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Continua lo sciacallaggio di Bignami, Fratelli d’Italia, sulla memoria di Paolo Borsellino.

Poi sostiene che “la sinistra” avrebbe eletto Scalfaro e che, da Presidente, avrebbe scarcerato 300 mafiosi. Peccato che Scalfaro fosse DC, eletto dal Parlamento con un consenso trasversale, e che i 334 mancati rinnovi del 41-bis furono decisi dal ministro Conso: nessuna scarcerazione ordinata dal Quirinale.

E tu, te lo ricordi?

Video di Francesca Romana D’Antuono, già copresidente di Volt Europa

#Borsellino #Bignami #FratelliDItalia #41bis #Antimafia #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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10.000 Filmszenen sollen Software zur Verhaltenserkennung helfen. Doch handfeste Ergebnisse des Mannheimer Langzeit-Pilotprojekts sind nach acht Jahren Test noch immer Mangelware. Ausgeweitet soll die Dauerbeobachtung trotzdem werden. Ein Kommentar netzpolitik.org/2026/verhalten…
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La portavoce di Trump lascerà la Casa Bianca a fine agosto


La portavoce di Trump, la più giovane di sempre a ricoprire il ruolo, resterà consigliera esterna del presidente. Il suo addio arriva a tre mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre.

Karoline Leavitt lascerà la Casa Bianca alla fine di agosto. Il presidente Donald Trump ha annunciato mercoledì 12 agosto sul suo social network Truth Social che la portavoce, 28 anni, lascia l'incarico per dedicarsi ai due figli piccoli. È stata la persona più giovane mai nominata a quel ruolo e l'unica ad averlo ricoperto nel secondo mandato del presidente.

Leavitt ha parlato su X di una decisione "dolceamara". "Da quando sono tornata alla Casa Bianca dopo la nascita di mia figlia ho sentito nel mio cuore che non posso essere la mamma migliore che i miei due bambini meritano, dedicando allo stesso tempo il tempo costante, l'energia e l'attenzione che il ruolo di portavoce della Casa Bianca richiede", ha scritto. Ha aggiunto che il presidente le ha chiesto di continuare a consigliarlo dall'esterno e che resterà "una sostenitrice del MAGA e del Partito Repubblicano".

Trump ha scritto di capire e rispettare "totalmente" la decisione e ha definito Leavitt una delle sue collaboratrici più fidate. Ha detto che diventerà una delle sue principali consigliere esterne e una voce influente nel Partito Repubblicano, mentre i repubblicani provano a vincere le elezioni di metà mandato di novembre.

L'annuncio arriva a tre mesi da quel voto e mentre la popolarità del presidente continua a scendere. Cade anche nel pieno delle polemiche sul sospetto che la Casa Bianca abbia usato i giornalisti a bordo dell'Air Force One come esca durante la partenza segreta del presidente dalla Turchia, il mese scorso, per un allarme sicurezza legato all'Iran.

Leavitt è la seconda portavoce più longeva delle due presidenze Trump, dopo Sarah Huckabee Sanders. Nel primo mandato il presidente ne cambiò quattro: Sean Spicer, la stessa Sanders, Stephanie Grisham, che non tenne mai un briefing, e Kayleigh McEnany. Chi la sostituirà sarà il sesto portavoce delle due amministrazioni e Trump non ha ancora indicato un nome.

Alla Casa Bianca Leavitt ha guidato una strategia di comunicazione aggressiva verso i giornali e le televisioni tradizionali, lasciando più spazio agli influencer e ai creatori di contenuti vicini al movimento MAGA, la sigla di "Make America Great Again". Il suo ufficio ha preso il controllo del "pool", il gruppo ristretto di giornalisti che segue da vicino il presidente per conto di tutti gli altri e che fino ad allora era organizzato dall'associazione indipendente dei corrispondenti alla Casa Bianca. Decideva chi entrava agli eventi presidenziali e chi saliva sull'Air Force One. Ha poi aggiunto ai giornalisti accreditati in modo permanente servizi di streaming, conduttori radiofonici conservatori locali, podcaster e personalità del mondo MAGA.

Su indicazione del presidente ha escluso l'Associated Press da alcuni eventi alla Casa Bianca e un giornalista dell'agenzia è rimasto fuori dall'Air Force One. L'agenzia, che ha migliaia di clienti negli Stati Uniti e nel resto del mondo, aveva rifiutato di adeguare le proprie regole di stile all'ordine esecutivo con cui Trump ha ribattezzato il Golfo del Messico "Golfo d'America". I critici hanno letto quelle scelte come un tentativo di riempire la sala stampa di propagandisti, mentre i sostenitori del presidente le hanno accolte come una correzione al peso dei grandi giornali.

"Mi ha fatto piacere mettere i media di sinistra davanti alle loro responsabilità e assicurarmi che gli americani conoscessero la verità sui successi del presidente Trump", ha scritto mercoledì su X. Gli avversari di Trump l'hanno invece accusata di diffondere senza esitazioni le affermazioni false del presidente.

Il deputato democratico James Walkinshaw ha detto al programma della CNN "The Arena" di non dubitare della sincerità delle ragioni familiari. Ha aggiunto però che per fare il portavoce di Trump "bisogna negare deliberatamente la realtà ogni giorno" e che l'eredità di Leavitt sarà quella di aver peggiorato ancora il rapporto tra la Casa Bianca e la stampa.

Secondo un'analisi della CNN, il presidente farà fatica a trovare qualcuno con le stesse doti. Leavitt parla il linguaggio del MAGA davanti alle telecamere meglio di chiunque altro tranne Trump e i suoi briefing sono più dimostrazioni di sfida che tentativi di spiegare le scelte dell'amministrazione. Risponde di rado in modo diretto alle domande e preferisce attaccare le intenzioni dei cronisti, cosa che la rende molto popolare tra gli elettori del presidente.

Di solito le amministrazioni preparano uno o più vice portavoce a prendere il posto principale, un ruolo che logora chi lo ricopre nel giro di pochi anni. Per Leavitt non c'è un successore visibile e la stessa analisi ipotizza che il presidente possa decidere di fare da solo, visto che comunica di continuo con post, interviste e botta e risposta con i giornalisti.

Lontano dalle telecamere Leavitt è più disponibile con i cronisti ed è quasi sempre raggiungibile. Il rapporto di fiducia con il presidente le permette di essere nella stanza nei momenti decisivi, un elemento che rende credibile chi parla a nome dell'amministrazione. Con la sua uscita, secondo la CNN, per i giornalisti sarà più difficile raccontare come si prendono le decisioni alla Casa Bianca.

Leavitt è nata nel New Hampshire. Nel settembre 2017, quando era studentessa al Saint Anselm College, un'università privata cattolica dello Stato, scrisse al giornale dell'ateneo per protestare contro un professore che aveva criticato Trump in aula e per lamentare che i docenti diffondessero le proprie convinzioni progressiste durante le lezioni.

Durante il primo mandato ha lavorato nell'ufficio stampa della Casa Bianca, poi è stata direttrice della comunicazione della deputata repubblicana di New York Elise Stefanik. Nel 2022 si è candidata al Congresso in New Hampshire: ha vinto una primaria repubblicana con dieci candidati e ha perso le elezioni generali contro il deputato democratico uscente Chris Pappas. Secondo il sito di informazione Notus, che cita documenti finanziari, durante quella campagna accettò 200.000 dollari di donazioni superando i limiti di legge e non li dichiarò in seguito. Prima di entrare nella campagna del 2024 ha lavorato come portavoce di MAGA Inc., un comitato che raccoglieva fondi a sostegno di Trump.

Il primo figlio, Niko, è nato nel 2024 in piena campagna elettorale. Leavitt tornò al lavoro dopo pochi giorni, un rientro accelerato dal tentato omicidio di cui Trump fu vittima il 13 luglio 2024. La figlia Viviana è nata il primo maggio scorso e Leavitt è stata la prima portavoce della Casa Bianca ad affrontare una gravidanza durante l'incarico. È tornata dietro al leggio il 16 luglio, dopo circa sette settimane di congedo.

Nelle settimane di assenza si sono alternati alle conferenze stampa il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio e il segretario agli Interni Doug Burgum. In un'intervista a Fox News il vice capo di gabinetto della Casa Bianca Stephen Miller ha definito Leavitt un'"amica stretta" e un "modello" e ha detto che continueranno a lavorare insieme ogni giorno.


Trump ha lasciato la Turchia su un aereo segreto, con l'Air Force One usato come esca per paura dell'Iran


Il presidente Donald Trump ha lasciato il vertice della NATO ad Ankara l'8 luglio a bordo di un aereo militare tenuto segreto, mentre la Casa Bianca faceva credere ai giornalisti e a parte del suo staff che stesse volando sull'Air Force One. Lo ha rivelato lunedì il Washington Post, che cita un funzionario americano a conoscenza dell'operazione e materiale verificato dal giornale. L'inganno è stato organizzato per una minaccia di assassinio arrivata dall'Iran, paese confinante con la Turchia.

Trump è salito sul vecchio Air Force One davanti alle telecamere e pochi minuti dopo è stato fatto scendere dal lato opposto dell'aereo dentro un camion dei pasti, quelli che caricano cibo e provviste a bordo dei voli. Il camion era stato sollevato con un sistema idraulico fino a un portellone sul fianco dove non c'erano i cronisti. Da lì il presidente e alcuni collaboratori sono stati portati su un terzo aereo, un C-32A dell'Aeronautica militare, la versione militare del Boeing 757, molto più piccolo del jumbo presidenziale.

Il vecchio Air Force One è servito da esca. Il gruppo ristretto di giornalisti che accompagna il presidente in ogni spostamento è partito convinto di viaggiare con lui, insieme ad alcuni membri dello staff della Casa Bianca. Prima del decollo era stato chiesto loro di tenere abbassate le tendine dei finestrini nella cabina stampa, una disposizione che di solito vale per i voli sulle zone di guerra.

Il piano è stato messo a punto in poche ore, dopo che i funzionari avevano giudicato credibile la minaccia. A conoscerlo era un gruppo ristretto di alti responsabili del governo, tra cui il generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto, e il segretario alla Difesa Pete Hegseth, ha scritto il New York Times, che ha confermato la ricostruzione con due alti funzionari americani.

Il vecchio Air Force One è atterrato alla base aerea di Mildenhall, nell'est dell'Inghilterra, alle 22:16 ora locale (le 23:16 in Italia). Prima che i giornalisti scendessero, Trump era già stato riportato in auto dal C-32A al jumbo presidenziale, dove è salito da un ingresso diverso. Alle 22:56 (le 23:56 in Italia) è sceso dalla scaletta del portellone superiore di sinistra come fa di solito, ha fatto il segno della vittoria ai cronisti senza avvicinarsi, ha salutato i militari della base e ha raggiunto a piedi il nuovo Air Force One donato dal Qatar, con cui è tornato a Washington insieme ai giornalisti.

Trump era arrivato ad Ankara con il nuovo Air Force One, il Boeing 747 regalato dal Qatar l'anno scorso e ristrutturato dall'azienda della difesa L3Harris, alla sua prima trasferta internazionale. Prima di ripartire aveva scritto su Truth Social che per il primo tratto avrebbe usato il vecchio jet azzurro "per i vecchi tempi", mentre il nuovo aereo sarebbe arrivato prima alla stessa base britannica per far salire a bordo i militari americani di stanza in Inghilterra.

La minaccia iraniana non riguardava soltanto l'aereo qatariota: il presidente era il bersaglio su qualunque velivolo avesse preso. Il cambio di aereo aveva comunque aperto un caso sulla sicurezza del nuovo Air Force One, che il New York Times a luglio aveva descritto come privo di alcuni dei sistemi di difesa montati sui modelli precedenti. Trump si è infuriato per quelle fughe di notizie e il Dipartimento di Giustizia ha convocato davanti a un gran giurì, l'organo di cittadini che negli Stati Uniti decide se procedere con un'incriminazione, i giornalisti che avevano firmato gli articoli e alcuni loro familiari. Le convocazioni sono state ritirate dopo che un giudice federale ha rimproverato i procuratori.

Steven Cheung, direttore della comunicazione della Casa Bianca, ha risposto alle domande sull'operazione con una dichiarazione: "Ci sono molti nemici dell'America che lo hanno nel mirino e usiamo ogni strumento a nostra disposizione per affrontare quelle minacce". Era lo stesso testo diffuso a luglio, che in quell'occasione conteneva anche le parole "compresi la distrazione e il depistaggio", eliminate nella nuova versione. Cheung ha aggiunto che il jet donato dal Qatar è un velivolo all'avanguardia, dotato di protocolli di sicurezza di alto livello. Il Secret Service, il corpo che protegge il presidente, non ha voluto commentare e l'Aeronautica militare, che gestisce la flotta presidenziale, ha rinviato le domande alla Casa Bianca.

Sul volo di ritorno verso Washington Trump ha detto ai giornalisti di aver preso il vecchio aereo perché voleva che i militari della base britannica vedessero il nuovo. Sulle tendine abbassate ha detto di non essere a conoscenza di minacce specifiche, ma si è descritto sotto assedio costante da parte dell'Iran: "Io ho una minaccia in continuazione. Sono il numero uno della loro lista, prima di voi". Poi ha aggiunto, rivolto ai cronisti: "Ma se me ne vado io, ve ne andate anche voi".

Nel 2000 il presidente Bill Clinton entrò in Pakistan su un aereo senza insegne, mentre l'Air Force One ufficiale veniva mandato avanti come esca. Donald Mihalek, ex agente del Secret Service nelle scorte di George W. Bush e Barack Obama, ha detto al New York Times che l'agenzia ha già usato in passato aerei e cortei di automobili come diversivo: "Ogni volta che il presidente si trova in uno scenario dove c'è un potenziale pericolo di combattimento, il Secret Service ha adottato contromisure protettive, incluso l'uso di un'esca". Il compito dell'agenzia, ha detto, è tenere il presidente al sicuro, non fare informazione. Paul Eckloff, anche lui ex agente, ha detto all'Associated Press che la mossa non è senza precedenti ma resta un fatto insolito.

Le minacce iraniane contro Trump vanno avanti da anni, da quando nel primo mandato ordinò l'uccisione del generale Qassem Soleimani. Durante la campagna del 2024 i suoi consiglieri ricevettero informazioni di intelligence secondo cui Teheran voleva ancora colpirlo e lo staff cominciò a usare ogni tanto aerei esca, imbarcando il candidato su un jet segreto senza avvisare i giornalisti e facendo volare il suo aereo privato. Nello stesso periodo ci furono un piano di omicidio su commissione affidato a un intermediario iraniano, poi finito in tribunale, e la violazione delle email e dei profili social di alcuni collaboratori. L'amministrazione Biden rafforzò la protezione del candidato e poco dopo, per motivi non collegati all'Iran, Trump subì l'attentato di Butler, in Pennsylvania, seguito da un secondo tentativo a settembre.

Il vertice di Ankara si è tenuto mentre l'esercito americano conduceva una serie di attacchi su larga scala in Iran, in risposta agli assalti iraniani alle navi mercantili nella regione. La guerra, cominciata il 28 febbraio, va avanti da più di cinque mesi. I funzionari americani non avevano mai ammesso prima che il presidente non fosse dove sostenevano che fosse. Il senatore democratico Richard Blumenthal ha chiesto un'indagine del Congresso, definendo l'episodio "senza precedenti" e "surreale" in un intervento alla CNN.


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La rassegna stampa di giovedì 13 agosto 2026


Karoline Leavitt lascia il ruolo di portavoce della Casa Bianca, il moderato Crowley batte la sinistra nelle primarie in Wisconsin e l'inflazione di luglio rallenta, mentre cresce l'attesa per la maxi-quotazione di Anthropic da 2.000 miliardi di dollari

Questa è la rassegna stampa di giovedì 13 agosto 2026

Karoline Leavitt lascia il ruolo di portavoce della Casa Bianca


Il presidente Trump ha annunciato che Karoline Leavitt, la più giovane portavoce nella storia della Casa Bianca, lascerà l'incarico alla fine del mese per dedicarsi alla famiglia dopo la nascita del secondo figlio. In carica da gennaio 2025, era diventata una delle voci più visibili e combattive dell'Amministrazione. La sua uscita apre l'interrogativo su chi la sostituirà in un ruolo notoriamente esposto.

Fonti: New York Times, Wall Street Journal, The Guardian

Il moderato Crowley batte la sinistra di Hong nelle primarie in Wisconsin


David Crowley, esponente dell'ala moderata, ha vinto per poche migliaia di voti le primarie democratiche per il governatore del Wisconsin, superando la socialista Francesca Hong che i sondaggi davano avanti di diversi punti. Il risultato riapre il dibattito interno ai Democratici sui limiti dell'ondata progressista in vista delle elezioni di medio termine di novembre. La sfida generale sarà contro il repubblicano Tom Tiffany.

Fonti: New York Times, The Guardian, Wall Street Journal

L'inflazione di luglio rallenta e allenta la pressione sulla Federal Reserve


I prezzi al consumo negli Stati Uniti sono saliti dello 0,1% a luglio, con l'inflazione annua scesa al 3,4%, un dato più contenuto delle attese. Insieme a un rapporto sull'occupazione debole, il quadro rafforza chi chiede alla Federal Reserve di mantenere fermi i tassi d'interesse. Restano però le pressioni sui prezzi legate all'energia, con la benzina in netto rialzo rispetto a un anno fa.

Fonti: Semafor, Financial Times

Uno stratagemma segreto per sottrarre l'aereo di Trump a una minaccia iraniana


Secondo ricostruzioni della stampa, il team di sicurezza del presidente ha organizzato un piano per far decollare l'aereo di Trump da un aeroporto in Turchia eludendo una possibile minaccia iraniana, nonostante alcuni funzionari giudicassero l'operazione poco praticabile. La vicenda si inserisce nel quadro delle crescenti tensioni tra Washington e Teheran, dove l'Amministrazione è tornata a puntare sulla pressione economica e sulle sanzioni per piegare il regime. La FAA ha intanto annunciato interventi tecnici dopo un incidente con l'elicottero che trasportava il presidente.

Fonti: Wall Street Journal, New York Times

L'ICE valuta l'acquisto di guanti a scarica elettrica per gli agenti


L'agenzia per l'immigrazione ICE intende dotare i propri agenti di guanti in grado di erogare scariche elettriche, per un valore stimato di 20 milioni di dollari, presentati dal produttore come strumento non letale per rendere le persone più docili durante gli arresti. L'iniziativa ha suscitato la reazione di esponenti democratici come la governatrice di New York Kathy Hochul, che ha minacciato conseguenze legali. Il caso si aggiunge alle polemiche sulle recenti operazioni dell'agenzia.

Fonti: NPR, New York Times, Fox News

I Los Angeles Lakers venduti per una cifra record di 12,5 miliardi di dollari


La franchigia di basket dei Los Angeles Lakers è stata ceduta per 12,5 miliardi di dollari, la valutazione più alta mai raggiunta per una squadra sportiva, all'ex capo della Disney Bob Iger e all'investitore Josh Kushner, fratello di Jared Kushner. Kushner è un noto venture capitalist con importanti scommesse nell'intelligenza artificiale e nelle assicurazioni sanitarie. L'operazione riflette l'ingente afflusso di capitali verso gli asset sportivi negli Stati Uniti.

Fonti: Semafor, New York Times

La corsa all'intelligenza artificiale spinge Wall Street e gonfia le valutazioni


Gli investitori scommettono su una valutazione da 2.000 miliardi di dollari per Anthropic, la società che sviluppa Claude, in quella che potrebbe diventare la più grande quotazione in Borsa della storia. Intanto i conti trimestrali dei colossi del cloud alimentano un nuovo rialzo dei titoli legati all'intelligenza artificiale. Il boom sta generando una nuova ondata di ricchezza, con effetti visibili anche sul mercato immobiliare della California.

Fonti: Financial Times, Semafor

L'Amministrazione lascia decadere parti della storica legge sulle armi


Il Dipartimento di Giustizia ha di fatto lasciato decadere una parte fondamentale del National Firearms Act, la legge sulle armi risalente all'epoca del proibizionismo. Il passo indietro dell'Amministrazione allenta i controlli su alcune categorie di armi da fuoco. La decisione segna un cambiamento significativo nella regolamentazione federale del settore.

Fonti: New York Times

Arrestato un ex dirigente del Southern Poverty Law Center per presunta frode


Le autorità federali hanno arrestato un ex dirigente del Southern Poverty Law Center, storica organizzazione per i diritti civili, accusandolo di aver gestito pagamenti segreti a informatori legati a gruppi suprematisti bianchi. L'arresto rientra in una più ampia offensiva del Dipartimento di Giustizia contro l'organizzazione. Il caso ha assunto anche una dimensione politica per il ruolo del gruppo nel monitoraggio dell'estrema destra.

Fonti: Wall Street Journal, The Hill, The Guardian

Un elicottero militare Apache precipita in Texas, due morti


Un elicottero da combattimento AH-64 Apache dell'esercito statunitense è precipitato in un campo del Texas centrale, uccidendo entrambi i militari a bordo e provocando un incendio che ha costretto all'evacuazione di alcune abitazioni. Il velivolo era impegnato in un volo di addestramento di routine nei pressi di Fort Hood. Le autorità hanno avviato le indagini per chiarire le cause dello schianto.

Fonti: Wall Street Journal, The Guardian

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Superare con urgenza i motivi della debolezza politica dei difensori della Costituzione home.rifondazione.eu/2026/08/1… #Approfondimenti

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AOC si congela gli ovuli e la destra americana si spacca


La deputata democratica ha annunciato su Instagram di essersi sottoposta alle iniezioni per congelare gli ovuli. Alla Casa Bianca temono ora che gli attacchi dei commentatori conservatori allontanino le elettrici a tre mesi dalle midterm.

Alexandria Ocasio-Cortez ha pubblicato sabato 8 agosto un video in cui si somministra un'iniezione in preparazione al congelamento degli ovuli. Nel giro di poche ore, anche la femminile fertilità è diventata materia di scontro politico. "Non fate gli strani, anche se so che lo farete tutti", ha detto la deputata democratica di New York nel post su Instagram. "È una scelta che sto facendo per sentirmi più padrona della mia vita." L'annuncio ha dominato i social e alimentato anche le voci su una sua possibile candidatura alla Casa Bianca nel 2028.

A sinistra il sostegno è stato pressoché compatto. A destra, invece, la vicenda ha fatto emergere una contraddizione interna al movimento conservatore: da una parte chi vuole incoraggiare gli americani ad avere più figli, dall'altra chi critica le donne che rimandano la maternità. Una divisione che investe direttamente una delle principali battaglie culturali della destra americana: il rilancio della natalità.

Walsh contro Henning, la destra litiga in pubblico


Il commentatore conservatore Matt Walsh ha scritto su X che Ocasio-Cortez "compirà 37 anni tra un paio di mesi" e che "se restasse incinta ora, sarebbe tecnicamente una gravidanza geriatrica". "Questo desiderio di cominciare ad avere figli tardi nella vita mi risulta del tutto incomprensibile", ha aggiunto. A replicargli è stata Alexa Henning, consulente vicina al movimento MAGA che ha lasciato da poco il Dipartimento di Stato: "Gli uomini conservatori che prendono in giro AOC perché si congela gli ovuli non stanno usando un messaggio vincente con le elettrici". Henning ha raccontato di avere molte amiche conservatrici che hanno congelato gli ovuli per dare priorità alla carriera e hanno poi avuto figli più tardi. Una scelta che, ha aggiunto, "andrebbe celebrata".

Alla Casa Bianca, dove Donald Trump ha fatto della fecondazione assistita una propria battaglia politica, sembra prevalere questa seconda linea. "Vogliamo senza dubbio incoraggiare più donne e più famiglie ad avere figli, punto", ha detto ad Axios un alto funzionario della Casa Bianca, spiegando che si trattava di "un modo diplomatico per dire che no, la comunicazione di Matt Walsh non aiuta". Un consigliere del presidente ha aggiunto che questa strategia per i repubblicani "non è proprio una carta vincente", ricordando che alle elezioni di metà mandato mancano meno di tre mesi. Sulla stessa linea il sondaggista repubblicano Adam Geller: "AOC sa come attirare l'attenzione, sa come farsi notare. Va trattata come una trovata. E il mio consiglio ai repubblicani è di non abboccare".

Il fronte conservatore, però, continua a dividersi pubblicamente. Katie Miller, podcaster e moglie del vice capo di gabinetto della Casa Bianca Stephen Miller, ha detto ad Axios di non credere che la vicenda possa diventare un tema rilevante alle midterm e ha messo in dubbio la stessa efficacia del congelamento degli ovuli. "Qualche figlio è meglio di zero figli", ha aggiunto. "Se vuoi far salire la natalità non puoi essere purista sul come. Il modo più efficiente per fare bambini resta quello vecchio: sposarsi e avere figli da giovani." La conduttrice Allie Beth Stuckey si è chiesta invece perché Ocasio-Cortez non abbia già avuto figli con il compagno di lunga data e l'ha accusata su X di "rendere affascinante la bugia secondo cui le donne possono avere tutto".

Nel New Hampshire AOC è già davanti per il 2028


Le voci su una possibile candidatura alla Casa Bianca non nascono soltanto dall'attenzione mediatica. Nel sondaggio del centro studi dell'Università del New Hampshire diffuso il 22 luglio, Ocasio-Cortez guida infatti le primarie democratiche nello Stato con il 22%, davanti all'ex ministro dei Trasporti Pete Buttigieg, fermo al 21%. Tra gli elettori democratici tra i 23 e i 29 anni sale addirittura al 35%, contro il 15% di Kamala Harris. Interpellata da Politico sulla possibilità di candidarsi, Ocasio-Cortez ha detto di non poter affermare di aver escluso questa eventualità.

Ed in effetti è difficile darle torto se le è bastato un video di pochi secondi a produrre ciò che spesso non riesce alle strategie di partito: compattare i democratici e dividere i repubblicani proprio su uno dei terreni che l'Amministrazione Trump considera propri, quello della famiglia e della natalità.


Alexandria Ocasio-Cortez ha annunciato che sta congelando i suoi ovuli


Alexandria Ocasio-Cortez, deputata democratica di New York, ha annunciato nel fine settimana con una serie di video sui social che sta congelando i suoi ovuli. La deputata, che ha 36 anni, ha spiegato di aver preso la decisione per sentirsi "più in controllo" della propria vita e di aver risparmiato a lungo per permettersi la procedura, che è costosa e spesso non è coperta dalle assicurazioni sanitarie.

Ocasio-Cortez ha collegato la scelta di rendere pubblico il percorso al clima politico. "In questo contesto politico in cui l'amministrazione nega alle donne di tutto il paese l'assistenza riproduttiva, dal diritto all'aborto alla possibilità di portare avanti una gravidanza sana, penso sia importante che noi leader abbiamo queste conversazioni e condividiamo questi processi per normalizzarli, soprattutto per le donne che lavorano", ha detto domenica mattina ad ABC News.

L'annuncio arriva mentre si discute di una sua possibile candidatura a cariche più alte: l'entourage di Bernie Sanders l'ha già indicata come possibile erede in vista delle presidenziali del 2028. La deputata ha detto di aver preso la decisione da una "posizione privilegiata" e ha ricordato che le donne che cercano lavoro o si candidano a una carica, a differenza degli uomini, subiscono un forte scrutinio su quando e se avranno figli.

Il congelamento degli ovuli è una procedura per la fertilità sempre più diffusa negli Stati Uniti. Gli ovuli vengono prelevati dal corpo della donna e conservati congelati. In un secondo momento possono essere fecondati in laboratorio con la fecondazione in vitro e gli embrioni vengono poi trasferiti nell'utero nella speranza che la donna rimanga incinta. Alla procedura ricorrono donne che devono sottoporsi a chemioterapia o ad altre cure che possono comprometterne la fertilità, ma anche donne sane che non si sentono pronte ad avere figli negli anni biologicamente più favorevoli a una gravidanza.

Uno studio del 2025 dell'università della California a Los Angeles (UCLA) ha rilevato che tra il 2014 e il 2021 i cicli di congelamento scelti in modo volontario, senza motivi medici, sono aumentati bruscamente. Nello stesso periodo l'età media delle donne che vi ricorrono è scesa da 36 anni a 34,9. Lo studio ha mostrato anche che solo il 5,7% delle donne che hanno congelato gli ovuli tra il 2014 e il 2016 è tornato a usarli nei cinque-sette anni successivi.

Il percorso dura in genere dai 10 ai 12 giorni, durante i quali le donne si iniettano ogni giorno due o tre farmaci ormonali e si sottopongono a frequenti analisi del sangue e a quattro-sei ecografie pelviche. Quando gli ovuli sono maturi, un medico li preleva con un intervento di 20-30 minuti guidato dall'ecografia, con la paziente in anestesia.

Nei video Ocasio-Cortez ha mostrato i farmaci che deve autosomministrarsi e si è filmata mentre si faceva un'iniezione di ormoni nell'addome, scherzando con chi la seguiva: "Non fatela strana. Anche se so che la farete strana". Ha raccontato che per via degli orari della terapia avrebbe dovuto farsi le iniezioni anche nel camerino, prima dell'intervista televisiva di domenica mattina. "Voglio che lo vediate, perché le donne possono fare qualsiasi cosa", ha detto. Ha aggiunto che continuerà a raccontare pubblicamente il processo e ha invitato chi la segue a mandarle domande.


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L’inflazione americana rallenta al 3,4% e allontana il rialzo dei tassi


I prezzi al consumo salgono dello 0,1% su giugno, mentre la componente core rallenta al 2,5% annuo. I mercati assegnano ora il 58% di probabilità alla Fed che non aumenta i tassi a settembre.

L’inflazione americana è scesa al 3,4% a luglio, dal 3,5% di giugno, mentre anche la componente core, che esclude le voci più volatili di alimentari ed energia, ha frenato la sua corsa, passando dal 2,6% al 2,5% su base annua. Il dato, diffuso oggi dal Dipartimento del Lavoro, arriva mentre la Federal Reserve sta valutando se alzare nuovamente i tassi di interesse nella prossima riunione di settembre.

Su base mensile, l’indice dei prezzi al consumo è aumentato dello 0,1%, dopo il calo dello 0,4% registrato a giugno. La componente core è salita dello 0,2% dopo essere rimasta invariata il mese precedente: si tratta di uno degli indicatori più seguiti dalla Federal Reserve per capire l’andamento dell’inflazione al netto degli shock temporanei.

A sostenere il rialzo mensile sono stati soprattutto i costi delle abitazioni, cresciuti dello 0,1% ma responsabili da soli di circa due terzi dell’aumento complessivo. L’energia ha invece contribuito a raffreddare i prezzi, con un calo dell’1,5% in un mese. La benzina è scesa di quasi il 3%, un arretramento che riflette soprattutto il crollo del greggio di giugno più che l’andamento di luglio: nel corso del mese il Brent è risalito da circa 71 dollari al barile a oltre 100 il 23 luglio.

Alla pompa, tuttavia, il carburante resta del 24,6% più caro rispetto a un anno fa. Secondo l’AAA, l’associazione degli automobilisti americani, il prezzo medio è passato dagli oltre 4,50 dollari al gallone di maggio a circa 4 dollari, contro i 3 dollari precedenti alla guerra con l’Iran.

Qualche sollievo è arrivato anche dalla spesa alimentare: l’indice complessivo è salito dello 0,1%, ma quello dei prodotti acquistati al supermercato è sceso dello 0,1%. Carne, pollame, pesce e uova sono diminuiti dello 0,7%, mentre frutta e verdura hanno perso lo 0,1%. Sono invece aumentati del 2,2% i biglietti aerei e dello 0,4% sia le spese sanitarie sia i prezzi delle auto usate.

Inflazione USA
L’inflazione americana scende al 3,4% e allontana un nuovo rialzo dei tassi
Grafica di FocusAmerica

Indice generale
3,4%

Di fondo
2,5%

Prezzi al consumo, variazione annua. −0,1 su giugno
Senza alimentari ed energia. −0,1 su giugno

Dieci anni di prezzi: dal picco post-Covid allo shock iraniano
Indice dei prezzi al consumo, variazione percentuale sull’anno precedente
Generale Di fondo


L’inflazione è passata dal picco del 9,1% di giugno 2022 al minimo del 2,3% di inizio 2025, per poi risalire con i dazi e con la guerra con l’Iran fino al 4,1% di maggio 2026. A luglio è scesa al 3,4%, con la componente di fondo al 2,5%.

I mercati vedono una Fed ferma a settembre

Probabilità di tassi invariati
58%
alla riunione del 15–16 settembre

54% prima del dato

Il voto della Fed a fine luglio

9 per tassi fermi al 3,5–3,75% · 3 per il rialzo di un quarto di punto
Per l’aumento: Hammack (Cleveland), Kashkari (Minneapolis), Logan (Dallas)

La benzina dà tregua, ma resta il prezzo della guerra
Prezzo medio al gallone negli Stati Uniti, in dollari


Il prezzo medio della benzina è salito dai 3 dollari al gallone precedenti alla guerra con l’Iran agli oltre 4,50 di maggio. A luglio è sceso a circa 4 dollari.


Sul mese
−3% circa
il prezzo della benzina a luglio

Sull’anno
+24,6%
rispetto a luglio 2025

Brent
oltre 100 $
al barile il 23 luglio, da 71 a inizio mese

Fonte: Dipartimento del Lavoro USA, CME FedWatch, AAA · Dati a luglio 2026

I mercati scommettono su una Fed ferma a settembre


Dopo la pubblicazione dei dati, i futures sui tassi di interesse hanno portato a poco meno del 60% la probabilità che la Fed lasci invariato il costo del denaro nella prossima riunione del 15 e 16 settembre, in salita rispetto al 54% di poche ore prima. “Anche se prima della riunione di settembre uscirà un altro dato, credo che qui ci sia già abbastanza per togliere dal tavolo il rialzo di settembre”, ha detto Simona Mocuta, capo economista di State Street.

Le borse americane hanno reagito positivamente nelle prime contrattazioni. A ridurre le aspettative di una nuova stretta aveva, comunque, già contribuito il rapporto sul mercato del lavoro pubblicato venerdì, che ha certificato la perdita di 23.000 posti a luglio.

All‘ultima riunione tenutasi a fine luglio, 3 governatori delle banche regionali della Federal Reserve — Beth Hammack di Cleveland, Neel Kashkari di Minneapolis e Lorie Logan di Dallas — avevano votato per un aumento dei tassi di un quarto di punto. Gli altri 9 membri del comitato avevano invece scelto di mantenere la forchetta al 3,5-3,75%.

Il nuovo presidente della Fed Kevin Warsh ha comunque ridimensionato l’importanza di ogni singolo rapporto sull’inflazione, spiegando che il dato sorprendentemente debole di giugno aveva pesato poco sulla decisione di non intervenire. Se l’inflazione dovesse restare elevata, ha aggiunto, tassi più alti “potrebbero benissimo far parte della soluzione”.

Guerra, dazi e intelligenza artificiale restano i rischi principali


All’inizio dello scorso anno l’inflazione era scesa fino al 2,3%, per poi tornare a salire quando i dazi voluti dal presidente hanno cominciato a trasferirsi sui prezzi dei beni. Quest’anno il rincaro dell’energia provocato dalla guerra con l’Iran ha interrotto una nuova fase di rallentamento.

Ma a esercitare pressioni sui prezzi contribuisce anche il boom dell’intelligenza artificiale, che sta moltiplicando la domanda di infrastrutture di calcolo e facendo aumentare fortemente il costo dell’hardware (chip di memoria in particolare) e dei materiali necessari a costruire nuovi data center.

Intanto il conflitto con l’Iran, iniziato il 28 febbraio con gli attacchi aerei di Stati Uniti e Israele, è entrato dopo cinque mesi in una fase di stallo. Il controllo di fatto iraniano sullo Stretto di Hormuz ha finora vanificato i tentativi della Casa Bianca di arrivare a una conclusione della crisi favorevole agli Stati Uniti.

Il dato di luglio è il primo pubblicato dopo la ripresa dei combattimenti all’inizio del mese, ma non ne incorpora ancora pienamente gli effetti: nei prossimi mesi l’energia potrebbe quindi tornare a spingere l’inflazione verso l’alto.

Al netto delle oscillazioni dei combustibili, inoltre, la componente core rimane però più tenace di quanto la Fed vorrebbe. Per riportarla stabilmente verso l’obiettivo del 2% non basta una benzina meno cara: serve invece un rallentamento più ampio dei prezzi, dalle abitazioni ai trasporti fino ai servizi sanitari.

Molto dipenderà dalla capacità delle imprese di continuare a trasferire gli aumenti sui clienti e, quindi, dalla tenuta dei consumatori americani, rimasti finora solidi ma logorati da cinque anni di prezzi elevati e ora alle prese anche con un mercato del lavoro più debole del previsto. Un mix tossico che di sicuro non fa sperare bene ai repubblicani in vista delle prossime elezioni di metà mandato che si terranno a novembre.

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In Arizona la governatrice Dem Katie Hobbs corre per la rielezione con un ex repubblicano


La governatrice democratica più a rischio del Paese correrà con John Giles, ex sindaco repubblicano di Mesa passato agli indipendenti. Sfideranno Andy Biggs, il candidato sostenuto da Trump.

La governatrice democratica dell'Arizona Katie Hobbs ha annunciato martedì che correrà per la rielezione insieme a John Giles, ex sindaco repubblicano di Mesa diventato indipendente pochi mesi fa. Hobbs è considerata la governatrice democratica più a rischio degli Stati Uniti. Con una candidatura bipartisan spera di conquistare un secondo mandato in uno stato in bilico, dove il parlamento statale è controllato dai repubblicani. A novembre gli elettori dell'Arizona eleggeranno per la prima volta anche un vicegovernatore, la carica per cui corre Giles.

Giles è stato sindaco di Mesa, un sobborgo di Phoenix che è la terza città dell'Arizona, dal 2014 al 2025, vincendo tre elezioni da repubblicano. Registrato con il partito per decenni, il 17 maggio ha cambiato l'affiliazione in indipendente e il mese scorso ha votato nella primaria democratica, secondo i registri elettorali della contea. Negli ultimi anni era diventato un critico esplicito del presidente Donald Trump e aveva sostenuto diversi democratici. Nel 2024 ha appoggiato Kamala Harris con un discorso alla convention nazionale del partito (l'assemblea che ne ha formalizzato la candidatura). Ha sostenuto anche i senatori democratici dello stato Mark Kelly e Ruben Gallego, oltre alla stessa Hobbs nella corsa del 2022, vinta per poco più di 17.000 voti contro Kari Lake, una stretta alleata di Trump.

In un'intervista all'agenzia di stampa Associated Press prima dell'annuncio, Giles ha detto di considerarsi ancora un conservatore e di essere rimasto nel Partito Repubblicano probabilmente più a lungo di quanto avrebbe dovuto nel tentativo di salvarlo: "Qualche mese fa ho capito che era arrivato il momento di rinunciare a quella crociata". Nel video dell'annuncio ha spiegato di essere diventato indipendente perché "gli estremisti non dovrebbero impedire che le cose vengano fatte", mentre Hobbs ha detto di aver cercato un vice che condividesse "il valore di mettere gli arizonani davanti alla politica di partito".

A novembre Hobbs e Giles sfideranno il candidato repubblicano Andy Biggs, deputato al quinto mandato sostenuto da Trump, che la settimana scorsa ha scelto come sua vice Sine Kerr, agricoltrice ed ex senatrice statale. Biggs ha presieduto per tre anni il Freedom Caucus, il gruppo che riunisce i deputati repubblicani più a destra della Camera. È stato anche tra i protagonisti del tentativo repubblicano di ribaltare il risultato delle presidenziali del 2020. La sua campagna ha definito Giles un "aspirante democratico" e ha aperto un sito dedicato al suo sostegno per Harris. Giles ha risposto che è ipocrita da parte di Biggs presentarsi ora come un moderato, dopo aver rivendicato per anni di essere "la persona più conservatrice in qualsiasi stanza".

Il Cook Political Report, un sito non partisan di analisi elettorali, classifica la corsa come "Lean Democratic", cioè leggermente favorevole ai democratici, ma Hobbs ha riconosciuto pubblicamente che sarà una sfida difficile. Dal 2022 i repubblicani hanno ampliato il loro vantaggio nelle registrazioni al voto e quasi tutte le altre corse per governatore considerate competitive quest'anno riguardano seggi senza un uscente. L'unico altro governatore in carica in una gara in bilico è il repubblicano del Nevada Joe Lombardo, sfidato dal democratico Aaron Ford.

La scelta di Giles punta ai repubblicani moderati e agli indipendenti, da anni gli elettori decisivi in Arizona. Il consulente repubblicano Barrett Marson ha detto all'Arizona Republic che a Biggs basterebbe "spostare 8.500, 9.000 voti" e che con margini così stretti Hobbs deve allargare la vittoria di quattro anni fa. Per Kevin DeMenna, consulente politico di lungo corso, "se cercavi il centro dell'elettorato dell'Arizona per queste elezioni, John Giles è lì".

Hobbs insiste da mesi su un'immagine bipartisan e si presenta come "paladina di ogni arizonano". Ha lanciato di recente la coalizione "Arizona Over Party" (l'Arizona prima del partito), che riunisce decine di repubblicani e indipendenti a sostegno della sua rielezione e della quale fa parte lo stesso Giles. È una coppia rara nell'America di oggi, dove la polarizzazione spinge i politici verso le rispettive basi, anche se cresce il numero di elettori che si dichiarano indipendenti.

Giles è membro della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, la chiesa dei mormoni, come lo è Biggs. I mormoni sono circa il 6% della popolazione dell'Arizona e votano repubblicano da decenni. Molti però si sono raffreddati verso Trump per il suo linguaggio volgare e per la retorica denigratoria verso donne e minoranze, in contrasto con i valori di umiltà e compassione della chiesa. I democratici corteggiano da anni questo elettorato. Giles, che ha studiato alla Brigham Young University e ha svolto due anni di missione religiosa in Corea del Sud, può fare da tramite tra Hobbs e questi fedeli.

L'Arizona è uno dei cinque Stati americani che non hanno ancora un vicegovernatore, insieme a Maine, New Hampshire, Oregon e Wyoming. Gli elettori hanno creato la carica con un referendum nel 2022, approvato con dieci punti di margine, per rendere più chiara la linea di successione. Finora il primo in linea era il segretario di Stato, una carica elettiva che in due occasioni ha fatto cambiare partito al vertice dello stato. Successe nel 1988, quando il repubblicano Evan Mecham fu rimosso con l'impeachment e gli subentrò la democratica Rose Mofford. Accadde di nuovo nel 2009, quando la democratica Janet Napolitano lasciò per entrare nell'amministrazione Obama e arrivò la repubblicana Jan Brewer.

Dal 1975 cinque governatori dell'Arizona sono entrati in carica per successione e non attraverso un'elezione. Degli ultimi dodici governatori dello stato solo uno, il repubblicano Doug Ducey, è stato eletto e ha concluso regolarmente i suoi mandati. Tra gli altri, uno è morto in carica, uno è stato rimosso con l'impeachment, uno si è dimesso dopo una condanna per frode e due hanno lasciato l'incarico per accettare nomine presidenziali.


L’America oltre la polarizzazione politica: una società sempre più frammentata


Un numero crescente di esperti delle scienze sociali ritiene ormai che la parola "polarizzazione" non descriva più adeguatamente ciò che sta accadendo negli Stati Uniti e propone un concetto ancora più radicale: l'atomizzazione. Insomma, non si tratterebbe più di una società divisa in due grandi fazioni contrapposte, ma di una popolazione dispersa in una moltitudine di tribù sempre più piccole. È la tesi centrale di un'analisi firmata da Jesse McKinley sul New York Times. Come gruppi di atomi, questi sottoinsiemi si formano e si dissolvono rapidamente, lasciando le persone all'interno di bolle sempre più ristrette e con legami sempre più deboli con il resto del tessuto sociale. Ma anche i sottogruppi tendono a frammentarsi a loro volta, dando vita a nuove fazioni in conflitto: si tratta quindi di una nazione non più semplicemente divisa tra "noi" e "loro", ma tra "noi", "loro" e una quantità crescente di altri "loro".

Un'indagine pubblicata a giugno dal Pew Research Center su oltre 10.000 americani conferma questa intuizione, affermando come il tradizionale sistema bipartitico si sia di fatto frammentato in nove gruppi, dalla "destra non convenzionale" alla "sinistra esclusa" fino al "centro disimpegnato". Ciascuno di questi gruppi rappresenta quella che l'istituto definisce "una miscela complessa di valori e convinzioni", che sono difficilmente riconducibile ai tradizionali schieramenti democratico e repubblicano.

Oltre la polarizzazione

L'America atomizzata: da due partiti a nove tribù


Il tradizionale sistema bipartitico si è frammentato in nove gruppi politici distinti, mentre la fiducia degli americani nelle istituzioni e negli altri tocca i minimi storici.

Grafica di FocusAmerica

Ieri
2

Oggi
9

partiti contrapposti
tribù politiche

Attiva JavaScript per l'animazione: nove bolle proporzionali ai gruppi politici individuati dal Pew Research Center.

Ogni bolla è uno dei nove gruppi della tipologia Pew: l'area è proporzionale alla quota di popolazione adulta, la posizione orizzontale all'orientamento verso i due partiti, quella verticale al coinvolgimento politico. Tocca una bolla per il dettaglio.

La nuova mappa

Le nove tribù d'America


Quota di popolazione adulta di ciascun gruppo, dalla sinistra alla destra dello spettro politico. Tocca una riga per scoprire chi ne fa parte. Indagine su 10.357 adulti, novembre 2025.

Progressisti radicali 7%

Il gruppo più giovane della tipologia: posizioni molto progressiste su ogni tema, ma con uno sguardo scettico verso lo stesso Partito democratico.

Il 66% apprezza i politici che si definiscono socialisti democratici

Nome originale Pew: Leftward Progressives

Liberal fedeli 11%

Il cuore del Partito democratico: istruiti, fiduciosi nelle istituzioni e convinti del ruolo guida degli Stati Uniti nella diplomazia mondiale.

Il 77% ha un'opinione favorevole del Partito democratico

Nome originale Pew: Loyal Liberals

Sinistra esclusa 12%

Orientata ai democratici ma in forte difficoltà economica: è tra i gruppi che più si sentono ignorati dalla politica e che votano di meno.

Solo il 20% pensa che il Partito democratico si curi di persone come loro

Nome originale Pew: Left-Out Left

Sinistra dell'ordine e delle opportunità 18%

Il gruppo più numeroso e tra i più diversificati sul piano etnico: progressista in economia, ma preoccupato per la criminalità e la sicurezza dei confini.

Il 53% considera la criminalità violenta un problema molto grave

Nome originale Pew: Order and Opportunity Left

Centro disimpegnato 9%

Diviso politicamente e lontanissimo dalla politica: è il gruppo con il livello di interesse più basso dell'intera tipologia.

Solo il 31% ritiene davvero importante chi vincerà le elezioni di midterm

Nome originale Pew: Tuned-Out Middle

Destra pragmatica e cortese 11%

Il gruppo più anziano: conservatore in economia, moderato su immigrazione e diversità, ostile alla politica dell'umiliazione dell'avversario.

Quasi due terzi disapprovano l'operato di Trump

Nome originale Pew: Pragmatic and Polite Right

Destra non convenzionale 12%

Repubblicani più giovani e meno impegnati, con posizioni moderate su aborto e welfare: è il gruppo in cui l'entusiasmo per Trump si raffredda più in fretta.

Il 79% votò Trump nel 2024; oggi solo il 53% ne approva l'operato

Nome originale Pew: Unconventional Right

Conservatori della fede 12%

Un conservatorismo ancorato a religione, morale e tradizione: per la grande maggioranza gli Stati Uniti devono avere una cultura fondata sul cristianesimo.

L'83% vuole vietare l'aborto in tutti o quasi tutti i casi

Nome originale Pew: Faith First Conservatives

Destra senza scuse 9%

Lo zoccolo duro trumpiano: le posizioni più intransigenti su armi, immigrazione e cultura, unite a un sostegno incrollabile al presidente.

Il 90% approva l'operato di Trump

Nome originale Pew: No Apologies Right

La fiducia evaporata

Un Paese che non si fida più di sé stesso

La moralità dei connazionali

53%
47%

PessimaBuona

Gli Stati Uniti sono l'unico Paese, tra i 25 esaminati dal Pew a marzo su oltre 30.000 intervistati, in cui la maggioranza giudica pessima la moralità dei propri connazionali.

Il distacco dalla politica

85%

Più di otto americani su dieci ritengono che gli eletti al Congresso «non si curino di quello che pensano le persone come loro» (Pew, 2024).

85 adulti su 100

Una coalizione che perde pezzi
voto a Trump, 2024 79% −26 punti 53% approvazione, 2026
La «destra non convenzionale» aveva votato compattamente per Trump nel 2024; nella primavera del 2026 solo poco più della metà ne approva l'operato.

La lunga ritirata

Sessant'anni di disgregazione civica


Le tappe che, secondo gli studiosi, hanno eroso il capitale sociale americano.

Anni '60
Assassinii politici e guerra del Vietnam: comincia la ritirata degli americani dalla vita civica e la sfiducia verso il governo.

Anni '70
L'individualismo si afferma come valore dominante; sobborghi e automobile allentano i legami di quartiere.

2000
Robert Putnam pubblica Bowling Alone, la diagnosi di un capitale sociale in declino da decenni.

2008
La crisi finanziaria travolge famiglie e comunità; si moltiplicano i lavori precari della gig economy.

2020
La pandemia isola milioni di persone; il tempo trascorso da soli in casa tocca nuovi record.

2026
Per Putnam il contatto faccia a faccia «quasi certamente non è mai stato così basso nella storia americana».

Fonte: Pew Research Center, «Beyond Red vs. Blue: The Political Typology» (giugno 2026) e indagini Pew 2024-2026; The New York Times. Percentuali riferite alla popolazione adulta statunitense. Nel grafico, la posizione orizzontale corrisponde alla differenza tra i giudizi favorevoli al Partito repubblicano e al Partito democratico; quella verticale alla quota che ritiene davvero importante quale partito vincerà le elezioni di midterm del novembre 2026.

Internet accelera la frammentazione


Le cause di questo cambiamento sono numerose: tra queste ci sono sicuramente la promessa fondativa delle libertà individuali, una vena di individualismo orgogliosa e talvolta ostinata e la grande diversità regionale ed etnica del Paese. Ma il fattore più importante sarebbe però lo sviluppo di Internet, una rete capace di offrire qualsiasi contenuto a chiunque, per quanto di nicchia, e di alimentare un ambiente online frammentato in bolle tra chi la pensa allo stesso modo. Uno degli effetti più inquietanti dello sviluppo di Internet è l'amplificazione e la normalizzazione delle ideologie che in precedenza venivano considerate tossiche: oggi razzisti, misogini e suprematisti bianchi possono incontrarsi in rete e rafforzare reciprocamente le proprie convinzioni.

Idee dannose sono sempre esistite, ma stanno così acquistando nuovo ossigeno in un mondo nel quale anche gli impulsi peggiori possono ricevere una validazione immediata. Lo stesso meccanismo accelera la diffusione delle teorie infondate e delle fake news più disparate, dall'idea che Jeffrey Epstein sia ancora vivo a quella secondo cui gli attacchi di Hamas del 7 ottobre sarebbero stati inscenati da Israele, fino alla convinzione, portata avanti anche dall'attuale presidente Donald Trump, che i democratici abbiano rubato le elezioni presidenziali del 2020. Anche se totalmente assurde, queste teorie contribuiscono a erodere la fiducia dell'opinione pubblica nelle fonti istituzionali di informazione, compresi i mezzi di comunicazione.

Sondaggio dopo sondaggio, gli americani si dichiarano così meno propensi a conoscere i propri vicini, a fidarsi degli altri e perfino a credere nella famiglia. In un'indagine Pew condotta a marzo su oltre 30.000 persone in 25 Paesi del mondo, gli Stati Uniti sono risultati l'unico nel quale un numero più elevato di cittadini giudica pessima anziché buona la moralità dei propri connazionali: 53% contro 47%. La frammentazione delle convinzioni, osservano gli studiosi di teoria politica, finisce però per indebolire anche l'esistenza di un racconto nazionale condiviso.

Sono proprio queste basi comuni che servono ad aiutare una società a restare unita durante guerre, crisi economiche e altri momenti di difficoltà. Hannah Arendt, la filosofa che contribuì a diffondere il concetto di atomizzazione, la considerava una delle condizioni che nello scorso secolo avevano favorito l'ascesa di regimi come quello nazista e quello staliniano. "I movimenti totalitari", scriveva nel 1951, "sono organizzazioni di massa di individui atomizzati e isolati".

Sono passati ormai 25 anni da quando Robert Putnam, politologo di Harvard, pubblicò Bowling Alone, la diagnosi di una nazione e di un'identità collettiva che stavano lentamente disgregandosi. Putnam utilizzò i dati a sua disposizione per documentare un allontanamento dalle istituzioni civiche iniziato decenni prima e il conseguente declino del capitale sociale, vale a dire quell'insieme informale di interessi, valori e obiettivi condivisi che tiene insieme una comunità. Oggi, sostiene, la situazione è ulteriormente peggiorata. "Quello che conta di più è il contatto faccia a faccia", ha spiegato al New York Times. "E quasi certamente non è mai stato così basso nella storia americana come lo è adesso".

La ritirata dalla vita civile era iniziata negli anni Sessanta, tra assassinii politici, guerra del Vietnam e crescente sfiducia della popolazione nel governo, ed è proseguita negli anni Settanta con l'affermazione dell'individualismo. Poi sono arrivati la diffusione dei sobborghi e le vite dominate dall'automobile, il crollo economico del 2008, la pandemia, l'epidemia di oppioidi e la proliferazione di lavori sottopagati e privi di prospettive della gig economy. Se già la televisione aveva indebolito alcuni rapporti interpersonali, i social media e la diffusione di massa di Internet hanno accelerato enormemente il processo: gli studi sull'uso del tempo mostrano che gli americani trascorrono sempre più ore da soli in casa e che soprattutto i giovani passano molto tempo a scorrere passivamente i propri telefoni.

La fine della monocultura e la crisi delle coalizioni politiche


"Ormai ricevi tutto il tuo intrattenimento e mantieni il legame con i gruppi di tuo interesse solo attraverso il cellulare", ha detto al New York Times Richard Slotkin, scrittore e autore di A Great Disorder. Fino a qualche decennio fa, la maggior parte degli americani riceveva le notizie attraverso pochi grandi canali. Quei mezzi dominanti potevano essere noiosi o limitati a determinate prospettive culturali, ma quantomeno contribuivano a creare un lessico comune e perfino luoghi condivisi nei quali contestarlo: la pagina delle lettere dei giornali, le riviste, il bancone della tavola calda.

"Oggi siamo ad anni luce da qualsiasi monocultura di idee, estetiche e interessi", ha spiegato Zack Roif, direttore creativo dell'agenzia pubblicitaria Mother New York. Secondo lui, tuttavia, l'atomizzazione della società americana presenta anche un rovescio della medaglia positivo: consente infatti la nascita di comunità all'interno delle sottoculture. Influencer con pubblici più grandi di quelli di molte testate tradizionali sono in grado di dare voce a interessi un tempo marginali, mentre la caduta dei vecchi guardiani culturali ha favorito nuove voci, libri autopubblicati e micro-generi musicali capaci di raggiungere pubblici molto vasti.

In politica, però, un ambiente atomizzato è per sua natura instabile, perché obbliga i leader politici a tenere insieme blocchi elettorali sempre più eterogenei e insoddisfatti. Non meraviglia dunque il fatto che il numero degli elettori che si riconoscono come indipendenti sia ai massimi storici e un'indagine del Pew del 2024 ha rilevato che l'85% degli americani ritiene che coloro che sono stati eletti al Congresso "non si curino di quello che pensano le persone come loro".

L'attuale presidente Donald Trump ha conquistato il secondo mandato riunendo una coalizione molto eterogenea, che andava dagli appassionati di tecnologia e criptovalute agli influencer della manosfera fino ai genitori contrari ai pesticidi e ai vaccini, riuscendo in questo modo a portare alle urne persone che normalmente non votavano, mobilitate da temi come il costo della vita e l'immigrazione. Le sue due campagne elettorali hanno indubbiamente avuto un carattere ribelle e una vocazione apparentemente inclusiva che hanno offerto ai suoi sostenitori un forte senso di appartenenza.

Anche quella coalizione, però, sta già perdendo pezzi. Secondo il sondaggio Pew, la "destra non convenzionale" aveva votato compattamente Trump al 79% nel 2024, ma da allora il suo sostegno si è indebolito. La "sinistra esclusa", invece, continua a essere uno dei gruppi con la partecipazione elettorale più bassa e con maggiore diffidenza verso le motivazioni di coloro che vengono eletti. Alcuni sondaggisti rilevano inoltre che gli elettori latinos, spostatisi verso destra nel 2024, stiano tornando verso i democratici, delusi anche dai metodi aggressivi dell'Immigration and Customs Enforcement, l'agenzia federale per l'immigrazione, al punto da rendere contendibile perfino un seggio senatoriale in Texas.

Anche altri gruppi demografici come giovani maschi ed elettori della classe operaia stanno lentamente abbandonando il presidente, mentre alcuni podcaster che lo avevano sostenuto o elogiato, tra cui Joe Rogan, Theo Von e Andrew Schulz, affermano di sentirsi traditi dal modo in cui Trump sta governando in questo secondo mandato. Perfino parte di quello che precedentemente era lo zoccolo duro trumpiano è ora scontenta per la gestione dei file su Epstein, la guerra in Iran e i progressi ritenuti insufficienti del piano di Robert F. Kennedy Jr. per "rendere di nuovo sana l'America". I sospetti di corruzione e di interessi privati alimentano ulteriormente la sfiducia.

Anche i democratici si dividono


I democratici sono almeno altrettanto frammentati dei repubblicani e solo di recente il calo di popolarità del presidente si è tradotto in guadagni significativi nei sondaggi per l'opposizione, un altro segnale di quanto il malcontento sia ormai generalizzato. George Packer, autore di The Unwinding, ha osservato in un'intervista al New York Times che costruire una coalizione politica richiedeva tradizionalmente "un gran lavoro di logoramento con persone che non ti stanno particolarmente simpatiche", un esercizio diventato più difficile a causa dei test di purezza ideologica tanto a destra quanto a sinistra. "I partiti politici sembrano procedere più per sottrazione che per addizione", ha sintetizzato.

Nel frattempo sono progressivamente scomparsi molti dei luoghi nei quali un tempo persone diverse entravano in contatto: associazioni professionali, sindacati, club di servizio. "Nel Novecento le vite delle persone si svolgevano in officina, nelle grandi fabbriche, nelle chiese", ha spiegato Michael Waldman, presidente e amministratore delegato del Brennan Center for Justice della facoltà di giurisprudenza della New York University. "C'erano attività comuni". Anche le comunità online possono creare nuovi legami, ma i ricercatori hanno riscontrato che la loro natura più effimera tende a renderle meno gratificanti sul piano emotivo rispetto alle relazioni reali, e questa situazione è peggiorata di recente in un panorama nel quale si stanno diffondendo anche chatbot IA compiacenti, capaci di ripetere e assecondare i pensieri degli utenti, talvolta fino ad alimentarli in direzione della paranoia.

Un precedente, tuttavia, esiste e secondo Putnam indica anche una possibile via d'uscita da questa crisi. Anche l'ultima età dell'oro americana, alla fine dell'Ottocento, fu caratterizzata da enormi concentrazioni di ricchezza, rapidi progressi tecnologici e da un darwinismo sociale fortemente centrato sull'individuo. Gli americani di allora, sostiene il politologo, riuscirono però gradualmente a ricostruire un Paese più coeso affrontando i problemi innanzitutto a livello locale, dove i cittadini tendono a fidarsi maggiormente di chi li amministra, e affidandosi alle generazioni più giovani per individuare nuove soluzioni.

È proprio la via d'uscita descritta da Putnam in un libro pubblicato nel 2020. "Loro", ha detto, "hanno corretto un sistema che non funzionava più". Resta da capire se quella stessa ricetta possa funzionare ancora in un Paese nel quale però proprio il livello locale, quello dal quale secondo Putnam partì la ricostruzione, è anche lo spazio che associazioni, sindacati e parrocchie hanno progressivamente smesso di presidiare.


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Lawsuit: Early access fee for Trump Truth Social posts unconstitutional


FOR IMMEDIATE RELEASE:

New York, Aug. 12, 2026 — President Donald Trump’s scheme to charge $100,000 per month for advance access to official government announcements on Truth Social violates the First and Fifth amendments to the Constitution, according to a lawsuit filed today in federal court by Freedom of the Press Foundation (FPF) and The Intercept.

The plaintiffs — represented by Citizens for Responsibility and Ethics in Washington (CREW), Yale Law School’s Media Freedom and Information Access Clinic, the Public Integrity Project, and Altshuler Berzon LLP — are asking the court to bar Trump and White House employees from carrying out this unconstitutional plan.

In 2021, Trump launched Trump Media & Technology Group. In 2022, Trump Media released Truth Social, a social media platform over which Trump could exercise complete control. Since returning to office, Trump has used his Truth Social account as his primary means of communicating with the public and making official announcements, encompassing everything from agency appointments and firings to military actions and foreign policy.

Last month, the CEO of Truth Social’s parent company announced Truth API, a service that would provide investors early access to “market-moving” messages from the president and other officials on the platform for up to $100,000 per month. At the same time, its CEO announced that the company would take steps to stop users from systematically gathering posts from the platform. Truth API launched Aug. 1 and has already signed up 10 customers.

Granting preferential access to Trump’s public statements to paid subscribers violates the First Amendment, which guarantees Americans equal access to the president’s public announcements. The Fifth Amendment prohibits the government from imposing extortionate or unreasonable conditions on the availability of government benefits.

“A president selling priority access to news he himself generates for the benefit of a private company he controls is so blatantly corrupt and unconstitutional that it would have been hard to even fathom just a few years ago,” said FPF Chief of Advocacy Seth Stern. “Trump’s crooked scheme is particularly outrageous because, as documented by our Trump Anti-Press Social Media Tracker, he frequently uses his Truth Social account to berate journalists and even to announce his plans to sue them and criminally investigate them. Then, he makes them wait in line behind paying customers to find out about it unless they’re willing to subsidize the platform he uses to attack them. This brazen grift targets not only the markets but the First Amendment. It cannot stand.”

“Nothing could be more antithetical to the free, independent press than the president charging for early access to his public announcements,” said The Intercept’s Chief Legal Officer David Bralow. “Through this litigation, The Intercept and its journalists are proud to hold the line on a fundamental proposition: Public information belongs to the public.”

Beyond the constitutional violations inherent in Truth API, the scheme is also a money-making opportunity for Trump. Trump owns the largest stake in Trump Media through The Donald J. Trump Revocable Trust, which holds approximately 41.43% of Trump Media’s shares, collectively worth more than $1 billion. He is the sole beneficiary of the trust.

“President Trump trampling on the Constitution for the sake of his personal profiteering is nothing new, but this latest scheme is obscene,” said CREW Chief Counsel Nikhel Sus. “All Americans are entitled to timely access to their president’s public statements, not just those willing to pay the president’s company $100,000 a month. We are proud to represent our clients in their effort to end this corrupt and unconstitutional scheme.”

“American democracy cannot exist without a free press and an informed public,” said Stacy Livingston, clinical lecturer in law at Yale Law School. “Since his first term, President Trump has sought to undermine basic constitutional rights that protect those preconditions for democratic governance, and Truth API marks his most self-serving attempt to date. We are bringing this suit to ensure it won’t succeed.”

“President Trump’s attempt to monetize his public statements is about as blatant as a constitutional violation can get,” said Public Integrity Project CEO Brendan Ballou. “The president’s public statements are for the public, not a wealthy few. Our democracy depends on upholding the Constitution and enjoining Trump’s corrupt scheme.”

“The First Amendment is not up for debate, and the president cannot sweep it to the side,” said B.J. Chisholm, managing partner, Altshuler Berzon LLP. “It is a privilege to represent our clients and defend their constitutional rights.”

Click here to read the lawsuit.

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Le espulsioni di Trump non tornano: il DHS ha smesso di pubblicare i numeri


Marc Rosenblum, per oltre dieci anni capo statistico del Dipartimento della Sicurezza Interna, si è dimesso a fine luglio dopo che i suoi report mensili erano stati bloccati. La Casa Bianca rivendica 2,2 milioni di auto espulsioni stimate.

Marc Rosenblum ha lasciato il 24 luglio il posto di capo statistico del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS), che occupava da più di dieci anni. Tre anni fa aveva creato l'Ufficio di statistica della sicurezza interna, nato con il sostegno di esponenti di entrambi i partiti per fornire al Congresso e all'opinione pubblica dati attendibili e tempestivi sull'applicazione delle norme migratorie, al riparo dalle pressioni politiche. Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca quel progetto però si è fermato.

Nei diciotto mesi in cui la Casa Bianca ha condotto la più vasta campagna di espulsioni della storia americana, i responsabili politici hanno impedito alla squadra di Rosenblum di pubblicare i dati mensili. Il sito dell'ufficio è rimasto fermo e le tabelle sull'applicazione delle norme migratorie si sono cristallizzate al 2024, come se da allora non fosse successo nulla. L'ultima serie di dati risale al 16 gennaio 2025, ovvero quattro giorni prima dell'insediamento di Trump. In un post su LinkedIn Rosenblum ha scritto di essere contento di lasciare un'Amministrazione di cui non condivide i valori, ma dispiaciuto di abbandonare i colleghi in un "ambiente di lavoro ostile".

Immigrazione · La sparizione dei dati

Da 572 giorni il governo americano non pubblica più i numeri sulle espulsioni

L’ufficio di statistica del Dipartimento della Sicurezza Interna ha smesso di aggiornare le tabelle quattro giorni prima dell’insediamento di Donald Trump. Nel vuoto lasciato dai dati ufficiali circolano cifre che nessuno può verificare.

Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026

Giorni senza statistiche ufficiali sulle espulsioni
572
giorni di silenzio
16 gennaio 2025

gennaio 2024 agosto 2026
Mesi con dati pubblicati Mesi senza alcun dato

L’ultima serie di dati risale al 16 gennaio 2025, quattro giorni prima dell’insediamento di Trump. Da allora le tabelle sull’applicazione delle norme migratorie sono ferme al 2024, come se non fosse successo nulla.

106
giorni senza aggiornamenti sul sito dell’ICE, dal 9 aprile al 24 luglio 2026

0
rapporti annuali pubblicati sull’anno fiscale 2025, attesi entro dicembre

Promessa e risultato

L’ICE ha rimpatriato 400.000 persone: meno della metà dell’obiettivo annunciato


Rimpatri eseguiti dall’agenzia nel primo anno del secondo mandato di Trump, a confronto con l’obiettivo della Casa Bianca e con il record storico dell’ICE.

Obiettivo annunciato dalla Casa Bianca 1.000.000

Record precedente dell’agenzia, nel 2013 432.238

Rimpatri eseguiti nel primo anno 400.000

Il Dipartimento nel suo complesso rivendica più di 985.000 espulsioni al 12 luglio, ma quel totale comprende anche i respingimenti alla frontiera: non è confrontabile con i rimpatri che l’ICE esegue all’interno del Paese.

Le cifre in circolazione

Quattro numeri diversi raccontano la stessa campagna di espulsioni


Tocca ogni cifra per sapere chi la diffonde e che cosa misura davvero.

400.000 Pubblicato Rimpatri eseguiti dall’ICE nel primo anno+

È l’unica cifra che l’agenzia abbia davvero pubblicato, e lo ha fatto a intermittenza. Resta sotto il record dell’ICE raggiunto sotto Obama.

985.000 Non confrontabile Espulsioni rivendicate dal Dipartimento al 12 luglio+

Il totale mette insieme i rimpatri interni e i respingimenti alla frontiera, che sono un’altra cosa: chi viene fermato mentre entra non è mai stato dentro il Paese.

1.461.529 Mai pubblicato «Partenze forzate di stranieri» negli ultimi dodici mesi+

Il numero circola su X grazie al portavoce di Turning Point USA, che lo attribuisce a una fonte interna al Dipartimento. La categoria non esiste tra quelle usate dall’ufficio statistico e lui stesso ha ammesso di non sapere come sia stata calcolata.

3.000.000 Dichiarazione non firmata Stranieri irregolari che avrebbero lasciato gli Stati Uniti+

Lo sostiene l’ufficio stampa del Dipartimento: 2,2 milioni sarebbero «auto espulsioni», cioè partenze spontanee stimate. Il testo non porta firma e le sue frasi compaiono in corpi tipografici diversi, come se fossero state incollate da altrove.

L’effetto opposto

In diciotto mesi sono diventate irregolari più persone di quante l’ICE ne abbia rimpatriate


Revocando la protezione temporanea e altri permessi provvisori, la Casa Bianca ha tolto lo status a chi viveva e lavorava regolarmente negli Stati Uniti.

1.500.000
persone rese irregolari dalla revoca dei permessi

400.000
persone rimpatriate dall’ICE nello stesso periodo

Per ogni persona che l’ICE ha rimpatriato, quasi quattro hanno perso il permesso di restare. La campagna che doveva ridurre il numero degli irregolari lo ha fatto crescere.

10,8 mln 15,8 mln Stranieri senza documenti stimati dal Migration Policy Institute nel 2019 e nel 2024. Sapere dove sia arrivato oggi quel numero richiederebbe proprio i dati che il Dipartimento ha smesso di diffondere.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su statistiche ICE, dichiarazioni del Dipartimento della Sicurezza Interna, stime del Migration Policy Institute e ricostruzione dell’Atlantic. Dati aggiornati all’11 agosto 2026.

Quattrocentomila rimpatri contro un milione promesso


Le cifre che restano raccontano una campagna molto più piccola di quella inizialmente annunciata. Secondo le statistiche pubblicate a intermittenza dall'ICE, l'Agenzia federale per l’Immigrazione e le Dogane, nel primo anno del secondo mandato di Trump sono state rimpatriate circa 400.000 persone, contro il milione l'anno indicato come obiettivo dalla Casa Bianca. Il record precedente dell'agenzia era di 432.238 rimpatri, raggiunto nel 2013 sotto l’Amministrazione Obama. Il Dipartimento nel suo complesso rivendica invece più di 985.000 espulsioni al 12 luglio, ma quella cifra comprende anche i respingimenti alla frontiera e non è confrontabile con i rimpatri eseguiti dall'ICE all'interno del Paese.

La distanza tra promessa e risultato è stata quindi colmata con una categoria nuova. A partire da Kristi Noem, quando era ancora alla guida del Dipartimento, l’Amministrazione Trump ha cominciato a sostenere che il numero di stranieri partiti spontaneamente sarebbe stato molto superiore a quello degli espulsi, contabilizzando queste stime come "auto espulsioni". Interpellato dall'Atlantic sul blocco dei report mensili, l'ufficio stampa non ha risposto alla domanda e ha inviato una dichiarazione secondo cui questa sarebbe "l'Amministrazione più trasparente della storia americana", aggiungendo che nel primo anno di mandato "più di 3 milioni di stranieri irregolari hanno lasciato gli Stati Uniti", di cui 2,2 milioni per stima di auto espulsione. Ma la dichiarazione non era firmata e le sue frasi compaiono in corpi tipografici diversi, come se fossero state incollate da altrove.

Le critiche più dure arrivano da destra


Steve Bannon, la conduttrice di Fox News Tomi Lahren e l'influencer Laura Loomer accusano ora l'Amministrazione Trump di aver rinunciato alla campagna di rimpatri promessa agli elettori, cedendo ai repubblicani vicini al mondo delle imprese che temono la carenza di manodopera e a coloro che sono preoccupati per le elezioni di metà mandato.

Nel mirino c'è in particolare il nuovo Segretario alla Sicurezza Interna Markwayne Mullin, che ha sostituito Noem a marzo. Mullin replica alle critiche affermando che l'attività dell'ICE non è mai stata così intensa e che nella prima settimana di agosto gli agenti hanno effettuato in media 4.200 arresti al giorno in tutto il Paese. Nessun dato è però stato pubblicato a sostegno di queste affermazioni e le ultime statistiche disponibili indicano per luglio una media inferiore alla metà.

Anche chi sostiene la linea del presidente chiede di poter vedere questi dati. "Non mi importa cosa dicano i dati. Datemeli e basta", ha detto all'Atlantic Andrew Arthur, ex giudice per l'immigrazione oggi al Center for Immigration Studies, secondo cui l'unico modo per uscire dalle polemiche di parte è pubblicare cifre affidabili su arresti, trattenimenti e rimpatri.

Mike Howell, della Heritage Foundation e già legale del Dipartimento durante il primo mandato di Trump, ha chiesto i dati il 7 maggio, ma in due mesi ha ricevuto soltanto un avviso di ricezione e a luglio ha dovuto fare causa all'Amministrazione per ottenerli. Nel frattempo il Dipartimento non ha pubblicato neppure il rapporto annuale sull'applicazione delle norme sull’immigrazione per l'anno fiscale 2025, atteso entro fine dicembre.

"I numeri sulle espulsioni dovrebbero essere pubblicati con la stessa trasparenza, regolarità e risonanza degli altri dati governativi, come il rapporto sull'occupazione", ha scritto Howell. Il suo sospetto è che l'Amministrazione Trump gonfi artificialmente le cifre per sembrare intransigente e preparare il terreno a un accordo con i democratici dopo le elezioni, che concederebbe uno status legale a una parte degli irregolari.

Nel vuoto dei dati ufficiali si infilano altre cifre


Il sito dell'ICE è rimasto senza aggiornamenti dal 9 aprile al 24 luglio, un periodo in cui arresti e rimpatri erano in calo rispetto ai livelli raggiunti sotto Noem. La Casa Bianca ha subito attribuito il vuoto di dati ai democratici e al blocco delle attività del Congresso, ma funzionari interni hanno spiegato all'Atlantic che il personale in servizio avrebbe potuto continuare ad aggiornare la pagina. Quando le pubblicazioni sono riprese, i numeri erano di nuovo in crescita.

"Quello che rende speciali gli uffici statistici indipendenti, dal Bureau of Labor Statistics agli altri, è che in teoria non rispondono a incarichi politici e si limitano a produrre dati grezzi", ha detto all'Atlantic Blas Nuñez-Neto, responsabile delle politiche di frontiera sotto Joe Biden e superiore di Rosenblum. Nuñez-Neto riconosce però una differenza rispetto agli indicatori economici: le statistiche sull'immigrazione misurano l'operato dell'Amministrazione stessa, il che ha sempre generato tensione.

Nel fine settimana il portavoce di Turning Point USA Andrew Kolvert ha scritto su X che una fonte interna al Dipartimento gli avrebbe riferito l'esistenza di un rapporto che parla di 1.461.529 "partenze forzate di stranieri" negli ultimi dodici mesi. Nei commenti al post, letto da oltre 700.000 persone, Kolvert ha ammesso però di non sapere come sia stato calcolato quel numero: la categoria non è tra quelle usate dall'ufficio statistico e il dato non risulta pubblicato da nessuna parte.

Il fatto è che, revocando lo status di immigrazione regolare a più di 1,5 milioni di persone che in precedenza vivevano e lavoravano negli Stati Uniti con la protezione temporanea o altri permessi provvisori, la Casa Bianca ha reso irregolari in 18 mesi più persone di quante l'ICE ne sia riuscito a rimpatriare nello stesso periodo. Il Migration Policy Institute stima che gli stranieri senza documenti fossero 10,8 milioni nel 2019 e 15,8 milioni nel 2024: dire come si sia mosso questo numero nel frattempo richiederebbe proprio di conoscere i dati che il Dipartimento ha smesso di diffondere.


Trump è sempre più insoddisfatto del suo Segretario alla Sicurezza interna


Il presidente Trump è sempre più insoddisfatto di Markwayne Mullin, il segretario alla Sicurezza interna, dopo una serie di dichiarazioni fuori linea che hanno irritato molti degli alleati esterni della Casa Bianca, come ha rivelato il Wall Street Journal. Un alto funzionario dell'Amministrazione ha ammesso che il malumore verso Mullin è cresciuto ma ha detto che il presidente non ha intenzione di licenziarlo. Il Dipartimento della Sicurezza interna è il ministero che negli Stati Uniti si occupa di frontiere e immigrazione, cioè del terreno su cui Trump ha costruito la promessa centrale del suo secondo mandato.

Trump aveva scelto Mullin, che gli era stato molto vicino quando sedeva al Senato, per guidare il dipartimento dopo avere licenziato Kristi Noem a marzo. All'epoca aveva detto ai suoi consiglieri di essere stanco delle liti e delle tensioni interne all'agenzia. A Mullin era stato affidato un compito preciso, tenere il dipartimento fuori dalle notizie. Poco più di quattro mesi dopo l'inizio dell'incarico il presidente lo considera debole e fuori linea.

Il momento di maggiore tensione è arrivato ai primi di agosto, quando Mullin ha parlato a Oklahoma City davanti alla National Governors Association, l'associazione che riunisce i governatori degli Stati americani. In quell'occasione ha detto che il racconto secondo cui l'immigrazione "ruba i posti di lavoro agli americani è vero in alcuni settori, ma non lo è in tutti". Ha aggiunto che l'arrivo di lavoratori stranieri potrebbe compensare i bassi tassi di partecipazione al mercato del lavoro in alcune aree del paese, dove mancano persone disponibili a lavorare.

Le parole hanno provocato una reazione immediata dei sostenitori più esposti del presidente, che le hanno lette come una rottura rispetto alla linea dell'Amministrazione, impegnata a espellere il maggior numero possibile di immigrati e a ridurre gli ingressi complessivi negli Stati Uniti. Laura Loomer, l'influencer di destra che parla regolarmente con Trump, ha chiesto il licenziamento di Mullin scrivendo sui social che il segretario non ha "fatto assolutamente nulla per aumentare il ritmo delle espulsioni di massa". Poche ore dopo il suo intervento Mullin ha pubblicato un messaggio sui social: "Nessuna amnistia per gli immigrati illegali. Mai".

Dopo due sparatorie mortali contro immigrati avvenute a pochi giorni di distanza, Mullin aveva sospeso in via temporanea gran parte dei controlli sui veicoli da parte degli agenti federali dell'immigrazione, una decisione che il presidente ha ribaltato il giorno successivo con un messaggio sui social. Un alto funzionario dell'Amministrazione ha detto che Trump era irritato per non essere stato informato in anticipo del cambio di linea.

Il presidente si è arrabbiato anche quando Mullin ha proposto di annullare i fuochi d'artificio del 4 luglio sul National Mall, il grande parco al centro di Washington, mentre sulla città si abbatteva un temporale. Nel discorso di quella sera Trump ha raccontato l'episodio alla folla: "Una delle mie persone molto brillanti dietro le quinte ha detto: non si preoccupi, signore, possiamo farlo magari la settimana prossima. Io ho risposto: la settimana prossima non funziona. Questo è il grande giorno. Vogliamo il 4 luglio. Non stiamo cercando un altro giorno di luglio".

A fine giugno, dopo che la Corte Suprema aveva stabilito che l'Amministrazione poteva cancellare le protezioni temporanee concesse a 350.000 haitiani che vivono negli Stati Uniti, Mullin aveva detto in un'intervista televisiva che una parte di loro avrebbe potuto restare nel paese: "Provate a compilare i documenti e a stare qui con uno status permanente, oppure vi aiuteremo a tornare nel vostro paese". Dentro l'Amministrazione quelle parole sono state giudicate in contrasto con la linea ufficiale, perché il rimpatrio degli haitiani era stato una promessa della campagna elettorale e la Corte Suprema aveva appena consegnato alla Casa Bianca una vittoria su quel fronte.

Lauren Bis, portavoce della Casa Bianca, non ha citato direttamente Mullin ma ha dichiarato che il presidente "ha fiducia nel suo gabinetto per portare avanti l'agenda che gli americani hanno votato". Ha aggiunto che grazie alla guida di Trump gli Stati Uniti hanno "il confine più sicuro della storia", stanno espellendo un numero record di immigrati irregolari e stanno revocando la cittadinanza a chi l'ha ottenuta in modo illecito. Una portavoce del dipartimento ha detto che l'Amministrazione è "una squadra sola" e ha "una sola battaglia".

Mullin è arrivato al suo incarico con l'obiettivo di cambiare l'immagine pubblica del dipartimento, soprattutto dopo che agenti dell'immigrazione avevano ucciso due cittadini americani a Minneapolis. Quell'obiettivo si è scontrato con la volontà del presidente di mostrarsi sempre impegnato sulle espulsioni di massa.

Sotto la guida di Mullin gli arresti e le espulsioni erano inizialmente calati, ma sono poi risaliti fino ad alcuni dei totali giornalieri più alti da quando Trump è tornato alla Casa Bianca. L'ICE, l'agenzia federale che si occupa dell'immigrazione e delle dogane, arresta tra 1.500 e 2.000 immigrati al giorno, secondo un funzionario dell'Amministrazione. Il dipartimento non sta però dando pubblicità a queste cifre.

Nessuno dei segretari alla Sicurezza interna scelti da Trump è rimasto a lungo in carica. Noem è stata la prima componente del gabinetto a essere licenziata nel secondo mandato, mentre nel primo il presidente ha avuto due segretari confermati dal Senato e quattro segretari facenti funzione.

L'opposizione interna più forte Mullin l'ha incontrata sulla scelta del capo permanente dell'ICE, Lance Schroyer, un veterano della polizia stradale dell'Oklahoma che aveva guidato la sua scorta quando era senatore. I funzionari dell'agenzia hanno contestato la nomina perché ritengono che Schroyer non abbia esperienza né nel governo federale né sull'immigrazione. Anche Tom Homan, il responsabile della Casa Bianca per i confini, è contrario alla scelta. Mullin si è appellato direttamente al presidente per difendere la nomina, mentre il Senato non ha ancora fissato l'audizione di conferma.


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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

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💬 Tu cosa ne pensi? Rottura necessaria o promesse inapplicabili? Dicci la tua nei commenti!

#Vannacci #FuturoNazionale #PoliticaItaliana #UnioneEuropea #Costituzione #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Hormuz, Il Golfo si è rassegnato al controllo iraniano sullo Stretto


Le esportazioni di greggio attraverso lo Stretto sono scese a 2,2 milioni di barili al giorno, contro i 20 milioni di prima del conflitto. I Paesi del Golfo valutano ora un accordo che riconosce a Teheran il controllo del traffico in entrata.

I produttori di energia del Golfo Persico si stanno convincendo che il controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz sia ormai una nuova realtà destinata a condizionare a tempo indeterminato le loro esportazioni e, di conseguenza, le forniture mondiali di energia. Il problema, spiegano al Wall Street Journal, è che l'alternativa potrebbe essere ancora peggiore: una nuova escalation militare tra Stati Uniti e Iran esporrebbe nuovamente agli attacchi le infrastrutture energetiche dei Paesi arabi della regione.

I numeri spiegano l'urgenza: la scorsa settimana le esportazioni di greggio attraverso lo Stretto sono scese a circa 2,2 milioni di barili al giorno, contro gli 8,5 milioni di un mese prima, secondo la società di analisi Kpler. Prima del conflitto attraverso Hormuz transitavano circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati. Anche l'Iran ha pagato il blocco imposto sullo Stretto: in una settimana le sue esportazioni si sono dimezzate, scendendo a 47.000 barili al giorno.

Guerra Usa-Iran · Lo Stretto di Hormuz

L’Iran ha trasformato Hormuz in un’arma: il Golfo deve scegliere tra cedere a Teheran e rischiare l’escalation

In cinque mesi di conflitto il traffico petrolifero nello Stretto è quasi sparito e le rotte alternative sono finite sotto attacco. I produttori del Golfo, riferisce il Wall Street Journal, si preparano a convivere con il veto di Teheran.

Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026

Lo Stretto che si chiude

Il greggio in transito a Hormuz si è ridotto a un rivolo

2,2
milioni di barili
al giorno

Solo greggio · dati Kpler−74% in un mese
Prima del conflitto≈20 Un mese fa8,5 La scorsa settimana2,2

Golfo Persico
Golfo dell’Oman
Iran
Arabia Saudita
Emirati
Oman
Stretto di Hormuz

Prima del conflitto lo Stretto era attraversato da circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti raffinati; oggi il greggio in transito è sceso a 2,2 milioni. Anche l’Iran paga il blocco: il suo export si è dimezzato in una settimana, fino a 47.000 barili al giorno.

Le rotte alternative

Nemmeno le vie di fuga dal Golfo sono al sicuro


Oleodotti verso il Mar Rosso e il Golfo dell’Oman aggirano lo Stretto, ma i porti di arrivo e le navi in partenza restano nel raggio di Teheran e dei suoi alleati.

1 2 3 4
Mar Rosso
Golfo Persico
Oleodotto Est–Ovest
Habshan–Fujairah

OleodottoRotta marittimaAttacco
1Jizan 2Damietta 3Largo degli Emirati 4Paesi del Golfo

Jizan, Arabia Saudita
Domenica gli Houthi hanno rivendicato un attacco alla raffineria sul Mar Rosso, il secondo dalla fine di luglio. La rotta saudita che aggira Hormuz passa proprio da qui.

172
attacchi contro infrastrutture civili nei sei Paesi arabi del Golfo tra il 28 febbraio e il 30 luglio (Acled)

Circa 1 su 2 ha colpito impianti energetici: raffinerie, centrali elettriche, dissalatori

Il conto, finora

Prezzi in tensione, scorte in calo, export iraniano al minimo

Brent
87,72 $
▲ +5% lunedì
al barile: il massimo dal 31 luglio, nonostante la domanda debole in Asia e in Europa

Scorte mondiali
−400 mln
▼ di barili in sei mesi
il cuscinetto che finora ha frenato i prezzi si sta esaurendo

Export dell’Iran
47.000
▼ −50% in una settimana

Una settimana fa≈94.000
Oggi47.000

barili al giorno: il blocco dello Stretto costa anche a Teheran

«Cedere all’Iran il controllo del traffico, anche solo temporaneamente, non risolve i problemi di fondo e lascia le esportazioni del Golfo in balia di Teheran per il futuro prevedibile.»
Ellen Wald, Global Energy Center dell’Atlantic Council, al Wall Street Journal

Fonte: Wall Street Journal; dati Kpler, Vortexa, Acled, Adnoc · Agosto 2026

Il negoziato si è fermato sulle acque territoriali


L'intesa allo studio non piace a nessuno dei rivali di Teheran, perché finirebbe per formalizzare il controllo iraniano sulle navi in entrata nello Stretto. Il negoziato si è comunque arenato nei giorni scorsi. Il Memorandum d'Intesa firmato il 17 giugno da Washington e Teheran avrebbe dovuto riaprire Hormuz alle navi commerciali e avviare 60 giorni di trattative per arrivare a una pace stabile, ma il confronto si è bloccato sul percorso che dovrebbero seguire i mercantili: l'Iran pretende infatti che transitino nelle proprie acque territoriali.

Teheran chiede inoltre un alleggerimento delle pressioni finanziarie e il divieto di transito per le navi da guerra americane e israeliane nello Stretto di Hormuz, mentre gli Stati Uniti rifiutano qualsiasi accordo che consenta all'Iran di ostacolare la libertà di navigazione, riferiscono i mediatori. Lunedì il portavoce della diplomazia iraniana Esmail Baghaei ha affermato che, finché continuerà il blocco navale americano, non esisteranno le condizioni per riaprire lo Stretto e ha chiesto a Washington di "riparare le conseguenze delle proprie azioni".

Trump ha replicato nello stesso giorno avanzando a sua volta una serie di richieste, tra cui un risarcimento per le persone uccise nelle guerre, negli attacchi e nelle proteste. Risultato di questo tira e molla: il prezzo del Brent, il greggio di riferimento internazionale, ha chiuso in rialzo di circa il 5%, a 87,72 dollari al barile, il livello più alto dal 31 luglio.

Le rotte alternative non hanno protetto il Golfo


Gli Emirati Arabi Uniti erano riusciti a riportare le esportazioni ai livelli precedenti alla guerra entro il mese di giugno, combinando l'oleodotto che attraversa il deserto con il passaggio di navi nelle acque vicine all'Oman con i transponder spenti, cioè con i sistemi che ne segnalano la posizione disattivati, secondo la società di tracciamento Vortexa. Poi però sono arrivati gli attacchi. La compagnia petrolifera di Stato Adnoc ha dichiarato che 4 delle 16 navi colpite dall'inizio del conflitto sono state centrate da missili o droni soltanto nell'ultima settimana.

Anche l'Arabia Saudita, che trasporta parte del greggio attraverso la penisola fino a un porto sul Mar Rosso, ha visto quella rotta alternativa finire sotto il fuoco degli Houthi, la milizia yemenita sostenuta dall'Iran. Domenica il gruppo ha rivendicato un attacco alla raffineria di Jizan, il secondo dalla fine di luglio. Il Ministero saudita dell'Energia ha confermato l'incendio, senza però indicarne la causa. In Egitto, intanto, un drone ha colpito il porto mediterraneo di Damietta, incendiando due navi, tra cui un'unità americana per lo stoccaggio di gas.

Tra il 28 febbraio e il 30 luglio l'Iran e le milizie irachene sue alleate hanno condotto almeno 172 attacchi contro infrastrutture non militari nei sei Paesi arabi del Golfo, secondo il monitoraggio dell'Armed Conflict Location and Event Data: circa la metà ha colpito infrastrutture energetiche, dagli impianti petroliferi alle centrali elettriche fino ai dissalatori. Funzionari della regione riferiscono inoltre che nelle ultime settimane Teheran ha fatto sapere che è pronta a colpire gli impianti energetici dei Paesi del Golfo in caso di una nuova escalation ordinata dal presidente Donald Trump.

Il dilemma: cedere a Teheran o rischiare una nuova escalation


"In questo quadro gli Stati arabi del Golfo non sono davvero in grado di garantire la sicurezza e l'apertura dello Stretto di Hormuz e non possono più contare su di esso per i trasporti o per il commercio", ha spiegato al Wall Street Journal Umer Karim, ricercatore sulla sicurezza del Golfo all'Università di Birmingham. "Quindi, per ora, non c'è altra opzione che concedere qualcosa alle richieste iraniane." Ma secondo Karim, ora l'obiettivo di Teheran sarebbe controllare non soltanto lo Stretto, ma tutto ciò che vi transita, imponendo di fatto le proprie condizioni ai Paesi vicini.

Per questo motivo, i governi della regione stanno anche studiando come ridurre la dipendenza da Hormuz, progettando nuovi oleodotti verso il Mar Rosso e il Golfo dell'Oman e aumentando la capacità di stoccaggio all'estero, da riempire nei periodi di relativa calma. Secondo Eric Alter, direttore dell'Accademia diplomatica Anwar Gargash di Abu Dhabi, queste soluzioni possono allentare la pressione, ma "non bastano certo a rendere irrilevante il veto iraniano". Nel frattempo cresce l'irritazione dei funzionari del Golfo nei confronti della Casa Bianca, alla quale rimproverano di non avere una strategia chiara mentre il conflitto si trascina.

Tuttavia i prezzi del petrolio restano lontani dai massimi raggiunti in primavera, frenati dalla debolezza della domanda in Cina, Giappone, India ed Europa, anche se le scorte mondiali sono diminuite di oltre 400 milioni di barili in soli 6 mesi e il margine di sicurezza si è progressivamente ridotto. "Dopo cinque mesi di conflitto si capisce perché gli Stati del Golfo vogliano trovare un modo per far ripartire il traffico marittimo", ha detto al Wall Street Journal Ellen Wald, del Global Energy Center dell'Atlantic Council. "Ma cedere all'Iran il controllo del traffico in entrata e in uscita, anche solo temporaneamente, non risolve i problemi di fondo e lascia le loro esportazioni in balia di Teheran per il futuro prevedibile."


L’Iran detta le condizioni su Hormuz, gli arsenali Usa frenano Trump


Il Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, Mohammad Bagher Zolghadr, ha posto oggi sei nuove condizioni per riaprire lo Stretto di Hormuz al traffico mercantile. Secondo quanto da lui affermato, gli Stati Uniti devono:

  1. smettere di minacciare l'Iran e di offendere i simboli sacri della nazione iraniana;
  2. porre definitivamente fine alla guerra contro l'Iran e i suoi alleati in Libano, Palestina, Yemen e Iraq;
  3. revocare il blocco navale e allontanare le proprie forze dall'area medio orientale;
  4. risarcire integralmente i danni causati dalla guerra;
  5. cancellare le sanzioni imposte contro l'Iran;
  6. sbloccare i fondi iraniani congelati.

"Finché l'America non correggerà il suo comportamento, lo Stretto di Hormuz non sarà riaperto", ha affermato Zolghadr.

La nuova lista di richieste iraniana è arrivata proprio mentre a Washington veniva data per imminente un'intesa capace di far ripartire i traffici nel braccio di mare che si trova tra Iran e Oman. La Casa Bianca non ha commentato. Il cessate il fuoco di giugno invece subordinava la revoca completa delle sanzioni a un accordo definitivo sul programma nucleare iraniano, mentre per sbloccare i fondi congelati gli Stati Uniti hanno sempre preteso che Teheran rinunciasse all'uranio altamente arricchito in suo possesso.

Le nuove richieste di Zolghadr aumentano così la pressione sul presidente Donald Trump, che conta sulla riapertura dello Stretto per far scendere i prezzi dell'energia in vista delle importanti elezioni di metà mandato di novembre. La benzina è arrivata a 4,02 dollari al gallone, contro i 3,16 di un anno fa: un rincaro che pesa sui repubblicani a tre mesi dalle elezioni. Nell'ultima settimana, secondo la società di analisi dei dati marittimi Kpler, hanno attraversato lo stretto poco più di 10 navi al giorno, contro le 130 in media dei mesi precedenti alla guerra. Prima del conflitto passava da Hormuz circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto trasportati via mare in tutto il mondo.

Lo stretto conteso
Hormuz, il ricatto di Teheran
L’Iran detta sei condizioni per riaprire lo Stretto di Hormuz, mentre gli arsenali americani si svuotano e la benzina supera i 4 dollari al gallone.
Grafica di FocusAmerica

Il traffico strozzato
Da 130 navi al giorno a una manciata
Ogni punto sulla rotta rappresenta 10 transiti giornalieri attraverso lo Stretto.

Prima della guerra Oggi
Iran Oman E.A.U.
Stretto di Hormuz
~39 km nel punto più stretto

Prima della guerra 130

Oggi ~10
navi al giorno, media dei mesi precedenti al conflitto
navi al giorno nell’ultima settimana

Prima del conflitto da Hormuz passava circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto trasportati via mare in tutto il mondo.

Le richieste di Teheran
Le sei condizioni per riaprire lo Stretto
Sono state poste da Mohammad Bagher Zolghadr, Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano. Tocca ogni voce per leggere il contesto.

Il prezzo per Washington
Arsenali svuotati, benzina sopra i 4 dollari
La guerra ha consumato gran parte degli intercettori americani, mentre il caro carburante pesa sui repubblicani a tre mesi dalle elezioni di metà mandato.

Intercettori rimasti Consumati durante la guerra
Per i THAAD il ritorno ai livelli precedenti alla guerra non è previsto prima del 2029. Anche le scorte di missili a lungo raggio ATACMS e Precision Strike sono in larga parte esaurite.
Benzina, media nazionale USA (al gallone)

3,16 $
un anno fa

4,02 $
oggi · +27%

soglia dei 4 $

3,00 $4,25 $

Ad aprile la media nazionale ha superato i 4 dollari per la prima volta da agosto 2022. La Casa Bianca conta sulla riapertura dello Stretto per far scendere i prezzi dell’energia prima del voto di novembre.

Fonti: Kpler (traffico navale); CSIS, stime del 27 luglio 2026 (intercettori); AAA (benzina); EIA (flussi energetici). Dati all’8 agosto 2026.

Sempre oggi gli Emirati Arabi Uniti hanno denunciato un attacco iraniano contro una petroliera dell'Adnoc, la compagnia petrolifera statale di Abu Dhabi. Dall'inizio della guerra, almeno 15 navi di questa società sono state attaccate e tra gli equipaggi si contano 1 morto e 20 feriti. Abu Dhabi ha parlato di un atto di pirateria dei Guardiani della Rivoluzione iraniani. Anche Arabia Saudita, Qatar e Consiglio di Cooperazione del Golfo hanno condannato l'attacco, mentre Doha ha chiesto ancora una volta la riapertura incondizionata dello Stretto.

Ci sono anche dei segnali di allentamento della pressione. Il Ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha dichiarato oggi all'agenzia iraniana Tasnim che Teheran e Muscat sono "molto vicine" a un accordo. Ha però aggiunto che la riapertura dipende da altre condizioni, tra cui un risarcimento statunitense per le violazioni del Memorandum di Islamabad. Araghchi e il presidente Masoud Pezeshkian devono però fronteggiare l'opposizione dei conservatori, contrari a qualsiasi intesa con gli americani.

In un'intervista a Fox News, il vicepresidente JD Vance ha definito le trattative "a metà strada", ridimensionando l'ottimismo espresso nei giorni scorsi da altri alti funzionari, che le avevano descritte come quasi concluse. Stando a quanto afferma Vance, restano da definire lo schema di navigazione, le operazioni di sminamento e l'impegno iraniano a non aprire più il fuoco contro le navi mercantili. Vance non ha precisato che cosa Washington sia disposta a concedere e ha insistito sulla leva negoziale americana: "Stanno soffrendo parecchio. Vogliono che questa storia finisca".

Washington cerca una via d'uscita


Nelle ultime settimane è stato però il capo di Stato Maggiore delle Forze Armate statunitensi, il generale Dan Caine, a cercare di far capire agli altri consiglieri del presidente che occorre trovare una via d'uscita a tutti i costi. Un'ulteriore escalation rischierebbe infatti di ritorcersi contro gli Stati Uniti, mentre una sola campagna di bombardamenti aerei difficilmente permetterebbe di raggiungere i risultati promessi, secondo tre fonti sentite dalla CNN.

Caine ha discusso delle sue preoccupazioni con il direttore della CIA John Ratcliffe, il Segretario di Stato Marco Rubio e con lo stesso Vance. "La potenza aerea ha i suoi limiti", aveva già avvertito durante un'audizione pubblica il mese scorso, quando Trump sembrava pronto ad autorizzare quella che aveva definito un'operazione "massiccia", prima di rinunciare dopo essersi confrontato con gli alleati mediorientali, preoccupati da possibili ritorsioni contro le proprie infrastrutture energetiche.

Arsenali svuotati e deterrenza indebolita


Sulla decisione ha pesato anche il difficile stato degli arsenali missilistici americani. La campagna militare contro l'Iran ha consumato più di 1.500 intercettori Patriot: ne restano meno di 830, rispetto ai circa 2.330 disponibili all'inizio della guerra, secondo il Center for Strategic and International Studies. Tre fonti hanno descritto queste stime come vicine ai dati interni del governo. Gli intercettori THAAD, progettati per abbattere i missili balistici, sono scesi da 452 a meno di 280 e il ritorno ai livelli precedenti non è previsto a questo punto prima del 2029.

Anche le scorte di missili a lungo raggio ATACMS e Precision Strike, che consentono di colpire obiettivi da centinaia di km di distanza, sono in larga parte esaurite. Restano più di 100.000 bombe guidate, ma devono essere sganciate più vicino al bersaglio, esponendo così gli aerei statunitensi al fuoco della contraerea iraniana. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt continua a negare ufficialmente che vi sia una penuria di munizioni, mentre Trump ha ordinato una caccia alle talpe e chiesto incriminazioni penali per chi ha trasmesso alla stampa informazioni classificate.

A Kyiv, intanto, le forniture di missili antiaerei degli alleati occidentali si sono ridotte a un terzo rispetto al 2025, ha dichiarato questa settimana Volodymyr Zelensky. Mercoledì la contraerea ucraina non ha intercettato nessuno dei 28 missili lanciati dalla Russia. Il risultato è stato che almeno 17 persone sono morte a Kyiv e nella regione circostante. Il 28 luglio, alla Casa Bianca, Trump aveva già respinto la richiesta ucraina di alcune centinaia di intercettori Patriot. Quando gli è stato chiesto di spiegare la decisione, ha risposto che quei missili servono anche agli americani.

Tuttavia, il trasferimento di armi verso il Medio Oriente ha indebolito soprattutto i dispositivi americani in Asia. Il comando statunitense dell'Indo-Pacifico ha dovuto cedere Tomahawk e altri missili che sarebbero cruciali in un eventuale scontro con la Cina, mentre dalla Corea del Sud sono stati trasferiti centinaia di missili intercettori, un gruppo portaerei e alcuni cacciatorpediniere. Alcuni funzionari temono che Seoul e Tokyo possano ora perdere fiducia nella protezione convenzionale degli Stati Uniti e valutare lo sviluppo di un proprio deterrente nucleare.

Anche potenze rivali come Mosca e Pechino stanno attentamente monitorando le scorte americane attraverso il bilancio approvato dal Congresso, gli annunci delle aziende della difesa e i propri satelliti spia. Tom Karako, del Center for Strategic and International Studies, ha detto al New York Times che è in corso un "annientamento generazionale dei mezzi della deterrenza convenzionale". Secondo Dara Massicot, del Carnegie Endowment for International Peace, i quattro anni di guerra in Ucraina hanno già mostrato ai pianificatori militari russi quanto lentamente l'industria americana sia in grado di aumentare la propria produzione. Il rischio è che Mosca finisca per rivalutare il rapporto di forze con la NATO in una direzione sfavorevole a Washington.

Più a lungo si prolunga lo scambio di attacchi con l'Iran, più si assottigliano le scorte di munizioni e diventa evidente la vulnerabilità americana, osserva Todd Harrison dell'American Enterprise Institute. Per la Casa Bianca cresce quindi l'urgenza di ottenere almeno una vittoria simbolica da presentare agli elettori prima del voto di novembre. La riapertura dello Stretto di Hormuz resta il risultato più immediato e politicamente spendibile. Teheran ne è pienamente consapevole e proprio per questo continua ad alzare la posta.


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Diario da Cuba parte 1 home.rifondazione.eu/2026/08/1… #Internazionale

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"Es ist sehr schwierig zu behaupten, dass man mehr Befugnisse braucht, aber all die Risiken, die damit einhergehen, die wird man schon bewältigen." - @annskaja hat mit dem Deutschlandfunk über die geplante Geheimdienstreform der Bundesregierung gesprochen.

deutschlandfunk.de/geheimdiens…

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Trump definisce "jihadisti" i candidati democratici alle midterm


Il presidente ha attaccato nuovamente anche le persone di origine somala: "Non sono intelligenti". La retorica anti-musulmana si diffonde sempre di più tra i repubblicani dopo le vittorie di Mamdani e El-Sayed.
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Il presidente Donald Trump ha definito senza mezzi termini come "jihadisti" alcuni candidati del Partito Democratico alle elezioni di metà mandato, in programma a novembre, quando saranno rinnovati l'intera Camera e un terzo del Senato. "Abbiamo jihadisti che vengono eletti dappertutto. Abbiamo questo, che siano comunisti o jihadisti", ha detto lunedì ai giornalisti nello Studio Ovale. Poco dopo è tornato ad attaccare le persone di origine somala che vivono negli Stati Uniti: "Non sono intelligenti, non hanno capacità, non hanno niente in mano e ci vogliono insegnare come gestire il nostro Paese".

La nuova offensiva contro i politici musulmani


Negli ultimi mesi la retorica anti-musulmana si è intensificata tra i repubblicani, soprattutto dopo l'affermazione di alcuni politici musulmani di primo piano: Zohran Mamdani, eletto sindaco di New York, e Abdul El-Sayed, che la settimana scorsa ha vinto le primarie democratiche per il Senato in Michigan. Trump ha attaccato i musulmani e gli americani di origine araba fin dalla sua ascesa politica e proprio su questa retorica ha costruito parte del consenso alle sue politiche restrittive sull'immigrazione, fino al divieto d'ingresso negli Stati Uniti ("muslim ban") imposto durante il suo primo mandato ai cittadini di diversi Paesi a maggioranza musulmana. Non meraviglia dunque il fatto che il presidente non abbia condannato la nuova ondata di dichiarazioni contro i musulmani e, al contrario, l'abbia rilanciata.

Trump non ha indicato esplicitamente quali candidati abbia definito come "jihadisti", ma poche ore dopo ha preso di mira El-Sayed pubblicando un'immagine che lo ritrae davanti a una folla in cui compaiono due donne con il velo, accompagnata dalla scritta "stanno venendo a prendersi la vostra casa e i vostri beni". Due giorni prima aveva pubblicato una foto di sé con la First Lady Melania Trump accanto a un'immagine di El-Sayed con la moglie, sotto la frase "due Americhe molto diverse". Domenica El-Sayed ha risposto alla CNN sostenendo che l'immagine dei Trump mostra "persone che non si piacciono ma sono unite solo dall'interesse di fare miliardi di dollari alle vostre spalle", mentre la sua raffigura "due persone che si amano davvero".

I post di Trump riportano spesso il nome completo del candidato, Abdulrahman Mohamed El-Sayed. Dopo la vittoria alle primarie, il National Republican Senatorial Committee, l'organismo che coordina le campagne dei repubblicani per il Senato, ha diffuso uno spot che mostra il suo nome per esteso e lo definisce "il candidato al Senato più radicale d'America", tentando inoltre di collegarlo a un gruppo classificato come organizzazione terroristica. Il presidente del Comitato, il senatore della South Carolina Tim Scott, ha negato alla CNN che lo spot avesse l'obiettivo di mettere in evidenza la fede musulmana del candidato e ha invece accusato El-Sayed di simpatizzare per Hamas.

Dagli attacchi a El-Sayed a quelli contro la comunità somala


Altri esponenti repubblicani hanno adottato toni ancora più duri. Il senatore dell'Alabama Tommy Tuberville ha definito El-Sayed sui social un "islamista radicale" e un "terrorista". La deputata della South Carolina Nancy Mace ha scritto che "ogni singolo musulmano che ricopre una carica pubblica in America è un cavallo di Troia e una minaccia sia per la sicurezza nazionale sia per la nostra repubblica".

Tra gli esponenti repubblicani di primo piano quasi nessuno ha criticato pubblicamente queste dichiarazioni. Una delle poche eccezioni è stata il senatore della Louisiana Bill Cassidy. "Condanno queste dichiarazioni", ha detto alla CBS, aggiungendo che "ognuno dovrebbe essere trattato come individuo". Cassidy ha ricordato che molti dei musulmani con cui lavora abitualmente sono medici che operano nelle aree più remote della Louisiana, dove senza di loro numerosi pazienti non avrebbero accesso a un dottore.

Edward Ahmed Mitchell, vicedirettore nazionale del CAIR, un'organizzazione per i diritti civili dei musulmani americani, ha affermato che "tutti gli americani hanno il diritto di impegnarsi nel servizio pubblico, indipendentemente dall'etnia o dalla fede". Descrivendo gli esponenti politici di religione musulmana come una minaccia per la nazione, ha aggiunto, "il presidente Trump sta mettendo un bersaglio sulla schiena degli eletti musulmani di tutto il Paese".

Gli attacchi di Trump non si sono però limitati ai soli candidati musulmani. A dicembre aveva già definito gli immigrati somali "spazzatura", sostenendo di non volerli negli Stati Uniti, mentre a luglio aveva condiviso sui social un video di bambini somali in un asilo del Minnesota con il commento: "Ogni bambina indossa un hijab... all'asilo". Lunedì ha insistito: "Arrivano, per fare un esempio, dalla Somalia. Vengono da noi e poi ci dicono come funzionano la nostra Costituzione e la nostra Dichiarazione di indipendenza. Non funziona così". All'inizio dell'anno, in un'intervista al New York Times, alla domanda se fosse preoccupato di descrivere in questi termini un'intera comunità aveva risposto: "Non mi importa".


El-Sayed vince di misura in Michigan, Trump grida già ai brogli


Abdul El-Sayed ha vinto le primarie democratiche per il Senato in Michigan con meno di 15.000 voti di vantaggio su oltre 1,5 milioni: circa il 49% contro il 47% di Haley Stevens. Questa mattina la deputata ha telefonato al rivale per riconoscere la sconfitta, al termine di una delle competizioni interne più seguite del Paese. A novembre, quindi, El-Sayed affronterà il repubblicano Mike Rogers, ex deputato alla Camera. Se vincesse, diventerebbe così il primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti.

Il presidente Donald Trump è intervenuto mentre lo scrutinio era ancora in corso. Alle 9:28 del mattino a Washington, vale a dire le 15:28 in Italia, mezz'ora prima che l'Associated Press assegnasse la vittoria a El-Sayed, ha scritto su Truth Social che la contea di Wayne, dove si trova Detroit, è "una delle aree di voto più corrotte degli Stati Uniti, se non del mondo" e "puro Terzo Mondo". Senza fornire prove, ha aggiunto che lì "accadono miracoli, comprese molte più schede depositate di quanti siano gli elettori".

Trump ha poi definito El-Sayed, senza nominarlo, "il comunista, che a Detroit non piace". Ha evocato "tutte quelle schede postali false che compariranno a sorpresa all'ultimo momento" e invitato i suoi sostenitori a prepararsi a "un'altra elezione truccata". Infine ha chiesto ai repubblicani di votare Rogers a novembre per rendere il margine in Michigan "troppo grande per essere truccato". Alle 10:10 ora locale ha di nuovo commentato la vittoria ufficiale di El-Sayed definendola "una grande notizia per il Partito Repubblicano".

Il candidato progressista e il peso dei finanziamenti esterni


Nato in Michigan da genitori egiziani, El-Sayed si era candidato senza successo a governatore dello Stato nel 2018 e in seguito ha guidato il dipartimento sanitario della contea di Wayne. Durante la recente campagna elettorale ha sostenuto il Medicare for All, cioè l'estensione a tutti i cittadini della copertura sanitaria pubblica oggi riservata soprattutto agli anziani, così come la riforma del finanziamento della politica e soprattutto la fine degli aiuti militari a Israele. Stevens ha invece concentrato la propria candidatura sulla manifattura, sull'economia e sulla capacità di conquistare i collegi più contesi.

Proprio il giudizio su Israele, duramente criticato da El-Sayed per la condotta della guerra a Gaza, ha diviso l'elettorato, come già nel 2024, quando molti elettori musulmani contestarono Kamala Harris per questo motivo. Stavolta Stevens ha beneficiato di decine di milioni di dollari spesi dal super PAC dell'American Israel Public Affairs Committee, il più influente gruppo filoisraeliano degli Stati Uniti, e del sostegno dell'apparato democratico, a partire dal leader della minoranza democratica al Senato Chuck Schumer. In Michigan, la spesa complessiva dei gruppi esterni ha superato i 60 milioni di dollari, stabilendo un record per una primaria democratica al Senato.

Un seggio decisivo per il controllo del Senato


Molti elettori musulmani hanno interpretato il risultato come la prova di aver conquistato finalmente uno spazio nella politica americana, riferisce il New York Times, soprattutto nel Michigan orientale, dove le comunità arabe e musulmane sono radicate da tempo. Aber Kawas, vincitrice quest'anno delle primarie per il Senato dello Stato di New York, si è recata in Michigan proprio per sostenere El-Sayed. Ma il risultato, ha spiegato al quotidiano, nasce soprattutto dalla capacità del candidato di rivolgersi a tutti gli elettori del Michigan alle prese con il costo della vita, musulmani e non.

Il seggio lasciato libero dal democratico Gary Peters, che non si ricandiderà, potrebbe ora rivelarsi decisivo per il controllo del Senato. Il Cook Political Report considera incerto l'esito della sfida di novembre. Mercoledì il National Republican Senatorial Committee, l'organizzazione che coordina le campagne repubblicane per il Senato, ha diffuso uno spot digitale che descrive El-Sayed come "il candidato al Senato più radicale d'America" e ne scandisce il nome completo, Abdulrahman Mohamed El-Sayed. In vista del voto, il filmato sembra anticipare quella che sarà una campagna elettorale molto aggressiva: diversi candidati repubblicani in Texas, Tennessee e Alabama hanno già adottato toni ostili nei confronti dei musulmani.


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Die Bundesregierung strukturiert die Arbeit des Verfassungschutzes und des BND grundlegend neu. Ihren heute beschlossenen Gesetzentwurf sieht sie als „absoluten Meilenstein der deutschen Sicherheitsarchitektur“. Tatsächlich ist er geschichtsvergessen und eine Bedrohung für die Grundrechte aller. Ein Kommentar.

netzpolitik.org/2026/geheimdie…

in reply to netzpolitik.org

Zum Trennungsgebot

"Ein Rechtsstaat zeichnet sich nicht dadurch aus, dass er jede Krise zum Anlass nimmt, neue Befugnisse anzuhäufen. Er zeichnet sich dadurch aus, dass er gerade im Krisenmodus Grenzen wahrt. Bürger*innenrechte sind kein Luxus für ruhige Zeiten. Ihr Sinn besteht gerade darin, staatliche Macht auch dann zu binden, wenn Angst, Unsicherheit und politischer Handlungsdruck am größten sind."

Jan Köstering (Die Linke)
Rote Hilfe Zeitung 2/2026 S. 46

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Trump difende Infantino: la FIFA farebbe "un errore terribile" a sostituirlo


Il presidente americano è intervenuto per la prima volta nella crisi della FIFA, dopo la lettera con cui UEFA, Concacaf e AFC hanno accusato Infantino di aver tradito la loro fiducia. Il fondo dietro l'operazione contestata è quello di Joshua Kushner.
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Donald Trump ha preso le difese di Gianni Infantino, il presidente della FIFA che tre confederazioni continentali hanno di recente accusato di aver tradito la loro fiducia "con l'inganno". "La FIFA commetterebbe un errore terribile se, per qualsiasi motivo, prendesse anche solo in considerazione di sostituire il presidente Gianni Infantino", ha scritto il presidente americano sui social. "È fantastico, ha appena guidato il Mondiale di maggiore successo mai organizzato, quattro volte più di qualsiasi altro. Se se ne dovesse andare, non ci sarà mai più un Mondiale di altrettanto successo né altrettanto redditizio."

È la prima volta che Trump si espone apertamente in questo modo da quando, il 28 luglio, sono emersi i piani della FIFA Forward Enterprise. Il progetto prevedeva la nascita di una società incaricata di gestire i diritti commerciali e la biglietteria di tutte le competizioni della federazione, Mondiali compresi, con circa il 21% ceduto a un gruppo di investitori privati. La FIFA lo ha ritirato il 1° agosto, quando ormai la protesta delle confederazioni era esplosa.

A guidare il gruppo di investitori doveva essere Thrive Eternal, società americana di venture capital fondata da Joshua Kushner, fratello di Jared, genero del presidente. Trump e Infantino avevano già rapporti stretti: il 5 dicembre 2025, durante il sorteggio del Mondiale al Kennedy Center di Washington, la FIFA ha consegnato al presidente americano il primo Premio per la Pace della sua storia. Quando il 31 luglio aveva commentato per la prima volta l'operazione, Trump aveva detto di non averne discusso con Infantino.

Tre confederazioni invitano Infantino a farsi da parte


La lettera aperta di UEFA, Concacaf e AFC, cioè le confederazioni europea e asiatica insieme a quella nordamericana, che comprende anche Centroamerica e Caraibi, non nomina mai direttamente Infantino. "Quando la fiducia viene tradita con l'inganno, quando un individuo si pone al di sopra della collettività che gli ha affidato l'autorità, quel dovere è stato abbandonato", si legge nel testo. Fonti hanno detto alla BBC che il documento va letto come un'offerta a Infantino di dimettersi conservando la sua dignità.

La UEFA ha minacciato il boicottaggio di tutte le competizioni della FIFA e ha aperto alla possibilità di un'azione legale, mentre la FIFA ha denunciato uno sforzo "concertato e in corso" per screditare sé stessa e il suo presidente. La BBC Sport riferisce che tra le tre confederazioni ci sono stati contatti preliminari su competizioni separate, da organizzare qualora Infantino restasse al suo posto, anche se altre fonti sostengono che le trattative vere non siano ancora cominciate.

Lunedì anche la Federcalcio statunitense ha chiesto "un cambiamento significativo" nella governance, nella trasparenza e nella rendicontazione della FIFA, in un comunicato firmato insieme alla federazione canadese e ad altre dell'area Concacaf. È la posizione dei due Paesi che hanno appena ospitato il Mondiale, mentre il terzo, il Messico, ha scelto di sostenere Infantino.

Un esposto etico pendente da dicembre


Sul presidente della FIFA pende inoltre un esposto depositato a dicembre 2025 dall'organizzazione per i diritti umani FairSquare davanti al comitato etico della federazione, sostenuto dalla Federcalcio norvegese e da una cinquantina di eurodeputati. Tale esposto riguarda la violazione dell'obbligo di neutralità politica e mette insieme due episodi: il Premio per la Pace FIFA assegnato a Trump e il caso Balogun, cioè la presunta cedevolezza di Infantino alle pressioni della Casa Bianca sulle sanzioni disciplinari durante il Mondiale. A luglio il Comitato Olimpico Internazionale, al quale FairSquare si era rivolta in parallelo, ha risposto che la vicenda esula dalle proprie competenze.

Il Mondiale 2026 si è chiuso il 19 luglio con la vittoria della Spagna sull'Argentina, 1-0 ai supplementari. Dan Roan, redattore capo dello sport della BBC, giudica interessante il momento scelto da Trump: la difesa arriva soltanto lunedì, ovvero dopo la presa di posizione della Federcalcio statunitense e non nelle settimane in cui la posizione di Infantino era meno esposta. Roan osserva anche che l'idea di un Mondiale meno redditizio senza di lui verrà contestata da chi ritiene che il torneo sia diventato troppo caro per i tifosi proprio sotto la sua gestione.

L'appoggio arriva insomma da chi è legato per via familiare al gruppo che avrebbe dovuto rilevare i diritti commerciali, cioè all'operazione che ha fatto esplodere la crisi. È la ragione per cui Roan dubita che il sostegno della Casa Bianca serva davvero a ricompattare il calcio attorno a Infantino e per cui il presidente della FIFA avrebbe preferito riceverlo prima.

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Ma cosa diamine stiamo aspettando?

#CrisiClimatica #CambiamentoClimatico #Ambiente #ClimateAction #TransizioneEcologica #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Il modello di Nate Silver dà i Democratici favoriti per la vittoria a novembre


FLIPR, il nuovo modello di previsione di Silver Bulletin, dà ai democratici l'87% alla Camera. Per il Senato servono quattro seggi in più, forse cinque se in Michigan El-Sayed non recupera su Mike Rogers.
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I democratici hanno l'87% di probabilità di riprendersi la Camera e il 57% di conquistare il Senato alle elezioni di metà mandato. Sono i numeri di FLIPR, il nuovo modello di previsione elettorale presentato ieri da Nate Silver sulla sua newsletter Silver Bulletin, a 84 giorni dal voto di novembre.

FLIPR è l'acronimo di Forecast with Leading Indicators, Polls and (Expert) Ratings, cioè previsione con indicatori anticipatori, sondaggi e valutazioni degli esperti. Il modello è l'erede diretto delle previsioni che Silver produceva per FiveThirtyEight e gira in tre versioni: Lite che usa solo i sondaggi, Classic che aggiunge i cosiddetti fondamentali come la raccolta fondi e il fatto di essere già in carica, Deluxe che incorpora anche le valutazioni degli analisti di Cook Political Report, Inside Elections e Sabato's Crystal Ball.

Ogni aggiornamento si basa in genere su 40.000 simulazioni e tratta insieme Camera, Senato e corse per governatore, così da poter calcolare anche la probabilità di scenari misti. Le tre versioni arrivano a risultati vicini tra loro: alla Camera i democratici sono all'87% con Deluxe e Classic e all'83% con Lite, al Senato al 57% con Deluxe e Lite e al 56% con Classic.

Il reale vantaggio democratico nel voto popolare


La media semplice dei sondaggi sul generic ballot — la domanda con cui si chiede agli elettori quale partito intendano sostenere alla Camera, senza indicare i nomi dei candidati — vede i Democratici in vantaggio di 6,7 punti, un margine rimasto pressoché stabile negli ultimi mesi. Secondo Silver, quel margine probabilmente sottostima il vantaggio democratico, perché la maggior parte delle rilevazioni ad essere intervistati sono gli elettori registrati e non quelli che con più probabilità andranno davvero a votare, ovvero i cosiddetti probabili elettori (“likely voters”) nel gergo dei sondaggisti americani.

Negli Stati Uniti per votare bisogna, infatti, iscriversi in anticipo nelle liste elettorali e gli istituti di sondaggio distinguono tra chi è semplicemente registrato e chi è considerato un probabile elettore. Applicando a tutti i sondaggi basati su elettori registrati la correzione per l'affluenza stimata, che Silver ricava dai sondaggi che pubblicano entrambe le versioni, il vantaggio stimato per i democratico sale a 8,1 punti.

Il modello calcola anche un valore storico di partenza basato su tutte le elezioni per il Congresso dal 1946, calibrato sul gradimento del presidente in carica, sul risultato dell'elezione precedente e sul fatto che si tratti o meno di elezioni di metà mandato, con una correzione per la polarizzazione crescente. Quel calcolo stima che i democratici possano vincere il voto popolare per la Camera di 8,7 punti. Le tre stime, i sondaggi grezzi, i sondaggi corretti per l'affluenza e la storia delle elezioni passate, si collocano quindi tutte tra i 6 e i 9 punti a favore dei democratici.

L'indice di gradimento del presidente resta intanto intorno a -20 punti, con il 38% di consensi e solo il 22% degli americani che dichiara di approvare con convinzione il suo operato. I pochi repubblicani scettici verso il presidente difficilmente voteranno per i democratici, ma potrebbero alla fine non andare a votare affatto danneggiando ulteriormente le possibilità di vittoria repubblicane a novembre.

Silver afferma che un presidente con questi numeri, impantanato in una guerra impopolare in Medio Oriente e alle prese con i prezzi della benzina in aumento, pesa molto più della disorganizzazione interna del Partito Democratico. A questo si aggiunge la stanchezza degli elettori verso un presidente di 80 anni che non può ricandidarsi, in un momento in cui in tutto il mondo l'essere al potere è diventato uno svantaggio.

Previsioni per Camera e Senato


Alla Camera dei Rappresentanti i repubblicani hanno vinto la partita del ridisegno dei collegi elettorali, condotto a metà decennio in modo senza precedenti. La mappa che ne è uscita ha una leggera inclinazione a loro favore e riduce il numero di collegi contendibili, perché entrambi i partiti hanno disegnato distretti fortemente partigiani.

Il punto di equilibrio, secondo FLIPR e altri modelli, sta ora intorno ai 3 o 3,5 punti: se l'ambiente politico nazionale è di almeno 3 punti a favore dei democratici, sono loro ad iniziare ad essere i favoriti in termini di seggi. Ma l’estremo gerrymandering comporta anche il fatto che, persino con una vittoria di 9 punti nel voto popolare, che per gli standard moderni sarebbe un trionfo, difficilmente i democratici arriverebbero ai 41 seggi guadagnati nel 2018.

Al Senato ci sono invece oggi 53 repubblicani e 47 democratici. In caso di parità il voto decisivo (“tie breaking”) spetta al vicepresidente JD Vance, che, da Costituzione, presiede i lavori del Senato. Per i democratici la sfida non è per nulla facile, essendo necessario per ottenere la maggioranza conquistare 4 seggi netti — che salgono a 5 se non mantengono il controllo del Michigan.

In quello Stato il loro candidato Abdul El-Sayed, che il presidente ha attaccato più volte pubblicamente nei giorni scorsi, è attualmente poco dietro al candidato repubblicano Mike Rogers nella media dei sondaggi. Secondo i calcoli di Silvers, ad ogni modo, per ottenere la maggioranza al Senato serve un ambiente politico di almeno 6 punti a favore dei democratici. Oggi sono su quel livello o poco sopra, quindi sono comunque favoriti anche se per poco.

In dettaglio, FLIPR considera sei corse in cui i democratici sono attualmente in equilibrio o in vantaggio: North Carolina, Maine, Texas, Ohio, Iowa e Alaska. Di questi ne devono vincere almeno 4:

  1. in North Carolina Roy Cooper ha il 90% di probabilità ed è la cosa più simile a una certezza, benché i democratici non vincano un'elezione presidenziale in quello Stato dal 2008;
  2. in Maine Troy Jackson, subentrato a Graham Platner dopo il suo ritiro, è dato al 69% di chance di vittoria contro la senatrice uscente Susan Collins;
  3. in Texas il candidato democratico James Talarico è dato leggermente favorito, forse la sorpresa principale del modello, ma in linea con quelli che sono i sondaggi attualmente disponibili;
  4. in Ohio l'ex senatore Sherrod Brown è quasi alla pari nella battaglia contro il senatore uscente Jon Husted, per il controllo del seggio lasciato libero da JD Vance per i prossimi due anni di mandato;
  5. in Iowa il democratico Josh Turek è sostanzialmente alla pari con la candidata repubblicana Ashley Hinson, mentre il democratico Rob Sand è in vantaggio nella corsa per governatore;
  6. infine, in Alaska Mary Peltola, già eletta in passato al seggio unico dello Stato alla Camera in un anno meno favorevole al suo partito, se la gioca quasi alla pari con il suo probabile rivale repubblicano, il senatore uscente Dan Sullivan.

Restano poi due possibilità di vittoria piuttosto remote per i democratici in Kansas e in Nebraska, dove corre Dan Osborn, formalmente indipendente ma di fatto vicino ai democratici.

Il Michigan è la maggiore divergenza interna al modello. La versione Lite, che usa solo i sondaggi, dà Rogers favorito al 60%, perché El-Sayed è indietro di circa un punto e mezzo nella media. Classic e Deluxe lo considerano invece favorito e lo proiettano a una vittoria di circa 3 punti, sul presupposto che i candidati vadano spesso male nei sondaggi mentre sono impegnati in primarie combattute.

Silver ha ricalcolato quanto pesa la qualità dei candidati e ha trovato che oggi conta circa la metà rispetto al 2010, quando pubblicò la sua prima previsione per le elezioni di metà mandato. Con una base elettorale stimata intorno agli 8 punti a favore dei democratici in Michigan, El-Sayed potrebbe andare molto peggio del suo partito e vincere lo stesso.

Fuori dal Michigan i repubblicani non hanno quasi nulla da poter conquistare. La versione Deluxe assegna loro il 9% di probabilità in New Hampshire e il 6% in Georgia e in Minnesota. In Georgia il senatore uscente Jon Ossoff è in vantaggio di 9 punti su Mike Collins, in uno Stato dove i democratici raramente vincono con più di un punto o due.

Un onda blu in arrivo?


Silver ha scritto di essere rimasto lui stesso un po' sorpreso dal 57% di chance di vittoria democratica al Senato, ma si tratta di un valore sostanzialmente in linea con gli altri modelli e di poco superiore a quello dei mercati previsionali, dove si scommette con denaro vero sull'esito del voto.

Gli errori di previsione nelle corse per il Senato sono correlati tra loro, ma molto meno di quanto accada in un'elezione presidenziale, dove gli stessi due candidati sono sulla scheda in ogni Stato. Per questo non è poi così assurdo pensare che i democratici possano perdere il Michigan e vincere in Alaska. Per fare un paragone, i risultati delle elezioni di metà mandato del 2018 e del 2022 sono state disomogenei e molto regionalizzati, con sacche di forza repubblicana in Florida e New York anche in anni buoni per i democratici.

Ma nelle ultime elezioni importanti, quelle che si sono tenute a novembre 2025, i sondaggi avevano sottostimato i democratici e i loro margini di vittoria in Virginia, New Jersey e altri Stati sono stati coerenti con quella che si configura come un'onda blu. Il Comitato Nazionale Democratico ha sicuramente un problema di raccolta fondi, eppure tra i candidati al Senato i primi sette per denaro raccolto in questo ciclo elettorale sono tutti democratici.

Per quanto riguarda le corse per i governatori, Silver ritiene che le prove empiriche indichino i candidati più moderati come i più eleggibili. Se i democratici si collocassero nella parte alta delle proiezioni, il 2027 potrebbe iniziare con due terzi della popolazione americana che vive in Stati con un governatore democratico, un chiaro vantaggio nella battaglia sul ridisegno dei collegi del 2028.

In questo contesto, affinché i democratici non riescano a riprendersi la maggioranza alla Camera dovrebbero sbagliare più cose insieme: un errore sistematico dei sondaggi, già successo in passato ma non nelle recenti elezioni di metà mandato, insieme a eventi esterni che aiutino i repubblicani, come una chiusura rapida e inattesa della guerra in Iran.

Tuttavia la possibilità che questo accada è molto remota: il modello di Silver, che viene aggiornato quasi ogni giorno, parte, infatti, anche dall'osservazione che il clima politico è più stabile che in passato: gli elettori si formano un'opinione prima e gli spostamenti tardivi che una volta caratterizzavano le elezioni di metà mandato non si vedono quasi più.


Popolarità Trump: c’è il rimbalzo, ma la situazione rimane critica (09 agosto)


Come ogni domenica, facciamo un resoconto sulla approvazione del presidente Trump, con i cambiamenti occorsi negli ultimi sette giorni.

Questa settimana si segnala il più classico dei rimbalzi: dopo aver toccato il livello di net rating più basso del mandato, questa domenica c’è un piccolo balzello in alto, anche se insufficiente per recuperare tutto il terreno perso.

I numeri dell’ultimo aggiornamento erano tra i punti più bassi di sempre per un presidente in carica, e continuano ad essere preoccupanti, seppur in lieve risalita; il tasso di approvazione è sempre sotto al 40% in tutte le medie, mentre la disapprovazione torna a calare, scendendo un po’ sotto al 60%.

I numeri sono peggiorati notevolmente dall’inizio della guerra in Iran, e non si intravedono spiragli positivi considerando lo stallo nelle trattative di pace.

La situazione non migliora per il tycoon, che resta dietro a Joe Biden nella classifica dei presidenti più impopolari a questo punto del mandato.

Il dato attuale, infatti, è peggiore rispetto alla già catastrofica media di Joe Biden nell’agosto 2022; questo significa che l’approvazione di Trump è la peggiore di sempre dopo quasi diciannove mesi di presidenza. È di circa dodici punti, invece, la distanza con il suo primo mandato.

Il net rating (la differenza tra tasso di approvazione e tasso di disapprovazione) rimane saldamente in territorio negativo sia per la media di RealClearPolitics (RCP), sia per quella del Silver Bulletin, sia per la nostra di Focus America.

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Questa settimana le medie registrano trend identici, con piccoli aggiustamenti verso l’alto, un po’ più marcati per Focus America rispetto al sito di Silver e a RCP.

Come già accennato, dopo quasi diciannove mesi alla Casa Bianca, il gradimento di questo secondo mandato si colloca al di sotto rispetto ai primi diciannove mesi del suo primo mandato e a quello di Biden.

Sondaggi
L’approvazione di Trump e degli altri presidenti
Approvazione netta (approva − disapprova), per giorni dall’insediamento

Presidente
Trump II

Grafici Recap numerico

Facendo un paragone con il passato, grazie ai dati di Focus America, si nota come il dato di apprezzamento di Trump dopo 565 giorni di presidenza (-21,5 secondo la nostra media) sia il più basso tra tutti i presidenti USA dal secondo dopoguerra in avanti nello stesso periodo, peggiore di Biden che con il suo -20,2 attraversava comunque un periodo di grande sofferenza.

Risulta molto indietro, come detto, anche rispetto al suo primo mandato, in cui era più del doppio più popolare, a -9,5.

Sul nostro sito trovate i grafici con il confronto con tutti i primi mandati degli altri presidenti, con una frequenza di aggiornamento pari a 8 volte al giorno.

Il tasso di approvazione di Trump oscilla tra il 37% e il 39%, mentre il tasso di disapprovazione si aggira intorno al 58%-59%.

Nelle prossime settimane monitoreremo l’evoluzione di questa situazione, per cogliere se ci saranno miglioramenti o ulteriori ripercussioni sui numeri con gli sviluppi dei negoziati di pace con Teheran.

Di seguito pubblichiamo una infografica con una selezione delle rilevazioni dei migliori istituti rilasciate nel corso dell'ultima settimana. Per ogni casa sondaggistica sono presenti due numeri percentuali: il primo è il tasso di approvazione, il secondo quello di disapprovazione.

Ricordiamo che, stante la chiusura del sito FiveThirtyEight, abbiamo deciso di utilizzare i numeri del Silver Bulletin, il nuovo sito di Nate Silver, fondatore di 538.

Sondaggi
Gli ultimi sondaggi sulla popolarità di Trump
6 rilevazioni di 6 istituti — 9 agosto 2026

Sondaggi Metodo

Ordina per:Data fineNet Approval

Legenda campioni

LV

Likely Voters · 1 sondaggio
Elettori probabili — campione più ristretto e affidabile

RV

Registered Voters · 1 sondaggio
Elettori registrati al voto

A

Adults · 4 sondaggi
Tutti gli adulti americani — campione più ampio

Affidabilità
LVRVA

Elaborazione di Focus America su dati dei sondaggi pubblici · Ultimo aggiornamento: 9 agosto 2026

Il sito Silver Bulletin (che fa una propria media aggiustata di tutti i sondaggi, dandone un peso maggiore o minore in base al bias storico e al rating delle firme che li svolgono) segna una media generale di 38,5% (+0,3) - 58,3% (-0,5). In totale un net approval arrotondato di -19,8 (+0,8).

Il sito RealClearPolitics, invece, che fa una selezione solo di alcuni sondaggi in base all'affidabilità di chi li esegue, segnala una media totale migliore: 39,3% (+0,1) - 58,4% (-0,4). In totale un net rating di -19,1 (+0,5).

La media calcolata da noi di Focus America, invece, è di 37,5% (+0,2) - 59,1% (-1), con un net rating complessivo di -21,6 (+1,2). La metodologia utilizzata è specificata direttamente nella pagina del nostro sito dedicata ai sondaggi sulla popolarità di Trump.

Tracker
L’approvazione di Trump: tre medie a confronto
Andamento giornaliero dall’insediamento

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Confronto Silver Bulletin RCP FocusAmerica

Silver Bulletin

RealClearPolitics

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Clicca qui per vedere i dati aggiornati in tempo reale della popolarità di Trump


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Nur in Großbuchstaben schreiben, sachlich argumentieren oder auf die Tränendrüse drücken? Auf X, Mastodon und Bluesky bekommen Nutzende auf ganz unterschiedliche Weise Aufmerksamkeit. Aber ein bisschen toxisches Verhalten kommt überall an.

netzpolitik.org/2026/x-mastodo…

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Wer Lust auf einen Long Read hat und ein bißchen Interesse an realen Einsatzmöglichkeiten von KI und wie unser Bundesdigitalminister das mit seinem Stab in Zusammenarbeit mit PWC gerade versemmelt, dem empfehle ich zuerst das Interview und dann auf jeden Fall den Beitrag bei Reddit (Edit: anderer Urheber) safereddit.com/r/KI_de/comment…
In den Kommentaren ist auch noch ein Link auf die Projektseite bei PWC. #AUFKEINENFALL vorher lesen, dass würde euer Gehirn sprengen.


Bundesdigitalminister Karsten Wildberger ist überzeugt, dass die hauseigene KI-Software „Spark Workflow“ Verwaltungsprozesse deutlich beschleunigen wird. Doch noch seien etliche Fragen offen, die auch der Minister nicht beantworte, sagt Digitalexperte Stefan @stk Kaufmann. Er plädiert für einen alternativen Ansatz, um die Verwaltung zu modernisieren.

netzpolitik.org/2026/ki-sprach…


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Trump paragona i vaccini a "un'arma nucleare"


Dopo l'ordine che taglia da 17 a 11 le vaccinazioni raccomandate, il presidente insiste per dividere il trivalente: insieme, dice, le tre componenti potrebbero essere "piuttosto letali"

Il presidente Donald Trump ha paragonato il vaccino trivalente contro morbillo, parotite e rosolia (negli Stati Uniti è noto come MMR) a un ordigno nucleare. "Se li somministri separatamente, la M, la M e la R, va bene. Quando li metti insieme, sono una specie di arma nucleare, secondo alcuni. Quindi perché non darli separatamente?", ha detto martedì in un'intervista all'emittente televisiva Real America's Voice. "Cosa avete da perdere? Se sbaglio, sbaglio. Nessuno si farà male".

Il giorno prima Trump aveva firmato alla Casa Bianca, insieme al segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., l'ordine esecutivo che riduce da 17 a 11 le vaccinazioni raccomandate per i bambini. Il provvedimento conferma la raccomandazione con cui a gennaio i CDC, l'agenzia federale per il controllo e la prevenzione delle malattie, avevano tagliato il calendario vaccinale pediatrico, una decisione poi sospesa da un tribunale. "Con effetto immediato, la mia amministrazione riconosce come gold standard solo 11 vaccinazioni fondamentali contro le malattie più gravi e pericolose, insieme al trivalente, che speriamo venga diviso", ha detto il presidente.

Alla firma dell'ordine Trump ha chiesto di somministrare le tre componenti in visite separate per ridurre quello che secondo lui potrebbe essere un rischio più elevato di autismo. "Insieme potrebbe esserci la possibilità che siano piuttosto letali, mentre separatamente sembra che non siano affatto letali, solo molto efficaci", ha spiegato il presidente, descrivendo la dose combinata come "una bottiglia di soda versata nel corpo di un bambino piccolo".

Trump ha poi citato gruppi che, a suo dire, usano pochi vaccini e "non hanno praticamente alcun problema di autismo", aggiungendo che i genitori potranno comunque scegliere di fare ai figli tutte le vaccinazioni. Negli Stati Uniti il trivalente viene somministrato di norma tra i 12 e i 15 mesi di età, con un richiamo tra i 4 e i 6 anni.

Quando un giornalista gli ha chiesto se fosse a conoscenza di prove che il trivalente danneggi i bambini, un legame che esperti e autorità sanitarie smentiscono da tempo, Trump ha risposto di no. "Quello che ho sentito è che alcune persone dicono che sia così. Allora io dico: mettiamo che ci sia una probabilità del 5%. Dividiamolo".

Il presidente ha raccontato di aver diviso le vaccinazioni dei suoi figli, nati tra il 1977 e il 2006. "Ho portato i miei figli a cinque vaccinazioni diverse. È scomodo, sono cinque tappe, ma è una cosa che penso avrà un impatto enorme sull'autismo".

Nell'intervista di martedì Trump ha difeso anche la riduzione del calendario vaccinale, dicendo che quello precedente era "troppo grande" e prevedeva "troppo" tutto in una volta. Il governo raccomandava di "pompare questa enorme quantità di liquido" nei bambini, una quantità che sembrava "una bottiglia di Coca-Cola". "Non mi importa se è acqua, è troppa", ha aggiunto.

Kennedy, da tempo scettico sulla sicurezza dei vaccini, ha annunciato in un'intervista televisiva dalla Casa Bianca un'accelerazione della ricerca federale su vaccini e autismo. La task force, ha detto, sta esaminando i tempi e la sequenza delle vaccinazioni infantili e sta rafforzando il monitoraggio della sicurezza: "Nel complesso, è questo che significa scienza gold standard".

Alla cerimonia della firma Kennedy ha attribuito l'aumento dei casi di autismo a un fattore esterno. "Lo stiamo notando solo nei bambini nati intorno al 1989 o dopo. Le generazioni più anziane non vedono questi aumenti. Quindi qualcosa è successo a metà degli anni Novanta che ha cambiato i nostri bambini. Deve essere un'esposizione ambientale. Serve una tossina ambientale".

Per il senatore repubblicano della Louisiana Bill Cassidy dividere il trivalente significherebbe sottoporre i bambini a più iniezioni per la stessa protezione. "Sono un medico. Questo ordine esecutivo è sbagliato", ha scritto su X Cassidy, che ha perso la corsa per la rielezione dopo che Trump ha appoggiato il suo sfidante alle primarie. "Il presidente non ha le competenze per fare questi cambiamenti. I vaccini sono estremamente sicuri. I vaccini sono efficaci. I vaccini non causano l'autismo".


Trump firma un ordine esecutivo per fare meno vaccini ai bambini


Donald Trump ha firmato ieri nello Studio Ovale un ordine esecutivo che ridisegna l'approccio del governo federale ai vaccini pediatrici, riducendo il numero di immunizzazioni raccomandate nei primi anni di vita e distribuendole su un arco di tempo più lungo. Accanto a lui c'era Robert F. Kennedy Jr., Segretario alla Salute, insieme a numerosi alti funzionari del suo Dipartimento."Le stiamo riducendo", ha detto il presidente. "Non si tratta soltanto di somministrare meno vaccini, o meno 'punture', come si dice, ma anche di distribuirli su un numero maggiore di visite dal medico".

Il provvedimento divide infatti il calendario vaccinale infantile in tre categorie. Restano raccomandate a tutti i bambini le vaccinazioni contro morbillo, parotite e rosolia, difterite, tetano, pertosse, polio, pneumococco, HPV, varicella e Haemophilus influenzae di tipo b. Vengono invece riservati ai soli bambini ad alto rischio gli anticorpi monoclonali contro il virus respiratorio sinciziale e i vaccini contro epatite A, epatite B, meningococco B, meningococco ACWY e dengue, oggi in gran parte raccomandati all'intera popolazione pediatrica. Per alcune di queste vaccinazioni, a cominciare da quelle contro le epatiti, e inoltre per rotavirus, meningococco, influenza e Covid-19, viene prevista la cosiddetta decisione condivisa: una valutazione caso per caso insieme al medico.

Vaccini · Stati Uniti

Trump taglia i vaccini raccomandati ai bambini, ma le punture rischiano di aumentare

L’ordine esecutivo firmato il 10 agosto riduce da 18 a 11 le malattie per cui la vaccinazione resta raccomandata a tutti i bambini, sposta le altre ai soli casi ad alto rischio e chiede di dividere il trivalente in tre iniezioni separate. Quei tre vaccini singoli, però, negli Stati Uniti non esistono.

Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026

Malattie con vaccinazione raccomandata a tutti i bambini

Calendario in vigore
18

Con il nuovo ordine
18

Le raccomandazioni ripristinate dai giudici federali a marzo
Le altre sette passano ai bambini ad alto rischio o alla scelta con il medico

L’ordine chiede inoltre che le somministrazioni siano distribuite, per quanto possibile, su visite mediche separate. Il Dipartimento della Salute dovrà rivedere sequenza e tempi entro novanta giorni.

Il nuovo smistamento

Undici vaccinazioni restano per tutti, le altre diventano un’eccezione


Ogni tessera è una malattia oggi coperta dalla raccomandazione universale.

11 restano raccomandate a tutti 7 escono dalla raccomandazione universale

Raccomandate a tutti i bambini
11 voci

Restano nel calendario federale come indicazione valida per l’intera popolazione pediatrica.

MorbilloParotiteRosolia DifteriteTetanoPertosse PolioPneumococcoHPV VaricellaHaemophilus influenzae b

Solo per i bambini ad alto rischio
6 voci

Oggi raccomandate a tutti: con il nuovo ordine restano solo per chi rientra in categorie considerate a rischio.

Epatite AEpatite B Meningococco BMeningococco ACWY DengueMonoclonali contro il virus respiratorio sinciziale

Decisione condivisa con il medico
Caso per caso

Nessuna indicazione generale: la scelta viene valutata dal genitore insieme al pediatra, bambino per bambino.

Covid-19InfluenzaRotavirus Epatite AEpatite BMeningococco

Alcune voci ricadono in due categorie: per le epatiti e per il meningococco l’ordine prevede sia la limitazione ai soli bambini ad alto rischio, sia la valutazione caso per caso con il medico.

Il nodo del trivalente

Un’iniezione diventa tre, ma quei tre vaccini negli Stati Uniti non esistono


L’ordine chiede di separare il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia. La misura vale però solo quando i prodotti singoli saranno disponibili sul mercato americano.

Oggi

Vaccino trivalente
Una sola iniezione, in uso dal 1971


Morbillo
Non autorizzato

Parotite
Non autorizzato

Rosolia
Non autorizzato

Nessuno dei tre vaccini singoli è oggi autorizzato negli Stati Uniti.

1971
L’anno da cui negli Stati Uniti le tre vaccinazioni vengono somministrate insieme, per ridurre il numero di iniezioni.

2009
Merck, l’unico produttore, annuncia che non riprenderà la produzione dei vaccini singoli. Da allora non sono più disponibili.

3
Le sperimentazioni cliniche complete che servirebbero, una per prodotto, prima di un’eventuale autorizzazione della FDA.

Il precedente giapponese

Nel 1993 il Giappone ha ritirato il trivalente, dopo casi di meningite asettica legati a un ceppo del vaccino, e ha separato le somministrazioni. La copertura contro la parotite è poi scesa da circa il 90% a una quota stimata fra il 23% e il 40%, e quella vaccinazione non è mai più rientrata tra quelle di routine.

Dallo Studio Ovale

Le affermazioni del presidente e ciò che dicono le prove


A sinistra le tesi sostenute alla firma dell’ordine, a destra lo stato delle conoscenze scientifiche.

Che cosa ha dettoChe cosa dicono le prove

Che cosa ha detto

Il vaccino trivalente può essere «piuttosto letale».

Che cosa dicono le prove

È in uso dal 1971 ed è tra i vaccini più studiati al mondo: le reazioni gravi sono rare. Il morbillo, invece, uccide ancora: nel 2025 negli Stati Uniti ha causato tre decessi.

Che cosa ha detto

Ai bambini vengono iniettate quantità di vaccino eccessive, paragonabili al volume di una bibita, che il corpo fatica a gestire.

Che cosa dicono le prove

Ogni dose è una frazione di millilitro e nessuno studio indica che il calendario attuale superi le capacità del sistema immunitario, che ogni giorno risponde a un numero di stimoli molto più alto.

Che cosa ha detto

L’aumento delle diagnosi di autismo è legato al numero di vaccini somministrati ai bambini.

Che cosa dicono le prove

Decenni di studi su milioni di bambini hanno esaminato la questione a fondo senza trovare alcun nesso tra vaccini e autismo.

Che cosa ha detto

Separare il trivalente e distribuire le dosi su più visite significa meno punture.

Che cosa dicono le prove

Accade il contrario: per la stessa protezione servono più iniezioni e più visite. Lo ha scritto anche il senatore repubblicano Bill Cassidy, medico: dividere i vaccini «aumenterà l’esitazione».

Perché conta adesso

Il morbillo è ai livelli più alti dal 1991 e le coperture continuano a scendere

2.465
Casi di morbillo confermati negli Stati Uniti dall’inizio del 2026: più di tutto il 2025 e il numero più alto dal 1991.

92,5%
La copertura del trivalente tra i bambini dell’asilo, sotto la soglia del 95% che protegge anche chi non può vaccinarsi.

Medici ed esperti di sanità pubblica avvertono da tempo che diluire il calendario nel tempo abbassa le coperture: più visite significano più occasioni per saltarne una, e più bambini esposti.

Fonte Elaborazione FocusAmerica sul testo dell’ordine esecutivo del 10 agosto 2026, sull’ordinanza del tribunale federale del Massachusetts del 16 marzo 2026, sui dati CDC relativi a morbillo e coperture vaccinali (agosto 2026) e sulla letteratura scientifica relativa al caso giapponese. Dati aggiornati all’11 agosto 2026.

Il trivalente scisso in vaccini che negli Stati Uniti non esistono


L'ordine raccomanda inoltre di separare il vaccino trivalente contro morbillo, parotite e rosolia in tre iniezioni distinte. È uno dei passaggi più controversi del provvedimento in quanto contrasta con l'orientamento prevalente della comunità scientifica, ma corrisponde a una richiesta avanzata da Trump già da mesi. La misura è però subordinata alla disponibilità dei prodotti sul mercato americano, dove attualmente non esistono vaccini singoli contro le tre malattie: per ottenerne l'approvazione, le aziende dovrebbero condurre nuove sperimentazioni cliniche per ciascun prodotto.

Dallo Studio Ovale Trump ha accompagnato la firma con una serie di affermazioni fuorvianti o prive di riscontro scientifico, arrivando a sostenere che il trivalente possa essere "piuttosto letale". Ha inoltre ripetuto senza prove che ai bambini vengano somministrati più vaccini di quanti il loro organismo possa sopportare. Alla domanda sul perché raccomandasse di suddividere le somministrazioni in cinque visite mediche distinte, ha risposto di aver fatto lo stesso con i propri figli senza avere "nessun problema".

"Molto semplicemente: oggi ai bambini vengono somministrate grandi quantità di vaccino tutte insieme", ha detto Trump, arrivando a paragonare il volume delle iniezioni a "una bibita". "Noi ne somministriamo il 20% a ogni visita e lasciamo passare del tempo tra una visita e l'altra, così il corpo può gestire questa enorme quantità di liquido". Non esistono prove scientifiche a sostegno di queste affermazioni. "Non può succedere niente di male da quello che stiamo facendo", ha comunque aggiunto Trump. Medici ed esperti di sanità pubblica avvertono invece da tempo che diluire maggiormente nel tempo il calendario vaccinale potrebbe ridurre i tassi di immunizzazione e lasciare più bambini esposti alle malattie.

Tra le critiche più nette al nuovo provvedimento è arrivata quella di Bill Cassidy, senatore repubblicano e medico, che già l'anno scorso aveva espresso perplessità sulla conferma di Kennedy come Segretario alla Salute proprio per le sue posizioni sui vaccini e sull'autismo. Su X ha scritto che "questo ordine esecutivo è sbagliato" e che "il presidente non ha le competenze per fare questi cambiamenti". "I vaccini sono decisamente sicuri. I vaccini sono efficaci. I vaccini NON causano l'autismo", ha aggiunto. "Dividere i vaccini significherà che i bambini dovranno fare più punture per ottenere la stessa protezione, non meno. Aumenterà l'esitazione e questo renderà i bambini meno sicuri".

I’m a doctor. This executive order is wrong. The President does not have the expertise to make these changes.

Vaccines are overwhelmingly safe. Vaccines are effective. Vaccines DO NOT cause autism.

Breaking up vaccines will mean children have to get more shots to get the same… t.co/9RoPfVsU8h
— U.S. Senator Bill Cassidy, M.D. (@SenBillCassidy) August 10, 2026


Dopo lo stop dei giudici, la partita si sposta negli Stati


L'annuncio ricalca da vicino un precedente tentativo compiuto a gennaio dal Dipartimento della Salute. Il 5 gennaio i funzionari federali avevano presentato una profonda revisione del calendario pediatrico, riducendo da 18 a 11 le vaccinazioni raccomandate e facendo cadere, tra le altre, la raccomandazione universale contro epatite A ed epatite B nei primi mesi di vita. Le associazioni mediche, a cominciare dall'Accademia Americana di Pediatria, avevano impugnato il nuovo calendario sostenendo che violasse le norme federali sul procedimento amministrativo.

Un giudice federale aveva quindi bloccato in via cautelare le modifiche, ritenendo probabile che il Dipartimento avesse aggirato le procedure previste e osservando che tra le persone nominate da Kennedy nel comitato consultivo indipendente sui vaccini esistessero "lacune evidenti" di competenza. Il provvedimento aveva congelato anche i voti espressi dal comitato a partire da giugno, compreso quello sul vaccino contro l'epatite B nei neonati, e la causa è tuttora pendente.

Questa volta però l'Amministrazione Trump ha scelto una strada diversa e non intende attendere l'esito dei tribunali: il nuovo ordine spingerà gli Stati a riscrivere i propri obblighi vaccinali recependo le nuove linee guida federali. "Lavoreremo direttamente con gli Stati, così da non dipendere dalle corti per risolvere la questione", ha spiegato la consigliera della Casa Bianca Heidi Overton. "Lo faremo subito, così che i genitori possano trarre beneficio dal cambiamento delle leggi statali". È un passaggio che mette in discussione pratiche consolidate da decenni e costruite per aumentare i tassi di copertura vaccinale nell'infanzia.

Vaccini, autismo e il peso delle elezioni di novembre


L'ordine arriva dopo mesi di pressioni di Trump su Kennedy perché intervenisse sul calendario pediatrico, mentre entrambi continuano a ipotizzare pubblicamente un legame tra vaccini e autismo, nonostante numerosi studi scientifici abbiano esaminato la questione a fondo senza trovare alcun nesso tra le due cose. La firma del nuovo ordine esecutivo arriva inoltre nonostante le riserve di lunga data dei consiglieri politici del presidente, convinti che insistere su misure controverse in materia di vaccini sia largamente impopolare e possa allontanare una parte dell'elettorato a pochi mesi dalle elezioni di medio termine di novembre.

Poco prima dell'annuncio, i senatori repubblicani Ron Johnson e Rand Paul avevano diffuso alcuni messaggi del 2021 recuperati dal telefono di servizio di Anthony Fauci. All'epoca Fauci era direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID) e principale consigliere medico del presidente Joe Biden. Nei messaggi discuteva con altri funzionari dei possibili rischi e delle questioni ancora da chiarire sulla vaccinazione contro il Covid-19 durante la gravidanza.

Studi successivi hanno però dimostrato che quei vaccini erano sicuri in gravidanza. Interrogato sulla richiesta avanzata da alcuni senatori repubblicani affinché il Dipartimento della Giustizia possa incriminare Fauci per oltraggio al Congresso dopo il recente voto del Senato, Trump ha detto di non averne ancora parlato con Jeanine Pirro, procuratrice federale per il distretto di Columbia.


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David Crowley vince a sorpresa le primarie Dem per il governatore del Wisconsin


Il capo della contea di Milwaukee ha ribaltato 20 punti di svantaggio nei sondaggi e battuto la socialista Francesca Hong per 3mila voti. A novembre sfiderà il repubblicano Tom Tiffany

David Crowley ha vinto la primaria democratica per la carica di governatore del Wisconsin. Ha battuto per circa 3mila voti su quasi 790mila la socialista-democratica Francesca Hong, che i sondaggi davano avanti di una ventina di punti. L'Associated Press ha assegnato la vittoria alle 2:34 di notte (le 9:34 in Italia), al termine di uno spoglio in cui i due si sono scambiati più volte vantaggi di poche centinaia di voti. Crowley, 40 anni, a capo del governo della contea di Milwaukee, affronterà il 3 novembre il repubblicano Tom Tiffany, deputato sostenuto dal presidente Donald Trump, in uno degli stati più contesi del paese.

Con oltre il 95% delle schede scrutinate, Crowley ha ottenuto il 39,8% dei voti contro il 39,4% di Hong, mentre la terza classificata, la senatrice statale Kelda Roys, si è fermata al 7,5%. La legge del Wisconsin permette allo sconfitto di chiedere un riconteggio quando il distacco è inferiore a un punto percentuale (qui è di circa 0,4). Nella notte, con i risultati ancora incerti, Hong ha parlato ai sostenitori senza ammettere la sconfitta: "so che non abbiamo i risultati definitivi, ma so che siamo pronti a continuare a combattere".

Lo scrutinio è stato segnato da un errore a Milwaukee, dove le chiavette consegnate al centro di conteggio contenevano i registri di controllo invece dei risultati di almeno 28mila schede postali della città. La direttrice della commissione elettorale cittadina ha parlato di un "errore umano" che ha ritardato di ore il momento decisivo della serata. Quando i voti sono stati caricati, hanno premiato Crowley con circa 5 punti di vantaggio e hanno chiuso la corsa.

Hong arrivava al voto da favorita dopo essere stata davanti in tutti i sondaggi per mesi. L'ultima rilevazione della Marquette University la dava al 38% contro il 7% di Crowley e le medie stimavano un vantaggio intorno ai 20 punti. Lo scarto tra sondaggi e urne supera quello del Michigan, dove la settimana scorsa il progressista Abdul El-Sayed aveva vinto con un solo punto di margine una primaria per il Senato in cui era dato avanti in doppia cifra, un errore di circa 12 punti.

Per Crowley la vittoria completa una rimonta cominciata un mese fa. Si era ritirato dalla corsa l'8 luglio con consensi a una cifra e fondi in esaurimento, per poi rientrare dieci giorni dopo, quando la campagna della vicegovernatrice Sara Rodriguez era crollata per irregolarità nei conti. Il governatore uscente Tony Evers lo ha appoggiato con una mossa considerata rara e ha girato lo stato con lui nell'ultima settimana. La campagna di Crowley ha raccolto a fine luglio quasi il triplo dei fondi dell'intero anno precedente e ha beneficiato di oltre 3 milioni di dollari di spese di comitati esterni.

Su Hong hanno pesato le vecchie posizioni riemerse nel finale di campagna, dai post sul definanziamento della polizia a quelli per abolire il Senato degli Stati Uniti e cancellare la festa del Ringraziamento, tutti ritrattati nelle ultime settimane senza spegnere le polemiche. Una parte dei democratici temeva che la sua candidatura avrebbe consegnato ai repubblicani uno stato che nel 2024 ha registrato il margine presidenziale più stretto del paese. Evers aveva spiegato così il suo intervento contro di lei: Hong "ha passato l'intera campagna a occuparsi non dei problemi, ma di quello che c'è su Twitter".

Cresciuto nella zona nord di Milwaukee da genitori con problemi di dipendenze e salute mentale, sfrattato tre volte da bambino, Crowley amministra dal 2020 la contea più popolosa dello stato. È il primo afroamericano e il più giovane di sempre in quel ruolo e se vincesse a novembre sarebbe il primo governatore nero del Wisconsin. In campagna ha promesso di costruire più case, migliorare il sistema sanitario e portare il salario minimo statale dagli attuali 7,25 dollari l'ora a 20 dollari entro il 2030.

La corsa di novembre parte aperta, perché le ultime tre elezioni per il governatore del Wisconsin senza un uscente in campo hanno cambiato ogni volta il partito al potere. Tiffany, 68 anni, ha vinto facilmente la sua primaria e ha detto che la strategia non cambierà con Crowley: "non c'è un centesimo di differenza tra i candidati democratici". Evers lo ha festeggiato su X nella notte definendolo "il futuro del nostro partito" e scrivendo che "per ora balliamo la polka. Domani torniamo al lavoro per vincere".

Primarie democratiche · Wisconsin

Crowley batte Hong per 3.000 voti nella corsa a governatore del Wisconsin

L’Associated Press assegna a Crawley una vittoria per 3.211 voti, quattro decimi di punto, sulla deputata statale Francesca Hong, con circa il 2 per cento delle schede che restano ancora da scrutinare. A novembre sfiderà il repubblicano Tom Tiffany nella corsa per la successione a Tony Evers.

David Crowley 39,8%
Esecutivo della contea di Milwaukee · 313.321 voti

Francesca Hong 39,4%
Deputata statale di Madison · 310.110 voti

Kelda Roys 7,5%
Senatrice statale di Madison · 59.013 voti

Joel Brennan 4,7%
Ex segretario all’Amministrazione · 36.981 voti

Sara Rodriguez 4,1%
Vicegovernatrice · 32.505 voti

Mandela Barnes 4,1%
Ex vicegovernatore · 32.239 voti

787.678 voti conteggiati 98% scrutinato

Crowley in vantaggio Hong in vantaggio
MadisonMilwaukeeEau ClaireGreen Bay Margine in voti10.0002.500500

Crowley è avanti in 52 contee su 72, Hong in 20: sue Madison e le città universitarie, con lo scarto più ampio dello stato nella contea di Dane (+11.182 voti). Crowley ha vinto la sua, Milwaukee, per appena 2.392 voti.

Fonte Associated Press, dati raccolti dal New York Times, aggiornati alle 9:52 italiane del 12 agosto 2026 con lo scrutinio al 98 per cento. Primarie democratiche dell’11 agosto 2026 per la carica di governatore del Wisconsin.

Martedì si votava anche in Minnesota, Connecticut e Vermont, oltre che in un'elezione speciale in South Carolina, con un bilancio misto per la sinistra democratica. In Minnesota la vicegovernatrice progressista Peggy Flanagan ha battuto di quasi 20 punti la deputata centrista Angie Craig nella primaria democratica per il Senato, nonostante circa 16 milioni di dollari di spese esterne a favore della rivale. "Per mesi vi ho detto che questa campagna era i molti contro i soldi", ha detto Flanagan ai sostenitori, "indovinate un po', i molti hanno appena vinto".

Flanagan, 46 anni e membro della nazione Ojibwe di White Earth, sarebbe la prima donna nativa americana eletta al Senato. Affronterà la repubblicana Michele Tafoya, ex giornalista sportiva televisiva, per il seggio della democratica uscente Tina Smith, in uno stato che non elegge un senatore repubblicano dal 2002. Sempre in Minnesota la senatrice Amy Klobuchar ha ottenuto quasi senza rivali la candidatura democratica per governatore, dopo la rinuncia di Tim Walz travolto a gennaio da uno scandalo sulle frodi nei programmi sociali dello stato. Tra i repubblicani la presidente della Camera statale Lisa Demuth ha sconfitto Mike Lindell, il fondatore dell'azienda di cuscini MyPillow sostenuto da Trump e tra i più noti negazionisti della sua sconfitta del 2020.

In South Carolina la senatrice Darline Graham, nominata a luglio per completare il mandato del fratello Lindsey Graham, morto un mese fa, non ha raggiunto la maggioranza necessaria a vincere subito la primaria repubblicana speciale per il Senato, nonostante il sostegno di Trump. Il 25 agosto andrà al ballottaggio contro Ralph Norman, deputato veterano e vicepresidente del Freedom Caucus, il gruppo dei parlamentari repubblicani più a destra.

In Connecticut il deputato John Larson, 78 anni e in carica da 28, ha perso la primaria democratica del primo distretto contro Luke Bronin, ex sindaco di Hartford di 47 anni. Bronin ha impostato la campagna sul ricambio generazionale, dopo vittorie simili di sfidanti più giovani a New York e Denver. Il governatore Ned Lamont ha invece ottenuto facilmente la candidatura a un terzo mandato. In Vermont l'economista Amanda Janoo ha vinto la primaria democratica per governatore e sfiderà il repubblicano Phil Scott, rieletto nel 2024 con più di 50 punti di margine.

In Wisconsin i democratici hanno scelto anche Rebecca Cooke per la rivincita nel terzo distretto contro il repubblicano Derrick Van Orden, che l'aveva battuta nel 2024 per meno di 3 punti. Il distretto è uno dei seggi che il partito considera decisivi per riconquistare la Camera. Nel settimo, lasciato libero da Tiffany, i repubblicani hanno candidato Michael Alfonso, 26 anni, genero del segretario ai Trasporti Sean Duffy e sostenuto da Trump. Se eletto sarebbe il membro più giovane del Congresso.


La socialista Francesca Hong è la favorita nelle primarie per il governatore del Wisconsin


Gli elettori del Wisconsin votano oggi, martedì 11 agosto, nelle primarie che assegnano le candidature per le elezioni del 3 novembre, quando lo stato sceglierà il nuovo governatore. L'attenzione nazionale è concentrata sulla corsa democratica, dove la favorita è Francesca Hong, deputata statale di 37 anni che si definisce socialista-democratica. Se vincesse la nomination e poi le elezioni, sarebbe la prima socialista dichiarata a guidare uno stato americano, oltre che la prima donna a governare il Wisconsin. Una parte del suo partito teme però che la sua candidatura consegni ai repubblicani uno degli stati più contesi del paese.

La corsa è aperta perché il governatore democratico Tony Evers, in carica da due mandati, ha deciso di non ricandidarsi. Chi vince la primaria democratica affronterà a novembre Tom Tiffany, deputato repubblicano al Congresso dal 2020, sostenuto dal presidente Donald Trump e senza veri rivali interni. Nel 2024 il Wisconsin ha registrato il margine presidenziale più stretto del paese e cinque delle ultime sette elezioni presidenziali si sono decise qui per meno di un punto percentuale. I democratici puntano anche a conquistare le due camere del parlamento statale, oggi a maggioranza repubblicana, per ottenere il controllo completo dello stato per la prima volta dal 2010. Il governatore del Wisconsin certifica inoltre i risultati delle elezioni presidenziali e Tiffany nel 2021 votò contro la certificazione della vittoria di Joe Biden.

Le primarie del Wisconsin sono aperte, cioè gli elettori non si registrano per partito e ognuno può decidere in quale primaria votare, purché in una sola. Vince chi prende più voti, senza soglie né ballottaggi. Secondo i sondaggi, tra il 4 e il 6% dei votanti della primaria democratica si dichiara repubblicano, ma questi elettori sostengono soprattutto i candidati moderati. I seggi chiudono alle 20 locali (le 3 del mattino di mercoledì in Italia) e oltre 235mila persone hanno già votato in anticipo o per posta. Sulla scheda ci sono anche le primarie per il Congresso e per il parlamento statale. Nella stessa giornata si vota in Minnesota, Connecticut e Vermont, oltre che in due elezioni speciali in Alabama e South Carolina.

Hong è nata a Madison da genitori immigrati dalla Corea del Sud, ha lavorato come chef, ha gestito un ristorante e ancora oggi fa la barista part-time. Madre single, nel 2020 è diventata la prima asiatico-americana eletta all'Assemblea statale e rappresenta il centro di Madison, una delle zone più progressiste degli Stati Uniti. È iscritta ai Democratic Socialists of America, la principale organizzazione della sinistra socialista americana, dalla cui piattaforma nazionale ha comunque preso le distanze e da cui non ha ricevuto un sostegno ufficiale.

Il suo programma prevede di alzare il salario minimo statale da 7,25 a 20 dollari l'ora e di rendere gratuiti per tutti sanità e asili nido. Propone anche più fondi alla scuola pubblica e tasse più alte per i più ricchi. La sua proposta più riconoscibile è una moratoria di un anno sulla costruzione di nuovi data center, che intercetta una rabbia diffusa. Il 76% degli elettori dello stato ritiene infatti che i costi di questi impianti superino i benefici. La sua campagna, costruita dal basso con più di 7mila volontari, ha riempito un comizio di oltre mille persone con la deputata democratica del Minnesota Ilhan Omar e lo streamer di sinistra Hasan Piker.

Il passato radicale di Hong è diventato il tema centrale del finale di campagna. Negli anni scorsi aveva chiesto di togliere i fondi alla polizia come primo passo verso la sua abolizione, aveva scritto di voler abolire il Senato degli Stati Uniti e a maggio aveva detto che il suo "mondo perfetto sarebbe un mondo senza prigioni". In un post del 2020, poi cancellato, aveva proposto di cancellare la festa del Ringraziamento, che considerava una celebrazione del colonialismo. Nelle ultime settimane ha ritrattato quasi tutto. Ha assicurato che non abolirà la polizia, ha definito "più che altro aspirazionali" le parole sulle carceri e "senza senso" l'idea di abolire il Senato. Il Ringraziamento, ha aggiunto, è la sua festa preferita. "Ho avuto delle uscite a caldo, delle pessime uscite su Twitter", ha detto ai giornalisti, "ma sono evoluta, ho imparato. Penso sia più disonesto non imparare". Nemmeno Bernie Sanders, il socialista democratico più noto del paese, prevede per ora di sostenerla.

La primaria è stata una delle più caotiche dell'anno. Il principale rivale di Hong è David Crowley, 40 anni, a capo del governo della contea di Milwaukee, la più popolosa dello stato, che sarebbe il primo governatore afroamericano del Wisconsin. Crowley si era ritirato a inizio luglio, ma è rientrato in corsa dieci giorni dopo con l'appoggio di Evers, subito dopo il ritiro della vicegovernatrice Sara Rodriguez, travolta da irregolarità nella gestione dei conti della campagna.

A fine luglio ha abbandonato anche l'ex vicegovernatore Mandela Barnes, candidato democratico al Senato nel 2022, lo stesso giorno in cui il Milwaukee Journal Sentinel ha rivelato che il partito aveva esaminato in passato segnalazioni su suoi comportamenti inappropriati verso giovani donne, segnalazioni la cui esistenza la sua campagna nega. Restano in corsa, con consensi minimi, la senatrice statale Kelda Roys e l'ex dirigente dell'amministrazione statale Joel Brennan. Le schede però erano già state stampate, così i nomi dei ritirati compaiono ancora e chi aveva già votato per posta per uno di loro non può cambiare il proprio voto.

Il sondaggio della Marquette University, considerato il più affidabile dello stato, ha visto Hong al primo posto in tutte e cinque le rilevazioni pubblicate da ottobre. L'ultima la dava al 38% contro il 7% di Crowley, con un terzo di elettori ancora indeciso. Dopo il ritiro di Barnes un altro sondaggio le ha assegnato 22 punti di vantaggio e le medie stimano un margine intorno ai 20 punti.

Sondaggi · Wisconsin

Hong arriva al voto sopra il 40 per cento, Crowley si ferma al 20

Quota di ciascun candidato nella media giornaliera dei sondaggi per la primaria democratica per governatore. Per mesi la corsa l’ha guidata Barnes intorno al 24 per cento, poi da giugno Hong è salita fino al 42,8 mentre il campo le si sfaldava intorno: le righe tratteggiate segnano i ritiri di Rodriguez (17 luglio, al 13,1) e di Barnes (30 luglio, al 18,7), e le loro linee si fermano lì. I pallini chiari sono le singole rilevazioni.

10% 20% 30% 40% 50% 9 mesi 6 mesi 3 mesi voto 17 luglio: Rodriguez 30 luglio: Barnes Hong 42,8 Crowley 20,3 Roys 8,9
La media si ferma al 4 agosto 2026, ultimo sondaggio disponibile. Si vota oggi, 11 agosto.

Attenzione. Crowley si è ritirato l’8 luglio per sostenere Rodriguez ed è rientrato il 18, quando lei ha lasciato: la sua linea non si interrompe, ma in quei dieci giorni corre senza rilevazioni. Barnes, Rodriguez e Hughes restano comunque sulla scheda. Brennan, mai sopra il 6 per cento, non è mostrato; quattro delle 15 rilevazioni sono sondaggi interni delle campagne o di istituti repubblicani, e nella media pesano la metà.

Fonte Elaborazione di Focus America su 15 sondaggi della primaria democratica raccolti da Wikipedia, aggiornati al 10 agosto 2026. Le medie giornaliere sono stimate con un filtro di Kalman a livello locale: ogni sondaggio pesa per la dimensione del campione e per l’effetto casa dell’istituto, e i sondaggi commissionati da una parte pesano la metà. Il lisciamento è lo stesso per le cinque linee.

Hong
Crowley
Barnes
Rodriguez
Roys

Martedì scorso, però, nel vicino Michigan il progressista Abdul El-Sayed ha vinto di misura la primaria democratica per il Senato nonostante i sondaggi lo dessero avanti in doppia cifra, un errore di circa 12 punti. La campagna di Crowley sostiene che anche in Wisconsin la corsa sia più stretta di quanto sembri e cita un proprio sondaggio interno in cui Hong è avanti 42% a 24%. Il pareggio arriva solo ricalibrando il campione sull'elettorato più anziano del 2022 e leggendo agli intervistati delle descrizioni dei candidati, una tecnica considerata poco attendibile. Per ribaltare il risultato servirebbe quindi un errore ancora più grande di quello del Michigan. Qualche margine di incertezza esiste comunque, perché il consenso di Hong si concentra tra i giovani e gli elettori molto progressisti, mentre gli indecisi sono soprattutto anziani e moderati, cioè le categorie che alle urne vanno più spesso.

Il timore dei vertici democratici è che Hong perda a novembre. In un confronto diretto rilevato da Marquette a luglio, Tiffany era avanti su di lei tra gli elettori registrati, sia pure entro il margine di errore, mentre tra i votanti più probabili i due risultavano alla pari. Il 55% degli elettori dello stato ha inoltre un'opinione negativa dei socialisti democratici, contro il 25% che ne ha una positiva. Gli stessi repubblicani considerano Hong l'avversaria più facile da battere, al punto che comitati a loro vicini hanno speso milioni di dollari in spot che formalmente la attaccano, ma su temi che la rafforzano tra i progressisti, come la sua opposizione alle politiche di espulsione del presidente e la volontà di abolire l'ICE (l'agenzia federale per l'immigrazione).

Evers ha spiegato il suo sostegno a Crowley dicendo che Hong "ha passato l'intera campagna a occuparsi non dei problemi, ma di quello che c'è su Twitter". David Axelrod, lo stratega delle vittorie di Barack Obama, ha scritto che una sua nomination danneggerebbe gli altri candidati democratici, definendola "una fonte di stramberie liberal da salotto dei professori". Hong ha risposto che quel commento è "un esempio perfetto del perché la classe dei consulenti continua a perdere le elezioni" e che i consulenti sono "determinati a tenere la classe lavoratrice fuori dalla politica", chiudendo con un invito: "Ho passato più tempo nelle cucine che nei salotti dei professori. Le andrebbe di venire in Wisconsin a fare con me il servizio della cena di un venerdì sera?".

Crowley usa l'argomento opposto: "C'è molta gente spaventata", ha detto, "è una socialista dichiarata". Secondo lui le elezioni statali si vincono con una coalizione fatta "non solo di democratici, ma di repubblicani e indipendenti"; ha comunque promesso che sosterrà Hong se vincerà la primaria. Lei risponde che la sua coalizione comprende anche "repubblicani e indipendenti stufi" e che "la persona che prende più voti è la più eleggibile". Tiffany ha già fissato la linea per l'autunno, dicendo che Hong "può rimangiarsi tutto quello che vuole, ma non può nascondere chi è", mentre l'ex governatore repubblicano Scott Walker ha descritto l'eventuale sfida tra i due come "buon senso contro follia pericolosa", prevedendo comunque una corsa combattuta.

Da 64 anni il Wisconsin elegge ogni nuovo governatore dal partito opposto a quello del predecessore, una tradizione che favorirebbe i repubblicani. Il partito del presidente in carica però perde quasi sempre le elezioni di metà mandato e l'approvazione di Trump nello stato è scesa al 38%, il suo minimo storico. Tiffany parte comunque con molti più soldi. Ha raccolto 13,3 milioni di dollari, più dell'intero campo democratico messo insieme, mentre Hong e Crowley hanno superato di poco il milione a testa. Lo spoglio comincerà nella notte italiana e il nome dello sfidante di Tiffany dovrebbe essere chiaro nella mattinata di mercoledì.


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Während die Landschaften um uns herum völlig austrocknen, der Wasserstand vieler Flüsse massiv sinkt und die #Dürre allseits um sich greift, plant die #Bundesregierung eine Verdopplung der Unmengen an Wasser schluckenden #Rechenzentren. Wohin das führen wird, kann sich jeder leicht ausrechnen - nur die Regierung selbst behauptet nichts Genaues zu wissen. Das passt leider nur zu gut ins Bild.
#informationsfreiheit #IFG #wassermangel #wassernotstand #trockenheit #KI

netzpolitik.org/2026/ki-und-re…

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Intervento di Walter Baier a Cuba home.rifondazione.eu/2026/08/1… #Internazionale

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L'Iran sapeva perfino a che piano alloggiava Trump al vertice NATO


Vicino al vertice era stato avvistato un uomo con un missile spalleggiabile: nuovi dettagli sulla minaccia che portò alla fuga da Ankara, mentre l'Air Force One decollava pieno di persone ignare

Gli iraniani sapevano in quale edificio alloggiava il presidente Donald Trump durante il vertice NATO in Turchia e perfino a quale piano. Nei pressi del vertice, inoltre, qualcuno era stato avvistato con un missile spalleggiabile, un'arma antiaerea che si può lanciare da terra tenendola in spalla. Sono i nuovi dettagli sulla minaccia che l'8 luglio, giorno conclusivo dei lavori, spinse Trump e i suoi collaboratori più stretti a organizzare la sua uscita segreta dal paese. Li hanno rivelati al New York Times due funzionari americani a conoscenza del dossier.

La vicenda era rimasta segreta per oltre un mese, finché lunedì il Washington Post non l'ha rivelata. Quel giorno di luglio Trump salì davanti alle telecamere sul vecchio Air Force One, l'aereo che aveva annunciato di voler prendere "per i vecchi tempi". Poi ne uscì di nascosto dentro un container del catering, i mezzi che riforniscono gli aerei dei pasti, e lasciò la Turchia a bordo di un jet militare, come avevamo raccontato. Atterrato in segreto in Gran Bretagna, fu fatto risalire sull'aereo presidenziale per scendere davanti alle telecamere come se fosse stato a bordo per tutto il viaggio.

L'intelligence americana aveva raccolto più flussi di informazioni. C'era una minaccia specifica di un missile terra-aria contro l'Air Force One, che non è un aereo preciso ma il nominativo assunto da qualunque velivolo trasporti il presidente. C'era la segnalazione dell'uomo avvistato con il missile spalleggiabile. E c'era la certezza che gli iraniani conoscessero con precisione il luogo del soggiorno di Trump ad Ankara. Le informazioni furono giudicate abbastanza credibili da far scattare l'operazione.

L'aereo minacciato decollò comunque con decine di persone a bordo: il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario al Tesoro Scott Bessent, i consiglieri Stephen Miller e Steven Cheung, oltre a dipendenti del governo, militari e giornalisti. Nessuno di loro fu avvertito della minaccia e in alcuni casi fecero da esca senza saperlo. Ai giornalisti seduti nella parte posteriore fu chiesto, prima del decollo, di tenere abbassate le tendine dei finestrini per tutto il volo verso la Gran Bretagna.

Il Secret Service, l'agenzia federale che protegge il presidente, usa abitualmente le esche. Nei cortei viaggiano due limousine blindate identiche, con targhe uguali, e quando il presidente si sposta in volo si alzano tre o quattro esemplari identici di Marine One (l'elicottero presidenziale). Di norma, però, non vengono coinvolti civili ignari. Anche altri presidenti hanno volato in segreto verso destinazioni pericolose, come George W. Bush e Barack Obama in Iraq e in Afghanistan o Joe Biden nel viaggio in treno verso Kiev in piena guerra. In quei casi giornalisti e funzionari al seguito sapevano di entrare in una zona a rischio e le visite furono raccontate appena possibile.

"Non sembrano aver dedicato un solo pensiero a nessuno che non fosse il presidente e le poche persone con lui", ha detto al New York Times Joe Lockhart, portavoce della Casa Bianca ai tempi del viaggio di Bill Clinton in Pakistan nel 2000. "Noi facemmo di tutto perché il maggior numero possibile di persone, soprattutto i civili, fosse protetto e non facesse da scudo umano. Loro non ci hanno nemmeno pensato. Per me la differenza è tutta qui". Anche allora il presidente cambiò aereo per timore di un attentato. Il piano iniziale, che prevedeva di far credere ai giornalisti di viaggiare con lui, fu però respinto dopo la protesta dello stesso Lockhart, secondo cui i media non si possono usare come esche. Clinton salì alla vista dei reporter su uno di tre piccoli jet senza insegne. Una giornalista del pool fu informata in anticipo e la Casa Bianca raccontò pubblicamente l'operazione appena il presidente fu al sicuro.

Joseph Hagin, che organizzò i viaggi di Bush nelle zone di guerra e nel primo mandato di Trump fu vice capo di gabinetto della Casa Bianca, difende invece la scelta: "Quando vai a lavorare alla Casa Bianca o viaggi con il presidente, accetti un grado di rischio non trascurabile", ha detto, e avvertire tutti "avrebbe ovviamente messo a repentaglio la sicurezza del presidente". Per Hagin l'operazione "non è stata diversa dai viaggi in Iraq e in Afghanistan" e l'unico errore è che sia trapelata, perché un trucco svelato difficilmente potrà funzionare di nuovo. Sulla stessa linea Ari Fleischer, portavoce della Casa Bianca con Bush: "La sicurezza del presidente viene sempre prima. Non ci lamentiamo. Funziona così", ha scritto sui social.

John Kirby, ammiraglio in congedo e portavoce di Casa Bianca, dipartimento di Stato e Pentagono nelle amministrazioni Obama e Biden, non contesta la segretezza ma pone un limite. Chi organizza questi spostamenti ha "anche un obbligo verso la sicurezza e l'incolumità di chi viaggia con il presidente". Quando il rischio è conoscibile, "come certamente era in questo caso", bisogna fornirne "almeno i contorni generali", così che ciascuno possa decidere in modo informato se partire.

Trump, interpellato martedì sera dai giornalisti, ha detto di essersi affidato alle valutazioni del Secret Service e ha respinto l'idea di aver messo in pericolo gli altri passeggeri: "Penso che in realtà l'aereo su cui ho volato io fosse più a rischio, perché credo che sarebbe stato quello che avrebbero preso di mira più probabilmente". Un'affermazione in contrasto con la ragione stessa per cui gli aerei furono scambiati.

Andrew Marlowe, lo sceneggiatore di "Air Force One" (1997), il film in cui Harrison Ford interpreta un presidente il cui aereo viene dirottato, ha detto che non è sicuro che riuscirebbe mai a scrivere una scena simile per un protagonista eroico. Difficile, ha aggiunto, immaginare che il pubblico faccia il tifo per un personaggio che baratta la propria sicurezza trattando i civili rimasti a bordo come "potenziali agnelli sacrificali", per giunta senza il loro consenso informato.

Trump è da anni un bersaglio di piani iraniani. Durante l'amministrazione Biden fu scoperto un complotto per ucciderlo su commissione, attribuito dalle autorità a iraniani che agivano attraverso intermediari. Per quel piano un uomo è stato condannato. Non hanno invece legami con l'Iran i due attentati del 2024, quando Trump fu ferito di striscio da un proiettile durante un comizio a Butler, in Pennsylvania, e un altro uomo armato fu fermato nel suo campo da golf in Florida.


Trump ha lasciato la Turchia su un aereo segreto, con l'Air Force One usato come esca per paura dell'Iran


Il presidente Donald Trump ha lasciato il vertice della NATO ad Ankara l'8 luglio a bordo di un aereo militare tenuto segreto, mentre la Casa Bianca faceva credere ai giornalisti e a parte del suo staff che stesse volando sull'Air Force One. Lo ha rivelato lunedì il Washington Post, che cita un funzionario americano a conoscenza dell'operazione e materiale verificato dal giornale. L'inganno è stato organizzato per una minaccia di assassinio arrivata dall'Iran, paese confinante con la Turchia.

Trump è salito sul vecchio Air Force One davanti alle telecamere e pochi minuti dopo è stato fatto scendere dal lato opposto dell'aereo dentro un camion dei pasti, quelli che caricano cibo e provviste a bordo dei voli. Il camion era stato sollevato con un sistema idraulico fino a un portellone sul fianco dove non c'erano i cronisti. Da lì il presidente e alcuni collaboratori sono stati portati su un terzo aereo, un C-32A dell'Aeronautica militare, la versione militare del Boeing 757, molto più piccolo del jumbo presidenziale.

Il vecchio Air Force One è servito da esca. Il gruppo ristretto di giornalisti che accompagna il presidente in ogni spostamento è partito convinto di viaggiare con lui, insieme ad alcuni membri dello staff della Casa Bianca. Prima del decollo era stato chiesto loro di tenere abbassate le tendine dei finestrini nella cabina stampa, una disposizione che di solito vale per i voli sulle zone di guerra.

Il piano è stato messo a punto in poche ore, dopo che i funzionari avevano giudicato credibile la minaccia. A conoscerlo era un gruppo ristretto di alti responsabili del governo, tra cui il generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto, e il segretario alla Difesa Pete Hegseth, ha scritto il New York Times, che ha confermato la ricostruzione con due alti funzionari americani.

Il vecchio Air Force One è atterrato alla base aerea di Mildenhall, nell'est dell'Inghilterra, alle 22:16 ora locale (le 23:16 in Italia). Prima che i giornalisti scendessero, Trump era già stato riportato in auto dal C-32A al jumbo presidenziale, dove è salito da un ingresso diverso. Alle 22:56 (le 23:56 in Italia) è sceso dalla scaletta del portellone superiore di sinistra come fa di solito, ha fatto il segno della vittoria ai cronisti senza avvicinarsi, ha salutato i militari della base e ha raggiunto a piedi il nuovo Air Force One donato dal Qatar, con cui è tornato a Washington insieme ai giornalisti.

Trump era arrivato ad Ankara con il nuovo Air Force One, il Boeing 747 regalato dal Qatar l'anno scorso e ristrutturato dall'azienda della difesa L3Harris, alla sua prima trasferta internazionale. Prima di ripartire aveva scritto su Truth Social che per il primo tratto avrebbe usato il vecchio jet azzurro "per i vecchi tempi", mentre il nuovo aereo sarebbe arrivato prima alla stessa base britannica per far salire a bordo i militari americani di stanza in Inghilterra.

La minaccia iraniana non riguardava soltanto l'aereo qatariota: il presidente era il bersaglio su qualunque velivolo avesse preso. Il cambio di aereo aveva comunque aperto un caso sulla sicurezza del nuovo Air Force One, che il New York Times a luglio aveva descritto come privo di alcuni dei sistemi di difesa montati sui modelli precedenti. Trump si è infuriato per quelle fughe di notizie e il Dipartimento di Giustizia ha convocato davanti a un gran giurì, l'organo di cittadini che negli Stati Uniti decide se procedere con un'incriminazione, i giornalisti che avevano firmato gli articoli e alcuni loro familiari. Le convocazioni sono state ritirate dopo che un giudice federale ha rimproverato i procuratori.

Steven Cheung, direttore della comunicazione della Casa Bianca, ha risposto alle domande sull'operazione con una dichiarazione: "Ci sono molti nemici dell'America che lo hanno nel mirino e usiamo ogni strumento a nostra disposizione per affrontare quelle minacce". Era lo stesso testo diffuso a luglio, che in quell'occasione conteneva anche le parole "compresi la distrazione e il depistaggio", eliminate nella nuova versione. Cheung ha aggiunto che il jet donato dal Qatar è un velivolo all'avanguardia, dotato di protocolli di sicurezza di alto livello. Il Secret Service, il corpo che protegge il presidente, non ha voluto commentare e l'Aeronautica militare, che gestisce la flotta presidenziale, ha rinviato le domande alla Casa Bianca.

Sul volo di ritorno verso Washington Trump ha detto ai giornalisti di aver preso il vecchio aereo perché voleva che i militari della base britannica vedessero il nuovo. Sulle tendine abbassate ha detto di non essere a conoscenza di minacce specifiche, ma si è descritto sotto assedio costante da parte dell'Iran: "Io ho una minaccia in continuazione. Sono il numero uno della loro lista, prima di voi". Poi ha aggiunto, rivolto ai cronisti: "Ma se me ne vado io, ve ne andate anche voi".

Nel 2000 il presidente Bill Clinton entrò in Pakistan su un aereo senza insegne, mentre l'Air Force One ufficiale veniva mandato avanti come esca. Donald Mihalek, ex agente del Secret Service nelle scorte di George W. Bush e Barack Obama, ha detto al New York Times che l'agenzia ha già usato in passato aerei e cortei di automobili come diversivo: "Ogni volta che il presidente si trova in uno scenario dove c'è un potenziale pericolo di combattimento, il Secret Service ha adottato contromisure protettive, incluso l'uso di un'esca". Il compito dell'agenzia, ha detto, è tenere il presidente al sicuro, non fare informazione. Paul Eckloff, anche lui ex agente, ha detto all'Associated Press che la mossa non è senza precedenti ma resta un fatto insolito.

Le minacce iraniane contro Trump vanno avanti da anni, da quando nel primo mandato ordinò l'uccisione del generale Qassem Soleimani. Durante la campagna del 2024 i suoi consiglieri ricevettero informazioni di intelligence secondo cui Teheran voleva ancora colpirlo e lo staff cominciò a usare ogni tanto aerei esca, imbarcando il candidato su un jet segreto senza avvisare i giornalisti e facendo volare il suo aereo privato. Nello stesso periodo ci furono un piano di omicidio su commissione affidato a un intermediario iraniano, poi finito in tribunale, e la violazione delle email e dei profili social di alcuni collaboratori. L'amministrazione Biden rafforzò la protezione del candidato e poco dopo, per motivi non collegati all'Iran, Trump subì l'attentato di Butler, in Pennsylvania, seguito da un secondo tentativo a settembre.

Il vertice di Ankara si è tenuto mentre l'esercito americano conduceva una serie di attacchi su larga scala in Iran, in risposta agli assalti iraniani alle navi mercantili nella regione. La guerra, cominciata il 28 febbraio, va avanti da più di cinque mesi. I funzionari americani non avevano mai ammesso prima che il presidente non fosse dove sostenevano che fosse. Il senatore democratico Richard Blumenthal ha chiesto un'indagine del Congresso, definendo l'episodio "senza precedenti" e "surreale" in un intervento alla CNN.


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☕ CYBERBRIEFING — Mercoledì 12 agosto 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
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Bundesdigitalminister Karsten Wildberger ist überzeugt, dass die hauseigene KI-Software „Spark Workflow“ Verwaltungsprozesse deutlich beschleunigen wird. Doch noch seien etliche Fragen offen, die auch der Minister nicht beantworte, sagt Digitalexperte Stefan @stk Kaufmann. Er plädiert für einen alternativen Ansatz, um die Verwaltung zu modernisieren.

netzpolitik.org/2026/ki-sprach…

in reply to netzpolitik.org

was mich bissle irritiert hat, ist dieser Absatz:

> Stefan Kaufmann: Ja, wenn man aber bei Spark Workflow schon diesen Schritt geht, könnte man noch einen Schritt weitergehen: nämlich die Anträge so gestalten, dass sie direkt in Markdown vorliegen. Damit könnte man auf Sprachmodelle verzichten und hätte einen Schritt hin zu einer verlässlichen und schnell verfügbaren Datenbasis zurückgelegt.

Warum sollte ich meine Antragsdaten in einem unstrukturierten Textformat wie MD haben wollen?

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Heute soll die #Geheimdienstreform zu #BND und #BfV durchs Kabinett gehen.

Bei uns findet ihr viele Einordnungen zu dem Gesetzentwurf - auch abseits der spektakulären Schlagzeilen über "echte" und "entfesselte" #Geheimdienste

💡 Unsere erste Einordnung: netzpolitik.org/2026/geheimdie…

🧐 Verdächtige Leerstelle bei Datenkäufen #ADINT: netzpolitik.org/2026/aufruestu…

📬 Kommentar von @ulrichkelber: netzpolitik.org/2026/geheimdie…

... weiter im nächsten Post ...

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Diaz Canel: Cuba isola di resistenza contro imperialismo e fascismo home.rifondazione.eu/2026/08/1… #Internazionale

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La forza lavoro americana scende ai minimi dalla pandemia


Il tasso di partecipazione è sceso al 61,4%, come non accadeva dal febbraio 2021. Pesano l'uscita dei baby boomer e la stretta sull'immigrazione, ma anche i disoccupati che smettono di cercare dopo mesi di invio di curriculum senza risposta.

La quota di americani che lavorano o cercano attivamente un impiego è scesa ai livelli più bassi dalla pandemia. A luglio il tasso di partecipazione alla forza lavoro è calato al 61,4%, ha comunicato venerdì il Bureau of Labor Statistics (BLS), l'istituto federale di statistica del lavoro: l'ultima volta che era stato registrato un valore simile risale al febbraio 2021. Nell'ultimo anno la forza lavoro americana si è ridotta di oltre un milione di persone, passando dai 170,4 milioni del luglio 2025 agli attuali 169,1 milioni, con il calo più marcato concentrato negli ultimi due mesi.

Il tasso di partecipazione misura la quota della popolazione potenzialmente disponibile al lavoro che è già occupata oppure sta cercando attivamente un impiego. Lo stesso rapporto ha registrato a luglio una perdita netta di 23.000 posti di lavoro, contro le attese degli economisti, che prevedevano invece un aumento dell'occupazione. Il tasso resta inoltre molto lontano dal 63,3% registrato all'inizio del 2020, prima della pandemia.

"I cali del tasso di partecipazione stanno diventando più preoccupanti, perché il valore è vicino ai minimi storici", ha scritto Dominic Pappalardo, chief multi-asset strategist di Morningstar Wealth. Al netto della parentesi pandemica, ha aggiunto, per ritrovare un dato così basso bisogna tornare indietro di decenni. Una riduzione della quota di persone disponibili a lavorare rappresenta inoltre un problema per la crescita economica di lungo periodo, ha spiegato Cory Stahle, senior economist dell'Indeed Hiring Lab.

Il rovescio della disoccupazione

La quota di americani che lavora o cerca lavoro non è mai stata così bassa in vent’anni

A luglio il tasso di partecipazione è sceso al 61,4% e in dodici mesi la forza lavoro ha perso 1,3 milioni di persone. La disoccupazione cala al 4,1%, ma solo perché chi non trova lavoro smette di cercarlo.

Grafica di FocusAmerica 11 agosto 2026

Tasso di partecipazione alla forza lavoro, luglio 2026
61,4%

Era il 62,2% un anno fa. Sotto, la serie mensile dal 2006.

Dal 66,4% del dicembre 2006 la curva scende fino al 62,4% del settembre 2015, risale al 63,3% del gennaio 2020, crolla al 60,1% dell’aprile 2020, recupera fino al 62,8% dell’agosto 2023 e torna a scendere fino al 61,4% del luglio 2026.

In vent’anni di rilevazioni il tasso è sceso a questo punto soltanto cinque volte, tutte comprese tra l’aprile 2020 e il febbraio 2021. Prima della pandemia non era mai andato sotto il 62,4%.

Se la quota fosse rimasta quella di un anno fa, oggi nella forza lavoro ci sarebbero 2,1 milioni di persone in più: 171,2 milioni invece di 169,1.

1 Gli ultimi dodici mesi

La discesa si è accentuata negli ultimi due mesi


Tasso di partecipazione mese per mese, dati destagionalizzati. Trascina o tocca il grafico per leggere i singoli mesi.

Luglio 2025: 62,2%. Agosto: 62,3%. Settembre: 62,5%. Novembre: 62,5%. Dicembre: 62,4%. Gennaio 2026: 62,1%. Febbraio: 62,0%. Marzo: 61,9%. Aprile: 61,8%. Maggio: 61,8%. Giugno: 61,5%. Luglio 2026: 61,4%.

Il grafico mostra i dodici mesi disponibili: a ottobre 2025 la rilevazione fu sospesa per lo shutdown federale e quel mese non esiste nella serie.

2 Chi è uscito

Il calo si concentra tra chi ha studiato di meno


Ogni linea unisce il tasso di partecipazione del luglio 2025 (cerchio chiaro) a quello del luglio 2026 (cerchio pieno).

Titolo di studio: senza diploma dal 49,0% al 45,5%; diploma superiore dal 56,5% al 56,6%; college non concluso dal 63,0% al 61,4%; laurea dal 71,5% al 70,7%. Gruppi: uomini dal 70,0% al 69,2%; donne dal 58,6% al 57,7%; bianchi dal 62,0% al 60,7%; neri dal 61,7% al 61,3%; ispanici dal 67,0% al 66,4%; asiatici dal 64,9% al 65,0%.

Titolo di studio: popolazione dai 25 anni in su. Uomini e donne: dai 20 anni. Bianchi, neri, asiatici e ispanici: dai 16 anni.

Pesa anche l’immigrazione: in dodici mesi la popolazione adulta nata all’estero è diminuita di 401.000 persone e la forza lavoro straniera di 550.000 (dati non destagionalizzati).

3 Il bilancio dell’anno

La popolazione cresce, la forza lavoro si svuota


Variazione tra luglio 2025 e luglio 2026, in milioni di persone.

Popolazione adulta: +1,5 milioni. Forza lavoro: −1,3 milioni. Adulti fuori dalla forza lavoro: +2,8 milioni.

Le due cose si sommano: 1,5 milioni di adulti in più e 1,3 milioni di persone uscite dal mercato fanno 2,8 milioni di inattivi in più. Di questi, 5,9 milioni dicono di volere un lavoro senza però cercarlo.

4 Le pietre di paragone

Dal massimo del 2000 mancano quasi sei punti


Il tasso di partecipazione nei tre momenti che gli economisti usano come termine di confronto.

67,3%
Gennaio 2000
Massimo storico

63,3%
Gennaio 2020
Prima della pandemia

61,4%
Luglio 2026
Oggi

Fuori dalla parentesi pandemica, per ritrovare un valore così basso bisogna risalire alla metà del 1976, quando le donne americane erano ancora in larga parte fuori dal mercato del lavoro. Ogni decimo di punto vale oggi circa 275.000 persone.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su dati del Bureau of Labor Statistics: The Employment Situation – July 2026 (7 agosto 2026), tabelle A-1, A-4 e A-7, e serie mensile destagionalizzata del tasso di partecipazione alla forza lavoro civile, luglio 2006 – luglio 2026. Il massimo del gennaio 2000 e il riferimento al 1976 provengono dalla serie storica BLS che parte dal 1948.

Pensionamenti e meno giovani per sostituire i boomer


Una parte del fenomeno è strutturale. I baby boomer più giovani hanno ormai superato i sessant'anni e la loro progressiva uscita dal mercato del lavoro è "la costante che spinge il tasso verso il basso, il motivo principale del calo chiaro e prolungato", ha spiegato Stahle. A questo si aggiungono però anche il calo della natalità degli ultimi decenni, le regole più restrittive sull'immigrazione e l'intensificazione dei controlli durante il secondo mandato di Donald Trump, ha osservato Matthew Martin, senior economist di Oxford Economics. Mentre i lavoratori più anziani lasciano in massa il mercato, "non ci sono necessariamente altri lavoratori giovani a prenderne il posto", ha spiegato.

Ma il dato può riflettere anche una crescente difficoltà nel trovare un impiego. Il BLS considera disoccupata e in cerca di lavoro soltanto una persona che abbia cercato attivamente un'occupazione nelle quattro settimane precedenti. In un mercato come quello attuale, tuttavia, quattro settimane possono essere un periodo molto breve: secondo il rapporto di luglio, un disoccupato americano impiega in media quasi 25 settimane per trovare un nuovo posto di lavoro e circa un quarto delle persone in cerca di occupazione è senza lavoro da almeno 6 mesi. È quindi sufficiente che qualcuno, dopo decine di candidature rimaste senza risposta, interrompa la ricerca per un mese perché esca tecnicamente dalla forza lavoro.

A luglio i cosiddetti lavoratori scoraggiati erano 503.000, contro i quasi 460.000 di un anno prima. Si tratta di persone che non hanno cercato lavoro nelle ultime quattro settimane e che, tra le ragioni, indicano anche la convinzione che non vi siano opportunità disponibili. "Non so se sia rumore nei dati o l'inizio di un trend", ha detto Martin. "Sicuramente può essere una parte della spiegazione." Stahle è più netto: "La paura è che si stia arrivando a un punto in cui la gente dice: non cerco più lavoro. Sto un po' rinunciando alla mia ricerca di lavoro", ha spiegato a MarketWatch.


L'economia americana ha perso 23.000 posti di lavoro a luglio


L'economia statunitense ha perso 23.000 posti di lavoro a luglio, mentre gli economisti interpellati dal Wall Street Journal si aspettavano 83.000 assunzioni nette. Il dato è contenuto nel rapporto mensile diffuso oggi dal Bureau of Labor Statistics, l'istituto di statistica del Dipartimento del Lavoro. Il tasso di disoccupazione è tuttavia sceso dal 4,2% di giugno al 4,1%, il livello più basso da giugno 2025.

Il rapporto ha ridimensionato anche i risultati dei due mesi precedenti: i posti creati a maggio sono stati rivisti da 129.000 a 63.000 e quelli di giugno da 57.000 a 20.000. Complessivamente, si tratta di 103.000 assunzioni in meno rispetto alle prime stime. La media mensile dell'ultimo anno scende così a 34.000 nuovi posti di lavoro creati. Le revisioni cancellano gran parte dello slancio che sembrava aver caratterizzato i primi mesi del 2026, quando la ripresa delle assunzioni era stata attribuita all'ottimismo per i tagli fiscali, la tregua sui dazi, la riduzione dei tassi d'interesse e il rallentamento dell'inflazione.

Occupazione · Luglio 2026

L’America ha perso posti di lavoro, ma la disoccupazione è scesa lo stesso

Il Bureau of Labor Statistics registra 23.000 posti in meno a luglio e ne cancella altri 103.000 dalle stime di maggio e giugno. Il tasso di disoccupazione scende al 4,1% perché sempre meno americani cercano un impiego.

Grafica di FocusAmerica 7 agosto 2026

Posti di lavoro creati a luglio

Le attese
+83.000

Il dato reale
−23.000

Media degli economisti interpellati dal Wall Street Journal
Uno scarto di 106.000 posti rispetto alle previsioni

Nell’ultimo anno l’economia americana ha creato in media 34.000 posti al mese: poco più di un terzo del ritmo che teneva nel 2024.

Quattro anni in un grafico

La creazione di posti di lavoro si è spenta mese dopo mese


Variazione mensile degli occupati non agricoli, in migliaia. La linea blu è la media dei dodici mesi precedenti: a gennaio 2023 superava i 380.000 posti al mese, oggi è a 34.000.

Posti creati Posti persi Media a 12 mesi

Passa il dito o il mouse sul grafico per leggere i singoli mesi.

Dentro il rapporto

Tre cose che rendono il dato peggiore di com’è apparso


Le revisioni Il paradosso I settori

Il Bureau of Labor Statistics ha ricalcolato i due mesi precedenti. Entrambi valevano circa la metà di quanto era stato annunciato.

−103.000
posti in meno rispetto alle prime stime. Le revisioni cancellano quasi tutto lo slancio dei primi mesi del 2026.

Occupati e disoccupati arrivano da due indagini diverse. I posti si contano nelle buste paga delle imprese; il tasso di disoccupazione nasce da un sondaggio tra le famiglie, e considera disoccupato solo chi ha cercato lavoro nelle ultime quattro settimane. Chi smette di cercare esce dal conteggio.

A luglio la disoccupazione è scesa al 4,1%, il livello più basso da giugno 2025. Nello stesso mese però la quota di americani che lavorano o cercano lavoro è caduta al minimo da oltre cinque anni: il tasso cala anche quando l’occupazione non cresce.

61,4%
Tasso di partecipazione, sette decimi in meno rispetto a gennaio

5,9 mln
Americani fuori dalla forza lavoro che dicono di volere un impiego

921.000
Persone in attesa di rientrare dopo un licenziamento: 153.000 in più in un mese

Ogni comparto sposta il saldo del mese. Le perdite di scuola, negozi e finanza pesano molto più di quanto la sanità riesca a compensare, e il totale si ferma a 23.000 posti in meno.

Passa il dito o il mouse su un comparto per vedere il saldo progressivo.

«Tutti gli altri comparti» è una voce residua: la differenza fra il saldo totale di luglio e i comparti indicati sopra.

Il turismo doveva essere il grande beneficiario dei Mondiali di calcio. Il settore del tempo libero e dell’ospitalità ha invece perso 61.000 posti a giugno ed è rimasto fermo a luglio. La retribuzione oraria media è ferma a 37,62 dollari, il 3,2% in più rispetto a un anno fa.


A luglio 2026 l’economia americana ha perso 23.000 posti di lavoro contro le 83.000 assunzioni attese. Maggio è stato rivisto da 129.000 a 63.000 posti e giugno da 57.000 a 20.000, per un totale di 103.000 posti in meno rispetto alle prime stime. Il tasso di disoccupazione è sceso dal 4,2% al 4,1%, mentre il tasso di partecipazione è caduto al 61,4%.

Fonte Elaborazione su dati del Bureau of Labor Statistics, rapporto sull’occupazione di luglio 2026 (dati destagionalizzati), e sul sondaggio del Wall Street Journal tra gli economisti. La rilevazione di ottobre 2025 non è stata effettuata a causa dello shutdown federale.

Perché cala anche la disoccupazione


Il numero degli occupati e il tasso di disoccupazione provengono da due rilevazioni diverse e possono quindi muoversi in direzioni apparentemente contraddittorie. I posti di lavoro vengono calcolati attraverso un'indagine sulle imprese, che misura il numero di persone presenti nelle buste paga. Il tasso di disoccupazione deriva invece da un sondaggio sulle famiglie, nel quale una persona viene considerata disoccupata soltanto se ha cercato attivamente un impiego nelle quattro settimane precedenti. Chi smette di cercarlo esce dalla forza lavoro e non viene più conteggiato: il tasso può quindi diminuire anche senza un aumento dell'occupazione.

A luglio il tasso di partecipazione al mercato del lavoro è sceso al 61,4%, il livello più basso da oltre cinque anni e sette decimi di punto in meno rispetto a gennaio. Gli americani fuori dalla forza lavoro che dichiarano di volere un impiego sono 5,9 milioni. Sono inoltre aumentate di 153.000 unità, fino a 921.000, le persone temporaneamente senza lavoro a causa di un licenziamento.

Le perdite si sono concentrate in pochi comparti. L'istruzione gestita dagli enti locali ha tagliato 50.000 posti, il commercio al dettaglio 19.000 e le attività finanziarie 14.000. La sanità ha invece continuato a crescere, con 22.000 nuove assunzioni. La retribuzione oraria media è rimasta ferma a 37,62 dollari, il 3,2% in più rispetto a un anno fa.

Mondiali senza l'attesa spinta alle assunzioni


Le imprese devono intanto affrontare un aumento dei costi su più fronti. Le spedizioni di petrolio dal Golfo Persico restano ostacolate dalla guerra in Medio Oriente, mentre l'Amministrazione Trump ha rilanciato la propria offensiva commerciale introducendo nuovi dazi sulle importazioni. In questo contesto, anche reperire manodopera è diventato più difficile: il forte rallentamento dell'immigrazione ha ulteriormente ristretto l'offerta di lavoratori disponibili.

Non si è inoltre materializzata l'ondata di assunzioni che gli economisti prevedevano in vista dei Mondiali di calcio. Il settore del tempo libero e dell'ospitalità, che avrebbe dovuto beneficiarne per primo, ha perso 61.000 posti a giugno ed è rimasto sostanzialmente fermo a luglio.

La Casa Bianca non ha ancora commentato il nuovo rapporto, pubblicato a circa tre mesi dalle elezioni di metà mandato, nonostante la Casa Bianca cerchi di rassicurare gli elettori sulla solidità dell'economia. Il calo dell'occupazione e le pesanti revisioni dei mesi precedenti riaprono però gli interrogativi sulla tenuta della crescita americana, in una fase segnata da un'inflazione ancora elevata e da costi crescenti per imprese e famiglie.


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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

L’ambiente mediatico interpreta la devastazione di Cuba da parte degli Stati Uniti come una giustificazione per ulteriori devastazioni home.rifondazione.eu/2026/08/1… #Approfondimenti

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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

Tra i giovani americani il divario politico di genere non è mai stato così ampio


Il 66% delle giovani americane si dichiara democratica, contro il 44% dei coetanei uomini. Solo tra le donne l'orientamento politico cambia con l'età.

Il 66% delle giovani americane si dichiara democratica o comunque più vicina al Partito Democratico, contro il 44% dei coetanei uomini. Sono i numeri dell'edizione 2026 del National Public Opinion Reference Survey (NPORS), la rilevazione annuale del Pew Research Center, uno dei principali istituti di ricerca demoscopica degli Stati Uniti. Dopo il voto del 2024 la distanza politica tra ragazzi e ragazze non si è ridotta, si è allargata.

Tra i giovani uomini i repubblicani sono più numerosi dei democratici. Le differenze tra generazioni, inoltre, esistono soltanto tra le donne: gli uomini più giovani e quelli più anziani hanno oggi orientamenti politici quasi identici. È una rottura rispetto al passato, quando i giovani di entrambi i sessi erano nel complesso più progressisti e più vicini ai Democratici del resto del paese.

Negli Stati Uniti non esiste una tessera di partito paragonabile a quella europea e l'appartenenza politica si misura chiedendo agli elettori da che parte stanno. Chi si definisce indipendente ma ammette di propendere per uno schieramento viene conteggiato insieme a quel partito. Le percentuali del sondaggio comprendono quindi anche loro.

Pew Research Center · NPORS 2026

Tra i giovani americani il divario politico fra i sessi non si è chiuso: si è allargato

Dopo il voto del 2024 in molti si erano chiesti se la distanza fra ragazzi e ragazze stesse per richiudersi. La rilevazione annuale del Pew Research Center dice il contrario: fra gli under 30 non è mai stata così ampia.

Grafica di FocusAmerica Rilevazione di luglio 2026

Chi si dichiara democratico o vicino ai Democratici, 18–29 anni

Uomini

Donne

Fra loro i repubblicani sono oggi più numerosi dei democratici
Due terzi: il livello più alto degli ultimi sei anni

punti di distanza

0%100%

Negli Stati Uniti non esiste la tessera di partito: l’appartenenza si misura chiedendo agli elettori da che parte stanno. Chi si dichiara indipendente ma propende per uno schieramento è conteggiato con quel partito.

Lo specchio repubblicano

I ragazzi si spostano a destra, le ragazze vanno nella direzione opposta


Identificazione partitica degli americani fra i 18 e i 29 anni, rilevazione 2026. La quota restante non si riconosce in nessuno dei due schieramenti.

Democratici o vicini ai Democratici Repubblicani o vicini ai Repubblicani

Per i giovani uomini il Pew non pubblica la cifra esatta dell’identificazione repubblicana e indica «quasi la metà»: la barra tratteggiata segnala che si tratta di una stima, ricavata dai ventidue punti di distanza rilevati rispetto alle coetanee.

Sei anni, tre passaggi

Il 2024 sembrava l’inizio di un riavvicinamento. Era un’eccezione.


Tocca una tappa per leggere che cosa è successo.

La vera origine del divario

Nessun fattore, da solo, spiega la distanza


Né Trump, né l’aborto, né il femminismo, né i podcast maschili bastano a rendere conto di quello che sta accadendo.

L’effetto del presidente in carica

La popolarità di chi occupa la Casa Bianca pesa sull’appartenenza politica, soprattutto fra chi segue poco la politica. Nell’estate del 2024 Joe Biden toccò il minimo del suo mandato.

di consensi per Biden nell’estate del 2024

Progressisti stanchi di Biden

Le giovani elettrici di sinistra non si erano spostate a destra per convinzione: erano stanche di Biden e diffidenti verso Kamala Harris. Quota di progressisti con un’opinione molto favorevole del presidente nel 2023.

Il genere come identità politica

Più delle generazioni precedenti, ragazzi e ragazze sono convinti che saranno trattati ingiustamente proprio per il loro sesso. Da questa convinzione nascono risentimento e accuse reciproche: in un sondaggio fra adolescenti americani la maggioranza dei ragazzi ha detto che a scuola le ragazze ricevono un trattamento di favore, mentre fra le ragazze cresce l’idea che il mondo sia un posto pericoloso e che la responsabilità sia in gran parte degli uomini.

I numeri principali. Fra i 18 e i 29 anni si dichiara democratico o vicino ai Democratici il 66 per cento delle donne e il 44 per cento degli uomini: ventidue punti di distanza. Sul fronte opposto, è repubblicano o vicino ai Repubblicani il 27 per cento delle giovani donne e quasi la metà dei giovani uomini. Nel 2020 la distanza fra i due gruppi sull’identificazione repubblicana era di appena sei punti. Nell’estate del 2024 Joe Biden toccò il 36 per cento di consensi, il minimo del suo mandato; nel 2023 aveva un’opinione molto favorevole di lui il 10 per cento dei progressisti under 30, contro il 62 per cento di quelli dai 65 anni in su.


Fonte Pew Research Center, National Public Opinion Reference Survey 2026. Analisi e serie storica: Daniel Cox, American Storylines. Il minimo di consensi di Joe Biden nell’estate 2024 è rilevato da Gallup.

Negli ultimi sei anni l'identificazione repubblicana è cresciuta tra i giovani uomini: nel 2026 quasi la metà si colloca a destra, una quota superiore a quella del 2020 e solo di poco inferiore a quella del 2024. Tra le giovani donne è invece precipitata, con appena il 27% che si dichiara repubblicana o indipendente vicina ai Repubblicani. Dal 2020 le loro scelte politiche si sono mosse molto più di quelle dei coetanei uomini.

Il NPORS è uno strumento affidabile per via della metodologia con cui viene costruito. Il Pew Research Center lo somministra ogni anno per posta, al telefono e online, un impianto pensato per ridurre la distorsione prodotta da chi non risponde: i tassi di risposta arrivano a essere da otto a nove volte più alti di quelli di un normale sondaggio telefonico. Serve a produrre stime di riferimento su indicatori che le statistiche pubbliche americane non rilevano, come l'appartenenza partitica e l'affiliazione religiosa. Nel complesso, nel 2026 gli americani sono un po' meno repubblicani e un po' più democratici di quanto fossero nel 2024.

Il 2024 era stato un anno pessimo per i Democratici. Nell'estate di quell'anno l'allora presidente Joe Biden aveva toccato il minimo di consenso del suo mandato, il 36%. L'inflazione era scesa rispetto ai picchi della pandemia ma gli elettori continuavano ad attribuire ai Democratici la responsabilità dell'aumento dei prezzi e il costo della vita era il tema centrale della campagna. Sull'immigrazione, sulla criminalità, sulla difesa dal terrorismo e sull'economia il Partito Repubblicano era di gran lunga il più credibile agli occhi dell'elettorato.

Alle presidenziali il presidente Donald Trump andò molto bene tra i giovani uomini, un risultato che in molti attribuirono a una campagna costruita su un immaginario maschile, dalle apparizioni con i lottatori di arti marziali miste ai podcast rivolti a un pubblico di ragazzi. Guadagnò consensi anche tra le giovani donne, un gruppo che fino ad allora lo aveva sempre respinto. Da quel risultato era nata la domanda se la distanza politica tra i due sessi si stesse chiudendo.

L'aumento improvviso dell'identificazione repubblicana tra le giovani donne nel 2024 non ha prodotto un riallineamento duraturo e due anni dopo quel dato somiglia a un'anomalia. Secondo l'analisi dei numeri pubblicata da Daniel Cox su American Storylines, le giovani elettrici progressiste erano semplicemente stanche di Joe Biden e diffidenti verso Kamala Harris. Nel 2023 solo il 10% dei giovani progressisti aveva un'opinione "molto favorevole" di Biden, contro il 62% dei progressisti dai 65 anni in su.

La popolarità del presidente in carica pesa sull'appartenenza politica, soprattutto tra chi segue poco la politica o ha alle spalle poche elezioni. Ci si potrebbe aspettare uno spostamento a sinistra di entrambi i gruppi mentre il consenso del presidente scende. Ragazzi e ragazze stanno invece reagendo in modo diverso.

Le ragioni del divario non si riducono a un solo fattore: non a Trump, non all'aborto, non al femminismo e nemmeno ai podcast maschili. Nella politica americana di oggi il genere è diventato un tratto sempre più rilevante, capace di dare forma alle esperienze e alle preferenze politiche. A renderlo tale è la sensazione, condivisa dai giovani di entrambi i sessi, di dover affrontare difficoltà specifiche proprio in quanto uomini o in quanto donne. Più delle generazioni precedenti, sono convinti che saranno trattati ingiustamente per il proprio sesso. È il tema a cui Cox dedica un capitolo di Generation Uncoupled, il libro che sta per pubblicare.

Da questa percezione nascono risentimento e accuse reciproche, in un momento in cui sia i ragazzi sia le ragazze si sentono trascurati. In un sondaggio condotto tra gli adolescenti americani la maggioranza dei ragazzi ha detto che a scuola le ragazze ricevono un trattamento di favore. Tra le ragazze cresce invece la convinzione che il mondo sia un posto pericoloso e che la responsabilità sia in gran parte degli uomini. Questi sentimenti possono avere origini del tutto legittime, dall'esperienza vissuta o dai contenuti che ciascuno consuma online, ma sono anche facili da manipolare per i politici interessati e per chi sulla rete ci costruisce sopra un guadagno.


I giovani Repubblicani sono troppo estremisti


I politici del Partito Repubblicano sono preoccupati per la nuova generazione di giovani collaboratori che sta arrivando a Washington: nelle chat di gruppo e agli aperitivi dopo il lavoro si ripete che il sistema che porta i giovani talenti conservatori nei posti di governo è difettoso, se non del tutto rotto. È il quadro che emerge da un'analisi pubblicata su Politico dopo conversazioni con quattro alti collaboratori repubblicani al Congresso, studiosi ed ex dipendenti di think tank, accademici e giovani militanti conservatori, che raccontano una frattura generazionale sempre più larga e una diffidenza reciproca.

La critica non è il solito lamento di mezza età sui giovani che non vanno bene: è rivolta a istituzioni come la Heritage Foundation, il più importante think tank conservatore d'America, che da decenni hanno il compito di individuare e formare la futura classe dirigente del partito. Secondo i critici, che in molti casi si riconoscono in un conservatorismo tradizionale precedente a Trump, negli ultimi dieci anni queste organizzazioni hanno selezionato le persone sulla base della conformità rigida all'ideologia trumpiana invece che della competenza, con un calo del merito e delle capacità e una tolleranza verso ideologie più oscure che alla lunga potrebbe compromettere la capacità del partito di governare.

"Tutti sanno qual è il problema: le organizzazioni che portano i giovani collaboratori a Washington hanno passato l'ultimo decennio a privilegiare la cieca fedeltà ideologica invece della competenza o dell'intelligenza", ha detto un alto collaboratore repubblicano al Congresso. "Ci siamo ritrovati con una generazione di idioti fanatici e incompetenti".

Al centro delle preoccupazioni ci sono i cosiddetti groyper: tecnicamente i seguaci di Nick Fuentes, uno streamer della generazione Z che si definisce "identitario bianco", ma il termine è ormai usato come insulto generico per i giovani di destra anti-establishment, un po' come "neocon" per i conservatori favorevoli agli interventi militari. Fuentes, che ha milioni di spettatori e una visione del mondo profondamente antisemita e misogina, è diventato un personaggio tra i giovani conservatori come attivista online pro-Trump e agitatore di estrema destra nei campus. Poi ha rotto con il presidente per la gestione dei file su Jeffrey Epstein e per il sostegno di Trump a Israele e alla guerra in Iran.

Commentatori conservatori di primo piano sostengono che il groyperismo si stia diffondendo tra i membri più giovani del partito, anche dentro il governo: un giovane avvocato dell'amministrazione Trump ha ammesso in messaggi di testo rivelati da Politico di avere una "vena nazista" e alcuni account social ufficiali del governo hanno ripreso il linguaggio e i meme dell'estrema destra online.

C'è però una differenza tra criticare gli aiuti militari a Israele o lamentare i morti della guerra di Gaza e usare espressioni come "governo occupato dai sionisti", come fa abitualmente un giovane stratega repubblicano citato nell'articolo. I sondaggi mostrano che la stragrande maggioranza dei giovani conservatori respinge le posizioni antisemite, anche se il sostegno a Israele è calato sensibilmente rispetto alle generazioni precedenti. I giovani di destra sono anche più scettici verso gli interventi militari: i più anziani della generazione Z erano bambini piccoli l'11 settembre 2001, sono cresciuti in un'epoca di guerre lunghe decenni e costate migliaia di miliardi di dollari e sono arrivati all'età adulta senza potersi permettere una casa. Per molti la diffidenza verso l'ortodossia repubblicana ha radici genuine.

Per i giovani conservatori le lamentele degli anziani non riguardano davvero credenziali ed esperienza, ma uno scontro politico interno al partito. "Per la mia esperienza sul campo non esiste un grande problema di groyper", ha detto Marty Bertao, 21 anni, presidente dei College Republicans of America, l'organizzazione studentesca del partito. "Ho il sospetto che contino come groyper chiunque sia lontanamente critico verso Israele". Rachel Bovard, vicepresidente dei programmi del Conservative Partnership Institute, un'altra organizzazione che forma collaboratori, ha scritto online che questa campagna è "disgustosa e riprovevole, soprattutto se fatta contro i giovani collaboratori del Congresso".

Se il personale è politica, come dice un vecchio adagio di Washington, la posta in gioco è molto più alta di uno scontro generazionale, perché sono i collaboratori del governo, in tutti i rami dello stato, a far funzionare di fatto il paese. Gli studenti impegnati nella politica universitaria diventano stagisti, poi assistenti legislativi, poi consiglieri senior, capi di gabinetto e in certi casi direttori di agenzie: se il sistema che produce il personale conservatore sta cambiando, cambierà con esso il governo repubblicano.

"C'è certamente un problema di selezione dal lato repubblicano", ha detto E.J. Fagan, professore associato alla University of Illinois Chicago e autore di un libro sull'ascesa dei think tank di partito. Secondo Fagan, anche al di là della politica estera, alla Heritage la competenza tradizionale è stata messa da parte in favore di "pastura per la macchina dei media conservatori": "stanno assumendo molte persone che non hanno più le capacità di una volta".

Fagan cita il caso di E.J. Antoni, il giovane capo economista della Heritage che il presidente aveva scelto come direttore del Bureau of Labor Statistics, l'ufficio federale che produce le statistiche sul mercato del lavoro. La nomina è stata ritirata dopo che Antoni aveva proposto di sospendere il rapporto mensile sull'occupazione, i cui dati rivisti al ribasso erano stati definiti "truccati" da Trump e dopo la scoperta di un suo vecchio account X, poi cancellato, in cui insultava volgarmente Kamala Harris e attaccava i gay. "Un tempo figure come quella del capo economista della Heritage erano impressionanti nel mondo delle politiche", ha detto Fagan. "Non è più così e non invidio chi deve cercare la prossima generazione di collaboratori".

Le preoccupazioni sono particolarmente forti al Senato, che resta il principale baluardo dell'establishment nella Washington di Trump. Dei quattro collaboratori del Congresso sentiti da Politico, tre lavorano per senatori repubblicani e hanno dato versioni diverse del problema. Uno ha detto che in alcuni uffici di Camera e Senato i collaboratori addetti alla comunicazione sono ormai più numerosi di quelli che si occupano di politiche, perché i parlamentari inseguono "i clic e le risposte pungenti" nell'angolo troppo online di X, cosa che "non fa avanzare di un millimetro l'agenda conservatrice". Un altro ha detto che è difficile competere per il personale qualificato con un'amministrazione del proprio partito che dispone di migliaia di nomine politiche. Un terzo ha parlato di una generazione cresciuta con le teorie cospirative di Tucker Carlson e Candace Owens, due commentatori molto seguiti a destra: "tra cinque, otto anni, se dovremo affidarci a persone con questa visione del mondo, saremo in guai seri".

Per decenni la Heritage Foundation è stata una delle principali porte d'ingresso ai lavori repubblicani di Washington: secondo un'analisi del 2024 di Legistorm (una società che monitora il personale del Congresso), quasi un terzo degli uffici repubblicani al Congresso impiegava un suo ex dipendente. L'istituzione sostiene che l'amministrazione Trump ha adottato il 64% delle sue proposte politiche e dice che 290 suoi ex lavorano nell'amministrazione attuale e altri 235 al Congresso.

Questo successo si deve in parte alla capacità dell'istituto di reinventarsi insieme al movimento conservatore: prima la scommessa su Ronald Reagan, poi il sostegno ai candidati del Tea Party negli anni dieci, quindi il movimento MAGA e il Project 2025, il dettagliato programma di governo preparato per il secondo mandato di Trump. La prossima reinvenzione potrebbe essere l'era di JD Vance.

Luke Coffey, oggi ricercatore senior all'Hudson Institute, un altro think tank conservatore, ha vissuto il cambiamento dall'interno. "La Heritage in cui sono entrato nel 2012 era reaganiana", ha detto. "Quella che ho lasciato era più MAGA di Trump". Secondo Coffey l'enfasi sull'ideologia si è pagata in esperienza: racconta di un questionario per gli stagisti che selezionava i candidati in base alle posizioni anti-aborto. "Per uno stagista del programma sul Medio Oriente volevo il ragazzo o la ragazza che aveva studiato in Giordania, parlava arabo a livello intermedio, aveva girato Israele con lo zaino in spalla e credeva nella leadership americana nel mondo", ha detto. "Non mi interessava da che parte stesse nel dibattito tra pro-life e pro-choice".

Per Coffey il trionfo dell'ideologia sull'esperienza nel secondo mandato di Trump va ben oltre gli stagisti: "come segretario alla Difesa voglio una persona che, quando c'è un tentativo di colpo di stato a Seul, può scrivere su WhatsApp al suo omologo sudcoreano perché si conoscono da 35 anni", ha detto. Al suo posto, ha aggiunto, c'è Pete Hegseth, un ex personaggio televisivo che ha servito come ufficiale subalterno nella Guardia nazionale.

Anche la Heritage ha avuto la sua controversia legata ai groyper. Quando l'anno scorso Tucker Carlson ha realizzato un'intervista amichevole con Fuentes, il presidente della Heritage, Kevin Roberts, ha difeso l'ex conduttore di Fox News contro "una coalizione velenosa che lo attacca", attirandosi condanne diffuse e provocando l'uscita di diversi dipendenti dall'organizzazione. Roberts ha poi espresso rammarico per quella formulazione.

L'episodio ha danneggiato la reputazione della Heritage, ma nel frattempo erano già nate organizzazioni più recenti che contendono spazio nel sistema di formazione, come l'America First Policy Institute e American Moment. Quest'ultima si occupa in particolare dei giovani e dei collaboratori junior e rifiuta esplicitamente quello che definisce il vecchio "sistema rotto" delle credenziali d'élite, compreso l'obbligo della laurea.

L'ansia per il groyperismo tra i repubblicani coincide con un aumento dell'antisemitismo in tutto l'arco politico, compresi i giovani conservatori. Un sondaggio di Yale Youth ha rilevato che i giovani "estremamente conservatori" sono i più propensi a essere d'accordo con affermazioni antisemite come "gli ebrei negli Stati Uniti hanno troppo potere". Secondo un sondaggio del Manhattan Institute, un think tank newyorkese, il 25% dei repubblicani sotto i 50 anni si riconosce in posizioni antisemite e il 31% in posizioni razziste. E Pew Research ha rilevato che l'opinione dei giovani elettori sul popolo israeliano è peggiorata dappertutto dal 2022, anche se la maggioranza dei repubblicani continua a vederlo positivamente, contro una minoranza dei democratici.

"Alcuni di noi sono preoccupati per l'antisemitismo che sentiamo emergere", ha detto il secondo collaboratore del Senato. "Ovviamente la sinistra ha questo problema più di noi, ma non ci aiuta". Il collaboratore ha raccontato che nelle assunzioni è ormai considerato "un campanello d'allarme" se un candidato viene da un'università conservatrice e dichiara un interesse per il Medio Oriente.

Le stime sulla reale diffusione del groyperismo tra i giovani professionisti repubblicani di Washington vanno da chi lo considera onnipresente a chi lo giudica trascurabile e sono oggetto di dispute aspre. Un anziano esponente conservatore ha detto a Rod Dreher, commentatore della rivista online Free Press, che il termine si applicherebbe al 30-40% dei collaboratori della generazione Z al Congresso e nell'amministrazione: la stima, ripetuta da Dreher in un podcast questa settimana, ha scatenato un dibattito furioso dentro il partito. Un funzionario dell'amministrazione ha detto al New Yorker che la percentuale sarebbe più vicina al 75%. E il primo collaboratore del Congresso sentito per l'articolo ha parlato di almeno il 50% del personale repubblicano al Congresso tra groyper e simpatizzanti.

I giovani conservatori liquidano queste stime come un tentativo dell'establishment di screditare un'intera generazione. "I giovani che portiamo a Washington non sono groyper", ha scritto su X Nick Solheim, amministratore delegato di American Moment. "Pensano che Nick Fuentes sia un disfattista e un ciarlatano. Vogliono vedere ristabilito l'ordine nel loro paese, vogliono le espulsioni di massa, niente nuove guerre e il sostegno ai lavoratori e alle famiglie americane".

Le storie inquietanti comunque non mancano: le battute sulle camere a gas e gli insulti etnici nelle chat di gruppo dei giovani repubblicani rivelate da Politico lo scorso autunno; l'ex tesoriere dei giovani repubblicani di New York collegato da un'inchiesta del New York Magazine a un account social che denigrava ebrei, neri, musulmani e gay; un consulente di una campagna per la Camera licenziato per aver deriso una vittima di stupro su X; un collaboratore della campagna presidenziale di Ron DeSantis, il governatore della Florida, allontanato per aver rilanciato un video con un'immagine nazista e poi approdato nell'ufficio del senatore del Missouri Eric Schmitt e infine al dipartimento di Stato, dove lavora ancora oggi.

Molti eletti repubblicani, insieme ai giovani conservatori, sostengono che queste posizioni restino ai margini del movimento e che sia ingiusto attribuire vere convinzioni politiche sulla base di battute in chat, indicando la sinistra come fonte maggiore del problema. Il senatore Ted Cruz ha però detto il mese scorso a un'assemblea della Faith and Freedom Coalition, l'organizzazione dei conservatori religiosi, di aver "visto più antisemitismo a destra negli ultimi 18 mesi che in qualsiasi altro momento della mia vita" e che "si sta diffondendo in particolare tra i giovani". Da allora gli alleati di Cruz hanno fondato un'organizzazione dedicata a contrastare l'antisemitismo di destra.

Altri leader MAGA sono stati attenti a non alienarsi i giovani conservatori, compresa la frangia più online e più vicina al mondo groyper. Il vicepresidente JD Vance non solo ha espresso comprensione per chi si oppone alla guerra in Iran, posizione condivisa dalla maggior parte degli americani: ha anche liquidato le chat razziste dei giovani repubblicani come "battute provocatorie" e, pur condannando l'antisemitismo, ha ipotizzato pubblicamente che Jeffrey Epstein avesse legami con l'intelligence israeliana. Vance in passato ha detto che Fuentes può "andare a quel paese" per averlo definito un "traditore della razza" a causa del suo matrimonio interrazziale, ma da settimane è bersaglio di una campagna online interna al suo stesso partito. Se sarà davvero lui a guidare il partito repubblicano del futuro, resta la questione di chi esattamente starebbe accogliendo e di cosa queste persone farebbero con il potere una volta ottenuto.

Intanto i veterani del Congresso continuano a giudicare il futuro del partito e del paese dai curriculum che arrivano negli uffici. E sempre più spesso non gli piace quello che vedono.


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Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

L’America oltre la polarizzazione politica: una società sempre più frammentata


Dalla crisi delle comunità alla frammentazione politica, gli Stati Uniti si dividono in tribù sempre più piccole. E anche la coalizione elettorale costruita da Trump in questi anni comincia a perdere pezzi.

Un numero crescente di esperti delle scienze sociali ritiene ormai che la parola "polarizzazione" non descriva più adeguatamente ciò che sta accadendo negli Stati Uniti e propone un concetto ancora più radicale: l'atomizzazione. Insomma, non si tratterebbe più di una società divisa in due grandi fazioni contrapposte, ma di una popolazione dispersa in una moltitudine di tribù sempre più piccole. È la tesi centrale di un'analisi firmata da Jesse McKinley sul New York Times. Come gruppi di atomi, questi sottoinsiemi si formano e si dissolvono rapidamente, lasciando le persone all'interno di bolle sempre più ristrette e con legami sempre più deboli con il resto del tessuto sociale. Ma anche i sottogruppi tendono a frammentarsi a loro volta, dando vita a nuove fazioni in conflitto: si tratta quindi di una nazione non più semplicemente divisa tra "noi" e "loro", ma tra "noi", "loro" e una quantità crescente di altri "loro".

Un'indagine pubblicata a giugno dal Pew Research Center su oltre 10.000 americani conferma questa intuizione, affermando come il tradizionale sistema bipartitico si sia di fatto frammentato in nove gruppi, dalla "destra non convenzionale" alla "sinistra esclusa" fino al "centro disimpegnato". Ciascuno di questi gruppi rappresenta quella che l'istituto definisce "una miscela complessa di valori e convinzioni", che sono difficilmente riconducibile ai tradizionali schieramenti democratico e repubblicano.

Oltre la polarizzazione

L'America atomizzata: da due partiti a nove tribù


Il tradizionale sistema bipartitico si è frammentato in nove gruppi politici distinti, mentre la fiducia degli americani nelle istituzioni e negli altri tocca i minimi storici.

Grafica di FocusAmerica

Ieri
2

Oggi
9

partiti contrapposti
tribù politiche

Attiva JavaScript per l'animazione: nove bolle proporzionali ai gruppi politici individuati dal Pew Research Center.

Ogni bolla è uno dei nove gruppi della tipologia Pew: l'area è proporzionale alla quota di popolazione adulta, la posizione orizzontale all'orientamento verso i due partiti, quella verticale al coinvolgimento politico. Tocca una bolla per il dettaglio.

La nuova mappa

Le nove tribù d'America


Quota di popolazione adulta di ciascun gruppo, dalla sinistra alla destra dello spettro politico. Tocca una riga per scoprire chi ne fa parte. Indagine su 10.357 adulti, novembre 2025.

Progressisti radicali 7%

Il gruppo più giovane della tipologia: posizioni molto progressiste su ogni tema, ma con uno sguardo scettico verso lo stesso Partito democratico.

Il 66% apprezza i politici che si definiscono socialisti democratici

Nome originale Pew: Leftward Progressives

Liberal fedeli 11%

Il cuore del Partito democratico: istruiti, fiduciosi nelle istituzioni e convinti del ruolo guida degli Stati Uniti nella diplomazia mondiale.

Il 77% ha un'opinione favorevole del Partito democratico

Nome originale Pew: Loyal Liberals

Sinistra esclusa 12%

Orientata ai democratici ma in forte difficoltà economica: è tra i gruppi che più si sentono ignorati dalla politica e che votano di meno.

Solo il 20% pensa che il Partito democratico si curi di persone come loro

Nome originale Pew: Left-Out Left

Sinistra dell'ordine e delle opportunità 18%

Il gruppo più numeroso e tra i più diversificati sul piano etnico: progressista in economia, ma preoccupato per la criminalità e la sicurezza dei confini.

Il 53% considera la criminalità violenta un problema molto grave

Nome originale Pew: Order and Opportunity Left

Centro disimpegnato 9%

Diviso politicamente e lontanissimo dalla politica: è il gruppo con il livello di interesse più basso dell'intera tipologia.

Solo il 31% ritiene davvero importante chi vincerà le elezioni di midterm

Nome originale Pew: Tuned-Out Middle

Destra pragmatica e cortese 11%

Il gruppo più anziano: conservatore in economia, moderato su immigrazione e diversità, ostile alla politica dell'umiliazione dell'avversario.

Quasi due terzi disapprovano l'operato di Trump

Nome originale Pew: Pragmatic and Polite Right

Destra non convenzionale 12%

Repubblicani più giovani e meno impegnati, con posizioni moderate su aborto e welfare: è il gruppo in cui l'entusiasmo per Trump si raffredda più in fretta.

Il 79% votò Trump nel 2024; oggi solo il 53% ne approva l'operato

Nome originale Pew: Unconventional Right

Conservatori della fede 12%

Un conservatorismo ancorato a religione, morale e tradizione: per la grande maggioranza gli Stati Uniti devono avere una cultura fondata sul cristianesimo.

L'83% vuole vietare l'aborto in tutti o quasi tutti i casi

Nome originale Pew: Faith First Conservatives

Destra senza scuse 9%

Lo zoccolo duro trumpiano: le posizioni più intransigenti su armi, immigrazione e cultura, unite a un sostegno incrollabile al presidente.

Il 90% approva l'operato di Trump

Nome originale Pew: No Apologies Right

La fiducia evaporata

Un Paese che non si fida più di sé stesso

La moralità dei connazionali

53%
47%

PessimaBuona

Gli Stati Uniti sono l'unico Paese, tra i 25 esaminati dal Pew a marzo su oltre 30.000 intervistati, in cui la maggioranza giudica pessima la moralità dei propri connazionali.

Il distacco dalla politica

85%

Più di otto americani su dieci ritengono che gli eletti al Congresso «non si curino di quello che pensano le persone come loro» (Pew, 2024).

85 adulti su 100

Una coalizione che perde pezzi
voto a Trump, 2024 79% −26 punti 53% approvazione, 2026
La «destra non convenzionale» aveva votato compattamente per Trump nel 2024; nella primavera del 2026 solo poco più della metà ne approva l'operato.

La lunga ritirata

Sessant'anni di disgregazione civica


Le tappe che, secondo gli studiosi, hanno eroso il capitale sociale americano.

Anni '60
Assassinii politici e guerra del Vietnam: comincia la ritirata degli americani dalla vita civica e la sfiducia verso il governo.

Anni '70
L'individualismo si afferma come valore dominante; sobborghi e automobile allentano i legami di quartiere.

2000
Robert Putnam pubblica Bowling Alone, la diagnosi di un capitale sociale in declino da decenni.

2008
La crisi finanziaria travolge famiglie e comunità; si moltiplicano i lavori precari della gig economy.

2020
La pandemia isola milioni di persone; il tempo trascorso da soli in casa tocca nuovi record.

2026
Per Putnam il contatto faccia a faccia «quasi certamente non è mai stato così basso nella storia americana».

Fonte: Pew Research Center, «Beyond Red vs. Blue: The Political Typology» (giugno 2026) e indagini Pew 2024-2026; The New York Times. Percentuali riferite alla popolazione adulta statunitense. Nel grafico, la posizione orizzontale corrisponde alla differenza tra i giudizi favorevoli al Partito repubblicano e al Partito democratico; quella verticale alla quota che ritiene davvero importante quale partito vincerà le elezioni di midterm del novembre 2026.

Internet accelera la frammentazione


Le cause di questo cambiamento sono numerose: tra queste ci sono sicuramente la promessa fondativa delle libertà individuali, una vena di individualismo orgogliosa e talvolta ostinata e la grande diversità regionale ed etnica del Paese. Ma il fattore più importante sarebbe però lo sviluppo di Internet, una rete capace di offrire qualsiasi contenuto a chiunque, per quanto di nicchia, e di alimentare un ambiente online frammentato in bolle tra chi la pensa allo stesso modo. Uno degli effetti più inquietanti dello sviluppo di Internet è l'amplificazione e la normalizzazione delle ideologie che in precedenza venivano considerate tossiche: oggi razzisti, misogini e suprematisti bianchi possono incontrarsi in rete e rafforzare reciprocamente le proprie convinzioni.

Idee dannose sono sempre esistite, ma stanno così acquistando nuovo ossigeno in un mondo nel quale anche gli impulsi peggiori possono ricevere una validazione immediata. Lo stesso meccanismo accelera la diffusione delle teorie infondate e delle fake news più disparate, dall'idea che Jeffrey Epstein sia ancora vivo a quella secondo cui gli attacchi di Hamas del 7 ottobre sarebbero stati inscenati da Israele, fino alla convinzione, portata avanti anche dall'attuale presidente Donald Trump, che i democratici abbiano rubato le elezioni presidenziali del 2020. Anche se totalmente assurde, queste teorie contribuiscono a erodere la fiducia dell'opinione pubblica nelle fonti istituzionali di informazione, compresi i mezzi di comunicazione.

Sondaggio dopo sondaggio, gli americani si dichiarano così meno propensi a conoscere i propri vicini, a fidarsi degli altri e perfino a credere nella famiglia. In un'indagine Pew condotta a marzo su oltre 30.000 persone in 25 Paesi del mondo, gli Stati Uniti sono risultati l'unico nel quale un numero più elevato di cittadini giudica pessima anziché buona la moralità dei propri connazionali: 53% contro 47%. La frammentazione delle convinzioni, osservano gli studiosi di teoria politica, finisce però per indebolire anche l'esistenza di un racconto nazionale condiviso.

Sono proprio queste basi comuni che servono ad aiutare una società a restare unita durante guerre, crisi economiche e altri momenti di difficoltà. Hannah Arendt, la filosofa che contribuì a diffondere il concetto di atomizzazione, la considerava una delle condizioni che nello scorso secolo avevano favorito l'ascesa di regimi come quello nazista e quello staliniano. "I movimenti totalitari", scriveva nel 1951, "sono organizzazioni di massa di individui atomizzati e isolati".

Sono passati ormai 25 anni da quando Robert Putnam, politologo di Harvard, pubblicò Bowling Alone, la diagnosi di una nazione e di un'identità collettiva che stavano lentamente disgregandosi. Putnam utilizzò i dati a sua disposizione per documentare un allontanamento dalle istituzioni civiche iniziato decenni prima e il conseguente declino del capitale sociale, vale a dire quell'insieme informale di interessi, valori e obiettivi condivisi che tiene insieme una comunità. Oggi, sostiene, la situazione è ulteriormente peggiorata. "Quello che conta di più è il contatto faccia a faccia", ha spiegato al New York Times. "E quasi certamente non è mai stato così basso nella storia americana come lo è adesso".

La ritirata dalla vita civile era iniziata negli anni Sessanta, tra assassinii politici, guerra del Vietnam e crescente sfiducia della popolazione nel governo, ed è proseguita negli anni Settanta con l'affermazione dell'individualismo. Poi sono arrivati la diffusione dei sobborghi e le vite dominate dall'automobile, il crollo economico del 2008, la pandemia, l'epidemia di oppioidi e la proliferazione di lavori sottopagati e privi di prospettive della gig economy. Se già la televisione aveva indebolito alcuni rapporti interpersonali, i social media e la diffusione di massa di Internet hanno accelerato enormemente il processo: gli studi sull'uso del tempo mostrano che gli americani trascorrono sempre più ore da soli in casa e che soprattutto i giovani passano molto tempo a scorrere passivamente i propri telefoni.

La fine della monocultura e la crisi delle coalizioni politiche


"Ormai ricevi tutto il tuo intrattenimento e mantieni il legame con i gruppi di tuo interesse solo attraverso il cellulare", ha detto al New York Times Richard Slotkin, scrittore e autore di A Great Disorder. Fino a qualche decennio fa, la maggior parte degli americani riceveva le notizie attraverso pochi grandi canali. Quei mezzi dominanti potevano essere noiosi o limitati a determinate prospettive culturali, ma quantomeno contribuivano a creare un lessico comune e perfino luoghi condivisi nei quali contestarlo: la pagina delle lettere dei giornali, le riviste, il bancone della tavola calda.

"Oggi siamo ad anni luce da qualsiasi monocultura di idee, estetiche e interessi", ha spiegato Zack Roif, direttore creativo dell'agenzia pubblicitaria Mother New York. Secondo lui, tuttavia, l'atomizzazione della società americana presenta anche un rovescio della medaglia positivo: consente infatti la nascita di comunità all'interno delle sottoculture. Influencer con pubblici più grandi di quelli di molte testate tradizionali sono in grado di dare voce a interessi un tempo marginali, mentre la caduta dei vecchi guardiani culturali ha favorito nuove voci, libri autopubblicati e micro-generi musicali capaci di raggiungere pubblici molto vasti.

In politica, però, un ambiente atomizzato è per sua natura instabile, perché obbliga i leader politici a tenere insieme blocchi elettorali sempre più eterogenei e insoddisfatti. Non meraviglia dunque il fatto che il numero degli elettori che si riconoscono come indipendenti sia ai massimi storici e un'indagine del Pew del 2024 ha rilevato che l'85% degli americani ritiene che coloro che sono stati eletti al Congresso "non si curino di quello che pensano le persone come loro".

L'attuale presidente Donald Trump ha conquistato il secondo mandato riunendo una coalizione molto eterogenea, che andava dagli appassionati di tecnologia e criptovalute agli influencer della manosfera fino ai genitori contrari ai pesticidi e ai vaccini, riuscendo in questo modo a portare alle urne persone che normalmente non votavano, mobilitate da temi come il costo della vita e l'immigrazione. Le sue due campagne elettorali hanno indubbiamente avuto un carattere ribelle e una vocazione apparentemente inclusiva che hanno offerto ai suoi sostenitori un forte senso di appartenenza.

Anche quella coalizione, però, sta già perdendo pezzi. Secondo il sondaggio Pew, la "destra non convenzionale" aveva votato compattamente Trump al 79% nel 2024, ma da allora il suo sostegno si è indebolito. La "sinistra esclusa", invece, continua a essere uno dei gruppi con la partecipazione elettorale più bassa e con maggiore diffidenza verso le motivazioni di coloro che vengono eletti. Alcuni sondaggisti rilevano inoltre che gli elettori latinos, spostatisi verso destra nel 2024, stiano tornando verso i democratici, delusi anche dai metodi aggressivi dell'Immigration and Customs Enforcement, l'agenzia federale per l'immigrazione, al punto da rendere contendibile perfino un seggio senatoriale in Texas.

Anche altri gruppi demografici come giovani maschi ed elettori della classe operaia stanno lentamente abbandonando il presidente, mentre alcuni podcaster che lo avevano sostenuto o elogiato, tra cui Joe Rogan, Theo Von e Andrew Schulz, affermano di sentirsi traditi dal modo in cui Trump sta governando in questo secondo mandato. Perfino parte di quello che precedentemente era lo zoccolo duro trumpiano è ora scontenta per la gestione dei file su Epstein, la guerra in Iran e i progressi ritenuti insufficienti del piano di Robert F. Kennedy Jr. per "rendere di nuovo sana l'America". I sospetti di corruzione e di interessi privati alimentano ulteriormente la sfiducia.

Anche i democratici si dividono


I democratici sono almeno altrettanto frammentati dei repubblicani e solo di recente il calo di popolarità del presidente si è tradotto in guadagni significativi nei sondaggi per l'opposizione, un altro segnale di quanto il malcontento sia ormai generalizzato. George Packer, autore di The Unwinding, ha osservato in un'intervista al New York Times che costruire una coalizione politica richiedeva tradizionalmente "un gran lavoro di logoramento con persone che non ti stanno particolarmente simpatiche", un esercizio diventato più difficile a causa dei test di purezza ideologica tanto a destra quanto a sinistra. "I partiti politici sembrano procedere più per sottrazione che per addizione", ha sintetizzato.

Nel frattempo sono progressivamente scomparsi molti dei luoghi nei quali un tempo persone diverse entravano in contatto: associazioni professionali, sindacati, club di servizio. "Nel Novecento le vite delle persone si svolgevano in officina, nelle grandi fabbriche, nelle chiese", ha spiegato Michael Waldman, presidente e amministratore delegato del Brennan Center for Justice della facoltà di giurisprudenza della New York University. "C'erano attività comuni". Anche le comunità online possono creare nuovi legami, ma i ricercatori hanno riscontrato che la loro natura più effimera tende a renderle meno gratificanti sul piano emotivo rispetto alle relazioni reali, e questa situazione è peggiorata di recente in un panorama nel quale si stanno diffondendo anche chatbot IA compiacenti, capaci di ripetere e assecondare i pensieri degli utenti, talvolta fino ad alimentarli in direzione della paranoia.

Un precedente, tuttavia, esiste e secondo Putnam indica anche una possibile via d'uscita da questa crisi. Anche l'ultima età dell'oro americana, alla fine dell'Ottocento, fu caratterizzata da enormi concentrazioni di ricchezza, rapidi progressi tecnologici e da un darwinismo sociale fortemente centrato sull'individuo. Gli americani di allora, sostiene il politologo, riuscirono però gradualmente a ricostruire un Paese più coeso affrontando i problemi innanzitutto a livello locale, dove i cittadini tendono a fidarsi maggiormente di chi li amministra, e affidandosi alle generazioni più giovani per individuare nuove soluzioni.

È proprio la via d'uscita descritta da Putnam in un libro pubblicato nel 2020. "Loro", ha detto, "hanno corretto un sistema che non funzionava più". Resta da capire se quella stessa ricetta possa funzionare ancora in un Paese nel quale però proprio il livello locale, quello dal quale secondo Putnam partì la ricostruzione, è anche lo spazio che associazioni, sindacati e parrocchie hanno progressivamente smesso di presidiare.


A decidere le elezioni americane è l'elettore anti-sistema


Nelle elezioni del 2016 e del 2024 a spostare il voto non è stata la collocazione tra destra e sinistra, ma la sfiducia verso il sistema politico. Lo sostengono i politologi Christopher Williams e Leon Kockaya in un nuovo working paper che mette a confronto il peso delle convinzioni anti-sistema con quello delle preferenze sulle singole politiche, per spiegare le due vittorie di Donald Trump e la sua sconfitta del 2020.

I due studiosi hanno individuato un blocco di elettori mobili che non si fida di nessuno dei due partiti, pensa che le élite siano corrotte e ritiene che il sistema sia truccato contro le persone come loro. Molti di questi elettori hanno idee economiche progressiste.

L'indice anti-sistema nasce dalle risposte a quattro domande dell'American National Election Studies (ANES), il grande sondaggio accademico che si svolge negli Stati Uniti ogni quattro anni: quanto ci si può fidare del governo di Washington, quante persone nel governo sono corrotte, quanto denaro delle tasse viene sprecato e se il governo lavora per il bene di tutti o di pochi grandi interessi. Le risposte vengono riportate su una scala da 0 a 1 (0 per l'elettore che difende il sistema, 1 per quello completamente anti-sistema).

Nel 2024 il valore medio è stato 0,72: l'americano medio condivide tre delle quattro posizioni anti-sistema.

Il teorema dell'elettore mediano, la teoria più conosciuta sul comportamento di voto, dice invece che ognuno vota per il candidato più vicino alle proprie idee e che per vincere bisogna conquistare l'americano che sta esattamente a metà. Molti analisti hanno ampliato il modello aggiungendo assi diversi, per esempio uno economico e uno sociale, ma la logica resta quella di una griglia su cui collocare elettori e candidati.

Modello concettuale · Stati Uniti

La sfiducia nel sistema non sta né a destra né a sinistra

Nel modello dei politologi Joseph Uscinski e colleghi l’opinione americana si muove su due assi indipendenti: quello classico tra destra e sinistra e quello che misura l’ostilità verso la classe dirigente. Nei loro dati la correlazione tra i due è 0,066, cioè praticamente zero: si può essere anti-establishment di sinistra come di destra.

Anti- establishment Antagonista Pro- establishment Favorevole Asse destra-sinistra Democratico liberal Repubblicano conservatore Asse anti-establishment Effetto dei messaggi delle élite

Le frecce tratteggiate. Sono l’effetto dei messaggi delle élite, cioè dei segnali che arrivano agli elettori dai leader di partito e dai candidati. Quando un leader adotta un linguaggio contro il sistema, l’asse anti-establishment ruota e si allinea al suo estremo dell’asse destra-sinistra.

Fonte Rielaborazione di Focus America della figura 1 di Joseph E. Uscinski e colleghi, American Journal of Political Science (2021). Etichette tradotte dall’originale; il disegno è un modello concettuale, non una rappresentazione in scala dei dati.

Quella griglia regge su due presupposti fragili. Il primo è che l'elettore medio abbia idee coerenti e molte informazioni politiche, mentre i sondaggi mostrano che la maggior parte degli americani di centro non ha un'ideologia definita. Il secondo è che tutto quello che conta stia sull'asse destra-sinistra: sulla griglia non c'è posto per chi chiede una sanità più economica e allo stesso tempo pensa che del governo non ci si possa mai fidare.

Nel 2016 l'indice anti-sistema è stato uno dei predittori più forti del voto per Trump, più dell'ideologia, delle posizioni sui singoli temi e di quasi tutte le caratteristiche demografiche. A parità di partito di riferimento e di caratteristiche demografiche, chi si trovava al massimo della scala aveva una probabilità di votare per Trump più alta di 53 punti rispetto a quella prevista dalle sue altre caratteristiche. Chi era a zero guadagnava appena 5 punti, dieci volte meno.

Nel 2024 l'effetto è stato più debole ma comunque decisivo.

Chi non aveva alcun sentimento anti-sistema aveva una probabilità di votare per Trump più bassa di 36 punti rispetto a chi stava al massimo della scala, a parità di tutto il resto.

Nel 2020 il rapporto si è addirittura invertito e gli elettori più anti-sistema erano leggermente più propensi a votare per Joe Biden. Secondo gli autori, in quell'anno le opinioni sul Covid pesavano più della sfiducia nelle istituzioni e ne hanno coperto l'effetto. Trump vince quando la sfiducia nel sistema è al centro della campagna e perde quando passa in secondo piano.

La sfiducia ha radici concrete. Negli ultimi vent'anni la crisi finanziaria ha punito i lavoratori e premiato le banche, gli Stati Uniti sono rimasti dentro guerre lunghe e costose senza vittorie chiare e tra il 2021 e il 2024 l'inflazione ha eroso il tenore di vita delle famiglie mentre i profitti delle aziende crescevano.

La ricchezza dei 19 americani più ricchi è concentrata il doppio rispetto a sei anni fa e la mobilità sociale è nettamente peggiorata rispetto a venticinque anni fa. Un bambino nato nel 1950 in una famiglia con reddito medio aveva circa il 95% di probabilità di guadagnare più dei genitori una volta arrivato al culmine della carriera. Oggi quella probabilità è ben sotto il 50%.

Gli orientamenti anti-sistema sono quasi del tutto indipendenti dalla collocazione tra destra e sinistra. In uno studio del 2021 pubblicato sull'American Journal of Political Science, il politologo Joseph Uscinski e i suoi colleghi hanno trovato una correlazione di 0,066 tra l'ostilità verso la classe dirigente e l'asse liberal-conservatore, cioè praticamente zero. Si può essere anti-sistema di sinistra come di destra.

Nella ricerca di Uscinski l'ideologia anti-sistema prevedeva sia il voto per Trump alle presidenziali del 2020 sia il voto per Bernie Sanders alle primarie democratiche dello stesso anno. Molti di questi elettori hanno votato Sanders alle primarie e Trump alle elezioni generali.

Più il sentimento anti-sistema è forte, meno pesa la distinzione tra destra e sinistra.

Per questi elettori conta che il candidato sia contro il sistema, non dove si collochi sull'asse ideologico. I candidati che usano una retorica contro la classe dirigente, hanno scritto Uscinski e i suoi colleghi, riescono ad attivare quegli orientamenti e a tirare una dimensione fino a quel momento indipendente "nella direzione del proprio estremo della dimensione destra-sinistra".

È così che Trump ha potuto vincere due volte con un programma nettamente di destra su tasse, sanità, aborto e immigrazione. Secondo un'analisi dell'esperto elettorale G. Elliott Morris, che ha ripreso i due studi, lo stesso meccanismo può funzionare a sinistra e diventare il problema principale dei democratici nel 2028.

Il Partito Democratico è identificato con le istituzioni. È il partito dei funzionari della sanità pubblica, dei rettori universitari, dei burocrati federali, dei grandi giornali e delle professioni intellettuali. Neanche il mondo dei grandi donatori gli è estraneo, nonostante lo spostamento a destra di molti amministratori delegati della tecnologia e dell'intelligenza artificiale.

Kamala Harris nel 2024 si è presentata come candidata della continuità, dentro il sistema. Ha difeso i risultati della presidenza Biden e si è proposta come custode responsabile dell'esistente, con la sua "economia delle opportunità". Per gli elettori informati era una scelta sensata, per gli elettori anti-sistema era il contrario di quello che cercavano, quale che fosse la loro ideologia. La sfiducia nelle istituzioni è anche la ragione principale per cui Trump è andato bene tra i giovani nel 2024, nonostante il loro rifiuto del suo programma.

Per competere su quella dimensione i democratici hanno bisogno di un candidato credibile come esterno al sistema.

Bernie Sanders lo è stato e la sua erede naturale è la deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez.

Il ragionamento su Ocasio-Cortez non riguarda l'ideologia ma la sua posizione su questo secondo asse. È entrata in politica battendo alle primarie un dirigente di primo piano del suo partito, ha criticato l'influenza delle aziende su entrambi gli schieramenti, prima della politica faceva la barista e si è opposta all'ala di governo del partito sui salvataggi di Wall Street, sull'accesso dei donatori e sull'elezione dei capigruppo.

I due governatori considerati tra i favoriti per il 2028, Gretchen Whitmer e Gavin Newsom, sono costruttori di istituzioni per formazione e per carattere, oltre che vicini al mondo dei donatori. Il loro messaggio è che il governo può funzionare e dare risultati ai cittadini. Funziona con il 28% circa di americani che si fida del governo federale, molto meno con gli elettori anti-sistema che possono decidere un'elezione in bilico.

Non deve essere per forza Ocasio-Cortez e si può sostenere che sia troppo a sinistra per vincere nel 2028. I democratici possono vincere le elezioni di metà mandato del 2026 semplicemente perché non sono il partito al governo, ma nel 2028 servirà un candidato capace di competere sull'asse anti-sistema e di tirarlo a sinistra come Trump lo ha tirato a destra.

Nel partito si discute da mesi se spostarsi al centro per conquistare l'elettore mediano o a sinistra per mobilitare la base. Per Morris scegliere un candidato estraneo alla classe dirigente del partito permetterebbe di fare le due cose insieme.


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