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Il Dem Roy Cooper è in vantaggio di 9 punti in North Carolina


L'ex governatore democratico è al 53% contro il 44% del repubblicano Michael Whatley: pesano l'entusiasmo degli elettori democratici, il voto degli indipendenti e l'impopolarità di Trump nello Stato

A poco più di tre mesi dalle elezioni di metà mandato, con cui a novembre gli americani rinnoveranno il Congresso, il democratico Roy Cooper è in vantaggio di 9 punti nella corsa per il seggio del Senato in North Carolina: secondo un sondaggio di Fox News, raccoglie il 53% delle preferenze contro il 44% del repubblicano Michael Whatley. Cooper è stato governatore dello Stato dal 2017 al 2025, mentre Whatley ha presieduto il Republican National Committee, il comitato nazionale del Partito Repubblicano. I due si contendono il seggio lasciato libero dal senatore repubblicano Thom Tillis, che ha deciso di non ricandidarsi.

Tra gli elettori democratici dello Stato il 51% si dice estremamente interessato alle elezioni, contro il 42% dei repubblicani. Il divario si ripete sulla motivazione: il 58% dei democratici si dice estremamente motivato ad andare a votare, contro il 50% dei repubblicani. A livello nazionale, del resto, un elettore su cinque della base repubblicana più fedele potrebbe restare a casa o votare per i democratici. Questo entusiasmo allarga il margine di Cooper: tra chi si dice estremamente interessato al voto è avanti di 15 punti (57% contro 42%), tra chi si dice estremamente motivato di 13 (55% contro 42%), mentre tra gli elettori certi di votare il risultato non cambia rispetto al dato complessivo (53% contro 44%).

Midterm 2026 · North Carolina

Cooper avanti di nove punti nella corsa al Senato


Il sondaggio Fox News sul seggio lasciato libero da Thom Tillis. Il vantaggio del democratico si allarga tra gli elettori più interessati e più motivati ad andare a votare.

Grafica di FocusAmerica 30 luglio 2026

Roy Cooper
Democratico
Governatore 2017-2025
0%
+0 Punti di
vantaggio

Michael Whatley
Repubblicano
Ex presidente del comitato repubblicano
0%

Cooper 53% Whatley 44% Altri o indecisi 3%

Il margine cresce con l’entusiasmo


Tra chi segue le elezioni con più attenzione il distacco arriva a 15 punti.

Tra chi si dice certo di votare il quadro non cambia rispetto al totale: Cooper 53%, Whatley 44%. Il vantaggio di Cooper si allarga con l’intensità dell’interesse, non con la semplice certezza di andare a votare.

Fonte Sondaggio Fox News condotto da Beacon Research e Shaw & Company Research tra il 23 e il 27 luglio 2026 su un campione di 1.005 elettori registrati del North Carolina. Margine di errore: ±3 punti percentuali. Ritratti: Wikimedia Commons.

Cooper ottiene i consensi più alti tra i moderati, gli elettori con meno di 30 anni, gli indipendenti, i laureati e le donne. Raccoglie anche circa un elettore su cinque tra i repubblicani e i conservatori che non si riconoscono nel movimento MAGA, la base più fedele al presidente Donald Trump. Whatley va meglio tra gli elettori molto conservatori, i cristiani evangelici bianchi, i bianchi senza laurea e gli abitanti delle zone rurali.

L'84% dei sostenitori di Cooper dice di votare per lui e solo il 13% soprattutto contro Whatley. Tra gli elettori del repubblicano il quadro è diverso: il 52% vota per il proprio candidato, mentre il 46% vota soprattutto contro Cooper. Le scelte sono in gran parte definitive: l'81% degli elettori di Cooper e il 77% di quelli di Whatley si dicono certi della propria preferenza, mentre nel complesso un elettore su cinque potrebbe ancora cambiare idea.

La popolarità di Trump, che a livello nazionale è tornata vicino ai minimi del mandato, complica la corsa di Whatley. In North Carolina il 40% degli elettori giudica favorevolmente il presidente e il 58% sfavorevolmente, un saldo negativo di 18 punti; due anni fa era negativo di appena 6 punti (47% contro 53%). I legami di Whatley con Trump preoccupano il 48% degli elettori: più della metà dei moderati, oltre 4 indipendenti su 10 e circa 3 repubblicani non MAGA su 10. La preoccupazione per i legami di Cooper con l'establishment democratico riguarda invece il 42% degli elettori ed è molto più di parte: la esprimono 7 repubblicani su 10, ma solo 3 indipendenti e moderati su 10.

"I dati recenti indicano un vantaggio repubblicano medio di circa 3 punti nelle elezioni statali in North Carolina", ha detto il sondaggista repubblicano Daron Shaw, che conduce la rilevazione insieme al democratico Chris Anderson. "Il vantaggio di Cooper si basa su un sostegno democratico quasi unanime e su numeri molto solidi tra gli indipendenti. Per vincere, Whatley deve fermare l'emorragia tra i repubblicani non MAGA e migliorare la sua posizione tra gli elettori meno di parte e delusi."

Il 54% degli elettori giudica favorevolmente Cooper, contro il 40% che dice lo stesso di Whatley. L'ex governatore è anche più popolare del Partito Democratico di 12 punti, mentre Whatley è 4 punti sotto il Partito Repubblicano. Il candidato repubblicano è inoltre meno conosciuto: il 14% degli elettori non sa valutarlo o non ne ha mai sentito parlare, compreso circa un repubblicano su dieci.

I due partiti sono ugualmente impopolari nello Stato: il Partito Repubblicano è giudicato positivamente dal 44% degli elettori e negativamente dal 54%, il Partito Democratico dal 42% contro il 56%. L'avversione per il campo opposto pesa più dell'attaccamento al proprio: il 94% dei democratici ha un'opinione negativa del Partito Repubblicano, una quota superiore all'83% che giudica positivamente il proprio partito. Lo stesso vale tra i repubblicani, con il 92% contro l'85%. Nel piccolo gruppo di elettori che giudica male entrambi i partiti, Cooper doppia Whatley: 64% contro 32%.

L'inflazione è il tema più importante per la scelta del candidato al Senato: la indica il 36% degli elettori, davanti alle divisioni politiche del Paese (14%), alla sanità e all'immigrazione (13% ciascuna). La metà degli elettori descrive la propria situazione economica come stabile, il 12% dice di stare migliorando e il 38% di stare arretrando, 6 punti in meno rispetto a due anni fa.

Il North Carolina sceglie da anni governatori democratici e presidenti repubblicani. I democratici hanno vinto 8 delle ultime 10 elezioni per la carica di governatore: lo stesso Cooper è stato rieletto nel 2020 con quasi 5 punti di vantaggio, mentre l'ultimo repubblicano a vincere è stato Pat McCrory nel 2012, con circa 11 punti. Nelle elezioni presidenziali vale l'opposto: i repubblicani hanno conquistato lo Stato in 11 delle ultime 12 corse alla Casa Bianca. L'ultimo democratico a vincere è stato Barack Obama nel 2008, per appena lo 0,3%. Nel 2024 Trump ha vinto in North Carolina con 3 punti di margine.

Il sondaggio è stato condotto tra il 23 e il 27 luglio dalla società democratica Beacon Research e da quella repubblicana Shaw & Company Research, che realizzano insieme le rilevazioni di Fox News, su un campione di 1.005 elettori registrati del North Carolina, con un margine di errore di 3 punti percentuali.


Un Repubblicano su cinque potrebbe decidere di non votare a novembre


Circa un elettore su cinque tra i repubblicani più fedeli rischia di restare a casa a novembre o di votare per i democratici. È quanto emerge da un’analisi di Americans for Prosperity Action, il super PAC conservatore legato al miliardario Charles Koch, citata dal Washington Post a poco più di tre mesi dalle elezioni di metà mandato.

Il dato preoccupa perché arriva in un ciclo elettorale già difficile per il partito. Il gradimento di Donald Trump resta basso e, storicamente, la forza politica che controlla Washington tende a perdere seggi alle elezioni di metà mandato. La novità è che la smobilitazione riguarda ora anche gli elettori più assidui: persone che hanno partecipato a tutte le ultime quattro primarie e a tutte le ultime quattro elezioni generali.

Gli elettori a rischio si concentrano in Iowa, Ohio, North Carolina, Montana, New Hampshire e Michigan. Alcuni affermano che potrebbero rinunciare al voto, altri valutano di sostenere i democratici, soprattutto a causa dell’inflazione e dell’andamento dell’economia. L’analisi combina i risultati dei sondaggi con le indicazioni raccolte durante le campagne porta a porta.

“Si tratta di una fetta ampia”, ha dichiarato al Washington Post Nathan Nascimento, direttore esecutivo di AFP Action. “È un numero che fa paura”. Quel 20% non comprende, peraltro, gli elettori conservatori già a bassa propensione al voto, ovvero quelli che si presentano solo quando Trump è sulla scheda ma disertano le altre consultazioni. Mobilitarli rappresenta un problema diverso e altrettanto serio.

Midterm 2026

La base repubblicana si raffredda


Un'analisi di AFP Action, il super PAC della rete Koch, stima che circa un elettore repubblicano su cinque tra i più assidui rischi di restare a casa a novembre — o di votare per i democratici.

Grafica di FocusAmericaLuglio 2026

Gli elettori più fedeli del partito

1 su 5 rischia di non votare alle elezioni di metà mandato o di passare ai democratici

La stima riguarda i fedelissimi: elettori che hanno partecipato a tutte le ultime quattro primarie e a tutte le ultime quattro elezioni generali.

Il divario

I democratici sono molto più motivati


Vantaggio democratico tra gli elettori «certi di votare», oggi e alla vigilia dell'ondata blu del 2018.

2018

+0 pt
2026

+0 pt
Nel 2018, con un divario di appena 2 punti, i democratici riconquistarono la Camera guadagnando 40 seggi.

Voto generico per il Congresso — elettori registrati

DEM

0%

REP

0%

Tra i soli elettori «assolutamente certi» di votare il vantaggio democratico sale a 8 punti: 53% contro 45%.

37%

Approvazione di Trump al 37% tra gli adulti americani. Storicamente, il partito che controlla la Casa Bianca perde seggi alle elezioni di metà mandato.

La mappa del rischio

Sei Stati sotto osservazione


Dove si concentrano gli elettori fedeli a rischio smobilitazione, secondo il porta a porta di AFP Action.

IA
Iowa
2 corse aperte

OH
Ohio

NC
North Carolina

MT
Montana

NH
New Hampshire

MI
Michigan

In Iowa, Stato ormai considerato solidamente repubblicano, sia la corsa per il governatorato sia quella per il Senato restano aperte e competitive. Il gruppo più a rischio: uomini sotto i 40 anni, preoccupati per economia e prezzi.

Le cause

Perché la base è fredda


Tocca ogni voce per il dettaglio.

1Inflazione ed economia+
È il motivo più citato nel porta a porta, insieme alla guerra in Iran. Dopo la proroga dei tagli fiscali del 2025, il Congresso non ha approvato altre misure significative contro l'aumento del costo della vita.

2Il SAVE America Act bloccato+
La legge simbolo sull'obbligo di documento per votare è passata alla Camera a febbraio, ma al Senato mancano i 60 voti per superare il filibuster democratico.
SÌ218 NO213

3Un tesoretto da 400 milioni fermo+
Il comitato MAGA Inc. ha raccolto 400 milioni di dollari, ma il fondo resta quasi intatto e tra i donatori cresce il malumore. I senatori chiedono a Trump di usarlo per mobilitare gli elettori meno assidui.

Il tentativo di rilancio: la convention di metà mandato del partito, in programma il 9 e 10 settembre a Dallas.

Fonte: Washington Post; sondaggio Washington Post-Ipsos, 8–13 luglio 2026; AFP Action
Dati a luglio 2026

Il divario nell’entusiasmo


Un sondaggio del Washington Post e di Ipsos mostra che la quota di democratici certi di votare a novembre supera ormai di dieci punti quella dei repubblicani. Nel voto generico per il Congresso, invece, il vantaggio democratico si ferma a tre punti, 48% contro 45%, mentre l’approvazione di Trump resta al 37%. Se il divario nella propensione al voto non si ridurrà, potrebbe risultare decisivo.

Mitchell Brown, sondaggista repubblicano dello studio Cygnal, colloca l’entusiasmo democratico sui livelli del 2018, quando il partito riconquistò la Camera dei Rappresentanti. I repubblicani, al contrario, appaiono molto meno motivati rispetto ad allora. “Non è che i democratici stiano superando le attese: sono i repubblicani che stanno andando peggio del previsto”, ha spiegato.

Secondo Brown, il gruppo più a rischio è quello degli uomini sotto i quarant’anni, preoccupati soprattutto per l’economia e per l’aumento dei prezzi. È lo stesso segmento che contribuì in modo decisivo alla vittoria di Trump nel 2024, anche in alcuni degli Stati in bilico che torneranno al voto quest’anno.

La tensione è particolarmente evidente in Iowa, dove sia la corsa per il governatorato sia quella per un seggio al Senato sono aperte e competitive, nonostante lo Stato sia ormai considerato solidamente repubblicano. Durante una sessione porta a porta di AFP Action a Urbandale, sobborgo di Des Moines, diversi elettori hanno criticato la guerra in Iran e l’inflazione; alcuni hanno persino dichiarato di essere pronti a votare democratico in autunno.

Gli strateghi repubblicani ritengono che il quadro possa cambiare quando la campagna entrerà nel vivo. Contano inoltre sul ridisegno dei collegi promosso da Trump, senza precedenti per ampiezza, che dovrebbe limitare le perdite garantendo al partito un vantaggio strutturale. “I repubblicani sono uniti, all’attacco e dispongono del più grande tesoro elettorale nella storia del partito”, ha dichiarato Natalie Baldassarre, portavoce del Republican National Committee, secondo cui gli elettori hanno ben chiara la posta in gioco a novembre.

Il nodo della mobilitazione


A Washington, però, il partito resta paralizzato dalle divisioni interne, che gli hanno impedito di approvare alcuni dei suoi provvedimenti simbolo. Tra questi c’è il SAVE America Act, la proposta di legge che prevede l’obbligo di esibizione di un documento d’identità per votare e di una prova della cittadinanza per iscriversi alle liste elettorali.

La Camera dei Rappresentanti lo ha approvato a febbraio con 218 voti contro 213, ma al Senato i repubblicani non dispongono dei 60 voti necessari per superare l’ostruzionismo (“filibuster”) dei democratici. Trump ha quindi attaccato pubblicamente i vertici del partito per il ritardo. Dopo la legge del 2025 che ha prorogato i tagli fiscali, inoltre, il Congresso non ha più approvato misure significative contro l’aumento del costo della vita.

“Dobbiamo fare qualcosa per rimotivare la nostra base”, ha ammesso Ron Johnson, senatore repubblicano del Wisconsin, che tornerà davanti agli elettori soltanto nel 2028. A suo giudizio, molti sostenitori fedeli ritengono che i parlamentari del partito non si siano impegnati abbastanza. Abigail Jackson, portavoce di Trump, ha definito la legge elettorale una priorità assoluta e ha assicurato che l’amministrazione continua ad attuare l’agenda del presidente sui prezzi, dal costo dei farmaci a quello della benzina.

Altri senatori chiedono a Trump di sfruttare la propria piattaforma e i 400 milioni di dollari raccolti dal comitato MAGA Inc. per mobilitare gli elettori meno assidui, considerato che il presidente ottiene risultati migliori quando compare personalmente sulla scheda. Kevin Cramer, senatore del North Dakota, ha raccontato di aver affrontato il tema con Trump nello Studio Ovale la settimana scorsa. “Lo faranno, se approvate il SAVE America Act”, avrebbe risposto il presidente. Il fondo, intanto, resta quasi intatto e tra i donatori cresce il malumore per il mancato impiego delle risorse.

La Casa Bianca punta anche sulla convention di metà mandato, in programma il 9 e 10 settembre a Dallas, per rilanciare l’entusiasmo. Thom Tillis, senatore del North Carolina che ha rinunciato a ricandidarsi, ritiene che alla fine la base tradizionale andrà comunque alle urne. Teme però che l’economia e l’inflazione abbiano compromesso l’immagine del partito tra i moderati e che la guerra in Iran stia diventando un ulteriore peso elettorale. “La domanda è se la coalizione che appartiene soltanto al presidente potrà essere mobilitata per votare anche per gli altri”, ha concluso.


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Podman: l’alternativa a Docker che ogni sysadmin Linux dovrebbe conoscere
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Podman: l’alternativa a Docker che ogni sysadmin Linux dovrebbe conoscere


Per anni Docker è stato il default indiscusso quando si parlava di container su Linux. Ma l’architettura basata su un daemon centrale che gira come root ha sempre lasciato sul tavolo un problema di superficie d’attacco: se qualcuno compromette dockerd, ha di fatto accesso root all’intero host. Podman nasce proprio per chiudere questo gap, offrendo un motore container daemonless, compatibile con le immagini OCI e con la CLI Docker, che si integra in modo molto più nativo con systemd e con il modello di permessi di Linux.

Vediamo come installarlo, come si differenzia realmente da Docker oltre gli slogan, e come portarlo in produzione con systemd e le Quadlet, che sono probabilmente la ragione migliore per prenderlo sul serio.

Cos’è Podman, in pratica


Podman (da Pod Manager) è un motore container open source senza demone centrale. Ogni container gira come processo figlio dell’utente che lo ha avviato, non come figlio di un servizio di sistema con privilegi elevati. Questo significa che è possibile eseguire container completamente rootless, senza mai invocare sudo, riducendo drasticamente cosa un container compromesso può effettivamente toccare sull’host.

Sotto il cofano Podman usa gli stessi runtime OCI di Docker e parla lo stesso formato immagine, quindi la stragrande maggioranza dei comandi Docker funziona invariata sostituendo semplicemente il nome del binario (o creando un alias docker=podman, oppure installando il pacchetto podman-docker che fa da shim trasparente).

Un concetto che Docker non ha nativamente è quello di pod: gruppi di uno o più container che condividono rete e storage, concettualmente vicini ai pod di Kubernetes. Comodo quando si vogliono far girare insieme più container che devono comunicare come se fossero sulla stessa macchina.

Installazione

# Debian/Ubuntu (Debian 11+, Ubuntu 20.10+)
sudo apt-get update
sudo apt-get -y install podman

# Fedora/CentOS/RHEL 8+
sudo dnf -y install podman

# openSUSE
sudo zypper install podman

# Arch/Manjaro
sudo pacman -S podman

Verifica dell’installazione:
podman --version
podman info
podman run hello-world

Se l’ultimo comando restituisce il messaggio di benvenuto di Podman, l’installazione è a posto.

Uso quotidiano: i comandi non cambiano quasi nulla


Shell interattiva dentro un container Ubuntu:

podman run -it ubuntu bash

Servizio in background, con Nginx esposto sulla porta 8080 dell’host:
podman run -d --name web -p 8080:80 nginx
podman ps

Il resto della CLI ricalca Docker praticamente 1:1: podman pull, podman images, podman stop/start, podman rm/rmi. Dietro le quinte, podman build è in realtà un wrapper attorno a Buildah, mentre lo spostamento di immagini tra registry passa per Skopeo: strumenti separati che Podman orchestra per te, senza che serva conoscerli nel dettaglio per l’uso base.

Dove Docker e Podman divergono davvero


La compatibilità è alta ma non totale, e i problemi emergono quasi sempre dal modello rootless. Il caso più comune sono i bind mount: poiché i container rootless usano user namespace e mapping subuid/subgid, una directory montata dall’host non sempre ha la proprietà che il container si aspetta. Su sistemi con SELinux attivo serve anche il suffisso :z o :Z per far ri-etichettare correttamente i file:

podman run -v /host/path:/container/path:Z myimage

:z minuscolo condivide il volume tra più container, :Z maiuscolo lo rende privato per un singolo container. Se serve far coincidere esattamente la proprietà con quella dell’host, l’opzione --uidmap permette un controllo fine, oppure si può far girare il container in modalità rootful per replicare il comportamento di Docker.

Altri attriti da conoscere prima di migrare: l’accesso GPU da container rootless è limitato (NVIDIA richiede nvidia-container-toolkit e setup CDI, con i container da ricreare a ogni aggiornamento driver), e i Docker secrets insieme ad alcune configurazioni di rete non hanno una corrispondenza 1:1. Niente di bloccante, ma va testato prima di assumere che la migrazione sia un semplice “find and replace”.

Container come servizi systemd: le Quadlet


Questo è probabilmente il motivo migliore per scegliere Podman in un contesto server. Invece di lasciare un demone in background a gestire lo stato dei container, si delega tutto a systemd, che diventa responsabile di avvio, riavvio e supervisione, esattamente come per qualsiasi altro servizio di sistema.

Il meccanismo si chiama Quadlet: un file dichiarativo con estensione .container che Podman traduce automaticamente in una unit systemd. Per un servizio utente rootless, il file va in ~/.config/containers/systemd/. Esempio minimo per Nginx:

[Container]
ContainerName=web
Image=docker.io/library/nginx:latest
PublishPort=8080:80

[Install]
WantedBy=default.target

Attivazione:
systemctl --user daemon-reload
systemctl --user start web

Da questo momento il container è gestito da systemd come un servizio qualsiasi: si riavvia in caso di crash, si integra con i log di journald, si può abilitare al boot. Aggiungendo l’etichetta AutoUpdate=registry a un container, inoltre, podman auto-update può controllare periodicamente nuove versioni dell’immagine e riavviare il servizio in automatico, senza bisogno di Watchtower o strumenti equivalenti.

Migrare da Docker Compose


Chi ha un’infrastruttura basata su Compose ha due strade percorribili. La prima è continuare a usare Compose così com’è: il binario standalone docker compose può puntare al socket di Podman senza toccare i file docker-compose.yml esistenti:

systemctl --user enable --now podman.socket

La seconda è convertire i file Compose in Quadlet, così che sia systemd a gestire tutto nativamente. Scrivere le unit a mano è tedioso, quindi conviene usare podlet, un tool che legge un docker-compose.yml e genera i file Quadlet corrispondenti. C’è una curva di apprendimento, ma è comunque più veloce che partire da zero.

Docker resta rilevante


Nonostante i vantaggi di Podman, Docker non sta scomparendo. L’ecosistema attorno a Docker (Compose, Swarm, e tutta la tooling che si integra con esso, inclusi molti sistemi CI/CD già configurati per il socket Docker) resta enorme, e non tutte le piattaforme gestiscono bene le peculiarità rootless di Podman. Se un team è già standardizzato su Docker, spesso ha più senso restare sull’esistente piuttosto che affrontare una migrazione per un guadagno marginale.

Dove Podman convince davvero è quando si parte da zero: setup più sicuro per default, nessun demone da tenere sotto controllo, integrazione diretta con systemd per la gestione del ciclo di vita dei servizi.

Conclusione


Podman è un motore container completo, compatibile con Docker, che funziona senza demone e senza bisogno di privilegi root. Per l’uso quotidiano è quasi un drop-in replacement: si installa dal repository della distribuzione, si usano gli stessi comandi (o si crea l’alias docker=podman), e si ottengono benefici di sicurezza concreti senza dover reimparare nulla. I limiti di compatibilità, soprattutto su bind mount, GPU e secrets, vanno conosciuti e testati prima di una migrazione in produzione, ma per chi sta impostando nuovi ambienti containerizzati su Linux, specialmente se pensa di gestirli con systemd e Quadlet, vale decisamente la pena valutarlo.

Fonte originale: Hayden James, “Docker Alternative: Podman on Linux”, LinuxBlog.io.


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C# 15 introduce le union: basta OneOf e Results per modellare i tipi (.NET 11 Preview 6)
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C# 15 introduce le union: basta OneOf e Results per modellare i tipi (.NET 11 Preview 6)


Da anni gli sviluppatori C# aspettano un modo nativo per dire “questo valore è esattamente uno tra questi tipi, e nient’altro”, con il compilatore in grado di garantirlo. In assenza di un supporto di linguaggio, la community si è arrangiata con pattern come Results<T> di ASP.NET Core Minimal API o con librerie come OneOf. Funzionano, ma con un limite strutturale: se aggiungi un quarto caso possibile a una funzione che prima ne restituiva tre, nessuno ti avvisa che uno switch a valle non gestisce il nuovo tipo. Manca l’esaustività, che è poi il punto centrale delle discriminated union.

Con .NET 11 Preview 6 (rilasciata il 14 luglio 2026) e C# 15, questa lacuna si chiude: arriva la parola chiave union, insieme a un intero pacchetto di funzionalità correlate (conversioni implicite, pattern matching esaustivo, gestione della nullabilità) che rendono i union type un cittadino di prima classe del linguaggio.

La sintassi: dichiarare un union type


La forma più semplice è la union declaration, una sintassi compatta che genera automaticamente uno struct:

public union Pet(Cat, Dog, Bird);

Questa singola riga dice al compilatore che un Pet è esattamente un Cat, un Dog o un Bird, e nient’altro. Sotto il cofano, il compilatore genera uno struct che implementa l’interfaccia System.Runtime.CompilerServices.IUnion e conserva il valore effettivo in una proprietà Value di tipo object?.

I union generici sono immediatamente utili per modellare risultati di operazioni che possono fallire, un caso d’uso ricorrentissimo in codice di produzione:

public union Result<TSuccess, TError>(TSuccess, TError);

Result<User, Error> Register(string username)
{
    if (string.IsNullOrEmpty(username))
        return new Error("Username cannot be empty");

    return new User(username);
}

Da notare l’ultima riga: nessun wrapping esplicito, nessuna chiamata a un factory method. Il valore User o Error viene convertito implicitamente in Result<User, Error> grazie alle union conversion generate automaticamente per ogni case type.

Pattern matching esaustivo, finalmente


Il vero salto di qualità è nel matching. Se dimentichi un caso in uno switch su un union type, il compilatore te lo dice:

string Describe(Pet pet) => pet switch
{
    Dog d => d.Name,
    Cat c => c.Name,
    // CS8509: switch expression does not handle all
    // possible values of its input type (Bird)
};

Aggiungendo il caso mancante, l’avviso scompare, e non serve più il classico _ => throw new InvalidOperationException("unreachable") per zittire il compilatore:
string Describe(Pet pet) => pet switch
{
    Dog d => d.Name,
    Cat c => c.Name,
    Bird b => b.Name,
};

Il punto interessante è che questa esaustività è dinamica: se in futuro aggiungi un nuovo case type al union (per esempio un quarto animale), ogni switch esistente che non lo gestisce si illumina di un warning. Per chi ha inseguito bug di produzione causati da un case dimenticato in un evento di dominio, è un cambiamento non da poco.

I pattern si applicano direttamente al union, senza bisogno di accedere manualmente a .Value: il compilatore effettua l’unwrapping in automatico, anche negli if pattern classici:

if (pet is Dog d)
{
    Console.WriteLine(d.Name);
}

Gestione del null


Il valore di default di un union type ha Value == null, ed è possibile intercettarlo esplicitamente con il pattern null:

string Describe(Pet pet) => pet switch
{
    null => "nessun animale",
    Dog d => d.Name,
    Cat c => c.Name,
    Bird b => b.Name,
};

La necessità o meno del ramo null dipende dal fatto che il parametro o il campo union-typed sia nullable: l’analisi di nullabilità del compilatore guida correttamente questi casi, in coerenza con le annotazioni #nullable enable già in uso nella maggior parte delle codebase moderne.

Un caso pratico: modellare eventi di dominio


I union type diventano davvero interessanti quando li si combina con i record per il domain modeling, per esempio in un sistema di elaborazione ordini con eventi distinti:

public record OrderPlaced(Guid OrderId, decimal Total);
public record OrderShipped(Guid OrderId, string TrackingNumber);
public record OrderCancelled(Guid OrderId, string Reason);
public union OrderEvent(OrderPlaced, OrderShipped, OrderCancelled);

string Summarize(OrderEvent evt) => evt switch
{
    OrderPlaced p    => $"Ordine {p.OrderId} piazzato per {p.Total:C}",
    OrderShipped s   => $"Ordine {s.OrderId} spedito, tracking: {s.TrackingNumber}",
    OrderCancelled c => $"Ordine {c.OrderId} annullato: {c.Reason}",
};

Quando tra tre mesi qualcuno aggiungerà OrderRefunded al union, ogni handler che non lo gestisce lancerà un warning in fase di compilazione, invece di fallire silenziosamente in produzione. È il compilatore che fa da revisore di esaustività al posto tuo.

I union possono anche esporre metodi e proprietà calcolate (ma non campi d’istanza), utile per incapsulare logica di conversione:

public union Length(Meters, Feet)
{
    public double TotalMeters => this switch
    {
        Meters m => m.Value,
        Feet f   => f.Value * 0.3048,
        _        => throw new InvalidOperationException(),
    };
}

Union personalizzati con l’attributo [Union]


La parola chiave union genera sempre uno struct. Se per motivi di identità, ereditarietà o layout di memoria serve un tipo reference, è possibile costruire un union personalizzato applicando direttamente l’attributo System.Runtime.CompilerServices.UnionAttribute e implementando l’interfaccia IUnion:

[System.Runtime.CompilerServices.Union]
public class Shape : System.Runtime.CompilerServices.IUnion
{
    private readonly object? _value;
    public Shape(Circle value)    { _value = value; }
    public Shape(Rectangle value) { _value = value; }
    public object? Value => _value;
}

Nella grande maggioranza dei casi, però, la sintassi union compatta copre già ogni esigenza pratica: l’approccio con attributo è pensato per scenari con requisiti specifici che lo struct generato non può soddisfare.

Come provarlo oggi


I union type sono attualmente in preview. Per sperimentarli serve l’SDK .NET 11 Preview e questa configurazione nel file di progetto:

<PropertyGroup>
    <LangVersion>preview</LangVersion>
    <TargetFramework>net11.0</TargetFramework>
</PropertyGroup>

Vale la pena ricordare che si tratta di una feature specification ancora in evoluzione: alcuni dettagli di comportamento (per esempio le regole esatte su nullabilità di default o sulle conversioni sollevate/”lifted”) sono ancora oggetto di discussione nel repository dotnet/csharplang, quindi è normale osservare piccoli cambiamenti tra una preview e l’altra prima del rilascio finale.

Conclusioni


F# ha le discriminated union fin dalle origini, e la richiesta di un equivalente in C# (csharplang issue #113) è aperta da anni. Con l’arrivo dei union type, non ogni problema di modellazione richiede più una gerarchia di classi: per rappresentare “uno tra un insieme chiuso di tipi”, ora esiste un costrutto di linguaggio dedicato, con conversioni implicite, pattern matching esaustivo e un’ottima integrazione con i record esistenti. Per chi lavora ogni giorno con API che possono restituire risultati eterogenei, o con event sourcing e domain modeling, è una delle novità più concrete della prossima versione di C#.

Fonte: .NET Blog, C# language reference proposal: Unions e Maarten Balliauw.


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Critical Ruby on Rails Flaw Lets Attackers Steal Server Secrets Through Image Uploads
#CyberSecurity
securebulletin.com/critical-ru…
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Stop Killing the Internet!


For decades, the Internet has empowered people to communicate, organise, learn, create businesses, share culture and participate in democracy across borders. Its openness has been one of its greatest strengths. Today, however, that openness is increasingly under threat. Across the world, governments are responding to concerns about online harms with proposals that risk undermining fundamental rights. Mandatory age verification, device scanning, digital identity requirements: broad […]

For decades, the Internet has empowered people to communicate, organise, learn, create businesses, share culture and participate in democracy across borders. Its openness has been one of its greatest strengths. Today, however, that openness is increasingly under threat.

Across the world, governments are responding to concerns about online harms with proposals that risk undermining fundamental rights. Mandatory age verification, device scanning, digital identity requirements: broad surveillance measures and restrictions on access are often presented as simple solutions to complex problems. Yet these approaches frequently come at the expense of privacy, freedom of expression and the open nature of the Internet itself.

As Pirates, we reject the false choice between safety and fundamental rights. We believe it is possible to protect people online without creating systems of mass surveillance or limiting access to information and communication.

The European Pirates is proud to support the Stop Killing the Internet campaign, which brings together organisations, activists, creators and citizens who share our vision of a free and open Internet.

Rather than accepting increasingly intrusive measures as inevitable, the campaign advocates for evidence-based, proportionate and rights-respecting approaches to tackling online harms. It promotes transparency, democratic accountability, better platform governance and policies that address the root causes of problems instead of restricting the rights of everyone.

This aligns closely with the principles the European Pirates has defended for many years. We have consistently opposed indiscriminate surveillance, mandatory upload filters, mass data retention, client-side scanning and other proposals that weaken digital rights in the name of security or safety. We believe that a free society depends on a free Internet.

The challenges facing the Internet are international, and so must be the response. By joining forces with organisations from across the world, we can better defend an Internet that remains secure, open, interoperable and accessible for everyone.

If you share this vision, we encourage you to learn more about the campaign by visiting Stop Killing the Internet. You can also stay informed about new developments and opportunities to get involved by subscribing to the campaign’s newsletter. Together, we can help ensure that the future of the Internet is built on freedom, privacy and democratic values—not surveillance and exclusion.


Between Agency and Determinism, Who Holds the Wheel in Digital Society?


Every morning, before most people have spoken a word out loud, a sequence of decisions has already been made on their behalf, what news surfaces, what products to buy, what version of the world gets presented as the relevant one. It arrives as a feed, a recommendation, a notification. Frictionless. Invisible. User well-being does not enter into the calculation, it is the emotional amplification that is rewarded and it is how engagement incentives can dangerously influence public discourse.

  • Digital agency is self-determination applied to the online environment. It means your choices online are genuinely yours, shaped by your values, your curiosity, your judgment.
  • Determinism is the condition in which the erosion of agency becomes structural. It describes an environment so thoroughly engineered toward specific behavioral outcomes that genuine choice becomes constrained; Not through force, but through machines making certain thoughts, emotions, and decisions far more likely than others.
  • Digital agency is not the same as digital literacy, though literacy helps. It is not the same as having access to technology, it is closer to what political theorists call effective freedom. Not just the theoretical right to act, but the actual practical capacity to do it, with consequences that are visible and legible.

Users technically have the right to opt out of data collection. To read the privacy policy. To choose a different platform. But if opting out means losing access to your professional network, if the alternative has no users, and if the privacy policy runs to forty-seven pages of legal language designed to exhaust rather than inform, then your theoretical right is not worth very much. It is freedom in name, performance in practice.

The reason this matters politically is straightforward: democracy runs on it. If citizens cannot understand the systems that allocate resources, shape information environments, and mediate their relationship with institutions, then the quality of democratic participation degrades. You cannot meaningfully consent to what you cannot see. Digital agency is, in this sense, the infrastructure of democracy in a digital society. Without it, everything else – elections, courts, parliament – floats on a substrate where somebody else controls the outcome.

In May 2026, Meta quietly discontinued end-to-end encryption for Instagram private messages. The announcement was buried in a product update. The framing was about improving “safety features” and content moderation capabilities.

What changed: Meta can now read your private Instagram messages.

No law required this; it was a business decision made by a private company about the privacy of hundreds of millions of people, most of whom do not know it happened. The ones who do know, have no practical alternative if their social and professional lives are embedded in Meta’s network.

Everyone has the ability to disagree with the privacy policy, but it runs to nearly 20,000 words. Reading the privacy policies for a typical person would take hours, that is before you open any of Meta’s other services, each governed by its own separate terms. This is what the loss of digital agency looks like from the inside: invisible, incremental, and explained in the passive voice.

What can you do?
The hard thing about claiming digital agency is that it requires sustained attention to things that are deliberately made boring, complex, and remote. It requires engaging with legislation that does not trend, understanding technology that resists simplification, and insisting on accountability from institutions that have become expert at deflecting it.

Conclusion


The platforms you use daily were not designed around you.

They were designed around attention, which is a different thing entirely. The feed scrolled through is not a window onto the real world, it is a curated environment, shaped by systems that have spent years learning exactly which emotional frequencies keep the masses present the longest.

Technology is a set of decisions. Decisions have authors that can be held accountable, but only if people understand what it is built upon, insist on transparency about how it operates, and refuse to accept that this is simply how things are.

The European Pirates have been arguing, not against technology, but for better technology. Made for the public, governed democratically, and answerable to the people it was supposedly built to serve. Democratic self-governance starts by citizens informing themselves independently, forming political judgments around accurate information, invoking their rights, and drawn from multiple and deliberately varied sources rather than a single curated feed.

None of this requires becoming a technologist. It requires becoming a slightly more deliberate inhabitant of a digital world that has been carefully designed to reward passivity. Recognising the architecture is the first act of resistance against it.


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🚨 Complaint filed: the online dictionary dict.cc tries to nudge users into consenting to online tracking by 1,741 (!) “partners” with a single click.

👉 This makes it impossible for users to know exactly who has access to their data and how it is actually used. However, the GDPR requires that consent is freely given, informed, specific and unambiguous.

noyb.eu/en/1741-informed-conse…

in reply to noyb.eu

and again nobody knows how TCF integration with consent platform works.

I'm going to hazard that 1,741 is just the latest total number of partners on the TCF list.

When you "switch on" TCF integration and you forget (more often, don't know it even exists as a thing) to list the actual partners, you end up passing an empty array which is interpreted, rather stupidly as "all of the known partners".

Caso chat di Delmastro rinviato in giunta delle autorizzazioni della Camera


@Politica interna, europea e internazionale
L’autorizzazione ad acquisire le chat dell’ex sottosegretario Andrea Delmastro e Mauro Caroccia è rinviato nella giunta per le autorizzazioni della Camera che si riunirà quanto prima. Questa la comunicazione che, a quanto appreso dall’Ansa dalle

Elezioni e Politica 2026 ha ricondiviso questo.

☕ CYBERBRIEFING — Giovedì 30 luglio 2026

👉 Leggi tutti gli aggiornamenti delle ultime 24 ore:
ilpuntocyber.rfeed.it/article.…

#newsletter #cybersecurity
@informatica

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Identificazione biometrica: per il #Garanteprivacy, il dlgs sull’uso della #IntelligenzaArtificiale per l’attività di polizia "necessita di alcune integrazioni volte a rafforzare le garanzie rispetto al trattamento dei dati personali"

Il parere riguarda il decreto legislativo volto ad adeguare la normativa interna alle disposizioni del regolamento (UE) 2024/1689 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 giugno 2024 (infra: “regolamento IA”)

gpdp.it/web/guest/home/docweb/…

@aitech

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Fauci si rifiuta di rispondere al Senato sulle origini del Covid


L'ex volto della risposta alla pandemia ha ripetuto più di cento volte la formula per non autoincriminarsi nell'audizione voluta da Rand Paul, che ora vuole farlo accusare di oltraggio al Congresso

Anthony Fauci, l'immunologo che per decenni è stato il massimo esperto di malattie infettive del governo americano e poi il volto della risposta alla pandemia di Covid-19, si è rifiutato mercoledì di rispondere alle domande di una commissione del Senato. Per quasi tre ore ha ripetuto più di cento volte la stessa formula: "Su consiglio dei miei avvocati, rifiuto rispettosamente di rispondere sulla base dei miei diritti garantiti dal Quinto emendamento della Costituzione", la norma che tutela chiunque dal rischio di autoincriminarsi.

Alla fine dell'audizione il presidente della commissione, il senatore repubblicano del Kentucky Rand Paul, ha annunciato un voto per accusare Fauci di oltraggio al Congresso, il reato di chi ostacola i lavori parlamentari.

Fauci, 85 anni, è andato in pensione alla fine del 2022 dopo 54 anni nel governo federale e si è presentato solo perché raggiunto da un mandato di comparizione. La commissione per la Sicurezza interna e gli affari governativi, l'organo del Senato che vigila sull'amministrazione federale, è presieduta dal 2025 proprio da Paul, il suo avversario più tenace.

Il senatore accusa Fauci da anni di aver finanziato esperimenti pericolosi sui virus a Wuhan, la città cinese dove la pandemia è cominciata, e di aver poi mentito al Congresso su quei fondi. Ne ha chiesto più volte l'arresto e nel 2023 ha pubblicato un libro sul "grande insabbiamento del Covid" con la foto dell'immunologo in copertina.

Fauci ha sempre respinto ogni addebito. I due si scontrano nelle aule del Congresso dall'inizio della pandemia. Nel 2021, quando il senatore gli disse che stava mentendo, Fauci rispose: "Se qui c'è qualcuno che sta mentendo, senatore, è lei".

Nella dichiarazione iniziale, l'unico momento in cui ha parlato, Fauci ha ricordato di aver testimoniato più di duecento volte davanti al Congresso nei 38 anni in cui ha diretto il National Institute of Allergy and Infectious Diseases, l'istituto federale per le allergie e le malattie infettive. Poi ha spiegato il suo silenzio accusando Paul di avergli preparato una trappola. L'unico scopo della convocazione, ha detto, è "farmi dire qualcosa, qualsiasi cosa" che possa dare ragione alle promesse pubbliche del senatore di vederlo finire "dietro le sbarre".

Invocare il Quinto emendamento, ha aggiunto, "mi addolora" dopo una vita passata a collaborare con il Congresso.

Paul ha avvertito Fauci che ci sarebbero state "ripercussioni" per il suo rifiuto di rispondere. Quando l'avvocato dell'immunologo, David Schertler, ha chiesto di poter leggere una breve dichiarazione, il senatore ha chiamato la sicurezza per farlo allontanare dall'aula.

Josh Hawley, del Missouri, ha chiesto a Fauci che giorno della settimana fosse e di che colore fosse la sua cravatta, ricevendo sempre la stessa risposta. Lo ha poi definito "un narcisista, un megalomane e un bugiardo" e lo ha accusato di essersi arricchito facendo domanda per premi in denaro durante la pandemia (nel 2021 una fondazione israeliana gli assegnò un milione di dollari per la "difesa della scienza").

Bernie Moreno, dell'Ohio, lo ha coperto di volgarità e ha chiesto al pubblico in aula di alzarsi se si riteneva danneggiato dall'obbligo di mascherina o dalla chiusura delle scuole. Più di una decina di persone si sono alzate e il senatore ha invitato Fauci a voltarsi a guardarle. Alla fine della seduta l'ex funzionario ha lasciato l'aula impassibile, scortato dagli agenti di polizia.

Al centro dell'inchiesta c'è la ricerca cosiddetta gain-of-function, gli esperimenti che modificano il patrimonio genetico dei virus per capire come evolvono e prevenire future pandemie. L'istituto guidato da Fauci finanziò studi sui coronavirus all'Istituto di virologia di Wuhan, ma i National Institutes of Health, l'agenzia federale per la ricerca biomedica da cui l'istituto dipendeva, hanno sempre sostenuto che i virus studiati con i fondi americani erano diversi da quello che ha causato il Covid-19.

Sull'origine della pandemia non esiste un consenso scientifico. Non è chiaro se il virus sia passato all'uomo da un animale o se sia fuoriuscito dal laboratorio di Wuhan, l'ipotesi che il presidente Trump e gran parte dei repubblicani danno per accertata. Martedì l'amministrazione ha annunciato nuove restrizioni proprio su questo tipo di esperimenti.

Pochi giorni prima dell'audizione Paul aveva diffuso più di 1.100 pagine del diario personale che Fauci tenne durante la pandemia, consegnate al senatore dal segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr., uno dei critici più accaniti dell'immunologo. Per Paul quelle pagine dimostrano che Fauci diceva "una cosa in pubblico e un'altra in privato"; Fauci ha replicato che la pubblicazione era "mirata a mettermi in imbarazzo e intimidirmi".

Negli appunti Fauci si stupiva della propria fama e dei rapporti con una lista crescente di celebrità, mentre Trump veniva descritto come "sconclusionato". Mercoledì mattina, poche ore prima dell'audizione, il presidente ha attaccato di nuovo Fauci sui suoi social scrivendo che l'ex presidente Joe Biden gli aveva dato "un vasto potere distruttivo".

Il nodo giuridico è la grazia preventiva che Biden concesse a Fauci il 19 gennaio 2025, nell'ultimo giorno della sua presidenza, per proteggerlo da possibili procedimenti vendicativi dell'amministrazione entrante. I repubblicani sostengono che, essendo coperto dalla grazia, Fauci non possa temere un'incriminazione e quindi non abbia diritto ad appellarsi al Quinto emendamento. La protezione però vale solo per i reati federali commessi fino a quella data e lascia Fauci esposto a eventuali procedimenti statali o locali, oltre che a un'accusa federale di falsa testimonianza per qualsiasi dichiarazione resa dopo.

Paul ha convocato per il 5 agosto il voto della commissione sull'oltraggio al Congresso, riconoscendo che la questione potrebbe finire nei tribunali. James Lankford, dell'Oklahoma, l'unico repubblicano che ha usato toni concilianti, ha ricordato il precedente di Lois Lerner, la funzionaria dell'agenzia delle entrate americana che nel 2013 invocò il Quinto emendamento davanti alla Camera dopo aver letto una dichiarazione iniziale, proprio come ha fatto Fauci. I deputati stabilirono che così facendo Lerner aveva rinunciato alla protezione e la dichiararono in oltraggio.

I democratici della commissione non hanno fatto domande e hanno usato il loro tempo per difendere Fauci. Gary Peters, il più alto in grado, ha detto che "le indagini unilaterali costruite per convalidare conclusioni predeterminate non servono gli americani", mentre Maggie Hassan, del New Hampshire, ha ringraziato Fauci per "più di cinquant'anni di servizio al paese".

Alla vigilia dell'audizione più di 150 medici e scienziati avevano firmato una lettera aperta in sua difesa, scrivendo che nessuna prova credibile sostiene le accuse e che le teorie del complotto hanno esposto Fauci a cinque anni di molestie e minacce.

John Fetterman, della Pennsylvania, ha detto di non volerlo né attaccare né difendere. Il senatore si è rammaricato che l'ipotesi della fuga dal laboratorio sia stata a lungo liquidata come una teoria del complotto di destra, impedendo a persone come lui di prenderla sul serio.

Fuori dall'aula, la battaglia dell'opinione pubblica sembrano vincerla Paul e i suoi alleati. In un sondaggio Economist/YouGov del maggio 2025 il 57% degli americani riteneva probabilmente o sicuramente vero che il coronavirus fosse nato in un laboratorio cinese, contro il 17% di parere opposto (un altro 25% non sapeva rispondere).

La fiducia in Fauci ha seguito il percorso inverso. Nell'aprile 2020 otto americani su dieci si fidavano delle sue informazioni sulla pandemia (con percentuali simili tra repubblicani e democratici), ma nel giro di due anni la quota è scesa a circa la metà e tra i repubblicani a uno su quattro. A febbraio, comunque, il 54% degli americani considerava ancora affidabili le informazioni mediche fornite da Fauci, contro il 38% che diceva lo stesso del segretario Kennedy.

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Gli Stati Uniti sono tornati a bombardare l'Iran dopo l'attacco alle basi americane in Giordania


Colpite decine di obiettivi nella notte. Il conflitto si allarga con l'ingresso dell'Arabia Saudita e un drone su una nave americana in Egitto, mentre l'amministrazione è divisa sulla strategia

Gli Stati Uniti sono tornati a bombardare l'Iran nella notte tra mercoledì e giovedì. Il Comando centrale americano (CENTCOM), che dirige le operazioni militari in Medio Oriente, ha parlato di una "pesante ondata" di attacchi contro decine di obiettivi e l'ha definita una "risposta potente" all'attacco missilistico tentato dall'Iran contro le basi americane in Giordania. I raid sono iniziati alle 20 di mercoledì, ora di Washington (le 2 di giovedì in Italia) e si sono conclusi quando in Iran erano circa le 5:30 del mattino. Secondo un funzionario americano l'operazione, pur più ampia delle precedenti, non ha segnato un ritorno alle operazioni di combattimento su larga scala.

I bombardamenti hanno colpito centri di comando militari, impianti per missili e droni, siti di sorveglianza e difesa costiera e mezzi navali. Secondo i media di stato iraniani gli attacchi hanno interessato le province meridionali di Hormozgan e Khuzestan, il cuore delle riserve e delle raffinerie di petrolio del paese, con esplosioni ad Abadan, Bushehr e sulle isole di Qeshm e Kish. La televisione di stato ha riferito che uno degli attacchi ha centrato una casa sull'isola di Qeshm, dove i soccorritori cercano due persone rimaste intrappolate sotto le macerie.

La rappresaglia era attesa da quando, nella notte tra martedì e mercoledì, l'Iran aveva lanciato a sorpresa cinque missili balistici contro le basi in Giordania usate dalle truppe americane, il primo attacco diretto dopo giorni di calma relativa. Tutti i colpi sono stati intercettati dai sistemi di difesa antiaerea Patriot. Mercoledì il presidente Donald Trump aveva promesso una reazione dura: "Li colpiremo molto duramente, perché è il nostro turno di colpirli", ha detto ai giornalisti nello Studio Ovale. In mattinata aveva dichiarato a Fox News che gli iraniani "prenderanno una batosta". A bombardamenti conclusi, l'esercito giordano ha fatto sapere di avere abbattuto giovedì mattina altri cinque colpi lanciati dall'Iran, senza vittime.

L'attacco iraniano ha fatto saltare la tregua di fatto in vigore da venerdì, quando le due parti avevano sospeso i raid per dare spazio ai negoziati mediati dall'Oman su un meccanismo per il passaggio delle navi nello stretto di Hormuz, da cui transita normalmente circa un quinto del petrolio mondiale. I colloqui sono falliti martedì, quando l'Iran ha respinto la proposta di una gestione condivisa dello stretto per rivendicarne un controllo maggiore. Poche ore dopo la fine delle discussioni sono partiti i missili verso la Giordania.

La guerra, iniziata il 28 febbraio con gli attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele in cui è stato ucciso l'ayatollah Ali Khamenei, guida suprema dell'Iran per quasi 37 anni, è entrata nel sesto mese. Al vertice del regime è salito il figlio Mojtaba, considerato più intransigente del padre e, secondo le valutazioni dell'intelligence americana, più propenso a dotarsi di un'arma nucleare. Ad aprile Washington e Teheran avevano concordato un cessate il fuoco temporaneo e a giugno il presidente aveva firmato a Versailles un memorandum d'intesa, un primo accordo per porre fine alle ostilità che secondo la Casa Bianca l'Iran ha poi violato. All'inizio di luglio il presidente aveva dichiarato conclusa la tregua promettendo un "attacco massiccio".

Nella stessa notte dell'attacco alla Giordania l'Arabia Saudita è entrata direttamente in guerra: i suoi caccia hanno bombardato insieme a quelli americani le milizie filo-iraniane in Iraq, la prima partecipazione ai combattimenti riconosciuta pubblicamente da Riad. L'operazione è stata la risposta a più di 30 attacchi con droni lanciati in tre giorni contro le forze americane e le infrastrutture petrolifere saudite, condotti secondo Washington sotto la direzione dei Guardiani della rivoluzione, il principale corpo militare del regime iraniano. Le Forze di mobilitazione popolare, l'organizzazione che riunisce le milizie sciite irachene formalmente integrate nelle forze di sicurezza di Baghdad, hanno detto che almeno 20 dei loro combattenti sono stati uccisi; secondo un funzionario americano tra le vittime ci sono circa 20 consiglieri militari iraniani. Il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi ha definito i raid "un'aggressione inaccettabile" e ha annullato un incontro previsto con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, mentre le milizie hanno promesso una risposta "inevitabile".

Per la prima volta è stato colpito anche l'Egitto: secondo le società di sicurezza marittima un drone ha centrato la Energos Winter, una nave americana per lo stoccaggio di gas naturale liquefatto ormeggiata nel porto mediterraneo di Damietta, provocando un incendio che si è esteso a una seconda nave senza causare feriti. Nel Mar Rosso i ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti dall'Iran, dal 20 luglio impongono un blocco alle navi legate all'Arabia Saudita e hanno rivendicato un nuovo attacco a una petroliera saudita.

Il petrolio è tornato a salire: il Brent, il riferimento globale, è aumentato di quasi l'8 per cento sfiorando i 91 dollari al barile, dopo avere superato quota 100 meno di una settimana fa e avere poi ripiegato durante la pausa dei combattimenti. Dall'inizio della guerra il greggio è salito di oltre il 20 per cento, il traffico nello stretto di Hormuz resta sotto un decimo dei livelli precedenti al conflitto e la benzina negli Stati Uniti costa in media 4,09 dollari al gallone (circa 3,8 litri), il 37 per cento in più rispetto a fine febbraio.

"Dopo tutto questo tempo, non c'è unità": così un funzionario americano ha descritto alla NBC News le discussioni dentro l'amministrazione sulla strategia da seguire. Secondo l'emittente il presidente, descritto come "esasperato" da un alleato che ne ha parlato con lui nelle ultime settimane, la settimana scorsa ha perso la calma durante una riunione con alcuni dei suoi principali responsabili della sicurezza nazionale, arrivando a urlare parolacce; la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha smentito la ricostruzione. L'amministrazione non concorda nemmeno sull'obiettivo della guerra, cioè se sia impedire all'Iran di ottenere un'arma nucleare, tenere aperto lo stretto di Hormuz o eliminare il programma iraniano di missili e droni. Questa incertezza ha reso molto difficile pianificare una via d'uscita. "Abbiamo avuto una serie di vittorie tattiche, ma stiamo affrontando una sconfitta strategica senza una chiara linea politica o una decisione su dove tutto questo stia andando", ha detto il funzionario.

Dentro il gabinetto il capo del Pentagono Pete Hegseth resta il più convinto sostenitore dell'uso della forza per costringere Teheran a trattare, mentre il vicepresidente JD Vance ha spinto in privato per la via diplomatica e il generale Dan Caine, capo dello Stato maggiore congiunto, ha avvertito che una ripresa dei combattimenti su larga scala ridurrebbe pericolosamente le scorte americane di missili intercettori. Questa settimana al presidente dovrebbero essere presentate opzioni militari ampliate, che comprendono attacchi ai gruppi armati alleati dell'Iran nella regione. Venerdì è in programma una riunione di gabinetto a Camp David.

Martedì il presidente aveva ricevuto alla Casa Bianca il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nel loro primo incontro di persona dall'inizio della guerra. Secondo quanto riferito ad Axios da un alto funzionario israeliano, i due hanno esaminato per 90 minuti tre opzioni: un accordo negoziato con Teheran, su cui Netanyahu si è detto scettico; la prosecuzione del blocco navale accompagnata da una maggiore pressione economica; la ripresa e l'intensificazione dei bombardamenti. Netanyahu non ha indicato una preferenza e ha detto al presidente che la decisione spetta a lui. Il presidente ha espresso preoccupazione per l'impatto della guerra sui mercati dell'energia e sull'economia globale, mentre il funzionario israeliano ha descritto un'economia iraniana in grave difficoltà, con carenza di carburante, code ai distributori e piccole proteste che preoccupano il regime. Su Mojtaba Khamenei il funzionario ha detto: "È vivo, ma nessuno può testimoniare di averlo davvero visto".

I sondaggi più recenti di CNN e dell'università Quinnipiac registrano quote record di americani contrari alla guerra o critici verso la gestione del presidente. Molti repubblicani temono che il rincaro della benzina costi caro al partito alle elezioni di metà mandato di novembre, in cui si rinnovano la Camera e un terzo del Senato. Dal 28 febbraio sono stati uccisi 18 militari americani e più di 600 sono rimasti feriti. Il presidente insiste che i negoziati con Teheran proseguono, mentre il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha detto questa settimana che non ci sono "negoziati con la parte americana".


Trump sospende gli attacchi sull'Iran perché mancano le munizioni


Gli Stati Uniti hanno fermato i bombardamenti sull'Iran dopo tredici notti consecutive di raid. Il presidente Donald Trump ha ordinato ai militari di non colpire venerdì e sabato le operazioni erano "in sospeso", secondo un funzionario del Dipartimento della Difesa. La decisione è arrivata al termine di una riunione alla Casa Bianca in cui il presidente si era confrontato con i vertici militari e i membri del gabinetto per decidere se allargare la guerra.

Il vicepresidente JD Vance e il generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto e più alto ufficiale delle forze armate americane, hanno espresso dubbi sull'escalation durante quella riunione: lo ha rivelato la CNN. Caine ha detto a Trump che le opzioni militari sul tavolo si potevano eseguire con successo, poi ha messo in guardia sulle conseguenze possibili.

Il generale ha insistito soprattutto sulle scorte di munizioni americane, che si stanno assottigliando. Le riserve di intercettori antimissile Patriot (il sistema che protegge le basi americane della regione dai missili iraniani) sono il vincolo principale.

Le discussioni riservate si sono concentrate sull'inventario in calo delle difese aeree americane in Medio Oriente, secondo il New York Times. Caine ha avvertito in privato che riprendere le grandi operazioni di combattimento era fattibile ma avrebbe ridotto in modo pericoloso gli intercettori a disposizione del Central Command (il comando militare americano responsabile del Medio Oriente). Lo stesso giornale aveva riferito in aprile che il Pentagono aveva già usato più di 1.200 intercettori Patriot, ciascuno da oltre 4 milioni di dollari. I militari dicono che da allora la situazione è peggiorata.

Sulla decisione pesano anche il timore di una guerra che si allarga a tutto il Medio Oriente, l'allontanamento degli alleati del Golfo esposti agli attacchi iraniani, una nuova stretta sull'economia mondiale e le crisi energetica e migratoria in crescita.

Tre soldati americani sono stati uccisi in Giordania venerdì della settimana scorsa, quando un missile balistico ha superato le difese aeree impegnate a respingere un'ondata di missili e droni iraniani. In quindici giorni gli attacchi iraniani contro obiettivi americani in Medio Oriente hanno ucciso quattro militari.

Le basi in Giordania, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti sono sotto tiro pesante. Un attacco americano di grandi dimensioni avrebbe con ogni probabilità provocato una rappresaglia più dura, caricando ancora le difese aeree.

Il missile che l'Iran usa di più è il Kheibar Shekan, un'arma economica e mobile con una gittata di almeno 1.450 chilometri. In alcune versioni la testata si stacca nella fase finale del volo e un piccolo motore le permette di correggere la direzione mentre si avvicina al bersaglio a quasi 10.000 chilometri orari, un comportamento che rende più difficile individuarla e abbatterla.

Gli americani e i loro partner hanno abbattuto la maggior parte di questi missili, ma alcuni colpi sono passati. Un intercettore americano o israeliano costa tra 2 e 15 milioni di dollari a seconda del sistema, molto più dell'arma che deve fermare. "Gli iraniani hanno capito durante la guerra che i Kheibar Shekan sono ottimi perché costano poco, sono flessibili nei sistemi di lancio e sono piuttosto efficaci", ha detto al Wall Street Journal Nicole Grajewski, esperta di strategia iraniana a Sciences Po.

Da quando la tregua è saltata, Teheran ha colpito ripetutamente gli alloggi dei militari americani nelle basi della regione e i radar che reggono le difese aeree.

"Il presidente Trump è sempre stato coerente nel dire che preferisce una soluzione diplomatica, ma continua a mantenere tutte le opzioni se l'Iran prosegue le attività terroristiche nello Stretto di Hormuz o contro gli alleati", ha dichiarato il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca Steven Cheung. Tra le sanzioni che hanno messo in ginocchio l'economia iraniana e i tredici giorni di attacchi contro obiettivi militari, ha aggiunto, "sarebbe saggio che l'Iran lavorasse a un accordo negoziato".

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha detto che le forze armate americane hanno "tutto quello che serve per agire nel momento e nel luogo scelti dal presidente".

Pochi nella cerchia ristretta del presidente e dentro il Pentagono ritenevano che l'escalation avrebbe prodotto i risultati sperati. Un alto funzionario americano ha detto di dubitare che riprendere le grandi operazioni di combattimento avrebbe riportato l'Iran al tavolo delle trattative, perché i raid ottengono l'effetto opposto: tengono compatto il paese e permettono ai suoi leader di spostare l'attenzione su una minaccia esterna.

Molti consiglieri, tra cui il genero del presidente Jared Kushner, indicano una strada meno rischiosa fatta di negoziati e pressione economica prolungata.

In pubblico Trump ha tenuto aperte entrambe le possibilità. "Siamo pronti a fare fuoco", ha detto ai giornalisti venerdì pomeriggio. "Siamo pronti ad andare, ma stiamo parlando con loro, quindi forse ci sarà un punto di svolta, forse no." Giovedì aveva detto ad Axios di stare valutando "un attacco massiccio" e "più grande che mai".

Venerdì ha ricevuto dai militari un piano di attacco come quelli che aveva approvato ogni pomeriggio per due settimane, ma non ha dato il via libera: lo ha rivelato Axios. Poco dopo ha detto che la strategia "più intelligente" è "fare un accordo".

L'ordine di sospendere i raid è arrivato alcune ore dopo l'arrivo a Teheran di una delegazione dell'Oman, che sta discutendo una nuova intesa sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Nel negoziato ci sono stati progressi e un accordo tra Oman e Iran potrebbe arrivare nel fine settimana, dopodiché toccherebbe a Trump decidere se accettarlo.

Alla cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, venerdì sera, il presidente ha detto di non credere che l'Iran sia pronto a un accordo in questo momento, "ma sono disposto ad ascoltare".

Il gabinetto di sicurezza israeliano e le forze armate si aspettavano un nuovo round di attacchi americani venerdì e si erano preparati a un'offensiva di grandi dimensioni che avrebbe potuto provocare una rappresaglia iraniana contro Israele. Gli israeliani sono stati informati solo venerdì sera che Trump non aveva approvato altri raid.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu arriva negli Stati Uniti lunedì e incontrerà il presidente martedì. È la prima visita da quando a febbraio ha sostenuto l'offensiva congiunta contro l'Iran, cominciata poche settimane dopo.

Il Pentagono ha continuato a spostare mezzi e rifornimenti in Medio Oriente. Sono arrivati caccia F-16 dalla Germania e F-35 dalla Gran Bretagna, che si aggiungono a decine di aerei e droni d'attacco già schierati nelle basi a terra e su due portaerei.

I bombardieri B-2 e B-52 negli Stati Uniti sono in stato di allerta e questa settimana un B-1B partito dalla Gran Bretagna ha colpito obiettivi dei Guardiani della rivoluzione. Quasi venti navi da guerra sono in posizione nel Mar Arabico o nelle acque vicine e circa 50.000 militari americani nella regione e in Europa sono assegnati alla missione.

In quindici giorni il Central Command ha colpito più di mille obiettivi, contro i circa 13.000 della campagna di 38 giorni cominciata il 28 febbraio e chiusa dalla tregua dell'8 aprile. I raid hanno preso di mira radar costieri, lanciatori di missili antinave e la flotta di piccole imbarcazioni d'assalto iraniane, oltre a un numero crescente di ponti ferroviari che servono ai civili ma permettono anche di rifornire la costa meridionale vicino allo stretto.

Il blocco navale sulle navi dirette ai porti iraniani o in partenza da quelli ha dato risultati parziali. Dal 14 luglio il Central Command ha dirottato dodici navi commerciali, ne ha messe fuori uso due e ne ha ispezionate altre due.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha detto martedì che la Cina ha ridotto di circa il 40% gli acquisti di greggio iraniano negli ultimi mesi. Venerdì il Dipartimento del Tesoro ha sanzionato nove aziende e quattro persone legate al finanziere iraniano Babak Zanjani.

Stati Uniti e Regno Unito stanno organizzando a Londra una riunione ad alto livello sulla creazione di una coalizione internazionale per proteggere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, a cui dovrebbero partecipare il segretario alla Difesa Pete Hegseth e Caine. Washington vuole che gli alleati mandino nella regione mezzi antimine, navi militari e droni. La riapertura dello stretto alle navi commerciali è il passaggio decisivo di qualsiasi via d'uscita americana dalla guerra.

Il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile venerdì, con il Brent salito di oltre il 7% fino a 100,95 dollari prima di scendere intorno a 98.

L'Ucraina ha colpito nel Mar Caspio una nave cargo che trasportava forniture militari tra Iran e Russia uccidendo un membro dell'equipaggio. Gli Houthi, la milizia yemenita sostenuta da Teheran, hanno rivendicato attacchi contro due impianti energetici sauditi sul Mar Rosso in risposta ai raid sauditi sulle zone che controllano in Yemen.

Non è chiaro se la pausa continuerà. Le forze armate americane stanno ancora preparando i piani per un eventuale ritorno alle grandi operazioni di combattimento, ma il presidente non ha dato ordini in quella direzione e in caso di ripresa dei raid i militari possono muoversi con un preavviso breve. La guerra dura da quasi cinque mesi.


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La rassegna stampa di giovedì 30 luglio 2026


Gli Stati Uniti tornano a colpire l'Iran dopo l'attacco alla base in Giordania e l'Arabia Saudita entra nel conflitto; la Federal Reserve lascia i tassi fermi e Wall Street crolla, mentre si arena la nomina di Blanche alla Giustizia e Fauci invoca il Quinto emendamento sul Covid

Questa è la rassegna stampa di giovedì 30 luglio 2026

Gli Stati Uniti colpiscono di nuovo l'Iran dopo l'attacco alla base in Giordania


Il Comando centrale americano ha condotto mercoledì sera una pesante ondata di raid contro decine di obiettivi dei Guardiani della rivoluzione in Iran, la prima dopo la pausa dichiarata da Donald Trump venerdì scorso. L'azione è la rappresaglia per i missili balistici lanciati martedì da Teheran contro una base statunitense in Giordania, intercettati secondo i militari americani. Il presidente aveva anticipato in giornata che gli Stati Uniti avrebbero colpito «molto duramente», definendola una guerra ormai allargata contro un avversario più determinato del previsto.

Fonti: Axios, New York Times, The Hill

L'Arabia Saudita entra nel conflitto tra Washington e Teheran


Riad ha partecipato insieme al Comando centrale americano ai raid contro le milizie filoiraniane in Iraq, segnando il suo ingresso diretto nella guerra tra Stati Uniti e Iran. Il ministro della Difesa saudita, il principe Khalid bin Salman, ha incontrato alla Casa Bianca il vicepresidente J.D. Vance per riferire che il regno, pur pronto a difendersi, resta favorevole a una de-escalation, in contrasto con la linea più aggressiva del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Secondo Semafor, il principe ha anche sollecitato la fornitura di caccia F-35 americani.

Fonti: ABC News, Axios, Semafor

Due senatori repubblicani bloccano la nomina di Blanche a ministro della Giustizia


La commissione Giustizia del Senato ha cancellato all'ultimo momento il voto per far avanzare la nomina di Todd Blanche, procuratore generale ad interim scelto da Trump per guidare il dipartimento. A frenare sono i senatori repubblicani John Cornyn e Thom Tillis, che chiedono la cancellazione formale del cosiddetto «fondo anti-persecuzione» e modifiche all'accordo che l'Amministrazione ha stretto con il fisco per chiudere una causa del presidente. La Casa Bianca ha tentato una mediazione dell'ultimo minuto per convincere i dissidenti.

Fonti: Wall Street Journal, New York Times, The Hill

Fauci si avvale del Quinto emendamento sull'origine del Covid


Durante un'audizione al Senato guidata dal senatore repubblicano Rand Paul, l'ex consigliere sanitario Anthony Fauci si è avvalso più di cento volte del Quinto emendamento, rifiutando di rispondere alle domande sull'origine del coronavirus. Paul ha annunciato che la sua commissione voterà la prossima settimana se incriminarlo per oltraggio al Congresso, mentre il procuratore generale della Florida ha aperto un'indagine a suo carico. Trump ha commentato di rispettare la grazia concessa a Fauci dall'ex presidente Joe Biden.

Fonti: New York Times, ABC News, NPR

La Federal Reserve lascia i tassi fermi e Wall Street crolla


La Federal Reserve ha deciso di mantenere invariati i tassi di interesse nonostante le persistenti pressioni inflazionistiche, in una riunione segnata da dissensi interni. La notizia ha fatto sprofondare l'indice Dow Jones di 1.153 punti, pari al 2,19 per cento, il peggior calo dall'aprile 2025. Secondo il Financial Times, i costi del debito americano hanno toccato il massimo da diciannove anni, mentre gli investitori temono che la guerra con l'Iran alimenti una nuova ondata di rincari.

Fonti: The Hill, Financial Times, Semafor

Elon Musk rilancia il suo super PAC per le elezioni di metà mandato


Il miliardario Elon Musk si prepara a un massiccio investimento nelle elezioni di midterm, riattivando il super PAC America PAC che nel 2024 spese oltre 260 milioni di dollari per sostenere Trump. Il gruppo si concentrerà sul porta a porta, sulla pubblicità digitale e sull'invio di materiale per mobilitare l'elettorato conservatore in vista del voto del 3 novembre. L'iniziativa amplia il già consistente vantaggio finanziario dei repubblicani sui democratici in una tornata che appare favorevole all'opposizione.

Fonti: Axios

L'indice di gradimento di Trump scende al 32 per cento


Un sondaggio Quinnipiac colloca l'approvazione complessiva di Donald Trump al 32 per cento, con il presidente che perde consensi anche all'interno del Partito repubblicano. Il calo è trainato dai giudizi negativi sull'economia e sulla guerra con l'Iran, in un quadro che rende più incerta la tenuta del controllo repubblicano su Camera e Senato. Il dato arriva a quattordici settimane dalle elezioni di metà mandato del 3 novembre.

Fonti: The Hill

Trump ha incassato 2,2 miliardi di dollari durante il mandato


Secondo il New York Times, lo scorso anno il presidente ha accumulato 2,2 miliardi di dollari mentre era in carica, una cifra senza precedenti alimentata soprattutto dalle attività personali. I democratici puntano a trasformare l'arricchimento presidenziale in un tema centrale della campagna per le elezioni di metà mandato. Resta da capire se la questione avrà un peso politico sul partito del presidente.

Fonti: New York Times

L'aggressore di Salman Rushdie condannato per terrorismo


Una giuria federale ha riconosciuto Hadi Matar, ventottenne del New Jersey, colpevole di aver sostenuto un'organizzazione terroristica straniera in relazione all'accoltellamento dello scrittore Salman Rushdie, avvenuto nel 2022 durante una conferenza letteraria nello Stato di New York. Il dipartimento di Giustizia lo aveva accusato di aver tentato di fornire sostegno a Hezbollah. L'uomo rischia ora di trascorrere il resto della vita in carcere.

Fonti: New York Times, The Hill, ABC News

Le grandi aziende tecnologiche accelerano sull'intelligenza artificiale tra dubbi e cautele


Microsoft ha annunciato contratti di locazione per data center dal valore di 130 miliardi di dollari per far fronte alla domanda legata all'intelligenza artificiale, con i ricavi del segmento cloud in crescita del 32 per cento, mentre le azioni di Meta sono scese dopo che Mark Zuckerberg ha faticato a convincere gli investitori sulla sua strategia basata sugli agenti digitali. Sul fronte politico, il fondatore di OpenAI Sam Altman ha detto a Capitol Hill di sostenere una regolamentazione del settore. Intanto un sondaggio Bentley-Gallup indica che il 39 per cento degli americani ritiene che l'intelligenza artificiale faccia più male che bene.

Fonti: Financial Times, Semafor, The Hill

Il contenuto di questa rassegna stampa è stato integralmente realizzato tramite un sistema di intelligenza artificiale. Se noti eventuali errori o imprecisioni, ti invitiamo a segnalarceli inviando un'email a segnalazioni@focusamerica.it.

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Attendiamo il login con SPID!
Poi si riempiono la bocca con la privacy protetta dal GDPR


I governi dell'UE hanno voluto il ritorno di Chat Control 1.0 – Breyer: “I veri perdenti sono i nostri figli”

#ChatControl 1.0 è tornato: i governi UE (tranne 🇭🇺+🇧🇪) hanno prorogato la scansione indiscriminata dei messaggi privati da parte dei servizi USA fino al 2028, aggirando il Parlamento europeo. Cosa cambia ora e i prossimi passi

pirati.io/2026/07/i-governi-de…

@privacypride


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L'economia americana si regge sempre di più sul boom dell'intelligenza artificiale


La Borsa americana vale 75.000 miliardi di dollari, due volte e mezzo il Pil, e metà della crescita dell'S&P 500 arriva dai titoli legati all'IA. Se la bolla scoppia, il rischio è una recessione

Nel mondo della finanza si ripete da decenni che la Borsa non è l'economia: i prezzi delle azioni possono crollare senza che occupazione e consumi ne risentano. Secondo un'analisi del New York Times, negli Stati Uniti questa distinzione vale sempre meno, perché il mercato azionario e l'economia reale dipendono ormai dalla stessa scommessa sull'intelligenza artificiale.

Il valore complessivo della Borsa americana ha superato i 75.000 miliardi di dollari, più del doppio rispetto a dieci anni fa e circa due volte e mezzo il prodotto interno lordo degli Stati Uniti, un rapporto mai raggiunto prima. A trainare i listini sono soprattutto i titoli legati all'intelligenza artificiale: secondo Adam Turnquist, capo stratega tecnico della società di consulenza finanziaria LPL Financial, valgono circa metà della crescita registrata quest'anno dall'S&P 500, il principale indice della Borsa americana. "Sta diventando un'unica grande scommessa sull'intelligenza artificiale", ha detto al New York Times.

Il boom non gonfia solo i prezzi delle azioni. Le aziende stanno investendo migliaia di miliardi di dollari in fabbriche di semiconduttori, data center, centrali elettriche e reti di trasmissione. La ricchezza creata dai rialzi di Borsa spinge poi i consumi, soprattutto quelli degli americani più ricchi, più disposti a spendere in vacanze, elettronica e ristoranti costosi quando i loro portafogli azionari si rivalutano. Questi investimenti e questi consumi hanno aiutato l'economia americana ad attraversare anni di inflazione, dazi e tensioni geopolitiche.

La dipendenza da un solo settore è però anche una vulnerabilità. Il sondaggio mensile di luglio di Bank of America tra i gestori di fondi di tutto il mondo indica lo scoppio della bolla dell'intelligenza artificiale come il principale rischio per i mercati finanziari. "La cosa che ha tenuto in piedi tutto è la storia dell'intelligenza artificiale", ha detto Torsten Slok, capo economista della società di investimento Apollo Global Management.

In passato nemmeno i crolli più violenti hanno avuto grandi conseguenze sull'economia reale. Nel "lunedì nero" del 1987 l'indice Dow Jones perse più del 20 per cento in un giorno, il record di sempre, ma disoccupazione e prodotto interno lordo quasi non si mossero. Oggi potrebbe andare diversamente per le dimensioni raggiunte dal mercato. La ricerca economica ha calcolato che per ogni 100 dollari guadagnati in Borsa gli investitori spendono circa 3 dollari in più in beni e servizi, un fenomeno noto come "effetto ricchezza". L'effetto funziona anche al contrario: ai valori attuali, un calo del 30 per cento delle azioni potrebbe togliere quasi 700 miliardi di dollari ai consumi, abbastanza da provocare una recessione o da avvicinarla molto. Gabriel Chodorow-Reich, economista di Harvard che studia il fenomeno, ha detto che è proprio quando il mercato sembra ai massimi che l'effetto ricchezza può fare più male.

L'altra anomalia è la concentrazione. Le cosiddette "Magnifiche Sette", cioè Meta, Alphabet, Amazon, Apple, Tesla, Nvidia e Microsoft, valgono da sole circa un quarto di tutte le società quotate negli Stati Uniti. Un inciampo di una di queste aziende avrebbe quindi ripercussioni ben oltre la finanza. Gli economisti descrivono lo scenario così: se gli investimenti nell'intelligenza artificiale rendessero meno del previsto, le aziende taglierebbero la spesa, i laboratori di IA e i loro fornitori ridurrebbero le previsioni di crescita e i mercati venderebbero. A quel punto raccogliere capitali diventerebbe più difficile e più caro, i progetti di data center e centrali elettriche verrebbero rinviati o cancellati, con licenziamenti nell'edilizia, mentre i consumatori più ricchi taglierebbero le spese. Il risultato sarebbe una recessione.

Un esito del genere non è inevitabile. Molte delle grandi aziende del settore hanno già raccolto enormi capitali e potrebbero continuare a investire anche se i finanziamenti si prosciugassero. Le imprese poi non smetterebbero di pagare per gli strumenti di intelligenza artificiale solo perché l'entusiasmo dei mercati si raffredda. Quando la bolla delle dot-com si sgonfiò, all'inizio degli anni Duemila, gli investitori spostarono i capitali verso l'immobiliare e altri settori. La recessione del 2001 fu breve e relativamente lieve. Allora però la Federal Reserve, la banca centrale americana, tagliò i tassi di interesse in modo aggressivo e contenne la crisi dentro il settore tecnologico. Oggi, dopo cinque anni di inflazione elevata, avrebbe meno margine per farlo.

Prevedere quando una bolla scoppia è quasi impossibile. Alan Greenspan, l'allora presidente della Federal Reserve, parlò di "esuberanza irrazionale" dei mercati nel 1996 e la bolla delle dot-com resse per altri tre anni. Per molti economisti però il rischio di una recessione innescata dai mercati è reale e sta crescendo, perché gli investitori scommettono su una crescita così spettacolare che basterebbe una delusione modesta, una trimestrale sotto le attese o un progetto che tarda a ripagarsi, per far cambiare loro idea. "Se agli investitori viene detto che invece di cinque-sette anni ci vorranno 15-20 anni per ripagare gli investimenti, è una differenza molto grande", ha detto Ryan Cummings, capo dello staff dello Stanford Institute for Economic Policy Research, il centro di ricerca di politica economica dell'università di Stanford. Per ora, ha aggiunto, l'onere della prova è sugli scettici, ma un lento gocciolio di notizie deludenti potrebbe spostarlo sugli ottimisti.

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Perché ai Dem non basta l'estetica operaia per riconquistare la classe lavoratrice


Il caso Platner riapre il dibattito su come riconquistare la classe lavoratrice. Nel podcast GD Politics la studiosa Joan C. Williams spiega perché contano i valori, non lo stile
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La candidatura di Graham Platner al Senato per il Maine, naufragata dopo una serie di accuse, ha aperto nel Partito Democratico una discussione su come riconquistare gli elettori della classe lavoratrice.

Platner, allevatore di ostriche ed ex militare, era stato reclutato nell'estate del 2025 da due attivisti dell'area socialista-democratica, Daniel Moraff e Leanne Fan, in cerca di un candidato per sfidare la senatrice repubblicana Susan Collins. Come lo stesso Platner ha raccontato a Jon Stewart, alcune persone che da mesi lavoravano nel Maine con l'AFL-CIO (la principale confederazione sindacale americana) si presentarono a casa sua a fine luglio. Cercavano "una persona della classe lavoratrice" da candidare su "politiche economiche da classe lavoratrice".

Nel giro di poche settimane lo convinsero a correre promettendogli l'appoggio del senatore Bernie Sanders. Platner annunciò la candidatura a metà agosto e ottenne quell'appoggio entro il Labor Day, la festa del lavoro americana di inizio settembre. Moraff ha poi ammesso al Wall Street Journal che nessuno aveva fatto una verifica approfondita sul passato del candidato.

Il giornalista Galen Druke ha dedicato alla vicenda una puntata del suo podcast GD Politics. La sua ospite era Joan C. Williams, docente di diritto alla University of California Law San Francisco, autrice di Outclassed: How the Left Lost the Working Class and How to Win Them Back e tra le più note studiose del rapporto tra classe sociale e politica negli Stati Uniti.

Williams sostiene che i democratici continuino a confondere l'estetica della classe lavoratrice con i suoi valori. Reclutare candidati che sembrano operai serve a poco, se il partito non rispetta il modo in cui quegli elettori vedono il mondo.

La classe lavoratrice, nella definizione di Williams, non coincide con i poveri, cioè con il 30% più basso delle famiglie per reddito. È il 50% centrale, senza laurea. Sono persone con lavori di routine, ancora stabili economicamente ma spaventate dall'idea di scivolare fuori dalla classe media.

Nel 2016 l'etichetta usata nelle analisi del voto, "elettori senza laurea", fece pensare ai più poveri. Il consenso del presidente Donald Trump, spiega la studiosa, viene invece da questo ceto intermedio.

"Indossare un costume non è un buon modo per conquistare nessun elettore, tanto meno quelli della classe lavoratrice", ha detto Williams nel podcast. Queste persone riconoscono subito chi finge. Cercare candidati di origine operaia resta però una buona idea, visto che un tempo al Congresso ce n'erano molti e oggi sono quasi scomparsi.

Il rischio, per Williams, è che il partito finisca per selezionare "una caricatura da classe medio-alta" dell'americano operaio.

Il Center for Working Class Politics, un centro di ricerca specializzato in questi temi, ha rilevato che i candidati di origine operaia piacciono davvero di più agli elettori della classe lavoratrice. In un suo rapporto il profilo più apprezzato era però l'insegnante di scuola media, seguito da magazziniere, medico, piccolo imprenditore e infermiere. L'operaio edile veniva solo dopo.

La mascolinità ruvida e spavalda che Williams chiama "bad but bold" (cattiva ma audace) accomuna Platner al senatore John Fetterman. A volte funziona, Platner era popolarissimo prima di autodistruggersi, ma quel modello porta con sé uno spirito di opposizione permanente che lo rende rischioso.

Un sondaggio del New York Times sulla corsa in Maine, ricordato da Druke nel podcast, dava Platner sotto di 21 punti rispetto a Collins tra gli elettori senza laurea. Un democratico generico, nella stessa rilevazione, perdeva di 9 punti contro un repubblicano generico. Il candidato scelto per incarnare la classe lavoratrice andava quindi molto peggio di un democratico qualsiasi proprio tra quegli elettori.

Secondo un'analisi citata nel podcast, Platner piaceva soprattutto agli abitanti del Maine in ascesa sociale, attratti da un'estetica operaia idealizzata.

Williams riassume in cinque punti i valori di queste famiglie e il primo è la sicurezza economica e personale. "Le élite si preoccupano della fine del mondo, noi della fine del mese", diceva un cartello dei gilet gialli francesi citato dalla studiosa.

La stabilità economica non è un dato di fatto per chi ha visto la quota del PIL destinata ai lavoratori americani scendere dal 70% al 54% circa in pochi decenni. E la sicurezza fisica, scontata nei quartieri benestanti, per queste famiglie è una priorità: per questo la criminalità e il disordine al confine sono temi tanto sensibili.

Gli altri quattro valori sono l'autodisciplina al posto della realizzazione personale (i loro impieghi chiedono puntualità e concretezza, non offrono percorsi di crescita individuale), il radicamento e il patriottismo al posto del cosmopolitismo, il parlare semplice al posto della sofisticatezza e il tradizionalismo, fondato su fede e famiglia.

Sul radicamento Williams ha raccontato un aneddoto personale. L'epigrafe del suo libro è in spagnolo e lei si rifiutò di tradurla, salvo accorgersi mesi dopo che quella scelta era il suo modo da élite di esibire cosmopolitismo. "Se sei un venditore di pneumatici sposato con una contabile in Indiana, sei orgoglioso di essere americano", ha detto.

Il governatore del Kentucky Andy Beshear è, per Williams, l'esempio di come ci si connette a questi valori senza travestimenti. Parla spesso del sogno americano e ha portato nello stato il più grande investimento privato della sua storia.

Beshear usa poi l'anti-elitismo. Chiama la legge di bilancio "the big ugly bill" (la grande legge brutta) e la collega ai tagli fiscali per i milionari e ai tagli a Medicaid, il programma sanitario pubblico per i redditi bassi. Cita quanti lavoratori saranno licenziati e quanti ospedali rurali chiuderanno. E quanti abitanti del Kentucky perderanno l'assistenza sanitaria.

Il governatore ribalta anche l'accusa di condiscendenza che i repubblicani rivolgono da anni ai democratici. Ricorda che è Trump a mancare di rispetto ai militari, mentre il vicepresidente JD Vance guarda dall'alto in basso l'America rurale. E ripete che un politico deve "parlare come un essere umano normale". Quando spiega perché fa politica cita la famiglia, la fede e la regola d'oro, un'etica del servizio.

Williams contrappone a Beshear un video del governatore della California Gavin Newsom, che nei primi cinque minuti citava due libri da intellettuali e parlava di sviluppo personale, l'etica dell'autorealizzazione tipica delle élite. Meglio, secondo la studiosa, lo stile della governatrice del Michigan Gretchen Whitmer, che ripete di non essere "più intelligente o più importante di nessun altro".

Il partito teme anche di perdere gli uomini. Prima dei suoi guai Williams definiva John Fetterman "il maestro della mascolinità", oggi assegna il titolo al senatore della Georgia John Ossoff, un ex documentarista.

Nell'audizione di conferma di Jay Clayton, scelto da Trump per un incarico di governo, Ossoff lo ha incalzato più volte chiedendogli chi avesse vinto le elezioni del 2020. Non è la spavalderia operaia di Platner, dice Williams, ma è comunque assertività maschile.

Uno studio citato da Williams stima che metà dei voti persi dai democratici tra gli elettori senza laurea negli ultimi decenni dipenda da uno spostamento di attenzione: dal garantire una vita stabile alle persone comuni alla redistribuzione verso i più poveri. I programmi sociali con soglie di reddito che escludono chi sta nel mezzo, dice la studiosa, mettono chi ha poco contro chi non ha niente.

Druke ha aggiunto che il partito parla ormai molto di poveri e marginalizzati e poco delle persone con una vita ordinaria, che negli Stati Uniti sono la maggioranza.

"New York non è il Kansas", ha risposto Williams a chi vede nel sindaco di New York Zohran Mamdani il modello da esportare. Lo considera un talento generazionale, ma anche Mamdani ha attratto più laureati che non laureati, con l'eccezione rilevante degli asiatici americani senza laurea.

La sua formula, che la studiosa chiama "la coalizione economica di Mamdani", unisce la rabbia dei lavoratori che scivolano fuori dalla classe media a quella dei giovani laureati, che non riescono a comprare casa e faticano perfino a pagare l'asilo o le cure mediche. Il mercato del lavoro per loro è già pessimo e l'intelligenza artificiale lo peggiorerà.

Il collante è l'economia, come nella vecchia formula "è l'economia, stupido" coniata decenni fa dallo stratega democratico James Carville. Entrambi i gruppi vedono bloccato l'accesso alla propria versione del sogno americano.

Sui temi culturali Williams sconsiglia sia la resa sia lo scontro frontale. I repubblicani, ha raccontato, hanno cercato il tema LGBTQ capace di danneggiare di più i democratici e hanno puntato sulla partecipazione delle ragazze trans allo sport femminile. I democratici hanno accettato il confronto su un terreno sfavorevole, visto che, come ha ricordato Druke, solo il 20% degli elettori della classe lavoratrice è favorevole alla loro presenza nelle squadre femminili.

Per Williams la risposta non è tacere sui diritti ma trovare i passi avanti che non scatenino una reazione di massa. Si può continuare a lavorare contro il razzismo nella polizia, dice, anche dopo aver abbandonato lo slogan "defund the police" (togliere i fondi alla polizia), che molti nel partito considerano ormai un errore. E ha citato una formula che attribuisce a Ossoff o a Beshear: "passerò l'80% del mio tempo sui temi che riguardano il 100% degli elettori".

Nel 2024 Trump aveva guadagnato terreno tra le famiglie con meno di 50.000 dollari di reddito, tra i neri, i latini e gli asiatici senza laurea e tra i giovani. Oggi, dice Williams, i giovani e gli elettori neri e latini senza laurea si stanno allontanando da lui. Più di recente lo stanno facendo anche i bianchi senza laurea.

Il problema è che i democratici restano ancora meno popolari del presidente e per rimontare, ha scherzato la studiosa, basterà fare un po' meno danni.

Williams si dice comunque più ottimista di quando cominciò a scrivere il libro, un anno prima della rielezione di Trump, convinta che sarebbe finita male. Nel partito, dice, c'è ormai consenso sulla necessità di riconnettersi con la classe lavoratrice. A bloccare i progressi resta il dibattito permanente tra spostarsi più a sinistra o verso il centro, per lei "categorie sbagliate".

La sua ricetta unisce un populismo economico anti-elitario al rispetto per i valori di chi non è laureato, senza "dare per scontato che le altre persone siano progetti che Dio vi ha messo sulla terra per illuminare".


I democratici del Maine scelgono Troy Jackson per sfidare Susan Collins


I democratici del Maine hanno scelto questa mattina Troy Jackson, ex presidente del Senato statale, come candidato contro la senatrice repubblicana Susan Collins. La convention straordinaria riunita a Bangor lo ha nominato con 566 voti su 571 delegati, dopo il ritiro di Graham Platner. L’unica altra candidata rimasta in corsa, la dirigente del settore biofarmaceutico Saundra Pelletier, ha ottenuto cinque voti.

Jackson aveva di fatto conquistato la nomination già il fine settimana precedente, quando i democratici dello Stato avevano approvato a larghissima maggioranza la lista di delegati da lui indicata. “Siamo sulla buona strada per ottenere il governo che ci meritiamo”, aveva dichiarato allora in un video rivolto ai sostenitori. Platner aveva abbandonato la corsa il 10 luglio, travolto da un’accusa di violenza sessuale che ha sempre respinto.

Convention democratica · Maine
I democratici del Maine scelgono Troy Jackson contro Susan Collins
Convention straordinaria di Bangor — voto dei 571 delegati
Focus America

CandidatoVoti%

Troy Jackson
Ex presidente del Senato statale

566
99,1%

Saundra Pelletier
Dirigente del settore biofarmaceutico

5
0,9%

571delegati
Voto concluso

Graham Platner si è ritirato dalla corsa prima del voto. Elaborazione di Focus America.

La scommessa progressista per conquistare il Senato


La scelta di Jackson rafforza l’ala sinistra del partito, che punta ancora una volta su un candidato progressista per sottrarre ai repubblicani uno dei seggi decisivi nella battaglia per la maggioranza al Senato. Collins è l’unica senatrice repubblicana chiamata a difendere il proprio seggio in uno Stato vinto da Kamala Harris nel 2024. Per conquistare il controllo del Senato a novembre, i democratici devono ottenere 4 seggi in più.

La campagna presenta Jackson come un taglialegna di quinta generazione e un “combattente di lungo corso per i diritti dei lavoratori”. A giugno si era classificato terzo alle primarie democratiche per la carica di governatore, sostenuto dal senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders. Il suo programma prevede il Medicare for All, la fine dei finanziamenti pubblici all’esercito israeliano, l’abolizione dell’Immigration and Customs Enforcement e una tutela federale del diritto all’aborto.

I repubblicani si preparano da settimane ad attaccare il candidato che avrebbe sostituito Platner, qualunque fosse stato il suo nome. Il giorno stesso della nomination, il Senate Leadership Fund, il comitato legato alla leadership repubblicana del Senato, ha annunciato un investimento da 42 milioni di dollari contro Jackson. Al candidato democratico restano ora 101 giorni per ridurre il vantaggio di Collins e provare a conquistare, nelle elezioni del 3 novembre, uno dei seggi da cui potrebbe dipendere il controllo del Senato.


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Intervista di Maurizio Acerbo a il Manifesto home.rifondazione.eu/2026/07/2… #Approfondimenti

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Come si può salvare il Partito Democratico americano


L'ex capo dei democratici del Wisconsin spiega a Politico perché il partito deve puntare su parlamenti e corti supreme statali e perché l'anno da temere non è il 2026 ma il 2030

Il futuro del Partito Democratico americano non si decide a Washington ma negli stati, nelle assemblee legislative locali e nelle corse per governatore. È la tesi di Ben Wikler, ex presidente del partito in Wisconsin, che l'ha spiegata in una lunga intervista pubblicata sabato da Politico, firmata dal suo principale editorialista politico Jonathan Martin.

L'occasione è il suo nuovo libro, This Is the Plan: How to End America's Meltdown and Save Democracy ("Questo è il piano: come fermare il tracollo dell'America e salvare la democrazia"), in parte autobiografia e in parte manuale. Wikler, che dopo la sconfitta del 2024 si è candidato senza successo alla guida del Comitato nazionale democratico, l'organo che dirige il partito, chiede ai democratici di dedicare alle proprie debolezze strutturali almeno la stessa attenzione che riservano all'ultima uscita del presidente Donald Trump.

Per anni, racconta, il dibattito nazionale del suo partito ha ignorato che le regole di base della politica americana si scrivono negli stati. Le controlla chi conquista una trifecta, termine preso in prestito dall'ippica. Significa tenere insieme la carica di governatore e le due camere del parlamento statale, cioè il potere pieno di approvare e cambiare le leggi. Chi firma una legge, ricorda Wikler, non è la stessa persona che la approva.

Il tracollo americano, sostiene, non è iniziato con la discesa in campo di Trump ma nel 2010, quando l'operazione repubblicana REDMAP strappò seggi nei parlamenti statali di tutto il paese. Quelle vittorie permisero al partito di ridisegnare i collegi elettorali a proprio favore e plasmarono il decennio successivo. Wikler si è formato politicamente in quella stagione, mentre il governatore repubblicano del Wisconsin Scott Walker azzerava il potere dei sindacati pubblici.

La maggioranza repubblicana alla Camera dei rappresentanti guidata dal suo presidente, lo speaker Mike Johnson, esiste secondo Wikler grazie a una vittoria per 401 voti in una corsa per la corte suprema del North Carolina. In Georgia molti elettori delle primarie democratiche per governatore hanno votato per Keisha Lance Bottoms ma hanno lasciato in bianco le caselle della corte suprema statale. I democratici hanno perso una di quelle corse per 2,2 punti percentuali. Con una vittoria, dice, si sarebbe aperta la strada verso una maggioranza democratica in quella corte entro il 2028.

Quest'autunno in North Carolina si vota di nuovo per la corte suprema statale ed è l'unica occasione per costruire una maggioranza in quel tribunale. Basterebbe che poche centinaia o poche migliaia di persone convincessero amici e vicini a votare in queste elezioni, dice Wikler, per cambiare gli equilibri delle corti e dei parlamenti, con effetti destinati a durare decenni.

Sara Gideon, sconfitta in Maine sei anni fa, ha più fondi in cassa di quanti David Jolly ne abbia raccolti nell'intera prima metà dell'anno per la corsa a governatore della Florida. Messo davanti a questo confronto, Wikler ha risposto che il solo pensiero gli fa venire la nausea. In un mondo guidato dagli algoritmi i donatori inseguono la corsa più appariscente del momento, mentre "le corse che decidono chi scrive le regole per il paese sono proprio lì".

I grandi donatori repubblicani, spiega, sono nel gergo del settore donatori "transazionali". Calcolano quanto investire per ottenere in cambio ancora più denaro, tra tagli fiscali e regole riscritte su misura, quindi finanziano chi ha il potere di approvare i loro progetti. Il denaro democratico, concorda con l'intervistatore, si disperde invece tra mille cause diverse, mentre ogni candidato urla che la sua è l'elezione più importante di sempre.

Nel 2024, negli stati in bilico, i candidati democratici ai parlamenti statali hanno raccolto più voti di quanti ne abbia presi il partito nella corsa presidenziale. Uno scarto del genere va quasi sempre nella direzione opposta, perché molti elettori scelgono il presidente e lasciano incompleto il resto della scheda. Per Wikler è la prova di un progresso reale nelle corse minori, arrivato quasi senza copertura mediatica, da accelerare "con entrambi i piedi sull'acceleratore".

L'elenco delle riforme federali che propone parte dal filibuster, la regola che al Senato impone di fatto 60 voti su 100 per approvare la maggior parte delle leggi. Nessuno dei due partiti arriverà presto a quota 60, quindi il primo passo è abolirlo o modificarlo, cosa che richiede solo la maggioranza semplice dell'aula. Poi vorrebbe allargare la Camera e cambiare il modo di eleggere i deputati, con sistemi come la rappresentanza proporzionale o il voto con preferenze ordinate (ranked-choice voting). Propone di trasformare Washington D.C. in uno stato e di lasciare che Puerto Rico decida se diventarlo. Chiede anche una legge nazionale contro il gerrymandering, il ridisegno dei collegi elettorali a vantaggio del partito che li disegna.

Sulla Corte Suprema propone mandati di 18 anni al posto dell'attuale nomina a vita, con ogni presidente che sceglie un giudice nel primo e nel terzo anno del proprio mandato. La corte, accusa, è diventata "un'arma di parte per la destra" e "non è solo conservatrice: è attivamente repubblicana".

Vorrebbe infine superare il collegio elettorale, il meccanismo che assegna la presidenza attraverso i grandi elettori dei singoli stati anziché con il conteggio nazionale dei voti. Nessun altro paese, ricorda, ha adottato questo sistema. Gli stati potrebbero aggirarlo aderendo al National Popular Vote Interstate Compact, l'accordo che impegna i firmatari ad assegnare i propri grandi elettori al vincitore del voto popolare nazionale. Le strategie del libro, precisa, non richiedono emendamenti costituzionali e si realizzano vincendo prima le trifecta statali e poi il Congresso.

In campagna elettorale, però, Wikler consiglia di non parlare di nulla di tutto questo. Gli elettori che decidono le corse più combattute non si interessano alle procedure. Vogliono sapere se possono permettersi la medicina che il medico gli ha appena prescritto o lo zaino nuovo per il figlio.

Nel libro racconta di Pamela Gantz, che ha conquistato un seggio nel consiglio comunale di De Pere, in Wisconsin, battendo uno dei "falsi elettori" coinvolti nel piano per ribaltare l'elezione del 2020. Ha vinto parlando soprattutto di cantieri stradali locali. Mettere in sicurezza le regole del gioco, dice Wikler, "è il premio", non lo strumento con cui si vincono le elezioni.

"Se vuoi salvare la democrazia, parla di strade", riassume.

La questione delle prossime due tornate elettorali, per Wikler, è se il voto resterà libero e corretto. Trump sta cercando di condizionare le elezioni di metà mandato di novembre, accusa, con i tentativi di incarcerare funzionari elettorali e di sequestrare schede. La priorità è quindi eleggere alla gestione del voto persone che credono nella democrazia.

La preoccupazione più grande riguarda però il 2030, l'anno in cui, dopo il censimento, tutti i collegi del paese verranno ridisegnati.

Se i democratici vinceranno un paio di cicli, come nel 2006 e nel 2008, il pendolo politico rischierà di girare dall'altra parte proprio in quel momento. Chi vincerà allora, se leggi e tribunali lo permetteranno, potrà truccare le mappe e blindare il proprio controllo. Per spiegare cosa dovrebbero fare i democratici Wikler usa un'immagine dal Signore degli Anelli, "portare l'anello in cima al Monte Fato e gettarlo nel fuoco". Vincere quell'anno e poi togliere a tutti, per sempre, la possibilità di manipolare i collegi. L'ironia, ammette, è che per arrivarci oggi servono anche i gerrymander di ritorsione degli stati democratici, dentro una guerra delle mappe iniziata dal Texas dalla quale nessuna delle due parti può ritirarsi.

Il Wisconsin, che ha votato per Barack Obama, poi per Trump, poi per Joe Biden e poi di nuovo per Trump, per Wikler è lo specchio più fedele di un paese spaccato a metà. Quest'anno le due camere del suo parlamento statale sono contendibili per la prima volta grazie alle nuove mappe eque. Chi vincerà le primarie democratiche a cinque candidati per la carica di governatore sfiderà il repubblicano Tom Tiffany, che provò a ribaltare il risultato del 2020.

Scrivendo il libro, racconta, Wikler ha scoperto che non c'era mai stato nella storia americana un periodo con così tanti cambi di maggioranza consecutivi tra Congresso e Casa Bianca. Le persone, dice, "stanno cercando di ottenere qualcosa che non stanno ottenendo".


I tentativi di Trump di condizionare il voto di novembre sono quasi tutti falliti


Il presidente Donald Trump ha usato un raro discorso in prima serata, la notte in Italia, per rilanciare le sue accuse di brogli elettorali, ma non ha portato alcuna prova a sostegno dell'affermazione, che ripete da anni, secondo cui le elezioni del 2020 gli sarebbero state rubate. Per un'analisi di David A. Graham pubblicata sull'Atlantic quel discorso è "un segno di disperazione". Quasi tutti i tentativi del presidente di condizionare davvero le elezioni di metà mandato di novembre, il voto che rinnova il Congresso a metà del mandato presidenziale, sono falliti e gli restano pochi strumenti oltre a "seminare caos e dubbi tra gli americani".

La Casa Bianca ha diffuso quattro blocchi di documenti a sostegno del discorso, ma per l'Atlantic le affermazioni del presidente sono "un guazzabuglio di informazioni riciclate, travisamenti delle prove e affermazioni tendenziose", costruite su materiali troppo oscurati per essere interpretati. Le principali reti televisive hanno rinunciato a trasmettere l'intervento in diretta perché temevano che il presidente ingannasse il pubblico. Secondo Graham il discorso serviva anche a distrarre dalla guerra con l'Iran e dai suoi effetti sull'economia.

Sul ridisegno dei collegi elettorali il presidente ha invece ottenuto risultati concreti. Diversi stati governati dai repubblicani hanno ritracciato i confini dei collegi per aggiungere seggi favorevoli al partito, una pratica chiamata gerrymandering, la sentenza della Corte Suprema di aprile nel caso Louisiana contro Callais ha permesso ad altri stati di procedere con le proprie mappe e un tribunale della Virginia ha respinto il ridisegno con cui i democratici volevano rispondere. Nel complesso i repubblicani hanno guadagnato diversi seggi probabili.

Il SAVE America Act, la riforma elettorale voluta dal presidente che tra le altre cose imporrebbe agli elettori di dimostrare la cittadinanza, è invece fermo. La settimana scorsa Trump si è rifiutato di firmare una legge bipartisan sulla casa "per protesta contro il fatto che il Senato degli Stati Uniti non è capace di approvare il SAVE America Act", un gesto che l'analisi definisce "bizzarro e inefficace" perché quella legge è entrata comunque in vigore. Il senatore repubblicano Thom Tillis, che lascerà il seggio del North Carolina, ha promesso di bloccare la riforma se dovesse tornare in aula e ha ricordato che ormai sarebbe troppo tardi per applicarla al voto di novembre.

Il presidente non ha il controllo delle elezioni, un potere che spetta agli stati o al Congresso, e quasi tutte le sue mosse per via amministrativa sono state bloccate dai tribunali oppure ignorate dai funzionari statali e locali. I giudici federali hanno fermato parti di un ordine esecutivo che vietava agli stati di accettare le schede spedite per posta e arrivate dopo il giorno del voto e che imponeva la prova della cittadinanza. Hanno bocciato anche un secondo provvedimento, che avrebbe creato un archivio federale dei cittadini in età di voto per poi costringere gli stati a filtrare gli elettori con quell'elenco, impedendo al servizio postale di recapitare le schede a chi non ci fosse dentro. Per l'Atlantic si trattava di un tentativo "arcano" e forse impraticabile di risolvere un problema, il voto dei non cittadini su larga scala, "che semplicemente non esiste".

Alcuni stati hanno consegnato spontaneamente al governo federale i registri degli elettori, molti altri hanno impugnato quelle richieste e hanno vinto. Le pressioni del Dipartimento di Giustizia irritano ormai anche gli alleati repubblicani. Il governo dell'Idaho, che pure aveva segnalato a Washington presunti casi di voto di non cittadini, si è visto minacciare un procedimento penale nel caso in cui dei non cittadini fossero ammessi alle urne e i dirigenti repubblicani dello stato hanno reagito con durezza.

All'inizio di luglio il presidente ha rimosso due membri della Election Assistance Commission, l'agenzia federale che aiuta gli stati a organizzare il voto, e un terzo si è dimesso, lasciando l'organismo senza vertici. La commissione ha soprattutto funzioni consultive e privarla dei suoi responsabili complicherà il lavoro dei funzionari locali, ma per Graham la mossa somiglia anche a "un'ammissione di sconfitta". Trump aveva provato a usarla per revocare la certificazione di tutte le macchine per il voto in uso e per imporre l'obbligo di dimostrare la cittadinanza. Adesso sembra rinunciarci, proprio mentre quell'agenzia servirebbe ad aiutare i funzionari locali a correggere alcune delle debolezze di sicurezza citate nel discorso, come i sistemi informatici che gestiscono le operazioni di voto, anche se nessun elemento indica che le schede o i conteggi siano vulnerabili.

La ricerca di prove di brogli nel 2020 resta senza risultati e nel discorso il presidente non ha nemmeno provato ad argomentarla. Si è concentrato soprattutto sulla Georgia, ma questo mese un giudice federale nominato da lui stesso ha bloccato le citazioni con cui il Dipartimento di Giustizia voleva convocare chi aveva lavorato a quel voto nella contea di Fulton. Due agenti dell'FBI incaricati di setacciare le vecchie prove sono stati licenziati perché si erano rifiutati di farlo, come ha rivelato l'emittente MS NOW.

Per costruire il racconto dei brogli il presidente si appoggia a Bill Pulte, direttore facente funzioni della National Intelligence, l'ufficio che coordina le agenzie di intelligence americane, e a John Solomon, descritto dall'analisi come "un commentatore di destra con una lunga storia di diffusione di affermazioni false" e chiamato dalla Casa Bianca a costruire racconti come quelli esposti nel discorso. Pulte non ha alcun ruolo previsto dalla legge in materia elettorale né esperienza nell'organizzazione o nella sicurezza del voto. La seconda strada rimasta al presidente, scrive Graham, è schierare i militari o le forze di polizia federali nei giorni intorno al voto.

Le due opzioni sono rischiose e hanno meno probabilità di riuscire, ed è per questo che non erano le prime scelte del presidente. Funzionari elettorali, esperti e organizzazioni non profit seguono la minaccia da mesi e sono molto più preparati ad affrontare qualsiasi mossa dell'Amministrazione, come ha scritto Garrett Epps sul Washington Monthly.

La difesa più efficace contro la sovversione, per Graham, è che gli americani vadano a votare, perché "un'elezione in bilico è più facile da rubare di una netta". I fallimenti politici del presidente hanno prodotto sondaggi che indicano un voto largamente contrario ai repubblicani in autunno. Il deputato repubblicano Thomas Massie ha detto questa settimana che lamentarsi di brogli elettorali è una scelta strana quando il proprio partito controlla la Casa Bianca, la Camera e il Senato. Discorsi in prima serata pieni di lamentele e di falsità evidenti rischiano di allontanare ancora di più gli elettori dal partito e, conclude l'analisi, "per un'ironia della sorte" quell'intervento potrebbe davvero contribuire a proteggere l'integrità delle elezioni del 2026.


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Cinque seggi su settecentoventi: con questi numeri, in un Parlamento europeo dominato da popolari e socialisti, Volt non dovrebbe pesare quasi nulla.

Eppure una nostra eurodeputata, Nela Riehl, presiede la commissione per la cultura e l’istruzione, e il MEP Influence Index 2026 di EUmatrix la colloca al primo posto tra chi orienta le politiche europee su istruzione, gioventù, sport e cultura, davanti a Bogdan Zdrojewski e a Laurence Farreng di Renew Europe.

È la misura di quanto riusciamo a incidere dove si prendono le decisioni: guidando il lavoro su Erasmus+, cooperazione tra università, accesso alla cultura, politiche giovanili e sport. Dossier che creano opportunità concrete per milioni di persone.

Volt non ha (ancora) i numeri delle grandi famiglie politiche europee: eppure abbiamo già dimostrato che competenza, credibilità e capacità di costruire maggioranze possono trasformare una piccola delegazione in una forza capace di orientare le scelte.

È questo il senso di Volt: non essere presenti nelle istituzioni, ma usarle per rendere l’Europa più unita e più vicina alle persone.

Vuoi aiutarci a ottenere altri risultati? Immagina cosa potremmo fare insieme! Unisciti a Volt 💜

#ParlamentoEuropeo #UnioneEuropea #ErasmusPlus #Istruzione #PoliticaEuropea #EuropaFederale #Volt #VoltItalia #VoltEuropa

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Se c'è qualche calabrese stanco di lamentarsi e basta, questa è una buona occasione per cambiare marcia.


Per troppo tempo ci hanno raccontato che in Calabria non cambia mai nulla: ci hanno insegnato a rassegnarci, a fare le valigie, a guardare altrove.
Oggi rompiamo il silenzio. Volt Calabria riparte ufficialmente con una nuova squadra e un obiettivo chiaro: occupare il presente per riprenderci il futuro.
Torniamo perché la nostra terra ha bisogno, adesso, di idee nuove, europee e coraggiose!
Scegliamo Volt perché non accettiamo più i “viaggi della speranza” per una sanità che dovrebbe essere un diritto garantito qui.
Scegliamo Volt perché vogliamo trasporti che ci colleghino al mondo e non ci condannino all’isolamento.
Scegliamo Volt perché vogliamo che restare in Calabria sia una scelta libera e non un atto di eroismo per i giovani.
Siamo onesti: siamo ancora pochi.
Ma è proprio per questo che servite voi!
Non cerchiamo follower passivi: cerchiamo persone pronte a rimboccarsi le maniche insieme a Volt Italia per costruire l’alternativa che manca.
BASTA RASSEGNARSI: UNISCITI A NOI
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Con la sconfitta di Orbán il movimento MAGA ha perso la sua base in Europa


Il nuovo governo ungherese vuole sciogliere la fondazione che finanzia il Mathias Corvinus Collegium, il principale snodo della rete costruita negli ultimi anni tra la destra di Viktor Orbán e il movimento trumpiano.

La fondazione che finanzia il Mathias Corvinus Collegium sarà sciolta alla fine di luglio. È l’istituto di Budapest che ha ospitato il vicepresidente JD Vance, Tucker Carlson e alcuni dei think tank americani più vicini al presidente Donald Trump: il fulcro della rete che per anni ha trasformato l’Ungheria nella capitale europea del movimento MAGA, acronimo dello slogan trumpiano “Make America Great Again”.

Viktor Orbán ha perso le elezioni di aprile dopo 16 anni al potere. Il partito Tisza di Péter Magyar ha conquistato 141 dei 199 seggi del Parlamento, raggiungendo la maggioranza dei due terzi necessaria per modificare la Costituzione. Pochi giorni fa i magistrati hanno inoltre perquisito le sedi di Fidesz, il partito di Orbán, nell’ambito di quella che appare come un’indagine per corruzione.

Balázs Orbán, avvocato di 40 anni che non ha legami di parentela con l’ex primo ministro, è stato prima direttore politico del governo, poi responsabile della campagna elettorale di Fidesz e infine presidente del collegio. Oggi non ricopre più incarichi nell’esecutivo e si prepara a prendere posto al Parlamento Europeo. “La nostra battaglia continua”, ha dichiarato a Politico. “Non è più soltanto per l’Ungheria, ma per l’Europa”.

L’impero culturale costruito con i beni dello Stato


Il Mathias Corvinus Collegium non nasce come una creatura del governo. Fu fondato nel 1996 da una facoltosa famiglia conservatrice come istituto privato destinato alla formazione dei giovani più promettenti. Porta il nome di Mattia Corvino, il sovrano rinascimentale del Quattrocento che gli ungheresi considerano come un eroe nazionale.

Sotto Viktor Orbán, tuttavia, il collegio si è trasformato grazie al sistema delle KEKVA, fondazioni di gestione patrimoniale di interesse pubblico istituite dal suo governo e finanziate attraverso beni statali. Nel 2020 la fondazione che controlla il collegio ha ricevuto partecipazioni del 10% in due grandi società quotate ungheresi: il gruppo petrolifero MOL e l’azienda farmaceutica Gedeon Richter. Al momento del trasferimento, quelle azioni valevano complessivamente più di un miliardo di euro. Da allora l’istituto si è finanziato in larga parte con i dividendi prodotti dalle due partecipazioni.

I sostenitori delle KEKVA affermavano che il sistema avrebbe protetto università e istituzioni culturali dalle oscillazioni della politica quotidiana. I critici, invece, lo hanno sempre considerato uno strumento per trasferire ricchezza pubblica a strutture vicine a Fidesz, sottraendola al controllo dei governi successivi. Il collegio dichiara di coinvolgere circa 8.000 persone tra studenti e partecipanti, compresi bambini che accedono ai programmi del fine settimana fin dai dieci anni. Offre alloggi, borse di studio, seminari, viaggi di ricerca e corsi di lingua, costruendo un percorso formativo parallelo a quello delle istituzioni scolastiche e universitarie tradizionali.

Il governo di Magyar ha ora deciso di sciogliere le KEKVA che non gestiscono direttamente università. Secondo il calendario pubblicato, la fondazione del Mathias Corvinus Collegium cesserà di esistere alla fine di luglio e i suoi beni torneranno allo Stato. L’istituto potrebbe sopravvivere sotto un’altra forma, ma senza i dividendi di MOL e Gedeon Richter il suo peso politico e internazionale sarebbe drasticamente ridimensionato.

Anche MCC Brussels, la sede aperta nella capitale dell’Unione europea e diventata negli ultimi anni uno dei think tank conservatori più visibili della città, dipende quasi interamente dai finanziamenti provenienti dall’Ungheria. Per continuare a operare dovrà quindi trovare nuovi sostenitori.

Bence Bauer, direttore dell’Istituto tedesco-ungherese del collegio, riconosce che la sovrapposizione tra gli incarichi politici di Balázs Orbán e la presidenza dell’MCC ha offerto un facile argomento ai critici. Sostiene però che la politica rappresenti soltanto una parte marginale delle attività dell’istituto: “Il 99% di ciò che fa MCC non riguarda la politica”. Molti studenti del collegio, ha aggiunto, hanno probabilmente votato per Tisza, lo stesso partito che ora ne minaccia le fondamenta finanziarie.

Per Fidesz, lo smantellamento delle fondazioni è il risultato di una campagna preparata da tempo. Balázs Orbán cita un documento pubblicato a maggio dal Wilfried Martens Centre, il think tank ufficiale del Partito Popolare Europeo, che descrive il collegio e le istituzioni analoghe come parti di un’infrastruttura illiberale transnazionale. Il documento sostiene che il cambio di governo in Ungheria rappresenti la “prima opportunità” per smantellarne almeno una parte. “Reagiremo con ogni strumento legale e politico disponibile”, promette però l’ex presidente dell’MCC.

Ungheria · La rete MAGA in Europa

Il nuovo governo ungherese scioglie la fondazione che ha reso Budapest la capitale europea del MAGA

Il 31 luglio la fondazione del Mathias Corvinus Collegium cessa di esistere e il suo patrimonio torna allo Stato. Senza i dividendi di MOL e Gedeon Richter, l’istituto che ha ospitato JD Vance e Tucker Carlson perde la base finanziaria della propria influenza internazionale.

Grafica di FocusAmerica 26 luglio 2026

Il meccanismo
Come lo Stato ungherese ha finanziato il fulcro europeo del trumpismo

Patrimonio dello Stato ungherese · 2020

10%
MOL
Gruppo petrolifero

10%
Gedeon Richter
Azienda farmaceutica

Fondazione Mathias Corvinus Collegium
1,3mld €

Valore della dotazione ricevuta nel 2020, tra azioni, contanti e immobili: più dell’intero bilancio annuale ungherese per l’università, quasi l’1% del prodotto interno lordo.

Dividendi
31 luglio 2026

La fondazione cessa di esistere e i beni tornano allo Stato.

8.000
Studenti e partecipanti, dai dieci anni in su

Bruxelles
La sede europea, finanziata quasi solo da Budapest

Eventi
Festival, borse di studio e viaggi di ricerca

Il collegio nasce privato nel 1996. A trasformarlo è stato il sistema delle KEKVA, le fondazioni patrimoniali create dal governo di Viktor Orbán e finanziate con beni pubblici: ora vengono sciolte tutte, tranne quelle che gestiscono università.

Il voto del 12 aprile

Con 141 seggi su 199, Tisza può riscrivere la Costituzione


La maggioranza dei due terzi è la chiave di tutto: senza 133 seggi il governo di Péter Magyar non avrebbe potuto modificare la Legge fondamentale e smantellare le fondazioni.

Tisza 141 Fidesz-KDNP 52 Mi Hazánk 6

16
Anni di governo Orbán, chiusi dal voto

79,6%
Affluenza, la più alta dal 1990

53,2%
Voti di lista raccolti da Tisza

Sette anni di alleanza

Da Trump che riceve Orbán al decreto che chiude la fondazione


Tocca ogni tappa per i dettagli.

2019 Trump riceve Orbán alla Casa Bianca+

È il primo incontro ufficiale tra i due leader e apre la stagione dei rapporti diretti tra la destra americana e Budapest.

Estate 2021 Tucker Carlson sposta il programma a Budapest+

Allora volto di punta di Fox News, conduce da Budapest per un’intera settimana. Nella stessa estate Dennis Prager interviene al festival del collegio.

2022 Il primo CPAC fuori dagli Stati Uniti+

La principale conferenza del conservatorismo americano sceglie l’Ungheria. Ne seguiranno cinque edizioni consecutive, finanziate dal bilancio statale ungherese.

Febbraio 2026 Marco Rubio va a Budapest+

Il Segretario di Stato elogia il rapporto tra i due Paesi a due mesi dal voto. Il 21 marzo Budapest ospita la quinta edizione del CPAC.

7 aprile 2026 JD Vance arriva cinque giorni prima del voto+

La visita del vicepresidente appare come una manifestazione di sostegno dell’ultima ora. Gli elettori ungheresi non si lasciano convincere.

12 aprile 2026 Fidesz perde le elezioni e cede il potere+

Orbán riconosce il risultato. Il Parlamento europeo aveva definito l’Ungheria un «regime ibrido di autocrazia elettorale»: il sistema poteva ancora essere battuto alle urne.

2 luglio 2026 Il decreto fissa la fine al 31 luglio+

Dopo la modifica costituzionale di giugno, il ministro Bálint Ruff firma lo scioglimento. Balázs Orbán, presidente uscente del collegio, promette di reagire «con ogni strumento legale e politico».

Cosa resta

La rete perde il finanziatore, non le sue ragioni


A tenere insieme i nazionalisti occidentali non è una dottrina condivisa, ma una lista di avversari comuni. Sulle scelte concrete le divisioni restano profonde.

Ciò che li unisce
L’immigrazione di massa
La sfiducia verso le élite
L’insicurezza economica e sociale
La cultura progressista e le università liberali
I tribunali sovranazionali e i media tradizionali

Ciò che li divide
La guerra tra Russia e Ucraina
Il sostegno a Israele
I dazi e la politica commerciale
Il grado di allineamento con Washington
I limiti dell’influenza americana sui singoli Paesi

In Europa la vicinanza a Trump non paga più

Giorgia Meloni
Aveva coltivato il rapporto con il presidente americano, poi ha preso visibilmente le distanze.

Jordan Bardella
Il leader del Rassemblement National insiste sull’autonomia strategica europea, non sull’allineamento.

AfD
Nel partito tedesco l’entusiasmo iniziale per la guerra culturale americana si è raffreddato.

Le forze che alimentano il conservatorismo nazionalista in Occidente non dipendono da Budapest, ammette il direttore della scuola di giornalismo del collegio. Ciò che gli americani non potranno sostituire è il potere pubblico e la ricchezza dello Stato ungherese che hanno finanziato quella rete.

Fonte Elaborazione FocusAmerica su Politico, Balkan Insight e Ufficio elettorale nazionale ungherese. Valore della dotazione 2020 e confronto con il bilancio universitario: Balkan Insight, maggio 2026. Dati aggiornati al 26 luglio 2026.

Budapest, laboratorio europeo del trumpismo


Donald Trump ricevette Viktor Orbán alla Casa Bianca per la prima volta nel 2019. Due anni dopo Tucker Carlson, allora uno dei volti più influenti di Fox News e oggi imprenditore dei media in rotta con l’establishment repubblicano sulla politica estera, trasferì il suo programma a Budapest per un’intera settimana.

Nella stessa estate Dennis Prager, conduttore radiofonico e cofondatore di PragerU, intervenne al festival annuale del collegio sostenendo che, se la civiltà occidentale fosse stata salvata, a salvarla sarebbe stata l’Europa orientale. Da Budapest sono passati anche Patrick Deneen, teorico del postliberalismo all’Università di Notre Dame, l’ex Procuratore Generale della prima Amministrazione Trump Jeff Sessions e Ben Shapiro, cofondatore del Daily Wire.

Nel 2022 il CPAC, la principale conferenza annuale del conservatorismo americano, ha organizzato in Ungheria la prima di cinque edizioni consecutive. Budapest era così ormai diventata la base europea di un movimento che, in quel momento, si trovava all’opposizione a Washington.

L’asse tra MAGA e l’Ungheria è sempre stato squilibrato. Il Paese conta meno di 10 milioni di abitanti e ha un peso economico e militare limitato all’interno dell’alleanza occidentale. Per la destra americana, però, rappresentava la dimostrazione concreta che i conservatori potevano fare molto più che rallentare i cambiamenti progressisti: potevano rimodellare a propria immagine le istituzioni, i media e le abitudini culturali di un’intera nazione.

L’iniziativa era partita dagli ungheresi. Matt Schlapp, presidente dell’American Conservative Union e della fondazione che organizza i CPAC, ha raccontato che l’allora ambasciatore ungherese lo invitò a pranzo a Washington durante il primo mandato di Trump. Fino a quel momento, ha spiegato, la stampa americana gli aveva presentato Orbán come “un dittatore, un fascista, un antisemita”. Dopo avere ascoltato la versione ungherese, Schlapp si convinse che quel racconto fosse condizionato da un pregiudizio di sinistra.

Rod Dreher, scrittore conservatore che ha diretto il progetto internazionale del Danube Institute e ha vissuto in Ungheria fino alla scorsa primavera, riconosce che Orbán ha tollerato “troppa corruzione e cattiva gestione” e che proprio questi problemi ne hanno provocato la sconfitta, nonostante i risultati rivendicati dal suo governo. Per Dreher, l’ex primo ministro è stato “la chiave di volta del ponte” tra i conservatori trumpiani americani e i partiti nazionalisti europei. Nessun altro governo, sostiene, ha saputo rendere altrettanto concreto quel collegamento.

Il pericolo maggiore per l’alleanza, secondo Dreher, arriva però dall’altra parte dell’Atlantico. La rete potrebbe sopravvivere alla sconfitta di Orbán, ma non necessariamente alla presidenza di Trump: l’imprudenza del presidente, ha scritto a Politico, costringe sempre più spesso i partiti nazionalisti europei a schierarsi contro gli Stati Uniti. La perdita di Orbán è un problema superabile; la permanenza di Trump, probabilmente, non lo è.

In Europa, infatti, la vicinanza al presidente americano non costituisce più un vantaggio automatico. Dal suo ritorno alla Casa Bianca, Trump ha spiazzato ripetutamente gli alleati. Anche i governi conservatori hanno scoperto che l’affinità ideologica non li protegge dalle pressioni e dalle umiliazioni pubbliche.

Ne sa qualcosa la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, che inizialmente aveva coltivato con attenzione il rapporto con Trump, ha preso visibilmente le distanze. Ma anche Jordan Bardella, leader del Rassemblement National francese, insiste ora sull’autonomia strategica europea anziché sull’allineamento con Washington. Persino nell’AfD tedesca l’entusiasmo iniziale per la guerra culturale scatenata dal movimento MAGA ha lasciato spazio a un crescente raffreddamento.

L’imprevedibilità di Trump e la scarsa considerazione mostrata per la sovranità degli altri Paesi hanno inoltre risvegliato un antico e forte anti americanismo, mai del tutto scomparso nella destra europea.

Orbán, in questo senso, non ha fatto scuola: è rimasto un’eccezione. Anche per questo motivo, il movimento MAGA ha cercato fino all’ultimo di mantenerlo al potere. Il Segretario di Stato Marco Rubio si è recato a Budapest a metà febbraio e ha elogiato il rapporto tra i due Paesi. Il vicepresidente JD Vance è arrivato in aprile, cinque giorni prima delle elezioni, in quella che appariva chiaramente come una manifestazione di sostegno dell’ultima ora.

Gli elettori ungheresi, tuttavia, non si sono lasciati convincere. Il nuovo governo di Magyar ora non vuole discutere il futuro dei rapporti con il movimento trumpiano, mentre il Dipartimento di Stato americano non ha risposto alla domanda se l’Ungheria conservi il ruolo privilegiato che aveva durante il governo Orbán. Si è limitato ad affermare che gli Stati Uniti collaborano con il nuovo esecutivo ungherese sui temi della sicurezza, della prosperità economica, dei diritti sovrani e dei comuni “valori di civiltà”.

Un’alleanza senza il potere dello Stato


János Bóka, ex ministro per gli Affari europei e oggi capogruppo di Fidesz in Parlamento, resta ottimista sul futuro dell’alleanza. Il movimento MAGA, ha spiegato, non coincide con Trump, ma rappresenta una componente di una trasformazione più ampia della politica americana: il progressivo e duraturo arretramento dall’ordine internazionale costruito dopo la Guerra fredda.

Alla domanda su chi vorrebbe alla Casa Bianca dopo Trump, Bóka ha risposto senza esitazioni: JD Vance. Il discorso con cui il vicepresidente attaccò le élite liberali europee alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, nel febbraio 2025, potrebbe essere, secondo Bóka, il manifesto di Patriots for Europe, il gruppo della destra radicale al quale Fidesz appartiene nel Parlamento Europeo.

Gergely Gulyás ragiona diversamente. Il giurista di 44 anni, già ministro alla Presidenza del Consiglio e poi capogruppo parlamentare, ha dichiarato a Politico che il sostegno americano conta, ma soltanto fino a un certo punto: “Per l’Ungheria non può sostituire i rapporti europei”. In Germania, i suoi interlocutori sono la CDU e la CSU, i partiti del centrodestra tradizionale, non l’AfD.

Gulyás e Magyar erano amici prima che quest’ultimo rompesse con il proprio schieramento e trasformasse Tisza nel principale avversario di Fidesz. Nelle ultime settimane il nuovo governo ha introdotto limiti di mandato che costringeranno Gulyás a lasciare il seggio. Il politico si è dimesso da capogruppo, sostenendo che il principale partito di opposizione debba essere guidato da qualcuno che possa ricandidarsi.

La maggioranza dei due terzi sta smontando le strutture di potere costruite durante l’era Orbán, arrivando a provocare anche l’uscita di scena del presidente della Repubblica Tamás Sulyok. I sostenitori del governo parlano di rinnovamento democratico, mentre Fidesz denuncia un’epurazione autoritaria. Anche alcune organizzazioni per la tutela dei diritti avvertono, intanto, che la rapidità delle riforme potrebbe a sua volta indebolire lo stato di diritto.

Per anni i critici di Orbán hanno descritto l’Ungheria come qualcosa di meno di una democrazia compiuta. Il Parlamento europeo l’ha definita un “regime ibrido di autocrazia elettorale”. Ad aprile, tuttavia, Fidesz ha perso le elezioni, ha riconosciuto il risultato e ha ceduto il potere. Qualunque cosa fosse diventato, il sistema costruito da Orbán poteva ancora essere sconfitto attraverso le urne.

Boris Kálnoky, direttore della scuola di giornalismo del collegio, considera la decisione del governo un colpo durissimo, ma non pensa che il movimento sia destinato a scomparire. L’iniziativa intellettuale ungherese e le risorse impiegate per sostenerla, riconosce, sono state decisive per costruire la rete internazionale.

Le forze che alimentano il conservatorismo nazionalista in Occidente, però, non dipendono da Budapest: immigrazione, sfiducia nelle élite, insicurezza economica e sociale, cambiamento culturale e convinzione che le società siano state trasformate senza il consenso degli elettori. “Per questo non serve l’Ungheria”, ha osservato Kálnoky.

A tenere insieme i nazionalisti non è tanto una dottrina condivisa quanto una lista di avversari comuni: l’immigrazione di massa, la cultura progressista, i tribunali sovranazionali, le università liberali e i media tradizionali. Sulle scelte strategiche, invece, le divisioni sono profonde: dalla Russia all’Ucraina, da Israele al commercio. Le fratture riemergono ogni volta che l’interesse nazionale dei singoli Paesi incontra i limiti dell’influenza americana.

Schlapp è convinto che l’alleanza resisterà. “Abbiamo costruito amicizie vere all’interno del governo Orbán. Vincere o perdere non cambia le amicizie”, ha dichiarato. CPAC, sostiene, non è mai stata una questione di vicinanza al potere, ma di idee. Non vede quindi ragioni per interrompere il lavoro a Budapest, a meno che esprimere determinate opinioni politiche non diventi pericoloso sul piano legale.

I conservatori americani potranno continuare a invitare gli ex dirigenti di Fidesz e a partecipare ai loro eventi. Ciò che non potranno sostituire è il potere pubblico, insieme alla ricchezza dello Stato ungherese, che ha permesso di costruire e finanziare quella rete. Orbán aveva accettato la gerarchia imposta da Trump ed era rimasto al suo fianco anche negli anni di Joe Biden, quando il leader repubblicano sembrava fuori dai giochi. Ma in politica la lealtà raramente pesa più di una sconfitta.

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Zuckerberg dice che l'intelligenza artificiale non deve restare nelle mani di pochi


In un articolo sul Wall Street Journal e in due interviste il capo di Meta accusa le rivali, senza nominarle: il dibattito è pieno di catastrofismo e la superintelligenza deve essere di tutti

Mark Zuckerberg ha attaccato le aziende rivali che sviluppano l'intelligenza artificiale in modo chiuso e strettamente controllato. Concentrare il potere di questa tecnologia in poche istituzioni, sostiene, sarebbe un pericolo per la società. L'amministratore delegato di Meta lo ha scritto in un articolo di opinione pubblicato martedì sul Wall Street Journal e lo ha ripetuto in due interviste. Non ha mai citato le concorrenti per nome, ma il riferimento ad Anthropic e OpenAI, le due aziende che producono i modelli di intelligenza artificiale oggi considerati i migliori, è evidente.

Nell'articolo Zuckerberg scrive che lo sviluppo della "superintelligenza", il termine con cui Meta indica un'intelligenza artificiale superiore alle capacità umane, "sarà il progresso tecnologico più profondo che vedremo nel corso delle nostre vite". La domanda decisiva della nostra epoca, aggiunge, non è se questa tecnologia esisterà, ma chi vi avrà accesso. La sua proposta è dare più potere ai singoli individui e usare la superintelligenza soprattutto per inventare, più che per automatizzare, con l'equilibrio dei poteri come fondamento della sicurezza.

Per Zuckerberg l'idea che l'intelligenza artificiale sia così pericolosa da rendere necessaria "un'estrema concentrazione di potere" è essa stessa pericolosa. Se solo poche istituzioni avranno la superintelligenza, scrive, eserciteranno un'influenza determinante su economia, scienza e politica, limitando la libertà delle persone di scegliere il proprio futuro.

L'alternativa che propone è una "superintelligenza personale" accessibile a tutti, cioè un'intelligenza artificiale molto capace combinata con il contesto personale di chi la usa. La spiega con un esperimento mentale. Se una sola persona avesse un avvocato superintelligente, avrebbe un vantaggio ingiusto in tribunale anche quando ha torto nel merito. Se tutti ne avessero uno, la giustizia sarebbe amministrata in modo più equo, perché le persone dotate di strumenti potenti si controllano e si bilanciano a vicenda.

Zuckerberg riconosce che alcuni rischi meritano attenzione. Per la sicurezza informatica, scrive, la storia del software aperto dimostra che dare a tutti pieno accesso ai sistemi è la protezione migliore nel lungo periodo, mentre per i rischi biologici servirà più coordinamento tra i governi. Se la superintelligenza sarà distribuita su larga scala, conclude, i posti di lavoro aumenteranno e l'economia diventerà più imprenditoriale, perché avviare un'impresa senza grandi capitali sarà più facile.

Nell'intervista al New York Times Zuckerberg ha detto che sviluppare la tecnologia in modo strettamente controllato, come fanno Anthropic e OpenAI, equivarrebbe ad "abbandonare i nostri valori" e frenerebbe l'innovazione. "Gran parte del discorso di molti degli altri laboratori che stanno sviluppando questa tecnologia è completamente pieno di catastrofismo", ha detto. "Serve una voce, o più voci, che portino realismo in questo dibattito".

Si è detto scettico anche sulla possibilità di costruire un'unica intelligenza artificiale resa benevola verso l'umanità attraverso una forma idealizzata di "allineamento", il lavoro con cui i sistemi vengono programmati per non danneggiare gli esseri umani. "Penso che sia letteralmente impossibile avere un'unica superintelligenza benevola che sia allineata con tutti contemporaneamente", ha detto.

In un'intervista al Wall Street Journal ha aggiunto che l'ottimismo sull'impatto dell'intelligenza artificiale "dovrebbe essere empiricamente l'ipotesi di partenza su come andranno le cose". Ha citato i precedenti delle grandi trasformazioni tecnologiche e i dati recenti sull'occupazione. "Finora penso che tutto il lavoro attorno all'intelligenza artificiale abbia creato al netto molti posti di lavoro, perché c'è tutta questa infrastruttura che deve essere costruita", ha detto. Nella vita privata usa la tecnologia per cercare le ricette dei dolci da preparare con la figlia di 3 anni e ha installato telecamere nella sua palestra, così che il sistema lo osservi mentre si allena e gli dia consigli.

Lo scontro sul modo di sviluppare l'intelligenza artificiale ha diviso la Silicon Valley. Dario Amodei e Sam Altman, gli amministratori delegati di Anthropic e OpenAI, sostengono che alcuni dei modelli più avanzati siano troppo pericolosi per essere condivisi e sviluppati senza controlli rigidi. Microsoft, Nvidia, Google e Meta ritengono invece che molti modelli debbano essere aperti (open source), cioè scaricabili e modificabili liberamente da chiunque, perché la tecnologia possa avanzare e far nascere nuove imprese. Pochi giorni fa Elon Musk aveva stimato tra il 10 e il 20% il rischio che l'intelligenza artificiale rappresenta per l'umanità, pur prevedendo che entro cinque anni supererà quella di tutti gli esseri umani messi insieme.

La disputa si è accesa a luglio, quando i progressi dei modelli aperti sviluppati in Cina sono sembrati erodere il vantaggio delle aziende americane. Anthropic e OpenAI hanno fatto pressione sulle autorità di Washington sollevando preoccupazioni proprio su quei modelli. Venerdì Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, l'azienda che produce i chip con cui si addestrano i sistemi di intelligenza artificiale, ha pubblicato una lettera in difesa dello sviluppo aperto, attorno alla quale si è raccolta parte del settore. In settimana ha annunciato anche una coalizione con giganti come SpaceX e IBM per creare strumenti aperti di sicurezza informatica. Diversi dirigenti, tra cui Huang e Altman, sono attesi a Washington in questi giorni per esporre le loro ragioni all'amministrazione del presidente Donald Trump, che sta valutando come regolare la materia.

L'amministrazione sta intanto attuando un ordine esecutivo che introduce un periodo di revisione volontaria di 30 giorni per i nuovi modelli. Zuckerberg ha chiesto verifiche il più possibile rapide. Dire di voler esaminare i modelli per 30 o 60 giorni "può non sembrare molto", ha detto, "ma il settore si muove così in fretta che è in realtà una quantità di tempo piuttosto significativa". Secondo il Wall Street Journal, una regola valida per tutti sulla velocità di sviluppo rischierebbe di consolidare il vantaggio di Anthropic e OpenAI, visto che i modelli di Meta sono rimasti indietro rispetto ai loro. Il titolo dell'azienda ha perso in borsa circa il 17% nell'ultimo anno.

Alcuni funzionari hanno discusso anche della possibilità di vietare alle aziende americane l'uso dei modelli aperti sviluppati in Cina, sulla base delle accuse secondo cui le aziende cinesi avrebbero copiato la tecnologia americana. Meta ha firmato di recente una lettera che chiede al governo di non vietare i modelli aperti. Zuckerberg dubita che mettere al bando quelli di altri Paesi sarà produttivo e ritiene che il governo dovrebbe piuttosto accelerare l'industria nazionale, eliminando i colli di bottiglia che rallenterebbero innovazioni come i nuovi farmaci.

Amodei aveva difeso la linea opposta lunedì in un post sul blog. Anthropic, ha scritto, si concentra su "tenere i chip potenti fuori da mani autoritarie, fermare la distillazione su scala industriale e imporre test di sicurezza a tutti i modelli sufficientemente capaci, aperti e chiusi". La distillazione è la pratica con cui un modello viene addestrato sfruttando le risposte di un altro. OpenAI ha detto in passato di appoggiare il software aperto e di lavorare con la Casa Bianca a modi sicuri di sostenere lo sviluppo della tecnologia.

Martedì, lo stesso giorno delle uscite di Zuckerberg, alcuni dei principali ricercatori di Anthropic, OpenAI, Google e della stessa Meta hanno firmato una lettera aperta intitolata "Pacing the Frontier". Il documento chiede uno sforzo internazionale per sviluppare strumenti tecnici e di governance con cui rallentare lo sviluppo dell'intelligenza artificiale per ragioni di sicurezza.

Per anni Meta ha difeso i modelli aperti e ha distribuito gratuitamente i propri, ma la primavera scorsa, dopo essere rimasta indietro nella corsa, Zuckerberg ha cambiato strategia: ha investito 14,3 miliardi di dollari nella start-up ScaleAI e ne ha assunto il fondatore Alexandr Wang per guidare la divisione ribattezzata Meta Superintelligence Labs, che ha iniziato a lavorare anche a un modello chiuso. A luglio l'azienda ha cominciato per la prima volta a vendere l'accesso al suo modello più recente, Muse Spark, pur continuando a sviluppare anche modelli aperti.

Quest'anno Meta prevede investimenti fino a 145 miliardi di dollari, in gran parte per comprare chip e costruire centri dati. A maggio ha licenziato 8.000 dipendenti attribuendo i tagli proprio ai costi dell'intelligenza artificiale.

"Credo che la traiettoria generale del settore sia andata verso una maggiore apertura e verso il mettere il potere della tecnologia nelle mani di più persone, non di meno", ha detto Zuckerberg al New York Times.


Musk dice di essersi "fatto prendere la mano" con la politica


Elon Musk ha detto di essersi "fatto prendere la mano" con la politica. "Penso di essermi occupato un po' troppo di politica", ha dichiarato all'Economist in un'intervista di oltre ottanta minuti registrata alla Gigafactory di Tesla in Texas, la sua prima conversazione lunga dopo la quotazione in borsa di SpaceX. "Mi sono fatto prendere la mano, francamente."

Musk ha versato più di 250 milioni di dollari per sostenere la campagna del presidente Trump nel 2024 e dopo la vittoria ha guidato il Dipartimento per l'efficienza governativa, l'ufficio per il taglio della spesa federale noto con la sigla DOGE. Ha lasciato l'incarico alla fine di maggio del 2025 e l'iniziativa ha chiuso ufficialmente le operazioni il 4 luglio. "L'obiettivo del DOGE era provare a fare qualcosa per il deficit, che è enorme", ha detto Musk, ricordando che oggi la spesa per gli interessi sul debito supera quella del Dipartimento della Guerra, come si chiama ora il dipartimento della Difesa, sommata a quella dell'intelligence. Ha raccontato che ai destinatari dei pagamenti il suo team chiedeva soltanto i contatti o una prova che i soldi arrivassero a destinazione: "Il denaro era per una causa importante in Africa, ma le istruzioni di bonifico portavano a Washington, non in Africa. Chiedevamo di metterci in contatto con i beneficiari per mandare i soldi direttamente a loro e poi calava il silenzio."

Alla contestazione che i tagli improvvisi ai programmi di aiuto abbiano provocato morti evitabili, Musk ha risposto "zero" e ha definito quelle accuse "false" e "assurde". La direttrice dell'Economist, Zanny Minton Beddoes, ha detto che in molti paesi africani USAID, l'agenzia americana per la cooperazione internazionale, era il principale finanziatore dei sistemi sanitari e che moltissimi programmi sono stati chiusi da un giorno all'altro, compresa la fornitura di farmaci antiretrovirali. Musk ha replicato che decine di migliaia di organizzazioni non governative potevano subentrare e che la Gates Foundation dispone di decine di miliardi di dollari: "Se non l'hanno fatto, direi che sono ugualmente responsabili." Sull'amministrazione nel suo complesso il giudizio resta positivo: "Nessuna amministrazione è perfetta, ma questa è di gran lunga migliore dell'alternativa."

Sull'intelligenza artificiale Musk ha proposto che le principali aziende del settore si controllino a vicenda prima di mettere in circolazione i modelli più avanzati. "La cosa più immediata che potremmo fare è che le aziende leader abbiano una specie di chiamata ogni poche settimane per discutere qualsiasi questione di sicurezza", ha detto. Prima del rilascio di un modello di frontiera, i concorrenti dovrebbero avere una o due settimane per testarlo tramite interfaccia di programmazione e segnalare eventuali effetti dannosi, con la possibilità di raccomandare una pausa. Se un'azienda ignorasse un rischio grave, "quello sarebbe il momento in cui il governo interviene e prende provvedimenti". Il modello che ha in mente è la Motion Picture Association, l'associazione di categoria che negli Stati Uniti stabilisce i divieti dei film in base all'età.

I concorrenti sono più adatti dei governi a individuare i rischi tecnici, secondo Musk, perché chi lavora nelle istituzioni non ha una comprensione tecnica profonda e non sta guidando la frontiera della ricerca. Ha citato il caso di un modello i cui rischi per la cybersicurezza non erano stati scoperti da un'agenzia federale: era stata Amazon a segnalarli e a chiamare la Casa Bianca. Il governo era poi intervenuto minacciando controlli sulle esportazioni. Musk ha detto di avere suggerito la proposta a Demis Hassabis poche ore prima che il capo di Google DeepMind pubblicasse la sua idea di un regolatore pubblico-privato e di volerne parlare anche con Dario Amodei, che guida Anthropic.

L'intervista è stata registrata prima che OpenAI rivelasse che due dei suoi modelli di frontiera erano usciti da un ambiente di test isolato, avevano ottenuto l'accesso a internet e avevano violato la piattaforma Hugging Face per procurarsi le risposte di un test interno sulla cybersicurezza. La rivelazione ha riacceso il dibattito sull'adeguatezza dei controlli esistenti, mentre i governi di Stati Uniti ed Europa stanno ancora valutando come regolare i sistemi più avanzati e le aziende si affidano soprattutto a impegni volontari e a test interni.

I rapporti personali tra i fondatori delle aziende di intelligenza artificiale restano pessimi, ma per Musk non sono un ostacolo. "Non sono un fan di Sam Altman", ha detto, spiegando che un'organizzazione senza scopo di lucro nata per fare intelligenza artificiale open source e "posseduta dal mondo" si è trasformata in una società da 800 miliardi di dollari con codice chiuso: "È l'esatto opposto di ciò per cui ho donato il denaro." Di Amodei ha dato invece un giudizio molto positivo, definendolo una persona di principi. Nessuna delle persone incontrate in Anthropic, ha aggiunto, ha fatto scattare il suo "rilevatore di malvagità". La conclusione è pragmatica: "Alla fine della giornata, se dobbiamo parlare parleremo. Mettiamo da parte le divergenze personali per il bene del mondo."

Musk prevede che l'intelligenza artificiale superi la somma dell'intelligenza umana in circa cinque anni e che entro dieci la distanza si allarghi di molto. Il risultato più probabile, secondo lui, è "un'epoca di abbondanza straordinaria in cui chiunque può avere qualsiasi cosa possa immaginare", a meno di eventi come una guerra nucleare globale. La probabilità che i robot cancellino l'umanità resta però quella che aveva indicato in passato, tra il 10 e il 20%: "Non è zero." Ha spiegato di avere scelto di guardare al lato positivo perché fermare la corsa è impossibile e ha ammesso che le sue mosse hanno avuto l'effetto contrario a quello voluto: creò OpenAI come contrappeso a Google, che allora aveva quasi un monopolio, e da OpenAI nacque poi Anthropic. "Queste azioni hanno prodotto un effetto a catena che ha accelerato l'intelligenza artificiale, cosa che non era davvero mia intenzione."

Il lavoro digitale sparirà per primo. L'intelligenza artificiale è già migliore del 90% degli ingegneri del software professionisti, secondo Musk, e arriverà presto a superarne il 99% fino a raggiungere il livello di Stockfish, il programma di scacchi che batte qualunque campione umano girando anche su un telefono. Per i lavori fisici serviranno i robot umanoidi, che descrive come le mani dell'intelligenza digitale. Il lavoro diventerà "opzionale", come coltivare l'orto quando al supermercato ci sono già le verdure: si continuerà a farlo per piacere, non per necessità.

Alla domanda su come vivranno le persone che perdono il lavoro, Musk ha risposto che il Tesoro dovrebbe semplicemente emettere assegni. All'obiezione che stampare moneta genera inflazione ha replicato con una previsione opposta: se la produzione di beni e servizi cresce più in fretta della massa monetaria il problema sarà la deflazione, non l'inflazione. Ha detto di pagare già circa il 45% tra imposte federali e statali, di avere stabilito il record della cifra più alta di tasse mai versata da una persona e di aspettarsi di pagarne molte migliaia di miliardi: "Mi sta bene." In un futuro di abbondanza, ha aggiunto, il denaro e la tassazione diventeranno irrilevanti.

Le aziende cinesi di intelligenza artificiale ottengono risultati notevoli con una potenza di calcolo relativamente ridotta e hanno buone probabilità di diventare leader del settore, ha detto Musk, ricordando che l'ultimo modello uscito da Pechino si è avvicinato molto a quello di Anthropic, che considera ancora il più intelligente in circolazione. La Cina produce più elettricità di Stati Uniti, Europa e India messi insieme e punta a quadruplicare la produzione americana. Fuori dalla Cina il vincolo principale non sono i chip ma l'energia e il raffreddamento, mentre in Cina vale il contrario per via delle restrizioni americane all'export. Il consumo di acqua dei centri di calcolo, ha detto, è trascurabile. Il governo americano può vietare alle proprie aziende di usare i modelli cinesi, ha detto Musk, ma non può impedirlo al resto del mondo e non impedirà così alla Cina di arrivare prima.

Dopo la quotazione di SpaceX Musk controlla circa l'80% dei diritti di voto e può essere rimosso solo da un voto che dipende da lui stesso. Lo giustifica con la necessità di ragionare su un orizzonte di cinque o dieci anni senza la pressione dei risultati trimestrali: una base sulla Luna o su Marte deprime i conti nel breve periodo, anche se era scritta nel prospetto di quotazione. Se dovesse morire domani, ha detto, le sue aziende andrebbero avanti bene per diversi anni grazie ai piani già tracciati, come è successo ad Apple dopo Steve Jobs, che però da allora non ha più prodotto nulla di veramente rivoluzionario.

Su Starlink, il servizio di internet satellitare di SpaceX, Musk ha spiegato di avere lavorato con il governo ucraino a una lista di terminali autorizzati dopo che apparecchi ordinati attraverso l'Ucraina erano stati contrabbandati nei territori occupati dai russi e usati in alcuni casi per gli attacchi. La misura ha tagliato fuori anche utenti che si collegavano per lavoro o per studio. Interrogato sull'opportunità che un privato disponga di un simile potere, ha detto di sperare in un accordo di pace rapido, perché il fronte non si muove da due o tre anni e ogni giorno muoiono soldati da entrambe le parti. "C'è molto pensiero illusorio in chi dice che la Russia dovrebbe ritirarsi completamente, ma non è realistico."

Beddoes ha contestato a Musk il sostegno a partiti che ha definito di estrema destra, tra cui il tedesco Alternative für Deutschland, e le sue previsioni su una guerra civile in Gran Bretagna. Musk ha respinto l'etichetta: "Ho detto letteralmente che credo in città sicure, confini sicuri e spesa pubblica sensata. Questo non mi rende affatto di destra." Ha aggiunto che una crescita rapida di gruppi con valori contrari a quelli occidentali porta prima o poi a un conflitto. Beddoes, che vive a Londra, ha risposto che Musk non mette piede nel Regno Unito da qualche anno, che Londra è più sicura di qualunque città americana e che la criminalità violenta britannica è in calo. Musk ha replicato che negli Stati Uniti il problema è la mancata incarcerazione dei recidivi violenti e, all'osservazione sulla diffusione delle armi, ha risposto che in Europa muoiono più persone per il caldo di quante ne muoiano negli Stati Uniti per arma da fuoco.

A Beddoes, che gli diceva "è per questo che la gente la detesta", Musk ha replicato citando i suoi circa 250 milioni di follower su X come prova che le persone che lo apprezzano sono più numerose di quelle che lo detestano. "Forse qualcuno mi detesta, ed è probabilmente vero. Non mi importa", ha detto. "Penso che molte più persone odino lei e i media di quanto lei creda. Si rende conto che i media sono disprezzati? Che il giudizio favorevole sui giornalisti è intorno al 15%?" Beddoes ha riconosciuto gli errori del giornalismo, ma ha attribuito parte del problema alla polarizzazione dei social network alimentata dai contenuti che Musk rilancia su X, tra cui un film che ha promosso per due giorni e che secondo lei dipinge un'Europa distopica e glorifica la violenza dei vigilantes.

La guerra civile in Gran Bretagna, ha detto Musk alla fine dell'intervista, è probabilmente lontana vent'anni, mentre la singolarità dei robot e dell'intelligenza artificiale arriverà entro dieci. Su una scala inferiore al decennio, ha aggiunto, tutto il resto conta meno: "Speriamo che queste intelligenze artificiali benevole e onnipotenti impediscano esiti del genere."


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La guerra con l'Iran sta consumando la presidenza di Trump


L'Economist sostiene che il presidente è entrato in guerra il 28 febbraio senza un piano per vincerla e che i paesi del Golfo non lo considerano più un alleato affidabile

La guerra con l'Iran rischia di consumare la presidenza di Donald Trump, che oggi si troverebbe in una posizione molto migliore se avesse seguito i consigli di politica estera del predecessore che detesta, Barack Obama. È la tesi di un'analisi dell'Economist, che ricorda la regola con cui anni fa l'ex presidente riassumeva al giornalista Jeffrey Goldberg il primo dovere di un presidente americano nel mondo: "non fare cazzate" ("don't do stupid shit").

La dottrina non è sofisticata e lo stesso Obama ha lasciato un bilancio contrastato in politica estera, visto che è stato lento a cogliere la portata della minaccia cinese. Se Trump gli avesse dato retta, però, non avrebbe affiancato Israele nella guerra all'Iran, cominciata il 28 febbraio senza un piano per vincerla. E non si sarebbe vantato che l'uccisione dei principali dirigenti iraniani, seguita da bombardamenti aerei durissimi, avrebbe portato in poco tempo a un cambio di regime. Vista la complessità dell'Iran e la spietatezza di chi lo governa, per l'Economist quella previsione era insensata quanto pensare di eliminare la mafia dalla Sicilia bombardandola dal cielo.

Il bilancio del presidente in Medio Oriente comprende successi reali, a cominciare dagli accordi di Abramo, con cui quattro paesi arabi hanno riconosciuto Israele. Secondo il settimanale britannico ha il merito di aver costretto, seppure in ritardo, il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu a un cessate il fuoco con Hamas l'anno scorso, anche se le condizioni a Gaza restano durissime.

Anche la decisione di affiancare Israele nel bombardamento dei siti nucleari iraniani l'estate scorsa è stata rischiosa ma non stupida. Un costo c'è stato, perché gli ispettori internazionali hanno perso l'accesso all'uranio altamente arricchito iraniano, ma infliggere danni gravi al programma nucleare sotterraneo seguiva una logica coerente. La reazione contenuta di Teheran è stata un'ulteriore conferma.

Le richieste ripetute di prendersi la Groenlandia non rientrano in quella definizione, per quanto il presidente sia imprudente ad alienarsi la Danimarca, la potenza coloniale dell'isola e un'amica devota degli Stati Uniti. Copenaghen resta comunque un alleato della NATO che ha bisogno dell'America per contenere la Russia. Un'invasione vera e propria dell'isola sarebbe invece una stupidaggine senza attenuanti.

Obama aveva coniato la formula pensando al suo predecessore George Bush e al miscuglio fatale di spirito di vendetta, impazienza e ambizione eccessiva che condannò le campagne guidate dagli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq dopo gli attentati del settembre 2001.

Dagli anni di Bush trasse lezioni durature e per certi versi eccessive sui pericoli della tracotanza americana: era scettico sulla costruzione di nuovi stati in paesi lontani, riteneva che solo le minacce più gravi giustificassero un intervento armato e considerava molti alleati degli irritanti approfittatori della potenza americana. Provando a tenere insieme il proprio realismo freddo con i valori liberali che il suo paese avrebbe dovuto difendere, diceva che l'America doveva scegliere le proprie battaglie ed essere "dura di testa e insieme generosa di cuore".

Trump condivide molti istinti di Obama, nonostante le frecciate continue contro di lui. Anche lui diffida della costruzione di nuovi stati ed è infastidito dagli alleati che vivono di rendita sulla protezione americana. Se ne distingue per il gusto delle prepotenze all'insegna dell'America First, per la noncuranza rovinosa dei dettagli, per l'avidità personale esibita senza imbarazzo e per il disprezzo dei valori liberali. La politica estera trumpiana, scrive l'Economist, è l'immagine rovesciata di quella degli anni di Obama: si compiace di avere la testa grossa e il cuore duro.

Entrambi i presidenti hanno sperato di ridurre il ruolo americano di garante della sicurezza nella regione. Dal 2011 l'amministrazione Obama ha cercato apertamente di spostare risorse militari e diplomatiche dall'Iraq e dall'Afghanistan verso l'Asia, un'area dinamica dove gli investimenti della potenza americana avrebbero dato "i rendimenti maggiori".

I collaboratori di Obama dicevano che l'aumento della produzione energetica americana avrebbe reso il Medio Oriente meno rilevante e accusavano con una certa amarezza alleati come l'Arabia Saudita di voler spingere gli Stati Uniti a combattere l'Iran per conto del mondo arabo. La svolta verso l'Asia si è però arenata sulla nuova instabilità mediorientale, dalla guerra civile in Siria all'ascesa dello Stato Islamico.

Trump ha annunciato la propria svolta l'anno scorso a Riyadh, dicendo ai leader arabi che la regione sarebbe stata presto "definita dal commercio, non dal caos". La strategia di sicurezza nazionale, il documento che fissa le priorità della politica estera americana, dichiarava "finalmente finiti" gli anni in cui il Medio Oriente dominava l'agenda di Washington, con i conflitti sostituiti dalla vendita di tecnologie americane nel nucleare, nella difesa e nell'intelligenza artificiale. In cerca di rendimenti propri, i familiari del presidente hanno ottenuto centinaia di milioni di dollari dai governanti del Golfo e dai loro fondi di investimento.

La guerra con l'Iran ha poi fatto saltare il modello di affari del Golfo. È difficile per i paesi arabi costruire centri dati da miliardi di dollari pieni di chip americani mentre cadono i missili iraniani. Si profila così una svolta diversa e più cupa, con i partner mediorientali che perdono fiducia nell'America come alleato affidabile.

Gli Emirati Arabi Uniti restano schierati fino in fondo sul fronte dei legami militari con gli Stati Uniti, mentre gli altri paesi del Golfo, a partire dall'Arabia Saudita, si stanno coprendo le spalle. L'America resta un partner insostituibile ma gode di meno fiducia. Alcuni governanti pagheranno l'Iran in silenzio per comprarsi la tranquillità, altri stanno rafforzando i legami militari con attori come la Turchia e quelli economici con la Cina. Non aiuta il fatto che Trump abbia ridimensionato gli attacchi iraniani contro le basi americane e contro le infrastrutture dei paesi del Golfo, per nascondere i costi della guerra.

A marzo, forse per mostrare la propria superiorità mentre la guerra infuriava, il presidente ha deriso pubblicamente il principe ereditario saudita Muhammad bin Salman, vantandosi che non avrebbe mai immaginato di doversi ritrovare a "baciare il culo" a un presidente americano.

In un mondo duro l'intelligenza non basta, come ha imparato a sue spese la stessa amministrazione Obama. Ma per l'Economist la stupidità sconsiderata di un presidente produce catastrofi. Se Trump parlasse meno e ascoltasse di più, quell'avvertimento l'avrebbe forse sentito.


Trump sospende gli attacchi sull'Iran perché mancano le munizioni


Gli Stati Uniti hanno fermato i bombardamenti sull'Iran dopo tredici notti consecutive di raid. Il presidente Donald Trump ha ordinato ai militari di non colpire venerdì e sabato le operazioni erano "in sospeso", secondo un funzionario del Dipartimento della Difesa. La decisione è arrivata al termine di una riunione alla Casa Bianca in cui il presidente si era confrontato con i vertici militari e i membri del gabinetto per decidere se allargare la guerra.

Il vicepresidente JD Vance e il generale Dan Caine, capo di stato maggiore congiunto e più alto ufficiale delle forze armate americane, hanno espresso dubbi sull'escalation durante quella riunione: lo ha rivelato la CNN. Caine ha detto a Trump che le opzioni militari sul tavolo si potevano eseguire con successo, poi ha messo in guardia sulle conseguenze possibili.

Il generale ha insistito soprattutto sulle scorte di munizioni americane, che si stanno assottigliando. Le riserve di intercettori antimissile Patriot (il sistema che protegge le basi americane della regione dai missili iraniani) sono il vincolo principale.

Le discussioni riservate si sono concentrate sull'inventario in calo delle difese aeree americane in Medio Oriente, secondo il New York Times. Caine ha avvertito in privato che riprendere le grandi operazioni di combattimento era fattibile ma avrebbe ridotto in modo pericoloso gli intercettori a disposizione del Central Command (il comando militare americano responsabile del Medio Oriente). Lo stesso giornale aveva riferito in aprile che il Pentagono aveva già usato più di 1.200 intercettori Patriot, ciascuno da oltre 4 milioni di dollari. I militari dicono che da allora la situazione è peggiorata.

Sulla decisione pesano anche il timore di una guerra che si allarga a tutto il Medio Oriente, l'allontanamento degli alleati del Golfo esposti agli attacchi iraniani, una nuova stretta sull'economia mondiale e le crisi energetica e migratoria in crescita.

Tre soldati americani sono stati uccisi in Giordania venerdì della settimana scorsa, quando un missile balistico ha superato le difese aeree impegnate a respingere un'ondata di missili e droni iraniani. In quindici giorni gli attacchi iraniani contro obiettivi americani in Medio Oriente hanno ucciso quattro militari.

Le basi in Giordania, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti sono sotto tiro pesante. Un attacco americano di grandi dimensioni avrebbe con ogni probabilità provocato una rappresaglia più dura, caricando ancora le difese aeree.

Il missile che l'Iran usa di più è il Kheibar Shekan, un'arma economica e mobile con una gittata di almeno 1.450 chilometri. In alcune versioni la testata si stacca nella fase finale del volo e un piccolo motore le permette di correggere la direzione mentre si avvicina al bersaglio a quasi 10.000 chilometri orari, un comportamento che rende più difficile individuarla e abbatterla.

Gli americani e i loro partner hanno abbattuto la maggior parte di questi missili, ma alcuni colpi sono passati. Un intercettore americano o israeliano costa tra 2 e 15 milioni di dollari a seconda del sistema, molto più dell'arma che deve fermare. "Gli iraniani hanno capito durante la guerra che i Kheibar Shekan sono ottimi perché costano poco, sono flessibili nei sistemi di lancio e sono piuttosto efficaci", ha detto al Wall Street Journal Nicole Grajewski, esperta di strategia iraniana a Sciences Po.

Da quando la tregua è saltata, Teheran ha colpito ripetutamente gli alloggi dei militari americani nelle basi della regione e i radar che reggono le difese aeree.

"Il presidente Trump è sempre stato coerente nel dire che preferisce una soluzione diplomatica, ma continua a mantenere tutte le opzioni se l'Iran prosegue le attività terroristiche nello Stretto di Hormuz o contro gli alleati", ha dichiarato il direttore delle comunicazioni della Casa Bianca Steven Cheung. Tra le sanzioni che hanno messo in ginocchio l'economia iraniana e i tredici giorni di attacchi contro obiettivi militari, ha aggiunto, "sarebbe saggio che l'Iran lavorasse a un accordo negoziato".

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha detto che le forze armate americane hanno "tutto quello che serve per agire nel momento e nel luogo scelti dal presidente".

Pochi nella cerchia ristretta del presidente e dentro il Pentagono ritenevano che l'escalation avrebbe prodotto i risultati sperati. Un alto funzionario americano ha detto di dubitare che riprendere le grandi operazioni di combattimento avrebbe riportato l'Iran al tavolo delle trattative, perché i raid ottengono l'effetto opposto: tengono compatto il paese e permettono ai suoi leader di spostare l'attenzione su una minaccia esterna.

Molti consiglieri, tra cui il genero del presidente Jared Kushner, indicano una strada meno rischiosa fatta di negoziati e pressione economica prolungata.

In pubblico Trump ha tenuto aperte entrambe le possibilità. "Siamo pronti a fare fuoco", ha detto ai giornalisti venerdì pomeriggio. "Siamo pronti ad andare, ma stiamo parlando con loro, quindi forse ci sarà un punto di svolta, forse no." Giovedì aveva detto ad Axios di stare valutando "un attacco massiccio" e "più grande che mai".

Venerdì ha ricevuto dai militari un piano di attacco come quelli che aveva approvato ogni pomeriggio per due settimane, ma non ha dato il via libera: lo ha rivelato Axios. Poco dopo ha detto che la strategia "più intelligente" è "fare un accordo".

L'ordine di sospendere i raid è arrivato alcune ore dopo l'arrivo a Teheran di una delegazione dell'Oman, che sta discutendo una nuova intesa sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Nel negoziato ci sono stati progressi e un accordo tra Oman e Iran potrebbe arrivare nel fine settimana, dopodiché toccherebbe a Trump decidere se accettarlo.

Alla cena dell'associazione dei corrispondenti alla Casa Bianca, venerdì sera, il presidente ha detto di non credere che l'Iran sia pronto a un accordo in questo momento, "ma sono disposto ad ascoltare".

Il gabinetto di sicurezza israeliano e le forze armate si aspettavano un nuovo round di attacchi americani venerdì e si erano preparati a un'offensiva di grandi dimensioni che avrebbe potuto provocare una rappresaglia iraniana contro Israele. Gli israeliani sono stati informati solo venerdì sera che Trump non aveva approvato altri raid.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu arriva negli Stati Uniti lunedì e incontrerà il presidente martedì. È la prima visita da quando a febbraio ha sostenuto l'offensiva congiunta contro l'Iran, cominciata poche settimane dopo.

Il Pentagono ha continuato a spostare mezzi e rifornimenti in Medio Oriente. Sono arrivati caccia F-16 dalla Germania e F-35 dalla Gran Bretagna, che si aggiungono a decine di aerei e droni d'attacco già schierati nelle basi a terra e su due portaerei.

I bombardieri B-2 e B-52 negli Stati Uniti sono in stato di allerta e questa settimana un B-1B partito dalla Gran Bretagna ha colpito obiettivi dei Guardiani della rivoluzione. Quasi venti navi da guerra sono in posizione nel Mar Arabico o nelle acque vicine e circa 50.000 militari americani nella regione e in Europa sono assegnati alla missione.

In quindici giorni il Central Command ha colpito più di mille obiettivi, contro i circa 13.000 della campagna di 38 giorni cominciata il 28 febbraio e chiusa dalla tregua dell'8 aprile. I raid hanno preso di mira radar costieri, lanciatori di missili antinave e la flotta di piccole imbarcazioni d'assalto iraniane, oltre a un numero crescente di ponti ferroviari che servono ai civili ma permettono anche di rifornire la costa meridionale vicino allo stretto.

Il blocco navale sulle navi dirette ai porti iraniani o in partenza da quelli ha dato risultati parziali. Dal 14 luglio il Central Command ha dirottato dodici navi commerciali, ne ha messe fuori uso due e ne ha ispezionate altre due.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha detto martedì che la Cina ha ridotto di circa il 40% gli acquisti di greggio iraniano negli ultimi mesi. Venerdì il Dipartimento del Tesoro ha sanzionato nove aziende e quattro persone legate al finanziere iraniano Babak Zanjani.

Stati Uniti e Regno Unito stanno organizzando a Londra una riunione ad alto livello sulla creazione di una coalizione internazionale per proteggere il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, a cui dovrebbero partecipare il segretario alla Difesa Pete Hegseth e Caine. Washington vuole che gli alleati mandino nella regione mezzi antimine, navi militari e droni. La riapertura dello stretto alle navi commerciali è il passaggio decisivo di qualsiasi via d'uscita americana dalla guerra.

Il prezzo del petrolio ha superato i 100 dollari al barile venerdì, con il Brent salito di oltre il 7% fino a 100,95 dollari prima di scendere intorno a 98.

L'Ucraina ha colpito nel Mar Caspio una nave cargo che trasportava forniture militari tra Iran e Russia uccidendo un membro dell'equipaggio. Gli Houthi, la milizia yemenita sostenuta da Teheran, hanno rivendicato attacchi contro due impianti energetici sauditi sul Mar Rosso in risposta ai raid sauditi sulle zone che controllano in Yemen.

Non è chiaro se la pausa continuerà. Le forze armate americane stanno ancora preparando i piani per un eventuale ritorno alle grandi operazioni di combattimento, ma il presidente non ha dato ordini in quella direzione e in caso di ripresa dei raid i militari possono muoversi con un preavviso breve. La guerra dura da quasi cinque mesi.


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Einzelne EU-Staaten dürfen Plattformen wie TikTok derzeit nicht zu Alterskontrollen verpflichten, betont die EU-Kommission. Das könnte nationale Social-Media-Verbote zur Luftnummer machen. Unter anderem Frankreich und Österreich preschen mit eigenen Gesetzen voran.

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Einzelne EU-Staaten dürfen Plattformen wie TikTok derzeit nicht zu Alterskontrollen verpflichten, betont die EU-Kommission. Das könnte nationale Social-Media-Verbote wie in Frankreich zur Luftnummer machen. Zumindest vorläufig.

Lest hier, wer wann wo die Altersschranken hochziehen darf. 🚧

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Per troppo tempo ci hanno raccontato che in Calabria non cambia mai nulla: ci hanno insegnato a rassegnarci, a fare le valigie, a guardare altrove.
Oggi rompiamo il silenzio. Volt Calabria riparte ufficialmente con una nuova squadra e un obiettivo chiaro: occupare il presente per riprenderci il futuro.
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Scegliamo Volt perché non accettiamo più i “viaggi della speranza” per una sanità che dovrebbe essere un diritto garantito qui.
Scegliamo Volt perché vogliamo trasporti che ci colleghino al mondo e non ci condannino all’isolamento.
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Cosa cambia con il nuovo calendario delle primarie Dem del 2028


L'elettorato dei primi Stati non sarà molto più vario, il New Hampshire minaccia di votare comunque per primo e la nuova posizione della Virginia può favorire un candidato dell'establishment

La commissione per le regole del Democratic National Committee, l'organo che dirige il Partito Democratico americano, ha approvato venerdì 24 luglio la proposta di calendario per le primarie presidenziali del 2028. Il voto comincerà dalla South Carolina sabato 22 gennaio, come vuole la tradizione dello Stato.

Nevada, New Hampshire, New Mexico, Michigan e Virginia voteranno poi nei cinque martedì di febbraio. Gli altri Stati seguiranno tra il 7 marzo, il cosiddetto Super Tuesday in cui si concentra il maggior numero di primarie, e l'inizio di giugno.

La scelta dello Stato di apertura è stata la più discussa: 26 membri della commissione hanno votato per la South Carolina, 19 per il Nevada e 4 per il New Hampshire.

Nella South Carolina la maggioranza degli elettori delle primarie democratiche è nera. Il partito l'aveva già promossa al primo posto nel 2024 e ha voluto evitare di alienarsi gli elettori neri togliendole quel ruolo. Sulla decisione ha pesato anche la recente sentenza della Corte Suprema sui distretti elettorali, che mette a rischio i seggi di molti parlamentari democratici neri negli Stati del Sud.

Secondo i calcoli di Geoffrey Skelley, analista di Decision Desk HQ, società americana specializzata in dati elettorali, il nuovo calendario non rende però l'avvio delle primarie molto più vario dal punto di vista etnico. Combinando i sondaggi all'uscita dai seggi con l'affluenza del 2020, gli elettori bianchi sarebbero circa il 64% nei primi sei Stati, la stessa quota registrata nei primi quattro Stati del 2020.

Il motivo è il peso di Michigan e Virginia, dove gli elettori delle primarie erano bianchi rispettivamente al 75% e al 61%: nel 2020 i due Stati espressero insieme 2,9 milioni di voti, mentre gli altri quattro si fermarono complessivamente a 1,2 milioni.

Considerando solo i primi quattro Stati (South Carolina, Nevada, New Hampshire e New Mexico), la quota di elettori bianchi scende invece al 58% circa e quella di elettori latini più che raddoppia rispetto al 2020.

Il cambiamento maggiore è l'uscita dell'Iowa, che apriva la corsa con i suoi caucus, le assemblee di partito in cui gli elettori si riuniscono di persona, e con un elettorato bianco per oltre il 90%. Al suo posto entra di fatto il New Mexico, dove secondo l'ultima rilevazione disponibile, del 2008, gli elettori delle primarie democratiche erano bianchi al 57% e latini al 35%. Nel 2020 lo Stato votò a giugno, a corsa ormai decisa, e non ci furono sondaggi all'uscita dai seggi.

La partecipazione degli elettori latini potrebbe inoltre salire, perché il Nevada abbandonerà i caucus per una primaria tradizionale, un passaggio che di norma aumenta l'affluenza. Alla primaria del 2024, pur ormai ininfluente, parteciparono 134.000 persone, contro le 105.000 dei caucus del 2020. Il New Mexico aprirà invece la sua primaria agli elettori non iscritti a un partito, un'altra modifica che potrebbe far crescere il voto latino.

La conferma della South Carolina è stata letta da alcuni progressisti come una vittoria dell'establishment del partito, per via del precedente del 2020. Allora l'appoggio del deputato Jim Clyburn rilanciò Joe Biden, che vinse lo Stato e consolidò i consensi fino a battere Bernie Sanders per la nomination.

Nel 2028 però il ruolo dello Stato sarà diverso. Nel 2020 la South Carolina votò appena tre giorni prima del Super Tuesday, mentre stavolta lo precederà di circa sei settimane e servirà più a ridurre il campo dei candidati che a scegliere il vincitore.

Senza gare precedenti a sfoltire il gruppo, per gli elettori dello Stato potrebbe essere difficile convergere su uno o due favoriti. Jonathan Martin di Politico ha scritto che una corsa affollata, soprattutto con più di un candidato nero, rischia di frammentare il voto e mandare un segnale confuso agli Stati successivi.

L'ostacolo principale al piano è il New Hampshire, che il calendario colloca terzo. Una legge statale impone che la sua primaria presidenziale si tenga almeno sette giorni prima di ogni elezione simile e la difesa della primaria "first in the nation", la prima della nazione, unisce nello Stato entrambi gli schieramenti. I caucus dell'Iowa, che pure votava prima, sono sempre stati considerati abbastanza diversi da non violare la norma.

Se decidesse di sfidare il partito, il New Hampshire potrebbe puntare a votare martedì 11 gennaio, undici giorni prima della South Carolina.

Era già successo nel 2024. Il piano dei democratici prevedeva che il New Hampshire votasse il 6 febbraio, ma lo Stato fissò la primaria al 23 gennaio, violando le regole del partito. Biden, allora presidente in carica, non si iscrisse nemmeno alla gara e la vinse comunque grazie agli elettori che scrissero a mano il suo nome sulla scheda.

I democratici locali, che rischiavano di perdere tutti i delegati incaricati di assegnare la nomination alla convention nazionale, ad aprile organizzarono una votazione gestita dal partito, passata quasi inosservata, per adeguarsi al calendario nazionale.

I partiti nazionali non possono del resto imporre nulla. Le date delle primarie sono in genere fissate dalle leggi statali o da funzionari come il segretario di Stato, che in New Hampshire ha proprio il compito di difendere il primato locale. Servirebbe una modifica della legge, ma il governo statale è controllato dai repubblicani, che non hanno alcun interesse ad aiutare i democratici.

Questa volta il partito nazionale ha però inasprito le sanzioni. Un candidato che facesse campagna in New Hampshire potrebbe essere escluso dai dibattiti nazionali e perdere anche i delegati conquistati negli altri Stati iniziali. La stretta potrebbe convincere i democratici locali a organizzare fin da subito una primaria di partito in regola con le date, rinunciando a usare il voto statale per assegnare i delegati.

Le novità del calendario sono New Mexico e Virginia, che si aggiungono al Michigan, entrato tra i primi Stati nel 2024. Entrambi tendono a votare per i democratici e hanno un elettorato vario. Nel New Mexico la popolazione con diritto di voto è ispanica al 45%, la quota più alta del paese secondo il centro studi americano Pew Research Center, mentre in Virginia circa il 30% degli elettori delle primarie democratiche è nero.

Soprattutto, sono due dei 16 Stati in cui i democratici controllano il governatore e le due camere del parlamento statale. A differenza del New Hampshire, possono quindi cambiare per legge le date delle loro primarie e adeguarle ai piani nazionali.

Per il New Mexico il cambiamento sarebbe il più grande. Oggi lo Stato concentra a inizio giugno un'unica primaria per tutte le cariche e, per rispettare la data del 15 febbraio prevista dal calendario, dovrebbe creare una primaria presidenziale separata oppure anticipare tutto di quasi quattro mesi (la prima opzione è considerata più praticabile).

Alla Virginia basterebbe invece anticipare il voto di una settimana, dal primo martedì di marzo al 29 febbraio. La data esiste perché il 2028 è bisestile, come quasi tutti gli anni delle elezioni presidenziali americane.

Proprio la Virginia, ultima a votare prima del Super Tuesday, erediterebbe la posizione che nel 2020 fu della South Carolina. La collocazione potrebbe favorire un candidato vicino all'establishment. Nelle primarie del 2016 e del 2020 lo Stato scelse nettamente prima Hillary Clinton e poi Biden, con Sanders staccato al secondo posto in entrambi i casi.

Un risultato simile nel 2028 arriverebbe subito prima delle primarie ricche di delegati di California, Texas e forse New York, che sta valutando di spostare il suo voto al Super Tuesday.


La South Carolina aprirà le primarie democratiche del 2028: battuto il Nevada


La South Carolina sarà il primo Stato a votare nelle primarie presidenziali democratiche del 2028. Il Rules & Bylaws Committee, l’organo del Democratic National Committee incaricato di definire il calendario delle consultazioni, ha preferito oggi il Palmetto State al Nevada, al termine di un confronto che ha fatto emergere le tensioni tra le diverse componenti etniche e geografiche del partito. Come riporta Axios, però, la decisione è ancora preliminare e dovrà essere ratificata ad agosto dall’assemblea plenaria del comitato nazionale, riunita ad Austin, in Texas.

A prevalere è stata la linea sostenuta dai dirigenti afroamericani del partito, secondo i quali l’elettorato nero della Carolina del Sud, uno dei segmenti più fedeli al Partito Democratico, deve potersi esprimere per primo nella scelta del prossimo candidato alla Casa Bianca. La decisione ha però messo in luce le fratture interne al partito: ha contrapposto la componente afroamericana a quella latinoamericana, i progressisti ai moderati e gli Stati del Sud a quelli del Sud-Ovest e del Nord-Est.

Primarie 2028 · Il calendario democratico

La South Carolina resta prima della fila, l’Iowa ne esce

Il comitato che scrive le regole del Partito democratico ha scelto il Palmetto State al posto del Nevada per aprire le primarie del 2028. Aprire il calendario significa esercitare un’influenza sproporzionata sulla scelta del candidato.

Decisione preliminare Grafica di FocusAmerica 24 luglio 2026

Il voto del Rules & Bylaws Committee

South Carolina
26

contro

Nevada
19

Apre le primarie per il secondo ciclo di fila
Resta nella finestra iniziale, ma non aprirà il calendario

South Carolina Nevada Resto del comitato

Il comitato ha 49 membri. Sette voti di scarto hanno deciso quale elettorato parlerà per primo nella scelta del candidato democratico del 2028.

La fila

Come si è riordinato il calendario in tre cicli


Ogni colonna è un ciclo presidenziale, ogni riga una posizione nel calendario. La South Carolina sale dal quarto posto alla testa; l’Iowa, che apriva il voto democratico con i suoi caucus dal 1972, esce dalla finestra iniziale e non rientra.

2020: Iowa, New Hampshire, Nevada, South Carolina. 2024: South Carolina; New Hampshire e Nevada lo stesso giorno; Georgia (mai svolta); Michigan. 2028: South Carolina, poi Nevada, New Hampshire, Michigan, New Mexico e Virginia in ordine da definire.

Tocca uno Stato per seguirne il percorso da un ciclo all’altro.

SC South Carolina · IA Iowa · NH New Hampshire · NV Nevada · GA Georgia · MI Michigan · NM New Mexico · VA Virginia. Il tratteggio indica una consultazione assegnata dal partito ma mai svolta; il segno × indica il punto in cui uno Stato esce dalla finestra iniziale.

La spaccatura

Un voto solo, tre fratture diverse


La scelta ha diviso il partito lungo tre linee che non coincidono tra loro. Il confronto principale è stato quello tra elettorato nero ed elettorato ispanico: entrambi decisivi per le vittorie democratiche.

Elettorato afroamericano

Elettorato ispanico

Progressisti

Moderati

Stati del Sud

Sud-Ovest e Nord-Est

La stretta

Chi vota fuori calendario ora paga


A giugno il partito ha inasprito le sanzioni contro gli Stati che organizzano consultazioni non autorizzate. Anche queste regole vanno ratificate ad agosto.

270.000Dollari
La multa per il partito statale che anticipa il voto senza autorizzazione.

0Delegati
Lo Stato inadempiente perde tutti i delegati alla convention.

2024Il precedente
Il New Hampshire votò contro il DNC e ottenne comunque il riconoscimento dei delegati.

I candidati che partecipano a consultazioni non autorizzate rischiano l’esclusione dai dibattiti ufficiali e non possono conquistare delegati nelle altre consultazioni anticipate.

Fonte Rules & Bylaws Committee del Democratic National Committee, voto preliminare del 24 luglio 2026; calendari 2020 e 2024 dagli atti del DNC. Ricostruzioni di Axios, CNN e NBC News. La composizione e l’ordine della finestra iniziale devono essere ratificati dall’assemblea del comitato nazionale ad agosto, ad Austin.

Il confronto con il Nevada


Molti dirigenti latinoamericani avevano sostenuto la candidatura del Nevada, dove hanno un peso rilevante sia l’elettorato ispanico sia quello delle classi lavoratrici, due bacini altrettanto decisivi per le vittorie democratiche. La posta in gioco era alta: votare per primi significa esercitare un’influenza sproporzionata sulla selezione del candidato, oltre ad attirare sul proprio Stato l’attenzione dei media, dei finanziatori e delle campagne elettorali.

I membri del comitato hanno motivato la scelta con le caratteristiche della South Carolina: uno Stato relativamente piccolo e con un elettorato etnicamente diversificato, nel quale i candidati possono competere senza dover investire somme enormi in pubblicità. Hanno pesato anche i dubbi sulla rapidità dello scrutinio in Nevada e la volontà di rafforzare il peso politico dell’elettorato nero nel Sud, dopo le sentenze della Corte Suprema che hanno indebolito alcune tutele del Voting Rights Act.

Fino a questa mattina, comunque, l’esito era rimasto incerto. Fonti interne avevano riferito ad Axios di una sfida in bilico, dopo una riunione riservata protrattasi fino a tarda notte. La South Carolina ha infine ottenuto 26 voti contro i 19 del Nevada, all’interno di un comitato composto da 49 membri. Il comitato ha comunque inserito nella finestra iniziale anche Nevada, New Hampshire, Michigan, New Mexico e Virginia: tra questi figurano diversi Stati potenzialmente decisivi nelle elezioni generali. L’Iowa, invece, resterà con ogni probabilità escluso dopo essere stato per decenni il primo appuntamento del calendario, con i suoi caucus.

A giugno il partito ha inoltre irrigidito le sanzioni contro le violazioni: gli Stati che organizzano consultazioni non autorizzate perderanno tutti i delegati e dovranno pagare una multa di 270.000 dollari, mentre i candidati che vi partecipano potranno essere esclusi dai dibattiti ufficiali e non potranno conquistare delegati nelle altre consultazioni anticipate. Una stretta decisa anche alla luce di quanto accaduto nel 2024 in New Hampshire, che celebrò ugualmente la propria primaria nonostante l’opposizione del DNC e ottenne in seguito il riconoscimento dei delegati.

Il possibile vantaggio per Kamala Harris


La South Carolina aveva già inaugurato il calendario delle primarie democratiche del 2024, su impulso dell’allora presidente Joe Biden. Mercoledì il reverendo Al Sharpton, storico esponente afroamericano difensore dei diritti civili, aveva avvertito in un comunicato rilanciato dal Partito Democratico statale che "spingere ora la South Carolina in fondo alla fila sarebbe stato uno schiaffo in faccia proprio a quegli elettori che hanno tenuto in vita questo partito".

Ancora più esplicita era stata Christale Spain, presidente del partito nello Stato, che al New York Times aveva dichiarato:

"Se il Nevada venisse promosso al posto della South Carolina, sarebbe per il peso del suo voto latino. Direste quindi agli elettori neri che contano meno di quelli latinoamericani. Mi rifiuto di credere che il nostro partito voglia mandare un messaggio del genere".


La decisione potrebbe, comunque, favorire Kamala Harris. L’ex vicepresidente sta valutando una terza candidatura alla Casa Bianca ed è attualmente nettamente in testa, tra i possibili aspiranti democratici del 2028, nelle preferenze dell’elettorato afroamericano.


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Trump vuole esentare le aziende spaziali dalle valutazioni ambientali


La proposta permette alla FAA di derogare a 13 leggi federali per autorizzare più in fretta siti, lanci e rientri. Gli ambientalisti la definiscono "un regalo osceno" e promettono di contestarla.

L'amministrazione Trump ha presentato martedì una proposta per esentare le aziende spaziali dalle valutazioni di impatto ambientale. Il piano permetterebbe alla Federal Aviation Administration (FAA), l'agenzia che regola l'aviazione civile e autorizza le attività spaziali commerciali, di derogare alle leggi ambientali quando approva i siti di lancio commerciali e concede i permessi per i lanci e per i rientri in atmosfera. Aziende e cittadini potranno commentare la proposta prima dell'eventuale entrata in vigore.

Le deroghe toccherebbero i requisiti di 13 leggi federali sulla protezione delle specie minacciate, sulla qualità dell'acqua e dell'aria e sulla tutela delle coste. L'obiettivo è concedere "più rapidamente e più facilmente" alcune licenze e permessi commerciali.

Lanci e rientri dei veicoli spaziali producono molto rumore e alterano gli habitat della fauna selvatica: la FAA ne valuta gli effetti e discute le alternative possibili. Per gli ambientalisti e per molte comunità locali le analisi sono uno strumento essenziale per capire i grandi progetti, ma possono durare più di un anno e le aziende del settore le considerano un freno.

L'agenzia si prepara intanto a un'impennata delle attività: prevede 214 lanci o rientri nell'anno fiscale in corso e più di 500 tra dieci anni. A trainare la crescita saranno SpaceX, Rocket Lab, la Blue Origin di Jeff Bezos e startup come Stoke Space, che vogliono portare in orbita decine di satelliti per le comunicazioni, per usi militari e forse anche per il calcolo legato all'intelligenza artificiale. Il mercato mondiale dei lanci, aperto ai privati dall'inizio degli anni Duemila, è oggi dominato proprio da queste aziende.

"Stiamo potenziando al massimo l'attività spaziale commerciale, tagliando i costi e rafforzando il vantaggio competitivo dell'America in questo campo vitale", ha detto in un comunicato il segretario ai Trasporti Sean Duffy. Per Duffy "gli Stati Uniti hanno vinto la prima corsa allo spazio" e possono ripetere l'impresa solo eliminando "gli ostacoli amministrativi".

L'amministrazione giustifica la deregolamentazione con la necessità di aumentare la cadenza dei lanci e di reggere la concorrenza della Cina, che sta recuperando terreno in fretta e punta come gli Stati Uniti a portare astronauti sulla Luna entro il 2030.

Il caso più discusso è Starbase, il complesso di SpaceX vicino a Brownsville, in Texas, dove l'azienda sviluppa il razzo Starship a poca distanza da aree naturali protette. Alcuni residenti hanno accusato la FAA di condurre analisi troppo superficiali, mentre la società di Elon Musk ha criticato in passato l'agenzia per quella che ha definito una "analisi ambientale superflua" legata a un lancio dalla base.

Ridurre le analisi ambientali per accelerare i lanci rischia però di aumentare la pressione sul controllo del traffico aereo, un altro compito della FAA. L'agenzia lavora con gli operatori per chiudere temporaneamente lo spazio aereo lungo le traiettorie dei razzi e tenere lontani i voli commerciali. La maggior parte dei lanci americani parte dalla zona di Cape Canaveral, sulla costa orientale della Florida, vicino ad alcune delle rotte più trafficate da e per lo Stato.

Blue Origin, Stoke Space e United Launch Alliance programmano più lanci da quella regione, così come SpaceX. Quest'anno la FAA ha autorizzato l'azienda di Musk a compiere fino a 44 lanci all'anno dello Starship, il razzo ancora in sviluppo, da una piattaforma del Kennedy Space Center, con altrettanti atterraggi dei suoi due stadi.

Il presidente aveva già firmato l'anno scorso un ordine esecutivo per ridurre le regole sull'industria spaziale e la settimana scorsa la Federal Communications Commission, l'autorità federale delle comunicazioni, ha semplificato le procedure con cui autorizza la messa in orbita dei satelliti.

L'organizzazione ambientalista Center for Biological Diversity ha definito la proposta "un regalo osceno" all'industria e ha annunciato che la contesterà. La NASA, l'agenzia spaziale americana, ha condotto lanci in modo responsabile per decenni, ha detto in un comunicato il suo dirigente Brett Hartl, mentre ora il presidente vuole eliminare "anche le protezioni ambientali più elementari per arricchire alcune delle persone più ricche del mondo".

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ICYMI: Updates from the 7/26 Meeting


ICYMI

Arizona – The AZPP had an in-person meeting last Wednesday. They have updated their bylaws to officially change the title of their “Native Chief” to “Director of Indigenous Outreach.” A special election will take place on Wednesday to fill that role. A game night is currently being planned. Finally, there is an effort to focus more projects and attention on the Phoenix area.

Endorsement – Jacob Anders, independent candidate for TN-04, received the endorsement of the USPP on a 4-3 vote. Due to the rushed nature of the meeting, Jacob has been asked to return for the 8/2 Pirate National Committee open meeting to answer more questions from the board. Jacob becomes our second Congressional endorsement after Michael Veloff, and our seventh total endorsement this cycle; by far the largest endorsement total in recent memory and perhaps in all our 20 years.

Maryland – the Maryland Pirate Party has slowly be building up membership, reporting a membership/interest total of 10+ people. More in-person events are being planned by the MDPP.

Pete Karas – Pete Karas, the Green Party nominee for Wisconsin’s Secretary of State, held a fundraiser in Milwaukee on Sunday and had multiple guests speak, including United States Pirate Party Captain, yours truly, Jolly Mitch. You can watch that livestream from the fundraiser here. You can jump to 6:00 mark to see the speech in full.


The meeting was rushed due to illness and birthday party related obligations. As such, there is some fallout to how the meeting took place. There is an expectation that the following two meetings on 8/2 and 8/9 will be more evenly paced and not expected to be sent to an early conclusion. Check out our latest meeting here.


uspirates.org/icymi-updates-fr…

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Now confirmed as DNI, Jay Clayton is threat to press freedom


FOR IMMEDIATE RELEASE:

New York, July 28, 2026 — U.S. Attorney Jay Clayton, President Donald Trump’s nominee for director of national intelligence, was confirmed in the role today.

Not even three weeks ago, in his former position as the Department of Justice’s U.S. attorney for the Southern District of New York, Clayton signed the now-withdrawn subpoenas seeking to force several New York Times reporters to reveal confidential sources, after they reported that the new Air Force One gifted to Trump by Qatar was deemed unsafe to fly the president.

Clayton then appears to have lied to or misled Congress about the subpoenas, raising serious questions about his fitness for office.

The following statement can be attributed to FPF Executive Director Trevor Timm:

“It’s crystal clear that Clayton abused his subpoena power to violate the press freedom rights of several reporters, in direct contradiction of the DOJ’s own rules and established law. If he’s willing to sign off on a violation of DOJ’s policies at Donald Trump’s request, what will he do now that he’s in charge of the intelligence community’s incredibly powerful surveillance apparatus?

“With Clayton now officially in office, it’s more important than ever for Congress to pass a federal shield law like the PRESS Act to protect journalists from these kinds of legal abuses and prevent episodes like this from ever happening again.”

Please contact us if you would like further comment.


freedom.press/issues/now-confi…

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La corsa al riarmo che strozza i conti home.rifondazione.eu/2026/07/2… #Approfondimenti

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La guerra in Iran ribalta l'America First: ora lo slogan se lo intestano i Democratici


Da Abdul El-Sayed in Michigan a Dan Osborn in Nebraska, un numero crescente di candidati democratici o indipendenti rivendica lo slogan di Donald Trump contro la guerra con l'Iran. Anche a destra c'è chi accusa il presidente di aver tradito quella promessa.

Un numero crescente di Democratici sta rivendicando per sé lo slogan "America First", in risposta alla guerra che Donald Trump sta conducendo da fine febbraio contro l'Iran insieme a Israele. Così la formula che il presidente si era intestato per due lunghe campagne elettorali, ora divide sempre di più la destra e viene usata dai suoi avversari, compresi alcuni dei possibili aspiranti alla Casa Bianca nel 2028.

Abdul El-Sayed, candidato progressista che il 4 agosto affronterà la moderata Haley Stevens nelle primarie democratiche per il Senato in Michigan, è il più esplicito. Il fine settimana scorso ha fatto campagna con Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez. Ad Axios ha detto: "Sono il candidato più America First del Paese, e lo dico con orgoglio". La sua definizione ribalta quella del presidente e la sposta sulla spesa pubblica: "Quando tieni qui i nostri soldi invece di mandarli alla macchina da guerra di qualche altro Paese, questo è il vero America First".

Politica USA · 2026

«America First» cambia bandiera


Dalla guerra contro l’Iran alle primarie del Michigan: sempre più democratici rivendicano lo slogan di Trump — o ne adottano gli argomenti senza pronunciarlo.

Grafica di FocusAmerica

AMERICA FIRST AMERICA FIRST
2026 · i democratici 2016 · Donald Trump

Trascina lo strappo: il manifesto democratico copre quello di Trump.

La cronologia

Sei mesi di appropriazione, dalla guerra alle urne



I protagonisti

Due modi di dire la stessa cosa

Oltre il 2028

Il mandato di Trump finisce a gennaio 2029. Lo slogan gli sopravvive.

Proteggere l’industria nazionale, ridurre le dipendenze strategiche, subordinare gli impegni internazionali all’interesse del Paese: la svolta che ha portato Trump alla Casa Bianca è ormai bipartisan. Cambieranno toni e strumenti, non la direzione.
Fonte: Axios, Congress.gov, dichiarazioni pubbliche dei candidati · luglio 2026

Dalla benzina a Israele, lo slogan cambia bersaglio


Ro Khanna, deputato della California che sta valutando anche lui una corsa alla Casa Bianca, ha adottato la stessa etichetta. Ad aprile ha ripresentato il Gasoline Export Ban Act, un progetto di legge che vieta l'esportazione di benzina all'estero quando il prezzo medio alla pompa resta sopra i 3,12 dollari al gallone per 7 giorni consecutivi, e in quell'occasione ha detto di voler mettere l'America al primo posto. A febbraio, dall'aula della Camera, aveva sostenuto che "un'altra guerra in Medio Oriente non è America First".

Dan Osborn, il sindacalista che in Nebraska corre per il Senato da indipendente contro il senatore repubblicano uscente Pete Ricketts, è andato oltre e venerdì ha usato la stessa formula contro Israele: "dobbiamo mettere al primo posto l'America, non Israele". Non si può "minare l'indipendenza dell'esercito americano per nessun alleato", ha aggiunto Osborn, "men che meno per uno inaffidabile che ci ha già costretto a buttare soldi in un'inutile guerra senza fine all'estero".

Anche una parte dei Repubblicani ritiene che la guerra contro l'Iran abbia tradito l'impegno a mettere gli americani al primo posto e che proprio questo abbia aperto uno spazio politico ai Democratici. Tucker Carlson, che nel 2024 ha presentato Trump alla convention repubblicana, aveva spinto il presidente a non attaccare l'Iran e da allora si è scusato per aver "fuorviato la gente" sul suo conto, precisando che non era stato un errore intenzionale.

Da parte sua, El-Sayed si è detto d'accordo con i critici di destra: "la versione MAGA dell'America First è fare spettacolo con l'America First, per poi svenderti al primo acquirente". Chi la pratica, ha aggiunto, resterà sempre ostaggio di "una lobby di interessi stranieri come AIPAC", la principale lobby di pressione filoisraeliano negli Stati Uniti, e del complesso militare-industriale, cioè di "quelli che vincono ogni volta che mandiamo le nostre armi all'estero". I sondaggi indicano che gli elettori sono stanchi di decenni di guerre in Medio Oriente, soprattutto quando non vedono di buon occhio la propria situazione economica in casa.

I big democratici evocano il tema senza usare lo slogan


La maggior parte dei Democratici di primo piano evita ancora di pronunciare lo slogan di Trump, ma ne riprende sempre più spesso gli argomenti. Il 17 luglio a Memphis, in un comizio a sostegno del candidato al Congresso Justin Pearson, Alexandria Ocasio-Cortez ha detto che "tutti quei soldi che stiamo spendendo in bombe all'estero potrebbero essere spesi in scuole qui da noi". La deputata di New York sta attualmente valutando una candidatura alla presidenza o al Senato nel 2028.

Il 25 aprile, parlando dinanzi ad una platea del Partito Democratico dell'Arkansas nel suo primo discorso da protagonista dopo la sconfitta del 2024, l'ex vicepresidente Kamala Harris aveva detto che "per innescare una rinascita americana dobbiamo partire da un'agenda ambiziosa, in cui i nostri soldi pubblici vadano a case, sanità e asili accessibili, non a guerre sconsiderate in terre straniere che nessuno vuole", un riferimento palese allo slogan elettorale di Trump nel 2024 sulle "stupide guerre straniere".

Molti Democratici hanno abbracciato anche le politiche industriali propugnate da Trump in questi anni per far ripartire la manifattura americana. Il 15 giugno i senatori Mark Kelly dell'Arizona e Cory Booker del New Jersey, anche loro entrambi possibili candidati alla presidenza, sono stati tra i firmatari del Make More in America Act, il disegno di legge presentato dal leader democratico al Senato Chuck Schumer che allarga il mandato della Export-Import Bank per finanziare la costruzione di semiconduttori, l'estrazione di minerali critici e lo sviluppo dell'intelligenza artificiale negli Stati Uniti.

Kelly ha persino sostenuto che la legge servirebbe a "costruire più cose qui da noi e creare posti di lavoro ben pagati, riducendo allo stesso tempo la nostra dipendenza dagli avversari stranieri". Insomma, il mandato di Trump finirà nel gennaio 2029, ma la svolta che lo ha portato a vincere grazie allo slogan "America First" appare ormai bipartisan e destinata a sopravvivergli. Anche tra i democratici si sta sempre di più consolidando l'idea che gli Stati Uniti debbano proteggere l'industria nazionale, ridurre le dipendenze strategiche e subordinare maggiormente gli impegni internazionali agli interessi economici e di sicurezza del Paese. Ciò significa che potranno sicuramente cambiare i toni e gli strumenti, ma difficilmente Washington tornerà all'impostazione globalista che aveva preceduto l'ascesa di Donald Trump alla presidenza.


Vance e i vertici militari frenano Trump sull’escalation in Iran


Gli Stati Uniti hanno interrotto venerdì notte la campagna di bombardamenti contro l’Iran dopo tredici notti consecutive di attacchi. Le operazioni sono “sospese”, ha dichiarato sabato alla CNN una fonte del Dipartimento della Difesa. Poche ore prima, durante una riunione alla Casa Bianca in cui Donald Trump valutava un allargamento della guerra, il vicepresidente JD Vance e il generale Dan Caine, capo di Stato Maggiore, avevano espresso forti perplessità sull’ipotesi.

Caine ha sollevato soprattutto il problema delle scorte di munizioni. Il generale ha spiegato a Trump e agli altri vertici dell’Amministrazione che le operazioni esaminate erano realizzabili e avrebbero probabilmente raggiunto gli obiettivi militari, ma li ha messi in guardia dalle conseguenze. Quasi tutti i consiglieri presenti hanno riconosciuto che gli Stati Uniti sarebbero stati in grado di condurre un attacco devastante, invitando però il presidente a considerare gli effetti indiretti e a lungo termine di una nuova escalation.

Durante la riunione è stato affrontato anche il rischio di vittime civili su vasta scala. Nell’ultima settimana Trump ha minacciato di colpire infrastrutture iraniane come strade, ponti e centrali elettriche: attacchi che, a seconda degli obiettivi e delle modalità, potrebbero violare il diritto internazionale umanitario.

Un’offensiva di questo tipo provocherebbe vittime e potrebbe privare ampie fasce della popolazione di elettricità, acqua e cibo, è stato spiegato al presidente. I consiglieri hanno inoltre indicato il pericolo di una crisi umanitaria dei rifugiati, di ritorsioni iraniane contro gli impianti energetici e di desalinizzazione del Golfo e di un ulteriore allargamento regionale del conflitto.

Non è chiaro se a determinare la sospensione dei raid siano stati i timori per le scorte, l’allarme sulle conseguenze umanitarie o una combinazione dei due fattori. Non si sa neppure quanto durerà la pausa. “Il presidente Trump ha sempre affermato con coerenza di preferire una soluzione diplomatica, ma continua a mantenere aperte tutte le opzioni nel caso in cui l’Iran prosegua le attività terroristiche nello Stretto di Hormuz o contro i nostri alleati”, ha dichiarato Steven Cheung, direttore della comunicazione della Casa Bianca.

Dopo le sanzioni che hanno messo in ginocchio l’economia iraniana e tredici giorni consecutivi di attacchi contro obiettivi militari, ha aggiunto, Teheran farebbe bene a lavorare a un accordo negoziato.

Guerra Usa-Iran · La pausa dei raid

Dopo tredici notti di raid sull’Iran, Washington si ferma

Nella riunione di venerdì alla Casa Bianca, il vicepresidente Vance e il generale Caine hanno frenato l’ipotesi di allargare la guerra: pesano le scorte di munizioni e il costo umanitario di un attacco alle infrastrutture.

Grafica di FocusAmerica

Il Pentagono: operazioni «in sospeso»

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notti consecutive di attacchi americani su obiettivi militari iraniani, fino allo stop di venerdì notte


1ª notte 14ª: raid sospesi

Perché la pausa

I due freni emersi nella riunione alla Casa Bianca

Le scorte di munizioni

Il generale Caine ha avvertito Trump: gli obiettivi militari sono raggiungibili, ma le scorte americane restano fortemente ridotte — molte munizioni cedute all’Ucraina, altre consumate contro gli Houthi.

Il senatore Van Hollen: si stanno esaurendo anche gli intercettori che proteggono le truppe nella regione.

Il costo umanitario

Colpire strade, ponti e centrali elettriche — come minacciato da Trump nell’ultima settimana — potrebbe violare il diritto internazionale umanitario, hanno spiegato i consiglieri al presidente.

Quasi tutti hanno riconosciuto che l’attacco sarebbe stato devastante, invitando a valutarne gli effetti indiretti.

L’avvertimento dei consiglieri

I quattro rischi indicati a Trump


1Vittime civili su vasta scala

Un’offensiva sulle infrastrutture provocherebbe vittime e priverebbe ampie fasce della popolazione iraniana di elettricità, acqua e cibo.

2Una crisi dei rifugiati

Il collasso dei servizi essenziali rischierebbe di innescare flussi di profughi su scala regionale, con una crisi umanitaria difficile da contenere.

3Ritorsioni sugli impianti del Golfo

Teheran potrebbe colpire gli impianti energetici e di desalinizzazione dei Paesi del Golfo, vitali per l’acqua e l’elettricità della regione.

4Un conflitto ancora più ampio

Una nuova escalation aumenterebbe il rischio di trascinare nella guerra altri attori regionali, oltre ai Paesi vicini che già ospitano basi americane.

La tregua informale

Due pause speculari, nessun accordo

Washington
«Spazio ai negoziati»

Per l’ambasciatore all’Onu Waltz la pausa serve alla diplomazia. La Casa Bianca però tiene «aperte tutte le opzioni» se l’Iran colpirà nello Stretto di Hormuz o gli alleati.

Teheran
«Attacco per attacco»

L’Iran sospende gli attacchi finché lo faranno gli Usa, dice un alto funzionario a Reuters. Ma definisce la pausa «tattica più che reale» e promette una risposta su vasta scala a nuovi attacchi.

Lo Stretto di Hormuz

Il fronte aperto sulle rotte marittime

La petroliera sulla mina

Una petroliera è stata investita da un’esplosione dopo avere urtato una mina navale, secondo l’agenzia Tasnim: la nave si sarebbe allontanata dalla rotta indicata dall’Iran.

Il contenzioso sull’articolo 5

Per Teheran il Memorandum firmato dopo la guerra le affida rotte di navigazione e sminamento dello Stretto: il ministro degli Esteri Araghchi accusa Washington di averlo violato.

La mediazione dell’Oman

Muscat propone un consorzio regionale per la sicurezza marittima con contributi volontari; l’Iran pretende pagamenti obbligatori. «Qualche progresso» nei colloqui, ma nessuna intesa.

Fonte: CNN, Reuters, Fox News, ABC, Tasnim, The Jerusalem Post — luglio 2026

La tregua informale e il problema delle munizioni


L’ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite Mike Waltz ha fornito domenica la versione ufficiale della sospensione: Trump vuole concedere spazio ai negoziati, ha spiegato a Fox News. Le scorte di armamenti americane rimangono tuttavia fortemente ridotte e subirebbero nuove pressioni se gli attacchi riprendessero, come già riferito dalla CNN.

Waltz ha attribuito parte del problema agli aiuti forniti all’Ucraina. “Abbiamo ereditato una situazione difficile, con molte delle nostre munizioni cedute all’Ucraina”, ha detto, ricordando che altri armamenti sono stati impiegati contro gli Houthi e assicurando che il riarmo prosegue attraverso sistemi meno costosi e più rapidi da produrre.

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha replicato alla CNN che le Forze Armate statunitensi dispongono di tutto ciò che serve per operare nel momento e nel luogo scelti dal presidente.

Teheran ha risposto con una posizione speculare. Un alto funzionario iraniano ha dichiarato domenica a Reuters che il Paese sospenderà i propri attacchi finché gli Stati Uniti faranno altrettanto, secondo il principio dell’“attacco per attacco”, e che il messaggio è già stato trasmesso a Washington.

Lo stesso funzionario ha però definito la pausa “tattica più che reale” e ha avvertito che l’Iran è pronto a una risposta su vasta scala in caso di nuovi raid. Per due settimane Teheran aveva colpito i Paesi vicini che ospitano basi americane, mentre nel fine settimana non sono stati registrati nuovi attacchi.

Anche i democratici insistono sul problema delle munizioni. “Non saremmo mai dovuti entrare in questa guerra insensata e dovremmo porvi fine adesso”, ha dichiarato il senatore Chris Van Hollen ad ABC, durante il programma This Week. Secondo il senatore, gli Stati Uniti stanno consumando gli intercettori necessari a neutralizzare gli attacchi iraniani e a proteggere le proprie truppe nella regione.

La petroliera colpita e il negoziato sullo Stretto


Nello Stretto di Hormuz, intanto, la tensione rimane alta. Una petroliera è stata investita da un’esplosione dopo avere urtato una mina navale, secondo l’agenzia semiufficiale Tasnim, vicina ai Guardiani della rivoluzione. La nave avrebbe colpito l’ordigno dopo essersi allontanata dalla rotta indicata dall’Iran, ma le autorità di Teheran non hanno diffuso comunicazioni ufficiali sull’incidente.

Proprio sul controllo delle rotte marittime si è aperto un nuovo contenzioso. Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi accusa Washington di avere violato l’articolo 5 del Memorandum sottoscritto dopo la guerra, che secondo Teheran attribuisce all’Iran il compito di stabilire i percorsi di navigazione e condurre le operazioni di sminamento.

Iran e Oman, che svolge il ruolo di mediatore, avrebbero comunque compiuto “qualche progresso” sui negoziati per la sicurezza della navigazione, hanno riferito al Jerusalem Post due fonti informate. Non è però chiaro se Teheran accetterà la proposta sul tavolo.

Muscat ha suggerito la creazione di un consorzio regionale incaricato della sicurezza marittima, delle operazioni di ricerca e soccorso e di altre forme di cooperazione, con partecipazione e contributi economici volontari. L’Iran si è finora opposto, chiedendo pagamenti obbligatori e sostenendo che, in loro assenza, alle navi non potrebbe essere garantito il passaggio attraverso lo Stretto.

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha confermato che venerdì e sabato si sono svolti a Teheran colloqui con il viceministro degli Esteri dell’Oman. Li ha definiti costruttivi e ha assicurato che, nonostante l’incidente e le tensioni sul controllo delle rotte, il traffico marittimo nello Stretto non ha subito variazioni.


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Der Schock sitzt immer noch tief. Trotz oder gerade wegen der Trauer müssen wir über die teils heuchlerischen Reaktionen führender Politiker*innen sprechen. Denn die unbequeme Wahrheit gehört in das große Bild dazu: Kürzungen, weniger Hilfeangebote und steigende Diskriminierung erschweren das alltägliche Leben von queeren Menschen massiv und legen einen politischen Nährboden für Hass und letzten Endes auch Gewalt. netzpolitik.org/2026/forderung…
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in reply to netzpolitik.org

Ich hab nicht den Überblick über alle Kürzungen - aber wird nicht auch bei Prävention von Rechtsextremismus, Islamismus etc gekürzt?
Ah, hier ein link mit Bericht zu den o.g. Kürzungen
digitalcourage.social/@Thorste…
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Rifondazione: sosteniamo Margherita, delegata licenziata dal San Raffaele home.rifondazione.eu/2026/07/2… #ComunicatiStampa #Lavoro

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Vous avez peut-être entendu parler de Chat Control ces dernières semaines mais beaucoup d’approximations et erreurs ont pu être dites sur la nature et les conséquences de ce règlement européen.

Et c’est normal car il y a en réalité deux « Chat Control » ! On fait le point pour vous aider à comprendre.

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in reply to La Quadrature du Net

Depuis 2021, l’Union européenne autorise les plateformes en ligne à analyser proactivement les contenus qu’elles hébergent en vue de détecter ceux liés aux abus sexuels sur les enfants. Ce règlement, c’est ce que l’on appelle « Chat Control 1.0 ». Il est temporaire et a été renouvelé plusieurs fois. Début juillet 2026, le Parlement a voté une nouvelle prolongation.
in reply to La Quadrature du Net

Si ce texte pose évidemment des problèmes en matière de vie privée, il donne uniquement une base légale pour les plateformes comme Facebook ou Instagram qui font déjà volontairement de l’analyse des messages depuis des années. Il ne concerne pas les échanges chiffrés de bout en bout comme ceux qui passent via Signal, qui ne sont donc pas concernés par ce vote de début juillet.
in reply to La Quadrature du Net

En parallèle, un autre règlement est en négociation. Afin de prendre la suite de ce mécanisme de détection volontaire, la Commission européenne avait proposé en 2022 un nouveau texte : il s’agit de « Chat Control 2.0 ».

Nous vous en parlions dès 2023 car celui-ci voulait obliger toutes les plateformes et messageries à scanner les messages, y compris ceux qui sont chiffrés.
laquadrature.net/2023/09/18/re…

in reply to La Quadrature du Net

Ce deuxième texte est extrêmement dangereux et mobilise partout en Europe depuis quatre ans. Grâce à ces contestations, des victoires ont été obtenues et le processus législatif a longtemps été bloqué.

Aujourd’hui il est toujours dans la phase de négociations appelée « trilogues » et l’analyse des messages chiffrés n’est plus envisagée mais des mesures de vérification d’age sont en revanche sur la table et menacent l'anonymat en ligne et le droit à la vie privée.

in reply to La Quadrature du Net

Pour résumer : le vote de juillet permet à Instagram, Facebook et consorts de continuer de scanner les messages comme ils le font depuis des années, mais il ne concerne pas les applications de messagerie chiffrée comme Signal.

Un récent article de France Info résume bien les enjeux complémentaires autour de ces textes.
franceinfo.fr/vrai-ou-fake/vra…

Siam reshared this.

in reply to La Quadrature du Net

Pour vous tenir informé·es des suites concernant « Chat Control 2.0 », nous vous invitons également à suivre les articles de nos camarades de @edri qui suivent activement le dossier à Bruxelles.
edri.org/our-work/chat-control…
@EDRi

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Un distretto scolastico fa causa all'amministrazione Trump sulle politiche per gli studenti transgender


Il distretto Jeffco vuole salvare 50 milioni di fondi federali. Istruzione e Giustizia minacciano due distretti in Maryland e Michigan che nasconderebbero ai genitori l'identità di genere dei figli

Jeffco Public Schools, il secondo distretto scolastico del Colorado per dimensioni, ha fatto martedì causa all'amministrazione Trump per impedire al Dipartimento dell'Istruzione di togliergli più di 50 milioni di dollari di fondi federali. Il governo minaccia il taglio da mesi, sostenendo che le politiche del distretto a favore degli studenti transgender discriminino le ragazze.

Il giorno prima i dipartimenti dell'Istruzione e della Giustizia avevano annunciato iniziative contro altri due distretti, in Maryland e Michigan, accusati di nascondere ai genitori l'identità di genere dei figli. Il governo ha minacciato tagli ai fondi per i distretti di tutto il paese che sostengono gli studenti transgender, definendo queste politiche discriminatorie verso le ragazze.

Il Dipartimento dell'Istruzione accusa Jeffco di violare il Title IX, la legge federale del 1972 che vieta le discriminazioni in base al sesso nell'istruzione, perché consente agli studenti transgender di gareggiare nelle squadre femminili e di usare i bagni e le sistemazioni riservati alle ragazze, anche nelle gite con pernottamento. La prima contestazione è arrivata a marzo, con dieci giorni di tempo per cambiare le regole, la seconda a giugno. Dopo quest'ultima il consiglio scolastico ha autorizzato i legali ad andare in tribunale.

L'indagine su Jeffco era partita l'anno scorso, dopo che nel 2024 una famiglia aveva denunciato il distretto sostenendo che la figlia avesse dovuto condividere il letto con una ragazza transgender durante una gita scolastica.

Il distretto contesta le conclusioni federali. L'accusa secondo cui più di 60 studenti maschi gareggerebbero nelle squadre femminili si baserebbe su un'affermazione "erronea": i ragazzi presenti negli elenchi di quelle squadre sono collaboratori o mascotte, non atleti. I dirigenti scolastici dicono inoltre di rispettare la legge anti-discriminazione del Colorado, che a loro giudizio è in conflitto con l'attuale interpretazione federale del Title IX.

La causa, depositata al tribunale federale del Colorado, chiede a un giudice di stabilire quale delle due leggi il distretto debba seguire. "Quando i requisiti statali e federali sono in conflitto, i tribunali sono il luogo appropriato per fare chiarezza", ha spiegato il sovrintendente ad interim Rob Stein. Il procuratore generale del Colorado Phil Weiser ha detto che "le tattiche di intimidazione dell'amministrazione Trump e la scelta di prendere di mira persone vulnerabili sono vergognose".

I fondi a rischio finanziano tra l'altro l'educazione speciale e le mense scolastiche. Il distretto ha un bilancio di quasi un miliardo di dollari e ha appena tagliato spese per 45 milioni (compresi 139 posti di lavoro), ma dovrà comunque usare 13 milioni delle riserve per chiudere il bilancio 2026-27.

Indagini simili riguardano altri due distretti del Colorado. Denver Public Schools è sotto inchiesta per i bagni senza distinzione di genere e per un'insegnante accusata di aver fatto baciare tra loro alcune studentesse, mentre Cherry Creek Schools è indagato per programmi definiti "razzialmente discriminatori".

Il distretto di Anne Arundel County, nel Maryland, classifica invece l'identità di genere degli studenti come "informazione medica riservata". Per i dipartimenti dell'Istruzione e della Giustizia questa regola viola la FERPA (la legge federale che garantisce ai genitori l'accesso ai documenti scolastici dei figli). Quando i genitori di una studentessa hanno chiesto spiegazioni sulla "transizione di genere" della figlia, si legge nel comunicato congiunto, il preside si è rifiutato di fornire dettagli e la vicepreside di consegnare i documenti.

I genitori, rimasti anonimi, avevano citato in giudizio il distretto l'8 luglio. Sostengono che il personale della scuola superiore abbia aiutato la figlia a compiere di nascosto una "transizione sociale" presentandola a scuola come maschio. Se ne sono accorti da un'email che si riferiva alla ragazza con pronomi maschili.

Il distretto ha risposto di aver saputo delle accuse federali dal comunicato stampa e di non aver ricevuto né una comunicazione formale né prove a sostegno delle conclusioni.

Ad Ann Arbor, in Michigan, il governo contesta la regola che vieta al personale scolastico di rivelare ai genitori l'identità di genere degli studenti, oltre alla scelta di conservare i documenti sul tema in un archivio separato. Il distretto ha tempo fino al 10 agosto per convincere i due dipartimenti a non procedere, mentre per Anne Arundel la minaccia comprende "procedimenti giudiziari applicabili e potenziale perdita dei fondi federali".

La segretaria all'Istruzione Linda McMahon ha detto che i due dipartimenti useranno "ogni strumento disponibile" per chiamare i distretti a rispondere. Harmeet Dhillon, procuratrice generale aggiunta al Dipartimento di Giustizia, ha avvertito che "la FERPA non è facoltativa" e che chi prova ad aggirarla deve aspettarsi "un'azione federale immediata".

La stessa legge è già servita a far cadere politiche di California e Maine che negavano ai genitori l'accesso ai documenti sull'identità di genere dei figli. Già nel marzo 2025 l'ufficio del Dipartimento che si occupa della privacy degli studenti aveva scritto ai provveditori statali per ricordare gli obblighi della legge, criticando in particolare la pratica di nascondere l'identità di genere. La Corte Suprema ha inoltre bloccato una politica della California che voleva vietare le notifiche automatiche alle famiglie quando uno studente cambia identità di genere a scuola.

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