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Le sette domande che decideranno le elezioni di metà mandato


A due mesi dal voto i sondaggi mettono i democratici in condizione di riprendersi la Camera e il Senato è vicino al testa a testa. Economia, ridisegno dei collegi e voto ispanico i nodi principali.

A due mesi dal voto di metà mandato i sondaggi indicano che la reazione contro il presidente Donald Trump ha messo i democratici in condizione di riprendersi la Camera, mentre il Senato, considerato fuori portata fino a poco tempo fa, è ormai vicino a un testa a testa. Il fine settimana del Labor Day, la festa del lavoro americana che cade il primo lunedì di settembre, segna per tradizione l'inizio della campagna vera: gli elettori meno interessati cominciano a fare attenzione e il Congresso smette quasi del tutto di legiferare per tornare nei collegi.

Il Playbook di Politico ha raccolto le valutazioni di parlamentari, candidati e strateghi delle due parti per individuare le sette domande che decideranno il voto e le sfide che daranno le prime risposte.

Gli americani dicono che l'economia e il costo della vita sono il loro primo problema, l'inflazione ha eroso i redditi e chi governa rischia di pagarne il conto: è la spiegazione più semplice del quadro attuale ed è anche la più probabile. Gli effetti inflattivi della guerra si sommano ai dazi, alla carenza di case e ai tagli alla rete di protezione sociale, rendendo più difficile arrivare a fine mese. Un cambio di scenario nel conflitto, un'escalation o una tregua, potrebbe diventare la sorpresa di ottobre. I repubblicani sperano di convincere gli elettori con il bilancio dei tagli alle tasse e delle scelte di politica economica, oppure che altri temi diventino più importanti dell'inflazione.

Il collegio da guardare su questo fronte è la Central Valley californiana, dove il deputato repubblicano David Valadao rappresenta il distretto con la più alta quota di beneficiari di Medicaid, il programma pubblico di assistenza sanitaria per le persone a basso reddito, di tutto il Paese. Molti residenti guidano per ore fino a Tijuana, in Messico, per comprare medicine a prezzi più bassi mentre la benzina resta carissima. "Siamo in prima linea su ognuno di questi problemi", ha detto a Politico lo sfidante democratico Randy Villegas.

L'ondata di candidati progressisti e socialisti-democratici ha dominato il dibattito interno ai democratici per tutta l'estate e i repubblicani vogliono tenere vivo il tema fino a novembre, dipingendo l'intera opposizione come estremista, socialista o comunista. Sarà uno dei messaggi centrali della convention repubblicana di questa settimana e serve a trasformare il voto da referendum sul presidente a scelta tra due alternative.

Quasi tutte le vittorie dei candidati insurgenti di sinistra sono arrivate in collegi sicuri per i democratici, con un'eccezione: William Lawrence corre in un seggio in bilico del Michigan. Il deputato repubblicano Tom Barrett ha detto a Politico che la sua strategia è insistere sul passato dello sfidante: "Adesso prova a prendere le distanze, ma non puoi cancellare vent'anni da attivista radicale".

I ridisegni dei collegi voluti dal presidente, senza precedenti per ampiezza, hanno strappato ai repubblicani diversi seggi alla Camera, più di quanti i democratici siano riusciti a recuperarne con le contromosse. Il saldo esatto è ancora incerto perché il contenzioso continua in Missouri, ma la manovra può diventare l'argine decisivo contro l'avanzata democratica.

Dopo la sentenza Callais della Corte Suprema, che ha ridotto le tutele per i collegi disegnati per garantire una rappresentanza alle minoranze, l'affluenza alle primarie indica che gli elettori neri del Sud si stanno mobilitando in massa. Potrebbe bastare a salvare qualche seggio ridisegnato. Il ridisegno dei collegi "non passa inosservato e non resta senza risposta da parte degli elettori del distretto, sia neri sia bianchi", ha detto a Politico il deputato Shomari Figures, che prova a difendere il suo seggio in Alabama. "La gente è stanca di questi giochetti".

L'impopolarità del presidente spingerebbe i candidati repubblicani a prendere le distanze da lui, ma il partito tende a ottenere risultati migliori delle attese e a battere i propri sondaggi quando Trump è protagonista, perché il suo elettorato si mobilita. Lo stratega repubblicano Rob Burgess, amministratore delegato di Connector e veterano di due campagne presidenziali di Trump, consiglia la strada opposta alla prudenza: "Non credo ci sia alcun bisogno di tenere il presidente a distanza di sicurezza", ha detto, suggerendo ai candidati di mettere lui e un programma concreto al centro della campagna. È la stessa linea che il presidente intende seguire con gli spot del suo comitato MAGA Inc.

Il caso opposto è quello di Brian Fitzpatrick, deputato repubblicano della Pennsylvania e raro esempio di eletto che si è costruito un profilo moderato distinto da quello del presidente, formula che gli ha permesso di vincere più volte in un collegio conteso. La domanda è se basterà a tenere repubblicana la contea di Bucks in un anno che si annuncia favorevole ai democratici.

Nel sistema politico sono già entrati più di un miliardo di dollari di grandi donatori, a cui si aggiunge una quantità difficile da quantificare di spesa opaca. I repubblicani aspettano di capire dove e quanto scenderanno in campo due soggetti in particolare: MAGA Inc., il comitato che sostiene il presidente, e America PAC, quello finanziato da Elon Musk.

Il procuratore generale del Texas Ken Paxton è uno dei molti repubblicani che hanno raccolto meno fondi dei rispettivi sfidanti democratici e che dipendono dai super PAC, i comitati che possono raccogliere e spendere somme illimitate purché non coordinate con il candidato. Il sostegno ha iniziato ad arrivare: MAGA Inc. ha annunciato dieci milioni di dollari per la sua corsa, il primo intervento del comitato nella campagna generale, mentre il rivale democratico James Talarico cresce nei sondaggi.

Su nessun capitolo della sua agenda interna il presidente è stato più aggressivo ed efficace che sull'immigrazione. Proprio da lì arriva ora uno dei rischi maggiori per il suo partito. Nonostante un confine meridionale più tranquillo, le espulsioni di massa che vanno ben oltre i criminali violenti hanno prodotto una reazione politica nelle comunità latine, che nel 2024 si erano spostate nettamente a destra. A quella frustrazione si è aggiunta quella per il costo della vita, particolarmente sentita tra gli ispanici. I democratici sperano così di fermare e invertire la crescita repubblicana su tutta la mappa.

La Rio Grande Valley, nel sud del Texas, è la priorità dei democratici per recuperare terreno, ma se lo spostamento fosse profondo potrebbe diventare competitivo anche il ventitreesimo distretto, a maggioranza latina, che si estende tra San Antonio ed El Paso. La candidata democratica Katy Padilla Stout ha detto a Politico di sentire molti elettori pentiti del voto a Trump: "Pensavano che avrebbero avuto benzina e spesa più economiche e che ci saremmo occupati di immigrazione solo per i criminali noti, e invece vediamo bambini rastrellati, donne incinte e persone che non hanno commesso reati violenti".

Basterebbe uno spostamento minimo, o un errore contenuto dei sondaggi a favore dei democratici, perché il partito passi da favorito a dominatore. Se il clima politico migliorasse ancora, i democratici potrebbero allargare la lista dei collegi da attaccare, ma dovrebbero anche decidere come distribuire risorse finanziarie non illimitate.

La mappa del Senato resta favorevole ai repubblicani, eppure i democratici sperano che Adam Hamilton apra una possibilità in Kansas, Stato profondamente conservatore dove il senatore repubblicano Roger Marshall ha già iniziato a fare campagna negativa contro il pastore. Se l'elettorato repubblicano restasse a casa e il presidente continuasse a perdere consensi tra gli indipendenti, un'onda blu potrebbe superare la rigidità partitica di uno Stato che non elegge un senatore democratico dal 1932.


L'inflazione e la guerra in Iran pesano sulle midterm di Trump


A due mesi dalle elezioni di metà mandato, l'economia americana è sempre più sotto pressione e le politiche di Donald Trump contribuiscono alle difficoltà. Il presidente e i repubblicani avevano conquistato Washington nel 2024 promettendo di sconfiggere l'inflazione e tagliare la spesa pubblica, ma la guerra commerciale, il conflitto con l'Iran e un debito che ha superato i 40.000 miliardi di dollari hanno prolungato o aggravato i problemi economici proprio per molte delle famiglie che avevano promesso di aiutare. I sondaggi, scrive il New York Times, indicano una crescente insofferenza degli elettori verso gli appelli alla pazienza e le midterm si avviano a diventare un referendum sulla credibilità economica del presidente.

L'indice PCE, la misura dell'inflazione seguita con maggiore attenzione dalla Federal Reserve, ha mostrato mercoledì che a luglio i prezzi sono aumentati del 3,7% rispetto a un anno prima, lo stesso ritmo di giugno e ben al di sopra dell'obiettivo del 2%. Al netto di energia e alimentari, l'aumento è stato del 3,3%. Olu Sonola, responsabile dell'economia americana per Fitch Ratings, ha descritto al New York Times la dinamica dei prezzi come "un logoramento fatto di mille piccoli tagli": un accumulo di fattori, dalla guerra ai dazi, che ha alimentato l'inflazione e peggiorato le aspettative dei consumatori.

"Questo stillicidio, settimana dopo settimana, mese dopo mese, ha un impatto diretto per le famiglie", ha spiegato, anche se l'economia continua a crescere, la manifattura è in ripresa e il mercato del lavoro tiene, grazie all'ondata di investimenti nell'intelligenza artificiale che ha portato i mercati a nuovi record. Sarah House, economista senior di Wells Fargo, prevede che l'inflazione chiuda l'anno intorno al 3,5%, ben oltre le attese di inizio 2026: "C'è un divario enorme tra quello che i consumatori incassano e la velocità con cui il denaro esce dalle loro tasche".

Midterm 2026 · Economia e difesa

A due mesi dal voto, la presidenza di Trump presenta il conto su tre fronti

I dazi costano in media 1.100 dollari all’anno a ogni famiglia, il debito federale ha superato i 40.000 miliardi e la guerra con l’Iran ha consumato quasi due terzi degli intercettori Patriot. Le elezioni di metà mandato si avviano a diventare un referendum sulla credibilità economica del presidente.

Grafica di FocusAmerica 30 agosto 2026

Indice PCE, variazione sui dodici mesi · luglio 2026

3,7%
L’inflazione che la Federal Reserve guarda con più attenzione è ferma sul ritmo di giugno. Al netto di energia e alimentari l’aumento è del 3,3%.

Obiettivo Fed 2%

Entro l’obiettivo della Fed +1,7 punti oltre l’obiettivo

Sarah House, economista senior di Wells Fargo, prevede che l’anno si chiuda intorno al 3,5%: «C’è un divario enorme tra quello che i consumatori incassano e la velocità con cui il denaro esce dalle loro tasche».

1Le famiglie 2Il debito 3L’arsenale

Il conto delle famiglie

I dazi in vigore valgono 1.100 dollari all’anno per famiglia


Stima dello Yale Budget Lab sull’insieme delle tariffe applicate ad agosto 2026. I dazi sono imposte sulle importazioni: una parte del costo si trasferisce sui consumatori.

Costo annuo per famiglia
Tariffe già in vigore circa 1.070 $
Nuove misure sul Canada circa 30 $
Totale 1.100 $

Interrogato sui possibili aumenti dei prezzi, Trump ha sostenuto che i dazi contro il Canada saranno «molto buoni per noi».

Alla pompa di benzina, media nazionale AAA

Agosto 2025 circa 3,09 $

Agosto 2026 4,09 $

Prezzo al gallone. Agosto si avvia a diventare il mese più caro di sempre: la benzina resta sopra i 4 dollari da quando, a luglio, gli scontri sono ripresi nello Stretto di Hormuz.

Il prossimo colpo Dal 1° gennaio 2027 auto, camion, componenti e acciaio canadesi saranno tassati al 50%. Il primo ministro Mark Carney ha già annunciato misure di ritorsione.

Il debito

Due anni dopo la promessa di austerità, il debito ha superato i 40.000 miliardi


Il debito federale vale ormai più del prodotto annuo del Paese: le tensioni sul mercato obbligazionario rendono più costosi mutui e prestiti.

40.000 miliardi di dollari

Il Congresso a guida repubblicana ha respinto più volte i tagli più profondi chiesti dal presidente, che ha ottenuto invece un aumento delle spese militari e un pacchetto di tagli alle tasse da migliaia di miliardi di dollari.

Quanto pesa il riacquisto di titoli annunciato dal Tesoro

L’intera barra è il debito federale: 40.000 miliardi di dollari.

4 miliardi: questa linea

La stessa barra ingrandita mille volte

L’intervento del Segretario al Tesoro Scott Bessent, di almeno 4 miliardi di dollari per operazione e dagli effetti temporanei, copre lo 0,01% del debito. Il piano di «consolidamento fiscale» promesso resta senza dettagli.

Jessica Riedl, Brookings Institution «Sono tutte chiacchiere. I repubblicani dicono sempre: dateci il controllo del governo e taglieremo la spesa. Ce l’hanno e non hanno più scuse».

L’arsenale

La guerra con l’Iran ha consumato quasi due terzi degli intercettori Patriot


Ogni sagoma rappresenta l’1% delle scorte americane di intercettori Patriot. In rosso la quota consumata dal conflitto, secondo una stima del CSIS.

Consumati: 65% delle scorte Rimasti: 35%

Che cosa hanno lanciato gli Stati Uniti entro metà luglio

Intercettori Patriot1.700

Intercettori THAADoltre 200

Missili lanciati dalle navi150

Che cosa ha lanciato l’Iran

Missili balisticioltre 1.500

Droni di grandi dimensionicirca 6.000

Le barre sono in scala tra loro. Ricostituire le munizioni prelevate dalle scorte americane in Giappone, Corea del Sud e Germania potrebbe richiedere anni.

Le conseguenze fuori dal Golfo In Europa le scorte di intercettori PAC-3 e di missili ATACMS sono giudicate oltre il livello critico. Nel breve periodo Washington potrebbe non essere in grado di eseguire integralmente i piani per la difesa di Taiwan. La Casa Bianca respinge questa ricostruzione: secondo la portavoce Anna Kelly le scorte sono «più che sufficienti».

Fonte: New York Times e Wall Street Journal; Bureau of Economic Analysis (indice PCE, luglio 2026); Yale Budget Lab; AAA; CSIS. Dati aggiornati al 30 agosto 2026.

Dazi, benzina e debito


Uno di questi shock è arrivato sabato 22 agosto, quando Trump ha imposto nuovi dazi su una parte delle importazioni dal Canada, per poi annunciare due giorni dopo che dal 1° gennaio 2027 auto, camion, componenti e acciaio canadesi saranno tassati al 50%. Il primo ministro Mark Carney ha risposto con misure di ritorsione, riaprendo una disputa che ricorda i giorni più frenetici dell'inizio della guerra commerciale.

I dazi sono a tutti gli effetti imposte sulle importazioni e una parte dei loro costi si trasferisce sui consumatori: lo Yale Budget Lab, un centro di ricerca indipendente, ha stimato questo mese che l'insieme delle tariffe in vigore costerà alle famiglie in media circa 1.100 dollari all'anno, una trentina dei quali imputabili alle nuove misure sul Canada. Interrogato sui possibili aumenti dei prezzi, Trump ha sostenuto che i dazi contro il Canada saranno "molto buoni per noi".

Intanto, la guerra con l'Iran, cominciata il 28 febbraio con l'operazione Epic Fury, non si è mai davvero conclusa. Dopo il cessate il fuoco di maggio, a luglio gli scontri sono ripresi nello Stretto di Hormuz e la benzina resta sopra i 4 dollari al gallone: venerdì la media nazionale era di 4,09 dollari secondo AAA, circa un dollaro in più rispetto a un anno prima, mentre agosto si avvia a diventare il mese più caro di sempre alla pompa di benzina. Lo shock energetico ha fatto salire anche il prezzo del diesel e del carburante per aerei, aumentando i costi dei trasporti e dei viaggi.

Le spese per l'intervento militare hanno inoltre contribuito alla crescita del debito federale, ormai superiore a 40.000 miliardi di dollari e al prodotto annuo del Paese, alimentando le tensioni sul mercato obbligazionario e rendendo più costosi mutui e prestiti. Il superamento della soglia dei 40.000 miliardi mostra anche quanto poco Trump e i repubblicani siano riusciti a ridurre la spesa, nonostante l'austerità promessa due anni fa. "Sono tutte chiacchiere", ha detto Jessica Riedl, esperta di bilancio della Brookings Institution ed ex collaboratrice di un senatore repubblicano.

"I repubblicani dicono sempre: 'Dateci il controllo del governo e taglieremo la spesa'. Ce l'hanno e non hanno più scuse". Il Congresso a guida repubblicana ha respinto più volte i tagli più profondi proposti dal presidente, che dal canto suo ha chiesto un aumento delle spese militari e ottenuto l'anno scorso un pacchetto di tagli alle tasse da migliaia di miliardi di dollari. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha annunciato questo mese un raro intervento di riacquisto di titoli di Stato, portato ad almeno 4 miliardi di dollari per operazione e dagli effetti temporanei, e ha promesso un piano di "consolidamento fiscale" senza fornire dettagli.

La Fed, intanto, continua a resistere alle pressioni per ridurre i tassi. "Dobbiamo essere sicuri che l'inflazione di fondo si stia muovendo verso il nostro obiettivo, in modo chiaro e a una velocità sufficiente", ha detto venerdì a Jackson Hole il nuovo presidente Kevin Warsh. "Altrimenti abbiamo ancora del lavoro da fare". I mercati hanno interpretato il discorso come un'apertura a un rialzo dei tassi già a settembre. Trump chiede invece tagli rapidi e ha accusato il consiglio della banca centrale di fare politica: "Quando annunciamo buoni numeri, cosa che facciamo di continuo, loro continuano ad alzare i tassi perché hanno tanta paura dell'inflazione. E non dovrebbero".

La guerra in Iran svuota gli arsenali


Gli Stati Uniti hanno trasferito in Medio Oriente una quantità di munizioni tale da alimentare, tra i pianificatori militari americani, il timore che la capacità di deterrenza nei confronti di Cina e Russia si sia sensibilmente indebolita. Lo ha rivelato il Wall Street Journal, citando funzionari statunitensi. Entro metà luglio, gli Stati Uniti avevano impiegato circa 1.700 intercettori Patriot e più di 200 intercettori THAAD, mentre le navi della Marina avevano lanciato altri 150 missili per contrastare oltre 1.500 missili balistici e circa 6.000 droni di grandi dimensioni lanciati dall’Iran. Secondo una stima del CSIS, il conflitto avrebbe consumato circa il 65% delle scorte americane di intercettori Patriot.

Le conseguenze si fanno sentire anche fuori dal Medio Oriente. In Europa, le scorte di intercettori Patriot PAC-3 e di missili terra-terra ATACMS sono giudicate “oltre il livello critico”, mentre missili di precisione, razzi guidati, intercettori THAAD e sistemi antidrone Merops sono stati trasferiti verso il Golfo. Ricostituire le munizioni prelevate anche dalle disponibilità americane in Giappone, Corea del Sud e Germania potrebbe richiedere anni.

Il Comando europeo degli Stati Uniti è stato così costretto a rivedere alcuni dei propri piani operativi. Parallelamente, secondo funzionari dell’Amministrazione, nel breve periodo Washington potrebbe non essere in grado di eseguire integralmente i piani previsti per la difesa di Taiwan in caso di un’invasione cinese. Il senatore repubblicano Roger Wicker ha inoltre avvertito che la revisione della presenza militare statunitense in Europa, attualmente in corso al Pentagono, “deve tenere conto di un Putin ferito che reagisce”.

La Casa Bianca respinge però questa ricostruzione. “L’esercito degli Stati Uniti ha munizioni e scorte più che sufficienti per raggiungere tutti gli obiettivi strategici del presidente Trump e anche oltre, e l’operazione Epic Fury ha mostrato cosa succede quando ci si mette contro gli Stati Uniti”, ha dichiarato la portavoce Anna Kelly. Anche il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha definito “false” le notizie sulle carenze, accusando i media di incoraggiare i nemici degli Stati Uniti.

Il colonnello Martin O’Donnell, portavoce del comando militare della NATO, ha assicurato a sua volta che l’Alleanza Atlantica “ha abbastanza munizioni per la difesa aerea, compresi i missili Patriot, per difendersi” e continuare a rifornire l’Ucraina. O’Donnell non è però entrato nel merito della consistenza delle scorte statunitensi.

Trump ha sospeso gli attacchi contro l’Iran alla fine di luglio, mentre cresceva il dibattito sull’esaurimento delle munizioni, e punta ora soprattutto sulla pressione economica. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha sostenuto che il nuovo approccio dovrebbe evitare, almeno nel breve periodo, un ritorno a combattimenti su larga scala.

Funzionari arabi ed ex funzionari americani avvertono tuttavia che sanzioni particolarmente punitive potrebbero spingere Teheran a reagire colpendo le infrastrutture del Golfo. “L’Iran ha ancora una forte capacità d’azione”, ha detto al Wall Street Journal Daniel Shapiro, ex funzionario del Pentagono durante l’amministrazione Biden e oggi senior fellow dell’Atlantic Council. Teheran, ha aggiunto, dispone ancora degli strumenti per “infliggere danni a noi e all’economia globale” e il loro impiego comporterebbe “probabilmente azioni militari alle quali gli Stati Uniti dovrebbero quasi certamente rispondere”.


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@Politica interna, europea e internazionale
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Generative AI is a Faustian bargain. Every use of it weakens you. Maybe you occasionally save a few minutes, but you are diminished for it. With each use you are further from your human potential.
in reply to Ben Lockwood, PhD 🌎

Well big question is what are people who used it supposed to do about this (besides just quit)? Those with mental disorders are VERY easily swayed by it, especially those with OCD, who are VERY drawn towards stupid question answering reassurance machine, to the point it becomes its own addiction (ask me how i know... i still cant fully stop myself...). Do you believe this damage can ever be fixed? How do you "get off" this cycle?
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Hegseth is a propaganda flop. Don’t let Congress throw him a lifeline


Defense Secretary Pete Hegseth is obsessed with controlling the narrative. His censorship and propaganda efforts are myriad: lashing out over photographs of himself he doesn’t like, barring reporters from the Pentagon who don’t sign away their First Amendment rights, forcing suspected leakers to take ineffective polygraph tests, undermining the independence of military newspaper Stars and Stripes, and secretly compensating social media influencers who praise him.

But as Guardian columnist Margaret Sullivan recently noted, Hegseth is failing as a propagandist. The Iran war is deeply unpopular, and his approval numbers are far lower than whatever testosterone level he and his insecurities deem unworthy of military service.

Still, Hegseth’s inability to sell the public on alternative facts doesn’t mean Americans are uniquely resistant to spin. It only means Hegseth can’t control the information ecosystem, no matter how many reporters he bans from news conferences. But that could change if politicians of both parties don’t stop supporting measures that undermine journalists and whistleblowers.

Journalists in the U.S. don’t need government permission to report — for now. But there are some things they do need.

Sources willing to come forward.

News outlets that aren’t vulnerable to reliance on the government. (The attacks on Stars and Stripes and other outlets that get federal funding show the limits of statutory guarantees of independence).

And an open internet where information can travel, notwithstanding private actors’ efforts to censor some corners.

When these conditions exist, journalists who turn in their press passes rather than sign loyalty pledges can find scoops in plenty of other ways, most of which would be far more difficult, if not impossible, absent the independent media and open internet.

Hegseth can’t sell the public on alternative facts because he can’t control the information ecosystem.

Officials in other countries without these ingredients have succeeded in pushing propaganda where Hegseth and the rest of the Trump administration have failed, and it’s not because those countries have less courageous journalists, a more gullible public, or more likable censors.

In Russia, independent outlets not controlled by loyal oligarchs have been forced to shut down or relocate abroad. Those who stay face prosecution for even calling the war in Ukraine a war. Many social media companies have been shut down, and Russia has started blocking VPNs that its citizens were using to evade the bans.

By contrast, the Trump administration’s efforts to relabel the war in Iran as anything but have been met with mockery, and anyone with an internet connection can get in on the joke.

In North Korea and Eritrea, the two lowest-ranking countries in Reporters Without Borders’ global press freedom index this year, there are no local journalists to blow the whistle to because reporting anything but authorized propaganda is a crime, punishable by imprisonment in horrid conditions or labor camps.

Those who oppose Trumpian censorship presumably appreciate that the conditions that blunt its impact exist here. And yet, support across both political parties in the U.S. remains strong for crackdowns on government leaks, and increased restrictions and surveillance of the internet.

Even as leaks enable countless important news stories about the administration — on immigration enforcement, the war in Iran, or the fiasco involving Trump’s unsafe Qatari jet — few politicians are standing up for whistleblowers who speak to the press.

We haven’t heard any mea culpas from politicians who supported prosecuting WikiLeaks publisher Julian Assange under the Espionage Act, even after the Trump administration cited Assange’s case to justify raiding the home of a Washington Post reporter in January, seizing terabytes of data.

Even as leaks enable countless important news stories about the administration, few politicians are standing up for whistleblowers.

In fact, last year, despite Trump threatening journalists and sources throughout his campaign, Democratic Sen. Mark Warner made calling whistleblower and Freedom of the Press (FPF) board member Ed Snowden a “traitor” into a litmus test for service in government. Warner hasn’t changed his tune since.

Similarly, lawmakers from both parties have shown a disturbing willingness to support initiatives to make the internet far less free.

Both Democrats and Republicans have cheered legislation that would require adults to submit to invasive age verification in order to read news online, as well as praised the recent legal settlement by Meta that will likely impose similar requirements across a swath of social media companies.

These requirements destroy the anonymity that people rely on to speak, read, and watch freely online. In an era where the feds may show up at your door over what you read, and tech companies may out you for criticizing the government, online anonymity is vital.

Similarly, proposals to repeal or gut Section 230 of the Communications Decency Act to make platforms legally responsible for user content — supported by some politicians from both parties — would do little to stem the tide of lawful but awful online posts. What it would do is push platforms to remove anything that upsets the powerful rather than invest in legal review of an infinite number of posts.

If you don’t like how the government cajoles tech companies into taking down users’ posts that displease it today (or yesterday), this problem will be far worse if platforms are unprotected from civil liability.

Congress should be focused on passing laws that safeguard First Amendment freedoms, rather than supporting measures that will allow Hegseth and his colleagues in the Trump administration to stamp out independent journalism like their authoritarian idols abroad.

Congress should be focused on passing laws that safeguard First Amendment freedoms.

It should pass The Daniel Ellsberg Press Freedom and Whistleblower Act, named after the famed Pentagon Papers leaker and FPF co-founder, which would increase protections for those who expose government wrongdoing.

And it should pass The Privacy Protection Updates Act, which would help put a stop to government raids on reporters.

It should also pass The Subpoena Abuse Prevention Act to rein in administrative subpoenas targeting journalists.

And, finally, it should pass the PRESS Act to stop the government from compelling reporters and tech companies to out whistleblowers.

These are some of the bills that you can urge your lawmakers to support. Otherwise, the consequences for the free press may be far uglier than any bad Hegseth hair day captured by news photographers at the Pentagon.


freedom.press/issues/hegseth-i…

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L'Europa contro i dazi di Trump: "Danneggeranno tutti"


Al G20 di Asheville cresce il malumore degli alleati europei per la politica economica americana, mentre Washington valuta nuovi dazi contro la Cina e i mercati restano sotto pressione per il debito record dei Paesi avanzati.

Il vicecancelliere tedesco Lars Klingbeil ha affermato che la politica economica del presidente Donald Trump "finirà per danneggiare tutti i soggetti coinvolti", parlando ai giornalisti ad Asheville, in North Carolina, dove il 31 agosto si sono riuniti i Ministri delle Finanze e i governatori delle Banche Centrali del G20. Klingbeil, che nel governo tedesco è anche Ministro delle Finanze, ha citato la guerra in Iran e i dazi imposti unilateralmente da Washington tra i principali fattori di incertezza e ha aggiunto che, dopo la guerra commerciale con il Canada, gli Stati Uniti hanno perso affidabilità agli occhi degli alleati. "Ci sono differenze evidenti e le affronteremo come tali", ha detto.

Il malumore è condiviso da buona parte degli esponenti dei governi europei presenti ad Asheville, che accusano l'Amministrazione americana di aver danneggiato l'economia mondiale con misure pensate soprattutto a vantaggio degli Stati Uniti. A pesare sui rapporti transatlantici è stata anche la decisione del Dipartimento del Tesoro americano di vendere parte delle proprie riserve in euro per acquistare yen. L'operazione, condotta tra il 31 luglio e il 1° agosto insieme a Tokyo per sostenere la valuta giapponese, allora vicina ai minimi, ha avuto come effetto collaterale un indebolimento dell'euro ed è stata accolta con irritazione a Bruxelles, dove è stata interpretata come una scelta presa senza consultare gli alleati europei.

Dazi, prezzi e nuove pressioni sulla Cina


La politica tariffaria dell'Amministrazione Trump è contestata da economisti e politici perché aumenta i prezzi pagati dai consumatori americani e colpisce anche i Paesi alleati degli Stati Uniti. Secondo la Tax Foundation, nel 2025 i dazi hanno fatto salire di circa 7 punti percentuali i prezzi al dettaglio dei beni importati rispetto alla tendenza precedente.

Nel frattempo è venuto meno lo strumento giuridico sul quale l'Amministrazione aveva inizialmente fondato gran parte dei propri dazi. Il 20 febbraio la Corte Suprema, con una decisione 6-3, ha stabilito che l'International Emergency Economic Powers Act non autorizzava il presidente a imporre dazi. La Costituzione attribuisce infatti al Congresso il potere di imporre tasse e dazi, anche se il Congresso può delegarne l'esercizio al presidente attraverso leggi che lo prevedano esplicitamente.

La Casa Bianca è stata costretta quindi a cercare strumenti alternativi. Il 23 luglio l'Ufficio del Rappresentante Commerciale degli Stati Uniti ha imposto, ai sensi della Section 301, dazi del 10% o del 12,5% sui beni non esentati provenienti da 60 partner commerciali, accusati di non aver introdotto o applicato efficacemente un divieto alle importazioni di prodotti realizzati con lavoro forzato. Per la Cina, inserita tra le economie sottoposte all'indagine e non compresa tra quelle ammesse alle aliquote inferiori, il dazio previsto è del 12,5%.

Washington sta inoltre valutando un nuovo dazio sulle importazioni cinesi nell'ambito di una diversa indagine basata sulla Section 301, avviata a marzo sulla sovracapacità produttiva strutturale della Cina e di altre 15 economie mondiali. Secondo Bloomberg, l'Amministrazione sta considerando un'aliquota aggiuntiva del 7,5%, ma la misura non è ancora stata adottata e l'aliquota potrebbe ancora cambiare prima della decisione finale.

Il peso del debito e la tensione sui Treasury


Sullo sfondo ci sono numeri che nessuna delle due sponde dell'Atlantico può più ignorare. Il debito globale ha raggiunto il massimo storico di quasi 353mila miliardi di dollari nel primo trimestre, secondo l'Institute of International Finance, mentre il debito federale americano ha superato ad agosto la soglia dei 40mila miliardi. La combinazione ha alimentato i timori di uno svendita dei titoli di Stato americani, mentre i rendimenti continuano a salire in un contesto segnato anche dai nuovi attacchi all'Iran.

Il rendimento del Treasury decennale, riferimento per il costo di mutui e prestiti al consumo, ha toccato così il livello più alto da gennaio 2025, mentre quello del trentennale si è avvicinato ai massimi degli ultimi vent'anni. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha però respinto l'allarmismo. "Non credo che ci troviamo in una situazione critica" sui mercati obbligazionari, ha detto, sostenendo che i movimenti registrati nell'arco di un solo mese hanno un'importanza limitata. "Gli Stati Uniti hanno il mercato obbligazionario con la performance migliore. Da quando il presidente Trump si è insediato, il 20 gennaio 2025, è il migliore tra i grandi Paesi del mondo".


G20, gli Usa riaprono a Mosca: Bessent incontra Siluanov, gli europei protestano


Il G20 dei Ministri delle Finanze e dei governatori delle banche centrali si è aperto lunedì ad Asheville, in North Carolina, con una presenza inattesa che ha dominato la prima giornata: quella di Anton Siluanov, Ministro delle Finanze russo, che ha partecipato di persona per la prima volta dall'invasione dell'Ucraina del 2022, su invito dell'Amministrazione Trump. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent lo ha incontrato a margine dei lavori, un segnale evidente della disponibilità americana a riaprire i canali con Mosca mentre la guerra in Ucraina continua.

Secondo un portavoce del Tesoro citato da Axios, Bessent e Siluanov hanno discusso del piano di pace di Donald Trump per l'Ucraina e delle relazioni economiche tra i due Paesi. Il Ministero delle Finanze russo ha riferito invece di un confronto sulle relazioni finanziarie bilaterali e sulla collaborazione all'interno del G20. La presenza di Siluanov non era stata annunciata pubblicamente e la Casa Bianca non aveva risposto alle domande sulla possibilità che fosse stato invitato.

La protesta europea e la foto senza i russi


La presenza del Ministro russo ha provocato immediate proteste tra i rappresentanti europei. Lars Klingbeil, vicecancelliere e Ministro delle Finanze tedesco, ha raccontato di aver affrontato Siluanov durante una delle prime sessioni, chiedendo alla Russia di porre fine alla guerra e ribadendo il proprio sostegno all'Ucraina. Kyiv non era invece rappresentata di persona ad Asheville: il Ministro delle Finanze ucraino Serhiy Marchenko è intervenuto in videoconferenza a una riunione del G7 organizzata a margine dalla Francia.

"Ricevere qui il Ministro delle Finanze russo manda un segnale che trovo preoccupante", ha detto Klingbeil ai giornalisti. "Avrei preferito una presa di posizione chiara da parte americana, perché non fosse ricevuto come un ospite normale". I rappresentanti europei hanno fatto sapere che non avrebbero partecipato alla tradizionale foto di famiglia insieme alla delegazione russa. Alla fine lo scatto è stato realizzato senza Siluanov.

Le tensioni non riguardano soltanto la presenza della Russia. Diversi rappresentanti europei hanno contestato anche l'esclusione del Sudafrica, Paese membro del G20 e maggiore economia africana in termini di Pil nominale, che il Dipartimento del Tesoro statunitense non ha invitato. Trump aveva annunciato già l'anno scorso che il Paese sarebbe rimasto fuori dalle riunioni del 2026, sulla base della falsa narrazione secondo cui i sudafricani bianchi sarebbero vittime di massacri indiscriminati e di espropri delle loro terre.

Debito, mercati e la stretta sull'Iran


Sul tavolo del vertice ci sono soprattutto l'economia globale e le conseguenze della guerra in Iran. Il Fondo Monetario Internazionale prevede per quest'anno un rallentamento della crescita mondiale e un aumento dell'inflazione, mentre il conflitto nel Golfo Persico, iniziato con gli attacchi americani di febbraio, ha sconvolto i flussi petroliferi e spinto verso l'alto i prezzi dell'energia.

Il debito pubblico americano ha intanto appena superato i 40mila miliardi di dollari e nelle ultime settimane Bessent ha sorpreso i mercati intervenendo sui cambi e aumentando i riacquisti di titoli di Stato nel tentativo di contenere i costi di finanziamento. Le misure hanno avuto finora effetti limitati e alcune delle mosse americane hanno irritato l'Unione Europea, anche per le ripercussioni sull'euro. "Un'economia globale solida non può reggersi su politiche che impoveriscono i vicini e soffocano la concorrenza leale di mercato", ha detto Bessent aprendo i lavori.

Washington vuole orasfruttare il G20 soprattutto per stringere ulteriormente il cerchio economico attorno a Teheran. Gli Stati Uniti hanno chiesto ai propri alleati di aderire alla "Operation Economic Outcast", la campagna lanciata dal Dipartimento del Tesoro statunitense per isolare l'economia iraniana e recidere i suoi legami finanziari internazionali. La settimana scorsa Bessent aveva avvertito che anche i Paesi che continueranno a mantenere rapporti economici con l'Iran potrebbero essere colpiti dalle sanzioni.

"Perché dovrei voler far saltare in aria il sistema finanziario globale?", ha detto il Segretario, lasciando intendere di aspettarsi che gli altri governi si adeguino per evitare una guerra economica più ampia. Ed almeno su questo fronte gli europei sono molto più vicini a Washington: la Commissione Europea ha accolto con favore la nuova stretta americana su Teheran e si è detta pronta a valutare ulteriori misure contro il regime iraniano.


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Kulturstaatsminister Wolfram Weimer lässt mit Vorschlägen aufhorchen, die die europäische Medienvielfalt sichern und zugleich US-Techkonzerne einhegen sollen. Mit der Umsetzung hapert es allerdings: Nun legt die EU-Kommission der geplanten Investitionspflicht für Streaming-Dienste Steine in den Weg. netzpolitik.org/2026/investiti…
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The Stars and Stripes firings look familiar to those behind bars


Last month’s firing of the publisher of Stars and Stripes, as well as an editor and reporter, further cemented the Trump administration’s full-fledged declaration of war against press freedom. To me personally, it stood out from his countless other attacks because I know the dangers this specific form of censorship entails.

I am in my 28th consecutive year of incarceration in the state of Texas. When I first arrived, I enjoyed receiving the prison’s newspaper, The Echo. Each month, there were stories that provided useful information about legal, social, and educational issues that were vastly important to the incarcerated population.

At that time, the Texas prison system was still under federally imposed “special master” supervision as a result of a civil rights lawsuit filed by seven jailhouse lawyers nearly three decades earlier.

In 1972, incarcerated individuals accused the Texas prison system of violating their constitutional rights in numerous ways. The litigation became known as the “Ruiz case” after one of the original plaintiffs, David Ruiz.

This lawsuit resulted in a trial that holds the record as the longest prisoners’ case in the history of American jurisprudence. In 1980, the court found Texas was indeed violating the constitutional rights of people in its care and ordered systemic change.

A year after my arrival in prison, issues of the prison’s newspaper disappeared without explanation.

The Echo was the tool that incarcerated journalists used to keep the incarcerated population — and their loved ones, because it was not uncommon for people to mail news clippings to family members — updated on prison officials’ compliance or lack thereof with the federal mandates.

A year after my arrival, issues of The Echo disappeared without any explanation. In 2003, it resurfaced as a shell of its prior self. Instead of critical coverage, the pages were filled with “feel-good stories” that inaccurately depicted prison life in Texas as the best of all possible worlds.

The old staff had been replaced by a new group of workers subservient to prison officials, who had taken complete control over all editorial decisions. The Echo was no longer independent. It had become — and continued to be — a tool for false government propaganda.

Before the Stars and Stripes firings (which have been paused due to legal proceedings), the newspaper was publishing the kind of reporting that the Echo was known for before its makeover, except for members of the military rather than the incarcerated population.

That changed, according to a lawsuit filed by the fired journalists, when Stars and Stripes angered the Pete Hegseth-led Department of Defense through its reporting on the USS Abraham Lincoln, a 5,000-person aircraft carrier that had been out at sea for a record-setting nine months.

Stars and Stripes was publishing the kind of reporting the prison newspaper was known for. That changed.

Reports revealed that sailors on the military vessel were suffering from low morale as a result of the long deployment and difficult living conditions. Americans read about a shortage of basic supplies, water contamination, broken toilets, disruption in the mail system, and deck safety concerns, leading to deteriorating mental health and suicide attempts. MS NOW and others reported that sailors have actually jumped from the carrier.

The staff at Stars and Stripes — despite knowing the administration was looking for reasons to target them — upheld their journalistic responsibility by reporting accurately to the military American public about the situation on the USS Abraham Lincoln.

But in Trump’s world, which Hegseth also inhabits, an independent press serves no legitimate purpose. If a media outlet’s content does not praise him or demonize and discredit his critics, it’s fake news and counterproductive.

Of course, the removal of the staff at Stars and Stripes is just the latest attack in the administration’s war to eradicate independent media. Hegseth doesn’t only want to control government-funded media — he wants private journalists to swear away their constitutional rights as a condition of attending news conferences. Trump himself has raided journalists’ homes, subpoenaed them and their families, sued them for billions, and targeted them for immigration and other arrests.

In Trump and Hegseth’s world, an independent press serves no legitimate purpose.

Authoritarian regimes, current and past, have shown how brutal a government becomes when press freedoms are restricted. But the Echo’s example shows one does not have to travel back to Nazi Germany or apartheid South Africa to grasp the dangers.

Since the Echo became an instrument for the state, incarcerated people in Texas are exposed daily to inhumanity beyond description, contributing to the same mental health issues the government seeks to cover up by silencing Stars and Stripes. Texas prisons averaged about 56 suicides a year from 2020-23, compared to 28 per year from 2005-19.

Others have turned to extreme substance abuse as an escape. Walking onto any cellblock at any Texas prison can be like taking a stroll down Philadelphia’s infamous Kensington Avenue. Incarcerated people are laid out, unconscious, in a drug-induced stupor. Texas prisons report a nearly 2,500 percent increase in drug overdose deaths in the past seven years alone.

Basic necessities like toilet paper, deodorant, toothpaste, soap, and functioning plumbing are scarce, forcing people without outside sources of funds to resort to all sorts of bizarre measures.

Most importantly, there is no independent press to inform the incarcerated population inside the prison system and help them protect or advocate for their constitutional freedom from cruel and unusual punishment.

Despite the suicide crisis and substance-use epidemic, the cover story for the July issue of the Echo is “Stitches With Love,” a story about a new prison quilting program.

This exemplifies what news content in Stars and Stripes and elsewhere will look like if Trump and Hegseth are successful. Military families may no longer hear about the horrid conditions causing sailors to jump ship, but they’ll get to read all about the activities offered in aircraft carriers’ craft rooms.


freedom.press/issues/the-stars…

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Rifondazione: 60 milioni al Gemelli? Basta soldi ai privati! home.rifondazione.eu/2026/09/1… #Sanità

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LibreOffice batte ogni record di download dopo aver dichiarato di non avere funzionalità basate sull'intelligenza artificiale

LibreOffice 26.8, rilasciato il 26 agosto , è diventato l'aggiornamento più popolare del software.

LibreOffice è un'alternativa gratuita a Microsoft Office presente sul mercato da quasi vent'anni. In una settimana, il programma di installazione è stato scaricato più di un milione di volte, senza contare gli aggiornamenti tramite i repository delle distribuzioni Linux.

Qualcuno potrebbe dire che i miglioramenti al sistema di scrittura e alla tipografia sono un successo tra le ONG, le agenzie governative e gli uffici che utilizzano LibreOffice. Io, però, punto su una "non-funzionalità": l'affermazione che LibreOffice non includa funzionalità di intelligenza artificiale generativa a causa della (mancanza di) privacy della tecnologia.

Il giorno dopo aver celebrato il record di download e l'ampia copertura mediatica, la Document Foundation (TDF), che gestisce il software, ha chiarito la propria posizione in un post intitolato "Sì, l'IA non è più una funzionalità".

L'articolo, firmato da @Italo Vignoli , afferma che TDF "non respinge l'intelligenza artificiale a priori", ma che la tecnologia non soddisfa ancora un elenco esaustivo di principi per essere inclusa di default. Tali principi sono:

manualdousuario.net/en/libreof…

@GNU/Linux Italia

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In queste ore il centrodestra si prepara a bocciare le preferenze senza capilista bloccati e a difendere una legge elettorale con un premio di maggioranza che può trasformare il 42% dei voti in una maggioranza parlamentare.

Tradotto: meno scelta ai cittadini, più potere ai vertici dei partiti.
Una legge costruita per rendere più facile restare al governo anche senza avere la maggioranza dei consensi.

Non chiamatela “governabilità”: è l’ennesima scorciatoia politica scritta da chi governa, per favorire chi governa.

Alle forze politiche e ai singoli parlamentari chiediamo chiaramente: NON VOTATELA.

Le elezioni servono a far scegliere i cittadini.

Perché avete paura del loro voto?
Perché avete paura del loro giudizio?

#LeggeElettorale #Preferenze #CapilistaBloccati #Democrazia #Rappresentanza #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Europe’s cookie law is really a law about surveillance


The ePrivacy framework limits commercial tracking and state access to communications. It is now being weakened from several directions at once.

The post Europe’s cookie law is really a law about surveillance appeared first on European Digital Rights (EDRi).

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Nach der Landtagswahl in Sachsen-Anhalt wird am Wochenende in dutzenden Städten gegen Rechtsextremismus demonstriert. Die Demos haben unterschiedliche Zielsetzungen, bundesweit werden Zehntausende Menschen erwartet. Ein Überblick.

netzpolitik.org/2026/nach-wahl…

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I support this proposal. I could also support many variations on the theme. Kudos to the 10 co-authors.
zenodo.org/records/21934115

The gold, green, bronze, hybrid... labels were never a systematic classification. They evolved like the winding streets in the center of an old city. Plus, they're opaque and widely misunderstood.

#GoldOA #GreenOA #OpenAccess #ScholComm

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Dall’autunno 2026 tutti i ricercatori di enti italiani potranno pubblicare su Open Research Europe senza costi


In base alla decisione di cui abbiamo dato notizia qui, da questo autunno i ricercatori che lavorano in istituzioni italiane potranno pubblicare su ORE, piattaforma europea ad accesso aperto che pratica la revisione paritaria aperta, senza costi. Per il momento ORE non è ancora amministrativamente scientifica. Si suppone che l'Anvur cambierà idea - cosa che non muta la circostanza che, in Italia, la scientificità continui a dipendere, più che mai, dal potere esecutivo.

In base alla decisione di cui abbiamo dato notizia qui, da questo autunno i ricercatori che lavorano in istituzioni italiane potranno pubblicare su ORE, piattaforma europea ad accesso aperto che pratica la revisione paritaria aperta, senza costi.

Per il momento ORE non è ancora amministrativamente scientifica. Si suppone che l’Anvur cambierà idea – cosa che non muta la circostanza che, in Italia, la scientificità continui a dipendere, più che mai, dal potere esecutivo.


La notizia è visibile sul sito del ministero, qui. Rimane non risolta, però, una questione strutturale: che, in Italia, a stabilire che cos’è pubblicazione scientifica e che cosa no sia il governo o una sua sempre più diretta emanazione. Il fatto che sulla scientificità di ORE, dopo precedenti diversi, ci si avvii a cambiare idea è un dettaglio che non muta il quadro.
- The post’s content. aisa.sp.unipi.it/il-ministero-…

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⚠️ Pubblicato il report di #Europol e della lobby che vuole scardinare tutte le comunicazioni protette: "Analisi prospettica delle tecnologie emergenti per la tutela della privacy"

Un "esercizio partecipativo di previsione tecnologica sviluppato dal JRC e da EUROPOL a supporto dei responsabili politici e delle forze dell'ordine" o un documento più completo messo a disposizione della politica per eliminare ogni comunicazione riservata dei cittadini?

europol.europa.eu/publications…

@privacypride

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⚠️ A report has been released by Europol and the lobby seeking to dismantle all forms of protected communication, titled "Horizon scanning of emerging privacy-enhancing technologies."

What is described merely as a "participatory technology foresight exercise developed by the JRC and Europol to support policymakers and law enforcement" is, in reality, a comprehensive document designed to enable policymakers to eliminate all private citizen communications.

europol.europa.eu/publications…

@privacy

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Gli elettori Dem non vogliono un partito più a sinistra, ma più aggressivo


Sarah Longwell ha condotto oltre 400 focus group durante l'era Trump: moderati e progressisti usano le stesse parole e chiedono ai loro leader di combattere di più.

Gli elettori democratici che chiedono un partito più a sinistra e quelli che lo vogliono più al centro dicono la stessa cosa, con le stesse parole: il problema non è la linea politica, è che i loro leader non combattono abbastanza. Lo sostiene Sarah Longwell, che dal 2018 ha condotto oltre 400 focus group con migliaia di elettori americani, in un'analisi pubblicata sull'Atlantic e tratta dal suo libro How to Eat an Elephant: One Voter at a Time. Un focus group è una discussione guidata con un piccolo gruppo di persone selezionate in base al voto o alle opinioni, usata per capire non quanti la pensano in un certo modo ma perché.

L'esperimento più netto Longwell lo ha fatto l'anno scorso: ha riunito due gruppi di democratici che volevano un partito più moderato e due gruppi che lo volevano più progressista. Ad ascoltarli senza sapere chi fosse chi, dice, non si sarebbe capita la differenza. Gli uni e gli altri non chiedevano un riposizionamento ideologico né misure specifiche, ma un atteggiamento: rispondere colpo su colpo ai repubblicani, smettere di trattarli come si trattava il Partito Repubblicano di Mitt Romney nel 2012.

Nei circoli dirigenti democratici, invece, il dibattito resta quello tra ala progressista e ala moderata, come se il futuro del partito fosse una questione di programma. È la stessa frattura che si sta misurando nelle primarie di questi mesi. Longwell ritiene che gli elettori si fidino: se arriva la persona giusta, pensano, le questioni di merito si risolveranno da sole. La domanda che pongono è un'altra e la ripetono in modo pressoché unanime: perché non combattete di più?

Il punto di partenza del suo lavoro è un episodio del luglio 2018. Longwell era volata a Columbus, in Ohio, per ascoltare elettori che avevano votato Trump nel 2016 con riluttanza, tre giorni dopo il vertice di Helsinki con Vladimir Putin. In quel momento l'intelligence americana aveva già concluso pubblicamente che Putin aveva ordinato personalmente le interferenze nelle elezioni del 2016 a beneficio di Trump. In conferenza stampa il presidente aveva risposto a chi gli chiedeva se credesse alle proprie agenzie o al leader russo: "Il presidente Putin dice che non è stata la Russia. Non vedo alcun motivo per cui dovrebbe esserlo". A Washington era scoppiato un caso bipartisan. Nella stanza di Columbus, quando il moderatore ha spiegato l'accaduto, la reazione è stata una scrollata di spalle collettiva.

Da quell'episodio Longwell ha ricavato la sua tesi di fondo sulla distanza tra la capitale e il resto del Paese. Washington, scrive, più che una palude è una bolla, dentro la quale il resto dell'America diventa un'astrazione. Gli elettori sono pieni di contraddizioni: detestano il governo e vogliono ridurre il debito pubblico, ma chiedono anche che lo Stato spenda di più per le loro comunità; si dicono contrari all'aborto ma favorevoli alla libertà di scelta delle donne.

Due convinzioni però tornano sempre. La prima è che il sistema sia rotto. La seconda è che gli abbiano mentito, in modi che hanno peggiorato concretamente la loro vita. Sempre meno americani credono che lavorando duro e rispettando le regole si possa migliorare la propria condizione e molti pensano che i politici dell'establishment siano gli unici a guadagnarci. Per questo cercano leader che sembrino persone vere, interessate alla vita quotidiana di chi li vota e non solo alla conquista di una carica.

Longwell, che è un'ex repubblicana uscita dal partito dopo la scalata di Trump, vede in questo lo stesso meccanismo del 2016. Allora gli elettori repubblicani guardarono ai Romney, ai McCain e ai Bush e li giudicarono troppo deboli, troppo attaccati a norme e procedure che i democratici non rispettavano comunque, così assunsero una palla da demolizione. Dieci anni dopo Longwell sente parlare così gli elettori democratici, che non si fidano più di Chuck Schumer, di Hakeem Jeffries e della vecchia guardia che ha lasciato che Trump prendesse il controllo del Paese.

La differenza è che i democratici non vogliono la politica del presidente e nemmeno la sua rottura sistematica delle regole. Vogliono la sua energia. Sono stanchi di un partito che manda l'equivalente di una lettera di protesta mentre la democrazia brucia. Allo stesso tempo non vogliono diventare ciò che detestano.

Il presidente ha trasformato il rapporto tra la Casa Bianca e il pubblico rendendolo diretto e inevitabile. Tra i comizi, gli interventi a Fox News e i messaggi su Truth Social si sa sempre cosa pensa di qualsiasi cosa, con chi ce l'ha e persino a che ora va a dormire (i post sono accompagnati dall'orario). Longwell precisa che questa è una constatazione e non un giudizio di valore. Gli elettori hanno la sensazione di conoscerlo e di essere dentro il movimento. Chi correrà per i democratici nel 2028 dovrà essere altrettanto presente culturalmente e costruire un rapporto diretto con gli elettori che salti quel che resta dei mediatori tradizionali.

Longwell individua quattro terreni su cui i repubblicani sono deboli. Il primo è l'immigrazione, che resta un punto di forza del presidente, visto che gli elettori continuano a fidarsi più dei repubblicani sul controllo delle frontiere. Esiste però uno scarto tra quello che volevano e quello che hanno ottenuto. Molti di loro chiedevano di colpire chi entra adesso e chi ha commesso reati, non di andare a prendere i bambini nelle scuole elementari. Non sono elettori favorevoli alle frontiere aperte, ma pensano che il presidente sia andato oltre e che tra forza e crudeltà ci sia una differenza.

Il secondo è la corruzione. Chi si aspettava che il presidente combattesse per loro scopre che sta soprattutto arricchendo la propria famiglia. L'aereo accettato dal governo del Qatar è l'esempio che ricorre più spesso nelle discussioni. Il terzo è il caso Jeffrey Epstein. Gli elettori di Trump ricordano che aveva promesso in campagna elettorale di pubblicare i documenti e non capiscono perché stia temporeggiando, con l'impressione che qualcuno resti davvero al di sopra della legge.

Il quarto è l'economia. Chi ha votato Trump nel 2024 dice che non sta facendo quello che aveva promesso per far scendere i prezzi. I giovani che gli avevano creduto quando prometteva di costruire la più grande economia della storia si sentono presi in giro. Il mercato del lavoro è tra le loro preoccupazioni principali. Il costo della vita resta la questione decisiva, anche mentre molte altre regole del comportamento elettorale cambiano.

Quando Longwell chiede agli elettori quali politici li entusiasmano, non sente nomi della vecchia guardia. Ricorrono quelli di Jon Ossoff, senatore della Georgia apprezzato per la capacità di essere sintetico, di Pete Buttigieg, considerato un comunicatore capace di andare anche nei programmi della destra, di Zohran Mamdani, sindaco di New York visto come un innovatore non legato al passato e quello di Alexandria Ocasio-Cortez (la deputata di New York). Nessuno di questi nomi appartiene a una sola area del partito: quello che li accomuna, agli occhi degli elettori, è l'autenticità e l'interesse per i problemi delle persone comuni, non la collocazione nell'eterna disputa tra centro e sinistra che appassiona gli addetti ai lavori.

I candidati democratici che avranno successo, sostiene Longwell, saranno quelli capaci di spiegare con chiarezza perché il movimento del presidente ha tradito i suoi elettori, insistendo sulle sue contraddizioni e sulle promesse non mantenute e di costruire un programma centrato sull'economia, sulle opportunità e su un piano concreto per migliorare la vita quotidiana degli americani. Il resto, dice, dipende da quanto in fretta i dirigenti del partito capiranno che le vecchie regole non valgono più.


In Nevada la sinistra democratica perde le sfide principali ma vince i seggi rimasti liberi


La sinistra del Partito Democratico ha ottenuto quest'anno importanti vittorie a New York, in New Jersey e a Washington, ma non è riuscita a replicarle in Nevada. Nelle primarie democratiche dello Stato molti candidati progressisti, spesso alla prima esperienza elettorale e con risorse economiche decisamente inferiori a quelle degli avversari, sono stati sconfitti nelle corse principali. I risultati migliori sono arrivati nei collegi e nelle cariche senza un uscente in cerca di rielezione, come ha ricostruito il Nevada Independent.

La sconfitta più netta è arrivata nella primaria per la carica di governatore, dove Alexis Hill, commissaria della contea di Washoe, ha perso di 40 punti contro il procuratore generale dello Stato Aaron Ford. Hill non si definisce progressista, ma aveva fatto proprie alcune proposte della sinistra del partito, tra cui asili nido gratuiti per tutti e una riforma del sistema fiscale, ottenendo l'appoggio della Progressive Leadership Alliance of Nevada (PLAN), la coalizione dei gruppi progressisti dello Stato. Sono stati sconfitti anche i candidati di sinistra che avevano sfidato i tre deputati democratici del Nevada alla Camera.

Chris Giunchigliani, ex commissaria della contea di Clark e seconda classificata nelle primarie democratiche per il governatore del 2018, ha spiegato al Nevada Independent che a Hill sono mancati soprattutto i finanziatori e la notorietà necessari per vincere. La sua campagna, ha aggiunto, è comunque servita a "costringere a discutere di valori progressisti" e a coinvolgere "persone nuove che non avevano mai davvero partecipato alla politica di partito".

Il quadro è stato però molto diverso nelle corse senza un candidato uscente in corsa per al rielezione. I candidati sostenuti dalla sinistra hanno conquistato quattro primarie per l'Assemblea statale, la camera bassa del Parlamento del Nevada. Hanno vinto lo sviluppatore di software Alex Pereszlenyi nel distretto 29, sostenitore di un sistema sanitario pubblico universale; la delegata sindacale Alexis Esparza nel distretto 1; l'insegnante di sostegno Kamilah Bywaters nel distretto 2; e l'ex attivista ambientalista Vinny Spotleson nel distretto 41. Tutti erano appoggiati dal PLAN, che per alcuni rappresentava il principale sostegno politico organizzato, mentre i loro avversari potevano contare sull'appoggio di esponenti già eletti e di organizzazioni sindacali.

Pereszlenyi attribuisce la propria vittoria soprattutto alla campagna porta a porta. Racconta che con gli elettori si è parlato molto più delle difficoltà quotidiane che di appartenenza ideologica, anche se uno dei suoi messaggi ricorrenti era che "non possiamo investire nella nostra comunità senza aumentare le entrate e senza far pagare alle aziende la loro giusta quota". Secondo Pereszlenyi, questo approccio gli ha permesso di compensare sia lo svantaggio nella raccolta fondi sia i più solidi legami sindacali degli avversari moderati. Tra i temi citati più spesso dagli elettori durante la campagna figuravano il costo della vita, la lotta all'Amministrazione del presidente Donald Trump e contro l'espansione dei data center.

Un altro successo è arrivato nella primarie per un seggio nella Commissione della contea di Clark, che amministra il territorio in cui si trova Las Vegas. Minja Yan ha vinto una competizione molto affollata, battendo tra gli altri Minddie Lloyd, ex repubblicana che aveva raccolto tre volte più fondi di lei e aveva ottenuto l'appoggio di due commissari uscenti. Nel video con cui aveva lanciato la candidatura, Yan prometteva di voler "sfidare lo status quo" e denunciava "l'influenza dei grandi soldi in politica". Durante la campagna elettorale, ha raccontato di avere incontrato molti elettori che chiedevano "qualcuno di nuovo". Diversi candidati ritengono inoltre di avere tratto vantaggio dall'impegno a non accettare contributi da aziende e PAC, i comitati che raccolgono e spendono denaro per le campagne elettorali.

Primarie democratiche

La sinistra democratica vince in Nevada solo dove non c’è un uscente


Nelle primarie del 9 giugno i candidati sostenuti dalla sinistra hanno conquistato cinque seggi su sei là dove nessuno era già in carica. Nelle cinque sfide a un uscente non ne hanno vinta nemmeno una.

Grafica di FocusAmerica Undici primarie democratiche, dall’Assemblea del Nevada alla Camera

La linea che divide i risultati

Seggi senza uscente
5 su 6
Corse vinte dai candidati della sinistra dove nessuno difendeva la propria carica: quattro seggi dell’Assemblea e uno nella commissione della contea di Clark.

Sfide a un uscente
0 su 5
Corse vinte contro chi era già in carica: nessuna, dall’Assemblea statale alla Camera dei rappresentanti.

Nessun momento Mamdani in Nevada: la sinistra passa quando il seggio è libero, si ferma quando deve rimuovere qualcuno.

Il tabellone

Undici corse, una regola sola


Quota di voto del candidato sostenuto dalla sinistra (in blu), del suo principale avversario (in grigio) e degli altri concorrenti. Tocca una riga per il dettaglio.


Senza uscente: Alexis Esparza (Assemblea 1) 44%, Kamilah Bywaters (Assemblea 2) 59%, Alex Pereszlenyi (Assemblea 29) 38%, Vinny Spotleson (Assemblea 41) 43% e Minja Yan (commissione della contea di Clark, distretto F) 38% hanno vinto; Maria Teresa Hank (Assemblea 9) si è fermata al 41%. Contro un uscente: Christian Solomon 43%, Shaun Navarro 40%, Val Thomason 37%, James Lally 20% e Joy Hoover 13% hanno perso tutti.

La corsa statale

Nella primaria per governatore il divario è stato di quasi quaranta punti

Aaron Ford procuratore generale63%

118.825 voti

Alexis Hill commissaria di Washoe24%

44.842 voti

39 punti di scarto
Hill aveva l’appoggio di PLAN, la coalizione progressista dello Stato. Le sono mancati finanziatori e notorietà.

I soldi

Il denaro pesa, ma non decide da solo


Rapporto tra i fondi raccolti dal candidato della sinistra e quelli del suo avversario nelle due corse per la commissione della contea di Clark.

L’elettorato

Come si definiscono i democratici del Nevada


Quota di elettori delle primarie democratiche dello Stato per autocollocazione politica.

Nel 2024 il Nevada ha votato per il candidato repubblicano alla presidenza per la prima volta in vent’anni. La componente più numerosa dell’elettorato registrato dello Stato non dichiara alcuna affiliazione di partito.

«I seggi liberi sono più facili da vincere che far fuori un uscente»

Maggie Carlton, ex deputata dell’Assemblea del Nevada, al Nevada Independent

Fonte: risultati ufficiali delle primarie del 9 giugno 2026, Segretario di Stato del Nevada, e The Nevada Independent. Dati sull’elettorato: Third Way, 2026. Quote di voto arrotondate all’unità.

Il peso dei candidati uscenti e dell'establishment


In molte altre competizioni locali, però, la sinistra è stata sconfitta. Maria Teresa Hank, assistente di volo sostenuta dal PLAN, ha perso nel distretto 9 dell'Assemblea contro Ryan Hampton, attivista impegnato nel campo del recupero dalle dipendenze. Due membri dei Democratic Socialists of America (DSA), l'organizzazione socialista statunitense, hanno cercato senza successo di spodestare due deputate uscenti: Shaun Navarro è stato battuto da Hanadi Nadeem e Val Thomason ha perso contro Venise Karris per la seconda tornata elettorale consecutiva. Christian Solomon ha invece ottenuto il 43% contro Jim Gibson, commissario della contea di Clark eletto per la prima volta nel 2018, pur avendo raccolto soltanto un decimo dei fondi del suo avversario.

Navarro, presidente della sezione di Las Vegas dei DSA, ha detto al Nevada Independent che "la politica del Nevada è piuttosto rigida" e che il problema, non solo per la sua organizzazione ma per i progressisti in generale, è la mancanza di una solida infrastruttura politica. La lezione, secondo lui, è concentrare le risorse limitate su una sola competizione alla volta.

Anche nelle primarie per il Congresso i candidati sostenuti dall'establishment hanno vinto quasi ovunque. James Lally, medico che ha autofinanziato la propria campagna, ha ottenuto più del doppio dei voti di qualsiasi altro sfidante della deputata Susie Lee, ma è stato comunque sconfitto con un margine molto ampio. Il milionario Greg Kidd, che si presentava come un outsider e aveva adottato diverse parole d'ordine progressiste, è rimasto molto distante da Teresa Benitez-Thompson, ex capogruppo della maggioranza all'Assemblea statale e sostenuta dal PLAN. Gli sfidanti della deputata Dina Titus sono stati battuti con margini ancora più ampi.

Maggie Carlton, ex deputata dell'Assemblea ed ex iscritta alla Culinary Union, il potente sindacato dei lavoratori della ristorazione e dell'industria alberghiera di Las Vegas, ritiene che i progressisti potranno vincere soltanto costruendo alleanze più ampie, in particolare con i sindacati e con gli esponenti democratici già in carica. "I seggi liberi sono più facili da vincere che far fuori un uscente", ha spiegato al Nevada Independent, aggiungendo che in alcuni casi può essere più efficace collaborare con chi occupa già una carica e prepararsi a subentrargli quando si ritirerà.

Un Partito Democratico ancora dominato dalla "Reid Machine"


Nel 2024 il Nevada ha votato per il candidato repubblicano alla presidenza per la prima volta in vent'anni e da allora i democratici non hanno fatto altro che discutere su come ricostruire la propria coalizione. I moderati sostengono che negli Stati in bilico la strategia più efficace sia puntare su candidati centristi, concentrati soprattutto sull'economia anziché sull'immigrazione e sui diritti civili. I progressisti condividono la centralità attribuita ai problemi economici, ma propongono soluzioni molto diverse.

In Nevada, però, gran parte del potere interno al partito rimane nelle mani della cosiddetta "Reid Machine", ovvero la rete politica costruita attorno all'ex leader democratico del Senato Harry Reid e che da anni esercita una forte influenza sul Partito Democratico del Nevada. I progressisti hanno già cercato in passato di contendere a questa struttura il controllo del partito, ma senza riuscirci.

Gli elettori di Las Vegas e del Nevada sono mediamente più moderati di quelli di altre grandi città e di alcuni altri Stati in bilico, secondo gli studi citati dal Nevada Independent. La componente più numerosa dell'elettorato registrato è costituita dagli indipendenti: negli Stati Uniti, al momento dell'iscrizione alle liste elettorali, gli elettori possono indicare un'affiliazione partitica, ed in Nevada la quota maggiore di coloro che si registra sceglie di non dichiararne alcuna. Una ricerca del centro studi centrista Third Way ha rilevato che il 54% dei democratici dello Stato si considera moderato o liberal, mentre soltanto il 27% si definisce progressista o socialista.

Non a caso, anche alcune candidate che hanno impostato la campagna su toni anti-establishment evitano proprio l'etichetta di "progressista". Hill ha detto di essere "molto onorata" dell'appoggio del PLAN e degli altri gruppi della sinistra, ma di non amare quella definizione, "soprattutto in uno Stato così pieno di indipendenti". Anche Yan ha evitato di descriversi come progressista, limitandosi a dire che le sue proposte si collocano "probabilmente più dal lato progressista". Secondo lei, è arrivato invece il momento che gli eletti si concentrino sul merito delle politiche anziché sui giochi di partito.


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Die Hamburger Datenschutzbehörde hat Metas Überwachungsbrille untersucht und kommt zu einem klaren Urteil. Deren Aufnahmeleuchte sei nur „eingeschränkt wahrnehmbar“, die Brille deswegen nur in Ausnahmefällen zulässig.

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"Non è una guerra": il caso delle indennità negate a un militare morto in guerra contro l'Iran


L'Aeronautica ha detto alla vedova del maggiore Alex Klinner che non le spettavano indennità aggiuntive perché il Congresso non aveva dichiarato guerra, salvo poi correggersi.

L’Aeronautica militare statunitense aveva inizialmente comunicato a Libby Klinner che al marito, il maggiore Alex Klinner, non spettavano le indennità legate al servizio in combattimento perché il Congresso non aveva mai dichiarato formalmente guerra all’Iran. Una spiegazione che i funzionari hanno poi riconosciuto come errata: quei compensi non dipendono da una dichiarazione di guerra e risultavano già inclusi, sebbene registrati in modo inesatto, nell’ultima busta paga del militare.

Klinner, 33 anni, era uno dei sei membri dell’equipaggio di un aereo cisterna KC-135 precipitato nell’Iraq occidentale il 12 marzo durante l’operazione Epic Fury, la campagna militare americana contro l’Iran. Dall’inizio del conflitto, poco più di sei mesi fa, sono morti 18 militari americani e oltre 790 sono rimasti feriti, secondo l’ultimo aggiornamento del Pentagono.

“Mio marito ha perso la vita perché siamo in guerra. E poi mi è stato detto che, siccome tecnicamente non è una guerra, non otterremo un’indennità in più”, ha dichiarato la vedova all’Associated Press. “È tutta una questione di principio”. Secondo le prime informazioni ricevute dalla famiglia, erano stati esclusi l’indennità per pericolo imminente, il compenso per l’esposizione al fuoco nemico e le agevolazioni fiscali previste per il servizio in una zona di combattimento.

Dopo che il suo sfogo online è diventato virale, l’Aeronautica ha però chiarito che l’ultimo stipendio del maggiore comprendeva sia la cosiddetta “paga di combattimento”, pari a 225 dollari al mese, sia le agevolazioni fiscali. I funzionari hanno ammesso di aver fornito informazioni inesatte alla famiglia e spiegato che il compenso era stato registrato sotto una voce errata. Il diritto alle diverse indennità dipende da fattori come il luogo di servizio e il tipo di missione: condizioni che possono cambiare nel corso dell’anno e rendere più complessa la gestione delle buste paga.

Il Pentagono corregge il tiro


"Questa esperienza mi ha fatto capire quanto possa essere difficile per una famiglia in lutto orientarsi tra classificazioni, terminologia e procedure amministrative proprio nel momento in cui si è meno attrezzati per farlo", ha detto Klinner in una nota. "Nessuna famiglia Gold Star dovrebbe diventare esperta di linguaggio burocratico per capire a cosa ha diritto". Negli Stati Uniti, l'espressione Gold Star indica i familiari di militari morti durante il servizio.

Il Pentagono ha fatto sapere di continuare a "piangere la tragica perdita" del maggiore John "Alex" Klinner e che i suoi funzionari hanno contattato la famiglia per verificare che abbia ricevuto tutto ciò che le spetta. "Siamo impegnati a garantire alla moglie e ai figli del maggiore Klinner un sostegno continuo e senza interruzioni", ha scritto online Anthony Tata, sottosegretario alla Difesa per il personale e la prontezza operativa.

Vance e Trump evitano la parola "guerra"


Intanto giovedì, alla Casa Bianca, il vicepresidente JD Vance, interpellato sul caso, ha detto di voler essere "il più utile possibile" e di volersi assicurare che la vedova riceva tutto ciò che le spetta. Rispondendo a un'altra domanda, però, ha evitato di definire "guerra" le operazioni americane in corso contro l'Iran, sostenendo che non vi sia "alcun combattimento in corso": Stati Uniti e Israele, ha osservato, hanno condotto raid aerei senza inviare truppe di terra nel Paese.

Il presidente Donald Trump ha più volte usato in passato la parola guerra parlando delle operazioni militari contro l'Iran, ma venerdì si è schierato con il suo vicepresidente, descrivendo i raid americani come "intermittenti". "Molti non la chiamano guerra. Io la chiamo conflitto militare, perché per noi è roba da poco", ha detto il presidente. "Non è una cosa grossa".

Alcune famiglie di militari accusano anche il Pentagono di minimizzare la gravità delle ferite riportate dai loro parenti e di non considerarli feriti in combattimento, un'accusa respinta dal Dipartimento della Difesa. Le autorità militari sono in genere lente a comunicare il numero complessivo dei feriti, anche perché il Comando Centrale degli Stati Uniti non è tenuto a diffondere sistematicamente questi dati, soprattutto quando il personale torna in servizio poco dopo. Alcuni conteggi indipendenti, che comprendono anche casi esclusi dal registro ufficiale delle perdite, indicano però oltre 900 feriti.


Iran, la guerra riesplode: raid, rappresaglie e truppe americane fino al 2027


L'Iran ha risposto nella notte tra martedì e mercoledì ai nuovi raid americani lanciando missili e droni contro le basi che ospitano truppe statunitensi in Giordania, Kuwait e Bahrein. Lo ha fatto ignorando l'avvertimento del presidente, che poche ore prima aveva scritto sui social che qualsiasi rappresaglia sarebbe stata "colpita di nuovo a un livello molto più duro e più alto". Sei mesi dopo l'inizio della guerra, il conflitto tra Stati Uniti e Iran è tornato a scaldarsi su tutti i fronti: quello militare nello Stretto di Hormuz, quello economico delle sanzioni, quello informatico contro le infrastrutture americane e quello politico a Washington, dove il Pentagono perde pezzi e i repubblicani cominciano a criticare il segretario alla Difesa Pete Hegseth.

Martedì sera gli Stati Uniti hanno colpito circa 100 obiettivi lungo la costa meridionale dell'Iran: siti di difesa aerea, radar, sistemi per la posa di mine e altre installazioni. Il Comando Centrale americano, il comando militare responsabile del Medio Oriente, ha spiegato che i raid erano una risposta ai tentativi iraniani di attaccare navi commerciali nello Stretto di Hormuz e militari americani nella regione. Le ostilità erano riprese domenica, dopo circa un mese di relativa calma, con l'attacco americano ai lanciatori sull'isola di Larak che, secondo Washington, stavano per disperdere mine nello stretto. L'Iran aveva risposto con missili balistici contro una base in Giordania, otto dei quali intercettati secondo il presidente. Martedì è arrivato il secondo raid americano in tre giorni. Lunedì, intanto, due petroliere nello stretto erano state colpite da proiettili di origine non identificata.

Teheran sostiene che i raid di martedì abbiano colpito anche una festa di matrimonio in una casa di Sirik, città costiera nel sud del paese. La Mezzaluna Rossa iraniana ha parlato di almeno quattro morti e 67 feriti, un bilancio che potrebbe salire. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baqaei ha scritto su X che "più pericolosa della bomba stessa è la normalizzazione del bombardamento" e che l'Iran "risponderà a questi crimini selvaggi con fermezza", paragonando l'episodio all'attacco contro una scuola elementare a Minab nelle prime settimane di guerra, che uccise circa 120 bambini ed è ancora oggetto di un'inchiesta militare americana. Il Comando Centrale ha negato di aver colpito civili.

La rappresaglia iraniana è arrivata nella notte. L'esercito giordano ha riferito di aver affrontato 13 missili balistici: dieci sono stati distrutti e tre sono caduti in zone remote, senza vittime. La Giordania ospita circa 4.000 militari americani ed è già stata più volte bersaglio dell'Iran. Anche Kuwait e Bahrein hanno detto di aver respinto attacchi con missili e droni. Il Kuwait ha segnalato nuove minacce anche nelle prime ore di giovedì. Il ministero degli Esteri iraniano ha chiesto ai paesi della regione di impedire agli Stati Uniti di usare il loro territorio per gli attacchi. Mercoledì sera gli Stati Uniti non hanno annunciato nuovi raid.

Il presidente ha detto mercoledì ai giornalisti che la campagna di bombardamenti non durerà "troppo a lungo" e che l'esercito è pronto a colpire di nuovo "in qualsiasi momento vogliamo". Nelle stesse ore però ha alternato toni molto diversi. Martedì sera, dopo i raid, ha scritto sui social di non avere alcun interesse a un accordo con Teheran ("non potrebbe importarmene di meno se firmano un accordo") e ha rilanciato l'appello agli iraniani a ribellarsi al regime, lo stesso che aveva fatto all'inizio della guerra prima di ammettere che era un obiettivo irrealistico. Ha minacciato "l'attacco più grande di tutti", dopo il quale "resterà ben poco della Repubblica Islamica dell'Iran". Mercoledì mattina ha chiesto ai suoi follower se lo Stretto di Hormuz debba essere ribattezzato "Trump Strait".

La Casa Bianca continua a dire che l'obiettivo resta un accordo negoziato, a partire dalla rinuncia iraniana al programma nucleare, un risultato che sei mesi di guerra non hanno ottenuto. Il memorandum d'intesa provvisorio firmato a giugno è saltato e nessuna delle due parti ha mostrato di voler tornare al tavolo.

Secondo un'analisi del New York Times, il copione del presidente si ripete da mesi: prima l'annuncio che l'Iran è militarmente sconfitto e in rovina economica, poi la minaccia di un attacco apocalittico quando Teheran non cede. Matthew Bartlett, stratega repubblicano e funzionario del dipartimento di Stato nella prima amministrazione Trump, ha detto al giornale che la strategia "è stata ripetere sempre la stessa cosa" e che gli Stati Uniti sono stati "esposti per la mancanza di un piano per vincere o uscire da questa guerra". Michael Froman, presidente del Council on Foreign Relations, ha riconosciuto che l'Iran è oggi molto più debole di qualche anno fa: nelle prime settimane gli Stati Uniti hanno ucciso la guida suprema Ali Khamenei e distrutto gran parte della marina iraniana. Il problema, ha spiegato, è la guerra asimmetrica: un paese con una capacità militare molto ridotta può comunque paralizzare l'economia mondiale controllando lo Stretto di Hormuz.

Il petrolio lo conferma. Il Brent ha superato i 95 dollari al barile ed è salito di circa il 7 per cento in una settimana e del 57 per cento dall'inizio dell'anno, con il diesel negli Stati Uniti vicino ai massimi da quattro anni. Il rincaro dell'energia ha contribuito alla recente ondata di vendite sui mercati obbligazionari mondiali. Durante il mese di tregua i transiti di greggio attraverso Hormuz erano risaliti a circa la metà dei livelli prebellici, un recupero che i nuovi scontri rischiano di interrompere.

L'amministrazione punta tutto sul blocco navale dei porti iraniani e sull'"Economic D-Day" annunciato la settimana scorsa dal segretario al Tesoro Scott Bessent, ribattezzato "Operation Economic Outcast" e presentato come la più grande offensiva finanziaria mai lanciata contro un avversario. L'inflazione in Iran ha superato l'80 per cento, la valuta è crollata e la disoccupazione è esplosa. Bessent ha detto questa settimana che i leader iraniani sono "in preda al panico" e finiranno per negoziare. Ma i partner commerciali dell'Iran finora hanno ignorato le minacce di Washington: la Cina continua a comprare petrolio iraniano e a fornire materie prime e tecnologia, mentre Vladimir Putin ha promesso proprio questa settimana che la Russia continuerà a sostenere Teheran. Il presidente ha detto in privato ai suoi collaboratori che la pressione economica costringerà il regime a smantellare il programma nucleare o a crollare.

La storia delle sanzioni suggerisce cautela. Un'analisi del Wall Street Journal ricorda che Cuba resiste a un embargo americano da oltre sessant'anni, che la Corea del Nord ha imparato a finanziarsi rubando criptovalute e mandando soldati al fronte russo. Il Pil della Russia è sceso solo dell'1,4 per cento nel primo anno di sanzioni dopo l'invasione dell'Ucraina, per poi tornare a crescere. Dove i regimi sono caduti, come in Venezuela con la cattura di Nicolás Maduro a gennaio o in Siria con la fuga di Bashar al-Assad, è servita la forza militare, non la pressione economica. L'Iran ha decenni di esperienza nell'aggirare le sanzioni, ha aumentato gli scambi con i paesi confinanti e ha costruito con la Cina un sistema finanziario parallelo che aggira le banche occidentali. "Che gli Stati Uniti possano infliggere dolore è scontato", ha detto al Wall Street Journal l'economista Djavad Salehi-Isfahani della Virginia Tech, "la mia sensazione è che queste pressioni non porteranno il governo iraniano a scendere a compromessi".

Nel frattempo il Pentagono si prepara a una guerra lunga. Il Wall Street Journal ha rivelato che Hegseth sta prolungando le missioni delle truppe in Medio Oriente fino al 2027, in modo da mantenere i 50.000 militari nella regione e lasciare al presidente tutte le opzioni, compresa un'escalation. Nelle acque del Medio Oriente ci sono 19 navi da guerra, tra cui due portaerei e 13 cacciatorpediniere. Le unità di difesa aerea dell'esercito, quelle che abbattono missili e droni iraniani, sono passate da nove a dodici mesi di missione. Alcune unità trasferite dall'Europa e dal Pacifico sono in zona da più di un anno. La portaerei Gerald R. Ford è rimasta in mare 11 mesi, la missione più lunga dalla fine della Guerra Fredda. La Theodore Roosevelt si prepara a un dispiegamento più lungo del normale.

I combattimenti impediscono alla marina di rifornirsi nella regione, così le navi dipendono dalla remota base di Diego Garcia nell'Oceano Indiano, con meno posta, meno pacchi e meno scali per gli equipaggi. In una lettera alle famiglie vista dal giornale, i comandanti della 82ª divisione aviotrasportata hanno avvertito che i paracadutisti potrebbero restare in Medio Oriente fino al 2027.

Tom Karako, direttore del programma di difesa missilistica del Center for Strategic and International Studies, ha detto al Wall Street Journal che le missioni prolungate rischiano di logorare le truppe, ritardare la manutenzione e frenare la modernizzazione. Bryan Clark, ex alto ufficiale della marina oggi all'Hudson Institute, ha spiegato che tenere le portaerei nella regione significa "puntare tutto sull'Iran come centro della postura militare del prossimo anno", rinunciando alla presenza in altre aree del mondo. I generali avevano già avvertito Hegseth che la guerra sta logorando le forze armate. Sempre secondo il Wall Street Journal, il presidente discute in privato con i suoi collaboratori se dichiarare finita la guerra, un'idea che dice di preferire, mentre i consiglieri lo avvertono che un'escalation oltre gli attuali scambi di colpi potrebbe compromettere le chance repubblicane alle midterm di novembre.

Lunedì sera si è dimesso il segretario dell'Esercito Dan Driscoll, l'ultimo di almeno quattro alti funzionari della Difesa usciti dal Pentagono da aprile. L'Esercito è rimasto senza un segretario civile e senza un capo di stato maggiore confermati dal Senato: Hegseth ad aprile aveva chiesto le dimissioni del generale Randy George, alleato di Driscoll. Da allora ha allontanato almeno altri tre ufficiali considerati possibili successori. In servizio attivo restano solo cinque generali a quattro stelle, il numero più basso da decenni. Una fonte vicina a Driscoll ha detto a MS NOW che il segretario si era lamentato con l'amministrazione del fatto che Hegseth bloccava la riforma dell'Esercito licenziando i generali che ne erano responsabili.

Le critiche adesso arrivano anche dai repubblicani. Mike Rogers, presidente della commissione Forze armate della Camera, ha detto a MS NOW di essere "stanco di tutto questo ricambio" e ha risposto "sì" a chi gli chiedeva se ci fosse un vuoto di leadership al Pentagono. Don Bacon, deputato del Nebraska ed ex generale dell'aeronautica, ha detto che Driscoll "riflette l'opinione di molti di noi che il segretario ha esagerato con i licenziamenti", senza mai dare spiegazioni. Ha avvertito che così Hegseth perde credito presso un Congresso a cui poi chiede voti e fondi. Il senatore Mike Rounds ha detto che i senatori al rientro a Washington si chiederanno "dov'è la leadership". Lo speaker Mike Johnson e il presidente della commissione Esteri Brian Mast hanno invece difeso Hegseth, dicendo di fidarsi delle sue scelte sul personale. Il democratico Gregory Meeks ha chiesto le dimissioni del segretario. Uno degli argomenti a favore di Hegseth era proprio che il Pentagono ha bisogno di stabilità durante la guerra. Il continuo ricambio ai vertici, causato in buona parte dalle sue decisioni, lo indebolisce.

L'Iran prova a colpire anche a distanza. Secondo NBC News, nelle ultime settimane hacker iraniani hanno preso di mira gli acquedotti americani e poi anche le telecomunicazioni, l'energia e altre infrastrutture, concentrandosi sui sistemi automatizzati collegati a internet. I tentativi finora non sono riusciti. Domenica un canale Telegram che si presenta come voce delle operazioni informatiche iraniane, APT IRAN, ha annunciato che "presto gli Stati Uniti assisteranno a eventi inattesi e critici" nei settori dell'energia, dell'acqua e delle telecomunicazioni, senza però fornire prove di attacchi riusciti.

L'FBI sta indagando su un'ondata di attacchi agli acquedotti municipali in almeno sette Stati, con più di 30 impianti presi di mira nel solo Minnesota, senza gravi interruzioni né contaminazioni. Ad agosto un attacco informatico attribuito all'Iran ha fermato per quattro giorni una centrale elettrica britannica. La CISA, l'agenzia federale per la sicurezza informatica, ha avvertito che gli hacker usano l'intelligenza artificiale per generare script di attacco contro i sistemi di controllo industriale, abbassando drasticamente le competenze necessarie. L'amministrazione ha tagliato circa un terzo del personale della CISA e i democratici sostengono che i tagli rendono le infrastrutture più vulnerabili.


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Programma Piratendag 12 septemper


Kom ook… 11.00 uur presentatie van Stefan Dekker over Linux, 11.45 uur presentatie Bart met zijn project Shaer 12.30 uur Leontien over de Provinciale Staten verkiezing 13.00 uur pauze 13.30 uur presentatie Bianca 14.15 uur gezellig samenzijn onder het genot van een drankje 17.00 uur afronden van de dag.

Het bericht Programma Piratendag 12 septemper verscheen eerst op Piratenpartij.

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Critical ArangoDB Flaws Enable Login Bypass and Root-Level Code Execution
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BlueMoon Exploit Kit Chains Chrome and Windows Zero-Days in Espionage Attacks
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Veradigm Discloses Patient SSNs Exposed After Vendor Credentials Were Stolen
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Fake Job Interviews Deliver NodeRabbit and PollCat Malware to Software Developers
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AI Agent Swarm Exploits PaperCut Flaws Across 440 Servers Worldwide
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ClearFake CAPTCHA Campaign Disables EDR to Deploy Crypto Stealer
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MapLibre Sanitizer Bug Puts 2.7 Million Sites at Risk of Zero-Click Code Execution
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CVE-2026-82533: la falla in DeepSeek Harness che lasciava agli agenti AI le chiavi della propria sandbox
#tech
spcnet.it/cve-2026-82533-la-fa…
@informatica


CVE-2026-82533: la falla in DeepSeek Harness che lasciava agli agenti AI le chiavi della propria sandbox


Gli agenti AI per la scrittura di codice promettono di automatizzare interi flussi di sviluppo, ma per farlo hanno bisogno di eseguire comandi shell, modificare file e talvolta chiamare API esterne in totale autonomia. Per questo motivo i tool più seri li fanno girare dentro una sandbox: un ambiente isolato che limita cosa l’agente può leggere, scrivere o eseguire, con un sistema di approvazione umana per le operazioni più rischiose. Una vulnerabilità critica scoperta in DeepSeek Harness, il tool open source di DeepSeek per eseguire coding agent in locale, dimostra però quanto sia fragile questo modello quando il “guardiano” della sandbox è raggiungibile senza autenticazione. Con un singolo comando shell, l’agente stesso poteva disattivare le proprie restrizioni — bypassando sia il file-sandbox sia i prompt di approvazione.

Cos’è DeepSeek Harness e come funziona la sua sandbox


DeepSeek Harness espone un’interfaccia web locale che funge da pannello di controllo per la sessione dell’agente: consente di monitorare l’esecuzione, approvare le azioni sensibili e, soprattutto, gestisce lo stato di sicurezza della sandbox. Come molti tool della stessa categoria, l’harness fornisce all’agente stesso l’indirizzo di questa interfaccia e l’identificativo di sessione, così che possa interagirci per richiedere operazioni o notificare eventi.

È proprio questa combinazione — interfaccia locale privilegiata + agente che ne conosce i dettagli di accesso — ad aver reso possibile l’attacco.

Il meccanismo della vulnerabilità (CVE-2026-82533)


La falla, tracciata come CVE-2026-82533 con un punteggio CVSS 9.4 (critico) e classificata come CWE-807 (“Reliance on Untrusted Inputs in a Security Decision”), nasce dalla combinazione di tre debolezze distinte:

  • Nessuna autenticazione sull’API web locale del control-plane: chiunque potesse raggiungere l’endpoint poteva invocarlo senza credenziali.
  • Validazione errata dell’origine della richiesta: il servizio si fidava del valore Host fornito dal client invece di verificare l’effettiva origine della connessione TCP (host header spoofing).
  • Superficie di attacco esposta all’agente stesso: dato che l’harness comunica all’agente indirizzo e session ID dell’interfaccia, un agente compromesso (ad esempio tramite prompt injection da codice o output di terze parti) aveva già tutto ciò che serviva per attaccare il proprio control-plane.

Sfruttando lo spoofing dell’header Host, un attore malevolo — o l’agente stesso se manipolato — poteva raggiungere l’interfaccia in loopback e inviare una richiesta che impostava la sessione in modalità danger-full-access. Questo stato elimina la sandbox sul filesystem e disattiva i prompt di conferma per le operazioni sensibili. Con questo accesso era inoltre possibile invocare direttamente endpoint privilegiati come commands/execute e leggere le conversazioni salvate in sessione, senza mai fornire una credenziale.

Versioni interessate e correzione


Le versioni 0.1.1-rc.2 e precedenti sono vulnerabili. Il fix introduce un’autenticazione a token monouso per l’interfaccia locale: al momento dell’avvio, il tool stampa un token che il browser scambia con un cookie firmato, richiesto da quel momento per ogni chiamata al control-plane.

VersioneStato
≤ 0.1.1-rc.2Vulnerabile
0.1.2-alpha.1Fix pubblicato solo su GitHub (non su npm)
0.1.2-alpha.2Prima release corretta pubblicata su npm
0.1.2-rc.1 (corrente)Consigliata per l’aggiornamento

È importante notare il dettaglio sulla distribuzione: chi installa il pacchetto da npm senza controllare la versione esatta rischiava di restare esposto anche dopo l’annuncio della patch, perché la prima correzione non era disponibile su quel registro.

Non è un caso isolato: un problema architetturale


La vulnerabilità era già stata segnalata autonomamente dalla community su GitHub Discussions il 13 e 14 agosto, prima ancora del report ufficiale a VulnCheck (24 agosto) da parte di OX Research. Analisi successive hanno evidenziato pattern simili — API di controllo locali prive di autenticazione solida, affidamento eccessivo sull’header Host o su altri dati forniti dal client — anche in altri framework per agenti AI, tra cui LangChain, CrewAI e Google ADK. Il messaggio per chi lavora con questi strumenti è chiaro: la logica di orchestrazione e di esecuzione tool-calling degli agenti AI è oggi un’area con superficie di attacco ancora immatura, non un caso isolato di un singolo progetto.

Come proteggersi


Per chi gestisce infrastrutture dove girano coding agent locali (server di sviluppo condivisi, VM CI/CD, workstation con accesso a repository sensibili) valgono alcune raccomandazioni pratiche:

  • Aggiornare immediatamente DeepSeek Harness alla versione 0.1.2-rc.1 o successiva, verificando che il pacchetto installato provenga effettivamente da npm e non da una cache vecchia.
  • Verificare l’esposizione delle API locali: controllare che le porte del control-plane non siano raggiungibili da reti diverse dal loopback, e che non ci siano tunnel, reverse proxy o port-forwarding che le espongano inavvertitamente (es. tramite VS Code Remote, SSH -L o container con rete condivisa).
  • Rivedere le sessioni e le conversazioni eventualmente esposte durante il periodo di vulnerabilità, specialmente se contenevano segreti, token o codice proprietario.
  • Applicare il principio del minimo privilegio agli agenti: eseguirli con utenti dedicati a permessi limitati, evitando di lanciarli con lo stesso utente che ha accesso a credenziali cloud o chiavi SSH.
  • Non fidarsi della sola autenticazione basata su header HTTP per servizi locali critici: preferire token generati a runtime, socket Unix con permessi ristretti, o mutui TLS quando possibile.


Conclusione


Il caso DeepSeek Harness è un promemoria utile per chi sta integrando agenti AI autonomi nei propri flussi di sviluppo o di sistema: la sandbox è utile solo quanto il meccanismo che la protegge, e un’interfaccia di controllo locale non autenticata è, di fatto, una porta sul retro. Con CVSS 9.4 e un percorso di sfruttamento che richiede solo un comando HTTP verso localhost, questa vulnerabilità mostra come la sicurezza degli agenti AI vada trattata con lo stesso rigore — se non maggiore — riservato a qualsiasi altro servizio che espone comandi privilegiati in rete, anche se “in rete” significa solo 127.0.0.1.

Fonte: The Hacker News e VulnCheck Advisory, via 4sysops.


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N0va Phishing Kit Hijacks Real Microsoft Logins to Steal Session Tokens
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✨ Xinbi Guarantee: il Tesoro USA smantella l’erede da 24 miliardi di dollari di Huione Guarantee
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/xinbi-…

@informatica


Xinbi Guarantee: il Tesoro USA smantella l’erede da 24 miliardi di dollari di Huione Guarantee


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Il Tesoro USA e il Dipartimento di Giustizia hanno colpito uno dei più grandi mercati neri del crimine informatico mai smantellati: Xinbi Guarantee, piattaforma su Telegram che secondo la società di blockchain intelligence Elliptic ha movimentato almeno 24 miliardi di dollari in transazioni criminali, diventando il secondo marketplace illecito più grande della storia dopo il suo predecessore, Huione Guarantee.

L’azione, annunciata il 9 settembre 2026, unisce sanzioni OFAC del Tesoro e un mandato di sequestro del DOJ contro i canali Telegram della piattaforma, con il congelamento di 52,8 milioni di dollari distribuiti su 52 wallet collegati a Xinbi e alla sua rete di venditori, più altri 12 milioni sequestrati da due portafogli usati per raccogliere i pagamenti dei fornitori. Un colpo pesante, ma che arriva dentro un ecosistema criminale che si è dimostrato capace di rigenerarsi nel giro di poche settimane.

Dall’ombra di Huione: la “garanzia” per il crimine informatico asiatico


Per capire cos’è Xinbi bisogna partire dal suo predecessore. Huione Guarantee era il marketplace di riferimento per il cybercrime cinese e del sud-est asiatico: una sorta di eBay del crimine organizzato digitale, dove migliaia di venditori offrivano servizi di riciclaggio, dati personali rubati, strumenti di deepfake e infrastrutture per le truffe romantico-finanziarie note come pig butchering. Il meccanismo era quello dell’escrow: la piattaforma “garantiva” (da cui il nome) che acquirente e venditore si sarebbero scambiati denaro e servizi senza fregature, funzionando come camera di compensazione per un’economia criminale che altrimenti non potrebbe fidarsi di sé stessa.

Sotto la pressione internazionale, Telegram ha chiuso i canali di Huione, che nella sua vita operativa aveva gestito circa 31 miliardi di dollari. Ma lo spazio lasciato libero non è rimasto vuoto: Xinbi Guarantee, fondata nel 2022 e già operativa in parallelo, ne ha semplicemente raccolto l’eredità, arrivando a ospitare oltre 4.600 fornitori di servizi criminali al momento dell’intervento delle autorità USA.

Come funzionava: USDT, Tron e un catalogo del crimine su abbonamento


Operativamente, Xinbi elaborava pagamenti esclusivamente in Tether USDT sulla blockchain Tron, lo standard de facto per il riciclaggio su larga scala in Asia grazie a commissioni contenute e velocità di transazione. Sul catalogo della piattaforma comparivano servizi di riciclaggio di denaro, vendita di dati personali rubati (dai documenti d’identità ai dataset finanziari), strumenti di deepfake per superare le verifiche KYC dei servizi finanziari, e il coordinamento di intere operazioni di pig butchering — le truffe sentimentali-finanziarie che, spesso gestite da lavoratori vittime di tratta negli hub del sud-est asiatico, hanno drenato miliardi di dollari da vittime in tutto il mondo.

Il Tesoro ha collegato la piattaforma a due entità già designate in precedenti round di sanzioni: Jin Bei Group Co., Ltd. e la galassia di Prince Group TCO, organizzazione transnazionale che il governo statunitense associa ai compound di scam nel sud-est asiatico. Non solo: secondo le autorità, la piattaforma sarebbe stata utilizzata anche da hacker nordcoreani per monetizzare parte dei proventi delle loro operazioni, un dettaglio che conferma quanto questi mercati neri funzionino da infrastruttura condivisa tra cybercrime finanziariamente motivato e attori state-sponsored.

Il ruolo di Tether e la reazione a caldo degli operatori


Un elemento interessante dell’operazione è la collaborazione diretta di Tether, che ha congelato i due wallet usati per i pagamenti ai fornitori non appena notificata dalle autorità. La reazione della rete criminale è stata immediata: secondo i dati raccolti dagli analisti, Xinbi ha convertito rapidamente circa 2,8 milioni di dollari di USDT residuo in USDD, uno stablecoin alternativo meno soggetto a congelamento centralizzato — segno che gli operatori di queste piattaforme monitorano attivamente il rischio regolatorio e sono pronti a migrare liquidità in tempo reale non appena percepiscono una minaccia.

Un pattern che si ripete: la geografia del “whack-a-mole”


Il caso Xinbi si inserisce in una traiettoria di enforcement che il DOJ ha intensificato dalla creazione, a novembre 2025, di una task force dedicata alle truffe online, seguita ad agosto 2026 dallo smantellamento di 13 centri operativi in Madagascar collegati alla stessa economia criminale. Ma la storia di Huione che rinasce come Xinbi suggerisce che sequestrare wallet e chiudere canali Telegram, per quanto necessario, non basta a smontare l’infrastruttura di fondo: finché esisteranno compound fisici nel sud-est asiatico dove la manodopera (spesso ridotta in schiavitù) continua a operare le truffe, un nuovo “Guarantee marketplace” è pronto a emergere entro poche settimane dal precedente.

Due righe per i difensori


  • Le aziende che offrono servizi finanziari o KYC dovrebbero considerare la presenza di strumenti deepfake commerciali a basso costo come rischio concreto e non più teorico nei flussi di onboarding remoto.
  • I team anti-frode dovrebbero monitorare pattern di transazione USDT-TRON verso wallet neo-creati come indicatore di possibile riciclaggio legato a piattaforme di questo tipo.
  • Le organizzazioni con dipendenti esposti a contatti social/dating non richiesti dovrebbero rafforzare la formazione su pig butchering, che resta uno dei vettori di frode finanziaria in più rapida crescita a livello globale.
  • Il monitoraggio delle sanzioni OFAC aggiornate resta essenziale per i compliance team con esposizione a controparti asiatiche in criptovalute.


Indicatori e riferimenti

Piattaforma: Xinbi Guarantee (Telegram-based marketplace, fondata 2022)
Predecessore: Huione Guarantee (chiuso, ~31 miliardi USD movimentati)
Volume stimato Xinbi: almeno 24 miliardi USD in transazioni
Fornitori attivi al momento del takedown: 4.600+

Asset sequestrati/congelati:
- 52,8 milioni USD da 52 wallet (rete Xinbi + merchant)
- 12 milioni USD da 2 wallet di raccolta pagamenti

Valuta principale: USDT (Tether) su blockchain TRON
Migrazione post-freeze: ~2,8 milioni USD convertiti in USDD

Entità sanzionate OFAC (9 settembre 2026):
- Jin Bei Group Co., Ltd.
- Prince Group TCO

Azioni: sanzioni Treasury/OFAC + mandato di sequestro DOJ sui canali Telegram
Collaborazione: Tether (congelamento wallet)

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L'Iran alza la posta, la guerra corre sulle rotte del petrolio


Teheran torna a minacciare lo Stretto di Hormuz, gli Houthi colpiscono gli impianti di raffinazione sauditi e Washington studia come raggiungere i siti nucleari più profondi. Intanto il greggio sale e cresce il peso politico del caro energia.

La guerra tra Stati Uniti e Iran sta entrando in una fase più pericolosa, nella quale il confronto militare, il controllo delle rotte petrolifere e la pressione economica si intrecciano sempre più strettamente. Teheran ha segnalato di essere pronta ad alzare il livello dello scontro, gli Houthi hanno colpito infrastrutture energetiche saudite e Washington sta valutando come neutralizzare impianti nucleari iraniani scavati tanto in profondità da mettere alla prova anche le più potenti bombe antibunker americane. Sullo sfondo, il petrolio resta uno dei principali strumenti — e uno dei principali costi — della guerra in corso

Hormuz, petroliere e attacchi all'Arabia Saudita


Martedì le Forze Armate statunitensi hanno annunciato di avere distrutto 5 petroliere iraniane in risposta al tentativo di colpire un'unità della Marina americana. Nel fine settimana Washington ne aveva già attaccate altre 4, una delle quali al largo dell'isola di Kharg. Teheran aveva intanto rivendicato un nuovo attacco missilistico contro una base utilizzata dalle forze statunitensi in Giordania.

Il presidente del Parlamento e capo negoziatore iraniano Mohammed Bagher Ghalibaf aveva avvertito che l'epoca delle "risposte proporzionate" agli attacchi americani era finita e che gli attacchi contro le basi statunitensi nella regione erano "solo l'inizio". Allo stesso momento Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale, ha annunciato la creazione di una zona interdetta che dovrebbe comprendere lo Stretto di Hormuz e parte del Golfo Persico.

Negli ultimi dieci giorni, tramite lo Stretto di Hormuz, sono transitate in media circa 10 navi commerciali al giorno, il livello più basso da maggio. Secondo Farzan Sabet, analista del Geneva Graduate Institute citato dal New York Times, Teheran potrebbe ora cercare di riprendere l'iniziativa intensificando lo scontro senza arrivare necessariamente a una nuova guerra aperta, nel tentativo di far salire il prezzo mondiale del petrolio ed alzare così la pressione sul presidente americano.

La pressione si è estesa anche all'altra grande via d'uscita del greggio dalla penisola arabica. Gli Houthi hanno lanciato martedì un'ondata di missili e droni contro il sud dell'Arabia Saudita, ferendo 73 persone e provocando incendi in impianti petroliferi e strutture di servizio. Gli attacchi hanno interessato Abha, Jazan, Najran e Khamis Mushait. Il Ministero saudita dell'Energia ha sospeso temporaneamente le operazioni negli impianti coinvolti e, dopo l'annuncio, il Brent è salito di circa un dollaro, fino a 98 dollari al barile.

Il portavoce militare degli Houthi Yahya Saree ha indicato tra gli obiettivi il polo industriale e logistico di Jazan, impianti di Aramco a Najran e Abha e la base aerea King Khalid. Nella stessa regione si trova la raffineria di Jazan, che ha una capacità di circa 400.000 barili al giorno.

Gli Houthi cercano da settimane di mettere sotto pressione la rotta del Mar Rosso e dello Stretto di Bab el Mandeb, diventata ancora più importante per l'Arabia Saudita da quando il traffico attraverso Hormuz è stato drasticamente ridotto. L'escalation ha ormai fatto saltare la tregua che aveva sostanzialmente retto per quattro anni in Yemen e rischia di riaprire pienamente una guerra civile iniziata nel 2014.

Il petrolio sale, e salgono anche gli investimenti di Trump


L'aumento dei prezzi dell'energia ha avuto anche una conseguenza politicamente delicata a Washington. Secondo un'analisi di CNBC, le nove maggiori partecipazioni di Donald Trump in società petrolifere e del gas hanno portato al presidente guadagni tra 1,5 e 4,4 milioni di dollari tra il 27 febbraio, vigilia della guerra, e il 31 agosto.

Le società in questione sono Chevron, ConocoPhillips, Exxon Mobil, Kinder Morgan, Marathon Petroleum, Occidental Petroleum, Phillips 66, Valero Energy e Williams Companies. I conti del presidente hanno continuato a operare su questi titoli durante il conflitto, con acquisti e almeno 23 vendite fino al 29 giugno, ultima data per la quale sono disponibili comunicazioni.

Alcune operazioni sono avvenute in momenti particolarmente sensibili per il mercato. Ad esempio il 2 marzo, primo giorno di contrattazioni dopo l'attacco statunitense-israeliano all'Iran, dai conti del presidente sono partiti acquisti di azioni di otto società energetiche, compreso un investimento in Exxon compreso tra 100.000 e 250.000 dollari. Il 23 marzo, dopo che Trump aveva rinviato attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane facendo scendere il Brent di quasi l'11%, risultano 16 acquisti e nessuna vendita.

Il 7 aprile da uno dei conti del presidente è partito un ordine di vendita tra 500.000 dollari e un milione di dollari di azioni Exxon poco più di due ore e mezza prima che Trump annunciasse una tregua di due settimane con Teheran. Il giorno successivo il titolo ha aperto in calo di oltre il 6%.

CNBC sottolinea però di non avere trovato prove che Trump o i gestori del suo patrimonio abbiano effettuato operazioni sulla base di informazioni riservate sulle decisioni presidenziali, né che gli interessi finanziari personali abbiano influenzato la politica dell'Amministrazione Trump. La Casa Bianca sostiene inoltre che né Trump né i suoi familiari possono impartire istruzioni ai gestori, ai quali sarebbero affidate tutte le decisioni di investimento.

La questione resta comunque delicata perché il presidente continua a conoscere la composizione generale del proprio patrimonio. Scott Greytak, di Transparency International U.S., sostiene che un conto a gestione discrezionale non equivalga certo a un blind trust e non elimini quindi il potenziale conflitto tra decisioni pubbliche e interessi privati.

La guerra ha intanto trasformato i bilanci delle compagnie energetiche. Le nove società presenti nel portafoglio presidenziale hanno chiuso il secondo trimestre con 47,6 miliardi di dollari di utili complessivi, circa tre volte i 15,9 miliardi registrati nello stesso periodo del 2025. Exxon e Chevron da sole hanno prodotto 26,6 miliardi di profitti.

Secondo la Commissione Economica congiunta del Congresso, a fine 2025 Trump ha dichiarato di aver investito tra 12,5 e 45,6 milioni di dollari in titoli petroliferi e del gas ed al 17 agosto il valore era salito a una forbice compresa tra 17,2 e 61,1 milioni. La minoranza democratica della Commissione stima, allo stesso tempo, che dall'inizio della guerra gli americani abbiano speso 71,5 miliardi di dollari in più per la benzina, circa 604 dollari per famiglia. Sono stime politicamente contestate, ma mostrano quanto il prezzo dell'energia sia ormai diventato parte centrale del dibattito interno sulla guerra.

Pickaxe Mountain, il bersaglio finora risparmiato


Mentre il conflitto si allarga alle infrastrutture energetiche e torna acceso il dibattito sui conflitti di interesse di Trump, resta aperto anche il problema che aveva contribuito a innescare questa guerra: il programma nucleare iraniano. Un'analisi di sei anni di immagini satellitari del Center for Strategic and International Studies, condivisa con CNN, indica una forte accelerazione dei lavori a Pickaxe Mountain, il sito sotterraneo costruito a circa due km dal complesso nucleare di Natanz.

L'impianto, conosciuto in persiano come Kuh-e Kolang Gaz La, è osservato da tempo dalle intelligence occidentali e israeliane. Secondo gli analisti del CSIS potrebbe essere destinato all'assemblaggio di centrifughe, all'arricchimento dell'uranio oppure ad attività collegate alla possibile costruzione di un'arma atomica, come la conversione dell'uranio in metallo. L'intelligence israeliana ritiene possibile che Teheran intenda trasferirvi centrifughe.

Le immagini raccolte nel 2026 mostrano che i lavori sembrano essere passati dallo scavo dei tunnel alla costruzione interna e al rafforzamento degli accessi, con nuove strade asfaltate e un traffico di mezzi mai osservato prima nell'area. Il cantiere ancora attivo suggerisce tuttavia, secondo gli stessi analisti, che il sito probabilmente non sia ancora in grado di arricchire uranio, ammesso che quella sia effettivamente la sua funzione.

Pickaxe è anche uno dei pochi grandi siti nucleari iraniani non ancora colpiti dagli Stati Uniti. Trump ha minacciato più volte un attacco, affermando recentemente che Washington potrebbe colpirlo "molto presto".

Il problema è soprattutto tecnico. La profondità dei tunnel e il granito della montagna potrebbero rendere insufficiente persino la Massive Ordnance Penetrator, la più potente bomba anti bunker convenzionale dell'arsenale americano. Nel giugno 2025, durante l'operazione Midnight Hammer, il Pentagono aveva già dovuto limitarsi a seppellire gli ingressi di una parte del complesso nucleare di Isfahan perché riteneva di non poter distruggere le strutture più profonde.

Pochi giorni prima dell'inizio dell'attuale guerra, la Defense Threat Reduction Agency del Pentagono ha autorizzato con procedura d'urgenza un contratto da 1,2 milioni di dollari per ripristinare un impianto sotterraneo di prova nel poligono di White Sands, in New Mexico. Il sito, anch'esso scavato nel granito, viene utilizzato per studiare gli effetti delle armi contro obiettivi sepolti in profondità.

Tre fonti hanno riferito a CNN che il test era collegato proprio al conflitto con l'Iran e alla ricerca di un sistema capace di raggiungere strutture più profonde di quelle che Washington può oggi distruggere con certezza. Le immagini satellitari mostrano lavori a White Sands cominciati a metà febbraio e proseguiti fino a marzo, ma CNN non ha potuto verificare se il test previsto sia stato effettivamente eseguito.

L'aeronautica statunitense sta già sviluppando una bomba penetrante di nuova generazione destinato a sostituire l'ordigno attuale. Il prototipo è stato commissionato nel settembre 2025 e il Pentagono ha intensificato negli ultimi mesi la pianificazione.

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Bastian’s Night #493 September, 10th


Every Thursday of the week, Bastian’s Night is broadcast from 21:30 CEST/DST.

Bastian’s Night is a live talk show in German with lots of music, a weekly round-up of news from around the world, and a glimpse into the host’s crazy week in the pirate movement.


If you want to read more about @BastianBB: –> This way


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Fetterman appare a sorpresa alla convention repubblicana e dice che rifiuterà "gli estremi del socialismo"


Il senatore democratico della Pennsylvania è comparso in un video alla serata di apertura della convention di Trump a Dallas. Duri i suoi compagni di partito, lui esclude di cambiare casacca.

Il senatore democratico John Fetterman è apparso a sorpresa in un video di 65 secondi nella serata di apertura della convention repubblicana di midterm, andata in scena mercoledì a Dallas. "Sì, sono un democratico. Perché sono qui a parlarvi oggi?" ha detto il senatore della Pennsylvania nel filmato, girato davanti a un'acciaieria del suo Stato. Fetterman si è presentato come un "democratico di buon senso" che "rifiuterà sempre gli estremi del socialismo".

Nel video Fetterman ha introdotto David McCormick, l'altro senatore della Pennsylvania, repubblicano, dicendo che i due avrebbero continuato a lavorare insieme "e a lavorare con il presidente Trump e a difendere lo stile di vita dell'acciaio". Il filmato è durato 65 secondi ed è stato proiettato davanti alla platea riunita a Dallas.

Based John Fetterman 👊🏻 pic.twitter.com/VtEf1Lmw9N
— Rapid Response 47 (@RapidResponse47) September 9, 2026


La comparsa di un democratico a una manifestazione costruita per rilanciare il Partito Repubblicano arriva a poche settimane dal voto di novembre, quando i repubblicani proveranno a difendere le loro maggioranze risicate al Congresso. È un regalo per il presidente e un problema per i democratici, che stanno cercando di concentrare le ultime settimane di campagna sull'impopolarità di Trump e delle sue politiche. Le parole di Fetterman rafforzano invece l'argomento centrale dei repubblicani, cioè che i democratici siano estremisti e socialisti ai quali non si può affidare il governo del paese. L'intervento ha anche ravvivato una convention altrimenti povera di sorprese, che molti candidati repubblicani nelle sfide più incerte hanno deciso di saltare per prendere le distanze da un presidente in difficoltà nei sondaggi.

Tra i democratici della Pennsylvania la reazione è stata di rabbia. L'ex deputato Conor Lamb, che Fetterman battè nelle primarie del 2022 per il Senato, ha detto che il video aveva "tutta la persuasività di un telegiornale nordcoreano". Lamb è uno dei diversi democratici dello Stato che stanno valutando una candidatura al Senato nel 2028, quando il seggio di Fetterman tornerà in palio, e ha aggiunto che i dirigenti locali del partito "hanno già dato per scontato che Fetterman non sia un fattore" nella prossima corsa.

Il deputato Chris Deluzio, anche lui della Pennsylvania occidentale, ha accusato il senatore di rendere "più difficile" la vittoria dei democratici a novembre, perché lascia intendere che esista un sostegno bipartisan al presidente. "Se i repubblicani lo vogliono, se lo prendano", ha detto Deluzio, che pure sta pensando a una candidatura nel 2028. "Questo tizio non sarà più senatore dopo il 2028." Il vicegovernatore Austin Davis, altro possibile candidato, ha detto che Fetterman non ha capito il momento politico: "C'è un tempo e un luogo per la bipartisanship, ma non è questo".

Poche ore dopo il video, Fetterman ha provato a spegnere le voci sul suo futuro con una dichiarazione al Washington Sun. "Sono un democratico di sempre che vota in larga maggioranza con il suo partito e, se il Senato dovesse cambiare maggioranza a novembre, sarò comunque il 51esimo voto con cui mi sono candidato", ha detto. Il senatore ha spiegato che il suo intervento serviva a presentare McCormick "come un grande americano e un amico" e ha aggiunto: "Siamo in partiti diversi, ma siamo entrambi Team PA".

La comparsa alla convention si inserisce in mesi di speculazioni su un possibile cambio di casacca, che Fetterman ha sempre escluso. A luglio ha creato con McCormick un comitato di raccolta fondi congiunto, una mossa molto insolita tra senatori di partiti avversari che ha irritato i colleghi democratici. Fetterman ha anche indicato quale sarebbe la sua "linea rossa" per andarsene: se il partito adottasse ufficialmente una posizione contraria a Israele, come chiedono le sue voci più progressiste. Alcuni suoi ex collaboratori temono che il senatore possa lasciare proprio nel caso in cui i democratici conquistassero il Senato per un solo seggio, situazione che gli darebbe il massimo potere di condizionamento. Dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, Fetterman ha continuato a votare con i democratici sulle principali questioni ma ha smesso di partecipare alle riunioni del gruppo al Senato ed è diventato uno dei sostenitori più convinti della guerra americana contro l'Iran e del sostegno a Israele durante il conflitto a Gaza.

Il prezzo pagato nel suo Stato è alto. Circa il 69 per cento degli elettori democratici probabili della Pennsylvania ha un'opinione negativa di lui, secondo un sondaggio condotto il mese scorso dal New York Times, dal Philadelphia Inquirer e dalla Siena University. La maggioranza dei repubblicani della Pennsylvania, invece, ha ora un giudizio positivo del senatore, ospite fisso delle televisioni conservatrici dove critica le politiche del suo stesso partito. Il Working Families Party, formazione progressista alleata dei democratici, ha annunciato l'anno scorso che avrebbe cercato e sostenuto un avversario per sfidarlo alle primarie del 2028.

Un gruppo di ex collaboratori delusi ha minacciato la settimana scorsa di rendere pubbliche comunicazioni private in cui Fetterman esprimeva fastidio per i doveri quotidiani del lavoro di senatore. Gli ex dipendenti, che si sono presentati con un account anonimo su X, hanno detto che avrebbero iniziato a diffondere il materiale lunedì, con il rientro del Senato dalla pausa estiva.

Fetterman era stato eletto nel 2022 dopo aver avuto un ictus in piena campagna elettorale, nella corsa al Senato più contesa del paese. Poco dopo il giuramento si era ricoverato per sei settimane al Walter Reed National Military Medical Center, l'ospedale militare della zona di Washington, per curare una depressione. Ne era uscito parlando pubblicamente dell'importanza di chiedere aiuto. Dal 2024 ha però ridotto la sua presenza al Senato, partecipando raramente alle riunioni delle commissioni, ai voti e agli incontri con gli elettori. Oggi dice di essersi pentito di aver parlato apertamente della sua salute mentale e sostiene che le critiche per le assenze nascano proprio da lì.


I repubblicani puntano tutto su Trump alla convention di Dallas


I repubblicani hanno deciso di mettere al centro della campagna per le elezioni di metà mandato un presidente che gli elettori non approvano. La convention di due giorni che si apre mercoledì a Dallas è costruita interamente attorno a Trump: decine di esponenti del partito saliranno sul palco per difendere il suo operato e il presidente terrà il discorso principale in prima serata, in un evento che gli organizzatori hanno paragonato a uno dei suoi comizi.

Il consenso verso il presidente è calato in modo costante nel secondo mandato, anche tra gli elettori indipendenti di cui i repubblicani hanno bisogno per conservare le maggioranze alla Camera e al Senato. Nei sondaggi gli elettori si sono detti contrari alla guerra in Iran e frustrati dai prezzi alti della benzina e degli alimentari.

"Non c'è dubbio che il presidente sia straordinariamente capace di mobilitare gli elettori MAGA, ma gli elettori MAGA non bastano a vincere nei distretti e negli Stati in bilico", ha detto al Wall Street Journal il sondaggista repubblicano Whit Ayres. "Nazionalizzare un'elezione non ha senso quando il presidente è al 38% di approvazione."

Il presidente e i suoi collaboratori più stretti sostengono l'esatto contrario: Trump resta la figura più dinamica del partito, l'unica in grado di entusiasmare la base repubblicana, raccogliere fondi e attirare l'attenzione degli elettori in tutto il paese. Il presidente sta trasformando le midterm in un referendum sul suo secondo mandato e chiede agli elettori di comportarsi come se fosse lui stesso sulla scheda.

La convention servirà anche a vendere agli elettori l'agenda del partito, con discorsi concentrati sul prezzo dei farmaci, sull'economia e sulla sicurezza pubblica. Servirà anche a dare visibilità ai candidati nelle sfide più contese, in Stati come il Texas e il Michigan. Le convention sono di norma riservate agli anni delle elezioni presidenziali, quando i delegati dei partiti nominano formalmente il candidato alla Casa Bianca. I democratici hanno pensato di organizzarne una anche quest'anno, ma hanno abbandonato l'idea in fretta. Trump, invece, è stato attratto dalla prospettiva di un evento scenografico e ha spinto il partito a realizzarlo, secondo i repubblicani coinvolti nell'organizzazione.

Molti candidati continuano ad allinearsi al presidente, con spot che lo mostrano e che gli attribuiscono i successi dell'amministrazione, ma alcuni donatori e parlamentari repubblicani hanno scelto di non andare a Dallas. Diversi candidati hanno spiegato di dover restare nei loro Stati a fare campagna, a meno di due mesi dal voto di novembre. Il leader della maggioranza al Senato John Thune, che in più di un'occasione ha attirato l'irritazione del presidente per non aver fatto approvare la legge sui requisiti per il voto, non parlerà all'evento.

Trump interverrà in entrambe le serate. Hanno spazi di rilievo il vicepresidente JD Vance e diversi membri del governo, tra cui il segretario al Tesoro Scott Bessent, il ministro della Giustizia Todd Blanche e il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. È atteso sul palco anche il figlio del presidente, Donald Trump Jr.

"Il presidente Trump è il leader indiscusso del Partito Repubblicano ed è impegnato a mantenere la maggioranza repubblicana al Congresso", ha detto la portavoce della Casa Bianca Olivia Wales, elogiando il lavoro del presidente sulla sicurezza dei confini, sul taglio delle tasse e sull'economia.

I repubblicani arrivano alle midterm difendendo maggioranze strette in entrambe le camere. Per conquistare la Camera ai democratici bastano tre seggi netti. Al Senato i repubblicani si sentono più sicuri, anche se la frustrazione degli elettori verso il partito di governo alimenta le speranze democratiche di ribaltare anche quella camera. Il partito del presidente in carica subisce quasi sempre perdite pesanti alle elezioni di metà mandato, quando gli elettori giudicano chi governa.

In Texas, dove si tiene la convention, i repubblicani stanno correndo ai ripari per sostenere il procuratore generale dello Stato Ken Paxton nella corsa a un seggio al Senato che tengono da decenni senza difficoltà. Il candidato democratico James Talarico, deputato del parlamento statale, sta raccogliendo più fondi di Paxton e punta ai moderati e ai repubblicani delusi da Trump. Paxton parlerà alla convention, mentre Talarico sarà nell'area di Dallas per una raccolta di generi alimentari organizzata dalla sua campagna in tutto lo Stato, per richiamare l'attenzione sul prezzo del cibo. MAGA Inc., il comitato di raccolta fondi vicino al presidente che ha accumulato 400 milioni di dollari, ha annunciato in questi giorni 10 milioni di spesa sulla corsa al Senato in Texas.

Per il presidente la convention è l'inizio di una fase in cui sarà molto più presente fuori dalla Casa Bianca di quanto sia stato per gran parte del mandato, con viaggi a sostegno dei candidati. Se il calendario si allargherà davvero, sarà un test della sua capacità di intercettare le preoccupazioni degli elettori, quella che secondo un'analisi di Maggie Haberman sul New York Times lo ha aiutato a vincere nel 2016 e nel 2024, quando aveva saputo raccogliere la rabbia per l'erosione della base manifatturiera, per l'assenza di responsabilità dopo la crisi finanziaria del 2008 e per il peso delle guerre in Medio Oriente.

All'inizio del 2025 Trump aveva fatto capire a diversi collaboratori che non voleva più tenere comizi, perché considerava conclusa la parte elettorale della sua carriera politica. I suoi viaggi negli Stati Uniti nel 2026 sono stati una ventina, tutti dedicati a un provvedimento o a un'iniziativa dell'amministrazione. Alcuni sono stati aggiunti a spostamenti che il presidente stava già facendo verso i suoi circoli privati in Florida, in Virginia o nel New Jersey per giocare a golf. Il risultato è un'esistenza insolitamente isolata, con un gruppo ristretto di consiglieri che lo accompagnano nelle decisioni e che gli restituiscono un riscontro costantemente positivo.

Quel circuito di informazioni tende a prevalere su quello che il presidente ricava dai sondaggi e dai focus group del suo stesso staff, che mostrano elettori irritati dall'inflazione che non si ferma, dal rialzo dei prezzi della benzina dopo la guerra in Iran e, per una parte di chi lo ha votato, dal modo in cui ha gestito la pubblicazione del materiale investigativo su Jeffrey Epstein.

Quando esce dalla Casa Bianca, il presidente tende a ripetere lo stesso copione a prescindere dall'occasione: attacca la "fake news", torna alla campagna del 2016 e parla delle "bufale" che sostiene siano state costruite contro di lui. Sull'economia il suo argomento somiglia a quello di Joe Biden nel 2024: insiste che le cose vanno bene anche se gli elettori non lo percepiscono nella vita quotidiana. Ha deriso più volte la parola "affordability", la capacità di far quadrare i conti a fine mese, definendola un'invenzione dei democratici per attaccarlo. Negli ultimi quindici giorni le prese in giro sono diminuite, mentre l'avvicinarsi del voto sembra aver catturato la sua attenzione. I repubblicani si lamentano intanto del fatto che il presidente abbia iniziato solo ora a distribuire una parte del quasi miliardo di dollari che dice di aver raccolto con il suo comitato elettorale.

"Il nome del gioco è l'affluenza", ha detto Natalie Baldassarre, portavoce del Comitato Nazionale Repubblicano. Gran parte del terreno di gioco del 2026 è in Stati e distretti dove Trump ha vinto, ha detto il sondaggista repubblicano Jim Hobart, che cita Iowa e Ohio, entrambi conquistati dal presidente con oltre dieci punti di scarto. In quelle condizioni, secondo Hobart, i candidati sono contenti di averlo accanto mentre cercano di riportare alle urne chi lo ha votato nel 2024.

Il problema, ha detto lo stratega repubblicano Liam Donovan, già collaboratore del comitato repubblicano per il Senato, è che ogni candidato del partito sarà comunque legato al presidente e prendere le distanze da lui non conviene a nessuno. La sfida per i repubblicani, ha aggiunto, è riuscire a sfruttare il richiamo che Trump esercita su elettori che altrimenti non ascolterebbero il partito.


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