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AWS Sets a Multi-Year Countdown to Kill Off Email-Based Certificate Validation
#CyberSecurity
securebulletin.com/aws-sets-a-…
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Werbefirmen und Zeitungsverlagen war Apples Tracking-Schutz für iPhones schon lange ein Dorn im Auge. Nun hat das Kartellamt entschieden, dass der Konzern das System deutlich anpassen muss. Für Nutzer:innen bedeutet das wohl längere und kompliziertere Einwilligungs-Abfragen. Das Wort "Tracking" dürfen diese nicht mehr enthalten - weil es zu abschreckend sein könnte.

netzpolitik.org/2026/bundeskar…

in reply to netzpolitik.org

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Ist Euch das auch schon aufgefallen?
Zusätzlich zur paywall kommt auf Websites ein Banner von google...
Ist mir vor ca. 4 Wochen das erste Mal aufgefallen.
Hängt das eventuell auch mit dieser "Trackingfreiheit" zusammen?
Ich nutze absolut NICHTS von Google, habt Ihr da vielleicht eine Idee?
in reply to netzpolitik.org

Für mich wird hier der Teufel mit dem Beelzebub ausgetrieben:

Was Apple als "Dienst an einer exklusiven Kundschaft" vermarktet ist in erster Linie eins: proprietär und intransparent.

Denn über die Loyalität des Konzerns zu seinen Nutzenden kann man religiös streiten - und das Grundproblem übersehen:

In beiden Systemen sind die Nutzer:innen entmündigtes, ohnmächtiges Fußvolk - auch wenn Apple Narrative und Maßnahmen entwickelt hat, damit sich dessen Untertanen besser fühlen.

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Shell Launches Investigation After Cl0p Extortion Group Claims Theft of Nearly 90GB of Internal Data
#CyberSecurity
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Legacy VNC Login on macOS Screen Sharing Could Hand Attackers a Root Shell
#CyberSecurity
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Microsoft Sets Hard Deadline to Kill SMS and Voice Login Codes in Entra ID, Pushes Passkeys Instead
#CyberSecurity
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Attackers Race to Weaponize Maximum-Severity SAP Commerce Cloud Flaw Within Days of Patch
#CyberSecurity
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Security Leaders Warn the ‘Agentic Attacker’ Has Arrived After AI Models Reportedly Breached Hugging Face on Their Own
#CyberSecurity
securebulletin.com/security-le…
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Stolen Azure Logins Expose Employee Data at McDonald’s, Vodafone and Seven Other Global Firms
#CyberSecurity
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L'ex senatrice Sinema è stata citata in giudizio per la relazione con la sua guardia del corpo


L'ex senatrice dell'Arizona ha ammesso in una deposizione i rapporti con un uomo della sua scorta. L'ex moglie di lui la accusa in North Carolina di avere rotto un matrimonio durato 14 anni.

L'ex senatrice dell'Arizona Kyrsten Sinema ha ammesso in una deposizione giurata di avere avuto una relazione con un uomo della sua scorta, allora sposato, mentre era ancora in carica. La testimonianza è finita negli atti di una causa civile depositati davanti a un tribunale federale, che l'ex moglie della guardia del corpo ha intentato contro di lei.

Sinema era stata eletta come democratica, poi era passata al gruppo degli indipendenti e ha lasciato il seggio all'inizio del 2025. A citarla in giudizio è Heather Ammel, l'ex moglie di Matthew Ammel, l'uomo che faceva parte della sua sicurezza: la accusa di avere fatto finire il suo matrimonio, durato 14 anni. I due coniugi si sono separati il primo novembre del 2024, poche settimane dopo l'ultimo incontro riferito da Sinema. Il divorzio è diventato definitivo nel marzo di quest'anno.

La causa è stata presentata in un tribunale del North Carolina, che ha una legge sull'alienation of affection (la sottrazione d'affetto). È uno strumento che non esiste nell'ordinamento italiano: permette al coniuge tradito di chiedere i danni non al marito o alla moglie, ma alla terza persona ritenuta responsabile della rottura del matrimonio.

Gli avvocati di Sinema hanno spostato il caso davanti alla giustizia federale e lì hanno chiesto che venisse archiviato, sostenendo che la relazione con Ammel si è svolta fuori dal North Carolina e che il giudice federale non ha giurisdizione personale su di lei. Il 19 agosto è fissata l'udienza in cui verranno esaminate le prove.

Sinema, che non è sposata, ha raccontato nella deposizione del 31 luglio, raccolta in uno studio legale di Raleigh, che il primo rapporto con Ammel risale alla fine di maggio del 2024, intorno al Memorial Day (la festa dei caduti che negli Stati Uniti cade l'ultimo lunedì del mese). I due si trovavano in una casa affittata a Napa, in California, insieme ad alcuni amici della senatrice e a un altro membro della scorta.

A giugno Sinema e Ammel erano a New York per un matrimonio. Avevano stanze d'albergo separate, ma sono stati "intimi" in quella di lei, ha detto la senatrice nella deposizione. A metà luglio, dopo un volo notturno dalla costa ovest, sono stati insieme nell'appartamento di Sinema a Washington. A metà agosto sono andati ad Aspen, in Colorado, per un viaggio di raccolta fondi. La relazione è proseguita fino all'ottobre del 2024, quando i due si sono visti nella casa dell'allora senatrice a Phoenix.

Un altro incontro a Washington, alla fine di settembre, Sinema ha detto di non riuscire a ricordarlo, mentre Ammel lo ha confermato nella propria deposizione. L'ex senatrice ha riconosciuto di sapere, per tutto il periodo, che l'uomo era sposato e aveva tre figli.

Tra i messaggi finiti negli atti ce n'è uno in cui Sinema scriveva ad Ammel: "Metto la mia mano sul tuo cuore. Ci vediamo presto. Mi manchi". Durante la deposizione un avvocato le ha chiesto se capiva che una moglie, leggendo un messaggio del genere indirizzato al marito, potesse preoccuparsi di chi glielo stesse mandando. Sinema ha risposto di sì. Negli atti è visibile anche la schermata di un secondo messaggio dell'allora senatrice, ritrovato sul telefono di Ammel, in cui gli scriveva di svegliarsi la notte cercando le sue braccia.

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La semaine dernière, le Conseil constitutionnel a censuré la loi qui voulait interdire aux mineur·es de moins de 15 ans d'accéder aux réseaux sociaux. C'est une très bonne nouvelle, mais la mesure va faire son retour très bientôt. On vous a beaucoup parlé de cette loi ces derniers mois, alors voici ce qu'il faut retenir de la décision du Conseil constitutionnel. ⬇️

laquadrature.net/2026/07/22/le…

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in reply to La Quadrature du Net

Votée en juillet, cette loi voulait interdire aux moins de 15 ans d'accéder à tout réseau social. Une notion tellement large que les réseaux sociaux du fédivers (instances Mastodon ou Peertube par exemple) auraient aussi été concernés. C'est précisément cette largesse que le Conseil constitutionnel a sanctionné : il estime qu'interdire aux jeunes l'accès à tout réseau social, entendu de manière très large, porte une atteinte disproportionnée à la liberté d'expression.

conseil-constitutionnel.fr/dec…

Questa voce è stata modificata (3 settimane fa)
in reply to La Quadrature du Net

Le Conseil constitutionnel admet également qu'interdire l'accès aux jeunes de moins de 15 ans implique de vérifier l'âge de tout le monde. Or, là où nous mettions en avant le fait qu'en pratique, cela signifie très probablement un contrôle d'identité généralisé, il relève que comme la loi ne précise pas comment cette vérification d'âge est faite, cela porte une atteinte disproportionnée au droit à la vie privée.

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in reply to La Quadrature du Net

Le Conseil constitutionnel ne remet pas en question le principe de la vérification d'âge sur les réseaux sociaux. Cela reste décevant puisque cela aurait laissé beaucoup moins de marge de manœuvre au gouvernement pour revenir à la charge, mais ce n'est pas surprenant puisque le Conseil avait déjà validé la vérification d'âge pour les sites pornographiques avec la loi SREN en 2024.
in reply to La Quadrature du Net

Mais il semble avoir des exigences en matière de protection de la vie privée et, contrairement à son habitude, le Conseil constitutionnel ne donne pas de mode d'emploi dans sa décision pour qu'une prochaine loi soit validée. Il n'indique pas comment il serait possible de concilier droit à la vie privée et vérification d'âge. Il ne donne notamment aucune indication pour déterminer s'il accepterait le principe d'un contrôle d'identité généralisé. La question reste donc entièrement en suspens.

Una tantum reshared this.

in reply to La Quadrature du Net

Macron avait fait de cette loi le symbole de son action paternaliste et autoritaire envers la jeunesse et la régulation des plateformes. Une politique qui se refuse à traiter la question du modèle économique des plateformes commerciales. La censure du Conseil constitutionnel est donc une claque pour Macron. Mais n’idolâtrons pas pour autant le Conseil, qui reste un architecte de la surveillance en France : le même jour, il a validé l'extension de la #VSA dans la loi Ripost.
#VSA
in reply to La Quadrature du Net

Pas content, Macron a déjà annoncé qu'il demandait au gouvernement de revenir avec une nouvelle loi interdisant les réseaux sociaux aux jeunes. Une annonce qui ne sera sans doute pas suivie d'effet, tant le calendrier parlementaire français est bouché d'ici aux élections présidentielles de 2027.

Mais c'est par l'Union européenne que cette mesure pourrait revenir. La Commission européenne planche toujours sur une loi européenne pour instaurer une interdiction des réseaux sociaux aux jeunes.

in reply to La Quadrature du Net

Alors le combat continue ! Nous devons collectivement continuer à défendre un internet libre et émancipateur, pour les jeunes comme pour les plus vieux, parce qu'interdire aux mineur·es l'accès à des espaces en ligne ne les protégera pas. Alors pour nous aider à continuer ce combat, vous pouvez nous faire un don sur laquadrature.net/donner

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Test liveblog NewsLog


Prova dell'embed del liveblog di test su Focus America staging.
Articolo di prova per l'embed del liveblog NewsLog sull'istanza di staging. Il widget sotto carica i dati copiati dalla produzione.
liveblog.lorenzoruffino.com/em…
Se il liveblog non compare, il test è fallito.
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L'Iran si prepara ad allargare la guerra se dovessero fallire i negoziati


Mentre negozia con Washington, Teheran sta riorganizzando i propri vertici militari, rafforzando le milizie alleate e pianificando nuovi attacchi dal Golfo Persico al Mar Rosso.

Nei due mesi successivi alla firma del Memorandum d'Intesa da parte di Donald Trump, il 17 giugno nella reggia di Versailles, la dirigenza iraniana ha principalmente lavorato per allargare la guerra, non per porne fine. È quanto hanno raccontato al Wall Street Journal funzionari iraniani e arabi. A Teheran l'accordo è stato interpretato come un espediente di Washington e Israele per allentare la pressione sull'economia mondiale e guadagnare tempo in vista di un attacco più vasto. Per questo motivo, anziché puntare sul negoziato, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei avrebbe trascorso l'estate preparando l'apparato di sicurezza a un confronto prolungato, che l'Iran potrebbe perfino decidere di aprire per primo. L'obiettivo dichiarato è infliggere danni sufficienti a impedire che si ripetano i bombardamenti subiti durante la guerra dei dodici giorni dello scorso anno e nel conflitto tuttora in corso.

Il Memorandum di Islamabad, che prende il nome dalla mediazione pakistana, prevedeva una serie di concessioni a favore di Teheran: deroghe alle sanzioni per consentire all'Iran di tornare a vendere petrolio, l'accesso a miliardi di dollari congelati e la prospettiva di un fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione. Trump lo aveva firmato di persona a Versailles, mentre il presidente iraniano Masoud Pezeshkian lo aveva sottoscritto elettronicamente da Teheran. In cambio, l'Iran avrebbe dovuto riaprire al traffico mercantile lo Stretto di Hormuz e negoziare in buona fede sul proprio programma nucleare.

I 60 giorni concessi alle parti per raggiungere un'intesa definitiva scadono oggi e le delegazioni hanno comunicato ai mediatori l'intenzione di voler prorogare il termine, senza però accordarsi sulla durata dell'estensione. Nel frattempo, già all'inizio di luglio, i Pasdaran hanno ripreso ad aprire il fuoco contro le navi scortate dalla Marina statunitense, cogliendo di sorpresa la Casa Bianca. "Sono persone molto pericolose, sono malate", ha reagito Trump a margine del vertice NATO di Ankara, dove ha dichiarato conclusa la tregua e definito i dirigenti iraniani "feccia".

Iran – Stati Uniti

I 60 giorni del memorandum finiscono oggi, e nello Stretto di Hormuz non passa quasi più nessuno


Il 17 giugno, a Versailles, Donald Trump ha firmato con l’Iran il Memorandum di Islamabad: due mesi per chiudere un accordo definitivo. Il termine scade oggi senza intesa. Secondo il Wall Street Journal, Teheran ha passato la tregua a riorganizzare i comandi militari, a rifornire le milizie alleate e a riprendere gli attacchi alle navi.

Grafica di FocusAmerica 17 agosto 2026

Transiti commerciali nello Stretto di Hormuz
In una settimana il traffico si è fermato

Fine settimana 8-9 agostoUna settimana prima della scadenza

navi

Sabato 15 agostoDopo gli attacchi alle petroliere

navi

Domenica 16 agosto

navi

Ogni sagoma rappresenta una nave commerciale rilevata dai sistemi di tracciamento.

Prima della guerra cominciata il 28 febbraio, lo Stretto vedeva passare oltre 130 navi al giorno: da qui transitava un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto scambiati nel mondo.

Transiti commerciali rilevati nello Stretto di Hormuz: 31 nel fine settimana dell’8-9 agosto, 5 sabato 15 agosto, nessuno domenica 16 agosto. Prima della guerra ne passavano oltre 130 al giorno.

Il patto I 60 giorni La mappa

Che cosa prevedeva il memorandum

Miliardi in cambio di uno stretto aperto


Il testo firmato il 17 giugno contiene quattordici punti. Questi sono gli impegni che le due parti avrebbero dovuto trasformare in un accordo definitivo entro oggi.

WashingtonChe cosa otteneva l’Iran

300Miliardi di dollari

Un piano decennale di ricostruzione e sviluppo economico, che Washington si è impegnata a costruire insieme ai partner della regione.
Mai avviato

100Miliardi congelati, stima

Fondi e beni iraniani bloccati all’estero, da restituire via via che il negoziato avanzava.
Non sbloccati

Sanzioni e blocco navale

Deroghe immediate sull’esportazione di petrolio, prodotti petrolchimici e derivati, e la revoca del blocco navale statunitense imposto il 13 aprile.
Applicate solo in parte

TeheranChe cosa doveva dare in cambio

60Giorni di passaggio libero

Lo Stretto di Hormuz riaperto subito e senza pedaggio per tutta la durata del negoziato.
Traffico di nuovo fermo

60%Uranio da diluire

Le scorte arricchite al 60 per cento dovevano essere diluite sul posto, sotto la supervisione dell’AIEA.
Verifica sospesa

Accordo definitivo

Un’intesa sul nucleare da negoziare in buona fede entro il 17 agosto, con la revoca progressiva di tutte le sanzioni.
Nessun negoziato aperto

Il conto alla rovescia finisce oggi. Le delegazioni hanno chiesto ai mediatori di prorogare il termine, ma non si sono accordate nemmeno sulla durata della proroga.

Dalla firma alla scadenza

Due mesi di tregua, usati per preparare la guerra


Tocca una data per leggere che cosa è successo.

17 giugno · firma17 agosto · scadenza

Sessanta giorni per trasformare il memorandum in un accordo. Sono finiti tutti, e le tacche segnano che cosa è successo nel frattempo.

17 giugnoTrump firma il memorandum a VersaillesIl presidente statunitense sottoscrive il Memorandum di Islamabad durante la cena per il G7 alla reggia di Versailles; il presidente iraniano Masoud Pezeshkian firma da Teheran. Lo Stretto di Hormuz riapre e gli Stati Uniti revocano il blocco navale imposto il 13 aprile.
Inizio luglioI Pasdaran tornano a sparare sulle naviLe Guardie della Rivoluzione riaprono il fuoco contro i mercantili scortati dalla Marina statunitense. La Casa Bianca viene colta di sorpresa: al vertice NATO di Ankara Trump dichiara conclusa la tregua.
20 luglioSi apre il secondo fronte, sul Mar RossoGli Houthi dichiarano lo Stretto di Bab al-Mandeb chiuso alle navi saudite, la rotta con cui Riad aggira il Golfo Persico. Nelle stesse ore i droni delle milizie irachene colpiscono le infrastrutture petrolifere del regno e Aramco ferma l’impianto di Abqaiq.
Luglio“Abbiamo sfruttato appieno il cessate il fuoco”Lo ammette all’agenzia Tasnim il portavoce dei Pasdaran, il generale Hossein Mohebbi: durante la tregua l’Iran ha accelerato la produzione di missili e ne ha migliorato la precisione. Gli ufficiali iraniani intanto addestrano le milizie alleate in Iraq, Yemen e Libano.
Inizio agostoIl Consiglio per la Sicurezza blocca l’intesa con l’OmanI diplomatici iraniani avevano concordato con Mascate rotte sorvegliate e una riapertura graduale dello Stretto. L’accordo salta all’ultimo per il veto del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, l’organo che rappresenta l’ala più dura del regime.
10 agostoKhamenei consegna i comandi ai falchiLa Guida Suprema Mojtaba Khamenei nomina sei alti ufficiali. I decreti chiedono esplicitamente di prepararsi a “potenti operazioni offensive contro il nemico” e di ampliare la rete di controspionaggio interno.
14 agostoColpite tre navi degli EmiratiAbu Dhabi denuncia l’attacco a tre navi della compagnia petrolifera Adnoc mentre attraversavano lo Stretto. Da quel momento il traffico commerciale si ferma quasi del tutto.
17 agostoScadono i 60 giorni, senza accordoOggiLe delegazioni chiedono ai mediatori una proroga del termine, ma non trovano un’intesa nemmeno sulla durata dell’estensione. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ricorda che il memorandum sanciva la fine della guerra, non un cessate il fuoco.

I due stretti

La morsa si è chiusa su entrambe le uscite


Riad aggira il Golfo Persico spostando il greggio via oleodotto fino al Mar Rosso. Da luglio anche quella rotta è sotto tiro. Tocca un numero sulla mappa, o una voce dell’elenco, per il dettaglio.

IranArabia SauditaYemen1Stretto di Hormuz2Golfo dell’Oman3Abqaiq4Isola di Bubiyan5Bab al-Mandeb6Giordania
Oleodotto Est-Ovest Rotta saudita verso il Mar Rosso Luoghi degli attacchi, toccabili
1Stretto di HormuzCinque transiti commerciali sabato, nessuno domenica. Prima della guerra ne passavano oltre 130 al giorno.2Golfo dell’OmanIl 14 agosto gli Emirati denunciano l’attacco a tre navi dell’Adnoc in transito verso lo Stretto.3Abqaiq, Arabia SauditaI droni delle milizie sciite irachene colpiscono le infrastrutture petrolifere: Aramco ferma l’impianto.4Isola di Bubiyan, KuwaitAll’inizio di maggio le forze di sicurezza arrestano quattro militari dei Pasdaran sbarcati da un peschereccio. Altri due riescono a fuggire.5Stretto di Bab al-MandebDal 20 luglio gli Houthi lo dichiarano chiuso alle navi saudite. Nel fine settimana i tracciamenti hanno contato 49 passaggi, contro i 55 della settimana prima, ma nessun carico petrolifero saudita.6GiordaniaDurante una pausa dei combattimenti l’Iran lancia una salva di missili balistici, due settimane dopo l’attacco in cui erano morti tre militari statunitensi.

Chi comanda adesso

I quattro uomini scelti per condurre la guerra


Il 10 agosto la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha nominato sei alti ufficiali. Nelle quattro poltrone che contano di più sono arrivati i veterani della guerra contro l’Iraq e della repressione interna.

Ahmad Vahidi
Comandante in capo dei Pasdaran
Guidava di fatto le Guardie della Rivoluzione da marzo. La nomina formale gli affida il compito di condurre “potenti operazioni offensive contro il nemico”.

Ali Abdollahi
Capo di stato maggiore delle forze armate
Veterano dei Pasdaran e sostenitore degli attacchi contro i Paesi arabi che ospitano basi statunitensi. Deve completare l’integrazione dello stato maggiore nel comando di guerra Khatam al-Anbiya.

Mohsen Rezaei
Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale
Comandò le Guardie Rivoluzionarie nella guerra contro l’Iraq. Nel Consiglio rappresenta direttamente la Guida Suprema: è l’organo che ha fatto saltare l’intesa con l’Oman.

Hossein Taeb
Comandante dei Basij
Diresse la repressione delle proteste del 2009. Ora deve trasformare la milizia volontaria in una rete di informatori di quartiere, dopo che l’intelligence israeliana ha dimostrato di essersi infiltrata in profondità nel Paese.

Fonte Elaborazione su Wall Street Journal (17 agosto 2026), dati di tracciamento navale Kpler rilanciati da Reuters, testo del Memorandum di Islamabad diffuso dalla Casa Bianca, CNN e agenzia Tasnim per le nomine militari e le dichiarazioni dei Pasdaran. Base cartografica: Natural Earth. Ritratti: Wikimedia Commons.

Un apparato militare riorganizzato per l'offensiva


La riorganizzazione dell'apparato di sicurezza iraniano, annunciata una settimana fa, ha collocato nei ruoli chiave gli uomini scelti per condurre la guerra. Ahmad Vahidi, che guidava ufficiosamente i Pasdaran da marzo, è stato confermato al comando con l'incarico esplicito di condurre "potenti operazioni offensive contro il nemico". Il generale Ali Abdollahi, veterano del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e sostenitore degli attacchi contro i Paesi arabi che ospitano basi statunitensi, ha assunto il comando unificato dei Pasdaran e dell'esercito regolare.

Mohsen Rezaei, che guidò le Guardie Rivoluzionarie durante la guerra contro l'Iraq negli anni Ottanta, è diventato segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, nel quale rappresenta direttamente la Guida Suprema Mojtaba Khamenei. Hossein Taeb, che nel 2009 ha diretto la violenta repressione delle proteste contro la rielezione di Ahmadinejad alla presidenza, è invece tornato al vertice delle milizie paramilitari Basij con il compito di trasformare la milizia volontaria in una rete di informatori di quartiere. Le due guerre hanno infatti mostrato quanto profondamente l'intelligence israeliana fosse riuscita a penetrare nel Paese.

"L'elevazione di Vahidi è coerente con una leadership che prepara l'apparato di sicurezza a un confronto prolungato, non a un ritorno alla normale politica di pace", ha dichiarato al Wall Street Journal Saeid Golkar, studioso dell'apparato di sicurezza iraniano all'Università del Tennessee a Chattanooga.

Dallo Stretto di Hormuz al Mar Rosso


Mentre i diplomatici negoziavano, i Pasdaran hanno approfittato della relativa calma garantita dal Memorandum per addestrare le milizie alleate, inviando consiglieri in Iraq, Yemen e Libano. Secondo informazioni raccolte dai servizi di intelligence di diversi Paesi arabi, anche attraverso comunicazioni intercettate, ufficiali iraniani sono stati mandati nelle aree controllate dagli Houthi per pianificare uno scontro più duro con l'Arabia Saudita, coordinandosi anche con le milizie paramilitari sciite irachene. Sulle alture che dominano il Mar Rosso sono stati schierati missili, armi navali e lanciatori di droni. Agli yemeniti sono state consegnate anche liste di obiettivi comprendenti porti e impianti energetici sauditi.

Il 20 luglio gli Houthi hanno dichiarato lo Stretto di Bab al-Mandeb chiuso alle navi saudite, mettendo così in difficoltà una delle rotte utilizzate da Riad per aggirare la morsa iraniana sul Golfo Persico. Contemporaneamente, le milizie irachene hanno colpito con i droni le infrastrutture petrolifere del regno, costringendo Aramco a fermare l'impianto di Abqaiq. "Abbiamo sfruttato appieno il periodo di cessate il fuoco", ha ammesso a luglio il portavoce dei Pasdaran, il generale Hossein Mohebbi, all'agenzia Tasnim. "Abbiamo potenziato le nostre capacità, accelerato il ritmo di produzione dei missili e migliorato la precisione".

Per gli Stati Uniti, la nuova escalation ha già avuto conseguenze pesanti. Durante una pausa dei combattimenti, l'Iran ha lanciato una salva di missili balistici contro la Giordania, due settimane dopo un altro attacco nello stesso Paese nel quale erano stati uccisi tre militari statunitensi. Negli ultimi 15 giorni Teheran ha inoltre colpito sei navi degli Emirati dirette verso Hormuz. I funzionari del Golfo osservano con crescente allarme che i missili iraniani riescono a superare le difese statunitensi e a colpire con sempre maggiore precisione obiettivi in Kuwait e Bahrein. I Pasdaran hanno già avvertito i Paesi arabi che sono pronti a distruggere i loro impianti energetici se gli Stati Uniti dovessero strutture analoghe in Iran, ed hanno già consegnato alle loro controparti liste dettagliate di singoli bersagli.

Le opzioni allo studio comprendono attacchi preventivi, il sabotaggio dei cavi internet sottomarini nel Golfo Persico, la destabilizzazione politica dei Paesi dove sono presenti consistenti comunità sciite, come Kuwait e Bahrein, e perfino operazioni di terra in territorio kuwaitiano. A Kuwait City la minaccia viene presa sul serio: all'inizio di maggio le forze di sicurezza hanno arrestato quattro militari dei Pasdaran sbarcati da un peschereccio noleggiato sull'isola di Bubiyan, separata dall'Iran soltanto da una sottile striscia di territorio iracheno. Altri due uomini sono riusciti a fuggire.

Trump scommette sulla pressione economica


L'intesa raggiunta all'inizio di agosto dai diplomatici iraniani con l'Oman, che prevedeva rotte sorvegliate e una riapertura graduale dello Stretto di Hormuz, sarebbe stata bloccata all'ultimo motivo proprio dal Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, che rappresenta l'ala più dura del regime. I Pasdaran hanno quindi ripreso ad attaccare le navi mercantili, con pesanti conseguenze sul traffico: nel fine settimana appena trascorso hanno attraversato lo Stretto solo 5 navi commerciali sabato e nessuna la domenica, contro le 31 del fine settimana precedente.

Con il negoziato in stallo, a Trump è rimasto solo di sperare che prima o poi le sanzioni e il blocco navale inducano Teheran a cedere. L'apparato militare e l'economia dell'Iran hanno subito danni gravissimi e il presidente Pezeshkian, una delle colombe del regime, continua ad avvertire che, senza un accordo che consenta la revoca delle sanzioni, il sistema economico del Paese rischia di crollare. Come abbiamo citato in precedenza, però, la ricostruzione delle infrastrutture e il ripristino degli accessi alle basi missilistiche stanno procedendo più rapidamente del previsto. Una ripresa che sembra quindi allontanare l'esito auspicato dalla Casa Bianca: costringere Teheran a negoziare facendo leva solo sulla pressione militare ed economica.

Anche Mehdi Mohammadi, consigliere del capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf, ha definito lo stallo attuale "la calma prima della tempesta". Tra i fattori che potrebbero alimentare una nuova escalation, ha scritto, vi sarebbe un "progetto generazionale di vendetta di sangue" per l'uccisione di Ali Khamenei, padre dell'attuale Guida Suprema, rimasto ucciso il 28 febbraio durante i primi raid della guerra.


Hormuz, Il Golfo si è rassegnato al controllo iraniano sullo Stretto


I produttori di energia del Golfo Persico si stanno convincendo che il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz sia ormai una nuova realtà destinata a condizionare a tempo indeterminato le loro esportazioni e, di conseguenza, le forniture mondiali di energia. Il problema, spiegano al Wall Street Journal, è che l'alternativa potrebbe essere ancora peggiore: una nuova escalation militare tra Stati Uniti e Iran esporrebbe nuovamente agli attacchi le infrastrutture energetiche dei Paesi arabi della regione.

I numeri spiegano l'urgenza: la scorsa settimana le esportazioni di greggio attraverso lo Stretto sono scese a circa 2,2 milioni di barili al giorno, contro gli 8,5 milioni di un mese prima, secondo la società di analisi Kpler. Prima del conflitto attraverso Hormuz transitavano circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati. Anche l'Iran ha pagato il blocco imposto sullo Stretto: in una settimana le sue esportazioni si sono dimezzate, scendendo a 47.000 barili al giorno.

Guerra Usa-Iran · Lo Stretto di Hormuz

L’Iran ha trasformato Hormuz in un’arma: il Golfo deve scegliere tra cedere a Teheran e rischiare l’escalation

In cinque mesi di conflitto il traffico petrolifero nello Stretto è quasi sparito e le rotte alternative sono finite sotto attacco. I produttori del Golfo, riferisce il Wall Street Journal, si preparano a convivere con il veto di Teheran.

Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026

Lo Stretto che si chiude

Il greggio in transito a Hormuz si è ridotto a un rivolo

2,2
milioni di barili
al giorno

Solo greggio · dati Kpler−74% in un mese
Prima del conflitto≈20 Un mese fa8,5 La scorsa settimana2,2

Golfo Persico
Golfo dell’Oman
Iran
Arabia Saudita
Emirati
Oman
Stretto di Hormuz

Prima del conflitto lo Stretto era attraversato da circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati; oggi il greggio in transito è sceso a 2,2 milioni. Anche l’Iran paga il blocco: il suo export si è dimezzato in una settimana, fino a 47.000 barili al giorno.

Le rotte alternative

Nemmeno le vie di fuga dal Golfo sono al sicuro


Oleodotti verso il Mar Rosso e il Golfo dell’Oman aggirano lo Stretto, ma i porti di arrivo e le navi in partenza restano nel raggio di Teheran e dei suoi alleati.

1 2 3 4
Mar Rosso
Golfo Persico
Oleodotto Est–Ovest
Habshan–Fujairah

OleodottoRotta marittimaAttacco
1Jizan 2Damietta 3Largo degli Emirati 4Paesi del Golfo

Jizan, Arabia Saudita
Domenica gli Houthi hanno rivendicato un attacco alla raffineria sul Mar Rosso, il secondo dalla fine di luglio. La rotta saudita che aggira Hormuz passa proprio da qui.

172
attacchi contro infrastrutture civili nei sei Paesi arabi del Golfo tra il 28 febbraio e il 30 luglio (Acled)

Circa 1 su 2 ha colpito impianti energetici: raffinerie, centrali elettriche, dissalatori

Il conto, finora

Prezzi in tensione, scorte in calo, export iraniano al minimo

Brent
87,72 $
▲ +5% lunedì
al barile: il massimo dal 31 luglio, nonostante la domanda debole in Asia e in Europa

Scorte mondiali
−400 mln
▼ di barili in sei mesi
il cuscinetto che finora ha frenato i prezzi si sta esaurendo

Export dell’Iran
47.000
▼ −50% in una settimana

Una settimana fa≈94.000
Oggi47.000

barili al giorno: il blocco dello Stretto costa anche a Teheran

«Cedere all’Iran il controllo del traffico, anche solo temporaneamente, non risolve i problemi di fondo e lascia le esportazioni del Golfo in balia di Teheran per il futuro prevedibile.»
Ellen Wald, Global Energy Center dell’Atlantic Council, al Wall Street Journal

Fonte: Wall Street Journal; dati Kpler, Vortexa, Acled, Adnoc · Agosto 2026

Il negoziato si è fermato sulle acque territoriali


L'intesa allo studio non piace a nessuno dei rivali di Teheran, perché finirebbe per formalizzare il controllo iraniano sulle navi in entrata nello Stretto. Il negoziato si è comunque arenato nei giorni scorsi. Il Memorandum d'Intesa firmato il 17 giugno da Washington e Teheran avrebbe dovuto riaprire Hormuz alle navi commerciali e avviare 60 giorni di trattative per arrivare a una pace stabile, ma il confronto si è bloccato sul percorso che dovrebbero seguire i mercantili: l'Iran pretende infatti che transitino nelle proprie acque territoriali.

Teheran chiede inoltre un alleggerimento delle pressioni finanziarie e il divieto di transito per le navi da guerra americane e israeliane nello Stretto di Hormuz, mentre gli Stati Uniti rifiutano qualsiasi accordo che consenta all'Iran di ostacolare la libertà di navigazione, riferiscono i mediatori. Lunedì il portavoce della diplomazia iraniana Esmail Baghaei ha affermato che, finché continuerà il blocco navale americano, non esisteranno le condizioni per riaprire lo Stretto e ha chiesto a Washington di "riparare le conseguenze delle proprie azioni".

Trump ha replicato nello stesso giorno avanzando a sua volta una serie di richieste, tra cui un risarcimento per le persone uccise nelle guerre, negli attacchi e nelle proteste. Risultato di questo tira e molla: il prezzo del Brent, il greggio di riferimento internazionale, ha chiuso in rialzo di circa il 5%, a 87,72 dollari al barile, il livello più alto dal 31 luglio.

Le rotte alternative non hanno protetto il Golfo


Gli Emirati Arabi Uniti erano riusciti a riportare le esportazioni ai livelli precedenti alla guerra entro il mese di giugno, combinando l'oleodotto che attraversa il deserto con il passaggio di navi nelle acque vicine all'Oman con i transponder spenti, cioè con i sistemi che ne segnalano la posizione disattivati, secondo la società di tracciamento Vortexa. Poi però sono arrivati gli attacchi. La compagnia petrolifera di Stato Adnoc ha dichiarato che 4 delle 16 navi colpite dall'inizio del conflitto sono state centrate da missili o droni soltanto nell'ultima settimana.

Anche l'Arabia Saudita, che trasporta parte del greggio attraverso la penisola fino a un porto sul Mar Rosso, ha visto quella rotta alternativa finire sotto il fuoco degli Houthi, la milizia yemenita sostenuta dall'Iran. Domenica il gruppo ha rivendicato un attacco alla raffineria di Jizan, il secondo dalla fine di luglio. Il Ministero saudita dell'Energia ha confermato l'incendio, senza però indicarne la causa. In Egitto, intanto, un drone ha colpito il porto mediterraneo di Damietta, incendiando due navi, tra cui un'unità americana per lo stoccaggio di gas.

Tra il 28 febbraio e il 30 luglio l'Iran e le milizie irachene sue alleate hanno condotto almeno 172 attacchi contro infrastrutture non militari nei sei Paesi arabi del Golfo, secondo il monitoraggio dell'Armed Conflict Location and Event Data: circa la metà ha colpito infrastrutture energetiche, dagli impianti petroliferi alle centrali elettriche fino ai dissalatori. Funzionari della regione riferiscono inoltre che nelle ultime settimane Teheran ha fatto sapere che è pronta a colpire gli impianti energetici dei Paesi del Golfo in caso di una nuova escalation ordinata dal presidente Donald Trump.

Il dilemma: cedere a Teheran o rischiare una nuova escalation


"In questo quadro gli Stati arabi del Golfo non sono davvero in grado di garantire la sicurezza e l'apertura dello Stretto di Hormuz e non possono più contare su di esso per i trasporti o per il commercio", ha spiegato al Wall Street Journal Umer Karim, ricercatore sulla sicurezza del Golfo all'Università di Birmingham. "Quindi, per ora, non c'è altra opzione che concedere qualcosa alle richieste iraniane." Ma secondo Karim, ora l'obiettivo di Teheran sarebbe controllare non soltanto lo Stretto, ma tutto ciò che vi transita, imponendo di fatto le proprie condizioni ai Paesi vicini.

Per questo motivo, i governi della regione stanno anche studiando come ridurre la dipendenza da Hormuz, progettando nuovi oleodotti verso il Mar Rosso e il Golfo dell'Oman e aumentando la capacità di stoccaggio all'estero, da riempire nei periodi di relativa calma. Secondo Eric Alter, direttore dell'Accademia diplomatica Anwar Gargash di Abu Dhabi, queste soluzioni possono allentare la pressione, ma "non bastano certo a rendere irrilevante il veto iraniano". Nel frattempo cresce l'irritazione dei funzionari del Golfo nei confronti della Casa Bianca, alla quale rimproverano di non avere una strategia chiara mentre il conflitto si trascina.

Tuttavia i prezzi del petrolio restano lontani dai massimi raggiunti in primavera, frenati dalla debolezza della domanda in Cina, Giappone, India ed Europa, anche se le scorte mondiali sono diminuite di oltre 400 milioni di barili in soli 6 mesi e il margine di sicurezza si è progressivamente ridotto. "Dopo cinque mesi di conflitto si capisce perché gli Stati del Golfo vogliano trovare un modo per far ripartire il traffico marittimo", ha detto al Wall Street Journal Ellen Wald, del Global Energy Center dell'Atlantic Council. "Ma cedere all'Iran il controllo del traffico in entrata e in uscita, anche solo temporaneamente, non risolve i problemi di fondo e lascia le loro esportazioni in balia di Teheran per il futuro prevedibile."


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kinda chic to votare Volt alle prossime elezioni 💜✨

#Politica #Europa #Innovazione #TransizioneEcologica #Futuro #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Vannacci è davvero l’“uomo contro il sistema”?

Dietro la retorica dell’outsider, l’articolo ricostruisce una rete fatta di ex militari, associazioni, fondazioni, think tank, tesseramenti e finanziamenti.

E pone una domanda molto semplice: chi organizza e finanzia davvero la macchina politica costruita attorno al Generale?

Perché forse la storia più interessante non è ciò che Vannacci urla davanti alle telecamere.
È quello che succede dietro le telecamere.

Una ricostruzione lunga, controversa e piena di elementi da verificare. Ma proprio per questo vale la pena leggerla fino in fondo.

👉 CHI È DAVVERO VANNACCI?
antonellas.substack.com/p/chi-…

@politica@feddit.it

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Ossoff attacca Trump sui viaggi con la sua assistente


Al comizio di Atlanta il senatore della Georgia ha contrapposto i marinai della USS Abraham Lincoln al presidente che "dorme durante le riunioni" e viaggia con l'assistente Natalie Harp.

Il senatore democratico della Georgia Jon Ossoff ha attaccato il presidente Donald Trump per il rapporto con la sua assistente esecutiva Natalie Harp, 35 anni, durante un comizio tenuto domenica a Midtown, il quartiere centrale di Atlanta. Davanti a più di mille sostenitori il senatore, 39 anni, ha contrapposto i marinai della portaerei USS Abraham Lincoln, rimasta in mare da quasi nove mesi, a un presidente che secondo lui non vuole fare il proprio lavoro.

"Mentre i marinai della Lincoln combattono la sua guerra, mentre prosciuga senza risultati le nostre munizioni e le nostre riserve di petrolio, il presidente dorme durante le riunioni. Gioca a golf e compra e vende azioni. Vedete, non vuole fare il suo lavoro", ha detto Ossoff. "Vuole costruire la sua sala da ballo e viaggiare con Natalie sul loro palazzo volante apparentemente indifeso regalato dall'emiro del Qatar."

Trump ha viaggiato con Harp proprio domenica sull'aereo presidenziale donato dal Qatar, per tornare a Washington dal suo circolo di golf in New Jersey dove aveva passato il fine settimana. Nel discorso Ossoff ha accusato il presidente di trascinare una nazione in guerra con la menzogna, di trattare i cittadini come sciocchi e chi serve il paese come pedine.

Harp è diventata una presenza quasi costante accanto al presidente, che ha 80 anni. La giornalista del New York Times Maggie Haberman l'ha descritta come il suo ciuccio umano: "È una specie di ciuccio, se vogliamo dirla così, la sua coperta di Linus", ha detto domenica al giornalista Jacob Soboroff. Il fratello di Harp, Preston, ha definito "molto malsano" il legame della sorella con il presidente.

All'inizio del secondo mandato Trump aveva preso a dire al suo staff che Harp "era l'unica che lo amava quanto sua moglie e i suoi figli", si legge in "Regime Change", il libro scritto da Haberman insieme al collega del New York Times Jonathan Swan. "Voi ve ne andrete tutti a fare soldi", diceva secondo il libro, "lei non mi lascerà mai." Harp gli lasciava biglietti elogiativi negli spazi personali, in uno dei quali aveva scritto "sei tutto ciò che conta per me".

Senator Jon Ossoff slams Trump:

“He doesn’t want to do the job. He wants to build his ballroom and travel with Natalie on their apparently defenseless flying palace gifted by the Emir of Qatar.” pic.twitter.com/SS5I66WQIo
— Republicans against Trump (@RpsAgainstTrump) August 17, 2026


Nel libro Harp è soprannominata anche stampante umana, perché stampa di continuo per il presidente articoli favorevoli, post sui social e altro materiale lusinghiero. Porta sempre con sé una stampante portatile e un computer per fornirgli informazioni su richiesta.

La vicinanza tra i due è emersa anche la settimana scorsa, quando si è saputo che Harp era tra i pochi collaboratori saliti con Trump su un aereo militare per lasciare la Turchia, dopo che il presidente era uscito di nascosto dall'Air Force One dentro un camion del catering per una minaccia di assassinio iraniana al vertice NATO. Il segretario di Stato Marco Rubio e il consigliere della Casa Bianca Stephen Miller erano rimasti sull'aereo presidenziale usato come esca, mentre con il presidente erano saliti anche il vice capo di gabinetto Dan Scavino e Walt Nauta, responsabile delle operazioni dello Studio Ovale, come ha riportato il Washington Post. Alcuni membri dello staff della Casa Bianca non sapevano che Trump non fosse a bordo dell'aereo su cui erano rimasti.

Ossoff ha dedicato gran parte del comizio al costo della vita. "Costa più che mai riempire il frigorifero, alimentare la casa, farsi una tazza di caffè, comprare il materiale scolastico per i figli o un trattore per la fattoria", ha detto. "Ci era stato promesso che il lavoro duro avrebbe portato ricchezza e avanzamento, ma per troppi il tapis roulant diventa più veloce e più ripido. I georgiani lavorano di più e più a lungo, ma le bollette continuano a salire." Ha poi detto di voler togliere i soldi delle aziende dalla politica, indicando nella corruzione la ragione per cui nulla funziona per le persone comuni.

Il senatore corre per un secondo mandato contro il deputato repubblicano Mike Collins. Il voto anticipato in Georgia comincia tra otto settimane e al giorno delle elezioni mancano meno di 80 giorni. "La Georgia merita di meglio", ha detto Ossoff. "Meglio di un burattino di Trump come Mike Collins, che è a favore della guerra, dei dazi e dei tagli alla vostra sanità. E l'America merita di meglio di Donald Trump."

Ossoff ha accusato Collins di essere un razzista, di essere sotto indagine federale per l'uso illecito di denaro pubblico e di essere circondato da neonazisti e nazionalisti bianchi, oltre ad avere votato per la guerra e per tagliare la sanità. Lo ha anche descritto come un candidato che al podio trema e poi scappa, alla guida di una campagna che sta crollando.

A un evento elettorale a Savannah la settimana scorsa un uomo aveva chiesto a Collins se avrebbe sostenuto una proposta avanzata dall'amministrazione Trump a maggio, un fondo per risarcire chi è stato danneggiato ingiustamente dal governo federale. Molti democratici sostengono che quel fondo potrebbe servire a risarcire i condannati per l'assalto al Congresso del 6 gennaio 2021. Un portavoce della campagna di Collins ha respinto la ricostruzione di Ossoff, spiegando che il deputato vuole che le agenzie federali rispondano degli abusi di potere ma non sostiene un fondo senza limiti né pagamenti automatici a carico dei contribuenti per chi è stato perseguito per il 6 gennaio.

Ossoff ha detto che l'ostilità di Trump verso la contea di Fulton, che comprende Atlanta, ha la stessa origine di quella verso Filadelfia e Detroit: "È perché il fatto che gli elettori neri siano stati determinanti per la sua sconfitta lo offende ancora più della sconfitta stessa." Ha poi detto che gli americani non sono un'etnia ma un popolo unito da convinzioni condivise. Ha definito assurda la situazione in cui i grandi imprenditori tecnologici scavano bunker e avvertono che l'intelligenza artificiale che stanno addestrando potrebbe portare a disoccupazione di massa o all'estinzione dell'uomo, mentre il Congresso discute di sale da ballo e di sport giovanili.

"So che molti di voi sono qui oggi perché non sopportate quello che è stato fatto al nostro paese", aveva detto Ossoff aprendo il comizio. Il senatore ha presentato la sua corsa come un progetto che va oltre i confini di partito, rivolto a chi cerca equilibrio, competenza e servizio pubblico di qualità, "una campagna di persone perbene che amano il nostro stato e il nostro paese e si prendono cura gli uni degli altri".


La USS Abraham Lincoln non tocca porto da oltre 200 giorni, ma Trump nega i problemi a bordo


Il presidente Donald Trump ha dichiarato di non essere preoccupato per le condizioni a bordo della USS Abraham Lincoln, la portaerei di base a San Diego in missione da quasi 9 mesi in Medio Oriente. Ha inoltre respinto le richieste di un’indagine avanzate dal Congresso sui casi di disagio psicologico tra i membri dell’equipaggio, affermando che la nave non è rimasta in mare “neanche lontanamente abbastanza a lungo”.

Quando i giornalisti gli hanno fatto notare la crescente preoccupazione delle famiglie degli oltre 5.000 uomini e donne imbarcati, Trump ha risposto: “No, non sono preoccupate”. Il presidente ha poi annunciato che la Lincoln lascerà presto la regione e sarà sostituita da “un’altra nave molto simile”, senza precisare quale. Secondo il Wall Street Journal, si tratterebbe della USS George Washington.

La Lincoln non effettua uno scalo da oltre 200 giorni, benché normalmente le portaerei attracchino ogni 30-45 giorni, salvo rinvii imposti dalle esigenze operative. Salpata da San Diego il 21 novembre 2025 e inizialmente diretta nel Mar Cinese Meridionale, è stata successivamente dirottata in Medio Oriente. Da allora ha toccato terra una sola volta, durante una breve sosta a Guam nel dicembre scorso.

Marina americana · USS Abraham Lincoln

Ventiduemila chilometri, un solo attracco

La portaerei è salpata da San Diego il 21 novembre 2025 con oltre 5.000 persone a bordo. Doveva andare nel Mar Cinese Meridionale, è finita in Medio Oriente. Da nove mesi ha toccato terra una volta sola, a Guam.

Grafica di FocusAmerica 14 agosto 2026

1Il Pacifico10.200 km
San Diego Guam Oceano Pacifico

2Fino al Mar Arabico12.000 km
Guam Medio Oriente Oceano Indiano

San Diego Guam Medio Oriente Oceano Pacifico Oceano Indiano
Rotta seguita Destinazione iniziale Scalo a terra Area operativa

Dopo Guam la Lincoln ha aggirato l’Indonesia da sud senza più fermarsi. Tracciato indicativo: la Marina non diffonde le rotte operative.

PartenzaSan Diego, 21 nov 2025
Giorni in mare266
Scali a terra1 — Guam, dic 2025
Persone a bordooltre 5.000
Rientrodata non comunicata

«Neanche lontanamente abbastanza a lungo»

Donald Trump, sul tempo passato in mare dalla Lincoln, respingendo le richieste di indagine del Congresso

Le soste che non ci sono state

Sette scali attesi, uno soltanto effettuato


Le due bande coprono gli stessi 266 giorni. Sopra, il ritmo abituale: una portaerei attracca ogni 30-45 giorni. Sotto, quello che ha fatto davvero la Lincoln, che è partita da San Diego e non si è più fermata dopo Guam.

Scorri il dito sulla banda blu per leggere le date.

In 266 giorni una portaerei attracca di norma sette volte. La USS Abraham Lincoln lo ha fatto una volta sola, a Guam, nel dicembre 2025: oltre 200 giorni senza toccare terra.

Ritmo abituale7 scali attesi

USS Abraham Lincoln1 effettivo

Guam

Oltre 200 giorni senza toccare terra

Il confronto

I dispiegamenti più lunghi dai tempi del Vietnam


Negli ultimi anni la Marina ha allungato le missioni delle portaerei. Con la guerra in Iran, uomini e mezzi si sono concentrati in Medio Oriente.

USS Gerald R. Ford: 326 giorni (2025-26, record dal Vietnam). USS Abraham Lincoln: 295 giorni nel 2020. USS Abraham Lincoln: 266 giorni, missione in corso. USS George H.W. Bush: 136 giorni, missione in corso.

Record dal Vietnam: 326 giorni

Le due versioni

Chi è a bordo e chi comanda raccontano due navi diverse


Quattro punti su cui le famiglie dei marinai e i vertici militari danno risposte opposte.

Famiglie e stampa di settore Marina e Pentagono

84,4%

dei marinai che potevano prolungare il servizio ha scelto di farlo: il valore più alto tra tutte le portaerei americane. Il Central Command lo usa per smentire i racconti sulle condizioni a bordo.

L’ordine dei rifornimenti dopo l’attacco iraniano in Bahrein

Cibo
Prima priorità

Igiene
Seconda

Posta
Ultima

Colpito il principale centro logistico americano nella regione, i comandi hanno stabilito una priorità nei rifornimenti. La posta arriva per ultima.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su Navy Times, Military Times, Stars and Stripes, Wall Street Journal, Central Command e dichiarazioni del Segretario ad interim della Marina Hung Cao. Confini da Natural Earth. I 266 giorni e i chilometri percorsi sono calcoli della redazione sulla rotta indicativa San Diego–Guam–Mar Arabico; la Marina non diffonde né le rotte operative né la data esatta dello scalo di Guam.

Le denunce delle famiglie e la replica della Marina


Secondo i familiari, a bordo scarseggiano beni di prima necessità, tra cui i prodotti per l’igiene personale, mentre l’acqua sarebbe contaminata. Diverse famiglie descrivono un equipaggio esausto, con il morale molto basso. A riferire per prime delle difficili condizioni sulla nave sono state le testate specializzate Navy Times, Military Times e Stars and Stripes. Almeno un marinaio è caduto in mare e la Marina ha aperto un’inchiesta sull’episodio. Secondo il Military Times, altri membri dell’equipaggio avrebbero tentato di gettarsi fuori bordo.

Il Segretario ad interim della Marina, Hung Cao, ha risposto con un post su X, escludendo che vi siano state vittime e sostenendo che sia stato curato soltanto “un numero ridotto di casi legati alla salute mentale”. I menu, ha aggiunto, “sono stati modificati quando non erano disponibili rifornimenti di prodotti freschi, senza saltare un solo pasto”.

Cao non ha invece voluto rispondere alle altre accuse riguardanti le forniture e le condizioni di vita a bordo, limitandosi ad assicurare che la portaerei “tornerà presto a casa nell’ambito di una rotazione pianificata”. “Non c’è dubbio che i nostri giovani uomini e donne siano stati spinti al limite, ma non si sono mai spezzati. Sono comprensibilmente stanchi, ma non hanno mai smesso di combattere”, ha scritto ancora Cao, accusando i giornali di voler “dipingere i nostri combattenti come vittime” e di distogliere così l’attenzione dall’Iran e dalla minaccia che rappresenta per gli Stati Uniti.

Anche il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sostenuto che le condizioni sulla Lincoln siano state “completamente travisate”. “Alcuni dispiegamenti durano più di altri e nutro per quei marinai più rispetto e gratitudine di chiunque altro. Quello che fanno in quei mari e in condizioni tanto difficili, con meno scali, è incredibile”, ha dichiarato giovedì.

Diversi esponenti democratici non sembrano però essere soddisfatti di queste spiegazioni e chiedono ora di accertare per bene come si sia arrivati a questa situazione. I senatori Richard Blumenthal, del Connecticut, e Ruben Gallego, dell’Arizona, hanno sollecitato pubblicamente l’apertura di un’indagine. Gallego, che ha prestato in passato servizio nei Marines, ha inoltre chiesto alla Marina di consentire a una delegazione bipartisan del Congresso di salire a bordo.

Dispiegamenti sempre più lunghi


Il Central Command, responsabile delle operazioni militari statunitensi in Medio Oriente, ha smentito le ricostruzioni della stampa sottolineando che l’84,4% dei membri dell’equipaggio che potevano prolungare il servizio ha scelto di farlo: il dato più alto tra tutte le portaerei della flotta americana.

Un funzionario della Marina ha attribuito invece le carenze a bordo ll’attacco iraniano contro il principale centro logistico statunitense in Bahrein, che avrebbe costretto i comandi a stabilire un ordine di priorità nei rifornimenti: prima gli alimenti, poi i prodotti per l’igiene e infine la posta.

Il caso della Lincoln si inserisce, comunque, in una tendenza più ampia. Negli ultimi anni la Marina statunitense ha progressivamente prolungato i dispiegamenti delle portaerei e, con la guerra in Iran ancora in corso, uomini e mezzi sono stati concentrati in Medio Oriente, allungando ulteriormente la permanenza in mare.

La USS George H.W. Bush, salpata da Norfolk il 31 marzo, naviga da almeno quattro mesi. La USS Gerald R. Ford, partita nel 2025, ha operato nel Mediterraneo e nei Caraibi prima di dirigersi verso il Medio Oriente: al momento del rientro, avvenuto a maggio, era rimasta in missione per 326 giorni, stabilendo il record dai tempi della guerra del Vietnam. Il primato precedente apparteneva proprio alla Lincoln, con 295 giorni trascorsi in mare nel 2020.


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Anche sulle sanzioni alla Russia, Meloni contro Meloni.

Nel 2014 chiedeva di revocarle perché danneggiavano l’Italia. Oggi, giustamente, sostiene le sanzioni contro Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina.

Il problema è passare gli anni dicendo e facendo tutto e il contrario di tutto, a seconda di dove ci si trova e di cosa conviene in quel momento.

E tu, te lo ricordi?

Video di Francesca Romana D’Antuono, già copresidente di Volt Europa.

#GiorgiaMeloni #Russia #Ucraina #Sanzioni #PoliticaItaliana #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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☕ CYBERBRIEFING — Lunedì 17 agosto 2026

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Trump ordina di ridurre le esercitazioni militari con la Corea del Sud


Il presidente cita il rapporto con Kim Jong-un e il rifiuto di Seul di partecipare alla guerra contro l'Iran. Le manovre sono comunque iniziate lunedì come previsto.

Il presidente Donald Trump ha ordinato al Pentagono, il ministero della Difesa americano, di ridurre le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, alleata degli Stati Uniti da più di settant'anni. Ha spiegato la decisione con il suo "ottimo rapporto" con il leader nordcoreano Kim Jong-un e l'ha annunciata domenica 16 agosto sul suo social network Truth Social, poche ore prima dell'inizio delle manovre.

Le esercitazioni, ha scritto Trump, "non sono soltanto costose, con gran parte di questi costi pagati dagli Stati Uniti d'America (come al solito!)", ma "inviano un segnale del tutto inappropriato e ostile" a un paese che "per tutto il tempo in cui Donald J. Trump è stato presidente si è mostrato non minaccioso e rispettoso". Il presidente ha parlato di sé in terza persona.

"Dato che è troppo tardi per annullarle, ho dato istruzione al segretario alla guerra, Pete Hegseth, di ridurre in modo sostanziale le esercitazioni militari congiunte", ha scritto Trump riferendosi al capo del Pentagono. Nello stesso messaggio ha collegato la scelta al rifiuto di Seul di partecipare alla guerra americana contro l'Iran: ha raccontato di aver chiesto al presidente sudcoreano se volesse unirsi agli Stati Uniti nella "denuclearizzazione della Repubblica islamica dell'Iran" e di essersi sentito rispondere "No grazie!", premettendo che la questione "in qualche modo non c'entra (?)".

Il ministero della Difesa sudcoreano ha fatto sapere che le manovre annuali sono cominciate lunedì come previsto. Si chiamano Ulchi Freedom Shield, durano undici giorni e coinvolgono 18.000 soldati sudcoreani insieme a una parte dei 28.500 militari americani di stanza nel paese. Le due forze armate si addestrano insieme dal 1955, due anni dopo l'armistizio che nel 1953 ha posto fine alla guerra di Corea.

Il Pentagono è stato colto di sorpresa dall'annuncio, come ha riferito il New York Times citando un alto ufficiale americano. La settimana scorsa un responsabile del comando congiunto tra Stati Uniti e Corea del Sud aveva spiegato ai giornalisti che le manovre avrebbero simulato il combattimento contro le truppe nordcoreane, che hanno acquisito esperienza combattendo per la Russia in Ucraina. Non è chiaro in che modo il Pentagono ridurrà la propria partecipazione a esercitazioni già cominciate.

"I soldati nordcoreani sono stati schierati e hanno combattuto in Ucraina e hanno riportato in Corea del Nord quello che hanno imparato", ha detto in una conferenza stampa il colonnello Ryan Donald, responsabile della comunicazione del comando congiunto. "Questo cambia le capacità della Corea del Nord e il nostro addestramento tiene conto di quella minaccia". Le manovre prevedono operazioni congiunte in scenari complessi, tra cui un'esercitazione a fuoco vivo per verificare la capacità di colpire con precisione, l'attraversamento di un corso d'acqua e la distribuzione di equipaggiamenti già posizionati sul territorio. I due paesi le hanno descritte come "di natura difensiva" e costruite su "minacce realistiche, comprese le lezioni apprese dai conflitti recenti".

Il senatore democratico Mark Kelly, ex pilota della Marina, ha criticato la decisione poche ore dopo l'annuncio, scrivendo sui social che "svuotare queste esercitazioni congiunte è miope ed è un errore". A maggio Hegseth aveva elogiato la Corea del Sud durante un incontro al Pentagono, citando il suo "impegno ad aumentare la spesa per la difesa" e la sua "leadership nell'assumersi la responsabilità primaria per la sicurezza della penisola coreana". Era, aveva aggiunto il segretario, un esempio di condivisione degli oneri dell'alleanza che tutti i partner degli Stati Uniti avrebbero fatto bene a seguire.

Il ministero degli Esteri nordcoreano aveva definito venerdì le manovre "una prova generale per una guerra di aggressione", promettendo di rispondere "a un nuovo livello di minaccia con un nuovo livello di deterrenza". Mercoledì la Corea del Nord ha lanciato un missile balistico verso le acque al largo della sua costa orientale, sei giorni dopo un missile a corto raggio: sono stati i primi test balistici da fine giugno, in violazione dei divieti delle Nazioni Unite.

"Il Giappone sarà certamente preoccupato", ha dichiarato a Bloomberg Adam Farrar, ex responsabile per la Corea del Consiglio per la sicurezza nazionale, l'organismo che coordina la politica estera e di difesa alla Casa Bianca, sotto Trump e sotto Joe Biden. "Se questa scelta è stata determinata dall'Iran, anche loro sono a rischio, vista la loro indisponibilità a farsi coinvolgere". Una decisione dell'ultimo minuto di questo tipo, ha aggiunto, solleverà interrogativi sull'impegno americano verso gli alleati asiatici e potrebbe indebolire la deterrenza. Anche l'Australia ha un trattato di sicurezza con Washington e ha scelto di restare fuori dal conflitto con l'Iran.

La USS George Washington, unica portaerei americana nell'area dell'Asia-Pacifico, è stata intanto dirottata verso il Medio Oriente. Gli Stati Uniti tengono di norma almeno una portaerei nella regione per scoraggiare la Cina e la Corea del Nord, ma stanno esaurendo le armi più importanti e hanno spostato risorse militari dall'Asia al Medio Oriente.

Trump e la sua amministrazione hanno già attaccato i paesi della NATO per il sostegno che a loro giudizio non hanno dato alla guerra contro l'Iran, cominciata il 28 febbraio con i bombardamenti americani e israeliani. Il presidente si è lamentato più volte del rifiuto degli alleati europei di mettere a disposizione i propri aeroporti militari per gli attacchi. L'annuncio su Seul è arrivato pochi giorni dopo che la Corea del Sud aveva fatto sapere che i colloqui con Washington sui progetti di investimento strategico erano ancora in corso, in un momento in cui l'amministrazione americana spinge per accelerarli.

Dopo l'incontro con Kim a Singapore nel 2018 Trump aveva già definito le manovre "provocatorie" e aveva detto ai giornalisti: "Fermeremo i giochi di guerra, il che ci farà risparmiare un'enorme quantità di denaro, a meno che e finché non vedremo che i futuri negoziati non stanno andando come dovrebbero". Il presidente ha incontrato il leader nordcoreano tre volte durante il primo mandato, l'ultima nel 2019. Da quando è tornato alla Casa Bianca ha detto più volte di voler riprendere quei colloqui.

La trattativa si era interrotta nel 2019 senza alcun accordo sul programma nucleare nordcoreano. Da allora Pyongyang ha ampliato il suo arsenale atomico e missilistico e secondo gli esperti Kim ritiene che un arsenale più grande aumenti le possibilità di strappare concessioni agli Stati Uniti in futuri negoziati. "Questa volta la logica è meno chiara. Con il sostegno russo Kim è in una posizione più forte e finora ha mostrato poco interesse a un dialogo", ha detto Farrar, che oggi lavora per Bloomberg Economics.

Nel settembre 2025 il leader nordcoreano ha detto di conservare "bei ricordi personali" di Trump e ha lasciato intendere che potrebbe tornare al tavolo se gli Stati Uniti abbandonassero la loro "ossessione delirante per la denuclearizzazione" della Corea del Nord. Sabato il presidente ha pubblicato una foto che lo ritrae accanto a Kim nella zona demilitarizzata tra le due Coree nel giugno 2019, scrivendo che i due vanno molto d'accordo "nonostante l'aria poco amichevole in questa particolare foto". Nel 2017 i rapporti tra i due erano molto diversi: Kim aveva definito Trump un "vecchio rimbambito mentalmente squilibrato" dopo che il presidente, in un discorso alle Nazioni Unite, aveva minacciato di "distruggere totalmente" la Corea del Nord se gli Stati Uniti avessero dovuto difendere se stessi o i propri alleati.

Il presidente sudcoreano Lee Jae-myung, in carica da giugno 2025, ha offerto a Pyongyang colloqui senza condizioni preliminari senza ricevere risposta. Sabato, nel discorso per la festa della Liberazione, ha chiesto di nuovo il dialogo e ha promesso passi per ridurre le tensioni militari e costruire una convivenza pacifica nella penisola, dicendo che il suo paese farà la propria parte da "pacificatore".

La Corea del Nord ha un ruolo sempre più attivo nei conflitti internazionali, a partire dal sostegno militare alla Russia in Ucraina. Domenica i media statali di Pyongyang hanno riferito che Kim si è detto "fiero" del rapporto con Mosca in una lettera inviata al presidente russo Vladimir Putin.


Trump intende misurare la fedeltà degli alleati Nato prima di tagliare le truppe in Europa


Prima di decidere quali soldati e mezzi ritirare dall’Europa, Washington vuole stabilire quanto ciascun alleato della NATO sia allineato alle politiche di Donald Trump. Il questionario inviato ai governi dell’Alleanza, visionato da Bloomberg, punta a misurare il grado di sintonia politica di ogni Paese con l’attuale Amministrazione americana.

Ai governi viene chiesto se abbiano “sostenuto pubblicamente” la politica estera degli Stati Uniti e quali “restrizioni” impongano all’uso delle proprie basi da parte delle forze americane. Un’altra sezione esamina gli acquisti effettuati presso le aziende statunitensi della difesa e verifica se le autorità nazionali abbiano “osteggiato pubblicamente” le norme che “ostacolano” i contratti con queste imprese.

La domanda conclusiva è se il Paese si sia adeguato all’approccio “strong, clear, and quiet”, “forte, chiaro e silenzioso”, la formula con cui il Segretario alla Difesa Pete Hegseth descrive la strategia americana. Le capitali europee interpretano il documento come il tentativo di subordinare la protezione militare all’allineamento ideologico.

Un simile legame tra garanzie di sicurezza e fedeltà politica rovescerebbe l’impianto delle relazioni transatlantiche costruito dopo la Seconda guerra mondiale, quando l’impegno militare degli Stati Uniti prescindeva dai contrasti politici del momento. L’Amministrazione Trump ha però già manifestato apertamente il proprio sostegno alle destre in Germania e Ungheria.

Il questionario circola mentre Washington sta conducendo la revisione semestrale del dispositivo militare americano in Europa, che dovrebbe concludersi entro dicembre. Gli alleati si aspettano tagli consistenti sia ai contingenti di stanza nel continente sia ai mezzi che gli Stati Uniti metterebbero a disposizione in caso di attacco russo.

Un funzionario della NATO ha confermato che Washington sta lavorando con gli alleati alla revisione, senza però commentare il documento. Anche il Pentagono ha preferito non rispondere.

NATO · Il questionario di Washington
Grafica di FocusAmerica · Aggiornato al 14 agosto 2026

Revisione del dispositivo militare americano in Europa

Washington chiede agli alleati quanto sono allineati a Trump


Prima di decidere quali soldati e quali mezzi ritirare dall’Europa, gli Stati Uniti hanno inviato ai governi dell’Alleanza un questionario che misura la sintonia politica di ciascun Paese con l’Amministrazione. La revisione si chiude entro dicembre.

Il questionario agli alleati 4 aree di domanda

MittenteStati Uniti
DestinatariI governi dell’Alleanza
ConsegnaPrima le ambasciate a Washington, poi il quartier generale NATO

1Politica esteraIl vostro governo ha sostenuto pubblicamente la politica estera degli Stati Uniti?Risposta
La domanda cita le iniziative americane in Medio Oriente e nell’emisfero occidentale: la guerra contro l’Iran, avviata il 28 febbraio a fianco di Israele, e la cattura di Nicolás Maduro del 3 gennaio. In nessuno dei due casi Washington ha consultato gli alleati prima di agire.

2Basi militariQuali restrizioni imponete all’uso delle vostre basi da parte delle forze americane?Risposta
Il documento chiede a ciascun governo se abbia imposto divieti e se sia disposto a ridurli o a eliminarli. La Spagna ha già negato Rota e Morón, l’Italia ha rifiutato Sigonella.

3Industria della difesaComprate dalle aziende americane della difesa e ne difendete i contratti?Risposta
Washington pretende prove concrete dei progressi verso gli obiettivi di spesa concordati. Poi domanda se i governi abbiano osteggiato pubblicamente le politiche «made in Europe» che ostacolano i contratti con l’industria statunitense. Se non lo hanno fatto, chiede se sono disposti a farlo.

4DottrinaVi siete adeguati all’approccio strong, clear and quiet?Risposta
«Forte, chiaro e silenzioso» è la formula con cui il Segretario alla Difesa Pete Hegseth descrive la strategia americana. Le capitali europee leggono questa domanda come il tentativo di legare la protezione militare all’allineamento ideologico.

Tocca una domanda per leggere che cosa c’è dietro. Questa è una ricostruzione grafica delle quattro aree di domanda descritte da Bloomberg: non riproduce il documento originale.

3basi negate agli Stati Uniti, in Spagna e in Italia
5.000soldati americani in uscita dalla Germania
60%la quota americana sulla spesa militare dell’Alleanza

La mappa

Dove Washington si è già sentita dire di no


Spagna e Italia hanno negato le proprie basi alle operazioni contro l’Iran. Tocca una scheda o un numero sulla mappa per collegarli.

Germania Polonia Spagna Italia 1 2
Basi negate Presenza americana in movimento Altri Paesi NATO Paesi non NATO

1 Rota e Morón (Spagna) · 2 Sigonella (Italia). L’inquadratura copre l’Europa continentale: non compaiono Islanda, Canada e Stati Uniti.

Spagna2basi negate agli Stati UnitiRota e Morón restano chiuse alle operazioni americane contro l’Iran. Italia1base negata agli Stati UnitiSigonella è indisponibile per le stesse operazioni contro Teheran.

Le truppe

Cinquemila militari escono dalla Germania, cinquemila entrano in Polonia


Lo stesso numero, in direzione opposta. Sono però due decisioni distinte, che non riguardano gli stessi reparti.

Germania · in uscita −5.000

Il ritiro è già stato annunciato. Altre unità lasciano il Paese senza essere sostituite.

Polonia · in arrivo +5.000

Trump li ha promessi a maggio, richiamando l’elezione del presidente nazionalista Karol Nawrocki.

Ogni quadrato rappresenta 100 militari: cinquanta quadrati, cinquemila soldati.

La posta in gioco

L’Europa spende molto di più, ma dipende ancora da Washington


Mark Rutte difende la revisione richiamando proprio lo sforzo europeo. Il divario di capacità, però, resta.

Spesa militare dell’Alleanza, 2025

60%
40%

Stati Uniti Europa e Canada · 574 miliardi di dollari

+20%

La crescita reale della spesa di Europa e Canada nel 2025 rispetto all’anno precedente. Non basta comunque a colmare il divario con gli Stati Uniti.

Ciò che gli Stati Uniti mettono sul tavolo
Bombardieri strategici Droni Navi da guerra

I tagli riguardano anche i mezzi che gli Stati Uniti metterebbero a disposizione se la Russia attaccasse un Paese dell’Alleanza. Di bombardieri strategici l’Europa non dispone affatto.

Il calendario

Le tappe che portano a dicembre


Un anno di decisioni prese senza consultare gli alleati, e la scadenza che presenta il conto.

Oggi

Gennaio 2026Dicembre 2026

3 gennaio 2026
Gli Stati Uniti catturano il leader venezuelano Nicolás Maduro e lo trasferiscono a New York. Numerosi governi europei parlano di violazione del diritto internazionale.

28 febbraio 2026
Washington affianca Israele nell’avvio della guerra contro l’Iran, tuttora in corso, senza consultare gli alleati. Spagna e Italia negano l’uso delle proprie basi.

Maggio 2026
Trump promette 5.000 militari in più alla Polonia e cita l’elezione del presidente Karol Nawrocki.

Luglio 2026
Al vertice di Ankara il Segretario generale Mark Rutte difende la revisione: il processo, sostiene, sta unificando la NATO.

Agosto 2026
Il questionario arriva al quartier generale di Bruxelles. A fine mese gli Stati Uniti incontrano gli alleati per discutere la revisione.

Entro dicembre 2026
Si chiude la revisione del dispositivo militare americano in Europa. Gli alleati si aspettano tagli consistenti ai contingenti e ai mezzi.

FontiBloomberg (documento visionato); NATO, rapporto annuale del Segretario generale, marzo 2026; dichiarazioni di Mark Rutte, luglio 2026. Confini: Natural Earth.
NotaIl ritiro dalla Germania e il rinforzo in Polonia sono decisioni distinte e non riguardano gli stessi reparti.

Iran e Venezuela, i dossier che dividono l’Alleanza


Nella parte dedicata alla politica estera, il questionario cita le “iniziative” americane in Medio Oriente e nell’emisfero occidentale, i due teatri nei quali Trump ha ordinato operazioni militari senza coinvolgere la NATO. Washington non ha consultato gli alleati prima di affiancare Israele, il 28 febbraio, nell’avvio della guerra contro l’Iran, tuttora in corso.

La Spagna ha successivamente negato agli Stati Uniti l’uso delle basi di Rota e Morón per le operazioni contro Teheran, mentre l’Italia ha rifiutato la disponibilità dello scalo di Sigonella. Il documento chiede ora a ciascun governo se abbia imposto divieti analoghi e se sia “disposto a ridurre o eliminare queste restrizioni”.

Il 3 gennaio gli Stati Uniti hanno inoltre catturato il leader venezuelano Nicolás Maduro e lo hanno trasferito a New York, nell’ambito di un’operazione concepita per riaffermare l’influenza americana nell’emisfero occidentale. Numerosi governi europei l’hanno giudicata una violazione del diritto internazionale.

Sul fronte della spesa militare, Washington pretende prove concrete dei progressi compiuti verso gli obiettivi concordati e della capacità europea di sostituire i mezzi americani. Il questionario vuole inoltre sapere se i governi acquistino sistemi dalle aziende statunitensi e se abbiano criticato le nuove politiche “made in Europe”. In caso contrario, domanda se siano disposti a farlo.

Il testo, fatto circolare inizialmente tra le ambasciate alleate a Washington, è arrivato questa settimana anche al quartier generale della NATO a Bruxelles, dove alla fine del mese gli Stati Uniti incontreranno i partner per discutere la revisione.

I tagli già avviati


Il ridimensionamento della presenza militare americana in Europa è già cominciato con l’annunciato ritiro di 5.000 soldati dalla Germania e il trasferimento di altre unità senza sostituzioni. Alla Polonia, invece, Trump ha promesso a maggio altri 5.000 militari, richiamando esplicitamente l’elezione del presidente nazionalista Karol Nawrocki.

I tagli dovrebbero riguardare anche i mezzi che gli Stati Uniti potrebbero mettere a disposizione in caso di attacco russo contro un Paese dell’Alleanza, tra cui bombardieri strategici, dei quali l’Europa non dispone, così come droni e navi da guerra.

Il Segretario generale della Nato Mark Rutte ha comunque difeso la revisione in corso, definendola logica e positiva alla luce dell’aumento delle spese militari di Europa e Canada, cresciute nel 2025 di quasi il 20% in termini reali. Alla vigilia del vertice di Ankara, che si è tenuto a luglio, Rutte ha dichiarato ai giornalisti che il processo in corso “sta unificando la NATO” e che ripeterlo regolarmente rappresenta una scelta saggia.


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Menschen, die mit einer Bezahlkarte leben müssen, wird der Alltag unsinnig kompliziert gemacht. Das Geld von diesem Ding runterzukriegen ist fast ein Vollzeitjob und jeder Einkauf ein nervenaufreibendes Abenteuer. Das habe ich erfahren, als ich eine solche Person begleitet habe. Den Text dazu findet ihr hier: netzpolitik.org/2026/bezahlkar…
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Immer mehr Asylbewerber*innen müssen zum Bezahlen spezielle, stark funktionsbeschränkte Karten benutzen. Wir haben eine Betroffene bei einem Einkauf begleitet. Ihr Beispiel zeigt, wie kompliziert und oft demütigend das Leben mit diesen Karten ist. netzpolitik.org/2026/bezahlkar…
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Speckdäne

@nullbockgeneration Muharhar. Welches LLM ist das denn? Grok?

ksta.de/politik/nrw-politik/nr… @netzpolitik_feed

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La rassegna stampa di lunedì 17 agosto 2026


Trump riduce le esercitazioni con la Corea del Sud citando i rapporti con Kim, Kushner incontra Hamas per rilanciare il piano su Gaza mentre salta la scadenza con l'Iran; sul fronte interno il dibattito democratico sul socialismo e lo scontro sull'indipendenza della giustizia

Questa è la rassegna stampa di lunedì 17 agosto 2026

Trump annuncia una riduzione delle esercitazioni militari con la Corea del Sud


Il presidente Donald Trump ha detto di aver ordinato al segretario alla Difesa Pete Hegseth di "ridurre sostanzialmente" le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, definendole costose e dal messaggio "ostile" verso Pyongyang. Trump ha citato il suo "ottimo rapporto" con il leader nordcoreano Kim Jong-un e la mancata collaborazione di Seul nella crisi con l'Iran. La decisione arriva mentre gli Stati Uniti restano temporaneamente senza una portaerei nel Pacifico.

Fonti: The Wall Street Journal, Financial Times, Axios

Kushner incontra Hamas in Egitto per rilanciare il piano su Gaza


Jared Kushner, genero e consigliere di Trump, ha avuto un raro incontro diretto con i vertici di Hamas in Egitto per spingere il gruppo verso il disarmo e la smilitarizzazione di Gaza. Secondo una fonte l'incontro di 90 minuti è stato "molto produttivo": Hamas ha ribadito l'impegno a disarmare e a cedere il governo dell'enclave a un'amministrazione tecnocratica palestinese. Kushner dovrebbe recarsi lunedì in Israele per incontrare il primo ministro Benjamin Netanyahu.

Fonti: The New York Times, Axios, NPR

Stati Uniti e Iran mancano la scadenza per l'accordo che dovrebbe chiudere la guerra


Washington e Teheran hanno superato il termine fissato per raggiungere un'intesa ampia destinata a porre fine al conflitto, e le posizioni restano lontane. Trump aveva sostenuto che il cessate il fuoco concordato a giugno avrebbe portato a limiti sul programma nucleare iraniano. Sul terreno, il Libano ha vissuto la sua giornata più sanguinosa da mesi con i raid israeliani, mentre gli Stati Uniti preparano nuove sanzioni contro l'Iran.

Fonti: The New York Times, Bloomberg, The Hill

Il ministro della Giustizia Blanche non promette l'indipendenza dalla Casa Bianca


Il ministro della Giustizia Todd Blanche ha rifiutato di impegnarsi a garantire che il Dipartimento agisca sempre in modo indipendente dalla Casa Bianca, dicendo che terrà conto delle opinioni di Trump sui singoli procedimenti. Blanche ha però negato che il presidente gli chieda di perseguire persone specifiche. Le dichiarazioni alimentano le preoccupazioni sulla politicizzazione della giustizia dopo le richieste pubbliche di Trump di incriminare i suoi avversari.

Fonti: The Hill, Axios

Polemiche sulle condizioni dell'equipaggio a bordo della portaerei Abraham Lincoln


L'ammiraglio Brad Cooper, a capo del Comando centrale statunitense, ha riconosciuto le difficoltà del lungo dispiegamento della portaerei Uss Abraham Lincoln nel Medio Oriente, durato quasi nove mesi, pur sostenendo che i problemi di salute mentale a bordo sono inferiori rispetto ad altre navi. La reazione di Trump ai racconti sulle condizioni dell'equipaggio ha suscitato critiche, tra cui quelle del governatore del Maryland Wes Moore.

Fonti: The New York Times, The Hill, Bloomberg

I democratici divisi sul socialismo dopo le vittorie della sinistra alle primarie


Il dibattito interno al Partito democratico si accende dopo una serie di vittorie di candidati socialisti e progressisti alle primarie. Il leader della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries e il senatore John Fetterman hanno preso le distanze dall'agenda dei Democratic Socialists of America, con Fetterman che parla di "follia". Intanto la deputata Alexandria Ocasio-Cortez rivede alcune sue vecchie posizioni della stagione più radicale in vista di una possibile corsa alla Casa Bianca nel 2028.

Fonti: The Hill, The Hill, Axios

Inondazioni storiche in Indiana, sale il bilancio delle vittime


Giorni di piogge intense hanno provocato inondazioni record in Indiana, con il fiume White che ha superato un primato vecchio di 110 anni. Alcune zone dello Stato hanno ricevuto oltre 28 centimetri di pioggia in tre giorni, costringendo molte persone ad abbandonare le case e a farsi soccorrere con i gommoni. Il bilancio è di almeno sei-otto morti e le autorità temono nuove esondazioni anche nei sobborghi di Indianapolis.

Fonti: The New York Times, NPR, The Wall Street Journal

Il malessere economico delle aree rurali mette alla prova i repubblicani in Iowa


Con la fiera statale dell'Iowa in pieno svolgimento, i repubblicani si trovano in una posizione inconsueta: indietro rispetto ai democratici in una corsa di primo piano e in difficoltà in diverse altre. Il malcontento economico nelle aree rurali, tradizionalmente favorevoli a Trump, offre ai democratici segnali di speranza in uno Stato storicamente repubblicano in vista delle elezioni di metà mandato.

Fonti: The Wall Street Journal

Il senatore Cassidy critica l'ordine di Trump sui vaccini pediatrici


Il senatore repubblicano Bill Cassidy, medico di formazione, ha definito basato su affermazioni "folli e stupide" l'ordine esecutivo con cui Trump intende modificare il calendario delle vaccinazioni infantili. Cassidy ha collegato la vicenda al calo dei consensi del presidente nei sondaggi. Le sue parole segnalano il malessere di una parte del Partito repubblicano verso le scelte dell'Amministrazione in materia sanitaria.

Fonti: The Hill

Cresce la contestazione contro la sorveglianza dei lettori di targhe di Flock


L'azienda Flock Safety è al centro di una crescente contestazione da parte di comunità e associazioni per le libertà civili, preoccupate per la sua rete di lettori di targhe basati sull'intelligenza artificiale. Di fronte a una serie di cause per violazione della privacy e alla cancellazione di alcuni contratti, l'azienda ha annunciato modifiche alle proprie politiche sulla conservazione dei dati nel tentativo di placare i timori sulla sorveglianza di massa.

Fonti: The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Contos #9 – Chia, barchino travolge una ragazza.

A Su Giudeu una ragazza è stata gravemente ferita da un barchino con a bordo un gruppo di migranti arrivato dall’Algeria. Ora naturalmente ci spiegheranno che la colpa è dell’immigrazione incontrollata. E qui nasce un piccolo problema. Giorgia Meloni governa l’Italia da quasi quattro anni. Matteo Salvini è vicepresidente del Consiglio. La destra governa ilhttps://sucontu.wordpress.com/2026/08/16/contos-9-chia-barchino-travolge-una-ragazza/

#9
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I separatisti dell'Alberta vedono in Trump un alleato per staccarsi dal Canada


Il 19 ottobre la provincia petrolifera vota se avviare il percorso verso un referendum sull'indipendenza. Un reportage di Politico racconta un movimento tra complottismo e simpatie per il presidente

Il 19 ottobre gli elettori dell'Alberta, la provincia petrolifera e profondamente conservatrice del Canada occidentale, decideranno se avviare il processo legale che potrebbe portare a un referendum sulla secessione dal paese. Il movimento separatista locale, a lungo liquidato come marginale, è oggi al centro di uno dei dibattiti più delicati della politica canadese e ha trovato un punto di riferimento inatteso nel presidente americano Donald Trump. Lo racconta un reportage di Politico da Mirror, un piccolo centro dell'Alberta dove il 1° luglio, giorno della festa nazionale canadese, centinaia di persone si sono radunate per una celebrazione alternativa chiamata "Albertans' Day".

La festa si è tenuta al Whistle Stop Cafe, un locale diventato noto per aver sfidato le restrizioni durante la pandemia e che l'ex premier della provincia Jason Kenney definisce il "ground zero" del separatismo albertano. C'erano musica dal vivo, un mercato contadino e hamburger alla griglia, ma nessuna bandiera con la foglia d'acero. I partecipanti si avvolgevano nella bandiera dell'Alberta, sventolavano striscioni con la scritta "we're done" ("abbiamo chiuso") e indossavano cappellini "Trump 2024" o MAGA, sigla qui reinterpretata come "Make Alberta Great Again" ("rendere di nuovo grande l'Alberta"). Un attivista locale, diventato una piccola celebrità per i suoi cartelli da giardino separatisti, dice di averne consegnati più di 12.000 in tutta la provincia. Mentre il resto del Canada celebrava la nascita del paese, i presenti immaginavano di lasciarlo.

Il voto di ottobre, indetto dalla premier dell'Alberta Danielle Smith, non deciderà direttamente la secessione, ma stabilirà se avviare il percorso legale verso un eventuale referendum sull'indipendenza. Secondo i sondaggi circa il 30 per cento degli albertani vuole lasciare il Canada. Per i federalisti il rischio principale non è quindi una vittoria dei separatisti, ma l'astensione. Se chi vuole restare dà la vittoria per scontata e non va a votare, una base separatista molto motivata potrebbe ottenere un risultato sorprendentemente alto, dando nuova legittimità al movimento e allontanando gli investimenti privati dalla provincia. "Possiamo tutti pensare che il peggio non accadrà. Possiamo mettere cartelli in giardino e scrivere poesie sull'unità canadese. Ma onestamente, se la gente non si presenterà alle urne il 19 ottobre, potremmo perdere questo referendum", ha detto Eleanor Olszewski, ministra del governo federale eletta in Alberta.

Il risentimento dell'Alberta verso il governo federale di Ottawa è antico, ma l'ingrediente che ha accelerato la spinta separatista è nuovo: Trump e il deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Canada. I separatisti sono furiosi per gli attriti tra il primo ministro canadese Mark Carney e il presidente americano e molti considerano la presidenza Trump l'occasione che rende possibile l'indipendenza, con gli Stati Uniti pronti a comprare il petrolio e il gas della provincia in caso di distacco. Molti rivendicano anche una parentela culturale con gli americani e condividono ritagli di giornale falsi secondo cui i primi coloni arrivati dagli Stati Uniti avrebbero plasmato la cultura di frontiera dell'Alberta, mentre le province orientali sarebbero più legate alle tradizioni europee. C'è perfino chi guarda con favore all'idea, rilanciata più volte da Trump, di fare del Canada il 51° stato americano.

Uno dei gruppi principali, l'Alberta Prosperity Project, sta cercando di ottenere un prestito da 500 miliardi di dollari canadesi dal governo degli Stati Uniti per finanziare un'uscita "senza scosse" dal Canada. "Questo non è il movimento indipendentista di vostro nonno", ha detto a Politico Jeffrey Rath, co-fondatore del gruppo e attivista separatista di lunga data che ha cercato di farsi ascoltare dall'amministrazione Trump. Rath sostiene di aver chiesto presentazioni al Dipartimento del Tesoro e a grandi banche come JP Morgan Chase e Goldman Sachs per preparare un piano di fattibilità dell'indipendenza. Non è chiaro però se questi colloqui ci siano mai stati.

Il gruppo ha compiuto tre viaggi a Washington e Rath afferma di aver incontrato funzionari "di livello molto alto" che avrebbero portato le sue informazioni fino alla Casa Bianca. Un portavoce del Dipartimento di Stato ha risposto che il dipartimento "incontra regolarmente un'ampia gamma di rappresentanti" e che non prevede incontri futuri. Il voto, ha aggiunto citando l'ambasciatore americano in Canada Pete Hoekstra, è una decisione che spetta agli albertani.

A gennaio il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha definito l'Alberta un "partner naturale per gli Stati Uniti", citando le sue "grandi risorse". "La gente ne parla. La gente vuole la sovranità. Vuole quello che hanno gli Stati Uniti", ha detto al podcaster conservatore Jack Posobiec, con un cenno esplicito al movimento separatista.

Bessent parlava pochi giorni dopo che Carney aveva sostenuto al forum di Davos che le medie potenze devono costruire nuove coalizioni dopo la "rottura" dell'ordine globale alimentata da Trump. L'episodio ha fatto infuriare i separatisti filoamericani, come l'uso da parte di Carney dell'espressione "nuovo ordine mondiale" durante un viaggio in Cina a gennaio per firmare accordi su energia e commercio, una frase che è benzina per chi teme la nascita di un governo globale. Attraverso gruppi Facebook e video su YouTube nel movimento si sono diffuse teorie secondo cui Carney starebbe portando il Canada verso il comunismo e contro gli Stati Uniti.

Al raduno di Mirror le conversazioni passavano dall'accusa a Carney di non essere stato eletto democraticamente alla convinzione che la pandemia sia stata orchestrata dalle élite globali, fino all'idea che il divieto federale sulle armi d'assalto serva a impedire ai canadesi di ribellarsi al governo. Alcuni partecipanti difendono perfino i dazi imposti da Trump sulle merci canadesi, visti come uno strumento per fermare la deriva del paese.

Kenney fa risalire l'alienazione dell'Ovest canadese alla creazione della provincia nel 1905, quando a suo dire Ottawa trattava l'Alberta più come una colonia che come un partner alla pari. Il governo federale ritardò tra l'altro il passaggio alla provincia del controllo sulle risorse naturali. Il movimento separatista moderno prese poi forma negli anni Ottanta con il National Energy Program del primo ministro liberale Pierre Elliott Trudeau, che alzò le tasse sulle compagnie e sulle esportazioni petrolifere spostando una parte maggiore dei profitti dall'Alberta a Ottawa. Il programma, molto impopolare, fu smantellato cinque anni dopo, ma gli albertani non lo hanno dimenticato. Quando nel 2015 divenne primo ministro il figlio, Justin Trudeau, il suo governo introdusse politiche ambientali che secondo l'industria petrolifera resero più difficile e costoso costruire oleodotti, aumentare la produzione e attrarre investimenti.

Per l'ex deputato conservatore Damien Kurek uno dei momenti decisivi della rabbia albertana arrivò nel 2021, quando il presidente americano Joe Biden cancellò l'oleodotto Keystone XL nel suo primo giorno alla Casa Bianca, revocandone il permesso di attraversamento del confine. Nel collegio di Kurek, che comprendeva Hardisty, il più grande snodo di oleodotti del Canada, i meccanici avevano meno camion da riparare, i ristoranti servivano meno pasti, i motel restavano vuoti e le giovani famiglie rinviavano l'acquisto di una casa. Ma ciò che molti albertani ricordano di più non è la decisione di Biden: è la convinzione che Ottawa, allora guidata da Justin Trudeau, non abbia combattuto per fermarla. Kurek invita comunque a non liquidare i separatisti come traditori. I politici, dice, dovrebbero piuttosto chiedersi perché così tanti albertani si sentono abbandonati dalla federazione.

Molti nella provincia ritengono inoltre che il loro voto pesi meno di quello dell'Ontario e del Quebec, le province popolose dove si decidono le elezioni federali. Dopo aver eletto per anni deputati conservatori vedendo comunque nascere governi liberali, alcuni hanno concluso che le urne federali abbiano poco effetto sulle sorti dell'Alberta. La frustrazione è aggravata dal programma di perequazione (equalization) previsto dalla Costituzione canadese, che redistribuisce entrate fiscali federali alle province meno ricche. L'Alberta, tra le più ricche del paese grazie al petrolio, non ne ha mai beneficiato, mentre Ottawa raccoglie dagli albertani più tasse di quante ne spenda nella provincia. Ne esce rafforzata la convinzione, vecchia di decenni, che l'Alberta finanzi il resto del Canada ricevendo troppo poco in cambio.

Carney, che è cresciuto proprio in Alberta, ha avvertito la provincia che rischia una propria Brexit e allo stesso tempo ha cercato di rispondere alle sue richieste concrete. Lo scorso novembre ha firmato un accordo con il governo provinciale per lavorare a un nuovo oleodotto. Poco dopo, a porte chiuse, ha sorpreso i deputati del suo partito aprendo un discorso proprio dal tema del separatismo. L'intesa, ha spiegato, non era solo un successo economico, ma una necessità strategica per tenere insieme il paese. "Era emozionato. Si sarebbe sentito cadere uno spillo", ha raccontato a Politico un deputato liberale presente.

Da allora il governo ha smantellato diverse politiche ambientali dell'era Trudeau, nonostante le proteste di una parte dei deputati liberali. L'ex ministro dell'ambiente Steven Guilbeault ha annunciato l'addio alla politica accusando il partito di "fare marcia indietro" sul clima. Il mese scorso l'esecutivo ha detto che la partnership per l'oleodotto verso la costa occidentale varrà 35 miliardi di dollari canadesi. A luglio Carney è andato tre volte nella provincia, due delle quali accanto alla premier Smith. Entrambi presentano il patto come la prova che il Canada funziona ancora per tutti i suoi cittadini, anche se molti separatisti rispondono che arriva con dieci anni di ritardo. "In Canada siamo più forti quando siamo uniti, quando ci prendiamo cura gli uni degli altri e ci assicuriamo che nessun bambino, nessuna famiglia, nessuno venga lasciato indietro", ha detto Carney a gennaio in un discorso ai canadesi e al suo governo.

Al raduno di Mirror, intanto, un venditore proponeva coltelli, storditori elettrici, pale tattiche, visori notturni e scudi protettivi, invitando gli albertani a difendersi da soli. Nel parcheggio c'erano pickup e SUV modificati per sembrare auto dello sceriffo con adesivi "Republic of Alberta", mentre alcuni partecipanti mostravano magliette artigianali con insulti a Carney. I federalisti, racconta Kenney, sono allarmati dal fatto che vicini, amici, familiari e a volte perfino coniugi siano "disposti a tradire il loro paese". Per l'ex premier il separatismo è diventato la causa in cui confluisce ogni battaglia del mondo conservatore: "È un ombrello perfetto per ogni ossessione, paranoia e ansia della destra".

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Washington, un anno dopo: la Guardia Nazionale è ancora nelle strade


Trump aveva inizialmente annunciato un'emergenza di 90 giorni contro il crimine. La missione invece è stata prorogata fino al 2029, mentre nella capitale cresce lo scontro sull'autonomia del distretto.

L'11 agosto 2025 Donald Trump ha annunciato un dispiegamento straordinario di forze federali a Washington per combattere la criminalità, promettendo di rendere la capitale "sicura e bella". Un anno dopo, i militari sono ancora lì e la missione è stata prorogata fino a gennaio 2029, cioè oltre le prossime elezioni presidenziali. Al 4 agosto risultavano schierati più di 4.600 uomini della Guardia Nazionale provenienti dal distretto e da ventiquattro tra Stati e territori, ai quali si aggiungono un numero imprecisato di agenti federali, impegnati in operazioni meno visibili. Una parte del contingente dovrebbe essere ritirata verso la fine dell'estate.

Il prolungamento della missione costerà circa 1,4 miliardi di dollari, secondo la stima trasmessa dal Dipartimento della Difesa al Congresso, calcolata però su una presenza media di 2.500 militari fino al 2029, ovvero quasi la metà di quelli attualmente in servizio. Piccoli gruppi di uomini armati sono ormai diventati parte del paesaggio urbano: hanno partecipato a operazioni di arresto, ma pattugliano anche zone turistiche e quartieri dove i reati violenti sono rari, dal Tidal Basin durante la fioritura dei ciliegi fino a Georgetown. Sono intervenuti in emergenze sanitarie, hanno spalato la neve e collaborato a operazioni di decoro urbano, attività apprezzate anche da una parte dei residenti.

Washington · Un anno di Guardia Nazionale

Un anno dopo, i militari sono ancora a Washington. E ci resteranno fino al 2029

Trump ha annunciato l’emergenza criminalità l’11 agosto 2025. La missione, nata come temporanea, arriva ora fino al gennaio 2029: attraversa le elezioni di midterm, supera le presidenziali e costa 1,4 miliardi di dollari.

Grafica di FocusAmerica 12 agosto 2026

La missione al 4 agosto 2026

Militari schierati
Costo della proroga

4.600

1,4 mld

uomini della Guardia Nazionale nella capitale, arrivati dal distretto e da 24 tra Stati e territori
di dollari fino al gennaio 2029, secondo la stima che il Pentagono ha mandato al Congresso

Un’emergenza lunga 1.258 giorni

Oggi


Un anno già trascorsoAltri 2 anni e 5 mesi davanti

11 ago 2025
Trump annuncia l’emergenza criminalità e schiera la Guardia Nazionale

3 nov 2026
Elezioni di midterm: si vota con i militari nelle strade

7 nov 2028
Elezioni presidenziali

20 gen 2029
Fine annunciata della missione, salvo decisione contraria del presidente

01Il conto

La stima da 1,4 miliardi copre poco più della metà degli uomini che oggi sono in città


Il Dipartimento della Difesa ha calcolato la spesa degli anni fiscali 2027-2029 ipotizzando una presenza media di 2.500 militari. Al 4 agosto ne risultavano schierati quasi il doppio.

2.500 la media su cui è calcolata la spesa 2.100 gli uomini in più presenti oggi

Ogni quadrato vale 100 militari. Una parte del contingente dovrebbe rientrare verso la fine dell’estate.

Ogni giorno un militare costa quasi il 60% in più di un agente di polizia

Guardia Nazionale 607 $

Agente della polizia metropolitana 384 $

Costo giornaliero per persona, secondo i calcoli del Niskanen Center. I militari sono armati e possono fermare una persona, ma non hanno il potere di arrestarla.

02Il merito conteso

Il crimine cala, ma i militari non hanno toccato i reati violenti


La polizia metropolitana registra un calo generale rispetto allo stesso periodo del 2025. Lo studio del Niskanen Center attribuisce alla Guardia Nazionale solo una parte di quel calo, e sempre nella stessa categoria di reati.

97

66
omicidi dal 1° gennaio al 7 agosto 2025
nello stesso periodo del 2026

Gli omicidi sono scesi del 32% in un anno.

−20%
la criminalità complessiva registrata dalla polizia, fino al 7 agosto

13.000
gli arresti che la procura federale attribuisce all’operazione

Che cosa lo studio attribuisce davvero alla Guardia Nazionale

Reati d’occasione: furti, effrazioni nelle auto, pacchi rubati −24%

Reati violenti: omicidi, aggressioni, rapine 0
nessun effetto misurabile

La curva scendeva già prima dell’arrivo delle truppe. I reati calano a Washington dal 2023, dopo anni di lavoro della polizia locale. I militari pattugliano soprattutto le zone turistiche e i nodi dei trasporti, dove avvengono i furti, non i quartieri poveri dove si concentrano gli omicidi.

03La geografia giudiziaria

Nelle altre città i giudici hanno fermato i militari. A Washington no


Apri una città per leggere che cosa hanno deciso i tribunali.

Washington Chicago Portland Los Angeles
Missione in corso Fermata dai giudici o ritirata

Washington In corso + Oltre 4.600 militari, missione prorogata al 2029

Il ricorso del procuratore generale del distretto, Brian Schwalb, ha vinto in primo grado, ma la corte d’appello ha lasciato proseguire il dispiegamento. La causa è ancora pendente.

Chicago Bloccata + Corte Suprema, 6 voti contro 3

Nel dicembre 2025 la Corte ha lasciato in vigore il blocco: il governo non ha indicato una norma che autorizzi l’esercito a far rispettare le leggi in Illinois. Contrari tre giudici: Alito, Gorsuch e Thomas.

Portland Illegittima + Un giudice federale dell’Oregon

La giudice Karin Immergut, nominata da Trump, ha stabilito che il presidente non aveva una base legale per mobilitare la Guardia Nazionale in Oregon: le proteste erano rientrate da mesi.

Los Angeles Ritirata + Dispiegamento finito dopo il blocco di un giudice

Alla fine del 2025 Trump ha annunciato di rinunciare, almeno per il momento, ai dispiegamenti a Chicago, Los Angeles e Portland.

04La ragione

Washington non è uno Stato, e il presidente lo sa


Il distretto federale è stato istituito dal Congresso: sulla polizia e sulla Guardia Nazionale locale il presidente ha poteri che negli Stati non possiede, a partire dal comando diretto e dalla nomina del comandante.

700.000+
residenti che pagano le tasse federali

0
rappresentanti con diritto di voto al Congresso

1973
l’anno dell’Home Rule Act

L’Home Rule Act lascia ai residenti il voto per il sindaco e per il consiglio comunale. Il Congresso però controlla il bilancio della città, può riesaminare ogni legge approvata e convocare gli amministratori locali per chiedere conto del loro operato.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su dati Associated Press (4 e 10 agosto 2026), Metropolitan Police Department, Dipartimento della Difesa, Niskanen Center e Corte Suprema degli Stati Uniti. Contorni geografici: US Atlas. I dati sui militari sono aggiornati al 4 agosto 2026, quelli sulla criminalità al 7 agosto 2026.

Il crimine cala, ma il merito è conteso


La Casa Bianca rivendica i risultati dell'operazione. "Il presidente Trump ha trasformato Washington da città in preda al crimine a rifugio sicuro e bello per i residenti e per i visitatori", ha dichiarato la portavoce Abigail Jackson. La procura federale del distretto attribuisce all'operazione più di 13.000 arresti. I dati della polizia metropolitana indicano, fino al 7 agosto, un calo della criminalità complessiva del 20% rispetto allo stesso periodo del 2025, con gli omicidi diminuiti del 32%, da 97 a 66. La curva, tuttavia, aveva già cominciato a scendere prima dell'arrivo delle truppe, anche grazie a politiche locali introdotte negli anni precedenti.

Uno studio attribuisce al dispiegamento una riduzione aggiuntiva di circa il 24%, concentrata quasi interamente nei reati contro il patrimonio e nei crimini d'occasione, ma nessuna ricerca ha finora dimostrato un legame tra la presenza dei militari e il calo dei reati violenti. "C'è una profonda ironia nel fatto che ci troviamo nella capitale del mondo libero e il nostro presidente la tratti come uno stato di polizia", ha detto Scott Michelman, direttore legale dell'ACLU del Distretto di Columbia. "I residenti di Washington convivono con la Guardia Nazionale nei loro quartieri da circa un anno, senza che ci sia mai stata una vera emergenza né alcuna ragione perché siano qui."

Il ricorso contro il dispiegamento nella capitale, presentato dal procuratore generale del distretto Brian Schwalb, è ancora pendente. Nelle altre città, invece, l'Amministrazione ha subito una serie di sconfitte giudiziarie: nel dicembre 2025 la Corte Suprema ha lasciato in vigore, con 6 voti contro 3, il blocco all'invio dei militari a Chicago, un giudice federale dell'Oregon ha dichiarato illegittima la mobilitazione delle truppe a Portland e Trump ha infine annunciato di rinunciare, almeno per il momento, ai dispiegamenti a Chicago, Los Angeles e Portland.

Washington rappresenta però un caso diverso: essendo un distretto federale istituito dal Congresso, il presidente esercita sulla polizia e sulla Guardia Nazionale locale poteri che negli Stati non possiede, compreso quello di comandare direttamente la Guardia e nominarne il comandante. Il Home Rule Act del 1973 consente ai residenti di eleggere il sindaco e il consiglio comunale, ma il Congresso mantiene il controllo sul bilancio cittadino, può riesaminare ogni legge approvata e convocare gli amministratori locali per chiedere conto del loro operato. Il delegato della città alla Camera, inoltre, non ha diritto di voto.

La battaglia per l'autonomia diventa politica


Il dispiegamento della Guardia Nazionale ha pesato anche sulle primarie democratiche di giugno, che hanno premiato i candidati più netti nella difesa dell'autonomia e della trasformazione di Washington in uno Stato. Janeese Lewis George, socialista democratica, è la favorita per la carica di sindaca in una città a larghissima maggioranza democratica, e Trump ha già minacciato di porre Washington sotto controllo federale se lei dovesse vincere.

Robert White Jr., anche lui favorevole alla statualità del distretto, ha vinto le primarie per il "seggio" al Congresso e punta a costruire "un esercito di residenti" e alleati da mobilitare nei collegi più competitivi, per contribuire alla sconfitta dei deputati ostili all'autonomia del Distretto di Columbia e sostenere quelli favorevoli. È la stessa strategia adottata nel 1972 dall'ex delegato Walter Fauntroy contro un deputato della South Carolina che si opponeva da tempo all'autonomia della città: "Non l'ha usata molte volte, ma ha fatto capire alla gente che era meglio lasciare in pace Washington", ha detto White all'Associated Press.

La sindaca uscente Muriel Bowser ha scelto invece una linea più prudente, evitando gli attacchi personali rivolti a Trump da altri esponenti democratici, nel tentativo di non irritare il presidente e di non mettere a rischio quel poco di autonomia che resta al Distretto. Il suo ufficio ha ribadito che la sicurezza dei cittadini rimane la priorità e che la difesa dell'auto governo resta "la nostra stella polare". In un video fissato sul suo profilo X, Bowser ricorda che la città conta più di 700.000 contribuenti americani che servono nell'esercito, aprono imprese e crescono figli senza avere una rappresentanza con diritto di voto al Congresso né il controllo della propria Guardia Nazionale.

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Popolarità Trump, numeri sempre in bilico alla deadline dei negoziati con l’Iran (16 agosto)


Il periodo agostano causa solo piccole oscillazioni sull’approvazione di Trump: i numeri si stabilizzano sul livello estremamente basso che ha contraddistinto il periodo di guerra con l’Iran, con le trattative che stanno ormai giungendo al termine e possibili conseguenze al momento imprevedibili.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana estiva non ha evidenziato grandi smottamenti: dopo aver toccato il livello di net rating più basso del mandato e in mezzo a tanti piccoli balzelli, la popolarità si è leggermente rialzata assestandosi su un livello comunque critico, tra i tanti bassi e i pochi alti registrati dall’inizio del conflitto in Iran.

Il periodo ferragostano non è particolarmente ricco di rilevazioni: il tasso di approvazione rimane inferiore al 40% in tutte le medie, mentre la disapprovazione si assesta un po’ sotto al 60%.

I numeri sono peggiorati notevolmente dall’inizio della guerra in Iran, e non si intravedono spiragli positivi considerando lo stallo nelle trattative di pace.

Situazione al limite per il tycoon, che resta dietro a Joe Biden nella classifica dei presidenti più impopolari a questo punto del mandato.

Il dato attuale, infatti, è peggiore rispetto alla già catastrofica media di Joe Biden nell’agosto 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di sempre dopo quasi diciannove mesi di presidenza. È di circa undici punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie tendono a riallinearsi, con un modesto aggiustamento verso l’alto per Focus America e una lieve diminuzione per Silver e RCP.

Come già accennato, dopo quasi diciannove mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciannove mesi del suo primo mandato e a quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 572 giorni di presidenza (-20,7 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, peggiore di Biden che con il suo -19,5 attraversava comunque un periodo di grande sofferenza.

Risulta molto indietro, come detto, anche rispetto al suo primo mandato, in cui era più del doppio più popolare, a -9,5.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 37% e il 39%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 58%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri, considerando la scadenza di domani dei negoziati con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
5 rilevazioni di 5 istituti — 16 agosto 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 1 sondaggio
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 1 sondaggio
Elettori registrati al voto

A

Adults · 3 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 16 agosto 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 38,1% (-0,4) - 58% (-0,3). In totale un net approval arrotondato di -19,9 (-0,1).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 39,1% (-0,2) - 58,4% (-). In totale un net rating di -19,3 (-0,2).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 37,3% (-0,2) - 58% (-1,1), con un net rating complessivo di -20,7 (+0,9). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

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Silver Bulletin

RealClearPolitics

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Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

Questa voce è stata modificata (4 settimane fa)

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Trump decide su tutto ma la colpa è sempre di qualcun altro


Il presidente attribuisce a Biden l'inflazione, ai vandali il degrado del Reflecting Pool e ai predecessori timidi la guerra con l'Iran. Il suo consenso sull'economia è sceso dal 40% al 32%.

Sulla scrivania di Harry Truman alla Casa Bianca c'era un cartello con la scritta "The buck stops here" (traducibile come "La responsabilità finale ricade su di me"). È una delle frasi più celebri della storia presidenziale americana e il presidente Donald Trump la applica quasi sempre al contrario: comanda su tutto, ma quando qualcosa va male la colpa è di qualcun altro.

L'economia debole e l'inflazione ancora alta sono responsabilità di Joe Biden, sostiene, anche se il predecessore democratico ha lasciato l'incarico da più di 18 mesi e anche se Trump aveva promesso un'inversione di rotta immediata. Il restauro finito male del Reflecting Pool, la grande vasca davanti al Lincoln Memorial a Washington, sarebbe colpa dei vandali, anche se l'ufficio della procuratrice che ha nominato lui ha detto che i danni erano dovuti a lavori fatti male. La guerra con l'Iran, sempre più impopolare, che tiene alto il prezzo del petrolio e basso il suo indice di gradimento, sarebbe il rimedio all'inerzia di quasi 50 anni di presidenti troppo timidi con le ambizioni nucleari di Teheran.

Tutti i presidenti moderni scaricano in qualche misura le responsabilità sugli altri, di solito su chi li ha preceduti o sul Congresso. Trump ha portato l'abitudine a un livello nuovo e ne ha fatto una strategia politica: è al comando di tutto e non è responsabile di niente quando le cose vanno storte. "Prendersi la responsabilità come caratteristica della leadership presidenziale, o di qualsiasi leadership, è assolutamente vero", ha detto all'Associated Press Nicole Anslover, professoressa di storia alla Florida Atlantic University e autrice di un libro su Truman e l'inizio della guerra fredda.

A novembre si vota per le elezioni di metà mandato e i repubblicani provano a mantenere il controllo del Congresso. Il rifiuto di accettare le critiche a volte porta Trump a negare che i problemi esistano e lascia i candidati repubblicani nelle corse più incerte senza argomenti da offrire a chi è preoccupato.

La Casa Bianca risponde che il presidente sta correggendo problemi che si trascinano da tempo, invece di ignorarli. Trump sta "giustamente affrontando i fallimenti dei suoi predecessori, mentre agisce per ottenere grandi vittorie per il popolo americano", ha detto la portavoce Taylor Rogers, che ha indicato una serie di politiche su cui i repubblicani possono fare campagna: i tagli alle tasse, il tentativo di abbassare il prezzo dei farmaci, la stretta sull'immigrazione e sul confine con il Messico, l'aumento della produzione interna di energia e l'andamento della borsa.

La frase sulla scrivania di Truman viene da "pass the buck" (scaricare la responsabilità su altri). Secondo la biblioteca presidenziale di Truman l'espressione risale ai tempi della frontiera, quando nel poker i giocatori si passavano un coltello con il manico in corno di cervo per indicare a chi toccava distribuire le carte. "Il presidente, chiunque sia, deve decidere", disse Truman nel discorso di addio del 1953. "Non può scaricare la responsabilità su nessuno. Nessun altro può decidere al posto suo. È il suo lavoro."

Trump un tempo diceva la stessa cosa. Nel 2013 sosteneva che nel gestire un'azienda "qualunque cosa accada, sei tu il responsabile. Se non accade, sei tu il responsabile". Accettando la nomination presidenziale nel 2016 disse: "Nessuno conosce il sistema meglio di me, ed è per questo che io da solo posso sistemarlo".

"La responsabilità è di tutti", disse invece nel 2019, durante il lungo shutdown, il blocco delle attività federali per mancanza di fondi. Nel 2020, lo stesso giorno in cui dichiarò l'emergenza nazionale per la pandemia di coronavirus, disse: "Non mi assumo alcuna responsabilità" per la mancanza di test.

Truman si assunse la piena responsabilità del lancio delle bombe atomiche sul Giappone, anche se era stato informato dell'esistenza di quelle armi solo alla morte del suo predecessore Franklin Delano Roosevelt, ha ricordato Anslover. John Fitzgerald Kennedy vide crescere il proprio consenso dopo aver ammesso di essere responsabile del fallimento dello sbarco nella Baia dei Porci a Cuba. Ronald Reagan si scusò per il proprio eventuale coinvolgimento nello scandalo Iran-Contra, pur dicendo di non essere sicuro di avere colpe: "La responsabilità si ferma qui, con me", disse allora.

Nella sua ultima conferenza stampa, all'inizio del 2009, George W. Bush elencò una serie di errori commessi, tra cui il non aver trovato armi di distruzione di massa in Iraq. Il suo successore Barack Obama disse "ho fatto un casino" dopo che Tom Daschle, il suo candidato alla guida della sanità, aveva ritirato la candidatura per delle tasse arretrate non pagate. I presidenti precedenti a Trump "di solito si assumono davvero la responsabilità", ha detto Anslover.

Trump ha ammesso in una recente intervista a Punchbowl News, sito che si occupa di Congresso, che gli elettori sono arrabbiati, ma ha aggiunto che non ce l'hanno con lui, bensì con i repubblicani del Congresso. Ritiene che il partito possa mantenere le maggioranze dopo novembre e ha chiarito che, se i repubblicani perdessero, non sarebbe colpa sua. Aveva detto una cosa simile prima delle elezioni di metà mandato del 2018, quando anticipò che non avrebbe accettato la responsabilità di un'eventuale sconfitta alla Camera. Il partito perse la Camera.

Il consenso di Trump sull'economia, un tempo considerato tra i suoi punti di forza, è sceso dal 40% del marzo 2025 al 32% di luglio, secondo i sondaggi dell'Associated Press-NORC Center for Public Affairs Research. Circa 6 americani adulti su 10 dicono che le politiche economiche del presidente hanno peggiorato le condizioni dell'economia, secondo il Pew Research Center.

"Il pubblico si aspetta certamente che il presidente si preoccupi e si concentri sul rendere la vita meno cara", ha detto il sondaggista repubblicano Frank Luntz. È un tema che per gli elettori pesa più che nel 2024.

Trump indica invece Biden, sotto il quale l'inflazione toccò il 9,1% nel 2022, il livello più alto in 40 anni, mentre la pandemia scuoteva ancora l'economia mondiale, per poi scendere al 2,7% a novembre 2024. Il mese scorso, spinta dalla guerra con l'Iran, è rallentata al 3,4%. "Quando siamo arrivati abbiamo ereditato una catastrofe totale", ha detto Trump a un recente comizio, per poi aggiungere: "Ho ereditato quei prezzi alti, giusto perché sia chiaro".

Andrew Bates, stratega democratico ed ex portavoce della Casa Bianca di Biden, ha ricordato che Trump non parla più della promessa elettorale di mettere fine all'inflazione dal primo giorno di mandato. "Può darsi che non si ricordi di aver fatto quelle promesse, ma gli elettori in bilico se lo ricordano benissimo", ha detto Bates.

Il presidente ha definito la guerra con l'Iran "una piccola escursione" o "una deviazione". Per ridimensionarne la durata cita spesso il Vietnam e l'Afghanistan, durati anni, anche se il conflitto iraniano, che all'inizio disse sarebbe finito in quattro o cinque settimane, si trascina al sesto mese senza una fine chiara all'orizzonte.

Sul Reflecting Pool Trump ha spostato la colpa sul passato, sostenendo falsamente che Biden e Obama avrebbero speso "centinaia di milioni di dollari" senza riuscire a sistemarlo. La sua difesa principale però resta il vandalismo. Finora almeno quattro procedimenti per danneggiamento, compreso il più noto, quello contro un canoista olimpico, sono stati archiviati per mancanza di prove.

Dopo più di 11 anni in politica Trump ha dimostrato di non temere la violazione delle norme di comportamento presidenziale e molti dei suoi sostenitori più fedeli non sembrano infastiditi, ha detto Anslover. Per una parte degli americani, secondo lei, è cambiato il modo di vedere la presidenza, mentre altri si sentono legittimati a dire che hanno le loro priorità e che i fatti non sono tra queste.


Per gli elettori americani il costo della vita ora conta più che nel 2024


Oggi il 36% degli americani indica l'inflazione e i prezzi come il problema più importante del Paese. Nell'ottobre 2024, poche settimane prima del voto che ha riportato Donald Trump alla Casa Bianca, a dare la stessa risposta era il 24%. La quota è cresciuta con regolarità nell'ultimo anno: a maggio era al 30% ed è salita al 36% nell'ultima rilevazione diffusa questa settimana dal sondaggio periodico di YouGov e dell'Economist sulle priorità degli americani.

A maggio il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti ha raggiunto i 4,48 dollari al gallone, poco meno di quattro litri. Nello stesso mese l'inflazione è salita al livello più alto degli ultimi tre anni, spinta soprattutto dalla guerra con l'Iran, che si trascina da mesi e ha interrotto le rotte delle forniture. Dal 2022 gli americani considerano l'inflazione uno dei problemi più gravi del Paese e ne hanno tenuto conto anche nelle urne. Nel 2024 il carovita e le condizioni dell'economia sono stati tra i principali fattori che hanno favorito l'elezione di Trump.

Più della metà degli intervistati in un sondaggio Ipsos del 2 e 3 giugno ha dichiarato di aver tagliato le spese non essenziali dopo l'aumento del prezzo della benzina e del costo della vita. Più di un terzo ha rinviato gli acquisti più costosi o scelto marche meno care. Proprio sull'inflazione e sul costo della vita Trump registra il giudizio peggiore tra tutti i temi monitorati: il saldo tra chi approva e chi disapprova il suo operato su questo fronte è quasi 20 punti inferiore al suo saldo complessivo ed è peggiorato di oltre 40 punti dall'inizio del mandato, secondo la media dei sondaggi raccolta da FiftyPlusOne e calcolata da G. Elliott Morris.

Il prezzo politico del carovita

L’inflazione presenta il conto a Trump


Prezzi e costo della vita sono tornati in cima alle preoccupazioni degli americani e stanno ridisegnando la corsa alle elezioni di metà mandato.

Grafica di FocusAmericaDati al 6 agosto 2026

La salita

Un problema che cresce da un anno


Quota di americani che indica l’inflazione e i prezzi come il problema più importante del Paese (YouGov/The Economist).

4,48 $
Prezzo medio della benzina al gallone a maggio, quando l’inflazione ha toccato il massimo degli ultimi tre anni

1 su 2
Più di un americano su due ha tagliato le spese non essenziali dopo i rincari (Ipsos, giugno)

Il punto debole

Sull’inflazione Trump riceve il giudizio più severo


Saldo fra chi approva e chi disapprova la gestione del carovita da parte del presidente (media dei sondaggi FiftyPlusOne).


Oltre
−40punti
Il calo del saldo dall’inizio del mandato: nessun altro tema è peggiorato così tanto.

Sul carovita il giudizio è quasi 20 punti più severo di quello complessivo sul presidente.

Il sorpasso

Per la prima volta in dieci anni l’economia premia i Democratici


«Di quale partito ti fidi di più sull’economia?» — Ipsos/Reuters, 29 luglio–3 agosto 2026.

37%DemocraticiDem.

27%Né l’uno né l’altroNessuno

36%RepubblicaniRep.

Un solo punto separa i due partiti — e oltre un quarto degli americani non ne sceglie nessuno

Dall’insediamento di Trump il vantaggio democratico su questo tema è cresciuto di oltre 20 punti.

La posta in gioco

A novembre i Democratici partono avvantaggiati


Intenzioni di voto per la Camera e gradimento del presidente, medie FiftyPlusOne al 6 agosto.

Generic ballot — elettori probabili

Democratici 49,0%+6,5

In lieve calo dal 49,4% del 31 luglio, ma il distacco resta ampio.

Repubblicani 42,5%

In discesa dal 43,5% del 31 luglio.

Gradimento del presidente — adulti

Approva 36,8%

In lieve risalita dal minimo del 36,1% toccato il 31 luglio.

Disapprova 59,9%

Era al 61% una settimana fa.

Fonti: YouGov/The Economist; Ipsos (2–3 giugno 2026); Ipsos/Reuters (29 luglio–3 agosto 2026); FiftyPlusOne, media dei sondaggi elaborata da G. Elliott Morris.

L'economia diventa un problema politico per i Repubblicani


Per la prima volta in dieci anni, più americani si fidano dei Democratici che dei Repubblicani sulla gestione dell'economia. Nell'ultimo sondaggio Ipsos per Reuters, condotto tra il 29 luglio e il 3 agosto, il 37% ha indicato i Democratici e il 36% i Repubblicani. Da quando Trump si è insediato, il vantaggio democratico su questo tema è cresciuto di oltre 20 punti.

I deputati democratici hanno scelto il carovita come tema centrale della campagna per le elezioni di metà mandato. Alcuni parlamentari repubblicani temono invece che il loro partito non stia facendo abbastanza per contrastare l'aumento dei costi. I candidati di entrambi gli schieramenti cercano così di presentarsi come i migliori difensori del portafoglio degli elettori.

Nel 2024 i Democratici avevano cercato di prendere le distanze dai giudizi negativi sull'economia dell'allora presidente Joe Biden e dall'inflazione che aveva segnato gran parte del suo mandato, senza riuscirci: persero la presidenza e il Senato. Per i Repubblicani il compito potrebbe essere ancora più difficile, perché dovrebbero prendere le distanze da un presidente in carica mentre il giudizio sulla sua gestione dell'inflazione continua a peggiorare.

Non tutti gli elettori, naturalmente, decidono il proprio voto sulla base di un solo tema. Nei sondaggi restano ai primi posti anche la sanità, la previdenza sociale e lo stato della democrazia. E chi disapprova la gestione dell'inflazione non voterà necessariamente per i Democratici a novembre. Il vantaggio democratico nel generic ballot — la domanda con cui i sondaggisti chiedono quale partito si voterebbe alle elezioni per la Camera senza indicare i nomi dei candidati — è comunque arrivato a circa 7 punti. La quota di elettori probabili intenzionati a votare repubblicano è scesa dal 43,5% del 31 luglio al 42,5%, mentre quella democratica è passata dal 49,4% al 49%. I dati sono aggiornati alle 13 del 6 agosto sulla costa orientale degli Stati Uniti, le 19 in Italia.

Gli altri segnali dai sondaggi


L'indice di gradimento del presidente tra gli adulti americani è leggermente risalito dopo il minimo della settimana scorsa: il 31 luglio era al 36,1%, con il 61% di giudizi negativi; ora è al 36,8%, contro il 59,9% di disapprovazione. La popolarità di Trump è crollata molto più di quanto siano cresciuti i Democratici nel generic ballot, che tende comunque a spostarsi verso il partito all'opposizione negli ultimi mesi della campagna elettorale.

Il 55% degli americani ritiene che l'Amministrazione si sia spinta troppo oltre nell'inviare agenti federali dell'immigrazione nelle città, in calo rispetto al 62% di febbraio, secondo un sondaggio AP-NORC condotto dal 23 al 27 luglio. La quota di chi pensa che il governo abbia ecceduto nel limitare l'immigrazione legale è scesa dal 54% al 51%, mentre quella di chi ritiene eccessive le espulsioni degli immigrati che vivono illegalmente nel Paese è passata dal 52% al 47%.

Il 68% degli americani ritiene che la guerra in Iran non sia valsa i costi sostenuti, secondo un sondaggio Ipsos per il Chicago Council on Global Affairs, centro studi di politica estera, condotto dal 10 al 21 luglio. Lo pensa il 91% dei Democratici e il 76% degli indipendenti. Tra i Repubblicani, invece, il 63% ritiene che la guerra sia valsa i suoi costi e il 36% che non lo sia stata. Nel complesso, la quota di americani che considera il programma nucleare iraniano una minaccia critica è scesa al 49%, mentre tra i Repubblicani è salita dal 56% del 2023 al 68% di oggi.

Infine, il 16% degli americani dichiara di aver vissuto almeno un periodo da senzatetto, secondo un sondaggio YouGov condotto dal 28 al 30 luglio. Il 61% considera il fenomeno un problema molto serio e un altro 29% abbastanza serio. Il 77% chiede che il governo federale faccia di più, mentre il 70% rivolge la stessa richiesta agli Stati e alle amministrazioni locali. Solo l'11% ritiene che il problema sia al di fuori del controllo della politica.


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Trump vuole i sigilli presidenziali dorati sulla facciata della nuova sala da ballo


Le decorazioni in oro compaiono nelle immagini allegate al ricorso alla Corte Suprema, ma non erano nei piani approvati dalle commissioni federali. I lavori vanno fermati entro il 21 agosto.

Il presidente Donald Trump vuole applicare sigilli presidenziali di colore oro sulla facciata esterna della nuova sala da ballo della Casa Bianca. Le decorazioni compaiono nelle immagini di progetto che l'Amministrazione ha reso pubbliche venerdì, allegandole a una richiesta d'urgenza alla Corte Suprema per poter andare avanti con i lavori.

Nelle immagini un grande Sigillo degli Stati Uniti dorato campeggia dentro il timpano dell'edificio, la parte triangolare che sormonta il colonnato. Un secondo emblema dorato, più piccolo, è collocato accanto alle finestre ad arco. Gli interni sono coperti di rifiniture in oro, con applique, lanterne sospese e pavimenti in marmo giallo.

I piani che la Casa Bianca aveva presentato per la sala da ballo non contenevano i sigilli dorati né le altre dorature sulla facciata. Il progetto era stato approvato all'inizio dell'anno da due agenzie federali che il presidente ha riempito di suoi fedelissimi. La prima è la Commission of Fine Arts, l'organismo che valuta l'aspetto delle opere architettoniche nella capitale; la seconda è la National Capital Planning Commission, che si occupa della pianificazione urbanistica di Washington. Il regolamento della Commission of Fine Arts prevede che le modifiche a un progetto già approvato siano sottoposte a un nuovo esame.

Dettagli decorativi come i sigilli di solito non richiedono una seconda approvazione se i commissari hanno già dato il via libera al progetto complessivo, ha detto al Washington Post Bryan Clark Green, storico dell'architettura e membro della National Capital Planning Commission dal 2022 al 2025, quando Trump lo ha licenziato. La commissione guarda soprattutto alla posizione, alle dimensioni e all'ingombro di un edificio, decisioni che arrivano prima nel processo di sviluppo del progetto.

Le due commissioni hanno dato il via libera alla sala da ballo sulla base dei soli concetti preliminari, senza aspettare di esaminare il progetto definitivo. Ex funzionari hanno definito la scelta senza precedenti e in contrasto con i requisiti fissati dalle agenzie stesse. "Ci sono sempre stati due esami", uno del concetto preliminare e uno del piano finale, ha detto l'architetto Bruce Redman Becker, nominato nella Commission of Fine Arts da Joe Biden e rimosso da Trump l'anno scorso. Non è chiaro quanto le commissioni siano disposte a opporsi alle nuove dorature, dato che tutti i loro membri sono stati scelti dal presidente.

La Casa Bianca ha rivendicato il progetto senza rispondere alle domande sul perché i sigilli dorati siano stati aggiunti e se la modifica imponga nuove verifiche federali. "Il presidente Trump continua a realizzare ristrutturazioni necessarie e attese da tempo per abbellire la Casa del Popolo, mentre celebriamo il 250esimo anniversario dell'indipendenza della nostra grande nazione", ha dichiarato il portavoce Davis Ingle. "Grazie al costruttore in capo, la Casa Bianca sarà adeguatamente glorificata e resterà in ottime condizioni per le generazioni a venire".

Una corte d'appello federale ha ordinato questo mese all'Amministrazione di fermare il cantiere entro il 21 agosto, dando ragione a un'associazione per la tutela dei beni storici. Secondo l'associazione il presidente ha ecceduto i suoi poteri costruendo con donazioni private un ampliamento di 90.000 piedi quadrati, circa 8.400 metri quadrati, senza l'approvazione del Congresso.

I funzionari della Casa Bianca hanno detto ai giudici della Corte Suprema che l'opera è completa al 65% e che è troppo tardi per fermarla. La consegna è prevista per agosto 2028 e qualsiasi ritardo, ha scritto nel ricorso il funzionario Joshua Fisher, metterebbe a rischio "tutto quello che abbiamo fatto finora".

La sala da ballo dovrebbe costare circa 600 milioni di dollari, di cui grosso modo la metà a carico dei contribuenti, secondo un'inchiesta del Washington Post. È il triplo della stima iniziale di 200 milioni annunciata dalla Casa Bianca, che aveva assicurato che i soldi sarebbero arrivati tutti da donatori privati.

Sotto la sala da ballo l'Amministrazione sta realizzando un complesso di sicurezza progettato per resistere a "bombe, razzi, missili, perfino esplosioni nucleari", ha scritto Fisher. Le dimensioni della parte sotterranea restano poco chiare: il piano ufficiale della National Capital Planning Commission indica circa 22.000 piedi quadrati, poco più di 2.000 metri quadrati, mentre Trump ha detto che il complesso scende per sei piani. Il progetto prevede anche un porto per i droni sul tetto, dove le immagini mostrano militari in divisa attorno a una fila di velivoli senza pilota.

James Hoban, l'architetto che progettò la Casa Bianca, cercò la semplicità per far capire che l'edificio sarebbe stato la Casa del Popolo e non la residenza di un re. Non mise oro all'esterno della villa e la tradizione fu rispettata anche quando vennero costruite l'Ala Est e l'Ala Ovest. Trump ha invece scelto uno stile di colonne più elaborato. L'interno dorato assomiglia alla sala da ballo che ha fatto ristrutturare nella sua residenza di Mar-a-Lago in Florida, ispirata secondo le sue parole alla reggia di Versailles.

I funzionari nominati da Trump nelle commissioni che hanno esaminato e approvato i piani avevano detto che era importante che l'ampliamento fosse coerente sul piano stilistico con la residenza originale. "Apprezzo molto l'uniformità e la coerenza tra la residenza presidenziale e il linguaggio architettonico neoclassico che questo progetto porta avanti", ha detto Paul Ingrassia, alto funzionario della General Services Administration, l'agenzia che gestisce gli immobili del governo federale, alla riunione di marzo della National Capital Planning Commission.

Trump ha già aggiunto decorazioni dorate alla Casa Bianca, soprattutto nello Studio Ovale. Ha poi approvato altri abbellimenti, tra cui un eliporto largo circa 30 metri che sarà circondato dal sigillo presidenziale.

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In Wisconsin i sondaggi hanno sbagliato perché prevedevano un elettorato troppo giovane


La rianalisi dei dati grezzi di un istituto trova tre cause: parametri tarati su un elettorato troppo giovane e progressista, la rimonta di Crowley dopo le ultime interviste e chi non risponde.

I sondaggi finali delle primarie democratiche per il governatore del Wisconsin davano Francesca Hong avanti di 22 punti su David Crowley, che cinque giorni dopo ha vinto per mezzo punto, 39,8% a 39,3%. G. Elliott Morris ha rianalizzato i dati grezzi di uno degli istituti che erano sul campo e ha trovato tre cause dell'errore, quasi tutte correggibili.

L'istituto è State Navigate, una organizzazione non profit che nelle elezioni per governatore di Virginia e New Jersey del 2025 era stata la più precisa di tutte. Morris aveva costruito per loro il programma di ponderazione dei sondaggi e in cambio ha ottenuto i dati grezzi da analizzare pubblicamente, senza mostrare i risultati all'istituto prima di pubblicarli. A fine luglio la loro rilevazione dava Hong al 44% e Crowley al 15%. In quella di agosto, con le interviste chiuse il 6, Hong era ancora al 44% e Crowley al 22%. Un errore di 22 punti sul margine non è normale nemmeno per una primaria, dove l'errore medio di un sondaggio per il Senato o per il governatore è di circa 13 punti.

Il problema non sta nel trattamento dei dati. Rifacendo i conti sui file grezzi con gli stessi parametri usati dall'istituto, Morris riproduce quasi esattamente i numeri pubblicati. L'errore sta in quello a cui il sondaggio è stato ponderato. Ogni sondaggio corregge il campione raccolto per farlo somigliare all'elettorato che i ricercatori si aspettano alle urne: se tra gli intervistati ci sono troppi giovani, il loro peso viene ridotto. Se però il modello di elettorato è sbagliato, la correzione allontana il risultato dalla realtà invece di avvicinarlo.

L'anagrafe elettorale del Wisconsin, il registro pubblico che negli Stati Uniti tiene traccia di chi è iscritto a votare e a quali elezioni ha partecipato, descrive un elettorato delle primarie composto per il 52-53% da persone dai 65 anni in su e per il 2-3% da under 30. Il campione di luglio era per il 36% di over 65 e per il 17% di under 30, cioè metà anziano e otto volte più giovane dell'elettorato che voleva misurare.

Chaz Nuttycombe, direttore di State Navigate, ha spiegato a Morris di avere costruito i parametri partendo dall'anagrafe, calcolando etnia, istruzione, area geografica, età, genere e tipo di iscrizione di chi aveva votato alle primarie precedenti in Wisconsin. Poi ha corretto quei valori sulla base delle primarie più recenti del 2025 e del 2026. La correzione ha alzato la quota di giovani, portandola al 9% di 18-29enni nel sondaggio contro il 2% dell'anagrafe. I pesi hanno quindi cambiato pochissimo il campione, perché gli intervistati somigliavano già ai parametri scelti.

Gli altri istituti hanno lavorato in due fasi: prima hanno reso il campione rappresentativo di tutti gli elettori registrati del Wisconsin, poi hanno lasciato che fossero gli intervistati a dire se sarebbero andati a votare alle primarie democratiche, a quelle repubblicane o a nessuna delle due. La precisione dipendeva così dal fatto che chi si autoselezionava fosse rappresentativo di chi poi vota davvero. Gli elettori che hanno risposto erano troppo giovani e troppo di sinistra.

Ripesando le due rilevazioni sull'anagrafe elettorale, per partito, età, etnia, sesso e istruzione, l'errore sul margine di agosto scende da 24 punti a circa 14. Nei numeri pubblicati da State Navigate il 17% degli intervistati si definiva socialista democratico e un altro 43% progressista, molto progressista o estremamente progressista. Anche dopo aver riportato età, etnia, sesso, istruzione e partito ai valori dell'anagrafe, il campione restava composto per il 38% da elettori che si dicono "molto liberal". Fissando quella quota al 25% registrato nelle primarie del 2016 dai sondaggi all'uscita dai seggi, l'errore sul margine crolla. Aggiungendo ai parametri anche il reddito si scende a circa 3 punti.

Nessuna fonte ufficiale dice però quanti elettori "molto liberal" ci siano davvero in uno Stato, ed è il motivo per cui i sondaggisti evitano di ponderare per ideologia: senza un dato di riferimento la scelta resta arbitraria e rischia di sembrare un modo per aggiustare il risultato. Morris propone di pubblicare più stime alternative, ciascuna con un'ipotesi diversa sulla composizione ideologica dell'elettorato.

La rimonta di Crowley è la seconda causa dell'errore e riguarda quello che è successo dopo la chiusura delle interviste. La rilevazione di agosto ha reintervistato 633 delle persone già sentite a luglio, riconoscendole una per una grazie a un codice dell'anagrafe elettorale. Tra loro il vantaggio di Hong è sceso di circa 7 punti in dieci giorni, da 33,6 a 27,1, quando mancavano ancora cinque giorni al voto. Morris stima che Crowley guadagnasse circa due terzi di punto al giorno nelle ultime settimane e che la corsa si sia spostata di 6-10 punti in suo favore dopo l'uscita degli ultimi sondaggi.

Mandela Barnes si è ritirato tra le due rilevazioni e i suoi elettori sono andati per il 25% a Crowley e per il 19% a Hong, con un altro 14% a Kelda Roys. Gli indecisi che nel frattempo avevano scelto si sono divisi per il 40% su Crowley, per il 40% su altri candidati e solo per il 20% su Hong. Il 6 agosto quasi la metà di loro era ancora senza una preferenza, con la parte moderata dell'elettorato che si è compattata soltanto nel giorno del voto. Distribuendo gli indecisi del sondaggio di agosto secondo gli stessi flussi, la corsa diventa un pareggio: Hong 34,4 e Crowley 34,3, contro un margine reale di mezzo punto.

La terza causa è chi ai sondaggi non risponde. Forzando la rilevazione di agosto a riprodurre il risultato vero, la composizione del campione cambia poco, con gli over 65 che salgono dal 43% al 46% e chi si definisce "molto liberal" che scende dal 41% al 36%. La distorsione non stava quindi nel mix demografico ma dentro ogni gruppo, perché anche gli elettori anziani e moderati che hanno risposto erano più favorevoli a Hong di quelli che sono andati davvero a votare. Tra i 1.284 intervistati di luglio il 51,2% dei sostenitori di Hong ha risposto anche alla seconda intervista, esattamente come il 51,2% di quelli di Crowley.

Applicando un metodo statistico pubblicato nel 2019 sul Journal of the Royal Statistical Society da Rebecca Andridge, Brady West e Rod Little, che simula come cambierebbero i risultati se la scelta di rispondere dipendesse in parte dal voto stesso, Morris stima che la mancata risposta abbia gonfiato Hong di 0-5 punti, circa un decimo dello scarto tra sondaggi e urne. Il resto è la somma di parametri sbagliati e movimento tardivo.

L'anagrafe del Wisconsin è piena di dati mancanti o sbagliati e l'età è la variabile più problematica. Nel documento metodologico State Navigate ha scritto che "molti elettori del Wisconsin hanno come anno di nascita il 1800 e noi non crediamo nei vampiri". Si tratta in genere di iscritti recenti e molto giovani. Circa la metà di quelli intervistati con quell'anno di nascita ha detto di avere tra i 18 e i 29 anni. Rifacendo i calcoli con ipotesi via via più aggressive su quanti di questi elettori siano davvero giovani, il vantaggio finale di Hong passa da 2,4 punti a 8,4 punti man mano che sale la quota di under 30, perché i giovani che hanno risposto a quel sondaggio erano quasi tutti suoi elettori.

Morris lascia quattro indicazioni ai sondaggisti: ponderare i sondaggi sulle primarie usando i dati dell'anagrafe su chi alle primarie ha votato davvero, restare sul campo fino all'ultimo fine settimana, verificare quanto i risultati cambiano al variare delle ipotesi sull'ideologia (in Wisconsin valgono circa 11 punti di margine) e trasformare l'analisi della mancata risposta in un controllo di routine prima della pubblicazione. Ripesati con i parametri corretti, quei sondaggi sbagliano più o meno quanto il sondaggio medio di una primaria.


David Crowley vince a sorpresa le primarie Dem per il governatore del Wisconsin


David Crowley ha vinto la primaria democratica per la carica di governatore del Wisconsin. Ha battuto per circa 3mila voti su quasi 790mila la socialista-democratica Francesca Hong, che i sondaggi davano avanti di una ventina di punti. L'Associated Press ha assegnato la vittoria alle 2:34 di notte (le 9:34 in Italia), al termine di uno spoglio in cui i due si sono scambiati più volte vantaggi di poche centinaia di voti. Crowley, 40 anni, a capo del governo della contea di Milwaukee, affronterà il 3 novembre il repubblicano Tom Tiffany, deputato sostenuto dal presidente Donald Trump, in uno degli stati più contesi del paese.

Con oltre il 95% delle schede scrutinate, Crowley ha ottenuto il 39,8% dei voti contro il 39,4% di Hong, mentre la terza classificata, la senatrice statale Kelda Roys, si è fermata al 7,5%. La legge del Wisconsin permette allo sconfitto di chiedere un riconteggio quando il distacco è inferiore a un punto percentuale (qui è di circa 0,4). Nella notte, con i risultati ancora incerti, Hong ha parlato ai sostenitori senza ammettere la sconfitta: "so che non abbiamo i risultati definitivi, ma so che siamo pronti a continuare a combattere".

Lo scrutinio è stato segnato da un errore a Milwaukee, dove le chiavette consegnate al centro di conteggio contenevano i registri di controllo invece dei risultati di almeno 28mila schede postali della città. La direttrice della commissione elettorale cittadina ha parlato di un "errore umano" che ha ritardato di ore il momento decisivo della serata. Quando i voti sono stati caricati, hanno premiato Crowley con circa 5 punti di vantaggio e hanno chiuso la corsa.

Hong arrivava al voto da favorita dopo essere stata davanti in tutti i sondaggi per mesi. L'ultima rilevazione della Marquette University la dava al 38% contro il 7% di Crowley e le medie stimavano un vantaggio intorno ai 20 punti. Lo scarto tra sondaggi e urne supera quello del Michigan, dove la settimana scorsa il progressista Abdul El-Sayed aveva vinto con un solo punto di margine una primaria per il Senato in cui era dato avanti in doppia cifra, un errore di circa 12 punti.

Per Crowley la vittoria completa una rimonta cominciata un mese fa. Si era ritirato dalla corsa l'8 luglio con consensi a una cifra e fondi in esaurimento, per poi rientrare dieci giorni dopo, quando la campagna della vicegovernatrice Sara Rodriguez era crollata per irregolarità nei conti. Il governatore uscente Tony Evers lo ha appoggiato con una mossa considerata rara e ha girato lo stato con lui nell'ultima settimana. La campagna di Crowley ha raccolto a fine luglio quasi il triplo dei fondi dell'intero anno precedente e ha beneficiato di oltre 3 milioni di dollari di spese di comitati esterni.

Su Hong hanno pesato le vecchie posizioni riemerse nel finale di campagna, dai post sul definanziamento della polizia a quelli per abolire il Senato degli Stati Uniti e cancellare la festa del Ringraziamento, tutti ritrattati nelle ultime settimane senza spegnere le polemiche. Una parte dei democratici temeva che la sua candidatura avrebbe consegnato ai repubblicani uno stato che nel 2024 ha registrato il margine presidenziale più stretto del paese. Evers aveva spiegato così il suo intervento contro di lei: Hong "ha passato l'intera campagna a occuparsi non dei problemi, ma di quello che c'è su Twitter".

Cresciuto nella zona nord di Milwaukee da genitori con problemi di dipendenze e salute mentale, sfrattato tre volte da bambino, Crowley amministra dal 2020 la contea più popolosa dello stato. È il primo afroamericano e il più giovane di sempre in quel ruolo e se vincesse a novembre sarebbe il primo governatore nero del Wisconsin. In campagna ha promesso di costruire più case, migliorare il sistema sanitario e portare il salario minimo statale dagli attuali 7,25 dollari l'ora a 20 dollari entro il 2030.

La corsa di novembre parte aperta, perché le ultime tre elezioni per il governatore del Wisconsin senza un uscente in campo hanno cambiato ogni volta il partito al potere. Tiffany, 68 anni, ha vinto facilmente la sua primaria e ha detto che la strategia non cambierà con Crowley: "non c'è un centesimo di differenza tra i candidati democratici". Evers lo ha festeggiato su X nella notte definendolo "il futuro del nostro partito" e scrivendo che "per ora balliamo la polka. Domani torniamo al lavoro per vincere".

Primarie democratiche · Wisconsin

Crowley batte Hong per 3.000 voti nella corsa a governatore del Wisconsin

L’Associated Press assegna a Crawley una vittoria per 3.211 voti, quattro decimi di punto, sulla deputata statale Francesca Hong, con circa il 2 per cento delle schede che restano ancora da scrutinare. A novembre sfiderà il repubblicano Tom Tiffany nella corsa per la successione a Tony Evers.

David Crowley 39,8%
Esecutivo della contea di Milwaukee · 313.321 voti

Francesca Hong 39,4%
Deputata statale di Madison · 310.110 voti

Kelda Roys 7,5%
Senatrice statale di Madison · 59.013 voti

Joel Brennan 4,7%
Ex segretario all’Amministrazione · 36.981 voti

Sara Rodriguez 4,1%
Vicegovernatrice · 32.505 voti

Mandela Barnes 4,1%
Ex vicegovernatore · 32.239 voti

787.678 voti conteggiati 98% scrutinato

Crowley in vantaggio Hong in vantaggio
MadisonMilwaukeeEau ClaireGreen Bay Margine in voti10.0002.500500

Crowley è avanti in 52 contee su 72, Hong in 20: sue Madison e le città universitarie, con lo scarto più ampio dello stato nella contea di Dane (+11.182 voti). Crowley ha vinto la sua, Milwaukee, per appena 2.392 voti.

Fonte Associated Press, dati raccolti dal New York Times, aggiornati alle 9:52 italiane del 12 agosto 2026 con lo scrutinio al 98 per cento. Primarie democratiche dell’11 agosto 2026 per la carica di governatore del Wisconsin.

Martedì si votava anche in Minnesota, Connecticut e Vermont, oltre che in un'elezione speciale in South Carolina, con un bilancio misto per la sinistra democratica. In Minnesota la vicegovernatrice progressista Peggy Flanagan ha battuto di quasi 20 punti la deputata centrista Angie Craig nella primaria democratica per il Senato, nonostante circa 16 milioni di dollari di spese esterne a favore della rivale. "Per mesi vi ho detto che questa campagna era i molti contro i soldi", ha detto Flanagan ai sostenitori, "indovinate un po', i molti hanno appena vinto".

Flanagan, 46 anni e membro della nazione Ojibwe di White Earth, sarebbe la prima donna nativa americana eletta al Senato. Affronterà la repubblicana Michele Tafoya, ex giornalista sportiva televisiva, per il seggio della democratica uscente Tina Smith, in uno stato che non elegge un senatore repubblicano dal 2002. Sempre in Minnesota la senatrice Amy Klobuchar ha ottenuto quasi senza rivali la candidatura democratica per governatore, dopo la rinuncia di Tim Walz travolto a gennaio da uno scandalo sulle frodi nei programmi sociali dello stato. Tra i repubblicani la presidente della Camera statale Lisa Demuth ha sconfitto Mike Lindell, il fondatore dell'azienda di cuscini MyPillow sostenuto da Trump e tra i più noti negazionisti della sua sconfitta del 2020.

In South Carolina la senatrice Darline Graham, nominata a luglio per completare il mandato del fratello Lindsey Graham, morto un mese fa, non ha raggiunto la maggioranza necessaria a vincere subito la primaria repubblicana speciale per il Senato, nonostante il sostegno di Trump. Il 25 agosto andrà al ballottaggio contro Ralph Norman, deputato veterano e vicepresidente del Freedom Caucus, il gruppo dei parlamentari repubblicani più a destra.

In Connecticut il deputato John Larson, 78 anni e in carica da 28, ha perso la primaria democratica del primo distretto contro Luke Bronin, ex sindaco di Hartford di 47 anni. Bronin ha impostato la campagna sul ricambio generazionale, dopo vittorie simili di sfidanti più giovani a New York e Denver. Il governatore Ned Lamont ha invece ottenuto facilmente la candidatura a un terzo mandato. In Vermont l'economista Amanda Janoo ha vinto la primaria democratica per governatore e sfiderà il repubblicano Phil Scott, rieletto nel 2024 con più di 50 punti di margine.

In Wisconsin i democratici hanno scelto anche Rebecca Cooke per la rivincita nel terzo distretto contro il repubblicano Derrick Van Orden, che l'aveva battuta nel 2024 per meno di 3 punti. Il distretto è uno dei seggi che il partito considera decisivi per riconquistare la Camera. Nel settimo, lasciato libero da Tiffany, i repubblicani hanno candidato Michael Alfonso, 26 anni, genero del segretario ai Trasporti Sean Duffy e sostenuto da Trump. Se eletto sarebbe il membro più giovane del Congresso.


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Alla Versiliana, a Marina di Pietrasanta, Matteo Salvini parla già di tornare ad avere “buoni rapporti” con la Russia.

Ma la guerra non è finita. L’Ucraina continua a essere bombardata. Gli ucraini continuano a essere ammazzati.

E iniziare già a promettere la normalizzazione significa mandare a Mosca un messaggio terrificante: invadi pure un Paese, occupane il territorio, colpisci abbastanza a lungo e prima o poi qualcuno in Europa chiederà di tornare agli stessi affari di prima.

Un invito a nozze per una potenza neoimperialista come la Russia di Putin.

E il problema non è solo Salvini. Putin ha davanti un’Europa ancora spezzata in 27 politiche estere, 27 interessi nazionali, 27 governi da dividere, alcuni dei quali governati dalla stessa destra simile alla Lega, pronta a scendere a patti con Putin per un presunto interesse nazionale che quasi sempre sembra più un interesse russo.

Volt vuole rovesciare questo schema: politica estera europea, fine dei veti, decisioni a maggioranza, difesa comune e sostegno all’Ucraina.

Parlare con la Russia, un giorno, sarà inevitabile.

Premiarla per un’aggressione no.

#Ucraina #Russia #Putin #Salvini #PaceGiusta #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Negli Stati Uniti frenano consumi e fiducia: vendite al dettaglio in calo dello 0,6%


Le vendite al dettaglio sono scese dello 0,6% a luglio, il dato peggiore in oltre un anno, contro il +0,1% atteso. Ad agosto la fiducia dei consumatori misurata dall'Università del Michigan è calata dell'8%, e il calo più netto è tra i repubblicani.

Le vendite al dettaglio negli Stati Uniti sono diminuite dello 0,6% a luglio, il risultato peggiore da oltre un anno e molto distante dal +0,1% previsto dagli analisti. La flessione non dipende soltanto dalle componenti tradizionalmente più volatili: escludendo stazioni di servizio e concessionarie, infatti, le vendite sono comunque arretrate dello 0,3%. Il settore delle auto e dei ricambi ha perso l'1,8%, quello dei carburanti lo 0,9% e i negozi di elettronica ed elettrodomestici lo 0,5%. Alcuni comparti hanno però continuato a crescere: l'abbigliamento ha registrato un aumento dell'1,9%, i prodotti per la salute e la cura della persona dello 0,7% e la ristorazione dello 0,5%. Rispetto a un anno prima, le vendite restano comunque più alte del 5%.

A indebolire il dato ha contribuito anche il calendario. Amazon ha anticipato il Prime Day rispetto all'anno scorso, concentrando a giugno gli acquisti promozionali che in precedenza erano stati effettuati a luglio: questo spiega una parte consistente del calo del 2,2% delle vendite online. Un effetto analogo è arrivato dal Mondiale di calcio, disputato quasi interamente a giugno, che ha anticipato una quota della spesa legata all'evento e ha fatto apparire luglio più debole di quanto non fosse realmente.

Consumi USA · Luglio 2026

A luglio gli americani hanno speso meno, e ora si aspettano che i prezzi corrano più degli stipendi

Le vendite al dettaglio sono scese dello 0,6%, il calo più forte da maggio 2025. Non è solo un effetto delle voci più volatili: anche l’aggregato che entra nel calcolo del PIL si è ridotto, e la fiducia dei consumatori è tornata a scendere.

Grafica di FocusAmerica 15 agosto 2026

Vendite al dettaglio, variazione su giugno
−0,6%
Il calo più forte da maggio 2025

In valore assoluto le vendite si sono fermate a 763,6 miliardi di dollari, il 5,0% in più di un anno fa.

Quello che gli analisti si aspettavano, e quello che è successo

Vendite al dettagliototale del settore

Gruppo di controlloentra nel calcolo del PIL

0

+0,1%

−0,6%

+0,3%

−0,4%

Atteso
Reale
Atteso
Reale

In entrambi i casi lo scarto fra la previsione e il dato reale è di 0,7 punti percentuali. Le stime di maggio e giugno sono state riviste al ribasso.

Il dettaglio

Scendono l’online e le auto, tiene l’abbigliamento


Variazione delle vendite a luglio rispetto a giugno, per tipo di esercizio. Tocca il cerchietto accanto ad alcune voci per leggere la nota.

0

La fiducia

Ad agosto la fiducia dei consumatori torna a scendere


Indice dell’Università del Michigan, rilevazione preliminare di agosto. Gli analisti si aspettavano 54,5.

Luglio
55,2

Agosto
51

Dato definitivo
Stima preliminare

L’indice ha perso l’8% in un mese, dopo due mesi di risalita

A peggiorare non è il giudizio sulle finanze personali, calato solo di poco, ma la fiducia nell’economia in generale. Le attese sull’inflazione restano invece ferme: 4,3% a dodici mesi, 3,3% a cinque anni.

Su 100 americani, quanti si aspettano che nei prossimi dodici mesi il proprio reddito cresca più dei prezzi

Dicembre 2024 18

Agosto 2026 8

In venti mesi si sono più che dimezzati. È la quota di americani ormai rassegnata a vedere il proprio reddito crescere meno del costo della vita.

Vendite a luglio, variazione su giugno. In calo: vendite online −2,2%; auto e ricambi −1,8%; benzina −0,9%; elettronica ed elettrodomestici −0,5%; alimentari −0,1%. In crescita: materiali edili e giardinaggio +0,3%; grandi magazzini +0,3%; ristorazione e bar +0,5%; salute e cura della persona +0,7%; abbigliamento +1,9%.

Fiducia dei consumatori. Aspettative sull’economia: −11% nel breve periodo e −17% nel lungo, in un mese. Fiducia degli elettori repubblicani: −19% rispetto ai livelli precedenti alla guerra con l’Iran. Su 100 americani, 8 si aspettano che il proprio reddito cresca più dei prezzi: erano 18 nel dicembre 2024.


Fonte U.S. Census Bureau, Advance Monthly Retail Trade Survey (14 agosto 2026); Università del Michigan, Surveys of Consumers, rilevazione preliminare di agosto 2026. Le previsioni sono il consenso degli analisti rilevato da FactSet.

Si indebolisce la componente che più alimenta il PIL


Anche al netto di questi fattori, però, il quadro rimane fiacco. Il cosiddetto gruppo di controllo delle vendite al dettaglio, l'aggregato utilizzato per stimare i consumi nel calcolo del PIL, è diminuito dello 0,4%, mentre gli analisti prevedevano un aumento dello 0,3%. Nel secondo trimestre la spesa delle famiglie aveva fornito 2,1 punti percentuali alla crescita del PIL, compensando il contributo negativo del resto dell'economia. Se anche questo motore rallenta, restano pochi altri fattori capaci di sostenere l'espansione.

"Il debole rapporto sulle vendite al dettaglio di luglio mostra che i consumatori si sono presi una pausa dopo l'esuberante ondata di spesa della prima metà dell'anno", ha scritto Kathy Bostjancic, capo economista di Nationwide. "La contrazione della spesa nel gruppo di controllo, unita alle revisioni al ribasso dei due mesi precedenti, indica che all'inizio del terzo trimestre i consumi reali hanno meno slancio di quanto si pensasse", ha aggiunto.

Crollano le aspettative sull'economia


Anche la fiducia dei consumatori si è deteriorata. Nella rilevazione preliminare di agosto, l'indice dell'Università del Michigan è sceso dell'8%, passando dai 55,2 punti di luglio a 51, contro i 54,5 attesi dagli analisti. L'indicatore tornava così a diminuire dopo due mesi consecutivi di crescita, pur restando al di sopra dei minimi raggiunti in primavera, durante l'impennata dei prezzi della benzina. Il peggioramento non riguarda tanto la valutazione delle finanze personali, diminuita solo marginalmente, quanto le prospettive generali: le aspettative sull'economia sono crollate dell'11% nel breve periodo e del 17% nel lungo. Sono rimaste invece invariate le attese sull'inflazione, al 4,3% per i prossimi dodici mesi e al 3,3% nell'orizzonte di cinque anni.

Il calo più marcato si registra tra gli elettori repubblicani, il cui indice di fiducia è ora inferiore del 19% rispetto ai livelli precedenti alla guerra con l'Iran ed è sceso al punto più basso dalle elezioni del 2024. "Sebbene l'indebolimento registrato all'inizio del mese sia stato diffuso tra i diversi gruppi demografici, le riduzioni più consistenti hanno riguardato i consumatori anziani, quelli a basso reddito e quelli privi di una laurea", ha spiegato Joanne Hsu, responsabile dell'indagine del Michigan. "Sono categorie particolarmente vulnerabili a qualsiasi erosione del potere d'acquisto provocata dall'inflazione." Soltanto l'8% degli americani si aspetta che nei prossimi dodici mesi il proprio reddito cresca più rapidamente dei prezzi, contro il 18% del dicembre 2024.

Il debole rapporto sull'occupazione della scorsa settimana e due dati relativamente contenuti sull'inflazione consentono intanto alla Federal Reserve di attendere prima di valutare un eventuale ulteriore rialzo dei tassi in autunno. Il mercato azionario continua a salire e la disoccupazione rimane bassa: per ora nulla indica ancora un vero arretramento dei consumi. I dati di luglio mostrano sicuramente però che la spinta della prima metà dell'anno si è esaurita e che l'economia continua a dipendere da famiglie ormai sempre più rassegnate a vedere i propri redditi crescere meno del costo della vita.


Per gli elettori americani il costo della vita ora conta più che nel 2024


Oggi il 36% degli americani indica l'inflazione e i prezzi come il problema più importante del Paese. Nell'ottobre 2024, poche settimane prima del voto che ha riportato Donald Trump alla Casa Bianca, a dare la stessa risposta era il 24%. La quota è cresciuta con regolarità nell'ultimo anno: a maggio era al 30% ed è salita al 36% nell'ultima rilevazione diffusa questa settimana dal sondaggio periodico di YouGov e dell'Economist sulle priorità degli americani.

A maggio il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti ha raggiunto i 4,48 dollari al gallone, poco meno di quattro litri. Nello stesso mese l'inflazione è salita al livello più alto degli ultimi tre anni, spinta soprattutto dalla guerra con l'Iran, che si trascina da mesi e ha interrotto le rotte delle forniture. Dal 2022 gli americani considerano l'inflazione uno dei problemi più gravi del Paese e ne hanno tenuto conto anche nelle urne. Nel 2024 il carovita e le condizioni dell'economia sono stati tra i principali fattori che hanno favorito l'elezione di Trump.

Più della metà degli intervistati in un sondaggio Ipsos del 2 e 3 giugno ha dichiarato di aver tagliato le spese non essenziali dopo l'aumento del prezzo della benzina e del costo della vita. Più di un terzo ha rinviato gli acquisti più costosi o scelto marche meno care. Proprio sull'inflazione e sul costo della vita Trump registra il giudizio peggiore tra tutti i temi monitorati: il saldo tra chi approva e chi disapprova il suo operato su questo fronte è quasi 20 punti inferiore al suo saldo complessivo ed è peggiorato di oltre 40 punti dall'inizio del mandato, secondo la media dei sondaggi raccolta da FiftyPlusOne e calcolata da G. Elliott Morris.

Il prezzo politico del carovita

L’inflazione presenta il conto a Trump


Prezzi e costo della vita sono tornati in cima alle preoccupazioni degli americani e stanno ridisegnando la corsa alle elezioni di metà mandato.

Grafica di FocusAmericaDati al 6 agosto 2026

La salita

Un problema che cresce da un anno


Quota di americani che indica l’inflazione e i prezzi come il problema più importante del Paese (YouGov/The Economist).

4,48 $
Prezzo medio della benzina al gallone a maggio, quando l’inflazione ha toccato il massimo degli ultimi tre anni

1 su 2
Più di un americano su due ha tagliato le spese non essenziali dopo i rincari (Ipsos, giugno)

Il punto debole

Sull’inflazione Trump riceve il giudizio più severo


Saldo fra chi approva e chi disapprova la gestione del carovita da parte del presidente (media dei sondaggi FiftyPlusOne).


Oltre
−40punti
Il calo del saldo dall’inizio del mandato: nessun altro tema è peggiorato così tanto.

Sul carovita il giudizio è quasi 20 punti più severo di quello complessivo sul presidente.

Il sorpasso

Per la prima volta in dieci anni l’economia premia i Democratici


«Di quale partito ti fidi di più sull’economia?» — Ipsos/Reuters, 29 luglio–3 agosto 2026.

37%DemocraticiDem.

27%Né l’uno né l’altroNessuno

36%RepubblicaniRep.

Un solo punto separa i due partiti — e oltre un quarto degli americani non ne sceglie nessuno

Dall’insediamento di Trump il vantaggio democratico su questo tema è cresciuto di oltre 20 punti.

La posta in gioco

A novembre i Democratici partono avvantaggiati


Intenzioni di voto per la Camera e gradimento del presidente, medie FiftyPlusOne al 6 agosto.

Generic ballot — elettori probabili

Democratici 49,0%+6,5

In lieve calo dal 49,4% del 31 luglio, ma il distacco resta ampio.

Repubblicani 42,5%

In discesa dal 43,5% del 31 luglio.

Gradimento del presidente — adulti

Approva 36,8%

In lieve risalita dal minimo del 36,1% toccato il 31 luglio.

Disapprova 59,9%

Era al 61% una settimana fa.

Fonti: YouGov/The Economist; Ipsos (2–3 giugno 2026); Ipsos/Reuters (29 luglio–3 agosto 2026); FiftyPlusOne, media dei sondaggi elaborata da G. Elliott Morris.

L'economia diventa un problema politico per i Repubblicani


Per la prima volta in dieci anni, più americani si fidano dei Democratici che dei Repubblicani sulla gestione dell'economia. Nell'ultimo sondaggio Ipsos per Reuters, condotto tra il 29 luglio e il 3 agosto, il 37% ha indicato i Democratici e il 36% i Repubblicani. Da quando Trump si è insediato, il vantaggio democratico su questo tema è cresciuto di oltre 20 punti.

I deputati democratici hanno scelto il carovita come tema centrale della campagna per le elezioni di metà mandato. Alcuni parlamentari repubblicani temono invece che il loro partito non stia facendo abbastanza per contrastare l'aumento dei costi. I candidati di entrambi gli schieramenti cercano così di presentarsi come i migliori difensori del portafoglio degli elettori.

Nel 2024 i Democratici avevano cercato di prendere le distanze dai giudizi negativi sull'economia dell'allora presidente Joe Biden e dall'inflazione che aveva segnato gran parte del suo mandato, senza riuscirci: persero la presidenza e il Senato. Per i Repubblicani il compito potrebbe essere ancora più difficile, perché dovrebbero prendere le distanze da un presidente in carica mentre il giudizio sulla sua gestione dell'inflazione continua a peggiorare.

Non tutti gli elettori, naturalmente, decidono il proprio voto sulla base di un solo tema. Nei sondaggi restano ai primi posti anche la sanità, la previdenza sociale e lo stato della democrazia. E chi disapprova la gestione dell'inflazione non voterà necessariamente per i Democratici a novembre. Il vantaggio democratico nel generic ballot — la domanda con cui i sondaggisti chiedono quale partito si voterebbe alle elezioni per la Camera senza indicare i nomi dei candidati — è comunque arrivato a circa 7 punti. La quota di elettori probabili intenzionati a votare repubblicano è scesa dal 43,5% del 31 luglio al 42,5%, mentre quella democratica è passata dal 49,4% al 49%. I dati sono aggiornati alle 13 del 6 agosto sulla costa orientale degli Stati Uniti, le 19 in Italia.

Gli altri segnali dai sondaggi


L'indice di gradimento del presidente tra gli adulti americani è leggermente risalito dopo il minimo della settimana scorsa: il 31 luglio era al 36,1%, con il 61% di giudizi negativi; ora è al 36,8%, contro il 59,9% di disapprovazione. La popolarità di Trump è crollata molto più di quanto siano cresciuti i Democratici nel generic ballot, che tende comunque a spostarsi verso il partito all'opposizione negli ultimi mesi della campagna elettorale.

Il 55% degli americani ritiene che l'Amministrazione si sia spinta troppo oltre nell'inviare agenti federali dell'immigrazione nelle città, in calo rispetto al 62% di febbraio, secondo un sondaggio AP-NORC condotto dal 23 al 27 luglio. La quota di chi pensa che il governo abbia ecceduto nel limitare l'immigrazione legale è scesa dal 54% al 51%, mentre quella di chi ritiene eccessive le espulsioni degli immigrati che vivono illegalmente nel Paese è passata dal 52% al 47%.

Il 68% degli americani ritiene che la guerra in Iran non sia valsa i costi sostenuti, secondo un sondaggio Ipsos per il Chicago Council on Global Affairs, centro studi di politica estera, condotto dal 10 al 21 luglio. Lo pensa il 91% dei Democratici e il 76% degli indipendenti. Tra i Repubblicani, invece, il 63% ritiene che la guerra sia valsa i suoi costi e il 36% che non lo sia stata. Nel complesso, la quota di americani che considera il programma nucleare iraniano una minaccia critica è scesa al 49%, mentre tra i Repubblicani è salita dal 56% del 2023 al 68% di oggi.

Infine, il 16% degli americani dichiara di aver vissuto almeno un periodo da senzatetto, secondo un sondaggio YouGov condotto dal 28 al 30 luglio. Il 61% considera il fenomeno un problema molto serio e un altro 29% abbastanza serio. Il 77% chiede che il governo federale faccia di più, mentre il 70% rivolge la stessa richiesta agli Stati e alle amministrazioni locali. Solo l'11% ritiene che il problema sia al di fuori del controllo della politica.


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Trump chiede agli americani di prepararsi ad altri mesi di alti prezzi della benzina


Teheran pretende un pedaggio e il divieto di transito per le navi americane e israeliane. Con il greggio in rialzo e la benzina oltre i 4 dollari al gallone, le conseguenze della guerra entrano sempre di più nella campagna per le elezioni di metà mandato.

Donald Trump ha chiesto agli americani di prepararsi ad altri mesi di carburante caro, mentre l’Iran ribadisce che lo Stretto di Hormuz resterà bloccato finché Washington non riconoscerà la propria sconfitta. "Questo Stretto sarà aperto e chiuso soltanto per ordine dell’Iran e, finché non accetterete la realtà della sconfitta e continuerete a coltivare fantasie, l’Iran farà rispettare il blocco", ha ribadito su X il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi.

La guerra avviata il 28 febbraio da Stati Uniti e Israele non mostra segnali di conclusione. I negoziati sono fermi e il traffico delle petroliere resta quasi paralizzato. In un’intervista pubblicata sabato dall’emittente iraniana Shahrara News, il Ministro degli Esteri Abbas Araqchi ha spiegato che Teheran non ha ancora deciso se riprendere i colloqui e che la navigazione potrà tornare alla normalità soltanto quando Washington avrà accettato le condizioni iraniane: divieto di transito per le navi statunitensi e israeliane e pagamento di un pedaggio per tutte le altre.

Il 10 agosto il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha presentato la tassa come un corrispettivo per i servizi marittimi garantiti dall’Iran. Teheran sta inoltre trattando con l’Oman per definire una nuova rotta. Gli Stati Uniti considerano invece Hormuz una via d’acqua internazionale e respingono qualsiasi pedaggio. Anche l’Organizzazione Marittima Internazionale, l’agenzia delle Nazioni Unite che disciplina il trasporto navale, si è opposta all’imposizione di tasse obbligatorie negli stretti aperti alla navigazione internazionale. L’Oman ha dichiarato di non sostenere una tassa di transito, pur ammettendo la possibilità di compensi per servizi come la sicurezza della navigazione e gli interventi di emergenza. Prima della guerra, attraverso Hormuz passava circa un quinto del petrolio mondiale.

Guerra in Iran · Il prezzo dell’energia

Dallo Stretto alla pompa


Il blocco di Hormuz ha svuotato le rotte delle petroliere, ha fatto risalire il greggio e ha portato la benzina americana sopra i quattro dollari al gallone. A novembre si vota per il Congresso.

Grafica di FocusAmericaDati aggiornati al 15 agosto 2026

  1. 1

    Lo Stretto

    Hormuz si è svuotato


    Da fine febbraio l’Iran controlla il passaggio e impone le proprie condizioni. Il traffico commerciale è crollato del 91%.

    Prima della guerra
    130

    Agosto 2026
    12

    navi commerciali al giorno attraverso lo Stretto

    Navi che passano oggi Navi che non passano più

    Venerdì hanno attraversato lo Stretto due sole navi, nessuna delle quali trasportava greggio. Prima del conflitto i transiti erano oltre 130 al giorno e da Hormuz passava circa un quinto del petrolio mondiale. Qualche imbarcazione può sfuggire ai rilevamenti spegnendo il transponder.

  2. 2

    Il greggio

    Il barile risale a ogni nave colpita


    Prezzo di chiusura di venerdì 14 agosto per i due greggi di riferimento e rialzo della settimana.

    BrentRiferimento europeo
    88,52 $

    +6,0% nella settimana

    West Texas IntermediateRiferimento statunitense
    82,40 $

    +5,4% nella settimana

    Prezzo al barile, scala da 0 a 100 dollari Livello di sette giorni prima

    15
    navi attaccate secondo la compagnia petrolifera di Abu Dhabi

    1
    morto tra gli equipaggi

    20
    feriti tra gli equipaggi

    Venerdì i futures sono saliti di circa un dollaro al barile. Le navi che tentano il passaggio senza l’autorizzazione iraniana rischiano di essere colpite da missili o droni. Gli Emirati Arabi Uniti attribuiscono a Teheran l’attacco di giovedì contro due petroliere di Stato.

  3. 3

    La pompa

    La benzina costa il 29% in più di un anno fa


    Il prezzo medio di un gallone di benzina negli Stati Uniti, secondo l’American Automobile Association.

    4,08$
    al gallone, poco meno di quattro litri
    Media nazionale, agosto 2026

    Un anno fa

    3,16 $

    Oggi

    4,08 $

    +29% in dodici mesi

    Il prezzo di un anno fa è ricavato dal +29% indicato dall’AAA. A un comizio di Garden City, nello Stato di New York, Trump ha definito il rincaro un sacrificio accettabile per impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare.

  4. 4

    L’inflazione

    La guerra ha rimesso in moto i prezzi


    Variazione dell’indice dei prezzi al consumo rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

    3,4% Luglio 2026 · inflazione sui dodici mesi

    Tocca o passa il puntatore su un mese per leggere il dato.

    Dopo il picco di maggio l’inflazione è scesa per due mesi di fila, ma resta di un punto sopra i valori di gennaio e febbraio e lontana dall’obiettivo del 2% della Federal Reserve. A luglio i prezzi della benzina restano il 24,6% sopra quelli di un anno prima.

  5. 5

    Il voto

    Sull’inflazione Trump perde nove punti


    Consensi sull’operato complessivo del presidente e sulla sola gestione dei prezzi, media RealClearPolitics.

    39%
    Approva l’operato
    di Trump

    30%
    Approva la gestione
    dell’inflazione

    Il problema più importante del Paese
    Quota di intervistati, sondaggio Economist/YouGov

    Aumento dei prezzi31%

    Lavoro ed economia14%

    Il dato su lavoro ed economia è ricavato dai 17 punti di distacco indicati dal sondaggio Economist/YouGov. Il 3 novembre gli americani rinnovano il Congresso: nel 2024 Trump aveva promesso di ridurre i costi dell’energia.

  6. Il nodo

    Da mesi Trump e il segretario al Tesoro Scott Bessent assicurano che i prezzi alla pompa crolleranno appena la guerra sarà finita. I negoziati però sono fermi e Teheran non ha ancora deciso se tornare al tavolo. Intanto si è esaurito anche l’effetto dei rimborsi fiscali che aveva permesso a molte famiglie di assorbire il caro carburante.

Fonti: Kpler (traffico marittimo), ICE e NYMEX (prezzi del greggio), Abu Dhabi National Oil Company e WAM (attacchi alle navi), AAA (prezzi della benzina), Bureau of Labor Statistics (inflazione), RealClearPolitics e Economist/YouGov (sondaggi). Dati aggiornati al 15 agosto 2026.

Petroliere sotto tiro, il greggio torna a salire


Venerdì soltanto due navi hanno attraversato lo Stretto e nessuna trasportava greggio, secondo la società di tracciamento marittimo Kpler. In agosto la media è scesa a circa 12 imbarcazioni commerciali al giorno, contro le oltre 130 precedenti alla guerra. Alcune potrebbero sfuggire ai rilevamenti spegnendo il transponder, ma il crollo del traffico resta evidente. Le navi che tentano il passaggio senza l’autorizzazione iraniana rischiano di essere colpite da missili o droni.

Gli Emirati Arabi Uniti attribuiscono a Teheran l’attacco compiuto giovedì sera contro due navi della compagnia petrolifera statale Abu Dhabi National Oil Company. Venerdì l’agenzia emiratina WAM ha segnalato un altro attacco, mentre sabato l’organismo britannico che sorveglia il traffico marittimo ha riferito che una portarinfuse era stata colpita allo scafo da un proiettile di origine sconosciuta. L’equipaggio è rimasto illeso. Dall’inizio del conflitto la compagnia emiratina denuncia 15 navi attaccate, un membro dell’equipaggio ucciso e 20 feriti.

Le tensioni hanno riportato in alto il prezzo del petrolio. Venerdì i futures sul greggio sono aumentati di un dollaro al barile: il Brent ha chiuso la settimana con un rialzo del 6%, mentre il West Texas Intermediate è salito del 5,4%. Anche l’Iran, tuttavia, sta pagando un prezzo elevato. Il presidente Masoud Pezeshkian ha attribuito l’aumento dell’inflazione al blocco americano dei porti iraniani e alle sanzioni sulle esportazioni di petrolio. Il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha intanto annunciato a Newsmax che la prossima settimana presenterà nuove misure finanziarie contro Teheran.

La benzina oltre i 4 dollari diventa un problema elettorale


Venerdì, durante un comizio a Garden City, nello Stato di New York, Trump ha sostenuto che pagare "un pochino di più per la benzina" sia un sacrificio accettabile pur di impedire a "un Paese molto malvagio" di dotarsi dell’arma nucleare, una delle ragioni con cui ha giustificato la guerra. Secondo l’American Automobile Association, un gallone di benzina, pari a poco meno di quattro litri, costa ora in media 4,08 dollari, il 29% in più rispetto a un anno fa.

Il conto politico potrebbe arrivare a novembre, quando gli americani rinnoveranno il Congresso. Trump aveva promesso nel 2024 di ridurre i costi dell’energia, mentre i democratici puntano a trasformare le conseguenze economiche della guerra in uno dei temi centrali della campagna elettorale. Dall’apertura del fronte iraniano, alla fine di febbraio, l’inflazione è tornata sopra il 3% e a luglio è salita al 3,4% annuo.

Secondo la media di RealClearPolitics, il 39% degli americani approva l’operato di Trump, ma sulla gestione dell’inflazione i consensi scendono al 30%. In un sondaggio Economist/YouGov, il 31% degli intervistati indica l’aumento dei prezzi come il problema più importante del Paese, 17 punti in più rispetto a lavoro ed economia, al secondo posto.

La Casa Bianca continua però a difendere il proprio bilancio. Il 5 agosto, a Las Vegas, Trump ha dichiarato: "Abbiamo ereditato la peggiore inflazione della storia del nostro Paese. Abbiamo fatto scendere i prezzi e nessuno riesce a credere a quello che sta succedendo". Durante la presidenza di Joe Biden l’aumento cumulato dei prezzi è stato effettivamente il più alto degli ultimi quarant’anni, ma l’inflazione stava già rallentando al momento del passaggio di consegne e quest’anno ha ripreso ad accelerare. "Sappiamo che l’inflazione e altri problemi stanno creando difficoltà agli americani", ha riconosciuto martedì Peter Navarro, storico consigliere economico di Trump, accusando però i media di raccontare in modo distorto l’azione dell’Amministrazione.

I dati economici restituiscono un quadro contrastante. A luglio l’indice manifatturiero dell’Institute for Supply Management è cresciuto al ritmo più sostenuto da oltre quattro anni, trainato dalla costruzione di infrastrutture per l’intelligenza artificiale. Gli investimenti delle imprese hanno beneficiato delle agevolazioni contenute nella legge fiscale approvata lo scorso anno, ma i dazi e l’incertezza sulla loro durata hanno frenato assunzioni e investimenti negli altri settori. Negli ultimi due mesi la manifattura ha creato appena 16.000 posti di lavoro, dopo averne persi quasi 100.000 dall’inizio del secondo mandato, mentre le nuove costruzioni industriali restano al di sotto del record del 2024.

La Casa Bianca rivendica inoltre 10.700 miliardi di dollari di investimenti annunciati da aziende come Apple e US Steel e da alleati come Emirati Arabi Uniti e Giappone, anche se molti progetti erano già in preparazione o restano subordinati a diverse condizioni. Nel frattempo Trump sta valutando nuove misure economiche in vista delle elezioni. Larry Kudlow, direttore del Consiglio economico nazionale durante il primo mandato, ha raccontato a Fox Business di aver discusso con lui un taglio della tassazione sulle plusvalenze: "Il presidente è molto interessato".

Da parte sua, Bessent ha respinto l’idea che la crescita favorisca soprattutto i più ricchi, sottolineando che, secondo il Bank of America Institute, i salari delle famiglie a basso reddito sono recentemente cresciuti più rapidamente di quelli delle fasce più abbienti. Altri indicatori offrono però una lettura meno favorevole: le retribuzioni orarie degli operai e degli impiegati senza responsabilità di coordinamento continuano ad aumentare meno dell’inflazione, mentre i guadagni di Borsa si concentrano soprattutto tra chi possiede già grandi patrimoni. Un eventuale taglio delle imposte sulle plusvalenze avvantaggerebbe a sua volta prevalentemente i contribuenti più ricchi.

Resta il fatto che da mesi Trump e Bessent assicurano che i prezzi alla pompa di benzina crolleranno non appena la guerra sarà terminata. Di una soluzione imminente, tuttavia, non c’è alcuna traccia. Nel frattempo si è esaurito anche l’effetto dei rimborsi fiscali che aveva permesso a molte famiglie americane di assorbire il caro carburante senza ridurre le altre spese.


Trump afferma che intende dichiarare lo Stretto di Hormuz territorio degli Stati Uniti


“Dopo che avremo finito di battere l’Iran, che sta già subendo una pesantissima sconfitta, molto presto dichiarerò lo Stretto di Hormuz territorio degli Stati Uniti”. Queste sono le parole dette questa sera da Donald Trump sul palco a Garden City, a Long Island, davanti agli agenti di un’accademia di polizia, durante un intervento dedicato ai risultati della sua Amministrazione nella lotta alla criminalità.

Trump: After we finish defeating Iran, I will be declaring the Hormuz Strait a territory of the United States. pic.twitter.com/8cu9gem82b
— Acyn (@Acyn) August 14, 2026


Nel suo intervento il presidente non ha però spiegato su quale base giuridica o con quali strumenti Washington potrebbe rivendicare la sovranità su una delle principali rotte marittime mondiali. Lo Stretto di Hormuz, infatti, collega il Golfo Persico al Golfo di Oman. Le sue acque territoriali appartengono all’Iran, sulla sponda settentrionale, e all’Oman, su quella meridionale.

Prima della guerra attraverso il passaggio transitava circa il 20% del petrolio mondiale e una quota significativa delle esportazioni globali di gas naturale liquefatto. Il traffico si è ormai ridotto a una frazione dei livelli precedenti al conflitto: lunedì, ad esempio, sono transitate appena 8 navi, contro più di 130 al giorno nei mesi precedenti.

Il blocco dello Stretto e la pressione sui mercati energetici


La guerra tra Stati Uniti e Iran ha, insomma, quasi del tutto paralizzato il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, con conseguenze immediate sui mercati energetici mondiali. Così nei giorni scorsi il greggio si è avvicinato di nuovo a quota 90 dollari al barile, mentre Washington e Teheran restano ancora lontane da un’intesa definitiva che consenta di riaprire stabilmente lo Stretto.

Dal 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, Trump sostiene che il controllo effettivo dello stretto sia ormai finito nelle mani di Washington. Il presidente ha ordinato per due volte un blocco navale nell’area e ha ripetutamente rivendicato la capacità degli Stati Uniti di decidere quali navi e quali esportazioni petrolifere possano attraversare la regione. Il 10 agosto aveva inoltre chiesto a Teheran di pagare risarcimenti per le vittime degli attacchi attribuiti alla Repubblica islamica e della repressione delle proteste interne.

Lo scontro con Teheran sul “controllo totale”


Una settimana prima, il 3 agosto, Trump aveva accusato l’Iran, con un post pubblicato su Truth Social, di essere “incredibilmente doppiogiochista” per aver negato l’esistenza di colloqui volti a porre fine alla guerra. Aveva liquidato come “le solite chiacchiere” le rivendicazioni iraniane sul controllo di Hormuz e sostenuto che “nulla arriva all’Iran se non lo vogliamo noi e nulla arriverà finché non ci sarà un accordo o una resa totale”.

“Che l’Iran voglia ammetterlo o no, stiamo parlando della soluzione di un problema che loro hanno causato, per decenni”, aveva aggiunto. Mercoledì però la Persian Gulf Strait Authority, ovvero il nuovo organismo istituito dall’Iran a maggio per gestire il traffico nello stretto, ha risposto su X alle dichiarazioni americane secondo cui Hormuz non sarebbe più bloccato.

Claims and repeated posts by U.S. officials that the Strait of Hormuz is no longer blocked do not change the reality: the Strait of Hormuz remains blocked and will not be reopened until Iran’s conditions are accepted.
— PGSA | نهاد مدیریت آبراه خلیج فارس (@PGSA_IRAN) August 12, 2026


Le affermazioni dei funzionari statunitensi, aveva scritto l’ente, “non cambiano la realtà: lo Stretto di Hormuz resta bloccato e non sarà riaperto finché le condizioni dell’Iran non saranno accettate”. Il messaggio era una replica diretta proprio a Trump, che nei giorni precedenti aveva rivendicato ancora una volta il “controllo totale” del passaggio da parte statunitense.


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In Ohio Sherrod Brown prova a rientrare al Senato con lo stesso messaggio di 52 anni fa


A 73 anni il democratico sfida il repubblicano Jon Husted nella corsa da cui dipendono le speranze del suo partito di riconquistare la camera alta a novembre.
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A 73 anni Sherrod Brown prova a rientrare al Senato degli Stati Uniti due anni dopo aver perso il seggio che aveva tenuto per tre mandati. È uno dei democratici su cui il partito conta di più per le sue speranze di riconquistare il controllo della camera alta a novembre. Il suo avversario è Jon Husted, senatore repubblicano che a quella carica non è mai stato eletto: è stato nominato per occupare il seggio lasciato libero da JD Vance quando è diventato vicepresidente.

Nel 2024 Brown aveva perso con il presidente Trump sulla scheda e l'entusiasmo repubblicano al massimo, mentre l'industria delle criptovalute spendeva cifre enormi per cacciarlo dal Senato. Questa volta il presidente non è candidato ed è impopolare presso larga parte del paese. L'Ohio resta però uno Stato che nell'ultimo decennio si è spostato a destra.

Brown ha raccolto più fondi di qualsiasi altro democratico candidato al Senato, con l'eccezione di James Talarico in Texas e Jon Ossoff in Georgia. Gli analisti elettorali indipendenti classificano la corsa dell'Ohio tra il favore ai repubblicani e il testa a testa (cioè tra una gara che il candidato repubblicano parte favorito per vincere e una in cui nessuno dei due è davanti). I sondaggi indicano che Brown può farcela.

Nei sondaggi, nei focus group e alle urne l'elettorato democratico chiede candidati giovani, estranei alla politica di professione e ostili all'establishment di Washington. Brown è l'esatto contrario: eletto per la prima volta nel 1974, ha passato gran parte degli ultimi trentacinque anni nei corridoi del Congresso. Al tempo stesso è prima di tutto un populista economico e il costo della vita alimenta oggi una spinta a sinistra dentro il partito. Il messaggio che sempre più elettori democratici vogliono sentirsi dire è quello che lui ripete da prima che molti di loro nascessero. Dennis Eckart, ex deputato dell'Ohio e amico di lunga data, ha detto al New York Times che Brown è quello che la maggior parte della gente desidera. "È stato il senatore della cameriera, è stato il senatore dell'operaio", ha detto.

I repubblicani lo descrivono come un uomo del passato, uno che ha già perso una volta e perderà di nuovo perché è troppo a sinistra per il suo Stato. Husted ha definito "patetica" l'operazione. "O è il suo sistema, o è stato un fallimento nel cambiarlo", ha detto al New York Times il senatore, eletto all'assemblea legislativa dell'Ohio nel 2000 e poi segretario di Stato dell'Ohio, la carica che sovrintende alle elezioni, prima di diventare vicegovernatore e di essere nominato al Senato. "Può scegliere quale delle due, ma in un modo o nell'altro è stato un fallimento." Nick Puglia, portavoce del comitato che finanzia le campagne dei repubblicani al Senato, ha detto in una nota che "dopo 32 anni passati a piegare il ginocchio davanti alla sinistra radicale a Washington" Brown "è completamente fuori sintonia con l'Ohio" mentre si batte per aumentare le tasse e dare sussidi pubblici agli immigrati irregolari.

Quest'anno Brown ha deciso di parlare del suo avversario, cosa che di solito non fa. Nei suoi incontri ricorda che Husted ha detto che chi fa fatica non sa come muoversi nel mondo reale e che basterebbe lavorare di più e meglio per guadagnare di più. La frase che giudica più offensiva è quella in cui il senatore repubblicano ha definito "rotta" l'etica del lavoro nel paese. Husted ha risposto che si tratta di "una bugia" e ha detto che Brown "non ha mai lavorato in una fabbrica né fatto un giorno di lavoro manuale in vita sua".

Figlio di un medico e laureato a Yale, Brown è stato eletto deputato all'assemblea dell'Ohio nel 1974, quattro giorni prima di compiere 22 anni. Il giornale della sua città, il Mansfield News Journal, lo descrisse allora come un "liberal" con "il sostegno del sindacato", già attivista per i diritti civili, per l'ambiente e contro la guerra ai tempi del liceo. "Il sistema fa schifo", disse a un cronista.

È stato rieletto nel 1976, nel 1978 e nel 1980. Nel 1982 è diventato segretario di Stato dell'Ohio, è stato riconfermato nel 1986 e ha perso il posto nel 1990. Nel 1992 è entrato alla Camera dei rappresentanti a Washington ed è stato rieletto nel 1994 (l'anno in cui moltissimi democratici persero il seggio) e poi altre cinque volte. Una delle ragioni della sua tenuta è l'opposizione precoce e convinta al NAFTA, l'accordo di libero scambio nordamericano.

Nel libro del 1999 "Congress From the Inside" ha scritto che quell'accordo alimentò rabbia e cinismo tra gli iscritti ai sindacati, che "hanno visto i salari ristagnare, le fabbriche delle loro comunità chiudere e il loro presidente mandare i loro posti di lavoro in Messico". Nel libro del 2004 "Myths of Free Trade: Why American Trade Policy Has Failed" ha preso di mira le élite del paese. "Se i leader delle nostre istituzioni si prendessero il tempo di ascoltare le persone che lavorano con le mani, forse imparerebbero qualcosa sulle ragioni dell'ansia dei lavoratori, sulla disperazione con cui molti guardano al futuro".

I nomi dei suoi due cani riassumono la sua politica: Franklin, come Franklin Delano Roosevelt, e Walter, come Walter Reuther. "Il più grande presidente", ha detto al New York Times, "e il più grande leader sindacale". Per Brown il problema di fondo della politica americana degli ultimi cinquant'anni è che le imprese sono diventate sempre più grandi e forti mentre il lavoro è diventato sempre più piccolo e debole, con lo smantellamento sistematico della Great Society, il programma di riforme sociali di Lyndon Johnson degli anni Sessanta costruito sul New Deal di Roosevelt degli anni Trenta.

La sua vittoria al Senato nel 2018, due anni dopo che il presidente Trump aveva vinto l'Ohio, era stata così improbabile che molti democratici si chiesero se non dovesse candidarsi alla Casa Bianca. Il messaggio non è cambiato da allora. "La storia e la politica sono cicliche", ha detto al New York Times.

In Ohio i democratici hanno una generazione di amministratori giovani: Aftab Pureval, 43 anni, sindaco di Cincinnati, Justin Bibb, 39 anni, sindaco di Cleveland, e Dani Isaacsohn, 37 anni, capogruppo di minoranza alla Camera dello Stato. Quando quest'anno si è aperta la corsa al Senato, nessuno di loro si è fatto avanti. Pureval ha detto al New York Times che da giovane non vorrebbe nessun altro candidato al posto di Brown, perché il costo della vita è il tema di cui si occupa da quando è entrato nella vita pubblica.

Nei suoi comizi Brown ricorda l'ultima cosa importante che ha fatto da senatore, il Social Security Fairness Act, la legge bipartisan che ha contribuito a scrivere per garantire la pensione piena a milioni di dipendenti pubblici. A Steubenville, ex città dell'acciaio sul fiume Ohio a 45 minuti di auto da Pittsburgh, è entrato tra gli applausi nella sede locale del sindacato degli elettricisti. Alle sue spalle c'erano cartelli con scritto "Workers before billionaires", i lavoratori prima dei miliardari, e "Taking on the rigged system", contro il sistema truccato.

"Vedete cosa succede quando le aziende fanno sempre più soldi", ha detto agli iscritti. "I dirigenti sono pagati sempre di più, i profitti sono più grandi, voi lavorate di più, siete più produttivi e i soldi che escono sono più di quelli che entrano." "Ecco perché combattiamo", ha aggiunto. "Ecco perché sono in questa corsa".

Quando si candidò per la prima volta nel 1974, un annuncio elettorale lo presentava come "un cambiamento in meglio". Cinquantadue anni dopo chiede lo stesso genere di cambiamento. Eckart ha ricordato i discorsi che faceva all'assemblea dell'Ohio negli anni Settanta. "Stava reincarnando Roosevelt", ha detto. "Non c'è granché di nuovo".


Il modello di Nate Silver dà i Democratici favoriti per la vittoria a novembre


I democratici hanno l'87% di probabilità di riprendersi la Camera e il 57% di conquistare il Senato alle elezioni di metà mandato. Sono i numeri di FLIPR, il nuovo modello di previsione elettorale presentato ieri da Nate Silver sulla sua newsletter Silver Bulletin, a 84 giorni dal voto di novembre.

FLIPR è l'acronimo di Forecast with Leading Indicators, Polls and (Expert) Ratings, cioè previsione con indicatori anticipatori, sondaggi e valutazioni degli esperti. Il modello è l'erede diretto delle previsioni che Silver produceva per FiveThirtyEight e gira in tre versioni: Lite che usa solo i sondaggi, Classic che aggiunge i cosiddetti fondamentali come la raccolta fondi e il fatto di essere già in carica, Deluxe che incorpora anche le valutazioni degli analisti di Cook Political Report, Inside Elections e Sabato's Crystal Ball.

Ogni aggiornamento si basa in genere su 40.000 simulazioni e tratta insieme Camera, Senato e corse per governatore, così da poter calcolare anche la probabilità di scenari misti. Le tre versioni arrivano a risultati vicini tra loro: alla Camera i democratici sono all'87% con Deluxe e Classic e all'83% con Lite, al Senato al 57% con Deluxe e Lite e al 56% con Classic.

Il reale vantaggio democratico nel voto popolare


La media semplice dei sondaggi sul generic ballot — la domanda con cui si chiede agli elettori quale partito intendano sostenere alla Camera, senza indicare i nomi dei candidati — vede i Democratici in vantaggio di 6,7 punti, un margine rimasto pressoché stabile negli ultimi mesi. Secondo Silver, quel margine probabilmente sottostima il vantaggio democratico, perché la maggior parte delle rilevazioni ad essere intervistati sono gli elettori registrati e non quelli che con più probabilità andranno davvero a votare, ovvero i cosiddetti probabili elettori (“likely voters”) nel gergo dei sondaggisti americani.

Negli Stati Uniti per votare bisogna, infatti, iscriversi in anticipo nelle liste elettorali e gli istituti di sondaggio distinguono tra chi è semplicemente registrato e chi è considerato un probabile elettore. Applicando a tutti i sondaggi basati su elettori registrati la correzione per l'affluenza stimata, che Silver ricava dai sondaggi che pubblicano entrambe le versioni, il vantaggio stimato per i democratico sale a 8,1 punti.

Il modello calcola anche un valore storico di partenza basato su tutte le elezioni per il Congresso dal 1946, calibrato sul gradimento del presidente in carica, sul risultato dell'elezione precedente e sul fatto che si tratti o meno di elezioni di metà mandato, con una correzione per la polarizzazione crescente. Quel calcolo stima che i democratici possano vincere il voto popolare per la Camera di 8,7 punti. Le tre stime, i sondaggi grezzi, i sondaggi corretti per l'affluenza e la storia delle elezioni passate, si collocano quindi tutte tra i 6 e i 9 punti a favore dei democratici.

L'indice di gradimento del presidente resta intanto intorno a -20 punti, con il 38% di consensi e solo il 22% degli americani che dichiara di approvare con convinzione il suo operato. I pochi repubblicani scettici verso il presidente difficilmente voteranno per i democratici, ma potrebbero alla fine non andare a votare affatto danneggiando ulteriormente le possibilità di vittoria repubblicane a novembre.

Silver afferma che un presidente con questi numeri, impantanato in una guerra impopolare in Medio Oriente e alle prese con i prezzi della benzina in aumento, pesa molto più della disorganizzazione interna del Partito Democratico. A questo si aggiunge la stanchezza degli elettori verso un presidente di 80 anni che non può ricandidarsi, in un momento in cui in tutto il mondo l'essere al potere è diventato uno svantaggio.

Previsioni per Camera e Senato


Alla Camera dei Rappresentanti i repubblicani hanno vinto la partita del ridisegno dei collegi elettorali, condotto a metà decennio in modo senza precedenti. La mappa che ne è uscita ha una leggera inclinazione a loro favore e riduce il numero di collegi contendibili, perché entrambi i partiti hanno disegnato distretti fortemente partigiani.

Il punto di equilibrio, secondo FLIPR e altri modelli, sta ora intorno ai 3 o 3,5 punti: se l'ambiente politico nazionale è di almeno 3 punti a favore dei democratici, sono loro ad iniziare ad essere i favoriti in termini di seggi. Ma l’estremo gerrymandering comporta anche il fatto che, persino con una vittoria di 9 punti nel voto popolare, che per gli standard moderni sarebbe un trionfo, difficilmente i democratici arriverebbero ai 41 seggi guadagnati nel 2018.

Al Senato ci sono invece oggi 53 repubblicani e 47 democratici. In caso di parità il voto decisivo (“tie breaking”) spetta al vicepresidente JD Vance, che, da Costituzione, presiede i lavori del Senato. Per i democratici la sfida non è per nulla facile, essendo necessario per ottenere la maggioranza conquistare 4 seggi netti — che salgono a 5 se non mantengono il controllo del Michigan.

In quello Stato il loro candidato Abdul El-Sayed, che il presidente ha attaccato più volte pubblicamente nei giorni scorsi, è attualmente poco dietro al candidato repubblicano Mike Rogers nella media dei sondaggi. Secondo i calcoli di Silvers, ad ogni modo, per ottenere la maggioranza al Senato serve un ambiente politico di almeno 6 punti a favore dei democratici. Oggi sono su quel livello o poco sopra, quindi sono comunque favoriti anche se per poco.

In dettaglio, FLIPR considera sei corse in cui i democratici sono attualmente in equilibrio o in vantaggio: North Carolina, Maine, Texas, Ohio, Iowa e Alaska. Di questi ne devono vincere almeno 4:

  1. in North Carolina Roy Cooper ha il 90% di probabilità ed è la cosa più simile a una certezza, benché i democratici non vincano un'elezione presidenziale in quello Stato dal 2008;
  2. in Maine Troy Jackson, subentrato a Graham Platner dopo il suo ritiro, è dato al 69% di chance di vittoria contro la senatrice uscente Susan Collins;
  3. in Texas il candidato democratico James Talarico è dato leggermente favorito, forse la sorpresa principale del modello, ma in linea con quelli che sono i sondaggi attualmente disponibili;
  4. in Ohio l'ex senatore Sherrod Brown è quasi alla pari nella battaglia contro il senatore uscente Jon Husted, per il controllo del seggio lasciato libero da JD Vance per i prossimi due anni di mandato;
  5. in Iowa il democratico Josh Turek è sostanzialmente alla pari con la candidata repubblicana Ashley Hinson, mentre il democratico Rob Sand è in vantaggio nella corsa per governatore;
  6. infine, in Alaska Mary Peltola, già eletta in passato al seggio unico dello Stato alla Camera in un anno meno favorevole al suo partito, se la gioca quasi alla pari con il suo probabile rivale repubblicano, il senatore uscente Dan Sullivan.

Restano poi due possibilità di vittoria piuttosto remote per i democratici in Kansas e in Nebraska, dove corre Dan Osborn, formalmente indipendente ma di fatto vicino ai democratici.

Il Michigan è la maggiore divergenza interna al modello. La versione Lite, che usa solo i sondaggi, dà Rogers favorito al 60%, perché El-Sayed è indietro di circa un punto e mezzo nella media. Classic e Deluxe lo considerano invece favorito e lo proiettano a una vittoria di circa 3 punti, sul presupposto che i candidati vadano spesso male nei sondaggi mentre sono impegnati in primarie combattute.

Silver ha ricalcolato quanto pesa la qualità dei candidati e ha trovato che oggi conta circa la metà rispetto al 2010, quando pubblicò la sua prima previsione per le elezioni di metà mandato. Con una base elettorale stimata intorno agli 8 punti a favore dei democratici in Michigan, El-Sayed potrebbe andare molto peggio del suo partito e vincere lo stesso.

Fuori dal Michigan i repubblicani non hanno quasi nulla da poter conquistare. La versione Deluxe assegna loro il 9% di probabilità in New Hampshire e il 6% in Georgia e in Minnesota. In Georgia il senatore uscente Jon Ossoff è in vantaggio di 9 punti su Mike Collins, in uno Stato dove i democratici raramente vincono con più di un punto o due.

Un onda blu in arrivo?


Silver ha scritto di essere rimasto lui stesso un po' sorpreso dal 57% di chance di vittoria democratica al Senato, ma si tratta di un valore sostanzialmente in linea con gli altri modelli e di poco superiore a quello dei mercati previsionali, dove si scommette con denaro vero sull'esito del voto.

Gli errori di previsione nelle corse per il Senato sono correlati tra loro, ma molto meno di quanto accada in un'elezione presidenziale, dove gli stessi due candidati sono sulla scheda in ogni Stato. Per questo non è poi così assurdo pensare che i democratici possano perdere il Michigan e vincere in Alaska. Per fare un paragone, i risultati delle elezioni di metà mandato del 2018 e del 2022 sono state disomogenei e molto regionalizzati, con sacche di forza repubblicana in Florida e New York anche in anni buoni per i democratici.

Ma nelle ultime elezioni importanti, quelle che si sono tenute a novembre 2025, i sondaggi avevano sottostimato i democratici e i loro margini di vittoria in Virginia, New Jersey e altri Stati sono stati coerenti con quella che si configura come un'onda blu. Il Comitato Nazionale Democratico ha sicuramente un problema di raccolta fondi, eppure tra i candidati al Senato i primi sette per denaro raccolto in questo ciclo elettorale sono tutti democratici.

Per quanto riguarda le corse per i governatori, Silver ritiene che le prove empiriche indichino i candidati più moderati come i più eleggibili. Se i democratici si collocassero nella parte alta delle proiezioni, il 2027 potrebbe iniziare con due terzi della popolazione americana che vive in Stati con un governatore democratico, un chiaro vantaggio nella battaglia sul ridisegno dei collegi del 2028.

In questo contesto, affinché i democratici non riescano a riprendersi la maggioranza alla Camera dovrebbero sbagliare più cose insieme: un errore sistematico dei sondaggi, già successo in passato ma non nelle recenti elezioni di metà mandato, insieme a eventi esterni che aiutino i repubblicani, come una chiusura rapida e inattesa della guerra in Iran.

Tuttavia la possibilità che questo accada è molto remota: il modello di Silver, che viene aggiornato quasi ogni giorno, parte, infatti, anche dall'osservazione che il clima politico è più stabile che in passato: gli elettori si formano un'opinione prima e gli spostamenti tardivi che una volta caratterizzavano le elezioni di metà mandato non si vedono quasi più.


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Avete visto che Instagram ha cambiato il logo? 😍
Peccato che guerre, fame, povertà, crisi climatica siano ancora tutte là fuori.
Quando cominciamo a occuparci anche del mondo che sta andando a pezzi?

#Instagram #CrisiUmanitaria #CrisiClimatica #Povertà #DirittiUmani #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Azure Private Link over IPv6: come raggiungere i servizi PaaS senza più IPv4
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Azure Private Link over IPv6: come raggiungere i servizi PaaS senza più IPv4


Il problema che risolve


Chi progetta reti Azure da qualche anno conosce bene il limite: gli endpoint privati (Private Endpoint) e Azure Private Link, il meccanismo che permette di raggiungere un servizio PaaS — storage account, database, Key Vault — attraverso un indirizzo IP privato all’interno della propria rete virtuale invece che tramite l’endpoint pubblico, hanno sempre funzionato solo su IPv4. Per le organizzazioni che stanno completando la transizione verso reti dual-stack o IPv6-only — spinte da esaurimento di spazio IPv4 privato, requisiti normativi o semplicemente modernizzazione dell’infrastruttura — questo obbligava a mantenere un livello di traduzione o connettività IPv4 residua solo per parlare con i servizi PaaS.

Microsoft ha annunciato la preview pubblica di Azure Private Link over IPv6, che elimina questa dipendenza: gli endpoint privati possono ora esporre un indirizzo IPv6, permettendo a client e workload nativamente IPv6 di raggiungere i servizi PaaS supportati senza alcuna intermediazione IPv4.

Servizi supportati nella preview


Al momento della preview pubblica, il supporto copre un sottoinsieme mirato di servizi PaaS ad alto utilizzo:

  • Azure Storage (Blob, ecc.)
  • Azure SQL Database
  • Azure Key Vault
  • Azure Data Explorer

È lecito aspettarsi che l’elenco si allarghi man mano che la feature matura verso la disponibilità generale, seguendo lo schema tipico delle preview Azure: si parte dai servizi con maggiore adozione enterprise e si estende progressivamente.

Due scenari di connettività


La documentazione distingue due modalità d’uso, entrambe rilevanti per chi progetta reti ibride:

Connettività nativa Azure


Macchine virtuali dual-stack o IPv6-only all’interno di una rete virtuale Azure accedono ai servizi PaaS tramite l’endpoint privato IPv6, con il traffico che rimane interamente sulla dorsale privata Microsoft — lo stesso principio di isolamento dal traffico pubblico che Private Link garantisce già per IPv4.

Connettività ibrida on-premises


Client IPv6 in un datacenter on-premises possono raggiungere i servizi Azure attraverso ExpressRoute, con una connessione privata end-to-end che non attraversa mai la rete pubblica Internet. Questo scenario richiede tipicamente una Virtual Network Routing Appliance (VNRA) con route definite dall’utente (UDR) per instradare correttamente il traffico IPv6 tra l’ambiente on-premises e la rete virtuale Azure.

Requisiti di configurazione


Per attivare e usare la feature in preview servono alcuni passaggi preliminari:

  • Registrazione della subscription al feature flag della preview pubblica (come per la maggior parte delle feature in anteprima su Azure, tramite az feature register o dal portale).
  • Rete virtuale dual-stack: la VNet deve avere spazio di indirizzamento sia IPv4 sia IPv6 configurato, non è sufficiente aggiungere IPv6 alla sola subnet dell’endpoint privato.
  • Endpoint privati abilitati IPv6, creati esplicitamente con configurazione dual-stack.
  • DNS coerente: le zone DNS private devono risolvere i nomi dei servizi PaaS anche verso i record AAAA (indirizzi IPv6) associati agli endpoint privati, non solo verso i record A esistenti.
  • Per lo scenario ibrido, la VNRA con UDR menzionata sopra, per garantire che il traffico IPv6 proveniente da ExpressRoute venga instradato correttamente verso l’endpoint privato.

Un dettaglio che vale la pena sottolineare per chi pianifica un rollout: la configurazione DNS è spesso il punto in cui i deployment IPv6 falliscono silenziosamente. Se la zona privata continua a restituire solo record A, i client dual-stack proveranno comunque a instradare la richiesta su IPv4, vanificando parte del vantaggio della nuova feature. Vale la pena verificare esplicitamente con nslookup -type=AAAA o dig AAAA che la risoluzione avvenga come previsto prima di considerare il deployment completo.

Disponibilità regionale


La preview pubblica è per ora limitata a un numero ristretto di region:

  • West Central US
  • East Asia
  • UK South
  • Central US
  • North Europe

Chi opera in altre region europee (ad esempio West Europe o Italy North) dovrà attendere l’espansione della preview o la disponibilità generale prima di poter testare la feature sui propri workload di produzione — un fattore da tenere in conto nella pianificazione di eventuali migrazioni a reti IPv6-only che dipendano da questa capacità.

Perché conviene iniziare a pianificare ora


Anche per chi non ha una scadenza imminente per l’adozione IPv6, ci sono buone ragioni pratiche per iniziare a familiarizzare con questa capacità:

  • Esaurimento dello spazio IPv4 privato: le grandi organizzazioni con centinaia di VNet e subnet spesso si scontrano con conflitti di indirizzamento RFC 1918 quando serve fare peering tra reti create in tempi diversi o durante fusioni aziendali. IPv6 elimina strutturalmente questo problema.
  • Compliance e requisiti governativi: diverse amministrazioni pubbliche, in Italia come altrove, hanno tabelle di marcia che richiedono supporto IPv6 nativo per i servizi digitali entro scadenze specifiche.
  • Riduzione della complessità NAT: meno traduzione di indirizzi significa meno stato da gestire e da diagnosticare quando qualcosa si rompe — un vantaggio concreto in fase di troubleshooting di rete.

Per un architetto di rete Azure, il percorso pragmatico consiste nel registrare fin da ora una subscription non di produzione alla preview, distribuire una VNet dual-stack di test e verificare il comportamento end-to-end (inclusa la risoluzione DNS) prima che la feature diventi disponibile su larga scala. Arrivare preparati alla disponibilità generale, quando probabilmente coprirà più servizi e più region, evita di dover improvvisare un redesign di rete sotto pressione.

Conclusione


Azure Private Link over IPv6 chiude una lacuna che gli architetti di rete Azure conoscono da anni: l’impossibilità di raggiungere i servizi PaaS più comuni tramite endpoint privati IPv6 senza intermediazione IPv4. La preview è ancora limitata per servizi e region, ma la direzione è chiara e coerente con il resto dell’ecosistema Azure networking (Application Gateway ed ExpressRoute hanno già ricevuto supporto IPv6 esteso nell’ultimo periodo). Chi gestisce infrastrutture ibride o pianifica una transizione IPv6 farebbe bene a iniziare i test già in questa fase di anteprima.

Fonte: Azure Private Link Over IPv6 Enters Public Preview — Petri IT Knowledgebase. Annuncio ufficiale: Microsoft Tech Community.


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Agent Plugins 1.0: lo standard che rende portabili skill e server MCP tra VS Code, Copilot CLI e SDK
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Agent Plugins 1.0: lo standard che rende portabili skill e server MCP tra VS Code, Copilot CLI e SDK


Il problema che Agent Plugins 1.0 prova a risolvere


Chi lavora quotidianamente con GitHub Copilot conosce bene la frammentazione degli ultimi due anni: skill scritte per VS Code che non funzionano su Copilot CLI, configurazioni MCP duplicate tra client diversi, agenti custom da ricostruire da zero ogni volta che si cambia strumento. Con Agent Plugins 1.0, annunciato a metà agosto 2026, GitHub prova a chiudere questa frammentazione introducendo uno standard aperto — non un formato proprietario — per pacchettizzare skill e server MCP in un plugin installabile una sola volta e utilizzabile su più superfici: VS Code, Copilot CLI, Copilot SDK, l’app Copilot e il coding agent cloud.

È un cambio di prospettiva interessante anche per chi non usa Copilot come strumento principale: la specifica Agent Plugins non è un’invenzione isolata, ma converge con formati simili già visti in altri ecosistemi (Claude, OpenPlugin), e questo la rende rilevante per chiunque costruisca strumenti per agenti AI, non solo per i team Microsoft/GitHub.

Anatomia di un Agent Plugin


Un plugin conforme allo standard 1.0 è una directory con una struttura riconoscibile. Il file centrale è plugin.json, che dichiara esplicitamente lo schema a cui aderisce:

{
  "$schema": "https://agent-plugins.org/schemas/1.0.0/plugin.schema.json",
  "name": "my-dev-tools",
  "description": "Utility per lo sviluppo React",
  "version": "1.2.0"
}

I soli campi obbligatori sono $schema e name; tutto il resto (version, description, author, homepage, repository, license, keywords) è opzionale ma consigliato per la pubblicazione su un marketplace.

Attorno al manifest, la struttura tipica di un plugin più completo è questa:

my-testing-plugin/
  plugin.json              # Metadati del plugin
  skills/
    test-runner/
      SKILL.md              # Istruzioni della skill
      run-tests.sh           # Script di supporto
  agents/
    test-reviewer.agent.md   # Agente custom (client-specific)
  hooks/
    hooks.json                # Configurazione hook (client-specific)
  scripts/
    validate-tests.sh
  .mcp.json                   # Definizione dei server MCP

La distinzione più importante per chi progetta un plugin è tra componenti portabili e componenti client-specific:
  • Portabili (parte dello standard 1.0): server MCP (integrazioni con tool esterni) e skill, cioè istruzioni, script e risorse caricate on-demand dall’agente.
  • Client-specific (solo VS Code, ad esempio): agenti custom con personalità e configurazione tool dedicata, hook che eseguono comandi shell in punti precisi del ciclo di vita dell’agente, e slash command richiamabili in chat con /.

Questa separazione è la vera innovazione pratica: uno stesso plugin può portare le sue skill e i suoi server MCP ovunque, mentre le personalizzazioni specifiche di un client restano lì dove hanno senso, senza rompere la compatibilità altrove.

Configurare i server MCP dentro un plugin


I server MCP si dichiarano in .mcp.json (o mcp.json), con variabili d’ambiente che il runtime dell’agente risolve automaticamente al momento del caricamento:

{
  "mcpServers": {
    "plugin-database": {
      "command": "${PLUGIN_ROOT}/servers/db-server",
      "args": ["--config", "${PLUGIN_ROOT}/config.json"],
      "env": {
        "DB_PATH": "${PLUGIN_ROOT}/data"
      }
    }
  }
}

La variabile ${PLUGIN_ROOT} punta sempre alla directory del plugin installato, indipendentemente da dove l’utente finale lo abbia scaricato — un dettaglio che elimina un’intera classe di bug legati a percorsi assoluti hardcoded nei plugin distribuiti da terze parti.

Hook: automazioni sul ciclo di vita dell’agente


Per i client che supportano questa estensione (il formato è compatibile con la sintassi già nota da Claude), gli hook permettono di agganciare comandi shell a eventi specifici, ad esempio dopo l’uso di un tool:

{
  "hooks": {
    "PostToolUse": [
      {
        "type": "command",
        "command": "${PLUGIN_ROOT}/scripts/format.sh"
      }
    ]
  }
}

Un caso d’uso concreto: formattare automaticamente il codice generato dall’agente subito dopo ogni modifica a un file, senza dover ricordare di lanciare il linter manualmente.

Migrare un plugin Copilot esistente


Chi ha già plugin Copilot “vecchio formato” non deve riscrivere nulla da zero. GitHub descrive un percorso di migrazione minimo:

  1. Aggiungere il campo $schema al plugin.json esistente, puntandolo allo schema Agent Plugins 1.0.
  2. Mantenere le skill dove sono già, sotto skills/.
  3. Spostare i file specifici di Copilot (agenti, comandi, regole, hook, canvas) dentro una directory dedicata com.github.copilot/, così da separarli chiaramente dalla parte portabile.

I plugin GitHub Copilot esistenti restano comunque supportati senza obbligo di migrazione: è un aggiornamento incrementale, non un breaking change forzato.

Governance aziendale: managed-settings.json


Per i team enterprise, probabilmente l’aspetto più rilevante non è la portabilità in sé ma il controllo centralizzato che ne deriva. Il file managed-settings.json permette di definire una baseline aziendale su cosa è installabile:

{
  "extraKnownMarketplaces": {
    "company-tools": {
      "source": { "source": "github", "repo": "vostra-org/plugin-marketplace" }
    }
  },
  "enabledPlugins": {
    "code-formatter@company-tools": true
  }
}

Tre leve principali:
  • enabledPlugins — installa automaticamente o blocca esplicitamente plugin specifici per tutti gli utenti gestiti.
  • extraKnownMarketplaces — aggiunge marketplace interni oltre a quelli pubblici di default.
  • strictKnownMarketplaces — se attivato, limita l’installazione ai soli marketplace esplicitamente autorizzati, impedendo l’uso di sorgenti non gestite.

Le impostazioni enterprise agiscono come baseline additiva: i team possono comunque aggiungere plugin approvati sopra la configurazione centrale, senza però poter aggirare i blocchi imposti a livello organizzativo. Per chi gestisce flotte di sviluppatori con policy di sicurezza stringenti, è la differenza tra “confidare che ognuno installi solo cose sicure” e avere un controllo verificabile.

Dove si installano i plugin


Il canale di scoperta di default è l’Awesome Copilot marketplace, disponibile fin da subito in VS Code, Copilot CLI e nell’app Copilot. Per plugin locali o in sviluppo, VS Code offre una registrazione esplicita via impostazioni:

"chat.pluginLocations": {
    "/percorso/al/mio-plugin": true,
    "/percorso/a/un-altro-plugin": false
}

Un dettaglio utile in fase di debug: se un plugin non viene rilevato, vale la pena controllare che chat.plugins.enabled sia attivo, che il nome nel manifest sia in kebab-case (obbligatorio per lo standard 1.0), e — per problemi di installazione persistenti — ripulire la cache locale in ~/.config/Code/agentPlugins/ su Linux.

Conclusione


Agent Plugins 1.0 non introduce funzionalità radicalmente nuove rispetto a quello che skill e server MCP già facevano singolarmente: il suo valore è nella standardizzazione del confezionamento e nella governance che ne deriva. Per un team che sviluppa strumenti interni per i propri agenti AI — che siano skill per il debug, integrazioni con sistemi proprietari via MCP, o automazioni sul ciclo di vita dell’agente — poter scrivere il plugin una sola volta e vederlo funzionare su CLI, editor e SDK senza riscritture è un risparmio di manutenzione concreto, non solo un dettaglio architetturale. Vale la pena tenerlo d’occhio anche per chi non usa Copilot: essendo uno standard aperto, è probabile che altri agent tool ne adottino la compatibilità nei prossimi mesi.

Fonte: Agent Plugins 1.0 in VS Code, Copilot CLI, and the Copilot app — GitHub Changelog


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Le primarie democratiche del 2028 partiranno dalla South Carolina


Il nuovo calendario assegna maggiore peso agli elettori afroamericani e latinoamericani e prevede sei appuntamenti prima del Super Tuesday del 7 marzo: inizia il 22 gennaio 2028 in South Carolina. Seguono Nevada, New Hampshire, New Mexico, Michigan e Virginia.

Le primarie democratiche per la Casa Bianca del 2028 cominceranno il 22 gennaio in South Carolina. Lo ha deciso ieri il Democratic National Committee (DNC), l'organo dirigente del Partito Democratico statunitense, riunito ad Austin, in Texas, per il suo meeting estivo. Dopo la South Carolina sarà la volta del Nevada, il 1° febbraio, seguito dal New Hampshire l'8, dal New Mexico il 15, dal Michigan il 22 e dalla Virginia il 29. Tutti e sei gli Stati voteranno prima del Super Tuesday del 7 marzo, la giornata in cui si terranno contemporaneamente le primarie nel maggior numero di Stati.

South Carolina e Nevada si contendevano da mesi il diritto di inaugurare il calendario. I sostenitori di entrambe le candidature presentavano il proprio Stato come il luogo più adatto per mostrare a un Paese scettico un'immagine nuova del partito. La South Carolina ha fatto leva soprattutto sul peso del suo elettorato afroamericano, una componente decisiva della coalizione democratica nazionale e per questo, secondo i suoi dirigenti, meritevole di esprimersi per prima. Nel complesso, la nuova sequenza punta ad assegnare un ruolo maggiore agli elettori neri e latinoamericani nella scelta del candidato alla Casa Bianca.

Primarie democratiche 2028 · Il nuovo calendario

La corsa democratica alla Casa Bianca comincerà in South Carolina

Il Democratic National Committee ha fissato l'ordine dei primi sei Stati: si vota dal 22 gennaio al 29 febbraio 2028, prima del Super Tuesday. L'Iowa resta fuori, il New Hampshire scende al terzo posto.
Grafica di FocusAmerica 15 agosto 2026

Il primo voto
22
gennaio 2028
South Carolina
Per la seconda volta di fila lo Stato apre le primarie del Partito Democratico. Nel 2020 votava per quarto, il 29 febbraio.

6
Stati al voto prima del Super Tuesday

45
giorni dal primo voto al Super Tuesday

3
nuovi ingressi rispetto al 2020

Il calendario
Si comincia di sabato, poi si vota ogni martedì
Dalla South Carolina alla Virginia passano trentotto giorni, e la finestra si chiude nel giorno bisestile. Tocca una data per leggere perché quello Stato è stato scelto.
Giorno di voto Super Tuesday Gennaio e marzo

1. South Carolina, 22 gennaio · 2. Nevada, 1° febbraio · 3. New Hampshire, 8 febbraio · 4. New Mexico, 15 febbraio · 5. Michigan, 22 febbraio · 6. Virginia, 29 febbraio · Super Tuesday, 7 marzo 2028.

Dal 17 gennaio al 12 marzo 2028. Le settimane iniziano di lunedì.

Il confronto
Tre Stati entrano, l'Iowa esce
Nel 2020 la finestra iniziale contava quattro Stati e si apriva il 3 febbraio. Quella del 2028 ne conta sei e comincia dodici giorni prima.

Finestra iniziale 2020
Iowa 3 feb New Hampshire 11 feb Nevada 22 feb South Carolina 29 feb

Finestra iniziale 2028
South Carolina 22 gen Nevada 1° feb New Hampshire 8 feb New Mexico 15 feb Michigan 22 feb Virginia 29 feb

L'Iowa, i cui caucus del 2020 finirono nel caos, resta escluso: nessuno Stato del Midwest apre più il calendario. Il New Hampshire passa dal secondo al terzo posto, ma una legge statale gli impone di votare per primo: lo scontro con il partito nazionale resta aperto.

Chi vive negli Stati che aprono il calendario
Il bacino si allarga, e cambia soprattutto per classe demografica
Quante persone di ciascun gruppo vivono nei sei Stati del 2028, e quante ne vivevano nei quattro del 2020. Dati basati su residenti censiti, non elettori registrati.
Quattro Stati del 2020 Sei Stati del 2028

Persone senza laurea: da 6,3 a 14 milioni. Afroamericani: da 1,8 a 4,6 milioni. Latinoamericani: da 1,8 a 4,2 milioni. Giovani tra 18 e 24 anni: da 1,2 a 2,8 milioni. Veterani e militari: da 0,9 a 2,1 milioni. Asiatici e originari del Pacifico: da 0,5 a 1,4 milioni. Iscritti ai sindacati: da 0,4 a 1,1 milioni. Nativi americani: da 90.000 a 370.000.

Il partito presenta il nuovo calendario come il più diversificato della sua storia e insiste sul peso degli elettori neri e latinoamericani. Ma l'aumento più grande riguarda chi non ha una laurea: sono 7,7 milioni in più rispetto al 2020, il gruppo tra cui i democratici hanno perso più terreno negli ultimi cicli elettorali.

I criteri
Perché il partito ha scelto questi sei Stati
La Commissione Regole e Statuto ha lavorato per mesi su tre parametri dichiarati.

1

Campagne elettorali alla portata anche dei candidati minori
La South Carolina ha uno dei mercati pubblicitari più economici tra gli Stati scelti. In Nevada il mercato televisivo di Reno raggiunge quasi tutti gli elettori che vivono fuori da Las Vegas. South Carolina e New Hampshire sono compatti: spostarsi costa poco.

2

Stati che pesano anche a novembre
Nevada e Michigan sono due Stati in bilico alle presidenziali. New Hampshire, New Mexico, South Carolina e Virginia hanno corse locali combattute e ampie fasce di elettori indecisi.

3

Un elettorato che rappresenta maggiormente il partito
Il DNC vuole che gli elettori neri e latinoamericani, decisivi nella coalizione democratica, si esprimano prima degli altri. La South Carolina ha costruito su questo la propria candidatura a votare per prima.

Chi non rispetta l'ordine rischia sanzioni: gli Stati possono subire multe e perdere delegati, i candidati che fanno campagna fuori sequenza possono essere esclusi dai dibattiti ufficiali del partito.

Fonte Democratic National Committee, delibera del 15 agosto 2026 e comunicato della Commissione Regole e Statuto. I dati sui residenti sono elaborazioni DNC su Census Bureau, Bureau of Labor Statistics e Department of Veterans Affairs. Calendario 2020: Ballotpedia. Grafica: FocusAmerica.

Un elettorato più ampio e diversificato


Il partito presenta la nuova prima fase delle primarie come la più diversificata della sua storia. Secondo i dati diffusi dal DNC, nei sei Stati vivono 4,6 milioni di afroamericani, 2,8 milioni in più rispetto a quelli che aprivano il calendario del 2020, e 4,2 milioni di latinoamericani, con un aumento di 2,4 milioni. Cresce anche il numero degli elettori di origine asiatica o provenienti dalle isole del Pacifico, che raggiunge 1,4 milioni, e quello dei nativi americani, pari a 370.000.

L'incremento più consistente riguarda però le persone senza laurea: sono 14 milioni, 7,7 milioni in più rispetto al 2020. Nei sei Stati vivono inoltre 2,8 milioni di giovani tra i 18 e i 24 anni, 1,1 milioni di iscritti ai sindacati e 2,1 milioni tra veterani e militari in servizio. Un altro criterio decisivo è stato il costo della campagna elettorale. Il DNC sostiene che il nuovo calendario consentirà anche ai candidati meno conosciuti o con minori risorse finanziarie di competere nella fase iniziale.

La South Carolina dispone infatti di uno dei mercati pubblicitari meno costosi tra gli Stati selezionati, mentre in Nevada, il mercato televisivo di Reno permette di raggiungere gran parte degli elettori che vivono fuori dall'area di Las Vegas. South Carolina e New Hampshire, infine, sono geograficamente compatti e consentono di limitare le spese per gli spostamenti. Il calendario iniziali comprende anche due Stati chiave potenzialmente decisivi alle presidenziali di novembre, come Nevada e Michigan, mentre in New Hampshire, New Mexico, South Carolina e Virginia sono previste competizioni locali combattute e sono presenti importanti fasce di elettori indecisi.

La scelta conclude un percorso condotto dalla Commissione Regole e Statuto del partito, che ha definito i criteri, raccolto le candidature degli Stati, esaminato le proposte e rivisto il regolamento prima del voto finale, trasmesso in diretta. "Il Comitato ha approvato un calendario che rappresenta davvero il nostro partito e i nostri valori e che ci aiuterà a riconquistare la Casa Bianca nel 2028", ha dichiarato il presidente del DNC, Ken Martin.


Ocasio-Cortez è per la prima volta la favorita dei mercati previsionali per le primarie 2028


Alexandria Ocasio-Cortez è diventata per la prima volta la favorita per la nomination democratica alle presidenziali del 2028 su Polymarket, la piattaforma che consente di scommettere denaro reale sull’esito di eventi politici. Mercoledì sera la probabilità attribuita dal mercato alla deputata progressista di New York era salita al 21%, davanti al governatore della California Gavin Newsom, fermo al 17%. Al terzo posto figurava il senatore della Georgia Jon Ossoff, intorno al 16%, mentre Kamala Harris era quotata all’8%.

Su Kalshi, piattaforma concorrente, Ocasio-Cortez e Newsom risultavano invece appaiati. Soltanto il giorno precedente, le quotazioni vedevano ancora il governatore californiano al primo posto e la deputata newyorkese al secondo. Il quadro cambia sostanzialmente nei sondaggi politici tradizionali citati dall’Independent: per questi in testa resta l’ex vicepresidente Kamala Harris, seguita da Newsom, mentre Ocasio-Cortez si colloca per ora molto più indietro.

La deputata non ha neppure annunciato la propria candidatura, ma non l’ha neppure esclusa. Domenica, ospite di This Week su ABC News, si è detta grata per il sostegno ricevuto e ha lasciato aperta ogni possibilità. All’Independent ha tuttavia spiegato che, per il momento, la sua attenzione è concentrata sulle elezioni di metà mandato: “In questo momento penso soprattutto alle midterm: dobbiamo assicurarci di riconquistare la maggioranza”.

Primarie democratiche 2028

I mercati scommettono su Ocasio‑Cortez, i sondaggi ancora no


Su Polymarket la deputata di New York ha superato Gavin Newsom per la prima volta. Su Kalshi i due sono appaiati, mentre nei sondaggi tradizionali lei resta indietro. Tre strumenti, tre classifiche diverse.

Grafica di FocusAmerica Dati aggiornati al 14 agosto 2026

Polymarket — nomination democratica 2028

Ocasio-Cortez
21,4%

contro

Newsom
17,0%

PrimaProbabilità attribuita dal mercato
SecondaEra in testa fino a metà agosto

Su questo mercato gli scommettitori hanno impegnato 1,26 miliardi di dollari: è il contratto politico più scambiato della piattaforma.

La rimonta

Due mesi e mezzo per ribaltare il campo


Il 1° giugno Newsom valeva il 27% e Ocasio-Cortez il 9%. Poi il governatore ha annunciato di essere sotto indagine federale, mentre la deputata ha incassato un sondaggio favorevole dopo l’altro.

Ocasio-Cortez Newsom

Variazione in punti percentuali rispetto al 1° giugno.

17 giugno

Newsom rende pubblica l’indagine federale che riguarda lui e la moglie, e la definisce una ritorsione politica. Il mercato lo riporta sotto il 25%.

3 luglio

Il vicepresidente JD Vance pronostica che sarà Ocasio-Cortez la candidata democratica. In pochi giorni le sue quotazioni passano dall’8% al 14%.

Fine luglio

Un sondaggio dell’Università del New Hampshire, primo Stato del calendario, mette Ocasio-Cortez davanti a tutti gli altri democratici.

12 agosto — il sorpasso

Ocasio-Cortez supera Newsom per la prima volta, 18% contro 17%. In due giorni sale ancora, fino al 21,4% attuale.

Trascina il dito sul grafico, o usa le frecce della tastiera, per leggere i valori di ogni settimana. I quattro punti cerchiati segnano i passaggi chiave.

Il campo

Il mercato non riesce a indicare un favorito


I primi tre nomi si tengono in meno di sei punti e nessuno di loro supera il 22%. A due anni dalle primarie la corsa democratica resta apertissima.

Sulla piattaforma sono quotati oltre quaranta nomi: tutti gli altri restano sotto il 4%.

Tre termometri

Cambi strumento, cambia la classifica


Le due piattaforme di scommesse e i sondaggi misurano cose diverse: i mercati pesano il denaro di chi scommette, i sondaggi contano le preferenze degli elettori.

Polymarket
Scommesse — 14 agosto
1Ocasio-Cortez21,4%
2Newsom17,0%
3Ossoff15,6%

Qui il sorpasso è già avvenuto.

Kalshi
Scommesse — 14 agosto
1Ocasio-Cortez17%
1Newsom17%
3Ossoff14%

Qui i due sono appaiati in testa.

Emerson College
Sondaggio — 19-20 luglio
1Buttigieg18%
2Newsom16%
3Ocasio-Cortez11%

Qui lei è terza, e altri sondaggi nazionali mettono ancora davanti Kamala Harris.

Ocasio-Cortez non ha annunciato alcuna candidatura e ripete che pensa alle elezioni di metà mandato. I mercati previsionali non prevedono il futuro: registrano l’attenzione del momento, e in questo momento l’attenzione è tutta su di lei.

Fonte: Polymarket e Kalshi, quotazioni del 14 agosto 2026; Emerson College Polling, sondaggio del 19-20 luglio 2026. La serie storica giugno-agosto è una ricostruzione settimanale dal registro eventi di Polymarket e non riproduce le oscillazioni infragiornaliere.

La scelta di congelare gli ovuli e il messaggio sui diritti


Sabato Ocasio-Cortez aveva annunciato su Instagram di avere iniziato il percorso per congelare i propri ovuli. Ha raccontato di avere risparmiato per anni, poiché la sua assicurazione sanitaria non copre la procedura, collegando poi questa scelta personale alla condizione della salute femminile negli Stati Uniti. La deputata ha accusato l’Amministrazione Trump di voler “politicizzare i corpi delle donne, privarci della possibilità di scegliere e punirci tanto per la decisione di avere una gravidanza quanto per quella di non averla”.

Secondo Ocasio-Cortez, l’attuale Amministrazione ha reso la gravidanza più pericolosa di quanto non fosse in qualsiasi altro momento degli ultimi trent’anni. “Ci riprenderemo il nostro potere”, ha promesso rivolgendosi ai propri follower.

Durante la stessa intervista ad ABC News citata in precedenza, le è stato chiesto anche delle vecchie posizioni di Francesca Hong, candidata democratica sconfitta alle primarie per la carica di governatore del Wisconsin, che ha preso le distanze dai propri post del 2020 in cui chiedeva l’abolizione della polizia. Ocasio-Cortez ha risposto con una risata e, citando un consigliere comunale di New York, ha osservato: “Woke 1 era una follia”.

A suo giudizio, ciò che conta è valutare le posizioni espresse oggi dai candidati. I dibattiti di quegli anni furono “piuttosto fruttuosi”, ha riconosciuto, ma “la retorica di quel periodo”, maturata durante il lockdown, non sarebbe più valida oggi.

La sfida per l’identità del Partito Democratico


Un’eventuale candidatura di Ocasio-Cortez nel 2028 misurerebbe la disponibilità del Partito Democratico a spostarsi ulteriormente a sinistra oppure, al contrario, a tornare verso il centro. Nell’area progressista stanno intanto acquistando peso i socialisti democratici e figure come il sindaco di New York Zohran Mamdani e Abdul El-Sayed, che in Michigan ha sconfitto la deputata Haley Stevens nelle primarie democratiche per il Senato.

Il partito continua a fare i conti anche con la sconfitta del 2024, quando Harris subentrò a Joe Biden nelle fasi finali della campagna elettorale e fu battuta da Donald Trump, nonostante le cause giudiziarie e le inchieste a carico del candidato repubblicano. Restano profonde le divisioni interne sulla riforma sanitaria, sul sostegno americano a Israele e sull’immigrazione.

In vista delle elezioni di metà mandato diversi modelli considerano ora i democratici favoriti per riconquistare almeno la Camera, ma ancora alla pari nella corsa per il Senato. A pesare sui repubblicani sono soprattutto l’impopolarità della guerra in Iran e il rincaro della benzina, il cui prezzo ha superato i 4 dollari al gallone, pari a poco meno di quattro litri. Secondo un sondaggio dell’Economist e di YouGov, il 57% degli americani considera il conflitto in Iran come una scelta sbagliata.


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