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La Corte Suprema dell'era Trump è la più ostile ai diritti civili dagli anni Cinquanta


Una ricerca commissionata dal Washington Post mostra che per la prima volta in 70 anni la maggioranza delle sentenze su donne e minoranze è sfavorevole. Mai così alta la polarizzazione tra giudici

La Corte Suprema degli Stati Uniti plasmata dalle tre nomine del presidente Donald Trump è la prima, almeno dagli anni Cinquanta, a respingere la maggioranza delle richieste di espansione dei diritti civili che riguardano donne e minoranze. Lo rivela un'analisi dettagliata condotta per il Washington Post da Lee Epstein e Andrew D. Martin della Washington University e da Michael J. Nelson della Penn State University, tre professori di scienze politiche che gestiscono il Supreme Court Database, il principale archivio di dati sulle decisioni della Corte.

Lo studio ha esaminato 270 sentenze emesse tra il 2020 e il 2024, i primi cinque mandati della maggioranza conservatrice composta da sei giudici su nove. Da quando i tre nominati da Trump, i giudici Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett, siedono insieme in aula, la percentuale di casi vinti da chi chiedeva un ampliamento dei diritti civili è scesa al 44 per cento. In tutti i periodi precedenti, risalendo fino ai primi anni Cinquanta, la Corte si era pronunciata a favore dell'espansione dei diritti nella maggioranza dei casi. Il picco storico fu il 74 per cento raggiunto durante la presidenza del giudice capo Earl Warren, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, quando la Corte vietò la segregazione razziale nelle scuole con la sentenza Brown v. Board of Education e ampliò il diritto di voto.

L'inversione di tendenza interrompe una sequenza ininterrotta di corti che, una dopo l'altra, avevano esteso le tutele per i diritti civili fin dall'inizio di quell'epoca. Negli ultimi mandati molti dei casi arrivati davanti ai giudici hanno riguardato le tutele per le persone gay e transgender, e nella maggior parte la Corte ha deciso contro di loro. L'anno scorso i giudici hanno confermato il divieto del Tennessee sulle terapie per la transizione di genere per i minori e hanno permesso a genitori religiosi di ritirare i figli da lezioni scolastiche che utilizzavano libri con temi LGBTQ+. Nel 2023 hanno stabilito che il Primo Emendamento consentiva a una web designer di rifiutare lavori per matrimoni tra persone dello stesso sesso. In questo mandato la Corte ha anche bocciato una legge del Colorado che vietava le "terapie di conversione" per minori gay e transgender, mettendo in discussione leggi analoghe in quasi 30 Stati. Oltre alle questioni LGBTQ+, i giudici hanno eliminato le azioni positive nelle ammissioni universitarie.

L'analisi evidenzia risultati altrettanto netti in altri ambiti. Sui diritti religiosi, negli ultimi cinque mandati la Corte ha votato a favore di chi rivendicava libertà religiose nel 98 per cento dei casi, una percentuale senza precedenti in circa 75 anni. I giudici hanno stabilito che un allenatore di football poteva pregare sul campo dopo la partita, hanno consentito fondi pubblici per l'istruzione religiosa e hanno deciso che la città di Philadelphia non poteva escludere dai finanziamenti un'organizzazione cattolica che rifiutava di certificare coppie omosessuali come famiglie affidatarie. Sul versante opposto, la maggioranza conservatrice ha votato a favore della rimozione delle barriere al voto e delle restrizioni al finanziamento elettorale solo nel 7 per cento dei casi, il dato più basso dagli anni Cinquanta. I giudici liberal, per confronto, hanno votato a favore nell'87 per cento dei casi. La Corte ha inoltre indebolito il Voting Rights Act, la storica legge che vieta la discriminazione razziale nel voto.

L'altro dato che emerge con forza dallo studio è la polarizzazione senza precedenti tra i giudici. Il divario tra la quota di voti "liberal" espressi dai giudici nominati da presidenti democratici e quelli nominati da repubblicani ha raggiunto 48 punti percentuali, in crescita rispetto ai 35 punti del resto della presidenza del giudice capo John Roberts e sei volte superiore al divario dell'era Warren, quando giudici moderatamente liberal di entrambi i partiti sedevano fianco a fianco. "Non c'è più un centro", ha dichiarato al Washington Post la professoressa Epstein. "La polarizzazione nella società americana filtra nel Senato, filtra nella presidenza. È naturale che filtri nei tribunali".

Le ragioni di questa polarizzazione sono molteplici, secondo i ricercatori. La decisione dei repubblicani al Senato nel 2017 di eliminare l'ostruzionismo parlamentare per le nomine alla Corte Suprema ha reso più facile confermare giudici con posizioni ideologiche più marcate. E in un'epoca di paralisi legislativa a Washington, i presidenti scelgono candidati con orientamenti partitici affidabili perché la posta in gioco delle decisioni della Corte è più alta. "Il Congresso non produce molte leggi", ha spiegato Epstein al Washington Post. "I presidenti governano per decreto, ma quei decreti possono essere annullati appena arriva un successore. Se un presidente vuole politiche durature, le nomine giudiziarie durano molto più a lungo dei decreti esecutivi".

Complessivamente, dal 2020 la Corte ha emesso sentenze conservatrici nel 54 per cento dei casi, un livello eguagliato solo dalla Corte guidata dal giudice capo Warren Burger tra il 1969 e la metà degli anni Ottanta. La serie di vittorie di Trump sul cosiddetto "docket d'emergenza", le decisioni provvisorie prese in attesa del giudizio di merito, ha intensificato il dibattito sulla parzialità dei giudici: circa il 75 per cento di queste ordinanze dalla sua entrata in carica gli è stato favorevole. Queste decisioni temporanee hanno permesso al presidente di vietare ai soldati transgender di servire nell'esercito, revocare le protezioni contro il rimpatrio per alcuni migranti, licenziare i capi di agenzie indipendenti e ridimensionare il Dipartimento dell'Istruzione. La giudice liberal Ketanji Brown Jackson ha contestato queste ordinanze con una dura opinione dissenziente, accusando la Corte di applicare una "giurisprudenza Calvinball", dal gioco del fumetto Calvin and Hobbes dove l'unica regola è che non esistono regole fisse, "con l'aggiunta che questa amministrazione vince sempre".

Il calo di fiducia nell'istituzione riflette questi dati. Secondo l'ultimo sondaggio Gallup, il 52 per cento degli americani disapprova l'operato della Corte e solo il 42 per cento lo approva, un dato storicamente raro. "I cittadini vedono una frattura così profonda tra i giudici che si indebolisce il senso di equità procedurale e si ha l'impressione che i casi arrivino già pregiudicati", ha dichiarato al Washington Post il professor Nelson. I ricercatori Neal Devins della William & Mary Law School e Lawrence Baum della Ohio State University ritengono che questa separazione ideologica sia destinata a durare, perché i candidati emergono da partiti democratico e repubblicano che non condividono più quasi nessuna sovrapposizione ideologica.

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Bruno Vespa replica alle critiche dopo la sfuriata in diretta: “Da Provenzano la più grave delle offese”


@Politica interna, europea e internazionale
Bruno Vespa replica alle critiche dopo la sfuriata in diretta tv contro il deputato del Pd Giuseppe Provenzano. In una nota inviata all’Ansa, il giornalista e conduttore di Porta a Porta ha dichiarato: “Come sanno bene Agcom e Rai, Porta a Porta ha

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Meloni critica Trump, ma la sua strategia dipende ancora da lui.

Quello che sta facendo Meloni è come aggrapparsi a un salvagente bucato. Ma la vera domanda è, davvero non abbiamo altra scelta tra Trump e Xi Jinping?
Una risposta affermativa secondo me c'è, ve la darò domani mattina nella mia newsletter: marcocappato.substack.com/

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Il capo dell'agenzia ambientale americana parla a una conferenza dei negazionisti del clima


Lee Zeldin, amministratore dell'EPA, ha tenuto un discorso al Heartland Institute, uno dei principali centri del negazionismo climatico. È la prima volta nella storia dell'agenzia. Intanto si parla di una sua promozione a ministro della Giustizia

Per la prima volta nella storia dell'Environmental Protection Agency (EPA), l'agenzia federale americana creata per proteggere la salute pubblica e l'ambiente, il suo amministratore ha tenuto un discorso di apertura alla conferenza annuale del Heartland Institute, uno dei centri più influenti del negazionismo climatico negli Stati Uniti. È successo mercoledì 8 aprile, in un hotel di Washington affacciato sulla Casa Bianca. Lee Zeldin, nominato dal presidente Donald Trump, ha elogiato il gruppo per il suo lavoro nel mettere in discussione gli effetti del cambiamento climatico e nell'opporsi alle politiche ambientali del governo. "È un giorno per celebrare la rivalsa", ha detto al pubblico, che lo ha accolto con una standing ovation.

Il Heartland Institute, fondato nel 1984 e finanziato anche da istituzioni vicine ai grandi gruppi petroliferi, combatte da decenni la scienza del clima e alimenta il dubbio sulla responsabilità umana nel riscaldamento globale. Ha condotto campagne nelle scuole con materiali didattici di dubbia validità scientifica che promuovono l'idea che le emissioni di anidride carbonica non siano dannose, e ha fatto pressione a livello statale per conto dell'industria. In passato arrivò a esporre un cartellone pubblicitario che paragonava gli ambientalisti all'Unabomber, il terrorista americano.

Zeldin ha rivendicato davanti alla platea le azioni compiute alla guida dell'EPA, a partire dalla revoca del cosiddetto endangerment finding, il documento che dal 2009 classificava i gas serra come pericolosi per la salute pubblica. L'abrogazione, annunciata a febbraio, ha eliminato di fatto la base giuridica di tutte le regolamentazioni federali sulle emissioni, comprese quelle che limitavano l'inquinamento prodotto dalle automobili. Zeldin ha anche attaccato le amministrazioni precedenti, sostenendo che avrebbero ignorato "ciò che l'anidride carbonica apporta di positivo e necessario alla vita sul pianeta", un argomento ricorrente tra i negazionisti climatici secondo cui la CO2 sarebbe benefica per le piante. Non ha evitato una retorica complottista, denunciando una presunta "cabala" dell'"élite e della classe dirigente" che deciderebbe la scelta dei modelli climatici e delle metodologie scientifiche. "Non ci limitiamo a seguire ciecamente le previsioni catastrofiste del momento", ha dichiarato. "Non sottoscriviamo l'idea che la fine del mondo sia imminente".

Il consenso scientifico, come ricorda Le Monde, è tuttavia chiaro: la temperatura terrestre è aumentata di 1,2 °C dall'era preindustriale a causa delle emissioni prodotte dall'uomo, legate alla combustione di carbone, petrolio e gas. Questo aumento provoca eventi estremi più frequenti e più intensi, dalle ondate di calore alle inondazioni e alla siccità.

La presenza di Zeldin alla conferenza del Heartland Institute è il segnale più evidente dell'influenza crescente del gruppo all'interno dell'amministrazione Trump. Il presidente dell'istituto, James Taylor, lo ha sottolineato con soddisfazione: in passato i repubblicani, pur essendo "alleati tradizionali", evitavano di mostrarsi al fianco dell'organizzazione a causa del suo negazionismo climatico. "Come sono cambiati i tempi", ha commentato. "È la prima volta che abbiamo un vero paladino alla guida dell'EPA o così in alto nell'amministrazione. Questi sono grandi giorni".

Il discorso arriva in un momento in cui Zeldin è al centro di voci su una possibile promozione. Come riportato dal Washington Post, Trump avrebbe discusso in privato la possibilità di nominarlo ministro della Giustizia al posto di Pam Bondi, rimossa la settimana scorsa. Se confermato, Zeldin si troverebbe a supervisionare gli avvocati del Dipartimento di Giustizia che difendono in tribunale le stesse deregolamentazioni ambientali che lui ha promosso all'EPA. Alla conferenza, diversi esponenti conservatori hanno chiesto al presidente di non spostarlo. "Non vogliamo perderlo all'EPA", ha dichiarato Marc Morano del Committee for a Constructive Tomorrow. "Penso sia il capo dell'EPA più influente nella storia dell'agenzia". Myron Ebell, che guidò la transizione dell'EPA nel primo mandato di Trump, ha offerto al Washington Post una lettura più ambiziosa: "Ha bisogno di salire nel gabinetto e sta pensando a posizionarsi per candidarsi a una carica nazionale o per essere scelto come vicepresidente".

Le reazioni dal fronte ambientalista sono dure. Julie McNamara, dell'organizzazione Union of Concerned Scientists, ha dichiarato a Le Monde che "questa amministrazione calpesta la scienza e le prove per giustificare l'alleggerimento delle responsabilità imposte ai grandi inquinatori del settore fossile". Joanna Slaney, vicepresidente dell'Environmental Defense Fund, ha criticato Zeldin e il Heartland Institute per negare la realtà del cambiamento climatico quando i suoi effetti sono evidenti: i prezzi dell'energia e dei premi assicurativi aumentano, la salute e la sicurezza delle persone ne risentono. "Il negazionismo non rende il clima meno estremo", ha aggiunto. L'organizzazione affiliata EDF Action ha affisso manifesti di protesta fuori dall'evento, con immagini di ciminiere e incendi forestali.

La battaglia legale, intanto, è aperta. Numerosi Stati americani e organizzazioni non governative hanno presentato ricorsi per annullare la revoca dell'endangerment finding. A fine marzo, più di 160 organizzazioni ambientaliste e sanitarie hanno chiesto le dimissioni di Zeldin.

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L'illusione della "teoria del pazzo"


Gli Stati Uniti non hanno ottenuto nulla di concreto dalla tregua di due settimane, mentre l'Iran mantiene il controllo dello Stretto di Hormuz. Analisti e commentatori smontano la narrazione della vittoria trumpiana

Il cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran, annunciato dal presidente Trump martedì, non è la prova che la cosiddetta "teoria del pazzo" funzioni in politica estera. È la tesi del politologo Daniel W. Drezner, professore di relazioni internazionali, che nella sua newsletter su Substack analizza l'accordo raggiungendo una conclusione netta: Washington non ha ottenuto alcun guadagno tattico dalla tregua, a parte la tregua stessa.

La "teoria del pazzo", resa celebre da Richard Nixon, si basa sull'idea che un leader possa ottenere concessioni dai rivali se questi lo percepiscono come imprevedibile e potenzialmente irrazionale. Trump l'ha portata all'estremo minacciando di distruggere l'intera civiltà iraniana, una retorica che Drezner definisce senza mezzi termini una minaccia di crimini di guerra.

La tregua, peraltro, si presenta fragile in quanto manca degli elementi tipici di un cessate il fuoco: non esiste un documento formale scritto. Quello che è accaduto assomiglia più a una serie coordinata di post sui social media. Restano inoltre dubbi sul fatto che l'accordo copra l'incursione israeliana in Libano, e l'Iran ha dato segnali di non voler rispettare l'intesa.

La retorica apocalittica di Trump aveva innervosito anche chi è ormai abituato alle sue sparate. Lo storico Garrett Graff ha stimato al tre per cento le probabilità che Trump usasse un'arma nucleare contro l'Iran, un numero che ha definito "impressionante, considerata la storia delle armi nucleari e della presidenza". Nate Silver, l'analista statistico, ha commentato che anche il tre per cento è troppo quando si parla di rischio nucleare: "Il valore atteso di una probabilità del tre per cento di un esito infinitamente negativo è comunque infinito negativo". Silver ha aggiunto che l'esito della crisi non è certo "una mossa geniale a tredici dimensioni", ma riflette piuttosto un comandante in capo senza controlli, con 79 anni, messo all'angolo e circondato da consiglieri adulatori troppo spaventati per contraddirlo.

Diversi analisti citati da Drezner concordano nel ritenere che gli Stati Uniti si trovino oggi in una posizione peggiore rispetto a prima del conflitto. Jonathan Last ha scritto che, se i contorni generali del cessate il fuoco reggono, l'America avrà subito una significativa sconfitta strategica e l'Iran avrà ottenuto una significativa vittoria strategica. David Frum ha osservato che i leader stranieri sono pronti a credere che Trump sia "pazzo" nel senso che è distaccato dalla realtà, ma sanno anche che al momento decisivo Trump cede. Frum nota che l'acronimo TACO, riferito all'attitudine negoziale del presidente, è diventato familiare quanto NATO.

Il punto centrale, secondo Drezner, è semplice: cosa hanno ottenuto gli Stati Uniti? L'Iran, pur indebolito militarmente, continua a controllare lo Stretto di Hormuz, il passaggio strategico attraverso cui transita una quota rilevante del petrolio mondiale. Questo dato non è cambiato con il cessate il fuoco. Politico ha riportato, attraverso i giornalisti Ben Lefebvre e Phelim Kine, che i dirigenti delle compagnie petrolifere stanno contattando la Casa Bianca, il segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente J.D. Vance per protestare contro una condizione emersa nei negoziati: permettere all'Iran di imporre pedaggi sul transito nello Stretto di Hormuz. Un consulente del settore, rimasto anonimo, ha detto a Politico: "Prima non dovevamo pagare, e pensavo che avessimo vinto la guerra".

Né Israele né gli alleati del Golfo sembrano soddisfatti della situazione attuale rispetto al periodo precedente il conflitto. Anche il resto del mondo arabo, scrive Drezner, non è entusiasta della condotta americana.

Tom Wright ha evidenziato le contraddizioni della visione geopolitica dell'amministrazione Trump: gli Stati Uniti hanno premiato la Russia, ignorato la Cina, punito l'Europa e abbandonato i propri alleati asiatici durante una crisi energetica che hanno contribuito a provocare. Gli avversari dell'America, secondo Wright, si coordinano sempre meglio, condividendo risorse e capacità, mentre le alleanze globali americane, a lungo il loro principale vantaggio, vengono trascurate e si frammentano.

Lo stesso David Sanger del New York Times, che in un primo articolo aveva attribuito a Trump una vittoria tattica ottenuta grazie alla retorica estrema, ha cambiato tono poche ore dopo. In un secondo articolo ha scritto che le opzioni di Trump dopo il cessate il fuoco sono più limitate di quanto sembrasse. Se le spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz riprendono, il prezzo del petrolio continuerà a scendere e i mercati azionari a salire: indicatori di successo immediato che contano per Trump. Ma il presidente sa che, anche se la tregua scadrà il 21 aprile senza un accordo finale, il rischio politico di riprendere le ostilità è alto, soprattutto con le elezioni di metà mandato all'orizzonte e un vertice in programma con il presidente cinese Xi Jinping.

Drezner conclude che il cessate il fuoco è un esempio della teoria del pazzo solo nella misura in cui questa strategia ha storicamente un pessimo bilancio nel produrre concessioni concrete. Anche questa volta non ha prodotto nulla per gli Stati Uniti, mentre le perdite strategiche causate dal conflitto continuano ad accumularsi.

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Bruno Vespa esplode in diretta dopo una battuta di Provenzano: “Non glielo consento, stia zitto” | VIDEO


@Politica interna, europea e internazionale
Durissimo scontro a Porta a Porta tra il conduttore Bruno Vespa e il deputato del Pd Giuseppe Provenzano: una battuta dell’onorevole ha fatto perdere le staffe al giornalista, che ha reagito stizzito. Lo scontro è avvenuto durante un botta e

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Trump attacca di nuovo la NATO


Il presidente accusa gli alleati di non aver sostenuto gli Stati Uniti nella guerra in Iran. Il segretario generale della NATO definisce l'incontro "molto franco". La Germania promette di lavorare alla stabilizzazione

Trump ha attaccato la NATO dopo un incontro difficile alla Casa Bianca con il segretario generale dell'alleanza atlantica, Mark Rutte. Il motivo dello scontro è sempre il rifiuto dei paesi membri di partecipare alla guerra che Stati Uniti e Israele stanno conducendo in Iran e di contribuire alla riapertura dello Stretto di Hormuz, una rotta fondamentale per il trasporto di petrolio e gas.

Rutte si era recato a Washington proprio per cercare di placare la rabbia del presidente, ma ha ammesso che il colloquio non è stato facile, definendolo "molto franco" e "molto aperto", nonostante i disaccordi evidenti. Trump, che ha anche protestato per il rifiuto dell'alleanza di consegnare agli Stati Uniti la Groenlandia, territorio semi-autonomo della Danimarca (paese membro della NATO), non si è detto soddisfatto. Dopo l'incontro ha scritto sui social media: "La NATO non c'era quando avevamo bisogno di loro e non ci sarà se avremo bisogno di nuovo. Ricordatevi della Groenlandia, quel grande pezzo di ghiaccio mal gestito!!!".

Trump non ha però annunciato il ritiro degli Stati Uniti dalla NATO, un tema che secondo la Casa Bianca era tra quelli previsti nell'agenda dell'incontro. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha riportato le parole del presidente secondo cui la NATO "è stata messa alla prova e ha fallito". I paesi dell'alleanza, ha aggiunto, "hanno voltato le spalle al popolo americano" che contribuisce a finanziare la loro difesa.

Rutte ha dichiarato alla CNN di aver ricordato a Trump che molti alleati NATO, tra cui il Regno Unito, hanno consentito alle forze americane di utilizzare le proprie basi, anche se alcuni hanno cercato di distinguere tra missioni americane "difensive" e "offensive". "Trump è chiaramente deluso da molti alleati NATO e posso capire il suo punto di vista", ha detto Rutte alla CNN. "Ma allo stesso tempo ho potuto far notare che la grande maggioranza delle nazioni europee ha dato supporto con le basi, la logistica, i sorvoli, rispettando i propri impegni". Ha poi aggiunto: "È un quadro sfumato". Quando gli è stato chiesto se Trump abbia minacciato di uscire dalla NATO, Rutte ha risposto soltanto: "È stata una discussione molto aperta. Mi ha detto chiaramente cosa pensa di quello che è successo nelle ultime settimane".

Rutte è stato soprannominato il "sussurratore di Trump" per la sua strategia che alterna lusinghe pubbliche e consigli privati al presidente. Ma il suo approccio è stato criticato da alcuni stati della NATO, soprattutto per il sostegno alla decisione di Trump di avviare una guerra con l'Iran che molti membri dell'alleanza considerano non necessaria e illegale secondo il diritto internazionale.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha parlato con Trump mercoledì, ha dichiarato di non volere che la guerra in Iran metta ulteriore pressione sull'alleanza. La Germania contribuirà a "stabilizzare" la pace una volta terminato il conflitto, ha detto Merz ai giornalisti giovedì a Berlino. "Vogliamo assicurarci che questa guerra, diventata uno stress test transatlantico, non metta ulteriormente sotto pressione le relazioni tra gli Stati Uniti e i partner europei della NATO", ha dichiarato.

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Hormuz, Trump ordina all'Iran di fermare i pedaggi. Khamenei: "Lo controlliamo noi"


Il vicepresidente JD Vance guiderà oggi la delegazione americana ai negoziati di Islamabad mentre il cessate il fuoco scricchiola sempre di più e il greggio sfiora di nuovo i 100 dollari al barile.

Lo scontro tra Stati Uniti e Iran sullo Stretto di Hormuz si è intensificato nella giornata di ieri, alla vigilia dei negoziati di oggi a Islamabad. Il presidente statunitense Donald Trump ha intimato a Teheran di smettere di imporre pedaggi alle petroliere in transito, mentre la nuova Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha risposto rivendicando il controllo della rotta da cui prima della guerra passava circa un quarto del petrolio trasportato via mare nel mondo.

"Ci sono segnalazioni che l’Iran stia imponendo tariffe alle petroliere che attraversano lo Stretto di Hormuz. È meglio che non lo stiano facendo e, se lo stanno facendo, che smettano subito", ha scritto Trump in un post pubblicato su Truth Social. In un secondo post ha accusato Teheran di star facendo "un pessimo lavoro" nel garantire il passaggio del petrolio e di violare gli accordi in vigore che hanno portato al cessate il fuoco. I messaggi sono arrivati dopo la pubblicazione di un’inchiesta del Financial Times, secondo cui l’Iran pretende un pedaggio di un dollaro per barile, pagabile in criptovaluta.

La crisi dello Stretto di Hormuz

Crisi Hormuz
Trump ordina lo stop ai pedaggi. Khamenei: "Hormuz è nostro"
Lo scontro sullo Stretto, i negoziati di Islamabad e il petrolio che torna a 100 dollari — aprile 2026

~100$
al barile
Prezzo del petrolio

1$
a barile
Pedaggio imposto dall'Iran

20.000
marinai
Bloccati nel Golfo Persico

Stretto Attori Negoziati Opinione

Status dello Stretto di Hormuz

"Lo Stretto di Hormuz non è aperto. L'accesso è limitato, condizionato e controllato"
Sultan Al Jaber, CEO di ADNOC — su LinkedIn

25%
Del petrolio via mare transitava da Hormuz

Circa un quarto di tutto il greggio trasportato via mare nel mondo passava attraverso lo Stretto, prima della guerra. La sua chiusura ha paralizzato le forniture globali.

100+
Petroliere in attesa di transitare

Secondo il New York Times centinaia di petroliere sono in coda all'ingresso dello Stretto. L'Iran esige un pedaggio di 1 dollaro a barile, pagabile in criptovaluta o in yen.

Versioni a confronto

"Completamente aperto"
Funzionario americano — pur ammettendo che le navi non transitano per paura

"Lo controlliamo noi"
Mojtaba Khamenei rivendica il controllo iraniano dello Stretto nel primo messaggio dopo il cessate il fuoco

Tocca per esplorare le posizioni

Donald TrumpPresidente degli Stati Uniti

Ordina all'Iran di cessare i pedaggi. Accusa Teheran di violare gli accordi di cessate il fuoco e di fare "un pessimo lavoro" nel garantire il transito attraverso lo Stretto. Ha chiesto a Netanyahu di limitare i raid in Libano.

J.D. VanceVicepresidente — guida la delegazione a Islamabad

La voce più critica verso la guerra all'interno nell'Amministrazione. Trump lo ha definito "filosoficamente un po' diverso da me". Definisce il nodo Libano un "legittimo malinteso", con toni più concilianti rispetto al resto della Casa Bianca.

Mojtaba KhameneiGuida Suprema dell'Iran

Primo messaggio dopo il cessate il fuoco in cui si dichiara "vincitore indiscusso". Promette di portare la questione della gestione dello Stretto di Hormuz "in una nuova fase" e chiede risarcimenti per i danni di guerra. Nega di cercare il conflitto.

Sultan Al JaberCEO ADNOC — Emirati Arabi

Contraddice apertamente la versione americana: "Bisogna essere chiari: lo Stretto di Hormuz non è aperto". Parla di accesso "limitato, condizionato e controllato" dall'Iran. Un raro intervento pubblico da parte del capo della compagnia petrolifera di Abu Dhabi.

Colloqui di Islamabad

Delegazione Usa
J.D. Vance (capodelegazione)
Steve Witkoff (inviato speciale)
Jared Kushner (genero di Trump)

Delegazione Iran
M.B. Ghalibaf (pres. Parlamento)
Abbas Araghchi (Min. Esteri)

Nodi principali

Offensiva israeliana in LibanoRientra nel cessate il fuoco?

Il nodo principale dei colloqui. Vance lo definisce un "legittimo malinteso". Trump ha chiesto a Netanyahu di ridimensionare i raid, e Israele ha offerto di "trattenersi un po'".

Pedaggi e controllo di Hormuz1$/barile in criptovaluta

L'Iran impone pedaggi alle petroliere, secondo il Financial Times. Khamenei vuole formalizzare il controllo iraniano sullo Stretto come tema centrale del negoziato.

Risarcimenti di guerraRichiesti dall'Iran

Khamenei dichiara che l'Iran "non rinuncerà ai propri legittimi diritti" e chiederà risarcimenti per i danni subiti durante la guerra.

Opinione americani sulla guerra — sondaggio Economist/YouGov

53%

34%

Contrari 53%

Incerti 13%

Favorevoli 34%

Pressioni interne

Critiche dai media conservatori
Trump affronta opposizione interna anche dalla propria base mediatica

Voci influenti dei media conservatori si schierano sempre di più contro la guerra. Vance, la voce più critica nell'Amministrazione, guida i negoziati a Islamabad. Un ex funzionario a The Hill: "La cosa più difficile che farà da vicepresidente".

Il fattore Vance

"Questa è probabilmente la cosa più difficile che farà da vicepresidente"
Ex funzionario dell'Amministrazione Trump — a The Hill

"Filosoficamente un po' diverso da me"
Donald Trump — su J.D. Vance e la guerra

Elaborazione FocusAmerica su fonti: Financial Times, New York Times, The Hill, Economist/YouGov, Truth Social · aprile 2026

Lo Stretto è aperto o chiuso?


La situazione sul campo resta confusa. Un funzionario americano ha dichiarato che lo Stretto di Hormuz è "completamente aperto", ma ha ammesso che molte navi non lo attraversano perché restano intimidite dagli iraniani. Di segno opposto la valutazione di Sultan Al Jaber, capo della Abu Dhabi National Oil Company, che su LinkedIn ha scritto: "Bisogna essere chiari: lo Stretto di Hormuz non è aperto. L’accesso è limitato, condizionato e controllato". Secondo il New York Times centinaia di petroliere sono ancora in attesa di transitare. Quasi 20 mila marinai sono bloccati nel Golfo Persico, stando all’Organizzazione marittima internazionale.

Intando a Teheran, Mojtaba Khamenei ha rotto il silenzio con un messaggio scritto, il primo dalla firma del cessate il fuoco. Ha definito l’Iran il "vincitore indiscusso" della guerra e ha promesso che durante i negoziati con Washington Teheran "porterà la gestione dello Stretto di Hormuz in una nuova fase". Ha anche assicurato che il Paese "non ha cercato la guerra e non la cerca", ma che "non rinuncerà ai propri legittimi diritti" e chiederà risarcimenti per i danni subiti. Il messaggio è stato diffuso in occasione della commemorazione dei 40 giorni dall’assassinio di suo padre da parte di Israele nel primo giorno di guerra.

Intanto, secondo un nuovo sondaggio Economist/YouGov, solo il 34% degli americani sostiene la ripresa della guerra, contro il 53% che si dichiara contrario e Trump affronta critiche crescenti anche da voci influenti dei media conservatori. Non meraviglia il fatto che, in questo contesto caotico, la quotazione del greggio sia tornata a sfiorare i 100 dollari al barile, ben al di sopra dei livelli precedenti alla guerra.

Vance alla prova di Islamabad


Il vicepresidente J.D. Vance guiderà la delegazione negoziale americana che si recherà a Islamabad, accompagnato dall’inviato speciale Steve Witkoff e da Jared Kushner. Per l’Iran, secondo i media di Stato, saranno presenti il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Il nodo principale è capire se l’offensiva israeliana contro Hezbollah in Libano rientri nel cessate il fuoco. Vance ha definito il disaccordo un "legittimo malinteso", con toni più concilianti rispetto ad altri funzionari della Casa Bianca. Trump ha intanto confermato di aver chiesto al premier Benjamin Netanyahu di ridimensionare i raid in Libano. Vance ha aggiunto che Israele ha offerto di "trattenersi un po’" per favorire il successo dei colloqui.

Per Vance la missione è però anche una prova politica. All’interno dell’Amministrazione resta la voce più critica verso la guerra, una posizione che lo distingue nettamente dal Segretario di Stato Marco Rubio e che Trump stesso ha riconosciuto, definendolo "filosoficamente un po’ diverso da me". "Questa è probabilmente la missione più difficile che farà da vicepresidente", ha commentato un ex funzionario dell’Amministrazione Trump a The Hill.

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Il Governo cambia i vertici di Leonardo, Enav e Terna. Descalzi confermato alla guida di Eni


@Politica interna, europea e internazionale
Il Governo ha deciso le nuove nomine ai vertici di alcune fra le maggiori società partecipate dallo Stato. La principale novità riguarda Leonardo, dove si va verso il cambio della guardia sia per la carica di presidente sia per quella di

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La Groenlandia risponde a Trump: "Non siamo un pezzo di ghiaccio"


Il primo ministro Nielsen difende il suo paese dopo che il presidente americano ha definito l'isola artica "un grande pezzo di ghiaccio mal gestito", ribadendo l'importanza dell'unità nella Nato

Il primo ministro della Groenlandia Jens-Frederik Nielsen ha risposto alle provocazioni del presidente americano Donald Trump, che ha riportato l'isola artica al centro delle tensioni all'interno della Nato. Nielsen ha dichiarato di rappresentare "una nazione orgogliosa" impegnata a difendere l'ordine internazionale, respingendo le parole con cui Trump ha descritto il suo paese.

Trump mercoledì ha sfogato la sua frustrazione nei confronti della Nato, in un momento in cui i rapporti tra gli alleati attraversano una crisi legata alla guerra in Iran. Il presidente ha dichiarato che l'alleanza militare "non c'era quando serviva" e ha aggiunto di ricordarsi ancora della Groenlandia, definendola "un grande pezzo di ghiaccio mal gestito". La frase, scritta in maiuscolo sui social, riprende una retorica che Trump usa da tempo nei confronti dell'isola artica danese.

Nielsen ha risposto con toni fermi ma misurati. "Quello che conta per noi è mantenere la comunità internazionale che abbiamo costruito dopo la Seconda guerra mondiale, dove abbiamo un'alleanza difensiva che rispettiamo e dove il diritto internazionale è rispettato da tutte le parti", ha dichiarato il primo ministro groenlandese. "Queste cose sono sotto pressione adesso e credo che tutti gli alleati dovrebbero restare uniti per cercare di preservarle. Spero che accada", ha aggiunto.

La risposta più diretta alle parole di Trump è arrivata quando Nielsen ha contestato la descrizione del suo paese fatta dal presidente americano. "Non siamo un pezzo di ghiaccio. Siamo una popolazione orgogliosa di 57.000 persone, che lavora ogni giorno come buona cittadinanza globale nel pieno rispetto di tutti i nostri alleati", ha detto.

Le tensioni tra Washington e la Groenlandia non sono nuove. Già nei mesi scorsi gli alleati della Nato si erano affrettati a cercare modi per tenere insieme l'alleanza dopo che Trump aveva rilanciato la sua proposta di prendere il controllo della Groenlandia, sottraendola alla Danimarca, che è a sua volta un membro della Nato. La questione groenlandese si intreccia ora con la più ampia crisi dell'alleanza atlantica provocata dai disaccordi sulla guerra in Iran, aggiungendo un ulteriore elemento di frizione tra gli Stati Uniti e i loro partner europei.

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Trump attacca gli ex alleati del mondo MAGA che criticano la guerra in Iran


Il presidente si scaglia contro Carlson, Kelly, Owens, Jones e Greene, definendoli "stupidi" e con "QI basso". Le risposte sono durissime: "È impazzito", "è ora di mettere il nonno in una casa di riposo"
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Il presidente Trump ha lanciato un attacco frontale contro alcune delle personalità più influenti della destra americana, gli stessi commentatori e attivisti che hanno contribuito alla sua ascesa politica. In un lungo post su Truth Social pubblicato giovedì, Trump ha preso di mira Tucker Carlson, Megyn Kelly, Candace Owens, Alex Jones e l'ex deputata Marjorie Taylor Greene, tutti colpevoli ai suoi occhi di averlo criticato per la guerra in Iran.

Trump li ha definiti "stupidi", "disturbati" e "piantagrane" in cerca di visibilità a sue spese, aggiungendo che "hanno una cosa in comune: un QI basso". Ha scritto di rifiutarsi ormai di rispondere alle loro chiamate e ha sostenuto che le loro posizioni sono "l'opposto del MAGA". Il presidente ha attaccato ciascuno di loro individualmente: ha detto che Carlson "dovrebbe consultare un buon psichiatra", ha definito Owens "pazza", ha descritto Jones come uno che dice "le cose più stupide" e ha ricordato che Kelly gli rivolse domande aggressive durante un dibattito del 2015. Su Owens ha aggiunto che Brigitte Macron "è una donna molto più bella di Candace", un riferimento alle ripetute affermazioni della commentatrice secondo cui la première dame francese sarebbe un uomo. Su Jones, ha ricordato la bancarotta dichiarata dopo la condanna a pagare quasi 1,5 miliardi di dollari per le sue false affermazioni sulla strage della scuola elementare di Sandy Hook. Greene è stata ribattezzata "Marjorie 'traditrice' Brown".

Lo scontro nasce dalla frattura che si è aperta nel movimento MAGA dopo l'attacco di Stati Uniti e Israele contro l'Iran. Per i critici di Trump all'interno della destra, la guerra rappresenta una violazione della promessa elettorale di non coinvolgere il Paese in nuovi conflitti in Medio Oriente. Le tensioni si sono intensificate dopo che il presidente ha minacciato di annientare "un'intera civiltà", con riferimento all'Iran. Carlson, nel suo programma, ha definito un post pasquale di Trump su Truth Social "spregevole a ogni livello", accusandolo di minacciare crimini di guerra. Owens ha chiesto l'applicazione del 25esimo emendamento, che consente di rimuovere un presidente ritenuto incapace di svolgere le sue funzioni, definendo Trump "un folle genocida". Jones ha invocato la stessa misura nel suo programma InfoWars. Kelly ha dichiarato nel suo podcast di essere "stufa", aggiungendo che "non si può minacciare di cancellare un'intera civiltà". Anche Greene ha chiesto l'applicazione del 25esimo emendamento, definendo le azioni di Trump in Iran "malvagità e follia".

Le risposte al post del presidente sono state immediate e feroci. Owens ha scritto su X: "Forse è ora di mettere il nonno in una casa di riposo". Greene ha replicato che "il presidente Trump è impazzito mentre fa la guerra all'Iran, una promessa elettorale tradita", aggiungendo: "Ho combattuto al fianco di Tucker Carlson, Megyn Kelly, Candace Owens e Alex Jones per far eleggere Trump. E ora se la prende con tutti noi in un unico post delirante". Jones ha dichiarato nel suo programma che "Trump è arrabbiato perché ha torto, è arrabbiato perché è stato incastrato da Israele", aggiungendo poi su X che "il nuovo Trump è un guscio marcio del vecchio Trump" e di non sostenerlo più. Anche figure MAGA non menzionate nel post hanno reagito: il podcaster Tim Pool ha scritto "basta, ho chiuso, questa è stata l'ultima goccia".

La frattura tra Trump e l'universo mediatico della destra si è allargata progressivamente durante il secondo mandato, su diversi temi: i file Epstein, l'intervento in Venezuela e ora la guerra in Iran. Come riporta Wired, nel frattempo alcuni sostenitori rimasti fedeli al presidente hanno chiesto al dipartimento di Giustizia di indagare sugli influencer dissidenti per presunti finanziamenti stranieri non dichiarati. L'attivista Laura Loomer ha definito i post di Owens "la più evidente operazione di influenza straniera mai vista". Un'analisi del New York Times pubblicata mercoledì ha rilevato che migliaia di sostenitori di Trump si sono scagliati contro di lui su Truth Social per la gestione del conflitto con l'Iran.

Il caso rivela un problema politico concreto per i repubblicani. Secondo Wired, una fonte vicina alla rete di influencer del partito ha spiegato che l'amministrazione non ha nemmeno tentato di coordinare i messaggi sulla guerra in Iran con i creatori di contenuti della destra: "La destra online non era favorevole e non c'era nulla che potesse cambiare la situazione. Il meglio che potevano sperare era il silenzio". Le ricerche mostrano che gli influencer di destra hanno avuto un ruolo rilevante nell'ascesa di Trump, e la loro rottura con il presidente rappresenta un segnale preoccupante per i repubblicani, che si preparano già a possibili perdite nelle elezioni di metà mandato.

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La rassegna stampa di venerdì 10 aprile 2026


Gli Stati Uniti preparano colloqui di pace con l'Iran in Pakistan mentre Trump avverte Teheran sullo Stretto di Hormuz. Il Pentagono viola l'ordinanza del tribunale sull'accesso della stampa

Questa è la rassegna stampa di venerdì 10 aprile 2026

Gli Stati Uniti e l'Iran preparano colloqui di pace in Pakistan


Il Pakistan ospiterà questo fine settimana colloqui di pace ad alto rischio tra Stati Uniti e Iran a Islamabad, mentre la capitale pakistana si è trasformata in una fortezza di sicurezza. L'incontro tra le due parti arriva mentre il cessate il fuoco rimane fragile e il primo ministro israeliano Netanyahu ha promesso di continuare a combattere Hezbollah in Libano.

Fonti: Bloomberg Politics, The Hill News

Trump avverte l'Iran sui pedaggi nello Stretto di Hormuz


Il presidente Trump ha accusato l'Iran di non rispettare l'accordo di cessate il fuoco non riaprendo adeguatamente lo Stretto di Hormuz e ha avvertito contro l'imposizione di pedaggi sui vasi che transitano attraverso il cruciale stretto. Trump ha scritto su Truth Social che l'Iran sta facendo "un pessimo lavoro" nel permettere il passaggio del petrolio.

Fonti: The Hill News, Bloomberg Politics, Financial Times

Un giudice stabilisce che il Pentagono ha violato l'ordinanza sull'accesso della stampa


Un giudice federale di Washington ha stabilito che il Pentagono non ha rispettato un'ordinanza precedente che richiedeva il ripristino dell'accesso per i giornalisti accreditati. Il giudice Paul Friedman ha ordinato la restituzione delle credenziali a sette giornalisti del New York Times, rappresentando una sconfitta per il segretario alla Difesa Pete Hegseth nei suoi tentativi di limitare l'accesso dei media.

Fonti: The Hill News, The Guardian, New York Times

La Casa Bianca avverte il personale sui mercati di previsione durante la guerra in Iran


La Casa Bianca ha inviato un'email interna a tutto il personale avvertendo i dipendenti di non utilizzare informazioni riservate per piazzare scommesse sui mercati finanziari e sulle piattaforme di scommesse sugli eventi. L'avvertimento arriva dopo che alcune scommesse ben cronometrate sulla guerra in Iran hanno sollevato preoccupazioni e richieste da parte dei democratici per maggiori regolamentazioni.

Fonti: Bloomberg Politics, BBC News

Melania Trump nega qualsiasi legame con Jeffrey Epstein


La first lady Melania Trump ha fatto una dichiarazione a sorpresa negando di aver mai avuto una relazione con il defunto criminale sessuale Jeffrey Epstein e la sua complice Ghislaine Maxwell. La dichiarazione, che ha suscitato confusione sul perché abbia scelto di parlare, ha riportato l'attenzione su un argomento che Donald Trump ha chiesto di superare.

Fonti: New York Times, The Guardian, BBC News

L'inflazione potrebbe aumentare di più in quasi quattro anni


L'inflazione probabilmente è salita al 3,4% a marzo rispetto all'anno precedente, secondo le stime degli economisti, rappresentando un forte aumento rispetto all'aumento del 2,4% di febbraio. L'incremento è principalmente dovuto all'impennata dei prezzi del gas in seguito al conflitto in Iran che ha interrotto le forniture energetiche globali.

Fonti: ABC News

Il segretario al Tesoro Bessent incontra i CEO bancari sui rischi informatici dell'IA


Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha convocato i CEO delle principali banche statunitensi per discutere dei rischi informatici del più recente modello di intelligenza artificiale di Anthropic. L'incontro arriva mentre il sistema IA più recente ha rilevato vulnerabilità informatiche vecchie di decenni, sollevando preoccupazioni sulla sicurezza nazionale.

Fonti: Financial Times

I democratici intensificano le richieste di rimuovere Trump per le minacce all'Iran


Più di 70 democratici al Congresso stanno chiedendo la rimozione del presidente Trump per le sue minacce taglienti contro l'Iran e la gestione dell'operazione militare. La dinamica preannuncia la postura aggressiva che molti nel partito richiederanno ai loro leader se vinceranno la maggioranza alle elezioni di medio termine.

Fonti: The Hill News

La xAI di Elon Musk fa causa al Colorado per la legge sull'IA


La compagnia di intelligenza artificiale di Elon Musk, xAI, ha citato in giudizio il Colorado per una nuova legge statale che cerca di regolamentare la tecnologia in rapida evoluzione. La compagnia ha intentato una causa contro il procuratore generale del Colorado Phil Weiser giovedì, cercando di bloccare l'applicazione di una legge del 2024 che richiede agli sviluppatori di sistemi "ad alto rischio" di proteggere i consumatori.

Fonti: The Hill News

Il Venezuela approva una nuova legge mineraria per attrarre investimenti stranieri


I legislatori venezuelani hanno approvato un disegno di legge per regolamentare l'attività mineraria mentre il paese cerca di attrarre investitori stranieri diffidenti verso un'industria un tempo privata che è stata a lungo sfruttata da gruppi criminali con legami al governo. La mossa ha collegamenti diretti con gli Stati Uniti poiché rappresenta l'ultimo tentativo della leadership venezuelana di soddisfare l'amministrazione Trump.

Fonti: ABC News, New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Iran, la tregua scricchiola: Israele colpisce il Libano, Teheran minaccia lo stop


Teheran si proclama vincitrice e continua a usare lo Stretto di Hormuz come leva negoziale. Netanyahu apre ai colloqui con Beirut sotto pressione degli Stati Uniti, ma esclude una tregua in Libano.

Sono bastati due giorni perché il cessate il fuoco tra Stati Uniti, Israele e Iran mostrasse tutte le sue crepe. Teheran continua a dichiararsi vincitrice e rilancia la posta con richieste massimaliste. Intanto, Israele intensifica i raid in Libano contro Hezbollah, pur accettando di aprire un tavolo con Beirut. A Washington, invece, i democratici cercano di tentare (senza successo) di impedire al presidente Donald Trump di riaprire le ostilità senza il voto del Congresso.

L’Iran alza la posta


Dopo sei settimane di bombardamenti americani e israeliani, la leadership iraniana non mostra segnali di apertura. “Buongiorno alla vittoria. Oggi la storia ha voltato pagina”, ha scritto sui social il primo vicepresidente Mohammad Reza Aref nel giorno dell’entrata in vigore della tregua. “L’era dell’Iran è iniziata”.

Per il regime, essere sopravvissuto a un attacco congiunto delle due principali potenze militari mondiali rafforza l’ideologia della resistenza su cui si fonda la Repubblica islamica dal 1979. “Dal loro punto di vista hanno superato due superpotenze”, ha spiegato al New York Times Danny Citrinowicz, ex capo della sezione Iran dell’intelligence militare israeliana, parlando di una percezione di una “vittoria divina”.

La principale leva di Teheran resta lo Stretto di Hormuz, da cui prima della guerra passava circa un quinto del petrolio mondiale. Nonostante i danni subiti, l’Iran conserva pienamente la capacità di minacciare il traffico marittimo nello Stretto. “È una leva più efficace di quanto sia mai stato il programma nucleare”, ha dichiarato al New York Times Hamidreza Azizi, esperto di sicurezza.

Il costo interno della presunta vittoria, però, è altissimo. L’economia iraniana, già fragile, è stata ulteriormente danneggiato: i grandi produttori di acciaio hanno fermato la produzione, il commercio al dettaglio è crollato e cresce il timore di licenziamenti di massa. Secondo Ali Alfoneh, ricercatore senior dell’Arab Gulf States Institute, il Paese potrebbe affrontare una nuova ondata migratoria e spingersi verso una deterrenza più aggressiva, fino a una possibile corsa all’arma nucleare. “Questo modello rischia di trasformare l’Iran nella Corea del Nord del Medio Oriente”, ha affermato.

Negoziati con Beirut, ma niente tregua


La tenuta della tregua è comunque già in bilico. Teheran sostiene che il cessate il fuoco negoziato includesse anche il Libano e minaccia apertamente di abbandonare i colloqui o di mantenere chiuso lo Stretto di Hormuz se Israele continuerà a colpire il territorio libanese. Una lettura condivisa anche dai mediatori pakistani, ma respinta da Stati Uniti e Israele.

Oggi il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato di aver dato mandato al suo gabinetto di avviare negoziati diretti con Beirut, dopo colloqui telefonici con Trump e con l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff. Secondo funzionari americani, questo passo è arrivato dopo che Washington ha chiesto a Israele di ridurre i bombardamenti per evitare un’escalation.

Secondo queste fonti, Trump avrebbe inizialmente autorizzato la prosecuzione della guerra in Libano, salvo poi cambiare posizione per il timore che il conflitto potesse far saltare la tregua con l’Iran. Nonostante l’apertura diplomatica, Israele esclude però un cessate il fuoco. Un funzionario israeliano ha invece precisato ad Axios che le operazioni militari continueranno.

Nel frattempo, sul campo di battaglia l’escalation prosegue. Nelle 24 ore successive alla tregua con l’Iran, i raid israeliani in Libano hanno causato almeno 254 morti, secondo la Protezione civile libanese. Un piano di pace proposto dalla Francia, che prevedeva il riconoscimento di Israele da parte del Libano, è stato respinto dal governo israeliano.

I democratici tentano di fermare Trump


Sul fronte interno, intanto, i democratici hanno cercato oggi ancora una volta di far approvare una risoluzione sui poteri di guerra per impedire a Trump di riaprire unilateralmente il conflitto con l’Iran. Il deputato Glenn Ivey ha chiesto il consenso unanime durante una sessione pro forma della Camera, ma il repubblicano Chris Smith, che presiedeva la seduta, ha ignorato la richiesta e chiuso i lavori.

La deputata Sara Jacobs ha annunciato che il partito forzerà un voto formale in aula la prossima settimana. La risoluzione, la cui approvazione al Senato resta dubbia e che comunque si scontrerebbe con un veto presidenziale, ha un valore soprattutto politico: dimostrare agli elettori che i democratici stanno utilizzando ogni strumento disponibile per evitare una nuova impopolare escalation.

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È uscito il nuovo numero di The Post Internazionale. Da oggi potete acquistare la copia digitale


@Politica interna, europea e internazionale
È uscito il nuovo numero di The Post Internazionale. Il magazine, disponibile già da ora nella versione digitale sulla nostra App, e da domani, venerdì 10 aprile, in tutte le edicole, propone ogni due settimane inchieste e approfondimenti sugli affari e il potere

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Cresce il giudizio negativo degli americani su Israele e Netanyahu, soprattutto tra i giovani


Il 60% degli adulti statunitensi ha un'opinione sfavorevole di Israele. Tra i repubblicani sotto i 50 anni la maggioranza è ora critica. Anche la fiducia in Trump sulla gestione dei rapporti con Israele è bassa

Il giudizio degli americani su Israele e sul primo ministro Benjamin Netanyahu continua a peggiorare, con un'accelerazione marcata nell'ultimo anno. Secondo un sondaggio del Pew Research Center condotto tra il 23 e il 29 marzo su 3.507 adulti, il 60% degli statunitensi ha un'opinione sfavorevole di Israele, in aumento di sette punti rispetto all'anno scorso e di quasi venti rispetto al 2022. La quota di chi esprime un giudizio "molto sfavorevole" è quasi triplicata nello stesso periodo, passando dal 10% al 28%. Il sondaggio è stato realizzato circa un mese dopo l'inizio della guerra in Iran guidata da Stati Uniti e Israele.

Il dato più significativo riguarda la frattura generazionale, che ormai attraversa entrambi gli schieramenti politici. Tra i democratici, otto su dieci hanno un'opinione negativa di Israele, un aumento netto rispetto al 69% dell'anno scorso e al 53% del 2022. I democratici sotto i 50 anni esprimono un giudizio "molto sfavorevole" con maggiore frequenza rispetto a quelli più anziani (47% contro 39%). Tra i repubblicani il quadro resta diverso, con una maggioranza ancora favorevole a Israele (58% contro 41%), ma il cambiamento è visibile soprattutto nelle fasce più giovani: il 57% dei repubblicani tra i 18 e i 49 anni ha oggi un'opinione negativa, rispetto al 50% dell'anno scorso. Le ampie maggioranze favorevoli resistono solo tra i repubblicani sopra i 50 anni.

Anche la fiducia in Netanyahu segue la stessa traiettoria. Il 59% degli americani esprime poca o nessuna fiducia nella capacità del primo ministro israeliano di fare la cosa giusta in materia di affari internazionali, in aumento di sette punti rispetto all'anno scorso e di quasi venti rispetto al 2023. Tra i democratici la sfiducia raggiunge il 76%, con la metà che dichiara di non avere "nessuna fiducia". Tra i repubblicani le valutazioni sono ormai divise quasi a metà: 45% con fiducia, 44% senza. È un cambiamento rilevante, perché nelle precedenti rilevazioni del Pew la maggioranza dei repubblicani esprimeva fiducia in Netanyahu. Anche qui il fattore età pesa: i repubblicani sopra i 50 anni hanno il doppio delle probabilità rispetto a quelli più giovani di fidarsi di Netanyahu (58% contro 30%).

Sondaggio
L'opinione degli americani su Israele e Netanyahu diventa più negativa
Pew Research Center — Indagine su adulti statunitensi, 23–29 marzo 2026

Panoramica Trend Per gruppo

Sfavorevoli a Israele
0%
+18 dal 2022

Favorevoli a Israele
0%
−18 dal 2022

Poca/nessuna fiducia in Netanyahu
0%
+17 dal 2023

Molta/abb. fiducia in Netanyahu
0%
−4 dal 2023

In sintesi: La maggioranza degli americani (60%) ha oggi un'opinione sfavorevole di Israele, un ribaltamento netto rispetto al 2022 quando i favorevoli erano il 55%. La sfiducia in Netanyahu raggiunge il 59%.

Tocca un punto per i dettagli · Tocca la legenda per isolare una serie

Opinione su Israele

Fiducia in Netanyahu

Chi vede più sfavorevolmente Israele
% con opinione molto/abbastanza sfavorevole — Primavera 2026

Repubblicani

Media

Democratici

Elaborazione di Focus America su dati del Pew Research Center

L'appartenenza religiosa influenza in modo consistente le opinioni. Gli ebrei americani e i protestanti evangelici bianchi mantengono opinioni prevalentemente positive su Israele, con percentuali favorevoli del 64% e del 65%. Tra i cattolici il dato scende al 35%, tra i protestanti neri al 33%, e tra chi non si identifica con nessuna religione al 22%. Solo il 4% dei musulmani americani ha un'opinione positiva di Israele. Sulla fiducia in Netanyahu, il 56% degli ebrei americani esprime poca o nessuna fiducia, mentre tra i musulmani americani la cifra raggiunge il 91%, con il 74% che dichiara di non avere alcuna fiducia.

Anche il presidente Trump non raccoglie un consenso ampio sulla gestione dei rapporti con Israele. Più della metà degli americani (55%) esprime poca fiducia nella sua capacità di prendere buone decisioni sulla relazione tra i due Paesi, un dato sostanzialmente stabile rispetto ad agosto 2025. Circa tre quarti dei repubblicani (73%) esprimono fiducia in Trump su questo tema, contro solo il 16% dei democratici. Ma anche all'interno del campo repubblicano emerge una divisione generazionale netta: solo il 52% dei repubblicani sotto i 30 anni si fida della gestione trumpiana del rapporto con Israele, contro il 93% degli ultrasessantacinquenni.

Il conflitto tra Israele e Hamas resta personalmente importante per poco più della metà degli americani (53%), un dato stabile rispetto all'anno scorso. È però percepito come meno rilevante rispetto all'azione militare americana in Iran, che il 77% considera importante. Tra i gruppi religiosi, il 91% degli ebrei americani considera il conflitto personalmente importante, seguito dal 70% dei musulmani americani e dal 65% dei protestanti evangelici bianchi. Questi ultimi, però, attribuiscono maggiore importanza personale alla campagna militare in Iran (86%) rispetto al conflitto israelo-palestinese.

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Perché Trump non può essere rimosso


Dan Pfeiffer spiega perché invocare la rimozione presidenziale è una fantasia controproducente che distrae dall'unico obiettivo reale: riconquistare il Congresso

Il comportamento del presidente Donald Trump nelle ultime settimane ha riacceso il dibattito sul 25° emendamento della Costituzione americana, lo strumento che consente di rimuovere un presidente fisicamente o mentalmente incapace di svolgere le proprie funzioni. Decine di membri del Congresso e diversi potenziali candidati presidenziali, come il governatore dell'Illinois J.B. Pritzker, ne hanno chiesto l'attivazione. Ma secondo Dan Pfeiffer, ex consigliere di Barack Obama e autore della newsletter The Message Box, questa strada è una pura fantasia che rischia di fare più danni che altro al Partito Democratico.

La premessa del dibattito è il comportamento recente di Trump, che Pfeiffer definisce allarmante anche per gli standard del presidente. La decisione di avviare un conflitto militare in Medio Oriente contro l'Iran è stata, a suo giudizio, "bizzarra e capricciosa". Le dichiarazioni contraddittorie che ne sono seguite, con il presidente che un giorno sosteneva che gli Stati Uniti non avessero bisogno dello Stretto di Hormuz e il giorno dopo minacciava di bombardare l'Iran perché non lo riaprisse, hanno alimentato i dubbi sulla lucidità della guida presidenziale. Pfeiffer fa poi riferimento a un post pubblicato da Trump in cui il presidente minacciava esplicitamente di colpire oltre 90 milioni di iraniani, definendola "la definizione da manuale di genocidio".

Il punto centrale dell'analisi di Pfeiffer, però, non riguarda la condotta di Trump ma la risposta dei democratici. L'ex consigliere smonta il meccanismo del 25° emendamento per dimostrarne l'impraticabilità. Contrariamente a quanto molti credono, non basta che il vicepresidente e la maggioranza del gabinetto si riuniscano per rimuovere il presidente. La procedura prevede che il vicepresidente e la maggioranza del gabinetto inviino una comunicazione al Congresso dichiarando che il presidente non è in grado di svolgere le sue funzioni. A quel punto il vicepresidente diventa presidente ad interim. Ma il presidente ha la possibilità di contestare la decisione: il vicepresidente e il gabinetto devono riaffermare la loro dichiarazione e il Congresso deve riunirsi e votare entro 21 giorni. Per mantenere il presidente ad interim in carica serve una maggioranza di due terzi in entrambe le camere.

Pfeiffer sottolinea che il grado di difficoltà è molto superiore a quello dell'impeachment tradizionale, che richiede solo la maggioranza alla Camera e i due terzi al Senato. E ricorda che se il Senato non ha condannato Trump nemmeno dopo l'assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021, quando una folla di suoi sostenitori ha attaccato il Congresso, è difficile immaginare che lo faccia ora. Il primo ostacolo sarebbe convincere J.D. Vance e la maggioranza del gabinetto a votare per la rimozione. Pfeiffer descrive i membri del gabinetto come "sicofanti e lacchè incompetenti" e dice di non riuscire a pensarne nemmeno uno che metterebbe la lealtà verso il paese davanti alla lealtà verso Trump. E anche nell'ipotesi impossibile che tutto funzionasse, il risultato sarebbe Vance presidente e Mike Johnson vicepresidente.

I danni della campagna sul 25° emendamento sono, secondo Pfeiffer, concreti. Il primo problema è che crea aspettative su qualcosa che non accadrà. È un espediente per raccogliere attenzione e donazioni online, scrive l'ex consigliere, aggiungendo che lo considera "un po' irrispettoso verso i nostri elettori" promuovere un'idea sapendo che non porterà al risultato desiderato. Il secondo problema è che sposta la responsabilità sulle persone sbagliate. Vance e il gabinetto non rispondono agli elettori a novembre. I repubblicani al Congresso, invece, sì. Sono loro, sostiene Pfeiffer, che permettono a Trump di comportarsi in questo modo e sono loro che dovrebbero pagarne le conseguenze alle urne.

La conclusione di Pfeiffer è netta: non esistono scorciatoie. L'unico modo per fermare Trump è riconquistare il potere politico eleggendo un Congresso democratico. Tutto il resto, compreso il 25° emendamento, è una distrazione.

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In Arizona nasce un terzo partito, ma Dem e GOP si alleano per fermarlo


Un ex No Labels vuole chiamarsi "Partito Indipendente", ma un giudice ha bloccato il cambio di nome: potrebbe confondere gli elettori non affiliati, oltre un terzo del totale

Un terzo partito politico in Arizona sta scuotendo le certezze di democratici e repubblicani, al punto da spingerli a un'alleanza inedita: fare causa insieme per impedirgli di cambiare nome. La vicenda, raccontata dal New York Times, ruota attorno a un gruppo nato come sezione locale di No Labels, l'organizzazione centrista con sede a Washington, che ha tentato di ribattezzarsi "Arizona Independent Party", Partito Indipendente dell'Arizona. Il problema è che in Arizona gli elettori registrati come "independent", cioè non affiliati a nessun partito, rappresentano oltre un terzo dell'elettorato. Usare quella parola nel nome di un partito, secondo i suoi avversari, significherebbe attirare con l'inganno elettori che non hanno alcuna intenzione di aderire a una nuova formazione politica.

Democratici e repubblicani hanno presentato ricorso, e a marzo un giudice della contea di Maricopa, Gregory S. Como, ha dato loro ragione con una sentenza netta, definendo il cambio di nome "un'esca politica seguita da un raggiro". Il giudice ha stabilito che un partito non può cambiare denominazione senza raccogliere nuovamente le firme necessarie, ponendo una domanda retorica nella sentenza: le stesse 41.000 persone che firmarono per riconoscere il partito No Labels avrebbero firmato anche per un ipotetico "Partito Nazista dell'Arizona" o per gli "Anarchici dell'Arizona"?

La questione ha radici nel 2024, quando l'organizzazione nazionale No Labels, critica verso entrambi i partiti, annunciò l'intenzione di candidare un ticket presidenziale "unitario" per competere con Donald Trump e l'allora presidente Joseph Biden. I democratici lavorarono con successo per far deragliare l'iniziativa, sostenendo che fosse un piano per favorire Trump. L'anno successivo la sezione dell'Arizona si separò dall'organizzazione nazionale, cambiò dirigenza e chiese alla Segretaria di Stato un nuovo nome. Il risultato, paradossale in tempi di polarizzazione estrema, è stato unire i due partiti principali contro un nemico comune.

A guidare il terzo partito è Paul Johnson, ex democratico ed ex sindaco di Phoenix, che ha raccontato al New York Times la sua strategia. Johnson aveva già sostenuto, senza successo, un referendum per sostituire le primarie di partito con un sistema aperto sul modello della California, dove tutti i candidati competono nella stessa primaria e i primi due accedono al ballottaggio finale. Nei 41.000 elettori registrati sotto No Labels, Johnson ha visto lo strumento per continuare la sua battaglia per la moderazione nella politica dell'Arizona. La sua idea è che un movimento abbastanza forte da minacciare i due partiti principali li costringerebbe ad accettare riforme elettorali capaci di produrre candidati meno estremisti.

Il candidato governatore del partito, Hugh Lytle, un dirigente del settore sanitario che si definisce di centrodestra ma più liberale sulle questioni sociali, ha ambizioni concrete. Ha dichiarato al New York Times di considerare la sua candidatura praticabile indipendentemente dal nome del partito. Lytle, che in passato è stato iscritto sia ai democratici sia ai repubblicani, ha raccontato di aver votato controvoglia per l'attuale governatrice democratica Katie Hobbs nel 2022, convinto che molti elettori come lui sceglierebbero un'alternativa se ne avessero la possibilità.

La corsa al governatorato dell'Arizona si annuncia già molto combattuta. Hobbs vinse nel 2022 con appena 17.000 voti di scarto e dovrà affrontare un avversario repubblicano ancora da definire, probabilmente uno dei deputati David Schweikert o Andy Biggs. Lytle parte sfavorito, ma gli analisti ritengono che potrebbe raccogliere decine di migliaia di voti, soprattutto con il nome "Partito Indipendente" sulla scheda. A chi toglierebbe più consensi resta oggetto di dibattito. Chuck Coughlin, veterano consulente politico repubblicano poi diventato indipendente, ha sostenuto al New York Times che una quota maggiore di elettori repubblicani resterebbe fedele al proprio candidato, rendendo Hobbs più vulnerabile alla candidatura di Lytle. Chris Baker, consigliere di Schweikert, ha offerto al giornale la lettura opposta: poiché i repubblicani sono più numerosi dei democratici in Arizona, il suo partito avrebbe più da perdere, soprattutto se candidasse Biggs, fedelissimo di Trump che potrebbe alienare i moderati.

Il precedente californiano rafforza le preoccupazioni sulla confusione elettorale. In California esiste l'American Independent Party, nota soprattutto per aver candidato il segregazionista George Wallace alla presidenza nel 1968. Un'inchiesta del Los Angeles Times di una decina di anni fa concluse che tre quarti degli iscritti al partito in California lo avevano fatto per errore, inclusa l'attrice Emma Stone e Jennifer Siebel Newsom, moglie dell'allora governatore Gavin Newsom. Tutto ciò che lascia gli elettori in dubbio sul processo elettorale "è un problema serio", ha dichiarato al New York Times Tom Collins, direttore dell'Arizona Citizens Clean Elections Commission, organismo apartitico responsabile dell'educazione elettorale che ha a sua volta fatto causa contro il cambio di nome.

Se il partito non impugnerà la decisione entro il 24 aprile, Lytle e gli altri candidati compariranno sulle schede elettorali come membri di No Labels Arizona. Per Johnson sarebbe una delusione, ma la battaglia legale ha già ottenuto un risultato: far conoscere il partito. "Non l'ho fatto io, l'hanno fatto i due partiti", ha detto al New York Times. "Se torniamo a chiamarci No Labels, adesso la gente saprà perché".

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Bus gratis a New York, la promessa di Mamdani si scontra con la realtà


Mamdani aveva fatto campagna elettorale sui trasporti gratuiti, ma il piano è bloccato da vincoli di bilancio e divisioni tra i Democratici

Il sindaco di New York Zohran Mamdani ha ammesso che gli autobus gratuiti in città non diventeranno realtà quest'anno. La promessa era uno dei tre pilastri della sua campagna elettorale, insieme al blocco degli affitti e all'asilo universale. Ma i vincoli di bilancio della città e dello Stato, uniti ai disaccordi interni al Partito Democratico, hanno bloccato il piano. Lo stesso sindaco, ha rivelato Politico in un'intervista, non sembra stia spingendo con forza per realizzarlo nel breve termine.

Al posto del programma su scala cittadina, Mamdani punta ora su un progetto pilota più limitato, che i parlamentari di Albany sembrano disposti a finanziare. "Siamo incoraggiati dalle conversazioni che stiamo avendo con la governatrice e i leader legislativi per agire su questo nel 2026, come primo passo", ha dichiarato il sindaco a Politico. Un progetto pilota, però, non sarebbe una novità: già nel 2023, quando era deputato dell'Assemblea statale, Mamdani aveva ottenuto fondi per testare una linea di bus gratuiti in ciascuno dei cinque distretti della città. I risultati positivi di quell'esperimento gli erano serviti per la campagna elettorale a sindaco. Ma il programma è stato cancellato nel 2024, invece di essere ampliato, a causa di uno scontro tra Mamdani e il presidente dell'Assemblea Carl Heastie su un accordo riguardante gli alloggi nel bilancio statale.

Le due camere del parlamento statale hanno posizioni diverse sulla questione. Sia l'Assemblea che il Senato sostengono trasporti più accessibili economicamente, ma l'Assemblea ha stanziato una cifra precisa per un nuovo progetto pilota, mentre il linguaggio del Senato resta più vago.

Nel frattempo, altri esponenti democratici propongono alternative. La presidente del Consiglio comunale Julie Menin e la governatrice Kathy Hochul sostengono l'ampliamento di Fair Fares, un programma già esistente che offre tariffe scontate ai passeggeri a basso reddito per autobus e metropolitana. I sostenitori di Fair Fares sostengono che il programma possa aiutare più persone perché copre anche la metropolitana, non solo gli autobus. Attualmente il programma offre tariffe dimezzate, serve circa 400.000 persone e costa circa 96 milioni di dollari l'anno. Ampliare i requisiti di accesso e offrire corse gratuite potrebbe costare circa 150 milioni in più, ma questa stima si basa sull'ipotesi che solo metà degli aventi diritto si iscriva.

Mamdani, però, non è mai stato entusiasta di questo tipo di soluzione. Il sindaco ha un'avversione dichiarata per i programmi basati sul reddito. Già nel 2024 aveva citato proprio Fair Fares per dire che "i programmi basati sulla verifica del reddito non raggiungeranno mai tutti quelli a cui sono destinati". Lo stesso approccio universalistico si è visto nel progetto pilota per l'asilo gratuito e nell'apertura di una scuola materna gratuita in uno dei quartieri più ricchi della città.

Il senatore statale Jeremy Cooney, democratico di Rochester e presidente della commissione Trasporti del Senato, ha dichiarato a Politico che i legislatori vogliono rendere i trasporti più accessibili, ma "rendere gratuiti tutti gli autobus di New York City non è finanziariamente fattibile". Cooney ha aggiunto che potrebbe esserci margine per aiutare la città a finanziare Fair Fares, ma a condizione di ottenere più fondi anche per i sistemi di trasporto delle aree fuori New York City. Lo stesso Cooney ha rivelato che, pur avendo ricevuto altre richieste dal sindaco, non ha mai ricevuto una "richiesta diretta" sugli autobus gratuiti.

Diversi segnali indicano che Mamdani ha messo il progetto in secondo piano già da settimane. Durante un'audizione di bilancio del Consiglio comunale a marzo, il presidente della Metropolitan Transportation Authority Janno Lieber ha risposto a una proposta di autobus gratuiti durante i Mondiali di calcio di questa estate dicendo: "Non studieremo cose che non sono nell'agenda della città e dello Stato. Nessuno mi ha chiesto di offrire autobus gratis a persone che pagano 1.000 dollari a biglietto da altri Paesi". Anche i rappresentanti della città nel consiglio della Metropolitan Transportation Authority non hanno promosso la questione.

Le organizzazioni a favore dei trasporti pubblici, dal canto loro, appoggiano entrambe le soluzioni. Danny Pearlstein, portavoce della Riders Alliance, ha dichiarato a Politico che "l'accessibilità economica dei trasporti è una parte importante per rendere New York più accessibile, e questo è il fascino sia degli autobus gratuiti sia di un programma Fair Fares trasformato".

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Perché la teoria del pazzo con Trump non funziona


Il presidente americano usa minacce estreme contro l'Iran, ma il confronto storico con la strategia di Nixon in Vietnam ne rivela tutti i limiti, amplificati dalla dimensione pubblica e dalle conseguenze economiche globali

Nell'aprile del 1971, nell'Ufficio Ovale, Richard Nixon spiegava Henry Kissinger su come presentarsi ai nordvietnamiti: "Puoi dire 'non riesco a controllarlo'". "E lascia intendere che potresti usare armi nucleari". Nasceva così, nei canali segreti della diplomazia americana, quella che sarebbe diventata nota come la teoria del pazzo: l'idea che minacce estreme possano costringere l'avversario a sedersi al tavolo delle trattative.

Janan Ganesh, editorialista del Financial Times, riprende questo episodio per analizzare la strategia del presidente Trump nei confronti dell'Iran. La tesi è netta: se la teoria del pazzo non ha funzionato con Nixon, che la applicava nelle condizioni migliori possibili, ha ancora meno probabilità di funzionare oggi.

La prima differenza è la più evidente. Nixon agiva attraverso canali riservati: se avesse deciso di fare marcia indietro, nessuno lo avrebbe saputo. Trump, al contrario, ha minacciato pubblicamente di "cancellare una civiltà". La pressione per dare seguito a quelle parole diventa così enormemente più alta. Ed è proprio questo, scrive Ganesh, il motivo per cui i giochi di bluff funzionano meglio a porte chiuse.

La seconda differenza riguarda il peso economico del paese preso di mira. Il Vietnam degli anni Sessanta non era centrale per l'economia mondiale. L'Iran del ventunesimo secolo lo è in modo inequivocabile. Poche settimane di bombardamenti hanno già rischiato di innescare la peggiore crisi energetica degli ultimi cinquant'anni. Un'escalation potrebbe trasformare l'inflazione legata al prezzo del petrolio in una vera e propria carenza di approvvigionamento. Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, ha dichiarato che i danni alle infrastrutture richiederanno anni per essere riparati, senza contare il possibile esodo di profughi nel caso in cui l'Iran diventasse uno stato fallito.

Ganesh individua un paradosso strutturale nella teoria del pazzo: la minaccia è troppo estrema per essere del tutto credibile, ma se viene messa in pratica, la strategia per definizione ha fallito.

C'è poi la questione dell'opinione pubblica. Nixon lo sapeva bene: se avesse usato armi nucleari in una guerra scelta, le già violente proteste contro il conflitto in Vietnam avrebbero potuto degenerare in una crisi sociale incontrollabile. Gli alleati si sarebbero allontanati. Il blocco comunista avrebbe conquistato una superiorità morale. Allo stesso modo, Trump non può permettersi un'escalation militare quando la guerra gode dell'appoggio di appena il 34 per cento degli americani. Le autocrazie, nota l'editorialista, sanno leggere la politica interna delle democrazie: come il Nord Vietnam seppe sfruttare le divisioni americane sulla guerra, così potrebbe fare l'Iran.

L'editorialista riconosce che esiste un argomento a favore della strategia: Trump è l'unico presidente americano eletto in questo secolo sotto il quale la Russia non ha lanciato un'invasione. Vladimir Putin attaccò la Georgia sotto George W. Bush, la Crimea sotto Barack Obama, l'Ucraina intera sotto Joe Biden. Tuttavia, osserva Ganesh, il campione statistico è troppo piccolo per escludere una semplice coincidenza. Allo stesso modo, la postura nucleare aggressiva di Ronald Reagan negli anni Ottanta sembrò incosciente all'epoca, eppure prima della fine del decennio i sovietici avevano ceduto quasi senza sparare un colpo. Ma "circostanziale" resta la parola chiave: stabilire un rapporto di causa ed effetto con sufficiente certezza è quasi impossibile.

Il bilancio storico parla chiaro, secondo Ganesh: Nixon applicò la teoria del pazzo nelle migliori condizioni possibili, in segreto e contro un paese privo di rilevanza economica globale, ottenendo quasi nulla. Quando passò davvero all'azione, bombardando Cambogia e Laos, il risultato fu danneggiare la reputazione degli Stati Uniti più che strappare concessioni all'avversario. Quattro anni dopo quella conversazione nell'Ufficio Ovale, i nordvietnamiti presero Saigon. Dei 58.220 americani morti nella guerra del Vietnam, oltre 20.000 persero la vita sotto Nixon e Kissinger.

L'editorialista del Financial Times conclude con un'osservazione sui mercati finanziari, dove nota una "disperazione" nel voler scorgere astuzia e premeditazione nei comportamenti più estremi di Trump. Questo, secondo Ganesh, ha distorto le valutazioni degli investitori, troppo ottimisti all'inizio della guerra e, a giudizio di Lagarde, ancora adesso. Anche ammettendo che Trump abbia una strategia riconducibile alla teoria del pazzo, osserva Ganesh, questo non significa che sia una buona strategia. Significa soltanto che il presidente ha una lettura discutibile della storia.

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Meloni: “Niente rimpasto né voto anticipato. Noi testardamente occidentali. Se la crisi di Hormuz prosegue, sospendere il Patto di Stabilità”


@Politica interna, europea e internazionale
“Il Governo c’è, resterà in carica fino alla fine del suo mandato: non c’è alcuna intenzione di fare un rimpasto né di andare a elezioni anticipate”. Lo ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni oggi,

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Trump non ha ottenuto niente di quello che voleva da questa tregua


Lo Stretto di Hormuz è diventato lo strumento di deterrenza di Teheran: può paralizzare l'economia globale, generare miliardi di entrate e non può essere eliminato con i bombardamenti

Il presidente Trump aveva dichiarato guerra all'Iran per impedirgli di ottenere la bomba atomica. Cinque settimane dopo, con oltre 12.000 tra missili, bombe e droni lanciati contro obiettivi iraniani, nessuno degli obiettivi iniziali è stato raggiunto. L'Iran ha invece scoperto di possedere un'arma di deterrenza più efficace di qualsiasi arsenale nucleare: il controllo dello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.

Gli Stati Uniti hanno accettato ieri sera un cessate il fuoco di due settimane mentre proseguono i negoziati. Tra gli obiettivi dichiarati da Trump all'inizio del conflitto, impedire all'Iran di dotarsi di armi nucleari, eliminare le capacità missilistiche balistiche, favorire una rivolta popolare contro il regime e sradicare i gruppi alleati di Teheran nel Golfo Persico, nessuno è stato centrato. L'Iran ha accettato soltanto di riaprire lo Stretto, una via d'acqua che funzionava liberamente prima della guerra, e a condizioni che potrebbero garantire al regime introiti enormi.

I bombardamenti americani e israeliani hanno distrutto la marina iraniana e gran parte delle infrastrutture militari. Diversi leader iraniani e circa 1.500 cittadini sono morti, tra cui oltre 170 persone uccise in un attacco a una scuola femminile, apparentemente colpita per errore. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato oggi che l'Iran ha subito "una devastante sconfitta militare". Eppure questo non è bastato a piegare la capacità di Teheran di difendersi. A seconda dell'esito dei negoziati, il regime potrebbe trovarsi in una posizione strategica più forte di quella precedente al conflitto. "Il controllo dello Stretto è ora l'asset strategico vitale dell'Iran. È più importante del programma nucleare", ha dichiarato all'Atlantic Vali Nasr, professore di affari internazionali e studi mediorientali alla Johns Hopkins University.

La fragilità della tregua è apparsa evidente già oggi: l'Iran ha bloccato il transito delle navi nello Stretto dopo che Israele ha lanciato pesanti attacchi sul Libano che hanno causato centinaia tra morti e feriti. Teheran ha anche colpito gli alleati americani nel Golfo, dimostrando di sentirsi abbastanza sicura da continuare a difendere i propri alleati regionali.

L'Iran ha annunciato che imporrà un pedaggio sulle navi in transito. Trump ha ammesso che i negoziati, previsti a Islamabad, riguarderanno almeno in parte il controllo iraniano sulla via d'acqua, e ha suggerito che gli Stati Uniti potrebbero cercare di partecipare ai profitti. Il giornalista Jonathan Karl di ABC News ha riferito che Trump gli ha detto in un'intervista: "Stiamo pensando di farlo come una joint venture".

La debolezza americana in questo conflitto è stata l'assenza di obiettivi chiari. Nel corso dei 39 giorni di guerra, Trump ha offerto spiegazioni diverse e spesso contraddittorie. Il primo giorno ha parlato di cambio di regime, ma l'obiettivo è svanito quando il leader iraniano ucciso è stato sostituito dal figlio, ancora più radicale, senza alcun segno di sollevazione popolare. Il 30 marzo Trump ha affermato sui social media che il cambio di regime era avvenuto comunque, sebbene il regime fosse ancora intatto. Ha poi indicato la distruzione dei siti nucleari come ragione principale della guerra, per poi dichiarare che quei siti erano ormai inaccessibili sotto le macerie. Ha ripetuto più volte che gli Stati Uniti avevano già vinto, senza spiegare perché prevedesse altre due o tre settimane di conflitto.

L'Iran, al contrario, ha mantenuto obiettivi costanti: la sopravvivenza del regime e un risarcimento per i danni di guerra. Ha scoperto che entrambi potevano essere raggiunti controllando lo Stretto e colpendo le forze americane e gli alleati del Golfo con droni economici e abbondanti.

Prima della guerra, fino a 135 navi al giorno transitavano nello Stretto, largo appena 20 miglia nel punto più stretto, trasportando petrolio da Kuwait, Arabia Saudita e Iraq, oltre a forniture essenziali per l'industria globale dei fertilizzanti. Lo Stretto si è chiuso di fatto intorno al 2 marzo, quando imbarcazioni veloci, droni e missili iraniani hanno reso il transito troppo rischioso per le compagnie di navigazione e i loro assicuratori. Il prezzo del greggio Brent, che era circa 73 dollari al barile prima della guerra, ha raggiunto un picco di quasi 120 dollari, con previsioni di 150 dollari in caso di chiusura prolungata.

Durante il conflitto, l'Iran ha negoziato tariffe di transito con singoli Paesi, arrivando a chiedere fino a 2 milioni di dollari per il passaggio di una nave. Secondo i termini del cessate il fuoco proposti dal regime, il transito sicuro deve essere negoziato con l'esercito iraniano. Se l'Iran manterrà le tariffe attuali, potrebbe incassare fino a 90 miliardi di dollari l'anno, pari a circa un quinto del suo PIL: entrate che prima del conflitto non esistevano. Il Financial Times ha riportato oggi che l'Iran propone un pagamento di 1 dollaro per ogni barile di petrolio in transito, da versare in criptovaluta.

Un'esercitazione condotta dall'Hudson Institute, un think tank di Washington, su incarico della Marina americana, aveva già evidenziato la vulnerabilità dello Stretto. L'esercitazione ha concluso che l'Iran poteva chiuderlo facilmente e a basso costo, mentre la riapertura da parte degli Stati Uniti sarebbe stata complessa e rischiosa, richiedendo settimane di operazioni militari e poi mesi di presidio. "L'aspettativa non era che avremmo vinto", ha dichiarato all'Atlantic Bryan Clark, ricercatore dell'istituto ed ex ufficiale della Marina. "L'aspettativa era che avremmo riaperto lo Stretto e poi avremmo dovuto difenderlo continuamente".

I negoziati, mediati dal Pakistan, definiranno se la guerra è davvero finita. Oggi Reuters ha riferito che l'Iran ha attaccato l'oleodotto saudita che aggira lo Stretto. Trump sembra però pronto a voltare pagina: ha in programma una visita in Cina a metà maggio e le elezioni di metà mandato di novembre si avvicinano. Il presidente ha scritto sui social media che lavorerà con l'Iran e avvierà discussioni sull'alleggerimento delle sanzioni, annunciando anche dazi del 50% sulle esportazioni verso gli Stati Uniti da qualsiasi Paese che fornisca armi a Teheran. Gli alleati americani nel Golfo e in Europa si trovano a fare i conti con le conseguenze durature del conflitto e a interrogarsi sulle garanzie di sicurezza di Washington. Come ha osservato all'Atlantic Richard Nephew, esperto di armi nucleari e sanzioni al Washington Institute for Near East Policy, "dalla prospettiva dell'Iran, è sia strategicamente pericoloso sia una cattiva idea lasciar aprire lo Stretto senza qualche forma di compensazione economica".

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Iran, Trump dichiara vittoria ma il regime è intatto. E i repubblicani temono di perdere le midterm


Trump celebra il cessate il fuoco come un "trionfo storico", ma Teheran controlla ancora lo Stretto di Hormuz e conserva il suo uranio arricchito. La NATO è sempre più in crisi. Scommesse sospette su Polymarket alimentano i dubbi su possibile insider trading.

L'Amministrazione Trump ha dichiarato vittoria nella campagna militare contro l'Iran a meno di 24 ore dall'annuncio del cessate il fuoco. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha parlato di una "vittoria militare storica e schiacciante", sostenendo che gli Stati Uniti abbiano raggiunto "ogni singolo obiettivo" che si erano posti. Sul piano strategico, però, il bilancio appare più ambiguo. E dentro lo stesso Partito repubblicano cresce il timore che la guerra possa costare il controllo del Congresso alle elezioni di novembre.

Stando alle dichiarazioni di Hegseth, le forze americane hanno affondato la Marina iraniana, colpito le capacità di produzione di missili balistici e droni e distrutto gran parte delle difese aeree del Paese. Ma il regime che governa Teheran da 47 anni è ancora al potere. L'Iran possiede ancora circa 440 kg di uranio altamente arricchito, secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, e continua a controllare lo Stretto di Hormuz, dove transita circa il 20 per cento del petrolio mondiale.

Lo stesso Trump, in un post su Truth Social, sembra aver messo in dubbio la narrazione della piena vittoria avvertendo che le forze americane resteranno nella regione fino alla completa attuazione dell'accordo del cessate il fuoco. Se Teheran non dovesse rispettare i termini concordati, ha scritto, riprenderanno bombardamenti "più intensi, sofisticati e potenti che mai".

Lo Stretto e l'uranio: le due leve di Teheran


I negoziati per il raggiungimento di una pace definitiva cominceranno questo fine settimana a Islamabad, con il vicepresidente JD Vance a capo della delegazione americana. L'Iran si presenta al tavolo con carte importanti. La sua proposta iniziale, un piano in 10 punti, prevede un pedaggio di 2 milioni di dollari per ogni nave in transito nello Stretto, oltre che garanzie di non aggressione, il riconoscimento del diritto all'arricchimento dell'uranio, la revoca di tutte le sanzioni e il pagamento di risarcimenti.

Il blocco imposto dall'Iran sullo Stretto ha fatto impennare il prezzo del petrolio. Negli Stati Uniti, in un mese, il prezzo della benzina è aumentato di circa un dollaro al gallone. Quando martedì sera è trapelata la notizia del cessate il fuoco, i prezzi sono crollati, ma restano comunque molto più alti rispetto a prima della guerra. Trump stesso ha lasciato intendere che il controllo iraniano sullo Stretto potrebbe non cambiare in tempi brevi. Quando il giornalista Jonathan Karl di ABC News gli ha chiesto se potesse accettare un pedaggio iraniano, ha risposto: "Stiamo pensando di farlo come una joint venture".

Sull'uranio, Hegseth ha assicurato che le scorte iraniane sono sotto sorveglianza. "È sepolto e lo stiamo osservando. Sappiamo esattamente cosa hanno", ha detto al Pentagono, aggiungendo: "Ce lo consegneranno o lo elimineremo". Teheran, però, continua a mantenere toni di sfida e non sembra intenzionata a cedere facilmente neppure su questo.

Analisi
Cessate il fuoco con l'Iran: vittoria o trappola?
Numeri, leve negoziali e rischi politici — aprile 2026

Bilancio Negoziati Politica Usa Insider trading?Insider?

Risultati ottenuti dagli Usa

Marina iraniana affondata
Raggiunto

La flotta militare iraniana è stata distrutta. Anche le capacità missilistiche e di produzione droni sono state colpite duramente.

Difese aeree distrutte
Raggiunto

Gran parte del sistema di difesa aerea iraniano è stato neutralizzato durante la campagna.

Regime ancora al potere
Non raggiunto

Il regime che governa Teheran da 47 anni resta in carica. Nessun cambio di regime ottenuto nonostante le dichiarazioni di Trump.

Uranio non sequestrato
Non raggiunto

L'Iran possiede ancora circa 440 kg di uranio altamente arricchito, secondo l'AIEA. Hegseth assicura che è "sotto sorveglianza", ma non è stato recuperato.

Hormuz ancora bloccato
Critico

L'Iran controlla ancora lo Stretto, dove prima della guerra transitava il 20% del petrolio mondiale. Trump ha lasciato intendere che potrebbe accettare un "pedaggio" iraniano sulle navi.

Leve dell'Iran al tavolo di Islamabad

~440 kg
Uranio altamente arricchito
Fonte AIEA

~20%
Del greggio mondiale via Hormuz

Il piano in 10 punti di Teheran

2 mln $ a nave
Pedaggio proposto per il transito nello Stretto

La proposta iniziale iraniana include anche garanzie di non aggressione, diritto all'arricchimento dell'uranio, revoca di tutte le sanzioni e pagamento di risarcimenti.

Joint venture?
Risposta di Trump sulla gestione dello Stretto

Alla domanda di Jonathan Karl (ABC) se potesse accettare un pedaggio iraniano, Trump ha risposto: "Stiamo pensando di farlo come una joint venture".

Tregua già in bilico

Libano escluso dal cessate il fuoco

L'Iran insiste sull'inclusione del Libano. La Casa Bianca però afferma che non rientra negli accordi. Teheran denuncia Washington di averlo già messo in discussione. Finora più di 1.500 morti e un milione di sfollati nel conflitto libanese.

Iran: "Le mani restano sul grilletto"

Il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale ha avvertito che se i negoziati falliranno le operazioni militari riprenderanno. Il Parlamento iraniano accusa gli Usa di aver violato 3 termini dell'accordo.

Gradimento e benzina

40%
Gradimento Trump
Aggregato FocusAmerica

65%
Disapprova gestione benzina
Navigator Research

+1 $/gallone
Aumento benzina in un mese
Sopra i 4 dollari al gallone

Segnali elettorali

Georgia
Suppletiva: candidato Dem perde di 12 punti in un seggio che Trump aveva vinto di 37
Swing di 25 punti verso i Dem

Wisconsin
Progressista vince alla Corte suprema statale anche in roccaforti repubblicane
Swing significativo rispetto al 2024

La frattura NATO

Alleati assenti dalla guerra
La NATO ha rifiutato di partecipare al conflitto

Trump su Truth Social: "La NATO non c'era quando ne avevamo bisogno". Rubio annuncia un riesame dell'alleanza. Washington non può uscire dalla NATO senza il Congresso, ma può ridurre la cooperazione.

Scommesse sospette su Polymarket

50+
Account creati il giorno stesso della scommessa

7 apr
Scommesse piazzate ore prima dell'annuncio tregua

Profitti sospetti

200k $
Profitto in poche ore
Account creato il giorno stesso · investiti ~72k $

125k $
Secondo account sospetto
Aperto il giorno prima · schema identico

Precedente

Caso Maduro
Schema già visto nella cattura del presidente venezuelano

Account nuovi avevano piazzato scommesse analoghe poche ore prima della cattura di Maduro, realizzando centinaia di migliaia di dollari. Gruppi bipartisan al Congresso propongono di estendere le norme sull'insider trading ai mercati predittivi.

Elaborazione FocusAmerica su dati New York Times, Politico, AP, Navigator Research, dati blockchain Polymarket · aprile 2026

Il cessate il fuoco è già in bilico


La tregua, intanto, ha mostrato segni di fragilità da subito. Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Qalibaf ha accusato Washington di avere violato almeno tre termini dell'accordo, soprattutto per avere escluso il Libano dal cessate il fuoco. L'Iran insiste sul fatto che qualsiasi intesa debba comprendere anche la fine delle ostilità in Libano, dove Israele ha invaso il sud del Paese contro Hezbollah. In questa fase del conflitto libanese sono state uccise più di 1.500 persone e oltre un milione sono state sfollate.

La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha però confermato che il Libano non rientra nell'accordo. Il Ministero degli Esteri iraniano ha così accusato Washington di aver già messo in discussione l'accordo. Il Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano ha successivamente avvertito che, se i negoziati falliranno, "le nostre mani restano sul grilletto".

Trump attacca di nuovo la NATO


La guerra ha anche aperto una frattura profonda con gli alleati della NATO, che hanno rifiutato di partecipare al conflitto. Dopo un incontro di due ore alla Casa Bianca con il Segretario Generale dell'Alleanza Atlantica Mark Rutte, Trump ha ribadito il suo pensiero su Truth Social:

"La NATO non c'era quando ne avevamo bisogno, e non ci sarà se ne avremo bisogno di nuovo".


Il Segretario di Stato Marco Rubio ha preannunciato nei giorni scorsi che gli Stati Uniti riesamineranno il proprio rapporto con l'Alleanza al termine del conflitto. "Dovremo chiederci se questa alleanza stia ancora servendo al suo scopo o se sia diventata una strada a senso unico, dove l'America difende l'Europa ma quando ha bisogno degli alleati questi negano basi e sorvolo", ha detto.

Trump non può uscire formalmente dalla NATO senza l'approvazione del Congresso, ma può ridurre la cooperazione militare con i Paesi alleati. Da parte loro, i Paesi europei hanno già fatto sapere che queste minacce, da sole, hanno danneggiato gravemente l'Alleanza.

I repubblicani temono un disastro elettorale a novembre


A Washington, il cessate il fuoco non ha placato i timori dentro il Partito repubblicano. "Questa guerra cementa praticamente il fatto che perderemo le elezioni di novembre, Senato e Camera", ha detto a Politicouna persona vicina alla Casa Bianca.

I segnali, per i repubblicani, sono tutti negativi. Martedì, nelle elezioni suppletive in Georgia per il seggio che fu di Marjorie Taylor Greene, il candidato democratico ha perso di 12 punti in un distretto dove però Trump aveva vinto di 37 nel 2024. In Wisconsin, il candidato progressista alla Corte Suprema statale ha stravinto conquistando anche roccaforti repubblicane. Il gradimento di Trump nei sondaggi è sceso intanto al 40%.

Il prezzo della benzina, salito sopra i 4 dollari al gallone, è diventato un'arma politica per i democratici. Un sondaggio di Navigator Research indica che il 65% degli elettori disapprova la gestione di Trump sui prezzi del carburante. "Trump se ne deve assumere la responsabilità", ha detto a Politico uno stratega repubblicano della Georgia, aggiungendo che con un gradimento sotto il 35% "sarebbe un bagno di sangue".

Scommesse sospette su Polymarket prima della tregua


A rendere ancora più controverso l'annuncio della tregua sono state le scommesse piazzate su Polymarket. Un'analisi dei dati pubblici della blockchain mostra che almeno 50 account, creati da poco, hanno puntato parecchi soldi sul cessate il fuoco il 7 aprile, diverse ore prima dell'annuncio, in un momento in cui la retorica di Trump faceva però pensare più a un'escalation che a una tregua.

Uno di questi account, creato martedì mattina, ha investito circa 72.000 dollari e incassato un profitto di 200.000. Un altro, aperto il giorno prima, ha guadagnato 125.500 dollari. Lo schema ricalca episodi precedenti: account nuovi avevano piazzato scommesse analoghe poche ore prima della cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro, realizzando centinaia di migliaia di dollari di profitto.

Non meraviglia dunque il fatto che esponenti bipartisan al Congresso abbiano presentato proposte di legge per estendere la definizione di insider trading ai mercati predittivi. "Questi mercati hanno bisogno di regolamentazione", ha detto Todd Phillips, professore alla Georgia State University. "Non possiamo permettere che le persone facciano trading usando informazioni privilegiate".

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La rassegna stampa di giovedì 9 aprile 2026


La fragile tregua con l'Iran scatena divisioni interne nel movimento MAGA mentre crescono le incertezze sulla riapertura dello Stretto di Hormuz

Questa è la rassegna stampa di giovedì 9 aprile 2026

La tregua con l'Iran mostra già le prime crepe


La tregua di due settimane tra Stati Uniti e Iran, annunciata dal presidente Trump, è già in difficoltà dopo meno di 24 ore. L'Iran ha accusato gli Stati Uniti di violare l'accordo a causa degli attacchi israeliani al Libano, mentre permangono dubbi sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il vicepresidente Vance guiderà i negoziati questo weekend.

Fonti: New York Times, Bloomberg Politics, The Hill

La divisione nel movimento MAGA sulla guerra con l'Iran


L'accordo di cessate il fuoco con l'Iran ha provocato una frattura all'interno del movimento MAGA di Trump. Molti sostenitori hanno espresso rabbia sui social media, considerando l'accordo un tradimento delle promesse elettorali. La spaccatura evidenzia tensioni crescenti tra l'approccio diplomatico e le aspettative dei sostenitori più radicali.

Fonti: New York Times, Financial Times, The Hill

Il tasso di fertilità degli Stati Uniti raggiunge un nuovo minimo storico


I dati del CDC mostrano che il tasso di fertilità americano ha raggiunto un nuovo record negativo nel 2025, continuando un declino iniziato nel 2007. Il calo è particolarmente pronunciato tra le adolescenti, con implicazioni significative per la crescita demografica del paese.

Fonti: New York Times, Wall Street Journal

L'FBI arresta un ex dipendente militare per fuga di notizie classificate


L'FBI ha arrestato Courtney Williams, 40 anni, ex dipendente di Fort Bragg, accusata di aver fornito informazioni classificate a un giornalista che indagava su morti e traffico di droga nella base militare. L'arresto è stato annunciato dal direttore dell'FBI Kash Patel.

Fonti: The Guardian, The Hill

Un tribunale federale respinge la richiesta di Anthropic contro il Pentagono


Una corte d'appello federale ha negato la richiesta di Anthropic di sospendere temporaneamente la designazione del Pentagono che etichetta la compagnia di intelligenza artificiale come "rischio per la catena di approvvigionamento". La decisione complica la battaglia legale tra il governo e l'azienda AI.

Fonti: New York Times, The Hill

Trump critica la NATO dopo l'incontro con il segretario generale Rutte


Il presidente Trump ha attaccato duramente l'alleanza NATO in seguito a un incontro con il segretario generale Mark Rutte, dichiarando che "la NATO non c'era quando ne avevamo bisogno e non ci sarà se dovessimo averne bisogno di nuovo". Le critiche arrivano in un momento di tensioni con gli alleati europei.

Fonti: The Hill

Un medico hawaiano condannato per tentato omicidio della moglie


Gerhardt Konig, 47 anni, anestesista delle Hawaii, è stato condannato per tentato omicidio colposo dopo aver attaccato la moglie Arielle durante un'escursione su una scogliera vicino a Honolulu. I procuratori avevano sostenuto che l'uomo aveva pianificato di uccidere la consorte durante una gita di compleanno.

Fonti: The Guardian, New York Times

Marzo stabilisce un nuovo record per il mese più caldo nella storia degli Stati Uniti


I dati della NOAA mostrano che marzo 2026 è stato il mese più caldo mai registrato nella storia americana, con temperature superiori di 9,4 gradi Fahrenheit rispetto alla media del XX secolo. Dieci stati hanno stabilito record di temperatura per il mese di marzo.

Fonti: The Hill

La "Regina della Ketamina" condannata a 15 anni per la morte di Matthew Perry


Jasveen Sangha, soprannominata la "Regina della Ketamina", è stata condannata a 15 anni di prigione per il suo ruolo nella morte per overdose dell'attore Matthew Perry. È la condanna più severa finora emessa per i responsabili della morte della star di "Friends".

Fonti: New York Times

Le esportazioni petrolifere americane verso nuovi record per la guerra in Iran


Le esportazioni di petrolio degli Stati Uniti si dirigono verso livelli record mentre una "armata" di petroliere asiatiche si dirige verso i porti americani a causa delle carenze energetiche scatenate dalla guerra in Iran. Il Regno Unito è diventato la principale destinazione per il carburante americano per jet dopo la riduzione dei flussi dal Golfo.

Fonti: Financial Times, Financial Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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John Deere pagherà 99 milioni di dollari in un monumentale accordo per il diritto alla riparazione

Il colosso della produzione agricola metterà inoltre a disposizione di terzi, per 10 anni, strumenti digitali per la diagnostica, la manutenzione e la riparazione.

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Trump valuta di spostare le truppe Usa in Europa per punire i Paesi NATO meno allineati sull'Iran


Secondo il Wall Street Journal, la Casa Bianca sta studiando il possibile trasferimento dei soldati e la chiusura delle basi militari nei Paesi giudicati considerati come poco collaborativi, mentre si allarga la frattura transatlantica.

Donald Trump starebbe valutando un piano per punire alcuni Paesi della NATO ritenuti poco collaborativi con gli Stati Uniti e Israele durante la guerra con l’Iran. A scriverlo è il Wall Street Journal, secondo cui la proposta prevede di trasferire truppe americane dai Paesi dell’Alleanza Atlantica considerati meno utili allo sforzo bellico a quelli che avrebbero invece sostenuto con maggiore convinzione la campagna militare americana.

Il piano, sempre secondo il quotidiano statunitense, è ancora in una fase iniziale, ma nelle ultime settimane avrebbe raccolto sostegno tra alti funzionari dell’Amministrazione Trump e rientrerebbe tra le diverse opzioni discusse dalla Casa Bianca per colpire la NATO. La misura sarebbe comunque decisamente più limitata rispetto alle recenti minacce di Trump di ritirare completamente gli Stati Uniti dall’Alleanza Atlantica, ipotesi che per legge non può concretizzarsi senza il via libera del Congresso.

La proposta rifletterebbe però il netto peggioramento dei rapporti tra Washington e gli alleati europei dopo la decisione del presidente statunitense di entrare in guerra con l’Iran senza consultare i partner. Proprio oggi il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, si è recato a Washington per incontrare Trump e cercare di rafforzare i rapporti con il presidente americano nonostante le forti tensioni all’interno dell’Alleanza transatlantica.

Frattura atlantica
Trump valuta di ridistribuire le truppe Usa in Europa per punire gli alleati
Chi perde e chi guadagna nella nuova mappa della Nato — aprile 2026

Mappa Paesi Contesto Tensioni

Presenza militare Usa in Europa

84.000
Soldati Usa in Europa

5%
Spesa difesa/Pil richiesta da Trump

L'equilibrio che cambia

Truppe via
Truppe in arrivo

Spagna · Germania · Italia · Francia Polonia · Romania · Lituania · Grecia

"È molto triste che la Nato abbia voltato le spalle al popolo americano nelle ultime sei settimane"
— Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca

Paesi penalizzati — Possibile ritiro truppe o chiusura basi

Spagna
Spazio aereo negato

Unico Paese Nato a non aver promesso una spesa difesa al 5% del Pil. Ha impedito agli aerei Usa coinvolti nell'operazione contro l'Iran di usare il proprio spazio aereo. Candidata alla chiusura di una base americana.

Germania
Critiche alla guerra

Alti funzionari tedeschi hanno criticato la guerra in Iran. Berlino resta uno degli hub militari più importanti per le operazioni Usa in Medio Oriente. Già nel 2020 Trump ordinò il ritiro di 12.000 soldati, decisione annullata da Biden.

Italia
Base bloccata

Ha inizialmente bloccato l'uso di una base in Sicilia da parte degli Stati Uniti. Il ministro della Difesa italiano è rimasto bloccato a Dubai alla chiusura dello spazio aereo emiratino all'inizio della guerra.

Francia
Uso condizionato

Ha autorizzato l'uso di una base nel sud del Paese solo dopo aver ottenuto garanzie che vi sarebbero atterrati aerei non coinvolti nei raid contro l'Iran.

Paesi premiati — Possibile rafforzamento presenza Usa

Polonia
Allineata

Tra i Paesi con la spesa militare più alta dell'Alleanza. Considerata favorevole alla linea americana. Disponibile a sostenere la coalizione per il monitoraggio di Hormuz.

Romania
Basi approvate

Ha approvato rapidamente le richieste americane per l'uso delle proprie basi da parte dell'Air Force dopo l'inizio della guerra. Alta spesa militare rispetto al Pil.

Lituania
Allineata

Paese baltico con elevata spesa militare. Tra i primi a segnalare disponibilità a sostenere la coalizione internazionale per il monitoraggio di Hormuz.

Grecia
Allineata

Posizione strategica nel Mediterraneo orientale. Tra i Paesi con i più alti livelli di spesa militare nell'Alleanza.

La posta in gioco

84.000
Soldati Usa dispiegati in Europa

12.000
Ritirati dalla Germania nel 2020, reintegrati da Biden nel 2021

Deterrenza
Le basi Usa in Europa orientale frenano la Russia

Economia
Le basi americane sono un vantaggio economico per i Paesi ospitanti

Il rischio strategico

"Sono molto deluso dalla Nato. Il mancato sostegno alla guerra è una macchia che non sparirà mai"
— Donald Trump, lunedì

⚠ Più truppe vicino al confine russo
Lo spostamento verso Est rischia di irritare Mosca. Trump ha anche ventilato l'ipotesi di lasciare del tutto l'Alleanza, ma per legge serve il via libera del Congresso.

Tocca un evento per i dettagli

2020
Trump ordina il ritiro di 12.000 soldati dalla Germania

Decisione del primo mandato, motivata dalla spesa militare tedesca giudicata insufficiente. Biden annulla il ritiro nel 2021.

Gen 2025
Ritorno di Trump alla Casa Bianca: dazi, Groenlandia, Putin

Impone dazi all'Europa, apre un dialogo con Putin sull'Ucraina e preme sulla Danimarca per la Groenlandia. Serie di crisi diplomatiche con gli alleati Nato.

Mar 2026
Inizia la guerra con l'Iran senza consultare gli alleati

Gli alleati europei non vengono consultati in anticipo. Due ministri della Difesa Nato (Estonia e Italia) restano bloccati a Dubai dopo la chiusura dello spazio aereo emiratino.

Apr 2026
Rutte vola a Washington per tentare la mediazione

Il segretario Nato cerca di rafforzare i rapporti con Trump nonostante le tensioni. La Casa Bianca annuncia una "conversazione molto franca e diretta".

Apr 2026
Il WSJ rivela il piano di redistribuzione delle truppe

Proposta ancora in fase iniziale ma con sostegno tra alti funzionari. Prevede trasferimento truppe dai Paesi "poco collaborativi" verso quelli più allineati. Possibile chiusura di almeno una base.

Fonti: Wall Street Journal · aprile 2026

In precedenza, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt aveva detto che è “molto triste” che la NATO abbia “voltato le spalle al popolo americano” nelle ultime sei settimane, nonostante siano proprio gli americani, ha sostenuto, a finanziare con i propri soldi la difesa europea. Leavitt aveva aggiunto che Trump intendeva avere con Rutte una conversazione molto franca e diretta su questo tema.

Gli Stati Uniti hanno attualmente circa 84 mila soldati dispiegati in Europa, anche se il numero può variare in base alle esercitazioni e ai dispiegamenti a rotazione. Le basi americane nel continente sono un nodo fondamentale per le operazioni militari globali degli Stati Uniti e rappresentano anche un vantaggio economico per i Paesi che le ospitano. Nell’Europa orientale, inoltre, svolgono una funzione di deterrenza nei confronti della Russia. Già nel 2020, durante il suo primo mandato, Trump aveva ordinato il ritiro di circa 12 mila soldati dalla Germania, decisione poi annullata da Joe Biden dopo il suo insediamento nel 2021.

Non è ancora chiaro quali Paesi potrebbero perdere truppe o basi americane, anche se diversi membri dell’Alleanza Atlantica sono entrati in contrasto con Trump dal suo ritorno alla Casa Bianca e, più di recente, hanno attirato le sue critiche per le obiezioni alla guerra in Iran. Il Wall Street Journal cita tra i casi più evidenti quello della Spagna, unico Paese NATO a non avere promesso una spesa per la difesa pari al 5 per cento del PIL, che avrebbe anche impedito agli aerei americani coinvolti nell’operazione contro l’Iran di usare il proprio spazio aereo.

Secondo il quotidiano americano, l’Amministrazione Trump avrebbe espresso frustrazione anche verso la Germania, dopo le critiche di alcuni alti funzionari tedeschi alla guerra voluta da Trump, nonostante il Paese resti uno dei più importanti hub militari statunitensi per il sostegno alle operazioni in Medio Oriente. Anche l’Italia avrebbe inizialmente bloccato l’uso di una base in Sicilia da parte degli Stati Uniti, mentre la Francia avrebbe autorizzato l’impiego di una base nel sud del Paese solo dopo avere ottenuto la garanzia che vi sarebbero atterrati aerei non coinvolti nei raid contro l’Iran.

Oltre al riposizionamento delle truppe, il piano potrebbe comprendere anche la chiusura di almeno una base americana in Europa, forse proprio in Spagna o in Germania. Al contrario, i Paesi che potrebbero beneficiare di un rafforzamento della presenza militare americana sarebbero Polonia, Romania, Lituania e Grecia.

Questi Paesi sono considerati più favorevoli alla linea americana, hanno tra i più alti livelli di spesa militare dell’Alleanza e sono stati tra i primi a segnalare la disponibilità a sostenere una coalizione internazionale per il monitoraggio dello Stretto di Hormuz. Dopo l’inizio della guerra, la Romania avrebbe approvato rapidamente le richieste americane per l’uso delle proprie basi da parte dell’Air Force. Un simile riassetto porterebbe però più truppe americane vicino al confine russo, con il rischio di irritare ulteriormente Mosca.

La guerra con l’Iran è comunque soltanto l’ultimo episodio di una serie di crisi diplomatiche che hanno investito la NATO dal ritorno di Trump alla Casa Bianca. In precedenza il presidente aveva già irritato gli alleati con i dazi imposti all’Europa, con l’apertura al dialogo con Vladimir Putin nel tentativo, fallito, di porre fine alla guerra in Ucraina e soprattutto con le pressioni sulla Danimarca per annettere la Groenlandia.

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In Russia, Putin vede qualcosa che non si vedeva da anni: un calo notevole nei tassi di approvazione

Forse sono le diffuse interruzioni di Internet mobile ordinate dallo Stato che hanno sconvolto la vita di milioni di russi, soprattutto a Mosca.
Forse sono gli attacchi dei droni ucraini che hanno interrotto i piani di volo dei russi’ e ha gravemente ridotto le esportazioni russe di petrolio nel Mar Baltico.
Forse è il abbattimento di massa di bestiame infetto ciò ha scatenato urla di indignazione da parte degli agricoltori siberiani.
Forse è la guerra totale contro l'Ucraina che, nonostante le promesse del Cremlino di una rapida vittoria, infuria nel suo quinto anno, con le forze di Kiev che tengono la Russia quasi in una situazione di stallo e i morti e i feriti di guerra di Mosca che superano gli 1,2 milioni.

Indipendentemente dal motivo, il fatto è che il presidente russo Vladimir Putin non è più popolare come una volta.

rferl.org/a/russia-putin-appro…

@Politica interna, europea e internazionale

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I lobbisti del settore tecnologico dei data center sono allarmisti nel tentativo di revocare retroattivamente la legge sul diritto alla riparazione

I lobbisti di importanti aziende tecnologiche come Cisco e IBM stanno cercando di far approvare in Colorado una legge che annullerebbe drasticamente una legge rivoluzionaria sul diritto alla riparazione, con il pretesto di proteggere la sicurezza nazionale e i data center.

404media.co/data-center-tech-l…

@pirati@feddit.it


Data Center Tech Lobbyists Fearmonger in Attempt to Retroactively Roll Back Right to Repair Law


Lobbyists for major tech firms like Cisco and IBM are trying to push through legislation in Colorado that would drastically roll back a groundbreaking right to repair law under the guise of protecting national security and data centers.

The legislation, which passed through a Colorado state senate committee on Thursday, would exempt hardware from the existing right to repair law if that hardware “is considered critical infrastructure.” One of the issues with this is that “critical infrastructure” is very broadly defined, and could include essentially anything. In practice, the law could essentially repeal huge parts of one of the most important right to repair laws in the United States.

“It relies on a broad, vague definition that allows the manufacturer themselves to self-designate whether their equipment is for critical infrastructure,” Louis Rossmann, a right to repair expert and popular YouTuber, testified at a hearing on the bill Thursday. “So if a laptop manufacturer knows the Pentagon buys their laptops, they can declare that line exempt. If a networking company sells a $20 switch to a federal building, they can claim that hardware is critical infrastructure. It’s a blank check for manufacturers to exempt themselves.”

Ever since consumer rights advocates began pushing for right to repair legislation roughly a decade ago, hardware manufacturers have been fear mongering to lawmakers by telling them that right to repair would introduce security threats by requiring them to reveal proprietary information about their products. In practice, the exact opposite has happened, because greater access to repair parts, tools, diagnostic software, and repair guides means that broken equipment that could potentially be more vulnerable to hacking attempts can be fixed more quickly.

“When we talk about critical infrastructure and fixing things, we often do not have time to wait for an official fix from a company that may not be motivated to fix things,” Andrew Brandt, a security researcher and cofounder of the nonprofit Elect More Hackers, testified Thursday. “What ends up happening is that with smaller companies, where they may have spent most of their budget buying some firewall or router that they can no longer afford, they end up in a situation where they’re just going to keep running that device in an unsafe state and leave themselves vulnerable to cyber attack.”

The groups pushing for this legislative rollback appear to be legacy enterprise hardware manufacturers, who highlighted during the hearing the fact that their technology is increasingly being used in data centers, which seem to be one of the only things the current American economy seems capable of building. Lobbyists for the Consumer Technology Association, which represents many large manufacturers, testified in support of the bill, as did Joseph Lee, who works for Cisco.

“While Cisco appreciates the arguments offered in favor of right to repair devices, not all digital technology devices are equal. A router used in a home is fundamentally different from the infrastructure equipment used to manage a power grid or secure confidential state agency data,” Lee said.

Chris Bresee, a lobbyist with the National Electrical Manufacturers Association, also highlighted the fact that, broadly, there is IT equipment that will need repairs at data centers.

“A growing number of products in data centers with connection to our electric grid as well. It is of the utmost importance to safeguard these critical systems,” he said. “This is not an argument against repair or against consumers rights, it is a recognition that fixing a smartphone is not the same as modifying systems that keep the lights on for our country.”

The argument being made by these lobbyists and major tech companies is that only the manufacturers or their authorized representatives should be allowed to fix these types of electronics. But, again, the definition of “critical infrastructure” is so broad that it can be applied to almost any type of electronic, and there is nothing fundamentally different between a router used at a data center and a router used in a school, business, or home.

“You look at who is backing this bill, it is large firms like Cisco and IBM. They sell information technology equipment to tens of thousands of Colorado businesses, and they are looking to create a de facto monopoly on that service, which exists in the states that have denied this business to business right to repair,” Paul Roberts, a cybersecurity expert and founder of SecuRepairs testified. “The big tech companies backing the bill are using a very real concern about cybersecurity and resilience of US critical infrastructure to pad their bottom line, locking in a monopoly on service and repair. Cyber attacks on US critical infrastructure are rampant and have nothing to do with information covered by Colorado’s right to repair law.”


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Una donna può vincere nel 2028, nonostante le sconfitte di Clinton e Harris


Le due sconfitte democratiche con candidate donne si sono decise per margini minimi e in condizioni politiche sfavorevoli. La ricerca accademica conferma che le donne ottengono risultati simili agli uomini quando si candidano

Dopo la vittoria di Donald Trump nel 2024, una parte del Partito Democratico ha tratto una conclusione apparentemente logica: candidare una donna alla presidenza è una scelta perdente. Hillary Clinton ha perso nel 2016, Kamala Harris nel 2024, Joe Biden ha vinto nel 2020. Il ragionamento sembra lineare, ma secondo un'analisi di Geoffrey Skelley pubblicata su Decision Desk HQ è anche semplicistico e fuorviante.

Un articolo di Axios della settimana scorsa ha rivelato che molti dirigenti democratici discutono, perlopiù a porte chiuse, se il partito debba candidare un uomo bianco e cristiano nel 2028 per riconquistare la presidenza. Un sondaggio AP/NORC del dicembre 2024 ha fotografato il pessimismo diffuso: circa due democratici su cinque hanno dichiarato di ritenere "poco probabile" o "per nulla probabile" che una donna venga eletta presidente nel corso della loro vita. Tra i repubblicani la percentuale scende a circa uno su quattro.

Il problema di questa lettura è che si basa su un campione di due sole elezioni, ignorando il contesto in cui si sono svolte. Sia la sconfitta di Clinton sia quella di Harris rientrano tra le dieci elezioni presidenziali più combattute dal 1864 a oggi, misurate in base al margine di voto popolare nazionale. Clinton nel 2016 ottenne addirittura più voti popolari di Trump, che registrò il secondo peggior scarto tra i candidati vincitori nella storia del Collegio Elettorale.

Se si considera il Collegio Elettorale, che è il sistema che effettivamente elegge il presidente, i numeri sono ancora più eloquenti. Nel 2016 Clinton perse tre Stati decisivi per un totale di circa 78.000 voti, lo 0,06% dei 137 milioni di voti espressi: la quinta percentuale più bassa dal 1864 al 2024. Harris nel 2024 avrebbe avuto bisogno di uno spostamento di 230.000 voti, pari allo 0,15% del totale. Margini sottilissimi, che suggeriscono sconfitte tutt'altro che inevitabili.

A pesare sui risultati di entrambe le candidate non è stato solo il genere, ma un insieme di fattori strutturali che la scienza politica chiama "fondamentali": lo stato dell'economia, il gradimento del presidente in carica e da quanto tempo un partito controlla la Casa Bianca. Nel 2024 Harris si candidava come vice di Biden, un presidente impopolare, e non riuscì a prendere le distanze dalla sua amministrazione. Gli elettori la associavano all'inflazione che aveva segnato il mandato. Nel 2016 Clinton cercava di ottenere un terzo mandato consecutivo per i democratici dopo gli otto anni di Obama, un'impresa riuscita una sola volta dal 1950: quando George H.W. Bush nel 1988 succedette a Reagan.

Entrambe le candidate avevano poi debolezze specifiche che andavano oltre il genere. Nel 2016 Clinton e Trump risultavano i due candidati più impopolari dell'era moderna dei sondaggi. Clinton, una delle figure più note della politica americana, non poteva presentarsi come candidata del cambiamento dopo due mandati democratici. Harris nel 2024 pagò le posizioni marcatamente progressiste assunte durante la sua fallimentare corsa alle primarie del 2020, che la resero vulnerabile all'accusa di essere troppo a sinistra.

Un controfattuale illuminante riguarda proprio Clinton. Nel 2008 perse le primarie democratiche contro Barack Obama per un margine molto ridotto. Se le avesse vinte, con ogni probabilità sarebbe diventata la prima presidente donna degli Stati Uniti: il repubblicano George W. Bush aveva un gradimento intorno al 20%, l'economia stava entrando nella Grande Recessione e il partito repubblicano era al suo terzo mandato consecutivo. Qualunque candidato democratico di primo piano avrebbe vinto quell'elezione.

La ricerca accademica offre un quadro più sfumato rispetto al pessimismo post-elettorale. Gli studi mostrano che quando le donne si candidano ottengono risultati simili a quelli degli uomini. Un'analisi di Split Ticket condotta dopo il 2024 ha rilevato che la maggior parte dei candidati democratici più competitivi nei seggi contesi alla Camera erano donne. Inoltre, diverse ricerche hanno trovato che l'appartenenza partitica tende a prevalere sulle difficoltà elettorali legate agli stereotipi di genere.

Esiste però una specificità della corsa presidenziale. Uno studio del 2025 condotto da due politologi dell'Università di Toronto ha rilevato che il 16% della popolazione statunitense manifesta disagio all'idea di avere una donna presidente, un dato che suggerisce differenze nella percezione degli elettori tra la presidenza e altre cariche. Tuttavia, lo stesso studio ha trovato che i democratici sono molto meno inclini dei repubblicani a mostrare questi atteggiamenti negativi. In un'epoca di forte polarizzazione, in cui la maggior parte degli elettori si identifica con un partito, questo garantisce a una candidata democratica una base di partenza molto solida.

Il ragionamento vale anche per eventuali candidate repubblicane, sebbene il Partito Democratico, che conta più donne elette e ha una base a maggioranza femminile, appaia più propenso a candidare una donna. Due elezioni perse per margini minimi, in condizioni politiche sfavorevoli e con candidate che avevano limiti specifici, non costituiscono la prova che una donna non possa vincere la presidenza degli Stati Uniti.


I Dem pensano che per il 2028 serva un uomo bianco e cristiano


Alcuni esponenti di primo piano del Partito Democratico discutono una questione delicata: se la strada migliore per riconquistare la presidenza nel 2028 sia candidare un uomo, possibilmente bianco, eterosessuale e cristiano. Lo rivela Axios, che ha raccolto testimonianze su un confronto sempre meno riservato e sempre più pubblico all'interno del partito.

Il timore, condiviso in chat di gruppo, eventi privati e ormai anche in dichiarazioni ufficiali, è che una parte dell'elettorato americano non sia ancora disposta a votare per una donna o per un candidato che appartenga a una minoranza. Il Partito Democratico ha perso due volte contro il presidente Trump con donne in lista: Hillary Clinton nel 2016 e Kamala Harris nel 2024. Per alcuni dirigenti, donatori e strateghi del partito, queste sconfitte dimostrano che l'America non è pronta. "C'è la paura che una donna abbia ormai perso due volte", ha detto ad Axios uno stratega democratico di livello nazionale. "Senza considerare le centinaia di volte in cui hanno perso degli uomini, è giusto candidare una donna?". Altri strateghi si sono espressi in modo ancora più diretto, con diversi che hanno ripetuto una formula simile: "Deve essere un uomo bianco".

A spingere il dibattito sulla scena pubblica è stata l'ex first lady Michelle Obama, che a novembre ha dichiarato che gli Stati Uniti "devono ancora maturare molto" e che "purtroppo ci sono ancora molti uomini che non si sentono a proprio agio nell'essere guidati da una donna". Il deputato del South Carolina Jim Clyburn ha detto a Nbc che Obama aveva "assolutamente ragione", aggiungendo però che le donne dovrebbero continuare a candidarsi. L'ex presidente Biden, intervenendo nel programma televisivo "The View", ha attribuito la sconfitta di Harris al sessismo e al razzismo.

Harris stessa ha affrontato il tema nel suo libro "107 Days", raccontando come i pregiudizi abbiano influenzato anche la scelta del vicepresidente. Prima di scegliere il governatore del Minnesota Tim Walz, la sua prima opzione era Pete Buttigieg, allora segretario ai Trasporti e apertamente omosessuale. Buttigieg "sarebbe stato un partner ideale, se io fossi stata un uomo bianco, eterosessuale", ha scritto Harris. "Ma stavamo già chiedendo molto all'America: accettare una donna, una donna nera, una donna nera sposata con un uomo ebreo. Una parte di me voleva dire: al diavolo, facciamolo. Ma con la posta in gioco così alta, era un rischio troppo grande". In un'intervista successiva al New York Times, a dicembre, Harris ha però detto di credere che "il paese è pronto" per una presidente donna.

Guardando al 2028, tra le donne che potrebbero candidarsi si fanno i nomi della stessa Harris, della senatrice del Michigan Elissa Slotkin, della deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez e della governatrice del Michigan Gretchen Whitmer, anche se secondo alcune fonti interne quest'ultima difficilmente si presenterà. Ma la lista dei possibili candidati uomini rivela un dato interessante: molti di loro non sono bianchi e cristiani. Il governatore dell'Illinois JB Pritzker, il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro e l'ex sindaco di Chicago Rahm Emanuel sono ebrei. Il senatore dell'Arizona Ruben Gallego è latino. Il deputato della California Ro Khanna è induista di origine indiana. Il senatore del New Jersey Cory Booker e il governatore del Maryland Wes Moore sono neri. Tra i candidati che corrispondono al profilo dell'uomo bianco e cristiano ci sono, oltre a Buttigieg, il governatore del Kentucky Andy Beshear, il senatore dell'Arizona Mark Kelly e il governatore della California Gavin Newsom.

Diversi potenziali candidati hanno respinto apertamente l'idea che il paese non sia abbastanza tollerante. Khanna ha detto ad Axios che chi sostiene che donne e candidati di minoranze non possano vincere "non sa di cosa parla. I dati dicono il contrario". Secondo Khanna, Harris "ha ottenuto lo stesso voto bianco di Barack Obama" e "quello che ha perso tra gli uomini bianchi lo ha recuperato tra le donne bianche. Ma non abbiamo conquistato abbastanza latinoamericani, asiatici, uomini neri e giovani elettori". Whitmer ha dichiarato a Npr che, pur ammirando Michelle Obama, "credo che l'America sia pronta per una presidente donna". Buttigieg ha detto a Politico che "il modo in cui si conquista la fiducia degli elettori dipende soprattutto da ciò che pensano farai per le loro vite, non dalle categorie a cui appartieni". Shapiro, nel podcast "Higher Learning", ha risposto a chi gli diceva che un ebreo non può diventare presidente ricordando di aver vinto in uno Stato chiave e di aver conquistato elettori di ogni tipo grazie alla trasparenza sulla propria fede. "Credo che l'America sia pronta a eleggere una donna, una persona nera, una persona gay, una persona ebrea", ha detto, concludendo con il suo motto: "Quello che l'America vuole è qualcuno che porti a casa i risultati".

Il confronto resta aperto e tocca un nodo irrisolto per i Democratici. Gli scettici di questa tesi sostengono che attribuire le sconfitte del 2016 e del 2024 all'intolleranza di parte dell'elettorato sia un modo comodo per evitare di fare i conti con le divisioni interne e i limiti del partito. Ogni elezione, del resto, ha dinamiche proprie.


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Cessate il fuoco Usa-Iran, ma le parti si contraddicono su tutto: dallo Stretto di Hormuz all'uranio


Stati Uniti, Iran e Israele confermano la tregua di due settimane, ma offrono versioni opposte su cosa preveda l'accordo. Venerdì inizieranno i negoziati a Islamabad, forse con Vance a capo della delegazione americana.

Stati Uniti e Iran hanno annunciato nella notte un cessate il fuoco di due settimane, ma a poche ore dall’entrata in vigore della tregua le parti si contraddicono già su quasi tutto. Non è chiaro, al momento, che cosa preveda l’intesa per lo Stretto di Hormuz, che cosa resti del programma nucleare iraniano e su quali basi si dovrebbe negoziare venerdì a Islamabad. Nel frattempo, neppure i combattimenti si sono fermati del tutto.

L’Iran ha rivendicato attacchi con missili e droni contro Israele e contro infrastrutture petrolifere negli Emirati Arabi Uniti, in Kuwait e in Arabia Saudita, presentandoli come una ritorsione per i raid americani e israeliani su una raffineria iraniana. Il Pentagono ha però negato qualsiasi coinvolgimento. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha invece attribuito le violazioni del cessate il fuoco a problemi di comando e controllo nell’esercito iraniano, sostenendo che alcuni comandanti sarebbero ancora irraggiungibili. "Ci vuole tempo perché un cessate il fuoco si consolidi. Pensiamo che accadrà", ha detto.

Teheran impone restrizioni e dazi alle navi nello Stretto di Hormuz


Il nodo più immediato resta però lo Stretto di Hormuz. Trump aveva posto la sua riapertura come condizione per sospendere i bombardamenti. Prima della guerra, da lì transitava circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio. Hegseth ha dichiarato subito che "lo Stretto è aperto, come concordato", ma la situazione sul campo racconta altro. Il Ministro degli Esteri iraniano ha precisato che le navi dovranno coordinarsi con l’esercito di Teheran e rispettare limiti sul numero di transiti.

Fonti Reutersriferiscono che diverse imbarcazioni nel Golfo Persico hanno ricevuto dalla Marina iraniana l'avvertimento che il passaggio resta interdetto, con la minaccia di colpire chi tenti di forzarlo senza autorizzazione. Secondo il Financial Times, Teheran ha iniziato a chiedere un pedaggio di un dollaro per ogni barile trasportato, da pagare in criptovalute per sfuggire a tracciamento e sanzioni. Lo stesso Trump ha alimentato la confusione sulla situazione riguardante lo Stretto, sostenendo che Washington e Teheran potrebbero gestire insieme un sistema di pedaggio.

Nel pomeriggio, l’agenzia iraniana Fars ha annunciato una nuova sospensione del transito delle petroliere in risposta agli attacchi israeliani in corso sul Libano. Un alto funzionario iraniano ha detto a Reuters che lo Stretto potrebbe riaprire in maniera limitata il 9 o 10 aprile, prima dell’avvio dei negoziati.

Dubbi sulle condizioni per un accordo definitivo


Le divergenze tra le parti riguardano anche le condizioni per un accordo definitivo. Trump ha sorpreso i suoi stessi alleati definendo i 10 punti presentati dall’Iran come "una base di lavoro su cui negoziare". Quelle condizioni, pubblicate dal Consiglio di Sicurezza iraniano, includono il controllo iraniano dello Stretto, il diritto ad arricchire l’uranio, la revoca di tutte le sanzioni e un risarcimento per i danni di guerra.

Oggi però, su Truth Social, Trump non ha più citato quei 10 punti. Ha fatto invece riferimento ai 15 punti, assai diversi, della proposta americana già respinta da Teheran. Ha scritto che "non ci sarà più alcun arricchimento di uranio" e che gli Stati Uniti pretenderanno la rimozione delle scorte iraniane di uranio altamente arricchito, aggiungendo che solo a quel punto Washington discuterà di una riduzione di dazi e sanzioni.

In questo contesto, il vicepresidente J.D. Vance, che dovrebbe guidare la delegazione americana a Islamabad, ha definito la tregua "fragile" parlando da Budapest, dove si trova da ieri per sostenere Viktor Orbán in vista delle elezioni di domenica. Vance ha accusato alcuni esponenti del regime iraniano di mentire su quanto concordato. "Ci sono persone che vogliono sedersi e lavorare con noi per un buon accordo, e ci sono persone che mentono persino sulla fragile tregua che abbiamo già raggiunto", ha detto.

Il retroscena del cessate il fuoco


Dietro l'annuncio del cessate il fuoco c'è stata una trattativa frenetica, ben ricostruita da Axios. Lunedì 6 aprile l’inviato speciale Steve Witkoff, al telefono con gli intermediari, aveva definito la proposta iraniana "un disastro", proprio mentre i mediatori pakistani facevano la spola tra lui e il Ministro degli Esteri iraniano Araghchi. Nel frattempo Egitto e Turchia cercavano di colmare le distanze.

La decisione finale sarebbe passata dalla nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, che secondo Axios ha partecipato attivamente ai negoziati comunicando tramite biglietti consegnati da corrieri, per ragioni di sicurezza. Due fonti descrivono la sua approvazione come una svolta. Senza quel via libera, non ci sarebbe stato alcun accordo.

Martedì, mentre la trattativa andava avanti, Trump ha minacciato la distruzione di "un’intera civiltà" se l’Iran non avesse accettato entro la notte di ieri, mettendo a rischio i negoziati. Nonostante questo, intorno a mezzogiorno di ieri le parti avevano raggiunto una comprensione comune sui passi necessari per il cessate il fuoco. Ma il caos era tale che, secondo Axios, molti di coloro che avevano parlato con Trump appena un’ora o due prima erano convinti che alla fine avrebbe rifiutato di sottoscriverlo.

Alla fine il presidente ha accettato. Prima dell’annuncio ha chiamato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per ottenere il suo impegno a rispettare la tregua, poi il maresciallo pakistano Asim Munir per suggellare l’intesa. Tutto questo è avvenuto mentre le forze americane in Medio Oriente continuavano a prepararsi attivamente a colpire le infrastrutture iraniane con un attacco su larga scala. L’ordine di fermarsi è arrivato solo 15 minuti dopo la pubblicazione del post con cui Trump ha annunciato il cessate il fuoco su Truth Social.

Questa voce è stata modificata (6 giorni fa)

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La Dem Elissa Slotkin si prepara alla Casa Bianca nel 2028


La senatrice del Michigan, ex analista della Cia, non esclude una candidatura presidenziale e porta il suo messaggio nel Midwest mentre cresce il confronto con Trump sulla crisi iraniana

La senatrice democratica Elissa Slotkin non ha escluso di candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti nel 2028. Lo ha detto durante una giornata fitta di appuntamenti politici in Iowa, uno degli Stati tradizionalmente decisivi nelle primarie presidenziali americane. "Non sono così arrogante da pensare che debba essere per forza io", ha dichiarato Slotkin al Des Moines Register. "Le elezioni di metà mandato sono la mia priorità adesso, ma se dopo non vedessi nessun altro sulla strada giusta, non direi mai per sempre". A NBC News ha aggiunto: "Se superiamo le elezioni di midterm e non vedo emergere qualcuno che ha quello che serve per vincere, non lo escluderei. Ma c'è una lunga strada prima di arrivarci".

Slotkin, 49 anni, è una delle figure più osservate nel Partito Democratico. Ex analista della Central Intelligence Agency e funzionaria del Dipartimento della Difesa, è stata eletta alla Camera dei deputati nel 2018 conquistando un distretto repubblicano. Nel 2024 ha vinto un seggio al Senato in Michigan, uno dei soli quattro Stati in cui un democratico ha conquistato un seggio senatoriale nonostante la vittoria del presidente Donald Trump. Da allora sta costruendo un profilo nazionale con viaggi negli Stati in bilico, apparizioni pubbliche e iniziative di partito.

La giornata in Iowa è stata emblematica della sua strategia. Prima di partecipare a eventi con candidati democratici locali, Slotkin ha pranzato con un piccolo gruppo di elettori di Trump a Indianola, organizzato da Majority Democrats, un comitato politico dedicato al rinnovamento del partito. I cinque partecipanti, reclutati tramite un annuncio e pagati 200 dollari ciascuno, non sapevano chi fosse l'ospite. Slotkin si è presentata come senatrice del Michigan senza menzionare la sua appartenenza politica fino alla fine dell'incontro, ponendo domande su cosa cercassero in un candidato ideale e su cosa li avrebbe convinti a prendere in considerazione un democratico.

Nel pomeriggio Slotkin ha tenuto un evento pubblico sulla sanità con la senatrice statale Sarah Trone Garriott, candidata democratica per conquistare un seggio alla Camera nel terzo distretto dell'Iowa, considerato tra i più contesi del Paese. In serata ha pronunciato il discorso principale alla cena dei democratici della contea di Polk a Des Moines. L'Iowa ha due seggi alla Camera nel mirino dei democratici, un seggio al Senato che si libera con il ritiro della repubblicana Joni Ernst e una corsa per il governatore che si preannuncia competitiva.

Il messaggio di Slotkin si è concentrato sulla necessità per il Partito Democratico di ritrovare il contatto con il Midwest e con gli elettori dei territori rurali e suburbani che hanno scelto Trump nelle ultime tre elezioni presidenziali. "Il vecchio sistema, la vecchia guardia, semplicemente non funziona più per la gente", ha detto ai giornalisti. "Basta passare cinque minuti con gli elettori e te lo dicono. Non è un segreto". Alla cena ha precisato: "Parlavamo di progressisti contro moderati. Non è più quello il dibattito. Il dibattito è tra chi combatte e chi scappa".

Slotkin ha anche affrontato il tema della riorganizzazione del calendario delle primarie democratiche per il 2028. Il Comitato Nazionale Democratico sta decidendo l'ordine degli Stati e sia l'Iowa sia il Michigan si contendono un posto tra le prime consultazioni. Slotkin ha detto che sarebbe "negligente" non includere uno Stato del Midwest, ma ha chiarito di sostenere il Michigan: "Entrerei in un ring con l'Iowa contro il Michigan per avere quella posizione".

La giornata è stata segnata anche dalla crisi tra Stati Uniti e Iran. Poche ore prima degli eventi in Iowa, Trump aveva minacciato un attacco contro l'Iran se il Paese non avesse riaperto lo Stretto di Hormuz. Slotkin, che a novembre aveva partecipato con altri cinque parlamentari democratici con esperienza militare a un video diventato virale in cui invitavano i membri delle forze armate a rifiutare ordini illegali, ha dichiarato che quel video "è stato fatto per momenti esattamente come questo". Ha aggiunto sui social media: "So che i nostri militari, a tutti i livelli della catena di comando, conoscono il loro dovere e la legge sul rifiuto di ordini illegali. Anche quando il comandante in capo dice al mondo il contrario". Slotkin ha ricordato che colpire civili in massa violerebbe le Convenzioni di Ginevra e il manuale del Pentagono sul diritto di guerra.

Quel video aveva provocato una reazione dura da parte di Trump, che aveva definito il comportamento dei parlamentari "sedizioso" e "punibile con la morte", dichiarando poi che meritavano il carcere. Il Dipartimento di Giustizia aveva avviato un'indagine federale contro di loro, ma un gran giurì a febbraio aveva rifiutato di formulare incriminazioni. Dopo le accuse di Trump, Slotkin aveva ricevuto una minaccia di bomba alla sua abitazione. Anche la deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha chiesto ai militari di rifiutare ordini illegali, definendo la minaccia di Trump contro l'Iran "una minaccia di genocidio che giustifica la rimozione dall'incarico".

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L'Idaho ha tagliato l'assistenza psichiatrica, quattro persone sono morte in poche settimane


Un programma Medicaid per pazienti con schizofrenia è stato eliminato per risparmiare. I legislatori repubblicani hanno votato per ripristinarlo dopo i decessi e l'aumento dei ricoveri forzati

Lo Stato dell'Idaho ha eliminato a dicembre un programma di assistenza domiciliare per persone con gravi malattie mentali, provocando in poche settimane la morte di quattro pazienti. La vicenda, ricostruita dal New York Times, rappresenta un caso concreto di cosa può accadere quando si tagliano i servizi psichiatrici sul territorio, proprio mentre altri Stati si preparano a fare lo stesso sotto la spinta dei tagli federali a Medicaid, il programma sanitario pubblico per le persone a basso reddito.

Il programma eliminato si chiama assertive community treatment (ACT), trattamento comunitario assertivo: un modello di assistenza nato negli anni Settanta, quando centinaia di migliaia di pazienti psichiatrici furono dimessi dagli ospedali statali. Il principio è semplice: invece di aspettare che i malati più gravi finiscano in carcere o al pronto soccorso, squadre di medici, infermieri e terapisti li seguono a casa, li aiutano a prendere le medicine e a gestire la vita quotidiana. Le ricerche hanno dimostrato che questo approccio riduce i ricoveri d'emergenza dal 40 all'80 per cento. In Idaho il programma seguiva 226 persone e costava allo Stato circa 4 milioni di dollari l'anno.

Il taglio è arrivato in un contesto preciso. Una serie di riduzioni dell'imposta sul reddito ha fatto calare le entrate statali di 1,3 miliardi di dollari l'anno, e la Costituzione dell'Idaho vieta il deficit di bilancio. Ad agosto il governatore repubblicano Brad Little ha ordinato a ogni agenzia statale di ridurre la spesa del 3 per cento, anche per "fare spazio" ai tagli fiscali del presidente Trump. Con poche opzioni e poco tempo, Magellan, la società che gestisce Medicaid per conto dello Stato, ha annunciato l'eliminazione del programma ACT.

I fornitori di servizi avevano avvertito che i 226 pazienti si sarebbero deteriorati rapidamente. Laura Scuri, responsabile del programma ACT a Boise, la capitale, ha raccontato al New York Times di aver provato a mantenere i contatti con i 57 pazienti seguiti dalla sua squadra, ma che questi stavano già scomparendo. I farmaci antipsicotici a lunga durata sarebbero scaduti a fine dicembre, e i pazienti più gravi avrebbero cominciato a peggiorare a gennaio.

La prima morte è avvenuta il 18 dicembre. Un uomo di 45 anni, membro delle tribù Shoshone-Bannock, che nel programma si era stabilizzato e aveva cominciato a fare progetti per il futuro, ha contratto un'infezione dopo un intervento dentale. L'infezione si è trasformata in sepsi, ma l'uomo ha rifiutato di vedere un medico. L'8 gennaio la polizia ha trovato un secondo paziente, 49 anni, morto nel suo trailer vicino a Boise, per polmonite bronchiale e sepsi. Il 29 gennaio un uomo di 36 anni è stato trovato morto nell'appartamento fatiscente che divideva con il fratello nella cittadina desertica di Arco, in un alloggio infestato da scarafaggi e cimici. A febbraio un quarto uomo, sulla quarantina, è morto a Boise: secondo i fornitori di servizi era troppo paranoico per assumere i farmaci necessari a curare una malattia cronica, perché credeva che il governo stesse cercando di avvelenarlo.

Thomas Tueller, il cui studio forniva assistenza al paziente morto ad Arco, ha dichiarato al New York Times che quella morte era "totalmente prevenibile": la squadra aveva già trovato un nuovo appartamento per il paziente e suo fratello, le pratiche erano pronte. Sarebbe bastata un'altra settimana.

I decessi hanno provocato una reazione politica rapida e trasversale. Sono stati i legislatori repubblicani dell'Idaho orientale a guidare la protesta, con un argomento sia umano sia economico: togliere i servizi ai malati psichiatrici gravi non elimina i costi, li sposta su carceri e pronto soccorso, che costano molto di più. Lo sceriffo Sam Hulse della contea di Bonneville, repubblicano, ha spiegato che dopo la fine dei servizi i ricoveri psichiatrici forzati sono saliti a 14 al mese, più del doppio rispetto a un anno prima, e i centri di crisi hanno registrato un aumento della domanda del 28 per cento. Il senatore Kevin Cook, repubblicano di Idaho Falls, ha dichiarato in un'audizione: "Abbiamo avuto quattro morti che si possono ricondurre direttamente a questi programmi eliminati. I nostri sceriffi, i nostri pronto soccorso e i nostri tribunali hanno a che fare con gli stessi individui più e più volte".

La settimana scorsa il parlamento dell'Idaho ha votato per ripristinare i programmi, stanziando 10,4 milioni di dollari dai fondi statali degli accordi transattivi su oppioidi e tabacco, sufficienti a finanziare il programma ACT e i servizi di supporto tra pari per un anno. Ma i fornitori avvertono che serviranno mesi per riattivare le operazioni, perché molti operatori hanno cambiato lavoro o si sono trasferiti. E ricostruire la fiducia con i pazienti sarà ancora più difficile. Dei 54 pazienti seguiti da una delle squadre, tutti tranne 20 hanno perso ogni contatto: alcuni sono finiti in carcere, altri in ospedale, altri sono scomparsi.

La vicenda dell'Idaho potrebbe essere un segnale di allarme per altri Stati. La grande legge di politica interna firmata dal presidente Trump la scorsa estate ha ridotto i fondi federali per Medicaid del 15 per cento, pari a mille miliardi di dollari in dieci anni: il taglio più grande nella storia del programma.

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Venezuela, tre mesi dopo il blitz di Trump: funziona, ma la democrazia resta un miraggio


Un sondaggio mostra che l'80% dei venezuelani ritiene il paese uguale o migliorato. Il petrolio attira investitori, ma il governo ad interim non ha fretta di indire elezioni

Il bilancio provvisorio dell'operazione più spregiudicata della presidenza Trump sembra, contro ogni previsione, positivo. Tre mesi dopo il blitz notturno del 3 gennaio con cui i militari americani hanno prelevato Nicolás Maduro e lo hanno caricato su un aereo, il Venezuela non è sprofondato nel caos. Le strade di Caracas sono tranquille, gli arresti arbitrari di massa si sono ridotti, e un sondaggio di AtlasIntel e Bloomberg indica che quasi l'80% dei venezuelani ritiene il paese in condizioni uguali o migliori rispetto all'era Maduro. Il 54% giudica positiva la maggiore influenza statunitense e il 52% percepisce un aumento delle libertà civili. Numeri che Trump, scrive l'Atlantic, può solo sognare in patria.

L'operazione aveva scatenato le critiche più dure dell'opposizione democratica. Non solo il presidente aveva aggirato il Congresso per rovesciare un leader straniero, ma rischiava di trascinare gli Stati Uniti in un pantano simile alle guerre in Iraq e Afghanistan. Il Venezuela, avvertivano analisti e parlamentari democratici, poteva diventare un nuovo Iraq. Tre mesi dopo, secondo i parametri che interessano a Trump, cioè l'accesso al petrolio venezuelano e l'assenza di un conflitto prolungato, l'operazione sta funzionando. Ma il periodo è breve per trarre conclusioni definitive.

Il governo ad interim è guidato da Delcy Rodríguez, vicepresidente di Maduro, scelta da Washington come interlocutrice. L'acquiescenza delle autorità venezuelane è visibile soprattutto nel settore petrolifero. Il Venezuela possiede le riserve di petrolio provate più grandi al mondo, ma un mix di sanzioni, corruzione e cattiva gestione ha tenuto la produzione ben al di sotto dei picchi degli anni Novanta. Su indicazione di Washington, Rodríguez ha avviato riforme rapide per allentare le politiche nazionaliste imposte dal chavismo. L'Assemblea Nazionale ha approvato leggi che consentono agli investitori stranieri di operare a condizioni più favorevoli. Dopo l'autorizzazione del Dipartimento del Tesoro americano, l'italiana Eni e la spagnola Repsol hanno annunciato nuovi accordi.

Il segretario agli Interni Doug Burgum ha raccontato a una conferenza petrolifera il clima che si respira a Caracas. Ha riferito che, durante un incontro con Rodríguez e suo fratello Jorge, presidente del Senato, sui contenuti di una proposta di legge mineraria, Delcy Rodríguez si è rivolta ai dirigenti americani dicendo: "Diteci cosa volete nella legge, la presentiamo sabato". Alla domanda di Burgum se la legge sarebbe passata, Jorge ha risposto con una sola parola: "Sì". Per l'amministrazione Trump è uno scenario quasi ideale: autorità locali compiacenti che gestiscono il paese come un'impresa privata, senza resistenze istituzionali o democratiche nell'attuare la volontà degli investitori internazionali.

Gli esperti di energia, tuttavia, ridimensionano le aspettative. La produzione, che oggi si aggira intorno a un milione di barili al giorno, potrebbe aumentare al massimo di circa 300.000 barili nel prossimo anno o due, ben al di sotto dell'obiettivo di Trump di cento miliardi di dollari di investimenti. Francisco Monaldi, direttore del programma energetico latinoamericano della Rice University, ha spiegato all'Atlantic che l'amministrazione dovrà anche trovare il modo di estromettere le compagnie russe e cinesi, che oggi rappresentano il 22% della produzione petrolifera venezuelana. L'ostacolo maggiore resta però la cautela dei dirigenti internazionali, scottati dalla turbolenta storia recente del paese: la Exxon si è vista confiscare i propri asset due volte.

Il punto più critico resta l'assenza di diritti democratici. Per anni il segretario di Stato Marco Rubio e altri sostenitori del cambio di regime in America Latina avevano posto il governo rappresentativo come obiettivo centrale. Oggi il Venezuela è ancora governato da leader non eletti, diversi dai precedenti ma della stessa matrice autoritaria. Funzionari dell'amministrazione Trump hanno dichiarato all'Atlantic di star guidando il Venezuela verso elezioni entro la fine del 2027, introducendo gradualmente fattori potenzialmente esplosivi come il ritorno della leader dell'opposizione María Corina Machado. La scommessa è che una transizione più lenta possa garantire la democrazia evitando i disastri che il cambiamento politico radicale ha provocato in Iraq, Libia ed Egitto.

Phil Gunson, analista dell'International Crisis Group che vive a Caracas da oltre 25 anni, ha dichiarato all'Atlantic che, rispetto ai disastri della politica estera americana, il Venezuela "si qualifica come un successo, almeno per ora". Ma Gunson paragona il paese a una bomba inesplosa: "Il caos che l'amministrazione Trump ha evitato il 3 gennaio è ancora lì", ha aggiunto, riferendosi al rischio di sommosse e conflitti armati.

Sul fronte dei diritti, i segnali sono ambigui. Gli agenti statali non fermano più le persone per strada per controllare i telefoni alla ricerca di contenuti anti-Maduro, come accadeva nei primi giorni dopo la cattura. La sorveglianza degli attivisti continua, ma gli arresti sono diminuiti. Il governo ha approvato una legge di amnistia per alcuni prigionieri politici e ha istituito una commissione per la riconciliazione nazionale. Rodríguez ha ordinato il rilascio di decine di detenuti politici, ma le organizzazioni di controllo sostengono che i numeri del governo siano gonfiati. Foro Penal, un'organizzazione per i diritti umani, ha riportato il mese scorso che circa 500 prigionieri politici restano in carcere. Molte richieste di amnistia sono state respinte, soprattutto quelle legate a Machado o al suo partito.

Rodríguez ha rimosso il ministro della Difesa Vladimir Padrino López, una delle figure più controverse dell'era Maduro, ma il suo sostituto è sotto sanzioni americane per abusi dei diritti umani. Ha mantenuto in carica il ministro dell'Interno Diosdado Cabello, figura centrale nella repressione sotto Maduro, incriminato negli Stati Uniti per traffico di droga.

Rebecca Bill Chavez, ex funzionaria del Pentagono durante l'amministrazione Obama e oggi a capo del think tank Inter-American Dialogue, ha dichiarato all'Atlantic che un ritorno immediato di Machado avrebbe potuto alienare le forze armate e frammentare lo Stato. Ma ha avvertito che rinviare troppo le elezioni potrebbe delegittimare il progetto americano agli occhi dei venezuelani. "Siamo molto lontani dall'essere fuori pericolo per quanto riguarda le libertà politiche e i diritti fondamentali", ha aggiunto.

Il successo relativo in Venezuela ha alimentato l'audacia di Trump. Meno di due mesi dopo il blitz su Caracas, il presidente ha lanciato un'operazione militare massiccia contro l'Iran, che non sta andando altrettanto bene: il rovesciamento popolare della Repubblica Islamica non si è verificato e il blocco del commercio nello Stretto di Hormuz non ha soluzioni chiare. Trump ha anche ventilato pubblicamente l'idea di replicare il modello venezuelano a Cuba. Il deputato democratico Seth Moulton, veterano dei Marines in Iraq, ha commentato all'Atlantic: "Alcune delle nostre peggiori preoccupazioni non si sono avverate, ma il successo è tale solo nei termini di Trump. Farla franca non significa che sia giusto. Diventa la nuova normalità, e questo dovrebbe terrorizzare ogni americano, perché incoraggerà il presidente a rifarlo".

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Project Glasswing, Anthropic lancia un’alleanza con le Big Tech per rafforzare la cybersecurity


Nel progetto che sfrutta il nuovissimo modello Claude Mythos in versione preview entrano Amazon Web Services, Apple, Cisco, Google, Microsoft e altre aziende di primo piano. Anthropic punta a usare l’intelligenza artificiale per trovare vulnerabilità e rafforzare la sicurezza di sistemi essenziali.

Anthropic ha annunciato Project Glasswing, un’iniziativa che riunisce grandi aziende tecnologiche, fondazioni e organizzazioni attive nella cybersicurezza con l’obiettivo di proteggere il software da cui dipendono infrastrutture e servizi essenziali. Tra i partner citati ci sono aziende del calibro di Amazon Web Services, Apple, Broadcom, Cisco, CrowdStrike, Google, JPMorgan Chase, la Linux Foundation, Microsoft, NVIDIA e Palo Alto Networks.

L’idea di fondo di questo progetto è che i modelli di intelligenza artificiale di Anthropic abbiano raggiunto un livello di capacità tale da poter incidere in modo concreto anche nel campo della sicurezza informatica. Anthropic sostiene che questi sistemi possano ormai aiutare non solo nella scrittura del codice, ma anche nell’identificazione di vulnerabilità e, potenzialmente, nella costruzione di exploit. Per questo presenta Project Glasswing come un tentativo di indirizzare queste capacità verso usi difensivi e di interesse pubblico.

Nell'annuncio che accompagna il lancio di questo progetto, l’azienda collega l’iniziativa alla crescente esposizione di questo software di interesse primario a campagne di cyberattacco che possono potenzialmente colpire reti energetiche, telecomunicazioni, apparati governativi, ospedali e scuole. Un attacco riuscito contro questi sistemi, osserva Anthropic, potrebbe provocare interruzioni gravi, danni economici e conseguenze rilevanti sul piano della cyber security.

Il nuovo modello Mythos Preview al centro di questo progetto


A supporto del suo progetto, Anthropic ha messo a disposizione Claude Mythos Preview, un modello di intelligenza artificiale estremamente avanzato e non destinato al pubblico di massa, descritto come specializzato in compiti avanzati di cybersicurezza. Secondo l’azienda, nelle ultime settimane il sistema è stato attivamente impiegato per individuare migliaia di vulnerabilità reali, comprese falle che riguardano sistemi operativi, browser e altri componenti software di grande diffusione. In alcuni casi, sempre secondo quanto riportato da Anthropic, il modello avrebbe anche riprodotto automaticamente exploit completi dopo avere identificato il problema.

Tra gli esempi richiamati compaiono vulnerabilità in OpenBSD, problemi in un linguaggio usato in applicazioni web molto diffuse e una catena di falle nel kernel Linux che, stando al testo, avrebbe potuto consentire a un hacker di passare da un accesso ordinario al controllo completo della macchina. Anthropic afferma di avere segnalato le vulnerabilità alle parti interessate e che tutti i problemi segnalati sono poi stati corretti.

Il documento riporta anche una serie di benchmark con cui Anthropic confronta Mythos Preview con Opus 4.6, il suo modello più avanzato attualmente disponibile al pubblico di massa, nelle attività di coding e cyber security. Nel test di riproduzione di vulnerabilità cyber il punteggio indicato è dell’83,1% contro il 66,6% di Opus. Nel test SWEBench Pro il confronto è 77,8% contro 53,4% a favore di Mythos Preview, mentre su Terminal Bench 2.0 è 82% contro 65,4%, su SWEBench Multilingual 87,3% contro 77,8% e su SWEBench Verified 93,9$ contro 80,8%. (Per maggiori dettagli su cosa significano questi test, si prega vedere l'infografica qui sotto).
Project Glasswing – Infografica

Infografica interattiva· Project Glasswing
Cybersecurity · AI

Anthropic lancia Project Glasswing


Una coalizione tra Big Tech, finanza, open source e sicurezza per usare l'IA in modo difensivo: ricerca di vulnerabilità, protezione del software critico e supporto alle infrastrutture essenziali.

Partecipanti e progetto

Mythos vs Opus

Che cos'è
Project Glasswing è l'iniziativa con cui Anthropic punta a usare l'IA per trovare vulnerabilità, rafforzare la sicurezza del software critico e sostenere la difesa di infrastrutture essenziali. Il programma parte con oltre 40 organizzazioni aggiuntive selezionate e prevede fino a 100 milioni di dollari in crediti per token di utilizzo e 4 milioni in donazioni dirette all'open source security.

Partner di lancio
11
aziende e organizzazioni citate
Big Tech + sicurezza + open source

Organizzazioni aggiuntive
40+
coinvolte nella prima fase
accesso selezionato

Crediti per token
$100M
fino a 100 milioni
token di utilizzo

Donazioni dirette
$4M
a open source security
supporto economico

Partecipanti

Amazon Web Services
Cloud infrastructure e canale di accesso enterprise tramite Bedrock.

Apple
Partner industriale nel gruppo iniziale dell'iniziativa.

Broadcom
Presenza lato infrastruttura e componenti strategici per ecosistemi enterprise.

Cisco
Networking e sicurezza per ambienti aziendali e infrastrutture critiche.

CrowdStrike
Endpoint security e difesa contro minacce informatiche avanzate.

Google
Partner tecnologico, con disponibilità prevista anche via Vertex AI.

JPMorgan Chase
Rappresentanza del settore finanziario tra i partecipanti al progetto.

Linux Foundation
Punto di contatto con l'ecosistema open source e la software supply chain.

Microsoft
Partner del progetto, con disponibilità prevista anche via Microsoft Foundry.

NVIDIA
Infrastruttura AI e supporto al lato computazionale dell'ecosistema.

Palo Alto Networks
Sicurezza di rete e protezione di ambienti enterprise.

Claude Mythos Preview
Anthropic descrive Mythos Preview come un modello pensato per compiti avanzati di cybersicurezza. Secondo l'azienda, è stato usato per individuare migliaia di vulnerabilità reali, incluse falle in sistemi operativi, browser e componenti software diffusi. Il modello non è in general availability: l'accesso resta selezionato nell'ambito di Project Glasswing.

Benchmark dichiarati · percentuale

Benchmark
Mythos
Opus
Gap

Cyber vuln reproduction
83,1%
66,6%
+16,5

SWEBench Pro
77,8%
53,4%
+24,4

Terminal Bench 2.0
82,0%
65,4%
+16,6

Internal multilingual eval
59,0%
27,1%
+31,9

SWEBench Multilingual
87,3%
77,8%
+9,5

SWEBench Verified
93,9%
80,8%
+13,1

A cosa servono i test

Cyber vuln reproduction
Misura la capacità del modello di riprodurre vulnerabilità software note o realistiche, quindi quanto riesce a passare dall'analisi del bug a un exploit funzionante.

SWEBench Pro
Valuta la capacità di risolvere problemi reali di ingegneria del software partendo da issue e codebase, con una selezione di task più impegnativi e curati.

Terminal Bench 2.0
Serve a capire quanto bene un agente lavora nel terminale: esecuzione di comandi, debug, modifica di file e completamento di task pratici in ambiente sandbox.

Internal multilingual eval
È una valutazione interna citata da Anthropic per misurare prestazioni su task tecnici in più lingue. Non è un benchmark pubblico standardizzato come gli altri.

SWEBench Multilingual
Estende il test di software engineering a più linguaggi di programmazione, per vedere se il modello sa risolvere issue reali anche fuori dai casi più centrati su Python.

SWEBench Verified
È la versione verificata di SWE-bench, costruita su issue GitHub reali con controlli aggiuntivi per rendere la valutazione più affidabile e riproducibile.

Fonte dati: pagina di annuncio del Project Glasswing sul sito di Anthropic.
Aggiornato · 7 aprile 2026

Anthropic precisa però che, almeno per ora, non intende rendere Claude Mythos Preview generalmente disponibile al grande pubblico. L’obiettivo dichiarato è, infatti, quello di applicare per ora il modello a usi di cybersicurezza, mentre prosegue il lavoro sui sistemi di salvaguardia pensati per ridurre i rischi associati ad utilizzo di massa di capacità di questo tipo.

Dettagli operativi del Project Glasswing


Sul piano operativo, Project Glasswing partirà quindi con un gruppo iniziale che comprende oltre 40 organizzazioni aggiuntive selezionate tra soggetti che mantengono infrastrutture software critiche o che possono usare questi strumenti per analizzare e proteggere sistemi essenziali. Anthropic afferma inoltre di aver fornito fino a 100 milioni di dollari in crediti di token per Mythos Preview e con 4 milioni di dollari in donazioni dirette a organizzazioni open source che si occupano di sicurezza.

Il progetto, nelle intenzioni dell’azienda, dovrebbe poi allargarsi ad altri ambiti. Tra quelli indicati ci sono la rilevazione di vulnerabilità su larga scala, il black box testing di librerie, la protezione degli endpoint, i test di penetrazione, la sicurezza della supply chain open source, i processi di aggiornamento software, le pratiche di sviluppo sicuro, gli standard per i settori regolati, il triage automatico e l’automazione delle patch.

Anthropic colloca esplicitamente Project Glasswing anche dentro una cornice di sicurezza nazionale. L’azienda sostiene che la protezione delle infrastrutture critiche sia una priorità bipartisan negli Stati Uniti e che governi e settore privato debbano muoversi rapidamente per rafforzare le cyber difese. La società riferisce inoltre di essere in discussione su questo con rappresentanti del governo federale, statale e locale, oltre che con partner industriali e del settore pubblico.

Nel complesso, il messaggio di Anthropic è che le capacità dei modelli stanno cambiando la scala e l’urgenza del problema della cyber sicurezza e che, proprio per questo, serva una risposta coordinata tra aziende, ricercatori, manutentori open source, fondazioni e istituzioni. Project Glasswing viene così presentato come un primo tentativo di costruire questa risposta comune.

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Come Trump ha deciso di iniziare la guerra in Iran


Il New York Times ricostruisce le tensioni alla Casa Bianca: dalla spinta di Netanyahu ai timori dell’intelligence Usa fino alla decisione finale di attaccare l'Iran.

La decisione di Donald Trump di portare gli Stati Uniti in guerra contro l’Iran è maturata nel corso di settimane di incontri riservati, tra forti pressioni israeliane, divisioni interne e valutazioni contrastanti dell’intelligence americane. A ricostruire nel dettaglio questo percorso è il New York Times, in una lunga ricostruzione secondo cui il momento decisivo è arrivato a fine febbraio, quando il presidente ha dato il suo via libera a un’operazione congiunta con Israele, convinto che potesse essere rapida e risolutiva.

Tutto è iniziato l’11 febbraio, quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si è presentato alla Casa Bianca per un briefing altamente riservato nella Situation Room. Davanti a Trump e a un ristretto gruppo di suoi alti consiglieri, ha illustrato una strategia ambiziosa: attaccare duramente l’Iran, distruggerne il programma missilistico e creare così le condizioni per un possibile crollo del regime. A sostegno della presentazione sono intervenuti anche i vertici dell’intelligence israeliana, tra cui il direttore del Mossad, David Barnea.

Il quadro delineato è apparso fin dall’inizio fortemente ottimistico: l’Iran è stato descritto come vulnerabile e un intervento rapido come potenzialmente decisivo per portare al collasso del regime. Trump ne è rimasto fortemente colpito, mostrando sin da subito apertura all’ipotesi militare. Il giorno successivo, tuttavia, è arrivata una valutazione molto più prudente da parte dell’intelligence statunitense. In un nuovo incontro nella Situation Room, il direttore della Cia John Ratcliffe ha giudicato irrealistica l’ipotesi di un cambio di regime. Anche il Segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente JD Vance hanno espresso scetticismo, sottolineando i rischi di un conflitto su larga scala e le incognite sulla possibile reazione iraniana.

Viste le perplessità, Trump ha così deciso di andare avanti concentrando però la propria attenzione su obiettivi più circoscritti del cambio di regime: colpire la leadership iraniana e ridurne le capacità militari. Questo non è bastato, nelle settimane successive, ad evitare che emergessero nette divisioni all’interno della Casa Bianca. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth spingeva sempre di più per un intervento immediato, mentre Vance restava il più fermo oppositore di questa strategia, avvertendo che la guerra avrebbe potuto provocare caos regionale, costi elevati e una crisi energetica legata al possibile blocco dello Stretto di Hormuz.

Anche sul piano militare i rischi sono da subito apparsi rilevanti. Il capo di Stato Maggiore congiunto delle Forze Armate americane, il generale Dan Caine, ha segnalato al presidente il pericolo di esaurire rapidamente le scorte di armamenti e la difficoltà di sostenere una campagna prolungata. Allo stesso tempo, ha però evitato di esprimere una posizione netta, limitandosi a illustrare scenari e possibili conseguenze.

In questo contesto, a rafforzare la determinazione del presidente di procedere con l'intervento militare ha contribuito il fallimento dei tentativi diplomatici guidati da Jared Kushner e Steve Witkoff, oltre a nuove informazioni di intelligence che indicavano un’opportunità per colpire direttamente la leadership iraniana, incluso l’ayatollah Ali Khamenei, poi effettivamente ucciso in un raid aereo nel centro di Teheran nel primo giorno di guerra.

Il 26 febbraio si è così tenuta la riunione finale nella Situation Room. Tutti hanno esposto le proprie posizioni, ma nessuno si è opposto apertamente all’imminenza della guerra. A chiudere il confronto è stato proprio Trump, con una decisione netta: gli Stati Uniti dovevano intervenire contro l’Iran. Il giorno successivo, a bordo dell’Air Force One, è arrivato l’ordine definitivo che ha sancito l’ingresso in guerra di Washington. Secondo il New York Times, a pesare sulla scelta è stato soprattutto l’istinto del presidente e la sua fiducia nelle capacità militari americane, più che un consenso pieno all’interno della sua Amministrazione.

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I Dem guadagnano terreno in Georgia e Wisconsin in due elezioni


I risultati di martedì mostrano uno spostamento significativo verso i democratici rispetto al 2024, con possibili effetti sulle elezioni di metà mandato di novembre

Il repubblicano Clay Fuller ha vinto l'elezione speciale per il seggio lasciato vacante da Marjorie Taylor Greene in Georgia, mentre in Wisconsin la candidata progressista Chris Taylor ha conquistato un seggio alla Corte Suprema statale con un margine di quasi 20 punti. I due voti di martedì 7 aprile raccontano però una storia che va oltre i singoli risultati: in entrambi i casi i democratici hanno registrato un avanzamento netto rispetto alle elezioni del 2024, in territori considerati sicuri per i repubblicani.

Nel 14° distretto congressuale della Georgia, nel nord-ovest dello Stato, Fuller ha sconfitto il democratico Shawn Harris con circa 12 punti di vantaggio, con il 55,9% dei voti contro il 44,1%. Il dato può sembrare una vittoria solida, ma il confronto con il passato recente racconta altro. Il presidente Trump aveva vinto questo stesso distretto con 37 punti di margine alle presidenziali del 2024. Greene lo aveva conquistato con 29 punti di vantaggio nella stessa tornata elettorale. Lo spostamento verso i democratici è di circa 25 punti rispetto al margine presidenziale, un dato che tutti e dieci i comuni del distretto hanno confermato.

Il seggio si era reso vacante dopo le dimissioni di Greene a gennaio, a un anno dalla scadenza del mandato, in seguito a una rottura pubblica con il presidente Trump legata soprattutto alla gestione dei documenti sul caso Jeffrey Epstein. Fuller, procuratore distrettuale e tenente colonnello della Guardia Nazionale Aerea, aveva ottenuto l'endorsement di Trump e si era presentato come un sostenitore della linea America First. Harris, generale di brigata in pensione e allevatore, aveva raccolto 6,4 milioni di dollari e aveva cercato di attrarre anche elettori repubblicani delusi. Nella prima tornata di marzo, con 17 candidati in gara di cui 12 repubblicani, Harris era arrivato primo con il 37% dei voti, superando Fuller che si era fermato al 35%. Nessuno aveva raggiunto la maggioranza assoluta, rendendo necessario il ballottaggio.

Il presidente del Partito Democratico della Georgia, Charlie Bailey, ha dichiarato in un comunicato che il risultato rappresenta un miglioramento di oltre 20 punti per i democratici nel distretto più repubblicano dello Stato, nonostante la spesa di oltre 1,5 milioni di dollari da parte repubblicana. Il presidente del Comitato Nazionale Democratico, Ken Martin, ha parlato di un entusiasmo crescente in tutto il paese.

Elezione suppletiva
Georgia, 14° distretto congressuale
Elezione suppletiva per la Camera dei Rappresentanti — 8 aprile 2026

CandidatoVoti%

Clay Fuller
Repubblicano

72.304
55,9%

Shawn Harris
Democratico

57.030
44,1%

129.334voti
>95% scrutinato

Confronto con i risultati precedenti nel distretto

Margine attuale
R+12

Camera 2024
R+29
Dem +17

Presidenziali 2024
R+37
Dem +25

Elaborazione di Focus America su dati dell'Associated Press · Ultimo aggiornamento: 8 aprile 2026

In Wisconsin il quadro è ancora più netto. Chris Taylor, giudice della corte d'appello sostenuta dai democratici ed ex parlamentare statale, ha sconfitto la conservatrice Maria Lazar con il 59,5% contro il 40,4%, un margine di quasi 19 punti. La vittoria porta la maggioranza progressista alla Corte Suprema del Wisconsin da 4-3 a 5-2, garantendola almeno fino al 2030. Il seggio era quello della giudice conservatrice Rebecca Bradley, ritiratasi a fine mandato.

Il dato più significativo è la portata del risultato rispetto alle aspettative e ai precedenti. I sondaggi della Marquette Law School davano Taylor in vantaggio di soli 7 punti, con oltre metà degli elettori ancora indecisi a meno di un mese dal voto. C'è invece stato uno spostamento di 21 punti verso i democratici rispetto al voto presidenziale del 2024. Taylor ha vinto anche in contee come Jefferson e Wood, dove Trump aveva prevalso con margini tra i 16 e i 20 punti nel 2024. Nella contea di Waukesha, tradizionale bastione repubblicano, Lazar ha ottenuto solo il 55%, un margine insufficiente per vincere a livello statale.

L'elezione del Wisconsin è stata molto diversa dalle due precedenti per la Corte Suprema statale. Nel 2025 la corsa aveva superato i 100 milioni di dollari di spesa, con l'intervento diretto di Elon Musk che aveva distribuito assegni da un milione di dollari agli elettori e organizzato comizi. Quest'anno la spesa esterna è crollata a 1,2 milioni di dollari, secondo il Wisconsin Democracy Campaign, contro i 49 milioni dell'anno precedente. Eppure il margine di vittoria progressista è stato ancora più ampio.

Elezione suppletiva
Wisconsin, Corte Suprema statale
Elezione per la Corte Suprema del Wisconsin — 8 aprile 2026

CandidatoVoti%

Chris Taylor
Liberal

903.411
60,1%

Maria S. Lazar
Conservatrice

598.266
39,8%

1.502.920voti
>95% scrutinato

Confronto con i risultati precedenti in Wisconsin

Margine attuale
D+20

Corte Suprema 2025
D+10
Dem +10

Presidenziali 2024
R+1
Dem +21

Elaborazione di Focus America su dati dell'Associated Press · Ultimo aggiornamento: 8 aprile 2026

La Corte Suprema del Wisconsin ha un peso politico enorme. Sotto la maggioranza conservatrice, nel 2020 era mancato un solo voto per accogliere il tentativo di Trump di invalidare abbastanza schede da ribaltare il risultato presidenziale nello Stato. Da quando i progressisti hanno preso il controllo nel 2023, la corte ha annullato il divieto delle cassette postali per il voto anticipato e ha abolito un divieto quasi totale di aborto. La prossima legislatura potrebbe portare davanti alla corte il ridisegno dei distretti congressuali, attualmente considerati favorevoli ai repubblicani che detengono sei degli otto seggi dello Stato alla Camera.

I due risultati di martedì si inseriscono in una tendenza più ampia. Dalla serie di elezioni speciali svoltesi dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025, i democratici hanno costantemente ottenuto risultati superiori alle attese. I dati raccolti dalla testata The Downballot indicano che lo spostamento medio verso i democratici nelle elezioni speciali del 2025 e 2026 è stato di 11 punti. I risultati di martedì, con 21 punti in Wisconsin e 25 in Georgia, sono nettamente superiori a questa media. Entrambe le elezioni sono le prime dopo l'inizio del conflitto tra Stati Uniti e Iran il 28 febbraio, e diversi osservatori hanno collegato lo spostamento anche alla frustrazione degli elettori per i costi economici della guerra e l'aumento dei prezzi di benzina e fertilizzanti.

Fuller presterà presto giuramento ma avrà poco tempo per insediarsi: il mese prossimo dovrà affrontare le primarie repubblicane per ottenere la candidatura al mandato pieno di due anni che sarà in palio a novembre. Anche Harris ha annunciato che si ricandiderà alle elezioni di metà mandato. In Wisconsin i democratici puntano ora a mantenere la carica di governatore e a ribaltare la legislatura statale, controllata dai repubblicani dal 2011. Un altro giudice conservatore andrà in pensione l'anno prossimo, aprendo la possibilità di una maggioranza progressista di 6-1 alla Corte Suprema statale.

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Trump accetta un cessate il fuoco di due settimane in Iran


Poco prima della scadenza dell'ultimatum di Trump, il Pakistan ha mediato un accordo che prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz e l'avvio di negoziati a Islamabad. Israele esclude il Libano dalla tregua
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Nella notte tra il 7 e l'8 aprile 2026, poco dopo la mezzanotte ora italiana, gli Stati Uniti e l'Iran hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco di due settimane, scongiurando un'escalation che per tutta la giornata era sembrata inevitabile. Il presidente Trump aveva fissato alle 20 ora di Washington (le 2 di notte in Italia) la scadenza entro cui l'Iran avrebbe dovuto riaprire lo Stretto di Hormuz, pena la distruzione delle infrastrutture civili del Paese. Circa novanta minuti prima del termine, Trump ha annunciato su Truth Social di accettare una proposta di mediazione del Pakistan.

L'accordo prevede la sospensione dei bombardamenti americani e israeliani sull'Iran per due settimane, in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz al transito commerciale. Il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha confermato che Teheran avrebbe cessato le operazioni militari e consentito il "passaggio sicuro" attraverso lo stretto, precisando però che il transito sarebbe avvenuto "in coordinamento con le forze armate iraniane". Una formulazione che lascia all'Iran un ruolo di controllo sulla rotta marittima, un elemento che prima della guerra non esisteva.

La giornata era cominciata con una minaccia senza precedenti. Al mattino Trump aveva scritto sui social: "Un'intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più". Il presidente aveva chiesto all'Iran di riaprire lo stretto entro la sera, minacciando di colpire ponti, centrali elettriche e altre infrastrutture civili, azioni che secondo il diritto internazionale configurano crimini di guerra. La minaccia aveva suscitato condanne da parte di governi, organizzazioni internazionali e anche di esponenti del Partito repubblicano.

La svolta è arrivata grazie alla mediazione del Pakistan. Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif aveva chiesto pubblicamente a Trump di prorogare la scadenza di due settimane, e il capo di stato maggiore dell'esercito pakistano Asim Munir, che mantiene rapporti con i vertici militari iraniani, ha fatto da tramite tra le parti. Secondo tre funzionari iraniani, anche la Cina ha avuto un ruolo determinante, esercitando pressioni su Teheran affinché accettasse la proposta. Il Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano ha confermato l'accordo, presentandolo come una vittoria in cui gli Stati Uniti avrebbero accettato le condizioni di Teheran. Trump, dal canto suo, ha definito l'intesa "una vittoria totale e completa" per gli Stati Uniti.

L'Iran ha sottoposto agli americani un piano in dieci punti che Trump ha definito "una base praticabile per negoziare". Le richieste iraniane comprendono la garanzia di non aggressione, il mantenimento del controllo sullo Stretto di Hormuz, il riconoscimento del diritto all'arricchimento dell'uranio, la revoca di tutte le sanzioni, il ritiro delle forze americane dalla regione, il pagamento di risarcimenti per i danni di guerra e il cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso il Libano. Si tratta di posizioni che Richard Fontaine, direttore del Center for a New American Security, ha descritto al New York Times come "una lista dei desideri di Teheran da prima della guerra".

La distanza tra le due parti resta enorme. Solo tre settimane fa Trump chiedeva la "resa incondizionata" dell'Iran. L'accordo di Obama del 2015 sul nucleare, che Trump stesso aveva abbandonato nel 2018, richiese due anni e mezzo di trattative in tempo di pace. Ora le due parti hanno due settimane, con i negoziati che dovrebbero iniziare venerdì a Islamabad.

Un nodo cruciale riguarda il Libano. Il primo ministro pakistano Sharif ha dichiarato che il cessate il fuoco si applica "ovunque, compreso il Libano". Ma l'ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha smentito, precisando che la tregua non include le operazioni israeliane contro Hezbollah in territorio libanese. Israele ha continuato a colpire obiettivi in Libano anche dopo l'annuncio dell'accordo: poco prima della tregua, un attacco israeliano su una strada trafficata della città costiera di Saida ha ucciso almeno otto persone, secondo il ministero della sanità libanese. Dall'inizio dei combattimenti tra Israele e Hezbollah, più di 1.500 persone sono state uccise in Libano.

Nelle ore immediatamente successive all'annuncio, la situazione sul terreno è rimasta caotica. Paesi del Golfo Persico, tra cui Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar, hanno segnalato attacchi con missili e droni provenienti dall'Iran anche dopo la proclamazione della tregua. Non è chiaro se si trattasse di violazioni dell'accordo o di ritardi nella trasmissione degli ordini alle forze iraniane. Israele ha continuato a colpire l'Iran anche dopo l'annuncio, secondo un funzionario della sicurezza israeliano citato dal Wall Street Journal. In Israele, le sirene antiaeree sono suonate almeno due volte dopo la proclamazione del cessate il fuoco, con missili balistici iraniani in arrivo intercettati dai sistemi di difesa.

Il bilancio della guerra, iniziata il 28 febbraio con un attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, è pesante. Secondo la Human Rights Activists News Agency, un'organizzazione con sede negli Stati Uniti, almeno 1.701 civili sono stati uccisi in Iran, tra cui 244 bambini. In Libano, i morti superano i 1.500. Nei Paesi del Golfo, almeno 32 persone sono rimaste uccise in attacchi attribuiti all'Iran. In Israele, 20 persone hanno perso la vita, e 13 militari americani sono morti dall'inizio del conflitto.

I mercati hanno reagito con sollievo all'annuncio. Il prezzo del petrolio Brent è sceso a circa 93 dollari al barile, con un calo del 15% rispetto ai livelli della giornata. Il greggio americano West Texas Intermediate è precipitato di quasi il 18%. Le Borse asiatiche hanno aperto in forte rialzo: il Nikkei giapponese ha guadagnato oltre il 4%, il Kospi sudcoreano più del 5%. I futures sull'indice S&P 500 sono saliti di oltre il 2%.

La giornata era stata segnata da condanne trasversali contro la retorica di Trump. Papa Leone XIV, primo pontefice americano, ha definito le minacce del presidente "davvero inaccettabili", aggiungendo che si tratta di "una questione morale che riguarda il bene di un popolo nella sua interezza". Tucker Carlson, commentatore conservatore tra i più influenti della destra americana, ha definito i messaggi pasquali di Trump "malvagi" e ha invitato i funzionari americani a disobbedire a eventuali ordini di colpire civili. L'ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene, un tempo tra le più strette alleate del presidente, ha invocato il 25esimo emendamento della Costituzione per rimuoverlo dall'incarico, scrivendo sui social: "Non possiamo uccidere un'intera civiltà. Questa è follia e malvagità". Più di un quarto dei parlamentari democratici al Congresso ha chiesto la rimozione di Trump dall'incarico.

Tra i repubblicani, il senatore Ron Johnson del Wisconsin, stretto alleato del presidente, ha dichiarato al Wall Street Journal che avrebbe ritirato il suo sostegno se Trump avesse colpito infrastrutture civili, definendola "un errore enorme". La senatrice Lisa Murkowski dell'Alaska ha scritto che la minaccia di Trump "è un affronto agli ideali che la nostra nazione ha cercato di sostenere per quasi 250 anni". Ma la maggioranza dei leader repubblicani, compreso il presidente della Camera Mike Johnson e il leader della maggioranza al Senato John Thune, è rimasta in silenzio.

La guerra ha messo in evidenza sia la potenza tecnologica americana sia l'inattesa capacità di resistenza iraniana. In 39 giorni di conflitto, gli Stati Uniti hanno colpito oltre 13.000 obiettivi. L'Iran ha però dimostrato di poter condurre una guerra asimmetrica efficace, chiudendo lo Stretto di Hormuz al traffico commerciale, lanciando attacchi missilistici e con droni contro Israele, i Paesi del Golfo e le basi americane nella regione, e conducendo attacchi informatici contro i sistemi idrici ed energetici statunitensi. Il 3 aprile, l'Iran ha abbattuto un caccia americano F-15E, la prima volta che un aereo da combattimento statunitense veniva colpito nel conflitto.

La domanda centrale è se due settimane basteranno per colmare il divario tra le posizioni delle due parti. Il piano iraniano in dieci punti comprende richieste che gli Stati Uniti e Israele hanno respinto per vent'anni. L'Iran mantiene un arsenale di circa 440 chili di uranio arricchito al 60%, vicino al grado necessario per uso bellico, che in teoria era la ragione originaria della guerra. Se Trump non riuscirà a ottenerne la rimozione dal Paese, avrà ottenuto meno dell'accordo di Obama del 2015, in cui l'Iran spedì all'estero il 97% delle proprie scorte nucleari. Fontaine ha sintetizzato al New York Times: "C'è la possibilità che tutto questo finisca con gli Stati Uniti e il mondo in una situazione peggiore di quella iniziale".
Timeline della guerra Usa-Iran 2026

Cronologia del conflitto
39 giorni di guerra: la timeline completa del conflitto Usa-Iran
Dal primo attacco al cessate il fuoco — 28 febbraio – 7 aprile 2026

Tocca un evento per approfondire ↓
Febbraio 2026

28 Febbraio
Usa e Israele attaccano l'Iran: ucciso l'Ayatollah Khamenei
Raid su un complesso governativo a Teheran e su obiettivi militari in tutto il Paese. Muore la Guida Suprema dopo quasi 37 anni al potere.
Primo attacco
Eliminati anche altri vertici militari e dell'intelligence. Almeno 175 persone, per lo più bambine, muoiono nel bombardamento di una scuola elementare femminile nel sud dell'Iran. Secondo funzionari Usa, si trattò di un errore di targeting.

28 Febbraio
L'Iran risponde: missili e droni su Israele e basi Usa
Teheran lancia una rappresaglia contro Israele e contro le installazioni militari americane in Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti.
Escalation
È l'inizio della risposta iraniana su scala regionale, che coinvolge diversi Paesi del Golfo Persico alleati degli Stati Uniti.

Marzo 2026

1 Marzo
Primi soldati Usa uccisi: 6 morti in Kuwait
Un drone iraniano colpisce Port Shuaiba, in Kuwait. Sono le prime vittime americane del conflitto.
Vittime Usa
Lo stesso giorno Hezbollah trascina il Libano nel conflitto, lanciando razzi verso Israele come rappresaglia per l'uccisione della Guida Suprema iraniana.

1 Marzo
Trump al NYT: "Quattro-cinque settimane"
In una breve intervista telefonica, il presidente offre visioni contraddittorie sul futuro dell'Iran e sulla durata dell'offensiva.
Dichiarazioni
Trump delinea scenari diversi e apparentemente incompatibili su come un nuovo governo potrebbe prendere forma a Teheran e sulla durata prevista del conflitto.

8 Marzo
L'Iran nomina il successore: Mojtaba Khamenei
Il figlio 56enne della Guida Suprema uccisa viene designato da un comitato di alti chierici sciiti. Trump lo definisce una scelta "inaccettabile".
Leadership
La nomina segnala continuità e sfida. Passeranno diversi giorni prima che il nuovo leader si faccia vivo: secondo funzionari Usa, Mojtaba Khamenei era rimasto ferito nei primi giorni di guerra.

11 Marzo
Iran intensifica gli attacchi sullo Stretto di Hormuz
Almeno tre navi colpite nel passaggio strategico dove transita circa il 20% del petrolio mondiale.
Energia
L'Iran rivendica un attacco a una nave cargo thailandese. I prezzi del petrolio schizzano verso l'alto. L'amministrazione Trump si affretta a rassicurare i mercati globali.

12 Marzo
Prima dichiarazione di Mojtaba Khamenei
Il nuovo leader supremo ordina all'esercito di continuare a bloccare lo Stretto di Hormuz.
Leadership
Con un comunicato scritto, Mojtaba Khamenei conferma la linea dura della Repubblica Islamica nel mezzo del conflitto.

12 Marzo
Aereo militare Usa precipita in Iraq: 6 morti
Un aerocisterna KC-135 si schianta. Il bilancio delle vittime Usa sale ad almeno 13.
Vittime Usa
Sei membri dell'equipaggio perdono la vita nello schianto. L'incidente porta il numero dei militari americani caduti dall'inizio del conflitto ad almeno 13.

13 Marzo
Usa bombardano l'isola di Kharg
Raid massiccio sul principale hub petrolifero iraniano. Trump afferma che le strutture petrolifere non sono state colpite.
Attacco
L'isola di Kharg è responsabile di circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Secondo Trump il raid ha colpito solo infrastrutture militari sull'isola.

17 Marzo
Israele elimina due vertici iraniani
Uccisi Ali Larijani (Consiglio di Sicurezza Nazionale) e Gholamreza Soleimani (capo dei Basij). Il colpo più duro alla leadership iraniana dal 28 febbraio.
Leadership
I Basij sono una milizia allineata al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Le due eliminazioni rappresentano il più grave danno alla catena di comando iraniana dopo il primo giorno di guerra.

18 Marzo
Guerra energetica: colpiti impianti in Iran e Qatar
Israele attacca il giacimento South Pars (70-75% del gas iraniano). L'Iran risponde colpendo il sito di Ras Laffan in Qatar, il più grande impianto di esportazione di GNL al mondo.
Energia
Lo scambio di attacchi su infrastrutture energetiche critiche segna una escalation senza precedenti che coinvolge anche il Qatar, alleato degli Usa.

23 Marzo
Trump: "Stiamo trattando con l'Iran"
Prima indicazione pubblica di colloqui diplomatici dall'inizio del conflitto.
Diplomazia
Trump rivela per la prima volta che Usa e Iran stanno discutendo un possibile termine delle ostilità. Nessun dettaglio viene fornito sulle condizioni in discussione.

27 Marzo
12 soldati Usa feriti in Arabia Saudita
Un attacco iraniano colpisce la base aerea Prince Sultan. Una delle violazioni più gravi delle difese aeree americane dall'inizio della guerra.
Vittime Usa
L'attacco alla base saudita dimostra la capacità iraniana di colpire installazioni militari Usa anche profondamente all'interno del territorio alleato.

28 Marzo
Gli Houthi entrano in guerra
Il gruppo armato filo-iraniano in Yemen lancia un missile balistico contro Israele, intercettato dalla difesa aerea.
Escalation
L'ingresso degli Houthi allarga ulteriormente il fronte del conflitto, che ora coinvolge Iran, Libano (Hezbollah), Yemen e diversi Paesi del Golfo.

Aprile 2026

3 Aprile
Iran abbatte un caccia F-15E americano
Primo aereo da combattimento Usa abbattuto nella guerra. Dei due membri dell'equipaggio, uno viene recuperato subito; per il secondo servono due giorni di ricerche in territorio iraniano.
Attacco
L'operazione di salvataggio del secondo aviatore viene condotta da commandos in profondità nel territorio iraniano, in una delle missioni più rischiose dell'intero conflitto.

7 Aprile
Trump annuncia il cessate il fuoco
Tregua di due settimane. Il Consiglio di sicurezza nazionale iraniano conferma l'accordo, presentandolo come una vittoria.
Cessate il fuoco
Dopo 39 giorni di conflitto, Trump annuncia la sospensione delle ostilità. È la seconda volta in meno di un anno che gli Usa sono coinvolti direttamente in un conflitto militare con Teheran.

Elaborazione di Focus America · Ultimo aggiornamento: 8 aprile 2026

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La rassegna stampa di mercoledì 8 aprile 2026


Gli Stati Uniti e l'Iran raggiungono un cessate il fuoco di due settimane dopo le minacce di Trump, mentre i Democratici consolidano i successi elettorali nel Wisconsin e in Georgia

Questa è la rassegna stampa di mercoledì 8 aprile 2026

Gli Stati Uniti e l'Iran accordano un cessate il fuoco di due settimane


Il presidente Trump ha annunciato una tregua di due settimane con l'Iran dopo le minacce di distruggere "un'intera civiltà", con Teheran che ha accettato di riaprire lo Stretto di Hormuz. L'accordo è stato mediato dal Pakistan e annunciato meno di due ore prima della scadenza delle 20:00 fissata da Trump per un'escalation militare.

Fonti: Financial Times, Wall Street Journal, The Guardian

I Democratici estendono la maggioranza nella Corte Suprema del Wisconsin


Il giudice Chris Taylor, sostenuto dai Democratici, ha vinto il seggio della Corte Suprema del Wisconsin contro la conservatrice Maria Lazar, consolidando la maggioranza liberale 5-2. La vittoria rafforza il controllo democratico sul tribunale supremo dello stato in vista delle elezioni presidenziali del 2028.

Fonti: The Guardian, New York Times, The Hill

Un Repubblicano vince il seggio della Georgia di Marjorie Taylor Greene


Clay Fuller, sostenuto da Trump, ha sconfitto il Democratico Shawn Harris nell'elezione speciale per il 14° distretto congressuale della Georgia. Nonostante i Democratici abbiano ridotto il margine di 25 punti, non sono riusciti a ribaltare questo seggio tradizionalmente conservatore.

Fonti: BBC, Wall Street Journal, The Guardian

L'amministrazione Trump nega sollievo sui dazi all'alluminio alla Ford


L'amministrazione ha respinto le richieste della Ford e di altre case automobilistiche per un alleggerimento dei dazi sull'alluminio dopo che incendi in una fabbrica statunitense hanno creato problemi nella catena di approvvigionamento. Le aziende automobilistiche stanno lottando con l'aumento dei costi dopo che un fornitore nazionale è andato offline.

Fonti: Wall Street Journal

I funzionari USA avvertono di cyber-attacchi iraniani alle infrastrutture critiche


Le agenzie di sicurezza federali hanno emesso un avvertimento per cyber-attacchi affiliati all'Iran contro le infrastrutture critiche statunitensi, in particolare nei settori idrico ed energetico. Un gruppo pro-iraniano ha rivendicato attacchi contro Chime Financial e Pinterest, mandando offline i siti web di entrambe le aziende.

Fonti: The Guardian, Bloomberg

Un deputato Democratico presenta articoli di impeachment contro Trump


Il rappresentante John Larson (D-Conn.) ha presentato articoli di impeachment contro il presidente Trump per le sue minacce di cancellare "un'intera civiltà" iraniana. La mossa arriva mentre crescono le critiche bipartisan alle minacce del presidente, con alcuni Repubblicani che esprimono disagio per la retorica.

Fonti: The Hill

Gli agenti dell'ICE sparano a un uomo in California durante un fermo


Gli agenti dell'Immigration and Customs Enforcement hanno sparato a Carlos Ivan Mendoza Hernandez durante un fermo veicolare a Patterson, California. Il dipartimento della Sicurezza Nazionale ha dichiarato che l'uomo aveva "trasformato il suo veicolo in un'arma", una frase utilizzata in altri incidenti di applicazione delle leggi sull'immigrazione.

Fonti: The Guardian, Wall Street Journal

Rilasciata la moglie di un soldato statunitense dopo la detenzione dell'ICE


Annie Ramos, moglie neolaureata di un soldato statunitense, è stata rilasciata dalla custodia federale dopo essere stata arrestata dagli agenti dell'ICE presso la base militare del marito in Louisiana. Ramos, arrivata negli Stati Uniti dall'Honduras da bambina, era andata alla base per completare le pratiche burocratiche per trasferirsi con il marito.

Fonti: The Guardian, New York Times, BBC

Il Cook Political Report sposta cinque seggi della Camera verso i Democratici


Il Cook Political Report ha spostato cinque gare per la Camera verso i Democratici e una verso i Repubblicani mentre il partito di minoranza cerca di riconquistare il controllo della Camera nelle elezioni di medio termine di novembre. I cambiamenti riflettono il momentum democratico continuo dopo le sovraperformance in Wisconsin e Georgia.

Fonti: The Hill

Papa Leone XIV condanna le minacce di Trump contro l'Iran


Il primo Papa americano ha definito "veramente inaccettabile" la minaccia del presidente Trump contro l'intero popolo iraniano. Papa Leone XIV ha costantemente invocato il dialogo per risolvere la guerra in Medio Oriente, riferendosi alle minacce di Trump contro l'Iran come inappropriate.

Fonti: New York Times, The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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La guerra in Iran sta diventando un grosso problema per Trump


Il conflitto fa crollare i consensi del presidente, viola le sue promesse elettorali e rischia di trascinare l'economia mondiale in recessione. I sondaggi mostrano un'opposizione trasversale, anche tra i repubblicani.

Donald Trump ha vinto le elezioni del 2024 con due promesse: non coinvolgere gli Stati Uniti in nuove guerre e abbassare i prezzi. Cinque settimane dopo l'inizio del conflitto con l'Iran, il 28 febbraio 2026, entrambe le promesse sono infrante. Il prezzo medio della benzina è salito del 42%, da 2,90 a 4,13 dollari al gallone (0,66 euro al litro e 0,94 euro al litro), e i sondaggi registrano un'opposizione alla guerra che non ha precedenti nella storia recente delle operazioni militari americane.

Solo il 38,6% degli americani sostiene il conflitto in Iran, contro il 54,1% che lo disapprova. Secondo la media ponderata di Nate Silver, il tasso di approvazione netto della guerra è di -15,5 punti, mentre in quella di FiftyPlusOne l'approvazione è addirittura negativa di 27 punti. Il sondaggio più recente della CNN, condotto dall'istituto SSRS tra il 26 e il 30 marzo, mostra che il 66% disapprova l'azione militare, con un'opposizione salita di 13 punti al 43% rispetto al sondaggio condotto nei primi giorni di guerra. Solo il 34% approva la decisione di intervenire. Il confronto con il passato è impietoso: nei primi giorni dell'invasione dell'Iraq nel 2003, il 59% degli americani riteneva che la guerra valesse il costo in vite umane e risorse. Oggi, per l'Iran, la percentuale è del 29%.

Sondaggi
L'approvazione della guerra in Iran
Approvazione netta (% approva − % disapprova) secondo due diverse medie di sondaggi

I due grafici mostrano la stessa domanda — se gli americani approvano la guerra in Iran — misurata con metodologie diverse. Silver Bulletin (Nate Silver) pubblica una media ponderata dei sondaggi sulla guerra, pesata per qualità, recenza e dimensione del campione. FiftyPlusOne calcola l'approvazione netta di Trump sulla questione Iran come media mobile a 14 giorni combinata con stime modellate. Gli assi verticali sono allineati per rendere confrontabili le due serie.
Elaborazione di Focus America su dati Silver Bulletin e FiftyPlusOne · Aggiornato al 7 aprile 2026

La questione centrale per il futuro politico di Trump è che l'opposizione non arriva solo dai democratici, ormai quasi unanimi nel disapprovare il conflitto (94%), o dagli indipendenti (74% contrari). La frattura attraversa il Partito Repubblicano stesso. Secondo il sondaggio CNN/SSRS, il 28% dei repubblicani disapprova l'azione militare. Sull'ipotesi di inviare truppe di terra, che il presidente ha lasciato come opzione aperta, il 51% dei repubblicani è contrario, secondo i sondaggi del sito FiftyPlusOne. Persino tra i repubblicani che si identificano con il movimento MAGA, l'invio di soldati incontra più opposizione (32%) che sostegno (25%), secondo la CNN. I repubblicani non-MAGA, quelli che avevano dato a Trump la vittoria nel 2024, sono passati in poche settimane da un saldo positivo di 25 punti a favore della guerra a un saldo negativo di 23 punti.

Il gradimento complessivo di Trump è sceso sotto il 40% nella nostra media, attestandosi al 38,9%. Ma è sui singoli temi che il quadro si fa più allarmante per la Casa Bianca. Il gradimento sulla gestione dei prezzi e dell'inflazione ha toccato il minimo storico a meno 33, il dato peggiore del suo secondo mandato e vicino ai minimi raggiunti da Joe Biden. La gestione dell'Iran, che dopo i bombardamenti della scorsa estate era a meno 7, è precipitata a meno 27. Solo il 33% degli americani ritiene che Trump abbia un piano chiaro per gestire la situazione in Iran.

Sondaggi
I sondaggi sulla guerra in Iran
50 rilevazioni di 28 istituti — 7 aprile 2026

Ordina per: Net Approval Data fine

A = Adulti · RV = Elettori registrati · LV = Elettori probabili
Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 7 aprile 2026

La dinamica dei prezzi della benzina aggiunge una dimensione economica al problema politico. Come ha mostrato un'analisi del New York Times, esiste una correlazione storica tra il prezzo alla pompa e il gradimento presidenziale: dalla crisi energetica di Jimmy Carter nel 1979 al crollo di George W. Bush nel 2008, la benzina cara ha regolarmente eroso il consenso dei presidenti in carica. La polarizzazione ha reso i tassi di approvazione presidenziale più stabili negli ultimi quindici anni, ma la velocità dell'aumento attuale, oltre un dollaro in poche settimane, potrebbe cambiare le cose: nel febbraio scorso, durante il discorso sullo stato dell'Unione, Trump si vantava di una benzina sotto i 2,30 dollari. Oggi in alcuni stati supera i 5 dollari al gallone, in alcune contee i 6.

Il rischio non è solo americano. Un'analisi del Fondo Monetario Internazionale ha concluso che qualunque scenario legato al conflitto porta a prezzi più alti e crescita più lenta. I paesi poveri importatori di energia in Africa, Asia e America Latina sono i più vulnerabili, con un rischio concreto di insicurezza alimentare. Anche l'Europa, già colpita dallo shock energetico della guerra in Ucraina, affronta una situazione peggiore degli Stati Uniti. La società di ricerca Capital Economics ha assegnato una probabilità di due terzi a una rapida conclusione del conflitto e a un ritorno alla normalità dei flussi petroliferi, ma nello scenario avverso prevede recessioni in diverse regioni del mondo. La Federal Reserve, da parte sua, ha congelato i tassi di interesse in attesa di capire l'impatto inflazionistico della guerra, mentre la possibilità di un rialzo è aumentata.

Lo Stretto di Hormuz resta il nodo strategico irrisolto. L'Iran ha dimostrato di poter controllare il passaggio attraverso cui transita un quinto del petrolio e del gas naturale mondiali. L'esperto di politica iraniana Vali Nasr, professore alla Johns Hopkins University, ha dichiarato a New York Magazine che lo Stretto è diventato per Teheran più importante del programma nucleare: non offriva deterrenza reale, mentre il controllo della via d'acqua è l'unica ragione per cui l'Iran sta sopravvivendo a questo conflitto. Secondo Nasr, Trump si trova di fronte a tre opzioni: abbandonare il campo lasciando il conflitto irrisolto, escalare con un'invasione terrestre, oppure negoziare. Nel discorso di mercoledì sera dalla Casa Bianca, il presidente ha detto che nel giro di due o tre settimane gli Stati Uniti avrebbero raggiunto i loro obiettivi militari, ma ha anche dichiarato che toccherà ad altri paesi riaprire lo Stretto di Hormuz. Dopo questa dichiarazione, i prezzi del petrolio sono saliti dell'8%.

La media dei sondaggi sul voto per il Congresso in vista delle elzioni di metà mandato dà i democratici in vantaggio di circa sei punti. I dati Gallup sull'identificazione per partito mostrano un vantaggio democratico di dieci punti, un ribaltamento rispetto al 2024. Nelle elezioni suppletive tenute finora, i democratici hanno superato i loro margini del 2020 di nove punti in media. I dati storici sulla relazione tra gradimento presidenziale e risultato delle midterm mostra che il vantaggio democratico potrebbe crescere ulteriormente, perché un presidente a meno 17 punti netti di gradimento produce storicamente un distacco maggiore di quello attualmente registrato nei sondaggi generici. Con un vantaggio democratico tra i sette e i nove punti, stati come Texas, Ohio e Florida diventerebbero competitivi, non solo quelli tradizionalmente in bilico.

L'approvazione di Trump scende dopo l'inizio della guerra
Media FocusAmerica — Andamento giornaliero dall'insediamento

Elaborazione di Focus America · Ultimo aggiornamento: 7 aprile 2026

Trump ha costruito la sua immagine politica sulla promessa di un'economia forte e dell'assenza di nuove guerre. La guerra in Iran ha demolito entrambi i pilastri. Il paradosso è che il presidente sembra consapevole dell'importanza dei sondaggi. Ma sui numeri che contano, quelli degli indipendenti e dei repubblicani moderati, la traiettoria è inequivocabilmente negativa. È molto più facile perdere un sostenitore che convincere un oppositore. E una volta perso il consenso, Trump storicamente non lo recupera.

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Il vicepresidente Vance vola a Budapest per sostenere Orbán a una settimana dal voto


Il numero due di Trump arriva in Ungheria in piena campagna elettorale per rafforzare il premier che da 16 anni guida il Paese. L'ultima settimana prima del voto del 12 aprile è stata segnata da scandali di spionaggio, esplosivi trovati vicino a un gasdotto e accuse reciproche tra Budapest e Kyiv.

Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance è arrivato oggi a Budapest per una visita di due giorni che si è trasformata in un sostegno esplicito alla rielezione di Viktor Orbán. Al fianco del primo ministro ungherese, Vance ha detto di essere in Ungheria per “aiutare il più possibile” il leader di Fidesz in vista delle importantissime elezioni di domenica 12 aprile, offrendo il segnale più netto finora dell’impegno dell’Amministrazione Trump per una sua vittoria.

Per Orbán, al potere ininterrottamente dal 2010, si tratta di una sfida particolarmente delicata. Il premier punta, infatti, a un quinto mandato consecutivo, ma affronta una delle campagne più difficili degli ultimi anni contro Péter Magyar, leader del partito di centrodestra Tisza, che secondo diversi sondaggi indipendenti ha accumulato un vantaggio significativo tra gli elettori decisi a votare.
Ungheria, sondaggi e cronologia

Sondaggi aggiornati· 7 aprile 2026

Elezioni in Ungheria

Orbán in rincorsa: Tisza avanti nei sondaggi, con forti divari tra istituti


L'infografica riepiloga gli ultimi rilevamenti del periodo elettorale 2026, includendo sia gli istituti indipendenti sia quelli filo-governativi. Le barre si animano all’apertura e ogni sezione può essere filtrata per leggere meglio il quadro.

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Punto chiave

Il divario non è solo tra partiti, ma anche tra diversi tipi di sondaggisti: gli istituti indipendenti o vicino all'opposizione mostrano in media Tisza nettamente avanti, mentre quelli filo-governativi continuano invece a dare Fidesz in testa.

Sondaggi Cronologia

Elenco dei sondaggi condotti a marzo 2026

Tisza
Fidesz
DK
MH

Tutti Indipendenti Filo-governativi
14 sondaggi

Media del filtro selezionato
Tisza avanti

Vantaggio medio

Dati ricavati da Wikipedia per il periodo 25 febbraio–30 marzo 2026. Il filtro aggiorna la media complessiva e rianima le barre delle card visibili.

Cronologia della campagna e degli ultimi sondaggi

Fonti dati: tabella sondaggi di Wikipedia. Contesto cronologico: arrivo di JD Vance a Budapest il 7 aprile per supportare la rielezione di Orban.

Durante la conferenza stampa congiunta nel monastero del Carmelo, sede dell’ufficio del premier a Budapest, Vance ha accusato Bruxelles di voler condizionare la politica ungherese. Intervenendo apertamente a favore di Orbán, ha definito l’Unione Europea come uno dei peggiori esempi di interferenza elettorale straniera da lui mai visti. Ha anche detto di non voler dire agli ungheresi come votare, invitando però i “burocrati di Bruxelles” a fare lo stesso e dicendosi convinto della vittoria del premier.

La visita è poi proseguita con la partecipazione di Vance a un evento elettorale di Orbán, presentato come una “giornata dell’amicizia” tra Stati Uniti e Ungheria, una scelta insolita per un leader straniero e in contrasto con la prassi di evitare un coinvolgimento diretto nelle campagne elettorali di altri Paesi. In serata, durante un raduno nello stadio, Vance ha rincarato la dose contro l’UE e ha detto ai sostenitori di Fidesz: “Dobbiamo far rieleggere Orbán come primo ministro dell’Ungheria, no?”. Poco prima aveva anche telefonato a Donald Trump e, una volta messo in vivavoce, il presidente aveva definito Orbán “un uomo fantastico”, ribadendo il suo sostegno.

Il sostegno di Washington si inserisce in un rapporto politico consolidato. Orbán è da tempo una figura di riferimento per la destra radicale internazionale ed è apprezzato nell’universo MAGA per le sue posizioni radicali contro l’immigrazione, per le restrizioni ai diritti LGBTQ+ e per il controllo esercitato su media e istituzioni accademiche. I suoi critici, invece, lo accusano da anni di aver svuotato le istituzioni ungheresi, limitato la libertà di stampa e favorito corruzione e clientelismo, accuse che il premier ha sempre respinto.

Nel suo intervento, Vance ha lodato Orbán anche per la politica energetica, sostenendo che altri governi dell’Europa occidentale avrebbero dovuto seguire l’esempio ungherese invece di ridurre le importazioni di combustibili fossili russi dopo l’invasione dell’Ucraina. Una presa di posizione che conferma, ancora una volta, la sintonia tra il governo di Budapest e l’attuale Casa Bianca, proprio mentre Orbán, in vista del voto di domenica, prova a distinguersi sempre di più dalla maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea, sia sul terreno dell’energia sia su quello del sostegno a Kyiv.

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Le grandi aziende tecnologiche continueranno a effettuare scansioni senza alcuna base legale

L'esenzione che consentiva il monitoraggio volontario delle chat è scaduta nel fine settimana. Tuttavia, grandi aziende tecnologiche come Google, Meta e Microsoft intendono continuare a scansionare in massa le comunicazioni private dei propri utenti.

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