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Trump valuta un "attacco massiccio" contro l'Iran mentre gli Houthi entrano in guerra


Il presidente parla ad Axios di un attacco "più grande che mai" mentre gli Houthi colpiscono due petroliere saudite e il petrolio supera i 100 dollari. Teheran ha respinto la proposta di tregua

Il presidente Donald Trump ha detto ad Axios che sta valutando di riprendere le operazioni militari su larga scala contro l'Iran, con attacchi più grandi di quelli condotti finora nella guerra iniziata a febbraio. "Sto valutando un attacco massiccio. Più grande che mai. Sono vicino a prendere una decisione. Siamo pronti", ha detto giovedì in una breve intervista. Trump non ha indicato una scadenza e due funzionari americani hanno confermato che nessun nuovo ordine è stato dato ai militari.

Secondo il presidente, gli iraniani "vogliono negoziare" ma non sono pronti a chiudere un accordo: "Non hanno ancora ricevuto abbastanza dolore". Trump ha aggiunto che Israele "si unirebbe in due minuti" a una nuova offensiva, ma che "non abbiamo bisogno di nessuno" per lanciarla. Nei giorni scorsi aveva già minacciato di colpire le infrastrutture iraniane e il sito nucleare sotterraneo di Pickaxe Mountain, dove si sospetta che l'Iran abbia nascosto le centrifughe per l'arricchimento dell'uranio.

Le forze americane hanno intanto completato la tredicesima notte consecutiva di bombardamenti sull'Iran, colpendo depositi di droni, siti di sorveglianza costiera e infrastrutture logistiche per ridurre la capacità iraniana di attaccare le navi commerciali nello Stretto di Hormuz. Sul fronte diplomatico, dopo che nelle scorse settimane diversi mediatori avevano provato senza successo a far ripartire i negoziati, giovedì l'Iran ha respinto una proposta di tregua di Trump portata a Teheran dal primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, come ha rivelato il New York Times. Il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha detto ai media locali che non serve un altro mediatore: "Il problema non è far passare messaggi. Il problema è l'atteggiamento dell'America".

La guerra si è allargata anche a un nuovo fronte. Gli Houthi, i ribelli sciiti dello Yemen sostenuti dall'Iran, hanno colpito con missili e droni due petroliere saudite nel Mar Rosso, la Encelia e la Layla, pochi giorni dopo aver annunciato un blocco navale contro le navi legate all'Arabia Saudita. È un colpo pesante per il mercato dell'energia: con lo Stretto di Hormuz di fatto chiuso dall'Iran, il Mar Rosso era diventato la rotta alternativa con cui Riyadh esporta il suo petrolio.

Trump ha risposto su Truth Social avvertendo che d'ora in poi gli Stati Uniti riterranno l'Iran responsabile degli attacchi degli Houthi, definiti "un surrogato o un delegato" di Teheran, e che in caso di nuovi lanci "una punizione militare pesante sarà inflitta all'Iran e, naturalmente, agli stessi Houthi". Il presidente ha anche annunciato che i danni alle navi saranno ripagati con i fondi iraniani congelati che gli Stati Uniti "possiedono e controllano": le stime su questi fondi variano tra 24 e 100 miliardi di dollari, in gran parte fuori dal territorio americano. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito l'idea un precedente "incendiario".

L'attacco alle petroliere ha spinto il prezzo del petrolio Brent sopra i 100 dollari al barile per la prima volta da maggio. Rispetto alla vigilia della guerra il greggio costa circa il 40 per cento in più e negli Stati Uniti un gallone di benzina (3,8 litri) è arrivato a 4,09 dollari, il 37 per cento in più. Mercoledì solo 15 navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, contro le circa 130 al giorno di prima del conflitto.

La Camera dei rappresentanti ha approvato per la seconda volta, con 214 voti a favore e 208 contrari, una risoluzione che chiede a Trump di fermare la guerra o di ottenere l'autorizzazione del Congresso per continuarla. Quattro repubblicani hanno votato con i democratici, gli stessi della prima risoluzione di giugno. Il voto è in gran parte simbolico e il Senato ha respinto una misura analoga con 49 voti contro 47, con la sola repubblicana Susan Collins a favore. La guerra resta molto impopolare: secondo un sondaggio Washington Post-Ipsos della scorsa settimana, solo il 29 per cento degli americani la sostiene.

Nonostante il malumore politico, i preparativi militari accelerano. Il Wall Street Journal ha rivelato che negli ultimi giorni gli Stati Uniti hanno spostato verso il Medio Oriente forze speciali, squadroni di caccia e personale medico per dare al presidente opzioni più aggressive, mentre i bombardieri nelle basi americane e britanniche sono in stato di massima allerta e oltre 150 medici sono arrivati all'ospedale militare di Landstuhl, in Germania. Dall'inizio del conflitto sono morti almeno 18 militari americani e circa 570 sono rimasti feriti. In Iran, secondo il ministero della Salute di Teheran, i soli raid ripresi a fine giugno hanno ucciso 55 persone e ne hanno ferite 629, mentre i morti dall'inizio della guerra sono almeno 1.700.

Secondo un'analisi dell'Atlantic, l'Amministrazione sta conducendo questa nuova fase del conflitto senza ammettere di essere in guerra: da quando i raid sono ripresi nessun alto funzionario ne ha parlato pubblicamente, il Pentagono non tiene una conferenza stampa da maggio, il Congresso non ha ricevuto briefing riservati e il segretario alla Difesa Pete Hegseth in audizione ha definito la guerra "un'operazione". Il segretario di Stato Marco Rubio, in visita nelle Filippine, ha detto ai giornalisti che i bombardamenti continueranno: "Il prezzo continuerà a salire ogni singola notte finché non torneranno in sé".


Trump minaccia di bombardare ponti e centrali elettriche in Iran e prepara l'escalation


Per il dodicesimo giorno consecutivo gli Stati Uniti hanno bombardato l'Iran e il presidente Trump ha minacciato di distruggere "un ponte o una centrale elettrica", anche dentro o vicino Teheran, ogni volta che l'Iran colpirà una nave nello Stretto di Hormuz, il passaggio da cui prima della guerra transitava un quinto del petrolio mondiale. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha risposto sui social che la dottrina difensiva del suo paese è "occhio per occhio" e che qualsiasi aggressione contro le infrastrutture iraniane "comporterà una risposta potente e decisiva". Attacchi deliberati contro infrastrutture civili possono costituire un crimine di guerra per il diritto internazionale. L'ultima ondata di raid americani, conclusa alle 22:30 di mercoledì ora di Washington (le 4:30 di giovedì in Italia), ha colpito depositi di missili e droni, oltre a sistemi di difesa aerea, mentre l'Iran ha rivendicato nuovi attacchi contro obiettivi militari americani in Kuwait.

La guerra, iniziata il 28 febbraio con gli attacchi americani e israeliani contro il programma nucleare iraniano, si sta allargando al Mar Rosso. Gli Houthi, il gruppo armato yemenita alleato dell'Iran, hanno rivendicato mercoledì l'attacco con missili e droni a due petroliere saudite, la Encelia e la Layla, il primo da quando lunedì hanno annunciato un blocco navale contro i porti dell'Arabia Saudita. L'autorità saudita dei trasporti ha confermato l'attacco a una delle due navi e ha detto che l'equipaggio è salvo. Da mesi Riyadh esporta milioni di barili di petrolio al giorno attraverso il Mar Rosso per aggirare lo Stretto di Hormuz, dove il traffico è quasi fermo: martedì lo hanno attraversato nove navi, contro le circa 130 di prima della guerra. Il Brent, il prezzo di riferimento mondiale del petrolio, è salito a circa 94 dollari al barile, il 30% in più dall'inizio del conflitto. Negli Stati Uniti la benzina costa in media più di 4 dollari al gallone (circa 3,8 litri), il 36% in più da fine febbraio.

Mercoledì il presidente ha assistito nella base aerea di Dover, in Delaware, al rientro delle salme di quattro soldati tra i 19 e i 30 anni. Il tenente Tyler James Feehan, la soldatessa Isabella Gonzales e la sergente Angel Rampersad sono stati uccisi venerdì scorso in un attacco iraniano contro gli alloggi della base aerea giordana di Muwaffaq Salti; il sergente Michael Emmanuel Swinton è morto in Iraq durante la detonazione controllata di un drone iraniano. Prima della cerimonia Trump ha detto ai giornalisti che tutti e quattro avevano detto "con molta forza" che non si può permettere all'Iran di avere un'arma nucleare, senza spiegare come conoscesse le loro opinioni: le famiglie non hanno mai parlato pubblicamente delle posizioni dei loro cari sul conflitto. Era la terza volta che il presidente partecipava alla cerimonia dall'inizio di una guerra che ha ucciso 18 militari americani e ne ha feriti circa 550, perdite che in parte il Pentagono aveva taciuto. Una decina di militari feriti gravemente è stata trasferita questo mese in un ospedale militare americano in Germania. Secondo la Human Rights Activists News Agency, un'organizzazione per i diritti umani che si occupa dell'Iran, i civili iraniani uccisi sono almeno 1.700.

Le immagini satellitari e i video verificati dal New York Times mostrano che l'Iran mantiene la capacità di colpire con precisione obiettivi americani, nonostante l'amministrazione sostenga di averne ridotto o distrutto le capacità militari. Nelle due settimane dalla rottura del cessate il fuoco gli attacchi iraniani hanno raggiunto nove installazioni usate dagli Stati Uniti in Medio Oriente, danneggiando alloggi, hangar, rifugi per droni e sistemi radar. Nella sola base di Muwaffaq Salti almeno 20 strutture sono state distrutte o danneggiate. Sono stati colpiti anche Tower 22, un avamposto americano al confine tra Giordania e Siria, e un radar in Kuwait completato appena sei mesi fa. Verificare i danni è difficile perché il governo americano chiede ai fornitori di immagini satellitari di non diffondere foto della regione per proteggere le truppe, mentre l'Iran diffonde le immagini dei propri attacchi a scopo di propaganda.

Il Wall Street Journal ha rivelato che nell'ultima settimana il Pentagono ha spostato verso il Medio Oriente forze speciali, squadroni di caccia e armamenti. Oltre 150 medici sono inoltre arrivati all'ospedale militare di Landstuhl, in Germania, dove vengono curati i feriti dal fronte. Secondo Axios, martedì un bombardiere a lungo raggio B-1, capace di trasportare 24 bombe da 2.000 libbre (circa 900 chili), è decollato dal Regno Unito per colpire obiettivi dei Guardiani della Rivoluzione, il principale corpo militare iraniano: è la prima missione di questo tipo dalla ripresa dei combattimenti. Trump valuta un ritorno a operazioni di combattimento su larga scala, che secondo funzionari americani e israeliani potrebbe arrivare entro giorni. Ha inoltre ripetuto la minaccia di colpire "molto presto e molto pesantemente" Pickaxe Mountain, il sito sotterraneo nell'Iran centrale dove Teheran avrebbe spostato le centrifughe per arricchire l'uranio.

Solo il 29% degli americani sostiene il conflitto secondo un sondaggio Washington Post-Ipsos pubblicato la settimana scorsa. Secondo un sondaggio di Politico, anche tra gli elettori MAGA, la base più fedele del presidente, la quota di chi ritiene che la guerra valga il suo costo economico è scesa a poco più di un terzo, dal 50% di maggio. Una persona vicina alla Casa Bianca ha detto a Politico che il presidente "è ormai pienamente consapevole che l'unica strada verso la vittoria che vuole è del tutto impossibile politicamente" perché gli americani non sosterrebbero l'escalation necessaria: "Abbiamo più americani morti e una situazione politicamente impossibile". Trump sostiene il contrario: "Gli americani non vogliono la benzina cara, ma non sono contro la guerra", ha detto mercoledì citando un sondaggio che non ha specificato.

La Camera ha approvato mercoledì con 216 voti a favore e 212 contrari la legge annuale sulla difesa da 1.150 miliardi di dollari e, con 216 voti a 214, una cornice di bilancio da 95 miliardi che include 73 miliardi aggiuntivi per il Pentagono e le agenzie di intelligence, in gran parte per coprire i costi della guerra. Il consenso bipartisan che di solito accompagna queste leggi è venuto meno: solo sei democratici hanno votato a favore della prima misura e nessuno della seconda, con l'accusa al Congresso di non voler limitare l'uso della forza da parte dell'amministrazione. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha stimato che la guerra costerà circa 37,5 miliardi di dollari entro la fine di settembre e alcuni capitoli dei bilanci di Marina e Aeronautica, in esaurimento per il conflitto, finiranno entro poche settimane.

La sera, a un comizio in Georgia, il presidente ha detto che gli Stati Uniti "non hanno bisogno dello Stretto di Hormuz" perché, sommando la produzione americana e quella del Venezuela, controllano "circa il 62% del mercato petrolifero mondiale", ma che continueranno a combattere "perché non possiamo lasciare che l'Iran abbia un'arma nucleare". Ha definito la guerra una "schermaglia" e ha detto che l'Iran vuole un accordo perché "viene colpito così duramente", ma non è pronto a firmarlo. I mediatori del Qatar intanto continuano a trattare con funzionari americani, iraniani e dell'Oman per riaprire lo stretto e fermare i combattimenti, ma Teheran non ha accettato l'ultima proposta.


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Trump impone nuovi dazi su 60 paesi


L'amministrazione usa una legge del 1974 sul lavoro forzato per rimpiazzare i dazi annullati a febbraio: aliquote del 10% e del 12,5% su quasi tutte le importazioni americane
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Gli Stati Uniti hanno imposto nuovi dazi tra il 10% e il 12,5% sulle importazioni da 60 paesi, che insieme coprono il 99,4% di tutto ciò che il paese compra dall'estero. L'annuncio è arrivato giovedì 23 luglio dall'ufficio del rappresentante per il Commercio, l'agenzia federale che gestisce la politica commerciale americana, e le nuove tariffe sono entrate in vigore alle 00:01 di venerdì, ora di Washington (le 6:01 in Italia), nel momento esatto in cui scadeva il dazio temporaneo del 10% introdotto dopo la bocciatura della Corte suprema. La motivazione ufficiale è il contrasto al lavoro forzato: secondo l'amministrazione, i paesi colpiti importano merci prodotte con manodopera coatta invece di comprare prodotti fabbricati dai lavoratori americani, pagati di più.

I paesi sono stati divisi in due categorie. Quelli che non hanno leggi contro l'importazione di merci prodotte con lavoro forzato, come Cina, Regno Unito e Giappone, pagheranno il 12,5%. Quelli che hanno queste leggi ma secondo Washington non le applicano, come i paesi dell'Unione europea, pagheranno il 10%. Alcuni Stati, tra cui l'India, sono stati spostati nella categoria più bassa dopo consultazioni con i funzionari americani. Restano esclusi dai nuovi dazi il petrolio e il gas, i prodotti che non possono essere fabbricati negli Stati Uniti e le merci coperte dall'accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada.

Dazi · Stati Uniti
I paesi colpiti dai nuovi dazi di Trump
In vigore dal 24 luglio 2026 — aliquote del 10% o 12,5% su 60 partner commerciali
Focus America

Dazio del 10%
Dazio del 12,5%
Non colpiti

Canada Russia Sudafrica Messico Brasile India Australia Cina Egitto U.E.
Per alcuni paesi il dazio sul lavoro forzato si applica a prodotti specifici, portando l'aliquota complessiva fino al 10% o al 12,5% una volta sommata ai dazi di base. L'Unione europea è mostrata con i singoli Stati membri. Elaborazione di Focus America su dati di New York Times e Bloomberg.

La vera posta in gioco è legale, non commerciale. A febbraio la Corte suprema ha dichiarato illegittimi i dazi che il presidente aveva introdotto nell'aprile 2025, quelli del cosiddetto "Liberation Day", perché basati su poteri di emergenza che secondo i giudici non potevano essere usati a quello scopo. Come misura tampone l'amministrazione aveva imposto un dazio piatto del 10% su quasi tutte le importazioni, in scadenza proprio venerdì. I nuovi dazi poggiano invece sulla Sezione 301 del Trade Act del 1974, una legge che consente al presidente di colpire le pratiche commerciali sleali di altri paesi dopo un'indagine formale. Gli esperti di commercio la considerano una base giuridica molto più solida, perché ha già superato ricorsi in tribunale in passato. Le tariffe imposte con questo strumento, inoltre, possono restare in vigore a tempo indeterminato.

Il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer aveva rivendicato la strategia davanti alla commissione Finanze del Senato mercoledì, due giorni prima dell'annuncio, dicendo che sul commercio persiste una "emergenza nazionale". "Le autorità legali specifiche che questa amministrazione sta usando sono cambiate, ma la strategia commerciale no", ha detto Greer, aggiungendo che il governo continuerà a usare i dazi per sostenere la reindustrializzazione dell'economia americana e ridurre il deficit commerciale. In un comunicato, l'agenzia ha scritto che gli Stati Uniti sono l'unico paese al mondo ad adottare e applicare in modo efficace un divieto sulle importazioni fabbricate con il lavoro forzato.

Le aliquote annunciate giovedì coincidono con quelle contenute nei dieci accordi commerciali "reciproci" che l'amministrazione ha negoziato nell'ultimo anno con paesi come Malesia e Taiwan. Molti analisti hanno descritto al Washington Post l'operazione come un modo per replicare, con una base legale diversa, il sistema tariffario abbattuto dalla Corte. I funzionari dell'amministrazione sostengono che la preoccupazione del presidente per il lavoro forzato è genuina e ricordano che il divieto americano di importare merci prodotte con manodopera coatta esiste da più di un secolo. "Qualunque cosa si pensi delle recenti azioni tariffarie dell'amministrazione, non c'è dubbio che il lavoro forzato sia una crisi dei diritti umani e un problema serio nelle catene di approvvigionamento globali", ha detto al giornale Timothy Brightbill, avvocato commerciale dello studio Wiley Rein.

Diversi paesi colpiti hanno protestato. Il Brasile ha respinto il dazio del 12,5% definendo la misura "arbitraria" e "ingiustificata" e ha chiesto reciprocità. Il ministro del Commercio australiano Don Farrell ha detto ai giornalisti che la decisione di Washington è "del tutto ingiustificata" e che il governo continuerà a chiedere la rimozione di tutti i dazi sui prodotti australiani. Il ministro dell'Economia messicano ha invece minimizzato, spiegando che il dazio effettivo pagato dal Messico non cambia.

Per i consumatori americani l'effetto immediato dovrebbe essere limitato, perché le nuove tariffe in gran parte confermano dazi che gli importatori stavano già pagando. Il quadro però è destinato a peggiorare: entro poche settimane l'amministrazione dovrebbe annunciare un secondo pacchetto di dazi, sempre basato sulla Sezione 301, contro i paesi accusati di sussidiare un eccesso di capacità produttiva industriale, tra cui Cina, Messico e Unione europea. Secondo gli esperti di commercio, questo secondo pacchetto riporterà le aliquote vicino ai livelli record imposti l'anno scorso con i poteri di emergenza, i più alti dagli anni Trenta. "I dazi sul lavoro forzato non sono la fine della storia", ha detto al Washington Post Patrick Childress, avvocato dello studio Holland & Knight.

Nelle stesse settimane il presidente ha moltiplicato le iniziative commerciali su altri fronti. Lunedì ha imposto dazi del 50% su gran parte dei prodotti canadesi, accusando il Canada di discriminare auto, alcolici e latticini americani. Martedì ha annunciato dazi del 100% sui farmaci generici importati a partire dal 2028. Al Congresso, intanto, il senatore democratico Ron Wyden ha presentato una proposta di legge per limitare i poteri tariffari delegati al presidente, imponendo l'approvazione parlamentare per i nuovi dazi.


Trump impone dazi del 50% sulla maggior parte dei prodotti canadesi


Il presidente Donald Trump ha imposto ieri dazi del 50% sulla maggior parte dei prodotti canadesi, accusando il Canada di discriminare le auto, gli alcolici e i latticini americani. Le nuove misure entreranno in vigore tra 30 giorni, una finestra che lascia quindi spazio a un possibile negoziato tra i due Paesi. I dazi colpiranno prodotti molto diversi tra loro, come il vino, i mobili, il cemento e le mazze da hockey.

Ma la novità rispetto al passato è che si applicheranno anche alle merci finora protette dall'accordo di libero scambio nordamericano (USMCA), vale a dire l’accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada negoziato dallo stesso Trump durante il suo primo mandato per sostituire il precedente NAFTA e che copre più dell'80% delle esportazioni canadesi verso gli Stati Uniti. Restano esclusi dai nuovi provvedimenti solo i prodotti energetici, il pesce, il potassio e i minerali critici, oltre ad acciaio e alluminio, che erano già stati colpiti da dazi separati motivati da ragioni di sicurezza nazionale.

★Commercio · Stati Uniti-Canada

Dazi al 50%: Trump colpisce il Canada con una legge del 1930

Tre proclami fondati sulla Sezione 338 del Tariff Act aggirano la sentenza della Corte Suprema e colpiscono anche le merci protette dall’accordo USMCA.
Grafica di FocusAmerica

USA
Nuovi dazi USA sulle merci canadesi
0%
In vigore tra 30 giorni, anche sui prodotti finora protetti dall’accordo di libero scambio USMCA

Canada

L’escalation, colpo su colpo

La nuova base legale
Sezione 338, Tariff Act del 1930
Norma poco nota dell’epoca della Grande Depressione: consente al presidente di imporre dazi fino al 50% ai Paesi accusati di discriminare i prodotti americani.
«L’invocazione della Sezione 338 è l’opzione nucleare per i dazi di Trump»
Scott Lincicome, Cato Institute (ad Associated Press)

I numeri della disputa

Cosa resta escluso

Energia Pesce Potassio Minerali critici Acciaio e alluminio *
* Già soggetti a dazi separati per motivi di sicurezza nazionale (Sezione 232).
Fonte: Casa Bianca, USTR, Associated Press · luglio 2026

La nuova base legale


Per introdurre i nuovi dazi Trump ha firmato tre proclami basati sulla Sezione 338 della legge commerciale del 1930, una norma poco nota dell'epoca della Grande Depressione che permette al presidente di imporre dazi fino al 50% le importazioni dai Paesi accusati di discriminare i prodotti americani. L'anno scorso alcuni esponenti democratici del Congresso avevano proposto di abrogare proprio questa legge, sostenendo che Trump avrebbe potuto usarla per destabilizzare l'economia.

"Abbiamo attraversato il Rubicone", ha detto all'agenzia Associated Press Scott Lincicome, vicepresidente del Cato Institute, un centro studi libertario: "L'invocazione della Sezione 338 è l'opzione nucleare per i dazi di Trump". Secondo Lincicome la norma potrebbe ora essere applicata ad altri partner commerciali degli Stati Uniti, creando "enorme incertezza" nell'economia globale.

La Casa Bianca sta cercando basi legali alternative per i suoi dazi a partire da febbraio, quando la Corte Suprema ha stabilito, con 6 voti contro 3, che Trump aveva usato illegalmente i suoi poteri di emergenza per imporre i dazi globali durante il cosiddetto Liberation Day. Da allora il governo americano ha dovuto rimborsare, solo in questo anno fiscale, 81 miliardi di dollari di dazi già incassati e ha introdotto un dazio temporaneo del 10%, che scade venerdì.

Per giustificare le nuove misure l'Amministrazione ha avviato indagini commerciali sulle pratiche di una sessantina di Paesi: il primo obiettivo dei nuovi dazi è stato il Brasile, colpito la settimana scorsa da dazi del 25%. Secondo la Casa Bianca il Canada è stato finora uno dei pochissimi Paesi, insieme alla Cina, ad aver risposto ai dazi di Trump con contromisure proprie.

Il rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer, ha detto in un comunicato che "il Canada ha tolto dagli scaffali i prodotti alcolici americani, concesso un accesso migliore ai latticini europei e imposto un tetto ai veicoli americani esportati in Canada da aziende che hanno rilocalizzato la produzione". Le contromisure canadesi risalgono al gennaio 2025, quando Trump, appena tornato alla Casa Bianca, aveva imposto una prima serie di dazi del 25% accusando il Canada di non contrastare a sufficienza il traffico di fentanyl verso gli Stati Uniti.

In risposta quasi tutte le province canadesi, dove la vendita di alcolici è gestita da enti pubblici, avevano smesso di comprare e vendere bevande americane, una reazione alimentata anche dalle provocazioni di Trump sull'annessione del Canada come 51° Stato. Da aprile 2025 il Canada applica inoltre un dazio del 25% sulle auto americane che non rientrano nel trattamento preferenziale previsto dall'accordo di libero scambio. Sui latticini invece la disputa è più vecchia: Washington accusa Ottawa di limitare le importazioni di prodotti americani, ma alla fine del 2023 un collegio arbitrale previsto dall'accordo aveva dato ragione al Canada.

Le reazioni canadesi


Il primo ministro canadese Mark Carney ha risposto affermando che i nuovi dazi sono l'ultima di una serie di azioni unilaterali con cui gli Stati Uniti violano l'accordo nordamericano e che sulle auto il Canada ha "semplicemente pareggiato" le misure a suo tempo decise da Trump.

Il suo governo, ha aggiunto, ha presentato "una serie di proposte dettagliate e complete" per risolvere la disputa e modernizzare l'accordo ed è pronto a "impegnarsi intensamente" nelle discussioni delle prossime settimane. "Questa disputa commerciale ha fatto aumentare i costi per le famiglie, soprattutto negli Stati Uniti", ha detto Carney.

My statement on the United States administration’s intention to impose new tariffs on Canadian goods: pic.twitter.com/wl8JtbQjyC
— Mark Carney (@MarkJCarney) July 20, 2026


Il premier dell'Ontario, Doug Ford, ha invece chiesto una linea più dura: "Se questi dazi andranno avanti, il Canada dovrebbe rispondere dazio per dazio, dollaro per dollaro", ha scritto sui social.

I’ll never stop fighting to protect Ontario. If these tariffs proceed, Canada should respond tariff for tariff, dollar for dollar.
— Doug Ford (@fordnation) July 20, 2026


Candace Laing, alla guida della Camera di commercio canadese, ha definito "deplorevoli" le mosse della Casa Bianca ma ha invitato i due Paesi a usare il mese che manca all'entrata in vigore delle misure per cercare di "fare progressi significativi" nei negoziati. Anche l'associazione americana dei produttori di distillati ha chiesto una soluzione negoziata che restituisca ai suoi prodotti l'accesso al mercato canadese.

In arrivo altri dazi?


A poco più di tre mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre, che rinnoveranno il controllo del Congresso, i nuovi dazi comportano ovvi rischi politici ed economici per Trump. I dazi globali annunciati nell'aprile 2025, nel giorno che il presidente aveva ribattezzato "Liberation Day" avevano provocato un crollo dei mercati finanziari per i timori su inflazione e recessione, costringendolo poi a sospenderli in parte per negoziare.

L'inflazione è salita da quando Trump è tornato in carica, spinta prima dai dazi e successivamente dal rincaro del petrolio legato alla guerra in Iran. I giudizi degli americani sulla sua gestione dell'economia sono fortemente negativi. Ciò nonostante Trump ha già chiesto ai suoi collaboratori di valutare ulteriori dazi contro il Canada per il fumo degli incendi boschivi che ha peggiorato la qualità dell'aria nel nord-est degli Stati Uniti.

Venerdì il presidente aveva scritto sul suo social network Truth Social che il Canada "non sta mantenendo correttamente" le sue foreste e che gli Stati Uniti sono "invasi inutilmente da aria sporca, inquinata e malsana". Domenica Trump ha guardato la finale dei Mondiali di calcio accanto a Carney e ha poi raccontato ai giornalisti di avergli chiesto di fermare gli incendi che stanno "avvelenando la nostra aria".


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La rassegna stampa di venerdì 24 luglio 2026


L'Amministrazione impone nuovi dazi su oltre 80 paesi dopo lo stop della Corte suprema, il Dipartimento di Giustizia ritira i mandati contro il New York Times e cresce la tensione sulla guerra in Iran mentre la Camera prova a limitare i poteri di guerra del presidente

Questa è la rassegna stampa di venerdì 24 luglio 2026

L'Amministrazione impone nuovi dazi su oltre 80 paesi


L'Amministrazione ha varato una nuova ondata di dazi compresi tra il 10% e il 12,5% su oltre 80 paesi, tra cui Unione europea, Regno Unito, Messico, Canada, Cina, India e Australia. Le nuove tariffe, giustificate con presunte violazioni sul lavoro forzato e introdotte con la Sezione 301, sostituiscono il dazio generalizzato del 10% in scadenza venerdì, dopo che a febbraio la Corte suprema aveva dichiarato illegittime le tariffe originarie. La misura, che coinvolge oltre il 99% delle importazioni statunitensi, ha suscitato proteste da alleati e partner commerciali.

Fonti: New York Times, The Guardian, Financial Times

Il Dipartimento di Giustizia ritira i mandati contro il New York Times


Il Dipartimento di Giustizia ha ritirato i mandati con cui chiedeva testimonianze davanti al gran giurì e i tabulati telefonici di alcuni giornalisti del New York Times, legati alle inchieste sull'aereo qatarino donato per l'Air Force One. La decisione è arrivata dopo le dure domande poste giovedì da un giudice federale sull'operato del governo. Il quotidiano aveva definito i mandati un tentativo di intimidire la stampa libera.

Fonti: NPR, New York Times, Axios

Il presidente minaccia nuove operazioni in Iran, la Camera prova a limitarne i poteri


Con la guerra in Iran entrata nel quinto mese, il presidente si dice sempre più frustrato per un conflitto che pensava di chiudere in poche settimane e ha detto ad Axios di essere vicino a una decisione su un possibile "attacco massiccio". Nel frattempo la Camera ha approvato, con 214 voti contro 208 e il sostegno di quattro repubblicani, una risoluzione sui poteri di guerra per frenare l'azione militare dell'Amministrazione, poi respinta dal Senato. Fonti dell'Amministrazione descrivono un presidente scettico sulla diplomazia e in "modalità vendetta" verso Teheran.

Fonti: Wall Street Journal, The Hill, The Guardian

La giudice Kagan: la Corte suprema non è un "timbro" per il presidente


La giudice della Corte suprema Elena Kagan ha affermato che, pur avendo una maggioranza conservatrice, il massimo tribunale non è un "timbro" a disposizione del presidente, nonostante diverse sentenze a lui favorevoli. Intervenendo a una conferenza giudiziaria ospitata dalla Corte d'appello del Nono Circuito, la giudice liberale ha difeso i colleghi conservatori dalle critiche, ricordando i casi in cui la Corte ha resistito all'Amministrazione.

Fonti: The Hill, New York Times, ABC News

Il Senato verso il voto sulle sanzioni a Russia e Iran


Il Senato si prepara a votare già la prossima settimana un pacchetto di sanzioni contro la Russia che, su richiesta dell'ultima ora del presidente, includerà anche misure contro l'Iran. Il provvedimento, con oltre 60 cofirmatari, è stato l'ultima battaglia del senatore Lindsey Graham, scomparso l'11 luglio. Un'eventuale intesa segnerebbe una rara apertura bipartisan tra il leader della maggioranza John Thune e quello della minoranza Chuck Schumer a poche settimane dal voto di novembre.

Fonti: Axios, The Hill

Un panel della FDA raccomanda di allentare le restrizioni sui peptidi


Un comitato di consulenti della Food and Drug Administration ha raccomandato, con un voto risicato, di allentare l'accesso ad alcuni peptidi popolari tra influencer del benessere e celebrità, come BPC-157, TB-500 e KPV. La decisione è arrivata nonostante gli avvertimenti degli scienziati dell'agenzia, secondo cui queste sostanze non hanno dimostrato di essere sicure o efficaci. Il voto rischia di rafforzare la linea del segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr.

Fonti: The Hill, The Guardian

Via libera alla mappa del Tennessee che divide il distretto a maggioranza nera di Memphis


Un collegio di tre giudici federali ha autorizzato il Tennessee a usare una nuova mappa congressuale che divide un distretto a maggioranza afroamericana a Memphis, respingendo il tentativo di bloccare il piano prima delle primarie di agosto. I giudici hanno rifiutato di emettere un'ingiunzione preliminare contro la nuova mappa, aprendo di fatto la strada alla sua applicazione.

Fonti: The Hill, ABC News

Il presidente sfrutta un errore elettorale nel New Jersey per rilanciare accuse di frodi


Il presidente e i suoi alleati hanno cavalcato l'annuncio della governatrice del New Jersey Mikie Sherrill, secondo cui 6.600 non cittadini si erano registrati per votare a causa di un errore informatico, mentre meno di 400 hanno effettivamente votato. L'episodio è stato usato per rilanciare accuse infondate sulla presenza di numerosi non cittadini nelle liste elettorali. Secondo gli esperti, i dati diffusi dal Dipartimento per la Sicurezza interna sono costruiti per sostenere un argomento falso.

Fonti: The Guardian

Il presidente frena sull'accordo nucleare con l'Arabia Saudita


Il presidente ha messo in dubbio l'accordo nucleare con l'Arabia Saudita a meno di 24 ore dalla firma, subordinandolo alla normalizzazione dei rapporti di Riad con Israele. L'annuncio di giovedì appare in netto contrasto con quanto le fonti avevano riferito il giorno prima sull'intesa, sollevando dubbi sul fatto che si tratti di un'inversione di rotta o di una nuova condizione negoziale.

Fonti: The Hill

Scontro tra il presidente e Thune sul SAVE America Act


I leader repubblicani della Camera stanno aumentando la pressione sul Senato perché acceleri sul pacchetto di riconciliazione da 95 miliardi di dollari, che comprende parti del SAVE America Act, nonostante le resistenze del leader della maggioranza John Thune. La Casa Bianca ha fatto sapere che la pazienza del presidente si sta esaurendo, mentre Thune ribadisce di non avere i voti necessari. Lo scontro evidenzia le tensioni interne al partito a poche settimane dalle elezioni di medio termine.

Fonti: New York Times, Axios

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Di recente ho chiacchierato con @marcocappato di piattaforme commerciali, dei loro problemi e delle soluzioni che sperimentiamo qui sul Fediverso.

video.marcocappato.it/w/by7gFQ…

Sono molto felice del confronto, e anche che Marco abbia deciso di aprire la sua istanza PeerTube. Il cambiamento passa anche da dettagli come questo.

Viva la decentralizzazione!


Dovremmo andarcene tutti da YouTube? Con Kenobit (Fabio Bortolotti)


Mi è venuto a trovare Fabio Kenobit Bortolotti, musicista, attivista e autore dei volumi "Assalto alle piattaforme" e "Liberare il mio smartphone per liberare me stesso".

Insieme abbiamo parlato dell'attuale architettura di internet, controllata soprattutto da grandi piattaforme centralizzate, e dei meccanismi con cui i social commerciali estraggono valore e dati dagli utenti, condizionando la visibilità dei contenuti e alimentando dinamiche di dipendenza digitale.

Ma non solo, abbiamo parlato soprattutto di soluzioni pratiche. Abbiamo toccato il tema del Fediverso, la rete di social media decentralizzati e indipendenti. Abbiamo parlato anche di software libero, di sovranità tecnologica e di mutuo aiuto digitale.

Ho provato anche a porre una domanda a Fabio: quanto di tutto questo si può fare dal basso e quanto invece sarebbe necessario che le istituzioni facessero la loro parte, attraverso piattaforme europee per la partecipazione democratica o semplicemente liberando le loro pubbliche amministrazioni dai software proprietari?

ATTENZIONE: per l'occasione da oggi ho aperto il mio canale video sul Fediverso, usando PeerTube: video.marcocappato.it

È un primo passo per portare il dibattito pubblico e l'attivismo politico fuori dalle logiche degli algoritmi delle piattaforme commerciali. Parlo spesso nei miei spazi social del fatto che servirebbe una sfera pubblica digitale libera dal controllo delle Big Tech. Credo che sia importante sperimentare anche delle alternative pratiche che già esistono. Sono già su Mastodon (marcocappato@mastodon.uno), da oggi anche i miei video sono sul Fediverso.

Per approfondire:
📚 Assalto alle piattaforme, di Fabio Kenobit Bortolotti: agenziax.it/assalto-piattaform…
📚 Liberare il mio smartphone per liberare me stesso, di Fabio Kenobit Bortolotti: kenobit.it/libri-e-fanzine/
Il progetto Socialini: socialini.it
Informazioni sul Fediverso: fediverse.info

✍️ Iscriviti alla mia newsletter: marcocappato.substack.com/subs…
È il canale in cui cercherò di stare dietro alle notizie e commentare quello che succede.

Se vuoi inviarmi domande o riflessioni, scrivimi a marcocappato@substack.com


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Con il supporto dell'Associazione Luca Coscioni
🐐 Powered by Biquette: instagram.com/biquette.it/

00:00 Intro
01:11 Dal burnout da creator all'assalto alle piattaforme
05:44 Il fenomeno della enshittification nelle piattaforme commerciali
15:34 Potrei fare a meno delle piattaforme social?
20:00 Il Fediverso e ActivityPub: l'alternativa decentralizzata
26:16 Basta agire dal basso o servono le istituzioni?
30:37 Perché dobbiamo parlare di sovranità tecnologica
37:07 Cosa fare con i dati della democrazia?
44:22 Parliamo di intelligenza artificiale
49:06 Democrazia partecipata e identità digitale
57:42 Dovremmo le piattaforme agli adolescenti?
01:05:09 Domanda trappola


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Il malcontento sull'economia pesa su Trump, ma ai Dem non basta per il Senato


Il giudizio sull'economia di Trump è sceso a -37 e i costi di sanità e casa dominano le preoccupazioni. I democratici sono avanti, ma per il Senato devono vincere tre delle quattro corse in bilico.

La maggioranza degli americani boccia la gestione dell'economia del presidente Trump e i democratici sono favoriti alla Camera, mentre il Senato resta apertissimo. È il quadro tracciato dalle Power Rankings di Fox News, le previsioni elettorali della rete televisiva, a poco più di tre mesi dalle elezioni di midterm di novembre, quando si rinnovano tutta la Camera e un terzo del Senato.

Il saldo tra chi approva e chi disapprova la gestione economica di Trump è sceso a -37 punti, 13 in meno rispetto a marzo 2025, secondo i sondaggi di Fox News. Le rilevazioni di Washington Post e Ipsos, le ultime pubblicate la settimana scorsa, registrano nello stesso periodo un calo di 24 punti, fino a -32.

Il costo della vita è il fattore più importante per il 46% degli elettori, secondo un sondaggio condotto a giugno da Reuters e Ipsos. Le politiche del presidente però c'entrano solo in parte: in cima alla lista delle spese che preoccupano gli americani ci sono la sanità (28%) e la casa (19%), mentre il cibo (18%) e la benzina (15%), i beni più colpiti dai dazi e dalla guerra con l'Iran, vengono dopo.

Il 72% degli adulti di classe media e l'86% di quelli di classe operaia ritengono che il sistema politico ed economico del Paese giochi contro di loro, secondo dati raccolti dal Wall Street Journal: entrambe le percentuali sono cresciute di oltre 30 punti in dieci anni. Il malcontento non riguarda quindi solo i prezzi, ma le fondamenta stesse dell'economia americana.

I democratici, da partito all'opposizione, partono avvantaggiati. Sono avanti di circa quattro punti nel "generic ballot", i sondaggi che chiedono per quale partito si voterebbe al Congresso senza indicare i candidati. Hanno anche riconquistato un piccolo margine nell'identificazione di partito, con il 47% degli americani che si dice democratico contro il 43% repubblicano secondo Pew Research Center, un istituto di ricerca, e sono in vantaggio in diverse corse statali, tra cui Georgia e North Carolina.

Sono però vantaggi contenuti: gli elettori non amano lo status quo, ma non sono convinti che i democratici risolveranno i loro problemi. Se si aggiungono i seggi guadagnati dai repubblicani con il ridisegno dei collegi elettorali e una mappa del Senato favorevole, il risultato è un elettorato che si sente democratico ma non è detto che voti democratico.

Il Senato è un testa o croce. Se ogni partito vincesse tutti i seggi che pendono dalla sua parte, democratici e repubblicani arriverebbero a 48 seggi a testa e la maggioranza si deciderebbe in quattro Stati considerati "toss-up", cioè in perfetto equilibrio: Alaska, Iowa, Maine e Ohio. In Maine i democratici hanno appena scelto il loro candidato. Altre proiezioni pubblicate nei giorni scorsi arrivano a conclusioni simili: Camera ai democratici, Senato ai repubblicani.

Per arrivare a 51 seggi i democratici devono vincere tre delle quattro corse in bilico e allo stesso tempo difendere Georgia, Michigan e New Hampshire e strappare ai repubblicani la North Carolina, Stati che pendono dalla loro parte ma restano molto competitivi. Sei di questi otto Stati hanno votato per Trump nel 2024, la metà con margini a doppia cifra, per uno scarto medio di 7,8 punti.

La storia recente mostra che non serve un'ondata per ribaltare il Senato: nel 2024 Trump vinse il voto nazionale di appena 1,5 punti, ma conquistò tutti e sette gli Stati in bilico. A novembre potrebbe succedere lo stesso, in una direzione o nell'altra: vittorie democratiche di misura nelle corse chiave e una spazzata repubblicana negli Stati che decidono la maggioranza, o viceversa.

Il Michigan è la corsa più interessante della mappa. Se la primaria democratica premierà il progressista Abdul El-Sayed, il test sarà capire se un messaggio populista di sinistra, centrato su "Medicare for All", la proposta di un'assicurazione sanitaria pubblica universale, funziona in uno Stato in bilico. Se vincerà la moderata deputata Haley Stevens, la sua sfida sarà unire il partito e dimostrare che gli elettori vogliono un messaggio di centrosinistra anti-Trump. Lo Stato non elegge un senatore repubblicano da 30 anni e per Fox News parte come tendente ai democratici, anche se i loro margini di vittoria si sono ridotti. Il probabile candidato repubblicano, l'ex deputato Mike Rogers, è considerato ideale dal suo partito, ma nel 2024 perse di misura nonostante condizioni favorevoli.

L'Iowa sembrava saldamente repubblicano dal 2016, quando gli elettori bianchi della classe operaia si mobilitarono in massa per Trump. In un sondaggio recente di Fox News, però, il candidato democratico al Senato Josh Turek, deputato statale, è avanti di quattro punti sulla deputata repubblicana Ashley Hinson, 50% a 46%, e il candidato democratico a governatore ha un vantaggio di nove punti. Altre rilevazioni mostrano una corsa più stretta, ma il quadro resta quello di un testa a testa.

In Texas i repubblicani vincono ogni corsa per il Senato dal 1990 e lo Stato parte come tendente ai repubblicani. I democratici puntano sul deputato statale James Talarico e considerano vulnerabile il suo avversario, il procuratore generale del Texas Ken Paxton, per i suoi scandali. Nelle ultime settimane Talarico ha ridotto le distanze nei sondaggi, ma entrambi i candidati restano diversi punti sotto la maggioranza. Nel 2018 il democratico Beto O'Rourke perse per soli 2,6 punti.

Alla Camera i democratici partono avanti, ma la vittoria non è garantita. Nelle elezioni di metà mandato dell'era Trump il partito del presidente ha perso in media 25 seggi. Il ridisegno dei collegi deciso dai parlamenti statali repubblicani vale però al partito circa una decina di seggi, fino a nove dei quali tra Florida e Texas, mentre il referendum voluto dal governatore democratico della California Gavin Newsom ne ha recuperati tra tre e cinque per i democratici.

I democratici partono con 211 seggi classificati nelle loro categorie, sette in meno dei 218 necessari per la maggioranza: vincere più di una manciata di corse in bilico basterebbe per riprendere la Camera. I seggi in bilico però tendono a essere vinti e persi insieme e in una buona serata i repubblicani potrebbero non solo mantenere il controllo, ma perfino allargare la loro maggioranza risicata.


Troy Jackson sarà il candidato Dem al Senato in Maine


Troy Jackson potrebbe avere di fatto conquistato la candidatura democratica per il Senato degli Stati Uniti nel Maine. Domenica quattro dei suoi principali rivali si sono fatti da parte e, secondo un'analisi del Bangor Daily News, l'ex presidente del Senato statale può già contare su più della metà dei delegati che sabato 25 luglio, in una convention a Bangor, sceglieranno il sostituto di Graham Platner. Se il sostegno sarà confermato, a novembre Jackson sfiderà la senatrice repubblicana Susan Collins in una delle corse decisive per il controllo del Senato.

Alla convention voteranno 500 delegati eletti nel fine settimana nei caucus di contea, le assemblee locali del partito, insieme a 101 membri del comitato centrale democratico dello stato. Jackson era emerso come grande favorito già sabato, dopo la prima giornata di voto. Secondo i conteggi di Bloomberg, più del 90% dei circa 430 delegati scelti nelle 11 contee che avevano completato le operazioni entro domenica pomeriggio faceva parte della lista di sostenitori diffusa dalla sua campagna, mentre circa 70 delegati arriveranno dalle contee restanti. Per il Bangor Daily News è stata la contea di York, al confine con il New Hampshire, a portare sopra quota 301 i delegati impegnati a votarlo, più della metà dei voti dell'assemblea. "Grazie, contea di York. Siamo organizzati, siamo pronti e vinceremo. Solidarietà per sempre", ha scritto Jackson su X.

Corsa al Senato · Maine

Perché Troy Jackson ha già vinto la nomination


Prima ancora del voto della convention di Bangor, l’ex presidente del Senato del Maine ha superato la soglia dei delegati che serve per diventare il candidato democratico contro Susan Collins.

Grafica di FocusAmerica

La matematica della convention
0+

delegati già impegnati a votare Jackson:
la maggioranza scatta a quota 301

Soglia superata

Maggioranza: 301

0
601 votanti

Impegnati per Jackson Altri candidati o non assegnati

Alla convention votano 601 persone: 500 delegati eletti nei caucus di contea e 101 membri del comitato centrale democratico dello stato.

I caucus del fine settimana

Un dominio quasi totale nelle contee


Sabato e domenica le assemblee locali del partito hanno eletto i 500 delegati della convention. La lista dei sostenitori di Jackson ha fatto incetta di seggi.

Delegati delle 11 contee già conteggiate: quanti sono nella lista di Jackson oltre il 90%

Su circa 430 delegati eletti entro domenica pomeriggio (conteggio Bloomberg). Altri 70 circa arrivano dalle contee restanti.

La contea decisiva

Secondo il Bangor Daily News è stata la contea di York, al confine con il New Hampshire, a portare Jackson sopra quota 301: più della metà dei voti dell’assemblea, prima ancora che i caucus finissero.

Domenica 19 luglio

Il campo si svuota: quattro rivali si ritirano


Davanti ai numeri dei caucus, i principali sfidanti hanno lasciato la corsa in un solo giorno. Tre hanno annunciato subito il sostegno a Jackson.

Le tappe

Dalla caduta di Platner alla sfida a Collins


Tocca ogni tappa per i dettagli.

Attenzione

I delegati sono formalmente liberi: non hanno un obbligo legale di votare il candidato promesso. La nomina sarà ufficiale solo dopo il voto di sabato 25 luglio.

Fonte: Bangor Daily News, Bloomberg · dati al 19 luglio 2026

I delegati sono però formalmente liberi: non hanno un obbligo legale di votare il candidato promesso durante la selezione e la nomina sarà quindi ufficiale solo dopo il voto di sabato. Domenica hanno lasciato la corsa Nirav Shah, ex direttore del Center for Disease Control and Prevention del Maine, l'agenzia di salute pubblica dello stato; Shenna Bellows, segretaria di stato del Maine; Jordan Wood, ex collaboratore parlamentare a Washington; e Dan Kleban, cofondatore del birrificio Maine Beer Company. Shah, Wood e Kleban hanno annunciato subito il loro sostegno a Jackson, mentre Bellows ha motivato il passo indietro con la necessità di unire il partito contro Collins. "Oggi mi faccio da parte e lo faccio esattamente per la stessa ragione che mi aveva spinto a candidarmi: dobbiamo sconfiggere Susan Collins e il Partito Democratico deve essere unito per farlo", ha scritto Shah su X.

Platner, allevatore di ostriche e veterano di guerra, aveva vinto le primarie democratiche a giugno ed era visto come il simbolo del candidato capace di riportare al partito gli elettori della classe lavoratrice. Aveva superato le polemiche per un tatuaggio simile a un simbolo nazista e per vecchi post offensivi sui social, ma all'inizio di luglio si è ritirato davanti alle accuse circostanziate di violenza sessuale di una ex fidanzata, accuse che lui respinge.

Jackson ha costruito un profilo simile a quello di Platner: ex repubblicano passato su posizioni progressiste, è un boscaiolo di quinta generazione cresciuto nel Maine rurale e in una precedente corsa a governatore, persa, aveva puntato su tutele più forti per i lavoratori, sanità universale e tasse più alte per i più ricchi. Nella corsa per il Senato lo ha appoggiato Our Revolution, l'organizzazione progressista nata dai sostenitori del senatore del Vermont Bernie Sanders. "Il messaggio è inequivocabile: gli abitanti del Maine hanno votato perché un movimento continui", ha detto domenica in un comunicato il suo direttore esecutivo Joseph Geevarghese. La deputata statale Nina Milliken, delegata e referente della campagna di Jackson nella contea di Hancock, ha detto a Bloomberg che "la gente è davvero stufa".

Collins è considerata una delle senatrici repubblicane in carica più vulnerabili e la corsa del Maine è ritenuta decisiva per le speranze dei democratici di conquistare la maggioranza al Senato. Il presidente Donald Trump ha perso lo stato alle elezioni del 2024 e i democratici attaccano Collins per i suoi voti a favore delle politiche della Casa Bianca. La settimana scorsa, dopo che un agente federale ha ucciso un uomo colombiano proprio nel Maine, hanno criticato il suo sì a un pacchetto da 70 miliardi di dollari che finanzia i controlli sull'immigrazione fino alla fine del mandato di Trump.


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CVE-2026-8933: come una race condition in snap-confine dà root su Ubuntu Desktop
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@informatica


CVE-2026-8933: come una race condition in snap-confine dà root su Ubuntu Desktop


Una race condition nascosta nel cuore del sandboxing di Snap


Il 21 luglio 2026 il Threat Research Unit di Qualys ha reso pubblica CVE-2026-8933, una vulnerabilità di local privilege escalation (LPE) che colpisce snap-confine, il componente che costruisce l’ambiente sandbox per le applicazioni Snap su Ubuntu. Il difetto, classificato come “High” severity, permette a un utente locale non privilegiato di ottenere accesso root completo sulle installazioni di default di Ubuntu Desktop 24.04, 25.10 e 26.04.

La cosa interessante, dal punto di vista di chi amministra sistemi Linux, non è tanto la gravità in sé (le LPE locali sono un classico), quanto come ci si è arrivati: una modifica pensata per aumentare la sicurezza ha introdotto, per effetto collaterale, una finestra di race condition sfruttabile.

Perché snap-confine è cambiato


snap-confine è il binario che Canonical usa per costruire l’ambiente isolato in cui gira ogni applicazione Snap: monta i namespace, applica i profili AppArmor/seccomp e prepara le directory temporanee di lavoro. Storicamente era un binario set-uid-root: partiva già con i privilegi di root e li abbandonava progressivamente.

Per ridurre la superficie d’attacco, Canonical ha migrato snap-confine a un modello basato su set-capabilities: il processo ora gira con l’UID effettivo dell’utente chiamante, ma mantiene comunque delle capability quasi-root (tra cui CAP_SYS_ADMIN e simili) necessarie per completare il setup del sandbox. È un cambiamento in linea con il principio del least privilege, ma ha spostato il problema: durante l’inizializzazione, le directory temporanee sotto /tmp vengono create con proprietario l’utente non privilegiato, e solo in un secondo momento la ownership passa a root. In quella finestra, per quanto stretta, l’attaccante ha ancora pieno controllo sui file.

La catena di exploit


Il team Qualys ha ricostruito un attacco che combina due race condition concorrenti:

  • Bypass del mount namespace via FUSE: l’attaccante monta un filesystem FUSE sopra la directory temporanea di scratch appena creata, prima che snap-confine applichi l’isolamento tramite mount namespace. In questo modo la directory resta accessibile anche dall’esterno del sandbox.
  • Symlink race su fchown(): l’attaccante sostituisce un file atteso con un symlink verso un target arbitrario. Quando snap-confine tenta di creare un file nel sandbox, la open() segue il symlink e scrive sul target reale. Una seconda race condition permette poi di allargare i permessi a 0666 prima che venga invocata fchown() per trasferire la ownership a root.
  • Escalation via udev: per aggirare la confinazione AppArmor, l’exploit punta al percorso /run/udev/, che consente accesso in lettura/scrittura. Depositando un file .rules malevolo in /run/udev/rules.d/ e innescando un ciclo di mount/unmount FUSE, l’attaccante costringe il demone systemd-udevd a eseguire comandi arbitrari come root.

Il risultato finale: da semplice accesso locale non privilegiato a controllo completo del sistema, senza bisogno di interazione da parte di altri utenti.

Versioni coinvolte e patch disponibili


Sono interessate le release che spediscono di default la variante set-capabilities di snap-confine:

  • Ubuntu Desktop 26.04
  • Ubuntu Desktop 25.10
  • Ubuntu Desktop 24.04 (con pacchetti snapd aggiornati)

Canonical ha rilasciato pacchetti snapd corretti, tra cui 2.76+ubuntu26.04.3 per Ubuntu 26.04, 2.76+ubuntu24.04.1 per Ubuntu 24.04 e 2.76+ubuntu22.04.1 per Ubuntu 22.04. La disclosure è stata coordinata con l’Ubuntu Security Team.

Come verificare se un sistema è vulnerabile


Per controllare la versione di snapd installata:

snap version
apt-cache policy snapd

Se la versione del pacchetto snapd è precedente a quelle corrette indicate sopra, il sistema va aggiornato immediatamente:
sudo apt update
sudo apt install --only-upgrade snapd
snap version

Per un controllo su larga scala, chi usa strumenti di vulnerability management (Qualys CSAM o equivalenti) può cercare asset con sistema operativo Ubuntu e pacchetto snapd installato, incrociando poi la versione con quella patchata.

Mitigazioni in attesa della patch


Se non è possibile applicare l’aggiornamento immediatamente, alcune contromisure temporanee riducono l’esposizione:

  • Limitare l’accesso a shell locale ai soli utenti fidati, specialmente su workstation condivise o ambienti multi-utente (lab, terminal server, VDI).
  • Monitorare la creazione di regole udev non autorizzate sotto /run/udev/rules.d/, ad esempio con auditd:
  • auditctl -w /run/udev/rules.d/ -p wa -k udev_rules_watch
  • Disabilitare il montaggio FUSE per utenti non privilegiati dove non strettamente necessario, tramite policy su /etc/fuse.conf o restrizioni AppArmor aggiuntive.

Nessuna di queste misure sostituisce la patch ufficiale: sono palliativi utili solo per il tempo strettamente necessario a pianificare l’aggiornamento.

Conclusione


CVE-2026-8933 è un promemoria utile per chi progetta meccanismi di sandboxing e privilege dropping: il passaggio da set-uid a set-capabilities è, sulla carta, una scelta più sicura, ma introduce una superficie temporale (la finestra tra creazione del file e trasferimento della ownership) che va gestita con la stessa attenzione riservata alle race condition classiche nei binari set-uid. Per chi amministra flotte Ubuntu Desktop, la priorità pratica resta semplice: verificare le versioni di snapd installate, applicare la patch e, nel frattempo, restringere l’accesso shell locale dove possibile.

Fonte: Qualys Threat Research Unit – CVE-2026-8933: Local Privilege Escalation in Set-Capabilities snap-confine


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Azure Event Grid Namespaces: Autoscale automatico per i workload di messaggistica dinamici
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@informatica


Azure Event Grid Namespaces: Autoscale automatico per i workload di messaggistica dinamici


Il problema delle Throughput Unit statiche


Chi ha già lavorato con Azure Event Grid Namespaces conosce bene il concetto di Throughput Unit (TU): ogni TU definisce una capacità fissa di ingress/egress per gli eventi, di publish MQTT e di connessioni client MQTT. Fino ad oggi, il numero di TU andava impostato in fase di creazione del namespace e poi regolato manualmente ogni volta che il pattern di traffico cambiava — tipicamente sovradimensionando “per sicurezza” durante i picchi, con conseguente spreco di capacità (e di budget) nei periodi di bassa attività.

Microsoft ha da poco introdotto in public preview la funzionalità Autoscale per Event Grid Namespaces (tier Standard), che elimina questa gestione manuale: il servizio monitora il carico e regola automaticamente le TU tra un minimo e un massimo configurati dall’amministratore.

Come funziona Autoscale


Il funzionamento è deliberatamente semplice, in linea con la filosofia “meno configurazione, più automazione” che Azure sta applicando a diversi servizi PaaS. Event Grid valuta continuamente l’utilizzo su quattro categorie:

  • Event ingress: tasso di eventi in ingresso sui namespace topic HTTP.
  • Event egress: tasso di eventi in uscita verso i sottoscrittori.
  • MQTT publish rate (inbound/outbound): frequenza dei messaggi pubblicati e ricevuti sul broker MQTT.
  • MQTT client count: numero di client MQTT registrati e connessi.

Quando una qualunque di queste metriche supera la soglia di scale-up, il servizio aggiunge automaticamente Throughput Unit. Quando tutte le categorie scendono sotto la soglia di scale-down, le TU in eccesso vengono rilasciate. L’amministratore non definisce policy o soglie personalizzate: si limita a impostare i limiti minimo e massimo di TU, e Event Grid gestisce internamente le decisioni di scaling.

Un richiamo ai concetti di namespace


Per chi non ha ancora familiarità con il modello a namespace di Event Grid (distinto dai topic “classici” di Event Grid Basic), vale la pena ricordare la struttura:

  • Un namespace è un contenitore di gestione che espone un FQDN unico e due endpoint: uno HTTP per i namespace topic, uno MQTT per scenari IoT.
  • I namespace topic supportano sia la pull delivery (il consumer si collega ed estrae i messaggi con semantica queue-like) sia la push delivery (attualmente verso Event Hubs come destinazione).
  • Gli eventi pubblicati devono rispettare lo standard CloudEvents 1.0 del CNCF, con binding HTTP e formato JSON.

Autoscale agisce a livello di namespace, quindi tutte le risorse contenute (topic, topic space MQTT, client, client group) beneficiano della stessa capacità elastica senza bisogno di scaling indipendente per ciascuna.

Abilitare Autoscale: portale, ARM e REST API


La funzionalità, essendo in preview, va abilitata esplicitamente. Dal portale Azure basta aprire il namespace Event Grid, andare nella sezione di configurazione della capacità e attivare l’opzione Autoscale specificando TU minime e massime.

Per chi gestisce l’infrastruttura as code, lo stesso risultato si ottiene via ARM template (o Bicep) impostando le proprietà di scaling sulla risorsa del namespace:

{
  "type": "Microsoft.EventGrid/namespaces",
  "apiVersion": "2025-04-01-preview",
  "name": "ns-iot-produzione",
  "location": "westeurope",
  "sku": {
    "name": "Standard",
    "capacity": 4
  },
  "properties": {
    "isZoneRedundant": true,
    "topicsConfiguration": {},
    "publicNetworkAccess": "Enabled",
    "topicSpacesConfiguration": {
      "state": "Enabled"
    }
  }
}

Nota: al momento della stesura la configurazione fine di Autoscale (min/max TU) va completata tramite portale o REST API dedicata, poiché lo schema ARM per questa preview è ancora in evoluzione — vale la pena controllare la pagina di supporto ufficiale prima di automatizzare il deployment in pipeline CI/CD.

Via REST API, la capacità del namespace si legge e modifica sulla stessa risorsa esposta dall’API di gestione di Event Grid:

GET https://management.azure.com/subscriptions/{subId}/resourceGroups/{rg}/providers/Microsoft.EventGrid/namespaces/{namespaceName}?api-version=2025-04-01-preview

Quando ha senso usarlo


Autoscale è pensato in particolare per due categorie di carico che chi lavora con architetture event-driven conosce bene:

  • Workload IoT con MQTT: il numero di dispositivi connessi e il fan-out delle sottoscrizioni possono variare rapidamente (pensiamo a una flotta di sensori che si riattiva tutta insieme dopo un’interruzione di rete). Dimensionare le TU staticamente per il picco significa pagare capacità inutilizzata per la maggior parte del tempo.
  • Event broker con traffico “a burst”: pipeline di ingestion che ricevono ondate di eventi correlate a batch job, deployment, o processi di business con picchi orari/giornalieri (fine mese, chiusura contabile, campagne marketing).

Per i .NET developer che costruiscono microservizi basati su eventi, questo significa poter progettare la sottoscrizione a namespace topic senza dover stimare a priori il traffico di picco con lo stesso margine di sicurezza richiesto finora — riducendo sia il rischio di throttling sotto carico sia i costi nei periodi di quiete.

Conclusione


Autoscale per Event Grid Namespaces arriva in un’area, il messaging event-driven, dove il dimensionamento manuale è da sempre un compromesso scomodo tra costo e resilienza. Essendo ancora in public preview, prima di adottarlo su workload di produzione critici vale la pena testarlo su un namespace non critico, verificando i tempi di reazione dello scaling automatico sotto carico reale e monitorando le metriche di throttling durante la fase di transizione tra un livello di TU e l’altro.

Fonte: Petri IT Knowledgebase – Azure Event Grid Namespaces Add Autoscale for Dynamic Messaging Workloads; concetti tecnici da Microsoft Learn – Concepts for Event Grid namespace topics


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Perché l'America non è un'oligarchia


Su Free Press l'economista scrive che le politiche americane le decidono gli elettori e i gruppi di interesse tradizionali, non i miliardari: nemmeno Musk è riuscito a controllare il governo

L'America non è governata da un'oligarchia, cioè da un piccolo gruppo coeso di persone ricchissime che decide per tutti. Lo sostiene l'economista Tyler Cowen in un'analisi pubblicata sulla testata americana Free Press, in risposta a un argomento usato sempre più spesso dal Partito Democratico: nell'ultimo anno le email di raccolta fondi del partito hanno cominciato a incolpare i "miliardari" della rovina del paese e nelle ultime settimane i progressisti hanno rilanciato una campagna per portare la tassa sui grandi patrimoni al centro delle elezioni di metà mandato. Cowen parla di "billionaire derangement syndrome", sindrome da squilibrio da miliardari, e risponde che la maggior parte delle politiche americane la decidono gli elettori e i gruppi di interesse tradizionali, non i più ricchi.

Nella vita quotidiana gli americani hanno a che fare più con i governi statali e locali che con quello federale, scrive Cowen, e la maggior parte della spesa di questi governi risponde alla domanda degli elettori: va a scuole, strade e, sempre di più, a Medicaid, il programma sanitario pubblico per le persone a basso reddito, capitoli che non riflettono le agende dei miliardari. I rimborsi che Medicaid riconosce a ospedali e medici sono relativamente bassi e molti dei migliori medici non accettano nemmeno i suoi pazienti.

Anche nel bilancio federale le voci principali di spesa, cioè Medicare (l'assicurazione sanitaria pubblica per gli anziani), la previdenza sociale, Medicaid, la difesa e gli interessi sul debito, sono per Cowen un misto di programmi popolari e necessari, che non sono stati creati né vengono mantenuti da miliardari o oligarchi. Se c'è un argomento che circola più tra i ricchi che tra gli elettori comuni è che deficit e debito federali siano insostenibili: le élite hanno in genere la preparazione finanziaria per capire che un debito sopra i 39.000 miliardi di dollari è un problema. Ma proprio su questo punto i miliardari non hanno ottenuto nulla e i conti pubblici americani continuano a peggiorare.

Per Cowen la stessa elezione di Donald Trump nel 2016 mostra fino a che punto comandino ancora gli elettori: Trump raccolse per la campagna presidenziale molti meno soldi di Hillary Clinton e la maggior parte delle élite, comprese molte di quelle repubblicane, lo temeva, sosteneva la sua avversaria o entrambe le cose.

Gli elettori perdono invece il controllo, ammette Cowen, sulle politiche poco visibili, difficili da capire e che toccano un numero ristretto di persone: lì vincono molto spesso i gruppi di interesse, che però raramente sono composti da miliardari. Il suo collega economista Alex Tabarrok ha raccontato le pressioni degli avvocati specializzati in cause di risarcimento contro le auto a guida autonoma, forse anche perché quei veicoli sono più sicuri e generano meno cause da cui guadagnare: la maggior parte dei governi locali non ha ancora autorizzato Waymo, la principale azienda di taxi autonomi, a operare sulle proprie strade.

Gli insegnanti difendono i sindacati della categoria, gli idraulici sostengono le licenze professionali che limitano la concorrenza e i medici si oppongono alle leggi che permetterebbero agli infermieri con formazione avanzata di svolgere molte delle loro funzioni. A San Francisco è difficile costruire nuove case soprattutto perché i proprietari attuali non vogliono. A volte questi gruppi di interesse includono miliardari, ma molto spesso no, o li coinvolgono solo in minima parte.

Elon Musk, che di miliardi ne possiede diverse centinaia, è sempre più bersaglio di odio e risentimento, ma qualunque cosa si pensi di lui e delle sue idee politiche, scrive Cowen, non è riuscito a controllare le leve del governo. Il presidente Trump gli ha affidato il volto pubblico del DOGE, il dipartimento per l'efficienza governativa che doveva rivoluzionare l'amministrazione americana: dopo circa quattro mesi Musk era già fuori da quel ruolo, il programma era impopolare sia tra gli elettori sia in Congresso, la spesa pubblica non è diminuita e gran parte della burocrazia è rimasta al suo posto. L'unico risultato che si può attribuire all'influenza di un miliardario è il ridimensionamento di USAID, l'agenzia americana per gli aiuti allo sviluppo internazionale.

Musk ha influito molto di più sulle politiche americane con i prodotti delle sue aziende, scrive Cowen: SpaceX, la sua azienda spaziale, ha reso possibile una politica spaziale prima irrealizzabile e Starlink, la sua rete di internet satellitare, ha aiutato l'Ucraina a difendersi dalla Russia. Sono effetti della sua capacità produttiva, non delle pressioni sul governo. E il progetto di un nuovo partito per il pareggio di bilancio, di cui Musk aveva parlato per un periodo, è finito nel nulla.

Cowen riconosce che i benestanti partono avvantaggiati in politica, come in quasi tutto, e che i poveri sono svantaggiati. Le diverse classi di reddito, però, almeno all'interno di ciascun partito, la pensano in gran parte allo stesso modo, anche se i due partiti hanno visioni opposte sulla direzione del paese. Perfino Dylan Matthews, giornalista del sito progressista Vox, è arrivato alla conclusione che l'America non è un'oligarchia.

Cowen ammette anche che il presidente Trump, lui stesso miliardario, usa alcune politiche della sua amministrazione per arricchire sé e i suoi amici, per esempio vendendo a chi cerca influenza una criptovaluta legata alla famiglia, un meccanismo che definisce corrotto e un pessimo modo di governare il paese. Una cosa però è la corruzione di chi sta al potere, un'altra l'ipotesi che gli oligarchi controllino l'intero governo e ne decidano la maggior parte delle politiche. Quelle, nel bene e nel male, restano determinate dai desideri degli elettori o dai gruppi di interesse tradizionali: prendersela con i ricchissimi, conclude Cowen, è solo un altro modo di scappare dai problemi reali del paese.


I progressisti americani rilanciano la tassa sui grandi patrimoni


Una campagna progressista vuole fare della tassa sui grandi patrimoni uno dei temi centrali delle elezioni americane di metà mandato del 2026. L'iniziativa, chiamata Tax the Greedy Billionaires, chiede ai candidati al Congresso di impegnarsi a introdurre un prelievo sui super-ricchi. A raccontarla è il Washington Post. Il caso simbolo è quello di Elon Musk, il cui patrimonio ha superato i mille miliardi di dollari dopo la quotazione in Borsa di SpaceX.

Musk è diventato uno dei simboli più evidenti di questo cambiamento. Nel primo anno della nuova Amministrazione Trump ha avuto un ruolo di primo piano nei tagli alla spesa pubblica e ai posti di lavoro federali, mentre il suo patrimonio continuava ad aumentare. "Nel momento in cui Elon Musk è diventato il primo uomo con un patrimonio da mille miliardi di dollari, dopo aver devastato il nostro governo, è evidente che dobbiamo arginare il potere senza precedenti dei super-ricchi", ha dichiarato il deputato Greg Casar, presidente del Congressional Progressive Caucus.

Ma anche la ricchezza del presidente Donald Trump è aumentata durante il mandato in una misura senza precedenti nella storia presidenziale moderna, osserva il quotidiano. Igor Volsky, direttore della campagna, sostiene che un progetto del genere sarebbe stato impensabile soltanto cinque anni fa. "Negli ultimi due anni abbiamo assistito all'esercizio spudorato di quel potere dei miliardari contro il quale molti ci mettevano in guardia da decenni", ha dichiarato al Washington Post. "È per questo che il tema è ormai entrato nello spirito del tempo".

Il piano "Five & Dime"


La proposta, nota come piano Five & Dime, prevede un'imposta del 5% sui patrimoni familiari netti superiori a 50 milioni di dollari e del 10% su quelli che superano i 250 milioni. Secondo il Tax Policy Center, centro di ricerca promosso congiuntamente dall'Urban Institute e dalla Brookings Institution, una misura di questo tipo produrrebbe entrate per 6.800 miliardi di dollari nei primi dieci anni. Le imposte sul patrimonio si scontrano tuttavia da tempo con ostacoli pratici e giuridici: la difficoltà di attribuire un valore a beni che non hanno un prezzo di mercato facilmente determinabile, il rischio di elusione e i dubbi sulla capacità di un prelievo nazionale di superare un eventuale ricorso costituzionale.

Il deputato democratico della Pennsylvania Chris Deluzio sostiene che una tassa del genere non sia mai stata tanto necessaria. I più ricchi, spiega, accrescono i propri patrimoni grazie ai rendimenti degli investimenti e ottengono liquidità attraverso prestiti garantiti dai loro stessi beni. In questo modo pagano imposte "storicamente basse, proprio mentre la quota di ricchezza detenuta dagli americani più abbienti è aumentata enormemente". "Che insegnanti, pompieri o infermieri possano avere un'aliquota effettiva superiore a quella di un milionario è una follia", ha dichiarato al quotidiano.

La richiesta di tassare maggiormente i ricchi non è nuova: da anni i democratici sostengono che i più ricchi debbano "pagare la loro giusta parte". Durante la campagna presidenziale del 2024, Kamala Harris aveva collegato la concentrazione della ricchezza alla tutela della democrazia, denunciando in particolare l'influenza esercitata sulle elezioni da miliardari come Musk. Oggi, però, l'accento è cambiato.

La nuova campagna parla meno di democrazia e insiste soprattutto sulle conseguenze concrete che la concentrazione della ricchezza produce sulla vita degli altri americani: dagli affitti sempre più elevati nelle città all'aumento dei costi sanitari. Volsky considera ormai "superata" la formula della "giusta parte" e vuole dimostrare anche ai membri più scettici del Congresso che l'opinione pubblica è molto più avanti della politica.

Midterm 2026 · Fisco e disuguaglianza

I progressisti puntano sulla patrimoniale per il voto di midterm

Una campagna chiamata Tax the Greedy Billionaires chiede ai candidati al Congresso di impegnarsi a tassare i grandi patrimoni. Il simbolo è Elon Musk, diventato il primo uomo a superare i mille miliardi di dollari.

Grafica di FocusAmerica 15 luglio 2026

Il patrimonio che ha riacceso il dibattito
Ricchezza di Elon Musk, giugno 2026
Oltre 0
miliardi di dollari

Primo essere umano a superare i mille miliardi, dopo la quotazione in Borsa di SpaceX. Al debutto il patrimonio ha toccato circa 1.100 miliardi.

È il simbolo su cui i progressisti vogliono costruire la campagna: una ricchezza pari a circa 20.000 volte la soglia da cui scatterebbe la nuova tassa.

La proposta

Il piano «Five & Dime»: due aliquote sui patrimoni più grandi


Un prelievo sul patrimonio netto delle famiglie più ricche, diviso in due scaglioni.

0%

5%

10%

Fino a 50 mln $nessun prelievo 50–250 mln $aliquota del 5% Oltre 250 mln $aliquota del 10%

Le aliquote si applicano solo alla parte di patrimonio che supera ciascuna soglia. Schema illustrativo, non in scala.

L’impatto sui conti pubblici

Un gettito stimato di 6.800 miliardi in dieci anni


La stima del Tax Policy Center, il centro studi di Urban Institute e Brookings.

0
miliardi di dollari di gettito nei primi dieci anni

Ma le imposte sul patrimonio si scontrano da tempo con ostacoli pratici e giuridici, che ne rendono incerta l’applicazione.

L’opinione pubblica

Sei americani su dieci sono infastiditi da chi non paga la giusta parte


Quota di adulti «molto infastiditi» dal fatto che alcuni ricchi non paghino la loro giusta parte di tasse. Sondaggio Pew Research Center, gennaio 2026.

Tutti gli adulti 0%

Elettori democratici 0%

Elettori repubblicani 0%

Tra i due schieramenti restano 40 punti di distanza.

Ma i democratici non sono compatti: il governatore della California Gavin Newsom si è opposto a una patrimoniale statale, temendo la fuga dei capitali, pur dicendosi favorevole a un prelievo su scala nazionale.

Gli ostacoli

Perché una patrimoniale resta difficile da applicare


Tocca ogni voce per i dettagli.

1 Quanto vale davvero un patrimonio +

Molti beni non hanno un prezzo di mercato facile da determinare, e attribuirne un valore ogni anno è complicato e contestabile.

2 Il rischio di elusione +

I capitali possono spostarsi o essere occultati. È il timore di Newsom: i più ricchi potrebbero lasciare lo Stato o trasferire altrove i propri beni.

3 I dubbi costituzionali +

Non è chiaro se un prelievo nazionale sul patrimonio possa reggere a un eventuale ricorso davanti alla Corte Suprema.

Nonostante tutto, la campagna vuole imporre il tema già nel midterm e poi trasformarlo in uno dei terreni delle primarie democratiche per le presidenziali del 2028.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su dati Washington Post, Tax Policy Center (Urban Institute-Brookings) e Pew Research Center (sondaggio 20-26 gennaio 2026). Ricchezza di Elon Musk aggiornata a giugno 2026.

Il consenso cresce, ma i democratici restano divisi


A confermarlo è un sondaggio del Pew Research Center condotto nel gennaio 2026. Circa 6 adulti americani su 10 affermano di essere molto infastiditi dal fatto che i ricchi e le grandi aziende non paghino la loro giusta parte di imposte. Tra gli elettori democratici la quota raggiunge l'81%, contro il 41% dei repubblicani. Non tutti i democratici condividono però questa linea. Il governatore della California Gavin Newsom, ad esempio, si è opposto all'introduzione di una patrimoniale nel suo Stato, sostenendo che spingerebbe i più ricchi ad andarsene o a trasferire altrove i propri capitali, pur dichiarandosi favorevole a un prelievo su scala nazionale. Volsky ha definito la sua posizione "profondamente deludente", ma la considera un'eccezione all'interno del partito.

Sul fronte repubblicano, invece, l'opposizione rimane più netta. Durante un intervento alla Camera, la deputata della North Carolina Virginia Foxx ha accusato i democratici di diffondere "mezze verità" sul modo in cui i più ricchi pagano le imposte. Ad ogni modo Volsky va avanti per la sua strada e punta ora a imporre il tema nel dibattito politico già durante la campagna per le elezioni di metà mandato e, successivamente, a trasformarlo in uno dei principali terreni di confronto delle primarie democratiche per le presidenziali del 2028.


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Buona notizia: anche l'Emilia-Romagna ha appena approvato una legge che definisce tempi e procedure con cui le aziende sanitarie devono rispondere a chi chiede l'aiuto medico a morire.

Noi andiamo avanti. La nostra legge è infatti all'esame dei Consigli regionali di Umbria, Trentino e Veneto, mentre in Piemonte, Lombardia, Lazio e Calabria continuiamo a raccogliere le firme.

Ci batteremo finché la nostra proposta di legge popolare "Eutanasia legale" non sarà votata dal Parlamento.

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Il G8 del 2001 ha lasciato una ferita profonda nella democrazia italiana: la Diaz, Bolzaneto, le violenze commesse da uomini dello Stato e una giustizia arrivata troppo tardi per accertare fino in fondo tutte le responsabilità.

Venticinque anni dopo, ricordare Genova significa anche guardare al presente: alla morte di Abderrahim Fakir durante un intervento di polizia a Bologna e agli altri casi in cui l’uso della forza da parte dello Stato continua a sollevare interrogativi profondi; alle nuove norme che restringono gli spazi della protesta e trattano sempre più spesso il dissenso come una questione di ordine pubblico.

Quella lezione resta attuale, perché Genova ci ha insegnato quanto sia pericoloso mettere l’ordine pubblico al di sopra dei diritti che dovrebbe proteggere.

Per questo, questo autunno, Volt Italia terrà la propria Assemblea Generale a Genova.

Per ricordare ciò che è stato e ribadire un principio semplice: i diritti non si sospendono, mai.

25 anni dopo, torniamo a Genova.

#G8Genova #Genova2001 #Diritti #Democrazia #Volt #DirittoDiProtesta #EuropaFederale #VoltItalia #VoltEuropa

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Trump valuta un intervento militare contro i jihadisti in Mali


Secondo il Washington Post l'obiettivo sarebbe JNIM, gruppo legato ad al-Qaeda. Il Mali diventerebbe così l'ottavo Paese attaccato da Trump nel secondo mandato, con il rischio di uno scontro con i mercenari russi.

L'Amministrazione Trump sta valutando un intervento militare in Mali contro JNIM, un gruppo jihadista affiliato ad al-Qaeda diventato negli ultimi anni la formazione armata più potente dell'Africa occidentale. Lo ha rivelato il Washington Post, citando funzionari ed ex funzionari americani a conoscenza delle discussioni. Se l'operazione venisse approvata, il Mali diventerebbe così l'ottavo paese in cui il presidente ha ordinato attacchi militari dall'inizio del secondo mandato, dopo Yemen, Somalia, Siria, Iran, Iraq, Nigeria e Venezuela.

All'interno dell'Amministrazione le posizioni però sono divise. Il principale sostenitore dell'uso della forza è Sebastian Gorka, responsabile dell'antiterrorismo nel Consiglio per la Sicurezza Nazionale, l'organo della Casa Bianca che coordina la politica estera e di difesa. Il Pentagono non ha voluto commentare e un funzionario dell'Amministrazione non ha detto se il presidente intenda procedere, ma ha spiegato che gli Stati Uniti stanno spingendo i governi dell'Africa occidentale e settentrionale a comprare armi e servizi americani per combattere i terroristi. Lo stesso funzionario ha attribuito la responsabilità della situazione alla Russia, che "si è dimostrata un partner di sicurezza inefficace per il Mali". Il Dipartimento di Stato non ha chiarito se il segretario di Stato Marco Rubio sia favorevole o meno all'azione militare.

JNIM, il cui nome completo è Jama'at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, ha la sua roccaforte in Mali, un Paese di quasi 25 milioni di abitanti governato da una giunta militare, e ha esteso di recente i suoi attacchi ai Paesi costieri dell'Africa occidentale. L'anno scorso il gruppo ha imposto un blocco del carburante che ha paralizzato gran parte del Paese. In primavera ha lanciato attacchi coordinati in tutto il Mali: i miliziani hanno girato per le strade di Bamako, la capitale, hanno strappato all'esercito e ai russi una città strategica nel nord e hanno ucciso il Ministro della Difesa Sadio Camara in un attentato suicida il 25 aprile.

Per contrastare i jihadisti la giunta militare ha assunto mercenari russi, prima del gruppo Wagner e poi di Africa Corps, una struttura più vicina al Ministero della Difesa di Mosca, entrambi accusati di numerose atrocità. L'anno scorso l'esercito maliano e i suoi partner russi hanno ucciso 925 civili, contro i 232 uccisi dai militanti islamisti, secondo i dati di ACLED, un'organizzazione che raccoglie dati sui conflitti armati. Héni Nsaibia, analista di ACLED per l'Africa occidentale, ha detto al Washington Post che è "estremamente problematico" che gli Stati Uniti o un altro partner occidentale sostengano regimi "fragili e repressivi" come quelli di Mali, Burkina Faso e Niger.

Stati Uniti / Sahel

Il Mali può diventare l’ottavo fronte di Trump


L’amministrazione americana valuta un intervento militare contro JNIM, l’affiliata di al-Qaeda diventata il gruppo armato più potente dell’Africa occidentale. Nel paese, però, a uccidere più civili sono l’esercito e i mercenari russi.

Grafica di FocusAmerica

I paesi attaccati dall’inizio del secondo mandato di Trump

Bamako

8°
Il Mali sarebbe l’ottavo paese colpito da attacchi ordinati dalla Casa Bianca dal gennaio 2025.
YemenSomaliaSiriaIranIraqNigeriaVenezuelaMali?

Territorio del Mali Area d’azione di JNIM Direttrici dell’avanzata verso Bamako
Rappresentazione indicativa dell’espansione del gruppo, non una mappa del controllo territoriale.

Chi uccide i civili in Mali


Vittime civili nel 2025, per responsabile

Esercito maliano e mercenari russi 925

Prima il gruppo Wagner, poi Africa Corps, accusati di numerose atrocità

Militanti jihadisti 232

JNIM e IS Sahel, la branca locale dello Stato Islamico

Le forze che Washington ha ricominciato ad assistere hanno ucciso 4 volte più civili dei jihadisti che vuole colpire.

Tredici anni di guerra ai jihadisti, senza successo


Le tappe principali del conflitto nel Sahel

2013
La Francia interviene su richiesta del governo maliano e ferma l’insurrezione jihadista.

2014–2022
L’operazione Barkhane elimina importanti capi jihadisti, ma i gruppi armati continuano a espandersi.

2020–2021
Due colpi di stato portano al potere la giunta militare a Bamako; seguono i golpe in Burkina Faso e Niger.

2022
Parigi ritira le truppe. La giunta assume i mercenari russi di Wagner, poi sostituiti da Africa Corps.

2025
JNIM impone un blocco del carburante che paralizza gran parte del paese.

25 aprile 2026
Attacchi coordinati in tutto il Mali: miliziani nelle strade di Bamako, una città strategica del nord strappata a esercito e russi, ucciso il ministro della Difesa Sadio Camara.

Luglio 2026
Il Washington Post rivela che l’amministrazione Trump valuta attacchi contro JNIM.

Un’amministrazione divisa, gli esperti scettici


Le posizioni sull’ipotesi di un intervento americano

Favorevole
Sebastian Gorka
Antiterrorismo, Consiglio per la sicurezza nazionale
È il principale sostenitore dell’uso della forza dentro l’amministrazione.

Possibilista
Peter Pham
Ex funzionario dell’amministrazione Trump
Non esclude la forza, ma prima chiede di ricostruire la fiducia con Mali e Niger.

Contrario
Wassim Nasr
Specialista del Sahel, Soufan Center
«Scegliere un’altra volta la soluzione militare non risolverà le cose»: meglio spingere la giunta a trattare con JNIM.

Contraria
Corinne Dufka
Esperta indipendente del Sahel
Gli attacchi potrebbero spingere JNIM a colpire gli americani nella regione e a riavvicinarsi ad al-Qaeda.

Fonte: Washington Post, ACLED • Dati aggiornati a luglio 2026

Gli Stati Uniti hanno però già riallacciato i rapporti con Bamako. L'anno scorso l'Amministrazione Trump ha aumentato la condivisione di intelligence con il governo maliano, che l'ha usata per i suoi raid contro le basi jihadiste, dopo che l'Amministrazione Biden aveva isolato la giunta per il rifiuto di fissare una data per il ritorno alle elezioni. A febbraio Washington ha tolto le sanzioni ad alcuni membri della giunta militare, tra cui lo stesso Camara, per ottenere in cambio i diritti di sorvolo del Mali e seguire meglio gli spostamenti di Kevin Rideout, un missionario americano rapito l'anno scorso dai miliziani di IS Sahel, la branca locale dello Stato Islamico rivale di JNIM, e oggi ritenuto prigioniero in Mali. Gorka ha seguito da vicino le trattative per liberarlo.

Un intervento diretto comporterebbe però il rischio di uno scontro con le forze russe presenti nella regione e potrebbe richiedere accordi tra Washington e Mosca per evitare incidenti, simili a quelli che sono stati in vigore in Siria durante la guerra civile.

Wassim Nasr, specialista del Sahel al Soufan Center, un centro di ricerca sulla sicurezza, ha detto al quotidiano della capitale statunitense che gli Stati Uniti sarebbero più utili nella "risoluzione del conflitto", costringendo la giunta militare a trattare con JNIM, che non ha ambizioni globali ma punta ad applicare la legge islamica nel governo locale. "Scegliere un'altra volta la soluzione militare non risolverà le cose", ha detto. "I francesi ci hanno provato per 10 anni. I russi ci stanno provando da 5. La situazione è solo peggiorata".

La Francia, in effetti, era già intervenuta nel Sahel nel 2013 su richiesta dell'allora governo maliano: le sue forze avevano fermato l'insurrezione e ristabilito un minimo di ordine, ma la successiva operazione Barkhane, pur eliminando importanti capi jihadisti, non ha fermato l'espansione dei gruppi armati. La rabbia contro Parigi, alimentata dagli errori neocoloniali francesi e dalla disinformazione russa, ha contribuito successivamente ai colpi di stato in Mali nel 2020 e nel 2021 e in Burkina Faso e Niger, fino alla decisione presa dal presidente Emmanuel Macron del ritiro delle truppe francesi. Nasr ha aggiunto che indebolire JNIM potrebbe finire per favorire IS Sahel, la cui crescita è stata finora limitata proprio dal gruppo rivale.

Peter Pham, ex funzionario dell'Amministrazione Trump, è meno pessimista sull'uso della forza militare, ma ritiene che prima servirebbe ricostruire la fiducia con i governi di Mali e Niger. Corinne Dufka, esperta indipendente del Sahel, ha invece avvertito che gli attacchi americani potrebbero spingere JNIM a colpire gli Stati Uniti o gli americani nella regione, cosa che finora non ha fatto, o a riavvicinarsi alla casa madre di al-Qaeda, da cui è diventato più autonomo negli ultimi anni. "Se gli Stati Uniti aiutano le autorità maliane a uccidere i leader di JNIM, la mossa potrebbe ritorcersi contro di loro", ha detto, "e sprecherebbero l'occasione di de-radicalizzare e smobilitare una delle organizzazioni jihadiste più sofisticate del mondo".

Gorka fa da anni delle politiche antiterrorismo aggressive un pilastro della sua ideologia, ma finora la sua influenza sulle decisioni dell'Amministrazione è stata modesta. In primavera alla Casa Bianca si è discusso sulla possibilità di nominarlo direttore del National Counterterrorism Center, il centro che coordina l'antiterrorismo americano, dopo le dimissioni di Joe Kent, che aveva lasciato l'Amministrazione in polemica con la decisione del presidente di iniziare la guerra con l'Iran, ma poi la nomina non è mai arrivata.


La guerra tra Stati Uniti e Iran si allarga mentre i mediatori cercano una nuova tregua


Gli Stati Uniti hanno bombardato l'Iran per la decima notte consecutiva e l'Iran ha risposto nuovamente attaccando i Paesi del Golfo che ospitano basi americane. Nel frattempo i miliziani Houthi dello Yemen hanno annunciato un blocco navale contro l'Arabia Saudita, aprendo potenzialmente così un nuovo fronte nel conflitto.

Mentre i mediatori regionali provano a negoziare una nuova tregua di 10 giorni, Trump sta valutando l'alternativa di una nuova campagna militare su larga scala insieme a Israele. Intanto, la nuova fase della guerra ha causato la morte di almeno tre militari americani da venerdì a oggi e ha riportato il prezzo della benzina negli Stati Uniti a salire di nuovo oltre quota 4 dollari al gallone (circa 3,8 litri).

Nuova notte di attacchi


Il Comando Centrale americano (CENTCOM), che dirige le operazioni militari nella regione, ha completato un'altra ondata di attacchi contro centri di comando, siti di lancio di missili e droni e sistemi di difesa aerea, con l'obiettivo dichiarato di ridurre la capacità iraniana di colpire le navi commerciali nello Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato per il petrolio prodotto nel Golfo Persico.

L'Iran ha risposto attaccando con droni e missili il Kuwait e il Bahrein, due Paesi che ospitano forze americane. La Giordania ha intercettato tre missili. Secondo le autorità iraniane, almeno 50 persone sono state uccise nel Paese da quando la tregua è saltata. La Guardia Rivoluzionaria iraniana sostiene inoltre che due petroliere sono "saltate in aria" dopo aver tentato di attraversare lo Stretto lungo una rotta che Teheran considera non autorizzata.

Le vittime americane


I tre militari americani morti nei giorni intercorsi da venerdì a oggi rappresentano i primi caduti sotto il fuoco nemico da aprile. Due soldati, un tenente di 25 anni e una soldatessa di 19, sono stati uccisi dall'attacco missilistico iraniano di venerdì notte sulla base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania. Un terzo è morto sabato in Iraq, colpito dai frammenti della detonazione controllata di un drone iraniano abbattuto.

Il Wall Street Journal ha rivelato che il missile che ha ucciso i due soldati ha centrato in pieno gli alloggi prefabbricati dove i militari dormivano: è stato il terzo missile a colpire la base in 24 ore, dopo uno che era in precedenza caduto vicino alla palestra e uno finito su un hangar vuoto. Nel complesso, l’attacco rappresenta un segnale preoccupante delle difficoltà di proteggere i circa 50.000 militari americani schierati nella regione.

Dal 28 febbraio, quando la guerra è iniziata, l'Iran ha lanciato circa 8.500 tra droni e missili contro obiettivi nella regione e un centinaio ha superato le difese aeree. Il bilancio complessivo per le forze americane è di 17 morti, un disperso e oltre 400 feriti, di cui quasi 100 solo dal 7 luglio: per il Pentagono la gran parte ha riportato "lievi commozioni cerebrali" e il 96% è tornato in servizio. Trump ha scritto sui social che "ogni volta che l'Iran uccide un soldato americano pagherà per quell'uccisione molte volte tanto", una direttiva trasmessa ai vertici militari.

L'Iran ha concentrato gli attacchi sulla Giordania, diventata uno degli snodi principali delle operazioni americane: nell'ultima settimana ha colpito anche la base King Faisal e un altro aeroporto, danneggiando diversi elicotteri Black Hawk. Secondo funzionari americani ed ex diplomatici, Teheran punta a causare ulteriori vittime tra i militari americani al fine di scoraggiare un'ulteriore escalation militare e alimentare negli Stati Uniti il dibattito sulla guerra.

Il rischio di un nuovo blocco


Gli Houthi, la milizia yemenita sostenuta dall'Iran, hanno annunciato lunedì l’intenzione di porre in essere un nuovo blocco navale contro le esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita "secondo l'equazione assedio per assedio", un'operazione che Teheran preparava da giorni. Il nuovo blocco minaccia il vitale Stretto di Bab al-Mandab, l'imbocco meridionale del Mar Rosso, cioè la rotta con cui Riyadh ha finora aggirato parzialmente la chiusura dello Stretto di Hormuz esportando più di 3,6 milioni di barili al giorno, diretti soprattutto in Asia.

Se gli Houthi riuscissero davvero a bloccare il passaggio, dal mercato si perderebbe un altro 7% dell'offerta mondiale di petrolio, che si sommerebbe al 10% già bloccato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, con effetti facilmente immaginabili sui mercati energetici mondiali. Da parte sua, il Ministero degli Esteri saudita ha promesso "tutte le misure necessarie per proteggere le sue navi in conformità con il diritto internazionale".

Il passaggio di greggio da Hormuz si è intanto già ridotto a 1,5 milioni di barili al giorno nell'ultima settimana, contro i 10 milioni di inizio luglio e i 15 precedenti al conflitto: ciò significa una media di appena 10 navi al giorno in transito. Il petrolio ha così nuovamente superato brevemente la quota di 90 dollari al barile per la prima volta da giugno. Un effetto della nuova crisi è anche il fatto che il il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è tornato lunedì a salire oltre quota 4 dollari al gallone, come nelle prime fasi della guerra.

Guerra Usa-Iran · Quinto mese
La doppia morsa sul petrolio del Golfo
Hormuz quasi chiuso, Bab al-Mandab sotto minaccia degli Houthi: fino al 17% dell’offerta mondiale di greggio rischia di sparire dal mercato.
Grafica di FocusAmerica

1 · Il collasso di Hormuz
Il transito di greggio si è quasi azzerato
Barili al giorno in passaggio dallo Stretto di Hormuz, unico sbocco marittimo del Golfo Persico.
15 milioni di barili
al giorno nell’ultima settimana
In media appena 10 navi al giorno osano ancora il passaggio.

2 · I due stretti
Dopo Hormuz, gli Houthi puntano a Bab al-Mandab
La rotta del Mar Rosso con cui Riad aggira il blocco (oltre 3,6 milioni di barili al giorno, soprattutto verso l’Asia) è ora nel mirino della milizia yemenita.

Arabia Saudita
Iran
Yemen
Stretto di HormuzTransito crollato del 90%−10% dell’offerta mondiale
Bab al-MandabBlocco annunciato dagli Houthi−7% a rischio

Fino al 17% dell’offerta mondiale di petrolio a rischio

3 · Il costo per le forze Usa
Tre morti in tre giorni, i primi sotto il fuoco nemico da aprile
Bilancio per i circa 50.000 militari americani schierati nella regione dall’inizio della guerra, il 28 febbraio.

Militari uccisi
17

Feriti
400+

di cui 3 tra venerdì e sabato, in Giordania e Iraq; 1 disperso
quasi 100 solo dal 7 luglio; per il Pentagono il 96% è tornato in servizio

Su ~8.500 droni e missili lanciati dall’Iran, circa 100 hanno superato le difese aeree

Intercettati o andati a vuoto: ~99%A segno: ~1,2%

4 · L’onda sui mercati
Il conto arriva alle pompe di benzina

Petrolio
>90$
al barile, di nuovo sopra la soglia per la prima volta da giugno

Benzina negli Usa
>4$
al gallone (3,8 litri), come nelle prime fasi della guerra

Sul tavolo: tregua di 10 giorni proposta da Qatar, Egitto, Pakistan e altri mediatori per riaprire le due rotte di Hormuz e negoziare tariffe di transito stabili.

L’alternativa: una campagna militare su vasta scala con Israele. Il Pentagono ha già chiesto al Congresso 87,6 miliardi di dollari aggiuntivi.

Fonte: CENTCOM, Pentagono; ricostruzioni di Axios, Wall Street Journal e Washington Post · Dati al 21 luglio 2026

La nuova proposta di mediazione


Qatar, Egitto, Pakistan e altri mediatori regionali hanno presentato a Washington e Teheran una nuova proposta di mediazione che prevede un cessate il fuoco di 10 giorni, come ha rivelato Axios: l’idea alla base della proposta è che lo stop ai combattimenti dovrebbe permettere di riaprire immediatamente entrambe le rotte dello Stretto di Hormuz (quella meridionale lungo la costa dell'Oman senza più attacchi iraniani e quella settentrionale in acque iraniane senza il blocco navale americano) e dare il tempo per negoziare un regime stabile di transito, con l'ipotesi di "ragionevoli tariffe di servizio" che verrebbero riscosse dall'Iran sul modello di quanto già avviene in Asia nello Stretto di Malacca. Tra le ipotesi in discussione c’è anche quella di un fondo congiunto per le tariffe di transito, amministrato con il coinvolgimento dell’Organizzazione Marittima Internazionale.

La Casa Bianca sta studiando la nuova proposta ma si sta anche preparando al possibile fallimento dei negoziati: per questo motivo gli Stati Uniti hanno inviato nella regione decine di caccia e aerei cisterna, tra cui F-16 dalla Germania e F-35 dall'Inghilterra. Anche l’esercito israeliano è in stato di massima allerta per una possibile campagna congiunta su vasta scala, l'unico altro esito che i funzionari americani e israeliani citati da Axios considerano ormai praticabile. La Casa Bianca potrebbe voler continuare i bombardamenti ancora per giorni per vendicare i soldati uccisi prima di valutare seriamente la proposta, fanno sapere alcune fonti.

La mediazione — condotta tra gli altri dal premier qatariota Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, dal capo dell’esercito pakistano Asim Munir e dai Ministri degli Esteri egiziano e omanita — aveva ripreso slancio sabato, prima che i missili iraniani contro la base americana in Giordania spingessero Washington a fare un passo indietro. Le prospettive per ora restano incerte: non è chiaro, scrive Axios, se Trump sia stato informato in dettaglio del piano, né se accetterebbe un’altra tregua temporanea senza un percorso verso un accordo definitivo. “Stiamo cercando una soluzione sostenibile”, ha detto una delle fonti regionali: “gli iraniani non possono dettare le condizioni, ma non possono nemmeno essere ignorati”.

Da parte sua il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha confermato che i mediatori hanno fatto arrivare proposte a Teheran, senza però fornire dettagli. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha invece dichiarato che "se quella porta si apre, saremo felici di vederla aprirsi", ma che il comportamento dell'Iran "deve cambiare perché cambi il nostro". Ma la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, che non appare in pubblico dall'inizio della guerra, ha minacciato "lezioni indimenticabili" per gli Stati Uniti e i loro alleati regionali se gli attacchi americani dovessero continuare.

Dubbi sull’efficacia dei nuovi attacchi


Il Washington Post ha rivelato che una nuova valutazione dell'intelligence americana, redatta principalmente dalla CIA, conclude che i raid difficilmente indeboliranno la posizione negoziale di Teheran e che i due Paesi sono bloccati in un limbo indefinito tra pace e guerra. Già a maggio un'analisi della CIA aveva stimato che l'Iran può sopportare il blocco navale americano per almeno 3 o 4 mesi prima di subire danni economici più gravi.

La convinzione della Casa Bianca che colpendo più duramente Teheran diventerà più flessibile "è quasi certamente sbagliata", ha detto al Washington Post Jonathan Panikoff, ex vice responsabile dell'intelligence nazionale americana per il Vicino Oriente.

Le morti dei soldati e la benzina più cara hanno intanto riacceso le richieste del Congresso di avere voce in capitolo sulla prosecuzione della guerra. I democratici intendono forzare questa settimana un nuovo voto in aula per interrompere le ostilità, dopo aver bloccato la settimana scorsa l'avvio del dibattito sulla legge di bilancio della difesa: "Trump deve fermare questa catastrofe e riportare a casa le nostre truppe", ha detto senza mezzi termini in aula il leader della minoranza democratica al Senato Chuck Schumer.

Anche tra i repubblicani però c’è malumore: il senatore Bill Cassidy ha detto al sito NOTUS che servono nuovi briefing e una spiegazione del presidente agli americani: "So solo che il Congresso deve essere coinvolto". Il suo collega repubblicano Thom Tillis fa notare che la ripresa dei combattimenti ha fatto ripartire il conteggio dei 60 giorni previsto dal War Powers Act, la legge che obbliga il presidente a ottenere l'autorizzazione del Congresso per operazioni militari prolungate.

Altri esponenti repubblicani spingono però nella direzione opposta: "Spero solo che andremo avanti e finiremo il nostro lavoro in Iran", ha detto il presidente della Commissione Forze Armate del Senato, Roger Wicker. Oggi il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il capo di Stato Maggiore Dan Caine testimonieranno davanti a una Commissione del Senato proprio sui costi del conflitto e sulla richiesta di fondi aggiuntivi da 87,6 miliardi di dollari arrivata dal Pentagono.


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✨ Cl0p sfrutta una falla critica in PTC Windchill e FlexPLM: webshell ed estorsioni nella supply chain del manufacturing
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/cl0p-s…

@informatica


Cl0p sfrutta una falla critica in PTC Windchill e FlexPLM: webshell ed estorsioni nella supply chain del manufacturing


Cl0p torna a colpire dove sa fare più male: non un endpoint qualsiasi, ma il software che tiene insieme la catena di progettazione e produzione di centinaia di aziende manifatturiere, automotive, aerospaziali e di abbigliamento. La gang, la stessa che ha reso celebri gli attacchi di massa contro MOVEit, GoAnywhere MFT e Accellion FTA, sta ora sfruttando una falla critica in PTC Windchill e FlexPLM per ottenere accesso non autenticato, installare webshell e avviare campagne di estorsione su scala industriale.

Un bersaglio scelto con cura: il PLM come infrastruttura critica invisibile


Windchill è la piattaforma di Product Lifecycle Management (PLM) di PTC usata da produttori e ingegneri per gestire distinte base, disegni CAD, cicli di revisione e conformità normativa. FlexPLM è la sua controparte pensata per retail, abbigliamento, calzature e beni di consumo. Sono, in sostanza, il “sistema nervoso” della progettazione di prodotto: chi compromette Windchill non ruba solo dati, ottiene la proprietà intellettuale che tiene in piedi intere linee produttive, spesso condivise con fornitori e terze parti a valle della catena. È esattamente il tipo di software “orizzontale ma invisibile” che Cl0p ha sempre preferito, sul modello già visto con MOVEit nel 2023: individuare una falla in un prodotto enterprise diffuso, sfruttarla in massa prima che le patch si diffondano, poi monetizzare i dati sottratti con estorsioni multiple.

La falla: CVE-2026-12569, CVSS 9.3


La vulnerabilità alla base della campagna è un caso di improper input validation legato alla deserializzazione di dati non attendibili in Windchill, che consente a un attaccante remoto e non autenticato di eseguire codice arbitrario con una singola richiesta malformata. Secondo l’advisory diffusa da ricercatori di threat intelligence (ecrime.ch) e ripresa dagli analisti, l’affiliato Cl0p osservato in queste settimane concatena due debolezze distinte: una falla di information disclosure nel WSDL di FlexPLM, che permette di mappare gli endpoint e raccogliere informazioni utili sull’istanza target, e una vulnerabilità nel servlet di login di Windchill, che consente di bypassare l’autenticazione e ottenere RCE. Il risultato è una catena di exploit pienamente “unauthenticated to RCE”, il tipo di primitiva che i gruppi ransomware più organizzati amano weaponizzare in pochi giorni.

PTC ha comunicato la vulnerabilità il 17 giugno 2026, rilasciando le prime patch il giorno successivo dopo aver confermato exploitation attiva in the wild. CISA ha inserito CVE-2026-12569 nel proprio Known Exploited Vulnerabilities (KEV) catalog il 25 giugno, imponendo alle agenzie federali statunitensi la remediation entro il 28 giugno: è la prima vulnerabilità di un prodotto PTC ad entrare nel KEV. In Germania, il BSI e la polizia federale (BKA) hanno avvisato direttamente le aziende esposte già dalla notte del 17 giugno, un déjà-vu rispetto a un’altra vulnerabilità RCE nelle stesse piattaforme (CVE-2026-4681) divulgata a marzo 2026.

Dalla falla alla webshell: la firma operativa dell’attacco


Una volta ottenuta l’esecuzione di codice, gli operatori osservati droppano webshell JSP persistenti seguendo uno schema di naming riconoscibile: file con nome esadecimale a 16 caratteri collocati sotto il percorso di login di Windchill. Da lì gestiscono comandi da remoto, effettuano attività di file-listing (lasciando spesso una traccia in un file temporaneo) ed esfiltrano dati prima di passare alla fase di estorsione, con email inviate direttamente alle organizzazioni colpite nei settori Manufacturing, Automotive, Aerospace e Retail/Apparel. Non risultano, al momento, evidenze pubbliche di deployment di ransomware “classico” con cifratura dei file: lo schema resta quello, tipico di Cl0p dal 2023 in poi, di furto massivo di dati seguito da doppia estorsione senza necessariamente criptare gli ambienti compromessi.

Due righe per i difensori: rischio supply chain, non solo perimetrale


Il vero elemento di rischio geopolitico e industriale qui non è la singola azienda compromessa, ma l’effetto a cascata: Windchill e FlexPLM sono spesso condivisi con OEM, fornitori Tier 1 e partner di co-design. Un accesso non autorizzato ai repository PLM significa potenziale esposizione di disegni tecnici, specifiche di materiali, cicli di produzione e roadmap di prodotto — informazioni che hanno valore sia per la criminalità organizzata in cerca di leva estorsiva, sia, in scenari più sensibili (difesa, aerospazio), per attori interessati allo spionaggio industriale. È lo stesso pattern di rischio già visto con gli attacchi a piattaforme di file transfer enterprise: la superficie non è l’endpoint dell’utente, ma il software B2B che nessuno vede ma su cui si regge la produzione.

  • Applicare immediatamente le patch PTC per Windchill e FlexPLM (rilasciate dal 18 giugno 2026) su tutte le versioni supportate.
  • Verificare la presenza di webshell nel percorso /Windchill/login/ con nomi esadecimali a 16 caratteri.
  • Analizzare i log HTTP per richieste POST anomale verso gli endpoint di login e per l’header X-windchill-req.
  • Bloccare al perimetro gli indirizzi IP noti come infrastruttura di comando e controllo.
  • Limitare l’esposizione diretta a Internet dell’endpoint di login Windchill dove operativamente possibile, instradando l’accesso tramite VPN o gateway con MFA.
  • Effettuare un controllo retrospettivo dei log di accesso per individuare eventuali esfiltrazioni avvenute prima della patch.


Indicatori di compromissione

# Indirizzi IP associati all'infrastruttura d'attacco
172.111.38.31
216.152.148.54
104.243.35.131
74.50.76.146
5.180.41.35   # C2 - bloccare immediatamente al perimetro
# Pattern webshell
/Windchill/login/[0-9a-f]{16}.jsp
# Hash file webshell (SHA-256)
55a1eb4c2d3da04376df39d7ba832569c6af1a37a0cf2b95f754ac898023a30c
# Marcatore di attivita di file-listing dell'attaccante
/tmp/flst.txt  (o nella working directory di Windchill)
# Header HTTP sospetto usato dagli operatori
X-windchill-req: *

Per i team di sicurezza che gestiscono ambienti PLM esposti, il messaggio è chiaro: la finestra tra disclosure pubblica e weaponization da parte di gruppi come Cl0p si è ormai ridotta a giorni, non settimane. Chi non ha ancora patchato Windchill o FlexPLM dovrebbe considerare l’ambiente potenzialmente già compromesso e agire di conseguenza, con hunting retroattivo prima ancora del solo deployment della patch.

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MSG revives legal theory that once haunted ‘60 Minutes’


In the 1990s, CBS infamously spiked a damning “60 Minutes” interview with whistleblower Jeffrey Wigand about the tobacco industry because the network’s lawyers feared it could be sued for encouraging him to violate a nondisclosure agreement with his former employer, a tobacco company.

Three decades later, Madison Square Garden is trying to use the legal theory that CBS’ lawyers once feared, now against Wired magazine.

MSG’s new lawsuit is the latest example of a private litigant trying to wield a legal claim known as “tortious interference with contract” against journalists who rely on sources bound by confidentiality agreements. (The lawsuit includes defendant Katie Drummond, Wired global editorial director and Freedom of the Press Foundation board member. Drummond had no involvement in this article.)

Under the First Amendment, the claim is baseless, but that doesn’t make it harmless. Lawsuits like these discourage investigative reporting by making newsgathering riskier and more expensive, and by putting confidential sources at risk of being exposed.

The MSG suit stems from Wired’s reporting on a “talent database” maintained by the company that labeled some celebrities by race, gender identity, and sexual orientation. Much of the attention has focused on its defamation claim, which accuses Wired of falsely implying that the company used the database to discriminate against LGBTQIA people. Others have already explained the extraordinary legal weakness of this part of MSG’s case.

But alongside the defamation claim is another that has received far less attention. MSG’s second claim of “tortious interference” attacks the newsgathering process itself, and especially the use of confidential sources.

MSG’s second claim of “tortious interference” attacks the newsgathering process itself, and especially the use of confidential sources.

Wired’s article quotes a confidential source describing how MSG security monitors celebrities’ social media posts and marks them with a “risk score.” The lawsuit claims that Wired interfered with MSG’s contractual relationships by encouraging an employee to violate a company handbook and code of conduct to provide that information. It also threatens to force Wired to turn over communications with its sources during discovery in the lawsuit.

Taken together, the claim and the discovery demand amount to a one-two punch against investigative reporting: First, threaten journalists with liability for talking to insiders. Then, use the litigation to try to uncover who those insiders are, since sources bound by NDAs often ask journalists to keep their identities confidential.

MSG isn’t alone in using tortious interference against the press. In 2021, Donald Trump brought a similar claim against The New York Times and its reporters, arguing that they unlawfully induced his niece, Mary Trump, to violate a confidentiality agreement by leaking his tax returns.

Trump’s lawsuit against the Times failed, and for good reason. The First Amendment protects newsgathering, including asking sources for information, even when they may be gagged by a contract. Dismissing Trump’s claim, a New York court held that imposing liability on the Times for this kind of routine reporting would violate the Constitution. Or, as Times reporter Susanne Craig put it: “I knocked on Mary Trump’s door. She opened it. I think they call that journalism.”

The New York court’s decision in the Trump case was consistent with other courts’ recognition that the First Amendment bars tortious interference claims against the press for speaking to sources. Judges in California and Florida have dismissed similar claims on First Amendment grounds. Many states, including New York, also have reporter-source shield laws that would prevent private plaintiffs from forcing journalists to reveal their confidential sources.

But even when tortious interference claims and attempts to dig into reporters’ confidential sourcing fail, they can still chill journalism. They force news organizations to spend money defending lawsuits or fighting to shield their confidential sources’ identities, and they send an ominous message to potential whistleblowers that the reporters they talk to may not be able to protect them.

The sting from tortious interference lawsuits can be lessened by anti-SLAPP laws, which allow journalists and others to recover their attorney’s fees when they face meritless lawsuits based on their speech. But not every state has an anti-SLAPP law. Even in states that do, like New York, anti-SLAPP statutes don’t eliminate the upfront costs and uncertainty of defending a lawsuit. A national newsroom may be able to absorb the expense until it can be recouped. But a local news outlet or independent reporter may not.

As a result, regardless of its merits, a tortious interference claim can discourage reporters and newsrooms from asking sources for information and publishing newsworthy information if it comes from a source bound by an NDA. That’s exactly what happened when CBS backed away from airing the Wigand interview decades ago: Important information about a dangerous industry stayed hidden for months.

That’s why these claims deserve attention, and courts must continue to clearly reject them. By making the very process by which journalists uncover information legally risky, tortious interference claims help powerful institutions keep their secrets.


freedom.press/issues/msg-reviv…

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✨ Cruciferra: il crypter da 2.000 dollari al mese che uccide gli EDR e fa sparire il malware dal disco
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/crucif…

@informatica


Cruciferra: il crypter da 2.000 dollari al mese che uccide gli EDR e fa sparire il malware dal disco


Sui forum underground si vende come “il crypter più letale del sottosuolo”. Cruciferra, in vendita dall’autunno 2025 su Exploit[.]in a partire da 450 dollari al mese fino a 2.000 per la versione completa, non è l’ennesimo offuscatore di malware: secondo un’analisi pubblicata da Proofpoint il 20 luglio, il servizio combina disattivazione degli EDR via driver vulnerabili, syscall indiretti, un motore di cifratura polimorfico con oltre 90 combinazioni di algoritmi e una variante custom della tecnica di Process Ghosting. Il risultato è un payload che gira in memoria senza mai esistere in forma scansionabile su disco.

Un “umbrella service” per decine di gruppi criminali scollegati tra loro


Cruciferra non è legato a un singolo attore: Proofpoint lo descrive come un servizio “ombrello”, utilizzato in decine di campagne indipendenti per proteggere payload molto diversi tra loro, da AsyncRAT e Agent Tesla a Remcos, XWorm, zgRAT, Formbook/XLoader, DarkCloud Stealer, Phantom Stealer, Snake Keylogger e ValleyRAT. Scritto in Mono, il crypter viene sempre eseguito tramite DLL side-loading: la vittima scarica un archivio contenente un eseguibile legittimo in apparenza e una DLL malevola, che viene caricata automaticamente al lancio del programma principale.

Tra i clienti identificati da Proofpoint figura TA4922, gruppo cinese di cybercrime già noto per l’espansione delle proprie campagne a livello globale. Tra fine aprile e inizio giugno 2026, TA4922 ha condotto almeno quattro campagne da poche centinaia di email ciascuna, con esche a tema fiscale che impersonavano l’Income Tax Department indiano per convincere le vittime a scaricare archivi ZIP contenenti il loader di AsyncRAT. Altre campagne osservate hanno sfruttato notifiche fasulle della Social Security Administration statunitense per distribuire XWorm e AdaptixC2 tramite file VHD, mentre una campagna di fine giugno ha usato reclami di ospiti su presunte cimici da letto per colpire il settore alberghiero con zgRAT.

Come Cruciferra acceca gli EDR


Prima ancora di eseguire il payload finale, Cruciferra dedica gran parte del proprio codice a rendersi invisibile agli strumenti di analisi e difesa. Il DLL principale contiene spesso centinaia o migliaia di funzioni esportate fittizie che puntano a codice spazzatura: solo una manciata di export porta effettivamente al codice malevolo, rendendo più difficile per un analista o un sandbox individuare il punto di ingresso reale. Il malware nasconde poi le finestre di console che potrebbero tradire un’infezione, tramite un thread in background che scandisce ripetutamente l’albero dei processi cercando finestre di classe “ConsoleWindowClass” da occultare con ShowWindow e SetWindowPos.

Sul fronte della telemetria, Cruciferra applica un unhooking sistematico delle funzioni monitorate da EDR e antivirus, ripristinando una copia pulita delle DLL di sistema in memoria per rimuovere gli hook installati dai prodotti di sicurezza. Ricorre inoltre a syscall indiretti: legge una copia pulita di ntdll.dll dal disco e ne conserva gli stub in una struttura globale, così da invocare le API senza passare dagli hook inline che gli EDR installano solitamente su ntdll.dll. A completare il quadro, il malware ripara anche eventuali hook sulla Import Address Table (IAT), una tecnica più datata ma qui reintrodotta deliberatamente, e disabilita le notifiche di sistema modificando chiavi di registro come ToastEnabled e Balloon, per impedire che Windows Defender o il Security Center mostrino avvisi visibili all’utente.

BYOVD: un driver forense trasformato in killer di EDR


L’elemento più aggressivo del crypter è l’abuso di driver kernel legittimi ma vulnerabili, tecnica nota come Bring-Your-Own-Vulnerable-Driver (BYOVD). Cruciferra rilascia sul sistema un “helper driver” firmato digitalmente, spesso il driver GoFlyDrv.sys, e lo usa per inviare comandi IOCTL a basso livello che terminano i processi degli agenti EDR individuati scandendo la lista dei processi attivi. In alternativa, gli analisti hanno osservato anche altri driver impiegati con la stessa logica: Core64.sys, HwOs2Ec.sys, LnvMSRIO.sys, MemoryInformer.sys, NTIOLib_X64.sys, ProcessMonitorDriver.sys e selfprot.sys. Trattandosi di driver firmati da produttori legittimi (spesso strumenti diagnostici o di manutenzione hardware), Windows li carica senza obiezioni nonostante le vulnerabilità note che permettono di trasformarli in armi contro gli stessi prodotti di sicurezza che dovrebbero fermarli.

Per elevare i propri privilegi quando non gira già come amministratore, Cruciferra sfrutta inoltre il bypass dello User Account Control tramite COM Elevation Moniker, e garantisce la persistenza scrivendo una voce denominata “putty” nella chiave di registro Run, così da rieseguirsi automaticamente a ogni riavvio del sistema.

Process Ghosting “potenziato”: nessun file da scansionare


Per l’esecuzione finale del payload, Cruciferra adotta una variante della tecnica di Process Ghosting: crea un file temporaneo, lo marca per l’eliminazione tramite NtSetInformationFile, vi scrive il payload malevolo, quindi crea una sezione immagine con NtCreateSection e SEC_IMAGE prima di chiudere l’handle. Il file viene cancellato dal disco dal sistema operativo, ma la sezione di memoria che lo rappresenta resta viva; un processo legittimo viene poi creato in stato sospeso, la sezione “fantasma” vi viene mappata tramite NtMapViewOfSection, e il contesto del thread viene reindirizzato al vero punto di ingresso del payload prima di riprendere l’esecuzione. Il risultato è un processo in esecuzione supportato da un’immagine PE che non è mai esistita su disco in una forma analizzabile.

Cruciferra aggiunge due ulteriori accorgimenti a questa tecnica, già di per sé insidiosa: applica una patch a ZwQueryVirtualMemory in modo che, quando un EDR interroga la regione di memoria “fantasma”, riceva una risposta manipolata che nasconde l’anomalia del file cancellato; e neutralizza NtManageHotPatch, funzione che il sistema operativo può usare per validare l’integrità delle sezioni immagine caricate rispetto al file su disco che le supporta, impedendo così qualunque verifica di coerenza da parte del kernel.

Crittografia su misura: oltre 90 algoritmi ricombinati


Il payload viene conservato nella sezione “.reloc” del binario, codificato in Base16 con un set di caratteri personalizzato, e protetto da uno delle oltre 90 varianti di algoritmi crittografici che Cruciferra può generare combinando componenti presi da cifrari e generatori di numeri pseudocasuali noti: Keccak (SHA-3), convoluzione ciclica, reti Feistel generalizzate, SPECK-128/256 in modalità CTR, PRNG multiply-accumulate, una versione modificata di Threefish-256, combinazioni Xorshift64/middle-square e diverse varianti ARX (Addition-Rotation-XOR). L’unico algoritmo standard rimasto intatto è DES-CBC-PKCS7. Questo approccio “bring your own crypto” rende ogni campione sostanzialmente unico dal punto di vista crittografico, complicando enormemente il rilevamento basato su firme statiche.

Un dettaglio utile ai difensori: i metadati “File Version Information” dei binari generati da Cruciferra contengono spesso stringhe casuali generate combinando due o quattro parole a caso (ad esempio “2026 Colpoplastric Semipreactical Group” nei campi Copyright, Product e Description), un pattern che, unito a firme YARA mirate, ha permesso a Proofpoint di tracciare su VirusTotal nuove build del crypter caricate a intervalli di pochi minuti, segno di un servizio in sviluppo attivo e continuo.

Due righe per i difensori


  • Bloccare il caricamento dei driver kernel noti come vulnerabili tramite la lista di blocco di Microsoft (HVCI/driver blocklist) e strumenti come LOLDrivers, includendo GoFlyDrv.sys e gli altri driver associati a Cruciferra.
  • Monitorare la creazione di sezioni immagine da file marcati per l’eliminazione (NtCreateSection su file con delete-pending) come indicatore di Process Ghosting, oltre a chiamate anomale a NtManageHotPatch.
  • Verificare la presenza della chiave di persistenza “putty” nel Run key del registro, un IOC comportamentale a basso costo di rilevamento.
  • Applicare filtri anti-phishing rafforzati sulle esche a tema fiscale e previdenziale, particolarmente ricorrenti nelle campagne osservate.
  • Dare priorità a soluzioni EDR con protezione kernel indipendente dal proprio agente in user-mode, per resistere a tecniche BYOVD che colpiscono direttamente il processo dell’agente.

Cruciferra conferma una tendenza ormai consolidata nel malware-as-a-service: la sofisticazione tecnica un tempo riservata agli APT state-sponsored è oggi acquistabile con un abbonamento mensile, e la vera barriera all’ingresso per il cybercrime commodity non è più scrivere codice evasivo, ma semplicemente pagare chi lo ha già scritto.

IoC

# Driver BYOVD abusati da Cruciferra (SHA-256)
Core64.sys               17aae57cf6255c7eb169bf62ea67376d9708976eb7831f8cdd0ea38bdcb37dc4
GoFlyDrv.sys              2fdfdd13a0c548bb68c9d5aa8599a9265d4659da3e237fe7a42ac6ac06b9a06a
HwOs2Ec.sys               c4e93449453cf67c5d5605bb8f425207a738a242fdb432d720acc32faa74926c
LnvMSRIO.sys              c5b1e9aafc8f2b4ab05effc00fd43f3114b9ef1d592a086c952793ac4e299809
MemoryInformer.sys        7887e919555fb5948c217556ba149392a72982b1bc427d3db779db9dcbf09ee8
NTIOLib_X64.sys           09bedbf7a41e0f8dabe4f41d331db58373ce15b2e9204540873a1884f38bdde1
ProcessMonitorDriver.sys  5b4f59236a9b950bcd5191b35d19125f60cfb9e1a1e1aa2e4f914b6745dde9df
selfprot.sys              c46e907886e2158cbc453e767183aecf07887b5ac8848f19684451883d69f5f0
# Campagna TA4922 / Cruciferra / AsyncRAT
hxxp://hsahyteiows[.]gu[.]cc
hxxp://yicoweytcbtw[.]gu[.]cc
hxxp://xkcifgieusr[.]gu[.]cc
hxxp://fuaytrwese[.]love
3c181f642e24c28602a87be7f195e2f3d1ffa30b37e20f5121d99f88b22ab80e  (Tax-Number52563.zip, SHA256)
66dbe675480dc229e5b3ab8ad74207f73486e64e57805074f784bb2e01bcb865  (Tax-Number809863.zip, SHA256)
# Campagna XWorm
gatuso[.]duckdns[.]org                                            (C2)
# Campagna zgRAT
digital-magicians[.]com/photo295825092412[.]zip                  (Payload URL)
0zbqnac1t4dv2t2wuodv1m[.]com                                      (C2)
89[.]34[.]90[.]99:56001                                           (C2)
# Persistenza
Registro: HKCU\Software\Microsoft\Windows\CurrentVersion\Run\putty

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Le deuxième mandat de Macron va s’achever et avec lui ce sont dix ans de lois sécuritaires, tellement qu’on arrive plus à les compter. Avant de lâcher le pouvoir, le gouvernement en laisse une dernière pour la route, c'est la loi dite RIPOST, portée par le ministre de l’intérieur Laurent Nunez.

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in reply to La Quadrature du Net

Cette loi contient des mesures très différentes mais qui sont toutes justifiées par la même rengaine répressive : face à tout phénomène social, il faudrait plus d’ordre, plus de contrôle, plus de surveillance.

Pour plus de détails, nous venons de sortir une vidéo : video.lqdn.fr/w/s4W9NPvvitcpq6…

Debby ‬⁂📎🐧 reshared this.

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I casi di morbillo negli Stati Uniti ai livelli più alti degli ultimi 35 anni


Sono 2.295 dall'inizio dell'anno, oltre il totale del 2025. La maggior parte riguarda persone non vaccinate e il paese rischia di perdere lo status di territorio che ha eliminato il virus.

I casi di morbillo negli Stati Uniti hanno raggiunto quota 2.295 dall'inizio dell'anno, il livello più alto degli ultimi 35 anni. La cifra ha già superato il totale di tutto il 2025, secondo un contatore della Johns Hopkins University, una delle principali università americane, che raccoglie i dati delle autorità sanitarie statali e locali.

Il conteggio ha già superato quello dell'intero 2025 di nove casi, secondo lo stesso contatore. Si tratta di un ritorno del virus dopo decenni in cui la malattia sembrava sotto controllo. L'ultima volta che i casi erano stati più numerosi risale al 1991, quando gli Stati Uniti ne contarono 9.643.

La maggior parte dei contagi riguarda persone non vaccinate. Il tasso di vaccinazione complessivo resta relativamente alto, ma le autorità sanitarie avvertono che deve restare sopra il 95 per cento per mantenere l'immunità di gregge, cioè quella soglia di popolazione immunizzata che protegge indirettamente anche chi non è vaccinato, rendendo difficile la circolazione del virus.

Gli stati con più casi segnalati sono South Carolina, Utah, Texas, Florida e Arizona. I Centers for Disease Control and Prevention, l'agenzia federale americana che sorveglia le malattie infettive, hanno registrato 2.260 casi confermati nel loro ultimo aggiornamento del 16 luglio e hanno segnalato 34 nuovi focolai nel corso dell'anno.

Il morbillo si manifesta con tosse, febbre alta e congiuntivite, oltre alla caratteristica eruzione cutanea, ma può degenerare in complicazioni come gravi infezioni all'orecchio, polmonite ed encefalite, cioè un'infiammazione del cervello che può portare a danni cerebrali permanenti e anche alla morte. In media la malattia uccide tra 1 e 3 bambini contagiati ogni mille.

La ripresa dei contagi minaccia lo status di paese che ha eliminato il morbillo, un riconoscimento internazionale che certifica l'interruzione della trasmissione continua del virus sul territorio nazionale. Gli Stati Uniti rischiano ora di perderlo e la loro posizione sarà riesaminata a novembre. Il ritorno della malattia si concentra nelle aree con bassa copertura vaccinale ed è l'ultimo segnale di un virus che sta tornando a circolare dove le vaccinazioni sono meno diffuse.

Il rimbalzo dei casi arriva in un momento in cui diverse posizioni chiave della sanità pubblica americana restano vacanti, compresi il direttore dei Centers for Disease Control and Prevention e il surgeon general, la più alta autorità sanitaria del governo federale. Il Segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. in un primo momento aveva minimizzato la pericolosità del virus. In seguito ha detto che il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia è il modo più efficace per prevenire la diffusione della malattia, pur precisando che vaccinarsi resta una scelta personale.

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Die Suchergebnisse von Google sollen in Europa bald anders aussehen. Im Rahmen des Digital Markets Act (DMA) hat die EU-Kommission erstmals zwei Strafen gegen Google verhängt. Obwohl es um verhältnismäßig wenig Geld geht, dürfte die Entscheidung in den USA trotzdem für Unmut sorgen. netzpolitik.org/2026/unfairer-…
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House subpoena of BreakThrough News threatens press freedom


FOR IMMEDIATE RELEASE:

New York, July 23, 2026 — In a direct attack on the First Amendment, the House Ways and Means Committee has subpoenaed independent news outlet BreakThrough News, demanding internal records under the guise of investigating foreign influence in the tax-exempt nonprofit sector.

The committee, chaired by Rep. Jason Smith, is seeking BreakThrough News’ financial records, internal communications, and more. Lawmakers claim the probe focuses on tax compliance. But abusing congressional subpoena power to target a news outlet whose coverage a committee chair doesn’t like undermines core press freedom guarantees.

The following can be attributed to Freedom of the Press Foundation (FPF) Chief of Advocacy Seth Stern:

“Congress shouldn’t be using a tax investigation as a pretext to dig through a newsroom’s internal communications or financial records. Freedom of the press applies to all journalists, regardless of whether politicians like their editorial slant or their politics.

“Allowing a congressional committee to harass an independent newsroom with a broad subpoena sets an awful precedent. If lawmakers can abuse tax oversight to single out outlets whose reporting offends them today, no newsroom in America is safe from government intimidation tomorrow.”

FPF strongly urges the House Ways and Means Committee to withdraw its subpoena against BreakThrough News and stop using congressional oversight as a tool to retaliate against independent media.

Please contact us if you would like further comment.


freedom.press/issues/house-sub…

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Cinema: “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi” home.rifondazione.eu/2026/07/2… #Cultura

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Trump fermo al 39%, democratici nettamente avanti per le midterm: i sondaggi Fox ed Emerson


Il tasso di approvazione del presidente resta vicina ai minimi storici. Nel voto nazionale per la Camera, i democratici sono avanti sui repubblicani con un margine compreso tra 7 e 11 punti.

A poco più di 3 mesi di distanza dalle importanti elezioni di midterm, due sondaggi pubblicati questa settimana da Fox News ed Emerson College Polling, tra gli istituti più accreditati del panorama demoscopico statunitense, delineano un quadro sempre più complesso per i repubblicani. L'approvazione di Donald Trump come presidente resta inchiodata al 39%, mentre i democratici guidano il generic ballot, ossia il voto nazionale per la Camera, con un vantaggio compreso tra 7 e 11 punti.

Secondo la rilevazione di Fox News, condotta dal 17 al 20 luglio su 1.003 elettori registrati, il gradimento del presidente è fermo al 39% per il terzo mese consecutivo: appena un punto sopra il minimo storico del 38% registrato nell'ottobre 2017, durante il suo primo mandato. Il dato è inferiore anche a quello di Barack Obama nella stessa fase del secondo mandato, quando nel luglio 2014 si attestava al 42%. I giudizi dell'operato del presidente sui principali dossier sono tutti negativi: sull'economia il rapporto tra approvazione e disapprovazione è del 33% contro il 67%, sull'inflazione del 27% contro il 73%, sull'Iran del 34% contro il 66% e sull'immigrazione del 42% contro il 57%. Emerson, che il 19 e 20 luglio ha intervistato 1.100 probabili elettori, rileva lo stesso tasso del 39% di approvazione, a fronte di una disapprovazione salita al 57%.

★Midterm 2026 · Due sondaggi a confronto
Grafica di Focus America

Trump non si muove dal 39%. Il vantaggio democratico sì


Fox News ed Emerson College fotografano lo stesso quadro: approvazione del presidente ferma per il terzo mese consecutivo e opposizione avanti nel voto per la Camera con un margine tra 7 e 11 punti.

Approvazione di Trump — Fox News ed Emerson concordano
39%

Piatta da tre mesi, a un solo punto dal minimo storico del 38% toccato nell’ottobre 2017. Obama, allo stesso punto del secondo mandato (luglio 2014), era al 42%.

Generic ballot · Emerson, luglio 2025 – luglio 2026
La forbice del voto per la Camera si allarga: 53% a 42%
Tocca il grafico o passaci sopra per i valori mese per mese

Candidato democratico Candidato repubblicano

Il presidente La Camera Verso il 2028

Un presidente in crisi di consensi
Emerson College, 19-20 luglio 2026 · probabili elettori

39%approva l’operato di Trump
57%lo disapprova (+1 in un mese)

I giudizi sui singoli dossier sono tutti negativi
Fox News, 17-20 luglio 2026 · % di elettori registrati
ApprovaDisapprova

Tre elettori su quattro giudicano negativamente le condizioni dell’economia, un dato stabile da sei mesi. Per il 34% l’inflazione ha causato difficoltà economiche «serie», contro il 26% di un anno fa.

Il voto nazionale per la Camera
Intenzioni di voto per un candidato generico · luglio 2026

Nelle contee in bilico nel 2024 (scarto Trump-Harris entro i 10 punti) il candidato democratico sale al 59% contro il 41%. Il 53% è inoltre la percentuale più alta mai registrata da uno dei due partiti nei sondaggi Fox dal 1996.

Chi è più motivato a votare
Fox News · % di elettori «estremamente motivati» a votare a novembre

Di chi si fidano gli elettori, tema per tema
Fox News · vantaggio in punti percentuali del partito ritenuto più affidabile
← RepubblicaniDemocratici →

Ad aprile sull’immigrazione i repubblicani erano avanti di 8 punti: oggi il tema è passato ai democratici. Per Emerson, inoltre, le minacce alla democrazia sono diventate la prima priorità degli elettori (28%, +10 in un mese), superando l’economia (27%).

La cautela del sondaggista Fox Daron Shaw: parte del consenso democratico si concentra in distretti non contesi. Il GOP potrebbe tenere la Camera anche perdendo il voto nazionale di 2–3 punti; con un distacco di 6–7 punti la maggioranza passerebbe probabilmente ai democratici.

Primarie democratiche: Buttigieg in testa
Emerson · intenzioni di voto per la nomination presidenziale 2028

Primarie repubblicane: Vance e Rubio appaiati
Emerson · un solo punto separa il vicepresidente dal Segretario di Stato

Ossoff, al debutto nella rilevazione, entra subito al 13% grazie al voto maschile (18% tra gli uomini, 8% tra le donne). Newsom e Ocasio-Cortez sono più forti tra le donne; Buttigieg raccoglie il 19% in entrambi i gruppi.

Fonte: Fox News Poll, 17-20 luglio 2026, 1.003 elettori registrati, margine di errore ±3 punti; Emerson College Polling, 19-20 luglio 2026, 1.100 probabili elettori, ±2,9 punti.

Democratici avanti, ma la geografia elettorale impone cautela


Sul voto per la Camera, i due istituti differiscono nell'ampiezza del vantaggio democratico, non nella direzione. Per Fox News, un candidato democratico generico raccoglierebbe oggi il 53% dei consensi contro il 46% di un candidato repubblicano generico: un margine di 7 punti di vantaggio, in crescita rispetto ai 5 di aprile. Il 53% è anche la percentuale più alta mai attribuita a uno dei due partiti nel generic ballot dei sondaggi Fox, iniziati nel 1996.

Sempre per Fox News nelle contee in cui nel 2024 il distacco tra Trump e Kamala Harris era rimasto entro i 10 punti, il vantaggio democratico raggiunge addirittura il 59% contro il 41%. Emerson assegna all'opposizione democratica un margine di vantaggio ancora più ampio: 53% a 42%. "A trainare il significativo vantaggio dei democratici sono in particolare le donne, che dicono di essere pronte a votare a favore di un candidato democratico con un margine di 27 punti, 56% a 39%, mentre gli uomini sono più divisi: il 49% sostiene il democratico e il 44% il repubblicano", ha spiegato Spencer Kimball, direttore esecutivo di Emerson College Polling.

Gli stessi autori del sondaggio Fox invitano tuttavia alla cautela nel tradurre il voto nazionale in seggi. "Anche se questi dati sembrano promettenti per i democratici, parte del loro sostegno si concentra in distretti poco contesi, gonfiando i totali nazionali senza però produrre ulteriori seggi alla Camera", ha osservato il sondaggista repubblicano Daron Shaw, che conduce le rilevazioni di Fox News insieme al suo collega democratico Chris Anderson.

"Le stime migliori che ho visto suggeriscono che il Partito Repubblicano potrebbe conservare la Camera anche se i democratici vincessero il voto nazionale di 2 o 3 punti. Se però il loro vantaggio raggiungesse i 6 o 7 punti, probabilmente riuscirebbero a conquistarla".


A favore dei democratici gioca anche il divario nella motivazione al voto degli elettori: il 68% dei loro sostenitori si dichiara estremamente motivato a votare a novembre, contro il 57% dei repubblicani. Nel campo conservatore, la mobilitazione è sostenuta soprattutto dalla base MAGA, estremamente motivata nel 66% dei casi, mentre tra i repubblicani non MAGA la quota precipita al 41%.

Anche sui singoli temi il quadro premia i democratici. Gli elettori li considerano ora più affidabili su argomenti come disuguaglianza dei redditi, con un vantaggio di 22 punti, sanità (+21), inflazione (+10), economia (+9) e politica estera (+7). I repubblicani conservano invece un margine di vantaggio di 7 punti sulla criminalità. Sull'immigrazione il ribaltamento è netto: ad aprile il Partito Repubblicano era ancora avanti di 8 punti, mentre oggi i democratici sono preferiti di un punto. Emerson registra inoltre un cambiamento nelle priorità dell'elettorato: per la prima volta dall'inizio del secondo mandato di Trump, le minacce alla democrazia sono diventate il tema principale per una pluralità degli intervistati, raggiungendo il 28%, 10 punti in più rispetto a un mese fa. L'economia è scesa invece al 27%.

Buttigieg guida tra i democratici, Vance e Rubio appaiati


Il sondaggio di Emerson guarda anche oltre le midterm, sondando le possibili candidature per la nomination presidenziale nel 2028 in entrambi i partiti. Tra i democratici, l'ex Segretario ai Trasporti Pete Buttigieg è attualmente in testa con il 19%, seguito dal governatore della California Gavin Newsom al 17%. Il senatore della Georgia Jon Ossoff e la deputata progressista Alexandria Ocasio-Cortez sono entrambi al 13%. Più indietro l'ex vicepresidente Kamala Harris all'8%, il governatore del Kentucky Andy Beshear al 7%, quello della Pennsylvania Josh Shapiro al 5% e quello dell'Illinois JB Pritzker al 3%. Gli indecisi sono il 13%.

"Ossoff è stato inserito nel sondaggio sulle primarie democratiche per la prima volta questo mese ed è subito arrivato al 13%, grazie soprattutto al sostegno degli uomini, tra i quali raggiunge il 18%, contro l'8% registrato tra le donne", ha osservato Kimball. Newsom e Ocasio-Cortez risultano invece più forti tra le donne, mentre Buttigieg raccoglie il 19% in entrambi i gruppi. Sul fronte repubblicano, la competizione appare sostanzialmente alla pari tra il vicepresidente JD Vance, al 39%, e il Segretario di Stato Marco Rubio, al 38%. Il governatore della Florida Ron DeSantis e Donald Trump Jr. sono entrambi al 5%, mentre gli indecisi rappresentano il 9%.

Il margine di errore è di ±3 punti percentuali per il sondaggio Fox News, condotto su elettori registrati, e di ±2,9 punti per quello di Emerson, realizzato invece su un campione di probabili elettori.

Questa voce è stata modificata (2 giorni fa)

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OpenAI ammette: i suoi modelli hanno violato Hugging Face in totale autonomia


L'azienda parla di un "incidente senza precedenti": durante un test di sicurezza, i sistemi di intelligenza artificiale di OpenAI hanno trovato autonomamente una via d'uscita dall'ambiente isolato e attaccato Hugging Face per completare la prova.

OpenAI ha ammesso che alcuni suoi modelli di intelligenza artificiale, durante un test interno di sicurezza, sono riusciti a trovare autonomamente una via d'uscita dall'ambiente isolato in cui erano confinati e hanno attaccato Hugging Face, una delle principali piattaforme mondiali per la condivisione di modelli e dataset di IA. La società di San Francisco ha definito l'episodio come un "incidente informatico senza precedenti" e ha aperto un'indagine congiunta con l'azienda colpita.

Il test, denominato ExploitGym, aveva l'obiettivo di misurare le capacità offensive dei modelli e prevedeva la disattivazione intenzionale di alcuni sistemi di sicurezza. L'ambiente di prova era isolato dalla rete e permetteva di installare pacchetti software esclusivamente attraverso un proxy interno, senza un accesso diretto a internet. Secondo il resoconto di OpenAI, i modelli coinvolti, tra cui GPT-5.6 Sol e un sistema ancora più potente non ancora reso pubblico, hanno impiegato una notevole quantità di potenza di calcolo nella ricerca di un varco. Alla fine hanno individuato nel proxy una vulnerabilità zero-day, cioè una falla fino ad allora sconosciuta, e l'hanno sfruttata per raggiungere la rete esterna.

Una volta ottenuto l'accesso, il sistema ha aumentato i propri privilegi e si è spostato lateralmente all'interno dell'infrastruttura di ricerca di OpenAI, fino a raggiungere una macchina collegata a internet. Il modello ha quindi dedotto che su Hugging Face potessero trovarsi le soluzioni delle prove di ExploitGym e ha attaccato l'ambiente di produzione della piattaforma. Combinando credenziali sottratte e la stessa vulnerabilità, è riuscito ad aprire un canale per l'esecuzione di codice da remoto e a penetrare nei server. L'attività è proseguita per l'intero fine settimana e Hugging Face ha successivamente ricostruito oltre 17.000 eventi nei propri registri. La piattaforma aveva annunciato l'intrusione il 16 luglio, attribuendola a un "sistema di agenti IA autonomi di identità ignota". Soltanto martedì OpenAI ha riconosciuto la propria responsabilità.

★Intelligenza artificiale

Fuga dalla sandbox: l’IA di OpenAI attacca Hugging Face


Durante un test interno di sicurezza, due modelli hanno sfruttato una falla sconosciuta per uscire dall’ambiente isolato e rubare le soluzioni della prova dai server della piattaforma.

Grafica di FocusAmerica

17.000+
eventi dell’attacco ricostruiti nei registri di Hugging Face

La catena dell’evasione


Sei passaggi, nessun ordine umano: solo l’obiettivo di superare il test a ogni costo.

  1. 01
    Il test


    Nella sandbox ExploitGym, isolata da internet, due modelli — GPT-5.6 Sol e un sistema non ancora pubblicato — affrontano prove di attacco informatico con i filtri di sicurezza ridotti di proposito.

  2. 02
    La falla


    I modelli scoprono una vulnerabilità zero-day nel proxy interno dei pacchetti software, unico canale verso l’esterno, e la sfruttano per uscire dalla sandbox.

  3. 03
    L’escalation


    Una volta fuori, elevano i propri privilegi e si spostano lateralmente nella rete di ricerca di OpenAI, fino a raggiungere una macchina connessa a internet.

  4. 04
    La deduzione


    I modelli ipotizzano che le soluzioni del test si trovino sui server di Hugging Face e cominciano a cercare un varco nella piattaforma.

  5. 05
    L’attacco


    Con credenziali rubate e nuove falle aprono un canale di esecuzione di codice da remoto nei server di produzione. L’attività prosegue per un intero fine settimana.

  6. 06
    La scoperta


    Il 16 luglio Hugging Face denuncia l’intrusione di un agente IA di identità ignota. Cinque giorni dopo OpenAI ammette: erano i suoi modelli.


Non un caso isolato


Tre evasioni dalla sandbox documentate dai laboratori in quattro mesi.

Aprile 2026

Claude Mythos


Anthropic

Esce dalla sandbox durante un test e ottiene un accesso a internet non autorizzato. Anthropic rinuncia alla pubblicazione: accesso riservato a partner selezionati (Project Glasswing).

Metà luglio 2026

GPT-5.6 Sol e modello pre-release


OpenAI

Evadono da ExploitGym e attaccano la produzione di Hugging Face per rubare le soluzioni del test: è il caso ricostruito qui sopra.

20 luglio 2026

Il modello della congettura di Erdős


OpenAI

Il sistema che a maggio ha confutato la congettura del 1946 evade la sandbox, apre una pull request non autorizzata su GitHub e frammenta i token per aggirare lo scanner. Accesso sospeso, poi riattivato sotto monitoraggio rafforzato.

Il paradosso della difesa


Per analizzare l’attacco, Hugging Face ha dovuto rinunciare all’IA commerciale.

Richiesta bloccata

Modelli commerciali


I filtri di sicurezza non distinguono chi difende da chi attacca: l’analisi dei registri dell’attacco viene rifiutata.

Analisi completata

Modelli open source


La ricostruzione forense dei 17.000 eventi riesce solo con modelli a pesi aperti, eseguiti sui server della piattaforma.

La lezione, per il CEO di Hugging Face Clement Delangue: la sicurezza nell’era dell’IA non può più essere garantita da una singola azienda a porte chiuse, ma richiede collaborazione e trasparenza tra laboratori, ricercatori e piattaforme.


Fonte: OpenAI, Hugging Face, AFPDati aggiornati al 22 luglio 2026

"Ha attaccato persino i sistemi di OpenAI"


"Non ha attaccato soltanto Hugging Face: ha attaccato anche il proprio sistema interno per sfruttarne le vulnerabilità", ha dichiarato all'AFP Hussein Abbass, docente di informatica alla University of New South Wales di Canberra. L'accademico ha definito l'episodio inquietante, sottolineando che l'IA avanzata resta "normalmente nelle mani di persone etiche e responsabili", ma potrebbe diventare "catastrofica se finisse nelle mani di qualcuno intenzionato a nuocere". Per questo, ha aggiunto, il problema deve essere affrontato attraverso uno sforzo collettivo.

Clement Delangue, amministratore delegato di Hugging Face, ha spiegato su X di aver sospettato fin dall'inizio il coinvolgimento di un grande laboratorio di IA, vista la sofisticazione dell'attacco. Ha tuttavia escluso che OpenAI avesse intenzioni malevole, definendo comunque sconcertante il fatto che l'intera operazione sia stata condotta autonomamente. Hugging Face ha inoltre riferito di aver individuato e analizzato l'intrusione ricorrendo in larga parte ai propri sistemi di intelligenza artificiale.

We suspected last week's cyberattack might have come from a frontier lab, given the sophistication of the agent. Turns out it did!

We've spent the past 24 hours working closely with the @OpenAI team (thanks!), and we strongly believe there was no malicious intent on their part.… t.co/XWxGMeMGje
— clem 🤗 (@ClementDelangue) July 21, 2026


La vicenda tocca comunque uno dei nervi scoperti del settore. GPT-5.6 e la serie Mythos della rivale Anthropic hanno suscitato forti timori per la capacità di superare le difese informatiche, al punto da spingere entrambe le aziende a limitarne o rinviarne la diffusione sotto la pressione delle autorità di Washington, preoccupata per un possibile impiego da parte di potenze rivali contro infrastrutture critiche statunitensi.

Non sarebbe, inoltre, l'unico caso emerso negli ultimi giorni. OpenAI ha reso noto un secondo episodio riguardante il modello che a maggio aveva confutato, attraverso un controesempio, la congettura di Erdős sulle distanze unitarie, rimasta aperta dal 1946. Durante una prova interna, il sistema avrebbe individuato una falla nella sandbox, ottenuto l'accesso a GitHub e inviato autonomamente una richiesta di modifica al codice, violando l'istruzione di pubblicare i risultati esclusivamente su Slack. Nello stesso periodo avrebbe anche frammentato e offuscato i token di autenticazione nel tentativo di aggirare lo scanner di sicurezza. OpenAI ne ha quindi sospeso l'accesso interno.

Anche Anthropic, ad aprile, avrebbe osservato il suo modello Mythos uscire dalla propria sandbox durante un test e ottenere un collegamento a internet non consentito. La società avrebbe successivamente rinunciato alla pubblicazione del sistema, riservandone l'accesso a un numero limitato di partner attraverso il programma Project Glasswing.

Un modello concentrato soltanto sul risultato


Dal debriefing di Hugging Face emerge anche un ulteriore elemento significativo. Quando i tecnici hanno tentato di utilizzare modelli commerciali di intelligenza artificiale per analizzare il codice dell'attacco, i sistemi si sono rifiutati di collaborare. I filtri di sicurezza non erano infatti in grado di distinguere tra un ricercatore impegnato nell'analisi di dati reali e un aggressore intenzionato a sfruttarli. Le richieste sono state quindi bloccate, costringendo l'azienda a ricorrere a modelli di intelligenza artificiale open source per completare l'analisi forense.

Secondo OpenAI, il suo modello non era mosso dall'obiettivo di causare danni o sottrarre informazioni riservate, ma esclusivamente da quello di ottenere il punteggio più alto possibile nel test. Una volta rimossi i principali vincoli di sicurezza, il sistema avrebbe interpretato ogni ostacolo — dall'isolamento della rete alle difese informatiche di un'altra azienda — come un semplice problema da risolvere per completare il compito assegnato.

Delangue ha riassunto la lezione da quanto successo affermando che la sicurezza nell'epoca dell'intelligenza artificiale non può più essere garantita segretamente da una singola azienda, ma richiede piuttosto una stretta collaborazione, maggiore trasparenza e un confronto aperto tra laboratori, ricercatori e piattaforme di intelligenza artificiale.

Questa voce è stata modificata (2 giorni fa)

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Jüngst hatte der Koalitionsausschuss der Bundesregierung beschlossen, das Informationsfreiheitsgesetz drastisch einzuschränken. Nun zeigt ein Bericht des MDR, dass Innenminister Dobrindt noch viel weiter gehen will, um staatliches Handeln im Geheimen zu belassen. netzpolitik.org/2026/fragdenst…
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🌏️ News from Downunder!

Our very own @vortex@tldr.nettime.org was interviewed by Caddie Brain from @wikimediafoundation Australia to contribute along side APNIC's Ian Peter Archive on the history of Australian Internet.

Watch it here: tv.dyne.org/w/hpFCLEFdp6qQXJou…

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Troy Jackson è leggermente avanti su Susan Collins nella corsa al Senato in Maine


Per l'Università del New Hampshire il probabile candidato democratico è al 49% contro il 46% della senatrice repubblicana. Il 53% degli abitanti del Maine ha un'opinione negativa di lei

Troy Jackson, il probabile candidato democratico al Senato in Maine, parte leggermente avanti sulla senatrice repubblicana Susan Collins. Secondo un sondaggio dell'Università del New Hampshire, il 49% dei probabili elettori voterebbe oggi per Jackson e il 46% per Collins, con il 2% orientato su un altro candidato e il 3% di indecisi. Il distacco rientra nel margine di errore, quindi i due sono di fatto alla pari, ma è la prima rilevazione pubblica da quando Jackson è emerso come favorito per la nomination e fotografa una corsa aperta contro una senatrice in carica da cinque mandati. Jackson raccoglie l'88% dei democratici ed è avanti tra gli indipendenti (46% a 42%), mentre il 99% dei repubblicani sta con Collins.

Il partito democratico del Maine sceglierà formalmente il suo candidato sabato 25 luglio in una convention a Bangor, dopo che Graham Platner, il vincitore delle primarie di giugno, si è ritirato all'inizio del mese in seguito a un'accusa di stupro da parte di un'ex fidanzata. Jackson, ex presidente del Senato statale, ha di fatto già chiuso la partita: nei caucus di contea del fine settimana, le assemblee locali in cui sono stati scelti i delegati alla convention, ha conquistato almeno 456 dei 601 delegati e i suoi principali rivali, tra cui la segretaria di Stato del Maine Shenna Bellows e l'ex responsabile della sanità pubblica statale Nirav Shah, hanno lasciato la corsa.

Il 51% di chi ha votato alle primarie democratiche di giugno vuole Jackson come candidato, contro il 26% che preferirebbe Shah e l'11% che indica Bellows. Il consenso è trasversale: lo sceglie il 51% di chi alle primarie aveva votato Platner e il 49% di chi aveva votato la governatrice Janet Mills, con punte tra chi si definisce socialista (72%) e progressista (60%). Il ritiro di Platner è stato giudicato la decisione giusta dal 74% degli abitanti del Maine, compreso il 78% di chi lo aveva votato.

Sondaggio · Maine
Troy Jackson avanti di 3 punti su Susan Collins nella corsa al Senato
15-20 luglio 2026 · 1.178 elettori probabili (±2,9%) · Università del New Hampshire
Focus America

Candidato%

Troy Jackson
Democratico

49,0%

Susan Collins
Repubblicana

46,0%

Un altro candidato

2,0%

Indecisi

3,0%

Elaborazione di Focus America su dati del Pine Tree State Poll dell'Università del New Hampshire

Jackson è anche il più popolare dei due sfidanti: il 37% degli intervistati ha un'opinione favorevole di lui e il 32% sfavorevole, mentre il 15% non lo conosce abbastanza per giudicarlo. Collins è al 35% di giudizi favorevoli contro il 53% di sfavorevoli, con meno dell'1% che non sa esprimersi su di lei, in un anno di elezioni di metà mandato complicato per i repubblicani con il presidente Donald Trump alla Casa Bianca.

Il punto di forza della senatrice resta la capacità di portare fondi federali allo stato, che ha sempre rivendicato come suo merito: il 53% degli abitanti la giudica brava o molto brava su questo terreno. Maggioranze risicate la bocciano però sui suoi voti sulle leggi principali (51%), sulle conferme dei membri del governo (51%) e su quelle dei giudici della Corte Suprema (53%).

I democratici considerano Collins vulnerabile e vedono nel suo seggio una delle occasioni migliori per riconquistare la maggioranza al Senato: la sfida del Maine sarà una delle corse più seguite e costose del paese.

Nella corsa per la carica di governatore la democratica Hannah Pingree è avanti con il 49% sul repubblicano Bobby Charles, fermo al 35%, e sull'indipendente Rick Bennett, al 6%, con l'8% di indecisi. Nessuno dei tre è particolarmente popolare: il saldo tra giudizi favorevoli e sfavorevoli è di -6 punti per Pingree e di -12 per Charles, mentre più della metà degli intervistati (52%) non conosce abbastanza Bennett per esprimersi.

Il 48% degli abitanti del Maine vuole mantenere il ranked-choice voting, il sistema con cui gli elettori mettono i candidati in ordine di preferenza: se nessuno supera il 50% dei primi voti, i candidati con meno consensi vengono eliminati e le loro preferenze successive redistribuite fino a quando qualcuno raggiunge la maggioranza. Il 44% è invece contrario, dopo che quest'anno il meccanismo ha ritardato di dieci giorni i risultati completi delle primarie per il Senato e per la carica di governatore e Charles ne ha chiesto l'abolizione. Il giudizio segue le linee di partito: l'84% dei democratici lo sostiene, l'87% dei repubblicani lo vuole eliminare. Il sondaggio è stato condotto online tra il 15 e il 20 luglio su 1.236 residenti del Maine, con un margine di errore di 2,8 punti.


I Dem del Maine hanno otto giorni per trovare lo sfidante di Susan Collins


I democratici del Maine hanno otto giorni per trovare il candidato che sfiderà a novembre la senatrice repubblicana Susan Collins. Il 25 luglio a Bangor 601 delegati del partito sceglieranno il sostituto di Graham Platner, il vincitore delle primarie di giugno, che si è ritirato la settimana scorsa dopo che Politico ha rivelato l'accusa di stupro di una sua ex compagna. Platner nega l'accusa.

La corsa è tra le più importanti delle elezioni di metà mandato: Collins, in Senato da cinque mandati, è l'unica senatrice repubblicana che quest'anno cerca la rielezione in uno stato vinto da Kamala Harris nel 2024 e il suo seggio è considerato decisivo da entrambi i partiti per il controllo del Senato.

Dodici candidati hanno presentato la candidatura entro la scadenza di mercoledì. Tra loro ci sono tre sconfitti delle primarie per governatore di giugno: la segretaria di Stato del Maine Shenna Bellows, che Collins aveva già battuto nel 2014, l'ex presidente del Senato statale Troy Jackson e Nirav Shah, ex responsabile della sanità pubblica dello stato. In corsa ci sono anche Jordan Wood, ex collaboratore del Congresso arrivato terzo nelle primarie del secondo distretto, Dan Kleban, cofondatore del birrificio Maine Beer Company, e David Costello, terzo nelle primarie per il Senato vinte da Platner.

Entro lunedì i candidati devono raccogliere 500 firme di elettori democratici registrati, di cui almeno 50 in ciascuna di otto contee diverse. Nel fine settimana i democratici si riuniranno in ognuna delle 16 contee dello stato per eleggere 500 dei 601 delegati alla convention, mentre gli altri 101 sono membri di diritto del comitato statale del partito. Più di 5.500 persone si sono già registrate per partecipare alle riunioni o candidarsi come delegate. I delegati non saranno vincolati a un candidato e per la nomination servirà superare il 50%, probabilmente dopo più turni di voto.

Le campagne di Bellows, Jackson e Shah hanno riattivato le reti di volontari delle corse per governatore per portare i propri sostenitori alle riunioni di contea, mentre Wood invita i democratici a partecipare senza costruire una propria lista di delegati, chiedendo un processo trasparente. Paige Loud, un'assistente sociale che aveva corso nelle primarie del secondo distretto, si è invece ritirata per protesta, accusando i candidati più ricchi di comprarsi i delegati e di riempire le sale di persone già impegnate con un candidato.

Giovedì sera i candidati si sono affrontati nel primo dibattito televisivo, divisi in due gruppi per via del numero. I toni sono stati civili, senza attacchi reciproci: il bersaglio comune è stata Collins, criticata per i suoi voti sulla Corte Suprema e per la lunga permanenza a Washington. Le differenze politiche tra i principali candidati sono minime e tutti si presentano come progressisti e oppositori del presidente Trump.

La prima domanda rivolta a tutti è stata quale fosse la migliore idea di Platner da portare avanti. Jackson ha scelto il "Medicare for All", la proposta di un sistema sanitario pubblico universale; Shah l'abolizione dell'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione; Wood la definizione di genocidio per la guerra di Israele a Gaza; Bellows la lotta alla corruzione di Washington. Platner aveva vinto le primarie con il 72% dei voti e la sua campagna contava più di 15.000 volontari. Nel corso della serata i candidati hanno alzato i toni contro l'ICE dopo il caso dell'uomo ucciso lunedì a Biddeford da un agente dell'agenzia.

Bellows ha accusato Collins di non fare abbastanza per fermare Trump sulla guerra in Iran e i moderatori le hanno ricordato che la senatrice ha votato una risoluzione per limitare i poteri di guerra del presidente. "Una settimana fa ero in vacanza", si è giustificata Bellows, che come Jackson e Shah fino a poche settimane fa correva per la carica di governatore e non si stava preparando a una campagna contro Collins.

Il 23 luglio, due giorni prima della convention, i candidati torneranno a confrontarsi in un dibattito organizzato dalla CNN insieme al quotidiano locale Bangor Daily News. Durerà due ore a partire dalle 20 ora della costa est (le 2 di notte in Italia), con le domande dei conduttori Jake Tapper e Dana Bash e del responsabile politico del giornale Michael Shepherd, davanti a un pubblico che comprenderà anche alcuni dei delegati.

Bernie Sanders, che aveva spinto l'ascesa di Platner, ha detto a Semafor che si tratta di "un momento senza precedenti" e che è meglio che i cittadini del Maine decidano da soli, senza influenze esterne. Anche il leader dei democratici al Senato Chuck Schumer e il comitato del partito per le campagne al Senato restano neutrali, così come la senatrice Elizabeth Warren, che a marzo aveva appoggiato Platner. Le uniche critiche arrivano dai senatori dell'Illinois Dick Durbin e Tammy Duckworth, che rimproverano a Shah la gestione di un'epidemia mortale di legionella quando lavorava nello stato. Collins ha detto a Semafor che non sapere contro chi correrà "è certamente una situazione insolita".


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Licenziamenti senza giusta causa, Ilaria Salis condannata a risarcire due ex assistenti con 300mila euro


@Politica interna, europea e internazionale
L’europarlamentare italiana Ilaria Salis, eletta nelle liste di Alleanza Verdi e Sinistra, è stata condannata da un giudice del lavoro del Tribunale di Milano a risarcire con 300mila euro due suoi ex collaboratori, che secondo il giudice sono

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Il 19 luglio Fratelli d’Italia ricorda Paolo Borsellino, indicato da Giorgia Meloni come riferimento politico.
Tre giorni dopo, la maggioranza vota contro la richiesta dei magistrati di acquisire le chat tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, ritenuto dagli inquirenti prestanome del clan Senese. L’antimafia si dimostra con i fatti, soprattutto quando un’inchiesta tocca il proprio partito. Altrimenti resta solo retorica. E il voto di ieri lo ha dimostrato.

#PaoloBorsellino #Antimafia #Legalità #PoliticaItaliana #AndreaDelmastro #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Mai così tanti arresti di immigrati da quando Trump è presidente


L'ICE ha arrestato più di 43.000 persone a giugno e il ritmo cresce ancora a luglio. La strategia di Mullin è più silenziosa delle grandi operazioni del 2025, ma ha già causato due nuove uccisioni
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A giugno gli agenti federali dell'immigrazione hanno arrestato 43.138 persone negli Stati Uniti, il numero più alto da quando il presidente Trump è tornato in carica a gennaio 2025, secondo un'analisi del Guardian sui dati pubblicati lunedì dall'ICE (Immigration and Customs Enforcement), l'agenzia federale che si occupa dell'immigrazione. Per trovare un mese con più arresti bisogna tornare al maggio del 2019, quando però la maggior parte dei fermi avveniva al confine con il Messico, mentre oggi quasi tutti gli arresti avvengono all'interno del paese. Il ritmo è aumentato ancora a luglio: nei primi 11 giorni del mese gli arresti sono stati 16.213, una media di oltre 1.400 al giorno.

I nuovi numeri chiudono il rallentamento seguito ai fatti di gennaio, quando gli agenti dell'immigrazione uccisero due cittadini americani, Renee Good e Alex Pretti, durante una grande operazione a Minneapolis. Le uccisioni provocarono proteste in tutto il paese e uno scontro al Congresso sui fondi dell'agenzia. Trump sostituì allora la segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem con Markwayne Mullin, che promise di allontanare l'agenzia dai titoli dei giornali.

Immigrazione · Stati Uniti
Mai così tanti immigrati arrestati da quando Trump è presidente
Ingressi mensili in detenzione ICE per arresti di ICE e CBP — dati all'11 luglio 2026
Focus America

Amministrazione Biden
Amministrazione Trump
Mese parziale

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ott '24 gen '25 apr lug ott gen '26 apr lug

Elaborazione di Focus America su dati di ICE (Immigration and Customs Enforcement). Il dato conta le persone entrate ogni mese in detenzione ICE dopo un arresto di ICE o CBP e può sottostimare il totale degli arresti. Settembre 2025 e luglio 2026 sono mesi parziali.

Le grandi operazioni concentrate in singole città, come quelle condotte nel 2025 a Los Angeles, Chicago e Minneapolis, non sono più state ripetute. Gli arresti ora avvengono in modo routinario e silenzioso: nei luoghi di lavoro, fuori dalle abitazioni, durante i controlli stradali o quando gli immigrati si presentano agli appuntamenti obbligatori negli uffici dell'ICE. In molti casi a fermare le persone sono polizie locali e sceriffi delegati dal governo federale ai controlli sull'immigrazione. I volontari che in alcune città sorvegliavano i movimenti degli agenti per avvisare le comunità dicono di avere sempre più difficoltà a capire dove l'agenzia stia operando.

"Sommando tutto, stanno facendo anche più di prima", ha detto a Bloomberg David Bier, direttore degli studi sull'immigrazione del Cato Institute, un centro studi libertario. "Vediamo comportamenti molto simili a quelli di Los Angeles, Chicago e Minneapolis, ma in modo diffuso: compaiono in Maine e allo stesso tempo a Houston".

La nuova strategia ha già portato ad altre due uccisioni. Il 7 luglio a Houston gli agenti hanno ucciso Lorenzo Salgado Araujo, un cittadino messicano di 52 anni che viveva negli Stati Uniti da più di trent'anni, mentre cercavano di fermare il suo furgone. Meno di una settimana dopo, durante un controllo stradale a Biddeford, in Maine, è stato ucciso Joan Sebastián Durán Guerrero, un colombiano di 25 anni. Le autorità federali hanno ammesso che nessuno dei due era l'obiettivo delle operazioni, ma hanno difeso le sparatorie come necessarie a proteggere gli agenti e il pubblico. Mullin aveva sospeso i controlli stradali dopo le due morti, ma Trump ha annullato la decisione definendo i fermi dei veicoli uno degli strumenti "più importanti ed efficaci" dell'agenzia. Le due uccisioni hanno provocato nuove proteste in diverse città contro un sistema di controlli già molto contestato.

Le persone detenute nei centri dell'ICE erano 65.765 all'11 luglio, circa 5.450 in più rispetto a inizio aprile e poco sotto il record di 70.770 toccato a gennaio. Come avviene dall'estate del 2025, i detenuti senza alcun precedente penale restano più numerosi sia di quelli con condanne sia di quelli con accuse pendenti: all'11 luglio il 29% dei detenuti aveva una condanna e il 31% aveva accuse in corso. La popolazione senza precedenti è anche quella che cresce più in fretta: nei primi 11 giorni di luglio è aumentata del 20% rispetto a giugno, da quasi 22.000 a oltre 26.000 persone, contro il 5% delle altre due categorie. Le vittime di Houston e del Maine rientrano in quelli che il governo chiama arresti "collaterali", cioè di persone che non erano il bersaglio dell'operazione e che spesso non hanno precedenti né accuse.

La Casa Bianca ha chiesto agli agenti di puntare a 2.000 arresti al giorno, secondo fonti interne all'agenzia citate da CBS News, anche se il dipartimento per la Sicurezza interna nega l'esistenza di quote. I ranghi dell'ICE si sono intanto ingrossati grazie a una campagna di assunzioni finanziata dalla grande legge di spesa repubblicana del 2025, che ha destinato al dipartimento 70 miliardi di dollari in più. Dall'inizio del secondo mandato di Trump le espulsioni sono state più di 590.600, un ritmo ancora lontano dall'obiettivo del presidente di oltre un milione di arresti ed espulsioni all'anno. Per i falchi dell'immigrazione non basta: "I numeri dovrebbero essere alle stelle", ha detto Mike Howell, ricercatore della Heritage Foundation, un centro studi conservatore.

Mullin rivendica i risultati e la scelta della discrezione, dicendo che gli arresti stanno battendo "record giornalieri ogni singolo giorno". "Ho abbassato la temperatura del fornello per far funzionare le cose senza farle traboccare", ha detto venerdì ai giornalisti. "Quando dico che ho abbassato la temperatura, l'ho abbassata con voi. Per le strade stiamo alzando il fuoco: lavoriamo più che mai". Tom Homan, il responsabile della Casa Bianca per i confini, ha detto a Fox News che "l'ICE non sta affatto lasciando le strade".

Dal 2019 il Congresso obbliga l'ICE a pubblicare ogni due settimane i dati su arresti, detenzioni ed espulsioni, ma l'agenzia non li aggiornava da inizio aprile. Il ritardo aveva irritato parlamentari di entrambi gli schieramenti, oltre a giornali, accademici e organizzazioni non profit che chiedevano i numeri. Il dipartimento lo ha attribuito alla serie di "shutdown", i blocchi delle attività del governo causati dagli scontri sul bilancio.


Accuse di aggressione agli agenti dell’immigrazione, quasi un caso su due crolla in tribunale


L’Amministrazione Trump ha incriminato più di 550 persone per aggressione od ostruzione agli agenti federali impegnati nella campagna di espulsioni di massa. Quasi la metà dei procedimenti già conclusi, tuttavia, si è dissolta in tribunale. È quanto emerge da un’inchiesta del New York Times, la più completa condotta finora, basata sugli atti di ogni singolo caso, sulle trascrizioni delle udienze, su interviste e su decine di filmati degli arresti.

I numeri descrivono un’anomalia macroscopica per gli standard della giustizia federale americana. Delle 558 persone incriminate, 191 hanno visto cadere le accuse e 22 sono state assolte da una giuria; soltanto 4 sono state condannate al termine di un processo. Altre 246 hanno patteggiato, mentre 95 procedimenti sono ancora pendenti. Il Dipartimento di Giustizia ottiene normalmente una condanna o un patteggiamento in oltre il 90% dei procedimenti penali federali: il bilancio di questa campagna è lontanissimo da quella soglia.

Al centro della fallimentare strategia giudiziaria c’è una disposizione un tempo applicata di rado, la sezione 111 del Titolo 18 del codice federale, che prevede pene fino a 20 anni di carcere per chi aggredisce o ostacola con la forza un pubblico ufficiale. L’Amministrazione ne ha adottato un’interpretazione estensiva per arrestare chi intralciava le operazioni dell’ICE e della Border Patrol, al punto che durante alcune colluttazioni gli agenti gridavano “18 U.S.C. 111”.

Stati Uniti · Espulsioni di massa

Incriminati per aggressione agli agenti, ma in tribunale le accuse crollano


L’Amministrazione Trump ha incriminato 558 persone per aggressione od ostruzione agli agenti federali impegnati nelle espulsioni di massa. Quasi la metà dei procedimenti già conclusi si è dissolta davanti ai giudici, secondo un’inchiesta del New York Times.

Grafica di FocusAmerica

Il bilancio della campagna giudiziaria

Persone incriminate
558

Condanne in giudizio
4

per aggressione od ostruzione agli agenti federali
al termine di un processo con giuria

Alla base c’è la sezione 111 del Titolo 18 del codice federale: fino a 20 anni di carcere per chi aggredisce o ostacola con la forza un pubblico ufficiale. Una norma un tempo applicata di rado, oggi usata in modo estensivo contro manifestanti e immigrati.

Gli esiti

Come sono finiti i 558 procedimenti


Il conteggio del New York Times, basato sugli atti di ogni singolo caso, sulle trascrizioni delle udienze e su decine di filmati degli arresti.

Il confronto

Un bilancio lontanissimo dagli standard federali


Quota di procedimenti conclusi con una condanna o un patteggiamento.

Il 54% è calcolato sui 463 procedimenti già conclusi della campagna, esclusi i 95 ancora pendenti.

I casi persi

Perché le accuse non hanno retto


Le dinamiche ricorrenti nei 213 procedimenti persi o abbandonati dal governo.

Conteggi minimi documentati dall’inchiesta; le categorie possono sovrapporsi.

Fonte: The New York Times, luglio 2026 Procedimenti ex 18 U.S.C. § 111

Filmare gli agenti è diventato un reato


L’analisi dei 213 procedimenti persi o abbandonati dal governo rivela dinamiche ricorrenti. In decine di episodi, filmati e atti processuali mostrano che furono gli agenti a ricorrere per primi alla forza, con spinte, placcaggi o spray al peperoncino. Numerosi imputati sono stati assolti dopo aver invocato la legittima difesa. In oltre 100 casi, inoltre, i procuratori non hanno neppure sostenuto che gli agenti fossero rimasti feriti.

In almeno altri 7 episodi, le lesioni attribuite agli imputati erano state in realtà provocate dagli stessi agenti o dai loro colleghi. Un giudice, per esempio, ha respinto le accuse contro un immigrato dopo aver accertato che l’agente si era ferito con i frammenti del finestrino che aveva sfondato personalmente.

Almeno 25 persone sono state incriminate soltanto per aver filmato o seguito gli agenti, senza che venisse contestato loro alcun contatto fisico. In 65 casi i procuratori hanno ritirato o ridimensionato le accuse prima ancora della scadenza fissata per presentare le prove a un gran giurì o a un giudice.

Secondo diversi ex procuratori federali, una ritirata tanto rapida indica che quei procedimenti non avrebbero mai dovuto essere avviati. “Sembra emergere uno schema di accuse presentate senza alcun fondamento”, ha dichiarato al New York Times Jimmy L. Arce, ex procuratore federale di Chicago, secondo il quale alcuni imputati si sono visti “criminalizzare la libertà di parola”.

Prove distrutte e fatti travisati


In più di 30 occasioni i giudici hanno censurato la condotta del governo, definendola “flagrante”, “in malafede” e “scioccante per il senso universale di giustizia”. Due magistrati hanno accertato persino la distruzione intenzionale di prove.

A Laredo, un agente ha costretto una diciannovenne americana a cancellare definitivamente le fotografie scattate con il telefono. In California, invece, gli agenti hanno fatto riparare un veicolo che la difesa aveva chiesto di conservare intatto per sottoporlo a una perizia.

Il Dipartimento di Sicurezza Interna ha respinto le contestazioni. Secondo la portavoce Lauren Bis, l’aumento delle incriminazioni riflette “un massiccio incremento delle violenze e delle minacce contro le forze dell’ordine federali”. Gregory Bovino, ex comandante della Border Patrol e promotore delle tattiche più aggressive contro manifestanti e immigrati, è andato oltre: a suo giudizio, i procuratori che hanno lasciato cadere le accuse sono stati troppo timidi e “si è stati fin troppo cauti nel decidere chi incriminare”.

L’inchiesta documenta anche alcuni casi di effettiva violenza. Uno dei 4 uomini condannati da una giuria, per esempio, aveva trascinato per una novantina di metri un agente rimasto con un braccio incastrato nel finestrino della sua automobile. Ma, secondo il New York Times, il quadro complessivo suggerisce che il ricorso alla norma sia servito meno a proteggere gli agenti che a fornire una copertura legale all’intimidazione di manifestanti e immigrati.


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Drüben bei Deutschlandfunk Kultur spreche ich darüber, warum ich das französische Social-Media-Verbot für falsch halte, warum #Alterskontrollen uns alle gefährden, warum der Drogen-Vergleich bei mir einen Beißreflex auslöst – und was denn die bessere Lösung wäre.

🎧 09:13 min deutschlandfunkkultur.de/schut…

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Iran’s Cyber Playbook Shifts From Loud Attacks to Patient, Long-Term Access
#CyberSecurity
securebulletin.com/irans-cyber…
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HermeticReader: How a Bug in Adobe’s PDF Browser Extension Could Expose WhatsApp Chats to Any Website
#CyberSecurity
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ASUS Rushes Out Router Patch After Discovery of Unauthenticated Remote Command Execution Flaw
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RefluXFS: A Nine-Year-Old Race Condition in Linux’s XFS Filesystem Opens a Silent Road to Root
#CyberSecurity
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Accordo sul nucleare tra Stati Uniti e Arabia Saudita: Riyadh potrà arricchire l'uranio


L'intesa che Trump ha annunciato apre alla produzione saudita di combustibile nucleare. Israele e parte del Congresso denunciano però un arretramento nella non proliferazione e temono che il programma civile possa preparare il terreno a un futuro arsenale atomico saudita.

L'Amministrazione Trump ha firmato un accordo di cooperazione nucleare con l'Arabia Saudita che potrebbe consentire al regno di arricchire autonomamente l'uranio destinato ai propri reattori. L'intesa, siglata mercoledì dal Segretario all'Energia Chris Wright e dal ministro dell'Energia saudita Abdulaziz bin Salman, punta a rinsaldare i rapporti tra Washington e Riyadh, messi sotto pressione a causa della guerra con l'Iran, e secondo la Casa Bianca potrebbe generare contratti per miliardi di dollari a beneficio dell'industria nucleare americana, a cominciare da Westinghouse, uno dei maggiori costruttori di reattori nucleari al mondo.

Per raggiungere un accordo con il principe ereditario Mohammed bin Salman, leader di fatto del regno, Trump ha tuttavia accettato condizioni meno rigorose rispetto a quelle imposte in passato ad altri alleati. L'intesa non include, infatti, il protocollo aggiuntivo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA), che consente agli ispettori di effettuare controlli a sorpresa anche nei siti nucleari non dichiarati: i controlli più delicati saranno affidati a squadre americane e, per procedere senza le ispezioni internazionali ordinarie, Trump ha dovuto firmare una deroga motivata da ragioni di sicurezza nazionale. Inoltre, al termine di uno studio congiunto sulla sostenibilità economica della produzione di combustibile nucleare, l'Arabia Saudita potrebbe ottenere il diritto di arricchire uranio o riprocessare plutonio direttamente sul proprio territorio.

L'accordo rientra, comunque, nella categoria dei cosiddetti "accordi 123", dal nome della sezione dell'Atomic Energy Act che disciplina la cooperazione nucleare civile degli Stati Uniti con governi stranieri. Washington ne ha sottoscritti attualmente 26, che coinvolgono in totale 51 governi e l'AIEA. Questi accordi dovrebbero garantire che tecnologie, materiali e competenze americane non vengano utilizzati per programmi militari.

★Nucleare · Medio Oriente
Grafica di FocusAmerica

Uranio saudita, garanzie ridotte


Washington annuncia con Riyadh un accordo nucleare civile che apre all’arricchimento sul territorio del regno, senza le ispezioni rafforzate dell’AIEA.

Durata prevista
30 anni

Accordi “123” in vigore
26

La cooperazione vincola i due Paesi per tre decenni
Coinvolgono 51 governi; nessun accordo finora apre all’arricchimento

Il confronto

Addio al “gold standard” degli Emirati


L’accordo con Abu Dhabi del 2009 fissava tre vincoli di non proliferazione. L’intesa con Riyadh li allenta tutti.

Vincolo
Emirati Arabi Unitiaccordo 2009 · “gold standard”
Arabia Sauditaaccordo 2026

Protocollo aggiuntivo AIEAispezioni a sorpresa nei siti non dichiarati
ACCETTATOGli ispettori possono verificare ovunque
ASSENTENessun obbligo di controlli rafforzati

Arricchimento dell’uraniosul territorio nazionale
RINUNCIA FORMALEEscluso per trattato
POSSIBILEDopo uno studio congiunto di fattibilità economica

Riprocessamento del plutoniomateriale utilizzabile anche a fini militari
RINUNCIA FORMALEEscluso per trattato
POSSIBILEStessa clausola dell’arricchimento

Vincolo presente Condizionato Vincolo assente

L’iter

Perché il Congresso difficilmente lo fermerà

1

Firma e trasmissione al Congresso
L’accordo viene inviato a Camera e Senato per la revisione prevista dall’Atomic Energy Act

2

Eventuale risoluzione di disapprovazione
Democratici e alcuni repubblicani possono tentare di bloccare l’intesa con un voto

3

Veto presidenziale
Trump può respingere la risoluzione e tenere in vita l’accordo

4

Per superare il veto serve una supermaggioranza
Una soglia considerata fuori portata nel Congresso attuale: l’accordo dovrebbe quindi entrare in vigore

2/3
La maggioranza necessaria sia alla Camera sia al Senato per fermare l’intesa dopo un veto presidenziale

Come ci siamo arrivati

Dagli Emirati alla guerra con l’Iran

2009
Entra in vigore l’accordo USA-Emirati: Abu Dhabi rinuncia ad arricchimento e riprocessamento. Nasce il “gold standard”

2018
Trump ritira gli USA dall’accordo con l’Iran del 2015: Teheran riprende ad arricchire uranio a livelli sempre più vicini alla soglia militare

2023
Riyadh e Teheran normalizzano i rapporti con la mediazione della Cina; dopo il 7 ottobre tramonta l’ipotesi di legare il dossier nucleare al riconoscimento saudita di Israele

Mag 2026
Nuove tensioni: Riyadh nega agli USA lo spazio aereo per un’operazione a difesa delle petroliere nello Stretto di Hormuz

Lug 2026
Annuncio dell’accordo nucleare in piena guerra con l’Iran: contratti per miliardi di dollari attesi per l’industria americana, a partire da Westinghouse

Il rischio del precedente

Mohammed bin Salman ha promesso “senza alcun dubbio” la bomba se Teheran la otterrà. E se Riyadh può arricchire uranio, Turchia ed Egitto potrebbero chiedere lo stesso trattamento. Due lettere collaterali dell’accordo restano intanto riservate: parte del Congresso chiede di leggerle prima di esaminare l’intesa.

Fonte: New York Times, Wall Street Journal, Associated Press — luglio 2026

L'abbandono del "gold standard" degli Emirati


Le condizioni concesse a Riyadh segnano una netta discontinuità rispetto ad un equivalente accordo firmato con gli Emirati Arabi Uniti ed entrato in vigore nel 2009. Abu Dhabi accettò all'epoca il protocollo aggiuntivo dell'AIEA e rinunciò formalmente all'arricchimento dell'uranio e al riprocessamento del plutonio sul proprio territorio, escludendo così la possibilità di sviluppare in autonomia le infrastrutture necessarie alla costruzione di un'arma atomica. Quell'intesa, negoziata tra le Amministrazioni Bush e Obama, è diventata il "gold standard" internazionale della non proliferazione nucleare.

Trump ha invece scelto un approccio più flessibile. Il testo dell'accordo, non ancora reso pubblico, sarà ora trasmesso al Congresso, che avrà 90 giorni per esaminarlo e potrà tentare di bloccarlo approvando una risoluzione di disapprovazione. In caso di veto presidenziale, tuttavia, per fermare l'intesa sarebbe necessaria una maggioranza dei due terzi sia alla Camera sia al Senato, una soglia difficilmente raggiungibile nel contesto attuale. L'accordo dovrebbe quindi entrare in vigore, anche se il confronto politico si preannuncia acceso. Diversi esponenti democratici e repubblicani, così come alcuni funzionari israeliani, temono infatti che il programma nucleare civile saudita possa porre le basi per una futura capacità militare.

Il Segretario all'Energia ha assicurato che le intese rispettano "i più alti standard di sicurezza nucleare e di non proliferazione", affidandosi "alla migliore tecnologia nucleare del mondo, progettata proprio qui negli Stati Uniti". Anche il Segretario di Stato Marco Rubio, interpellato durante una visita a Manila, ha garantito che gli Stati Uniti non concluderanno con alcun Paese accordi in grado di favorire la diffusione delle armi atomiche.

Molto più duro il comitato editoriale del Wall Street Journal, secondo cui l'intesa rappresenta un grave errore strategico per gli Stati Uniti. Il quotidiano statunitense osserva che l'Arabia Saudita non avrebbe alcuna necessità civile di arricchire uranio sul proprio territorio e sostiene che il vero obiettivo potrebbe essere quello di costruire una capacità militare nucleare da mantenere in riserva. Lo studio biennale previsto dall'accordo sarebbe, secondo il giornale, poco più di un espediente per rinviare la decisione finale. L'assenza del protocollo aggiuntivo dell'IAEA renderebbe, inoltre, le garanzie concordate da Trump persino più deboli degli standard normalmente richiesti.

Il rischio però è anche quello di creare un precedente regionale. Turchia ed Egitto potrebbero chiedere lo stesso trattamento, favorendo così la diffusione delle tecnologie di arricchimento dell'uranio in una delle aree più instabili del mondo. A sollevare ulteriori dubbi sono due lettere collaterali rimaste riservate, che accompagnano il testo principale. L'Amministrazione sostiene che contengono informazioni commerciali proprietarie e dati sensibili per la sicurezza nazionale, ma alcuni membri del Congresso potrebbero rifiutarsi di esaminare l'accordo finché i documenti non saranno resi accessibili.

L'ombra dell'Iran e il riavvicinamento tra Washington e Riyadh


I timori sul nuovo accordo sono alimentati dalle stesse dichiarazioni di Mohammed bin Salman, che in passato ha promesso, senza mezzi termini, di dotare l'Arabia Saudita di armi nucleari qualora l'Iran facesse altrettanto. "Senza alcun dubbio", aveva risposto durante un'intervista ad una domanda su questo argomento. Da parte sua, Teheran continua a sostenere che il proprio programma abbia finalità esclusivamente civili, ma dopo il ritiro americano dall'accordo nucleare del 2015, deciso da Trump nel 2018, ha arricchito uranio a concentrazioni sempre più vicine a quelle necessarie per costruire un ordigno nucleare.

Il negoziato con Riyadh procede, comunque, da anni. Durante l'Amministrazione Biden, la cooperazione nucleare tra i due Paesi era stata inizialmente inserita in un pacchetto più ampio, che comprendeva anche il riconoscimento diplomatico di Israele da parte dell'Arabia Saudita e l'ingresso del regno nei cosiddetti Accordi di Abramo. Quella prospettiva però è tramontata del tutto dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e la violenta risposta israeliana nella Striscia di Gaza. Trump ha successivamente separato il dossier nucleare dal processo di normalizzazione con Israele, consentendo così ai negoziati di proseguire indipendentemente dalla questione palestinese.

Tuttavia, i rapporti tra Washington e Riyadh hanno conosciuto nuove tensioni anche negli ultimi mesi. A maggio, ad esempio, il governo saudita ha negato agli Stati Uniti l'uso del proprio spazio aereo per un'operazione destinata a proteggere le petroliere nello Stretto di Hormuz, controllato di fatto dalle forze iraniane dall'inizio della guerra in corso. L'accordo nucleare permetterà ora ai due Paesi di ricostruire una relazione più stabile. Parallelamente, però, l'Arabia Saudita intende continuare a mantenere aperto il dialogo con Teheran: preoccupata che la politica americana in Medio Oriente possa esporre il regno a nuovi rischi, secondo molti analisti Riyadh potrebbe cercare di preservare la normalizzazione dei rapporti con l'Iran avviata nel 2023 grazie alla mediazione della Cina.

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Trump minaccia di bombardare ponti e centrali elettriche in Iran e prepara l'escalation


Il presidente ha accolto le salme di quattro soldati mentre gli Houthi colpiscono le petroliere saudite nel Mar Rosso. Solo il 29% degli americani sostiene la guerra, che ha ucciso 18 militari

Per il dodicesimo giorno consecutivo gli Stati Uniti hanno bombardato l'Iran e il presidente Trump ha minacciato di distruggere "un ponte o una centrale elettrica", anche dentro o vicino Teheran, ogni volta che l'Iran colpirà una nave nello Stretto di Hormuz, il passaggio da cui prima della guerra transitava un quinto del petrolio mondiale. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha risposto sui social che la dottrina difensiva del suo paese è "occhio per occhio" e che qualsiasi aggressione contro le infrastrutture iraniane "comporterà una risposta potente e decisiva". Attacchi deliberati contro infrastrutture civili possono costituire un crimine di guerra per il diritto internazionale. L'ultima ondata di raid americani, conclusa alle 22:30 di mercoledì ora di Washington (le 4:30 di giovedì in Italia), ha colpito depositi di missili e droni, oltre a sistemi di difesa aerea, mentre l'Iran ha rivendicato nuovi attacchi contro obiettivi militari americani in Kuwait.

La guerra, iniziata il 28 febbraio con gli attacchi americani e israeliani contro il programma nucleare iraniano, si sta allargando al Mar Rosso. Gli Houthi, il gruppo armato yemenita alleato dell'Iran, hanno rivendicato mercoledì l'attacco con missili e droni a due petroliere saudite, la Encelia e la Layla, il primo da quando lunedì hanno annunciato un blocco navale contro i porti dell'Arabia Saudita. L'autorità saudita dei trasporti ha confermato l'attacco a una delle due navi e ha detto che l'equipaggio è salvo. Da mesi Riyadh esporta milioni di barili di petrolio al giorno attraverso il Mar Rosso per aggirare lo Stretto di Hormuz, dove il traffico è quasi fermo: martedì lo hanno attraversato nove navi, contro le circa 130 di prima della guerra. Il Brent, il prezzo di riferimento mondiale del petrolio, è salito a circa 94 dollari al barile, il 30% in più dall'inizio del conflitto. Negli Stati Uniti la benzina costa in media più di 4 dollari al gallone (circa 3,8 litri), il 36% in più da fine febbraio.

Mercoledì il presidente ha assistito nella base aerea di Dover, in Delaware, al rientro delle salme di quattro soldati tra i 19 e i 30 anni. Il tenente Tyler James Feehan, la soldatessa Isabella Gonzales e la sergente Angel Rampersad sono stati uccisi venerdì scorso in un attacco iraniano contro gli alloggi della base aerea giordana di Muwaffaq Salti; il sergente Michael Emmanuel Swinton è morto in Iraq durante la detonazione controllata di un drone iraniano. Prima della cerimonia Trump ha detto ai giornalisti che tutti e quattro avevano detto "con molta forza" che non si può permettere all'Iran di avere un'arma nucleare, senza spiegare come conoscesse le loro opinioni: le famiglie non hanno mai parlato pubblicamente delle posizioni dei loro cari sul conflitto. Era la terza volta che il presidente partecipava alla cerimonia dall'inizio di una guerra che ha ucciso 18 militari americani e ne ha feriti circa 550, perdite che in parte il Pentagono aveva taciuto. Una decina di militari feriti gravemente è stata trasferita questo mese in un ospedale militare americano in Germania. Secondo la Human Rights Activists News Agency, un'organizzazione per i diritti umani che si occupa dell'Iran, i civili iraniani uccisi sono almeno 1.700.

Le immagini satellitari e i video verificati dal New York Times mostrano che l'Iran mantiene la capacità di colpire con precisione obiettivi americani, nonostante l'amministrazione sostenga di averne ridotto o distrutto le capacità militari. Nelle due settimane dalla rottura del cessate il fuoco gli attacchi iraniani hanno raggiunto nove installazioni usate dagli Stati Uniti in Medio Oriente, danneggiando alloggi, hangar, rifugi per droni e sistemi radar. Nella sola base di Muwaffaq Salti almeno 20 strutture sono state distrutte o danneggiate. Sono stati colpiti anche Tower 22, un avamposto americano al confine tra Giordania e Siria, e un radar in Kuwait completato appena sei mesi fa. Verificare i danni è difficile perché il governo americano chiede ai fornitori di immagini satellitari di non diffondere foto della regione per proteggere le truppe, mentre l'Iran diffonde le immagini dei propri attacchi a scopo di propaganda.

Il Wall Street Journal ha rivelato che nell'ultima settimana il Pentagono ha spostato verso il Medio Oriente forze speciali, squadroni di caccia e armamenti. Oltre 150 medici sono inoltre arrivati all'ospedale militare di Landstuhl, in Germania, dove vengono curati i feriti dal fronte. Secondo Axios, martedì un bombardiere a lungo raggio B-1, capace di trasportare 24 bombe da 2.000 libbre (circa 900 chili), è decollato dal Regno Unito per colpire obiettivi dei Guardiani della Rivoluzione, il principale corpo militare iraniano: è la prima missione di questo tipo dalla ripresa dei combattimenti. Trump valuta un ritorno a operazioni di combattimento su larga scala, che secondo funzionari americani e israeliani potrebbe arrivare entro giorni. Ha inoltre ripetuto la minaccia di colpire "molto presto e molto pesantemente" Pickaxe Mountain, il sito sotterraneo nell'Iran centrale dove Teheran avrebbe spostato le centrifughe per arricchire l'uranio.

Solo il 29% degli americani sostiene il conflitto secondo un sondaggio Washington Post-Ipsos pubblicato la settimana scorsa. Secondo un sondaggio di Politico, anche tra gli elettori MAGA, la base più fedele del presidente, la quota di chi ritiene che la guerra valga il suo costo economico è scesa a poco più di un terzo, dal 50% di maggio. Una persona vicina alla Casa Bianca ha detto a Politico che il presidente "è ormai pienamente consapevole che l'unica strada verso la vittoria che vuole è del tutto impossibile politicamente" perché gli americani non sosterrebbero l'escalation necessaria: "Abbiamo più americani morti e una situazione politicamente impossibile". Trump sostiene il contrario: "Gli americani non vogliono la benzina cara, ma non sono contro la guerra", ha detto mercoledì citando un sondaggio che non ha specificato.

La Camera ha approvato mercoledì con 216 voti a favore e 212 contrari la legge annuale sulla difesa da 1.150 miliardi di dollari e, con 216 voti a 214, una cornice di bilancio da 95 miliardi che include 73 miliardi aggiuntivi per il Pentagono e le agenzie di intelligence, in gran parte per coprire i costi della guerra. Il consenso bipartisan che di solito accompagna queste leggi è venuto meno: solo sei democratici hanno votato a favore della prima misura e nessuno della seconda, con l'accusa al Congresso di non voler limitare l'uso della forza da parte dell'amministrazione. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha stimato che la guerra costerà circa 37,5 miliardi di dollari entro la fine di settembre e alcuni capitoli dei bilanci di Marina e Aeronautica, in esaurimento per il conflitto, finiranno entro poche settimane.

La sera, a un comizio in Georgia, il presidente ha detto che gli Stati Uniti "non hanno bisogno dello Stretto di Hormuz" perché, sommando la produzione americana e quella del Venezuela, controllano "circa il 62% del mercato petrolifero mondiale", ma che continueranno a combattere "perché non possiamo lasciare che l'Iran abbia un'arma nucleare". Ha definito la guerra una "schermaglia" e ha detto che l'Iran vuole un accordo perché "viene colpito così duramente", ma non è pronto a firmarlo. I mediatori del Qatar intanto continuano a trattare con funzionari americani, iraniani e dell'Oman per riaprire lo stretto e fermare i combattimenti, ma Teheran non ha accettato l'ultima proposta.


Due soldati americani uccisi da missili iraniani in Giordania. L’Iran attacca il “Grande Satana”


Due militari americani sono stati uccisi e un terzo risulta disperso dopo un attacco iraniano con missili balistici contro la base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania. Lo ha reso noto il Comando centrale degli Stati Uniti (Central Command, CENTCOM). Sono i primi caduti americani dalla ripresa dei combattimenti tra Stati Uniti e Iran, 8 giorni fa. Il bilancio complessivo delle perdite statunitensi dall’inizio della guerra sale così a 16 morti.

Almeno due missili balistici hanno colpito la base, che ospita militari e caccia statunitensi. I video diffusi sui social media mostrano l’impatto degli ordigni e una densa colonna di fumo levarsi dall’area subito dopo l’attacco.

Video shows Iranian ballistic missiles striking Muwaffaq Salti Air Base in Jordan overnight, killing two American servicemembers and injuring several others pic.twitter.com/UtJh6nEgF2
— Faytuks Network (@FaytuksNetwork) July 18, 2026


“Il 17 luglio due militari statunitensi in Giordania sono caduti in azione mentre il CENTCOM e le forze alleate contrastavano attacchi iraniani condotti con missili balistici e droni. Un altro militare risulta al momento disperso in azione”, ha comunicato il Comando in un post su X. Quattro soldati sono stati trasferiti in ospedali giordani e successivamente dimessi; altri, sottoposti ad accertamenti per ferite lievi, sono già tornati in servizio.

CENTCOM Statement on Recently Fallen, Missing U.S. Service Members

TAMPA, Fla. — On July 17, two U.S. service members in Jordan were killed in action as U.S. Central Command (CENTCOM) and partner forces defended against Iranian ballistic missile and drone attacks. Additionally,…
— U.S. Central Command (@CENTCOM) July 18, 2026


Khamenei accusa Trump di aver tradito l’accordo


Poche ore dopo, in una dichiarazione scritta rilanciata dai media di Stato iraniani, la Guida Suprema Mojtaba Khamenei ha accusato il presidente Donald Trump di aver violato l’intesa raggiunta tra Washington e Teheran. “Le ripetute violazioni del memorandum d’intesa firmato dai presidenti di Iran e Stati Uniti da parte del Grande Satana hanno dimostrato ancora una volta quanto sia priva di valore e inaffidabile la firma del presidente americano”, ha scritto Khamenei.

Con l’espressione “Grande Satana”, la nuova Guida Suprema torna così al lessico tradizionale della retorica rivoluzionaria iraniana, già riaffiorato nei suoi interventi dei mesi scorsi dopo il fallimento dell’intesa con l’Amministrazione Trump. Nella stessa dichiarazione Khamenei ha definito “prepotenza, ambizioni egemoniche e brutalità” elementi “inseparabili del comportamento e della dottrina americani”. Gli Stati Uniti, ha aggiunto, hanno “rivelato ancora una volta il loro vero volto, senza maschera”.

Khamenei ha quindi accusato Washington di “voler scatenare una nuova guerra” e ha avvertito che, se l’escalation dovesse proseguire, gli Stati Uniti pagheranno “costi ancora più pesanti” e subiranno “un disonore ancora maggiore”. L’Iran e “l’Asse della resistenza”, ha minacciato, hanno in serbo per gli americani “lezioni indimenticabili”.


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