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I residenti del Wisconsin potranno continuare a guardare materiale pornografico dopo che il governatore ha posto il veto sulla legge di verifica dell'età.

"Pongo il veto su questo disegno di legge nella sua interezza perché mi oppongo all'intrusione che esso rappresenta nella privacy personale dei residenti del Wisconsin", ha scritto il governatore Tony Evers.

404media.co/wisconsin-age-veri…

@pirati@feddit.it


Wisconsinites Can Keep Watching Porn After Governor Vetoes Age Verification Bill


Across most of the U.S., if you want to watch porn online, you have to hand over a government ID or submit to a biometric scan to determine you’re over 18 years of age. But people in Wisconsin can keep freely accessing porn sites—and any other website that hosts more than one third adult content—after Governor Tony Evers vetoed the state’s age verification bill on Friday.

A copycat of the dozens of bills that have passed in the U.S. since 2022, Wisconsin’s Assembly Bill 105 would have forced sites with more than one third “material harmful to minors,” defined as “depictions of actual or simulated sexual acts or body parts including pubic areas, genitals, buttocks, and female nipples,” to verify visitors’ ages by “using any commercially reasonable method that uses public or private transactional data gathered about the individual.” This means uploading an ID, showing their face for a biometric scan, uploading their credit card information, or combinations of these.

“I am vetoing this bill in its entirety because I object to this bill's intrusion into the personal privacy of Wisconsin residents,” Evers wrote in a letter to the members of the assembly, dated April 3. “While I agree that we should protect children from harmful material, this bill imposes an intrusive burden on adults who are trying to access constitutionally protected materials.”

Evers wrote that the bill doesn’t prevent platforms from giving collected personal data to third parties, such as the government or data brokers. “This is a violation of personal privacy,” he wrote.

“Additionally, I am concerned about data security and the potential for misuse of personally identifiable information. Identifiable information could be intercepted by or transmitted to a third party and used as the basis for blackmail or identity theft. Further, although the bill includes penalties for a business entity who violates the prohibition on retention of personal information, those penalties cannot undo the harm that may occur to an individual who is the victim of actions like blackmail or identity theft as a result of a bad actor obtaining their identity.”

Last year, after the UK’s Online Safety Act started requiring websites and platforms to verify users’ ages, Discord users’ age verification data—including selfies and identity documents—was exposed in a security breach. The hack was just one instance where users’ personal data has been required by a platform and then exposed to the whole internet: also last year, similar data was exposed by the Tea app, which made users provide selfies and identity documents to prove they’re women.

An earlier version of the bill attempted to ban Wisconsinites from accessing sites using virtual private networks (VPNs); lawmakers are increasingly pushing to restrict VPNs, but so far have faced pushback from citizens and civil liberties groups. Wisconsin state Sen. Van Wanggaard moved to delete that provision in the legislation, and the state assembly agreed to remove the VPN ban in February.

The adult advocacy group Free Speech Coalition wrote following the veto that Director of Public Policy Mike Stabile flew to Madison “to meet with legislators to discuss the legal and technological issues with the bill, including a ban on VPN traffic, and to advocate for device-based verification solutions.”

“Put simply, AB-105 raises significant concerns around privacy, surveillance, and the First Amendment,” the ACLU of Wisconsin wrote in testimony submitted in March. “While the ACLU of Wisconsin is sympathetic to the overarching goal of this legislation, we do not believe an appropriate trade-off is compromising the civil liberties of all Wisconsinites.”

Wisconsin is now one of only a handful of states left that allows access to porn without requiring users jump through invasive age verification hoops. “We can and should work to prevent minors from accessing adult content, but there are better solutions than the one offered by this bill,” Evers wrote in his veto letter. “For example, we can work with tech companies to implement device-based age verification that takes place on a user's phone or computer, which can be a more secure and effective method. Other states have been moving toward device-based solutions, and major tech companies are adopting these options as well.”


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La Cina supera gli Stati Uniti nel gradimento globale


Un sondaggio Gallup condotto in oltre 130 paesi mostra che il 36% approva la leadership cinese contro il 31% di quella statunitense. È il vantaggio più ampio per Pechino in quasi vent'anni

Il mondo guarda alla Cina con più favore che agli Stati Uniti. Secondo un sondaggio Gallup, il 36% degli intervistati in oltre 130 paesi approva la leadership cinese, contro il 31% che approva quella americana. Si tratta del maggiore vantaggio di Pechino su Washington in quasi vent'anni di rilevazioni.

Il sorpasso riflette soprattutto un calo dell'immagine americana piuttosto che un'impennata di quella cinese. Tra il 2024 e il 2025, l'approvazione della leadership statunitense è scesa dal 39% al 31%, tornando ai livelli più bassi già registrati in passato. Nello stesso periodo, il gradimento della Cina è salito dal 32% al 36%. Allo stesso tempo, la disapprovazione verso gli Stati Uniti ha raggiunto il massimo storico del 48%, mentre quella verso la Cina è rimasta stabile al 37%.

Le rilevazioni sono state condotte nel 2025 e non tengono conto di alcuni sviluppi significativi avvenuti nei primi mesi del 2026, tra cui il ritiro degli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali a gennaio e lo scoppio della guerra con l'Iran a fine febbraio.

Il mondo disapprova più gli Stati Uniti che la Cina
Tasso di disapprovazione della leadership di Stati Uniti e Cina nel mondo. Sondaggio condotto su circa 1.000 rispondenti in ciascuno dei 132 paesi nel 2025.

Stati Uniti Cina

Fonte: Elaborazione Focus America su dati Gallup · Rating Report 2025

Il calo dell'approvazione americana si è concentrato in modo marcato tra i paesi alleati, in particolare i partner della Nato. La Germania guida la classifica dei cali con un crollo di 39 punti percentuali, seguita dal Portogallo con 38 punti. Anche Canada, Regno Unito e Italia hanno registrato diminuzioni consistenti. In totale, 44 paesi hanno visto un calo di almeno 10 punti nell'approvazione della leadership statunitense, mentre solo sette hanno registrato un aumento di entità simile. Questo schema ricalca quello osservato all'inizio del primo mandato di Trump, quando i cali più netti si concentrarono tra gli alleati.

Israele rappresenta un'eccezione significativa: l'approvazione della leadership americana è risalita al 76% nel 2025, con un aumento di 13 punti, tra i livelli più alti al mondo. Il dato era già salito dopo l'attacco di Hamas dell'ottobre 2023, per poi calare nel 2024 e rimbalzare con il ritorno di Trump alla Casa Bianca.

Negli ultimi due decenni, l'approvazione della leadership statunitense ha oscillato in modo significativo da un'amministrazione all'altra, passando dal minimo del 30% durante il primo mandato Trump al massimo del 49% nel 2009, sotto Barack Obama. La Cina, guidata ininterrottamente da Xi Jinping dal 2013, ha mantenuto valori più stabili, in genere poco sopra il 30%. Prima di quest'ultimo sondaggio, la Cina aveva superato gli Stati Uniti solo due volte: una durante l'amministrazione Bush e una durante il primo mandato Trump.

Se si guarda all'approvazione netta, cioè la differenza tra chi approva e chi disapprova, il quadro è ancora più negativo per Washington. Il 2025 è solo il secondo anno in cui entrambe le potenze hanno registrato un'approvazione netta negativa a livello globale. Per la Cina il dato è di –1, appena sotto la parità. Per gli Stati Uniti è di –15, il livello più basso mai registrato, leggermente peggiore del –13 del 2020. Quasi la metà dei paesi intervistati (il 45%) ha espresso un giudizio netto negativo verso entrambe le potenze, il dato più sfavorevole in vent'anni.

Nessuna delle quattro grandi potenze monitorate da Gallup, che includono anche Germania e Russia, gode oggi di un'approvazione maggioritaria nel mondo. La Germania resta il paese più apprezzato con il 48%, seguita dalla Cina al 36%, dagli Stati Uniti al 31% e dalla Russia al 26%. La Germania mantiene il primo posto per il nono anno consecutivo, attraverso i governi di Angela Merkel, Olaf Scholz e Friedrich Merz.

A livello di singoli paesi, quelli più allineati con gli Stati Uniti in termini di opinione pubblica sono Kosovo, Israele, Polonia, Albania e Filippine. Sul versante opposto, Russia, Pakistan, Tunisia, Singapore e Hong Kong mostrano il maggiore allineamento relativo con la Cina, anche se questo riflette più un rifiuto degli Stati Uniti che un entusiasmo per Pechino. Il 54% dei paesi risulta relativamente più allineato con la Cina, contro il 16% più vicino agli Stati Uniti, mentre il 30% non mostra una preferenza chiara.

Un dato emerge con particolare chiarezza: la percentuale di persone senza opinione sulle due potenze è tra le più basse degli ultimi vent'anni. Il mondo si sta formando un'idea più definita sia degli Stati Uniti sia della Cina, e per entrambi il giudizio tende verso il negativo.

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Trump rilancia l’ultimatum all’Iran: “Stanotte potrebbe morire un’intera civiltà”


Il presidente statunitense ha fissato alle 2 del mattino in Italia la scadenza dell'ultimatum per la riapertura dello Stretto di Hormuz ed è tornato a minacciare attacchi contro ponti, centrali e infrastrutture energetiche iraniane in vista della deadline.

Donald Trump ha alzato nuovamente il livello dello scontro con l’Iran. Su Truth Social ha pubblicato questa mattina un minaccioso messaggio in cui sostiene che stanotte potrebbe “morire un’intera civiltà”. Il presidente degli Stati Uniti ha collegato il nuovo avvertimento alla riapertura dello Stretto di Hormuz, fissando per martedì alle 20 della costa orientale americana la scadenza del suo ultimatum a Teheran.

Nel suo post, Trump afferma di non volere questo scenario ma di ritenerlo probabile. Aggiunge però anche che, dopo quello che definisce un “cambio di regime completo e totale”, potrebbero aprirsi sviluppi “rivoluzionari”. Il nuovo avvertimento arriva al termine di giorni segnati da minacce sempre più esplicite contro l’Iran e contro le sue infrastrutture civili ed energetiche.

Nel fine settimana il presidente aveva già promesso “l’inferno” e un ritorno “all’età della pietra” se Teheran non avesse posto fine al blocco dello Stretto di Hormuz. Il 5 aprile aveva poi scritto che oggi sarebbe stato “il giorno delle centrali elettriche e il giorno dei ponti allo stesso tempo”, tornando a chiedere la riapertura del passaggio marittimo. In dichiarazioni successive, Trump ha anche confermato l’esistenza di un piano per colpire tutti i ponti dell’Iran e mettere fuori uso tutte le centrali elettriche del Paese.

Il Pentagono continua intanto a preparare una nuova lista di obiettivi per i raid aerei, ma deve fare i conti con il fatto che molte infrastrutture, tra cui proprio le centrali elettriche e gli impianti di desalinizzazione, potrebbero essere considerate civili, e un attacco deliberato contro di esse rischierebbe di configurarsi come un crimine di guerra. I sostenitori dell’escalation sostengono invece che si tratti di strutture a duplice uso, quindi di obiettivi legittimi, perché elettricità e acqua servono sia alla popolazione civile sia all’apparato militare.

Finora, però, gli Stati Uniti hanno sostenuto di essersi concentrati soltanto su obiettivi militari. Nelle stesse ore in cui Trump rilanciava le sue minacce, le forze statunitensi hanno, appunto, colpito decine di bersagli militari sull’isola iraniana di Kharg, tra cui bunker, radar e depositi di munizioni, evitando però le infrastrutture petrolifere.

Dall’Iran, intanto, le nuove minacce di Trump sono state accolte con un misto di sconcerto, sfida e rassegnazione. Alcuni cittadini iraniani hanno detto di non avere predisposto piani di fuga né misure straordinarie, pur riconoscendo che un eventuale attacco a centrali, ponti o impianti di desalinizzazione potrebbe provocare una catastrofe umanitaria. Altri hanno avvertito, invece, che un’offensiva contro infrastrutture civili non colpirebbe soltanto l’Iran, ma avrebbe conseguenze regionali e globali, dalla sicurezza energetica alla stabilità dell’intera area.

Da parte sua, Alireza Rahimi, segretario del Consiglio per gli affari giovanili e adolescenziali del governo iraniano, ha invitato i giovani iraniani a formare catene umane intorno alle centrali elettriche, possibili target degli attacchi americani di questa notte. trasformandoli di fatto in scudi umani. Anche questo, se riferito a obiettivi militari, potrebbe costituire un crimine di guerra ai sensi delle Convenzioni di Ginevra.

Questa voce è stata modificata (1 settimana fa)

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Il governo americano revoca le tutele per gli studenti transgender in diverse scuole


Il Dipartimento dell'Istruzione ha annullato accordi stipulati con cinque distretti scolastici e un college sotto le amministrazioni Obama e Biden

Il Dipartimento dell'Istruzione degli Stati Uniti ha annunciato lunedì di aver revocato gli accordi che le precedenti amministrazioni avevano raggiunto con cinque distretti scolastici e un college per garantire diritti e tutele agli studenti transgender. La decisione significa che il governo federale non avrà più alcun ruolo nel far rispettare quegli accordi, che imponevano alle scuole di adottare misure conformi alla legislazione federale sui diritti civili.

I distretti coinvolti si trovano in Delaware, Washington, Pennsylvania e California: il Cape Henlopen School District, il Fife School District, il Delaware Valley School District, il La Mesa-Spring Valley School District, il Sacramento City Unified e il Taft College. Si tratta, secondo quanto riportato dall'Associated Press, dei primi casi noti in cui l'amministrazione Trump ha annullato accordi sui diritti civili negoziati con istituti scolastici.

Sotto le amministrazioni Obama e Biden, il Dipartimento dell'Istruzione interpretava il Title IX, la legge federale che vieta la discriminazione sessuale nell'istruzione, in modo da includere le tutele per gli studenti transgender e gay. L'amministrazione Trump ha rovesciato questa interpretazione e ha adottato una linea opposta: ha sanzionato le scuole che avevano accolto gli studenti in base alla loro identità di genere, ha avviato cause legali in California e Minnesota contro le politiche statali che permettono agli studenti transgender di partecipare a competizioni sportive scolastiche e ha aperto indagini sui diritti civili in diverse scuole e università per le loro politiche in materia.

Kimberly Richey, vicesegretaria per i diritti civili del Dipartimento dell'Istruzione, ha dichiarato in un comunicato che la decisione riflette gli sforzi dell'amministrazione per impedire agli studenti transgender di partecipare alle squadre sportive femminili e di accedere agli spogliatoi condivisi. Richey ha aggiunto che l'amministrazione sta "rimuovendo gli oneri inutili e illegali che le precedenti amministrazioni hanno imposto alle scuole nel loro perseguimento di un'agenda transgender radicale".

La revoca degli accordi rappresenta un ulteriore passo nella strategia dell'amministrazione Trump sulle questioni legate all'identità di genere nelle scuole, che si è già concretizzata attraverso azioni legali, indagini e sanzioni contro gli istituti che avevano adottato politiche inclusive verso gli studenti transgender.

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Hegseth paragona il militare salvato alla resurrezione di Gesù


Il presidente sostiene che "Dio vuole che le persone siano protette", il segretario alla Difesa paragona il salvataggio di un pilota alla resurrezione di Cristo. Critiche dal Papa e da leader musulmani

La guerra degli Stati Uniti contro l'Iran ha assunto toni apertamente religiosi. In una conferenza stampa alla Casa Bianca lunedì 6 aprile, il presidente Trump ha dichiarato di credere che Dio sostenga l'azione militare americana, mentre il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha paragonato il salvataggio del pilota abbattuto alla resurrezione di Gesù Cristo. Le dichiarazioni segnano un'escalation nella retorica con cui l'amministrazione giustifica un conflitto che dura ormai da cinque settimane, ha causato migliaia di vittime e non ha una fine chiara.

Tutto è partito dal recupero di un aviatore americano il cui F-15E è stato abbattuto sopra l'Iran. Hegseth ha ricostruito la vicenda scandendola come un racconto biblico: l'aereo colpito di venerdì, il Venerdì Santo, il pilota nascosto in una grotta per tutto il sabato, e il salvataggio all'alba della domenica di Pasqua. "Un pilota rinato, tutti a casa e al sicuro, una nazione che gioisce. Dio è buono", ha detto il segretario alla Difesa. Secondo il suo racconto, il primo messaggio inviato dall'aviatore ai soccorritori è stato "God is good".

Trump, rispondendo a un giornalista del Washington Post che gli chiedeva se ritenesse che Dio appoggiasse la causa americana, ha risposto: "Sì, perché Dio è buono, e Dio vuole che le persone siano protette". Ha poi aggiunto: "A Dio non piace quello che sta succedendo. A me non piace quello che sta succedendo. Tutti dicono che mi diverto. Non mi diverto".

Le dichiarazioni di lunedì rappresentano un cambio di registro nella comunicazione della Casa Bianca sul conflitto. Dopo settimane di spiegazioni contraddittorie sull'obiettivo dell'intervento, compresa l'ambiguità su un eventuale cambio di regime, Trump ha cominciato a descrivere la guerra in termini religiosi. Nei giorni precedenti, sui social media, il presidente aveva mescolato minacce militari e invocazioni divine. Sabato aveva scritto su Truth Social: "Il tempo sta scadendo, 48 ore prima che l'inferno si scateni su di loro. Gloria a Dio!". Domenica di Pasqua aveva pubblicato un messaggio in cui intimava all'Iran di riaprire lo Stretto di Hormuz usando un linguaggio volgare e chiudendo con "Praise be to Allah", espressione che diversi leader musulmani hanno condannato come un'offesa alla loro fede. L'imam Steve Elturk, del Consiglio degli Imam del Michigan, ha definito il post di Trump "una pericolosa escalation che mina la stabilità internazionale e il tessuto morale del discorso pubblico".

Non è la prima volta che Hegseth introduce riferimenti cristiani nel contesto bellico. In precedenza aveva chiesto agli americani di pregare per la vittoria in Medio Oriente "nel nome di Gesù Cristo" e ha promosso servizi di preghiera cristiana al Pentagono. Il segretario alla Difesa ha un tatuaggio sul bicipite destro con la frase latina "Deus vult", "Dio lo vuole", grido di battaglia dei crociati medievali. Nel suo libro del 2020 "American Crusade" descrive le crociate come "sanguinose" e "piene di tragedie indicibili", ma le giustifica come necessarie per salvare l'Europa cristiana dall'avanzata dell'Islam.

Le reazioni critiche non sono mancate, e provengono anche da ambienti vicini al presidente. Papa Leone XIV, primo pontefice nato negli Stati Uniti, ha più volte chiesto la fine del conflitto e criticato l'uso del cristianesimo per giustificare la guerra. La Domenica delle Palme ha predicato che Dio "non ascolta le preghiere di chi fa la guerra" e due giorni dopo ha esortato Trump per nome a fermare il conflitto. In una recente omelia ha detto che la missione cristiana è stata spesso "distorta da un desiderio di dominio, del tutto estraneo alla via di Gesù Cristo". Anche Marjorie Taylor Greene, ex deputata repubblicana e alleata poi diventata critica di Trump, ha attaccato il presidente dichiarando che "non è un cristiano" e ricordando che "Gesù ci ha comandato di amarci e perdonarci l'un l'altro, anche i nostri nemici".

Storicamente, i presidenti americani hanno invocato la fede in tempo di guerra, ma come ricorda il Washington Post, predecessori come George W. Bush e Barack Obama, entrambi impegnati in conflitti in Medio Oriente, si erano preoccupati di sottolineare che gli Stati Uniti non combattevano contro i musulmani o l'Islam, ma contro gruppi specifici. La retorica dell'attuale amministrazione segue una direzione opposta, alimentando la narrazione di una guerra di civiltà che trova terreno fertile tra i sostenitori cristiani conservatori di Trump, molti dei quali si descrivono come combattenti di una guerra santa contro i valori laici e pluralisti.

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Trump minaccia di arrestare il giornalista che ha rivelato la notizia dell'aviatore disperso


Il presidente chiede alla testata di consegnare la fonte o "andare in prigione", ma non specifica né il giornalista né il media coinvolto. Intanto l'Iran rifiuta il cessate il fuoco e Trump fissa un ultimatum per martedì sera

Il presidente Donald Trump ha annunciato lunedì alla Casa Bianca l'intenzione di individuare e arrestare la persona che ha rivelato alla stampa l'esistenza di un secondo aviatore americano disperso in Iran, e ha minacciato di incarcerare il giornalista che ha pubblicato la notizia se non rivelerà la propria fonte. La dichiarazione, fatta durante una conferenza stampa, solleva serie questioni sulla libertà di stampa garantita dal Primo Emendamento della Costituzione americana.

Un caccia F-15 è stato abbattuto dal fuoco iraniano venerdì scorso. L'aereo, come tutti gli F-15, trasportava due membri dell'equipaggio: un pilota e un ufficiale ai sistemi d'arma. Il pilota è stato recuperato lo stesso giorno, ma l'ufficiale ai sistemi d'arma, ferito, è rimasto disperso fino a domenica, quando è stato tratto in salvo da una fessura nelle montagne iraniane grazie a un'operazione della Central Intelligence Agency. Anche le forze iraniane stavano cercando l'aviatore americano e avevano messo una taglia sulla sua testa.

"Stiamo cercando molto attivamente quella talpa", ha detto Trump. "Andremo dalla testata che ha diffuso la notizia e diremo: sicurezza nazionale, consegnate la fonte o andate in prigione". Il presidente non ha specificato né il nome del giornalista, né quello della testata, né quello del presunto responsabile della fuga di notizie. Dopo le dichiarazioni, alcuni membri della stampa hanno indicato Fox News e il Washington Post tra i primi a pubblicare la notizia, ma anche Reuters aveva riportato che solo uno dei due membri dell'equipaggio era stato tratto in salvo.

Trump ha sostenuto che la fuga di notizie avrebbe informato l'Iran della presenza di un aviatore americano disperso sul suo territorio, mettendone a rischio la vita. "Chiunque sia stato, è una persona malata", ha aggiunto il presidente. "Probabilmente non si è reso conto della gravità della situazione".

In parallelo alle minacce contro la stampa, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha scelto un registro del tutto diverso per descrivere il salvataggio dell'aviatore, paragonandolo alla resurrezione di Gesù Cristo. "Abbattuto un venerdì, il Venerdì Santo. Nascosto in una grotta, una fessura, per tutto il sabato. E salvato la domenica, portato via dall'Iran mentre il sole sorgeva la domenica di Pasqua", ha detto Hegseth durante la stessa conferenza stampa, aggiungendo che il primo messaggio inviato dall'aviatore una volta attivato il suo transponder di emergenza era stato "Dio è buono".

Lo stesso Trump ha usato l'evento annuale della caccia alle uova di Pasqua alla Casa Bianca per parlare della guerra in Iran, elogiando le forze armate americane con accanto il coniglio pasquale e la first lady. "Abbiamo le forze armate più potenti del mondo. Avete visto cosa è successo con il Venezuela", ha detto il presidente, riferendosi alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro.

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Crosetto e la minaccia nucleare: “Hiroshima non ci ha insegnato niente, temo che la situazione precipiti”


@Politica interna, europea e internazionale
“Temo che ciò che già è drammatico possa precipitare ancor di più. Perché so che l’umanità ci ha dimostrato che non esiste limite alla follia. Sono esseri umani come noi quelli che hanno deciso che per far finire un conflitto fossero accettabili

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Wisconsin, si vota per la Corte Suprema statale


La candidata liberal Chris Taylor è favorita contro la conservatrice Maria Lazar in un'elezione che non cambierà gli equilibri del tribunale ma potrebbe garantire il controllo progressista fino al 2030

Oggi, martedì 7 aprile, gli elettori del Wisconsin tornano alle urne per scegliere un nuovo giudice della Corte Suprema statale. Si tratta della terza elezione per l'alta corte in soli quattro anni, ma questa volta l'atmosfera è diversa: meno soldi, meno attenzione nazionale e un risultato che sembra già scritto.

Per capire cosa c'è in gioco bisogna partire da una premessa fondamentale. Negli Stati Uniti ogni Stato ha una propria Corte Suprema, distinta dalla Corte Suprema federale di Washington. Quella federale è composta da nove giudici nominati a vita dal presidente e confermati dal Senato. Le corti supreme statali funzionano in modo diverso da Stato a Stato. In Wisconsin i sette giudici vengono eletti direttamente dai cittadini con mandato decennale, in elezioni formalmente aparitiche che si tengono in primavera, separate dalle elezioni politiche di novembre. Nella pratica, però, i candidati ricevono apertamente l'appoggio di uno dei due partiti e le campagne elettorali sono diventate battaglie politiche a tutti gli effetti.

L'elezione di oggi vede fronteggiarsi due giudici della corte d'appello statale. Chris Taylor, sostenuta dai democratici, è una ex deputata statale di Madison che ha lavorato come responsabile delle politiche pubbliche per Planned Parenthood, l'organizzazione che gestisce cliniche per la salute riproduttiva. Il governatore democratico Tony Evers l'ha nominata giudice di contea nel 2020, e nel 2023 è stata eletta alla corte d'appello. Maria Lazar, sostenuta dai repubblicani, ha lavorato come vice procuratrice generale sotto l'amministrazione dell'ex governatore repubblicano Scott Walker. È stata eletta giudice di contea nella contea di Waukesha nel 2015 e alla corte d'appello nel 2022. Entrambe sostituiranno la giudice conservatrice Rebecca Bradley, che ha scelto di non ricandidarsi.

Taylor ha un vantaggio finanziario schiacciante. Secondo la Wisconsin Ethics Commission, la sua campagna ha raccolto circa sei milioni di dollari, contro il milione circa di Lazar. La spesa pubblicitaria è ancora più squilibrata: Taylor e i gruppi che la sostengono hanno investito oltre cinque milioni in spot televisivi, mentre il fronte conservatore ha speso meno di 400.000 dollari. È un'elezione da pochi milioni di dollari complessivi, una cifra modesta se paragonata ai precedenti: nel 2025 la corsa per la Corte Suprema del Wisconsin aveva superato i 100 milioni di dollari di spesa totale, con l'intervento diretto di Elon Musk a favore del candidato conservatore Brad Schimel, poi sconfitto nettamente.

I sondaggi indicano che la partita è aperta più sulla carta che nella realtà. L'ultimo rilevamento della Marquette University Law School assegna il 30 per cento a Taylor, il 22 per cento a Lazar e il 46 per cento agli indecisi. Ma il dato degli indecisi non deve ingannare: nelle ultime tre elezioni per la Corte Suprema i candidati progressisti hanno vinto con margini di 10-11 punti percentuali. "I repubblicani hanno completamente alzato bandiera bianca", ha dichiarato a Politico Alejandro Verdin, che ha gestito la campagna vincente della giudice Janet Protasiewicz nel 2023. "Stanno ancora leccandosi le ferite dopo le sconfitte pesanti". Anche nel campo conservatore il realismo prevale: "È sicuramente una battaglia in salita", ha ammesso Ben Voelkel, ex consigliere del senatore repubblicano Ron Johnson, sempre a Politico.

La ragione principale del minore interesse è che questa elezione non cambierà il controllo della corte. I progressisti detengono una maggioranza di 4-3 dal 2023, quando la vittoria di Protasiewicz ribaltò gli equilibri per la prima volta in 15 anni. Nel 2025 la giudice Susan Crawford ha confermato quella maggioranza. Il seggio in palio oggi appartiene al blocco conservatore: se vince Lazar, la maggioranza progressista resta a 4-3; se vince Taylor, si allarga a 5-2. In entrambi i casi i progressisti mantengono il controllo. La differenza, però, non è trascurabile: con una maggioranza 5-2, i progressisti avrebbero la certezza di controllare la corte almeno fino al 2030, un margine di sicurezza importante in vista delle elezioni presidenziali del 2028 e del prossimo ridisegno dei collegi elettorali previsto nei primi anni del decennio 2030.

La maggioranza progressista insediatasi nel 2023 ha già prodotto decisioni di grande portata. La corte ha annullato un divieto di aborto risalente al 1849 che era tornato in vigore dopo la sentenza della Corte Suprema federale che nel 2022 aveva ribaltato la storica sentenza Roe v. Wade. Ha inoltre ordinato il ridisegno delle mappe elettorali per il parlamento statale, rompendo un gerrymandering, cioè un ridisegno dei collegi a vantaggio di un partito, che favoriva i repubblicani da oltre un decennio. Ha anche confermato il veto selettivo del governatore Evers su un aumento dei finanziamenti scolastici della durata di 400 anni.

L'affluenza sarà un indicatore importante. Nelle elezioni primaverili del 2025, quando in palio c'era il controllo della corte, votarono quasi 2,4 milioni di persone, circa il 62 per cento degli elettori registrati. Questa volta i numeri del voto anticipato sono molto inferiori: al 1° aprile avevano già votato circa 317.000 persone, secondo la Wisconsin Elections Commission, contro le oltre 693.000 che avevano votato in anticipo nel 2025. Secondo Scott Milfred, editorialista del Wisconsin State Journal, il calo è legato alla natura della base elettorale di Trump: "Molti di quei nuovi elettori, soprattutto nelle zone rurali, non sono motivati dalle elezioni minori quando Trump non è sulla scheda. Intanto, con Trump alla Casa Bianca e i repubblicani al Congresso, c'è molta più energia a sinistra, soprattutto tra i giovani". I seggi saranno aperti dalle 7 alle 20 ora locale.

L'elezione di oggi è il primo atto di una stagione politica intensa per il Wisconsin. A novembre si voterà per il governatore, con il deputato Tom Tiffany, sostenuto da Trump, che sfiderà il vincitore di una affollata primaria democratica prevista per agosto. Tra i candidati democratici ci sono l'ex vice governatore Mandela Barnes, il presidente della contea di Milwaukee David Crowley e la vice governatrice Sara Rodriguez. In palio c'è anche il controllo del parlamento statale: con le nuove mappe elettorali più equilibrate, i democratici sperano di conquistare la maggioranza sia all'assemblea che al senato per la prima volta in circa 16 anni. Se riuscissero a vincere anche la corsa per il governatore, otterrebbero il controllo completo del governo statale.

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Trump davanti al bivio: negoziati fino all'ultimo minuto o attacco all’Iran entro stasera


Ultime ore prima della scadenza fissata dal presidente statunitense: mediatori al lavoro per evitare un’escalation, ma resta pronto un piano di bombardamenti su larga scala contro le infrastrutture iraniane nel caso in cui i negoziati dovessero fallire.

Donald Trump si trova dinanzi a uno dei passaggi più delicati del conflitto in corso con l’Iran. Entro le 20 di oggi, ora di Washington, cioè le 2 del mattino di domani in Italia, il presidente degli Stati Uniti dovrà decidere se dare seguito alle minacce di un attacco massiccio contro Teheran oppure lasciare ancora spazio alla diplomazia, che nelle ultime ore si è intensificata lontano dai riflettori. Sul tavolo restano due esiti opposti: da un lato un possibile accordo, o almeno una proroga dell’ultimatum; dall’altro il via libera a un’operazione militare su vasta scala contro infrastrutture iraniane strategiche e civili, con effetti potenzialmente devastanti per la popolazione e per l’intero equilibrio della regione.

Trump ha descritto pubblicamente, con toni drammatici, ciò che potrebbe accadere in caso di fallimento dei colloqui, evocando la possibilità di colpire nel giro di poche ore ponti, centrali elettriche e altre infrastrutture. Al tempo stesso, però, ha continuato a lasciare aperto il canale negoziale, sostenendo che un’intesa resta possibile. È questa doppia linea a definire il momento: la Casa Bianca punta a mantenere Teheran sotto la massima pressione, senza chiudere del tutto la strada a una soluzione diplomatica.

In questo quadro si sono intensificati anche gli sforzi dei mediatori internazionali. Pakistan, Egitto e Turchia stanno cercando di costruire un’intesa preliminare su alcuni punti che consenta, almeno, di superare l’impatto immediato della scadenza e di guadagnare altro tempo. Secondo diverse fonti, l’Iran ha presentato una risposta articolata in dieci punti alle proposte americane. A Washington il documento è stato giudicato ancora lontano dalle richieste americane, ma non interpretato come una chiusura definitiva: viene considerato piuttosto una base ancora negoziabile, aperta a modifiche e riscritture. Il punto, per gli Stati Uniti, è capire se da Teheran arriveranno segnali sufficientemente concreti da giustificare un nuovo rinvio dell’ultimatum.

Le divisioni a Washington e l’opzione militare


È su questo snodo che si misura la tensione interna all’Amministrazione americana. Tra le figure più impegnate nei contatti diplomatici ci sono il vicepresidente JD Vance, l’inviato Steve Witkoff e Jared Kushner, che insistono nel tentare fino all’ultimo una via d’uscita politica. Il ragionamento è che, se un’intesa dovesse apparire davvero a portata di mano, Trump potrebbe anche decidere di sospendere temporaneamente l’opzione militare. Nell’apparato della sicurezza e della difesa, però, continuano a prevalere scetticismo e riserve sulla possibilità che sia davvero la volta decisiva. Tra i più cauti si fa strada la convinzione che il tempo residuo sia minimo e che la lentezza del processo decisionale iraniano renda estremamente difficile arrivare a un compromesso entro la scadenza fissata dalla Casa Bianca.

Attorno a Trump si esercitano inoltre pressioni politiche divergenti. Da un lato c’è chi sollecita di sfruttare fino in fondo l’occasione per chiudere un accordo, dall’altro chi considera che fermarsi in assenza di concessioni rilevanti da parte iraniana equivarrebbe a dare un segnale di debolezza. Tra le condizioni sostenute dai falchi figurano la riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico marittimo e la rinuncia totale dell’Iran all’uranio altamente arricchito, richieste che al momento appaiono difficilmente praticabili nel giro di poche ore. In questo contesto, la decisione finale resta fortemente accentrata e affidata, in ultima istanza, al presidente.

Il problema, per gli Stati Uniti e per gli alleati della regione, è che questo conto alla rovescia si colloca in una fase di massima instabilità. Washington e Israele avrebbero già predisposto diverse opzioni operative per colpire su larga scala le infrastrutture iraniane, compresi ponti e centrali elettriche, attivabili rapidamente su ordine del presidente. La loro stessa esistenza rafforza la credibilità della minaccia americana, ma accresce anche il rischio che un fallimento dei colloqui si traduca rapidamente in un salto di qualità del conflitto.

Le ricadute del conflitto e le prossime ore


Nel frattempo la guerra sta già producendo effetti economici e politici anche al di fuori del teatro strettamente militare. I timori per la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo e per il futuro dello Stretto di Hormuz hanno contribuito a spingere verso l’alto i prezzi del petrolio, alimentando nuove pressioni sui mercati e sui consumatori. Negli Stati Uniti, inoltre, il conflitto sta aggravando anche lo scontro politico interno. Una deputata democratica ha annunciato l’intenzione di avviare una procedura di impeachment contro il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, ritenendolo responsabile della gestione delle operazioni legate all’Iran. Si tratta di un’iniziativa con possibilità politiche molto ridotte, ma che segnala il crescente livello di critiche attorno alla conduzione della guerra.

A rendere ancora più incerto il quadro è stata la stessa ammissione di Trump, che ha riconosciuto di non essere in grado di dire se il conflitto stia andando verso una riduzione della tensione o verso un’ulteriore escalation. Il presidente ha lasciato intendere che la valutazione cambia di ora in ora, sulla base dell’evoluzione dei contatti e delle risposte iraniane. Non c’è, dunque, una traiettoria già definita: c’è un ultimatum, c’è una minaccia militare credibile, ci sono negoziati ancora aperti e c’è soprattutto una decisione finale che dipenderà dal giudizio politico del presidente al momento della scadenza.

Per questo le prossime ore saranno decisive non solo per l’Iran, ma per l’intero equilibrio del Medio Oriente. Se i mediatori riusciranno a ottenere da Teheran un segnale ritenuto sufficiente dalla Casa Bianca, Trump potrebbe scegliere di concedere ancora margine alla diplomazia. In caso contrario, la finestra per evitare un attacco su larga scala rischia di chiudersi, aprendo la strada a una fase nuova e ancora più pericolosa del conflitto, le cui conseguenze potrebbero propagarsi rapidamente ben oltre la regione.

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La rassegna stampa di martedì 7 aprile 2026


Trump minaccia l'Iran con un ultimatum per martedì sera mentre aumentano le tensioni nel Golfo Persico. L'Amministrazione cancella accordi sui diritti civili per studenti trans

Questa è la rassegna stampa di martedì 7 aprile 2026

Trump minaccia di distruggere l'Iran "in una notte" se non riapre lo Stretto di Hormuz


Il presidente Trump ha fissato un ultimatum alle 20:00 di martedì sera per l'Iran, minacciando di attaccare ponti, centrali elettriche e impianti di desalinizzazione se Teheran non riaprirà lo Stretto di Hormuz. "L'intero paese può essere distrutto in una notte, e quella notte potrebbe essere domani sera", ha dichiarato Trump durante una conferenza stampa alla Casa Bianca. Le minacce hanno sollevato preoccupazioni per possibili crimini di guerra.

Fonti: New York Times, Bloomberg, BBC

L'Iran respinge la proposta di cessate il fuoco americana e presenta 10 condizioni


L'Iran ha trasmesso attraverso intermediari pakistani una proposta in 10 punti che richiede la fine degli attacchi e delle sanzioni americane. I comandanti militari iraniani hanno definito "deliranti" le minacce di Trump contro le infrastrutture civili, sostenendo che gli Stati Uniti stanno affrontando "umiliazioni" nella regione.

Fonti: New York Times, Financial Times

Una democratica della Camera annuncia impeachment contro il Segretario della Difesa Hegseth


La deputata Yassamin Ansari dell'Arizona ha dichiarato che presenterà articoli di impeachment contro il Segretario della Difesa Pete Hegseth per crimini di guerra legati agli attacchi pianificati contro le infrastrutture civili iraniane. Hegseth ha paragonate il salvataggio di un aviatore americano in Iran alla resurrezione di Gesù Cristo.

Fonti: The Hill, New York Times

Il Vicepresidente Vance visiterà l'Ungheria per sostenere Orban prima delle elezioni


JD Vance si recherà in Ungheria per sostenere Viktor Orban in vista delle elezioni parlamentari del 12 aprile. La visita evidenzia come non solo la Russia sia investita nella vittoria del leader ungherese, ma anche l'Amministrazione Trump, nonostante le preoccupazioni per la democrazia ungherese.

Fonti: New York Times

L'Amministrazione Trump cancella accordi sui diritti civili per studenti transgender


Il Dipartimento dell'Educazione ha terminato gli accordi che richiedevano a cinque distretti scolastici e un college di proteggere i diritti degli studenti transgender. La decisione colpisce scuole in Delaware, Washington, Pennsylvania e California, segnando un'inversione delle politiche dell'era Biden.

Fonti: Washington Post, The Guardian

Gli alleati temono di essere legati a un'America imprevedibile senza alternative


Paesi amici in Europa, Asia e Medio Oriente esprimono frustrazione per l'imprevedibilità del presidente Trump ma rimangono dipendenti dagli Stati Uniti per la loro sicurezza. La guerra in Iran ha amplificato le preoccupazioni degli alleati sulla strategia americana nella regione.

Fonti: Wall Street Journal

La Corte Suprema apre la strada all'archiviazione del caso penale di Steve Bannon


La Corte Suprema ha preparato il terreno per l'archiviazione delle accuse contro Steve Bannon per oltraggio al Congresso. Il Dipartimento di Giustizia di Trump ha ora chiesto di archiviare le accuse contro l'ex consigliere che aveva scontato quattro mesi di carcere.

Fonti: Wall Street Journal

Trump critica la Corte Suprema su cittadinanza per nascita e dazi


Il presidente Trump ha accusato la Corte Suprema di non interessarsi al paese dopo la sentenza contro i suoi dazi e i dubbi espressi dai giudici sulla possibilità di eliminare la cittadinanza per nascita. Trump ha espresso particolare frustrazione per le decisioni della Corte.

Fonti: The Hill

Jamie Dimon avverte sui rischi inflazionistici della guerra e critica il credito privato


Il CEO di JPMorgan Chase ha avvertito che la guerra in Iran rischia di spingere verso l'alto inflazione e tassi di interesse negli Stati Uniti. Dimon ha anche irritato i rivali del credito privato avvertendo che le perdite in questo settore saranno maggiori di quanto molti si aspettino.

Fonti: Semafor, Financial Times

Michigan conquista il titolo NCAA di basket maschile battendo UConn


I Wolverines del Michigan hanno conquistato il loro secondo titolo nazionale di basket maschile e il primo dal 1989, battendo UConn 69-63 in una partita caratterizzata da basso punteggio. Elliot Cadeau ha guidato Michigan con 19 punti ed è stato nominato Most Outstanding Player delle Final Four.

Fonti: NPR, The Guardian

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Gli americani arrabbiati con entrambi i partiti preferiscono i Dem per le midterm


Entrambi i partiti registrano un gradimento negativo. Chi disprezza sia democratici che repubblicani preferisce i primi di 31 punti. Trump è meno popolare che nel 2018

Un nuovo sondaggio CNN, condotto dall'istituto SSRS, fotografa un elettorato americano scontento di tutti. Sia il Partito Democratico sia il Partito Repubblicano registrano un gradimento negativo tra la popolazione, eppure in questa cornice di insoddisfazione generale i democratici partono in vantaggio in vista delle elezioni di metà mandato del 2026. Tra gli elettori registrati, il 6% in più dichiara che voterebbe oggi per un candidato democratico al Congresso piuttosto che per uno repubblicano.

Il dato più significativo riguarda i cosiddetti "double haters", circa un quarto degli americani che ha un giudizio negativo su entrambi i partiti. Questo gruppo preferisce i democratici con un margine di 31 punti. Si tratta di elettori già decisivi in passato: nel 2016 e nel 2024 si schierarono con Trump, nel 2022 favorirono i repubblicani con ampio margine. Oggi il vento è cambiato, anche se la loro preferenza per i democratici nasce più dall'opposizione ai repubblicani che da un entusiasmo per il partito rivale.

Ai Dem piace meno il proprio partito, ma sono molto motivati a votare a novembre
Confronto tra elettori registrati democratici e repubblicani su attitudini e motivazione in vista delle elezioni di metà mandato 2026.

Elettori registrati Dem/filodem
Elettori registrati GOP/filo-GOP

Intendono votare per il proprio partito nel 2026

96%

91%

Il voto 2026 sarà un messaggio su Trump (Dem: opposizione; GOP: sostegno)

79%

46%

Estremamente motivati a votare nel 2026

67%

50%

Vedono il proprio partito positivamente

63%

76%

Sondaggio condotto da SSRS dal 26 al 30 marzo su un campione nazionale casuale di 1.201 adulti statunitensi estratti da un panel probabilistico. I sondaggi sono stati condotti online o telefonicamente. I risultati hanno un margine di errore di campionamento fino a ±5,4 punti percentuali.
Elaborazione Focus America su dati CNN/SSRS polling

I numeri sul gradimento sono impietosi per entrambi gli schieramenti. Solo il 28% degli americani ha un'opinione favorevole dei democratici, contro il 32% dei repubblicani, che devono il leggero vantaggio soprattutto al giudizio più positivo dei propri elettori. Rispetto al ciclo elettorale del 2018, il primo mandato di Trump, la situazione è peggiorata per tutti: il tasso di approvazione del presidente è al 35%, sette punti in meno di allora, mentre il gradimento netto dei democratici è passato da un valore vicino alla parità a un saldo negativo di quasi 30 punti.

Quando si chiede ai "double haters" cosa non sopportano di ciascun partito, le risposte sono diverse. Il 22% critica i democratici perché non concludono nulla, l'11% perché non si oppongono abbastanza a Trump e ai repubblicani, il 10% perché troppo progressisti. Quanto ai repubblicani, la critica più frequente (14%) è che il partito non si oppone a Trump, seguita dalla percezione che non si occupi della gente (10%) e che sia corrotto (8%).

Il paradosso dei democratici è che soffrono di maggiori divisioni interne rispetto ai repubblicani, ma riescono comunque a mobilitare meglio la propria base. Gli elettori vicini ai democratici si dichiarano "estremamente motivati" a votare con 17 punti in più rispetto ai repubblicani, nonostante abbiano 14 punti in meno di gradimento verso il proprio partito. Tra gli elettori più motivati in assoluto, il voto si orienta al 57% per i democratici contro il 38% per i repubblicani.

La motivazione principale degli elettori democratici è l'opposizione a Trump. Più di tre quarti di chi intende votare per il partito dichiara che il proprio voto sarà un messaggio contro il presidente. Solo la metà degli elettori repubblicani, al contrario, vede il proprio voto come un gesto di sostegno a Trump. Questo schema rientra in una dinamica ricorrente nelle elezioni di metà mandato americane, dove gli elettori tendono a punire il partito al potere, soprattutto quando il presidente è impopolare.

Le fratture interne ai due partiti restano evidenti, anche se la maggioranza degli elettori di ciascuno schieramento percepisce il proprio partito come sostanzialmente unito. Il 72% dei democratici riconosce che la questione israeliana crea problemi, e circa due terzi vedono divisioni sulle priorità e sulla posizione ideologica del partito. Tra i repubblicani, poco più della metà individua tensioni su cosa il partito debba concentrarsi (54%), se spostarsi a destra o al centro (52%) e se gli eletti debbano mai opporsi pubblicamente a Trump (52%).

Un segnale di allarme per i repubblicani arriva dai giovani. Solo il 33% degli elettori repubblicani sotto i 45 anni si dichiara estremamente motivato a votare, contro una maggioranza tra gli over 45. I giovani repubblicani sono anche 24 punti più propensi dei più anziani a considerare Israele un tema divisivo per il partito.

I leader di entrambi i partiti al Congresso non godono di grande popolarità. I repubblicani Mike Johnson e John Thune e i democratici Hakeem Jeffries e Chuck Schumer registrano tutti un gradimento negativo. Schumer è il più impopolare, con un saldo negativo di 32 punti tra il pubblico generale e addirittura un saldo negativo di 4 punti tra gli elettori vicini al suo stesso partito. Il sondaggio è stato condotto online e per telefono tra il 26 e il 30 marzo su un campione di 1.201 adulti, con un margine di errore di 3,2 punti percentuali.

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I Dem americani rinnegano le posizioni del 2020 in vista del 2028


I potenziali candidati alla Casa Bianca prendono le distanze da immigrazione, diversità, polizia e clima. Ma il partito si sposta a sinistra su tecnologia e Israele

I democratici che ambiscono alla Casa Bianca stanno cercando di far dimenticare agli elettori le posizioni che loro stessi avevano sostenuto nel 2020. Il riposizionamento, raccontato da Axios, riguarda temi centrali del dibattito americano: sicurezza ai confini, diversità e inclusione, ordine pubblico, energia e gestione della pandemia. L'obiettivo è duplice: le elezioni di metà mandato di quest'anno e le presidenziali del 2028.

Alla base di questa svolta c'è una convinzione diffusa nel partito: la sconfitta contro Donald Trump nel 2024 non è dipesa solo dalla comunicazione, ma dal contenuto stesso delle politiche progressiste proposte negli anni precedenti. I potenziali candidati hanno quindi iniziato a prendere le distanze dal Partito Democratico degli ultimi anni, comprese le posizioni che loro stessi avevano difeso.

Il governatore della California Gavin Newsom ripete a giornalisti e platee che i democratici devono essere più "culturalmente normali". L'anno scorso ha dichiarato che "nessuno nel mio ufficio ha mai usato la parola Latinx", omettendo di aver usato lui stesso quel termine nel 2020. Il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro ha scritto nel suo ultimo libro che i democratici "hanno sbagliato sulle mascherine e sull'obbligo vaccinale" durante la pandemia e che lui avrebbe "gestito diversamente la risposta dello Stato" se fosse stato governatore. All'epoca Shapiro era procuratore generale della Pennsylvania e non espresse critiche simili: anzi, difese in tribunale molte di quelle politiche, dichiarando che era suo "dovere legale". L'ex segretario ai Trasporti Pete Buttigieg ha detto l'anno scorso che quando i democratici parlano di diversità sembra che "costringano le persone a seguire un corso di formazione uscito da Portlandia", una serie televisiva satirica. Il senatore del New Jersey Cory Booker, nel suo nuovo libro "Stand", ha scritto: "Non possiamo cancellare chiunque non superi un test di purezza ideologica".

Il tema più evidente di questo riallineamento è l'immigrazione. Quasi tutti i potenziali candidati alla presidenza criticano la gestione dei flussi migratori dell'ex presidente Joe Biden e insistono sulla necessità di rendere sicuro il confine meridionale con il Messico. Sul fronte della diversità, i dirigenti democratici criticano lo smantellamento dei programmi di diversità, equità e inclusione (diversity, equity and inclusion) da parte dell'amministrazione Trump, ma pochi chiedono che vengano ripristinati e ampliati. Molti esponenti di primo piano hanno anche abbandonato gli slogan sul definanziamento della polizia e promuovono il rafforzamento delle forze dell'ordine. I leader del partito che un tempo aspiravano a essere considerati "woke" ora evitano quell'etichetta e il linguaggio inclusivo che usavano su giustizia razziale, diritti delle persone transgender e altri temi.

Lo spostamento verso il centro è visibile anche nelle campagne per le elezioni statali e congressuali. Quando i democratici parlano di energia, il tema dominante è la riduzione delle bollette, non gli investimenti da migliaia di miliardi in energie alternative. A New York, il candidato alla carica di sindaco Zohran Mamdani ha passato mesi a ridimensionare le sue precedenti richieste di tagliare i fondi a un dipartimento di polizia che aveva definito "razzista, anti-queer e una grave minaccia per la sicurezza pubblica". In Texas, il candidato democratico al Senato James Talarico, attaccato dai repubblicani per aver detto cose come "Dio è non-binary", ha dichiarato al New York Times di non rinnegare i suoi valori ma che "probabilmente li avrebbe espressi in modo diverso".

Il quadro però non è lineare. Mentre si sposta al centro su alcuni temi, il partito si è spostato a sinistra su altri. I democratici sono sempre più ostili verso le grandi aziende tecnologiche e l'intelligenza artificiale, per il timore di perdite di posti di lavoro e per la preoccupazione che i centri dati facciano salire ulteriormente le bollette. L'opposizione alle azioni di Israele si è diffusa in tutto il partito. Il senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders, di orientamento progressista, resta una delle figure più popolari tra i democratici e attrae folle enormi. Lo stesso Newsom, pur spingendo il partito a cambiare linguaggio, ha anche sostenuto che "tutta questa retorica anti-woke è semplicemente anti-neri".

Questo riposizionamento non è del tutto nuovo. Era già in corso prima della vittoria di Trump nel 2024. Quando Kamala Harris diventò la candidata del partito, abbandonò diverse posizioni che aveva preso durante le primarie del 2020: la sanità pubblica universale, il divieto del fracking, l'eliminazione dell'ostruzionismo al Senato per approvare il Green New Deal, la depenalizzazione degli attraversamenti irregolari del confine. Non tutti nel partito approvano questa traiettoria. Il governatore dell'Illinois JB Pritzker, altro possibile candidato per il 2028, ha sintetizzato il dissenso interno: "Quegli stessi democratici che non fanno nulla vogliono dare la colpa delle nostre sconfitte alla difesa dei neri, dei ragazzi trans, degli immigrati, invece che alla loro mancanza di coraggio".

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L'Argentina di Milei dimezza la povertà in due anni


Un editoriale del Washington Post elogia le riforme di libero mercato del presidente argentino: povertà scesa dal 53 al 28 per cento, inflazione da 200 a 33 per cento, crescita al 4,4 per cento

L'Argentina ha registrato un calo della povertà dal 53 al 28 per cento in meno di due anni, secondo i dati pubblicati questa settimana dall'istituto nazionale di statistica del Paese. Il risultato, ottenuto sotto la presidenza di Javier Milei, è al centro di un editoriale del comitato editoriale del Washington Post, che lo interpreta come una conferma della superiorità delle politiche di libero mercato rispetto a quelle stataliste.

L'editoriale sostiene che "l'esperimento di libero mercato guidato dal presidente Javier Milei ha ancora una volta smentito i catastrofisti". Il tasso di povertà aveva raggiunto il picco del 53 per cento nella prima metà del 2024, pochi mesi dopo l'insediamento di Milei alla Casa Rosada nel dicembre 2023. Da allora il dato è sceso costantemente fino al 28 per cento registrato alla fine del 2025. Si tratta di una riduzione di 25 punti percentuali, un risultato che il quotidiano di Washington giudica notevole, soprattutto considerando che una delle critiche più frequenti al programma economico di Milei riguardava proprio la persistenza di livelli elevati di povertà.

Il pilastro della strategia economica di Milei è stato il contrasto all'iperinflazione. Il presidente, che si definisce libertario ed è stato economista prima di entrare in politica, ha tagliato i sussidi statali e ridotto drasticamente il numero di dipendenti pubblici. Queste misure hanno prodotto il primo surplus fiscale su base annua in 123 anni. L'inflazione annuale è scesa dal 200 per cento al momento del suo insediamento al 33 per cento a febbraio. Il Washington Post ricorda che Milei, "discepolo di Milton Friedman e Adam Smith", ha sempre sostenuto che "il socialismo porta alla povertà e il capitalismo alla prosperità" e che dopo la sua vittoria elettorale si è mosso rapidamente per smantellare quello che il comitato editoriale definisce "uno Stato burocratico ipertrofico".

I risultati macroeconomici sembrano dare ragione alla linea del governo. L'Argentina ha registrato un tasso di crescita del 4,4 per cento nel 2025, recuperando dalla breve recessione del 2024. Il Fondo monetario internazionale prevede che il Paese continuerà a crescere a ritmi sostenuti nel 2026 e nel 2027, superando la media dell'America Latina.

L'editoriale del Washington Post non ignora le criticità. L'eliminazione di oltre 60.000 posti di lavoro nel settore pubblico ha contribuito a portare il tasso di disoccupazione al 7,5 per cento. Il comitato editoriale ritiene però che "le forze di mercato possano risolvere il problema, man mano che un settore privato in espansione crea posti di lavoro". Un'altra sfida riguarda le possibili conseguenze della guerra con l'Iran, che secondo il quotidiano "minaccia di far salire i prezzi in tutto il mondo".

Il Washington Post attribuisce un ruolo centrale anche al ministro della Deregolamentazione e della trasformazione dello Stato, Federico Sturzenegger, che in meno di un anno e mezzo ha modificato o eliminato oltre 14.000 regolamenti. L'editoriale sostiene che questa deregolamentazione "stimolerà gli investimenti privati e la crescita".

Il tono complessivo dell'editoriale è di aperto sostegno all'esperimento argentino. Il comitato editoriale del Washington Post definisce la trasformazione dell'Argentina "da quasi un secolo di socialismo al capitalismo di libero mercato" come una prova della "superiorità" di quest'ultimo. "È raro poter assistere a un esperimento così radicale in tempo reale", conclude l'editoriale. "Non sorprende, tuttavia, che stia funzionando".

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Il Museo dell'Olocausto di Washington è cambiato dopo il ritorno di Trump


Due ex dipendenti sostengono che i cambiamenti siano stati preventivi per evitare tensioni con l'amministrazione. Il museo nega pressioni esterne

Lo United States Holocaust Memorial Museum di Washington ha rimosso dal suo sito risorse educative sul razzismo americano e cancellato un laboratorio sulla "fragilità della democrazia" nel primo anno del secondo mandato di Donald Trump. Lo rivela Politico in un'inchiesta basata su documenti interni e testimonianze di due ex dipendenti.

I cambiamenti non erano mai stati resi pubblici. Sono avvenuti mentre il presidente interveniva con decisione sullo Smithsonian Institution, il più grande complesso museale del mondo, chiedendo modifiche ai contenuti per allinearli alla propria visione politica, e mentre l'amministrazione rimuoveva dai siti federali i riferimenti a diversità, equità e inclusione. Il museo dell'Olocausto, però, è un'istituzione indipendente, non affiliata allo Smithsonian: si finanzia con donazioni private e fondi federali. Trump non ha mai commentato pubblicamente i suoi contenuti né chiesto modifiche ufficiali.

Eppure due ex dipendenti, che hanno lasciato il museo durante questo periodo, hanno dichiarato a Politico di ritenere che le modifiche fossero preventive, pensate per non attirare attenzioni negative dall'amministrazione. Entrambi hanno chiesto l'anonimato per timore di ritorsioni professionali. "Sembra che stessero cercando di allinearsi in anticipo, per non essere poi costretti a cambiare", ha detto uno dei due a Politico.

Tra le modifiche documentate, il museo ha eliminato dal sito una pagina intitolata "Materiali didattici su nazismo e Jim Crow", che conteneva piani di lezione e risorse sui legami tra il razzismo istituzionalizzato americano e il regime nazista. La pagina includeva collegamenti a contenuti sugli "Afroamericani soldati durante la Seconda guerra mondiale" e sugli "Afro-tedeschi durante l'Olocausto". Un video del 2018, che mostrava una conversazione tra un sopravvissuto all'Olocausto e una donna il cui padre era stato linciato in Alabama, è stato reso non visibile sulla pagina YouTube del museo, pur restando accessibile tramite link diretto. La rimozione della pagina è avvenuta dopo il 29 agosto 2025, ultima data in cui risulta archiviata su Internet Archive.

I dirigenti del museo hanno anche rinominato un laboratorio di educazione civica destinato agli studenti universitari. Il titolo originale, "Fragilità della democrazia e l'ascesa dei nazisti", è diventato "Prima dell'Olocausto: la società tedesca e l'ascesa nazista al potere". In un'email interna ottenuta da Politico, un dirigente del Levine Institute for Holocaust Education spiegava che il cambiamento era necessario per "preoccupazioni riguardo a come il termine fragilità possa essere percepito o interpretato nel clima attuale".

Il laboratorio faceva parte di un programma chiamato Civic Learning for Campus Communities, avviato nel 2020. Dopo anni di ricerca, il formato "Fragilità della democrazia" era stato lanciato in via sperimentale nel 2024, per poi essere cancellato nel luglio 2025. In alcune email esaminate da Politico, un dipendente del museo attribuiva la cancellazione a "tagli dovuti a fondi federali limitati e a un contesto difficile per la raccolta fondi". Lo stesso dipendente, però, ha poi riferito che la dirigenza gli aveva comunicato in privato che la decisione riguardava anche un "cambio di priorità". Il secondo ex dipendente ha aggiunto che esisteva la preoccupazione di "avviare conversazioni che potessero portare il partecipante fuori dal contesto dell'Europa, 1933-1945, e nel presente".

La giustificazione economica appare debole alla luce dei numeri: quell'anno fiscale il museo ha registrato un aumento di 52,4 milioni di dollari nel patrimonio netto, superando il miliardo di dollari di patrimonio totale, grazie a quello che un rapporto pubblico definisce "il forte sostegno dei donatori e il successo delle campagne di raccolta fondi".

Nel frattempo, Trump ha rafforzato il controllo sull'istituzione. Con una mossa senza precedenti, lo scorso anno ha rimosso dal consiglio di amministrazione diversi membri nominati da Joe Biden prima della scadenza dei loro mandati, sostituendoli con figure a lui vicine. Il caso più significativo è la sostituzione di Stuart Eizenstat, tra i fondatori del museo, con Jeffrey Miller, influente lobbista repubblicano, alla presidenza del consiglio, avvenuta il mese scorso.

Una portavoce del museo ha inviato spontaneamente a Politico una dichiarazione in cui sottolineava che "l'amministrazione Trump non ha richiesto alcun cambiamento ai contenuti o alla programmazione del museo". In una seconda dichiarazione, ha definito "false" le accuse dei due ex dipendenti, ribadendo che "né l'amministrazione Trump né altri hanno ordinato modifiche". La portavoce non ha risposto alle domande specifiche sulla rimozione della pagina didattica né sul perché la cancellazione del programma fosse stata attribuita a difficoltà di raccolta fondi nonostante i risultati finanziari positivi. Né Miller né la Casa Bianca hanno risposto alle richieste di commento. Eizenstat ha rifiutato di commentare.

Marc Carpenter, professore di storia alla University of Jamestown, che avrebbe dovuto ospitare il laboratorio prima della cancellazione nel luglio 2025, ha dichiarato a Politico di essere rimasto "sorpreso" dalla tempistica "davvero brusca". "È un peccato che questo accada in qualsiasi contesto", ha aggiunto. "Il museo in genere offre programmi straordinari per le università, e questo sembrava particolarmente adatto alla missione di educazione civica che era al centro sia del nostro ateneo sia della missione del museo".

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Iran, in corso frenetici negoziati dell’ultima ora per evitare l’escalation


Sul tavolo c'è l'ipotesi di una tregua di 45 giorni, mentre si avvicina la scadenza dell’ultimatum imposto da Donald Trump alle autorità iraniane e cresce il rischio di attacchi su larga scala e ritorsioni devastanti.

Secondo Axios, Stati Uniti, Iran e una rete di mediatori regionali stanno discutendo un possibile cessate il fuoco di 45 giorni che potrebbe aprire la strada alla fine della guerra ed evitare una pericolosa escalation. Fonti americane, israeliane e regionali avvertono però che le possibilità di un accordo entro 48 ore restano limitate.

Si tratta, ad ogni modo, dell’ultimo tentativo per evitare un’escalation su larga scala. In assenza di un’intesa, il rischio è infatti quello di attacchi massicci contro infrastrutture civili iraniane e di ritorsioni contro impianti energetici e idrici nei Paesi del Golfo. Trump ha fissato una nuova scadenza per martedì alle 20 sulla costa Est degli Stati Uniti, vale a dire le 2 di mercoledì mattina in Italia, dopo aver prorogato di 20 ore il precedente ultimatum, che sarebbe scaduto lunedì sera.

I negoziati e il piano in due fasi


Washington ha minacciato, in caso di fallimento dei negoziati, di colpire infrastrutture cruciali per la popolazione civile iraniana. Secondo le fonti, è già pronto un piano per bombardamenti su larga scala contro il settore energetico del Paese. La proroga dell’ultimatum sarebbe dunque servita a concedere un’ultima finestra diplomatica.

Nelle ultime ore i contatti vanno avanti, secondo quanto riportato, sia attraverso i mediatori regionali — Pakistan, Egitto e Turchia — sia tramite interlocuzioni dirette tra l’inviato statunitense Steve Witkoff e il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Gli Stati Uniti avrebbero presentato diverse proposte, nessuna delle quali è stata finora accettata da Teheran.

Il possibile accordo in discussione si articolerebbe in due fasi. La prima prevederebbe una tregua di 45 giorni, eventualmente prorogabile, durante la quale negoziare la fine definitiva del conflitto. La seconda riguarderebbe un’intesa più ampia, che includerebbe sia la piena riapertura dello Stretto di Hormuz che una soluzione per l’uranio iraniano altamente arricchito, attraverso la sua rimozione dal Paese o la sua diluizione.

Teheran non sarebbe però disposta a concessioni così importanti in cambio solo di una tregua temporanea. I mediatori stanno quindi lavorando a misure parziali, accompagnate da garanzie americane sulla tenuta del cessate il fuoco. Alla base c’è anche il timore iraniano di uno scenario simile a quello già visto a Gaza e in Libano: una tregua solo formale, destinata a lasciare aperto il rischio di nuovi attacchi. Per questo i mediatori puntano a ottenere da Washington impegni concreti, in grado di rafforzare la fiducia reciproca e rendere più credibile la tregua.

La tensione, però, resta altissima. Fonti coinvolte nei colloqui temono che un’eventuale risposta iraniana ai raid possa colpire duramente le infrastrutture energetiche e idriche dei Paesi del Golfo. E anche sullo Stretto di Hormuz il messaggio di Teheran è chiaro: un ritorno alla situazione precedente al conflitto, come vorrebbe Trump, al momento appare lontano.

Petrolio in rialzo e scontro politico negli USA


Nel fine settimana si sono intanto già registrati nuovi segnali di escalation. L’Iran ha rivendicato attacchi contro impianti petrolchimici negli Emirati Arabi Uniti, in Kuwait e in Bahrain, mentre nelle stesse ore raid israeliani hanno colpito il grande polo petrolchimico di Mahshahr, nel sud-ovest dell’Iran. Il conflitto, dunque, sta investendo sempre di più le infrastrutture energetiche della regione, con effetti immediati anche sui mercati.

L’incertezza si è riflessa, infatti, subito sul prezzo del petrolio e dei carburanti. Alla riapertura delle contrattazioni, il Brent è tornato sopra i 110 dollari al barile, sui livelli toccati nelle fasi più tese dei primi giorni di guerra, mentre negli Stati Uniti il prezzo medio della benzina è ormai salito a quota 4,11 dollari al gallone. Ed è proprio su questo terreno, ovvero quello dell’impatto sull’economia americana e sul costo della vita, che l’escalation rischia di trasformarsi anche in un boomerang politico per Trump.

Le nuove minacce del presidente hanno così suscitato reazioni particolarmente dure a Washington, dove al timore di un allargamento del conflitto si somma ora proprio quello di nuovi rincari energetici. I senatori Bernie Sanders e Chuck Schumer hanno criticato toni e contenuti delle minacce della Casa Bianca, giudicandoli a dir poco pericolosi. Ma anche figure un tempo più vicine a Trump, come l’ex deputata Marjorie Taylor Greene, hanno preso le distanze, accusando il presidente di tradire la linea dell’America First e la sua promessa elettorale di chiudere con le “guerre senza fine” in Medio Oriente.

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La rassegna stampa di lunedì 6 aprile 2026


Trump minaccia l'Iran con ultimatum sui dazi, mentre il Congresso è diviso sulla riapertura del DHS. Un pilota USA viene salvato in una missione ad alto rischio

Questa è la rassegna stampa di lunedì 6 aprile 2026

Trump lancia ultimatum all'Iran con minacce esplicite


Il presidente Trump ha minacciato di distruggere tutte le centrali elettriche e i ponti iraniani se Teheran non riaprirà lo Stretto di Hormuz entro martedì sera, utilizzando un linguaggio volgare sui social media. I democratici, tra cui il senatore Chris Murphy, hanno definito queste dichiarazioni "crimini di guerra", mentre Trump ha suggerito che esiste una "buona possibilità" di un accordo per lunedì.

Fonti: Financial Times, The Hill, Semafor

Missione di salvataggio ad alto rischio in Iran


Le forze americane hanno completato con successo una missione di salvataggio per recuperare un pilota militare abbattuto in Iran, che era rimasto nascosto per quasi due giorni in una fenditura rocciosa mentre le forze iraniane lo cercavano. L'Iran ha riferito che durante l'operazione sono stati distrutti due aerei C-130 e due elicotteri Black Hawk americani, mentre il primo ministro Netanyahu ha congratulato Trump per la "missione perfettamente eseguita".

Fonti: Wall Street Journal, The Hill, The Hill

Divisioni repubblicane bloccano la riapertura del DHS


I repubblicani della Camera e del Senato stanno lottando per porre fine al più lungo shutdown federale nella storia degli Stati Uniti, ostacolati dalle divisioni interne e dal distacco di Trump. Lo Speaker Mike Johnson e il leader della maggioranza al Senato John Thune sono in disaccordo sulla strategia, mentre l'ala conservatrice della Camera continua a creare problemi agli sforzi di riapertura del Dipartimento di Sicurezza Nazionale.

Fonti: The Hill

L'immigrazione di Trump colpisce l'economia americana


Le politiche di espulsioni dell'amministrazione Trump stanno iniziando a impattare negativamente su costruzioni, agricoltura e spesa dei consumatori negli Stati Uniti. Un caso emblematico riguarda una giovane moglie di un sergente dell'esercito, detenuta dagli agenti ICE proprio nella base militare dove la coppia aveva pianificato di vivere mentre il marito si preparava al dispiegamento.

Fonti: Financial Times, New York Times

Stacey Abrams attacca l'ordine sui voti postali


L'ex rappresentante della Georgia Stacey Abrams ha definito "palesemente illegale" e incostituzionale l'ordine esecutivo del presidente Trump sul voto postale. Abrams ha dichiarato che l'ordine rientra nella strategia di soppressione del voto che i repubblicani, incluso Trump, utilizzano da oltre un decennio per limitare l'accesso alle urne.

Fonti: The Hill

La Cina si prepara alle crisi geopolitiche


La Cina ha intensificato gli sforzi per garantire la sicurezza energetica, preoccupata delle crisi geopolitiche, specialmente dopo che Trump ha alzato la posta nel suo primo mandato. Il paese ha aumentato drasticamente le importazioni di tecnologia solare, offrendo un parziale sollievo a Cuba che ora affronta un quasi totale blocco petrolifero legato al conflitto con l'Iran.

Fonti: New York Times, Financial Times

Gli economisti prevedono un'inflazione in aumento


Gli economisti predicono che l'inflazione americana sia aumentata a marzo a causa della guerra con l'Iran, con dati chiave attesi questa settimana. I mercati finanziari e le banche centrali si trovano senza munizioni politiche per contenere le ricadute economiche di questo shock petrolifero diverso dai precedenti, con il Brent che si attesta leggermente sopra i 110 dollari al barile.

Fonti: Semafor, Financial Times

Spari vicino alla Casa Bianca sotto indagine


Il Secret Service sta indagando su segnalazioni di spari vicino alla Casa Bianca, con funzionari che hanno confermato una "postura di sicurezza elevata". Non sono state riportate vittime e nessun sospetto è stato identificato, mentre le autorità continuano le verifiche sulla natura dell'incidente che ha allarmato la sicurezza presidenziale.

Fonti: BBC News

La missione Artemis II continua verso la Luna


La missione lunare Artemis II con tre astronauti americani e uno canadese è entrata nel suo sesto giorno, avvicinandosi al sorvolo lunare previsto per lunedì. L'equipaggio ha celebrato il primo volo spaziale di Jeremy Hansen e ha ricevuto un messaggio speciale da Charlie Duke, l'astronauta dell'Apollo 16 che camminò sulla Luna.

Fonti: New York Times, New York Times

UCLA conquista il primo titolo NCAA femminile


L'UCLA ha vinto il suo primo campionato NCAA di basket femminile battendo nettamente il South Carolina 79-51, completando una stagione quasi perfetta con 37 vittorie e una sola sconfitta. Gabriela Jaquez ha guidato le Bruins con 21 punti in quella che è stata la terza vittoria più larga nella storia delle finali NCAA femminili, ricevendo congratulazioni dall'ex presidente Obama e dal governatore Newsom.

Fonti: The Guardian, The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

Questa voce è stata modificata (1 settimana fa)

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Google, Meta, Microsoft e Snapchat stanno iniziando la controffensiva per imporre chatcontrol ai cittadini europei

«Oggi, a causa della scadenza della deroga ePrivacy che consentiva l'utilizzo della tecnologia per individuare materiale pedopornografico, l'Europa rischia di lasciare i bambini di tutto il mondo meno protetti dalle forme di abuso più aberranti.»

blog.google/company-news/insid…

@privacypride@feddit.it

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Google, Meta, Microsoft, and Snapchat are launching a counteroffensive to impose chat control on European citizens.

"Today, with the expiration of the ePrivacy exemption that allowed the use of technology to detect child sexual abuse, Europe risks leaving children around the world less protected from the most abhorrent forms of abuse."

blog.google/company-news/insid…

cc @echo_pbreyer

@privacy

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Popolarità Trump, continua il declino e l’approvazione scende sotto al 40% (05 aprile)


La guerra in Iran ha fatto calare di ben 5 punti la popolarità di Trump - che tocca quota -17 punti -, mentre per la prima volta il tasso di approvazione scende sotto la soglia psicologica del 40%.
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Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Dopo oltre un mese di guerra, la popolarità di Trump sta subendo un totale deragliamento: non solo questo è il punto più basso della sua seconda presidenza, ma rappresenta uno dei punti più bassi di sempre per un presidente nella storia recente della politica americana.

Il prolungarsi dell’azione bellica e la situazione economica in declino hanno dato un colpo pesante alla (im)popolarità di Trump, che già non godeva di ottima salute; dall’inizio dell’operazione militare il tycoon ha pagato circa 5 punti netti di net rating, portando il totale a una quota che aveva toccato solo all’inizio del suo primo mandato, nel 2017.

L’altro punto critico è il tasso di approvazione: sono ormai la maggioranza i sondaggi che lo danno stabilmente sotto il 40%, con picchi negativi al 35% o meno; anche qui bisogna risalire fino al 2017 per ritrovare una media simile. Nel mentre, il tasso di disapprovazione è schizzato al 57% circa, un livello record.

Potremmo definire questo periodo come la “mazzata finale” sulla popolarità del tycoon: il punto raggiunto va a raschiare il barile e non sarà facile rialzarsi; anzi, potrebbe addirittura scivolare ulteriormente in basso.

Il dato è nettamente peggiore rispetto alla media di Joe Biden nell’aprile 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di qualunque presidente fino al giorno d’oggi dopo circa quattordici mesi di presidenza: la situazione è piuttosto allarmante.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Tutte le tre medie registrano un peggioramento rispetto a una settimana fa. I numeri risultano abbastanza allineati intorno al -16/-17 di net rating e per la prima volta abbiamo ben due siti su tre che segnalano un'approvazione inferiore al 40%.

Come già accennato, dopo oltre quattordici mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca ormai nettamente sotto rispetto ai primi quattordici mesi del suo primo mandato e di Biden.
Il gradimento di Trump (-16,9) in confronto al suo primo mandato e a quello degli ultimi presidenti nel corso dei primi 439 giorni di presidenza (dati Focus America)
Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 439 giorni di presidenza (-16,9 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, indietro come detto anche rispetto al suo primo mandato, in cui era a -12.

Anche Joe Biden, comunque, con il suo -13 non brillava particolarmente dopo quattordici mesi di presidenza.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 39% e il 41%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 57%, cifre vicine ai minimi del mandato di Joe Biden.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno ulteriori ripercussioni sui numeri con il proseguimento dell’attacco all’Iran.

Di seguito pubblichiamo una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso delle ultime due settimane. Di fianco alla casa sondaggistica scriviamo due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
7 rilevazioni di 7 istituti — marzo/aprile 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per: Spread Data

Legenda campioni

RV

Registered Voters · 6 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 1 sondaggio
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LV RV A

Fonti: RealClearPolitics, singoli istituti di sondaggio · Ultimo aggiornamento: 5 aprile 2026 · Elaborazione FocusAmerica

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 39,4% (-0,7) - 56,9% (+0,2). In totale un net approval di -17,5 (-0,9).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 40,9% (-0,1) - 56,9% (+0,1). In totale un rating di -16 (-0,2).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 39,9% (-0,3) - 56,9% (-0,1), con in totale un rating di -17 (-0,2). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

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Trump tra negoziati e minacce: “accordo possibile”, ma attacchi da martedì senza intesa


Il presidente parla di possibile accordo con l’Iran entro la scadenza di domani dell’ultimatum, ma avverte: senza intesa gli Stati Uniti colpiranno le infrastrutture vitali iraniane. Intanto emergono nuovi dettagli sul salvataggio dell’equipaggio dell’F-15.

Gli Stati Uniti sono impegnati in negoziati “seri” con l’Iran e un accordo potrebbe essere raggiunto prima della scadenza fissata da Donald Trump. Lo ha affermato lo stesso presidente ai media americani, sottolineando allo stesso tempo però che in assenza di un’intesa seguirà un’escalation militare.

Trump tra minacce e difficili negoziati


Nelle sue interviste, Trump ha parlato di “una buona possibilità” di raggiungere un accordo, ma ha avvertito che, in caso contrario, gli Stati Uniti colpiranno duramente il Paese già a partire da martedì 7 aprile, con l’obiettivo dichiarato di costringere Teheran a riaprire lo Stretto di Hormuz al traffico marittimo.

Tra gli obiettivi indicati in caso di escalation figurano centrali elettriche e ponti, infrastrutture cruciali anche per la popolazione civile. Occorre notare che, ai sensi della legge internazionale colpire questo tipo di obiettivi rappresenta un crimine di guerra.

Anche l’Iran ha accusato Trump di voler commettere crimini di guerra e minacciato ritorsioni contro infrastrutture in Israele e negli Stati del Golfo. Interpellato sull’impatto dei possibili attacchi sui civili iraniani, il presidente ha sostenuto che parte della popolazione potrebbe sostenere questo tipo di azioni contro il regime.

Secondo fonti coinvolte nei negoziati, ad ogni modo, l’ottimismo della Casa Bianca non è condiviso dai negoziatori, che puntano almeno a un’intesa parziale per prendere tempo. Per questo motivo i Ministri degli Esteri di Pakistan, Egitto e Turchia stanno lavorando a misure di costruzione della fiducia per favorire una proroga della scadenza e avvicinare le parti a un incontro diretto, ma senza risultati concreti finora.

Nuovi dettagli sul salvataggio dei membri dell’F-15 abbattuto


Nel frattempo emergono nuovi dettagli sul salvataggio dei due membri dell’equipaggio dell’F-15 abbattuto in Iran. Uno dei militari, ferito, è sopravvissuto per oltre 24 ore nascondendosi in montagna prima di essere recuperato in un’operazione delle forze speciali statunitensi.

Secondo quanto riferito da Trump, all’operazione hanno partecipato circa 200 soldati. Il presidente ha anche spiegato che inizialmente si temeva che i segnali radio del militare potessero essere una trappola iraniana. Un messaggio trasmesso via radio, poi ritenuto coerente con le convinzioni religiose del soldato, aveva contribuito ad alimentare i dubbi nelle prime fasi.

Il pilota era stato salvato poche ore dopo l’abbattimento, in un’operazione diurna sotto intenso fuoco nemico. Il secondo intervento è stato invece condotto di notte, dopo l’istituzione di una base avanzata temporanea sul territorio iraniano.

Secondo funzionari statunitensi, le forze iraniane erano presenti in gran numero nell’area. Israele ha fornito supporto limitato, condividendo informazioni sul contesto operativo e conducendo un attacco mirato per rallentare le unità iraniane.

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Il funzionario della FEMA che dice di essere stato teletrasportato da Dio e non intende ritrattare


Gregg Phillips, responsabile della risposta alle emergenze negli Stati Uniti, difende sui social le sue affermazioni sul teletrasporto, collegandole alla fede religiosa. Critiche bipartisan al Congresso

Il responsabile della risposta federale ai disastri naturali negli Stati Uniti sostiene di essere stato teletrasportato in un ristorante della catena Waffle House a 80 chilometri di distanza e non ha alcuna intenzione di fare marcia indietro. Gregg Phillips, a capo dell'Office of Response and Recovery della Federal Emergency Management Agency (FEMA), l'agenzia che gestisce le emergenze come uragani, terremoti e incendi, ha rilanciato sui social media le sue dichiarazioni, scatenando critiche al Congresso e ironia online.

La vicenda è emersa a fine marzo, quando la CNN ha pubblicato un'inchiesta sulle dichiarazioni rilasciate da Phillips in diversi podcast prima della sua nomina. In un episodio del podcast Onward, registrato a gennaio 2025, Phillips ha raccontato di essersi ritrovato improvvisamente in un Waffle House a Rome, in Georgia, a circa 80 chilometri dal punto in cui si trovava pochi istanti prima. Ha descritto anche un altro episodio in cui la sua auto sarebbe stata "sollevata" e trasportata per decine di chilometri fino a un fossato vicino a una chiesa.

Dopo la pubblicazione dell'inchiesta, Phillips non si è tirato indietro. Su Truth Social, la piattaforma del presidente Trump, ha difeso le sue esperienze collegandole alla fede cristiana e alla potenza divina. Ha citato un passo degli Atti degli Apostoli in cui lo Spirito Santo "rapisce" l'apostolo Filippo dopo un battesimo e lo fa comparire nella città di Azotus, a chilometri di distanza. Ha anche fatto riferimento alla resurrezione di Gesù.

In un post successivo, Phillips ha precisato che le esperienze erano avvenute durante un periodo in cui era sottoposto a trattamenti contro il cancro e assumeva farmaci pesanti. Ha aggiunto che la parola "teletrasporto" non era stata sua, ma di un altro partecipante alla conversazione, e che i termini biblici più corretti sarebbero "trasportato". Ha però ribadito la realtà dell'esperienza. In risposta alle critiche, ha scritto: "le persone possono discutere con me, mettermi in discussione, persino ridicolizzare ciò che non capiscono".

Il New York Times ha inviato un corrispondente a Rome, in Georgia, per verificare. Tra una ventina di dipendenti e clienti abituali intervistati nei tre Waffle House della città, nessuno ha riconosciuto la foto di Phillips e nessuno ha mai assistito ad arrivi per via soprannaturale. Sidney Perkowitz, professore emerito di fisica alla Emory University, ha spiegato al New York Times che il teletrasporto di un essere umano richiederebbe una quantità di informazioni talmente immensa da risultare inconcepibile dal punto di vista scientifico.

Il caso ha avuto ripercussioni politiche. Phillips era previsto come testimone a un'audizione della commissione per la Sicurezza interna della Camera sul parziale blocco delle attività del Department of Homeland Security, ma è stato rimosso dal programma dopo l'inchiesta della CNN. Né la FEMA né Phillips hanno spiegato il motivo della sua assenza.

All'audizione, il deputato democratico Bennie Thompson ha dichiarato che la nomina di Phillips solleva "serie preoccupazioni", definendo la sua retorica violenta e le sue teorie complottiste "inquietanti per chi occupa una posizione di leadership" nel dipartimento. Il deputato democratico Tim Kennedy lo ha definito "del tutto inadatto" al ruolo, citando le dichiarazioni violente contro l'ex presidente Biden e i commenti contro gli immigrati. Kennedy ha aggiunto che tutto ciò lo renderebbe di per sé non qualificato, "ma le sue affermazioni sul teletrasporto in un Waffle House superano tutto il resto".

Le dichiarazioni sul teletrasporto non sono l'unico elemento controverso nel profilo di Phillips. In un podcast di gennaio 2025, ha detto di voler prendere a pugni Biden, definendolo un pessimo essere umano che "merita di morire". In un altro podcast ha sostenuto che i migranti stavano arrivando per uccidere gli americani, invitando la popolazione ad armarsi. Phillips è stato anche un protagonista del film 2000 Mules di Dinesh D'Souza, basato su teorie complottiste sulle elezioni del 2020 che sostenevano che Trump avesse perso solo a causa di brogli.

La sua nomina a dicembre aveva già sollevato perplessità tra i funzionari di carriera della FEMA per la mancanza di esperienza e il passato legato alle teorie del complotto elettorale, anche se alcuni di loro hanno riconosciuto alla CNN che il suo lavoro durante le emergenze aveva in parte attenuato queste preoccupazioni. Almeno un alto funzionario dell'agenzia lo aveva definito "la migliore speranza della FEMA in questo momento" al momento dell'assunzione.

La divisione guidata da Phillips è la più grande della FEMA, con oltre mille dipendenti e un bilancio di quasi 300 milioni di dollari. Si occupa di coordinare la risposta ai disastri, dalla distribuzione di aiuti e alloggi di emergenza alle operazioni di soccorso che possono durare anni. La catena Waffle House ha peraltro un legame storico con la FEMA: i suoi ristoranti restano aperti 24 ore su 24 anche nelle situazioni più critiche, al punto che l'agenzia ha sviluppato un indice che misura la gravità di un disastro in base allo stato operativo del Waffle House locale. Se il ristorante nella zona colpita chiude, la situazione è davvero grave.

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La consigliera spirituale di Trump lo paragona a Gesù Cristo


Il filmato dell'evento pasquale nella East Room è stato rimosso dal sito ufficiale, ma non prima che i frammenti iniziassero a circolare online

La Casa Bianca ha rimosso dal proprio sito un video registrato durante un evento pasquale nella East Room in cui Paula White, consigliera spirituale del presidente Trump, ha tracciato un parallelo diretto tra le vicende giudiziarie e politiche del presidente e la crocifissione di Gesù Cristo. Il filmato, pubblicato brevemente mercoledì, è stato cancellato dopo che alcuni frammenti avevano già iniziato a circolare online, come riportato dal Daily Beast.

L'evento, inizialmente chiuso alla stampa e riservato a una cerchia ristretta di alleati del mondo evangelico e conservatore, ha visto la partecipazione di diverse figure di rilievo. Tra gli ospiti c'era il reverendo Franklin Graham, figlio del celebre pastore evangelico Billy Graham, che in una lettera aveva assicurato a Trump che la sua "anima è al sicuro" per andare in paradiso, dopo che il presidente aveva contribuito a negoziare un cessate il fuoco tra Israele e Hamas. La presenza del vescovo cattolico ultraconservatore Robert Barron ha invece attirato critiche: alcuni l'hanno definita un "esercizio di blasfemia".

Il momento centrale dell'evento è arrivato quando Paula White, 59 anni, ha preso la parola dopo il discorso di Trump. Ha iniziato con un sermone sul sacrificio e sulla morte e resurrezione di Gesù, mentre il presidente, 79 anni, restava in piedi alle sue spalle con espressione impassibile. Il tono è cambiato quando White si è rivolta direttamente a lui: "Signor Presidente, nessuno ha pagato il prezzo che lei ha pagato", ha detto girandosi verso di lui. L'espressione di Trump si è trasformata in un sorriso compiaciuto. White ha proseguito il parallelo: "Le è quasi costato la vita. È stato tradito e arrestato. Falsamente accusato", in un riferimento che il Daily Beast riconduce sia al fallito attentato di Butler, in Pennsylvania, sia all'arresto del 2023 in Georgia, quando Trump fu schedato presso il carcere della contea di Fulton con l'accusa di aver cospirato per ribaltare il risultato delle elezioni del 2020. In quell'occasione Trump trasformò la foto segnaletica in un'operazione commerciale che avrebbe fruttato oltre 7 milioni di dollari in vendite di merchandising.

White ha insistito sul parallelismo definendolo "uno schema familiare che il nostro Signore e Salvatore ci ha mostrato", per poi aggiungere rivolta a Trump: "Ma non è finita lì per Lui, e non è finita lì per lei. Dio ha sempre avuto un piano". Ha continuato collegando la resurrezione di Cristo alla vittoria politica del presidente: "Signore, grazie alla Sua resurrezione, lei si è rialzato. Perché Lui è stato vittorioso, lei è stato vittorioso". Trump ha alzato leggermente le sopracciglia e ha sussurrato un "grazie".

Lo stesso Trump aveva alimentato il paragone poco prima, durante il proprio intervento. Parlando della Domenica delle Palme e di come Gesù fosse stato accolto come un re, aveva commentato: "Ora chiamano re anche me, ci credete?". Aveva poi trasformato la battuta in una lamentela sulla sua proposta di costruire una sala da ballo da 400 milioni di dollari alla Casa Bianca: "Nessun re, sono talmente re che non riesco a farmi approvare una sala da ballo". Trump ha anche evocato il tema del tradimento di Gesù dicendo al pubblico: "Sappiamo cosa si prova... Molte delle persone qui presenti hanno passato l'inferno".

Il presidente ha offerto inoltre una propria rielaborazione della resurrezione, affermando che quando "la pietra fu rotolata via e la tomba era vuota, i cristiani ovunque gioirono". Il Daily Beast osserva però che il cristianesimo, per definizione, non esisteva ancora al momento della resurrezione. Nei Vangeli, le donne che si recarono alla tomba dovettero essere rassicurate da un angelo con le parole "non abbiate paura", e i discepoli si riunirono "nella paura".

Non è la prima volta che l'accostamento tra Trump e la fede cristiana suscita reazioni. L'anno scorso una coalizione di leader cristiani pubblicò una lettera aperta in cui sosteneva che Trump è "lontano dall'essere un protettore dei cristiani" e avvertiva che la sua stessa amministrazione rappresenta un rischio per la comunità cristiana.

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Dietro le linee nemiche in Iran, così gli Usa hanno salvato il secondo uomo dell’F-15E abbattuto


Dopo l’abbattimento dell’F-15E, gli Stati Uniti hanno lanciato una complessa e rischiosa missione di combat search and rescue in territorio ostile tra voli a bassa quota, fuoco da terra e mezzi distrutti prima del ritiro.

Il secondo membro dell’equipaggio del caccia americano F-15E abbattuto in Iran venerdì è stato recuperato questa mattina, al termine di una delle più complesse operazioni di ricerca e salvataggio condotte dagli Stati Uniti in territorio ostile negli ultimi decenni. Secondo la ricostruzione iniziale diffusa dalle autorità americane, l’aviatore, ferito ma fuori pericolo, è rimasto nascosto dietro le linee nemiche per oltre 24 ore, mentre le forze iraniane cercavano di localizzarlo.

Tutto è cominciato venerdì, quando l’F-15E è stato colpito in volo sopra il sud ovest dell’Iran ed è precipitato. I due membri dell’equipaggio sono riusciti a lanciarsi prima dello schianto. Il primo è stato salvato nello stesso giorno. Per il secondo, invece, si è aperta una missione di soccorso molto più lunga, delicata e rischiosa. Nelle stesse ore è stato colpito anche un A-10 americano, ma il pilota è riuscito a mettersi in salvo lanciandosi fuori dallo spazio aereo iraniano.

L’abbattimento del caccia ha avuto subito un peso politico e militare, perché è arrivato poche ore dopo che il Comando Centrale degli Stati Uniti aveva definito false le notizie diffuse dai media iraniani su un jet americano colpito vicino allo Stretto di Hormuz. Poco dopo, però, è arrivata la conferma del primo abbattimento di un velivolo americano con equipaggio dall’inizio della campagna.

Jet Usa abbattuto in Iran — analisi aggiornata

Analisi

Recuperato il secondo aviatore Usa abbattuto in Iran


E' stata una operazione di soccorso complessa dietro le linee nemiche con forze speciali, elicotteri e aerei da trasporto. Almeno un velivolo Usa distrutto dagli stessi americani.

Entrambi salvi Il secondo membro dell'equipaggio è stato recuperato domenica, ferito ma fuori pericolo. Trump: "We got him!"

Quadro Salvataggio Perdite Peso politico

Il quadro

F-15E
Il modello del caccia abbattuto sul sud ovest dell'Iran

Primo caso
Primo caccia statunitense abbattuto dal fuoco nemico dall'inizio della guerra

2 su 2
Entrambi i membri dell'equipaggio sono stati salvati

A-10
Secondo velivolo colpito, il pilota si è lanciato fuori dallo spazio aereo iraniano


L'abbattimento Venerdì, sul sud ovest dell'Iran. Il Centcom aveva inizialmente smentito le notizie iraniane
+

L'F-15E è stato colpito in volo ed è precipitato. I due membri dell'equipaggio si sono lanciati in volo. La notizia è arrivata poche ore dopo che il Comando Centrale statunitense aveva definito false le notizie diffuse dai media iraniani su un jet americano colpito vicino allo Stretto di Hormuz.


Perché pesa sul conflitto La difesa aerea iraniana non è stata del tutto neutralizzata come descritto dalla Casa Bianca
+

L'abbattimento dimostra che l'Iran conserva ancora la capacità di colpire anche velivoli sofisticati. La superiorità aerea americana, pur ampia, non ha eliminato del tutto il rischio operativo nei cieli del Paese.

L'operazione di salvataggio

1° recuperato
Venerdì, il giorno stesso dell'abbattimento

2° recuperato
Domenica, dopo una missione complessa durata 2 giorni


La missione dietro le linee nemiche Una delle più complesse operazioni militari americane in territorio ostile degli ultimi decenni
+

Il secondo aviatore era rimasto nascosto in una zona montuosa del sud ovest iraniano mentre le forze di Teheran lo cercavano. L'operazione ha impiegato un dispositivo ampio con numerosi velivoli e forze speciali. Il militare è stato raggiunto, messo in sicurezza e trasferito fino a un aereo da trasporto fatto arrivare appositamente in Iran.


I mezzi impiegati C-130, elicotteri HH-60, forze speciali e rifornimento in volo
+

  • HC-130J Combat King II per rifornimento e trasporto.
  • Almeno due elicotteri HH-60, impiegati a bassa quota su area collinare e montuosa.
  • Reparti scelti a bordo degli elicotteri per mettere in sicurezza la zona.
  • Rifornimento in volo degli elicotteri da parte del C-130, come documentato dal Wall Street Journal.


La corsa contro il tempo La tv di Stato iraniana aveva offerto una ricompensa per la cattura dell'aviatore
+

La televisione iraniana aveva invitato i civili nell'area a cercare i membri dell'equipaggio, promettendo una ricompensa a chi li avesse trovati vivi e consegnati alle forze di sicurezza. In diversi video circolati sui social media iraniani si vedono uomini armati sparare verso il cielo contro gli elicotteri americani.

Mezzi perduti e danni

1 F-15E
Caccia abbattuto dalla difesa aerea iraniana

1+ velivolo
Distrutto dagli stessi americani dopo un problema operativo

2 Black Hawk
Colpiti dal fuoco nemico durante la missione, rientrati alla base

1 A-10
Colpito nelle stesse ore, pilota eiettato in sicurezza


Velivoli distrutti dagli Usa Almeno un mezzo fatto saltare per impedirne la cattura da parte iraniana
+

Prima di lasciare l'area di estrazione, le forze americane hanno distrutto almeno un proprio velivolo per evitare che cadesse in mano iraniana. Le ricostruzioni più solide parlano di un aereo della famiglia MC-130 o HC-130. Circolano anche ipotesi non confermate su un elicottero MH-6 Little Bird distrutto.


Versioni contrastanti Gli Stati Uniti parlano di bassa resistenza iraniana, Teheran rivendica danni più pesanti
+

Il bilancio esatto degli scontri durante la missione resta non del tutto chiaro. Fonti americane parlano di bassa resistenza e almeno due Black Hawk colpiti ma rientrati. Teheran sostiene di aver inflitto danni più gravi ai mezzi statunitensi. Il numero e il tipo esatto dei velivoli distrutti non sono confermati ufficialmente.

Le implicazioni

5 settimane
Durata della campagna militare al momento dell'abbattimento del caccia F-15E

1.500 mld $
Budget per la difesa che la Casa Bianca intende chiedere al Congresso di stanziare per il 2027

Cronologia dell'episodio

Venerdì
F-15E abbattuto sul sud ovest dell'Iran. Il Centcom prima smentisce, poi conferma.

Venerdì
Primo membro dell'equipaggio salvato lo stesso giorno. Colpito anche un A-10.

Ven–Dom
Il secondo aviatore resta nascosto in una zona montuosa dietro le linee nemiche.

Domenica
Completata l'estrazione del secondo aviatore. Trump: "We got him!"
Il militare, un colonnello secondo Trump, è ferito ma fuori pericolo.


Il nodo strategico L'episodio rafforza l'idea che l'Iran resti una minaccia concreta
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L'abbattimento mostra che la superiorità aerea americana, pur ampia, non ha eliminato del tutto il rischio operativo nei cieli dell'Iran. Il caso complica la posizione diplomatica di Washington e alimenta il dibattito sulla spesa militare: l'Amministrazione Trump intende accompagnare l'aumento del budget per il Pentagono con 73 miliardi di dollari di tagli ad agenzie civili.

Fonti: Wall Street Journal, autorità statunitensi, media iraniani, account OSINT · aprile 2026

Per recuperare il secondo aviatore gli Stati Uniti hanno messo in campo una complessa missione di combat search and rescue, cioè un’operazione di soccorso in area di combattimento, condotta in profondità nel territorio iraniano e quindi ad altissimo rischio. Sono entrati in azione aerei C-130 impiegati per il rifornimento e il trasporto ed elicotteri H-60, costretti a volare a bassa quota e a velocità ridotta sopra un’area collinare e montuosa. È il profilo tipico di queste operazioni: ridurre l’esposizione ai radar, ma al prezzo di una maggiore vulnerabilità al fuoco da terra e alla contraerea.

Nella fase più delicata della missione, sugli elicotteri erano presenti reparti scelti incaricati di mettere in sicurezza la zona e recuperare il disperso. In operazioni di questo tipo i mitraglieri di bordo sorvegliano il terreno e rispondono a eventuali minacce mentre il velivolo si avvicina al punto in cui si ritiene si trovi il pilota abbattuto. Video verificati dal Wall Street Journal mostrano infatti un HC-130J Combat King II e due elicotteri HH-60 impegnati nelle ricerche, oltre a una fase di rifornimento in volo dei due elicotteri da parte del C-130.

Le immagini e i racconti emersi dai social media iraniani descrivono un contesto fortemente ostile. In diversi video si vedono persone a terra filmare il passaggio dei velivoli americani. In altri si notano uomini armati sparare verso il cielo nel tentativo di colpire gli elicotteri. La televisione di Stato iraniana aveva anche annunciato una ricompensa per chi avesse trovato il membro dell’equipaggio disperso, segno che la corsa per raggiungerlo si stava giocando contemporaneamente in aria e a terra.

Secondo le informazioni emerse finora, il secondo aviatore si era nascosto in una zona montuosa dell’Iran, mentre gli Stati Uniti mettevano in campo un ampio dispositivo di recupero con numerosi velivoli e forze speciali. Stando alla ricostruzione di fonti americane, il militare è stato poi trasferito, sotto il rischio di fuoco nemico, dalla zona montuosa in cui si era nascosto fino a un aereo da trasporto fatto appositamente atterrare in Iran, in una fase che dà la misura della complessità dell’estrazione.

A questo quadro si aggiunge un altro elemento emerso nelle ore successive. Secondo immagini diffuse online e rilanciate da account specializzati in OSINT, prima di lasciare l’area usata per l’estrazione le forze americane avrebbero distrutto almeno un proprio velivolo per impedirne la cattura, probabilmente dopo un problema operativo. Alcune fonti suggeriscono che potrebbe essersi trattato di un velivolo della famiglia MC-130 o HC-130 Hercules impiegato proprio nella missione di recupero.

Negli screenshot circolati online compare anche l’ipotesi che tra i mezzi distrutti ci possa essere almeno anche un elicottero MH-6 Little Bird, ma il dettaglio non risulta al momento confermato ufficialmente. Gli stessi account OSINT parlano poi dell'esistenza di una “forward base” delle forze speciali americane nel cuore dell’Iran, cioè di una base o posizione avanzata usata per l’operazione di salvataggio, un’informazione che però al momento non è verificabile in modo indipendente.

Molti altri dettagli restano comunque incerti, a cominciare dal numero esatto e dalla tipologia dei mezzi distrutti. Anche il bilancio degli scontri non è del tutto chiaro. Fonti americane parlano di forte resistenza iraniana e riferiscono che durante il salvataggio del primo membro dell'equipaggio almeno due elicotteri Black Hawk sarebbero stati colpiti dal fuoco nemico, pur riuscendo a rientrare. Teheran sostiene invece di aver inflitto danni più pesanti ai mezzi statunitensi.

L’abbattimento dell’F-15E e i successivi due salvataggi mostrano comunque che, nonostante i duri colpi subiti dall’inizio della guerra, l’Iran conserva ancora una capacità, per quanto ridotta, di minacciare e abbattere velivoli sofisticati. L’intera vicenda suggerisce quindi che la superiorità aerea americana, pur netta, non abbia eliminato del tutto il rischio operativo per le forze impegnate nell’area. Un fattore di cui Washington dovrà tenere conto, soprattutto se il conflitto dovesse davvero avviarsi verso un’ulteriore escalation e, in prospettiva, verso un possibile intervento di terra.

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Come si festeggia la Pasqua negli Stati Uniti


Dalle cacce alle uova alla tradizionale corsa sul prato della Casa Bianca, ecco le tradizioni americane per la domenica di Pasqua
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Oggi, domenica 5 aprile, milioni di americani festeggiano la Pasqua, una delle ricorrenze più sentite negli Stati Uniti. Secondo un sondaggio pubblicato pubblicato dal Napolitan News Service, il 65 per cento degli americani ha in programma di celebrare la festività. Di questi, il 34 per cento la considera una festa religiosa, il 13 per cento la vive in chiave laica e il 16 per cento la celebra in entrambi i modi.

Per i cristiani la Pasqua commemora la resurrezione di Gesù Cristo, avvenuta tre giorni dopo la sua crocifissione. La festività cade la prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera, in una finestra che va dal 22 marzo al 25 aprile. È preceduta dalla Quaresima, un periodo di quaranta giorni dedicato alla preghiera e al digiuno. Il venerdì che precede la domenica di Pasqua, il Venerdì Santo, è tradizionalmente un giorno di penitenza perché ricorda la crocifissione. Non tutti gli Stati lo riconoscono come festività ufficiale: solo una decina, tra cui Connecticut, Louisiana, Texas e North Carolina, concedono un giorno libero ai lavoratori. Nella maggior parte del paese, avere o meno il venerdì festivo dipende dal datore di lavoro. Anche le scuole americane, a differenza di quelle europee, non prevedono vacanze pasquali: i ragazzi hanno invece una pausa primaverile, lo spring break, non necessariamente legata alla Pasqua.

La tradizione più popolare tra i bambini è la caccia alle uova, l'Easter egg hunt. Le famiglie nascondono in casa o in giardino uova sode colorate e uova di plastica ripiene di caramelle, monetine o piccoli giocattoli. Nei giorni precedenti la Pasqua, genitori e figli tingono insieme le uova usando kit appositi a base di acqua, aceto e colorante alimentare. La caccia alle uova non si limita alle mura domestiche: parchi, campi sportivi e chiese organizzano eventi aperti alla comunità, senza connotazioni religiose, a cui partecipano centinaia di bambini.

Tra le tradizioni più antiche c'è l'Easter Egg Roll alla Casa Bianca, la corsa delle uova sul prato della residenza presidenziale. L'evento risale al 1878, quando il presidente Rutherford B. Hayes organizzò per la prima volta una grande festa pasquale sul prato sud della Casa Bianca. Da allora, con poche interruzioni, il lunedì dopo Pasqua i bambini si sfidano facendo rotolare le uova sull'erba, sotto lo sguardo del presidente in carica che funge da arbitro.
Official White House Photo by Pete Souza
Come Babbo Natale a dicembre, il coniglietto pasquale, l'Easter Bunny, è il protagonista indiscusso della festa per i più piccoli. La tradizione vuole che nella notte tra il sabato e la domenica di Pasqua il coniglietto visiti le case e lasci un cestino, l'Easter basket, pieno di dolci, giocattoli e sorprese. La mattina di Pasqua i bambini si svegliano e corrono a cercare il loro cestino. L'origine di questa figura risale probabilmente agli immigrati tedeschi arrivati in America nel Settecento, che portarono con sé l'usanza del coniglio come simbolo di fertilità e rinascita primaverile. In Europa le tradizioni variano: in Svizzera è un cuculo a portare le uova, mentre in alcune regioni della Germania questo compito spetta a una volpe, un pulcino o una cicogna.
Official White House Photo by Daniel Torok
La Pasqua americana è anche sinonimo di dolci. Dopo Halloween, è la festività in cui si consuma più cioccolato e caramelle nel paese. L'industria dolciaria produce ogni anno circa 90 milioni di coniglietti di cioccolato e 16 miliardi di jelly beans per l'occasione. Tra i dolci più iconici ci sono i Peeps, marshmallow ricoperti di zucchero a forma di pulcino o coniglietto, le uova di cioccolato Cadbury con ripieno di crema e le uova al burro di arachidi di Reese's. Le jelly beans, inventate nel Seicento, sono diventate un dolce pasquale solo negli anni Trenta del Novecento, quando i commercianti iniziarono a promuoverle per la loro somiglianza con piccole uova colorate.

Sul fronte religioso, le chiese americane propongono diverse celebrazioni durante il fine settimana pasquale. Alcune organizzano veglie nella notte del sabato, altre tengono funzioni all'alba della domenica, i cosiddetti sunrise services, che iniziano nel buio e si concludono con il sorgere del sole. Il passaggio dall'oscurità alla luce ha un forte valore simbolico, che richiama il passaggio dalla morte alla resurrezione. Dopo la funzione religiosa, le famiglie si riuniscono per il pranzo di Pasqua. Il menù tradizionale prevede prosciutto al forno con marinatura speziata oppure agnello, accompagnati da patate, verdure e uova sode. In New England è diffuso il Simnel Cake, una torta di frutta con marzapane di tradizione britannica. A New York la Pasqua ha anche un risvolto mondano: ogni anno la Quinta Strada ospita l'Easter Parade, una sfilata in cui i partecipanti indossano cappelli stravaganti e creazioni eccentriche, in una sorta di gara di eleganza e fantasia.

La Pasqua americana è una festa con molte anime. Unisce dimensione religiosa e tradizioni laiche, fede e consumismo, raccoglimento spirituale e gioia familiare. Che si celebri in chiesa o nel giardino di casa, con una preghiera o con una caccia alle uova, resta una delle ricorrenze che meglio racconta la varietà della cultura americana.

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Salvato il secondo pilota americano dell'F-15 abbattuto in Iran


Gli Stati Uniti hanno recuperato l'ufficiale disperso dopo quasi 48 ore dietro le linee nemiche. Trump: "Una delle operazioni di salvataggio più audaci della storia". L'Iran colpisce anche il Kuwait
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Le forze armate americane hanno recuperato il secondo membro dell'equipaggio del caccia F-15E Strike Eagle abbattuto venerdì in Iran, chiudendo una difficile operazione di ricerca durata quasi due giorni. Il militare, un colonnello che ricopriva il ruolo di ufficiale ai sistemi d'arma, ha riportato ferite ma è fuori pericolo. Il presidente Trump ha annunciato il salvataggio con un post su Truth Social poco dopo la mezzanotte, definendolo "una delle operazioni di ricerca e salvataggio più audaci della storia americana". L'altro membro dell'equipaggio, il pilota, era stato tratto in salvo già venerdì, poco dopo lo schianto.

L'F-15E è il primo aereo americano con equipaggio abbattuto sull'Iran dall'inizio del conflitto, cinque settimane fa. Secondo il generale di brigata in congedo Houston Cantwell, l'esercito americano non perdeva un jet per fuoco nemico da oltre vent'anni, dall'invasione dell'Iraq del 2003. L'Iran ha rivendicato l'abbattimento, mentre il Pentagono non ha commentato pubblicamente le circostanze dell'incidente. I media di stato iraniani hanno diffuso venerdì le immagini dei rottami, tra cui un distintivo stabilizzatore verticale dell'F-15 e un seggiolino eiettabile usato, e diversi soggetti nel paese hanno offerto una taglia di 60.000 dollari per la cattura del militare disperso.

Secondo quanto riportato da Al Jazeera, che cita un funzionario americano anonimo, il recupero dell'ufficiale è avvenuto dopo un intenso scontro a fuoco. Trump ha scritto che il militare si trovava "dietro le linee nemiche, nelle insidiose montagne dell'Iran, braccato dai nostri nemici che si avvicinavano ora dopo ora". Il presidente ha aggiunto che la sua posizione è stata monitorata 24 ore su 24, e che il salvataggio del pilota, avvenuto venerdì, non era stato confermato ufficialmente per non compromettere la missione di recupero del secondo uomo. L'operazione ha impiegato elicotteri Pave Hawk a bassa quota e aerei da trasporto C-130 Hercules specializzati.

Venerdì è stato un giorno pesante per l'aviazione americana. Due elicotteri Black Hawk impegnati nella missione di salvataggio sono stati colpiti da fuoco iraniano, con alcuni membri dell'equipaggio rimasti feriti, ma sono riusciti a rientrare alla base. Un cacciabombardiere A-10 Thunderbolt II, noto anche come Warthog, che forniva supporto aereo ravvicinato alla missione, è stato a sua volta colpito. Il pilota è riuscito a portare l'aereo fuori dal territorio iraniano prima di eiettarsi in sicurezza; il velivolo si è schiantato nei pressi dello stretto di Hormuz. All'inizio della guerra, inoltre, tre F-15 erano stati abbattuti per errore dalle difese aeree kuwaitiane in un incidente di fuoco amico.

Sul piano diplomatico, Trump ha lanciato un nuovo ultimatum a Teheran: riaprire lo stretto di Hormuz alle petroliere e alle navi mercantili entro 48 ore, minacciando altrimenti un'escalation. Il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi ha smentito le notizie secondo cui l'Iran avrebbe abbandonato i possibili negoziati di pace in Pakistan, affermando su X che la posizione di Teheran era stata travisata e ribadendo la disponibilità al dialogo. Dall'inizio del conflitto, secondo le stime della Federazione internazionale delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, almeno 1.900 persone sono state uccise e 20.000 ferite in Iran, anche se le cifre precise restano incerte.

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La rassegna stampa di domenica 5 aprile 2026


Trump minaccia l'Iran di scatenare "l'inferno" mentre un giudice blocca la raccolta di dati razziali nelle università e l'amministrazione combatte per la sicurezza della Casa Bianca

Questa è la rassegna stampa di domenica 5 aprile 2026

Trump minaccia l'Iran di scatenare "l'inferno" entro lunedì


Il presidente Trump ha intensificato le minacce contro l'Iran, promettendo di scatenare "l'inferno" se il paese non riaprirà lo Stretto di Hormuz entro la scadenza autoimposta di lunedì. Le minacce arrivano mentre continuano le ricerche di un aviatore americano il cui F-15E è stato abbattuto, con l'Iran che risponde con sfida alle pressioni statunitensi.

Fonti: Bloomberg Politics, Financial Times, The Hill

Un giudice blocca la richiesta di Trump sui dati razziali universitari


Un giudice federale del Massachusetts ha bloccato il tentativo dell'amministrazione Trump di costringere università e college pubblici di 17 stati a fornire dati dettagliati sulle ammissioni basate sulla razza. L'amministrazione aveva dichiarato di voler raccogliere questi dati per garantire il rispetto di una sentenza della Corte Suprema che ha posto fine all'azione affermativa nelle ammissioni.

Fonti: The Hill, New York Times

L'amministrazione Trump chiede la ripresa dei lavori alla sala da ballo della Casa Bianca


L'amministrazione Trump ha presentato una mozione d'emergenza per annullare l'ordine di un giudice che ha bloccato i lavori di costruzione della sala da ballo della Casa Bianca. La mozione sostiene che la decisione del giudice distrettuale Richard Leon lascia la residenza esecutiva "aperta e esposta", minacciando "gravi danni alla sicurezza nazionale".

Fonti: The Guardian

Gli astronauti di Artemis II descrivono il lato nascosto della Luna


Gli astronauti della missione Artemis II della NASA hanno condiviso le loro impressioni del viaggio verso la Luna, descrivendo il lato nascosto del satellite come "qualcosa che non avevamo mai visto prima". L'equipaggio si trova ora più vicino alla Luna che alla Terra nel loro viaggio di transito lunare.

Fonti: New York Times, BBC News

Gli Stati Uniti arrestano parenti del generale iraniano Soleimani


Le autorità statunitensi hanno arrestato la nipote e la pronipote del defunto generale iraniano Qasem Soleimani, che sono ora sotto la custodia dell'Immigration and Customs Enforcement. L'arresto avviene in un momento di crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran.

Fonti: BBC News

Più americani entrano nella classe medio-alta


Una nuova ricerca mostra che i ranghi dei percettori di reddito più elevato sono cresciuti notevolmente negli ultimi 50 anni negli Stati Uniti, mentre i livelli più bassi della classe media si sono ridotti. Lo studio evidenzia cambiamenti significativi nella struttura socioeconomica americana.

Fonti: Wall Street Journal

L'unione degli sceneggiatori di Hollywood raggiunge un accordo contrattuale


L'unione degli sceneggiatori di Hollywood e gli studios hanno raggiunto un accordo contrattuale, evitando un costoso scontro durante un periodo di rapidi cambiamenti nell'industria dell'intrattenimento globale. L'accordo arriva in un momento in cui il settore sta attraversando significative trasformazioni.

Fonti: New York Times

Un uomo arrestato per guida in stato di ebbrezza dopo aver investito una folla in Louisiana


Almeno 15 persone sono rimaste ferite dopo che un presunto guidatore ubriaco ha investito i pedoni durante una parata che celebrava il Nuovo Anno laotiano a New Iberia, Louisiana. La polizia statale della Louisiana ha arrestato un uomo con l'accusa di guida sotto l'influenza di alcol e 18 capi d'imputazione per lesioni negligenti di primo grado.

Fonti: The Guardian, The Hill

Una piccola città agricola del Wisconsin rifiuta un centro di detenzione ICE


I residenti di una piccola città agricola del Wisconsin hanno respinto i piani dell'ICE di costruire un centro di detenzione nel loro territorio. Sebbene i residenti affermino di sostenere l'agenda immigratoria dell'amministrazione, si oppongono fermamente alla costruzione di un centro di detenzione nel loro cortile di casa.

Fonti: BBC News

I repubblicani del Wisconsin in difficoltà per la corsa giudiziaria statale


I repubblicani del Wisconsin si preparano a una sconfitta nella corsa alla Corte Suprema statale della prossima settimana, con la candidata sostenuta dai democratici Chris Taylor che guida nei sondaggi contro la conservatrice Maria Lazar. La situazione sottolinea le difficoltà del partito repubblicano statale a competere nelle elezioni cruciali nell'ultimo decennio.

Fonti: The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

Questa voce è stata modificata (1 settimana fa)

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La guerra in Iran espone i limiti del potere senza controlli


Un conflitto lanciato senza trasparenza né strategia chiara rischia di compromettere la credibilità americana, rafforzare Teheran e fratturare le alleanze occidentali

A poco più di un mese dall'inizio delle operazioni militari contro l'Iran, lanciate il 28 febbraio, il bilancio della guerra appare sempre più controverso. È l'analisi del commentatore politico Andrew Sullivan, che nella sua newsletter The Weekly Dish passa in rassegna costi e benefici del conflitto, arrivando a una conclusione netta: i danni superano di gran lunga i risultati ottenuti.

Sul piano militare, gli Stati Uniti hanno ottenuto risultati concreti. La marina iraniana è stata in gran parte distrutta, l'aviazione è fuori uso, i siti missilistici sono stati colpiti duramente e i vertici del regime sono stati eliminati. Sullivan riconosce che indebolire un regime tirannico non è cosa da poco. Ma è su tutto il resto che il suo giudizio diventa severo.

Il primo effetto collaterale è economico. L'impennata dei prezzi del petrolio, destinata a durare finché lo Stretto di Hormuz resta chiuso, rappresenta un vantaggio enorme per la Russia nella sua guerra contro l'Ucraina e un colpo per l'economia globale. Il costo della situazione ha spinto gli Stati Uniti a concedere una deroga sulle sanzioni alle esportazioni petrolifere iraniane, regalando a Teheran un introito imprevisto di 14 miliardi di dollari. Sullivan nota l'ironia del confronto: l'amministrazione Obama fu duramente criticata per aver sbloccato 1,7 miliardi di dollari di asset iraniani con l'accordo sul nucleare. Le economie degli alleati nel Pacifico, aggiunge, saranno particolarmente danneggiate.

Il paradosso strategico è ancora più evidente. Rispetto a prima della guerra, la posizione dell'Iran risulta rafforzata. I prezzi elevati del petrolio garantiscono al regime il doppio delle entrate rispetto a prima del conflitto. Il controllo dello Stretto di Hormuz da parte dei Guardiani della Rivoluzione apre un ulteriore flusso di entrate, con pedaggi che arrivano fino a due milioni di dollari a nave, risorse che finanziano il riarmo. Se l'Iran dovesse chiudere la guerra mantenendo il controllo strategico di quasi un quinto delle forniture petrolifere mondiali, gli Stati del Golfo sarebbero costretti ad accettare le sue condizioni. Sullivan definisce tutto questo una grave sconfitta strategica per gli Stati Uniti, considerando anche che la minaccia nucleare iraniana era già stata neutralizzata l'anno scorso: non esisteva un pericolo immediato che giustificasse l'intervento.

Sul fronte della credibilità internazionale, il danno appare profondo. Sullivan cita le parole del presidente francese Macron: "Quando si vuole essere seri, non si dice ogni giorno il contrario di quello che si è detto il giorno prima. E forse non si dovrebbe parlare ogni giorno". Dagli obiettivi di guerra incoerenti delle prime ore al discorso presidenziale di mercoledì sera, la parola degli Stati Uniti ha perso peso. Il fatto che il presidente abbia dichiarato di poter semplicemente ritirarsi dal conflitto, dopo aver sconvolto l'economia mondiale e devastato il Medio Oriente, non fa che aggravare il quadro.

La dimensione morale è altrettanto compromessa. Sullivan sottolinea che si tratta della prima guerra in cui il segretario alla Difesa ha celebrato apertamente "morte e distruzione" come valori in sé, e il presidente ha dichiarato di voler riportare un Paese "all'età della pietra, dove merita di stare". Il bilancio include 1.500 civili e 15 militari americani uccisi, oltre a 150 studentesse morte in un attacco sbagliato il primo giorno, senza che la Casa Bianca abbia espresso rammarico. Tra gli obiettivi colpiti ci sono ponti, ospedali e scuole, con la minaccia di estendere i bombardamenti a infrastrutture civili come impianti di desalinizzazione e raffinerie.

Le conseguenze sulle alleanze occidentali sono altrettanto gravi. La NATO, scrive Sullivan, è stata frantumata. Gli Stati Uniti non hanno nemmeno informato gli alleati europei prima di lanciare una guerra che li danneggia direttamente, un comportamento coerente con la precedente minaccia sul territorio della Groenlandia. La dichiarazione del presidente di voler lasciare la NATO, un'alleanza difensiva, perché ha rifiutato di partecipare a una guerra offensiva, ha segnato un nuovo punto di rottura. Sullivan osserva che dopo due mandati consecutivi questo atteggiamento non può più essere liquidato come un'anomalia temporanea.

L'eventuale ritiro americano, prosegue l'analisi, aprirebbe la strada a una nuova coalizione di potenze globali, senza gli Stati Uniti, per gestire la sicurezza del Golfo. La Cina avrebbe un'occasione straordinaria per presentarsi come l'unica superpotenza interessata all'ordine globale e alla libertà di navigazione. Il disprezzo per il diritto internazionale mostrato dall'amministrazione americana eliminerebbe inoltre qualsiasi base giuridica per opporsi a un'eventuale invasione di Taiwan: le guerre di aggressione senza minaccia immediata sono state ora legittimate dagli stessi Stati Uniti.

Sullivan riserva una riflessione anche agli effetti su Israele. La guerra ha esposto quello che definisce un intreccio scomodo tra gli interessi nazionali americani e israeliani. La contemporanea pulizia etnica in Cisgiordania, l'approvazione da parte della Knesset di una pena di morte riservata ai palestinesi senza diritto di appello e la demolizione del Libano meridionale hanno provocato una reazione negativa nell'opinione pubblica americana, in particolare tra i giovani.

La conclusione di Sullivan si concentra sulla questione istituzionale. Solo una monarchia di fatto, sostiene, avrebbe potuto lanciare una guerra di questo tipo: pianificata in segreto da pochi, tenuta nascosta al controllo pubblico, lanciata a sorpresa, senza budget e senza una logica strategica riconoscibile. Le repubbliche sono progettate per evitare esattamente questo genere di decisioni autocratiche, offrendo trasparenza, dibattito, contrappesi e vie d'uscita. Se il conflitto ha un merito, scrive Sullivan, è quello di aver reso evidente quanto il sistema costituzionale americano abbia smesso di funzionare come previsto dai suoi fondatori.

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Trump dà 48 ore all’Iran su Hormuz: minaccia “l’inferno” mentre pesa il destino del soldato disperso


Ultimatum dai toni religiosi e guerra a un bivio: la sorte dell’aviatore disperso dopo l’abbattimento di un caccia F-15E sui cieli iraniani può spingere verso il negoziato o l’ulteriore escalation.

Donald Trump ha lanciato un nuovo ultimatum all’Iran, stavolta arrivando a evocare anche riferimenti religiosi. In un messaggio su Truth Social, il presidente degli Stati Uniti ha dato a Teheran solo altre 48 ore per riaprire lo Stretto di Hormuz al traffico commerciale o trovare un accordo, avvertendo che in caso contrario “si scatenerà l’inferno” e concludendo con un “Gloria a Dio”.

L’avvertimento arriva in un momento cruciale del conflitto, in cui un singolo evento può determinarne la direzione: il destino del secondo membro dell’equipaggio del caccia F-15 abbattuto in Iran. Uno dei due militari è stato salvato nel corso di una missione di soccorso ad alto rischio in territorio iraniano, mentre l’altro risulta ancora disperso.

Il recupero del primo membro dell’equipaggio rappresenta un successo operativo per Washington e potrebbe rafforzare la convinzione di poter proseguire le operazioni senza ostacoli immediati. Ma l’incertezza sulla sorte dell’altro militare apre invece scenari molto diversi.

Se l’Iran riuscisse a catturarlo e decidesse di diffondere immagini o video, la pressione interna sugli Stati Uniti potrebbe crescere rapidamente. Opinione pubblica, Congresso e famiglie dei militari potrebbero spingere per una sospensione delle operazioni e l’avvio di negoziati, rendendo difficile continuare i bombardamenti.

Un’altra ipotesi è che Teheran scelga una linea più discreta, utilizzando il soldato come leva negoziale senza esporlo mediaticamente. In questo caso, il rilascio potrebbe rientrare in un accordo più ampio che includa un cessate il fuoco, condizioni sul transito nello Stretto di Hormuz e possibili alleggerimenti delle sanzioni. Una soluzione che offrirebbe a Trump ed al regime iraniano una via d’uscita negoziata da presentare come risultato strategico.

Lo scenario più destabilizzante resta però indubbiamente quello della morte dell’aviatore, durante la cattura o in un tentativo di salvataggio fallito. In quel caso aumenterebbe la pressione per una risposta militare più dura, con il rischio di un passaggio dalle operazioni aeree a un intervento terrestre.

Un’eventuale invasione si scontrerebbe però con ostacoli rilevanti. Il territorio iraniano, soprattutto nelle aree montuose, favorisce la difesa, con valli strette e passaggi che possono rallentare o bloccare l’avanzata.

Intanto sul piano prettamente vivo politico, le affermazioni di Trump su un presunto “cambio di regime” trovano scetticismo tra gli analisti. Nonostante l’eliminazione di figure chiave, il sistema di potere resta sostanzialmente invariato e appare anzi più concentrato nelle componenti militari e più radicali.

Secondo diversi esperti, la continuazione del conflitto rischia di rafforzare queste dinamiche. La repressione interna è in aumento, con arresti e restrizioni più severe, mentre il controllo sulle comunicazioni digitali resta elevato.

La guerra sta inoltre producendo effetti globali, in particolare sul mercato energetico. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha ridotto i flussi di petrolio, contribuendo all’aumento dei prezzi. In risposta, gli Stati Uniti hanno temporaneamente allentato alcune sanzioni proprio su Iran e Russia nel tentativo di stabilizzare l’offerta, con effetti controversi.

Sul lungo periodo, gli analisti segnalano anche, paradossalmente, il rischio di un possibile rafforzamento delle ambizioni nucleari iraniane. Il contesto di guerra e la percezione di vulnerabilità potrebbero spingere Teheran a considerare l’arma nucleare come strumento di deterrenza.

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Sempre meno americani sono favorevoli alla guerra in Iran


I sondaggi raccolti dal Silver Bulletin di Nate Silver mostrano un'opinione pubblica sempre più contraria al conflitto. Il prezzo della benzina supera i 4 dollari al gallone per la prima volta in quattro anni.

La guerra in Iran è sempre meno popolare tra gli americani. Secondo la media dei sondaggi calcolata dal Silver Bulletin, la newsletter dello statistico Nate Silver, solo il 38% degli americani sostiene l'intervento militare statunitense in Iran, contro il 55% che si dichiara contrario. Il saldo netto, cioè la differenza tra favorevoli e contrari, è sceso a circa -17 punti nella media complessiva, ma i singoli sondaggi più recenti registrano dati ancora peggiori: il rilevamento CNN/SSRS mostra un saldo di -32, quello di RMG Research di -25.

Il trend negativo si è consolidato nell'arco di poco più di un mese. A inizio marzo, nei giorni immediatamente successivi all'avvio delle operazioni militari il 28 febbraio, l'opinione pubblica era divisa in modo più equilibrato. Un sondaggio Fox News dei primi di marzo registrava un pareggio perfetto, 50 a 50, tra favorevoli e contrari. Un altro, condotto da J.L. Partners per il Daily Mail, dava addirittura un leggero vantaggio ai sostenitori della guerra, 41 a 39. Ma quei numeri si sono deteriorati rapidamente. Già a metà marzo, il Pew Research Center rilevava un saldo di -21. A fine marzo, la CNN registrava -32 e la University of Massachusetts -25.

I dati del modello statistico del Silver Bulletin, che pesa i sondaggi in base all'affidabilità degli istituti, alla dimensione del campione e alla data di rilevazione, confermano la traiettoria discendente. Il primo marzo la media dava circa il 35% di favorevoli e il 47% di contrari. Alla data del 3 aprile i favorevoli sono scesi a circa il 38%, ma i contrari sono saliti al 56%, un divario che si è allargato nelle ultime settimane.

Guerra in Iran: il consenso degli americani

Opinione pubblica
Gli americani e la guerra in Iran: il consenso crolla
Media sondaggi Silver Bulletin e singoli rilevamenti — 1 mar – 3 apr 2026

38%
Favorevoli

56%
Contrari

−17
Saldo netto

Trend Sondaggi

Media ponderata Silver Bulletin

Contrari

Favorevoli

Fascia chiara = intervallo di confidenza · Tocca il grafico per i dettagli

Singoli sondaggi, ordinati per peso nel modello

Fonte dati: Silver Bulletin (Nate Silver) · Elaborazione FocusAmerica · 4 aprile 2026

Il contesto economico contribuisce a spiegare il malcontento. Il prezzo medio di un gallone di benzina ha superato la soglia dei 4 dollari per la prima volta in quattro anni e i tassi sui mutui sono aumentati per la quinta settimana consecutiva. La guerra ha avuto un effetto diretto anche sui mercati energetici: dopo il discorso del presidente Trump del 2 aprile, il prezzo del petrolio è salito di circa l'8%.

Nel discorso, durato 19 minuti, Trump ha sostenuto che gli obiettivi militari americani stanno per essere raggiunti. Ha usato espressioni come "presto, molto presto" per suggerire che il conflitto si avvicina alla conclusione. Ha però anche dichiarato che gli altri Paesi dovrebbero "prendere l'iniziativa nel proteggere il petrolio di cui hanno disperatamente bisogno", un passaggio che il mercato ha interpretato come il segnale che la riapertura dello Stretto di Hormuz non rientra tra le priorità americane. Lo Stretto è un passaggio cruciale per il commercio globale di petrolio, e la sua chiusura è uno dei fattori principali dell'aumento dei prezzi.

Il database del Silver Bulletin include oltre trenta sondaggi condotti da quando il conflitto è iniziato. La metodologia esclude le domande che formulano presupposti sulle ragioni della guerra o sui suoi risultati, quelle che chiedono un giudizio sulla gestione di Trump piuttosto che sulla guerra in sé, e quelle che riguardano aspetti specifici delle operazioni come gli attacchi alle strutture nucleari. Quando un istituto pubblica più versioni dello stesso sondaggio, la media privilegia il campione più ampio, cioè quello sugli adulti in generale piuttosto che sugli elettori registrati o probabili.

Tra i sondaggi più influenti nella media, oltre a CNN/SSRS e RMG Research, ci sono quelli condotti da YouGov per l'Economist, che mostra un saldo netto di -31 su un campione di 1.679 adulti, e quello di Harris Insights & Analytics per Harvard CAPS, che rappresenta un'eccezione con un saldo di +2 su 2.009 elettori registrati. Anche Fox News, che a fine febbraio registrava un sostanziale pareggio, nell'ultimo sondaggio di metà-fine marzo mostra un saldo di -16.

Il quadro complessivo è quello di un'opinione pubblica che, dopo un momento di incertezza iniziale, si è progressivamente schierata contro il conflitto. Nessuno dei sondaggi più recenti con il peso maggiore nella media mostra una maggioranza favorevole alla guerra.

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Google e Amazon: rischi riconosciuti e responsabilità ignorate. Il post di @eff

Ormai, per chi si oppone alla sorveglianza, attendere prove definitive non è una gestione responsabile del rischio, ma una cecità volontaria

eff.org/deeplinks/2026/04/goog…

@privacypride

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Il distretto scolastico della Florida rimuove i dizionari dalle biblioteche, in base alla legge sostenuta da DeSantis

L'HB 1069 conferisce ai residenti il diritto di chiedere la rimozione di qualsiasi libro della biblioteca che "raffigura o descrive la condotta sessuale," come definito sotto Legge della Florida, indipendentemente dal fatto che il libro sia pornografico o meno.

popular.info/p/florida-school-…

@pirati@feddit.it

Dio c'è! Dopo che i pastori evangelici hanno sostenuto Trump, ora denunciano la repressione dell'ICE dopo che ha colpito le loro chiese.

A causa degli arresti e delle detenzioni da parte dell'ICE, la partecipazione è diminuita e le chiese hanno chiuso. "State deportando il futuro del cristianesimo americano", ha affermato un leader evangelico latinoamericano.

nbcnews.com/news/us-news/pasto…

@Politica interna, europea e internazionale

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Il personale del servizio sanitario nazionale resiste all'utilizzo del software Palantir

Secondo quanto riferito, il personale cita preoccupazioni etiche, preoccupazioni sulla privacy e dubita che la piattaforma aggiunga molto

theregister.com/2026/04/03/nhs…

@aitech

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Armi o pensioni: l'Europa non riesce a pagare entrambe


La spesa militare europea deve crescere, ma i bilanci sono già sotto pressione per pensioni, invecchiamento e crisi petrolifera

L'Europa non ha i mezzi militari per influenzare la guerra in Iran e sta scoprendo quanto sia difficile procurarseli. Mentre Stati Uniti e Israele colpiscono Teheran con i missili, i governi europei ammettono in privato di non avere la capacità offensiva o difensiva per incidere sul conflitto o per spingere il presidente Trump a chiuderlo in fretta. Come spiega il New York Times, è il risultato di decenni di spesa militare insufficiente, su cui oggi concordano sia Washington sia i governi europei. Ma rimediare si sta rivelando un rompicapo fiscale e politico che ha un nome classico in economia: il problema "armi contro burro".

La formula descrive la scelta tra spesa militare e spesa sociale. Per decenni l'Europa ha scelto il "burro", investendo in sanità, pensioni e welfare mentre gli Stati Uniti garantivano la difesa del continente con truppe e armamenti schierati dalla Guerra Fredda in poi. La Germania del dopoguerra, in particolare, spese poco per l'esercito per scelta deliberata. L'accordo ha retto dalla caduta del Muro di Berlino fino a tempi recenti: Barack Obama e Joe Biden hanno sollecitato gli alleati europei ad aumentare i budget militari, ma è stato Trump a forzare la svolta, minacciando di ritirare gli Stati Uniti dalla Nato e rimproverando gli alleati per la spesa insufficiente. Al suo ritorno alla Casa Bianca, i governi europei si sono affrettati ad aumentare gli stanziamenti per la difesa.

Il problema è che il momento non poteva essere peggiore. I sistemi pensionistici europei furono progettati per società più giovani, in cui una forza lavoro numerosa sosteneva i pensionati e veniva a sua volta sostenuta dalle generazioni successive. Oggi l'Europa invecchia rapidamente e il meccanismo non regge più: l'aspettativa di vita si è allungata, quindi i pensionati percepiscono gli assegni più a lungo, mentre il calo delle nascite riduce il numero dei lavoratori che versano contributi. Le pensioni costano di più e le economie europee non crescono abbastanza per generare le entrate fiscali necessarie.

Per colmare il divario e finanziare il riarmo, i governi hanno poche opzioni: aumentare le tasse, tagliare le prestazioni sociali, accogliere lavoratori immigrati che paghino le tasse e sostengano la crescita, oppure indebitarsi. Le prime tre strade sono impopolari tra gli elettori. L'indebitamento è sempre più costoso e per molti paesi non è praticabile. Solo la Germania, che ha mantenuto il debito relativamente basso, può permettersi una grande campagna di prestiti per ricostruire un esercito di primo livello. "Italia, Spagna e Francia hanno uno spazio fiscale limitato per qualsiasi nuovo grande programma di spesa", ha dichiarato al New York Times Christoph Trebesch, economista dell'Università di Kiel.

I numeri della Francia illustrano la difficoltà. Secondo i ricercatori governativi francesi, il paese dovrebbe spendere il 3,5% del prodotto interno lordo per migliorare la difesa in modo significativo. Per coprire quel costo servirebbe un aumento di quasi il 10% dell'Iva nei prossimi cinque anni, oppure un incremento analogo delle tasse patrimoniali sui più ricchi. Tagliare la spesa sarebbe ancora più arduo: il welfare rappresenta circa un terzo del Pil annuale francese e c'è scarsissima tolleranza pubblica per ridurlo, soprattutto se questo significa riformare le pensioni, che da sole assorbono quasi la metà dei costi sociali.

I partiti di estrema destra sfruttano il malcontento. Il Rassemblement National in Francia e Alternative für Deutschland in Germania hanno conquistato elettori delle classi lavoratrici anche opponendosi ai tagli pensionistici. Emmanuel Macron e il cancelliere Friedrich Merz hanno incontrato resistenze nei loro tentativi di riformare i programmi sociali. Il dilemma si estende ad altri settori: i programmi di sviluppo e aiuto internazionale stanno già subendo tagli. "Il nostro bilancio pubblico si sta riducendo", ha detto al New York Times Reem Alabali Radovan, ministra tedesca per lo Sviluppo, aggiungendo che "si ridurrà ancora".

La guerra in Iran aggiunge nuove pressioni. Il conflitto ha bloccato il traffico delle petroliere nello Stretto di Hormuz e fatto schizzare i prezzi globali del petrolio. In tutta Europa i parlamentari ricevono già richieste di intervento per alleggerire il costo della benzina. Se lo shock petrolifero dovesse persistere e provocare una recessione profonda, i governi subiranno pressioni per spendere di più o tagliare le tasse per rilanciare la crescita, una strategia che funziona solo se ci si può indebitare senza provocare una crisi fiscale.

"Molti paesi europei si trovano tra l'incudine e il martello", ha sintetizzato al New York Times Pal Jonson, ministro della Difesa svedese, il cui paese ha quasi triplicato la spesa militare rispetto al Pil dal 2017. "Questo percorso sarebbe dovuto iniziare molto prima", ha aggiunto. Il rischio che la situazione sfugga di mano preoccupa anche le istituzioni finanziarie internazionali. "Quanto può durare prima che i mercati reagiscano?", si è chiesta Beata Javorcik, capo economista della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, intervistata dal New York Times. "Le crisi impiegano più tempo di quanto si pensi a manifestarsi, ma quando arrivano, arrivano molto più in fretta".

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Trump valuta altri cambi nel governo, ma vuole evitare uno scossone


Dopo il licenziamento del procuratore generale Bondi, il presidente considera la rimozione dei segretari al Commercio e al Lavoro. Riconfermata la direttrice dell'intelligence nazionale Gabbard

Dopo aver rimosso in poche settimane due dei membri più importanti del suo governo, il presidente Donald Trump sta valutando ulteriori cambiamenti ai vertici della sua amministrazione. Il Washington Post, citando consiglieri della Casa Bianca, racconta però un presidente combattuto: deciso a rinnovare la squadra, ma preoccupato di dare l'impressione di un rimpasto su larga scala.

L'ultimo licenziamento, giovedì, ha riguardato il procuratore generale Pam Bondi, la figura che negli Stati Uniti guida il Dipartimento di Giustizia. Trump le aveva comunicato il giorno prima, mentre andavano insieme verso la Corte Suprema, che il suo "tempo stava per finire". Bondi aveva chiesto di restare più a lungo e Trump aveva detto che ci avrebbe pensato, ma nel giro di poche ore la notizia della sua uscita era già trapelata. Secondo fonti a conoscenza del pensiero del presidente, Trump era insoddisfatto da mesi: Bondi non aveva perseguito i suoi avversari politici e aveva gestito male la pubblicazione dei fascicoli di Jeffrey Epstein, una vicenda che ha dominato le cronache per gran parte dell'anno scorso.

Un mese prima era toccato a Kristi Noem, segretaria alla Sicurezza interna, licenziata dopo un lungo periodo di insoddisfazione per le sue prestazioni e per i titoli negativi generati dalla sua agenzia.

Ora nel mirino ci sono altri due membri del gabinetto. Secondo due funzionari della Casa Bianca, che hanno parlato al Washington Post in forma anonima, il segretario al Commercio Howard Lutnick e la segretaria al Lavoro Lori Chavez-DeRemer sono sotto esame per una possibile uscita. Chavez-DeRemer affronta accuse di cattiva condotta che includono una presunta relazione con un collaboratore e il consumo di alcol in ufficio, uno scandalo che ha già provocato le dimissioni di alti funzionari della sua agenzia. Lutnick, invece, irrita da tempo lo staff della Casa Bianca per la sua abitudine di proporre iniziative politiche e accordi senza autorizzazione preventiva. Trump ha discusso la possibilità di lasciarli andare entrambi, ma non ha preso una decisione definitiva e le loro uscite non sono necessariamente imminenti.

Chi appare più al sicuro è Tulsi Gabbard, direttrice dell'intelligence nazionale. Nonostante le sue posizioni critiche verso il coinvolgimento americano in Medio Oriente, in particolare verso l'ipotesi di un conflitto con l'Iran, e nonostante lo stesso Trump abbia detto ai giornalisti che Gabbard ha "un modo di pensare un po' diverso dal mio" sull'Iran, la Casa Bianca si è mossa rapidamente per blindarla. Dopo il licenziamento di Bondi, Trump ha voluto una dichiarazione "molto forte" a suo sostegno: il suo account di risposta rapida su X ha pubblicato un messaggio del direttore delle comunicazioni secondo cui il presidente "ha piena fiducia" in Gabbard. Un funzionario della Casa Bianca ha confermato al Washington Post che Gabbard è "al sicuro" nel suo ruolo per il momento.

Il portavoce della Casa Bianca Davis Ingle ha dichiarato al Washington Post che Trump ha "il gabinetto e il team più talentuosi della storia americana", definendo Gabbard, Lutnick e Chavez-DeRemer "patrioti" che "stanno instancabilmente attuando l'agenda del presidente". Tutti e tre, ha aggiunto, "continuano ad avere la piena fiducia del presidente".

Per la sostituzione di Bondi alla guida del Dipartimento di Giustizia, Trump ha già indicato il vice procuratore generale Todd Blanche come procuratore generale ad interim, e secondo un funzionario della Casa Bianca è "molto probabile" che Blanche guidi il dipartimento anche nel lungo periodo. Il presidente ha preso in considerazione anche altri nomi, tra cui Lee Zeldin, capo dell'Agenzia per la protezione dell'ambiente, e Harmeet Dhillon, vice procuratore generale nella divisione diritti civili, sostenuta con forza dai commentatori vicini al movimento MAGA. Un funzionario ha però precisato al Washington Post che, pur rispettandola, Trump non considera Dhillon tra i candidati principali.

Un funzionario della Casa Bianca ha cercato di ridimensionare la portata dei cambiamenti: i licenziamenti di Bondi e Noem sarebbero stati casi isolati, maturati dopo mesi di riflessione sulle rispettive prestazioni. Trump, che durante il primo anno del suo secondo mandato ha spesso difeso pubblicamente i membri del gabinetto anche quando erano sotto pressione, non vuole che si parli di un rimpasto generale.

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L'amicizia con Trump è diventata un peso per Meloni


La giornalista Anna Momigliano scrive sul New York Times che il legame con il presidente americano si sta trasformando in una zavorra politica, tra calo nei sondaggi e sconfitta al referendum
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Il rapporto privilegiato tra Giorgia Meloni e Donald Trump, a lungo considerato un asset strategico per l'Italia, si sta trasformando in un problema politico. È la tesi di Anna Momigliano, giornalista ed editorialista del Corriere della Sera, in un editoriale pubblicato sul New York Times il 3 aprile. Momigliano, che scrive da Milano, traccia la parabola di una premier che per oltre tre anni è apparsa solida e ora mostra le prime crepe.

Meloni è arrivata a Palazzo Chigi nel 2022, sette mesi dopo l'invasione russa dell'Ucraina, alla guida di una coalizione che includeva esponenti con posizioni filorusse. Ha però rapidamente dissipato i timori dei partner europei di trovarsi di fronte a un nuovo Viktor Orbán. L'Italia ha inviato aiuti militari all'Ucraina e fa parte della cosiddetta "coalizione dei volenterosi", il gruppo di circa trenta Paesi che si sono impegnati a fornire garanzie di sicurezza a Kiev dopo un eventuale cessate il fuoco.

Con Trump, scrive Momigliano, Meloni è riuscita a evitare il ciclo di deferenza e rifiuto in cui sono caduti altri leader europei, come il premier britannico Keir Starmer, che nella sua prima visita alla Casa Bianca offrì un invito dalla famiglia reale per poi veder crollare il rapporto. Meloni è stata l'unica leader europea in carica a partecipare alla cerimonia di insediamento del presidente, che in una recente conversazione con il Corriere della Sera l'ha descritta come "una grande leader e una mia amica". Un risultato ottenuto, secondo l'editorialista, grazie a uno stile collaborativo ma mai servile e a una certa affinità ideologica.

Il problema è che Trump è diventato tossico in Europa. Momigliano cita diversi episodi recenti. L'11 marzo, parlando della guerra in Iran davanti al Parlamento, Meloni ha detto che l'Italia "non partecipa a quell'intervento e non intende parteciparvi", collocando i bombardamenti "fuori dal perimetro" di un sistema internazionale "in crisi". Quando Trump ha chiesto ai Paesi europei di contribuire ad aprire lo Stretto di Hormuz, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha risposto il 16 marzo a Berlino che "la questione di un coinvolgimento militare della Germania non si pone". Il 20 marzo Meloni ha aggiunto che "nessuno sta considerando una missione militare italiana per forzare il blocco dello stretto".

I numeri raccontano il contesto di questa presa di distanza. Il tasso di approvazione di Trump in Italia è quasi dimezzato rispetto a un anno fa, al 19 per cento. L'opinione pubblica italiana è fortemente contraria alla guerra in Iran, consumatori e imprese subiscono l'aumento dei prezzi di petrolio e gas, l'agricoltura è colpita dalla carenza di fertilizzanti. Se dal ruolo di interlocutrice privilegiata di Trump in Europa non si riesce a ottenere alcun vantaggio visibile, scrive Momigliano, a che serve?
Governo italiano
Questo clima ha pesato sul voto del mese scorso, formalmente un referendum sulla riforma della giustizia ma nei fatti trasformatosi in un voto di fiducia sul governo che quella riforma sosteneva. L'affluenza è stata superiore alle attese e il "No" ha vinto con un margine netto, quasi il 54 per cento. Meloni è apparsa improvvisamente vulnerabile e l'opposizione ha fiutato l'opportunità.

Momigliano ricorda che negli ultimi due anni la premier aveva superato indenne una serie di crisi: uno scandalo sessuale che coinvolgeva il ministro della Cultura, un'indagine per frode sul ministro del Turismo, un'inchiesta sul rimpatrio di un signore della guerra libico soggetto a un mandato di arresto internazionale e la condanna di un sottosegretario per aver rivelato informazioni classificate. Nel 2024 il tasso di approvazione di Meloni era al 41 per cento e a novembre 2025 era salito al 45.

La luna di miele, durata improbabilmente a lungo, è finita. Dopo i risultati del referendum, Meloni ha imposto le dimissioni del ministro del Turismo indagato e del sottosegretario condannato, anche se nessuno dei due casi era legato alla riforma della giustizia. La settimana scorsa, scrive Momigliano, l'Italia avrebbe negato agli aerei militari americani il permesso di atterrare in una base in Sicilia prima di dirigersi in Medio Oriente perché gli Stati Uniti non avevano richiesto l'autorizzazione, anche se il governo ha negato che il rifiuto fosse legato a tensioni con Washington.

Momigliano chiude con un vecchio proverbio italiano: "Dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi Dio". Il costo dell'amicizia con Trump in Europa, è la sua conclusione, supera ormai i benefici.

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Trump vuole 152 milioni di dollari per riaprire il carcere di Alcatraz


La proposta è inserita nel bilancio federale presentato dalla Casa Bianca, che prevede anche 1,7 miliardi per il sistema penitenziario

Il presidente Donald Trump vuole riaprire Alcatraz, il penitenziario federale più famoso d'America, chiuso da oltre sessant'anni. Per coprire i costi del primo anno di lavori, la Casa Bianca ha chiesto al Congresso 152 milioni di dollari.

La richiesta è contenuta nella proposta di bilancio federale presentata venerdì dalla Casa Bianca. Il documento, che rappresenta la lista delle priorità di spesa dell'amministrazione, include anche un aumento di 1,7 miliardi di dollari per il Federal Bureau of Prisons, l'agenzia federale che gestisce le carceri. I fondi aggiuntivi servirebbero a migliorare gli stipendi e le condizioni di lavoro delle guardie carcerarie, nel tentativo di risolvere una carenza cronica di personale che si trascina da anni. La proposta di bilancio, va detto, è raramente approvata dal Congresso nella sua interezza.

Riaprire Alcatraz è un progetto a cui Trump tiene da tempo. Già nel maggio scorso il presidente aveva annunciato su Truth Social di aver dato indicazioni al Bureau of Prisons, al Dipartimento di Giustizia, all'FBI e al Dipartimento per la Sicurezza interna di riaprire il penitenziario "sostanzialmente ampliato e ricostruito" per ospitare "i criminali più spietati e violenti d'America". Nel suo post, Trump aveva definito la riapertura "un simbolo di legge, ordine e giustizia". Il direttore del Bureau of Prisons, William K. Marshall III, aveva dichiarato all'epoca che la sua agenzia avrebbe "esplorato ogni strada" per attuare i piani del presidente.

La struttura si trova su un'isola al largo della costa di San Francisco e oggi è un importante sito storico, visitato ogni anno da circa 1,2 milioni di turisti. Come penitenziario federale ha funzionato per quasi trent'anni, ospitando alcuni dei criminali più pericolosi del paese, tra cui Al Capone, George "Machine Gun" Kelly e James "Whitey" Bulger. Chiuse nel 1963 perché, come si legge sul sito del Bureau of Prisons, "l'istituto era troppo costoso per continuare a funzionare". Già all'epoca le stime parlavano di 3-5 milioni di dollari necessari solo per i lavori di restauro e manutenzione, senza contare i costi operativi quotidiani.

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Iran, riattivati i bunker colpiti: Teheran conserva la sua capacità di attacco


Secondo l’intelligence americana, Teheran ha riattivato parte delle postazioni sotterranee colpite e mantiene operativi missili e lanciatori per rafforzare la propria leva strategica sullo Stretto di Hormuz.

L’Iran è riuscito in diversi casi a rimettere rapidamente in funzione bunker, silos e postazioni missilistiche sotterranee colpite dai raid americani e israeliani. È questa una delle indicazioni principali contenute nei rapporti dell’intelligence statunitense, secondo cui Teheran conserva ancora una parte significativa dei propri missili e delle piattaforme di lancio mobili, nonostante i bombardamenti continui subiti nel corso di queste cinque settimane di guerra.

L'intelligence vs Casa Bianca e Pentagono


Il dato mette in discussione, almeno in parte, la narrativa diffusa nelle ultime settimane dal Pentagono e dalla Casa Bianca, che hanno rivendicato progressi sostanziali nella campagna militare contro l’apparato bellico iraniano. Washington sostiene ufficialmente di aver colpito 11.000 obiettivi in Iran in cinque settimane e continua a definire la distruzione della capacità missilistica del Paese come uno degli obiettivi centrali del conflitto.

Ad esempio, il Segretario di Stato Marco Rubio ha di recente parlato di un “grave ridimensionamento” della capacità di lancio iraniana. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha insistito sul calo del numero di missili e droni lanciati da Teheran, affermando che l’Iran è ancora in grado di colpire, ma con un’intensità molto inferiore rispetto all’inizio della guerra. Anche la stessa Casa Bianca ha sostenuto che gli attacchi balistici e con droni siano diminuiti del 90% e che due terzi delle strutture produttive iraniane siano state danneggiate o distrutte.

La strategia a lungo termine dell'Iran


Le valutazioni dell’intelligence americana delineano, invece, un quadro molto meno lineare. Gli Stati Uniti non ritengono di disporre ancora di una stima davvero affidabile del numero di rampe di lancio rimaste, ma ciò nonostante la valutazione è che l’Iran conservi ancora gran parte della capacità di impiegare l’arsenale residuo di missili balistici e le piattaforme di lancio ancora disponibili per colpire Israele e altri Paesi della regione.

Il calo nel ritmo degli attacchi iraniani, in questa ottica, non sarebbe dovuto soltanto all’efficacia dei bombardamenti subiti, ma anche al fatto che Teheran starebbe scegliendo volutamente di nascondere una quota maggiore delle rampe di lancio in bunker e caverne, nel tentativo di proteggerle dai raid e conservarle nel caso in cui la guerra si dovesse prolungare. L’obiettivo sarebbe quello di mantenere una capacità di pressione sia durante il conflitto sia nella fase successiva.

Anche con un arsenale ridotto e con un impiego più cauto delle proprie piattaforme di lancio, l’Iran ha continuato a colpire Israele. Le fonti parlano di circa 20 missili al giorno, spesso lanciati uno o due alla volta. Un funzionario occidentale ha indicato invece una forchetta fra 15 e 30 missili balistici e fra 50 e 100 droni kamikaze al giorno.

Le stime reali sulle capacità residue di Teheran restano però incerte. L’Iran, secondo le fonti dell'intelligence, starebbe impiegando molte "esche" e questo renderebbe difficile capire quante delle piattaforme di lancio apparentemente distrutte fossero vere. Anche le valutazioni americane precedenti alla guerra non sarebbero state del tutto precise. A complicare il quadro c’è poi la difficoltà di stabilire quanti sistemi di lancio siano davvero stati nascosti nei bunker o nelle caverne colpiti dagli attacchi.

In alcuni casi, inoltre, strutture sotterranee apparse inizialmente danneggiate sarebbero state rapidamente liberate e riportate in funzione. È uno degli elementi che rafforzano l’idea, contenuta nelle valutazioni americane, che l’Iran non sia stato per nulla privato della propria capacità di minacciare militarmente la regione.

Il controllo dello Stretto di Hormuz


Accanto alla questione delle capacità missilistiche iraniane resta aperta anche quella del controllo dello Stretto di Hormuz, che per Teheran continua a essere una leva strategica essenziale. Sempre secondo l'intelligence americana, l’Iran non avrebbe, infatti, alcuna intenzione di riaprire presto il passaggio, proprio perché il suo controllo di fatto su una delle principali arterie energetiche del mondo rappresenta il suo strumento di pressione più forte nei confronti degli Stati Uniti.

L’ipotesi è che Teheran possa continuare a ostacolare il traffico marittimo per mantenere artificialmente alti i prezzi dell’energia e aumentare la pressione su Donald Trump, alla ricerca di una via d’uscita rapida da una guerra sempre più impopolare tra gli elettori americani. Da parte sua, Trump ha finora minimizzato la difficoltà di riaprire lo Stretto e ha persino scritto su Truth Social che, con un po’ più di tempo, gli Stati Uniti potrebbero facilmente riaprirlo, prendere il petrolio e farne una fortuna.

Diversi analisti avvertono però che un’operazione militare per riaprire Hormuz comporterebbe rischi elevati e potrebbe trascinare gli Stati Uniti in un conflitto molto più lungo e sanguinoso. Anche se Washington riuscisse a controllare la costa meridionale iraniana e le isole dell’area, i Guardiani della Rivoluzione potrebbero continuare a minacciare il traffico con droni e missili lanciati dall’interno del Paese.

I Guardiani della Rivoluzione hanno già reso il passaggio molto più rischioso e costoso per molte navi commerciali, usando attacchi a imbarcazioni civili, mine e richieste di pedaggi. Le conseguenze sono già visibili nell’aumento del prezzo del petrolio e nelle difficoltà di approvvigionamento per i Paesi che dipendono dall’energia del Golfo. Ovviamente, per la Casa Bianca, il rincaro dell’energia rischia di alimentare l’inflazione e di trasformarsi in un serio problema politico per Trump ed i repubblicani in vista delle elezioni di midterm.

L'abbattimento del caccia americano


A rendere ancora più fragile la narrazione americana della superiorità militare è arrivato ieri l’abbattimento del primo caccia da combattimento statunitense colpito dal fuoco della contraerea iraniana dall’inizio della guerra. Si trattava di un F-15E Strike Eagle con due membri di equipaggio a bordo. Uno dei due membri dell'equipaggio è stato salvato con successo, mentre il secondo risulta ancora disperso a questa mattina.

L’abbattimento del caccia ha un valore operativo e simbolico. Negli ultimi giorni l’Amministrazione Trump aveva insistito sull’idea di una superiorità aerea ormai consolidata. L’F-15E non è un velivolo stealth, ma resta un aereo veloce, agile e progettato per missioni aria-aria e aria-terra. La sua perdita, insieme all’incertezza sul destino del secondo membro dell’equipaggio, apre un fronte delicato anche sul piano diplomatico e militare, soprattutto nel caso in cui l’aviatore disperso venisse catturato dall’Iran.

A peggiorare le cose c'è il fatto che, durante le operazioni di soccorso, almeno un elicottero Black Hawk americano sarebbe stato colpito dal fuoco da terra iraniano, pur riuscendo a raggiungere sano e salvo l’Iraq. Negli stessi momenti, un A-10 Warthog è precipitato nella regione del Golfo Persico e il pilota è stato tratto in salvo, ma le cause non sono state chiarite.

Le conseguenze per i civili iraniani


Sul terreno, intanto, i civili iraniani continuano a pagare il prezzo più alto della guerra. A Teheran, secondo le testimonianze oculari, la notte appena trascorsa è stata segnata da esplosioni, incendi e paura nei quartieri settentrionali della città. Famiglie intere si sono rifugiate nei bagni, nei corridoi o nei seminterrati dei palazzi per proteggersi dai bombardamenti.

La Human Rights Activists News Agency ha riferito che nelle ultime 24 ore sarebbero stati registrati un totale di almeno 206 attacchi in 13 province iraniane, con almeno un civile ucciso. La stessa organizzazione parla di almeno 1.607 morti civili dall’inizio della guerra. È il segno più evidente che, mentre Washington e Teheran misurano danni, deterrenza e capacità residue, il conflitto continua a travolgere la popolazione civile prima di tutto.

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Hegseth invoca Gesù per la guerra, papa Leone XIV lo smentisce


Il segretario alla Difesa chiede preghiere per la vittoria militare in Medio Oriente. Il pontefice risponde: la dominazione è "estranea alla via di Gesù Cristo"

Il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth ha chiesto ai cittadini statunitensi di pregare "ogni giorno, in ginocchio" per una vittoria militare in Medio Oriente "nel nome di Gesù Cristo". Papa Leone XIV, il primo pontefice nato negli Stati Uniti, ha risposto con una visione opposta del cristianesimo.

Durante la messa del Giovedì Santo nella Basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale del vescovo di Roma, il papa ha dichiarato che la missione cristiana è stata spesso "distorta da un desiderio di dominazione, del tutto estraneo alla via di Gesù Cristo". Senza nominare Hegseth, Leone XIV ha aggiunto: "Tendiamo a considerarci potenti quando dominiamo, vittoriosi quando distruggiamo i nostri simili, grandi quando siamo temuti. Dio ci ha dato un esempio, non di come dominare, ma di come liberare; non di come distruggere la vita, ma di come donarla".

Non è la prima volta che il pontefice interviene sul tema. Già a fine marzo, in un'omelia domenicale, aveva avvertito che Gesù "non ascolta le preghiere di chi fa la guerra, ma le respinge". Le parole del papa si inseriscono nel contesto del conflitto in corso: da quando Stati Uniti e Israele hanno iniziato a bombardare l'Iran a fine febbraio, Leone XIV ha chiesto con costanza la fine delle violenze e un ritorno al dialogo.

Il pontefice ha mantenuto durante tutto il primo anno di pontificato un approccio prudente nei confronti della politica americana, evitando lo scontro diretto con la Casa Bianca. Ha preferito agire attraverso canali indiretti, come quando ha incoraggiato i vescovi statunitensi a sostenere con forza gli immigrati mentre il presidente Trump intensificava la campagna di espulsioni. Ha menzionato Trump per nome solo quando un giornalista gli ha chiesto direttamente se avesse un messaggio per il presidente.

"Mi dicono che il presidente Trump abbia recentemente dichiarato di voler porre fine alla guerra", ha detto il papa il 31 marzo fuori dalla residenza di Castel Gandolfo. "Si spera che stia cercando un modo per ridurre la quantità di violenza, di bombardamenti".

Leone XIV ha riferito di non aver parlato direttamente con Trump della guerra. Venerdì mattina, tuttavia, ha avuto una conversazione telefonica con il presidente israeliano Isaac Herzog, alla quale ha ribadito l'importanza del dialogo e della fine dei conflitti per garantire una "pace giusta e duratura" in Medio Oriente, come riportato in un comunicato vaticano.

Lo scontro, pur mai esplicitato in termini personali, segna una frattura evidente tra l'amministrazione Trump e il Vaticano sull'uso della retorica religiosa a sostegno dello sforzo bellico. Da un lato Hegseth che trasforma la preghiera cristiana in strumento di mobilitazione militare, dall'altro il papa che ricorda come il messaggio evangelico sia incompatibile con la logica della dominazione e della guerra.

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La rassegna stampa di sabato 4 aprile 2026


L'Iran abbatte un caccia USA mentre Trump nomina Vance "zar delle frodi" contro gli stati democratici. Proposto bilancio record da 1.500 miliardi per la Difesa

Questa è la rassegna stampa di sabato 4 aprile 2026

Un caccia americano abbattuto dall'Iran durante le operazioni militari


L'Iran ha abbattuto un F-15E Strike Eagle americano nel suo spazio aereo, costringendo l'equipaggio a lanciarsi con il paracadute e dando inizio a una missione di ricerca e soccorso. Uno dei due membri dell'equipaggio è stato recuperato, mentre due elicotteri di soccorso sono stati colpiti dal fuoco iraniano durante le operazioni. Un secondo aereo A-10 Warthog si è schiantato nel Golfo Persico in un incidente separato.

Fonti: Financial Times, The Hill, BBC

Trump nomina Vance "zar delle frodi" per una campagna contro gli stati democratici


Il presidente Trump ha nominato il vicepresidente JD Vance come "zar delle frodi" per guidare una campagna contro presunte irregolarità negli stati democratici. Trump ha dichiarato su Truth Social che il problema delle frodi è "massiccio e pervasivo", mentre le autorità hanno già annunciato una serie di arresti in California. L'iniziativa è stata criticata dai democratici come priva di fondamento.

Fonti: The Guardian, The Guardian

Trump propone un bilancio della Difesa da 1.500 miliardi di dollari per il 2027


L'amministrazione Trump ha richiesto al Congresso un aumento del 42% della spesa per la difesa, portandola a 1.500 miliardi di dollari per l'anno fiscale 2027. Contemporaneamente, il presidente propone tagli del 10% a tutte le altre spese governative. La proposta include anche 152 milioni di dollari per ripristinare Alcatraz come prigione federale.

Fonti: Semafor, The Hill, New York Times

Più di venti procuratori generali democratici fanno causa a Trump per le restrizioni al voto postale


Oltre venti procuratori generali democratici hanno presentato una causa per contestare l'ordine esecutivo di Trump che limita il voto per corrispondenza. L'ordine dirige il Servizio Postale degli Stati Uniti a non inviare schede elettorali per posta a persone non presenti in una lista predeterminata di cittadini idonei. I democratici sostengono che si tratta di un tentativo incostituzionale di privare del diritto di voto i cittadini.

Fonti: The Guardian, The Hill, BBC

Trump ordina il pagamento di tutti i dipendenti del Dipartimento di Sicurezza Nazionale durante lo shutdown


Il presidente ha emesso un ordine esecutivo che garantisce stipendi e benefici a tutti i dipendenti del Dipartimento di Sicurezza Nazionale durante il parziale shutdown del governo, ora al 49° giorno. L'ordine, intitolato "Liberare il Dipartimento di Sicurezza Nazionale dallo Shutdown causato dai Democratici", è simile a quello emesso la scorsa settimana per i dipendenti della TSA.

Fonti: The Guardian, The Hill, Bloomberg

Il rapporto sui posti di lavoro di marzo supera le aspettative con 178.000 nuove posizioni


L'economia americana ha aggiunto 178.000 posti di lavoro a marzo, superando le previsioni degli analisti. Il tasso di disoccupazione è sceso dopo la fine di uno sciopero nel settore sanitario e il miglioramento delle condizioni meteorologiche invernali. I dati mostrano un mercato del lavoro più forte del previsto, fornendo un quadro positivo dell'economia sotto la nuova amministrazione.

Fonti: New York Times

L'intelligence americana riferisce che l'Iran sta riparando rapidamente i bunker missilistici


Secondo i rapporti dell'intelligence statunitense, l'Iran sta riparando velocemente le sue installazioni missilistiche danneggiate negli attacchi precedenti. Questi rapporti gettano dubbi su quanto sia vicino l'obiettivo americano di distruggere la capacità missilistica iraniana, un elemento chiave nella strategia militare. La rapidità delle riparazioni solleva preoccupazioni sulla durata degli effetti dei bombardamenti.

Fonti: New York Times

Il senatore repubblicano Curtis chiede la fine delle operazioni in Iran senza dichiarazione di guerra formale


Il senatore John Curtis (R-Utah) ha dichiarato che non sosterrà l'offensiva militare USA-Israele in Iran se il conflitto raggiungerà i 60 giorni senza l'approvazione del Congresso. Curtis cita la Risoluzione sui Poteri di Guerra del 1973 che limita il periodo di tempo del presidente per rispondere alle "minacce emergenti" senza autorizzazione congressuale. La sua posizione evidenzia le crescenti tensioni all'interno del Partito Repubblicano riguardo al conflitto.

Fonti: The Hill

L'arcivescovo militare americano questiona la giustezza morale della guerra in Iran


L'arcivescovo Timothy Broglio, capo di tutti i cappellani cattolici nelle forze armate statunitensi, ha messo in dubbio la campagna militare americana in Iran dicendo che "sotto la teoria della guerra giusta - non lo è". Broglio ha dichiarato alla CBS News che, mentre l'Iran "era una minaccia con armi nucleari", fare guerra allo stato teocratico costituisce "compensare una minaccia prima che la minaccia si realizzi effettivamente".

Fonti: The Guardian

La NASA pubblica le prime foto della Terra dalla missione Artemis II verso la Luna


La NASA ha rilasciato le prime immagini spettacolari della Terra scattate dalla missione Artemis II, la prima missione dal 1972 a portare persone intorno alla Luna. Le foto sono state scattate il terzo giorno della missione dal comandante Reid Wiseman a bordo della capsula Orion. Le immagini mostrano la Terra in tutto il suo splendore mentre l'equipaggio si dirige verso la Luna, segnando un momento storico per l'esplorazione spaziale americana.

Fonti: New York Times, BBC

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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