa pubblica. Alta inflazione=alti interessi=alto debito e= riduzione reale dei salari.

Come all’inizio degli anni ’80 e fino agli ’90 dobbiamo evitare che quella tassa perversa sulla povera gente che è l’alta inflazione freni lo sviluppo e faccia perdere potere d’acquisto a stipendi e salari.

Come uscirne? Non certo favorendo ulteriori scostamenti di bilancio; al massimo ci è consentito di utilizzare le maggiori entrate da IVA e lotta all’evasione per ridurre il cuneo fiscale e rilanciare l’apparato produttivo.

Occorre essere convinti che per ridare centralità al lavoro e sconfiggere il precariato bisogna ridare centralità alle imprese. Lo Stato deve, con interventi normativi e incentivi efficaci (il superbonus ha drogato, non aiutato il sistema), favorire il passaggio di ricchezza dal risparmio privato agli investimenti. Bene la riduzione del cuneo fiscale se i risparmi sul costo del lavoro vanno nelle buste paga e negli investimenti, non se vanno solo nei profitti.

E’ d’accordo il M5S su questo? E la sinistra? A quando una presa di coscienza vera che la spesa pubblica a “go go” non è la soluzione, neanche nell’emergenza pandemica, figuriamoci ora!

Sul piano energetico, una volta deciso – giustamente – di dire basta ai combustibili fossili dal 2035, abbiamo il coraggio di dire che le fonti rinnovabili non sono da sole in grado di rappresentare la svolta per la loro precarietà e discontinuità? Vogliamo parlare davvero di termovalorizzatori e riaprire (abbiamo 12/13 anni davanti) il tema del nucleare? O un referendum di 34 anni fa deve fermare il tempo a quando non c’erano né internet né i telefonini?

Il M5S dice no, il PD non si sa, ma si sa, ad esempio, che importanti esponenti del PD in una Regione industriale come la mia (Piemonte) hanno detto no al nucleare la settimana scorsa.

E riteniamo una sciagura – come credo io – o uno strumento utile scelte come quella su ILVA, ALITALIA? Anche qui, che dicono i possibili partner del “campo largo”?

Ancora troppi, poi, a sinistra si sentono alleggeriti rispetto al peso della cosiddetta “deriva liberista” che (sic!) avrebbe caratterizzato il centro sinistra negli anni passati e da cui sarebbero stati liberati grazie al dilatare senza limiti della spesa pubblica, non rendendosi conto che ciò che ha senso fare nell’emergenza diventa inaccettabile se perpetuato al di là del dovuto.

La realtà ci dice che oggi, se consideriamo il rapporto tra spesa pubblica e reddito, l’Italia è il Paese più “socialista” tra i grandi Paesi europei, non avendo però uno Stato efficiente come quello francese (per non parlare di quelli scandinavi).

Infine, come avveniva quando la politica era una cosa seria, senza una visione comune di politica estera nessuna coalizione può nascere e governare.

La posizione di Enrico Letta sull’aggressione russa all’Ucraìna è stata limpida. Chapeau! Ma non è tutto così dentro il campo largo da lui invocato. Permangono derive “terzaforziste” tra UE/Occidente da un lato e Russia dall’altro. Alcuni secredenti tessitori ritengono che l’Italia debba essere con la UE e con gli USA “ma…però..”; evocano La Pira e il suo ponte verso il Mediterraneo e l’Oriente, ma alla fine si ritrovano a scimmiottare Nasser, il Pandith Nehru e Indira Ghandi…nella migliore delle ipotesi.

Insomma, a pochi mesi dalle elezioni, assistiamo a una rincorsa alla spesa pubblica che assomiglia all’assalto alla diligenza dei conti di inizio anni ’80 e ciò riguarda sia la destra sovranista e nazionalista, sempre più statalista e assistenzialista, se non altro perché sta ereditando i voti pentacosi al Sud, sia un pezzo della sinistra e dello stesso PD che in alcuni suoi esponenti, dopo il confronto di ieri con il M5S, rincorre questi ultimi su amenità come il reddito di cittadinanza (che va azzerato per ripensare totalmente sia le forme di sostegno al reddito sia le politiche attive del lavoro).

Prima del campo occorre, quindi, discutere del tipo di gioco che vogliamo fare e una cosa è certa: vista l’impraticabilità del campo di questa destra, che poco o nulla ha a che fare con la destra di Governo europea (penso alla CDU, agli stessi Republicains, ai liberalconservatori scandinavi), per la sua deriva nazionalsovranista, euroscettica e ultra conservatrice in tema di diritti civili, se il campo dovesse essere di centro sinistra non può essere un campo largo, ma deve necessariamente essere stretto perché in una parte della sinistra, anche al Governo, ritroviamo proposte e presupposti ideali e politici che riscontriamo nel M5S (l’intervento di Calenda al congresso di Articolo 1 è illuminante a questo proposito) e coi quali si potrebbe anche vincere, ma non governare (V. ultimo Governo Prodi).

E se il campo dovesse essere per forza “largo”, in nome dell’ennesimo appello “contro la destra” e per la paura di perdere, allora ai liberal demcoratici non resterebbe che la strada della solitudine, già sperimentata in molte realtà alle ultime elezioni amministrative.

Una strada difficile quest’ultima, ma l’unica, se le condizioni dovessero permanere quelle attuali, che potrebbe mettere in difficoltà un bipolarismo inconcludente e gettare le basi di una rinnovata dialettica democratica, magari con un sistema proporzionale rafforzato, che metta al centro alcuni valori di fondo (Costituzione, diritti civili, Europa unita, scelta occidentale) e un programma serio e pragmatico di sviluppo del Paese, scevro da ogni deriva populista e demagogica.

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Seminario di studio: “Infinitamente Piccolo”


La Fondazione Luigi Einaudi ha presentato il seminario di studio realizzato in collaborazione con la Fondazione Famiglia Piccolo di Calanovella, dal titolo “Infinitamente Piccolo”. Una due giorni di approfondimento che si configura come un vero e proprio

La Fondazione Luigi Einaudi ha presentato il seminario di studio realizzato in collaborazione con la Fondazione Famiglia Piccolo di Calanovella, dal titolo “Infinitamente Piccolo”.

Una due giorni di approfondimento che si configura come un vero e proprio festival sul patrimonio culturale, librario, naturalistico e artistico della Villa e della Famiglia Piccolo. I destinatari privilegiati di questo seminario sono gli studenti neodiplomati del liceo artistico e classico di Capo d’Orlando, oltre agli studenti universitari di diversi Atenei e a tutti gli interessati.

L’evento si è svolto in diversi spazi della Villa, nelle giornate di sabato 9 e domenica 10 luglio 2022, secondo il programma dettagliato nella locandina.

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DdL costituzionale per l’Istituzione di un’Assemblea per la riforma della II parte della Costituzione in deroga all’Art. 138 Cost.


La Fondazione Luigi Einaudi ha elaborato un disegno di legge costituzionale per l’ Istituzione di un’Assemblea per la riforma della Parte II della Costituzione in deroga all’Art. 138 Cost. La conferenza stampa di presentazione di questo DdL si terrà doman

La Fondazione Luigi Einaudi ha elaborato un disegno di legge costituzionale per l’ Istituzione di un’Assemblea per la riforma della Parte II della Costituzione in deroga all’Art. 138 Cost.

La conferenza stampa di presentazione di questo DdL si terrà domani, alle ore 14.00, presso la Sala Caduti di Nassirya, del Senato della Repubblica.

Cliccando i due pulsanti qui sotto è possibile leggere il disegno di legge costituzionale e la rispettiva relazione.

LEGGI IL TESTO DEL DDL
LEGGI LA RELAZIONE

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DdL costituzionale per l’Istituzione di un’Assemblea per la riforma della II parte della Costituzione in deroga all’Art. 138 Cost.


La Fondazione Luigi Einaudi ha elaborato un disegno di legge costituzionale per l’ Istituzione di un’Assemblea per la riforma della Parte II della Costituzione in deroga all’Art. 138 Cost. La conferenza stampa di presentazione di questo DdL si terrà doman

La Fondazione Luigi Einaudi ha elaborato un disegno di legge costituzionale per l’ Istituzione di un’Assemblea per la riforma della Parte II della Costituzione in deroga all’Art. 138 Cost.

La conferenza stampa di presentazione di questo DdL si terrà domani, alle ore 14.00, presso la Sala Caduti di Nassirya, del Senato della Repubblica.

Cliccando i due pulsanti qui sotto è possibile leggere il disegno di legge costituzionale e la rispettiva relazione.

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Eutanasia della democrazia, intervista a Giuseppe Benedetto su La Voce Repubblicana


A trent’anni da Mani pulite, c’è chi non si rassegna all’evidenza, cioè che la corruzione è continuata, la politica è finita. Una politica che prima si è frantumata, vittima dello strapotere della magistratura, per poi dissolversi nell’illusorio scontro

A trent’anni da Mani pulite, c’è chi non si rassegna all’evidenza, cioè che la corruzione è continuata, la politica è finita. Una politica che prima si è frantumata, vittima dello strapotere della magistratura, per poi dissolversi nell’illusorio scontro tra coalizioni. Questa degenerazione del sistema democratico è il tema principale dell’ultimo libro del presidente della Fondazione Einaudi Giuseppe Benedetto: L’eutanasia della democrazia, Rubbettino editore. Un testo che analizza i peccati originari della seconda Repubblica e delle derive dello strapotere giudiziario, capaci di inquinare il quadro politico nazionale. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Dopo l’approvazione della riforma Cartabia è possibile una ricostruzione del sistema giudiziario italiano in termini garantisti per i cittadini? E se si in che modo?


«Sarebbe possibile solo con una riforma costituzionale. Il limite della cosiddetta riforma Cartabia, che ha degli aspetti positivi, uno su tutti il fascicolo sulle performance dei magistrati, è che si applichi a costituzione invariata, non potendo inserire la separazione tra le carriere tra funzione requirente e giudicante. Per questo motivo la Fondazione Einaudi ha presentato un disegno di legge costituzionale al fine di trovare un accordo con tutte le forze politiche, non sul contenuto, ma sulle regole del gioco, attraverso una costituente capace di compiere una riforma organica a partire dalla giustizia, un cambiamento che a costituzione invariata non sarebbe possibile».

Secondo lei il paese è pronto per un dialogo serio sui temi della giustizia?


«Bisogna riflettere su alcuni dati. Prima di tutto i quesiti referendari sono stati tutti vinti dal si ed è troppo facile appellarsi al quorum, che purtroppo è un dato patologico della politica italiana recente, ma soprattutto ancora una volta il 75% degli italiani hanno confermato la volontà di riformare il csm, per porre fine a quella vergogna della spartizione correntizia delle cariche, e della separazione delle carriere. Ora tocca alle forze politiche organizzare la volontà popolare per fare entrare questi temi nei loro programmi».

Nel suo ultimo libro L’eutanasia della democrazia, ha mostrato come le conseguenze di Tangentopoli hanno cambiato il volto del nostro paese. Quali anomalie ha portato Mani pulite e che effetti collaterali ha subito il sistema democratico dopo esso?


«Le anomalie che richiamo riguardano la fuoriuscita dell’Italia dal sistema europeo sia dal punto di vista della giustizia, in senso stretto, sia dal punto di vista della politica nazionale, in senso più ampio. Un sistema giudiziario che, prevedendo la carriera unica del magistrato giudicante e quello requirente, da una parte, e l’obbligatorietà dell’azione penale e una serie di altri fattori, dall’altra, diviene un unicum sia a livello europeo sia rispetto ai paesi anglosassoni. Una irregolarità che è stato dovuta a quanto è successo negli anni 92-94 del secolo scorso, dove l’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale e il rito accusatorio sono stati frenati dai fatti di quegli anni e che hanno portato ad una ulteriore conseguenza a livello politico che consiste nel bipolarismo tra coalizioni di centro destra e centro sinistra».

Una divisione utile alla vita del paese?


«Una divisione che ha fossilizzato il sistema politico nello scontro tra queste due coalizioni che tra l’altro per la loro instabilità e litigiosità non possono dirsi tali e capace di impedire la nascita di un terzo polo. Cioè una ulteriore anomalia a livello europeo, dove invece esiste a fianco di una destra, o di una sinistra una forza liberale che partecipa alla vita politica del paese».

Di fronte al fallimento delle grandi coalizioni e dei partiti di protesta, crede che oggi sia possibile la nascita di una opzione alternativa a destra e sinistra?


«Non solo è possibile, ma è auspicabile poiché necessario al nostro paese. Però occorre essere chiari, un eventuale terzo polo non deve essere sbilanciato e si deve porre in una posizione equidistante e centrale tra gli altri due. Esso non deve orientarsi da una parte o dall’altra prima delle elezioni, ma deve valutare le proprie alleanze dopo esse. Un esempio di cosa dovrebbe essere è l’FDP tedesco, un partito squisitamente liberale che ha cercato prima di portare avanti il suo programma col CDU e che poi ha invece deciso di realizzarlo con i socialisti del SPD. Poiché un polo liberaldemocratico deve vivere di vita autonoma. Qualsiasi opzione sbilanciata mi vedrà sempre contrario».

Come valuta, quindi, la proposta del segretario del pri Corrado De Rinaldis Saponaro di una costituente liberaldemocratica e repubblicana?


«La valuto in maniera assolutamente positiva, con le caratteristiche espresse prima».

Nella formazione di nuove forze e idee alternative per ricostruire il paese quanto possono essere utili gli insegnamenti di Luigi Einaudi?


«Luigi Einaudi ha una caratteristica impressionante, sia dagli articoli che nei testi, ovvero la sua perenne attualità, che deve essere non solo un esempio, ma il fondamento di questa esperienza liberaldemocratica».

L’intervista di Francesco Subiaco su La Voce Repubblicana

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Istituzione di un’Assemblea per la riforma della Parte II della Costituzione in deroga all’Art. 138 Cost.


Il 14 luglio 2022, alle ore 14.00, presso la Sala Caduti di Nassirya, del Senato della Repubblica, si terrà la conferenza stampa di presentazione del disegno di legge costituzionale della Fondazione Luigi Einaudi “Istituzione di un’Assemblea per la riform

Il 14 luglio 2022, alle ore 14.00, presso la Sala Caduti di Nassirya, del Senato della Repubblica, si terrà la conferenza stampa di presentazione del disegno di legge costituzionale della Fondazione Luigi Einaudi “Istituzione di un’Assemblea per la riforma della Parte II della Costituzione in deroga all’Art. 138 Cost.”

Interverranno:

Giuseppe Benedetto, Presidente della Fondazione Luigi Einaudi

Davide Giacalone, Vicepresidente della Fondazione Luigi Einaudi e Direttore de La Ragione

Carlo Nordio, Consigliere di Amministrazione della Fondazione Luigi Einaudi

Gippy Rubinetti, Consigliera di Amministrazione della Fondazione Luigi Einaudi

Per partecipare è necessario accreditarsi, inviando un’e-mail a: munari@fondazioneluigieinaudi.it

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C’entro


Cantiere Il cantiere centrista è attivo, ricorrente e inconcludente. Non può che avere queste caratteristiche, perché i carpentieri hanno in mente realizzazioni diverse, sono incapaci di cooperare e va già alla grande se non s’industriano gli uni a demoli

Cantiere


Il cantiere centrista è attivo, ricorrente e inconcludente. Non può che avere queste caratteristiche, perché i carpentieri hanno in mente realizzazioni diverse, sono incapaci di cooperare e va già alla grande se non s’industriano gli uni a demolire quel che approntano gli altri.

L’errore ricorrente consiste nel credere che quel cantiere abbia lo scopo di “rappresentare” questa o quella cultura politica del passato, dimenticando che quel che ha bisogno d’essere testimoniato da rappresentanza è segno che è già morto. Difficile costruire un futuro con i morti.

Ciascuno accende lumini ai propri cari – che siano liberali, liberaldemocratici, socio-liberali, liberal-socialisti, popolari e così via – percorrendo i viali contornati d’alberi pizzuti. Ciascuno si duole non si riconosca la vitalità dei trapassati, non accorgendosi che nella rivendicazione stessa è contenuta una nota sepolcrale, senza neanche aspirazioni foscoliane.

Coltivare la memoria è cosa buona e giusta, possibilmente studiando il passato anziché inventarlo. Ma se si vuole costruire una forza politica occorre parlare la lingua del presente e sapere indicare una prospettiva futura. Che abbia radici nel passato è molto bello, ma se non sboccia nel presente tradisce le radici stesse.

Servono almeno quattro paletti, indicazioni di crescita, sicurezze politiche. Altrimenti si parla del nulla.

  • Il primo scopo, immediato, è impedire che si trascini oltre la commedia avviata nel 1994, già divenuta tragedia nel 2018. Sulla scena pretendono di sfidarsi due falsi: il presunto centrodestra e il presunto centrosinistra. La ragione d’essere di ciascuno è l’esistenza dell’altro, da battere. Ma non esistono né l’uno né l’altro. Questa falsa rappresentazione, questo inganno propagandistico ha ridotto non i “centristi” ma i pragmatici, i ragionevoli, i riformisti a restare ostaggio degli estremisti e dei populisti presenti in ciascuna delle due false coalizioni. Alle scorse politiche sono stati entrambi spazzati via dalla sbornia populista, che ha aperto la porta alla più oscena orgia trasformista mai vista. Una cosa alternativa, quindi, ha senso immediato se serve a fermare – impedendole di avere la maggioranza – questa oscenità.
  • Bisogna essere ci e chi per non avvedersi del fatto che gli equilibri internazionali hanno ricreato un discrimine. Nella stagione della globalizzazione, che ha enormemente aumentato la ricchezza e diminuitole disparità nel mondo, poteva anche capitare che il nemico di ieri influisse nelle faccende interne. È capitato con Brexit e con i sovranisti filorussi. Ma da quando il nemico di ieri ha deciso di tornare il nemico di oggi no, non può capitare. La collocazione atlantica riprende il suo ruolo di discrimine. Una forza che non voglia essere sommatoria di incompatibilità, come lo sono le due false coalizioni, è atlantica. O non è.
  • Questo non è un ritorno alla Guerra fredda di ieri, perché c’è una condizione nuova e decisiva: l’Europa che ieri era divisa oggi è unita. Anche nell’alleanza difensiva, la Nato, ieri era impossibile una forza armata europea: oggi è possibile. Ragione per cui la scelta europeista non è una scampagnata negli ideali (nobili) di Ventotene ma un indirizzo politico.
  • Quel che rende ricco un Paese è la libera intrapresa, la collaborazione di capitale e lavoro, con l’investimento pubblico indirizzato a correggere gli squilibri che ostacolano l’economia di mercato. L’uso della spesa pubblica per difendere le arretratezze e le rendite genera arretramento e debito. Il discrimine non è ideologico, fra privato e pubblico, ma d’indirizzo politico, fra investimenti e spesa corrente assistenzialista.

Per raccogliere consensi, senza partecipare alla fiera demagogica, occorre non solo essere chiari ma anche credibili. Il che richiede una buona dose di coerenza. Nessuno può essere buono per tutte le stagioni, tutti i partiti e tutte le coalizioni. Altrimenti siamo al centro con l’apostrofo: c’entro. Con il risultato che tutto il resto esce.

La Ragione

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Presentazione del Comitato di garanzia dei Liberali Democratici Repubblicani Europei


Il 7 luglio, alle ore 11.00, presso l’Associazione della Stampa Estera, in Via dell’Umiltà 83, a Roma, si è tenuta la Conferenza Stampa di presentazione del Comitato di garanzia dei Liberali Democratici Repubblicani Europei. Sono intervenuti: Carlo Calend

Il 7 luglio, alle ore 11.00, presso l’Associazione della Stampa Estera, in Via dell’Umiltà 83, a Roma, si è tenuta la Conferenza Stampa di presentazione del Comitato di garanzia dei Liberali Democratici Repubblicani Europei.

Sono intervenuti:

Carlo Calenda, Segretario di Azione

Benedetto della Vedova, Segretario di +Europa

Giuseppe Benedetto, Presidente della Fondazione Luigi Einaudi

Alessandro De Nicola,

L’evento è stato anche trasmesso in diretta streaming su tutti i canali social della Fondazione, di Azione e di +Europa.

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Asini


Guardi la scuola e vedi l’abisso. Non si tratta solo di strutture, organizzazione o spesa, perché l’abisso più preoccupante è quello morale. Ciò che inquieta non è la politica parolaia, a sua volta ricettacolo di titolati senza formazione e non titolati d

Guardi la scuola e vedi l’abisso. Non si tratta solo di strutture, organizzazione o spesa, perché l’abisso più preoccupante è quello morale. Ciò che inquieta non è la politica parolaia, a sua volta ricettacolo di titolati senza formazione e non titolati dotati di furbizia e insulsa logorrea. A inquietare è lo sguardo rivolto verso le famiglie, verso gli studenti, verso quanti stanno ricevendone un danno enorme e sembrano gradirlo come un dono.

Una asineria dimentica di Lucignolo, dimentica del riscatto del suo amico, dimentica del dolore. Ammesso e non concesso si sia mai letto il libro, si sappia della morte che coglie il primo e della degradazione cui è destinato il secondo. I più son paghi del cartone animato, senza insegnamento, senza morale, senza sacrificio. E il risultato è qui, in questi numeri che condiscono il mondo dei diritti senza doveri.

Leggiamoli, ma non prendiamoci in giro: il Covid non c’entra nulla. Due anni di scuola frastagliata, di digitale paleolitico, hanno aggravato le disparità. Ma di poco, di un nulla. Il problema c’era prima ed è ancora tutto lì.

In questi giorni i maturandi ottengono la loro licenza si scuola media superiore. Saranno promossi in massa, come è tradizione, da lustri. Ma i dati Invalsi dicono che la metà di loro dovrebbe essere bocciata, perché incapaci di compitare, di calcolare per non dire di esprimersi o capire una lingua straniera. Il loro titolo è la certificazione di una presa in giro. Ma questo è nulla, il peggio è ancora nascosto dietro il macigno della metà analfabeta.

Solo il 52% è in grado di leggere e capire l’italiano. Ma quella è la media nazionale. È il 63% nel Nord Est e Nord Ovest; il 51 al Centro; il 40 al Sud; il 38 a Sud e Isole. Qui il 62% avrà un titolo senza sapere leggere e capire. Solo il 50% sa decentemente far di conto, ma è la media nazionale. 63 nel Nord Ovest; 66 nel Nord Est; 48 al Centro; 37 al Sud; 33 Sud e Isole. E se disaggregate quei dati non solo per macro aree, ma andando provincia per provincia e città per città, trovate sempre lo stesso risultato: gli svantaggi culturali, sociale ed economici si accrescono con la scuola anziché diminuire.

Chi è in vantaggio lo sarà di più, chi è indietro anche. Se solo il 38% è in grado di ascoltare e capire l’inglese (elementare) state sicuri che la pressoché totalità di quella minoranza è composta da ragazzi le cui famiglie li hanno spediti all’estero in vacanza. Questo è il feroce classismo della scuola pubblica italiana, generato dall’assenza di meritocrazia e selettività. Che manca fra i banchi, ma anche fra le cattedre.

Serve a nulla spendere di più o assumere di più, devi capovolgere quel che alla scuola chiedi: che chi vale vada avanti, non che si promuovano tutti. Abbiamo fior d’insegnanti bravi e dediti al loro lavoro, ma non li distinguiamo dagli ignoranti incattedrati e solitamente anche assenti. Abbiamo fior di ragazzi di valore, ma se partono svantaggiati li lasciamo dove si trovano.

Ma, ed è qui la bancarotta morale, non sono le famiglie a reclamare formazione e selezione, non sono gli studenti a pretendere insegnanti all’altezza. Le aspettative puntano alla promozione senza valorizzazione. I genitori hanno smesso di fare i genitori e sono divenuti gli amici o i nonni molli dei figli. Ovvio che non si deve generalizzare, ma è sicuro che quei risultati portano a un generale decadimento, solo temporaneamente anestetizzato dalla spesa pubblica improduttiva e assistenzialista.

Dovremmo mettere quei numeri dentro una sola banca dati, controllare quali docenti migliorano la condizione dei discenti e promuoverli, pagarli di più, aprire una concorrenza fra loro e mandare a casa gli altri. Perché il loro contratto sicuro non vale la sicura fregatura a un ragazzo lasciato ignorante. Dovremmo usare quei dati per indirizzare i soldi, che è poi il solo modo per rendere evidente che l’ignoranza impoverisce. Li usiamo per contare gli asini, ragliando al punto da dimenticarcene in poche ore.

La Ragione

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Smaltire


Il provvedimento non ha fatto notizia, non ha destato clamore, magari pensando che si tratti dell’ennesimo codicillo per maniaci del diritto amministrativo. Che, di suo, assopisce il pubblico. Ma è una colpevole sottovalutazione, perché dietro l’apparente

Il provvedimento non ha fatto notizia, non ha destato clamore, magari pensando che si tratti dell’ennesimo codicillo per maniaci del diritto amministrativo. Che, di suo, assopisce il pubblico. Ma è una colpevole sottovalutazione, perché dietro l’apparente tecnicismo si cela un mondo e si dischiude una prospettiva.

Prima particolarità: s’interviene per decreto legge. In questo caso varato dal Consiglio dei Ministri di giovedì 7 luglio. Non una novità, oramai si legifera quasi solo per decreto legge. Solo che è una stortura, una anomalia, nonché una responsabilità di forze politiche che dei provvedimenti di legge fanno oggetto di propagande tribali, ma raramente di decisioni finali. Il decreto in questione interviene su un tema giurisdizionale, il che amplifica l’anomalia.

Da noi qualsiasi atto amministrativo è appellabile al Tribunale amministrativo regionale, che può decidere di sospenderlo in attesa di discuterlo. Non annoiatevi, è anche divertente: la settimana scorsa il Tar pugliese aveva sospeso la realizzazione di un nuovo nodo ferroviario, perché l’apposito comitato locale aveva lamentato possibili danni a taluni ulivi e carrubi.

Al prossimo frontale sul binario unico nessuno se ne ricorderà. Ma già alla fine del 2021, sempre per decreto, il governo aveva avvertito che per le gare relative ai fondi europei, al Pnrr, il Tar avrebbe dovuto fare in fretta. Mica si possono perdere soldi perché ci vuol tempo a decidere! Giusto. Giovedì è andato oltre: neanche li si può perdere per i ricorsi amministrativi sui lavori legati al Pnrr, quindi, come per le gare, fate in fretta: prima udienza utile dopo trenta giorni.

Al Tar, però, non langue solo l’Italia del Pnrr, ci s’impantana tutta. E intervenire per decreto su una questione di giustizia ha dell’ardito. Siccome, però, sappiamo che è necessario, siccome il sistema non funziona: amen. Ma, allora, procediamo anche oltre.

Solo a Roma, che annega nel pattume, mandare fuori l’indifferenziata che non si riesce a trattare costa 180 milioni l’anno. Nei termovalorizzatori, che non ci sono, si smaltisce il 6% della spazzatura, contro il 60 di Parigi, il 58 di Londra e il 46 di Berlino. L’Italia è costantemente sotto procedura d’infrazione per l’inciviltà delle discariche.

Usiamo i sistemi più dannosi per l’ambiente e più costosi per i cittadini (che non evadono). Non è neanche una generica vergogna, ma una puteolente schifezza. E non prendiamoci in giro: non si è in grado di provvedere, mancando coraggio, capacità e inceppandosi tutto nei ricorsi. E allora che eccezione sia e facciamola finita: commissario unico per la monnezza, decisioni centralizzate, soldi non distribuiti, ma investiti. E se qualcuno ricorre al Tar: si sbrighi, un mese o viene smaltito.

Dario Scannapieco, amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti, ricorda quel che qui abbiamo tante volte scritto: parliamo di siccità, ma intanto i nostri acquedotti perdono il 42% dell’acqua che trasportano, facendone scempio e spreco, contro l’8% tedesco; la materia è gestita da una giungla di 2.500 operatori pubblici incapaci di investire, talché a quello dedichiamo la metà della media europea.

Un letterale colabrodo senza speranza. Anche qui: basta. S’è santificata la spartitocrazia municipalizzata con apposito referendum demagogico, è ora di raccontare la verità agli italiani, responsabili dell’abboccare a tutte le minchionerie. Commissario unico etc. etc..

So benissimo che lo stato d’eccezione porta male, che il diritto non può essere storto senza conseguenze profonde e il mercato violentato senza generare bastardi, ma il fallimento del tutto fermo in tribunale è talmente evidente da far dire: non sblocchiamo solo il Pnrr (che è già tanto), disincagliamo l’Italia e aiutiamola a smaltire la lunga sbornia di costosa incapacità. E facciamolo ora, prima che tutto torni nelle mani di falso bipolarismo e vera inconcludenza.

La Ragione

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Abominio scolastico


Il test Invalsi del 2022 e il dato inquietante che riguarda i ragazzi che stanno ora sostenendo la maturità… Dai test Invalsi del 2022 risulta in maniera chiara che la metà dei ragazzi che in questo momento stanno facendo gli esami di maturità non sarebbe

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Il test Invalsi del 2022 e il dato inquietante che riguarda i ragazzi che stanno ora sostenendo la maturità…


Dai test Invalsi del 2022 risulta in maniera chiara che la metà dei ragazzi che in questo momento stanno facendo gli esami di maturità non sarebbe dovuto essere ammesso, perché insufficiente in italiano e/o in matematica. Lasciamo perdere le lingue straniere.

Non è una novità di quest’anno. Non c’entrano niente né il Covid, né la didattica a distanza, che sono solo scuse. Questo è il fallimento della scuola italiana. Anche perché lo spirito della scuola pubblica consiste – ed è sanissimo – nell’idea che l’istruzione, intesa come consegna di strumenti critici e culturali, serva a ciascuno per uscire da una condizione di eventuale svantaggio che può essere geografico, economico o culturale.

La scuola pubblica serve per colmare questi svantaggi e, ove possibile, annullarli. Invece, vediamo l’esatto opposto, perché prendiamo i risultati degli Invalsi 2022, troviamo che la metà dei maturandi dovrebbe essere bocciato e, invece, verranno tutti promossi. Ovviamente, lo stesso discorso vale anche per le altre classi: ho preso i maturandi per esemplificare.

Se io prendo l’insieme di questi ragazzi, la metà non è preparata. Ma non è mica così in tutta Italia. In italiano raggiunge e supera la sufficienza il 63% degli studenti del nord-est, il 60% nel nord-ovest, il 51% nel centro Italia, il 40% al sud e il 38% al sud e nelle isole.

In matematica dovrebbero essere bocciati, perché non raggiungono la sufficienza sempre la metà dei ragazzi. Però raggiunge e supera la sufficienza il 73% nel nord-ovest, il 75% nel nord-est, il 59% in centro, il 50% al sud e il 33% nel sud e nelle isole.

Tutto questo è profondamente ingiusto. Se poi si prendono questi dati, disaggregandoli ulteriormente per area della città o centro-provincia si scopre sempre la stessa regola. Più si è in una condizione avvantaggiata, più si è in una condizione socialmente, culturalmente ed economicamente più protetta e più si hanno a disposizione delle scuole che ti consegnano quantomeno la capacità di saper leggere e far di conto. Più si è in una condizione svantaggiata, più in quella condizione si rimane.

Poi, non c’è dubbio che c’è ci siano tantissimi docenti che fanno col cuore e con l’anima oltre, che con il cervello, il loro mestiere, ma ce ne sono tanti altri che sono lì solo per prendere lo stipendio. Ci sono ragazzi che studiano, che sono volenterosi, che si impegnano e ce ne sono altri che sono lì che aspettano la promozione e la avranno tutti.

Il problema non è cercare di chi è responsabilità. Il tema è questo schifo di scuola conferma le distanze sociali. È una scuola classista, non meritocratica e non selettiva.

Chi l’ha voluta? La vogliono le famiglie, la vogliono i cittadini italiani, la vogliono quelli che votano la classe politica che non indovina un congiuntivo nemmeno per scherzo, la vogliono quelli che votano una classe politica che non vuole e non sa fare di conto, sa fare solo debito. L’Italia che vota tutto questo è l’Italia che chiede la promozione per il proprio figlio, perché lo ritiene un incapace: non vorrete mica sfidarlo, misurarlo, sottoporlo ad una competizione, altrimenti perde.

E, invece, non è vero! Quei ragazzi meriterebbero maggiore fiducia, meriterebbero di essere sfidati, sottoposti a competizione, ma prepararti prima. E quelli che non si vogliono preparare, devono essere bocciati prima.

La severità a scuola serve ad agevolare la vita, mentre il lassismo a scuola serve a renderla una schifezza, una corsa al ribasso. Viviamo in un mondo aperto e, checché se ne dica, la concorrenza esiste. Sì, forse per una generazione il figlio del farmacista farà il farmacista, quello del notaio il notaio, quello del meccanico il meccanico.

Ma dopo finisce, perché il benessere rende sempre meno desiderosi di sacrificarsi. È questo che desideriamo? Perché questo è esattamente quello che il sistema scolastico sta preparando e lo sta preparando per le zone meno avvantaggiate del nostro Paese e, in special modo, per il sud per le aree meno ricche.

Complimenti per la performance! A me sembra un abominio.

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Boris il russo fra Russia e caduta


Simpatie e contraddizioni di Jhonson Non ha quel nome per caso, semmai è il cognome ad avere basi meno solide. Boris, per la precisione: Alexander Boris, si chiama in quel modo perché di origini anche russe, oltre che turche e musulmane. Di lui si possono

Simpatie e contraddizioni di Jhonson


Non ha quel nome per caso, semmai è il cognome ad avere basi meno solide. Boris, per la precisione: Alexander Boris, si chiama in quel modo perché di origini anche russe, oltre che turche e musulmane. Di lui si possono dire molte cose, ma “russofobo” proprio no. Il bisnonno paterno, di cognome faceva Kemal. Ali Kemal, ministro dell’impero ottomano.

Fu suo figlio, il nonno di Boris, a cambiare il cognome di una famiglia imparentata con la nobiltà tedesca ed inglese, usando quello di Johnson. Lui, Boris, è americano, nato a New York. In queste ore il suo governo vacilla, ma nel suo dna e nelle sue contraddizioni c’è un pezzo importante di storia europea.

Esageratamente simpatico, anche nel suo essere bugiardo. Qualcuno lo ricorderà a Roma, in occasione di un vertice, nel mentre elenca i sette colli capitolini, ma non riesce a ricordarne uno. Davanti a lui il nostro presidente della Repubblica e quello del Consiglio, che non è non sappiamo aiutarlo, è che non sarebbero arrivati a sei. Perché Johnson ha una cultura classica a prova di bomba, capace di recitare in greco (antico) e latino. Laureato a Oxford, in lettere classiche. Ma quando lo prendono a fare il giornalista, al The Times, redige un pezzo su scavi archeologici, inventando citazioni e attribuendole a casaccio, allo scopo di rendere più accattivante l’articolo. Licenziato. Riesce a farsi assumere altrove.

Il padre di Boris è stato a lungo parlamentare europeo conservatore. Super europeista, al punto di essere uno degli animatori del “Club del Coccodrillo”, dal nome del ristorante dove s’incontravano. Su quella posizione si trova anche il figlio, fin quando non crede il vento tiri per Brexit.

A esito del referendum, per dire, il padre ha cambiato cittadinanza, per restare europeo. Boris aveva cambiato posizione, per restare in vetta. E qui si apre la contraddizione politica, che prescinde totalmente dai rimproveri d’incoerenza o altre facezie non commestibili: cavalca alla grande Brexit, la usa anche per far fuori Theresa May e prenderle il posto, mentre ora è uno dei più determinati e netti interpreti della linea anti Putin, però lo stesso Putin aveva dato una mano eccome, a Brexit.

Si era pronunciato a favore dell’elezione di Obama, ma all’arrivo del virus prende la posizione di Trump e Bolsonaro: chi se ne frega, è un’influenza. Un negazionista. Ma mentre quei due restano appiccicati a quel che dissero, Boris realizza che è una cretinata e cambia: chiusure e vaccinazioni. E Uk è in testa alla partenza (noi sorpassiamo in corsa), un buon successo. Così lo scapigliato viene ammirato da gente che la pensa all’opposto. Poi lo beccano a far festini. Lui ammette, ma con l’aria di dire: che sarà mai.

Salva la ghirba dalla sfiducia interna al partito conservatore, ma perde ministri. Vince le elezioni politiche (anche grazie ai labouristi, che si fanno guidare da un antisemita socialista della prima metà del secolo scorso) e perde tutto il resto. Procedendo con la Brexit ideologica rischia di sfasciare l’intero Regno Unito.

E ora s’appresta al capolinea, sfiduciato dai suoi. Il tutto senza mai smarrire ironia e una piacioneria così smodata da essere a sua volta piacevole. Ed è questo il punto: Boris ha capito e interiorizzato la politica al debutto di questo secolo, vivendola come palestra di trasformismo e protagonismo. Ma all’appuntamento con la storia si presenta puntuale: Putin deve perdere. Ed è a quel punto che ti dici: magari tutti i populisti trasformisti fossero così.

La Ragione

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Cieco e nano


Follemente corretto Che, da tempo, il politicamente corretto stia evolvendo in follemente corretto lo sapevo. È questo, del resto, il motivo per cui ho cominciato a scriverne su “LaRagione” (vedi articolo di martedì scorso). Di vere e proprie follie ne ho

Follemente corretto


Che, da tempo, il politicamente corretto stia evolvendo in follemente corretto lo sapevo. È questo, del resto, il motivo per cui ho cominciato a scriverne su “LaRagione” (vedi articolo di martedì scorso).

Di vere e proprie follie ne ho scovate decine, soprattutto nei Paesi di lingua inglese, a partire dagli Stati Uniti. Per esempio che non si può vendere uno shampoo per capelli “normali”, perché altrimenti qualcuno potrebbe sentirsi anormale se compra uno shampoo per capelli secchi.

Però qualche giorno fa, girovagando su Internet, mi sono imbattuto in un caso che supera tutti quelli che avevo incontrato e catalogato (sì, ho questa perversione, faccio collezione di follie).

Ebbene, si tratta di questo: in un breve editoriale pubblicato sul portale dell’Università di Padova, uno studioso che si occupa di biologia evoluzionistica racconta che sta per pubblicare negli Stati Uniti un testo di argomento scientifico (l’evoluzione) e che la correttrice di bozze della casa editrice gli ha chiesto di cambiare alcune parole.

Due in particolare: “cieco” e “nano”, in quanto offensive per i non vedenti e le persone di bassa statura. La solita ipocrisia degli eufemismi, penserete voi. E invece no. Lo studioso nel suo libro usava l’aggettivo “cieco” per parlare della selezione naturale che è cieca (cioè non segue un piano). E usava la parola “nano” per parlare di una specie particolare di elefanti, detti elefanti nani, le cui dimensioni ridotte possono essere vantaggiose in quanto abitanti di isole piccole.

Ho pensato a uno scherzo. Magari lo studioso in questione non esiste o è un dottorando burlone che si diverte a prenderci in giro o vuole denigrare gli Stati Uniti. Quindi ho controllato: in realtà lo studioso in questione esiste, si chiama Telmo Pievani, ha studiato in Italia e negli Stati Uniti, attualmente è docente ordinario di Filosofia delle scienze biologiche, ha incarichi nazionali e internazionali prestigiosi, un mare di pubblicazioni, un curriculum accademico splendido.

Quindi la mia ipotesi era sbagliata: non siamo davanti a uno scherzo. Dobbiamo trovare un’altra spiegazione. Se una correttrice di bozze non capisce che “evoluzione cieca” e “elefante nano” sono espressioni che non possono offendere nessuno, una ragione deve esserci. Ma quale può essere? È a questo punto che mi sono tornati in mente alcuni studi recenti che, come sociologo che per trent’anni ha lavorato con gli psicologi, mi avevano molto incuriosito.

Secondo questi studi il quoziente intellettivo (QI) dei cittadini dei Paesi sviluppati sarebbe aumentato sistematicamente per più di mezzo secolo (dagli anni Quaranta alla fine degli anni Novanta del secolo scorso) ma nel nuovo millennio sarebbe in diminuzione. Il primo effetto (aumento QI) viene chiamato effetto Flynn, il secondo (diminuzione QI) viene chiamato effetto Flynn inverso o retrogrado.

Ho sempre guardato con scetticismo a questo tipo di studi, pieni di insidie statistico-matematiche. Ma, dopo aver appreso quel che è capitato al professor Pievani, sono meno scettico.

E se fosse proprio così, che stiamo diventando meno intelligenti? Dopotutto quel che la correttrice di bozze ha manifestato è una totale mancanza di ironia. E la letteratura scientifica su una cosa è concorde: l’ironia è la testimone migliore dell’intelligenza.

La Ragione

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L’euro e l’inflazione


Dannazione che fu L’euro chiuse la dannazione dell’inflazione e assicurò stabilità monetaria. Per noi fu la fine della più iniqua delle tasse. Al contrario che in altre parti dell’Euro-area, però, i salari si sono da noi fermati. Perché s’è fermata la cre
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Dannazione che fu


L’euro chiuse la dannazione dell’inflazione e assicurò stabilità monetaria. Per noi fu la fine della più iniqua delle tasse. Al contrario che in altre parti dell’Euro-area, però, i salari si sono da noi fermati. Perché s’è fermata la crescita. Inchiodata da arretratezze cui sembriamo affezionati. Ora l’inflazione ricompare, spinta dall’esterno. Sarà domata, se non si commetteranno i vecchi errori. Servono riforme e soldi che vadano a investimenti, non all’assistenzialismo.

La prima volta della moneta unica


Questo luglio si è tornato a parlare di inflazione. Dopo circa un trentennio di quiete caratterizzato da una sostanziale stabilità dei prezzi, si è osservato un rapido e ripido incremento dell’inflazione. Quest’ultima, passata dal 4,8% di gennaio agli 8 punti percentuali di fine giugno, ha raggiunto il valore più alto da quando è stato introdotto l’euro nel nostro Paese.

Se la perdita di potere d’acquisto rappresenta una novità per la moneta unica, lo stesso non si può dire per la lira. Il vecchio conio, come evidenziato dal primo grafico, ha conosciuto un lungo periodo di crisi (dal 1972 al 1985) caratterizzato da un’inflazione stabilmente e abbondantemente sopra il 10%, con un picco massimo del 21,2% raggiunto nel 1980.

luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico1-06072022

Dal 1985 in poi assistiamo a un decremento abbastanza costante dell’inflazione che nel 1999, in concomitanza con l’introduzione dell’euro come valuta contabile, giunge all’1,70%. L’esordio dell’euro come denaro contante avviene nel 2002, anno nel quale l’inflazione si attesta al 2,50%. Negli anni successivi la moneta unica si conferma una valuta stabile e abbastanza forte, capace di mantenere bassi (sempre sotto al 3,5% fino al 2022) i livelli dell’inflazione.

L’aumento sopraggiunto quest’anno, dunque, rappresenta un’assoluta novità e costringe gli esperti a domandarsi quale sia la migliore strategia possibile per arginare gli effetti negativi della perdita del potere di acquisto. I sindacati spingono per un adeguamento dei salari ai prezzi correnti, trovando però opposizione da parte della Banca d’Italia che teme che questo tipo di soluzione finirebbe per spingere ancora più in alto l’inflazione, innescando una spirale salari-prezzi come quella degli anni Settanta e Ottanta.

luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico2-06072022

Il terzo grafico, che mette a confronto l’andamento dell’inflazione con il livello dello stipendio medio negli ultimi 30 anni (stipendio nominale, non corretto per il livello dei prezzi), sembrerebbe dare qualche supporto all’istanza dei sindacati in quanto all’aumento del salario parrebbe corrispondere addirittura un decremento dell’inflazione.

luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico3-06072022

Tuttavia, dato che sia il valore dell’inflazione che quello dello stipendio medio vengono influenzati da un complesso sistema di variabili, la relazione apparente tra questi due termini potrebbe essere casuale o legata all’influenza di altre variabili in grado di incidere su entrambi i valori in maniera opposta.

Inoltre, va sottolineato come il livello degli stipendi in oggetto sia rimasto sostanzialmente stabile lungo tutto il trentennio e che anzi, trattandosi di stipendi nominali, il loro valore reale (confrontato quindi con l’indice del livello dei prezzi) sia addirittura diminuito nel corso del tempo.

È dunque plausibile che negli scorsi 30 anni si sia verificata una riduzione del valore dei salari reali accompagnata da tassi di inflazione decrescenti e una produttività stagnante.

Oggi la situazione appare più complessa: il valore reale degli stipendi continua a decrescere, però l’inflazione è in forte ascesa. Sarà necessario quindi incrementare la produttività al fine di non scivolare nella stagflazione.

a cura di Luca Ricolfi e Luca Princivalle (Fondazione David Hume) su La Ragione

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I nuovi diritti vanno scritti in Costituzione


Questa sentenza ci ha ricordato che la tutela dei diritti civili non è una linea retta verso il progresso. A momenti storici di forte espansione delle libertà e dei diritti si alternano epoche reazionarie, che pongono in pericolo secoli di lotte democrati

Sgomento e precarietà. Sono questi i sentimenti che ha suscitato l’overruling di Roe vs Wade. Dopo quasi cinquant’anni, è caduta una delle sentenze storiche della Corte Suprema americana. Il diritto all’aborto non è previsto in Costituzione, né è sedimentato nella storia e nella tradizione degli Stati Uniti d’America. Questa è l’argomentazione con cui i sei giudici conservatori, guidati dal Justice Alito, hanno segnato uno spartiacque sulla strada per la tutela dei diritti fondamentali.

Il fatto era stato preannunciato. Circa un mese prima della sentenza, una fuori uscita di notizie, senza precedenti nella storia della Corte, parlava di overruling. Già allora vi furono veementi reazioni di molte donne, timorose di perdere quanto conquistato nel corso del tempo. Gli stati nazionali potranno ora vietare o consentire l’aborto, incidendo in modo irreversibile sulla libertà di autodeterminazione.

La tesi della Corte Suprema è che le decisioni sull’aborto debbano essere rimesse al gioco democratico, dove maggioranza e minoranza si confrontano. Qui risiede il carattere miope e reazionario della pronuncia. In una democrazia liberale i diritti fondamentali non sono alla mercé della maggioranza. Nessuno in Italia può essere privato della libertà personale, se non alle condizioni previste all’art. 13 Cost., quand’anche tutti gli altri cinquantanove milioni di cittadini lo volessero.

“Crediamo in una Costituzione che ponga dei limiti al principio maggioritario”, affermano nella dissenting opinion i tre giudici rimasti in minoranza.

Questa sentenza ci ha ricordato che la tutela dei diritti civili non è una linea retta verso il progresso. A momenti storici di forte espansione delle libertà e dei diritti si alternano epoche reazionarie, che pongono in pericolo secoli di lotte democratiche.

Una tutela però esiste: è la lettera della Costituzione. I nuovi diritti vanno scritti nella Carta fondamentale al fine di prevenire che la storia torni indietro. Questa funzione compete al Parlamento. Sono i rappresentanti dei cittadini a dover sancire i nuovi diritti fondamentali. Lasciare decisioni così cruciali ai giudici è un profondo errore, perché un diritto, riconosciuto mediante un’interpretazione evolutiva, verrà meno mediante una mera interpretazione di segno contrario.

L’integrazione del testo costituzionale ad opera del Parlamento garantirà i nuovi diritti e assicurerà il necessario dibattito politico al riguardo. Piero Calamandrei diceva: “la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”. Il Parlamento agisca prima che l’aria manchi.

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I nuovi diritti vanno scritti in Costituzione


Questa sentenza ci ha ricordato che la tutela dei diritti civili non è una linea retta verso il progresso. A momenti storici di forte espansione delle libertà e dei diritti si alternano epoche reazionarie, che pongono in pericolo secoli di lotte democrati

Sgomento e precarietà. Sono questi i sentimenti che ha suscitato l’overruling di Roe vs Wade. Dopo quasi cinquant’anni, è caduta una delle sentenze storiche della Corte Suprema americana. Il diritto all’aborto non è previsto in Costituzione, né è sedimentato nella storia e nella tradizione degli Stati Uniti d’America. Questa è l’argomentazione con cui i sei giudici conservatori, guidati dal Justice Alito, hanno segnato uno spartiacque sulla strada per la tutela dei diritti fondamentali.

Il fatto era stato preannunciato. Circa un mese prima della sentenza, una fuori uscita di notizie, senza precedenti nella storia della Corte, parlava di overruling. Già allora vi furono veementi reazioni di molte donne, timorose di perdere quanto conquistato nel corso del tempo. Gli stati nazionali potranno ora vietare o consentire l’aborto, incidendo in modo irreversibile sulla libertà di autodeterminazione.

La tesi della Corte Suprema è che le decisioni sull’aborto debbano essere rimesse al gioco democratico, dove maggioranza e minoranza si confrontano. Qui risiede il carattere miope e reazionario della pronuncia. In una democrazia liberale i diritti fondamentali non sono alla mercé della maggioranza. Nessuno in Italia può essere privato della libertà personale, se non alle condizioni previste all’art. 13 Cost., quand’anche tutti gli altri cinquantanove milioni di cittadini lo volessero.

“Crediamo in una Costituzione che ponga dei limiti al principio maggioritario”, affermano nella dissenting opinion i tre giudici rimasti in minoranza.

Questa sentenza ci ha ricordato che la tutela dei diritti civili non è una linea retta verso il progresso. A momenti storici di forte espansione delle libertà e dei diritti si alternano epoche reazionarie, che pongono in pericolo secoli di lotte democratiche.

Una tutela però esiste: è la lettera della Costituzione. I nuovi diritti vanno scritti nella Carta fondamentale al fine di prevenire che la storia torni indietro. Questa funzione compete al Parlamento. Sono i rappresentanti dei cittadini a dover sancire i nuovi diritti fondamentali. Lasciare decisioni così cruciali ai giudici è un profondo errore, perché un diritto, riconosciuto mediante un’interpretazione evolutiva, verrà meno mediante una mera interpretazione di segno contrario.

L’integrazione del testo costituzionale ad opera del Parlamento garantirà i nuovi diritti e assicurerà il necessario dibattito politico al riguardo. Piero Calamandrei diceva: “la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”. Il Parlamento agisca prima che l’aria manchi.

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Presentazione del libro “Le Gattoparde” di Stefania Aphel Barzin

Il  30 giugno 2022, alle 16.00, presso Villa Piccolo a Capo D'Orlando, verrà presentato il libro "Le Gattoparde" di Stefania Aphel Barzin.

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Costruire un percorso sostenibile verso il sistema planetario della conoscenza. L'articolo di Juan Ortiz Freuler e Stefano Quintarelli è su #Euractiv


L'Internet globale che mantiene il nostro ecosistema di informazioni ricco e robusto è a rischio. Urgono politiche volte a garantire neutralità tecnologica, portabilità e interoperabilità, avvertono Juan Ortiz Freuler e Stefano Quintarelli.

Juan Ortiz Freuler è ricercatore presso il Berkman Klein Center for Internet and Society della Harvard Law School. Stefano Quintarelli è un imprenditore di Internet ed ex parlamentare italiano che ha coniato il paradigma della "neutralità del dispositivo".

Continua...

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

L’istanza italiana Friendica “Poliverso” chiede scusa a tutto il fediverso! (post lungo)


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Ieri notte, tra le h.23.00 del 23 giugno e le ore 1.00 AM del 24, l’istanza Poliverso ha "sparato" un migliaio di messaggi in giro per il fediverso!

Dobbiamo quindi delle scuse a tante persone:
• ci scusiamo con tutti coloro che sono stati svegliati dalle notifiche;
• ci scusiamo con coloro che si sono ritrovati una timeline federata invasa dai messaggi* provenienti da Poliverso;
• ci scusiamo con gli **amministratori e i moderatori di istanza che ci conoscono
che probabilmente si sono chiesti chi ci avesse hackerato il server;
• ci scusiamo con gli amministratori che non ci conoscevano e che si sono accorti di noi nel modo peggiore
• ci scusiamo soprattutto con alcuni nostri utenti che per colpa nostra, si sono INCONSAPEVOLMENTE comportati come spammer…

Purtroppo non avevamo la possibilità di prevedere tracollo e abbiamo fatto il possibile per limitarne i danni, ma siamo convinti che la nostra istanza o qualcuno dei nostri utenti siano finiti in qualche blacklist.

Se è così, vi chiediamo di leggere questo messaggio che spiega come siano andate le cose.

PS: se qualche esperto di Friendica dovesse rendersi conto che alcune considerazioni sono sbagliate o andrebbero definite meglio, ci faccia pure avere le proprie considerazioni nei commenti!

Cos’è successo al server Poliverso?

L’aggiornamento


La nuova release di Friendica, la 2022.06 detta “Giant Rhubarb” è una release apparentemente inutile, perché non modifica nulla per gli utenti, eppure ha migliorato radicalmente la compatibilità con gli altri software del fediverso: c’è stato infatti un immenso lavoro da parte degli sviluppatori e i cambiamenti sono stati tanti; in casi del genere è possibile che nascano disservizi e, benché alcune istanze avessero installato già una versione esplorativa, è chiaro che alcuni problemi non possono che emergere che in fase di produzione.

Proprio per questo abbiamo deciso di procedere all’installazione solo diversi giorni dopo il rilascio, per capire quali sarebbero stati i problemi per gli utenti e avvisarli per tempo; e ieri 23 giugno alle 22.00, il server Poliverso è stato aggiornato.

Il problema


All’inizio non sembrava che ci fossero problemi e, infatti, dopo una mezz’ora abbiamo smesso di monitorare. Alle 23.00 però è successo qualcosa…


Admin 1
22.56 hanno cambiato qualcosa e c'è gente che ne riceve un botto per cose vecchie.. poi si appiana
22.56 (sto vedendo un sacco di coda nei processi)

Admin 2
23.00 Finora non sto avendo questo tipo di problema. Anzi, in realtà non sto avendo nessun problema
23.01 Per essere più precisi, non riesco ancora a vedere nulla di diverso rispetto a prima... 😅
23.04 In questo momento sta pubblicando su Twitter dopo qualche decina di minuti di pausa
23.07 Porcaputtana i miei account stanno inondando il fediverso di messaggi

Admin 1
23.14 in che senso? 😁

Admin 2
23.15 Nel senso che sta cagando fuori tutti i messaggi pubblicati da Feed RSS. È un disastro e sto svuotando l'oceano con un cucchiaino 🤣
23.15 Questa è la volta che ci bannano l'istanza da ovunque

Admin 1
23.16 ho notato un sacco di roba RSS, però mi son detto "boh"

Admin 2
23.16 Sono le code di quei messaggi

Insomma, ieri c'è stato un vero disastro del quale l’istanza Poliverso pagherà a lungo le conseguenze come in termini reputazionali. Tuttavia la gestione del problema è stata assolutamente tempestiva sia dal punto di vista della risoluzione (alle h. 1:00 AM quasi tutti i messaggi erano stati cancellati) sia dal punto di vista della comunicazione.

poliverso.org/display/0477a01e…

I motivi del problema


Il problema comunque non è stato nella gestione sistemistica della macchina o nell’amministrazione dell’istanza, ma è stato dovuto a una serie di fattori che ne hanno moltiplicato il problema:

• L'esistenza di un vero e proprio bug di friendica che, all'upgrade "sistemava" tutte insieme, le precedenti imperfezioni in termini di protocollo di comunicazione con le altre istanze activitypub: questo **provocava una "rilettura" delle notifiche da FEED RSS** e, per chi replica alcuni post da feed, **una nuova ripubblicazione (😱!)** degli stessi.
• la **poca diffusione di questo strumento** (ripubblicazione da feed) tra gli utenti gobali di Friendica ha fatto si' che il problema non emergesse abbastanza sui forum
• la forte "**sponsorizzazione**" di questo sistema nell'istanza Poliverso ha fatto si che diversi utenti lo utilizzassero, ma soprattutto, che lo utilizzassero alcuni utenti "di servizio" e di informazione che gestiamo direttamente a livello personale o come amministratori ( [@macfranc@poliverso.org[(https://poliverso.org/profile/macfranc), [@informapirata@poliverso.org[(https://poliverso.org/profile/informapirata), [@notizie@poliverso.org[(https://poliverso.org/profile/notizie), [@cybersecurity@poliverso.org[(https://poliverso.org/profile/cybersecurity), [@privacypost@poliverso.org[(https://poliverso.org/profile/privacypost), [@piratepost@poliverso.org[(https://poliverso.org/profile/piratepost), [@istruzione@poliverso.org](https://poliverso.org/profile/istruzione)
• la **mancanza di validi strumenti di amministrazione o moderazione** (un atavico e ben noto problema di Friendica: https://github.com/friendica/friendica/issues/8724), che ci consentissero di eliminare messaggi in blocco o di interrompere subito il servizio di ripubblicazione da feed o di sospendere temporaneamente le utenze "inconsapevolmente spammose"

Il danno reputazionale


Tutti questi fattori ci hanno prima impedito di prevedere il problema e poi lo hanno amplificato, ma possiamo assicurare che la gestione dell’istanza è stata professionale e nel giro di un paio d'ore dall'allerta, abbiamo cancellato ogni traccia del problema!

Resta il fatto che gli utenti che seguivano gli account in questione, nel caso migliore si saranno chiesti "che cosa sta succedendo?", ma negli altri casi, hanno probabilmente defollowato, silenziato o bannato gli account di utenti incolpevoli e inconsapevoli…

La stessa cosa sarà avvenuta per gli amministratori: alcuni di loro, per proteggere i propri utenti dallo spam, avranno silenziato o bannato gli utenti; oppure avranno silenziato o bannato l’istanza!

Fortunatamente chi era nel fuso orario dell'Europa centrale, in quel momento probabilmente dormiva e non si trovava on line su Friendica, su Mastodon, su Misskey, su Pleroma o su Hubzilla

Considerazioni finali


Naturalmente durante quelle ore abbiamo provato una rabbia furiosa verso gli sviluppatori di Friendica che ci hanno provocato un tale danno reputazionale...

poliverso.org/display/0477a01e…

...ma è chiaro che non ce la sentiamo di arrabbiarci con loro. Del resto, è merito loro se esiste Friendica; è merito loro se esiste quello che secondo noi è il software del fediverso che consente l’esperienza social oggi più completa.

La prossima volta però, consigliamo di segnalare bene il problema e soprattutto, di esprimere almeno un po' di rammarico agli amministratori di istanza di Friendica e agli altri amministratori che hanno dovuto gestire quello che sembrava a tutti gli effetti un’attività massiva di spam!

Ma soprattutto, rivolgiamo un messaggio a tutti gli amministratori di istanza e agli utenti: se avete defollowato, silenziato o bannato alcuni utenti di Poliverso, sappiate che non avevano alcuna colpa, se non quella di utilizzare il sistema di reposting da feed RSS: date loro una seconda possibilità!

Questa voce è stata modificata (4 anni fa)

Presentazione del libro “La scuola della libertà e del merito” di Ottavia Munari e Andrea Davola, a cura di Giancristiano Desiderio