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Bastian’s Night #481 June, 18th


Every Thursday of the week, Bastian’s Night is broadcast from 21:30 CEST/DST.

Bastian’s Night is a live talk show in German with lots of music, a weekly round-up of news from around the world, and a glimpse into the host’s crazy week in the pirate movement.


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L'arco di trionfo di Trump rischia di essere illegale


Multe e perfino il carcere per i funzionari: la denuncia su uno dei progetti celebrativi del presidente a Washington, tra il nome tolto dal Kennedy Center e la sala da ballo bloccata in Senato

Un gruppo di parlamentari ha avvertito l'amministrazione Trump che i suoi funzionari rischiano multe e perfino un procedimento penale se andranno avanti con la costruzione di un arco di trionfo alto 76 metri a Washington senza l'approvazione del Congresso. È l'ultimo ostacolo, e il più serio sul piano legale, in una serie di progetti celebrativi che il presidente vuole realizzare nella capitale e che stanno accumulando intoppi giudiziari e logistici.

In una lettera inviata lunedì al segretario degli Interni Doug Burgum e a due responsabili del National Park Service, l'agenzia federale che gestisce i parchi e i monumenti nazionali, alcuni parlamentari democratici e un indipendente del Senato hanno scritto che l'amministrazione violerebbe almeno tre leggi procedendo con l'opera, e che i funzionari coinvolti potrebbero essere puniti di persona. Chi usa fondi non autorizzati, ricorda la lettera, rischia "la sospensione senza stipendio, la rimozione dall'incarico e, per le violazioni consapevoli e intenzionali, multe penali e il carcere".

La lettera porta tra le altre la firma di Angus King, senatore indipendente del Maine che vota con i democratici, e di Jared Huffman, deputato della California e principale esponente democratico nella commissione Risorse naturali della Camera. Secondo il documento il progetto violerebbe il Commemorative Works Act, che regola i monumenti sul suolo federale a Washington, una legge del 1912 secondo cui nella capitale non si possono erigere edifici "senza l'esplicita autorizzazione del Congresso", e l'Height of Buildings Act, che di norma non consente nella capitale edifici più alti di circa 49 metri. King ha definito il progetto "completamente illegale", dicendo al New York Times che è "uno dei casi giuridici più chiari" che abbia visto in oltre cinquant'anni da avvocato.

Un gruppo di veterani della guerra del Vietnam ha già fatto causa per fermare l'opera, citando la mancanza dell'approvazione del Congresso e sostenendo che l'arco ostruirebbe la vista tra il Lincoln Memorial e il cimitero nazionale di Arlington. I funzionari dell'amministrazione ribattono che l'Height of Buildings Act non si applica all'arco e che alcune decisioni del Congresso degli anni Venti, legate alla progettazione del ponte commemorativo di Arlington vicino al quale sorgerebbe la struttura, darebbero già il diritto di costruirlo. Huffman ha definito quell'argomento "talmente speciso da non andare da nessuna parte in tribunale". Una portavoce del Dipartimento degli Interni, Katie Martin, ha sostenuto che l'amministrazione sta solo realizzando una volontà espressa dal Congresso da oltre un secolo, citando una commissione del Senato del 1902 e una del 1924 che chiedevano un'opera architettonica nei pressi del ponte.

L'arco è solo uno dei progetti con cui il presidente vuole rimodellare Washington e legare la capitale al proprio nome, in un periodo in cui il suo indice di gradimento resta intorno al 30 per cento e in cui, secondo la CNN, gran parte degli americani è più preoccupata del proprio portafoglio che di onorare il presidente. Diverse di queste iniziative stanno andando male.

Al Kennedy Center, il principale centro per le arti dello spettacolo della capitale, il consiglio direttivo, dopo che il presidente lo aveva riempito di persone a lui fedeli, aveva aggiunto il nome di Trump sull'edificio accanto a quello del defunto presidente John F. Kennedy, che vi compare per legge federale. Dopo che i tribunali hanno stabilito che l'operazione era illegale, l'amministrazione si è trovata a dover togliere il nome di Trump, e nel fine settimana l'ha fatto nel cuore della notte, montando impalcature e teli per nascondere l'operazione alla vista. Lunedì la facciata era ancora coperta.

Il costo del progetto per dipingere di blu scuro il fondo della vasca riflettente davanti al Lincoln Memorial è lievitato dalla stima iniziale di Trump di 1,8 milioni di dollari a oltre 14 milioni. Il contratto è stato affidato senza gara, una procedura di norma riservata a circostanze particolari, e secondo quanto riferito dal New York Times all'azienda è stato concesso un margine di profitto molto più alto del normale, in base a un'analisi dello stesso National Park Service. Meno di una settimana dopo che il presidente aveva annunciato la fine dei lavori, la vasca è stata invasa dalle alghe e l'acqua è diventata verde: i dipendenti del servizio parchi sono entrati nella vasca con gli stivaloni per spingere le alghe verso macchinari che le eliminano, ma il problema si è già rivelato ostinato in passato.

Sul progetto di una grande sala da ballo alla Casa Bianca, che Trump aveva detto più volte sarebbe stata finanziata interamente con fondi privati, i repubblicani del Senato hanno tolto da un disegno di legge sull'immigrazione una norma che avrebbe garantito i fondi per la sicurezza chiesti dalla Casa Bianca, e sette di loro hanno poi appoggiato una misura per bloccare del tutto quel finanziamento. L'amministrazione ha inoltre dovuto fare marcia indietro su un'ipotesi di stampare una banconota commemorativa da 250 dollari con il volto del presidente: un'operazione che appare illegale, dato che sulle banconote non possono comparire persone viventi, tanto che la stessa Casa Bianca ha riconosciuto che servirebbe un cambio di legge da parte del Congresso. Quando il Dipartimento del Tesoro aveva proposto di mettere sulle banconote la sola firma di Trump, un sondaggio di Washington Post e ABC News aveva mostrato che gli americani erano contrari per il 68 per cento contro il 12.

Anche le celebrazioni per il 250esimo anniversario degli Stati Uniti, affidate al presidente, stanno diventando un terreno politico. Diversi artisti musicali avevano cancellato la loro partecipazione per timore che gli eventi venissero politicizzati, mentre gli organizzatori li descrivevano come privi di intenti di parte. Lunedì lo stesso Trump ha definito la celebrazione prevista sul National Mall il 4 luglio "il più spettacolare comizio di Trump di tutti". Il giorno del suo ottantesimo compleanno, sul prato sud della Casa Bianca si era svolta una serata di incontri di arti marziali miste: uno dei combattenti aveva preso un microfono per ripetere la falsa teoria del complotto secondo cui l'ex first lady Michelle Obama sarebbe un uomo, un commento criticato dall'amministratore delegato della UFC Dana White ma non dalla Casa Bianca. Un sondaggio di Reuters e Ipsos aveva mostrato che solo il 16 per cento degli americani considerava appropriato ospitare un evento del genere nella residenza presidenziale, contro il 46 per cento che lo riteneva inappropriato.

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Das Schweizer Magazin „Republik“ gegen den milliardenschweren US-Konzern: #Palantir scheitert vor Gericht mit Gegendarstellungsforderungen netzpolitik.org/2026/schweiz-d…
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⚡ Anche a Genova arriva Elettriche, il laboratorio dal basso di Volt Italia sulle identità europeiste e transfemministe!

Sabato 20 giugno, alle 15:30, al Mentelocale di Palazzo Rosso, apriamo uno spazio pubblico di ascolto, confronto e costruzione politica su diritti, genere, inclusione e rappresentanza.

Non sarà un panel calato dall’alto, ma un tavolo orizzontale per partire da esperienze, bisogni e competenze del territorio e trasformarli in proposte concrete di policy!

Con Rita Bruzzone, Assessora alle Politiche di genere del Comune di Genova; Chiara Nardini, psicologa e Presidente di Edusex; Laura Sicignano, regista e Consigliera del Comune di Genova; Francesca Romana D’Antuono, copresidente di Volt Europa; Alessia Ruta, Consigliera di Volt Italia.

📍 Genova, Palazzo Rosso
🗓️ 20 giugno 2026, ore 15:30
🎟️ La registrazione è gratuita: iscriviti a questo link ⬇️

actionnetwork.org/events/elett…

#Diritti #Inclusione #Femminismo #ParitàDiGenere #Genova #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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La CIA non crede che l'Iran rispetterà l'intesa sul nucleare


Ratcliffe, Rubio e Hegseth hanno espresso dubbi sulla volontà di Teheran di rispettare gli impegni sul nucleare previsti dall'intesa preliminare annunciata domenica con gli Stati Uniti.

Il direttore della CIA, l'agenzia di intelligence per l'estero degli Stati Uniti, John Ratcliffe, ha detto al presidente Donald Trump e ad altri alti funzionari che le informazioni raccolte dai servizi segreti americani sollevano seri dubbi sulla volontà dell'Iran di fare le concessioni sul nucleare che Washington chiede per arrivare a un accordo definitivo, secondo quanto riportato da Axios.

Ratcliffe non è l'unico scettico ai vertici dell'amministrazione. Nelle discussioni interne il Segretario di Stato Marco Rubio e il Segretario alla Difesa Pete Hegseth hanno espresso preoccupazioni e sollevato dubbi sul memorandum d'intesa, l'accordo preliminare annunciato domenica, mentre il vicepresidente JD Vance e gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner lo hanno difeso.

Nei giorni precedenti all'annuncio ci sono stati diversi incontri ad alto livello tra Trump e i suoi consiglieri. Durante quelle riunioni il presidente e il suo staff hanno discusso informazioni raccolte da varie agenzie di intelligence che mostravano come il modo in cui i funzionari iraniani parlavano dell'accordo tra loro fosse diverso da quello che dicevano ai mediatori e agli americani. Sulla base di quei dati Ratcliffe e Rubio hanno detto di dubitare che Teheran accetterà di compiere i passi sul nucleare richiesti da Washington. Secondo una fonte, l'intelligence indica che le intenzioni iraniane non sono in linea con gli impegni previsti dall'accordo.

La Casa Bianca ha difeso l'intesa. "Il presidente Trump ascolta tutte le opinioni su ogni questione, ma tutti capiscono che è lui a prendere la decisione finale", ha detto un funzionario. Lo stesso funzionario ha aggiunto che il memorandum rispetta tutte le linee rosse fissate dall'amministrazione, perché garantisce che l'Iran non potrà mai possedere un'arma nucleare, non potrà tenere il suo uranio altamente arricchito e non potrà tenere in ostaggio le forniture mondiali di energia. La CIA e il Dipartimento di Stato non hanno voluto commentare, mentre il Pentagono non ha risposto.

Gli elementi sul nucleare del memorandum firmato domenica dipendono da un accordo più dettagliato che le parti dovranno raggiungere nei prossimi sessanta giorni. Venerdì Vance, Witkoff e Kushner dovrebbero incontrare il presidente del Parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, insieme ai mediatori pachistani e qatarioti, per discutere questa fase successiva. Il testo completo dei quattordici punti dell'intesa preliminare non è ancora stato pubblicato e una fonte che lo conosce sostiene che gli iraniani otterranno più di quanto concederanno, a meno che non accettino un accordo sul nucleare che soddisfi gli obiettivi americani.

L'intesa serve a prolungare il cessate il fuoco e ad avviare sessanta giorni di trattative, che possono essere estese con il consenso di entrambe le parti. Nel testo l'Iran ribadisce l'impegno preso in passato a non acquisire né procurarsi mai un'arma nucleare e si impegna a mantenere lo stato attuale del suo programma nucleare finché i negoziati proseguono. Gli Stati Uniti, da parte loro, non imporranno nuove sanzioni e non invieranno altre forze nella regione. Se si arriverà a un accordo definitivo sul nucleare, entro trenta giorni Washington ritirerà le forze mobilitate per la guerra e cancellerà tutte le sanzioni contro l'Iran secondo un calendario concordato.

Gli scettici interni all'amministrazione sostengono che è improbabile che l'Iran firmi un accordo sul nucleare alle condizioni americane e che nel frattempo trarrà più vantaggi degli Stati Uniti dal memorandum. Due alti funzionari hanno replicato che i benefici per Teheran dipendono dai passi concreti che farà. Uno di loro ha detto ai giornalisti che entro due o tre settimane si capirà se l'Iran fa sul serio sulle concessioni nucleari e che, in caso contrario, il processo potrebbe fermarsi senza che Teheran abbia ottenuto granché. "Sono un po' preoccupato che la visione iraniana dell'accordo sembri diversa da quella che il team negoziale americano descrive", ha detto ad Axios il senatore repubblicano Lindsey Graham, chiedendo la pubblicazione immediata del documento.

Mentre gli aspetti nucleari restano condizionati, il memorandum prevede la riapertura in tempi brevi dello Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo da cui transita gran parte del petrolio mondiale. Il testo stabilisce che l'Iran farà il possibile per garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali senza alcun costo per sessanta giorni, mentre gli Stati Uniti toglieranno gradualmente il blocco navale fino a rimuoverlo del tutto entro trenta giorni. L'Iran avvierà inoltre un dialogo con l'Oman per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi nello stretto, con la partecipazione di altri Paesi del Golfo. I media statali iraniani hanno parlato della possibilità di imporre pedaggi di transito una volta scaduti i sessanta giorni.

Uno dei punti più controversi del negoziato riguarda lo sblocco dei fondi e dei beni iraniani congelati. Il memorandum lascia ampio spazio all'interpretazione, perché afferma che gli Stati Uniti si impegnano a renderli pienamente disponibili una volta attuata l'intesa. I funzionari americani parlano di un modello in cui si paga in base ai risultati: se Washington vedrà gesti positivi da parte di Teheran, potrà sbloccare una parte dei fondi in cambio. Il testo prevede anche che l'accordo definitivo includa un piano concordato per la creazione di un fondo da 300 miliardi di dollari destinato alla ricostruzione e allo sviluppo economico dell'Iran. Chi sostiene l'intesa la descrive come una prospettiva di lungo periodo, che diventerà realtà solo se l'Iran smantellerà il suo programma nucleare e avvierà riforme interne profonde.

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CVE-2026-54420: LiteSpeed cPanel Plugin Zero-Day Actively Exploited to Escalate Privileges to Root
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CVE-2026-20262: Cisco Catalyst SD-WAN vManage Zero-Day Actively Exploited in Enterprise Attacks
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securebulletin.com/cve-2026-20…
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CVE-2026-48558: Critical SimpleHelp Auth Bypass Exposes 14,000 RMM Servers to Unauthenticated Access
#CyberSecurity
securebulletin.com/cve-2026-48…
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Microsoft Lets connectivity.office.com TLS Certificate Expire, Breaking Enterprise Microsoft 365 Diagnostics
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Al G7 in Francia i leader europei cercano di evitare lo scontro con Trump


Riuniti in Francia dopo le tensioni sull'Iran e sulla Groenlandia, gli alleati provano a gestire un presidente che minaccia dazi sui vini francesi e ritira migliaia di soldati dalla Germania.

I leader europei sono arrivati al vertice del G7 in Francia con un obiettivo soprattutto difensivo: evitare uno scontro aperto con il presidente Donald Trump, dopo mesi di tensioni sulla guerra in Iran e sulle mire americane sulla Groenlandia. È la prima volta che si incontrano di persona con il presidente dall'inizio del conflitto iraniano.

Per anni gli europei avevano pensato di potersi ingraziare Trump con gli elogi e assecondando i suoi obiettivi di politica estera, ma quella stagione è finita, come racconta il Wall Street Journal. Il vertice si tiene a Évian-les-Bains, una cittadina francese in riva a un lago, e dura tre giorni: riunisce il G7, il forum che mette insieme sette tra le principali economie avanzate del mondo.

Gli scontri di Trump con gli alleati sull'Iran e sulla Groenlandia hanno segnato a tal punto i leader europei che molti si chiedono se sia ancora possibile ragionare con lui. A pesare è anche la pressione degli elettori in patria, sempre più convinti che gli Stati Uniti non siano più un alleato affidabile.

L'incontro arriva pochi giorni dopo un match di arti marziali miste allestito sul prato della Casa Bianca. Prima di partire, il presidente ha alzato la tensione con il padrone di casa Emmanuel Macron: ha detto al New York Post che gli Stati Uniti "non avranno altra scelta" se non imporre dazi del 100% sui vini francesi, se la Francia manterrà la sua tassa sui servizi digitali, l'imposta che Parigi applica ai grandi gruppi tecnologici.

Macron ha replicato dopo essere arrivato a Évian-les-Bains: "Non funziona così. La tassa sui servizi digitali fa parte del nostro ordinamento giuridico. Non spetta agli Stati Uniti decidere".

Macron, che avrebbe dovuto accogliere Trump con il tappeto rosso, non si è presentato quando il presidente è arrivato davanti a una schiera di telecamere. "È tutto molto bello", ha gridato Trump ai giornalisti prima di entrare. Poco dopo, seduto al tavolo con Macron, ha parlato di un rapporto "fantastico" tra i due.

Gli alleati hanno accolto con favore l'intesa provvisoria tra Stati Uniti e Iran per riaprire lo stretto di Hormuz, il passaggio strategico nel Golfo da cui transita gran parte del petrolio diretto verso il resto del mondo. Il testo dell'accordo non è ancora stato reso pubblico e restano molti dubbi su come verrà applicato. Il presidente aveva attaccato gli alleati europei per il loro rifiuto di scortare le navi durante la guerra e ora la sua amministrazione si aspetta che aiutino gli Stati Uniti a rimuovere le mine dallo stretto e a far ripartire le spedizioni di greggio dai paesi del Golfo.

Francia, Germania, Italia e Regno Unito hanno detto lunedì di voler procedere con una missione internazionale per bonificare le mine e scortare le navi commerciali, a patto che resti "rigorosamente difensiva e indipendente". La portaerei francese Charles de Gaulle e il suo gruppo da combattimento sono già stati schierati nella regione, ma Parigi non vuole che le parti in guerra, compresi gli Stati Uniti, siano coinvolte nelle operazioni e chiede all'Iran l'impegno chiaro a non attaccare la missione. "Le risorse sono pronte e possono essere dispiegate", ha detto Macron, chiedendo un'attuazione "rapida e completa" dell'accordo.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz aveva criticato gli Stati Uniti ad aprile, all'inizio della guerra in Iran. Gli alleati non erano stati consultati prima e il conflitto era profondamente impopolare in Germania, colpita da un'impennata dei prezzi dell'energia che ha spento le speranze di ripresa della sua economia in difficoltà. Merz aveva detto che gli Stati Uniti non avevano "nessuna strategia convincente" sull'Iran. "Un'intera nazione viene umiliata dai leader iraniani e dai cosiddetti guardiani della rivoluzione", aveva detto il cancelliere.

Il presidente ha reagito in fretta. Ha annunciato sui social che avrebbe ritirato le truppe dalla Germania e pochi giorni dopo il Pentagono, il ministero della Difesa americano, ha fatto sapere che 5.000 soldati lasceranno il paese entro la fine dell'anno. Gli Stati Uniti non invieranno più nemmeno il battaglione dotato di missili convenzionali a lungo raggio destinato a contenere la Russia, come era stato concordato nel 2024.

I funzionari tedeschi erano in realtà sollevati, perché la portata del ritiro era soprattutto simbolica. A Washington sanno bene di avere ancora bisogno della base aerea di Ramstein, nella Germania occidentale, per gestire la logistica delle operazioni americane in Iran.

Trump ha parlato pubblicamente della possibilità di uscire dalla NATO, l'alleanza militare che lega Stati Uniti ed Europa, per la decisione dei leader europei di restare fuori dalla guerra in Medio Oriente. Gli europei, allo stesso tempo, continuano a dipendere dalla condivisione di informazioni dei servizi segreti con gli Stati Uniti per sostenere l'Ucraina contro la Russia. Per questo si muovono con cautela.

Parte del problema, secondo Majda Ruge, ricercatrice dello European Council on Foreign Relations, un centro studi europeo di politica estera, è che i leader europei non hanno dimestichezza con la trattativa basata sullo scambio che Trump rispetta. È il risultato di decenni di dipendenza dall'ombrello di sicurezza americano, che indebolisce la posizione negoziale del continente. L'Europa qualche carta da giocare ce l'ha, essendo il primo partner commerciale degli Stati Uniti, ma non sa come usarla. "Non siamo capaci di dire: se fai questo, allora non puoi avere quest'altro. In parte è una questione di mancanza di una cultura strategica nell'uso della leva negoziale", ha detto Ruge.

Macron ha spostato l'inizio del vertice a lunedì per lasciare a Trump il tempo di festeggiare gli 80 anni alla Casa Bianca e mercoledì offrirà al presidente una cena nella reggia di Versailles. È stato tra i primi leader stranieri a provare a blandire Trump: durante il suo primo mandato lo aveva invitato alla parata militare del 14 luglio, la festa nazionale francese, e dopo le elezioni del 2024 alla riapertura della cattedrale di Notre Dame a Parigi.

Quei gesti non hanno risparmiato a Macron le frecciate del presidente. Trump ha scherzato in pubblico su uno spintone che Macron sembrò ricevere in faccia dalla moglie durante un viaggio in Vietnam. Quando poi il leader francese gli scrisse un messaggio per esprimere preoccupazione sulle mire americane sulla Groenlandia, Trump ne pubblicò lo screenshot sui social. "Macron ha sempre voluto interpretare il ruolo del domatore e tutto ciò che ne ha ricavato sono state le derisioni di Trump", ha detto François Heisbourg, ex funzionario francese e oggi consigliere dell'International Institute for Strategic Studies, un istituto di studi strategici con sede a Londra.

Con il tempo Macron è diventato molto più prudente, ha detto Heisbourg, e per lui la svolta è stata il tentativo di Trump di impadronirsi della Groenlandia. "È in quel momento che gli europei sono arrivati alla conclusione che gli Stati Uniti erano diventati, nella migliore delle ipotesi, un partner ingombrante e, più probabilmente, un partner ostile", ha detto.

Macron ha organizzato incontri che rischiano di generare attriti. Diversi leader del Medio Oriente partecipano ai colloqui sull'Iran e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky dovrebbe incontrare i leader del G7 martedì, anche se non è previsto un faccia a faccia con Trump. Mercoledì Macron vuole portare la discussione su un tema che i funzionari europei considerano relativamente sicuro: la necessità di correggere gli squilibri economici nel mondo. Il presidente punterà invece sugli impegni di investimento che ha ottenuto da vari paesi e sul desiderio di limitare le regole sull'intelligenza artificiale per favorirne la crescita. Ai colloqui dovrebbero partecipare anche i capi delle principali aziende tecnologiche.

Come padrone di casa, Macron dovrà evitare che il vertice finisca come quello dell'anno scorso in Canada, quando Trump si annoiò a tal punto da andarsene in anticipo, lasciando di stucco gli altri ospiti.

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✨ Operation Highland: Velvet Ant spia una rete air-gapped per 10 anni backdoorando PAM e OpenSSH
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/operat…

@informatica


Operation Highland: Velvet Ant spia una rete air-gapped per 10 anni backdoorando PAM e OpenSSH


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Per quasi un decennio, un gruppo di spionaggio informatico legato alla Cina ha operato indisturbato all’interno di una rete isolata di infrastrutture critiche, compromettendo il cuore stesso del meccanismo di autenticazione Linux. La scoperta, firmata dai ricercatori di Sygnia, racconta di una pazienza operativa rara e di una sofisticazione tecnica che ridefinisce il concetto di persistenza avanzata.

Velvet Ant: chi è e cosa ha fatto in precedenza


Velvet Ant è un cluster di attività di cyberspionaggio attribuito a un attore nation-state cinese, già documentato da Sygnia nel 2024 in una campagna che aveva preso di mira dispositivi F5 BIG-IP rimasti compromessi per tre anni senza essere rilevati. Nello stesso anno, Cisco aveva segnalato lo sfruttamento di uno zero-day nei propri switch NX-OS da parte dello stesso gruppo. La nuova ricerca, denominata Operation Highland, supera però per portata e durata tutto ciò che era stato osservato in precedenza: dieci anni di accesso continuativo a una rete air-gapped di infrastrutture critiche appartenente a una grande organizzazione.

La catena di attacco: dall’esterno alla rete isolata


L’intrusione ha avuto inizio nel 2016 con la compromissione di server esposti su internet. Su questi sistemi, Velvet Ant ha distribuito una versione modificata di GS-Netcat, uno strumento legittimo per creare tunnel cifrati, trasformato in una reverse shell persistente. Il file veniva mascherato come utility di sistema auditdb e collocato in /usr/sbin/, stabilendo la persistenza tramite un servizio systemd malevolo oppure modificando gli script di avvio SysVinit a seconda del sistema.

Per muoversi lateralmente senza generare traffico diretto verso internet, gli attaccanti hanno installato un proxy SOCKS5 scritto in Perl che mascherava il proprio processo come smbd -D, usando filename, porte e nomi di processo diversi su ogni host per ostacolare il rilevamento.

La parte più sofisticata riguarda però la costruzione del percorso di accesso verso la rete isolata. Velvet Ant ha modificato la configurazione di un server Nginx internet-facing per proxare richieste HTTP specificamente costruite verso un server backend compromesso. Questo backend aveva a sua volta Nginx configurato per inoltrare le richieste a un processo FastCGI (fcgiwrap) in ascolto su una porta separata. Il FastCGI wrapper agiva come bridge di esecuzione, lanciando un binario personalizzato chiamato uptime che stabiliva connessioni SSH verso sistemi nella rete isolata, usando parametri forniti tramite HTTP POST.

“Concatenando queste modifiche, Velvet Ant ha stabilito un percorso di esecuzione remota nell’ambiente segregato tramite semplici richieste HTTP, senza mai richiedere una connessione diretta alla rete di infrastrutture critiche.” — Sygnia


Il colpo di genio: backdoor nell’autenticazione Linux


Una volta ottenuto l’accesso alla rete isolata, Velvet Ant ha spostato il focus verso la persistenza a lungo termine e la raccolta di credenziali, attaccando direttamente il sistema di autenticazione Linux: i Pluggable Authentication Modules (PAM).

I ricercatori di Sygnia hanno identificato nove varianti distinte del modulo malevolo pam_unix.so, ciascuna compilata in un ambiente di build separato — un indicatore di un attore con risorse abbondanti e operativamente disciplinato. Alcune varianti funzionavano come backdoor pura, accettando una password hardcoded che consentiva l’accesso bypassando l’autenticazione normale. Altre raccoglievano e memorizzavano localmente le credenziali di tutti gli utenti in un file nascosto.

In parallelo, gli attaccanti hanno sostituito i componenti di OpenSSH — inclusi ssh, sshd e scp — con versioni trojanizzate capaci di:

  • Catturare e registrare le password utilizzate nelle sessioni SSH
  • Loggare tutti i comandi eseguiti dagli amministratori
  • Nascondere le tracce dell’attività degli attaccanti
  • Disabilitare SELinux quando avviati con privilegi root
  • Permettere agli stessi attaccanti di disattivare il logging delle proprie sessioni tramite un flag speciale

Velvet Ant ha inoltre aggiunto le proprie chiavi pubbliche SSH negli authorized_keys dei server compromessi, garantendosi un accesso persistente senza password indipendente dai moduli PAM manipolati.

Dieci anni invisibili: perché il rilevamento era così difficile


La scelta di compromettere i componenti di autenticazione stessi, piuttosto che distribuire malware convenzionale, ha rappresentato il fattore chiave nella longevità dell’operazione. I tool di sicurezza cercano processi anomali e comunicazioni di rete sospette: un’autenticazione PAM modificata che accetta una password hardcoded sembra semplicemente un login legittimo. I log di sistema mostravano accessi normali. Non c’erano payload da rilevare, non c’erano connessioni C2 evidenti dall’interno della rete isolata.

L’uso di nomi di file, porte e nomi di processo differenti su ogni host rendeva impossibile correlare l’attività attraverso la rete senza una visione completa e coordinata dell’intero ambiente.

Il cleanup: più pericoloso della compromissione


Sygnia descrive la fase di remediation come particolarmente complessa. Velvet Ant aveva sostituito tanti componenti critici con versioni personalizzate che la loro rimozione scorretta avrebbe potuto bloccare l’accesso degli amministratori legittimi, causando interruzioni operative in sistemi di infrastruttura critica.

Il team di risposta ha dovuto costruire un laboratorio di test per validare il processo di sostituzione dei binari, profilare ogni host per identificare le versioni corrette dei componenti, testare le procedure di ripristino e preparare rollback prima di tentare qualsiasi intervento in produzione. Ogni step veniva validato verificando che l’autenticazione SSH continuasse a funzionare correttamente.

Indicatori di compromissione e due righe difensive


Sygnia raccomanda di trattare componenti come PAM, OpenSSH e Windows LSASS come asset di sicurezza critici da proteggere con:

  • File Integrity Monitoring (FIM) sui binari di autenticazione e sui moduli PAM
  • EDR con regole specifiche per modifiche a /lib/security/pam_unix.so, /usr/sbin/sshd, /usr/bin/ssh
  • MFA obbligatoria per l’accesso privilegiato, anche in reti air-gapped
  • Backup immutabili verificati periodicamente con procedure di ripristino testate offline
  • Monitoring delle chiavi SSH nei file authorized_keys su tutti i server


# File e percorsi da monitorare con FIM
/lib/security/pam_unix.so
/lib/x86_64-linux-gnu/security/pam_unix.so
/usr/sbin/sshd
/usr/bin/ssh
/usr/bin/scp
/etc/ssh/sshd_config
/root/.ssh/authorized_keys
/home/*/.ssh/authorized_keys

# Processi sospetti identificati nell'operazione
smbd -D   # proxy SOCKS5 mascherato
uptime    # binario custom per SSH verso rete isolata
auditdb   # GS-Netcat reverse shell

# Pattern di accesso sospetto
# Login PAM con password non corrispondente agli hash in /etc/shadow
# Sessioni SSH con flag speciali non documentati
# Traffico HTTP verso Nginx con parametri POST insoliti verso backend interni

Operation Highland dimostra che la sicurezza delle reti air-gapped non può essere data per scontata. Quando un attore sufficientemente motivato riesce a ottenere l’accesso iniziale, la mancanza di connettività internet non è un ostacolo insuperabile: è semplicemente un problema da risolvere con creatività tecnica. E come questa operazione mostra, quella creatività può restare nascosta per un decennio.

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Attacco supply chain all’AUR di Arch Linux: 1.500 pacchetti compromessi con rootkit eBPF
#tech
spcnet.it/attacco-supply-chain…
@informatica


Attacco supply chain all’AUR di Arch Linux: 1.500 pacchetti compromessi con rootkit eBPF


Cosa è successo: l’attacco all’AUR in sintesi


Il team di sicurezza di Arch Linux ha disabilitato le nuove registrazioni all’Arch User Repository (AUR) a seguito di una compromissione su larga scala. Tra il 13 e il 15 giugno 2026 gli attaccanti hanno dirottato o creato ex novo oltre 1.500 pacchetti gestiti dalla community per distribuire payload malevoli: information stealer e rootkit basati su eBPF. I repository ufficiali di Arch (core, extra, multilib) non sono stati colpiti grazie ai processi di review più stringenti dei maintainer ufficiali.

L’attacco si è sviluppato in due ondate distinte, entrambe basate su dipendenze JavaScript malevole inserite nei PKGBUILD:

  • Prima ondata: uso di un pacchetto denominato atomic-lockfile per eseguire binari ostili al momento del build
  • Seconda ondata (più sofisticata): introduzione di un binario separato tramite il pacchetto js-digest, con tecniche di evasion più avanzate

Gli script malevoli erano progettati per scaricare e installare silenziosamente il malware sui sistemi degli utenti che avevano compilato i pacchetti compromessi dal sorgente.

Perché l’AUR è strutturalmente vulnerabile agli attacchi supply chain


L’AUR è un repository non ufficiale e non supportato di build script (PKGBUILD) contribuiti dalla community. Chiunque può creare un account e pubblicare un pacchetto; non esiste una review obbligatoria da parte del team Arch prima della pubblicazione. Questo modello “aperto” ha permesso all’ecosistema AUR di crescere fino a oltre 80.000 pacchetti, ma lo rende intrinsecamente più esposto rispetto ai repository ufficiali.

I vettori tipici di compromissione dell’AUR sono:

  • Account hijacking: un attaccante prende controllo di un account maintainer inattivo (o con credenziali deboli) e pubblica commit malevoli su pacchetti legittimi e popolari
  • Pacchetti typosquatting: creazione di nuovi pacchetti con nomi simili a quelli legittimi, sfruttando errori di battitura o la confusione tra nomi simili
  • Dependency confusion: sostituzione di dipendenze interne con versioni malevole omonime pubblicate su registri pubblici

In questo caso l’attacco ha sfruttato principalmente l’account hijacking, con l’aggravante della catena di dipendenze JavaScript — un vettore sempre più usato in attacchi supply chain anche su ecosistemi npm e PyPI.

I payload: information stealer e rootkit eBPF


La scelta dei payload è tecnicament rilevante e vale la pena approfondirla.

Information Stealer


Gli information stealer raccolti in questa campagna erano progettati per estrarre credenziali, cookie di sessione browser, chiavi SSH, wallet di criptovalute e dati di configurazione da macchine Linux. Il targeting di sistemi Arch Linux (tipicamente macchine di sviluppatori, sysadmin e power user) massimizza il valore dei dati sottratti.

Rootkit eBPF


La componente più preoccupante è il rootkit basato su eBPF (Extended Berkeley Packet Filter). eBPF è una tecnologia del kernel Linux che consente l’esecuzione di programmi sandboxati direttamente nel kernel, originariamente pensata per networking e observability (usata da strumenti come Cilium, Falco, bpftrace). Abusata per scopi malevoli, permette di:

  • Intercettare chiamate di sistema senza modificare file sul disco
  • Nascondere processi, file e connessioni di rete agli strumenti di monitoring tradizionali
  • Esfiltrare dati a livello di kernel, bypassando molti EDR
  • Mantenere la persistenza in modo difficile da rilevare, dato che i programmi eBPF non appaiono nei normali listing dei processi

Un rootkit eBPF richiede privilegi elevati per essere caricato, ma una volta in esecuzione è significativamente più difficile da rilevare rispetto a un rootkit tradizionale basato su moduli kernel (LKM). Strumenti come bpftool permettono di enumerare i programmi eBPF caricati, ma un rootkit sofisticato può nascondere anche se stesso da questa enumerazione.

Come verificare se il proprio sistema è compromesso


Se si utilizza Arch Linux con pacchetti AUR installati nel periodo della compromissione, seguire questa procedura:

1. Verificare la presenza dei binari malevoli identificati

# Cercare i file associati alle due ondate dell'attacco
find / -name "atomic-lockfile" -o -name "js-digest" 2>/dev/null

# Cercare processi insoliti
ps aux | grep -E "(\.tmp|/tmp/\.|hidden)"

2. Enumerare i programmi eBPF caricati

# Listare tutti i programmi eBPF attivi
sudo bpftool prog list

# Listare le mappe eBPF
sudo bpftool map list

# Ispezionare un programma specifico (sostituire ID con quello trovato)
sudo bpftool prog dump xlated id <ID>

Programmi eBPF con nomi generici o vuoti, o di tipo kprobe/tracepoint non associati a tool di sistema noti, meritano approfondimento.

3. Controllare i pacchetti AUR installati recentemente

# Pacchetti installati nelle ultime 72 ore
grep -E "^\[ALPM\] installed" /var/log/pacman.log | tail -50

# Verificare l'integrità dei file installati
pacman -Qkk 2>&1 | grep -v "0 altered"

4. Seguire le indicazioni ufficiali del team Arch


Il team di sicurezza Arch ha pubblicato checklist ufficiali per gli utenti colpiti, disponibili sul portale di sicurezza Arch Linux. Le azioni di cleanup includono la rimozione dei pacchetti compromessi, la revoca delle chiavi SSH potenzialmente esfiltrate e il cambio delle credenziali esposte.

Best practice per chi usa l’AUR


Questo attacco è un promemoria di regole che esistono da anni ma vengono spesso ignorate per comodità:

  • Leggere sempre i PKGBUILD prima di installare. È la prima difesa. Un PKGBUILD malevolo è spesso riconoscibile da download di binari da URL non ufficiali, pipe a shell, o dipendenze insolite.
  • Usare helper AUR con revisione esplicita. Tool come paru mostrano il diff del PKGBUILD prima di procedere. Non ignorare questo step.
  • Preferire pacchetti con molti voti e maintainer attivi. Non è una garanzia assoluta, ma riduce il rischio.
  • Usare ambienti isolati per il build. Tool come aurutils con makechrootpkg compilano i pacchetti in un chroot pulito, limitando l’impatto di un PKGBUILD malevolo.
  • Monitorare le dipendenze JavaScript nei PKGBUILD. Pacchetti che scaricano moduli npm o yarn durante il build meritano attenzione extra, soprattutto se le dipendenze non sono verificate tramite hash.
  • Abilitare audit di sistema. auditd con regole appropriate può rilevare comportamenti anomali durante e dopo l’installazione di pacchetti.


Implicazioni più ampie per la sicurezza della supply chain Linux


L’attacco all’AUR si inserisce in un trend preoccupante di compromissioni della supply chain su piattaforme open source. Nell’ultimo anno abbiamo visto attacchi analoghi su npm, PyPI, RubyGems e GitHub Actions. La peculiarità dell’ecosistema Linux è che molti degli utenti AUR sono sviluppatori e sysadmin con accesso privilegiato a infrastrutture aziendali: la compromissione di una workstation di uno sviluppatore può trasformarsi rapidamente in un punto di ingresso laterale verso sistemi di produzione.

La risposta del team Arch — blocco delle registrazioni, revert dei commit malevoli, ban degli account — è stata rapida ma reattiva. Il dibattito nella community si concentra ora su misure preventive: firma obbligatoria dei PKGBUILD, review automatizzata tramite analisi statica, e requisiti più stringenti per l’acquisizione di pacchetti esistenti. Nessuna di queste misure è banale da implementare mantenendo la natura aperta dell’AUR, ma l’attacco ha reso evidente il costo del modello attuale.


Fonti: 4sysops · The Hacker News · The Register


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DNS over HTTPS su Windows Server 2025: configurazione completa e considerazioni enterprise
#tech
spcnet.it/dns-over-https-su-wi…
@informatica


DNS over HTTPS su Windows Server 2025: configurazione completa e considerazioni enterprise


Cos’è DNS over HTTPS e perché cambia le regole del gioco


Il DNS tradizionale risolve i nomi di dominio inviando query in chiaro su UDP o TCP sulla porta 53. Chiunque si trovi sul percorso di rete — un ISP, un operatore Wi-Fi aziendale o un attaccante con accesso al segmento — può leggere o manipolare quelle query. DNS over HTTPS (DoH) risolve questo problema incapsulando le query DNS all’interno di connessioni HTTPS cifrate con TLS: lo stesso meccanismo di crittografia utilizzato dalla normale navigazione web.

Con l’aggiornamento cumulativo di giugno 2026 (KB5094125) per Windows Server 2025, Microsoft ha reso disponibile DoH in modalità General Availability per il ruolo DNS Server on-premises. Non è più necessario affidarsi a resolver di terze parti: la cifratura DNS parte ora direttamente dalla propria infrastruttura interna.

DoH vs DNS over TLS: quale scegliere in ambienti enterprise


Esiste un protocollo simile, DNS over TLS (DoT), che cifra anch’esso il traffico DNS ma utilizza la porta dedicata 853. Questa scelta ha una conseguenza pratica rilevante: i sistemi di monitoraggio di rete possono identificare e filtrare il traffico DoT separatamente, mantenendo la visibilità sulle query DNS.

DoH, invece, transita sulla porta 443 e si fonde con il normale traffico HTTPS. Da un lato questo lo rende più difficile da bloccare; dall’altro riduce la visibilità degli strumenti di ispezione DNS aziendali. Prima di scegliere DoH in un ambiente enterprise, occorre valutare se la propria security operations si affida all’ispezione del traffico DNS per rilevare minacce (data exfiltration via DNS, C2 beaconing, ecc.). In quel caso, DoT potrebbe essere preferibile, oppure occorre affiancare soluzioni di monitoring che lavorino a livello applicativo.

Requisiti di sistema


Per abilitare DoH sul ruolo DNS Server di Windows Server 2025 sono necessari:

  • Windows Server 2025 con l’aggiornamento cumulativo KB5094125 (9 giugno 2026) o successivo
  • Un certificato TLS valido con Extended Key Usage “Server Authentication” e un Subject Alternative Name (SAN) che corrisponda al template URI DoH
  • La chiave privata del certificato presente nel certificate store del computer locale, senza strong private key protection abilitata
  • Il certificato emesso da una CA trusted da server e client (Microsoft Enterprise CA, DigiCert, Let’s Encrypt — tutte funzionano)
  • Porta TCP 443 aperta in ingresso sul firewall del server
  • Accesso amministrativo al server

Da notare: al momento non è disponibile alcuna interfaccia grafica nel DNS Manager per gestire DoH. Tutta la configurazione avviene tramite PowerShell.

Configurazione passo per passo

Step 1 — Importare il certificato TLS


Copiare il file .pfx del certificato sul server e importarlo nel certificate store del computer locale:

Import-PfxCertificate `
    -FilePath "C:\Certs\dns-server.pfx" `
    -CertStoreLocation "Cert:\LocalMachine\My" `
    -Password (Read-Host -AsSecureString "Password PFX")

Step 2 — Associare il certificato alla porta 443


Generare un GUID univoco e associare il certificato alla porta tramite netsh:

$guid = New-Guid
$cert = Get-ChildItem -Path Cert:\LocalMachine\My |
        Where-Object { $_.Subject -match "dns.dominio.local" }

netsh http add sslcert ipport=0.0.0.0:443 `
    certhash=$($cert.Thumbprint) `
    appid="{$guid}"

Per vincolare il binding a un indirizzo IP specifico anziché a tutti gli indirizzi, sostituire 0.0.0.0 con l’indirizzo desiderato.

Step 3 — Aprire la porta 443 nel firewall di Windows

New-NetFirewallRule `
    -DisplayName "DNS over HTTPS" `
    -Direction Inbound `
    -Protocol TCP `
    -LocalPort 443 `
    -Action Allow

Step 4 — Abilitare DoH e configurare il template URI


Sostituire dns.dominio.local con il hostname presente nel SAN del certificato:

Set-DnsServerEncryptionProtocol `
    -EnableDoh $true `
    -UriTemplate "https://dns.dominio.local:443/dns-query"

Restart-Service -Name DNS

Step 5 — Verificare la configurazione

Get-DnsServerEncryptionProtocol

Aprire il Visualizzatore eventi sotto Applications and Services Logs > DNS Server e verificare la presenza dell’evento ID 822, che conferma l’avvio del servizio DoH.

Configurare i client Windows per usare DoH


Windows supporta DoH lato client da Windows 11 (e da Windows Server 2022 nel ruolo di client DNS). Esistono due metodi principali per puntare i client al resolver DoH interno:

Interfaccia grafica (Windows 11)


Navigare in Impostazioni > Rete e Internet > Ethernet (o Wi-Fi) > Assegnazione server DNS, inserire l’indirizzo IP del server DNS e impostare la cifratura DNS su Solo cifrato (DNS over HTTPS).

Group Policy (Windows Server 2022 e successivi)


Applicare il criterio in Configurazione computer > Criteri > Modelli amministrativi > Rete > Client DNS > Configura risoluzione dei nomi DNS over HTTPS (DoH). Il criterio offre tre opzioni:

  • Consenti DoH — usa DoH se il resolver lo supporta
  • Proibisci DoH — impedisce l’uso di DoH
  • Richiedi DoH — richiede sempre DoH

Attenzione: Microsoft sconsiglia di impostare “Richiedi DoH” su computer appartenenti a un dominio Active Directory se i server DNS non supportano ancora DoH come resolver. AD dipende pesantemente dal DNS, e forzare DoH su una rete senza resolver compatibile interrompe la risoluzione dei nomi e, di conseguenza, l’autenticazione e i GPO. Ora che Windows Server 2025 supporta il lato server, l’opzione “Richiedi DoH” diventa praticabile in ambienti completamente migrati.

Limitazioni attuali da tenere presenti


Prima di pianificare un deployment in produzione, è importante conoscere i limiti della GA attuale:

  • Nessuna cifratura verso gli upstream resolver. DoH cifra solo il traffico tra i client e il DNS Server Windows. Le query che il DNS Server invia ai forwarder upstream o ai server autorevoli viaggiano ancora in chiaro sulla porta 53. Microsoft ha annunciato il supporto per query upstream cifrate in un aggiornamento futuro, ma senza timeline confermata.
  • Nessuna interfaccia grafica. Il DNS Manager non include ancora le impostazioni DoH. Tutta la gestione richiede PowerShell.
  • Punti ciechi nel monitoraggio. Il traffico DoH su porta 443 è cifrato e indistinguibile dall’HTTPS web. Gli strumenti di monitoring DNS a livello di rete perdono visibilità. Valutare l’impatto sulla security operations prima di abilitare DoH in modo capillare.
  • DoH non sostituisce DNSSEC. DoH cifra il trasporto; DNSSEC verifica l’integrità delle risposte DNS con firme crittografiche. Le due tecnologie sono complementari e indipendenti: DoH senza DNSSEC protegge dalla sorveglianza ma non dalla manipolazione delle risposte da parte del server stesso.


Considerazioni per il deployment


Un approccio pragmatico per l’introduzione di DoH in un ambiente enterprise prevede di partire con la policy “Consenti DoH” — non forzata — su un gruppo pilota di macchine, verificare che i log di audit DNS continuino a funzionare (adattando gli strumenti di monitoraggio se necessario) e solo successivamente estendere il rollout. Per gli ambienti con requisiti di compliance legati all’ispezione del traffico DNS, è consigliabile documentare la strategia di visibilità alternativa prima di procedere con “Richiedi DoH”.

Il supporto nativo sul DNS Server on-premises è un passo significativo: elimina la dipendenza da resolver cloud di terze parti e permette di mantenere la cifratura DNS all’interno del perimetro aziendale, con pieno controllo sul certificato e sul logging.


Fonte: DNS over HTTPS (DoH) for Windows Server 2025 DNS Server is generally available — 4sysops


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Vance diventa il volto dell'accordo tra Stati Uniti e Iran


Il vicepresidente, che si era opposto alla guerra con l'Iran, conduce ora i negoziati per riaprire lo Stretto di Hormuz: un ruolo che può consacrarlo o danneggiarne le ambizioni.

Il vicepresidente JD Vance sta diventando il volto dell'amministrazione americana nello sforzo di porre fine alla guerra con l'Iran. Il senatore repubblicano Lindsey Graham, alleato del presidente Donald Trump, lo ha definito l'"architetto" del nuovo memorandum d'intesa con Teheran.

Un alto funzionario dell'amministrazione ha detto che Vance continuerà a condurre i colloqui questa settimana, mentre Stati Uniti e Iran entrano nei dettagli tecnici dell'accordo per riaprire lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo da cui transita gran parte del petrolio mondiale, e per avvicinarsi alla fine della guerra in corso da quindici settimane. Trump ha detto che il vicepresidente parteciperà alla cerimonia della firma venerdì in Svizzera.

Trump lascia il lavoro tecnico al suo vice, che non aveva mai voluto la guerra. Chiudere un conflitto a cui si era opposto pubblicamente potrebbe rendere Vance un eroe per la base trumpiana e per i parlamentari repubblicani, ansiosi che lo scontro finisca prima delle elezioni di metà mandato di novembre, quando si rinnova il Congresso. I deputati e i senatori repubblicani vogliono soprattutto che il prezzo della benzina scenda prima del voto.

Se l'accordo dovesse fallire o portare a nuovi disordini in Medio Oriente, Vance ne porterebbe ugualmente la responsabilità, un esito poco gradito per chi ambisce a diventare l'erede di Trump. È presto per dire se questo ruolo di primo piano aiuterà le ambizioni del vicepresidente o se l'intesa, fragile, si sgretolerà.

L'ultimo grande accordo con Teheran, quello raggiunto durante la presidenza di Barack Obama e poi abbandonato da Trump nel suo primo mandato, richiese quasi due anni di trattative. "Non è inverosimile che possano raggiungere un accordo temporaneo per riaprire lo stretto", ha detto a Bloomberg Michael O'Hanlon, direttore della ricerca di politica estera della Brookings Institution, un centro studi di Washington. "Oltre a questo, un accordo complessivo non è plausibile adesso."

I dettagli dell'accordo dovrebbero emergere nelle prossime 24-48 ore, secondo il funzionario, mentre Trump, parlando dal vertice del G7 in Francia, ha detto che le specifiche arriveranno qualche tempo dopo venerdì. Il memorandum parla della possibilità di sbloccare i fondi congelati, di un alleggerimento delle sanzioni e della creazione di un fondo da 300 miliardi di dollari per ricostruire l'Iran, ma nessuno saprà cosa contiene davvero finché il testo non sarà pubblicato e non è chiaro se e quando accadrà.

Tra le molte domande aperte ci sono i tempi necessari perché le navi in attesa attraversino lo Stretto di Hormuz e il passaggio torni ai livelli di operatività precedenti alla guerra, quanto dovranno pagare imprese e governi per usarlo e quale sarà la capacità nucleare iraniana d'ora in avanti. A Trump piacciono i titoli sulla riapertura dello stretto venerdì, ma come avverrà e quanto costerà diventerà un problema di Vance.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

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Das Bemerkenswerte an dem Entwurf des Medizinregistergesetzes ist ja, dass er von den Möglichkeiten sogar hinter dem eh schon schwierigen Gesundheitsdatennutzungsgesetz zurückbleibt.

"Damit aber lägen den Registerbetreibern faktisch sowohl die identifizierenden Klardaten der Betroffenen als auch die pseudonymisierten Daten vor."

Ja toll.

Warum wollen Menschen Daten 100 Jahre verarbeiten, die nicht mal ansatzweise Technikfolgenabschätzung machen. Warum?

netzpolitik.org/2026/medizinre…

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La rassegna stampa di martedì 16 giugno 2026


Cresce lo scetticismo sull'intesa tra Stati Uniti e Iran mentre i mercati festeggiano con benzina e petrolio in calo, il governatore Newsom denuncia un'inchiesta voluta dall'Amministrazione Trump e otto militari muoiono nello schianto di un bombardiere B-52 in California

Questa è la rassegna stampa di martedì 16 giugno 2026

Cresce lo scetticismo sull'intesa tra Stati Uniti e Iran


Il direttore della Cia John Ratcliffe avrebbe espresso seri dubbi sulla volontà dell'Iran di accettare le concessioni nucleari richieste da Washington, in un'intesa il cui testo integrale non è ancora stato reso pubblico. Il memorandum prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz e sessanta giorni di negoziati, ma diversi parlamentari repubblicani mantengono un atteggiamento attendista in attesa di conoscerne i dettagli.

Fonti: Axios, The Hill, Semafor

I mercati festeggiano l'intesa con l'Iran, scendono petrolio e benzina


L'annuncio dell'accordo ha innescato un rally globale delle Borse e ha fatto scendere il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti sotto i quattro dollari al gallone, con la prospettiva della riapertura dello Stretto di Hormuz. Resta però la cautela sulle scorte energetiche del Paese: la Riserva strategica di petrolio è scesa al livello più basso dal 1983.

Fonti: Financial Times, Semafor, The Hill

Newsom accusa l'Amministrazione Trump di averlo messo sotto inchiesta


Il governatore della California Gavin Newsom ha dichiarato che il Dipartimento di Giustizia ha aperto un'indagine su di lui e sulla moglie, accusando il presidente di usare gli strumenti federali contro un avversario politico. Newsom, considerato un possibile candidato democratico alle presidenziali del 2028, ha annunciato la richiesta di accesso agli atti, mentre la Casa Bianca ha rinviato ogni commento al Dipartimento.

Fonti: The New York Times, Axios, Financial Times

Il Dipartimento di Giustizia intensifica le indagini sugli avversari di Trump


Secondo una ricostruzione del Wall Street Journal il presidente ha chiesto al Dipartimento di Giustizia di indagare su oltre quattro dozzine di suoi avversari, dando il via a una serie di procedimenti giudiziari. Intanto il procuratore generale facente funzioni Todd Blanche ha avviato l'iter per la conferma al Senato, incontrando il senatore repubblicano Chuck Grassley, presidente della commissione Giustizia.

Fonti: The Wall Street Journal, The Hill

Otto morti nello schianto di un bombardiere B-52 in California


Un bombardiere B-52 dell'aeronautica statunitense si è schiantato poco dopo il decollo dalla base Edwards, in California, prendendo fuoco: si ritiene che gli otto membri dell'equipaggio a bordo siano morti. Le cause dell'incidente, che ha coinvolto un velivolo in servizio dagli anni Cinquanta, sono ancora oggetto di indagine.

Fonti: BBC, The Wall Street Journal, The New York Times

Il segretario alla Salute Kennedy impone una quarantena contro il parere medico


Il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. ha ordinato a una passeggera di una nave da crociera esposta all'hantavirus di restare in isolamento in Nebraska contro la sua volontà, nonostante un rapporto dei Centri per il controllo delle malattie suggerisse il contrario. Il caso ha riacceso il dibattito sui poteri sanitari dell'Amministrazione e sul rapporto con le indicazioni degli esperti.

Fonti: The Wall Street Journal

Elettori al voto nelle primarie tra Washington, Nevada e Georgia


Gli elettori della capitale Washington hanno votato per scegliere i candidati a sindaco e a delegato al Congresso, in un appuntamento segnato dal ridisegno della città voluto dal presidente. Nelle stesse ore in Nevada un ex deputato promotore di teorie del complotto sulle elezioni ha vinto le primarie repubblicane per la carica di segretario di Stato, mentre in Georgia divisioni e alleanze inattese hanno preceduto i ballottaggi per Senato e governatore.

Fonti: NPR, ABC News

I repubblicani accusati di interferire nelle primarie democratiche


Diversi indizi indicano un'azione coordinata dei repubblicani per favorire, attraverso comitati di spesa dai nomi dall'apparenza progressista, i candidati democratici ritenuti più facili da battere a novembre. I democratici denunciano la manovra come pericolosa, pur avendo a loro volta utilizzato tattiche simili nelle tornate del 2022 e del 2024.

Fonti: Axios

Il debutto in Borsa di SpaceX batte i record


Il collocamento in Borsa di SpaceX ha raccolto circa dieci miliardi di dollari in più rispetto alle stime iniziali e le azioni della società hanno guadagnato terreno per il secondo giorno consecutivo. Pur non avendo ancora raggiunto la redditività, l'azienda spaziale di Elon Musk ha visto crescere in modo esponenziale i propri ricavi.

Fonti: BBC, Semafor, Financial Times

Trovato un ordigno esplosivo vicino a un ufficio federale in Ohio


Un ordigno esplosivo attivo è stato rinvenuto in un pacco sospetto nei pressi di un ufficio del Dipartimento per la sicurezza interna a Brooklyn Heights, in Ohio, costringendo a evacuazioni di massa. L'episodio è avvenuto lunedì e ha richiesto l'intervento delle squadre artificieri.

Fonti: Fox News

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Newsom indagato, il governatore della California accusa Trump di persecuzione politica


Il governatore democratico accusa il Dipartimento di Giustizia dell'Amministrazione Trump aver aperto un'inchiesta contro di lui e contro la moglie per colpire un possibile rivale alle presidenziali del 2028.

Il Dipartimento di Giustizia ha aperto un'indagine su Gavin Newsom. Lo ha annunciato oggi lo stesso governatore della California, considerato come uno dei papabili candidati democratici alla presidenza nel 2028, che ha accusato il presidente Donald Trump di aver voluto prendere di mira un suo "nemico politico" senza alcuna prova di un reato.

Newsom accusa Trump di vendetta politica


In un video diffuso sui social, Newsom ha sostenuto che l'Amministrazione Trump stia mttendo nel mirino anche sua moglie, Jennifer Siebel Newsom. "Se non riesce a intimidire me, allora se la prende con la madre dei nostri figli", ha detto. "Ma Donald Trump ha scelto il bersaglio sbagliato. Non abbiamo nulla da nascondere". Poi ha rivolto un avvertimento diretto al presidente:

"Puoi chiedere i miei documenti con un mandato, puoi indagare su di me, puoi tormentarmi, ma lascia fuori mia moglie e la mia famiglia dalla tua vendetta personale".


Secondo Newsom, dietro l'indagine ci sarebbero le sue ambizioni presidenziali. "Donald Trump non mi sta dando la caccia per i miei tweet cattivi", ha affermato.

"Mi sta dando la caccia perché sto pensando di candidarmi alla presidenza. Perché odia che io l'abbia smascherato, di continuo, per le sue bugie e i suoi inganni".

Today, my wife & I joined Donald Trump’s hit list. He has directed his Department of Justice to investigate us. They have not found a crime - they are simply trying to find one.

He isn't coming after me because of mean tweets, but because I am considering running for President.… pic.twitter.com/tVYk3WUvO8
— Gavin Newsom (@GavinNewsom) June 15, 2026


Negli ultimi giorni, ha sostenuto Newsom agenti federali hanno bussato alle porte di amici di famiglia ed ex dipendenti. "Non perché hanno trovato un reato. Perché stanno semplicemente cercando di trovarne uno. Stanno abusando del procedimento del gran giurì", ha affermato.

Newsom ha poi definito Trump "il presidente più corrotto della storia americana" e lo ha accusato di usare lo Stato federale per premiare i fedelissimi e mettere in carcere gli avversari politici. Ha ricordato infine che il Procuratore Generale facente funzione, Todd Blanche, è stato in passato l'avvocato personale del presidente.

Il precedente delle altre inchieste


Come riporta Axios, quello di Newsom è solo l'ultimo caso in cui un avversario politico accusa Trump di aver trasformato il Dipartimento di Giustizia in un'arma politica contro i suoi nemici. Newsom ha paragonato la propria situazione alle inchieste sull'ex direttore dell'FBI James Comey, sulla Procuratrice Generale di New York Letitia James e sul senatore democratico Adam Schiff.

Nel novembre 2025, un tribunale ha annullato sia l'incriminazione contro Comey sia quella contro James, giudicando illegittima la nomina della procuratrice incaricata di sostenere l'accusa. Al momento né l'FBI né il Dipartimento di Giustizia hanno risposto a richieste di commenti da parte dei media statunitensi, mentre la Casa Bianca ha rimandato ogni domanda al Dipartimento.

Questa voce è stata modificata (1 mese fa)

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La nuova destra costruisce comunità cristiane per cambiare l'America dal basso


Il fondo New Founding finanzia RidgeRunner, un progetto per creare insediamenti cristiano-conservatori in Appalachia. Quattro comunità tra Tennessee e Kentucky, oltre 4mila acri di terra.

Nel cuore rurale del Tennessee, una piccola società immobiliare sta costruendo quelle che chiama "comunità a statuto cristiano": quartieri pensati per accogliere famiglie cristiano-conservatrici e diventare il modello di un'America rimodellata dalla nuova destra. Lo racconta in un lungo reportage il Politico, che ha visitato i terreni dove l'azienda RidgeRunner sta avviando i primi cantieri.

Il progetto si chiama Highland Rim Project e si snoda lungo la mezzaluna montuosa che circonda Nashville. L'idea è del 38enne Josh Abbotoy, ex avvocato dei fondi di private equity oggi a capo di RidgeRunner. L'azienda è una controllata di New Founding, un fondo di venture capital con sede a Dallas vicino agli ambienti intellettuali e politici della cosiddetta nuova destra americana, il blocco di pensatori e attivisti conservatori che ha trovato in JD Vance, oggi vicepresidente, il proprio volto politico più riconoscibile.

Dal 2024 RidgeRunner ha avviato quattro insediamenti. Il primo è Brewington Farms a Whitleyville, nella contea di Jackson, in Tennessee. Sono in cantiere un altro quartiere nella stessa contea e due al di là del confine in Cumberland County, in Kentucky. In totale l'azienda ha acquistato o messo sotto contratto oltre 4mila acri, suddivisi in 200 lotti. Circa la metà è già venduta o sotto contratto e i primi cantieri partiranno nella prossima estate. Abbotoy stima che le due comunità in Tennessee genereranno circa 100 milioni di dollari di lavori edili.

L'estetica è quella di un villaggio inglese di campagna trapiantato negli Appalachi: cottage e fattorie in stile Craftsman, fronti di casa che si affacciano su un parco comune, una fattoria-ristorante, un negozio di prodotti biologici dentro un fienile ristrutturato, bestiame al pascolo e, al centro di tutto, il campanile di una chiesa. La continuità architettonica è garantita da un'associazione di proprietari e da un comitato di controllo. Alcuni insediamenti saranno costruiti intorno a una chiesa "architettonicamente significativa" e l'azienda dà priorità alla creazione di spazi comuni come scuole, centri parrocchiali e luoghi di culto dove le famiglie numerose possano lavorare, pregare e socializzare.

Per legge le comunità sono aperte a chiunque, ma Abbotoy, battista del Sud, si aspetta di accogliere soprattutto cristiani di destra. Ha descritto i suoi clienti come gente seria e "based" che vuole costruire qualcosa di autentico. È un termine, "based", che nella sottocultura della destra online indica chi resta fedele alle proprie convinzioni senza compromessi. Si aspetta inoltre che "la maggior parte della leadership" del progetto venga da cristiani protestanti. "Avere la fede integrata nel design del quartiere è inscindibile dall'intero processo di progettazione", ha detto al Politico.

L'idea di costruire comunità intenzionali per cristiani conservatori non è nuova. L'esempio più noto è quello dello scrittore Rod Dreher, che nel libro del 2017 The Benedict Option invitava i cristiani a rifugiarsi in comunità quasi-monastiche per coltivare le proprie virtù lontano dalla cultura secolarizzata. Abbotoy, però, presenta il suo progetto in modo opposto. Non è una fuga dalla politica ma uno strumento politico, l'altra faccia della strategia della nuova destra: se a livello nazionale il movimento punta a conquistare le istituzioni di potere, sul piano locale prova a costruire comunità conservatrici dal basso, capaci di rimodellare il Paese a partire dai piccoli centri.

"Se vogliamo un rinnovamento nazionale ci servirà un rinnovamento delle virtù iper-locali e di autogoverno che c'erano alle origini della Repubblica", ha detto Abbotoy. "Anche da una valletta sperduta nel Tennessee si può influenzare il dibattito nazionale." Un posto come Brewington Farms, ha aggiunto, vuole mandare un messaggio preciso al resto del Paese: "Se i conservatori vincono, questa è l'America che vogliamo".

Il momento è complicato per la nuova destra. A Washington la seconda amministrazione di Donald Trump è alle prese con la guerra in Iran e con il caro vita. La coalizione elettorale che il movimento sperava di consolidare nei prossimi decenni si è già spaccata. Gli alleati nell'amministrazione, a partire dal vicepresidente Vance, faticano a tenere insieme l'apparato intellettuale che hanno costruito intorno allo stile di governo improvvisato del presidente. Proprio per questo RidgeRunner punta sull'iper-locale come campo di battaglia dove la guerra culturale può ancora essere vinta.

La storia personale di Abbotoy aiuta a capire il progetto. Cresciuto a Hartsville, una trentina di chilometri da Gainesboro, ha passato le estati a fare il geometra per un costruttore locale, mappando proprio i terreni dove oggi opera. Dopo la laurea a un college battista vicino a Memphis e un master in storia medievale e bizantina alla Catholic University of America di Washington, è entrato ad Harvard Law School. Ha poi lavorato come avvocato di private equity allo studio Kirkland & Ellis e per una società partecipata di JPMorgan. Lì, racconta, ha capito che la carriera nei piani alti delle aziende americane significava rinunciare a qualunque rapporto diretto con la terra e a un certo senso di autonomia personale.

La pandemia, le proteste di Black Lives Matter del 2020 e i lockdown hanno accelerato la svolta. A fine 2020, mentre viveva a Houston, ha iniziato a comprare con il padre alcune proprietà nell'Highland Rim. Nel 2021 si è messo in contatto con Nate Fischer, un altro ex Harvard Law che aveva appena fondato New Founding. Fischer aveva costruito il fondo come uno strumento di venture capital esplicitamente schierato a destra, dedicato a quelli che chiama "problemi civilizzazionali critici". Ha attirato investitori del calibro di Marc Andreessen, miliardario della Silicon Valley, e ha stretto un'amicizia con Vance, allora aspirante senatore dell'Ohio. Abbotoy è entrato come partner alla fine del 2021 e nel 2024 ha lanciato RidgeRunner, trasferendosi dal Texas al Tennessee con moglie e figli.

Le letture di Abbotoy raccontano l'humus intellettuale del progetto: Robert Putnam e il suo Bowling Alone sulla disgregazione del capitale sociale americano, Charles Murray e Coming Apart sulla frattura tra le classi bianche, Joel Kotkin e il suo The Coming of Neo-Feudalism. Soprattutto, ha trovato ispirazione in Balaji Srinivasan, imprenditore della Silicon Valley che nel libro del 2022 The Network State teorizza la nascita di "stati-rete", comunità di persone con valori comuni che si formano online prima di radicarsi in un territorio fisico. Abbotoy ha frequentato il Lincoln Fellowship del Claremont Institute, una scuola di formazione politica della destra intellettuale americana, e aderisce alla Society for American Civic Renewal, una confraternita cristiana per soli invitati che mette in rete i quadri della nuova destra fuori da Washington.

I clienti di RidgeRunner sono in larga parte ricchi trapiantati da grandi città democratiche o sobborghi di stati a maggioranza repubblicana. Una quarantina di famiglie si è già trasferita nella zona di Gainesboro, molte in affitto o in case temporanee in attesa che i cantieri partano. Abbotoy li divide in due categorie: "lavoratori da remoto ad alto rendimento", soprattutto dipendenti di aziende tecnologiche, e "persone economicamente portabili" per altri motivi. Un cliente ha appena venduto diverse sedi di una catena nazionale guadagnando abbastanza da andare in pensione presto. Un altro è un vigile del fuoco californiano che ha portato la famiglia in Tennessee e ogni dodici giorni vola da una costa all'altra per i suoi turni di servizio. Diverse famiglie hanno avviato una cooperativa di scuole parentali con un programma "classico cristiano" e contano di aprire una scuola privata in uno dei futuri quartieri.

Il termine "charter" usato da RidgeRunner è un richiamo al movimento delle "charter cities", città semi-autonome immaginate da settori della Silicon Valley come spazi esenti dalle leggi locali e basate sulle criptovalute. Esperimenti del genere sono stati provati in Honduras e Nigeria con risultati incerti. Abbotoy precisa che RidgeRunner non chiede esenzioni legali alle autorità: i bassi livelli di tassazione del Tennessee e le regole urbanistiche permissive della contea di Jackson rendono inutili scorciatoie giuridiche. Sulla criptovaluta, invece, la spinta arriva dai clienti: l'azienda ha appena chiuso la prima vendita di un terreno in Bitcoin e incoraggerà i negozi nelle comunità ad accettare le criptovalute come pagamento.

Il progetto ha alimentato una protesta locale. Nel novembre del 2024 una televisione locale ha mandato in onda un'inchiesta sui legami di RidgeRunner con le reti del nazionalismo cristiano americano, una corrente che mescola conservatorismo religioso e nostalgia di un'America bianca e protestante. L'inchiesta si è concentrata in particolare sul pastore presbiteriano conservatore Andrew Isker, amico di Abbotoy che nel 2024 si è trasferito in zona, e sul commentatore C.Jay Engel. Isker, ordinato nella denominazione presbiteriana del controverso pastore Doug Wilson, ha dichiarato di voler "sciogliere il Congresso e la magistratura e affidare ogni potere a un sovrano di nome Donald J. Trump". Engel è uno dei promotori online dello slogan "heritage America", in italiano "America patrimonio", usato per descrivere gli americani che fanno risalire le proprie origini all'epoca dei padri fondatori.

L'estate scorsa la Camera di commercio della contea di Jackson, che non è certo un avamposto del progressismo, ha respinto la richiesta di adesione di RidgeRunner citando "dichiarazioni pubbliche incompatibili con la missione, la visione e i valori della Camera". Nelle vetrine dei negozi di Gainesboro sono comparsi cartelli con la scritta "Gainesboro: tu appartieni qui", in opposizione a quella che molti residenti vedono come una visione esclusivista. Mark Dudney, attivista nato in zona, ha detto al Politico di non avere problemi col fatto che persone esterne vogliano stabilirsi a Gainesboro, ma che "questi discorsi su controllo e governo rendono la cosa pubblica per chiunque viva qui".

Beau Smith, presidente del Partito repubblicano locale e nato a Jackson County, ha descritto l'umore della contea come più libertario che comunitario: "Le buone recinzioni fanno i buoni vicini", ha detto. Anche Abbotoy riconosce il tratto e prova a smussarlo. Il nome RidgeRunner richiama i contrabbandieri di whiskey degli Appalachi che durante il proibizionismo sfuggivano alle autorità federali correndo sulle creste delle montagne. Fuori dagli uffici di Gainesboro l'azienda issa la bandiera di Gadsden, simbolo del libertarismo americano. Resta da capire se il comunitarismo cristiano dei nuovi arrivati saprà convivere a lungo con il "vivi e lascia vivere" dei locali. È una domanda che vale anche oltre il Tennessee, mentre la nuova destra prova a giocare la partita per il potere nazionale.

Gainesboro è la quintessenza della piccola città in declino. Affacciata sul fiume Cumberland a un'ora e mezza da Nashville, conta 12mila residenti, ha vissuto il suo periodo d'oro come scalo fluviale nella prima metà dell'Ottocento ed è stata erosa prima dall'arrivo della ferrovia, poi dalle autostrade e infine dal NAFTA, l'accordo di libero scambio nordamericano che a partire dagli anni Novanta ha drenato la manifattura leggera della zona. Oggi l'industria pesa meno di un quinto dell'occupazione totale. Politicamente, è stata roccaforte democratica fino al 2012; negli ultimi tre cicli ha votato Trump, l'ultima volta con oltre l'80%.

La strada che gli amministratori locali stanno percorrendo per uscire dal declino è quella del piccolo turismo e dell'imprenditoria diffusa: una distilleria artigianale in una vecchia stazione di servizio Texaco, un bistrot creolo, una palestra di jiu-jitsu brasiliano, un piccolo museo di arte contemporanea aperto l'anno scorso, un vecchio albergo in ristrutturazione. È un modello che RidgeRunner rifiuta con disprezzo. Abbotoy cita spesso Asheville, in North Carolina, città di montagna trasformata in meta turistica di fascia alta, come esempio di ciò che non vuole. "Immagina chi ha costruito Asheville tornare oggi: la troverebbe culturalmente aliena", ha detto.

Il modello alternativo di RidgeRunner punta sull'attrarre lavoratori da remoto ad alto reddito e farli mettere radici. Abbotoy ritiene che la pandemia abbia reso possibile su larga scala quello che dieci anni fa era impensabile: stima che oggi circa 20 milioni di americani che vivono in città o sobborghi preferirebbero la campagna se ne avessero l'opportunità. Conta soprattutto sull'"effetto rete", il principio secondo cui mettere insieme molte persone "ad alta agency", espressione del gergo della Silicon Valley per indicare chi prende in mano la propria vita, produce benefici composti nel tempo. Un esempio embrionale, dice, è la stazione di servizio che Engel sta trasformando insieme a un suo socio, Ryan Green, in una stazione di servizio e tavola calda in stile anni Cinquanta chiamata "Rockwell's", in omaggio al pittore Norman Rockwell. La chiamano l'"anti-Buc-ee's": niente sigarette elettroniche e niente schede del Lotto. La tavola calda servirà cibo a chilometro zero, in linea con l'agrarianesimo nostalgico che fa parte del progetto.

Non tutti, però, sono convinti che il modello funzioni. Kevin Cummins, agente immobiliare e commissario di contea, simpatizzante MAGA e vicino al progetto, dubita che possa risollevare le sorti finanziarie della cittadina: il terreno collinare ostacola sviluppi su larga scala e senza nuovi datori di lavoro la crescita economica resta difficile. Dudney è più netto: vede nella retorica del rilancio economico una semplice "strategia di marketing" e nei trapianti tecnologici una forma di "gentrificazione a marchio di destra". Abbotoy va comunque avanti. Ha già un'altra fetta di circa 700 acri sotto contratto in una contea vicina e parla di ambizioni "nazionali", senza escludere espansioni in altri stati.

Sul piano politico l'imprenditore è più vago: ipotizza un possibile coinvolgimento in campagne per il Congresso o in raccolte fondi per candidati vicini, ma non c'è ancora nulla di concreto. Resta una scommessa di lungo periodo, che mira a dimostrare se la nuova destra americana sia capace o no di mantenere la sua promessa di fondo: dare benefici materiali ai territori lasciati indietro dal mercato. È una promessa che a Washington la seconda amministrazione Trump ha già in larga parte tradito, schiacciata dalla vicinanza agli interessi delle grandi aziende e dall'ortodossia economica repubblicana. La domanda che resta aperta è se Brewington Farms diventerà il nucleo di una regione rivitalizzata o un'enclave bucolica per ricchi e reazionari, mentre la contea intorno continua a faticare.

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Facciamo HTML Day in Italia!


❇️ L’8 agosto sarà HTML Day! ❇️

In quei giorni io sarò in Italia, specificamente a Sanremo, dove dubito ci siano nerd del Web quanto me.

Dunque cerco amanti di HTML che siano interessatз a partecipare e/o co-organizzare un piccolo incontro carino anche da noi, per celebrare il linguaggio ipertestuale più bello del mondo.

La mia idea è di scegliere una città del nord (purtroppo non riesco a muovermi più lontano), trovare un luogo che ci ospiti e fare una festicciola, magari con qualche piccola demo, presentazione o condivisione di skill. 🪩

🪁 Se ci state, rispondete a questo post, scrivetemi un’email o contattatemi su Signal.

📣 Condividete questo messaggio ovunqueeee!

@informatica

#Web #HTML #HTMLday #HTMLenergy #WebDev #evento #Italia

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Come Trump ha smantellato i programmi anti AIDS


Nel 2019 il presidente lanciò un piano per azzerare i contagi da HIV entro il 2030. Nel secondo mandato ha tagliato i fondi e smantellato gli uffici che dovevano attuarlo.

Nel 2019 il presidente Donald Trump promise di sconfiggere l'AIDS negli Stati Uniti entro il 2030 e ottenne una rara ovazione bipartisan al Congresso. Sette anni dopo, nel suo secondo mandato, ha smantellato gran parte dei programmi che dovevano realizzare quella promessa.

L'annuncio arrivò durante il discorso sullo stato dell'Unione, il messaggio che ogni anno il presidente americano rivolge al Congresso. "Insieme sconfiggeremo l'AIDS in America", disse dal podio, davanti a un pubblico televisivo di decine di milioni di persone. Il piano puntava a porre fine all'epidemia di HIV, il virus che causa l'AIDS, entro il 2030.

Gli Stati Uniti avrebbero dovuto ridurre i nuovi casi di HIV a 9.300 o meno entro il 2025. I dati di quell'anno non sono ancora disponibili, ma l'ultimo conteggio federale, relativo al 2024, ha registrato un valore più di quattro volte superiore a quell'obiettivo: quasi 39.000 nuovi contagi.

Dal suo ritorno alla Casa Bianca nel 2025, Trump ha tagliato i fondi per la prevenzione dell'HIV, smantellato uffici governativi e sciolto i comitati che si occupavano di politiche contro il virus. Ha lasciato senza sostegno gli Stati alle prese con i focolai dell'infezione e, per la prima volta da decenni, non ha celebrato la Giornata mondiale contro l'AIDS. Nei primi due bilanci del secondo mandato ha proposto di eliminare i finanziamenti per diversi programmi. Alcune di queste decisioni sono state poi annullate dal Congresso o dai tribunali federali, ma nel complesso hanno messo a rischio l'iniziativa che lui stesso aveva voluto.

Una ricostruzione di Politico, basata su diciannove interviste a funzionari attuali ed ex dell'amministrazione, dipendenti federali della sanità e attivisti, ha messo in fila i dettagli di questa parabola. "È giusto dire che non siamo sulla buona strada", ha detto Harold Phillips, direttore operativo dell'iniziativa contro l'HIV durante il primo mandato di Trump. Invece di lanciare l'allarme, ha aggiunto, l'amministrazione ha scelto "il silenzio totale".

La prima amministrazione Trump aveva fatto della lotta all'HIV una priorità soprattutto perché molti dei suoi vertici sanitari avevano vissuto in prima persona l'arrivo dell'AIDS negli anni Ottanta, quando la malattia uccise più di 120.000 persone solo fino al 1990. Robert Redfield, allora direttore dei Centers for Disease Control and Prevention (i CDC, l'agenzia federale per il controllo delle malattie), lavorava su HIV e AIDS dai tempi in cui era medico nell'esercito. Anthony Fauci, che sarebbe poi diventato il principale consigliere medico di Trump durante la pandemia di Covid, aveva avuto un ruolo chiave nella creazione del PEPFAR, il programma internazionale contro l'AIDS che ha salvato decine di milioni di vite.

A convincere quei funzionari erano stati i progressi del Regno Unito, che si era posto lo stesso obiettivo per il 2030 e nel 2019 annunciò di aver ridotto i nuovi contagi di quasi un terzo tra il 2015 e il 2019, il livello più basso da decenni. Negli Stati Uniti i progressi si erano arenati, ma nuove prove indicavano che fermare l'epidemia era ormai possibile: le nuove forme di PrEP, il farmaco che previene il contagio, si erano rivelate molto efficaci e nuove tecnologie permettevano di fare il test a casa in modo riservato. I funzionari individuarono i 48 codici postali, più Porto Rico e Washington, dove i contagi erano più diffusi. Poi prepararono un piano per concentrarvi le risorse.

Alex Azar, allora ministro della Salute, diede subito il via libera alla strategia e ragionò con gli altri su come ottenere l'approvazione del presidente. Per convincerlo prepararono una presentazione costruita su misura. Una delle diapositive mostrate alla Casa Bianca ritraeva un Trump sorridente con la didascalia "il presidente della sanità pubblica", capace di rendere accessibili le cure, risolvere l'epidemia di oppioidi e "porre fine all'AIDS in America".

Quando presentarono il piano nello Studio Ovale, Brett Giroir, allora vice ministro della Salute, fu esplicito sulla necessità di concentrarsi sulle comunità più colpite, anche se non era politicamente vantaggioso per il Partito repubblicano. "Fui piuttosto esplicito sul fatto che questo programma si sarebbe concentrato dove c'è la malattia, e cioè sugli uomini gay neri del Sud e sulle donne transgender", ha raccontato. "Non sono di sicuro i vostri elettori, ma è lì che c'è il problema". Trump, secondo Giroir, non solo non si scompose, ma apparve entusiasta.

Mentre la Casa Bianca valutava la proposta, un ex funzionario ha riferito che Trump ricordò quanto fosse stata "devastante" l'epidemia di HIV per New York negli anni in cui costruiva la sua fortuna immobiliare. Pur senza nominarlo, era evidente che il presidente fosse rimasto segnato dalla morte del suo mentore Roy Cohn, scomparso per complicazioni legate all'AIDS.

Su sollecitazione dei suoi consiglieri, Trump decise pochi giorni prima del discorso del 2019 di inserire la proposta sull'HIV, e la mantenne fino all'ultimo, mentre lo staff tagliava altre parti del testo. Redfield era così ottimista da immaginare di eliminare una malattia dopo l'altra, a partire dall'HIV per poi passare all'epatite C.

Pochi mesi dopo i primi stanziamenti, però, un altro virus stravolse tutto. Durante la prima ondata di Covid migliaia di cliniche per la salute sessuale chiusero i servizi in presenza, le attività di prevenzione nelle aree a più alta trasmissione si fermarono e gli specialisti che seguivano l'HIV furono spostati a tracciare i contagi da coronavirus.

Nel 2021 il bilancio era chiaro: 1,2 milioni di persone negli Stati Uniti erano infette dal virus, una su otto non sapeva di esserlo e solo il 58 per cento assumeva farmaci adeguati a tenere sotto controllo la carica virale ed evitare di trasmettere l'infezione.

Il Covid ebbe un altro effetto duraturo sull'HIV: rese molti conservatori ostili ai CDC e, più in generale, alla sanità pubblica. I repubblicani attaccarono l'agenzia per tutta la pandemia e Fauci diventò uno dei loro bersagli preferiti. Nel frattempo il movimento Make America Healthy Again di Robert F. Kennedy Jr. allargava il consenso del partito prendendosela con l'establishment sanitario.

Kennedy, che aveva definito i CDC "un pozzo di corruzione" e aveva scritto un libro contro Fauci, è stato messo a capo del dipartimento della Salute nel 2025. Gli esperti di sanità pubblica si allarmarono soprattutto perché nel suo libro Kennedy aveva messo in dubbio il consenso scientifico secondo cui è l'HIV a causare l'AIDS.

"Nella prima amministrazione Trump c'erano persone che capivano la sanità pubblica, esperti medici e scientifici che aiutavano il presidente a prendere decisioni basate sui dati", ha detto Phillips. "Ora quelle persone non ci sono più".

Dopo che i conservatori hanno preso il controllo del Congresso e dell'esecutivo nel 2025, il primo progetto di bilancio dei repubblicani alla Camera proponeva di eliminare tutti i programmi federali di prevenzione dell'HIV, compresa l'iniziativa voluta da Trump. La versione poi diventata legge ha annullato molti di quei tagli, ma i leader repubblicani li hanno riproposti nel 2026.

"Nelle conversazioni con i parlamentari che decidono i fondi, spesso non si parlava nemmeno di HIV o dei programmi specifici che venivano tagliati, ma solo del fatto che i CDC andavano ridimensionati", ha dichiarato Jeremiah Johnson, direttore esecutivo di PrEP4All, un'organizzazione che chiede politiche per rendere più accessibili i farmaci a chi rischia di contrarre il virus.

La proposta di bilancio della Casa Bianca per il 2027 ridurrebbe i fondi per la prevenzione dell'HIV da poco più di un miliardo di dollari a circa 220 milioni. E mentre un'indagine nazionale tra i medici ha rilevato che la mancanza di una casa è la prima ragione per cui i pazienti non riescono a seguire le cure, il bilancio di Trump ha eliminato il programma di sostegno abitativo per le persone con AIDS, che oggi aiuta 100.000 nuclei familiari.

Il portavoce della Casa Bianca Kush Desai ha difeso i tagli a quello che ha definito un "apparato di sanità pubblica pieno di sprechi e incapace di produrre risultati", aggiungendo che l'amministrazione "resta impegnata a combattere l'epidemia di HIV in America".

Le proposte di bilancio del 2025 e del 2026 prevedevano comunque di mantenere i fondi per l'iniziativa contro l'HIV, e nell'autunno 2025 Trump ha rinnovato l'incarico del consiglio consultivo presidenziale su HIV e AIDS. Jay Bhattacharya, a capo dei National Institutes of Health (gli istituti nazionali per la sanità) e per un periodo anche dei CDC, ha detto che combattere l'HIV è una delle sue priorità.

Allo stesso tempo Trump ha tentato di dimezzare il bilancio dei CDC e di licenziare decine di migliaia di dipendenti federali della sanità, cancellando interi team che lavoravano sull'HIV. La maggior parte di quei provvedimenti è stata bloccata mesi dopo da un tribunale federale, ma i dipendenti dell'ufficio che si occupava di comunicazione sulla prevenzione restano in congedo: vengono pagati ma non possono lavorare. Secondo i loro colleghi, questo ha compromesso la capacità dell'agenzia di coordinarsi con gli Stati, aggiornare i siti federali e informare i cittadini su come proteggersi.

Il presidente ha inoltre lasciato scadere la strategia nazionale contro l'HIV e ha cercato di togliere milioni di dollari ai dipartimenti sanitari di quattro Stati a guida democratica, California, Colorado, Illinois e Minnesota, sostenendo che i loro programmi erano "in contrasto con le priorità dell'agenzia" e pieni di frodi. Un suo ordine esecutivo che vieta i fondi federali al Sudafrica ha bloccato ricerche importanti sull'HIV che gli scienziati statunitensi stavano seguendo in quel paese. Il consiglio consultivo, pur esistendo ancora sulla carta, non viene convocato da più di un anno.

Tre ordini esecutivi firmati nel 2025, solo in apparenza estranei all'HIV, hanno avuto un peso. Il primo ha vietato i programmi federali per la diversità, l'equità e l'inclusione. Il secondo ha proibito i fondi per la cosiddetta "ideologia di genere", compreso il sostegno alle persone transgender. Il terzo, dedicato ai senzatetto, ha posto fine ai finanziamenti per la riduzione del danno, cioè le politiche che limitano i rischi del consumo di droghe, come i servizi di scambio delle siringhe.

"Per me un programma per la diversità, l'equità e l'inclusione è qualcosa che non funziona: è più ideologico, più orientato a far sentire bene le persone che a raggiungere un vero obiettivo sanitario", ha detto Bhattacharya. Il governo, ha aggiunto, dovrebbe finanziare solo studi e programmi che tengono conto "delle realtà biologiche".

Tra gli studi cancellati in nome di quelle norme, un funzionario dei National Institutes of Health ne ha citato uno sulla gonorrea resistente agli antibiotici tra gli uomini che fanno sesso con altri uomini in Vietnam, fermato perché ritenuto legato all'ideologia di genere.

L'amministrazione ha rimosso dai siti federali molte risorse sull'HIV, comprese le indicazioni per l'assistenza alle persone gay, transgender e delle minoranze etniche. Un giudice federale ha ordinato di ripristinarle dopo la causa dei medici che le utilizzano, ma una volta rimesse online le pagine sono state accompagnate da una nota che definiva i contenuti "estremamente inaccurati e lontani dalla verità". In un periodo di sfiducia verso la medicina, gli esperti temono che quella nota alimenti la confusione e allontani le persone dalle cure corrette.

"Non si può parlare di disuguaglianze nella salute senza parlare di etnia e, in alcuni casi, di orientamento sessuale", ha detto Jeanne Marrazzo, ex direttrice del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, l'istituto sulle malattie infettive un tempo guidato da Fauci, licenziata nel 2025. "Si torna alla cultura della colpevolizzazione della vittima dei primi anni dell'HIV".

Dopo che la Corte Suprema ha avallato la linea dell'amministrazione contro i programmi per la diversità, i piani per un laboratorio all'avanguardia in una storica facoltà di medicina per studenti neri del Tennessee, pensato per studiare la diffusione dell'HIV tra le minoranze, sono stati congelati. I tagli hanno rallentato di quasi un anno anche la costruzione di un laboratorio in uno dei quartieri più poveri di Washington, che un tempo aveva uno dei tassi di contagio più alti del paese.

Gli esperti avvertono che la retorica dell'amministrazione su persone transgender e immigrati sta già scoraggiando chi avrebbe bisogno di assistenza, lasciando che i contagi si diffondano. "Un immigrato senza documenti, o anche uno con i documenti in regola, vista l'ostilità di questo periodo, può non sentirsi a suo agio nell'andare a fare un test o a curarsi", ha detto Mike Weir, responsabile delle politiche dell'associazione nazionale dei direttori statali contro l'AIDS. I dati mostrano che proprio tra gli uomini gay ispanici i contagi sono in aumento.

Molti temono che le modifiche in arrivo a Medicaid, il programma pubblico che assicura le persone a basso reddito, e la scelta del Congresso di lasciar scadere i sussidi della riforma sanitaria di Obama lascino senza copertura più americani, comprese migliaia di persone con HIV. Più di una decina di Stati hanno già tagliato i servizi per decine di migliaia di persone che convivono con il virus, citando il costo crescente dei farmaci e i fondi federali fermi per programmi come il Ryan White, che fornisce medicine gratuite a chi ha redditi bassi.

Bhattacharya resta fiducioso che lo sviluppo del Lenacapavir, un farmaco preventivo da iniettare due volte l'anno, possa invertire la tendenza. "Quando sono arrivate queste nuove tecnologie la mia speranza è schizzata in alto", ha detto. Eppure non esistono nuovi programmi per portare il farmaco, che senza assicurazione può costare più di 25.000 dollari l'anno, a chi ne ha più bisogno. E per riceverlo serve l'accesso a un ambulatorio che a molti oggi manca.

Jonathan Mermin, che ha diretto per decenni il centro dei CDC su HIV ed epatiti e oggi è preside della scuola di sanità pubblica della Columbia University, ha avvertito che le innovazioni mediche non bastano se il governo non finanzia i programmi che le portano a chi ne ha bisogno. "I sogni di sanità pubblica senza risorse sono fantasie", ha detto. Il ritmo attuale di riduzione dei contagi, ha aggiunto, è troppo lento per azzerare le nuove infezioni entro il 2030.

Molti degli ex funzionari, degli scienziati e dei responsabili delle associazioni che hanno parlato con Politico condividono l'ottimismo di Bhattacharya sul farmaco, ma non l'idea che basti a tagliare il traguardo entro il 2030. Eliminare la trasmissione del virus, dicono, richiede anche di annullare i tagli decisi finora e di rimettere la questione tra le priorità del governo.

"Mi piacerebbe sedermi con lui adesso e dirgli: signor presidente, si ricorda quell'iniziativa che ha avviato? Finiamola", ha detto Redfield.

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ICYMI: Updates from the 6/14 Meeting


ICYMI

Arizona – Arizona’s weekly meeting covered several action items. On the IHS protest, the Arizona Pirates discussed outreach strategy, including flyers and organizations to contact, and prioritized connecting with the Native community members most affected before moving forward. AZPP launched a server bulletin board and planning center to coordinate events, tabling, and protests.

The Plunder Hunger food drive donated at least 42 pounds of food, equal to roughly 35 meals. Arizona is exploring an endorsement of a candidate for Marana Town Council, pending her response to recent outreach.

Finally, the AZPP introduced an initiative to submit op-eds, opinion pieces, and letters to the editor to newspapers across the state, broadening reach and visibility in areas with less presence.

California – California, as of the June 14th meeting, has lost membership status in the Pirate National Committee and has been dropped to observer status. That brings the Pirate National Committee membership count down to nine states.

This does not mean there is no longer a California Pirate Party. Interested Californians who wish to get involved with the Pirate Party can still visit their website and get involved locally. It does currently mean, however, that California cannot vote in matters pertaining to the Pirate National Committee.

Their status has changed as an enforcement measure to ensure all PNC members are following the necessary procedures to remain an active PNC member. California has failed to send a representative to our weekly meetings; a relatively small infraction and one that’s easily rectifiable. If you are a permanent resident of California and you wish to get involved, your attendance at the Pirate National Committee meetings could effectively get California their vote back. If you are interested, visit their website, join their Discord (or ours) and get involved!

Illinois – The ILPP met before the national meeting to ratify all the recent changes to the USPP bylaws. The next ILPP, which usually take place during the first Sunday of the month, will take place July 12th. Discussions on having two monthly meetings were discussed. A potential biweekly meeting schedule will be announced on the ILPP website should the decision be made during the 7/12 meeting.

Indiana – A feeler has been put out in the Indiana Discord server for scheduling the next meeting. If you’re a Hoosier and looking to get involved, this is your opportunity to do just that!

Nevada – ICYMI, Hunter Rand addressed the Pirates following the conclusion of his campaign. That can be found here.

Sincerely Hunter, thank you. Hell of a campaign. Proud to call you a Pirate.

PennsylvaniaDrew Bingaman‘s campaign has a series of meet-and-greets scheduled over the next few weeks to gather signatures. A large signature push is planned for Saturday, June 27th, and the campaign requests volunteers available near Northumberland, PA to assist. The campaign has also reached out to the Forward Party regarding a possible endorsement.

A separate post regarding this information will be made later this week.

Press – Press Committee met on Friday. Progress was made towards posting strategies, and two shorts were made, of which one has been posted.


You can watch last night’s meeting here. Our next meeting will be open to the public, and will be livestreamed. See you 6/21!


uspirates.org/icymi-updates-fr…

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Stop Killing Games: Why a Movement About Video Games Has Become a Debate About Digital Rights


What happens when a company can make a product disappear after consumers have paid for it?

This question left gaming forums and reached the European Commission after Ubisoft shut down The Crew on 31 March 2024. With the Commission set to respond to the Stop Killing Games initiative on 16 June, campaign organizers have released an open letter. They are worried about how the movement is being portrayed as the process nears its end.

On 31 March 2024, Ubisoft shut down The Crew, a game originally designed to be always online. The foundation for this action was laid in December 2023 when Ubisoft announced that after 31 March 2024, the game would no longer be accessible to players. On 1 April, the game was completely shut down, with a message from Ubisoft saying:

“We understand this may be disappointing for players still enjoying the game, but it has become a necessity due to upcoming server infrastructure and licensing constraints.”

While The Crew’s shutdown sparked the Stop Killing Games movement, worries about vanishing digital games existed before. Earlier closures like Darkspore (2016), Battleborn (2021), and Babylon’s Fall (2023) had already concerned preservationists and consumer advocates.

Following The Crew‘s shutdown, Ross Scott, an American YouTuber, initiated the Stop Killing Games movement. Stop Killing Games is a consumer-rights campaign advocating that video games remain playable after publishers shut down official servers. The cornerstone of this argument is the treatment of games as purchased products rather than revocable subscriptions.

The movement rapidly spread beyond gaming circles. Digital rights organizations, consumer rights advocates, preservation groups, and right-to-repair supporters joined the discussion. What began as a debate about video games gradually evolved into a broader conversation about ownership in the digital age.

That shift saw a breakthrough in July 2024, when supporters launched the European Citizens’ Initiative (ECI), “Stop Destroying Videogames.”

Unlike an ordinary petition, a successful European Citizens’ Initiative obliges the European Commission to examine the proposal and issue a formal response. The initiative quickly gained traction across the European Union.

A simple complaint and petition grew into a topic for European policymakers. The movement gained support in 24 EU countries and collected over 1.3 million signatures before verification across the EU, easily passing the required threshold. This made it one of the most successful European Citizens’ Initiatives in recent years and showed that digital consumer rights matter to many people, not just the gaming community.

The Road to Brussels


Since achieving the required threshold, the initiative has entered the formal EU process.

Organizers met with European Commission officials in February 2026 to present their arguments. A public hearing followed at the European Parliament in April, where lawmakers questioned organizers and discussed potential regulatory approaches. The initiative was later debated during a plenary session of the European Parliament, bringing questions of digital ownership and consumer rights into mainstream European political discourse.

The next major milestone arrives tomorrow, 16 June, when the European Commission is going to publish its official response to the initiative. While there is no obligation for the Commission to propose legislation, it must formally explain what action it intends to take – or why it chooses not to act.

SKG’s Open LetterWhat It Is Really About


At its core, the SKG’s open letter to the community is a response to a crucial moment in the campaign’s journey, when the Stop Killing Games initiative moves from public debate into final political decision-making at the European level.

The recent Stop Killing Games letter focuses less on game preservation itself and more on concerns regarding representation during this crucial phase of the process.

The letter points to the fact that senior European Commission officials attended a private event together with Ubisoft CEO Yves Guillemot, organized by the industry group Video Games Europe, shortly before the Commission’s response was due. To no surprise, no one from the SKG movement was invited to participate.

For supporters, the issue is not that industry representatives were consulted. In any legislative process, businesses affected by potential regulation are expected to present their views.

The concern is that the voices behind the initiative are being given the same level of access and consideration as industry representatives.

The letter represents the fear of “what if despite following the prescribed procedure the voices remain unheard in the final stages of decision making”.

The timing of the meeting is pivotal to the movement’s concerns. With the Commission’s response imminent, supporters argue that policymakers should hear directly from the citizens who backed the initiative rather than relying primarily on industry interpretations of its goals.

The letter also says the campaign’s proposals have often been misunderstood. Organizers claim that Stop Killing Games is sometimes described as asking for never-ending server maintenance, constant developer support, required source code releases, or forced private servers.

The organizers reject these characterizations.

Their actual position is much narrower: if a company ends support for a game, consumers should still have access if there is a reasonable technical solution. In short, supporters want publishers to plan for the end of a game’s life, not just shut it down completely.

This distinction has become increasingly important as the campaign moves from public advocacy into legislative discussions.

Support Inside the European Parliament


The initiative has attracted support from lawmakers across multiple political groups.

Markéta Gregorová, Member of the European Parliament for the European Pirates, is among the most vocal supporters of stronger consumer protections for digital products. European Pirates have long campaigned on issues such as digital rights, interoperability, right-to-repair legislation, open standards, and protections against planned obsolescence.

More recently, a cross-party coalition of MEPs has also called for legislative action following the initiative’s success, arguing that the concerns raised by more than 1.29 million validated supporters deserve a serious response.

Their support reflects a broader shift in the debate. What was once viewed as a gaming issue is increasingly being discussed alongside wider questions about consumer rights in a digital economy.

More Than a Gaming Debate


Perhaps the most important takeaway from the Stop Killing Games letter is that it reframes the discussion.

The central question is no longer whether an old video game should remain playable.

Instead, it asks something much larger:

What does ownership mean in a world where products can be remotely altered, restricted, or disabled?

For the European Pirates and everyone else supporting the Stop Killing Games Movement, it is clear that the answer should not depend entirely on a corporation’s continued goodwill.

As the European Commission prepares to publish its response on 16 June, the outcome’s impact will extend beyond the future of video games. It will influence broader conversations about digital ownership, consumer protection, and the rights people retain after clicking the “Buy” button.

Like the number of years of software updates for modern mobile telephones. Even if a model doesn’t become popular, there is a need for a contingency plan for security upkeep. That would then be parallel feedback into a minimal working copy of a game, or a communicated plan for its availability before purchase, resulting in openness about the lifecycle management of the products we buy.

The coming days may determine whether Stop Killing Games becomes a landmark moment in digital rights policy or simply the beginning of a much longer conversation.


europeanpirates.eu/stop-killin…

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Da Bratislava si apre una nuova fase per Volt Europa!
Congratulazioni a Inês Bravo Figueiredo e Sven Franck per l’elezione alla copresidenza europea: buon lavoro nella costruzione dell’Unione Europea federale, democratica e progressista che vogliamo!

Un grazie enorme alla copresidenza uscente, Francesca Romana D’Antuono e Mels Klabbers, per aver rafforzato Volt Europa e accompagnato il nostro movimento in anni decisivi!

Ad maiora⚡💜

#Europa #Politica #UnioneEuropea #EuropeanUnion #Attualita #Volt #VoltEuropa #EuropaFederale

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I democratici non temono più l'AIPAC, la potente lobby filo-israeliana


Un tempo intoccabile e bipartisan, il principale sostenitore di Israele a Washington è ora attaccato dalla sinistra mentre la sua spesa milionaria nelle primarie inizia a ritorcersi contro di lui.

Per decenni schierarsi contro l'AIPAC, il più potente gruppo di pressione filo-israeliano degli Stati Uniti, sarebbe equivalso a un suicidio politico. Oggi diversi candidati democratici ne fanno un bersaglio nella campagna per le primarie e in alcuni collegi proprio questo li aiuta a vincere.

Alla fine dello scorso anno, nel decimo distretto di New York, Brad Lander ha aperto la sua corsa alle primarie democratiche promettendo che a Washington non avrebbe fatto il volere dell'AIPAC. A pochi giorni dal voto del 23 giugno, l'organizzazione è un tema ricorrente della sua campagna. Lander, ebreo progressista che si definisce sionista liberale, ha sfidato il deputato in carica Dan Goldman a firmare un patto per tenere fuori dalla corsa i soldi dei super PAC, i comitati che possono raccogliere e spendere somme illimitate per sostenere o attaccare un candidato. In una serie continua di messaggi ed email ha accostato l'AIPAC a Wall Street e alle criptovalute, una nuova trinità di influenze corruttrici. Goldman, dal canto suo, ha cercato di mostrarsi indipendente: ha accettato l'appoggio dell'AIPAC ma ha rifiutato i fondi di tutti i comitati di azione politica e dice di aver chiesto all'organizzazione di prendere le distanze da Israele e di criticarne il governo quando necessario.

Il decimo distretto, che va dal centro di Manhattan fino ad alcuni quartieri di Brooklyn, è uno dei collegi con la più alta presenza ebraica del paese. Sarebbe facile liquidare il ruolo dell'AIPAC come un fenomeno tutto newyorkese, ma, come ricostruisce il New York Times, versioni simili di questo scontro si sono ripetute in tutto il paese durante questa tornata di primarie.

L'AIPAC, sigla dell'American Israel Public Affairs Committee, esercita la sua influenza spingendo i propri membri a respingere i candidati ostili a Israele e a sostenere quelli favorevoli, soprattutto attraverso la raccolta fondi: sul suo sito un portale permette di versare a ogni campagna il massimo consentito dalla legge. Ma il gruppo ha anche un super PAC, lo United Democracy Project, che può raccogliere e spendere senza limiti per promuovere o colpire i singoli candidati. Nelle primarie democratiche ha speso con generosità, ottenendo risultati alterni.

Non molto tempo fa l'AIPAC era bipartisan e intoccabile, custode dello stretto legame tra gli Stati Uniti e un alleato chiave sul piano strategico e morale. Per decenni dopo la sua fondazione, nel 1948, la maggior parte degli americani vedeva Israele come il meglio del liberalismo del secondo dopoguerra, uno Stato ebraico e democratico nato dalle ceneri dell'Olocausto. L'AIPAC ne era il fiero ambasciatore americano.

Oggi questa percezione si sta sgretolando e l'AIPAC è sotto attacco da entrambi gli schieramenti. A destra lo criticano commentatori della corrente "America First" come Tucker Carlson, secondo cui Israele ha troppo potere nella politica americana. A sinistra la sua posizione è ancora più fragile: in un partito attraversato da un profondo cambio generazionale, l'AIPAC è diventato il simbolo della vecchia guardia. "Si tratta di proteggere il vecchio establishment democratico conservatore contro i giovani arrivisti progressisti", ha detto Matt Duss, ex consigliere di politica estera del senatore Bernie Sanders. "Viviamo un momento anti-sistema e l'AIPAC sta dicendo: siamo qui per difendere il sistema da voi progressisti pazzi".

Secondo le rilevazioni dell'istituto demoscopico Gallup, gli elettori democratici un tempo erano molto più solidali con gli israeliani che con i palestinesi; nel 2022 si è arrivati alla parità e oggi le simpatie pendono nettamente dalla parte dei palestinesi, il 65 per cento contro il 17 per cento.

L'AIPAC sostiene di non difendere "il sistema" contro i progressisti ostili a Israele, ma di tutelare la maggioranza filo-israeliana del Partito Democratico, che a suo dire rischia di restare senza voce. "C'è una frangia di sinistra del Partito Democratico che cerca di usare il sistema delle primarie per esercitare un'influenza enorme e dannosa sulla politica", ha detto Patrick Dorton, portavoce dello United Democracy Project.

In un momento in cui i democratici mettono sempre più in discussione gli aiuti militari incondizionati a Israele, l'AIPAC usa il potere dei grandi donatori e del denaro anonimo, due spauracchi storici della sinistra, proprio per difenderli. Da voce influente e silenziosa della politica americana è diventato insieme vittima e causa della rottura del consenso su Israele.

Nei suoi primi decenni l'AIPAC era vicino ai democratici e all'area liberale, riflesso sia delle radici laburiste e sioniste di Israele sia delle preferenze politiche della maggioranza degli ebrei americani. Cominciò a spostarsi a destra negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, con l'ascesa di Ronald Reagan e del Likud, il partito della destra israeliana, e nominò il suo primo presidente e il suo primo direttore esecutivo repubblicani. Ma mantenne il proprio potere su entrambi i fronti, costruito su un'idea semplice: Stati Uniti e Israele condividevano gli stessi valori e gli stessi interessi strategici. Unica democrazia liberale del Medio Oriente e preziosa fonte di informazioni di intelligence dalla regione, Israele fu un alleato fondamentale durante la Guerra Fredda e la guerra globale al terrorismo. Garantirne la sicurezza, secondo Washington, equivaleva a garantire quella americana.

Durante la presidenza di Barack Obama cominciò a incrinarsi il consenso bipartisan su Israele e, con esso, sull'AIPAC. L'evento scatenante fu l'accordo sul nucleare iraniano negoziato dalla Casa Bianca. Il governo israeliano vi si oppose, sostenendo che non limitava abbastanza il programma nucleare di Teheran né le impediva di finanziare gruppi terroristici come Hamas ed Hezbollah. L'AIPAC spese 30 milioni di dollari nel tentativo, fallito, di farlo bocciare. Lo scontro divenne presto una battaglia partitica: lo speaker repubblicano della Camera, John Boehner, invitò il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a parlare contro l'accordo davanti a una seduta congiunta del Congresso, nonostante l'opposizione di Obama.

Fu un momento politico indimenticabile: un leader straniero, dentro l'aula della Camera, faceva pressione sui parlamentari perché respingessero un accordo negoziato dal presidente in carica, presentandolo come una minaccia alla sicurezza nazionale americana. In quel viaggio Netanyahu non andò alla Casa Bianca, ma trovò il tempo di intervenire alla conferenza annuale dell'AIPAC.

Negli anni successivi molti democratici presero le distanze dalle posizioni intransigenti del governo Netanyahu, come la continua costruzione di insediamenti in Cisgiordania e la convinzione, ripetuta e smentita dai fatti, che l'Iran fosse a un passo dal completare una bomba atomica. Di fronte a questa frattura l'AIPAC continuò a sostenere Israele quasi senza condizioni. "La missione dell'AIPAC è sostenere il governo israeliano qualunque cosa accada. E quasi nessun parlamentare democratico sostiene questo governo", ha detto Matt Bennett, vicepresidente esecutivo di Third Way, un think tank democratico centrista.

Con la nascita nel 2018 della "Squad", un gruppo di giovani parlamentari democratici di sinistra, la difesa dello Stato ebraico assunse per l'AIPAC una nuova urgenza. In Congresso c'erano già stati critici isolati di Israele, ma ora si trattava di un blocco organizzato, con alcuni membri favorevoli a boicottaggi e sanzioni economiche contro Israele.

Preoccupato di perdere il controllo del dibattito, l'AIPAC reagì qualche anno dopo. I suoi vecchi metodi di persuasione, fatti di pressioni sui parlamentari, viaggi organizzati in Israele e donazioni relativamente piccole alle singole campagne, erano diventati anacronistici nell'era della politica dei grandi soldi. Per le elezioni di metà mandato del 2022 creò il suo super PAC. Lo United Democracy Project spese 26 milioni di dollari in quel ciclo elettorale, colpendo soprattutto i democratici giudicati poco filo-israeliani. Nello stesso periodo l'AIPAC appoggiò più di cento parlamentari favorevoli a Israele che avevano votato per ribaltare il risultato delle elezioni del 2020, segnale che avrebbe scelto gli interessi di Israele perfino a scapito delle norme democratiche americane.

Due anni dopo la posta in gioco era ancora più alta. Gli attacchi terroristici del 7 ottobre, guidati da Hamas, e la risposta militare di Israele avevano acceso le passioni dei sostenitori americani di Israele e dei suoi critici. Lo United Democracy Project investì 23 milioni di dollari per far perdere il seggio a due esponenti della "Squad" nelle primarie del 2024. Quest'anno il super PAC dell'AIPAC si è presentato con un tesoro di quasi 100 milioni di dollari da spendere nelle corse di tutto il paese. "Non lasceremo che il Partito Democratico faccia la fine del Partito Laburista nel Regno Unito su Israele", ha detto Dorton, riferendosi al partito di governo britannico, che di recente ha sospeso alcune vendite di armi a Israele e ha riconosciuto uno Stato palestinese.

L'AIPAC resta formalmente bipartisan: molti dei suoi maggiori donatori sono repubblicani vicini al presidente Trump, ma le sue file sono piene anche di democratici, eredità della storica preferenza degli ebrei americani per i leader e le politiche progressiste. Il problema è che molti democratici stanno ripensando la loro posizione su Israele, soprattutto dopo la morte di decine di migliaia di palestinesi nella guerra di Gaza.

Tom Malinowski, ex deputato del New Jersey che cercava di tornare alla Camera, è uno di questi casi. Non è affatto in sintonia con la "Squad": rifiuta di definire "genocidio" la guerra di Israele a Gaza e ritiene che gli Stati Uniti debbano garantire la sicurezza israeliana. Ma sostiene anche che Netanyahu abbia esagerato nella rappresaglia dopo gli attacchi del 7 ottobre e chiede che l'America valuti caso per caso le richieste israeliane di aiuti militari. A febbraio lo United Democracy Project ha speso più di 2,3 milioni di dollari per farlo perdere, sostenendo che alcuni suoi avversari erano più favorevoli al rapporto tra Stati Uniti e Israele. Come in altre corse, gli spot non parlavano di Israele: in questo caso si concentravano sul sostegno di Malinowski ai finanziamenti per l'ICE, l'agenzia federale per l'immigrazione e le dogane, quando era in Congresso.

Il piano si è ritorto contro l'AIPAC: Malinowski ha perso, ma hanno perso anche i candidati che il comitato preferiva. I democratici hanno scelto Analilia Mejia, una candidata progressista molto più a sinistra di Malinowski su Israele.

Il caso successivo è stato Daniel Biss, candidato democratico al Congresso in un collegio dell'area di Chicago. Biss aveva previsto la mossa dell'AIPAC. Nipote di sopravvissuti all'Olocausto, aveva detto ai dirigenti del comitato che non amava l'attuale governo israeliano ma non era contro Israele e che, da deputato, la sua porta sarebbe sempre rimasta aperta. Ma non era disposto a sostenere aiuti militari illimitati a Israele: questo sembra essere stato il punto di rottura.

"Riteniamo che aggiungere nuove condizioni o restrizioni all'assistenza per la sicurezza di Israele, che salva vite umane, oltre a quelle sostanziali già esistenti, sia un errore, danneggi gli interessi americani e non sia filo-israeliano", ha detto Deryn Sousa, portavoce dell'AIPAC. Lo United Democracy Project ha speso milioni di dollari per attaccare Biss e sostenere una delle sue avversarie, Laura Fine, facendo passare gran parte del denaro attraverso un gruppo dal nome innocuo, Elect Chicago Women.

Biss ha commissionato alcuni sondaggi e ha scoperto che nel suo collegio gli elettori democratici con un giudizio negativo sull'AIPAC erano tre volte quelli con un giudizio positivo, il 51 per cento contro il 17 per cento. Così, dopo aver tentato invano di convincere il comitato a restare neutrale, ne ha denunciato il coinvolgimento in uno spot televisivo, una mossa che a suo dire ha contribuito alla vittoria nelle primarie di marzo.

Israele e l'AIPAC sono però bersagli ricorrenti dei complottisti. Una candidata democratica alla Camera in Texas, Maureen Galindo, ha promesso di trasformare un ex centro di detenzione dell'ICE in un carcere per "sionisti americani", che a suo dire sarebbero in gran parte pedofili; nega di essere antisemita. Criticare l'AIPAC può essere oggi una mossa politica vantaggiosa a sinistra, ma resta delicato, soprattutto mentre nel mondo cresce il sentimento anti-ebraico. "Mi sento a disagio a parlarne, visti gli stereotipi antisemiti in gioco su ebrei, denaro e potere", ha detto Lander, "ma devo farlo".

L'AIPAC ritiene di essere stato ingiustamente demonizzato dalla sinistra, insieme al suo super PAC. Sostiene di non essere diverso da qualsiasi altro gruppo di interesse a tema unico, compresi quelli ostili a Israele, che fa sentire la propria voce nelle primarie. A New York, per esempio, un nuovo super PAC ha promesso di recente di spendere 2 milioni di dollari a favore dei candidati critici verso Israele, Lander compreso.

Eppure i democratici moderati come Biss e Malinowski rappresentano una minaccia maggiore per il consenso filo-israeliano rispetto ai progressisti apertamente ostili a Israele. Le posizioni della "Squad" sono molto più a sinistra di quelle della maggior parte dei democratici, mentre i democratici che si definiscono filo-israeliani pur criticando il governo Netanyahu sono più difficili da liquidare per i difensori di Israele. Del resto Netanyahu non è molto amato a Washington: perfino il presidente Trump, in una telefonata di questo mese, lo ha definito "pazzo" per la sua ingratitudine.

Per anni l'AIPAC ha contribuito a definire che cosa significasse essere filo-israeliani in America. Ma fissando uno standard così rigido per quel sostegno ha finito per accelerare, senza volerlo, il dibattito sul tema, soprattutto a sinistra. Il comitato sostiene di lavorare per rafforzare e ampliare il rapporto tra Stati Uniti e Israele; per i suoi critici favorevoli a Israele, come l'organizzazione rivale J Street, la linea intransigente sta ottenendo l'effetto opposto e mette a rischio questa storica alleanza. "L'AIPAC sta giocando con il fuoco e rischia di bruciare tutta la casa", ha detto il presidente di J Street, Jeremy Ben-Ami.

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🛡️ Decidere autonomamente sulle tecnologie e sui dati è la chiave per la sicurezza democratica europea. Non è un optional tecnico, ma una necessità. @datawatch nasce proprio con questa finalità: parlare di sovranità digitale nell'UE.
Se questi temi ti interessano segui questo account.
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Ho deciso di creare un account in cui parlare solo di sovranità digitale nell'Unione Europea. Se vi interessa seguitelo.
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L’Albania è in piazza contro la corruzione e per difendere il proprio patrimonio ambientale home.rifondazione.eu/2026/06/1… #Internazionale

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Today, the 🇬🇧 announced a social media ban for under-16s.

🚫 Exclusion is NOT empowerment! Shielding children from the digital world is no substitute for preparing them to navigate it.

Lawmakers should focus on regulating the systems that cause harm, making social media platform a safe space for all, regardless of age.

This is why ➡️ edri.org/our-work/why-age-veri…

in reply to EDRi

don’t all the brands want to establish brand loyalty among children? Encouraging the brands to evade the bans will only add to all the other potential harms of ensuring that savvy kids only use “dark web” sites to get online.

mastodon.social/@ShadSterling/…

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Perché tutti vogliono Jon Ossoff candidato nel 2028


Secondo un editoriale del New York Times, il senatore della Georgia attacca la corruzione di Trump con un messaggio che unisce moderati e progressisti democratici.

Un senatore democratico della Georgia, Jon Ossoff, è diventato il nome che molti, dentro e fuori dal suo partito, vorrebbero vedere candidato alla presidenza nel 2028, e lo è diventato attaccando la corruzione del presidente Donald Trump. A sostenerlo è la giornalista Michelle Goldberg in un editoriale pubblicato sul New York Times, cioè un articolo che esprime l'opinione di chi scrive e non un pezzo di cronaca. Secondo Goldberg, la forza di Ossoff sta nel modo in cui colpisce gli arricchimenti personali di Trump, con un'efficacia che supera la divisione tra l'ala progressista e quella moderata del Partito Democratico.

Aprendo la sua campagna per la rielezione a un comizio di oltre 1.500 persone ad Atlanta, Ossoff ha quasi ignorato i due repubblicani in corsa per sfidarlo e ha attaccato quella che ha chiamato la "mafia di Mar-a-Lago" di Trump. Ha detto che il presidente "sta costruendo un monumento a se stesso" e che lo fa ora "perché nessuno lo onorerà quando se ne sarà andato, perché è un presidente fallito e una vergogna nazionale".

Per spiegare gli affari della famiglia Trump, Ossoff sceglie di solito un singolo esempio. In quel discorso si è concentrato sui diritti di estrazione del tungsteno in Kazakhstan, un metallo usato in semiconduttori, lampadine e testate belliche. Il presidente del Kazakhstan ha concesso a una società sostenuta da capitali statunitensi il diritto di sfruttare il più grande giacimento di tungsteno ancora non sviluppato al mondo. Sei giorni dopo che una società legata ai figli di Trump, Eric e Don Jr., aveva acquisito una quota del 20 per cento in un gruppo minerario americano, la capogruppo di quel gruppo ha ricevuto 1,6 miliardi di dollari di finanziamenti federali. "Un miliardo e seicento milioni dei vostri dollari di tasse per finanziare il loro progetto minerario in Kazakhstan, mentre voi pagate di più per la benzina, per la spesa, per la sanità", ha detto Ossoff.

I video dei suoi discorsi diventano spesso virali e hanno alimentato le voci su una possibile candidatura presidenziale. Il giornalista progressista Mehdi Hasan ha scritto che, se Ossoff sarà rieletto, diventerà subito uno dei favoriti per la nomination democratica del 2028. Sarah Longwell, ex stratega repubblicana che oggi pubblica la testata anti-Trump Bulwark, ha condiviso una sua foto con le parole "President-maxxing so hard", cioè massimo sforzo per sembrare presidenziale.

Ossoff ha molte caratteristiche che lo rendono attraente come candidato, scrive Goldberg: è giovane, ha una famiglia presentabile, viene da uno Stato tendenzialmente repubblicano e ha una storia di consensi tra gli elettori neri. È inoltre ebreo e critico verso Israele, e secondo la columnist potrebbe ricucire la lacerante divisione del Partito Democratico sul sionismo. In uno Stato che Trump ha vinto nel 2024, alcuni si aspettavano che Ossoff si spostasse al centro, e l'anno scorso il vicepresidente JD Vance aveva previsto che avrebbe iniziato a elogiare l'agenda di Trump. È accaduto il contrario.

I suoi discorsi, che dice di scrivere da solo, hanno due parti. Prima analizza il marciume delle istituzioni americane, un marciume che, ripete, precede Trump e ha contribuito a generarlo. Poi propone una versione liberale e pluralista dell'identità americana contro il nazionalismo bianco dell'amministrazione. "Siamo legati dallo stesso grande spirito nazionale che ha approvato le leggi sui diritti civili, sconfitto il fascismo e portato l'uomo sulla Luna", ha detto al comizio. E ha aggiunto: "Questo è ciò che uomini piccoli come Donald Trump, JD Vance e Stephen Miller non capiranno mai. Che la nostra grandezza nazionale non scorre nel nostro sangue o nei nostri geni, ma nelle nostre idee".

Secondo Goldberg, Ossoff segue lo schema che ha sconfitto i regimi autoritari in altri paesi: una denuncia ampia della corruzione unita al recupero della mitologia nazionale. Lo sostiene anche Adam Bonica, politologo dell'università di Stanford, che in un saggio ha scritto: "Attraverso decenni e continenti, la corruzione è stata la debolezza fatale dei regimi autoritari". L'indignazione contro la corruzione ha contribuito a far cadere Ferdinand Marcos nelle Filippine, Viktor Yanukovych in Ucraina, Otto Pérez Molina in Guatemala e Najib Razak in Malaysia. Ossoff ha contribuito a diffondere l'espressione "la classe Epstein" per indicare la rete di persone ricche, democratiche e repubblicane, che hanno favorito il finanziere Jeffrey Epstein, accusato di traffico sessuale. Bonica ha detto a Goldberg che più di ogni altro politico americano Ossoff sta seguendo questo manuale.

Goldberg ha conosciuto Ossoff nel 2017, quando si candidava al Congresso in un'elezione speciale nel sesto distretto della Georgia, nei sobborghi di Atlanta, per strappare un seggio storicamente repubblicano. Fu allora l'elezione speciale più costosa della storia americana. Ossoff perse di poco, ma la sua corsa contribuì a costruire una nuova infrastruttura democratica nel distretto, vinto l'anno successivo dalla democratica Lucy McBath. A 17 anni Ossoff fece uno stage per il deputato John Lewis, eroe del movimento per i diritti civili che considera un mentore. "Dobbiamo riconnetterci, noi e il pubblico, con la tradizione pluralista della politica americana e con le sue radici nei nostri documenti fondativi", ha detto a Goldberg.

Ossoff insiste con forza che non si candiderà alla presidenza nel 2028. Ha definito tutte queste voci una "maledizione" che distrae dall'unica corsa che gli interessa, le elezioni di metà mandato. "Se non ripristiniamo i pesi e contrappesi in queste elezioni di metà mandato, non so se avremo elezioni presidenziali libere e corrette nel 2028", ha detto in aprile a Jen Psaki dell'emittente MS NOW. Fino a poco tempo fa era considerato uno dei democratici più vulnerabili, ma è in vantaggio nei sondaggi. Dopo una primaria aspra, due candidati repubblicani restano in un ballottaggio e molti dei loro elettori sono demoralizzati.

Ossoff sembra essere un po' introverso e dal 2020 ha tenuto un profilo basso, concentrandosi più sui servizi ai cittadini del suo collegio che sulla propria immagine nazionale. Entrato in carica a 33 anni, il più giovane senatore da quando Joe Biden fu eletto nel 1972, è poco presente sui social. Quando parla è lento e riflessivo. "Le parole contano, hanno potere e sono trattate con troppa leggerezza", ha detto a Goldberg.

Nel 2024 Ossoff fu uno dei soli 19 senatori a firmare la risoluzione di Bernie Sanders che chiedeva un embargo su alcune armi a Israele, sfidando le pressioni della Casa Bianca di Biden. In un discorso al Senato disse: "Gli americani sono giustamente inorriditi dalla scarsa attenzione per le vite dei civili palestinesi innocenti, che ha lasciato così tanti bambini morti inutilmente a Gaza, senza arti o pieni di schegge". All'epoca la posizione sembrava rischiosa, ma oggi gran parte della corrente principale del partito è arrivata dove era Ossoff due anni fa. Ossoff non è un anti-sionista: "Voglio che il popolo israeliano sia sicuro", ha detto, e "non mi scuso per essermi opposto all'uccisione sconsiderata di non combattenti".

Prima di fare politica, Ossoff dirigeva una società chiamata Insight TWI che produceva documentari sulla corruzione internazionale e sulle violazioni dei diritti umani, molti dei quali andati in onda sulla BBC, l'emittente pubblica britannica. Curò un programma premiato sugli stupri di massa delle donne yazide da parte dell'ISIS e un'inchiesta su un presunto squadrone della morte in Kenya. In uno dei suoi progetti più noti lavorò con giornalisti ghanesi che svelarono la corruzione nel calcio internazionale, e diversi dirigenti furono ripresi mentre accettavano tangenti. Dopo la messa in onda nel 2018, uno di quei giornalisti, Ahmed Hussein-Suale, fu assassinato nel 2019, e la polizia ritenne che fosse stato ucciso per il suo lavoro. Alla cerimonia in sua memoria ad Accra, Ossoff disse che non bastava arrestare i killer: "Chi occupa posizioni di potere, chi minaccia i giornalisti, chi invoca violenza contro i giornalisti, deve essere chiamato a risponderne".

Quel filo lega il suo messaggio di allora a quello di oggi. "La mia convinzione che la corruzione sia alla radice dell'oppressione precede la mia vita pubblica", ha detto a Goldberg. Il primo video della sua nuova campagna è uno spot di quasi quattro minuti e mezzo sul lobbismo dell'industria farmaceutica e sul prezzo dei farmaci, quasi un mini documentario. Pur attaccando Trump, Ossoff lo descrive più come un sintomo che come una causa: "Donald Trump è un demagogo che ha sfruttato il marciume di fondo della corruzione sistemica", ha detto, e "ha sfruttato quel marciume con la promessa di sistemare un sistema truccato, per poi limitarsi a truccarlo di nuovo a proprio favore".

Ossoff attribuisce molto di ciò che non funziona nella politica americana alla sentenza Citizens United, la decisione della Corte Suprema del 2010 che eliminò i limiti alla spesa di aziende e sindacati nelle campagne elettorali. A differenza di molti democratici non chiede di ampliare la Corte Suprema, ma una campagna nazionale per modificare la Costituzione e togliere il denaro opaco dalla politica, un obiettivo che secondo lui potrebbe unire le persone invece di dividerle ulteriormente. Goldberg ritiene che modificare la Costituzione sia un percorso quasi impossibile e che ai progressisti questa posizione sembrerà una rinuncia, ma osserva anche che potrebbe attrarre gli elettori stanchi delle divisioni. Come scrive Bonica: "Nelle società polarizzate, l'opposizione più efficace non combatte sul tradizionale campo di battaglia destra-sinistra, dove le posizioni sono cristallizzate. Crea invece un asse di conflitto completamente nuovo".

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Im Gesundheitsausschuss des Bundestages musste die Regierung massive Kritik für ihren Entwurf des Medizinregistergesetzes einstecken. Er beschränke den Datenschutz, beschneide das Widerspruchsrecht und gefährde die Grundrechte der Patient:innen. Zuspruch gab es für einen Änderungsantrag der Grünen.

netzpolitik.org/2026/medizinre…

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Noyb fa causa a CRIF: controversia sui punteggi di credito

L'organizzazione per la protezione dei dati noyb, guidata da Max Schrems, ha presentato un'istanza di ingiunzione contro l'agenzia di informazioni creditizie CRIF. L'accusa: l'azienda memorizza i dati di milioni di persone e li utilizza per calcolare i punteggi di credito, sebbene gran parte di queste informazioni siano state originariamente raccolte per altri scopi. CRIF respinge le accuse.

help.orf.at/stories/3235956/

@privacypride@feddit.it

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Trump impone la tutela degli Stati Uniti sull'America latina


Diciassette paesi si sono adeguati alla coalizione anticartelli di Washington. Dal settembre 2025 gli Stati Uniti hanno condotto 63 raid nei Caraibi e nel Pacifico, causando oltre 200 morti.

L'Amministrazione Trump sta rilanciando la tutela degli Stati Uniti sull'America latina, con minacce di sanzioni, ritiri di visti e operazioni militari illegali nei Caraibi e nel Pacifico. A sostenerlo è il quotidiano Le Monde. Dal 2 settembre 2025 gli Stati Uniti hanno condotto 63 raid contro imbarcazioni accusate, senza prove, di trasportare droga, causando più di 200 morti. Diciassette paesi del continente hanno aderito a marzo allo "Scudo delle Americhe", la coalizione anticartelli voluta da Washington, che si impegna, secondo le parole del presidente, a "ricorrere alla forza militare letale per distruggere una volta per tutte i cartelli e le reti terroristiche".

Venerdì 12 giugno il presidente ha annunciato sulla sua piattaforma Truth Social di aver dato l'ordine di un "attacco rapido e letale" nell'est del Venezuela per eliminare Niño Guerrero, capo dell'organizzazione criminale Tren de Aragua, classificata da Washington come "terroristica".

La nuova fase di interventi era stata annunciata nella strategia di sicurezza nazionale pubblicata dalla Casa Bianca a inizio dicembre 2025. Il testo dichiarava la volontà di un emisfero "i cui governi cooperino con noi contro i narcoterroristi, i cartelli e le altre organizzazioni criminali transnazionali" e di "garantire l'accesso continuo a siti strategici chiave". L'intervento militare a Caracas, il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro il 3 gennaio e la successiva presa di controllo del petrolio venezuelano ne sono stati l'illustrazione più evidente. Da mesi Washington minaccia un'azione simile a Cuba.

Davanti alle minacce della prima potenza mondiale, la maggior parte dei paesi del continente si è adeguata, per pragmatismo o per convinzione, come l'Argentina di Javier Milei, il Cile di José Antonio Kast e l'Ecuador di Daniel Noboa. All'appello mancano soltanto i tre paesi più grandi della regione, tutti governati a sinistra: Messico, Colombia e Brasile. "L'Amministrazione Trump vuole usare questa cooperazione come una leva per stabilire una relazione di alleanza, se non di dipendenza, con questi paesi", ha detto a Le Monde Tiziano Breda, coordinatore per l'America latina dell'ONG Acled, che monitora i conflitti armati nel mondo.
Lo Scudo delle Americhe — FocusAmerica

America Latina · La nuova Dottrina Trump

Lo Scudo delle Americhe: come Washington sta riprendendo in controllo del continente


Raid militari, minacce di sanzioni e ritiri di visti. In meno di un anno gli Stati Uniti hanno costruito una coalizione anti cartelli del narcotraffico che va da Panama al Venezuela. Solo i tre Paesi più grandi, tutti governati dalla sinistra, ancora resistono all'influenza americana.

Fonte principale: Le Monde Dati al 12 giugno 2026

Raid in mare
e
Vittime

63

200+

Attacchi contro imbarcazioni dal 2 settembre 2025

Morti, senza che siano state mostrate prove

Le imbarcazioni sono state colpite con l'accusa, mai dimostrata, di trasportare droga. Il Segretario di Stato Marco Rubio: «le abbiamo fatte saltare in aria, e lo rifaremo»

Esplora l'analisi
1 Lo schieramento 2 L'escalation 3 Il metodo

17 Paesi nella coalizione filo Usa

Quasi tutto il continente è tornato ad allinearsi con Washington


Di fronte all'asimmetria di potere, la maggior parte dei governi ha accettato la coalizione con gli Stati Uniti — per pragmatismo o per convinzione. A non aderire restano solo Messico, Colombia e Brasile. Tocca un Paese per i dettagli.

Allineato a Washington
Ancora resiste

Dicembre 2024 → giugno 2026

Diciotto mesi di pressione crescente


Dalla minaccia sul canale di Panama fino all'ordine di un attacco in Venezuela. Tocca un evento per i dettagli.

La forza al posto dell'intercettazione

Una strategia che agisce «anche per via illegale»


Washington ha sostituito le tradizionali intercettazioni con l'uso diretto della forza letale, in mare e a terra. Le conseguenze ricadono anche sui civili.

Prima
Intercettare
Fermare le imbarcazioni e sequestrare il carico, nel quadro della cooperazione bilaterale.

Ora
Far saltare in aria
Colpire con la forza letale, in mare e a terra, anche senza mostrare prove.

I numeri della nuova dottrina

Quattro fatti che la riassumono

3 gen
Il presidente venezuelano Maduro viene rapito a Caracas; gli USA prendono il controllo del petrolio.

4
Gli operai di una fattoria casearia in Ecuador, presa per un «campo» di addestramento e bombardata.

1914
L'anno da cui, fino al 1999, gli USA controllavano il canale di Panama, che Trump vuole «riprendere».

21 giu
Al ballottaggio in Colombia Trump appoggia l'estrema destra contro il candidato di sinistra.

«Le gang hanno reagito spostandosi e orientandosi verso forme di violenza selettive. La crescente volatilità alimenterà probabilmente una recrudescenza della violenza fino alla fine del mandato di Trump».

Rapporto Acled, l'ONG che monitora i conflitti armati nel mondo

Fonti Le Monde, New York Times, Acled. Dichiarazioni di Tiziano Breda (Acled) e John Feeley (ex diplomatico USA). Aggiornato al 12 giugno 2026.

L'ingerenza statunitense, che mira anche a contrastare l'influenza cinese, è cominciata in Panama prima ancora dell'inizio del secondo mandato di Trump. Nel dicembre 2024 il presidente eletto minacciava di "recuperare" il canale, sotto controllo americano tra il 1914 e il 1999. Nell'aprile 2025 un accordo ha autorizzato lo schieramento di soldati americani su tre vecchie basi per operazioni congiunte, scatenando proteste contro quella che i manifestanti hanno denunciato come una violazione della sovranità del paese. Nel gennaio 2026 la Corte suprema panamense ha annullato i contratti di gestione dei due porti situati alle estremità del canale, fino ad allora in mano a un gruppo di Hong Kong.

Il 28 maggio il New York Times ha rivelato che il Guatemala del presidente di sinistra Bernardo Arevalo aveva accettato interventi militari americani, compresi raid aerei. Arevalo si è affrettato a smentire, sostenendo di aver sollecitato soltanto una "cooperazione nel quadro di operazioni condotte dalle forze di sicurezza guatemalteche". Pur non allineato a Trump, Arevalo ha comunque dovuto aderire allo "Scudo delle Americhe". "Questi paesi hanno fatto un calcolo semplice: di fronte all'asimmetria di potere, è meglio accettare ciò che gli Stati Uniti impongono loro", ha detto a Le Monde l'ex diplomatico americano John Feeley.

L'Ecuador di Daniel Noboa è stato il primo paese ad autorizzare azioni militari congiunte, lanciando il 3 marzo una vasta operazione contro "organizzazioni narcoterroristiche". Quito ha diffuso le immagini del bombardamento di un presunto campo di addestramento. "Sì, conduciamo anche raid aerei contro i narcoterroristi a terra", ha confermato su X il segretario alla difesa americano Pete Hegseth.

Il New York Times ha scritto che dopo l'Ecuador e il Guatemala anche l'Honduras, unico paese centroamericano con una base americana permanente, sta subendo le stesse pressioni. Il presidente Nasry Asfura è stato eletto a novembre 2025 con il sostegno di Trump, che aveva minacciato di tagliare gli aiuti in caso di vittoria della sinistra. Una minaccia ribadita in Colombia, dove il presidente americano sostiene l'estrema destra di Abelardo de la Espriella contro il candidato di sinistra al secondo turno delle presidenziali del 21 giugno.

Per ora resiste la presidente messicana Claudia Sheinbaum, che in nome della sovranità accetta una cooperazione sul terreno solo se rimane sotto la sua direzione. Per allentare le tensioni ha però accolto in modo discreto migranti di paesi terzi espulsi dagli Stati Uniti. "È evidente che gli americani vogliono mostrare a Sheinbaum che ha tutto l'interesse ad accettare anche lei truppe americane", ha detto Feeley.

In alcuni paesi come Giamaica e Honduras la violenza è diminuita, ma un rapporto di Acled segnala che "le gang hanno reagito spostandosi, riducendo le loro attività visibili e orientandosi verso forme di violenza selettive". Il documento prevede che "la crescente volatilità dell'ecosistema del crimine organizzato alimenterà probabilmente una recrudescenza della violenza fino alla fine del mandato di Trump".

Breda, uno degli autori del rapporto, attribuisce la situazione al clima di impunità verso le forze di sicurezza "che agiscono senza restrizioni e senza dover presentare molte prove durante gli interventi contro presunti criminali". Aumentano anche le "segnalazioni di abusi, violazioni, sparizioni da parte di alcune forze di sicurezza, oltre che di esecuzioni extragiudiziali".

I paesi latinoamericani non sono in grado di combattere da soli il crimine organizzato. A marzo la Bolivia, ammettendo la fragilità del proprio sistema carcerario, ha preferito estradare subito negli Stati Uniti il narcotrafficante uruguaiano Sebastian Marset, catturato dopo anni di ricerche. "La piaga del traffico di droga è stata tradizionalmente combattuta attraverso una collaborazione bilaterale e multilaterale", ha ricordato Feeley. "Ma la grande differenza con Trump è che gli Stati Uniti cercheranno di gestire il problema anche per via illegale". Nel settembre 2025, giustificando il primo raid in mare, il segretario di Stato americano Marco Rubio aveva detto che le intercettazioni della droga non bastavano più: "Invece di intercettarla l'abbiamo fatta saltare in aria, e lo rifaremo".

Alla fine di marzo il New York Times ha rivelato che il "campo" bombardato in Ecuador era in realtà una fattoria casearia: quattro dipendenti sarebbero stati torturati dall'esercito ecuadoriano. "Con il clima che si sta creando e intensificando, questo tipo di episodi non potrà che moltiplicarsi", teme Breda.

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#DSGVO: Schon über 3.000 haben sich risikofrei bei unserer #CRIF-#Sammelklage wegen unrechtmäßiger #Bonitätsdaten angemeldet. Umso mehr wir sind - umso stärker sind wir. Bist du schon dabei? 🤔

⏩ ANMELDUNG unter crif.noyb.eu

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I Dem vogliono un partito più moderato, ma apprezzano il socialismo


Lo stesso elettorato del sondaggio del New York Times chiede più moderazione, considera i democratici ben posizionati e vede con favore il socialismo: tre risposte in contraddizione

Il mese scorso il New York Times ha diffuso un sondaggio sui potenziali elettori delle primarie democratiche che sembra rispondere in modo netto a una domanda che divide il partito da tempo: il 47% degli intervistati vorrebbe che i democratici si spostassero verso il centro, contro il 28% che li vorrebbe più a sinistra e il 19% che li lascerebbe dove sono. Il risultato è stato subito usato come prova che il partito deve moderarsi per tornare a vincere. Eppure gli stessi elettori, interrogati in modo leggermente diverso, dicono il contrario.

Agli stessi intervistati è stato chiesto anche cosa pensassero della posizione attuale del partito, non solo in che direzione spostarlo. Le risposte si rovesciano: solo il 20% giudica i democratici troppo a sinistra, mentre il 17%, una differenza che rientra nel margine di errore, li ritiene troppo a destra e il 55% pensa che il partito non sia sbilanciato né da una parte né dall'altra. Su un terzo tema, il socialismo, gli stessi elettori si dividono tra il 49% che lo vede con favore e il 22% contrario, mentre quasi un terzo non sa rispondere, inclusa una quota che non ne ha mai sentito parlare.

Per il giornalista e sondaggista G. Elliott Morris, sulla sua newsletter Strength In Numbers, questi numeri restituiscono un elettorato democratico che è allo stesso tempo a favore della moderazione, a favore del socialismo e soddisfatto di dove si trova oggi il partito. È la prova, sostiene, che le domande sull'identità ideologica di un partito sono "quasi inutili".

Su politiche concrete, invece, l'elettorato indica preferenze precise. In un sondaggio realizzato a maggio con l'istituto di sondaggi Verasight, Morris ha chiesto a tutti gli americani, non solo ai democratici, quali misure federali allevierebbero di più le loro ansie economiche: le risposte più frequenti sono state i tagli alle tasse per il ceto medio, l'aumento delle imposte sui ricchi e sulle grandi aziende, un giro di vite contro la speculazione sui prezzi praticata dalle imprese. Per Morris l'economia populista piace a prescindere dagli schieramenti.

Chiedere agli elettori se il partito debba spostarsi verso il centro non misura il vantaggio elettorale di quello spostamento, sostiene Morris: dice solo se gli intervistati hanno assorbito e condividono l'idea diffusa secondo cui ci si sposta al centro per vincere. "Gli elettori non sono strateghi", scrive. Per Morris, dopo sedici mesi in cui ogni commentatore ripete che i democratici devono andare verso il centro per vincere nel 2028, un sondaggio che li trova d'accordo dice soprattutto che il messaggio è passato, non che la strategia funzioni.

Morris segnala anche un altro limite: il New York Times non ha contrapposto "sinistra" e "destra", ma "sinistra" e "centro". È come chiedere agli elettori di scegliere tra un estremista e una persona normale. In un paese dove la polarizzazione viene descritta come una patologia, molti leggono quel confronto in termini carichi di giudizio. Ogni intervistato, del resto, attribuisce a "sinistra" e "centro" un significato diverso dagli altri.

Non è chiaro, poi, che gli americani abbiano un'idea precisa di cosa sia l'ideologia. Un sondaggio dell'istituto Gallup del settembre 2024 ha rilevato che gli elettori erano più o meno ugualmente propensi a definire Kamala Harris "troppo di sinistra" (51%) e Donald Trump "troppo di destra" (48%), un sostanziale pareggio. Per Morris è un risultato poco credibile, perché i due candidati non erano affatto equidistanti dal centro: sulla spesa sociale, sui controlli all'immigrazione e sulla politica commerciale, per fare qualche esempio, Trump stava molto più a destra di quanto Harris stesse a sinistra.

Quasi un terzo dei potenziali elettori democratici non ha saputo dire cosa pensasse del socialismo, un concetto considerato elementare tra gli addetti ai lavori: un segnale di quanto poco il pubblico generale segua questi temi. Lo stesso Morris ha mostrato ad aprile che, quando si lascia agli intervistati la libertà di descrivere le proprie idee con parole loro, solo l'8% di chi si dice "moderato" vuole davvero più moderazione.

Proprio perché ognuno può trovare nei dati la conferma di ciò che già pensa, per Morris il sondaggio somiglia a "un test di Rorschach politico", le macchie d'inchiostro in cui ciascuno vede quello che vuole. Chi desidera un partito più a destra cita il 47% che chiede moderazione; chi lo vuole più a sinistra cita il 49% favorevole al socialismo e il 17% che giudica i democratici troppo a destra. "Tutti ottengono una tabella", scrive, "nessuno una risposta".

Sondaggio · Stati Uniti
Gli elettori democratici vogliono un partito più moderato. E più socialista?
Maggio 2026 · Democratici e potenziali elettori democratici · New York Times/Siena College
Focus America
La risposta implica: Verso sinistra Status quo Verso il centro Non sa

Vorresti che il Partito Democratico...

Si sposti al centro

47%

Si sposti a sinistra

28%

Non si sposti

19%

Non sa o non risponde

5%

Pensi che il Partito Democratico sia...

Troppo a sinistra

20%

Troppo a destra

17%

Non sbilanciato

55%

Non sa o non risponde

7%

Opinione sul socialismo

Favorevole

49%

Contrario

22%

Mai sentito parlare

18%

Non sa o non risponde

12%

Ogni risposta è colorata in base alla direzione che implicherebbe per il partito: chi lo vuole più al centro, chi più a sinistra e chi non lo sposterebbe. Elaborazione di Focus America su dati del sondaggio New York Times/Siena College (maggio 2026), ripresi da Strength In Numbers.

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