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GIOSUE - Capitolo 4


Le dodici pietre commemorative e l’arrivo a Gàlgala1Quando tutta la gente ebbe finito di attraversare il Giordano, il Signore disse a Giosuè: 2«Sceglietevi tra il popolo dodici uomini, un uomo per ciascuna tribù, 3e comandate loro di prendere dodici pietre da qui, in mezzo al Giordano, dal luogo dove stanno immobili i piedi dei sacerdoti, di trasportarle e di deporle dove questa notte pernotterete». 4Giosuè convocò i dodici uomini che aveva designato tra gli Israeliti, un uomo per ciascuna tribù, 5e disse loro: «Passate davanti all'arca del Signore, vostro Dio, in mezzo al Giordano, e caricatevi sulle spalle ciascuno una pietra, secondo il numero delle tribù degli Israeliti, 6perché siano un segno in mezzo a voi. Quando un domani i vostri figli vi chiederanno che cosa significhino per voi queste pietre, 7risponderete loro: “Le acque del Giordano si divisero dinanzi all'arca dell'alleanza del Signore. Quando essa attraversò il Giordano, le acque del Giordano si divisero. Queste pietre dovranno essere un memoriale per gli Israeliti, per sempre”». 8Gli Israeliti fecero quanto aveva comandato Giosuè, presero dodici pietre in mezzo al Giordano, come aveva detto il Signore a Giosuè, secondo il numero delle tribù degli Israeliti, le trasportarono verso il luogo di pernottamento e le deposero là.9Giosuè poi eresse dodici pietre in mezzo al Giordano, nel luogo dove poggiavano i piedi dei sacerdoti che portavano l'arca dell'alleanza: esse si trovano là fino ad oggi.10I sacerdoti che portavano l'arca rimasero fermi in mezzo al Giordano, finché non si fosse compiuto quanto Giosuè aveva comandato al popolo, secondo l'ordine del Signore e secondo tutte le prescrizioni dategli da Mosè. Il popolo dunque si affrettò ad attraversare il fiume. 11Quando poi tutto il popolo ebbe terminato la traversata, anche l'arca del Signore attraversò e i sacerdoti si posero dinanzi al popolo. 12Quelli di Ruben, di Gad e metà della tribù di Manasse, ben armati, attraversarono in testa agli Israeliti, secondo il comando di Mosè; 13circa quarantamila, militarmente equipaggiati, attraversarono davanti al Signore pronti a combattere, in direzione delle steppe di Gerico.14In quel giorno il Signore rese grande Giosuè agli occhi di tutto Israele. Essi lo temettero, come avevano temuto Mosè tutti i giorni della sua vita.15Il Signore disse a Giosuè: 16«Comanda ai sacerdoti che portano l'arca della Testimonianza di risalire dal Giordano». 17Giosuè comandò ai sacerdoti: «Risalite dal Giordano». 18Quando i sacerdoti, che portavano l'arca dell'alleanza del Signore, risalirono dal Giordano, nello stesso momento in cui la pianta dei loro piedi toccò l'asciutto, le acque del Giordano tornarono al loro posto e rifluirono come nei giorni precedenti su tutta l'ampiezza delle loro sponde.19Il popolo risalì dal Giordano il dieci del primo mese e si accampò a Gàlgala, sul confine orientale di Gerico. 20Giosuè eresse a Gàlgala quelle dodici pietre prese dal Giordano 21e disse agli Israeliti: «Quando un domani i vostri figli chiederanno ai loro padri: “Che cosa sono queste pietre?”, 22darete ai vostri figli questa spiegazione: “All'asciutto Israele ha attraversato questo Giordano, 23poiché il Signore, vostro Dio, prosciugò le acque del Giordano dinanzi a voi, finché non attraversaste, come il Signore, vostro Dio, fece con il Mar Rosso, che prosciugò davanti a noi finché non attraversammo; 24perché tutti i popoli della terra sappiano che la mano del Signore è potente e voi temiate tutti i giorni il Signore, vostro Dio”».

_________________Note

4,5-8 La terminologia usata è quella propria della catechesi deuteronomistica di Dt 6,20; vedi anche Es 12,26.

4,9 fino ad oggi: frase abituale che accompagna una eziologia. L’autore dice che, quando lui scriveva, si vedevano ancora dodici pietre, che si pensava fossero quelle fatte porre da Giosuè.

4,19 il dieci del primo mese: giorno in cui iniziava la preparazione della Pasqua (Es 12,3). La data serve a preparare la celebrazione della Pasqua di 5,10-12.

4,20 Gàlgala: etimologicamente vuole dire “cerchio” (di pietre); è la località-santuario del tempo di Giosuè, di Samuele (1Sam 11,14-15), di Davide (2Sam 19,16). A Gàlgala Giosuè stabilisce il suo quartier generale (Gs 9,6; 10,6-9). Dalle tradizioni nate intorno al santuario di Gàlgala, probabilmente, proviene il materiale confluito nella prima parte di questo libro.

4,21-24 Seconda catechesi, ugualmente di formulazione deuteronomistica.

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Approfondimenti


Il capitolo è complesso e contiene dati contraddittori. Lo si può leggere nel seguente modo.

I vv. 1-9 rappresentano la prima unità. In essa

  • a) JHWH ordina a Giosuè di scegliere dodici uomini, che trasportino dodici pietre dal Giordano all'accampamento (vv. 1-3);
  • b) Giosuè comunica l'ordine ricevuto (vv. 4-7);
  • c) l'ordine viene eseguito (v. 8).
  • Il v. 9 è di difficile spiegazione.
  • I vv. 10-14 riprendono 3,17, per ribadire che la traversata è avvenuta.

I vv. 15-24 costituiscono una seconda unità, anch'essa in tre momenti:

  • a) JHWH ordina a Giosuè di comandare a sua volta ai sacerdoti di uscire dal letto del Giordano (vv. 15-16);
  • b) i sacerdoti con il popolo obbediscono; Israele si accampa a Galgala, dove Giosuè fa erigere le dodici pietre (vv. 18-20);
  • c) Giosuè parla agli Israeliti (vv. 21-24).

Oltre al parallelismo dei tre momenti (ordine di JHWH a Giosuè – trasmissione dell'ordine – sua esecuzione), balza agli occhi il parallelismo formale e contenutistico tra il punto b) della prima unità e il punto c) della seconda. Si tratta di due catechesi, sullo stile di quella di Dt 6,20-25. Anche Dt 4,9-10 insiste sulla catechesi ai figli; cfr. pure – di origine non deuteronomica – Es 12,26-27 e 13,14-15.

6-7. Le pietre devono servire da memoriale dell'evangelo salvifico che, pur legato a un preciso momento e spazio storico, conserva in sé una validità perenne e sempre attualizzabile nella celebrazione liturgica.

9. È difficile pensare a pietre collocate nel letto del Giordano che siano visibili e resistano all'impeto della corrente.

10-14. Parlano della fine della traversata, riprendendo 3,17. Il v. 13 mette in rilievo il carattere anche militare dell'avvenimento, cosa che avviene solo in questo punto del racconto.

21-24. Cfr. v. 6-7. Si noti la posizione di rilievo data a Giosuè, come mediatore di JHWH, oltre che della tradizione parenetica e catechetica d'Israele.

(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Caserta: mappati i ruderi del telegrafo borbonico di ChappeUn'associazione di Calvi Risorta in provincia di Caserta, ha analizzato le varie coordinate di una cartina dei telegrafi ed è andata alla ricerca di quello caleno, scoprendo l’edificio su di un anfratto sulla direttrice Teano – Gaeta. Fino ad allora i resti della struttura, erano ritenuti “delle fortificazioni preromane”. Invece sono i resti dell’edificio telegrafico borbonico di Chappe.
Su questi edifici erano installate le vedette del telegrafo visivo. Da Terracina a Gaeta, passando poi per Sessa, Teano, Capua, Caserta, Napoli fino a Palermo, spesso su delle alture si trovano ancora i resti di piccoli edifici di cui se n'è persa la memoria storica. Sono i punti visivi di contatto dell'antico telegrafo borbonico in uso fino alla guerra civile che ha portato all'annessione del Regno delle Due Sicilie a quello dei Savoia, poi Regno d'Italia. La cartina dove sono state trovate le coordinate, è stata rinvenuta qualche anno fa da un appassionato caleno in una biblioteca di Milano. Dopo averla scannerizzata ha deciso di metterla a disposizione di studiosi e archeo-escursionisti che volessero raggiungere tali luoghi. Il meccanismo telegrafo di Chappe era molto semplice e geniale: in pratica su questi edifici c’era un dispositivo che a seconda della disposizione di tre grandi pale significava una lettera. Così grazie ad alcune vedette, in comunicazione visiva attraverso il binocolo, da Palermo a Napoli e in tutto lo Stato delle Due Sicilie era possibile comunicare in tempo reale. La prima rete di comunicazioni utilizzata per scambiare messaggi in un’intera nazione è stata creata alla fine del 1700 in Francia grazie all’ingegno di Claude Chappe. La rete era formata da telegrafi ottici posizionati su colline, torri, campanile che consentivano di passare messaggi a cascata da un punto al successivo, che a sua volta rimandava al successivo. I telegrafi erano distanti circa 10-20 km e dovevano essere visibili a due a due. In caso di nebbia o di oscurità il servizio si interrompeva. Il telegrafo era costituito da un braccio orizzontale (regolatore) lungo 4m, agli estremi 2 braccio più piccoli (indicatori) lunghi circa 2m, (con contrappesi). Tutto era sostenuto da un palo di almeno 4,5m e posto in cima all’altura. Regolatori ed indicatori erano di colore nero per avere più contrasto nel cielo . Nel 1791 Claude Chappe ed i suoi fratelli iniziarono esperimenti per poter comunicare a distanza in maniera veloce. Dopo diversi esperimenti e proposte, nel 1793 la Repubblica Francese approvò e finanziò l’istituzione di una rete di 15 stazioni tra Parigi e Lille (190 Km a nord al confine con l’impero austriaco) La rete era costituita da telegrafi ottici collegati a vista, all’interno della torre dimoravano due operatori con binocolo che seguivano le procedure di comunicazione. La rete cominciò a funzionare il 15 agosto 1794 e fu adottata da tutto il Regno delle Due Sicilie.


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Storia e letteratura. Da una novella poco conosciuta di Verga e da Carlo Levi rileggiamo il periodo dell’Unità d’ItaliaSull'Unità Italiana si sono spesi fiumi di parole e di inchiostro. Il dualismo tra borbonici e Savoia, ancora oggi alimenta il dibattito su quel periodo. I fatti storici ci dicono che dallo sbarco di Garibaldi a Marsala e il successivo in Calabria passarono più di tre mesi. Fu un’occupazione, una guerra. Successivamente ci vollero altri 10 anni per controllare tutto il Sud Italia. Partendo dalla novella “Libertà” di Giovanni Verga sui fatti accaduti a Bronte in Sicilia ripercorriamo quel periodo storico.

Non si sa se Verga nell’elaborazione della novella, che narra dei fatti, abbia attinto in prima persona da fonti reali. La città dista una trentina di km dalla sua Catania. Quando avvennero i fatti, Verga era 20enne e viveva ancora in Sicilia. La novella fu pubblicata nel 1883 a Milano.

La novella Libertà inizia con l’immagine di un fazzoletto tricolore sventolato sul campanile della chiesa e le campane che suonano incessantemente. Per le strade tutti corrono. E’ caccia all’uomo. Un mare di persone armate di falci, martelli, zappe, vanghe, pale... tutti con in testa la coppola a caccia dei signori coi cappelli. Davanti a tutti c’era una donna che sembrava una strega, coi capelli dritti e armata solo delle unghie. In un vicoletto il primo a morire fu il barone del posto colpevole di aver sfruttato la gente dei suoi poderi, poi viene ucciso un ricco, colpevole di essere ingrassato col sangue dei poveri, muore un gendarme che aveva fatto giustizia solo per i poveri, il guardaboschi… e tutti i “cappelli”. In quei tempi in Sicilia i ricchi, i proprietari terrieri, i preti, per distinguersi dai poveri e dai braccianti portavano al capo dei cappelli, gli altri la coppola (un berretto). Poi venne il turno del prete che predicava l’inferno solo per chi rubava il pane. Mentre moriva implorava di non essere ammazzato perché era in peccato mortale. Quel peccato era una donna che si chiamava Lucia e che a 14 anni era stata venduta dal padre e che in quel momento affollava le strade di Bronte con i suoi monelli affamati. Il popolo ammazzava e basta, come fa il lupo accecato dalla fame che non pensa a mangiare ma a sgozzare quante più pecore della mandria. Morì ancora un giovane accorso a vedere cosa stesse accadendo, morì lo speziale mentre chiudeva frettolosamente la serranda della sua bottega e morì don Paolo sotto gli occhi della moglie che lo guardava arrivare dal balcone in groppa al suo somaro, di ritorno dalle campagne e che pure in testa aveva un berretto da cafone. “Una falce lo sventrò mentre con un braccio si riparava dal martello”. Morì anche Neddu un bambino di 12 anni, il figlio del notaio calpestato mentre fuggiva dalla folla che aveva ucciso il padre. “Beh, sarebbe stato notaio anche lui”, disse qualcuno. Morirono le donne che in abito da sera andavano a pregare in chiesa e schifate non si sedevano accanto ai poveri, morì la moglie del barone che barricatosi in casa diede ordine di sparare dalle finestre, il figlio maggiore 16enne, poi l’altro figlio. Le campane suonarono dall’alba al tramonto. Alla fine i morti furono 11. Solo il buio mise fine alla carneficina. Di notte si sentì solo il rumore delle ossa rotte dai morsi dei cani. La mattina tutti si muovevano con fare circospetto non sapevano cosa fare. Arrivò in paese un vecchio generale borbonico vestito con l’uniforme dei Piemontesi. Sedò la rivolta senza ulteriori spargimenti di sangue e fece seppellire i morti dagli stessi assassini. Quando andò via si disse in paese che sarebbe venuto un altro generale a fare giustizia. I colpevoli, gli assassini fuggirono sui monti quando arrivò Nino Bixio e il suo seguito di militari. Si stabilì nella chiesa entrandovi con il cavallo. Subito ne fece fucilare cinque o sei a caso, chi capitava. Poi vennero dei giudici vestiti da galantuomi, furono imprigionati i primi presunti colpevoli e portati nel Castello della Dulcea. Iniziò il processo che durò anni. Le mogli degli incarcerati prima portavano loro da mangiare, ma poi rassegnate che “non ne sarebbero usciti più”, trovarono altri mariti. Rimpatriarono prima le mogli, poi le mamme. Intanto il lavoro dei giudici continuava e altri venivano incarcerati e condotti alla Dulcea. In poco tempo tutto tornò come prima: i cappelli non potevano lavorare le terre con le proprie mani e la povera gente non poteva vivere senza essere comandata. La novella si conclude con il carbonaio del paese che dopo tre anni dai fatti veniva ammanettato dicendo: “Dove mi conducete? In galera? Perchè? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era la libertà”. Ma che cosa stava accadendo in quegli anni? Per capire dobbiamo rileggere il contesto storico dei 10 anni precedenti lo sbarco dei 1000 di Garibaldi e i 10 successivi.

La Monarchia dei Savoia e quella dei Borbone Con i Moti del 1948, Re Carlo Alberto di Savoia concesse ai propri sudditi una sorta di Costituzione, lo Statuto Albertino, facendo diventare la propria monarchia costituzionale. Lo stesso re iniziò, subito dopo, una guerra per scacciare gli austriaci dal Lombardo Veneto. Ma fu sconfitto e abdicò a favore del figlio Vittorio Emanuele II di Savoia. A Roma i moti del ‘48 portarono il repubblicano e massone Mazzini, con l’aiuto di Garibaldi, alla formazione della Repubblica Romana. Anche se quest’esperienza fu un fallimento dal punto di vista militare con la venuta dei francesi in soccorso al Papa, la costituzione della Repubblica romana un secolo dopo ha ispirato i padri costituenti della nostra e attuale Repubblica. Al Sud i Borbone concessero una costituzione alla Sicilia, nel tentativo di calmare i moti insurrezionali, che poi ritrassero reprimendo le rivendicazione di autonomia dell’isola. Messina fu duramente bombardata da Ferdinado di Borbone, tanto che per quest’azione è ricordato dalla Storia anche come il Re Bomba. Ad eccezione della costituzione repubblicana di Mazzini, si trattava di carte che miravano più a calmare il popolo che ad essere vere costituzioni.

Negli anni successivi ai moti del ‘48 il dibattito politico pubblico in Italia, vedeva la borghesia, l’aristocrazia, le monarchie, i proprietari terrieri, la Chiesa preoccupati della possibilità che potessero venire meno i privilegi acquisiti e consolidati da anni. A ciò si aggiungeva l’esigenza di vedere fatto uno stato unitario italiano, in tutta la penisola. Ma come doveva essere questo Stato: repubblicano, federale, ancora monarchico? Quale monarchia avrebbe dovuto guidare il percorso di unità della nazione? Nel 1859 il figlio di Carlo Alberto fu più fortunato del padre e riuscì a liberare dagli austriaci il Lombardo Veneto. Così il piccolo stato dei Savoia governato dalla destra storica di Cavour divenne abbastanza grande da mirare ad occupare tutta l’Italia. Si estendeva ora dal Piemonte al Veneto comprendendo tutta l’Italia Nord-Occidentale e l’isola della Sardegna. La capitale era a Torino. Il Sud e la Sicilia erano governati da Francesco II, da poco succeduto al padre, con capitale Napoli. La cessione della città di Nizza e la provincia di Savoia ai Francesi, con il trattato di Torino del 24 marzo 1860, diede avvio al processo di unificazione della penisola italiana. Cavour con l’appoggio di forze straniere come l’Inghilterra, assicurandosi una sorta di neutralità della Francia con la cessione della città sulla costa azzurra, iniziò a pensare la possibile occupazione militare del Regno borbonico di Napoli e Sicilia. L’occupazione fu preparata abilmente nei primi mesi del 1860 con l’invio di avanguardie patriotiche, incursori, con azioni di propaganda unitaria, con la promessa della concessione dei terreni ai contadini e acquisendo la fedeltà alla causa unitaria di funzionari pubblici e militari borbonici. Cavour si assicurò il non intervento di Francia e l’appoggio dell’Inghilterra che da anni era in rotta di collisione con i Borbone per lo sfruttamento dei giacimenti minerali di zolfo della Sicilia. Per il diritto internazionale i Savoia non potevano occupare uno stato sovrano, peraltro una delle monarchie più in vista d’Europa. Utilizzò quindi Giuseppe Garibaldi per le prime operazioni militari in Sicilia. La fama di Garibaldi, che era stato un abile marinaio e comandante in America Latina era accresciuta con la parentesi mazziniana della Repubblica Romana. Aveva saputo ben costruire la propria immagine, tanto che era stato eletto più volte deputato del Regno dei Savoia al Nord, in quel momento lo era nel collegio collegio di Nizza, la sua città natale. Nella spedizione dei Mille che verrà si fece seguire da un giornalista di guerra di fama internazionale quale Alessandro Dumas padre. Il 5 maggio del 1860 si avviarono le operazioni militari.

La propaganda unitaria, la Spedizione dei Mille e la conquista della Sicilia Garibaldi partì da Quarto in Ligura, con un esercito iniziale di 1000 uomini, a cui si aggiunsero altri volontari presenti sul territorio. Sbarcò a Marsala l’11 maggio 1860 nella Sicilia orientale senza essere intercettato dalla flotta borbonica. I Mille riuscirono a sconfiggere una prima resistenza dell’esercito borbonico a Calatafimi. Ne seguì una guerra di conquista durata tre mesi, città dopo città: Trapani, Palermo, Catania, Messina caddero. Nei grossi centri la popolazione civile si mantenne fuori dai combattimenti, ma nell’entroterra come a Bronte nel catanese il 2 agosto parecchi contadini, coppola in testa, che avevano equivocato la venuta dei Mille con una insurrezione contro il potere, si ribellarono. Vennero appiccate le fiamme a decine di case dei ricchi, al teatro e all'archivio comunale. Ci furono ben sedici morti fra nobili, ufficiali, il barone del paese. Nino Bixio, luogotenente di Garibaldi fu chiamato per la rappresaglia con processi sommari e fucilazioni. Iniziava quello che negli anni successivi sarà una costante per il controllo del territorio in tutto il Mezzogiorno: la repressione col sangue.

L’episodio di Bronte oltre a essere narrato nella novella “Libertà” di Giovanni Verga (1883) è stato ripreso brevemente da Carlo Levi, nel libro “Le parole sono pietre” del 1955: “...qui a Bronte, nel 1860, dal 2 al 5 agosto il popolo si sollevò per la divisione delle terre, spinto dalle promesse di Garibaldi e dall'antica speranza. Naturalmente, come sempre avviene in queste esplosioni contadine, la rivolta fu feroce, molti i morti tra i signori borbonici, molte le case bruciate. Agli occhi dei contadini di Bronte la conquista garibaldina non poteva avere che un senso: il possesso delle terre, la libertà dal feudaulismo; e in nome di Garibaldi si misero a trucidare i signori. Erano più avanti dei tempi. Garibaldi, pressato dal console inglese di Catania timoroso per le sorti della Ducea, il complesso residenziale dell’ammiraglio inglese Nelsen mandò Nino Bixio a rimettere ordine. Nino Bixio giunse a cose già calme, dopo che un altro garibaldino, il colonnello Poulet (disertore borbonico passato con Garibaldi) con una compagnia di soldati era già pacificamente entrato in Bronte. Bixio fu feroce. Con una parvenza di processo fucilò immediatamente i capi della rivolta, fra cui un avvocato, Nicolò Lombardo un liberale che aveva già guidato in Bronte i moti del '48”.

In tre mesi la Sicilia fu completamente occupata chi si arrese a marzo dell’anno dopo con l’onore delle armi fu lasciato vivo, ma chi non volle passare con l’esercito dei Savoia fu deportato, in una fortezza ad alta quota a 2000 metri a Fenestrelle in Piemonte. Il 20 agosto Garibaldi sbarcò in Calabria e inarrestabile, proclamandosi dittatore dei territori occupati marciò facilmente fino a Napoli la capitale. Grazie alla sua fama e alla promessa di terre ai contadini, non venne ostacolato dalle popolazioni locali. A settembre il Re Borbone fu deposto e costretto a ritirarsi nella fortezza militare di Gaeta che fu assediata via mare e via terra, per oltre 100 giorni. Intanto l’esercito dei Savoia guidato in prima persona dal Re Vittorio Emanuele mosse da nord con 80.000 uomini. Dalla dorsale adriatica valicò gli Appennini e raggiunse Garibaldi nei pressi di Teano, siamo al 26 ottobre 1860. Furono organizzati dei plebisciti per sancire l’annessione dei territori occupati dalla monarchia dei Savoia in tutta la Penisola nel nome dell’Unità d’Italia. A marzo del 1861 il Re napoletano si arrese e guarda caso l’Inghilterra per prima riconobbe la vittoria ai Savoia. Ad aprile del 1861 a Torino si riunì per la prima volta il parlamento italiano in seduta comune. La discussione verteva sul destino dei garibaldini: arruolarli nell’esercito regolare o rispedirli a casa con una pacca sulla spalla e un compenso simbolico. La seduta si chiude con un nulla di fatto. Garibaldi usò parole dure, parlò di una guerra fratricida, “provocata da questo stesso Ministero”. Il 5 maggio 1861 fu proclamata l’Unità d’Italia facente capo alla monarchia dei Savoia. Cavour, che ne era stato l’artefice improvvisamente morì agli inizi del mese di giugno. Il repubblicano Mazzini, che viveva in esilio a Londra ma era rientrato clandestinamente in Italia, ad agosto del 1861 raggiunse la Sicilia via mare per un estremo tentativo di vedere un’Italia Repubblicana. Sperava in un movimento insurrezionale, ma a Palermo prima ancora di scendere dalla nave, fu dichiarato in arresto dai Savoia e portato al forte di Gaeta. Dopo due mesi di carcere fu liberato con un’amnistia e lasciato libero di tornare a Londra a patto che non svolgesse più attività politica. Morì 10 anni dopo.

La Guerra civile e la Questione Meridionale L’Italia era finalmente unita anche se sotto una monarchia guidata dai Savoia. Restava irrisolta la questione romana nelle mani del Pontefice e quella di alcuni territori dell’Italia nord-orientale che ancora non erano stati annessi, come il Trentino; ma c’era pure un’altra questione che stava per arrivare: “La Questione Meridionale”. Al sud scoppiò una guerra civile: italiani, contro italiani: borbonici, repubblicani, papalini, liberali, lealisti, contadini, ex garibaldini... che divenne una guerra di logoramento. Il nuovo Stato non riusciva a controllare i comuni e i territori delle periferie e le campagne; sopratutto nei territori interni della Campania, Lucania, Puglie e Calabria. Il malcontento c’era ovunque. Lo stesso Garibaldi nel giugno del 1862, probabilmente incalzato da Mazzini, si imbarcò da Caprera per la Sicilia per saggiare di persona un'eventuale ripresa delle azioni rivoluzionarie e marciare su Roma. Le accoglienze in Sicilia furono talmente entusiaste, da deciderlo a guidare una nuova spedizione. Ma fu intercettato dai soldati piemontesi, fu ferito in Calabria, costretto a ripararsi in Aspromonte ed ad arrendersi. Intanto il nuovo governo iniziò a vendere i beni demaniali e quelli confiscati agli ordini religiosi che furono soppressi. I terreni invece di essere essere venduti a piccoli lotti per consentire l’acquisto da parte dei contadini che li avrebbero usati per auto sostentamento, finirono nelle mani dei ricchi speculatori. Si aggravarono ulteriormente le condizioni dei ceti più poveri. Ci fu un aumento generalizzato delle tasse e dei prezzi di beni di prima necessità. Il Mezzogiorno fu militarizzato, fu usata la leva obbligatoria per reprimere chi si ribellava al nuovo ordine costituito. I giovani meridionali che non si arruolavano venivano condannati a morte. Si formarono bande armate che dalle montagne scendevano ad occupare i comuni. Furono bruciati ettari di boschi per stanare i “briganti”, furono incendiate le masserie, le case di campagna dei contadini che potevano dare rifugio ai ribelli. I crimini di guerra e le atrocità più orribili da cui si è avuta notizia furono commesse nel Sannio a Casalduni e Pontelandolfo, oggi provincia di Benevento. Un anno esatto dopo i fatti di Bronte in Sicilia, l'11 agosto 1861, in un agguato morirono 45 soldati piemontesi. La violenta rappresaglia militare guidata dal generale Cialdini portò all'incendio dell'abitato di Casalduni lasciato vuoto dagli abitanti fuggiti. Ma i carabinieri e i soldati piemontesi ripiegarono su Pontelandolfo bruciando vivi nelle loro case diversi civili tre giorni dopo. Dopo oltre cento anni nel 1973 i familiari delle vittime lanciarono una prima petizione per chiedere la verità sul massacro. Intanto la guerriglia durò anni e i costi di occupazione furono finanziati con ulteriori tasse, come quella sul Macinato di Quintino Sella.

La fine della Guerra Civile d'occupazione Solo nel 1869 furono catturati i guerriglieri delle ultime grandi bande con cavalleria e a gennaio del 1870 a dieci anni esatti dall’avvio dell’occupazione del mezzogiorno d’Italia, il governo italiano soppresse le zone militari nelle province meridionali, sancendo così la fine ufficiale della guerra d’occupazione. Il 2 ottobre 1870 l’ennesimo plebiscito sanciva l'annessione degli ex domini papali al Regno d'Italia, con una vittoria dei “sì” resa schiacciante anche dal poco strategico invito della Curia romana all'astensionismo dei cattolici. Nel gennaio 1871 la capitale d'Italia divenne a Roma.


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Una lingua comune per l'Europa: lo spagnolo?L'Unione Europea spende per la traduzione di documenti ufficiali moltissimi soldi. Oltre all'aspetto meramente economico si avverte ormai la necessità di unire il popolo europeo anche attraverso il linguaggio.

La soluzione può arrivare dalla Storia. E' successo proprio in Italia quando ci fu l'esigenza di scegliere una lingua parlata nella penisola per esigenze di comunicazione e successivamente per unire il popolo. Infatti in Italia nel 1700 c’erano diverse lingue parlate derivate dal latino: il napoletano ed il toscano erano le principali. Per convenzione o per praticità i diversi 'staterelli' della Penisola scelsero il toscano, che divenne nei secoli successivi l’italiano parlato in tutta Italia. Oggi può accadere la stessa in Europa. Per convenzione fin’ora si sta adoperando l’Inglese, ma alla luce dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea potrebbe essere opportuno scegliere una nuova lingua europea, da adottare come comune in tutti gli Stati che compongono l’Unione Europea. Un primo passo da fare è rendere l’obbligatorio d’insegnamento come prima lingua straniera in tutti gli ordini di scuola. Poi ovviamente si dovrebbero incentivare l'utilizzo della lingua nei canali televisivi e nei giornali così come successo in Italia con le TV. In Italia fino al Dopoguerra nonostante l'ufficialità, l'italiano era poco usato dalle popolazioni. Ma all'epoca c'era ancora un forte analfabetismo, cosa che non non più c'è oggi. L'utilizzo in tutti gli atti ufficiali della Pubblica Amministrazione Europea determinerebbe da subito un risparmio di costi nelle traduzioni. Alla luce della diffusione nel mondo, la lingua europea potrebbe essere il castigliano parlato ufficialmente in Spagna.


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La testimonianza. Dipendenza dal gioco: ecco come sono riuscito a smettere.La dipendenza dal gioco non è qualcosa che si sceglie e anche per questo motivo non è qualcosa che possiamo far scomparire soltanto con la nostra volontà. Se fosse facile togliersela di dosso, allora non sarebbe affatto un problema. Soltanto ammettendo di avere un problema si può incominciare a fare qualcosa per risolverlo. Ma c’è chi è riuscito a risolverlo da solo. Ecco la sua testimonianza, davvero molto originale. (lettera firmata)

Giocavo di tutto: dal lotto, alla bolletta legata alle partite di calcio, al winforlife, fino alle slot machine. Giocavo ragionato: le bollette di calcio le facevo sulle squadre più quotate in Italia e Europa, cosa che alla lunga mi consentiva di ottenere piccole vincite. Per il Lotto mi affidavo alla smorfia: avevo stabilito un giorno della settimana, il mercoledì, in cui i parenti miei cari defunti mi dovevano venire in sogno a dare segni più o meno espliciti dei numeri da giocare. Follia se ci penso adesso! Ho iniziato a giocare al winforlife; quando andavo nei bar invece che prendere una consumazione buttavo i miei soldi alle slot machine. All’inizio non ci rimettevo tanto, anzi vincevo anche. E le vincite mi illudevano di restare quasi in pareggio. Ma facendo bene i calcoli perdevo sempre qualcosa. Non ne facevo una piega: pensavo che ognuno di noi avesse il diritto di avere degli sfizi, altrimenti che senso avrebbe la vita? Lo sfizio però, si sa, si trasforma in vizio. Così un giorno mi sono deciso: in passato avevo tolto il vizio di fumare, per il semplice convincimento di non dover dipendere da qualcosa e adesso col gioco mi trovavo nella stessa situazione. Mi fermai a ragionare e decisi la strategia da seguire per togliere quello che stava diventando un vizio. Ecco come fare: ho preso due buste, normalissima buste come quelle delle bollette delle luce, del gas e le ho messe in un cassetto scrivendoci sopra rispettivamente “Vincite dal gioco” e “Perdite dal gioco”. Ho continuato a fare pronostici, ho compilato le mie bollette delle partite di calcio, del lotto, soltanto che invece di andare al tabacchi o in agenzia a giocare mettevo i soldi nella busta titolata “Vincite del gioco”. Seguivo le scommesse, senza vincere, ed in breve nella busta si accumulò una certa sommetta. Un giorno mi capitò di indovinare i pronostici; ovviamente non avevo giocato la bolletta. Così detrassi l’ammontare di questa vincita dai soldi precedentemente accumulati nella busta “Vincite dal gioco” e li misi nella busta “Perdite da gioco”. Questo meccanismo continuò per qualche mese. Alla fine feci i conti. Nella busta “Vincite dal gioco” avevo pochi spiccioli, in quella “Perdite dal gioco” invece avevo una certa sommetta. E’ stato questo in meccanismo che mi ha fatto smettere per sempre. In pratico avevo capovolto in meccanismo. Avevo vinto a prescindere. D’altra parte si sa che alla lunga a vincere è sempre il banco, ma in questo caso a vincere ero sempre io.


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di cosa parliamo quando parliamo di installazioni testuali o di testi installativi?

credo di aver trovato qui uno degli esempi più interessanti e sostanzialmente, direi, anche estremi: slowforward.net/2025/12/26/zip…

altri ce ne sono, alcuni li avevo menzionati anni addietro qui: slowforward.net/2020/08/14/tes…

* per inciso, mi va di far notare e rammentare – alla compagine della critica ma soprattutto alla banda della poesia italiana – che, absit vanitas verbis, una buona e credo anche utile parte di categorie critiche con cui negli ultimi vent'anni si è analizzata la realtà letteraria è stata coniata (e in linea di massima, con tanti miei limiti, teorizzata) da chi qui scrive; e/o dall'ensemble gammm: Broggi, Bortolotti, Zaffarano et moi.

penso a: assertività / non-assertivitá, scritture installative, cambio di paradigma, loose writing. (meno fortuna ha avuto l'espressione “flarf inconsapevole”, o “flarf irriflesso”, nonostante descriva ottimamente, anzi... forse proprio perché descrive ottimamente la quasi totalità della poesia italiana contemporanea, sedicenti “appartati” inclusi).

sono stato io, dal 2003 e poi con RomaPoesia 2005, a riparlare in maniera fitta e serrata di scrittura fredda, per dire. (un tema che ricorreva negli anni Settanta e Ottanta).

è un po' (“un po' tanto”) per merito di gammm e mio che da più di vent'anni si (ri)parla di scrittura di ricerca. in parte, in un pezzo sul “verri”, ne ho rintracciato radici arretrando fino agli anni Quaranta dello scorso secolo.

è stato il sito gammm a portare nel contesto della discussione teorico-critica il flarf e il googlism, la scrittura concettuale, la prosa in prosa, il letteralismo.

è stato chi qui scrive a “salvare” Corrado Costa dal mero parasurrealismo e dalla semplice “giocosità” per legarlo alla sperimentazione francese di autori che esordivano negli anni Novanta. idem direi per Carlo Bordini, che oltretutto intendo continuare a salvare dal ghettizzante ventre di vacca della lirica. Bordini è uno scrittore di ricerca, anche. La cosa non è aggirabile. ma qui passo dal lessico ai casi specifici, e devo trattenermi.

passando dunque – e così concludendo – sul versante della critica d'arte, al confine con l'ambito verbovisivo, ho idea di essere stato tra i primi se non il primo a introdurre e diffondere in Italia l'espressione “asemic writing”, traducendola inizialmente come scrittura asemantica e poi asemica.


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“zipf maneuvers: on non-reprintable materials”, by andrew c. wenaus & germán sierra


Zipf Maneuvers_ Andrew C. Wenaus & German Sierra
cliccare per ingrandire

erratumpress.com/zipf-maneuver…

Sierra e Wenaus utilizzano un algoritmo Python per riorganizzare i loro articoli originali secondo le distribuzioni Zipfiane, ordinando alfabeticamente e indicizzando numericamente ogni parola. Questa riorganizzazione produce un set di dati frammentato e non lineare che resiste alla lettura convenzionale. A ogni parola viene assegnato un numero corrispondente alla sua posizione originale nel testo, creando una struttura disarticolata, simile a un catalogo. Il risultato è una protesta contro la finanziarizzazione della conoscenza da parte delle aziende e una critica alle leggi sulla proprietà intellettuale che ne limitano l’accesso. Trasformando i propri saggi in dati riorganizzati algoritmicamente, Zipf Maneuvers mette in atto una singolare forma di resistenza, denunciando l’assurdità di un sistema che ostacola la libera circolazione delle idee

x.com/german_sierra/status/187…

youtube.com/embed/kAEiLblpomM?…


youtube.com/embed/zTfh5K0Utv0?…

#AndrewCWenaus #AndrewWenaus #catalogo #ErratumPress #ErratumPress #freeFiles #GermánSierra #installazione #installazioneTestuale #ownership #Python #scrittureInstallative #StevenShaviro #Zipf #ZipfManeuvers #ZipfManeuversOnNonReprintableMaterials




Matthew And The Atlas - Temple (2016)


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Era forse inevitabile che il “Bon Iver d'Inghilterra” (etichetta scomoda e brutta, comunque) si unisse agli americani Foreign Fields, nome poco conosciuto se non, appunto, tra chi ha voluto trovare le orme di Vernon nella musica che lo ha seguito. Le interpretazioni espressive di Matthew Hegarty, forse sprovviste del fascino irsuto e della profondità del suo presunto alter ego, trovano così un'ambientazione elettronico-sintetica tipica del duo di Nashville, che avevano già tentato con la loro musica di trascendere le sonorità scarne di “For Emma, Forever Ago”. Il risultato, al contrario, contiene in qualche modo la pienezza emotiva, quasi operistica della vocalità di Hegarty (arriva a ricordare l'omonimo in “Glacier”), dandole spazio e colore (“Graveyard Parade”)... artesuono.blogspot.com/2016/05…


Ascolta il disco: album.link/s/7FAc0Om3wUx1X87f0…



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Matthew And The Atlas - Temple (2016)


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Era forse inevitabile che il “Bon Iver d'Inghilterra” (etichetta scomoda e brutta, comunque) si unisse agli americani Foreign Fields, nome poco conosciuto se non, appunto, tra chi ha voluto trovare le orme di Vernon nella musica che lo ha seguito. Le interpretazioni espressive di Matthew Hegarty, forse sprovviste del fascino irsuto e della profondità del suo presunto alter ego, trovano così un'ambientazione elettronico-sintetica tipica del duo di Nashville, che avevano già tentato con la loro musica di trascendere le sonorità scarne di “For Emma, Forever Ago”. Il risultato, al contrario, contiene in qualche modo la pienezza emotiva, quasi operistica della vocalità di Hegarty (arriva a ricordare l'omonimo in “Glacier”), dandole spazio e colore (“Graveyard Parade”)... artesuono.blogspot.com/2016/05…


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GIOSUE - Capitolo 3


Passaggio del Giordano1Giosuè si levò di buon mattino; si mossero da Sittìm e giunsero al Giordano, lui e tutti gli Israeliti. Lì pernottarono prima di attraversare. 2Trascorsi tre giorni, gli scribi percorsero l'accampamento 3e diedero al popolo quest'ordine: «Quando vedrete l'arca dell'alleanza del Signore, vostro Dio, e i sacerdoti leviti che la portano, voi vi muoverete dal vostro posto e la seguirete; 4vi sia però tra voi ed essa una distanza di circa duemila cubiti: non avvicinatevi. Così potrete conoscere la strada dove andare, perché prima d'oggi non siete passati per questa strada». 5Giosuè ordinò al popolo: «Santificatevi, poiché domani il Signore compirà meraviglie in mezzo a voi». 6E ai sacerdoti Giosuè disse: «Sollevate l'arca dell'alleanza e attraversate il fiume davanti al popolo». Essi sollevarono l'arca dell'alleanza e camminarono davanti al popolo.7Il Signore disse a Giosuè: «Oggi comincerò a renderti grande agli occhi di tutto Israele, perché sappiano che, come sono stato con Mosè, così sarò con te. 8Da parte tua, ordina ai sacerdoti che portano l'arca dell'alleanza: “Una volta arrivati alla riva delle acque del Giordano, vi fermerete”». 9Disse allora Giosuè agli Israeliti: «Venite qui ad ascoltare gli ordini del Signore, vostro Dio». 10Disse ancora Giosuè: «Da ciò saprete che in mezzo a voi vi è un Dio vivente: proprio lui caccerà via dinanzi a voi il Cananeo, l'Ittita, l'Eveo, il Perizzita, il Gergeseo, l'Amorreo e il Gebuseo. 11Ecco, l'arca dell'alleanza del Signore di tutta la terra sta per attraversare il Giordano dinanzi a voi. 12Sceglietevi dunque dodici uomini dalle tribù d'Israele, un uomo per ciascuna tribù. 13Quando le piante dei piedi dei sacerdoti che portano l'arca del Signore di tutta la terra si poseranno nelle acque del Giordano, le acque del Giordano si divideranno: l'acqua che scorre da monte si fermerà come un solo argine».14Quando il popolo levò le tende per attraversare il Giordano, i sacerdoti portavano l'arca dell'alleanza davanti al popolo. 15Appena i portatori dell'arca furono arrivati al Giordano e i piedi dei sacerdoti che portavano l'arca si immersero al limite delle acque – il Giordano infatti è colmo fino alle sponde durante tutto il tempo della mietitura –, 16le acque che scorrevano da monte si fermarono e si levarono come un solo argine molto lungo a partire da Adam, la città che è dalla parte di Sartàn. Le acque che scorrevano verso il mare dell'Araba, il Mar Morto, si staccarono completamente. Così il popolo attraversò di fronte a Gerico. 17I sacerdoti che portavano l'arca dell'alleanza del Signore stettero fermi all'asciutto in mezzo al Giordano, mentre tutto Israele attraversava all'asciutto, finché tutta la gente non ebbe finito di attraversare il Giordano.

_________________Note

3,1-17 L’impostazione cultuale della narrazione, già presente in Gs 1, riprende in modo più vistoso. Essa avrà il suo punto culminante in Gs 6. Più che una marcia militare di avvicinamento, l’autore sacro descrive una processione solenne, con alla testa l’arca, simbolo della presenza di Dio e dell’alleanza divina con Israele.

3,16 Le acque si fermarono a partire da Adam, città comunemente identificata con l’odierna ed-Damiye, circa 25 chilometri a nord di Gerico; incerta è invece l’identificazione di Sartàn.

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Approfondimenti


Il testo a prima vista si presenta denso di ripetizioni e incoerenze, che sembrano tradire una storia piuttosto complessa della sua formazione. Vi fanno capo, a quanto pare, alcune tradizioni cresciute attorno a Galgala e altre narrazioni. Ma l'evento centrale – la miracolosa separazione delle acque del Giordano, che consente al popolo di attraversare il fiume a piedi asciutti, in solenne processione liturgica (v. 16) – è narrato una sola volta. Ad esso è ricollegata un'eziologia, che spiega l'origine delle pietre collocate nel santuario di Galgala (4,20), e forse anche una seconda tradizione, che intende dare ragione delle pietre ammassate nel letto del Giordano (4,9). A queste tradizioni è connessa l'arca dell'alleanza, che in questo capitolo svolge un ruolo di primo piano. Il racconto del passaggio del Giordano (c. 3) prosegue (4,1-5,12) con quello dell'ingresso in Canaan. Le due narrazioni formano una unità teologica analoga a quella dell'esodo, come fa rilevare la mano redazionale (3,7; 4,14.23).

Il motivo del “passaggioß è sottolineato dal ricorrere frequente del verbo «passare» (‘br). L'autore insiste sul carattere miracoloso dell'evento e sui punti di contatto con il racconto dell'uscita dall'Egitto. JHWH ferma le acque del Giordano (3,7-4,18) come aveva fatto per il Mare dei Giunchi (Es 14,5-31). A guidare Israele ora è l'arca (3,6-17; 4,10-11), come a suo tempo era stata la colonna di nube o di fuoco (Es 13,21-22; 14,19-20). Altri punti di contatto con il ciclo dell'esodo sono il ruolo svolto da Giosuè (3,7; 4,14), analogo a quello di Mosè, il rinnovamento della circoncisione (5,2-9), la cessazione della manna (5,12; Es 16), la celebrazione della Pasqua (5,10; Es 12,1-28; 13,3-10).

L'avvenimento centrale, la traversata del Giordano, è descritto non come marcia militare, bensì come processione liturgica (cfr. Es 14). Altri elementi liturgici nella nostra pagina sono le pietre, dodici di numero, come le dodici tribù d'Israele (cfr. Es 24,4), anche se la loro funzione non è esposta in modo coerente, oltre all'arca, di cui s'è già detto, trasportata da “sacerdoti leviti”, mentre il resto del popolo deve restare a una distanza precisa da essa. L'arca è una specie di santuario mobile, contenente il documento dell'alleanza. Già durante la peregrinazione nel deserto veniva trasportata in testa alla colonna degli Israeliti in marcia (Nm 10,33ss.) Nella guerra santa l'arca stava di fronte all'esercito in battaglia (la sua assenza comportava la sconfitta d'Israele, Nm 14,44).

Dopo il passaggio del Giordano, sarà portata per sette giorni di seguito attorno alle mura di Gerico e, ad insediamento avvenuto, sarà collocata nel santuario di Silo (1Sam 3,3s.) e infine – dopo le vicende con i Filistei (1Sam 4,10s.; 5,3ss.; 6,1ss.) e con Davide (2Sam 6,2ss.; 11,11) – sarà situata nel tempio di Salomone (1Re 8,6ss.), dove resterà fino alla catastrofe del 587. L'arca era simbolo della presenza personale di JHWH in mezzo al suo popolo e dell'alleanza stipulata con Israele. L'indagine scientifica ha rilevato la presenza di santuari portatili analoghi nelle tribù preislamiche d'Arabia, tipici dei popoli nomadi o seminomadi, senza dimora fissa e quindi senza tempio.

1. Ci si ricollega a 1,10s.

2-6. Il viaggio descritto è quello per arrivare al Giordano, dove gli Israeliti «si accamparono prima di attraversare» (v. 1). L'arca è trasportata dai sacerdoti della tribù di Levi, ai quali il Deuteronomio (18,6s.) attribuisce ancora piena autorità sacerdotale, mentre la riforma centralizzatrice di Giosia ridurrà notevolmente l'importanza dei leviti. La distanza tra i sacerdoti che sorreggono l'arca e il popolo (v. 4) ha significato cultuale ed è un dato liturgico qui retroproiettato. Per partecipare alla guerra santa gli Israeliti devono “santificarsi” (v. 5), purificarsi, ottenere la purità rituale richiesta, che contempla l'astensione sessuale (1Sam 21,6) e l'osservanza di alcune norme igieniche. La stessa cosa aveva dovuto fare il popolo d'Israele al Sinai (Es 19).

10. La lista completa (sette nomi) è riportata anche in Es 3,8.17; 13,5; Dt 7,1; 20,17: cfr. altresì Ne 9,8. Non si sa molto di questi popoli. I Gebusei erano una popolazione mista di Hittiti e Amorriti, che avevano come centro Gerusalemme. Amorrei può significare, genericamente, “occidentali”, mentre è difficile identificare i Gergesei (Gn 10,16) e i Perizziti (Gn 13,7; 34,30). Quanto agli Evei, sembra trattarsi di un popolo di origine hurrita, affermatosi in Mesopotamia nel sec. XVI e che ritroviamo nelle montagne di Seir e a Sichem. Gli Hittiti, provenienti dalla Siria settentrionale, erano penetrati in Canaan nel sec. XV. I Cananei infine costituivano la popolazione principale della Palestina.

11. «Ecco l'arca dell'alleanza del Signore di tutta la terra» (cfr. v. 13) è locuzione arcaica. «Signore di tutta la terra» è titolo attribuito a JHWH-re in Sal 97,5.

12. Il versetto è in rapporto con 4,1-10a, dove i «dodici uomini» entrano in azione.

14-17. Ecco la descrizione della traversata mirabile del Giordano. Secondo il c. 5, si è alla vigilia della Pasqua. Qui invece si parla dei «giorni della mietitura» dell'orzo, verso la fine di aprile. In ogni caso, siamo nel periodo in cui si sciolgono le nevi sui monti al nord e il fiume è in piena. Il testo rapporta il miracolo al ruolo dei sacerdoti. Finché questi restano immobili, in mezzo all'alveo del fiume, le acque si trattengono.

(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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la complicità diffusa nel genocidio (complicità di governi, portavoce, giornalisti, gruppi editoriali, tv e radio, influencer, troll prezzolati, mercanti di armi ecc.) costituisce un regime di criminalità reticolare. estesa, condivisa. dopo 2+80 anni di Nakba non si può pensare di considerare colpevoli solo i governi e i quadri dell'esercito.

non è pensabile processare solo loro. sono certo che in occidente sia seriamente necessario attribuire al giornalismo, alle censure dei social, ai media, e a tutti i genocide enablers uno status di correità.


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Sul massiccio dei Monti Trebulani, in provincia di Caserta, un sentiero è diventato meta di pellegrinaggio.Madonnina della saluteLa causa? Un’immagine di una madonnina apparsa su una croce dei Passionisti, ritenuta miracolosa dai fedeli. La croce c’è da sempre, ma l’effigie è comparsa solo negli ultimi anni. Chi prega lì, dicono, trova sollievo dai dolori. Nella cappella della Madonna di Fratejanni, sopra il sentiero, sono state lasciate fotocopie di una preghiera in spagnolo con un’immagine di una madonnina identica a quella sulla croce. Il passaparola ha diffuso la notizia. Probabilmente, si tratta di una preghiera popolare, forse legata alla corte del castello vicino alle rovine di Antica Cales, governata dagli Aragonesi fino al 1700. I Monti Trebulani sono un massiccio isolato al centro della provincia di Caserta. Sovrastra la piana campana, la valle del Volturno, e il vulcano spento di Roccamonfina, nei pressi delle sorgenti dell’acqua Ferrarelle. La vetta più alta è il Pizzo San Salvatore (1037 m), dove si trova un antico monastero benedettino abbandonato. Il “sentiero del pellegrino”parte dalla località Santella (tra Rocchetta e Croce e Formicola), e si dirama nel bosco verso Nocce. Qui si trova la croce dei Passionisti con il santino. Dalla croce partono sentieri per l’eremo di San Salvatore e la cappella di Fratejanni, un tempo luogo di culto per i carbonai. L’eremo di San Salvatore, si trova su uno sperone roccioso, offre un panorama mozzafiato. Nelle giornate limpide, si può vedere tutta la costa campana, dall’Amalfitana al Golfo di Gaeta. Sotto il pizzo c’è una grotta usata anche da capre selvatiche. Paesaggi rocciosi, falesie, e una ricca fauna: cinghiali, scoiattoli, lupi, e uccelli come poiane, falchi e bianconi. La seconda vetta dei monti Trebulani è Madama Marta, con una terrazza panoramica a forma di piramide. Il territorio, spesso sottovalutato, nasconde testimonianze archeologiche: cisterne e muri romani, resti di chi fuggì qui dopo la caduta dell’Impero romano. È un luogo di pace, spiritualità e natura tutto da scoprire.


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Lascia, vivi e ricevi C’è una frase di Anita Moorjani che rimbalza spesso nei corridoi del pensiero contemporaneo: “Quando lasci andare ciò che vuoi, ricevi ciò che veramente è tuo.” Una sentenza elegante, quasi zen, che però ci mette davanti a qualcosa di scomodamente semplice: la maggior parte delle volte siamo noi a sabotarci. È come correre con lo zaino pieno di mattoni e poi lamentarsi perché arriviamo ultimi. Ma andiamo con ordine. Oggi proviamo a capire perché lasciare andare non significa perdere, ma fare spazio. E soprattutto perché questa filosofia funziona anche nel caos ultra contemporaneo in cui viviamo—tra notifiche, ansie di prestazione e quella strana mania di voler controllare tutto. Ci ostiniamo a inseguire obiettivi come se fossero figure dei Pokémon: “Ce l’ho! Mi manca quello!”, e ogni desiderio si trasforma in una collezione compulsiva. Il problema? Quando un desiderio diventa ossessione, si irrigidisce. E quando si irrigidisce… non fluisce più niente. Prova a pensarci: quante volte hai voluto disperatamente che qualcosa accadesse, per poi accorgerti che più spingevi, più quella cosa scappava? Il punto è che volere non è sbagliato. È aggrapparsi a quel volere che diventa tossico. Sgombriamo subito il campo da un equivoco che il buon senso popolare adora: lasciare andare non significa rinunciare, arrendersi o mettersi in monachesimo su un cucuzzolo in attesa del karma. Lasciare andare è un po’ come pulire il garage: sai che dentro ci sono cose inutili, ma ti ostini a tenerle “perché non si sa mai”. E invece, quando finalmente butti via: il tapis roulant mai usato, i cavi elettrici del 1988 o la scatola dei fiammiferi del 1940 succede che: magicamente hai spazio per qualcosa di nuovo che sia una bici che userai davvero o un’idea che non avevi il coraggio di ascoltare. Lasciare andare significa: smettere di controllare il controllabile. Smettere di pretendere che la realtà segui il nostro copione e smettere di pensare che senza quella cosa non valiamo abbastanza. È un atto di libertà. E la libertà ha un effetto collaterale meraviglioso: lo spazio vuoto. Non è magia, non è esoterismo (anche se un tocco di mistero non guasta mai). È psicologia applicata alla vita vera. Quando lasci andare la mente si rilassa, la percezione si amplifica e fai scelte piu’ lucide ma soprattutto inizi a riconoscere opportunità che prima ignoravi perché eri troppo impegnato a guardare altrove. È un po’ come quando perdi qualcosa in casa: solo quando smetti di cercarla, riappare. E tu lì a chiederti se il destino abbia senso dell’umorismo. Spoiler: sì, ce l’ha. La vita ha una strana ma precisa architettura: ciò che è autentico non ha bisogno di porte sfondate. Trova una fessura, entra, si siede e dice: “Ehi, io sono quello che aspettavi, ma non te lo volevo dire mentre rincorrevi quella roba inutile.” Lasciare andare ciò che vuoi non è un invito a vivere senza desideri. È un invito a vivere con desideri più veri, più tuoi, più in sintonia con chi stai diventando. È scegliere di non rincorrere ciò che ti consuma, per farti trovare da ciò che ti completa. Quindi sì: quando lasci andare ciò che vuoi, arriva ciò che veramente è tuo. Non perché la vita sia generosa, ma perché tu finalmente le lasci spazio. E ora, respira, alleggerisci lo zaino e vai incontro a ciò che ti aspetta. Il bello è già in arrivo.

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Piombo e fango


“Era dal 1968 che non mi sentivo così”, esclamò John, cercando goffamente di rimanere in piedi vicino la palizzata. “Così come? Ubriaco? O intendi felice?” Mark era in genere un ragazzo che andava dritto al dunque. “Entrambi, uno la conseguenza dell'altro!” La palizzata era un rimasuglio del recinto con il quale la vecchia e decadente cittadina di Orkaunty segnava il suo confine. Era un pezzo d'epoca, molto famoso: tanto che il primo sindaco arrivato dopo la grande guerra del Nord fece installare una placchetta metallica con scritto “Qui la cittadina di Orkaunty smette di essere circoscritta dalla Valle del Nulla ed espande le sue radici verso l'orizzonte – Russel McKolin” “Che idiota, comunque” Mark si girò di scatto e vide che John stava fissando, con equilibrio precario, la palizzata. Si avvicinò barcollando, scavalcò e si mise di fronte al suo amico. “Di chi parli?”, chiese Mark con sguardo interrogativo. “McKolin... Quel vecchio idiota, schifoso e ladro di un McKolin... McKolin...” “Forse è ora di tornare a casa, che dici?” Mark afferrò il braccio di John per tirarlo verso la strada, ma non riuscì a smuoverlo. “Voglio rimanere ancora un po'”, fece John. “Cosa vuoi fare?” “Non lo so... Sono ubriaco e sto ricordando il passato. Il minimo che posso fare è versare una lacrima per tutti coloro che ho perso durante la mia vita” “Oh, cosa mi tocca sentire alle tre di notte... John andiamo, sei stanco” “No Mark, non sono stanco, sono annoiato” “Da cosa?” “Dalla vita che conduco ogni giorno da ormai quindici anni” “Essere anziani significa questo? E io che non vedo l'ora di arrivare alla pensione!” “Sciocco, sei giovane e puoi permetterti di fare cose che un vecchio bacucco come me non può che sognare” Per diversi secondi nessuno dei due disse nulla, poi John, voltandosi, guardò prima Mark, poi di nuovo il paletto e poi ancora Mark. “Va bene, andiamo a casa” “Oh, dio, grazie! Non vedo l'ora di buttarmi sul letto e...” Ma John gli mise una mano sulla spalla e con un cenno gli intimò di fare silenzio.

La decisione che John prese molti anni prima, di andare a vivere lontano dal centro, in mezzo al deserto e alle sterpaglie, era una delle poche cose che non rimpiangeva. Camminando in silenzio poteva ascoltare il rumore dei passi di Mark, che trascinava i piedi per terra, il fruscio del vento e il canto dei grilli. Il cielo era nuvoloso, ormai lo era da anni, guardando in alto cercava di ricordarsi le stelle, piccoli puntini luminosi, alcuni più, altri meno, che invadevano il cielo dopo il calar del Sole. Neanche il Sole c'era più da molto tempo. L'alcol che aveva in corpo lo rilassava e lo scaldava. Arrivati a pochi metri dall'ingresso, si fermò di colpo: aveva voglia di stendersi da qualche parte ed osservare il cielo notturno. “Cosa succede?”, Mark sembrava preoccupato. “Niente Mark, sono solo... Sono...”, si guardarono negli occhi e Mark poté vedere che qualcosa turbava il suo anziano amico. “Sei stanco?” “No. Beh, un po' sì, ma è normale alla mia età. No, in realtà vorrei stendermi da qualche parte per osservare il cielo” “Il cielo? Ma John, mio caro vecchio John, sai meglio di me che il cielo non esiste più da ormai troppi anni” “Il cielo esiste, solo che non possiamo vederlo” “Allora cosa vorresti osservare, se il cielo non si può vedere?” John esitò. “Il mio passato” I due si fissarono e dopo un po' Mark mugolò qualcosa che assomigliava a “fai come vuoi io sono troppo sbronzo per dormire fuori” e si avviò sullo stradino di terriccio che portava alla casetta. Stare in piedi in mezzo alla strada, di notte, a quell'età, era rischioso. Certo di animale selvatico ormai non ce n'era quasi nessuno, ma qualche predone del deserto poteva approfittarsi del momento. A John non importava. Contemplando il cielo ricordò di quando stava disteso sul prato con Anna, di notte, a guardare le stelle. “Secondo te John, riusciremo mai a raggiungere almeno una di quelle stelle?”, chiese lei, osservando quella che un tempo era chiamata la costellazione di Orione. “Mio fratello dice che un giorno le stelle non esisteranno più” Anna spostò il braccio di John dietro la sua schiena e si accoccolò su di lui “Credo che sia una cosa molto triste” “In effetti lo è An, ma forse mio fratello si sbaglia” John spostò lo sguardo dal cielo sulla casetta e pensò che, in fondo, suo fratello aveva avuto ragione su tutto. Con molta pazienza (e presa di coscienza sull'ubriacarsi alla sua veneranda età), si mise a gattoni, si sollevò in piedi e si incamminò verso casa, ponendo fine alla lunga giornata.

La mattina seguente, John si rese conto anche senza aprire gli occhi che la coperta era del tutto avvolta attorno a lui, ma decise di rimanere a letto ancora un po'. Verso mezzogiorno Mark bussò alla porta di camera sua.

“Sei vivo?” “Sì, sono solamente intrecciato nella coperta” “Se mai volessi smetterla di poltrire, il pranzo è pronto” “Sai Mark, dovrei alzarti la paga” “Forse prima dovresti cominciare a pagarmi” “Già, forse...” Entrando in cucina c'era una tavola rettangolare, lunga circa due metri, larga uno, quasi spoglia, apparecchiata con due piatti, due bicchieri, un paio di cucchiai e ogni piatto aveva una fetta di formaggio, del pane duro come una palla da baseball e dello stufato. Dello stufato? “Dello stufato? Dove hai trovato della carne?” John non vedeva dello stufato da quell'inverno in cui per sbaglio una tegola della casa era caduta sopra una lepre che passava nei dintorni. “Credo... Credo di non potertelo dire” “Sei andato in città, non è vero'?” Mark non rispose. “Allora?!”, John alzò il tono della voce. “Io...” “TU COSA?! Ti è dato di volta il cervello? Vuoi farti ammazzare?” Le urla misero Mark sulla difesa. “Ma non si rischia ad andare in centro! Sei pieno di pregiudizi! Quelle persone sono come noi! Solo perché hai deciso di fare l'eremita non vuol dire che loro siano mostri alieni!” John mantenne fisso lo sguardo su Mark e dato l'affanno, si mise a sedere. “Mangiamo, ne discuteremo dopo” Calò in silenzio, come succedeva un tempo, quando gli schermi trasmettevano dei programmi televisivi e tutti erano abbindolati dalle immagini proiettate. Mark posò il cucchiaio sul piatto e si rivolse a John. “Senti, mi dispiace, ma stavamo finendo il cibo e sinceramente cominciava a darmi la nausea mangiare tutti i giorni la stessa cosa” “Se avessero capito da dove vieni avrebbero potuto metterti in prigione e torturarti, come minimo” “Ma non è successo! Sono vivo, non mi hanno riconosciuto, ho l'accento locale da anni ormai e non possono neanche basarsi sul colore della pelle visti tutti gli schizzati che si fanno modificare il DNA al giorno d'oggi” John non lo guardò neanche. Spostò la sedia facendo rumore e andò vicino la finestra, guardando fuori. La teatralità di John colpì Mark al punto di doversi trattenere dal fare battute, non era proprio il momento. “Sai cos'è successo a mio fratello, no?” “Certo, me lo avrai raccontato un milione di volte” “Bene, ma non sai perché mi sono trasferito qui” In effetti era più una supposizione che una certezza. Il fratello di John, Albert, era morto in un campo di concentramento durante la guerra del Nord. Quelli che una volta erano gli Stati Uniti avevano dichiarato guerra al Canada e tutti coloro che non avrebbero prestato servizio in nome della difesa della propria patria, sarebbero stati considerati traditori e puniti a dovere. Un classico. Albert era un ricercatore universitario, un pacifista, un socialista, insomma una piaga, ma finché il governo poteva guadagnare dai suoi lavori sottopagandolo, andava bene. Quando ci fu la chiamata alle armi si oppose, quindi lo arrestarono e lo imprigionarono. John non fece la stessa fine, combatté quella inutile guerra e tornò a casa più povero di prima. “Perché la tua vecchia casa ti ricordava tuo fratello?” “No, non mi dispiace ricordare mio fratello, era una bravissima persona... No, il problema non era la casa, il problema erano le persone. Nonostante avessi dato tutto me stesso, il governo mi tenne sotto controllo per evitare che potessi fare qualche “follia” vendicando mio fratello. Non solo, divenni un reietto, il mio vecchio quartiere mi considerava un traditore, come Alb, e non c'era nulla che potessi dire o fare per cambiare la loro opinione. Così decisi di attuare il piano Z, quello che tenevo come soluzione alternativa per tutto: me ne andai in mezzo al niente per condurre una vita solitaria e pacifica. La prima devo dire di averla ottenuta, la seconda, invece, un po' meno” Mark non sapeva cosa dire, ma non sapeva neanche cosa c'entrasse questo con quello che aveva fatto durante la mattina. In fondo, gli Stati Uniti non esistevano più da un bel pezzo. “Non c'è più un pericolo simile, però... Capisco la tua preoccupazione, ma non c'è nessun governo totalitario a bacchettarci” “No, ma le persone non cambiano. Se vogliono odiare lo fanno, anche senza un vero motivo. E quelle persone che abitano nel centro cittadino non hanno nulla se non rabbia repressa, rinvigorita ogni giorno dalle notizie e dall'odio l'uno per l'altro e per sé stessi. La città è pericolosa, preferirei morire di fame che tornarci” Non ci fu risposta se non il rumore dei piatti e delle posate che venivano portate in cucina, pronte ad essere lavate. John continuò a guardare fuori, a scrutare la linea dell'orizzonte che divideva la terra sabbiosa e il cielo cupo. Una patina gialla ricopriva tutto quello che un paio di occhi non potenziati potevano captare e di tanto in tanto passava un uccello. Un uccello? Stupido vecchio, non era un uccello, era un drone, gli uccelli non esistono più.

Originally wrote in 2020-05-12T23:57:00.002+02:00


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La notte in cui bruciammo Rome #2


«Lo shuttle 16996 proveniente da Neo Roma 1 e diretto a Milano 4 è stato cancellato. VolItalia si scusa per il disagio»
La voce si interruppe mentre io cominciavo già a schizzare male.
«Cazzo, è la seconda volta in due giorni, se prendo la testa di quel porco di Augusti...», pensai ad alta voce. Persone non curanti di ciò che dicevo mi sfrecciavano di fianco, intente a badare ai fatti loro. Sferro un calcio una lattina innocente che finisce oltre la banchina, nel vuoto. La stazione sospesa a centinaia di metri da terra e comunque sotto non c'è niente, il calore del razzo in arrivo e in partenza è troppo alto per poter costruire qualcosa al di sotto. Sicuramente non è un problema di sicurezza, la morte accidentale di innocenti è solo un modo per ridurre il sovrappopolamento mondiale.
Mentre continuo a pensare ai fatti miei, vedo due energumeni che si avvicinano. “Polizia” dice la scritta sul cromo che hanno al posto del torace.
«Ehi, tu» esclama uno dei due cinghiali.
«Mi dica, agente», rispondo con faccia angelica, mentre il mio neuralink modificato cerca il percorso più rapido per uscire. Una mod del pathfinder che include le mappe di tutta la città fa sempre comodo quando la Legge non permette di vivere rilassati.
«Sei stato avvistato da una telecamera di sorveglianza mentre davi un calcio a della spazzatura, facendola cadere nel vuoto. Come ti dichiari?»
Nel frattempo la Legge ha stabilito che il Potere Esecutivo doveva combaciare con quello Giudiziario, creando una succursale italiana del sistema americano. Ora anche qui possiamo ricreare il cyber farwest, con tanto di Sceriffo e taglie sui ricercati. Chissà com'erano i tempi dei meme e delle AI che non capivano un cazzo.
«Innocente, vostro onore»
Il neuralink mi avvisa che il percorso migliore parte dalle scale alle mie spalle, passa per i bagni, per finire all'uscita laterale della stazione, prendendo il turboascensore che sbuca nel vicolo. Ho due possibilità, una delle quali inizia con una corsa e finisce nella pattuglia pronta ad aspettarmi in fondo al turboascensore. L'altra, invece, comincia con una pisciata e finisce con una più probabile fuga nelle fogne.
«Prima che mi diciate il verdetto, agenti, vorrei appellarmi alla vostra clemenza e chiedervi di poter andare in bagno. Ovviamente potete accompagnarmi, se necessario»
I due piedicromati si guardano, probabilmente comunicando privatamente via neuralink e poi con un cenno del capo e una bella spinta mi fanno sapere che possiamo avviarci verso le latrine. Ottimo. Il bagno è più una sorta di ufficio vecchio stile, fatto di cubiculi in cui puoi lavarti o espletare le tue funzioni senza problemi di sorta. Quello che le guardie non sanno è che il mio neuralink hackerato mi permette di entrare e prendere possesso dei sistemi digitali più elementari. Dopo aver cominciato a urinare sotto lo sguardo vigile di quei porci depravati, mi connetto al sistema di porte elettronico. Lo specchio smart mi permette di vedere chi passa per il corridoio e nel momento in cui un energumeno si trova esattamente davanti il mio cubicolo, faccio scattare la porta. L'uomo, col naso sanguinante, comincia a imprecare verso i due poliziotti.
«Guardie infabi, non si buò neanghe biù bisciare in bace!» Grazie amico mio, non sai quanto hai ragione. Mentre i piedicromati si girano per placare le ire dell'energumeno, io mi dileguo nella direzione opposta, uscendo di soppiatto dalla porta. La voce che annuncia gli arrivi rimbomba nel corridoio mentre passo attraverso un branco di persone dirette a Milano 4. Il turboascensore per il piano terra è vuoto e mi infilo dentro il più velocemente possibile. Mentre la cabina prende velocità e il rumore della carrucola sfrega sui grossi cavi, mi appoggio alla parete e mando un messaggio vocale al contatto che dovevo incontrare oggi.
«Per colpa delle guardie non sono potuto salire sul razzo. Ci riprovo domani. Bella»
Il capo non sarà contento, ma non importa. Meglio consegnare in ritardo i dati che darli in mano alla Legge. In fondo nessuno ci mette fretta. Nessuno sa che quei dati sono stati rubati e che nel momento in cui verranno rilasciati, il sistema bancario crollerà sotto il culo di quei porci borghesi. La loro ricchezza andrà in fumo e noi prenderemo il sopravvento.

Originally wrote in 2023-11-09T17:16:00.000+01:00


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La notte in cui bruciammo Rome #1


Ferro. Alluminio. Zolfo. Cosa c’è nelle profondità di Neo Roma 3? Carcasse di anime di metallo buttate negli angoli sporchi di stagno. C’è puzza di silicio andato a male. I neuro impianti fritti dalle cyber droghe dei mutanti umani cyborg. Cosa vuoi fare? Preferisci ricevere iniezioni gratuite di dopamina al costo di un semplice post sulla rete? O trastullarti con un massaggio neurale apposta per venirti nelle mutande nel tragitto casa lavoro? Dove vuoi abitare? Qual è la differenza tra un cubicolo nel centro storico e una stanza vuota nello sprawl? Quanta terra bruciata. Quanta terra sprecata, ecco un edificio di bianco cemento che si erge in mezzo alle lande desolate delle borgate. Lo vedi quello? È il prezzo da pagare per poterti sollazzare con i social, quando metti like pensa che hai regalato un centimetro cubo in più di terra a quel mastodontico palazzo che come Gengis Khan non fa più crescere l’erba. Il gigante dei tera byte della conoscenza umana. Il mostro finale dell’umanità stessa, l’uomo che progetta e porta avanti il suo ordigno finale. Accenditi una sigaretta virtuale, per della nicotina direttamente iniettata nel cervello dal tuo neuralink. Vuoi provare una sniffata digitale? Quanto pagheresti per vivere più veloce senza doverti muovere? Ricordati che la filmografia è gratuita, devi solo dire allɜ amicɜ quanto la nostra azienda sostenga la loro causa. Transumanesimo? Ecco una maglia. Cyberpropaganda comunista? Abbiamo una bandana come quella di Cyber-Guevara.

Sono sul treno per il quartiere cyborg, vedo un vecchio seduto che si spara l’aria condizionata per evitare di sorbirsi il caldo infernale del deserto che si stende fuori dai binari. Le arterie stradali abbandonate, la spazzatura mai raccolta, gli zombi del verano che vagano in cerca di cyber K. Il vagone sussulta. I sedili sono più vecchi di quell'uomo con le protesi robotiche. I polmoni di un anziano, le gambe di un ragazzino. La fermata della metro è piena, la puzza di marcio non ci lascia mai, l’aria condizionata non fa altro che ributtarci addosso lo stesso schifo che sputiamo fuori dalle bocche. Fiumi di carcasse che non sanno di essere morte si riversano per le strade di Neo Roma dirette a produrre, a consumare, a vivere gli ultimi anni rimasti alla Terra. Un grigio sole che filtra attraverso la cupola di contenimento illumina gli alberi di metallo e i pannelli solari si muovono come girasoli robot. Respiro a pieno, il filtro della mascherina sa di medicinale. Eccomi, per una nuova giornata, pronto a lavorare per sopravvivere, fino all’imminente fine.

Originally wrote in 2022-05-29T20:27:00.005+02:00


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Alla fine mi sono fatto ricoverare. Ma solo dopo aver ricevuto la carta di identità col mio nome corretto. Non potevo rischiare discriminazione di genere da parte di infermierǝ e dottorǝ.

Sono uscito da un po', va meglio, riesco a restare abbastanza concentrato per leggere, il che è una gran cosa considerato il previo stato delle cose. In questi giorni di festività ho letto molto. Ma mi sono anche sentito molto solo, perché non ho trovato aperture per condividere il mio dolore con la mia famiglia. È faticoso mettere a tacere i propri sentimenti, ma è anche dannatamente facile indossare la maschera dello stoico.


log.livellosegreto.it/lavievar…



[rotazioni]si scrive con la acca e i suffissi a] [caro prezzo il corpo dei treccani in ordine trascina] il dito un pratico livello di meccanica a rovescio scoprono] la [spiaggia rassettata fanno due numeri con i cristallini piantano] l'asta pilotata in primavera il mercato] verrà automaticamente demolito [tengono solo i fumi] è pronto già in estate per le chiusure un santo [franco al momento buono


noblogo.org/lucazanini/rotazio…



Che i giochi abbino inizio


Dopo burnout, fasi pesanti, ricerche di se stessi e recupero dei hobby posso dire che la seconda metà del 2025 è stata fondamentale. A partire da questo blog e a concludersi di Discord e Twitch che mi hanno sbloccato a essere me stesso sia qui che fuori.

Nuove idee, nuovi inizi


Eh già quest'anno mi diplomo, dovrei iniziare l'università e molto probabilmente cambio organizzazione. Un anno di grossi cambiamenti in cui vorrei incorniciare con una Daruma rossa questo anno nuovo (spero di trovarla, non voglio acquistarla online). Un anno nuovo in cui voglio dare tutto me stesso nella mia organizzazione, nei miei amici e nel ricorrere un sogno, quel sogno che mi spinge avanti: “Prima o poi sarò capace di aiutare gli altri e me stesso”.

Twitch


Dal 31 ottobre, ho iniziato Twitch, con la battuta del “Ah vabbè! allora prendo uno sfondo a caso tipo il cartone, prendo il WafflePinguì disegnato da LallaWaffle e vado in live”. Così come ho detto così ho fatto e ho aperto questo canale “Low Effort”. “Si ma il canale ha questo, quest'altro e quell'altro problema, sembra che non ti prendi sul serio”, lo so, ma il punto è, che è una pausa, quando apro Twitch io mi sto dedicando una pausa, io non programmo, non mi impegno perché è spontaneo, non funziona bene? Tanto mene, comunque lo faccio solo e solamente per esprimere una parte di me.

Cambiamenti social


In questi giorni stavo pensando di fare un server Discord, un per me, ho recuperato da poco l'abitudine di usare Attivamente Discord e per il canale potrebbe essere utile visto che non ho una schedule, ma, ho riflettuto oggi e ho pensato “Ma un server Discord mio, lo userei davvero? Io uso Discord perché ho trovato i miei spazi (i server), non userei mai un server da zero che sia incentrato su di me” e quindi poi ho capito che, visto che il mio più grande hobby è la community italiana di Vtubing (che seguo attivamente da Giugno 2022 con un periodo di pausa nel 2024) il mio server non sarebbe incentrato solo su di me, ma su tutti quelli che seguo, supporto e apprezzo a pieno. Quindi si una specie di Jolly per la community italiana selezionati da me (è pur sempre un server mio).

Dalla separazione all'unione


Mi sono reso conto che dividere in 2 parti i social (da una parte eleHOwl e dall'altra eletronico2/Luigi) non ha più senso, io parlo della mia vita personale, dei miei hobby, esprimo me, non un personaggio, quindi il mio obbiettivo da qua in poi è unire i 2 mondi, senza creare compartimenti stagno ma un “Diagramma di Venn” in cui c'è eleHOwl, c'è eletronico e poi c'è il mix centrale.

Obbiettivi


I miei obbiettivi è esprimermi di più, smettere di fare un fantasma che scompare e ricompare, essere più ordinato, rimanere della mia idea di “Low-Effort” ma magari un minimo di impegno lo devo mettere, così come mi voglio organizzare, il minimo indispensabile, ma lo devo fa'. Voglio che le persone scroprino sempre di più “Chi è Ele” perché ho tanto da parlare, tanto quanto la mia vohlia di scoprire e conoscere nuove persone.

E questo è tutto, ci vediamo su Twitch, Discord, Instagram (a volte) e possibilmente un ritorno nel Fedi. Ciau ❤


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9B

Sono seduto in questo ristorante, una cameriera orientale sta prendendo la mia ordinazione, un ramen con tofu, alghe, noodles e altre verdure. Attorno a me i tavoli sono pieni in questa sala completamente coperta di disegni manga giapponesi, statuine di gatti cinesi felici, statue in altezza naturale di personaggi di One Piece, collezionabili e stampe, frame di anime nippo, tutto un tripudio di colori brillanti, rossi, gialli, caldi. Archetipi in legno, faretti. Più in là intravvedo l'ingresso e oltre i corridoi gianteschi del centro commerciale della Fiumara di Genova.

Persone passano, ci guardano distrattamente mentre si dirigono alla scala mobile che li porterà alla sala superiore dove ci sono alciuni blockbuster americani, alcuni in 3D. L'ultimo episodio della saga di Avatar. Passiamo, in pochi metri, da un occidente all'altro. Mentre sono lì, seduto, con le mie bacchette di legno, anche loro seriali, a prendere un seme di mais e osservarlo nei vapori del ramen, percepire con la coda dell'occhio il resto della mia famiglia lì, vicino a me, non posso non pensare a come quelle icone, quell'estetica che mi circonda non sia accuratamente preparata per farmi sentire protetto.

Di là dal corridoio ci sono le persone in coda per entrare al Old Wild West, un ristorante che ricostruisce al suo interno l'estetica dei film western dell'inizio della seconda metà del novecento. Torno a concentrarmi sul mio mais: siamo tutti protetti all'interno di estetiche che tendono a regredirci al mondo infantile. Pupazzi, fumetti dai tratti simili a quelli che leggevo da ragazzino, musica pop che – all'osso – rimanda alle cantilene che sentivo con la testa sul petto di mia madre. E che poi ho cantato ai miei figli, con la loro testa addormentata poggiata sul mio petto. Iconografie da film americani o giapponesi ormai del tutto digerite.

Su Facebook ci sono movimenti trasversali di pensiero, radicali. Conservatori, legati a passati e tradizioni mitiche. La cultura territoriale uccisa da un mercato mainstream che – generazione dopo generazione – la sta livellando. Paura degli stranieri, questo piano di devastare la cultura cattolica attraverso l'immigrazione costante di persone musulmane. Quello di smobilitare la famiglia attraverso le teorie gender. È gente che ci crede, guardi i loro profili e molti sono anziani, non disorientati, ma ci sono anche ragazzi, uomini e donne. Difendono il presepe. Persone che potresti incontrare in coda al supermercato e – dietro alla faccia – hanno tutta questa roba, vedono il mondo, con questi occhi.

Difendono il presepe con la stessa passione con cui altri difenderebbero le loro miniature collezionabili di Star Trek o della Marvel. Se mi fa senso essere lì, in mezzo a quella sovrastruttura capitalista di esserini manga e riproduzioni TM di questa o quella multinazionale dell'intrattenimento, e ne provo anche una intima, rapida vergogna, nello stesso tempo non trovo nessuna radice in quegli elementi che i conservatori agitano e tengono nell'intimo del loro appartamento. La cultura territoriale mi appare aliena e ridicola quanto quella – internazionale – che lega molte delle nuove generazioni. Meme, icone underground, mash-up. Se non posso abbracciare, non più almeno, le corna aliene di Lamù come un prodotto di liberazione, non posso nemmeno condividere un filo della paura e della rabbia di molti della mia generazione.

Sospiro, porto il seme di mais alla bocca, mi chiedo da dove venga. Da quale pannocchia. Magari sudamericana. Mastico, ha il solito gusto industriale.

Succederà di nuovo, in questo libro, cioè è già successo, ma nel libro che stai leggendo non ci sei ancora arrivato. Quando io e la mia banda ci ritroveremo nel cuore di Stavanger in un luogo che è nessun luogo. Oppure tutti i luoghi.

Alla fine usciamo, parliamo, confrontiamo questo ramen con tutti gli altri ramen che abbiamo provato a Genova, aggiorniamo la nostra classifica personale. Saliamo o scendiamo scale mobili, facciamo scelte né giuste né sbagliate ma che sono la nostra vita.

[da badaboom, work in progress]


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Conosco le voci

conosco le voci che muoiono agli angoli delle sere

conosco le braccia appoggiate sui tavoli nel risucchio delle ore piccole l’aria densa e le luci che lacrimano fumo

e lo sferragliare dell’ultimo tram la nebbia che mura le strade

conosco i lampi intermittenti della mente i singulti che accompagnano quel salire pesante le scale la morsa che afferra e non sai risponderti se la vita ti scava

e il freddo letto poi fuori dal tunnel un altro mattino

Prima impressione


Questo testo ha un tono notturno e intimo: c'è familiarità con la solitudine urbana, con i gesti ripetuti e le immagini che si consumano nella sera. La voce poetica osserva con attenzione e riconosce, più che giudicare.


Analisi

Tema


Solitudine, stanchezza e sopravvivenza quotidiana: il poema esplora la fatica esistenziale che si manifesta nei piccoli dettagli della città e del corpo — voci che si spengono, braccia appoggiate, il freddo letto dopo il tunnel.

Immagini e sensazioni


Le immagini sono concrete e sensoriali: luci che lacrimano fumo, lo sferragliare dell’ultimo tram, la nebbia che mura le strade. Queste metafore visive e tattili costruiscono un paesaggio urbano claustrofobico e insieme familiare.

Voce e tono


La voce è raccolta, quasi confidenziale. L’uso ripetuto di “conosco” crea un ritmo incantatorio e una sensazione di testimonianza personale: chi parla non scopre, ma riconosce e registra.

Struttura e ritmo


Versi brevi e frammentati, pause nette tra le immagini, assenza di rime regolari: la forma rispecchia il respiro affaticato descritto nel contenuto. L’andamento è quasi prosastico, con enjambement che spingono il lettore a scendere le frasi come scale.

Figure retoriche


  • Anastrofe e accumulazione con “conosco” all’inizio di strofe.
  • Metafora: “luci che lacrimano fumo” fonde visione e sentimento.
  • Sinestesia: mescola sensazioni visive, uditive e tattili per intensificare l’esperienza.

Possibili revisioni e varianti


  • Intensificare il contrasto: inserire un’immagine di luce calda o un gesto umano che spezzi per un attimo la monotonia (es. una mano che porge un caffè).
  • Giocare sul ritmo: alternare versi molto brevi con uno più lungo per enfatizzare il “salire pesante le scale”.
  • Chiusura più esplicita o ambigua: decidere se il finale debba offrire speranza minima o restare sospeso.


Due chiusure alternative (esempi)


  • Chiusa più sospesa:
    e il freddo letto poi fuori
    dal tunnel
    un altro mattino che non chiede.
  • Chiusa con un barlume:
    e il freddo letto poi fuori
    dal tunnel
    un altro mattino; una finestra si apre.

Translation


I know the voices

I know the voices that die
at the corners of evenings

I know the arms resting
on tables in the sucking
of the small hours
the heavy air and the lights
that weep smoke

and the clatter of the last tram
the fog that walls up the streets

I know
the intermittent flashes of the mind
the hiccups that accompany
that heavy climbing of the stairs
the grip that seizes and you do not know
how to answer yourself if life is digging you out

and the cold bed then outside
of the tunnel
another morning

Traduzione letterale


I know the voices

I know the voices that die
at the corners of the evenings

I know the arms resting
on tables in the sucking
of the small hours
the dense air and the lights
that weep smoke

and the rattling of the last tram
the fog that walls up the streets

I know
the intermittent flashes of the mind
the hiccups that accompany
that heavy climbing of the stairs
the grip that seizes and you do not know
how to answer yourself if life digs into you

and the cold bed then outside
of the tunnel
another morning


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Radiohead - A Moon Shaped Pool (2016)


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“C’eravamo tanto amati”. Ma ora basta. I Radiohead sono… cosa sono i Radiohead? Una tra le più innovative band degli ultimi vent’anni? Un fenomeno? Un geyser di hype? Tutto assieme? Forse abbiamo trovato una quadra. E ad ogni disco, da qualche anno a questa parte, la menata è sempre la stessa. Azioni commerciali geniali a furor di popolo con tanto di download gratuiti o quasi (ma che fecero perdere la pazienza anche a Marc Ribot, tanto da dedicar loro, in maniera piuttosto diretta, un brano dei Ceramic Dog intitolato non a caso “Masters of the Internet”), edizioni deluxe da buttarci tutto lo stipendio – il qui presente lo sa bene – e all’alba del 2016, sparizioni dall’internet fino a creare convulsioni a tutti quanti... artesuono.blogspot.com/2016/05…


Ascolta il disco: album.link/s/2ix8vWvvSp2Yo7rKM…



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Radiohead - A Moon Shaped Pool (2016)


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“C’eravamo tanto amati”. Ma ora basta. I Radiohead sono… cosa sono i Radiohead? Una tra le più innovative band degli ultimi vent’anni? Un fenomeno? Un geyser di hype? Tutto assieme? Forse abbiamo trovato una quadra. E ad ogni disco, da qualche anno a questa parte, la menata è sempre la stessa. Azioni commerciali geniali a furor di popolo con tanto di download gratuiti o quasi (ma che fecero perdere la pazienza anche a Marc Ribot, tanto da dedicar loro, in maniera piuttosto diretta, un brano dei Ceramic Dog intitolato non a caso “Masters of the Internet”), edizioni deluxe da buttarci tutto lo stipendio – il qui presente lo sa bene – e all’alba del 2016, sparizioni dall’internet fino a creare convulsioni a tutti quanti... artesuono.blogspot.com/2016/05…


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GIOSUE - Capitolo 2


Spedizione delle spie a Gerico

1Giosuè, figlio di Nun, di nascosto inviò da Sittìm due spie, ingiungendo: “Andate, osservate il territorio e Gerico”. Essi andarono ed entrarono in casa di una prostituta di nome Raab. Lì dormirono.2Fu riferito al re di Gerico: “Guarda che alcuni degli Israeliti sono venuti qui, questa notte, per esplorare il territorio”. 3Allora il re di Gerico mandò a dire a Raab: “Fa' uscire gli uomini che sono venuti da te e sono entrati in casa tua, perché sono venuti a esplorare tutto il territorio”. 4Allora la donna prese i due uomini e, dopo averli nascosti, rispose: “Sì, sono venuti da me quegli uomini, ma non sapevo di dove fossero. 5All'imbrunire, quando stava per chiudersi la porta della città, uscirono e non so dove siano andati. Inseguiteli, presto! Li raggiungerete di certo”.6Ella invece li aveva fatti salire sulla terrazza e li aveva nascosti fra gli steli di lino che teneva lì ammucchiati. 7Quelli li inseguirono sulla strada del Giordano, fino ai guadi, e si chiuse la porta della città, dopo che furono usciti gli inseguitori.8Quegli uomini non si erano ancora coricati quando la donna salì da loro sulla terrazza, 9e disse loro: “So che il Signore vi ha consegnato la terra. Ci è piombato addosso il terrore di voi e davanti a voi tremano tutti gli abitanti della regione, 10poiché udimmo che il Signore ha prosciugato le acque del Mar Rosso davanti a voi, quando usciste dall'Egitto, e quanto avete fatto ai due re amorrei oltre il Giordano, Sicon e Og, da voi votati allo sterminio. 11Quando l'udimmo, il nostro cuore venne meno e nessuno ha più coraggio dinanzi a voi, perché il Signore, vostro Dio, è Dio lassù in cielo e quaggiù sulla terra. 12Ora giuratemi per il Signore che, come io ho usato benevolenza con voi, così anche voi userete benevolenza con la casa di mio padre; datemi dunque un segno sicuro 13che lascerete in vita mio padre, mia madre, i miei fratelli, le mie sorelle e quanto loro appartiene e risparmierete le nostre vite dalla morte”. 14Quegli uomini le dissero: “Siamo disposti a morire al vostro posto, purché voi non riveliate questo nostro accordo; quando poi il Signore ci consegnerà la terra, ti tratteremo con benevolenza e lealtà”.15Allora ella li fece scendere con una corda dalla finestra, dal momento che la sua casa era addossata alla parete delle mura, e là ella abitava, 16e disse loro: “Andate verso i monti, perché non v'incontrino gli inseguitori. Rimanete nascosti là tre giorni, fino al loro ritorno; poi andrete per la vostra strada”. 17Quegli uomini le risposero: “Saremo sciolti da questo giuramento che ci hai richiesto, se non osservi queste condizioni: 18quando noi entreremo nella terra, legherai questa cordicella di filo scarlatto alla finestra da cui ci hai fatto scendere e radunerai dentro casa, presso di te, tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli e tutta la famiglia di tuo padre. 19Chiunque uscirà fuori dalla porta della tua casa, sarà responsabile lui della sua vita, non noi; per chiunque invece starà con te in casa, saremo responsabili noi, se gli si metteranno le mani addosso. 20Ma se tu rivelerai questo nostro accordo, noi saremo liberi dal giuramento che ci hai richiesto”. 21Ella rispose: “Sia come dite”. Poi li congedò e quelli se ne andarono. Ella legò la cordicella scarlatta alla finestra.22Se ne andarono e raggiunsero i monti. Vi rimasero tre giorni, finché non furono tornati gli inseguitori. Gli inseguitori li avevano cercati in ogni direzione, senza trovarli. 23Quei due uomini allora presero la via del ritorno, scesero dai monti e attraversarono il fiume. Vennero da Giosuè, figlio di Nun, e gli raccontarono tutto quanto era loro accaduto. 24Dissero a Giosuè: “Il Signore ha consegnato nelle nostre mani tutta la terra e davanti a noi tremano già tutti gli abitanti della regione”.

__________________________Note

2,1-24 Sittìm: “le acacie” (Abel-Sittìm in Nm 33,49) è l’ultima tappa delle tribù prima dell’entrata nella terra promessa; si trova a est del Giordano subito sopra il Mar Morto. Raab: il ricordo di questa figura passa al NT, dove ha l’onore di essere menzionata nella genealogia di Gesù (Mt 1,5: Racab) e di essere lodata per la sua fede operosa (Eb 11,31; Gc 2,25).

2,19 sarà responsabile lui della sua vita: letteralmente, “il sangue suo ricadrà sul suo capo”. La frase ha valore giuridico e viene riecheggiata da Mt 27,25.

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Approfondimenti


2,1-14. Come già aveva fatto Mosè (Nm 13-14) e secondo una prassi militare che sarà praticata anche in seguito (Gdc 18), prima di avventurarsi al di là del Giordano, Giosuè invia esploratori in avanscoperta. Provenendo dal sud, una volta attraversato il Giordano essi si troveranno in una fertile pianura, con al centro la città di Gerico, punto d'accesso all'altopiano centrale. Il nome della città (composto da yarēab, «luna» e rûah = «vento») può contenere tracce di un antico culto lunare cananeo. Come tutte le città dei Cananei, Gerico ha un suo re ed è circondata da mura possenti. Una sorgente garantisce l'acqua agli abitanti e al bestiame, il che spiega perché questo sito fu abitato a partire dal quinto millennio a.C. La Gerico biblica è situata dagli studiosi 2 chilometri circa a nord-est della Gerico attuale, a 8 chilometri dal Giordano. Scavi archeologici recenti hanno gettato nuova luce sulla Gerico del secolo XIII, epoca in cui va collocato l'ingresso degli Israeliti in Palestina. In quell'epoca la città sembra fosse oramai ridotta a un ammasso di rovine, anche se la fertile pianura circostante continuò ad attirare insediamenti. Per il redattore deuteronomista è anche questa una buona occasione per affermare che la città aveva subito la punizione divina sancita dal Deuteronomio. Ma diversamente dal c. 1, di stampo deuteronomico, questo capitolo riporta tradizioni legate al centro di Galgala. La tecnica del racconto è quella del contrasto, tra l'azione degli esploratori e quella degli inviati del re. Il tono è popolare, vivace; i motivi narrativi non sono nuovi, come – ad esempio – il tema della donna astuta che, pur essendo una meretrice, si mostra però caritatevole e religiosa: la meretrice Raab, che riconosce JHWH, è così inserita misteriosamente nella storia della salvezza. L'autore ricorre ad inversioni cronologiche, anticipando alcuni dati e posticipandone altri, per far salire la tensione dell'ascoltatore e introdurre nel vivo dell'azione. È presente anche il motivo dell'ironia (ad esempio, il contrasto tra azioni delle guardie del re e iniziativa degli esploratori). L'accumulazione dei verbi, all'inizio e alla fine, conferisce intensità e ritmo alla vicenda, nei suoi due momenti di progettazione ed effettuazione.

Ma l'episodio è narrato per motivi religiosi. Il brano ha il suo nucleo contenutistico nella confessione della prostituta Raab, che riconosce JHWH: la sua “fede” la inserisce misteriosamente nella serie delle figure protagoniste della storia salvifica. Raab è la prima straniera ad essere incorporata nella comunità d'Israele. Di lei parleranno la lettera agli Ebrei (11,31) e la lettera di Giacomo (2,25). Il Vangelo di Matteo (1,5) ne farà un anello nella genealogia di Gesù. I Padri della Chiesa vedranno in questa donna una figura della Chiesa stessa, fuori dalla quale non c'è salvezza. Il racconto assolve anche ad un'altra funzione. Esso intende spiegare perché il clan di Raab, presso Gerico, di origine cananea, sia sfuggito allo sterminio (bērem) voluto dalla guerra santa (su bērem e guerra santa, voci centrali per il libro di Giosuè, vedi più avanti, il commento a Gs 7).

2. La presenza di piccoli re locali è tipica della situazione della Palestina dei secoli precedenti alla monarchia davidica. Il re di Gerico, informato sul movimento degli Israeliti, doveva aver disposto un suo servizio di contro-spionaggio.

4-7. La scaltrezza della donna, la sua presenza di spirito, l'ironia che trapela, il realismo della situazione, sono tratti che rendono avvincente questo racconto.

8-11. La “confessione di fede” di Raab è stilizzata ed enumera le gesta di JHWH (le vittorie ottenute al di là del Giordano), ponendo in rilievo alcuni dati tipici della guerra santa: i re amorrei sconfitti sono votati alla morte, la terra promessa viene assegnata a Israele, il terrore afferra le popolazioni conquistate. JHWH è il «Dio lassù in cielo e quaggiù sulla terra», un'espressione polare, che indica totalità. La forma è indizio di una pietà profondamente israelitica, di stampo deuteronomico (cfr. ad esempio Dt 4,39).

12-14. Il giuramento è espresso con formule ricorrenti nella Bibbia. Raab e le spie sigillano un patto di mutua lealtà, ma gli esploratori vi aggiungono una clausola restrittiva. I particolari dell'accordo ci saranno comunicati più avanti, ai vv. 18-21, secondo la tecnica narrativa di inversione di cui s'è parlato, destinata a imprimere vivacità e ritmo psicologico alla narrazione.

15-21. La narrazione corre ora rapidamente verso l'epilogo. Il v. 24 ribadisce che è JHWH l'autore della guerra santa. Gli scavi hanno messo in luce abitazioni costruite a ridosso delle mura di cinta, dalle quali poteva essere facile discendere lungo il muro. La zona verso la quale Raab indirizza gli esploratori corrisponde alla regione di Gebel Qarantal, caratterizzata da luoghi scoscesi e con la presenza di numerose grotte, che offrivano un rifugio sicuro. Questa zona desertica sarà lo scenario del ritiro di Gesù, prima dell'inizio della sua vita pubblica.

(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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Keaton Henson – Kindly Now (2016)


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Era già evidente dagli esordi l’abilità di Keaton Henson di scavare nella profondità dell’animo umano, rivelandone tutta la sofferenza e la fragilità. In questo percorso, musica e pittura rappresentano per l’artista londinese una terapia spirituale, un diario intimo e delicato dove leccarsi le ferite lontano da occhi indiscreti. In questa chiave interpretativa, la copertina di “Kindly Now” è il manifesto più trasparente della complessa personalità di Henson, qui alle prese con il progetto più accessibile e immediato della sua discografia... artesuono.blogspot.com/2016/10…


Ascolta il disco: album.link/s/2STN4lLvNNRsO0Fua…



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Keaton Henson – Kindly Now (2016)


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Era già evidente dagli esordi l’abilità di Keaton Henson di scavare nella profondità dell’animo umano, rivelandone tutta la sofferenza e la fragilità. In questo percorso, musica e pittura rappresentano per l’artista londinese una terapia spirituale, un diario intimo e delicato dove leccarsi le ferite lontano da occhi indiscreti. In questa chiave interpretativa, la copertina di “Kindly Now” è il manifesto più trasparente della complessa personalità di Henson, qui alle prese con il progetto più accessibile e immediato della sua discografia... artesuono.blogspot.com/2016/10…


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GIOSUE - Capitolo 1


CONQUISTA DELLA TERRA PROMESSA (1,1-12,24)

Dio porta avanti il suo piano1Dopo la morte di Mosè, servo del Signore, il Signore disse a Giosuè, figlio di Nun, aiutante di Mosè: 2“Mosè, mio servo, è morto. Ora, dunque, attraversa questo Giordano tu e tutto questo popolo, verso la terra che io do loro, agli Israeliti. 3Ogni luogo su cui si poserà la pianta dei vostri piedi, ve l'ho assegnato, come ho promesso a Mosè. 4Dal deserto e da questo Libano fino al grande fiume, l'Eufrate, tutta la terra degli Ittiti, fino al Mare Grande, dove tramonta il sole: tali saranno i vostri confini. 5Nessuno potrà resistere a te per tutti i giorni della tua vita; come sono stato con Mosè, così sarò con te: non ti lascerò né ti abbandonerò.6Sii coraggioso e forte, poiché tu dovrai assegnare a questo popolo la terra che ho giurato ai loro padri di dare loro. 7Tu dunque sii forte e molto coraggioso, per osservare e mettere in pratica tutta la legge che ti ha prescritto Mosè, mio servo. Non deviare da essa né a destra né a sinistra, e così avrai successo in ogni tua impresa. 8Non si allontani dalla tua bocca il libro di questa legge, ma meditalo giorno e notte, per osservare e mettere in pratica tutto quanto vi è scritto; così porterai a buon fine il tuo cammino e avrai successo. 9Non ti ho forse comandato: “Sii forte e coraggioso”? Non aver paura e non spaventarti, perché il Signore, tuo Dio, è con te, dovunque tu vada”.

Le tribù a est del Giordano collaborano per la conquista10Allora Giosuè comandò agli scribi del popolo: 11“Passate in mezzo all'accampamento e comandate al popolo: “Fatevi provviste di viveri, poiché fra tre giorni voi attraverserete questo Giordano, per entrare a prendere possesso della terra che il Signore, vostro Dio, vi dà in proprietà”“.12A quelli di Ruben e di Gad e alla metà della tribù di Manasse Giosuè disse: 13“Ricordatevi delle cose che vi ha ordinato Mosè, servo del Signore, dicendo: “Il Signore, vostro Dio, vi concede riposo e vi dà questa terra”. 14Le vostre mogli, i vostri bambini e il vostro bestiame staranno nella terra che Mosè vi ha assegnato al di là del Giordano; ma voi, prodi guerrieri, attraverserete ben armati davanti ai vostri fratelli e li aiuterete, 15fino a quando il Signore non concederà riposo ai vostri fratelli, come a voi, e anch'essi prenderanno possesso della terra che il Signore, vostro Dio, assegna loro. Allora ritornerete, per possederla, nella terra della vostra eredità, che Mosè, servo del Signore, vi ha dato oltre il Giordano, a oriente”.16Essi risposero a Giosuè: “Faremo quanto ci ordini e andremo dovunque ci mandi. 17Come abbiamo obbedito in tutto a Mosè, così obbediremo a te; purché il Signore, tuo Dio, sia con te com'è stato con Mosè. 18Chiunque si ribellerà contro di te e non obbedirà a tutti gli ordini che ci darai, sarà messo a morte. Tu dunque sii forte e coraggioso”.

__________________________Note

1,1 Il materiale di cui l’autore si serve è molteplice e comprende narrazioni di episodi e tradizioni che hanno trasmesso i fatti, spesso abbellendoli, schematizzandoli e accompagnandoli con elementi folcloristici; talvolta l’autore tenta anche di fornire una spiegazione del fatto narrato (le cosiddette eziologie). Alcuni episodi sono presentati come azioni liturgiche e, a tratti, si nota un forte influsso dell’ambiente sacerdotale. Buona parte di questo materiale si lega al santuario di Gàlgala e alla tribù di Beniamino.

1,3-4 I confini della terra qui delineati sono del tutto ideali e più ampi rispetto a quelli dei territori effettivamente conquistati e occupati sotto la guida di Giosuè (vedi anche Dt 11,24-25).

1,6-8 Con fraseologia ripresa dal Deuteronomio, Giosuè viene esortato alla pratica della legge come condizione dell’aiuto divino.

1,10-18 Questo concorso di tutte e dodici le tribù, che dipende da Dt 3,18-20 e che viene ripreso anche in Gs 22,1-8, non concorda con Gdc 1, dove la conquista è presentata come iniziativa di singole tribù. L’autore di Giosuè scrive in questo modo per offrire al popolo ebraico un esempio di unità e di collaborazione. Gli scribi sono coloro che, secondo Dt 20,5.8-9, si occupano del reclutamento per la guerra. Nel libro di Giosuè hanno il compito di provvedere al vettovagliamento e di trasmettere ordini (3,2). Fanno parte, con altri, dei collaboratori stretti di Giosuè (vedi 23,2 e 24,1).

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Approfondimenti


1,1-18. Il libro di Giosuè si presenta come la continuazione del Deuteronomio. Ricollegandosi a Dt 34,9, dove si parla della morte di Mosè (vv. 1-2), Gs inizia con un oracolo divino d'investitura per Giosuè (vv. 2-11). Segue un brano (v. 12-18) sulla fedeltà delle tribù transgiordaniche al progetto unitario di conquista della terra.

1. «Dopo la morte di Mosè, servo di JHWH». Il linguaggio è chiaramente quello del Deuteronomio, di cui vengono ripresi qui i temi teologici preferiti. Mosè è il «servo di JHWH» per eccellenza, colui che più spesso nella Bibbia è definito tale (Es 14,31, Gs 1,2.7.13.15 ecc., una quarantina di volte in tutto; cfr. anche Dt 34,5, oltre a Nm 11,11; 12,7.8). La designazione è indicativa di una interpretazione seriore della funzione di Mosè (in specie nel Deuteronomio e nella storia deuteronomistica). Lo stesso accade per altre figure dei tempi antichi, definite anch'esse in retrospettiva «servi di JHWH» (Gn 26,24, Abramo; Gn 24,14, Isacco; Dt 9,27, Abramo, Isacco e Giacobbe, ecc.). Anche i profeti sono detti “servi” a partire dall'esilio, anche qui soprattutto dalla scuola deuteronomistica, che interpreta in tal modo la profezia preesilica. In un tempo di crescente allontanamento da JHWH, i profeti sono presentati come i campioni della fede in lui e i suoi “servi” intrepidi, fino alla figura del “servo di JHWH” del Deuteroisaia. Il titolo di «ministro di Mosè» assegnato a Giosuè (cfr. Es 24,13; 33,11; Nm 11,28) vuole essere onorifico. Esso era usato in genere per i funzionari. Figlio di Nun, della tribù di Efraim, Giosuè s'era già distinto come capo della spedizione contro gli Amaleciti (Es 17,8-14); e da allora aveva operato al fianco di Mosè. Era stato accanto al legislatore sul Sinai (Es 32,17-18) e lo aveva sostenuto e talune volte rappresentato in tutti i momenti cruciali della peregrinazione attraverso il deserto (Es 33,11; Nm 11,26-30; 13,8.16; 14,6-10. 30.38; 32,11-12). Aveva quindi ricevuto l'investitura (Nm 27,18-23) come delegato a governare militarmente e politicamente Israele (mentre le funzioni sacerdotali di Mosè erano state trasferite su Eleazaro). L'investitura era stata confermata da Mosè prima di morire (Dt 34,9).

2. «verso il paese che io do». Anche questo è un dato tipico del Deuteronomio: la «terra» è un dono di Dio al suo popolo, come si ripete spesso nella parenesi deuteronomica (vedi soprattutto Dt 11,10-17).

3. «Ogni luogo che calcherà la pianta dei vostri piedi» è espressione giuridica; «calcare» significa prendere possesso, cfr. Gn 13,17; Dt 1,6-8.

4-5. Cfr. Dt 11,24-25, i cui dati qui vengono ampliati. Si veda anche Dt 1,7; 11,24.

6-7. Il successo è garantito unicamente dalla fedeltà a JHWH e dal compimento della sua legge, come s'era già insistito nel Deuteronomio (cfr., ad esempio, 29,8; 31,6.7.23). L'idea sarà ricorrente nei discorsi di Giosuè e costituirà l'argomento principale degli ultimi due capitoli del libro.

10. Questi “scribi” sono qui in effetti ufficiali di rango inferiore, specie di ispettori addetti al reclutamento o incaricati della disciplina dell'esercito (Dt 20,5-9; cfr. anche 1,15; 16,18; 29,5).

12-18. Le tribù di Ruben, Gad e metà Manasse si erano stabilite in Transgiordania. Come conciliare questo dato con il fatto che il Giordano era considerato linea di confine della terra promessa? Il libro di Giosuè risponde sostenendo che è stato lo stesso JHWH a concedere loro questa porzione del paese, quando Mosè era ancora in vita (vv. 13s.), quasi come primizia e anticipazione di quanto sarebbe accaduto alle altre tribù. Inoltre, anche queste due tribù e mezza sono impegnate a prendere parte alla guerra santa per la conquista della Cisgiordania.

(cf. VINCENZO GATTI, Giosuè – in: La Bibbia Piemme, Casale Monferrato, 1995)


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[filtri]per sbloccare sono [le tre a. m. diciannove [gradi] intanto scrive gli automi al minimo sindacale moto] extrapop o sono mossi da una distanza trentacinque millimetri] esistono [diverse versioni dalla] proprietà terza [esperti ambosessi duchesse si accertano] la densità [demografica l'erosione] costante peut-être


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cosa non fa di me un collezionista---


cosa non fa di me un collezionista—-

probabilmente: il fatto che se le condizioni di un oggetto sono troppo precarie, per fragilità o sudiciume, non so come gestirlo. il fatto che per me non c'è idolatria per autori o artisti o personaggi quali che siano. quello che vedo – sia tratti di vecchie foto, cartoline, dattiloscritti e manoscritti o libri – mi interessa solo nella misura in cui intellettualmente e (diciamo) artisticamente posso stabilire un rapporto che non è di possesso ma di immissione nel mio sistema di segni. devo poter integrare in questo modo l'oggetto nell'immaginario attivo. mio. cioè portarlo concretamente in un nuovo contesto. e farmici trascinare io stesso.

il collezionista blocca, e – se studioso – storicizza, e spiega.

è la differenza tra invenzione e inventario. io sto con la prima.


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Natale, istruzioni per l’uso (del portafoglio.)


(189)

(N1)

Un tempo il #Natale sapeva di mandarini e di freddo. Oggi sa di plastica, di profumo sintetico alla cannella e di offerte “imperdibili”. È passato da evento religioso (che riconosco, ma non frequento per coerenza) a vaccino annuale contro la malinconia, somministrato in dosi di pubblicità e zucchero. Non si aspetta più la nascita di un improbabile “Salvatore”: si aspetta il corriere espresso.

L’unico presepe che conta è quello dove il nuovo dio è lo scontrino fiscale. La festa comincia già a novembre, quando si accendono i LED sponsorizzati e le vetrine diventano vetrate di cattedrali dedicate alle divinità del consumo. L’atmosfera natalizia è una liturgia pubblicitaria senza fine: famiglie perfette, pacchi scintillanti, sorrisi programmati. “Fatevi un regalo”, dicono. Ma per molti, il vero regalo sarebbe un affitto pagato o una bolletta non scaduta.

Nei magazzini e nei centri di smistamento si lavora a tempo di jingle. I veri elfi di Babbo Natale sono precari con la schiena a pezzi e la consegna garantita. Mentre il mondo si commuove davanti agli spot, loro fanno le notti per tenere accesa la giostra del Natale. Il miracolo non è la nascita di un bambino, ma che qualcuno ancora sorrida dopo dodici ore di lavoro.

(N2)

Arriva la Vigilia: la prova di sopravvivenza più ipocrita dell’anno. Tavole imbandite, sorrisi forzati, discussioni che nessuno ha voglia di affrontare. A Natale ci si ama per obbligo, si ascolta per forza, si brinda per abitudine. È il grande festival delle relazioni diplomatiche: tutti seduti insieme, uniti solo dalla stanchezza e dal desiderio che finisca in fretta. Fuori, le città traboccano di “esperienze autentiche”: mercatini vintage, regali “etici”, panettoni artigianali da quarantacinque euro.

Tutto mercificato, anche la bontà. Se non compri, non esisti. La gioia è un’unità di misura tracciata in scontrini, la pace si conta in like. “Buone feste” è diventato un riflesso condizionato, un rumore di fondo da cui nessuno si salva. Dietro le luci e i brindisi resta il buio dei margini. I poveri, i precari, gli invisibili assistono al grande spettacolo del benessere da dietro la quinta. Per loro, il Natale è solo un altro turno, un altro giorno da superare. Poi arrivano i servizi televisivi “commoventi”, la lacrima di circostanza, e tutto finisce lì: quel poco di solidarietà si scioglie più in fretta del burro nel panettone.

Il Natale consumistico è una macchina perfetta: produce desideri, li vende, e poi li sostituisce. È la religione del capitale emotivo, dove la preghiera è contactless e la redenzione avviene in tre rate. Ogni gennaio ci chiediamo perché ci sentiamo vuoti. La risposta è semplice: lo siamo, ma almeno abbiamo comprato il vuoto in confezione regalo. Viva il #Natale, dunque: patrono dell’apparenza, santo protettore dell’ipocrisia e martire della sincerità. Non importa più cosa significhi, basta che arrivi il pacco in tempo e che l’etichetta sia quella giusta. Perché in fondo, nel presepe del mondo moderno, l’unico Bambin Gesù rimasto è un prodotto in pronta consegna.

#Blog #Natale #Consumismo #Economia #Opinioni


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Natale, istruzioni per l’uso (del portafoglio.)


(189)

(N1)

Un tempo il #Natale sapeva di mandarini e di freddo. Oggi sa di plastica, di profumo sintetico alla cannella e di offerte “imperdibili”. È passato da evento religioso (che riconosco, ma non frequento per coerenza) a vaccino annuale contro la malinconia, somministrato in dosi di pubblicità e zucchero. Non si aspetta più la nascita di un improbabile “Salvatore”: si aspetta il corriere espresso.

L’unico presepe che conta è quello dove il nuovo dio è lo scontrino fiscale. La festa comincia già a novembre, quando si accendono i LED sponsorizzati e le vetrine diventano vetrate di cattedrali dedicate alle divinità del consumo. L’atmosfera natalizia è una liturgia pubblicitaria senza fine: famiglie perfette, pacchi scintillanti, sorrisi programmati. “Fatevi un regalo”, dicono. Ma per molti, il vero regalo sarebbe un affitto pagato o una bolletta non scaduta.

Nei magazzini e nei centri di smistamento si lavora a tempo di jingle. I veri elfi di Babbo Natale sono precari con la schiena a pezzi e la consegna garantita. Mentre il mondo si commuove davanti agli spot, loro fanno le notti per tenere accesa la giostra del Natale. Il miracolo non è la nascita di un bambino, ma che qualcuno ancora sorrida dopo dodici ore di lavoro.

(N2)

Arriva la Vigilia: la prova di sopravvivenza più ipocrita dell’anno. Tavole imbandite, sorrisi forzati, discussioni che nessuno ha voglia di affrontare. A Natale ci si ama per obbligo, si ascolta per forza, si brinda per abitudine. È il grande festival delle relazioni diplomatiche: tutti seduti insieme, uniti solo dalla stanchezza e dal desiderio che finisca in fretta. Fuori, le città traboccano di “esperienze autentiche”: mercatini vintage, regali “etici”, panettoni artigianali da quarantacinque euro.

Tutto mercificato, anche la bontà. Se non compri, non esisti. La gioia è un’unità di misura tracciata in scontrini, la pace si conta in like. “Buone feste” è diventato un riflesso condizionato, un rumore di fondo da cui nessuno si salva. Dietro le luci e i brindisi resta il buio dei margini. I poveri, i precari, gli invisibili assistono al grande spettacolo del benessere da dietro la quinta. Per loro, il Natale è solo un altro turno, un altro giorno da superare. Poi arrivano i servizi televisivi “commoventi”, la lacrima di circostanza, e tutto finisce lì: quel poco di solidarietà si scioglie più in fretta del burro nel panettone.

Il Natale consumistico è una macchina perfetta: produce desideri, li vende, e poi li sostituisce. È la religione del capitale emotivo, dove la preghiera è contactless e la redenzione avviene in tre rate. Ogni gennaio ci chiediamo perché ci sentiamo vuoti. La risposta è semplice: lo siamo, ma almeno abbiamo comprato il vuoto in confezione regalo. Viva il #Natale, dunque: patrono dell’apparenza, santo protettore dell’ipocrisia e martire della sincerità. Non importa più cosa significhi, basta che arrivi il pacco in tempo e che l’etichetta sia quella giusta. Perché in fondo, nel presepe del mondo moderno, l’unico Bambin Gesù rimasto è un prodotto in pronta consegna.

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è sempre adesso


ordinariafollia-log_030-2025.jpg

Sono il mio mulino a vento quello che cammina sulla scala mobile per il paradiso di Natale alla fine di un arcobaleno banale contento e coccolato dal quotidiano luogo privato.

Seduto sui gradini del mo foglio accompagnato dal ricordo di me stesso metto insieme parole come adesso.

Sono il mio leviatano quello con un buon lavoro e una buona paga e va sereno con il biglietto del treno in mano e davvero convinto che basti mettere lo smalto nero.

Seduto sui gradini del mio foglio accoccolato dalla visione di me stesso cerco segni e colori come adesso.


log.livellosegreto.it/ordinari…



Van Morrison – Keep Me Singing (2016)


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Chi si aspettava novità, ribaltoni o sconquassi lasci pure perdere: Keep Me Singing è il nuovo-vecchio album di Van Morrison che ci attendavamo. Con un pregio in più, però, ossia è finalmente prodotto. Ci spieghiamo meglio: negli ultimi almeno quattro lustri o quasi i dischi del Belfast Cowboy sono spesso sembrati risultato di un tizio che entrava in studio con la sua più o meno fat band, inserire la spina e registrare il più in fretta possibile – non che siano mancati brani degni ma l’idea di un po’ di mancanza di cura serpeggiava, eccome. Benvenuto, pertanto, il buon ma superfluo Duets/Re-Working The Catalogue dello scorso anno, che grazie a Don Was alzava la media della cura dei particolari... artesuono.blogspot.com/2016/10…


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Van Morrison – Keep Me Singing (2016)


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Chi si aspettava novità, ribaltoni o sconquassi lasci pure perdere: Keep Me Singing è il nuovo-vecchio album di Van Morrison che ci attendavamo. Con un pregio in più, però, ossia è finalmente prodotto. Ci spieghiamo meglio: negli ultimi almeno quattro lustri o quasi i dischi del Belfast Cowboy sono spesso sembrati risultato di un tizio che entrava in studio con la sua più o meno fat band, inserire la spina e registrare il più in fretta possibile – non che siano mancati brani degni ma l’idea di un po’ di mancanza di cura serpeggiava, eccome. Benvenuto, pertanto, il buon ma superfluo Duets/Re-Working The Catalogue dello scorso anno, che grazie a Don Was alzava la media della cura dei particolari... artesuono.blogspot.com/2016/10…


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DE CATECHIZANDIS RUDIBUS - 55


Esortazione finale

55. Tu credi a queste verità, ma sta’ attento alle tentazioni, perché il demonio cerca persone per trascinarle con sé alla rovina. Il nemico può tentare di ingannarti per mezzo di persone che vivono al di fuori della chiesa: pagani, giudei ed eretici; ma anche servendosi di persone che fanno parte della chiesa, ma vivono male, sono disordinati nel mangiare e nel bere, praticano la impudicizia o sono morbosamente dediti a curiosità vane e illecite, come gli spettacoli e la superstizione, o si lasciano prendere dalla febbre dell’oro e dell’orgoglio o da altri simili comportamenti scorretti.

Tu non correre dietro a costoro, ma procurati amici buoni, che troverai facilmente, se anche tu ti impegnerai a imitarli. Così adorerete e amerete il Signore disinteressatamente, perché egli sarà tutto il vostro premio e, vivendo in comunione con lui, godrete della sua bontà e della sua bellezza.

Certo il Signore non si ama come si amano le cose che si vedono con gli occhi; si ama come la sapienza, la santità, la verità, la giustizia, la carità e cose simili, che tuttavia sono presenti in lui, non come lo sono negli uomini, ma come fonte incorruttibile e immutabile da cui scaturisce ogni bene.

Unisciti a coloro che amano queste virtù, e così, attraverso il Cristo, che si é fatto uomo per essere mediatore tra Dio e gli uomini, ti riconcilierai con Dio. Non pensare invece che i perversi, per il semplice fatto che entrano tra le pareti di una chiesa, riescano poi ad entrare anche nel regno dei cieli. Ma verrà il giorno in cui saranno definitivamente separati, a meno che non riescano tempestivamente a cambiar vita.

In conclusione, imita i buoni, sopporta i cattivi, ma ama tutti; perché non sai cosa diventerà domani colui che ora è cattivo.

Non amare la loro ingiustizia, ma amali perché apprendano la giustizia: perché dobbiamo amare sia Dio che il prossimo. In questi due comandamenti, infatti, consiste tutta la legge e i profeti.

La loro osservanza è possibile solo a chi riceve il dono dello Spirito, uguale al Padre e al Figlio: perché i tre sono Dio, e in Dio solo dobbiamo porre tutta la nostra speranza, non nell’uomo, chiunque esso sia. Dio è colui che ci fa giusti, gli altri sono coloro con i quali veniamo giustificati.

Il diavolo non solo ci lusinga con i piaceri, ma ci scoraggia anche con la paura degli insulti, delle sofferenze e della stessa morte. Ma tutte le sofferenze che l’uomo affronta per il nome di Cristo e per la speranza della vita eterna, le prove che sopporta con perseveranza gli preparano un maggior premio; mentre se accondiscende alle tentazioni del diavolo, con lui sarà condannato. Le opere di misericordia, insieme all’amore di Dio e all’umiltà, impetrano e ci ottengono da Dio la grazia che i suoi servi non siano tentati in misura superiore alle loro forze (cf. 1Cor 10,13).

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«DE CATECHIZANDIS RUDIBUS»LETTERA AI CATECHISTI di Sant'Agostino di Ipponacon introduzione e note a cura di GIOVANNI GIUSTIEd. EDB – © 1981 Centro Editoriale Dehoniano Bolognacanoniciregolari-ic.com/s-agos…


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Serena Bortone: "nessuno parlerebbe di fascismo se evitassero di inneggiare...


Serena Bortone: “nessuno parlerebbe di fascismo se evitassero di inneggiare alla decima mas, fare francobolli sui fascisti, picchiare un deputato in aula. basterebbe avere un minimo di decenza” (x.com/grande_flagello/status/1…)

e vogliamo parlare dei busti dell'appeso, che la seconda carica dello Stato si tiene in casa?

#fascismo #neofascismo #governo #governoitaliano #antifascismo #Resistenza


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Manifesto in miniatura Non ti controllano dicendoti cosa fare. Ti controllano dicendoti chi devi essere. Il messaggio non è mai diretto. E' sempre questo: “Se sei così, vali. Se no, scompari.” Prima creano un modello giusto, una persona giusta, un carisma giusto poi collegano il modello ad una promessa. Status, appartenenza, protezione e accettazione. La minaccia non viene detta. Viene mostrata. Chi devia viene ridicolizzato. Chi critica viene isolato. Il carisma non ha bisogno di convincere. “Guarda me. Se fai come me, diventi come me.” La paura reale non è fallire ma restare fuori. Il cervello lo legge come pericolo. Cosi le persone non scelgono. Si adeguano. Non perché è ciò che vogliono ma per sopravvivenza sociale. Quando l'identità è esterna, basta una minaccia invisibile per guidare milioni di comportamenti. L'unica immunità è questa: un'identità che non chiede permesso.


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In Ecuador non cessa la violenza ed a farne le spese sono anche calciatori professionisti


L'Ecuador è travolto da una crisi di violenza (legata anche al calcio: Mario Pineida, difensore 33enne ed ex nazionale (foto), è stato ucciso il 17 dicembre insieme alla compagna in una macelleria di Guayaquil (rainews.it/articoli/2025/12/ec…)

Si tratta del quinto omicidio legato al mondo calcistico nel 2025, tutti collegati alle scommesse clandestine controllate dalla criminalità organizzata. A settembre erano stati assassinati tre calciatori (Maicol Valencia, Leandro Yépez e Jonathan González), quest'ultimo minacciato per perdere una partita. A novembre è stato ucciso Miguel Nazareno, appena 16enne e considerato un talento promettente. Altri tre professionisti sono sopravvissuti ad attacchi armati.

Lo Stato ecuadoriano, già impegnato a gestire proteste sociali, non riesce a contenere il fenomeno, lasciando i calciatori esposti a un pericolo costante. Con la qualificazione ai Mondiali 2026, si spera che la vetrina internazionale possa sensibilizzare FIFA e comunità globale verso contromisure concrete, pari a quelle prese da UEFA ed Europol (noblogo.org/cooperazione-inter…), sì da evitare tragedie come quella del calciatore colombiano Andrés Escobar nel 1994.

Questi era un difensore della nazionale colombiana che durante il Mondiale 1994 negli Stati Uniti segnò un'autorete nella partita contro gli USA (foto), contribuendo all'eliminazione della Colombia dal torneo. Dieci giorni dopo il ritorno in patria, nella notte del 2 luglio 1994, Escobar fu assassinato nel parcheggio del locale “El Indio” a Medellín. 1. Secondo le ricostruzioni, i suoi aggressori gli avrebbero detto “Grazie per l'autogol” prima di sparargli a bruciapelo (ricevette 12 colpi di pistola). L'omicidio fu attribuito a Humberto Muñoz Castro, una ex guardia giurata, e il movente fu legato alle grandi perdite subite dal giro di scommesse clandestine a causa di quell'autorete. Castro fu inizialmente condannato a 43 anni, ma la pena fu ridotta e venne rilasciato nel 2005 dopo 11 anni di carcere.

#Ecuador #calcio #scommesse


noblogo.org/cooperazione-inter…


In Ecuador non cessa la violenza ed a farne le spese sono anche calciatori...


In Ecuador non cessa la violenza ed a farne le spese sono anche calciatori professionisti


L'Ecuador è travolto da una crisi di violenza (legata anche al calcio: Mario Pineida, difensore 33enne ed ex nazionale (foto), è stato ucciso il 17 dicembre insieme alla compagna in una macelleria di Guayaquil (rainews.it/articoli/2025/12/ec…)

Si tratta del quinto omicidio legato al mondo calcistico nel 2025, tutti collegati alle scommesse clandestine controllate dalla criminalità organizzata. A settembre erano stati assassinati tre calciatori (Maicol Valencia, Leandro Yépez e Jonathan González), quest'ultimo minacciato per perdere una partita. A novembre è stato ucciso Miguel Nazareno, appena 16enne e considerato un talento promettente. Altri tre professionisti sono sopravvissuti ad attacchi armati.

Lo Stato ecuadoriano, già impegnato a gestire proteste sociali, non riesce a contenere il fenomeno, lasciando i calciatori esposti a un pericolo costante. Con la qualificazione ai Mondiali 2026, si spera che la vetrina internazionale possa sensibilizzare FIFA e comunità globale verso contromisure concrete, pari a quelle prese da UEFA ed Europol (noblogo.org/cooperazione-inter…), sì da evitare tragedie come quella del calciatore colombiano Andrés Escobar nel 1994.

Questi era un difensore della nazionale colombiana che durante il Mondiale 1994 negli Stati Uniti segnò un'autorete nella partita contro gli USA (foto), contribuendo all'eliminazione della Colombia dal torneo. Dieci giorni dopo il ritorno in patria, nella notte del 2 luglio 1994, Escobar fu assassinato nel parcheggio del locale “El Indio” a Medellín. 1. Secondo le ricostruzioni, i suoi aggressori gli avrebbero detto “Grazie per l'autogol” prima di sparargli a bruciapelo (ricevette 12 colpi di pistola). L'omicidio fu attribuito a Humberto Muñoz Castro, una ex guardia giurata, e il movente fu legato alle grandi perdite subite dal giro di scommesse clandestine a causa di quell'autorete. Castro fu inizialmente condannato a 43 anni, ma la pena fu ridotta e venne rilasciato nel 2005 dopo 11 anni di carcere.

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Stray: a lost story who doesn't find its way


Before I start, I want to premise that I'm aware that videogames are built different (literally) from books: game development is not a linear process and instead of coming up with a plot and then “just making it into a game”, it's a back-and-forth process in which the story can change several times in order to accommodate for other needs.

The consequence of this is that it's very common for videogames to end up with staggered plots, unsatisfying arcs, characters that hijack the whole story, others that vanish without explanation and themes that end up half-explored. This is exactly the case of Expedition 33 AHEM, Stray. Of course this is about Stray! I'm talking cats only, I promise.

I think this game could've been a great solarpunk story, but in order to explain why I have to start from the characters and the setting before focusing on the themes. There will be spoilers, so read at your own risk if you plan on playing the game yourself. But I advise against it, and my suggestion is to watch a playthrough instead.

Of cats and robots


The game opens with this little cat clowder that roams some post-industrial (post-apocalyptic?) wilderness, until one gets hurt and falls into the sewers. That's you, and you need to find your way out of this mess in order to get back with your siblings. Sounds quite straightforward, right? Keep this in mind.

The point of having a cat as a main character is, of course, to allow the player to do cat things. Mess around with stuff, be annoying to people, wander wherever, be cute and chaotic. This is sort of effective, but for me the feeling lasted about two hours into the game before going back to the usual quest system in which you need to help characters with their errands. There are no rats to chase around (despite roaming filthy abandoned sewers several times), nor nasty dogs to run away from. If the main idea was to roleplay as a cat in a broken world without humans, half of the interesting cat things to do are nowhere to be seen.

Among these errands, you meet B12, a drone animated by a human consciousness that talks all the time, translates things around you and hacks things that a cat can't. And in case you're wondering why would a cat need to hack things, well that's because B12 immediately becomes the main quest, even though you have no reason to care about him or the past he's hazily talking about. He just latches onto you (with your visible discomfort upon being forced to wear the backpack) and from that moment on he's guiding you around for his own sake. As soon as you meet B12, the story stops being about you, the cat and it becomes all about helping B12, the former human, regain his memories (which by the way only matter to him and none of the characters you've met up until that point).

Now, this dynamic of a silent protagonist with a flamboyant robot companion is not new to fiction, and it's been done in videogames a number of times; just think of superstars like Portal's GlaDOS and again Portal 2's Wheatley. And I love robot characters in general, from R2D2 to Wall-E, Bender and back to K-2SO and L3-37.

The issue with B12 is that... he's not nearly as interesting. His personality is flat and wholly centered on who he used to be; he only either babytalks tasks to you or yaps about his past as a human (in a game where the point is not finding out what happened to the humans, because you're a cat, not an archaeologist!). A past that is not very interesting either, since eventually you learn it's a milquetoast “tragedy” of being separated from his family. The lamest and lowest-effort backstory one could come up with in such a setting, really.

There are other characters along the way (Momo, Clementine, Doc, Zbaltazar most notably), which I enjoyed more because of their drive to reach a forbidden “Outside” that you inadvertently reignite in them. Since abandoning their common pursuit (they had formed a gang called “The Outsiders”), they dedicated themselves to different activities and it shows that each of them is unique and has a life beyond their former main purpose. I wish I could've interacted more with them, instead of relegating them to supporting characters that act only as stepping stones to move you to the next part of the City.

So in order to understand why this “pursuit of the Outside” is so important to them, I need to spend a few words on the setting.

Outside in


At first glance, the overall setting is definitely cyberpunk and postapocalyptic: a dark, walled city hosts the remnants of human culture, only populated by robots and aggressive bioengineered creatures. Decaying buildings, half-functioning robots and flickering, low-power neon signs.

But inside this hellscape there are glimmers of solarpunk: the Outsiders yearn(ed) to find a way to the world beyond the walls, and even the robots who don't share their dream have managed to build a self-sufficient and peaceful community that endures against all odds: the Slums. Among the ruins, these robots make music, collect books, tend to plants, repair devices and do knitwork for each other. This is one of the most solarpunk settings I've encountered in any videogame: under the cyberpunk veneer, there are plenty of solarpunk hieroglyphs (repurposed ruins, bikes, repairing, appropriate tech, tables on the roofs, greenhouses full of life, even a library), if one knows where to look. It's a shame that the devs and writers didn't notice themselves.

The recurring meme around solarpunk (and against it, specifically) is that “there is no conflict”, and yet here we have a stellar, yet neglected, solarpunk conflict laid out before our eyes, two opposite and irreconcilable visions of utopias: the Outsiders on one side, who believe there is a way to reach a world of pristine nature, away from misery and struggle, and everyone else on the other, who want to stay in the Slums and build the utopia right there. I say the devs didn't notice this conflict because if they had, the game could've revolved around these two factions: as a cat, would you value a tight-knit community who can provide for you and to whom you can bring joy and life and cuteness, or the freedom and thrill of wilderness together with your siblings and an adventurous gang of renegade robots? The game never bothers to explore these questions and themes: despite laying out all the pieces in front of us, it does barely anything with them.

Anyway, the story spends a few chapters in the Slum, but since you're not the main character (remember, B12 is), you need to leave the Slums and find the Outside. Full stop. How is going outside related to helping find his memories was not clear at all to me, but it is what it is.

The ending would be dogshit... if only there were any dogs


The chapters in the second half have their own interesting details and other flaws, but the ending is what once again shows the potential of solarpunk without actually delivering on it. And it's all about how it handles (or rather, doesn't) its themes.

Eventually you open up the City's skyvault (why? It was never the goal), and in order to do so B12 sacrifices himself (why? Every time he's interacted with terminals or hacked stuff through the game, nothing dangerous happened to him). This leads to a “heartwrenching”, “heroic” ending in which we're supposed to care about the sudden sacrifice of a character who hijacked the whole story for his personal quest, and then pretended to do something big for all the citizens by opening the skyvault. Let me say this once again, just to make it crystal clear: nobody ever asked you or B12 to open the skyvault. It wasn't a goal, it wasn't a quest, there was nothing that indicated it could've even been a thing.

B12 had a “heroic” sacrifice because the writers wanted the real main character to have a noble ending for everyone else's supposed benefit, even though there was nothing noble about it. B12 went from “I need to carry the memories of humanity with me” (a purpose that he makes up on the spot, since through the whole game he never motivates why he's looking to restore those memories of his) to “oops actually I'm going to die for zero :'(” literally minutes later.

This could've been fixed with an afternoon's work by the writers: had the robots in the Slums and the City yearned to see the sky/sun/stars/clouds, rather than a generic “go outside”, the skyvault opening would've been ten times as powerful and meaningful. Instead we get a three-second clip of some puzzled robots and a fifteen minutes sequence of the skyvault opening in slow-mo. This moment could've been an insanely good thematic ending, had it been set up properly. It screamed wasted potential.

On the other hand, the Outside is never shown. There is nothing about Momo, Clementine, Doc, Zbaltazar and every other robot who fought and struggled and researched their whole lives to get outside; their arcs have no ending. The thing you've chased by playing the whole story is taken away from you, and then the cat just... leaves the city, as if nothing happened. There is no closure. The devs clearly had no idea what could've been outside the city, and yet chose to make half the game about getting there (the other half was collecting B12's mildly interesting memories).

Ah, and remember how the game started? In all this, the game has forgotten the actual premise of the whole story: finding your siblings! There could've been another three-seconds clip where some meowing calls for the cat and it jumps offscene, but no! This would've taken away from the actual main character B12 and his sacrifice, so it can't be allowed. There's even a slight screen flickering, as if to suggest that B12 uploaded himself into the City's system and therefore is still alive. Involuntarily (because the writers don't understand what actually evokes sadness), this waters down his sacrifice even more, as if it wasn't already forced and unwarranted; there are no real losses either.


All in all, the game as a whole is not terrible; it's fun to play and mildly entertaining, but the way the story is conducted and how the themes are botched so badly in the ending, it left me very frustrated.

In another universe, we're still in the Slums, adopted by a newfound, vibrant community that makes its own light in a world that has lost so much.


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DE CATECHIZANDIS RUDIBUS - 54


Le cose future

54. E le altre cose predette non succederanno? È evidente che, come si sono realizzate queste profezie, si realizzeranno anche le altre. Verranno per gli onesti i giorni della tribolazione; verrà il giorno del giudizio, che separerà gli empi dai giusti nella risurrezione da morte; e il Signore metterà da parte per il fuoco non solo coloro che sono fuori della chiesa, ma anche quei cristiani che sono paglia, e per i quali sarà paziente fino all’ultima vagliatura.

Coloro poi che negano con sarcasmo la risurrezione, perché non ammettono che possa risorgere questa carne corruttibile, risorgeranno ugualmente, ma per ricevere il meritato castigo. Il Signore farà loro vedere che, se ha potuto creare i corpi dal nulla, è capace anche di ricrearli in un istante. Tutti i cristiani risorgeranno per regnare con Cristo e saranno trasformati per diventare come angeli. Il Signore infatti ha promesso che saranno come angeli di Dio (cf. Lc 20,36); e lo loderanno senza stancarsi e senza annoiarsi, vivranno in lui e della sua vita, resi partecipi di una gioia e di una felicità inesprimibile.

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«DE CATECHIZANDIS RUDIBUS»LETTERA AI CATECHISTI di Sant'Agostino di Ipponacon introduzione e note a cura di GIOVANNI GIUSTIEd. EDB – © 1981 Centro Editoriale Dehoniano Bolognacanoniciregolari-ic.com/s-agos…


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The Pines - Above The Prairie (2016)


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Chiudete gli occhi e immaginate. Immaginate di essere seduti sul retro di un pick-up, il vento a schiaffeggiarvi i capelli, l’interstate che sfreccia sotto i vostri piedi, il sole buono della primavera a dorare un profondo orizzonte di grano. E immaginate di sdraiarvi in quella distesa di spighe bionde, quando il crepuscolo vi avvolge e voi, col naso all’insù, cercate di dare un nome alle prime stelle che baluginano in cielo. Chiudete gli occhi ancora e spingetevi nella notte silenziosa del Midwest, fino a quel silo là in fondo, dalla cui sommità potrete attendere il brumoso abbraccio dell’alba... artesuono.blogspot.com/2016/03…


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The Pines - Above The Prairie (2016)


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Chiudete gli occhi e immaginate. Immaginate di essere seduti sul retro di un pick-up, il vento a schiaffeggiarvi i capelli, l’interstate che sfreccia sotto i vostri piedi, il sole buono della primavera a dorare un profondo orizzonte di grano. E immaginate di sdraiarvi in quella distesa di spighe bionde, quando il crepuscolo vi avvolge e voi, col naso all’insù, cercate di dare un nome alle prime stelle che baluginano in cielo. Chiudete gli occhi ancora e spingetevi nella notte silenziosa del Midwest, fino a quel silo là in fondo, dalla cui sommità potrete attendere il brumoso abbraccio dell’alba... artesuono.blogspot.com/2016/03…


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