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Trump Dividend, come funzionerebbe l'assegno da 5.000 dollari


La proposta sarebbe finanziata con gli introiti dei dazi, ma potrebbe costare molto di più, fino a oltre 1.200 miliardi. E gli economisti avvertono: rischia di aumentare deficit, tassi e inflazione.

Se i repubblicani manterranno il controllo della Camera dei Rappresentanti e del Senato alle elezioni di metà mandato di novembre, ogni cittadino americano adulto riceverà 5.000 dollari. Lo ha promesso il presidente Donald Trump mercoledì sera, dal palco della prima Convention repubblicana dedicata alle midterm, a Dallas. L'assegno si chiamerà "Trump Dividend" e, ha precisato il presidente, dovrà essere speso solo negli Stati Uniti.

Secondo le stime del Census Bureau citate da Axios, i cittadini americani adulti sono circa 245 milioni. Distribuire 5.000 dollari a ciascuno costerebbe quindi oltre 1.200 miliardi di dollari, senza contare le spese amministrative e al netto di eventuali esclusioni per i redditi più elevati. Come ha osservato il giornalista Colby Hall, si tratterebbe di una cifra superiore agli 814 miliardi complessivamente distribuiti nei tre cicli di assegni federali durante la pandemia.

Il vicepresidente JD Vance ha indicato nei dazi la possibile fonte di finanziamento e ha lasciato intendere che i contribuenti più ricchi potrebbero essere esclusi. Ma il gettito dei dazi è molto inferiore al costo potenziale della misura: Axios stima entrate doganali nell'ordine dei 300 miliardi di dollari l'anno, mentre il Congressional Budget Office calcola in 167 miliardi gli incassi nell'attuale esercizio fiscale. A rendere il quadro ancora più incerto è la sentenza con cui quest'anno la Corte Suprema ha annullato gran parte dei precedenti dazi imposti dall'Amministrazione Trump sulla base dei poteri d'emergenza, costringendo il governo a rimborsare oltre 100 miliardi di dollari.

Trump Dividend

Un assegno da 5.000 dollari a testa: costa più di tutti gli assegni Covid e nessuno sa chi lo paga
Trump lo promette se i repubblicani terranno Camera e Senato a novembre. Ecco quanto vale, con che cosa si finanzierebbe e perché l'economia di oggi non è quella del 2021.

United States Treasury N. 2026-11-03 Data Dopo le midterm? Pagare a Ogni cittadino adulto $5.000,00 Cinquemila e 00/100 Dollari Causale Trump Dividend, solo USA Firma ⎪0000005000⎪ 2453⎪ Solo se vince il GOP

Grafica di FocusAmericaAggiornata all'11 settembre 2026

1Quanto costaIl costo 2Chi lo pagaChi paga 3Il rischio inflazioneIl rischio

1 – Quanto costa
Ogni punto vale un milione di persone. Insieme fanno 1.226 miliardi
Il Census Bureau conta 245,3 milioni di cittadini adulti. Moltiplicati per 5.000 dollari, il conto supera i 1.200 miliardi: senza spese amministrative e senza esclusioni per i redditi alti.

245 punti = 245,3 milioni di cittadini adulti (Census Bureau, ACS 2024)

Costo stimato
1.226mld $
5.000 $ × 245,3 milioni di adulti. Reuters, contando tutti i 270 milioni di adulti residenti, arriva a 1.350 miliardi.

Il confronto con la pandemia
Tra marzo 2020 e aprile 2021 il governo federale spediì tre cicli di assegni. Tutti e tre insieme valgono meno di questo solo pagamento.

Trump Dividend – un solo pagamento, 5.000 $ a persona1.226 mld $

Assegni Covid 2020–21 – tre cicli, 476 milioni di pagamenti814 mld $
1.200 $ 600 $ 1.400 $

Tocca un ciclo per vedere quanto è costato. I tre assegni pandemici sommati coprono il 66% del Trump Dividend.
CARES Act, mar. 2020Secondo ciclo, dic. 2020American Rescue Plan, mar. 2021

2 – Chi lo paga
I dazi indicati da Vance coprono al massimo un quarto dell'assegno
Il vicepresidente ha indicato le entrate doganali come fonte. Scegli la stima e guarda quanta parte del costo resta scoperta.
300 mld/anno – stima Axios 167 mld – entrate nette 2026, CBO

Dazi 24%
Scoperto: 76%
0Costo totale: 1.226 mld $

Da prendere a prestito
926mld $
Con un anno intero di dazi al livello stimato da Axios.

Anni di dazi necessari
4,1anni
Per pagare un assegno una tantum.

Il punto
Il gettito su cui contare si sta restringendo: a febbraio la Corte Suprema ha annullato i dazi imposti con i poteri d'emergenza e il governo ha già rimborsato oltre 100 miliardi. Per il CBO le entrate doganali 2026 saranno 250 miliardi sotto le previsioni di inizio anno.

3 – Il rischio inflazione
Mille miliardi presi a prestito in un'economia già surriscaldata
Deficit vicino ai 2.000 miliardi, tassi a lungo termine ai massimi dal 2023, piena occupazione e inflazione elevata: il contesto in cui il dividendo verrebbe versato.

Deficit federale 2026
2.100mld $
Stima CBO di agosto, rivista al rialzo di 200 miliardi per il crollo dei dazi.

Treasury a 10 anni
4,85%

0%Soglia 5%
Massimo da ottobre 2023. È il tasso di riferimento per mutui e prestiti.

Debito da aggiungere
1.059mld $
Se l'assegno fosse coperto solo dalle entrate doganali nette stimate dal CBO.

Il precedente: l'American Rescue Plan
Nel 2021 Biden versò assegni fino a 1.400 dollari dentro un piano da 1.900 miliardi. Diversi studi hanno poi collegato quello stimolo a parte dell'inflazione del 2021–22. Ma il quadro era un altro.

Marzo 2021
Oggi
Assegno a persona
1.400 $American Rescue Plan
5.000 $Trump Dividend
Costo del piano
1.900 mld $tutto il pacchetto
1.226 mld $solo gli assegni
Treasury a 10 anni
1,5%alla firma del piano
4,85%massimo dal 2023
Lavoro
Disoccupazione alta
Vicino alla piena occupazione
Inflazione
Non ancora salita
Elevata

Il punto
Per Michael Strain (American Enterprise Institute) Trump vuole stimolare un'economia che ha già un problema di inflazione e pochi margini inutilizzati. Se il piano diventasse legge, il rischio di una nuova accelerazione dei prezzi sarebbe concreto.

Fonte Census Bureau (ACS 2024) per la popolazione adulta; IRS e Pandemic Response Accountability Committee per gli assegni Covid; Congressional Budget Office (Monthly Budget Review, agosto 2026) per deficit ed entrate doganali; Treasury per i rendimenti; Axios. Elaborazione FocusAmerica, settembre 2026.

Il rischio di riaccendere l'inflazione


Axios ha messo in fila i principali rischi economici della proposta. Il deficit federale viaggia già intorno ai 2.000 miliardi di dollari l'anno, gli investitori chiedono rendimenti sempre più elevati per finanziare il debito pubblico, l'economia è vicina alla piena occupazione e l'inflazione resta elevata. Prendere a prestito oltre mille miliardi di dollari e distribuirli alle famiglie rischierebbe quindi di surriscaldare ulteriormente l'economia, aumentando le pressioni su prezzi, debito e tassi d'interesse.

Il precedente più vicino è l'American Rescue Plan da 1.900 miliardi di dollari voluto da Joe Biden all'inizio del 2021, che comprendeva assegni fino a 1.400 dollari a persona. All'epoca, però, la disoccupazione era più alta, l'inflazione non aveva ancora iniziato la sua ascesa e il debito pubblico era inferiore. Diversi studi hanno successivamente attribuito agli stimoli fiscali della pandemia, compreso l'American Rescue Plan, una parte della responsabilità dell'aumento dell'inflazione del 2021 e del 2022, insieme alle strozzature dell'offerta e agli altri effetti della pandemia.

Il Dipartimento del Tesoro sta già cercando, con non poche difficoltà, di contenere i rendimenti a lungo termine. Giovedì mattina il rendimento del Treasury decennale, riferimento per mutui e numerosi altri prestiti, era intorno al 4,92%, vicino alla soglia del 5%. Michael Strain, direttore degli studi di politica economica dell'American Enterprise Institute, centro studi conservatore, ha detto ad Axios che Trump si propone di stimolare "un'economia che ha già un problema di inflazione e non ha molti margini inutilizzati". Se il piano dovesse diventare legge, secondo Strain, esisterebbe un rischio concreto di una nuova accelerazione dei prezzi.

Una promessa elettorale ancora tutta da scrivere


Per Axios, almeno per ora, la proposta assomiglia più a uno strumento per mobilitare gli elettori che a un piano definito. Trump aveva già prospettato in passato un dividendo finanziato dai dazi e un "dividendo DOGE", legato ai risparmi prodotti dalla struttura creata per ridurre la spesa federale. Nessuna delle due ipotesi si è però concretizzata.

Anche se i repubblicani conservassero il controllo del Congresso, ipotesi al momento esclusa dai sondaggi, con ogni probabilità disporrebbero di maggioranze molto ristrette e dovrebbero fare i conti con la pressione dei mercati per contenere il deficit. Almeno un esponente repubblicano, però, ha già preso la promessa di Trump alla lettera: il senatore dell'Ohio Bernie Moreno ha annunciato che presenterà un disegno di legge per autorizzare l'emissione di questi assegni.

Secondo Hall, la promessa entra inoltre in contraddizione con uno dei messaggi centrali della campagna repubblicana. Da mesi il partito accusa esponenti democratici come Zohran Mamdani e James Talarico di sostenere politiche "socialiste" basate sulla distribuzione di denaro pubblico, e proprio la prima serata della convention aveva messo la minaccia del socialismo al centro della scena.

Eppure, osserva Hall, Trump ha proposto quello che sarebbe il più grande pagamento diretto una tantum nella storia degli Stati Uniti, subordinandone l'attuazione alla vittoria del suo partito alle elezioni. Ciò nonostante, il senatore repubblicano del Texas Ted Cruz ha difeso la proposta del presidente durante una intervista su Fox News sostenendo che, di fatto, si tratterebbe di un rimborso fiscale, perché la maggior parte dei beneficiari già lavora e paga le tasse.


Trump promette 5.000 dollari a ogni americano adulto se vincerà le midterm


Il presidente ha promesso un assegno da 5.000 dollari a ogni cittadino americano adulto se i repubblicani manterranno il controllo sia della Camera sia del Senato alle elezioni di metà mandato del 3 novembre. L'annuncio è arrivato nel discorso di mercoledì sera a Dallas, in Texas, iniziato intorno alle 21 ora della costa est (le 3 del mattino in Italia). Il discorso ha chiuso la prima giornata della convention di metà mandato del Partito Repubblicano, un evento che nessun partito organizzava dal 1982. Trump l'ha voluto per rilanciare i candidati del suo partito in una campagna che i sondaggi danno in salita.

"Se i repubblicani vincono la Camera dei rappresentanti e il Senato degli Stati Uniti, entrambi, grazie al nostro straordinario successo economico, emetterò un dividendo per ogni cittadino adulto degli Stati Uniti d'America di 5.000 dollari", ha detto il presidente, paragonando il pagamento alla distribuzione di utili che un'azienda di successo fa ai suoi azionisti. Lo ha chiamato "dividendo Trump" e ha aggiunto una sola condizione: i soldi dovranno essere spesi negli Stati Uniti e non in Canada, in Cina o in Germania, senza spiegare come il governo potrebbe controllarlo. Ha anche legato la promessa in modo esplicito al risultato elettorale, dicendo che i democratici non potrebbero fare la stessa cosa perché "non fanno i dazi, non incassano soldi".

.@POTUS announces the TRUMP DIVIDEND: If Republicans win both the House and the Senate, because of our tremendous economic success, I will issue a dividend to every adult citizen in the United States for $5,000 pic.twitter.com/s4orJJGx9d
— Rapid Response 47 (@RapidResponse47) September 10, 2026


Il presidente non ha detto da dove arriverebbero i fondi né se la promessa sia legale. Secondo i dati del censimento citati dalla NPR, la radio pubblica americana, il costo dell'operazione supererebbe i mille miliardi di dollari. Le leggi federali vietano le spese fatte per influenzare il voto, ma Trump ha presentato la misura come un premio da erogare dopo le elezioni e non come un pagamento agli elettori. Il precedente più vicino è quello di Elon Musk, che nel 2025 aveva promesso assegni da un milione di dollari agli elettori della corsa per la Corte Suprema del Wisconsin e aveva poi fatto marcia indietro dopo le contestazioni legali. Trump aveva già promesso in passato assegni da 2.000 dollari finanziati con i dazi, ma quei dazi sono stati annullati dalla Corte Suprema e il governo ha dovuto restituire i 160 miliardi incassati, con gli interessi.

Il secondo messaggio del discorso è stato rivolto direttamente ai suoi elettori: "Vi chiedo di fingere che io sia sulla scheda". Trump ha ricordato che il partito del presidente in carica perde quasi sempre le elezioni di metà mandato e ha detto di volere spezzare questa serie, perché quando lui non è candidato i suoi sostenitori non vanno a votare. È la stessa strategia che i suoi consiglieri stanno seguendo da settimane per ricostruire la coalizione di elettori poco assidui che nel 2024 lo ha riportato alla Casa Bianca. Focus America l'aveva raccontato nei giorni scorsi. Il presidente ha detto che ci sono circa 35 sfide in bilico tra Camera e Senato e che le visiterà tutte con comizi in grandi arene, tornando in Texas anche due o tre volte per sostenere il candidato repubblicano al Senato Ken Paxton, il procuratore generale dello Stato. Fino a oggi, però, Trump ha fatto pochissima campagna per i candidati di novembre.

Il discorso è durato quasi due ore e per il resto ha ripercorso i temi abituali dei suoi comizi. Trump ha difeso la guerra contro l'Iran, iniziata a febbraio, dicendo che Teheran era a un mese dalla bomba atomica e che, alla domanda se l'Iran possa avere un'arma nucleare, chi lo critica per il prezzo della benzina deve rispondere di no. Ha sostenuto che il petrolio scenderà "non appena vinceremo la guerra" e che il conflitto finirà subito dopo le elezioni, perché gli iraniani resisterebbero nella speranza di una vittoria democratica. Ha scherzato sul ribattezzare lo stretto di Hormuz "stretto Trump". Da quando la guerra è iniziata l'inflazione è salita dal 2,4 al 3,4 per cento e il petrolio ha superato i 100 dollari al barile. Un sondaggio di Fox News mostra che il 65 per cento degli elettori disapprova la gestione dell'economia da parte del presidente.

Sui dazi, Trump ha detto che "dazio" resta la sua parola preferita, anche se l'ha spostata "al quinto posto" dopo le critiche dei giornalisti che gli chiedevano perché non mettesse davanti l'amore, la famiglia o Dio. Ha sostenuto che i dazi hanno portato "migliaia di miliardi" di entrate e ha rivendicato la quota del 10 per cento di Intel ottenuta dal governo, che secondo lui vale oggi un guadagno di 50 o 60 miliardi. Ha parlato per diversi minuti della sala da ballo che sta costruendo alla Casa Bianca, che ha definito "gratis" per i contribuenti. Ha detto anche che il presidente cinese sarà a Washington tra due settimane.

Il New York Times ha verificato in diretta molte delle affermazioni del discorso. Il taglio delle tasse approvato nel 2025 non è il più grande della storia americana ma il sesto, secondo la conservatrice Tax Foundation. Le esenzioni su mance e straordinari sono temporanee, con dei tetti, e lo sconto sulle pensioni è ancora più limitato. Gli ingressi irregolari dal confine con il Messico non sono "zero" da 16 mesi: le autorità di frontiera hanno registrato oltre 200.000 incontri tra febbraio 2025 e luglio 2026, contro gli oltre due milioni all'anno del 2023 e del 2024. Gli investimenti esteri annunciati non sono 20.000 miliardi ma 11.200 secondo il conteggio della stessa Casa Bianca. Più della metà sono promesse informali di governi stranieri. Le entrate dai dazi sono state circa 300 miliardi secondo il Penn Wharton Budget Model, scese a 132,5 miliardi dopo i rimborsi imposti dalla Corte Suprema. Un taglio dei prezzi dei farmaci "del 400, 500 e 600 per cento" è matematicamente impossibile. Trump ha anche ripetuto di avere vinto la presidenza tre volte, mentre nel 2020 ha perso. È invece vero che il tasso di omicidi del 2025 è stato il più basso da decenni.

Una lunga parte del discorso è stata dedicata agli avversari. Trump ha detto che i democratici hanno candidato "il gruppo più estremo e pericoloso" della storia e che molti di loro "non sono socialisti, sono comunisti", accusando il partito di volere abolire la polizia, le prigioni, la Corte Suprema, il Senato e le agenzie per l'immigrazione. Ha attaccato per nome Abdul El-Sayed, il candidato democratico al Senato in Michigan, e Roy Cooper, l'ex governatore candidato in North Carolina, accusato di avere liberato criminali violenti. Il bersaglio principale è stato James Talarico, lo sfidante di Paxton in Texas: Trump ne ha deriso l'aspetto fisico e lo ha descritto come un nemico del petrolio, del capitalismo e del cristianesimo. Il New York Times ha giudicato fuorviante l'accusa sul cristianesimo: nel 2021 Talarico aveva detto in un podcast di considerarsi "un cristiano che odia il cristianesimo" per criticare la teologia conservatrice che domina la politica. La sua campagna lo descrive come un credente devoto. Trump ha anche ricordato Charlie Kirk, l'attivista conservatore ucciso un anno fa il 10 settembre, la cui vedova Erika era in sala. Ha detto che le persone che avevano giustificato l'omicidio "votano tutte democratico".

In chiusura il presidente ha elencato le promesse per gli ultimi due anni di mandato in caso di vittoria: rendere permanenti i tagli fiscali, un piano sanitario che sostituisca i pagamenti pubblici alle assicurazioni con soldi diretti alle famiglie, la fine delle bollette mediche a sorpresa, il taglio delle commissioni sulle carte di credito, una legge per rendere impossibile riaprire il confine, la pena di morte per i grandi trafficanti di droga e di esseri umani e per chi uccide un poliziotto. Infine il SAVE America Act, che imporrebbe documento con foto e prova di cittadinanza per votare. Ha detto che il discorso di giovedì, che chiuderà la convention, sarà molto più breve: "Ho dato tanto materiale, non devo ripeterlo due volte".

La cornice ha contraddetto più volte le parole del presidente. Trump ha ripetuto che l'arena era "piena" e che nessuno se n'era andato, mentre i giornalisti presenti hanno descritto intere sezioni vuote nell'anello superiore e persone che uscivano verso la fine del discorso, che si è sovrapposto alla partita di apertura della stagione di football americano tra Patriots e Seahawks. Poco meno di mille persone seguivano la diretta ufficiale del partito su YouTube. I candidati repubblicani al Senato saliti sul palco prima di lui, Paxton compreso, hanno evitato di parlare di Iran e di dazi. Alcuni dei senatori in maggiore difficoltà, come Susan Collins in Maine e Dan Sullivan in Alaska, hanno scelto di non venire a Dallas. Il tasso di approvazione del presidente è al 38 per cento nella media del New York Times.


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Der Ausgang der Landtagswahl in Sachsen-Anhalt hat vielen den Atem verschlagen. Die Omas gegen Rechts in Magdeburg erleben schon seit langem, wie sich die Lage vor Ort aber auch online verschärft hat. Wir haben mit zwei von ihnen über gemeinschaftlichen Widerstand und das Wahlergebnis gesprochen – und wie es aus ihrer Sicht nun weitergeht.

netzpolitik.org/2026/omas-gege…

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Inflazione Usa al 3,4% ad agosto, cresce l'attesa per un rialzo dei tassi


L'inflazione resta al 3,4% annuo ma accelera su base mensile. Costi dell'energia in aumento e andamento dell'inflazione core rafforzano le attese di una nuova stretta nella riunione del 15-16 settembre.

I prezzi al consumo negli Stati Uniti hanno accelerato ad agosto, rafforzando le aspettative di un rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve nella riunione della prossima settimana. L'indice dei prezzi al consumo (CPI) è aumentato dello 0,4% rispetto a luglio, al netto dei fattori stagionali, e del 3,4% su base annua, lo stesso ritmo registrato il mese precedente. Lo ha comunicato oggi il Bureau of Labor Statistics, l'ufficio statistico del Dipartimento del Lavoro. Entrambi i dati erano in linea con le attese degli economisti.

L'indice core, che esclude le componenti più volatili, ovvero alimentari ed energia, è salito dello 0,3% in un mese, un decimo di punto oltre le previsioni, e del 2,4% su base annua. A luglio i due valori erano stati rispettivamente dello 0,2% e del 2,5%, mentre l'indice generale era cresciuto appena dello 0,1% su base mensile. A spingere il CPI è stato soprattutto l'aumento del costo dell'energia, nel contesto della guerra avviata a fine febbraio da Stati Uniti e Israele contro l'Iran ed ancora in corso.

La benzina è rincarata del 3,9% in un solo mese e, da sola, ha contribuito a oltre un terzo dell’aumento complessivo dei prezzi. Nel complesso, l’indice dell’energia è salito del 2,1% rispetto a luglio e del 16,3% su base annua, trainato soprattutto dai carburanti: ad agosto la benzina costava il 27,4% in più rispetto allo stesso mese del 2025. I prezzi degli alimentari sono aumentati dello 0,1% su base mensile e del 2,7% rispetto a un anno prima. All’interno di questa categoria, i prodotti acquistati per il consumo domestico sono invece rimasti invariati rispetto a luglio.

Nuove pressioni sono emerse anche in alcune componenti dell’inflazione di fondo. I costi legati all’abitazione sono cresciuti dello 0,3%, dopo due mesi di progressivo rallentamento che avevano portato l’aumento mensile allo 0,1% in luglio. I servizi di trasporto sono rincarati dello 0,5%, mentre i biglietti aerei sono aumentati del 2,7%. In rialzo anche i prezzi delle auto usate (+0,4%) e di quelle nuove (+0,3%).

Sono invece diminuiti i prezzi delle cure mediche (-0,2%) e delle assicurazioni auto (-0,8%). Alcune di queste voci entrano anche nel calcolo dell’indice dei prezzi delle spese per consumi personali (PCE), la misura dell’inflazione alla quale la Federal Reserve attribuisce maggiore importanza nelle proprie decisioni di politica monetaria.

Inflazione USA
L'energia rilancia i prezzi: +3,4% in un anno, e la Fed prepara il primo rialzo dal 2023

Ad agosto l'indice dei prezzi al consumo è salito dello 0,4% in un mese: la benzina, da sola, spiega oltre un terzo dell'aumento. I mercati danno ormai intorno al 90% la probabilità di un rialzo di un quarto di punto alla riunione del 15 e 16 settembre.
Grafica di FocusAmerica 11 settembre 2026

Variazione dei prezzi rispetto ad agosto 2025

Tutti i prezzi
3,4%

contro

Inflazione di fondo
2,4%

Stesso ritmo di luglio. L'energia costa il 16,3% in più di un anno fa.
Senza alimentari ed energia. A luglio era al 2,5%, ma la spinta mensile è tornata a crescere.

Da dove viene lo 0,4% di agosto
Contributi all'aumento mensile, secondo il BLS

Benzinaoltre un terzo

Tutto il restoabitazione, aerei, auto, alimentari

+3,9%
benzina in un mese

+27,4%
benzina in un anno

+0,3%
costo dell'abitazione, dopo lo 0,1% di luglio

Sette mesi di guerra
Da marzo è il prezzo dell'energia a dettare il ritmo dei prezzi
Variazione mensile destagionalizzata, febbraio–agosto 2026. Tocca una serie per cambiare grafico.
Tutti i prezziTotale Energia Di fondo

Tutti i prezzi: feb +0,3; mar +0,9; apr +0,6; mag +0,5; giu -0,4; lug +0,1; ago +0,4. Energia: feb +0,6; mar +10,9; apr +3,8; mag +3,9; giu -5,7; lug -1,5; ago +2,1. Di fondo: feb +0,2; mar +0,2; apr +0,4; mag +0,2; giu 0,0; lug +0,2; ago +0,3.

Cosa sale, cosa scende
Ad agosto rincarano carburanti e voli, calano cure mediche e assicurazioni
Variazione rispetto a luglio, dati destagionalizzati. Tocca una voce per vedere l'andamento in un anno.

Benzina +3,9%; biglietti aerei +2,7%; servizi di trasporto +0,5%; auto usate +0,4%; abitazione +0,3%; auto nuove +0,3%; alimentari +0,1%; elettricità −0,2%; cure mediche −0,2%; assicurazioni auto −0,8%; gas di rete −1,1%.

Il centro della scala è zero: a destra i rincari, a sinistra i ribassi.

+10,1%
Fuori scala: il gasolio da riscaldamento. In un solo mese è rincarato del 10,1% e costa il 52% in più di un anno fa: è la voce che più di ogni altra racconta il prezzo della guerra con l'Iran.

La prossima mossa
Il 15 e 16 settembre la Fed decide: il mercato si aspetta un rialzo

3,25%
3,50%
3,75%
4,00%

Oggi: 3,50–3,75%

+25 pb

90%
probabilità di un rialzo di un quarto di punto nei futures sui fed funds

dic. 2025
da quando i tassi sono fermi

lug. 2023
l'ultimo rialzo deciso dalla Fed

Fonte Bureau of Labor Statistics, Consumer Price Index, agosto 2026 (comunicato dell'11 settembre; variazioni mensili destagionalizzate, annue non destagionalizzate). Federal Reserve per il tasso obiettivo. Probabilità di rialzo implicita nei futures sui fed funds dopo la pubblicazione del dato.

La Fed si avvicina alla decisione sui tassi


Quello di agosto è l'ultimo grande dato sull'inflazione prima della riunione del Federal Open Market Committee, l'organo della Fed che decide la politica monetaria, in programma il 15 e 16 settembre. Dopo la pubblicazione del CPI, gli operatori hanno aumentato le scommesse su un rialzo di un quarto di punto: la probabilità implicita nei futures sui fed funds è salita nettamente, arrivando intorno al 90% in alcune rilevazioni successive al dato.

Il tasso obiettivo sui fed funds, che influenza il costo del credito nell'economia statunitense, è fermo in una forchetta compresa tra il 3,5% e il 3,75% dallo scorso dicembre. Un aumento sarebbe il primo dal luglio 2023.

Il nuovo presidente della Fed, Kevin Warsh, ha promesso di riportare l'inflazione all'obiettivo del 2%. Il 28 agosto, al simposio annuale della Federal Reserve Bank di Kansas City a Jackson Hole, in Wyoming, aveva affermato che la Banca Centrale deve essere sicura che l'inflazione di fondo si stia avvicinando all'obiettivo "in modo chiaro e a una velocità sufficiente". "Altrimenti, abbiamo del lavoro da fare", aveva aggiunto.

Le sue parole erano state interpretate come un'apertura a un possibile rialzo. A luglio il FOMC aveva lasciato i tassi invariati con 9 voti contro 3. I tre dissenzienti chiedevano già allora un aumento di un quarto di punto. Nelle settimane successive, tuttavia, diversi esponenti della Banca Centrale avevano invitato alla prudenza.

Il governatore Christopher Waller aveva detto il 3 settembre, durante un evento organizzato da Reuters a Washington, che la sua decisione sarebbe stata fortemente influenzata dai dati sull'inflazione di agosto. Si era dichiarato disposto a lasciare i tassi invariati solo se i progressi verso il 2% fossero proseguiti, ma pronto a valutare un rialzo se i nuovi dati avessero invece mostrato che il miglioramento era stato soltanto temporaneo. Prima della pubblicazione del dato odierno, il comitato appariva quindi profondamente diviso, al punto che per alcuni osservatori la decisione avrebbe potuto dipendere da pochi decimi di punto nei dati sui prezzi.

"Warsh e altri hanno segnalato che i tassi possono restare fermi solo se l'inflazione si sta fermando, e il rapporto di agosto non l'ha confermato", ha commentato Kathy Bostjancic, capo economista del gruppo assicurativo Nationwide, in dichiarazioni riportate da CNBC. Secondo Bostjancic, il nuovo aumento di petrolio, benzina e gasolio alimenta inoltre il timore che i rincari dell'energia si trasmettano ad altri beni e servizi e finiscano per incidere sulle aspettative di inflazione. Anche Nationwide prevede ora un rialzo di un quarto di punto nella riunione della prossima settimana.

Energia e costo della vita pesano anche sulle elezioni


Le pressioni sui prezzi dell'energia sono ulteriormente aumentate a settembre con la nuova escalation del conflitto in Medio Oriente. Giovedì il greggio statunitense ha superato i 100 dollari al barile per la prima volta da maggio, dopo un rialzo di circa il 20% dall'inizio del mese. Oggi il prezzo medio nazionale del gasolio ha raggiunto il record di 6,05 dollari al gallone, equivalente a circa 3,8 litri, secondo l'associazione automobilistica AAA. Rispetto a un anno fa, l'aumento supera il 60%.

A meno di due mesi dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre, il ritorno delle pressioni inflazionistiche rischia, ovviamente, di complicare il tentativo dell'Amministrazione Trump di convincere gli elettori che il costo della vita sta migliorando. Lo stesso presidente ha di recente riconosciuto che difficilmente i prezzi del petrolio scenderanno in modo significativo prima del voto.


Il petrolio risale oltre i 100 dollari al barile, torna l'allarme sui tassi Usa


Il prezzo del petrolio americano ha superato ieri i 100 dollari al barile, portandosi ai livelli più alti da quasi quattro mesi. Il West Texas Intermediate (WTI), riferimento per il greggio statunitense, ha chiuso in rialzo del 6,7% a 102,48 dollari al barile, la chiusura più alta dal 19 maggio. Il Brent, riferimento internazionale, è salito del 6,3% a 107,63 dollari. Dall'inizio di settembre il greggio ha guadagnato oltre il 18%, proprio mentre il mercato si prepara alla possibilità di una guerra prolungata in Medio Oriente.

Dopo un agosto relativamente più calmo, dall'inizio di questo mese lo scontro tra Washington e Teheran si è nuovamente intensificato. L'Iran ha tentato più volte di colpire navi da guerra americane e, da sabato, le forze statunitensi hanno distrutto per rappresaglia almeno 8 petroliere iraniane. Gli Houthi, alleati di Teheran nello Yemen, hanno intanto attaccato diversi impianti energetici e altri obiettivi in Arabia Saudita, ferendo oltre 70 civili. L'escalation ha alimentato i timori di un ulteriore allargamento del conflitto.

Mercoledì il presidente Donald Trump ha detto ai giornalisti che i prezzi del petrolio e della benzina scenderanno dopo le elezioni di metà mandato e che la guerra finirà "immediatamente dopo" il voto. Trump ha accusato l'Iran di voler influenzare le elezioni per ottenere a Washington "un bel gruppo di persone deboli", disposto a lasciarlo in pace e a consentirgli di mantenere il programma nucleare.

Petrolio e titoli di Stato
Il petrolio americano è tornato sopra i 100 dollari

Giovedì il West Texas Intermediate ha chiuso a 102,48 dollari al barile, il livello più alto dal 19 maggio. La nuova escalation tra Stati Uniti e Iran fa salire anche la benzina, il diesel e i rendimenti dei titoli di Stato americani.
Grafica di FocusAmericaAggiornato all'11 settembre 2026

Prezzo del greggio, in dollari al barile

WTI Brent
2026 Dalla guerra Settembre

WTI, chiusura del 10 settembre 2026
102,48dollari
al barile

+79%rispetto al 31 dicembre 2025
+53%rispetto al 27 febbraio, vigilia della guerra

Il WTI è partito da 57,26 dollari il 31 dicembre 2025, ha toccato il massimo di 114,58 dollari il 7 aprile, è sceso a 69,60 dollari il 6 luglio ed è risalito a 102,48 dollari il 10 settembre. Il Brent è passato da 61,35 a 107,63 dollari.

Tocca o trascina sul grafico per leggere il prezzo di ogni seduta. Rivedi l'animazione
Il WTI è il riferimento per il greggio statunitense, il Brent per quello internazionale.
Tra fine giugno e inizio luglio, con le petroliere di nuovo in transito a Hormuz, il WTI era sceso sotto i 70 dollari. Da allora è risalito di circa il 47%, e la corsa ha accelerato con gli attacchi alle petroliere iraniane.

Gli effetti del rialzo
Seduta per sedutaSedute Benzina e dieselPompa Titoli di StatoTreasury

In sette sedute il WTI ha guadagnato quasi il 18%
Prezzo di chiusura di ogni seduta e rialzo rispetto al 31 agosto, quando il WTI valeva 87,03 dollari al barile.

1 settembre: 91,48 dollari (+5,1%). 2 settembre: 91,01 (+4,6%). 3 settembre: 91,30 (+4,9%). 4 settembre: 91,48 (+5,1%). 8 settembre: 93,03 (+6,9%). 9 settembre: 96,05 (+10,4%). 10 settembre: 102,48 (+17,8%).
Dopo il balzo del 1° settembre il greggio era rimasto quasi fermo per tre sedute. Il salto è arrivato dopo gli attacchi americani alle petroliere iraniane, iniziati sabato 5 settembre: +12% in tre sedute, di cui il 6,7% nella sola giornata di giovedì.

Alla pompa sono caduti due record in una settimana

La benzina non era mai costata così tanto nel giorno del Labor Day

Prezzo medio della benzina: 2,98 dollari al gallone prima della guerra, 3,83 al Labor Day del 2012, 4,09 al Labor Day del 2026.
Prezzo medio nazionale, in dollari al gallone. Un gallone equivale a circa 3,8 litri: 4,09 dollari al gallone sono circa 1,08 dollari al litro.

L'11 settembre il diesel ha superato per la prima volta i 6 dollari al gallone

L'11 settembre il diesel è arrivato a 6,06 dollari al gallone di media nazionale: il 14% in più di un mese prima e oltre il 60% in più di un anno prima. Il record precedente al 2026 era di 5,82 dollari, nel 2022.
Media nazionale calcolata da AAA. In California il diesel costa già 7,98 dollari al gallone. Questa settimana il Dipartimento dell'Energia ha alzato nettamente le previsioni sul prezzo del diesel per il 2027.

Secondo le stime della Brown University, dall'inizio della guerra il diesel più caro è già costato ai consumatori americani oltre 46 miliardi di dollari. Circa un quinto della spesa in più si concentra in Texas e California.

Gli investitori vendono i titoli di Stato e il decennale sfiora il 5%

Il rendimento del Treasury decennale è salito di 11 punti base al 4,95%, il livello più alto da ottobre 2023.

Il riacquisto potenziato del Tesoro non ha fermato le vendite

Riacquisto di titoli a lunga scadenza: 5,19 miliardi di dollari su un tetto di 6. L'importo abituale era di 2 miliardi.

Il mercato scommette su un rialzo dei tassi della Fed la prossima settimana

Probabilità di un rialzo dei tassi alla riunione del 15 e 16 settembre: 61% mercoledì, 70% giovedì.

Il petrolio più caro alimenta i timori sull'inflazione: per questo gli investitori vendono titoli di Stato e scommettono che la Fed di Kevin Warsh alzi i tassi già alla riunione del 15 e 16 settembre.

FonteEIA, prezzi spot di WTI (Cushing) e Brent fino al 1° settembre; dal 2 settembre chiusure dei future NYMEX e ICE riportate da CNBC, Rigzone ed EnergyNow. GasBuddy e AAA (carburanti), Brown University (costo del diesel), Dipartimento del Tesoro, Cme FedWatch.
NotaLo spot Brent dell'EIA in primavera ha superato di molto i future: il picco di aprile nel grafico (138,21 dollari) riflette il prezzo fisico del greggio.

Benzina e diesel ai massimi


La pressione si fa sentire sempre di più anche alla pompa di benzina. Nel fine settimana del Labor Day la media nazionale della benzina era salita attorno a 4,15 dollari al gallone, circa 3,8 litri, un record per questo periodo dell'anno. Da allora la situazione si è ulteriormente aggravata, soprattutto sul fronte del diesel: venerdì la media nazionale ha superato per la prima volta nella storia i 6 dollari al gallone, secondo AAA, raggiungendo 6,06 dollari. Il prezzo è aumentato di circa il 14% in un mese e di oltre il 60% rispetto a un anno fa.

Il rincaro del diesel, carburante essenziale per il trasporto delle merci e per numerosi settori dell'economia, rischia di propagarsi ulteriormente ai prezzi al consumo. I dati sull'inflazione pubblicati giovedì hanno già mostrato forti aumenti dei costi nei trasporti e nei servizi di magazzinaggio. Secondo una stima della Brown University, dall'inizio della guerra il rincaro del diesel è costato ai consumatori statunitensi oltre 46 miliardi di dollari, circa il 20% dei quali concentrato in due Stati: Texas e California.

La Casa Bianca sostiene che i prezzi dei carburanti dovrebbero cominciare a scendere dopo le elezioni di metà mandato, con l'attenuarsi della guerra con l'Iran e il miglioramento dell'offerta di petrolio. Il Dipartimento dell'Energia dell'Amministrazione Trump, però, questa settimana ha rivisto nettamente al rialzo le proprie previsioni sul prezzo del diesel per tutto il 2027, evidenziando il rischio che i rincari durino più a lungo del previsto. Anche le prospettive per il greggio restano tese: Daan Struyven, co-responsabile della ricerca sulle materie prime di Goldman Sachs, ha spiegato alla CNBC che l'escalation aumenta il rischio di vedere il petrolio superare i 120 dollari al barile, soprattutto se gli attacchi contro le navi nella regione continueranno a intensificarsi.

I Treasury sfiorano il 5%


Intanto, le vendite hanno investito anche i titoli di Stato americani. Il rendimento del Treasury decennale, riferimento del mercato obbligazionario statunitense, è salito di 11 punti base al 4,95%, a un passo dalla soglia del 5%. A pesare sono stati un'asta deludente di titoli trentennali per 22 miliardi di dollari, i nuovi dati sull'inflazione alla produzione e l'ulteriore rialzo del petrolio. "Tutti vendono tutto", ha detto a MarketWatch Tom di Galoma, managing director di Mischler Financial Group.

Non è bastato neppure il primo riacquisto potenziato di titoli a lunga scadenza deciso dal Segretario al Tesoro Scott Bessent. Ad agosto Bessent aveva annunciato l'intenzione di almeno raddoppiare queste operazioni, da 2 a 4 miliardi di dollari ciascuna, una mossa con cui l'Amministrazione puntava ad alleviare le tensioni sul mercato dei titoli a lunga scadenza. Giovedì il Tesoro ha ricomprato soltanto 5,2 miliardi di dollari di titoli, dopo che il giorno precedente aveva deluso gli investitori fissando a 6 miliardi il tetto dell'operazione: il mercato si aspettava un intervento più consistente.

I dati sull'inflazione hanno intanto portato a circa il 70%, dal 61% del giorno precedente, la probabilità implicita nei futures che la Federal Reserve guidata dal neo presidente Kevin Warsh possa alzare i tassi nella riunione della prossima settimana, secondo il FedWatch Tool del Cme. Se la Fed decidesse invece di lasciare i tassi invariati, ha avvertito Ed Al-Hussainy, gestore di Columbia Threadneedle, i rendimenti a lungo termine rischierebbero di "disancorarsi" e di muoversi in modo più disordinato.

Al-Hussainy ha aggiunto che Dipartimento del Tesoro e Fed saranno probabilmente sempre più attenti al rischio che le tensioni sul mercato obbligazionario si trasformino in un problema di stabilità finanziaria. Per ora, ha precisato, non ci sono segnali in questo senso, ma la situazione richiede attenzione dopo i forti movimenti registrati anche sulle scadenze più brevi.


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"Omarchy should not matter. But sadly it does. As a power grab."

I wrote about why we have to care about Omarchy. As a fascist power grab within the FLOSS ecosystem.

tante.cc/2026/09/11/power-grab…


Power grab


Omarchy should not matter. But sadly it does. As a power grab.

If you don’t know what Omarchy is here’s the short summary. David Heinemeier Hansson, creator of RubyOnRails, owner of a software business and millionaire, decided a few months ago to go all in on Linux and – because that’s just his MO – thought that turning his setup into a project. Omarchy is just that: A pretty standard Arch Linux distribution with a handful of configuration files, that Heinemeier Hansson (or DHH as he is often called) wrote, or vibed or whatever. There is nothing wrong with this, custom, opinionated special purpose distributions have been part of the Linux culture for a long time and provide a lot of value and experimentation that sometimes even flows back to the original project. In a way Ubuntu Linux is just that to the basis Debian.

There’s also nothing wrong in more opinionated software – quite the opposite. I do think that RubyOnRails and similar frameworks gained traction especially because they do have a clear idea of how they see the respective problem domain. There’s even the statement “There should be one – and preferably only one – obvious way to do it” in the Zen of Python. Having a strong point of view is not a bad thing in software or in general. The problem is the kind of points of view DHH has.

I don’t want to go into all the gritty details here, Brennan Kenneth Brown did a great job with their article “Normalized Fascism in Open Source: $12 Million Given to DHH“, but here’s the short version. DHH is a racist and a fascist. He recently wrote articles on how there are [Content Warning: massive racism] too many brown people in London these days. In July he wrote an [Content Warning: Racism, anti-romanismsm] article comparing Roma communities (using a slur for them) to “wolves” that should be “shot”. His X account is also know to be “edgy” in a similar way. A few days ago he posted sort of a manifesto for his set of config files:
Screenshot of an X post (url: https://x.com/dhh/status/2098043643395277095) from the account @[url=https://pixelfed.social/users/DHH]DHH[/url] saying: Unite the nerds Hold the line Have some fun Beauty is truth Heritage is duty Command is service Welcome the agents Perfect the computer Own the machine You’re somebody now
There’s even a longer version on the website. Even without a strong background in antifascist literature or history this reads like a fascist creed. About unity and identity. About “holding the line” (against codes of conduct and the rights of marginalized people as the website explains). About how there always needs to be a strong leader who makes the decisions. Given DHH’s other writing this is not a misguided joke, this is how he thinks about the world.

I began this text writing “Omarchy should not matter” but I have not explained why it does. It’s surely not about user numbers (it’s a clunky distro aimed at people who love to cosplay hackers). But it is about power.

DHH has used his connection to CEO’s of tech corporations and his position as influencer to collect up to now above 18 million dollars of funding for Omarchy. He uses that money not for himself (he has enough of that) but to fund certain pieces of Software he uses in his distribution. Like for example the window manager hyprland whose main developer the Omarchy money now funds. What is “Vaxry” known for outside of a niche window manager? He runs a community based around LGBTQ discrimination and participates in that (see the short summary on Drew DeVault’s “Weird Little Guys of FOSS” list). His bigotry is so consistent that he was banned from participating in the Freedesktop.org community where all the other developers of window managers and the free software desktop stack collaborate. And it was long before DHH funded him.

One could see a world where a CEO using his connections to drum up some funding for free software projects would be a good thing. But that’s not the world we live in I am afraid. DHH got 3 million USD from Digital Ocean (a cloud provider) for Omarchy. Basically at the same time where Digital Ocean cancelled their support of Flatpak and GNOME that amounted to a value of 50 USD per month.

DHH is using his position and his influence to accumulate donations that he then can distribute to projects that align with his fascist worldview and ambitions. And in a time where many important projects and infrastructures are strapped for cash running just on the goodwill of a handful of people that is increasingly dangerous. Not because its corporate money – a lot of funding for open source comes from corporations, they are after all who are sucking up all the surplus from people’s labor. It’s because this amount of money gives him power.

The Omarchy foundation will be where projects in desperate need of funding will be pointed. And will a project focused on human rights and social justice get funding from our fascist overlord? What kind of pressure can that exert on projects who have to decide to either die due to lack of funding or kill their code of conduct?

An open fascist is building one of the bigger sources of funding for open source fully under his individual control and sucks up a lot of money that otherwise might have gone to liberatory projects. Community projects. Antifascist projects.

And that is why Omarchy matters. Sadly. Not because of its technical merit (even though those fascists love to use the “merit” argument to fight human rights) but because of its leader, his connections and his ability to accumulate financial power. Without anyone in that ecosystem saying anything about how that leader operates and talks. And you might know the saying: If there’s a Nazi and 10 folks sitting together at a table and nobody says and does anything? There’s 11 Nazis at that table.

Omarchy got a lot of recognition recently. Not only by corporate donors but by Youtubers and other tech influencers who kept praising it and nudged people (who might not know about DHH’s exploits) towards testing it. To become “a hardcore linux user/dev” or whatever other chauvinist argument they made. This makes it dangerous.

Running Omarchy means contributing to this dynamic. It means willingly integrating oneself into a fascist community. Legitimizing it. Supporting it. Omarchy is a fascist project that normalizes fascist thinking for everyone entering that community (even unknowingly). The baseline has to be not to use that system. And as people who believe in human rights and dignity, in community and a tech world that can be better we need to oppose Omarchy. Need to make sure it gets no seat at any table. Support projects who actively refuse to collaborate. Support projects who care about human rights and flourishing.

Siamo tutti antifascisti!


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CC BY-SA 4.0This work is licensed under a Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International License.


in reply to tante

Not enough people are reacting adequately to the whole omarcHHy (I just learned that it is spelled with double-H) debacle.
Thank you, @tante to be one the few to speak out.
I just saw a show of 4004 podcast where they argued similarly and reading the comments under it paint the same picture like the ones under your post.
This is AWEFUL.
What hurts the most is drews list.
It holds a bunch of names that I didn't know are that problematic.
This throws me into a hole... I'm such a neovim proponent...
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Legge elettorale, Rifondazione: “450.000 firme cifra abnorme” home.rifondazione.eu/2026/09/1… #Istituzioni-Giustizia #ComunicatiStampa

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🇩🇪 It is now certain: noyb will file an injunction against the German credit information agency #SCHUFA. Previously, investigations revealed that the agency stores millions of data records that should have been deleted long ago. Up to 69 million people could be affected.

👉 noyb.eu/en/schufa-insists-shad…

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Ce weekend nous serons à la Fête de l'Huma !

Nous serons présent·es à plusieurs tables-rondes :
- Samedi, nous discuterons à 14h de l'État policier et de la Technopolice au stand du NPA - L'Anticapitaliste, et de la montée de l'extrême-droite dans les médias à 17h au stand « Résister par la non violence ».
- Dimanche, nous débattrons de la questions de la souveraineté numérique à 13h à l'espace Science & numérique.

N'hésitez pas à passer une tête et à venir discuter !

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📰 "Der Streit um historische Daten der #Schufa wird aller Voraussicht nach vor Gericht landen. Die Wirtschaftsauskunftei Schufa wies die von der europäischen Datenschutzorganisation #NOYB erhobenen Vorwürfe 'entschieden zurück' […]"

🧑‍⚖️ "Interessierte können sich außerdem weiterhin für eine mögliche #Sammelklage eintragen." 👉 schufa.noyb.eu

Weiterlesen 👉 faz.net/agenturmeldungen/dpa/s…

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Gli Houthi conquistano Perim e arrivano allo Stretto di Bab el-Mandeb


Dopo Mokha e Dhubab, i ribelli sostenuti dall'Iran prendono l'isola strategica nello Stretto. Riyadh intensifica i raid, mentre il principe ereditario Mohammed Bin Salman chiede l'aiuto di Trump per ribaltare la situazione, ottenendo però solo un impegno minimo.

Gli Houthi, la milizia yemenita sostenuta dall'Iran, hanno conquistato venerdì l'isola strategica di Perim, conosciuta anche come Mayun, che si trova nel cuore dello Stretto di Bab el-Mandeb. La notizia è stata riferita dalla CNN sulla base di due fonti del governo yemenita e poi confermata da Reuters, che cita quattro fonti governative. Le forze fedeli al governo riconosciuto a livello internazionale si sono ritirate dall'isola.

Contemporaneamente gli Houthi hanno preso anche il controllo di Dhubab, la cittadina costiera che si trova direttamente di fronte a Perim. Il controllo dei due punti mette per la prima volta il movimento in una posizione molto più favorevole per esercitare pressione sullo Stretto di Bab el-Mandeb, uno dei principali colli di bottiglia del commercio mondiale. Perim si trova infatti all'interno dello Stretto, ad appena 3,5 km dalla costa yemenita.

L'avanzata arriva appena un giorno dopo la conquista di Mokha, la città portuale sul Mar Rosso che le forze del governo yemenita avevano abbandonato al termine di un'offensiva terrestre durata diversi giorni. La caduta della città era stata riferita inizialmente al New York Times da due funzionari yemeniti. Gli Houthi hanno inoltre preso il controllo delle isole Hanish, un arcipelago che comprende anche Zuqar. In pochi giorni il gruppo ha quindi compiuto la sua più importante espansione territoriale da anni lungo la strategica costa occidentale dello Yemen.

Gli Houthi non hanno necessariamente la capacità di "chiudere" completamente il Bab el-Mandeb, ma ora controllano posizioni su entrambe le sponde yemenite del tratto più sensibile dello Stretto e possono aumentare in modo significativo la pressione militare sulla navigazione commerciale. Bab el-Mandeb collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e, attraverso il Canale di Suez, costituisce una delle principali rotte tra Asia ed Europa. Prima dell'attuale escalation vi transitava circa il 7% della produzione petrolifera mondiale. La sua importanza è cresciuta ulteriormente dall'inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran, che ha fortemente ridotto il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz.

L'Arabia Saudita ha infatti aumentato l'utilizzo dell'oleodotto East-West, che trasporta il greggio dai giacimenti orientali ai terminal sul Mar Rosso, proprio per aggirare Hormuz. Il controllo Houthi di Perim e Dhubab minaccia ora anche questa via alternativa e offre indirettamente a Teheran una leva su entrambi i principali passaggi marittimi ai lati della penisola arabica. Secondo Reuters, l'offensiva degli ultimi giorni è stata condotta con la guida diretta di esponenti dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, anche se ufficialmente Teheran nega invece di aver impartito ordini militari agli Houthi.

Le tensioni hanno avuto un impatto immediato sui mercati energetici. Dopo essere salito oltre i 105 dollari al barile giovedì e aver toccato venerdì i massimi da metà maggio, il Brent ha poi ripiegato intorno ai 104 dollari sulle notizie di possibili contatti diplomatici per attenuare le restrizioni alla navigazione attraverso Hormuz. Nonostante il calo, il petrolio resta avviato verso un rialzo settimanale superiore all'8%.

Yemen, gli Houthi sullo Stretto
Dopo Mokha, gli Houthi arrivano a Perim, al centro di Bab el-Mandeb

Con Hormuz semiparalizzato dalla guerra con l'Iran, l'Arabia Saudita esporta il suo greggio dal Mar Rosso. Ma quella rotta di riserva esce da Bab el-Mandeb: in due giorni gli Houthi hanno preso Mokha e Dhubab e, secondo fonti del governo yemenita, sono sbarcati sull'isola che divide lo Stretto.
Grafica di FocusAmerica11 settembre 2026

Le due porte del petrolio arabo
Rotte marittime Oleodotto Est-Ovest Spessore proporzionale ai barili al giorno

1Hormuz 2Yanbu 3Bab el-Mandeb

Hormuz. Prima della guerra passavano dallo Stretto 20,9 milioni di barili al giorno, un quinto dei consumi mondiali. Mercoledì lo hanno attraversato 7 navi, la metà della media.
Yanbu. Per aggirare Hormuz, Riyadh pompa il greggio per 1.200 km fino al Mar Rosso: l'oleodotto porta al massimo 7 milioni di barili al giorno, un terzo di ciò che passava dallo Stretto.
Bab el-Mandeb. Le petroliere dirette in Asia escono dal Mar Rosso da qui. In due giorni gli Houthi sono scesi per 75 km da Mokha fino all'isola di Perim, al centro dello Stretto.

Rotte e oleodotto hanno un tracciato indicativo. Flussi negli Stretti: media del primo semestre 2025 (EIA). Oleodotto: capacità massima dichiarata da Aramco.

Da Mokha allo Stretto
In due giorni gli Houthi sono scesi da Mokha fino all'isola al centro dello Stretto
Tocca un luogo sulla mappa o nell'elenco per leggere che cosa è successo.

Mokha: presa dagli Houthi il 10 settembre. Zuqar: presa dagli Houthi secondo AFP. Isole Hanish: raggiunte dagli Houthi. Dhubab e Perim: prese dagli Houthi l'11 settembre, secondo fonti del governo yemenita.

Avanzata degli Houthi, 10–11 settembre

Il traffico di mercoledì
Mercoledì a Hormuz è passata metà delle navi, a Bab el-Mandeb il traffico reggeva ancora
Transiti di mercoledì 9 settembre, prima della caduta di Mokha e di Perim, e media dei dieci giorni precedenti. Per Bab el-Mandeb si contano le navi che trasportano materie prime; le navi con il transponder spento sfuggono al conteggio.

Stretto di Hormuz
7

Bab el-Mandeb
28

navi, contro una media di 14: la metà
navi, contro una media di 27

Transito di mercoledìTransito mancante rispetto alla mediaOltre la media

Il precedente. Gli Houthi hanno già dimezzato una volta il traffico di Bab el-Mandeb: dopo gli attacchi alle navi iniziati a fine 2023, il petrolio in transito è sceso a meno della metà.

I mercati
Il Brent ha superato i 107 dollari, il livello più alto da maggio
Prezzo del greggio di riferimento internazionale nella giornata del 10 settembre.

107,40$
dollari al barile
+6,1% in un giorno

Circa 101 dollari prima della notizia, 105,40 dopo la caduta di Mokha, 107,40 più tardi nella giornata.

Il punto
Con Perim gli Houthi non si affacciano più sullo Stretto: ci sono dentro. L'asse guidato dall'Iran può ora minacciare insieme le due uscite del petrolio arabo, proprio mentre Riyadh sposta il suo greggio dall'una all'altra.

Fonte EIA (flussi di petrolio negli Stretti, 2023–primo semestre 2025); Aramco e IEA (oleodotto Est-Ovest); Reuters su dati di tracciamento navale (transiti del 9 settembre); The National e CNN (Brent, 10 settembre); Reuters, AFP, CNN e AP (situazione sul terreno, 10–11 settembre). Mappe: Natural Earth.

MBS chiede a Trump di intervenire


La gravità della situazione aveva già spinto il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman a chiedere direttamente agli Stati Uniti di entrare in azione. Secondo Axios, che cita due funzionari statunitensi, giovedì MBS ha telefonato due volte al presidente Donald Trump mentre gli Houthi avanzavano su Mokha. Nella prima conversazione lo ha informato del rapido deterioramento della situazione; alcune ore dopo lo ha richiamato chiedendogli di ordinare attacchi americani contro il movimento yemenita. Trump ha rifiutato.

Secondo i funzionari statunitensi citati da Axios, per il momento l'Amministrazione Trump non intende aprire un nuovo fronte con un intervento militare diretto contro gli Houthi in quanto la priorità resta concentrare le forze americane sull'Iran e sullo Stretto di Hormuz. Washington ha tuttavia deciso di aumentare il sostegno a Riyadh, fornendo informazioni di intelligence sugli Houthi e dati utili all'individuazione degli obiettivi. Circa 200 militari statunitensi si trovano già in Arabia Saudita con compiti di supporto non operativo.

Giovedì anche l'ammiraglio Brad Cooper, comandante dello U.S. Central Command, si è recato nel regno per riunioni urgenti di coordinamento, secondo Axios. La richiesta di MBS segna un netto cambiamento rispetto a luglio. All'inizio della nuova escalation, il principe ereditario aveva chiesto a Trump soltanto un sostegno politico per un attacco saudita all'aeroporto di Sanaa, precisando che Riyadh non aveva bisogno di assistenza militare americana. All'epoca Trump aveva dato il proprio assenso.

Dopo l'ulteriore avanzata degli Houthi, l'Arabia Saudita ha però intensificato direttamente la propria risposta. Venerdì l'aviazione saudita ha colpito l'aeroporto di Mokha, appena conquistato dal gruppo militante, secondo Associated Press. Non sono stati immediatamente segnalati morti o danni significativi. Le forze del governo yemenita hanno inoltre annunciato di voler impiegare armi e velivoli in una controffensiva per riconquistare le zone perdute lungo il Mar Rosso e hanno invitato i civili a evitare la strada tra Taiz e Mokha.

La nuova fase del confronto era iniziata dopo che, a luglio, l'Arabia Saudita aveva impedito l'atterraggio a Sanaa di un aereo iraniano che trasportava alti dirigenti Houthi di ritorno dai funerali dell'ex Guida Suprema iraniana Ali Khamenei. Gli Houthi avevano reagito colpendo petroliere saudite nel Mar Rosso e successivamente impianti energetici del regno. Riyadh e i suoi alleati yemeniti avevano successivamente risposto con raid aerei e fallimentari offensive terrestri.

Un alto funzionario dell'Amministrazione Trump ha spiegato ad Axios che Washington intende ora proteggere i propri interessi essenziali, a partire dalla libertà di navigazione nel Mar Rosso, lasciando però agli alleati regionali la guida della risposta alla crisi. Gli Stati Uniti, ha aggiunto, mantengono un dialogo continuo con l'Arabia Saudita e con il governo della Repubblica dello Yemen.

Il corridoio petrolifero saudita sempre più sotto pressione


Per l'Arabia Saudita e i suoi alleati yemeniti, la perdita di Mokha, Dhubab e Perim rappresenta un colpo molto più grave di quanto apparisse soltanto ventiquattr'ore prima. Farea Al-Muslimi, esperto di Yemen di Chatham House, aveva già detto al New York Times che la conquista di Mokha avrebbe messo Stati Uniti, sauditi e loro alleati "in una situazione molto più difficile di quella in cui già si trovano". La successiva caduta di Perim rende ancora più concreto quel rischio.

Le conseguenze dell'escalation sul settore energetico saudita sono già rilevanti. Secondo l'ultimo rapporto dell'International Energy Agency, pubblicato oggi, l'offerta saudita di greggio è scesa ad agosto di 2,3 milioni di barili al giorno, fino a 6 milioni: il livello più basso da oltre trent'anni. L'IEA attribuisce il calo anche agli attacchi contro navi in transito proprio nello Stretto di Bab el-Mandeb, così come contro infrastrutture energetiche saudite, tra cui la raffineria di Jazan e il traffico marittimo nell'area di Yanbu.

Le immagini satellitari analizzate da Reuters hanno inoltre mostrato giovedì del fumo nei pressi dell'oleodotto East-West a sud di Medina. Non è stato possibile stabilire la causa e né il governo saudita né Saudi Aramco avevano confermato un incidente. L'infrastruttura è diventata essenziale dall'inizio della guerra perché consente di trasferire il petrolio dalla costa orientale saudita ai terminal del Mar Rosso evitando Hormuz.

Fino alla sua caduta, Mokha era controllata dalle forze del generale Tareq Saleh, nipote dell'ex presidente Ali Abdullah Saleh e vicepresidente del Consiglio presidenziale che guida il governo yemenita. Saleh ha annunciato di aver ordinato alle proprie truppe di riorganizzarsi e di istituire un centro di comando alternativo in un luogo sicuro, d'intesa con la coalizione militare guidata da Riyadh.

Il Ministero degli Esteri legato agli Houthi ha sostenuto che la navigazione resta "sicura" e che il movimento non intende rappresentare una minaccia al traffico commerciale. Ha inoltre affermato di essere disposto a partecipare a un sistema regionale per la sicurezza della navigazione, chiedendo alla comunità internazionale di fare pressione su Riyadh perché interrompa gli attacchi contro lo Yemen. Le dichiarazioni contrastano però con i ripetuti attacchi Houthi contro petroliere, navi commerciali e infrastrutture saudite delle ultime settimane.

Mohammed al-Bukhaiti, dirigente politico degli Houthi, ha detto al New York Times che l'obiettivo del gruppo è ora ripristinare la piena sovranità dello Yemen e affrontare "il nemico saudita", non ampliare il territorio sotto il proprio controllo. L'avanzata fino a Perim mostra però quanto rapidamente il conflitto yemenita, rimasto relativamente congelato dopo la tregua del 2022, sia tornato a intrecciarsi con la guerra regionale tra Iran e Stati Uniti.

Gli Houthi controllano Sanaa dal 2014. Poco dopo, una coalizione guidata dall'Arabia Saudita intervenne militarmente nel tentativo di riportare al potere il governo riconosciuto a livello internazionale. Dopo anni di combattimenti e una fragile tregua raggiunta nel 2022, il fronte era rimasto sostanzialmente stabile. La fulminea offensiva di questa settimana e la conquista di posizioni direttamente affacciate sullo Stretto di Bab el-Mandeb rischiano ora di riaprire pienamente la guerra civile e, allo stesso tempo, di trasformare uno dei passaggi marittimi più importanti del mondo in un nuovo fronte della guerra tra Washington e Teheran.

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Think Twice 2026: AI, Governance and the Choices Ahead


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AI & Governance: Opportunities and Risks for Digital Freedom


17 October 2026 | Brussels, Belgium

Artificial intelligence is no longer something we can think of as belonging to the distant future. It is already part of everyday life, influencing how we communicate, work, access services, make decisions, and take part in society.

And as AI becomes more closely woven into public life, the conversation around it becomes bigger than technology.

How can AI help strengthen democratic institutions without taking human judgment out of the picture?

How can governments make use of AI while protecting fundamental rights?

And when an AI-driven system gets something wrong, who should be responsible for putting it right?

These are some of the questions at the heart of Think Twice 2026.

The conference brings together voices from technology, politics, research, civil society, and digital rights to look at AI from different perspectives. Rather than approaching the subject with ready-made answers, Think Twice creates space to examine today’s choices and their consequences for tomorrow.

Organized by European Pirates and Pirate Parties International, the conference will explore both the possibilities AI offers and the challenges it presents for a free, open and democratic digital society.


One Platform. Two Central Conversations.

AI, Data and Identity


AI needs data. Digital services increasingly need identity. And the two are becoming more closely connected.

But what happens when our personal information becomes part of automated systems that make or influence decisions about us?

Who controls the data behind these systems?

How should digital identity work in an increasingly automated world?

And how do we make sure that greater convenience does not come at the cost of privacy, autonomy, or individual choice?

This panel explores the growing intersection of AI, data, digital identity, and individual freedom, and asks how technological progress can move forward without leaving meaningful control over our personal information behind.

AI and Democracy


AI is already finding its way into public services, political communication, information platforms, and other parts of democratic life.

It can help institutions process information and interact with citizens. At the same time, it can influence what people see, how information reaches them, and how decisions are made.

So what happens when AI becomes part of the machinery of democracy?

How do we maintain transparency, accountability, and public trust?

And perhaps most importantly, how much say should citizens have in deciding how these systems are built and used?

This panel explores AI’s growing role in democratic institutions and civic life, and the choices that could determine whether technology ultimately strengthens democratic participation or puts it under new pressure.


Meet the Speakers


Think Twice 2026 brings together speakers with diverse experiences and perspectives spanning technology, politics, research, civil society, and digital rights.

From questions of data and digital identity to the future of democratic participation, our speakers will bring diverse perspectives to the conversations throughout the conference.


What to Expect


Think Twice is intended to be more than a series of talks.

Throughout the conference, speakers and participants will look at the questions that arise when technological possibilities meet real-world decisions and public responsibility.

Among the topics under discussion will be:

  • Artificial intelligence and public decision-making
  • Data, privacy and digital identity
  • AI and democratic participation
  • Transparency and accountability
  • Human oversight and automated decisions
  • Digital freedom and individual autonomy
  • The role of governments and technology companies
  • The future of democratic governance in an AI-driven society

There may not be one simple answer to these questions.

And that is precisely why they are worth discussing.

The aim is not to answer every question. It is to ask better questions.


Join Think Twice 2026


When:
17 October 2026

Where:
Brussels, Belgium
Venue Steigenberger hotel

Time:
09:00–15:30

Language:
English

Format:
In-person conference

Registration


Registration is open to the public, subject to available capacity.

REGISTER FOR THINK TWICE 2026

Fill in the form to register your interest for the event.

Places are limited, so register in advance.

We will provide further practical information about the venue, program, access, and participation to registered participants.


Why Think Twice?


AI is moving quickly. Regulation is catching up. Institutions are learning how to respond.

But technology alone will not determine what comes next.

Decisions made by governments, companies, researchers, and citizens will shape how AI becomes part of our public and private lives.

That makes the conversation about AI a conversation about us: our rights, our choices, our institutions, and the kind of digital society we want to build.

Think Twice 2026 invites you to join that conversation.

Think about the technology.

Question the choices behind it.

Think twice.


17 October 2026 · Brussels

REGISTER NOW


europeanpirates.eu/think-twice…


Think Twice 2026: AI, Governance and the Choices Ahead


AI & Governance: Opportunities and Risks for Digital Freedom


17 October 2026 | Brussels, Belgium

Artificial intelligence is no longer something we can think of as belonging to the distant future. It is already part of everyday life, influencing how we communicate, work, access services, make decisions, and take part in society.

And as AI becomes more closely woven into public life, the conversation around it becomes bigger than technology.

How can AI help strengthen democratic institutions without taking human judgment out of the picture?

How can governments make use of AI while protecting fundamental rights?

And when an AI-driven system gets something wrong, who should be responsible for putting it right?

These are some of the questions at the heart of Think Twice 2026.

The conference brings together voices from technology, politics, research, civil society, and digital rights to look at AI from different perspectives. Rather than approaching the subject with ready-made answers, Think Twice creates space to examine today’s choices and their consequences for tomorrow.

Organized by European Pirates and Pirate Parties International, the conference will explore both the possibilities AI offers and the challenges it presents for a free, open and democratic digital society.


One Platform. Two Central Conversations.

AI, Data and Identity


AI needs data. Digital services increasingly need identity. And the two are becoming more closely connected.

But what happens when our personal information becomes part of automated systems that make or influence decisions about us?

Who controls the data behind these systems?

How should digital identity work in an increasingly automated world?

And how do we make sure that greater convenience does not come at the cost of privacy, autonomy, or individual choice?

This panel explores the growing intersection of AI, data, digital identity, and individual freedom, and asks how technological progress can move forward without leaving meaningful control over our personal information behind.

AI and Democracy


AI is already finding its way into public services, political communication, information platforms, and other parts of democratic life.

It can help institutions process information and interact with citizens. At the same time, it can influence what people see, how information reaches them, and how decisions are made.

So what happens when AI becomes part of the machinery of democracy?

How do we maintain transparency, accountability, and public trust?

And perhaps most importantly, how much say should citizens have in deciding how these systems are built and used?

This panel explores AI’s growing role in democratic institutions and civic life, and the choices that could determine whether technology ultimately strengthens democratic participation or puts it under new pressure.


Meet the Speakers


Think Twice 2026 brings together speakers with diverse experiences and perspectives spanning technology, politics, research, civil society, and digital rights.

From questions of data and digital identity to the future of democratic participation, our speakers will bring diverse perspectives to the conversations throughout the conference.


What to Expect


Think Twice is intended to be more than a series of talks.

Throughout the conference, speakers and participants will look at the questions that arise when technological possibilities meet real-world decisions and public responsibility.

Among the topics under discussion will be:

  • Artificial intelligence and public decision-making
  • Data, privacy and digital identity
  • AI and democratic participation
  • Transparency and accountability
  • Human oversight and automated decisions
  • Digital freedom and individual autonomy
  • The role of governments and technology companies
  • The future of democratic governance in an AI-driven society

There may not be one simple answer to these questions.

And that is precisely why they are worth discussing.

The aim is not to answer every question. It is to ask better questions.


Join Think Twice 2026


When:
17 October 2026

Where:
Brussels, Belgium
Venue Steigenberger hotel

Time:
09:00–15:30

Language:
English

Format:
In-person conference

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That makes the conversation about AI a conversation about us: our rights, our choices, our institutions, and the kind of digital society we want to build.

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VITRY SUR SEINE :aqnw: 12 SEPTEMBRE 2026 :blobcatsurprised: Événement de soutien à un internet militant & autonome à LA KUNDA

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Événement de soutien à un internet militant & autonome
samedi 12 à 18h, La Kunda (entrée Lagaisse), Vitry-sur-Seine
agendamilitant.org/a8591

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Think Twice 2026: AI, Governance and the Choices Ahead


AI & Governance: Opportunities and Risks for Digital Freedom 17 October 2026 | Brussels, Belgium Artificial intelligence is no longer something we can think of as belonging to the distant future. It is already part of everyday life, influencing how we communicate, work, access services, make decisions, and take part in society. And as AI becomes more closely woven into public life, the conversation around it becomes bigger than technology. How can AI help strengthen democratic […]
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AI & Governance: Opportunities and Risks for Digital Freedom


17 October 2026 | Brussels, Belgium

Artificial intelligence is no longer something we can think of as belonging to the distant future. It is already part of everyday life, influencing how we communicate, work, access services, make decisions, and take part in society.

And as AI becomes more closely woven into public life, the conversation around it becomes bigger than technology.

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And when an AI-driven system gets something wrong, who should be responsible for putting it right?

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But what happens when our personal information becomes part of automated systems that make or influence decisions about us?

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And how do we make sure that greater convenience does not come at the cost of privacy, autonomy, or individual choice?

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AI and Democracy


AI is already finding its way into public services, political communication, information platforms, and other parts of democratic life.

It can help institutions process information and interact with citizens. At the same time, it can influence what people see, how information reaches them, and how decisions are made.

So what happens when AI becomes part of the machinery of democracy?

How do we maintain transparency, accountability, and public trust?

And perhaps most importantly, how much say should citizens have in deciding how these systems are built and used?

This panel explores AI’s growing role in democratic institutions and civic life, and the choices that could determine whether technology ultimately strengthens democratic participation or puts it under new pressure.


Meet the Speakers


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From questions of data and digital identity to the future of democratic participation, our speakers will bring diverse perspectives to the conversations throughout the conference.


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  • Artificial intelligence and public decision-making
  • Data, privacy and digital identity
  • AI and democratic participation
  • Transparency and accountability
  • Human oversight and automated decisions
  • Digital freedom and individual autonomy
  • The role of governments and technology companies
  • The future of democratic governance in an AI-driven society

There may not be one simple answer to these questions.

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Why Think Twice?


AI is moving quickly. Regulation is catching up. Institutions are learning how to respond.

But technology alone will not determine what comes next.

Decisions made by governments, companies, researchers, and citizens will shape how AI becomes part of our public and private lives.

That makes the conversation about AI a conversation about us: our rights, our choices, our institutions, and the kind of digital society we want to build.

Think Twice 2026 invites you to join that conversation.

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€rypto: the digital euro still has a privacy problem


The media in this post is not displayed to visitors. To view it, please log in.

On 9 July 2026, shortly before the summer break, the European Parliament confirmed its negotiating position on the regulation establishing a digital euro, by 416 votes to 169 with 22 abstentions. The vote followed the position adopted by the Economic and Monetary Affairs Committee on 23 June by 43 votes to 14, and was triggered when three political groups challenged the committee’s decision to move straight into negotiations.

This is a mandate to negotiate, not a finished law. Talks between Parliament, Council and Commission are under way, with a deal targeted for the end of 2026. The European Central Bank (ECB) has penciled in a pilot for 2027 and a possible first issuance in 2029. There is still time to influence the design — which is precisely why the design deserves scrutiny now.

The case for the digital euro is real and should be stated fairly. Europe currently depends on a small number of non-European card networks and, increasingly, on dollar-denominated stablecoins. A public digital payment instrument is a serious answer to that dependency. Parliament has also strengthened the proposal in consumer-friendly ways, capping holdings and reinforcing protections for physical cash.

The question is not whether Europe needs public digital money. It is what that money reveals about the people who use it.

Why the shopkeeper matters


Some members of the European Parliament have argued the digital euro should be built on a blockchain, or distributed ledger technology (DLT) — a shared transaction record that participants can read and verify independently.

That design carries a specific and underappreciated consequence for ordinary shoppers. Merchants must keep books. Every payment must be reconciled and survive a tax inspection, which means the customer’s wallet address ends up in the shop’s accounts and accounting software. On an open ledger, a wallet address is not merely a reference number: it is a permanent, publicly searchable financial history. Anyone holding it can look up the balance and every past transaction.

In practice, a corner shop could see a customer’s account balance and spending history. Until now, that capability has belonged to banks, which are supervised, bound by confidentiality rules, and answerable for misuse.

But this is an important distinction: that is not the architecture currently being developed for the digital euro. The blockchain scenario is therefore a useful illustration of what can go wrong when payment architecture makes financial activity unnecessarily observable, rather than a description of the system now on the table.

The privacy question does not disappear simply because the proposed architecture is different. It changes form.

Two fixes, two different failures


Two mitigations are usually proposed, and both carry costs worth weighing openly.

The first asks users to protect themselves: a fresh wallet address for every payment, and mixing services that pool funds so they cannot be traced onward. This works only if applied consistently — a single reused address links the record permanently, and ledgers do not forget. It also asks people to run technical routines just to buy groceries, making privacy a benefit available mainly to expert users. Mixing services additionally sit close to, and sometimes inside, the legal definition of money laundering.

The second inserts a regulated payment service provider (PSP) — a bank or licensed payments firm — between shopper and shop. This does remove the merchant’s view. It does not remove the observer; it appoints one. The intermediary sees both sides of every transaction, across every customer and merchant it serves, and gains authority over who may transact. That describes banking, which raises a fair question: if the answer to the privacy problem is a regulated intermediary holding all the data, what has the new architecture added?

Between the two, the trade-off is one of scope. User-side mixing fails individually, silently and unevenly. An appointed intermediary becomes permanent financial infrastructure with a lasting commercial interest in the data it holds.

What is actually proposed


Fairness requires an important correction. The digital euro is not being built on distributed ledger technology. The design is a centralized settlement platform operated by the Eurosystem, with no public ledger exposing anyone’s balance. The blockchain scenario above remains conditional.

What survives the correction is the second concern. Under the proposed model, payment service providers hold users’ identities, perform identity checks and manage accounts. The ECB processes only pseudonymized data. The intermediary, however, sees every transaction. The trusted-party critique is not an objection to a rejected design; it describes the chosen one.

The offline euro and the data it leaves behind


The proposal’s strongest privacy feature is offline payment: funds are pre-loaded onto a tamper-resistant chip in a phone or card and transferred directly between devices, with no intermediary involved.

The detail that deserves public attention is what happens on reconnection. Offline funds must eventually be verified, because the Eurosystem has to detect counterfeiting and double-spending. ECB documents describe this online reconciliation as the “ultimate line of defence”, and record that each loading and unloading operation exposes the amount, the identifier of the storage device, the date and hour, and the online account used.

Individual purchases may remain private. The pattern around them does not. A person who loads €200 on a Tuesday and returns €12 to their account on a Friday has disclosed a €188 difference, the timing of both operations, the device that held the funds, and the account behind it. Repeated over a year, that yields a detailed picture of someone’s spending without a single purchase ever being recorded. Metadata of this kind is not a weaker form of monitoring than transaction data. It is a more efficient one, because it is structured, consistent and cheap to analyze at scale.

Merchants reconcile as well. Offline acceptance depends on terminals going online regularly to deposit what they have taken, which is precisely what limits the damage a compromised chip can do. Both ends of a cash-like payment therefore surface in back-end records — which returns the question to the merchant’s books, where this article began.

One sentence in the ECB’s own documents deserves particular attention. On what the Eurosystem receives, they state that “data elements depend on the technical solution which will evolve with the state-of-the-art of anti-forgery checks”.

That is a blank cheque. The privacy of the offline euro is not a property of the money. It is a promise about the contents of a database schema that is explicitly unfinished and explicitly expected to change, governed by an anti-fraud rationale that only ratchets one way. No one has ever proposed collecting less data to fight forgery – a fiction!

Both weaknesses in one design


Offline payment is offered as the alternative to the two mitigations described above. On inspection, it reproduces the drawbacks of each.

From the user side, mixing it inherits a burden placed on the individual. Protection depends on how much a person loads, how often, and onto which device — behavioral discipline rather than a cryptographic guarantee. As with a poorly executed mix, it fails without the user being aware of it.

From the intermediary model, it inherits a central observer. Reconciliation does not remove the watcher; it defers it. But where a regulated intermediary’s obligations are set out in law, the scope of what reconciliation records is left to a technical specification.

The combination creates a distinct risk for consumers. Offline payment will be chosen disproportionately by the people who most value privacy, for the transactions they most want kept private. That concentrates sensitive activity in the one channel whose record-keeping is least clearly bounded, and makes the loading pattern itself a signal. The part of the system promoted for its confidentiality should not be the part least defined in law.

Better designs exist


Stronger approaches have been available for decades. Stefan Brands’ 1993 offline cash scheme keeps transactions private unless a user double-spends, at which point the protocol mathematically reveals their identity — privacy by default, withdrawn only on proven cheating. GNU Taler, funded by the European Commission and the Swiss state, makes payers anonymous while keeping merchant income fully auditable, protecting shoppers without creating a shelter for undeclared revenue.

Neither is a complete substitute. Brands’ scheme does not support wallet-to-wallet transfers; Taler requires the payer to be online. Both, however, demonstrate that meaningful privacy is an engineering choice rather than a technical impossibility.

What European Pirates call for


Trilogue negotiations offer a genuine opportunity to strengthen the text. Four priorities matter for consumers:

First, offline payment should be a core feature, not a last resort; if the digital euro is to supplement cash, privacy must be built in from the start, not added as an optional extra.

Second, the limits in place should be high enough to prevent people from being directed online by default. If the limits imposed on offline payments are so strict that they become impractical for normal use, then the most private form of digital-euro payment will end up being the least used.

Thirdly, the reconciliation data set should be specified in the regulation itself, and the types of information gathered when offline funds are loaded, unloaded and reconciled should have clearly defined legal boundaries, not leave them open-ended as technical solutions develop.

Fourth, there must be clearly defined legal limits as to what payment service providers can do with the transaction data which they are already able to see. The rules need to ensure that payment information is not used as a resource for profiling or for commercial exploitation or for any uses that are unrelated to the purposes for which it was collected.

These safeguards are not arguments against a digital euro. They are conditions for making a public digital payment system worthy of public trust.

Cash still solves this problem. It works without connectivity, technical skill, or a trusted third party. Any digital successor should be held to that standard.

Europe does not have to choose between digital payments and privacy. It does, however, have to choose whether privacy is treated as a fundamental feature of digital public money or as something that can be adjusted later, once the infrastructure is already in place.


europeanpirates.eu/erypto-the-…


€rypto: the digital euro still has a privacy problem


On 9 July 2026, shortly before the summer break, the European Parliament confirmed its negotiating position on the regulation establishing a digital euro, by 416 votes to 169 with 22 abstentions. The vote followed the position adopted by the Economic and Monetary Affairs Committee on 23 June by 43 votes to 14, and was triggered when three political groups challenged the committee’s decision to move straight into negotiations.

This is a mandate to negotiate, not a finished law. Talks between Parliament, Council and Commission are under way, with a deal targeted for the end of 2026. The European Central Bank (ECB) has penciled in a pilot for 2027 and a possible first issuance in 2029. There is still time to influence the design — which is precisely why the design deserves scrutiny now.

The case for the digital euro is real and should be stated fairly. Europe currently depends on a small number of non-European card networks and, increasingly, on dollar-denominated stablecoins. A public digital payment instrument is a serious answer to that dependency. Parliament has also strengthened the proposal in consumer-friendly ways, capping holdings and reinforcing protections for physical cash.

The question is not whether Europe needs public digital money. It is what that money reveals about the people who use it.

Why the shopkeeper matters


Some members of the European Parliament have argued the digital euro should be built on a blockchain, or distributed ledger technology (DLT) — a shared transaction record that participants can read and verify independently.

That design carries a specific and underappreciated consequence for ordinary shoppers. Merchants must keep books. Every payment must be reconciled and survive a tax inspection, which means the customer’s wallet address ends up in the shop’s accounts and accounting software. On an open ledger, a wallet address is not merely a reference number: it is a permanent, publicly searchable financial history. Anyone holding it can look up the balance and every past transaction.

In practice, a corner shop could see a customer’s account balance and spending history. Until now, that capability has belonged to banks, which are supervised, bound by confidentiality rules, and answerable for misuse.

But this is an important distinction: that is not the architecture currently being developed for the digital euro. The blockchain scenario is therefore a useful illustration of what can go wrong when payment architecture makes financial activity unnecessarily observable, rather than a description of the system now on the table.

The privacy question does not disappear simply because the proposed architecture is different. It changes form.

Two fixes, two different failures


Two mitigations are usually proposed, and both carry costs worth weighing openly.

The first asks users to protect themselves: a fresh wallet address for every payment, and mixing services that pool funds so they cannot be traced onward. This works only if applied consistently — a single reused address links the record permanently, and ledgers do not forget. It also asks people to run technical routines just to buy groceries, making privacy a benefit available mainly to expert users. Mixing services additionally sit close to, and sometimes inside, the legal definition of money laundering.

The second inserts a regulated payment service provider (PSP) — a bank or licensed payments firm — between shopper and shop. This does remove the merchant’s view. It does not remove the observer; it appoints one. The intermediary sees both sides of every transaction, across every customer and merchant it serves, and gains authority over who may transact. That describes banking, which raises a fair question: if the answer to the privacy problem is a regulated intermediary holding all the data, what has the new architecture added?

Between the two, the trade-off is one of scope. User-side mixing fails individually, silently and unevenly. An appointed intermediary becomes permanent financial infrastructure with a lasting commercial interest in the data it holds.

What is actually proposed


Fairness requires an important correction. The digital euro is not being built on distributed ledger technology. The design is a centralized settlement platform operated by the Eurosystem, with no public ledger exposing anyone’s balance. The blockchain scenario above remains conditional.

What survives the correction is the second concern. Under the proposed model, payment service providers hold users’ identities, perform identity checks and manage accounts. The ECB processes only pseudonymized data. The intermediary, however, sees every transaction. The trusted-party critique is not an objection to a rejected design; it describes the chosen one.

The offline euro and the data it leaves behind


The proposal’s strongest privacy feature is offline payment: funds are pre-loaded onto a tamper-resistant chip in a phone or card and transferred directly between devices, with no intermediary involved.

The detail that deserves public attention is what happens on reconnection. Offline funds must eventually be verified, because the Eurosystem has to detect counterfeiting and double-spending. ECB documents describe this online reconciliation as the “ultimate line of defence”, and record that each loading and unloading operation exposes the amount, the identifier of the storage device, the date and hour, and the online account used.

Individual purchases may remain private. The pattern around them does not. A person who loads €200 on a Tuesday and returns €12 to their account on a Friday has disclosed a €188 difference, the timing of both operations, the device that held the funds, and the account behind it. Repeated over a year, that yields a detailed picture of someone’s spending without a single purchase ever being recorded. Metadata of this kind is not a weaker form of monitoring than transaction data. It is a more efficient one, because it is structured, consistent and cheap to analyze at scale.

Merchants reconcile as well. Offline acceptance depends on terminals going online regularly to deposit what they have taken, which is precisely what limits the damage a compromised chip can do. Both ends of a cash-like payment therefore surface in back-end records — which returns the question to the merchant’s books, where this article began.

One sentence in the ECB’s own documents deserves particular attention. On what the Eurosystem receives, they state that “data elements depend on the technical solution which will evolve with the state-of-the-art of anti-forgery checks”.

That is a blank cheque. The privacy of the offline euro is not a property of the money. It is a promise about the contents of a database schema that is explicitly unfinished and explicitly expected to change, governed by an anti-fraud rationale that only ratchets one way. No one has ever proposed collecting less data to fight forgery – a fiction!

Both weaknesses in one design


Offline payment is offered as the alternative to the two mitigations described above. On inspection, it reproduces the drawbacks of each.

From the user side, mixing it inherits a burden placed on the individual. Protection depends on how much a person loads, how often, and onto which device — behavioral discipline rather than a cryptographic guarantee. As with a poorly executed mix, it fails without the user being aware of it.

From the intermediary model, it inherits a central observer. Reconciliation does not remove the watcher; it defers it. But where a regulated intermediary’s obligations are set out in law, the scope of what reconciliation records is left to a technical specification.

The combination creates a distinct risk for consumers. Offline payment will be chosen disproportionately by the people who most value privacy, for the transactions they most want kept private. That concentrates sensitive activity in the one channel whose record-keeping is least clearly bounded, and makes the loading pattern itself a signal. The part of the system promoted for its confidentiality should not be the part least defined in law.

Better designs exist


Stronger approaches have been available for decades. Stefan Brands’ 1993 offline cash scheme keeps transactions private unless a user double-spends, at which point the protocol mathematically reveals their identity — privacy by default, withdrawn only on proven cheating. GNU Taler, funded by the European Commission and the Swiss state, makes payers anonymous while keeping merchant income fully auditable, protecting shoppers without creating a shelter for undeclared revenue.

Neither is a complete substitute. Brands’ scheme does not support wallet-to-wallet transfers; Taler requires the payer to be online. Both, however, demonstrate that meaningful privacy is an engineering choice rather than a technical impossibility.

What European Pirates call for


Trilogue negotiations offer a genuine opportunity to strengthen the text. Four priorities matter for consumers:

First, offline payment should be a core feature, not a last resort; if the digital euro is to supplement cash, privacy must be built in from the start, not added as an optional extra.

Second, the limits in place should be high enough to prevent people from being directed online by default. If the limits imposed on offline payments are so strict that they become impractical for normal use, then the most private form of digital-euro payment will end up being the least used.

Thirdly, the reconciliation data set should be specified in the regulation itself, and the types of information gathered when offline funds are loaded, unloaded and reconciled should have clearly defined legal boundaries, not leave them open-ended as technical solutions develop.

Fourth, there must be clearly defined legal limits as to what payment service providers can do with the transaction data which they are already able to see. The rules need to ensure that payment information is not used as a resource for profiling or for commercial exploitation or for any uses that are unrelated to the purposes for which it was collected.

These safeguards are not arguments against a digital euro. They are conditions for making a public digital payment system worthy of public trust.

Cash still solves this problem. It works without connectivity, technical skill, or a trusted third party. Any digital successor should be held to that standard.

Europe does not have to choose between digital payments and privacy. It does, however, have to choose whether privacy is treated as a fundamental feature of digital public money or as something that can be adjusted later, once the infrastructure is already in place.


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€rypto: the digital euro still has a privacy problem


On 9 July 2026, shortly before the summer break, the European Parliament confirmed its negotiating position on the regulation establishing a digital euro, by 416 votes to 169 with 22 abstentions. The vote followed the position adopted by the Economic and Monetary Affairs Committee on 23 June by 43 votes to 14, and was triggered when three political groups challenged the committee's decision to move straight into negotiations. This is a mandate to negotiate, not a finished law. Talks between […]
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On 9 July 2026, shortly before the summer break, the European Parliament confirmed its negotiating position on the regulation establishing a digital euro, by 416 votes to 169 with 22 abstentions. The vote followed the position adopted by the Economic and Monetary Affairs Committee on 23 June by 43 votes to 14, and was triggered when three political groups challenged the committee’s decision to move straight into negotiations.

This is a mandate to negotiate, not a finished law. Talks between Parliament, Council and Commission are under way, with a deal targeted for the end of 2026. The European Central Bank (ECB) has penciled in a pilot for 2027 and a possible first issuance in 2029. There is still time to influence the design — which is precisely why the design deserves scrutiny now.

The case for the digital euro is real and should be stated fairly. Europe currently depends on a small number of non-European card networks and, increasingly, on dollar-denominated stablecoins. A public digital payment instrument is a serious answer to that dependency. Parliament has also strengthened the proposal in consumer-friendly ways, capping holdings and reinforcing protections for physical cash.

The question is not whether Europe needs public digital money. It is what that money reveals about the people who use it.

Why the shopkeeper matters


Some members of the European Parliament have argued the digital euro should be built on a blockchain, or distributed ledger technology (DLT) — a shared transaction record that participants can read and verify independently.

That design carries a specific and underappreciated consequence for ordinary shoppers. Merchants must keep books. Every payment must be reconciled and survive a tax inspection, which means the customer’s wallet address ends up in the shop’s accounts and accounting software. On an open ledger, a wallet address is not merely a reference number: it is a permanent, publicly searchable financial history. Anyone holding it can look up the balance and every past transaction.

In practice, a corner shop could see a customer’s account balance and spending history. Until now, that capability has belonged to banks, which are supervised, bound by confidentiality rules, and answerable for misuse.

But this is an important distinction: that is not the architecture currently being developed for the digital euro. The blockchain scenario is therefore a useful illustration of what can go wrong when payment architecture makes financial activity unnecessarily observable, rather than a description of the system now on the table.

The privacy question does not disappear simply because the proposed architecture is different. It changes form.

Two fixes, two different failures


Two mitigations are usually proposed, and both carry costs worth weighing openly.

The first asks users to protect themselves: a fresh wallet address for every payment, and mixing services that pool funds so they cannot be traced onward. This works only if applied consistently — a single reused address links the record permanently, and ledgers do not forget. It also asks people to run technical routines just to buy groceries, making privacy a benefit available mainly to expert users. Mixing services additionally sit close to, and sometimes inside, the legal definition of money laundering.

The second inserts a regulated payment service provider (PSP) — a bank or licensed payments firm — between shopper and shop. This does remove the merchant’s view. It does not remove the observer; it appoints one. The intermediary sees both sides of every transaction, across every customer and merchant it serves, and gains authority over who may transact. That describes banking, which raises a fair question: if the answer to the privacy problem is a regulated intermediary holding all the data, what has the new architecture added?

Between the two, the trade-off is one of scope. User-side mixing fails individually, silently and unevenly. An appointed intermediary becomes permanent financial infrastructure with a lasting commercial interest in the data it holds.

What is actually proposed


Fairness requires an important correction. The digital euro is not being built on distributed ledger technology. The design is a centralized settlement platform operated by the Eurosystem, with no public ledger exposing anyone’s balance. The blockchain scenario above remains conditional.

What survives the correction is the second concern. Under the proposed model, payment service providers hold users’ identities, perform identity checks and manage accounts. The ECB processes only pseudonymized data. The intermediary, however, sees every transaction. The trusted-party critique is not an objection to a rejected design; it describes the chosen one.

The offline euro and the data it leaves behind


The proposal’s strongest privacy feature is offline payment: funds are pre-loaded onto a tamper-resistant chip in a phone or card and transferred directly between devices, with no intermediary involved.

The detail that deserves public attention is what happens on reconnection. Offline funds must eventually be verified, because the Eurosystem has to detect counterfeiting and double-spending. ECB documents describe this online reconciliation as the “ultimate line of defence”, and record that each loading and unloading operation exposes the amount, the identifier of the storage device, the date and hour, and the online account used.

Individual purchases may remain private. The pattern around them does not. A person who loads €200 on a Tuesday and returns €12 to their account on a Friday has disclosed a €188 difference, the timing of both operations, the device that held the funds, and the account behind it. Repeated over a year, that yields a detailed picture of someone’s spending without a single purchase ever being recorded. Metadata of this kind is not a weaker form of monitoring than transaction data. It is a more efficient one, because it is structured, consistent and cheap to analyze at scale.

Merchants reconcile as well. Offline acceptance depends on terminals going online regularly to deposit what they have taken, which is precisely what limits the damage a compromised chip can do. Both ends of a cash-like payment therefore surface in back-end records — which returns the question to the merchant’s books, where this article began.

One sentence in the ECB’s own documents deserves particular attention. On what the Eurosystem receives, they state that “data elements depend on the technical solution which will evolve with the state-of-the-art of anti-forgery checks”.

That is a blank cheque. The privacy of the offline euro is not a property of the money. It is a promise about the contents of a database schema that is explicitly unfinished and explicitly expected to change, governed by an anti-fraud rationale that only ratchets one way. No one has ever proposed collecting less data to fight forgery – a fiction!

Both weaknesses in one design


Offline payment is offered as the alternative to the two mitigations described above. On inspection, it reproduces the drawbacks of each.

From the user side, mixing it inherits a burden placed on the individual. Protection depends on how much a person loads, how often, and onto which device — behavioral discipline rather than a cryptographic guarantee. As with a poorly executed mix, it fails without the user being aware of it.

From the intermediary model, it inherits a central observer. Reconciliation does not remove the watcher; it defers it. But where a regulated intermediary’s obligations are set out in law, the scope of what reconciliation records is left to a technical specification.

The combination creates a distinct risk for consumers. Offline payment will be chosen disproportionately by the people who most value privacy, for the transactions they most want kept private. That concentrates sensitive activity in the one channel whose record-keeping is least clearly bounded, and makes the loading pattern itself a signal. The part of the system promoted for its confidentiality should not be the part least defined in law.

Better designs exist


Stronger approaches have been available for decades. Stefan Brands’ 1993 offline cash scheme keeps transactions private unless a user double-spends, at which point the protocol mathematically reveals their identity — privacy by default, withdrawn only on proven cheating. GNU Taler, funded by the European Commission and the Swiss state, makes payers anonymous while keeping merchant income fully auditable, protecting shoppers without creating a shelter for undeclared revenue.

Neither is a complete substitute. Brands’ scheme does not support wallet-to-wallet transfers; Taler requires the payer to be online. Both, however, demonstrate that meaningful privacy is an engineering choice rather than a technical impossibility.

What European Pirates call for


Trilogue negotiations offer a genuine opportunity to strengthen the text. Four priorities matter for consumers:

First, offline payment should be a core feature, not a last resort; if the digital euro is to supplement cash, privacy must be built in from the start, not added as an optional extra.

Second, the limits in place should be high enough to prevent people from being directed online by default. If the limits imposed on offline payments are so strict that they become impractical for normal use, then the most private form of digital-euro payment will end up being the least used.

Thirdly, the reconciliation data set should be specified in the regulation itself, and the types of information gathered when offline funds are loaded, unloaded and reconciled should have clearly defined legal boundaries, not leave them open-ended as technical solutions develop.

Fourth, there must be clearly defined legal limits as to what payment service providers can do with the transaction data which they are already able to see. The rules need to ensure that payment information is not used as a resource for profiling or for commercial exploitation or for any uses that are unrelated to the purposes for which it was collected.

These safeguards are not arguments against a digital euro. They are conditions for making a public digital payment system worthy of public trust.

Cash still solves this problem. It works without connectivity, technical skill, or a trusted third party. Any digital successor should be held to that standard.

Europe does not have to choose between digital payments and privacy. It does, however, have to choose whether privacy is treated as a fundamental feature of digital public money or as something that can be adjusted later, once the infrastructure is already in place.

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Il petrolio risale oltre i 100 dollari al barile, torna l'allarme sui tassi Usa


L'escalation con l'Iran spinge il greggio ai massimi da maggio e riaccende i timori sull'inflazione. Anche il diesel sale oltre i 6 dollari al gallone. Intanto aumentano le vendite sui titoli di Stato americani, mentre cresce l'attesa per una nuova stretta della Fed.

Il prezzo del petrolio americano ha superato ieri i 100 dollari al barile, portandosi ai livelli più alti da quasi quattro mesi. Il West Texas Intermediate (WTI), riferimento per il greggio statunitense, ha chiuso in rialzo del 6,7% a 102,48 dollari al barile, la chiusura più alta dal 19 maggio. Il Brent, riferimento internazionale, è salito del 6,3% a 107,63 dollari. Dall'inizio di settembre il greggio ha guadagnato oltre il 18%, proprio mentre il mercato si prepara alla possibilità di una guerra prolungata in Medio Oriente.

Dopo un agosto relativamente più calmo, dall'inizio di questo mese lo scontro tra Washington e Teheran si è nuovamente intensificato. L'Iran ha tentato più volte di colpire navi da guerra americane e, da sabato, le forze statunitensi hanno distrutto per rappresaglia almeno 8 petroliere iraniane. Gli Houthi, alleati di Teheran nello Yemen, hanno intanto attaccato diversi impianti energetici e altri obiettivi in Arabia Saudita, ferendo oltre 70 civili. L'escalation ha alimentato i timori di un ulteriore allargamento del conflitto.

Mercoledì il presidente Donald Trump ha detto ai giornalisti che i prezzi del petrolio e della benzina scenderanno dopo le elezioni di metà mandato e che la guerra finirà "immediatamente dopo" il voto. Trump ha accusato l'Iran di voler influenzare le elezioni per ottenere a Washington "un bel gruppo di persone deboli", disposto a lasciarlo in pace e a consentirgli di mantenere il programma nucleare.

Petrolio e titoli di Stato
Il petrolio americano è tornato sopra i 100 dollari

Giovedì il West Texas Intermediate ha chiuso a 102,48 dollari al barile, il livello più alto dal 19 maggio. La nuova escalation tra Stati Uniti e Iran fa salire anche la benzina, il diesel e i rendimenti dei titoli di Stato americani.
Grafica di FocusAmericaAggiornato all'11 settembre 2026

Prezzo del greggio, in dollari al barile

WTI Brent
2026 Dalla guerra Settembre

WTI, chiusura del 10 settembre 2026
102,48dollari
al barile

+79%rispetto al 31 dicembre 2025
+53%rispetto al 27 febbraio, vigilia della guerra

Il WTI è partito da 57,26 dollari il 31 dicembre 2025, ha toccato il massimo di 114,58 dollari il 7 aprile, è sceso a 69,60 dollari il 6 luglio ed è risalito a 102,48 dollari il 10 settembre. Il Brent è passato da 61,35 a 107,63 dollari.

Tocca o trascina sul grafico per leggere il prezzo di ogni seduta. Rivedi l'animazione
Il WTI è il riferimento per il greggio statunitense, il Brent per quello internazionale.
Tra fine giugno e inizio luglio, con le petroliere di nuovo in transito a Hormuz, il WTI era sceso sotto i 70 dollari. Da allora è risalito di circa il 47%, e la corsa ha accelerato con gli attacchi alle petroliere iraniane.

Gli effetti del rialzo
Seduta per sedutaSedute Benzina e dieselPompa Titoli di StatoTreasury

In sette sedute il WTI ha guadagnato quasi il 18%
Prezzo di chiusura di ogni seduta e rialzo rispetto al 31 agosto, quando il WTI valeva 87,03 dollari al barile.

1 settembre: 91,48 dollari (+5,1%). 2 settembre: 91,01 (+4,6%). 3 settembre: 91,30 (+4,9%). 4 settembre: 91,48 (+5,1%). 8 settembre: 93,03 (+6,9%). 9 settembre: 96,05 (+10,4%). 10 settembre: 102,48 (+17,8%).
Dopo il balzo del 1° settembre il greggio era rimasto quasi fermo per tre sedute. Il salto è arrivato dopo gli attacchi americani alle petroliere iraniane, iniziati sabato 5 settembre: +12% in tre sedute, di cui il 6,7% nella sola giornata di giovedì.

Alla pompa sono caduti due record in una settimana

La benzina non era mai costata così tanto nel giorno del Labor Day

Prezzo medio della benzina: 2,98 dollari al gallone prima della guerra, 3,83 al Labor Day del 2012, 4,09 al Labor Day del 2026.
Prezzo medio nazionale, in dollari al gallone. Un gallone equivale a circa 3,8 litri: 4,09 dollari al gallone sono circa 1,08 dollari al litro.

L'11 settembre il diesel ha superato per la prima volta i 6 dollari al gallone

L'11 settembre il diesel è arrivato a 6,06 dollari al gallone di media nazionale: il 14% in più di un mese prima e oltre il 60% in più di un anno prima. Il record precedente al 2026 era di 5,82 dollari, nel 2022.
Media nazionale calcolata da AAA. In California il diesel costa già 7,98 dollari al gallone. Questa settimana il Dipartimento dell'Energia ha alzato nettamente le previsioni sul prezzo del diesel per il 2027.

Secondo le stime della Brown University, dall'inizio della guerra il diesel più caro è già costato ai consumatori americani oltre 46 miliardi di dollari. Circa un quinto della spesa in più si concentra in Texas e California.

Gli investitori vendono i titoli di Stato e il decennale sfiora il 5%

Il rendimento del Treasury decennale è salito di 11 punti base al 4,95%, il livello più alto da ottobre 2023.

Il riacquisto potenziato del Tesoro non ha fermato le vendite

Riacquisto di titoli a lunga scadenza: 5,19 miliardi di dollari su un tetto di 6. L'importo abituale era di 2 miliardi.

Il mercato scommette su un rialzo dei tassi della Fed la prossima settimana

Probabilità di un rialzo dei tassi alla riunione del 15 e 16 settembre: 61% mercoledì, 70% giovedì.

Il petrolio più caro alimenta i timori sull'inflazione: per questo gli investitori vendono titoli di Stato e scommettono che la Fed di Kevin Warsh alzi i tassi già alla riunione del 15 e 16 settembre.

FonteEIA, prezzi spot di WTI (Cushing) e Brent fino al 1° settembre; dal 2 settembre chiusure dei future NYMEX e ICE riportate da CNBC, Rigzone ed EnergyNow. GasBuddy e AAA (carburanti), Brown University (costo del diesel), Dipartimento del Tesoro, Cme FedWatch.
NotaLo spot Brent dell'EIA in primavera ha superato di molto i future: il picco di aprile nel grafico (138,21 dollari) riflette il prezzo fisico del greggio.

Benzina e diesel ai massimi


La pressione si fa sentire sempre di più anche alla pompa di benzina. Nel fine settimana del Labor Day la media nazionale della benzina era salita attorno a 4,15 dollari al gallone, circa 3,8 litri, un record per questo periodo dell'anno. Da allora la situazione si è ulteriormente aggravata, soprattutto sul fronte del diesel: venerdì la media nazionale ha superato per la prima volta nella storia i 6 dollari al gallone, secondo AAA, raggiungendo 6,06 dollari. Il prezzo è aumentato di circa il 14% in un mese e di oltre il 60% rispetto a un anno fa.

Il rincaro del diesel, carburante essenziale per il trasporto delle merci e per numerosi settori dell'economia, rischia di propagarsi ulteriormente ai prezzi al consumo. I dati sull'inflazione pubblicati giovedì hanno già mostrato forti aumenti dei costi nei trasporti e nei servizi di magazzinaggio. Secondo una stima della Brown University, dall'inizio della guerra il rincaro del diesel è costato ai consumatori statunitensi oltre 46 miliardi di dollari, circa il 20% dei quali concentrato in due Stati: Texas e California.

La Casa Bianca sostiene che i prezzi dei carburanti dovrebbero cominciare a scendere dopo le elezioni di metà mandato, con l'attenuarsi della guerra con l'Iran e il miglioramento dell'offerta di petrolio. Il Dipartimento dell'Energia dell'Amministrazione Trump, però, questa settimana ha rivisto nettamente al rialzo le proprie previsioni sul prezzo del diesel per tutto il 2027, evidenziando il rischio che i rincari durino più a lungo del previsto. Anche le prospettive per il greggio restano tese: Daan Struyven, co-responsabile della ricerca sulle materie prime di Goldman Sachs, ha spiegato alla CNBC che l'escalation aumenta il rischio di vedere il petrolio superare i 120 dollari al barile, soprattutto se gli attacchi contro le navi nella regione continueranno a intensificarsi.

I Treasury sfiorano il 5%


Intanto, le vendite hanno investito anche i titoli di Stato americani. Il rendimento del Treasury decennale, riferimento del mercato obbligazionario statunitense, è salito di 11 punti base al 4,95%, a un passo dalla soglia del 5%. A pesare sono stati un'asta deludente di titoli trentennali per 22 miliardi di dollari, i nuovi dati sull'inflazione alla produzione e l'ulteriore rialzo del petrolio. "Tutti vendono tutto", ha detto a MarketWatch Tom di Galoma, managing director di Mischler Financial Group.

Non è bastato neppure il primo riacquisto potenziato di titoli a lunga scadenza deciso dal Segretario al Tesoro Scott Bessent. Ad agosto Bessent aveva annunciato l'intenzione di almeno raddoppiare queste operazioni, da 2 a 4 miliardi di dollari ciascuna, una mossa con cui l'Amministrazione puntava ad alleviare le tensioni sul mercato dei titoli a lunga scadenza. Giovedì il Tesoro ha ricomprato soltanto 5,2 miliardi di dollari di titoli, dopo che il giorno precedente aveva deluso gli investitori fissando a 6 miliardi il tetto dell'operazione: il mercato si aspettava un intervento più consistente.

I dati sull'inflazione hanno intanto portato a circa il 70%, dal 61% del giorno precedente, la probabilità implicita nei futures che la Federal Reserve guidata dal neo presidente Kevin Warsh possa alzare i tassi nella riunione della prossima settimana, secondo il FedWatch Tool del Cme. Se la Fed decidesse invece di lasciare i tassi invariati, ha avvertito Ed Al-Hussainy, gestore di Columbia Threadneedle, i rendimenti a lungo termine rischierebbero di "disancorarsi" e di muoversi in modo più disordinato.

Al-Hussainy ha aggiunto che Dipartimento del Tesoro e Fed saranno probabilmente sempre più attenti al rischio che le tensioni sul mercato obbligazionario si trasformino in un problema di stabilità finanziaria. Per ora, ha precisato, non ci sono segnali in questo senso, ma la situazione richiede attenzione dopo i forti movimenti registrati anche sulle scadenze più brevi.

Questa voce è stata modificata (1 giorno fa)

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Pacini (Pd) a TPI: “Mi candido a sindaco di Milano per attuare il socialismo municipale”


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Rifiuta il paragone con Zohran Mamdani, eppure Lorenzo Pacini, 30 anni, candidato alle primarie del centrosinistra per il sindaco di Milano, sta portando avanti una campagna elettorale che nei modi e nei contenuti ha molti tratti in comune con quella del

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È morta Emma Bonino: le cause della morte della storica leader radicale, malattia, tumore Oggi, 11 settembre 2026, è morta Emma Bonino. La storica leader del Partito Radicale e fondatrice di +Europa ci lascia a 78 anni. A lei, insieme a Marco Pannella, sono legate alcune delle più importanti

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Secondo un’inchiesta di Haaretz, confermata da una fonte emiratina, Netanyahu fu avvertito 10 giorni prima del 7 ottobre che Hamas preparava un’offensiva. Perché non informò i vertici della sicurezza israeliana?
Era davvero un piano per creare il pretesto per giustificare il genocidio a Gaza?
E in Occidente c’è ancora chi lo difende invece di chiedere che risponda all’Aia.

Video di Francesca Romana D’Antuono, già copresidente di Volt Europa

#Netanyahu #Gaza #Israele #Palestina #7Ottobre #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Aveva ormai smesso di intervenire, arrabbiarsi, agire, ma solo dopo che la malattia l’aveva portata allo stremo.
Per Emma, la passione per le vicende del mondo, per la politica nel senso più alto del termine, era concretamente inestricabile nel quotidiano dalla passione per la vita.
Abbraccio la sua famiglia e le persone a lei care.

[CONTINUA NEI COMMENTI]

in reply to Marco Cappato

Aggiungo la mia gratitudine personale per il suo esempio dai modi bruschi, per la sua sincerità brutale con la quale ho convissuto nel tragitto compiuto da compagni radicali, fatto di innumerevoli sconfitte superabili e pochi ma indimenticabili successi: uno su tutti la creazione della Corte Penale Internazionale. Non sono mancati, tra noi, scontri e incomprensioni, che ci hanno allontanato, ma senza intaccare rispetto e stima.
in reply to Marco Cappato

Per resistere al peggio che rischia di prevalere, in particolare nella “sua” Europa, sarà utile e importante fare vivere la sua memoria nell’unico modo possibile: con nuove lotte di libertà, da parte di persone (non importa di quale orientamento politico) che siano ispirate dalla tenacia — la chiamava “tigna” — con la quale difendeva la democrazia liberale dalle vecchissime, tragiche illusioni spacciate dai nuovi demagoghi.

Grazie Emma.

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Acerbo (Prc): 700.000 firme per presentarsi alle elezioni? Emendamento contro Rifondazione? home.rifondazione.eu/2026/09/1… #Istituzioni-Giustizia #ComunicatiStampa

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L’11 settembre di chi non c’era


Venticinque anni dopo l’11 settembre, cento milioni di americani sono troppo giovani per ricordare quella mattina. Le Torri Gemelle stanno entrando nei libri di storia, ma l’America continua a vivere nel mondo nato quando sono cadute.

Qualche anno fa, raccontando l’11 settembre su queste pagine, scrissi che tutti ricordano esattamente quello che stavano facendo e dove si trovavano. Era vero, o almeno mi sembrava vero.

Venticinque anni dopo, quella frase comincia a invecchiare.

Non perché l’America abbia dimenticato l’11 settembre. È successo qualcosa di molto più semplice e inevitabile: nel frattempo sono passati venticinque anni. Sono nati bambini che oggi lavorano, votano, prendono aerei, si innamorano, si sposano. Alcuni hanno già dei figli. E dell’11 settembre non possono ricordare niente, perché quel giorno non esistevano ancora.

Il National September 11 Memorial & Museum stima che siano circa cento milioni gli americani troppo giovani per avere un ricordo personale degli attentati, un terzo del Paese.

È un numero enorme ma diventa ancora più impressionante se lo si guarda dalla prospettiva opposta: una parte sempre più grande dell’America conosce le Torri Gemelle soltanto perché qualcuno gliele ha raccontate.

Per loro ci sono le fotografie, i documentari, i racconti dei genitori, i video su internet. C’è quel cielo azzurro sopra Manhattan che sembra sempre troppo bello per quello che sta per succedere. Ci sono due edifici che hanno imparato a riconoscere pur non avendoli mai visti in piedi. E poi c’è la scuola.

Secondo una rilevazione del Pew Research Center pubblicata in occasione del venticinquesimo anniversario, l’83% degli americani nati prima del 2001 ricorda esattamente dove si trovava o cosa stava facendo quando apprese degli attentati; tra coloro che avevano almeno dieci anni quella percentuale sale al 93%. Tra i ragazzi che oggi hanno tra i diciotto e i ventiquattro anni, invece, il 60% dice di aver conosciuto l’11 settembre a scuola.

Forse è questo il dato che racconta meglio di tutti cosa siano davvero venticinque anni. Quello che per una generazione è stato una telefonata improvvisa, una televisione accesa in fretta, una persona che entrava in una stanza dicendo di guardare cosa stava succedendo, per un’altra generazione è diventato una lezione.

Non c’è niente di sbagliato. È semplicemente quello che fa il tempo. Solo che siamo abituati a vederlo succedere agli eventi lontani, non a qualcosa che molti ricordano ancora con una precisione quasi fastidiosa.

Il punto, semmai, è un altro: questi ragazzi non ricordano l’11 settembre ma vivono dentro le sue conseguenze.

Un americano nato nel 2003 non ha visto il secondo aereo entrare nella Torre Sud. Non ricorda i giornalisti che cercavano di capire cosa stesse succedendo, le persone ferme sui marciapiedi di Manhattan a guardare il cielo, i telefoni che improvvisamente cominciavano a squillare. Non può ricordare nemmeno quella sensazione, durata pochissimo eppure rimasta nella memoria di milioni di persone, di vedere il Paese più potente del mondo non sapere cosa fare.

Ma ha tolto le scarpe ai controlli in aeroporto.

È cresciuto sentendo parole come Afghanistan, Iraq, al-Qaeda, Guantánamo. Ha conosciuto soltanto un’America nella quale la sicurezza nazionale occupa uno spazio enorme, anche quando non la si vede. Un’America in cui certe misure di sorveglianza sembrano normali proprio perché esistevano già quando lui era bambino.

Prima dell’11 settembre si poteva accompagnare una persona fino al gate. Il Department of Homeland Security non esisteva, il Patriot Act non esisteva. Dopo quella mattina cambiarono le leggi, gli aeroporti, le istituzioni, il modo in cui l’America guardava il mondo e, forse ancora di più, il modo in cui guardava sé stessa.

Poi arrivarono le guerre.

L’Afghanistan cominciò poche settimane dopo gli attentati e sarebbe terminato quasi vent’anni più tardi, con quelle immagini dell’aeroporto di Kabul che sembravano appartenere a un’altra epoca e invece erano ancora, in qualche modo, figlie di quella mattina.

Poi l’Iraq, le armi di distruzione di massa che non furono trovate, Abu Ghraib, Guantánamo, le discussioni sulla tortura e sulla sorveglianza, i soldati partiti ragazzi e tornati adulti. Quelli tornati feriti. Quelli che non sono tornati.

Osama bin Laden sarebbe stato ucciso dieci anni dopo l’11 settembre, in Pakistan. La notizia provocò festeggiamenti davanti alla Casa Bianca e a Ground Zero e, per qualche ora, sembrò quasi la fine di qualcosa. Ma non si poteva tornare indietro, perché l’America delle 8:45 dell’11 settembre 2001 non esisteva più.

Forse è proprio questo che rende quella data diversa da tante altre tragedie americane. Non ricorda soltanto ciò che è successo ma divide il tempo. Chi è abbastanza grande da ricordare quegli anni continua ancora oggi a dire “prima dell’11 settembre” e “dopo l’11 settembre”, come se in mezzo non ci fosse una data ma una porta.

Alle 8:46 il primo aereo colpì la Torre Nord; alle 9:03 il secondo colpì la Torre Sud.

Diciassette minuti furono sufficienti per separare due epoche. La Storia, quando vuole, sa essere terribilmente veloce.
Robert J. Fisch
C’è poi un altro ricordo di quei giorni che oggi sembra quasi appartenere a un Paese diverso.

Per qualche settimana gli Stati Uniti furono attraversati dalla sensazione di essere una cosa sola. C’erano bandiere ovunque. I vigili del fuoco di New York diventarono volti conosciuti in tutto il Paese. Repubblicani e democratici sembravano parlare la stessa lingua, almeno per un po’.

A Ground Zero, George W. Bush salì sulle macerie, mise un braccio intorno alle spalle di un pompiere e cominciò a parlare con un megafono. Qualcuno dalla folla gridò che non riusciva a sentirlo. Bush rispose che lui, invece, riusciva a sentire loro: la folla esplose.

Rivedere oggi quelle immagini provoca una sensazione strana e non soltanto per le macerie che si vedono alle sue spalle. È difficile riconoscere, nell’America politica di oggi, quel Paese che per qualche giorno pensò davvero di potersi stringere intorno alla stessa cosa.

Naturalmente anche quel ricordo va maneggiato con cautela, perché l’America unita del dopo 11 settembre non fu ugualmente accogliente con tutti. Per molti musulmani americani quei mesi significarono anche sospetto, discriminazione e paura. La paura del terrorismo finì spesso per diventare paura di persone che con il terrorismo non avevano nulla a che fare. E venticinque anni dopo alcune di quelle diffidenze non sono scomparse: nel 2026, il 43% degli americani continua a considerare i musulmani meno patriottici degli altri cittadini.

Anche questo è rimasto, perché ricordare bene significa ricordare anche le cose che ci piacciono meno.

Poi quell’unità si consumò. Arrivarono le polemiche sull’Iraq, le divisioni sulle guerre, Obama, il Tea Party, Trump. L’America entrò lentamente nell’epoca della polarizzazione permanente, fino a diventare un Paese nel quale democratici e repubblicani, qualche volta, sembrano non essere più in disaccordo sulla soluzione dei problemi ma persino su quali siano i problemi.

Per questo, a venticinque anni di distanza, nelle commemorazioni dell’11 settembre c’è forse anche una nostalgia che raramente viene dichiarata. Non soltanto per le persone che non ci sono più ma per la sensazione, vera o idealizzata che fosse, che per qualche giorno esistesse ancora un “noi”.

Oggi quel “noi” è molto più difficile da trovare.

Eppure ogni 11 settembre succede una cosa molto semplice: a Ground Zero vengono letti i nomi.

Uno alla volta.

È una cerimonia lunga, necessariamente lunga, perché pronunciare migliaia di nomi richiede tempo. Ed è proprio questo il punto. Dire “2.977 vittime” richiede pochi secondi; restituire a ciascuna di quelle vittime un nome richiede ore.

Forse la differenza tra la storia e la memoria sta anche qui: la storia ha bisogno dei numeri, mentre la memoria si concede il lusso di perdere tempo con i nomi.

Oggi, dove sorgevano le Torri Gemelle, ci sono due grandi vasche. L’acqua scende lungo pareti scure e sparisce verso un centro di cui non si vede il fondo. Intorno, sul bronzo, sono incisi i nomi.

Non hanno ricostruito le Torri., hanno lasciato due vuoti.

Ed è difficile pensare a qualcosa di più giusto, perché ci sono cose che, quando vengono perdute, non possono essere sostituite. Si può soltanto imparare a vivere intorno alla loro assenza.

Nel frattempo New York fa New York.

La mattina dell’11 settembre qualcuno passerà accanto al Memorial correndo perché è in ritardo, qualcuno berrà un caffè guardando il telefono, qualcuno prenderà la metropolitana, qualcuno avrà un appuntamento importante e qualcun altro ne dimenticherà uno. Due persone probabilmente si innamoreranno senza saperlo ancora, altre due si lasceranno. Qualcuno passerà davanti a quei nomi senza fermarsi perché deve arrivare in ufficio.

Può sembrare brutto, in realtà è la vita.

E forse è anche una delle ragioni per cui il terrorismo, alla fine, ha perso. Le città non vincono quando smettono di avere paura; vincono quando, nonostante tutto, ricominciano ad avere fretta.

Venticinque anni sono tanti, abbastanza perché un bambino diventi adulto, perché cominci e finisca una guerra, perché uno skyline che per decenni era sembrato inconcepibile senza due torri diventi, per chi è nato dopo, semplicemente lo skyline di New York. Sono abbastanza anche perché un ricordo cominci lentamente a cambiare proprietario.

L’11 settembre appartiene ancora soprattutto a chi c’era, a chi ricorda la televisione accesa, una telefonata arrivata all’improvviso, il volto di qualcuno che smise di parlare, l’attesa di una notizia che sembrava non arrivare mai. Ma d’ora in poi apparterrà sempre di più anche a persone che quella mattina non l’hanno vissuta e che dovranno imparare a conoscerla attraverso i ricordi degli altri.

Forse è proprio qui che, dopo venticinque anni, cambia anche il significato di “Never Forget”. Non si può chiedere a un ragazzo nato nel 2005 di ricordare qualcosa che non ha visto. Gli si può però chiedere di capire: capire perché quasi tremila persone uscirono di casa una mattina qualsiasi e non tornarono, perché centinaia di soccorritori entrarono mentre tutti cercavano di uscire e anche che cosa fece l’America dopo, con il suo coraggio, le sue paure, le sue decisioni giuste e quelle sbagliate.

E soprattutto bisognerebbe provare a spiegargli che 2.977 è il modo più semplice per raccontare quella giornata ma forse anche il meno vero, perché nessuno l’11 settembre perse un numero. Qualcuno perse una moglie, qualcuno un padre, qualcuno un figlio, qualcuno un collega con cui aveva preso un caffè pochi minuti prima, qualcuno una persona con cui aveva litigato la sera precedente pensando che, in fondo, ci sarebbe stato tutto il tempo per fare pace.

È questa la parte che il tempo rischia più facilmente di portar via. Le immagini resteranno, perché sono state viste milioni di volte. Resteranno gli aerei, il fumo, le torri che crollano, il cielo di Manhattan stranamente limpido. Resteranno persino le frasi dei presidenti e le guerre che seguirono. Ma dietro tutto questo c’erano persone che quella mattina avevano programmi per il pomeriggio, cene fissate, figli da andare a prendere, telefonate da fare, compleanni da ricordare. Nessuno di loro sapeva di stare entrando nella storia: stavano semplicemente vivendo.

Forse è anche per questo che ogni anno, a Ground Zero, continuano a leggere i nomi, uno dopo l’altro, con una lentezza che a volte sembra quasi ostinata. Perché la storia tende naturalmente a stringere, a riassumere, a trasformare migliaia di vite in una cifra, mentre la memoria fa esattamente il contrario: si ferma, distingue, restituisce un nome a ciò che il tempo vorrebbe ridurre a numero.

E allora, forse, il compito dei venticinque anni non è continuare a ripetere che non bisogna dimenticare. Dimenticare, almeno in parte, è inevitabile; nessuna generazione può ricordare direttamente ciò che non ha vissuto. Il compito è fare in modo che, quando il ricordo personale sarà diventato definitivamente storia, dietro quella storia continuino ancora a vedersi le persone.

Perché le Torri Gemelle, ormai, appartengono al passato. Le loro immagini sono nei libri, nei musei, negli archivi e nella memoria di chi c’era. Ma un padre che non tornò a casa quella sera, una figlia che aspettò una telefonata, un pompiere che salì le scale mentre tutti scendevano, non appartengono davvero al passato finché qualcuno continua a pronunciarne il nome.

Forse è questo, alla fine, ciò che resta dell’11 settembre dopo venticinque anni: non la promessa impossibile di fermare il tempo ma la scelta, molto più umana, di accompagnarlo senza permettergli di portarsi via tutto.

Perché prima o poi arriverà un 11 settembre in cui nessuno potrà più dire “io c’ero”. Non ci sarà più nessuno capace di ricordare il colore di quel cielo senza averlo visto in una fotografia, il suono di una voce al telefono, il silenzio assurdo di New York nelle ore successive. Quel giorno, l’11 settembre apparterrà definitivamente alla storia e toccherà a persone che non erano ancora nate decidere che cosa farne.

Forse continueranno ad andare a Ground Zero. Forse porteranno i loro figli. Forse qualcuno chiederà perché ci siano due grandi vuoti nel mezzo di Manhattan e un adulto proverà a spiegarglielo, sapendo di raccontare una storia che a sua volta gli è stata raccontata.

E magari, prima di andare via, leggeranno uno dei nomi incisi sul bronzo. Non tutti, uno soltanto. E questo sarà sufficiente.
Tia Dufour, DHS, 2024, Flickr, Opera del governo USA
Perché dopo venticinque anni abbiamo forse capito che “Never Forget” non significa ricordare per sempre un giorno, nessuno può farlo. Significa accettare che arriverà un tempo in cui l’11 settembre non sarà più il ricordo di nessuno e, proprio allora, fare in modo che non diventi soltanto una data, una fotografia in bianco e nero o una pagina da studiare prima di un esame.

Un giorno non ci sarà più nessuno capace di raccontare dove si trovava quella mattina. Rimarranno due grandi vuoti nel mezzo di Manhattan e migliaia di nomi incisi intorno all’acqua.

Forse basterà continuare a leggerli.

Perché alla fine ricordare non significa impedire al tempo di passare, significa non permettergli di portarsi via anche i nomi.

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Cloud, se le regole nate per proteggere l’Europa finiscono per frenarla

L’#Europa invoca la #sovranitadigitale ma gare pubbliche, certificazioni e regole modellate sui fornitori esistenti rafforzano la dipendenza dai colossi statunitensi. Il caso EduStorage mostra perché costruire un cloud europeo davvero resta molto più difficile che regolamentare quello degli altri.


Massimo Carboni non è il classico imprenditore che si lamenta dei soliti lacci e laccioli. Lavora, infatti, per il #Garr, infrastruttura di ricerca pubblica e italiana, e affronta una forma più profonda di cattura del regolatore: non si tratta solo dell'influenza di #Gafam nella redazione legislativa, ma di una peculiare mancanza di immaginazione, che conduce a scrivere regole pensate, e anzi sdraiate sull'esistente.

Stavamo lavorando a EduStorage, una federazione di storage cloud per il sistema universitario e della ricerca italiano. È un’idea semplice: mettere insieme infrastrutture distribuite, farle dialogare, costruire un’alternativa europea ai grandi provider nordamericani per conservare e condividere dati scientifici. L’idea funziona. La tecnologia c’è. I soggetti interessati ci sono. Eppure ad ogni passo ti scontri con qualcosa che non ha niente a che fare con i bit: procedure di gara scritte per chi già esiste, qualificazioni cloud che fotografano un mercato di ieri, responsabilità amministrative che scoraggiano chiunque voglia provare qualcosa di nuovo.
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“Perché Autistici/Inventati ha fatto causa a Banca Etica dopo la chiusura del conto” altreconomia.it/perche-autisti… #bancaetica #Attualità #autistici #gabrielli #inventati #pagamenti #albanese #gianelli #sanzioni #banche #etica #soldi #ofac #usa
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Announcing keepitfree.ai

Many things happened since August 26, 2026, when the Office of Foreign Assets Control (OFAC) at the US Department of the Treasury included us in their list of “Specially Designated Global Terrorists” (SDGT). This is just the beginning.

We have now created a dedicated space to document what has been unfolding since August 26, to empower our unpredictable, chaotic and magnificent solidarity network by keeping it up to date with the consequences of the US government designation and our responses.

Read the full announcement on keepitfree.ai/announcements/an…

#KeepItFree #AutisticiInventati

in reply to cavallette

Presentiamo keepitfree.ai

Dal 26 agosto, quando il Dipartimento del Tesoro statunitense, tramite OFAC, ci ha sanzionato come “Specially Designated Global Terrorist” (SDGT), sono successe tante cose, tanto si è mosso. Ed è solo l’inizio.

Abbiamo deciso di creare uno spazio unico per raccogliere quello che sta avvenendo dopo il 26 agosto, per permettere a tutta quella imprevedibile, caotica, magnifica comunità solidale di restare aggiornata più facilmente sulle conseguenze della decisione del governo USA e su quello che stiamo facendo.

Leggi l'annuncio completo su keepitfree.ai/it/announcements…

#KeepItFree #AutisticiInventati

in reply to cavallette

giusto per segnalarvi che qui keepitfree.ai/technical-update… il primo link ai "connection parameters" e' rotto keepitfree.ai/docs/mail/connec… il secondo funziona inventati.org/docs/mail/connec…
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Trump chiude la Convention repubblicana con un giuramento per il voto a novembre


Il presidente punta sulla mobilitazione della propria base elettorale in vista delle midterm e rilancia la promessa di un “dividendo Trump” da 5.000 dollari.

Il presidente Donald Trump ha chiuso giovedì 10 settembre la prima Convention di metà mandato nella storia del Partito repubblicano facendo alzare la mano destra al pubblico dell’American Airlines Center di Dallas, in Texas, e guidandolo in un giuramento: andare a votare alle elezioni del 3 novembre. “Il giorno delle elezioni, il 3 novembre, dovete farmi un favore. Dovete andare a votare e dovete fingere che io sia sulla scheda, perché in un certo senso lo sono”, ha detto.

Il giuramento, che la sala ha ripetuto frase per frase, iniziava così: “Giuro al più grande presidente nella storia degli Stati Uniti, che ci ama così tanto da non riuscire nemmeno a respirare”. Trump vi ha poi inserito un riferimento alle frodi elettorali di cui accusa da tempo gli avversari: “Andrò con la mia famiglia, i miei amici, lo farò comunque, non mi importa se sono registrato o no, cercherò di barare più che posso, come fanno anche loro”.

Trump: So Please raise your right hand: I pledge to the greatest president in the history of the United States

Crowd: I pledge to the greatest president in the history of the United States…

Trump: I'm going to try and cheat like hell like they do. pic.twitter.com/umehtVKUr7
— Acyn (@Acyn) September 11, 2026


Pochi minuti prima il presidente aveva nuovamente accusato i democratici di voler favorire i brogli: “Non vogliono l’obbligo di mostrare un documento d’identità per votare. Perché? Perché vogliono barare”. I repubblicani sostengono da tempo l’introduzione di requisiti federali più rigidi, tra cui l’obbligo di un documento d’identità ai seggi e la prova documentale della cittadinanza per registrarsi alle elezioni federali. Negli Stati Uniti, con l’eccezione del North Dakota, per votare è necessario essere iscritti alle liste elettorali, anche se tempi e modalità di registrazione variano da Stato a Stato.

Il giuramento si è chiuso con la formula “che Dio mi aiuti”. “Se volete potete votare democratico, ma non credo ci sia una sola persona in questa sala che lo farà”, ha detto Trump, spiegando che non era necessario precisare per chi votare. Poi ha aggiunto: “Sapete cosa succede se non votate? Andate all’inferno. E non voglio che vi succeda, quindi per favore andate a votare”. La sala ha risposto scandendo in coro “vote”, cioè “votate”.

After having his supporters take pledge to vote, he tells them that if they don’t vote, they will go to hell. pic.twitter.com/0gvqL5HgpX
— Acyn (@Acyn) September 11, 2026


Il “dividendo Trump” da 5.000 dollari


Il discorso di ieri sera, durato circa 25 minuti, è stato molto più breve di quello pronunciato mercoledì sera, durato quasi due ore, durante il quale Trump aveva promesso un assegno da 5.000 dollari a ogni cittadino adulto se i repubblicani manterranno la maggioranza sia alla Camera dei Rappresentanti che al Senato.

“Se vinceremo le elezioni di metà mandato daremo un, chiamiamolo così, dividendo Trump: 5.000 dollari per ogni cittadino adulto del nostro Paese”, ha ripetuto stanotte. “E possiamo farlo perché il nostro Paese non è mai andato meglio. Stiamo incassando migliaia di miliardi di dollari”.

La proposta ha già suscitato critiche in entrambi i partiti. Il governatore repubblicano della Florida Ron DeSantis ha sostenuto che una spesa del genere produrrebbe soltanto altro debito e altra inflazione. Il deputato democratico della California Robert Garcia ha ricordato che non si sono mai concretizzati neppure i dividendi promessi in passato sui dazi e sui risparmi del DOGE, l’iniziativa per l’efficienza governativa.

Con circa 240 milioni di cittadini adulti, un assegno da 5.000 dollari a testa costerebbe intorno ai 1.200 miliardi di dollari. Trump non ha spiegato nel dettaglio come intenda finanziarlo. La misura richiederebbe comunque l’approvazione del Congresso.

Trump punta sulla mobilitazione della base


I repubblicani devono difendere maggioranze ristrette alla Camera e al Senato in elezioni nelle quali, storicamente, il partito del presidente in carica tende a perdere seggi, soprattutto in presenza di un presidente così impopolare nel sondaggi.

Non meraviglia dunque il fatto che il calo del gradimento di Trump e il malcontento per l’economia sembrano pesare sui candidati repubblicani anche nel generic ballot, il sondaggio che chiede agli elettori quale partito intendano sostenere per il Congresso senza indicare i nomi dei candidati. Nella media di Silver Bulletin, il sito dell’analista Nate Silver, i democratici sono avanti di 6,6 punti. Trump e i suoi alleati hanno quindi deciso di puntare sulla mobilitazione della sua base elettorale per provare a smentire la tendenza storica.

In un’intervista registrata e trasmessa ieri sera da Fox News a The Ingraham Angle, il programma di Laura Ingraham, Trump ha anche promesso che, se i democratici dovessero riconquistare il Congresso, farà da argine: “Finirò per fare da blocco. Bloccherò tutte le loro iniziative cattive per due anni. Non sarà la stessa cosa, ma farò da blocco. Che cosa posso dirvi? E probabilmente riuscirò anche a fare accordi con loro”.

Ma nonostante tutta la retorica espressa alla Convention, alla domanda diretta su se condurrà la campagna elettorale più intensa di sempre per fermare una possibile vittoria democratica, Trump ha risposto di no. La più dura, ha spiegato, è stata quella del 2024, quando doveva vincere personalmente la presidenza: “Quattro mesi, nessun giorno vuoto, nessuna ora vuota”.

Quando Ingraham gli ha chiesto se il voto di novembre sia importante quanto le presidenziali, anche per la sua eredità politica, Trump ha risposto: “Non è così importante. Sto facendo campagna per altre persone”.

Il 2 settembre, durante una cena con i parlamentari repubblicani nel Giardino delle Rose della Casa Bianca, Trump aveva annunciato che avrebbe dedicato gli ultimi 30 giorni prima del voto alle circa 35 sfide che considera decisive per il controllo del Congresso.

Fra le tappe indicate c’è l’Alaska, dove il senatore repubblicano uscente Dan Sullivan cerca di ottenere il suo terzo mandato contro l’ex deputata democratica Mary Peltola, in una delle sfide più combattute per il Senato. Nelle primarie “giungla” di agosto Peltola ha preceduto Sullivan, mentre i sondaggi sulla sfida di novembre indicano una battaglia all’ultimo voto.


Trump promette 5.000 dollari a ogni americano adulto se vincerà le midterm


Il presidente ha promesso un assegno da 5.000 dollari a ogni cittadino americano adulto se i repubblicani manterranno il controllo sia della Camera sia del Senato alle elezioni di metà mandato del 3 novembre. L'annuncio è arrivato nel discorso di mercoledì sera a Dallas, in Texas, iniziato intorno alle 21 ora della costa est (le 3 del mattino in Italia). Il discorso ha chiuso la prima giornata della convention di metà mandato del Partito Repubblicano, un evento che nessun partito organizzava dal 1982. Trump l'ha voluto per rilanciare i candidati del suo partito in una campagna che i sondaggi danno in salita.

"Se i repubblicani vincono la Camera dei rappresentanti e il Senato degli Stati Uniti, entrambi, grazie al nostro straordinario successo economico, emetterò un dividendo per ogni cittadino adulto degli Stati Uniti d'America di 5.000 dollari", ha detto il presidente, paragonando il pagamento alla distribuzione di utili che un'azienda di successo fa ai suoi azionisti. Lo ha chiamato "dividendo Trump" e ha aggiunto una sola condizione: i soldi dovranno essere spesi negli Stati Uniti e non in Canada, in Cina o in Germania, senza spiegare come il governo potrebbe controllarlo. Ha anche legato la promessa in modo esplicito al risultato elettorale, dicendo che i democratici non potrebbero fare la stessa cosa perché "non fanno i dazi, non incassano soldi".

.@POTUS announces the TRUMP DIVIDEND: If Republicans win both the House and the Senate, because of our tremendous economic success, I will issue a dividend to every adult citizen in the United States for $5,000 pic.twitter.com/s4orJJGx9d
— Rapid Response 47 (@RapidResponse47) September 10, 2026


Il presidente non ha detto da dove arriverebbero i fondi né se la promessa sia legale. Secondo i dati del censimento citati dalla NPR, la radio pubblica americana, il costo dell'operazione supererebbe i mille miliardi di dollari. Le leggi federali vietano le spese fatte per influenzare il voto, ma Trump ha presentato la misura come un premio da erogare dopo le elezioni e non come un pagamento agli elettori. Il precedente più vicino è quello di Elon Musk, che nel 2025 aveva promesso assegni da un milione di dollari agli elettori della corsa per la Corte Suprema del Wisconsin e aveva poi fatto marcia indietro dopo le contestazioni legali. Trump aveva già promesso in passato assegni da 2.000 dollari finanziati con i dazi, ma quei dazi sono stati annullati dalla Corte Suprema e il governo ha dovuto restituire i 160 miliardi incassati, con gli interessi.

Il secondo messaggio del discorso è stato rivolto direttamente ai suoi elettori: "Vi chiedo di fingere che io sia sulla scheda". Trump ha ricordato che il partito del presidente in carica perde quasi sempre le elezioni di metà mandato e ha detto di volere spezzare questa serie, perché quando lui non è candidato i suoi sostenitori non vanno a votare. È la stessa strategia che i suoi consiglieri stanno seguendo da settimane per ricostruire la coalizione di elettori poco assidui che nel 2024 lo ha riportato alla Casa Bianca. Focus America l'aveva raccontato nei giorni scorsi. Il presidente ha detto che ci sono circa 35 sfide in bilico tra Camera e Senato e che le visiterà tutte con comizi in grandi arene, tornando in Texas anche due o tre volte per sostenere il candidato repubblicano al Senato Ken Paxton, il procuratore generale dello Stato. Fino a oggi, però, Trump ha fatto pochissima campagna per i candidati di novembre.

Il discorso è durato quasi due ore e per il resto ha ripercorso i temi abituali dei suoi comizi. Trump ha difeso la guerra contro l'Iran, iniziata a febbraio, dicendo che Teheran era a un mese dalla bomba atomica e che, alla domanda se l'Iran possa avere un'arma nucleare, chi lo critica per il prezzo della benzina deve rispondere di no. Ha sostenuto che il petrolio scenderà "non appena vinceremo la guerra" e che il conflitto finirà subito dopo le elezioni, perché gli iraniani resisterebbero nella speranza di una vittoria democratica. Ha scherzato sul ribattezzare lo stretto di Hormuz "stretto Trump". Da quando la guerra è iniziata l'inflazione è salita dal 2,4 al 3,4 per cento e il petrolio ha superato i 100 dollari al barile. Un sondaggio di Fox News mostra che il 65 per cento degli elettori disapprova la gestione dell'economia da parte del presidente.

Sui dazi, Trump ha detto che "dazio" resta la sua parola preferita, anche se l'ha spostata "al quinto posto" dopo le critiche dei giornalisti che gli chiedevano perché non mettesse davanti l'amore, la famiglia o Dio. Ha sostenuto che i dazi hanno portato "migliaia di miliardi" di entrate e ha rivendicato la quota del 10 per cento di Intel ottenuta dal governo, che secondo lui vale oggi un guadagno di 50 o 60 miliardi. Ha parlato per diversi minuti della sala da ballo che sta costruendo alla Casa Bianca, che ha definito "gratis" per i contribuenti. Ha detto anche che il presidente cinese sarà a Washington tra due settimane.

Il New York Times ha verificato in diretta molte delle affermazioni del discorso. Il taglio delle tasse approvato nel 2025 non è il più grande della storia americana ma il sesto, secondo la conservatrice Tax Foundation. Le esenzioni su mance e straordinari sono temporanee, con dei tetti, e lo sconto sulle pensioni è ancora più limitato. Gli ingressi irregolari dal confine con il Messico non sono "zero" da 16 mesi: le autorità di frontiera hanno registrato oltre 200.000 incontri tra febbraio 2025 e luglio 2026, contro gli oltre due milioni all'anno del 2023 e del 2024. Gli investimenti esteri annunciati non sono 20.000 miliardi ma 11.200 secondo il conteggio della stessa Casa Bianca. Più della metà sono promesse informali di governi stranieri. Le entrate dai dazi sono state circa 300 miliardi secondo il Penn Wharton Budget Model, scese a 132,5 miliardi dopo i rimborsi imposti dalla Corte Suprema. Un taglio dei prezzi dei farmaci "del 400, 500 e 600 per cento" è matematicamente impossibile. Trump ha anche ripetuto di avere vinto la presidenza tre volte, mentre nel 2020 ha perso. È invece vero che il tasso di omicidi del 2025 è stato il più basso da decenni.

Una lunga parte del discorso è stata dedicata agli avversari. Trump ha detto che i democratici hanno candidato "il gruppo più estremo e pericoloso" della storia e che molti di loro "non sono socialisti, sono comunisti", accusando il partito di volere abolire la polizia, le prigioni, la Corte Suprema, il Senato e le agenzie per l'immigrazione. Ha attaccato per nome Abdul El-Sayed, il candidato democratico al Senato in Michigan, e Roy Cooper, l'ex governatore candidato in North Carolina, accusato di avere liberato criminali violenti. Il bersaglio principale è stato James Talarico, lo sfidante di Paxton in Texas: Trump ne ha deriso l'aspetto fisico e lo ha descritto come un nemico del petrolio, del capitalismo e del cristianesimo. Il New York Times ha giudicato fuorviante l'accusa sul cristianesimo: nel 2021 Talarico aveva detto in un podcast di considerarsi "un cristiano che odia il cristianesimo" per criticare la teologia conservatrice che domina la politica. La sua campagna lo descrive come un credente devoto. Trump ha anche ricordato Charlie Kirk, l'attivista conservatore ucciso un anno fa il 10 settembre, la cui vedova Erika era in sala. Ha detto che le persone che avevano giustificato l'omicidio "votano tutte democratico".

In chiusura il presidente ha elencato le promesse per gli ultimi due anni di mandato in caso di vittoria: rendere permanenti i tagli fiscali, un piano sanitario che sostituisca i pagamenti pubblici alle assicurazioni con soldi diretti alle famiglie, la fine delle bollette mediche a sorpresa, il taglio delle commissioni sulle carte di credito, una legge per rendere impossibile riaprire il confine, la pena di morte per i grandi trafficanti di droga e di esseri umani e per chi uccide un poliziotto. Infine il SAVE America Act, che imporrebbe documento con foto e prova di cittadinanza per votare. Ha detto che il discorso di giovedì, che chiuderà la convention, sarà molto più breve: "Ho dato tanto materiale, non devo ripeterlo due volte".

La cornice ha contraddetto più volte le parole del presidente. Trump ha ripetuto che l'arena era "piena" e che nessuno se n'era andato, mentre i giornalisti presenti hanno descritto intere sezioni vuote nell'anello superiore e persone che uscivano verso la fine del discorso, che si è sovrapposto alla partita di apertura della stagione di football americano tra Patriots e Seahawks. Poco meno di mille persone seguivano la diretta ufficiale del partito su YouTube. I candidati repubblicani al Senato saliti sul palco prima di lui, Paxton compreso, hanno evitato di parlare di Iran e di dazi. Alcuni dei senatori in maggiore difficoltà, come Susan Collins in Maine e Dan Sullivan in Alaska, hanno scelto di non venire a Dallas. Il tasso di approvazione del presidente è al 38 per cento nella media del New York Times.


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Ci sono persone che attraversano la politica, e ci sono persone che contribuiscono a cambiarla.

Emma Bonino ha dedicato la sua vita a battaglie che hanno reso l’Italia e l’Europa più libere: i diritti civili, l’autodeterminazione, i diritti delle donne, lo Stato di diritto, un’Europa più unita e capace di parlare con una voce sola.

Eurofederalista, progressista, laica, femminista, garantista.

Non sempre abbiamo condiviso ogni sua scelta, ma sappiamo riconoscere la forza e il coraggio di chi ha aperto strade che prima sembravano impossibili.

Oggi salutiamo una protagonista della storia politica italiana ed europea. E lo facciamo con gratitudine.

Le persone se ne vanno. Le battaglie per una società più libera, più giusta e più europea restano.

Continueremo a portarle avanti.

Grazie, Emma. 💜🇪🇺

#EmmaBonino #DirittiCivili #Femminismo #Laicità #Europeismo #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Difesa e sicurezza in Europa. Il contributo di Rifondazione Comunista home.rifondazione.eu/2026/09/1… #Internazionale

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È morta Emma Bonino, la storica leader radicale aveva 78 anni


@Politica interna, europea e internazionale
Emma Bonino non ce l’ha fatta: la storica leader radicale è morta all’età di 78 anni. La notizia è stata diffusa dai Radicali: “Emma ci ha lasciati ma non ci lascerà mai. Oggi non ci lascia soltanto la nostra leader, ci lascia una delle protagoniste più lucide, tpi.it/politica/emma-bonino-mo…

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Log Out @ Roma

🕒 17 settembre, 18:30 - 17 settembre, 21:30

📍 Via delle Palme, Roma, Lazio

🔗 mobilizon.it/events/e762d2c6-f…


Log Out @ Roma
Inizia: Giovedì Settembre 17, 2026 @ 6:30 PM GMT+02:00 (Europe/Rome)
Finisce: Giovedì Settembre 17, 2026 @ 9:30 PM GMT+02:00 (Europe/Rome)

Giovedì 17 settembre torniamo con il Logout di TWC Roma, il ritrovo per tech workers che vogliono incontrarsi dopo lavoro: un'occasione per socializzare, conoscersi, parlare del nostro lavoro e come organizzarci nei prossimi mesi!

Ci vediamo giovedì 17 settembre, alle 18.30, da Shah Mat a Centocelle!

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☕ CYBERBRIEFING MATTUTINO — Venerdì 11 settembre 2026

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La rassegna stampa di venerdì 11 settembre 2026


La convention repubblicana lancia Vance verso il 2028, mentre la promessa di Trump di assegni da 5.000 dollari divide i repubblicani; gli Houthi conquistano un porto sul Mar Rosso e l'Arabia Saudita chiede aiuto a Washington, coi rendimenti dei titoli in rialzo

Questa è la rassegna stampa di venerdì 11 settembre 2026

Vance protagonista alla convention repubblicana, cresce l'attesa per il 2028


Il vicepresidente JD Vance ha tenuto il discorso chiave della seconda serata della convention repubblicana di metà mandato a Dallas, delineando una visione del Paese che ha alimentato le speculazioni su una sua candidatura presidenziale. Interrotto a più riprese dai cori "48", Vance ha attaccato il democratico James Talarico nel suo stesso Stato, il Texas, mentre alcuni repubblicani guardano anche a Marco Rubio, che ha però escluso per ora una corsa alla Casa Bianca.

Fonti: The Hill, Wall Street Journal

La promessa di Trump di assegni da 5.000 dollari divide il partito


Il presidente Donald Trump ha promesso un "dividendo" da 5.000 dollari a ogni adulto americano se i repubblicani conserveranno le maggioranze in Congresso alle elezioni di metà mandato di novembre. L'idea, dal costo di oltre mille miliardi di dollari, ha turbato diversi esponenti del suo stesso partito per il rischio di alimentare l'inflazione e per gli ostacoli al Congresso. Alcuni commentatori hanno letto l'annuncio come un segnale di difficoltà in vista del voto.

Fonti: New York Times, Wall Street Journal, BBC

Gli Houthi conquistano un porto strategico sul Mar Rosso, l'Arabia Saudita chiede aiuto a Trump


I ribelli Houthi, alleati dell'Iran, hanno conquistato la città costiera di Mokha, rafforzando la loro presa sullo stretto di Bab al-Mandab, arteria cruciale per il commercio globale. Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha telefonato due volte al presidente Trump per chiedergli di ordinare attacchi contro gli Houthi, ma Trump ha rifiutato, limitandosi a fornire intelligence e dati per l'individuazione degli obiettivi. L'Amministrazione intende mantenere le forze statunitensi concentrate sull'Iran ed evitare l'apertura di un nuovo fronte.

Fonti: New York Times, Axios, Semafor

La Corte Suprema blocca di nuovo la mappa elettorale del Missouri


La Corte Suprema ha bloccato nuovamente la mappa dei collegi congressuali ridisegnata dai repubblicani del Missouri, dopo aver già respinto in precedenza i funzionari statali che volevano utilizzarla alle elezioni di metà mandato. La serie di pronunce giudiziarie degli ultimi giorni ha creato notevole confusione tra gli elettori su quali confini elettorali saranno in vigore a novembre.

Fonti: Wall Street Journal, New York Times, ABC News

Anthropic dice di aver bloccato possibili tentativi di sviluppare armi biologiche con l'IA


La start-up di intelligenza artificiale Anthropic ha reso noto di aver interrotto alcuni tentativi di utenti che avrebbero potuto sviluppare armi biologiche attraverso i suoi modelli. L'azienda ha descritto cinque casi in cui gli utenti hanno "aggirato i controlli" e cercato di "mascherare" lo scopo delle loro ricerche, precisando di non aver potuto stabilire se si trattasse di attività legittime o malevole, motivo per cui ha deciso di sospendere il lavoro.

Fonti: New York Times, Financial Times

L'Iran ha ripreso a produrre missili balistici


L'Iran ha ripreso la produzione di missili balistici, secondo quanto riferito dal Wall Street Journal, smentendo le affermazioni dell'Amministrazione Trump secondo cui le capacità militari di Teheran sarebbero state distrutte nei mesi di conflitto con gli Stati Uniti. Teheran starebbe assemblando nuovi missili utilizzando componenti esistenti, in quantità più limitate rispetto a prima della guerra, in diversi siti sotterranei.

Fonti: The Hill

I rendimenti dei titoli di Stato salgono, i tassi sui mutui al massimo da 14 mesi


I timori di un rialzo dei tassi negli Stati Uniti si sono propagati ai mercati obbligazionari globali, mentre l'avanzata degli Houthi spinge al rialzo i prezzi del petrolio. Il tasso sul mutuo trentennale a tasso fisso è salito al 6,76 per cento, il livello più alto da 14 mesi, e il rendimento del Treasury decennale ha chiuso intorno al 4,96 per cento. Gli investitori avvertono che l'operazione da 6 miliardi di dollari del segretario al Tesoro Scott Bessent non basta a frenare l'aumento dei costi di finanziamento.

Fonti: Financial Times, The Hill

Trump avverte: sarò un "muro" contro i democratici, ma potrei fare accordi


In un'intervista a Fox News, il presidente Trump ha detto che, qualora i democratici riconquistassero la Camera e il Senato, intenderebbe bloccare la loro agenda legislativa per due anni, definendosi un "blocker". Allo stesso tempo ha aggiunto che "probabilmente" riuscirebbe a trovare intese con loro. Trump ha inoltre ribadito di non avere rimpianti per la guerra con l'Iran.

Fonti: Axios, The Hill

Gli Stati Uniti ricordano l'11 settembre a venticinque anni dagli attentati


A venticinque anni dagli attentati dell'11 settembre 2001, gli Stati Uniti commemorano una ferita che per un breve momento aveva creato un senso condiviso di unità nazionale, lasciando però un'eredità complessa. Quasi la metà degli adulti americani, secondo un sondaggio Ipsos, considera l'11 settembre tra gli eventi storici più importanti vissuti nella propria vita. Esperti di sicurezza avvertono intanto di nuove minacce terroristiche legate all'intelligenza artificiale e ai droni.

Fonti: Financial Times, The Hill, Semafor

Un anno dopo l'assassinio di Charlie Kirk, i sostenitori tornano sul luogo del delitto


A un anno dall'assassinio dell'attivista conservatore Charlie Kirk, l'organizzazione Turning Point USA è tornata alla Utah Valley University, dove è stata inaugurata una nuova statua in suo onore. L'uomo che stava dibattendo con Kirk poco prima dell'omicidio ha raccontato di aver trascorso l'ultimo anno tra minacce di morte e teorie del complotto che lo accusavano di un coinvolgimento nella sua morte.

Fonti: Fox News, The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

La percezione della corruzione del governo ha raggiunto un nuovo massimo negli Stati Uniti


Un nuovo sondaggio Gallup registra il valore più alto in vent'anni, ben dieci punti sopra il 2025. L'aumento è trainato soprattutto dai democratici, mentre cresce il divario con le altre economie avanzate.

L'89% degli adulti americani ritiene che la corruzione sia diffusa nel governo degli Stati Uniti. È il valore più alto registrato da Gallup in vent'anni di rilevazioni, in aumento di 10 punti rispetto allo scorso anno e ben al di sopra della fascia compresa tra il 72% e il 79% in cui il dato si era mantenuto dal 2010 al 2025. L'indagine è stata condotta telefonicamente tra il 1° maggio e il 10 giugno su un campione di 1.000 adulti americani, con un margine di errore di 4,1 punti percentuali.

A trainare l'aumento sono soprattutto i democratici. Nell'ultimo anno della presidenza di Joe Biden, il 57% dei democratici riteneva che la corruzione fosse diffusa nel governo. La quota è salita al 76% nel 2025, primo anno del secondo mandato di Donald Trump, e ha raggiunto il tasso record del 91% quest'anno. Gli indipendenti si attestano al 90%, 12 punti in più rispetto al 2024, e risultano quindi più vicini ai democratici che ai repubblicani, fermi all'83%.

Tra questi ultimi il quadro è cambiato poco: negli ultimi due anni circa otto repubblicani su dieci hanno descritto la corruzione come ampiamente diffusa, un livello sostanzialmente in linea con l'87% registrato nel 2024.

Secondo Gallup, queste ampie maggioranze riflettono probabilmente motivazioni diverse. Tra i democratici la percezione della corruzione sembra risentire maggiormente di chi controlla l'Amministrazione, mentre tra i repubblicani la stabilità del dato nonostante la vittoria del partito alle elezioni del 2024 e il controllo della Casa Bianca e del Congresso suggerisce una sfiducia più radicata nei confronti del governo, meno dipendente da chi è al potere.

Sondaggio Gallup

Nove americani su dieci vedono un governo corrotto: mai così tanti in vent'anni di sondaggi

Nel 2026 l'89% degli americani ritiene che la corruzione sia diffusa nel governo: dieci punti in più rispetto al 2025, il salto più grande mai registrato da Gallup. La sfiducia, un tempo più forte tra i repubblicani, oggi attraversa l'intero spettro politico.

Grafica di FocusAmerica 2 settembre 2026

Quota di americani che considera la corruzione diffusa nel governo

Nel 2026
89%

Record dal 2006, primo anno della serie. Dieci punti in più rispetto al 2025.

Fascia grigia: i valori tra cui il dato ha oscillato dal 2007 al 2025. Rivedi 2006–2026
Per diciannove anni il dato non era mai sceso sotto il 66% né salito sopra il 79%. Nel 2026 ha superato di colpo quella fascia: +10 punti in un solo anno, il balzo più ampio dal 2006.

Vent'anni di sondaggi
Il governo è sempre stato più sospettato delle imprese. Ora il divario è ai massimi
Quota di americani che ritiene la corruzione diffusa nel governo e nelle imprese, 2006–2026. Tocca o passa sul grafico per leggere i valori di ogni anno.
Governo Imprese

Il confronto internazionale
Gli Stati Uniti sono usciti dalla fascia dei Paesi OCSE
Quota di cittadini che ritiene la corruzione diffusa nel proprio governo: Stati Uniti, mediana e valore massimo tra i Paesi OCSE. Il dato americano del 2026 non ha ancora un confronto internazionale.
Stati Uniti Fascia OCSE (dalla mediana al massimo)

Da tema di parte a convinzione comune
In due anni i democratici hanno raggiunto i repubblicani: la sfiducia è diventata bipartisan
Quota di elettori che ritiene la corruzione diffusa nel governo, per orientamento politico, 2024–2026. Seleziona un gruppo per metterlo in evidenza.
Tutti Democratici Repubblicani Indipendenti

Il punto
Il record del 2026 non nasce da un'ondata repubblicana, che era già alta: nasce dai democratici, passati dal 57% al 91% in due anni, mentre gli indipendenti salgono al 90%. Più di otto elettori su dieci di ogni schieramento condividono oggi lo stesso giudizio sul governo.

Fonte Gallup, World Poll 2006–2026. Quesito: «La corruzione è diffusa nel governo del suo Paese?»; percentuale di chi risponde sì. Confronto OCSE aggiornato al 2025.

Il divario con le altre economie avanzate


Gli Stati Uniti avevano cominciato ad allontanarsi dalle altre economie avanzate già prima dell'ultimo aumento. Nei 38 Paesi dell'OCSE, la quota mediana di persone che percepiscono una corruzione diffusa nel governo è scesa dal 69% del 2009 a meno del 60% dal 2022 in poi. Poiché la raccolta dei dati per il 2026 non è ancora stata completata in tutti i Paesi, il confronto più recente disponibile è quello del 2025, quando la mediana dell'OCSE era pari al 59%.

Nei primi anni della serie, Paesi come Grecia, Ungheria e Repubblica Ceca superavano il 90%, ma con il passare del tempo, i valori più elevati dell'area sono diminuiti, fino a un minimo del 79% nel 2025. Proprio nel 2025 gli Stati Uniti sono saliti per la prima volta al livello più alto tra i Paesi dell'OCSE, con un aumento di 9 punti che ha portato il dato della corruzione percepita al 79%. Il divario rispetto alla mediana dell'organizzazione, già pari a 15 punti nel 2024, è così salito a 20 punti e nel 2026 potrebbe ampliarsi ulteriormente.

Dal 2023, tra i 132 Paesi nei quali Gallup pone ogni anno la stessa domanda, soltanto quattro hanno registrato un valore nominalmente superiore all'attuale 89% degli Stati Uniti: il Libano nel 2024 e il Perù nel 2025, entrambi al 92%, e Ghana e Nigeria nel 2024, entrambi al 90%.

Il divario tra governo e imprese


Gallup misura ogni anno la percezione della corruzione in due ambiti, il governo e le imprese, e di norma i due indicatori tendono a muoversi nella stessa direzione: chi ritiene che la corruzione sia diffusa nel proprio governo tende a considerarla diffusa anche nelle aziende del proprio Paese.

Gli Stati Uniti rappresentano anche in questo caso sempre più un'eccezione. La percezione della corruzione nelle imprese è aumentata anch'essa, di 8 punti, raggiungendo il 71%, ma resta lo stesso ben 18 punti sotto quella relativa al governo: è il divario più ampio mai registrato nella serie storica americana. Tra il 2006 e il 2025, la percezione della corruzione nel governo era stata in media superiore di 11 punti a quella nelle imprese. In vent'anni di rilevazioni, pochi Paesi hanno mostrato uno scarto più ampio di quello oggi registrato negli Stati Uniti.

In un Paese sempre più polarizzato su quasi ogni tema, la corruzione nel governo è così diventata così uno dei rari giudizi sui quali gli elettori dei due principali schieramenti politici tendono paradossalmente a convergere.

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La fiducia dei repubblicani nell'economia crolla ai minimi dell'era Trump


I dati dell'Università del Michigan mostrano un brusco peggioramento tra gli elettori del presidente. Intanto Gallup registra un vantaggio democratico di dieci punti nell'identificazione di partito, il più ampio dal 2008.
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La fiducia dei repubblicani nell'economia americana è crollata negli ultimi 6 mesi a un ritmo che non si vedeva dai tempi della pandemia e che ricorda i crolli registrati durante la grande crisi finanziaria di quasi vent'anni fa. Il dato è anomalo perché, di norma, l'elettorato del partito che occupa la Casa Bianca tende a restare più ottimista sulla situazione, mentre quello dell'opposizione giudica l'economia in modo molto più negativo. Questa volta, invece, a peggiorare nettamente è stato il giudizio degli elettori del presidente in carica.

Secondo l'ultima rilevazione delle University of Michigan Surveys of Consumers, da febbraio l'indice di fiducia dei repubblicani è sceso di 15,1 punti, da 97,1 a 82, mentre quello dei democratici è calato di appena 1,6 punti, da 41,8 a 40,2. L'indice complessivo, che comprende anche gli indipendenti, ad agosto si è fermato a 51,7, il 6% in meno rispetto a luglio e l'11% in meno rispetto a un anno prima. La componente repubblicana è scesa del 19% rispetto ai livelli precedenti al conflitto con l'Iran.

Il valore di 82 è inferiore a qualsiasi altro registrato durante le due presidenze di Donald Trump, con una sola eccezione: dicembre 2020, quando Trump aveva già perso le elezioni ma non aveva ancora lasciato la Casa Bianca. È raro che l'umore degli elettori di uno schieramento rimanga quasi fermo mentre quello dell'altro precipita, perché in genere i due indici tendono a muoversi nella stessa direzione. L'ultimo andamento paragonabile risale alla fine del 2008 e all'inizio del 2009, quando però al peggioramento della crisi economica si aggiunsero l'elezione e l'insediamento di un presidente democratico.

Fiducia dei consumatori
Il crollo della fiducia nell'economia è tutto repubblicano
Focus America
Da febbraio l'indice dell'Università del Michigan ha perso oltre quindici punti tra gli elettori repubblicani e meno di due tra i democratici. Una divergenza così ampia non si vedeva dalla crisi finanziaria del 2008.
Grafica di FocusAmericaSettembre 2026

Indice di fiducia dei consumatori · variazione da febbraio ad agosto 2026

Repubblicani
−15,1punti

Da 97,1 a 82,0. Rispetto ai livelli precedenti al conflitto con l'Iran la componente repubblicana ha perso il 19%.

Democratici
−1,6punti

Da 41,8 a 40,2. Il giudizio dei democratici resta fermo, su valori già molto bassi.

L'indice complessivo, che comprende anche gli indipendenti, ad agosto si è fermato a 51,7: il 6% in meno rispetto a luglio e l'11% in meno rispetto a un anno prima.

La divergenza
Di norma i due elettorati si muovono in parallelo. Stavolta no.
Indice di fiducia per identificazione partitica, febbraio e agosto 2026. Tocca una voce della legenda per isolare una serie.

Tocca i punti per i valori

Il contesto
82 è il valore più basso registrato tra i repubblicani in entrambe le presidenze Trump, con una sola eccezione: dicembre 2020, quando Trump aveva già perso le elezioni ma non aveva ancora lasciato la Casa Bianca.

Fonte: University of Michigan Surveys of Consumers, agosto 2026.

Il giudizio
Anche tra i suoi elettori cala chi vede risultati
Quota di intervistati che ritiene le politiche economiche del presidente abbiano migliorato o peggiorato l'economia. Barra chiara: gennaio. Barra piena: luglio 2026.

Tocca una riga per il dettaglio
Fonte: Pew Research Center, sondaggio condotto dal 6 al 12 luglio 2026 su 3.554 adulti.

Identificazione di partito
Il vantaggio democratico più ampio dal 2008
Quota di americani che si identificano con un partito o vi propendono, inclusi gli indipendenti che dichiarano di sentirsi più vicini a uno dei due schieramenti.

49%Democratici

Repubblicani39%

Democratici e dem-leaningRepubblicani e rep-leaning
Trimestri · 2024-2026 Serie storica · 1991-2026

Trascina sul grafico per esplorare la serie

Il ribaltamento
Nel quarto trimestre del 2024 i repubblicani erano avanti di quattro punti, 47 a 43. In un anno e mezzo il saldo si è rovesciato di quattordici punti. Il massimo storico resta il 2008, quando i democratici arrivarono al 52% e i repubblicani al 40%.

Fonte: Gallup, identificazione di partito con leaning. Medie annuali 1991-2025 e medie trimestrali; il dato 2026 è la media del primo e del secondo trimestre.

Chi si sposta
Tornano indietro i gruppi che nel 2024 avevano scelto Trump
Vantaggio democratico nell'identificazione di partito e nelle intenzioni di voto per le elezioni di novembre.

Elettori più giovani
+16
Nel 2024 i repubblicani erano avanti di un punto: l'unico vantaggio registrato in questa fascia d'età nell'intero decennio.

Elettori ispanici
+9
Punti di crescita del vantaggio democratico rispetto al 2024, quando il gruppo si era spostato verso Trump.

Ispanici · intenzioni di voto
+29
Le intenzioni di voto per novembre mostrano uno spostamento ancora più netto dell'identificazione di partito.

Fonte: Pew Research Center, sondaggio di luglio 2026; elaborazione del New York Times.

La domanda per il 3 novembre
La questione non è più se una parte dell'elettorato repubblicano sia delusa, ma quanti di quegli elettori decideranno di non andare a votare.

< 40%gradimento del presidente,
ormai da mesi

Fonte
University of Michigan Surveys of Consumers (agosto 2026); Pew Research Center (6-12 luglio 2026, n=3.554); Gallup, identificazione di partito con leaning; Axios; New York Times.

I repubblicani non vedono il calo dei prezzi promesso


"Nella grande maggioranza dei casi repubblicani e democratici si muovono più o meno in parallelo", ha spiegato ad Axios Joanne Hsu, direttrice delle rilevazioni dell'Università del Michigan. Adesso non sta accadendo più: "I repubblicani si aspettavano risultati molto positivi dalle politiche dell'Amministrazione", dazi compresi, "ma non hanno visto alcun rallentamento dell'inflazione, né tanto meno" il calo dei prezzi promesso da Trump.

Hsu ha però ricordato che, nonostante la flessione, l'elettorato repubblicano resta molto più ottimista di quello democratico e continua in maggioranza a ritenere che i prezzi della benzina scenderanno una volta terminata la guerra con l'Iran, una convinzione che i democratici non condividono. In un sondaggio del Pew Research Center, condotto dal 6 al 12 luglio su 3.554 adulti, il 41% dei repubblicani e degli indipendenti vicini al partito ha definito l'economia buona o eccellente, otto punti in meno rispetto a gennaio.

Nello stesso periodo, però la quota di repubblicani convinti che le politiche di Trump abbiano peggiorato l'economia è salita dal 18% al 28%, mentre quella di chi ritiene che l'abbiano migliorata è scesa dal 57% al 42%. Il campione complessivo degli americani è ancora più pessimista: il 60% ritiene che la politica economica del presidente abbia peggiorato le condizioni del Paese, contro il 52% di gennaio. Già in agosto l'inflazione e la guerra in Iran pesavano sulle prospettive repubblicane in vista delle elezioni di novembre.

La Casa Bianca respinge però questa lettura. "I dati sui consumi e sulle vendite al dettaglio confermano da mesi che il consumatore americano resta solido, grazie alla comprovata agenda economica del presidente, fatta di tagli fiscali e deregolamentazione", ha dichiarato il portavoce Kush Desai, aggiungendo che, con l'attuazione degli accordi commerciali e degli investimenti annunciati, "gli americani potranno contare su ulteriori progressi".

Gallup registra il divario più ampio dal 2008


Nel frattempo è aumentata in modo significativo anche la quota di americani che si dichiarano democratici o che, pur definendosi indipendenti, si sentono più vicini al Partito Democratico. Secondo Gallup, oggi il 49% si colloca in quest'area, contro il 39% che si identifica con i repubblicani o propende per loro: si tratta di un vantaggio di 10 punti, il più ampio dal 2008. Ancora nel 2024, sulla stessa misura, erano i repubblicani a essere leggermente avanti. Il divario attuale supera di molto i recenti vantaggi repubblicani e ricorda piuttosto quello del 2020, l'anno della vittoria di Joe Biden e delle risicate maggioranze democratiche alla Camera e al Senato.

"Quando nel Paese le cose vanno bene, l'identificazione di partito si sposta verso chi governa. Quando vanno male, come adesso, con un presidente repubblicano impopolare e un'opinione pubblica insoddisfatta della direzione del Paese, la gente si allontana da chi è al potere", ha spiegato al New York Times Jeffrey Jones, senior editor di Gallup.

È il meccanismo che i politologi definiscono opinione pubblica "termostatica": gli orientamenti collettivi tendono a correggersi quando gli elettori percepiscono che il Paese si sia spinto troppo in una direzione, così come un termostato accende il riscaldamento quando la temperatura scende. "Quello che vediamo ora somiglia alla fine dell'Amministrazione di George W. Bush, quando era piuttosto impopolare", ha aggiunto Jones. "I democratici avevano un grande vantaggio nell'identificazione di partito, che poi precedette le elezioni del 2006 e del 2008, entrambe grandi vittorie democratiche".

I massimi degli ultimi 35 anni restano proprio quelli del 2006 e del 2008, quando il 52% degli americani si identificava con i democratici o propendeva per loro. Il dato di questo trimestre è invece più vicino a quello dell'ultimo trimestre della campagna per le elezioni di metà mandato del 2018, quando quasi il 49% degli americani si collocava nell'area democratica e il partito conquistò più di 40 seggi alla Camera.

L'identificazione con un partito, però, non si traduce automaticamente in voti. Gli indipendenti, compresi quelli che dichiarano di sentirsi più vicini a uno dei due schieramenti, tendono infatti a seguire meno la politica e a partecipare meno alle elezioni. Con il gradimento del presidente sotto il 40% ormai da mesi, l'inflazione ancora elevata e la guerra con l'Iran senza una conclusione in vista, la questione non è più se una parte dell'elettorato repubblicano sia delusa, ma quanti di quegli elettori decideranno di non andare a votare il 3 novembre.

Secondo il New York Times, i dati del sondaggio del Pew Research Center citato in precedenza mostrano, però, anche che il recupero dei democratici è trainato proprio da alcuni di quei gruppi demografici che nel 2024 si erano spostati verso Trump: elettori ispanici, giovani uomini e giovani donne. Due anni fa, tra gli elettori più giovani, i repubblicani erano avanti di un punto, l'unico vantaggio registrato in questa fascia d'età nell'intero decennio. Oggi, nello stesso gruppo, i democratici avrebbero invece un margine di 16 punti. Tra gli elettori ispanici, il vantaggio democratico sarebbe cresciuto di 9 punti.

Le intenzioni di voto per novembre, che misurano qualcosa di diverso dall'identificazione partitica, mostrano uno spostamento ancora più netto: nel sondaggio di luglio del Pew, i democratici risultano avanti di 29 punti tra gli elettori ispanici.


L'inflazione e la guerra in Iran pesano sulle midterm di Trump


A due mesi dalle elezioni di metà mandato, l'economia americana è sempre più sotto pressione e le politiche di Donald Trump contribuiscono alle difficoltà. Il presidente e i repubblicani avevano conquistato Washington nel 2024 promettendo di sconfiggere l'inflazione e tagliare la spesa pubblica, ma la guerra commerciale, il conflitto con l'Iran e un debito che ha superato i 40.000 miliardi di dollari hanno prolungato o aggravato i problemi economici proprio per molte delle famiglie che avevano promesso di aiutare. I sondaggi, scrive il New York Times, indicano una crescente insofferenza degli elettori verso gli appelli alla pazienza e le midterm si avviano a diventare un referendum sulla credibilità economica del presidente.

L'indice PCE, la misura dell'inflazione seguita con maggiore attenzione dalla Federal Reserve, ha mostrato mercoledì che a luglio i prezzi sono aumentati del 3,7% rispetto a un anno prima, lo stesso ritmo di giugno e ben al di sopra dell'obiettivo del 2%. Al netto di energia e alimentari, l'aumento è stato del 3,3%. Olu Sonola, responsabile dell'economia americana per Fitch Ratings, ha descritto al New York Times la dinamica dei prezzi come "un logoramento fatto di mille piccoli tagli": un accumulo di fattori, dalla guerra ai dazi, che ha alimentato l'inflazione e peggiorato le aspettative dei consumatori.

"Questo stillicidio, settimana dopo settimana, mese dopo mese, ha un impatto diretto per le famiglie", ha spiegato, anche se l'economia continua a crescere, la manifattura è in ripresa e il mercato del lavoro tiene, grazie all'ondata di investimenti nell'intelligenza artificiale che ha portato i mercati a nuovi record. Sarah House, economista senior di Wells Fargo, prevede che l'inflazione chiuda l'anno intorno al 3,5%, ben oltre le attese di inizio 2026: "C'è un divario enorme tra quello che i consumatori incassano e la velocità con cui il denaro esce dalle loro tasche".

Midterm 2026 · Economia e difesa

A due mesi dal voto, la presidenza di Trump presenta il conto su tre fronti

I dazi costano in media 1.100 dollari all’anno a ogni famiglia, il debito federale ha superato i 40.000 miliardi e la guerra con l’Iran ha consumato quasi due terzi degli intercettori Patriot. Le elezioni di metà mandato si avviano a diventare un referendum sulla credibilità economica del presidente.

Grafica di FocusAmerica 30 agosto 2026

Indice PCE, variazione sui dodici mesi · luglio 2026

3,7%
L’inflazione che la Federal Reserve guarda con più attenzione è ferma sul ritmo di giugno. Al netto di energia e alimentari l’aumento è del 3,3%.

Obiettivo Fed 2%

Entro l’obiettivo della Fed +1,7 punti oltre l’obiettivo

Sarah House, economista senior di Wells Fargo, prevede che l’anno si chiuda intorno al 3,5%: «C’è un divario enorme tra quello che i consumatori incassano e la velocità con cui il denaro esce dalle loro tasche».

1Le famiglie 2Il debito 3L’arsenale

Il conto delle famiglie

I dazi in vigore valgono 1.100 dollari all’anno per famiglia


Stima dello Yale Budget Lab sull’insieme delle tariffe applicate ad agosto 2026. I dazi sono imposte sulle importazioni: una parte del costo si trasferisce sui consumatori.

Costo annuo per famiglia
Tariffe già in vigore circa 1.070 $
Nuove misure sul Canada circa 30 $
Totale 1.100 $

Interrogato sui possibili aumenti dei prezzi, Trump ha sostenuto che i dazi contro il Canada saranno «molto buoni per noi».

Alla pompa di benzina, media nazionale AAA

Agosto 2025 circa 3,09 $

Agosto 2026 4,09 $

Prezzo al gallone. Agosto si avvia a diventare il mese più caro di sempre: la benzina resta sopra i 4 dollari da quando, a luglio, gli scontri sono ripresi nello Stretto di Hormuz.

Il prossimo colpo Dal 1° gennaio 2027 auto, camion, componenti e acciaio canadesi saranno tassati al 50%. Il primo ministro Mark Carney ha già annunciato misure di ritorsione.

Il debito

Due anni dopo la promessa di austerità, il debito ha superato i 40.000 miliardi


Il debito federale vale ormai più del prodotto annuo del Paese: le tensioni sul mercato obbligazionario rendono più costosi mutui e prestiti.

40.000 miliardi di dollari

Il Congresso a guida repubblicana ha respinto più volte i tagli più profondi chiesti dal presidente, che ha ottenuto invece un aumento delle spese militari e un pacchetto di tagli alle tasse da migliaia di miliardi di dollari.

Quanto pesa il riacquisto di titoli annunciato dal Tesoro

L’intera barra è il debito federale: 40.000 miliardi di dollari.

4 miliardi: questa linea

La stessa barra ingrandita mille volte

L’intervento del Segretario al Tesoro Scott Bessent, di almeno 4 miliardi di dollari per operazione e dagli effetti temporanei, copre lo 0,01% del debito. Il piano di «consolidamento fiscale» promesso resta senza dettagli.

Jessica Riedl, Brookings Institution «Sono tutte chiacchiere. I repubblicani dicono sempre: dateci il controllo del governo e taglieremo la spesa. Ce l’hanno e non hanno più scuse».

L’arsenale

La guerra con l’Iran ha consumato quasi due terzi degli intercettori Patriot


Ogni sagoma rappresenta l’1% delle scorte americane di intercettori Patriot. In rosso la quota consumata dal conflitto, secondo una stima del CSIS.

Consumati: 65% delle scorte Rimasti: 35%

Che cosa hanno lanciato gli Stati Uniti entro metà luglio

Intercettori Patriot1.700

Intercettori THAADoltre 200

Missili lanciati dalle navi150

Che cosa ha lanciato l’Iran

Missili balisticioltre 1.500

Droni di grandi dimensionicirca 6.000

Le barre sono in scala tra loro. Ricostituire le munizioni prelevate dalle scorte americane in Giappone, Corea del Sud e Germania potrebbe richiedere anni.

Le conseguenze fuori dal Golfo In Europa le scorte di intercettori PAC-3 e di missili ATACMS sono giudicate oltre il livello critico. Nel breve periodo Washington potrebbe non essere in grado di eseguire integralmente i piani per la difesa di Taiwan. La Casa Bianca respinge questa ricostruzione: secondo la portavoce Anna Kelly le scorte sono «più che sufficienti».

Fonte: New York Times e Wall Street Journal; Bureau of Economic Analysis (indice PCE, luglio 2026); Yale Budget Lab; AAA; CSIS. Dati aggiornati al 30 agosto 2026.

Dazi, benzina e debito


Uno di questi shock è arrivato sabato 22 agosto, quando Trump ha imposto nuovi dazi su una parte delle importazioni dal Canada, per poi annunciare due giorni dopo che dal 1° gennaio 2027 auto, camion, componenti e acciaio canadesi saranno tassati al 50%. Il primo ministro Mark Carney ha risposto con misure di ritorsione, riaprendo una disputa che ricorda i giorni più frenetici dell'inizio della guerra commerciale.

I dazi sono a tutti gli effetti imposte sulle importazioni e una parte dei loro costi si trasferisce sui consumatori: lo Yale Budget Lab, un centro di ricerca indipendente, ha stimato questo mese che l'insieme delle tariffe in vigore costerà alle famiglie in media circa 1.100 dollari all'anno, una trentina dei quali imputabili alle nuove misure sul Canada. Interrogato sui possibili aumenti dei prezzi, Trump ha sostenuto che i dazi contro il Canada saranno "molto buoni per noi".

Intanto, la guerra con l'Iran, cominciata il 28 febbraio con l'operazione Epic Fury, non si è mai davvero conclusa. Dopo il cessate il fuoco di maggio, a luglio gli scontri sono ripresi nello Stretto di Hormuz e la benzina resta sopra i 4 dollari al gallone: venerdì la media nazionale era di 4,09 dollari secondo AAA, circa un dollaro in più rispetto a un anno prima, mentre agosto si avvia a diventare il mese più caro di sempre alla pompa di benzina. Lo shock energetico ha fatto salire anche il prezzo del diesel e del carburante per aerei, aumentando i costi dei trasporti e dei viaggi.

Le spese per l'intervento militare hanno inoltre contribuito alla crescita del debito federale, ormai superiore a 40.000 miliardi di dollari e al prodotto annuo del Paese, alimentando le tensioni sul mercato obbligazionario e rendendo più costosi mutui e prestiti. Il superamento della soglia dei 40.000 miliardi mostra anche quanto poco Trump e i repubblicani siano riusciti a ridurre la spesa, nonostante l'austerità promessa due anni fa. "Sono tutte chiacchiere", ha detto Jessica Riedl, esperta di bilancio della Brookings Institution ed ex collaboratrice di un senatore repubblicano.

"I repubblicani dicono sempre: 'Dateci il controllo del governo e taglieremo la spesa'. Ce l'hanno e non hanno più scuse". Il Congresso a guida repubblicana ha respinto più volte i tagli più profondi proposti dal presidente, che dal canto suo ha chiesto un aumento delle spese militari e ottenuto l'anno scorso un pacchetto di tagli alle tasse da migliaia di miliardi di dollari. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato questo mese un raro intervento di riacquisto di titoli di Stato, portato ad almeno 4 miliardi di dollari per operazione e dagli effetti temporanei, e ha promesso un piano di "consolidamento fiscale" senza fornire dettagli.

La Fed, intanto, continua a resistere alle pressioni per ridurre i tassi. "Dobbiamo essere sicuri che l'inflazione di fondo si stia muovendo verso il nostro obiettivo, in modo chiaro e a una velocità sufficiente", ha detto venerdì a Jackson Hole il nuovo presidente Kevin Warsh. "Altrimenti abbiamo ancora del lavoro da fare". I mercati hanno interpretato il discorso come un'apertura a un rialzo dei tassi già a settembre. Trump chiede invece tagli rapidi e ha accusato il consiglio della banca centrale di fare politica: "Quando annunciamo buoni numeri, cosa che facciamo di continuo, loro continuano ad alzare i tassi perché hanno tanta paura dell'inflazione. E non dovrebbero".

La guerra in Iran svuota gli arsenali


Gli Stati Uniti hanno trasferito in Medio Oriente una quantità di munizioni tale da alimentare, tra i pianificatori militari americani, il timore che la capacità di deterrenza nei confronti di Cina e Russia si sia sensibilmente indebolita. Lo ha rivelato il Wall Street Journal, citando funzionari statunitensi. Entro metà luglio, gli Stati Uniti avevano impiegato circa 1.700 intercettori Patriot e più di 200 intercettori THAAD, mentre le navi della Marina avevano lanciato altri 150 missili per contrastare oltre 1.500 missili balistici e circa 6.000 droni di grandi dimensioni lanciati dall’Iran. Secondo una stima del CSIS, il conflitto avrebbe consumato circa il 65% delle scorte americane di intercettori Patriot.

Le conseguenze si fanno sentire anche fuori dal Medio Oriente. In Europa, le scorte di intercettori Patriot PAC-3 e di missili terra-terra ATACMS sono giudicate “oltre il livello critico”, mentre missili di precisione, razzi guidati, intercettori THAAD e sistemi antidrone Merops sono stati trasferiti verso il Golfo. Ricostituire le munizioni prelevate anche dalle disponibilità americane in Giappone, Corea del Sud e Germania potrebbe richiedere anni.

Il Comando europeo degli Stati Uniti è stato così costretto a rivedere alcuni dei propri piani operativi. Parallelamente, secondo funzionari dell’Amministrazione, nel breve periodo Washington potrebbe non essere in grado di eseguire integralmente i piani previsti per la difesa di Taiwan in caso di un’invasione cinese. Il senatore repubblicano Roger Wicker ha inoltre avvertito che la revisione della presenza militare statunitense in Europa, attualmente in corso al Pentagono, “deve tenere conto di un Putin ferito che reagisce”.

La Casa Bianca respinge però questa ricostruzione. “L’esercito degli Stati Uniti ha munizioni e scorte più che sufficienti per raggiungere tutti gli obiettivi strategici del presidente Trump e anche oltre, e l’operazione Epic Fury ha mostrato cosa succede quando ci si mette contro gli Stati Uniti”, ha dichiarato la portavoce Anna Kelly. Anche il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha definito “false” le notizie sulle carenze, accusando i media di incoraggiare i nemici degli Stati Uniti.

Il colonnello Martin O’Donnell, portavoce del comando militare della NATO, ha assicurato a sua volta che l’Alleanza Atlantica “ha abbastanza munizioni per la difesa aerea, compresi i missili Patriot, per difendersi” e continuare a rifornire l’Ucraina. O’Donnell non è però entrato nel merito della consistenza delle scorte statunitensi.

Trump ha sospeso gli attacchi contro l’Iran alla fine di luglio, mentre cresceva il dibattito sull’esaurimento delle munizioni, e punta ora soprattutto sulla pressione economica. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha sostenuto che il nuovo approccio dovrebbe evitare, almeno nel breve periodo, un ritorno a combattimenti su larga scala.

Funzionari arabi ed ex funzionari americani avvertono tuttavia che sanzioni particolarmente punitive potrebbero spingere Teheran a reagire colpendo le infrastrutture del Golfo. “L’Iran ha ancora una forte capacità d’azione”, ha detto al Wall Street Journal Daniel Shapiro, ex funzionario del Pentagono durante l’amministrazione Biden e oggi senior fellow dell’Atlantic Council. Teheran, ha aggiunto, dispone ancora degli strumenti per “infliggere danni a noi e all’economia globale” e il loro impiego comporterebbe “probabilmente azioni militari alle quali gli Stati Uniti dovrebbero quasi certamente rispondere”.


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L'Economist: la sinistra americana è passata dall'identità alla classe


Secondo un'analisi dell'Economist il Woke 1 era costruito sull'identità, il Woke 2 sulla classe sociale. Dalla Georgia all'Alaska i democratici ora chiedono salari più alti e prezzi più bassi.

La sinistra americana ha smesso di parlare soprattutto di etnia e genere e ha cominciato a parlare di soldi. È la tesi di un'analisi pubblicata sull'Economist, che colloca la svolta tra il secondo discorso di insediamento di Donald Trump, a gennaio 2025, e il primo insediamento di Zohran Mamdani da sindaco di New York, a gennaio 2026. Negli Stati Uniti i due periodi iniziano a essere chiamati Woke 1 e Woke 2. Il primo era costruito sull'identità, il secondo sulla classe sociale.

L'amministrazione Mamdani, appena nata, è per ora un regalo ai lettori conservatori del tabloid cittadino, il New York Post, che passa in rassegna gli stili di vita privilegiati di alcuni compagni di strada del sindaco nei Democratic Socialists of America (DSA), l'organizzazione socialista che ha lanciato la sua candidatura. Il mese scorso il giornale ha raccontato che Gustavo Gordillo, co-presidente della sezione cittadina del DSA, vive in una casa a schiera da 1,5 milioni di dollari comprata dai genitori milionari attraverso una società di comodo, con tanto di giardino curato, mentre l'organizzazione si scaglia contro la proprietà immobiliare. Il Post ha poi aggiunto che Gordillo ha studiato arte e letteratura a Yale, che è stato licenziato da un programma di apprendistato del sindacato degli elettricisti per non essersi presentato e che sua madre guida una Porsche argentata.

Nel mirino dello stesso giornale sono finite altre figure della sinistra americana. Tracy Rosenthal, che chiede l'abolizione dell'affitto, è figlia di un produttore musicale di successo. Grace Ryan, presentata come "una ereditiera del cioccolato di 25 anni dall'Ohio", è stata definita dal Post una delle militanti "più spudorate" del DSA per le foto pubblicate sui social, con un sigaro in mano su una barca e un maglione Ralph Lauren da 400 dollari a stelle e strisce. Ryan, che durante le primarie ha lavorato per un candidato di sinistra poi eletto al Congresso, si è difesa su X scrivendo: "Ma non avete mai sentito parlare di noblesse oblige?".

Il gioco è antico quanto il socialismo. Karl Marx dipendeva da Friedrich Engels per le idee sul comunismo e per la fortuna che Engels aveva costruito nel tessile. Da allora i ricchi finanziano la sinistra e la destra li prende in giro per questo. Il socialismo ha sempre avuto per una parte della borghesia il fascino della trasgressione e i socialisti più rigorosi hanno considerato questo il suo punto debole. "La peggiore pubblicità per il socialismo sono i suoi stessi aderenti", scriveva George Orwell in "La strada di Wigan Pier", descrivendo il socialista tipico come un giovane snob bolscevico oppure come un ometto perbene con un lavoro d'ufficio, con tendenze vegetariane e soprattutto con una posizione sociale che non ha alcuna intenzione di perdere.

La battuta di Ryan sul noblesse oblige contiene però un argomento serio, secondo l'Economist. Il fatto che una ereditiera non vivrà mai come la gente comune non è una buona ragione per impedirle di provare ad aiutarla e resta comunque preferibile all'alternativa, cioè una ereditiera indifferente alle difficoltà degli americani meno fortunati, quando non interessata a sfruttarle.

La distinzione tra le due stagioni resta sfumata, perché pochi democratici hanno rinnegato in modo esplicito le posizioni radicali che avevano abbracciato. Alcuni hanno liquidato gli eccessi passati con una battuta, come la deputata Alexandria Ocasio-Cortez quando ha citato un altro democratico che diceva "Woke 1 era una follia!" e poi ci ha riso sopra. Altri hanno provato a ridefinire gli slogan, sostenendo che "definanziare la polizia" non significava togliere i fondi alla polizia. Altri ancora non hanno fatto un passo indietro e solo il tempo dirà se sono un'avanguardia o gli ultimi rimasti.

Le cause della prima stagione sono molte e si sovrappongono: le idee illiberali passate dalle università ai social, l'ascesa di Trump, il movimento #MeToo e la morte di George Floyd sotto il ginocchio di un poliziotto nel 2020. Il risultato è stato concentrare la sinistra su razzismo e discriminazione di genere, fino a far coincidere l'identità con il destino: la persona bianca più povera aveva privilegi negati alla persona nera più ricca. Il movimento per la giustizia sociale era nato attorno all'operato della polizia ma in pratica si è concentrato su questioni che riguardavano l'élite multietnica del Paese, come le ammissioni preferenziali nelle università migliori. Per gli impiegati con un lavoro d'ufficio denunciare i vantaggi legati all'etnia era un modo per mostrarsi illuminati, così come disprezzare gli elettori del presidente. Un marxista vi avrebbe visto un classico tentativo di dividere la classe lavoratrice, mentre i dirigenti democratici hanno abbracciato quella politica divisiva.

La sconfitta di Kamala Harris nel 2024 ha cambiato il quadro, perché Trump ha mostrato un sostegno crescente tra gli elettori non bianchi delle classi popolari. Il presidente ha poi smantellato i programmi di diversità e inclusione, mentre la Corte Suprema ha bocciato le ammissioni universitarie basate sull'etnia. Gli attivisti democratici hanno spostato l'indignazione dalle ingiustizie americane a quelle di Gaza. Soprattutto ha pesato la vittoria di Mamdani, ottenuta con un messaggio inclusivo sul rendere la vita più accessibile, la stessa strada seguita dai candidati democratici moderati alla carica di governatore in Virginia e New Jersey.

Progressisti e moderati continuano a scontrarsi ma le loro agende ora si sovrappongono su chi fatica ad arrivare alla fine del mese. Dalla Georgia all'Alaska i democratici sono tutti populisti in economia e chiedono salari più alti, prezzi più bassi e una sanità più accessibile. Vittime e cattivi non si distinguono più per il colore della pelle ma per il contenuto del conto in banca. I miliardari sono i colpevoli e, nella definizione ampia usata in tutto il campo democratico, chiunque lavori per pagare le bollette appartiene alla classe lavoratrice.

Tutto questo può non bastare a far rinascere il Partito Democratico e nemmeno a migliorare la condizione degli americani in difficoltà. Se invece funzionasse, conclude l'Economist, il partito dovrà ringraziare anche qualche giovane snob bolscevico per avergli ricordato le cose per cui un tempo si batteva.


In Nevada la sinistra democratica perde le sfide principali ma vince i seggi rimasti liberi


La sinistra del Partito Democratico ha ottenuto quest'anno importanti vittorie a New York, in New Jersey e a Washington, ma non è riuscita a replicarle in Nevada. Nelle primarie democratiche dello Stato molti candidati progressisti, spesso alla prima esperienza elettorale e con risorse economiche decisamente inferiori a quelle degli avversari, sono stati sconfitti nelle corse principali. I risultati migliori sono arrivati nei collegi e nelle cariche senza un uscente in cerca di rielezione, come ha ricostruito il Nevada Independent.

La sconfitta più netta è arrivata nella primaria per la carica di governatore, dove Alexis Hill, commissaria della contea di Washoe, ha perso di 40 punti contro il procuratore generale dello Stato Aaron Ford. Hill non si definisce progressista, ma aveva fatto proprie alcune proposte della sinistra del partito, tra cui asili nido gratuiti per tutti e una riforma del sistema fiscale, ottenendo l'appoggio della Progressive Leadership Alliance of Nevada (PLAN), la coalizione dei gruppi progressisti dello Stato. Sono stati sconfitti anche i candidati di sinistra che avevano sfidato i tre deputati democratici del Nevada alla Camera.

Chris Giunchigliani, ex commissaria della contea di Clark e seconda classificata nelle primarie democratiche per il governatore del 2018, ha spiegato al Nevada Independent che a Hill sono mancati soprattutto i finanziatori e la notorietà necessari per vincere. La sua campagna, ha aggiunto, è comunque servita a "costringere a discutere di valori progressisti" e a coinvolgere "persone nuove che non avevano mai davvero partecipato alla politica di partito".

Il quadro è stato però molto diverso nelle corse senza un candidato uscente in corsa per al rielezione. I candidati sostenuti dalla sinistra hanno conquistato quattro primarie per l'Assemblea statale, la camera bassa del Parlamento del Nevada. Hanno vinto lo sviluppatore di software Alex Pereszlenyi nel distretto 29, sostenitore di un sistema sanitario pubblico universale; la delegata sindacale Alexis Esparza nel distretto 1; l'insegnante di sostegno Kamilah Bywaters nel distretto 2; e l'ex attivista ambientalista Vinny Spotleson nel distretto 41. Tutti erano appoggiati dal PLAN, che per alcuni rappresentava il principale sostegno politico organizzato, mentre i loro avversari potevano contare sull'appoggio di esponenti già eletti e di organizzazioni sindacali.

Pereszlenyi attribuisce la propria vittoria soprattutto alla campagna porta a porta. Racconta che con gli elettori si è parlato molto più delle difficoltà quotidiane che di appartenenza ideologica, anche se uno dei suoi messaggi ricorrenti era che "non possiamo investire nella nostra comunità senza aumentare le entrate e senza far pagare alle aziende la loro giusta quota". Secondo Pereszlenyi, questo approccio gli ha permesso di compensare sia lo svantaggio nella raccolta fondi sia i più solidi legami sindacali degli avversari moderati. Tra i temi citati più spesso dagli elettori durante la campagna figuravano il costo della vita, la lotta all'Amministrazione del presidente Donald Trump e contro l'espansione dei data center.

Un altro successo è arrivato nella primarie per un seggio nella Commissione della contea di Clark, che amministra il territorio in cui si trova Las Vegas. Minja Yan ha vinto una competizione molto affollata, battendo tra gli altri Minddie Lloyd, ex repubblicana che aveva raccolto tre volte più fondi di lei e aveva ottenuto l'appoggio di due commissari uscenti. Nel video con cui aveva lanciato la candidatura, Yan prometteva di voler "sfidare lo status quo" e denunciava "l'influenza dei grandi soldi in politica". Durante la campagna elettorale, ha raccontato di avere incontrato molti elettori che chiedevano "qualcuno di nuovo". Diversi candidati ritengono inoltre di avere tratto vantaggio dall'impegno a non accettare contributi da aziende e PAC, i comitati che raccolgono e spendono denaro per le campagne elettorali.

Primarie democratiche

La sinistra democratica vince in Nevada solo dove non c’è un uscente


Nelle primarie del 9 giugno i candidati sostenuti dalla sinistra hanno conquistato cinque seggi su sei là dove nessuno era già in carica. Nelle cinque sfide a un uscente non ne hanno vinta nemmeno una.

Grafica di FocusAmerica Undici primarie democratiche, dall’Assemblea del Nevada alla Camera

La linea che divide i risultati

Seggi senza uscente
5 su 6
Corse vinte dai candidati della sinistra dove nessuno difendeva la propria carica: quattro seggi dell’Assemblea e uno nella commissione della contea di Clark.

Sfide a un uscente
0 su 5
Corse vinte contro chi era già in carica: nessuna, dall’Assemblea statale alla Camera dei rappresentanti.

Nessun momento Mamdani in Nevada: la sinistra passa quando il seggio è libero, si ferma quando deve rimuovere qualcuno.

Il tabellone

Undici corse, una regola sola


Quota di voto del candidato sostenuto dalla sinistra (in blu), del suo principale avversario (in grigio) e degli altri concorrenti. Tocca una riga per il dettaglio.


Senza uscente: Alexis Esparza (Assemblea 1) 44%, Kamilah Bywaters (Assemblea 2) 59%, Alex Pereszlenyi (Assemblea 29) 38%, Vinny Spotleson (Assemblea 41) 43% e Minja Yan (commissione della contea di Clark, distretto F) 38% hanno vinto; Maria Teresa Hank (Assemblea 9) si è fermata al 41%. Contro un uscente: Christian Solomon 43%, Shaun Navarro 40%, Val Thomason 37%, James Lally 20% e Joy Hoover 13% hanno perso tutti.

La corsa statale

Nella primaria per governatore il divario è stato di quasi quaranta punti

Aaron Ford procuratore generale63%

118.825 voti

Alexis Hill commissaria di Washoe24%

44.842 voti

39 punti di scarto
Hill aveva l’appoggio di PLAN, la coalizione progressista dello Stato. Le sono mancati finanziatori e notorietà.

I soldi

Il denaro pesa, ma non decide da solo


Rapporto tra i fondi raccolti dal candidato della sinistra e quelli del suo avversario nelle due corse per la commissione della contea di Clark.

L’elettorato

Come si definiscono i democratici del Nevada


Quota di elettori delle primarie democratiche dello Stato per autocollocazione politica.

Nel 2024 il Nevada ha votato per il candidato repubblicano alla presidenza per la prima volta in vent’anni. La componente più numerosa dell’elettorato registrato dello Stato non dichiara alcuna affiliazione di partito.

«I seggi liberi sono più facili da vincere che far fuori un uscente»

Maggie Carlton, ex deputata dell’Assemblea del Nevada, al Nevada Independent

Fonte: risultati ufficiali delle primarie del 9 giugno 2026, Segretario di Stato del Nevada, e The Nevada Independent. Dati sull’elettorato: Third Way, 2026. Quote di voto arrotondate all’unità.

Il peso dei candidati uscenti e dell'establishment


In molte altre competizioni locali, però, la sinistra è stata sconfitta. Maria Teresa Hank, assistente di volo sostenuta dal PLAN, ha perso nel distretto 9 dell'Assemblea contro Ryan Hampton, attivista impegnato nel campo del recupero dalle dipendenze. Due membri dei Democratic Socialists of America (DSA), l'organizzazione socialista statunitense, hanno cercato senza successo di spodestare due deputate uscenti: Shaun Navarro è stato battuto da Hanadi Nadeem e Val Thomason ha perso contro Venise Karris per la seconda tornata elettorale consecutiva. Christian Solomon ha invece ottenuto il 43% contro Jim Gibson, commissario della contea di Clark eletto per la prima volta nel 2018, pur avendo raccolto soltanto un decimo dei fondi del suo avversario.

Navarro, presidente della sezione di Las Vegas dei DSA, ha detto al Nevada Independent che "la politica del Nevada è piuttosto rigida" e che il problema, non solo per la sua organizzazione ma per i progressisti in generale, è la mancanza di una solida infrastruttura politica. La lezione, secondo lui, è concentrare le risorse limitate su una sola competizione alla volta.

Anche nelle primarie per il Congresso i candidati sostenuti dall'establishment hanno vinto quasi ovunque. James Lally, medico che ha autofinanziato la propria campagna, ha ottenuto più del doppio dei voti di qualsiasi altro sfidante della deputata Susie Lee, ma è stato comunque sconfitto con un margine molto ampio. Il milionario Greg Kidd, che si presentava come un outsider e aveva adottato diverse parole d'ordine progressiste, è rimasto molto distante da Teresa Benitez-Thompson, ex capogruppo della maggioranza all'Assemblea statale e sostenuta dal PLAN. Gli sfidanti della deputata Dina Titus sono stati battuti con margini ancora più ampi.

Maggie Carlton, ex deputata dell'Assemblea ed ex iscritta alla Culinary Union, il potente sindacato dei lavoratori della ristorazione e dell'industria alberghiera di Las Vegas, ritiene che i progressisti potranno vincere soltanto costruendo alleanze più ampie, in particolare con i sindacati e con gli esponenti democratici già in carica. "I seggi liberi sono più facili da vincere che far fuori un uscente", ha spiegato al Nevada Independent, aggiungendo che in alcuni casi può essere più efficace collaborare con chi occupa già una carica e prepararsi a subentrargli quando si ritirerà.

Un Partito Democratico ancora dominato dalla "Reid Machine"


Nel 2024 il Nevada ha votato per il candidato repubblicano alla presidenza per la prima volta in vent'anni e da allora i democratici non hanno fatto altro che discutere su come ricostruire la propria coalizione. I moderati sostengono che negli Stati in bilico la strategia più efficace sia puntare su candidati centristi, concentrati soprattutto sull'economia anziché sull'immigrazione e sui diritti civili. I progressisti condividono la centralità attribuita ai problemi economici, ma propongono soluzioni molto diverse.

In Nevada, però, gran parte del potere interno al partito rimane nelle mani della cosiddetta "Reid Machine", ovvero la rete politica costruita attorno all'ex leader democratico del Senato Harry Reid e che da anni esercita una forte influenza sul Partito Democratico del Nevada. I progressisti hanno già cercato in passato di contendere a questa struttura il controllo del partito, ma senza riuscirci.

Gli elettori di Las Vegas e del Nevada sono mediamente più moderati di quelli di altre grandi città e di alcuni altri Stati in bilico, secondo gli studi citati dal Nevada Independent. La componente più numerosa dell'elettorato registrato è costituita dagli indipendenti: negli Stati Uniti, al momento dell'iscrizione alle liste elettorali, gli elettori possono indicare un'affiliazione partitica, ed in Nevada la quota maggiore di coloro che si registra sceglie di non dichiararne alcuna. Una ricerca del centro studi centrista Third Way ha rilevato che il 54% dei democratici dello Stato si considera moderato o liberal, mentre soltanto il 27% si definisce progressista o socialista.

Non a caso, anche alcune candidate che hanno impostato la campagna su toni anti-establishment evitano proprio l'etichetta di "progressista". Hill ha detto di essere "molto onorata" dell'appoggio del PLAN e degli altri gruppi della sinistra, ma di non amare quella definizione, "soprattutto in uno Stato così pieno di indipendenti". Anche Yan ha evitato di descriversi come progressista, limitandosi a dire che le sue proposte si collocano "probabilmente più dal lato progressista". Secondo lei, è arrivato invece il momento che gli eletti si concentrino sul merito delle politiche anziché sui giochi di partito.


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Le sette domande che decideranno le elezioni di metà mandato


A due mesi dal voto i sondaggi mettono i democratici in condizione di riprendersi la Camera e il Senato è vicino al testa a testa. Economia, ridisegno dei collegi e voto ispanico i nodi principali.

A due mesi dal voto di metà mandato i sondaggi indicano che la reazione contro il presidente Donald Trump ha messo i democratici in condizione di riprendersi la Camera, mentre il Senato, considerato fuori portata fino a poco tempo fa, è ormai vicino a un testa a testa. Il fine settimana del Labor Day, la festa del lavoro americana che cade il primo lunedì di settembre, segna per tradizione l'inizio della campagna vera: gli elettori meno interessati cominciano a fare attenzione e il Congresso smette quasi del tutto di legiferare per tornare nei collegi.

Il Playbook di Politico ha raccolto le valutazioni di parlamentari, candidati e strateghi delle due parti per individuare le sette domande che decideranno il voto e le sfide che daranno le prime risposte.

Gli americani dicono che l'economia e il costo della vita sono il loro primo problema, l'inflazione ha eroso i redditi e chi governa rischia di pagarne il conto: è la spiegazione più semplice del quadro attuale ed è anche la più probabile. Gli effetti inflattivi della guerra si sommano ai dazi, alla carenza di case e ai tagli alla rete di protezione sociale, rendendo più difficile arrivare a fine mese. Un cambio di scenario nel conflitto, un'escalation o una tregua, potrebbe diventare la sorpresa di ottobre. I repubblicani sperano di convincere gli elettori con il bilancio dei tagli alle tasse e delle scelte di politica economica, oppure che altri temi diventino più importanti dell'inflazione.

Il collegio da guardare su questo fronte è la Central Valley californiana, dove il deputato repubblicano David Valadao rappresenta il distretto con la più alta quota di beneficiari di Medicaid, il programma pubblico di assistenza sanitaria per le persone a basso reddito, di tutto il Paese. Molti residenti guidano per ore fino a Tijuana, in Messico, per comprare medicine a prezzi più bassi mentre la benzina resta carissima. "Siamo in prima linea su ognuno di questi problemi", ha detto a Politico lo sfidante democratico Randy Villegas.

L'ondata di candidati progressisti e socialisti-democratici ha dominato il dibattito interno ai democratici per tutta l'estate e i repubblicani vogliono tenere vivo il tema fino a novembre, dipingendo l'intera opposizione come estremista, socialista o comunista. Sarà uno dei messaggi centrali della convention repubblicana di questa settimana e serve a trasformare il voto da referendum sul presidente a scelta tra due alternative.

Quasi tutte le vittorie dei candidati insurgenti di sinistra sono arrivate in collegi sicuri per i democratici, con un'eccezione: William Lawrence corre in un seggio in bilico del Michigan. Il deputato repubblicano Tom Barrett ha detto a Politico che la sua strategia è insistere sul passato dello sfidante: "Adesso prova a prendere le distanze, ma non puoi cancellare vent'anni da attivista radicale".

I ridisegni dei collegi voluti dal presidente, senza precedenti per ampiezza, hanno strappato ai repubblicani diversi seggi alla Camera, più di quanti i democratici siano riusciti a recuperarne con le contromosse. Il saldo esatto è ancora incerto perché il contenzioso continua in Missouri, ma la manovra può diventare l'argine decisivo contro l'avanzata democratica.

Dopo la sentenza Callais della Corte Suprema, che ha ridotto le tutele per i collegi disegnati per garantire una rappresentanza alle minoranze, l'affluenza alle primarie indica che gli elettori neri del Sud si stanno mobilitando in massa. Potrebbe bastare a salvare qualche seggio ridisegnato. Il ridisegno dei collegi "non passa inosservato e non resta senza risposta da parte degli elettori del distretto, sia neri sia bianchi", ha detto a Politico il deputato Shomari Figures, che prova a difendere il suo seggio in Alabama. "La gente è stanca di questi giochetti".

L'impopolarità del presidente spingerebbe i candidati repubblicani a prendere le distanze da lui, ma il partito tende a ottenere risultati migliori delle attese e a battere i propri sondaggi quando Trump è protagonista, perché il suo elettorato si mobilita. Lo stratega repubblicano Rob Burgess, amministratore delegato di Connector e veterano di due campagne presidenziali di Trump, consiglia la strada opposta alla prudenza: "Non credo ci sia alcun bisogno di tenere il presidente a distanza di sicurezza", ha detto, suggerendo ai candidati di mettere lui e un programma concreto al centro della campagna. È la stessa linea che il presidente intende seguire con gli spot del suo comitato MAGA Inc.

Il caso opposto è quello di Brian Fitzpatrick, deputato repubblicano della Pennsylvania e raro esempio di eletto che si è costruito un profilo moderato distinto da quello del presidente, formula che gli ha permesso di vincere più volte in un collegio conteso. La domanda è se basterà a tenere repubblicana la contea di Bucks in un anno che si annuncia favorevole ai democratici.

Nel sistema politico sono già entrati più di un miliardo di dollari di grandi donatori, a cui si aggiunge una quantità difficile da quantificare di spesa opaca. I repubblicani aspettano di capire dove e quanto scenderanno in campo due soggetti in particolare: MAGA Inc., il comitato che sostiene il presidente, e America PAC, quello finanziato da Elon Musk.

Il procuratore generale del Texas Ken Paxton è uno dei molti repubblicani che hanno raccolto meno fondi dei rispettivi sfidanti democratici e che dipendono dai super PAC, i comitati che possono raccogliere e spendere somme illimitate purché non coordinate con il candidato. Il sostegno ha iniziato ad arrivare: MAGA Inc. ha annunciato dieci milioni di dollari per la sua corsa, il primo intervento del comitato nella campagna generale, mentre il rivale democratico James Talarico cresce nei sondaggi.

Su nessun capitolo della sua agenda interna il presidente è stato più aggressivo ed efficace che sull'immigrazione. Proprio da lì arriva ora uno dei rischi maggiori per il suo partito. Nonostante un confine meridionale più tranquillo, le espulsioni di massa che vanno ben oltre i criminali violenti hanno prodotto una reazione politica nelle comunità latine, che nel 2024 si erano spostate nettamente a destra. A quella frustrazione si è aggiunta quella per il costo della vita, particolarmente sentita tra gli ispanici. I democratici sperano così di fermare e invertire la crescita repubblicana su tutta la mappa.

La Rio Grande Valley, nel sud del Texas, è la priorità dei democratici per recuperare terreno, ma se lo spostamento fosse profondo potrebbe diventare competitivo anche il ventitreesimo distretto, a maggioranza latina, che si estende tra San Antonio ed El Paso. La candidata democratica Katy Padilla Stout ha detto a Politico di sentire molti elettori pentiti del voto a Trump: "Pensavano che avrebbero avuto benzina e spesa più economiche e che ci saremmo occupati di immigrazione solo per i criminali noti, e invece vediamo bambini rastrellati, donne incinte e persone che non hanno commesso reati violenti".

Basterebbe uno spostamento minimo, o un errore contenuto dei sondaggi a favore dei democratici, perché il partito passi da favorito a dominatore. Se il clima politico migliorasse ancora, i democratici potrebbero allargare la lista dei collegi da attaccare, ma dovrebbero anche decidere come distribuire risorse finanziarie non illimitate.

La mappa del Senato resta favorevole ai repubblicani, eppure i democratici sperano che Adam Hamilton apra una possibilità in Kansas, Stato profondamente conservatore dove il senatore repubblicano Roger Marshall ha già iniziato a fare campagna negativa contro il pastore. Se l'elettorato repubblicano restasse a casa e il presidente continuasse a perdere consensi tra gli indipendenti, un'onda blu potrebbe superare la rigidità partitica di uno Stato che non elegge un senatore democratico dal 1932.


L'inflazione e la guerra in Iran pesano sulle midterm di Trump


A due mesi dalle elezioni di metà mandato, l'economia americana è sempre più sotto pressione e le politiche di Donald Trump contribuiscono alle difficoltà. Il presidente e i repubblicani avevano conquistato Washington nel 2024 promettendo di sconfiggere l'inflazione e tagliare la spesa pubblica, ma la guerra commerciale, il conflitto con l'Iran e un debito che ha superato i 40.000 miliardi di dollari hanno prolungato o aggravato i problemi economici proprio per molte delle famiglie che avevano promesso di aiutare. I sondaggi, scrive il New York Times, indicano una crescente insofferenza degli elettori verso gli appelli alla pazienza e le midterm si avviano a diventare un referendum sulla credibilità economica del presidente.

L'indice PCE, la misura dell'inflazione seguita con maggiore attenzione dalla Federal Reserve, ha mostrato mercoledì che a luglio i prezzi sono aumentati del 3,7% rispetto a un anno prima, lo stesso ritmo di giugno e ben al di sopra dell'obiettivo del 2%. Al netto di energia e alimentari, l'aumento è stato del 3,3%. Olu Sonola, responsabile dell'economia americana per Fitch Ratings, ha descritto al New York Times la dinamica dei prezzi come "un logoramento fatto di mille piccoli tagli": un accumulo di fattori, dalla guerra ai dazi, che ha alimentato l'inflazione e peggiorato le aspettative dei consumatori.

"Questo stillicidio, settimana dopo settimana, mese dopo mese, ha un impatto diretto per le famiglie", ha spiegato, anche se l'economia continua a crescere, la manifattura è in ripresa e il mercato del lavoro tiene, grazie all'ondata di investimenti nell'intelligenza artificiale che ha portato i mercati a nuovi record. Sarah House, economista senior di Wells Fargo, prevede che l'inflazione chiuda l'anno intorno al 3,5%, ben oltre le attese di inizio 2026: "C'è un divario enorme tra quello che i consumatori incassano e la velocità con cui il denaro esce dalle loro tasche".

Midterm 2026 · Economia e difesa

A due mesi dal voto, la presidenza di Trump presenta il conto su tre fronti

I dazi costano in media 1.100 dollari all’anno a ogni famiglia, il debito federale ha superato i 40.000 miliardi e la guerra con l’Iran ha consumato quasi due terzi degli intercettori Patriot. Le elezioni di metà mandato si avviano a diventare un referendum sulla credibilità economica del presidente.

Grafica di FocusAmerica 30 agosto 2026

Indice PCE, variazione sui dodici mesi · luglio 2026

3,7%
L’inflazione che la Federal Reserve guarda con più attenzione è ferma sul ritmo di giugno. Al netto di energia e alimentari l’aumento è del 3,3%.

Obiettivo Fed 2%

Entro l’obiettivo della Fed +1,7 punti oltre l’obiettivo

Sarah House, economista senior di Wells Fargo, prevede che l’anno si chiuda intorno al 3,5%: «C’è un divario enorme tra quello che i consumatori incassano e la velocità con cui il denaro esce dalle loro tasche».

1Le famiglie 2Il debito 3L’arsenale

Il conto delle famiglie

I dazi in vigore valgono 1.100 dollari all’anno per famiglia


Stima dello Yale Budget Lab sull’insieme delle tariffe applicate ad agosto 2026. I dazi sono imposte sulle importazioni: una parte del costo si trasferisce sui consumatori.

Costo annuo per famiglia
Tariffe già in vigore circa 1.070 $
Nuove misure sul Canada circa 30 $
Totale 1.100 $

Interrogato sui possibili aumenti dei prezzi, Trump ha sostenuto che i dazi contro il Canada saranno «molto buoni per noi».

Alla pompa di benzina, media nazionale AAA

Agosto 2025 circa 3,09 $

Agosto 2026 4,09 $

Prezzo al gallone. Agosto si avvia a diventare il mese più caro di sempre: la benzina resta sopra i 4 dollari da quando, a luglio, gli scontri sono ripresi nello Stretto di Hormuz.

Il prossimo colpo Dal 1° gennaio 2027 auto, camion, componenti e acciaio canadesi saranno tassati al 50%. Il primo ministro Mark Carney ha già annunciato misure di ritorsione.

Il debito

Due anni dopo la promessa di austerità, il debito ha superato i 40.000 miliardi


Il debito federale vale ormai più del prodotto annuo del Paese: le tensioni sul mercato obbligazionario rendono più costosi mutui e prestiti.

40.000 miliardi di dollari

Il Congresso a guida repubblicana ha respinto più volte i tagli più profondi chiesti dal presidente, che ha ottenuto invece un aumento delle spese militari e un pacchetto di tagli alle tasse da migliaia di miliardi di dollari.

Quanto pesa il riacquisto di titoli annunciato dal Tesoro

L’intera barra è il debito federale: 40.000 miliardi di dollari.

4 miliardi: questa linea

La stessa barra ingrandita mille volte

L’intervento del Segretario al Tesoro Scott Bessent, di almeno 4 miliardi di dollari per operazione e dagli effetti temporanei, copre lo 0,01% del debito. Il piano di «consolidamento fiscale» promesso resta senza dettagli.

Jessica Riedl, Brookings Institution «Sono tutte chiacchiere. I repubblicani dicono sempre: dateci il controllo del governo e taglieremo la spesa. Ce l’hanno e non hanno più scuse».

L’arsenale

La guerra con l’Iran ha consumato quasi due terzi degli intercettori Patriot


Ogni sagoma rappresenta l’1% delle scorte americane di intercettori Patriot. In rosso la quota consumata dal conflitto, secondo una stima del CSIS.

Consumati: 65% delle scorte Rimasti: 35%

Che cosa hanno lanciato gli Stati Uniti entro metà luglio

Intercettori Patriot1.700

Intercettori THAADoltre 200

Missili lanciati dalle navi150

Che cosa ha lanciato l’Iran

Missili balisticioltre 1.500

Droni di grandi dimensionicirca 6.000

Le barre sono in scala tra loro. Ricostituire le munizioni prelevate dalle scorte americane in Giappone, Corea del Sud e Germania potrebbe richiedere anni.

Le conseguenze fuori dal Golfo In Europa le scorte di intercettori PAC-3 e di missili ATACMS sono giudicate oltre il livello critico. Nel breve periodo Washington potrebbe non essere in grado di eseguire integralmente i piani per la difesa di Taiwan. La Casa Bianca respinge questa ricostruzione: secondo la portavoce Anna Kelly le scorte sono «più che sufficienti».

Fonte: New York Times e Wall Street Journal; Bureau of Economic Analysis (indice PCE, luglio 2026); Yale Budget Lab; AAA; CSIS. Dati aggiornati al 30 agosto 2026.

Dazi, benzina e debito


Uno di questi shock è arrivato sabato 22 agosto, quando Trump ha imposto nuovi dazi su una parte delle importazioni dal Canada, per poi annunciare due giorni dopo che dal 1° gennaio 2027 auto, camion, componenti e acciaio canadesi saranno tassati al 50%. Il primo ministro Mark Carney ha risposto con misure di ritorsione, riaprendo una disputa che ricorda i giorni più frenetici dell'inizio della guerra commerciale.

I dazi sono a tutti gli effetti imposte sulle importazioni e una parte dei loro costi si trasferisce sui consumatori: lo Yale Budget Lab, un centro di ricerca indipendente, ha stimato questo mese che l'insieme delle tariffe in vigore costerà alle famiglie in media circa 1.100 dollari all'anno, una trentina dei quali imputabili alle nuove misure sul Canada. Interrogato sui possibili aumenti dei prezzi, Trump ha sostenuto che i dazi contro il Canada saranno "molto buoni per noi".

Intanto, la guerra con l'Iran, cominciata il 28 febbraio con l'operazione Epic Fury, non si è mai davvero conclusa. Dopo il cessate il fuoco di maggio, a luglio gli scontri sono ripresi nello Stretto di Hormuz e la benzina resta sopra i 4 dollari al gallone: venerdì la media nazionale era di 4,09 dollari secondo AAA, circa un dollaro in più rispetto a un anno prima, mentre agosto si avvia a diventare il mese più caro di sempre alla pompa di benzina. Lo shock energetico ha fatto salire anche il prezzo del diesel e del carburante per aerei, aumentando i costi dei trasporti e dei viaggi.

Le spese per l'intervento militare hanno inoltre contribuito alla crescita del debito federale, ormai superiore a 40.000 miliardi di dollari e al prodotto annuo del Paese, alimentando le tensioni sul mercato obbligazionario e rendendo più costosi mutui e prestiti. Il superamento della soglia dei 40.000 miliardi mostra anche quanto poco Trump e i repubblicani siano riusciti a ridurre la spesa, nonostante l'austerità promessa due anni fa. "Sono tutte chiacchiere", ha detto Jessica Riedl, esperta di bilancio della Brookings Institution ed ex collaboratrice di un senatore repubblicano.

"I repubblicani dicono sempre: 'Dateci il controllo del governo e taglieremo la spesa'. Ce l'hanno e non hanno più scuse". Il Congresso a guida repubblicana ha respinto più volte i tagli più profondi proposti dal presidente, che dal canto suo ha chiesto un aumento delle spese militari e ottenuto l'anno scorso un pacchetto di tagli alle tasse da migliaia di miliardi di dollari. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato questo mese un raro intervento di riacquisto di titoli di Stato, portato ad almeno 4 miliardi di dollari per operazione e dagli effetti temporanei, e ha promesso un piano di "consolidamento fiscale" senza fornire dettagli.

La Fed, intanto, continua a resistere alle pressioni per ridurre i tassi. "Dobbiamo essere sicuri che l'inflazione di fondo si stia muovendo verso il nostro obiettivo, in modo chiaro e a una velocità sufficiente", ha detto venerdì a Jackson Hole il nuovo presidente Kevin Warsh. "Altrimenti abbiamo ancora del lavoro da fare". I mercati hanno interpretato il discorso come un'apertura a un rialzo dei tassi già a settembre. Trump chiede invece tagli rapidi e ha accusato il consiglio della banca centrale di fare politica: "Quando annunciamo buoni numeri, cosa che facciamo di continuo, loro continuano ad alzare i tassi perché hanno tanta paura dell'inflazione. E non dovrebbero".

La guerra in Iran svuota gli arsenali


Gli Stati Uniti hanno trasferito in Medio Oriente una quantità di munizioni tale da alimentare, tra i pianificatori militari americani, il timore che la capacità di deterrenza nei confronti di Cina e Russia si sia sensibilmente indebolita. Lo ha rivelato il Wall Street Journal, citando funzionari statunitensi. Entro metà luglio, gli Stati Uniti avevano impiegato circa 1.700 intercettori Patriot e più di 200 intercettori THAAD, mentre le navi della Marina avevano lanciato altri 150 missili per contrastare oltre 1.500 missili balistici e circa 6.000 droni di grandi dimensioni lanciati dall’Iran. Secondo una stima del CSIS, il conflitto avrebbe consumato circa il 65% delle scorte americane di intercettori Patriot.

Le conseguenze si fanno sentire anche fuori dal Medio Oriente. In Europa, le scorte di intercettori Patriot PAC-3 e di missili terra-terra ATACMS sono giudicate “oltre il livello critico”, mentre missili di precisione, razzi guidati, intercettori THAAD e sistemi antidrone Merops sono stati trasferiti verso il Golfo. Ricostituire le munizioni prelevate anche dalle disponibilità americane in Giappone, Corea del Sud e Germania potrebbe richiedere anni.

Il Comando europeo degli Stati Uniti è stato così costretto a rivedere alcuni dei propri piani operativi. Parallelamente, secondo funzionari dell’Amministrazione, nel breve periodo Washington potrebbe non essere in grado di eseguire integralmente i piani previsti per la difesa di Taiwan in caso di un’invasione cinese. Il senatore repubblicano Roger Wicker ha inoltre avvertito che la revisione della presenza militare statunitense in Europa, attualmente in corso al Pentagono, “deve tenere conto di un Putin ferito che reagisce”.

La Casa Bianca respinge però questa ricostruzione. “L’esercito degli Stati Uniti ha munizioni e scorte più che sufficienti per raggiungere tutti gli obiettivi strategici del presidente Trump e anche oltre, e l’operazione Epic Fury ha mostrato cosa succede quando ci si mette contro gli Stati Uniti”, ha dichiarato la portavoce Anna Kelly. Anche il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha definito “false” le notizie sulle carenze, accusando i media di incoraggiare i nemici degli Stati Uniti.

Il colonnello Martin O’Donnell, portavoce del comando militare della NATO, ha assicurato a sua volta che l’Alleanza Atlantica “ha abbastanza munizioni per la difesa aerea, compresi i missili Patriot, per difendersi” e continuare a rifornire l’Ucraina. O’Donnell non è però entrato nel merito della consistenza delle scorte statunitensi.

Trump ha sospeso gli attacchi contro l’Iran alla fine di luglio, mentre cresceva il dibattito sull’esaurimento delle munizioni, e punta ora soprattutto sulla pressione economica. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha sostenuto che il nuovo approccio dovrebbe evitare, almeno nel breve periodo, un ritorno a combattimenti su larga scala.

Funzionari arabi ed ex funzionari americani avvertono tuttavia che sanzioni particolarmente punitive potrebbero spingere Teheran a reagire colpendo le infrastrutture del Golfo. “L’Iran ha ancora una forte capacità d’azione”, ha detto al Wall Street Journal Daniel Shapiro, ex funzionario del Pentagono durante l’amministrazione Biden e oggi senior fellow dell’Atlantic Council. Teheran, ha aggiunto, dispone ancora degli strumenti per “infliggere danni a noi e all’economia globale” e il loro impiego comporterebbe “probabilmente azioni militari alle quali gli Stati Uniti dovrebbero quasi certamente rispondere”.


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in reply to Ben Lockwood, PhD 🌎

Well big question is what are people who used it supposed to do about this (besides just quit)? Those with mental disorders are VERY easily swayed by it, especially those with OCD, who are VERY drawn towards stupid question answering reassurance machine, to the point it becomes its own addiction (ask me how i know... i still cant fully stop myself...). Do you believe this damage can ever be fixed? How do you "get off" this cycle?
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