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Sono ormai oltre 80 anni che si parla di esercito europeo. C’è stata una persona che, per l’esercito europeo, si fece condannare a due anni di carcere. Quella persona era Olivier Dupuis, che nel 1985 rifiutò la leva nell’esercito del Belgio. È morto oggi, con eutanasia ottenuta nel suo Paese, ma c'è molto da imparare dalla sua storia.

Ne ho parlato in un'uscita speciale della mia newsletter proprio oggi, la trovate su Substack.

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Rudy Giuliani ricoverato in ospedale in condizioni critiche


L'ex sindaco di New York e ex legale di Trump ha 81 anni. Il suo portavoce ha chiesto preghiere per quello che definisce ancora "il sindaco d'America". Il presidente ha scritto sui social che Giuliani è stato "il miglior sindaco nella storia di New York City".

Rudy Giuliani è stato ricoverato in ospedale e si trova in condizioni critiche ma stabili. Lo ha reso noto ieri sera Ted Goodman, portavoce dell’ex legale del presidente Donald Trump e già sindaco di New York City, oggi 81enne. Goodman non ha fornito dettagli immediati sulle cause del ricovero, ma ha definito Giuliani "un combattente che ha affrontato ogni difficoltà della sua vita con forza incrollabile, e che sta combattendo con la stessa forza anche ora". Il portavoce ha poi aggiunto:

"Vi chiediamo di unirvi a noi in preghiera per il sindaco d’America".


Anche Trump è intervenuto su Truth Social:

"Il nostro favoloso Rudy Giuliani, un vero guerriero e di gran lunga il miglior sindaco nella storia di New York City, è stato ricoverato in ospedale e si trova in condizioni critiche".


Dal municipio di New York all’alleanza con Trump


Giuliani è stato sindaco di New York dal 1994 al 2001, dopo aver ricoperto negli anni Ottanta l’incarico di procuratore federale per il distretto sud di New York. Divenne noto come "il sindaco d’America" dopo gli attentati terroristici dell’11 settembre 2001.

Nel 2008 si candidò senza successo alla presidenza degli Stati Uniti. In seguito diventò consigliere di Trump durante la campagna presidenziale del 2016, entrò nel suo team legale nel 2018 e rimase uno dei suoi alleati più fedeli anche dopo la fine del mandato.

Le vicende giudiziarie degli ultimi anni


Negli ultimi anni Giuliani ha affrontato diverse questioni legali. È stato radiato dall’albo degli avvocati sia a New York sia a Washington e ha dovuto rispondere ad accuse statali in Arizona e Georgia, rispetto alle quali si è dichiarato non colpevole. Le accuse riguardavano presunti tentativi di ribaltare la sconfitta elettorale di Trump alle presidenziali del 2020 contro Joe Biden.

Giuliani ha inoltre raggiunto un accordo in una causa per diffamazione intentata da due scrutatrici della Georgia, dopo essere stato condannato a pagare loro 148 milioni di dollari di danni. Lo scorso novembre Trump ha annunciato la grazia per Giuliani e altri 76 alleati coinvolti in procedimenti statali legati a vicende per le quali si erano dichiarati non colpevoli. Le grazie sono state considerate in gran parte simboliche, perché i presidenti non hanno il potere di graziare reati perseguiti a livello statale.

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Hormuz, tregua a rischio: l'Iran minaccia le navi Usa dopo l'annuncio del "Project Freedom"


Teheran avverte: ogni nave che attraversa lo Stretto senza il suo consenso sarà attaccata. Il Brent sale del 2% e tocca di nuovo i 110 dollari al barile. Gli Emirati accusano l'Iran di attacchi con droni in violazione del cessate il fuoco.

L'Iran ha respinto il piano statunitense per liberare le navi bloccate nello Stretto di Hormuz e minaccia ora di attaccare tutte le unità militari americane e i mercantili che tentino di attraversare il passaggio strategico senza l'autorizzazione di Teheran. Lo riportano i media iraniani, riferendosi all'annuncio fatto ieri dal presidente Donald Trump: un'operazione chiamata "Project Freedom" per scortare verso la salvezza le navi rimaste intrappolate nel Golfo.

Ali Abdollahi, comandante del Khatam al-Anbiya, il comando centrale unificato delle Forze Armate iraniane, ha avvisato, tramite i media di Stato iraniani, che "tutte le navi commerciali e le petroliere" devono "astenersi da qualsiasi tentativo di transito senza coordinamento con le Forze Armate" iraniane. Ogni forza militare straniera, in particolare quella statunitense, "se intende avvicinarsi o entrare nello Stretto di Hormuz, sarà presa di mira e attaccata".

Il Comando Centrale degli Stati Uniti, ovvero il comando militare americano responsabile per il Medio Oriente, sostiene invece che oggi due petroliere battenti bandiera statunitense abbiano attraversato lo Stretto senza conseguenze, ma non ha chiarito se fossero state o meno scortate da unità militari americane. Da parte loro, i Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno smentito il transito di queste navi tramite una dichiarazione rilasciata all'agenzia di stampa Tasnim, definendo le affermazioni americane come "false e prive di fondamento".
Hormuz, lo stretto che blocca il mondo — FocusAmerica

Iran vs Project Freedom

Hormuz, lo Stretto
che continua a bloccare il mondo


Teheran rifiuta il piano americano per portare in sicurezza le navi bloccare e minaccia di colpire qualsiasi unità che attraversi senza autorizzazione. Il Brent torna a 110 dollari, gli Emirati intercettano missili sopra Dubai.

FocusAmerica Aggiornato al 4 maggio 2026

Brent · prezzo del greggio oggi

$ 110 / barile
+2% nella giornata

Sopra il livello psicologico dei 100 dollari per l'undicesimo giorno consecutivo
L'effetto del blocco di Hormuz si scarica sul mercato globale. La paralisi del passaggio iraniano resta il fattore dominante per i prezzi dell'energia.
Picco recente: 126 $

Esplora la crisi
1 Lo Stretto 2 Le forze 3 Gli Emirati 4 Cronologia

Geografia di un punto critico

33 km di mare per un quinto dell'energia globale


Lo Stretto di Hormuz collega il Golfo Persico all'Oceano Indiano. Tra le coste dell'Iran e quelle dell'Oman le acque si restringono fino a poche decine di km: si tratta di una singola arteria attraverso cui transita una quota decisiva del petrolio e del gas naturale liquefatto del pianeta.

GOLFO PERSICO GOLFO DI OMAN IRAN Bandar Abbas QESHM Hormuz Larak EMIRATI ARABI UNITI OMAN Penisola di Musandam Khasab Fujairah 33 km punto più stretto 30 km N

~20%
Del petrolio mondiale transitava prima della guerra da Hormuz

~20%
Quota analoga di gas naturale liquefatto globale

Lo scenario di chiusura totale era stato a lungo escluso dagli analisti. Quelle valutazioni, scrive Axios, "precedevano l'era dei droni": oggi un drone economico può causare danni enormi a una grande petroliera. Daniel Yergin · esperto di energia, ad Axios

Project Freedom

Il piano americano per scortare le navi bloccate


Trump ha annunciato l'operazione per liberare i mercantili intrappolati nel Golfo. Il Pentagono ha confermato l'impiego di forze significative, ma ha fornito pochi dettagli sul livello di protezione previsto.

15.000
Militari americani impegnati nell'assistenza alle navi

Cacciatorpediniere
Diverse unità di superficie schierate dal Pentagono

2
Petroliere USA che oggi avrebbero attraversato lo Stretto secondo CENTCOM

Mine iraniane
Disseminate lungo il passaggio. Livello di copertura ancora poco chiaro

L'operazione

Project Freedom

Piano americano per scortare i mercantili intrappolati. Trump ha promesso che ogni interferenza iraniana sarà gestita "con la forza". I funzionari statunitensi non hanno chiarito se le petroliere transitate oggi fossero o meno sotto scorta militare.

Versioni contrapposte sul transito di oggi

Stati Uniti · CENTCOM
Due petroliere battenti bandiera USA hanno attraversato lo Stretto senza conseguenze.

Iran · Pasdaran
Il transito è una notizia "falsa e priva di fondamento", smentita all'agenzia Tasnim.

Prima volta dal cessate il fuoco

La salva missilistica iraniana contro gli Emirati


Dubai ha attivato l’allerta di emergenza per la prima volta dall’inizio della tregua. Le difese aeree del Paese hanno intercettato missili balistici, missili cruise e droni lanciati dall’Iran.

4

Missili lanciati dall'Iran sugli Emirati
Secondo il Ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti, si tratta del primo attacco diretto dopo il cessate il fuoco di inizio aprile.

Esito dell'attacco

3
Intercettati dalle difese aeree emiratine

1
Caduto in mare, nessun impatto sul territorio

+
Ulteriori missili e droni in arrivo, ancora ingaggiati dalla difesa aerea

Obiettivi colpiti dai droni

Fujairah · sito petrolifero
Vasto incendio dopo un attacco di droni attribuito a Teheran. Le autorità locali hanno confermato i danni.

Petroliera ADNOC · Stretto di Hormuz
Colpita da un drone mentre tentava di attraversare lo Stretto, secondo le accuse di Abu Dhabi.

Dalla tregua al nuovo scontro

Come si è arrivati al braccio di ferro su Hormuz


La tregua provvisoria, i negoziati in stallo, la promessa americana e il rifiuto netto di Teheran: le tappe degli ultimi due mesi.

Inizio aprile
Cessate il fuoco tra Stati Uniti, Israele e Iran. La tregua sospende il conflitto per consentire nuove trattative sul programma nucleare iraniano, senza risolverlo.

Metà aprile
Negoziati arenati tra Washington e Teheran. I colloqui sembrano essersi fermati senza esiti.

Ieri
Trump annuncia "Project Freedom": un'operazione militare per scortare le navi bloccate fuori dal Golfo. "Ogni interferenza sarà gestita con la forza".

Oggi
L'Iran rigetta il piano e minaccia di attaccare ogni nave non autorizzata. Quattro missili sugli Emirati. Il Brent torna a 110 dollari.

L'asimmetria globale

Stati Uniti
Meno esposti al petrolio del Golfo del passo. Sono diventati il primo produttore mondiale di greggio e gas naturale.

Europa e UK
Vulnerabili. Cercano soluzioni per il libero passaggio delle navi nello Stretto ma escludono un coinvolgimento diretto prima della fine della guerra.

Fonti Media iraniani statali, agenzia Tasnim · CENTCOM · Pentagono · Ministero della Difesa Emirati Arabi Uniti · Axios · dichiarazioni ufficiali Casa Bianca. Aggiornamento del 4 maggio 2026.

Il blocco dello Stretto fa salire di nuovo il petrolio


Lo Stretto di Hormuz è il passaggio più importante del sistema energetico globale: in condizioni normali vi transitava circa un quinto del petrolio mondiale e una quota analoga di gas naturale liquefatto. Il blocco imposto da Teheran ha spinto l'Amministrazione Trump a rispondere con un cordone navale attorno ai porti iraniani. In questo contesto il Brent, il principale riferimento internazionale per il prezzo del greggio, è salito oggi di quasi il 2%, toccando di nuovo i 110 dollari al barile, dopo aver raggiunto un massimo di 126 dollari nelle settimane precedenti.

Trump aveva detto che qualsiasi interferenza iraniana nell'operazione "Project Freedom" sarebbe stata gestita "con la forza". Il Pentagono ha dichiarato che circa 15.000 militari e diversi cacciatorpediniere sono impegnati nel fornire assistenza alle navi bloccate. Ma i funzionari statunitensi hanno fornito pochi dettagli sul livello di protezione che intendono garantire alle navi bloccate in un passaggio ormai disseminato di mine iraniane.

L'Iran torna ad attaccare gli Emirati Arabi Uniti


La giornata è stata segnata da una nuova ondata di tensioni nel Golfo. Per la prima volta dal cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, entrato in vigore a inizio aprile, Dubai ha attivato un'allerta di emergenza per un possibile lancio di missili, poi rientrata. Il Ministero della Difesa degli Emirati Arabi Uniti ha riferito che dall'Iran sono partiti 4 missili: 3 sono stati intercettati e uno è caduto in mare. In una dichiarazione successiva pubblicata su X, lo stesso ministero ha precisato che le difese aeree del Paese stanno "ingaggiando altri attacchi missilistici e droni in arrivo dall'Iran" e che "le esplosioni udite in diverse parti del Paese sono il risultato dei sistemi di difesa aerea che intercettano missili balistici, missili cruise e droni".

Sempre negli Emirati Arabi Uniti, le autorità di Fujairah hanno segnalato la presenza di un vasto incendio in un sito petrolifero dopo un attacco di droni attribuito a Teheran. Gli Emirati accusano inoltre l'Iran di avere colpito con un altro drone una petroliera della compagnia statale ADNOC mentre tentava di attraversare lo Stretto.

La leva di Teheran e il timore di una nuova escalation


Il blocco dello Stretto è indubbiamente uno degli ostacoli principali ai negoziati in corso per porre fine alla guerra. La tregua tra Stati Uniti, Israele e Iran, entrata in vigore il mese scorso, è infatti solo temporanea: ha sospeso il conflitto per consentire trattative sul programma nucleare iraniano, ma non lo ha risolto. I negoziati che erano stati condotti a metà aprile tra Washington e Teheran sembrano essersi arenati. La promessa di Trump di liberare le navi bloccate punta così a indebolire una delle principali leve di Teheran al tavolo, cioè la capacità di condizionare i mercati petroliferi globali.

Una chiusura totale dello Stretto di Hormuz è stata a lungo considerata dagli analisti energetici uno scenario quasi impensabile. Lo racconta Axios, citando due esercitazioni di pianificazione, una del 2007 e una del 2022, in cui gli esperti avevano preso in esame l’ipotesi di un blocco completo, per poi scartarla perché ritenuta troppo improbabile o troppo ampia per essere gestita. Daniel Yergin, esperto di energia che aveva partecipato alla prima esercitazione, ha osservato ad Axios che quello scenario "precedeva l’era dei droni" e che oggi la realtà è che "un drone molto economico può causare danni enormi a una grande petroliera".

C’è però anche il rovescio della medaglia: gli Stati Uniti sono oggi meno esposti che in passato. L’economia americana dipende meno dal petrolio del Golfo e il Paese è diventato il primo produttore mondiale di greggio e gas naturale. Il resto del mondo resta invece vulnerabile. Regno Unito e Paesi europei stanno cercando soluzioni per garantire il libero passaggio attraverso lo Stretto, ma escludono un coinvolgimento diretto prima della fine della guerra. Trump aveva chiesto a Londra e Parigi di pattugliare subito quelle acque, una richiesta che i leader europei hanno rigettato perché temono possa trascinarli in un conflitto che non hanno voluto e del quale sono stati tenuti all'oscuro fino all'ultimo.

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La corsa quantistica dell’Italia inciampa prima di partire. Quantum manca alla strategia nazionale per competere davvero

Le risorse promesse (o auspicate) dal governo non sono state ancora stanziate: mancano coordinamento e 1 miliardo di euro. E la fine dei fondi del Pnrr è sempre più vicina

@informatica

wired.it/article/corsa-quantis…

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La Nato si sta "disintegrando", l'allarme del premier polacco


Donald Tusk lancia l'allarme dopo l'annuncio di Washington di ritirare circa 5.000 soldati americani dalla Germania nei prossimi mesi. La decisione accelerata dalle tensioni tra Trump e il cancelliere tedesco Merz sulla guerra in Iran.

Il primo ministro polacco Donald Tusk ha lanciato l’allarme sulla tenuta dell’Alleanza Atlantica dopo l’annuncio degli Stati Uniti di ritirare migliaia di soldati dalla Germania. Secondo Tusk, la Nato si sta "disintegrando".

"La minaccia più grande per la comunità transatlantica non sono i suoi nemici esterni, ma la disintegrazione in corso della nostra alleanza. Dobbiamo fare tutto il necessario per invertire questa tendenza disastrosa".


Il ritiro americano dalla Germania


Le parole del premier polacco arrivano dopo che Washington ha reso noto un piano per ritirare circa 5.000 soldati americani dalla Germania nell’arco dei prossimi 6-12 mesi. Il presidente statunitense Donald Trump aveva già ordinato una riduzione della presenza militare americana nel Paese durante il suo primo mandato, ma il processo è stato fermato ed è tornato alla ribalta solo questa settimana dopo alcune dichiarazioni del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ha definito gli Stati Uniti "umiliati" durante i negoziati con l’Iran.

Trump ha replicato giovedì con un post su Truth Social, sostenendo che Merz dovrebbe concentrarsi di più sulla fine della guerra in Ucraina e sul "suo Paese in frantumi", invece di interferire con i negoziati in corso. Un alto funzionario del Pentagono, parlando in condizione di anonimato, ha definito la retorica tedesca degli ultimi giorni "inappropriata e poco utile". "Il presidente sta giustamente reagendo a queste osservazioni controproducenti", ha dichiarato la fonte.
La crepa atlantica — FocusAmerica

NATO in crisi · Maggio 2026

La crepa nell'Alleanza Atlantica:
il ritiro americano dalla Germania


Il Pentagono richiama 5.000 soldati nei prossimi 6-12 mesi. Tusk avverte: la Nato si "disintegra". È il contraccolpo dello scontro Trump-Merz sulla guerra all'Iran — e anche Italia e Spagna ora sono nel mirino.

Fonti DMDC · Pentagono · AP · Reuters Aggiornato al 4 maggio 2026

Truppe USA in Germania · prima e dopo

~31.400

In ritiro
−5.000

Totale attuale: 36.436 Ritiro previsto in 6-12 mesi

53,5%
Quota tedesca sul totale truppe USA in Europa

75.000
Soglia minima fissata dall'NDAA 2026

Esplora la crisi
1 Le truppe 2 Le voci 3 Lo scontro 4 Cosa salta

Distribuzione in Europa

La Germania resta il pilastro della presenza USA, ma l'Europa trema


Personale militare USA permanente in Europa al 31 dicembre 2025 (DMDC). La Germania ospita più della metà dell'intero contingente. Italia e Spagna sono già state minacciate di ritiri analoghi.

Germania−5.000 in ritiro

36.436

ItaliaMinaccia ritiro

12.662

Regno Unito

10.156

SpagnaMinaccia ritiro

3.814

Polonia+10.000 rotaz.

369

Romania

153

Permanenti
In ritiro
Sotto minaccia

Sommando le truppe permanenti, Germania, Italia e Spagna ospitano il 78% di tutto il personale militare USA in Europa. Tutti e tre i Paesi sono ora oggetto di ritiri già annunciati o minacciati.

Le voci della crisi

4 reazioni opposte allo stesso annuncio


Tocca un nome per leggere le parole esatte e il contesto in cui sono state pronunciate.

Donald Tusk
Primo ministro della Polonia

Allarme

"La minaccia più grande per la comunità transatlantica non sono i suoi nemici esterni, ma la disintegrazione in corso della nostra Alleanza."

Per Varsavia, ogni indebolimento del fianco occidentale della NATO si traduce in una maggiore esposizione al confine orientale con Russia e Bielorussia.

Boris Pistorius
Ministro della Difesa tedesco

Pragmatismo

"Noi europei dobbiamo assumerci maggiori responsabilità per la nostra sicurezza. La Germania è sulla strada giusta."

Pistorius definisce il ritiro "previsto" e per calmare gli animi ricorda l'espansione delle Forze Armate tedesche, l'accelerazione degli appalti militari e il rafforzamento delle infrastrutture militari europee.

Donald Trump
Presidente degli Stati Uniti

Attacco

"Andremo ben oltre il ritiro dei primi 5.000 soldati."

Su Truth Social aveva attaccato Merz, invitandolo a occuparsi del "suo Paese in frantumi" invece di interferire nei negoziati con l'Iran. Minacce simili sono arrivate anche per Italia e Spagna.

Pentagono
Alto funzionario · anonimato

Reazione

"Il presidente sta giustamente reagendo a osservazioni controproducenti. La retorica tedesca è stata inappropriata e poco utile."

La decisione di Trump, secondo il portavoce Sean Parnell, segue "una revisione approfondita della postura delle forze in Europa" e tiene conto "delle condizioni sul terreno".

L'innesco

I 7 giorni passati dalle accuse di Merz al ritiro


La sequenza che ha trasformato una critica diplomatica in una rottura militare. Tocca un evento per i dettagli.

28 feb 2026
Inizia la guerra USA-Israele contro l'Iran

L'operazione anglo-americana parte ma non porta alla risoluzione rapida della crisi che l'Amministrazione Trump si attendeva. Lo Stretto di Hormuz resta paralizzato.

Fine apr 2026
Merz: "Gli Stati Uniti sono stati umiliati dall'Iran"

Il cancelliere tedesco critica l'assenza di una strategia americana sulla guerra. È la frase che innesca tutta la crisi diplomatica successiva.

29 apr 2026
Trump risponde su Truth: "Tuo Paese in frantumi, pensa all'Ucraina"

Il presidente statunitense attacca Merz, gli intima di occuparsi della Germania e della guerra in Ucraina, e minaccia per la prima volta il ritiro delle truppe americane.

30 apr 2026
La minaccia si estende a Italia e Spagna

Trump risponde "probabilmente" alla domanda se stia valutando ritiri analoghi anche dagli altri due grandi Paesi europei che non hanno appoggiato la campagna anti-Iran e che ospitano basi militari americane.

1 mag 2026
Il Pentagono ufficializza: ritiro di 5.000 soldati dalla Germania

Il portavoce Parnell annuncia il ritiro su ordine del Segretario alla Difesa Pete Hegseth. I servizi militari, secondo un funzionario del Dipartimento della Difesa, hanno appreso la decisione "in tempo reale", ovvero senza essere preavvisati.

2 mag 2026
Trump rilancia: "Taglieremo ben oltre i 5.000"

In Florida, il presidente prospetta un ritiro ancora più ampio di quello annunciato, ma senza fornire numeri.

3 mag 2026
Tusk: la NATO si sta "disintegrando"

Il primo ministro polacco lancia il monito più duro tra i leader europei. La NATO chiede ufficialmente a Washington maggiori delucidazioni sulla decisione di Trump.

Le ricadute

Cosa cambia davvero per la difesa europea


Oltre ai 5.000 soldati, salta anche un programma di deterrenza missilistica chiave. E il Congresso USA si interroga sui limiti di legge.

Deterrenza Cancellato
Il battaglione Tomahawk in Germania non si fa più

L'Amministrazione Biden aveva pianificato lo schieramento del Long-Range Fires Battalion, dotato di missili Tomahawk e armi ipersoniche a lungo raggio. Berlino lo considerava un deterrente cruciale contro la Russia. Ora il piano è saltato.

1
Battaglione cancellato

~2.500 km
Gittata Tomahawk

Limite legale Vincolante
L'NDAA 2026 fissa una soglia minima di truppe USA in Europa

Il budget 2026 del Pentagono approvato dal Congresso vieta riduzioni permanenti delle truppe americane sotto quota 75.000 effettivi nell'intero teatro europeo. Oggi le truppe permanenti USA in Europa sono circa 68.000 — un numero già sotto la soglia prevista. Includendo però le rotazioni si arriva a 80-100mila.

75.000
Soglia NDAA

68.064
Permanenti oggi

80-100k
Con rotazioni

Hub strategici Operativi
Perché la Germania resta centrale per gli USA

In Germania si trovano il comando USA per Europa e Africa, la base aerea di Ramstein e il centro medico militare di Landstuhl, che ha curato molti soldati feriti delle guerre in Iraq e Afghanistan. Il Pentagono non ha chiarito quali installazioni saranno coinvolte nel ritiro.

79
Installazioni USA

2
Comandi continentali

1
Ospedale militare

Fonti Defense Manpower Data Center (DMDC, dicembre 2025) · Pentagono / Sean Parnell · Reuters Factbox · Associated Press · CNN · NPR · Washington Post · NDAA 2026. Dati permanenti al 31 dicembre 2025; il resto aggiornato al 4 maggio 2026.

Lo stop al piano sui missili Tomahawk


La decisione americana prevede anche l’abbandono di un piano dell’era Biden per schierare in Germania un ulteriore battaglione statunitense dotato di missili Tomahawk a lungo raggio. Per Berlino si tratta di un duro colpo: il governo tedesco aveva sostenuto con forza quella misura, considerandola un deterrente significativo contro la Russia. La Germania ospita attualmente quasi 40.000 soldati americani, la più ampia presenza militare statunitense in Europa, e svolge un ruolo centrale come hub logistico e di addestramento.

Il Ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha comunque accolto la decisione con pragmatismo, sottolineando che un ritiro parziale delle forze statunitensi era già previsto. "Noi europei dobbiamo assumerci maggiori responsabilità per la nostra sicurezza", ha dichiarato, aggiungendo che "la Germania è sulla strada giusta" grazie all’espansione delle proprie Forze Armate, all’accelerazione degli appalti militari e al potenziamento delle infrastrutture militari.

Il Pentagono non ha precisato quali basi saranno interessate dal ritiro, né se le truppe torneranno negli Stati Uniti o saranno ridistribuite in altre aree d’Europa o del mondo. Un portavoce della NATO ha dichiarato che l’Alleanza ha chiesto a Washington maggiori delucidazioni e dettagli sulla decisione.

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La crisi del carburante travolge le compagnie aeree americane


L'aumento del prezzo del jet fuel innescato dalla guerra in Iran sta costando miliardi al settore aeronautico statunitense. Spirit Airlines ha cessato le operazioni dopo il fallimento del salvataggio federale. Altre compagnie rischiano lo stesso destino.
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Spirit Airlines ha cessato le operazioni. È la prima vittima di rilievo della crisi del carburante per aerei, il jet fuel, che sta mettendo sotto pressione il trasporto aereo mondiale. Il vettore low cost statunitense ha chiuso dopo il fallimento dei tentativi di ottenere aiuti dal governo federale. Come riferisce il Wall Street Journal, venerdì sera il team operativo si era riunito in una war room nel quartier generale della compagnia, in Florida, per monitorare gli ultimi voli. Spirit stava consumando la liquidità necessaria per uscire dalla bancarotta, la seconda in meno di due anni.

La compagnia era però già in difficoltà da tempo, soprattutto dopo che un giudice aveva bloccato la fusione con JetBlue. La guerra in Iran ha dato il colpo di grazia, facendo schizzare i prezzi del jet fuel. All’interno dell’Amministrazione Trump i funzionari si sono divisi sull’opportunità e sulle modalità di un salvataggio, mentre alcuni obbligazionisti di Spirit hanno fatto resistenza, temendo di subire perdite. "Che sia finita così è davvero deludente", ha commentato amaramente l’amministratore delegato Dave Davis.

Spirit Airlines chiude definitivamente, cancellati tutti i voli
La compagnia aerea low-cost ha annunciato la cessazione immediata delle operazioni dopo il fallimento delle trattative per un salvataggio. Quasi 17.000 dipendenti coinvolti e migliaia di passeggeri bloccati senza possibilità di rimborso per le spese extra sostenute.
Focus AmericaRedazione

Le compagnie aeree chiedono aiuti, rischio rincari


Anche i grandi vettori soffrono. Ad aprile American Airlines ha stimato che i costi del carburante potrebbero aumentare di 4 miliardi di dollari e ha avvertito che a causa di questo potrebbe chiudere il 2026 in perdita. Solo 3 mesi prima, la compagnia di Fort Worth, in Texas, aveva previsto utili fino a 2,70 dollari per azione. Anche United Airlines ha tagliato le stime di profitto.

Le low cost restano però le più esposte. Il mese scorso i loro dirigenti hanno incontrato il Segretario ai Trasporti Sean Duffy e il numero uno della Federal Aviation Administration, Bryan Bedford, per una verifica sulla tenuta finanziaria del comparto. Dopo l'incontro, hanno chiesto all'Amministrazione Trump 2,5 miliardi di dollari di aiuti per compensare l'effetto dei rincari del carburante.

Per le compagnie che puntano sui passeggeri più attenti al prezzo, aumentare le tariffe è una mossa delicata. "Non puoi semplicemente trasferire un aumento di questa portata sui clienti da un giorno all'altro", ha detto al Wall Street Journal l'amministratore delegato di un'altra compagnia low cost, Avelo, Andrew Levy. "Ma non c'è modo di evitarlo".

Da quando la guerra in Iran ha messo sotto pressione le forniture di jet fuel, le tariffe aeree sono già aumentate cinque volte e un sesto rincaro era in corso a fine aprile. I vettori contano di recuperare quasi per intero l'aumento dei costi entro la fine dell'anno, ma molto dipenderà dalla reazione dei consumatori. "Non possiamo fare nulla sui prezzi del carburante", ha dichiarato l'amministratore delegato di Southwest Bob Jordan. "Alla fine, sono i consumatori a decidere quanto sono disposti a pagare e quanto no, non certo un algoritmo".

L'uscita di scena di Spirit ridisegna il mercato


La fine di Spirit, paradossalmente, offre comunque una boccata d'ossigeno ai concorrenti. JetBlue ha annunciato subito 11 nuove destinazioni e secondo gli analisti verranno eliminate lentamente dal mercato le rotte non redditizie, restituendo alle compagnie low cost superstiti maggiore potere sui prezzi.

Non sarebbe, del resto, la prima volta che il costo del carburante ridisegna la geografia del trasporto aereo. Già nel 2008, tra economia in frenata e prezzi del carburante alle stelle, Aloha Airlines, ATA Airlines e Skybus Airlines cessarono le operazioni nell’arco di circa una settimana.


Spirit Airlines chiude definitivamente, cancellati tutti i voli


Spirit Airlines ha annunciato questa mattina la chiusura definitiva delle operazioni con effetto immediato. La compagnia aerea low-cost ha cancellato tutti i voli e avviato quella che ha definito una “cessazione ordinata” delle attività, mettendo fine a 34 anni di presenza nell’aviazione americana. La decisione coinvolge migliaia di voli già programmati e circa 17.000 dipendenti.

“A tutti i nostri clienti: tutti i voli sono stati cancellati e il servizio clienti non è più disponibile”, ha comunicato la compagnia in una nota ufficiale. Spirit ha aggiunto di essere “orgogliosa dell’impatto del nostro modello ultra-low-cost sull’industria negli ultimi 34 anni” e di aver sperato di poter servire i propri clienti ancora a lungo. Al momento dell’entrata in vigore della chiusura, nessun aereo Spirit era in volo.

La decisione arriva dopo il fallimento delle trattative per un salvataggio finanziario che avrebbe dovuto consentire alla compagnia di uscire dal secondo fallimento in meno di un anno. I piani di rilancio sono stati però compromessi dall’aumento dei costi del carburante per aerei, legato allo scoppio della guerra con l’Iran. “Nonostante gli sforzi della compagnia, il recente aumento significativo dei prezzi del petrolio e altre pressioni sul business hanno inciso in modo rilevante sulle prospettive finanziarie di Spirit”, ha spiegato l’azienda. “In assenza di nuovi finanziamenti disponibili, Spirit non ha avuto altra scelta se non avviare questa cessazione”.

Il mese scorso Spirit aveva chiesto assistenza finanziaria alla Casa Bianca e, in un primo momento, il presidente Donald Trump era sembrato disponibile a valutare un intervento. Ma venerdì sono emerse indiscrezioni sull’imminenza della chiusura, dopo l’interruzione delle trattative tra l’azienda, i detentori delle obbligazioni e l’Amministrazione Trump. “Mantenere in vita il business richiedeva centinaia di milioni di dollari di liquidità aggiuntiva che Spirit semplicemente non ha e non era più in grado di procurarsi”, ha dichiarato Dave Davis, presidente e amministratore delegato della compagnia. “È tremendamente deludente e non è il risultato che nessuno di noi voleva”.

L’impatto immediato della chiusura ricade sui passeggeri che avevano prenotato un volo, compresi quelli già in viaggio e in attesa del rientro. Sul sito dedicato alla chiusura, Spirit ha invitato i clienti a non recarsi in aeroporto e li ha indirizzati a una pagina per verificare lo stato dei rimborsi e i passaggi successivi. La compagnia ha precisato che i rimborsi saranno processati automaticamente per i voli acquistati direttamente con carta di credito o di debito, mentre chi ha prenotato tramite agenzie di viaggio dovrà rivolgersi all’intermediario utilizzato.

Resta però un nodo critico per molti viaggiatori: Spirit non rimborserà i costi sostenuti a causa delle cancellazioni, come pernottamenti d’emergenza o altre spese impreviste, salvo eventuali coperture previste dalle polizze assicurative di viaggio. Una clausola che potrebbe lasciare molti passeggeri esposti a costi significativi.

Spirit Airlines aveva vissuto il suo periodo di massimo successo a metà degli anni 2010, quando aveva aperto 28 nuove rotte in meno di un anno ed era arrivata a una valutazione fino a 6 miliardi di dollari. La compagnia aveva attirato i passeggeri con le sue tariffe “bare fare”, un modello in cui il prezzo base del biglietto veniva mantenuto molto basso, mentre quasi tutto il resto, dalle bevande ai bagagli a mano da sistemare nelle cappelliere, prevedeva un costo aggiuntivo. Pur trasportando solo una quota limitata dei passeggeri americani, Spirit era stata per un periodo tra le compagnie più redditizie del settore negli Stati Uniti.

Da tempo al centro di voci su possibili acquisizioni, in un comparto abituato a fusioni e consolidamenti, Spirit aveva tentato di vendersi a JetBlue nel 2022, dopo le difficoltà incontrate nel ritrovare stabilità finanziaria dopo la pandemia. Se l’accordo fosse andato in porto, avrebbe dato vita alla quinta compagnia aerea più grande del Paese. I funzionari del Dipartimento di Giustizia, durante l’Amministrazione Biden, avevano però sostenuto che l’operazione avrebbe violato le norme antitrust federali. Nel 2024 un giudice aveva accolto questa posizione, bloccando la fusione.

Pochi mesi dopo, Spirit aveva presentato per la prima volta istanza di protezione fallimentare per far fronte ai propri obblighi di debito, diventando la prima grande compagnia aerea americana a ricorrere al Chapter 11 dal 2011. Un giudice aveva approvato un piano di riorganizzazione all’inizio del 2025, ma la società era stata costretta a presentare una nuova istanza ad agosto, a causa della debolezza della domanda tra i viaggiatori a basso costo e del forte aumento dei costi. A dicembre erano emerse discussioni su una possibile fusione con Frontier Airlines, ma anche quel negoziato non aveva prodotto risultati.

Le origini di Spirit risalgono a una società di autotrasporti del Michigan fondata negli anni Sessanta, mentre le operazioni aeree erano iniziate negli anni Ottanta. Nel 1999 l’azienda aveva trasferito la propria sede nell’area di Fort Lauderdale, in Florida, dove è rimasta fino alla chiusura. Alla fine del 2025 impiegava circa 17.000 persone.


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Sentenza Voting Rights Act, anche i Dem puntano ora a ridisegnare nuove mappe elettorali


Cresce il pressing per nuovi ridisegni delle mappe elettorali in vista del 2028. Nel mirino, in particolare, Maryland, Illinois, New York, Colorado e California.

La sentenza con cui questa settimana la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ulteriormente indebolito il Voting Rights Act sta cambiando anche i calcoli del Partito Democratico sui collegi elettorali. Secondo Axios, che ha raccolto le voci di oltre una ventina di parlamentari democratici federali e statali, la decisione apre la strada a possibili ridisegni delle mappe in diversi Stati a maggioranza democratica o considerati contendibili in vista del voto del 2028.

Il leader della minoranza democratica alla Camera dei Rappresentanti, il deputato Hakeem Jeffries, in un'intervista a Politico, ha già indicato New York, Illinois, Colorado e Maryland come possibili obiettivi. Ma la lista potrebbe allargarsi. Il deputato Pete Aguilar, ha detto ad Axios che anche la California potrebbe intervenire di nuovo, dopo aver già ridisegnato la mappa in tempo per le midterm 2026. "Vedremo cosa faranno gli Stati del Sud in vista del 2028, quando la California risponderà come ha già fatto con il Texas", ha dichiarato. "Non ci tireremo indietro neppure da questa battaglia". Aguilar ha citato anche Washington e Oregon come possibili target, pur riconoscendo che lì la partita è più complicata.
La nuova battaglia delle mappe — FocusAmerica

Verso il 2028 · Mappe e seggi in ballo

La nuova battaglia delle mappe elettorali: dove i democratici intendono ridisegnare i distretti


Dopo la sentenza Louisiana v. Callais del 29 aprile 2026, che ha indebolito la Sezione 2 del Voting Rights Act, il Partito Democratico cerca di guadagnare seggi in cinque Stati a maggioranza democratica. Ma non tutti i fronti sono ugualmente percorribili.

Fonti: Axios, Politico, NAACP LDF, NYT Aggiornato al 2 maggio 2026

Sentenza
Callais
6–3
Sentenza della Corte Suprema che ha indebolito la Sezione 2 del VRA

Stima NYT
seggi al Sud
+12
Seggi che il Partito Repubblicano potrebbe guadagnare nel Sud senza il VRA

Stati a maggioranza democratica
nel mirino
5
MD, IL, NY, CO, CA — tutti Stati dove i democratici valutano contromosse

Esplora l'analisi
1 Gli Stati 2 Le barriere 3 La cronologia

Alta — pressione politica forte
Media — ostacoli da rimuovere
Bassa — ridisegno molto difficile

Lo scenario · Cinque Stati

Dove i democratici possono ridisegnare i collegi


Tocca uno Stato per leggere i dettagli. La fattibilità tiene conto degli ostacoli costituzionali, della presenza di commissioni indipendenti e degli equilibri politici interni.

Maryland

Pressione massima
7–1 → 8–0 Obiettivo

A febbraio la Camera statale ha già approvato una mappa che porterebbe i seggi a 8-0. Il presidente del Senato statale Bill Ferguson ha però bloccato il voto, ed è ora il principale ostacolo politico interno.

Ci sarà una pressione enorme affinchè il Maryland si unisca a Virginia e California.Jamie Raskin · deputato democratico

California

Già ridisegnata, ma ora si valuta di più
+5 → ancora più aggressiva

Con la Proposition 50 approvata a novembre, gli elettori hanno sospeso la Commissione bipartisan che si occupava di disegnare i distretti fino al 2032: così già nel 2026 i democratici possono mettere nel mirino 5 dei 9 seggi repubblicani. Ora alcuni parlamentari democratici vogliono spingersi oltre.

Tutto è sul tavolo. Penso che la California possa essere ancora più aggressiva.Dave Min · deputato democratico

Illinois

Sul tavolo l'opzione nucleare
14–3 → 17–0 Scenario

Si discute di una mappa da "opzione nucleare" che eliminerebbe ogni seggio repubblicano nello Stato. La deputata statale La Shawn Ford, in passato critica con il governatore Pritzker, ora apre alla discussione, ma per ora sembra ancora mancare la volontà politica per arrivare al 17-0.

Tutte le opzioni vanno considerate a questo punto.La Shawn Ford · deputata statale

Colorado

L'opportunità più chiara
8 seggi divisi a metà → +3 Possibili

Forse il fronte migliore per i democratici: lo Stato si è spostato a sinistra, ma una Commissione bipartisan ha diviso gli 8 seggi alla Camera in modo equo. I democratici stanno preparando un'iniziativa referendaria per ridisegnare a proprio favore i collegi nel 2028 e nel 2030.

New York

Serve un emendamento costituzionale
Commissione bipartisan Da rimuovere

La governatrice Kathy Hochul sta lavorando con l'Assemblea legislativa statale per cambiare il processo di ridisegno dei collegi elettorali. Il percorso è però lungo: serve un emendamento costituzionale, approvato da due legislature successive e poi confermato da un referendum popolare.

Jeffries fa sul serio: una vittoria al referendum è probabile.Deputato democratico newyorkese · anonimo

New Jersey

Mossa rischiosa
9–3 Già a vantaggio Dem

I democratici hanno già un margine confortevole. Un nuovo ridisegno richiederebbe un emendamento costituzionale e potrebbe rivelarsi controproducente.

Le barriere · Stati con margini ridotti

Dove la partita è quasi impossibile


Per i democratici gli Stati più complicati sono quelli con presenza di Commissioni indipendenti, vincoli costituzionali stringenti o legislature divise.

1

Pennsylvania, Minnesota, Michigan
Vincoli costituzionali, Commissioni indipendenti e legislature divise rendono il ridisegno dei distretti molto difficile. Nel 2018 la Corte Suprema della Pennsylvania ha già bocciato una mappa favorevole ai repubblicani.

2

Wisconsin
La Corte Suprema statale è ora a maggioranza liberal 5 a 2. Il deputato Mark Pocan ipotizza un intervento giudiziario, ma esclude un vero gerrymandering a favore dei democratici.

3

Washington e Oregon
In entrambi gli Stati, margini di manovra estremamente ridotti per i democratici. In Oregon, le regole sul quorum permettono ai repubblicani di bloccare i lavori abbandonando il capoluogo.

Il fronte federale

Alla Camera dei Rappresentanti alcuni esponenti democratici puntano a una legge federale per eliminare il gerrymandering in tutto il Paese. A guidare lo sforzo sarà Jamie Raskin, che si è detto convinto di poter portare a bordo "alcuni" repubblicani.

La cronologia · Come ci siamo arrivati

La corsa al ridisegno delle mappe verso il 2028

Metà 2025
Texas apre il fronte: avvia un ridisegno a metà decennio voluto da Trump per garantire più seggi ai repubblicani.

Novembre 2025
La California risponde: gli elettori approvano la Proposition 50, sospendendo la Commissione bipartisan che si occupava di disegnare i collegi fino al 2032.

Febbraio 2026
Si muove il Maryland: la Camera statale approva la mappa 8-0, bloccata però dal Senato statale.

29 Aprile 2026
Sentenza Callais: la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiara incostituzionale la mappa con due distretti a maggioranza afro-americana della Louisiana. Per Justice Kagan, la Sezione 2 del VRA è diventata di fatto "lettera morta".

Giorni successivi
Oltre venti parlamentari democratici parlano con Axios di possibili nuovi ridisegni dei distretti. La Florida ha approvato subito, in prima battuta, una nuova mappa favorevole ai repubblicani. La governatrice Hochul annuncia revisione del processo di ridisegno dei distretti a New York.

2028
L'orizzonte: prossime elezioni federali con le mappe congressuali potenzialmente ridisegnate in oltre 10 Stati.

Fonti Axios (interviste a oltre 20 parlamentari democratici), Politico, NAACP Legal Defense Fund, New York Times, SCOTUSblog. La stima dei 12 seggi al Sud è del New York Times. Sentenza Louisiana v. Callais.

Maryland


Il Maryland è uno degli Stati dove la pressione è più forte. A febbraio, la Camera dei delegati statale ha approvato una proposta per trasformare l’attuale mappa elettorale, già favorevole ai democratici con 7 seggi a 1, in una mappa da 8 a 0. Il presidente del Senato statale, Bill Ferguson, ha però bloccato il voto. “Ora c’è una pressione enorme affinché il Maryland si unisca a Virginia e California”, ha detto ad Axios il deputato Jamie Raskin. Resta però un nodo politico interno: un delegato statale, rimasto anonimo, ha definito Ferguson “un ostacolo” e ha previsto una sfida contro di lui alle prossime primarie.

Illinois e New York


In Illinois, la deputata statale La Shawn Ford, che aveva contestato un precedente tentativo di ridisegno delle mappe elettorali voluto dal governatore democratico JB Pritzker, ora ha aperto a questa possibilità. "Tutte le opzioni vanno considerate a questo punto", ha detto ad Axios. Un altro deputato democratico dell'Illinois, sotto anonimato, ha ammesso che esiste una "opzione nucleare" per disegnare una mappa estrema 17 seggi a 0 a favore dei democratici, ma ha aggiunto di dubitare che ci sia la volontà politica di percorrerla.

Nello Stato di New York, la governatrice democratica Kathy Hochul ha annunciato su X che intende lavorare con l'assemblea statale per cambiare il processo di ridisegno dei collegi e contrastare i tentativi repubblicani di "truccare la democrazia". Lo Stato ha una commissione bipartisan che si occupa di disegnare le mappe per il Congresso: per bypassarla servirebbe un emendamento costituzionale, approvato da due legislature successive e poi confermato da un referendum popolare. Un deputato democratico newyorkese ha però detto ad Axios che Jeffries fa "sul serio" su questo e ha previsto una probabile vittoria in caso di consultazione popolare.

Colorado e California


Il Colorado, scrive Axios, è forse l'occasione migliore per i democratici per raggranellare qualche ulteriore seggio. Lo Stato è sempre più orientato a sinistra, ma divide in modo equo i suoi 8 seggi alla Camera grazie a una commissione bipartisan. I democratici stanno già lavorando a un'iniziativa referendaria per ridisegnare i collegi nel 2028 e nel 2030, con l'obiettivo di guadagnare fino a 3 seggi.

In California, gli elettori hanno invece approvato a novembre un referendum che sospende la commissione bipartisan fino al 2032, permettendo ai democratici di mettere nel mirino 5 degli attuali 9 seggi repubblicani. Ora alcuni parlamentari pensano di allargare ulteriormente il bersaglio. "Tutto è sul tavolo", ha detto ad Axios il deputato Dave Min. "Penso che la California possa essere ancora più aggressiva". Il deputato Mark DeSaulnier ha aggiunto: "Non sono tempi normali. Tutto è possibile".

Gli Stati con più ostacoli


In New Jersey, dove i democratici hanno già un vantaggio di 9 seggi a 3, un nuovo ridisegno richiederebbe un emendamento costituzionale e resta una mossa rischiosa. In Wisconsin, il deputato Mark Pocan ha ipotizzato un intervento della Corte Suprema statale, ora a maggioranza liberal 5 a 2, ma ha escluso un vero ridisegno delle mappe elettorali a favore dei democratici. La deputata Pramila Jayapal ha ammesso che anche lo Stato di Washington ha pochi margini di manovra in questo senso. In Oregon, invece, le regole sul quorum permettono ai repubblicani di bloccare i lavori dell'assemblea statale semplicemente non presentandosi in aula ed allontanandosi dallo Stato.

In Pennsylvania, Minnesota e Michigan le difficoltà sono ancora maggiori, tra vincoli costituzionali, commissioni indipendenti e legislature divise. Il deputato Brendan Boyle si è detto "molto scettico" sulla possibilità che una maggioranza democratica in Pennsylvania possa imporre una nuova mappa elettorale di parte: la Costituzione statale impone vincoli stringenti e nel 2018 la Corte Suprema della Pennsylvania ha già bocciato una mappa a favore dei repubblicani.

Infine, anche i democratici alla Camera dei Rappresentanti stanno puntando, come extrema ratio, a una legge federale per eliminare il gerrymandering in tutto il Paese. A guidare lo sforzo sarà il deputato Jamie Raskin, che si è detto convinto di poter coinvolgere “alcuni” repubblicani. La strada, però, appare estremamente stretta: per approvare una legge servirebbero 60 voti al Senato, oltre alla necessità di superare un eventuale, e probabile, veto presidenziale nel caso in cui il testo dovesse passare indenne le forche caudine del Congresso e riuscisse davvero ad arrivare sulla scrivania della Casa Bianca.

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Il compagno di Nicole Minetti: “Le hanno detto di tutto, non c’è stato nessun inganno. Epstein? Mai soldi da lui”


@Politica interna, europea e internazionale
Giuseppe Cipriani, imprenditore e compagno di Nicole Minetti, difende l’ex igienista dentale dopo le polemiche sulla grazia concessa dal Quirinale su richiesta del ministero della Giustizia. Intervistato dal Corriere della Sera, Cipriani ha dichiarato

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Espulso in Messico anche se cittadino statunitense, l'Amministrazione Trump nega l'errore


Brian José Morales García, 25 anni, è stato fermato in Texas e rimpatriato in 5 giorni. Ha un certificato di nascita che attesta che è nato a Denver, ma il Dipartimento per la Sicurezza Interna lo contesta ed afferma che è entrato illegalmente negli Stati Uniti.

Brian José Morales García, 25 anni, è nato a Denver e ha un certificato di nascita che lo prova. Ma ad aprile, la polizia del Texas lo ha fermato lungo una strada vicino a Fredericksburg, lo ha consegnato agli agenti dell’immigrazione (ICE) e, nel giro di cinque giorni, è stato rimpatriato in Messico. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti ora contesta la sua cittadinanza e sostiene che Morales abbia ammesso di essere entrato illegalmente nel Paese.

La vicenda è stata raccontata per la prima volta da Univision e poi ricostruita dal Texas Tribune. Venerdì, i legali di Morales hanno presentato una causa in un tribunale federale di Austin per chiedere al giudice di consentirgli di rientrare negli Stati Uniti sulla base del suo certificato di nascita.

Il fermo in Texas e l’espulsione rapida


Il 3 aprile, un agente del Texas Department of Public Safety ha fermato Morales per una violazione riguardante i vetri oscurati del pickup su cui viaggiava. Morales non parla inglese, ha doppia cittadinanza messicana e statunitense e in quel periodo lavorava ad Austin come installatore di condizionatori. Ha detto agli agenti di essere cittadino americano e di avere a casa il certificato di nascita e la tessera della Social Security, ma non gli hanno consentito di andarli a prendere. È stato invece portato nel carcere della contea di Gillespie e poi affidato alla Border Patrol.

Dopo cinque giorni di detenzione, temendo di restare rinchiuso per mesi, Morales ha firmato i documenti per l’espulsione rapida. "Alla fine ho detto loro quello che volevano sentirsi dire perché volevo accelerare il processo e tornare a vedere mia figlia", ha raccontato al Texas Tribune. Sua moglie e la figlia appena nata vivono in Messico.

Il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha negato qualsiasi errore. Nella sua versione ufficiale, gli agenti "NON hanno arrestato un cittadino statunitense": i controlli avrebbero stabilito che Morales era un irregolare, e lui stesso avrebbe ammesso di essere messicano e di essere entrato illegalmente. Il Dipartimento non ha risposto quando il Texas Tribune ha chiesto conto del certificato di nascita, della tessera della Social Security e dei registri dell’ospedale di Denver forniti dalla famiglia.

Le incongruenze nei documenti


Morales racconta una versione diversa. Inizialmente, ha detto agli agenti di essere entrato legalmente da un valico di El Paso, ma loro lo hanno accusato di aver mentito. "Mi hanno detto che potevo finire in prigione, così ho detto che ero entrato illegalmente. Mi chiedevano a quanti km dalla città e in che data ero entrato, e a quel punto ho inventato numeri".

C’è anche una questione di documenti. Sui documenti messicani il suo nome è scritto Bryan invece di Brian e la data di nascita è diversa. Sua madre ha spiegato che, al rientro in Messico nel 2002, l’impiegato dell’anagrafe le modificò entrambe senza confrontarle con il certificato americano. César Cuauhtémoc García-Hernández, professore di diritto alla Ohio State University e avvocato esperto di immigrazione, ha detto al Texas Tribune che incongruenze di questo tipo sono frequenti tra chi ha doppio passaporto.

Un caso dentro una questione più ampia


Il caso di Morales non è isolato. Un’inchiesta di ProPublica ha documentato oltre 170 cittadini statunitensi trattenuti illegalmente dagli agenti dell’immigrazione nei primi 9 mesi del secondo mandato di Donald Trump. Un rapporto del Government Accountability Office del luglio 2021 aveva già contato 70 potenziali cittadini americani espulsi tra il 2015 e il 2020.

A pesare è anche una recente decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti. In un’ordinanza, il giudice conservatore Brett Kavanaugh ha scritto che durante i fermi nell'attività anti-immigrazione "l’apparente etnia" di una persona può essere usata dagli agenti come "fattore rilevante" per metterne in dubbio la cittadinanza. Per i legali di Morales, questa è la prova che i controlli stanno scivolando verso il profiling etnico. "Nessun passeggero di un’auto, in qualsiasi parte degli Stati Uniti, se cittadino americano ha l’obbligo legale di portare con sé la prova della propria cittadinanza", ha detto al Texas Tribune l’avvocata Kate Lincoln-Goldfinch. "La china preoccupante su cui ci troviamo è sempre più evidente".

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Rubio in missione a Roma e in Vaticano per ricucire i rapporti


Il segretario di Stato americano è atteso il 7 e 8 maggio. Incontrerà il cardinale Parolin, i ministri Tajani e Crosetto, forse anche papa Leone XIV e la presidente del Consiglio.

Il segretario di Stato americano Marco Rubio sarà a Roma e in Vaticano il 7 e 8 maggio per una missione diplomatica che punta a ricomporre i rapporti tra Washington, la Santa Sede e il governo italiano dopo le tensioni delle ultime settimane.

Rubio, di fede cattolica, dovrebbe incontrare il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano e numero due della Santa Sede. In programma anche colloqui con il ministro degli Esteri Antonio Tajani e con il ministro della Difesa Guido Crosetto. Resta da chiarire se il segretario di Stato vedrà di persona papa Leone XIV. Secondo una fonte del governo italiano citata dall'AFP, Rubio ha chiesto anche un incontro con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, anche se l'agenda non è ancora stata definita.

La visita arriva poche settimane dopo gli attacchi del presidente Donald Trump contro il pontefice e contro la presidente del Consiglio italiana. Leone XIV, primo papa americano della storia, ha assunto negli ultimi mesi una posizione sempre più critica verso la guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l'Iran e verso le politiche restrittive dell'amministrazione Trump in materia di immigrazione. Il pontefice ha definito inaccettabile la minaccia di Trump di distruggere l'Iran e ha invitato i cittadini americani a chiedere ai loro parlamentari di lavorare per la pace.

Il presidente ha risposto sui social network insultando il pontefice. In un post su Truth Social Trump ha definito Leone XIV debole sulla criminalità e pessimo in politica estera, accusandolo di assecondare la sinistra radicale e di danneggiare la Chiesa cattolica. In un'altra occasione ha aggiunto di non gradire un papa che ritiene accettabile il possesso dell'arma nucleare da parte dell'Iran. Trump ha anche condiviso un'immagine generata con l'intelligenza artificiale che lo ritraeva come una figura cristologica, salvo poi rimuoverla dopo le critiche arrivate da ambienti religiosi e da alcuni alleati politici.

Il pontefice ha replicato dicendo di non avere paura della Casa Bianca e di sentire il dovere morale di parlare contro la guerra. In un discorso pronunciato in Camerun ha attaccato i tiranni che devastano il pianeta, precisando in seguito che il testo era stato scritto prima della polemica e di non voler riaprire lo scontro con il presidente americano. La comunità cristiana ha espresso solidarietà a Leone XIV.

La presidente del Consiglio italiana ha definito inaccettabili le parole di Trump contro il papa. La reazione di Meloni, considerata una delle alleate europee più vicine al presidente americano, ha provocato un raffreddamento dei rapporti personali tra i due. In un'intervista al Corriere della Sera Trump ha detto di essere rimasto deluso da Meloni, di averla creduta coraggiosa e di essersi sbagliato. Il presidente l'ha anche accusata di non aver aiutato gli Stati Uniti all'interno della Nato e ha minacciato di ritirare le truppe americane dall'Italia, sostenendo che Roma non ha fornito alcun supporto nella guerra contro l'Iran. Avvertimenti simili sono stati rivolti alla Spagna.

Parlando dallo Studio Ovale, Trump ha detto che probabilmente dovrebbe valutare anche una riduzione delle truppe in Italia, sostenendo che il paese non si è dimostrato utile e che la Spagna si è comportata in modo pessimo. Il presidente ha anche affermato che gli Stati Uniti non hanno bisogno dello Stretto di Hormuz perché dispongono di abbondanti riserve di petrolio, a differenza degli alleati europei.

Sul fronte militare, il Pentagono ha annunciato venerdì il ritiro di cinquemila soldati americani dalla Germania, dove si trova la più grande presenza statunitense in Europa. Trump ha poi precisato che la riduzione sarà ben più ampia di quella inizialmente comunicata. Al 31 dicembre 2025 in Italia erano presenti 12.662 militari americani in servizio attivo, distribuiti su sei basi, mentre in Spagna se ne contavano 3.814 e in Germania 36.436. La prospettiva di un disimpegno parziale o totale degli Stati Uniti dal continente preoccupa numerosi responsabili politici e militari europei, che temono un indebolimento della sicurezza europea di fronte alle crescenti tensioni in Medio Oriente e alle minacce ibride. Alcuni analisti ritengono che questa strategia di pressione possa anche minare la coesione dell'Alleanza atlantica, già attraversata da dubbi sul proprio ruolo.

Rubio aveva incontrato Leone XIV per la prima volta nel maggio 2025, insieme al vicepresidente JD Vance. I due avevano partecipato alla messa di insediamento del nuovo pontefice in piazza San Pietro e il giorno successivo erano stati ricevuti in udienza privata. Il pontefice celebrerà venerdì il primo anniversario della sua elezione, avvenuta l'8 maggio 2025 dopo la morte di papa Francesco. Leone XIV, settant'anni, guida una comunità di un miliardo e quattrocento milioni di cattolici nel mondo.

Trump ha più volte elogiato pubblicamente Rubio per le sue capacità diplomatiche e di mediazione, definendolo nel discorso sullo stato dell'Unione di inizio anno il miglior segretario di Stato della storia americana. La missione romana del capo della diplomazia statunitense rappresenta ora il primo tentativo concreto di riportare il dialogo su un terreno meno conflittuale, in un momento in cui gli equilibri tra Washington e i suoi alleati europei appaiono più fragili che in passato.

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Trump lancia "Project Freedom" per liberare le navi bloccate nello Stretto di Hormuz


Il presidente americano ha annunciato un'operazione con 15.000 soldati e oltre cento velivoli per scortare le imbarcazioni intrappolate dall'inizio della guerra con l'Iran. Teheran parla di violazione della tregua.

Donald Trump ha annunciato il lancio di un'operazione militare per sbloccare le navi commerciali rimaste intrappolate da due mesi nello Stretto di Hormuz, dopo la chiusura di fatto del passaggio strategico imposta dall'Iran. Il presidente americano ha battezzato l'iniziativa "Project Freedom" e ha precisato che la marina statunitense comincerà a guidare le imbarcazioni a partire da lunedì mattina. La Repubblica islamica ha reagito immediatamente, definendo qualsiasi intervento americano una violazione del cessate il fuoco in vigore dall'8 aprile.

Secondo quanto comunicato dal Central Command, il comando militare americano per il Medio Oriente, l'operazione coinvolgerà cacciatorpediniere lanciamissili, oltre cento velivoli tra aerei e mezzi aerei senza pilota e 15.000 militari. Trump ha descritto l'iniziativa come un gesto umanitario a favore degli equipaggi bloccati, sottolineando che le navi appartengono a paesi che non hanno alcun ruolo nel conflitto in corso. In un messaggio sulla sua piattaforma Truth Social, il presidente ha tuttavia avvertito che qualsiasi tentativo di ostacolare le operazioni sarà gestito con la forza.

Lo Stretto di Hormuz è una delle rotte marittime più importanti del mondo. Da questo passaggio, delimitato a nord dall'Iran e a sud da Oman ed Emirati Arabi Uniti, transita normalmente circa un quinto del consumo mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto, oltre a fertilizzanti, elio per la produzione di semiconduttori e altri prodotti petroliferi. La sua chiusura, decisa da Teheran dopo l'inizio della guerra il 28 febbraio, ha provocato un'impennata dei prezzi dell'energia e ha mandato in tilt i mercati globali. Il prezzo del barile di Brent, riferimento mondiale, ha superato giovedì scorso i 126 dollari, ai livelli più alti dall'invasione russa dell'Ucraina nel 2022, per poi ripiegare lunedì attorno ai 107 dollari.

I numeri del blocco sono significativi. Secondo i dati della società di monitoraggio marittimo AXSMarine, il 29 aprile si trovavano nel Golfo Persico 913 navi commerciali, di cui 270 petroliere e una cinquantina di gasiere. Un alto responsabile dell'agenzia britannica per la sicurezza marittima UKMTO ha stimato in circa 20.000 i marinai coinvolti, molti dei quali provenienti da India e altri paesi dell'Asia meridionale e sudorientale. Gli equipaggi hanno raccontato all'Associated Press carenze di acqua potabile, cibo e altri rifornimenti essenziali, oltre alla vista di droni e missili intercettati che esplodevano sopra le acque.

Le tensioni sul terreno restano elevate. Lunedì mattina l'agenzia britannica UKMTO ha segnalato che una petroliera è stata colpita da proiettili non identificati nello Stretto di Hormuz, al largo degli Emirati Arabi Uniti. Un episodio analogo era stato registrato domenica sera vicino a Sirik, in Iran, a est dello stretto. Teheran ha negato qualsiasi attacco, sostenendo, attraverso i media semiufficiali Fars e Tabnak, di aver fermato una nave di passaggio per un controllo dei documenti. Dall'inizio della guerra si contano almeno due dozzine di attacchi nella zona, secondo dati dell'Organizzazione marittima internazionale, agenzia delle Nazioni Unite. Una ventina di navi commerciali sono state colpite da proiettili nelle settimane successive allo scoppio del conflitto, in gran parte da droni secondo gli analisti militari.

L'annuncio di Trump rappresenta una scommessa politica e militare. Il New York Times osserva che il presidente sta sfidando Teheran a non sparare per primo né a posare mine, mentre nulla è stato detto sulla revoca del blocco navale americano sui porti iraniani in vigore dal 13 aprile. Il Central Command ha precisato domenica che 49 navi commerciali sono già state respinte. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha dichiarato a Fox News che l'Iran avrebbe incassato meno di 1,3 milioni di dollari in pedaggi dalle navi che continuano a transitare, una cifra definita irrisoria rispetto ai precedenti incassi quotidiani da petrolio. Bessent ha aggiunto che gli stoccaggi petroliferi iraniani si stanno riempiendo rapidamente e che Teheran potrebbe dover cominciare a chiudere i pozzi nella prossima settimana.

La reazione iraniana è stata articolata. Ebrahim Azizi, presidente della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale ed ex comandante dei Guardiani della rivoluzione, ha scritto su X che qualsiasi interferenza americana nel nuovo regime marittimo dello stretto sarà considerata una violazione del cessate il fuoco. L'agenzia di stato Irna ha definito l'annuncio parte del "delirio" di Trump. Mohsen Rezaï, ex comandante in capo dei pasdaran e da marzo consigliere militare della nuova Guida suprema Mojtaba Khamenei, ha minacciato di affondare le navi da guerra americane e di mandare le forze statunitensi al cimitero, qualificando Washington come pirata. Il vicepresidente del parlamento iraniano Ali Nikzad ha ribadito che Teheran non farà passi indietro sulla sua posizione riguardo allo stretto.

Sul fronte diplomatico, Trump ha parlato di discussioni molto positive con l'Iran, condotte attraverso la mediazione del Pakistan. Islamabad ha ospitato un primo incontro diretto tra le parti l'11 aprile e continua a far circolare messaggi tra Washington e Teheran. La Repubblica islamica ha presentato una nuova proposta di pace in 14 punti che, secondo le agenzie semiufficiali Tasnim e Nour News, chiede il ritiro delle forze americane dalle aree vicine all'Iran, la fine del blocco navale dei porti iraniani, lo sblocco degli averi congelati, il finanziamento delle riparazioni di guerra, la revoca delle sanzioni, un meccanismo per lo Stretto di Hormuz e la cessazione di tutte le ostilità, comprese le operazioni israeliane in Libano. Il piano prevede un accordo entro 30 giorni e punta a chiudere la guerra invece di prolungare la tregua.

Il dossier nucleare resta il principale punto di frizione. Il portavoce del ministero degli esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha dichiarato che in questa fase non sono in corso negoziati nucleari, mentre Stati Uniti e Israele accusano l'Iran di voler costruire la bomba atomica, accusa respinta da Teheran che afferma di perseguire solo scopi pacifici nonostante sia l'unico paese non dotato di armi nucleari ad aver arricchito uranio a livelli vicini a quelli militari. Trump aveva detto sabato di voler esaminare la proposta iraniana, esprimendo però scetticismo sulla possibilità di accettarla perché, a suo dire, gli iraniani non hanno ancora pagato un prezzo sufficiente per quanto fatto all'umanità e al mondo nei 47 anni dalla fondazione della Repubblica islamica. Alla domanda della BBC sulla possibilità di riprendere gli attacchi militari, il presidente ha risposto che si tratta di un'ipotesi possibile in caso di comportamenti scorretti da parte di Teheran.

La guerra, scoppiata il 28 febbraio con i raid americani e israeliani sull'Iran e le rappresaglie di Teheran nella regione, ha provocato migliaia di morti soprattutto in Iran e in Libano. Sul fronte libanese, dopo nuovi avvertimenti di evacuazione rivolti agli abitanti di diverse località del sud del paese, l'esercito israeliano ha condotto raid che hanno causato un morto e otto feriti, tra cui quattro soccorritori, secondo il ministero della salute libanese. Il governo israeliano ha intanto approvato l'acquisto di due nuove squadriglie di caccia F-35 e F-15 dalle aziende americane Lockheed Martin e Boeing, per un valore di diversi miliardi di euro. Il primo ministro Benyamin Netanyahu ha dichiarato in un messaggio video che il contratto rafforzerà la "schiacciante superiorità aerea" di Israele e ha annunciato un investimento di 350 miliardi di shekel, circa 100 miliardi di euro, nel prossimo decennio per sviluppare l'industria nazionale degli armamenti.

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La rassegna stampa di lunedì 4 maggio 2026


Trump lancia l'operazione "Project Freedom" per liberare navi bloccate nello Stretto di Hormuz mentre l'approvazione presidenziale scende ai minimi. L'amministrazione affronta tensioni sui dazi cinesi e sull'immigrazione

Questa è la rassegna stampa di lunedì 4 maggio 2026

Trump annuncia l'operazione per liberare le navi bloccate nello Stretto di Hormuz


Il presidente Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti lanceranno lunedì l'operazione "Project Freedom" per guidare le navi bloccate nel conflitto con l'Iran fuori dallo Stretto di Hormuz. Trump ha dichiarato che i rappresentanti americani stanno avendo discussioni "molto positive" con l'Iran e ha definito l'operazione un gesto umanitario.

Fonti: New York Times, The Guardian, The Hill

L'approvazione di Trump scende ai minimi storici del suo secondo mandato


Secondo un nuovo sondaggio, più di sei americani su dieci disapprovano il lavoro del presidente Trump, segnando il peggior risultato del suo secondo mandato. Trump è particolarmente vulnerabile sul costo della vita e altre questioni economiche dopo aver lanciato la guerra contro l'Iran a febbraio, che ha provocato una crisi petrolifera globale e fatto schizzare i prezzi della benzina ai massimi degli ultimi quattro anni.

Fonti: The Guardian

La Cina ordina alle sue aziende di ignorare le sanzioni americane


In un atto di sfida senza precedenti, la Cina ha ordinato alle sue aziende di ignorare le sanzioni statunitensi, minacciando di intrappolare il vasto settore bancario nel fuoco incrociato mentre aumentano le tensioni tra le più grandi economie del mondo. Questa mossa rappresenta un confronto diretto tra Washington e Pechino che potrebbe avere ripercussioni significative sui mercati finanziari globali.

Fonti: Bloomberg

Rudy Giuliani ricoverato in condizioni critiche ma stabili


L'ex sindaco di New York City Rudy Giuliani è stato ricoverato in Florida in condizioni critiche ma stabili. Un portavoce ha descritto Giuliani come "un combattente" ma non ha rivelato la causa del ricovero. Il presidente Trump ha confermato la notizia attraverso i suoi canali ufficiali.

Fonti: New York Times, The Guardian, The Hill

GameStop fa un'offerta non richiesta di 56 miliardi per eBay


Il rivenditore di videogiochi GameStop ha presentato un'offerta non sollecitata di 56 miliardi di dollari per acquisire il gigante della rivendita online eBay, offrendo 125 dollari per azione. L'offerta rappresenta un tentativo audace da parte di GameStop di espandere significativamente la sua presenza nel commercio elettronico e di diversificare oltre il settore dei videogiochi tradizionali.

Fonti: Financial Times

Un aereo United colpisce un palo durante l'atterraggio a Newark


Un volo United Airlines proveniente da Venezia con 221 passeggeri a bordo ha colpito un palo della luce sul New Jersey Turnpike domenica pomeriggio mentre si preparava ad atterrare all'aeroporto internazionale Newark Liberty. Il conducente del camion colpito ha riportato ferite lievi, mentre nessuno a bordo dell'aereo è rimasto ferito. L'NTSB ha aperto un'indagine sull'incidente.

Fonti: New York Times, The Hill

Operazione ICE a Brooklyn scatena proteste e scontri


Gli agenti federali dell'immigrazione hanno arrestato un cittadino nigeriano a Brooklyn, scatenando un confronto con i manifestanti fuori da un ospedale locale. Otto persone sono state arrestate durante le proteste fuori dal Wyckoff Heights Medical Center, dove gli agenti ICE hanno portato un detenuto per una valutazione medica prima di trascinarlo verso un'auto in attesa.

Fonti: New York Times, Bloomberg

La chiusura di Spirit Airlines riflette la crisi del settore aereo


Spirit Airlines ha quasi completato i rimborsi ai clienti dopo aver cessato improvvisamente le operazioni durante il weekend a causa di difficoltà finanziarie. La compagnia aerea low-cost ha lasciato migliaia di passeggeri e dipendenti bloccati dopo che l'aumento del prezzo del carburante per aerei, causato dalla guerra in Iran, ha aperto un nuovo buco nel suo bilancio già in difficoltà da anni.

Fonti: The Guardian, Semafor

I prezzi del petrolio calano mentre i futures azionari salgono leggermente


I prezzi del petrolio sono scesi e i futures sull'S&P 500 sono saliti leggermente domenica mentre gli investitori reagivano alla continua incertezza sulla guerra in Iran. Il segretario ai Trasporti Sean Duffy ha dichiarato che i prezzi dell'energia scenderanno una volta che lo Stretto di Hormuz sarà riaperto, mentre i mercati asiatici mostrano risultati misti.

Fonti: New York Times, The Hill

Tre morti per hantavirus su una nave da crociera


L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato che tre persone sono morte a bordo di una nave da crociera nell'Oceano Atlantico per quello che i funzionari sanitari sospettano fossero infezioni da hantavirus. Un caso è stato confermato in laboratorio e ci sono altri cinque casi sospetti. L'hantavirus è una malattia virale rara ma potenzialmente fatale che viene trasmessa principalmente attraverso i roditori.

Fonti: New York Times, New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Popolarità Trump, rimbalzino in mezzo a numeri sempre terribili (03 maggio)


Dopo aver toccato il punto più basso di sempre la scorsa domenica, questa settimana i numeri subiscono una leggera risalita ma l'approvazione rimane stabilmente sotto alla soglia psicologica del 40%.

Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Dopo una settimana horror, questa domenica si segnala il più classico dei rimbalzi per Trump, seppur di dimensioni piuttosto modeste e senza compensare minimamente le ingenti perdite subite dall'inizio della guerra in Iran.

La situazione per il tycoon rimane estremamente drammatica, ed è difficile trovare dei dati così negativi nella storia recente della politica americana.

Il net rating continua a veleggiare tra il -15 e il -20, con il tasso di approvazione che resta abbastanza stabilmente sotto al 40% (con punte molto negative) e la disapprovazione non lontana dal 60%.

Sono numeri terrificanti, che non erano mai stati toccati nemmeno nei momenti peggiori del primo mandato e fino a 6-9 punti inferiori rispetto a prima della guerra in Iran.

Per il tycoon sarà difficile rialzarsi da questa situazione: soprattutto qualora dovesse riprendere la guerra o dovessero perdurare il caos e la paralisi della situazione, i numeri potrebbero scivolare ulteriormente verso il basso.

Il dato è ora peggiore di circa sei punti rispetto alla media di Joe Biden nel maggio 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di qualunque presidente fino al giorno d’oggi dopo oltre quindici mesi di presidenza, e la distanza col suo predecessore si è notevolmente ampliata. Arriva addirittura a nove punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Mentre Focus America e RCP registrano un miglioramento rispetto a sette giorni fa di circa un punto, Silver segnala una situazione molto più stabile, con un recupero di appena un decimale.

Come già accennato, dopo più di quindici mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca sotto rispetto ai primi quindici mesi del suo primo mandato e di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 467 giorni di presidenza (-19,2 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, indietro come detto anche rispetto al suo primo mandato, in cui era a -10,4.

Anche Joe Biden, comunque, con il suo -13,3 non brillava particolarmente dopo quindici mesi di presidenza.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 39% e il 41%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 57%-58%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi della tregua con l’Iran.

Di seguito pubblichiamo una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Di fianco alla casa sondaggistica scriviamo due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
12 rilevazioni di 12 istituti — 3 maggio 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 2 sondaggi
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 6 sondaggi
Elettori registrati al voto

A

Adults · 4 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 3 maggio 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 39,1% (-0,1) - 57,5% (-0,2). In totale un net approval di -18,4 (+0,1).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale leggermente migliore: 40,8% (+0,3) - 56,7% (-1). In totale un rating di -15,9 (+1,3).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 38,8% (+0,3) - 58,0% (-0,9), con in totale un rating di -19,2 (+1,2). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

Seleziona fonte
Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

FocusAmerica

Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump

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Trump diventa il "re delle criptovalute": il suo patrimonio è triplicato grazie al comparto crypto


Secondo un'analisi di Steve Rattner basata su dati Forbes, la ricchezza del presidente è passata da 2,3 a 6,5 miliardi di dollari dall'inizio del secondo mandato. Il settore crypto vale oltre 3 miliardi del suo patrimonio, mentre molti sostenitori hanno perso miliardi con la sua meme coin.

Il patrimonio del presidente Donald Trump è quasi triplicato da quando è tornato alla Casa Bianca, passando da 2,3 a 6,5 miliardi di dollari. A trainare questo balzo è stato soprattutto un settore: le criptovalute. L’analisi è stata presentata venerdì durante la trasmissione televisiva Morning Joe dall’economista Steve Rattner, ex funzionario del Tesoro, che ha definito Trump il “re delle criptovalute”.

Trump’s net worth has nearly tripled in his second term, reaching $6.5 billion.

His administration is the most brazenly self-enriching in American history.

My @Morning_Joe Chart. pic.twitter.com/pLQcU0ySVF
— Steven Rattner (@SteveRattner) May 1, 2026


Rattner ha usato dati raccolti da Forbes per ricostruire l’evoluzione della ricchezza di Trump nel corso dei decenni. Durante il primo mandato presidenziale, ha spiegato, il patrimonio del presidente “è sceso in modo sostanziale”. Una parte del calo era legata alla pandemia di Covid, ma secondo l’analista molto dipendeva anche dai limiti che Trump aveva imposto alle attività della sua azienda. “Non facevano affari internazionali e così via”, ha detto Rattner. “E in effetti si comportava come un presidente normale”.

Nei quattro anni trascorsi tra i due mandati, il patrimonio di Trump è rimasto relativamente stabile. Una volta tornato alla Casa Bianca, però, la situazione è cambiata radicalmente. I dati indicano che il presidente, che ha costruito la propria immagine pubblica sul successo nel settore immobiliare, oggi deve gran parte della sua ricchezza al business delle criptovalute. In varie forme, il comparto crypto avrebbe contribuito per 3,02 miliardi di dollari ai profitti di Trump tra agosto 2025 e gennaio 2026.

“Quindi crypto, crypto, crypto, crypto ovunque”, ha commentato Rattner, aggiungendo che il settore ormai “domina” il patrimonio netto del presidente. L’analista ha sottolineato come i “geniali affari immobiliari” di Trump siano diventati “un errore di arrotondamento” rispetto ai guadagni legati alle criptovalute. È un capovolgimento significativo per un uomo che ha sempre presentato il mattone come il simbolo del proprio successo imprenditoriale.

Most of Trump’s presidential profits are from crypto speculation.

His “genius” real estate deals are a rounding error.

My @Morning_Joe Chart. pic.twitter.com/MqkoBMHovk
— Steven Rattner (@SteveRattner) May 1, 2026


Ma se Trump ha accumulato miliardi grazie alle criptovalute, lo stesso non si può dire per molti investitori americani. Pochi giorni prima del suo insediamento, il presidente aveva lanciato la sua meme coin personale, chiamata $TRUMP. Molti sostenitori si erano affrettati ad acquistarla, spingendo il valore del token fino a un picco di circa 45 dollari subito dopo il lancio.

Quel valore, ha spiegato Rattner, è poi crollato del 95% rispetto al massimo iniziale, cancellando miliardi di dollari di ricchezza per milioni di americani che, secondo l’economista, erano stati “ingannati” ad acquistare il token. In base alle analisi presentate durante la trasmissione, il crollo della meme coin di Trump avrebbe causato perdite complessive per circa 12 miliardi di dollari agli acquirenti.

Trump’s meme coin peaked last year at over $45 just after it launched.

Its value has since crashed 95%, destroying billions in wealth for millions of average Americans tricked into buying the token.

My @Morning_Joe Chart. pic.twitter.com/8SgcdFuAIC
— Steven Rattner (@SteveRattner) May 1, 2026


“È una moneta che non significa nulla”, ha detto l’analista economico di Morning Joe. “È come comprare un sasso da compagnia, solo che non si ottiene nemmeno il sasso. Non ha valore. Non ha valore commerciale. Non viene usata nel commercio, niente”. La critica di Rattner mette in evidenza la natura puramente speculativa della meme coin presidenziale, priva, secondo l’analista, di una reale utilità pratica o di valore intrinseco.

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Perché i Dem non vanno così bene anche se Trump è super impopolare


Un'analisi su quattro mesi di sondaggi mostra che due terzi di chi disapprova il presidente senza scegliere i democratici ha un profilo conservatore e voterà comunque repubblicano.

Il presidente Donald Trump ha un indice di gradimento negativo di oltre venti punti tra gli elettori registrati, eppure i democratici sono davanti nei sondaggi in vista delle elezioni di metà mandato del 2026 con un margine di otto punti. La distanza tra questi due numeri ha alimentato un dibattito tra strateghi e commentatori politici negli Stati Uniti su quanto spazio di crescita abbia realmente il partito democratico. Un'analisi pubblicata da G. Elliott Morris sulla newsletter Strength In Numbers offre una risposta basata sui dati individuali dei sondaggi e ridimensiona in modo netto le aspettative.

L'analisi si fonda su quattro rilevazioni condotte tra gennaio e aprile 2026 in collaborazione con la società Verasight, su un campione complessivo di 5.509 elettori registrati. Il gradimento di Trump si attesta al 38,7% di approvazione contro il 59,5% di disapprovazione, con un saldo netto di meno 20,8 punti. Sul cosiddetto sondaggio generico, la domanda standard su quale partito si voterà alle elezioni di medio termine, i democratici sono al 50,5% e i repubblicani al 42,4%, con il 7% di indecisi. Il vantaggio democratico è quindi di 8,1 punti e la differenza rispetto alla disapprovazione netta del presidente è di 12,7 punti.

Il punto centrale dell'analisi è che questo divario di 12,7 punti viene comunemente interpretato come un bacino di elettori potenzialmente conquistabili dai democratici. I dati individuali mostrano invece che si tratta di un bacino in larga parte illusorio. Per dimostrarlo, Morris ha suddiviso chi disapprova Trump senza dichiarare voto democratico in tre gruppi, sulla base di tre indicatori: aver votato Trump nel 2024, identificarsi con il Partito repubblicano o tendere verso di esso, collocarsi sul versante conservatore della scala ideologica.

Il primo gruppo, definito dei veri indecisi, è composto da elettori che non presentano alcun indicatore repubblicano e rappresenta il 3,4% degli elettori registrati. Il secondo, lo 0,8% del totale, raccoglie chi ha votato Trump nel 2024 ma è altrimenti indipendente e moderato o progressista. Il terzo, il più consistente con il 6,8% degli elettori registrati, è formato da chi disapprova Trump ma presenta uno o più indicatori repubblicani attuali. È in quest'ultimo gruppo che si concentra il 62% del divario.

Il profilo del terzo gruppo è inequivocabilmente repubblicano. Il 66% ha votato Trump nel 2024, l'89% si identifica con il Partito repubblicano o tende a quel partito, il 62% si definisce conservatore. Sono elettori che esprimono insoddisfazione verso il presidente, ma che mantengono tutte le caratteristiche tipiche dell'elettorato repubblicano e che con ogni probabilità voteranno per i loro candidati a novembre. Considerarli come potenziali elettori democratici significa, secondo Morris, commettere un errore di categoria.
Il divario illusorio — FocusAmerica

Midterm 2026 · Analisi prospettive

Il divario illusorio:
quanto possono crescere davvero i democratici


La popolarità netta di Trump è a -21, i democratici a +8 nel generic ballot. Tra i due numeri sembrano esserci 13 punti di elettori conquistabili. Ma quasi due terzi sono repubblicani in incognito.

G. Elliott Morris · Strength In Numbers / Verasight Campione: 5.509 elettori registrati

Approvazione Trump
−21
Dato di disapprovazione netta tra elettori registrati

vs

Generic ballot
+8
Vantaggio democratico per la Camera dei Rappresentanti

Tra i due numeri si apre una distanza di 12,7 punti

Esplora l'analisi
1 Il divario 2 I tre gruppi 3 Il profilo 4 Le priorità

La decomposizione del dato

Il vero tetto democratico è a +13, non a +21


Aggiungendo i tre gruppi di elettori che disapprovano Trump senza dichiarare l'intenzione di votare democratico, il margine cresce — ma solo i primi due gruppi sono realmente conquistabili per i democratici.

+5 +10 +15 +20 +25 Tetto realistico Vantaggio attuale +8,1 + Veri indecisi 3,4% degli elettori +12,1 + Ex Trump moderati 0,8% +13,3 + Conservatori che disapprovano 6,8% — scenario irreale +25,6

Tetto realistico → +13,3

Vantaggio attuale
+8,1

+ Veri indecisi3,4% degli elettori
+12,1

+ Ex Trump moderati0,8%
+13,3

+ Conservatori che disapprovano6,8% — scenario irreale
+25,6

0+5+10+15+20+25

Realistico — voti realmente in palio
Illusorio — repubblicani in incognito

Il vero margine di crescita per i democratici rispetto alla posizione attuale è di 3-4 punti, non 12. Considerare il bacino di elettori conservatori come potenzialmente conquistabili, scrive Morris, significa commettere un errore di valutazione.

Anatomia del divario

Chi sono i 12,7 punti che separano Trump dai democratici


Morris suddivide chi disapprova Trump senza dichiarare l'intenzione di votare democratico in tre categorie, sulla base del voto 2024, dell'identificazione partitica e dell'autocollocazione ideologica.

1

I veri indecisi
Nessun indicatore repubblicano

3,4%
Elettori

I soli realmente conquistabili. Working class, multietnici, scarsamente impegnati in politica. Sul generic ballot, l'83% dichiara di non sapere come voterà.

76,8%
Indipendenti puri

57,2%
Donne

~40%
Non votanti '24

2

Ex elettori Trump 2024 ora moderati
Hanno cambiato idea sul presidente

0,8%
Elettori

Hanno votato Trump nel 2024 ma oggi si dichiarano indipendenti, moderati o progressisti. Bacino piccolo ma genuinamente persuadibile dai democratici.

3

Repubblicani in incognito
Disapprovano Trump, ma restano elettori repubblicani

6,8%
Elettori

Il gruppo più consistente, e quello che inganna le statistiche. Esprimono insoddisfazione verso Trump ma mantengono tutte le caratteristiche dell'elettorato repubblicano. Continueranno a votare per il GOP a novembre.

89%
Si identifica GOP

66%
Voto Trump '24

62%
Conservatori

Il vero persuadibile

Non è il moderato suburbano di cui si parla spesso nel dibattito pubblico

Si tratta invece di elettori della classe lavoratrice, multietnici, scarsamente impegnati in politica e in larga parte non votanti.

Profilo demografico

42,8%
Senza istruzione superiore al diploma

37,3%
Reddito sotto i 50 mila dollari

76,8%
Indipendenti puri

24,3%
Ispanici

18,3%
Afroamericani

26%
Sotto i 30 anni

Voto alle presidenziali 2024

Non hanno votato

~40%

Kamala Harris

34%

Terzo partito

26%

Generic ballot 2026

Non sa come voterà

83%

Voto repubblicano

17%

Cosa conta davvero

Per i veri persuadibili domina l'economia come preoccupazione principale, invece sicurezza e immigrazione restano marginali


Tema indicato come problema principale del Paese dai veri indecisi.

Prezzi e inflazione

38%

Lavoro ed economia

21%

Sanità

12%

Criminalità

3%

Sicurezza confini

<1%

Il messaggio

Sui temi economici i persuadibili scelgono i democratici con vantaggi tra i 12 e i 30 punti. La sfida non è di posizionamento ideologico, ma di mobilitazione: questi elettori rischiano di non andare alle urne.

Fonte G. Elliott Morris / Strength In Numbers — Verasight, 4 sondaggi gen-apr 2026 (n=5.509 elettori registrati). Margine di errore generic ballot ±2,5 punti. Analisi del 1° maggio 2026.

La simulazione contenuta nell'analisi rende chiaro il punto. Se i democratici conquistassero interamente il primo gruppo, il margine salirebbe a 12,1 punti. Aggiungendo il secondo, arriverebbe a 13,3. Solo sommando anche il terzo gruppo si arriverebbe a 25,6 punti, un valore che supera persino la disapprovazione netta di Trump. Il tetto realistico per i democratici si colloca quindi attorno ai 13 punti, non ai 20 suggeriti da una lettura superficiale del gradimento del presidente. Il vero margine di crescita rispetto alla posizione attuale è di 3-4 punti, non di 12.

Il secondo elemento centrale dell'analisi riguarda chi siano davvero gli elettori del primo gruppo, gli unici realisticamente persuadibili. Il loro profilo non corrisponde all'immagine del moderato suburbano spesso evocata nel dibattito pubblico. Il 42,8% non ha un'istruzione superiore al diploma, il 37,3% ha un reddito familiare inferiore ai 50.000 dollari, il 24,3% è ispanico, il 18,3% nero, il 26% ha meno di 30 anni contro l'8,1% sopra i 65. Il 76,8% si dichiara puro indipendente sulla scala dell'identificazione partitica e il 57,2% sono donne.

Sono elettori della classe lavoratrice, multietnici, scarsamente impegnati in politica e in larga parte non votanti. Quasi il 40% non ha partecipato alle elezioni del 2024, un altro 26,1% ha scelto un candidato di terzo partito e solo il 34% ha votato Kamala Harris. Sul sondaggio generico, l'83% risponde di non sapere come voterà e solo il 17% dichiara di voler votare repubblicano nel proprio distretto. Sono elettori che non hanno scelto contro i democratici, ma che semplicemente non hanno scelto.

I temi che contano davvero per questi elettori sono economici. Tra i veri persuadibili, il 38% indica i prezzi e l'inflazione come problema principale del paese, il 21% il lavoro e l'economia, il 12% la sanità. La criminalità è citata solo dal 3% e meno dell'1% indica la sicurezza dei confini. Anche nel terzo gruppo, quello dei conservatori che disapprovano Trump, i temi economici dominano: il 48% nomina i prezzi e il 18% il lavoro, mentre la criminalità si ferma al 4%, l'immigrazione al 3% e la sicurezza dei confini al 2%. Solo tra chi approva Trump i temi della sicurezza e dell'immigrazione risultano effettivamente prioritari.

Sui temi economici, gli elettori persuadibili si orientano verso i democratici con vantaggi compresi tra i 12 e i 30 punti, mentre concedono ai repubblicani un vantaggio di 9 punti sulla criminalità. La risposta più frequente alla domanda su quale partito ispiri maggiore fiducia, però, resta non lo so, con percentuali molto alte proprio sulla criminalità. Sono elettori che non hanno ancora formato un'opinione netta e che, quando esprimono una priorità, scelgono in modo schiacciante un tema economico.

Il messaggio che emerge dall'analisi è quindi che la sfida per i democratici non è di posizionamento ideologico, ma di mobilitazione. Gli elettori realmente conquistabili sono persone economicamente stressate, poco coinvolte nel dibattito politico e poco affidabili come votanti. Hanno priorità chiare e già favorevoli ai democratici, dai prezzi alla sanità, ma rischiano di non andare alle urne. Il percorso per ampliare il vantaggio passa attraverso la loro attivazione, non attraverso un ripensamento delle politiche su sicurezza o immigrazione, perché chi pone quei temi al centro voterà repubblicano in ogni caso. Nel 2022 molti democratici disapprovavano Joe Biden e votarono comunque democratico: il suo gradimento tra gli adulti americani era a meno 15 punti, eppure i repubblicani vinsero il voto popolare alla Camera per soli 2,8 punti. Disapprovazione del presidente e intenzione di voto, sottolinea Morris, non coincidono mai automaticamente.

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Il Pentagono avvisa gli alleati europei: ritardi nelle forniture di armi dopo la guerra in Iran


Washington ha comunicato a Regno Unito, Polonia, Lituania ed Estonia che le consegne di sistemi missilistici subiranno lunghi rinvii. Pesano le scorte ridotte e il timore di uno scontro con la Cina su Taiwan.

Il Pentagono ha avvertito alcuni Paesi alleati della NATO come Regno Unito, Polonia, Lituania ed Estonia che le previste forniture di armi statunitensi arriveranno con lunghi ritardi. La guerra contro l’Iran ha, infatti, consumato una parte rilevante delle scorte americane e Washington fatica a ricostituirle. Lo scrive il Financial Times, citando nove fonti a conoscenza del dossier. Due di loro aggiungono che sono in discussione anche rinvii delle spedizioni verso l’Asia.

A rischio forniture HIMARS e NASAMS


I ritardi riguardano in particolare la fornitura di munizioni per diversi sistemi missilistici, tra cui gli HIMARS, i sistemi lanciarazzi mobili prodotti da Lockheed Martin e già impiegati in Ucraina, e i NASAMS, sistemi terra-aria a medio raggio sviluppati da Raytheon e dalla norvegese Kongsberg.

Tra i partner che utilizzano i NASAMS figurano Taiwan, Ucraina, Spagna, Paesi Bassi, Australia e Qatar. Secondo Lockheed Martin, sono invece quattordici i Paesi che usano gli HIMARS, fra cui Ucraina, Taiwan, Ucraina, Polonia, Estonia ed Emirati Arabi Uniti.

A pesare è soprattutto la quantità di armamenti usata negli ultimi due mesi contro l’Iran. Per coprire le carenze, il Pentagono è stato già costretto a spostare armi da altre regioni, incluso l’Indo-Pacifico. Ma c’è anche un secondo timore: che le scorte restanti non bastino a scoraggiare Pechino dall’entrare in guerra per il controllo di Taiwan.

Lo scontro con l’Europa


I nuovi ritardi arrivano in un momento già di forte tensione transatlantica. Donald Trump ha più volte attaccato i Paesi alleati per non aver sostenuto a sufficienza la campagna americana contro l’Iran e ha minimizzato il problema delle scorte. Gli Stati Uniti, ha detto il presidente, hanno armi in tutto il mondo e possono attingervi se necessario. Diverse fonti precisano però che i rinvii ora annunciati non hanno intento punitivo, ma riflettono invece proprio la preoccupazione di Washington per le proprie riserve.

Tom Wright, ex funzionario dell’Amministrazione Biden ora alla Brookings Institution, ha detto al Financial Times che il Pentagono potrebbe trovarsi nella condizione di dover combattere una guerra lunga in Medio Oriente e, allo stesso tempo, rafforzare la deterrenza nell’Indo-Pacifico. In questo scenario, secondo Wright, Washington è sempre più disposta a sacrificare l’Europa. A questo punto i Paesi europei, ha aggiunto, devono ricostruire la propria base industriale della difesa alla massima velocità.

Le conseguenze più immediate ricadono però sull’Ucraina. Un alto funzionario ucraino ha riferito al Financial Times che le forniture americane verso Kyiv hanno iniziato a rallentare sempre di più dall’inizio della guerra in Iran. Il presidente Volodymyr Zelensky ha già denunciato il fatto che i ritardi hanno talvolta lasciato i lanciatori Patriot senza intercettori durante i recenti bombardamenti missilistici russi.

Le conseguenze per i Paesì asiatici


Anche gli alleati asiatici dovranno prepararsi a lunghi rinvii. Giappone e Corea del Sud dipendono fortemente per la propria difesa da diversi sistemi statunitensi, compresi gli intercettori Patriot. Christopher Johnstone, ex alto funzionario del Pentagono ora all’Asia Group, ha detto al Financial Times che gli alleati asiatici stanno ancora sottovalutando sia l’impatto delle carenze di forniture americane sia la loro durata.

Tokyo, ha spiegato Johnstone, era già profondamente frustrata per i ritardi nella consegna di sistemi già pagati, inclusi i missili cruise Tomahawk. La situazione che si sta creando spingerà ora Giappone, Corea del Sud e altri alleati a puntare necessariamente di più su soluzioni nazionali o non americane, anche quando le armi statunitensi restano chiaramente superiori.

Non è la prima volta, comunque, che Washington rinvia consegne ai suoi alleati asiatici. Nel 2024 l’Amministrazione Biden aveva sospeso le spedizioni di intercettori per Patriot e NASAMS ad altri Paesi per accelerare quelle all’Ucraina. L’allarme attuale è però considerato più grave per l’ampiezza del problema.

Proprio Taiwan, secondo il Financial Times, sarà destinataria di un pacchetto record di vendite di armi americane comprendente NASAMS e intercettori Patriot, con la sola componente NASAMS stimata in circa sei miliardi di dollari. Una mossa che, alla luce delle scorte sempre più sotto pressione, mette Washington davanti a una scelta scomoda: rifornire chi è già in guerra o armare chi teme di doverla combattere domani.

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Joe Rogan difende Jimmy Kimmel: "Ridicole le accuse dopo la battuta su Melania Trump"


Il popolare podcaster critica le polemiche contro il conduttore televisivo per una battuta sull'età della first lady fatta giorni prima dell'attacco alla cena dei giornalisti. Trump e Melania chiedono il licenziamento, mentre la FCC avvia controlli sulle licenze delle emittenti Disney-ABC.

Il podcaster Joe Rogan ha definito “ridicola” la nuova polemica che ha travolto il comico e presentatore di late night Jimmy Kimmel per una infelice battuta su Melania Trump, pronunciata pochi giorni prima che un uomo armato tentasse di assassinare il presidente Donald Trump e altri funzionari durante la cena annuale della Associazione dei Corrispondenti della Casa Bianca, lo scorso fine settimana.

Nel suo programma della scorsa settimana, Kimmel aveva inscenato una finta cerimonia satirica in cui aveva scherzato sul fatto che la First Lady avesse il “bagliore” di “una vedova in attesa”. Secondo Rogan, “a nessuno importava un accidente” della battuta di Kimmel fino all’episodio di sabato sera. “Nessuno se ne è preoccupato fino a sabato sera, quando c’è stato il tentativo di assassinio, e poi all’improvviso tutti hanno dato la colpa a Kimmel”, ha detto durante un episodio del suo podcast, “The Joe Rogan Experience”.

In effetti, lunedì la First Lady Melania Trump ha accusato Kimmel di diffondere “retorica odiosa e violenta” con l’obiettivo di “dividere il nostro Paese” e ha chiesto alla rete ABC News di “prendere posizione” e cancellare il suo programma. Anche il presidente Donald Trump ha rilanciato gli appelli per il licenziamento del conduttore, definendo la battuta “scioccante” e suggerendo che fosse pensata per incitare alla violenza.

“Apprezzo che così tante persone siano indignate per l’orribile incitamento alla violenza di Kimmel. Normalmente non risponderei a nulla di ciò che dice, ma questo va ben oltre il limite”, ha aggiunto Trump su Truth Social commentando le parole di Kimmel.

Da parte sua, Kimmel si è difeso più volte nel corso della settimana. Lunedì ha chiarito che la battuta era un riferimento “ironico” alla differenza d’età tra Donald e Melania Trump: il presidente ha 79 anni, la first lady 56. Il conduttore è poi tornato sull’argomento il giorno dopo, dopo aver trasmesso un video dei Trump durante l’incontro con re Carlo III e la regina Camilla alla Casa Bianca. Nel filmato, il presidente si scusava con la moglie, con cui è sposato da 21 anni, perché non sarebbero riusciti a eguagliare i 63 anni di matrimonio dei suoi genitori.

“Mio Dio, lui dovrebbe essere licenziato per questo”, ha commentato ironicamente Kimmel. “Solo Donald Trump chiederebbe il mio licenziamento per una battuta sulla sua vecchiaia, e poi il giorno dopo uscirebbe a fare una battuta sulla sua stessa vecchiaia”.

All’inizio della settimana, la Federal Communications Commission (FCC) ha ordinato una revisione anticipata delle licenze di trasmissione di diverse stazioni televisive locali possedute e gestite dalla Disney, società madre di ABC, la rete che trasmette il programma di Kimmel. La FCC, guidata dal presidente Brendan Carr, è stata più volte criticata per quelli che i detrattori definiscono tentativi di reprimere contenuti mediatici critici verso Trump attraverso minacce di revoca delle licenze e altre pressioni del genere. Carr ha sostenuto che l’ultima decisione non sia stata sollecitata da pressioni della Casa Bianca.

La commissaria democratica Anna M. Gomez ha invece criticato duramente la decisione, definendola “l’azione più grave che questa FCC abbia intrapreso in violazione del Primo Emendamento fino a oggi”. “Come parte della sua campagna continua di censura e controllo, la Casa Bianca ha chiesto pubblicamente di mettere a tacere un suo critico dichiarato, e questa FCC ha ora risposto a quella richiesta”, ha affermato Gomez in un comunicato. “Si tratta di un tentativo senza precedenti e politicamente motivato di interferire con il modo in cui operano le emittenti, ma questo abuso di potere illegale fallirà”.

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Trump valuta la nuova offerta iraniana ma frena: "Non credo sia accettabile"


Il presidente americano sta esaminando la nuova proposta negoziale di Teheran trasmessa tramite mediatori pakistani, mentre Washington autorizza vendite d'armi per 8,6 miliardi di dollari ai partner mediorientali.

Donald Trump sta esaminando l’ultima proposta iraniana per chiudere la guerra, ma con scetticismo: “Non riesco a immaginare che possa essere accettabile”. Lo ha scritto sabato sera su Truth Social, mentre il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran resta in bilico. Il giorno prima, il presidente si era detto “non soddisfatto” dell’offerta, che secondo i media di Stato iraniani è arrivata giovedì sera tramite i mediatori pakistani.

Poco prima di salire su un aereo a Palm Beach, in Florida, Trump ha spiegato ai cronisti di essere stato informato solo sul “concetto della proposta” e di non averne ancora visto i dettagli. Sul suo social media ha poi accusato l’Iran di non aver “ancora pagato un prezzo abbastanza alto per quello che ha fatto all’umanità e al mondo negli ultimi 47 anni”.

Secondo due fonti citate da Axios, la nuova proposta iraniana si articola in 14 punti. Prevede un mese di negoziati per raggiungere un’intesa che riapra lo Stretto di Hormuz, ponga fine al blocco navale statunitense e ponga fine definitivamente alla guerra in Iran e in Libano. Solo dopo si aprirebbe un secondo mese di trattative dedicato appositamente al futuro del programma nucleare iraniano.

Due alti funzionari di Teheran hanno riferito al New York Times che c'è già stata una prima importante concessione: l’Iran non chiede più, come condizione preliminare, la fine del blocco navale americano. Sarebbe invece disposto a riaprire lo Stretto di Hormuz, attraverso cui prima della guerra transitava un quinto del petrolio mondiale, ancora prima che Trump annunci la revoca del blocco navale. Resta però il nodo del nucleare, sul quale le posizioni appaiono ancora inconciliabili. Trump ripete che l’Iran non potrà avere armi atomiche e dovrà fermare ogni arricchimento dell’uranio, mentre Teheran rivendica il diritto a proseguire il programma di arricchimento.
Trattativa e riarmo — FocusAmerica

Guerra Usa-Iran · Tra diplomazia e riarmo

Trattativa e riarmo:
i due binari paralleli della Casa Bianca


Sul tavolo di Trump arriva una proposta negoziale iraniana in 14 punti per chiudere la guerra. Mentre è in corso la valutazione, il Dipartimento di Stato ha approvato 8,6 miliardi di vendite d'armi d'emergenza ai partner del Golfo, aggirando il Congresso.

Fonti: New York Times, Axios, Reuters Aggiornato al 3 maggio 2026

Proposta iraniana
14
I punti del piano consegnato tramite i mediatori pakistani

vs

Vendite d'armi Usa
8,6mld $
Approvate d'emergenza a favore dei partner mediorientali

Esplora i tre fronti
1 La proposta 2 Il riarmo 3 Il bilancio

Il piano in due tempi

Prima Hormuz, poi il nucleare: la sequenza proposta da Teheran


L'offerta iraniana scinde il negoziato in due fasi consecutive, ciascuna della durata di un mese. Il futuro del programma nucleare, vero nodo politico del conflitto, viene rinviato alla seconda fase.

Fase 1
1 mese
di negoziati
Operativa
Hormuz e fine delle ostilità

  • Riapertura dello Stretto di Hormuz
  • Fine del blocco navale americano
  • Cessazione della guerra in Iran e in Libano


Fase 2
1 mese
di negoziati
Politica
Il dossier nucleare

  • Trattative sul programma di arricchimento
  • Allentamento delle sanzioni Usa
  • Diritto all'uso pacifico del nucleare


Il nodo irrisolto · Posizioni a confronto

Stati Uniti
Nessuna arma atomica e stop a qualsiasi arricchimento dell'uranio. Trump: «Non riesco a immaginare che questa proposta possa essere accettabile».

Iran
Diritto a proseguire il proprio programma di arricchimento. Prima concessione: rinuncia alla revoca preventiva del blocco navale.

Vendite d'emergenza

8,6 miliardi ai partner del Golfo, aggirando il Congresso


Il Segretario di Stato Marco Rubio ha invocato la clausola d'emergenza per accelerare le forniture, saltando così il vaglio del Congresso. È la terza volta che accade dall'inizio della guerra in Iran.

Pacchetto complessivo
8,6miliardi $
Distribuiti tra 4 Paesi: Qatar, Kuwait, Israele e Emirati Arabi Uniti

0
1,25
2,5
3,75
5 mld $

Qatar
Patriot PAC-2 e PAC-3 + APKWS
5,0mld

Kuwait
Sistema di difesa aerea integrato
2,5mld

Israele
10.000 sistemi APKWS-II
992mln

Emirati Arabi
1.500 sistemi guidati APKWS-II
148mln

Il contesto

Le scorte globali di intercettori Patriot si sono drasticamente ridotte nel corso del conflitto in Iran. Il deputato democratico Gregory Meeks denuncia uno «schema più ampio: ignorare la legge, aggirare il Congresso».

Le cifre della guerra

Cosa ha già pagato il Golfo


Mentre la trattativa procede lentamente e gli arsenali vengono ricostituiti, nel corso del conflitto sui Paesi della regione si è abbattuta un'ondata di attacchi iraniani con droni e missili balistici.

20+
Il numero di civili uccisi
nei Paesi del Golfo

~20%
Il petrolio mondiale
che transitava da Hormuz prima della guerra

3
Le volte che l'Amministrazione ha aggirato il Congresso durante la guerra

47
Gli anni di confronto Usa-Iran citati da Trump come ragione del «no»

Sotto attacco · Emirati Arabi Uniti

500+
Missili intercettati o caduti sul territorio degl Emirati dall'inizio del conflitto

2.500
Droni lanciati dall'Iran contro gli Emirati, secondo le autorità locali

Iron
Dome
Componenti israeliane inviate dietro le quinte per contribuire alle intercettazioni

Fonti New York Times, Axios, Reuters, Wall Street Journal, Dipartimento di Stato Usa. Cifre delle vendite d'armi: comunicati ufficiali del Dipartimento di Stato · Elaborazione FocusAmerica, 2 maggio 2026.

L’opzione militare resta sul tavolo


Sul tavolo del presidente resta anche l’opzione militare. “Vogliamo distruggerli del tutto e finirli per sempre, oppure proviamo a fare un accordo? Queste sono le opzioni”, ha detto venerdì alla Casa Bianca. Il giorno dopo ha aggiunto che nuovi attacchi sono “una possibilità che potrebbe verificarsi” se Teheran “si dovesse ancora comportare male”.

Giovedì il comandante del CENTCOM, l’Ammiraglio Brad Cooper, ha illustrato a Trump nuovi piani per colpire l’Iran ed è poi partito per la regione. Ma anche l'Iran si sta preparando ad una possibile ripresa delle ostilità: il generale Mohammad Jafar Asadi ha dichiarato ieri che un ritorno alla guerra con gli Stati Uniti è possibile.

Washington accelera sulle armi ai partner regionali


Mentre la trattativa procede tra molte difficoltà, l’Amministrazione Trump accelera sulla vendita di armi ai Paesi del Golfo. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha autorizzato forniture d’emergenza di sistemi antimissile per oltre 8,6 miliardi di dollari ai partner mediorientali, invocando una clausola che consente la “vendita immediata” di missili a Israele, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, oltre che di sistemi di difesa aerea a Qatar e Kuwait.

Il Qatar pagherà oltre 4 miliardi di dollari per ottenere intercettori Patriot di fabbricazione statunitense, le cui scorte globali si sono drasticamente ridotte nel corso del conflitto. Il Kuwait acquisterà invece un nuovo sistema avanzato di difesa aerea per circa 2,5 miliardi. Si tratta della terza volta che la seconda Amministrazione Trump aggira il vaglio del Congresso ricorrendo a questa procedura d'emergenza nel corso della guerra con l’Iran.

Durante la guerra, i Paesi del Golfo hanno subito ripetute ondate di attacchi iraniani con droni e missili balistici. Almeno venti civili e diversi militari sono morti. Gli Emirati Arabi Uniti, secondo le autorità locali, sono stati colpiti da oltre 500 missili e 2.500 droni. Nel corso del conflitto, Israele avrebbe inoltre inviato, dietro le quinte, componenti del proprio sistema antimissile Iron Dome per contribuire all’intercettazione degli attacchi.

Le nuove vendite annunciate dall’Amministrazione Trump hanno provocato l’immediata reazione dei democratici al Congresso. Gregory Meeks, deputato di New York e principale esponente democratico nella Commissione Affari Esteri della Camera, ha dichiarato al New York Times che “questo nuovo trasferimento di armi riflette uno schema più ampio: ignorare la legge, aggirare il Congresso e prendere decisioni rilevanti per la sicurezza nazionale senza trasparenza né responsabilità”.

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Trump paragona la marina americana ai "pirati"


Il presidente ha rivendicato durante un comizio in Florida le operazioni di sequestro di navi e carichi di petrolio iraniani, definendole "un business molto redditizio" mentre cresce la tensione nello stretto di Hormuz.

Donald Trump ha definito la marina militare statunitense come una sorta di banda di "pirati" descrivendo le operazioni di sequestro condotte nell'ambito del blocco navale americano contro i porti iraniani. Le dichiarazioni sono arrivate venerdì durante un comizio in Florida..

"Saliamo a bordo e prendiamo il controllo della nave. Ci impossessiamo del carico, ci impossessiamo del petrolio. È un business molto redditizio", ha detto il presidente davanti ai sostenitori. "Siamo come pirati", ha aggiunto tra gli applausi della folla. "Siamo una specie di pirati. Ma non stiamo giocando".

Le parole di Trump arrivano mentre esperti di diritto internazionale esprimono preoccupazione per la situazione nello stretto di Hormuz, una delle vie d'acqua più importanti al mondo per il trasporto di petrolio e gas. L'Iran ha di fatto chiuso il passaggio dopo l'inizio della campagna aerea congiunta di Stati Uniti e Israele contro Teheran, lanciata il 28 febbraio. Il governo iraniano ha anche annunciato l'intenzione di imporre una tariffa sulle navi che attraversano lo stretto.

Washington ha risposto annunciando il mese scorso un blocco dei porti iraniani, dopo il fallimento dei negoziati di pace ospitati in Pakistan. Il Comando Centrale degli Stati Uniti, responsabile delle forze americane in Medio Oriente, ha reso noto che fino a venerdì sono state dirottate 45 navi per garantire il rispetto del blocco.

Il capo del Pentagono Pete Hegseth ha dichiarato ad aprile ai giornalisti che il blocco durerà "il tempo necessario". Il generale Dan Caine, massima autorità militare statunitense, ha precisato che la misura "si applica a tutte le navi, indipendentemente dalla nazionalità, dirette verso i porti iraniani o in partenza da essi".

Teheran ha promesso di mantenere il proprio controllo sullo stretto di Hormuz fintanto che gli Stati Uniti continueranno il blocco dei suoi porti. Lo stretto rappresenta un punto di passaggio strategico per il commercio mondiale di idrocarburi e la sua chiusura prolungata rischia di avere ripercussioni sui mercati energetici globali.

Il paragone tra le operazioni della marina americana e la pirateria, pronunciato dal presidente in un contesto pubblico, ha attirato l'attenzione proprio mentre giuristi internazionali sollevano dubbi sulla legittimità sia del blocco statunitense sia delle contromisure iraniane. Il sequestro di navi commerciali e dei loro carichi al di fuori di un quadro di guerra formalmente dichiarata pone questioni complesse sotto il profilo del diritto del mare e delle convenzioni internazionali sulla navigazione.

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Il prezzo della benzina negli Stati Uniti continua a salire


Il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti ha raggiunto i 4,39 dollari al gallone, con un rialzo di 33 centesimi in 7 giorni. Lo Stretto di Hormuz resta chiuso e la Casa Bianca ha esaurito quasi tutte le leve disponibili.

Alla fine di questa settimana gli automobilisti americani hanno complessivamente speso, per fare benzina, circa 125 milioni di dollari in più rispetto alla settimana precedente. Infatti, il prezzo medio per gallone di benzina ha raggiunto i 4,39 dollari, vale a dire 33 centesimi in più in 7 giorni, secondo i dati dell’AAA, l’associazione automobilistica statunitense.

È un aumento eccezionale. Negli ultimi anni la benzina era salita a un ritmo simile solo nel marzo 2026, poco dopo l’inizio della guerra con l’Iran, e nel marzo 2022, subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Negli Stati Uniti ogni giorno vengono erogati circa 375 milioni di galloni di benzina: un rincaro di 33 centesimi basta quindi a spiegare i 125 milioni di dollari in più pagati dagli automobilisti.

La rapidità del rialzo è ancora più significativa se osservata su un periodo più lungo. Il prezzo registrato venerdì era superiore di 1,41 dollari rispetto a quello di 9 settimane prima, vale a dire poco prima dell’inizio del conflitto con l’Iran. Secondo i dati del Dipartimento dell'Energia, si tratta del maggiore aumento in un periodo di tempo così breve almeno dai primi anni Novanta.
La benzina della guerra — FocusAmerica

Crisi energetica · USA / Iran

Il prezzo della guerra:
quanto costa Hormuz agli automobilisti americani


In nove settimane il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è salito di 1,41 dollari al gallone, l'aumento più rapido dai primi anni Novanta. La Casa Bianca ha quasi esaurito le contromisure a sua disposizione.

Dati AAA · Dipartimento dell'Energia · Washington Post-ABC News-Ipsos Aggiornato al 2 maggio 2026

L'effetto in una settimana

125
milioni di dollari spesi in più dagli automobilisti USA
in una sola settimana

+33¢¢
Aumento medio in 7 giorni per gallone

375 mln
Galloni erogati ogni giorno negli Stati Uniti

$4,39
Prezzo medio nazionale benzina/gallone

Esplora i dati
1 Curva 2 Stati 3 Reazioni 4 Opzioni 5 Storico

L'andamento del prezzo medio

Variazione del prezzo della benzina/gallone su 9 settimane, 2020-2026


La linea mostra di quanto è cambiato il prezzo medio rispetto a 9 settimane prima, settimana per settimana, per il periodo considerato. I dati confermano che l'aumento attuale è il più rapido del periodo.

Variazione (in dollari) del prezzo del gallone vs. 9 settimane prima


+$1,41
L'aumento attuale a 9 settimane, il maggiore mai registrato dal Dipartimento dell'Energia degli Stati Uniti dai primi anni Novanta

+$1,02
Picco precedente, raggiunto nel marzo 2022 subito dopo l'invasione russa dell'Ucraina

Confronto tra Stati

Ohio e Illinois sopra la media nazionale


L'aumento del prezzo del gallone in una settimana, secondo i dati AAA. Nei Grandi Laghi i problemi alle raffinerie hanno peggiorato la situazione, mentre in California — pur con prezzi assoluti più alti — il rincaro settimanale è stato il più contenuto.

Ohio

+92¢

Illinois

+55¢

Media USA

+33¢

Florida

+30¢

Pennsylvania

+28¢

Texas

+27¢

New York

+22¢

California

+17¢

$0 $0,25 $0,50 $0,75 $1,00

Il caso Ohio

$2,81
Prezzo pre-guerra

$3,91
7 giorni fa

$4,83
Oggi

In Ohio il gallone è salito di +$2,02 dall'inizio della guerra

L'impatto sui consumatori

4 cittadini americani su 10 stanno cambiando le proprie abitudini


Il rincaro così rapido dei prezzi della benzina sta erodendo i bilanci familiari. Un nuovo sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos misura le prime conseguenze concrete.

Ha ridotto gli spostamenti in auto

44%

Ha tagliato le spese domestiche

42%

Ha cambiato i piani di viaggio o vacanza

34%

Sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos su un campione rappresentativo di cittadini adulti statunitensi, condotto a fine aprile 2026.

Le opzioni della Casa Bianca

Dopo 10 settimane di guerra, le carte a disposizione sono quasi finite


Cosa l'Amministrazione Trump ha già provato, cosa sta valutando e cosa ha già escluso. Tocca ogni voce per i dettagli.

Riserva Strategica di petrolio
Già attivata

Da marzo l'Amministrazione Trump ha iniziato a rilasciare 172 milioni di barili dalla Riserva Strategica per calmierare i prezzi sul mercato interno.

Sospensione del Jones Act
Già attivata

Trump ha sospeso temporaneamente la legge in vigore da oltre 100 anni che impone di trasportare merci tra porti americani solo su navi battenti bandiera statunitense.

Meno regole ambientali + waiver sanzioni petrolio russo
Già attivate

Sono state allentate le regole ambientali sulla benzina estiva con quota più alta di etanolo. Il Dipartimento del Tesoro ha anche congelato alcune sanzioni sul petrolio russo per aumentare l'offerta globale.

Sospensione tassa federale sul gallone
In valutazione · rischiosa

Alcuni deputati propongono di abolire la tassa di 18,3 centesimi al gallone. Ma il sollievo potrebbe essere limitato e incerto: i distributori potrebbero non trasferire il risparmio sui consumatori. Inoltre, la tassa finanzia il Highway Trust Fund, già in deficit. La Casa Bianca ha detto al Washington Post che al momento la misura non è in discussione.

Stop alle esportazioni di petrolio USA
Esclusa

Bloccare le esportazioni libererebbe greggio per il mercato interno, ma l'Amministrazione Trump per ora respinge l'ipotesi e dovrebbe comunque affrontare l'opposizione frontale delle compagnie del settore energetico.

Già attivate
In valutazione
Escluse

L'unica vera via d'uscita resta un accordo con Teheran che garantisca la riapertura stabile dello Stretto di Hormuz. Senza tale accordo, gli Stati Uniti rischiano di entrare in una crisi energetica molto più ampia nelle prossime settimane.

Patrick De Haan, GasBuddy · Washington Post

Tre shock a confronto

Confronto tra 3 crisi su 9 settimane: l'Iran ha già superato l'Ucraina


Ogni linea segue la stessa metrica — l'aumento del gallone rispetto a 9 settimane prima — partendo dal giorno in cui ogni shock è iniziato. Dopo la stessa finestra temporale, l'effetto Iran è il più severo dei tre.

Guerra Iran
28 febbraio 2026 → oggi

+$1,41

Invasione russa dell'Ucraina
24 febbraio 2022 · picco a +$1,02 dopo 3 settimane

+$0,55

Pandemia Covid-19
Marzo 2020 · crollo della domanda

−$0,64

Dopo dieci settimane, lo shock energetico provocato dalla guerra con l'Iran è già più intenso del picco massimo precedentemente raggiunto dopo l'invasione russa dell'Ucraina nel 2022 — e continua a muoversi nella stessa direzione.

Fonti AAA · U.S. Energy Information Administration · Department of Energy · Washington Post-ABC News-Ipsos · GasBuddy. Elaborazione FocusAmerica, 2 maggio 2026.

Per molte famiglie americane il pieno di benzina rappresenta una spesa quotidiana, e un rincaro così rapido lascia pochissimo margine per riorganizzare il bilancio domestico. In alcuni Stati la pressione è ancora più forte. Ad esempio in Ohio, dove i problemi alle raffinerie hanno aggravato la corsa dei prezzi, venerdì un gallone di benzina costava in media 4,83 dollari, contro i 3,91 dollari della settimana precedente e i 2,81 dollari registrati alla vigilia della guerra. Anche l’Illinois e altri Stati della regione dei Grandi Laghi viaggiano sopra la media nazionale.

Lo shock dello Stretto di Hormuz


Gli Stati Uniti restano ancora oggi più protetti di altre aree del mondo dal calo delle forniture provenienti dal Golfo Persico, ma questo non significa certo che siano immuni agli shock energetici globali. Le scorte di benzina del Paese stanno, infatti, diminuendo rapidamente e, con lo Stretto di Hormuz che difficilmente riaprirà a breve e la stagione estiva degli spostamenti alle porte, il quadro rischia soltanto di peggiorare.

I rialzi stanno già cambiando le abitudini degli americani. Un recente sondaggio Washington Post-ABC News-Ipsos indica che il 44% degli intervistati ha ridotto gli spostamenti in auto, il 42% sta tagliando le proprie spese domestiche e il 34% ha modificato i piani di viaggio e vacanza a causa dell'alto costo della benzina.

Non meraviglia dunque il fatto che alla Casa Bianca il dossier prezzi dell'energia sia diventato una priorità da affrontare. Martedì il presidente Donald Trump ha incontrato i dirigenti del settore energetico in una riunione organizzata dal Segretario al Tesoro Scott Bessent, alla quale hanno partecipato anche il capo di staff della Casa Bianca Susie Wiles e il vicepresidente JD Vance, secondo quanto riferito da un funzionario della Casa Bianca al Washington Post. Al centro del confronto, le misure già adottate e le possibili ulteriori mosse nel caso in cui il blocco dello Stretto dovesse durare mesi.

Le poche opzioni rimaste alla Casa Bianca


La verità è però che, a dieci settimane dall’inizio del conflitto, l’Amministrazione ha quasi esaurito le sue carte da giocare. A marzo ha iniziato a rilasciare 172 milioni di barili dalla Riserva Strategica. Successivamente, Trump ha sospeso temporaneamente il Jones Act, la legge in vigore da oltre cento anni che impone di trasportare le merci tra porti statunitensi solo su navi battenti bandiera americana. Ha quindi allentato le regole ambientali che vietano la vendita estiva della benzina con una quota più alta di etanolo, e il Dipartimento del Tesoro ha persino congelato alcune sanzioni sul petrolio russo.

Le opzioni residue sono poche e tutte rischiose. Alcuni deputati hanno proposto di abolire la tassa federale sulla benzina, pari a 18,3 centesimi al gallone, ma il sollievo sarebbe limitato e non è certo che i distributori trasferirebbero il risparmio ai consumatori. La tassa, inoltre, finanzia il Highway Trust Fund, già in deficit. Un funzionario della Casa Bianca ha spiegato al Washington Post che al momento la sospensione di questa tassa non è in discussione. Un’altra ipotesi è bloccare le esportazioni di petrolio statunitense, ma l’Amministrazione la respinge e dovrebbe comunque affrontare l’opposizione delle compagnie del settore energetico.

La portavoce della Casa Bianca Taylor Rogers ha dichiarato al Washington Post che Trump è stato “diretto con il popolo americano” riguardo alle “interruzioni temporanee” legate alla guerra con l’Iran, e al fatto che i prezzi torneranno a scendere quando il traffico nello Stretto di Hormuz si normalizzerà.

Per la maggior parte degli analisti, l’unica vera via d’uscita resta un accordo con Teheran che garantisca la riapertura stabile dello Stretto di Hormuz. Venerdì, però, lo stesso Trump ha detto ai giornalisti di non essere “soddisfatto” dell’ultima proposta iraniana per chiudere il conflitto. Ma senza un accordo,avverte Patrick De Haan, responsabile dell’analisi petrolifera di GasBuddy, anche gli Stati Uniti rischiano di entrare in una crisi energetica molto più ampia nelle prossime settimane.

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Una corte federale blocca la prescrizione online dei farmaci abortivi


La decisione della Corte d'Appello del Quinto Circuito sospende le regole che permettevano di prescrivere e ricevere per posta la pillola mifepristone, usata in oltre il 60% degli aborti negli Stati Uniti. Gli attivisti per i diritti riproduttivi annunciano un ricorso alla Corte Suprema.

Una corte d’appello federale ha temporaneamente bloccato venerdì le regole che consentono la prescrizione a distanza e l’invio per posta dei farmaci abortivi, oggi utilizzati in oltre il 60% delle interruzioni di gravidanza nel sistema sanitario statunitense. La decisione rappresenta una vittoria significativa per il movimento antiabortista, che aveva fatto pressioni sull’Amministrazione Trump per ripristinare l’obbligo di distribuzione in presenza.

Un collegio di tre giudici della Corte d’Appello del Quinto circuito ha dato ragione alla Louisiana in una causa contro le norme introdotte dall’Amministrazione Biden per ampliare l’accesso al mifepristone, farmaco ampiamente usato per l’aborto farmacologico.

Lo Stato sosteneva che le regole federali indebolissero le sue leggi a tutela della vita prenatale e lo costringessero a spendere fondi Medicaid per fornire cure d’emergenza a donne che avessero subito complicazioni dopo l’assunzione del farmaco.

Solo la settimana scorsa, un giudice di primo grado aveva stabilito che le prescrizioni per corrispondenza del mifepristone potessero continuare mentre la Food and Drug Administration, l’agenzia federale che regola i farmaci, completava la sua indagine sulla sicurezza del medicinale. La decisione della Corte d’Appello ribalta dunque in tempi rapidi la precedente pronuncia.

I sostenitori dei diritti riproduttivi avvisano ora che la nuova sentenza limiterà l’accesso alle cure in tutto il Paese. “In un momento in cui le famiglie faticano a permettersi bisogni essenziali come la casa, la spesa alimentare e l’assistenza all’infanzia, è inconcepibile restringere l’accesso a farmaci abortivi salvavita”, ha affermato Regina Davis Moss, direttrice generale del gruppo di advocacy In Our Own Voice. Secondo Moss, ripristinare l’obbligo di distribuzione in presenza costringerebbe molte persone “a viaggiare più lontano, a prendere più giorni liberi dal lavoro e a sostenere costi semplicemente insostenibili”.

Secondo il Guttmacher Institute, centro di ricerca sulle politiche riproduttive, è probabile che contro questa nuova decisione venga presentato un ricorso d’emergenza alla Corte Suprema. Nel 2024 la Corte Suprema aveva già respinto una precedente contestazione delle regole sul mifepristone, senza però entrare nel merito e stabilendo solo che i medici promotori del ricorso non avevano la legittimazione legale per agire.

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La rassegna stampa di domenica 3 maggio 2026


Trump minaccia ulteriori tagli alle truppe americane in Germania mentre rivede la proposta di pace dell'Iran. Spirit Airlines chiude i battenti dopo il fallimento dei negoziati di salvataggio

Questa è la rassegna stampa di domenica 3 maggio 2026

Trump minaccia ulteriori ritiri di truppe dalla Germania


Il presidente Trump ha annunciato che potrebbe ritirare ancora più soldati americani dalla Germania oltre ai 5.000 già ordinati, in risposta alle critiche del cancelliere tedesco sulla guerra contro l'Iran. Due importanti legislatori repubblicani hanno espresso preoccupazione per questa decisione che potrebbe indebolire la NATO.

Fonti: The Hill, Bloomberg, Financial Times

Trump rivede la nuova proposta di pace dell'Iran


Il presidente ha dichiarato di stare esaminando una nuova proposta di pace in 14 punti presentata dall'Iran tramite il Pakistan, ma ha espresso dubbi sulla sua accettabilità. Trump ha affermato che l'Iran non ha ancora "pagato un prezzo abbastanza alto" per le sue azioni, mentre il conflitto entra nella decima settimana.

Fonti: The Guardian, New York Times, Financial Times

Spirit Airlines cessa le operazioni


La compagnia aerea low-cost Spirit Airlines ha annunciato la chiusura dopo il fallimento dei negoziati per un salvataggio da 500 milioni di dollari con l'amministrazione Trump. Il segretario ai Trasporti Duffy ha chiarito che la guerra con l'Iran non è stata la causa principale del fallimento, dato che l'azienda era già in difficoltà.

Fonti: BBC News, The Hill, The Guardian

La Corte Suprema chiamata a ripristinare l'accesso alla pillola abortiva per posta


I fornitori di servizi abortivi hanno chiesto alla Corte Suprema di ripristinare l'accesso per corrispondenza alla pillola mifepristone dopo che una corte federale d'appello ha temporaneamente bloccato la regolamentazione FDA. La decisione ha ripristinato l'obbligo di visite di persona per ottenere il farmaco, sconvolgendo l'accesso all'aborto negli Stati Uniti.

Fonti: New York Times, New York Times, BBC News

Le case automobilistiche di Detroit avvertono di shock da 5 miliardi per le materie prime


I produttori automobilistici di Detroit hanno lanciato l'allarme per un possibile shock da 5 miliardi di dollari sui prezzi delle materie prime a causa della guerra con l'Iran. Il settore affronta aumenti dei costi per forniture che vanno dall'alluminio alla plastica e alle vernici, minacciando la competitività dell'industria americana.

Fonti: Financial Times

Gli Stati Uniti lottano per spezzare il dominio cinese sui droni militari


Gli Stati Uniti stanno cercando di dominare l'evoluzione dei droni nella tecnologia militare come hanno fatto con precedenti innovazioni belliche, ma affrontano un problema: la Cina è arrivata prima. Un'analisi componente per componente di un tipico drone mostra la forza della presa cinese su questo settore strategico.

Fonti: Wall Street Journal

L'amministrazione Trump restringe i percorsi per il condono dei prestiti studenteschi


L'amministrazione Trump sta modificando molti dei modi in cui i mutuatari possono ottenere il condono dei loro prestiti studenteschi. I cambiamenti stanno restringendo il percorso verso il perdono del debito, creando nuove sfide per milioni di studenti americani indebitati.

Fonti: Wall Street Journal

ChatGPT affronta conversazioni inquietanti su pianificazione di attacchi


Il chatbot di OpenAI sta dispensando consigli su armi e simulando sparatorie di massa, sollevando preoccupazioni su quando e come le aziende dovrebbero intervenire. La carneficina sta aumentando il controllo su queste tecnologie di intelligenza artificiale e le loro potenziali conseguenze.

Fonti: Wall Street Journal

ActBlue affronta indagini mentre si avvicinano le elezioni di medio termine


La piattaforma di raccolta fondi democratica ActBlue è sotto inchiesta del Dipartimento di Giustizia e dei repubblicani del Congresso a sei mesi dalle elezioni di medio termine del 2026. L'organizzazione sta affrontando drammi interni e grandi spese mentre cerca di mantenere la sua posizione dominante nel fundraising democratico.

Fonti: Wall Street Journal

Un'insurrezione minaccia le ambizioni minerarie americane in Pakistan


Gli attacchi dell'Armata di Liberazione del Balochistan potrebbero far deragliare i piani del Pakistan per un accordo minerario da miliardi di dollari con l'amministrazione Trump. La situazione di sicurezza instabile nella provincia del Balochistan rappresenta una sfida significativa per gli interessi economici americani nella regione.

Fonti: New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Trump dichiara al Congresso che sono finite le ostilità con l'Iran, ma non esclude nuove azioni militari


Il presidente ha notificato la fine formale delle operazioni iniziate il 28 febbraio, resettando così il conto dei 60 giorni previsti dal War Powers Act. Intanto la diplomazia va avanti alla ricerca di una soluzione definitiva, ma Trump si dice insoddisfatto della ultima proposta iraniana.

Il presidente Donald Trump ha comunicato al Congresso che le ostilità avviate dagli Stati Uniti contro l’Iran il 28 febbraio sono formalmente state "concluse", pur lasciando aperta la possibilità di nuove azioni militari. La notifica, inviata venerdì allo Speaker repubblicano della Camera Mike Johnson, rappresenta principalmente una mossa politica e giuridica per evitare l’obbligo di chiedere al Congresso l’autorizzazione a proseguire le operazioni.

Il War Powers Act, la legge federale del 1973 che regola i poteri presidenziali in materia di guerra, impone, infatti, al presidente degli Stati Uniti di ottenere l’approvazione del Congresso se le ostilità militari dovessero durare oltre 60 giorni. Dichiarando concluse le operazioni, Trump ha di fatto azzerato il conteggio, rendendo più difficile per il Congresso contestare la sua autorità o limitare eventuali nuove iniziative militari attraverso una risoluzione sui poteri di guerra.

Nella sua lettera a Johnson, Trump ha spiegato di avere ordinato il 7 aprile 2026 un cessate il fuoco di due settimane, poi prorogato. "Non c’è stato alcuno scambio di fuoco tra le forze statunitensi e l’Iran a partire dal 7 aprile 2026", ha scritto il presidente, aggiungendo che quindi "le ostilità iniziate il 28 febbraio 2026 sono da considerarsi come terminate".

Il Congresso diviso sui poteri di guerra


La linea dell’Amministrazione era stata anticipata dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth durante un’audizione davanti alla Commissione Forze Armate del Senato: secondo Hegseth, il conteggio dei 60 giorni può "fermarsi o interrompersi" durante un cessate il fuoco. I democratici hanno respinto però questa interpretazione, sostenendo che il blocco navale tuttora in corso costituisca ancora uno stato di ostilità. I repubblicani, invece, sono sembrati più disponibili ad accogliere la posizione della Casa Bianca.

Dopo l'invio della lettera di Trump, il senatore repubblicano Todd Young, dell’Indiana, ha detto giovedì ai giornalisti che "Trump si è lasciato un certo margine di manovra" e che il Congresso esaminerà i documenti inviati dall’Amministrazione. Sempre giovedì, il Senato ha bocciato una risoluzione presentata dai democratici sui poteri di guerra che puntava a costringere Trump a porre fine alle operazioni militari contro l’Iran o a chiedere l’autorizzazione al Congresso. La proposta è stata respinta dal Senato con 47 voti favorevoli e 50 contrari. Solo due repubblicani, Susan Collins del Maine e Rand Paul del Kentucky, hanno votato insieme ai democratici.

Trump ha, a ogni modo, chiarito di restare aperto alla possibilità di future ulteriori azioni militari contro l'Iran, ma ha precisato che, ai fini del War Powers Act, le considererebbe come operazioni separate. "Il Dipartimento della Difesa continua ad aggiornare, in modo necessario e appropriato, la postura delle forze statunitensi nell’area di responsabilità in determinati Paesi, per affrontare le minacce delle forze iraniane e dei loro alleati e per proteggere gli Stati Uniti, i loro alleati e i loro partner", ha scritto il presidente nella lettera. Il presidente ha aggiunto che queste informazioni sono descritte in dettaglio in un allegato classificato.

I negoziati con Teheran restano in bilico


Intanto sul fronte diplomatico, l’Iran ha consegnato la sua risposta alle ultime modifiche proposte dagli Stati Uniti alla bozza di piano per porre fine alla guerra. Trump, tuttavia, ha detto ai giornalisti di non essere "soddisfatto di quello che stanno offrendo" gli iraniani. Secondo un funzionario di un Paese del Golfo, la risposta iraniana era stata trasmessa giovedì tramite mediatori pakistani.

Già il fine settimana scorso Teheran aveva presentato agli Stati Uniti una prima proposta per riaprire lo Stretto di Hormuz e mettere fine alla guerra, che prevedeva il rinvio dei negoziati sul nucleare a una fase successiva. Ma lunedì l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff aveva risposto con una lista di modifiche, con l’obiettivo di reinserire la questione nucleare nel testo della bozza, secondo una fonte informata dei fatti. Una delle modifiche proposte dagli Stati Uniti richiedeva all’Iran di non trasferire uranio arricchito dalle installazioni nucleari bombardate e di non riavviare le attività in quei siti mentre i negoziati sono in corso.

Nel mezzo delle difficoltà negoziali, Trump ha descritto la leadership iraniana come "molto frammentata", divisa tra fazioni che non concordano sulla strada da seguire. "Hanno fatto progressi, ma non sono sicuro che arriveranno mai alla meta", ha detto ai giornalisti nello Studio Ovale. Il giorno prima aveva affermato che gli iraniani "vogliono disperatamente un accordo", ma che "nessuno sa con certezza chi siano i leader". Da Teheran, invece, sostengono che sia Trump ad avere bisogno di un’intesa.

La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha commentato: "Non entriamo nei dettagli delle conversazioni diplomatiche private. Il presidente Trump è stato chiaro: l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare. I negoziati proseguono per garantire la sicurezza nazionale degli Stati Uniti nel breve e nel lungo periodo".

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Dove sono le forze armate americane in Europa


Il Pentagono ha annunciato il ritiro do 5.000 soldati dopo lo scontro tra Trump e il cancelliere Merz sulla guerra in Iran. Germania, Italia e Regno Unito ospitano i contingenti più numerosi in 31 basi permanenti.

Il Pentagono ha annunciato il ritiro di 5.000 soldati americani dalla Germania, la prima decisione concreta presa dall'amministrazione Trump per ridurre la presenza militare statunitense in Europa. La mossa segue uno scontro pubblico tra il presidente Donald Trump e il cancelliere tedesco Friedrich Merz sulla guerra in Iran, dopo mesi di critiche di Washington al continente europeo accusato di non sostenere abbastanza gli sforzi americani contro Teheran e di non occuparsi adeguatamente della propria sicurezza.

Secondo i dati del Defense Manpower Data Center (DMDC) del dipartimento della Difesa, a dicembre 2025 gli Stati Uniti avevano circa 68.000 militari in servizio attivo assegnati permanentemente alle basi europee, una cifra che non comprende le forze di rotazione inviate per missioni di addestramento ed esercitazioni. Nei primi mesi del 2025, lo European Command (EUCOM) stimava in circa 84.000 il totale dei militari americani presenti sul continente includendo le rotazioni. Durante la guerra in Ucraina il numero complessivo è oscillato tra 75.000 e 105.000 unità, dopo che nel 2022 Washington aveva inviato circa 20.000 soldati aggiuntivi nei paesi confinanti con Russia, Bielorussia e Ucraina.

Forze americane in Europa
Dove sono dislocate le truppe statunitensi in Europa
Numero di militari statunitensi presenti in ciascun paese europeo. La dimensione del cerchio è proporzionale al numero di truppe.

Fonte: Congressional Research Service · I dati riflettono il numero di militari statunitensi assegnati a ciascun paese europeo

La presenza militare americana è distribuita su 31 basi permanenti e altri 19 siti militari ai quali il dipartimento della Difesa ha accesso, secondo un rapporto del Congresso. Le strutture si concentrano soprattutto in Europa centrale. La Germania ospita il contingente più numeroso con 36.436 militari distribuiti in cinque guarnigioni. La principale base americana del continente è quella aerea di Ramstein, attiva dal 1952 e diventata negli anni un nodo cruciale per la proiezione globale delle forze americane. La guarnigione dell'esercito in Baviera, con quartier generale a Grafenwoehr, è il principale centro di addestramento.

L'Italia ospita 12.662 soldati in servizio attivo, distribuiti tra Vicenza, Aviano, Napoli e Sicilia, con divisioni dell'esercito, della marina e dell'aeronautica presenti dalla fine della seconda guerra mondiale. Il Regno Unito conta 10.156 militari in tre basi che ospitano principalmente personale dell'aeronautica. Seguono la Spagna con 3.814 unità in basi navali e aeree vicino allo stretto di Gibilterra, la Turchia con 1.717 e il Belgio con 1.122. Polonia e Romania hanno una presenza permanente ridotta, rispettivamente 369 e 153 militari, ma ospitano consistenti contingenti rotazionali. La sola Polonia accoglie circa 10.000 soldati di rotazione finanziati attraverso la European Deterrence Initiative. L'Ungheria ha 77 militari permanenti tra le basi di Kecskemet e Papa Air Base.

Lo European Command, con quartier generale a Stoccarda insieme all'Africa Command, coordina le operazioni attraverso sei comandi che rappresentano esercito, marina, aeronautica, marines, forze speciali e la nuova Space Force. I compiti dei militari americani vanno dalla difesa avanzata all'addestramento degli alleati, fino alla gestione dell'arsenale nucleare. Nella base di Büchel in Germania sono custodite tra dieci e venti bombe nucleari B-61, mentre complessivamente in Europa si stima la presenza di circa cento bombe tattiche dislocate tra Belgio, Italia, Paesi Bassi, Germania e Turchia. Nessun paese può utilizzare queste armi senza l'autorizzazione di Washington. Membri del decimo gruppo delle forze speciali addestrano i militari ucraini in operazioni speciali, principalmente in Germania, e dal 2022 gli Stati Uniti sono stati il primo fornitore di aiuti militari a Kiev.

Basi Militari USA in Europa
La rete delle basi statunitensi nel continente europeo
Localizzazione delle basi controllate dagli Stati Uniti e dei siti che ospitano personale militare statunitense senza essere sotto controllo diretto.

Base controllata dagli Stati Uniti
Sito con presenza militare USA

Fonte: Congressional Research Service · Le basi controllate dagli USA sono operative da almeno 15 anni; gli altri siti ospitano personale militare statunitense ma non sono sotto controllo diretto americano

Il confronto con l'Asia chiarisce il peso strategico delle due aree. Secondo i dati del dipartimento della Difesa relativi al 30 giugno 2025, l'Indo-Pacific Command gestiva 131.415 militari, quasi il doppio dei 67.514 dell'European Command. Il Giappone da solo ospita 53.912 soldati, più di qualsiasi paese europeo, seguito dalle Hawaii con 45.445 e dalla Corea del Sud con 23.766. Guam ne accoglie 7.125. La concentrazione asiatica riflette la priorità strategica indicata da diversi esponenti dell'amministrazione Trump, che hanno espresso interesse a ridurre la presenza in Europa per concentrarsi sul contenimento della Cina nell'Indo-Pacifico.

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth, in una conferenza stampa congiunta con il vice primo ministro polacco Władysław Kosiniak-Kamysz, ha avvertito che la presenza militare americana non sarebbe durata "per sempre", suscitando preoccupazione tra gli alleati europei sul futuro dell'alleanza transatlantica. Il 18 febbraio Trump aveva dichiarato che il ritiro completo delle truppe dall'Europa non era una condizione per un eventuale accordo di pace in Ucraina, pur precisando che il tema non era stato discusso. I paesi europei hanno già aumentato significativamente la spesa militare per il timore di un disimpegno americano, e attualmente coprono circa il 34 per cento dei costi operativi delle basi statunitensi nel continente. Il cancelliere Merz, in una recente intervista, ha dichiarato di voler rafforzare l'Europa e raggiungere l'indipendenza dagli Stati Uniti il più rapidamente possibile.

Alcuni analisti sostengono che un ritiro americano indebolirebbe la credibilità dell'articolo 5 della NATO, che impegna i paesi membri alla difesa collettiva in caso di attacco armato a uno di essi. Resta aperta la questione di cosa accadrebbe alle armi nucleari americane dispiegate in Europa: la rimozione dell'ombrello atomico statunitense lascerebbe un vuoto significativo nell'arsenale collettivo europeo che la Russia potrebbe sfruttare.


Gli Stati Uniti ritirano 5.000 soldati dalla Germania


Il presidente Donald Trump ha ordinato il ritiro di circa 5.000 soldati americani dalla Germania entro i prossimi sei-dodici mesi. L'annuncio è arrivato venerdì primo maggio dal Pentagono e segna un'escalation nello scontro tra Washington e Berlino sulla guerra in Iran. Il numero corrisponde a circa il 14% dei 36.000 militari statunitensi attualmente di stanza nel paese, secondo i dati ufficiali del Dipartimento della Difesa aggiornati alla fine del 2025.

La decisione segue le critiche del cancelliere tedesco Friedrich Merz alla gestione americana del conflitto con Teheran. Parlando lunedì a Marsberg, Merz ha sostenuto che gli americani non avevano alcuna strategia in Iran e che la leadership iraniana stava umiliando Washington. Trump ha risposto martedì su Truth Social accusando il cancelliere di non sapere di cosa stesse parlando e di pensare che l'Iran potesse dotarsi di un'arma nucleare. Mercoledì il presidente ha annunciato che la sua amministrazione stava studiando una possibile riduzione della presenza militare in Germania, con una decisione attesa a breve.

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha dichiarato in un comunicato che la decisione segue una revisione approfondita della postura delle forze in Europa e tiene conto delle esigenze del teatro operativo e delle condizioni sul terreno. Secondo il Wall Street Journal, il ritiro comporterà la rimozione di una brigata dell'esercito e cancellerà il dispiegamento di un battaglione dotato di missili convenzionali a lungo raggio, previsto per quest'anno e annunciato dall'amministrazione di Joe Biden al vertice NATO di Washington del 2024.

La Germania ospita la più grande presenza militare americana in Europa. Sul territorio tedesco si trovano i quartieri generali dello European Command e dell'Africa Command, la base aerea di Ramstein, il Landstuhl Regional Medical Center, il più grande ospedale militare statunitense all'estero, dove sono stati curati i feriti delle guerre in Afghanistan e Iraq e ora anche quelli del conflitto con l'Iran. Nel paese sono inoltre stazionati missili nucleari americani. Le basi tedesche hanno funzionato come snodi logistici e punti di rifornimento per l'operazione Epic Fury, nome ufficiale della campagna militare statunitense contro Teheran iniziata il 28 febbraio con attacchi congiunti americani e israeliani. Solo il Giappone supera la Germania per numero di truppe americane ospitate.

Funzionari della difesa hanno precisato che il ritiro non riguarderà il trasporto e la cura dei militari feriti al Landstuhl Regional Medical Center. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha dichiarato giovedì che Berlino è preparata e sta discutendo la questione all'interno degli organismi NATO in uno spirito di fiducia, aggiungendo di aspettarsi decisioni appropriate tra alleati e partner. Funzionari tedeschi citati dal Wall Street Journal hanno specificato di non prevedere effetti significativi sulle installazioni principali di Ramstein e Stoccarda.

L'annuncio ha suscitato critiche bipartisan a Washington. Il senatore democratico del Rhode Island Jack Reed, membro di rilievo della commissione Servizi Armati del Senato, ha dichiarato che la mossa lascia intendere che gli impegni americani verso gli alleati dipendono dall'umore del presidente, chiedendo l'immediata sospensione di un'azione definita avventata. Il deputato repubblicano del Nebraska Don Bacon, ex generale dell'aviazione, ha detto che la decisione indebolisce la NATO e fa piacere alla Russia, definendola una reazione impulsiva. Bradley Bowman, studioso della Foundation for Defense of Democracies, ha sostenuto che la presenza militare americana in Germania rafforza la deterrenza contro ulteriori aggressioni del Cremlino e facilita la proiezione della potenza militare nel Mediterraneo, in Medio Oriente e in Africa.

Trump ha minacciato di ridurre le truppe anche in Italia e Spagna. Interrogato giovedì nello Studio Ovale, ha risposto che probabilmente lo farà, accusando l'Italia di non essere stata di alcun aiuto e definendo la Spagna odiosa. Alla fine del 2025 l'Italia ospitava 12.662 soldati americani in servizio attivo e la Spagna 3.814. Il presidente ha più volte accusato gli alleati europei di non contribuire abbastanza alla campagna contro l'Iran e alla sicurezza dello stretto di Hormuz, bloccato da Teheran dall'inizio del conflitto.

Complessivamente, in Europa sono di stanza circa 85.000 militari americani, inclusa la portaerei USS Gerald R. Ford nel Mediterraneo. I tagli riporterebbero la presenza statunitense ai livelli del 2022, prima dell'invasione russa dell'Ucraina. Funzionari americani citati dal Wall Street Journal hanno spiegato che l'obiettivo non è ridistribuire le forze all'interno dell'Europa ma riallocarle verso l'emisfero occidentale e la regione indo-pacifica. Già lo scorso ottobre Washington aveva confermato la riduzione di 1.500-3.000 soldati al confine NATO con l'Ucraina, in particolare in Romania.

Non è la prima volta che Trump tenta di ridurre la presenza militare in Germania. Nel 2020, durante il primo mandato, aveva annunciato il ritiro di circa 12.000 soldati, presentato dal Pentagono come un riposizionamento strategico e dal presidente come una sanzione per le insufficienti spese militari tedesche. Il piano si era scontrato con la resistenza bipartisan al Congresso e fu poi cancellato dal presidente Joe Biden poco dopo l'insediamento nel 2021. Da allora la Germania ha aumentato la spesa per la difesa, e funzionari americani hanno elogiato Berlino per questo sforzo, in contrasto con le critiche rivolte a Madrid. Una legge del 2023 impedisce al presidente di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO senza l'approvazione del Congresso.


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⚠️ IMPORTANTE - Un'intelligenza artificiale ha scovato uno zero-day nel kernel Linux che ottiene i permessi di root su ogni distribuzione dal 2017. L'exploit occupa appena 732 byte di codice Python. Aggiornate il kernel dei vostri sistemi il prima possibile.

La vulnerabilità è la CVE-2026-31431, soprannominata “Copy Fail", resa nota oggi da Theori. È rimasta silente nel kernel Linux per nove anni.

La maggior parte dei bug di "privilege escalation" su Linux sono complessi: richiedono finestre temporali precise (le cosiddette "race condition"), leak di indirizzi di memoria specifici o una calibrazione meticolosa per ogni singola distribuzione. Copy Fail non ha bisogno di nulla di tutto ciò. Si tratta di un errore logico lineare che funziona al primo colpo, ogni volta, su ogni macchina Linux comune.

Come funziona l'attacco
All'attaccante basta un normale account utente sulla macchina. Da lì, lo script chiede al kernel di eseguire alcune operazioni di crittografia, sfrutta un errore nel modo in cui queste operazioni sono collegate e finisce per scrivere 4 byte in un'area di memoria chiamata "page cache" (la copia ad alta velocità dei file che Linux mantiene nella RAM). Quei 4 byte possono essere mirati a qualsiasi programma di cui il sistema si fidi, come ad esempio /usr/bin/su, la scorciatoia per diventare utente root.

Risultato: la prossima volta che qualcuno avvia quel programma, l'attaccante ottiene l'accesso come root.

L’aspetto più preoccupante
La corruzione della memoria non tocca mai il file su disco. Esiste solo nella copia in RAM gestita da Linux. Se si analizzasse l'immagine del disco rigido in seguito, il file risulterebbe identico all'originale (il codice hash coinciderebbe perfettamente). Riavviando la macchina, o semplicemente mettendola sotto sforzo (qualsiasi carico di sistema che richieda RAM), la copia in cache viene ricaricata pulita dal disco.

Anche i container sono inutili: la page cache è condivisa tra l'intero host, quindi un processo all'interno di un container può usare questo bug per compromettere il server sottostante e accedere agli altri utenti (tenant).

L’origine del bug
Il "peccato originale" risale a un'ottimizzazione del 2017 in un modulo crittografico del kernel chiamato algif_aead. Era stata pensata per rendere la crittografia leggermente più veloce, ma il cambiamento ha infranto un presupposto di sicurezza critico e nessuno se n'è accorto per nove anni. Quel bug è stato poi ereditato da ogni aggiornamento del kernel dal 2017 a oggi.

Sistemi a rischio:
• Server (macchine di sviluppo, jump host, server di build): qualsiasi utente diventa root.
• Cluster Kubernetes e container: un pod compromesso evade verso l'host.
• CI runner (GitHub Actions, GitLab, Jenkins): una pull request malevola diventa root sul runner.
• Piattaforme Cloud che eseguono codice utente (notebook, sandbox, funzioni serverless): un utente diventa root dell'host.

Cronologia degli eventi
• 23 marzo 2026: segnalazione al team di sicurezza del kernel Linux.
• 1 aprile: patch inserita nel ramo principale (commit a664bf3d603d).
• 22 aprile: assegnazione del codice CVE.
• 29 aprile: divulgazione pubblica.

Mitigazione
Aggiornate dei vostri sistemiil kernel a una versione che includa il commit a664bf3d603d. Se non potete applicare la patch immediatamente, disabilitate il modulo vulnerabile:

Per gli ambienti che eseguono codice non fidato (container, sandbox, CI runner), è consigliabile bloccare interamente l'accesso all'interfaccia crittografica AF_ALG del kernel, anche dopo aver applicato la patch. Quasi nessun processo legittimo ne ha bisogno, e bloccarla chiude definitivamente la porta a questa intera classe di bug.

Maggiori info: copy.fail/

in reply to Danilo ®

Penso che l'AI possa far solo bene all'open source.

E' il momento di continuare a sviluppare, ottimizzare e costruire insieme protocolli e software open source sfruttando milioni di agenti AI.


⚠️ IMPORTANTE - Un'intelligenza artificiale ha scovato uno zero-day nel kernel Linux che ottiene i permessi di root su ogni distribuzione dal 2017. L'exploit occupa appena 732 byte di codice Python. Aggiornate il kernel dei vostri sistemi il prima possibile.

La vulnerabilità è la CVE-2026-31431, soprannominata “Copy Fail", resa nota oggi da Theori. È rimasta silente nel kernel Linux per nove anni.

La maggior parte dei bug di "privilege escalation" su Linux sono complessi: richiedono finestre temporali precise (le cosiddette "race condition"), leak di indirizzi di memoria specifici o una calibrazione meticolosa per ogni singola distribuzione. Copy Fail non ha bisogno di nulla di tutto ciò. Si tratta di un errore logico lineare che funziona al primo colpo, ogni volta, su ogni macchina Linux comune.

Come funziona l'attacco
All'attaccante basta un normale account utente sulla macchina. Da lì, lo script chiede al kernel di eseguire alcune operazioni di crittografia, sfrutta un errore nel modo in cui queste operazioni sono collegate e finisce per scrivere 4 byte in un'area di memoria chiamata "page cache" (la copia ad alta velocità dei file che Linux mantiene nella RAM). Quei 4 byte possono essere mirati a qualsiasi programma di cui il sistema si fidi, come ad esempio /usr/bin/su, la scorciatoia per diventare utente root.

Risultato: la prossima volta che qualcuno avvia quel programma, l'attaccante ottiene l'accesso come root.

L’aspetto più preoccupante
La corruzione della memoria non tocca mai il file su disco. Esiste solo nella copia in RAM gestita da Linux. Se si analizzasse l'immagine del disco rigido in seguito, il file risulterebbe identico all'originale (il codice hash coinciderebbe perfettamente). Riavviando la macchina, o semplicemente mettendola sotto sforzo (qualsiasi carico di sistema che richieda RAM), la copia in cache viene ricaricata pulita dal disco.

Anche i container sono inutili: la page cache è condivisa tra l'intero host, quindi un processo all'interno di un container può usare questo bug per compromettere il server sottostante e accedere agli altri utenti (tenant).

L’origine del bug
Il "peccato originale" risale a un'ottimizzazione del 2017 in un modulo crittografico del kernel chiamato algif_aead. Era stata pensata per rendere la crittografia leggermente più veloce, ma il cambiamento ha infranto un presupposto di sicurezza critico e nessuno se n'è accorto per nove anni. Quel bug è stato poi ereditato da ogni aggiornamento del kernel dal 2017 a oggi.

Sistemi a rischio:
• Server (macchine di sviluppo, jump host, server di build): qualsiasi utente diventa root.
• Cluster Kubernetes e container: un pod compromesso evade verso l'host.
• CI runner (GitHub Actions, GitLab, Jenkins): una pull request malevola diventa root sul runner.
• Piattaforme Cloud che eseguono codice utente (notebook, sandbox, funzioni serverless): un utente diventa root dell'host.

Cronologia degli eventi
• 23 marzo 2026: segnalazione al team di sicurezza del kernel Linux.
• 1 aprile: patch inserita nel ramo principale (commit a664bf3d603d).
• 22 aprile: assegnazione del codice CVE.
• 29 aprile: divulgazione pubblica.

Mitigazione
Aggiornate dei vostri sistemiil kernel a una versione che includa il commit a664bf3d603d. Se non potete applicare la patch immediatamente, disabilitate il modulo vulnerabile:

Per gli ambienti che eseguono codice non fidato (container, sandbox, CI runner), è consigliabile bloccare interamente l'accesso all'interfaccia crittografica AF_ALG del kernel, anche dopo aver applicato la patch. Quasi nessun processo legittimo ne ha bisogno, e bloccarla chiude definitivamente la porta a questa intera classe di bug.

Maggiori info: copy.fail/


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I negoziatori americani non vanno in Ucraina, le trattative con la Russia restano congelate


Gli inviati di Trump hanno promesso più volte di andare in Ucraina ma non lo hanno mai fatto, mentre sono già stati a Mosca diverse volte. Intanto, il dossier Iran ha spostato l'attenzione di Washington.

Steve Witkoff e Jared Kushner non hanno fretta di andare a Kyiv. Gli inviati del presidente americano Donald Trump temono infatti che un nuovo coinvolgimento nei colloqui di pace sull’Ucraina finisca, ancora una volta, in un nulla di fatto. Lo riferisce il Kyiv Independent, citando fonti vicine al dossier.

Il viaggio segnerebbe la prima visita dei due inviati statunitensi in Ucraina ed è in discussione da mesi all’interno dell’Amministrazione. A Mosca, invece, Witkoff e Kushner sono già stati più volte per incontrare Vladimir Putin. "Hanno promesso molte volte di venire a Kyiv, ma finora non lo hanno mai fatto", ha detto al Kyiv Independent un alto funzionario ucraino, dando voce alla frustrazione di Kyiv per quello che viene percepito come uno squilibrio nell’impegno diplomatico.

A criticare apertamente l’approccio degli inviati è stato anche il presidente Volodymyr Zelensky. "È irrispettoso recarsi a Mosca e non a Kyiv, è semplicemente irrispettoso", ha dichiarato. Secondo una fonte vicina al dossier, la visita non avrebbe avuto solo un valore simbolico. L’obiettivo era rilanciare la diplomazia trilaterale tra Ucraina, Russia e Stati Uniti dopo settimane di stallo.

I negoziati sonoinfatti congelati da oltre due mesi. L’ultimo round di colloqui trilaterali si è tenuto prima degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran, mentre un incontro successivo è stato rinviato a ridosso dell’inizio delle operazioni militari. Witkoff e Kushner avrebbero dovuto fermarsi prima a Kyiv per incontrare Zelensky e poi proseguire verso Mosca.

A frenare la missione pesano soprattutto gli altri dossier internazionali. I due inviati restano molto coinvolti nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, che attualmente dominano l’agenda di politica estera di Washington. Un funzionario ha spiegato che l’attenzione dell’Amministrazione si è spostata al punto che l’Ucraina non guida più la diplomazia americana. C’è poi un problema logistico. Dall’inizio dell’invasione russa nel 2022, l’Ucraina tiene chiuso il proprio spazio aereo e l’unica via per arrivare a Kyiv resta il treno. "Per Witkoff è difficile muoversi così", ha detto una fonte.

Il vero ostacolo, però, resta politico. Una visita rischierebbe di mettere a nudo lo stallo invece di superarlo. Al centro dell’impasse c’è la questione territoriale: la Russia continua a chiedere il ritiro delle forze ucraine dalle aree del Donbass ancora controllate da Kyiv come precondizione per qualsiasi accordo. L’Ucraina respinge invece la richiesta e sostiene che congelare l’attuale linea del fronte sia l’unica base realistica per un cessate il fuoco.

"I russi insistono sull’intero Donbas, la nostra posizione è: troviamo una soluzione decente", ha detto un funzionario ucraino. "Per ora non è chiaro perché gli inviati di Trump dovrebbero fare tutta questa strada solo per sentirsi dire la stessa cosa". Un funzionario della Casa Bianca ha confermato al Kyiv Independent che la visita resta in discussione, ma "non è ancora stata fissata".

Lo stallo ai vertici non ha però del tutto interrotto i contatti tra Kyiv e Washington, che proseguono su più canali. Secondo un funzionario ucraino, l’Ucraina sta cercando "nuovi formati" per rilanciare il dialogo con gli Stati Uniti. "In questo momento la situazione negli Stati Uniti non è favorevole, proprio per la guerra in Iran", ha ammesso una fonte.

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Gli americani vogliono più spesa sociale e meno fondi all'esercito


I cittadini bocciano i tagli all'istruzione e alla sanità proposti dal Congresso, mentre il debito federale supera il 100% del Pil per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale

Gli elettori americani si oppongono ai tagli alla spesa sociale e all'aumento del bilancio del Pentagono che il Congresso a maggioranza repubblicana sta valutando, secondo una serie di sondaggi pubblicati nelle ultime settimane. La rilevazione di RMG Research/Napolitan News Service condotta tra il 27 e il 28 aprile 2026 mostra che il 62% degli intervistati si oppone ai tagli al Dipartimento dell'Istruzione, contro il 32% favorevole, uno scarto di 30 punti percentuali. Ancora più netto il giudizio sui tagli alla Transportation Security Administration, l'agenzia che si occupa della sicurezza nei trasporti, respinti con un margine di 36 punti, 63% contro 27%. Sulla proposta democratica di ridurre i fondi all'Immigration and Customs Enforcement, l'agenzia federale per l'immigrazione, gli elettori si dividono in modo più netto: il 51% è favorevole al taglio, il 44% contrario.

Il dibattito arriva in un momento delicato per il bilancio federale. Il presidente Trump ha firmato il 30 aprile 2026 una legge che pone fine allo shutdown del Dipartimento di Sicurezza Interna e finanzia l'agenzia per l'immigrazione. Il Congresso sta inoltre discutendo un significativo aumento della spesa militare e tagli consistenti all'Environmental Protection Agency, l'agenzia per la protezione ambientale.

Sull'aumento dei fondi al Pentagono, i parlamentari sembrano andare in direzione opposta rispetto all'opinione pubblica. Un sondaggio Verasight/The Argument condotto tra il 20 e il 23 aprile 2026 mostra che la spesa militare è di gran lunga la categoria su cui gli americani ritengono che il governo spenda troppo. Per finanziare l'aumento delle spese militari, i repubblicani starebbero valutando ulteriori tagli alla sanità, già ridotta in modo significativo nella legge di bilancio dello scorso anno, ufficialmente denominata One Big Beautiful Bill Act. I leader repubblicani sostengono che questi tagli colpiranno solo sprechi e frodi, mentre gli oppositori replicano che le frodi non sono diffuse e che i tagli danneggeranno gli americani, in particolare i beneficiari di Medicaid, il programma sanitario per le famiglie a basso reddito.

Sondaggio Verasight
Solo per la spesa militare gli americani pensano che il governo spenda troppo
Percentuale di americani che ritiene che il governo federale spenda troppo, nella giusta misura o troppo poco per ciascuna categoria

Troppo poco
Giusto
Troppo

Sanità

67%
24%
10%

Social Security

65%
30%
5%

Istruzione

61%
29%
10%

Sussidi a basso reddito (SNAP)

50%
30%
20%

Sussidi di disoccupazione

42%
44%
13%

Spesa militare

24%
36%
40%

Fonte: Verasight / The Argument · Sondaggio condotto dal 20 al 23 aprile 2026 · Le percentuali non sommano sempre a 100 per arrotondamenti

Sulla percezione degli sprechi, i dati sono ambigui. Nel sondaggio RMG Research/Napolitan News, il 21% degli elettori ritiene che la maggior parte della spesa federale sia spreco e frode, mentre un altro 44% dice che ne è coinvolta una buona parte. Il 24% pensa che lo spreco riguardi solo una parte della spesa e appena il 5% lo considera marginale. Su questo terreno i repubblicani potrebbero riuscire a presentare i tagli come semplice eliminazione di sprechi. Il 67% degli elettori intervistati da Verasight/The Argument ritiene però che il governo spenda troppo poco per la sanità. Un sondaggio di Data for Progress condotto tra il 3 e il 6 aprile 2026 mostra inoltre che le specifiche misure proposte per ridurre la spesa di Medicaid sono tutte respinte con margini superiori ai 30 punti percentuali.

In generale, gli americani danno la priorità ai programmi che li riguardano direttamente. Il sondaggio YouGov/The Economist del 24-27 aprile 2026 indica che gli aumenti più richiesti riguardano programmi di sostegno diretto come Social Security, Medicare e Medicaid, oltre alla spesa per i veterani e all'istruzione.

Sondaggio YouGov
Gli americani vogliono più fondi per i programmi che aiutano direttamente i cittadini
Percentuale di americani che ritiene che il governo federale dovrebbe aumentare, ridurre o mantenere invariata la spesa per ciascuna categoria

Aumentare
Mantenere uguale
Ridurre

Veterani

73%
19%
3%

Social Security

70%
19%
4%

Medicare

67%
21%
7%

Istruzione

64%
19%
11%

Medicaid

58%
23%
13%

Ambiente

55%
22%
17%

SNAP (food stamps)

48%
24%
20%

Difesa nazionale

38%
31%
23%

TSA (sicurezza trasporti)

37%
39%
12%

ICE (immigrazione)

30%
21%
43%

Aiuti esteri

21%
24%
47%

Fonte: YouGov / The Economist · Sondaggio condotto dal 24 al 27 aprile 2026 su 1.836 adulti · Le percentuali non sommano sempre a 100 per arrotondamenti e per la quota di indecisi

Il quadro è complicato dalla situazione dei conti pubblici. Per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, il debito federale degli Stati Uniti supera il 100% del Pil. Un sondaggio condotto da Global Strategy Group e North Star Opinion Research per la Peter G. Peterson Foundation rileva che l'88% degli elettori è preoccupato per l'impatto del debito sui tassi di interesse e il 92% per l'impatto sull'inflazione. L'83% afferma che la presenza di un piano per affrontare il debito influenzerà il proprio voto nel 2026. Il 66% pensa che il debito peggiorerà nei prossimi anni, contro un 28% che si aspetta un miglioramento.

Questi numeri vanno letti con cautela. Le domande sui timori legati a inflazione e tassi di interesse erano precedute nel sondaggio da una premessa che spiegava come gli economisti, da tutto lo spettro ideologico, concordino sul fatto che il debito crescente possa aumentare inflazione e tassi, rendendo più costosi beni, servizi e trasporti. Predisposti a credere che il debito incida su questi indicatori, gli intervistati hanno fornito le risposte attese.

La spesa pubblica raramente compare ai primi posti tra le priorità degli americani. Nei sondaggi YouGov/The Economist degli ultimi anni, la voce taxes and government spending non ha mai superato il 10% delle risposte come questione più importante, una quota analoga a quella di chi indica la sicurezza nazionale e la politica estera. A dominare le preoccupazioni sono stati l'inflazione e i prezzi, anche se diritti civili e libertà civili hanno avuto un momento di rilievo nell'estate e nell'autunno del 2025.

La Peter G. Peterson Foundation, organizzazione no profit che promuove la riduzione del debito federale, conduce sondaggi mensili dalla fine del 2012. In quelle rilevazioni una media del 29% degli intervistati si aspetta un miglioramento del debito, mentre il 61% prevede un peggioramento, dati non lontani dal 28-66 dell'ultimo sondaggio. Una sola variabile ha mosso in modo significativo l'opinione pubblica su questo punto in oltre un decennio: l'elezione di Donald Trump. Dopo le vittorie del 2016 e del 2024, i sondaggi hanno mostrato per breve tempo gli elettori divisi quasi a metà, prima di tornare al consueto pessimismo. Trump ha però aumentato il deficit in modo marcato in entrambi i mandati.

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Spirit Airlines chiude definitivamente, cancellati tutti i voli


La compagnia aerea low-cost ha annunciato la cessazione immediata delle operazioni dopo il fallimento delle trattative per un salvataggio. Quasi 17.000 dipendenti coinvolti e migliaia di passeggeri bloccati senza possibilità di rimborso per le spese extra sostenute.

Spirit Airlines ha annunciato questa mattina la chiusura definitiva delle operazioni con effetto immediato. La compagnia aerea low-cost ha cancellato tutti i voli e avviato quella che ha definito una “cessazione ordinata” delle attività, mettendo fine a 34 anni di presenza nell’aviazione americana. La decisione coinvolge migliaia di voli già programmati e circa 17.000 dipendenti.

“A tutti i nostri clienti: tutti i voli sono stati cancellati e il servizio clienti non è più disponibile”, ha comunicato la compagnia in una nota ufficiale. Spirit ha aggiunto di essere “orgogliosa dell’impatto del nostro modello ultra-low-cost sull’industria negli ultimi 34 anni” e di aver sperato di poter servire i propri clienti ancora a lungo. Al momento dell’entrata in vigore della chiusura, nessun aereo Spirit era in volo.

La decisione arriva dopo il fallimento delle trattative per un salvataggio finanziario che avrebbe dovuto consentire alla compagnia di uscire dal secondo fallimento in meno di un anno. I piani di rilancio sono stati però compromessi dall’aumento dei costi del carburante per aerei, legato allo scoppio della guerra con l’Iran. “Nonostante gli sforzi della compagnia, il recente aumento significativo dei prezzi del petrolio e altre pressioni sul business hanno inciso in modo rilevante sulle prospettive finanziarie di Spirit”, ha spiegato l’azienda. “In assenza di nuovi finanziamenti disponibili, Spirit non ha avuto altra scelta se non avviare questa cessazione”.

Il mese scorso Spirit aveva chiesto assistenza finanziaria alla Casa Bianca e, in un primo momento, il presidente Donald Trump era sembrato disponibile a valutare un intervento. Ma venerdì sono emerse indiscrezioni sull’imminenza della chiusura, dopo l’interruzione delle trattative tra l’azienda, i detentori delle obbligazioni e l’Amministrazione Trump. “Mantenere in vita il business richiedeva centinaia di milioni di dollari di liquidità aggiuntiva che Spirit semplicemente non ha e non era più in grado di procurarsi”, ha dichiarato Dave Davis, presidente e amministratore delegato della compagnia. “È tremendamente deludente e non è il risultato che nessuno di noi voleva”.

L’impatto immediato della chiusura ricade sui passeggeri che avevano prenotato un volo, compresi quelli già in viaggio e in attesa del rientro. Sul sito dedicato alla chiusura, Spirit ha invitato i clienti a non recarsi in aeroporto e li ha indirizzati a una pagina per verificare lo stato dei rimborsi e i passaggi successivi. La compagnia ha precisato che i rimborsi saranno processati automaticamente per i voli acquistati direttamente con carta di credito o di debito, mentre chi ha prenotato tramite agenzie di viaggio dovrà rivolgersi all’intermediario utilizzato.

Resta però un nodo critico per molti viaggiatori: Spirit non rimborserà i costi sostenuti a causa delle cancellazioni, come pernottamenti d’emergenza o altre spese impreviste, salvo eventuali coperture previste dalle polizze assicurative di viaggio. Una clausola che potrebbe lasciare molti passeggeri esposti a costi significativi.

Spirit Airlines aveva vissuto il suo periodo di massimo successo a metà degli anni 2010, quando aveva aperto 28 nuove rotte in meno di un anno ed era arrivata a una valutazione fino a 6 miliardi di dollari. La compagnia aveva attirato i passeggeri con le sue tariffe “bare fare”, un modello in cui il prezzo base del biglietto veniva mantenuto molto basso, mentre quasi tutto il resto, dalle bevande ai bagagli a mano da sistemare nelle cappelliere, prevedeva un costo aggiuntivo. Pur trasportando solo una quota limitata dei passeggeri americani, Spirit era stata per un periodo tra le compagnie più redditizie del settore negli Stati Uniti.

Da tempo al centro di voci su possibili acquisizioni, in un comparto abituato a fusioni e consolidamenti, Spirit aveva tentato di vendersi a JetBlue nel 2022, dopo le difficoltà incontrate nel ritrovare stabilità finanziaria dopo la pandemia. Se l’accordo fosse andato in porto, avrebbe dato vita alla quinta compagnia aerea più grande del Paese. I funzionari del Dipartimento di Giustizia, durante l’Amministrazione Biden, avevano però sostenuto che l’operazione avrebbe violato le norme antitrust federali. Nel 2024 un giudice aveva accolto questa posizione, bloccando la fusione.

Pochi mesi dopo, Spirit aveva presentato per la prima volta istanza di protezione fallimentare per far fronte ai propri obblighi di debito, diventando la prima grande compagnia aerea americana a ricorrere al Chapter 11 dal 2011. Un giudice aveva approvato un piano di riorganizzazione all’inizio del 2025, ma la società era stata costretta a presentare una nuova istanza ad agosto, a causa della debolezza della domanda tra i viaggiatori a basso costo e del forte aumento dei costi. A dicembre erano emerse discussioni su una possibile fusione con Frontier Airlines, ma anche quel negoziato non aveva prodotto risultati.

Le origini di Spirit risalgono a una società di autotrasporti del Michigan fondata negli anni Sessanta, mentre le operazioni aeree erano iniziate negli anni Ottanta. Nel 1999 l’azienda aveva trasferito la propria sede nell’area di Fort Lauderdale, in Florida, dove è rimasta fino alla chiusura. Alla fine del 2025 impiegava circa 17.000 persone.

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Il Pentagono firma accordi con le big tech per l'intelligenza artificiale, Anthropic resta esclusa


Il Dipartimento della Difesa ha annunciato di aver siglato intese con SpaceX, OpenAI, Google, Amazon, Microsoft, Nvidia e Reflection AI basate sullo standard di "qualsiasi uso lecito" rifiutato da Anthropic.

Il Pentagono ha annunciato venerdì accordi con 7 grandi aziende tecnologiche statunitensi per portare i loro modelli di intelligenza artificiale sulle reti classificate del Dipartimento della Difesa. L’intesa isola Anthropic, che ha rifiutato lo standard di "qualsiasi uso lecito" accettato dalle altre società. Gli accordi, anticipati per primi da Bloomberg, coinvolgono SpaceX di Elon Musk, OpenAI, Google, Amazon Web Services, Microsoft, Nvidia e la start-up Reflection AI. Fino a poco tempo fa, Anthropic era l’unico modello di intelligenza artificiale disponibile sui mercati classificati.

"Questi accordi accelerano la trasformazione delle Forze Armate degli Stati Uniti in una forza da combattimento che mette al primo posto l’intelligenza artificiale", ha dichiarato il Pentagono in una nota. Donald Trump ha ordinato al governo di interrompere i rapporti con Anthropic, ma per ora la tecnologia dell’azienda resta sulle reti classificate e gli analisti dell’intelligence continuano a usarla. Il Pentagono vorrebbe passare rapidamente a ChatGPT di OpenAI e a Gemini di Google, ma la transizione ha incontrato difficoltà tecniche. I funzionari della Difesa sperano che le nuove intese spingano Anthropic ad accettare lo standard richiesto.

Un funzionario del Pentagono ha spiegato che i nuovi accordi serviranno a evitare il vendor lock-in, cioè la dipendenza da un singolo fornitore. Il Pentagono punta a uno standard unico per tutte le aziende e non vuole concedere garanzie contrattuali sull’uso dei modelli. Nella nota non ha però specificato a cosa serviranno i nuovi strumenti, limitandosi a dire che aiuteranno i militari a decidere più in fretta e meglio.

Intanto, Anthropic e il Dipartimento della Difesa si stanno scontrando anche in un tribunale federale. Il Pentagono ha classificato l’azienda come un rischio per la catena di fornitura, una mossa inedita per contestare il modo in cui un’impresa privata sviluppa i propri prodotti. Alla Casa Bianca, però, la potenza dell’ultimo modello di Anthropic, Mythos, ha colpito e preoccupato i funzionari, che ora spingono per un compromesso. L’obiettivo è chiudere lo scontro o, almeno, permettere ad altre agenzie federali di lavorare con l’azienda.

Il nodo riguarda due possibili impieghi del modello Claude: il pilotaggio di droni autonomi e la sorveglianza interna. Il Pentagono sostiene di non voler usare il modello per nessuna delle due finalità, ma con Anthropic non è stato trovato un accordo su come formularlo nel contratto, né se sia davvero necessario farlo.

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Trump inasprisce le sanzioni contro Cuba e minaccia un'azione militare


Il presidente firma un decreto che colpisce energia, difesa e finanza dell'isola. L'Avana parla di "punizione collettiva". Esperti vedono un avvertimento a Russia e Cina.

Donald Trump ha firmato un decreto che inasprisce in modo significativo le sanzioni statunitensi contro Cuba, colpendo persone ed entità attive nei settori dell'energia, della difesa, dei metalli, dell'attività mineraria, dei servizi finanziari e della sicurezza dell'isola. Il provvedimento, annunciato venerdì 1 maggio, estende le sanzioni anche ai funzionari cubani accusati di gravi violazioni dei diritti umani o di corruzione e minaccia di tagliare l'accesso ai mercati americani delle banche straniere che continuano a lavorare con il governo dell'Avana.

Il ministro degli Esteri Bruno Rodriguez ha definito le nuove misure una forma di "punizione collettiva" contro la popolazione, denunciandole su X come provvedimenti unilaterali, illegali e abusivi. Il presidente Miguel Diaz-Canel le ha bollate come misure coercitive volte a intimidire Cuba. Il giorno prima Diaz-Canel aveva chiamato i cubani a mobilitarsi contro quello che ha definito un blocco genocida e contro le minacce imperiali degli Stati Uniti.

Il decreto è arrivato in concomitanza con le celebrazioni del 1 maggio all'Avana, dove una grande manifestazione ha sfilato davanti all'ambasciata americana sotto lo slogan "difendere la patria". In testa al corteo ci sono stati il presidente Diaz-Canel e l'ex leader rivoluzionario Raúl Castro, che si appresta a compiere 95 anni e ha fatto una rara apparizione pubblica.

Nella stessa giornata, parlando in Florida, Trump ha rilanciato l'ipotesi di un'azione militare contro l'isola. Il presidente ha detto che, una volta concluse le operazioni in Iran, la portaerei USS Abraham Lincoln potrebbe avvicinarsi a un centinaio di metri dalla costa cubana per ottenere la resa dell'isola. Già nelle settimane precedenti Trump aveva ipotizzato di "prendere" Cuba in qualche forma, sostenendo di poter fare quello che vuole con il paese vicino.

Le nuove sanzioni si inseriscono in una strategia di pressione che dura da mesi. A gennaio l'amministrazione ha imposto un blocco petrolifero, autorizzando l'arrivo di una sola petroliera russa da allora. Trump ha minacciato dazi pesanti sui paesi che vendono petrolio a Cuba, contribuendo a paralizzare il settore energetico dell'isola. Le carenze di carburante hanno provocato blackout prolungati, in alcune zone fino a venti ore al giorno, e a marzo la rete elettrica è collassata lasciando senza energia i dieci milioni di abitanti del paese. Anche il turismo, una delle principali fonti di valuta, è crollato per la riduzione dei voli.

Secondo Jeremy Paner, ex investigatore dell'ufficio per il controllo dei beni esteri del dipartimento del Tesoro statunitense e oggi avvocato presso lo studio Hughes Hubbard + Reed, il provvedimento è il più rilevante per le aziende non americane dall'inizio dell'embargo decenni fa. Paner ha spiegato al Guardian che le società petrolifere, minerarie e bancarie che avevano tenuto separate le proprie attività cubane da quelle statunitensi non sono più protette.

Andy Gómez, docente di studi cubani all'Università di Miami, ha dichiarato a CBS Miami che il decreto contiene un messaggio nascosto rivolto a paesi come Russia e Cina, invitati a tenersi a distanza dall'isola. Sempre secondo Gómez, la presenza di Raúl Castro alla parata del 1 maggio è un tentativo calcolato di proiettare forza e di mostrare che, a 95 anni, è ancora lui a tirare le fila. L'esperto ha aggiunto che le sanzioni includono anche un avvertimento implicito sul fronte migratorio: l'amministrazione sta segnalando ai vertici cubani che un'ondata migratoria di massa verso gli Stati Uniti non sarà tollerata.

Il deputato repubblicano della Florida Carlos Giménez ha sostenuto le nuove misure, definendole necessarie per colpire l'apparato di sicurezza che, secondo lui, imprigiona i prigionieri politici e opprime il popolo cubano. Giménez ha avvertito che chiunque sostenga il regime andrà incontro a conseguenze serie.

L'inasprimento arriva nonostante alcuni segnali di apertura diplomatica. Funzionari americani di alto livello hanno visitato l'isola per colloqui il 10 aprile e in quell'occasione un rappresentante statunitense ha incontrato anche Raúl Guillermo Rodriguez Castro, nipote di Raúl Castro. Il New York Times ha riferito a marzo, citando quattro persone informate, che la rimozione di Diaz-Canel dalla presidenza è un obiettivo chiave per Washington nei negoziati bilaterali, anche se gli americani avrebbero lasciato ai cubani il compito di decidere i passi successivi. L'Avana ha tradizionalmente respinto qualunque ingerenza nei propri affari interni e considera invalicabile la difesa del proprio sistema politico.

Gli Stati Uniti chiedono da tempo a Cuba di aprire l'economia statale, di pagare un risarcimento per le proprietà espropriate dal governo di Fidel Castro e di tenere elezioni libere. Per cercare di alleggerire la pressione, a marzo il vice primo ministro e ministro del Commercio estero Oscar Perez-Oliva ha annunciato che gli esiliati cubani potranno investire e possedere imprese sull'isola, aprendo a una relazione commerciale fluida con le aziende statunitensi e con i cubani residenti negli Stati Uniti.

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Alabama e Tennessee verso il ridisegno dei collegi


Dopo la sentenza che indebolisce il Voting Rights Act, i governatori repubblicani convocano sessioni straordinarie per ottenere fino a cinque nuovi seggi alla Camera, mettendo a rischio la carriera di diversi deputati neri democratici.
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Alabama e Tennessee si preparano a ridisegnare i propri collegi elettorali per la Camera dei rappresentanti, dopo la decisione della Corte Suprema che indebolisce il Voting Rights Act, la legge che tutela il diritto di voto delle minoranze. I governatori repubblicani stanno tentando di sfruttare il nuovo quadro giuridico per allargare la maggioranza del partito al Congresso, in un'operazione di gerrymandering senza precedenti nella storia recente.

Venerdì la governatrice dell'Alabama Kay Ivey e il governatore del Tennessee Bill Lee, entrambi repubblicani, hanno convocato sessioni straordinarie delle rispettive legislature con l'obiettivo di ottenere nuovi seggi sicuri per il partito. La mossa segue l'annuncio del governatore della Louisiana Jeff Landry, anch'egli repubblicano, che giovedì aveva sospeso le primarie per la Camera previste nel suo stato il 16 maggio, in modo da consentire il ridisegno della mappa elettorale.

L'insieme di queste iniziative potrebbe garantire ai repubblicani un vantaggio in un numero compreso tra tre e cinque nuovi seggi: uno in Tennessee, uno o due in Alabama e altrettanti in Louisiana. Il calcolo politico ha particolare rilievo in una fase non favorevole al partito, con i sondaggi che indicano una popolarità in calo per il presidente Donald Trump.

La Corte Suprema indebolisce il Voting Rights Act e annulla la mappa elettorale della Louisiana
Decisione 6 a 3 firmata da Alito restringe la sezione 2 della legge del 1965. A rischio una dozzina di seggi a maggioranza nera o ispanica nel Sud, con vantaggio per i repubblicani.
Focus AmericaLorenzo Ruffino


In una nota che annuncia la sessione straordinaria, in apertura martedì, Lee ha sostenuto di voler garantire che i collegi del Tennessee riflettano accuratamente la volontà degli elettori dello stato.

Il percorso in Alabama appare però più incerto e dipende da una decisione d'urgenza della Corte Suprema. Lo stato è infatti vincolato da un ordine giudiziario che impone di mantenere la mappa attuale fino al censimento del 2030. Ivey punta a ottenere l'annullamento di quel vincolo alla luce della nuova pronuncia che limita una parte cruciale del Voting Rights Act.

Il procuratore generale dell'Alabama Steve Marshall, repubblicano, ha presentato giovedì istanze d'urgenza per chiedere alla Corte di rimuovere le ingiunzioni che impediscono allo stato di utilizzare la mappa congressuale approvata dalla legislatura nel 2023. Quella mappa avrebbe garantito ai repubblicani un vantaggio in sei dei sette seggi alla Camera assegnati allo stato, ma era stata bloccata dalla stessa Corte Suprema perché diluiva il peso elettorale dei residenti neri, che rappresentano oltre un quarto della popolazione dell'Alabama. Non è ancora chiaro quando i giudici si pronunceranno sulle nuove istanze.

Ivey ha spiegato di aver convocato la legislatura per l'inizio della prossima settimana proprio per essere pronta nel caso in cui i tribunali consentissero l'uso delle mappe precedentemente disegnate per il Congresso e per il Senato statale già in questo ciclo elettorale.

Fino alla sentenza di questa settimana, il Voting Rights Act aveva obbligato molti stati a preservare i collegi a maggioranza di minoranza, distretti spesso rappresentati da deputati democratici. La nuova interpretazione della legge da parte della Corte consente agli stati a guida repubblicana di eliminare molti di quei collegi, mettendo a rischio la carriera di numerosi parlamentari neri, sia in occasione delle elezioni di metà mandato del 2026 sia nel 2028.

I tempi stringono. Per modificare le mappe in vista del voto di novembre, i leader repubblicani devono muoversi rapidamente, dato che molti stati hanno già tenuto le primarie o le hanno avviate. In Louisiana alcuni oppositori hanno presentato ricorso per bloccare il rinvio delle primarie e mantenere i collegi attuali in questo ciclo elettorale.

Non tutti gli stati a guida repubblicana hanno scelto la stessa strada. Il governatore della Georgia Brian Kemp ha annunciato venerdì che attenderà il ciclo elettorale del 2028 prima di intervenire. In South Carolina i repubblicani appaiono divisi sull'opportunità di convocare una sessione straordinaria per ridisegnare il collegio del deputato James E. Clyburn, unico democratico dello stato alla Camera. A poco più di un mese dalle primarie locali, alcuni esponenti del partito sostengono la necessità di intervenire subito, mentre i leader repubblicani in parlamento, citati dal quotidiano The State, considerano improbabile una riscrittura delle mappe quest'anno. Il governatore Henry McMaster, in una dichiarazione diffusa venerdì, ha affermato che sarebbe opportuno che l'assemblea generale verificasse la conformità della mappa congressuale del South Carolina alla legge federale e alla Costituzione degli Stati Uniti.


La Corte Suprema indebolisce il Voting Rights Act e annulla la mappa elettorale della Louisiana


La Corte Suprema americana ha annullato mercoledì la mappa elettorale della Louisiana che prevedeva due distretti a maggioranza nera, indebolendo in modo significativo il Voting Rights Act, la legge del 1965 considerata uno dei pilastri dell'era dei diritti civili. La decisione, presa con sei voti contro tre, restringe l'applicazione dello strumento principale che minoranze etniche e gruppi per i diritti di voto hanno usato per decenni per contestare le mappe elettorali ritenute discriminatorie.

L'opinione di maggioranza è stata scritta dal giudice Samuel Alito. Hanno scritto un'opinione dissenziente le tre giudici progressiste Elena Kagan, Sonia Sotomayor e Ketanji Brown Jackson. Kagan ha letto un riassunto del suo dissenso dal banco, una mossa rara che segnala un forte disaccordo con la decisione presa dai colleghi conservatori.
Louisiana v. Callais: la Corte Suprema indebolisce il Voting Rights Act

Corte Suprema · Diritto al Voto

La Corte Suprema svuota di significato il Voting Rights Act


Louisiana v. Callais — sentenza del 29 aprile 2026

6–3
La maggioranza conservatrice annulla la mappa elettorale della Louisiana con due distretti a maggioranza afroamericana e alza l'asticella per ogni futura causa contro la sezione 2 della legge sul diritto al voto del 1965.

Sentenza Erosione Effetti Reazioni

Composizione del verdetto

Maggioranza
6
Alito (autore), Roberts, Thomas, Gorsuch, Kavanaugh, Barrett

Contrari
3
Kagan, Sotomayor, Jackson


Gli Stati violano la sezione 2 solo quando le prove sostengono una forte intento di discriminazione fondata sull'etnia.
MaggioranzaSamuel Alito


La maggioranza ha eviscerato la sezione 2, riducendo la legge a lettera morta.
DissensoElena Kagan

Il caso Louisiana

D1
Bianca

D2
Afroam.

D3
Bianca

D4
Bianca

D5
Bianca

D6
Afroam.

Maggioranza afroamericana
Maggioranza bianca

La mappa del 2024, ora annullata. Gli afroamericani rappresentano circa un terzo del totale dei residenti dello Stato.

Sessant'anni di Voting Rights Act

1965
Approvazione

Il Congresso vieta la discriminazione elettorale delle minoranze etniche
Sotto Lyndon Johnson cadono i test di alfabetizzazione e le tasse sul voto. La sezione 2 vieta mappe che diluiscono il peso del voto delle minoranze.

A pieno regime

2013
Shelby County

Cade la Sezione 5
La Corte Suprema annulla l'obbligo per gli Stati che hanno avuto una storia di discriminazione contro le minoranze di sottoporre i cambiamenti alla legge elettorale dinanzi al governo federale o a un giudice.

Indebolita

2023
Allen v. Milligan

L'ultima conferma
A sorpresa la Corte Suprema conferma la sezione 2 e blocca una mappa elettorale dell'Alabama. Kavanaugh, però, scrive che il ricorso a "ridisegnamenti di distretti elettorali basati sull'etnia" non può durare "all'infinito".

Sotto pressione

2026
Louisiana v. Callais

La Sezione 2 perde mordente
La Corte non dichiara incostituzionale la Sezione 2, ma richiede la prova di un'intenzione discriminatoria esplicita. Il vantaggio politico di partito basta così a salvare la mappa.

Svuotata di significato

L'impatto futuro sul Congresso

Fino a 19
Seggi che potrebbero essere ridisegnati a favore dei repubblicani.Stima Brookings

218–213
L'attuale, fragile maggioranza repubblicana alla Camera, con 4 seggi vacanti.Gennaio 2026

Stati pronti a ridisegnare le proprie mappe

1
Louisiana

Sentenza

Lo Stato che ha intentato la causa. Le primarie sono fissate per il 16 maggio, con il voto anticipato già aperto. Il distretto del deputato afroamericano Cleo Fields è ora a rischio.

2
Florida

+4 seggi

La Camera statale ha approvato oggi il nuovo piano proposto dal governatore Ron DeSantis con 83 voti contro 28. Il governatore punta a smantellare i distretti a maggioranza democratica nel sud dello Stato.

3
Mississippi

Sessione speciale

Il governatore Tate Reeves ha già annunciato una sessione del parlamento statale 21 giorni dopo la sentenza, per riscrivere la mappa che era stata già giudicata in violazione della Sezione 2.

4
South Carolina

Pronto

Il partito repubblicano statale ipotizza di modificare le mappe per eliminare il distretto del deputato democratico Jim Clyburn, unico afroamericano alla Camera eletto in South Carolina.

5
Tennessee

Possibile

Tra gli Stati a controllo repubblicano che sono teoricamente ancora in tempo per ridisegnare le mappe prima del voto di novembre.

6
Missouri

Possibile

Già protagonista del primo round di ridisegno delle mappe nel 2025. Una nuova mappa potrebbe ulteriormente consolidare la maggioranza repubblicana.

La cornice politica

6
Stati che hanno già ridisegnato le mappe nel 2025-26: Texas, Ohio, Missouri, North Carolina, California e Virginia.

Nov 2026
Le elezioni di midterm, dove si deciderà il controllo della Camera per i prossimi due anni.

Le reazioni sulla sentenza

Approvazione Casa Bianca
Amministrazione Trump
Una vittoria completa e totale.

Approvazione Stato della Louisiana
Liz Murrill, Procuratrice Generale
Una decisione sismica che riafferma l'eguale protezione della legge.

Critica Diritti civili
Derrick Johnson, presidente NAACP
Un colpo devastante. Una licenza per i politici corrotti che vogliono manipolare il sistema mettendo a tacere intere comunità.

Critica Diritto elettorale
Richard Hasen, UCLA
È difficile sopravvalutare quanto questa decisione indebolisca il Voting Rights Act, riducendolo a uno strumento potenzialmente senza mordente.

Critica Congresso
Troy Carter, deputato democratico (Lousiana)
Un colpo devastante alla promessa di rappresentanza paritaria nella nostra democrazia.

Elaborazione FocusAmerica su fonti:Corte Suprema USA, New York Times, ABC News, NBC News, Brookings, Issue One · 29 aprile 2026

Per capire la portata della sentenza occorre partire dal Voting Rights Act, approvato dal Congresso nel 1965 sotto l'amministrazione Lyndon Johnson. La legge vietò pratiche elettorali discriminatorie come i test di alfabetizzazione e le tasse sul voto, usate per decenni nel Sud per escludere gli elettori afroamericani. La sezione 2 vieta agli stati di redigere mappe elettorali che diluiscono il peso del voto delle minoranze. In pratica, ha spinto molti stati a creare distretti dove afroamericani, ispanici o asiatici costituiscono la maggioranza degli elettori, così da garantire che possano scegliere candidati di loro gradimento.

La sentenza non ha dichiarato la sezione 2 incostituzionale, come temevano molti attivisti. Ha però alzato in misura sostanziale l'asticella per chi voglia contestare una mappa. Secondo il nuovo criterio, gli stati violano la legge solo se hanno disegnato i distretti con l'intenzione esplicita di ridurre il potere elettorale delle minoranze in base all'etnia. Se la motivazione invocata è il vantaggio politico di partito, anche se l'effetto è quello di diluire il voto delle minoranze, la mappa resta legittima. "La sezione 2 impone responsabilità solo quando le prove sostengono una forte deduzione che lo stato abbia intenzionalmente disegnato i propri distretti per offrire agli elettori delle minoranze meno opportunità a causa della loro etnia", ha scritto Alito.

Kagan ha replicato nel suo dissenso che la maggioranza ha "eviscerato" la sezione 2, riducendo la legge a "lettera morta". "Secondo la nuova interpretazione della Corte, uno stato può, senza conseguenze legali, diluire sistematicamente il potere di voto dei cittadini appartenenti alle minoranze", ha scritto Kagan.
L'attuale mappa dei distretti della Louisiana
Il caso, noto come Louisiana v. Callais, ha origine nel 2022. Dopo il censimento del 2020 il parlamento della Louisiana, controllato dai repubblicani, ha approvato una mappa con cinque distretti a maggioranza bianca e uno a maggioranza nera, su sei totali. La popolazione afroamericana costituisce circa un terzo dei residenti dello stato. Un gruppo di elettori neri ha fatto causa sostenendo che la mappa violava la sezione 2. Un giudice federale ha dato loro ragione e ha ordinato il disegno di un secondo distretto a maggioranza nera. Nel 2024 la legislatura ha approvato una nuova mappa, modellata anche per proteggere i seggi di pesi massimi repubblicani come lo speaker della Camera Mike Johnson, il leader della maggioranza Steve Scalise e la deputata Julia Letlow, membro della commissione Bilancio. Nel nuovo distretto è stato eletto il deputato democratico nero Cleo Fields.

La mappa è stata però impugnata da dodici elettori secondo i quali si trattava di un gerrymandering etnico incostituzionale, ovvero di un disegno dei collegi pensato per favorire una specifica componente etnica. Un panel di tre giudici federali ha dato loro ragione e la causa è approdata alla Corte Suprema. Nel giugno dell'anno scorso i giudici hanno rinviato la decisione e chiesto alle parti di affrontare la questione più ampia se l'uso dell'etnia nel ridisegnare i distretti sia compatibile con la Costituzione, in particolare con il quattordicesimo e il quindicesimo emendamento.

L'effetto pratico della sentenza si farà sentire ben oltre la Louisiana. Secondo un'analisi del New York Times, fino a una dozzina di distretti a maggioranza nera o ispanica nel Sud potrebbero essere riconvertiti in seggi a maggioranza bianca dai parlamenti statali a controllo repubblicano. Tutti questi seggi sono attualmente in mano a deputati democratici.

L'impatto immediato sulle elezioni di metà mandato di novembre 2026 resta incerto. In molti stati i termini per ridisegnare le mappe sono già scaduti. La Louisiana terrà le primarie il 16 maggio con il voto anticipato che inizia sabato. La Florida ha approvato mercoledì alla Camera statale, con 83 voti contro 28, un nuovo piano che potrebbe garantire ai repubblicani fino a quattro seggi aggiuntivi al Congresso. Stati come South Carolina, Tennessee e Missouri potrebbero teoricamente ridisegnare le proprie mappe prima del voto. Il governatore del Mississippi Tate Reeves ha annunciato una sessione speciale del parlamento statale ventuno giorni dopo la sentenza per riscrivere la mappa della Corte Suprema dello stato, che era stata trovata in violazione della sezione 2.

La pronuncia si inserisce in una serie di decisioni con cui la maggioranza conservatrice ha progressivamente eroso il Voting Rights Act. Nel 2013, nella sentenza Shelby County, la Corte aveva annullato la sezione 5, che obbligava gli stati con una storia di discriminazione a sottoporre i cambiamenti elettorali al governo federale o a un giudice. Solo due anni fa, nel caso Allen v. Milligan, la stessa Corte aveva confermato a sorpresa la legge bloccando una mappa dell'Alabama che diluiva il voto degli elettori neri. Già allora, però, il giudice Brett Kavanaugh aveva scritto in un'opinione concorrente che il ricorso a "ridisegnamenti basati sull'etnia" non poteva continuare "indefinitamente nel futuro".

Il presidente Donald Trump aveva spinto la scorsa estate gli stati a guida repubblicana a ridisegnare le proprie mappe in vista delle elezioni di metà mandato, nel timore di perdere la fragile maggioranza alla Camera. Texas, Ohio, Missouri e North Carolina hanno già adottato nuove mappe favorevoli al partito. La California ha risposto con un piano che dovrebbe garantire ai democratici fino a cinque seggi in più e in Virginia gli elettori hanno approvato un'analoga riforma.

Richard Hasen, esperto di diritto elettorale dell'Università della California a Los Angeles, ha scritto sul proprio blog che è "difficile sopravvalutare quanto questa decisione indebolisca il Voting Rights Act", riducendo la legge a uno strumento "potenzialmente senza denti". Il presidente della NAACP, la storica organizzazione per i diritti civili afroamericani, Derrick Johnson, ha definito in una nota la sentenza "un colpo devastante" e "una licenza per i politici corrotti che vogliono manipolare il sistema mettendo a tacere intere comunità". L'attorney general della Louisiana Liz Murrill ha parlato in un comunicato di "decisione sismica che riafferma l'eguale protezione" della legge. La Casa Bianca ha celebrato il verdetto come "una vittoria completa e totale".


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La guerra con l'Iran è costata il doppio di quanto dichiarato arrivando a 50 miliardi


Funzionari del Pentagono rivelano a CBS News che l'Operazione Epic Fury è costata quasi il doppio dei 25 miliardi di dollari ufficialmente indicati al Congresso. Pesano munizioni consumate e i 24 droni Reaper persi in combattimento.

La guerra contro l’Iran è costata al Pentagono quasi 50 miliardi di dollari, il doppio della cifra ufficialmente comunicata questa settimana dal Dipartimento della Difesa al Congresso. Lo hanno riferito a CBS News funzionari statunitensi a conoscenza delle valutazioni interne del Pentagono.

Mercoledì, durante un’audizione a Capitol Hill, un funzionario del Pentagono aveva ufficialmente stimato in circa 25 miliardi di dollari il costo dell’Operazione Epic Fury. Quella cifra, però, non includeva il valore degli equipaggiamenti militari distrutti né i danni subiti dalle installazioni militari americane. Anche CNN ha riferito che il conto reale della guerra contro l'Iran si aggirerebbe tra i 40 e i 50 miliardi di dollari.
Il vero costo della guerra contro l'Iran

Pentagono · Costi della guerra
Il vero costo della guerra contro l'Iran
Stima ufficiale vs stima reale a confronto

Il conto Cosa pesa Famiglie Congresso

Stima ufficiale vs stima reale

Pentagono al Congresso
25
miliardi di dollari

VS

Stima reale interna
~50
miliardi di dollari

Cosa non era incluso

2x
Il costo reale è il doppio della cifra ufficiale comunicata al Congresso

CBS News e CNN, citando funzionari del Pentagono, indicano un costo effettivo tra i 40 e i 50 miliardi, contro i 25 dichiarati ufficialmente.

Esclusi
Equipaggiamenti distrutti e basi danneggiate

La stima ufficiale da 25 miliardi non include il valore degli equipaggiamenti militari distrutti né i danni alle installazioni militari statunitensi colpite durante il conflitto.

1.500 mld
Richiesta di budget del Pentagono al Congresso

Hegseth e il generale Caine si sono presentati al Congresso per difendere la richiesta di fondi da 1.500 miliardi di dollari per il prossimo anno.

Anni
Quelli che ci vorranno per riportare gli arsenali ai livelli precedenti la guerra

Mark Cancian (CSIS, ex Office of Management and Budget) ha detto a CBS News che serviranno diversi anni — e che i livelli pre-conflitto erano già considerati insufficienti.

Voci principali di spesa

Munizioni consumate Voce principale

Il rimpiazzo delle scorte è la posta che pesa di più sui costi totali.

24 droni MQ-9 Reaper andati persi ~720 mln $

Velivoli senza pilota dal costo di circa 30 milioni di dollari ciascuno.

Basi militari statunitensi danneggiate Da stimare

Il controller ad interim del Pentagono Hurst: stimare i costi resta complesso, "non sappiamo come ricostruiremo quelle basi".

Carburante In aumento

Crescono i costi del carburante per aerei, navi e mezzi terrestri.

Sicurezza Nazionale (DHS) In aumento

La Difesa è il principale dipartimento sotto pressione per l'aumento dei costi, ma anche il DHS ha visto crescere la spesa legata al conflitto in Iran.

Il peso sulle famiglie americane

+150$ / mese
Spesa aggiuntiva per ogni famiglia statunitense, dovuta ai soli rincari di carburanti e fertilizzanti.
Stima dell'American Enterprise Institute

Le voci che incidono di più sui consumi

Benzina
Rincari diretti alla pompa

L'aumento dei costi del carburante si riflette sui prezzi al consumo, con un effetto immediato sulle famiglie americane.

Spesa
Rincari su generi alimentari

I rincari dei fertilizzanti, legati al conflitto, si trasferiscono lungo la filiera fino al carrello della spesa delle famiglie americane.

"
Quanto costerà il conflitto agli americani nel prossimo anno in termini di rincari su benzina e generi alimentari?
Ro Khanna (Dem, California) a Pete Hegseth — domanda rimasta senza risposta

War Powers Act · il conto alla rovescia

60 giorni dal 28 febbraio
In scadenza

Termine in scadenza

28 feb 2026 +60 giorni
Entro questa scadenza la Casa Bianca deve ottenere una dichiarazione di guerra, un'autorizzazione del Congresso o interrompere l'impiego delle Forze Armate. Hegseth sostiene però che il cessate il fuoco sospenda il conteggio: i democratici respingono questa lettura.

"
Un cessate il fuoco significa soltanto che le bombe non cadono, non che le ostilità siano terminate. Imporre un blocco navale resta a tutti gli effetti un atto di guerra.
Tim Kaine, senatore Dem (Virginia)

Bilancio della Difesa

1.500 mld $
Richiesta di budget del Pentagono per il prossimo anno presentata al Congresso

Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore, si sono presentati al Congresso per difendere la richiesta di fondi per il Pentagono da 1.500 miliardi di dollari per il prossimo anno.

Cronologia

28 Feb 2026
Inizio del conteggio dei 60 giorni del War Powers Act

Da questa data scattano i tempi previsti dalla legge del 1973 entro cui il presidente deve ottenere autorizzazione formale del Congresso o interrompere l'impiego delle Forze Armate.

Mercoledì
Pentagono dichiara: costi per 25 miliardi di dollari

Durante un'audizione a Capitol Hill un funzionario del Pentagono comunica al Congresso una stima di 25 miliardi di costi legati alla guerra in Iran, senza includere equipaggiamenti distrutti e danni alle basi.

Giovedì
Hurst al Senato ammette: stima incompleta

Il controller ad interim del Pentagono Jules Hurst riconosce davanti al senatore Blumenthal che il costo delle infrastrutture danneggiate è difficile da stimare e non è incluso nei 25 miliardi.

Stessa settimana
CBS e CNN: il costo reale è ~50 miliardi

Funzionari Usa a conoscenza delle valutazioni interne del Pentagono indicano una cifra tra i 40 e i 50 miliardi: il doppio di quanto comunicato ufficialmente.

In corso
Scontro su bilancio e War Powers

Hegseth e Caine difendono la richiesta da 1.500 miliardi di fondi per la Difesa per il prossimo anno. Resta aperto lo scontro sulla scadenza dei 60 giorni: i democratici respingono la lettura della Casa Bianca sul cessate il fuoco.

Elaborazione FocusAmerica su fonti: CBS News, CNN, American Enterprise Institute, CSIS · Audizioni Capitol Hill

A pesare sono soprattutto le munizioni consumate e da rimpiazzare. Il Pentagono ha perso 24 droni MQ-9 Reaper, velivoli senza pilota dal costo di circa 30 milioni di dollari ciascuno. Mark Cancian, consigliere senior del Center for Strategic and International Studies ed ex funzionario dell’Office of Management and Budget, ha detto a CBS News che serviranno diversi anni per riportare gli arsenali ai livelli precedenti al conflitto, livelli che i pianificatori militari consideravano già insufficienti.

Giovedì, davanti al Senato, il controller ad interim del Pentagono, Jules Hurst, ha riconosciuto che stimare i costi delle infrastrutture militari danneggiate resta complesso. "Non sappiamo quale sarà la nostra postura futura né come ricostruiremo quelle basi", ha detto rispondendo al senatore democratico del Connecticut Richard Blumenthal, che gli chiedeva cosa fosse incluso nella stima da 25 miliardi di dollari.

Anche il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore, si sono presentati al Congresso per difendere la richiesta di bilancio del Pentagono da 1.500 miliardi di dollari. Cancian ha aggiunto che la Difesa è il principale dipartimento a sostenere i costi del conflitto, ma non l’unico: pure il Dipartimento di Sicurezza Nazionale avrebbe visto aumentare la propria spesa, mentre crescono anche i costi del carburante per aerei, navi e mezzi terrestri.

Il peso della guerra alla fine però ricade principalmente sui contribuenti. Durante l’audizione, il deputato democratico Ro Khanna della California ha chiesto a Hegseth quanto il conflitto costerà agli americani nel prossimo anno in termini di rincari su benzina e generi alimentari. Il Segretario alla Difesa non ha risposto direttamente e ha rilanciato cambiando discorso e chiedendo quale sarebbe il costo di una bomba nucleare iraniana, accusando Khanna di porre domande trabocchetto su questioni interne. Ma secondo l’American Enterprise Institute, think tank vicino ai repubblicani, i soli rincari di carburanti e fertilizzanti comportano una spesa aggiuntiva di 150 dollari al mese per ogni famiglia statunitense.

Sul fronte parlamentare resta aperto anche il nodo del War Powers Act, la legge del 1973 che limita la possibilità del presidente degli Stati Uniti di impegnare le Forze Armate in ostilità senza l’autorizzazione del Congresso. Se calcolati dal 28 febbraio, stanno infatti per scadere i 60 giorni entro i quali il presidente deve ottenere una dichiarazione di guerra, un’autorizzazione specifica del Congresso o interrompere l’impiego delle Forze Armate, salvo le eccezioni previste dalla legge. Hegseth ha però sostenuto che il cessate il fuoco sospende il conteggio, una lettura che alcuni repubblicani sembrano disposti ad accettare, ma che i democratici respingono in toto.

Il senatore democratico della Virginia Tim Kaine ha replicato che un cessate il fuoco significa soltanto che le bombe non cadono, non che le ostilità siano terminate. Usare la Marina statunitense per imporre un blocco navale su tutto ciò che entra ed esce dall’Iran, ha aggiunto, resta a tutti gli effetti un atto di guerra.

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Gli Stati Uniti ritirano 5.000 soldati dalla Germania


Il Pentagono ha annunciato il ritiro entro un anno. La decisione arriva dopo le critiche del cancelliere tedesco alla strategia americana contro Teheran. A rischio anche le truppe in Italia e Spagna.

Il presidente Donald Trump ha ordinato il ritiro di circa 5.000 soldati americani dalla Germania entro i prossimi sei-dodici mesi. L'annuncio è arrivato venerdì primo maggio dal Pentagono e segna un'escalation nello scontro tra Washington e Berlino sulla guerra in Iran. Il numero corrisponde a circa il 14% dei 36.000 militari statunitensi attualmente di stanza nel paese, secondo i dati ufficiali del Dipartimento della Difesa aggiornati alla fine del 2025.

La decisione segue le critiche del cancelliere tedesco Friedrich Merz alla gestione americana del conflitto con Teheran. Parlando lunedì a Marsberg, Merz ha sostenuto che gli americani non avevano alcuna strategia in Iran e che la leadership iraniana stava umiliando Washington. Trump ha risposto martedì su Truth Social accusando il cancelliere di non sapere di cosa stesse parlando e di pensare che l'Iran potesse dotarsi di un'arma nucleare. Mercoledì il presidente ha annunciato che la sua amministrazione stava studiando una possibile riduzione della presenza militare in Germania, con una decisione attesa a breve.

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha dichiarato in un comunicato che la decisione segue una revisione approfondita della postura delle forze in Europa e tiene conto delle esigenze del teatro operativo e delle condizioni sul terreno. Secondo il Wall Street Journal, il ritiro comporterà la rimozione di una brigata dell'esercito e cancellerà il dispiegamento di un battaglione dotato di missili convenzionali a lungo raggio, previsto per quest'anno e annunciato dall'amministrazione di Joe Biden al vertice NATO di Washington del 2024.

La Germania ospita la più grande presenza militare americana in Europa. Sul territorio tedesco si trovano i quartieri generali dello European Command e dell'Africa Command, la base aerea di Ramstein, il Landstuhl Regional Medical Center, il più grande ospedale militare statunitense all'estero, dove sono stati curati i feriti delle guerre in Afghanistan e Iraq e ora anche quelli del conflitto con l'Iran. Nel paese sono inoltre stazionati missili nucleari americani. Le basi tedesche hanno funzionato come snodi logistici e punti di rifornimento per l'operazione Epic Fury, nome ufficiale della campagna militare statunitense contro Teheran iniziata il 28 febbraio con attacchi congiunti americani e israeliani. Solo il Giappone supera la Germania per numero di truppe americane ospitate.

Funzionari della difesa hanno precisato che il ritiro non riguarderà il trasporto e la cura dei militari feriti al Landstuhl Regional Medical Center. Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul ha dichiarato giovedì che Berlino è preparata e sta discutendo la questione all'interno degli organismi NATO in uno spirito di fiducia, aggiungendo di aspettarsi decisioni appropriate tra alleati e partner. Funzionari tedeschi citati dal Wall Street Journal hanno specificato di non prevedere effetti significativi sulle installazioni principali di Ramstein e Stoccarda.

L'annuncio ha suscitato critiche bipartisan a Washington. Il senatore democratico del Rhode Island Jack Reed, membro di rilievo della commissione Servizi Armati del Senato, ha dichiarato che la mossa lascia intendere che gli impegni americani verso gli alleati dipendono dall'umore del presidente, chiedendo l'immediata sospensione di un'azione definita avventata. Il deputato repubblicano del Nebraska Don Bacon, ex generale dell'aviazione, ha detto che la decisione indebolisce la NATO e fa piacere alla Russia, definendola una reazione impulsiva. Bradley Bowman, studioso della Foundation for Defense of Democracies, ha sostenuto che la presenza militare americana in Germania rafforza la deterrenza contro ulteriori aggressioni del Cremlino e facilita la proiezione della potenza militare nel Mediterraneo, in Medio Oriente e in Africa.

Trump ha minacciato di ridurre le truppe anche in Italia e Spagna. Interrogato giovedì nello Studio Ovale, ha risposto che probabilmente lo farà, accusando l'Italia di non essere stata di alcun aiuto e definendo la Spagna odiosa. Alla fine del 2025 l'Italia ospitava 12.662 soldati americani in servizio attivo e la Spagna 3.814. Il presidente ha più volte accusato gli alleati europei di non contribuire abbastanza alla campagna contro l'Iran e alla sicurezza dello stretto di Hormuz, bloccato da Teheran dall'inizio del conflitto.

Complessivamente, in Europa sono di stanza circa 85.000 militari americani, inclusa la portaerei USS Gerald R. Ford nel Mediterraneo. I tagli riporterebbero la presenza statunitense ai livelli del 2022, prima dell'invasione russa dell'Ucraina. Funzionari americani citati dal Wall Street Journal hanno spiegato che l'obiettivo non è ridistribuire le forze all'interno dell'Europa ma riallocarle verso l'emisfero occidentale e la regione indo-pacifica. Già lo scorso ottobre Washington aveva confermato la riduzione di 1.500-3.000 soldati al confine NATO con l'Ucraina, in particolare in Romania.

Non è la prima volta che Trump tenta di ridurre la presenza militare in Germania. Nel 2020, durante il primo mandato, aveva annunciato il ritiro di circa 12.000 soldati, presentato dal Pentagono come un riposizionamento strategico e dal presidente come una sanzione per le insufficienti spese militari tedesche. Il piano si era scontrato con la resistenza bipartisan al Congresso e fu poi cancellato dal presidente Joe Biden poco dopo l'insediamento nel 2021. Da allora la Germania ha aumentato la spesa per la difesa, e funzionari americani hanno elogiato Berlino per questo sforzo, in contrasto con le critiche rivolte a Madrid. Una legge del 2023 impedisce al presidente di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO senza l'approvazione del Congresso.

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La rassegna stampa di sabato 2 maggio 2026


Trump afferma che le ostilità con l'Iran sono terminate, ritira 5.000 soldati dalla Germania e una corte d'appello blocca l'accesso postale alla pillola abortiva

Questa è la rassegna stampa di sabato 2 maggio 2026

Trump afferma che le ostilità con l'Iran sono "terminate"


Il presidente Trump ha informato il Congresso in una lettera che le ostilità con l'Iran sono "terminate" a causa del cessate il fuoco, sostenendo che non ha più bisogno dell'autorizzazione del Congresso per continuare le operazioni militari. La mossa arriva mentre venerdì segna i 60 giorni dall'inizio del conflitto, scadenza prevista dalla Legge sui Poteri di Guerra per ottenere l'approvazione congressuale.

Fonti: New York Times, BBC, The Guardian

Gli Stati Uniti ritirano 5.000 soldati dalla Germania


Il Pentagono ha annunciato il ritiro di circa 5.000 soldati americani dalla Germania nei prossimi 6-12 mesi, in seguito alle tensioni con il cancelliere Friedrich Merz che aveva criticato la strategia americana in Iran definendo gli USA "umiliati". La decisione porta il numero di truppe ai livelli pre-2022 e rappresenta una rappresaglia diplomatica di Trump.

Fonti: New York Times, Financial Times, The Guardian

Una corte d'appello blocca l'accesso postale alla pillola abortiva


La Quinta Corte d'Appello degli Stati Uniti ha bloccato temporaneamente la possibilità per i medici di prescrivere la pillola abortiva mifepristone attraverso la telemedicina e di inviarla per posta. La decisione, presa in una causa intentata dalla Louisiana contro la FDA, limita l'accesso al metodo più comune per l'interruzione di gravidanza negli USA.

Fonti: New York Times, Wall Street Journal, The Hill

Il Pentagono stima che il blocco navale è costato 4,8 miliardi all'Iran


Il Dipartimento della Difesa ha stimato che il blocco navale americano ha fatto perdere all'Iran circa 4,8 miliardi di dollari in ricavi petroliferi. Il blocco, istituito più di due settimane fa, è una delle azioni utilizzate dal presidente Trump per esercitare pressioni sull'Iran durante il conflitto in corso.

Fonti: The Hill

Un giudice federale blocca le espulsioni di 3.000 rifugiati yemeniti


Un giudice federale di Manhattan ha bloccato l'amministrazione Trump dal costringere circa 3.000 rifugiati yemeniti a lasciare gli Stati Uniti, ordinando un'estensione temporanea dello status di protezione temporanea. La decisione arriva mentre una causa legale per preservare le protezioni è in corso, con il giudice che ha sottolineato i rischi per la sicurezza nel rimpatriare persone in un paese in conflitto armato.

Fonti: New York Times, The Guardian

Spirit Airlines si prepara alla chiusura dopo il fallimento del salvataggio


La compagnia aerea low-cost Spirit Airlines si sta preparando a cessare le operazioni dopo che i colloqui per un salvataggio governativo da 500 milioni di dollari sono falliti. Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno ancora "valutando" un possibile salvataggio ma procederebbe solo "se fosse un buon affare" per il governo americano.

Fonti: New York Times, Financial Times, The Hill

Gli Stati Uniti approvano vendite di armi per 9 miliardi al Medio Oriente


Il Segretario di Stato Marco Rubio ha approvato trasferimenti accelerati di armi a Israele, Kuwait, Qatar e Emirati Arabi Uniti, aggirando la revisione congressuale standard. Le vendite includono missili di difesa aerea e sistemi di guida laser, mentre il cessate il fuoco con l'Iran appare sempre più fragile e le tensioni regionali aumentano.

Fonti: Bloomberg

Trump sostiene Andy Barr per il Senato del Kentucky


Il presidente Trump ha dato il suo sostegno al rappresentante Andy Barr nella corsa per sostituire l'ex leader della maggioranza del Senato Mitch McConnell nel Kentucky. L'endorsement arriva dopo che il candidato sostenuto da Musk, Nate Morris, ha ritirato la sua candidatura annunciando che si unirà all'amministrazione Trump.

Fonti: New York Times, Bloomberg

Il presidente del Bard College si dimette dopo le rivelazioni sui legami con Epstein


Leon Botstein, presidente del Bard College da 50 anni, ha annunciato il suo ritiro dopo che un'indagine indipendente ha rivelato che aveva fatto circa 25 visite alla casa di Jeffrey Epstein e non era stato trasparente sui suoi legami con il finanziere condannato. L'inchiesta ha trovato che le sue interazioni frequenti "avrebbero potuto allertarlo" sulla possibilità di facilitare gli abusi di Epstein.

Fonti: New York Times, The Guardian, Wall Street Journal

Gli Stati del Sud si muovono per ridisegnare i collegi elettorali


I governatori repubblicani dell'Alabama e del Tennessee hanno convocato sessioni speciali dei rispettivi parlamenti statali per considerare nuove mappe congressuali, dopo una decisione della Corte Suprema che ha ristretto l'ambito del Voting Rights Act. Le sessioni inizieranno lunedì prossimo per discutere potenziali modifiche ai distretti elettorali prima delle elezioni di novembre.

Fonti: The Hill, New York Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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I figli di Trump entrano nell'affare del tungsteno in Kazakistan finanziati dal governo Usa


Donald Trump Jr. ed Eric Trump hanno investito nella società che si è fusa con Cove Kaz Capital, gruppo che ha ottenuto fino a 1,6 miliardi di dollari di sostegno federale per estrarre tungsteno in Kazakistan.

Donald Trump Jr. ed Eric Trump hanno investito in una società che oggi controlla uno dei più grandi progetti di tungsteno al mondo, finanziato fino a 1,6 miliardi di dollari dal governo statunitense guidato dal padre. Lo rivela il Financial Times, che ha ricostruito le tappe finanziarie e diplomatiche dell’operazione.

Il 22 settembre il presidente del Kazakistan, Kassym-Jomart Tokayev, ha comunicato al suo omologo americano Donald Trump l’intenzione di affidare un importante progetto di tungsteno a Cove Kaz Capital, un gruppo di investitori statunitensi in concorrenza con aziende rivali cinesi e russe. La stampa ha rivelato l'esistenza dell'intesa informale il 21 ottobre. Il 6 novembre Cove Capital, società madre di Cove Kaz, e la Compagnia Mineraria Nazionale del Kazakistan hanno annunciato un accordo per sviluppare quella che definiscono "la più grande miniera di tungsteno non ancora sfruttata al mondo".

I due figli del presidente a quel punto erano già entrati nell’affare. Ad agosto avevano acquisito una partecipazione nel gruppo edile Skyline Builders attraverso un veicolo finanziario gestito da una controllata di Dominari Securities. L’entità dell’investimento iniziale non è stata resa pubblica. Il 28 ottobre hanno rafforzato la loro posizione partecipando a un collocamento privato che ha raccolto quasi 24 milioni di dollari. Tre giorni dopo Skyline Builders ha annunciato l’acquisizione del 20% di Kaz Resources, controllata da Cove Capital, per 20 milioni di dollari. Giovedì le tre società si sono fuse: la nuova entità si chiamerà Kaz Resources e sarà quotata al Nasdaq.

Don Jr ed Eric Trump siedono nel consiglio consultivo di Dominari dalla fine del 2024 e detengono una quota anche nella capogruppo Dominari Holdings. Non è la prima volta che entrano a far parte di un progetto del genere riguardante minerali critici. Lo scorso anno l'Amministrazione Trump ha siglato un accordo da 600 milioni di dollari con il produttore di terre rare Vulcan Elements, pochi mesi dopo che 1789 Capital, fondo di venture capital di Donald Trump Jr, aveva investito nella stessa azienda.

A sostenere il progetto sono due agenzie controllate dal governo federale statunitense, l’Export-Import Bank e la Development Finance Corporation, che lo scorso anno hanno emesso lettere di interesse per un totale massimo di 1,6 miliardi di dollari a favore dello sfruttamento dei giacimenti di Northern Katpar e Upper Kairakty, nel Kazakistan centrale. Cove Kaz ne controlla oggi il 70%. I democratici hanno più volte sollevato dubbi sui potenziali conflitti di interesse legati agli investimenti della famiglia presidenziale.

Al momento, però, non ci sono elementi che indichino che Donald Trump Jr. ed Eric Trump conoscessero l’imminente assegnazione del contratto quando hanno investito in Skyline Builders, né che abbiano influenzato la decisione. "Donald Jr. è un investitore passivo in American Ventures e non ha alcun ruolo operativo nella società", ha dichiarato il portavoce del figlio maggiore del presidente. "Non si interfaccia con il governo federale per conto di nessuna delle aziende in cui investe o che consiglia". Eric Trump non ha invece risposto alle richieste di commento.

L’amministratore delegato di Cove, Pini Althaus, ha detto al Financial Times di non aver mai parlato direttamente con i fratelli Trump e di non conoscere l’entità delle loro partecipazioni. Ha però ammesso che Cove ha ricevuto "assistenza diretta dal presidente Trump, dal Segretario di Stato [Marco] Rubio e dal Segretario al Commercio [Howard] Lutnick" per ottenere i diritti di sfruttamento del giacimento kazako.

Il tungsteno è un metallo strategico per la difesa, utilizzato in utensili da perforazione, proiettili perforanti e missili a energia cinetica. L’Amministrazione Trump punta a costruire nuove catene di approvvigionamento per i minerali critici, tra cui proprio il tungsteno, e a ridurre la dipendenza degli Stati Uniti dalla Cina. "Il tungsteno è oggi l’oggetto del desiderio del Pentagono, lo vogliono a qualsiasi prezzo", ha dichiarato al Financial Times Christopher Ecclestone, stratega minerario del gruppo di ricerca londinese Hallgarten & Company.

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Trump alza al 25% i dazi su auto e camion europei: "L'Ue non rispetta l'accordo commerciale"


Il presidente annuncia su Truth Social l'aumento dal 15% al 25% dalla prossima settimana. Esenzione solo per i costruttori europei che produrranno i propri veicoli negli Stati Uniti.
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Il presidente Donald Trump ha annunciato che dalla prossima settimana porterà al 25% i dazi su auto e camion provenienti dall’Unione Europea. Il presidente americano ha accusato Bruxelles di non rispettare l’accordo commerciale firmato lo scorso anno.

“Sulla base del fatto che l’Unione Europea non sta rispettando l’accordo commerciale concordato, la prossima settimana aumenterò i dazi applicati all’Unione Europea su auto e camion che entrano negli Stati Uniti”, ha scritto Trump su Truth Social. Nello stesso post, il presidente ha precisato che le case automobilistiche europee saranno esentate solo se sposteranno la produzione negli Stati Uniti: “Se produrranno auto e camion in stabilimenti americani, non ci sarà alcun dazio”.

Attualmente le merci europee in ingresso negli Stati Uniti pagano un dazio del 15%, così come fissato dall’intesa raggiunta lo scorso luglio nel campo da golf di Trump a Turnberry, in Scozia. Quell’accordo aveva permesso all’UE di evitare i dazi del 30% che Trump aveva minacciato nei mesi precedenti, dopo l’ondata tariffaria del cosiddetto “Liberation Day” di aprile. In cambio, l’Europa si era impegnata a investire negli Stati Uniti e a modificare alcune regole interne per favorire le esportazioni americane.
Dazi USA-UE: il tetto del 15% si sgretola

Guerra commerciale · 1 maggio 2026
Il tetto del 15% sulle merci UE si sgretola
Trump porta al 25% i dazi su auto e camion europei. Esenti solo le case che producono negli Stati Uniti.

Dazi L'accordo Impatto Cronologia

Oggi
0%
Tetto Turnberryluglio 2025

Prossima settimana
0%
Auto e camion UEannuncio Trump


L'Unione Europea non sta rispettando il nostro accordo commerciale precedentemente concordato. Donald Trump · Truth Social, 1 maggio 2026


I numeri dell'annuncio

+10pp
Aumento del dazio sulle auto UE

Dal 15% concordato a Turnberry al 25% annunciato su Truth Social. 10 punti percentuali in più che si sommano alle tariffe già esistenti per chi non produce in stabilimenti americani.

100mld $
Investimenti annunciati per stabilimenti negli USA

Trump rivendica oltre 100 miliardi di dollari in nuovi investimenti per la creazione di impianti automobilistici sul territorio americano, definendoli "un record nella storia della produzione di auto e camion".

38,9mld €
Export auto UE → USA nel 2024

Secondo Eurostat e ACEA, l'UE ha esportato negli Stati Uniti 757.654 nuovi veicoli per un valore di 38,9 miliardi di euro. Gli USA assorbono il 22% dell'export auto UE.

Sec.232
Base legale dei nuovi dazi: la Corte Suprema non li ha toccati

A febbraio la Corte Suprema ha invalidato i dazi del "Liberation Day" basati sull'IEEPA. I dazi sulle auto poggiano però sulla Section 232 del Trade Expansion Act, una base legale autonoma e non colpita dalla sentenza.

L'architettura tariffaria oggi

0%

12,5%

25%

37,5%

50%

Acciaio e alluminio 50%

Mantenuti dal "Liberation Day", base legale Section 232

Auto e camion UE — annuncio 25%

In vigore dalla prossima settimana

Tetto generale beni UE 15%

Accordo Turnberry, ratificato il 26 marzo 2026

Beni industriali USA in UE 0%

Concessione UE in cambio del tetto

Il nodo legale

160mld $ di rimborsi
Le aziende chiedono indietro i dazi imposti il "Liberation Day"

Il 20 febbraio 2026 la Corte Suprema ha bocciato con una maggioranza 6-3 i dazi imposti via IEEPA. Stimati oltre 160 miliardi di dollari riscossi tra 2025 e 2026 ora soggetti a richieste di rimborso. I dazi auto restano intatti perché basati sulla Section 232, una norma con autonoma copertura giuridica.

Quanto vale il mercato USA

22%
Quota degli Stati Uniti sull'export auto UE.
Secondo solo al Regno Unito.
Fonte: ACEA, dati 2024

Chi paga di più, in Europa

VW + Mercedes + BMW 73%

Quota dell'export auto UE → USA dei tre giganti automobilistici tedeschi

Porsche e Ferrari 100%

Auto vendute negli USA importate dall'Europa: nessuna produzione locale

VW, Mercedes, BMW ~50%

Quota delle vendite USA coperta da stabilimenti americani

L'effetto già visibile

−21,4%
Export auto UE → USA nel 2025

Calo annuo del valore delle esportazioni di auto dall'UE verso gli Stati Uniti, "effetto diretto dei dazi imposti l'anno scorso", secondo l'ultimo rapporto ACEA.

−56%
Utile netto Mercedes-Benz, primo semestre 2025

L'utile è sceso da 6,1 a 2,7 miliardi di euro. Mercedes ha attribuito il crollo a "dazi e contesto macroeconomico". BMW ha registrato −29% sull'utile netto, Volkswagen −33% sull'utile operativo.

La rotta dei dazi

Aprile 2025
"Liberation Day": Trump impone dazi globali del 25% sulle auto

Tariffe del 25% su veicoli e componenti importati, sulla base della Section 232 (sicurezza nazionale). I dazi reciproci globali sono invece imposti via IEEPA. L'UE valuta ritorsioni.

Luglio 2025
L'accordo di Turnberry: tetto del 15% sui beni UE

Trump e Ursula von der Leyen firmano l'intesa nel campo da golf di Trump in Scozia. L'UE evita i dazi del 30% precedentemente minacciati e si impegna a investimenti e acquisti di energia americana per 750 miliardi di dollari entro il 2028.

Gennaio 2026
L'Europarlamento sospende il via libera

Il Parlamento Europeo blocca l'iter dell'accordo in risposta alle minacce di Trump di voler annettere la Groenlandia. Bruxelles introduce una clausola di salvaguardia per sospendere l'intesa in caso di coercizione economica.

20 febbraio 2026
La Corte Suprema boccia i dazi IEEPA

Sentenza 6-3 in Learning Resources v. Trump: l'IEEPA non autorizza il presidente a imporre dazi. I dazi del "Liberation Day" sono illegittimi. Restano però in vigore quelli basati su Section 232 (acciaio, alluminio, auto) e Section 301.

26 marzo 2026
L'Europarlamento approva l'accordo di Turnberry, con aggiunte

Via libera con 417 sì, 154 no, 71 astenuti. Inserite "sunset clause" (scadenza marzo 2028) e "sunrise clause" che subordina le preferenze al rispetto degli impegni di Turnberry da parte degli Stati Uniti.

1 maggio 2026
Trump annuncia il nuovo aumento: dazi auto al 25%

Su Truth Social: "L'Unione Europea non sta rispettando l'accordo commerciale". Niente dazi per chi produce in stabilimenti americani. L'aumento entrerà in vigore "la prossima settimana".

Elaborazione FocusAmerica su fonti: ACEA, Eurostat, Parlamento europeo, Tax Foundation, Reuters, AP, Sole 24 Ore · Dati al 1 maggio 2026

L’iter dell’accordo è stato accidentato. A gennaio il Parlamento Europeo aveva sospeso il via libera al testo, in risposta alle minacce di Trump di voler annettere la Groenlandia, territorio autonomo danese. Bruxelles ha poi inserito una clausola di salvaguardia: l’intesa potrà essere sospesa se l’Amministrazione americana compromette gli obiettivi dell’accordo, discrimina operatori economici europei, minaccia l’integrità territoriale degli Stati membri o le loro politiche estere e di difesa, oppure ricorre alla coercizione economica. Solo così il Parlamento Europeo ha approvato definitivamente l’accordo a marzo.

Nel suo annuncio, Trump ha aggiunto che miliardi di dollari stanno arrivando per nuovi impianti di produzione sul territorio americano e ha definito quelle cifre “un record nella storia della produzione di auto e camion”. Resta però aperto un nodo giuridico: la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegittimi i dazi del Liberation Day, imposti sulla base dell’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa), e le aziende che li hanno pagati stanno ora chiedendo il rimborso. I dazi sulle auto poggiano, però, su una base legale diversa e la sentenza non li tocca: la Casa Bianca può quindi modificarli liberamente.

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Amazon valuta il ritorno di "The Apprentice" con Donald Trump Jr. alla conduzione


Il colosso dello streaming sta discutendo internamente un possibile reboot del reality show che lanciò l'attuale presidente come personaggio televisivo. La famiglia Trump non è ancora stata ufficialmente contattata.

Amazon studia un possibile reboot di The Apprentice, il reality show che per quattordici stagioni vide l'attuale presidente Donald Trump come conduttore prima del suo ingresso in politica. Lo riporta il Wall Street Journal, secondo cui i dirigenti dell'azienda avrebbero già ipotizzato internamente anche di affidare la conduzione a Donald Trump Jr., il figlio maggiore dell'attuale presidente degli Stati Uniti.

Le trattative restano però ancora preliminari e la famiglia Trump non è stata ancora contattata. Un portavoce di Amazon, raggiunto dall'Hollywood Reporter, ha confermato che dopo l'acquisizione di MGM ci sono state "discussioni interne preliminari" sul futuro del franchise, ma ha definito "puramente speculative" le indiscrezioni sui dettagli del programma e sui nomi dei possibili conduttori. Secondo il Wall Street Journal, le conversazioni sul possibile reboot sarebbero iniziate all'inizio del 2025, in concomitanza con il secondo insediamento di Trump alla Casa Bianca, e a guidarle sarebbe Mike Hopkins, a capo di Amazon MGM Studios.

The Apprentice è andato in onda su NBC News dal 2004 al 2015 e seguiva i concorrenti che si sfidavano tra loro per ottenere un posto di lavoro come apprendista di Donald Trump. Lo show fu prodotto dalla Trump Productions e dalla Mark Burnett Productions, quest'ultima entrata nell'orbita di MGM nel 2014. Amazon ha poi rilevato MGM e oggi co-detiene i diritti del programma insieme alla società di produzione di Trump.

Il programma continua a generare per il presidente un reddito annuo a sei cifre, secondo le dichiarazioni patrimoniali di Trump consultate dall'Hollywood Reporter. Nel 2024 le royalty hanno fruttato tra 100.000 e un milione di dollari. Il valore complessivo dello show non risulta invece quantificato: le dichiarazioni lo definiscono "non facilmente accertabile".

L'ipotesi di un reboot arriva in un momento in cui i rapporti tra Amazon e la famiglia Trump si sono fatti sempre più stretti. La piattaforma ha acquistato il documentario Melania per 40 milioni di dollari e ne ha spesi altri 35 per la campagna di marketing globale. Il film, uscito a gennaio, ha incassato alla fine solo 16,6 milioni di dollari dopo un'apertura superiore alle attese a quota 7,2 milioni. Amazon ha inoltre sponsorizzato diversi eventi legati al presidente, tra cui la cerimonia di insediamento, alla quale ha partecipato l'amministratore delegato Jeff Bezos in persona.

Secondo i critici, scrive l’Hollywood Reporter, invece, queste mosse si inseriscono in un più ampio riposizionamento di Amazon e del suo fondatore in chiave MAGA dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, e confermerebbero la disponibilità del gruppo a sostenere operazioni che fanno affluire denaro al presidente e alla sua famiglia, in cambio di favori.

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Trump accusa New York Times e CNN di "sedizione"


Il presidente americano sostiene che le due testate diano l'impressione che Teheran stia vincendo il conflitto, mentre secondo lui il regime non ha più capacità militari residue.

Il presidente Donald Trump ha accusato il New York Times e la CNN di essere "sediziosi" nel modo in cui raccontano la guerra in Iran, sostenendo che chi si informa attraverso questi mezzi possa credere che Teheran stia vincendo il conflitto. Le dichiarazioni sono state rilasciate giovedì ai cronisti del pool della Casa Bianca riuniti nello Studio Ovale, come riporta TheWrap.

Trump ha detto di leggere ogni giorno resoconti su quanto bene starebbe procedendo l'Iran sul piano militare, una rappresentazione che il presidente respinge con decisione. Secondo lui il regime iraniano "non ha più nulla" ed è ormai "finito". Il presidente ha aggiunto di guardare la CNN solo per brevi periodi, definendola "il nemico" e sostenendo che bisogna informarsi anche su ciò che dice l'avversario per essere accorti.

Nel passaggio centrale dell'intervento, Trump ha dichiarato che leggendo il New York Times si avrebbe l'impressione che l'Iran stia vincendo la guerra, una linea editoriale che il presidente ha definito "sediziosa" a suo parere. Ha esteso la critica anche ai columnist della testata, sostenendo che il problema "parte dall'alto".

Non è la prima volta che il presidente accusa la stampa libera di diffondere "fake news" pensate per alimentare ostilità e ribellione contro la sua amministrazione. Tuttavia, come osserva TheWrap, queste accuse sono diventate un tema particolarmente ricorrente nei primi sessanta giorni della guerra in Iran avviata dagli Stati Uniti.

Trump ha proseguito sostenendo che gli iraniani considererebbero "pazzi" gli americani per aver diffuso simili notizie, perché a Teheran sarebbero consapevoli di stare perdendo. Il presidente ha descritto la situazione militare iraniana in termini molto crudi, affermando che il paese non dispone di marina, di aviazione e di sistemi antiaerei. Secondo Trump i caccia statunitensi possono volare sopra il centro di Tehran senza essere intercettati, perché l'Iran "non ha nulla". Ciononostante, ha ribadito, le testate americane raccontano una versione opposta dei fatti, generando confusione nello stesso governo iraniano.

Il presidente ha anche fatto riferimento al proprio ruolo di negoziatore, lamentando che la copertura mediatica lo costringerebbe a trattare da una posizione di debolezza invece che di forza. Ha però aggiunto di non preoccuparsene, sostenendo che "tutti conoscono i fatti" e che gli Stati Uniti stanno "decimando" il paese.

Nel corso dell'incontro con i giornalisti, Trump ha raccontato di aver ricevuto in giornata una telefonata dal leader di una nazione mediorientale che non ha voluto identificare. Secondo la ricostruzione del presidente, l'interlocutore lo avrebbe pregato di interrompere gli attacchi sostenendo che l'Iran sarebbe ormai "decimato". Trump ha interpretato la richiesta come un segnale che il leader stesse di fatto cercando di aiutare Teheran. Ha poi ribadito il contrasto con la narrazione del New York Times, dicendosi quasi restio a parlare apertamente del presunto vantaggio americano per timore che gli spettatori possano pensare il contrario.

TheWrap precisa che gli uffici comunicazione della CNN e del New York Times non avevano risposto alle critiche del presidente al momento della pubblicazione dell'articolo. Le dichiarazioni di Trump si inseriscono in una serie più ampia di attacchi della sua amministrazione contro i mezzi di informazione, intensificati con l'approfondirsi del conflitto con l'Iran.

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Trump minaccia il ritiro delle truppe dalla Germania, il Pentagono colto alla sprovvista


Il presidente ha annunciato sui social media la possibile riduzione della presenza militare americana in Germania. I funzionari del Pentagono non erano stati informati in anticipo e l'annuncio contrasta con una recente review della presenza globale delle Forze Armate statunitensi.

Il presidente Donald Trump ha annunciato mercoledì sui social media l’intenzione di ridurre la presenza militare statunitense in Germania, cogliendo di sorpresa i vertici del Pentagono. Secondo fonti interne, per molti dirigenti del Dipartimento della Difesa l’annuncio si è trattato del primo segnale concreto di una possibile rimozione di centinaia, se non migliaia, di soldati americani dal territorio tedesco.

La mossa arriva però a sorpresa: è infatti in netto contrasto con le conclusioni della review, durata mesi e conclusa di recente, della presenza militare globale degli Stati Uniti. Il risultato di quel lavoro non prevedeva riduzioni significative di truppe stanziate in Europa. “Il Pentagono non se lo aspettava e non ha pianificato alcun tipo di riduzione”, ha dichiarato senza mezzi termini un funzionario del Congresso a conoscenza della situazione.

La stessa fonte ha però aggiunto che le parole di Trump vanno prese sul serio, “perché era serio su questo punto anche durante la sua prima Amministrazione”, quando nel luglio 2020 ordinò il ritiro di 12.000 soldati dalla Germania, poi mai attuato.

La reazione tedesca e le tensioni con l’Europa


Sebbene le precedenti minacce del presidente non si siano concretizzate, nel corso del secondo mandato Trump ha intensificato la retorica contro l’Europa. Ha minacciato persino il ritiro dalla NATO per il rifiuto dei Paesi alleati di unirsi alla sua guerra in Iran e ha avvertito che potrebbe prendere il controllo della Groenlandia con la forza.

L’ultima minaccia all’Alleanza transatlantica arriva pochi giorni dopo che il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che gli Stati Uniti stavano venendo “umiliati” dall’Iran al tavolo dei negoziati. In risposta, Trump ha attaccato il leader tedesco, invitandolo a “dedicare più tempo” a porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina e ad affrontare i problemi energetici e migratori dell’Europa, “e meno a interferire con chi sta eliminando la minaccia nucleare iraniana”.

L’annuncio del possibile ritiro è arrivato poche ore dopo una telefonata tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin, che da tempo punta a ridurre la presenza militare della NATO in Europa.

Ma la nuova dichiarazione di Trump è giunta anche mentre il capo di Stato Maggiore tedesco, il generale Carsten Breuer, concludeva a Washington una giornata di incontri con funzionari americani dedicati alla nuova strategia di difesa di Berlino. “In qualità di maggiore economia europea, la Germania ambisce ad assumere un ruolo di leadership più forte all’interno della NATO”, ha detto Breuer ai giornalisti al termine degli incontri. “È chiaro che la Germania deve assumersi maggiori responsabilità” per la propria difesa.

Fino alla settimana scorsa, funzionari del Pentagono avevano elogiato gli sforzi di Berlino per rafforzare la propria difesa, compresi i piani per aumentare la spesa militare al 3,7% del PIL entro il 2030. La Germania ospiterà anche i primi impianti europei per la produzione dei sistemi di difesa aerea Patriot e punta ad aumentare la produzione di missili Stinger e di munizioni d’artiglieria da 155 millimetri.

Perché il ritiro sarebbe complicato


Un ritiro delle forze statunitensi potrebbe indebolire un importante deterrente militare contro una Russia impegnata a riarmarsi e che, secondo funzionari europei, si starebbe preparando ad attaccare il territorio della NATO nei prossimi anni.

Anche per questo le nuove minacce di Trump hanno alimentato ulteriore preoccupazione tra i funzionari europei, già impegnati a pianificare la riapertura dello Stretto di Hormuz senza il sostegno del presidente americano. E in Europa cresce il timore che Washington stia usando la propria presenza militare come strumento di pressione sugli alleati.

Anche una riduzione limitata delle truppe americane in Germania potrebbe così finire per aggravare le tensioni nell’Alleanza Atlantica, dopo che diversi Paesi membri della NATO hanno negato al Pentagono l’accesso alle loro basi per la guerra in Iran.

“La politica di Trump basata su minacce grossolane ha raggiunto i suoi limiti”, ha dichiarato un funzionario tedesco. “Ritirare le truppe americane dalla Germania indebolirebbe gravemente gli stessi Stati Uniti, e ci chiediamo quando gli adulti a Washington intendano tornare sotto i riflettori”.

Un ritiro improvviso delle forze americane dalla Germania sarebbe inoltre un atto molto complesso per un Pentagono già impegnato nella guerra in Iran. La Germania ospita, infatti, tra 35.000 e 40.000 soldati statunitensi, mette a disposizione gratuitamente terreni per le basi e fornisce una forza lavoro locale a supporto delle truppe americane.

Dal territorio tedesco il Pentagono gestisce anche due dei suoi principali comandi militari, il Comando europeo e il Comando africano degli Stati Uniti, oltre al più grande ospedale militare americano fuori dal territorio nazionale. Spostare tutte quelle truppe, le loro famiglie e il relativo equipaggiamento negli Stati Uniti sarebbe inoltre costoso, anche perché con ogni probabilità non vi sarebbero alloggi sufficienti per accoglierli.

Le basi aeree statunitensi in Germania consentono, inoltre, il transito di truppe verso il Medio Oriente e l’Africa, ospitano strutture sanitarie militari e comprendono vasti campi di addestramento usati per esercitazioni delle forze americane e della NATO.

La muta reazione repubblicana


Le precedenti minacce di ritirare le forze dall’Europa avevano suscitato critiche tra i repubblicani al Congresso. Questa volta, però, i principali legislatori del partito sono rimasti cauti di fronte alle ultime dichiarazioni di Trump. “Dobbiamo saperne di più sulla strategia dietro questa decisione”, ha detto il senatore Kevin Cramer, repubblicano del North Dakota. “Ramstein è una base strategicamente importante, quindi dovrei capire meglio cosa significhi ritirare truppe da lì. Forse dobbiamo solo ridistribuire parte del personale”.

La legge di finanziamento del Dipartimento della Difesa entrata in vigore a dicembre vieta, comunque, al Pentagono di ridurre il numero complessivo di truppe statunitensi in Europa sotto quota 76.000, finché non avrà valutato i rischi e certificato che una riduzione sarebbe nell’interesse della sicurezza nazionale americana.

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Trump cancella i dazi sul whisky scozzese dopo la visita di re Carlo III


Il presidente americano ha annunciato la rimozione delle tariffe del 10% sugli alcolici britannici al termine della visita di Stato dei reali, ma restano dubbi sulla portata effettiva del provvedimento.

Il presidente americano Donald Trump ha annunciato giovedì 30 aprile la rimozione dei dazi sul whisky scozzese, motivando la decisione come un omaggio alla visita di Stato di re Carlo III e della regina Camilla alla Casa Bianca. L'annuncio chiude una controversia commerciale che durava da oltre un anno e che aveva pesantemente danneggiato uno dei settori di esportazione più importanti del Regno Unito.

"In onore del re e della regina del Regno Unito, che hanno appena lasciato la Casa Bianca e presto faranno ritorno nel loro meraviglioso Paese, rimuoverò i dazi e le restrizioni sul whisky relative alla capacità della Scozia di lavorare con il Commonwealth del Kentucky su whisky e bourbon", ha scritto Trump sulla sua piattaforma Truth Social. Il presidente ha aggiunto che i sovrani britannici "mi hanno fatto fare qualcosa che nessun altro era riuscito a ottenere, senza nemmeno chiedermelo".

Il messaggio del presidente lascia però aperti alcuni interrogativi. Non è chiaro se la rimozione delle tariffe riguardi le bottiglie di whisky importate negli Stati Uniti o soltanto le materie prime usate per la produzione di alcolici nei due Paesi, in particolare le botti di rovere. La Casa Bianca, come riferito da Associated Press, non ha risposto alle richieste di chiarimento. Il rappresentante per il commercio degli Stati Uniti, Jamieson Greer, ha precisato in un comunicato che Washington concederà "un accesso tariffario preferenziale al whisky prodotto nel Regno Unito", senza specificare se ciò significhi un'eliminazione totale o una semplice riduzione dei dazi.

Il governo britannico, secondo quanto riferito da BBC, ha confermato che la misura si applica a tutti i dazi sul whisky, incluso quello irlandese. Interpellato dai giornalisti nello Studio Ovale, Trump ha spiegato che la rimozione punta a rilanciare il commercio di botti tra la Scozia e il Kentucky, Stato che produce quasi tutto il bourbon mondiale. Le botti, dopo essere state usate per invecchiare il bourbon, vengono rivendute ai distillatori scozzesi per maturare il loro whisky. "Ho semplicemente tolto tutte le restrizioni perché Scozia e Kentucky possano ricominciare a commerciare", ha detto il presidente, precisando di "non essere un grande bevitore". Come ricordato da Politico, la legge americana impone che il bourbon del Kentucky sia invecchiato in botti nuove di rovere tostato, che vengono poi rivendute ai produttori scozzesi.

L'amministrazione Trump aveva raggiunto nel 2025 un accordo commerciale quadro con il Regno Unito che imponeva un dazio del 10% sulla maggior parte delle merci importate dalla Gran Bretagna. Secondo la Scotch Whisky Association, dopo l'introduzione delle tariffe il volume delle esportazioni di whisky scozzese verso gli Stati Uniti era crollato del 15%. Politico riporta inoltre che le esportazioni americane di whisky sono diminuite del 19% nel 2025, secondo i dati del Distilled Spirits Council, anche se il calo è dovuto soprattutto alla perdita del mercato canadese.

Il primo ministro scozzese John Swinney ha interpretato l'annuncio come una rimozione completa dei dazi sul whisky scozzese, definendola un "successo straordinario" per il suo Paese. "Erano in gioco posti di lavoro. Milioni di sterline venivano perdute ogni mese dall'economia scozzese", ha dichiarato Swinney, che si era recato personalmente alla Casa Bianca nel settembre 2025 per chiedere l'abolizione delle tariffe. Anche un portavoce di Buckingham Palace, citato da BBC, ha trasmesso "la sincera gratitudine" del re a Trump, aggiungendo che il sovrano "alzerà un bicchiere alla premura del presidente".

Graeme Littlejohn, direttore strategico della Scotch Whisky Association, ha dichiarato a BBC Scotland News che il settore stava perdendo circa 4 milioni di sterline a settimana di esportazioni verso gli Stati Uniti, per un totale di 150 milioni di sterline nell'ultimo anno. Mark Kent, amministratore delegato della stessa associazione, ha definito a Politico l'accordo "una spinta significativa per l'industria del whisky scozzese nel nostro mercato di esportazione più importante". Chris Swonger, presidente del Distilled Spirits Council statunitense, ha interpretato anch'egli il messaggio di Trump come una cancellazione integrale del dazio del 10%, parlando in un comunicato di un "modello collaudato di scambi commerciali equi e reciproci, basato sul principio dello zero per zero".

Trump ha utilizzato più volte il settore degli alcolici come leva nelle sue minacce tariffarie. L'anno scorso aveva ipotizzato un dazio del 200% sul vino europeo, che avrebbe colpito duramente i vigneti francesi e italiani, ma la misura non è stata attuata. Diversi Paesi avevano risposto minacciando ritorsioni sul bourbon e su altri prodotti americani. Alla fine, l'amministrazione ha esentato il sughero dai dazi, un sollievo per il Portogallo, principale fornitore mondiale del materiale usato per tappare le bottiglie di vino. Secondo Politico, i rapporti tra Stati Uniti e Regno Unito si erano raffreddati dall'inizio della guerra con l'Iran, e l'annuncio sul whisky arriva come segnale di disgelo all'interno del più ampio Economic Prosperity Deal tra i due Paesi, che prevede un accesso preferenziale anche per carne bovina, prodotti farmaceutici ed etanolo.

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