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À 8h20 sur France Inter, @blequerrec reviendra sur la vérification d'âge.


L'interdiction faite aux mineur·es de moins de 15 ans d'accéder aux réseaux sociaux vient d'être votée par le Parlement. Si le Conseil constitutionnel ne censure pas la loi en août, les réseaux sociaux pourraient être forcés de vérifier l'âge de tous les internautes dès septembre. C'est-à-dire d'imposer un contrôle d'identité avant d'avoir le droit de s'exprimer en ligne.

laquadrature.net/2026/07/22/le…


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La rassegna stampa di giovedì 23 luglio 2026


L'escalation con l'Iran domina la scena, tra il bombardiere B-1 e le minacce di Trump, mentre gli Stati Uniti firmano un accordo nucleare con l'Arabia Saudita e la Camera vota 95 miliardi per la guerra; calano i profitti di Tesla e Washington accusa la Cina di furto tecnologico

Questa è la rassegna stampa di giovedì 23 luglio 2026

Gli Stati Uniti schierano un bombardiere B-1 mentre la guerra con l'Iran si intensifica


L'esercito americano ha impiegato per la prima volta in dodici giorni un bombardiere strategico B-1 per colpire obiettivi dei Guardiani della rivoluzione, segnalando un'escalation della campagna militare volta a riaprire lo Stretto di Hormuz. Il presidente Trump ha minacciato di distruggere ponti e centrali elettriche iraniane, anche a Teheran, a ogni nave attaccata nello Stretto, mentre i ribelli houthi hanno colpito due petroliere saudite nel Mar Rosso.

Fonti: Axios, Financial Times, The New York Times

Gli Stati Uniti firmano un accordo nucleare storico con l'Arabia Saudita


L'Amministrazione ha siglato un accordo di cooperazione nucleare civile che potrebbe consentire in futuro a Riad di arricchire uranio sul proprio territorio. L'intesa arriva mentre Washington combatte una guerra con l'Iran motivata in parte proprio dall'obiettivo di impedire l'arricchimento a Teheran, e diversi esperti avvertono che l'allentamento degli standard rischia di alimentare la proliferazione atomica. I Democratici al Congresso si preparano a contestare l'accordo.

Fonti: The Guardian, The New York Times, Bloomberg

La Camera approva un bilancio da 95 miliardi di dollari per la guerra con l'Iran


Con un voto quasi interamente lungo le linee di partito (216-214), la Camera controllata dai Repubblicani ha approvato una risoluzione di bilancio che apre la strada a un provvedimento per finanziare la guerra con l'Iran e sostenere gli agricoltori, includendo anche nuove restrizioni al voto. Nella stessa giornata l'Aula ha dato il via libera alla legge annuale sulla difesa da 1.150 miliardi di dollari. Alcuni parlamentari temono le ricadute di un conflitto impopolare sulle elezioni di medio termine.

Fonti: The New York Times, The Guardian, Bloomberg

Jim Jordan denuncia l'ex procuratore speciale Jack Smith al Dipartimento di giustizia


Il presidente della Commissione giustizia della Camera, Jim Jordan, ha trasmesso al Dipartimento di giustizia una segnalazione contro Jack Smith, l'ex procuratore speciale che aveva incriminato Trump, accusandolo di aver reso false dichiarazioni al Congresso. I legali di Smith hanno definito l'iniziativa "pretestuosa", osservando che la stessa lettera ammette l'assenza di dichiarazioni false. Il Dipartimento non è obbligato a dare seguito alle segnalazioni penali del Congresso.

Fonti: Axios, The Hill

Crollano i profitti di Tesla mentre Musk punta su intelligenza artificiale e robot


Tesla ha registrato ricavi record nel secondo trimestre, saliti del 23% a 28 miliardi di dollari, ma l'utile operativo è crollato a causa degli ingenti investimenti in ricerca e sviluppo, robot umanoidi e guida autonoma. Il margine operativo è sceso all'1,4% dal 4,1% di un anno prima e l'azienda prevede di indebitarsi fino a 30 miliardi di dollari per accelerare la transizione verso l'intelligenza artificiale. Per sostenere le vendite la casa automobilistica ha fatto ricorso agli sconti.

Fonti: Financial Times, Axios

Amish Shah vince le primarie democratiche in un distretto conteso dell'Arizona


L'ex deputato statale Amish Shah ha sconfitto la candidata sostenuta dai vertici democratici nazionali nelle primarie del primo distretto dell'Arizona, un collegio in bilico. È la terza volta nel 2026 che il comitato elettorale dei deputati democratici tenta senza successo di orientare una primaria, e alcuni parlamentari, tra cui Alexandria Ocasio-Cortez, chiedono di ripensare l'impiego delle risorse del partito. Shah affronterà il repubblicano Jay Feely a novembre.

Fonti: The New York Times, Axios, The Hill

Le minacce contro le personalità protette dal Secret Service crescono del 40%


Il Secret Service ha aperto circa 10.000 indagini per minacce dall'inizio dell'anno, con un aumento di circa il 40% rispetto allo stesso periodo del 2025. L'agenzia riferisce anche un forte incremento degli interventi legati a problemi di salute mentale, mentre si prepara alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca in programma venerdì, riprogrammata dopo gli spari di aprile. Il dato riflette un clima di crescente violenza politica nel Paese.

Fonti: Bloomberg, Axios, The Hill

Washington accusa la cinese Moonshot di aver sottratto tecnologia ad Anthropic


La Casa Bianca ha accusato la startup cinese di intelligenza artificiale Moonshot di aver sfruttato tecnologia americana per costruire il suo modello Kimi K3, minacciando sanzioni per quello che ha definito un furto di proprietà intellettuale "su scala industriale". L'episodio si intreccia con le crescenti tensioni nella corsa globale all'intelligenza artificiale, dopo che un attacco informatico ai sistemi di OpenAI aveva già messo in luce i rischi del settore.

Fonti: Semafor, The Hill, Financial Times

I casi di morbillo negli Stati Uniti toccano il livello più alto degli ultimi 35 anni


I contagi da morbillo hanno raggiunto negli Stati Uniti il valore più elevato degli ultimi trentacinque anni, un dato che riflette il calo delle coperture vaccinali. L'aumento si accompagna ad altri segnali di allarme sanitario, con i casi di ciclosporiasi anch'essi ai massimi storici.

Fonti: The Hill

Trump minimizza il tema del carovita mentre difende le sue politiche economiche


In un comizio in Georgia il presidente ha liquidato la parola "accessibilità economica" come uno slogan inventato dai consulenti democratici, pur dedicando gran parte del discorso ai benefici delle sue misure economiche e attribuendo i prezzi elevati all'eredità dell'amministrazione Biden. Nel frattempo il rappresentante americano per il Commercio ha difeso i dazi dalle accuse dei Democratici, mentre le aspettative di inflazione delle famiglie restano su livelli preoccupanti che potrebbero richiedere un intervento della Federal Reserve.

Fonti: The Guardian, Financial Times

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

Questa voce è stata modificata (3 giorni fa)

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Rifondazione: Iacchetti ha ragione su liste d’attesa e remigrazione home.rifondazione.eu/2026/07/2… #ComunicatiStampa #Sanità

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FIRMA ANCHE TU! Stop Killing The Internet - Smettiamola di uccidere Internet: niente identità digitale e niente verifica dell'età. È partita oggi l'iniziativa dei cittadini europei!

@Etica Digitale (Feddit)

La Commissione Europea ha autorizzato un’iniziativa dei cittadini che chiede alla legge UE di mantenere l’ID digitale e la verifica dell’età su base volontaria, rispettosa della privacy e non discriminatoria per l’accesso ai servizi online.

L’iniziativa intitolata 'Stop Killing The Internet: No Digital ID & No Age Verification' ora necessita di 1 milione di firme in almeno 7 Stati membri entro 12 mesi. Una volta raggiunto l’obiettivo, Bruxelles dovrà rispondere formalmente, proprio mentre lancia il Portafoglio di Identità Digitale dell’UE e testa la sua app di verifica dell’età.

citizens-initiative.europa.eu/…

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Avere le armi nucleari non ti fa vincere una guerra


Un'analisi dell'Atlantic sostiene che oltre alla deterrenza non comprano nulla: Kissinger le chiamava "armi in cerca di una dottrina" e nessuno ha ancora trovato quella dottrina

Le armi nucleari comprano la deterrenza, cioè la capacità di scoraggiare un attacco con la minaccia della rappresaglia. Nient'altro. È la tesi di un'analisi di Tom Nichols pubblicata sull'Atlantic: le guerre in corso in Iran e in Ucraina stanno dimostrando che i due maggiori arsenali atomici del mondo non offrono a Washington e Mosca una via d'uscita vittoriosa dai conflitti regionali. Henry Kissinger diceva spesso che le armi nucleari sono "armi in cerca di una dottrina" e per Nichols la ricerca è finita a mani vuote: oltre alla deterrenza, non c'è niente.

Stati Uniti e Russia stanno infliggendo danni enormi ad avversari militarmente molto più deboli senza raggiungere i loro obiettivi. Intanto Washington spende quasi mille miliardi di dollari per modernizzare il proprio arsenale atomico senza che nessuno abbia spiegato cosa il Pentagono debba farne: la scorsa primavera l'amministrazione Trump ha deciso di non aggiornare la Nuclear Posture Review, il documento che illustra al Congresso e all'opinione pubblica la politica nucleare americana, tenendo valida la versione del 2018. L'attuale sottosegretario alla Difesa con delega alla politica di sicurezza, Elbridge Colby, scrisse nel 2013 che gli Stati Uniti dovrebbero tenere aperta l'opzione di rispondere con armi termonucleari a un grave attacco informatico.

La Guerra Fredda, ricorda Nichols, ha insegnato che la deterrenza strategica mantiene la pace tra le potenze nucleari, ma anche che quelle stesse armi sono quasi inutili nei conflitti regionali. In Corea i militari presentarono a Harry Truman e a Dwight Eisenhower piani per colpire obiettivi in Asia orientale, Cina compresa, ma entrambi i presidenti si tirarono indietro per il rischio di una guerra con l'Unione Sovietica. In Vietnam il senatore Barry Goldwater propose di usare l'atomica per defoliare le giungle e scoprire le linee di rifornimento nemiche, un'idea che contribuì alla sua sconfitta elettorale, mentre durante l'assedio di Khe Sanh l'esercito preparò all'insaputa del presidente Lyndon Johnson un piano per usare le armi nucleari come ultima risorsa: quando lo scoprì, Johnson si infuriò e lo fece cancellare. Nel 1969 Richard Nixon chiese piani per colpire la Corea del Nord dopo l'abbattimento di un aereo da ricognizione americano, ma li accantonò perché nessuno sapeva come disarmare Pyongyang senza provocare distruzioni su vasta scala e rischiare un'escalation. Nella guerra del Golfo del 1991 l'opzione nucleare non fu mai presa sul serio: il generale George Lee Butler, allora a capo del comando strategico dell'aviazione americana, disse poi che gli studi interni avevano già bollato una campagna nucleare contro l'Iraq come "militarmente inutile e politicamente assurda".

Quando invase l'Ucraina all'inizio del 2022, Vladimir Putin ordinò con grande clamore di mettere le forze nucleari strategiche russe in "regime speciale di servizio di combattimento", parole che secondo Nichols non avevano alcun significato militare: nessun segnale di una maggiore allerta nucleare russa è mai emerso. Da allora Putin è rimasto volutamente vago sulla dottrina che prevede l'uso dell'atomica solo contro minacce "critiche" alla sovranità e all'"integrità territoriale" della Russia e ha lasciato le minacce esplicite ai suoi portavoce. Per Nichols Mosca non ha vere opzioni nucleari in Ucraina: il vento soffia dall'Ucraina verso la Russia e un'esplosione rischierebbe di avvelenare gli stessi russi, gli Stati Uniti di Joe Biden avevano minacciato una risposta militare massiccia e la Cina ha avvertito che l'uso dell'atomica segnerebbe la fine del suo sostegno. Nemmeno il trasferimento di testate in Bielorussia nel 2023 ha prodotto qualcosa: l'unico a cambiare idea è stato il dittatore bielorusso Alexander Lukashenko, che la scorsa settimana ha annunciato che il suo paese non parteciperà a operazioni contro l'Ucraina, mentre le testate restano lì, in deposito, "di poca utilità per chiunque". La guerra è al quarto anno, le forze russe subiscono perdite immense e l'Ucraina colpisce obiettivi in profondità nel territorio russo, compresa la capitale: quando il presidente Donald Trump la scorsa settimana ha chiesto a Volodymyr Zelensky se fosse disposto ad andare a Mosca per parlare con Putin, il presidente ucraino ha risposto: "È difficile. Ci sono molti droni ucraini lì. È molto pericoloso".

Gli iraniani, scrive Nichols, stanno infliggendo un'umiliazione simile agli americani. Trump ha lanciato più volte minacce interpretabili come nucleari: il 7 aprile ha scritto che se l'Iran non avesse accettato le richieste americane, compresa la riapertura dello stretto di Hormuz, "un'intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più". Solo le armi nucleari possono cancellare una nazione in una notte e Nichols definisce quella minaccia "genocida": l'Iran non si mosse, mentre arrivarono condanne da tutto il mondo, compresa quella di Leone XIV, il primo papa americano. Il giorno dopo Trump fece marcia indietro sostenendo, senza fondamento, che Teheran aveva presentato "una base praticabile su cui negoziare". A maggio ci riprovò: "Se non ci sarà un cessate il fuoco, dovrete solo guardare un grande bagliore levarsi dall'Iran". Di nuovo, il mondo reagì e l'Iran no. Per Nichols le minacce di distruzione totale di Trump "non significano nulla" e tendono ad arrivare proprio quando sta per cedere, come un modo per "coprire le sue ritirate".

Anche se Trump facesse sul serio, i costi politici ed economici dell'uso di un'arma nucleare supererebbero di gran lunga i benefici: un numero molto alto di vittime, ricadute radioattive sui paesi alleati e una regione, insieme a gran parte del mondo compresa la NATO, schierata contro gli Stati Uniti. Iran e Ucraina sono inferiori per ogni misura di forza militare, eppure, scrive Nichols, Stati Uniti e Russia "stanno affrontando sconfitte storiche": le guerre convenzionali sono facili da perdere, perché infliggere danni è semplice e controllare il territorio è difficile.

L'amministrazione Trump sostiene che considererebbe l'uso dell'atomica solo "in circostanze estreme per difendere gli interessi vitali degli Stati Uniti, dei suoi alleati e partner". Ma cosa sia una circostanza estrema, si chiede Nichols, non è chiaro: gli Stati Uniti stanno perdendo una guerra contro l'Iran, eppure una sconfitta nel Golfo non minaccia la loro esistenza, mentre un grande esercito russo combatte nel mezzo dell'Europa e Washington lavora per sconfiggerlo senza il coinvolgimento diretto delle forze NATO.

La prima lezione che Nichols trae è che le armi nucleari non possono sostituire la potenza convenzionale: la Cina sa che gli Stati Uniti hanno l'atomica, ma ciò che Pechino deve vedere nel Pacifico sono navi, aerei e soldati. La guerra con l'Iran ha svuotato le scorte americane di munizioni convenzionali, non quelle di bombe nucleari. La seconda è abbandonare la mentalità da Guerra Fredda: gli Stati Uniti si riservano ancora il diritto di usare per primi l'atomica, un retaggio di quando la NATO temeva di essere travolta dai carri armati sovietici, mentre oggi sarebbe la Russia a perdere rapidamente una guerra convenzionale contro l'alleanza. Per Nichols una dichiarazione di "non primo uso", cioè l'impegno a non ricorrere per primi alle armi nucleari, ancorerebbe la strategia americana alle realtà del ventunesimo secolo, insieme alla rinuncia alle testate tattiche ancora immagazzinate in Europa. La terza è una revisione completa della strategia di difesa: per Nichols l'approccio "sconsiderato e paranoico" di Trump, che tratta il mondo intero come potenzialmente ostile, "ha lasciato gli Stati Uniti meno sicuri e il mondo meno stabile".

L'amministrazione va però nella direzione opposta: si è ritirata dal trattato del 1987 sulle forze nucleari intermedie, vuole installare un nuovo missile da crociera a testata nucleare sui sottomarini e mettere armi atomiche sulle future corazzate "classe Trump", riportandole sulle navi di superficie americane per la prima volta dai primi anni Novanta. Nichols non si aspetta riforme finché Trump è in carica, ma invita il prossimo Congresso a cominciare a cancellare le richieste nucleari del Pentagono: "Una corsa alle spese nucleari da Guerra Fredda è bastata".


Come l'Iran ha trasformato una sconfitta militare in una vittoria strategica


Diciannove settimane dopo l'inizio della guerra contro Stati Uniti e Israele, l'Iran detta le condizioni della pace. È la tesi di un'analisi pubblicata su War on the Rocks, sito americano specializzato in sicurezza nazionale, firmata da Pnina Shuker, ricercatrice del Jerusalem Institute for Security and Strategy, e da Andrew Milburn, ufficiale dei Marines in pensione con un passato nelle operazioni speciali. Secondo i due autori, Washington e Gerusalemme hanno combattuto una guerra fatta di potenza militare, mentre Teheran ne ha preparata per vent'anni un'altra, costruita attorno a un obiettivo più stretto: sopravvivere abbastanza a lungo da imporre costi crescenti agli avversari e trasformare la resistenza in leva negoziale.

Quando a giugno è stato firmato il memorandum d'intesa, il presidente Donald Trump ha dichiarato che l'accordo con l'Iran era "completo". La risposta di Teheran è stata continuare a colpire e imporre una sorta di pedaggio sulla rotta marittima più importante del mondo, mentre espandeva la sua influenza in Iraq. Il risultato è stato una tregua fragile durante la quale, scrivono gli autori, l'Iran ha negoziato da una posizione di forza maggiore di quella che aveva prima della guerra.

Il bilancio militare, riconoscono Shuker e Milburn, sembra una sconfitta netta per Teheran. La Guida suprema Ali Khamenei è stato ucciso nei primi attacchi, l'arsenale missilistico è sceso da circa 2.500 a 1.000-1.200 missili, i lanciatori funzionanti da 480 a un centinaio, la marina convenzionale ha cessato di esistere e le infrastrutture per l'arricchimento dell'uranio sono fuori uso. "Sulla carta" è stata una batosta, ammettono i due analisti, ma gli Stati Uniti e Israele volevano la resa dell'Iran e la caduta del regime, mentre Teheran voleva qualcosa di più limitato: sopravvivere. E ci è riuscito.

Nel 2005 il centro strategico delle Guardie rivoluzionarie, il corpo militare che affianca l'esercito regolare iraniano, aveva formalizzato la dottrina della "difesa a mosaico": una struttura di comando decentralizzata, pensata per sopravvivere proprio agli attacchi di decapitazione con cui questo conflitto si è aperto. "Abbiamo avuto due decenni per studiare le sconfitte dei militari americani subito a est e a ovest di noi. Abbiamo incorporato le lezioni di conseguenza", disse il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi all'inizio della campagna.

Lo Stretto di Hormuz, il passaggio da cui transita gran parte del petrolio mondiale, era il cuore della strategia iraniana. Secondo l'analisi, l'amministrazione americana ha sottovalutato la disponibilità di Teheran a chiudere lo stretto e avrebbe probabilmente potuto impedirne la chiusura se avesse posizionato navi nella zona fin dall'inizio. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu lo ha ammesso alla CBS: "C'è voluto un po' perché capissero quanto fosse grande quel rischio".

L'Iran non ha sfidato la superiorità aerea americana e israeliana, ma ha colpito i sistemi che la rendevano possibile: aerocisterne, radar, nodi di comunicazione e piattaforme di comando. I suoi droni e missili costavano poche migliaia di dollari l'uno, mentre gli intercettori usati per fermarli ne costavano milioni. Le salve prolungate hanno consumato scorte di intercettori che non potevano essere ricostituite in tempo. La distruzione della flotta convenzionale iraniana, aggiungono gli autori, ha risolto il problema sbagliato: la minaccia al traffico commerciale veniva da mine, missili, droni e piccole imbarcazioni d'attacco, come l'Ucraina aveva già dimostrato contro la Russia nel Mar Nero.

La flotta di petroliere iraniane è passata da circa 70 navi nel 2020 a quasi 550 nel 2025, un'infrastruttura costruita per aggirare le sanzioni e sostenuta dalle raffinerie cinesi, che da sole assorbivano circa il 90% delle vendite estere di petrolio iraniano e garantivano quasi metà del bilancio statale. Sul fronte dell'informazione il regime ha usato anche animazioni generate con l'intelligenza artificiale per costruire una narrativa di resilienza rivolta pure al pubblico americano: i sondaggi negli Stati Uniti mostravano poca voglia di un conflitto prolungato e una forte opposizione all'invio di truppe di terra.

Gli attacchi ai paesi del Golfo avevano un obiettivo politico: mostrare ai partner regionali di Washington che sostenere la campagna aveva un prezzo. Dopo il colpo al terminal petrolifero degli Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Arabia Saudita hanno chiuso il loro spazio aereo agli aerei militari americani. Il caso più chiaro, scrivono gli autori, è stato "Project Freedom", il piano di Trump per scortare le petroliere attraverso lo stretto: l'Arabia Saudita, citando la scarsa coerenza della strategia americana, ha rifiutato basi e spazio aereo nonostante l'intervento personale del presidente. Il piano è stato accantonato. Gli Emirati, che insieme ai sauditi hanno assorbito migliaia di colpi iraniani durante la guerra, sono usciti dall'OPEC e hanno minacciato di lasciare la Lega Araba. Dopo la fine dei combattimenti, Riad e Abu Dhabi hanno inviato delegazioni di condoglianze a Teheran per il funerale di Khamenei.

Il negoziato, secondo i due analisti, ha certificato il risultato. Washington è passata dalla richiesta di resa incondizionata ad accettare che la scorta di uranio arricchito resti in Iran, mentre Teheran ha indurito le sue posizioni, aggiungendo alle richieste di prima della guerra le riparazioni di guerra e il ritiro delle forze americane dalle aree vicine al Paese. La sequenza dell'accordo firmato questa settimana è la prova più chiara: prima che l'Iran debba sciogliere un solo nodo, dalla scorta nucleare al programma missilistico ai gruppi armati alleati, gli Stati Uniti tolgono il blocco navale, ritirano le forze, concedono deroghe alle sanzioni che sbloccano i ricavi petroliferi e rendono trasferibili i beni iraniani congelati. Solo a quel punto, secondo il testo stesso dell'intesa, partono i negoziati su tutto il resto.

I costi economici del conflitto dureranno oltre il cessate il fuoco. La lunga interruzione del traffico attraverso Hormuz ha fatto salire i prezzi dell'energia e ha bloccato i flussi di fertilizzanti, elio e plastiche da cui dipendono industrie e consumatori in tutto il mondo, Stati Uniti compresi, con conseguenze sui prezzi alimentari globali che potrebbero durare fino al 2027. Il petrolio Brent resta circa 20 dollari sopra i livelli di prima della guerra.

Per Israele il bilancio è ancora più duro. Non era parte dei colloqui e, secondo i suoi stessi funzionari, non aveva nemmeno visto il testo dell'accordo con cui dovrà convivere. Hizballah, colpito ma non distrutto, ottiene dai termini dell'intesa una protezione dagli attacchi israeliani e potrà essere riarmato con il sostegno iraniano, mentre il programma missilistico che Israele considera una minaccia esistenziale non viene toccato. I paesi del Golfo che Gerusalemme sperava di avvicinare hanno fatto l'opposto, mantenendo o approfondendo i rapporti con Teheran e allontanando l'ipotesi di allargare gli Accordi di Abramo, le intese di normalizzazione tra Israele e alcuni paesi arabi. Quando Netanyahu ha spinto per colpire Beirut mettendo a rischio l'accordo, Trump lo avrebbe chiamato per dirgli che senza la protezione americana "sarebbe in prigione".

L'Iran ha ottenuto ciò per cui combatteva, concludono Shuker e Milburn: il regime è intatto, il denaro in arrivo può ricostruire il programma nucleare e l'arsenale missilistico, la chiusura dello stretto resta una carta da giocare di nuovo se Teheran deciderà che Washington non rispetta i patti. Gli autori citano lo storico militare britannico Basil Liddell Hart, per cui l'obiettivo della guerra è ottenere una pace migliore: giudicata con questo metro, scrivono, la guerra non ha raggiunto il suo scopo né per gli Stati Uniti né per Israele. È finita, ma a condizioni scritte a Teheran.


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Stop Killing Social Media Accounts! A case against harsh inactive account policies


PPI recently signed on to the Stop Killing the Internet initiative: stopkillingtheinternet.com/

As part of our support for this movement to preserve and promote digital rights we present the following discussion that was drafted collaboratively by members of our community about our concern over the forced removal of social media accounts and content.

Why can’t our social media accounts be online forever?


When we die our friends and family are still there. They want to remember us, and our social media accounts are one important way for them to look back and remember us. However, a recent article by Koa DeMarzo called “A Case Against Forever,” <techpolicy.press/a-case-agains…> frames indefinite data retention as a looming crisis. The article claims that failure to erase social media accounts represents a danger to privacy, security, and a threat of environmental waste. He argues that Big Tech platforms, especially social media sites, should purge dormant accounts after 1-2 years, with limited exceptions.

The need to erase social media accounts overstates risks, underestimates user needs, and proposes a paternalistic solution that prioritizes corporate risk aversion and regulatory ideals over individual autonomy and real-world utility. Permanence has been the internet’s default, especially on social media websites, for good reasons. Users upload photos, documents, posts, and memories on social media sites expecting control. We do not want or need an invisible timer that could erase parts of our lives. Mandating automatic blanket deletions on social media flips the burden from user choice to platform decree. The recent case of Dutch streamer Joshua Khane having his hacked Microsoft account deleted instead of getting handed back to him is one example of that. <gadgetreview.com/microsoft-wip…> And as the recent Sony controversy on physical discs and inactive accounts have hinted, users are not going to take it kindly.

User Control and the Myth of “Forgotten” Data


Users already face challenges with security issues (password resets, account dormancy warnings, and 2FA requirements), but automatic deletion creates a further level of emergency that is real. They will delete our accounts whether we want them to or not. Many people intentionally maintain low-activity accounts: accounts that host bank contacts, family archives, long-term research pages, creative portfolios, backups for future generations. These accounts are important to us, and there is no reason for them to be erased. A soldier deployed overseas, a researcher on sabbatical, an elderly person with sporadic internet use, a person living in areas under internet blackouts such as Iran, human trafficking victims who’re trapped in Southeast Asian scam factories, or someone simply taking a deliberate break from social media could lose irreplaceable data.

“Inactivity” is a crude excuse, and these channels often fail to properly contact their owners. Paid storage already incentivizes retention for active user. Social media services cannot be turned into rental models where you pay or lose access. In the case of email services, many web platforms including essential services like banking rely on emails as two factor authentication methods and zealotic blanket deletions of inactive accounts on that type of services will result in massive user inconvenience as their linked accounts get de facto locked out. Some like Proton had even recently incorporated crypto wallet functions in their services; harsh inactive account deletions will mean that users will be locked out of their funds too <proton.me/support/wallet-getti…>.

Users already have tools like the “right to be forgotten” (erasure requests under GDPR and similar laws) and manual deletion options. Strengthening opt-out mechanisms, data control mechanisms, data export tools, and clear notifications serves autonomy better than forced sunsetting. Platforms can (and do) notify users before any deletion; making this robust addresses most concerns without blanket policies.

Security and Privacy: Deletion Is No Panacea


Dormant accounts pose risks. They can have outdated security. Nefarious actors can hijack them for scams. However, the “one size fits all” approach of automatic deletion after 1-2 years is a blunt instrument. Stronger, uniform security, including mandatory modern password hashing methods, can mitigate threats more effectively than hoping inactivity timers catch everything.

Quantum computing threats or evolving encryption are legitimate long-term issues, but they argue for better cryptography and key management, not preemptively destroying user data. Backups and distributed systems mean “deletion” is rarely total anyway as regulators acknowledge technical feasibility limits. Focusing on “duty to delete” creates compliance theater while ignoring that determined actors (or platforms themselves) retain data in other forms. Data minimization is a valid GDPR principle, but it should balance against legitimate interests, including user-requested storage. Indefinite retention isn’t inherently unlawful if tied to user consent or service provision. In the context of social media sites, many users want their data for memories or evidence for disputes. Painting all retention as corporate hoarding ignores this demand. AI training on dormant data raises consent issues, but solutions like opt-outs, anonymization, or licensing frameworks address this without mass deletion. The answer is better platform defenses and user education, not erasing history by default.

Environmental Claims and Practical Trade-offs


Environmental benefits of deletion are mentioned but thin. Storage efficiency has improved dramatically as new methods like DNA digital data storage and 5D optical data storage have appeared. The marginal energy of “dormant” data is negligible compared to training frontier AI models or video streaming. Mandating deletions incurs its own costs: notification systems, user support for recoveries, legal exceptions processing, and potential data loss leading to recreation (more emissions). Besides that, to address environmental costs of data centers, there are already proposals to place them in space, including on the Moon, instead of on Earth, although the constraint in the form of the universal speed limit, which is the speed of light, necessitates the creation and development of delay-tolerant networking (DTN) and associated infrastructure. True sustainability comes from efficient infrastructure, not purging user content.

Cultural and Historical Loss


Social media and to an extent, email services have become digital archives of personal and collective life which can include family histories, social movements, cultural moments. Automatic deletion risks sanitizing or erasing this record, especially for marginalized voices or long-tail content. Memorialized accounts and “historical interest” exceptions are acknowledged but would be bureaucratically nightmarish to administer fairly. Who decides what qualifies? Platforms? Governments? This opens doors to selective memory curation. We already see tensions with “the right to be forgotten” clashing with free expression, journalism, and historical accountability. Even more so, deletionism had been a major factor for many intractable editorial conflicts on Wikipedia. Expanding this via inactivity defaults amplifies conflicts rather than resolving them.

Harsh and blanket deletion policies on inactive accounts and contents at social media websites, and possibly, to an extent, email services, will enable AI-powered “historic context attacks” in the near future. A 2020 FastCompany article (fastcompany.com/90549441/how-t…) had posited scenarios about such types of attacks, including a hypothetical situation where forgers were able to construct a convincing false narrative that in 2001 then-President George W. Bush met with Osama bin Laden. Without reliable digital primary source content, future generations will be fooled into thinking that the meeting did happen after all. Forgers might be able to convince the public that a massive cover-up by Big Tech platforms happened during the decade by showing how so much content from the period was deleted. Thus it will appear plausible that some of the news articles regarding the supposed bogus meeting may have actually existed.

How historic context attacks could work


Consider a hypothetical scenario set in 2040. A controversial politician is accused of corruption, and supporters release a “newly discovered” video from 2018 showing the politician rejecting a bribe and behaving ethically during a private meeting. To make the video appear authentic, they also generate:

  1. Fake news articles dated to 2018 and attributed to defunct or poorly archived websites, supposedly reporting on the video’s original “leak.”
  2. Screenshots of old Twitter threads in which users appear to discuss the footage.
  3. AI-generated emails and internal memoranda, supposedly written at the time, that refer to the meeting.

The forgers could point to gaps in the Wayback Machine, deleted social media accounts, or missing personal archives as supposed evidence of a cover-up. Historians would face a difficult task because similar meetings may genuinely have taken place, while the fabricated material could closely imitate the language, design, and technical conventions of the period.

When authentic records disappear, fabricated context becomes easier to present as forgotten history.


A similar attack could target a major protest in 2019 that later turned violent. One side might circulate altered body-camera or smartphone footage portraying protesters as the clear aggressors. The footage could be supported by fabricated eyewitness posts, geolocated images, AI-written blog posts and opinion articles dated to 2019 or 2020, and bylines matching those of real but relatively unknown journalists. The attackers might even produce a false “official report” from a think tank that supposedly investigated the event at the time.

This flood of synthetic corroboration could influence public memory and leave court records, historical accounts, and political debates contested for decades. The danger would not come from one convincing forgery alone, but from a coordinated collection of materials that appear to confirm one another.

Another example could involve a deepfake home video from the 1990s showing a deceased and widely admired celebrity in a compromising situation or expressing views that contradict their public image. The supposed context might include:

  1. Fake diary entries presented as recently digitized documents.
  2. Generated interviews with friends who claim that they “always knew.”
  3. Photoshopped or AI-generated group photographs inserted into old digital albums hosted on personal or family websites.

Tabloid media already promotes sensational and poorly supported narratives. AI could make such campaigns substantially more convincing, while lost personal archives, crashed hard drives, and deleted accounts would provide a convenient explanation for the absence of authentic corroborating material.

Historic context attacks could also have serious geopolitical consequences. A state might claim that an international agreement signed in 2005 granted it rights over disputed territory. To support the claim, it could release:

  1. Scanned PDFs with forged metadata designed to match the period.
  2. Fabricated diplomatic cables and meeting minutes.
  3. Generated news footage produced in the style of contemporary state-media broadcasts.
  4. Supposed social media messages from diplomats’ private accounts, allegedly obtained through a hack and leaked years later.

Without authentic content from the era made by powerful figures and regular citizens alike which can challenge the forged narratives, the nation could justify aggressive actions, with the volume of “evidence” making international bodies hesitant.

Better methods or alternatives


Instead of the default, blanket deletion of inactive accounts and their associated contents, we advocate the following more balanced and sensible approaches.

  • User-empowering defaults: Provide easy, one-click bulk export and deletion tools, as well as configurable retention settings (e.g., “keep forever” flags for premium users or explicit opt-ins).
  • Tiered storage: Automatically move inactive data to cold, encrypted archives with reduced visibility and access.
  • Targeted security measures: Automatically upgrade security on dormant accounts, monitor for anomalous access, and allow users to “freeze” accounts.
  • Exceptions and granularity: Preserve purchased media, shared public content with value, or accounts with legal or educational ties. Support user-defined policies. For email services, and especially those with crypto wallet functions embedded within them like Proton Wallet, they should opt for the approach of preserving the account while clearing out its email contents instead of harsh total inactive account deletions.
  • Third-level domains: To address some arguments by email services about username exhaustions caused by inactive accounts, they should consider implementing third-level domains to expand username pools, like test@a.proton.me in the case of Proton.
  • Transparency mandates: Require companies to disclose data usage for AI, explain their retention practices, and report breach statistics differentiated by account activity.
  • Shift in governance paradigms: As mentioned in prior PPI reports (pp-international.net/2026/02/d…, https://pp-international.net/2026/05/stopageverificationenforcement/), ultimately, to address the main corporate arguments that it’s costly to maintain access and preserve user data, a shift in governance regulations is required. Some major or large scale email services and social media platforms (e.g. Apple, AOL, Bluesky, Discord, Facebook, Github, Google (including YouTube), Mastodon.social, Microsoft, Instagram, LinkedIn, Proton, Pinterest, Reddit, Roblox, Steam, Threads, TikTok, Twitch, WordPress, X, and Yahoo) must be treated as effective utilities, similar to healthcare and other emergency services. This means that the financial costs required for the services to maintain access to user data would become a government expense, an essential service akin to a military defense budget.
  • Thanatosensivistic features: For the above aforementioned platforms, we also call for implementation of thanatosensitivistic features where users will have a say on what to do with their accounts if they die. They can choose for the accounts to be archived/memorialized upon the receipt of a valid legal will and/or when the account has been inactive for five years, deleted, or if technically possible, have them transferred to other parties such as their family members.

The digital realm should expand human freedom, memory, and creativity. Forced blanket inactivity deletions, however well-meaning, impose a regulator’s or corporation’s timeline on personal data. They treat users as liabilities rather than sovereign individuals. Pirate Parties must advocate for true digital rights: the freedom to create, store, access, and control one’s own information permanently, if the user so chooses.

The right to be remembered, just like the right to be forgotten and other digital rights such as privacy, empowers individuals in an age where digital lives matter. True privacy and responsibility come from informed user choice, strong defaults for security, and tools that respect memory— not timers that decide when your data no longer matters. Policymakers should prioritize empowerment over erasure.

————————————————————————————————–

The following message was prepared by members of the PPI Discord community and PPI Board. It does not necessarily reflect the views of all PPI members, but we hope it does. If any of our members have competing ideas about this issue or any other issue that they would like us to broadcast, please share them with us. We are happy to broadcast a variety of ideological opinions and diverse issues. Our goal is to create positive communication to solve problems.


pp-international.net/2026/07/s…

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Mark Kelly, il senatore-astronauta che sfida Trump e pensa alla Casa Bianca


Trump ha invocato la sua esecuzione, Hegseth vuole togliergli grado e pensione. Il senatore dell'Arizona, ex astronauta e marito di Gabby Giffords, valuta la corsa per la Casa Bianca nel 2028

Il presidente ha chiesto il suo arresto e ha definito il suo comportamento "punibile con la morte", il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha minacciato di togliergli il grado militare e la pensione. Mark Kelly, senatore democratico dell'Arizona, ex pilota di caccia e astronauta, risponde valutando una candidatura alla Casa Bianca nel 2028. Mark Leibovich lo ha seguito per settimane tra Phoenix e Washington insieme alla moglie Gabby Giffords e ne ha tracciato un lungo ritratto sull'Atlantic.

Lo scontro con l'amministrazione è nato a novembre, quando Kelly e altri cinque parlamentari democratici hanno registrato un video per ricordare ai militari il dovere di non obbedire a ordini illegali. Su Truth Social Trump li ha accusati di sedizione, chiedendo il loro arresto e definendo il gesto dei sei "punibile con la morte". Hegseth ha poi inviato a Kelly una lettera di censura con cui punta a ridurgli il grado e la pensione, minacciando anche un procedimento penale: tra i firmatari del video, Kelly è l'unico ad aver servito più di vent'anni nelle forze armate e ad avere quindi lo status di militare in congedo, che lo mantiene sotto la giurisdizione del Pentagono. "Credo sia la prima volta nella storia del nostro paese che un presidente ordina, o invoca, l'esecuzione di membri del Congresso", ha detto Kelly all'Atlantic.

Kelly ha fatto causa al segretario alla Difesa per bloccare le sanzioni. Il caso, che il senatore cita in ogni evento pubblico con il nome del fascicolo, Kelly v. Hegseth, è stato discusso il 7 maggio davanti a tre giudici d'appello a Washington: due di loro si sono mostrati contrari a punirlo, ma la decisione non è ancora arrivata. A febbraio un gran giurì, la giuria di cittadini che decide se formalizzare le accuse, aveva già rifiutato di incriminare i sei parlamentari. Kelly dice di non temere nemmeno lo scenario peggiore, il carcere, e assicura che continuerebbe "a combattere contro queste persone".

Kelly, 62 anni, ha pilotato i caccia della Marina in 39 missioni di combattimento nella prima guerra del Golfo, poi è entrato alla NASA, l'agenzia spaziale americana, e ha volato quattro volte sullo Space Shuttle, due da comandante. Suo fratello gemello Scott è stato anche lui astronauta. Nel 2020 ha vinto un'elezione speciale, il voto anticipato che si tiene quando un seggio si libera prima della scadenza, per il seggio dell'Arizona che era stato di John McCain, battendo la repubblicana Martha McSally. Nel 2022 è stato rieletto per un mandato pieno.

Gabby Giffords, all'epoca deputata democratica in ascesa, fu colpita alla testa nel gennaio 2011 durante un incontro con gli elettori davanti a un supermercato di Tucson. Sopravvisse, ma l'attentato chiuse la sua carriera al Congresso e le lasciò un'afasia non fluente: la condizione non tocca l'intelligenza né la comprensione, ma limita gravemente la capacità di esprimersi. Kelly stima di sostenere oggi il 95 per cento delle loro conversazioni. L'attentatore, Jared Lee Loughner, sta scontando sette ergastoli consecutivi più altri 140 anni di carcere. Giffords guida un'organizzazione contro la violenza delle armi e passa più di metà del suo tempo in viaggio tra incontri con le vittime, veglie e funerali.

Kelly dice di considerare "seriamente" la candidatura e negli ultimi mesi ha viaggiato in South Carolina, Nevada e New Hampshire, gli stati che aprono il calendario delle primarie. Leibovich, dopo le conversazioni avute con lui a giugno, lo ritiene più propenso a correre che a rinunciare. Lo scontro con l'amministrazione lo sta aiutando: nell'ultimo trimestre del 2025 ha raccolto 12,5 milioni di dollari, in gran parte dopo il 24 novembre, quando il Pentagono ha annunciato un'indagine sui parlamentari del video. La lettera di censura di Hegseth, datata 5 gennaio 2026 e stampata su carta intestata del "Department of War", il dipartimento della Guerra, è appesa alla porta del suo ufficio al Senato, storta di proposito per mostrare quanto poco la rispetti.

In sei anni a Washington Kelly si è costruito una reputazione di legislatore serio sui temi della difesa e del confine, ma non ha mai acceso l'entusiasmo degli elettori democratici. Nel 2024 fu tra i finalisti per diventare il vice di Kamala Harris, che gli preferì Tim Walz: nel suo memoir "107 Days" Harris ha scritto di aver temuto che Kelly, mai messo alla prova in una campagna nazionale, non avrebbe retto quel tipo di pressione. "Le mie corse al Senato sono state più difficili delle sue", ha replicato Kelly all'Atlantic. Per Leibovich il senatore ha un temperamento ideale da vicepresidente, analitico e a suo agio nel lavoro di squadra, ma i suoi discorsi restano deboli e la sua voce è più adatta alla conversazione che ai comizi. Resta da capire se possa reggere il ruolo di protagonista in una campagna presidenziale.

Giffords lo spinge a candidarsi. Alla domanda se voglia vederlo correre per la presidenza ha risposto di sì e ha ripetuto uno dei suoi mantra: "Siamo una squadra". Kelly esclude che le minacce dell'amministrazione possano fermarlo: "Ne abbiamo passate tante", ha detto. "E se mi rinchiudono, sono sicuro che verrebbe a trovarmi".

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Non chiamiamola “emergenza estiva” e non chiamiamola fatalità.
Ogni anno la Calabria affronta la stessa tragedia: incendi che distruggono boschi, biodiversità e intere comunità. Eppure continuiamo a trattarli come eventi imprevedibili, mentre prevenzione e cura del territorio restano insufficienti.

Sappiamo infatti che la maggior parte dei roghi nasce dall’attività umana, tra dolo, negligenza e incuria. Ma fermarsi ai piromani non basta: quando un territorio è abbandonato, senza aree forestali ben gestite, presidio delle aree interne e sistemi di monitoraggio e allerta, il rischio aumenta.

Per questo non possiamo limitarci a rincorrere le fiamme quando l’incendio è già divampato: serve investire ogni giorno in prevenzione, manutenzione e tutela forestale.

Per questo Volt chiede che la strategia europea contro gli incendi garantisca risorse certe ai territori più esposti.
La Calabria merita di meglio di un futuro in cenere.

💬 Cosa ne pensi? Scrivicelo nei commenti.

#Incendi #Calabria #EmergenzaClimatica #Ambiente #Prevenzione #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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New $25K ‘Penlight’ journalism award honors paywall-free FOIA reporting


FOR IMMEDIATE RELEASE:

New York, July 21, 2026 — Freedom of the Press Foundation (FPF) is proud to announce the launch of the Penlight Prize for excellence in paywall-free public records reporting.

The prize awards $25,000 to an outstanding piece of journalism that was made free to the public, and is substantially based on government records received via state and local public records laws or the Freedom of Information Act. Submissions will be reviewed by an all-star panel of judges with extensive experience both in public records reporting and advocacy for transparency laws.

The award was inspired by FPF’s partnership with Wired to make all articles substantially based on FOIA or public-records-based reporting paywall-free.

This year, our judges will be:

  • Kate Doyle, senior analyst at the National Security Archive
  • Jameel Jaffer, executive director at the Knight First Amendment Institute at Columbia University
  • Jason Leopold, senior investigative writer at Bloomberg

The following can be attributed to Trevor Timm, FPF’s executive director:

“Journalism plays a vital role in our democracy. It informs the public and serves as a check on abuses of government and corporate power. At the same time, reporting that relies on government records generated at taxpayers’ expense should be available free for all. So we hope this award will honor the journalists who do the hard work of unearthing government documents, and will encourage news outlets to make all their public records reporting free.

“Last year, Freedom of the Press Foundation called on news organizations to remove paywalls from reporting based on FOIA records. Award-winning outlets like Wired and 404 Media joined the effort — and saw their subscriptions increase as a result. Now it’s time for others to follow their lead.”

This award is nonpartisan and does not preference a political or ideological viewpoint. It is being funded wholly by a generous FPF donor. The first-place winner will receive a $25,000 prize, a physical award, and a paid trip to New York City for a dinner and celebration later in 2026.

Submitted articles must have been available free of charge at publishing, with no paywall or obligation to subscribe. The award can be divided equally among up to four co-authors.

Find more information and apply at penlightprize.org/ by Sept. 1, 2026.

Please contact us if you would like further comment.


freedom.press/issues/new-25k-p…

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I tentativi di Trump di condizionare il voto di novembre sono quasi tutti falliti


Secondo un'analisi dell'Atlantic il discorso del presidente sui brogli nasce da una posizione di debolezza: tribunali e stati hanno fermato quasi ogni sua mossa sulle elezioni di metà mandato.

Il presidente Donald Trump ha usato un raro discorso in prima serata, la notte in Italia, per rilanciare le sue accuse di brogli elettorali, ma non ha portato alcuna prova a sostegno dell'affermazione, che ripete da anni, secondo cui le elezioni del 2020 gli sarebbero state rubate. Per un'analisi di David A. Graham pubblicata sull'Atlantic quel discorso è "un segno di disperazione". Quasi tutti i tentativi del presidente di condizionare davvero le elezioni di metà mandato di novembre, il voto che rinnova il Congresso a metà del mandato presidenziale, sono falliti e gli restano pochi strumenti oltre a "seminare caos e dubbi tra gli americani".

La Casa Bianca ha diffuso quattro blocchi di documenti a sostegno del discorso, ma per l'Atlantic le affermazioni del presidente sono "un guazzabuglio di informazioni riciclate, travisamenti delle prove e affermazioni tendenziose", costruite su materiali troppo oscurati per essere interpretati. Le principali reti televisive hanno rinunciato a trasmettere l'intervento in diretta perché temevano che il presidente ingannasse il pubblico. Secondo Graham il discorso serviva anche a distrarre dalla guerra con l'Iran e dai suoi effetti sull'economia.

Sul ridisegno dei collegi elettorali il presidente ha invece ottenuto risultati concreti. Diversi stati governati dai repubblicani hanno ritracciato i confini dei collegi per aggiungere seggi favorevoli al partito, una pratica chiamata gerrymandering, la sentenza della Corte Suprema di aprile nel caso Louisiana contro Callais ha permesso ad altri stati di procedere con le proprie mappe e un tribunale della Virginia ha respinto il ridisegno con cui i democratici volevano rispondere. Nel complesso i repubblicani hanno guadagnato diversi seggi probabili.

Il SAVE America Act, la riforma elettorale voluta dal presidente che tra le altre cose imporrebbe agli elettori di dimostrare la cittadinanza, è invece fermo. La settimana scorsa Trump si è rifiutato di firmare una legge bipartisan sulla casa "per protesta contro il fatto che il Senato degli Stati Uniti non è capace di approvare il SAVE America Act", un gesto che l'analisi definisce "bizzarro e inefficace" perché quella legge è entrata comunque in vigore. Il senatore repubblicano Thom Tillis, che lascerà il seggio del North Carolina, ha promesso di bloccare la riforma se dovesse tornare in aula e ha ricordato che ormai sarebbe troppo tardi per applicarla al voto di novembre.

Il presidente non ha il controllo delle elezioni, un potere che spetta agli stati o al Congresso, e quasi tutte le sue mosse per via amministrativa sono state bloccate dai tribunali oppure ignorate dai funzionari statali e locali. I giudici federali hanno fermato parti di un ordine esecutivo che vietava agli stati di accettare le schede spedite per posta e arrivate dopo il giorno del voto e che imponeva la prova della cittadinanza. Hanno bocciato anche un secondo provvedimento, che avrebbe creato un archivio federale dei cittadini in età di voto per poi costringere gli stati a filtrare gli elettori con quell'elenco, impedendo al servizio postale di recapitare le schede a chi non ci fosse dentro. Per l'Atlantic si trattava di un tentativo "arcano" e forse impraticabile di risolvere un problema, il voto dei non cittadini su larga scala, "che semplicemente non esiste".

Alcuni stati hanno consegnato spontaneamente al governo federale i registri degli elettori, molti altri hanno impugnato quelle richieste e hanno vinto. Le pressioni del Dipartimento di Giustizia irritano ormai anche gli alleati repubblicani. Il governo dell'Idaho, che pure aveva segnalato a Washington presunti casi di voto di non cittadini, si è visto minacciare un procedimento penale nel caso in cui dei non cittadini fossero ammessi alle urne e i dirigenti repubblicani dello stato hanno reagito con durezza.

All'inizio di luglio il presidente ha rimosso due membri della Election Assistance Commission, l'agenzia federale che aiuta gli stati a organizzare il voto, e un terzo si è dimesso, lasciando l'organismo senza vertici. La commissione ha soprattutto funzioni consultive e privarla dei suoi responsabili complicherà il lavoro dei funzionari locali, ma per Graham la mossa somiglia anche a "un'ammissione di sconfitta". Trump aveva provato a usarla per revocare la certificazione di tutte le macchine per il voto in uso e per imporre l'obbligo di dimostrare la cittadinanza. Adesso sembra rinunciarci, proprio mentre quell'agenzia servirebbe ad aiutare i funzionari locali a correggere alcune delle debolezze di sicurezza citate nel discorso, come i sistemi informatici che gestiscono le operazioni di voto, anche se nessun elemento indica che le schede o i conteggi siano vulnerabili.

La ricerca di prove di brogli nel 2020 resta senza risultati e nel discorso il presidente non ha nemmeno provato ad argomentarla. Si è concentrato soprattutto sulla Georgia, ma questo mese un giudice federale nominato da lui stesso ha bloccato le citazioni con cui il Dipartimento di Giustizia voleva convocare chi aveva lavorato a quel voto nella contea di Fulton. Due agenti dell'FBI incaricati di setacciare le vecchie prove sono stati licenziati perché si erano rifiutati di farlo, come ha rivelato l'emittente MS NOW.

Per costruire il racconto dei brogli il presidente si appoggia a Bill Pulte, direttore facente funzioni della National Intelligence, l'ufficio che coordina le agenzie di intelligence americane, e a John Solomon, descritto dall'analisi come "un commentatore di destra con una lunga storia di diffusione di affermazioni false" e chiamato dalla Casa Bianca a costruire racconti come quelli esposti nel discorso. Pulte non ha alcun ruolo previsto dalla legge in materia elettorale né esperienza nell'organizzazione o nella sicurezza del voto. La seconda strada rimasta al presidente, scrive Graham, è schierare i militari o le forze di polizia federali nei giorni intorno al voto.

Le due opzioni sono rischiose e hanno meno probabilità di riuscire, ed è per questo che non erano le prime scelte del presidente. Funzionari elettorali, esperti e organizzazioni non profit seguono la minaccia da mesi e sono molto più preparati ad affrontare qualsiasi mossa dell'Amministrazione, come ha scritto Garrett Epps sul Washington Monthly.

La difesa più efficace contro la sovversione, per Graham, è che gli americani vadano a votare, perché "un'elezione in bilico è più facile da rubare di una netta". I fallimenti politici del presidente hanno prodotto sondaggi che indicano un voto largamente contrario ai repubblicani in autunno. Il deputato repubblicano Thomas Massie ha detto questa settimana che lamentarsi di brogli elettorali è una scelta strana quando il proprio partito controlla la Casa Bianca, la Camera e il Senato. Discorsi in prima serata pieni di lamentele e di falsità evidenti rischiano di allontanare ancora di più gli elettori dal partito e, conclude l'analisi, "per un'ironia della sorte" quell'intervento potrebbe davvero contribuire a proteggere l'integrità delle elezioni del 2026.


I documenti declassificati non confermano le accuse di Trump sulle elezioni


Le centinaia di documenti d'intelligence declassificati che la Casa Bianca ha diffuso per sostenere il discorso di giovedì sera del presidente Donald Trump sulle elezioni non confermano le sue accuse. Le testate che li hanno esaminati non hanno trovato prove che interferenze straniere o brogli abbiano mai cambiato il risultato di un'elezione americana, compresa quella del 2020 che Trump perse. In diversi passaggi, anzi, i rapporti dicono il contrario di quanto sostenuto dal presidente: i sistemi elettorali "sarebbero difficili da manipolare su una scala abbastanza ampia da alterare l'esito delle elezioni".

Nel discorso di 26 minuti Trump aveva accusato la Cina di essersi procurata illecitamente i dati di 220 milioni di elettori, aveva rilanciato un vecchio caso di presunte frodi in Michigan e aveva sostenuto che circa 278.000 persone senza cittadinanza americana risultano registrate per votare. BBC Verify, la squadra di verifica dei fatti dell'emittente britannica, ha analizzato i quattro pacchetti di documenti pubblicati dalla Casa Bianca, alcuni con ampie parti oscurate, senza trovare rivelazioni clamorose. Una parte consistente dei file ripropone informazioni pubbliche da anni. Una fonte a conoscenza diretta delle valutazioni dell'intelligence sul 2020 ha detto alla CNN che il materiale aggiuntivo raccolto all'epoca, una volta verificato, non era stato giudicato abbastanza credibile o rilevante da finire nei rapporti ufficiali.

Fact-checking · Elezioni USA

Le accuse di Trump, alla prova dei suoi stessi documenti


Cosa dicono davvero le centinaia di documenti d’intelligence che la Casa Bianca ha declassificato a sostegno del discorso del presidente sulle elezioni.

Grafica di FocusAmerica 18 luglio 2026

Non cittadini registrati al voto: l’accusa e la verifica

Secondo Trump
0

contro

Dove si controlla
0,00%

Stima diffusa dalla Casa Bianca, basata su banche dati commerciali e senza metodologia dichiarata
Quota di possibili non cittadini emersa dalla verifica federale su oltre 68 milioni di registrazioni in 25 Stati

Le testate che hanno esaminato i file non hanno trovato prove che brogli o interferenze straniere abbiano mai cambiato l’esito di un’elezione americana: in diversi passaggi, i rapporti dicono il contrario di quanto sostiene il presidente.

Accusa n. 1 · Cina
I dati di 220 milioni di elettori “rubati” da Pechino

Per il presidente, la prova che la Cina voleva interferire sul voto del 2020.

Cosa sostiene Trump
La Cina si è procurata illecitamente i dati di 220 milioni di elettori americani per interferire sulle elezioni.

Cosa dicono i documenti
La tabella che dovrebbe provare la cifra (204,8 milioni di record, datata 2016) è quasi interamente oscurata: il contesto non è ricostruibile.
Molti di quei dati sono pubblici o in vendita legale: nel 2022 un attore cinese ha scaricato le liste “pubblicamente disponibili” di sei Stati.
La valutazione ufficiale dell’intelligence, declassificata nel 2021, conclude “con alta fiducia” che nel 2020 la Cina non ha interferito sul voto.
Acquisizione di dati, non manipolazione del voto

Accusa n. 2 · Michigan
Le frodi “seppellite e insabbiate” di Muskegon

Nel 2020 una funzionaria elettorale segnalò tra 8.000 e 10.000 domande sospette di registrazione al voto. L’FBI ne verificò un campione.

Cosa sostiene Trump
Il dipartimento di Giustizia di Biden ha affossato le prove di una frode elettorale in Michigan.

Cosa dicono i documenti

Domande esaminate dall’FBI
107

Risultate effettivamente false
91

Iscrizioni finite nelle liste elettorali
0

Voti espressi grazie a quelle domande
0

Caso chiuso nel 2025 dall’FBI di Kash Patel: nessuna violazione penale

Accusa n. 3 · Non cittadini
I 278.000 non cittadini che sarebbero registrati al voto

Il numero più citato del discorso arriva da un documento di una sola pagina, che non spiega come la cifra sia stata calcolata.

Cosa sostiene Trump
Circa 278.000 persone senza cittadinanza americana risultano registrate per votare alle elezioni federali.

Cosa dicono i documenti

Stima della Casa Bianca
278.000

Banche dati commerciali, 4 Stati, metodo non spiegato

Verifica federale ufficiale
28.000

Oltre 68 milioni di registrazioni controllate in 25 Stati

I 28.000 casi (lo 0,04% del totale) sono segnalazioni ancora da confermare: il sistema scambia spesso per stranieri i cittadini naturalizzati. In alcune città, come San Francisco, i non cittadini possono peraltro votare legalmente alle elezioni locali.
Dove i controlli ci sono stati, la quota è lo 0,04%

La scala reale
Quanto è raro, davvero, il voto dei non cittadini

Ogni barra rappresenta il totale dei voti o degli iscritti esaminati. La linea rossa indica i casi accertati: a questa scala è quasi invisibile.

Heritage Foundation · conservatrice2002–2022
1 caso ogni 10 milioni di schede

Meno di 100 voti accertati di non cittadini su oltre un miliardo di schede votate

Brennan Center · progressistaVoto 2016
≈30 casi stimati su 23 milioni di voti

Circa un caso ogni 780.000 voti espressi nelle giurisdizioni esaminate

Audit dello UtahMaggio 2026
27 non cittadini su oltre 2 milioni di iscritti

Il 99,72% degli iscritti è stato verificato come cittadino americano

Nota: l’audit completo dello Utah, concluso a maggio 2026, ha aggiornato il dato preliminare di gennaio, che indicava un solo caso.

Il paradosso
Il rischio che l’intelligence aveva previsto
Quasi 1 americano su 2

crede comunque che i non cittadini votino in gran numero, secondo un sondaggio Reuters/Ipsos di aprile.

Le false narrazioni sulla vulnerabilità delle elezioni “potrebbero attecchire”; una violazione molto pubblicizzata minerebbe la fiducia nel voto “anche se non fosse stata usata per manipolare dati o sistemi”.

Memo dell’intelligence americana, gennaio 2020 — tra i documenti declassificati dalla Casa Bianca

Fonte Documenti declassificati dalla Casa Bianca (luglio 2026); BBC Verify; CNN; FactCheck.org; DHS; audit elettorale dello Utah (maggio 2026); Heritage Foundation; Brennan Center; Reuters/Ipsos.

I rapporti del National Intelligence Council, l'organo che riunisce le analisi delle agenzie di intelligence americane, riconoscono che Russia, Cina, Iran e Corea del Nord "hanno la capacità di accedere e potenzialmente manipolare" alcuni sistemi informatici legati alle elezioni, come le banche dati con i registri degli elettori. Gli stessi rapporti hanno però concluso che il sistema è decentralizzato, gestito da Stati e contee, e che verifiche successive al voto e schede cartacee farebbero "molto probabilmente" emergere qualsiasi manipolazione su larga scala. Un attacco informatico, si legge in uno dei rapporti del 2020, potrebbe ritardare le operazioni di voto o la pubblicazione dei risultati, "ma probabilmente non intaccherebbe l'integrità dei risultati certificati".

Sulla Cina i documenti confermano l'acquisizione di dati sugli elettori, non un'interferenza sul voto. Una nota della task force della Casa Bianca sulla trasparenza, datata 13 luglio, sostiene che i registri elettorali di almeno 18 Stati sono stati "compromessi" da Pechino e parla di oltre 200 milioni di record coinvolti, senza specificare il periodo. Il documento che dovrebbe provare la cifra è però quasi interamente oscurato: contiene una tabella con circa 204,8 milioni di record di "dati non specificati su elettori americani" datata 2016, di cui non è possibile ricostruire il contesto. Molte di queste informazioni sono peraltro pubbliche o acquistabili legalmente, perché diversi Stati vendono la parte pubblica delle proprie liste elettorali: un altro documento declassificato spiega che nel gennaio 2022 un attore cinese ha scaricato i dati di registrazione "pubblicamente disponibili" di sei Stati e che "le reali motivazioni della raccolta sono sconosciute".

La valutazione ufficiale dell'intelligence americana, declassificata già nel 2021, era arrivata a conclusioni opposte a quelle del presidente: nel 2020 non ci fu alcun segnale che "un attore straniero abbia tentato di alterare un qualsiasi aspetto tecnico del processo di voto" e la Cina "non ha messo in campo sforzi di interferenza", un giudizio formulato "con alta fiducia". Le agenzie accertarono invece una campagna di influenza russa a favore della rielezione di Trump e una iraniana contro di lui. Nei nuovi documenti c'è anche il memo di un alto funzionario in dissenso, secondo cui Pechino aveva compiuto "alcuni passi esplorativi di basso livello" per denigrare Trump e orientare la percezione degli elettori prima del voto.

Anche sul Michigan i file raccontano una vicenda diversa da quella del presidente, che parla di prove di frode "seppellite e insabbiate" e accusa il dipartimento di Giustizia di Biden di avere affossato l'indagine. Nell'autunno del 2020 una funzionaria elettorale della città di Muskegon segnalò migliaia di domande sospette di registrazione al voto, tra 8.000 e 10.000 secondo uno dei documenti, presentate da una collaboratrice di GBI Strategies, un'organizzazione vicina ai democratici che paga i propri attivisti per iscrivere nuovi elettori alle liste (negli Stati Uniti per votare bisogna prima registrarsi). L'FBI accertò che molte domande erano davvero false: su un campione di 107, 91 non trovavano riscontro nelle banche dati, con indirizzi inesistenti e firme non corrispondenti. Nessuna però portò a un'iscrizione nelle liste o a un voto. L'indagine durò quasi cinque anni, sotto entrambe le amministrazioni, e fu chiusa il 25 settembre 2025, quando l'FBI era già guidata da Kash Patel, nominato da Trump: l'agenzia concluse che "non è stata identificata alcuna violazione penale" e che gli attivisti "non erano stati istruiti a falsificare le informazioni". Il presidente ha detto di avere chiesto a Patel di riaprire il caso.

Il numero più citato del discorso, i circa 278.000 non cittadini che sarebbero registrati per votare, arriva da un documento di una sola pagina del dipartimento per la Sicurezza interna, secondo cui "oltre 250.000 non cittadini sono illegalmente registrati al voto" in California, Pennsylvania, New Jersey e Nevada. Il documento non spiega da dove arrivi la cifra né come sia stata verificata. La Casa Bianca ha riconosciuto che la stima si basa su banche dati commerciali, meno affidabili di quelle governative, usate perché i quattro Stati hanno rifiutato di sottoporre le liste al sistema federale di verifica della cittadinanza. Lo stesso documento riporta che questo sistema, applicato a oltre 68 milioni di registrazioni in 25 Stati, ha trovato 28.000 casi, circa lo 0,04% del totale. In alcune città, come San Francisco, le persone senza cittadinanza possono peraltro votare legalmente alle elezioni locali, per esempio per i consigli scolastici, il che spiegherebbe parte delle registrazioni in California.

All'inizio dell'anno lo Utah ha controllato l'intera lista elettorale dello Stato: su oltre 2 milioni di iscritti ha trovato una sola persona senza cittadinanza registrata e nessun caso di voto. Il database della Heritage Foundation, un centro studi conservatore, conta meno di 100 casi di voto da parte di non cittadini tra il 2002 e il 2022, su oltre un miliardo di schede votate, mentre un'analisi del Brennan Center, un istituto progressista, ne aveva stimati una trentina su più di 23 milioni di voti espressi nel 2016. Quasi metà degli americani crede comunque che i non cittadini votino in gran numero, secondo un sondaggio Reuters/Ipsos di aprile.

Tra i file c'è anche una valutazione della CIA di giugno sul Venezuela, per anni al centro delle teorie dei sostenitori di Trump sui brogli del 2020. Il memo dice che il governo venezuelano ha sviluppato la capacità di manipolare il voto elettronico nelle proprie elezioni, ma che questa dipendeva dal controllo diretto dell'intero processo: né Caracas né l'azienda Smartmatic, i cui sistemi sono usati negli Stati Uniti solo nella contea di Los Angeles, avevano la capacità "di manipolare l'esito di un'elezione fuori dal Venezuela".

La Casa Bianca ha presentato la pubblicazione dei documenti come un intervento per correggere le vulnerabilità prima delle elezioni di metà mandato di novembre, non come un tentativo di riaprire la discussione sul 2020. L'amministrazione ha però tagliato i fondi e ridimensionato le agenzie federali che negli ultimi anni monitoravano le interferenze straniere sulle campagne elettorali. E uno dei memo declassificati, del gennaio 2020, avvertiva di un rischio diverso da quelli elencati dal presidente: poiché "gran parte del pubblico probabilmente sa poco" di come vengono amministrate le elezioni, le false narrazioni sulla loro vulnerabilità "potrebbero attecchire". Una violazione molto pubblicizzata, aggiungeva il memo, minerebbe la fiducia nel voto "anche se non fosse stata usata per manipolare dati o sistemi".


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Das französische Parlament hat sich auf ein Social-Media-Verbot bis 15 Jahre geeinigt. Ich halte das aus mindestens fünf Gründen für falsch. Die wichtigsten zuerst:

👉 weil Aussperren nicht schützt
👉 weil Alterskontrollen alle gefährden

kommentiert für @netzpolitik_feed

netzpolitik.org/2026/social-me…

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L'interdiction faite aux mineur·es de moins de 15 ans d'accéder aux réseaux sociaux vient d'être votée par le Parlement. Si le Conseil constitutionnel ne censure pas la loi en août, les réseaux sociaux pourraient être forcés de vérifier l'âge de tous les internautes dès septembre. C'est-à-dire d'imposer un contrôle d'identité avant d'avoir le droit de s'exprimer en ligne.

laquadrature.net/2026/07/22/le…

Questa voce è stata modificata (3 giorni fa)
in reply to La Quadrature du Net

C'est un sacré aveu, cette loi, quand même : des années qu'on nous bassine que c'est impossible de modérer les RS, qu'on est techniquement désarmés face au harcèlement, aux contenus haineux, au sexisme, à la radicalisation... Par contre on serait tout à fait compétents pour mettre en place une vérification d'identité ?
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Acerbo (Prc): Delmastro ha qualcosa da nascondere home.rifondazione.eu/2026/07/2… #ComunicatiStampa

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La Casa Bianca sposta i fondi per la ricerca dalle università all'intelligenza artificiale


La nuova strategia riorganizza 200 miliardi di dollari l'anno: fondi direttamente ai singoli scienziati e IA al centro della ricerca per battere la Cina. Le università rischiano nuovi tagli

L'amministrazione Trump vuole spostare una parte consistente dei fondi federali per la ricerca dalle università ai singoli scienziati e ai progetti basati sull'intelligenza artificiale. La nuova strategia è contenuta in un rapporto e in un memorandum pubblicati martedì dall'Ufficio per la politica scientifica e tecnologica della Casa Bianca e orienterà per il resto del secondo mandato del presidente Trump un bilancio federale per la ricerca e lo sviluppo di circa 200 miliardi di dollari all'anno. Lo ha rivelato il Wall Street Journal. L'obiettivo dichiarato è accelerare le scoperte tecnologiche per battere la Cina.

Le nuove linee guida rischiano di danneggiare ulteriormente le grandi università, che dipendono dai finanziamenti federali per la ricerca. L'amministrazione vuole dare priorità a borse di studio e premi destinati alle singole persone invece che agli atenei. Tra i programmi indicati come modello ci sono una borsa della National Science Foundation, l'agenzia federale che finanzia la ricerca di base, riservata agli studenti di dottorato, e un premio dei National Institutes of Health, i principali istituti pubblici di ricerca biomedica, per gli scienziati più creativi. Le università potrebbero essere penalizzate anche da una regola proposta dall'Office of Management and Budget, l'ufficio che prepara il bilancio federale: darebbe ai funzionari di nomina politica più potere sui finanziamenti e allineerebbe la ricerca alle priorità dell'amministrazione.

"Negli ultimi 20 o 30 anni siamo diventati molto statici nel credere di dover continuare a finanziare la stessa ricerca, nello stesso modo, nelle stesse istituzioni", ha detto al Wall Street Journal Michael Kratsios, direttore dell'Ufficio per la politica scientifica e tecnologica. Kratsios ha raccontato di aver incontrato martedì il rettore di una università della Ivy League, il gruppo degli otto atenei privati più prestigiosi del paese, e di aver ricevuto una risposta positiva sul nuovo approccio. Per l'amministrazione anche il tempo eccessivo speso in burocrazia, nelle agenzie pubbliche e negli atenei, frena gli Stati Uniti: con il nuovo piano i ricercatori universitari riceverebbero i fondi direttamente, riducendo il ruolo delle università, che oggi in molti casi incassano i finanziamenti.

L'altro pilastro della strategia è mettere l'intelligenza artificiale al centro della ricerca scientifica, insieme a obiettivi nazionali più aggressivi: la Casa Bianca ha promesso di rendere operativo un potente computer quantistico entro il 2028 e di avere dieci nuovi grandi reattori nucleari in costruzione entro il 2030 per aumentare la produzione di elettricità. L'amministrazione ha anche avviato la Genesis Mission, un programma che unisce le competenze scientifiche e i supercomputer del Dipartimento dell'Energia con il settore privato e i ricercatori per affrontare le sfide della ricerca con l'intelligenza artificiale. "Le agenzie dovrebbero finanziare la ricerca che usa l'IA come un nuovo strumento di scoperta scientifica, non semplicemente come uno strumento per potenziare le capacità esistenti", hanno scritto Kratsios e il direttore del bilancio Russ Vought nel memorandum sulle priorità di spesa.

La strategia è l'ultimo tassello della competizione tecnologica con Pechino: nei giorni scorsi Washington ha valutato anche una stretta sui modelli di intelligenza artificiale cinesi diffusi negli Stati Uniti. I critici del nuovo piano avvertono però che i modelli di IA commettono errori e che puntare troppo su questa tecnologia potrebbe restringere i tipi di studi che i ricercatori scelgono di portare avanti.


Washington valuta una stretta sui modelli di IA cinesi a favore di OpenAI e Anthropic


L'Amministrazione Trump starebbe valutando una stretta sui modelli di intelligenza artificiale cinesi più avanzati. Lo riferisce Axios, secondo cui un provvedimento del genere finirebbe inevitabilmente per consolidare la posizione dominante di OpenAI e Anthropic sul mercato statunitense. Non si tratterebbe di un'iniziativa isolata: alcuni settori della Casa Bianca avrebbero già tentato in passato di imporre restrizioni di fatto sui modelli open source stranieri, e l'ascesa di Kimi K3, il nuovo avanzato modello di IA cinese rilasciato la scorsa settimana, avrebbe rilanciato quelle pressioni.

Molte aziende statunitensi ricorrono sempre più spesso ai modelli open source cinesi, meno costosi e ormai capaci, come dimostrerebbe proprio Kimi K3, di offrire prestazioni paragonabili a quelle dei modello più avanzati sviluppati negli Stati Uniti. Secondo un rapporto della Commissione del Congresso per la Revisione Economica e della Sicurezza tra Stati Uniti e Cina, citato da Reuters, circa l'80% delle startup americane del settore utilizza o ha utilizzato modelli open source cinesi.

Una fonte vicina alla Casa Bianca ha riferito quindi ad Axios che lo scorso anno il Dipartimento del Commercio avrebbe valutato l'inserimento di diversi laboratori cinesi di IA nella Entity List, la lista nera commerciale che ne limiterebbe fortemente l'accesso al mercato statunitense. Nello stesso periodo, la National Security Agency e l'ufficio del direttore nazionale per la cybersicurezza della Casa Bianca avrebbero preso in considerazione la pubblicazione di un avviso sui rischi posti dai laboratori cinesi, con l'effetto di scoraggiare le imprese americane dall'utilizzarne la tecnologia.

Le ipotesi sul tavolo della Casa Bianca


La Casa Bianca starebbe ora studiando un ordine esecutivo che consentirebbe l'hosting dei modelli di intelligenza artificiale cinesi soltanto alle aziende capaci di garantirne la sicurezza e disposte ad assumersi la responsabilità legale per eventuali violazioni. Il Dipartimento del Commercio avrebbe infine fatto circolare alcune bozze di regolamento per colpire i modelli open source cinesi attraverso le norme sulla protezione delle catene di approvvigionamento nazionali.

Tutte queste iniziative finora sono però state bloccate dai funzionari che restano contrari a una regolamentazione ritenuta potenzialmente dannosa per l'innovazione. Da allora, tuttavia, gli equilibri interni alla Casa Bianca sono cambiati: figure centrali di quella linea, come l'ex consigliere della Casa Bianca Sriram Krishnan, hanno ormai lasciato i loro incarichi, mentre i falchi della sicurezza nazionale hanno acquisito maggiore influenza. Il rafforzamento della tecnologia cinese e i crescenti timori per la cybersicurezza starebbero quindi ora imprimendo nuovo slancio al progetto.

Un divieto formale, peraltro, potrebbe non essere necessario. Una fonte a conoscenza delle discussioni interne ha descritto ad Axios un approccio "più lento e più duraturo", basato su restrizioni negli appalti pubblici, minacce di inserimento nella Entity List e pressioni sulle aziende americane che utilizzano modelli cinesi. Un'altra fonte ha parlato di una strategia incentrata sulla denuncia di possibili backdoor e vulnerabilità nei sistemi di Pechino, accompagnata dal sostegno a un ecosistema open source americano più competitivo. Il problema è però che le alternative statunitensi rimangono limitate rispetto ai modelli cinesi, spesso meno costosi e più semplici da adottare.

Sacks denuncia il rischio di una "cattura regolatoria"


A opporsi pubblicamente alla stretta è stato comunque David Sacks, ex responsabile della Casa Bianca per l'IA e le criptovalute e oggi co-presidente del Consiglio dei consulenti del presidente per la scienza e la tecnologia. Domenica ha scritto su X:

"Siamo a un punto di svolta decisivo nella politica sull'intelligenza artificiale. I principali laboratori proprietari, che già formano un duopolio in termini di ricavi generati dai modelli, vogliono che il governo elimini la loro concorrenza open source".


Sullo sfondo resta però la competizione tecnologica con Pechino. La Cina di Xi Jinping si sente sempre più rafforzata nella corsa globale all'IA, mentre aumenta la pressione sull'industria statunitense. Anthropic e OpenAI sostengono invece da tempo l'introduzione di regimi di sicurezza che, in alcuni casi, comprenderebbero anche sistemi di licenze, ma finora queste proposte erano rimaste in larga parte teoriche.

Da parte sua Sacks mette da tempo in guardia dal rischio di regolamentazioni a vantaggio dei maggiori laboratori americani. Secondo una fonte vicina all'Amministrazione Trump, le grandi aziende del settore o i loro alleati presenterebbero ogni tre-cinque mesi una nuova proposta per limitare o vietare i modelli open source. "Hanno messo le carte in tavola", conclude Sacks. "È il momento che il resto della Silicon Valley, la grande maggioranza che crede ancora nella libera concorrenza, faccia altrettanto".


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Ich habe ein paar Einschätzungen zum Part der Datenschutzaufsicht und der Transparenz beim Gesetzentwurf des Bundesinnenministeriums aufgeschrieben, mit dem aus den #Nachrichtendiensten #Geheimdienste werden sollen

netzpolitik.org/2026/geheimdie…

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Die Bundesregierung will den Geheimdiensten neue Befugnisse im bisher beispiellosen Ausmaß geben. Zugleich schwächt sie Betroffenenrechte, unabhängige Aufsicht und Möglichkeiten für Transparenz. Eine freiheitliche Demokratie kann sich diese unausgewogene und gefährliche Mischung nicht leisten, schreibt @ulrichkelber.

netzpolitik.org/2026/geheimdie…

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La remigrazione non è una proposta politica: è autolesionismo economico. Chi la usa come slogan dovrebbe almeno leggere i numeri. Secondo il Rapporto 2025 della Fondazione Leone Moressa, il lavoro degli stranieri genera 177 miliardi di valore aggiunto, il 9% del PIL italiano, con punte del 18% in agricoltura e del 16,4% nelle costruzioni.

Senza manodopera straniera perderemmo pezzi interi dell’economia, dall’artigianato alla logistica, fino al lavoro di cura. Chi promette rimpatri di massa non propone ordine: mette a rischio filiere che l’Italia non può sostituire con una forza lavoro insufficiente e sempre più anziana.

Per questo noi vogliamo regole chiare, ingressi legali, lotta allo sfruttamento, integrazione e una cittadinanza più giusta.

Il problema non sono le persone straniere, ma un sistema che le condanna all’irregolarità e al lavoro povero per poi usarle come bersaglio politico.

Chi vuole governare l’immigrazione costruisce soluzioni. Chi parla di “remigrazione” costruisce nemici.

#Remigrazione #Immigrazione #Economia #Lavoro #MadeInItaly #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Trump ha chiesto i tabulati telefonici di giornalisti del New York Times e dei loro parenti


Il Dipartimento di Giustizia cerca le fonti degli articoli sul nuovo Air Force One donato dal Qatar. Richiesti anche i tabulati della madre di un reporter e dei coniugi di due giornalisti

Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha chiesto alle compagnie telefoniche i tabulati di diversi giornalisti del New York Times e dei loro familiari, compresa la madre di un reporter, per risalire alle fonti riservate degli articoli sui problemi di sicurezza del nuovo Air Force One, l'aereo presidenziale donato dal Qatar al presidente Donald Trump. Il giornale ha chiesto a un giudice federale di annullare le richieste, definendole un "tentativo in malafede di intimidire i giornalisti e frenare la loro capacità di raccontare l'amministrazione".

Il dipartimento, che corrisponde al ministero della Giustizia americano, ha informato il giornale alla fine della settimana scorsa di aver inviato delle subpoena, gli ordini con cui la giustizia americana obbliga a consegnare documenti o a testimoniare, agli operatori telefonici per ottenere i registri delle chiamate e dei messaggi dei giornalisti. Le richieste si aggiungono a quelle del 10 luglio con cui il governo vuole costringere i reporter a testimoniare davanti a un gran giurì, l'organo composto da cittadini che negli Stati Uniti decide se formalizzare le accuse penali. Tra i tabulati richiesti ci sono anche quelli dei coniugi di due giornalisti.

L'indagine sulla fuga di notizie è iniziata pochi giorni dopo che il giornale aveva scritto, l'8 e il 9 luglio, che diversi funzionari federali avevano forti dubbi sulla sicurezza del nuovo aereo presidenziale. La notizia aveva fatto infuriare il presidente e la Casa Bianca aveva affidato la supervisione dell'inchiesta al direttore dell'FBI Kash Patel. Trump aveva usato il nuovo aereo per volare in Turchia, mostrando ai giornalisti gli interni dorati, ma era poi ripartito con il vecchio Air Force One su richiesta del Secret Service, l'agenzia che protegge il presidente. Domenica Trump ha detto che l'aereo sarà pronto tra circa un mese.

Le nuove richieste sono descritte in un ricorso depositato sabato dagli avvocati del giornale e reso pubblico lunedì dal giudice Arun Subramanian del tribunale federale di Manhattan. Tutte le subpoena sono sospese finché il giudice non deciderà sul ricorso: un'udienza è fissata per giovedì a Manhattan.

Secondo il New York Times, il Dipartimento di Giustizia ha violato le sue stesse linee guida sulle richieste rivolte ai media, perché ha aspettato una settimana prima di avvisare il giornale delle richieste dei tabulati. Due delle subpoena riguardano inoltre i tabulati a partire dal 1° gennaio, molti mesi prima degli articoli sull'Air Force One: per il giornale questo dimostra che il governo non sta indagando sulla fuga di notizie di luglio, ma sta cercando informazioni sui rapporti dei giornalisti con le loro fonti in generale.

Il giornale contesta anche il coinvolgimento dei familiari: la madre di uno dei reporter è una professionista della salute mentale e il coniuge di un altro ha un ruolo di alto livello in un grande studio legale. In un caso, inoltre, il dipartimento ha inviato una richiesta di tabulati dopo che il giornale aveva già presentato il ricorso contro le subpoena per le testimonianze davanti al gran giurì e ha chiesto a un altro giudice federale di vietare a una compagnia telefonica di informare il giornale della richiesta. "Questa sequenza di eventi e la tempistica delle comunicazioni del governo sono profondamente preoccupanti per ragioni evidenti", hanno scritto gli avvocati nel ricorso.

Una portavoce del Dipartimento di Giustizia, Kiersten Pels, ha detto che ogni subpoena è stata emessa "nel pieno rispetto della legge federale e delle regole interne del dipartimento".

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Rifondazione: “cordoglio per la scomparsa di Aurora D’Agostino” home.rifondazione.eu/2026/07/2… #ComunicatiStampa

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Il Pentagono ha taciuto su decine di feriti americani nella guerra con l'Iran


Tre attacchi iraniani in Giordania, avvenuti nella settimana precedente al raid costato la vita a due soldati, non erano mai stati resi noti. Dal 28 febbraio sono 17 i militari americani uccisi nel conflitto.

Nella settimana precedente all'attacco iraniano che venerdì ha ucciso due soldati americani in Giordania e lasciato un altro militare disperso, l'Iran aveva già attaccato per tre volte le forze statunitensi nel Paese. Secondo alcuni funzionari americani che hanno parlato in forma anonima con il New York Times, quei raid avrebbero anche ferito decine di militari e danneggiato diversi elicotteri. Il Pentagono, tuttavia, non ha mai informato l'opinione pubblica né degli attacchi né delle loro conseguenze.

La vicenda riporta in primo piano una delle principali tensioni che accompagnano il conflitto con l'Iran: quella tra le esigenze di sicurezza operativa invocate dal Dipartimento della Difesa e il dovere del governo di informare i cittadini sulla conduzione della guerra. Nei comunicati diffusi dopo i bombardamenti della scorsa settimana contro i siti militari iraniani, lo U.S. Central Command ha descritto le operazioni come una rappresaglia per gli attacchi di Teheran alle navi commerciali nello Stretto di Hormuz, senza mai menzionare gli attacchi subiti dalle basi americane nella regione, comprese quelle in Giordania.

Guerra USA-Iran · Trasparenza

La guerra con l’Iran che il Pentagono racconta a metà


Due soldati uccisi venerdì in Giordania e un terzo sabato in Iraq portano a 17 i militari americani caduti dal 28 febbraio. Ma sui tre attacchi subiti dalle basi in Giordania nella settimana precedente il Dipartimento della Difesa non ha detto nulla.

Grafica di FocusAmerica 20 luglio 2026

Militari americani caduti dall’inizio degli attacchi contro l’Iran
0
caduti dal 28 febbraio 2026
a cui si aggiunge un militare disperso in Giordania
Quasi 5 mesi di guerra a fasi alterne Ultimo briefing di rilievo: inizio maggio

Il bilancio dell’ultima settimana
Quello che il Pentagono ha detto, quello che ha taciuto

Comunicato
2 soldati uccisi venerdì in un attacco con missili e droni su una base in Giordania; 1 militare disperso
4 feriti ricoverati in ospedali giordani e poi dimessi; altri, in numero non precisato, già tornati in servizio
1 militare morto sabato nel nord dell’Iraq nella detonazione controllata degli ordigni di un drone iraniano abbattuto

Taciuto
3 attacchi iraniani alle basi USA in Giordania nella settimana precedente, mai resi pubblici
Decine di militari feriti e diversi elicotteri danneggiati in quei raid, secondo funzionari citati dal New York Times
Il numero degli obiettivi colpiti ogni giorno in Iran, che il Central Command ha smesso di comunicare
Quanto la guerra ha ridotto le scorte americane di armamenti critici: mai chiarito dall’Amministrazione

Il comando sostiene che pubblicare i dati sui feriti aiuterebbe Teheran a valutare l’efficacia dei propri missili e droni.

Gli ultimi sette giorni

Settimana dell’11 luglioNon comunicato
L’Iran colpisce tre volte le forze americane in Giordania. Decine di feriti ed elicotteri danneggiati: il Pentagono non ne dà notizia.

Venerdì 17 luglio2 caduti · 1 disperso
Missili balistici e droni iraniani colpiscono una base in Giordania: due soldati dell’esercito uccisi, un militare risulta disperso.

Sabato 18 luglio1 caduto
Un militare muore nel nord dell’Iraq durante la detonazione controllata degli ordigni inesplosi di un drone iraniano abbattuto.

Domenica 19 luglio
Il Central Command riferisce di aver rinvenuto altri resti umani non identificati nel luogo dell’attacco, dove proseguono le ricerche del disperso. Gli esami sono in corso.

Fonte: U.S. Central Command; New York Times Dati aggiornati al 19 luglio 2026

Un funzionario militare ha spiegato che il Central Command non è tenuto a divulgare informazioni sui feriti, soprattutto quando questi possono tornare rapidamente in servizio. Un altro ha indicato una ragione più esplicita: rendere pubblici quei dati consentirebbe a Teheran di valutare con maggiore precisione l'efficacia dei propri missili balistici e droni e di calibrare i successivi attacchi contro le basi mediorientali nelle quali sono schierati migliaia di soldati americani. Per lo stesso motivo, il comando ha smesso di comunicare il numero degli obiettivi colpiti ogni giorno in territorio iraniano.

Cinque mesi di guerra avvolti nel riserbo


La reticenza riguarda ormai l'intera strategia militare. Dal fallimento della fragile tregua, il Pentagono ha fornito pochissime informazioni sull'andamento di una guerra che, a fasi alterne, dura da quasi 5 mesi: l'ultimo briefing di rilievo risale all'inizio di maggio. L'Amministrazione Trump non ha chiarito quanto il conflitto abbia ridotto le scorte americane di armamenti critici e costosi, né in quale misura l'Iran sia riuscito a preservare o ricostruire le proprie capacità missilistiche.

Con i due soldati dell'esercito uccisi venerdì in Giordania e il militare morto sabato nel nord dell'Iraq durante la detonazione controllata degli ordigni inesplosi di un drone iraniano abbattuto, salgono a 17 gli americani caduti dall'inizio degli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, il 28 febbraio. Domenica il Central Command ha inoltre riferito di aver rinvenuto altri resti umani non identificati nel luogo dell'attacco in Giordania, dove proseguivano le ricerche del disperso. Gli esami per stabilirne l'identità sono ancora in corso.

I protocolli prevedono che i nomi dei caduti vengano diffusi soltanto 24 ore dopo la notifica ai familiari, mentre le identità dei feriti non sono normalmente rese pubbliche. Sabato il comando ha comunicato che 4 militari rimasti feriti nell'attacco di venerdì erano stati ricoverati in ospedali giordani e successivamente dimessi. Altri soldati, senza precisarne il numero, avevano riportato ferite lievi ed erano già tornati in servizio. Il comunicato non conteneva invece alcun riferimento ai feriti dei tre attacchi precedenti.

In una breve telefonata a NewsNation, il presidente Donald Trump ha affermato che i soldati sono morti "al servizio del nostro Paese" e ha ribadito l'obiettivo principale della guerra: impedire all'Iran di dotarsi di un'arma nucleare. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha scritto sui social che la morte dei due militari non farà altro che rafforzare la determinazione degli Stati Uniti.

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I pm chiedono le chat tra Delmastro e Caroccia: no della Giunta della Camera, esplode la protesta


@Politica interna, europea e internazionale
La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha espresso parere contrario alla richiesta della Procura di Roma di acquisire le chat tra il deputato di Fratelli d’Italia Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia, detenuto in carcere

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Social-Media-Verbot bis 15 Jahre: Frankreich wählt den falschen Weg


netzpolitik.org/2026/social-me…

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Das Social-Media-Verbot für unter 15-Jährige in Frankreich wird die digitale Welt für junge Menschen nicht sicherer machen. Stattdessen gefährdet es uns alle. Denn es bereitet den Weg für ein Internet, das nur noch mit Ausweiskontrolle zugänglich ist. Ein Kommentar.
netzpolitik.org/2026/social-me…
Questa voce è stata modificata (3 giorni fa)
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Fake Game Downloads Are Quietly Installing Amatera Stealer Through a Disguised RenPy Loader
#CyberSecurity
securebulletin.com/fake-game-d…
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PhantomEnigma: How a Malware Crew Turned Brazilian Government Sites Into Trusted Malware Hubs
#CyberSecurity
securebulletin.com/phantomenig…
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Nginx e TLS nel 2026: le tecniche aggiornate per ridurre TTFB e latenza HTTPS
#tech
spcnet.it/nginx-e-tls-nel-2026…
@informatica


Nginx e TLS nel 2026: le tecniche aggiornate per ridurre TTFB e latenza HTTPS


Nel 2026 quasi tutto il traffico web viaggia in HTTPS, ma quanto di quella cifratura sta ancora costando millisecondi inutili al vostro Time To First Byte? Molte configurazioni Nginx che giravano perfettamente nel 2020 oggi trascinano direttive deprecate, parametri OCSP che non fanno più nulla e cipher suite che TLS 1.3 ignora comunque. Vale la pena rimettere mano al blocco ssl_* del vostro server, non per inseguire un punteggio più alto su SSL Labs, ma perché ogni handshake più corto si moltiplica per il numero di visitatori.

Va detto subito, con onestà: il tuning TLS non salva un backend lento. Se il TTFB del vostro sito è dominato da query al database, cache fredda o un’applicazione PHP/.NET che impiega 800ms a costruire la pagina, ottimizzare l’handshake sposta l’ago di qualche decina di millisecondi. Ma è ottimizzazione a costo quasi zero, che si somma a tutto il resto: cache, CDN, query tuning. Va fatta bene una volta e poi dimenticata.

HTTP/2 e HTTP/3: la sintassi è cambiata


Se la vostra configurazione risale a qualche anno fa, probabilmente avete ancora questa riga:

listen 443 ssl http2;

Funziona ancora, ma da Nginx 1.25.1 il parametro http2 sulla direttiva listen è deprecato: lanciando nginx -t su una build recente comparirà un warning esplicito. La forma corretta separa i due concetti:
listen 443 ssl;
http2 on;

La direttiva http2 attiva il protocollo per l’intero server block, il che è più pulito che ripeterlo su ogni riga listen. Se gestite una flotta di server dietro un load balancer, verificate che tutte le istanze montino Nginx 1.25.1 o superiore prima di effettuare lo switch: una versione più vecchia non riconosce http2 on; e si rifiuta di avviarsi.

Attivare HTTP/3 con QUIC senza compilare nulla


Fino a poco tempo fa, abilitare HTTP/3 su Nginx significava patchare e ricompilare da sorgente contro una libreria TLS con supporto QUIC: un esercizio che pochi sistemisti volevano affrontare in produzione. Quell’epoca è finita. Il supporto nativo a QUIC e HTTP/3 è arrivato nel mainline Nginx a partire dalla 1.25.0 ed è ormai maturo nel branch stable, quindi sulle distribuzioni recenti o sul repository ufficiale Nginx non serve più compilare nulla a mano.

Va detto che, nonostante l’entusiasmo degli anni scorsi, l’adozione reale di HTTP/3 procede più lentamente del previsto: a metà 2026 HTTP/2 serve poco più della metà delle richieste globali mentre HTTP/3 si attesta intorno al 21%, con un plateau che dura da diversi mesi. Parte del motivo è strutturale: un browser passa a HTTP/3 solo dopo aver scoperto il supporto tramite un header Alt-Svc o un record DNS, quindi molte prime visite non negoziano mai QUIC. Vale comunque la pena abilitarlo: sposta il trasporto su UDP ed elimina l’head-of-line blocking di TCP, un vantaggio concreto su connessioni mobili lente o con perdita di pacchetti.

Su Nginx 1.25.0 o superiore con supporto QUIC integrato, un server block tipico è:

server {
    listen 443 ssl;
    listen [::]:443 ssl;
    listen 443 quic reuseport;
    listen [::]:443 quic reuseport;

    http2 on;

    ssl_certificate     /path/to/your/certificate.pem;
    ssl_certificate_key /path/to/your/key.pem;

    # Annuncia HTTP/3 ai client che arrivano via HTTP/1.1 o HTTP/2
    add_header Alt-Svc 'h3=":443"; ma=86400';

    # ... resto della configurazione del server
}

Attenzione a reuseport: va specificato una sola volta per combinazione IP/porta. Se gestite più server block sullo stesso indirizzo, mettete reuseport solo sul blocco predefinito e usate listen 443 quic; sugli altri, altrimenti Nginx si rifiuta di partire.

L’header Alt-Svc è il dettaglio che quasi tutti dimenticano: senza di esso i browser non hanno modo di sapere che il server parla HTTP/3 e restano su HTTP/2. Dopo la modifica, testate e ricaricate:

nginx -t
nginx -s reload

Per verificare rapidamente da riga di comando quale protocollo state effettivamente servendo:
curl --http2 -I https://vostrodominio.it/
curl --http3 -I https://vostrodominio.it/

Session cache e session ticket: il vero risparmio sull’handshake


Con HTTPS, invece di una singola andata e ritorno, la connessione richiede un handshake aggiuntivo. Attivare la cache delle sessioni TLS riduce questo costo per le connessioni ripetute:

ssl_session_cache shared:SSL:10m;   # circa 40.000 sessioni
ssl_session_timeout 1d;             # tempo di riutilizzo della sessione

Sui session ticket la raccomandazione è cambiata rispetto a qualche anno fa. Un tempo si consigliava di disabilitarli perché la rotazione della chiave di cifratura non era gestita correttamente da Nginx. Da Nginx 1.23.2 in poi la gestione delle chiavi per la ripresa stateless delle sessioni è molto migliorata, quindi salvo casi particolari conviene tenerli attivi:
ssl_session_tickets on;

Unica eccezione: se gestite più server Nginx dietro un bilanciatore senza sincronizzare le chiavi dei ticket tra le istanze, la ripresa della sessione si rompe silenziosamente e perdete il beneficio. In quel caso, sincronizzate le chiavi o disabilitate i ticket su tutta la flotta in modo coerente.

Quali versioni TLS tenere attive


TLS 1.0 e 1.1 sono obsoleti, bloccati da ogni browser moderno e vietati dallo standard PCI DSS: vanno disattivati ovunque, senza eccezioni. La vera decisione riguarda invece TLS 1.2 e 1.3.

Per la maggior parte dei siti pubblici, la scelta corretta è tenere entrambi attivi:

ssl_protocols TLSv1.2 TLSv1.3;

È TLS 1.3 a fare la differenza sul TTFB: riduce l’handshake a un singolo round trip e supporta la ripresa di sessione, quindi i visitatori che tornano si connettono più rapidamente. TLS 1.2 resta come fallback per client più datati e, su un sito pubblico normale, non costa nulla lasciarlo attivo.

Passate a TLS 1.3 soltanto se controllate i client che si connettono: un’API interna, un backend applicativo, un servizio dove sapete con certezza che nessun client datato deve collegarsi:

ssl_protocols TLSv1.3;

Disabilitare TLS 1.2 su un sito pubblico è il tipo di modifica che sembra pulita in un file di configurazione e poi silenziosamente taglia fuori una fetta di traffico reale. Senza un motivo specifico, lasciatelo acceso.

OCSP stapling: cosa è cambiato con Let’s Encrypt


L’OCSP stapling permette a Nginx di allegare all’handshake una prova firmata dalla CA della validità del certificato, evitando che il client debba interrogare direttamente il servizio OCSP. La configurazione classica resta questa:

ssl_stapling on;
ssl_stapling_verify on;
ssl_trusted_certificate /path/to/full_chain.pem;
resolver 8.8.8.8 8.8.4.4 valid=300s;
resolver_timeout 5s;

Ma qui c’è un cambiamento importante da conoscere se usate Let’s Encrypt: il 6 agosto 2025 Let’s Encrypt ha terminato il supporto OCSP e spento i propri responder. I certificati che emette oggi non hanno più un URL OCSP, ma un URL CRL al suo posto. Senza un responder da interrogare, ssl_stapling on; non fa più nulla sui certificati Let’s Encrypt e Nginx registra nei log un warning "ssl_stapling" ignored, no OCSP responder URL.

Il bilancio onesto nel 2026 è questo: se la vostra CA pubblica ancora un URL OCSP, lo stapling resta un piccolo vantaggio innocuo e potete tenerlo attivo. Se siete su Let’s Encrypt, le direttive sopra sono ormai inerti e potete rimuoverle per tenere puliti configurazione e log. È parte di uno spostamento più ampio del settore verso CRL e certificati a vita breve.

Buffer SSL più piccolo per ridurre il TTFB


Il parametro ssl_buffer_size imposta la dimensione del buffer usato per inviare dati via HTTPS. Il valore predefinito è 16k, pensato per risposte di grandi dimensioni, ma per minimizzare il TTFB conviene spesso un valore più piccolo:

ssl_buffer_size 4k;

Il risparmio tipico è di 30-50 millisecondi sul TTFB, variabile a seconda del carico e delle dimensioni medie delle risposte servite.

Configurazione completa consigliata per il 2026

http2 on;
ssl_protocols TLSv1.2 TLSv1.3;
ssl_prefer_server_ciphers off;
ssl_ciphers 'ECDHE-ECDSA-AES128-GCM-SHA256:ECDHE-RSA-AES128-GCM-SHA256:ECDHE-ECDSA-AES256-GCM-SHA384:ECDHE-RSA-AES256-GCM-SHA384:ECDHE-ECDSA-CHACHA20-POLY1305:ECDHE-RSA-CHACHA20-POLY1305';
ssl_session_cache shared:SSL:10m;
ssl_session_timeout 1d;
ssl_session_tickets on;
ssl_buffer_size 4k;

add_header Strict-Transport-Security "max-age=63072000; includeSubdomains; preload";
add_header X-Frame-Options sameorigin;
add_header X-Content-Type-Options nosniff;

Da notare: con TLS 1.3 le cipher suite sono fissate dal protocollo stesso, quindi una lunga stringa ssl_ciphers personalizzata e una direttiva ssl_ecdh_curve manuale non portano quasi nessun beneficio. I cipher elencati sopra si applicano soltanto alle connessioni TLS 1.2, e ssl_prefer_server_ciphers va disattivato perché i client moderni scelgono in modo sensato per conto proprio. Piuttosto che ottimizzare a mano all’infinito, generate una configurazione aggiornata con il Mozilla SSL Configuration Generator e incollate solo le parti che vi servono.

Se avete ancora in configurazione una riga X-Xss-Protection "1; mode=block", rimuovetela: l’XSS auditor del browser che controllava è stato eliminato da tutti i browser principali, e in alcuni casi quell’header può addirittura introdurre vulnerabilità invece di prevenirle. Una Content-Security-Policy è il sostituto moderno.

Conclusione


Nessuna di queste modifiche, presa singolarmente, trasformerà le prestazioni del vostro sito. Ma insieme costituiscono un livello di ottimizzazione a costo pressoché nullo che qualsiasi sistemista dovrebbe verificare almeno una volta l’anno, specialmente dopo un major upgrade di Nginx o un rinnovo dell’infrastruttura dei certificati. Testate sempre con nginx -t prima di ricaricare, verificate il risultato con SSL Labs e con l’ispezione della colonna Protocol negli strumenti di sviluppo del browser, e ricordate che il vero collo di bottiglia, nella maggior parte dei casi, resta ciò che succede dopo l’handshake: cache, query e tempo di generazione della risposta.

Fonte: Nginx tuning tips: HTTPS/TLS – Turbocharge TTFB/Latency, LinuxBlog.io (Hayden James).


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Unauthenticated Attackers Are Actively Exploiting a ServiceNow Sandbox-Escape Flaw
#CyberSecurity
securebulletin.com/unauthentic…
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Identità ibrida come debito tecnico: la strada pratica verso Entra ID cloud-only
#tech
spcnet.it/identita-ibrida-come…
@informatica


Identità ibrida come debito tecnico: la strada pratica verso Entra ID cloud-only


Se la vostra organizzazione ha già spostato la maggior parte dei carichi rivolti agli utenti su Microsoft 365, Intune e Microsoft Entra ID, è lecito chiedersi perché esista ancora un Domain Controller che gira in produzione. La risposta più comune è “così abbiamo sempre fatto”, ed è esattamente la definizione di debito tecnico: un’infrastruttura che continua a costare in manutenzione, superficie di attacco e complessità operativa senza generare più un valore proporzionato. L’identità ibrida, con Entra Connect che sincronizza un Active Directory locale verso il cloud, è diventata per molte aziende proprio questo tipo di debito.

Non si tratta di demonizzare l’ibrido: per organizzazioni con applicazioni legacy pesantemente dipendenti da NTLM, LDAP o Kerberos, mantenere un ponte con l’on-premise è spesso l’unica scelta razionale. Il punto è che la decisione va presa consapevolmente, dopo un inventario reale delle dipendenze, e non per inerzia.

Perché il cloud-only conviene, quando è applicabile


Per un’organizzazione che gira già prevalentemente su Entra ID, Microsoft 365 e client Windows moderni, il modello cloud-only centralizza la gestione IT e accelera l’accesso a nuove funzionalità di sicurezza che spesso arrivano prima, o esclusivamente, sui tenant che non dipendono più da sincronizzazione ibrida. I vantaggi concreti che spingono in questa direzione sono quattro:

  • Riduzione del carico operativo: patching, alta disponibilità e scalabilità dei Domain Controller passano al provider cloud.
  • Postura di sicurezza migliore: funzionalità come Conditional Access granulare, Identity Protection e governance degli accessi privilegiati sono nativamente più semplici da applicare senza il vincolo di compatibilità con AD locale.
  • Costi più prevedibili: si eliminano hardware ridondante, licenze Windows Server per i DC e il tempo ingegneristico dedicato a mantenerli in salute.
  • Velocità di adozione: nuove capacità (passkey, agenti AI con identità propria, automazioni Conditional Access) arrivano più rapidamente su tenant che non devono conciliarsi con un’infrastruttura ibrida.


L’errore più comune: migrare l’infrastruttura prima di validare le dipendenze


Il fallimento tipico di un progetto cloud-only non è tecnico, è di sequenza: i team iniziano a spegnere server e migrare workload prima di aver mappato davvero cosa dipende ancora da Active Directory. Un approccio più solido segue queste fasi.

1. Mappare i carichi di lavoro che bloccano il cloud-only


Partite da un audit completo di infrastruttura, applicazioni, dati e dipendenze. Non fermatevi alla lista delle VM: cercate esplicitamente le dipendenze che raramente compaiono nei piani di migrazione di alto livello, perché sono quelle che tengono in vita Entra Connect molto più a lungo del necessario:

  • Applicazioni che richiedono ancora query LDAP dirette
  • Service account legacy non documentati
  • Applicazioni con autenticazione NTLM hard-coded
  • Impostazioni di Group Policy che nessuno ha mai rivisto
  • Servizi certificati (ADCS) che presuppongono un Domain Controller sempre raggiungibile


2. Definire l’architettura cloud che volete davvero gestire


Stabilite obiettivi chiari su performance, disponibilità, sicurezza e compliance prima di scegliere gli strumenti. Decidete se una strategia single-cloud o multi-cloud è coerente con la vostra tolleranza al rischio e con le competenze del team, non solo con il marketing del vendor.

3. Modernizzare l’identità prima di spegnere Active Directory


Qui sta il cuore del progetto. Rivedere la strategia IAM significa garantire autenticazione robusta, accesso a privilegio minimo e protezione dell’identità sfruttando gli strumenti nativi di Entra ID per unificare la gestione utenti su tutti i servizi, invece di replicare in cloud le stesse logiche pensate per un dominio locale.

4. Ridisegnare la connettività attorno all’accesso cloud, non al data center


Molte architetture di rete sono ancora progettate assumendo che il traffico debba passare da un data center centrale. Un modello cloud-only ribalta la logica: la connettività va progettata per l’accesso diretto ai servizi cloud, sfruttando le backbone dei provider e i servizi di sicurezza integrati, sia per utenti in ufficio sia da remoto.

5. Trattare le applicazioni legacy come il vero collo di bottiglia


File share, servizi di stampa, applicazioni gestionali interne e integrazioni con piattaforme di terze parti datate sono i blocchi reali dei progetti cloud-only, molto più della migrazione di VM o storage. Un’applicazione finance che si aspetta autenticazione Windows integrata, un sistema di magazzino che dipende da query LDAP o una file share con permessi ereditati da anni possono rallentare il progetto più di qualunque altro fattore. Per ciascuna, valutate lift-and-shift, refactoring o riscrittura in base a complessità e valore strategico.

6. Ricostruire la governance per un modello operativo cloud-first


Aggiornate le policy per riflettere una postura cloud-first, automatizzate il reporting di compliance e sfruttate strumenti di sicurezza nativi cloud per cifratura, rilevamento minacce e incident response, invece di adattare policy pensate per l’on-premise.

7. Preparare il team IT al cambio operativo


Investite nella formazione sulle competenze cloud-specifiche, comunicate i cambiamenti con chiarezza e create canali di supporto e feedback per intercettare problemi prima che diventino bloccanti.

Cosa si rompe per primo in una migrazione cloud-only


Anche con una pianificazione accurata, alcuni punti critici emergono quasi sempre:

  • Dipendenze nascoste da Active Directory: connessioni LDAP hard-coded, service account non gestiti, applicazioni dipendenti da NTLM o flussi di autenticazione mai documentati. Vanno inventariati prima di ritirare i Domain Controller o disattivare la sincronizzazione.
  • Blocchi operativi da Conditional Access e MFA: l’enforcement di Conditional Access e multi-factor authentication migliora la sicurezza, ma una sequenza sbagliata può bloccare fuori gli amministratori o interrompere l’accesso a servizi critici. Testate sempre account di emergenza, opzioni di rollback e flussi di accesso privilegiato prima di un enforcement ampio.
  • Resistenza culturale: il cambiamento comporta rischio percepito; serve chiarezza sui benefici e sui nuovi ruoli per ridurre lo scetticismo dei team.
  • Interruzioni di servizio: pianificate la migrazione a fasi, con pilot e backup, per minimizzare l’impatto sul business.


Il test pratico per capire quanto siete lontani dal cloud-only


Se la vostra organizzazione ha già adottato Microsoft 365, Intune ed Entra ID per la maggior parte dei carichi rivolti agli utenti, l’identità ibrida va trattata come debito tecnico, a meno che non abbiate una ragione precisa e documentata per mantenerla. Prima di pianificare una migrazione cloud-only, identificate ogni dipendenza residua da Active Directory: se la maggior parte supporta già l’autenticazione moderna, probabilmente siete più vicini al cloud-only di quanto pensiate.

Per i sistemisti che gestiscono ambienti Microsoft, il consiglio pratico è iniziare da un inventario mirato: interrogate Entra Connect per capire quali oggetti sincronizzati sono ancora effettivamente in uso, verificate quali applicazioni autenticano ancora tramite Kerberos/NTLM controllando i log di sicurezza dei Domain Controller, e mappate le Group Policy applicate per capire quali impostazioni di sicurezza andranno ricreate tramite Intune prima di spegnere l’ultimo controller di dominio.

Conclusione


La migrazione a cloud-only non è un progetto infrastrutturale, è un progetto di identità. Le organizzazioni che falliscono di solito partono dal lato sbagliato del problema, migrando VM e storage prima di aver capito cosa dipende ancora da un dominio Active Directory che nessuno ha mai documentato del tutto. Chi parte invece dall’inventario delle dipendenze di identità, tratta l’ibrido come uno stato temporaneo e non come un’architettura permanente, arriva a un ambiente più semplice da gestire, più sicuro per costruzione e meno costoso da mantenere nel tempo.

Fonte: Why Hybrid Identity Becomes Technical Debt and How to Move to Cloud-Only, Petri IT Knowledgebase (Dean Ellerby).


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Chrome’s Latest Patch Closes 12 Security Holes, Nine of Them Rated High Severity
#CyberSecurity
securebulletin.com/chromes-lat…
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✨ Operation Olympus Blade: BKA e FBI smantellano Kratos, il phishing-as-a-service da 1.800 clienti in 35 paesi
#CyberSecurity
insicurezzadigitale.com/operat…

@informatica


Operation Olympus Blade: BKA e FBI smantellano Kratos, il phishing-as-a-service da 1.800 clienti in 35 paesi


Duecento server sequestrati, un arresto in Indonesia e oltre 1.800 clienti criminali lasciati improvvisamente senza il loro strumento di lavoro preferito. Con l’Operazione “Olympus Blade”, le autorità tedesche e statunitensi hanno inferto uno dei colpi più duri mai assestati contro l’industria del phishing-as-a-service, smantellando l’infrastruttura di Kratos, la piattaforma che negli ultimi due anni ha permesso a criminali con competenze tecniche minime di colpire centinaia di migliaia di vittime in 35 paesi.

Un kit “chiavi in mano” per rubare account Microsoft


Kratos non era un semplice kit di phishing statico, ma una piattaforma completa di Phishing-as-a-Service (PhaaS) venduta in abbonamento e pagabile in criptovaluta. Chi acquistava una licenza riceveva l’accesso a un pannello web e a uno shop su Telegram da cui gestire le proprie campagne, registrare nuovi domini civetta e monitorare le credenziali raccolte in tempo reale. Il prodotto di punta erano pagine di login false, quasi indistinguibili dagli originali, che imitavano i portali di autenticazione Microsoft 365.

La caratteristica che ha reso Kratos particolarmente pericoloso agli occhi degli investigatori tedeschi non era però la semplice raccolta di username e password, ormai capacità minima per qualunque kit di phishing del 2026, ma l’implementazione di tecniche Adversary-in-the-Middle (AiTM). Il kit si interponeva tra la vittima e il vero portale Microsoft, inoltrando le richieste di autenticazione in tempo reale e catturando, oltre alle credenziali, anche i cookie di sessione validi dopo il completamento della MFA. Questo permetteva agli operatori di dirottare sessioni già autenticate, aggirando di fatto l’autenticazione a due fattori senza doverla “rompere” tecnicamente: la si scavalcava semplicemente rubando il token già emesso dal legittimo processo di login.

La scala del danno: 15.000 campagne al mese


Secondo la Procura Generale di Francoforte (ZIT) e il Bundeskriminalamt (BKA), che hanno guidato le indagini in collaborazione con l’FBI, Kratos veniva utilizzato da oltre 1.800 clienti criminali per condurre in media 15.000 campagne di phishing al mese, con vittime confermate in almeno 35 paesi, concentrate soprattutto in Europa e Stati Uniti. Gli inquirenti stimano che l’operatore del servizio abbia incassato almeno 300.000 euro dal 2024 a oggi, esclusivamente tramite canoni di abbonamento: una cifra che dà la misura di quanto sia diventato profittevole il modello “as-a-service” applicato al crimine informatico, dove il gestore della piattaforma monetizza l’accesso allo strumento senza dover mai toccare personalmente i dati rubati dai propri clienti.

Il modello di business di Kratos rispecchia da vicino quello di altri kit AiTM emersi negli ultimi anni, come Tycoon2FA ed EvilProxy, confermando una tendenza consolidata: il phishing contro gli account Microsoft 365 aziendali resta uno dei vettori di accesso iniziale più redditizi per i broker di accessi, che poi rivendono le credenziali rubate a gruppi ransomware o le usano per frodi sul Business Email Compromise.

L’operazione: da Francoforte a Giacarta


L’azione di contrasto, ribattezzata Operation Olympus Blade, ha coinvolto il sequestro di oltre 200 server usati per ospitare l’infrastruttura di distribuzione e le pagine di phishing generate dai clienti della piattaforma. Sul sito ufficiale di Kratos è comparso un banner di sequestro che informa gli utenti del trasferimento della proprietà del dominio all’FBI, prassi ormai standard nelle operazioni congiunte USA-Europa contro le infrastrutture criminali online.

La parte più significativa dell’operazione, dal punto di vista dell’attribuzione, è però l’arresto in Indonesia dello sviluppatore e amministratore tecnico della piattaforma. Si tratta di un elemento tutt’altro che scontato: la maggior parte dei kit PhaaS che vengono smantellati porta al sequestro dell’infrastruttura, ma raramente all’identificazione fisica e alla cattura di chi ne cura lo sviluppo, spesso protetto da più livelli di anonimizzazione e da rivenditori intermedi che fanno da schermo. La collaborazione tra BKA, FBI e le autorità indonesiane suggerisce un lavoro di attribuzione durato mesi, probabilmente basato sull’analisi dei flussi di pagamento in criptovaluta e sulla correlazione tra gli account amministrativi della piattaforma e l’identità reale del suo operatore.

Due righe per i difensori


Il takedown di Kratos rimuove un attore significativo dall’ecosistema PhaaS, ma non elimina la tecnica sottostante. Le organizzazioni che si affidano a Microsoft 365 dovrebbero considerare questo caso un promemoria per rivedere le proprie difese contro il phishing AiTM, che per definizione bypassa l’MFA basata su codici OTP o push notification semplici:

  • Adottare chiavi di sicurezza hardware FIDO2/WebAuthn o passkey, le uniche forme di MFA resistenti al furto di sessione tramite AiTM, poiché legano l’autenticazione all’origine del dominio.
  • Abilitare policy di Conditional Access che valutino segnali di rischio come token replay da IP o dispositivi anomali rispetto alla sessione originale di login.
  • Configurare la durata dei token di sessione e i criteri di revoca automatica in caso di cambio di posizione geografica o fingerprint del dispositivo.
  • Monitorare i log di Entra ID / Azure AD per pattern di accesso anomali, come login riusciti seguiti da immediata modifica delle regole di inoltro della posta, tipica fase successiva al furto di sessione.
  • Diffidare di email che rimandano a portali di login Microsoft con URL leggermente anomali o hosting su domini di terze parti, anche quando la pagina è visivamente identica all’originale.

Resta inoltre da chiedersi quanti cloni o eredi diretti di Kratos emergeranno nei prossimi mesi: la storia recente dei takedown PhaaS, da 16shop a Caffeine, mostra che la domanda di questi kit da parte della criminalità di basso profilo non si esaurisce con la cattura di un singolo operatore, ma semplicemente si sposta verso il prossimo servizio disponibile sui forum underground e sui canali Telegram dedicati.


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Abbiamo infilato alcuni politici di Volt tra i politici mainstream italiani: riesci a riconoscerli? 👀💜

#italy #politicaitaliana #politica #volt #politics #EuropeanPolitics #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Trump approva l'accordo sul nucleare civile con l'Arabia Saudita


L'intesa dura 30 anni, vale decine di miliardi e affida alle aziende americane il nucleare civile saudita, con la possibilità di arricchire uranio nel regno. I critici temono la proliferazione

Il presidente Trump ha approvato formalmente un accordo con l'Arabia Saudita che fornirà al paese un programma nucleare civile e potrebbe aprire la strada all'arricchimento dell'uranio sul territorio del regno. Lo ha rivelato il Wall Street Journal, citando funzionari dell'Amministrazione. L'intesa dura 30 anni, vale secondo le stime decine di miliardi di dollari e affida alle aziende americane un ruolo centrale nello sviluppo delle infrastrutture nucleari saudite, escludendo i concorrenti stranieri.

Trump ha dato il via libera alla fine della settimana scorsa e l'accordo sarà firmato mercoledì dal segretario all'Energia Chris Wright, che ne aveva discusso con il suo omologo saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, durante il suo primo viaggio nella regione nell'aprile 2025. Nei prossimi giorni il testo sarà inviato al Congresso per la revisione, ma bloccarlo sarà difficile: servirebbe una risoluzione congiunta delle due camere e, se Trump ponesse il veto, una maggioranza dei due terzi per superarlo.

La clausola chiave prevede che aziende americane costruiscano un impianto di arricchimento dell'uranio in Arabia Saudita, se uno studio congiunto tra i due governi, della durata di due anni, concluderà che il passo è giustificato e commercialmente conveniente rispetto all'importazione del combustibile. L'impianto funzionerebbe con un sistema "black box", una scatola nera che impedirebbe il trasferimento a Riad delle tecnologie sensibili. Se al termine dello studio gli Stati Uniti si opporranno all'arricchimento, il regno non potrà procedere da solo o con un altro partner straniero per 10 anni. Per i funzionari dell'Amministrazione questo assetto impedirebbe di deviare l'uranio arricchito verso usi militari e garantirebbe che il combustibile esausto dei reattori non venga riprocessato per costruire una bomba.

Tra i principali beneficiari ci sarebbe Westinghouse Electric con il suo reattore AP1000, che produce circa 1.100 megawatt di elettricità, quanto basta per alimentare una città di medie dimensioni o un grande data center per l'intelligenza artificiale. I funzionari sauditi sostengono da tempo che l'accordo serve a sviluppare un'industria nucleare nazionale, attingendo a giacimenti di uranio non ancora verificati, per coprire il fabbisogno energetico interno e liberare così più petrolio per l'esportazione. Riad insiste sulle sue intenzioni pacifiche, ma il principe ereditario Mohammed bin Salman, leader di fatto del paese, disse nel 2018 che se l'Iran svilupperà un'arma nucleare l'Arabia Saudita farà lo stesso.

A differenza degli Emirati Arabi Uniti, l'Arabia Saudita ha rifiutato il cosiddetto "gold standard", l'impegno a non arricchire mai uranio sul proprio territorio e a non riprocessare il combustibile esausto. Ha respinto anche l'"Additional Protocol", il regime di monitoraggio e ispezioni più rigorose dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, l'organismo dell'ONU che vigila sui programmi nucleari. Per l'Amministrazione un accordo separato negoziato con i sauditi garantirà comunque un controllo adeguato dei siti forniti dagli americani, ma per i critici sarà insufficiente a indagare eventuali attività nucleari sospette che non coinvolgono gli Stati Uniti.

Robert Einhorn, ex alto funzionario del Dipartimento di Stato, il ministero degli Esteri americano, che ha seguito per anni i dossier sulla non proliferazione, ha detto al Wall Street Journal che l'accordo "potrebbe aiutare a rivitalizzare l'industria nucleare americana, rafforzare i legami tra Stati Uniti e Arabia Saudita e negare a Russia e Cina un ruolo strategicamente importante nel programma nucleare saudita", ma che senza vincoli adeguati, anche sull'arricchimento, "potrebbe aumentare i rischi di proliferazione nucleare in Medio Oriente e oltre". Più netto Henry Sokolski, direttore del Nonproliferation Policy Education Center, un centro studi sulla non proliferazione: "Dove va l'Arabia Saudita, andranno anche gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia e l'Egitto. L'idea che questa vicenda abbia un lieto fine è illusoria".

L'accordo è controverso anche sul piano della politica estera. L'amministrazione Biden era pronta a cooperare sul nucleare con Riad, ma aveva posto come condizione la normalizzazione dei rapporti con Israele, un percorso poi deragliato dopo l'attacco di Hamas dell'ottobre 2023 e l'intervento militare israeliano a Gaza. Trump invita l'Arabia Saudita a entrare negli Accordi di Abramo, ma non pretende che stabilisca relazioni con Israele per comprare la tecnologia nucleare americana. L'intesa arriva inoltre mentre gli Stati Uniti sono in guerra con l'Iran e la Casa Bianca chiede a Teheran di ridimensionare il proprio programma nucleare e consegnare le scorte di uranio altamente arricchito: per i critici Washington è nella posizione scomoda di imporre limiti stringenti all'Iran mentre aiuta il suo rivale regionale a dotarsi di un programma nucleare civile.

Presidenti democratici e repubblicani hanno a lungo resistito alle richieste dei paesi mediorientali di arricchire uranio. Nel 2018 un gruppo bipartisan di parlamentari propose una legge per vietare la cooperazione nucleare con Riad senza un voto favorevole esplicito del Congresso: tra i promotori c'era Marco Rubio, allora senatore repubblicano della Florida e oggi segretario di Stato di Trump. La proposta non fu mai messa ai voti.


La guerra tra Stati Uniti e Iran si allarga mentre i mediatori cercano una nuova tregua


Gli Stati Uniti hanno bombardato l'Iran per la decima notte consecutiva e l'Iran ha risposto nuovamente attaccando i Paesi del Golfo che ospitano basi americane. Nel frattempo i miliziani Houthi dello Yemen hanno annunciato un blocco navale contro l'Arabia Saudita, aprendo potenzialmente così un nuovo fronte nel conflitto.

Mentre i mediatori regionali provano a negoziare una nuova tregua di 10 giorni, Trump sta valutando l'alternativa di una nuova campagna militare su larga scala insieme a Israele. Intanto, la nuova fase della guerra ha causato la morte di almeno tre militari americani da venerdì a oggi e ha riportato il prezzo della benzina negli Stati Uniti a salire di nuovo oltre quota 4 dollari al gallone (circa 3,8 litri).

Nuova notte di attacchi


Il Comando Centrale americano (CENTCOM), che dirige le operazioni militari nella regione, ha completato un'altra ondata di attacchi contro centri di comando, siti di lancio di missili e droni e sistemi di difesa aerea, con l'obiettivo dichiarato di ridurre la capacità iraniana di colpire le navi commerciali nello Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato per il petrolio prodotto nel Golfo Persico.

L'Iran ha risposto attaccando con droni e missili il Kuwait e il Bahrein, due Paesi che ospitano forze americane. La Giordania ha intercettato tre missili. Secondo le autorità iraniane, almeno 50 persone sono state uccise nel Paese da quando la tregua è saltata. La Guardia Rivoluzionaria iraniana sostiene inoltre che due petroliere sono "saltate in aria" dopo aver tentato di attraversare lo Stretto lungo una rotta che Teheran considera non autorizzata.

Le vittime americane


I tre militari americani morti nei giorni intercorsi da venerdì a oggi rappresentano i primi caduti sotto il fuoco nemico da aprile. Due soldati, un tenente di 25 anni e una soldatessa di 19, sono stati uccisi dall'attacco missilistico iraniano di venerdì notte sulla base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania. Un terzo è morto sabato in Iraq, colpito dai frammenti della detonazione controllata di un drone iraniano abbattuto.

Il Wall Street Journal ha rivelato che il missile che ha ucciso i due soldati ha centrato in pieno gli alloggi prefabbricati dove i militari dormivano: è stato il terzo missile a colpire la base in 24 ore, dopo uno che era in precedenza caduto vicino alla palestra e uno finito su un hangar vuoto. Nel complesso, l’attacco rappresenta un segnale preoccupante delle difficoltà di proteggere i circa 50.000 militari americani schierati nella regione.

Dal 28 febbraio, quando la guerra è iniziata, l'Iran ha lanciato circa 8.500 tra droni e missili contro obiettivi nella regione e un centinaio ha superato le difese aeree. Il bilancio complessivo per le forze americane è di 17 morti, un disperso e oltre 400 feriti, di cui quasi 100 solo dal 7 luglio: per il Pentagono la gran parte ha riportato "lievi commozioni cerebrali" e il 96% è tornato in servizio. Trump ha scritto sui social che "ogni volta che l'Iran uccide un soldato americano pagherà per quell'uccisione molte volte tanto", una direttiva trasmessa ai vertici militari.

L'Iran ha concentrato gli attacchi sulla Giordania, diventata uno degli snodi principali delle operazioni americane: nell'ultima settimana ha colpito anche la base King Faisal e un altro aeroporto, danneggiando diversi elicotteri Black Hawk. Secondo funzionari americani ed ex diplomatici, Teheran punta a causare ulteriori vittime tra i militari americani al fine di scoraggiare un'ulteriore escalation militare e alimentare negli Stati Uniti il dibattito sulla guerra.

Il rischio di un nuovo blocco


Gli Houthi, la milizia yemenita sostenuta dall'Iran, hanno annunciato lunedì l’intenzione di porre in essere un nuovo blocco navale contro le esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita "secondo l'equazione assedio per assedio", un'operazione che Teheran preparava da giorni. Il nuovo blocco minaccia il vitale Stretto di Bab al-Mandab, l'imbocco meridionale del Mar Rosso, cioè la rotta con cui Riyadh ha finora aggirato parzialmente la chiusura dello Stretto di Hormuz esportando più di 3,6 milioni di barili al giorno, diretti soprattutto in Asia.

Se gli Houthi riuscissero davvero a bloccare il passaggio, dal mercato si perderebbe un altro 7% dell'offerta mondiale di petrolio, che si sommerebbe al 10% già bloccato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, con effetti facilmente immaginabili sui mercati energetici mondiali. Da parte sua, il Ministero degli Esteri saudita ha promesso "tutte le misure necessarie per proteggere le sue navi in conformità con il diritto internazionale".

Il passaggio di greggio da Hormuz si è intanto già ridotto a 1,5 milioni di barili al giorno nell'ultima settimana, contro i 10 milioni di inizio luglio e i 15 precedenti al conflitto: ciò significa una media di appena 10 navi al giorno in transito. Il petrolio ha così nuovamente superato brevemente la quota di 90 dollari al barile per la prima volta da giugno. Un effetto della nuova crisi è anche il fatto che il il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è tornato lunedì a salire oltre quota 4 dollari al gallone, come nelle prime fasi della guerra.

Guerra Usa-Iran · Quinto mese
La doppia morsa sul petrolio del Golfo
Hormuz quasi chiuso, Bab al-Mandab sotto minaccia degli Houthi: fino al 17% dell’offerta mondiale di greggio rischia di sparire dal mercato.
Grafica di FocusAmerica

1 · Il collasso di Hormuz
Il transito di greggio si è quasi azzerato
Barili al giorno in passaggio dallo Stretto di Hormuz, unico sbocco marittimo del Golfo Persico.
15 milioni di barili
al giorno nell’ultima settimana
In media appena 10 navi al giorno osano ancora il passaggio.

2 · I due stretti
Dopo Hormuz, gli Houthi puntano a Bab al-Mandab
La rotta del Mar Rosso con cui Riad aggira il blocco (oltre 3,6 milioni di barili al giorno, soprattutto verso l’Asia) è ora nel mirino della milizia yemenita.

Arabia Saudita
Iran
Yemen
Stretto di HormuzTransito crollato del 90%−10% dell’offerta mondiale
Bab al-MandabBlocco annunciato dagli Houthi−7% a rischio

Fino al 17% dell’offerta mondiale di petrolio a rischio

3 · Il costo per le forze Usa
Tre morti in tre giorni, i primi sotto il fuoco nemico da aprile
Bilancio per i circa 50.000 militari americani schierati nella regione dall’inizio della guerra, il 28 febbraio.

Militari uccisi
17

Feriti
400+

di cui 3 tra venerdì e sabato, in Giordania e Iraq; 1 disperso
quasi 100 solo dal 7 luglio; per il Pentagono il 96% è tornato in servizio

Su ~8.500 droni e missili lanciati dall’Iran, circa 100 hanno superato le difese aeree

Intercettati o andati a vuoto: ~99%A segno: ~1,2%

4 · L’onda sui mercati
Il conto arriva alle pompe di benzina

Petrolio
>90$
al barile, di nuovo sopra la soglia per la prima volta da giugno

Benzina negli Usa
>4$
al gallone (3,8 litri), come nelle prime fasi della guerra

Sul tavolo: tregua di 10 giorni proposta da Qatar, Egitto, Pakistan e altri mediatori per riaprire le due rotte di Hormuz e negoziare tariffe di transito stabili.

L’alternativa: una campagna militare su vasta scala con Israele. Il Pentagono ha già chiesto al Congresso 87,6 miliardi di dollari aggiuntivi.

Fonte: CENTCOM, Pentagono; ricostruzioni di Axios, Wall Street Journal e Washington Post · Dati al 21 luglio 2026

La nuova proposta di mediazione


Qatar, Egitto, Pakistan e altri mediatori regionali hanno presentato a Washington e Teheran una nuova proposta di mediazione che prevede un cessate il fuoco di 10 giorni, come ha rivelato Axios: l’idea alla base della proposta è che lo stop ai combattimenti dovrebbe permettere di riaprire immediatamente entrambe le rotte dello Stretto di Hormuz (quella meridionale lungo la costa dell'Oman senza più attacchi iraniani e quella settentrionale in acque iraniane senza il blocco navale americano) e dare il tempo per negoziare un regime stabile di transito, con l'ipotesi di "ragionevoli tariffe di servizio" che verrebbero riscosse dall'Iran sul modello di quanto già avviene in Asia nello Stretto di Malacca. Tra le ipotesi in discussione c’è anche quella di un fondo congiunto per le tariffe di transito, amministrato con il coinvolgimento dell’Organizzazione Marittima Internazionale.

La Casa Bianca sta studiando la nuova proposta ma si sta anche preparando al possibile fallimento dei negoziati: per questo motivo gli Stati Uniti hanno inviato nella regione decine di caccia e aerei cisterna, tra cui F-16 dalla Germania e F-35 dall'Inghilterra. Anche l’esercito israeliano è in stato di massima allerta per una possibile campagna congiunta su vasta scala, l'unico altro esito che i funzionari americani e israeliani citati da Axios considerano ormai praticabile. La Casa Bianca potrebbe voler continuare i bombardamenti ancora per giorni per vendicare i soldati uccisi prima di valutare seriamente la proposta, fanno sapere alcune fonti.

La mediazione — condotta tra gli altri dal premier qatariota Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, dal capo dell’esercito pakistano Asim Munir e dai Ministri degli Esteri egiziano e omanita — aveva ripreso slancio sabato, prima che i missili iraniani contro la base americana in Giordania spingessero Washington a fare un passo indietro. Le prospettive per ora restano incerte: non è chiaro, scrive Axios, se Trump sia stato informato in dettaglio del piano, né se accetterebbe un’altra tregua temporanea senza un percorso verso un accordo definitivo. “Stiamo cercando una soluzione sostenibile”, ha detto una delle fonti regionali: “gli iraniani non possono dettare le condizioni, ma non possono nemmeno essere ignorati”.

Da parte sua il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha confermato che i mediatori hanno fatto arrivare proposte a Teheran, senza però fornire dettagli. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha invece dichiarato che "se quella porta si apre, saremo felici di vederla aprirsi", ma che il comportamento dell'Iran "deve cambiare perché cambi il nostro". Ma la Guida Suprema iraniana Mojtaba Khamenei, che non appare in pubblico dall'inizio della guerra, ha minacciato "lezioni indimenticabili" per gli Stati Uniti e i loro alleati regionali se gli attacchi americani dovessero continuare.

Dubbi sull’efficacia dei nuovi attacchi


Il Washington Post ha rivelato che una nuova valutazione dell'intelligence americana, redatta principalmente dalla CIA, conclude che i raid difficilmente indeboliranno la posizione negoziale di Teheran e che i due Paesi sono bloccati in un limbo indefinito tra pace e guerra. Già a maggio un'analisi della CIA aveva stimato che l'Iran può sopportare il blocco navale americano per almeno 3 o 4 mesi prima di subire danni economici più gravi.

La convinzione della Casa Bianca che colpendo più duramente Teheran diventerà più flessibile "è quasi certamente sbagliata", ha detto al Washington Post Jonathan Panikoff, ex vice responsabile dell'intelligence nazionale americana per il Vicino Oriente.

Le morti dei soldati e la benzina più cara hanno intanto riacceso le richieste del Congresso di avere voce in capitolo sulla prosecuzione della guerra. I democratici intendono forzare questa settimana un nuovo voto in aula per interrompere le ostilità, dopo aver bloccato la settimana scorsa l'avvio del dibattito sulla legge di bilancio della difesa: "Trump deve fermare questa catastrofe e riportare a casa le nostre truppe", ha detto senza mezzi termini in aula il leader della minoranza democratica al Senato Chuck Schumer.

Anche tra i repubblicani però c’è malumore: il senatore Bill Cassidy ha detto al sito NOTUS che servono nuovi briefing e una spiegazione del presidente agli americani: "So solo che il Congresso deve essere coinvolto". Il suo collega repubblicano Thom Tillis fa notare che la ripresa dei combattimenti ha fatto ripartire il conteggio dei 60 giorni previsto dal War Powers Act, la legge che obbliga il presidente a ottenere l'autorizzazione del Congresso per operazioni militari prolungate.

Altri esponenti repubblicani spingono però nella direzione opposta: "Spero solo che andremo avanti e finiremo il nostro lavoro in Iran", ha detto il presidente della Commissione Forze Armate del Senato, Roger Wicker. Oggi il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il capo di Stato Maggiore Dan Caine testimonieranno davanti a una Commissione del Senato proprio sui costi del conflitto e sulla richiesta di fondi aggiuntivi da 87,6 miliardi di dollari arrivata dal Pentagono.


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☕ CYBERBRIEFING — Mercoledì 22 luglio 2026

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Google Play Servizi si aggiorna: IMEI dalla schermata di blocco e altre novità per Android


Google ha avviato il 20 luglio 2026 il rilascio di Google Play Servizi v26.28, un aggiornamento che introduce diverse novità pensate per migliorare sicurezza e comodità d'uso sugli smartphone Android. Le modifiche non stravolgono l'esperienza quotidiana, ma toccano funzioni utili che molti utenti finiranno per apprezzare nella pratica. IMEI visibile anche dalla schermata di blocco La novità più rilevante riguarda la possibilità di consultare il codice IMEI del dispositivo direttamente […]
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Google ha avviato il 20 luglio 2026 il rilascio di Google Play Servizi v26.28, un aggiornamento che introduce diverse novità pensate per migliorare sicurezza e comodità d’uso sugli smartphone Android. Le modifiche non stravolgono l’esperienza quotidiana, ma toccano funzioni utili che molti utenti finiranno per apprezzare nella pratica.

IMEI visibile anche dalla schermata di blocco


La novità più rilevante riguarda la possibilità di consultare il codice IMEI del dispositivo direttamente dalla schermata di blocco, senza dover sbloccare il telefono. Il numero IMEI è spesso richiesto in caso di smarrimento, per l’assistenza tecnica o per operazioni legate alla rete mobile: finora era necessario accedere alle impostazioni, mentre con questo aggiornamento la procedura diventa molto più rapida.

Miglioramenti per WebView, storage e Android TV


L’aggiornamento introduce anche il supporto ai permessi audio all’interno delle WebView legate alla gestione dell’account, oltre a nuove API rivolte ai produttori per avviare più facilmente le schermate di gestione dello storage e degli abbonamenti attivi sul dispositivo.

Su Android TV debutta invece il supporto ad Android Credential Manager, che semplifica l’utilizzo di password salvate e passkey, inclusa la possibilità di completare l’autenticazione tramite smartphone. Non mancano poi miglioramenti ai log di qualità per Android Auto, smartphone e Android TV, oltre ad alcune correzioni relative ai servizi di connessione tra dispositivi.

Anche Google Wallet diventa più fluido


Google ne ha approfittato anche per rifinire il comportamento di Google Wallet: dopo aver completato, annullato un’operazione o in caso di errore nella sezione “Il mio account”, l’app non riporterà più l’utente alla schermata principale del wallet, ma alla schermata visualizzata in precedenza, rendendo la navigazione più coerente e meno dispersiva.

Rilascio graduale nelle prossime settimane


Google Play Servizi rappresenta uno dei componenti di sistema più importanti per Android, dato che gestisce funzioni chiave legate a sicurezza e compatibilità delle app. Come da prassi, l’aggiornamento verrà distribuito in modo progressivo, e potrebbero volerci alcuni giorni o settimane prima che raggiunga tutti i dispositivi compatibili.

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Ortega cancella le elezioni in Nicaragua e gli Stati Uniti chiedono di isolare il paese


Il presidente, al potere dal 2007 con la moglie Rosario Murillo, ha annullato il voto previsto per il 2027. Rubio ha chiesto alla comunità internazionale di isolare il regime di Managua.

Il Nicaragua non terrà più elezioni. Lo ha annunciato domenica il presidente Daniel Ortega, 80 anni, durante le celebrazioni per l'anniversario della rivoluzione sandinista che nel 1979 rovesciò la dittatura di Anastasio Somoza e lo portò per la prima volta al potere. "Non ci saranno più elezioni qui perché loro provino a prendersi il governo e il potere", ha detto riferendosi all'opposizione, oggi quasi tutta in esilio. L'annuncio cancella di fatto il voto previsto per novembre 2027 ed elimina ogni possibilità di una sfida elettorale alla fine del suo mandato.

Ortega, che non appariva in pubblico da due mesi, ha parlato davanti a dipendenti statali obbligati a partecipare alla commemorazione. Ha detto che i partiti sostenuti dagli "yankee" (gli americani) non torneranno mai al governo e che il suo esecutivo lavorerà con il Congresso per costruire un "muro di leggi" contro il ritorno degli oppositori. Il Parlamento, controllato dal partito di governo, il Fronte sandinista di liberazione nazionale, ha fatto sapere martedì di aver avviato l'analisi delle riforme necessarie per adeguarsi alle indicazioni presidenziali.

America Latina · Nicaragua
Grafica di FocusAmerica

FSLN
Managua · 19 luglio 2026

Il Nicaragua cancella le elezioni
All’anniversario della rivoluzione sandinista, Daniel Ortega ha annunciato che nel paese non si voterà più: salta il voto del novembre 2027 e il Parlamento prepara un «muro di leggi» contro il ritorno dell’opposizione, oggi quasi tutta in esilio.

Dopo l’annuncio
0

Dal 2007
19

Età
80

elezioni in calendario nel paese
anni consecutivi di Ortega al potere
anni del presidente nicaraguense

Dalla rivoluzione al potere assoluto

  • 1979
    La rivoluzione sandinista rovescia la dittatura di Somoza e porta Ortega al potere per la prima volta.
  • 2007
    Ortega torna alla presidenza. Da allora governa senza interruzioni.
  • 2018
    Le proteste contro il governo sono represse nel sangue: oltre 300 morti secondo le Nazioni Unite.
  • 2021
    Ortega vince elezioni giudicate una farsa dalla comunità internazionale, dopo aver fatto arrestare i principali sfidanti.
  • 2025
    Le riforme costituzionali nominano la moglie Rosario Murillo «copresidente», allungano il mandato a sei anni e tolgono indipendenza alla magistratura.
  • 2026
    «Non ci saranno più elezioni qui»: Ortega cancella il voto del novembre 2027 e ogni sfida elettorale futura.


Lo Stato contro i cittadini

Quasi
1.000.000
di nicaraguensi hanno lasciato il paese dal 2018

Oltre
5.000
organizzazioni della società civile chiuse

Circa
2.000
avvocati radiati senza spiegazioni a luglio 2026

Circa
500
leader civili, politici e religiosi privati della cittadinanza

Quasi
400
prigionieri politici incarcerati e poi espulsi dal paese

Oggi
46
persone ancora in carcere per motivi politici

Fonte: AP, Reuters, El País, Nazioni Unite, Mecanismo para la Liberación de Presos Políticos · luglio 2026

Martedì il Segretario di Stato americano Marco Rubio, l'equivalente del ministro degli Esteri, ha chiesto alla comunità internazionale di isolare il Nicaragua. Su X ha scritto che il presidente Trump e gli altri paesi non resteranno a guardare mentre la dittatura "aumenta la repressione e fabbrica un'instabilità che minaccia la sicurezza nazionale" degli Stati Uniti, senza specificare in che modo la minacci. Abolire le elezioni, ha aggiunto, "dimostra la codardia e la paura" di Ortega davanti alla volontà del popolo nicaraguense. Il regime, secondo Rubio, non può aspettarsi di mantenere rapporti normali con le altre nazioni. Il Costa Rica ha richiamato per consultazioni il suo ambasciatore a Managua e il segretario generale dell'Organizzazione degli Stati americani, Albert Ramdin, ha parlato di un "regime che ha abbandonato la democrazia".

Finora però la pressione americana sul Nicaragua è stata limitata. Washington ha imposto restrizioni sui visti a più di 2.350 funzionari e ai loro familiari, ma nessuna misura economica paragonabile a quelle che colpiscono Cuba. Da quando è tornato alla Casa Bianca, Trump ha deposto il presidente venezuelano Nicolás Maduro, catturato a gennaio in un raid militare, e mantiene la pressione sul governo comunista cubano, mentre il Nicaragua è rimasto ai margini della sua attenzione. Il paese non è considerato un canale rilevante del traffico di droga verso gli Stati Uniti e le sue forze di sicurezza hanno collaborato con le operazioni antidroga americane, ha spiegato al Wall Street Journal Orlando Pérez, analista di America Latina dell'Università del North Texas, secondo cui pesa anche il fatto che la comunità nicaraguense negli Stati Uniti è meno influente di quelle cubana e venezuelana.

Gli oppositori di Ortega chiedono da tempo la sospensione del Nicaragua dal CAFTA-DR, l'accordo di libero scambio tra Stati Uniti, paesi centroamericani e Repubblica Dominicana, ma Washington è riluttante a infliggere un danno economico che rischierebbe di provocare migrazioni di massa. "È l'unico strumento importante che potrebbe avere un impatto", ha detto sempre al Wall Street Journal Eric Farnsworth, esperto di America Latina del Center for Strategic and International Studies, un centro studi di Washington.

Ortega, ex guerrigliero marxista, governa ininterrottamente dal 2007, dopo un primo mandato presidenziale negli anni Ottanta. Ha vinto le ultime elezioni nel novembre 2021 dopo aver fatto arrestare gli oppositori che avrebbero potuto sfidarlo, in un voto giudicato una farsa dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale (Washington non riconosce la sua presidenza). L'anno scorso una serie di riforme costituzionali ha nominato la moglie Rosario Murillo "copresidente" e ha allungato il mandato da cinque a sei anni. I due controllano quasi ogni aspetto dello Stato, comprese le forze armate e la magistratura, che un'altra riforma ha privato dello status di potere indipendente. Ortega appare in cattive condizioni di salute e sparisce dalla scena pubblica per mesi: negli ultimi anni è Murillo a gestire gli affari quotidiani del governo, tra speculazioni su una successione dinastica.

Le proteste antigovernative del 2018 furono soffocate con la violenza, con più di 300 morti secondo le Nazioni Unite. Da allora quasi un milione di nicaraguensi ha lasciato il paese, soprattutto verso il Costa Rica e gli Stati Uniti. Il governo ha chiuso i media indipendenti e più di 5.000 organizzazioni della società civile, ha incarcerato e poi espulso quasi 400 prigionieri politici e ha tolto la cittadinanza a circa 500 leader civili, politici e religiosi. A luglio ha cancellato senza spiegazioni le licenze di circa 2.000 avvocati, in quella che gli esperti delle Nazioni Unite hanno definito una "purga" della professione legale. Almeno 46 persone restano in carcere per motivi politici, secondo un gruppo che monitora i casi dei prigionieri. Dopo la cattura di Maduro il governo nicaraguense aveva promesso la liberazione di altri detenuti, ma non c'è stato alcun seguito.

Juan Sebastián Chamorro, candidato alle elezioni del 2021 e incarcerato fino al 2023, quando fu espulso negli Stati Uniti insieme ad altri 200 prigionieri politici, sostiene che Ortega voglia trasformare il Nicaragua in un paese a partito unico come la Cina, la Corea del Nord e Cuba. Félix Maradiaga, anche lui ex candidato ed ex prigioniero politico privato della cittadinanza, ha detto alla Reuters che le parole di Ortega sono meno una prova di forza che "una confessione di paura": il presidente nicaraguense "ha riconosciuto pubblicamente quella che è sempre stata la sua vera intenzione: impedire che il suo progetto tirannico sia sottoposto a qualsiasi forma di competizione democratica".


La ricostruzione del Venezuela è un problema da 37 miliardi di dollari per gli Stati Uniti


I due terremoti che il 24 giugno hanno colpito la costa settentrionale del Venezuela hanno ucciso più di 5.000 persone e causato danni alle infrastrutture per circa 37 miliardi di dollari secondo le Nazioni Unite, l'equivalente di circa un terzo del Pil annuale del paese. La ricostruzione ricade in gran parte sugli Stati Uniti: da quando a gennaio le forze speciali americane hanno catturato l'ex presidente Nicolás Maduro, l'amministrazione Trump dice di controllare i ricavi petroliferi e le finanze dello Stato venezuelano e di governare di fatto il paese. Fino a poche settimane fa Washington si preparava a raccogliere i frutti di questa improbabile alleanza, con le riserve di petrolio più grandi del mondo e vasti giacimenti minerari che si stavano aprendo agli investitori americani.

Venezuela · il terremoto del 24 giugno

Dopo il sisma, ricostruire il Venezuela tocca agli Stati Uniti

Le due scosse hanno ucciso più di 5.000 persone e causato danni per 37 miliardi di dollari, un terzo del Pil. Washington, che dalla cattura di Maduro controlla di fatto il paese, guida una ricostruzione che non può permettersi di fallire.

Grafica di FocusAmerica

Due scosse in 39 secondi

24 giugno
M 7,2
M 7,5
39 secondi dopo


37mld $
di danni diretti a edifici e infrastrutture, secondo la prima stima dell’UNDRR

Equivalgono a un terzo del Pil annuale del Venezuela

Danni del sismaPil annuale del Venezuela

5.069
vittime accertate al 17 luglio

69.000
edifici danneggiati o distrutti

26.000
persone rimaste per strada

Gli aiuti in scala

386 milioni di aiuti, 37 miliardi di danni


In meno di un mese il Dipartimento di Stato ha stanziato più aiuti di quanti gli Stati Uniti ne abbiano dati ad altri paesi terremotati di recente. Ma il disastro è di un altro ordine di grandezza: qui ogni quadrato vale 386 milioni di dollari, l’intero stanziamento americano.

Danni stimati · 37 mld $ Aiuti americani · 386 mln $

Per confronto: il debito estero che Caracas vuole ristrutturare, circa 200 miliardi, varrebbe da solo più di 500 quadrati.

Circa l’1%. Dei 96 quadrati che servono a coprire i danni, Washington finora ne ha riempito uno: il resto della ricostruzione dipende da sanzioni, conti esteri congelati e un debito che il Venezuela non può ripagare da solo.

Le cause dei crolli

Perché i palazzi sono venuti giù


Molti degli edifici crollati appartenevano alla Gran Misión Vivienda, il programma di case popolari di Hugo Chávez. Quattro fattori li hanno resi vulnerabili: tocca ogni voce per aprirla.

Il boom Milioni di case costruite in fretta +

Con la Gran Misión Vivienda, Chávez consolidò il consenso costruendo milioni di alloggi popolari. I controlli sui prezzi inondarono il mercato di tondino e cemento a basso costo, e gli appalti andarono a imprese di paesi avversari degli Stati Uniti, come Iran, Cina e Bielorussia.

I materiali Polistirolo tra le lastre di cemento +

Nei palazzi popolari della costa il polistirolo era usato come riempitivo tra le lastre di cemento. Appartamenti venduti come antisismici si sono ridotti in cumuli di metallo contorto e compensato, come il complesso costruito da un’impresa turca che Chávez celebrava come simbolo della sua rivoluzione.

L’abbandono Nessuno pagava la manutenzione +

Dopo anni di iperinflazione, i residenti non avevano soldi per le riparazioni: le infiltrazioni d’acqua trascurate hanno indebolito le strutture e con ogni probabilità contribuito ai crolli. Nel paese mutui e assicurazioni sulla casa sono quasi inesistenti.

Il terreno Sedimenti morbidi e corruzione +

Molti edifici sorgevano su sedimenti morbidi che amplificano le scosse, spiega al Wall Street Journal l’ingegnere Alejandro Linayo. Altri erano fragili per le costruzioni scadenti, frutto di una corruzione diffusa che ha svuotato un codice edilizio altrimenti solido.

La partita della ricostruzione

Che cosa chiede Caracas, che cosa fa Washington


La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha usato la crisi per rilanciare le sue richieste agli Stati Uniti, che la considerano essenziale per stabilizzare il paese.

Caracas chiede

Delcy Rodríguez, presidente ad interim

Allentare ulteriormente le sanzioni americane
Riaprire l’accesso ai conti all’estero, compreso l’oro depositato alla Banca d’Inghilterra
Ristrutturare un debito da circa 200 miliardi di dollari

Washington fa

Marco Rubio, segretario di Stato

386 milioni di dollari di assistenza in meno di un mese
Soldati per riparare l’aeroporto e distribuire gli aiuti
Regia di una ricostruzione «rapida, sicura e attenta ai rischi»

La priorità secondo la CAF, la banca di sviluppo dell’America Latina: costruire subito case per le 26.000 persone rimaste per strada, prima che emergano problemi di sicurezza, governance e igiene.

Fonte: Onu/UNDRR, Oregon State University, Dipartimento di Stato Usa, Wall Street Journal · Dati al 20 luglio 2026

I ricercatori della Oregon State University stimano che 69mila edifici siano stati danneggiati o distrutti nelle comunità sulla costa come Catia La Mar, a 45 minuti di auto da Caracas, nello stato di La Guaira. Migliaia di persone dormono negli stadi da baseball e per strada. A Playa Grande sono crollate sia le torri residenziali affacciate sul mare, dove i venezuelani più ricchi della capitale passavano i fine settimana, sia i palazzi popolari costruiti a basso costo, con il polistirolo usato come riempitivo tra le lastre di cemento. Le stesse comunità costiere erano già state spazzate via dalle frane mortali del 1999.

Il segretario di Stato Marco Rubio ha promesso una risposta che coinvolge l'intero governo. I soldati americani hanno ispezionato i danni, supervisionato le riparazioni dell'aeroporto e distribuito aiuti. In meno di un mese il Dipartimento di Stato ha fornito 386 milioni di dollari di assistenza, più di quanto gli Stati Uniti abbiano dato ad altri paesi colpiti di recente da terremoti, nonostante l'anno scorso Washington abbia smantellato la sua principale agenzia per gli aiuti all'estero. L'8 luglio il Dipartimento ha detto che sta pianificando con i funzionari venezuelani una ricostruzione che dovrà essere "rapida, sicura e attenta ai rischi per sostenere la ripresa di lungo periodo". Ángel Cárdenas, specialista di infrastrutture della CAF, la banca di sviluppo dell'America Latina, ha detto durante un evento dell'Atlantic Council, un centro studi di Washington, che la priorità dovrebbe essere costruire case per le circa 26mila persone rimaste per strada, per evitare che più avanti emergano problemi di sicurezza, governance e igiene.

La presidente ad interim Delcy Rodríguez è già stata contestata per la gestione delle operazioni di ricerca e soccorso e una ricostruzione mancata rischia di alimentare nuove proteste. È un problema per la sua tenuta al potere, ma anche per l'amministrazione americana, che la considera essenziale per i suoi piani di stabilizzazione del Venezuela. Rodríguez ha usato la crisi per rilanciare le sue richieste a Washington: allentare ulteriormente le sanzioni e riaprire l'accesso ai conti che il governo detiene all'estero, compresi i lingotti d'oro depositati alla Banca d'Inghilterra. Il suo principale consigliere economico, Calixto Ortega Sánchez, ha detto lunedì che i costi del terremoto peseranno sui piani per ristrutturare un debito di circa 200 miliardi di dollari. Dopo un decennio di depressione economica che lo ha lasciato in bancarotta, il governo venezuelano ha poche possibilità di ricostruire da solo.

Molti dei palazzi crollati appartenevano alla Gran Misión Vivienda, il programma con cui Hugo Chávez, il defunto leader socialista, fece costruire milioni di case popolari consolidando il consenso dei suoi elettori. I rigidi controlli sui prezzi inondarono il mercato di tondino e cemento a basso costo e alimentarono un boom edilizio, mentre gli appalti andarono a società di paesi avversari degli Stati Uniti come Iran, Cina e Bielorussia. Un complesso che Chávez celebrava come simbolo della sua rivoluzione socialista, costruito da un'impresa turca, si è ridotto in cumuli di metallo contorto e compensato. Gli appartamenti erano stati venduti come antisismici, ma i residenti non avevano soldi per la manutenzione e le infiltrazioni d'acqua trascurate hanno indebolito le strutture, contribuendo probabilmente ai crolli.

Alejandro Linayo, ingegnere venezuelano specializzato in disastri naturali, ha detto al Wall Street Journal che molti edifici sorgevano su sedimenti morbidi che amplificano le scosse, mentre altri erano vulnerabili per le costruzioni scadenti, frutto di una corruzione diffusa che ha svuotato un codice edilizio altrimenti solido. Secondo Linayo, che durante il governo Chávez lavorò a un progetto finanziato dal Giappone sulla riduzione dei danni da disastri naturali, gli Stati Uniti potrebbero avere un ruolo importante nella supervisione degli studi tecnici sulle cause dei crolli, un passaggio necessario per evitare nuove calamità nella ricostruzione.

Per molti venezuelani perdere la casa significa perdere tutti i risparmi. Mutui e assicurazioni sulla casa sono quasi inesistenti nel paese, dopo anni di iperinflazione e la perdita di valore del bolivar, la valuta nazionale. Juan Barrios, l'economista che guidava le analisi sul Venezuela della Banca Interamericana di Sviluppo negli anni della crisi, ha detto al Wall Street Journal che una delle coperture più diffuse era "risparmiare in cemento", cioè parcheggiare i soldi nell'unico bene a prova di inflazione a portata di mano: cemento, blocchi e acciaio.


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La Polizia Federale Criminale Tedesca ha pubblicato le ultime statistiche su ChatControl: i rapporti tecnologici NCMEC/US non sono mai stati così inaffidabili!

@Privacy Pride

Nel 2025, il 52% delle segnalazioni era legalmente irrilevante. Di conseguenza, 113.000 foto, video e chat private sono state esposte ingiustamente (+14%)—un nuovo record.

Chi viene effettivamente denunciato? Nei casi di "pornografia infantile", il 40% delle indagini ha preso di mira i bambini stessi (età 10-14)! Spesso sono loro a scattare le foto o a condividerle senza pensarci. Solo l'anno scorso, queste denunce dagli USA hanno colpito oltre 8.000 bambini in Germania.

Nei casi di "pornografia giovanile", il 53% delle indagini ha riguardato minori, criminalizzando >12.000 adolescenti. Il BKA rileva: L'esplorazione dell'identità sessuale avviene ora online, coinvolgendo regolarmente la creazione e la condivisione di file intimi di sé stessi o di coetanei (#Sexting).

Nota: la polizia persegue anche le raffigurazioni fittizie (come l'Hentai) e i contenuti generati dall'IA in base a queste leggi.
Nel frattempo, il tasso di risoluzione dei crimini da parte della polizia per la distribuzione online di pornografia illegale è già estremamente alto, raggiungendo l'87,1% nel 2025.

L'esperienza dimostra che la #DataRetention obbligatoria non aumenta i tassi di risoluzione dei crimini. Le indagini sotto copertura mirate nelle reti di autori sono ciò che effettivamente cattura gli abusi e salva i bambini, non il #ChatControl indiscriminato su piattaforme commerciali USA non crittografate!

Conclusione: #ChatControl non protegge i bambini; li criminalizza in massa. Più della metà dei rapporti sono falsi allarmi, esponendo decine di migliaia di file e chat privati. Il sistema sta fallendo.


Fonte (BKA 2025): bka.de/SharedDocs/Downloads/DE…

Questo host traduce il post pubblicato oggi da @Patrick Breyer


🇩🇪Neue BKA-Zahlen zur #Chatkontrolle: Noch nie waren US-Meldungen so unzuverlässig!
2025 waren 52 % der Verdachtsmeldungen von vornherein strafrechtlich irrelevant.
Folge: 113.000 Fotos, Videos & Chats wurden zu Unrecht geleakt (+14 %) – so viele wie nie zuvor. 1/6