C’entro


Cantiere Il cantiere centrista è attivo, ricorrente e inconcludente. Non può che avere queste caratteristiche, perché i carpentieri hanno in mente realizzazioni diverse, sono incapaci di cooperare e va già alla grande se non s’industriano gli uni a demoli

Cantiere


Il cantiere centrista è attivo, ricorrente e inconcludente. Non può che avere queste caratteristiche, perché i carpentieri hanno in mente realizzazioni diverse, sono incapaci di cooperare e va già alla grande se non s’industriano gli uni a demolire quel che approntano gli altri.

L’errore ricorrente consiste nel credere che quel cantiere abbia lo scopo di “rappresentare” questa o quella cultura politica del passato, dimenticando che quel che ha bisogno d’essere testimoniato da rappresentanza è segno che è già morto. Difficile costruire un futuro con i morti.

Ciascuno accende lumini ai propri cari – che siano liberali, liberaldemocratici, socio-liberali, liberal-socialisti, popolari e così via – percorrendo i viali contornati d’alberi pizzuti. Ciascuno si duole non si riconosca la vitalità dei trapassati, non accorgendosi che nella rivendicazione stessa è contenuta una nota sepolcrale, senza neanche aspirazioni foscoliane.

Coltivare la memoria è cosa buona e giusta, possibilmente studiando il passato anziché inventarlo. Ma se si vuole costruire una forza politica occorre parlare la lingua del presente e sapere indicare una prospettiva futura. Che abbia radici nel passato è molto bello, ma se non sboccia nel presente tradisce le radici stesse.

Servono almeno quattro paletti, indicazioni di crescita, sicurezze politiche. Altrimenti si parla del nulla.

  • Il primo scopo, immediato, è impedire che si trascini oltre la commedia avviata nel 1994, già divenuta tragedia nel 2018. Sulla scena pretendono di sfidarsi due falsi: il presunto centrodestra e il presunto centrosinistra. La ragione d’essere di ciascuno è l’esistenza dell’altro, da battere. Ma non esistono né l’uno né l’altro. Questa falsa rappresentazione, questo inganno propagandistico ha ridotto non i “centristi” ma i pragmatici, i ragionevoli, i riformisti a restare ostaggio degli estremisti e dei populisti presenti in ciascuna delle due false coalizioni. Alle scorse politiche sono stati entrambi spazzati via dalla sbornia populista, che ha aperto la porta alla più oscena orgia trasformista mai vista. Una cosa alternativa, quindi, ha senso immediato se serve a fermare – impedendole di avere la maggioranza – questa oscenità.
  • Bisogna essere ci e chi per non avvedersi del fatto che gli equilibri internazionali hanno ricreato un discrimine. Nella stagione della globalizzazione, che ha enormemente aumentato la ricchezza e diminuitole disparità nel mondo, poteva anche capitare che il nemico di ieri influisse nelle faccende interne. È capitato con Brexit e con i sovranisti filorussi. Ma da quando il nemico di ieri ha deciso di tornare il nemico di oggi no, non può capitare. La collocazione atlantica riprende il suo ruolo di discrimine. Una forza che non voglia essere sommatoria di incompatibilità, come lo sono le due false coalizioni, è atlantica. O non è.
  • Questo non è un ritorno alla Guerra fredda di ieri, perché c’è una condizione nuova e decisiva: l’Europa che ieri era divisa oggi è unita. Anche nell’alleanza difensiva, la Nato, ieri era impossibile una forza armata europea: oggi è possibile. Ragione per cui la scelta europeista non è una scampagnata negli ideali (nobili) di Ventotene ma un indirizzo politico.
  • Quel che rende ricco un Paese è la libera intrapresa, la collaborazione di capitale e lavoro, con l’investimento pubblico indirizzato a correggere gli squilibri che ostacolano l’economia di mercato. L’uso della spesa pubblica per difendere le arretratezze e le rendite genera arretramento e debito. Il discrimine non è ideologico, fra privato e pubblico, ma d’indirizzo politico, fra investimenti e spesa corrente assistenzialista.

Per raccogliere consensi, senza partecipare alla fiera demagogica, occorre non solo essere chiari ma anche credibili. Il che richiede una buona dose di coerenza. Nessuno può essere buono per tutte le stagioni, tutti i partiti e tutte le coalizioni. Altrimenti siamo al centro con l’apostrofo: c’entro. Con il risultato che tutto il resto esce.

La Ragione

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Presentazione del Comitato di garanzia dei Liberali Democratici Repubblicani Europei


Il 7 luglio, alle ore 11.00, presso l’Associazione della Stampa Estera, in Via dell’Umiltà 83, a Roma, si è tenuta la Conferenza Stampa di presentazione del Comitato di garanzia dei Liberali Democratici Repubblicani Europei. Sono intervenuti: Carlo Calend

Il 7 luglio, alle ore 11.00, presso l’Associazione della Stampa Estera, in Via dell’Umiltà 83, a Roma, si è tenuta la Conferenza Stampa di presentazione del Comitato di garanzia dei Liberali Democratici Repubblicani Europei.

Sono intervenuti:

Carlo Calenda, Segretario di Azione

Benedetto della Vedova, Segretario di +Europa

Giuseppe Benedetto, Presidente della Fondazione Luigi Einaudi

Alessandro De Nicola,

L’evento è stato anche trasmesso in diretta streaming su tutti i canali social della Fondazione, di Azione e di +Europa.

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Asini


Guardi la scuola e vedi l’abisso. Non si tratta solo di strutture, organizzazione o spesa, perché l’abisso più preoccupante è quello morale. Ciò che inquieta non è la politica parolaia, a sua volta ricettacolo di titolati senza formazione e non titolati d

Guardi la scuola e vedi l’abisso. Non si tratta solo di strutture, organizzazione o spesa, perché l’abisso più preoccupante è quello morale. Ciò che inquieta non è la politica parolaia, a sua volta ricettacolo di titolati senza formazione e non titolati dotati di furbizia e insulsa logorrea. A inquietare è lo sguardo rivolto verso le famiglie, verso gli studenti, verso quanti stanno ricevendone un danno enorme e sembrano gradirlo come un dono.

Una asineria dimentica di Lucignolo, dimentica del riscatto del suo amico, dimentica del dolore. Ammesso e non concesso si sia mai letto il libro, si sappia della morte che coglie il primo e della degradazione cui è destinato il secondo. I più son paghi del cartone animato, senza insegnamento, senza morale, senza sacrificio. E il risultato è qui, in questi numeri che condiscono il mondo dei diritti senza doveri.

Leggiamoli, ma non prendiamoci in giro: il Covid non c’entra nulla. Due anni di scuola frastagliata, di digitale paleolitico, hanno aggravato le disparità. Ma di poco, di un nulla. Il problema c’era prima ed è ancora tutto lì.

In questi giorni i maturandi ottengono la loro licenza si scuola media superiore. Saranno promossi in massa, come è tradizione, da lustri. Ma i dati Invalsi dicono che la metà di loro dovrebbe essere bocciata, perché incapaci di compitare, di calcolare per non dire di esprimersi o capire una lingua straniera. Il loro titolo è la certificazione di una presa in giro. Ma questo è nulla, il peggio è ancora nascosto dietro il macigno della metà analfabeta.

Solo il 52% è in grado di leggere e capire l’italiano. Ma quella è la media nazionale. È il 63% nel Nord Est e Nord Ovest; il 51 al Centro; il 40 al Sud; il 38 a Sud e Isole. Qui il 62% avrà un titolo senza sapere leggere e capire. Solo il 50% sa decentemente far di conto, ma è la media nazionale. 63 nel Nord Ovest; 66 nel Nord Est; 48 al Centro; 37 al Sud; 33 Sud e Isole. E se disaggregate quei dati non solo per macro aree, ma andando provincia per provincia e città per città, trovate sempre lo stesso risultato: gli svantaggi culturali, sociale ed economici si accrescono con la scuola anziché diminuire.

Chi è in vantaggio lo sarà di più, chi è indietro anche. Se solo il 38% è in grado di ascoltare e capire l’inglese (elementare) state sicuri che la pressoché totalità di quella minoranza è composta da ragazzi le cui famiglie li hanno spediti all’estero in vacanza. Questo è il feroce classismo della scuola pubblica italiana, generato dall’assenza di meritocrazia e selettività. Che manca fra i banchi, ma anche fra le cattedre.

Serve a nulla spendere di più o assumere di più, devi capovolgere quel che alla scuola chiedi: che chi vale vada avanti, non che si promuovano tutti. Abbiamo fior d’insegnanti bravi e dediti al loro lavoro, ma non li distinguiamo dagli ignoranti incattedrati e solitamente anche assenti. Abbiamo fior di ragazzi di valore, ma se partono svantaggiati li lasciamo dove si trovano.

Ma, ed è qui la bancarotta morale, non sono le famiglie a reclamare formazione e selezione, non sono gli studenti a pretendere insegnanti all’altezza. Le aspettative puntano alla promozione senza valorizzazione. I genitori hanno smesso di fare i genitori e sono divenuti gli amici o i nonni molli dei figli. Ovvio che non si deve generalizzare, ma è sicuro che quei risultati portano a un generale decadimento, solo temporaneamente anestetizzato dalla spesa pubblica improduttiva e assistenzialista.

Dovremmo mettere quei numeri dentro una sola banca dati, controllare quali docenti migliorano la condizione dei discenti e promuoverli, pagarli di più, aprire una concorrenza fra loro e mandare a casa gli altri. Perché il loro contratto sicuro non vale la sicura fregatura a un ragazzo lasciato ignorante. Dovremmo usare quei dati per indirizzare i soldi, che è poi il solo modo per rendere evidente che l’ignoranza impoverisce. Li usiamo per contare gli asini, ragliando al punto da dimenticarcene in poche ore.

La Ragione

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Smaltire


Il provvedimento non ha fatto notizia, non ha destato clamore, magari pensando che si tratti dell’ennesimo codicillo per maniaci del diritto amministrativo. Che, di suo, assopisce il pubblico. Ma è una colpevole sottovalutazione, perché dietro l’apparente

Il provvedimento non ha fatto notizia, non ha destato clamore, magari pensando che si tratti dell’ennesimo codicillo per maniaci del diritto amministrativo. Che, di suo, assopisce il pubblico. Ma è una colpevole sottovalutazione, perché dietro l’apparente tecnicismo si cela un mondo e si dischiude una prospettiva.

Prima particolarità: s’interviene per decreto legge. In questo caso varato dal Consiglio dei Ministri di giovedì 7 luglio. Non una novità, oramai si legifera quasi solo per decreto legge. Solo che è una stortura, una anomalia, nonché una responsabilità di forze politiche che dei provvedimenti di legge fanno oggetto di propagande tribali, ma raramente di decisioni finali. Il decreto in questione interviene su un tema giurisdizionale, il che amplifica l’anomalia.

Da noi qualsiasi atto amministrativo è appellabile al Tribunale amministrativo regionale, che può decidere di sospenderlo in attesa di discuterlo. Non annoiatevi, è anche divertente: la settimana scorsa il Tar pugliese aveva sospeso la realizzazione di un nuovo nodo ferroviario, perché l’apposito comitato locale aveva lamentato possibili danni a taluni ulivi e carrubi.

Al prossimo frontale sul binario unico nessuno se ne ricorderà. Ma già alla fine del 2021, sempre per decreto, il governo aveva avvertito che per le gare relative ai fondi europei, al Pnrr, il Tar avrebbe dovuto fare in fretta. Mica si possono perdere soldi perché ci vuol tempo a decidere! Giusto. Giovedì è andato oltre: neanche li si può perdere per i ricorsi amministrativi sui lavori legati al Pnrr, quindi, come per le gare, fate in fretta: prima udienza utile dopo trenta giorni.

Al Tar, però, non langue solo l’Italia del Pnrr, ci s’impantana tutta. E intervenire per decreto su una questione di giustizia ha dell’ardito. Siccome, però, sappiamo che è necessario, siccome il sistema non funziona: amen. Ma, allora, procediamo anche oltre.

Solo a Roma, che annega nel pattume, mandare fuori l’indifferenziata che non si riesce a trattare costa 180 milioni l’anno. Nei termovalorizzatori, che non ci sono, si smaltisce il 6% della spazzatura, contro il 60 di Parigi, il 58 di Londra e il 46 di Berlino. L’Italia è costantemente sotto procedura d’infrazione per l’inciviltà delle discariche.

Usiamo i sistemi più dannosi per l’ambiente e più costosi per i cittadini (che non evadono). Non è neanche una generica vergogna, ma una puteolente schifezza. E non prendiamoci in giro: non si è in grado di provvedere, mancando coraggio, capacità e inceppandosi tutto nei ricorsi. E allora che eccezione sia e facciamola finita: commissario unico per la monnezza, decisioni centralizzate, soldi non distribuiti, ma investiti. E se qualcuno ricorre al Tar: si sbrighi, un mese o viene smaltito.

Dario Scannapieco, amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti, ricorda quel che qui abbiamo tante volte scritto: parliamo di siccità, ma intanto i nostri acquedotti perdono il 42% dell’acqua che trasportano, facendone scempio e spreco, contro l’8% tedesco; la materia è gestita da una giungla di 2.500 operatori pubblici incapaci di investire, talché a quello dedichiamo la metà della media europea.

Un letterale colabrodo senza speranza. Anche qui: basta. S’è santificata la spartitocrazia municipalizzata con apposito referendum demagogico, è ora di raccontare la verità agli italiani, responsabili dell’abboccare a tutte le minchionerie. Commissario unico etc. etc..

So benissimo che lo stato d’eccezione porta male, che il diritto non può essere storto senza conseguenze profonde e il mercato violentato senza generare bastardi, ma il fallimento del tutto fermo in tribunale è talmente evidente da far dire: non sblocchiamo solo il Pnrr (che è già tanto), disincagliamo l’Italia e aiutiamola a smaltire la lunga sbornia di costosa incapacità. E facciamolo ora, prima che tutto torni nelle mani di falso bipolarismo e vera inconcludenza.

La Ragione

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Abominio scolastico


Il test Invalsi del 2022 e il dato inquietante che riguarda i ragazzi che stanno ora sostenendo la maturità… Dai test Invalsi del 2022 risulta in maniera chiara che la metà dei ragazzi che in questo momento stanno facendo gli esami di maturità non sarebbe

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Il test Invalsi del 2022 e il dato inquietante che riguarda i ragazzi che stanno ora sostenendo la maturità…


Dai test Invalsi del 2022 risulta in maniera chiara che la metà dei ragazzi che in questo momento stanno facendo gli esami di maturità non sarebbe dovuto essere ammesso, perché insufficiente in italiano e/o in matematica. Lasciamo perdere le lingue straniere.

Non è una novità di quest’anno. Non c’entrano niente né il Covid, né la didattica a distanza, che sono solo scuse. Questo è il fallimento della scuola italiana. Anche perché lo spirito della scuola pubblica consiste – ed è sanissimo – nell’idea che l’istruzione, intesa come consegna di strumenti critici e culturali, serva a ciascuno per uscire da una condizione di eventuale svantaggio che può essere geografico, economico o culturale.

La scuola pubblica serve per colmare questi svantaggi e, ove possibile, annullarli. Invece, vediamo l’esatto opposto, perché prendiamo i risultati degli Invalsi 2022, troviamo che la metà dei maturandi dovrebbe essere bocciato e, invece, verranno tutti promossi. Ovviamente, lo stesso discorso vale anche per le altre classi: ho preso i maturandi per esemplificare.

Se io prendo l’insieme di questi ragazzi, la metà non è preparata. Ma non è mica così in tutta Italia. In italiano raggiunge e supera la sufficienza il 63% degli studenti del nord-est, il 60% nel nord-ovest, il 51% nel centro Italia, il 40% al sud e il 38% al sud e nelle isole.

In matematica dovrebbero essere bocciati, perché non raggiungono la sufficienza sempre la metà dei ragazzi. Però raggiunge e supera la sufficienza il 73% nel nord-ovest, il 75% nel nord-est, il 59% in centro, il 50% al sud e il 33% nel sud e nelle isole.

Tutto questo è profondamente ingiusto. Se poi si prendono questi dati, disaggregandoli ulteriormente per area della città o centro-provincia si scopre sempre la stessa regola. Più si è in una condizione avvantaggiata, più si è in una condizione socialmente, culturalmente ed economicamente più protetta e più si hanno a disposizione delle scuole che ti consegnano quantomeno la capacità di saper leggere e far di conto. Più si è in una condizione svantaggiata, più in quella condizione si rimane.

Poi, non c’è dubbio che c’è ci siano tantissimi docenti che fanno col cuore e con l’anima oltre, che con il cervello, il loro mestiere, ma ce ne sono tanti altri che sono lì solo per prendere lo stipendio. Ci sono ragazzi che studiano, che sono volenterosi, che si impegnano e ce ne sono altri che sono lì che aspettano la promozione e la avranno tutti.

Il problema non è cercare di chi è responsabilità. Il tema è questo schifo di scuola conferma le distanze sociali. È una scuola classista, non meritocratica e non selettiva.

Chi l’ha voluta? La vogliono le famiglie, la vogliono i cittadini italiani, la vogliono quelli che votano la classe politica che non indovina un congiuntivo nemmeno per scherzo, la vogliono quelli che votano una classe politica che non vuole e non sa fare di conto, sa fare solo debito. L’Italia che vota tutto questo è l’Italia che chiede la promozione per il proprio figlio, perché lo ritiene un incapace: non vorrete mica sfidarlo, misurarlo, sottoporlo ad una competizione, altrimenti perde.

E, invece, non è vero! Quei ragazzi meriterebbero maggiore fiducia, meriterebbero di essere sfidati, sottoposti a competizione, ma prepararti prima. E quelli che non si vogliono preparare, devono essere bocciati prima.

La severità a scuola serve ad agevolare la vita, mentre il lassismo a scuola serve a renderla una schifezza, una corsa al ribasso. Viviamo in un mondo aperto e, checché se ne dica, la concorrenza esiste. Sì, forse per una generazione il figlio del farmacista farà il farmacista, quello del notaio il notaio, quello del meccanico il meccanico.

Ma dopo finisce, perché il benessere rende sempre meno desiderosi di sacrificarsi. È questo che desideriamo? Perché questo è esattamente quello che il sistema scolastico sta preparando e lo sta preparando per le zone meno avvantaggiate del nostro Paese e, in special modo, per il sud per le aree meno ricche.

Complimenti per la performance! A me sembra un abominio.

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Boris il russo fra Russia e caduta


Simpatie e contraddizioni di Jhonson Non ha quel nome per caso, semmai è il cognome ad avere basi meno solide. Boris, per la precisione: Alexander Boris, si chiama in quel modo perché di origini anche russe, oltre che turche e musulmane. Di lui si possono

Simpatie e contraddizioni di Jhonson


Non ha quel nome per caso, semmai è il cognome ad avere basi meno solide. Boris, per la precisione: Alexander Boris, si chiama in quel modo perché di origini anche russe, oltre che turche e musulmane. Di lui si possono dire molte cose, ma “russofobo” proprio no. Il bisnonno paterno, di cognome faceva Kemal. Ali Kemal, ministro dell’impero ottomano.

Fu suo figlio, il nonno di Boris, a cambiare il cognome di una famiglia imparentata con la nobiltà tedesca ed inglese, usando quello di Johnson. Lui, Boris, è americano, nato a New York. In queste ore il suo governo vacilla, ma nel suo dna e nelle sue contraddizioni c’è un pezzo importante di storia europea.

Esageratamente simpatico, anche nel suo essere bugiardo. Qualcuno lo ricorderà a Roma, in occasione di un vertice, nel mentre elenca i sette colli capitolini, ma non riesce a ricordarne uno. Davanti a lui il nostro presidente della Repubblica e quello del Consiglio, che non è non sappiamo aiutarlo, è che non sarebbero arrivati a sei. Perché Johnson ha una cultura classica a prova di bomba, capace di recitare in greco (antico) e latino. Laureato a Oxford, in lettere classiche. Ma quando lo prendono a fare il giornalista, al The Times, redige un pezzo su scavi archeologici, inventando citazioni e attribuendole a casaccio, allo scopo di rendere più accattivante l’articolo. Licenziato. Riesce a farsi assumere altrove.

Il padre di Boris è stato a lungo parlamentare europeo conservatore. Super europeista, al punto di essere uno degli animatori del “Club del Coccodrillo”, dal nome del ristorante dove s’incontravano. Su quella posizione si trova anche il figlio, fin quando non crede il vento tiri per Brexit.

A esito del referendum, per dire, il padre ha cambiato cittadinanza, per restare europeo. Boris aveva cambiato posizione, per restare in vetta. E qui si apre la contraddizione politica, che prescinde totalmente dai rimproveri d’incoerenza o altre facezie non commestibili: cavalca alla grande Brexit, la usa anche per far fuori Theresa May e prenderle il posto, mentre ora è uno dei più determinati e netti interpreti della linea anti Putin, però lo stesso Putin aveva dato una mano eccome, a Brexit.

Si era pronunciato a favore dell’elezione di Obama, ma all’arrivo del virus prende la posizione di Trump e Bolsonaro: chi se ne frega, è un’influenza. Un negazionista. Ma mentre quei due restano appiccicati a quel che dissero, Boris realizza che è una cretinata e cambia: chiusure e vaccinazioni. E Uk è in testa alla partenza (noi sorpassiamo in corsa), un buon successo. Così lo scapigliato viene ammirato da gente che la pensa all’opposto. Poi lo beccano a far festini. Lui ammette, ma con l’aria di dire: che sarà mai.

Salva la ghirba dalla sfiducia interna al partito conservatore, ma perde ministri. Vince le elezioni politiche (anche grazie ai labouristi, che si fanno guidare da un antisemita socialista della prima metà del secolo scorso) e perde tutto il resto. Procedendo con la Brexit ideologica rischia di sfasciare l’intero Regno Unito.

E ora s’appresta al capolinea, sfiduciato dai suoi. Il tutto senza mai smarrire ironia e una piacioneria così smodata da essere a sua volta piacevole. Ed è questo il punto: Boris ha capito e interiorizzato la politica al debutto di questo secolo, vivendola come palestra di trasformismo e protagonismo. Ma all’appuntamento con la storia si presenta puntuale: Putin deve perdere. Ed è a quel punto che ti dici: magari tutti i populisti trasformisti fossero così.

La Ragione

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Cieco e nano


Follemente corretto Che, da tempo, il politicamente corretto stia evolvendo in follemente corretto lo sapevo. È questo, del resto, il motivo per cui ho cominciato a scriverne su “LaRagione” (vedi articolo di martedì scorso). Di vere e proprie follie ne ho

Follemente corretto


Che, da tempo, il politicamente corretto stia evolvendo in follemente corretto lo sapevo. È questo, del resto, il motivo per cui ho cominciato a scriverne su “LaRagione” (vedi articolo di martedì scorso).

Di vere e proprie follie ne ho scovate decine, soprattutto nei Paesi di lingua inglese, a partire dagli Stati Uniti. Per esempio che non si può vendere uno shampoo per capelli “normali”, perché altrimenti qualcuno potrebbe sentirsi anormale se compra uno shampoo per capelli secchi.

Però qualche giorno fa, girovagando su Internet, mi sono imbattuto in un caso che supera tutti quelli che avevo incontrato e catalogato (sì, ho questa perversione, faccio collezione di follie).

Ebbene, si tratta di questo: in un breve editoriale pubblicato sul portale dell’Università di Padova, uno studioso che si occupa di biologia evoluzionistica racconta che sta per pubblicare negli Stati Uniti un testo di argomento scientifico (l’evoluzione) e che la correttrice di bozze della casa editrice gli ha chiesto di cambiare alcune parole.

Due in particolare: “cieco” e “nano”, in quanto offensive per i non vedenti e le persone di bassa statura. La solita ipocrisia degli eufemismi, penserete voi. E invece no. Lo studioso nel suo libro usava l’aggettivo “cieco” per parlare della selezione naturale che è cieca (cioè non segue un piano). E usava la parola “nano” per parlare di una specie particolare di elefanti, detti elefanti nani, le cui dimensioni ridotte possono essere vantaggiose in quanto abitanti di isole piccole.

Ho pensato a uno scherzo. Magari lo studioso in questione non esiste o è un dottorando burlone che si diverte a prenderci in giro o vuole denigrare gli Stati Uniti. Quindi ho controllato: in realtà lo studioso in questione esiste, si chiama Telmo Pievani, ha studiato in Italia e negli Stati Uniti, attualmente è docente ordinario di Filosofia delle scienze biologiche, ha incarichi nazionali e internazionali prestigiosi, un mare di pubblicazioni, un curriculum accademico splendido.

Quindi la mia ipotesi era sbagliata: non siamo davanti a uno scherzo. Dobbiamo trovare un’altra spiegazione. Se una correttrice di bozze non capisce che “evoluzione cieca” e “elefante nano” sono espressioni che non possono offendere nessuno, una ragione deve esserci. Ma quale può essere? È a questo punto che mi sono tornati in mente alcuni studi recenti che, come sociologo che per trent’anni ha lavorato con gli psicologi, mi avevano molto incuriosito.

Secondo questi studi il quoziente intellettivo (QI) dei cittadini dei Paesi sviluppati sarebbe aumentato sistematicamente per più di mezzo secolo (dagli anni Quaranta alla fine degli anni Novanta del secolo scorso) ma nel nuovo millennio sarebbe in diminuzione. Il primo effetto (aumento QI) viene chiamato effetto Flynn, il secondo (diminuzione QI) viene chiamato effetto Flynn inverso o retrogrado.

Ho sempre guardato con scetticismo a questo tipo di studi, pieni di insidie statistico-matematiche. Ma, dopo aver appreso quel che è capitato al professor Pievani, sono meno scettico.

E se fosse proprio così, che stiamo diventando meno intelligenti? Dopotutto quel che la correttrice di bozze ha manifestato è una totale mancanza di ironia. E la letteratura scientifica su una cosa è concorde: l’ironia è la testimone migliore dell’intelligenza.

La Ragione

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L’euro e l’inflazione


Dannazione che fu L’euro chiuse la dannazione dell’inflazione e assicurò stabilità monetaria. Per noi fu la fine della più iniqua delle tasse. Al contrario che in altre parti dell’Euro-area, però, i salari si sono da noi fermati. Perché s’è fermata la cre
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Dannazione che fu


L’euro chiuse la dannazione dell’inflazione e assicurò stabilità monetaria. Per noi fu la fine della più iniqua delle tasse. Al contrario che in altre parti dell’Euro-area, però, i salari si sono da noi fermati. Perché s’è fermata la crescita. Inchiodata da arretratezze cui sembriamo affezionati. Ora l’inflazione ricompare, spinta dall’esterno. Sarà domata, se non si commetteranno i vecchi errori. Servono riforme e soldi che vadano a investimenti, non all’assistenzialismo.

La prima volta della moneta unica


Questo luglio si è tornato a parlare di inflazione. Dopo circa un trentennio di quiete caratterizzato da una sostanziale stabilità dei prezzi, si è osservato un rapido e ripido incremento dell’inflazione. Quest’ultima, passata dal 4,8% di gennaio agli 8 punti percentuali di fine giugno, ha raggiunto il valore più alto da quando è stato introdotto l’euro nel nostro Paese.

Se la perdita di potere d’acquisto rappresenta una novità per la moneta unica, lo stesso non si può dire per la lira. Il vecchio conio, come evidenziato dal primo grafico, ha conosciuto un lungo periodo di crisi (dal 1972 al 1985) caratterizzato da un’inflazione stabilmente e abbondantemente sopra il 10%, con un picco massimo del 21,2% raggiunto nel 1980.

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Dal 1985 in poi assistiamo a un decremento abbastanza costante dell’inflazione che nel 1999, in concomitanza con l’introduzione dell’euro come valuta contabile, giunge all’1,70%. L’esordio dell’euro come denaro contante avviene nel 2002, anno nel quale l’inflazione si attesta al 2,50%. Negli anni successivi la moneta unica si conferma una valuta stabile e abbastanza forte, capace di mantenere bassi (sempre sotto al 3,5% fino al 2022) i livelli dell’inflazione.

L’aumento sopraggiunto quest’anno, dunque, rappresenta un’assoluta novità e costringe gli esperti a domandarsi quale sia la migliore strategia possibile per arginare gli effetti negativi della perdita del potere di acquisto. I sindacati spingono per un adeguamento dei salari ai prezzi correnti, trovando però opposizione da parte della Banca d’Italia che teme che questo tipo di soluzione finirebbe per spingere ancora più in alto l’inflazione, innescando una spirale salari-prezzi come quella degli anni Settanta e Ottanta.

luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico2-06072022

Il terzo grafico, che mette a confronto l’andamento dell’inflazione con il livello dello stipendio medio negli ultimi 30 anni (stipendio nominale, non corretto per il livello dei prezzi), sembrerebbe dare qualche supporto all’istanza dei sindacati in quanto all’aumento del salario parrebbe corrispondere addirittura un decremento dell’inflazione.

luca-ricolfi-euro-inflazione-laragione-grafico3-06072022

Tuttavia, dato che sia il valore dell’inflazione che quello dello stipendio medio vengono influenzati da un complesso sistema di variabili, la relazione apparente tra questi due termini potrebbe essere casuale o legata all’influenza di altre variabili in grado di incidere su entrambi i valori in maniera opposta.

Inoltre, va sottolineato come il livello degli stipendi in oggetto sia rimasto sostanzialmente stabile lungo tutto il trentennio e che anzi, trattandosi di stipendi nominali, il loro valore reale (confrontato quindi con l’indice del livello dei prezzi) sia addirittura diminuito nel corso del tempo.

È dunque plausibile che negli scorsi 30 anni si sia verificata una riduzione del valore dei salari reali accompagnata da tassi di inflazione decrescenti e una produttività stagnante.

Oggi la situazione appare più complessa: il valore reale degli stipendi continua a decrescere, però l’inflazione è in forte ascesa. Sarà necessario quindi incrementare la produttività al fine di non scivolare nella stagflazione.

a cura di Luca Ricolfi e Luca Princivalle (Fondazione David Hume) su La Ragione

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I nuovi diritti vanno scritti in Costituzione


Questa sentenza ci ha ricordato che la tutela dei diritti civili non è una linea retta verso il progresso. A momenti storici di forte espansione delle libertà e dei diritti si alternano epoche reazionarie, che pongono in pericolo secoli di lotte democrati

Sgomento e precarietà. Sono questi i sentimenti che ha suscitato l’overruling di Roe vs Wade. Dopo quasi cinquant’anni, è caduta una delle sentenze storiche della Corte Suprema americana. Il diritto all’aborto non è previsto in Costituzione, né è sedimentato nella storia e nella tradizione degli Stati Uniti d’America. Questa è l’argomentazione con cui i sei giudici conservatori, guidati dal Justice Alito, hanno segnato uno spartiacque sulla strada per la tutela dei diritti fondamentali.

Il fatto era stato preannunciato. Circa un mese prima della sentenza, una fuori uscita di notizie, senza precedenti nella storia della Corte, parlava di overruling. Già allora vi furono veementi reazioni di molte donne, timorose di perdere quanto conquistato nel corso del tempo. Gli stati nazionali potranno ora vietare o consentire l’aborto, incidendo in modo irreversibile sulla libertà di autodeterminazione.

La tesi della Corte Suprema è che le decisioni sull’aborto debbano essere rimesse al gioco democratico, dove maggioranza e minoranza si confrontano. Qui risiede il carattere miope e reazionario della pronuncia. In una democrazia liberale i diritti fondamentali non sono alla mercé della maggioranza. Nessuno in Italia può essere privato della libertà personale, se non alle condizioni previste all’art. 13 Cost., quand’anche tutti gli altri cinquantanove milioni di cittadini lo volessero.

“Crediamo in una Costituzione che ponga dei limiti al principio maggioritario”, affermano nella dissenting opinion i tre giudici rimasti in minoranza.

Questa sentenza ci ha ricordato che la tutela dei diritti civili non è una linea retta verso il progresso. A momenti storici di forte espansione delle libertà e dei diritti si alternano epoche reazionarie, che pongono in pericolo secoli di lotte democratiche.

Una tutela però esiste: è la lettera della Costituzione. I nuovi diritti vanno scritti nella Carta fondamentale al fine di prevenire che la storia torni indietro. Questa funzione compete al Parlamento. Sono i rappresentanti dei cittadini a dover sancire i nuovi diritti fondamentali. Lasciare decisioni così cruciali ai giudici è un profondo errore, perché un diritto, riconosciuto mediante un’interpretazione evolutiva, verrà meno mediante una mera interpretazione di segno contrario.

L’integrazione del testo costituzionale ad opera del Parlamento garantirà i nuovi diritti e assicurerà il necessario dibattito politico al riguardo. Piero Calamandrei diceva: “la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”. Il Parlamento agisca prima che l’aria manchi.

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I nuovi diritti vanno scritti in Costituzione


Questa sentenza ci ha ricordato che la tutela dei diritti civili non è una linea retta verso il progresso. A momenti storici di forte espansione delle libertà e dei diritti si alternano epoche reazionarie, che pongono in pericolo secoli di lotte democrati

Sgomento e precarietà. Sono questi i sentimenti che ha suscitato l’overruling di Roe vs Wade. Dopo quasi cinquant’anni, è caduta una delle sentenze storiche della Corte Suprema americana. Il diritto all’aborto non è previsto in Costituzione, né è sedimentato nella storia e nella tradizione degli Stati Uniti d’America. Questa è l’argomentazione con cui i sei giudici conservatori, guidati dal Justice Alito, hanno segnato uno spartiacque sulla strada per la tutela dei diritti fondamentali.

Il fatto era stato preannunciato. Circa un mese prima della sentenza, una fuori uscita di notizie, senza precedenti nella storia della Corte, parlava di overruling. Già allora vi furono veementi reazioni di molte donne, timorose di perdere quanto conquistato nel corso del tempo. Gli stati nazionali potranno ora vietare o consentire l’aborto, incidendo in modo irreversibile sulla libertà di autodeterminazione.

La tesi della Corte Suprema è che le decisioni sull’aborto debbano essere rimesse al gioco democratico, dove maggioranza e minoranza si confrontano. Qui risiede il carattere miope e reazionario della pronuncia. In una democrazia liberale i diritti fondamentali non sono alla mercé della maggioranza. Nessuno in Italia può essere privato della libertà personale, se non alle condizioni previste all’art. 13 Cost., quand’anche tutti gli altri cinquantanove milioni di cittadini lo volessero.

“Crediamo in una Costituzione che ponga dei limiti al principio maggioritario”, affermano nella dissenting opinion i tre giudici rimasti in minoranza.

Questa sentenza ci ha ricordato che la tutela dei diritti civili non è una linea retta verso il progresso. A momenti storici di forte espansione delle libertà e dei diritti si alternano epoche reazionarie, che pongono in pericolo secoli di lotte democratiche.

Una tutela però esiste: è la lettera della Costituzione. I nuovi diritti vanno scritti nella Carta fondamentale al fine di prevenire che la storia torni indietro. Questa funzione compete al Parlamento. Sono i rappresentanti dei cittadini a dover sancire i nuovi diritti fondamentali. Lasciare decisioni così cruciali ai giudici è un profondo errore, perché un diritto, riconosciuto mediante un’interpretazione evolutiva, verrà meno mediante una mera interpretazione di segno contrario.

L’integrazione del testo costituzionale ad opera del Parlamento garantirà i nuovi diritti e assicurerà il necessario dibattito politico al riguardo. Piero Calamandrei diceva: “la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare”. Il Parlamento agisca prima che l’aria manchi.

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Presentazione del libro “Le Gattoparde” di Stefania Aphel Barzin

Il  30 giugno 2022, alle 16.00, presso Villa Piccolo a Capo D'Orlando, verrà presentato il libro "Le Gattoparde" di Stefania Aphel Barzin.

Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

Costruire un percorso sostenibile verso il sistema planetario della conoscenza. L'articolo di Juan Ortiz Freuler e Stefano Quintarelli è su #Euractiv


L'Internet globale che mantiene il nostro ecosistema di informazioni ricco e robusto è a rischio. Urgono politiche volte a garantire neutralità tecnologica, portabilità e interoperabilità, avvertono Juan Ortiz Freuler e Stefano Quintarelli.

Juan Ortiz Freuler è ricercatore presso il Berkman Klein Center for Internet and Society della Harvard Law School. Stefano Quintarelli è un imprenditore di Internet ed ex parlamentare italiano che ha coniato il paradigma della "neutralità del dispositivo".

Continua...

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Pëtr Arkad'evič Stolypin ha ricondiviso questo.

L’istanza italiana Friendica “Poliverso” chiede scusa a tutto il fediverso! (post lungo)


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Ieri notte, tra le h.23.00 del 23 giugno e le ore 1.00 AM del 24, l’istanza Poliverso ha "sparato" un migliaio di messaggi in giro per il fediverso!

Dobbiamo quindi delle scuse a tante persone:
• ci scusiamo con tutti coloro che sono stati svegliati dalle notifiche;
• ci scusiamo con coloro che si sono ritrovati una timeline federata invasa dai messaggi* provenienti da Poliverso;
• ci scusiamo con gli **amministratori e i moderatori di istanza che ci conoscono
che probabilmente si sono chiesti chi ci avesse hackerato il server;
• ci scusiamo con gli amministratori che non ci conoscevano e che si sono accorti di noi nel modo peggiore
• ci scusiamo soprattutto con alcuni nostri utenti che per colpa nostra, si sono INCONSAPEVOLMENTE comportati come spammer…

Purtroppo non avevamo la possibilità di prevedere tracollo e abbiamo fatto il possibile per limitarne i danni, ma siamo convinti che la nostra istanza o qualcuno dei nostri utenti siano finiti in qualche blacklist.

Se è così, vi chiediamo di leggere questo messaggio che spiega come siano andate le cose.

PS: se qualche esperto di Friendica dovesse rendersi conto che alcune considerazioni sono sbagliate o andrebbero definite meglio, ci faccia pure avere le proprie considerazioni nei commenti!

Cos’è successo al server Poliverso?

L’aggiornamento


La nuova release di Friendica, la 2022.06 detta “Giant Rhubarb” è una release apparentemente inutile, perché non modifica nulla per gli utenti, eppure ha migliorato radicalmente la compatibilità con gli altri software del fediverso: c’è stato infatti un immenso lavoro da parte degli sviluppatori e i cambiamenti sono stati tanti; in casi del genere è possibile che nascano disservizi e, benché alcune istanze avessero installato già una versione esplorativa, è chiaro che alcuni problemi non possono che emergere che in fase di produzione.

Proprio per questo abbiamo deciso di procedere all’installazione solo diversi giorni dopo il rilascio, per capire quali sarebbero stati i problemi per gli utenti e avvisarli per tempo; e ieri 23 giugno alle 22.00, il server Poliverso è stato aggiornato.

Il problema


All’inizio non sembrava che ci fossero problemi e, infatti, dopo una mezz’ora abbiamo smesso di monitorare. Alle 23.00 però è successo qualcosa…


Admin 1
22.56 hanno cambiato qualcosa e c'è gente che ne riceve un botto per cose vecchie.. poi si appiana
22.56 (sto vedendo un sacco di coda nei processi)

Admin 2
23.00 Finora non sto avendo questo tipo di problema. Anzi, in realtà non sto avendo nessun problema
23.01 Per essere più precisi, non riesco ancora a vedere nulla di diverso rispetto a prima... 😅
23.04 In questo momento sta pubblicando su Twitter dopo qualche decina di minuti di pausa
23.07 Porcaputtana i miei account stanno inondando il fediverso di messaggi

Admin 1
23.14 in che senso? 😁

Admin 2
23.15 Nel senso che sta cagando fuori tutti i messaggi pubblicati da Feed RSS. È un disastro e sto svuotando l'oceano con un cucchiaino 🤣
23.15 Questa è la volta che ci bannano l'istanza da ovunque

Admin 1
23.16 ho notato un sacco di roba RSS, però mi son detto "boh"

Admin 2
23.16 Sono le code di quei messaggi

Insomma, ieri c'è stato un vero disastro del quale l’istanza Poliverso pagherà a lungo le conseguenze come in termini reputazionali. Tuttavia la gestione del problema è stata assolutamente tempestiva sia dal punto di vista della risoluzione (alle h. 1:00 AM quasi tutti i messaggi erano stati cancellati) sia dal punto di vista della comunicazione.

poliverso.org/display/0477a01e…

I motivi del problema


Il problema comunque non è stato nella gestione sistemistica della macchina o nell’amministrazione dell’istanza, ma è stato dovuto a una serie di fattori che ne hanno moltiplicato il problema:

• L'esistenza di un vero e proprio bug di friendica che, all'upgrade "sistemava" tutte insieme, le precedenti imperfezioni in termini di protocollo di comunicazione con le altre istanze activitypub: questo **provocava una "rilettura" delle notifiche da FEED RSS** e, per chi replica alcuni post da feed, **una nuova ripubblicazione (😱!)** degli stessi.
• la **poca diffusione di questo strumento** (ripubblicazione da feed) tra gli utenti gobali di Friendica ha fatto si' che il problema non emergesse abbastanza sui forum
• la forte "**sponsorizzazione**" di questo sistema nell'istanza Poliverso ha fatto si che diversi utenti lo utilizzassero, ma soprattutto, che lo utilizzassero alcuni utenti "di servizio" e di informazione che gestiamo direttamente a livello personale o come amministratori ( [@macfranc@poliverso.org[(https://poliverso.org/profile/macfranc), [@informapirata@poliverso.org[(https://poliverso.org/profile/informapirata), [@notizie@poliverso.org[(https://poliverso.org/profile/notizie), [@cybersecurity@poliverso.org[(https://poliverso.org/profile/cybersecurity), [@privacypost@poliverso.org[(https://poliverso.org/profile/privacypost), [@piratepost@poliverso.org[(https://poliverso.org/profile/piratepost), [@istruzione@poliverso.org](https://poliverso.org/profile/istruzione)
• la **mancanza di validi strumenti di amministrazione o moderazione** (un atavico e ben noto problema di Friendica: https://github.com/friendica/friendica/issues/8724), che ci consentissero di eliminare messaggi in blocco o di interrompere subito il servizio di ripubblicazione da feed o di sospendere temporaneamente le utenze "inconsapevolmente spammose"

Il danno reputazionale


Tutti questi fattori ci hanno prima impedito di prevedere il problema e poi lo hanno amplificato, ma possiamo assicurare che la gestione dell’istanza è stata professionale e nel giro di un paio d'ore dall'allerta, abbiamo cancellato ogni traccia del problema!

Resta il fatto che gli utenti che seguivano gli account in questione, nel caso migliore si saranno chiesti "che cosa sta succedendo?", ma negli altri casi, hanno probabilmente defollowato, silenziato o bannato gli account di utenti incolpevoli e inconsapevoli…

La stessa cosa sarà avvenuta per gli amministratori: alcuni di loro, per proteggere i propri utenti dallo spam, avranno silenziato o bannato gli utenti; oppure avranno silenziato o bannato l’istanza!

Fortunatamente chi era nel fuso orario dell'Europa centrale, in quel momento probabilmente dormiva e non si trovava on line su Friendica, su Mastodon, su Misskey, su Pleroma o su Hubzilla

Considerazioni finali


Naturalmente durante quelle ore abbiamo provato una rabbia furiosa verso gli sviluppatori di Friendica che ci hanno provocato un tale danno reputazionale...

poliverso.org/display/0477a01e…

...ma è chiaro che non ce la sentiamo di arrabbiarci con loro. Del resto, è merito loro se esiste Friendica; è merito loro se esiste quello che secondo noi è il software del fediverso che consente l’esperienza social oggi più completa.

La prossima volta però, consigliamo di segnalare bene il problema e soprattutto, di esprimere almeno un po' di rammarico agli amministratori di istanza di Friendica e agli altri amministratori che hanno dovuto gestire quello che sembrava a tutti gli effetti un’attività massiva di spam!

Ma soprattutto, rivolgiamo un messaggio a tutti gli amministratori di istanza e agli utenti: se avete defollowato, silenziato o bannato alcuni utenti di Poliverso, sappiate che non avevano alcuna colpa, se non quella di utilizzare il sistema di reposting da feed RSS: date loro una seconda possibilità!

Questa voce è stata modificata (3 anni fa)

Presentazione del libro “La scuola della libertà e del merito” di Ottavia Munari e Andrea Davola, a cura di Giancristiano Desiderio

Dopo una selezione del vasto patrimonio artistico e letterario che i fratelli Piccolo hanno lasciato in eredità, si intende declinare il laboratorio "La grande arte della Famiglia Piccolo".

Cronache lacustri da Pergusa


Il lago era un bene prezioso; dava anguille, pescato e caccia reale, cotone e lino, stemperava il caldo afoso del sole di ristuccia. Era anche pericoloso e infido; potevi perfino morirvi, al punto che i passaggi dalla regia trazzera che scollinava verso l

Il lago era un bene prezioso; dava anguille, pescato e caccia reale, cotone e lino, stemperava il caldo afoso del sole di ristuccia. Era anche pericoloso e infido; potevi perfino morirvi, al punto che i passaggi dalla regia trazzera che scollinava verso le terre cerealicole erano scanditi dalla somministrazione del chinino, pena la contrazione della malaria. Potevi perfino morirvi se, inavvertitamente, cadevi dalla barca o ti avventuravi in una nuotata, perché il suo fango di fondo era appiccicosissimo, non lasciandoti scampo. Lo incastonava, come l’anello uno smeraldo, il bacino imbrifero verdeggiante simile a un vulcano spento, da cui zampillavano falde freatiche che irrigavano gli orti e le vigne.

Il lago era generoso e crudele al contempo, così esso era.

Poi venne l’uomo delle bonifiche, appresso all’uomo delle bonifiche l’uomo dell’utopia motoristica, appresso all’uomo dell’utopia motoristica l’uomo della domenica, appresso all’uomo della domenica un’ipotesi storta di turismo residenziale pieno di rumori e odori d’olio motore e di benzina e copertoni bruciati.

Il vecchio e il nuovo stavano facendo a pezzi il lago. Uno vi cacciava selvaggiamente ogni forma di vita in un fuoco incrociato dalle barche e dalla riva, l’altro imbrigliava tutte le vie di accesso e le vie di fuga in un doppio anello d’asfalto. Nessuna biscia, nessuna rana, nessun colubro, nessun topo, nessun coniglio poteva più entrare o uscire. Solo qualche uccello aveva scampo, quando non era falcidiato dalle doppiette del circo venatorio. Nemmeno i corsi d’acqua potevano più alimentarlo, deviati, trafugati, rubati dagli enti gestori e dai notabili con villa e piscina.

Così venne il giorno che il lago cominciò a morire, il lago che era stato di Ade e Persefone ricadeva, sprofondava, prosciugava come un piccolo deserto per lo stupore attonito dei villeggianti che si dicevano incolpevoli. Era stato di certo il cambiamento climatico, qualcuno ricordava una stagione ai primi del novecento in cui anche allora scomparve, ragione per cui non c’era da preoccuparsi: cinto d’assedio, il lago sarebbe comunque ricomparso.

Nel mentre, un manipolo di ambientalisti brutti e cattivi iniziava a turbare le tranquille coscienze. Li avresti detti dei pirati di mare se ci fossero stati i Caraibi, ma i Caraibi non c’erano, non c’era Tortuga, a stento c’erano delle vecchie carrette, qualche megafono, i ciclostili e tante letture corruttive: c’era Conrad, c’era Thoreau, c’era Tolstoj, c’era Gandhi, c’era Francesco d’Assisi, c’era Danilo Dolci, c’era Don Milani, c’era Buddha. Al lettore non sfuggirà il nefasto esempio e la marmaglia incivile di quei cattivi maestri; gli sarà facile, dunque, comprendere a che livello di pericolosità essi si spinsero e in che considerazione di sospetto e fastidio costoro fossero visti dentro e fuori le famiglie di appartenenza. Un giorno fermarono le barche dei cacciatori che non presero più il largo; un altro giorno salvarono i cigni che morivano intossicati dal piombo che si concentrava a tonnellate sul fondo; un altro giorno ancora realizzavano a cielo aperto un museo di reperti emersi dal prosciugamento delle acque; un altro giorno ancora iniziavano a monitorare la fauna migratoria per meglio conoscerla; un altro giorno ancora edificavano un osservatorio ornitologico; un altro giorno ancora installavano delle aree attrezzate; un altro giorno ancora iniziavano la lotta biologica agli insetti nocivi; un altro giorno ancora e un altro giorno ancora e un altro giorno ancora.

A quel manipolo di barbarici vandali si devono oggi le più importanti leggi di tutela delle zone umide di tutta la Regione e del lago in particolare. Un corpus solido e fragile al contempo, continuamente aggredito, diminuito, malamente interpretato, in mala fede, dalle generazioni di politici e amministratori che si sono succedute da allora fino a ora.

Malgrado ciò il lago resiste e, come la ginestra sotto il Vesuvio in eruzione, ci regala momenti indimenticabili a dispetto della civilissima società che lo circonda e gli blatera attorno.

Recentemente ho saputo di un’ennesima ingiuria. Il sistema fognario che lo lambisce per smaltire le acque reflue delle belle ville e degli ameni alberghi e ristoranti che gli gravitano attorno, funziona male o non funziona per niente. Sembrerebbe che, in corrispondenza del calo delle acque causato dalla scarsa piovosità dell’ultima stagione fredda e in parte da prelievi di falda non autorizzati, il lago accolga anche inquinanti organici e chimici provenienti dalla fogna, con un ulteriore appesantimento delle sue condizioni bioecologiche. Insomma: una sorta di tortura mortale.

Chissà che brutta impressione darebbe questa cronachetta se, per ipotesi, passasse sulla bocca del politico di turno che tenta la scalata alle prossime elezioni? Chissà se farebbe la sua fortuna o ne decreterebbe l’inesorabile fine. I temi ambientalisti non sono più di moda da una trentina d’anni, riprenderli con forza e determinazione ti azzoppa la carriera. Fai appena in tempo a pronunciare qualche parola sensata in difesa dell’ambiente, che ti entrano a gamba tesa i guastatori che si vedono e quelli che non si vedono, con questi ultimi le trame oscure. Ma di più ti entra a gamba molle il qualunquismo delle persone perbene, della comunità locale: quella sempre pronta a dire che tutto va bene così, che fu colpa del tempo, delle congiunzioni astrali quando non del tutto degli ambientalisti brutti e cattivi di cui sopra; quella sempre pronta a lamentarsi dietro le quinte perché intimamente convinta dello scempio, ma così, domenicalmente, senza mai schierarsi con azioni pubbliche e politiche perché non si sa mai: il numero di telefono del papavero di turno potrebbe sempre servire.

Eppure il lago era utile, credetemi: oltre che bello, il lago era utile.

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Whatever it took


Col celeberrimo “Whatever it takes”, leggasi “a qualunque costo”, il 26 luglio 2012 l’allora presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, batté un così vigoroso, benché metaforico, pugno sul tavolo del tiro a bersaglio contro i debiti sovrani, c

Col celeberrimo “Whatever it takes”, leggasi “a qualunque costo”, il 26 luglio 2012 l’allora presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, batté un così vigoroso, benché metaforico, pugno sul tavolo del tiro a bersaglio contro i debiti sovrani, che i poverelli speculatori rimpicciolirono in fretta di stazza e numero fino a togliere il disturbo quasi fischiettando indifferenti.

Per dare corso reale a quella minaccia senza precedenti, occorreva che la BCE mettesse mano al portafoglio, ossia comprasse, con larghezza di tempo e quantità, enormi masse di titoli, soprattutto titoli del debito sovrano. Questo avrebbe neutralizzato ogni tentativo di corsari finanziari, vetusti o improvvisati che fossero, di aggredire i singoli paesi, specie i più indebitati e fragili. Si discetterà a lungo sull’efficacia di quella mossa inedita, che frattanto è entrata di diritto nei manuale di politica economica e monetaria. Ma d’ora in poi se ne discetterà al passato. Forse anche al futuro, ma non più al presente.

Perché Christine Lagarde ha annunciato ufficialmente, preceduta da rumors sufficienti a preavvertire tutti gli operatori, che l’acquisto poderoso di titoli, protrattosi per più di dieci anni, giungeva al termine. La frenata tecnicamente non è troppo brusca, perché non si passerà dall’acquisto alla vendita, cioè a rimettere sul mercato, a rivendere quegli stessi titoli che la BCE aveva acquistato, ma è certo che gli acquisti si fermeranno. Per buona misura, Lagarde ha annunciato un ulteriore intervento restrittivo: a breve i tassi d’interesse subiranno un paio di ritocchi al rialzo, correggendo la lunga politica di tassi accomodanti, concepita per rendere conveniente per le banche offrire di denaro, e appetibile per investitori e consumatori domandarne.

Che si stesse vivendo un quindicennio straordinario era semplicemente ovvio: crisi finanziaria mondiale del 2008-2009, crisi economica europea del 2011-2012, sconvolgimento da Covid-19 e conseguente paralisi negli ultimi due anni e mezzo, per finire con il ritorno della guerra in Europa. Al netto di quest’ultima, terribile vicenda, e a voler essere ottimisti, si potrebbe anche guardare a questa doppia mossa come ad un segnale a lungo atteso di -parziale e fragile, s’intende- inizio di ritorno alla normalità: le ragioni alla base di un intervento tanto straordinario cominciano a rientrare, che si cominci a far rientrare dunque anche l’artiglieria pesante adoperata per contrastarle. Purtroppo questa è soltanto una mezza verità.

L’altra mezza è che la mossa era obbligata e probabilmente tempestivamente assunta, poiché l’inflazione che sta imperversando in Occidente erode potere d’acquisto e opportunità di crescita. Ove mai si combinasse con una recessione, prenderebbe forma l’incubo economico per eccellenza: la stagflazione, prodromo di ulteriori lunghi periodi di crisi economica.

L’inflazione che registriamo ha molti padri. In primo luogo, i colli di bottiglia che la produzione ha incontrato all’indomani della ripartenza economica post-covid, che hanno prodotto una brusca impennata dei prezzi di alcuni componenti industriali, elettronici prima di tutto, e che a sua volta ha innescato l’incremento dei prezzi dei prodotti finiti. Poi, l’incremento dei costi dell’energia, che però solo parzialmente può essere riferito al conflitto in Ucraina, considerato che era dato osservarlo già ben prima del conflitto.

Due, ed immediate, sono state le reazioni dei mercati finanziari. Due, ed immediate, le brutte notizie per il nostro Paese. La prima è che, interrotta la garanzia dell’acquisto dei nostri titoli da parte della BCE, con il debito pubblico monstre che ci ritroviamo sul groppone, diventiamo debitori meno affidabili di appena qualche giorno fa. Certamente siamo meno sicuri dei tedeschi, ed ecco che il nostro spread, che misura proprio la differenza di affidabilità tra i titoli tedeschi e quelli italiani, appare in ottima forma e ringalluzzito. La seconda, puntuale come un’ovvia conseguenza della prima, è che convincere gli investitori a comprare i nostri titoli ci costerà più di prima, ed ecco che i rendimenti dei nostri titoli hanno cominciato subito a prendere il largo.

Per l’Italia quindi è suonata la campanella della maturità – è giusto tempo. Ci riporta all’amara verità di un debito che dobbiamo anzitutto evitare di alimentare e poi, auspicabilmente, cominciare a limare. La stessa campanella ci richiama però ad un dovere dietro al quale sta un’opportunità storica: l’enorme ricchezza che il PNRR, ove ben attuato e speso, potrà innescare sul nostro territorio. Ove ben attuato e speso, però: per la prima volta dal dopoguerra le risorse non mancano, ma la Banca Centrale Europea ci ha appena tolto entrambi i braccioli.

Imparare a nuotare, d’ora in poi, sarà responsabilità esclusivamente nostra. Colare a picco colpa nostra, raggiungere la riva merito nostro.

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Per un’Arte Contemporanea più POP


Dopo il successo primaverile del FantaBiennale ft. Osservatorio futura, l’irriverente officina di Make Italian Art Great Again in collaborazione con Casa Capra ha sfornato in questi giorni un nuovo progetto: CACAI, Cards Against Contemporary Art Italia, u

Dopo il successo primaverile del FantaBiennale ft. Osservatorio futura, l’irriverente officina di Make Italian Art Great Again in collaborazione con Casa Capra ha sfornato in questi giorni un nuovo progetto: CACAI, Cards Against Contemporary Art Italia, un gioco da tavola prêt-à-porter ideato con il fine di trascorrere una divertente estate immersi nel mondo dell’arte.

Dal genio di Giulio Alvigini e Saverio Bonato è offerta una nuova occasione per avvicinarsi con sana leggerezza alla scena contemporanea dell’arte in Italia, mission che i creatori portano avanti nelle loro pagine social attraverso meme provocatori e un piano editoriale che inaugura una nuova stagione critica in materia di Estetica delle arti.

CACAI fa eco al classico gioco Cards Against Humanity proponendone un’espansione tutta dedicata al sistema dell’Arte contemporanea, invitando così i giocatori a praticare in maniera partecipativa l’edutainment.

Ecco che il giocatore alfa si immola come Senior Curator ad ogni partita, dando il via a infiniti schemi combinatori di carte bianche e nere che portano ad abbinare ad ogni domanda la più divertente risposta possibile tra quelle della giocata. In qualsiasi momento, come si legge nelle regole del gioco, i giocatori possono scartare carte che non capiscono ed esclamare arrendendosi l’evergreen <<Non capisco l’arte contemporanea!>>.

Il progetto nasce senza fini di lucro ed è infatti scaricabile a titolo completamente gratuito, con la possibilità di poter liberamente divenire supporters del team tramite una donazione.

Le varie produzioni Make Italian Art Great Again sono da eleggere come casi esempio di buone pratiche di diffusione dell’arte contemporanea in chiave popolarizzante? Oppure in qualche modo questo tipo di satira artistica finisce per deprezzare il suo stesso oggetto? A partire dal celebre abbecedario pop “ABC The museum of Modern Art New York” ideato dalla designer Florence Cassen Mayers nel 1986 che ha associato alle lettere dell’alfabeto i pezzi più noti della collezione del MoMA, sono stati moltissimi i tentativi editoriali di rendere più appetibile l’Arte contemporanea ai fruitori, poiché spesso erroneamente considerata un tipo di arte di molto difficile comprensione o addirittura una NON arte, tanto da ammettere in letteratura il titolo di F. Bonami “Lo potevo fare anch’io”. Invece no, non potevi farlo anche tu.

Chi scrive ritiene doveroso andare oltre la problematica della rivendicazione stessa dell’Arte contemporanea in quanto arte, poiché la scena artistica ha ben superato da parecchio questo mero esercizio retorico denigratorio, quel che invece è di interesse è capire perché ancora nel 2022 si può giocare la carta del “non capisco l’arte contemporanea”. E’ forse un deficit dei programmi scolastici liceali che spesso per economia del tempo si fermano, se va bene, ad Andy Warhol? Oppure vige ancora un’annosa visione elitaria del mondo contemporaneo dell’arte? O magari, una performance, un padiglione della Biennale di Venezia, un’opera di land art necessitano semplicemente di maggior tempo di comprensione rispetto a quello che la società dello spettacolo ha ridotto a pochi secondi, schiava di un generale abbassamento del livello culturale oltre che di quello dell’attenzione? La rapidità digitale non può giustificare una sorta di pigrizia dell’atto conoscitivo. Ben vengano allora progetti di popolarizzazione e democratizzazione dell’arte finalizzati all’allargamento della platea dei fruitori, che si snodino sull’ideazione di nuovi medium adatti a rendere educativa e di intrattenimento la somministrazione del contenuto artistico in maniera innovativa e stimolante, ma non necessariamente esemplificata.

E’ il caso dell’album delle figurine dell’arte “Artonauti”, progetto dell’Impresa Sociale WizArt e finanziato dalla fondazione Cariplo, che muovendosi sull’asse gioco-imparo avvicina bambini ed adulti all’Arte contemporanea. Con la stessa finalità agiscono oggi alcuni profili social dei musei, che pur di attirare nuovi visitatori, a detta di alcuni, accettano di ridicolizzare artisti ed opere tra filtri e Tiktok. Proprio i musei sono stati quasi obbligati a reinventarsi, passando all’occasione il testimone della promozione culturale dai critici d’arte all’engagement di Chiara Ferragni e l’Estetista cinica, che piaccia o no.

Ebbene, un modello di satira d’arte come quello di MIAGA è evidentemente costruito su conoscenze solide del Sistema Arte e su una continua pratica di osservazione del contemporaneo, elementi ben veicolati poi attraverso una comunicazione efficace, innovativa, decisamente molto POP e che funziona!

Qui per il gioco:

Cards Against Contemporary Art Italia


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